Emilio Salgari



IL FIGLIO DEL CORSARO ROSSO







CAPITOLO I

LA MARCHESA DI MONTELIMAR


- Il signor conte de Miranda!

Quel nome, gridato forte da un servo gallonato con la pelle nera come il carbone, vestito di seta azzurra a larghi fiori gialli, aveva prodotto una profonda impressione fra i moltissimi invitati che ingombravano le sfarzose sale della marchesa di Montelimar, la bellissima signora, celebrata da tutti gli avventurieri e da tutti gli ufficiali di terra e di mare di San Domingo.

Le danze, animatissime fino a quel momento, erano state subito interrotte, perché cavalieri e dame si erano precipitati verso la porta del grande salone, come attratti da un'irresistibile curiosità di vedere da vicino quel conte che si diceva avesse fatto girare molte teste nelle poche ore che si era mostrato per le vie di San Domingo.

Il portiere negro aveva appena sollevata la ricca tenda di damasco con lunghe frange d'oro, quando il personaggio annunziato comparve.

Era un bellissimo giovane di ventotto o trent'anni, di statura alta, di forme elegantissime che palesavano il gran signore, con gli occhi nerissimi e ardenti, i baffi neri e la pelle bianchissima, cosa affatto insolita per un comandante di fregata, abituato a navigare sotto il sole bruciante del Golfo del Messico.

Quello strano ed interessante personaggio, chi sa per quale bizzarria, vestiva tutto di seta rossa.

Rossa era la casacca, rossi gli alamari, rossi i calzoni, rosso l'ampio feltro adorno d'una lunga piuma e cosí pure i merletti, i guanti e perfino gli alti stivali; anche la guaina della spada era di cuoio rosso.

Il conte, vedendosi dinanzi tutte quelle persone che lo osservavano attentamente, corrugò un po' la fronte, guardando arditamente gli uomini, come seccato di quella curiosità, poi si levò garbatamente il cappello, strisciando con un moto grazioso sul tappeto la lunghissima piuma e fece un leggero inchino, tenendo sempre la sinistra sulla guardia della spada.

La marchesa di Montelimar si era affrettata a farsi largo fra gli invitati e ad accostarsi premurosamente al conte.

Non a torto la chiamavano la bella vedova di S. Domingo! Era una splendida castigliana, giovane ancora, perché non doveva toccare le venticinque primavere, alta, slanciata, col corpo flessuoso, gli occhi sfolgoranti, tagliati a mandorla, la capigliatura nerissima e la pelle alabastrina; la vera tinta delle creole del Golfo messicano.

Quantunque vedova da pochi anni d'un vecchio marchese, morto combattendo contro i filibustieri della Tortue, indossava un magnifico vestito di damasco di seta bianca, adorno sul dinanzi di piccoli smeraldi raccolti qua e là in gruppetti artistici, e intorno al niveo collo portava una doppia fila di perle di California, di un valore inestimabile. Si fermò dinanzi al conte, facendo un grazioso inchino, accompagnato da un delizioso sorriso, poi, stendendogli la destra, gli disse:

- Sono lieta che voi, signor conte, abbiate accettato il mio invito.

- Gli uomini di mare son ruvidi, marchesa; ma non rifiutano mai un invito, specialmente quando vien fatto da una signora bella come voi.

Quelle parole fecero corrugare piú di una fronte e sollevarono fra gli adoratori della marchesa qualche mormorio.

Il Conte de Miranda si voltò vivamente, con la sinistra appoggiata fieramente sull'elsa della spada e la destra sul fianco, e disse con voce chiara:

- Pare che a qualcuno non sia piaciuto quel che ho detto: si sappia che noi, figli dell'oceano, sappiamo guidare le navi, ma regalare anche una buona stoccata.

- Vi siete ingannato, signor conte - disse la marchesa. - Qui tutti hanno molta stima per gli uomini che, sfidando tempeste e pericoli, ci difendono dai filibustieri della Tortue.

Nessuno aveva osato fiatare e le fronti si erano spianate. Solamente un capitano degli alabardieri di Granata, un pezzo d'uomo alto un palmo piú del giovane conte, era ancora molto corrucciato.

- Signor conte, - disse la marchesa di Montelimar - volete offrirmi il vostro braccio? Sarò orgogliosa di appoggiarmi ad un forte uomo di mare.

- Che metterà la sua spada e la sua vita sempre a vostra disposizione, marchesa - rispose il bel giovane, guardando insolentemente gli invitati che manifestavano un po' di malumore per la preferenza accordata dalla bella vedova a quel capitano sconosciuto a tutti.

- Non chiedo tanto conte. Danzate?

- Sí, marchesa; alla francese però, perché sono stato educato in Provenza.

- Come mai? Non siete spagnuolo? I de Miranda, se non m'inganno, sono castigliani.

- Puro sangue; ma mio padre aveva sposato una francese, e mi affidò ancora bambino ai parenti di mia madre.

- Infatti mi accorgo che voi avete un accento diverso dal nostro.

- Gli uomini di mare visitando tanti paesi, perdono l'accento della madre lingua; poi ho soggiornato molto anche in Italia.

- Ecco perché voi parlate cosí dolcemente. Ah, l'Italia! Anch'io l'ho visitata... E venite ora...?

- Da Vera-Cruz, marchesa.

- Dopo aver incontrato chi sa quante avventure!

- No, marchesa: una tempesta ed un paio d'abbordaggi con due navi filibustiere.

- Che avrete affondato, immagino.

- Rimorchiate, marchesa, dopo aver imprigionato i loro equipaggi.

- Ed ora andavate?...

- Mi fermo qui per difendere San Domingo.

- Siamo minacciati?

- Si dice che i bucanieri, d'accordo con i filibustieri, si preparino per un colpo di mano contro questa città, ma troveranno sul loro cammino i quaranta cannoni della mia Nuova Castiglia, e vi giuro, marchesa, che li farò...

Il conte si interruppe bruscamente e si voltò di fianco.

Un capitano degli alabardieri, lo stesso che poco prima aveva borbottato piú degli altri, un bell'uomo sulla quarantina, alto come un granatiere, con due immensi baffi cadenti alla chinese, gli si era fermato a pochi passi come se cercasse di sorprendere le sue parole.

Alla fermata improvvisa del giovane capitano, aveva girato sollecitamente sui talloni, battendo impazientemente la sinistra sulla guardia della sua lunga spada e abbordando una signora che in quel momento attraversava la sala.

- Chi è quel signore? - chiese il conte alla marchesa, aggrottando la fronte.

- Il conte di Sant'Iago, capitano degli alabardieri del reggimento di Granata - rispose la marchesa di Montelimar, sorridendo. - Vi interessa?

- Niente affatto, signora. Mi pareva che ci seguisse, per ascoltare ciò che noi dicevamo.

- È un mio adoratore.

- Ad una cosí bella signora non possono mancare.

- Oh, conte! - esclamò la marchesa, battendogli su una mano il suo ricco ventaglio dalle stecche d'oro.

- Vi ama?

- Alla follia. La settimana scorsa uccise un luogotenente di marina con un terribile colpo di spada, perché credeva che io avessi per quel disgraziato qualche preferenza.

- Ah! Il capitano è geloso?

- E un buon spadaccino, a quel che si dice - aggiunse la marchesa.

- Vorrei provare un po' la sua abilità - disse il conte con voce ironica.

- Guardatevene, signor de Miranda!

- E che, marchesa; mi credereste voi tal uomo da aver paura di quel capitano?

- No, conte, ma mi rincrescerebbe...

- Che cosa?

- Che vi toccasse qualche disgrazia - rispose la marchesa, alla quale pareva che un'improvvisa commozione avesse alterato l'accento.

Il giovane capitano si staccò dal suo braccio e la guardò con sorpresa:

- A voi, che mi conoscete appena da cinque minuti, - disse - a voi spiacerebbe se mi succedesse qualche disgrazia?

- Io ammiro i gentiluomini coraggiosi e amabili come voi, conte.

Il giovane represse un sospiro, poi disse a mezza voce::

- È strano; anche mio zio...

Ma tosto s'interruppe, stringendo le labbra.

- Che cosa avete detto, conte? - chiese la marchesa di Montelimar.

- Che la musica è ottima, e che si potrebbe danzare questo delizioso fandango.

- Era quello che volevo proporvi.

- Ai vostri ordini, marchesa.

Le danze erano già state riprese.

Dame e cavalieri giravano vorticosamente nelle splendide sale del palazzo di Montelimar, elettrizzati da una dozzina di suonatori nascosti dietro ad una specie di giardinetto formato da una doppia fila di superbi banani, le cui grandissime foglie s'alzavano fino al soffitto dorato.

Il conte cinse il fianco della marchesa e si slanciò agilissimo nel turbine dei danzatori e delle danzatrici.

Alcuni si erano fermati per ammirare quel bellissimo giovane e la sua bellissima compagna, stupefatti della sua leggerezza e della sua grazia.

Mai prima d'allora avevano veduto danzare a quel modo un uomo di mare.

Il fandango era appena finito e il conte aveva ricondotta la marchesa al suo posto, quando alle sue spalle udí una voce che gli disse:

- Signore, voi che danzate cosí bene, sapete giocare altrettanto bene?

Il giovane capitano della Nuova Castiglia si voltò vivamente e non seppe frenare un moto di sorpresa nel vedersi dinanzi il capitano degli alabardieri del reggimento di Granata.

Il conte lo fissò per un momento; poi rispose con accento ironico:

- Un gentiluomo deve saper danzare, saper giocare e dare anche colpi di spada quando gli si offre l'occasione.

- Vi ho proposto solamente di giocare, per ora - disse il capitano degli alabardieri.

- Se ciò può farvi piacere eccomi ai vostri ordini, conte di Sant'Iago.

- Come? Mi conoscete? - esclamò il capitano, facendo un gesto di stupore.

- Cosí... per caso

La marchesa di Montelimar, un po' pallida, si era alzata.

- Che cosa volete, conte di Sant'Iago dal conte de Miranda? - chiese.

- Null'altro, signora, che proporgli una partita al montes - rispose il capitano. - Gli uomini di mare preferiscono il gioco alla danza; è vero, conte?

- Qualche volta - rispose asciuttamente il giovane.

- E poi avete già danzato una volta con la regina della festa.

- Ma se la marchesa desiderasse fare un altro giro rinunzierei subito alla partita che voi mi proponete, checché dovesse succedere.

- La notte non è ancora finita, e avrete tempo di muovere le gambe finché vorrete - disse il capitano degli alabardieri con sottile ironia.

- Non giocate, conte - disse la marchesa.

- Oh, non farò che una sola partita! - rispose il giovane capitano. - Sono distrazioni che piacciono alle genti che navigano. Andiamo, signor di Sant'Iago.

Baciò galantemente la mano alla marchesa di Montelimar e seguí il burbero capitano degli alabardieri, non senza aver prima fatto alla bella vedova un leggero cenno, come per dirle:

- Non vi preoccupate per me.

Attraversarono l'ampia sala sfolgorante di luce, dove capitani di terra e di mare danzavano allegramente insieme con le piú leggiadre signore e signorine di San Domingo, ed entrarono in un salottino dove una dozzina di ufficiali, per la maggior parte vecchi, stavano giocando e fumando grossi sigari avana, senza occuparsi affatto della festa da ballo.

Dei dobloni semplici e doppi scintillavano sui tavolini da giuoco, e dadi e carte venivano gettati con una certa noncuranza, piú affettata che reale, dai giocatori.

- Signor conte, - disse il capitano degli alabardieri - preferite le carte o i dadi?

Il giovane capitano di fregata parve pensare un momento, poi disse:

- I dadi mi pare che diano un'emozione piú violenta delle carte, e ciò va benissimo per gli uomini di guerra abituati ai colpi di spada e di cannone. Non vi pare, signor di Sant'Iago? Non siamo dei tranquilli piantatori di canne da zucchero o d'indaco!

- Avete dello spirito, conte.

- Di mare, condito con molto sale - disse il giovane sorridendo. Noi siamo uomini molto salati.

- Mentre noi siamo molto profumati, invece - rispose il capitano degli alabardieri di Granata.

- Perché?

- Viviamo sempre nei boschi, alla caccia dei bucanieri.

- E ne uccidete molti di quei furfanti?

- Uff! qualche volta qualcuno cade sotto i nostri archibugi, ma quasi mai sotto le alabarde delle nostre guardie. Appena quei furfanti odono lo sparo d'un archibugio, invece di attaccare, scappano come lepri.

- Chi? I bucanieri o i nostri?

- I nostri, conte.

- Hanno tanta paura?

- Basta talvolta un bucaniere bene imboscato per mettere in rotta i nostri alabardieri; e notate che non si mettono mai in campagna, se non sono almeno cinquanta.

- Bel coraggio! - disse il conte de Miranda con un sorriso un po' sarcastico.

- Carrai! vorrei veder voi al loro posto!

- Li attaccherei a fondo alla testa dei miei marinai.

- Si vede, infatti, che bella figura fanno i marinai che montano i nostri galeoni! - osservò il capitano beffardamente. - Dopo le prime cannonate, abbassano il grande stendardo di Spagna e consegnano ai furfanti della Tortue le verghe d'oro che hanno nella stiva.

- I miei veramente... Il conte di Miranda si fermò mordendosi le labbra come pentito di essersi lasciato sfuggire quella frase e disse:

- Capitano, volete dunque che giochiamo?

- Vi avevo invitato per questo. Vedremo se l'amore porta fortuna o sfortuna.

- Che cosa volete dire?

Il conte di Sant'Iago, invece di rispondere, fece un segno ad un servo negro gallonato vestito di seta e gli ordinò:

- I dadi: vogliamo giocare.

- Subito, signor conte.

Un momento dopo il servo portava su un piatto d'argento finemente cesellato una piccola tazza d'oro con due dadi di dente di marsuino.

- Che giochiamo, signor conte de Miranda? - chiese il capitano degli alabardieri.

- Quello che volete.

- Badate a quello che dite.

- Perché, signor conte di Sant'Iago? - chiese il giovane con affettata indifferenza.

- Carrai!

- Caramba! Bestemmiate, signor conte.

- Ed anche voi, mi pare.

- Oh! Io sono uomo di mare! D'altronde nessuno vi proibisce di bestemmiare. Le genti di terra e di mare qualche volta vanno pienamente d'accordo su questo.. terreno.

- Avete dello spirito, conte.

- Qualche volta.

- Giocate? - chiese il capitano.

- Ve l'ho già detto: quello che desiderate.

- Una pelle viva?

Il giovane guardò il capitano con sorpresa

- Non vi comprendo: quale può essere questa pelle viva? Quella d'un pescecane forse?

Il capitano degli alabardieri di Granata si mise le mani sui fianchi, con un fare provocante, poi disse con voce grave:

- Fra gli uomini d'arme di terra usa giocare una pelle, quando si è stanchi di gettare dell'oro sul tavolo.

- Ossia? - chiese il conte de Miranda con calma.

- Quello che perde si fa saltare il cervello con un colpo di pistola.

- Brutto giuoco!

- Anzi interessantissimo, perché si giuoca la vita d'un uomo.

- Preferisco arrischiare i miei dobloni - rispose il giovane. - Lo trovo

piú comodo.

- E quando non se ne hanno piú?

- Si lascia il tavolino da giuoco e si va a dormire nella cabina: almeno cosí usa nella marina.

- Non fra noi però!

- Che diavolo! Sareste uomini tanto diversi, signor conte?

- Può darsi! - rispose seccamente il capitano.

- Avete pessimi gusti.

- Volete offendermi?

- Io? Niente affatto, capitano, sono venuto qui per giocare e non per arrabbiarmi o suscitare uno scandalo. Che cosa si direbbe di me?

- Forse avete ragione.

- Lasciate dunque in pace le pelli vive o morte, e giochiamo dei dobloni o delle piastre. Quelle almeno non hanno peli né da vendere né da uccidersi

- Puntate?

- Cento piastre - rispose il giovane gentiluomo.

- Volete rovinarmi?

- No, perché sono un pessimo giocatore, signor di Sant'Iago; e poi non ho mai avuto fortuna né alle carte, né ai dadi.

- L'avrete con le belle signore, con le marchese soprattutto - disse il capitano quasi con rabbia.

- In mare non ho incontrato che navi, montate per lo piú da corsari, e quelle non mi regalavano baci, ve l'assicuro. Al mio saluto rispondevano invece con palle di buon calibro che facevano sudar freddo i miei uomini.

- Ma in terra, sí però.

- Signor di Sant'Iago, io sono entrato in questo salotto per giocare qualche migliaio di piastre e non già per chiacchierare. Dovreste saperlo che gli uomini di mare non amano parlar molto... Cento piastre?

- Sia! - rispose il conte di Sant'Iago con un gesto sprezzante.

- Volete essere il primo?

Il capitano, invece di rispondere, prese il bossolo d'oro, fece saltellare i dadi: poi li rovesciò sul tavolino.

- Tredici! - disse. - Ecco un numero che porterà fortuna.

- Siete superstizioso?

- No, tuttavia questo tredici mi ha dato una scossa al cuore.

- Allora morrete molto presto - disse il conte de Miranda ridendo.

- Per mano di chi?

- Non sono mai stato uno stregone, io.

- D'un rivale?

- Può essere.

- Non lo credo, perché ne ho ucciso uno la settimana scorsa, per il semplice motivo che mi dava ombra.

- Avete la mano troppo lesta, signor di Sant'Iago.

- Che fora sempre quando stringe una spada.

- Veramente anche la mia non è tarda - ribattè il giovane. Il capitano degli alabardieri lo guardò fisso fisso, come se cercasse di comprendere bene il senso di quelle parole, poi disse:

- Tocca a voi.

Il conte de Miranda prese a sua volta il bossolo e fece rotolare i dadi sul tappeto.

- Quattordici! Che combinazione! - esclamò. - Caramba! Un tredici e un quattordici.

Che cosa significano questi due numeri cosí vicini l'uno all'altro?

Il capitano degli alabardieri si era passata una mano sulla fronte aggrottata. Una viva preoccupazione traspariva dal suo viso.

- Che cosa ne dite voi, signor di Sant'Iago? - chiese il giovane.

- Che voi avete vinte le mie cento piastre.

- Di quelle non mi occupo: io parlo dei due numeri.

- Nemmeno io sono uno stregone.

- Continuate?

- Sí: voglio vedere come si combineranno i nuovi numeri. Vi propongo tre colpi di cinquecento piastre ciascuno.

- Sta bene: a voi.

Il capitano riprese il bossolo e, dopo aver agitato nervosamente i dadi, li fece saltare sul tappeto.

Un'imprecazione a malapena repressa gli sfuggí, mentre la fronte gli s'imperlava di sudore.

- Tredici ancora! - aveva esclamato. - È col diavolo che io gioco?

- Veramente sono vestito come lui! - disse il conte de Miranda, sempre ilare.

- Giocate, per Dios!

- Dodici! - esclamò il giovane.

Il capitano sussultò.

- Il tredici chiuso fra il dodici ed il quattordici! - disse, battendo un pugno sul tavolino.

- Non trovate strano tutto ciò, conte?

- Infatti è una cosa che dà a pensare.

- E il numero fatale l'ho io!

- Ma mi avete vinto cinquecento piastre, una somma che può consolare anche un capitano degli alabardieri.

- Avrei preferito perderle, purché fosse uscito un altro numero.

- Né io, né voi possiamo comandare ai dadi. Continuiamo.

La partita fu ripresa, ed il conte d Miranda vinse le altre mille piastre, con un quindici e con un diciassette, contro un quattordici ed un sedici.

Il capitano si era alzato di cattivo umore, nel momento in cui i servi annunciavano che era la mezzanotte e che perciò la festa era finita.

- Vi manderò domani a bordo le millecento piastre che mi avete vinto, conte - disse il signor di Sant'Iago con voce secca.

- Non abbiate fretta - rispose il giovane.

- Mi accorderete una rivincita, spero.

- Quando vorrete.

- Non qui però.

- Perché?

- Non ho fortuna in questa casa.

- E non si può litigar liberamente; è vero, capitano? - chiese il de Miranda ironicamente.

- Può essere - rispose il capitano. - Buona sera, conte.

Ciò detto, uscí dal salotto ed entrò nella sala da ballo, dove dame e cavalieri si affollavano intorno alla marchesa di Montelimar per accomiatarsi.

Il comandante della Nuova Castiglia si era invece fermato, appoggiandosi allo stipite della porta.

Aspettava probabilmente che gli invitati se ne andassero.

Dall'espressione del suo viso si capiva che non era meno preoccupato del conte di Sant'Iago. Tormentava con la sinistra la guardia della sua spada e si torceva nervosamente i baffi. Quando la splendida sala fu quasi vuota, a sua volta avanzò verso la marchesa, la quale pareva che già lo cercasse con lo sguardo.

- Signora, - le disse inchinandosi - mi perdonerete se io non sono piú rientrato per fare un'altra danza con voi, ma mi ero impegnato in una grave partita al giuoco.

- Col capitano degli alabardieri? - chiese la bella vedova, con una certa ansietà.

- Sí, marchesa.

- Non avete questionato con lui?

- Niente affatto.

La marchesa respirò.

- Guardatevi da lui, signor conte - disse poi. - È un uomo pericoloso.

Il giovane batté una mano sulla guardia della spada.

- Quando al mio fianco sta questa lama, io non ho paura di tutti i capitani degli alabardieri di Spagna, di Francia o d'Italia! - disse.

- Marchesa, quando potrò rivedervi? Io devo chiedere a voi un'informazione che mi interessa.

- A me?

- Sí, marchesa.

- Allora domani farete colazione con me.

- Domani, - disse il conte, mentre sulla sua fronte passava come un'ombra - potrebbe essere troppo tardi.

- Contate di partire presto? Siete arrivato solamente stamane.

- È vero, marchesa: ma vi sono delle volte che non si può disporre del proprio tempo. Potrei rimanere, come potrei partire da un momento all'altro. Non vorrei andarmene però prima d'aver avuto un colloquio con voi.

- Non siete venuto per proteggere San Domingo da un attacco dei corsari della Tortue e dei bucanieri?

- Non posso rispondervi, marchesa.

- Eppure voi non dovete partire cosí presto. Sapete cavalcare, conte?

- Sí, marchesa.

- Domani ha luogo la corsa al gallo e desidererei che vi prendeste parte.

- Perché?

- La posta è un mio bacio che darò e riceverò dal vincitore.

Il conte de Miranda ebbe un leggero trasalimento.

- Checché accada, - disse poi - prenderò parte alla corsa. Buona sera marchesa; noi ci rivedremo, perché è necessario.

Baciò la mano alla bella vedova e uscí accompagnato da un valletto mulatto, il quale reggeva a stento un pesante doppiere d'argento. In quello stesso momento gli ultimi invitati lasciavano il magnifico palazzo di Montelimar.

 



CAPITOLO II

UN DUELLO TERRIBILE


- Il bacan tarda questa sera.

- Raddoppia la carica della pipa, mio caro Mendoza. Io vi ho cacciato dentro due dita e ora tira magnificamente. Che differenza ci trovi tu fra i gradini di questa chiesa e quelli del cassero o del castello di prora?

- Sulla Nuova Castiglia vi è almeno da bere, Martin.

- Piovono però anche delle bombe, Mendoza; e gli spagnuoli ne hanno di quelle non meno terribili delle nostre.

- Non dico il contrario, amico; tuttavia mi trovo sempre meglio lassú. Almeno vi sono cannoni per rispondere.

- E la tua draghinassa la conti per nulla? E le tue pistole sono forse cariche di tabacco? Tu brontoli sempre Mendoza, come un vero marinaio vecchio.

- Tu dirai peraltro, Martin, che se chiacchiero so anche lavorare bene di spada e di sciabola.

- Se cosí non fosse, il signor di Ventimiglia, il nipote del famoso Corsaro Nero, non ti avrebbe scelto per accompagnarlo.

- Tu hai sempre ragione, Martin. È finita la musica?

- Non l'odo piú.

- Allora il capitano non tarderà a giungere.

- Ricarica la pipa.

- Tira come un camino.

- Buttati giú e, se hai sonno, dormi. Faccio io il quarto.

- Tu vuoi burlarti di me, cannoniere. Un vecchio marinaio della Folgore, che ha servito il Corsaro Nero, addormentarsi quando il giovane conte di Ventimiglia corre qualche pericolo? Tu sei pazzo, Martin.

- Metti tre cariche di tabacco nella pipa.

- Anche dieci se vuoi, pur di tenere sempre aperti gli occhi per difendere il figlio del povero Corsaro Rosso.

- Taci, Mendoza. Qualcuno si avvicina.

I due uomini, che stavano seduti sulla gradinata della vecchia chiesa, si erano alzati di scatto, appoggiando le mani sulle pistole mezzo nascoste nelle fasce di lana rossa che cingevano i loro fianchi.

Erano due robustissimi uomini di età molto differente. Mentre colui che si chiamava Mendoza contava almeno una cinquantina d'anni, l'altro ne aveva appena la metà. Erano però di forme tozze ambedue, quantunque di statura quasi media, con petti e braccia enormi, e dorsi da bisonti, solidamente piantati.

Differivano solamente un po' nella tinta della pelle. Mentre il primo era appena abbronzato, l'altro era nero e non aveva un pelo sul mento, né intorno alle labbra.

- Viene? - chiese il vecchio. - Tu hai gli occhi migliori dei miei. Non sono un selvaggio come te, io, mio caro Martin.

- Ecco un'offesa che non mi aspettavo da parte tua.

- Nega di essere parente di Belzebú. Si dice che il diavolo sia nero.

- Tu non l'hai mai veduto, Mendoza.

- E non ho neanche premura di fare la sua conoscenza, - rispose il vecchio. - Lo vedi?

- Un uomo si dirige verso di noi.

- Che sia il signor di Ventimiglia?

- Non sono un leopardo.

- Eppure tuo padre e tuo nonno conoscevano quelle bellissime bestie, vivendo nei loro paesi.

In quel momento si udí un leggero fischio, poi un uomo si diresse rapidamente verso la gradinata della vecchia chiesa.

- Il signor di Ventimiglia! - esclamarono i due marinai, alzandosi. Era infatti il conte de Miranda, o meglio di Ventimiglia, nipote del famoso Corsaro Nero, che s'avvicinava guardandosi di quando in quando dietro le spalle come se temesse di essere seguito da qualcuno.

- Buona sera, miei bravi - disse. - Quali nuove, Mendoza?

- Non troppo buone, signor conte - rispose il vecchio filibustiere.

- Non avete saputo nulla del cavaliere Barquisimeto?

- Abbiamo interrogato piú di venti persone e ne abbiamo ubriacate altrettante; ma nessuno ha saputo dirci dove si trova il segretario del marchese.

- Eppure mi hanno assicurato che deve trovarsi qui - disse il signor di Ventimiglia. - Egli solo può dirci i nomi di coloro che hanno pronunciato l'infame sentenza contro il Corsaro Rosso ed il Corsaro Verde e che li hanno fatti impiccare.

- Che quel furfante abbia fiutato il pericolo e abbia preso il largo? Voi sapete che gli spagnuoli hanno molte spie.

- È impossibile! La nostra fregata è creduta da tutti una nave spagnuola, spedita qui a proteggere la città contro una sorpresa da parte dei bucanieri e dei filibustieri - rispose il conte. - Se avessero avuto qualche sospetto, i galeoni e le caravelle che si trovavano qui ci avrebbero già dato battaglia. Avete notato nulla di insolito nel porto?

- No, signor conte. Le navi mercantili hanno caricato tutto il giorno zucchero e caffè, e quelle da guerra non hanno lasciato i loro ancoraggi - rispose Mendoza.

- Eppure non mi sento affatto tranquillo. Basterebbe la piú lieve imprudenza per farci bombardare dai forti e dalla flotta.

- Nessuno la commetterà, conte; l'equipaggio è sempre consegnato a bordo e ho fatto collocare delle sentinelle dinanzi alle due scale e perfino dentro le scialuppe.

- Malgrado ciò, io vorrei andarmene al piú presto. Questa commedia non può durare a lungo, e la mia impresa potrebbe finire qui. Ah, se potessi vedere la marchesa per dieci minuti soli, mi risparmierebbe la fatica di cercare quell'inafferrabile cavaliere. Deve ben sapere qualche cosa dell'infamia commessa da suo cognato.

Stette un momento silenzioso, poi soggiunse:

- Non deve essersi coricata: proviamo, miei bravi, tenete pronte le spade e anche le pistole.

- Sono tre ore, capitano, che aspettiamo la buona occasione per menare le mani - disse Martin.

- Seguitemi.

Assicuratisi che la via era deserta, l'attraversarono senza far rumore e si avviarono verso il palazzo dei Montelimar che si trovava a breve distanza. Il conte, invece di avvicinarsi al portone, girò intorno al magnifico giardino, cinto da una cancellata di ferro che si prolungava lungo i fianchi del fabbricato. Guardò in alto e scorse due finestre illuminate.

- Sono ancora svegliati - mormorò.

Ad un tratto trasalí.

Delle note dolcissime, che uscivano dalle due finestre che non erano chiuse, l'avevano colpito.

Qualcuno suonava il mandolino nel palazzo. Chi? Un servo od una cameriera, no, di certo. Non l'avrebbero osato, se la marchesa si fosse già coricata.

- Che sia lei? - si disse.

Si volse verso i due marinai, i quali avevano sguainate le lunghe spade per premunirsi contro una possibile sorpresa, e disse loro:

- Dobbiamo superare la cancellata.

- Un gioco da fanciulli per dei marinai - rispose Mendoza.

- Montiamo all'arrembaggio - disse Martin.

Il conte s'aggrappò alle sbarre, le salí fino alla cima, lesto come uno scoiattolo, varcò le punte e si lasciò cadere dall'altra parte, in mezzo ad un'aiuola di splendidi fiori. I due marinai erano saltati nel giardino, quasi nello stesso tempo.

- Oh! c'è da battagliare, qui? - chiese Mendoza.

- Lascia in pace la tua spada, per ora - rispose il conte di Ventimiglia.

- Vedremo piú tardi se vi sarà bisogno di un po' di buon acciaio. Seguitemi senza rumore.

Attraversarono il giardino, cercando di non fare scricchiolare la ghiaia dei viali, e giunsero sotto le finestre illuminate.

Il mandolino continuava a suonare una dolcissima signadilla.

- Non può essere che la marchesa - mormorò il conte. - Questa signadilla è stata suonata stasera durante la festa, e cerca d'imitarla... Che io abbia tanta fortuna?

Un gigantesco bombax, alto una trentina di metri, col tronco coperto di bitorzoli spinosi, s'alzava di fianco al palazzo, spingendo i suoi rami quasi presso alle finestre illuminate e anche piú sopra.

- Ecco quello che mi occorreva - mormorò il conte. - Rimanete qui e non state in pensiero. La mia assenza non sarà lunga.

S'aggrappò con precauzione ai bitorzoli, per non ferirsi le mani, e cominciò a salire, mentre Mendoza e Martin si sdraiavano alla base del tronco, nascondendosi quasi interamente tra le alte erbe che vi crescevano intorno.

Bastarono pochi secondi al robusto e agilissimo gentiluomo per raggiungere il grosso ramo che rasentava una delle due finestre illuminate.

Guardò attraverso i vetri socchiusi.

La finestra prospettava su un elegante gabinetto dalle pareti coperte di arazzi di Granata e ammobiliato elegantemente, quantunque tutti i mobili fossero pesantissimi, come si usava in quell'epoca.

Un lampadario d'argento, con parecchie candele, lo illuminava vivamente.

Non vi era però alcuna persona; tuttavia la mandola non aveva cessato di suonare.

Una cosa colpí subito il giovane conte. Era la veste di seta guernita di smeraldi, che la marchesa aveva indossata durante la festa, e che era stata gettata su un piccolo divano moresco scintillante di ricami d'oro e d'argento.

Stava per spiccare il salto, quando udí Mendoza chiedere:

- Chi vive?

Una voce, che il conte riconobbe subito, rispose:

- A voi lo domando: che cosa fate qui, bricconi?

- A noi, bricconi! - gridò Martin.

- Il conte di Sant'Iago! - mormorò il figlio del Corsaro Rosso, stringendo i denti.

Non trovandosi che ad un'altezza di quattro metri, l'agile giovane si lasciò cadere dalla pianta. Mendoza e Martin stavano già con le spade in pugno di fronte al capitano degli alabardieri, il quale aveva pure sguainata la sua lama.

- To'! - esclamò il signor di Sant'Iago con voce beffarda. - Il Conte de Miranda che cade dall'alto! Siete andato a far provvista di frutti di bombax? Vi avverto che non sono mangiabili e servono soltanto a fare un pessimo cotone.

- E voi siete venuto qui a fare raccolta di fiori, non è vero? chiese il conte di Ventimiglia, rosso di collera.

- Può anche darsi; ma almeno io li raccolgo in terra, mentre voi cercate i frutti presso le finestre, senza pensare che se vi scivola un piede potreste rimanere zoppo tutta la vita; un vero peccato per un cosí bel giovane!

- Mi pare che voi scherziate - disse il conte di Ventimiglia.

- E se cosí fosse? - chiese il capitano.

- Penso che questo non sarebbe il posto. Lassú le finestre sono illuminate e mi spiacerebbe che ci vedessero.

- La marchesa di Montelimar? - chiese il capitano ironicamente. - Se quella signora può impressionarvi, possiamo cercare altrove un posto dove nessuno venga a disturbarci. Oh, lo conosco questo giardino e so anche dove si trova un bellissimo prato che sembra stato preparato appositamente per incrociare due spade!

- È una sfida che voi mi lanciate?

- Prendetela come volete; a me importa poco.

- Dov'è quel prato? - chiese il conte di Ventimiglia con ira...

- Fretta di morire?

- Sono ancora vivo, signor di Sant'Iago; e se la vostra mano è lesta, la mia lo è altrettanto.

- Cosí l'accordo sarà perfetto - rispose il capitano sempre ironico. - Vi avverto però che io la scorsa settimana spacciai un rivale che mi dava noia.

- Me lo avete già detto, e ciò non produce su di me alcun effetto. Ho battuto piú d'un capitano, ed erano spagnuoli come voi!

- Che cosa avete detto? - chiese il conte.

Il figlio del Corsaro Rosso si morse le labbra, irato di essersi lasciato sfuggire quelle parole.

- Signor conte, - disse il capitano - volete seguirmi fino a quel prato? Là potremo discorrere tranquillamente e anche divertirci.

- Eccomi! - disse il figlio del Corsaro Rosso.

- E quegli uomini? - chiese il signor di Sant'Iago, indicando Mendoza e Martin. - Non daranno qualche impiccio, se non a voi, almeno a me?

- Qualunque cosa debba succedere, questi miei marinai non daranno fastidio a nessuno; vi do la mia parola d'onore.

- Mi basta: venite, signori. Forse serviranno a qualche cosa - aggiunse poi col suo solito accento beffardo.

Il capitano si cacciò sotto un boschetto di palme, lo attraversò sempre seguito dal Corsaro e dai due marinai, e sbucò in una piccola prateria coperta da un'erba piuttosto folta e circondata da ogni parte da splendidi palmizi.

- Ecco un bel posto per parlare liberamente - disse volgendosi verso il conte di Ventimiglia.

- E anche per uccidersi senza che nessuno intervenga, non è vero, capitano? - chiese il figlio del Corsaro Rosso.

Il conte di Ventimiglia incrociò le braccia e, guardando il conte di Sant'Iago il quale si era esposto ai raggi della luna che allora sorgeva, gli chiese con voce secca:

- Che cosa volete ora? Ditemelo subito, perché ho molta fretta.

- Carrai! Correte molto presto incontro alla morte, voi!

- Caramba! Pare che voi vi siate dimenticato d'una cosa, signor capitano!

- Volete dire?

- Che il quattordici ha vinto il tredici.

- Credete di spaventarmi?

- Niente affatto: mi hanno detto che siete coraggioso.

- Tagliamo corto, conte.

- Che cosa desiderate?

- Darvi un buon colpo di spada - rispose il capitano, con voce rauca.

- Quando un rivale mi attraversa la via o mi dà ombra, io lo mando a riposare nel cimitero di San Domingo.

- Siete terribile!

- Lo proverete fra poco, se non scapperete.

- Che cosa dite, capitano? Io fuggire dinanzi alla vostra spada? Sono un gentiluomo ed un uomo di guerra, mio caro spaccamonti!

- Rajo de Sol! Mi avete insultato! - urlò il conte di Sant'Iago.

- Pare anche a me.

- Vi ucciderò al primo attacco!

- O al ventesimo?

- Vi burlate di me?

- Cosí pare - rispose il figlio del Corsaro Rosso, snudando la spada e mettendosi rapidamente in guardia.

- Lampi e folgori!

- Folgori e cannonate!

- È troppo, conte de Miranda.

- E la luna è splendida! Ci batteremo magnificamente senza aver bisogno né di torce, né di fanali. Signor capitano degli alabardieri di Granata, vi aspetto.

Il conte di Sant'Iago aveva a sua volta snudato la lunga spada; ma tutto ad un tratto ruppe la guardia, dicendo:

- Vi siete fatto annunciare col titolo di conte de Miranda: lo siete davvero?

- Sono un gentiluomo e vi basti questo.

- Spagnuolo?

- Che io sia o non sia spagnuolo, non vi deve interessare. D'altronde se vorrete sapere il mio nome, lo troverete inciso sulla lama della mia spada... Ed ora basta, capitano: ho fretta.

Entrambi si rimisero in guardia, mentre Mendoza e Martin si erano un po' scostati, per lasciare ai due rivali la maggiore libertà possibile. Il conte di Ventimiglia volgeva le spalle alla luna che si mostrava maestosa al di sopra delle alte palme del giardino: il capitano invece era interamente illuminato.

Si guardarono l'un l'altro, fissandosi intensamente con ira: poi il capitano, che pareva il piú impaziente, malgrado l'età, fece tre o quattro finte per vedere se l'avversario si smascherava o se tradiva il suo giuoco.

Il giovane capitano della Nuova Castiglia non si mosse. Stava saldo come una rupe, con la spada in linea, lo sguardo attento.

- Carrai! - esclamò l'alabardiere. - Vi giudico già di una buona lama, ma vedremo in seguito se parerete queste botte che sembrano finte.

Il signor di Ventimiglia non rispose. Non doveva essere certamente alle sue prime armi, a giudicare dalla sua calma.

- Sfonderò quel muro d'acciaio e di carne - disse il capitano, il quale perdeva la sua calma. - Ecco una buona stoccata! Paratela!

Era partito a fondo con velocità fulminea, ma il conte con una parata di seconda, altrettanto rapida, aveva scartato la lama del capitano.

- Carrai! Che braccio solido, signor de Miranda. Non mi aspettavo una simile resistenza. Il giuoco però è appena cominciato e la luna non tramonterà prima dell'alba.

Anche questa volta il figlio del Corsaro Rosso non rispose.

Guardava intensamente la punta della spada del capitano che l'astro notturno faceva scintillare sinistramente.

- Non siete cortese, conte - disse il signor di Sant'Iago, rimettendosi in guardia. - Sapete che oggi usa battersi, scambiandosi frasi gentili?

Un colpo di spada, che per poco non lo sorprese, fu la risposta del signor di Ventimiglia, colpo appena parato di terza, con solo un secondo di vantaggio.

- Diavolo! - brontolò il capitano. - Qui non ci vogliono chiacchiere!

Fece un passo indietro, tastando prima il terreno col piede sinistro per non scivolare, poi prese una guardia di seconda, dicendo:

- Vi aspetto, conte!

Il figlio del Corsaro Rosso, messo un po' in sospetto da quella mossa, si guardò bene dall'attaccare e rimase fermo, con la spada in linea, sempre minacciando il petto del capitano con un colpo d'arresto.

- Non assalite dunque, signor conte de Miranda?

- Non ho mai fretta, capitano.

- V'aspetto da un mezzo minuto.

- Potete aspettarmi anche mezzo secolo, se cosí vi piace.

- Ah, per le corna del diavolo!

Per la terza volta il conte di Ventimiglia stette zitto. Ratto come un lampo si era allungato tutto, facendo due salti innanzi ed era piombato sull'avversario, portandogli un colpo in mezzo al petto. Fu un grande miracolo se anche quella stoccata venne parata dallo schermitore spagnuolo; nondimeno la casacca di seta rimase tagliata per un bel tratto.

- Caramba! Vi slanciate, signor conte, e cercate anche di sorprendermi, mentre io vi dico delle galanterie. Due centimetri piú innanzi, e mi toccavate. Un'altra volta ricordatevi che bisogna allungarsi...

Un grido gli spezzò la frase. La spada del signor di Ventimiglia era nuovamente scattata e la lama era entrata piú di mezza nel petto del capitano. Egli rimase un momento in piedi, trattenendo la lama del conte con la mano sinistra; poi si rovesciò pesantemente a terra, spezzandola. Cinque pollici di acciaio della spada spezzata rimasero conficcati nel suo stomaco, all'altezza della quarta costola di sinistra.

- Morto? - chiesero ad una voce Mendoza e Martin facendosi innanzi.

Il conte gettò a terra il troncone della spada e si curvò sul capitano che si contorceva fra gli spasimi d'un'atroce agonia.

- Forse non siete ferito gravemente, signor di Sant'Iago - gli disse. - Possiamo ancora salvarvi.

- Credo d'aver avuto il mio conto - rispose il capitano. - Per bacco! Avete la mano piú lesta della mia! Morirò presto e ciò mi rincresce per una sola cosa.

- Quale?

- Per non aver avuto il tempo di mandarvi a bordo le mille e cento piastre che mi avete vinto.

- Non ve ne date pensiero; ditemi invece che cosa possiamo fare per voi.

- Chiamate i servi della marchesa di Montelimar. Almeno morrò sotto il tetto della donna... che amo e per la quale muoio.

- Lasciate che cerchi di togliervi prima il pezzo di lama che vi è rimasta nel petto.

- Mi uccidereste piú presto. No... no... i servi... mandate... correte.

- Mendoza! Martin! chiamate gente al palazzo!

I due marinai partirono di corsa; mentre il signor di Ventimiglia, piú commosso di quel che volesse sembrare, teneva alzata la testa del capitano, affinché il sangue non lo soffocasse. Era appena trascorso un minuto, quando si videro dei lumi e degli uomini avanzare attraverso i viali.

- Signor conte, - disse il figlio del Corsaro Rosso - sono obbligato a lasciarvi. Non voglio che si sappia che sono stato io a ferirvi.

- Vi ringrazio - rispose il capitano con voce fioca. - Se guarirò, spero che mi accorderete la rivincita.

- Quando vorrete.

Si alzò e si allontanò rapidamente, avviandosi verso la cancellata.

Mendoza e Martin, dopo aver avvertiti i servi della marchesa, si erano a loro volta allontanati, scavalcando i ripari. Quando i valletti giunsero sul prato, il capitano era svenuto, ma teneva le mani serrate strettamente sul pezzo di lama.

- Il capitano degli alabardieri di Granata! - esclamò il maggiordomo della marchesa, il quale guidava i servi. - È un amico della padrona! Presto, portiamolo al palazzo!

Quattro servi sollevarono con precauzione il ferito e lo trasportarono in una stanza a pianterreno, adagiandolo su di un letto, mentre un quinto correva a cercare il medico di famiglia. La bella marchesa di Montelimar, avvolta in una vestaglia di seta azzurra, era subito scesa, e chiedeva al maggiordomo con voce angosciata:

- Mio Dio, che cosa è successo, Pedro?

- Hanno ferito gravemente...

- Il conte de Miranda? - gridò la marchesa impallidendo.

- No, Signora, il conte di Sant'Iago.

- Il capitano degli alabardieri?

- Precisamente

- Con qualche pistolettata?

- Con un terribile colpo di spada; ha ancora mezza lama conficcata nel petto.

- Un duello?

- Cosí pare.

- Ed il feritore?

- Scomparso, signora.

- E dove si sono battuti?

- Nel vostro giardino.

- Quell'uomo cercava sempre di uccidere ed ha avuto il suo conto. Chi può aver vinto la migliore lama del reggimento di Granata? Chi? Non è morto, è vero?

- Solamente svenuto, ma io credo che non se la caverà.

- Lascia che lo veda.

Il maggiordomo si trasse da una parte, ed essa entrò nella stanza dove si trovavano alcuni servi affaccendati a bagnare le labbra e le narici del ferito con aceto, per cercare di farlo rinvenire.

Il capitano giaceva sul letto con le braccia aperte, il volto cadaverico, la fronte ancora corrugata. Un sibilo, piuttosto che un respiro, gli usciva dalla bocca semiaperta.

Aveva sempre il pezzo di lama piantato in mezzo al petto, presso il cuore, non avendo nessuno osato levarlo, per timore di provocare una violentissima emorragia.

Il giubbetto di seta a righe azzurre e rosse, con grandi alamari d'argento, era squarciato per una lunghezza di parecchi pollici, ma nessuna goccia di sangue aveva macchiato la camicia.

La lama serviva da tampone.

- Disgraziato! - mormorò la marchesa con voce commossa. - Lo spadaccino che lo ha cosí terribilmente ferito non può essere di San Domingo, poiché tutti avevano pura della spada di quest'uomo... È stato avvertito il medico, Pedro?

- Sí, signora marchesa - rispose il maggiordomo. - Non tarderà a giungere.

- Se non viene subito, questo povero conte muore.

- Eccolo: odo della gente entrare.

La porta si era aperta ed un vecchio, vestito interamente di seta nera, seguito da un giovane che portava una cassetta, erano comparsi. Erano il medico e il suo aiutante.

- Signor Escobedo - disse la marchesa, andando incontro al vecchio - Vi raccomando quel signore: è il conte di Sant'Iago. Fate il possibile per strapparlo alla morte.

- Oh! È il terribile spadaccino, marchesa? - chiese il medico. Quando si tratta di colpi di lama, l'affare è sempre serio. Vediamo.

S'accostò al letto, mentre il suo aiutante apriva la cassetta contenente parecchi ferri chirurgici, e diede un lungo sguardo al ferito, il quale non aveva ancora ripreso i sensi.

- Ferita grave, è vero, signor Escobedo? - chiese la marchesa.

- Una stoccata terribile, marchesa - rispose il medico, facendo una smorfia e tentennando il capo. - Il suo avversario doveva avere un pugno ben solido.

- Sperate di salvarlo?

- Non posso darvi una risposta sicura, marchesa. Ritiratevi tutti a lasciatemi solo col mio aiutante. È necessario operare subito.

La marchesa, il maggiordomo e i servi si affrettarono a sgombrare.

- Una pinza forte, Maurico - disse il dottore quando furono soli, volgendosi verso l'aiutante.

- Volete estrarre la lama, dottore?

- Non posso certo lasciargliela nel petto!

- Non morrà subito?

- È quello che purtroppo temo. La punta deve aver offeso gravemente il polmone.

In quel momento il conte emise un profondo sospiro e alzò le braccia, posando le mani sul pezzo di lama che gli usciva dal petto.

- Sta per tornare in sé - disse il medico, il quale si era curvato sul ferito.

Il capitano emise un altro sospiro piú lungo del primo e che terminò con una specie di rantolo, poi alzò lentamente le palpebre e fissò il dottore con uno sguardo velato.

- Voi... - balbettò.

- Non parlate, signore.

Un sorriso contorse le labbra del conte.

- Sono... un uomo... di guerra... - disse con voce spezzata. - Sono finito... è vero?...

Il dottore scosse il capo senza rispondere.

- Quanti minuti... ho... di vita? Parlate... lo voglio.

- Potreste vivere anche un paio d'ore, se non vi levo il pezzo di spada.

- E levandolo?... ditelo!

- Pochi minuti forse, signor conte.

- Mi... basteranno... per vendicarmi... Ascoltatemi...

- Se parlate troppo vi ucciderete anche piú presto.

Un altro sorriso comparve sulle smorte labbra del capitano.

- Ascoltatemi... - disse con suprema energia. - Sulla lama... vi è inciso... un nome... quello del mio avversario... Voglio conoscerlo... prima di morire.

- Bisognerebbe levarvela dal petto.

Il conte fece un cenno affermativo.

- Lo volete proprio? - chiese il dottore.

- Già... morrò... egualmente.

- Maurico, le pinze.

L'aiutante portò due piccolissime tenaglie, un pacco di cotone e delle fasce, per arrestare subito il sangue che sarebbe sgorgato dalla ferita.

- Presto... - mormorò il conte.

Il medico afferrò la lama e la trasse, a piccole scosse, dal corpo. Il conte aveva stretto le labbra per non gridare. Dall'alterazione del viso e dal sudore vischioso che gli copriva la fronte, si capiva quanto doveva soffrire.

Fortunatamente quella dolorosissima operazione non durò che pochi secondi: subito dalla ferita sgorgò un getto di sangue che l'aiutante fermò con delle bende.

- Il nome... il nome... - balbettò il capitano con voce spenta - presto... muoio...

Il dottore pulí la lama lorda di sangue con un asciugamano, e vide apparire delle lettere incise sull'acciaio, sormontate da una piccola corona di conte.

- Enrico di Ventimiglia - lesse.

Il capitano, nonostante la sua estrema debolezza ed il dolore che lo tormentava, si era quasi alzato a sedere, esclamando con voce rauca:

- Ventimiglia!... Un nome di corsari: il Rosso... il Verde... il Nero... Un Ventimiglia! Tradimento!

- Conte, vi uccidete! - gridò il medico.

- Ascoltate... ascoltate... la fregata... giunta ieri... è corsara... la comanda quello vestito di rosso... correte dal governatore... avvertitelo... fatela abbordare... presto... la città è in pericolo... Muoio... ma vendicheranno la mia morte... Ah!

Il capitano era ricaduto sui guanciali. Rantolava ed impallidiva a vista d'occhio.

Il sangue filtrava attraverso le filacce e le bende arrossando la camicia e la giubba. Ad un tratto una spuma sanguigna comparve sulle labbra del disgraziato, poi le palpebre si abbassarono lentamente sugli occhi già spenti. Il capitano degli alabardieri di Granata era morto.

- Maestro, - disse l'aiutante al medico, il quale teneva sempre in mano il pezzo di lama - che cosa farete ora?

- Andrò ad avvertire subito il governatore. I Ventimiglia sono stati i piú tremendi corsari del golfo del Messico. Qualche loro figlio o parente è ricomparso in queste acque. Guai a noi se non si catturasse!... Non ne parlare con nessuno, nemmeno con la marchesa.

- Sarò muto, maestro.

- Tu andrai ad avvertire il colonnello del reggimento di quanto è accaduto, perché venga trasportato in caserma, questo povero conte.

- E voi?

- Corro dal governatore.

Avvolse nell'asciugamano la lama, poi aprí la porta. La marchesa di Montelimar, in preda ad una visibile commozione, aspettava nella sala vicina insieme al maggiordomo e alle sue cameriere.

- Dunque, dottore? - chiese.

- È morto, marchesa - rispose Escobedo. - La ferita era terribile.

- E non vi ha detto chi lo ha ucciso?

- Non ha potuto parlare; deve aver avuto un duello, perché non aveva piú la spada nella guaina.

- E ora?

- Penso io a tutto. Prima dell'alba il capitano sarà portato nella caserma o nel suo appartamento. Si potrebbe malignare sul conto vostro, se lo lasciassimo qui.

- È quello che temevo.

- Buona notte, marchesa. M'incarico io di ogni cosa.

 



CAPITOLO III

 

LA CORSA AI GALLI


Il giorno dopo, una folla gioconda, vestita di costumi svariati e variopinti, si accalcava nei dintorni del grandioso palazzo dei Montelimar. Vi erano ufficiali, soldati, piantatori, marinai e contadini, e non mancavano nemmeno le señore e le señoritas in abiti elegantissimi, con la graziosa manta sulle alte pettinature, quantunque lo spettacolo che stava per incominciare non dovesse interessarle gran che.

Si trattava della corsa al gallo, già annunziata dalla marchesa al conte de Miranda, o meglio al conte di Ventimiglia.

I coloni spagnuoli hanno sempre avuto due grandi passioni: i tori ed i galli! Strano contrasto fra una bestia enorme e temibilissima ed un povero ed innocuo pennuto!

Eppure non badavano a spendere per possedere dei buoni galli, specialmente quelli destinati a combattersi l'un l'altro, e scommettevano in questo barbaro gioco somme enormi.

Ma uno dei loro divertimenti favoriti era la corsa al gallo, inventata forse con lo scopo di formare degli abilissimi cavalieri, dei quali si aveva purtroppo molto bisogno per dare la caccia ai bucanieri, i formidabili alleati dei filibustieri, che minacciavano senza tregua le città di terra, mentre gli altri si occupavano di quelle marittime.

Il giuoco era semplicissimo, tuttavia non mancava di destare un vivissimo interesse fra i numerosi spettatori, sempre pronti a scommettere una piastra come anche mille.

Su una via diritta scavavano quattro o cinque buche e vi seppellivano altrettanti galli, in modo che tenessero fuori soltanto il collo, tenendo fermi quei poveri volatili con della sabbia e con delle pietre, ma in modo però che non avessero troppo a soffrire.

I cavalieri che prendevano parte a quello strano divertimento erano obbligati a passare a corsa sfrenata, curvarsi fino a terra e con una mano strapparli.

Non era una manovra facile, poiché esponeva il cavaliere ad una caduta che poteva avere gravissime conseguenze, anche se salutata da una clamorosa risata da parte degli spettatori. Il premio ordinariamente era un bacio sulla mano o sulla gota della piú bella signora che assisteva al divertimento; galanteria spagnuola che i rudi Yankees del diciottesimo secolo dovevano piú tardi imitare.

Quattordici cavalieri, montati tutti sui piccoli ed eleganti cavalli andalusi, si erano presentati alla corsa, allineandosi dinanzi al palazzo dei Montelimar. Erano quasi tutti giovanotti, figli di piantatori o di pezzi grossi dell'ammiragliato, ansiosi di baciare le gote della piú bella vedova di San Domingo.

Spiccava però tra loro il conte de Miranda, sempre vestito di rosso, elegantissimo, che montava un cavallo andaluso tutto nero, dagli occhi ardenti, acquistato la mattina stessa a caro prezzo. Vedendo comparire la marchesa sullo scalone di marmo del palazzo, il conte si era levato il feltro rosso adorno d'una lunghissima piuma e si era chinato sul cavallo.

La bella vedova rispose con un sorriso e con un grazioso gesto della mano, poi prese subito posto in una specie di tribuna eretta dinanzi ai palazzo, insieme al suo maggiordomo e alle donne della casa.

Quattro galli erano stati seppelliti, ad una distanza di venti metri l'uno dall'altro. I disgraziati pennuti facevano sforzi disperati per liberarsi da quella incomoda prigionia, allungando il collo e cantando a piena gola, ma le pietre li trattenevano e impedivano loro di fuggire.

Due giudici di campo, due vecchi ufficiali in ritiro, si erano collocati ai due lati dei cavalieri per regolare la corsa.

Il pubblico, che era diventato numerosissimo, scommetteva intanto con vero furore e, sia per simpatia, sia per la bella figura, puntava di preferenza sul figlio del Corsaro Rosso.

Quale terribile sorpresa, se avesse saputo che giocava sul suo piú mortale nemico, su uno di quei tremendi filibustieri che avevano giurato la distruzione delle colonie spagnuole dell'America Centrale!...

I due giudici di campo, dopo aver esaminato attentamente le bardature dei cavalli, perché non accadesse qualche disgrazia, si erano accostati al palco dove si trovava la marchesa.

- Pronti? - chiese uno.

- Tutti - risposero ad una voce i quattordici cavalieri, lanciando uno sguardo verso la marchesa di Montelimar.

- Partite. - disse l'altro.

I cavalli, vivamente spronati, spiccarono un salto, poi si slanciarono con impeto irrefrenabile.

Il figlio del Corsaro Rosso aveva subito preso la testa del drappello, tenendo solamente il piede sinistro nella staffa per potersi piú facilmente curvare fino a terra.

Il suo morello, un cavallo scelto con cura, divorava la via con uno slancio straordinario, lasciandosi dietro di parecchi metri gli avversari.

Cavalcava cosí splendidamente, da suscitare un vero entusiasmo fra gli spettatori. Uomini e donne applaudivano fragorosamente quando passava davanti a loro, curvo sul collo del destriero, facendo ondeggiare la sua lunghissima piuma rossa. Il giovane cavaliere, giunse cosi addosso al primo gallo, con la velocità d'un uragano, si piegò verso terra, tenendosi con una mano ben fermo al collo del cavallo e, lesto come un cavaliere arabo, afferrato il primo volatile, lo strappò dalla sua buca e lo alzò trionfalmente.

Un grido di entusiasmo, partito dalla folla, salutò il colpo maestro del cavaliere. Uomini e donne sventolavano i fazzoletti ed agitavano bastoni ed ombrelli, come se avessero assistito ad una corrida de toros. Il giovane rosso in quel momento veniva acclamato come uno dei piú famosi espadas del circo di Siviglia o di Granata.

Il conte strozzò il gallo e lo gettò ad un gruppo di mendicanti; poi, giunto all'estremità della via, chiusa da uno steccato, fece fare al cavallo un fulmineo volteggio e riprese la corsa di ritorno.

I cavalieri che lo avevano seguito giungevano in quel momento quasi in gruppo serrato, ma tutti a mani vuote. Nessuno era stato fortunato, in quella prima corsa, ed i galli erano rimasti dentro la loro prigione.

- Che pessimi cavalieri! - mormorò il conte. - Che spetti a me accoppare tutti questi volatili? La cosa sarebbe noiosa, se la vittoria non valesse un bacio alla piú bella donna di San Domingo.

Allentò le briglie e riprese la corsa, spronando col piede destro il suo morello, e tenendo come prima il sinistro libero, per potersi curvare con maggiore comodità.

Poiché aveva sugli avversari un vantaggio di oltre trenta metri, ed era solo, mentre gli altri galoppavano in gruppo, il conte raggiunse in un lampo il secondo gallo e lo strappò.

Non un grido, ma un vero urlo entusiastico salutò il cavaliere.

- Viva il conte rosso! - aveva gridato la folla, battendo freneticamente le mani.

Gli altri cavalieri avevano avuto pure qualche fortuna, poiché due di loro avevano strappato un gallo ciascuno. La vittoria peraltro era rimasta al conte, il quale aveva fatto da solo un doppio colpo.

Scese da cavallo e s'avvicinò alla marchesa che lo guardava sorridendo, e le mise sulle ginocchia il volatile dicendo:

- Lo conserverete per mio ricordo, signora; cosí quando io sarò partito vi ricorderete qualche volta di me.

- Volete dunque partire? - chiese la bella vedova.

- È probabile che questa sera io non sia piú a San Domingo - rispose il conte.

- Allora voi accetterete di far colazione con me.

- Non rifiuto mai la compagnia d'una signora, specialmente quando è bella e amabile come voi.

- Ah, conte!...

Si era alzata. Fece con la mano un gesto d'addio ai cavalieri che stavano allineati dinanzi al palco scoperto, e salí lestamente il magnifico scalone di pietra, mentre la folla si disperdeva.

Il conte di Ventimiglia, l'aveva seguita insieme al maggiordomo e dalle donne di casa.

La marchesa gli fece attraversare parecchie sale riccamente decorate ed elegantemente ammobiliate, e infine entrò in un salotto da pranzo, non molto vasto, con le pareti coperte di cuoio rosso di Cordova e il soffitto dorato.

Nel mezzo una tavola era imbandita con posate e piatti d'oro e magnifici trionfi d'argento contenenti le piú svariate frutta dei climi tropicali.

Non vi erano che due poltrone l'una accanto all'altra.

- Signor conte, - disse la marchesa - vi avverto che oggi non ho invitati: cosí potremo parlare liberamente come due buoni amici.

- Vi ringrazio, marchesa, di questa delicata attenzione.

- E poi devo chiedervi qualche informazione.

- A me! - esclamò il corsaro con stupore.

- A voi! - rispose la marchesa di Montelimar, sulla cui bella fronte era apparsa una leggera ruga.

- E se vi dicessi che io desideravo vivamente rivedervi, prima di spiegare le vele, per chiedervi anch'io un'informazione, che cosa direste?

Questa volta fu la marchesa che fece un gesto di sorpresa.

- A me! - esclamò. - Mi conoscevate voi, conte, prima di gettare le vostre âncore in questo porto?

- No: avevo solamente udito parlare dei Montelimar.

- Di mio marito?

- No, d'un vostro cognato che molti anni or sono doveva coprire la carica di governatore di Maracaibo.

- Infatti mio marito aveva un fratello governatore.

- L'avete mai veduto quel Montelimar?

- Sí, due anni or sono feci la sua conoscenza a Portorico.

L'entrata di quattro servi negri, i quali portavano le vivande su dei larghi piatti d'argento cesellato e alcuni canestri contenenti polverose bottiglie, fece interrompere la conversazione.

- Facciamo colazione ora - disse la marchesa al conte. - Gli uomini di mare devono esser dotati d'un buon appetito e spero, signor de Miranda, che farete onore ai miei cuochi.

- Quando suona la campana del mezzodí i nostri stomachi sono sempre pronti, marchesa. Se vedeste i miei marinai che terribile assalto danno alle tavole!

- Mi piacerebbe assistervi.

- Se rimanessi ancora qualche giorno nel porto sarei onoratissimo di ricevervi sulla mia nave. Disgraziatamente dubito di essere ancora qui domani.

- Ma voi mi diceste che vi avevano mandato per proteggere la città da un assalto combinato fra filibustieri e bucanieri.

- Questo pericolo non c'è piú, ormai - rispose il conte con aria un po' imbarazzata. - Mi avevano detto che parecchie navi sospette si erano vedute nelle acque di Jonaires, veleggianti verso il sud: stamane invece sono stato avvertito che si erano allontanate in direzione della Tortue. Andrò appunto a sorvegliare quei paraggi, per accertarmi della cosa.

- E per calare a fondo quelle navi?

- Sí, se mi sarà possibile.

- Sono formidabili quei filibustieri!

- Montano all'abbordaggio come diavoli, marchesa, e quando sparano una fucilata uccidono sempre.

Prese una bottiglia, che i servi avevano già stappata, ed empí due bicchieri dicendo:

- Alla vostra bellezza, marchesa!

- Alla vostra nave, capitano! - rispose la signora di Montelimar.

Il conte vuotò il suo bicchiere tutto d'un fiato, fece segno ai servi negri di uscire, poi, guardando fisso la marchesa, riprese:

- Ed ora, signora, se non vi spiace, riprendiamo la nostra conversazione. Voi mi avete detto d'aver conosciuto vostro cognato a Portorico?

- È vero, conte.

- Quando?

- Due anni or sono.

- Sapreste dirmi dove si trova ora?

- A Pueblo-Viejo, mi hanno detto. So che nei dintorni di quella città ha vastissime piantagioni di canna da zucchero.

- Ah! - fece il conte corrugando la fronte. - Vostro marito vi ha mai parlato dell'esecuzione avvenuta per ordine di vostro cognato, di due famosi corsari che si facevano chiamare l'uno Corsaro Rosso e l'altro il Corsaro Verde, e che erano due gentiluomini italiani?

La marchesa guardò il conte con una certa ansietà, poi disse:

- Sí, mi ha parlato spesso di quei due corsari, ma ve n'era anche un altro, che poi scomparve con la figlia del duca Wan Guld.

- Quello si chiamava il Corsaro Nero - disse il conte - e non fu impiccato come i suoi fratelli. Non sapreste dirmi chi furono quelli che decretarono e che applicarono a quei due gentiluomini la pena di morte?

- No, ma ve lo potrebbe dire mio cognato. Io allora ero bambina e non abitavo a Maracaibo. Ora vorrei sapere perché v'interessate di quell'avvenimento. Avete conosciuto forse quei terribili filibustieri che fecero tremare per tanti anni le nostre colonie del golfo del Messico?

- È un segreto che non vi posso svelare, marchesa, - rispose il figlio del Corsaro Rosso, il quale era diventato cupo. - Mi avete detto che vostro cognato deve trovarsi a Pueblo-Viejo; questo può bastarmi per ora. Qui vostro cognato deve possedere dei beni, quindi deve avere un amministratore ed un segretario.

- Volete parlare del cavaliere Barquisimeto?

- Precisamente, marchesa.

- Si trova infatti qui - rispose la marchesa. - Ma deve partire da un momento all'altro sul galeone la Santa Maria che si reca al Messico. Porterà, io credo, le somme ricavate dalle piantagioni di mio cognato.

- Sulla Santa Maria, avete detto! - esclamò il conte, mentre un lampo vivissimo illuminava i suoi occhi.

- Me lo disse egli stesso tre giorni fa.

- Ora ne so piú di quanto desideravo, marchesa; e vi ringrazio delle preziose informazioni che mi avete date.

- Preziose?

- Piú di quanto crediate - rispose il conte.

- Allora me ne darete altrettante voi, spero.

- È vero: mi avete detto che volevate sapere qualche cosa da me. Parlate, signora; io farò il possibile per accontentarvi.

La marchesa stette un momento silenziosa, guardando a sua volta intensamente il conte; poi, indicando col dito la spada che il corsaro portava al fianco, gli disse: - Ieri sera, durante la festa, non avevate quella spada. L'impugnatura è diversa. Perché l'avete cambiata?

- Perché l'altra la perdei mentre mi imbarcavo sulla scialuppa che doveva condurmi sulla mia fregata - rispose il corsaro, arrossendo come una fanciulla.

- O l'avete lasciata invece nel petto di qualcuno che vi dava noia? - chiese la marchesa con voce grave.

Il conte di Ventimiglia non potè fare a meno di trasalire.

- Signora, - disse con voce grave - da buon gentiluomo io non posso mentire e confesso francamente di aver lasciato la punta della mia lama nel petto del conte di Sant'Iago. Vi giuro però sul mio onore che non sono stato io a provocare la contesa.

- Vi credo, conte; il capitano era un uomo violentissimo ed un grande spadaccino e temevo appunto che vi aspettasse fuori per darvi una stoccata. Mi stupisce invece che l'abbia ricevuta.

- Perché, marchesa?

- Tutti lo temevano, perché si sapeva che era una fortissima lama

- Eh, signora, appartengo ad una famiglia di formidabili spadaccini e molti sono stati spacciati dai conti de Miranda, anche per puntigli d'onore

- E voi l'avete ucciso!

- Dovevo ben difendere la mia vita.

- Da solo!

- Perché mi fate questa domanda?

- Perché mi hanno detto che con voi vi erano due uomini.

- Sí, due miei marinai, i quali, dietro mio ordine, assisterono impassibili al duello. Non avrei certo permesso che s'immischiassero in una faccenda che riguardava me solo. Il capitano era un gentiluomo, non già un bandito che si potesse assalire con tre spade o assassinare a colpi di pistola.

- Siete coraggioso! - esclamò la marchesa, guardandolo con profonda ammirazione. - Nessun spadaccino avrebbe osato assalire il conte di Sant'Iago.

- Di San Domingo forse - rispose il conte. - Io non sono nato nelle isole del grande golfo ed ho avuto per maestri uomini d'arme di Spagna, di Francia e soprattutto d'Italia.

- Sapete che si sospetta di voi?

- Come autore dell'uccisione del capitano?

- Sí, conte.

- Ebbene, che cosa vuol dir ciò? Forse che a San Domingo non è permesso a due gentiluomini di definire una questione a colpi di spada?

- Non dico di no, ma il duello è avvenuto senza testimoni, e poi...

- Scusate, marchesa, vi erano i miei marinai. Ed ora continuate.

- Vorrei chiedervi dove avevate acquistata quella spada che spense il capitano.

Il conte si era alzato e guardava la marchesa con inquietudine.

- Mi avete fatto una domanda che potrebbe avere...

Si interruppe bruscamente vedendo entrare il maggiordomo della marchesa.

- Che cosa volete? - chiese la signora di Montelimar un po' seccata da quella improvvisa comparsa.

- Perdonate, signora - rispose il maggiordomo. - Vi sono nella stanza vicina due marinai che insistono per comunicare al signor conte una grave notizia.

- Un bianco e un meticcio? - chiese il capitano della Nuova Castiglia.

- Sí, signor conte, e poi...

- Continuate - disse la marchesa.

- Vi è anche giú un capitano degli alabardieri, accompagnato da venti uomini, che domanda di visitare il palazzo.

- Per quale motivo?

- Ha un mandato di arresto.

- Per chi?

- Per il signor conte - rispose il maggiordomo dopo una breve esitazione.

Il conte spiccò un salto e portò la destra sulla guardia della spada.

- Dovranno fare i conti con questa lama! - gridò. - Dite al capitano degli alabardieri che attenda dieci minuti, perché la marchesa di Montelimar possa finire tranquillamente la sua colazione e, se insiste, fatelo bastonare dai servi... Mendoza! Martin!

I due marinai, udendo quella chiamata, si precipitarono nel salotto, spingendo da una parte il povero maggiordomo e sguainando le spade.

- Conte! - esclamò la marchesa, la quale era diventata pallidissima.

- Che cosa significa ciò?

- Ve lo dirò subito, signora - rispose il corsaro. - Permettetemi

d'interrogare prima i miei uomini... Per me si tratta di vita o di morte.

- Che cosa dite?

- Fra mezzo minuto, marchesa. Parla tu, Mendoza!

- Signor conte, pare che si preparino a prenderci, o per lo meno ad arrembarci - rispose il vecchio marinaio. - Tutti i galeoni e le caravelle da qualche ora prendono posizione dinanzi all'uscita del porto, come se avessero intenzione di impedirci di guadagnare il largo. Qualcuno deve aver tradito il nostro segreto.

- Che cosa ha fatto il mio tenente?

- Il signor Verra ha fatto caricare i cannoni, per essere pronto a mitragliare galeoni e caravelle, ed ha comandato a tutti i marinai di armarsi. Non abbiamo a fondo che una sola ancora.

- Benissimo: è un brav'uomo che non si lascia mai cogliere di sorpresa. Ah, i marinai genovesi! Nessuno può eguagliarli.

- Conte, - gridò la marchesa - che cosa dite voi?

- Un momento ancora, signora - rispose il fiero giovane. - Mendoza, sono tutti a bordo i miei uomini?

- Tutti, capitano.

- Siamo in ottanta e faremo sudare freddo quelli che vorranno impedirci di prendere il largo... Ora a voi, signora di Montelimar. Io ho vinto la corsa al gallo e voi mi siete debitrice d'un bacio. Permettete dunque che io ne deponga uno sulle vostre belle mani. Sarà certamente il primo e l'ultimo, poiché, se non accade un miracolo, fra pochi minuti scomparirà anche l'ultimo conte di Ventimiglia, di Roccabruna e di Valpenta!

- Di Ventimiglia, avete detto? - esclamò la marchesa.

- Sí, signora, io sono il figlio di quel Corsaro Rosso che i vostri compatrioti hanno appiccato!

La marchesa stette muta per qualche istante, in preda ad una vivissima emozione.

- Signor conte, - disse - io non lascerò arrestare sotto i miei occhi, nel mio palazzo, un gentiluomo come voi.

- Che cosa volete fare, signora?

- Salvarvi!

- In qual modo?

- Seguitemi tutti e, soprattutto, fate presto. Il capitano degli alabardieri sarà irritato per questa lunga attesa.

Aprí la porta del salotto e introdusse i tre corsari in una stanza da letto, la sua probabilmente, a giudicare dalla ricchezza della mobilia, e s'avviò ad un caminetto che era chiuso da una lastra di bronzo lavorata a cesello. Mise una mano su uno dei tanti fiori che la ornavano e premette rapidamente. La lastra subito scattò, aprendosi: Tosto apparvero dei gradini che conducevano in alto.

- È un passaggio segreto, aperto nello spessore della muraglia - disse la marchesa - e da tutti ignorato. Conduce ad una delle piccole torricelle che s'innalzano sul tetto. Salite e aspettatemi lassú piú tardi.

- Il bacio, marchesa - disse il conte.

La bella signora gli porse la mano.

Il corsaro vi depose un bacio, poi si slanciò su per la scaletta, seguito da Mendoza e da Martin.

La marchesa rinchiuse la lastra, mormorando: - Povero giovane! Uccidere un cosí valorose gentiluomo? No, non voglio; anche essendo un nemico del mio paese, io lo salverò, checché debba accadermi. Non voglio che si dica che un Montelimar ha tradito un suo ospite.

Chiuse la porta ed entrò nel salotto, mettendosi a centellinare una tazzina di cioccolata, sforzandosi di parere perfettamente tranquilla.

Un momento dopo il maggiordomo entrava, annunziando il capitano Pinzon.

- Passi pure - rispose la marchesa continuando a sorseggiare la cioccolata.

Il capitano degli alabardieri, un soldataccio con due enormi baffi grigiastri e gli occhi vivissimi, entrò togliendosi il cappello di feltro.

- A quale onore debbo la vostra visita? - chiese la marchesa, sempre tranquilla, additandogli una poltrona. - Spero che accetterete un po' di cioccolata che viene dal Guatemala, dal paese cioè che produce la piú eccellente cioccolata del mondo.

Il capitano rimase un po' sorpreso, poi disse: - Perdonate, signora, se vi disturbo; ma sono stato mandato dal governatore della città.

- Per arrestarmi? - chiese la bella vedova ridendo.

- Non voi, ma una persona che poco fa deve aver fatto colazione qui, con voi.

- Eh, che cosa dite, capitano? - esclamò la marchesa aggrottando la fronte e alzandosi di scatto.

- Arrestare chi?

- Quel conte che si veste tutto di rosso.

- Lui! Un gentiluomo?

- Un bandito, signora!

- Lui? È impossibile!

- È un Ventimiglia, un parente di quei terribili corsari che con Pierre le Grand, con Laurent, con Wan Horn e con l'Olonese, hanno espugnato tante città del Golfo del Messico.

- Oh, mio Dio! - esclamò la marchesa, lasciandosi cadere sulla poltrona.

- Se vi foste ingannati?

- Abbiamo la prova che è certamente un Ventimiglia.

- In quale modo avete potuto ottenerla?

- La lama che era rimasta infissa nel petto del conte di Sant'Iago portava inciso il nome del suo uccisore.

- Allora avrete già distrutta la sua fregata?

- Non ancora, marchesa - rispose il capitano. - Aspetteremo che la notte cali per abbordarla. Dov'è quel signore?

- È già partito.

- Partito? - esclamò il capitano diventando livido.

- Mi ha lasciato mezz'ora fa, dopo aver fatto colazione con me, dicendomi che andava a fare una passeggiata nel giardino.

Il capitano si diede un pugno sulla corazza.

- Che egli mi abbia veduto attraversare le cancellate del giardino? - sí domandò, tirandosi furiosamente i baffi. - Fuggito! Ma dove? Si sarà probabilmente nascosto in qualche luogo... Diaz!

Un sergente degli alabardieri, a quella chiamata, entrò nel salotto.

- Prendi dieci uomini e va a frugare il giardino del palazzo. Forse il corsaro è ancora là.

- Subito, capitano - disse il sergente, uscendo rapidamente.

- Signora marchesa, - disse il capo del drappello, quando furono nuovamente soli - io ho l'ordine di visitare minutamente le vostre stanze.

- Fate pure, capitano i rispose la bella vedova. - Ma sono certissima che non lo troverete nel mio palazzo.

- Eppure io sono sicuro, signora, di poterlo scovare in qualche luogo - rispose il capitano. - Dalla città non può uscire, perché tutte le porte sono bene guardate; imbarcarsi nemmeno, perché sulle calate abbiamo mandato parecchi drappelli di soldati, e la sua nave sta per essere circondata dai galeoni e dalle caravelle. È ora di finirla con questi Ventimiglia e noi la finiremo. Signora, vado a visitare il palazzo.



CAPITOLO IV

LA CACCIA AL CONTE DI VENTIMIGLIA


Il figlio del Corsaro Rosso, sempre seguito da Mendoza e dal mulatto, i quali non parevano troppo spaventati per la brutta piega che stava per prendere quell'avventura, si era lanciato su per la gradinata.

Come aveva detto la Marchesa, quella scala era stata costruita nello spessore d'una muraglia e probabilmente doveva aver servito a nascondere i tesori del palazzo per sottrarli alle avide ricerche dei filibustieri e dei bucanieri, i quali già piú volte avevano saccheggiato San Domingo. Era cosí stretta peraltro, che certe volte Mendoza, il piú grosso di tutti, si trovava molto imbarazzato a salire.

Quell'ascensione durò un paio di minuti, poi i tre corsari si trovarono in una piccola stanza o, meglio, in una specie di solaio illuminato da una sola finestra, abbastanza vasta perché un uomo potesse passarvi.

- Dove siamo? - si chiese il conte.

- In qualche nido di gufi - rispose Mendoza. - Di quassú si scorgono dei tetti.

- Questo deve essere uno dei quattro pinnacoli che adornano il palazzo - disse Martin.

- Siamo diventati falchi, camerata.

- Meglio falchi che gente da appiccare, mio caro Mendoza - rispose il conte.

- Non dico di no, signore. Ai baschi come me non è mai piaciuta la corda, specialmente quando è stata intrecciata dagli spagnuoli, perché è la piú pericolosa, almeno per le persone della nostra specie.

- Eppure sei uno stretto parente degli spagnuoli.

- È vero, capitano, ma non sono mai andato d'accordo con loro.

- E questo è forse un male - rispose il conte. - Avresti almeno potuto pregarli di lasciarci libero il passo per raggiungere la fregata.

- Uhm! - fece Mendoza, strappandosi tre o quattro capelli - I castigliani non sono cosí ingenui. Mi avrebbero senz'altro preso ed appiccato al piú alto pennone dei loro galeoni, come un pirataccio qualunque.

- Cosí, dovremo rimanere in questo nido di avvoltoi o di gufi, come tu hai detto, finché la marchesa non avrà trovato un modo qualunque per farci scappare.

- Voi non avete pensato, signor conte, che tre metri sotto di noi vi sono dei tetti.

- Che cosa vuoi dire, Mendoza? - chiese il figlio del Corsaro Rosso, colpito da quella risposta.

- Che si potrebbe spiccare un salto e andarcene tranquillamente, prima che quei dannati alabardieri ci facciano vedere i loro elmetti.

- E andarsene come ladri, senza nemmeno avvertire la generosa donna che ha cercato di salvarci? Dov'è la galanteria, Mendoza?

- Quando si tratta di salvare la pelle, io non mi occupo mai della galanteria, signor conte. Io non sono che un marinaio.

- Allora serba i tetti per piú tardi - rispose il figlio del Corsaro Rosso.

- Io e Martin aspetteremo finché voi vorrete, signor conte. Sapete bene che siamo uomini d'arme e che non ci è mai spiaciuto menar le mani. Quanti colpi di spada ho dato, quando navigavo agli ordini di vostro padre!

- Taci Mendoza - gridò il conte con voce alterata.

- Avete ragione, capitano: io sono un bestione grosso come una balena, - rispose il vecchio marinaio.

Il conte si era appoggiato al davanzale della finestra e, spingendo ansiosamente lontano gli sguardi, attraverso l'immensa selva di campanili e di torricelle, cercò di scoprire la sua fregata, ancorata presso la bocca del porto, ma senza riuscirvi.

Un'ansietà indescrivibile l'aveva preso e tendeva gli orecchi, temendo sempre di udire una bordata di cannonate, annuncianti il principio della lotta contro la sua nave. Si trovava in osservazione da una mezz'ora, quando udí Mendoza che esclamava:

- La signora marchesa!

Il figlio del Corsaro Rosso si voltò bruscamente e vide la bella vedova entrare nella soffitta, pallidissima, sconvolta.

- Voi, marchesa? - esclamò il conte, con meno strepito dei suoi uomini. - Che cosa venite ad annunciarci?

- Che siete presi! - rispose la signora di Montelimar con voce rotta.

- Hanno dunque scoperto il nostro rifugio? - chiese il conte estraendo la spada.

- Il mio maggiordomo mi ha avvertito che il capitano degli alabardieri ha dato l'ordine di visitare il tetto e anche le torricelle. Se vi trovasse, vi arresterebbe.

- Non sarebbe una cosa facile, signora, - rispose il corsaro con voce tranquilla.

- Voi non mi avete capito, conte

- Anzi, ho capito benissimo.

- E vorreste impegnare la lotta su un tetto, contro venti alabardieri e un capitano che gode fama di essere coraggiosissimo?

- Ma no, marchesa. C'è sempre tempo a batterci.

- E allora? - chiese la bella vedova con grande ansietà

- Si fugge prima che giungano - rispose il conte.

- E dove?

- Buon Dio, è una cosa semplicissima, marchesa. Si salta sul tetto del palazzo, si cerca il primo abbaino e si discende.

- Cosí vestito?

- Cambierò costume - rispose il corsaro sorridendo. - Diventerò momentaneamente piantatore, contadino, facchino del porto, marinaio o qualche cosa di simile.

- E andrete...?

- Che ne so io? Certo non a bordo della mia fregata. Sarebbe come gettarsi in bocca al lupo.

- Credete di poter uscire dalla città, signor conte?

- Io non ne dubito.

- Ho una tenuta a S. Pedro, a sei leghe dalla città.

- Benissimo.

- Manderò immediatamente il mio maggiordomo, perché avverta il mio intendente di ricevervi.

- Volete ospitarci nella vostra villa?

- Voglio salvarvi - disse la marchesa con voce commossa.

- E noi, marchesa, giacché c'invitate in campagna, accettiamo - disse il figlio del Corsaro Rosso con voce perfettamente tranquilla. - Cosí ci riposeremo delle fatiche del mare.

- E la vostra nave?

- Se la caverà meglio di quello che crediate, signora. Ho a bordo un luogotenente che non ha paura di affrontare il fuoco. Potremo rivederci, marchesa, almeno per ringraziarvi di quanto avete fatto per noi?

- Ve lo prometto.

- A S. Pedro?

- Sí, conte.

- Addio, signora: noi fuggiamo. Il conte si levò il cappello di feltro per salutarla, poi balzò sul davanzale e spiccò risolutamente un salto, fracassando tre o quattro tegole. Mendoza e Martin lo seguirono.

- Saldi in gamba, amici - disse il conte, salutando una seconda volta la marchesa che si era affacciata alla finestra. - E soprattutto non fate rumore.

Sguainarono le spade e si misero in marcia, tenendosi curvi per non farsi troppo notare dalle persone che potevano affacciarsi alle finestre delle case. Fortunatamente il palazzo era unito nella parte posteriore ad una lunga fila di fabbricati, sicché i fuggiaschi poterono continuare la loro fuga per piú di seicento o settecento metri.

- Toh! - esclamò ad un certo momento il conte, fermandosi. Mi hanno raccontato molte volte che anche a mio zio, il Corsaro Nero, era toccato una volta di dover fuggire su pei tetti e che era riuscito a cavarsela magnificamente. Perché non avrà altrettanta fortuna il nipote? Bah, vedremo!

Erano discesi sul tetto di un'altra casa ed avevano ripreso la marcia. Continuarono cosí per circa cinquecento metri, senza alcun allarme né alcun incidente spiacevole; poi si fermarono dinanzi ad un abbaino, la cui finestra era chiusa solamente da una grata di legno.

- Ecco un bellissimo nascondiglio - disse il conte.

- Purché non diventi invece una trappola, capitano! - esclamò Mendoza. - E poi non sappiamo dove metta.

- Mette in una casa.

- Lo credo benissimo, signor conte; ma la casa sarà abitata e non so come ci accoglieranno gli abitanti.

- Vedendomi vestito di rosso mi prenderanno per il diavolo in persona - rispose il fiero giovane ridendo - e scapperanno, ne sono certissimo. Martin, strappa quella grata.

- Subito, capitano - rispose il robusto mulatto. - Non sarà un affare né lungo, né difficile.

Afferrò con le due mani la sbarra centrale, appoggiò le ginocchia contro il muro e tirò violentemente a sé. Fu un vero miracolo se non rotolò giú dal tetto insieme alla grata. Buon per lui che Mendoza gli si era posto dietro, sicché fu pronto ad afferrarlo e a fermarlo.

- Volevi fare un salto nella strada? - chiese il basco. - Hai dei brutti gusti, amico.

- Silenzio! - disse il conte, il quale aveva cacciato la testa dentro l'abbaino. - Mi pare che qualcuno russi.

- Ah, diavolo! - borbottò Mendoza, grattandosi la nuca. - Ecco che la faccenda comincia a diventare seria.

- Seguitemi.

- No, capitano, lasciate prima passare me.

Era troppo tardi. Il corsaro era già sceso in una stanzetta semioscura, ammobiliata miseramente, poiché non vi erano che un letto, un tavolino sgangherato ed un paio di sedie, sulle quali stavano una corazza e dei vestiti da soldato.

- Avrei preferito che abitasse questo bugigattolo una bella fanciulla, - mormorò il basco.

Il conte si era accostato al letto con la spada alzata, pronto a colpire. Il proprietario della stanzetta russava beatamente, quasi interamente nascosto sotto le lenzuola.

- Se si potesse scappare senza svegliarlo! - mormorò il conte. - Mendoza, vi è la chiave nella toppa della porta?

- Non la vedo.

- Devo buttarla giú? - chiese Martin, facendosi innanzi sulle punte dei piedi.

- Allora si sveglierà.

In quel momento il proprietario del bugigattolo, il quale aveva forse, da buon soldato, il sonno leggero, si alzò di colpo a sedere, poi, scorgendo gli intrusi, si gettò rapidamente dall'altra parte del letto, impugnando una draghinassa e urlando:

- Ah, bricconi! Derubare un soldato? Mai!

Stava per slanciarsi coraggiosamente addosso ai tre corsari, quando un grido di spavento gli sfuggí:

- Il diavolo! Sogno o sono desto?

Aveva scorto il figlio del Corsaro Rosso e, vedendolo vestito in quel modo, non c'è da stupirsi che lo avesse preso per un demonio, specialmente in quell'epoca in cui tutti erano, e specialmente gli spagnuoli, superstiziosissimi.

- Non sono il diavolo - disse il conte - bensí un suo stretto parente.

- Allora siete un uomo come me, entrato qui per spaventarmi e per derubarmi - disse il soldato, agitando minacciosamente la sua draghinassa. - Fuori, o vi uccido tutti come polli.

- Ehi, non gridate troppo forte, perché potreste perdere la lingua - disse il conte. - Vi avverto prima di tutto che io non sono un ladro, ma un gentiluomo e che non ho affatto bisogno dei vostri stracci.

- Che cosa volete, allora?

- Nient'altro che il vostro vestito, pagandolo, s'intende. Quanto lo stimate?

- Per che cosa farne?

- Alto là, amico! Io non ho l'abitudine di raccontare i miei segreti al primo che incontro.

- E poi? Volete qualche altra cosa?

- Sí, la chiave della porta per poter uscire di qui.

- Rifarete la via che avete percorso per venire, signor parente del diavolo - rispose il soldato. - Non si canzona un Barrejo!

- Non ho ancora finito - proseguí il conte, con la sua solita calma.

- Ah, desiderate qualche altra cosa? Siete incontentabile, mio bel signore!

- Non vi chiedo altro che di lasciarvi legare e imbavagliare per impedirvi di seguirci o di gridare.

- Per tutti i pescicani della Biscaglia, questo è troppo! - urlò il soldato. - Ora vi mostrerò come un guascone infila i ladri!

- Ah, siete guascone? - disse il conte. - Si dice che i vostri compatrioti siano valorosi e anche molto spacconi.

- Vi farò vedere io come si spaccano le teste! - urlò il soldato furiosamente.

- Infilatevi prima i calzoni - disse ironicamente il corsaro. - Non vedete che avete indosso le sole mutande?

- Anche in camicia i guasconi sanno uccidere!

Con un'agilità da pantera aveva saltato il letto, piombando sul corsaro con impeto feroce, ma aveva dovuto subito fermarsi, vedendo i compagni del conte levare le pistole.

- Volete assassinarmi? - chiese, facendo sollecitamente due passi indietro.

- Amico - disse il corsaro - In altri momenti vi avrei fata la proposta di uscire, di fare una passeggiata fino alle mura del cimitero e là misurarvi con me. Disgraziatamente, o meglio, fortunatamente per voi, non ho tempo da perdere. O mi vendete il vostro vestito, o sul mio onore vi faccio uccidere con un colpo di pistola. Orsú, accomodiamoci e lasciamoci da buoni amici. Vi offro venti dobloni.

Il soldato spiccò un salto.

- Siete qualche principe per pagare cosí bene un miserabile vestito, o avete fatto fortuna al Messico?

- Non sono altro che un conte e non ho mai veduto le miniere di quel paese. Accettate o rifiutate?

- Per tutti i tuoni di Biscaglia! Sarei un gran cretino se rinunciassi a una tal somma. Con venti dobloni compro due uniformi fiammanti e faccio crepare di rabbia i miei camerati.

Il conte trasse una borsa ben gonfia e depose sull'orlo della tavola le venti monete d'oro.

- Vi regalo anche la mia draghinassa, signor conte, - disse il guascone che pareva volesse divorarle con gli occhi.

- Preferisco tenermi la mia spada.

- Cerca di regalarci qualche bottiglia invece, se l'hai - disse Mendoza,

- Ho dell'aguardiente che non si beve nemmeno a Vera-Cruz.

- Tirala fuori, camerata. Noi abbiamo il pessimo vizio di aver sempre sete, forse perché respiriamo troppa aria salata.

- L'ho anch'io quel vizio: eccomi subito!

Lasciò cadere in un vecchio cassone i venti dobloni, facendoli saltare l'uno sull'altro, per udire meglio il suono dell'oro; poi tirò fuori una bottiglia e dei bicchieri. Mentre versava, il conte, che aveva quasi la medesima statura del guascone, si spogliava rapidamente, per indossare il vestito del soldato. Quand'ebbe finito di abbigliarsi, vuotò a sua volta un bicchiere di aguardiente, poi, volgendosi verso il guascone, gli disse:

- Ed ora lasciatevi legare ed imbavagliare. Scendendo avvertiremo qualcuno che è toccato un accidente al signor Barrejo, cosí verranno a liberarvi.

- Siete gentile, signor conte, ma preferirei non sentirmi un fazzoletto sopra i baffi.

- Le tentazioni sono pericolose per tutti. Potreste pentirvi dell'affare concluso e mettervi a gridare dietro di noi: al ladro!

Il guascone fece un superbo gesto di diniego, poi si voltò per lasciarsi legare. Mendoza e Martin che, come tutti i marinai, non mancavano mai di corde, in pochi momenti ridussero il soldato all'impotenza; lo imbavagliarono per bene e lo gettarono sul letto.

- Buona fortuna - disse il basco un po' ironicamente.

Il guascone si agitò un po' tentando di rispondere, poi restò immobile come se si fosse addormentato di colpo. Il figlio del Corsaro Rosso si calò l'elmetto sul viso per non essere riconosciuto, aprí la porta con la chiave che il guascone gli aveva data e scese tranquillamente da una lunghissima scala, seguito dai suoi due uomini. Erano entrati in una vecchia casa a tre piani che aveva i gradini ormai consumati e le pareti annerite, abitata certamente da popolani. Stavano per uscire sulla via, quando sulla porta s'incontrarono con una vecchia negra, la quale portava sulla testa lanuta un gran canestro pieno di banane.

- Buon giorno, signor Barrejo - disse vedendo il corsaro.

- V'ingannate, buona donna - rispose il conte. - Sono un suo amico. Anzi, appena potrete, salite nella sua soffitta, perché pare che quel povero uomo non stia troppo bene.

Ciò detto varcò la soglia e si allontanò velocemente, sempre accompagnato dai due filibustieri, i quali potevano benissimo essere scambiati per due marinai frettolosi d'imbarcarsi. La via era quasi deserta, poiché gli abitanti di tutte le città spagnuole del Golfo del Messico hanno l'abitudine di sospendere da mezzogiorno alle quattro i loro affari per schiacciare un sonnellino.

- Martin, tu che conosci a menadito la città, guidaci verso il porto - disse il conte, quando si trovarono in mezzo a degli orti.

- Non ne siamo lontani che due tiri d'archibugio - rispose il mulatto.

- Mi preme di vedere come hanno circondato la mia fregata.

- Ma non potremo raggiungerla senza destare dei gravi sospetti - osservò il prudente Mendoza.

- Lo so, ed è questo che mi dà noia. Come potremo noi metterci in relazione col mio luogotenente? Ecco la gran questione. Io non dubito che egli possa aprirsi un varco fra i galeoni, le caravelle e rifugiarsi tranquillamente alla Tortue. Eppure è necessario che io m'imbarchi, prima che il segretario del signor di Montelimar si rechi nei Messico.

- Forse a me riuscirebbe - disse Martin. Un mulatto non può destare gravi sospetti, e voi sapete che io nuoto meglio d'un pesce e che so anche percorrere dei tratti lunghissimi sott'acqua.

- Lo so bene - rispose il conte. - Ed appunto per questo ti ho arruolato.

- Non sarà quindi una faccenda difficile per me calarmi inosservato in mare e raggiungere la fregata.

- Potrebbero scorgerti e ucciderti. Degli ordini severissimi saranno stati dati perché io non possa raggiungere la mia nave, o mandare qualche messo.

- Non vi occupate di ciò, capitano - rispose il mulatto. - Se gli spagnuoli sono furbi, io non lo sono meno di loro.

- Vedremo - rispose il signor di Ventimiglia, il quale appariva molto pensieroso per la brutta piega che prendevano le cose.

Si erano rimessi frettolosamente in marcia, attraversando dei giardini e delle piccole piantagioni di banani, e tenendosi prudentemente lontani dalle rare case che sorgevano qua e là.

Un quarto d'ora dopo giungevano in vista della rada, sbucando in un luogo quasi deserto.

Il conte si era bruscamente fermato e borbottava stringendo i pugni.

- Affare serio! - disse Mendoza.

E l'affare era veramente grave.

Quattro galeoni, quelle grosse navi per lo piú destinate a portare i prodotti delle preziose miniere del Messico e dell'America centrale in Europa, e cinque caravelle avevano lasciato i loro ancoraggi ed erano andate a radunarsi presso l'uscita del porto, disponendosi su una doppia fila: i primi dinanzi, le seconde, molto piú deboli e meno equipaggiate, di dietro.

In mezzo alla rada, del tutto isolata, stava la fregata del conte, una splendida nave a tre alberi, lunghissima e stretta, e armata di ben ventiquattro pezzi d'artiglieria lungo i fianchi e di due grosse caronade in coperta, sull'alto cassero.

Sulle calate, ingombre di mercanzie, numerosi alabardieri passeggiavano, sorvegliando attentamente, a quanto pareva, le navi mercantili e le barche da pesca che dovevano probabilmente aver ricevuto l'ordine di non lasciare gli ancoraggi.

- Come se la caverà il luogotenente? - si chiese il conte, il quale con un solo sguardo aveva abbracciato la situazione. - Che cosa ne dici tu, Mendoza?

- Io dico, signor conte, che il signor Verra si leverà d'impiccio con molto onore, e che darà una terribile lezione ai galeoni e anche alle caravelle - rispose il vecchio filibustiere. - Ha un bel numero di bocche da fuoco e della gente che ha un cuore che non ha mai tremato.

- È vero, ma... - fece il figlio del Corsaro Rosso, scuotendo la testa.

- Voi sapete, signor conte, quale paura hanno gli spagnuoli dei filibustieri. Ci credono figli del diavolo.

- Non dico di no, Mendoza.

- E allora vedrete quali miracoli saprà compiere il vostro equipaggio guidato dal signor Verra! Forse che i liguri non sono sempre i primi marinai del mondo?

- Ma una palla di cannone può uccidere l'uomo piú audace del mondo.

- Non un filibustiere però - rispose Mendoza, - specialmente quando ha in mano un buon archibugio o si trova dietro a un pezzo di cannone.

Il corsaro sorrise, senza mostrarsi peraltro troppo persuaso dalle parole del vecchio filibustiere.

- Cerchiamo un po' d'ombra - disse dopo qualche momento. Il sole è caldo nel grande golfo.

A cinquanta passi da loro, presso una scogliera scendente ripidissima verso la rada, s'alzavano dei maestosi banani con foglie enormi. La raggiunsero e si gettarono sotto quegli splendidi vegetali, già carichi di enormi grappoli.

- Armiamoci di pazienza ed aspettiamo - disse il conte. - Io sono certo che, appena le tenebre caleranno, i galeoni e le caravelle daranno battaglia alla mia nave.

- Io spero di raggiungere la fregata innanzi che si spari il primo colpo di cannone - disse il mulatto. - Datemi le vostre istruzioni, signor conte.

- Non avrai da dire al mio luogotenente che una sola cosa: che ci aspetti al capo Tiburon e che sorvegli attentamente il passaggio della Santa Maria.

- Permettetemi, capitano, che aggiunga una cosa - disse Mendoza.

- Parla pure, amico.

- Suppongo, Martin, che tu aspetterai che il sole scompaia per gettarti in acqua.

- Non è necessario - rispose il mulatto. - Nuoterò sempre sott'acqua.

- E come faremo noi a sapere se giungerai alla fregata? È troppo lontana per poter scorgere un uomo.

- E vuoi concludere? - chiese il conte.

- Che ci faccia segnalare se ha potuto dare al luogotenente le vostre istruzioni.

- Sei sempre furbo, tu. Dirai al signor Verra, Martin, che accenda quattro fanali verdi disposti in fila sul cassero.

- Sarà fatto, capitano - rispose il mulatto.

Si levò la casacca, i pantaloni, gli stivali e gettò a terra le pistole e la spada. Non portando né camicia né mutande, era rimasto completamente nudo.

- Che Dio vi aiuti, signor conte, - disse - Io non dimenticherò le vostre istruzioni.

- Va, amico, e guardati dalle palle degli spagnuoli - disse il signor di Ventimiglia.

- Addio, camerata - disse Mendoza. - Guardati anche dai pesci-cani.

- Io me ne rido di quelli - rispose il mulatto.

Spiccò tre o quattro salti, come per provare l'elasticità delle sue membra, poi si gettò fra le rocce che scendevano accavallate bizzarramente verso la rada, strisciando come un serpente. In pochi istanti raggiunse il fondo e, con un magnifico salto di testa, scomparve sott'acqua.

- È un vero diavolo! - disse il conte. - Io non ho mai veduto un nuotatore piú abile di lui.

- Scommetterei la mia spada contro una carica per la mia pipa - rispose il marinaio - che egli riuscirà ad eludere la sorveglianza degli spagnuoli e a passerà sotto i loro nasi senza che se ne accorgano... Là! là: lo vedete? È rimontato.

A duecento metri dalla riva un punto scuro era comparso sulla superficie della rada scomparendo poi quasi subito.

Il mulatto aveva fatta la sua provvista di aria, mettendo fuori solamente il naso, poi si era rituffato, nuotando sempre sott'acqua.

Era impossibile che i soldati, che vegliavano sulle calate che si trovavano alquanto discoste dal luogo occupato dai due corsari, avessero potuto accorgersi di qualche cosa. E poi quella macchia bruna si poteva anche benissimo scambiare per una testa di pesce.

Altre due volte il conte e Mendoza, i quali spiavano ansiosamente la superficie della baia, videro spuntare il naso del mulatto, poi piú nulla. La distanza era ormai troppo considerevole e cominciava a scendere l'oscurità.

- Giungerà? - si chiedeva ansiosamente il conte.

- Non pensate a lui capitano - rispondeva Mendoza. - È piuttosto della fregata che noi dobbiamo occuparci. Io non so che cosa aspettino i galeoni e le caravelle.

- La notte.

- Io, se fossi il comandante della squadra, assalirei subito.

- Il combattimento non tarderà ad impegnarsi. Non vedi che delle scialuppe cariche di soldati si staccano dalle calate e prendono il largo?

- Pessima manovra, signor conte! Non ne sfuggirà una alle bordate della fregata.

Il conte si era alzato e si era messo a passeggiare nervosamente intorno ai banani; Mendoza invece aveva caricato la sua pipa e fumava placidamente.

Quella calma del vecchio marinaio era piú apparente che reale, poiché di quando in quando si dimenticava di tirare e la pipa si spegneva. Intanto le tenebre scendevano rapidamente avvolgendo la città, il porto e le navi.

La fregata, che si trovava presso la bocca d'uscita, non si scorgeva quasi piú.

Ad un tratto il corsaro mandò un grido:

- Il segnale! Ah, bravo Martin!

Quattro fanali verdi, che spiccavano vivamente nella profonda oscurità, disposti l'uno dietro l'altro, erano comparsi sull'altissimo cassero della fregata.

- Ve lo avevo detto io, capitano, che quel diavolo sarebbe riuscito - disse Mendoza vuotandosi la pipa. - Ora potremo andare un po' in campagna a gustare i vini di San Josè. Si dice che siano squisitissimi.

- Adagio Mendoza. La fregata non è ancora fuori del porto.

- Se è per questo, riaccendo la pipa; sono sicuro che passerà fra i galeoni e le caravelle. Una volta fuori del porto, le diano la caccia se ne sono capaci.

- Se riesce ad aprirsi il varco, sarò pienamente tranquillo, mio bravo marinaio. Nessuno può raggiungerla e nemmeno...

Un colpo di cannone interruppe il suo discorso.

La Nuova Castiglia aveva aperto il fuoco, sfidando le navi spagnuole a battaglia.

Quel sinistro rimbombo, che si ripercosse fragorosamente contro le case della città, fu seguito da un breve silenzio, poi si udí una seconda cannonata.

Il corsaro e Mendoza avevano scalate rapidamente le rocce, per meglio assistere alle diverse fasi del combattimento.

L'uno e l'altro, quantunque avessero piena fiducia nella robustezza e nell'armamento della nave e nel coraggio dell'equipaggio, formato interamente d'intrepidi filibustieri reclutati alla Tortue, erano in preda ad una profonda angoscia.

Sapevano bene che la Spagna aveva pure valenti marinai, capaci di disputare lungamente la vittoria.

Un altro mezzo minuto trascorse, poi terribili bordate partirono dai galeoni e dalle caravelle.

La battaglia era cominciata.



CAPITOLO V

LA FUGA DELLA FREGATA.


La Nuova Castiglia, salpate le sue âncore e spiegate le sue vele, approfittando di una fresca brezza che soffiava dalla parte di terra, si era messa arditamente in marcia, muovendo verso la bocca del porto, niente atterrita per la presenza dei galeoni e delle caravelle.

I suoi fucilieri, quei terribili filibustieri che quasi mai sbagliavano un colpo e che erano armati di grossi archibugi tutti di buon calibro, si erano disposti in un lampo dietro le murate, sopra le quali avevano arrotolato le brande, aprendo subito un fuoco infernale sui ponti delle navi avversarie, per abbattere i timonieri e gli ufficiali.

Altri si erano lestamente arrampicati sulle coffe, per lanciare bombe, delle quali quei formidabili scorridori del mare facevano molto uso e con buon successo.

Le navi spagnuole, fidando nella loro superiorità, avevano accettato risolutamente la lotta; stringendosi le une alle altre per impedire il passo alla nave nemica e opporle una formidabile barriera.

Disgraziatamente per loro, avevano da fare con un uomo di mare che ben altre ne aveva vedute e che era rotto a tutte le astuzie, e per di piú con un veliero estremamente maneggiabile e che poteva spostarsi rapidamente.

Per alcuni minuti fra la fregata ed i galeoni fu un continuo scambio di cannonate, senza causare troppi danni né da una parte né dall'altra, facendo accorrere sulle calate tutta la popolazione di San Domingo; poi vi fu un po' di sosta, perché la Nuova Castiglia, con un'abile manovra, si era spostata in modo da far convergere il fuoco degli spagnuoli verso le case del porto.

Era vero che a questo modo si esponeva al tiro delle artiglierie dei forti che potevano incrociare i loro fuochi senza danneggiare la città, ma il luogotenente del conte non era uomo da esporre lungamente la sua nave alle palle nemiche.

Con due fulminee bordate, la Nuova Castiglia ripiegò verso il centro della rada, scatenando da parte dei forti un uragano di cannonate; poi prese il suo slancio verso la bocca del porto, ora minacciando di passare a tribordo della squadra ed ora a babordo.

I suoi venti pezzi della batteria e le due caronade del cassero tuonavano furiosamente, specialmente contro le caravelle, mentre i suoi fucilieri spazzavano a fucilate i ponti altissimi dei galeoni, abbattendo, con una precisione matematica, timonieri e ufficiali.

Urla feroci s'alzavano su tutte le tolde, mescolandosi, confondendosi col fragore delle artiglierie e lo scrosciate degli archibugi.

Anche la folla che si accalcava sulle calate, quantunque esposta al fuoco delle artiglierie, urlava ferocemente:

- Morte ai filibustieri! Distruggeteli! Massacrateli!

La Nuova Castiglia continuava intrepidamente la sua marcia, coprendo di palle e di bombe le navi nemiche e minacciando di abbordarle.

Salda di costole, bene armata e condotta da uomini abituati a battersi quasi ogni giorno, non tentennava nelle sue mosse.

Rispondeva ai galeoni e alle caravelle, quasi colpo per colpo, con una insistenza feroce, mentre le due caronade della coperta avventavano di tratto in tratto delle bordate di mitraglia.

Giunta a cento passi dai galeoni, sfilò superbamente sulla loro fronte con tutti i suoi formidabili archibugieri a babordo; poi, con una mossa improvvisa, inaspettata, girò a destra della squadra dove c'era ancora abbastanza spazio per navigare lungo la costa. Una piccola caravella tentò di chiudere il passo, gettandosi dinanzi alla prora per lasciar tempo ai galeoni di muoversi.

Era un topolino che tentava di arrestare un leone.

La Nuova Castiglia la urtò poderosamente col suo solidissimo tagliamare e la sfasciò completamente passando in mezzo ai rottami; poi, dopo aver scaricati tutti i suoi pezzi d'un colpo solo, fuggí fuori dal porto.

- Ebbene, che cosa ne dite, signor conte? - chiese Mendoza, il quale fumava furiosamente, con le mani affondate nelle tasche e le gambe allargate.

- Che con simili uomini, si potrebbe conquistare il mondo - rispose il signor di Ventimiglia. Non so se un'altra nave se la sarebbe cavata cosí bene, mio caro.

- Ecco che i galeoni si mettono in caccia, ma che cosa sperano di fare? Di raggiungere la nostra nave? Eh, cari miei, non conoscete ancora la Nuova Castiglia!

- Mi pare che l'abbiano conosciuta or ora.

- Il signor Verra li farà correre.

- E allora corriamo anche noi e cerchiamo di lasciare San Domingo prima che spunti il sole. Gli spagnuoli rivolgeranno tutta la loro rabbia contro di noi e ci daranno una caccia spietata.

- E se ci prendono, ci impiccheranno, signor conte, - rispose Mendoza.

- Forse quelle due corde non sono ancora state intrecciate. Conosci anche tu la città!

- Abbastanza per condurvi alla Puerta del Sol.

- Ci lasceranno poi uscire, a quest'ora?

- Oh, non lo sperate, capitano, - rispose il filibustiere;

- E perché condurmi là dunque?

- Perché il bastione vicino è in parte diroccato e potremo trovare il modo di scendere nel fossato e anche...

Si era interrotto, guardando il conte, e rimanendo con la bocca aperta.

- E dunque? - chiese il corsaro.

- Sono un vero stupido, capitano!

- Perché?

- Ma sí che noi possiamo passare per la Puerta del Sol senza esporci al pericolo di fiaccarci il collo in fondo al fossato. In verità io invecchio troppo presto.

- Sei impazzito, Mendoza?

- No, signor conte, ma stavo per diventare un cretino. Non siete vestito da alabardiere, voi?

- Pare di sí!

- Noi ci presenteremo alle guardie della porta e voi direte che avete ricevuto l'ordine di scortarmi e di farmi uscire. Potrete aggiungere, se non vi dispiace, che io sono una spia che va a sorvegliare i bucanieri. A un soldato si crede sempre.

- E tu affermavi poco fa che stai per diventare un cretino? disse il conte ridendo. - A me pare invece che tu diventi ogni giorno piú furbo, vecchio squalo. In marcia! Non voglio trovarmi ancora a San Domingo al sorgere dell'alba.

Gettarono le vesti e la spada di Martin in mezzo ad un folto cespuglio e volsero le spalle al porto, internandosi in una stradicciuola che serpeggiava fra siepi e splendidi filari di banani e di palme. Essendo tutta la popolazione accorsa sulle calate, non vi era anima viva nei dintorni, cosicché poterono attraversare indisturbati la città e giungere dinanzi alla Puerta del Sol, che era in quel tempo una delle principali di San Domingo e che metteva nell'aperta campagna.

Due alabardieri, armati di lunghe picche, passeggiavano a breve distanza, fumando e chiacchierando. Scorgendo il conte e il suo marinaio, si fermarono per sbarrare loro il passo; poi uno dei due, accortosi di aver da fare con un soldato, chiese:

- Oh, camerata, dove vai?

- Ho l'ordine di scortare quest'uomo fuori della città - rispose franco il signor di Ventimiglia.

- Chi è?

- Un corriere governativo.

- Senza cavallo?

- Sa dove trovarlo. Sbrigatevi ad aprire la porta; abbiamo molta fretta.

- E non ti hanno dato nessuna carta?

- Non sono un soldato, io?

- È vero, ma ci hanno dato anche il comando di impedire l'uscita a qualunque persona.

- Era per i borghesi, quello.

- Aspetta che chiamo l'anziano: io non voglio assumermi questa responsabilità.

Entrò in una vicina caserma e uscí subito con un altro soldato, munito di una lanterna, il quale trascinava con gran fracasso un enorme spadone.

- Guarda questi uomini, Barrejo - disse la sentinella.

- Fulmini! - mormorò Mendoza. - Il guascone! Ora siamo fritti!

Il conte trasalí e portò rapidamente una mano sulla pistola di Martin, pronto ad impegnare una lotta disperata. Il guascone si avvicinò a loro e non potè trattenere un gran gesto di stupore nel riconoscere la propria corazza e le proprie vesti che il conte indossava.

- Ah, camerata! - esclamò sbarrando gli occhi.

Poi, volgendosi verso le due sentinelle, disse loro:

- Continuate la ronda voi, io conosco queste persone.

Aspettò che si fossero allontanate, poi, dopo aver alzato una seconda volta la lanterna per guardare bene in viso il conte ed il suo compagno, chiese:

- Che cosa fate ancora qui, nei miei panni, signore? Siete ben voi che mi avete dato quei venti dobloni!

- Sí, messer Barrejo - rispose il signor di Ventimiglia.

- E che cosa siete venuti a fare qui?

- A offrirvi altri dieci dobloni, se non vi rincresce.

- Per tutti i venti del mare di Biscaglia! Volete far di me un milionario?

- No, voglio ingrassarvi, perché siete troppo magro.

- Tutti i guasconi sono magrissimi, signor conte. Ma che muscoli d'acciaio abbiamo!

- Chi sa che un giorno non li veda al lavoro! Orsú, volete guadagnare altri dieci dobloni?

- Che cosa devo fare?

- Una cosa semplicissima. Aprirci la porta e lasciarci andare in campagna.

- E null'altro? - chiese il guascone con stupore.

- Nient'altro. Vi avverto che abbiamo detto ai vostri camerati che siamo corrieri del governatore.

- E non avete paura d'incontrare i bucanieri? Si dice che stiano organizzandosi per tentare un colpo di mano sulla città.

- Non vi occupate di questo, messer Barrejo. Apriteci la porta e altre dieci monete d'oro andranno a ingrossare il vostro piccolo tesoro.

- Vi apro anche tutte quelle della città - rispose don Barrejo. Venite, signor conte. I miei camerati non vi daranno alcun fastidio.

Afferrò un'enorme chiave che stava appesa ad un chiodo e aprí la pesante porta laminata di ferro, conducendoli attraverso un massiccio bastione forato nel mezzo da uno stretto passaggio.

- Eccovi in campagna - disse dopo aver aperta un'altra porta. Mi permettete di scortarvi per qualche tratto?

- Vi ho detto che noi non abbiamo paura - disse il conte.

- Non ne dubito, signore, ma che volete, mi piace immensamente la vostra compagnia.

- Non sarà per sorvegliarci, spero - disse Mendoza.

- Oh! un guascone!... Noi non siamo abituati a mentire.

- Allora venite - disse il conte. - Potreste darci qualche preziosa informazione.

- Sono tutto a vostra disposizione, signor conte - rispose il guascone.

- Potreste, per esempio, dirci dove potremo trovare dei cavalli.

- Vi è un corral a mezzo miglio di qui, annesso ad una grande fattoria. Se avete ancora di quei bei dobloni, potrete acquistarne finché vorrete.

- Le nostre borse sono ancora assai fornite, malgrado il salasso fatto alla mia.

- Vi guiderò io.

- Ed i vostri camerati che non vi vedranno tornare non si allarmeranno?

- Vadano al diavolo! - disse Barrejo alzando le spalle. - Non sono padrone di fare una passeggiata notturna e di scortare delle persone raccomandate da Sua Eccellenza il Governatore?

- Oh, è vero! - disse il conte ridendo. - Noi siamo personaggi importantissimi.

- Che viaggiano però senza carte - aggiunse maliziosamente il guascone.

- Le teniamo sempre sulla punta delle nostre spade.

Il soldato capí a che cosa voleva alludere il conte e, quantunque guascone, credette opportuno di troncare il discorso.

Si erano inoltrati per una viuzza fiancheggiata da bellissime agavi, piante tessili che danno dei fili elastici e fini e dalle cui foglie gli indiani estraggono una bibita fermentata detta pulque, molto spumante e anche molto gradevole. Di là da quelle enormi siepi, si estendevano immense piantagioni di canne da zucchero e di caffè, le maggiori risorse di quella fertilissima isola.

Per la tenebrosa campagna volavano sciami di Moscas de luz, insetti che tramandano una luce ben piú potente delle nostre lucciole, e nei solchi delle piantagioni e attorno agli stagni muggivano i grossi rospi gialli e neri con appendici cornute e fischiavano migliaia e migliaia di batraci.

I tre uomini camminarono in silenzio per un buon quarto d'ora, rischiarando la via con la lanterna; poi, giunti ad una biforcazione, il guascone si fermò.

- Ci lasciate? - chiese il conte.

- Questo dipende da voi, signore - rispose il soldato.

- Che cosa volete dire?

- Signor conte, io sono un uomo d'onore e sono un cadetto d'una famiglia nobile della Guascogna. Già. Voi saprete che, piú o meno, noi siamo tutti nobili nel mio paese, ma anche poveri, poveri, perché i nostri padri non ci lasciano per eredità che una buona spada e delle lunghe lezioni di scherma.

- Che cosa volete concludere, signor Barrejo?

- Che vorrei sapere chi siete e perché siete fuggito da San Domingo, mentre era stato dato l'ordine d'impedire l'uscita a tutti gli abitanti.

Il conte rimase un momento muto, guardando il soldato, poi disse:

- Scommetterei che voi già lo sapete.

- Forse.

- Sono il capitano della fregata che entrò nella rada ieri mattina che due ore fa è stata cannoneggiata dagli spagnuoli.

- Dei filibustieri, non è vero?

- Siete molto perspicace, signor Barrejo. Ora andrete ad avvertire certamente il governatore.

- Io? - esclamò il guascone. - Io tradirvi? Mai! Siamo uomini d'onore, noi.

- Allora avrò soddisfatta la vostra curiosità.

- Signor conte, se vi facessi una proposta?

- Dite pure.

- Noi guasconi siamo gente di guerra e non amiamo lasciar arrugginire inutilmente le nostre spade. La mia dorme da due anni in San Domingo e minaccia di non saper piú uscire dal fodero. Volete arruolarmi? Coi filibustieri vi è sempre occasione di menar le mani.

- E anche di morire piú facilmente! - aggiunse Mendoza.

- Ho trentadue anni e ne ho già abbastanza della vita - disse il guascone. - Mi volete, signor conte? Vi giuro che sarò una buona lama.

- E poi lo liberereste da molti fastidi - aggiunse il marinaio, a cui non dispiaceva affatto quel fracassone.

- Sia! - disse il signor di Ventimiglia. - Un bravo soldato di piú sulla mia nave non sarà d'impiccio.

- Voi non siete spagnuolo, quindi potete passare al nemico - disse Mendoza.

- Sono un soldato di ventura e null'altro, e come tale posso offrire la mia spada ed il mio braccio a chi meglio mi piace.

- Conoscete S. Josè?

- Conosco mezzo San Domingo.

- Sapreste condurci nella tenuta della marchesa di Montelimar?

- Anche con gli occhi bendati.

- Andiamo a procurarci dei cavalli, prima di tutto. Io non dubito che gli spagnuoli ci diano la caccia.

- Potete esserne certo, signor conte - rispose il guascone. - Ci lanceranno anche addosso qualche banda dei loro terribili cani.

- In cammino allora, Barrejo - disse il conte. - Non ho alcun desiderio di farmi mordere i polpacci da quelle bestiacce.

- Dovremo prendere la via dei boschi, signor conte. Le vie sono battute dalle ronde e potrebbero arrestarci.

- Ve ne sono molte fuori della città?

- Eh, un bel numero.

- Andiamo a visitare i boschi.

Il guascone gettò via la lanterna, la cui luce poteva tradirli e attirare qualche ronda in perlustrazione o alla caccia di bucanieri.

Quelle bande di soldati, formate da cinquanta uomini ciascuna, erano incaricate di impedire ai bucanieri, alleati dei filibustieri, di dare la caccia ai numerosi tori selvatici che in quell'epoca scorrazzavano liberamente per le foreste dell'isola.

Non osando gli spagnuoli affrontare quei terribili cacciatori, i quali non sbagliavano mai un colpo, avevano deciso di affamarli e perciò avevano istituite quelle compagnie volanti.

Dapprima le avevano munite d'armi da fuoco, ma siccome non volevano imbattersi nei bucanieri, né impegnare mischie con loro, quando s'accorgevano della loro presenza preferivano fare delle scariche di moschetteria in aria.

I cacciatori, avvertiti del pericolo, se ne andavano tranquillamente da un'altra parte.

I governatori delle varie città, accortisi della gherminella, avevano tolto alle ronde le armi da fuoco, armandole solamente di alabarde, ma senza ottenere, come si può capire facilmente, alcun risultato pratico.

Se prima erano i bucanieri che scappavano, ora erano gli alabardieri che se la davano a gambe appena udivano uno sparo; sicché i combattimenti erano rari come le mosche bianche, ché nessuno aveva il desiderio di giocare la pelle inutilmente.

E quelle erano le famose ronde dette cinquantine, colle quali i governatori speravano di distruggere tutti i bucanieri, - ed erano molti - che infestavano le immense foreste dell'isola, sempre pronti a prestare man forte ai filibustieri della Tortue, quando si trattava di tentare qualche buon colpo

Il guascone fece attraversare ai suoi due compagni una vasta piantagione di canne da zucchero, poi si gettò risolutamente in mezzo alle boscaglie, formate per lo piú da enormi piante di cotone selvatico, con i cui tronchi cavi gli indiani e i negri formavano canoe capaci di contenere perfino cento uomini.

- Il corral lo troveremo di là da questa boscaglia - aveva detto il soldato al conte. - Risparmieremo tempo e non correremo il pericolo di imbatterci in qualche cinquantina. Cercate solo di non far rumore, poiché fra queste macchie i tori non mancano, e vi so dire io se sono pericolosi quando s'infuriano o vengono disturbati!

La marcia non tardò a diventare difficilissima, con molto dispiacere di Mendoza, abituato a passeggiare solamente sulle tolde delle navi e ad arrampicarsi sulle alberature.

A quei tempi San Domingo, al pari della vicina Cuba e della Giamaica, aveva delle foreste, antiche quanto il mondo, le quali accumulando foglie su foglie e imputridendo rami e tronchi, dovevano preparare quel meraviglioso ordimento vegetale, che piú tardi doveva cosí ben servire agli intraprendenti piantatori.

I cotoni selvatici s'alzavano dovunque, mescolati, anzi confusi, con palme gigantesche, reggendo non si sa in quale modo i loro giganteschi fusti, non avendo per sostegno che una crosta di terra non più alta di due piedi affatto insufficiente alle smisurate radici.

Erano soprattutto i foltissimi cespugli, vere macchie per le imboscate, che facevano brontolare Mendoza, anche perché si mostravano formidabilmente armati di acutissime spine.

Il guascone, che aveva fatto parte piú volte delle cinquantine, per buona fortuna non esitava mai a scegliere la via, quantunque sotto quelle immense arcate di verzura regnasse un'oscurità quasi completa.

- Ho la bussola nella testa - ripeteva sfondando a colpi di spadone i cespugli per aprire il passo al conte.

E pareva infatti che quel diavolo d'uomo, che camminava con piena sicurezza senza mai fermarsi, avesse la facoltà d'orientarsi come i piccioni viaggiatori. Chi invece era incerto e non poco era Mendoza, il quale, quantunque uomo di mare, non ignorava come fosse facile smarrirsi in mezzo alle boscaglie.

Quella marcia faticosissima durò tre ore, poi il piccolo drappello si trovò dinanzi ad una vasta pianura interrotta da un gran numero di stagni.

Un fracasso indiavolato s'alzava fra le alte erbe e i canneti che la coprivano. Muggivano milioni di rospi, fischiavano le rane americane e di quando in quando, a tutto quel baccano, si univano delle urla rauche, somiglianti al fragore dei tamburi, dei cannoni.

Il guascone si era arrestato, bestemmiando in francese o in spagnuolo.

- Ehi, camerata, avresti per caso perduta la bussola che tu affermavi d'avere dentro il cervello? - chiese Mendoza.

Il guascone stette un momento zitto, poi picchiandosi furiosamente la corazza che gli rinserrava il petto, rispose:

- Pare proprio che si sia guastata.

- Chi?

- La mia bussola.

- Ecco una faccenda seria per la gente di mare.

- E anche qualche volta per la gente di terra, - rispose l'avventuriero, il quale appariva sconcertato. - Come mai mi sono smarrito? Eppure queste boscaglie le ho scorse piú volte.

- Spero, don Barrejo, che non avrete l'intenzione di farci divorare dai caimani, - disse il signor di Ventimiglia.

- Ci tengo alle mie gambe non meno di voi, - rispose il guascone. - Volete un consiglio, signor conte? Aspettiamo l'alba.

- Ed intanto schiacciamo un