Iginio Ugo Tarchetti
FOSCA
Commetto io unindiscrezione nel pubblicare queste memorie? Credo di no; né una titubanza piú lunga, giustificherebbe ad ogni modo la mia colpa. Colui che le ha scritte è ora troppo indifferente alle cose del mondo, troppo sicuro di sé, perché abbia a godere dellelogio o a soffrire del biasimo che può derivargliene. Egli sa per quale strana combinazione questo manoscritto è venuto in mio potere, né ignora il disegno che io aveva concepito di publicarlo. Gli basterà che io vi abbia tolte quelle indicazioni che potevano compromettere la fama di persone ancora viventi, e che il segreto della sua vita attuale sia stato rispettato.
Se lautore di queste pagine può ancora trovare nella solitudine e nellegoismo in cui si è rifuggito, qualche parte di ciò che egli fu un tempo, non gli farà forse discaro che altri abbiano a versare, nel leggere queste memorie, quelle lacrime che egli ha certo versato nello scriverle.
Milano, 21 gennaio 1869
Cap. I
Mi sono accinto piú volte a scrivere queste mie memorie, e uno strano sentimento misto di terrore e di angoscia mi ha distolto sempre dal farlo. Una profonda sfiducia si è impadronita di me. Temo immiserire il valore e laspetto delle mie passioni, tentando di manifestarle; temo obbliarle tacendole. Perché ella è cosa quasi agevole il dire ciò che hanno sentito gli altri - leco delle altrui sensazioni si ripercuote nel nostro cuore senza turbarlo - ma dire ciò che abbiamo sentito noi, i nostri affetti, le nostre febbri, i nostri dolori, è compito troppo superiore alla potenza della parola. Noi sentiamo di non poter essere nel vero.
Ho pensato spesso con gioia alla rovina che il tempo va facendo alle mie memorie; piú spesso vi ho pensato con dolore. Dimenticare! È uccidersi, è rinunciare a quellunico bene che possediamo realmente e impreteribilmente, al passato. Ché se si potessero dimenticare soltanto le gioie, forse loblio potrebbe essere giustamente desiderato; ma dei nostri dolori noi siamo superbi e gelosi, noi li amiamo, noi li vogliamo ricordare. Sono essi che compongono la corona della vita.
Il passato è la misura del tempo che abbiamo percorso, la misura di quello che ci rimane a percorrere. Perciò noi lo teniamo caro, perché ci fa fede dellaccorciarsi progressivo dellesistenza. Unavidità febbrile di morire affatica inconsciamente gli uomini. Chi vorrebbe tornare indietro unora, un minuto, un istante nella sua vita? Nessuno; e pure si ama, e si rimpiange questo passato che si ha orrore di rinnovare.
Scrivere ciò che abbiamo sofferto e goduto, è dare alle nostre memorie la durata della nostra esistenza. Scrivere per noi per rileggere, per ricordare in segreto, per piangere in segreto. Ecco perché scrivo.
Vi fu un tempo in cui avrei voluto fare un libro delle cose che sto per raccontare: uninclinazione che i casi della mia vita avevano combattuto per tanti anni, ma né dominata né vinta, mi aveva trabalzato già tardi, già vecchio dingegno e di cuore, nel mondo della publicità e delle lettere. Io non vi aveva potuto portare che le memorie di una gioventú ricca di molte passioni, di una vita lungamente e orribilmente angosciata. Ove larte avesse trovato in me valore pari alla grandezza del soggetto, il racconto che mi accingeva a scrivere mi avrebbe forse procurato un successo clamoroso. Nondimeno me ne astenni. Gettare nel fango della publicità il segreto de miei dolori, sacrificarlo alle vuote soddisfazioni della fama sarebbe stata debolezza indegna del mio passato. Io scrivo ora per me medesimo. Non avrei mai osato violare la sola religione che è sopravvissuta alla rovina della mia fede, la religione delle mie memorie.
Su questo vecchio quaderno su cui ho tentato già tante volte dincominciare il mio racconto, vi sono molte cancellature che non posso piú decifrare. Temo che il tempo abbia pure cancellate dalla mia anima non poche delle sue rimembranze.
Questi fogli su cui la mia anima si è arrestata tante volte, trattenuta da un terrore che non poteva vincere, mi accompagnano già da cinque anni nelle mie faticose peregrinazioni. Sulla maggior parte di essi vi è scritto nulla; pure sembra che il mio pensiero vi abbia tracciato delle cifre misteriose e solenni, tanto vi ho meditato sopra, guardandoli. E li svolgo nellansietà di leggerli, e osservo con melanconia i piccoli acari della carta che fuggono lungo le loro pieghe ingiallite.
Sí, sono oramai cinque anni! Le cause del mio terrore non hanno cessato di esistere, perché il mio cuore non è di quelli che dimenticano, ma, comunque sia, questo terrore è dissipato. Mi sento ora il coraggio di ricordare e di scrivere. Ora che tutto deve essere finito!
Mi guardo spesso dintorno come fossi rimasto solo nel mondo, come se le illusioni che mi avevano accompagnato sin qui fossero state cose vive e sensibili, come dovessi rivederle al mio fianco. Era venuto innanzi solo nella vita, e non mi era accorto mai di esser solo. Ma ora! Ho provato la solitudine della società, e lho spesso cercata con ardore, lho cercata anzi sempre; quella è nulla. È la solitudine delle passioni che è orribile!
Non so se gli altri uomini abbiano seguito un passaggio cosí rapido e cosí violento come il mio, dal periodo della fede a quello della disperanza; se sieno passati ad un tratto dalla vita operosa della gioventú, alla vita inerte e sconsolata della vecchiezza. Credo nondimeno che molti vi sieno entrati con calma, quelli che amarono serenamente e con calma.
Io era nato con passioni eccezionali. Io non avrei mai saputo né amare né odiare a metà; non avrei potuto abbassare i miei affetti fino al livello di quelli degli altri uomini. La natura mi aveva reso ribelle alle misure comuni e alle leggi comuni. Era dunque giusto che anche le mie passioni avessero cause, modi, svolgimenti, fini eccezionali.
Ho avuto due grandi amori, due amori diversamente sentiti, ma ugualmente fatali e formidabili. È con essi che si è estinta la mia gioventú; è per essi.
Scrivendo queste pagine, io non ho altro scopo che di interrogare le mie memorie ancora una volta per non doverle interrogare mai piú. Io innalzo questo monumento sulle ceneri del mio passato, come si compone una lapide sul sepolcro di un essere adorato e perduto.
Ho presa una grande risoluzione.
Prima di ritirarmi dal mondo, prima di isolarmi in mezzo alla folla - isolamento assai piú penoso che nelle vaste solitudini della natura - ho voluto ricordare ancora una volta, ricordare con pienezza e con fede. Io sono ora in pace con me stesso. Le agitazioni profonde della mia anima, le irrequietezze febbrili della mia mente sono cessate. Io ne comprendo ora le cause. Molti uomini non si trovano bene colla vita perché non hanno ancora scoperto il loro punto dequilibrio.
Il difficile è trovare il centro della propria anima!
Non scriverò che di un solo di questi amori. Non parlerò dellaltro che pel contrasto spaventoso che ha formato col primo. Quello non è stato che un amore felice. Raccontarlo, sarebbe lo stesso che ripetere la storia di tutti gli affetti, e non vè creatura che abbia amato sí poco da non conoscerla. O si abbandona, o si è abbandonati - spesso desiderosi, spesso contenti dellabbandono. Tal cosa è il cuore umano.
Piú che lanalisi di un affetto, piú che il racconto di una passione damore, io faccio forse qui la diagnosi di una malattia. - Quellamore io non lho sentito, lho subito. Non so se vi siano al mondo altri uomini che abbiano superato una prova come quella, e nelle circostanze in cui io lho superata; non so se vi sarebbero sopravvissuti.
Esprimo questo dubbio, perché mi avvenne spesso di chiedere a me medesimo: "come, in che guisa vi sono io sopravvissuto?"
Sento nondimeno che qualche cosa si è guastato nella mia testa: io non ho piú cognizione di tempo, non ho piú ordine nelle mie idee, non ho piú lucidità nelle mie memorie. Questi cinque anni sono passati come un istante e come uneternità, inosservati, oscuri, senza suddivisioni di giorni e di epoche. Quelle feste, quegli anniversari che formavano le gioie piú pure della mia vita quandera fanciullo, sono essi ritornati ogni anno? E come non li ho avvertiti? Cosa ho fatto in questo lungo spazio di tempo? Perché non ho piú amato?
Non so piú pensare, non so piú fermarmi lungamente sopra unidea, non vedo piú le linee che separano il vero dal paradossale. Tutto mi sembra ora logico, naturale, possibile. Tutti i miei pensieri si urtano, si confondono, si perdono in un vortice che turbina incessantemente nella mia testa. È là che tutto va a finire. Sento che la coscienza di me si è confusa. Quando avrò scritto la storia di questo amore, dovrei scrivere ancora quella dei cinque anni che vi sono succeduti; sarebbe una storia terribile. Dovrei scriverne unaltra piú terribile ancora; sarebbe la storia delle mie visioni, il racconto dei sogni che hanno popolato le mie notti durante quel tempo.
Radunerò qui i documenti, le lettere, le note che ho conservato. Ricostruirò questo edificio colle sue stesse rovine.
Ora sono ben calmo e tranquillo; ora che ho incominciato a non diffidare piú di me medesimo. La mia indifferenza mi assicura che le sorgenti del mio entusiasmo sono esaurite. Una cosa mi conforta e mi inorgoglisce, il sentimento della mia freddezza- perché il mio cuore è freddo, terribilmente freddo.
Spero e pur temo dimenticare. Una notte triste ed oscura ha incominciato a distendersi sul mio passato.
Le onde che la virtú del sole aveva sollevate e convertite in belle nubi doro, ricadono in pioggia attraversando le fredde latitudini dellaria, ricadono come lagrime della natura.
Quando il fuoco della gioventú si è spento, svanisce a poco a poco anche il tepore delle ceneri; esse rimangono là ad attestare dove la fiamma ha un giorno avvampato, fino a che il soffio gelato del tempo non viene anchesso a disperderle.
Cap. II
Sarebbe inutile riandare sugli anni che hanno preceduto gli avvenimenti che sto per raccontare. Io non voglio afferrare che un punto della mia vita, non voglio metterne in luce che un istante. Chi oserebbe affacciarsi allo spettacolo intero della sua esistenza, spiare nelle sue pieghe tenebrose, e ritesserne tutta la storia?
La mia gioventú trascorse piena, ricca, feconda. La fortuna, a dir vero, non mera stata assai prodiga de suoi favori; ma che cale alla gioventú della fortuna? Quella è letà della forza, del coraggio, della baldanza; è allora che si raccolgono a piene mani i frutti che maturano nel giardino della vita, che si accosta alle labbra la coppa inebriante della felicità; a quelletà si fruisce di un bene che non si conosce e non si esperimenta mai piú nellavvenire, mai piú - la mite e affettuosa indulgenza degli uomini.
Non ho mai potuto indovinare se la mia natura fosse piuttosto incompleta che esuberante; ma in qualunque modo, egli era ben certo che io mi innalzava sul livello delle nature comuni. La ripugnanza che ho sentito, e che sento ancora per tutto ciò che è convenzionale, per tutto ciò che è metodico, non proveniva già dalla mia educazione, ma da una disposizione speciale del mio carattere. Non mi importava di essere da piú o da meno degli altri uomini, mi bastava di esserne diverso.
In tutta la mia vita ho operato come ho pensato - convulsivamente. Dicono che i leoni si trovano in uno stato di febbre continuo. Ignoro quale medico abbia potuto accertarsi di questo fenomeno, come avrebbe fatto al capezzale di un infermo; ma sia ciò vero o non vero, sia la mia natura debole o forte, non vi è dubbio che io ho provato sempre una specie di agitazione febbrile e convulsa simile a quella.
Io mi sono divorato la vita. Io non potrei misurare la mia età colla stregua ordinaria del tempo.
Aveva ventotto anni allorché successero gli avvenimenti che sto per raccontare. La rivoluzione mi aveva trascinato già da tempo nelle sue file, quasi mio malgrado. Deviato da miei studi, combattuto nelle mie inclinazioni, mi era indotto a rimanere nellesercito ove aveva ottenuto grado di ufficiale. Io vi militava da cinque anni, allorché colpito da una grave malattia di cuore dovetti chiedere una lunga licenza, e ritirarmi nel mio villaggio natale. Gravi rovesci di fortuna mi avevano impedito di camparmi la vita in altro modo che collessere inscritto nei ruoli di un reggimento, e far pompa del mio costume di capitano. E dico ciò perché allora la guerra era cessata, e mi vergognava spesso di quellinazione ricompensata sí largamente. Io riscuoteva un lauto assegnamento sulle casse dello Stato.
Non parlerò adesso dei dolori che avevano provocata quella mia malattia. Essi appartengono ad unaltra epoca della mia vita; furono il frutto di una passione che, ove non mi fosse inspirata dal piú nobile dei sentimenti, avrebbe coperto di onta il mio passato. Nondimeno quei dolori furono enormi, e se non ebbero il potere di uccidermi, è perché tal potere è spesso negato al dolore.
In capo ad un anno aveva richiesta lattività, non già che la mia salute fosse migliorata, ma perché mi sarebbe stato impossibile rimanere piú a lungo nel mio paese natale. Quella vita di solitudine e di meditazione avrebbe finito colluccidermi. Chi ha vissuto un tempo nelle grandi città non può piú adattarsi alla vita dei villaggi; non può impicciolire le sue vedute, le sue idee, le sue abitudini fino alle proporzioni meschine, e spesso ridicole, che dà alle proprie la gente delle campagne. Io ho considerato sempre i piccoli villaggi come centri dignoranza, di barbarie, spesso anche di corruzione. Sono essi, a mio credere, che arrestano il corso della civiltà, che si pongono tra le ruote del suo carro. Se tutti i punti abitati della terra fossero Londra, Pietroburgo, Parigi, Roma, Berlino, il quesito la cui soluzione affatica da secoli lumanità sarebbe risolto allistante.
Né la monotonia di quella vita era il meno doloroso de miei tormenti. Io conosceva tutte le vie di quel paese, tutte le case, tutti gli abitanti - viuzze strette e fangose, catapecchie anguste e miserabili, contadini rozzi e cocciuti. Mi dava pena il vederli, piú pena il sentirli. La stessa natura non aveva che attrattive assai deboli. Vicino ai villaggi anche la natura sembra patire, è rozza e pigmea, soffre dimpotenza e di rachitismo; si direbbe che le manchi qualche cosa, come la forza e il profumo. I boschi di Boulogne, di Volksgarten, di Thiergarten non si trovano che vicino a Parigi, a Vienna, a Berlino.
Luomo risente, come le piante, linflusso dellatmosfera in cui vive. Io mi vedeva isterilire, immiserire, deperire. Fosse effetto della malattia, fosse influenza di quel soggiorno triste ed uggioso, io mi era interamente e miseramente trasformato. Una malinconia profonda, una disperanza piena di gelo e di scetticismo si erano impadronite di me. Non sentiva piú alcun rammarico del passato, né alcuna trepidanza dellavvenire. Questo avvenire lo aveva in certa guisa prevenuto. Me ne era formata limagine la piú triste, la piú nera, la piú desolante; aveva forzato la mia anima ad accettarlo senza lagnarsene, e cosí mera posto in pace con lunico oggetto che avesse potuto ancora atterrirmi, col fantasma sconosciuto di questo avvenire.
Ho pensato spesso, durante questi anni, a quei giorni pieni di desolazione e di sconforto, a quel lungo inverno di cinque mesi trascorso tra le pareti di poche stanze, senza veder altro volto duomo che il mio. Mi sono ricordato ancora di tutto ciò che aveva allora colpito in qualche modo i miei sensi: le larghe finestre a vetrate coperte di ragnateli, il pigolio dei passeri che beccavano nei canali delle gronde, lo stillare delle nevi che si scioglievano, il rumore degli zoccoli ferrati dei contadini sul selciato fangoso della via - uniche sensazioni, uniche voci che mi avvertivano come vi erano esseri che vivevano dintorno a me, come io stesso viveva in mezzo ad esseri vivi e sensibili. Ho conservato memoria di quei giorni in un diario scritto sotto limpressione di quei dolori segreti di cuore, che non giova ora qui riportare.
Allorché mi allontanai da quel luogo, e sostato nella prima città che incontrai nel mio viaggio, confrontai il mio volto con quello di altri uomini, mi chiesi con spavento se io era ancora lo stesso di un tempo, se era diventato dissimile da loro, se sarei sopravvissuto a quel giorno.
Aveva imparato a disperare troppo precocemente.
Allora non prevedeva laurora luminosa che doveva sorgere ancora sulla mia gioventú, e che doveva tramontare sí presto!
Cap. III
Ho parlato del mio paese natale.
Mi duole che queste pagine non sieno destinate a venire alla luce, per poter rendere publico un odio che conservo da lunghi anni nel cuore, lunico che il tempo e la riflessione non abbiano fatto che avvalorare ed accrescere.
Io amo la terra, questa grande madre, questa gran patria comune; io lamo tutta senza distinzione di suoli e di climi; lamo come una parte di me, io che non sono che una porzione minima di lei stessa.
Io ho sentito spesso le sue attrazioni, lappello che ella fa a suoi atomi, le sue creature; agli uomini, le sue particelle animate. A primavera, quando il sole la dardeggia de suoi raggi; in quel periodo di febbre, di ardenze, di fecondità, quando dal suo seno pieno di amore erompono le famiglie degli insetti e delle erbe, quando ella sorride di un sorriso pieno dincanti e di fiori, io ho sentito spesso con una specie di furore il desiderio di rientrare nel suo seno; io mi sono prosteso per abbracciarla; ho sentito che essa mi chiamava, e ho gridato: "Tu mi vuoi, tu mi chiami, - io vengo, io vengo". Sí, io amo la terra, questa bella terra; io son certo che essa sarà lieve sulla mia fossa, quando stringerà dolcemente il mio petto colle sue braccia di selci e di radici; ma vi è in essa un punto che io odio, ed è quellangolo freddo e uggioso dove son nato.
È di là che ho cominciato a gettare uno sguardo sul mondo, e a vederlo triste ed ingrato, è là che non ho potuto aver mai né una nobile gioia, né un nobile dolore; è là che conobbi gli uomini che mi hanno insegnato ad odiare gli uomini; è là finalmente, che non ho potuto amare.
Avrei voluto levarne le ceneri de miei cari, perché lultimo anello che mi congiungeva alla mia patria fosse anche spezzato.
Fui torturato lungo tempo da unidea insistente e malinconica: mi pareva che quelle reliquie adorate non potessero aver pace là sotto, perché, io stesso, io sento che le mie ossa fremerebbero se sepolte sotto quelle zolle abborrite.
Cap. IV
Non so dire come ne partii per venire a Milano. Non so spiegarmi questa risoluzione, perché non aveva piú alcuna forza di volontà quando vi venni.
Era sul finire daprile, e mi ricordo di aver fatto a piedi attraverso la campagna un tratto di strada assai lungo. Due allodole gorgheggiavano nel cielo che mi sembrava alto, sereno, sconfinato piú di quanto non mi fosse mai parso dapprima. Esse si erano tanto innalzate che il mio occhio non arrivava a vederle, erano lontane luna dallaltra, e a giudicarne dal canto, parevano immobili - si sarebbe detto che avessero trovato lassú dove posarsi. Il loro gorgheggio aveva qualcosa di affettuosamente intimo, pareva una serie di domande e di risposte; ed era sí melodioso, sí calmo, sí limpido che mi ricordo daverlo udito ancora ad una grande distanza dal luogo ove laveva sentito la prima volta. Certo perché calmo e limpido, non perché vigoroso. Vi è uno strano mistero di luce in quel canto. Il mio orecchio poteva forse udirlo per la stessa ragione che il nostro occhio discerne il letto algoso di un lago attraverso le sue acque alte e tranquille, e non vede quello del torrente, le cui onde basse ed impetuose, ma torbide, scorrono con impeto al mare.
Aveva anche raccolto lungo la strada un mazzetto di tussilaggini gialle - gli unici fiori che abbelliscono quei vigneti sterili e desolati - e lo conservo tuttora nella mia scatola dei fiori disseccati.
Ho segnato tutti i periodi solenni della mia vita con dei fiori. Ne conservo una quantità di mazzetti che sono come le pietre miliari del cammino percorso nella mia esistenza, e li porto meco come lunico tesoro che io possiedo al mondo.
Ho sempre sentito una specie di rispetto per queste piccole e fragili creature di un giorno, anche una specie di fede.
Un anno a Milano, in unora di profondo sconforto, una donna che passeggiava meco al mio fianco tenendo in mano una rosa, mi precedette di alcuni passi, e sfogliandola, e gettandone i petali dinanzi a me, mi disse scherzosamente: - Spargo dei fiori sul vostro cammino. - Allindomani un avvenimento inatteso mi restituiva la gioia e la pace.
Allorché giunsi in quella città, io non aveva né progetti, né idee, né speranze di giorni migliori. Vi era venuto, direi quasi, inconsciamente. Sapeva che fra due mesi sarei stato richiamato al reggimento e che di là avrei meglio potuto sollecitare questo richiamo. Forse era stato tale il movente del mio viaggio.
Profferii il nome del mio amico.
Appena arrivatovi, cercai con ansietà di un amico che certa comunanza di sventure mi aveva reso da tempo assai caro. Egli abitava in una casa signorile e assai vasta, dove era però quasi sconosciuto. Bisognava chiedere di lui. Battei perciò ad un uscio del primo piano, e venne ad aprirmi una donna giovane e bella. Mi parve che rimanesse colpita in modo singolare dal mio aspetto; né io lo fui forse meno del contrasto che formavo col suo. Essa era sí serena, sí giovane, sí fiorita; e il mondo pareva dover essere stato fino allora cosí benigno con lei, che io la guardai un istante senza parlare, compreso duna meraviglia dolce e profonda.
- Di chi cercate, in grazia?
- Al secondo piano.
Avrei giurato di aver sentito già piú volte quella voce, di averla sentita bambino, ne miei sogni La guardai come si fa a persona che parci di conoscere. Nellallontanarmi sentii che un lembo del mio soprabito era stato chiuso tra le due imposte delluscio. Ella se ne avvide e fu sollecita a riaprire.
- Perdonate.
Minchinai. Non risposi nulla, ma tornai ad affissarla sí stranamente, che essa mi guardò quasi spaventata. Sentii quello sguardo penetrarmi penosamente nellanima.
"Sí felice, sí florida, sí bella!" esclamai tra me stesso salendo la scala; "oh dolce creatura! se tu mi porgessi quella tazza che letà e gli affanni hanno allontanato forse per sempre dalle mie labbra, come potrei rifiorire anchio, e sorridere ancora alla vita! Ma la gioventú è dei giovani, e le gioie non sono che dei felici!"
Giunto sul pianerottolo, mi rivolsi, e vidi chella era rimasta immota sulluscio, e mi accompagnava dello sguardo, e pareva commossa e pensosa. Aveva ella compreso che io era sventurato, e aveva sentito il bisogno di confortarmi del suo affetto e della sua compassione?
Dirò cosa antica come lamore. Bastarono quello sguardo e quella mestizia. Da quel momento le nostre sorti furono gettate. Io laveva vinta con lunica attrattiva che vi era in me, - quella da cui le donne sono prese assai raramente, ma cui, ove lo sieno, inorgogliscono spesso di cedere senza resistere, perché comprendono di mettersi cosí sulla via di una missione che le santifica - lattrattiva della sventura.
Trovai il mio amico, e mi installai nel suo appartamento.
Ebbi da lui notizie di quella donna. Suo marito era giovine e avvenente, occupava una carica distinta in unamministrazione governativa; non erano ricchi, ma parevano agiati e felici; avevano un figlio; essa si chiamava Clara: quando non agucchiava presso una piccola finestra che guardava nel cortile, leggeva romanzi sul suo balcone, seduta in mezzo a suoi vasi di fuxie e di gerani; suonava anche il pianoforte e cantava.
Passai quella prima notte in una specie di delirio; lessi lepistolario di Foscolo - luomo antico - e rividi in unallucinazione le scene passate della mia vita. Mi pareva che tutto fosse finito lí, con quel giorno, con quella fuga, collincontro di quella donna; travedeva non so quali gioie nellavvenire.
Fui riscosso per tempo dal suono di un piano-forte che veniva dal piano sottostante. Apersi la finestra e mi affacciai dal mio balcone. Era un mattino lucido, caldo, sereno, il sole si versava sulla via che brulicava di passeggieri affaccendati. Le carriuole dei lattivendoli stridevano sulle loro ruote malferme, i vetturini facevano scoppiettare le loro fruste, gruppi di fanciulli sinseguivano schiamazzando; ogni cosa era vita, luce, moto, allegrezza. Da lungo tempo non aveva assistito a quello spettacolo del ridestarsi di una gran città. Abbassando lo sguardo sul balcone di sotto, vi scorsi Clara che mi stava guardando. Essa era seduta in mezzo a suoi vasi in un abito semplice e negletto; ma le sue fuxie non erano ancora in germe, e non vera altro di fiorito intorno a lei che alcune pianticelle di primule e di azzalee.
Lamore, la piú complessa e la piú potente di tutte le passioni, è ad un tempo la piú facile e la piú semplice nel suo nascere. Un uomo e una donna si incontrano, si vedono, si guardano - e basta. Da che cosa era egli stato mosso quello sguardo? Che cosa vi era in esso? Che cosa diceva? Nessuno lo sa. Nondimeno tutti gli amori incominciarono con uno sguardo.
Rientrai nella stanza ebbro. Non di amore, no; non amava ancora, non ne sperava; ma assetato di conforti, di compianto, di lacrime. Avrei desiderato una donna, non per chiederle le sue carezze, ma per piangere sul suo seno. Luomo è piú profondo nellamore, la donna nella tenerezza; si piange meglio sul seno di una donna.
Non so se gli altri uomini abbiano súbiti abbandoni, súbiti impeti, súbite risoluzioni come ho io. In me vi è nulla di lento, di ordinato, di normale. La mia è una natura a molle, a sbalzi; una natura sempre alterata.
Le scrissi, e le gettai dal balcone un biglietto contenente queste sole parole:
"Io sono infelice, io sono malato, io soffro".
Il biglietto cadde a suoi piedi. Essa lo vide, esitò un istante, poi si curvò, lo raccolse, e fuggí nella sua camera.
Non ricomparve piú lungo il giorno. Alla sera la vidi un istante sul balcone, e osservai che aveva gli occhi soffusi di lacrime.
Da quel momento la mia illusione non ebbe piú freno. Essa aveva pianto per me, essa aveva accettato in certo modo il compito che io le aveva chiesto di consolarmi.
Fui assalito da una smania febbrile di vederla, di sentire la sua voce, di averla vicino a me, di gettarmi a suoi piedi, di dirle lacrimando tutta la povera storia della mia vita.
Avessi avuto un oggetto toccato da lei, portato da lei, un suo nastro, un suo abito, avrei passato la notte guardandolo, me ne sarei sentito meno diviso.
Cosí fu in ogni tempo della mia anima. Passai sempre dallapatia alladorazione senza soffermarmi sullamore. Perché riposarsi a metà? Perché non mirare agli ultimi limiti? Le grandi cose sono estreme - le grandi anime adorano o odiano.
Erano cominciate allora le pioggie lente e monotone della primavera; pioveva tutto il giorno, e le finestre del suo balcone erano chiuse. Io la sentiva suonare e cantare sotto di me. Era caso, era divinazione? Essa ripeteva sempre alcune arie che mi erano care, e che mi rammentavano le scene piú dolci della mia vita. Non uscivo piú di casa per non allontanarmi da lei. Là, in quella stanza, le ero vicino; non la vedevo, ma sapevo di esserle vicino.
E poi, la sentiva!
Le scrivevo tutto il giorno, le scrivevo cose strane, immense, inaudite. Ero spaventato di me medesimo. Spesso la notte balzava dal letto e mi gettava sul pavimento come per tenderle le braccia, come per esserle piú dappresso. La mia anima, vuota da tanto tempo, si era gettata con furore su quella preda. Se la sua pietà non fosse venuta a salvarmi, io mi sarei divorato il cuore.
La rividi. Il bel tempo era ritornato, aprile era finito, e maggio fioriva. Risentii tutte le febbri della primavera, quel fuoco ardente che il sole di maggio trasfonde nelle fibre, nelle vene, nel cuore. I fiori sbocciavano, gli uccelli riprendevano le loro canzoni, le fanciulle - fiori umani - scherzavano lungo le aiuole; dappertutto linno allamore era cantato.
Un giorno nel salire la scala, vidi le sue stanze aperte, essa era sola; corsi verso di lei, e mi precipitai alle sue ginocchia. Essa fece atto di fuggire; io rimasi immobile col volto celato tra le mani. Mi si appressò piangendo, si curvò verso di me, e mi disse singhiozzando:
- Abbiate pietà, andate, lasciatemi.
- No, io morirò qui, io soffro.
- Oh mio Dio! povero giovine!
- Mi odiate?
Essa mi strinse al suo seno, e mi coprí di baci e di lacrime.
- Vi amo, vi amo, ma lasciatemi.
Fuggii come un demente.
Alla notte fui assalito dalla febbre; ebbi strane visioni, feci dei sogni puerili: vedeva delle farfalle e degli angeli, dei paesi che non aveva mai visto; mia madre, piú giovane di molti anni, piangeva vicino al mio capezzale, ed era vestita di un abito grigio che io laveva veduta portare da bambino.
Allo indomani era malato.
Le riscrissi:
"Io sono malato, io non guarirò se non vi vedo, venite".
E essa venne.
Venne per due lunghe settimane, ogni giorno, dissimulando, come poteva, il suo segreto; divisa tra langoscia del mio stato e il rossore dellinganno che le costava la sua pietà.
Fu la sua pietà, che la condusse allamore; in quei giorni le nostre anime si unirono.
Piú tardi io le scriveva ancora:
"Oh mia vita! Vieni a confortarmi. Vieni qui, lontano da cotesta casa dove non possiamo essere felici. Ho affittato una cameretta chiara, solitaria, serena, piena di sole. La riempirò tutta di fiori per te. Ma vieni. I nostri cuori hanno bisogno di palpitare luno sullaltro. Cosí si muore"
E essa venne ancora.
La pietà laveva condotta allamore; fu lamore che la condusse alla colpa.
In quei giorni si unirono le nostre vite.
Cap. V
Fummo felici, ineffabilmente felici.
Passammo attraverso una serie di sensazioni nuove, ardenti, vertiginose. Mai due anime avevano combaciato cosí pienamente, mai due nature si erano congiunte, fuse, identificate in una sola come le nostre.
Clara aveva indole forte, giusta, severa; vi era nulla di fatuo, nulla di fiacco, nulla di puerile nel suo carattere; e pure nessuna donna fu mai piú affettuosa, piú dolce, piú arrendevole, piú accarezzevole, piú eminentemente donna.
Aveva venticinque anni; era alta, pura, robusta, serena. Scopersi piú tardi il segreto di quel fascino immediato che aveva esercitato sopra di me. Essa rassomigliava a mia madre. Mia madre poteva aver avuto la stessa bellezza e la stessa età quando io nacqui.
Una volta amanti, ci abbandonammo con una specie di dolce disperanza alla nostra passione; non avemmo piú limiti; ella pure era tal natura da non conoscerne. Avremmo quasi desiderato di soffrire, di porre il nostro amore come ostacolo alla nostra felicità, al nostro avvenire, per rendercene meritevoli. Ci sentivamo struggere dalla smania di sacrificare qualche cosa luno allaltra. Cosí eravamo troppo immeritatamente felici. Non potevamo dare un prezzo a quelle gioie; le sentivamo troppo intense, troppo profonde!
Ci raccontammo tutta la nostra vita. Ci trasfondemmo luno nellaltra senza rossore, senza dissimulazioni, senza esitanze. Essa aveva vissuto poco nel mondo, aveva sposato a sedici anni un uomo che le era indifferente, non aveva mai amato, nessuno le aveva mai chiesto dellaffetto, adorava suo figlio. In quella vita di isolamento e di disamore era nondimeno felice.
Come tutte le donne veramente ingenue sera data a me senza fingere, senza esitare; essa aveva pensato a lungo alle conseguenze della sua colpa; aveva lottato a lungo; ma una volta decisa, si era abbandonata senza ritegno. Non so se ella ne arrossisse e ne gemesse in segreto; il suo contegno non lasciò mai penetrare in me questo dubbio, essa non mi parve mai che felice. Mi diceva spesso con aria di credulità e di spavento, affatto puerile: - Sono cosí felice che ho paura di morire.
Il suo rimpianto piú acerbo era di non avermi conosciuto prima; non si doleva dellavvenire che il tempo ed i suoi legami ci avrebbero, o tardi o tosto, attraversato, ma del passato che avevamo vissuto lungi l'uno dallaltro, senza conoscersi, senza sapere che esistevamo, di quei bei giorni della prima gioventú che non avevamo potuto trascorrere assieme.
- Oh, sio tavessi conosciuto allora! quanto sarei stata felice di darti questo mio cuore puro ed intatto, di offrirti tutta la mia gioventú, tutta la mia freschezza - giovinetta, anchio era bella! Come tu avresti saputo formare il mio cuore, come tavrei amato, come tavrei ubbidito!
Tali le parole che essa mi diceva soventi. Ella soffriva di non poter legare a me le prime e le piú pure memorie della sua esistenza.
Come aveva preveduto, la mia salute era rifiorita, io era ritornato forte, lieto, sereno; ma mi pareva aver tolto a lei tutto ciò che aveva aggiunto a me stesso. Essa non avvizziva, ma deperiva con lentezza. Si era come tramutata, non era piú quella di un tempo. Mi pareva fosse divenuta piú alta, piú gentile, piú flessibile; la vedeva come fosse stata unimmagine di se stessa.
Spesso essa mi diceva scherzosamente: - Ho voluto essere il tuo medico, e ho trascurato un po troppo me medesima. - Non so come avvenisse, ma è ben certo che ella mi aveva data la sua forza e la sua salute assieme col suo affetto. Lamore fa spesso di tali miracoli.
Del resto io non dirò come e quanto noi fossimo felici. Triste quella felicità che si può dire! Io mi era serbato fino allora eccezionalmente puro, essa eccezionalmente ingenua. Ci eravamo amati, ella per pietà, io per gratitudine; la stima, la simpatia, la conoscenza profonda delle nostre anime, piú che la nostra stessa gioventú, ci avevano condotti alla passione. Ella a venticinque anni, io a ventotto, eravamo ancora due fanciulli. In un gran centro di corruzione come cotesto, noi eravamo rimasti illibati, puri, vergini, ricchi di illusione e di fede - e la felicità e la grandezza di un tale amore non possono essere raccontati.
Cap. VI
Perché noi ci amavamo diversamente da tutti gli altri. I nostri piaceri piú ardenti consistevano spesso in alcune fanciullaggini senza nome, in alcune puerilità che ci avrebbero fatto sorridere se non ci fossimo amati sí ciecamente.
Una delle sue soddisfazioni piú vive era di far colazione con me, di mangiare con me dei confetti, di mangiarne molti, e tutti metà per uno; di ravviarmi i capelli, di guardare, come i bambini, la sua immagine riflessa nelle mie pupille.
Conoscevamo tutti i piú piccoli sentieri di queste praterie tristi e monotone. Vi facevamo delle lunghe passeggiate; quando si toglieva la mantiglia e il cappello, ne piantava gli spilli in qualche foglia dellera abbarbicata ad un salice, e nelle nostre scorrerie venture andavamo poi a cercarli. Non sono piú di pochi mesi che sono riuscito ancora, dopo quattro anni, a trovarne due irrugginiti dalle pioggie e dal tempo.
Ci sedevamo spesso lungo i ruscelli a veder scorrere lacqua; e strappavamo alcuni steli di erba che avevano in fondo una cannuccia tenera di sapore quasi dolce, e ce ne offrivamo a vicenda, dicendoci scherzevolmente:
- Assaggia questo.
- Oh, il mio è molto piú saporito!
- Questo è eccellente.
- Eccone uno che è squisitissimo.
E ridevamo, ed esclamavamo di noi stessi: "che fanciulli!"
Fuori di Porta Magenta, vi è dal lato destro della via un bel torrente, e un ponticello di tavole non piú largo di due spanne. Le piaceva di andare su e giú di quel ponte. Lí vicino avevamo anche trovato una capanna disabitata, il cui uscio era aperto; e vi passavamo volontieri alcune ore benché fosse piena di topi e di lucertole. La chiamavamo il nostro tabernacolo.
Tutti i contadini ci conoscevano e ci facevano mille dispetti. Alcuni fanciulli ci gridavano dietro: - oh gli amorosi! gli amorosi!
Una domenica, vistici sedere in un prato, alzarono una tavola che chiudeva lo sbocco dun canale dirrigazione.
- Mi pare desser tutta in un bagno!
- Ed io!
Prima che fossimo balzati in piedi, il prato era interamente allagato; le sue sottane, il suo scialle erano immollati; salvai a stento il suo cappello e i suoi guanti che galleggiavano. Essa ne rideva come una pazza. Quante volte ci siamo ricordati di quellavvenimento!
Quella donna sí forte, sí ricca di buon senso, in alcune cose sí seria, aveva tutte le velleità, tutti i gusti pazzi e bizzarri di una bambina.
- La mia non è che una rivendicazione; - diceva ella qualche volta mezzo tra il serio e il faceto - non mi hanno lasciato il tempo di essere una fanciulla, e me ne rivendico adesso. Meglio esserlo a venticinque anni che mai!
E lo era in fatto, e me ne dava tutte le prove possibili. La mia stanza era divenuta un caos, piena di uccelli, di fiori, di nastri, di frastagli di carta, di cartocci di confetti, di scatole. Essa vi metteva tutto a soqquadro. Chiudeva di giorno le imposte, e vi accendeva tutte le candele. Spesso diceva sentire il bisogno di gridare, di gridar forte, di urlare, - non posso fare a meno, mi sento una cosa nel petto, qui - ; e gridava, e si turava la bocca colle mani.
Mi portava delle farfalle, e mi mandava a regalare delle nidiate duccelli che era obbligato ad allevare per non dispiacerle. Nellultimo inverno che ci conobbimo, mi portò ella stessa un gattino bianco nel manicotto.
Tutto ciò mi pareva allora assai puerile; pure ho pensato soventi a queste cose, anche in anni nei quali aveva già conosciuto piú positivamente e piú spaventosamente la vita, e ho dovuto sempre esclamare: - Felici coloro che amarono a questo modo!
Cap. VII
In quellabisso di felicità, in quellebbrezza che sera impossessata delle nostre anime, io mi era quasi dimenticato di me stesso. Non erano che due mesi che ci amavamo, allorché ricevetti dal comandante del mio reggimento un ordine cosí concepito:
"Siete stato richiamato in attività, e per un riguardo allo stato cagionevole della vostra salute, applicato allo stato maggiore del quarto dipartimento. È necessario che raggiungiate fra dieci giorni la vostra destinazione".
Rimasi come colpito dalla folgore.
Cap. VIII
Rinuncio a descrivere lo strazio della nostra separazione. Il nostro dolore fu grande quanto lo erano state le nostre gioie; vero, profondo, ineffabile come lo era stata la nostra felicità. Ricopio qui testualmente la prima lettera che io diressi a Clara un giorno dopo la mia partenza, e che può darmi anche oggi la misura del mio amore e delle mie lacrime:
"Oh, mia vita! Eccoci separati, eccoci lontani luno dallaltra. Ieri ancora io era tra le tue braccia, oggi sono solo, lontano, misero, sconsolato, perduto. Che dirti? Come esprimerti il mio dolore? Tu sola, tu che mi ami cogli stessi trasporti disperati, tu puoi sapere dalle tue lacrime lamarezza e la frequenza delle mie.
Mi pare di trovarmi sotto lincubo di un sogno orrendo da cui non posso svegliarmi; non posso credere alla realtà di una sciagura cosí grande. Mi pare che ad ogni istante io debba riscuotermi da questo vaneggiamento angoscioso, e rivedermi di nuovo vicino a te. In tutti i miei grandi dolori ho provato questa specie di pietosa incredulità che me li rendeva meno terribili. Allora, come adesso, mi domandava: "È egli vero? è ciò realmente accaduto?" E lo sapeva, e lo so che ciò è vero, che ciò è accaduto.
Oh tu mi conforti santamente! Ho compreso, sai, lo sforzo che tu facevi ieri per nascondermi le tue lacrime. Povera Clara! Tu non volevi che io piangessi, e non sai quanto ho pianto stanotte. Sí, ho pianto dirottamente, dirottamente, e ho ringraziato Iddio di questo conforto. Non è debolezza il piangere, ed anche ove lo fosse, è una debolezza dolce e divina che non umilia luomo forte.
Tu non sai quanto io sono superbo di soffrire per te, per noi, pel nostro amore. Come devessere dolce il poter dire alla donna che si ama: "Tu mi costi un sacrificio, un dolore, una viltà; per te ho sacrificato le mie ricchezze, la mia fama, la mia vita". Ho compreso come si possa commettere anche un delitto per ingigantire nella nostra coscienza questo sentimento, per accrescerne il valore; ho capito come si possa scendere fino alla degradazione la piú umiliante. È lo stesso sentimento che a voi, donne, fa spesso sacrificare - quasi volonterose, quasi superbe del sacrificio - la fama di oneste allaffetto delluomo che amate. E credi, o Clara, credi che è questa sola - sia pur ella deplorabile - la misura dellamore che unisce luomo alla donna.
Non nascondermi dunque le tue lacrime, e non volere che io ti nasconda le mie. Le tue lacrime! Ah, io le sento, sí le sento, esse ripiombano qui sul mio cuore; chi sa quante tu ne hai versate oggi, ora, in questo istante. Povera anima!
Ti scrivo quattro ore dopo esser giunto in questa città; non avrei potuto farlo prima. Dio lo sa come sono partito, come sono arrivato qui, come mi trovo in questa stanza di albergo. Mi sono gettato sul letto, e ho dormito quattro ore di un sonno pesante e affannoso. Ora mi sono alzato, mi sono affacciato alla finestra, ho guardato i tuoi ritratti, le tue lettere, tutto ciò che ho portato meco di te, e ho cominciato a comprendere qualche cosa della mia nuova posizione. Dio mio! Dio mio! Io non so come potrò sopravvivere a questa prova!
Eravamo troppo felici, o Clara, non era possibile che quello stato durasse; la nostra felicità stessa ci spaventava, sentivamo qualche cosa nel cuore che ci diceva che essa doveva finire.
Non ti atterrire di questa parola "finire", no, la nostra felicità non è finita, tu lo sai, tu senti al pari di me che un amore come il nostro non può finire che colla morte, ma saremo felici in altro modo, con altra misura, con altro prezzo. Non ti vedrò piú tutti i giorni, non saprò piú cosa tu fai a tutte le ore, non riceverò piú i tuoi fiori, non vedrò piú il tuo balcone, non sentirò piú la tua voce adorata, lo strascico del tuo abito, i tuoi passi, il tuo respiro; la mia povera stanza resterà solitaria per lungo tempo, non echeggierà piú delle nostre grida; pure queste nostre gioie non ci saranno vietate interamente né per sempre. Esse erano troppo dolci perché potessimo gustarle ogni giorno; il nostro amore è troppo grande perché possiamo rinunciarci per tutta la vita.
E non sono già quelle gioie che mi allettano, che mi rendono cosí terribile la tua lontananza, non è la tua persona, la tua bellezza, la tua gioventú, le tue grazie: sei tu, mio angelo, tu sola; il tuo nobile cuore, la tua anima pia e delicata, il tuo spirito vergine e colto. È la donna-anima che ho amato in te, essa sola; e sono superbo di affermare anche nella solennità di questo istante, la purezza del sentimento che ci ha congiunti.
Perché tu conosci la mia vita, tu hai letto nelle piú ascose profondità del mio cuore; io era degno di te, io lo sono ancora, io lo sarò sempre. Senza questa coscienza, non avrei osato pretendere alla santa fraternità delle nostre anime; non oserei ora sfidare senza fremere questo avvenire misterioso che ci attende. Riposo tranquillo sul tuo amore, poiché esso non è di quelli che passano; riposa tu tranquilla sul mio. Ti assicuri il mio giuramento. Oh, Clara, io sarò sempre degno di te!
Vi è un pensiero che mi affanna, la certezza del tuo dolore: non di quello che senti ora, ma di quello che sentirai quindinnanzi. Io comprendo, piú che tu non pensi, lo stato della tua anima. Tu ti sei data a me per pietà; la mia gratitudine ti ha mostrato un cuore che non hai potuto non amare perché era troppo simile al tuo; la tua gaiezza, la tua gioventú, hanno gettato sui nostri abbandoni un velo che ce ne nascondeva il lato colpevole; finché io era vicino a te, tu potevi essere felice, ma ora Oh, mia vita, non pensare a te stessa; che la solitudine non ti faccia adoperare per evocare delle ricordanze quella forza che tu ponevi a dimenticare, che essa non ti tragga a pensare a dei legami che ti farebbero infrangere quelli che ti uniscono a me! Abbi pietà ancora, ancora, fino a che ledificio innalzato dal tuo amore non sia interamente compiuto.
Ecco, o cara, lo sgomento incessante che viene ad aggiungersi a questo dolore già immenso. Non è la fede in te che mi manchi, ma quella nellavvenire; diffido non di te, ma della forza delle cose, del tempo. Confortami, costringimi a credere, non a sperare. In un amore come il nostro bisogna credere; lo sperare è nulla.
Voleva dirti Vi è negli affetti, come in tutto, un linguaggio convenzionale, delle frasi troppo ripetute perché abbiano ancora un valore, pure, come esprimersi diversamente? Voleva dirti che io morrei perdendoti. Lo sento in me, ne ho la certezza profonda, fredda, calma, incrollabile; e ciò forma la mia gioia: io sono dunque ben certo di non perderti che morendo.
Non so se ti ho detto abbastanza che ti amo, come ti amo, sino a qual punto ti amo. Ti ricordi? Ci disperavamo spesso tutti e due di questa impotenza, ma ora è ben altra cosa. In quei giorni non potevamo dircelo, ma potevamo in qualche modo provarcelo. Tu leggevi in me, ma adesso? È ora che io sento piú che mai il bisogno di aprirti il mio cuore, di dirti tutto ciò che vi è nellanima mia. Io ti amo, o Clara, io tamo fino alladorazione, fino alla follia, fino a quel punto estremo delle nostre facoltà, oltre il quale vi sarebbe la morte, la cessazione, il nulla.
Come non amarti cosí? Sei tu che mi hai ridonato alla vita; tu che mi hai restituito la salute, la forza, la gioia, la gioventú, il coraggio. Tutto ciò che io sarò, lo dovrò a te, senza di te io sarei stato piú nulla. Tu mi hai tenuto luogo di madre, di sorella, di amica, di patria - sí, anche di patria, poiché è per amor tuo che adoro cotesto angolo di terra; - tu sei stata, tu sei ancora il mio mondo, tu lo sarai sempre. Dovessi tu ripudiarmi, respingermi, io sento che non potrei mai disconoscere questo debito, né ribellarmi alla santità di questa memoria.
E ti dico ciò perché tu sappia fino a qual punto puoi calcolare sul mio affetto, fino a qual punto sulla mia gratitudine.
Ascolta ora il mio giuramento. Io non vivrò che di te, che per te; dimenticherò che vi sono al mondo altre creature, sarò onesto per essere degno del tuo amore. Eleverò questo affetto fino al culto di una religione. Ogni sera mi raccoglierò per pensare a te, ogni quindici giorni verrò a vederti. La distanza che ci separa non è sí grande da rendermelo impossibile. Il nostro santuario - quella stanzetta ove fummo tanto felici - è ancor nostro, ne ho meco le chiavi: non vi saranno piú i nostri fiori, i nostri uccelli che ho lasciato volar via; ma vi ritroveremo ancora noi stessi, le nostre gioie, la nostra felicità, il nostro entusiasmo, i nostri cuori ardenti e immutabili. Potremo essere ancora felici, o mia buona Clara, potremo essere ancora felici!
Ed ora, addio. Non por mente al disordine delle mie idee, perché la mia testa è quasi perduta. Ti scrivo come in un sogno, e mi porto spesso le mani al cuore per comprimerne i battiti. Oh potessi essere vicino a te, o mio angelo, vicino a te, e morire a tuoi piedi!"
Cap. IX
Oh Clara, perché mi hai tu abbandonato!
Eccomi solo, piú solo ancora di prima, giacché non ho nemmeno piú meco le illusioni che prima di conoscerti mi rendevano cara la speranza. Io ho sopravvissuto al nostro amore, alla tua perdita, alla rovina della mia fede, a tutto, io che credeva di morire pel tuo abbandono. Con te sarei passato nella vita, buono, amato, pio, dolcemente mesto, indulgente; non avrei lasciato forse dei fiori sul mio sentiero, ma lo avrei cosparso di benedizioni e di lacrime. La fortuna mi ti ha negato - fu un lampo - i primi passi della mia esistenza erano sbagliati; io doveva correre rovinosamente fin verso il suo termine. Ho bevuto un sorso della coppa, e basta; ora è finito.
Finito!
Lamore muore. Ecco il grido terribile che si innalza da quel sepolcro nel quale ho composto per sempre le ceneri del mio passato. Perché non rimpiango te sola, ma la mia fede, quella fede che non potrò trovare mai piú; e senza la quale dovrò passare nel mondo senza attaccarmi piú a nulla, e irridere a quelle cose che ho creduto un tempo le sole sante e nobili della vita.
Nondimeno non ti condanno, né la mia voce si alzerà mai contro di te; il mio cuore, tu non lo sai, ma il mio cuore ti benedice in segreto.
Ti ho incontrata sulla mia via, in unepoca in cui la mia anima dolorava e i miei piedi sanguinavano per lasprezza del cammino, e tu mi hai preso per mano, e mi hai condotto in un sentiero fiorito e delizioso. E perché non dovrei benedirti? Tu non avevi contratto un debito di amore eterno con me; la società, la natura stessa lo vietavano. Mi avevi amato per pietà, avevi voluto rifarmi uomo, ridonarmi la forza e lingegno, ritemprarmi al fuoco di una passione; ebbene il tuo mandato era compiuto, tu dovevi abbandonarmi, era giusto. Altri doveri ti richiamavano sulla via dalla quale io ti aveva allontanata. Tuo marito, tuo figlio!
Indarno il mondo vorrebbe farmiti credere disprezzevole, indarno lo vorresti tu stessa. Tu sapevi che io non avrei cessato di adorarti finché ti avessi stimata, e tentasti mostrarmi il tuo cuore nudo di ogni virtú, indicarmi la condanna disonorante che pendeva sulla tua condotta. No, Clara, io non ti apprezzerò meno per questo. Io non farò caso delle leggi degli uomini, perché so che il cielo ha donato allamore delle leggi piú generose, piú salde, piú ragionevoli. Ciò che noi consideriamo come la piú gran colpa possibile nella donna - ladulterio - non è spesso che una rivendicazione dei diritti piú sacri che le ha dato la natura, e che la società le ha conculcato. Nel tuo caso era ancora di piú; era un sacrificio grande e sublime. Io solo posso saperlo. No, non temere, o Clara, vi è nellamore una solidarietà che non si smentisce. Fossi tu le mille volte colpevole, io ti amerei ancora doppiamente perché so che lo saresti per amor mio.
Ogni qualvolta ripenso a te, mi corrono alle labbra le miti parole di Cristo: "Ti sarà molto perdonato, perché hai molto amato".
Cap. X
Ho voluto accennare brevemente a questa passione damore che fu la piú vera e la piú grande della mia vita, per mettere in maggior luce il contrasto di idee e di sentimenti che quellaffetto doveva produrre nella mia anima, in seguito ai fatti che imprendo a raccontare. Durante lo svolgimento di questi fatti lamore di Clara perdurò vivo e ardentissimo; e non fu che alla vigilia della loro catastrofe terribile che ne fui abbandonato.
È nelle leggi della Provvidenza che lunione delluomo e della donna debba essere passeggiera, e la nostra separazione non fu che una conseguenza di questo decreto inesorabile della natura; ché se le leggi umane hanno potuto imporre a questa associazione una durabilità a vita, lesperienza ci mostra che le leggi del cuore e le leggi provvidenziali ne trionfano sempre segretamente.
Il matrimonio è lunione di due creature che si tollerano, e si amano qualche volta di amicizia, mai lunione di due anime che si amano perennemente di amore.
Questa eternità dellamore è unaspirazione degli uomini che si sono quasi illusi di conseguirla imponendosene le apparenze. Se lamore fosse durevole, la felicità sarebbe ricondotta in un mondo da cui fu forse bandita per sempre.
Da cinque mila anni lumanità piange sulla caducità dellamore.
Cap. XI
Allorché io giunsi a * * *, nonostante il dolore di quella separazione improvvisa, poteva quasi dirmi felice. Allora io era ancora pieno di fede; era guarito da una malattia che aveva creduto mortale, aveva trovato uomini e cose benigne; e pareva che la fortuna avesse voluto porgermi di nuovo una mano amichevole. Quella prima lettera che di là aveva scritta a Clara, non era che una prova della mia felicità. I miei dolori erano di quelli che sopravanzano in dolcezza tutte le gioie possibili della vita, quelli che intessono i fiori piú belli nella corona della gioventú, la sola età dellesistenza in cui si sappia veramente amare e soffrire.
La piccola città di * * * - ne taccio il nome perché potrei smarrire queste pagine, e ho caro che niuno conosca il luogo dove ho sofferto, e dove vi è una tomba su cui posso recarmi qualche volta a piangere - è una città angusta e monotona, posta vicino al letto di un fiume quasi sempre asciutto. I dintorni sono una specie di landa, una pianura sabbiosa ed estesissima, tanto poveramente coltivata da non vedervi che pochi olmi tortuosi e pochi filari di gelsi intisichiti. Capitandovi a caso, si crederebbe di aver messo piede in una steppa o in una savana piuttosto che in un lembo di pianura rasente le alpi. Né gli uomini erano allora piú cortesi della natura. Ogni socievolezza, ogni agio della vita, o meglio ogni esuberanza di agio, vi era bandita. Da quella città a Milano corre per lo meno tanto quanto da Milano a Londra. Un villaggio qualunque di Lombardia potrebbe offrire un soggiorno meno sgradevole di quella piccola città, per la cui posizione strategica vi sera posta la sede di un dipartimento militare.
Alzatomi, e scritta quella lettera a Clara, consumai il resto di quel primo giorno a girovagare per le vie e ad osservare i dintorni monotoni di quel paese. Benché scoprissi in quel deserto una specie di oasi, un vecchio giardino incantevole, doppiamente incantevole perché abbandonato da anni allopera distruttrice del tempo e a quella liberamente riparatrice della natura, fui lieto dellesito di quellesame, che, come ho detto, era non poco sconfortante. Una città fragorosa mi avrebbe distolto da quella passione per cui aveva duopo di raccoglimento e di pace; una natura piú ricca mi avrebbe fatto sentire con maggiore intensità il dolore della sua lontananza, giacché le piú belle memorie del nostro affetto si legavano in qualche modo alla natura.
Fui lieto di poter raccogliere e versare in me stesso tutta la mia fiamma, di alimentarla col suo fuoco medesimo, di non poter perdere né menomare alcuna delle sensazioni che avrebbe risvegliata in me lopera assiduamente attiva di quel pensiero.
Chiudermi in una stanza, e popolarla dei fantasmi del mio amore - era il mio voto. Vivere a me, e a lei. - Vivere solo.
Io comprendeva che le sarei stato tanto piú dappresso, quanto piú mi sarei trovato lontano da ogni altra creatura.
Allora era ancora capace di creare intorno a me dei mondi.
Cap. XII
Allindomani mi recai a visitare il colonnello, capo del servizio a cui era stato destinato.
Egli era uomo di circa sessantanni, esile e piccolo di statura; il suo carattere aveva in sé nulla di forte e di maschio, ma labitudine del comando e della disciplina avevano dato ai suoi modi unimpronta francamente energica e militare. Come in gran parte delle nature deboli, quellassenza di forza era compensata da molta dolcezza danimo, e da una specie dingenuità che rasentava quasi lignoranza, tanto era straordinaria in un uomo di quelletà e di quella professione. Aveva indole allegra e vivacissima. Lo si poteva dire un cattivo soldato, ma era un abile matematico, un eccellente disegnatore, espertissimo di tutte le scienze attinenti alla guerra; e, cosa straordinaria in ogni classe duomini, doppiamente straordinaria fra militari, era uomo eccezionalmente onesto.
Unavventura successami due anni prima, per la quale io aveva arrischiata la mia vita con unestrema temerità, e laveva avuta salva in modo singolarissimo - avventura troppo impressa nelle mie memorie, perché mi giovi laffermarla ora su queste pagine - mi aveva creato nellesercito una specie di strana reputazione; la mia malattia, i miei casi avevano contribuito a circondare il mio nome di un prestigio in parte lusinghiero, e a risvegliare un interesse affettuoso per la mia persona.
Fu forse a tale prevenzione che io fui debitore dellaccoglienza amichevole che ricevetti dal colonnello.
- Noi ci troviamo qui - dissegli dopo avermi parlato a lungo di molte cose - come fossimo in un villaggio di Barberia; siamo poco meno che tra i Pellirosse. Dubito se avrete trovato un alloggio dove acconciarvi onestamente e comodamente.
- Sono tuttora allalbergo - io dissi.
- Allalbergo! E come vi avete mangiato?
- Non so ; parmi pessimamente.
Il colonnello sembrò un poco meravigliato di quel mio dubbio; guardò il suo orologio, e riprese:
- Non mancano che pochi minuti alle cinque. Vi invito a pranzare con me, in mia casa, accettate?
- Accetto - risposi io inchinandomi.
Dopo qualche istante uscimmo.
- Noi facciamo una piccola mensa in famiglia - continuò egli lungo la via. - Propriamente parlando, non posso dire di aver famiglia, ma ho meco una mia parente che ne tiene le veci, benché la poveretta sia di salute cosí cagionevole da darmi piú pensieri che non me ne tolga. È una mensa abbastanza modesta. Qui non vi sono che pessimi elementi di cucina, la verdura sopratutto è demoralizzata; ma almeno vi si mangia, vedrete Già, alla mia età, il bisogno di un pranzo discreto è inesorabile. Avrete della compagnia; vi vengono due maggiori, un colonnello, un dottore di reggimento, due medici borghesi; siamo in otto in tutto. I medici poi - egli riprese - affluiscono a casa mia come in un ospitale. Mia cugina è la malattia personificata, listerismo fatto donna, un miracolo vivente del sistema nervoso, come si espresse ultimamente un dottore che lha visitata. Ve la farò conoscere. Avrei potuto mandarla poco lungi di qui, presso una famiglia che ne avrebbe avuto gran cura, giacché ella è rimasta sola al mondo, ma non so separarmene; a sessantanni si vive di abitudini; e poi questaria morta le giova, e anche questo paese di Pellirosse non le dispiace.
Giungemmo in breve alla sua abitazione.
Il pranzo fu allegro, eccellente, condito di molta maldicenza, di frizzi, e di quelle frasi equivoche e poco castigate che sascoltano per solito tra militari.
Vicino a me era un coperto intatto e ne feci losservazione.
- È il posto della signora Fosca - mi disse uno dei commensali.
- Di mia cugina; - aggiunse il colonnello - essa tiene il letto sette giorni della settimana, e anche oggi non sta meglio del solito. Mi dispiace che non labbiate veduta, è della voracità di una mosca.
Allorché ci fummo alzati da tavola, egli mi si piantò dinanzi colle gambe sparate, e colle mani incrociate dietro la schiena, e mi chiese:
- E cosí, come avete pranzato?
- Ottimamente.
- Davvero?
- Diamine, a meraviglia!
- E che ve ne pare di questo locale?
- Magnifico.
- Di questa nostra società?
- Ne sono lusingato - dissio.
- Francamente, senza complimenti, da amici - riprese egli drizzandosi e riunendo le sue gambe colla vivacità dello scatto di una molla; e levandosi la mano destra di dietro la schiena, e porgendomela, aggiunse:
- Se volete far parte della nostra mensa, se volete aggregarvi a noi non avete a temere per la vostra borsa, la base fondamentale della nostra associazione è leconomia. Già È un sentimento di carità che mi consiglia a farvi questa proposta E anche di simpatia - continuò porgendomi laltra mano. - Pensateci bene, noi vi parliamo per esperienza in questo paese di Pellirosse
Era unofferta che non poteva in alcun modo declinare.
Accettai benché a malincuore.
Cap. XIII
Conobbi però assai presto che non aveva che a rallegrarmi di questa specie di legame da cui, a primo aspetto, era stato messo un poco in pensiero. I compensi erano maggiori dei danni, la piú schietta cordialità vi temperava le soggezioni della disciplina; e daltronde il paese offriva realmente nulla. I miei commensali poi erano tutta gente dabbene, un poco millantatori, un poco fatui - difetti di soldato - ma in fondo in fondo onesti e leali.
Se vera cosa atta a lusingarmi era questa, che tutti erano pieni di benevolenza per me, e gareggiavano nel rendermi qualche servigio. Un medico di reggimento, in special modo, maveva posto non poca simpatia, e mi voleva seco assai spesso. Era uomo maturo danni e di senno, ma giovine di cuore; in alcune cose, come tutti gli uomini un po piú che mediocri, fanciullo; in fatto di princípi, virtú rara tra medici, credente. Non tardai a mettergli affetto io pure; e fu la sola persona che richiedessi e ripagassi damicizia in quel luogo.
La cugina del colonnello non sera ancor fatta vedere. La malattia continuava a trattenerla nelle sue stanze. Io mera avvezzato già da parecchi giorni a chiederne notizie a suo cugino, e a ripetergli alcune frasi di condoglianza che erano ben lungi dallesprimere un dispiacimento sentito, giacché era naturale che non potessi molto dolermi de suoi mali, non conoscendola; ma letichetta ha spesso esigenze ancor piú ridicole.
Il suo posto rimaneva costantemente vuoto, ma nondimeno il suo coperto era sempre apparecchiato; in uno de suoi bicchieri vera tutti i giorni un fiore fresco; e, cosa che mi preoccupava non poco, benché non sapessi immaginare le ragioni - e non ve nerano - quel posto vacante rimaneva sempre vicino al mio, ora da un lato, ora dallaltro, ma sempre vicino. Ciò mi metteva in pensiero, mi pareva che mi mancasse qualcosa, non mi trovava a mio agio, mi sembrava che essa avrebbe dovuto entrare da un istante allaltro per venirsi a sedere al mio fianco.
Questa preoccupazione era però esclusivamente mia, i miei commensali non si davano alcun pensiero di quellammalata, e parevano considerare quello stato di cose come naturalissimo. Tutto al piú si limitavano a dire a fin di tavola:
- Anche oggi la signora ci ha lasciati soli!
Per me trovava strano che ogni giorno si apparecchiasse per lei, e ogni giorno la si aspettasse, come se la sua malattia fosse stata cosa da poterla abbandonare da unora allaltra; né avrei osato chiedere spiegazioni al medico, col quale, come ho detto, era già entrato in qualche intimità, se un avvenimento inatteso non mi avesse posto nellobbligo di farlo.
Un giorno, durante il pranzo, fui colpito da urla acute e strazianti che provenivano dalle stanze della signora. Quelle grida echeggiarono sí fortemente e sí improvvisamente nella nostra camera, che io trasalii, e quasi per istinto feci atto di alzarmi e di voler accorrere in suo aiuto.
Il colonnello sorridendo un po tristamente, e stringendomi la mano come per ringraziarmi di quellintenzione, mi prevenne, e mi disse:
- Non vi sgomentate, è mia cugina, essa patisce di convulsioni nervose, è cosa da nulla, fra pochi minuti le saranno cessate.
Uno dei medici si alzò da tavola un po a malincuore, e senza mostrare di darsene molto pensiero, entrò nellappartamento di Fosca. Le sue cameriere non avevano dimostrato maggior premura di lui. Degli altri commensali nessuno si era mosso, o aveva dato il menomo segno di meraviglia.
A me era stato impossibile frenare la mia emozione. Non solo quelle grida erano orribilmente acute, orribilmente strazianti e prolungate, ma io non aveva immaginato mai che vi potesse essere qualche cosa di simile nella voce umana; o essendovi, non mi pareva possibile che luomo da cui era uscito una volta un tal grido potesse vivere ancora.
Ho esperimentato, prima e dopo quel giorno, fino a qual limite possa giungere il dolore nella natura umana, e ne ho intese tutte le rivelazioni vocali possibili, ma non mi avvenne mai di sentirlo manifestare con un linguaggio cosí orrendamente spaventoso come quello. Oggi ancora, dopo cinque anni, io risento ne miei sogni leco di quelle grida terribili.
- Vedo che siete un poco preoccupato da quellavvenimento - mi disse il medico allorché fummo usciti assieme da quella casa. - Confessate
- Voi prevenite la mia domanda - interruppi io ansiosamente. - Ne fui commosso nel piú profondo dellanima; perché dovrei nascondervelo? Non so come non si potesse esserne commossi. Ma che malattia ha dunque quella donna?
- Tutte.
- Tutte! Spiegatevi.
- È una specie di fenomeno, una collezione ambulante di tutti i mali possibili. La nostra scienza vien meno nel definirli. Possiamo afferrare un sintomo, un effetto, un risultato particolare, non lassieme dei suoi mali, non il loro carattere complessivo, né la loro base. Possiamo curarla come empirici, ma non come medici. È una malattia che è fuori della scienza; lazione dei nostri rimedi è paralizzata da una serie di fenomeni e di complicazioni, che larte non può prevedere. E larte medica, voi lo sapete, non è che una povera cosa - si va innanzi per induzioni.
- Ma quelle grida? - io dissi.
- Ciò è il meno, convulsioni isteriche. Già il fondamento de suoi mali è listerismo, un male di moda nella donna, uninfermità viziosa che ha il doppio vantaggio di provocare e di giustificare. Quella creatura è duna irritabilità portentosa, ha i nervi scoperti, - (mi ricordo di questa espressione: "i nervi scoperti"). - La menoma contrarietà, il menomo urto bastano a provocare quella catastrofe che oggi vi ha tanto spaventato. Del resto è cosa di tutti i giorni. Fu un caso che non sia piú avvenuta da qualche tempo in quellora.
- Suo cugino non sembra però molto impensierito da questo stato di cose.
- È naturale. Non vi è rimedio.
- Ella vi soccomberà dunque presto?
- Non credo, la sua macchina è sí debole che non ha forza di produrre una malattia mortale.
- Strano!
- Ne abbiamo esempi ogni giorno; ogni trionfo è leffetto di una lotta; occorrono elementi atti a lottare; in un corpo come quello non vi è lotta; tutti quei mali si paralizzano; i forti e i robusti giuocano sempre una partita assai seria colla infermità, i deboli se ne schermiscono. Con una salute come quella si vive spesso fino a ottantanni.
- È una teoria consolante pei deboli, - io dissi; - ma come ha potuto buscarsi tutti quei mali?
- Nessuno lo sa.
- Il suo passato?
- Lo ignoro.
- È giovine?
- Venticinque anni
(Letà di Clara!)
- È bella?
Il mio amico sorrise con aria di mistero, e si portò un dito alle labbra come per impormi il silenzio.
- Non credete che essa sia lamante del colonnello?
- Non credo - dissegli.
E sorrise da capo, e piú vivacemente.
In quellistante eravamo giunti alla porta della sua casa. Conveniva separarsi.
- La vedrete fra poco - continuò egli - giudicherete voi stesso della sua bellezza. Bisognerà che vi mettiate sulle difese.
E nellallontanarsi mi ripeté con aria scherzevole:
- Badate al vostro cuore: tenetevi in guardia!
Perché un tale avvertimento e perché offerto in tal guisa?
Non sapeva comprendere il vero significato di quelle parole.
Cap. XIV
Era però curiosissimo di conoscere quella donna.
Al domani il colonnello mi aveva detto:
- Mia cugina ha bisogno di voi. Avreste per lei qualche libro di lettura amena, non scientifico; qualche romanzo?
- Vedrò di procurargliene alcuni.
- Quella donna divora i libri, è un tarlo da libri, legge come noi fumiamo. Io non so piú a chi raccomandarmi, qui non vè nemmeno un gabinetto di lettura; in questo paese di Tartari, di Pellirosse
Gli portai la Nuova Eloisa di Rousseau, lUomo singolare e le Confessioni alla tomba di Lafontaine. Mi rimandò subito questultimo, dicendosi spaventata del titolo. Poco dopo ebbi anche gli altri. Nella Nuova Eloisa trovai molti passi controsegnati in margine con matita, e una striscia di carta postavi per segnacolo, su cui vi era scritto da un lato Sursum, e dallaltro Excelsior.
I passi controsegnati rivelavano, assieme alla natura intima dei suoi patimenti, una intelligenza robusta, fina, perspicace. Quella donna aveva dellingegno. Ella non poteva essere poco infelice, giacché era capace di conoscere la propria infelicità. Gli infelici ignoranti fruiscono di una propria beatitudine, in confronto dei dottamente infelici. Era naturale che desiderassi ancora piú vivamente conoscerla.
In tutta la mia vita - fosse caso, fosse attrazione - non fui mai circondato che da sventurati; sullorizzonte della mia gioventú i miei occhi non hanno mai incontrato altro spettacolo che quello desolante della miseria; io stesso non mi sono nutrito che de suoi frutti piú amari, e spesso ho dovuto divorarmi il cuore perché non aveva nemmeno quelli; pure non ho mai saputo ribellarmi a questo sentimento di simpatia irresistibile che la natura mi ha posto nellanima per tutti gli infelici.
Ho trovato sempre un buono in ogni sventurato, un perverso in ogni prospero. In questo dolore immeritato di tanti uomini, ho veduto sempre un segreto di predilezione per parte della Provvidenza, delle fila misteriose che uscivano fuori della vita e si perdevano nelleternità dellignoto. Tutti lo hanno veduto, tutti lo hanno sentito. Se vi è qualche cosa oltre la vita, è pegli infelici. Cristo lo ha detto: "Beati coloro che piangono perché saranno consolati".
Cap. XV
Il mio desiderio fu esaudito: conobbi finalmente Fosca.
Un mattino mi recai per tempo alla casa del colonnello (vi pranzavamo tutti uniti e ad unora, ma per la colazione vi si andava ad ore diverse, alla spicciolata) e mi trovai solo con essa.
Dio! Come esprimere colle parole la bruttezza orrenda di quella donna! Come vi sono beltà di cui è impossibile il dare una idea, cosí vi sono bruttezze che sfuggono ad ogni manifestazione, e tale era la sua. Né tanto era brutta per difetti di natura, per disarmonia di fattezze, - ché anzi erano in parte regolari, - quanto per una magrezza eccessiva, direi quasi inconcepibile a chi non la vide; per la rovina che il dolore fisico e le malattie avevano prodotto sulla sua persona ancora cosí giovine. Un lieve sforzo dimmaginazione poteva lasciarne travedere lo scheletro, gli zigomi e le ossa delle tempie avevano una sporgenza spaventosa, lesiguità del suo collo formava un contrasto vivissimo colla grossezza della sua testa, di cui un ricco volume di capelli neri, folti, lunghissimi, quali non vidi mai in altra donna, aumentava ancora la sproporzione. Tutta la sua vita era ne suoi occhi che erano nerissimi, grandi, velati - occhi duna beltà sorprendente. Non era possibile credere che ella avesse mai potuto essere stata bella, ma era evidente che la sua bruttezza era per la massima parte effetto della malattia, e che, giovinetta, aveva potuto forse esser piaciuta. La sua persona era alta e giusta; vera ancora qualcosa di quella pieghevolezza, di quella grazia, di quella flessibilità che hanno le donne di sentimento e di nascita distinta; i suoi modi erano cosí naturalmente dolci, cosí spontaneamente cortesi che parevano attinti dalla natura piú che dalleducazione: vestiva colla massima eleganza, e veduta un poco da lontano, poteva trarre ancora in inganno. Tutta la sua orribilità era nel suo viso.
Certo ella aveva coscienza della sua bruttezza, e sapeva che era tale da difendere la sua reputazione da ogni calunnia possibile; aveva daltronde troppo spirito per dissimularlo, e per non rinunziare a quegli artifici, a quelle finzioni, a quel ritegno convenzionale a cui si appigliano ordinariamente tutte le donne in presenza dun uomo.
Me le era presentato da me stesso nellentrare. Allorché fui seduto a tavola, ella venne a prender posto vicino a me, e mi disse con dolcezza:
- Vi vedo solo, e mi permetto di farvi un poco di compagnia. Desiderava di conoscervi, e di ringraziarvi personalmente dei libri che mi avete mandato. Mio cugino mi aveva parlato di voi, e avrei voluto vedervi un po prima. Ma come fare? Sono sempre cosí malata!
Fui colpito dalla soavità della sua voce, piú ancora di quanto nol fossi stato dalla sua bruttezza.
- Ora mi sembrate però guarita - risposi io.
- Guarita! - esclamò ella sorridendo - mi pare di no. Linfermità è in me uno stato normale, come lo è in voi la salute. Vi ho detto che ero malata? Fu un abuso di parole. Ne faccio sempre. Per esserlo converrebbe che io uscissi dalla normalità di questo stato, che avessi un intervallo di sanità. Ho voluto tenermi chiusa parecchi giorni nella mia stanza, ecco tutto; ne aveva le mie ragioni; ho attraversato un periodo di profonda malinconia.
Vedendo che la conversazione minacciava sí presto di trascinarci nel campo delle confidenze, mi astenni dal risponderle.
- Non sapete - ella riprese dopo un istante di silenzio e con tuono diverso di voce - che quel romanzo di Rousseau mi ha entusiasmata? Ne conosceva il soggetto, e ne aveva avuto sottocchi alcuni sunti, ma non laveva mai letto.
- Avete avuto troppo premura di restituirmelo, è libro che vuol essere meditato.
- È vero, se il meditarvi sopra non fosse cosa pericolosa.
- Parmi anzi utile.
- Utile sí, certamente. Voleva dire pericolosa per la nostra pace, per noi donne, per me. Vi sono delle letture che mi fanno male.
- Voi sapete - io dissi per tenermi da capo sulle generali - che Rousseau, cosí virtuoso nei suoi libri, ha esposto cinque figliuoli alla ruota di Parigi?
Essa mostrò di non aver compreso quellartificio; accennò del capo come avesse voluto dire: "Altro è luomo, altro le sue opere", e riprese:
- Credo che il meditare sui libri e il rileggerli sia cosa sommamente inutile, anzi sommamente nociva; a meno che in tutta la vita non se ne leggesse che uno solo, e questo fosse tale da instillarci princípi retti e da fortificarvici. Di libri educativi non ve ne può essere che uno, pena la contraddizione, giacché ogni uomo ha vedute opposte, o per lo meno diverse. Il leggere molti libri, il meditare su molti non ha altro effetto che quello di renderci dubbiosi sulle nostre idee, incerti nei nostri pensamenti; non si sa piú a che cosa credere, e spesso si finisce col non credere piú a nulla. Sono convinta che ogni libro che non diverte, fallisce il suo scopo; che ogni libro che fa pensare, nuoce. Lobiettivo dogni lavoro letterario dovrebbe essere la fantasia - non la testa che si guasta, non il cuore che sanguina - ma limmaginazione che si esalta e gioisce. Non avete mai provato lebbrezza dellimmaginazione?
- Qualche volta. Ma credete che i suoi piaceri siano innocenti?
- O non vi è innocenza, o lo sono. Credo che possiamo non commettere una colpa, ma non possiamo non immaginarla. Non vi è azione senza idea di azione; bisognerebbe escludere il merito di fare o non fare. I traviamenti dellimmaginazione sono naturali, spontanei, direi quasi obbligatori; son essi che costituiscono il valore morale delle nostre azioni.
- Queste teorie hanno tanto di specioso quanto hanno poco di vero; - io dissi - ma, se non sono in errore, vostro cugino vi ha accusata con me di far un abuso della lettura.
- Sorvolo sui libri - rispose ella mestamente - come sarei sorvolata sulla vita, se la vita fosse stata per me. Ho letto una volta di un fiore la sommità del cui calice è sparsa di un polline dolce e salutare, e il fondo di un polline amaro e velenoso; le farfalle che vi si fermano troppo, vi muoiono; cosí è di tutte le cose; cosí è della vita. Non leggo né per imparare, né per pensare - abborro i libri di morale e di metafisica - leggo per dimenticare, per conoscere quali sono le gioie che il mondo dispensa ai felici e per goderne quasi di un eco. È tutto ciò che io posso fruire dellesistenza; fuggire dalla realtà, dimenticare molto, sognare molto. Voi comprendete - aggiunse ella con aria di mesta ironia - il bisogno che io ho di attenermi a questo sistema, non avete che a guardarmi.
- E perché - risposi io confuso e commosso da quelle parole. - Se siete inferma, guarirete; la vita ha dolcezze per tutti, ne ha di quelle assai intime che né gli uomini, né le sventure ci possono togliere - il piacere di beneficare.
- Beneficare! - interruppe essa - ho provato. Ho gettato i miei gioielli e i miei abiti di seta dinanzi ad una folla di infelici che mi laceravano il cuore collo spettacolo della loro miseria. È dolce, ma non basta. Lesistenza non può essere tutta un sacrificio. La pietà non è che amore passivo, amore morto.
- È però sempre un aspetto dellamore - io dissi - né lo possiamo credere un affetto solitario se lo vediamo ricompensato dalla gratitudine.
- Credo piú presto alla gratitudine dellamore che a quella del beneficio - rispose ella.
Io tacqui. Successe un istante di silenzio. Ad un tratto - o volesse ella vendicarsi dei tentativi che io aveva fatto per deviare la conversazione da quel soggetto, ora che me ne vedeva infervorato, o si dolesse realmente desservisi lasciata andare - proruppe in uno scroscio di risa, e disse:
- Sono pazza io! In che discorso vi ho mai trascinato! Capisco che con me si può camminare impunemente anche su questa china sdrucciolevole; ad ogni modo È molto tempo che siete arrivato qui? Avete veduto tutta la città? Vi piace?
- Da pochi giorni e ho girovagato un poco per le vie. Sono del parere di vostro cugino
- Un paese di Barberia?
- E di Pellirosse!
Sorridemmo tutti e due, e credo luna e laltro per cortesia.
- Siete stato al giardino?
- Una volta.
- E al castello?
- Vi è un castello?
- Diamine! Avete visto il paese ad occhi chiusi. Ho pregato mio cugino di condurmivi stasera. Se volete farci lonore di accompagnarci
- Molto volentieri, ve ne ringrazio - e diceva la piú solenne menzogna del mondo. - Dacché ho lasciato Milano, sono vissuto in un isolamento il piú rigoroso, ho paura di ammalarmi di solipsia; ma come uscir fuori di questo paese? La campagna è una landa, una brughiera; non vi è unombra, non vi ho ancora veduto un giardino, un fiore; io che vo pazzo dei fiori come le femmine. Sta bene che siamo in agosto
Fosca si alzò senza dir nulla, entrò nella stanza vicina, e ritornò subito dopo, tenendo in mano un mazzetto piccolissimo di fiori che mi offerse senza parlare.
Quellatto mi sorprese e mi turbò nel piú profondo dellanima. La sua offerta era stata fatta tanto opportunamente, e con tanta delicatezza che ne fui colpito. Ella savvide forse del mio turbamento, e si affrettò a dire come per togliermi dimbarazzo:
- Anchio amo molto i fiori, e se fossi sana vorrei coltivarne; ma se ne trovano parecchi che sono ingrati, e mi procurano delle terribili emicranie coi loro profumi. Anche la società dei fiori è qualche volta pericolosa.
E vedendo che mera alzato, e aveva preso il mio cappello per uscire, aggiunse avvicinandosi alla finestra che era aperta:
- Guardate, abbiamo lí, nel palazzo di fronte, una serra magnifica, delle petunie, una collezione di cardenie
Cosí dicendo ci eravamo appoggiati al parapetto. In quel momento passava sulla via, e proprio in faccia a noi, un convoglio funerario.
Ella lo vide, impallidí, retrocesse, si cacciò le mani nei capelli, emise un urlo terribile, e cadde rovesciata sul pavimento.
Le sue cameriere accorsero, e la trasportarono nelle sue stanze in preda alle convulsioni piú violente.
Io uscii da quella casa, quasi insensato.
Cap. XVI
Credeva che questo avvenimento le avrebbe impedito di uscire, e ne sarei stato lieto, giacché avevo ricevuto in quel giorno una lettera da Clara, e mi sentiva lanima tutta ripiena di lei. Avrei bensí desiderato di recarmi in quel giardino, ma avrei voluto andarvi solo; aveva bisogno di pensare, di ricordare, di fantasticare a mio talento.
In quel momento la compagnia stessa di Clara mi sarebbe forse stata meno piacevole della sua memoria. Piú volte a Milano aveva cercato qualche pretesto onde allontanarmi da lei, allo scopo di ritirarmi nella mia stanza e pensarci liberamente. Lamore ha spesso bisogno di ripiegarsi su se medesimo.
In quel giorno Fosca venne invece a sedersi a tavola vicino a me; e benché apparisse estremamente sofferente, si adoprò a tenerci lieti, e a rinfocare la conversazione con mille artifizi ingegnosissimi ogni qualvolta mostrava di languire.
Il suo spirito non era superficiale, la sua intelligenza era assai piú profonda di quanto non so lo sia ordinariamente unintelligenza di donna: essa aveva del talento, e una distinzione di modi affatto speciale. Non poteva però indovinare se quel suo dissimulare tali virtú, quellaria di non avvertirle fosse vera inconsapevolezza, o artifizio.
Uscimmo come sera convenuto. Il colonnello avendo incontrato per via un suo amico, si accompagnò con esso, e mi disse:
- Siete un cattivo cavaliere; mia cugina non è troppo sicura delle sue gambe, datele il braccio.
Cosí rimasi solo con essa.
Dacché aveva lasciato Clara non avevo piú dato il braccio ad una donna; ed erano parecchi anni che, lei toltane, non mera trovato in questa specie di contatto con una di loro. Camminammo per qualche tempo senza parlare. Fosca era assai mesta.
- Stamattina vi ho forse spaventato, - mi dissella con dolcezza - ne fui afflitta per voi, molto afflitta; ma chi lavrebbe preveduto? Fu una sorpresa cosí triste! Non ho molta paura di morire, ve lo giuro, benché sappia che non ho piú gran tempo a vivere; ma ho paura di tutto ciò che accompagna e segue la morte: quel vedersi chiusi tra quattro tavole, quel sentirsi buttare la terra addosso, quel disfarsi tutto ciò è troppo orribile! Se si potesse morire improvvisamente, nella pienezza della gioventú e della salute, e se la morte fosse un annichilimento istantaneo, io lavrei implorata di già come una benedizione!
- Ma questi pensieri vi fanno male - io le risposi. - Perché pensare a queste cose? Non vedo nella vostra salute motivo di tanta apprensione, - e anche qui sapeva di mentire. - Mi avete fatto pena, è vero, ma non mi avete spaventato, perché sapeva che non vera in ciò alcun pericolo.
- Ve lavevano già detto?
- Sí.
- Mi avevate già sentita?
- Sí.
- Eppure
Sinterruppe e tacque.
Continuammo a camminare in silenzio. Io era tutto immerso nellegoismo del mio amore. Pensava a Clara, non poteva distaccarne il mio pensiero. Laver una donna al mio fianco, una donna vestita con eleganza, che posava il suo braccio sul mio, - un braccio fino, esile, leggiero - che mi toccava collo strascico del suo abito; e camminare con essa in un luogo solitario, sotto gli alberi, era cosa che accresceva del doppio la mia illusione. Non solo io non poteva arrestare il mio pensiero su Fosca, ma la mia mente si valeva di lei come di una guida in quella ricerca smaniosa delle sue memorie. Che quella donna fosse poi brutta, orribilmente brutta, non ci pensava. Sapeva tanto illudermi da dimenticarlo.
Una cosa sopratutto contribuiva a tenermi saldo nella mia illusione, una specie di profumo delicato, molle, voluttuoso che emanava dalla sua persona, e che aveva spesso sentito vicino a Clara. Gli abiti di seta riscaldati dal sole esalano questa fragranza elettrizzante. Coloro che hanno passeggiato in giorni estivi con unamante lo sanno; essi non passeranno mai dappresso ad una donna vestita di seta senza sentire quel profumo, e senza ricordarsi di quei giorni.
Oltre a ciò le donne hanno un profumo a sé - non so come la scienza non abbia avvertito questo fenomeno che non sfugge allamore - tutto ciò che esse toccano è profumato, tutti i luoghi per cui passano ritengono qualche poco della loro fragranza. Non ho mai potuto ricordarmi bene di mia madre, che perdetti fanciullo, se non baciando un fazzoletto che mi è rimasto di lei, e che ritiene ancora dopo tanti anni le reliquie del suo profumo di santa.
Era troppo tardi per recarci a visitare il castello; entrammo nel giardino.
Non aveva veduto mai prima di quel giorno un luogo cosí incantevole, cosí pieno di maestosa orribilità. In quelle mie prime escursioni non ne aveva visitate che alcune parti. Non verano né aiuole, né fiori, ma spalliere gigantesche di carpini, viali ampi e lunghissimi fiancheggiati da ippocastani secolari, e gruppi di olmi cadenti per vecchiezza luno sullaltro. Nel mezzo vi era un lago estesissimo, la cui acqua corrotta dal ristagno e dalle foglie che vi serano infracidite, non aveva piú alcuna trasparenza; a quando a quando il vento vi faceva cadere dagli alberi i rami secchi, schiantati dal turbine, e appena ne sollevavano le onde, tanto erano dense ed immobili. Piccoli serpentelli dacqua scivolavano in mezzo alle foglie delle ninfee. Dappertutto statue mutilate, annerite dalle pioggie, coperte di musco e di acetose; cippi e basi di colonne sepolte in mezzo alle ellere; avanzi di acquedotti, tra le cui screpolature crescevano ranuncoli e capelveneri. Da un lato verano pure le rovine di un tempio pagano, sulla cui sommità aveva posto radice un ulivo; grosse lucertole, uscivano e entravano dalle fessure delle pareti smattonate. Lumidità e lombra vi erano sí costanti che in pieno agosto vi fiorivano le viole; ed erano tante che il suolo pareva coperto da un tappeto azzurro, se non che non avevano profumo. Non si sentiva che il canto di una sola specie di uccelli (non vi intesi mai altro uccello a cantare, né ne vidi daltra sorta in tutte le volte che mi recai a passeggiarvi), ed erano certi scriccioli non piú grandi duna farfalla. Il loro canto era un fischio lamentevole e pieno di malinconia. Gli uccelli piú piccoli di quel paese ne abitavano gli alberi piú grandi.
In quel momento il sole era presso a tramontare, e vi gettava orizzontalmente alcuni de suoi raggi. Le sommità delle piante erano talmente ampie, e avevano talmente intrecciato i loro rami che vi raccoglievano e vi trattenevano quasi tutta quella luce, c