Torquato Tasso
GERUSALEMME
LIBERATA
Indice dei Canti
01 - 02 - 03 - 04 - 05 - 06 - 07 - 08 - 09 - 10
11 - 12 - 13 - 14 - 15 - 16 - 17 - 18 - 19 - 20
GERUSALEMME LIBERATA
POEMA
DEL SIGNOR TORQUATO TASSO
AL SERENISSIMO SIGNORE
IL SIGNOR
DONNO ALFONSO II D'ESTE DUCA DI FERRARA
Argomento
Manda
a Tortosa Dio l'Angelo, u' poi
Goffredo Aduna i Principi
Cristiani.
Quivi concordi que' famosi Eroi
Lui Duce fan degli
altri Capitani.
Quinci egli pria vuol rivedere i suoi
Sotto
l'insegne; e poi gl'invia ne' piani
Ch'a Sion vanno: intanto di
Giudea
Il Re si turba alla novella rea.
Canto l'arme pietose
e 'l capitano
che 'l gran sepolcro liberò di Cristo.
Molto
egli oprò co 'l senno e con la mano,
molto soffrí
nel glorioso acquisto;
e in van l'Inferno vi s'oppose, e in
vano
s'armò d'Asia e di Libia il popol misto.
Il Ciel
gli diè favore, e sotto a i santi
segni ridusse i suoi
compagni erranti.
O
Musa, tu che di caduchi allori
non circondi la fronte in
Elicona,
ma su nel cielo infra i beati cori
hai di stelle
immortali aurea corona,
tu spira al petto mio celesti ardori,
tu
rischiara il mio canto, e tu perdona
s'intesso fregi al ver,
s'adorno in parte
d'altri diletti, che de' tuoi, le carte.
Sai che là
corre il mondo ove piú versi
di sue dolcezze il lusinghier
Parnaso,
e che 'l vero, condito in molli versi,
i piú
schivi allettando ha persuaso.
Cosí a l'egro fanciul
porgiamo aspersi
di soavi licor gli orli del vaso:
succhi amari
ingannato intanto ei beve,
e da l'inganno suo vita riceve.
Tu, magnanimo
Alfonso, il quale ritogli
al furor di fortuna e guidi in porto
me
peregrino errante, e fra gli scogli
e fra l'onde agitato e quasi
absorto,
queste mie carte in lieta fronte accogli,
che quasi in
voto a te sacrate i' porto.
Forse un dí fia che la presaga
penna
osi scriver di te quel ch'or n'accenna.
È
ben ragion, s'egli averrà ch'in pace
il buon popol di
Cristo unqua si veda,
e con navi e cavalli al fero Trace
cerchi
ritòr la grande ingiusta preda,
ch'a te lo scettro in terra
o, se ti piace,
l'alto imperio de' mari a te conceda.
Emulo di
Goffredo, i nostri carmi
intanto ascolta, e t'apparecchia a
l'armi.
Già
'l sesto anno volgea, ch'in oriente
passò il campo
cristiano a l'alta impresa;
e Nicea per assalto, e la
potente
Antiochia con arte avea già presa.
L'avea poscia
in battaglia incontra gente
di Persia innumerabile difesa,
e
Tortosa espugnata; indi a la rea
stagion diè loco, e 'l
novo anno attendea.
E
'l fine omai di quel piovoso inverno,
che fea l'arme cessar, lunge
non era;
quando da l'alto soglio il Padre eterno,
ch'è
ne la parte piú del ciel sincera,
e quanto è da le
stelle al basso inferno,
tanto è piú in su de la
stellata spera,
gli occhi in giú volse, e in un sol punto e
in una
vista mirò ciò ch'in sé il mondo
aduna.
Mirò
tutte le cose, ed in Soria
s'affisò poi ne' principi
cristiani;
e con quel guardo suo ch'a dentro spia
nel piú
secreto lor gli affetti umani,
vide Goffredo che scacciar desia
de
la santa città gli empi pagani,
e pien di fé, di
zelo, ogni mortale
gloria, imperio, tesor mette in non cale.
Ma vede in
Baldovin cupido ingegno,
ch'a l'umane grandezze intento
aspira:
vede Tancredi aver la vita a sdegno,
tanto un suo vano
amor l'ange e martira:
e fondar Boemondo al novo regno
suo
d'Antiochia alti princípi mira,
e leggi imporre, ed
introdur costume
ed arti e culto di verace nume;
e
cotanto internarsi in tal pensiero,
ch'altra impresa non par che
piú rammenti:
scorge in Rinaldo e animo guerriero
e
spirti di riposo impazienti;
non cupidigia in lui d'oro o
d'impero,
ma d'onor brame immoderate, ardenti:
scorge che da la
bocca intento pende
di Guelfo, e i chiari antichi essempi
apprende.
Ma poi
ch'ebbe di questi e d'altri cori
scòrti gl'intimi sensi il
Re del mondo,
chiama a sé da gli angelici
splendori
Gabriel, che ne' primi era secondo.
È tra Dio
questi e l'anime migliori
interprete fedel, nunzio giocondo:
giú
i decreti del Ciel porta, ed al Cielo
riporta de' mortali i preghi
e 'l zelo.
Disse
al suo nunzio Dio: "Goffredo trova,
e in mio nome di' lui:
perché si cessa?
perché la guerra omai non si
rinova
a liberar Gierusalemme oppressa?
Chiami i duci a
consiglio, e i tardi mova
a l'alta impresa: ei capitan fia
d'essa.
Io qui l'eleggo; e 'l faran gli altri in terra,
già
suoi compagni, or suoi ministri in guerra."
Cosí
parlogli, e Gabriel s'accinse
veloce ad esseguir l'imposte
cose:
la sua forma invisibil d'aria cinse
ed al senso mortal la
sottopose.
Umane membra, aspetto uman si finse,
ma di celeste
maestà il compose;
tra giovene e fanciullo età
confine
prese, ed ornò di raggi il biondo crine.
Ali bianche
vestí, c'han d'or le cime,
infaticabilmente agili e
preste.
Fende i venti e le nubi, e va sublime
sovra la terra e
sovra il mar con queste.
Cosí vestito, indirizzossi a
l'ime
parti del mondo il messaggier celeste:
pria sul Libano
monte ei si ritenne,
e si librò su l'adeguate penne;
e vèr le
piagge di Tortosa poi
drizzò precipitando il volo in
giuso.
Sorgeva il novo sol da i lidi eoi,
parte già
fuor, ma 'l piú ne l'onde chiuso;
e porgea matutini i
preghi suoi
Goffredo a Dio, come egli avea per uso;
quando a
paro co 'l sol, ma piú lucente,
l'angelo gli apparí
da l'oriente;
e
gli disse: "Goffredo, ecco opportuna
già la stagion
ch'al guerreggiar s'aspetta;
perché dunque trapor dimora
alcuna
a liberar Gierusalem soggetta?
Tu i principi a consiglio
omai raguna,
tu al fin de l'opra i neghittosi affretta.
Dio per
lor duce già t'elegge, ed essi
sopporran volontari a te se
stessi.
Dio
messaggier mi manda: io ti rivelo
la sua mente in suo nome. Oh
quanta spene
aver d'alta vittoria, oh quanto zelo
de l'oste a
te commessa or ti conviene!"
Tacque; e, sparito, rivolò
del cielo
a le parti piú eccelse e piú serene.
Resta
Goffredo a i detti, a lo splendore,
d'occhi abbagliato, attonito
di core.
Ma poi
che si riscote, e che discorre
chi venne, chi mandò, che
gli fu detto,
se già bramava, or tutto arde d'imporre
fine
a la guerra ond'egli è duce eletto.
Non che 'l vedersi a
gli altri in Ciel preporre
d'aura d'ambizion gli gonfi il
petto,
ma il suo voler piú nel voler s'infiamma
del suo
Signor, come favilla in fiamma.
Dunque
gli eroi compagni, i quai non lunge
erano sparsi, a ragunarsi
invita;
lettere a lettre, e messi a messi aggiunge,
sempre al
consiglio è la preghiera unita;
ciò ch'alma generosa
alletta e punge,
ciò che può risvegliar virtù
sopita,
tutto par che ritrovi, e in efficace
modo l'adorna sí
che sforza e piace.
Vennero
i duci, e gli altri anco seguiro,
e Boemondo sol qui non
convenne.
Parte fuor s'attendò, parte nel giro
e tra gli
alberghi suoi Tortosa tenne.
I grandi de l'essercito
s'uniro
(glorioso senato) in dí solenne.
Qui il pio
Goffredo incominciò tra loro,
augusto in volto ed in sermon
sonoro:
"Guerrier
di Dio, ch'a ristorar i danni
de la sua fede il Re del Cielo
elesse,
e securi fra l'arme e fra gl'inganni
de la terra e del
mar vi scòrse e resse,
sí ch'abbiam tante e tante in
sí pochi anni
ribellanti provincie a lui sommesse,
e fra
le genti debellate e dome
stese l'insegne sue vittrici e 'l nome,
già non
lasciammo i dolci pegni e 'l nido
nativo noi (se 'l creder mio non
erra),
né la vita esponemmo al mare infido
ed a i
perigli di lontana guerra,
per acquistar di breve suono un
grido
vulgare e posseder barbara terra,
ché proposto ci
avremmo angusto e scarso
premio, e in danno de l'alme il sangue
sparso.
Ma fu de'
pensier nostri ultimo segno
espugnar di Sion le nobil mura,
e
sottrarre i cristiani al giogo indegno
di servitù cosí
spiacente e dura,
fondando in Palestina un novo regno,
ov'abbia
la pietà sede secura;
né sia chi neghi al peregrin
devoto
d'adorar la gran tomba e sciòrre il voto.
Dunque il fatto
sin ora al rischio è molto,
piú che molto al
travaglio, a l'onor poco,
nulla al disegno, ove o si fermi o
vòlto
sia l'impeto de l'armi in altro loco.
Che gioverà
l'aver d'Europa accolto
sí grande sforzo, e posto in Asia
il foco,
quando sia poi di sí gran moti il fine
non
fabbriche di regni, ma ruine?
Non
edifica quei che vuol gl'imperi
su fondamenti fabricar
mondani,
ove ha pochi di patria e fé stranieri
fra
gl'infiniti popoli pagani,
ove ne' Greci non conven che speri,
e
i favor d'Occidente ha sí lontani;
ma ben move ruine,
ond'egli oppresso
sol construtto un sepolcro abbia a se stesso.
Turchi, Persi,
Antiochia (illustre suono
e di nome magnifico e di cose)
opre
nostre non già, ma del Ciel dono
furo, e vittorie fur
meravigliose.
Or se da noi rivolte e torte sono
contra quel fin
che 'l donator dispose,
temo ce 'n privi, e favola a le genti
quel
sí chiaro rimbombo al fin diventi.
Ah
non sia alcun, per Dio, che sí graditi
doni in uso sí
reo perda e diffonda!
A quei che sono alti princípi
orditi
di tutta l'opra il filo e 'l fin risponda.
Ora che i
passi liberi e spediti,
ora che la stagione abbiam seconda,
ché
non corriamo a la città ch'è mèta
d'ogni
nostra vittoria? e che piú 'l vieta?
Principi,
io vi protesto (i miei protesti
udrà il mondo presente,
udrà il futuro,
l'odono or su nel Cielo anco i Celesti):
il
tempo de l'impresa è già maturo;
men diviene
opportun piú che si resti,
incertissimo fia quel ch'è
securo.
Presago son, s'è lento il nostro corso,
avrà
d'Egitto il Palestin soccorso."
Disse,
e a i detti seguí breve bisbiglio;
ma sorse poscia il
solitario Piero,
che privato fra' principi a consiglio
sedea,
del gran passaggio autor primiero:
"Ciò ch'essorta
Goffredo, ed io consiglio,
né loco a dubbio v'ha, sí
certo è il vero
e per sé noto: ei dimostrollo a
lungo,
voi l'approvate, io questo sol v'aggiungo:
se
ben raccolgo le discordie e l'onte
quasi a prova da voi fatte e
patite,
i ritrosi pareri, e le non pronte
e in mezzo a
l'esseguire opre impedite,
reco ad un'altra originaria fonte
la
cagion d'ogni indugio e d'ogni lite,
a quella autorità che,
in molti e vari
d'opinion quasi librata, è pari.
Ove un sol non
impera, onde i giudíci
pendano poi de' premi e de le
pene,
onde sian compartite opre ed uffici,
ivi errante il
governo esser conviene.
Deh! fate un corpo sol de' membri
amici,
fate un capo che gli altri indrizzi e frene,
date ad un
sol lo scettro e la possanza,
e sostenga di re vece e sembianza."
Qui tacque il
veglio. Or quai pensier, quai petti
son chiusi a te, sant'Aura e
divo Ardore?
Inspiri tu de l'Eremita i detti,
e tu gl'imprimi a
i cavalier nel core;
sgombri gl'inserti, anzi gl'innati affetti
di
sovrastar, di libertà, d'onore,
sí che Guglielmo e
Guelfo, i piú sublimi,
chiamàr Goffredo per lor duce
i primi.
L'approvàr
gli altri: esser sue parti denno
deliberare e comandar
altrui.
Imponga a i vinti legge egli a suo senno,
porti la
guerra e quando vòle e a cui;
gli altri, già pari,
ubidienti al cenno
siano or ministri de gl'imperii sui.
Concluso
ciò, fama ne vola, e grande
per le lingue de gli uomini si
spande.
Ei si
mostra a i soldati, e ben lor pare
degno de l'alto grado ove l'han
posto,
e riceve i saluti e 'l militare
applauso, in volto
placido e composto.
Poi ch'a le dimostranze umili e care
d'amor,
d'ubidienza ebbe risposto,
impon che 'l dí seguente in un
gran campo
tutto si mostri a lui schierato il campo.
Facea ne
l'oriente il sol ritorno,
sereno e luminoso oltre l'usato,
quando
co' raggi uscí del novo giorno
sotto l'insegne ogni
guerriero armato,
e si mostrò quanto poté piú
adorno
al pio Buglion, girando il largo prato.
S'era egli
fermo, e si vedea davanti
passar distinti i cavalieri e i fanti.
Mente, de gli
anni e de l'oblio nemica,
de le cose custode e
dispensiera,
vagliami tua ragion, sí ch'io ridica
di
quel campo ogni duce ed ogni schiera:
suoni e risplenda la lor
fama antica,
fatta da gli anni omai tacita e nera;
tolto da'
tuoi tesori, orni mia lingua
ciò ch'ascolti ogni età,
nulla l'estingua.
Prima
i Franchi mostràrsi: il duce loro
Ugone esser solea, del re
fratello.
Ne l'Isola di Francia eletti foro,
fra quattro fiumi,
ampio paese e bello.
Poscia ch'Ugon morí, de' gigli
d'oro
seguí l'usata insegna il fer drapello
sotto
Clotareo, capitano egregio,
a cui, se nulla manca, è il
nome regio.
Mille
son di gravissima armatura,
sono altrettanti i cavalier
seguenti,
di disciplina a i primi e di natura
e d'arme e di
sembianza indifferenti;
normandi tutti, e gli ha Roberto in
cura,
che principe nativo è de le genti.
Poi duo pastor
de' popoli spiegaro
le squadre lor, Guglielmo ed Ademaro.
L'uno e l'altro
di lor, che ne' divini
uffici già trattò pio
ministero,
sotto l'elmo premendo i lunghi crini,
essercita de
l'arme or l'uso fero.
Da la città d'Orange e da i
confini
quattrocento guerrier scelse il primiero;
ma guida quei
di Poggio in guerra l'altro,
numero egual, né men ne l'arme
scaltro.
Baldovin
poscia in mostra addur si vede
co' Bolognesi suoi quei del
germano,
ché le sue genti il pio fratel gli cede
or
ch'ei de' capitani è capitano.
Il conte di Carnuti indi
succede,
potente di consiglio e pro' di mano;
van con lui
quattrocento, e triplicati
conduce Baldovino in sella armati.
Occupa Guelfo il
campo a lor vicino,
uom ch'a l'alta fortuna agguaglia il
merto:
conta costui per genitor latino
de gli avi Estensi un
lungo ordine e certo.
Ma german di cognome e di domino,
ne la
gran casa de' Guelfoni è inserto:
regge Carinzia, e presso
l'Istro e 'l Reno
ciò che i prischi Suevi e i Reti avièno.
A questo, che
retaggio era materno,
acquisti ei giunse gloriosi e grandi.
Quindi
gente traea che prende a scherno
d'andar contra la morte, ov'ei
comandi:
usa a temprar ne' caldi alberghi il verno,
e celebrar
con lieti inviti i prandi.
Fur cinquemila a la partenza, e a
pena
(de' Persi avanzo) il terzo or qui ne mena.
Seguia
la gente poi candida e bionda
che tra i Franchi e i Germani e 'l
mar si giace,
ove la Mosa ed ove il Reno inonda,
terra di biade
e d'animai ferace;
e gl'insulani lor, che d'alta sponda
riparo
fansi a l'ocean vorace:
l'ocean che non pur le merci e i legni,
ma
intere inghiotte le cittadi e i regni.
Gli
uni e gli altri son mille, e tutti vanno
sotto un altro Roberto
insieme a stuolo.
Maggior alquanto è lo squadron
britanno;
Guglielmo il regge, al re minor figliuolo.
Sono
gl'Inglesi sagittari, ed hanno
gente con lor ch'è piú
vicina al polo:
questi da l'alte selve irsuti manda
la divisa
dal mondo ultima Irlanda.
Vien
poi Tancredi, e non è alcun fra tanti
(tranne Rinaldo) o
feritor maggiore,
o piú bel di maniere e di sembianti,
o
piú eccelso ed intrepido di core.
S'alcun'ombra di colpa i
suoi gran vanti
rende men chiari, è sol follia
d'amore:
nato fra l'arme, amor di breve vista,
che si nutre
d'affanni, e forza acquista.
È
fama che quel dí che glorioso
fe' la rotta de' Persi il
popol franco,
poi che Tancredi al fin vittorioso
i fuggitivi di
seguir fu stanco,
cercò di refrigerio e di riposo
a
l'arse labbia, al travagliato fianco,
e trasse ove invitollo al
rezzo estivo
cinto di verdi seggi un fonte vivo.
Quivi
a lui d'improviso una donzella
tutta, fuor che la fronte, armata
apparse:
era pagana, e là venuta anch'ella
per l'istessa
cagion di ristorarse.
Egli mirolla, ed ammirò la
bella
sembianza, e d'essa si compiacque, e n'arse.
Oh
meraviglia! Amor, ch'a pena è nato,
già grande vola,
e già trionfa armato.
Ella
d'elmo coprissi, e se non era
ch'altri quivi arrivàr, ben
l'assaliva.
Partí dal vinto suo la donna altera,
ch'è
per necessità sol fuggitiva;
ma l'imagine sua bella e
guerriera
tale ei serbò nel cor, qual essa è viva;
e
sempre ha nel pensiero e l'atto e 'l loco
in che la vide, esca
continua al foco.
E
ben nel volto suo la gente accorta
legger potria: "Questi
arde, e fuor di spene";
cosí vien sospiroso, e cosí
porta
basse le ciglia e di mestizia piene.
Gli ottocento a
cavallo, a cui fa scorta,
lasciàr le piaggie di Campagna
amene,
pompa maggior de la natura, e i colli
che vagheggia il
Tirren fertili e molli.
Venian
dietro ducento in Grecia nati,
che son quasi di ferro in tutto
scarchi:
pendon spade ritorte a l'un de' lati,
suonano al tergo
lor faretre ed archi;
asciutti hanno i cavalli, al corso usati,
a
la fatica invitti, al cibo parchi:
ne l'assalir son pronti e nel
ritrarsi,
e combatton fuggendo erranti e sparsi.
Tatin
regge la schiera, e sol fu questi
che, greco, accompagnò
l'arme latine.
Oh vergogna! oh misfatto! or non avesti
tu,
Grecia, quelle guerre a te vicine?
E pur quasi a spettacolo
sedesti,
lenta aspettando de' grand'atti il fine.
Or, se tu se'
vil serva, è il tuo servaggio
(non ti lagnar) giustizia, e
non oltraggio.
Squadra
d'ordine estrema ecco vien poi
ma d'onor prima e di valor e
d'arte.
Son qui gli aventurieri, invitti eroi,
terror de l'Asia
e folgori di Marte.
Taccia Argo i Mini, e taccia Artù que'
suoi
erranti, che di sogni empion le carte;
ch'ogni antica
memoria appo costoro
perde: or qual duce fia degno di loro?
Dudon di Consa è
il duce; e perché duro
fu il giudicar di sangue e di
virtute,
gli altri sopporsi a lui concordi furo,
ch'avea piú
cose fatte e piú vedute.
Ei di virilità grave e
maturo,
mostra in fresco vigor chiome canute;
mostra, quasi
d'onor vestigi degni,
di non brutte ferite impressi segni.
Eustazio è
poi fra i primi; e i propri pregi
illustre il fanno, e piú
il fratel .
Gernando v'è, nato di re norvegi,
che
scettri vanta e titoli e corone.
Ruggier di Balnavilla infra gli
egregi
la vecchia fama ed Engerlan ripone;
e celebrati son fra'
piú gagliardi
un Gentonio, un Rambaldo e due Gherardi.
Son fra' lodati
Ubaldo anco, e Rosmondo
del gran ducato di Lincastro erede;
non
fia ch'Obizzo il Tosco aggravi al fondo
chi fa de le memorie avare
prede,
né i tre frati lombardi al chiaro mondo
involi,
Achille, Sforza e Palamede,
o 'l forte Otton, che conquistò
lo scudo
in cui da l'angue esce il fanciullo ignudo.
Né
Guasco né Ridolfo a dietro lasso,
né l'un né
l'altro Guido, ambo famosi,
non Eberardo e non Gernier
trapasso
sotto silenzio ingratamente ascosi.
Ove voi me, di
numerar già lasso,
Gildippe ed Odoardo, amanti e
sposi,
rapite? o ne la guerra anco consorti,
non sarete
disgiunti ancor che morti!
Ne
le scole d'Amor che non s'apprende?
Ivi si fe' costei guerriera
ardita:
va sempre affissa al caro fianco, e pende
da un fato
solo l'una e l'altra vita.
Colpo che ad un sol noccia unqua non
scende,
ma indiviso è il dolor d'ogni ferita;
e spesso è
l'un ferito, e l'altro langue,
e versa l'alma quel, se questa il
sangue.
Ma il
fanciullo Rinaldo, e sovra questi
e sovra quanti in mostra eran
condutti,
dolcemente feroce alzar vedresti
la regal fronte, e
in lui mirar sol tutti.
L'età precorse e la speranza, e
presti
pareano i fior quando n'usciro i frutti;
se 'l miri
fulminar ne l'arme avolto,
Marte lo stimi; Amor, se scopre il
volto.
Lui ne la
riva d'Adige produsse
a Bertoldo Sofia, Sofia la bella
a
Bertoldo il possente; e pria che fusse
tolto quasi il bambin da la
mammella,
Matilda il volse, e nutricollo, e instrusse
ne l'arti
regie; e sempre ei fu con ella,
sin ch'invaghí la
giovanetta mente
la tromba che s'udia da l'oriente.
Allor
(né pur tre lustri avea forniti)
fuggí soletto, e
corse strade ignote;
varcò l'Egeo, passò di Grecia i
liti,
giunse nel campo in region remote.
Nobilissima fuga, e
che l'imíti
ben degna alcun magnanimo nepote.
Tre anni
son che è in guerra, e intempestiva
molle piuma del mento a
pena usciva.
Passati
i cavalieri, in mostra viene
la gente a piede, ed è
Raimondo inanti.
Regea Tolosa, e scelse infra Pirene
e fra
Garona e l'ocean suoi fanti.
Son quattromila, e ben armati e
bene
instrutti, usi al disagio e toleranti;
buona è la
gente, e non può da piú dotta
o da piú forte
guida esser condotta.
Ma
cinquemila Stefano d'Ambuosa
e di Blesse e di Turs in guerra
adduce.
Non è gente robusta o faticosa,
se ben tutta di
ferro ella riluce.
La terra molle, lieta e dilettosa,
simili a
sé gli abitator produce.
Impeto fan ne le battaglie
prime,
ma di leggier poi langue, e si reprime.
Alcasto
il terzo vien, qual presso a Tebe
già Capaneo, con
minaccioso volto:
seimila Elvezi, audace e fera plebe,
da gli
alpini castelli avea raccolto,
che 'l ferro uso a far solchi, a
franger glebe,
in nove forme e in piú degne opre ha
vòlto;
e con la man, che guardò rozzi armenti,
par
ch'i regni sfidar nulla paventi.
Vedi
appresso spiegar l'alto vessillo
co 'l diadema di Piero e con le
chiavi.
Qui settemila aduna il buon Camillo
pedoni, d'arme
rilucenti e gravi,
lieto ch'a tanta impresa il Ciel sortillo,
ove
rinovi il prisco onor de gli avi,
o mostri almen ch'a la virtú
latina
o nulla manca, o sol la disciplina.
Ma
già tutte le squadre eran con bella
mostra passate, e
l'ultima fu questa,
quando Goffredo i maggior duci appella,
e
la sua mente a lor fa manifesta:
"Come appaia diman l'alba
novella
vuo' che l'oste s'invii leggiera e presta,
sí
ch'ella giunga a la città sacrata,
quanto è possibil
piú, meno aspettata.
Preparatevi
dunque ed al viaggio
ed a la pugna e a la vittoria ancora."
Questo
ardito parlar d'uom cosí saggio
sollecita ciascuno e
l'avvalora.
Tutti d'andar son pronti al novo raggio,
e
impazienti in aspettar l'aurora.
Ma 'l provido Buglion senza ogni
tema
non è però, benché nel cor la prema.
Perch'egli avea
certe novelle intese
che s'è d'Egitto il re già
posto in via
inverso Gaza, bello e forte arnese
da fronteggiare
i regni di Soria.
Né creder può che l'uomo a fere
imprese
avezzo sempre, or lento in ozio stia;
ma, d'averlo
aspettando aspro nemico,
parla al fedel suo messeggiero Enrico:
"Sovra
una lieve saettia tragitto
vuo' che tu faccia ne la greca
terra.
Ivi giunger dovea (cosí m'ha scritto
chi mai per
uso in avisar non erra)
un giovene regal, d'animo invitto,
ch'a
farsi vien nostro compagno in guerra:
prence è de' Dani, e
mena un grande stuolo
sin da i paesi sottoposti al polo.
Ma perché
'l greco imperator fallace
seco forse userà le solite
arti,
per far ch'o torni indietro o 'l corso audace
torca in
altre da noi lontane parti,
tu, nunzio mio, tu, consiglier
verace,
in mio nome il disponi a ciò che parti
nostro e
suo bene, e di' che tosto vegna,
ché di lui fòra
ogni tardanza indegna.
Non
venir seco tu, ma resta appresso
al re de' Greci a procurar
l'aiuto,
che già piú d'una volta a noi promesso
e
per ragion di patto anco è dovuto."
Cosí parla
e l'informa, e poi che 'l messo
le lettre ha di credenza e di
saluto,
toglie, affrettando il suo partir, congedo,
e tregua fa
co' suoi pensier Goffredo.
Il
dí seguente, allor ch'aperte sono
del lucido oriente al sol
le porte,
di trombe udissi e di tamburi un suono,
ond'al camino
ogni guerrier s'essorte.
Non è sí grato a i caldi
giorni il tuono
che speranza di pioggia al mondo apporte,
come
fu caro a le feroci genti
l'altero suon de' bellici instrumenti.
Tosto ciascun, da
gran desio compunto,
veste le membra de l'usate spoglie,
e
tosto appar di tutte l'arme in punto,
tosto sotto i suoi duci
ogn'uom s'accoglie,
e l'ordinato essercito congiunto
tutte le
sue bandiere al vento scioglie:
e nel vessillo imperiale e
grande
la trionfante Croce al ciel si spande.
Intanto
il sol, che de' celesti campi
va piú sempre avanzando e in
alto ascende,
l'arme percote e ne trae fiamme e lampi
tremuli e
chiari, onde le viste offende.
L'aria par di faville intorno
avampi,
e quasi d'alto incendio in forma splende,
e co' feri
nitriti il suono accorda
del ferro scosso e le campagne assorda.
Il capitan, che
da' nemici aguati
le schiere sue d'assecurar desia,
molti a
cavallo leggiermente armati
a scoprire il paese intorno invia;
e
inanzi i guastatori avea mandati,
da cui si debbe agevolar la
via,
e i vòti luoghi empire e spianar gli erti,
e da cui
siano i chiusi passi aperti.
Non
è gente pagana insieme accolta,
non muro cinto di profondo
fossa,
non gran torrente, o monte alpestre, o folta
selva, che
'l lor viaggio arrestar possa.
Cosí de gli altri fiumi il
re tal volta,
quando superbo oltra misura ingrossa,
sovra le
sponde ruinoso scorre,
né cosa è mai che gli
s'ardisca opporre.
Sol
di Tripoli il re, che 'n ben guardate
mura, genti, tesori ed arme
serra,
forse le schiere franche avria tardate,
ma non osò
di provocarle in guerra.
Lor con messi e con doni anco
placate
ricettò volontario entro la terra,
e ricevé
condizion di pace,
sí come imporle al pio Goffredo piace.
Qui del monte
Seir, ch'alto e sovrano
da l'oriente a la cittade è
presso,
gran turba scese de' fedeli al piano
d'ogni età
mescolata e d'ogni sesso:
portò suoi doni al vincitor
cristiano,
godea in mirarlo e in ragionar con esso,
stupia de
l'arme pellegrine; e guida
ebbe da lor Goffredo amica e fida.
Conduce ei sempre
a le maritime onde
vicino il campo per diritte strade,
sapendo
ben che le propinque sponde
l'amica armata costeggiando rade,
la
qual può far che tutto il campo abonde
de' necessari arnesi
e che le biade
ogni isola de' Greci a lui sol mieta,
e Scio
pietrosa gli vendemmi e Creta.
Geme
il vicino mar sotto l'incarco
de l'alte navi e de' piú levi
pini,
sí che non s'apre omai securo varco
nel mar
Mediterraneo a i saracini;
ch'oltra quei c'ha Georgio armati e
Marco
ne' veneziani e liguri confini,
altri Inghilterra e
Francia ed altri Olanda,
e la fertil Sicilia altri ne manda.
E questi, che son
tutti insieme uniti
con saldissimi lacci in un volere,
s'eran
carchi e provisti in vari liti
di ciò ch'è d'uopo a
le terrestri schiere,
le quai, trovando liberi e sforniti
i
passi de' nemici a le frontiere,
in corso velocissimo se 'n
vanno
là 've Cristo soffrí mortale affanno.
Ma precorsa è
la fama, apportatrice
de' veraci romori e de' bugiardi,
ch'unito
è il campo vincitor felice,
che già s'è mosso
e che non è chi 'l tardi;
quante e qual sian le squadre
ella ridice,
narra il nome e 'l valor de' piú
gagliardi,
narra i lor vanti, e con terribil faccia
gli
usurpatori di Sion minaccia.
E
l'aspettar del male è mal peggiore,
forse, che non parrebbe
il mal presente;
pende ad ogn'aura incerta di romore
ogni
orecchia sospesa ed ogni mente;
e un confuso bisbiglio entro e di
fore
trascorre i campi e la città dolente.
Ma il vecchio
re ne' già vicin perigli
volge nel dubbio cor feri
consigli.
Aladin
detto è il re, che, di quel regno
novo signor, vive in
continua cura:
uom già crudel, ma 'l suo feroce ingegno
pur
mitigato avea l'età matura.
Egli, che de' Latini udí
il disegno
c'han d'assalir di sua città le mura,
giunge
al vecchio timor novi sospetti,
e de' nemici pave e de' soggetti.
Però che
dentro a una città commisto
popolo alberga di contraria
fede:
la debil parte e la minore in Cristo,
la grande e forte
in Macometto crede.
Ma quando il re fe' di Sion l'acquisto,
e
vi cercò di stabilir la sede,
scemò i publici pesi
a' suoi pagani,
ma piú gravonne i miseri cristiani.
Questo pensier la
ferità nativa,
che da gli anni sopita e fredda
langue,
irritando inasprisce, e la ravviva
sí
ch'assetata è piú che mai di sangue.
Tal fero torna
a la stagione estiva
quel che parve nel gel piacevol angue,
cosí
leon domestico riprende
l'innato suo furor, s'altri l'offende.
"Veggio"
dicea "de la letizia nova
veraci segni in questa turba
infida;
il danno universal solo a lei giova,
sol nel pianto
comun par ch'ella rida;
e forse insidie e tradimenti or
cova,
rivolgendo fra sé come m'uccida,
o come al mio
nemico, e suo consorte
popolo, occultamente apra le porte.
Ma no 'l farà:
prevenirò questi empi
disegni loro, e sfogherommi a
pieno.
Gli ucciderò, faronne acerbi scempi,
svenerò
i figli a le lor madri in seno,
arderò loro alberghi e
insieme i tèmpi,
questi i debiti roghi a i morti fièno;
e
su quel lor sepolcro in mezzo a i voti
vittime pria farò
de' sacerdoti."
Cosí
l'iniquo fra suo cor ragiona,
pur non segue pensier sí mal
concetto;
ma s'a quegli innocenti egli perdona,
è di
viltà, non di pietade effetto,
ché s'un timor a
incrudelir lo sprona,
il ritien piú potente altro
sospetto:
troncar le vie d'accordo, e de' nemici
troppo teme
irritar l'arme vittrici.
Tempra
dunque il fellon la rabbia insana,
anzi altrove pur cerca ove la
sfoghi;
i rustici edifici abbatte e spiana,
e dà in
preda a le fiamme i culti luoghi;
parte alcuna non lascia integra
o sana
ove il Franco si pasca, ove s'alloghi;
turba le fonti e
i rivi, e le pure onde
di veneni mortiferi confonde.
Spietatamente è
cauto, e non oblia
di rinforzar Gierusalem fra tanto.
Da tre
lati fortissima era pria,
sol verso Borea è men secura
alquanto;
ma da' primi sospetti ei le munia
d'alti ripari il
suo men forte canto,
e v'accogliea gran quantitade in fretta
di
gente mercenaria e di soggetta.
Argomento
Novo
canto fa Ismen che vano uscito,
Vuole Aladin che muoja ogni
Cristiano.
La pudica Sofronia e Olindo ardito,
Perché
cessi il furor del re Pagano,
Voglion morir. Clorinda il caso
udito,
Non lascia lor più de' ministri in mano.
Argante,
poi che quel ch'Alete dice,
Non cura il Franco, a lui guerra aspra
indice.
Mentre
il tiranno s'apparecchia a l'armi,
soletto Ismeno un dí gli
s'appresenta,
Ismen che trar di sotto a i chiusi marmi
può
corpo estinto, e far che spiri e senta,
Ismen che al suon de'
mormoranti carmi
sin ne la reggia sua Pluton spaventa,
e i suoi
demon ne gli empi uffici impiega
pur come servi, e gli discioglie
e lega.
Questi or
Macone adora, e fu cristiano,
ma i primi riti anco lasciar non
pote;
anzi sovente in uso empio e profano
confonde le due leggi
a sé mal note,
ed or da le spelonche, ove lontano
dal
vulgo essercitar suol l'arti ignote,
vien nel publico rischio al
suo signore:
a re malvagio consiglier peggiore.
"Signor,"
dicea "senza tardar se 'n viene
il vincitor essercito
temuto,
ma facciam noi ciò che a noi far conviene:
darà
il Ciel, darà il mondo a i forti aiuto.
Ben tu di re, di
duce hai tutte piene
le parti, e lunge hai visto e
proveduto.
S'empie in tal guisa ogn'altro i propri uffici,
tomba
fia questa terra a' tuoi nemici.
Io,
quanto a me, ne vegno, e del periglio
e de l'opre compagno, ad
aiutarte:
ciò che può dar di vecchia età
consiglio,
tutto prometto, e ciò che magica arte.
Gli
angeli che dal Cielo ebbero essiglio
constringerò de le
fatiche a parte.
Ma dond'io voglia incominciar gl'incanti
e con
quai modi, or narrerotti avanti.
Nel
tempio de' cristiani occulto giace
un sotterraneo altare, e quivi
è il volto
di Colei che sua diva e madre face
quel vulgo
del suo Dio nato e sepolto.
Dinanzi al simulacro accesa
face
continua splende; egli è in un velo avolto.
Pendono
intorno in lungo ordine i voti
che vi portano i creduli devoti.
Or questa effigie
lor, di là rapita,
voglio che tu di propria man trasporte
e
la riponga entro la tua meschita:
io poscia incanto adoprerò
sí forte
ch'ognor, mentre ella qui fia custodita,
sarà
fatal custodia a queste porte;
tra mura inespugnabili il tuo
impero
securo fia per novo alto mistero."
Sí
disse, e 'l persuase; e impaziente
il re se 'n corse a la magion
di Dio,
e sforzò i sacerdoti, e irreverente
il casto
simulacro indi rapio;
e portollo a quel tempio ove
sovente
s'irrita il Ciel co 'l folle culto e rio.
Nel profan
loco e su la sacra imago
susurrò poi le sue bestemmie il
mago.
Ma come
apparse in ciel l'alba novella,
quel cui l'immondo tempio in
guardia è dato
non rivide l'imagine dov'ella
fu posta, e
invan cerconne in altro lato.
Tosto n'avisa il re, ch'a la
novella
di lui si mostra feramente irato,
ed imagina ben
ch'alcun fedele
abbia fatto quel furto, e che se 'l cele.
O fu di man
fedele opra furtiva,
o pur il Ciel qui sua potenza adopra,
che
di Colei ch'è sua regina e diva
sdegna che loco vil
l'imagin copra:
ch'incerta fama è ancor se ciò
s'ascriva
ad arte umana od a mirabil opra;
ben è pietà
che, la pietade e 'l zelo
uman cedendo, autor se 'n creda il
Cielo.
Il re ne
fa con importuna inchiesta
ricercar ogni chiesa, ogni magione,
ed
a chi gli nasconde o manifesta
il furto o il reo, gran pene e
premi impone.
Il mago di spiarne anco non resta
con tutte
l'arti il ver; ma non s'appone,
ché 'l Cielo, opra sua
fosse o fosse altrui,
celolla ad onta de gl'incanti a lui.
Ma poi che 'l re
crudel vide occultarse
quel che peccato de' fedeli ei pensa,
tutto
in lor d'odio infellonissi, ed arse
d'ira e di rabbia immoderata
immensa.
Ogni rispetto oblia, vuol vendicarse,
segua che pote,
e sfogar l'alma accensa.
"Morrà," dicea "non
andrà l'ira a vòto,
ne la strage comune il ladro
ignoto.
Pur che
'l reo non si salvi, il giusto pèra
e l'innocente; ma qual
giusto io dico?
è colpevol ciascun, né in loro
schiera
uom fu giamai del nostro nome amico.
S'anima v'è
nel novo error sincera,
basti a novella pena un fallo antico.
Su
su, fedeli miei, su via prendete
le fiamme e 'l ferro, ardete ed
uccidete."
Cosí
parla a le turbe, e se n'intese
la fama tra' fedeli
immantinente,
ch'attoniti restàr, sí gli sorprese
il
timor de la morte omai presente;
e non è chi la fuga o le
difese,
lo scusar o 'l pregare ardisca o tente.
Ma le timide
genti e irrisolute
donde meno speraro ebber salute.
Vergine era fra
lor di già matura
verginità, d'alti pensieri e
regi,
d'alta beltà; ma sua beltà non cura,
o
tanto sol quant'onestà se 'n fregi.
È il suo pregio
maggior che tra le mura
d'angusta casa asconde i suoi gran
pregi,
e de' vagheggiatori ella s'invola
a le lodi, a gli
sguardi, inculta e sola.
Pur
guardia esser non può ch'in tutto celi
beltà degna
ch'appaia e che s'ammiri;
né tu il consenti, Amor, ma la
riveli
d'un giovenetto a i cupidi desiri.
Amor, ch'or cieco, or
Argo, ora ne veli
di benda gli occhi, ora ce gli apri e giri,
tu
per mille custodie entro a i piú casti
verginei alberghi il
guardo altrui portasti.
Colei
Sofronia, Olindo egli s'appella,
d'una cittade entrambi e d'una
fede.
Ei che modesto è sí com'essa è
bella,
brama assai, poco spera, e nulla chiede;
né sa
scoprirsi, o non ardisce; ed ella
o lo sprezza, o no 'l vede, o
non s'avede.
Cosí fin ora il misero ha servito
o non
visto, o mal noto, o mal gradito.
S'ode
l'annunzio intanto, e che s'appresta
miserabile strage al popol
loro.
A lei, che generosa è quanto onesta,
viene in
pensier come salvar costoro.
Move fortezza il gran pensier,
l'arresta
poi la vergogna e 'l verginal decoro;
vince fortezza,
anzi s'accorda e face
sé vergognosa e la vergogna audace.
La vergine tra 'l
vulgo uscí soletta,
non coprí sue bellezze, e non
l'espose,
raccolse gli occhi, andò nel vel ristretta,
con
ischive maniere e generose.
Non sai ben dir s'adorna o se
negletta,
se caso od arte il bel volto compose.
Di natura,
d'Amor, de' cieli amici
le negligenze sue sono artifici.
Mirata da ciascun
passa, e non mira
l'altera donna, e innanzi al re se 'n viene.
Né,
perché irato il veggia, il piè ritira,
ma il fero
aspetto intrepida sostiene.
"Vengo, signor," gli disse
"e 'ntanto l'ira
prego sospenda e 'l tuo popolo
affrene:
vengo a scoprirti, e vengo a darti preso
quel reo che
cerchi, onde sei tanto offeso."
A
l'onesta baldanza, a l'improviso
folgorar di bellezze altere e
sante,
quasi confuso il re, quasi conquiso,
frenò lo
sdegno, e placò il fer sembiante.
S'egli era d'alma o se
costei di viso
severa manco, ei diveniane amante;
ma ritrosa
beltà ritroso core
non prende, e sono i vezzi esca d'Amore.
Fu stupor, fu
vaghezza, e fu diletto,
s'amor non fu, che mosse il cor
villano.
"Narra" ei le dice "il tutto; ecco, io
commetto
che non s'offenda il popol tuo cristiano."
Ed
ella: "Il reo si trova al tuo cospetto:
opra è il
furto, signor, di questa mano;
io l'imagine tolsi, io son
colei
che tu ricerchi, e me punir tu déi."
Cosí al
publico fato il capo altero
offerse, e 'l volse in sé sola
raccòrre.
Magnanima menzogna, or quand'è il vero
sí
bello che si possa a te preporre?
Riman sospeso, e non sí
tosto il fero
tiranno a l'ira, come suol, trascorre.
Poi la
richiede: "I' vuo' che tu mi scopra
chi diè consiglio,
e chi fu insieme a l'opra."
"Non
volsi far de la mia gloria altrui
né pur minima parte";
ella gli dice
"sol di me stessa io consapevol fui,
sol
consigliera, e sola essecutrice."
"Dunque in te sola"
ripigliò colui
"caderà l'ira mia
vendicatrice."
Diss'ella: "È giusto: esser a me
conviene,
se fui sola a l'onor, sola a le pene."
Qui
comincia il tiranno a risdegnarsi;
poi le dimanda: "Ov'hai
l'imago ascosa?"
"Non la nascosi," a lui risponde
"io l'arsi,
e l'arderla stimai laudabil cosa;
cosí
almen non potrà piú violarsi
per man di miscredenti
ingiuriosa.
Signore, o chiedi il furto, o 'l ladro chiedi:
quel
no 'l vedrai in eterno, e questo il vedi.
Benché
né furto è il mio, né ladra i' sono:
giust'è
ritòr ciò ch'a gran torto è tolto."
Or,
quest'udendo, in minaccievol suono
freme il tiranno, e 'l fren de
l'ira è sciolto.
Non speri piú di ritrovar
perdono
cor pudico, alta mente e nobil volto;
e 'ndarno Amor
contr'a lo sdegno crudo
di sua vaga bellezza a lei fa scudo.
Presa è la
bella donna, e 'ncrudelito
il re la danna entr'un incendio a
morte.
Già 'l velo e 'l casto manto a lei rapito,
stringon
le molli braccia aspre ritorte.
Ella si tace, e in lei non
sbigottito,
ma pur commosso alquanto è il petto forte;
e
smarrisce il bel volto in un colore
che non è pallidezza,
ma candore.
Divulgossi
il gran caso, e quivi tratto
già 'l popol s'era: Olindo
anco v'accorse.
Dubbia era la persona e certo il fatto;
venia,
che fosse la sua donna in forse.
Come la bella prigionera in
atto
non pur di rea, ma di dannata ei scorse,
come i ministri
al duro ufficio intenti
vide, precipitoso urtò le genti.
Al re gridò:
"Non è, non è già rea
costei del furto,
e per follia se 'n vanta.
Non pensò, non ardí, né
far potea
donna sola e inesperta opra cotanta.
Come ingannò
i custodi? e de la Dea
con qual arti involò l'imagin
santa?
Se 'l fece, il narri. Io l'ho, signor, furata."
Ahi!
tanto amò la non amante amata.
Soggiunse
poscia: "Io là, donde riceve
l'alta vostra meschita e
l'aura e 'l die,
di notte ascesi, e trapassai per breve
fòro
tentando inaccessibil vie.
A me l'onor, la morte a me si deve:
non
usurpi costei le pene mie.
Mie son quelle catene, e per me
questa
fiamma s'accende, e 'l rogo a me s'appresta."
Alza Sofronia il
viso, e umanamente
con occhi di pietade in lui rimira.
"A
che ne vieni, o misero innocente?
qual consiglio o furor ti guida
o tira?
Non son io dunque senza te possente
a sostener ciò
che d'un uom può l'ira?
Ho petto anch'io, ch'ad una morte
crede
di bastar solo, e compagnia non chiede."
Cosí
parla a l'amante; e no 'l dispone
sí ch'egli si disdica, e
pensier mute.
Oh spettacolo grande, ove a tenzone
sono Amore e
magnanima virtute!
ove la morte al vincitor si pone
in premio,
e 'l mai del vinto è la salute!
Ma piú s'irrita il
re quant'ella ed esso
è piú costante in incolpar se
stesso.
Pargli
che vilipeso egli ne resti,
e ch'in disprezzo suo sprezzin le
pene.
"Credasi" dice "ad ambo; e quella e
questi
vinca, e la palma sia qual si conviene."
Indi
accenna a i sergenti, i quai son presti
a legar il garzon di lor
catene.
Sono ambo stretti al palo stesso; e vòlto
è
il tergo al tergo, e 'l volto ascoso al volto.
Composto
è lor d'intorno il rogo omai,
e già le fiamme il
mantice v'incita,
quand'il fanciullo in dolorosi lai
proruppe,
e disse a lei ch'è seco unita:
"Quest'è dunque
quel laccio ond'io sperai
teco accoppiarmi in compagnia di
vita?
questo è quel foco ch'io credea ch'i cori
ne
dovesse infiammar d'eguali ardori?
Altre
fiamme, altri nodi Amor promise,
altri ce n'apparecchia iniqua
sorte.
Troppo, ahi! ben troppo, ella già noi divise,
ma
duramente or ne congiunge in morte.
Piacemi almen, poich'in sí
strane guise
morir pur déi, del rogo esser consorte,
se
del letto non fui; duolmi il tuo fato,
il mio non già,
poich'io ti moro a lato.
Ed
oh mia sorte aventurosa a pieno!
oh fortunati miei dolci
martíri!
s'impetrarò che, giunto seno a
seno,
l'anima mia ne la tua bocca io spiri;
e venendo tu meco a
un tempo meno,
in me fuor mandi gli ultimi sospiri."
Cosí
dice piangendo. Ella il ripiglia
soavemente, e 'n tai detti il
consiglia:
"Amico,
altri pensieri, altri lamenti,
per piú alta cagione il
tempo chiede.
Ché non pensi a tue colpe? e non
rammenti
qual Dio prometta a i buoni ampia mercede?
Soffri in
suo nome, e fian dolci i tormenti,
e lieto aspira a la superna
sede.
Mira 'l ciel com'è bello, e mira il sole
ch'a sé
par che n'inviti e ne console."
Qui
il vulgo de' pagani il pianto estolle:
piange il fedel, ma in voci
assai piú basse.
Un non so che d'inusitato e molle
par
che nel duro petto al re trapasse.
Ei presentillo, e si sdegnò;
né volle
piegarsi, e gli occhi torse, e si ritrasse.
Tu
sola il duol comun non accompagni,
Sofronia; e pianta da ciascun,
non piagni.
Mentre
sono in tal rischio, ecco un guerriero
(ché tal parea)
d'alta sembianza e degna;
e mostra, d'arme e d'abito
straniero,
che di lontan peregrinando vegna.
La tigre, che su
l'elmo ha per cimiero,
tutti gli occhi a sé trae, famosa
insegna.
insegna usata da Clorinda in guerra;
onde la credon
lei, né 'l creder erra.
Costei
gl'ingegni feminili e gli usi
tutti sprezzò sin da l'età
piú acerba:
a i lavori d'Aracne, a l'ago, a i fusi
inchinar
non degnò la man superba.
Fuggí gli abiti molli e i
lochi chiusi,
ché ne' campi onestate anco si serba;
armò
d'orgoglio il volto, e si compiacque
rigido farlo, e pur rigido
piacque.
Tenera
ancor con pargoletta destra
strinse e lentò d'un corridore
il morso;
trattò l'asta e la spada, ed in palestra
indurò
i membri ed allenogli al corso.
Poscia o per via montana o per
silvestra
l'orme seguí di fer leone e d'orso;
seguí
le guerre, e 'n esse e fra le selve
fèra a gli uomini
parve, uomo a le belve.
Viene
or costei da le contrade perse
perch'a i cristiani a suo poter
resista,
bench'altre volte ha di lor membra asperse
le piaggie,
e l'onda di lor sangue ha mista.
Or quivi in arrivando a lei
s'offerse
l'apparato di morte a prima vista.
Di mirar vaga e di
saper qual fallo
condanni i rei, sospinge oltre il cavallo.
Cedon le turbe, e
i duo legati insieme
ella si ferma a riguardar da presso.
Mira
che l'una tace e l'altro geme,
e piú vigor mostra il men
forte sesso.
Pianger lui vede in guisa d'uom cui preme
pietà,
non doglia, o duol non di se stesso;
e tacer lei con gli occhi ai
ciel sí fisa
ch'anzi 'l morir par di qua giú divisa.
Clorinda
intenerissi, e si condolse
d'ambeduo loro e lagrimonne
alquanto.
Pur maggior sente il duol per chi non duolse,
piú
la move il silenzio e meno il pianto.
Senza troppo indugiare ella
si volse
ad un uom che canuto avea da canto:
"Deh! dimmi:
chi son questi? ed al martoro
qual gli conduce o sorte o colpa
loro?"
Cosí
pregollo, e da colui risposto
breve ma pieno a le dimande
fue.
Stupissi udendo, e imaginò ben tosto
ch'egualmente
innocenti eran que' due.
Già di vietar lor morte ha in sé
proposto,
quanto potranno i preghi o l'armi sue.
Pronta accorre
a la fiamma, e fa ritrarla,
che già s'appressa, ed a i
ministri parla:
"Alcun
non sia di voi che 'n questo duro
ufficio oltra seguire abbia
baldanza,
sin ch'io non parli al re: ben v'assecuro
ch'ei non
v'accuserà de la tardanza."
Ubidiro i sergenti, e
mossi furo
da quella grande sua regal sembianza.
Poi verso il
re si mosse, e lui tra via
ella trovò che 'ncontra lei
venia.
"Io
son Clorinda:" disse "hai forse intesa
talor nomarmi; e
qui, signor, ne vegno
per ritrovarmi teco a la difesa
de la
fede comune e del tuo regno.
Son pronta, imponi pure, ad ogni
impresa:
l'alte non temo, e l'umili non sdegno;
voglimi in
campo aperto, o pur tra 'l chiuso
de le mura impiegar, nulla
ricuso."
Tacque;
e rispose il re: "Qual sí disgiunta
terra è da
l'Asia, o dal camin del sole,
vergine gloriosa, ove non giunta
sia
la tua fama, e l'onor tuo non vòle?
Or che s'è la
tua spada a me congiunta,
d'ogni timor m'affidi e mi console:
non,
s'essercito grande unito insieme
fosse in mio scampo, avrei piú
certa speme.
Già
già mi par ch'a giunger qui Goffredo
oltra il dover indugi;
or tu dimandi
ch'impieghi io te: sol di te degne credo
l'imprese
malagevoli e le grandi.
Sovr'a i nostri guerrieri a te concedo
lo
scettro, e legge sia quel che comandi."
Cosí parlava.
Ella rendea cortese
grazie per lodi, indi il parlar riprese:
"Nova cosa
parer dovrà per certo
che preceda a i servigi il
guiderdone;
ma tua bontà m'affida: i' vuo' ch'in merto
del
futuro servir que' rei mi done.
In don gli chieggio: e pur, se 'l
fallo è incerto
gli danna inclementissima ragione;
ma
taccio questo, e taccio i segni espressi
onde argomento
l'innocenza in essi.
E
dirò sol ch'è qui comun sentenza
che i cristiani
togliessero l'imago;
ma discordo io da voi, né però
senza
alta ragion del mio parer m'appago.
Fu de le nostre leggi
irriverenza
quell'opra far che persuase il mago:
ché non
convien ne' nostri tèmpi a nui
gl'idoli avere, e men
gl'idoli altrui.
Dunque
suso a Macon recar mi giova
il miracol de l'opra, ed ei la
fece
per dimostrar ch'i tèmpi suoi con nova
religion
contaminar non lece.
Faccia Ismeno incantando ogni sua prova,
egli
a cui le malie son d'arme in vece;
trattiamo il ferro pur noi
cavalieri:
quest'arte è nostra, e 'n questa sol si speri."
Tacque, ciò
detto; e 'l re, bench'a pietade
l'irato cor difficilmente
pieghi,
pur compiacer la volle; e 'l persuade
ragione, e 'l
move autorità di preghi.
"Abbian vita" rispose "e
libertade,
e nulla a tanto intercessor si neghi.
Siasi questa o
giustizia over perdono,
innocenti gli assolvo, e rei gli dono."
Cosí furon
disciolti. Aventuroso
ben veramente fu d'Olindo il fato,
ch'atto
poté mostrar che 'n generoso
petto al fine ha d'amore amor
destato.
Va dal rogo a le nozze; ed è già
sposo
fatto di reo, non pur d'amante amato.
Volse con lei
morire: ella non schiva,
poi che seco non muor, che seco viva.
Ma il sospettoso
re stimò periglio
tanta virtú congiunta aver
vicina;
onde, com'egli volse, ambo in essiglio
oltra i termini
andàr di Palestina.
Ei, pur seguendo il suo crudel
consiglio,
bandisce altri fedeli, altri confina.
Oh come
lascian mesti i pargoletti
figli, e gli antichi padri e i dolci
letti!
Dura
division! scaccia sol quelli
di forte corpo e di feroce
ingegno;
ma il mansueto sesso, e gli anni imbelli
seco ritien,
sí come ostaggi, in pegno.
Molti n'andaro errando, altri
rubelli
fèrsi, e piú che 'l timor poté lo
sdegno.
Questi unírsi co' Franchi, e gl'incontraro
a
punto il dí che 'n Emaús entraro.
Emaús
è città cui breve strada
da la regal Gierusalem
disgiunge,
ed uom che lento a suo diporto vada,
se parte
matutino, a nona giunge.
Oh quant'intender questo a i Franchi
aggrada!
Oh quanto piú 'l desio gli affretta e punge!
Ma
perch'oltra il meriggio il sol già scende,
qui fa spiegare
il capitan le tende.
L'avean
già tese, e poco era remota
l'alma luce del sol da
l'oceano,
quando duo gran baroni in veste ignota
venir son
visti, e 'n portamento estrano.
Ogni atto lor pacifico dinota
che
vengon come amici al capitano.
Del gran re de l'Egitto eran
messaggi,
e molti intorno avean scudieri e paggi.
Alete
è l'un, che da principio indegno
tra le brutture de la
plebe è sorto;
ma l'inalzaro a i primi onor del
regno
parlar facondo e lusinghiero e scòrto,
pieghevoli
costumi e vario ingegno
al finger pronto, a l'ingannare
accorto:
gran fabro di calunnie, adorne in modi
novi, che sono
accuse, e paion lodi.
L'altro
è il circasso Argante, uom che straniero
se 'n venne a la
regal corte d'Egitto;
ma de' satrapi fatto è de l'impero,
e
in sommi gradi a la milizia ascritto:
impaziente, inessorabil,
fero,
ne l'arme infaticabile ed invitto,
d'ogni dio
sprezzatore, e che ripone
ne la spada sua legge e sua ragione.
Chieser questi
udienza ed al cospetto
del famoso Goffredo ammessi entraro,
e
in umil seggio e in un vestire schietto
fra' suoi duci sedendo il
ritrovaro;
ma verace valor, benché negletto,
è di
se stesso a sé fregio assai chiaro.
Picciol segno d'onor
gli fece Argante,
in guisa pur d'uom grande e non curante.
Ma la destra si
pose Alete al seno,
e chinò il capo, e piegò a terra
i lumi,
e l'onorò con ogni modo a pieno
che di sua gente
portino i costumi.
Cominciò poscia, e di sua bocca
uscièno
piú che mèl dolci d'eloquenza i
fiumi;
e perché i Franchi han già il sermone
appreso
de la Soria, fu ciò ch'ei disse inteso.
"O
degno sol cui d'ubidire or degni
questa adunanza di famosi
eroi,
che per l'adietro ancor le palme e i regni
da te conobbe
e da i consigli tuoi,
il nome tuo, che non riman tra i
segni
d'Alcide, omai risuona anco fra noi,
e la fama d'Egitto
in ogni parte
del tuo valor chiare novelle ha sparte.
Né
v'è fra tanti alcun che non le ascolte
come egli suol le
meraviglie estreme,
ma dal mio re con istupore accolte
sono non
sol, ma con diletto insieme;
e s'appaga in narrarle anco e le
volte,
amando in te ciò ch'altri invidia e teme:
ama il
valore, e volontario elegge
teco unirsi d'amor, se non di legge.
Da sí
bella cagion dunque sospinto,
l'amicizia e la pace a te
richiede,
e l' mezzo onde l'un resti a l'altro avinto
sia la
virtú s'esser non può la fede.
Ma perché
inteso avea che t'eri accinto
per iscacciar l'amico suo di
sede,
volse, pria ch'altro male indi seguisse,
ch'a te la mente
sua per noi s'aprisse.
E
la sua mente è tal, che s'appagarti
vorrai di quanto hai
fatto in guerra tuo,
né Giudea molestar, né l'altre
parti
che ricopre il favor del regno suo,
ei promette a
l'incontro assecurarti
il non ben fermo stato. E se voi duo
sarete
uniti, or quando i Turchi e i Persi
potranno unqua sperar di
riaversi?
Signor,
gran cose in picciol tempo hai fatte
che lunga età porre in
oblio non pote:
esserciti, città, vinti, disfatte,
superati
disagi e strade ignote,
sí ch'al grido o smarrite o
stupefatte
son le provincie intorno e le remote;
e se ben
acquistar puoi novi imperi,
acquistar nova gloria indarno speri.
Giunta è
tua gloria al sommo, e per l'inanzi
fuggir le dubbie guerre a te
conviene,
ch'ove tu vinca, sol di stato avanzi,
né tua
gloria maggior quinci diviene;
ma l'imperio acquistato e preso
inanzi
e l'onor perdi, se 'l contrario aviene.
Ben gioco è
di fortuna audace e stolto
por contra il poco e incerto il certo e
'l molto.
Ma
il consiglio di tal cui forse pesa
ch'altri gli acquisti a lungo
ancor conserve,
e l'aver sempre vinto in ogni impresa,
e quella
voglia natural, che ferve
e sempre è piú ne' cor piú
grandi accesa,
d'aver le genti tributarie e serve,
faran per
aventura a te la pace
fuggir, piú che la guerra altri non
face.
T'essorteranno
a seguitar la strada
che t'è dal fato largamente aperta,
a
non depor questa famosa spada,
al cui valore ogni vittoria è
certa,
sin che la legge di Macon non cada,
sin che l'Asia per
te non sia deserta:
dolci cose ad udir e dolci inganni
ond'escon
poi sovente estremi danni.
Ma
s'animosità gli occhi non benda,
né il lume oscura
in te de la ragione,
scorgerai, ch'ove tu la guerra prenda,
hai
di temer, non di sperar cagione,
ché fortuna qua giú
varia a vicenda
mandandoci venture or triste or buone,
ed ai
voli troppo alti e repentini
sogliono i precipizi esser vicini.
Dimmi: s'a' danni
tuoi l'Egitto move,
d'oro e d'arme potente e di consiglio,
e
s'avien che la guerra anco rinove
il Perso e 'l Turco e di Cassano
il figlio,
quai forzi opporre a sí gran furia o
dove
ritrovar potrai scampo al tuo periglio?
T'affida forse il
re malvagio greco
il qual da i sacri patti unito è teco?
La fede greca a
chi non è palese?
Tu da un sol tradimento ogni altro
impara,
anzi da mille, perché mille ha tese
insidie a
voi la gente infida, avara.
Dunque chi dianzi il passo a voi
contese,
per voi la vita esporre or si prepara?
chi le vie che
comuni a tutti sono
negò, del proprio sangue or farà
dono?
Ma forse
hai tu riposta ogni tua speme
in queste squadre ond'ora cinto
siedi.
Quei che sparsi vincesti, uniti insieme
di vincer anco
agevolmente credi,
se ben son le tue schiere or molto sceme
tra
le guerre e i disagi, e tu te 'l vedi;
se ben novo nemico a te
s'accresce
e co' Persi e co' Turchi Egizi mesce.
Or
quando pure estimi esser fatale
che non ti possa il ferro vincer
mai,
siati concesso, e siati a punto tale
il decreto del Ciel
qual tu te l' fai;
vinceratti la fame: a questo male
che
rifugio, per Dio, che schermo avrai?
Vibra contra costei la
lancia, e stringi
la spada, e la vittoria anco ti fingi.
Ogni campo
d'intorno arso e distrutto
ha la provida man de gli abitanti,
e
'n chiuse mura e 'n alte torri il frutto
riposto, al tuo venir piú
giorni inanti.
Tu ch'ardito sin qui ti sei condutto,
onde speri
nutrir cavalli e fanti?
Dirai: `L'armata in mar cura ne
prende.'
Da i venti dunque il viver tuo dipende?
Comanda
forse tua fortuna a i venti,
e gli avince a sua voglia e gli
dislega?
e 'l mar ch'a i preghi è sordo ed a i lamenti,
te
sol udendo, al tuo voler si piega?
O non potranno pur le nostre
genti,
e le perse e le turche unite in lega,
cosí
potente armata in un raccòrre
ch'a questi legni tuoi si
possa opporre?
Doppia
vittoria a te, signor, bisogna,
s'hai de l'impresa a riportar
l'onore.
Una perdita sola alta vergogna
può cagionarti e
danno anco maggiore:
ch'ove la nostra armata in rotta pogna
la
tua, qui poi di fame il campo more;
e se tu sei perdente, indarno
poi
saran vittoriosi i legni tuoi.
Ora
se in tale stato anco rifiuti
co 'l gran re de l'Egitto e pace e
tregua,
(diasi licenza ai ver) l'altre virtuti
questo consiglio
tuo non bene adegua.
Ma voglia il Ciel che 'l tuo pensier si
muti,
s'a guerra è vòlto, e che 'l contrario
segua,
sí che l'Asia respiri omai da i lutti,
e goda tu
de la vittoria i frutti.
Né
voi che del periglio e de gli affanni
e de la gloria a lui sète
consorti,
il favor di fortuna or tanto inganni
che nove guerre
a provocar v'essorti.
Ma qual nocchier che da i marini
inganni
ridutti ha i legni a i desiati porti,
raccòr
dovreste omai le sparse vele,
né fidarvi di novo al mar
crudele."
Qui
tacque Alete, e 'l suo parlar seguiro
con basso mormorar que'
forti eroi;
e ben ne gli atti disdegnosi apriro
quanto ciascun
quella proposta annoi.
Il capitan rivolse gli occhi in giro
tre
volte e quattro, e mirò in fronte i suoi,
e poi nel volto
di colui gli affisse
ch'attendea la risposta, e cosí disse:
"Messaggier,
dolcemente a noi sponesti
ora cortese, or minaccioso invito.
Se
'l tuo re m'ama e loda i nostri gesti,
è sua mercede, e m'è
l'amor gradito.
A quella parte poi dove protesti
la guerra a
noi del paganesmo unito,
risponderò, come da me si
suole,
liberi sensi in semplici parole.
Sappi
che tanto abbiam sin or sofferto
in mare, in terra, a l'aria
chiara e scura,
solo acciò che ne fosse il calle aperto
a
quelle sacre e venerabil mura,
per acquistarne appo Dio grazia e
merto
togliendo lor di servitú sí dura,
né
mai grave ne fia per fin sí degno
esporre onor mondano e
vita e regno;
ché
non ambiziosi avari affetti
ne spronaro a l'impresa, e ne fur
guida
(sgombri il Padre del Ciel da i nostri petti
peste sí
rea, s'in alcun pur s'annida;
né soffra che l'asperga, e
che l'infetti
di venen dolce che piacendo ancida),
ma la sua
man ch'i duri cor penètra
soavemente, e gli ammollisce e
spetra.
Questa ha
noi mossi e questa ha noi condutti,
tratti d'ogni periglio e
d'ogni impaccio;
questa fa piani i monti e i fiumi
asciutti,
l'ardor toglie a la state, al verno il ghiaccio;
placa
del mare i tempestosi flutti,
stringe e rallenta questa a i venti
il laccio;
quindi son l'alte mura aperte ed arse,
quindi
l'armate schiere uccise e sparse;
quindi
l'ardir, quindi la speme nasce,
non da le frali nostre forze e
stanche,
non da l'armata, e non da quante pasce
genti la Grecia
e non da l'arme franche.
Pur ch'ella mai non ci abbandoni e
lasce,
poco dobbiam curar ch'altri ci manche.
Chi sa come
difende e come fère,
soccorso a i suoi perigli altro non
chere.
Ma quando
di sua aita ella ne privi,
per gli error nostri o per giudizi
occulti,
chi fia di noi ch'esser sepulto schivi
ove i membri di
Dio fur già sepulti?
Noi morirem, né invidia avremo
a i vivi;
noi morirem, ma non morremo inulti,
né l'Asia
riderà di nostra sorte,
né pianta fia da noi la
nostra morte.
Non
creder già che noi fuggiam la pace
come guerra mortal si
fugge e pave,
ché l'amicizia del tuo re ne piace,
né
l'unirci con lui ne sarà grave;
ma s'al suo impero la
Giudea soggiace,
tu 'l sai; perché tal cura ei dunque
n'have?
De' regni altrui l'acquisto ei non ci vieti,
e regga in
pace i suoi tranquilli e lieti."
Cosí
rispose, e di pungente rabbia
la risposta ad Argante il cor
trafisse;
né 'l celò già, ma con enfiate
labbia
si trasse avanti al capitano e disse:
"Chi la pace
non vuol, la guerra s'abbia,
ché penuria giamai non fu di
risse;
e ben la pace ricusar tu mostri,
se non t'acqueti a i
primi detti nostri."
Indi
il suo manto per lo lembo prese,
curvollo e fenne un seno; e 'l
seno sporto,
cosí pur anco a ragionar riprese
via piú
che prima dispettoso e torto:
"O sprezzator de le piú
dubbie imprese,
e guerra e pace in questo sen t'apporto:
tua
sia l'elezione; or ti consiglia
senz'altro indugio, e qual piú
vuoi ti piglia."
L'atto
fero e 'l parlar tutti commosse
a chiamar guerra in un concorde
grido,
non attendendo che risposto fosse
dal magnanimo lor duce
Goffrido.
Spiegò quel crudo il seno e 'l manto scosse,
ed:
"A guerra mortal" disse "vi sfido";
e 'l disse
in atto sí feroce ed empio
che parve aprir di Giano il
chiuso tempio.
Parve
ch'aprendo il seno indi traesse
il Furor pazzo e la Discordia
fera,
e che ne gli occhi orribili gli ardesse
la gran face
d'Aletto e di Megera.
Quel grande già che 'ncontra il cielo
eresse
l'alta mole d'error, forse tal era;
e in cotal atto il
rimirò Babelle
alzar la fronte e minacciar le stelle.
Soggiunse allor
Goffredo: "Or riportate
al vostro re che venga, e che
s'affretti,
che la guerra accettiam che minacciate;
e s'ei non
vien, fra 'l Nilo suo n'aspetti."
Accommiatò lor
poscia in dolci e grate
maniere, e gli onorò di doni
eletti.
Ricchissimo ad Alete un elmo diede
ch'a Nicea conquistò
fra l'altre prede.
Ebbe
Argante una spada; e 'l fabro egregio
l'else e 'l pomo le fe'
gemmato e d'oro,
con magistero tal che perde il pregio
de la
ricca materia appo il lavoro.
Poi che la tempra e la ricchezza e
'l fregio
sottilmente da lui mirati foro,
disse Argante al
Buglion: "Vedrai ben tosto
come da me il tuo dono in uso è
posto."
Indi
tolto il congedo, è da lui ditto
al suo compagno: "Or
ce n'andremo omai,
io a Gierusalem, tu verso Egitto,
tu co 'l
sol novo, io co' notturni rai,
ch'uopo o di mia presenza, o di mio
scritto
essere non può colà dove tu vai.
Reca tu
la risposta, io dilungarmi
quinci non vuo', dove si trattan
l'armi."
Cosí
di messaggier fatto è nemico,
sia fretta intempestiva o sia
matura:
la ragion de le genti e l'uso antico
s'offenda o no, né
'l pensa egli, né 'l cura.
Senza risposta aver, va per
l'amico
silenzio de le stelle a l'alte mura,
d'indugio
impaziente, ed a chi resta
già non men la dimora anco è
molesta.
Era la
notte allor ch'alto riposo
han l'onde e i venti, e parea muto il
mondo.
Gli animai lassi, e quei che 'l mar ondoso
o de liquidi
laghi alberga il fondo,
e chi si giace in tana o in mandra
ascoso,
e i pinti augelli, ne l'oblio profondo
sotto il
silenzio de' secreti orrori
sopian gli affanni e raddolciano i
cori.
Ma né
'l campo fedel, né 'l franco duca
si discioglie nel sonno,
o almen s'accheta,
tanta in lor cupidigia è che riluca
omai
nel ciel l'alba aspettata e lieta,
perché il camin lor
mostri, e li conduca
a la città ch'al gran passaggio è
mèta.
Mirano ad or ad or se raggio alcuno
spunti, o si
schiari de la notte il bruno.
Argomento
Giunge a Gierusalemme
il campo: e quivi
In fera guisa è da Clorinda
accolto.
Sveglia in Erminia amor Tancredi: e vivi
Fa i propri
incendj al discoprir d'un volto.
Restan gli Avventurier di duce
privi:
Ch'un sol colpo d'Argante a lor l'ha tolto.
Pietose
esequie fangli. Il pio Buglione,
Ch'antica selva si recida,
impone.
Già l'aura
messaggiera erasi desta
a nunziar che se ne vien l'aurora;
ella
intanto s'adorna, e l'aurea testa
di rose colte in paradiso
infiora,
quando il campo, ch'a l'arme omai s'appresta,
in voce
mormorava alta e sonora,
e prevenia le trombe; e queste poi
dièr
piú lieti e canori i segni suoi.
Il
saggio capitan con dolce morso
i desideri lor guida e seconda,
ché
piú facil saria svolger il corso
presso Cariddi a la
volubil onda,
o tardar Borea allor che scote il dorso,
de
l'Apennino, e i legni in mare affonda.
Gli ordina, gl'incamina, e
'n suon gli regge
rapido sí, ma rapido con legge.
Ali ha ciascuno
al core ed ali al piede,
né del suo ratto andar però
s'accorge;
ma quando il sol gli aridi campi fiede
con raggi
assai ferventi e in alto sorge,
ecco apparir Gierusalem si
vede,
ecco additar Gierusalem si scorge,
ecco da mille voci
unitamente
Gierusalemme salutar si sente.
Cosí
di naviganti audace stuolo,
che mova a ricercar estranio lido,
e
in mar dubbioso e sotto ignoto polo
provi l'onde fallaci e 'l
vento infido,
s'al fin discopre il desiato suolo,
il saluta da
lunge in lieto grido,
e l'uno a l'altro il mostra, e intanto
oblia
la noia e 'l mal de la passata via.
Al
gran piacer che quella prima vista
dolcemente spirò ne
l'altrui petto,
alta contrizion successe, mista
di timoroso e
riverente affetto.
Osano a pena d'inalzar la vista
vèr
la città, di Cristo albergo eletto,
dove morí, dove
sepolto fue,
dove poi rivestí le membra sue.
Semmessi accenti
e tacite parole,
rotti singulti e flebili sospiri
de la gente
ch'in un s'allegra e duole,
fan che per l'aria un mormorio
s'aggiri
qual ne le folte selve udir si suole
s'avien che tra
le frondi il vento spiri,
o quale infra gli scogli o presso a i
lidi
sibila il mar percosso in rauchi stridi.
Nudo
ciascuno il piè calca il sentiero,
ché l'essempio
de' duci ogn'altro move,
serico fregio o d'or, piuma o
cimiero
superbo dal suo capo ognun rimove;
ed insieme del cor
l'abito altero
depone, e calde e pie lagrime piove.
Pur quasi
al pianto abbia la via rinchiusa,
cosí parlando ognun se
stesso accusa:
«Dunque
ove tu, Signor, di mille rivi
sanguinosi il terren lasciasti
asperso,
d'amaro pianto almen duo fonti vivi
in sí
acerba memoria oggi io non verso?
Agghiacciato mio cor, ché
non derivi
per gli occhi e stilli in lagrime converso?
Duro mio
cor, ché non ti spetri e frangi?
Pianger ben merti ognor,
s'ora non piangi.
De la
cittade intanto un ch'a la guarda
sta d'alta torre, e scopre i
monti e i campi,
colà giuso la polve alzarsi guarda,
sí
che par che gran nube in aria stampi:
par che baleni quella nube
ed arda,
come di fiamme gravida e di lampi;
poi lo splendor de'
lucidi metalli,
distingue, e scerne gli uomini e i cavalli.
Allor gridava:
"Oh qual per l'aria stesa
polvere i' veggio! oh come par che
splenda!
Su, suso, o cittadini, a la difesa
s'armi ciascun
veloce, e i muri ascenda:
già presente è il nemico."
E poi, ripresa
la voce: "Ognun s'affretti, e l'arme
prenda;
ecco, il nemico è qui: mira la polve
che sotto
orrida nebbia il ciel involve."
I
semplici fanciulli, e i vecchi inermi,
e 'l vulgo de le donne
sbigottite,
che non sanno ferir né fare schermi,
traean
supplici e mesti a le meschite.
Gli altri di membra e d'animo piú
fermi
già frettolosi l'arme avean rapite.
Accorre altri
a le porte, altri a le mura;
il re va intorno, e 'l tutto vede e
cura.
Gli ordini
diede, e poscia ei si ritrasse
ove sorge una torre infra due
porte,
sí ch'è presso al bisogno; e son piú
basse
quindi le piaggie e le montagne scorte.
Volle che quivi
seco Erminia andasse,
Erminia bella, ch'ei raccolse in corte
poi
ch'a lei fu da le cristiane squadre
presa Antiochia, e morto il re
suo padre.
Clorinda
intanto incontra a i Franchi è gita:
molti van seco, ed
ella a tutti è inante;
ma in altra parte, ond'è
secreta uscita,
sta preparato a le riscosse Argante.
La
generosa i suoi seguaci incita
co' detti e con l'intrepido
sembiante:
"Ben con alto principio a noi conviene"
dicea
"fondar de l'Asia oggi la spene."
Mentre
ragiona a i suoi, non lunge scorse
un franco stuol addur rustiche
prede,
che, com'è l'uso, a depredar precorse;
or con
greggie ed armenti al campo riede.
Ella vèr lor, e verso
lei se 'n corse
il duce lor, ch'a sé venir la vede.
Gardo
il duce è nomato, uom di gran possa,
ma non già tal
ch'a lei resister possa.
Gardo
a quel fero scontro è spinto a terra
in su gli occhi de'
Franchi e de' pagani,
ch'allor tutti gridàr, di quella
guerra
lieti augúri prendendo, i quai fur vani.
Spronando
adosso a gli altri ella si serra,
e val la destra sua per cento
mani.
Seguirla i suoi guerrier per quella strada
che spianàr
gli urti, e che s'aprí la spada.
Tosto
la preda al predator ritoglie;
cede lo stuol de' Franchi a poco a
poco,
tanto ch'in cima a un colle ei si raccoglie,
ove aiutate
son l'arme dal loco.
Allor, sí come turbine si scioglie
e
cade da le nubi aereo fuoco,
il buon Tancredi, a cui Goffredo
accenna,
sua squadra mosse, ed arrestò l'antenna.
Porta sí
salda la gran lancia, e in guisa
vien feroce e leggiadro il
giovenetto,
che veggendolo d'alto il re s'avisa
che sia
guerriero infra gli scelti eletto.
Onde dice a colei ch'è
seco assisa,
e che già sente palpitarsi il petto:
"Ben
conoscer déi tu per sí lungo uso
ogni cristian,
benché ne l'arme chiuso.
Chi
è dunque costui, che cosí bene
s'adatta in giostra,
e fero in vista è tanto?"
A quella, in vece di
risposta, viene
su le labra un sospir, su gli occhi il pianto.
Pur
gli spirti e le lagrime ritiene,
ma non cosí che lor non
mostri alquanto:
ché gli occhi pregni un bel purpureo
giro
tinse, e roco spuntò mezzo il sospiro.
Poi
gli dice infingevole, e nasconde
sotto il manto de l'odio altro
desio:
"Oimè! bene il conosco, ed ho ben donde
fra
mille riconoscerlo deggia io,
ché spesso il vidi i campi e
le profonde
fosse del sangue empir del popol mio.
Ahi quanto è
crudo nel ferire! a piaga
ch'ei faccia, erba non giova od arte
maga.
Egli è
il prence Tancredi: oh prigioniero
mio fosse un giorno! e no 'l
vorrei già morto;
vivo il vorrei, perch'in me desse al
fero
desio dolce vendetta alcun conforto."
Cosí
parlava, e de' suoi detti il vero
da chi l'udiva in altro senso è
torto;
e fuor n'uscí con le sue voci estreme
misto un
sospir che 'ndarno ella già preme.
Clorinda
intanto ad incontrar l'assalto
va di Tancredi, e pon la lancia in
resta.
Ferírsi a le visiere, e i tronchi in alto
volaro
e parte nuda ella ne resta;
ché, rotti i lacci a l'elmo
suo, d'un salto
(mirabil colpo!) ei le balzò di testa;
e
le chiome dorate al vento sparse,
giovane donna in mezzo 'l campo
apparse.
Lampeggiàr
gli occhi, e folgoràr gli sguardi,
dolci ne l'ira; or che
sarian nel riso?
Tancredi, a che pur pensi? a che pur guardi?
non
riconosci tu l'altero viso?
Quest'è pur quel bel volto onde
tutt'ardi;
tuo core il dica, ov'è il suo essempio
inciso.
Questa è colei che rinfrescar la fronte
vedesti
già nel solitario fonte.
Ei
ch'al cimiero ed al dipinto scudo
non badò prima, or lei
veggendo impètra;
ella quanto può meglio il capo
ignudo
si ricopre, e l'assale; ed ei s'arretra.
Va contra gli
altri, e rota il ferro crudo;
ma però da lei pace non
impetra,
che minacciosa il segue, e: "Volgi" grida;
e
di due morti in un punto lo sfida.
Percosso,
il cavalier non ripercote,
né sí dal ferro a
riguardarsi attende,
come a guardar i begli occhi e le
gote
ond'Amor l'arco inevitabil tende.
Fra sé dicea:
"Van le percosse vote
talor, che la sua destra armata
stende;
ma colpo mai del bello ignudo volto
non cade in fallo,
e sempre il cor m'è colto."
Risolve
al fin, benché pietà non spere,
di non morir tacendo
occulto amante.
Vuol ch'ella sappia ch'un prigion suo fère
già
inerme, e supplichevole e tremante;
onde le dice: "O tu, che
mostri avere
per nemico me sol fra turbe tante,
usciam di
questa mischia, ed in disparte
i' potrò teco, e tu meco
provarte.
Cosí
me' si vedrà s'al tuo s'agguaglia
il mio valore." Ella
accettò l'invito:
e come esser senz'elmo a lei non
caglia,
gía baldanzosa, ed ei seguia smarrito.
Recata
s'era in atto di battaglia
già la guerriera, e già
l'avea ferito,
quand'egli: "Or ferma," disse "e
siano fatti
anzi la pugna de la pugna i patti."
Fermossi, e lui
di pauroso audace
rendé in quel punto il disperato
amore.
"I patti sian," dicea "poi che tu pace
meco
non vuoi, che tu mi tragga il core.
Il mio cor, non piú
mio, s'a te dispiace
ch'egli piú viva, volontario more:
è
tuo gran tempo, e tempo è ben che trarlo
omai tu debbia, e
non debb'io vietarlo.
Ecco
io chino le braccia, e t'appresento
senza difesa il petto: or ché
no 'l fiedi?
vuoi ch'agevoli l'opra? i' son contento
trarmi
l'usbergo or or, se nudo il chiedi."
Distinguea forse in piú
duro lamento
i suoi dolori il misero Tancredi,
ma calca
l'impedisce intempestiva
de' pagani e de' suoi che soprarriva.
Cedean cacciati
da lo stuol cristiano
i Palestini, o sia temenza od arte.
Un
de' persecutori, uomo inumano,
videle sventolar le chiome
sparte,
e da tergo in passando alzò la mano
per ferir
lei ne la sua ignuda parte;
ma Tancredi gridò, che se
n'accorse,
e con la spada a quel gran colpo occorse.
Pur
non gí tutto in vano, e ne' confini
del bianco collo il bel
capo ferille.
Fu levissima piaga, e i biondi crini
rosseggiaron
cosí d'alquante stille,
come rosseggia l'or che di
rubini
per man d'illustre artefice sfaville.
Ma il prence
infuriato allor si strinse
adosso a quel villano, e 'l ferro
spinse.
Quel si
dilegua, e questi acceso d'ira
il segue, e van come per l'aria
strale.
Ella riman sospesa, ed ambo mira
lontani molto, né
seguir le cale,
ma co' suoi fuggitivi si ritira:
talor mostra
la fronte e i Franchi assale;
or si volge or rivolge, or fugge or
fuga,
né si può dir la sua caccia né fuga.
Tal gran tauro
talor ne l'ampio agone,
se volge il corno a i cani ond'è
seguito,
s'arretran essi; e s'a fuggir si pone,
ciascun ritorna
a seguitarlo ardito.
Clorinda nel fuggir da tergo oppone
alto
lo scudo, e 'l capo è custodito.
Cosí coperti van
ne' giochi mori
da le palle lanciate i fuggitori.
Già
questi seguitando e quei fuggendo
s'erano a l'alte mura
avicinati,
quando alzaro i pagani un grido orrendo
e indietro
si fur subito voltati;
e fecero un gran giro, e poi
volgendo
ritornaro a ferir le spalle e i lati.
E intanto
Argante giú movea dal monte
la schiera sua per assalirgli a
fronte.
Il feroce
circasso uscí di stuolo,
ch'esser vols'egli il feritor
primiero,
e quegli in cui ferí fu steso al suolo,
e
sossopra in un fascio il suo destriero;
e pria che l'asta in
tronchi andasse a volo,
molti cadendo compagnia gli fèro.
Poi
stringe il ferro, e quando giunge a pieno
sempre uccide od abbatte
o piaga almeno.
Clorinda,
emula sua, tolse di vita
il forte Ardelio, uom già d'età
matura,
ma di vecchiezza indomita, e munita
di duo gran figli,
e pur non fu secura,
ch'Alcandro, il maggior figlio, aspra
ferita
rimosso avea da la paterna cura,
e Poliferno, che
restogli appresso,
a gran pena salvar poté se stesso.
Ma Tancredi,
dapoi ch'egli non giunge
quel villan che destriero ha piú
corrente,
si mira a dietro, e vede ben che lunge
troppo è
trascorsa la sua audace gente.
Vedela intorniata, e 'l corsier
punge
volgendo il freno, e là s'invia repente;
ned egli
solo i suoi guerrier soccorre,
ma quello stuol ch'a tutt'i rischi
accorre:
quel di
Dudon aventurier drapello,
fior de gli eroi, nerbo e vigor del
campo.
Rinaldo, il piú magnanimo e il piú
bello,
tutti precorre, ed è men ratto il lampo.
Ben
tosto il portamento e 'l bianco augello
conosce Erminia nel
celeste campo,
e dice al re, che 'n lui fisa lo sguardo:
"Eccoti
il domator d'ogni gagliardo.
Questi
ha nel pregio de la spada eguali
pochi, o nessuno; ed è
fanciullo ancora.
Se fosser tra' nemici altri sei tali,
già
Soria tutta vinta e serva fòra;
e già dómi
sarebbono i piú australi
regni, e i regni piú
prossimi a l'aurora;
e forse il Nilo occultarebbe in vano
dal
giogo il capo incognito e lontano.
Rinaldo
ha nome; e la sua destra irata
teman piú d'ogni machina le
mura.
Or volgi gli occhi ov'io ti mostro, e guata
colui che
d'oro e verde ha l'armatura.
Quegli è Dudone, ed è
da lui guidata
questa schiera, che schiera è di ventura:
è
guerrier d'alto sangue e molto esperto,
che d'età vince e
non cede di merto.
Mira
quel grande, ch'è coperto a bruno:
è Gernando, il
fratel del re norvegio;
non ha la terra uom piú superbo
alcuno,
questo sol de' suoi fatti oscura il pregio.
E son que'
duo che van sí giunti in uno,
e c'han bianco il vestir,
bianco ogni fregio,
Gildippe ed Odoardo, amanti e sposi,
in
valor d'arme e in lealtà famosi."
Cosí
parlava, e già vedean là sotto
come la strage piú
e piú s'ingrosse,
ché Tancredi e Rinaldo il cerchio
han rotto
benché d'uomini denso e d'armi fosse;
e poi lo
stuol, ch'è da Dudon condotto,
vi giunse, ed aspramente
anco il percosse.
Argante, Argante stesso, ad un grand'urto
di
Rinaldo abbattuto, a pena è surto.
Né
sorgea forse, ma in quel punto stesso
al figliuol di Bertoldo il
destrier cade;
e restandogli sotto il piede oppresso,
convien
ch'indi a ritrarlo alquanto bade.
Lo stuol pagan fra tanto, in
rotta messo,
si ripara fuggendo a la cittade.
Soli Argante e
Clorinda argine e sponda
sono al furor che lor da tergo inonda.
Ultimi vanno, e
l'impeto seguente
in lor s'arresta alquanto, e si reprime,
sí
che potean men perigliosamente
quelle genti fuggir che fuggean
prime.
Segue Dudon ne la vittoria ardente
i fuggitivi, e 'l fer
Tigrane opprime
con l'urto del cavallo, e con la spada
fa che
scemo del capo a terra cada.
Né
giova ad Algazarre il fino usbergo,
ned e Corban robusto il forte
elmetto,
ché 'n guisa lor ferí la nuca e 'l
tergo
che ne passò la piaga al viso, al petto.
E per sua
mano ancor del dolce albergo
l'alma uscí d'Amurate e di
Meemetto,
e del crudo Almansor; né 'l gran circasso
può
securo da lui mover un passo.
Freme
in se stesso Argante, e pur tal volta
si ferma e volge, e poi cede
pur anco.
Al fin cosí improviso a lui si volta,
e di
tanto rovescio il coglie al fianco,
che dentro il ferro vi
s'immerge, e tolta
è dal colpo la vita al duce
franco.
Cade; e gli occhi, ch'a pena aprir si ponno,
dura
quiete preme e ferreo sonno.
Gli
aprí tre volte, e i dolci rai del cielo
cercò fruire
e sovra un braccio alzarsi,
e tre volte ricadde, e fosco velo
gli
occhi adombrò, che stanchi al fin serràrsi.
Si
dissolvono i membri, e 'l mortal gelo
inrigiditi e di sudor gli ha
sparsi.
Sovra il corpo già morto il fero Argante
punto
non bada, e via trascorre inante.
Con
tutto ciò, se ben d'andar non cessa,
si volge a i Franchi,
e grida: "O cavalieri,
questa sanguigna spada è quella
stessa
che 'l signor vostro mi donò pur ieri;
ditegli
come in uso oggi l'ho messa,
ch'udirà la novella ei
volentieri.
E caro esser gli dée che 'l suo bel dono
sia
conosciuto al paragon sí buono.
Ditegli
che vederne ormai s'aspetti
ne le viscere sue piú certa
prova;
e quando d'assalirne ei non s'affretti,
verrò non
aspettato ove si trova."
Irritati i cristiani a i feri
detti,
tutti vèr lui già si moveano a prova;
ma
con gli altri esso è già corso in securo
sotto la
guardia de l'amico muro.
I
difensori a grandinar le pietre
da l'alte mura in guisa
incominciaro,
e quasi innumerabili faretre
tante saette a gli
archi ministraro,
che forza è pur che 'l franco stuol
s'arretre;
e i saracin ne la cittade entraro.
Ma già
Rinaldo, avendo il piè sottratto
al giacente destrier,
s'era qui tratto.
Venia
per far nel barbaro omicida
de l'estinto Dudone aspra vendetta,
e
fra' suoi giunto alteramente grida:
"Or qual indugio è
questo? e che s'aspetta?
poi ch'è morto il signor che ne fu
guida,
ché non corriamo a vendicarlo in fretta?
Dunque
in sí grave occasion di sdegno
esser può fragil muro
a noi ritegno?
Non,
se di ferro doppio o d'adamante
questa muraglia impenetrabil
fosse,
colà dentro securo il fero Argante
s'appiatteria
da le vostr'alte posse:
andiam pure a l'assalto!" Ed egli
inante
a tutti gli altri in questo dir si mosse,
ché
nulla teme la secura testa
o di sasso o di strai nembo o tempesta.
Ei crollando il
gran capo, alza la faccia
piena di sí terribile
ardimento,
che sin dentro a le mura i cori agghiaccia
a i
difensor d'insolito spavento.
Mentre egli altri rincora, altri
minaccia,
sopravien chi reprime il suo talento;
ché
Goffredo lor manda il buon Sigiero
de' gravi imperii suoi nunzio
severo.
Questi
sgrida in suo nome il troppo ardire,
e incontinente il ritornar
impone:
"Tornatene," dicea "ch'a le vostr'ire
non
è il loco opportuno o la stagione;
Goffredo il vi comanda."
A questo dire
Rinaldo si frenò, ch'altrui fu sprone,
benché
dentro ne frema, e in piú d'un segno
dimostri fuore il mal
celato sdegno.
Tornàr
le schiere indietro, e da i nemici
non fu il ritorno lor punto
turbato;
né in parte alcuna de gli estremi uffici
il
corpo di Dudon restò fraudato.
Su le pietose braccia i fidi
amici
portàrlo, caro peso ed onorato.
Mira intanto il
Buglion d'eccelsa parte
de la forte cittade il sito e l'arte.
Gierusalem sovra
duo colli è posta
d'impari attezza, e vòlti fronte a
fronte.
Va per lo mezzo suo valle interposta,
che lei
distingue, e l'un da l'altro monte.
Fuor da tre lati ha malagevol
costa,
per l'altro vassi, e non par che si monte;
ma
d'altissime mura è piú difesa
la parte piana, e
'ncontra Borea è stesa.
La
città dentro ha lochi in cui si serba
l'acqua che piove, e
laghi e fonti vivi;
ma fuor la terra intorno è nuda
d'erba,
e di fontane sterile e di rivi.
Né si vede
fiorir lieta e superba
d'alberi, e fare schermo a i raggi
estivi,
se non se in quanto oltra sei miglia un bosco
sorge
d'ombre nocenti orrido e fosco.
Ha
da quel lato donde il giorno appare
del felice Giordan le nobil
onde;
e da la parte occidental, del mare
Mediterraneo l'arenose
sponde.
Verso Borea è Betèl, ch'alzò
l'altare
al bue de l'oro, e la Samaria, e donde
Austro portar
le suol piovoso nembo,
Betelèm che 'l gran parto ascose in
grembo.
Or mentre
guarda e l'alte mura e 'l sito
de la città Goffredo e del
paese,
e pensa ove s'accampi, onde assalito
sia il muro ostil
piú facile a l'offese,
Erminia il vide, e dimostrollo a
dito
al re pagano, e cosí a dir riprese:
"Goffredo
è quel, che nel purpureo ammanto
ha di regio e d'augusto in
sé cotanto.
Veramente
è costui nato a l'impero,
sí del regnar, del
comandar sa l'arti,
e non minor che duce è cavaliero,
ma
del doppio valor tutte ha le parti;
né fra turba sí
grande uom piú guerriero
o piú saggio di lui potrei
mostrarti.
Sol Raimondo in consiglio, ed in battaglia
sol
Rinaldo e Tancredi a lui s'agguaglia."
Risponde
il re pagan: "Ben ho di lui
contezza, e 'l vidi a la gran
corte in Francia,
quand'io d'Egitto messaggier vi fui,
e 'l
vidi in nobil giostra oprar la lancia;
e se ben gli anni
giovenetti sui
non gli vestian di piume ancor la guancia,
pur
dava a i detti, a l'opre, a le sembianze,
presagio omai
d'altissime speranze;
presagio
ahi troppo vero!" E qui le ciglia
turbate inchina, e poi
l'inalza e chiede:
"Dimmi chi sia colui c'ha pur vermiglia
la
sopravesta, e seco a par si vede.
Oh quanto di sembianti a lui
somiglia!
se ben alquanto di statura cede."
"È
Baldovin," risponde "e ben si scopre
nel volto a lui
fratel, ma piú ne l'opre.
Or
rimira colui che, quasi in modo
d'uomo che consigli, sta da
l'altro fianco:
quegli è Raimondo, il qual tanto ti
lodo
d'accorgimento, uom già canuto e bianco.
Non è
chi tesser me' bellico frodo
di lui sapesse o sia latino o
franco;
ma quell'altro piú in là, ch'orato ha
l'elmo,
del re britanno è il buon figliuol Guglielmo.
V'è Guelfo
seco, e gli è d'opre leggiadre
emulo, e d'alto sangue e
d'alto stato:
ben il conosco a le sue spalle quadre,
ed a quel
petto colmo e rilevato.
Ma 'l gran nemico mio tra queste
squadre
già riveder non posso, e pur vi guato;
io dico
Boemondo il micidiale,
distruggitor del sangue mio reale."
Cosí
parlavan questi; e 'l capitano,
poi ch'intorno ha mirato, a i suoi
discende;
e perché crede che la terra in vano
s'oppugneria
dov'il piú erto ascende,
contra lo porta Aquilonar, nel
piano
che con lei si congiunge, alza le tende;
e quinci
procedendo infra la torre
che chiamano Angolar gli altri fa porre.
Da quel giro del
campo è contenuto
de la cittade il terzo, o poco meno,
che
d'ogn'intorno non avria potuto,
(cotanto ella volgea) cingerla a
pieno;
ma le vie tutte ond'aver pote aiuto
tenta Goffredo
d'impedirle almeno,
ed occupar fa gli opportuni passi
onde da
lei si viene ed a lei vassi.
Impon
che sian le tende indi munite
e di fosse profonde e di
trinciere,
che d'una parte a cittadine uscite,
da l'altra
oppone a correrie straniere.
Ma poi che fur quest'opere
fornite,
vols'egli il corpo di Dudon vedere,
e colà
trasse ove il buon duce estinto
da mesta turba e lagrimosa è
cinto.
Di nobil
pompa i fidi amici ornaro
il gran ferètro ove sublime ei
giace.
Quando Goffredo entrò, le turbe alzaro
la voce
assai piú flebile e loquace;
ma con volto né torbido
né chiaro
frena il suo affetto il pio Buglione, e tace.
E
poi che 'n lui pensando alquanto fisse
le luci ebbe tenute, al fin
sí disse:
"Già
non si deve a te doglia né pianto,
che se mori nel mondo,
in Ciel rinasci;
e qui dove ti spogli il mortal manto
di gloria
impresse alte vestigia lasci.
Vivesti qual guerrier cristiano e
santo,
e come tal sei morto; or godi, e pasci
in Dio gli occhi
bramosi, o felice alma,
ed hai del bene oprar corona e palma.
Vivi beata pur,
ché nostra sorte,
non tua sventura, a lagrimar
n'invita,
poscia ch'al tuo partir sí degna e forte
parte
di noi fa co 'l tuo piè partita.
Ma se questa, che 'l vulgo
appella morte,
privati ha noi d'una terrena aita,
celeste aita
ora impetrar ne puoi
che 'l Ciel t'accoglie infra gli eletti suoi.
E come a nostro
pro veduto abbiamo
ch'usavi, uom già mortal, l'arme
mortali,
cosí vederti oprare anco speriamo,
spirto
divin, l'arme del Ciel fatali.
Impara i voti omai, ch'a te
porgiamo,
raccòrre, e dar soccorso a i nostri mali:
indi
vittoria annunzio; a te devoti
solverem trionfando al tempio i
voti."
Cosí
diss'egli; e già la notte oscura
avea tutti del giorno i
raggi spenti,
e con l'oblio d'ogni noiosa cura
ponea tregua a
le lagrime, a i lamenti.
Ma il capitan, ch'espugnar mai le
mura
non crede senza i bellici tormenti,
pensa ond'abbia le
travi, ed in quai forme
le machine componga; e poco dorme.
Sorse a pari co
'l sole, ed egli stesso
seguir la pompa funeral poi volle.
A
Dudon d'odorifero cipresso
composto hanno un sepolcro a piè
d'un colle,
non lunge a gli steccati; e sovra ad esso
un'altissima
palma i rami estolle.
Or qui fu posto, e i sacerdoti
intanto
quiete a l'alma gli pregàr co 'l canto.
Quinci e quindi
fra i rami erano appese
insegne e prigioniere arme diverse,
già
da lui tolte in piú felici imprese
a le genti di Siria ed a
le perse.
De la corazza sua, de l'altro arnese,
in mezzo il
grosso tronco si coperse.
"Qui" vi fu scritto poi "giace
Dudone:
onorate l'altissimo campione."
Ma
il pietoso Buglion, poi che da questa
opra si tolse dolorosa e
pia,
tutti i fabri del campo a la foresta
con buona scorta di
soldati invia.
Ella è tra valli ascosa, e manifesta
l'avea
fatta a i Francesi uom di Soria.
Qui per troncar le machine
n'andaro,
a cui non abbia la città riparo.
L'un
l'altro essorta che le piante atterri,
e faccia al bosco inusitati
oltraggi.
Caggion recise da i pungenti ferri
le sacre palme e i
frassini selvaggi,
i funebri cipressi e i pini e i cerri,
l'elci
frondose e gli alti abeti e i faggi,
gli olmi mariti, a cui talor
s'appoggia
la vite, e con piè torto al ciel se 'n poggia.
Altri i tassi, e
le quercie altri percote,
che mille volte rinovàr le
chiome,
e mille volte ad ogni incontro immote
l'ire de' venti
han rintuzzate e dome;
ed altri impone a le stridenti rote
d'orni
e di cedri l'odorate some.
Lascian al suon de l'arme, al vario
grido,
e le fère e gli augei la tana e 'l nido.
Argomento
Tutti i Numi d'Inferno a se raccoglie
L'Imperator
del tenebroso regno:
E per dar a Cristiani acerbe doglie,
Vuol
ch'usi ognun di lor suo iniquo ingegno.
Per lor opra Idraote a
crude voglie
Si volge, e vuol ch'Armida al suo disegno
Spiani
la via parlando in dolci modi;
E sue macchine sian bellezze e
frodi.
Mentre
son questi a le bell'opre intenti,
perché debbiano tosto in
uso porse,
il gran nemico de l'umane genti
contra i cristiani i
lividi occhi torse;
e scorgendogli omai lieti e contenti,
ambo
le labra per furor si morse,
e qual tauro ferito il suo
dolore
versò mugghiando e sospirando fuore.
Quinci, avendo
pur tutto il pensier vòlto
a recar ne' cristiani ultima
doglia,
che sia, comanda, il popol suo raccolto
(concilio
orrendo!) entro la regia soglia;
come sia pur leggiera impresa,
ahi stolto!,
il repugnare a la divina voglia:
stolto, ch'al
Ciel s'agguaglia, e in oblio pone
come di Dio la destra irata
tuone.
Chiama gli
abitator de l'ombre eterne
il rauco suon de la tartarea
tromba.
Treman le spaziose atre caverne,
e l'aer cieco a quel
romor rimbomba;
né sí stridendo mai da le
superne
regioni del cielo il folgor piomba,
né sí
scossa giamai trema la terra
quando i vapori in sen gravida serra.
Tosto gli dèi
d'Abisso in varie torme
concorron d'ogn'intorno a l'alte porte.
Oh
come strane, oh come orribil forme!
quant'è ne gli occhi
lor terrore e morte!
Stampano alcuni il suol di ferine orme,
e
'n fronte umana han chiome d'angui attorte,
e lor s'aggira dietro
immensa coda
che quasi sferza si ripiega e snoda.
Qui
mille immonde Arpie vedresti e mille
Centauri e Sfingi e pallide
Gorgoni,
molte e molte latrar voraci Scille,
e fischiar Idre e
sibilar Pitoni,
e vomitar Chimere atre faville,
e Polifemi
orrendi e Gerioni;
e in novi mostri, e non piú intesi o
visti,
diversi aspetti in un confusi e misti.
D'essi
parte a sinistra e parte a destra
a seder vanno al crudo re
davante.
Siede Pluton nel mezzo, e con la destra
sostien lo
scettro ruvido e pesante;
né tanto scoglio in mar, né
rupe alpestra,
né pur Calpe s'inalza o 'l magno
Atlante,
ch'anzi lui non paresse un picciol colle,
sí la
gran fronte e le gran corna estolle.
Orrida
maestà nel fero aspetto
terrore accresce, e piú
superbo il rende:
rosseggian gli occhi, e di veneno infetto
come
infausta cometa il guardo splende,
gl'involve il mento e su
l'irsuto petto
ispida e folta la gran barba scende,
e in guisa
di voragine profonda
s'apre la bocca d'atro sangue immonda.
Qual i fumi
sulfurei ed infiammati
escon di Mongibello e 'l puzzo e 'l
tuono,
tal de la fera bocca i negri fiati,
tale il fetore e le
faville sono.
Mentre ei parlava, Cerbero i latrati
ripresse, e
l'Idra si fe' muta al suono;
restò Cocito, e ne tremàr
gli abissi,
e in questi detti il gran rimbombo udissi:
"Tartarei
numi, di seder piú degni
là sovra il sole, ond'è
l'origin vostra,
che meco già da i piú felici
regni
spinse il gran caso in questa orribil chiostra,
gli
antichi altrui sospetti e i feri sdegni
noti son troppo, e l'alta
impresa nostra;
or Colui regge a suo voler le stelle,
e noi
siam giudicate alme rubelle.
Ed
in vece del dí sereno e puro,
de l'aureo sol, de gli
stellati giri,
n'ha qui rinchiusi in questo abisso oscuro,
né
vuol ch'al primo onor per noi s'aspiri;
e poscia (ahi quanto a
ricordarlo è duro!
quest'è quel che piú
inaspra i miei martíri)
ne' bei seggi celesti ha l'uom
chiamato,
l'uom vile e di vil fango in terra nato.
Né
ciò gli parve assai; ma in preda a morte,
sol per farne piú
danno, il figlio diede.
Ei venne e ruppe le tartaree porte,
e
porre osò ne' regni nostri il piede,
e trarne l'alme a noi
dovute in sorte,
e riportarne al Ciel sí ricche
prede,
vincitor trionfando, e in nostro scherno
l'insegne ivi
spiegar del vinto Inferno.
Ma
che rinovo i miei dolor parlando?
Chi non ha già l'ingiurie
nostre intese?
Ed in qual parte si trovò, né
quando,
ch'egli cessasse da l'usate imprese?
Non piú
déssi a l'antiche andar pensando,
pensar dobbiamo a le
presenti offese.
Deh! non vedete omai com'egli tenti
tutte al
suo culto richiamar le genti?
Noi
trarrem neghittosi i giorni e l'ore,
né degna cura fia che
'l cor n'accenda?
e soffrirem che forza ognor maggiore
il suo
popol fedele in Asia prenda?
e che Giudea soggioghi? e che 'l suo
onore,
che 'l nome suo piú si dilati e stenda?
che suoni
in altre lingue, e in altri carmi
si scriva, e incida in novi
bronzi e marmi?
Che
sian gl'idoli nostri a terra sparsi?
ch'i nostri altari il mondo
a lui converta?
ch'a lui sospesi i voti, a lui sol arsi
siano
gl'incensi, ed auro e mirra offerta?
ch'ove a noi tempio non solea
serrarsi,
or via non resti a l'arti nostre aperta?
che di
tant'alme il solito tributo
ne manchi, e in vòto regno
alberghi Pluto?
Ah!
non fia ver, ché non sono anco estinti
gli spirti in voi di
quel valor primiero,
quando di ferro e d'alte fiamme
cinti
pugnammo già contra il celeste impero.
Fummo, io
no 'l nego, in quel conflitto vinti,
pur non mancò virtute
al gran pensiero.
Diede che che si fosse a lui vittoria:
rimase
a noi d'invitto ardir la gloria.
Ma
perché piú v'indugio? Itene, o miei
fidi consorti, o
mia potenza e forze:
ite veloci, ed opprimete i rei
prima che
'l lor poter piú si rinforze;
pria che tutt'arda il regno
de gli Ebrei,
questa fiamma crescente omai s'ammorze;
fra loro
entrate, e in ultimo lor danno
or la forza s'adopri ed or
l'inganno.
Sia
destin ciò ch'io voglio: altri disperso
se 'n vada errando,
altri rimanga ucciso,
altri in cure d'amor lascive immerso
idol
si faccia un dolce sguardo e un riso.
Sia il ferro incontra 'l suo
rettor converso
da lo stuol ribellante e 'n sé diviso:
pèra
il campo e ruini, e resti in tutto
ogni vestigio suo con lui
distrutto."
Non
aspettàr già l'alme a Dio rubelle
che fosser queste
voci al fin condotte;
ma fuor volando a riveder le stelle
già
se n'uscian da la profonda notte,
come sonanti e torbide
procelle
che vengan fuor de le natie lor grotte
ad oscurar il
cielo, a portar guerra
a i gran regni del mar e de la terra.
Tosto, spiegando
in vari lati i vanni,
si furon questi per lo mondo sparti,
e
'ncominciaro a fabricar inganni
diversi e novi, e ad usar lor
arti.
Ma di' tu, Musa, come i primi danni
mandassero a i
cristiani e di quai parti;
tu 'l sai, e di tant'opra a noi sí
lunge
debil aura di fama a pena giunge.
Reggea
Damasco e le città vicine
Idraote, famoso e nobil mago,
che
fin da' suoi prim'anni a l'indovine
arti si diede, e ne fu ognor
piú vago.
Ma che giovàr, se non poté del
fine
di quella incerta guerra esser presago?
Ned aspetto di
stelle erranti o fisse,
né risposta d'inferno il ver
predisse.
Giudicò
questi (ahi, cieca umana mente,
come i giudizi tuoi son vani e
torti!)
ch'a l'essercito invitto d'Occidente
apparecchiasse il
Ciel ruine e morti;
però, credendo che l'egizia gente
la
palma de l'impresa al fin riporti,
desia che 'l popol suo ne la
vittoria
sia de l'acquisto a parte e de la gloria.
Ma
perché il valor franco ha in grande stima,
di sanguigna
vittoria i danni teme;
e va pensando con qual arte in prima
il
poter de' cristiani in parte sceme,
sí che piú
agevolmente indi s'opprima
da le sue genti e da l'egizie
insieme:
in questo suo pensier il sovragiunge
l'angelo iniquo,
e piú l'instiga e punge.
Esso
il consiglia, e gli ministra i modi
onde l'impresa agevolar si
pote.
Donna a cui di beltà le prime lodi
concedea
l'Oriente, è sua nepote:
gli accorgimenti e le piú
occulte frodi
ch'usi o femina o maga a lei son note.
Questa a
sé chiama e seco i suoi consigli
comparte, e vuol che cura
ella ne pigli.
Dice:
"O diletta mia, che sotto biondi
capelli e fra sí
tenere sembianze
canuto senno e cor virile ascondi,
e già
ne l'arti mie me stesso avanze,
gran pensier volgo; e se tu lui
secondi,
seguiteran gli effetti a le speranze.
Tessi la tela
ch'io ti mostro ordita,
di cauto vecchio essecutrice ardita.
Vanne al campo
nemico: ivi s'impieghi
ogn'arte feminil ch'amore alletti.
Bagna
di pianto e fa' melati i preghi,
tronca e confondi co' sospiri i
detti:
beltà dolente e miserabil pieghi,
al tuo volere i
piú ostinati petti.
Vela il soverchio ardir con la
vergogna,
e fa' manto del vero a la menzogna.
Prendi,
s'esser potrà, Goffredo a l'esca
de' dolci sguardi e de'
be' detti adorni,
sí ch'a l'uomo invaghito omai
rincresca
l'incominciata guerra, e la distorni.
Se ciò
non puoi, gli altri piú grandi adesca:
menagli in parte
ond'alcun mai non torni."
Poi distingue i consigli; al fin le
dice:
"Per la fé, per la patria il tutto lice."
La bella Armida,
di sua forma altera
e de' doni del sesso e de l'etate,
l'impresa
prende, e in su la prima sera
parte e tiene sol vie chiuse e
celate;
e 'n treccia e 'n gonna feminile spera
vincer popoli
invitti e schiere armate.
Ma son del suo partir tra 'l vulgo ad
arte
diverse voci poi diffuse e sparte.
Dopo
non molti dí vien la donzella
dove spiegate i Franchi avean
le tende.
A l'apparir de la beltà novella
nasce un
bisbiglio e 'l guardo ognun v'intende,
sí come là
dove cometa o stella,
non piú vista di giorno, in ciel
risplende;
e traggon tutti per veder chi sia
sí bella
peregrina, e chi l'invia.
Argo
non mai, non vide Cipro o Delo
d'abito o di beltà forme sí
care:
d'auro ha la chioma, ed or dal bianco velo
traluce
involta, or discoperta appare.
Cosí, qualor si rasserena il
cielo,
or da candida nube il sol traspare,
or da la nube
uscendo i raggi intorno
piú chiari spiega e ne raddoppia il
giorno.
Fa nove
crespe l'aura al crin disciolto,
che natura per sé
rincrespa in onde;
stassi l'avaro sguardo in sé raccolto,
e
i tesori d'amore e i suoi nasconde.
Dolce color di rose in quel
bel volto
fra l'avorio si sparge e si confonde,
ma ne la bocca,
onde esce aura amorosa,
sola rosseggia e semplice la rosa.
Mostra il bel
petto le sue nevi ignude,
onde il foco d'Amor si nutre e
desta.
Parte appar de le mamme acerbe e crude,
parte altrui ne
ricopre invida vesta:
invida, ma s'a gli occhi il varco
chiude,
l'amoroso pensier già non arresta,
ché
non ben pago di bellezza esterna
ne gli occulti secreti anco
s'interna.
Come
per acqua o per cristallo intero
trapassa il raggio, e no 'l
divide o parte,
per entro il chiuso manto osa il pensiero
sí
penetrar ne la vietata parte.
Ivi si spazia, ivi contempla il
vero
di tante meraviglie a parte a parte;
poscia al desio le
narra e le descrive,
e ne fa le sue fiamme in lui piú vive.
Lodata passa e
vagheggiata Armida
fra le cupide turbe, e se n'avede.
No 'l
mostra già, benché in suo cor ne rida,
e ne disegni
alte vittorie e prede.
Mentre, sospesa alquanto, alcuna guida
che
la conduca al capitan richiede,
Eustazio occorse a lei, che del
sovrano
principe de le squadre era germano.
Come
al lume farfalla, ei si rivolse
a lo splendor de la beltà
divina,
e rimirar da presso i lumi volse
che dolcemente atto
modesto inchina;
e ne trasse gran fiamma e la raccolse
come da
foco suole esca vicina,
e disse verso lei, ch'audace e baldo
il
fea de gli anni e de l'amore il caldo:
"Donna,
se pur tal nome a te conviensi,
ché non somigli tu cosa
terrena,
né v'è figlia d'Adamo in cui
dispensi
cotanto il Ciel di sua luce serena,
che da te si
ricerca? ed onde viensi?
qual tua ventura o nostra or qui ti
mena?
Fa' che sappia chi sei, fa' ch'io non erri
ne l'onorarti;
e s'è ragion, m'atterri."
Risponde:
"Il tuo lodar troppo alto sale,
né tanto in suso il
merto nostro arriva.
Cosa vedi, signor, non pur mortale,
ma già
morta a i diletti, al duol sol viva;
mia sciagura mi spinge in
loco tale,
vergine peregrina e fuggitiva.
Ricovro al pio
Goffredo, e in lui confido
tal va di sua bontate intorno il grido.
Tu l'adito
m'impetra al capitano,
s'hai, come pare, alma cortese e pia."
Ed
egli: "È ben ragion ch'a l'un germano
l'altro ti
guidi, e intercessor ti sia.
Vergine bella, non ricorri in
vano,
non è vile appo lui la grazia mia;
spender tutto
potrai, come t'aggrada,
ciò che vaglia il suo scettro o la
mia spada."
&nbs