Tassoni Alessandro



LA SECCHIA

RAPITA

 



A CHI LEGGE

La Secchia Rapita, poema di nuova spezie inventata dal Tassone, contiene una impresa mezza eroica e mezza civile, fondata su l'istoria della guerra, che passò tra i Bolognesi e i Modanesi al tempo dell'imperador Federico Secondo, nella quale Enzio re di Sardigna, figliuolo del medesimo Federico, combattendo in aiuto de' Modanesi, restò prigione e prima d'esser liberato morí in Bologna, come oggidi ancora può vedersi dall'epitafio della sua sepoltura nella chiesa di S. Domenico.

La secchia di legno, per cagion della quale è fama che nascesse tal guerra, si conserva tuttavia ndl' archivio della Catedrale di Modana, appesa alla volta della stanza, con una catena di ferro, quale dicone che servisse a chiudere la porta di Bologna, per onde entrarono i Modanesi quando rapiron la Secchia.

Di tal guerra ne trattano il Sigonio e 'l Campanaccio istorici, e alcune Croniche in penna della città di Modana, d'onde si può vedere che 'l Poema della Secchia Rapita ha per tutto ricognizione d'istoria e di verità.

L'impresa è una e perfetta, cioè con principio, mezzo e fine; e se non è una d'un solo, Aristotile non prescrisse mai ai compositori cosi fatte strettezze. E oggidí è chiaro che le azioni di molti dilettano piú che quelle d'un solo, e che è piú curiosa da vedere una battaglia campale di qual si voglia duello. Perciò che il diletto della poesia epica non nasce dal vedere operare un uomo solo, ma dal sentir rappresentare verisimilmente azioni maravigliose; le quali quanto sono piú, tanto piú dilettano. Ma facendosi operare un sol uomo, non si può rappresentare in una impresa sola gran numero d'azioni; adunque sarà sempre piú sicuro l'introdurre piú d'uno. E per questo veggiamo che l'Ariosto, tutto che non abbia unità di favola e introduca gran moltiplicità di persone, diletta molto piú dell'Odissea d'Omero per la quantità e varietà delle azioni maravigliose ben collegate insieme.

Ma comunque si sia, quando l'autore compose questo Poema (che fu una state nella sua gioventú) non fu per acquistar fama in poesia, ma per passatempo e per curiosità di vedere come riuscivano questi due stili mischiati insieme, grave e burlesco; imaginando che se ambidue di lettavano separati avrebbono eziandio dilettato congiunti e misti, se la mistura fosse stata temperata con artificio tale che dalla loro scambievole varietà tanto i dotti quanto gli idioti avessero potuto cavarne gusto. Perciò che i dotti leggono ordinariamente le poesie per ricreazione e si dilettano piú delle baie, quando sono ben dette, che delle cose serie; e gl'idioti, oltre a gusto che cavano dalle cose burlesche, sono eziandio rapiti dalla maraviglia, che le azioni eroiche sogliono partorire.

Or questa nuova strada, come si vede, è piaciuta comunemente. All'autore basta averla inventata e messa in prova con questo saggio. Intanto, com'è facile aggiugnere alle cose trovate, potrà forse qualch'altro avanzarsi meglio per essa.

Egli nel rappresentare le persone passate s'è servito di molte presenti, come i pittori che cavano dai naturali moderni le faccie antiche; perciò che è verisimile che quello che a' dí nostri veggiamo, altre volte sia stato. Però dove egli ha toccato alcun vizio, è da considerare che non sono vizi particolari, ma comuni del secolo. E che per esempio il Conte di Culagna e Titta non sono persone determinate, ma le idee d'un codardo vanaglorioso e d'un zerbin romanesco. E tanto basti etc.

(Dall'edizione del 1624 a firma Il Bisquadro, di A. Tassoni)



PAULINO CASTELVECCHIO

Al LETTORI

Questo poema della Secchia rapita non ha bisogno d'esser lodato per accreditarsi, perciò che quale egli sia il giudicio commune il dimostra; benché non vi sieno mancati de' cervelli stravolti, che l'hanno giudicato col giudicio dell'asino il quale sentenziò che cantava meglio il cucco del rusignolo. Ma non è maraviglia, poiché anche alla nostra età abbiamo veduti ingegni che hanno anteposto il Morgante del Pulci alla Gierusalemme del Tasso; e l'antica vide l'imperatore Adriano che anteponeva Ennio a Virgilio e Celio a Salustio; ma bench'egli fosse imperatore, il suo giudicio depravato il fe' riputare un maligno. Io non so se i morti godano dell'applauso, che danno i vivi all'opere loro; ma stimo ben gran ventura che i vivi veggano date all'opere loro quelle lodi che cosi di rado e con tanta difficultà a quelle de' morti vengono concedute. L'invidia e la malignità sono due vizii immascherati, che senza esser conosciuti danno ferite mortali, benché non sempre i colpi loro abbiano effetto, perciò che trovano anch'essi dell'armature incantate.

Ma passiamo alle dichiarazioni del Salviani. Gli argomenti de' Canti sono del signore Abbate Albertino Barisoni, come si può veder dalle prime copie stampate in Parigi.

(Dall'edizione del 1630 di A. Tassoni)





CANTO PRIMO



ARGOMENTO


Del bel Panaro il pian sotto due scorte
a predar vanno i Bolognesi armati,
ma da Gherardo altri condotti a morte,
altri dal Potta son rotti e fugati.
Gl'incalza di Bologna entro le porte
Manfredi, i cui guerrier co' vinti entrati
fanno per una Secchia orribil guerra,
e tornan trionfanti a la lor terra.
 

1
Vorrei cantar quel memorando sdegno
ch'infiammò già ne' fieri petti umani
un'infelice e vil Secchia di legno
che tolsero a i Petroni i Gemignani.
Febo che mi raggiri entro lo 'ngegno
l'orribil guerra e gl'accidenti strani,
tu che sai poetar servimi d'aio
e tiemmi per le maniche del saio.

2
E tu nipote del Rettor del mondo
del generoso Carlo ultimo figlio,
ch'in giovinetta guancia e 'n capel biondo
copri canuto senno, alto consiglio,
se da gli studi tuoi di maggior pondo
volgi talor per ricrearti il ciglio,
vedrai, s'al cantar mio porgi l'orecchia,
Elena trasformarsi in una Secchia.

3
Già l'aquila romana avea perduto
l'antico nido, e rotto il fiero artiglio
tant'anni formidabile e temuto
oltre i Britanni ed oltre il mar vermiglio;
e liete, in cambio d'arrecarle aiuto,
l'italiche città del suo periglio,
ruzavano tra lor non altrimenti
che disciolte polledre a calci e denti.

4
Sol la reina del mar d'Adria, volta
de l'Oriente a le provincie, a i regni,
da le discordie altrui libera e sciolta
ruminava sedendo alti disegni,
e gran parte di Grecia avea già tolta
di mano a gli empi usurpatori indegni;
l'altre attendean le feste a suon di squille
a dare il sacco a le vicine ville.

5
Part'eran ghibelline, e favorite
da l'imperio aleman per suo interesse;
part'eran guelfe, e con la Chiesa unite
che le pascea di speme e di promesse:
quindi tra quei del Sipa antica lite
e quei del Potta ardea, quando successe
l'alto, stupendo e memorabil caso,
che ne gli annali scritto è di Parnaso.

6
Del celeste Monton già il sol uscito
saettava co' rai le nubi algenti,
parean stellati i campi e 'l ciel fiorito,
e su 'l tranquillo mar dormíeno i venti;
sol Zefiro ondeggiar facea su 'l lito
l'erbetta molle e i fior vaghi e ridenti,
e s'udian gli usignuoli al primo albore
e gli asini cantar versi d'amore:

7
quando il calor de la stagion novella,
che movea i grilli a saltellar ne' prati,
mosse improvisamente una procella
di Bolognesi a' loro insulti usati.
Sotto due capi a depredar la bella
riviera del Panaro usciro armati,
passaro il fiume a guazzo, e la mattina
giunse a Modana il grido e la ruina.

8
Modana siede in una gran pianura
che da la parte d'austro e d'occidente
cerchia di balze e di scoscese mura
del selvoso Apennin la schiena algente;
Apennin ch'ivi tanto a l'aria pura
s'alza a veder nel mare il sol cadente,
che su la fronte sua cinta di gielo
par che s'incurvi e che riposi il cielo.

9
Da l'oriente ha le fiorite sponde
del bel Panaro e le sue limpid'acque;
Bologna incontro, e a la sinistra l'onde
dove il figlio del sol già morto giacque;
Secchia ha da l'aquilon, che si confonde
ne' giri che mutar sempre le piacque,
divora i liti, e d'infeconde arene
semina i prati e le campagne amene.

10
Viveano i Modanesi a la spartana
senza muraglia allor né parapetto,
e la fossa in piú luoghi era sí piana,
che s'entrava ed usciva a suo diletto.
Il martellar de la maggior campana
fe' piú che in fretta ognun saltar del letto,
diedesi a l'arma, e chi balzò le scale,
chi corse a la finestra, e chi al pitale;

11
chi si mise una scarpa e una pianella,
e chi una gamba sola avea calzata,
chi si vestí a rovescio la gonella,
chi cambiò la camicia con l'amata;
fu chi prese per targa una padella
e un secchio in testa in cambio di celata,
e chi con un roncone e la corazza
corse bravando e minacciando in piazza.

12
Quivi trovar che 'l Potta avea spiegato
lo stendardo maggior con le trivelle,
ed egli stesso era a cavallo armato
con la braghetta rossa e le pianelle.
Scriveano i Modanesi abbreviato
Pottà per Potestà su le tabelle,
onde per scherno i Bolognesi allotta
l'avean tra lor cognominato il Potta.

13
Messer Lorenzo Scotti, uom saggio e forte,
era allor Potta, e decideva i piati.
Fanti e cavalli in tanto ad una sorte
a la piazza correan da tutti i lati.
Egli, poiché guernite ebbe le porte,
una squadra formò de' meglio armati,
e ne diede il comando e lo stendardo
al figlio di Rangon detto Gherardo.

14
Egli dicea: - Va' figlio arditamente,
frena l'orgoglio di que' marrabisi;
non t'esporre a battaglia, acciò perdente
non resti, mentre siam cosí divisi;
ma ferma a la Fossalta la tua gente,
e guarda il passo e aspetta novi avisi,
ch'io ti sarò, se 'l mio pensier non falle,
innanzi sesta armato anch'io a le spalle. -

15
Cosí andava a l'impresa il cavaliero
dal fior de la milizia accompagnato,
e spettacolo in un leggiadro e fiero
si vedeva apparir da un altro lato,
cento donzelle in abito guerriero
col fianco e 'l petto di corazza armato,
e l'aste in mano e le celate in testa,
comparvero in succinta e pura vesta.

16
Venían guidate da Renoppia bella
cacciatrice ed arciera a l'armi avezza;
Renoppia di Gherardo era sorella,
pari a lui di valor, di gentilezza;
ma non avea l'Italia altra donzella
pari di grazia a lei né di bellezza,
e parea co' virili atti e sembianti
rapir i cori e spaventar gli amanti.

17
Bruni gli occhi e i capegli, e rilucenti,
rose e gigli il bel volto, avorio il petto,
le labbra di rubin, di perle i denti,
d'angelo avea la voce e l'intelletto.
Maccabrun da l'Anguille in que' commenti
che fece sopra quel gentil sonetto
Questa barbuta e dispettosa vecchia,
scrive ch'ell'era sorda da una orecchia.

18
Or giunta in piazza ella dicea: - Signori,
noi siam deboli sí, ma non di sorte
che non possiamo almen per difensori
guardare i passi e custodir le porte;
queste compagne mie ben avran cori
da gire anch'esse ad incontrar la morte,
né già disdice a vergine ben nata
per difender la patria, uscire armata.

19
Quel dí che Barbarossa arse Milano,
mio nonno guadagnò quest'armi in guerra;
Gherardo mio fratel le chiudea in vano,
ché le porte gittate abbiam per terra;
e s'al cor non vien meno oggi la mano,
se 'l nemico s'appressa a questa terra,
speriam che col suo sangue e la sua morte
ei proverà se sian di tempra forte. -

20
Accese i cor di generoso sdegno
il magnanimo ardir de la donzella,
onde con l'armi fuor senza ritegno
correa la gioventú feroce e bella.
Con maestoso modo e di sé degno
il Potta la raffrena e la rappella:
- Dove andate, canaglia berettina,
senza ordinanza e senza disciplina?

21
Credete forse che colà v'aspetti
trebbiano in fresco e torta in su 'l tagliere?
Adattatevi in fila, uomini inetti,
nati a mangiar l'altrui fatiche e bere. -
Cosí frenando i temerari affetti
distingueva in un tratto ordini e schiere.
Gherardo in tanto in opportuno punto
era correndo a la Fossalta giunto:

22
ché Bordocchio Balzan, ch'avea condotto
la prima squadra, allor quivi arrivato,
s'era con molto ardir già spinto sotto
a la torre onde il passo era guardato;
quei de la torre aveano il ponte rotto
da un canto, e 'l varco stretto indi serrato,
e 'l difendean da merli e da finestre
con dardi, mazzafrusti, archi e balestre.

23
Il capitan de la Petronia gente,
ch'era un omaccio assai polputo e grosso,
gridava da la ripa del torrente
a i suoi, ch'eran fermati, a piú non posso:
- Perché non seguitadi alliegramente?
Avídi pora di saltar un fosso?
O volídi restar tutti a la coda?
Passadi panirun pieni di broda. -

24
Cosí dicea, quand'ecco in vista altera
vide giugner Gherardo a l'altra riva,
onde a destra piegar fe' la bandiera
contra 'l nemico stuol ch'indi veniva;
e confidato ne l'amica schiera,
i cui tamburi già da lunge udiva,
spinse da l'alta sponda i suoi soldati
dal notturno cammin stanchi e affannati.

25
Allor Gherardo a' suoi diceva: - O forti,
ecco Dio che divide e che confonde
questi bedani: udite i lor consorti
che sono del Panaro anco a le sponde.
Prima del giugner lor, questi fien morti,
pochi e stanchi, e ridotti entro a quest'onde.
Seguitatemi voi, ché larga strada
io vi farò col petto e con la spada. -

26
Cosí dicendo urta 'l cavallo, e dove
la battaglia gli par piú perigliosa
si lancia in mezzo a l'onda, e 'n giro move
la spada fulminante e sanguinosa.
Non fe' il capitan Curzio tante prove
sotto Lisbona mai, né su la Mosa,
quante ne fe' tra l'una e l'altra ripa
Gherardo allor su 'l popolo dal Sipa.

27
Uccise il Bertolotto, e 'l corpo grasso
spirò ne l'acqua fresca, e fu l'orrore
de l'acqua ch'abborriva, in su quel passo,
de l'orror de la morte assai maggiore.
Uccise appresso a lui mastro Galasso
cavadente perfetto e ciurmatore:
vendea ballotte e polvere e braghieri:
meglio per lui non barattar mestieri.

28
Senza naso lasciò Cesar Viano
fratel del Podestà di Medicina,
e d'un dardo cader fe' di lontano
trafitto un figlio del dottor Guaina;
indi ammazzò il barbier di Crespellano.
che portava la spada a la mancina;
e mastro Costantin da le Magliette,
che faceva le gruccie a le civette.

29
Un certo bell'umor de' Zambeccari
gli diede una sassata ne la pancia,
e a un tempo Gian Petronio Scadinari
gli forò la braghetta con la lancia;
la buona spada gli mandò del pari
come se fosse stata una bilancia,
ch'a l'uno e l'altro tagliò il capo netto,
e i tronchi ne la rena ebber ricetto.

30
Qual già su 'l Xanto il furibondo Achille
fe' del sangue troian crescer quell'onda,
o Ippomedonte a le tebane ville
fe' de l'Asopo insanguinar la sponda,
tal il giovane fier l'onde tranquille
fa rosseggiar del sangue ostil che gronda:
ma da la tanta copia infastidita
diede la Musa a pochi nomi vita.

31
L'oste dal Chiú, Zambon dal Moscadello,
facea tra gli altri una crudel ruina;
una zazzera avea da farinello,
senz'elmo in testa e senza cappellina;
si riscontrò con Sabatin Brunello,
primo inventor de la salciccia fina,
che gli tagliò quella testaccia riccia
con una pestarola da salciccia.

32
Bordocchio intanto il fiume avea passato
soverchiand'ogn'incontro, ogni ritegno,
quando del Potta, che venía, fu dato
da la torre a Gherardo e a gl'altri il segno.
Se n'avvide Bordocchio, e rivoltato
di ripassare a' suoi facea disegno;
ma ne l'onda il destrier sotto gli cade,
e rimase prigion fra cento spade.

33
Quei ch'erano con lui dianzi passati
dal figlio di Rangon tutti fûr morti;
e già gli altri fuggian rotti e sbandati,
del mal consiglio lor, ma tardi, accorti;
quando in aiuto da' vicini prati
vider venir correndo i lor consorti,
che del Panaro a la sinistra sponda
passâr piú lenti, ov'è piú cupa l'onda.

34
Gian Maria de la Grascia, un furbacciotto
ch'era di quella squadra il capitano,
come vide fuggir dal campo rotto
quei di Bordocchio insanguinando il piano,
rinfacciò lor con dispettoso motto
la fuga vile e l'ardimento insano;
e furioso i suoi quindi spingendo,
fe' de' nemici un potticidio orrendo.

35
Radaldo Ganaceti era su 'l ponte
con molti suoi per impedir il passo,
e insieme col destrier tutto in un monte
fu da la sponda ruinato al basso.
Voltò Gherardo a quel rumor la fronte
e in aiuto de' suoi venía a gran passo,
quando comparve 'l Potta al suon di mille
corni, gridi, tamburi e trombe e squille.

36
Si raccoglie il nemico, e si ritira
al terror di tant'armi, al suono, a i lampi,
ma l'incalza Gherardo, e al vanto aspira
d'aver col suo valor rotti due campi;
corre a destra, a sinistra, urta, raggira
il destriero, e di sangue inonda i campi;
rotta ha la spada, e porta ne lo scudo
cento saette, e mezzo 'l capo ha ignudo.

37
Ma tratta da l'arcion ferrata mazza,
Fantin Vizzani e Prospero Castelli,
Astor de l'Armi e Taddeo Bianchi ammazza
e 'l cavalier Martin de gli Asinelli.
A questi spada, scudo, elmo e corazza
fece levar, ch'eran dorati e belli,
per onorarsen poi; ma veramente
fu peccato ammazzar sí nobil gente.

38
Spinte il Potta in aiuto in tanto avea
le prime insegne a i Gemignani stracchi;
ed egli verso il ponte, ove parea
che piú fossero i suoi deboli e fiacchi,
sopra una mula a piú poter correa,
che mordendo co' piè giucava a scacchi,
quando ferito fu d'una zagaglia
quel de la Grascia, e uscí de la battaglia.

39
Poiché mirò de' capitani suoi
l'un fatto prigionier, l'altro ferito
la progenie antichissima de' Boi,
e si vide ridotta a mal partito,
que' valorosi che facean gli eroi,
senza aspettar chi lor facesse invito,
chi a cavallo, chi a piè per la campagna
si diedono a menar de le calcagna.

40
Ma ratto fu con una ronca in mano
il Potta lor come un demonio addosso,
e tanti ne mandò distesi al piano
che ne fu il Ciel de la pietà commosso.
Quel fiume crebbe sí di sangue umano
che piú giorni durò tiepido e rosso,
e dove prima il Fiumicel chiamato,
fu dappoi sempre il Tepido nomato.

41
Tutto quel dí, tutta la notte intiera
i miseri Petroni ebber la caccia;
ne coperse ogni strada, ogni riviera
Manfredi Pio, che ne seguí la traccia.
Con trecento cavalli a la leggiera
con tanto ardire il giovane li caccia,
che su 'l primo sparir de l'aria scura
si trovò giunto a le nemiche mura.

42
La porta San Felice aperta in fretta
fu a' cittadini suoi, ch'erano esclusi,
ma tanta fu la calca in quella stretta
che i vincitori e i vinti entrar confusi.
Quei di Manfredi un tiro di saetta
corser la terra, e vi restavan chiusi,
s'ei da la porta ove fermato s'era
non li chiamava tosto a la bandiera.

43
Spinamonte del Forno e Rolandino
Savignani e Aliprando d'Arrigozzo
de' Denti da Balugola e Albertino
Foschiera e Calatran di Borgomozzo,
affannati dal caldo e dal cammino
trovâr non lunge da la porta un pozzo,
e una Secchia calâr nuova d'abete
per rinfrescarsi e discacciar la sete.

44
La carrucola rotta e saltellante,
e la fune annodata in quella mena,
e l'acqua ch'era assai cupa e distante,
feron piú tardi uscir la Secchia piena:
le si avventaron tutti in un istante,
e Rolandino avea bevuto a pena,
quand'ecco a un tempo da diverse strade
fûr lor intorno piú di cento spade.

45
Scarabocchio, figliol di Pandragone,
Petronio Orso e Ruffin dalla Ragazza
e Vianese Albergati e Andrea Griffone
venían gridando innanzi: - Ammazza, ammazza. -
ma i Potteschi già pronti in su l'arcione,
d'elmo e di scudo armati e di corazza,
strinser le spade e rivoltâr le facce
a l'impeto nemico e a le minacce.

46
E Spinamonte, che la Secchia presa
per bere avea, spargendo l'acqua in terra
e tagliando la fune ond'era appesa,
se ne serví contro i nemici in guerra;
con la sinistra man la tien sospesa
per riparo, e con l'altra il brando afferra;
l'aiutano i compagni e fangli sponda
contra il furor che d'ogni parte inonda.

47
Lotto Aldrovandi e Campanon Ringhiera
gridavano ambidue: - Canaglia matta,
lasciate quella Secchia ove prim'era,
o la bestialità vi sarà tratta. -
- Fatevi innanzi voi, disse il Foschiera,
notate la consegna che v'è fatta. -
E 'n questo dire un manrovescio lascia,
e taglia a Campanone una ganascia.

48
Non fu rapita mai con piú fatica
Elena bella al tempo di Sadocco,
né combattuta Aristoclèa pudica,
al par di quella Secchia da un baiocco.
Passata a Calatran fu la lorica
sí che nel ventre penetrò lo stocco
d'un fiero colpo di Carlon Cartari,
falciatore sovran de' macellari.

49
Rolandino ferí d'un sopramano
Napulion di Fazio Malvasía,
ed egli a lui storpiò la manca mano
con una daga che brandita avía.
Se di Manfredi un poco piú lontano
era il soccorso, alcun non ne fuggía;
restò ferito quel de la Balugola,
e del tanto gridar gli cadde l'ugola.

50
Manfredi in su la porta i suoi raccoglie
e l'inimico stuol frena e reprime,
e poiché dal periglio si discioglie
torna, e ripassa il Ren su l'orme prime;
né potendo mostrar piú degne spoglie,
in atto di trofeo leva sublime
sopra una lancia l'acquistata Secchia,
ché presentarla al Potta s'apparecchia;

51
parendo a lui via piú nobile e degno
de la vittoria, aver su 'l chiaro giorno
corsa Bologna, e trattone quel pegno
che sarebbe a' nemici eterno scorno.
Da la Samoggia un messo a darne segno
a Modana spedí senza soggiorno,
e tosto la città si mise in core
di girgli incontro e fargli un bell'onore.

52
Era vescovo allor per aventura
de la città messer Adam Boschetto,
che di quel gregge avea solenne cura,
e 'l mantenea d'ogni contagio netto;
non dava troppo il guasto a la Scrittura,
ed era entrato al popolo in concetto
che in cambio di dir Vespro e Matutino
giucasse i benefici a sbarraglino.

53
Questi, poiché venir dal messaggiero
con quella Secchia udí l'amica gente
tolta per forza a un popolo sí fiero
di mezzo una città tanto possente,
si mise anch'egli in ordine col clero
per girla ad incontrar solennemente,
e si fe' porre intorno il piviale
ch'usava il dí di Pasqua e di Natale.

54
Un superbo robon di drappo rosso
si mise il Potta e una beretta nera,
che mezzo palmo largo e un dito grosso
avea l'orlo d'intorno a la testiera;
gli Anziani appo lui col lucco indosso
seguivano a cavallo in lunga schiera
sopra certe lor mule afflitte e grame,
che pareano il ritratto de la fame.

55
Gli portava dinanzi un paggio armato
la spada nuda e la rotella bianca,
e avea dal destro e dal sinistro lato
i due primi Anzian, teste di banca;
lo stendardo del popolo spiegato
portava il cont'Ettòr da Villafranca,
giovinetto che Marte avea nel core
e ne la bocca e ne' begli occhi Amore.

56
Due compagnie di lance e di corrazze,
una dinanzi e l'altra iva di dietro;
i cursori del popol con le mazze
facevan ritirar le genti indietro,
che correan tutte a gara come pazze
a la vicina porta di San Pietro,
per veder quella Secchia a la campagna
credendosi che fosse una montagna.

57
In ultimo cinquanta contadine
con le gonnelle bianche di bucato,
ne le canestre lor di vinco fine
portavan pane, vin, torta in buon dato,
uova sode, frittate e gelatine
al famoso drappello affaticato
che venía con la Secchia; e cosí andando
giunsero a la Fossalta ragionando.

58
Quivi trovâr che 'l prete de la cura
gía confortando ancor gli agonizzanti,
gli assolvea da' peccati, e ponea cura
fra i paterni ricordi onesti e santi,
se 'n dito anella avean per aventura,
o ne le borse o nel giubbon contanti,
e per guardargli da gli furti altrui
gli togliea in serbo e gli mettea co' sui.

59
Manfredi in tanto apparve, e conducea
distinta a coppia a coppia la sua schiera-
Portar la Secchia in alto egli facea
da Spinamonte innanzi a la bandiera;
e di mirto e di fior cinta l'avea,
sí che spoglia parea pomposa e altera.
Subito il Potta il corse ad abbracciare
dicendogli: - Ben venga mio compare. -

60
Indi gli chiese come avea potuto
con quella Secchia uscir fuor di Bologna,
che non l'avesse ucciso o ritenuto
quel popolo per ira o per vergogna.
Ddisse Manfredi: - Iddio sa dare aiuto
a chi si fida in lui, quando bisogna:
il nemico a seguirci ebbe due piedi,
e noi quattro a fuggir, come tu vedi. -

61
Fêr poi le Cataline il lor invito
su l'erba fresca d'un fiorito prato,
e perché ognun moriva d'appetito
in un Avemaria fu sparecchiato.
Finita la merenda, e risalito
a cavallo ciascuno al loco usato,
ripresero il cammino in vêr la porta
raccontando fra lor la gente morta.

62
Sotto la porta stava Monsignore
con lo spruzzetto in man da l'acqua santa,
e intonando la laude in quel tenore
che fa il capon quando talvolta canta.
Quivi smontaro tutti a farli onore,
e l'inchinâr con l'una e l'altra pianta,
e a suon di trombe se n'andâr con esso
a render grazie a Dio del gran successo.

63
Ma la Secchia fu subito serrata
ne la torre maggior dove ancor stassi,
in alto per trofeo posta e legata
con una gran catena a' curvi sassi;
s'entra per cinque porte ov'è guardata
e non è cavalier che di là passi
né pellegrin di conto, il qual non voglia
veder sí degna e gloriosa spoglia.
 



CANTO SECONDO



ARGOMENTO


Mandano i Bolognesi ambasciatori
due volte a dimandar la Secchia in vano:
onde con fieri ed ostinati cori
s'armano quinci e quindi il monte e 'l piano.
Chiamano Giove a concilio i Dei minori,
contendono fra lor Marte e Vulcano:
Venere si ritira e si diparte,
e 'n terra se ne vien con Bacco e Marte.
 

1
Già il quarto dí volgea che vincitori
diêr la rotta a' Petroni i Gemignani,
e per l'ira che ardea ne' fieri cori
restavano anco i morti in preda a i cani,
quando in Modana entrâr due Ambasciatori
con pacifici aspetti e modi umani;
e smontati al Monton col vetturino,
chiesero a l'oste s'egli avea buon vino.

2
Indi un messo spedîr per impetrare
che l'ordine ch'avean fosse ascoltato.
Cominciò il campanaccio a dindonare
e in un momento s'adunò il Senato.
Andâr gli ambasciatori ad onorare
Alessandro Fallopia e Gaspar Prato,
e li condusser per diritta strada
a la sala ove il Duca or tien la biada.

3
Un vecchio ranticoso, affumicato,
pallido e vizzo che parea l'inedia
e per forza tener co' denti il fiato,
e potea far da Lazzaro in comedia,
poi che due volte intorno ebbe mirato,
incominciò cosí da la sua sedia:
- Messeri, io son Marcel di Bolognino
dottor di legge e conte Palatino.

4
Il mio collega è conte e cavaliero
e Ridolfo Campeggi è nominato;
io son uomo di pace, egli è guerriero;
io lettor de lo Studio, egli soldato.
Or l'uno e l'altro ha qui per messaggiero
il nostro Reggimento a voi mandato,
per iscusarsi del passato eccesso
che 'l popol nostro ha contra voi commesso.

5
Il popol nostro è un popol del demonio,
che non si può frenar con alcun freno;
e s'io non dico il ver, che san Petronio
mi faccia oggi venir la vita meno.
Sarà il collega mio buon testimonio,
che quando l'altra notte ei passò il Reno,
fu mera ivenzion d'un seduttore,
né il Reggimento n'ebbe alcun sentore.

6
Ma non si può disfar quel ch'è già fatto;
d'ogni vostro disturbo assai ne spiace;
e siam venuti qua per far riscatto
de' morti nostri, e ad offerirvi pace:
ma vogliam quella Secchia ad ogni patto,
che ci rubò la vostra gente audace:
perché altramente andría ogni cosa in zero,
e ci scorrucciaremmo da dovero. -

7
Qui chiuse il Bolognino il suo sermone,
e rise ognun quanto potea piú forte.
Era capo di banca un Rarabone
Dal Tasso, arridottor cavato a sorte:
per sopra nome gli dicean Tassone,
perch'era grosso e avea le gambe corte.
Questi, poiché 'l Senato in lui s'affisse,
compose il volto e si rivolse e disse:

8
- Che 'l vostro Reggimento abbia mandati
due personaggi suoi sí principali
a scusarsi con noi de' danni dati
e a condolersi de' passati mali,
nostra ventura è certo; e registrati
ne fieno i nomi lor ne' nostri Annali.
A noi ancora inver molto dispiace
de' vostri morti, che Dio gli abbia in pace:

9
e se per sotterrargli or qui venite,
la vostra ambascieria fia consolata;
ma quella pace che voi ci offerite
col patto della Secchia, è un po' intricata:
e conviene aggiustar pria le partite
con cui voi dite che ve l'ha rubata;
perché di secchie non abbiam bisogno,
e ci crediam che favelliate in sogno. -

10
Manfredi, ch'era a quel parlar presente,
cavatosi il capuccio e in piè levato,
- Figlio è, disse, d'un becco, e se ne mente
chi vuol dir ch'io la Secchia abbia rubato.
Di mezzo la città nel dí lucente
io la trassi per forza in sella armato:
e tornerò, se me ne vien talento,
dov'è quel pozzo e cacherovvi drento.

11
Siete mal informato, a quel ch'io veggio,
messer Marcello mio da un bolognino. -
- Cappita! disse il cavalier Campeggio,
voi siete bravo come un paladino.
Orsú ripigliarem, ch'io me n'aveggio,
con le trombe nel sacco oggi il cammino;
ma Gemignani miei, io vi protesto
che ve ne pentirete assai ben presto. -

12
Rispondeva Manfredi; e ne potea
seguir scandalo grave entro 'l Senato,
se 'l Potta allor non vi s'interponea
con modo imperioso e volto irato:
- Taci, frasca merdosa, egli dicea;
ché questo è ius antico inviolato
che possa un messagier dir ciò che vuole
senza render ragion di sue parole. -

13
Cosí gli ambasciatori usciron fuore
ed a la patria lor feron ritorno:
la quale il Baldi principal dottore
mandò con nuovi patti il terzo giorno;
e la terra offeria di Grevalcore
se la Secchia tornava al suo soggiorno.
Fu il dottor Baldi molto accarezzato
e a le spese del publico alloggiato.

14
Poscia di nuovo s'adunò il Conseglio
dov'egli fu introdotto il dí seguente.
Il Baldi, ch'era astuto come veglio
e sapea secondar l'onda corrente,
incominciò: - Signori, esempio e speglio
d'onor e senno a la futura gente,
io rendo grazie a Dio che mi concede
di seder oggi in cosí degna sede.

15
E vengovi a propor cosa inudita
che vi farà inarcar forse le ciglia.
Giace una terra antica, e favorita
de le grazie del cielo a meraviglia,
col territorio vostro appunto unita.
e lontana di qua tredici miglia.
Già vi fu morto Pansa, e dal dolore
nominata da' suoi fu Grevalcore.

16
Ancor dopo tant'anni e tanti lustri
il suo nome primier conserva e tiene:
furon già stagni e valli ime e palustri,
or son campagne arate e piagge amene;
non han però gli agricoltori industri
tutte asciugate ancor le natíe vene,
ma vi son fondi di perpetui umori
che sogliono abitar pesci canori.

17
Le Sirene de' fossi, allettatrici
del sonno, di color vari fregiate,
e del prato e de l'onda abitatrici,
fanvi col canto lor perpetua state;
i regni de l'Aurora almi e felici
paiono questi; ove son genti nate,
che ne' costumi e ne' sembianti loro
rappresentano ancor l'età de l'oro.

18
Or cosí degna terra e principale
vi manda ad offerir la patria mia
se quella Secchia, che toglieste a un tale
de' nostri, col malan che Dio gli dia,
quando i vostri l'altrier fêr tanto male
e sforzaron la porta che s'apría,
sarà da voi al pozzo rimandata
publicamente, d'onde fu levata.

19
Mentre vi s'offre la fortuna in questo.
di cambiare una Secchia in una terra,
ricordatevi sol che volge presto
il calvo a chi la chioma non afferra.
Se non cogliete il tempo, i' vi protesto
ch'avrete lunga e faticosa guerra,
né potrete durare a la campagna
che s'armerà con noi tutta Romagna. -

20
Qui tacque il Baldi e nacque un gran bisbiglio,
né fu chi rispondesse alcuna cosa:
ma si conobbe in un girar di ciglio
che la mente d'ognuno era dubbiosa.
Alfin per consultare ogni periglio
e non urtare in qualche pietra ascosa,
fecero al Baldi dir, ch'era presente,
ch'avrebbe la risposta il dí seguente.

21
Il dí che venne, il cambio fu approvato,
e disser che la Secchia eran per darla,
sottoscritto il contratto e confirmato,
a qualunque venisse a ripigliarla;
perch'altramente non volea il Senato
con atto indegno al pozzo ei rimandarla;
che in questo il Reggimento era in errore
se credea di dar legge al vincitore.

22
Il Baldi si scusò che non avea
ordine d'alterar la sua proposta,
ma che l'istesso giorno egli volea
ritornare a Bologna per la posta;
e se 'l partito a la città piacea,
avrebbe rimandato un messo a posta.
Cosí conchiuso il Baldi fe' ritorno,
né si seppe altro fino al terzo giorno.

23
Il terzo dí, ch'ognun stava aspettando
che non avesse piú la pace intoppo,
eccoti un messaggier venir trottando
sopra d'un vetturin spallato e zoppo,
e tratta fuori una protesta o un bando,
l'affisse al tronco d'un antico pioppo
che dinanzi a la porta di sua mano
avea piantato già san Gemignano.

24
Dicea la carta: - Il popol bolognese
quel di Modana sfida a guerra e morte
se non gli torna in termine d'un mese
la Secchia che rubò su le sue porte. -
Affisso il foglio, subito riprese
il suo cammin colui, spronando forte
quel tripode animale; e in un momento
parve che via lo si portasse il vento.

25
Qual resta il pescator che ne la tana
mette la man per trarne il granchio vivo,
e trova serpe o velenosa rana
o qual si voglia altro animal nocivo
tal la gente del Potta altera e vana,
trovar credendo un popolo corrivo,
quando sentí quella protesta, tutta
raggrinzò le mascelle e si fe' brutta.

26
Ma come ambiziosa per natura,
dissimulando il naturale affetto,
mostrò di non curar quella scrittura
e le minacce altrui volse in diletto:
non ristorò le ruinate mura,
non cavò de le fosse il morto letto,
né di ceder mostrò sembianza alcuna
a la forza nemica o a la fortuna.

27
Ma scrisse a Federico in Alemagna
quant'era occorso e di suo aiuto il chiese;
la milizia del pian, de la montagna
a preparar segretamente attese:
fe' lega per un anno a la campagna
col popol parmigian, col cremonese,
scrisse ne la città fanti e cavalli,
indi tutta si diede a feste e balli.

28
La fama in tanto al ciel battendo l'ali
con gli avisi d'Italia arrivò in corte,
ed al re Giove fe' sapere i mali
che d'una Secchia era per trar la sorte.
Giove, che molto amico era a i mortali
e d'ogni danno lor si dolea forte,
fe' sonar le campane del suo impero
e a consiglio chiamar gli Dei d'Omero.

29
Da le stalle del ciel subito fuori
i cocchi uscir sovra rotanti stelle,
e i muli da lettiga e i corridori
con ricche briglie e ricamate selle:
piú di cento livree di servidori
si videro apparir pompose e belle,
che con leggiadra mostra e con decoro
seguivano i padroni a concistoro.

30
Ma innanzi a tutti il Prencipe di Delo
sopra d'una carrozza da campagna
venía correndo e calpestando il cielo
con sei ginetti a scorza di castagna:
rosso il manto, e 'l cappel di terziopelo
e al collo avea il toson del re di Spagna:
e ventiquattro vaghe donzellette
correndo gli tenean dietro in scarpette.

31
Pallade sdegnosetta e fiera in volto
venía su una chinea di Bisignano,
succinta a mezza gamba, in un raccolto
abito mezzo greco e mezzo ispano:
parte il crine annodato e parte sciolto
portava, e ne la treccia a destra mano
un mazzo d'aironi a la bizzarra,
e legata a l'arcion la scimitarra.

32
Con due cocchi venía la Dea d'Amore:
nel primo er'ella e le tre Grazie e 'l figlio,
tutto porpora ed or dentro e di fuore,
e i paggi di color bianco e vermiglio;
nel secondo sedean con grand'onore
cortigiani da cappa e da consiglio,
il braccier de la Dea, l'aio del putto,
ed il cuoco maggior mastro Presciutto.

33
Saturno, ch'era vecchio e accatarrato
e s'avea messo dianzi un serviziale,
venía in una lettiga riserrato
che sotto la seggetta avea il pitale;
Marte sopra un cavallo era montato
che facea salti fuor del naturale;
le calze a tagli e 'l corsaletto indosso,
e nel cappello avea un pennacchio rosso.

34
Ma la Dea de le biade e 'l Dio del vino
venner congiunti e ragionando insieme;
Nettun si fe' portar da quel delfino
che fra l'onde del ciel notar non teme:
nudo, algoso e fangoso era il meschino,
di che la madre ne sospira e geme,
ed accusa il fratel di poco amore
che lo tratti cosí da pescatore.

35
Non comparve la vergine Diana
che levata per tempo era ita al bosco
a lavare il bucato a una fontana
ne le maremme del paese Tosco;
e non tornò, che già la tramontana
girava il carro suo per l'aer fosco;
venne sua madre a far la scusa in fretta,
lavorando su i ferri una calzetta.

36
Non intervenne men Giunon Lucina,
che 'l capo allora si volea lavare;
Menippo, sovrastante a la cucina
di Giove, andò le Parche ad iscusare
che facevano il pan quella mattina,
indi avean molta stoppa da filare;
Sileno cantinier restò di fuori
per inacquare il vin de' servidori.

37
De la reggia del ciel s'apron le porte,
stridon le spranghe e i chiavistelli d'oro;
passan gli Dei da la superba corte
ne la sala real del Concistoro:
quivi sottratte a i fulmini di morte
splendon le ricche mura e i fregi loro;
vi perde il vanto suo qual piú lucente
e piú pregiata gemma ha l'Oriente.

38
Posti a seder ne' bei stellati palchi
i sommi eroi de' fortunati regni,
ecco i tamburi a un tempo e gli oricalchi
de l'apparir del Re diedero segni.
Cento fra paggi e camerieri e scalchi
veníeno, e poscia i proceri piú degni;
e dopo questi Alcide con la mazza,
capitan de la guardia de la piazza.

39
E come quel ch'ancor de la pazzia
non era ben guarito intieramente,
per allargare innanzi al Re la via
menava quella mazza fra la gente;
ch'un imbriaco svizzero paría,
di quei che con villan modo insolente
sogliono innanzi 'l Papa il dí di festa
romper a chi le braccia, a chi la testa.

40
Col cappello di Giove e con gli occhiali
seguiva indi Mercurio, e in man tenea
una borsaccia, dove de' mortali
le suppliche e l'inchieste ei raccogliea;
dispensavale poscia a due pitali
che ne' suoi gabinetti il Padre avea,
dove con molta attenzion e cura
tenea due volte il giorno segnatura.

41
Venne al fin Giove in abito reale
con quelle stelle c'han trovate in testa,
e su le spalle un manto imperiale
che soleva portar quand'era festa;
lo scettro in forma avea di pastorale
e sotto il manto una pomposa vesta
donatagli dal popol Sericano,
e Ganimede avea la coda in mano.

42
A l'apparir del Re surse repente
da i seggi eterni l'immortal Senato,
e chinò il capo umíle e riverente
fin che nel trono eccelso ei fu locato.
Gli sedea la Fortuna in eminente
loco a sinistra, ed a la destra il Fato;
la Morte e 'l Tempo gli facean predella,
e mostravan d'aver la cacarella.

43
Girò lo sguardo intorno, onde sereno
si fe' l'aer e 'l ciel, tacquero i venti,
e la terra si scosse e l'ampio seno
de l'oceano a' suoi divini accenti.
Ei cominciò dal dí che fu ripieno
di topi il mondo e di ranocchi spenti,
e narrò le battaglie ad una ad una
che ne' campi seguîr poi de la luna.

44
- Or, disse, una maggior se n'apparecchia
tra quei del Sipa e la città del Potta:
sapete ch'è tra lor ruggine vecchia
e che piú volte s'han la testa rotta;
ma nuova gara or sopra d'una Secchia
han messa in campo; e se non è interrotta,
l'Italia e 'l mondo sottosopra veggio:
intorno a ciò vostro consiglio chieggio. -

45
Qui tacque Giove, e 'l guardo a un tempo affisse
nel padre suo, che gli sedea secondo.
Sorrise il vecchio, e tirò un peto, e disse:
- Potta, i' credea che ruinasse il mondo.
Che importa a noi se guerra, liti e risse
turban là giú quel miserabil fondo?
E se gli uomini son lieti o turbati?
Io gli vorrei veder tutti impiccati. -

46
Marte a quella risposta alzando il ciglio
- O buon vecchio, gridò, son teco anch'io;
che importa a questo eterno alto consiglio
se stato è colà giú turbato o rio?
Chi è nato a perigliar, viva in periglio:
viva e goda nel ciel chi è nato Dio.
Io, se la Diva mia nol mi disdice,
l'una e l'altra città farò infelice.

47
Sazierà doppia strage il mio furore,
di corpi morti inalzerò montagne;
farò laghi di sangue e di sudore,
e tutte inonderò quelle campagne. -
- Cavalier, disse Palla, il tuo valore
san cantar fin le trippe e le lasagne,
sí che indarno ti studi e t'argomenti
di farlo or noto a le celesti menti.

48
Ma s'hai desio di qualche degna impresa,
facciam cosí: va' tu co i Gemignani,
ch'io sarò de' Petroni a la difesa,
e ti verrò a incontrar là su que' piani.
Bologna sempre fu a' miei studi intesa;
onde tenermi a cintola le mani
or non debbo per lei. Tu meco scendi
se palma di valor, se gloria attendi. -

49
A quel parlar si levò Febo e disse:
- Vergine bella, i' verrò teco anch'io
in favor di Bologna, ove ognor visse
l'antico studio de le Muse e mio. -
Bacco, che in Citerea le luci fisse
sempre tenute avea con gran desio
- Cosí dunque, rispose in volto irato,
fia il popol mio da tutti abbandonato?

50
La città ch'ognor vive in feste e canti
fra maschere e tornei per onorarmi,
ch'ha si dolce liquor, vedrà fra tanti
travagli suoi qui neghittoso starmi?
Bella madre d'Amor, che co' sembianti
puoi far vinta cader la forza e l'armi,
tu meco scendi: ch'io farò a costoro
di stoppa rimaner la barba d'oro. -

51
Sfavillò Citerea con un sorriso
che dicea: - Bacia, bacia, anima accesa -
e gli diede col ciglio a un tempo aviso.
che sarebbe ita seco a quell'impresa.
Marte, che 'n lei tenea lo sguardo fiso
avido di litigio e di contesa,
vedendo ch'ella avea d'andar desio,
disse: - A la fè, che vo' venir anch'io.

52
Gite voi altri pur dove v'aggrada,
ch'io vo' seguir de la mia Diva i passi;
dove ella volge il piè, convien ch'io vada,
e quei di voi ch'ella abbandona, lassi.
Per lei combatte questa invitta spada
e questa destra; ed or per lei vedrassi
il Panaro gonfiarsi, e in atto strano
portar soccorso al Po di sangue umano. -

53
Sorrise Palla, ma con occhio bieco
rimirollo Vulcan ch'era in disparte;
e disse: - Empio sicario, adunque meco
comune il letto avrai per ricrearte?
E Giove stesso accorderassi teco
nel vituperio di sua figlia a parte?
Per Stige, ch'io non so chi mi s'arresta
ch'io non ti do di questo in su la testa. -

54
E strignendo un martel ch'al fianco avea,
sollevò il braccio, e di menar fece atto.
La manopola allor ch'in man tenea
lanciògli Marte, e balzò in piedi ratto
sgangherato gridando: - Anima rea,
t'insegnerò ben io di starti quatto. -
Giove che vide accesa una battaglia,
stese lo scettro e disse: - Olà, canaglia!

55
Dove credete star? giuro a Macone
ch'io vi gastigherò di tanto ardire;
venga il fulmine tosto. - E l'Aquilone
il fulmine arrecògli in questo dire.
Vulcan tratto a' suoi piedi in ginocchione
chiedea mercede e intiepidiva l'ire
lagrimando i suoi casi e l'empia sorte,
ma piú l'infedeltà de la consorte.

56
Citerea, che si vide a mal partito,
per una porticella di nascosto
da lo sdegno del padre e del marito,
mentre questi piagnea, s'involò tosto:
e dietro a lei senza aspettar invito
corsero il Dio de l'armi e 'l Dio del mosto;
ella in terra con lor prese la via,
e in mezzo a lor dormí su l'osteria.

57
Gli abbracciamenti, i baci e i colpi lieti
tace la casta Musa e vergognosa;
da la congiunzion di que' pianeti
ritorce il plettro e di cantar non osa:
mormora sol fra sé detti segreti,
ch'al fuggir de la notte umida ombrosa
fatto avean Marte e 'l giovane tebano
trenta volte cornuto il dio Vulcano.

58
L'oste di Castelfranco un gran pollaio
con uova fresche avea quanto la rena;
ne bebbero i due amanti un centinaio,
che smidollata si sentian la schiena:
ma la Diva ne volle solo un paio,
che d'altro forse avea la pancia piena.
La Diva, per non dar di sé sospetto,
presa la forma avea d'un giovinetto.

59
Di candido ermesin tutto trinciato
sopra seta vermiglia, era vestita,
con un colletto bianco profumato,
calzetta bianca e cinta colorita:
di bianco il piè leggiadro era calzato;
non si potea veder piú bella vita;
un pugnaletto d'or cingeva al fianco,
e nel cappello un pennacchietto bianco.

60
Ma l'oste ch'era guercio e Bolognese,
tanto peggio stimò ne' suoi concetti
quando corcarsi in terzo egli comprese
l'amoroso garzon fra tanti letti.
Sgombrarono gli Dei tosto il paese,
che di colui conobbero i sospetti,
temendo che 'l fellon con falso indizio
non gli accusasse quivi al Malefizio.

61
A Modana passâr quella mattina,
e ritrovâr che vi si fea gran festa:
un palio di teletta cremesina
correasi a fiori d'or tutta contesta.
Vedendo quella gente pellegrina,
ognuno a gara ne facea richiesta;
e molti li tenean per recitanti
venuti a preparar comedie inanti.

62
Dicean che Marte il Capitan Cardone,
e Bacco esser dovea l'innamorato,
e quel vago leggiadro e bel garzone
esser a far da donna ammaestrato.
Cosí alle volte ancor fuor di ragione
si tocca il punto; e molti han profetato
che si credean di favellare a caso:
la sorte ed il saper stanno in un vaso.

63
Poscia che passeggiata a parte a parte
ebber gli Dei quella città fetente,
e ben considerato il sito e l'arte
del guerreggiare e 'l cor di quella gente,
a un'osteria si trassero in disparte
ch'avea un trebbian di Dio dolce e rodente,
e con capponi e starne e quel buon vino
cenaron tutti e tre da paladino.

64
Mentre questi godean, da l'altro canto
Pallade e Febo eran discesi in terra;
e concitando gían Bologna intanto
e le città de la Romagna in guerra.
Quanto è dal Reno al Rubicone, e quanto
tra 'l monte e 'l mar quivi s'estende e serra,
s'unisce con Bologna e s'apparecchia
di gir con l'armi a racquistar la Secchia.

65
L'intesero gli amanti, e a la difesa
prepararono anch'essi i lor vassalli:
Bacco chiamò i Tedeschi a quell'impresa,
e andò fin in Germania ad invitalli.
Essi quand'ebber la sua voglia intesa,
in un momento armar fanti e cavalli,
benedicendo ottobre e San Martino,
e sperando notar tutti nel vino.

66
Marte restò in Italia a preparare
la milizia di Parma e di Cremona;
Venere disse che volea tentare
di far venir un Re quivi in persona;
e passando dov'Arno ha foce in mare,
si fe' da le Nereidi a la Gorgona
portar, e quindi a l'isola de' Sardi
ricca di cacio e d'uomini bugiardi.
 



CANTO TERZO



ARGOMENTO


Venere accende a l'armi il Re de' Sardi.
Ragunano lor forze i Gemignani:
s'uniscono co 'l Potta i tre stendardi,
Tedeschi, Cremonesi e Parmigiani.
Passa il Re con piú popoli gagliardi
l'alpi, e discende a guerreggiar ne' piani:
e 'l Potta il campo contra a quei dal Sipa
del Panaro tragitta a l'altra ripa.
 

1
Era tranquillo il mar, sereno il cielo,
taceva l'onda e riposava il vento;
e ingemmata di fior, sparsa di gelo,
l'alba sorgea dal liquido elemento,
e squarciava a la notte il fosco velo
stellato di celeste e vivo argento:
quando la Dea con amorose larve
ad Enzio re nel fin del sonno apparve.

2
E 'n lui mirando: - O generoso figlio
di Federico, onor de l'armi, disse,
l'italiche città vanno a scompiglio,
tornansi a incrudelir l'antiche risse:
Modana sovra l'altre è in gran periglio,
che fida sempre al Sacro Imperio visse:
e tu qui dormi in mezzo 'l mar nascoso?
Déstati e prendi l'armi, uom neghittoso.

3
Va' in aiuto de' tuoi, ché t'apparecchia
nuova fortuna il ciel non preveduta:
tu salverai quella famosa Secchia
che con tanto valor fia combattuta,
che giornata campal nuova né vecchia
non sarà stata mai la piú temuta:
Modana vincerà, ma con fatica,
e tu entrerai ne la città nemica.

4
Quivi d'una donzella acceso il core
ti fia, la piú gentil di questa etade
che sí t'infiammerà d'occulto ardore
che ti farà languir di sua beltade;
al fin godrai del suo felice amore,
e 'l nobil seme tuo quella cittade
reggerà poscia, e riputato fia
la gloria e lo splendor di Lombardia. -

5
Qui sparve il sonno e s'involò repente
da le luci del Re la Dea d'amore:
ei mirò le finestre, e in oriente
biancheggiar vide il mattutino albore;
chiese tosto i vestiti, e impaziente
si lanciò de le piume; e tratta fuore
la spada ch'avea dietro al capezzale,
menò un colpo e ferí su l'orinale.

6
Quel fe' tre balzi, e in cento pezzi rotto
cadde con la coperta cremesina;
con lunga riga fuor sparsa di botto
per la stanza del Re corse l'orina.
Fe' in tanto un paggio de la guardia motto
ch'era giunto un corrier da la marina
col segno de l'Imperio e la patente,
onde fu fatto entrar subitamente.

7
Scrivea da Spira Federico al figlio
che subito mandasse armi in difesa
di Modana, che posta era in periglio
per nuova guerra in quelle parti accesa.
Letta la carta il Re prese consiglio
d'andar egli in persona a quell'impresa,
e tosto armò d'amici e di vassalli
sovra 'l lito pisan fanti e cavalli.

8
A Modana fra tanto era arrivato
l'aviso, che già 'l conte di Nebrona
con seicento cavalli avea passato
l'Alpi, e s'unía con l'armi di Cremona.
Questi da Federico era mandato,
non potendo venir egli in persona:
gran baron de l'Imperio e lancia rotta,
e nemico mortal de l'acqua cotta.

9
Da l'altra parte era venuta nuova
ch'in armi si mettea tutta Romagna;
onde deliberâr d'uscir di cova
i Modanesi armati a la campagna,
e far di sé qualche onorata prova
col soccorso d'Italia e d'Alemagna.
Lasciâr le feste, e tutte le lor posse
furon da varie parti a un tempo mosse,

10
con ordin che dovesse il giorno sesto
al prato de' Grassoni esser ridotta
da i capi lor tutta la gente a sesto,
e l'insegna aspettar quivi del Potta.
Musa, tu che scrivesti in un digesto
que' nomi eccelsi e le lor prove allotta,
dammene or copia acciò che nel mio canto
i pronepoti lor n'odano il vanto.

11
Il Prato de' Grassoni a destra mano
dal ponte del Panaro era distante
quanto un arco potria tirar lontano,
e quivi ognun dovea fermar le piante.
Chi dal monte il dí sesto, e chi dal piano
dispiegò le bandiere in un istante;
e 'l primo ch'apparisse a la campagna
fu il conte de la Rocca di Culagna.

12
Quest'era un cavalier bravo e galante,
filosofo poeta e bacchettone
ch'era fuor de' perigli un Sacripante,
ma ne' perigli un pezzo di polmone.
Spesso ammazzato avea qualche gigante,
e si scopriva poi ch'era un cappone,
onde i fanciulli dietro di lontano
gli soleano gridar: - Viva Martano. -

13
Avea ducento scrocchi in una schiera,
mangiati da la fame e pidocchiosi;
ma egli dicea ch'eran duo mila e ch'era
una falange d'uomini famosi:
dipinto avea un pavon ne la bandiera
con ricami di seta e d'or pomposi:
l'armatura d'argento e molto adorna;
e in testa un gran cimier di piume e corna.

14
Fu Irneo di Montecuccoli il secondo,
figliolo del signor di Montalbano,
giovane disdegnoso e furibondo,
e di lingua e di cor pronto e di mano;
a carte e a dadi avría giucato il mondo,
e bestemmiava Dio com'un marrano:
buon compagno nel resto e senza pecche,
distruggitor de le castagne secche.

15
Settecento soldati ei conducea
da le terre del padre e de' parenti;
ne lo stendardo un Mongibello avea
che vomitava al ciel faville ardenti.
L'onor de la famiglia di Rodea,
Attolino, il seguía con le sue genti,
a cui l'Imperator de' regni greci
cinta la spada avea con altri dieci.

16
Da Rodea, da Magreda e Castelvecchio
conduceva costui trecento fanti
con sí leggiadro e nobile apparecchio
che parean tutti cavalieri erranti:
su 'l cimier per impresa avea uno specchio
cinto di piume ignote e stravaganti.
E dopo lui fu vista una bandiera
su gli argini venir de la riviera.

17
Le ville de la Motta e del Cavezzo,
Camposanto, Solara e Malcantone
quivi raccolto avean la feccia e 'l lezzo
d'ogn'omicida rio, d'ogni ladrone;
quel clima par da fiera stella avezzo
a morire o di forca o di prigione:
fur cinquecento, usati al caldo, al gielo,
a l'inculta foresta, al nudo cielo.

18
Da Camillo del Forno eran guidati
uom temerario e sprezzator di morte,
di semplice vermiglio avea segnati
il suo stendardo e l'armatura forte;
non portava cimier né fregi aurati,
né divisa o color d'alcuna sorte,
fuor che vermiglio; e sovra la sua gente
con nera e folta barba era eminente.

19
La gente che solcar soleva l'onda
e or solca il letto del gran fiume estinto,
e quella dove cade e si profonda
il Panaro diviso e 'n dietro spinto,
lasciâr le barche e i remi in su la sponda;
e mosse da guerrier nobile instinto,
quivi s'appresentar con lance e spiedi,
cento a cavallo e novecento a piedi.

20
Per capitani avean due schiericati
l'arciprete Guidoni e 'l frate Bravi;
che dianzi per ribelli ambo cacciati
avean con una man d'uomini pravi
la Stellata e 'l Bonden poscia occupati,
e 'l transito al Final chiuso a le navi.
Or rimessi venían con queste schiere,
in abito di guerra, in armi nere.

21
Alderan Cimicelli e Grazio Monte
seguían dopo costoro a mano a mano;
la Staggia l'uno e la Verdeta ha pronte,
quei di Roncaglia ha l'altro e di Panzano:
il destrier che portò Bellorofonte
già in alto, Grazio, e un argano Alderano
ne le bandiere lor spiegano al vento:
e i soldati fra tutti eran secento.

22
San Felice, Midolla e Camurana,
secento a piedi e ottanta erano in sella;
Nerazio Bianchi e Tomasin fontana
gli conduceano a la tenzon novella:
Tomasin per insegna avea una rana
armata con la spada e la rotella;
Nerazio, che reggea quei da cavallo,
avea una mezza luna in campo giallo.

23
S'armò dopo costor quella riviera
che da Bomporto a la Bastía si stende;
povera gente, ma superba e altera,
che 'n terra e 'n acqua a provecchiarsi attende.
Fur quattrocento; e ne la lor bandiera,
che di vermiglio e d'or tutta risplende,
ritratto avea un gonfietto da pallone
Bagarotto, figliol di Rarabone.

24
Il sagace Claretto era con esso,
ch'acceso di Dogna Anna di Granata
giunt'era tutt'afflitto il giorno stesso
che un genovese gli l'avea rubata.
Gli ne fu dato a Parma indizio espresso
che l'avrebbe a Bomporto ritrovata;
ma quivi giunto ne perdé i vestigi,
e bestemmiò sessanta frati bigi.

25
Entrò ne l'osteria per rinfrescarsi
e ritrovò che Bagarotto a sorte
raccogliea quivi i suoi soldati sparsi,
e d'armi intorno cinte eran le porte.
Corsero l'uno e l'altro ad abbracciarsi,
ch'erano stati amici a la gran Corte,
e l'uno e l'altro le speranze grame
avean lasciate a i morti de la fame.

26
Narrò Claretto del suo nuovo ardore
la lunga scena e l'intricati effetti;
con quanti scherni in varie forme Amore
già tutti i suoi rivali avea negletti;
e com'or ei perdea per piú dolore
la donna sua nel colmo de' diletti.
Sorrise Bagarotto e disse: - Frate,
tu sciorini ogni dí nuove scappate.

27
Vieni meco a la guerra, e lascia andare
cotesti amori tuoi da scioperato:
la fama non s'acquista a vagheggiare
un viso di bertuccia immascherato. -
Claretto non istette a replicare,
ché gli venne desio d'esser soldato;
prese una picca e si scordò di bere:
ma ricordiamci noi de l'altre schiere.

28
Cittanova spiegâr, Fredo e Cognento,
Piramo e Tisbe morti a piè del moro:
esser potean costor da quattrocento,
e 'l furiero Manzol fu il duca loro,
giovane d'alto e nobile talento,
a cui cedean l'Agilità e 'l Decoro
nel ballar la nizzarda e la canaria
e nel tagliar le capriole in aria.

29
Quasi a un tempo arrivar da un altro lato
Villavara, Albareto e Navicelli;
eran trecento e conduceagli al prato
il fiero zoppo d'Ugolin Novelli:
dipinto ha ne l'insegna un ciel turbato
che piove sovra un campo di baccelli.
Indi venían tra lor correndo a gara
quei del Corleto e quei di Bazzovara:

30
Corleto emulator di Grevalcore
ch'Augusto nominò dal cor giocondo
quel dí che fu d'Antonio vincitore,
onde poscia con lui divise il mondo;
e Bazzovara or campo di sudore
che fu d'armi e d'amor campo fecondo,
là dove il Labadin persona accorta
fe' il beverone a la sua vacca morta.

31
Eran guidati dal dottor Masello,
ch'avea lasciato i libri a la ventura,
e s'era armato che parea un Marcello,
con la giubba a l'antica e l'armatura:
portava per impresa un ravanello
con la sementa d'or grande e matura;
e dietro a lui venían quei di Rubiera
e di Marzaglia armati in una schiera.

32
Bertoldo Grillenzon li conducea,
gran giucator di spada e lottatore;
ne la bandiera un materasso avea
che sdrucito spargea la lana fuore.
Questa schiera de l'altra esser potea
se non uguale, almen poco maggiore;
giugneano a punto al numero di mille
gli armati abitator di quattro ville.

33
Galvan Castaldi e Franceschin Murano
l'insegne di Porcile e del Montale
e le di Cadiana e di Mugnano
uniro a l'Osteria de le due scale.
Trecento con le ronche avea Galvano;
l'altro di picche avea numero eguale:
l'impresa di Galvano è una stadera;
Franceschino ha una gazza bianca e nera.

34
Ecco Alberto Boschetti in sella armato,
conte di San Cesario e di Bazzano;
ch'avendo poco pria quindi cacciato
il presidio nemico e 'l capitano,
s'era fatto signor di quello stato
col valor de la fronte e de la mano;
ed or di questi e d'altri suoi vassalli
per forza armati avea cento cavalli.

35
Pomposo viene e ne lo scudo porta
a onor di san Lorenzo una gradella:
la lancia in mano e al fianco avea la storta
tutta la schiera sua leggiadra e bella.
Una volpe che fa la gatta morta
spiegano Collegara e Corticella
che Bernardo Calori avea condotte,
trecento o poco piú tagliaricotte.

36
Due figli avea Rangon d'alto valore,
Gherardo il forte e Giacopin l'astuto;
Gherardo che d'etade era il maggiore
e 'n piú sublime grado era venuto,
de le genti paterne avea l'onore
e 'l governo al fratel quivi ceduto;
ond'egli se 'n venía portando altero
una conchiglia d'or sovra il cimiero.

37
Spilimberto, Vignola e Savignano,
Castelnovo e Campiglio in assemblea,
Ceiano e Guia, Montorsolo e Marano,
con quei di Malatigna armati avea.
Cento a caval con le zagaglie in mano
e mille fanti arcieri ei conducea,
ch'avean con agli e porri e cipollette
avvelenati i ferri a le saette.

37
Mentre questi giugnean dal destro lato,
già dal sinistro in campo era venuto
di Prendiparte Pichi il figlio armato
col fior de la Mirandola in aiuto:
fu Galeotto il giovane nomato
per tutta Italia allor noto e temuto;
e cento cavalier carchi di maglia
sotto l'impresa avea d'una tenaglia.

39
Campogaiano poscia e San Martino
mandaron cinquecento a la pedestre,
ch'aveano per insegna un saracino
e armati eran di ronche e di balestre:
Mauro Ruberti ne tenea il domíno
sovrastante maggior de le minestre;
vo' dir che de le bocche avea la taglia
e dovea compartir la vittovaglia.

40
Zaccaria Tosabecchi allor reggea
di Carpi il freno, uom vecchio e podagroso
a cui l'età il vigor scemato avea
ma non lo spirto altero e bellicoso.
Una figlia al morir gli succedea
che 'l conte di Solera avea per sposo,
zerbin de la contrada e falimbello,
di Manfredi cugin, detto Leonello.

41
Venne al vecchio desío d'esser quel giorno
in campo, e armò pedoni e cavalieri,
e una lettiga fe' senza soggiorno
che portavano a man quattro staffieri:
laminata di ferro era d'intorno,
e si potea assettar su due destrieri;
una tal poscia forte a maraviglia
ne fece il Contestabil di Castiglia;

42
e in Borgogna l'usò contra i moschetti
del bellicoso re de' fieri Galli.
Zaccaria venne con ducento eletti,
parte asini col fren, parte cavalli,
ma i pedoni a tardar furon costretti
ché 'l conte, che dovea tutti guidalli,
lasciò il suocero andar per la piú corta
e restò con la sposa a far la torta.

43
Zaccaria, che si vide abbandonato
dal genero, partí subito i fanti,
e quattrocento al cavalier Brusato
e a Guido Coccapan dienne altrettanti.
Il Cavalier un elefante alato
ha nell'insegna: e Guido ha due giganti
che giocano a le noci: il vecchio ha un gatto
che insidia un topo e stassi quatto quatto.

44
Quelli poi di Formigine e Fiorano,
dove nascono fichi in copia grande,
sono trecento, e Uberto Petrezzano
gli guida, e ne l'insegna un orco spande.
Baiamonte con lui di Livizzano
quasi a un tempo arrivò con le sue bande,
ducento fur con partigiane in spalla;
e la bandiera avean turchina e gialla.

45
Appresso d'Uguccion di Castelvetro
l'insegna apparve ch'era un cardo bianco.
Trecento balestrier le tenean dietro
ch'avean bolzoni e mazzafrustri al fianco.
Da Gorzan, Maranello e da Ceretro
de' famosi Grisolfi il buon Lanfranco
tratti avea cinquecento in una schiera,
e portava un frullon ne la bandiera;

46
onde la Crusca poi gli mosse lite
che fu rimessa al tribunal romano.
Con l'impresa d'un pero e d'una vite
Stefano e Ghin de' conti di Fogliano
avean con l'armi foglianese unite
quelle di Montezibio e di Varano,
ch'eran ducento ottanta martorelli,
unti e bisunti che parean porcelli.

47
Ma dove lascio di Sassol la gente
che suol de l'uve far nettare a Giove,
là dove è il dí piú bello e piú lucente,
là dove il ciel tutte le grazie piove?
quella terra d'amor, di gloria ardente,
madre di ciò ch'è piú pregiato altrove,
mandò cento cavalli, e intorno a mille
fanti raccolti da sue amene ville.

48
Roldano de la Rosa è il duca loro
ch'un tempo guerreggiando in Palestina
contra 'l campo d'Egitto e contra 'l Moro
fe' del sangue pagan strage e ruina;
sparsa di rose e di fiammelle d'oro
avea l'insegna azzurra e purpurina;
e dietro a lui venía poco lontano
Folco Cesio signor di Pompeiano;

49
Pompeiano ove suol l'aura amorosa
struggere il giel di que' nevosi monti;
Gommola e Palaveggio a la famosa
donna del seggio lor chinan le fronti.
Sotto l'insegna avea d'una spinosa
Folco raccolti de' piú arditi e pronti
trecento, che su zoccoli ferrati
se ne venían di chiaverine armati.

50
E quel ch'era mirabile a vedere,
cinquanta donne lor con gli archi in mano
avezze al bosco a saettar le fiere,
e a colpir da vicino e da lontano,
succinte in gonna e faretrate arciere,
calavano con lor dal monte al piano;
e la chioma bizarra e ad arte incolta
ondeggiando su 'l tergo iva disciolta.

51
Bruno di Cervarola avea il domíno
di quella terra e del vicin paese
di Moran, del Pigneto e di Saltino;
uom vago di litigi e di contese.
Con ducento suoi sgherri entrò in cammino
subito che de l'armi il suono intese;
e perch'era un cervel fatto a capriccio,
portava per impresa un pagliariccio.

52
Di Bianca Pagliarola innamorato
fatte avea già per lei prove diverse;
e a lei che gli arse il cor duro e gelato
sempre di sue vittorie il premio offerse:
or additando il suo pensier celato
un pagliariccio in campo bianco aperse,
ch'in mezzo un telo avea fatto di maglia
e mostrava nel cor la bianca paglia.

53
Appresso gli venía Mombarranzone
col suo signor Ranier, che di Pregnano
reggea la nuova gente e 'l gonfalone
che mandato gli avea Castellarano;
cinquanta con le natiche in arcione,
e quattrocento gían battendo il piano
con le scarpe sdrucite e senza suola;
la loro insegna è un bufalo che vola.

54
Brandola, Ligurciano e Moncereto
conduceva Scardin Capodibue,
ch'un diavolo stizzato in un canneto
dipinto avea ne le bandiere sue.
Col cimiero di lauro e mirto e aneto
il signor di Pazzan dietro gli fue,
che pretendea gran vena in poesia,
né il meschin s'accorgea ch'era pazzia.

55
Alessio era il suo nome, e 'n sesta rima
composto avea l'amor di Drusiana ;
nel resto fu baron di molta stima,
e seco avea Farneda e Montagnana.
Questa gente contata con la prima,
non era da giostrare a la quintana:
eran da cinquecento ferraguti
di rampiconi armati e pali acuti.

56
Di Veriga e Bison l'insegna al vento,
ch'era in campo azzurrino un sanguinaccio,
spiega Pancin Grassetti, e quattrocento
fanti conduce a suon di campanaccio:
ma piú di questi ne mandaron cento
Montombraro, Festato e 'l Gainaccio,
con l'impresa d'un asino su un pero,
e Artimedor Masetti è il condottiero.

57
Taddeo Sertorio, di Castel d'Aiano
conte e fratel di Monaca la bella,
conducea Montetortore e Misano,
dove fu la gran fuga, e la Rosella,
con archi e spiedi porcherecci in mano,
spiegando in campo bianco una padella;
trecento fur che quelle vie ronchiose
con le piante premean dure e callose.

58
Seguiva di Monforte e di Montese,
Montespecchio e Trentin poscia l'insegna:
Gualtier figliuol di Paganel Cortese
l'avea dipinta d'una porca pregna;
fur quattrocento, e parte al tergo appese
accette avean da far nel bosco legna,
parte forconi in spalla, e parte mazze
e pelli d'orsi in cambio di corazze.

59
Il conte di Miceno era un signore
fratel del Potta a Modana venuto,
dove invaghí sí ognun del suo valore
che a viva forza poi fu ritenuto:
non avea la milizia uom di piú core,
né piú bravo di lui né piú temuto:
corseggiò un tempo il mar, poscia fu duce
in Francia: e nominato era Voluce.

60
Gli donò la città per ritenerlo
Miceno, Monfestin, Salto e Trignano,
e Ranocchio e Lavacchio e Montemerlo,
Sassomolato, Riva e Disenzano:
un san Giorgio parea proprio a vederlo,
armato a piè con una picca in mano;
con ottocento fanti al campo venne
con armi bianche e un gran cimier di penne.

61
Panfilo Sassi e Niccolò Adelardi
co' Frignanesi lor seguiro appresso,
di concerto spiegando i due stendardi
di Sestola e Fanano a un tempo stesso;
l'uno ha tre monti in aria e 'l motto tardi ,
l'altro nel mar dipinto un arcipresso,
con l'uno è Sassorosso, Olina e Acquaro;
Roccascaglia con l'altro e Castellaro.

62
Eran mille fra tutti. E dopo loro
venía una gente indomita e silvestra;
San Pellegrino, e giú fino a Pianoro
tutto il girar di quella parte alpestra
dove sparge il Dragone arena d'oro
a sinistra, e 'l Panaro ha il fonte a destra,
Redonelato e Pelago e la Pieve
e Sant'Andrea che padre è de la neve;

63
Fiumalbo e Bucasol terre del vento,
Magrignan, Montecreto e Cestellino;
esser potean da mille e quatrocento
gl'inculti abitator de l'Apennino:
Apennin ch'alza sí la fronte e 'l mento
a vagheggiare il ciel quindi vicino,
che le selve del crin nevose e folte
servon di scopa a le stellate volte.

64
Tutti a piedi venían con gli stivali,
armati di balestre a martinelle
che facevano colpi aspri e mortali
e passavano i giacchi e le rotelle:
pelliccioni di lupi e di cinghiali
eran le vesti lor pompose e belle;
spadacce al fianco aveano e stocchi antichi,
e cappelline in testa e pappafichi.

65
Ma chi fu il duce de l'alpina schiera?
Fu Ramberto Balugola il feroce
che portava un fanciul ne la bandiera
che faceva a un Giudeo baciar la croce.
Con armatura rugginosa e nera
e piume in testa di color di noce
venía superbo a passi lunghi e tardi,
con una scure in collo e in man tre dardi.

66
Da Ronchi lo seguía poco lontano
Morovico signor di quella terra:
Palagano e Moccogno e Castrignano
guidava, e quei di Santa Giulia in guerra.
Da quattrocento con spuntoni in mano
co' piedi lor calcavano la terra
dietro a l'insegna d'una barca a vela,
e cantando venían la fa-li-le-la .

67
Un giovinetto di superbo core
che di sua fresca etade in su 'l mattino
non avea ancor segnato il primo fiore
del primo pel, nomato Valentino,
avea dipinto addormentato Amore,
e Medola reggea, Montefiorino,
Mursian, Rubbian, Massa e Povello,
Vedriola e de l'Oche il gran castello.

68
Di giavellotti armati e gianettoni,
di panciere e di targhe eran costoro,
con martingale e certi lor saioni
che chiamavano i sassi a concistoro.
Sotto le scarpe avean tanti tacconi,
che parea il campo d'Agramante moro
che in zoccoli marciasse a lume spento;
e non erano piú che cinquecento.

69
Poiché la fanteria de la montagna
fu veduta passar di schiera in schiera,
il Potta fece anch'egli a la campagna
uscir la gente sua ch'armata s'era.
E già quella di Parma e d'Alemagna
e di Cremona giunta era la sera
da la parte del Po, per la fatica
che da Reggio temea, città nemica.

70
In Garfagnana intanto avea intimato
a' cinque capitan de le bandiere
che non uscisser pria di quello stato
che vi giungesse il Re con le sue schiere:
però ch'anch'ei da Lucca avea mandato
a fare in fretta a la città sapere
ch'ei venía quindi, e domandava gente
da potersi condur sicuramente.

71
E 'l giorno che seguí, posto in cammino
per la diritta via di Gallicano,
tra le coste passò de l'Apennino
e discese al Padul giú dal Frignano;
era con lui Vetidio Carandino
con la bandiera di Camporeggiano,
dove egli avea dipinta una civetta
che portava nel becco una scopetta.

72
Quella di Castelnovo, ov'era un Santo
con le man giunte lavorato a scacchi,
seguía per retroguardia indietro alquanto
sotto la guida di Simon Bertacchi.
Quivi l'arredo regio è tutto quanto,
quivi veníeno i servitori stracchi
e quei che 'l vin di Lucca avea arrestati,
per some in su le some addormentati.

73
Ma le due di Soraggio e di Sillano
da Otton Campora l'una era guidata,
l'altra da Jaconia di Ponzio Urbano,
che porta una fascina incoronata.
La stella mattutina il Camporano
con una cuffia rossa ha figurata:
E queste quattro avean sei volte mille
fanti raccolti da sessanta ville.

74
Ma trecento cavalli avea la quinta
guidata da Pandolfo Bellincino,
ove in campo dorato era dipinta
la figura gentil d'un babuino.
I cavalieri avean la spada cinta,
attaccato a l'arcione un balestrino,
lo scudo in braccio e in mano una zagaglia;
e gíano a destra man de la battaglia.

75
Però che quindi anch'essi i Fiorentini
armatisi in favor de' Bolognesi
costeggiando venían cosí vicini
che poteano i men cauti esser offesi.
Il Re seimila fanti ghibellini,
sardi, pisani, liguri e lucchesi
e due mila cavalli avea con lui,
svevi e tedeschi e parteggiani sui.

76
Intanto il Potta le sue genti avea
divise in terzo, e 'l buon Manfredi avanti
con due mila cavalli in assemblea
se 'n giva, e dopo lui veníano i fanti.
Eran dodicimila e gli reggea
Gherardo, che ne gli atti e ne' sembianti
parea un volpon che conducesse i figli
a dar l'assalto a un branco di conigli.

77
La terza schiera fu di poche genti,
ma piena d'ogni machina murale
e di que' piú terribili instrumenti
che gli antichi trovâr per far del male.
L'architetto maggior de' ferramenti
Pasquin Ferrari, gran zucca da sale,
la conducea con mille balestrieri
e cento carri e ventidue ingegneri.

78
Non si fermò ne l'arrivare al ponte
il Potta, ma passò di là da l'onda,
e dietro a lui tutte le schiere conte
si condussero in fretta a l'altra sponda:
quivi secento a piè con l'armi pronte
trovar, da la fruttifera e feconda
Nonantola venuti, e dal vicino
contado di Stuffione e Ravarino.

79
Gli conducean due cavalier novelli
con armi e piume di color di gigli,
Beltrando e Gherardino, i due gemelli
che de la bella Molza erano figli.
Era l'impresa lor due fegatelli
con la veste a quartier bianchi e vermigli,
le tramezze di lauro e le frontiere:
e queste ultime fur di tante schiere.
 



CANTO QUARTO



ARGOMENTO


Mentre dal Potta Castelfranco è stretto,
Rubiera assalta il popolo reggiano.
Parte dal campo a quell'impresa eletto
Gherardo, e se ne va notturno e piano.
Muove assalto a la terra, onde costretto
da la fame si parte il capitano.
Cadono i valorosi; e gli altri a patto
fan de la vita lor vile riscatto.
 

1
Poiché fu sorto in su la destra riva,
si fermò il campo e s'ordinâr le schiere;
ne gli usberghi lucenti il sol feriva
e ne traeva fuor lampi e lumiere:
un venticel che di ponente usciva
facea ondeggiar le piume e le bandiere:
e per le rive intorno e per le valli
romoreggiava il ciel d'armi e cavalli.

2
Il Potta, ch'era un uom molto eloquente
e solito a salir spesso in ringhiera,
montato sopra un argine eminente
che divideva i campi e la riviera,
cinto di capitani e nobil gente,
co 'l capo disarmato e la montiera,
cosí parlava al popolo feroce
con magnanimi gesti e altera voce:

3
- O vero seme del valor latino,
ben aveste l'altrier da Federico
un privilegio in foglio pecorino,
che vi ridona il territorio antico
che terminava già sopra 'l Lavino:
ma il donativo suo non vale un fico,
se con quest'armi che portiamo a canto
non ne pigliamo noi possesso in tanto.

4
Sol Castelfranco ne può far inciampo,
ché rinforzato è di presidio grosso;
ma non avrà da noi riparo o scampo,
se con tant'armi gli giugniamo addosso:
quivi noi fermeremo il nostro campo
contra 'l nemico che non s'è ancor mosso;
e potremo goder sicuri e lieti
de' beni altrui, finché fortuna il vieti.

5
Tutte nostre saran senza sospetti
queste ricche campagne e questi armenti;
la salciccia, i capponi e i tortelletti
da casa ci verran cotti e bollenti,
e dormiremo in quegli stessi letti
dove ora dormon le nemiche genti:
il Re giungerà in campo innanzi sera,
ché già scesa dal monte è la sua schiera.

6
Ma che piú vi trattengo o forti? Andiamo
a trar di bizzaria questi capocchi,
leviamgli Castelfranco; e poi vediamo
ciò che faran con quel fuscel ne gli occhi,
ricco di preda è quel castel, io bramo
ch'ognun ne goda, a ciaschedun ne tocchi;
io per me certo non ne vo' un quattrino,
e dono la mia parte al piú meschino. -

7
Cosí dicendo il fiero campo mosse
con tanta fretta a la segnata impresa,
che l'inimico a pena a tempo armosse,
per correr de le mura a la difesa.
Subito intorno fur cinte le fosse,
e adattate le macchine da offesa:
al primo colpo d'un trabucco vasto
fu arrandellato un asino col basto.

8
La machina mural da sé rimove
con impeto sí fier quella bestiaccia,
che la solleva in aria, e in piazza dove
piú turba avea dentro il castel la caccia.
Trasecolaron quelle genti nove
tutte, e l'un l'altro si miraro in faccia
con le guance di neve e 'l cor di gelo,
ch'un asino cader vider dal cielo.

9
Era con molti armati in quel presidio
un capitan di poca matematica
di Casa Bonason, detto Nasidio
perch'avea un naso contro la prammatica:
questi temendo un general eccidio,
subito co' Potteschi attaccò pratica
d'uscir di quel castel con la sua gente
se non avea soccorso il dí seguente.

10
Fermato il patto, il Re giunse la sera
con trombe e fuochi e segni d'allegrezza;
ma il dí seguente una novella fiera
converse tutto il dolce in amarezza:
venne correndo un messo da Rubiera
ch'aiuto richiedea con gran prestezza
contra il popol reggian, ch'a quella terra
mossa la notte avea improvisa guerra.

11
Il popolo reggian col modanese
professava odio antico e nemicizia,
e avea contra di lui col bolognese
piú volte unita già la sua milizia;
ora, dissimulando il tempo attese,
e per mostrar la solita nequizia,
passato che fu il Re, spinse a' suoi danni
seimila fra soldati e saccomanni.

12
Il Re tosto chiamar fece a consiglio
tutti gli eroi de la città del Potta;
e poi ch'ebbe narrato il gran periglio
ove quella fortezza era ridotta,
rivolse a destra mano il nobil ciglio,
dove sedea l'onor di casa Scotta:
ed ei, poiché fu sorto e si compose
la barba con la man, sputò e rispose:

13
- A voi, signor, come piú degno, tocca
sceglier fra questi un capitano in fretta,
che vada a liberar l'oppressa rocca
e a far su quegli audaci aspra vendetta. -
Volea piú dir, ma no 'l lasciò la bocca
aprir, che si levò da la panchetta
e saltò in mezzo il conte di Culagna
dicendo: - V'andrò io, chi m'accompagna? -

14
Maravigliando il Re si volse e disse:
- Chi è costui sí ardito e baldanzoso? -
Il Potta si guardò ch'ei no 'l sentisse,
e disse: - Questi è un matto glorioso. -
Il Re, che avea disio che si spedisse
a quella impresa un capitan famoso,
rimise quella eletta al Potta stesso
che conosceva ognun meglio da presso.

15
Il Potta, che sapea che i Parmegiani
eran nemici a la tedescheria,
e ch'era un accoppiar co' gatti i cani
se gli uni e gli altri insieme a un tempo unía;
disegnò di mandar contra i Reggiani
gli aiuti che da Parma in campo avía
Giberto da Correggio allor guidati,
tremila a piedi e mille in sella armati.

16
Ma il carico sovran diede a Gherardo
con cinquemila fanti e quella schiera
ch'avea Bertoldo sotto il suo stendardo
condotta da Marzaglia e da Rubiera.
Ripassò il ponte il cavalier gagliardo;
ma non giunse a Marzaglia innanzi sera,
quivi ebbe nuova de la terra presa,
ma che la rocca ancor facea difesa.

17
Stettero in dubbio i cavalier del Potta
se passavano allor quella riviera,
o s'attendean che fulminata e rotta
fosse dal novo sol l'aria già nera.
Ed ecco apparve lor su 'l fiume allotta
Marte, che presa la sembianza fiera
di Scalandrone da Bismanta avea,
bandito e capitan di gente rea;

18
e inalzando una face in su la sponda
che 'l varco indi vicin tutto scopriva,
fe' sí che tragittò di là da l'onda
subito il campo a la sinistra riva.
Spirava il vento e dibattea la fronda
sí ch'a fatica il calpestio s'udiva.
A i capitani allor Marte feroce
volgea lo sguardo e la terribil voce;

19
e dicea lor: - Venite meco, o forti,
ché gl'inimici or vi do vinti e presi,
mentre che ne la terra i male accorti
son quasi tutti a depredar intesi,
aspettando che 'l messo annunzio porti
che si sian quelli de la rocca resi,
dove a l'assedio in su la fossa armato
Foresto fontanella hanno lasciato.

20
Io la perfidia lor patir non posso,
e vengo a vendicarla ora con voi;
se lor giugniamo a l'improviso addosso,
che potran far, se fosser tutti eroi?
Gira, Gherardo, tu a sinistra il fosso,
e chiudi il passo co' soldati tuoi,
ch'io Giberto e Bertoldo a piè del ponte
condurrò cheti a l'inimico a fronte. -

21
Cosí parlava, e Scalandrone il fiero
creduto fu da ognun ch'era presente.
Gherardo a manca man tenne il sentiero,
Giberto a destra al lato di ponente,
e su gli elmi inalzar fe' per cimiero
un segno bianco a tutta la sua gente,
ché già la squadra udia del fontanella
cantar non lungi la Rossina bella .

22
Passavan cheti e taciturni avanti
senza ronde scontrar né sentinelle,
quando cessaro a l'improviso i canti
e i gridi e gli urli andar fino a le stelle;
i cavalli lasciaro addietro i fanti
allora, e Marte accese due facelle,
e illuminò cosí l'aer d'intorno
che parve senza sol nascere il giorno.

23
Foresto, che venir sopra si vede
gli stendardi di Parma e di Rubiera,
si lascia dietro anch'ei la gente a piede;
e passa armato innanzi a la sua schiera.
Marte rimira e Scalandrone il crede,
sprona il cavallo e abbassa la visiera;
e 'l coglie a punto al mezo de la pancia,
ma non sente piegar né urtar la lancia.

24
Marte a l'incontro al trapassar percosse
in guisa lui d'un colpo sopramano
che gli abbruciò la barba e 'l viso cosse,
e non parve mai piú fedel cristiano:
ei se la bebbe, e subito scontrosse
con Bertoldo, ch'avea disteso al piano
col braghiero in due pezzi Anselmo Arlotto,
grande alchimista e in medicina dotto.

25
Ruppero l'aste a quell'incontro fiero,
e con le spade incominciâr la guerra.
L'animoso Foresto avea un destriero
che non trovava paragone in terra,
generoso di cor, pronto e leggero;
e se un'antica cronica non erra,
fu de la razza di quel buon Frontino,
fatto immortal da Monsignor Turpino.

26
Bertoldo avea piú forza e piú fierezza,
ed era di statura assai maggiore:
Foresto avea piú grazia e piú destrezza,
picciolo il corpo e grand'era 'l valore.
Ma l'uno e l'altro fa di sua prodezza
mostra al nemico e di suo eccelso core;
e la terra è già tinta e inorridita
di sangue e di bragiole e maglia trita.

27
Giberto intanto avea rotta la lancia
nel ventre a Gambatorta Scarlattino,
e col troncon fatta crepar la pancia
d'un fiero colpo a Stevanel Rossino;
quando tolse una scure a Testarancia
figliuol di Filippon da San Donnino,
e con essa a due man fe' tal ruina,
che tolse il vanto a quei de la tonnina.

28
Uccise Braghetton da Bibianello
ch'un tempo a Roma fece il cortigiano;
e 'l nome v'intagliò co lo scarpello
sotto Montecavallo a manca mano;
avea la pancia come un carratello
e avría bevuta la città d'Albano,
né mai chiedeva a Dio nel suo pregare,
se non che convertisse in vino il mare.

29
Gli divise la pancia il colpo fiero
e una borrachia ch'a l'arcione avea:
cadeano il sangue e 'l vin sopra 'l sentiero,
e 'l misero del vin piú si dolea.
l'alma ch'usciva fuor col sangue nero
al vapor di quel vin si ritraea:
e lieta abbandonava il corpo grasso,
credendo andar fra le delizie a spasso.

30
Uccise dopo questi Alceo d'Ormondo
protonotario e camerier d'onore
ne la corte papal, capo del mondo
e di piú cavalier conte e dottore;
e 'l miser Baccarin da San Secondo
che de le pappardelle era inventore
morto lasciò con gli altri male accorti
sotto Rubiera ad ingrassar quegli orti.

31
Prospero d'Albinea, Feltrin Casola,
Marco Denaglia, Brun da Mozzatella,
Berto da Rondinara, Andrea Scaiola,
Stefano Zobli, Gian da Torricella,
Guglielmo da la Latta e Pier Mazzola
dal feroce guerrier tratti di sella,
con Ugo Brama e Gian Matteo Scaruffa
tutti rimaser morti in quella zuffa.

32
A i colpi de la forza di Giberto
gira gli occhi Foresto; e i suoi soldati
vede da la battaglia al campo aperto
fuggir chi qua chi là tutti sbandati:
e temendo restar quivi diserto,
ché cinto si vedea da tutti i lati,
volge a Bertoldo ed una punta abbassa,
e gli uccide il cavallo e 'n terra il lassa:

33
e dove i suoi fuggían da la battaglia
spronando quel destrier che sembra un vento:
- Dunque, gridava lor, brutta canaglia,
questo è il vostro valore e l'ardimento?
Se non avete tanto cor che vaglia
a sprezzar de la morte ogni spavento
sí che vogliate abbandonar la guerra,
ritiratevi almen dentro la terra. -

34
Cosí disse, e correndo in ver la porta
donde il soccorso omai gli parea tardo,
piena la via trovò di gente morta,
ch'ivi già penetrato era Gherardo.
Allor frenando l'impeto che 'l porta,
s'arresta alquanto il giovane gagliardo,
pensando se dovea quindi fuggire
tra l'ombre de la notte o pur morire.

35
Spiccasi al fine, e là dove difende
il nemico l'uscita, entrar procaccia:
la testa a Furio da la Coccia fende
e nel ventre a Vivian la spada caccia:
il primo avea il cervel fuor di calende
e l'altro era un fanton lungo sei braccia,
l'un nemicizia avea col sol d'agosto
e l'altro rincaría le calde arrosto.

36
Ferí dopo costor, con vario evento,
due Gemignani, l'Erri e 'l Baciliero:
ne l'umbilico l'un subito spento
cadè, tocco d'un colpo assai leggiero:
l'altro, ch'un'ernia avea piena di vento
né potea camminar senza 'l braghiero,
ferito d'una punta in quella parte,
esalò il vento e si sanò contr'arte.

37
Giunto alfin dove l'ultima bandiera
Forcierolo Alberghetti avea fermata,
come che cinta sia di gente fiera
la sforza, e quindi a' suoi trova l'entrata;
né s'accorge che lascia la sua schiera
tra i nemici rinchiusa e abbandonata.
In tanto il conte avea di San Donnino
sentito il fiero suon del mattutino.

38
Questi era de' Reggiani il generale,
grande di Febo e di Bellona amico,
e stava componendo un madrigale
quand'arrivò l'esercito nemico.
Reggio non ebbe mai suggetto eguale
o nel tempo moderno o ne l'antico,
né di lui piú stimato in pace e 'n guerra;
ed era consiglier di Salinguerra.

39
Di Salinguerra il poderoso dico
che tenne già Ferrara e Francolino,
fin che fu poi dal Papa suo nemico
sospinto fuor del nobile domíno,
e tornò a ripigliar lo scettro antico
il seme del superbo Aldobrandino:
Si trova in somma scritto in varie carte,
che 'l conte era grand'uomo in ogni parte.

40
Tosto ch'ode il romor, chiede da bere
a Livio suo scudiero e l'armi chiede;
e beve in fretta, e poi volge il bicchiere
sopra la sottocoppa in su col piede:
s'adatta i braccialetti e le gambiere;
s'affaccia a la finestra; e guarda e vede
a quel romor, senza notizia averne,
saltar di casa ognun con le lanterne.

41
Già avea l'usbergo, e subito s'allaccia
l'elmo con piume candide di struzzo;
cigne la spada e 'l forte scudo imbraccia,
e monta sopra un nobile andaluzzo.
Gli portava dinanzi una rondaccia
e una balestra il sordo Malaguzzo,
era stizzato e gli sapeva male
di non aver finito il madrigale.

42
Giunto a la porta e udito il gran fracasso
montò subitamente in su le mura,
e mirò intorno e vide giú nel basso
d'armi coperto il ponte e la pianura,
vide i nemici aver serrato il passo
e de' soldati suoi l'aspra ventura,
onde pieno d'angoscia e di dispetto
sospirò forte e si percosse il petto.

43
E quivi a canto a lui fatti passare
due mila balestrier ch'in campo avea,
cominciò l'inimico a saettare
che cacciarlo di luogo ei si credea.
Come suol rifuggir l'onda e tornare
fremendo nel furor de la marea,
cosí fremea ondeggiando e i forti scudi
opponea l'inimico a i colpi crudi.

44
Ma non partiva e non mutava loco:
e 'n tanto l'alba uscía de l'oriente,
le cui guancie di rose al sol di foco
mirando il ciel ne divenia lucente.
Gherardo rinfrescò la gente un poco
mutandola a' quartieri, e al dí nascente
dal fosso a basso e da la rocca d'alto
diede principio a un furibondo assalto.

45
De la rocca Bertoldo ebbe l'assunto;
Giberto a manca man, Gherardo a destra.
Vedesi il conte a mal partito giunto,
ch'eran finiti il pane e la minestra:
pur mise anch'egli i suoi soldati in punto,
e Bertoldo dicea da una finestra:
- Ah! Reggianelli, gente da dozzina,
l'unghie vi resteran ne la rapina. -

46
Dove la rocca giú nel pian scendea,
de la piazza era il conte a la difesa:
e sbarrato di travi il passo avea,
facendo quivi i suoi nobil contesa.
Gherardo a destra man forte stringea,
Giberto facea machine da offesa,
mangani e scale, e empía con sorda guerra
la fossa in tanto di fascine e terra.

47
Durò il crudele assalto infino a nona,
sin che stancârsi e intiepidiron l'ire.
Il saggio conte i suoi non abbandona;
ma non avea che dargli a digerire.
Ne la rocca serrata avean l'annona
i terrazzani al primo suo apparire,
e tanti denti in su l'entrar di botto
distrusser ciò che v'era e crudo e cotto.

48
Cerca di qua, cerca di là, né trova
cosa da farvi un minimo disegno:
sbadiglian tutti e fan crocette a prova,
e l'appetito lor cresce lo sdegno.
Fatta avean quivi una chiesetta nova
certi frati di quei dal piè di legno:
il conte al guardian chiese rimedio
per liberarsi dal crudele assedio.

49
Cominciò il frate a dir che Dio adirato
volea il popol reggiano or gastigare:
il conte ch'era mezzo disperato
- Padre, dicea, non stato a predicare,
ma cercate rimedio al nostre stato,
ch'è notte e non abbiam di che cenare:
fateci uscir di queste mura in pace,
e predicate poi quanto vi piace. -

50
Il frate uscí a trattar subito fuora,
e ritornò con l'ultima risposta:
che se i Reggiani andar voleano allora,
lasciasser l'armi e andassero a lor posta.
Alcuni non volean piú far dimora,
ma gli altri si ridean de la proposta,
e dicean che con l'armi era da uscire,
o da pugnar con l'armi o da morire.

51
Onde forzato fu di ritornare
il frate al campo, e 'l conte a lui converso:
- Padre, dicea, vi voglio accompagnare,
datemi una gonella da converso. -
Il frate gliene fece una portare
ricamata di brodo azzurro e perso,
ch'era del cuoco: e 'l conte se la pose,
e tutto nel capuccio si nascose:

52
e rivoltato a' suoi disse ch'ei giva
a procurar anch'ei sorte migliore;
ma se 'l nemico altier non s'ammolliva,
tentato avría di rimaner di fuore;
e che con nuova gente ei s'offeriva
di tornare in soccorso in fra poche ore,
pur ch'a lor desse il cor di mantenerse
un giorno ancor ne le fortune avverse.

53
In suo luogo lasciò Guido Canossa,
e non prese arme, fuor ch'una squarcina
che nascondea quella vestaccia grossa,
con un giacco di maglia garzerina.
Ritrovaron Gherardo in su la fossa,
che facea fabricar per la mattina
contra la porta una sbarrata grande
che chiudeva per fronte e da le bande.

54
Quando Gherardo vide il guardiano,
gli venne incontro; e 'l frate gli dicea,
che troppo duro al popolo reggiano
il partito proposto esser parea;
ch'egli voleva uscir con l'armi in mano,
e che nel resto a lui si rimettea.
Gherardo entrò in furor quand'udí questo
e disse al frate: - Padre, io vi protesto

55
che vo' far nuovi patti e vo' che lassi
l'armi e l'insegne e quanto egli ha da guerra,
e ch'in farsetto e sotto un'asta passi
a l'uscir de la porta de la terra.
Cosí vi giuro, e non perdete i passi
a tornar, se 'l partito non si serra;
perché vi aggiugnerò pene piú gravi,
come son degni i lor eccessi pravi. -

56
Il conte, che tenea l'orecchie intente
dicendo: - A fé non mi ci coglierai, -
s'incominciò a scostar segretamente,
fin che si ritrovò lontano assai.
Pregava il guardian molt'umilmente,
ma non poté spuntar Gherardo mai:
onde tornò dolente al suo camino,
senz'altra inchiesta far di fra' Stoppino.

57
Poiché tornò confuso e sbigottito
da la fiera risposta il guardiano,
e narrò il tutto e che se n'era gito
il conte e già poteva esser lontano;
si consultò s'era miglior partito
il ritorno aspettar del capitano,
o pur co l'armi al ciel notturno e scuro
tentar d'uscir de l'infelice muro.

58
Tutti lodâr che s'aspettasse il conte;
ma quando poi s'andò ben calculando
ch'ei non poteva aver le genti pronte
prima che il nuovo sol fosse ito in bando,
si torser tutti e rincrespâr la fronte,
dicendo che volean morir pugnando:
onde Guido d'uscir fatto disegno,
fe' stare in punto ognun co l'armi a segno.

59
Ma da la rocca diè Bertoldo aviso
a Gherardo ch'usasse estrema cura,
che mostrava il nemico a l'improviso
voler co l'armi uscir di quelle mura.
Preparossi Gherardo; e su l'aviso
fé stare i suoi soldati, e l'aria scura
rallumò con facelle e pece ardente;
e le sbarre piantò subitamente.

60
Ed ecco aprir la porta e a un tempo stesso
de gli affamati il grido e le percosse:
ma ne le sbarre urtar ch'erano appresso;
e 'l rauco suono e l'impeto arrestosse:
Gherardo avea per fianco e 'n fronte messo
vari strumenti di tremende posse:
e a colpi di saette e pietre e dardi
stese quivi i piú arditi e piú gagliardi.

61
Ed egli armato a piè con una mazza
corse a le sbarre, e a tanti diè la morte,
che se non ritraea la turba pazza
in dietro il piede e non chiudea le porte,
perduta quella notte era la razza
de' soldati da Reggio in dura sorte.
Fu de' primi a cader Guido Canossa
in preda a i lucci di quell'empia fossa.

62
Ma l'ardito Foresto urta il destriero,
dove vede la sbarra esser piú bassa;
e tratto disperato il brando fiero
contra Gherardo, il fère a un tempo e passa,
e dovunque al passar drizza il sentiero,
de l'alto suo valor vestigi lassa;
fin ch'in sicura parte al fine arriva,
e i suoi d'aiuto e di speranza priva.

63
L'esercito reggian, fatto sicuro
che la forza adoprar gli valea poco,
e veggendo il nemico in volt'oscuro
scuoter la porta e domandar del foco,
in fretta rimandò fuora del muro
il guardian, ch'ebbe a fatica loco
d'impetrar da Gherardo alcun partito,
ch'era già inviperato e infellonito.

64
Al fin l'ultimo ottenne, e fu giurato
con giunta, che chiunque a l'osteria
con modanese alcun fosse alloggiato
di quello stuol che di Rubiera uscía,
a trargli per onor fosse ubbligato
scarpe o stivali o s'altro in piedi avía;
indi fu aperto un picciolo sportello,
d'onde uscivano i vinti in giubberello.

65
Marte, che la sembianza ancor tenea
di Scalandron, per onorar la festa,
stando a la picca, ove al passar dovea
chinar il vinto la superba testa,
dava a ciascun, nel trapassar che fea
sotto quell'asta, un scappellotto a sesta:
cosí fino a l'aurora ad uno ad uno
andò passando il popolo digiuno.

66
Poi che tutti passâr, Marte disparve
lasciand'ognun di meraviglia muto.
Stupiva il vincitor che le sue larve
conoscer non avea prima saputo:
stupiva il vinto, poi che 'l sole apparve
cinto di luce, e che si fu avveduto
con onta sua che le picchiate ladre
a tutti fatte avean le teste quadre.

67
Sotto Rubiera si trattenne alquanto
Gherardo, e riposar le genti feo,
onorando quel dí sacrato al Santo
Apostolo divin Bartolomeo;
e de le spoglie de' nemici in tanto
su la riva di Secchia alzò un trofeo,
quando volgendo il sol dal mezzo giorno
eccoti un messaggier sonando un corno;

68
e narra ch'attaccata è la battaglia
tra il Re de' Sardi e le città nemiche,
ch'in campo conducean tanta canaglia
che non ha tante mosche Apuglia o spiche;
e lo prega d'aiuto, e che gli caglia
del gran periglio de le schiere amiche.
Trenta peli di rabbia allor strapposse
Gherardo, e bestemmiando il campo mosse.






CANTO QUINTO



ARGOMENTO


È preso Castelfranco: e con auspici
poco fausti a Bologna il Nunzio giunto,
de' Bolognesi e de' paesi amici
vede marciar l'esercito congiunto,
che 'l dí seguente addosso a gl'inimici
giunge improviso e di battaglia in punto.
E 'l Potta anch'ei da l'espugnate mura
tragge e schiera il suo campo a la pianura.

1
Già il termine prescritto era passato,
né la piazza Nasidio ancor rendea,
da contrasegni e lettere avisato
che l'esercito amico uscir dovea.
Il Potta, che si vide esser gabbato,
ne consultò col Re vendetta rea:
e l'alba era ancor dubbia e 'l cielo oscuro,
quando assaltò da cento parti il muro.

2
Rimasero i Tedeschi e i Cremonesi,
che da Bosio Duara eran guidati,
e la cavalleria de' Modanesi
con loro insegne a la campagna armati.
Il Potta avea de' suoi gli animi accesi
con premi utili insieme ed onorati;
promettendo a colui ch'era di loro
primo a salir, due mila scudi d'oro.

3
Mille n'avea al secondo, e cinquecento
promessi al terzo: onde correa a salire
e a far di suo valore esperimento
stimulando ciascun la forza e l'ire.
Ma l'inimico in cosí gran spavento
si difendea con disperato ardire,
sicuro omai di non trovar mercede
dopo l'error de la mancata fede.

4
Pioggia cadea da le merlate mura
di saette e di pietre aspra e mortale:
ma con sembianza intrepida e sicura
movea l'assalitor machine e scale.
I mangani al ferir maggior paura
facean da lunge e irreparabil male,
ché subito ch'alcun scopriva il busto,
mastro Pasquin te l'imbroccava giusto.

5
Non credo ch'Archimede a Siracusa
facesse di costui prove piú leste.
Fra gli altri colpi suoi nota la Musa,
ch'un certo Bastian da Sant'Oreste,
sbracato, lo schernía sí come s'usa,
mostrandogli le parti poco oneste:
ed egli tosto gli aggiustò un quadrello
nel foro a pel de l'ultimo budello.

6
Rinforzossi tre volte il fiero assalto
sottentrando a vicenda ordini e schiere;
e giú nel fosso e su nel muro ad alto
morti infiniti si vedean cadere;
quando il fiero Ramberto ergendo in alto
una scala, di man trasse a l'alfiere
l'insegna, e 'n tanto i suoi con le balestre
disgombravano i merli e le finestre.

7
Sandrin Pedoca e Battistin Panzetta
e Luca Ponticel gli furo appresso:
fu morto il Ponticel d'una saetta
ch'uscí di man di Berlinghier dal Gesso;
ma Ramberto salito in su la vetta
si trovò incontro il capitano istesso,
ch'armato d'una ronca era venuto
correndo in quella parte a dare aiuto.

8
Tosto ch'ei può fermar tra' merli il piede
pianta l'insegna, e oppone il forte scudo
a Nasidio, che l'urta e che lo fiede
con la ronca a due man d'un colpo crudo.
L'aspra percossa ogni riparo eccede,
l'armi distrugge, e lascia il braccio ignudo
e ferito a Ramberto, e 'l cor ripieno
di furor e di rabbia e di veleno.

9
A Nasidio s'avventa, e con le braccia
pria ne la gola, indi ne' fianchi il cigne;
Nasidio ratto anch'ei seco s'abbraccia,
lascia la ronca, e al paragon si strigne:
l'uno di qua, l'altro di là procaccia
d'atterrare il nemico e lo sospigne:
gli avviticchia le gambe e lo raggira,
or l'urta a destra, or a sinistra il tira.

10
Grida Nasidio che 'l guerrier sia preso,
o quivi in braccio a lui di vita casso;
egli di rabbia e di furore acceso,
l'alza su 'l petto e tira in dietro il passo,
e su l'orlo del muro il tien sospeso,
indi si lancia a precipizio a basso:
Giesú chiama per aria in suo sussidio
il discendente del famoso Ovidio.

11
Giú ne la fossa in loco assai profondo
giaceva a piè de l'assalite mura
una gran massa di pantano immondo
e di fracido stabbio e di bruttura:
quivi caddero entrambo, e andaro al fondo,
e d'abito mutati e di figura
tornar senz'altro danno a rivedere
l'almo splendor de le celesti sfere.

12
E di nuovo correan per azzuffarsi,
come due verri d'ira e d'odio ardenti
corron ne la belletta ad affrontarsi
con dispettosi grifi e torti denti:
ma i soldati potteschi intorno sparsi
furon lor sopra a quel fier atto intenti,
e da le man del vincitore altero
trasser Nasidio vivo e prigioniero.

13
Fu condotto Nasidio innanzi al Potta,
che lo fece castrar subitamente
per ricordanza de la fede rotta
e per esempio a la futura gente;
ed a la cima del gran naso a un'otta
con un filo d'acciar fatto rovente
gli fe' attaccare i testimoni freschi
de' mal sortiti suoi tiri furbeschi.

14
La bandiera fra tanto era spiegata
che Ramberto al salir trasse con esso,
da Battistino e da Sandrin guardata,
e da molti altri che saliro appresso;
ma contesa in quel luogo era l'entrata
da l'inimico stuol sí folto e spesso,
che quivi si facea tutta la guerra,
né si potea calar giú ne la terra.

15
Ed ecco in su la fossa al gran Voluce
improvisa apparir la Dea d'Amore
chiusa d'un nembo d'or, cinta di luce,
ed infiammargli a la battaglia il core;
preso gli mostra il miserabil duce,
e l'inimico stuol pien di terrore
tutto rivolto a la bandiera alzata,
e la vicina porta abbandonata.

16
Al magnanimo cor basta sol questo,
e l'usato valor dentro raccende:
volge lo sguardo a' suoi soldati presto,
e seco il fior de' piú lodati prende:
corre a la porta, e ne' compagni è desto
emulo ardor ch'a gli animi s'apprende;
onde Folco, Attolino e Bagarotto
corrono anch'essi, e fanno a gli altri motto.

17
Egli infiammato di feroce sdegno
sta su la soglia minacciando morte,
e con una bipenne il duro legno
percuote, e risonar fa l'alte porte;
mettono gli altri un ariete a segno,
e 'l sospingon con impeto sí forte,
che già l'imposte e le bandelle sono
tutte allentate, e ne rimbomba il suono.

18
Quei pochi, ch'ivi in guardia eran fermati,
lanciano sassi e mettono puntelli,
e di paura afflitti e sconcacati
vanno mirando a questi buchi e a quelli;
ma dal fiero cozzar rotti e spezzati
già cadono le spranghe e i chiavistelli,
e Voluce da i gangheri a fracasso
getta la porta tutt'a un tempo a basso.

19
Come al cader di quella sacra avviene,
ch'ad ogni cinque lustri apre il gran Padre,
quando la gente di lontan se 'n viene
a Roma a riverir l'antica madre;
che non giovan le sbarre e le catene
a trattener le peregrine squadre
ch'inondano a diluvio, e chi s'arresta
lo soffoga la turba e lo calpesta:

20
tale al cader de le nemiche porte,
l'impetuosa turba inonda e passa;
e di pianto, d'orror, di sangue e morte
ogni cosa al passar confusa lassa:
il feroce e l'imbelle ad una sorte
cade, ogn'incontro il vincitor fracassa:
fugge il vinto e s'appiatta, o l'armi cede
e s'inginocchia a domandar mercede:

21
ma non trova mercé né cortesia,
e in van s'inchina e in van la vita chiede:
Il Potta vuol che Castelfranco sia
esempio eterno a non mancar di fede.
furore ha luogo, ogni pietà s'oblía,
veggonsi in ogni parte incendi e prede:
e cade in poca cenere un Castello,
di cui non era in Lombardia il piú bello.

22
E già su le ruine il vincitore
dal lungo faticar stanco sedea,
quand'ecco di lontan s'udí un romore
che rimbombar d'intorno il pian facea:
venía il campo nemico a gran furore,
che 'l periglio de' suoi già inteso avea:
ed era quel che la foresta e i lidi
fea risonar di trombe e corni e gridi.

23
Musa, tu che cantasti i fatti egregi
del re de' topi e de le rane antiche,
sí che ne sono ancor fioriti i fregi
là per le piagge d'Elicona apriche,
tu dimmi i nomi e la possanza e i pregi
de le superbe nazion nemiche,
ch'uniron l'armi a danno ed a ruina
de la città de la salciccia fina.

24
Poscia che gli apparecchi e la contesa
di Bologna la Fama intorno sparse,
trasse il desío di cosí degna impresa
quattordici città seco ad armarse.
Tremò l'Imperio e invigorí la Chiesa,
sentí l'Italia in freddo giel cangiarse;
e credo che 'l Soldan de' Mammalucchi
ne mandasse ragguaglio al re de' cucchi.

25
Il Papa, ch'era padre e protettore
de la parte de' Guelfi e de la Chiesa,
avendo udito in Francia il gran romore
e la cagion di sí crudel contesa,
per aggiungere a' suoi fede e valore,
spedí subito nunzio a quell'impresa
da Vienna un suo domestico prelato
che monsignor Querenghi era nomato.

26
Questi era in varie lingue uom principale
poeta singular tosco e latino,
grand'orator, filosofo morale,
e tutto a mente avea sant'Agostino:
ma il Papa non lo fece cardinale
ché 'n sospetto gli entrò di ghibellino
dopo ch'ei ritornò di nunziatura
e perdé la fatica e la ventura.

27
Nocquegli ancora i' esser padovano
suddito d'Ezzelin, bench'innocente,
non volendo il Pontefice romano
aver fede ad alcun di quella gente:
ma certo ei fu prelato e cortigiano,
fra gli altri in quell'età molto eminente:
e da lo sprezzo d'uom sí saggio e prode
il Papa non ritrasse alcuna lode.

28
Egli partí da Vienna in su le poste,
e nel passar de l'Alpi a un ponte rotto,
il perfido caval per certe coste
lasciò cadersi, e non gli fece motto:
anzi da discortese e bestia d'oste,
stava di sopra e monsignor di sotto,
onde la nunziatura indi levata
con mal augurio fu mezzo spallata.

29
Quivi ei montò in lettiga, e seguitando
con una spalla fuor d'architettura,
giunse a punto a Bologna il giorno quando
l'esercito uscía fuora a la ventura:
si fe' porre il rocchetto, in arrivando,
da don Santi, e salí sopra le mura;
dove a l'uscir de la città le schiere
chinavano a' suoi piè lance e bandiere.

30
Et egli con la man sovra i campioni
de l'amica assemblea, tutto cortese
trinciava certe benedizioni,
che pigliavano un miglio di paese.
Quando la gente vide quei crocioni,
subito le ginocchia in terra stese,
gridando: - Viva il Papa e Bonsignore,
e muora Federico Imperadore. -

31
Ma perché la man destra avea fasciata
e gli benedicea con la mancina,
fu scritto al Papa ch'egli avea mandata
una persona marcia ghibellina.
Or basta, in ordinanza usciva armata
la gente; e prima fu la perugina,
tre mila, che mandati avea la Chiesa
col capitan Paulucci a quell'impresa.

32
Questi di cortegian fatto soldato
disertò gli Ugonotti e i Calvinisti,
fe' vermiglia la Schelda, indi passato
in Francia guerreggiò co' Navarristi;
navigò nel Danubio; e al fin voltato
in occidente a piú sublimi acquisti,
fra i monti Pirenei passò in Ispagna,
e riportò per mar guanti d'Ocagna.

33
L'armatura dorata e rilucente
con sopraveste avea cangiante e varia,
e camminava sí leggiadramente,
che parea ch'ei ballasse una canaria:
disperata guidava e altera gente,
che la fortuna amica e la contraria
egualmente disprezza, e si diletta
sol di sangue, di morte e di vendetta.

34
Seguía l'insegna di Milano, e avea
gran gente in su le scarpe e in su le selle,
ch'ovunque il guardo di lontan volgea,
rincarava le trippe e le fritelle.
Sei mila pacchiarotti a piè reggea
Marion di Marmotta Tagliapelle;
mille cavalli avean per capitani
Galeazzo e Martin de' Torriani.

35
La terza insegna fu de' Fiorentini,
con cinque mila tra cavalli e fanti,
che conduceano Anton Francesco Dini
e Averardo di Baccio Cavalcanti:
non s'usavano starne e marzolini,
né polli d'India allor, né vin di Chianti:
ma le lor vittuaglie eran caciole,
noci e castagne e sorbe secche al sole.

36
E di queste n'avean con le bigonce
mille asinelli al dipartir carcati,
acciò per quelle strade alpestre e sconce
non patisser di fame i lor soldati:
ma le some coperte in guisa e conce
avean con panni d'un color segnati,
che facean di lontan mostra pomposa
di salmeria superba e preziosa.

37
Ma piú di queste numerosa molto
la quarta schiera e bella in vista uscía,
la gran Donna del Po tutto raccolto
quivi di sua milizia il fiore avía.
La ricca gioventú superba in volto
di porpora e di fregi ornata gía.
Fiammeggia l'oro, ondeggiano i cimieri,
passano i fanti armati e i cavalieri.

38
Tre mila i cavalier sono, e due tanti
premon col piè de la gran madre il dorso:
Maurelio Turchi è il capitan de' fanti,
e de' cavalli il Bevilacqua Borso.
Ma splende sovra questi e sovra quanti
vengono di Bologna al gran soccorso,
il magnanimo cor di Salinguerra,
che fa del nome suo tremar la terra.

39
Occupata di fresco avea Ferrara
Salinguerra, e nemico era a la Chiesa;
ma i Petroni l'avean solo per gara
tratto con larghi doni in lor difesa.
Il nunzio che sapea la cosa chiara,
tenne sopra di lui la man sospesa;
lasciò passarlo e poi segnò la croce:
ma se n'avide e rise il cor feroce.

40
Ha seco il fior de la Romagna bassa
che volontaria segue i segni suoi;
Lugo, Bagnacavallo, Argenta e Massa,
Cotognola e Barbian madri d'eroi:
questa gente con l'altra unita passa,
ma sua chiara virtú la scevra poi;
è 'l capitan che la conduce a piede
Faceo Milani, uom d'incorrotta fede.

41
Ravenna e Cervia sotto una bandiera
seguono i Ferraresi a mano a mano,
di lance e spiedi armate a la leggiera;
e Guido da Polenta è il capitano.
Di Cervia sol la numerosa schiera
potea ingombrar per molte miglia il piano,
se non spargeano l'aria e 'l sito immondo
i cittadini suoi per tutto il mondo.

42
Passano in ordinanza i fanti armati,
poscia di cavalier segue un drappello,
due mila a piè, trecento incavallati
(vocabol fiorentino antico e bello).
Va pomposo il signor de' Ravennati
sopra un nobil corsier di pel morello
stellato in fronte, che col piè balzano
par che misuri a passi e salti il piano.

43
Rimini vien con la bandiera sesta,
guida mille cavalli e mille fanti
il secondo figliuol del Malatesta,
esempio noto a gl'infelici amanti.
Il giovinetto ne la faccia mesta
e ne' pallidi suoi vaghi sembianti
porta quasi scolpita e figurata
la fiamma che l'ardea per la cognata.

44
Halli donata al dipartir Francesca
l'aurea catena a cui la spada appende;
la va mirando il misero, e rinfresca
quel foco ognor che l'anima gli accende:
quanto cerca fuggir, tanto s'invesca,
e 'l suo cieco furor in van riprende,
ché già su la ragione è fatto donno,
né distornarlo omai consigli il ponno.

45
- Perché donna, dicea, di questo core
legarmi di tua man di piú catene?
Non stringevano assai quelle, onde Amore
de le bellezze tue preso mi tiene?
Ma tu forse notasti il mio furore
dissimulando il mal che da te viene,
furore è il mio, non nego il mio difetto,
ma mi traesti tu de l'intelletto.

46
Tu co' begli occhi tuoi speranza desti
a la fiamma d'amor viva e cocente,
che sfavillar da questi miei scorgesti
e chiederti pietà del cor languente.
Ma lasso che vo io torcendo in questi
vani pensier l'innamorata mente,
e sinistrando il caro pegno amato
che da sí nobil petto in don m'è dato?

47
Bella de la mia donna e ricca spoglia
che donata da lei meco te 'n vieni,
acciò che dal suo amor non mi discioglia
e mi leghi in piú nodi e m'incateni;
tu sarai refrigerio a la mia doglia,
tu sarai nuovo pegno a le mie speni. -
La bacia e la ribacia in questi accenti,
e va seco sfogando i suoi tormenti.

48
Passa il giovine amante, e dopo lui
la gente di Faenza arriva e passa.
Tutti son cavalier, fuora che dui
staffieri a piè del capitan Fracassa.
Del buon sangue Manfredo era costui,
onor di quella età cadente e bassa;
secento ha seco, e cento, i piú garbati,
di maiolica fina erano armati.

49
Indi Cesena vien sotto l'impero
di Mainardo d'Ircon da Susinana,
che s'è fatto signor di condottiero
di gente disperata empia e scherana.
Ottocento pedoni ha seco il fero
usati a vita faticosa e strana:
non ha cavalleria, ma i fanti sui
vagliono piú ch'i cavalieri altrui.

50
La nona squadra fu de gl'Imolesi
che da Pietro Pagani eran condotti:
mille e cento tra fanti e banderesi,
saccomanni, briganti e stradiotti;
dopo questi venieno i Forlivesi
da gli Ordelaffi in servitú ridotti;
Scarpetta di condurgli ebbe l'onore,
che de gli altri fratelli era il maggiore.

51
Forlimpopoli segue, allor cittade
non men de le vicine illustre e degna;
Sinibaldo, il fratel minor d'etade,
regge la schiera sua sott'altra insegna.
Sono ottocento armati d'archi e spade,
mille son gli altri, e vanno a la rassegna
distinti in guisa, che distinta splende
la gara che fra lor gli animi accende.

52
Con la gente di Fano a tergo a questa
Sagramoro Bicardi il Nunzio inchina,
e guida mille fanti a la foresta
usati a corseggiar quella marina.
A lo scettro ubbidían del Malatesta
Pesaro, Fossombruno e la vicina
Senigaglia: e passâr con la bandiera
di Paulo dianzi entro la sesta schiera.

53
Poiché fu di Romagna il fior passato,
ecco il carroccio uscir fuor de la porta,
tutto coperto d'or, tutto fregiato
di spoglie e di trofei di gente morta;
lo stendardo maggior quivi è spiegato:
e cento cavalier gli fanno scorta,
fra gli altri di valor chiaro e sovrano;
e Tognon Lambertazzi è il capitano.

54
Dodici buoi d'insolita grandezza
il tirano a tre gioghi; e di vermiglia
seta hanno la coperta e la cavezza,
le sottogole e i fiocchi in su le ciglia.
Il pretor di Bologna in grande altezza
sopra vi siede, e intorno ha la famiglia
tutta ornata a livrea purpurea e gialla
con balestre da leva e ronche in spalla.

55
Nomato era costui Filippo Ugone
brescian di quei da la gorgiera doppia:
e di broccato indosso avea un robone
che stridea come sgretolata stoppia.
Secondavano il carro e 'l gonfalone
quattrocento barbute a coppia a coppia,
co' cavalli bardati in fino a terra,
ch'avea mandate Brescia a quella guerra.

56
Seguiva il battaglion dopo costoro
de' Petronici fanti e l'apparecchio:
eran vintisei mila, e 'l duca loro
il buon conte Romeo Pepoli vecchio,
avea l'armi d'argento a scacchi d'oro
fregiate, e Braccalon da Casalecchio
col braccio manco e con la spalla destra
gli portava lo scudo e la balestra.

57
Finita di passar