Federigo Tozzi



TRE CROCI





A Luigi Pirandello







Cap. I

Giulio chiamò il fratello:

- Niccolò! Déstati!

Quegli fece una specie di grugnito, bestemmiò, si tirò più giù la tesa del cappello; e richiuse gli occhi. Stava accoccolato su una sedia, con le mani in tasca dei calzoni e la testa appoggiata a uno scaffale della libreria; vicino a una cassapanca antica, che tenevano lì in mostra per i forestieri; tutta ingombra di vasi, di piatti e di pitture.

- Ohé! Non ti vergogni a dormire! È tutta la mattina! Fai rabbia!

Niccolò, allora, si sdrusciò forte le labbra e aprì gli occhi, guardando il fratello.

- Ma che vuoi? Io, fino all'ora di mangiare, dormo!

- Volevo dirti che io devo andare alla banca! Stamani, c'è un rinnovo. Niccolò fece una sbuffata e rispose:

- Vai! C'era bisogno di destarmi?

- Alla bottega chi ci bada?

- A quest'ora, non viene nessun imbecille a comprare i libri! Vai! Ci bado io!

Niccolò, mentre il fratello cercava il tubino, si alzò, giunse fino alla porta, come se avesse voluto mettersi a correre, prendendo lo slancio; e tornò a dietro, rincantucciandosi a sedere.

Era alto e grasso; con la barbetta brizzolata, le labbra grandi e gli occhi bigi.

Allora, perché Giulio andava da sé alla banca, invece di mandarci lui o l'altro fratello, lo guardò e chiese con premura studiata:

- Enrico dov'è? Dobbiamo sempre fare tutto noi anche per lui?

- Sarà a spasso, a quest'ora! Dove vuoi che sia? Lo sai che a quest'ora ha sempre bisogno di fare una passeggiata.

- E rimproveravi me perché me ne sto qui a dormire?

Giulio voleva sorridere; ma si mise le lenti, guardò la firma su la cambiale e disse:

- Bada anche tu se ti pare venuta bene!

Niccolò alzò le spalle e non rispose. Giulio disse, con una specie di ammirazione sempre meno involontaria:

- M'è venuta proprio bene!

Il fratello abbassò la testa e fece un'altra sbuffata; poi si mise a battere lesto lesto la punta d'un piede; e, allora, tremava tutta la cassapanca con quel che c'era sopra.

- Smetti: farai rompere tutto!

- Non sarebbe meglio?

Giulio, grattandosi vicino alla bocca, quasi sorpreso, lo guardò:

- Con te non ci si capisce niente! Ormai, mio caro, anche se volessimo smettere, sarebbe tardi. Piuttosto, speriamo che troveremo i denari per pagare le cambiali!

- E se alla banca scoprono prima che tu... che noi facciamo le firme false?

Giulio era il più melanconico dei tre fratelli Gambi, ma anche il più forte e quello che sperava perciò di guadagnare tanto con la libreria, da non correre più nessun pericolo. Era stato lui a proporre quell'espediente; ed era lui che aveva imparato ad imitare le firme. Ma quando il fratello gli diceva a quel modo, si perdeva d'animo e andava alla banca soltanto perché era indispensabile a guadagnare tempo. È vero anche, però, che era doventata un'abitudine; che lo preoccupava piuttosto per la puntualità che ci voleva. Perfino lusingato che ormai da tre anni la cosa andasse bene: avevano preso più di cinquantamila lire senza destare nessun sospetto, e il cavaliere Orazio Nicchioli, che aveva fatto da vero il favore di firmare qualche cambiale, non indovinava ancora niente. Seguitava sempre ad essere il loro amico, e ad andare alla libreria tutte le sere; a fare la chiacchierata.

Giulio era anche più alto di Niccolò; ma senza barba e più giovane, sebbene i suoi capelli fossero tutti bianchi. I baffetti erano ancora biondi; il viso roseo; e gli occhi celesti facevano pensare a qualche pietra di quel colore. Il più intelligente e il solo che avesse voglia di lavorare, stando dentro la libreria dalla mattina alla sera. Niccolò, invece, faceva anche l'antiquario; e stava quasi sempre fuori di Siena, a cercare alle fattorie antiche e nei paesi qualche cosa da comprare.

Enrico faceva il legatore, a una piccola bottega vicino alla libreria. Era basso, con i baffi più scuri; sgarbato e prepotente.

Soltanto Niccolò aveva moglie; ma vivevano tutti insieme con due giovinette orfane, loro nipoti.

Il loro padre era stato fortunato, e anch'essi da prima stavano bene; poi, a poco a poco, la libreria aveva sempre fruttato meno.

Giulio si mise il tubino, dopo averlo spolverato con il gomito; stette un poco incerto a esaminare la cambiale aperta su lo scrittoio; si grattò vicino alla bocca, la prese e se la mise in tasca. Niccolò lo guardava, imprecando e bestemmiando.

- È inutile bestemmiare.

- Che devo dire, allora?

- Niente. Rassegnarsi.

- Ma io in galera non ci voglio andare!

Aveva la voce forte e robusta, e quando gridava a quel modo non si sapeva se faceva sul serio o per canzonatura. Allora anche a Giulio era impossibile sentirsi afflitto e umiliato. E rispose, con la sua pacatezza di uomo educato:

- Ci metteranno me in galera! Sei contento?

Ma Niccolò gridò:

- Torna presto, perché io qui dentro non voglio che mi ci venga un accidente!

Giulio, tenendo la mano in tasca dov'era la cambiale, perché aveva paura che potesse escirgli fuori, andò alla banca; cercando di camminare a testa alta e di farsi vedere senza preoccupazioni; sicuro di quel che faceva.

Niccolò restò su la sua sedia; e si mise a biascicare un sigaro, sputando i pezzetti sotto lo scrittoio; allungando le gambe fin nel mezzo della bottega. Quando entrò un signore, che conosceva perché una volta erano andati a caccia insieme, Niccolò non si mosse né meno.

Quegli chiese:

- Come sta?

- Io, bene. E lei?

- Un poco di raffreddore.

Niccolò sorrise, dicendogli con una serietà finta di cui nessuno alla prima si accorgeva:

- Si abbia riguardo!

Il signor Riccardo Valentini, allora, guardò qualche libro, e Niccolò richiuse gli occhi come se non ci fosse stato né meno. Tutti quelli che lo conoscevano, non si rivolgevano mai a lui per comprare; ma a Giulio, magari aspettando che tornasse, se non c'era.

Il Valentini gli disse:

- Bella vita, sempre a sedere!

- Lo so! Me la invidia anche lei?

- Io? No, da vero. Anzi, ci ho piacere.

- E io campo da signore per dispetto a quelli che mi vorrebbero vedere a mendicare. Non faccio bene? Devono tutti mangiarsi il fegato dalla rabbia!

Il signor Valentini fece una risata.

- Oggi, a pranzo, tordi e quaglie. E mi son fatto mandare da una delle migliori tenute del Chianti un vino che, se lo bevesse lei, resterebbe stupito. Dio! Come mi voglio godere! Per me, nella vita, non c'è altro! Sono nato un signore, io; più di lei!

- Più di me? Ah, lo credo! Lei non ha quelle preoccupazioni di cui io non posso fare a meno. Anche stamani son dovuto venire a Siena, perché il fattore mi s'è ammalato. Come si fa a rimandare al giorno dopo gli affari, con una tenuta di trenta poderi come io ho su le mie spalle! Senza mentovare, poi, anche le mercature.

Niccolò si sollazzava a quelle confidenze; e, fregatesi le mani, disse:

- Vino e ponci! Ma i ponci li faccio da me. Mezzo litro di rumme per volta! Ah, io sto bene!

Nella sua voce c'era una gioia rabbiosa e violenta. Ed egli, ridendo a quel modo, restava simpatico a tutti.

- Ora, quando torna Giulio, che è andato a un appuntamento con una bella signora, si chiude questa paretaia; e si va a mangiare. Che mangiata! Vorrei avere due ventri! Uno non mi basta! Ho fatto comprare, dalla nostra serva, un chilo di parmigiano e certe pere che passano una libbra l'una! Scommetto che le viene voglia di desinare con me!

Il signor Valentini rise e gli batté una mano su la spalla. Poi, chiese:

- Che Madonna è quella, lì nel mezzo alla cassapanca? Quella lì ritta?

Niccolò doventò serio.

- Non me lo vuol dire?

- Anzi! A lei dirò la verità: è una Madonna che ho trovato in casa d'un contadino. Non me la volevano vendere a nessun costo. L'ho pagata cento lire sole!

Si alzò, e con la voce che doventava acuta, ripeté gongolando:

- Cento lire! Cento lire! Me l'ha regalata! Ci voleva un idiota come quello!

- E lei quante ce ne prenderà?

La voce di Niccolò si fece tonante:

- Io?

Poi, con sprezzo:

- Ieri, un inglese mi dava quattromila lire, quattromila lire!

- E non l'ha data?

La voce parve calmarsi, farsi esatta:

- Ce ne prenderò seimila.

E siccome s'era rimesso a sedere, si alzò di scatto, battendo i piedi e ricominciando a gridare:

- Cento lire! Quell'idiota! Ci voleva un idiota come lui, per darmela!

E finse di ridere tanto, come fosse sul punto di soffocare.

Giulio, con il cappello su gli occhi, come senza avvedersene si metteva sempre tornando dalla banca, entrò serio:

- Di che ti esalti?

Niccolò smise istantaneamente; e s'avventò alla porta, come se fuggisse perché non valeva la pena di rispondergli.

 

 

Cap. II

Fuori camminava a testa ritta, nel mezzo della strada, facendo il grande; rispondeva a pena se lo salutavano, tirava via come se sprezzasse tutti; lesto, come se non avesse tempo da perdere. Giunse, per la Via Cavour, fin dov'era una fruttaiola; e, allora, guardò le ceste in mostra; ma senza fermarsi, girando un poco il collo come se avesse da accomodarsi il solino. L'odore delle frutta gli fece allargare e stringere le narici, e gli si piegarono le ginocchia; ma seguitò a camminare: benché senza raccapezzarsi più dove andasse, e a ogni pochi passi urtando qualcuno; poi tornò a dietro, pensando alle frutta vedute, che se le immaginava più buone e più saporite di quante ne aveva mangiate durante tutta la sua vita. Quasi gli venivano le lagrime, perché si trovava senza denaro in tasca. Ma decise di supplicare il fratello, perché glie le comprasse.

In bottega non c'era più il signor Valentini; ed egli disse a Giulio:

- Che voleva quel vagabondo? Quando viene in bottega, un'altra volta, lo prendo a calci nei ginocchi.

- Che t'ha fatto di male? - gli chiese Giulio, ridendo.

- Toh! C'è bisogno che mi faccia qualche cosa di male? Non lo posso né vedere né sopportare: ecco quel che m'ha fatto!

- Tu non puoi vedere nessuno. Sei mezzo matto! Già, non saresti della nostra razza!

Allora, Niccolò gli strinse un braccio e gli disse, dopo aver fatto scricchiare i denti, come un ragazzo che non può più contenersi:

- Giulio, Giulio mio! Ho visto certe mele e certe pere che... se le potessi assaggiare, darei dieci anni! Me ne sono invaghito.

Giulio, divertendosi della sua ghiottoneria, gli chiese:

- Erano belle da vero?

- Meravigliose! Con una buccia grassa, che dev'essere come il burro! Io oggi non mangio, se non mi levo anche la voglia di quelle!

- Ci manderemo Enrico, quando viene!

- Sì, sì! Piglia tutto quel che abbiamo incassato stamani; e mandacelo. Fa' invogliare anche lui.

- Non ci vorrà di molto!

Enrico entrò sbattendo l'uscio, per chiuderlo; perché quando una volta potevano tenere un commesso, se lo faceva sempre chiudere e aprire. Guardò tutta la bottega; per vedere se c'era qualcuno; sospettoso e pronto a qualche villania. Giulio gli chiese:

- Dove sei stato?

- Sei mio padre, perché io te lo debba dire? Te lo domando mai io a te?

Niccolò disse:

- Hai ragione!

- Tu stai zitto! - gli rispose Enrico, con la sua voce nasale e strascicata - Hai sempre voglia di ruzzare. Ho visto escire il Valentini: che ci viene a fare in bottega, se non compra mai un libro? Già, non sa né meno leggere! Perché non sta a casa sua? L'impiantito, quando è consumato, bisogna rifarlo fare con i nostri denari! Se stesse a casa, il fattore non terrebbe compagnia alla sua moglie!

- È vero? Chi te l'ha detto? Che soddisfazione mi dài!

- Lo so. Quando dico una cosa io, mi chiedete sempre da chi l'ho saputa! Ma, se non ci credete, per me è lo stesso.

Giulio aprì il cassetto dello scrittoio, prese con la punta delle dita dieci lire e gliele porse:

- Vai da Cicia, e compra due chili tra mele e pere.

- Io ci devo andare? O voi non siete capaci?

Niccolò non gli parlava più e non lo guardava né meno, come se lo avesse irritato. Giulio gli disse:

- È lui che ti vuol mandare.

- Ma io, se devo andarci, compro anche un pezzo di gorgonzola dal nostro pizzicagnolo.

- Fa' quel che vuoi.

Enrico s'avviò verso l'uscio; e Niccolò, allora, disse:

- Purché tu ti spicci; invece di star qui tra i piedi!

E, quando fu escito, seguitò:

- Non ha voglia di fare niente.

Ma tutti e due doventarono silenziosi. Soltanto dopo una mezz'ora, Giulio, che s'era seduto allo scrittoio battendo a colpi regolari le lenti su la carta sugante, disse:

- Con la cambiale d'oggi, sono cinquemila lire di più.

- A me lo dici?

- A chi devo dirlo?

- Non me ne importa. Io non voglio né meno sentirne parlare.

- Hai paura di guastarti il sangue?

- Giulio! Smettila! Tu sai quel che ho nel cuore. È una spina grossa come il mio pollice.

- Lo so: sarà eguale alla mia.

Allora, Niccolò divenne affettuoso; la sua voce quasi supplichevole e dolce; e sarebbe stato capace di fargli anche le moine:

- Se non ci si volesse bene tra noi, vorrei doventare una bestia... un rospo!

Giulio lo guardò con tenerezza; ma il fratello gli disse:

- Non mi guardare!

- Quelle bambine hanno bisogno di vestiti da inverno.

- Glieli farai comprare. Subito! Per loro, faccio anche a meno delle scarpe! Di tutto! Mi lascio morire di fame!

Quando aveva di questi propositi, che gli duravano poco, si drizzava con tutta la persona; mandando in fuora il petto; camminando in su e in giù per la bottega, che allora per lui pareva troppo stretta. Egli era soddisfatto di se stesso e dava occhiate di orgoglio affettuoso; ansando come se avesse dovuto difendere precipitosamente le due nipoti. Pareva che non potesse star fermo mai più.

- Per noi, quelle bambine devono esser sacre. Non è vero?

- L'ho sempre detto anch'io.

- Ma Enrico... ti pare che Enrico sia del nostro sentimento?

- Diamine!

Ma Niccolò cambiò subito discorso:

- O quando torna con le frutta?

- Sono dieci minuti soli che è andato via!

E Giulio sbirciò il suo orologio.

- Io vado a casa, e vi aspetto là tutti e due. Vieni presto!

Ma Giulio, restato solo, si mise a preparare alcune fatture da riscuotere. Mentre scriveva, entrò, come faceva tutte le mattine, venendo dall'Archivio di Stato, un giovane francese, critico d'arte, stabilitosi a Siena per studiare certi pittori del quattrocento. Era vestito sempre bene; con i baffi biondi e un bastone con il pomo d'avorio cerchiato d'oro. Aveva gli occhi turchini, e i baffi parevano un peso sul sorriso.

- Buon giorno, signor Nisard.

- Buon giorno.

- Che mi dice di nuovo?

- Ho trovato una cosa molto importante su Matteo di Giovanni. Una cosa straordinaria! Una scoperta che farà effetto! Sono molto contento!

Giulio domandò:

- Si può sapere?

- Mi servirà per il libro che sto preparando!

- Allora non voglio essere indiscreto: non voglio che me la dica.

Il libraio aveva una specie di ammirazione per tutto ciò che facevano gli altri; e aveva piacere se glie lo dicevano. Era perciò un buon amico, uno di quelli da confidenze. Gli pareva che gli altri, non compromessi come lui e i suoi fratelli, appartenessero a un mondo che per lui esisteva soltanto prima delle firme false. Ora si sentiva, sempre di più, costretto a subire anche le conseguenze morali della sua colpa. Non avrebbe ardito né meno di chiedere a un altro che gli si mostrasse pronto a stimarlo. Anzi, non voleva. Si schermiva, doventava timido; faceva in modo che gli altri non gli dessero mai nulla dei loro sentimenti; perché non voleva ingannarli.

Giudicatosi da sé, accettava soltanto la consapevolezza dei fratelli. Perciò il suo sorriso restava sempre impacciato e riservato; e quelle erano le occasioni della sua tristezza. Niccolò non voleva amicizie e lo rimproverava tutte le volte che era stato affabile con qualcuno. Gli diceva:

- Tu sai che tra noi e gli altri c'è una cosa, che nessuno ci perdonerà. Anche noi, perciò, con gli altri non dobbiamo avere tenerezze.

Giulio ascoltava il Nisard, con le mani nelle tasche della giubba, senza alzare gli occhi, come un povero riesce ad essere più contento se sta insieme qualche mezz'ora con un ricco. Non avrebbe voluto né meno che il Nisard gli desse la mano!

Quel giorno il Nisard, pensando che a Siena spendevano pochi denari per comprare i libri, gli chiese per dirne male con lui:

- Va bene la bottega?

Giulio scosse la testa; e, poi, disse:

- Non so come facciamo a andare avanti!

E, allora, il piacere sentito ascoltando il Nisard, lo fece soffrire. Gli pareva una grande ingiustizia e una privazione acuta che egli non potesse come lui lavorare, senza imbarazzi, a qualche cosa. Gli venivano in mente parecchi progetti, e vi rinunciava a pena li aveva pensati; sebbene, qualche volta, gliene restasse il ricordo nel suo amor proprio. Il Nisard gli disse:

- Per fortuna ella ha guadagnato in altri tempi, e ora ha i denari per vivere!

Giulio restò un poco perplesso, e poi rispose:

- Già: è una fortuna da vero! Ma io non me ne voglio preoccupare! Sarà quel che Dio vorrà.

Il Nisard, credendo che esagerasse per spilorceria e per grettezza, si mise a ridere. Giulio socchiuse gli occhi, e seguitò:

- Lei non mi crede.

- Ma, signor Giulio, vuol darmi ad intendere...

- Io non dico mai bugie; cioè, non vorrei mai dirle!

E restò soprapensiero. Il Nisard lo guardava in viso, come se avesse capito lo scherzo; e gli domandò:

- Crede che io vada a raccontarlo all'agente delle tasse, perché gliele cresca?

In quel mentre, aprì la porta Enrico, senza richiuderla; tenendo con ambedue le braccia tutte le frutta comprate. Egli disse, allegro:

- Ora, ci manca il gorgonzola! Non inventerete che io penso prima a me e poi a voi! Dite sempre che io sono un egoista!

Il Nisard si divertiva a vedere come Giulio era restato male e imbarazzato. Ma Giulio esclamò:

- Le pere son belle da vero!

Enrico chiese:

- Posso andare a casa? C'è altro da comprare?

Il fratello gli accennò la porta, e quegli uscì.

Enrico, quando aveva comprato qualche cosa, non salutava né meno: doventava più arrogante e rispondeva male.

Allora, Giulio disse:

- La tavola bene apparecchiata è una nostra debolezza. Siamo tutti eguali: anche la mia cognata, Modesta, l'abbiamo avvezzata male.

Egli ora era impaziente di essere a casa; perché non lo avrebbero aspettato; e sapeva che i primi sceglievano sempre i bocconi più buoni. Se non ci fosse stato il Nisard, avrebbe chiuso subito la bottega; quantunque un signore gli avesse detto che sarebbe passato a comprare alcuni libri. Egli, pentito, soffriva anche di essersi impegnato ad aspettarlo; e, perciò, si dolse:

- Non capisco come si possano buttar via i denari per comprare la carta stampata! Io sto qui dentro, sacrificato tutto il giorno; non vedo mai di che colore è il cielo; m'è venuto a noia perfino a toccarli, i libri! Bella cosa sarebbe mandarli tutti al macero!

- Ma lei è così intelligente, e parla sul serio a questo modo?

- Sono stato intelligente. Ora, è finita. Ho quarant'anni, e mi sembra di averne ottanta o cento. Lei non mi crede né meno ora!

Il Nisard allargò le braccia; e, sorridendo, disse che si rassegnava a credergli. Ma Giulio cercava di ricordarsi se avevano comprato il parmigiano da grattare su i maccheroni; e, dentro di sé, diceva: "Chi sa come resta male Niccolò quando sente che non è di quello come piace a noi!". E gli pareva di vedere il fratello che se la prendeva con la moglie; senza smettere più, per tutto il pranzo. Era capace di alzarsi da tavola, quando aveva finito di mangiare, e di escire senza voler parlare più alla moglie fino al giorno dopo; mentre le nipoti, Chiarina e Lola, ci ridevano; ed Enrico diceva che era una sconvenienza da pazzo. Queste cose deliziavano Giulio; che si fermò nel mezzo di bottega, con il viso ubriaco di godimento.

Ad un tratto, si sentirono suoni di parecchie campane insieme. Era mezzogiorno. Giulio, per esserne più sicuro, escì nella strada; ascoltando. L'orologio municipale batteva le ore, con una cadenza placida; e anche San Cristoforo, la chiesa più vicina alla libreria, in Piazza Tolomei, si dette a suonare. La gente era meno rada, e cominciavano a passare gli impiegati. Allora, egli disse, con dolcezza:

- Posso chiudere!

Il Nisard, che doveva andare alla villa presa in affitto fuor di Porta Camollia, lo salutò frettolosamente.

Dopo cinque minuti, l'orologio replicò le ore; e a Giulio parve che rispondessero proprio a lui, e fossero saporite e allegre come una leccornia.

 

 

Cap. III

Dopo mangiato, Niccolò era sempre disposto all'allegria, ma così volubilmente che ingiuriava chiunque gli diceva una parola più di quelle che volesse ascoltare.

Giulio, invece, durante tutto il chilo, faceva ripetizione alle nipoti; ed Enrico andava a dormire per un paio d'ore. Niccolò disse:

- Non mi parlate, perché vado in bestia! Mi fate rodere dalla rabbia! Mi sentivo così allegro, invece! Lasciatemi: sto bene solo, a parlare con me stesso. Io solo m'intendo!

Poi escì camminando lentamente e strenfiando; quasi sudando, benché fosse d'ottobre. Gli era venuta la gotta, come agli altri fratelli; e, da quanto aveva impippiato, moveva a pena le gambe.

Per la strada, fingeva di fare il viso da ridere; e se qualcuno, allora, si preparava a fargli altrettanto, egli lesto si scansava e mostravasi arcigno; quasi offeso.

Tornato dalla passeggiata alla Lizza, che gli bastava per fumare tutto il sigaro, trovò in bottega un suo amico, Vittorio Corsali, che era agente d'una compagnia d'assicurazioni.

- Oh, oggi, non voglio discorrere troppo! Mi fa fatica!

- Non so come faccio a darti fastidio se non ho aperto bocca da quando sei venuto!

- Non importa! A me le persone danno fastidio anche se stanno zitte!

- Ma io, come dicevo a tuo fratello Giulio, ero venuto per proporti un buon affare!

- Non ho voglia di affari! Parlane con lui. Ma quando non ci sono io, perché oggi non posso sopportare né meno una mosca che vola.

E si mise a ridere, come per fare una bravata da smargiasso. Era un riso violento, sensuale e acre. Il Corsali disse a Giulio:

- Aspetterò che gli passi!

Niccolò, allora, fu preso dal furore:

- E io ti dico che non devi parlarmi! Hai capito? Io ti prendo per il collo, e ti metto fuori di bottega!

Egli respirava forte, mordendosi le mani.

Il Corsali, che era per aversene a male, quantunque Giulio gli facesse cenno che non lo prendesse sul serio, allungò un passo verso la porta, per andarsene.

Niccolò gli fece, a pena voltato, una risata così spontanea e gioconda, che quegli restò stupefatto.

- Non ti eri accorto che celiavo?

- Non è questo il modo di trattare gli amici.

Ma Niccolò non voleva sentirselo dire; e ridoventò minaccioso e provocante.

Vittorio Corsali era magro, senza capelli e i baffi bianchi. Quando parlava, gli si vedevano i denti; e tutta la testa pareva, all'incirca, un cranio di volpe. Giulio domandò al fratello:

- Quando è che ti senti disposto ad ascoltarlo? Ci farai il piacere di dircelo.

- Tutte le volte che vuoi, meno che oggi.

- Ma domani io vado con il calesse a Radicondoli, per affari della mia compagnia d'assicurazioni. E là, dal piovano, ho visto un crocifisso d'argento...

Niccolò, che cominciava ad ascoltare, si volse con veemenza:

- Lo vende?

- È quello che volevo dirti!

Niccolò pareva adirato e come se avesse da leticare:

- Sei sicuro che mi piacerà?

- Io credo.

- Tu non capisci niente: non mi fido.

- Lo so che tu mi ritieni uno sciocco!

Giulio chiese:

- Quanto pretende? È avaro?

- Ci vogliono, a quel che ho capito, due fogli da cento.

Niccolò fremeva:

- Digli al prete che se lo ficchi in gola! Non fa per me. Io compro da quelli che non sanno vendere. Se capita nella libreria, lo prendo a pedate. Diglielo! Dio ne guardi, se mi viene a cercare!

E spalancò la bocca, come se avesse voluto morderlo. Poi, sorridendo, si racchetò. Si mise disteso su la sedia, guardando ora il fratello e ora l'amico, con gli occhi luccicanti di godimento; stimolandoli a ridere. Aveva in tutto il viso una ilarità così piacevole, che anche gli altri la sentirono subito. Ma quando Niccolò li vide così cambiarsi, disse con rammarico afflitto e brusco:

- Non mi parlate!

Poi, come se il Corsali non ci fosse, si mise a parlare con il fratello:

- Hai mandato quelle fatture?

- Devo metterle dentro le buste.

- O che aspetti?

- In giornata ci penserò.

- Hai segnato bene tutto?

- Ho ricopiato dal libro.

- Con le date?

- Con le date.

- Vorrei sapere perché non pagano!

- I signori vogliono fare il loro comodo.

Niccolò picchiò con l'anello del mignolo su la cassapanca; poi, disse, sbadigliando:

- Mi duole la testa: m'ha fatto male quell'intingolo troppo impepato.

- Sei tu che lo vuoi così!

- Stasera, c'è il pollo?

- Credo.

- Se no, vado a mangiare a qualche trattoria.

- Ci puoi andare: nessuno te lo proibisce. Non è la prima volta.

- E tu che mangi, Vittorio?

- Io? Io mangio quel che trovo: minestra magari come la broscia, lesso, e poi, se c'è, un cirindello di cacio quanto basterebbe per metterlo nella trappola a un topo.

Niccolò fece una risata, e disse:

- Io vorrei trovarmi la tacchina; per domani. Ci credi che il lesso io non lo potrei né meno mettere in bocca per biascicarlo?

Egli era gaio e festoso; e si mise a raccontare una delle sue barzellette. Ne sapeva sempre nuove; e allora rideva anche con lo stomaco, sussultando:

- Questa è bella da vero! Trovatene un altro che le scovi come me!

Anche Giulio rideva, ma a gola chiusa. Niccolò seguitò:

- Dio, come rido! Mi vengono perfino le lacrime agli occhi! Mi fa perfino male! Stanotte, la mia moglie s'è destata e m'ha detto: o che hai da ridere? Perché mi ricordavo sognando di quella che dissi l'altro giorno. Ripetila anche a lui, Giulio! Le mie facezie bisognerebbe stamparle.

Ma divenne serio, perché Enrico entrava in bottega. Era ancora assonnato e intontito; camminava tutto dinoccolato e cozzò nel banco dov'era lo scaffale dei libri.

- Oh, non ci vedo! Ho dormito male: c'era, sotto le finestre, il marmista che faceva un chiasso, con certi tonfi! Quando si sa che c'è uno a dormire, dovrebbero avere più riguardo! Pareva che facesse a posta! Vorrei sapere che bisogno avesse di sbatacchiare!

- Gli sarà arrivato il marmo!

- Eh, ma si tratta di educazione! Non ci sta mica lui solo nella casa! Che m'importa del suo marmo? Sarebbe lo stesso che importasse a me delle sue corna! La moglie glie le fa tutti i giorni. Lo dicono!

- E a lui che importava se tu volevi dormire?

- Che discorsi mi fate? Dei due, domandiamolo a chi volete, la ragione l'ho io. Io ci scommetto quel che volete: qualunque gentiluomo darebbe ragione a me. Perché, se io dormo, lui può lavorare lo stesso; mentre io mi son dovuto destare. Quando sono sceso, volevo leticarci. Ma, un'altra volta, non starò zitto. Sono troppo buono! E tu perché ti sei succhiata tutta la bottiglia del cognacche?

Niccolò rispose:

- Compratene una per te.

- Certo! Da qui in avanti, farò così! Anche se tra fratelli ci si tratta a questo modo! Io credevo di trovarcene almeno un bicchierino!

- E hai bevuto l'acqua?

- L'acqua? Vorrei mi schizzassero via gli occhi, se io ne ho messo mai in bocca una gocciola. Con quella mi ci netto il codrione.

Egli, quando s'arrabbiava, aveva la voce di cattivo; e seguitò:

- Me lo dite per offendermi; ma io so tenervi al posto! Perché mi avete domandato se ho bevuto l'acqua? O che tra fratelli non ci si deve portare rispetto? Non è vero, Vittorio? Se me lo ripetono un'altra volta, questiono per da vero. Perché io sono permaloso. E, poi, per le cose giuste!

Niccolò gli chiese:

- Perché non vai nella tua legatoria?

- Io faccio il mio comodo. Ne ho diritto quanto te. I libri non si rilegano mica con la mia pelle! Se avete voglia di questionare, io sono sempre pronto; anche se siete in due contro di me.

Giulio lo guardò meravigliato e rispose:

- Mi sembra che noi ti lasciamo spifferare tutto quel che vuoi.

- Per forza! Ho ragione!

- Io non ti dico di no.

- E, allora, perché volete insistere?

- Ti dico che io non ho nessuna voglia di alzare la voce.

- Tu, no; ma Niccolò, sì.

Allora, Niccolò disse a Giulio:

- Consiglialo che se ne vada!

E prese in mano un vaso antico.

- E tu, per rompermi la testa, sciuperesti codesto vaso? Io adopro le mani! Fagli posare il vaso! Non mica perché io abbia paura, ma perché la roba di bottega la deve tenere di conto! È d'una terraglia che si scheggia a guardarla. E, poi, badate com'ha ammaccato con i piedi la cassapanca! Sei un lezzone e uno sciupone.

Vittorio, che aveva voglia di ridere, disse:

- Fatemi il piacere di smettere, tutti e due. È vergogna, tra fratelli. O non vi volete bene?

Enrico rispose:

- Lui no: mi farebbe a pezzetti se potesse!

Giulio disse:

- Non è vero!

- Tu lo scusi sempre, ma è così. Fagli posare il vaso. Non vuol dare mica retta! Non lo vuoi posare? Me ne vado io! Accidenti a quando sono venuto!

Dette un'occhiata stizzosa anche allo scaffale dei libri, ed escì.

Allora, Niccolò disse:

- Bisogna metterci riparo! Deve smettere!

- Ma sei anche tu che non lo sai prendere!

- Io vorrei che morisse.

Il Corsali chiese:

- E perché?

- Il perché lo so io! Non mi fate parlare! Se fossimo io e Giulio soli, le cose non ci andrebbero come ci vanno! È tanto tempo che desidero d'essere io e Giulio soltanto!

- Ma ormai, c'è anche lui; ed è bene che ci resti fino a quando...

Il Corsali non capì a che alludesse; ma Niccolò gli tagliò lo stesso le parole, tremando tutto:

- Zitto!

Giulio capì che poteva commettere un'imprudenza. E il Corsali, accortosene, disse perché fossero tranquilli:

- I fatti vostri non li voglio conoscere. Io vengo qui da amico; e potete essere sicuri che non sono né un pettegolo né un maligno.

Giulio, allora, si riprese:

- È Niccolò che fa immaginare non si sa che; con le sue gaglioffate.

Niccolò, picchiando le ginocchia insieme, esclamò:

- Zitto, ti dico!

- Che cosa ho detto?

- Zitto, zitto!

E si turò la bocca con una mano.

Il Corsali s'era incuriosito, ma ormai capì che di più non avrebbero sciorinato.

- Se avete paura di me, io vi lascio.

Niccolò gli gridò:

- No: voglio che tu resti!

Giulio arrossiva come una giovinetta imbarazzata. Il Corsali disse:

- Pochi minuti fa, eravate così allegri!

Niccolò gli gridò più forte:

- Io allegro? Questa è la più grande calunnia che mi si possa inventare! Io non rido mai! Mai, hai capito?

- Perché non te ne ricordi!

- Basta! Basta! Basta! Se lo dico io che non rido!

Giulio fece cenno al Corsali che se ne andasse. E, quando se ne fu andato, Niccolò si mise a singhiozzare.

- E, ora, perché piangi?

- Non ne posso più!

Allora anche Giulio, che lo guardava, in piedi, da dietro la scrivania, sentì gli occhi empirsi di lacrime bollenti; che lo accecavano.

E non ebbero il coraggio di guardarsi ancora.

 



Cap. IV

Il cavaliere Orazio Nicchioli, assessore comunale e capo di parecchie congregazioni di carità, era sicuro di trovare sempre la stessa accoglienza deferente. Entrava con un'aria di bonarietà affettuosa, procurando di non far sentire che egli si considerava il padrone della libreria; e voleva bene da vero a tutti e tre i fratelli.

Aveva una bocca da bambino, e l'arricciava sempre. Guardava, abbassando la testa, da sopra le lenti.

Il giorno dopo che i due fratelli avevano pianto, domandò sottovoce a Giulio perché non sentisse Niccolò:

- Come vanno le cose?

Giulio arrossì, e gli rispose:

- Non cambiano.

- Ma... niente di peggio?

- No, no!

Niccolò aspettava che gli rivolgesse per primo la parola, e con lui era quasi umile. Gli chiese:

- A me non parla?

- Perché dovrei fare una differenza tra lei e Giulio? Lei se ne sta sempre rincantucciato in codesta sedia! Povero signor Niccolò!

- Qui ci sto meglio che in tutti gli altri posti.

Quasi involontariamente, gli venne da scherzare anche con lui; ma sorrise e basta. Giulio, invece, si sentiva un poco sconvolto; e doveva stare attento di non perdere la testa. Sarebbe andato via volentieri, per fare a meno di parlargli; come quando trovava il pretesto magari d'andare a comprarsi un francobollo, ed esciva trattenendosi fuori più che poteva. O come Enrico che fingeva d'avere un sacco di faccende, svignandosela subito; sebbene Niccolò non gliela perdonasse.

Ma il Nicchioli doventava, qualche volta, così affettuoso che essi non sapevano più che contegno tenere. E Niccolò disse:

- Giulio, dàgli una sedia!

- La prendo da me.

- Non ci mancherebbe altro! Piuttosto, le do la mia.

Ma nondimeno non si alzò; seguitando a dire:

- Siccome lei ci fa sempre il piacere di venirci a trovare, sia tanto buono di trattenersi quanto vuole.

Il cavaliere, allora, s'intenerì; ed essi, avvedendosene, cercarono di dirgli cose gradite:

- Come sta sua moglie?

- Sta bene: grazie.

- E il bambino?

- Ingrassa sempre più.

- Che bel bambino!

Il cavaliere n'era tanto orgoglioso che non trovava né meno più le parole per lodarlo a modo suo:

- È... veramente... un prodigio! Bello... forte... Come devo dire?... Robusto... ben fatto... i piedini... le manine... Intelligente!... Capisce più di noi!... Basta fargli... psi... psi... si volta subito... E ha quattordici mesi precisi... L'ha compiuti tre giorni fa... È la mia consolazione!...

Niccolò cominciava ad aver voglia di ridere, ma fece finta di starnutire.

Il cavaliere disse a Giulio:

- Venga con me: facciamo una passeggiata insieme. Così, ne parliamo un poco!

Giulio, non potendo rifiutare, si mise il tubino e rispose:

- Vengo subito!

- Io parlo volentieri soltanto di lui. Per me, al mondo non c'è altro.

Niccolò gli faceva cenno di sì con la testa.

Andarono fino a Porta Camollia e poi in Pescaia, per rientrare in città da fontebranda. La strada di Pescaia cala girando sotto una poggiaia dirupata e sterposa, sempre più alta; e Siena si ritira e si nasconde sempre di più dietro ad essa. La campagna, a destra, divalla dentro un collineto lunghissimo e avvignato. Al Madonnino Scapato, si scopre soltanto San Domenico; massiccio e rosso, su un rialzo che sporge. Il cielo era tinto di una nebbiolina rosea; e il Monistero, su un'altura più ritta e più lontana, pareva dello stesso rosso, con due cipressi accanto; scuricci e acuminati. Un torrente affossato, strosciando giù per le gorate, veniva dalla sua collina fino alla strada, tra un arruffio tremolante di pioppi storti e arrembati; impolloniti. Accanto ai pioppi, c'era l'erba di un verde così forte e fresco che il Nicchioli smise di parlare del suo bambino, per dire a Giulio:

- Questi campi li baratterei volentieri con i miei di Monteriggioni.

Ma si riprese subito, e non dette tempo al libraio di rispondere. Egli aveva raccontato, benché non fosse la prima volta, quanti medici avevano assistito la sua moglie partoriente; tutto quel che era accaduto, con i pericoli ed i rimedii. Poi, quante balie aveva dovuto provare, prima di azzeccarne una che avesse latte sufficiente. Ora, era giunto all'infiammazione delle gengive per i denti che cominciavano a spuntare. Cavò di tasca un libretto foderato di cartone bianco, con i margini dorati; e disse:

- Vede: io, per non dimenticare niente, segno tutto qui. Il bambino non piange mai... né meno la notte... ma quando lo sentimmo piangere... mia moglie, sensibile e nervosa com'è... si allarmò subito... perché a nessuno dei due era venuto in mente che poteva trattarsi dei denti... mandammo, immediatamente, le dico immediatamente, a chiamare il medico di casa... che, per dire la verità, a suo onore... venne subito... in carrozza... È uno dei pochi medici scrupolosi, dei quali ci si possa fidare... Io non ne chiamerei mai un altro... Badi, m'ero scordato di dirle... che il bambino aveva la febbre... In casa avevamo già perso la testa... chi correva di qua... chi di là... Era venuta anche la mia suocera, che voleva mettere le mignatte... Ma io non volli... sebbene sia un rimedio che non mi dispiaccia... Mia moglie piangeva... Le lascio immaginare tutto il rimanente!...

E siccome egli temeva che Giulio si distraesse, lo costringeva sempre a guardarlo negli occhi come faceva lui.

Quando tornarono alla libreria, Giulio non ne poteva più. E il cavaliere disse a Niccolò:

- Abbiamo fatto una magnifica passeggiata. Lo domandi a suo fratello.

- Lo credo; se me lo dice lei!

- Ma ne faremo, presto, un'altra! E verrà lei con me, Niccolò!

- Io a piedi non posso camminare.

- E perché? Se cammino perfino io!

Giulio disse:

- Noi abbiamo tutti e tre la gotta, come lei sa!

- È una cosa che fa vergogna. Mi permettano di dirlo francamente... Ah, se l'avessi io...

- Che cosa farebbe?

Ma il cavaliere non seppe quel che rispondere; e restò male, a pensarci. Dopo cinque minuti, riprese:

- Se l'avessi io... vorrei guarire! Ah, non potrei sopportarla!

E fissò in viso i due fratelli; che si affrettarono a farsi vedere convinti.

Ma Giulio aveva paura che il Nicchioli volesse farli parlare parecchio per conoscere meglio il loro animo. E, siccome si riteneva più colpevole degli altri, gli pareva che il Nicchioli già sospettasse. E tutte le volte che egli entrava in bottega, si sentiva già perso e chiudeva gli occhi. Anche Niccolò aveva paura, ma cercava di pensare ad altro; perché lo pigliava una specie d'immobilità. E, allora, sbagliava anche a rispondere; come se fosse stato sordo e non capisse. Gli saliva il sangue alla testa; e, se il cavaliere si tratteneva molto, stava male tutta la giornata.

Giulio, a lungo andare, aveva perso la salute; e dimagrava; benché, ormai, il suo carattere non potesse più cambiarsi. Una volta era stato di modi distinti, quasi signorili; ed ora si rassegnava male a portare sempre lo stesso vestito blu; lustro e magagnato.

Il Nicchioli li ammonì:

- È inutile che ve lo ridica, mi pare: se il denaro dei vostri incassi fosse poco, me lo dovete avvertire. Badate che io, in contraccambio del favore che vi ho fatto, non esigo da voi altra sincerità... Voi capite che anch'io... benché possa essere... fino a un certo punto... un signore... devo sapere come... si trova il mio denaro.

Niccolò andò a cambiare di posto a una fila di libri; spolverandoli con un gomito. Ma anche Giulio stette zitto. Il cavaliere si meravigliò un poco; e, credendo d'averli offesi, seguitò:

- Badiamo che io... vi parlo così.. perché vi sono amico... ve ne do la prova... Non mi crediate cattivo o... pentito della firma messa... Vi ho detto che... a farmi restituire ciò che è mio... non ho nessuna fretta... Io so che voi siete buoni e leali... come me... Mi vergognerei a sospettare... Non mi sbalùgina né meno per la mente!

Giulio lo avrebbe supplicato di smettere; e Niccolò ficcava all'incontrario i libri nello scaffale, che era anche troppo corto.

Passava tutto il reggimento, e si sentivano soltanto i passi cadenzati. Involontariamente, tutti e tre si voltarono ai vetri della porta; sempre con lo stesso stato d'animo, che si faceva anzi più intenso. All'improvviso, la banda attaccò, con tutti gli strumenti, una marcia. I vetri tremarono; e tutti e tre si riscossero. Essi ascoltavano; e i loro sentimenti parevano aumentare, benché in contrasto con la musica sgargiante; come stupefatti.

Quando si fu allontanata, essi si sentirono un'altra volta insieme, allo stesso punto, con l'animo sospeso. Il Nicchioli aspettò un poco, e poi riprese:

- Vedete come siete voi?... Io sono differente... non per vantarmene...

Niccolò disse con la sua voce robusta, che faceva subito credere:

- Se lei vuole, noi restituiremo il suo denaro dentro due mesi!

Al Nicchioli questa risposta dispiacque, perché credette di avere irritato il loro amor proprio.

- Lei prende le cose sempre per il peggio!

Giulio, con una dolcezza che gli repugnava, disse:

- Il cavaliere non intendeva dire questo! Con te non si puo mai parlare! Lo scusi, perché né meno lui sa quello che si dica! Doventa irresponsabile.

Il Nicchioli fu soddisfatto, e disse:

- Nessuno... più di me... conosce la vostra onestà... nessuno, più di me... vi stima. E non vi basta!... Ci conosciamo fino da ragazzi... e sarei pronto a restare per voi senza pane... se non avessi famiglia! Io vi chiedo soltanto di trattarmi... da amico... perché non credo che possiate lamentarvi di me.

Niccolò riescì a ridere e gli disse:

- Lo sa come io sono lunatico!

Ma il cavaliere non s'era ancora sfogato, e Giulio dovette ascoltarlo per quasi una mezz'ora. Quando se ne andò, Giulio disse:

- Oh, finalmente respiriamo!

Niccolò propose:

- E se gli dicessimo della cambiale falsa? Io scommetto che la pagherebbe! È così benefico! Non hai sentito come parla?

- E che importa se parla in quel modo? Non bisogna approfittarne; e, forse, né meno credergli.

- Tu non vuoi mai tentare!

- Perché sono sicuro di quello che succederebbe!

- Giulino, dai retta a me! Ti dico che pagherebbe la cambiale! Dammi retta, almeno una volta!

- Vuoi assumerti tu la responsabilità di dirglielo?

- Io? Io, finché non se ne accorge, non gli dico niente.

Enrico, zoppicando per la gotta, aprì l'uscio.

- Son venuto a prendere una ventina di lire per il pesce! M'hanno detto che al mercato c'è una palomba bianca come il sale, e una cesta d'anguille ancora vive!

- Allora, hai fatto bene a tornare! Ma, un'altra volta, se ci lasci soli quand'entra il cavaliere, ti giuro che a casa non ti ci voglio più.

Ma siccome Giulio rideva, Enrico capì che non c'era pericolo di leticare. E disse:

- Che vi ha detto? Non capisco perché tutti i giorni si zeppi qui, come se la nostra libreria fosse il suo confessionale! È un'indecenza. Quando la gente può stare tutto il giorno senza fare nulla, cerca di passare le ore con le chiacchiere! Io, ora, se mi date i soldi, vado a comprare il pesce. Ci vado da me, perché lo voglio scegliere. Suderò come un ciuco, a portarlo fin su a casa.

- Fallo portare dal pesciaiolo!

- No, no: non mi fido. Ti ricordi quando ci barattò le triglie che puzzavano, e io le avevo scelte, a una a una, fresche? Non c'è da fidarsi! Datemi i denari; se no, c'è caso che lo compri qualche trattore o qualche signore.

Giulio cavò dal portafogli venti lire. Ed Enrico, prendendole come se fosse riescito a truffarle, disse:

- Il cavaliere parla sempre di quel bambino, che crede suo! Più imbecille di lui, non c'è nessuno.

E tutti e tre fecero una risata.



 

Cap. V

Modesta era una paciona che viveva soltanto per la famiglia: non sapeva fare altro e non capiva di più. Energica e robusta, passava le giornate in casa; e lavorava più lei che la donna di servizio. Per farsi portare qualche ora a spasso, le sue nipoti dovevano tentare tutti gli espedienti. Alta quanto Niccolò, non era meno massiccia e meno grassa. Il marito e i cognati le empivano la casa di provviste da mangiare; ed ella doveva soltanto preoccuparsi di cucinarle. Ma aveva subodorato che le nascondevano qualche cosa; e non era più tranquilla e contenta come una volta.

Mentre Niccolò finiva di asciugarsi il viso e le mani, ella gli chiese:

- Perché ti lamenti sempre che la libreria non guadagna, e in vece facciamo i signori; come se i denari ci fossero a palate?

Niccolò temette di lei, ma rispose con disinvoltura:

- Tu stai al tuo posto. Queste domande, la mia moglie non le deve fare.

Ella voleva tenergli testa, ma le venne da ridere. Egli, allora, seguitò con il suo solito brio:

- Le donne devono pensare alla calza!

Ella si perse di franchezza; ma non volle stare più zitta.

- Sono sicura che non mi dici la verità.

Niccolò rise più forte.

- Troppe volte ti ho visto preoccupato, e troppe volte hai detto che noi ci possiamo trovare nella miseria!

- Non farmi andare in collera di mattinata! Mi ero alzato così di buonumore, e tu me lo vuoi guastare.

- Non fare il buffo!

- E tu le bizze.

- Non faccio bizze: sono stizzita da vero.

- Come ti devo ragionare io? Ti devo guarire io? T'ho detto di lasciarmi vestire in pace. Te lo chiedo per favore.

Ella, allora, andò in cucina; a preparargli la cioccolata. Egli s'affrettò a mettersi la giubba, prima che tornasse.

Modesta non si sarebbe arrischiata ad insistere, ma la sua ansia le dette forza. E, portatagli la cioccolata in camera, senza farlo andare in salotto, per esser soli, gli disse ancora:

- Io andrò, oggi, dal cavaliere Nicchioli.

- Vai da chi ti pare!

Niccolò era ancora disposto ad essere mite, credendo che la moglie la facesse finita. Ma non si sarebbe sentito sicuro, se non avesse pensato ai fratelli. Egli aveva il viso afflitto; e, pure di potersene andare, non gli importava che la cioccolata gli bruciasse la lingua.

- Tu, nonostante il bene che ti voglio e gli anni del nostro matrimonio, tenti di nascondermi quello che fai capire anche a guardarti. Bada che non è una celia!

- Mi minacci? Ora non potrai dire più d'essere una buona moglie come credevo. E come ti vantavi.

Ella restò senza fiato, ma senza sentirsi avvilita. Il marito non le poteva mentire, ed ella era stata una sciocca. Ma, nondimeno, il suo istinto non la persuadeva. Come quando aveva creduto di sognare un terno sicuro, e tornava a rigiocare i numeri; con quel suo fanatismo testardo e assurdo.

Ella, allora, aspettando che Enrico entrasse in salotto a bevere il caffè, mentre gli preparava le fette imburrate, decise di parlarne con lui. Con Giulio non ancora, perché lo avrebbe ridetto al marito.

Enrico era con lei sornione, e qualche volta cupo. Le parlava a distanza, sempre da sgarbato. Vedendolo entrare più burbero del solito, temette che le rispondesse troppo male. Ma gli chiese:

- Come vanno gli interessi della libreria?

- Non c'è il tuo marito? Perché non lo domandi a lui? Perché lo domandi a me? Questo latte non è più buono, come prima!

- Niccolò non ha voluto dirmi niente!

- E, perciò, ti rivolgi a me?

- Ma lo saprò lo stesso.

- Le donne riescono a tutto.

- Non mi sarà difficile, allora!

- Senti: lasciami far colazione in pace! Piuttosto, hai messo poco burro su le fette! Bisognerà che ce lo stenda da me. Meno che io voglio parlare con te, e più tu mi vieni attorno.

Ella non sapeva se s'ingannava o se aveva ragione di sospettare. Egli la guardava con disprezzo, accigliato e con una serietà ostile; come se l'avesse odiata. Qualche volta egli le era restato antipatico, ma s'era subito rimproverata; come di una sconvenienza. Non poteva prendersela con un cognato! Pensò, allora, di supplicarlo; ma a pena egli se ne accorse, le disse:

- Ti prego di smettere e di andartene!

Ella obbedì, pentita d'aver creduto ch'egli l'avrebbe ascoltata.

Enrico, invece di fare la passeggiata di tutte le mattine, andò difilato a bottega e disse a Niccolò:

- Mi pare che la tua moglie metta su presunzione!

- Che t'ha detto?

- Suppongo che prima abbia chiesto a te quel che chiedeva a me.

Niccolò, per non passare da debole dinanzi al fratello, rispose:

- Con me, se n'è guardata bene.

- Mi credi un idiota? Mettiamoci, invece, d'accordo. E, quando viene Giulio, domandiamolo anche a lui.

- Veramente, non credo che possiamo rimproverarla.

- Ed io ti dico di sì. Non fare il sentimentale.

- Oggi, le parleremo tutti e tre insieme. Perché non dovete supporre che io mi sia lasciato scappare né meno un ette!

- Ti saresti fatto pigliare proprio alla tagliola.

- Non c'è pericolo! Sono abbastanza furbo, benché lei sia una donna.

- Appunto perché è una donna ci vuole doppio giudizio. E bisogna metterla subito al posto.

- Io non le permetto né meno di fiatare!

- Pare di sì: altrimenti, non avrebbe osato, mentre facevo colazione, di mettersi lì ad affrontarmi. Io non me l'aspettavo.

- Stai tranquillo che non sa niente. Piuttosto, la strozzo.

- Io le ho portato sempre rispetto, da buon cognato, ma ora glie lo farei scontare.

- Con la mia moglie ci penso da me. Basto io!

Giulio, quando gli raccontarono tutto, disse:

- Siamo rovinati! Non c'è più scampo! Le donne son più astute del diavolo. Chi avrebbe immaginato che quella sciocca... Scommetto che ha sentito qualche nostro discorso. Ierisera parlammo sottovoce, al buio. Può darsi che sia stata ad ascoltare.

Ma Niccolò disse:

- Oggi, prima di metterci a tavola, la facciamo pentire.

- Senza tanti riguardi!

Giulio propose:

- È meglio con le buone!

Enrico ribatté:

- Allora, io non me ne occupo. Farete da voi.

Giulio chiese, come se riflettesse da sé, a voce alta:

- È meglio con le buone o con le cattive?

Enrico rispose:

- Io ho sempre sentito dire...

Ma Niccolò gridò:

- Ci penso io! Basta! Voi starete lì soltanto; e, se ce ne sarà bisogno, mi aiuterete.

Enrico scosse la testa, ed escì. Ma Giulio era anche spiacente di obbligare la cognata a non immischiarsi nelle faccende degli interessi.

- O chi glie lo avrà messo in mente? Mi pare impossibile che nessuno l'abbia messa su. Sempre così quieta come una pecora! Non c'è stato mai una mezza questione!

- Sono ubbie del suo cervello. Ti garantisco che non sa niente!

- Lo spero.

A mezzogiomo, Niccolò, la fece chiamare in salotto; e mandò le nipoti in cucina, chiuse insieme con la donna di servizio. E le disse:

- Siamo tutti e tre sorpresi dei discorsi che hai cominciato stamani. Diteglielo anche voi: non è così?

Modesta si sentì addirittura incapace di difendersi. Era il suo istinto che le dava ragione, ma avrebbe voluto piuttosto essere rovinata da vero che trovarsi lì a quel modo. Non s'aspettava né meno che il marito le avrebbe fatto sopportare quella parte! Se fosse stata sola con lui, si sarebbe buttata in ginocchio; e invece si sentiva venire meno, come se le si piegassero le gambe, ed ella non avesse più forza di tenersi ritta. Era sbigottita; e, nello stesso tempo, meravigliata. Ben lontana da indovinare che Giulio le avrebbe chiesto perdono, e che Enrico sarebbe stato pronto, più degli altri, per viltà, a dirle tutto. Niccolò sentiva per lei un affetto che durante qualche attimo rasentava l'adorazione. Ella li credeva indignati, e pieni d'ira. E se, invece, avesse detto una mezza parola, tutti e tre non avrebbero più osato di apparirle dinanzi. Ma ella, a pena si fu un poco rimessa, bisbigliò:

- Non dovete badare a me!

Enrico rispose:

- Non voglio sapere altro: mi basta.

Niccolò aggiunse:

- Un'altra volta sarai più prudente.

Giulio non le disse nulla, perché si vergognava.

Allora, ella, piena di gioia quasi delirante, andò in cucina a dire alle nipoti che potevano portare la minestra.

Durante il pranzo, incitava gli altri a ridere e a essere allegri; sentendo una felicità non provata mai. Le pareva perfino troppa; e di essersi ubriacata, benché non avesse bevuto più del solito. Niccolò l'approvava, e burlava Giulio quando stava serio. Egli presentiva che presto non avrebbero più riso; e, allora, con la sua ilarità avrebbe voluto insultare tutti. Se l'avessero sentito sghignazzare il cassiere e il direttore della banca, sarebbe stato disposto a dare da vero dieci anni della sua vita. Erano risate sorde, ma spumose; risate piene di impazienza; che, ad ascoltarle bene, parevano brividi; lente e comode, larghe e insolenti. Egli rideva anche con la voce; i suoi occhi luccicavano, destando la malcreanza di Enrico, e la timidità corrotta di Giulio. Ma, a un certo punto, pareva che dovessero ridere anche i piatti; battendo su la tavola. Tutto doventava ridicolo e piacevole.

Giulio disse:

- Ora, è troppo!

Chiarina e Lola gridarono:

- No, no! Non dovete smettere!

Soltanto Enrico riescì a farli tornare in sé, dicendo:

- Questa baldoria non mi piace!

Quantunque Niccolò gli rispondesse pronto con una sguaiataggine tutt'altro che pulita, risero meno, tra i denti. Enrico disse ancora:

- Che tu sei il più sboccato, lo sapevo. Ma le sudicerie le devi serbare per la bottega. In presenza delle bambine, no. Metti il grifo dentro ai piatti e taci.

- Se non vuoi ascoltare...

Giulio disse:

- Non prendiamo le inezie troppo sul serio! Cionchiamoci sopra un bicchiere di vino; e vi passerà la voglia di fare un bisticcio. È meglio divertirsi che altercare!

Niccolò faceva il pentito, con un'aria che rimetteva la voglia di ridere. Le due nipoti lo guardavano con una ammirazione ingenua; quasi rapite.

Modesta si alzò, andò dietro alla sua sedia; e, prendendogli la testa, lo baciò. Egli si strofinò con il tovagliolo dov'era stato baciato; e, allontanandola con una spinta, disse:

- Queste confidenze non le devi prendere. O che non puoi ritenerti?

 



Cap. VI

Chiarina e Lola, crescendo, si volevano sempre più bene.

Tutte e due bruttine, nàchere e tracagnotte, troppo grasse; e si assomigliavano. Chiarina la maggiore. Vestivano alla buona, cucendo da sé; e di grazioso non avevano niente. Si parlavano sempre sottovoce, anche se erano sole; perché credevano che avessero da dirsi cose troppo insulse; da nascondere. Quando la zia le sorprendeva a parlarsi, facevano una risatina; e, con gli occhi, si raccomandavano di non confessare. Ma nascondevano soltanto il loro pudore e la loro innocenza. E si promettevano sempre di non parlarsi più a quel modo; quantunque, specie certi giorni, la loro amicizia avesse bisogno di sottrarsi a chiunque. Erano contente di pensare a cose eguali; e avevano fatto proponimento, giurando, di essere sempre così; non desiderando un'altra fortuna migliore.

A tutte e due piacevano le passeggiate in campagna. E la zia, sebbene non più di due volte la settimana, le portava fuori di città, per una strada solitaria e quieta.

Dovevano passare davanti alla loro Scuola Normale; e allora davano un'occhiata dentro la porta; per vedere se ci fosse la direttrice a salutare qualcuna del convitto, che i parenti erano andati a prendere. Dando quell'occhiata, sghignazzavano e camminavano più leste; arrivando a Porta Tufi quando la zia stava ancora a metà della scesa.

Si voltavano, tenendosi a braccetto, per guardare il muraglione, a mattoni, del giardino della scuola; in cima al quale s'attacca una pianta d'edera; sbrandellandosi. Di fronte, un muro più basso fatica a reggere un campo; che quasi strabocca. Sopra l'arco della Porta, di fuori, una meridiana vecchia e stinta; senza il ferro. Un arco più alto, fatto di pietre grigie; chiuso quando riadattarono l'entrata. Da ambedue le parti, congiunte alla Porta, cominciano due muraglie; d'un rosso scuro, con qualche chiazza giallastra; e, dietro a quelle, viti e olivi. Non c'era mai nessun rumore; ed elle facevano un passo più nel mezzo della strada quando all'improvviso sentivano il fruscìo di una scala messa da qualche contadino tra i rami di un fico. Una delle muraglie, dopo un cancello di legno, coperto sotto un piccolo tetto a doppio pendìo, termina a un caseggiato d'un rosso cupo, con le finestre anguste, fino al Cimitero della Misericordia. Ma le due giovinette, dopo averlo domandato alla zia, prendevano sempre la Strada del Mandorlo. E allora, tra gli olivi, dietro un muricciolo basso, sul quale ci si può anche mettere seduti, si ricomincia a vedere Siena.

Quando Chiarina e Lola si soffermarono lì, ad aspettare la zia, il cielo era tutto cinereo, ma chiaro; e il sole faceva doventare abbarbagliante la nebbia dove restava ficcato. La campagna, sotto il Monte Amiata, sempre più sbiadita e uniforme. I contorni dei poggi si attenuavano, quasi sparendo. Anche i cipressi si velavano; meno che quelli vicini. Le mura della cinta cascano dentro la terra gialla, tra l'erba delle grosse greppaie. E Siena strapiomba su un rialzo alto, separata dalla sua cinta che in quel punto è quasi dritta; mentre, verso la Porta San Marco, stramba a saliscendi. Dalle case della città esce fuori soltanto il campanile del Carmine; a punta.

Seguitando la china, sentivano i loro passi risonare; perché la strada si fa più stretta tra i suoi muri sempre più alti. La poggiaia fuori di Porta Romana s'appiana, aprendosi con le sue campagne sparse da per tutto. Più in là, ma come della stessa altezza, i poggi azzurri, dopo una striscia violacea; con le file nere dei cipressi.

Giunsero, quasi senza più parlare, ad una villa con la facciata scolorita dall'umidità; con una finestra finta e le persiane verdi; con rappezzature fatte a calce, come patacche bianche.

Incontrarono un portalettere sciancato; con la pipa in bocca; volta in giù; con la borsa logora a tracolla ed una fazzolettata di chiocciole in mano.

Chiarina e Lola fecero le boccacce. Poi, incontrarono due preti: uno basso, tarpagno; e un altro secco come un nocciolo d'oliva. E alle due sorelle venne da ridere.

Poi, giunsero ad un'altra casa, tenuta su, perché non franasse, con certi rinforzi di mattoni, a pendìo, che arrivavano al tetto. Aveva la facciata gialleggiante di licheni.

Ora, i muri della strada erano tutti storti e piegati; sbilenchi; con rigonfiature che si spaccano come se fossero per sfiancarsi.

Elle si misero a canticchiare; ma, stonando e non andando a tempo, dovevano sempre rifarsi da capo. Non pensavano a niente; e la zia disse loro:

- Non camminate troppo, perché sudate.

Lola chiese:

- Non arriviamo fino alla cappella?

- È troppo lontana; poi, per tornare a dietro, è salita.

- Non t'impaurire. Ti porteremo noi.

Modesta ripensava al contrasto del giorno avanti, con il marito e i cognati. Era stato uno sbaglio di lei che avrebbe potuto finire in litigio. E benché se ne sentisse ancora pentita, era più serena e sicura. Dunque, il suo istinto, questa volta, l'aveva ingannata.

Ma le due sorelle volevano fare la passeggiata più lunga, perché avevano da dirle un gran segreto; volevano anche esserci preparate e vederla disposta bene. Veramente, a parlare, toccava a Chiarina; perché il segreto riguardava lei; ma non ne erano ben certe. In due, si sarebbero fatte coraggio meglio.

Chiarina pregò Lola:

- Diglielo tu. Appunto perché si tratta di me, mi parrebbe d'essere troppo temeraria.

- E, se per caso, mi dovessi fidanzare io, che faresti tu?

- Lo sai: glielo direi io. Mi ci viene da piangere.

- Aspetta a quando torneremo a casa.

- A forza d'aspettare, non glielo diremo mai. Guarda che more grosse e mature.

- Bisognerebbe fare un salto, per arrivarle.

- C'è da bucarsi le mani.

Erano in fondo alla Strada del Mandorlo, alla cappella. Dirimpetto a loro, su un siepone pieno di roghi, c'è una ventina di cipressi; tutti diseguali anche d'altezza. La cappella pare un casotto; con due scalini corti, di pietra, e con un'inferriata arrugginita sopra una finestrucola nella porta. Due statuette, come due fantocci di pietra scortecciata, una di San Bernardino e una di Santa Caterina, in proda al tetto di tegole smosse.

- Ce la diranno mai la messa?

- C'entrerebbe soltanto il prete.

- Sicuro! Scommetto che a sentire la messa restano di fuori; qui dove siamo noi.

Più in là, dove sboccava un'altra strada, c'è una croce di legno; con un gallo colorato in cima; in mezzo a due cipressi. Due donne, accoccolate sul ceppo della croce, si spartivano una grembialata d'uva.

Quand'erano più piccole, Chiarina e Lola dicevano sempre qualche avemaria. Anche ora, si sentivano preoccupate e confuse, quasi sperse; come se la croce proibisse loro di star sole senza la zia.

- Non sarebbe meglio che tu non ti fidanzassi?

Chiarina voltò le spalle alla croce e si discostò:

- Perché me lo dici qui?

- È peccato qui?

- Mi pare.

- Andiamo via subito, allora!

Ma Chiarina stava tra la paura della croce e il suo desiderio; e disse:

- La zia vorrà riposarsi!

- E tu non esagerare, dunque! Se si riposerà, glielo dirò subito. Oggi o mai più!

- Bada che, se le dispiace, la colpa è tua!

- Va bene: la prenderò io.

Modesta giunse, trenfiando. Lola le disse, prendendola a braccetto:

- Zia, Chiarina ha da confessarti una cosa!

- C'è bisogno che tu porti l'ambasciata?

- Da sé non te lo può dire.

- Fate sempre le giuccarelle, come se tu non avessi ormai quindici anni e lei diciassette!

Chiarina, allora, andò di corsa a dare un pugno a Lola.

- Ohi! M'hai fatto male!

- E tu perché non sei stata zitta?

- Ma mi hai fatto male troppo!

- E io voglio sapere quel che avete tra voi! Vi fate sempre le moine!

- Te lo dirà Chiarina da sé! Io non voglio né meno ascoltare.

Ma Chiarina, dopo aver dato il pugno alla sorella, piangeva; sebbene quelle due donne la guardassero.

- Io - disse Modesta ricordandosi un'altra volta del giorno avanti - non voglio arrabbiarmi per voi! Vi fa vergogna! Ormai, siete grandi e grosse, da marito!

Lola chiese, ridendo:

- Da marito?

Modesta, allora, cercò di riflettere se aveva detto una cosa fuori posto. Ma Lola seguitò, doventando però così seria e nervosa che si sentiva tirare tutti i tendini fino alla punta dei piedi:

- Chiarina ti voleva dire questo!

La sorella smise di piangere, e la picchiò su le spalle e su la testa; quanto poteva. Modesta glie la tolse di sotto e le chiese:

- È vero, sì o no?

Lola, per vendicarsi, rispose per la sorella; lagrimando:

- È vero! È vero!

Ma Chiarina, allora, non sapendo come meglio nascondersi, l'abbracciò stretta stretta; con tutta la sua amorevolezza, che la faceva tremare. Lola, pentita d'essersi vendicata a quel modo, la schiacciava a sé, con il desiderio di non lasciarla più.

Modesta, benché quelle due donne, incuriosite, ridessero, prese le nipoti insieme; e le baciò.

E Lola raccontò come un giovanotto, impiegato al Demanio, era riescito a far sapere a Chiarina, dopo averla fatta innamorare, quanto già era lui, che avrebbe domandato in casa di fidanzarsi.

Tornarono a dietro, fuori di sé dalla contentezza. Modesta aveva dovuto promettere a Chiarina di non dire niente, ancora, a nessuno degli zii. Ma ella, la sera stessa, lo fece sapere a Giulio; che, grattandosi vicino alla bocca, rispose:

- Bisognerà informarsi bene chi è lui.

Modesta gli chiese:

- Devo dirlo anche a Niccolò?

- Io direi d'aspettare. Perché Niccolò la piglierebbe in burletta e chi sa come darebbe la baia a Chiarina.

E Chiarina non voleva mettersi né meno a tavola; se non l'avesse persuasa la sorella. Si vergognava; e s'impensieriva senza saper perché, vedendo lo zio Giulio più serio del solito.

La sorella, dopo, le chiese:

- Mi accompagni al pianoforte?

- No, no! Non mi riesce!

- Dio mio! Ma è possibile che tu faccia così?

- Ho un'irrequietezza che mi noia. Avrei bisogno di distrarmi.

- Perciò vieni con me al pianoforte!

- Mi farebbe peggio!

Lola le suggerì:

- Chiudi gli occhi.

- Non mi riesce più.

- Te li chiudo io, con le mani. Ti passa?

Ma Chiarina voleva esser più forte del suo sentimento; e le disse:

- Non è facile, anche per me, capire quel che ho.

- Andremo a letto prima.

- No: voglio stare al buio, con la fine