Giovanni Verga



EROS






Cap. I

Verso le quattro di una fra le ultime notti del carnevale, la marchesa Alberti, seduta dinanzi allo specchio, e alquanto pallida, stava guardandosi con occhi stanchi e distratti, mentre la cameriera le acconciava i capelli per la notte.

"Che rumore è cotesto?" domandò dopo un lungo silenzio.

"La carrozza del signor marchese."

"Cosí presto!" mormorò essa soffocando uno sbadiglio.

La cameriera era per chiudere l'uscio del salottino che metteva nelle stanze del marchese, allorché entrò bruscamente un uomo in abito da maschera, col passo malfermo, e il riso scuro.

"Cecilia dorme?" domandò senza fermarsi.

"L'ho lasciata or ora, signor marchese" rispose la cameriera mal dissimulando la sorpresa.

"Domandatele se può accordarmi cinque minuti."

Egli rimase immobile, col ciglio corrugato, e lo sguardo fiso dinanzi a sé. La cameriera ritornando sollevò la pesante portiera di velluto; il marchese fece alcuni passi verso l'uscio, volse gli occhi a caso su di un grande specchio che gli stava di faccia: sembrò esitare un istante, poscia alzò le spalle, aggrottò il sopracciglio, ed entrò col sigaro in bocca.

La marchesa leggeva, voltata verso il muro: udendo il passo di lui chiuse il libro, e domandò senza muovere il capo:

"Siete voi?"

"Sí."

Ella alzò gli occhi verso l'orologio appeso alla parete.

"Son le quattro e mezzo," rispose il marito a quella muta e significativa interrogazione, masticando il sigaro fra i denti.

"Datemi quella boccettina che è lí sul tavolino, vi prego." Egli buttò il sigaro nel camino, e non si mosse.

Allora la marchesa si voltò verso di lui, con un brusco movimento che modellò le coperte sulla sua elegante figura di donna; si passò una mano piú bianca della batista che le cadeva lungo il braccio, sui folti capelli castani, e fissò in volto al marito i suoi grand'occhi scuri bene aperti

Egli era ritto, immobile, serio - troppo serio per gli abiti che indossava - e avea tuttora un leggiero strato di polvere sui capelli e sul viso: dovea essere giovane, invecchiato anzitempo, pallido, biondo, elegante, alquanto calvo.

"Dovete parlarmi?" domandò la marchesa dopo un breve silenzio.

"Sí."

"Sedete adunque."

Egli volse un'occhiata sulle seggiole ed il canapè, ingombri di vesti e di arnesi muliebri, e rispose secco: "Grazie".

"Vi chiedo scusa per la mia cameriera" disse la moglie arrossendo impercettibilmente.

Alberti inchinò appena il capo.

"Scusatemi piuttosto la mia visita importuna. Mi premeva di parlarvi... stasera."

Cecilia gli lanciò uno sguardo rapido e penetrante, e domandò:

"Avete perduto?"

"Non ho giocato."

"Vi battete...?"

"Sí."

Ella impallidí.

"Tranquillizzatevi" soggiunse il marchese. "Non mi batto col conte Armandi."

Ella si rizzò a sedere sul letto, rossa in viso, coi capelli sciolti, e il corsetto discinto: "Perché mi dite cotesto, ora?".

"Perché il mio amico Armandi è spadaccino famoso, e avreste potuto essere inquieta per me."

La donna rimase a fissarlo con straordinaria fermezza.

"Perché vi battete?"

Il marito sorrise - sorriso grottesco su quel viso impassibile - e rispose tranquillamente:

"Per voi."

La marchesa si passò il fazzoletto sulle labbra.

"Galli aveva lo scilinguagnolo un po' sciolto, e pretendeva avervi vista al veglione, in dominò, nel palco del mio amico Armandi."

"Eravate a cena?"

"Sí."

"Ah, vi battete per un cattivo scherzo da dessert!" disse ella sorridendo amaramente.

Il marchese la guardò fiso. Poscia, coll'aria piú indifferente del mondo, prese un dominò ch'era sulla seggiola piú vicina lo buttò sul canapè, e sedette di faccia a lei. "Perdonatemi" soggiunse; "non potevo lasciar calunniare mia moglie."

Ella s'inchinò, troppo profondamente ed ironicamente forse, e perciò tutto il sangue le corse al viso:

"Tutti sanno che Galli è geloso di voi perché gli avete rubato l'Adalgisa!"

"Lo sapete anche voi?" rispose il marchese accavallando l'una gamba sull'altra.

"Scusatemi, debolezze di donne!" diss'ella un po' pallida, e cercando di sorridere.

"E di uomini, se volete" aggiunse il marito con galanteria.

Ci fu un istante di silenzio: ella giocherellava collo sparato del suo corsetto; egli dondolava la gamba posta a cavalcioni: evitavano di guardarsi.

"Ora, siccome vi confesso che mi preme di non rimetterci la pelle, e farò il possibile per evitarlo, domani sarò ben lontano di qua."

Ella rialzò gli occhi su di lui, e ascoltava in silenzio.

"Desidero risparmiarvi tutti i piccoli disturbi della mia lontananza, e vorrei perciò regolare di comune accordo l'amministrazione della vostra dote..."

Cecilia non rispose.

"Vi lascerò procura affinché possiate riscuotere da per voi quella somma che crederete..."

"Starete via molto tempo?" interruppe bruscamente la marchesa.

"Non lo so io stesso... e se volete suggerirmi la cifra..."

"Fate voi."

"Ma io... francamente... dividerei in parti eguali, come fra buoni amici."

Ella, piú pallida del lenzuolo che la copriva, inchinò il capo.

Il marchese si alzò, accese un sigaro alla candela,- e al momento di andarsene aggiunse, colla medesima aria di noncuranza:

"Rimarrebbe ad intenderci sull'educazione di Alberto, nel caso che la mia assenza si prolungasse indefinitamente; ma il meglio, mi pare, è di uniformarci alla prescrizione della legge. Voi vi occuperete di lui sino a' sette anni; dopo me ne incarico io."

E volgeva diggià le spalle. "Come desiderate che sia educato vostro figlio sino ai sette anni?" domandò la marchesa con voce malferma

Il marito si fermò su due piedi, e parve riflettere un istante "Mah!.. come vorrete..." aggiunse poscia. "Se vi dessi alcun suggerimento vi farei torto. Ed ora perdonatemi il disturbo, e buona notte."

Cecilia rimase immobile, muta, pallida, cogli occhi fissi; ma nel momento in cui egli stava per passare l'uscio, esclamò, con accento improvviso e soffocato, come se tutto il sangue le fosse corso impetuosamente al cuore: "Sentite!...". Egli si voltò. "Sentite!..." e le mancavano le parole. "Parlatemi francamente, in nome di Dio!..."

Egli vide le lagrime che luccicavano negli occhi della moglie senza batter ciglio. Istintivamente ella si arretrò, spaventata dallo sguardo freddo ed incisivo di quell'uomo che sembrava ricercare le angosce orribili di lei sin nelle pieghe piú riposte del suo cuore, per scrutarla con quel viso pallido e glaciale.

"Sembrami d'avervi detto abbastanza. Mi batto con Galli perché ha insultato la marchesa Alberti, e Armandi sarà il mio secondo. Parto per l'estero, vi lascio la metà della vostra rendita, il mio nome, ed il nostro Alberto sino ai sette anni. Ma il mio sigaro vi appesta la camera. Buona notte."

Egli non si volse, ed ella non disse motto.

Passando dall'anticamera udí scampanellare nelle stanze della marchesa.



Cap. II

Il marchesino Alberti fu educato lontano da' suoi, alla spartana, nel collegio Cicognini. Il padre era morto fuori d'Italia, quasi senza averlo conosciuto. La marchesa, sempre giovane ed elegante, la piú bella toscana che fosse in Milano, andava a fargli visita una volta all'anno, quando c'erano le corse a Firenze, l'abbracciava, l'accarezzava, gli recava dei confetti, e rimontava in carrozza sorridente. Ella era stata colta da una pleurite, all'uscire dalla Scala, ed era morta prima che i suoi amici avessero tempo di far venire il figliuolo da Prato. Il povero orfanello aveva allora dodici anni e conservava religiosamente le poche lettere che il babbo gli aveva scritto, e le scatole dei confetti che la mamma gli aveva regalato. Una volta aveva chinato il capo, tutto vergognoso, allorché il suo amico Gemmati gli aveva detto: "O perché il tuo babbo non vien mai a vederti?". Un'altra volta avea arrossito perché certi forestieri che visitavano il collegio avevano mostrato di conoscerlo come il figliuolo della marchesa Alberti, e poi aveva arrossito di avere arrossito. Sua madre non gli parlava mai del babbo. Di tutte coteste cose si rammentò piú tardi.

Le prime inquietudini del cuore gettarono nella sua mente il germe funesto dello esame.

A sedici anni Alberto era un giovinetto alto e delicato, coi capelli biondi, il profilo aristocratico, un po' freddo e duro il pallore marmoreo del padre, e i grandi occhi azzurri, il sorriso affascinante e mobilissimo della madre - cuore aperto a due battenti, immaginazione vivace, affettuosa, ma inquieta, vagabonda, diremmo nervosa, ingegno piú acuto che penetrante, analitico per inquietudine e per debolezza di carattere - un ingegno che vi sgusciava dalle mani ad ogni istante - diceva il suo professore di filosofia - atto a fargli cercare la decomposizione dell'unità, o a dargli i peggiori guai della vita quando il cuore si fosse mescolato della bisogna. Egli aveva preso di buon'ora l'abitudine di pensare, come tutti i solitari. Piú tardi trovò un amico, Gemmati, pel quale ebbe tenerezze e gelosie d'amante, sino a tenergli il broncio quando seppe che sorrideva alla figliuola del barbiere che stava di faccia. Molto tempo dopo, e in circostanze assai diverse, mentre stava seduto accanto al fuoco, cogli occhi fissi sulla fiamma, e le labbra contratte sul sigaro spento, il ricordo di quella ridicola gelosia della sua infanzia gli balenò in mente colla strana bizzarria delle reminiscenze. Egli buttò il sigaro, e si alzò piú pallido ed accigliato di prima.

Aveva fatto tranquillamente i suoi studi in collegio sino a quell'età; era passato per le lingue, per i numeri, per l'analisi della parola e del pensiero; a sedici anni era diventato sognatore, fantastico, ipocondriaco, e sentí d'amare la prima volta, perché tutti i poeti parlavano d'amore. Allora, trionfante di mistero, mostrò di nascosto all'amico Gemmati i primi fiori vizzi che la cuginetta gli avea dato, o che egli le avea rubati: "Ami l'Adele?" gli domandò Gemmati ch'era anch'esso un po' parente della ragazza. "Sí!" rispose Alberto facendosi rosso. "O come? se non la vedi quasi mai?" "Quando penso a lei mi par d'impazzire," ed era vero, ché le prestava tutte le amplificazioni della sua fantasia; ma allorché le stava accanto, una volta all'anno, rimaneva ingrullito vicino a quell'amante che gli proponeva di giocare a volano.

A venti anni egli uscí dal collegio piú bambino di quando c'era entrato; vuol dire con nessuna nozione esatta della vita, con molte fisime pel capo, e certi giudizi strampalati e preconcetti, nei quali si ostinava con cocciutaggine di uomo che pretenda conoscere il mondo dai libri. Il direttore del collegio fece trapelare tutte coteste brutte verità da una bella lettera che scrisse al signor Bartolomeo Forlani, il babbo dell'Adele, zio materno di Alberto, aggiungendo che il nipote non era riescito a superare gli esami dell'ultimo anno, malgrado il suo bell'ingegno. Lo zio, che era tutore per soprammercato, e tornava giusto dal fare i conti col fattore del nipote, rispose ringraziando, come meglio sapeva e poteva, il signor direttore per l'ottima riuscita del giovanetto - una lettera che fece montare la mosca al naso al buon direttore - come se lo si volesse minchionare, e non era vero! — Scrisse anche al nipote, invitandolo a venire a Belmonte, nome della sua villa sulla montagna pistoiese, e andò tutto festante a prevenire la figliuola del prossimo arrivo del cuginetto, che il signor direttore scriveva essersi fatto un bel giovane, e pieno zeppo d'ingegno. La fanciulla, che non giocava piú a volano, arrossí; il babbo se ne avvide, aggiunse che, secondo gli ultimi affitti, i poderi del cugino rendevano trentaduemila lire di netto, e se ne andò fregandosi le mani.

A Belmonte si aspettava cotesto bel giovanetto, di cui il signor direttore diceva tanto bene, e che aveva trentaduemila lire di rendita.



Cap. III

Come Alberto aveva il suo amico Gemmati, Adele avea anche lei la sua amica di collegio, la contessina Manfredini, ch'era venuta a stare con lei per qualche settimana. Le due amiche passeggiavano sulla terrazza sovrastante alla via che menava alla villa, tenendosi abbracciate, ridendo e cinguettando come allegri uccelletti. Il sole tramontava dietro i monti che si disegnavano con una vaga trasparenza violetta sulle calde tinte dell'occidente; l'aria era imbalsamata da mille fragranze estive; una nebbia sottile si levava dal fondo della valle, dove si udiva mormorare il torrente, i buoi che c'erano stati a bere risalivano l'erta lentamente, brucando l'erba qua e là, e facendo risuonare di tanto in tanto i loro campanacci.

Le due fanciulle, silenziose da un pezzo, stavano appoggiate alla balaustrata della terrazza, e guardavano sbadatamente.

"Tuo cugino verrà stasera?"

"Sí."

E dopo una breve pausa:

"È biondo tuo cugino?"

"Sí."

"Alto?"

"Sí"

"È bello?"

Adele sorrise e chinò il capo.

La sua amica si voltò verso di lei, la guardò in viso, e disse lentamente:

"L'ami?"

"Oh!..." esclamò Adele tirandosi bruscamente indietro e facendosi di fuoco.

Le parole hanno il valore che dà loro chi le ascolta. Tutta la verginità che c'era nel cuore della fanciulla sembrò trasalire a quella domanda. L'altra, ch'era di due o tre anni maggiore di lei, l'abbracciò strettamente, viso contro viso, cullandosi insieme a lei sulla ringhiera, con un movimento di grazia inimitabile, e le susurrò piano all'orecchio: "L'ami?".

Ella si voltò all'improvviso, rossa come fiamma, e le stampò un bacio sulla guancia.

"Ed egli ti ama?"

Adele rispose senza alzare il capo: "Non lo so".

"Eh, via!"

"Non me l'ha mai detto."

"Certe cose non c'è bisogno di dirle."

"O come si fa allora?"

L'altra la guardò ridendo: "Deve amarti moltissimo, perché sei carina davvero!"

"Come sei bella tu!" esclamò Adele, buttandole le braccia al collo.

Una carrozza s'avvicinava rapidamente; il bel giovanetto che c'era dentro levò, fra timido e sorridente, i grandi occhi azzurri verso la terrazza, fece un saluto un po' imbarazzato, volse uno sguardo festoso, e arrossí leggermente.

"Come s'è fatto grande!" esclamò sottovoce Adele, aggrappandosi, senza saper perché, al vestito della sua amica.

"E un bel giovane" disse costei.

"Aveva il sigaro in bocca, hai visto?"

"Non è elegante, ma ha un'aria distinta. È marchese, non è vero?"

"Sí, a momenti sarà qui."

Velleda rizzò il capo con un movimento impercettibilmente altero, civettuolo e grazioso al tempo istesso, e si mise a frustare i ramoscelli piú bassi con una bacchetta che aveva in mano.

"Se fossi bella come te!" esclamò ingenuamente l'Adele, forse colpita da quel rapido corruscare della vanità, o forse rispondendo ai pensieri che le si affollavano in mente.

La sua amica era infatti una magnifica bionda, aristocratica e delicata beltà, modellata come una Venere, e leggiadra come un figurino di mode, dalle folte e morbide chiome cinerine, dai grand'occhi azzurri e dalle labbra rugiadose; sotto i suoi guanti grigi celava unghie d'acciaio, colorate di rosa; il suo stivalino sembrava animato da fremiti impazienti, e con quel suo tacco alto, con quella sua curva elegante, avea l'aria di gentile arroganza, come se sentisse di render beata l'erba che calpestava; il sorriso di lei era affascinante, lo sguardo profondo ed un po' altero, l'accento carezzevole, il vestito avea artificiose semplicità, e la blonda pudiche civetterie - ecco che cosa era quella fanciulla che frustava i ramoscelli con un virgulto di salcio, e che si chiamava Velleda, al modo stesso che era bionda, che era capricciosa, che era elegante, e che un bel fiore da stufa ha un bel nome straniero. Ella sembrava sopraffare la verginale leggiadria della sua amica col semplice portamento superbo del capo, o con un solo de' suoi sorrisi affascinanti. Adele era magrina, delicata, pallidetta, cosí bianca che sembrava diafana, e che le piú piccole vene trasparivano con vaga sfumatura azzurrina; avea grand'occhi turchini, folte trecce nere, mani candide e un po' troppo affusolate; il vento, innamorato, modellava le vesti sul suo corpiccino svelto e gentile come una statua d'Ebe; i movimenti di lei avevano certa elasticità carezzevole e felina; - accanto a ciò una timidità quasi selvaggia, un sorriso spensierato, e dei rossori improvvisi. Un conoscitore avrebbe indovinato nella leggiadria modesta e quasi infantile della fanciulla il prossimo sbocciare di una bellezza tale da rivaleggiare con quella della superba bionda; ma Alberto non era conoscitore, e allorché la cuginetta gli corse incontro stendendogli le mani e salutandolo col suo grazioso rossore, i capelli biondi, la veste di seta, e lo sguardo da regina dell'altra gli si gettarono, direi, alla testa, in un lampo. Povera Adele! se avesse potuto udire il ronzío di tutti quei calabroni inquieti che si destavano nella mente di Alberto, mentre ella credeva di fare una presentazione in regola, dicendo: "Mio cugino!" "La signorina Velleda!"

La signorina Velleda fece una bella riverenza da ballo, ed Alberto se ne rammentò scrivendo il giorno stesso all'amico Gemmati: "Se avessi visto con quanta grazia inchinandosi spingeva indietro il suo vestito!".

Velleda andava innanzi, giocherellando sempre colla sua bacchettina a mo' di frustino, un po' da bambina capricciosa, un po' da leggiadra civettuola. Allo svoltar d'un viale scomparve.

Adele, che chiacchierava col cugino, tutta giuliva, arrossí improvvisamente, ed Alberto se ne avvide.

"Che hai?" le domandò.

"Il babbo non sa nulla del tuo arrivo... cerco di vederlo."

Il babbo li vedeva benissimo dalla sua finestra, e si fregava le mani.

Al rammentarsi dello zio il giovane si fe' scuro in viso, e pensò agli esami andati a monte. Ma lo zio, ch'era il miglior zio del mondo, abbracciò teneramente il nipote, come se costui non avesse delle palle nere sulla coscienza; anzi a tavola comparve un certo fiasco di vecchio chianti, di quel delle grandi occasioni, e se l'avessero lasciato fare, lo zio avrebbe fatto crepare il nipote di indigestione, per provargli la sua tenerezza. L'Adele fu ciarliera e taciturna a sproposito, la signorina Manfredini disinvolta e piena di brio, Alberto un po' imbarazzato, un po' distratto, e di quando in quando aveva certi assalti di allegria che gli montavano al viso, gli luccicavano negli occhi e si risolvevano in bizzarre effusioni di affetto per lo zio Bartolomeo.

"La bella luna!" esclamò Adele affacciandosi alla finestra. "O che non si va in giardino?"

Velleda, interrogata a quel modo, si mise a ridere.

"Vacci anche tu" disse lo zio ad Alberto, che non faceva le viste di muoversi.

"E lei, zio?"

"O cosa vuoi che venga a farci io? Ci ho il mio giornale da digerire. Vai pure."



Cap. IV

Le due ragazze irruppero in giardino allegre e chiassose; la luna sembrava inondarle di un pallido chiarore, traeva dei riflessi turchinicci dai capelli di Adele, dava un che di vaporoso a quelli di Velleda, luccicava sulla seta, giocava colle ombre, frastagliavasi fra i cespugli, disegnava nettamente in bianco i viali; il cielo era terso, leggermente azzurro; le gaie voci e gli allegri scrosci di risa avevano cristalline sonorità.

"Sono stanca!" disse Adele lasciandosi andare su di un sedile, e raccolse la sua vesticciuola volgendosi verso di Alberto con un tacito invito; costui che chiacchierava spensieratamente tacque all'improvviso.

"Ho dimenticato il mio scialletto" disse Velleda con singolare vivacità.

"Andrò a prenderlo" rispose premuroso Alberto.

La ragazza non poté dissimulare un sorriso maliziosetto.

"Grazie, non s'incomodi" rispose, e partí correndo.

Adele s'era ritirata in là per far posto al cugino accanto a lei; ma egli si mise a passeggiare innanzi e indietro, gettando di tempo in tempo sguardi avidi e imbarazzati sul sedile.

"Vuoi metterti a sedere?" diss'ella.

"No... grazie... non ti comoda?"

"Che!"

Ella si mise a strappare le foglie del rosaio. Alberto accavallava ora una gamba ora l'altra, guardava gli alberi, il viale, la punta dei suoi stivali, e non sapeva che farsene delle mani.

"Mi permetti di fumare?" disse dopo un lungo silenzio, e come se avesse fatto una grande scoperta.

"Fai pure."

Egli trionfante accese un sigaro, e si diede a buffare il fumo con enfasi.

"Ti dà noia il fumo?" le domandò.

"No" rispose Adele tossendo e fregandosi gli occhi.

E tacquero di nuovo.

"Bella sera!" esclamò finalmente Alberto col naso in aria.

"Bellissima."

"E punta fredda!"

"Punta."

"È un pezzo che non ci vediamo, sai!"

"Due anni."

"È vero."

Ella lo stava a guardare seria seria.

"Hai imparato a fumare!" gli disse finalmente con un sorriso, e come se gli confidasse un segreto che nascondeva da qualche tempo.

"Cosa vuoi, i vizi si imparano facilmente!" rispose Alberto con gravità.

"Però il sigaro ti sta bene!"

Ei la guardò nei grand'occhi turchini che luccicavano al chiaro di luna, chinò i suoi prestamente, e si soffiò il naso. Adele riduceva in pezzi minutissimi le foglie che avea strappato dal rosaio.

"Ma il tuo giardino è molto bello!" disse finalmente Alberto.

La giovanetta guardò attorno, come se vedesse quegli alberi per la prima volta, e rispose:

"Sí, molto bello."

"Una delizia!"

"Una vera delizia. Quella fontana lí ce l'ho voluta io."

"Davvero?"

"Sí, non è bellina?"

"Bellina tanto!"

"È tutta di marmo, sai!"

"Oh!"

"Il babbo non voleva, per via della spesa..."

"Deve aver costato parecchio!"

"Altro! Ma il babbo mi vuol tanto bene!"

"Oh! (in un altro tono)."

"E anche te, sai, ti vuol bene!"

Il dialogo che si reggeva sui trampoli, minacciò d'inciampare in quel sassolino.

"Ha detto che ti terrà qui sino a novembre" soggiunse Adele vedendo che il cugino stava zitto.

"Ma..."

"Ti rincresce?"

"No!... no...!"

"Non ti annoierai?"

Egli si volse, la guardò, poi si mise a scuotere col mignolo la cenere del sigaro Adele rimase alquanto pensierosa, la povera bambina, e soggiunse, un po' trepidante: "Ci starai volentieri?"

"Figurati!"

"Anche Velleda ci starà sino a novembre. Che festa!" Il cugino si senti maledettamente ridicolo per non sapere metter fuori il piú meschino complimento.

"Ti piace la mia Velleda?" riprese Adele.

"A me?..."

"Non è bella?"

"Oh sí!"

"Anch'essa ha detto che sei un bel giovanotto."

A quelle parole parve ad Alberto che la luna irradiasse di un'aureola l'Adelina.

"Anche te ti sei fatta bella!..." disse col coraggio della gratitudine.

"Davvero?"

"Davvero."

Ella sorrise, chinò il capo, incrociò le pallide manine sulle ginocchia, e il raggio della luna sembrò farsi vermiglio sulle sue guance.

L'usignuolo cantava: passò un alito di venticello che fece stormire lievemente le foglie. Essi si sentivano l'uno accanto l'altra. Tutt'a un tratto la fanciulla scoppiò a ridere.

"Oggi volevo darti del lei, vedi!"

"O perché?"

"Perché ti sei fatto grande: avevo suggezione di te... ecco!"

"Oh!"

Ella si volse verso di lui, con un improvviso movimento d'espansione e d'abbandono - i sentimenti puri e le anime vergini hanno di codeste arditezze innocenti - ed egli si tirò in là modestamente.

"Ma se tu m'avessi dato del lei non te l'avrei perdonato mai!"

"Perché?"

"Perché... perché... non lo so il perché."

Tacquero entrambi, e sentivano che quel silenzio li dominava. Alberto era tutto intento a fumare, e l'Adele a pungersi le mani sul rosaio. Si udiva il fruscío della sua veste ad ogni movimento di lei.

"L'ultima volta che partisti pel collegio pioveva, ti rammenti ?"

"Sí, tu mi scrivesti per domandarmi come fossi arrivato."

"Ti rammenti anche di codesto?"

"Ho ancora la lettera."

"Davvero?" arrossí e volse il capo. "E Velleda che non ritorna!"

"Mi par di vederla laggiú."

"Velleda!"

"Oh, siete ancora costà?" gridò Velleda da lontano.

"Parlavamo di te, sai!" esclamò Adele correndole incontro, e buttandole le braccia al collo le sussurrò qualcosa all'orecchio.

"Cattiva!" mormorò Velleda chinando il capo e facendosi rossa.

"Grulla!" borbottò il signor Bartolomeo quando lo seppe.

Alle undici tutti i lumi della villa erano, o sembravano, spenti. Alberto che stava alla finestra, come uno che abbia bisogno di mettersi in cuore tutta la serena bellezza di una notte estiva, credette di scorgere un fil di luce che trapelava fra le stecche della persiana di una finestra al pianterreno, di faccia alla sua. E si sporse in fuori per meglio vedere; ma la luce si fece all'improvviso piú viva, come pel dileguarsi di un'ombra frapposta, e si spense quasi subito.



Cap. V

Il domani, appena Alberto aprí la finestra e appoggiò i gomiti al davanzale, colla sua bella pipa di schiuma in bocca, udí chiamarsi per nome.

Volse gli occhi sotto il pergolato, e vide un fresco visetto e due begli occhi che gli sorridevano; la cuginetta stava cogliendo dei fiori da un arbusto alquanto piú alto di lei, e rizzavasi sulla punta dei piedi per far piegare i ramoscelli restii; le maniche del vestito le cadevano lungo le braccia un po' troppo delicate, ma bianche come alabastro; il piú gaio raggio di sole indorava quelle braccia e quel viso gentile.

"Buon dí, cugino!"

"Buon dí, cuginetta!"

"Son le nove, sa?"

"Lo so."

"E non si vergogna?"

"O che fa lei costà, cosí mattiniera?"

"Lo vede, faccio dei mazzolini."

"Per chi?"

"Pel babbo."

"E poi?"

"Per Velleda."

"E poi?"

"E poi... per chi se li merita."

Egli alzò il naso in aria, mandò un grosso buffo di fumo, e disse:

"È una bella giornata."

"Sí" rispose la fanciulla asciutto asciutto.

Adele andava e veniva fra gli alberi, chinandosi ad ogni istante sulle aiuole con una vivacità infantile e graziosa che era tutta sua. Alberto la guardava in silenzio. Di tanto in tanto ella pure guardava lui, cercando di non farsi scorgere, con una tal cera dispettosetta.

"Ha dormito bene?" domandò finalmente.

"Benissimo, grazie."

"E vuol dormire ancora?

"No... perché?"

"Vieni ad aiutarmi dunque!"

"Vengo subito, cuginetta."

Vedendolo venire ella si diede un gran da fare per assortire i fiori, e il giovane sentí sfumare in un attimo la grande audacia con la quale le avea quasi chiesto un mazzolino.

"Il babbo è andato lassú, alla Sassosa, alla vigna."

"Oh davvero?"

"Quest'anno avremo una famosa vendemmia!"

"Sí?"

"L'ha detto il fattore!"

"Lui può saperlo."

"E il babbo è contento. Ti piace codesto fiore?" riprese poscia l'Adele saltando da un discorso ad un altro.

"Bellino! come si chiama?"

"Non rammento; è un nome forestiero."

"Dev'esser un fior raro."

Ella stava per rispondere, ma vide che il cugino guardava piú la mano che il fior raro, e arrossí.

"Che bella aiuola!" diss'egli per non farsi scorgere.

"Sai cosa c'era qui prima? la piazzetta dove noi si giocava a volano! Ti ricordi?"

"Com'è cambiato!"

"Anche tu sei cambiato!" rispose ella senza alzare gli occhi.

Ei rispose dopo un istante: "E anche tu!".

E sorrisero entrambi.

"Andiamo a svegliare Velleda, la pigra!" disse Adele tutta rossa in viso.

Le finestre del pianterreno non erano molto alte dal suolo, ma la povera fanciulla si rizzò invano sulla punta dei suoi piedini: "Bussa tu" disse ad Alberto. Egli picchiò due colpetti timidi.

"Chi è?" si udí rispondere da una voce la quale aveva tuttora alcunché d'addormentato e di voluttuoso.

"Sono i miei fiori, che vengono a darti il buon giorno, dormigliona!"

Le stecche della persiana si schiusero alquanto; i raggi del sole vi s'insinuarono con una certa avidità e si disegnarono in strisce luminose su di una bella figura bianca, sul braccio roseo che si appoggiava al davanzale, sui capelli color d'oro, leggermente ondati, che cadevano mollemente sull'accappatoio. Velleda accostò il viso alla persiana, e si videro luccicare i suoi begli occhi; ma scorgendo Alberto, si tirò indietro bruscamente, e chiuse del tutto, dicendo: "Vengo subito".

"Non lo vuoi?" domandò un po' crucciata l'Adele ad Alberto che rimaneva cogli occhi fissi sulla persiana chiusa, senza accorgersi del mazzolino che gli dava la cugina

"Dunque me lo merito anch'io?" diss'egli sorridendo.

"Presuntuoso!"

Passando sotto la finestra del cugino, Adele alzò gli occhi e stette a guardarla.

"Vedi com'è bello quel gelsomino che s'arrampica sino al tuo davanzale?"

"Perché fai cosí tardi alla sera?" riprese dopo breve pausa.

"Come lo sai?" Ella arrossí.

"...Me l'hanno detto" rispose.

Quel rossore fece dileguare in un lampo dalla mente di Alberto la leggiadra apparizione ch'egli avea scorto dietro la persiana e che luccicava ancora nel suo pensiero, come un raggio di sole irradiasi, anche dopo chiusa, nella pupilla che abbagliò. Egli levò gli occhi a quella finestra di faccia alla sua, dove la sera innanzi gli era sembrato veder del lume, esitò un istante, ma non aprí bocca. Sembravagli sentire tremare il braccio di lei, e che vaghi rossori fuggitivi le passassero con una trasparenza alabastrina, sul bel viso che teneva chino, e sul collo delicato.

S'erano seduti sotto il pergolato. Ella gli parlava con quella dolce favella della fanciulla toscana che somiglia a cinguettio d'uccelletto; sorrideva, arrossiva, giocherellava cogli sgonfietti del suo vestito e colle foglie del pergolato; era tutta festante, e si voltava ad ogni momento per veder comparire Velleda che non veniva mai. Le ombre delle frondi sembravano accarezzarla alternando la luce sul suo viso; il venticello, di tanto in tanto, faceva strisciare leggermente il lembo della sua veste sui piedi di lui. Egli respirò con forza, quasi con voluttà, e sorrise; ella respirò del pari e sorrise.

"O perché?" gli domandò ancora sorridente.

"Sento allargarmisi i polmoni."

"È l'aria montanina."

"Come fa bene!"

"Non è vero!" e si tacquero.

"Ti piace la campagna?" riprese ella poco dopo.

"Sí."

"Ci starai volentieri?"

"Volentierissimo."

"A me piace tanto!" esclamò ella battendo le mani tutta sorriso.

"Ti piace stare a guardare la luna dalla finestra?" domandò tutt'a un tratto e bruscamente il cugino, come rispondendo ad un pensiero insistente.

"Sí..."

"Anche a me!" e divenne pensieroso.

"Non ti par di voler amare la luna?" riprese quindi con certi occhi che luccicavano singolarmente; "e che quella dolce luce ti piova sul viso come rugiada, e ti rinfreschi il sangue, e ti accarezzi le chiome, e che le stelle scintillino come occhi innamorati, e che il venticello notturno baci mormorando le foglie e i fiori, e che i fili d'erba si agitino in leggiadri abbracciamenti, e che i tuoi sguardi cerchino lassú, in quella pallida luce, gli sguardi della donna... cioè, tu, dell'uomo..."

S'imbrogliò, balbettò, l'enfasi sbollí, e tacque arrossendo. Essa non rispose; dapprima avea spalancato tanto d'occhi a quella sfuriata; poi avea chinato il capo, col viso di fiamma, s'era tirata un po' in là, e s'era sentito il cuore grosso di non so che sospiri.

"Andiamo a trovar Velleda?" disse dopo qualche momento, levando su di lui i begli occhi imbarazzati.

Ei la seguí. "Oh, il bel fiorellino!" esclamò la giovinetta; il cugino lo raccolse e glielo diede.

"Grazie!" diss'ella "ma anche il mio mazzolino è bello, non è vero?" e si mise a ridere. In quel momento erano giunti sotto la finestra di lei.

"È quella la tua finestra?" domandò Alberto con un lieve tremito nella voce.

"...Sí..." rispose Adele. "Ecco Velleda, finalmente!"

E le si buttò fra le braccia, coprendola di baci; la prese per mano, e si mise a correre con lei.

"Perché corri cosí?" le domandò Velleda.

"Mi sento le ali" diss'ella "e vorrei volare!"



Cap. VI

Quella sera lo zio Bartolomeo ritornò tardi dalla Sassosa, non si parlò di passeggiate in giardino, e i lumi si spensero di buon'ora a villa Forlani. Alberto stette inutilmente delle ore parecchie alla finestra, sperando rivedere quel tal lume dietro quella tal persiana; ma la persiana rimase pudicamente chiusa, come stanno abbassate le lunghe ciglia di una vergine cui si parli d'amore. Sembravagli che quel filo di luce gli avrebbe irradiato il cuore di tutte le aureole che ci sono in una dolce confessione, che quella finestra chiusa stesse pensando a lui, e che dietro quelle imposte Adelina dovesse trasalire, come lui, allo stormire di quelle frondi che il venticello agitava mollemente, o che stesse arrossendo, sentendosi accarezzare il viso da quel medesimo profumo di gelsomini che carezzava il volto anche a lui. Dolci sogni dei vent'anni che le bufere della vita fanno svolazzare qualche volta sul cuore dell'uomo, persino quando il sorriso dello scetticismo gli ha già increspato le labbra.

Lo zio Forlani aveva messo in campo una gita alla Sassosa; i cavalli impazienti scuotevano le sonagliere, e le giovanette si facevano aspettare. Finalmente comparve Adele un po' pallida, e con un sorriso rugiadoso. Appena vide Alberto si fece rossa rossa.

"Buon dí, cugina!" Ella gli sorrise dolcemente, e gli porse la mano calda e febbrile.

"Sempre l'ultima!" disse ridendo Velleda, che scendeva di corsa infilandosi i guanti. "Il mio cappellino non voleva saperne di star fermo! Che hai? Come sei pallida!"

"Ho dormito male" rispose Adele tornando ad arrossire.

Alberto sentí balzarsi il cuore in petto.

Lo zio Bartolomeo sopraggiunse in tempo, come se avesse avuto l'intuizione delle situazioni delicate.

"Andiamo, figliuoli, che il sole è già alto."

"Come sei bella oggi!" disse Velleda all'Adele, allorché furono sole.

Scorse in tal modo una settimana. Velleda sorprese piú volte la sua amica cogli occhi pieni di lagrime:

"O cos'hai?" le domandava.

"Nulla, ho il cuore troppo pieno."

Lo zio Bartolomeo, da uomo che sa far le cose, avea preparato al nipote una grata sorpresa. La domenica successiva giunse da Pistoia anche Gemmati, e la sera ci fu gran veglia alla villa Forlani. Vennero dei vicini, il notaio Zucchi colla sua signora, ed altri tre o quattro. La serata scorse rapidamente in cosí bella compagnia; Alberto vicino al suo amico fu piú allegro del solito, ed anche chiassone; Gemmati era un bel giovanotto, tagliato un po' grossolanamente, ma gioviale spiritoso e simpatico; Velleda, che sapeva annoiarsi con garbo, come una signorina ammodo, pestò sul piano tutto quello che vollero; Adele fece vedere l'album alla signora Zucchi, e voltò le pagine a Velleda; Alberto l'aiutò di tanto in tanto, per avere il pretesto di starle vicino, di toccare la sua veste o la sua mano nel voltare i fogli; poi le tenne il broncio perché ell'era gaia e spensierata, non cercava di guardarlo negli occhi, discorreva col primo venuto, ed evitava che le loro mani s'incontrassero. Andò a sedere su di un canapè, rannuvolato in viso, e lanciandole di tempo in tempo occhiate di fuoco. L'Adele che vedeva tutto cotesto armeggío come lo vedono le ragazze, colla coda dell'occhio, se la godeva ch'era un gusto.

La signora Zucchi, che la pretendeva ad elegante di provincia, si dava un gran da fare per mostrarsi disinvolta, ed era sempre in moto, ora ad annoiare il signor Forlani che giocava a scacchi col notaio, ora ad interrompere Velleda mentre suonava, ora a far la bambina con Adele, o la civettuola con Gemmati. Finalmente si pose a sedere sul canapè dove era il marchesino, facendo mille moine per attirarsi l'attenzione del bel biondo, che se ne stava rincantucciato all'altra estremità del canapè, con un certo viso da far credere che fosse in collera colla signora Zucchi.

Uno dei vicini aveva recato una gran notizia: si aspettava la contessa in villa Armandi - la bella contessa Emilia dicevasi.

"Non dev'esser piú giovanissima la bella contessa!" disse l'elegante signora Zucchi.

"Tutta Firenze parla di lei, e piú d'uno ha fatto delle pazzie..."

"Grazie tante!..." rispose la Zucchi assettandosi virtuosamente sul canapè. "Se non è che questo!..."

Il signor Forlani tossí; Velleda suonò un accordo fragoroso che non era segnato sulla carta, e Adele spalancò tanto d'occhi. Anche il notaio borbottò prudentemente: "Hum! hum! tutti i matti non sono all'ospedale!...".

Velleda avea smesso di suonare; Gemmati stava a discorrere con lei sottovoce, ella l'ascoltava, sorridendo a fior di labbro qualche volta. Poi Gemmati s'era avvicinato all'Adele e s'era dato a parlare con lei.

Alberto sentiva non so qual dispetto, né sapeva egli stesso contro di chi; ma guardava di sottecchi la cugina che non si occupava di lui com'egli avrebbe voluto. Infine si alzò, e andò a mettersi accanto alla signorina Manfredini. Costei levò gli occhi dalle fotografie, lo fissò con sicurezza da regina, sí che dovette chinare gli occhi pel primo.

"È un simpatico giovane il suo amico" gli diss'ella.

"Simpatico assai."

` Ella si rimise a sfogliare l'album; il giovane cercò cogli occhi Gemmati, e lo vide presso il caminetto, discorrendo con Adele che rideva come una pazzerella. Egli si fece rosso e si mosse bruscamente per andarsene, ma invece d'infilare l'uscio ch'era dietro le sue spalle trovò piú corto di fare il giro del giardino per andare in camera sua, e dovette passare cosí vicino alla cugina da darle quasi uno spintone col gomito.

"Te ne vai?" gli domandò ella con sorpresa.

Ei rispose con accento da Otello: "Sí!".

"Perché?"

"Ho sonno" rispose bruscamente.

"Che bel giovane!" esclamò la signora Zucchi, non cosí piano da non farsi sentire dall'Adele, e osservandola con pettegola curiosità; la fanciulla, troppo ingenua per esser diffidente, si fece rossa di giubilo, seguitando a fissare l'uscio pel quale egli era partito.

"E il figliuolo della signora Cecilia?" domandò il notaio.

"Sí" rispose il signor Bartolomeo; "ha trentaduemila lire d'entrata in bei poderi."

"E sí che il fu marchese!..."

"Ed anche la fu marchesa, pur troppo!..."

"Ma non parliamo dei morti. Quel ragazzo è stato fortunato di avere un parente che si occupasse dei suoi affari... Non faccio per dire, ma non avrebbe di che pagarsi nemmen la boria del marchesato."

"Però non sembra punto allegro!" osservò la signora Zucchi.

"Cosa gli hai fatto?" susurrò Velleda all'orecchio di Adele.

"Io?... nulla, ti giuro!" rispose la fanciulla turbandosi.

Col cuore grosso ella andò a cercare il cugino che la fuggiva, e lo trovò sulla terrazza, appoggiato alla balaustrata.

"Cos'è stato?" gli domandò timidamente, mettendoglisi accanto come un'ombra.

"Ma nulla è stato!"

Ella non ebbe il coraggio d'insistere e tacque.

C'era accanto un ramoscello di gaggia in fiore; ne spiccò due o tre fiorellini, e glieli porse con atto gentile. Egli al sentirsi toccare dalla mano di lei trasalí.

"Conosci il significato della gaggia?" le domandò con un certo turbamento nella voce.

Adele si fece di bracia, e accennò negativamente col capo.

"Davvero?"

"Davvero!"

"Tanto meglio!" aggiuns'egli sorridendo.

La fanciulla scappò in casa, e corse all'orecchio di Velleda.

"Che significato ha la gaggia?" le domandò sottovoce, piú rossa della veste della signora Zucchi.

"Siamo di già a questi ferri?!" esclamò Velleda ridendo. "Vuol dire rottura..."

La giovinetta non volle udir altro, e tornò sulla terrazza trepidante. Il cugino teneva in mano un ramoscello di vainiglia fiorita.

"Vedi" le disse "io non son cattivo come te!" e le diede il fiore. Ella se lo mise in seno, e con grazioso e pudico ardimento, gli strappò dall'occhiello i fiori di gaggia, li buttò dalla terrazza, e fuggí. Alberto la vide, attraverso i vetri, passeggiare al braccio della sua amica; le due giovinette discorrevano sottovoce, e sorridevano di tanto in tanto. Tutt'a un tratto Adele si volse verso il balcone, e baciò il fiore che egli le aveva dato. Al giovane sembrò che quei vetri s'irradiassero di luce.

Sentivasi attratto verso di lei dall'incantesimo piú forte che avesse mai provato; ma ella sembrava evitarlo, lo guardava con un certo imbarazzo, quand'egli s'avvicinava a lei faceva istintivamente dei movimenti bruschi, come per fuggirsene, e rimaneva esitante, a guisa di un uccello spaurito che batte le ali. Tutto ciò la rendeva cosí bella che Alberto ne era affascinato; in quel momento tutte le attrattive della vita, della gioventú e dell'amore erano per lui in quel pallido visino e sotto quel modesto vestito grigio che tremava come le foglie agitate dalla brezza. Velleda era lí presso, bionda, elegante, graziosa, con tutto il fruscío della sua seta, col profumo chinese del suo fazzoletto ricamato - egli se ne avvide.

"Adele, desidero parlarti" le disse con voce tremante.

La fanciulla, un po' rassicurata nel vederlo cosí commosso, rispose ingenuamente:

"Andiamo in giardino."

"No... stanotte, quando tutti saranno a dormire... Allorché sentirai picchiare tre colpi alla tua finestra... sarò io..."

Ella sorpresa stava per domandargli la ragione di tutti quei misteri che non capiva, quando Alberto la interruppe vivamente:

"Zitta! ci osservano!"

E tirò di lungo colla guardinga disinvoltura di un cospiratore di melodramma.

Velleda s'era fermata ad aggiustarsi un nastro, e lo zio Bartolomeo in quell'istante era tutto intento a far vedere ai suoi ospiti che la sera era bellissima.

Alberto afferrò Gemmati per mano, al momento in cui stava per ritirarsi nella sua camera, e lo condusse seco in giardino.

"Stanotte le parlerò!" gli disse all'orecchio con voce soffocata.

Gemmati si fermò a guardarlo sorpreso, e gli rispose dolcemente:

"Perché cotesta pazzia? Non la vedi sempre? Non puoi parlarle quando vuoi?"

"No!... non è la stessa cosa... Tu non mi intendi... non puoi intendermi... non l'ami come io l'amo... L'hai vista? Com'è bella! non è vero?"

"Sí, è un angioletto."

"Anche la Velleda è bella... forse piú bella... in modo diverso... Tutti lo dicono... e alcune volte, vedendole l'una accanto all'altra, anche io... Ma perché sembrami piú bella l'Adelina?"

"Perché l'ami."

"E perché devo amar lei e non Velleda, che è bella per lo meno quanto lei?"

"To! perché ella ti ama."



Cap. VII

Il tocco era suonato da un pezzo quando Alberto aprí la sua finestra - ora deliziosa che precedeva il primo appuntamento, ora piena di agitazione voluttuosa e di ansia inesplicabile. La finestra di Adele era chiusa: che fisonomia singolare avea quella finestra buia, e come lo guardava! Egli esitò alcuni istanti, come ogni Cesare che stia per passare un Rubicone; poi saltò sull'erba col cuore di un ladro che scassina per la prima volta un uscio. Il silenzio era profondo, e il giovane non aveva fatto il menomo rumore cadendo sulla punta dei piedi. Le frondi del pergolato stormivano appena. Egli si fermò, inquieto, guardando attorno, coll'orecchio teso, come se i menomi rumori venissero dallo zio che stesse soffiandosi il naso e prendendo tabacco. Poi si avanzò a passi di lupo fin sotto la finestra della cugina. Trattavasi adesso di picchiare quei tre famosi colpi, promessi quando ci volevano ancora due ore per picchiarli, quando il cuore, sotto gli occhi di lei, picchiava piú forte, e il chiacchierío che regnava nel salotto faceva supporre che non si sarebbero quasi uditi. Tutta la poesia dei romanzeschi convegni, delle scale di seta e dei segnali misteriosi, sfumò dinanzi al timore di udir tossire lo zio Forlani. Sentí di aver paura, e poi cotesta confessione che dovette farsi gli infuse coraggio. Allorché bussò leggermente alla finestra, gli parve di aver destato tutti gli echi della montagna e tutti gli zii del mondo.

Quanti palpiti in quel minuto che la finestra indugiò ad aprirsi! Quanti palpiti allorché l'udí schiudersi pian pianino: con una circospezione che confessava il peccato ad alta voce! Una striscia luminosa si disegnò sull'erba dell'aiuola, e la leggiadra testolina di Adele si mostrò timidamente. Essa tremava un po'; la luna che si era levata tardi, illuminava il muro di contro e riverberava un barlume livido e dolce sul candido viso di lei, che sorrideva con ineffabile imbarazzo, e guardava qua e là, senza osare di fissare gli occhi su di lui. Certamente si erano detto abbastanza; ma il cugino, messo alle strette da quel silenzio eloquente, incominciò:

"Come sei buona, Adele!"

Ella spalancò i suoi occhioni, e domandò con graziosa ingenuità:

"O perché?"

"Perché hai accondisceso..."

"Non me lo domandasti tu?..."

"Sí... ma a quest'ora dormiresti... ed invece io..."

L'Adele fece certo sorrisetto e rispose:

"No, non aveva sonno... Non ho sonno da parecchie notti."

"Da quando?..."

"Sa che è molto curioso, signor cugino!" gli diss'ella dopo un istante d'esitazione.

Il cugino, senza aprir bocca, la guardò per la prima volta negli occhi coll'amore dell'uomo. Ella abbassò i suoi e non rise piú.

"Sei ben sicuro che dorman tutti?" gli domandò poco dopo, rispondendo senza saperlo a quello sguardo.

"Sí, da piú di un'ora non si vede un sol lume."

Ella ritirò bruscamente la sua mano. Successe un silenzio che le diede animo e la fece sorridere: "Ebbene" gli domandò "son qua, che cosa devi dirmi?"

"Volevo... desideravo chiederti scusa."

"Di che?"

"Sono stato cattivo..."

Ella scosse il capo lentamente: "No".

Alberto avrebbe preferito dei rimproveri, onde aver agio di menare il can per l'aia. Non seppe piú che dire, e rimase imbarazzato.

"Senti l'usignolo?"

"No, è il passero solitario."

"Che notte deliziosa!"

Ella non rispose.

"A che pensi?"

"A nulla."

"Non ti senti felice?"

"... Sí!"

"Che ora è?" domandò la fanciulla dopo alcuni istanti, come se si svegliasse.

"Sarà il tocco e mezzo..."

"È tardi, sai!"

"Vuoi andartene?"

"Sí" e non si muoveva.

"Perché hai detto che sei stato cattivo?" gli domandò sorridendo cheta cheta.

"Perché... è inutile adesso che te lo dica... tu mi hai perdonato!"

E pose un sospirone per punto.

Ella si mise a guardar la luna, dicendole tante cose cogli occhi.

Poscia vivamente, come trasalendo:

"Addio! addio! È tardi, buona sera!"

"Adele!..." esclamò Alberto mentre ella stava per chiudere la finestra. "Adele!" Ella si affacciò di nuovo, ma tutta tremante, quasi avesse udito tutt'altro accento nella voce di lui. Egli esitava. - Allora la fanciulla gli fissò in volto gli occhi lucenti. - Il giovane sentí tutti i pudichi ardimenti, tutte le avide reticenze che ci erano in quello sguardo di vergine, e disse: "Vi amo! ecco quello che volevo dirvi!".

Adele divenne bianca udendo quella parola che aspettava da un'ora.

"Perdonatemi" riprese Alberto turbato dal silenzio di lei. "Vi è dispiaciuto che ve l'abbia detto? Perdonatemi, Adele! Ma parlate, ditemi almeno una sola parola, per l'amor di Dio."

"Perché mi date del voi?..." mormorò la fanciulla con un fil di voce.

"Ah! come sei buona, Adele! Sei buona quanto sei bella! Vedi, a darti del tu adesso sembrami una delizia! Tu non sapevi nulla! Non ti sei mai accorta di nulla! Ti amavo da lungo tempo, sai! Sin da quando ero in collegio; ma dacché ti son vicino ti amo come... non saprei dirtelo io stesso... Mentre ti parlo, ora, sembrami che il cuore stia per scapparmi dal petto... Vorrei..."

La fanciulla lasciò cadergli fra le mani il ramoscello di vainiglia che s'era messo in seno. Alberto afferrò quelle manine, e gliele baciò con ardore.

"Come sei bella!" esclamò guardandola con occhi innamorati. "Quanto ti amo!"

Infatti ella era proprio bella in quel momento; l'amore irradiavasi come una specie d'aureola dal rossore che la copriva, dal suo sorriso incerto e pudico, dai suoi occhi chini. C'era tanta luce in quegli occhi, che allorché li fissò in volto ad Alberto parvegli che due stelle lo abbagliassero.

Ei le parlava concitato, con quel primo irrompere dell'amore che avea vagato sino a quel giorno fra le nebulose dell'immaginazione. Le diceva di quel che sentivasi in cuore, di quel che avea fatto, degli anni passati in collegio, delle timide gioie, delle amarezze soffocate, della madre che avea perduta - come ella avea perduta la sua - di quella prima sera in cui s'era messo a sedere accanto a lei, di quel che aveva visto nella tremola luce delle stelle, irradiazione di mondi sconosciuti, di quel vago sentimento di un noi sparso per tutto il creato, di quelle aspirazioni eteree verso una parola senza voce umana, che s'erano concentrati in lei, e che gli inondavano il cuore, tutti in una volta, al semplice contatto della sua veste. Sí sentiva immensamente felice: era la prima volta che parlava d'amore, e che una fanciulla stava ad ascoltarlo. - Ella ascoltava avidamente, infatti; o piuttosto beveva l'amore vergine ed entusiasta del giovane nello scintillare dei suoi occhi, e nelle vibrazioni appassionate della sua voce. Le sue povere manine tremavano come foglie nelle mani di lui. "Mi ami?" le diss'egli con uno di quegli accenti che penetrano sino in fondo al cuore. Ella accennò di sí col capo due o tre volte, senza osar di guardarlo.

"E non amerai altri che me?"

La giovinetta lo fissò collo sguardo limpido e franco della vergine, e rispose con ingenua meraviglia:

"Potresti amare un'altra, tu?"

"No... no!..."

"O dunque?"

Ei rimase un istante pensieroso.

"E m'amerai sempre cosí?"

"Sempre, e insegnerò ai tuoi figli ad amarti cosí!" rispose la fanciulla con sublime candore.

Alberto tacque, si fe' scuro in viso, ed evitò di guardarla. Aveva sentito come una trafittura. La schietta rivelazione del casto istinto materno che rivelavasi negli occhi sereni e nell'ingenuo sorriso della vergine, sconvolgeva l'artificiosa poesia del suo cuore, lo faceva precipitare dagli astri fra i quali libravasi, e lo faceva pensare.

"Cos'hai?" gli domandò Adele, che lo vide rannuvolato..

"Ho che voglio essere amato da te, e non dai miei figli!" rispose sfogando come poteva il suo malumore. "Ho che amo te, e non... Ho che ti amo, perché ti amo... senza pensare ad altro... Amami cosí, Adele! Amiamoci per amarci... perché altrimenti... sai..."

"Che cosa?"

"Potremmo dubitare di noi medesimi... delle nostre intenzioni... potremmo dubitare del nostro amore..."

Giusto quando Alberto stava per sciorinare tutta la sua teoria dell'amore puro, poetico e senza figliuoli, si udí tossire alla finestra di sopra, ch'era quella dello zio Bartolomeo. Adele scappò come una cerbiatta spaventata; Alberto si fece piccin piccino, e sgattaiolò rasente al muro. Ci volle una buona mezz'ora prima di decidersi a rientrare per la finestra, dopo essersi assicurato che non si udiva fiatare anima viva, e che la finestra dello zio era proprio chiusa. Però fu tormentato tutta la notte dal dubbio, combinato colla tosse dello zio, che quella tal persiana non fosse stata sempre socchiusa, come l'avea vista rientrando - e di vento non ne avea tirato una maledetta in tutta la sera. Il giorno dopo avrebbe voluto trovarsi cento miglia lontano piuttosto che comparire al cospetto del terribile zio.

Verso le otto stava per svignarsela bel bello, col pretesto d'andare a caccia, quando il domestico venne a cercarlo giusto da parte dello zio.

"Vengo subito" rispose il nipote, che sarebbe andato piú volentieri al diavolo.

VIII

Al veder la faccia patriarcale e il sorriso giovialone dello zio, il giovanotto si sentí meglio, e cercò di sorridere anche lui. Lo zio aveva un monte di scartafacci sul tavolino, e gli occhiali sul naso.

"Stavi per andare a caccia?" domandò amichevolmente. "Sí, caro zio" balbettò il giovane con tenerezza.

"Scusami, ma ho a farti un discorso serio."

Alberto sentí che si faceva piccino di nuovo. Gli occhiali dello zio gli abbacinavano la vista.

"Ma mi sbrigherò in un fiat" riprese il signor Bartolomeo. "Ho messo tutto in ordine da un mese. Non avrai che a gettare gli occhi sui conti, e spero che sarai contento di me."

Alberto respirò liberamente, e rispose ch'era contentissimo.

"Vedrai che ordine! che esattezza scrupolosa! Se avessi amministrato sempre io a quest'ora saresti... Basta! dei morti non si parla. Cotesti son atti di gabella... le spese... i bilanci... il rendiconto della tutela... Stammi a sentire."

"Ma zio mio!... le pare!..."

"No, no, figliuolo mio... Sono affari delicati questi... Ci son di mezzo io... Si tratta di tutela...!"

Alberto, che non capiva nulla di nulla, e che aveva in corpo per giunta il rimorso di quella tal magagnetta della notte scorsa, perdette intieramente la testa soltanto a gettare gli occhi su quelle lunghe filze di cifre, e si lasciò trascinare pei capelli in un labirinto di dare ed avere, riscossioni, pagamenti, bonificazioni, atti giudiziari, spese diverse, ecc., approvando del capo, o sfogandosi in proteste di fiducia e di gratitudine. Dopo un par d'ore di quel supplizio venne a sapere che lo zio Bartolomeo, sulle trentaduemila lire d'entrata, avea fatto, durante la sua tutela, una economia di lire 5876 e 97 centesimi - oltre le tutte spese e la pensione pagata regolarmente al collegio Cicognini - delle quali, 5876 lire e 97 centesimi avea mandato al nipote 2000 lire, quando era ancora a Prato, e senza parlare di un rigo di ricevuta, e le rimanenti lire 3876,97 le consegnava al momento. Ben inteso senza voler sentire nemmeno discorrere d'indennità - diamine! non era del medesimo sangue per nulla! Alberto gli rammentava al vivo la sua povera Cecilia! Anzi non volle neppur restituiti i tre centesimi d'avanzo.

Il nipote, malgrado la sua inesperienza, sentiva vagamente che i ringraziamenti gli venivano stentati, e che si ricordava della tosse significativa della notte scorsa.

"Adesso, per la vita e per la morte, è bene mettersi in regola per via di notaio con una buona quietanza."

Alberto non fiatò, e sottoscrisse tutto quello che lo zio e il signor Zucchi gli misero sotto la mano.



Cap. IX

Gemmati era andato a Pistoia per un par di giorni. Alberto l'aveva accompagnato per un tratto di strada; poi era ritornato a piedi, per le scorciatoie che s'arrampicavano su per l'erta fiancheggiate da siepi fiorite. La viottola sbucava sulla strada carrozzabile, a pochi passi, in mezzo ai folti che continuavano a salire col monticello. Le due ragazze stavano per mettervi il piede quand'egli arrivò dall'altra parte della strada maestra; si voltarono al rumore dei suoi passi, e misero un oh! prolungato.

"Vi ho fatto paura?"

"Paura di che?" disse Velleda.

"Sí, ci hai fatto paura" rispose ridendo l'Adele.

"Volete che vi accompagni?"

"Dove andremo?"

"Ma.. dove vuoi" rispose Velleda all'interrogazione dell'amica.

"Se tornassimo a casa?"

La signorina Manfredini non fece alcuna osservazione; si voltò indietro, e incominciò a camminare verso il cancello, appoggiandosi all'ombrellino, con quell'altera indifferenza che l'avea fatta soprannominare la principessa.

"Sai, non è stato nulla!" disse al cugino Adele, senza osar di guardarlo.

Velleda li precedeva senza affettazione pel gran viale del giardino, voltandosi di tanto in tanto per fare una interrogazione, o fermandosi per raccogliere col medesimo interesse un fiore o un filo d'erba. I due cugini la seguivano l'uno accanto all'altra, chiacchierando fra di loro, ma senza

darsi il braccio. L'Adelina era un po' pallida, aveva certi rossori fuggitivi, certi impeti d'allegria, come una pienezza di vita che si fosse concentrata nel cuore. Andava lentamente, quasi fosse stanca, con certa mollezza carezzevole rispondeva a lui con voce piena di una dolce sonorità, e gli sorrideva senza alzare gli occhi, con un sorriso velato.

Entrando nel salotto Velleda sprigionò i suoi magnifici capelli biondi, togliendosi il largo cappello di paglia, e vi rovesciò tutto quel mucchio d'erbe e di fiori che si teneva in grembo.

"Cosa vuoi farne?" le domandò Adele.

"Il piú bel mazzo, vedrai!"

Appena rimasero soli il cugino prese la mano della giovinetta, e le disse: "Come sei bella!". Ella gli sorrise senza alzare gli occhi.

Il sole faceva scintillare i vetri della finestra, e inondava di atomi dorati il viso della fanciulla. Ella lavorava in silenzio, col capo chino sul ricamo, e le sue mani, che si affaticavano con febbrile impazienza, dicevano al giovane amato tutte quelle cose che le labbra tacevano. - Essi si parlavano da mezz'ora senza aprir bocca - lui cogli sguardi che la giovinetta si sentiva posare sui capelli come un bacio - ella con quel silenzio, cogli improvvisi rossori che passavano sulla nuca delicata, e col lieve tremito delle mani.

"Adele!" mormorò alfine Alberto con voce appena intelligibile. Ella trasalí. "Sei in collera con me?" Essa cercò due o tre volte il buco del canovaccio dove infilar l'ago, e balbettò:

"Perché?"

"Perché non mi dici nulla..."

"Sto ad ascoltarti" rispose ingenuamente la fanciulla.

"Mi ami?"

Adele abbassò il capo sin quasi a toccare il lavoro che avea fra le mani, e il sangue le corse come una vampa in tutte le vene.

"Dammi qualcosa di tuo!..."

"Non ho nulla..."

Il cugino prese la forbicetta: ella se ne avvide, impallidí leggermente, smesse di lavorare, ed attese, a capo chino, trepidante. Ei prese un ricciolino di quei che le svolazzavano sul collo, e lo recise.

"Ahi!" esclamò la poveretta, di cui le mani tremavano forte.

"Ti ho fatto male?"

"...No... mi son punto un dito..."

Trascorsero parecchi giorni di gioie tumultuose, nascoste in due mani che s'incontravano per caso, e di sospiri riboccanti di felicità, di rossori provocanti e di pudiche audacie, di mostruose dissimulazioni, che avrebbero aperto gli occhi anche ad un cieco, e di sotterfugi abilissimi, che nessuno faceva le viste d'indovinare, - cercandosi cogli occhi, parlandosi colle mani, accarezzandosi col suono della voce, respirando l'amore e l'amante coll'aria, col profumo dei fiori, col raggio del sole, e col canto degli uccelli. Velleda, quasi fosse sola a vederci chiaro, si faceva vedere il meno possibile. Gemmati era a Pistoia, lo zio Bartolomeo si fregava le mani guardando il bel tempo che favoriva l'ubertosa vendemmia. Era un paradiso. - Al giovane innamorato sembrava di vivere in un'estasi deliziosa, che non era priva di voluttà, voluttà sottile, quasi eterea, che gli ricercava squisitamente le fibre piú riposte, e gli centuplicava il piacere di certe sensazioni. Il suo cuore vi si abbandonava mollemente; ei non desiderava dippiú, non avrebbe osato cercare piú in là: tutte le larve gioconde che avevano popolato i suoi sogni giovanili, la donna, l'amore, la felicità, erano riunite in lei, nel suo sorriso, nella sua voce, nelle carezze di quella vesticciuola che s'increspava un po' troppo sul petto e sugli omeri delicati. Allorquando lo strascico superbo di Velleda frusciava sul tappeto vicino a lui, o le sue chiome folte gli accarezzavano gli sguardi col loro bel biondo, egli guardava con piacere, come se quell'altra bellezza invece di essere una sottrazione alle attrattive di Adele, ne facesse parte, appartenesse anch'essa alla donna amata... o al suo amore.

Del resto egli vedeva di rado Velleda, all'infuori dell'ora di pranzo, e della sera - non sempre però. Alcuni giorni dopo l'incontrò in giardino per la prima volta sola colla larga manica svolazzante sul braccio, il viso colorito dei rosei riflessi dell'ombrellino, lo sguardo vagabondo, l'andatura graziosamente indolente. Ella si fermò su due piedi, gli stese la destra, e gli disse con una sicurezza di frase e d'intonazione che parve pesare come una mano vigorosa sulla spalla di lui:

"E Adele?"

"Non l'ho ancor vista."

Ella sorrise come sapeva sorridere alcune volte, e disse: "Ooooh!..." Alberto arrossí per timore di farsi rosso.

"La troveremo forse sulla terrazza, dove il signor Forlani sta facendo collocar dei vasi di fiori" soggiunse. "Vuole accompagnarmi?"

E andarono pel viale, l'uno accanto all'altra. Le leggere balzane del vestito di lei sussurravano sugli stivalini di pelle lucida.

"Le piace la campagna?" incominciò Alberto dopo alcuni passi.

"Tanto!"

"Ci fa delle lunghe passeggiate?"

"Sl."

"Non si vede quasi mai la mattina!"

Ella si voltò a guardarlo, con una sfumatura di sorpresa, e inchinò leggermente il capo, un po' ironica.

"Prima eravamo in due a correr pel giardino" soggiunse tosto come a scancellare l'effetto del suo saluto. "Ma adesso l'Adele è sempre stanca."

"E non si annoia ad andar da sola?" si affrettò a rispondere Alberto.

"Perché dovrei annoiarmi?"

"È pur vero che alle volte si preferisce stare in compagnia dei propri pensieri..."

"Che pensieri?" interruppe Velleda bruscamente, fissandogli gli occhi in viso.

Essi rimasero un istante a guardarsi in tal modo.

Lo zio Bartolomeo, che stava lí presso, gridò, come se avesse indovinato la situazione scabrosa:

"Ehi, ragazzo, chi vuol vedere la bella carrozza? Correte sulla terrazza."

Passò infatti un cocchio superbo, luccicante di vernice, di stemmi dorati, di livree gallonate, di campanelli, adorno di nastri e di fiori, alle testiere dei cavalli e agli occhielli dei postiglioni; i razzi delle ruote brillavano al sole come rapide ali di uccello; un sottil velo di polvere avvolgeva il legno elegante, imbottito di seta come un elegante scatolino, e la bella signora che vi stava mezzo sdraiata, appoggiando i piedi al sedile di faccia, con posa indolente, in mezzo ad una nuvola di mussolina fresca e leggiera come il tulle; il velo azzurro del suo cappellino svolazzava su tutto quell'assieme leggiadro.

"La bella signora!" esclamò ingenuamente Adelina che era venuta correndo.

"È la contessa Armandi" disse Velleda.

Alberto l'aveva seguita con un lungo sguardo.

Tornarono indietro pel desinare, e lo zio andava innanzi piú lesto degli altri, dicendo che avea fame. Di tanto in tanto Alberto rimaneva pensieroso, e non rispondeva subito, o rispondeva a sproposito alle interrogazioni e ai discorsi delle due ragazze, che sembravano festanti tutt'e due. A tavola parlò due o tre volte della contessa Armandi e dopo desinare andò a fumare in giardino.

Si sentiva gonfiare in petto i germi di tutte le forme dell'amore, come un rigoglio di vita, come acri fiori di giovinezza: era uno strano miscuglio degli occhi turchini di Adele, del suo sorriso pudico, e delle lusinghe, dei biondi capelli di Velleda, della sua elegante civetteria piú in là, fra le nuvole azzurre e purpuree dell'avvenire, ondeggiava vagamente la larva di un altro amore nebuloso come la mussolina che modellava il bel corpo della contessa Armandi, sdraiata mollemente nella carrozza come in un letto. - Tutti cotesti fantasmi gli turbinavano confusamente nella mente, gli scorrevano per le vene col sangue acceso di febbre. - Quel fanciullo che cominciava a sentir la donna aveva bisogno di piangere.



Cap. X

Allora fu recato in villa un invito pel ballo della contessa Armandi.

Andarono in una magnifica sera d'autunno. Le siepi fiorite esalavano vigorosi profumi; le sonagliere dei cavalli avevano un non so che di festoso; le fruste dei postiglioni scoppiettavano allegramente; l'ultima squilla dell'avemaria moriva in lontananza, coll'ultimo raggio di sole che colorava di tinte opaline uno strappo di cielo. Poi venne la notte, tacita, stellata.

Il giardino della villa Armandi era illuminato, la scala adorna di fiori, tutte le finestre brillavano come le lenti di una lanterna magica. - Alberto guardava avidamente attraverso un'iride di tappezzerie, di colori, di dorature e di specchi, vedevasi un via vai di gente in festa; nelle sale olezzavano profumi soavi, brillavano gemme superbe ed occhi vellutati, c'era una carezza di musica, di frasi leggiadre e di raso che frusciava - e in mezzo a tutto questo una donna piú bella, piú elegante di tutte le altre, che si chiamava la contessa Armandi.

Era una delicata bellezza: l'occhio nero, superbo, profondamente e voluttuosamente solcato, l'andatura, la voce ed il gesto molli, gli omeri candidi e profumati come le foglie di magnolia, ondulati in linee pure, carezzate dalle trecce nere ed elastiche, il seno squisitamente modellato nell'avorio, marmorizzato da sfumature azzurrine, vaporoso pei veli ricamati, lo strascico della veste susurrante in modo carezzevole dietro di lei, la punta dello scarpino di raso che luccicava di tanto in tanto come una lingua serpentina, la fronte altera e il sorriso affascinante. - Ella aveva quarant'anni.

Allorché si trovarono faccia a faccia con Velleda, coteste due donne leggiadre in modo diverso, scambiarono un'occhiata che avrebbe potuto dirsi il luccicare di due spade da duellanti, mentre s'inchinavano graziosamente. - La contessa sorrise all'Adele, al signor Forlani, e si voltò a guardarlo mentr'egli si allontanava.

Tutti gli sguardi seguivano la signorina Manfredini; sembrava infatti che le grazie della sua persona sorridessero trovandosi nel proprio elemento; nella sua elegante disinvoltura c'era un che d'impaziente, di avido, di febbrile, che luccicava nei suoi occhi, e dilatavasi colle rosse narici, mentre ella agitava il ventaglio chinese. Anche Alberto sorprese sé stesso a seguire la direzione di tutti gli sguardi, e fissava lungamente la contessina - poscia, inquieto, cercò cogli occhi l'Adele

Velleda stava presso il pianoforte circondata dai piú eleganti giovanotti, come una cerbiatta attorniata da una muta di cani; ma la cerbiatta teneva testa da tutte le parti, col brio, col sorriso, con una parola, con un gesto, spiritosa, caustica, leggiadra e impertinente. Due o tre volte volse a caso gli occhi su di Alberto, e ad un tratto gli fece segno col ventaglio di avvicinarsi; prese il braccio di lui e si allontanò.

"Non ne potevo piú!" disse ridendo.

Il povero giovane si sentí tutto sossopra.

"È naturale che tutti le facciano la corte..." balbettò.

"Vorrebbe farmela anche lei?" diss'ella con un accento e un sorriso singolari.

Alberto ammutolí, e a lei il sorriso morí sulle labbra.

Passeggiarono lentamente per le sale, ella battendo col ventaglio il tempo di un valzer che suonavano.

"Com'è bello!" esclamò Alberto.

"È Strauss," rispose ella distratta.

"O perché non si balla un giro?"

"A proposito della corte?" diss'ella sorridendo.

Alberto volle sorridere colla medesima disinvoltura, ma ci riescí assai male.

"Ebbene..." disse "sí!"

"No!" rispose ella col medesimo tono, ma un po' piú recisamente.

Il giovane insistette con insolito calore; ella diveniva piú capricciosa e piú ostinata, scuoteva il capo con certa grazia risoluta, e mordevasi le labbra con certo sorrisetto malizioso, appoggiando le spalle allo stipite di una finestra e stringendo il ventaglio nelle mani. Di tanto in tanto, quasi non se ne avvedesse, raggi seduttori le scappavano dagli occhi. Ad un tratto, senza dir nulla, mentre sembrava piú ferma nel rifiuto, appoggiò mollemente il braccio alla spalla di lui, e si lasciò andare.

Essa ballava in modo singolare, un po' diritta, col capo alto, e il braccio disteso. Di tanto in tanto gli diceva qualche parola senza importanza, o scuoteva con grazia inimitabile la sua bionda testolina. Si fermò all'improvviso, un po' rossa, un po' smarrita, svincolò con impazienza impercettibile la mano che ancora egli le teneva, gli lanciò a bruciapelo uno sguardo singolare, viso contro viso, e impallidí leggermente.

"Non ballo piú" gli disse "sono stanca."

La contessa Armandi era lí presso ed esclamò:

"Che bella coppia!"

Velleda rispose con un grazioso inchino. Alberto, passando accanto a uno specchio, vi gettò uno sguardo e poscia arrossí di averlo fatto; ma nello specchio sorprese due grandi occhi che lo seguivano amorosamente dal fondo di un canapè. Andò verso la povera Adelina, la quale se ne stava modestamente rannicchiata fra due mamme, e sembrò rianimarsi come lo vide venire e gli sorrise cogli occhi.

"Non balli?" domandò il cugino, allorché furono soli.

"Non mi hai invitato a ballare!" rispose Adele timidamente carezzevole.

"Ci son tanti giovanotti...!"

"Non voglio ballare cogli altri..."

"Perché?"

"Perché... perché... perché non voglio."

Ei chinò il capo, tuttora bollente del soffio che Velleda vi aveva gettato, e si allontanò sopra pensiero. Stava da qualche tempo nel vano di una finestra, colla fronte sui vetri, guardando nel buio, allorquando udí un fruscío di vesti vicino a lui, e si trovò accanto la contessa Armandi.

"Non balla il cotillon?..." gli domandò.

"No, contessa."

Ella sembrò volere aggiungere qualche altra parola, ma gli fece un segno col ventaglio, sorrise e si allontanò. Ei seguiva macchinalmente cogli occhi il turbinío di quella danza in mezzo alla quale la contessa stava come una regina, di cui tutti si contendevano un sorriso o un giro di valzer. Improvvisamente quella regina andò diritto verso di lui, gli gittò come una sultana il suo fazzoletto ricamato, gli mise sulla spalla la mano splendida di gemme, e fra le braccia la vita sinuosa ed elastica - poi, quando ebbe finito di ballare, lo ringraziò con un sorriso.

"Voglio conoscerla meglio:" gli disse "facciamo un giro."

Tutti gli sguardi si volsero su quell'uomo fortunato e quell'altera beltà che passavano. Egli pensava al giorno in cui l'aveva vista mollemente distesa nella sua carrozza, fra una nuvola di polvere e di veli.

Entrarono nella stufa, profumata, silenziosa, oscura. La contessa sedette. Il discorso andava a sbalzi, scucito con certa bizzaria capricciosa che ella sapeva dargli, strisciando in tutti i zig-zag serpentini pei quali ella voleva farlo passare, brioso, civettuolo, elegante come lei. Poi ella non disse piú una sola parola, appoggiò il mento sulla mano, e guardò qua e là con occhi distratti; il fisciú alitava lieve lieve, e gettava una certa dolce ombra livida sul seno d'alabastro: ella apriva e chiudeva macchinalmente il suo ventaglio, e faceva scrosciare le stecche fra di loro. Tutt'a un tratto piantò in volto ad Alberto uno sguardo e un sorriso singolari, e gli disse:

"Ma noi ci compromettiamo orribilmente, mio caro!"

Si alzò ridendo e si allontanò.

Allorchè gli ospiti di villa Forlani lasciarono la festa erano le due del mattino. La notte era buia, il cielo senza stelle, la campagna paurosa. Di quando in quando il vento mugolava fra le gole lontane. Adele un po' melanconica stava nel fondo della carrozza, avviluppata nel suo mantello. Velleda teneva il viso allo sportello. Alberto respirava a pieni polmoni.

"Che bella sera!" esclamò. Velleda gli rivolse una rapida occhiata.

I sogni di quella notte! popolati di tutte le larve dell'amore, di tutte le febbri della giovinezza, di tutte le lusinghe delle vanità, di tutte le ebbrezze dei piaceri! Povera Adele, se avesse potuto indovinarli!



Cap. XI

Alberti si svegliò tardi, stanchissimo, e col capo peso. Un raggio di sole penetrava fra le stecche della persiana e faceva luccicare la vernice del cassettone; ei gli sorrise, poscia rimase a fissarlo con occhi sbarrati; infine si alzò con un inesplicabile malumore.

Il suo primo sguardo fu per la finestra di Velleda: era chiusa. All'ora della colazione entrando nella sala da pranzo, volse intorno uno sguardo ansioso.

"Sei malato anche tu?" gli chiese Adele correndogli incontro festosa.

"Chi è malato?"

"Velleda, che non viene a colazione perché è cosí stanca da starne male. Avete ballato molto!"

Alberto lasciò cadere il sorriso ingenuo e l'aria giuliva della fanciulla. La colazione non fu molto gaia. Lo zio Bartolomeo uscí appena alzatosi da tavola, e li lasciò soli.

La fanciulla guardava il cugino alla sfuggita, gli porgeva i fiammiferi e la borsa del tabacco, cercava di prevenire tutti i desideri di lui, e, dopo di avere esitato lungamente:

"Che hai?" domandò.

"Io? nulla."

"Non è vero; hai qualcosa."

Il giovane sentí penetrarsi sino al cuore quell'osservazione, e rimase un po' senza rispondere.

"Ma cosa vuoi che abbia?"

"Mah... se lo sapessi!" rispose la fanciulla ingenuamente.

Per la prima volta il giovane non poté sostenere il limpido sguardo della vergine, accese il sigaro ed usci.

Trovandosi all'aperto, l'aria, il sole, il profumo dei campi, tutte quelle cose salubri e schiette, sembravano purificarlo e rinvigorirlo. Gli ebbri fantasmi della notte, che avevano bisogno del lume, della stearina e delle ombre delle cortine si dileguavano alla chiara luce del sole, e non rimaneva che la mesta e pura figurina di Adele, colle sue candide manine intrecciate sulle ginocchia, e i grand'occhi turchini che l'interrogavano timidamente.

Il giorno dopo la contessina Manfredini comparve all'ora del desinare, fresca e rosea come prima. Alberto provò un singolare dispetto vedendola cosí. "S'è rimessa?" le domandò.

"Lo vede!" rispose ella tranquillamente.

Prendevano il caffè in giardino; Velleda posò la chicchera sulla tavola di marmo, e si mise a dondolare su di una poltrona di legno: "E il suo amico non torna piú?" domandò dopo qualche tempo ad Alberto. Ei rispose, con un po' di sorpresa: "Verrà domani o doman l'altro".

"Ah!"

Si alzò, lasciò i due cugini in giardino, e andò a mettersi al piano. Il tocco della sua mano era secco, nervoso, quasi aspro; la melodia errava scucita, e come soffocata in mezzo ad un nembo di accordi tempestosi; c'era l'indolenza, la sprezzatura, la sbadataggine di chi va seguendo sui tasti i propri pensieri, e non si cura di afferrarli. Quella strana musica irrompeva dalle finestre aperte, e soverchiava, direi turbava, la pace solenne della sera, sembrava udirvi scoppi d'allegria e gemiti soffocati, e aveva qualcosa della leggiadria bizzarra della suonatrice.

Alberto si avvicinò al piano, e stette a guardar Velleda. Ella sembrava una statua di marmo che suonasse; calma, impassibile, cogli occhi fissi sulla carta.

"Canterai qualcosa?" domandò Adele

Ella scosse il capo continuando a suonare, poscia smise, e si alzò.

"Cosí presto!" disse Alberto "Continui a suonare almeno."

Velleda alzò freddamente gli occhi su di lui, e gli domandò:

"Cosa desidera?"

"Ma... quel che le pare."

Ella si mise a sfogliare della musica senza aggiungere verbo, l'aggiustò sul leggío, e incominciò una canzone di Schubert.

Adele erasi messa a sedere sul canapè. Alberto, appoggiato alla coda del piano, teneva gli occhi fissi sulla suonatrice: costei non levava i suoi dalla carta, con certa altera freddezza; metteva tutta la sua anima nelle mani, di cui gli anelli scintillavano assai piú dei suoi occhi e vedevasi solo che quel seno si gonfiava dai lucidi riflessi della sua veste, su cui cadeva il lume delle candele. A poco a poco il suono morí nelle corde, le mani si fermarono, e la suonatrice chinò il mento sul petto.

"È finito?..." domandò Alberto come svegliandosi di soprassalto.

"Sí" rispose lei bruscamente.

E andò ad aggiustarsi un fiore tra i capelli, baciò Adele, salutò appena del capo Alberti, e se ne andò.

"Si soffoca qui!" disse Alberto alla cugina "vado in giardino,"

Il domani doveva arrivar Gemmati. Alberto andò ad incontrarlo, e dopo la prima stretta di mano il suo amico gli domandò:

"O cos'hai?"

"Cosa mi vedi? Sto benissimo."

"Stanno tutti bene in villa?"

"Tutti."

"Siamo in broncio, eh?"

"No!"

"V'amate sempre?"

"Non amo che lei!..."

"Chi ti parla degli altri?" disse Gemmati.



Cap. XII

Alberto si abbeverò di quel sottile veleno che lo penetrava senza che egli se ne avvedesse, e l'ebbrezza di oggi gli dava la sete per domani - spesso non era che un gesto, un'inflessione di voce, uno sguardo distratto, un sorriso appena accennato. Egli stava in una continua agitazione. Non si accorgeva nemmeno che cercava tutti i mezzi per star vicino alla contessina Manfredini, che accanto a lei era tutt'altro uomo che non poteva saziarsi di rimirarla, ch'era inquieto, dispettoso, cogitabondo quand'era costretto a star colla cugina, non si avvedeva degli innocenti sotterfugi, delle ingenue manovre che la povera Adele inventava per vederlo sorridere; non indovinava le domande che c'erano nel silenzio di lei, l'inquieta ansietà dei suoi sguardi. La poverina cercava almeno la compagnia di Gemmati, come per sfogarsi con lui, come se egli avesse qualche cosa del suo amico, e stava sovente vicino a lui zitta zitta, o pensierosa, o parlandogli di cose indifferenti, spesso ricacciando indietro le lagrime che le facevano velo alla vista, senza osar di svelargli giammai il suo dolore. Lo zio Bartolomeo non guardava piú il tempo, non si fregava le mani, e prendeva tabacco con molta enfasi. Velleda non si accorgeva di nulla, non mostrava di evitar Alberto, ma lo incontrava assai raramente da sola. Al contrario, si trovava piú spesso con Gemmati, stava piú volentieri a discorrer con lui, gli si mostrava graziosa, si faceva accompagnare nelle sue passeggiate, e faceva gravare su di lui il peso dei suoi capriccetti bizzarri.

Una volta Gemmati, tornando da caccia, avea incontrato le ragazze, Alberti, lo zio Forlani, i coniugi Zucchi, la intera comitiva insomma, al cancello del giardino. Tutti si erano affrettati attorno al suo carniere ben pieno facendogli i mirallegro. Velleda sola rimaneva zitta. Però la signora Zucchi, ch'era molto sensibile, offuscava un po' la gloria del cacciatore fortunato con esclamazioni compassionevoli verso una "tortorella fedele" che teneva spenzoloni per un'ala, e se la prendeva col crudele divertimento, colla durezza di cuore, ecc. Velleda, seria seria, l'interruppe:

"Se fossi un uomo non vorrei far altro."

"O tu perché non sei venuto?" domandò Gemmati al suo amico, mentre s'avviavano verso la villa

"Non sono cacciatore, disse Alberti con un po' d'ironia; non sono destro come te."

Gemmati rimase alquanto sorpreso dal tono di quella risposta, consegnò schioppo e carniere ad un domestico, e andò cogli altri; ma lungo il giorno fu pensieroso, ed anche inquieto. Guardava qualche volta il suo amico, tutto annuvolato, e che evitava visibilmente di trovarsi con lui. Alla fine approfittò di un momento in cui erano soli, e gli disse:

"Alberto, stammi a sentire... Da qualche tempo ce l'hai con me!"

- "Io?" disse Alberto senza guardarlo.

Sí, tu, e non so perché. Cosa t'ho fatto?"

"Nulla, t'inganni. Perché dovrei avercela con te?"

Gemmati gli prese la mano, ch'ei non osò rifiutargli, e gli disse guardandolo negli occhi:

"Saresti geloso?"

"Geloso?..." disse Alberto trasalendo, "e di chi?"

L'altro ebbe un moto di sorpresa.

"Ma... dell'Adele."

"Perché sarei geloso?" replicò Alberto dopo un breve silenzio, e fissandogli gli occhi in viso per la prima volta. "Non fai la corte alla Velleda per conto tuo?"

"Io?"

"Sí, tu" insisté con un sorriso stentato; "oppure è lei che la fa a te"

Gemmati scoppiò in una buona e franca risata.

"Sei matto! Io sono un povero diavolo di medico in erba, e lei una contessina che ha piú anelli ch'io non abbia quattrini... Come vuoi?.. Del resto... Ma a te che te ne importa?"

"Nulla me ne importa.. proprio nulla. Ho detto cosí per convincerti che non potevo esser geloso di te a motivo di Adele."

Gemmati stette ancora qualche istante guardandolo negli occhi, e stringendogli le mani; e riprese da lí a un momento:

"Ascoltami, Alberto: forse non sai tu stesso qual tesoro sia il cuoricino della tua Adele, e come ti ami, la povera fanciulla, con quanta sincerità, e con quanta delicatezza... e come ti nasconda i suoi timori, i dispiaceri che le dai senza accorgertene.. Sai che se tu la tradissi faresti... To', ci vogliamo abbastanza bene per dirti la parola tal'e quale - una viltà!"

Da alcuni giorni la povera fanciulla amava anch'essa la solitudine, non perché si vedesse negletta dal cugino, ché quando lo vedeva sorridere le si schiudeva il paradiso, ma pel dolore di vederlo cosí... cosí... non lo sapeva lei stessa. Ei la trovò su quel sedile dove la luna li avea visti l'uno accanto all'altra, e sentí qualche cosa che gli stringeva il cuore; la poverina stava a guardarlo timidamente, spalancando gli occhi per dissimulare le lagrime che le spuntavano, e non osando chiamarlo nemmen cogli sguardi ei le si avvicinò col sorriso falso, come un colpevole. - Allora Adele gli afferrò la mano con vivacità, e scoppiò in pianto..

"Perché piangi?" disse Alberto, quasi anche lui colle lagrime agli occhi.

"Oh, perché son felice!... Guarda che matta!"

Stettero un po' insieme; egli parlava poco e distratto; essa lo guardava di nascosto, quasi temesse di annoiarlo.

"Alberto, mi permetti che ti dica una cosa?" balbettò infine timidamente.

"Di'."

"Confidami cos'hai!"

"Ma cosa mi vedi?"

"Non lo so... Non sei piú il medesimo..."

Egli arrossí lievemente.

"Perché mi fai cotesta domanda?" disse bruscamente, rialzando il capo da una specie di meditazione.

"Perché... perché sei molto cambiato."

Egli parve esitare.

"Temi che non ti ami?"

La fanciulla lo guardò attonita, e rispose ingenuamente:

"Perché non mi ameresti? Non me l'hai detto tu stesso che mi ami?"

"Voglio dire... se temi che non ti ami piú?"

"Non me lo diresti, in tal caso?" rispose Adele al modo istesso, e senza distogliere gli occhi dai suoi.

"Dunque?..." balbettò il giovane, e quel dunque gli s'inchiodo nel pensiero.

"Dunque sarei proprio un vile!" mormorò allorché fu solo, e fuggendo per la campagna come se alcuno l'inseguisse.



Cap. XIII

"Come va che non s'è piú visto, marchese Alberti?" udí esclamare dietro di sé.

Si voltò, e vide la contessa Armandi a cavallo, che si era fermata sulla via, a due passi da lui. La contessa stava bene in sella, l'amazzone disegnava elegantemente il suo bel corpo, il velo azzurro le svolazzava sul viso, quasi la baciasse, la cavalla, col freno tutto bianco di spuma, allungava il collo e scuoteva la bella testolina colla grazia di una gazzella addomesticata.

"Bisognava proprio incontrarlo per via!" disse l'Armandi stendendogli la mano all'altezza del suo ginocchio. "Fortuna che viene a cercare i dolci tramonti, e i bei punti di vista!... Farebbe anche dei versi, marchese?"

Il sorriso di lei era cosí gaio, che il giovane se lo sentiva quasi comunicare, e rispose:

"Non ho questo vizio, contessa."

"È innamorato dunque?"

"Anch'ella ci viene senza far versi, né essere innamorata..."

"Che ne sa lei?" domandò con un sorriso che lo scombussolò del tutto.

"Ma..."

"Non posso essere innamorata di mio marito... o della mia Zelia?" aggiunse con quel risolino mordente e leggiadro, guardandolo ardita e civettuola, e giocando col pomo del frustino fra i crini della cavalla.

"Però" riprese "ella che non ha né marito, né Zelia, amerà la bionda, o la bruna. Quale delle due?"

Il giovane arrossí, volle negare, e rimase imbarazzato.

La contessa stava a guardarlo col gomito sul ginocchio, la guancia sulla palma, e una provocante ironia negli occhi.

E dopo averlo ascoltato cosí fra ironica e motteggiatrice soggiunse con una gran serietà:

"È vero! Ella è troppo giovane per amare la bruna, e non amerà la bionda che per un quarto d'ora. Ella non ama che la sua giovinezza, e la donna allo stato di nebulosa. Addio. Quando avrà bisogno del consiglio di una buona amica venga a trovarmi; cosí m'avrò la sua visita che aspetto da un pezzo."

E spronò Zelia, senza dare il tempo ad Alberto di balbettare le scuse che gli si leggevano in volto. Poi arrestò di botto lo slancio della cavalla, e rizzandosi sulla staffa con piglio grazioso ed ardito, si voltò indietro, e gli disse da lontano:

"Oh, non sono in collera... e per prova!..." sul ciglione della via spuntava una margherita tardiva; ella la recise di un colpo di frusta "ed in prova le lascio un ricordo: consulti l'oracolo, marchese."

E sparí come un lampo.

"Hai visto la contessa Armandi?" domandò a tavola Gemmati.

"Sí"

"Cosa t'ha detto?" aggiunse Adele.

Alberto s'imbrogliò nel racconto di una storiella metà vera e metà inventata, si confuse e si fece anche un po' rosso. Lo zio Forlani tossí due o tre volte, e Velleda gli rivolse una rapida occhiata.

"Che bella signora!" disse per cambiar discorso.

Il giorno dopo, quando Alberto stava per andare a villa Armandi, incontrò per caso la signorina Manfredini presso il cancello.

"Va dalla contessa?" gli domandò.

"Sí."

"Ci tien proprio a far cotesta visita?"

"Ma... tenerci..."

"Se non ci tiene non ne faccia nulla per oggi. Il tempo è bello; andremo alla Sassosa in carrozza con Adele."

E per la prima volta chinò gli occhi dinanzi allo sguardo di lui.

"Sí..." diss'egli, "sí!"



Cap. XIV

Adele accettò l'invito tutta giuliva. Era tanto tempo che il cugino sembrava le tenesse il broncio! Ma in quella comparve il babbo, con un viso piú scuro del solito, e chiamò la figliuola nella sua camera sotto pretesto di farle un discorso serio.

Alberti ascoltava assai distratto i discorsi che teneva Velleda, la quale era assai piú calma e piú padrona di sé. Adele ritornò poco dopo, pallida, tutta sossopra, e col viso ancora bagnato di lagrime.

"Cos'è stato?" domandò piano il cugino.

Ella lo guardò cogli occhi lagrimosi, il petto le si gonfiò, e scoppiò a piangere.

"Nulla! nulla!" rispondeva ostinatamente a tutte le interrogazioni di lui che si sentiva trafiggere il cuore da quel pianto.

Dopo circa una mezz'ora ritornò lo zio. Era serio in viso, ma con quell'aria di burbero benefico che gli andava a meraviglia. Egli fu amabilissimo con Velleda, e accarezzò il nipote sulla spalla.

"Il tuo baio mi sembra un po' malato" gli disse. "Vuoi venire a vederlo?"

Alberto sentí in nube che il suo baio stava assai meglio di come egli non si sentisse in quel momento; pure seguí lo zio, di cui il viso andava rannuvolandosi a misura che si allontanavano dal pergolato dove avevano lasciato le ragazze. Arrivati nel viale rimpetto alla scuderia, ch'era dall'altro lato della villa, ei si fermò su due piedi, dominando il nipote da tutta la maestà della sua corpulenta statura e del suo sguardo da zio.

"Alberto, tu sei il figliuolo della mia cara Cecilia!" incominciò solennemente.

"Zio mio..."

"E sei anche un ottimo ragazzo... non ho difficoltà di dirlo."

"Oh, mio zio..."

"Io ti voglio e ti vorrò sempre del bene, da secondo padre che ti sono. Tu puoi vedere come ti ho accolto in casa, e come.."

"Grazie, zio mio!..."

"Ma che lavoro mi fai in ricambio!

Alberto si fece di bracia.

"M'hai stregata quella povera bambina, di'?..."

Il nipote, con tutti i colori dell'iride sul viso, teneva gli occhi fitti a terra, come se avesse voluto sprofondarvisi. Lo zio tacque maestosamente, aspettando risposta per alcuni secondi; indi riprese in aria paterna:

"M'accorgo dal tuo imbarazzo che capisci d'esserti condotto assai male, e che ne sei pentito!..."

E mise una seconda pausa; ma la risposta che aspettava non venne.

"Me ne sono accorto soltanto oggi... troppo tardi! Ma avrei potuto diffidare di te, del sangue mio, del mio secondo figlio.. ché per tale ti ho?..."

Alberto non fiatava, ma andava ruminando come diavolo lo zio se ne fosse accorto proprio adesso che egli non pensava quasi piú alla cugina, e ricordavasi della tosse che si era udita quella sera del famoso colloquio con Adelina, e che in buona coscienza aveva allora attribuito allo zio. Costui, vedendo che il nipote non si risolveva a parlare, e rimaneva impalato quasi fosse stato di sasso, riprese:

"Mea culpa! mio danno! i cocci li pagherò io! io che son stato troppo cieco, fiducioso come... come un galantuomo... Quella povera figliuola passerà qualche grosso guaio... ma pazienza!"

"La sposerò!", rispose Alberto pallido come un cencio.

"Figliuol mio!" esclamò il signor Forlani abbracciandolo teneramente. "Non ho mai dubitato di te!"

Ritornarono sotto il pergolato, non curandosi altro del baio che mangiava tranquillamente la sua avena. Velleda, senza alzare gli occhi dal lavoro, li saettò di uno sguardo che avrebbe fatto onore ad un diplomatico. Adele chinò maggiormente il capo, ed impallidí.

"Figliuola mia" le disse il babbo appena Alberto si fu allontanato; "tuo cugino Alberto mi ha domandato la tua mano. Posso parlarne qui dinanzi alla tua amica che è come una sorella."

Adele lasciò cadersi il lavoro di mano, e si fece bianca, Velleda si alzò come per lo scattare di una molla, corse a lei in furia, l'abbracciò e la baciò a piú riprese, poi, al sopravvenire di Alberti, gli sorrise graziosamente, e gli stese la mano.

"Che Iddio vi benedica, figliuoli miei!" finí il signor Forlani abbracciando i due giovani nel tempo stesso.

"O come il babbo se n'è accorto adesso?" esclamò ingenuamente Adele, allorché rimasero soli.

La felicità della poveretta era cosí grande che sembrava irradiarsi anche sugli altri. C'era tanto affetto, tanta gratitudine, tanto abbandono, tanta espansione nella sua gioia che Alberto credette un istante il suo amore si fosse galvanizzato.

Gemmati avea fatto una corsa sino a Pistoia; ritornando alla sera trovò tutti in festa, e come seppe di che si trattava abbracciò Alberto, e gli disse con quel suo fare calmo e schietto:

"Bene, amico mio!"



Cap. XV

Alberto fu insolitamente mattiniero. Tornando dalla sua passeggiata, udí suonare il piano, ed entrò nel salotto.

Trovò Velleda al pianoforte; com'egli apparve sull'uscio le ultime note sembrarono trasalire.

"Oh, il signor Alberto!"

E gli stese la mano con calma perfetta.

Ei s'assise accanto a lei, e stette ad ascoltare.

"Non lo sa?" diss'ella dopo alcuni istanti, e senza smetter di suonare "aspetto la mamma, oggi."

"Oh! L'avremo per qualche tempo con noi?"

"Per un giorno. È venuta a prendermi."

"Va via?"

"Sí."

"Quando?"

"Domani."

"Cosí presto!"

"È piú di un mese che son qui."

Alberto tacque, ed ella continuò a suonare.

"Che pezzo è codesto?" domandò infine.

"Uno studio di Liszt. Le piace?"

"Sí... molto..."

Egli si alzò, e si mise a guardare fuori della finestra. Poi tornò a sedersi al medesimo posto, e dopo alcuni istanti di silenzio le disse: "Ci rivedremo?".

"Ma... sí..."

Egli non disse piú nulla; anche il pianoforte si tacque. Rimasero zitti, immobili, senza guardarsi.

Ad un tratto si udirono dei passi vicino all'uscio.

"Lasciatemi" esclamò Velleda bruscamente dandogli per la prima volta del voi.

Entrò Gemmati, serio, freddo; scambiò due o tre parole colla contessina, poi prese Alberti pel braccio, e lo condusse fuori con un pretesto.

Dopo alcune centinaia di passi, Gemmati alzò gli occhi in viso al suo amico per la prima volta gli disse:

"Son venuto a cercarti per dirti una cosa. Domani vado via."

Alberto parve un istante colpito da quell'improvviso annuncio; ma ad un tratto avvampò in viso e rispose masticando un sorriso:

"Accompagni la contessina Manfredini?"

"Vado solo:" rispose freddamente Gemmati; "partirò stasera."

"Oh, fai pure il tuo comodo!"

Gemmati, dopo una lieve pausa, riprese:

"Dunque l'hai fatta?"

"Cosa?"

"Quella cattiva azione."

"Luigi!" gridò Alberto.

"Non andare in collera, perché in tal modo mi dai ragione; vedi, io che non ho torto non andrò in collera: se gridi, griderò piú alto di te quello che la tua coscienza ti dice sottovoce; se tenti di picchiarmi, picchierò piú forte. Partirò stasera, perché non voglio stare a vedere certe scene; tu mi fai rabbia, e quella povera bambina mi fa pietà; le mie parole non son giovate a nulla; almeno non vedrò coi miei occhi... Se avrai la forza di essere quello che sei stato sempre, un galantuomo, verrò ad abbracciarti e a domandarti scusa... Se no... non ci rivedremo piú; addio!"



Cap. XVI

Verso sera giunse la contessa Manfredini. Era una bella signora che si era fermata ai quarant'anni, bionda come la figliuola, colle labbra sottili, il sorriso affabile, e quel gentile accento toscano che sembra una carezza della parola. Si sarebbe detta una donna tutta miele dai capelli alla bocca; era discreta, indulgente, riservata, semplice e spiritosa, all'occorrenza, e quando voleva poteva assumere certe arie matronali che bisognava vedere! Fu talmente gentile e affettuosa con Adele da far ingelosire Velleda, se Velleda non fosse stata buona come la mamma; trovò due o tre parole da fare andare in solluchero Alberti, e fu cosí graziosa col signor Forlani, che costui, per rispondere di galanteria alla sua maniera, avrebbe voluto farle bere di tutti i fiaschi della sua cantina. Dopo il pranzo le ragazze si misero al piano, il signor Forlani preparò i famosi scacchi, e il vento cominciò a gemere al di fuori.

"Ci faccia sentire qualche cosa!" disse Alberto a Velleda con voce lievemente commossa.

Ella parve esitare.

"Sii buona, via!" aggiunse Adele.

"È l'ultima volta che ci vediamo;" rispose finalmente rivolgendosi ad Alberto; "non le posso ricusar nulla."

"L'ultima volta?" esclamò Adele.

"Ho detto per ischerzo, sai!"

E si mise accanto al piano, scelse la sua musica, e l'Adele si dispose ad accompagnarla.

Cantava con una mano appoggiata al pianoforte: la luce delle candele, difesa dalle ventole, giocava coi delicati chiaroscuri del suo viso; nella sua voce c'erano vibrazioni che facevano trasalire, che gli ascoltatori sentivano scorrere nelle loro fibre; i giocatori avevano lasciato gli scacchi; Adele stessa di tanto in tanto alzava gli occhi verso di lei, con un sentimento d'ammirazione. Tutt'a un tratto Velleda lanciò uno sguardo rapido e fiammeggiante come una stoccata ad Alberto, che ascoltava cogli occhi fissi su di lei, pallido e turbato.

"Come hai cantato stasera!" le disse Adele abbracciandola.

Ella sorrise sbadatamente.

"Fammi dare del fior d'arancio, mi sento un po' agitata."

Adele andò ella stessa.

Velleda rimase al cembalo, e vedeva Alberti senza guardarlo. Ei le si avvicinò lentamente come affascinato, e le si mise accanto - ella sembrò non accorgersene.

"Vorrei parlarvi!" disse finalmente il poveretto con voce sorda.

La contessina chiuse il libro tranquillamente e levò su di lui gli occhi sereni:

"Sto ad ascoltarvi."

"Vorrei parlarvi da solo, stanotte, in giardino!" ripeté Alberti coll'ostinazione quasi minacciosa di uno che stia per ismarrire la ragione.

"È matto?" diss'ella freddamente.

Le labbra del giovane si fecero smorte, e tremarono due o tre volte senza poter proferire parola: "Sí, credo d'esser matto davvero!".

"Ma io non lo sono, davvero!"

Alberto guardò Velleda in tal modo che ella, in un salotto pieno di gente, ebbe paura.

"Sarete cagione di qualche disgrazia!"

"Io?"

"Voi!" rispose con fermezza, guardandola fisso.

"Ma sa quel che mi propone, lei?" disse la giovinetta con fierezza.

"Ho bisogno di parlarvi, stanotte!" insisté Alberto con ostinata tenacità.

Adele entrava in quel momento da un uscio accanto al piano, e udí quelle parole come se un demone gliele avesse incise nel cuore coll'artiglio. Ella si appoggiò all'uscio prima d'entrare; ma nella piú debole fanciulla ci son miracolose energie, ed ebbe la forza di mostrarsi calma allorché sollevò la tenda. Alberto insisteva collo sguardo, senza avvedersi di lei.

Velleda indovinò un po' d'imbarazzo nel contegno scambievole.

"Sai che cosa gli dicevo?" le disse all'orecchio "che son gelosa!"

I due fidanzati trasalirono in modo diverso.

"Gelosa di me?" balbettò la povera fanciulla.

"No, ma di lui. Ei mi ruberà il tuo cuore."

Alberto chinò gli occhi e arrossí.

La contessina incominciò a discorrere di mille cose, spiritosa e disinvolta come sempre, e la conversazione si fece generale, spiegò e raccolse le ondeggianti sue reti di parole che avevano significati diversi pei diversi attori di quella scena. Adele, coll'anima straziata dall'angoscia, osservava il cugino che sembrava intento ad un discorso interiore. A un tratto, guardando alla sfuggita Velleda con cert'occhi da spiritato, ei scappò a dire fuor di proposito: "Ebbene?" un ebbene che avrebbe stonato orribilmente nella conversazione generale, se in quel momento tutti non fossero stati distratti da una discussione abbastanza calorosa. Adele fu eroica per forza d'animo, Velleda mostrò una sorprendente presenza di spirito: prese la musica del Ballo in Maschera sbadatamente, cominciò a scorrerne le pagine, e canticchiò "Io là sarò... alle tre." Si alzò, si mise al piano, come invogliatasi repentinamente, e cominciò a suonare la stretta. "Grazie!" le disse Alberto cogli occhi. Adele sentí che le si spezzava qualcosa dentro il petto.



Cap. XVII

Era una di quelle ultime notti d'autunno che preludiano l'inverno, scura e tempestosa. Gli alberi si contorcevano sotto un vento furioso che gemeva come voce umana; i cani uggiolavano spaventati; l'aria era talmente carica d'elettricità che sentivasi quel vago senso di terrore, fantastica attrattiva della notte.

Alberto saltò giú dalla finestra, quella medesima finestra che avea scavalcato qualche tempo innanzi con tutt'altro amore nel cuore, e non volse gli occhi a quella della cugina se non per spiare se potesse esser visto. In tutto il suo interno non c'era che una sola idea, indistinta, cieca, affascinante; passeggiò innanzi e indietro pel viale che correva dinanzi alla villa, coi capelli irti, e il sudore sulla fronte, mentre il vento ululava, e le foglie degli alberi sembravano scrosciare per gragnuola; il buio che l'avvolgeva lo penetrava del tutto; sentiva dentro di sé certo mugolío tempestoso, somigliante al vento che gli faceva sbattere sul viso le foglie morte. Due ore scorsero in un lampo; ci avrebbe passeggiato tutta la notte senza accorgersene, sotto la pioggia, in balía del vento, sotto l'uragano.

Tutt'a un tratto sentí afferrarsi da una mano, quasi le tenebre avessero preso corpo.

"Velleda!" esclamò, prorompendo in quel nome che lo riempiva tutto.

"Ebbene, che volete."

"Velleda!" ripeté.

Ella non lo vedeva, sebbene lo toccasse quasi, e quella voce, nel buio, le faceva paura.

"Sapete quel che m'avete fatto fare?..."

"Sí, lo so!" rispose risolutamente.

"Voi! il fidanzato di un'altra!..."

"Sí."

"Il fidanzato della mia amica!..."

"Sí!"

"M'avete minacciato di fare una pazzia, per farmi commettere una pazzia!"

"Sí!"

"Cosa dovete dirmi?"

"Che vi amo!" diss'egli con voce sorda.

"Io venni qui per dirvi che sono la figliuola del conte Manfredini!" rispose Velleda con la voce fremente di orgoglio.

"Io ci venni per dirvi che son pazzo di voi!" ribatté Alberto.

Successero alcuni istanti di silenzio.

"Oh! se avessi potuto prevedere!" diss'ella finalmente.

Alberti esclamò duramente:

"Voi lo sapete da molto tempo!"

"No!"

Egli non batté palpebra.

"Sí" riprese con febbrile esaltazione; "avete sorpreso il mio pallore da Caino, avete indovinato il mio tremito e i miei sguardi da Giuda; vi siete vista nello specchio e avete pensato: son bella, mi ama, deve amarmi, deve contorcersi a strisciare al pari di un insetto calpestato dal mio stivalino!..."

Velleda trasalí, come se il demone dell'orgoglio avesse accarezzato con lingua di fuoco tutte le vanità della donna.

"Sí, l'ho temuto" disse "e sono stata piú forte di voi!"

"Ne avete riso!..."

"Io vi amavo già!" disse ella con nobiltà.

Alberti barcollò, e cercò inutilmente una parola che esprimesse l'irrompere della sua passione:

"Voglio vedervi!" gridò. "Lasciatemi vedervi!"

Ella scorse gli occhi di lui scintillare nel buio come quelli di una belva. Il forsennato la spinse per forza verso quella parte del viale dove gli alberi erano piú radi e l'oscurità meno fitta, l'afferrò per le tempie, le rovesciò il capo all'indietro, e la baciò con labbra di fuoco. Velleda mise un grido, che il vento soffocò.

"Marchese Alberti;" disse pallida come uno spettro, "io non vi aveva fatto l'insulto di diffidare di voi."

Ei si arretrò di due o tre passi.

"Ascoltatemi bene, signore! Son l'amica di Adele, e mi sento ancora degna di lei, e di me. Questa è l'ultima volta che ci vediamo; vi parlo come attraverso un abisso insormontabile, come stessi per morire per voi: ecco perché non vi ho nascosto e non vi nascondo nulla. Non vi ricambierò d'amore giammai! Io farò il mio dovere, e prego Dio che voi facciate il vostro"

"Qual è il mio dovere?" domandò Alberti a guisa d'uomo colpito dal fulmine.

"Dimenticatemi, è il meglio che possiate fare."

Alberto rispose con un fosco sorriso.

"Ebbene, io farò il mio" soggiunse Velleda dopo un istante di silenzio.

"Ho previsto tutto quello che potreste fare," diss'egli con tenacità disperata. "Voi mi fuggirete, io vi seguirò; mi disprezzerete, vivrò per vedervi; non mi amerete, vi amerò io!..."

Cosí dicendo sembrò che gli mancassero le forze, cadde lentamente sui ginocchi dinanzi a lei abbracciando la sua veste. Velleda gettò un lungo sguardo su quell'uomo che singhiozzava ai suoi piedi.

"Alberto!" disse dolcemente - ei balzò in piedi. "Alberto, lasciamoci degni l'uno dell'altro; dimentichiamo un istante di debolezza e di follía; siamo forti!..."

"Che bisogno avete di esser forte voi?" domandò il giovane con terribile ingenuità. "Quali debolezze sentite? quali follie temete?"

Ella chinò il capo senza rispondere.

Alberto attese due o tre secondi in ansia mortale.

"Ma parlate, in nome di Dio!" gridò delirante, scuotendole le mani con asprezza. "Mi fate impazzire!"

"No!" esclamò dessa. "No!... no! Mai!"

E fuggí come un'ombra.



Cap. XVIII

I contadini dei dintorni udirono abbaiare i cani tutta notte come se una bestia randagia avesse scorazzato per quei monti. Alberto rientrò verso il mezzogiorno, sotto pretesto d'aver fatto una lunga passeggiata mattinale, stanco, trafelato, febbricitante. Alla villa trovò tutto sossopra: i domestici andavano e venivano in furia, la carrozza era dinanzi alla porta, coi cavalli ancora fumanti di sudore; lo zio Bartolomeo era ritornat