Giovanni Verga
IL MARITO
DI ELENA
Cap. 1.
Camilla picchiò all'uscio, mentre i genitori stavano per andare a letto, e disse: Elena è fuggita.
Don Liborio rimase collo stivaletto in mano, sbalordito. Poscia andò ad aprire zoppicando, pallido come un morto.
La figliuola, colla sua voce calma di ragazza clorotica, ripeté tranquillamente: L'ho cercata dappertutto. Non c'è più.
Allora la mamma si rizzò a sedere sul letto e cominciò a strillare: M'hanno rubata mia figlia! m'hanno rubata mia figlia! Taci! le disse suo marito. Non gridare così, ché i vicini sentono!
Il pover'uomo, tutto sottosopra, ancora mezzo scalzo, colla camicia che gli si gonfiava al pari di una gobba fra la croce degli straccali, andò ad accendere un'altra candela; ma non ci riusciva, tanto gli tremavano le mani. Poi si misero insieme a cercar per la casa, come se l'Elena stesse giuocando a rimpiatterello.
Quando don Liborio rientrò nella camera nuziale era più pallido della sua camicia, e i capelli gli piangevano di qua e di là del cranio nudo. Egli posò il candeliere sul tavolino da notte, e rimase colle braccia ciondoloni, di faccia a sua moglie seduta sul letto come una chioccia.
Donn'Anna ricominciò a guaire: Perché non correte? Siete ancora qui? M'hanno rubata mia figlia Elena!
Don Liborio andava raccattando i panni per la stanza, correndo all'impazzata su e giù, urtando nelle seggiole e nel cassettone, brancicando fra le sottane della moglie affagottate sul canapè. Camilla l'aiutava ad insaccarsi nel vestito, gli assettava la camicia sulle spalle, gli correva dietro col cappello e la mazza in mano. Donn'Anna, accosciata sul letto, seguitava ad inveire. E' stato Cesare! Bisogna andare dal commissario, e dirgli che Cesare ci ha rubata la figliuola, e andrà in galera se non la sposa!
Continuando a gemere e a lamentarsi infilò una gonnella, si buttò uno scialletto sulle spalle, e si diede a frugare per le stanze anche lei, tirandosi dietro la Camilla col lume, mentre suo marito scendeva le scale barcollando. Ella rovistava in tutti i cassetti, buttando in aria ogni cosa, tastando in fondo colle mani i fazzoletti di seta ad uno ad uno, passando in rivista gli astucci degli oggetti d'oro, spalancando gli sportelli degli armadi che mostravano pendenti le spoglie inerti di Elena, gli stivalini messi in fila sotto, quasi volessero dire che i piedi di lei battevano a quell'ora la campagna. Infine, più tranquilla, andò a sedere al solito posto, davanti al tavolino della briscola, e diede sfogo alle lagrime. Camilla impalata sulla seggiola di faccia a lei, colle braccia sotto il seno e il viso dilavato, non apriva bocca. Dopo un pezzetto, vedendo che la mamma stava a sfogarsi da sola, cercò pian pianino il refe e la spoletta nel cestino, e si mise a far la trina cheta cheta, senza alzare gli occhi. In tutto il quartiere di Foria non si udiva che il tictac dell'orologio, in un angolo buio della stanza, di là del cerchio luminoso che la ventola spandeva sul lembo della sottana di donn'Anna, e sulle mani color di cera della figliuola.
All'improvviso il gatto si mise a miagolare sottovoce, nel vano nero dell'anticamera, guardando il lume insolito cogli occhi luccicanti, e donn'Anna che s'era appisolata, si destò con un sospiro.
Il babbo tarda molto a venire, disse allora Camilla.
Sua madre sgranò gli occhi del tutto, e rispose colla voce rauca: Pover'uomo!
Finalmente si udì tornare il pover'uomo, strascicando i passi nella via.
Appena entrato si lasciò andare sul canapè, quasi avesse le gambe rotte, disfatto, col cappello in testa e il bastone fra le mani. E come le donne lo interrogarono ansiose, si mise in collera per darsi animo.
- Che volete adesso? Avete perso la mula, e andate cercando la cavezza? Mi hanno riso in faccia quando hanno sentito che il rapitore è più giovane di mia figlia. Capite, donn'Anna? Al giorno d'oggi non c'è polizia, né giustizia, né niente! Capite? Se la serva vi ruba le posate, dovete produrre i testimonii. Se uno vi ruba la figliuola, dovete dichiarare quanti anni ella abbia!
- Non han portato via nulla; rispose donn'Anna tuttora assonnata. Ho passato in rivista anche le posate.
- Hanno portato via il nostro onore, donn'Anna! tuonò allora il marito rizzandosi in piedi, e picchiando della mazza sul pavimento. Hanno vituperato i nostri capelli bianchi!
E si mise ad andare su e giù per la stanza, come un leone. Donn'Anna, dinanzi a quella collera straordinaria, si rimpiccioliva nello scialletto. Infine disse:
- Io ho pianto tanto! Domandatene a Camilla.
Don Liborio, trovandosi di faccia alla figliuola, la quale alzava il naso dalla trina per far la testimonianza, le prese il capo fra le braccia, e se la strinse al petto, dicendo che quella era la sua diletta, e non aveva altre figlie oramai. Poscia andò a pigliare la fotografia di Elena, messa in una cornicetta di velluto, e la voltò colla faccia contro il muro.
- Così! esclamò. Io non ho più figlia! Mia figlia è morta!
A quelle parole, per la prima volta il pover'uomo scoppiò a piangere davanti al rovescio bianco del quadretto che gli voltava le spalle. Le lagrime erano commoventi su quella faccia da ritratto antico, posata gravemente sulla barba a collana di padre di famiglia e di vicesegretario giubilato; sicché la Camilla istessa adagio adagio trasse il fazzoletto di tasca, e si soffiò il naso; donn'Anna scacciò il gatto che le si era accovacciato in grembo, e successe un silenzio funebre. In quella stanza muta tutto parlava ancora di Elena, la quale l'aveva piantata come aveva voltate le spalle nel ritratto: le copertine all'uncinetto che decoravano le spalliere venerande delle poltrone floscie; i fiori di carta, inalterabilmente petulanti, sugli stipi e sulle cantoniere senza pretese, senza stile, senza età e senza vernice; i vetri del balcone dipinti come una finestra di chiesa.
Ha le fate nelle mani quella ragazza! soleva dire donn'Anna allorché passava in rivista le virtù della figlia dinanzi alle nuove conoscenze; e aggiungeva che le due ragazze erano pratiche altresì di tutti quei lavori più intimi e modesti che deve conoscere una buona madre di famiglia. Su ogni mobile c'erano dei ninnoli graziosi che Cesare aveva regalati ad Elena; sul tavolino i libri e i giornali che solevano leggere insieme; in un canto aspettava l'ultima pennellata un acquerello rappresentante una cascata argentina, fra due rocce color tanè, sotto un cielo oltremare, che due viandanti, maschio e femmina, osservavano dall'alto della rupe, tenendosi per mano, quasi avessero voluto fare il salto di Leucade; e fra i due usci si allungava il pianoforte che era costato degli anni di privazioni al povero genitore. Egli si faceva forza per aggrottare le ciglia guardando ad uno ad uno quegli oggetti, e si soffiava il naso furiosamente.
- La colpa è tutta nostra, donn'Anna! riprese infine battendosi la fronte col palmo della mano. L'abbiamo educata come una principessa! come se avesse dovuto sposare un re di corona! la figlia di un povero cancelliere di tribunale!...
Allora donn'Anna, seccata dal freddo e dal sonno, perse la pazienza.
- Voi non sapete come vanno queste cose! In giornata le ragazze se non sono bene educate non si maritano, quando non hanno dote.
-Vedete come si maritano! proruppe don Liborio. Ecco come si maritano! Rendendovi la favola di Napoli! gettando il disonore sui vostri capelli bianchi.
Donn'Anna stavolta si passò la mano sui capelli neri come scarpe nuove, e si mise a brontolare fra i denti.
- Mamma! osservò timidamente Camilla.
- Infine, purché si mariti! disse la mamma. Alla morte solo non c'è rimedio. E questa non è la prima, né l'ultima...
Ma don Liborio si alzò inferocito, colle mani in aria, dalle quali penzolava il bastone, gridando:
- Mai! sentite, donn'Anna? Giammai!
- Cosa vuol dire questa parolaccia! strillò allora donna Anna levando anche lei le mani e la voce. Volete che vostra figlia non si mariti? Volete lasciarla nel peccato? Siete cristiano sì o no stasera?
E se ne andò infuriata a cacciarsi in letto, battendogli l'uscio in faccia. Però il marito, senza darle retta, s'era calcato il cappello in testa, e s'era rimesso a sedere col bastone fra le gambe, girando tristamente i pollici, e guardando intorno in quella stanza dove soleva passare le serate tranquille, giuocando a briscola con donn'Anna, seduto in mezzo alle figliuole, di cui l'una cercava le sciarade con Cesare, mentre l'altra ricamava al fianco del cugino Roberto, che doveva sempre sposarla da anni ed anni, e le contava i punti del canovaccio, cogli occhi fissi sulle mani di lei, senza dire una parola. A quel ricordo il genitore intenerito fissò gli occhi su di Camilla, e uscì a dire:
- Roberto sì che è un galantuomo!
Camilla sorpresa levò il capo, e guardò il padre un istante indecisa. Poscia non trovando che dire, tornò a chinare gli occhi sulla trina.
- Roberto non mi avrebbe fatto un tiro di quella fatta! seguitò don Liborio. Cesare non me l'avrebbe dovuto fare nemmen lui un simile affronto! Non era accolto come un figliuolo in casa nostra? Non gli volevamo bene tutti? Che gli mancava? Avrebbe dovuto aspettare che i suoi parenti si fossero persuasi a dir di sì, come tuo cugino, un anno, due anni, dieci anni se bisognava!
- Cosa gli andate contando a quella ragazza? gli rimbeccò la moglie dall'altra stanza. Che avete perso il giudizio stasera? Venite a letto piuttosto, se no domani sarete malato.
- No! rispose don Liborio con fermezza. No, non m'importa di morire!
Di faccia a lui, in mezzo a tutta una parete di parenti e di amici in fotografia, rilegati in cornicette di cartapesta, c'era il ritratto di Cesare più grande degli altri, col collo preso fra due rigidi solini, che nondimeno sorrideva sempre graziosamente. Don Liborio si sentiva insultato da quel sorriso, ma non poteva staccarne gli occhi, e si sfogava apostrofando il ritratto, rimproverandogli la cornicetta dorata che lo faceva posare come un re in mezzo a tutti quegli altri ritratti più modesti. Così egli era stato accolto in quella casa confidente e ospitale a braccia aperte, come un beniamino, come un figliuolo; babbo e mamma s'erano abituati a non pensare ad Elena, a non far dei progetti per l'avvenire della figliuola, senza accomunarla al giovane avvocato. E costui li aveva ricompensati rubando loro la ragazza! Il povero genitore, stanco di brontolare e di mulinare col cervello, gemeva di tanto in tanto: Tradimento! tradimento! come un uomo preso fra le tanaglie del dentista.
- Camilla! tornò a dire dal letto donn'Anna che non poteva conciliar sonno a quel miagolio. Tuo padre domani sarà malato. Non senti che freddo? Fallo andare a letto.
Camilla si levò, avvolse accuratamente il bigherino nella spoletta, lo fermò con uno spillo, ripose il batufoletto nel cestino, infine venne a piantarsi davanti al babbo, col candeliere in mano, fissandogli in faccia tranquillamente gli occhi grigi. Don Liborio, continuando a brontolare: No!
lasciatemi crepare! seguì la figliuola in camera picchiando un'ultima volta colla mazza sul pavimento prima di deporla al solito posto dietro l'uscio.
Camilla dopo che gli ebbe preparato in silenzio la camicia e il berretto da notte sulla sponda del letto, e le pantofole dinanzi la poltrona, gli baciò la mano, andò a baciare la mano alla mamma, come le altre sere, e stava per andarsene, quando il padre le buttò le braccia al collo un'altra volta, per lamentarsi che gli restava quella sola, la sua Camilla. Essa lasciò sfogare il babbo, si rassettò i capelli, prese il lume, e se ne andò chetamente chiudendosi dietro l'uscio perché non entrasse il gatto.
Il letto di Elena era tuttora preparato per la notte, di faccia al suo, nella medesima cameretta bianca ornata di immagini di santi in tappezzeria colle teste e le mani di cartapecora in rilievo. Camilla disfece la rimboccatura, stese sul letto della sorella la coperta di lana a fiori, si acconciò i capelli quasi senza guardarsi nello specchio, messo fra due cortine, su di un tavolinetto ornato di mussolina trasparente, e cominciò a spogliarsi lentamente, fissando il letto vuoto della sorella, restando assorta di tanto in tanto ad accarezzarsi le braccia pallide e un po' magre.
Don Liborio dal canto suo non poteva risolversi ad andare a letto; e seguitava a passeggiare su e giù, in maniche di camicia e col berretto da notte in capo, ficcando le dita ogni cinque minuti nella tabacchiera. Sua moglie gemeva sotto le coperte: Io mi sento malata! Domani chiamatemi il medico, per carità!
Il buon'uomo allora si fermò dinanzi alla consorte, che gli mostrava un occhio malinconico di sotto le lenzuola, preso da una specie di singhiozzo che gli comprimeva la pancia dentro i calzoni fin sotto alle ascelle, scuotendo tristamente il fiocco del berretto di cotone.
- Quell'assassino ci farà morir tutti! osservò infine. E tirò una presa per ricacciare indietro le lagrime.
- Sicuro che morremo tutti, se vi strapazzate così la salute! Adesso non abbiamo fatto tutto ciò che si poteva? Domani si penserà al resto. Ma se vi allettate voi, vedrete che bel costrutto! Vuol dire che non ve ne importa niente di vostra moglie, e dell'altra figlia che vi rimane!...
Don Liborio, vinto, cominciò a spogliarsi, con degli ohi! ad ogni movimento che faceva, seguitando a dondolare il capo amaramente. Poi mise la tabacchiera sotto il guanciale, e si cacciò fra le coperte in fretta e in furia, bofonchiando degli ohi! su di un altro tono, e rimase immobile, naso a naso colla moglie, cogli occhi chiusi, e la faccia lunga sotto il berretto da notte. Donn'Anna sperando che fosse finita per quella sera soffiò sulla candela.
Ma il marito dopo un pezzetto sospirò:
- Dove sarà adesso quella disgraziata?
Donn'Anna non fiatò. Però da lì a poco soggiunse:
- Quel giovane ha il fatto suo; ha preso la laurea d'avvocato, e non le farà mancare nulla a sua moglie. Il dispiacere l'abbiamo avuto, riprese dopo un altro breve silenzio. Ma quando vedremo nostra figlia ben situata ci consoleremo.
Don Liborio colla testa sprofondata nel guanciale, preso dal tepore del letto, non ebbe animo di protestare altrimenti che con un grosso sospiro. E sua moglie conchiuse:
- Guardate! Giacché il dispiacere bisognava averlo, quasi quasi vorrei che fosse fuggita anche la Camilla.
- Roberto è un galantuomo! tornò allora a dire don Liborio riaprendo gli occhi torvi. Roberto non te l'avrebbe fatta una bricconata simile, dovesse aspettare dieci anni!
- Sì! non ve l'ha fatta perché non l'hanno avanzato nell'impiego. Vorrei vedere che pensasse di farmela quando non ha di che mantenere la moglie!
Don Liborio voleva protestare, rispondere qualche cosa, per non sembrare che si arrendesse. Ma sua moglie stavolta gli diede sulla voce.
- Ora dormite, che ne parleremo domattina.
E fece cigolare il letto, col voltargli la schiena.
Cap. 2.
Elena intanto, a braccetto di Cesare, andava bussando di porta in porta, dagli amici e dai parenti, in cerca di asilo. Dopo che sua zia donn'Orsola aveva rifiutato di riceverla, sotto pretesto di non guastarsi con donn'Anna, i due amanti si erano persi d'animo.
Si trovarono di nuovo nella strada, a capo chino, incerti sul da fare, sgomenti. Elena aveva suggerito di andare a chiedere ospitalità alla madre di Roberto, un'altra parente lontana di don Liborio. Ma Roberto era corso a casa mezz'ora prima a dar l'allarme, e sua madre perciò aveva avuto il tempo di non esser colta alla sprovvista, e ricevette i profughi nell'anticamera, col candeliere in mano, e le ciglia in arco, fingendo di farsi la croce dalla sorpresa, protestando che non poteva alloggiare una ragazza, in coscienza, col figlio giovane che aveva in casa. Il vicinato avrebbe mormorato. Ella era molto scrupolosa su certe cose delicate. Il suo confessore era il padre Mansueto dei Cappuccini, il quale non era di manica larga. Roberto ascoltava dietro l'uscio. Elena un po' pallida, col mento leggermente convulso dall'emozione, chinava il capo, e tirava pel braccio Cesare, il quale cercava di insistere balbettando, col cappello in mano, quasi chiedesse l'elemosina, evitando gli occhietti acuti della sua interlocutrice. Costei, quando li udì sgattaiolare tastoni per le scale al buio, mise un sospirone, e disse al figliuolo, che allungava il capo dall'uscio:
- Finalmente! se ne sono andati!
- Ci mancava quest'altra! osservò Roberto. Ho avuto buon naso, ho fatto bene a prevenirvene. Chi sa quando si sarebbe aggiustato il matrimonio. E intanto ci toccava mantenere la ragazza!
Mentre scendevano le scale, annientati, Elena si rammentò che al secondo piano ci stava una vedova, la quale passava per ricca, e andava a far la calza ogni sera dalla mamma di Roberto, dove si erano prese di una grande amicizia con donn'Anna. Cesare non seppe che dire, e tornarono a far le scale. La vedova era presente allorché Roberto trafelato era giunto a portar la notizia, ed era fuggita, dimenticando persino la borsa coi gomitoli, a chiudersi in casa, raccomandando alla sua donna di non aprire a nessuno, se venivano, e rispondere che la padrona non era in casa. Pareva che il cuore le parlasse, e come udì il campanello esclamò senz'altro:
- Eccoli!
La donna dal buco della serratura rispondeva che la padrona era uscita, e come Cesare, sorpreso dall'incredibile avvenimento, tornava a insistere, supponeva un equivoco, domandava se sarebbe stata molto a tornare, ella suggerì:
Di' che sono in letto ammalata. Di' che ho la terzana!
I due amanti volsero le spalle senza aggiungere altro, e sotto la porta si consultarono sul partito da prendere. Mezzanotte suonava lì vicino. Uno spiraglio di luce penetrava dall'uscio di un panattiere che dava nel cortile, e si udiva l'abburattare del frullone. Un cane chiuso nel magazzino della legna si mise ad abbaiare. Cesare, senza dir nulla, abbracciò stretta la ragazza. Ella si svincolò dolcemente. Non si vedeva che la sua forma indistinta nell'oscurità, tutta vestita di nero, col velo sul viso. Poi disse:
- Usciamo di qua.
- Dove andremo?
- Non lo so.
La strada era deserta e sonora pel primo freddo d'autunno, fiancheggiata a lunghi intervalli da fanali a gas che mettevano una striscia luminosa nelle vie laterali. Nelle facciate oscure delle case si apriva di tratto in tratto qualche finestra illuminata, silenziosa. Da lontano si udiva ancora il rumore delle carrozze nelle vie più frequentate.
Elena taceva; quando passavano sotto un fanale, si vedeva la punta dei suoi stivalini sotto il lembo della veste che teneva raccolta e un po' sollevata da un lato colla mano destra. Cesare con voce esitante, le chiese:
- Mi ami sempre?
Ella gli strinse il braccio silenziosamente. Due questurini passarono rasente il muro, colle mani nelle tasche del cappotto.
Il giovane scoraggiato, a secco di risorse, balbettò:
- Andiamo a casa mia?
- No! diss'ella risolutamente.
Egli la guardava in silenzio, timidamente, quasi per chiederle se fosse già pentita. Elena, come gli leggesse negli occhi, riprese:
- T'amo sempre! Tornerei a fare quello che ho fatto per essere tua!
Egli voleva prenderle la testa fra le mani, con un bacio casto da fratello. Ma Elena lo respinse, mettendogli le mani sul petto, senz'aprir bocca. Solo di tratto in tratto gli si stringeva al braccio, camminandogli allato. Cesare non sapeva dove la conducesse, con una gran confusione nella mente, e il cuore che gli martellava. Elena teneva il mento sul petto. Tutto a un tratto si trovarono in via del Duomo. Cesare chiese infine:
- Dove andiamo?
- Da tuo zio don Luigi.
Il giovane si fermò su due piedi. Elena soggiunse:
- Lo so, tuo zio mi è ostile, ma non mi lascerà in mezzo alla strada. Vedrai.
Cesare voleva obbiettare che suo zio era severo ed inflessibile, e che egli non andava più a fargli visita dacché aveva ricevuto una certa ramanzina a proposito della sua assiduità in casa dell'Elena.
- Tanto meglio! ribatté costei. Vuol dire che sa tutto! Una volta o l'altra bisognava pure far la pace con tuo zio, che è ricco. Vedrai che ti perdonerà.
Sulla via larga e buia luccicavano una miriade di stelle, nel cielo profondo e freddo. Elena le fece osservare all'amante, posandogli la testa sull'omero, col bel viso bianco rivolto verso il cielo.
Cesare picchiò risolutamente.
Lo zio Luigi non teneva domestici, dicendo che eran nemici salariati, e venne ad aprire in persona, tutto rabbuffato, pallido di freddo e di ansietà per quella visita notturna, cercando dieci minuti colla chiave prima di trovare il buco della toppa. Egli rimase attonito davanti al gruppo che gli si presentò appena aperto l'uscio.
Elena gli si buttò ai piedi, piangendo, chiamandolo caro zio.
Lo zio non ebbe bisogno di chiedere altro. Egli andava cercando dove posare il lume, tanto era turbato. Infine si sfogò contro di Cesare, dandogli dello scapestrato, dicendogli che era la rovina della famiglia, che sarebbe stato causa della morte di sua madre, che pensava a maritarsi senza sapere ancora né leggere né scrivere, e senza avere pane da mangiare. Per conto suo, padrone!
Il poco che aveva bastava appena a lui e a sua moglie! Elena col bel viso in lagrime, gli teneva le mani, scongiurandolo di non lasciarla in mezzo alla strada. Infine lo zio sentì piegarsi le gambe strette fra le braccia di quella bella ragazza, riabbottonò sulla camicia scomposta il vecchio paletò che gli serviva da veste da camera, e finì col borbottare:
- Quanto a voi, restate pur qui, se volete, giacché avete fatto la frittata. Non posso lasciarvi in mezzo alla strada! Mia moglie vi preparerà un letto alla meglio. Ma avete fatto una rovina! Cosa credete di aver preso? un terno al lotto, o il figlio di Vittorio Emanuele?
Cesare non osava levare il capo. Tu vai a dormire in piazza! gli gridò lo zio.
- Va a riposarti oramai della gloriosa impresa! Hai fatto una bella cosa!
E come lo spingeva fuori peggio di un cane, Elena sull'uscio prese la mano di Cesare, e gli disse:
- Ora son tua, sta tranquillo!
E per la prima volta lo baciò in fronte.
Cesare si allontanò passo passo, stretto nelle spalle, colle mani in tasca; e per la prima volta ebbe un'idea chiara di quel che aveva fatto, come un fitta al cuore, un misto d'angoscia, di tenerezza e di sgomento.
La sera innanzi, Elena, cogliendo l'istante in cui il babbo si bisticciava colla mamma, e Roberto guardava in silenzio le mani di Camilla, gli aveva piantato in faccia uno sguardo singolare, balbettando: Ho paura!
Era bianca come cera in quel momento; teneva chino il capo, su cui posavansi mollemente le folte trecce, e in quell'atteggiamento metteva a nudo un collo da statua, una nuca superba, piantata di capelli fini e folti, che si stendevano molto basso, e si arricciavano leggermente. Successe un lungo silenzio. Infine, mentre Roberto e Camilla scambiavano per caso qualche parola con voce discreta, Elena prese la mano di Cesare sotto il tappeto del tavolino, e gli disse: La mamma sa tutto!
Il giovane allibì. Pure egli l'aveva quasi indovinato alle labbra strette di donn'Anna, ad un che d'imbarazzato che pesava sui frequenti silenzii quella sera, ai monosillabi straordinari di Roberto, il quale tentava di rianimare la conversazione, alle occhiate lunghe che Camilla posava sulla sorella, senza aprir bocca, lasciando cadere mollemente le mani sui ginocchi. La partita finiva in quel momento, clamorosamente, al solito.
Donn'Anna, suo marito e Camilla parlavano tutti insieme. Lo stesso Roberto s'era lasciato andare a prender parte alla discussione animata con dei cenni del capo.
Cesare domandò sottovoce.
- Come faremo?
- Io non lo so, rispose Elena. Aiutami tu!
Era la prima volta che gli dava del tu, siffattamente era turbata. La conversazione cadde ad un tratto.
Don Liborio aveva segnato la partita sul registro apposito, scrupolosamente. Quindi posò il berretto ricamato sulla tavola, accanto alla tabacchiera, tirò una presa, e si appoggiò alla spalliera della seggiola, con un grosso sospiro, per riposarsi. Donn'Anna riponeva le carte e i lupini che servivano a segnare i punti nella solita scatola di cartone.
L'innamorato taceva, guardando Elena, la quale teneva il mento sul seno, su cui luccicava ad intervalli una crocetta di vetro nero fra la trina della scollatura. Ella aveva un vestitino bianco che le andava come un guanto, un po' aperto a cuore sul petto, e colle maniche sino al gomito. Gli occhi di lui passavano allora dalla figliuola alla mamma, la quale se ne stava quella sera colle labbra strette e le ciglia aggrottate, e non gli aveva detto una parola.
Ella sgridava perfino l'Elena che non s'era affrettata a levarle di mano la scatola di cartone per andarla a riporre nello stipo, e le domandava dove avesse la testa quella sera!
Don Liborio caricava l'orologio diligentemente, fermandosi ad ogni giro per non guastar la macchina. Allora Cesare disse sottovoce all'Elena, accanto al pianoforte:
- Volete che mi allontani?
Ella gli rivolse uno sguardo lungo lungo, e rispose:
- Potresti farlo?
- Se tu vuoi... Se tua madre...
- No! rispose Elena. - No! ripeté poco dopo, fingendo di cercare fra le carte di musica. Non potrei più stare senza vederti.
- Cosa faremo?
- Quello che tu vuoi; rispose la ragazza semplicemente.
Egli si sentì penetrare e sconvolgere da quelle parole dettegli con un soffio di voce, mentre Elena evitava gli occhi di lui, gli voltava quasi le spalle.
Ma la tentazione che quelle parole gli mettevano nel cervello lo spaventava.
Elena vedendo che non rispondeva altro, ripeté:
- Quello che vuoi. Tutto quello che vuoi!
Cesare si fece rosso. Cercava far intendere che i suoi parenti non avrebbero acconsentito a dargli moglie, finché non ci avesse uno stato, ed anche i parenti di lei avrebbero risposto di no.
- Allora?
Ei taceva. Elena ripeté:
- Allora?
Egli non sapeva che dire. Sentiva fisso su di lui quegli occhi penetranti.
- Fuggire?... balbettò.
Elena si recò le mani al petto, bianca come statua, e non rispose. Egli non fiatava, atterrito dalla parola che gli era sfuggita. Elena lo guardò in faccia un lungo momento, e chinò il capo lentamente.
Il cugino si alzò per aiutare Camilla a riporre in ordine gli aghi ed i gomitoli nel cassettino del telaio. Donn'Anna era scomparsa. In quel mentre Elena china sul pianoforte scriveva due parole sulla fascia di un giornale, e com'ebbe finito disse forte:
- Sentite, se domani non potete venire, mandatemi questa romanza.
Nella strada, al lume di un lampione, Cesare seppe che romanza gli chiedeva l'Elena.
«Domani sera, alle undici, dopo che sarà partito Roberto. Aspettami nella scala».
Come gli aveva promesso, dopo una mezz'ora che stava aspettando, al buio, comprimendo colle mani il batticuore, la vide arrivare in punta di piedi, col viso così pallido e affilato che sembrava tagliare il velo. Aveva le mani fredde, ma non tremava. Gli disse con voce breve e sorda:
- Andiamo!
Egli voleva abbracciarla, ma la giovinetta stornò il viso dai baci che ei non osava darle, e soggiunse collo stesso tono:
- No, non ancora.
Il primo bacio doveva darglielo lei per la prima, sulla porta dello zio Luigi, dicendogli che ormai era sua.
Cap. 3.
Il padre di Cesare di Altavilla era morto di una perniciosa acchiappata nel sorvegliare la magra raccolta dell'annata. Nel delirio dell'ultimo momento, guardando ad uno ad uno i visi che gli stavano attorno al letto stralunati, borbottava:
- Quei poveri orfani!.. Quei poveri orfani!... come faranno?
Cesare era ancora fanciullo. Per fortuna un fratello del padre, canonico, aveva assunto coraggiosamente la tutela della vedova e degli orfani, aveva rimboccata la sottana sugli stivali, e s'era messo in campagna a comporre litigi, a rinnovare ipoteche, a sorvegliare i raccolti. Il primogenito d'accordo era stato destinato alla carriera forense, perché la famigliuola, in lotta perennemente col bisogno, aveva sempre avuto paura dell'usciere, e in provincia sembra un mestiere d'oro quello di vender chiacchiere. In casa Dorello c'era l'esempio dello zio don Anselmo, il quale al seminario aveva appeso a un chiodo di faccia allo scrittoio un berretto da prete, per averlo sempre sotto gli occhi a guisa di un faro, ed era arrivato ad essere canonico.
Cesare doveva continuare la tradizione dello zio. Vedendolo delicato e malaticcio da fanciullo, i parenti avevano conchiuso che era un ragazzo di talento, e l'avevano tirato su a rossi d'uova e pannicelli caldi. Egli era stato il chierico della famiglia, il fondamento di tutti i castelli in aria che avevano fabbricato i genitori, quando si mettevano sul terrazzino, al fresco, dopo il sole dei campi, colle mani pendenti fra le ginocchia, tagliando col desiderio delle grosse porzioni pei bisogni della famiglia numerosa in tutto quel ben di Dio che si stendeva dinanzi ai loro occhi, al di là delle ultime case del paesello. Lo zio canonico, ogni volta che sua cognata si metteva a letto coi dolori del parto borbottava, soffiando e passeggiando nella stanza accanto, che in quella casa non c'era prudenza. Egli aveva preso quindi a ben volere Cesare per quel fisico intristito che gli sembrava una garanzia contro i rischi del matrimonio, e gli prometteva che il nipote dovesse riuscire un uomo prudente, come l'intendeva lui.
Il giovanetto aveva ricevuto un'educazione quasi claustrale. Ogni giorno estate o inverno andava a prendere lo zio canonico in chiesa, dopo i vespri, e se pioveva entravano dallo speziale a veder sgocciolare l'acqua lungo i vetri, lo zio colla sottana raccolta fra le gambe, scambiando qualche parola col farmacista o con altri della conversazione che stavano a ragionare colle mani sul pomo del bastone. Quand'era bel tempo facevano insieme quattro passi fuori del paese, lemme lemme, scambiando dei saluti coi conoscenti che s'incontravano, e si conoscevano tutti, oziando cogli occhi sulle gran macchie grigiastre degli oliveti, le quali si velavano già della tristezza del tramonto, ascoltando distrattamente il cicaleccio che facevano le donne alla fontana, e le voci che salivano dalle stradicciuole; discorrevano di quei campi che conoscevano palmo a palmo, s'interessavano alla loro cultura; misuravano a occhio il maggese della giornata che spiccava in bruno sulle stoppie giallastre; osservavano la chiusa preparata per le fave, punteggiata in nero dai mucchietti d'ingrasso; commentavano la vigna spampanata di fresco, irta e spugnosa in mezzo agli altri filari verdeggianti. Poi, giunti al limite solito della loro passeggiata, che era un muricciuolo soprastante un orto, lo zio spolverava col fazzoletto due sassi, e si mettevano a sedere, coi gomiti sui ginocchi, riposando gli sguardi sulla bella vallata che si stendeva ai loro piedi, scolorita, sparsa di ciuffetti di verde cupo, accanto ai rari casamenti, chiazzata di toni bruni, e biondicci, e verde pallido, solcata dalla striscia sottile dello stradone che si dileguava in lontananza.
Accompagnavano macchinalmente col pensiero i carri che sfilavano come punti neri, e mettevano delle ore a scomparire laggiù per la grande distanza; e alle volte, nel vasto silenzio della pianura sottoposta, credevano di udire il fischio della ferrovia, di là delle colline, come l'eco di un altro mondo.
Allora il prete rientrava in sé, e sorrideva discretamente della loro fantasticheria come di una scappatella. Il sole intanto tramontava dietro le montagne nebbiose, e in alto, sulle loro teste, le finestre della chiesa scintillavano in cima al paese come una fantastica illuminazione, e chiamavano a raccolta i loro pensieri.
Poi ritornavano indietro passo passo, colle mani dietro la schiena, accompagnandosi ai contadini che tornavano in paese spingendo innanzi l'asino o la mula carichi, mentre tutte le campane suonavano l'avemaria, nel paesetto aggruppato come un branco di pecore, sotto il cielo smorto. Lo zio canonico tornava dallo speziale dove convenivano immancabilmente il notaio, il vicepretore e qualchedun altro, sempre le medesime persone, a far crocchio, e raccontare i loro affari, o discorrere di quel che nella giornata avevano osservato degli affari altrui sulla faccia dei poderi, nella passeggiata vespertina. Cesare aveva il permesso di stare ad ascoltare anche lui sino ad un'ora di notte. Al primo tocco di campana augurava la buona sera alla compagnia, e andava a casa, dove le sorelle stavano sul terrazzino, al buio, chiacchierando colle vicine dalla strada. Pigliava il lume e saliva nella sua cameretta per mettersi a studiare. Più tardi si sentiva l'acciottolio delle stoviglie, gli altri rumori delle faccenduole domestiche alle quali attendevano le donne. E ogni sera, alla stess'ora, si vedeva il solito lume alla finestra dei vicini dirimpetto che si mettevano a cenare.
L'influenza di siffatta adolescenza in quel temperamento delicato aveva sviluppata una sensibilità inquieta, una delicatezza di sentimenti affinati dalle abitudini contemplative, della stessa severa disciplina ecclesiastica che li rendeva timidi, raccolti, e meditabondi.
Don Anselmo non aveva guardato a sacrificii perché il nipote fosse avvocato.
La rivoluzione del '60 aveva gettato il discredito sulla professione del prete, e lo zio canonico anzitutto era un contadino pieno di buon senso, che prendeva le cose com'erano nel loro tempo e dal lato migliore. Ora il migliore dei mestieri gli sembrava fosse quello dell'uomo di legge, una specie di prete senza sottana che confessa in casa, e si fa pagar caro i casi di coscienza delicati, che va a passeggio spalla a spalla col sindaco e col pretore, al dopo pranzo, scappellato da tutti, salutato col grosso titolo ch'empie la bocca: avvocato!
Per siffatto castello in aria la mamma s'era visto partire il figliuolo per l'università di Napoli, a piedi, dietro il carro che gli portava il letto e il tavolino colle gambe in aria, e le sorelle si erano cavati gli occhi a cucirgli il corredo quasi ei fosse andato a nozze.
A Napoli Cesare era andato ad abitare un quartierino da 35 lire e 75 al mese, insieme a quattro compagni, ciò che ripartiva le rate di fitto in ragione di sette lire e tanti centesimi a testa, e le frazioni davano origine a dispute senza fine, ogni qualvolta si facevano i conti, all'ora del desinare, col pane sotto il braccio, per timore che un compagno ci addentasse distrattamente.
Nella corte della stessa casa, di faccia al quartierino degli studenti, erano le finestre della signorina Elena, e quei diverbi clamorosi facevano correre al terrazzino tutta la famiglia del vicecancelliere, le signorine col sorriso impertinente, il babbo col berretto di velluto in testa, la serva collo strofinaccio in mano; e alle volte perfino la mamma affacciava fra le tende giallastre il viso scialbo e discreto.
La famiglia dirimpetto aveva una grande importanza agli occhi di studenti alloggiati in ragione di sette lire e pochi centesimi a testa, e che si rubavano il pane. Le signorine avevano ricevuta un'educazione quasi fossero destinate a sposare dei principi. Si udivano parlare inglese e francese sul terrazzino, suonavano il piano come non dovessero far altro tutta la vita, e di tanto in tanto mettevano alla finestra per asciugare dei dipinti che sembravano meravigliosi da lontano. Contuttociò la sorella maggiore aveva già 32 anni, e la signorina Elena, la quale leggeva dei romanzi, quando non suonava il pianoforte, guardava con certi occhi, allorché era per la strada o sul terrazzino, come se aspettasse il personaggio romanzesco che doveva offrirle la mano, il cuore, e una carrozza a quattro cavalli. Ogni volta che le signore uscivano di casa tutte in fronzoli, i giovani studenti, nascosti dietro le invetriate, si mangiavano cogli occhi lo stivalino sdegnoso della signorina Elena che attraversava la corte fangosa in punta di piedi e colle gonnelle in mano.
Cesare, mentre i camerati esprimevano la loro ammirazione un po' volgarmente, da contadini che aspiravano a prendersi la loro parte nella ricca messe della vita, era il solo che si tenesse contegnoso e riserbato, come uno avvezzo dalla educazione ecclesiastica a rispettare le gerarchie. Da ragazzo era sempre vissuto in mezzo a quella miseria decente che stende una tinta grigia su tutti gli atti della vita, e li regola con un calcolo implacabile, che dà un'enorme importanza alla ricchezza pel penoso e continuo contrasto fra l'essere e il parere. Egli sapeva quel che ci vuole a portare il don nel paesetto, il cappello a cilindro alla domenica, i guanti per andare a messa le sorelle; quel che costi di scarpe una bella passeggiata, e quel che valga una giornata di studente. Egli lavorava quindi come un mezzadro coscienzioso che non voglia rubare la sua giornata. Le signorine dirimpetto, quando rientravano a casa tardi, vedevano sempre il lume alla finestra di lui, davanti ai libri schierati sul tavolino. Egli non ignorava che bisognava picchiare e picchiare nella testa come colla zappa per farci entrare la laurea. Per tutta distrazione, alla sera, quando i camerati sgattaiolavano fuori alla conquista delle serve del vicinato, egli si metteva alla finestra, pensando alle sorelle che chiacchieravano a quell'ora colle vicine dal terrazzino, e alla mamma che gli aveva messo di nascosto cinque lire in tasca prima di partire.
La corte deserta era silenziosa e malinconica, chiusa da tre lati fra alti muri nerastri, colle finestre quasi tutte murate dall'epoca della tassa sulle aperture, e rimaste cieche dal 1848 per economia di vetri, sulle pareti scalcinate, senz'altro rilievo che quei davanzali scantonati che lasciavano colare tuttora la striscia sudicia degli antichi condotti. Dall'altro lato si rizzava un alto muro di chiesa, tutto bucherellato al pari di una colombaia, con una grande finestra ad arco in cima, che lasciava passare dai vetri cascanti e polverosi, il pallido riflesso delle lampade e un vago odor di cantina. All'imbrunire una campanella fessa suonava l'angelus, in cima al muraglione della chiesa, fra i quattro pilastri neri del campanile ritti sul fondo pallido del crepuscolo, e sembrava gettare a fiotti nella corte delle ombre grigie, una solitudine più desolata, un desiderio malinconico del paesetto natale, dell'ora in cui i lumi si accendono ad uno ad uno nella stradicciuola tortuosa. Ogni sera alla stessa ora la serva di don Liborio accendeva anch'essa il lume, e lo lasciava solo, nell'anticamera vuota dalla quale arrivavano il suono gaio del pianoforte di Elena, o la voce delle ragazze.
Il giorno della laurea, quando si dovette spalancare il portone a due battenti per lasciar penetrare nella corte la carrozza che veniva a pigliare Cesare in giubba e cravatta bianca, fu un grande avvenimento per tutto il vicinato. La notizia correva da un terrazzino all'altro. Le signorine seppero in tal modo che il giovanotto andava a pigliare la laurea d'avvocato, la parola magica che faceva dire al genitore, col berretto di velluto in capo:
- Oggi quella è la carriera che mena a tutto. Chissà? forse in cotesto giovane c'è la stoffa di un ministro.
E la mamma donn'Anna che suggeriva all'Elena:
- Adesso, colla cravatta bianca, non c'è male. E' vero?
La signorina Elena, com'era tornata l'estate, si affacciava spesso, coi romanzi, coi versi, coi quadri dipinti. La sorella si metteva anche lei a lavorare sul terrazzino, al fresco, silenziosamente e cogli occhi fitti sul ricamo. La mamma non compariva mai, e don Liborio, vedendo sempre quel giovanotto tranquillo e studioso alla finestra di faccia lo salutava toccandosi il berretto.
E naturalmente finirono anche per incontrarsi, di sera o di giorno, nell'androne, nell'uscire o nel tornare a casa, e attaccar discorso con un pretesto qualsiasi. Così a poco a poco, un passo dietro l'altro, mentre le ragazze procedevano per la scala a capo chino, i due coniugi dissero al giovanotto che se desiderava fare qualche visita, giacché erano vicini, quando le sue occupazioni d'avvocato gliene avessero lasciato il tempo, sarebbero stati lietissimi di riceverlo, così alla buona, in famiglia. Le ragazze possedevano qualche piccolo talento di società, a don Liborio gli piaceva ragionare con gente istruita, per scambiare delle idee sulla legislazione, la politica, ed altri argomenti serii.
Il giovane andava in casa della signorina Elena a parlare di cose serie, molto serie, guardando di sottecchi la signorina, ed imbrogliandosi allorché costei gli piantava in faccia i suoi occhioni castagni. La sorella Camilla, tacita come un'ombra, non levava il naso dal lavoro. Il babbo, commentando le questioni del giorno, faceva la partita colla moglie, un'abitudine che aveva presa da tanti anni, nel lungo tirocinio che aveva fatto in provincia, dove le sere durano eterne, una specie di omaggio reso alla sua buona e fedele compagna per ricompensarla dalle lunghe peregrinazioni, dell'esilio in cui l'aveva costretta a passare quasi tutta la vita. Donn'Anna, quando non stava a bisticciarsi col marito, era sempre in moto, da buona massaia. Assicurava che le sue ragazze, con quelle manine bianche, e le virtù che possedevano, sapevano anche far di tutto in famiglia, ed erano più brave di lei.
Fra gli ospiti abituali della casa c'era un giovanotto maturo, vestito sempre all'ultima moda, il quale non mancava mai, non parlava mai, non fumava, sedeva sempre accanto a Camilla, sotto il paralume verde, e passava la sera a sceglierle i gomitoli, e a contarle i punti sul canovaccio. Donn'Anna nel presentare Roberto, aveva aggiunto che era impiegato all'ospizio dei trovatelli, ed era un po' loro parente. Più tardi, allorché il giovane avvocato fu maggiormente nell'intimità della famiglia, venne a sapere che doveva entrare nel parentado sposando la signorina Camilla, appena avesse ottenuto l'avanzamento che aspettava da sett'anni.
A poco a poco era arrivato ad essere come un parente della famiglia anche lui.
La mamma gli sorrideva, don Liborio l'accoglieva con un Oh! cordiale, la signorina Camilla, senza aprir bocca, metteva una seggiola accanto a quella della sorella, presso il tavolino, e Roberto gli stendeva in silenzio la mano, perennemente inguantata. Ma prima di arrivare a questa intimità egli era passato per una specie di tirocinio, aveva dovuto subire qualcosa come un interrogatorio, o piuttosto un esame. Il padre della signorina Elena era stato vicecancelliere al tempo dei Borboni, e aveva sulla punta delle dita tutte le questioni legali. Peggio pel governo attuale che aveva messo al riposo un uomo di quella capacità, tanto, s'andava a finire colla repubblica! il vecchio cancelliere borbonico, messo a riposo, era diventato rosso sino al bavaro spelato del soprabito, e prestava anche un po' di orecchio alle novità del socialismo. La mamma, col lungo stare in provincia, quando suo marito era in carica, aveva appreso perfettamente che in certi paesucoli ci sono delle fortune modeste e solide da invidiare sinceramente, quei giorni in cui il calzolaio o il fornaio assediano la casa, e tutta la famiglia esciva a passeggio in gran gala per non udire ad ogni momento il campanello dell'uscio.
Ella assumeva il contegno bonario di una donna di casa ormai lontana dalle frivolezze, e si intratteneva col giovane in discorsi serii anch'essa, a modo suo, di quel che rendevano i suoi poderi di Altavilla, del vino che davano le vigne, di quanti erano a berlo, e il giovanotto, commosso della premura affettuosa, raccontava per filo e per segno i fatti di casa sua, faceva il conto delle poche entrate della famiglia, e di quanti erano a tavola; anzi un poco vergognoso del numero, arrivava a sopprimerne qualcuno, diceva che una delle sue sorelle era troppo devota per entrare nel mondo, e voleva darsi a Dio. La sproporzione delle ricchezze è un'ingiustizia! sentenziava don Liborio calcandosi il berretto sugli occhi. Voi non avete che una modesta indipendenza, ma siete giovane e avete una professione che vi può far giungere a tutto. Mi piacete meglio così! Donn'Anna allora gli sorrideva amorosamente, Camilla cercava cogli occhi la sorella, e poi interrogava collo sguardo Roberto, il quale approvava silenziosamente, con un cenno del capo.
Elena sola si manteneva riservata in tutta quella espansione d'amicizia. Se il giovane sorprendeva i suoi sguardi fissi su di lui, ella abbassava tosto gli occhi. Leggeva delle sere intere a capo chino, colla nuca bianca vellutata da una lanuggine finissima. Suonava delle ore, cogli occhi lucenti piantati sulla carta, appoggiava sulla tastiera le belle braccia nude sino al gomito, guardando qua e là distrattamente, e posava delle lunghe occhiate sul parente Roberto il quale sedeva accanto alla Camilla, col naso sul ricamo, guardandole le mani. Ella non aveva detto al giovane avvocato venti parole, quantunque fossero stati soli e senza alcun sospetto un centinaio di volte, cercando insieme una carta di musica dove non era, trovandosi per caso in anticamera quando egli arrivava, andando insieme a lui all'avanguardia se le dava il braccio. Però il giorno in cui da Altavilla gli scrissero, al tempo della vendemmia, che l'uva infradiciava tutta e non vedevano l'ora di abbracciarlo, appena il giovanotto andò a prender congedo dalla famiglia di Elena, la ragazza gli piantò in viso quegli stessi occhi castagni, che alle volte parevan neri, e chiese:
- Tornerete presto?
- A metà di novembre, balbettò lui.
- Tanto tempo!
Non si dissero altro.
Donna Anna si congratulò perché se avevano bisogno dell'assistenza di lui nella vendemmia, era segno che la raccolta sarebbe stata abbondante.
Bisogna rendersi utili alla società! osservò il genitore. In fin dei conti la prosperità delle famiglie torna a vantaggio della ricchezza generale.
La signorina Elena non diceva più nulla. Era andata a sedersi nel vano della finestra e guardava fuori nella strada buia, sollevando le tendine, colla fronte appoggiata ai vetri. Allorché il giovane si alzò per andarsene, si levò anch'essa lentamente, e andò a stringergli la mano, come tutti gli altri, e in mezzo al cicaleccio generale chiese:
Ci scriverete almeno?
E non gli lasciava le mani.
Il giovanotto, tornato ad Altavilla, nelle tranquille passeggiate, mentre il tramonto si stendeva come una nebbia nella valle sottoposta, quando i lumi s'accendevano smorti ad uno ad uno sulle facciate vaghe delle case, lungo la stradicciuola tortuosa, pensava all'avemmaria che cadeva mesta dall'alto del campanile nel cortile di Elena, al gran muro tetro, seminato di buchi neri, alla lampada solitaria che si dondolava in mezzo all'anticamera silenziosa.
Per mantenere la promessa egli scrisse al padre di lei una lunga lettera, di cui fece e disfece una dozzina di minute, quasi avesse dovuto sostenere con quella l'esame di laurea, e che il babbo mise sotto la tabacchiera, sebbene ci fosse un periodo affettuosissimo per donn'Anna, e dei saluti assai rispettosi per le ragazze. La signorina Elena, colla sua bella calligrafia inglese, rispose pel babbo, ch'era occupatissimo, e gli cinguettò un po' di tutto, con certo abbandono confidenziale, dandogli conto di quel che era avvenuto dopo la partenza di lui, del come passavano le serate, e che sentivano tutti la sua mancanza e si rammentavano spesso di lui. Qui la lettera si dilungava alquanto. Finiva «se le nostre notizie vi hanno fatto veramente piacere, pensate che quelle che ci darete voi ne faranno altrettanto al babbo, alla mamma, a Camilla, ed anche a chi fa da segretario».
Egli rispose subito, ma si ostinò a scrivere a don Liborio, stavolta senza minuta, descrivendogli le occupazioni della sua giornata ora per ora, diffondendosi con tenerezza sui ricordi delle belle serate che aveva avuto l'onore e la fortuna di passare in casa di lui. «Ah! che piacere sarebbe stato trovarci insieme alla campagna in questi ultimi giorni d'autunno! Quanti bei quadretti avrebbe fatto la signorina Elena! e come sarebbero stati contenti la signora Camilla e Roberto di chiacchierare sul ballatoio, al chiaro di luna, ascoltando le storielle ingenue e le canzoni delle vendemmiatrici, sdraiate alla rinfusa nella corte!...» Tornò a rispondere la figliuola pel babbo sempre occupato, e si lasciò andare anch'essa sulla china delle memorie. «Vi rammentate di quella bella sera che passammo insieme alla Villa? quasi nascosti dietro un gruppo d'alberi, attraverso i quali si vedeva sfilare la folla elegante, alla luce del gas? e i lieti suoni della musica che venivano a mischiarsi allo stormir delle frondi? Così mi par di vedervi nel quadretto che mi fate della vostra casina». Ella firmava: «La vostra amica affezionatissima Elena». Poi «la vostra affezionatissima Elena». Infine, «La vostra Elena» senz'altro.
Sicché a vendemmia finita, allorché il giovanotto tornò in città a far la pratica d'avvocato, Elena appena lo rivide si fece di bracia in viso, e gli diede il bentornato con tal voce tremante che il giovane si chiuse quella voce in cuore per non dimenticarla mai più.
Entrambi si trovarono imbarazzati. Una volta che si sorpresero guardandosi a lungo negli occhi, arrossirono. Il rossore passava come una fiamma luminosa attraverso il pallore trasparente di Elena. Ella quasi inconsciamente gli accennò la mamma con uno sguardo rapidissimo che pel giovane fu tutta una rivelazione. Sino a quel momento egli non le aveva detto una parola che quell'angelo custode della Camilla non avesse potuto ascoltare senza levare gli occhi dal ricamo, seduta fra la sorella e il cugino. Le prime che le rivolse timidamente, una sera che don Liborio tardava a venire oltre l'avemmaria, e donn'Anna era andata ad aspettarlo sul balcone, furono queste:
- Vostra madre è in collera con me?
Elena scosse il capo negativamente, ma rimase a testa bassa, colla fronte sulla mano.
- Perdonatemi Elena, aggiunse egli dopo un lungo silenzio.
Allora per la prima volta la giovinetta gli prese la mano di nascosto, timidamente, e gliela strinse forte, senza guardarlo.
Da quel momento per lui cominciò un'altra vita, tutta di sogni, in cui le esigenze della realtà sembravano svegliarlo di soprassalto con altrettante strappate al cuore. Egli s'indebitò coi colleghi, cogli amici, col sarto, colla camiciaia, per essere ben vestito e portar sempre dei guanti come Roberto. Ogni volta che scriveva alla sua famiglia gli toccava mentire, inventare de' pretesti per farsi mandare del denaro che era divorato prima ancora che arrivasse. Nella tranquilla mediocrità in cui era vissuto sino allora non aveva mai provato quelle angoscie acute in mezzo all'indifferenza esigente d'una grande città. Molte volte, nelle tetre ore di scoraggiamento, solo nella sua cameretta, coi gomiti sul tavolino e la testa fra le mani, pensava come un rifugio alla vasta campagna serena che si svolgeva di là della sua finestra di Altavilla, a quella pace inalterabile del paesello in cui i ferri di una cavalcatura e gli stivali dei contadini che risuonavano a rari intervalli sul selciato delle stradaccie, avevano qualcosa di noto e di amico.
E gli venivano le lagrime agli occhi nel contemplare le fotografie de' suoi parenti, messe in fila lungo il muro, neri e stecchiti nei loro abiti da festa, accanto al ritratto di Elena. Ormai quando arrivava in casa di don Liborio tutto gli pareva mutato come si sentiva mutato internamente. Donn'Anna sembrava covasse l'Elena cogli occhi, posava sulla figliuola certi sguardi lunghi e desolati quasi tutte le sue viscere materne vi si stemperassero.
Camilla, impassibile, quando tutti tacevano da un pezzo senza saper perché, diceva qualche parola sottovoce al cugino, come in chiesa, colla sua voce calma che sembrava misteriosa in quel silenzio imbarazzante. Don Liborio stesso non era più quello, trinciava delle sentenze radicali sulle questioni politiche, aveva degli occhiacci torvi sulla faccia incorniciata dalla onesta barba bianca, si calcava sugli occhi il berretto ricamato, e fra una partita e l'altra tirava su delle prese di tabacco rumorose come razzi. Elena, colla testolina china sul libro o sul lavoro, in atteggiamento da vittima, figgeva in viso a Cesare delle occhiate lente e malinconiche, ogni volta che alzava il capo, e il seno le si gonfiava e faceva alitare la blonda come cosa viva. Il pianoforte, lungo disteso, taceva anch'esso da settimane e settimane, talché la cosa più allegra di quel salotto, in mezzo al fruscio delle carte da giuoco, e lo scricchiolio secco dei ferri di Camilla, era Roberto, seduto accanto a lei, a guardarle le mani che facevano andare la spoletta, inamidato e taciturno.
Quell'aria di musoneria si estendeva come un contagio. Persino la briscola languiva, e don Liborio mischiava le carte svogliatamente. Donn'Anna una volta arrivò a troncare la partita prima del solito per chiedere al giovane quando pensava ad aprir studio d'avvocato, se nella sua famiglia c'era qualche progetto riguardo al suo avvenire, se le sue sorelle pensavano di accasarsi prima di lui, ecc. ecc. Don Liborio, coi gomiti sul tavolino, e il berretto fra le mani, ascoltava taciturno. Infine, sentenziò che il primo dovere di ogni galantuomo era di crearsi una famiglia, e un avvocato per posarsi agli occhi del pubblico, ha bisogno indispensabile di prendere moglie. Roberto, il quale aspettava da sett'anni l'avanzamento nell'ospizio dei trovatelli per ammogliarsi anche lui, approvava col capo, seduto accanto alla sorella maggiore.
Per una madre di famiglia, conchiudeva donn'Anna, è un gran pensiero quello di dar stato ai figliuoli. Lo so io cos'è aver in casa delle figliuole da marito. E bisogna star sempre cogli occhi aperti. Non parlo per voi, Cesare, che siete un galantuomo. Ma è un pericolo serio, Dio liberi!
E don Liborio andando su e giù per la stanza colla tabacchiera in pugno, aggiungeva:
- La nostra legislazione è incompleta, perché non punisce sufficientemente i tradimenti domestici. Chi abusa della fiducia e dell'ospitalità di una famiglia onesta dovrebbe essere condannato ai ferri!
Oppure:
- Vorrei vedere, adesso che hanno messa questa moda dei giurati, cosa mi direbbero se mi facessi giustizia colle mie mani, in un caso simile?
Fu allora che Elena, nel momento che il babbo aveva ripreso a giuocare e a bisticciarsi colla mamma, aveva piantato in faccia a Cesare gli occhi penetranti, e gli aveva detto con quella voce tutta sua: Ho paura!
Cap. 4.
Lo zio Luigi telegrafò ad Altavilla che il nipote aveva fatta la frittata. Il telegramma arrivò in casa Dorello mentre la famigliuola stava per mettersi a tavola. Don Anselmo impallidì leggendolo, e lo porse senza dir parola alla cognata; la quale lasciò cadere il cucchiaio nel piatto. Gli altri rimasero allibiti coi gomiti sulla tovaglia, davanti alla finestra tutta verde del noce dell'orto.
Nessuno osava fiatare; le ragazze, spaventate, si guardavano in faccia quasi fossero state colte in fallo. Dopo qualche momento donna Barbara tornò a prendere in silenzio il tondo del cognato per riempirlo, ma questi disse con un gesto calmo, levando la mano collo smeraldo al dito.
- No, non ho più fame.
Si passò il tovagliuolo sulla bocca, quasi a tergerne l'amaro, lo ripiegò, lo posò sulla sponda, e salì in camera sua a frugare nelle carte che erano sullo scrittoio. La cognata rimasta colle figliuole, si cacciò le mani nei capelli, senza dir nulla.
Le ragazze sparecchiarono in silenzio, e andarono a rincantucciarsi nelle loro stanzette. Lo zio canonico non uscì nel dopo pranzo. Verso sera la cognata andò a picchiare timidamente all'uscio di lui.
- Sto mettendo in ordine le sue carte, disse il canonico leggendo negli occhi sgomenti della povera madre. Ci vorrà un po' di tempo, perché non mi sarei aspettato di dovergli rendere questi conti così presto.
La poveretta si lasciò cadere su di una sedia vicino all'uscio, annientata, colle braccia in croce sulle ginocchia, seguendo macchinalmente cogli occhi lagrimosi ogni gesto del cognato, il quale sembrava tranquillo. Infine, vieppiù spaventata da quella calma, balbettò:
- Siamo rovinati!
- Voi altri no. Per voi altri finché vivrò ci penserò io, se volete continuare a star con me; rispose il canonico.
Ma lei piangeva in silenzio colle mani sul viso. Poi balbettò:
- E lui?...
- Ecco qui rispose il cognato. Egli ha settemila lire di sua rata sul patrimonio paterno. Se si contenta di pigliare le vigne di Rosamarina, quantunque valgano qualcosa di più, e quel che gli tocca della casa paterna, faremo le cose all'amichevole, a risparmio di spese, e sarà meglio per tutti.
- Settemila lire!... Son poche per vivere!
Allora il prete si strinse nelle spalle, e fu il solo movimento brusco che gli scappò.
- Qualcosa di dote gli porterà la moglie. Poi ha un'eccellente professione, e dovete pensare che gli altri vostri figliuoli non hanno neppure quella, e non vi sono costati tanto! Egli ci ha rovinati tutti!
La madre a tutte quelle ragioni rispondeva piangendo. Infine calmata tutta a un tratto, quasi lo Spirito Santo l'avesse illuminata, colle membra ancora scosse dai singhiozzi, e la faccia bagnata di lagrime, disse:
- Andrò io stessa alla città, da mio figlio. Gli parlerò, gli toccherò il cuore. Egli ha avuto sempre il cuore buono per la sua mamma!
Il cognato la guardò in viso, come fosse colpito anche lui da quell'ispirazione. Poi tornò a leggere il telegramma, e scosse il capo, per dire che era inutile.
- Fate come volete, conchiuse porgendole il dispaccio.
La povera madre si mise in viaggio il domani all'alba, con un fardelletto che Rosalia si affaccendò a metterle insieme tutta sgomenta quasiché partisse per l'America nella carrozzaccia sconquassata che portava la posta alla stazione.
Il cognato l'accompagnò sino al ballatoio.
Se si ravvede, se vuol tornare qui, la casa è sempre aperta, diteglielo, per lui, ma per lui soltanto!
Il giovane, non osando farsi più vedere dai genitori di Elena, era andato a stare all'albergo. I suoi camerati in massa gli avevano prestato cento lire, col viso serio, come gli fosse accaduta una sventura, e il più anziano, uno studente di medicina, alla prima barzelletta che avevano arrischiato i compagni sull'avventura di lui, sentenziò che sarebbe stato meno male se si fosse rotta una gamba. A Cesare per disgrazia erano rimaste le gambe sane e vagabondava tutto il giorno, come un delinquente, finché tornava a buttarsi rifinito sul letto, cogli occhi stralunati, e il viso sfatto. Così rientrando a casa trovò nella sua cameretta la mamma, seduta vicino all'uscio, pallida e stanca anche lei, col suo fardelletto posato accanto sul tavolino.
Ei sentì darsi un tuffo nel sangue e rimase immobile dinnanzi a lei, avvilito, colle braccia penzoloni, gli occhi impietriti, il mento cascante.
Sua madre s'era preparata tutto il discorso lungo la strada, colle risposte di lui, figurandosi al vivo gli atti, le inflessioni di voce, i menomi gesti, il pentimento del figliuolo il quale si sarebbe buttato piangendo fra le sue braccia, e sarebbe tornato al paese con lei. Con quelle immagini nella mente andava fissando lagrimosa i campi che fiancheggiavano la strada, gli alberi che sfilavano, quasi per stamparseli in mente, per gustare la gioia del contrasto nel momento in cui avrebbe rifatta quella strada con suo figliuolo.
Il sole sorgeva glorioso come una promessa fra le gole dei monti, e la poveretta diceva al sole colle mani giunte, fervidamente: Vergine santa! Vi ringrazio! Vi ringrazio, Dio mio! Ma adesso al cospetto del figliuolo atterrato, a guisa di un reo, lei rincattucciata accanto all'uscio come un'estranea, non sapeva che dire, non si rammentava una sola di quelle parole che dovevano toccargli il cuore. Scoraggiata, cominciò a far greppo in silenzio, al pari di una bimba, sporgendo il labbro, e tremando tutta pei singhiozzi rattenuti. Quell'angoscia puerile diveniva straziante su quella faccia sbattuta, sotto quei capelli bianchi.
- Oh mamma! oh mamma! singhiozzava il figliuolo cadendole finalmente ai piedi, colla faccia sui ginocchi di lei. Oh mamma! E non sapeva dir altro.
La povera mamma piangeva cheta cheta, china su di lui, tastandolo colle mani sulla faccia e sulle spalle; gli accarezzava il capo come quando bambino se lo teneva allo stesso modo fra le ginocchia, singhiozzando ad alta voce dalla gioia. Andava persuadendolo così: Sai, l'annata è stata scarsa. Il grano è andato tutto a male. Sulla vigna ha grandinato. Quest'inverno c'è stata una gran mortalità di pecore, sì che i Forano hanno venduta la casa. Ci vuole l'aiuto di Dio! Tutte quelle povere ragioni dei poveretti che sono eloquenti soltanto per loro, e colle quali le pareva che tutto fosse accomodato. Talché, sperando che Cesare fosse già partito, le sembrava di scorgere il sole radioso del mattino in quella cameruccia sconosciuta che le aveva stretto il cuore d'angoscia al primo entrare.
Come furono più calmi andò a sedersi sulle ginocchia del figliuolo, e se lo teneva abbracciato stretto, colla testa sull'omero, ripetendo in cuor suo: Vergine santa, vi ringrazio! Sono state le anime del Purgatorio che gli hanno toccato il cuore al figlio mio! E' stata l'anima di suo padre!
E si dava a rassettare ogni cosa per la stanza, quasi ora si sentisse a casa sua, sollevata da un gran peso, colle mani tremanti tuttavia, disfaceva il suo fagottino, guardando dove potesse mettere la roba:
- Mi terrai qui, con te, non è vero? Poi domani torneremo insieme al paese. Tuo zio ti manda a dire che t'aspetta a braccia aperte. Andremo domani. Ora mi sento stanca, sono vecchia. Mi sento vecchia.
- No, mamma, balbettò il figliuolo. Non posso più tornare a casa!...
Fu come se ricordasse, e rimase colle sue robe sulle braccia, che non sapeva dove metterle. Poi le posò un'altra volta sul canterano, giunse le mani scarne, forte forte:
- E cosa hai fatto che non puoi tornare a casa? Cosa hai fatto, figlio mio?...
Egli non rispose, scuotendo il capo, cogli occhi colmi di lagrime, seduto tristamente sulla sponda del lettuccio, stringendo fra le mani il fazzoletto fradicio.
- Io son vecchia. Per me fa pure quello che vuoi. Ma pensa che le tue povere sorelle rimarrebbero in mezzo a una strada se tuo zio ci abbandonasse anche lui.
- Ah! mamma! rispondeva il giovane scuotendo il capo e col fazzoletto fra le mani. Se sapeste! se sapeste!
- Sì, sì, lo so, figlio mio! povero figlio mio! Lo so quel che devi averci in cuore! Ma cosa puoi farci se siamo poveri! Tu non sai... tu non sai nulla!... Alle volte, quando aspettavi la mesata, tuo zio non dormiva la notte. A Natale, che massaro Nunzio non aveva mandati i denari del vino, e il camparo era tornato colle mani vuote dalla fiera, che giornata! Per noi non importava, perché le tue povere sorelle sono avvezze a tutto, e con quattro legumi... Ma il martello era per te... Colui non sa come fare, in paese forestiero! diceva tuo zio. Allora ho pianto tanto, seduta in un cantuccio della camera, ché pensavo Lui, non sa come fare in paese forestiero! e mi pareva di vederti andare affamato per le vie della città che non conoscevo, di là dei monti, a quell'ora che solevi tornare a casa, quand'eri al paese, e le tue sorelle ti conoscevano al rumore dei passi, e dicevano: Questo è lui che torna a casa.
Vedi, le tue sorelle non sono belle come tante altre, no, non sono belle come tante altre, ma ti vogliono bene di più... e parlavano sempre di te, la sera, mentre facevano la calza nel tinello, sotto il quadro grande, e dacché sei partito ti rammenti? che eravamo tutti sul ballatoio, finché ti si poté vedere, non hanno mancato un giorno di rifarti il tuo letto, come se avessi dovuto tornare, la sera, e la tua stanza è rimasta tal quale l'hai lasciata, e nessuno se ne è mai servito, nemmeno quando si raccolsero tante di quelle carrubbe, ma tante, che non si sapeva dove metterle, e ce n'erano persino due cestoni sotto il letto di tuo zio. Tuo zio ha detto Mettetene una manciata nel forno, che gli piacciono tanto a lui, quando tornerà.
- No, mamma! ripeteva il figliuolo. Io non posso più tornare a casa...
- Ma cosa hai fatto, che non puoi tornare a casa? Dillo a tua madre! Cosa hai fatto?
- Ho fatto... che ella è fuggita da casa sua per amor mio. E' fuggita con me. Ha abbandonato i suoi parenti, e non ha più nessuno, mamma!
A quella risposta la poveretta non seppe più che dire. Non pensava più all'abbandono del figliuolo e allo sgomento di ricomparir con quella notizia alla presenza del cognato. Aveva dinanzi agli occhi le sue ragazze che fuggivano coll'amante come quell'altra, il sottosopra della casa al primo momento che si scopriva la terribile disgrazia. Allora si mise a raccogliere lentamente le sue cose, accasciata, senz'altra speranza. In quel momento le cadde sotto gli occhi il ritratto di Elena, inchiodato a capo del letto, nella sua bella cornice dorata, colle labbra e le sopracciglia possenti sul volto color d'ambra.
La poveretta rimase un istante immobile lì accanto, col suo fagottino in mano, umiliata dalle sue vesti meschine e dalla sua figura timida e magra, colle povere dita ossute intrecciate nel nodo del fardelletto. Oramai sentiva che tutto era finito, e che sarebbe stato inutile lottare coll'incantesimo di quella bellezza che le aveva tolto il cuore del figliuolo. Soltanto soffriva uno schianto doloroso, e una desolata pietà pel suo ragazzo che doveva penar tanto nel vederla partire. Ella non pensava ad altro. Gli diceva: Senti, io devo andarmene perché il treno sta per partire. E' meglio tornar presto al paese giacché le tue sorelle son rimaste sole, e tuo zio si adirerà maggiormente se gli facciamo aspettare la risposta. Sarà tanto di risparmiato nella spesa del viaggio.
Ora lui sconvolto andava su e giù per la stanza, come cercasse qualche cosa, collo sguardo fisso e vitreo.
Sua madre sulla soglia, gli disse:
- Io pregherò Dio perché tocchi almeno il cuore di tuo zio. Le anime sante mi aiuteranno, Cesare!
Ei si era messo il cappello in capo, macchinalmente, e voleva levarle di mano il fardelletto, senza sapere che facesse.
- Ora abbracciami! gli disse la madre ché se tuo zio non vuol perdonarti forse non ti vedrò mai più. Son vecchia, e potrei morire.
- Mamma! disse lui. Vorrei esser morto!
La madre, mentre se lo teneva fra le braccia, trasalendo in tutte le membra, rispose:
- Cosa vuoi che io faccia? Le tue sorelle non hanno altro sostegno se non tuo zio. Che vuoi che io faccia?
E andava ripetendo le stesse parole, mentre scendeva adagio adagio la scala, tenendosi alla ringhiera. Ad un tratto egli parve che si ricordasse di qualche cosa, corse in camera sua di nuovo, e tornò coi pochi denari che gli rimanevano in mano.
- Tenete, vi serviranno pel viaggio. Non ho altro, mamma!
- Ecco cos'è! osservò la mamma. Se fossimo ricchi né tu né io avremmo questa croce in cuore adesso!
- Aspettate, aspettate, ché voglio accompagnarvi alla stazione.
Al momento di montare in carrozza, mentre la povera forestiera guardava attonita e sgomenta il via vai della folla, e teneva stretta di nascosto sotto lo scialle la mano del figliuolo, ché così si sentiva stretto il cuore dall'angoscia e le pareva che glielo strappassero colle unghie, egli ripeté ancora:
- Aspettate, che voglio accompagnarvi per un altro po'.
Non gli bastava il cuore di staccarsi da lei. Ella lo sentiva, tenendogli sempre stretta la mano sotto lo scialle, seduta accanto a lui nel carrozzone, guardando la pianura grigia di stoppie che fuggiva dietro a loro. Infine dovette lasciarlo, per montare nella carrozzella sconquassata che aspettava i viaggiatori del paesetto, coi ronzini dormenti all'ombra magra delle robinie.
E l'era parso che egli le avrebbe detto ancora: Aspettate, che voglio accompagnarvi sino al paese... stringendogli sempre la mano di nascosto sotto lo scialle.
Egli affacciato allo sportello, premendosi il fazzoletto sulla bocca, seguiva cogli occhi il mantice polveroso del legnetto che ondeggiava e traballava allontanandosi per la straduccia bianca. Quando non vide più nulla, si rincantucciò in un angolo, buio come l'animo suo, nella notte che avviluppava diggià ogni cosa, piangendo come un ragazzo. Ma allorquando i lumi della città cominciarono a risplendere nell'orizzonte, anch'egli si rischiarò, ripreso dall'immagine di Elena, e rifletteva che sua madre andava calmandosi essa pure, pensando alla famigliuola che l'aspettava al villaggio. Così la fiumana della vita li ripigliava e li allontanava sempre più.
La madre arrivò a casa di notte, affranta. Le ragazze dormivano, suo cognato solo vegliava aspettandola, come avesse indovinato che doveva tornare subito.
Egli non disse una parola, mentre la cognata posava il fardelletto, e le sporse una sedia. Ma a lei quel silenzio le serrava maggiormente la gola.
Allora il canonico, vedendola presa da un tremito nervoso in tutte le membra andò ad empirle un bicchier d'acqua.
- Pensate che se vi ammalate sarà anche peggio per le vostre figliuole le disse egli con voce calma. Alla fin fine non è morto nessuno.
La poveretta si fece animo, e raccontò finalmente tutto quello che sapeva, fissando timidamente in volto il cognato, per seguir ansiosamente l'effetto delle sue parole. Il prete rimase impassibile.
Alla fine disse:
- Ora bisogna maritarli.
E siccome sua cognata lo guardava attonita:
- Se no sarebbe uno scandalo. Nel paese, a diritto o a torto, passo pel capo di casa, e il vescovo mi toglierebbe la messa. Del resto non potete impedire che vostro figlio si mariti. Se gli negate il consenso, glielo danno i tribunali.
- Io non glielo nego balbettò ella timidamente, agitata fra la speranza e il timore, parendole che il cognato inclinasse di già a perdonare.
Il cognato approvò col capo in silenzio.
Allora la povera madre proruppe in lagrime di consolazione. Lo sapevo che le anime del Purgatorio non ci avrebbero abbandonato! singhiozzava; e voleva correre a svegliare le figliuole per dar loro la buona novella che lo zio canonico perdonava al nipote e gli apriva le braccia.
Ma il prete la fermò dolcemente, posandole sulla spalla la mano coll'anello, e disse:
- Adagio! Quanto a perdonare, perdono; ché devo andare a celebrar messa domani, ma altro non voglio né devo fare. Quel poco che posso per la famiglia di mio fratello lo dò volentieri. Ma non ho la prebenda di un vescovo, e non posso tirarmi sulle braccia anche la famiglia dei figli di mio fratello. Ognuno a casa sua. Se voi altri volete andare a stare con vostro figlio, padronissimi. Ma in casa mia no! pensateci bene.
Il giorno appresso dopo pranzo, lo zio canonico, invece di fare la solita passeggiata fuori del paese, andò a trovare il notaio suo amico, e scrissero insieme a don Liborio una bella lettera.
In casa dell'Elena, passato il primo sfuriare della burrasca, s'erano un po' calmati. Soltanto don Liborio invece di fare la solita partita continuava a girare i pollici sulla tabacchiera, seduto di faccia al ritratto di Elena che gli voltava sempre la schiena. Roberto, come un'ombra, arrivava all'ora solita, stringeva la mano in giro a tutti, e andava a mettersi al suo posto, colla sua regolarità d'impiegato.
Al giungere della lettera dello zio canonico che prometteva il consenso della madre del giovane, e voleva sapere quel che avrebbero assegnato in dote all'Elena, donn'Anna saltò su tutte le furie, ricordandosi dell'offesa mortale che avevano fatto alla sua casa, e cominciò a strillare che la gallina si piuma dopo morta, e invece loro erano ancora in vita, lei e suo marito, e non intendevano spogliarsi a beneficio di un'ingrata che li aveva piantati a quel modo. Del resto poi avevano un'altra figlia da maritare, e quella siccome era buona ed amorevole, meritava più dell'Elena. Lui, se aveva fatto quella prodezza voleva dire che si sentiva di mantenere la moglie, senza bisogno della dote. La sua figliuola portava con sé non una ma cento doti, con tutte quelle virtù che possedeva, e come l'avevano insegnata lei. Il signor avvocato poteva ringraziare Dio e i Santi per la fortuna che aveva acciuffata, e non andare a cercar altro.
Don Liborio, rigido come un Bruto, calcandosi sul capo il berretto ricamato, aggiungeva:
- Io non ho dote da assegnare! Io non ho più figlia!
Quanto al consenso lo diedero con tutte e due le mani. Alla fin fine avevano viscere paterne, e la mamma arrivò anche ad intenerirsi ricordando che a quel giovane gli aveva voluto bene, ed era arrivata a considerarlo come uno della famiglia. Don Liborio, rabbonito, confessò che gli era stato simpatico anche a lui, e per questo gli avevano aperto il cuore e l'uscio di casa, favore che non soleva accordare a tutti, Roberto era lì per farne testimonianza. Roberto, lì presente, accanto alla Camilla, affermava col capo.
- Un avvocato può arrivare a tutto al giorno d'oggi! finiva don Liborio. In quel giovane c'è la stoffa di un ministro.
E donn'Anna soggiungeva:
- Lo zio canonico poi, ch'è un servo di Dio, non dovrebbe badare tanto al sottile, per levare due anime dal peccato.
Ella rilasciò generosamente alla figliuola tutti gli abiti e il corredo che possedeva da ragazza. Il giovane aveva la sua rata di patrimonio paterno, pel valore di settemila lire, rappresentato dal fondo rustico di Rosamarina, e la rata della casa. Siccome il tempo stringeva e mancavano i denari di metter su un quartierino, i due sposi decisero d'andare a passare l'autunno nella loro proprietà.
Essi arrivarono in una piovosa giornata di ottobre, preceduti da un carro carico dei bauli, casse e cassettini di Elena. Il primo giorno alla Rosamarina fu malinconico, in quelle stanzuccie nude, dove si ammonticchiavano quei cassoni come in un magazzino di ferrovia, al cadere di quella giornata scialba, colla prospettiva del paesetto perduto nella nebbia, grigiastro e scolorito nel cielo scuro. Il giovane avrebbe voluto correre subito ad Altavilla per abbracciare sua madre. Ma il canonico gli fece sapere che ella stava poco bene, e l'avrebbe vista in chiesa, quando poteva cominciare ad uscire di casa.
Nel paese dicevano: Come principia allegramente questo matrimonio d'amore!
Cap. 5.
Era di ottobre. Tutte le famiglie di Altavilla erano in villeggiatura per sorvegliare la vendemmia. Alla Rosamarina l'arrivo degli sposi fu un avvenimento. Elena colle sue toelette nuove, coi suoi ombrellini vistosi, metteva i gai colori cittadini nel verde pallido delle vigne, sulle roccie pittoresche, già brulle, in mezzo alle tinte melanconiche dell'estate che si dileguava. Ella era realmente felice, nel pieno sviluppo della sua natura esuberante, avida di sensazioni piacevoli, sedotta dallo spettacolo nuovo della campagna, accarezzata dalla adorazione concentrata e quasi timida del marito, lusingata dal rispetto semibarbaro con cui i contadini accoglievano la nuova padrona, da quell'ammirazione attonita che leggeva sui loro volti quando si allineavano lungo il muro per lasciarla passare ogni volta che la incontravano mentre andava pei suoi viali, nella sua vigna, nel suo podere, coll'ombrellino sulla spalla, al braccio di suo marito, il padrone, che le si inginocchiava ai piedi, dietro la siepe, e le baciava gli stivalini di pelle dorata. All'alba correva nei campi velati dalla nebbia del mattino, in mezzo alle lodole che si levavano trillando verso il cielo color di madreperla, ancora spettinata, senza guanti, tenendo a due mani il lembo del vestito, respirando a pieni polmoni l'aria frizzante e imbalsamata di nepitella e di ramerino. Godeva in sentire la frescura della rugiada sotto i piedi. Le piaceva sdraiarsi sull'erba sempre verde, in mezzo al folto delle macchie, nelle ore calde del meriggio, supina, colle braccia in croce sotto l'occipite, e bersi cogli occhi, colle labbra turgide, colle narici palpitanti, con tutta la persona avida e abbandonata, l'azzurro intenso del cielo, quei profumi acuti, quel ronzio e quel crepitio sommesso di tanti organismi, quella quiete solenne in cui si sentiva l'espandersi di una vita universale, quel canto dei vendemmiatori che non si vedevano, tutti quei rumori e tutte quelle voci che venivano a morire sull'alta muraglia brulla della Rocca, senza un'ombra, senza un filo d'erba; arsa dal sole, in fondo al verde cupo e profondo dei nocciuoli, ritta contro il cielo turchino. Quel paesaggio per la maggior parte infruttifero era di un pittoresco stupendo, si svolgeva a destra e a sinistra con bruschi cambiamenti di prospettiva, con ricca varietà di toni e di colori, coi greppi brulli e giganteschi, le macchie sterminate, i valloni profondi, a guisa di un parco immenso, con una grandiosità di linee che Elena sola sapeva apprezzare. Però i villani facevano spallucce al suo entusiasmo per quella Rocca di granito che non fruttava niente, e di cui ella andava superba come di possedere un feudo. Invece il loro entusiasmo lo riserbavano per le terre del Barone, piatte, senza una pennellata di colori ricchi, vere terre da maggese, che nell'estate si screpolavano come un vulcano estinto. Elena era forse la sola che fosse orgogliosa di possedere quel paesaggio. Il sentimento della proprietà nasceva e si sviluppava in lei con alcunché d'artistico e di raffinato. Quando il sole tramontava nella sua vigna, aveva là, e non altrove, quegli ultimi effetti di luce calda e dorata sulle foglie ingiallite, sul verde cupo dei roveti che imboscavano il vallone, sulla grigia montagna di granito tinta di roseo e di violetto pallido. L'ombra si allargava dalla Rocca, dal folto dei nocciuoli come un velo di tristezza, e il sole invece saliva lentamente sulla facciata bianca della casina, accendeva i vetri delle finestre, sembrava far sbocciare in quel punto i fiori campestri in cima alla siepe coronata da un pulviscolo dorato. In fondo, nella valle, le terre del Barone si stendevano diggià scure, annegate nella nebbia, solcate dalla lunga fila d'aratri che preparavano il maggese tutto l'anno. E Cesare, il marito, colla testa sui ginocchi di Elena, le diceva:
- Vorrei essere ricco come il Barone per renderti felice.
Quel paesaggio, quelle nuove sensazioni avevano una grande influenza sulla natura di Elena, impressionabile e appassionata. In quell'ora di effusione, nel gran silenzio della sera, nell'isolamento completo della campagna profumata, il marito le si abbandonava completamente, le apriva intero il suo cuore, coi pudori, colle timidezze, colle espansioni, colle angoscie e i rimorsi del suo affetto fervente e vergine. Guardando le stelle che sorgevano al disopra della Rocca, col capo fra i ginocchi di Elena, le narrava le pene che aveva sofferto pel suo amore, il rimorso che ella gli era costato, quando aveva visto partire la sua povera madre desolata. Ora anch'egli non aveva altri al mondo, perciò alle volte sentiva il bisogno di immergere il suo volto nel seno di lei, di chiudere gli occhi, di non pensare più a nulla.
Con lei dimenticava le inquiete preoccupazioni dell'avvenire e le molestie pungenti e meschine del presente che lo costringevano a farsi prestar denaro dal notaio. Ella non sapeva nulla di tutto ciò. Lo credeva felice come lei era felice, avrebbe voluto correre pei campi insieme a lui, come due fanciulli, abbandonarsi completamente ai suoi capricci. La sera stavano a prendere il fresco sulla terrazza, di faccia alla roccia, che tagliava come una gran tenda nera il cielo tutto luccicante di stelle. Di là si udivano discorrere i vendemmiatori nel palmento, e dall'altra parte della vallata, nella viottola che correva sulla cornice della Rocca, si udiva il corno che annunziava l'arrivo degli altri carichi d'uva. Elena, coi gomiti sulla ringhiera, al fianco del marito, ascoltava distrattamente quell'affaccendarsi di gente a tarda ora, quei suoni di corno lontani, vagava cogli occhi sull'aspetto indeciso del podere, di cui i confini sembravano allargarsi indefinitamente nelle tenebre, sino al lumicino lontano che tremolava in fondo la valle, nel vasto caseggiato del Barone. Si sentiva ricca e felice. Allora, stranamente commossa, si stringeva contro il marito, in mezzo al discorrere sommesso di tutta quella gente che viveva per loro, e gli appoggiava la testa sulla spalla, con un abbandono pieno e riconoscente di tutto il suo essere.
Lui, nel sogno febbrile della sua luna di miele, aveva dei risvegli bruschi e penosi, dei sussulti inquieti, delle vaghe angoscie. Ogni cantuccio di quella villetta rustica aveva delle memorie care ed intime, che si ridestavano come un rimorso. Quand'era solo al balcone, verso l'avemaria, e il paesello di faccia andava abbuiandosi, e spandeva nel cielo pallido, dall'alto, le note meste delle sue campane, e si accendevano ad uno ad uno i suoi lumi tranquilli, gli passava dinanzi agli occhi la visione di tanti ricordi domestici che mai gli erano sembrati tanto affettuosi e impressi al vivo dentro di sé. Ripensava alle parole di sua madre: «Chissà se ti vedrò mai più?» come una dolcezza melanconica e lontana. Solo si rasserenava al sentirsi accanto l'Elena che si appoggiava al suo omero. Né l'accusava di indifferenza, per la sua gaiezza spensierata.
- E' una bambina! ella non sa nulla!... diceva fra di sé colla generosa indulgenza delle nature vittime della propria bontà, e che cercano nella propria debolezza la spiegazione e la scusa di ogni fallo altrui.
Un giorno andò ad Altavilla all'ora dei vespri, per incontrare la mamma in chiesa.
Là, nella penombra della navata, resa più triste dal lumicino che ammiccava davanti all'altare e dalle lunghe tende violette che chiudevano le arcate, egli vide la sua vecchiarella curva sull'inginocchiatoio, e che pregava certamente il Signore anche per lui. La poveretta piangeva e rideva di gioia nel rivedere il figliuolo, e si stringeva il suo capo sul petto scarno, dinanzi agli occhi della Madonna, che è madre anche lei. Ella sembrava più grande di Cesare in quel momento. Il tramonto, scintillante sui vetri come una gloria, riempiva ancora di luce la volta della chiesa alta e sonora.
- Ora, disse la madre, inginocchiati con me. E preghiamo insieme Iddio. - Signore, dategli la grazia dell'anima! borbottava tenendo per mano Cesare come un bambino. Signore, dategli la salute! Signore, dategli la providenza, dategli la pace e la felicità coi suoi cari, soprattutto con sua moglie.
Chi gliel'avrebbe detto allora, a quella povera madre!...
Ella rimase qualche momento pregando fervidamente dentro di sé, cogli occhi ardentemente fissi sul Crocifisso. In questo momento si udiva nelle tenebre del coro, dietro l'altare, il salmodiare funebre dei canonici, nel silenzio della chiesa che cominciava a esser rotto dallo scalpicciare di qualche fedele. In alto la campana chiamava alla benedizione. Un chierico accese quattro candele sull'altare maggiore, e un prete piccolo e grasso, rizzandosi sulla punta dei piedi, aprì il tabernacolo, orò un momento colla fronte appoggiata all'altare, e poi si voltò verso il pubblico, accompagnato dallo scampanio festoso, colla sfera raggiante in alto, benedicendo il mondo di là del finestrone lucente, su cui calava la notte. La vecchierella agitava febbrilmente le labbra con una tacita preghiera, tenendo stretta la mano del figliuolo quasi per comunicargli la sua fede. La cantilena malinconica degli astanti si estinse a poco a poco.
- Ora lasciami vedere come stai, gli disse conducendolo alla luce incerta del crepuscolo, sulla porta della chiesa.
Ella però era abbattuta e gialla come una cartapecora.
- Io son vecchia, ripeteva, e non importa. Ma ti raccomando le tue sorelle, se venisse a mancare tuo zio, e ti raccomando pure di voler sempre bene a tua moglie. Ora tu appartieni a lei. Te l'ha data quel Signore istesso che ci ha benedetti or ora.
La gente sgranava gli occhi vedendo Cesare al fianco di sua madre. Ma questa gli diceva: Non ci badare. Tuo zio non dirà nulla se accompagni tua madre sino alla porta di casa.
Lungo la strada si andava informando di tanti piccoli particolari. Gli chiedeva se il suo studio di avvocato cominciasse ad avviarsi, se la casa l'avesse ben fornita a Napoli, se sua moglie fosse buona massaia. Gli dava dei consigli grossolani da contadina:
- Pensaci, figliuol mio! ora che hai il peso della casa addosso. La Rosamarina non ti basterà a tirare innanzi. Bada a non fare debiti, ché si mangiano la casa. Settemila lire volano in un lampo. Non far debiti.
Ella andava ripetendo tutte le massime giudiziose che si dicevano in paese, e andava cercando sgomenta se non avesse dimenticato qualcosa. Non sapeva che lui aveva cominciato a far debiti sulla Rosamarina.
- Vorrei vedere tua moglie per dirle queste cose.
Intanto erano giunti dinanzi alla casa, e alzando il capo vide il lume nella camera del cognato.
- Se le tue sorelle avessero saputo che venivi, sarebbero al balcone per vederti. Ma torna domenica, che se posso le condurrò un po' fuori a spasso per vederti. Le povere ragazze non osano parlarne dinanzi allo zio. Se non fosse per lui ti farei salire di sopra... Ma sai che abbiamo bisogno di lui. Ora addio!
E infilò la scala, stanca, tenendosi alla ringhiera. Il figlio tornò indietro, col cuore stretto, avendo sempre dinanzi agli occhi quella mano scarna, che si appoggiava alla ringhiera, e quel dorso curvo, che ansimava ad ogni scalino.
Quante volte, in mezzo alle spensierate prodigalità del presente ricco di sensazioni e di divertimenti, gli si sarà abbuiata la gioia rammentando le inquiete raccomandazioni della mamma e i suoi consigli di parsimonia? Finita la vendemmia, i vicini di campagna, i quali non sapevano come ingannare il tempo, mentre aspettavano la raccolta delle olive, vennero a fare visita agli sposi: la signora Goliano, la signora Brancato, le ragazze Favrini, infagottate in abiti da festa, rialzando sino al ginocchio le sottane per non insudiciarle sull'erba umida: i mariti nascondendo nei guanti nuovi le loro mani nere dal sole, vere mani da contadini. Si faceva della musica, si ballava, si improvvisavano delle merende nell'erba, delle sciarade in azione, prendendosi in giro per le mani a significare O, e camuffati colle coperte del letto, e cogli scialli avvolti in turbante quando il tutto era Serraglio.
Elena, elegante, piena di brio, aveva messo in rivoluzione il vicinato. Le signore, tappate in casa, lavoravano d'ago e di forbice tutto il giorno per copiare le sue vesti attillate, i suoi guanti lunghi, i suoi cappellini arditi, si cucivano delle sottane, si mettevano in testa tutti i fiori del giardino. Ella era tanto felice che non si accorgeva dei momenti di preoccupazione, delle ansietà crudeli che passavano di tanto in tanto sul volto del marito, allorché andava a rincantucciarsi nello studiolo per scrivere al notaio, delle lunghe confabulazioni col messo che portava la risposta. Tutt'al più gli domandava:
- Di che scrivi?
- D'affari, rispondeva lui.
- Ah! E si stringeva nelle spalle con un atto d'ingenuo egoismo, quasi il suo solo e grande affare fosse di godersi quella vita facile e allegra, senza badare alle pene segrete che arrecava a Cesare tutto quel movimento, quell'allegria rubata alla sua luna di miele, quel desiderio di piacere che ispirava sua moglie, che egli indovinava colla sua penetrazione delicata e quasi malaticcia, che sentiva ronzare là intorno, per quei burroni, fra quelle macchie, dove i vicini stavano tutto il giorno col pretesto di cacciare. Però sarebbe morto di vergogna prima di confessarle la sua strana gelosia. Anzi, allorché udiva l'abbaiare dei cani nella Rocca, o lo sparo dei fucili, la chiamava, le indicava la leggera fumata che si dileguava lentamente da un folto di macchie arrampicate sulla fenditura della montagna ad un'altezza vertiginosa, e le diceva:
- Là, vedi, là! dev'essere il tale, o il tal altro.
- Ah! esclamava Elena, mettendosi una mano sugli occhi, lassù?... su quel precipizio? -E restava intenta, coi pugni stretti.
Alle volte chiedeva:
- Perché non sei cacciatore anche tu?
Ella aveva di cotesti istinti, quella giovinetta. Lui non trovava altro che un sorriso dolce e triste. Delle altre volte ella esclamava:
- Se fossi un uomo, vorrei andare a caccia anch'io!... Dev'essere una bella cosa!... una cosa in cui ci si sente vivere!
I vicini avevano progettato una cavalcata sugli asini che per Elena fu un vero avvenimento. Era una bella sera fresca e profumata. Ogni siepe, ogni macchia di capperi, ogni sterpolino di rovo era in festa, coi suoi fiori, colle sue bacche, coi suoi ciuffetti ondeggianti, col ronzio degli insetti, col trillare dei grilli, col cinguettio dei pettirossi che si annidavano, col gracidar delle rane che saliva dalla pianura, stesa come un mare, laggiù, sino alle montagne color di cielo. Tutte quelle cose che lasciano germi misteriosi nella testa o nel cuore. Di tanto in tanto la brezza recava il suono delle campane dal paesetto in festa, dorato dal sole, scintillante da tutte le sue finestre.
Elena chiamava suo marito che cavalcava un po' avanti, col pretesto di farsi accorciare la staffa, ma in realtà per vedersi china sul ginocchio la sola testa in cui potesse supporre in quel momento i medesimi pensieri che si agitavano nella sua, in mezzo a quegli uomini che cavalcavano come se andassero alla fiera, e quelle donne che ciarlavano tutte insieme al pari di gazze.
- Tu sei per me! gli disse all'orecchio. Stammi vicino. Non mi lasciar sola.
La viottola formava un gomito e s'internava in un boschetto lungo il vallone, di cui i rami si intrecciavano sul sentiero perennemente verde di muschio, irto di sassi umidi. In fondo l'acqua scorreva con un gorgoglio sommesso, quasi fosse stata a cento metri di profondità sotto i roveti che coprivano il vallone, su cui si posavano le cicale al meriggio, colle ali aperte, con un ronzio fresco anch'esso come lo scorrere delle acque, e le rondini volavano inquiete. Ogni volta che i rami si diradavano vedevasi sempre a sinistra la Rocca, ritta sino al cielo, nuda, screpolata da larghe fenditure boscose, sparsa come una lebbra da qualche rara macchia. Si sentiva sempre, a ridosso del sentiero, anche quando i rami la nascondevano, dall'uggia densa, dall'umidità perpetua, da un non so che di tetro e di selvaggio che spandeva fin dove stendevasi la sua ombra. Di tratto in tratto un merlo fuggiva all'improvviso, schiamazzando, facendo scrosciare le frasche. Erano rimasti soli; si era dileguato perfino il rumore delle cavalcature che precedevano.
Elena allora trasaliva e scoppiava a ridere. E all'orecchio, attirandolo più vicino a sé: Se ci assalissero i ladri, mi difenderesti? Egli si metteva a ridere; Elena tornava ad insistere, voleva sapere se si sentiva di difenderla.
Si corrucciava quasi che egli non fosse un ercole, e che non fosse pronto a farsi ammazzare per lei. Infine gli diceva:
- Quanto ti voglio bene! Come mi sento felice! - E sporgendo il viso verso di lui, gli avventava un bacio.
Giunti alla pianura uno della comitiva propose di fare una visita alla villa del Barone.
A dritta e a manca si stendevano delle praterie immense, solcate dal maggese, tagliate a vasti quadrati di fave; qua e là giallastre di stoppia a perdita di vista. Alle falde delle colline si arrampicavano le vigne, in interminabili filati già diradati dall'autunno, sino agli oliveti, folti, vasti come un mare di nebbia, grigiastri nell'ora malinconica. Più in alto, sulle cime brulle, si vedevano errare le numerose mandre, come delle immense ombre di nuvole vaganti in un giorno procelloso sul paesaggio lontano, e i buoi che scendevano al piano, più radi, di cui si sentiva la campanella monotona nel gran silenzio del tramonto. Di tanto in tanto, s'incontrava un casolare, un gruppetto di fabbricati rustici, specie di piccoli centri di cultura, cogli arnesi sparsi all'intorno sull'aia verde, le alte biche di paglia che sovrastavano il tetto colla crocetta di canna. In fondo, in mezzo a un quadrato di verdura cinto da un muro bianco si vedeva un gran casamento col tetto rosso, i vetri delle finestre lucenti, sormontato da un campanile tozzo.
Son le case del Barone, dicevano. C'è anche la chiesa. Quei possessi, di qua, di là, dappertutto, erano del Barone, sin dove si vedevano biancheggiare delle mandre che pascolavano nelle sue terre, sin dove si udiva la campanella della sua chiesa. Narravano pure quel che rendevano quelle vigne, quanto valessero quegli oliveti, quanti capi di bestiame pascolassero nel suo, quanto misuravano quelle buone terre in pianura che valevano 200 ducati la salma.
Pareva che volessero fare entrare nella testa di quella cittadina l'importanza enorme della ricchezza. Alle volte, quando l'annata è buona, quei casamenti là non gli bastano per rinchiudervi la sua raccolta. I giorni in cui vendemmia il Barone non si può avere più un ragazzo o una vendemmiatrice a 15 miglia in giro. I suoi fattori facevano il prezzo del bestiame alle fiere. I denari gli piovevano da ogni parte come la grandine. Ed è figliuol unico! Nelle case ricche i figliuoli vengono sempre con parsimonia! Sua madre, la baronessa, per non lasciarlo affogare nel denaro, ogni anno gli comprava una tenuta, o un oliveto. E' una donna coi calzoni, dicevano. Se campa lascerà tanta terra al figliuolo, che i suoi possessi non finiranno più. Non si può maritare, perché è difficile trovare una moglie ricca come lui.
La viottola, dacché erano entrati nelle terre del barone, diventava una bella strada carrozzabile, fiancheggiata da una doppia fila di alberi giovani, ancora circondati da un muricciuolo a secco per difenderli dalle bestie.
Faranno ombra quando saranno cresciuti, e intanto daranno frutto, e non si mangeranno la terra a tradimento aggiungevano. La baronessa è una donna coi calzoni! Facendo la strada non ha voluto perder del tutto la terra, e ha fatto la strada perché ci hanno cavalli e carrozze. Potrebbero sfoggiarla in città, tanto son ricchi!
Sulla strada passavano continuamente carri, e bestie da soma, e vetturali che salutavano i vicini rispettosamente, da gente di buona famiglia. Di là dalle siepi, pei campi, scorazzavano stormi interi di tacchini e di polli. In fondo si vedeva il caseggiato massiccio, grande quanto un villaggio, su cui aleggiava un nugolo di piccioni. Tutt'intorno all'aia che si stendeva dinanzi al portone spalancato erano delle carrette colle stanghe in aria, degli aratri staccati, una doppia fila di cestoni giganteschi di vimini, che aspettavano i buoi, riboccanti di fieno, fissati al suolo con dei cavicchi di legno e la fune pendente da un lato. A diritta ed a manca si stendevano delle tettoie immense, delle montagne di fieno grandi come case; sulla porta stavano una dozzina di contadini, delle donne accoccolate, dei campieri massicci, colla tracolla sull'uniforme sbottonato e gli sproni agli stivali, a godersi la domenica, senza far nulla, colle mani in mano, e un branco di cani ronzanti e abbaianti intorno.
Il fattore si alzò per ricevere gli ospiti, e andò ad acquietare i cani a grida e a sassate. La piccola comitiva entrò in una corte vasta quanto una piazza, coperta di erba secca come un prato. Alcuni sentieri battuti la segnavano con lunghe strisce biancastre da un capo all'altro e la facevano sembrare più grande. All'ingiro erano dei magazzini che non finivano più, con piccole finestre ingraticolate lungo i muri screpolati, con delle immense cantine di cui l'umidità sotterranea trasudava dalle muraglie verdastre, delle rimesse spalancate come stallazzi, delle case di contadini nere e profonde a guisa di antri. Ai due lati, degli abbeveratoi larghi come stagni, che allagavano quella parte della corte, dove sguazzavano le anitre e sgambettavano i monelli colle brache tirate sul ginocchio. La notte vi si sentivano le rane. Da un lato era la scala sconquassata, tremante in ogni balaustro di granito, larga come una scalinata di cattedrale, che si arrampicava tutta a gobbe sino alla porta dell'abitazione principale sormontata da un grande scudo, sbocconcellato, incoronato da un cimiero di cui restava una sola piuma di pietra confitta a un rampone di ferro. Sotto l'arco della scala si rincantucciava come sotto il pronao di una basilica medioevale, la porta della chiesa sgangherata, bianca dal tempo, murata da ciottoli e da arnesi gettati lì contro per tener sgombra la corte, e al di sopra, sullo scudo impennacchiato che si reggeva sui ramponi arrugginiti, rizzava il capo dimezzato il campanile, colla campanella fessa, colla croce magra di ferro, sull'immenso azzurro del cielo.
Elena camminava adagio sull'erba secca, in quell'immensa corte deserta e silenziosa, quasi timida, dietro il servo dagli scarponi da contadino che andava ad annunziare la visita col berretto in mano, precedendoli in punta di piedi per la vasta anticamera sonora e scura come una chiesa, dall'ammattonato nudo, dalle pareti imbiancate a calce, alle quali tutt'ingiro, al disopra di selle vecchie e di finimenti messi sul cavalletto, di giganteschi cestoni colmi di legumi e di nocciuoli, erano appesi dei ritratti di famiglia, fatti colla scopa, polverosi, alcuni senza cornice, ma tutti decorati da un grosso blasone messo in cima, di lato, sotto i piedi, coronato, zeppo di croci, di torri, di sbarre, di stelle, e di bestie feroci. I ritratti rappresentavano cavalieri bardati di ferro, gentiluomini di s. m. cattolica, colla testa adagiata sul collaretto spagnuolo come su di un piatto, creadi del re; gli ultimi, i più recenti, vestiti dell'abito di spada, o in costume da senatore, la più alta carica municipale del paese, imbacuccati nella toga che nessuno aveva mai avuto, e che l'artista disegnava di maniera su di un modello noto; dame stecchite nel busto, e che sembrava fossero state sempre dipinte, per non aversi a piegare. Tutti sotto il nero fumo, e il giallo d'ocra, serbavano il cipiglio solenne, l'atteggiamento maestoso di gente che ha lì, a portata di mano, il berretto ricamato di perle da barone; e persino quei faccioni moderni di buoni campagnuoli, erano posati pian piano dall'artista sul rettangolo bianco del collare della toga, onde mostrare che erano teste per quelle corone là.
Son gli antenati del Barone, andavano chiacchierando dietro le spalle di Elena gente venuta di Spagna col re, ce n'è di 600 anni fa! Hanno avuto sempre voce in capitolo. E la fortuna poi di non aver mai troppi figliuoli!
Elena ascoltava, intenta, colle sopracciglia aggrottate, passando in rivista i ritratti, senza dire una parola, mentre gli altri chiacchieravano familiarmente col domestico della raccolta, degli armenti, dei nuovi acquisti che aveva fatto la baronessa, interessandosi come se fossero della famiglia anche loro; il servitore stesso diceva: Le nostre pecore, le nostre vigne, la tenuta che abbiamo acquistato da ultimo.
La baronessa soleva stare in una cameraccia tutta bucata da porte e da finestre, nella quale si gelava d'inverno, ingombra di mobili dorati, di specchi, di scaffali pieni di cartaccie polverose, di macchine per far nascere i bachi, di sacchetti che contenevano i campioni delle derrate, col suo vecchio scrittoio in mezzo, e le sue donne in giro, ciarlanti tutte in una volta, spettinate, male in arnese, alcune delle quali si arrischiavano di venire anche scalze nelle ore tarde, filavano, facevano la calza, litigavano fra loro, mentre la padrona rivedeva i conti, dava gli ordini ai fattori, consultava l'avvocato che veniva apposta da Altavilla, spartiva il lavoro.
Ella accolse i nuovi arrivati colla cordialità che si leggeva sulla faccia dei suoi antenati imbavagliati nel collare della toga; baciò le donne, fece portare dei rinfreschi che sarebbero bastati per una compagnia, li menò in giro per la casa, vasta quanto un convento, nel tinello in cui nessuno mangiava più da un secolo, nel salone che non era stato mai terminato, negli stanzoni abbandonati e ingombri di mobili vecchi, e che servivano quasi tutti da magazzini.
- Non c'è dove mettere uno spillo diceva la baronessa. La casa è tanto piccola!
Gli uomini ammiccavano cogli occhi, e immergevano le mani nei cestoni riboccanti di ogni ben di Dio. Queste son le stanze di mio figlio; disse poi la baronessa conducendoli in un altro quartierino un po' meglio arredato del resto della casa, di cui però il solo lusso erano delle armi e degli arnesi da caccia di gran prezzo, sparsi per ogni dove, in ogni angolo, sui divani, sui mobili, sullo scrittoio polveroso e dal calamaio vergine.
- E' la sua passione, diceva la baronessa. - Cani e schioppi! non pensa ad altro. Voglio maritarlo per fargli entrare qualche altra cosa in testa. Le signore guardavano contegnose, colle labbra strette, e il fazzoletto ricamato fra le mani inguantate.
Ella si era presa di una gran simpatia per l'Elena, la conduceva per mano, la chiamava figliuola mia, le diceva:
- Voglio cercargli una moglie bella come voi, al mio Peppino. Ma non una cittadina, perché con noi non saprebbe adattarsi, in paese, e da mio figlio voglio separarmi solo quando sarò morta. Che volete, è figlio unico!
Poi facendogli vedere nella sua camera, a capo del lettuccio piatto, il ritratto di un giovanotto bruno e tarchiato, un po' al modo di quei signori messi a festa, soggiunse:
- Questo è Peppino!
Elena lo guardò un po' per compiacenza, e rispose qualche parola insignificante. Peppino era uno come tutti gli altri, coi capelli ricciuti per giunta, e pettinati apposta per andare a farsi il ritratto, insaccato in un vestito che voleva esser di città, con certi solini e certa cravatta che Elena aveva visti solamente ad Altavilla. Poi si rimise a considerare silenziosamente la baronessa che discorreva con gli uomini di maggese, di rimonda d'olive, di prezzi di derrate, e interrogava le donne sui lavori che avevano per mano, con la benevolenza di una parente. Era una donnetta piccola e magra, cogli occhiali sul naso, vestita sempre di scuro dacché le era morto il marito, con un grembiale di seta verde, ed uno scialletto nero incrocicchiato sul petto; infine aveva sul mento un po' di barba, e un modo di camminare dondolandosi, così piccola com'era, quasi fosse stata sempre a cavallo, per giustificare quel che dicevano di lei che portasse i calzoni per forza! diceva a chi le raccomandava di riposarsi oramai alla sua età; quel ragazzo non ha nessuno altri che badi ai suoi interessi; se non ci fossi io se lo mangerebbero vivo. Tutti ladri! lo sapete meglio di me, cari miei!
Al momento di accomiatarsi li accompagnò sino al ballatoio, volle assolutamente farli scortare da due campieri colle lanterne accese, che si era fatto buio.
- La cittadina avrà paura a quest'ora, per le nostre campagne. Io non avrei paura di niente; tutti mi conoscono, grazie a Dio. Mi dispiace che non ci sia Peppino. Ma tornate un'altra volta, quando andrete a spasso da queste parti. Venite a San Martino, sapete, gusteremo il vino nuovo.
Era sopraggiunta la notte, profonda tutto intorno ai lumi del casamento, nella campagna silenziosa, scintillante di stelle al di sopra della Rocca che si stampava in distanza come un nugolone minaccioso. Le cavalcature andavano passo passo, fiutando il cammino dietro i fanali delle guide che sembravano far saltellare i ciottoli della viottola. Qua e là un lumicino ammiccava nel tenebrore, e ad ogni fermata si udiva l'acqua del vallone che scorreva lenta, sotto i macchioni, e il gracidare lontano delle rane nella pianura. Ad intervalli arrivava l'uggiolare di un cane, perduto nello spazio, in quello sterminato silenzio che faceva rabbrividire leggermente l'Elena quasi pel primo freddo dell'autunno inoltrato. Tutto a un tratto si udì lo scalpitio di un cavallo.
- Questo è il Barone! disse uno dei campieri.
Un cane si mise ad abbaiare sospettoso e feroce in fondo alla viottola. Poco dopo comparve infatti don Peppino, nell'ombra, sull'alto cavallo pugliese come un fantasma nero, seguito da due campieri di cui luccicavano le borchie d'ottone, e le carabine ad armacollo.
Qualcuno diede la voce, e il Barone fermò il cavallo per salutare le signore.
- Siamo stati alla villa, gli dissero. Questa qui è la signora forestiera.
Don Peppino allora smontò da cavallo, per salutare la signora, tenendo il cappello in mano, colossale al lume dei fanali che lo rischiaravano dal petto in su; ma timido, come un ragazzo.
Elena aveva inchinato appena il capo. Il barone consegnò le redini ad uno dei campieri. Egli continuava a discorrere, col piede su d'un sasso, mentre il vecchio servo inginocchiato gli sfibbiava gli sproni, colla testa bianca a livello degli stivali del padrone.
- Ora andate alle case, disse infine. Io verrò dopo. Badate di non fare star fermo il cavallo a questa aria.
Egli volle accompagnare la brigatella sino al principio della viottola. Poi salutò le signore, si inchinò più profondamente all'Elena, e scomparve nel buio.
- E pensare che se lo incontrasse qualche briccone, potrebbe cavargli 20 mila ducati di taglia! osservò uno della brigata.
Don Peppino è bravo come un cane corso, aggiunse un altro. E non si lascerebbe pigliare.
Allora senza saper perché Elena, per tutto il resto del viaggio, pensò a quel ragazzo che non aveva paura di andare solo al buio, a quell'ora.
Cap. 6.
L'ortolano, tutto sottosopra, venne ad annunziare che arrivava la visita del signor Barone.
Elena era sotto il pergolato, dove soleva passare le ore calde della giornata, col ricamo o con un libro in mano. Senza scomporsi accennò di sì col capo al contadino stupefatto e ricevette il Barone fra quelle quattro macchie di dalie come una regina.
Don Peppino, avvezzo alle accoglienze premurose e imbarazzate, fu sconcertato da quella disinvoltura signorile. Egli era venuto con delle intenzioni conquistatrici veramente baronali, vestito in gala, sbattendo il frustino sugli stivali. Giunto al cospetto dell'Elena, per non fare la figura che aveva visto fare agli altri, girando il cappello nelle mani, cominciò ad ammirare il paesaggio, il banco di legno rustico sotto il pergolato, il panierino da lavoro adorno di nastri.
Elena offrì il rosolio in una cassetta da liquori simile a quella che la Baronessa madre teneva sottochiave per le grandi occasioni. A don Peppino sembrava di trovarsi al teatro, quando i dilettanti di Altavilla rizzavano una campagna di cartone, nella quale le pastorelle recitavano coi guanti e le scarpette verniciate. Al momento di congedarsi offrì di venire a prendere la signora in carrozza, per fare una trottata sino ad un paesetto vicino. Elena dopo un lieve cenno di ringraziamento che non voleva dire né si né no, ed un mezzo sorriso più insignificante ancora, seguitava a lavorare d'uncinetto attentamente, lasciando al marito la cura di rispondere. Questi disse:
- Volentieri, se ciò fa piacere ad Elena.
Ma appena il barone fu partito, Elena gli buttò le braccia al collo.
- Hai fatto bene a dir di sì. Ne morivo di voglia!
Nella sera, alla Rosamarina si parlava ancora del Barone, ed Elena disse:
- Peccato che colui sia tanto ricco!
- Io son più ricco di lui! rispose suo marito baciandole le mani. Intanto il Barone non ha queste!
- No! no davvero! disse Elena con un movimento leggiadro della spalla, e non le avrebbe mai. Mi piacerebbe esser ricca, ma non con un marito così fatto!
- Oh, tu sapresti ridurlo a modo tuo! rispose storditamente Cesare sorridendo.
Chi può analizzare le conseguenze lontane delle parole più semplici! Elena si mise a ridere del pari, mormorando:
- Ah, sì! Ma rimase un momento soprappensieri.
Il barone venne il giorno dopo sino al principio della strada carrozzabile col suo phaeton e i suoi quattro cavalli bai. Elena era leggiadrissima nel suo vestito grigio e nero, sotto l'ombrellino di seta greggia. Due altre signore del vicinato erano venute, e riempivano il legno di stoffe gaie, di ombrellini rossi, di allegria e di risa. Raramente gli abitanti del villaggio avevano visto siffatto spettacolo per le strade larghe e deserte del paese, e fu un gridio, una festa generale, lungo i muri degli orti, le facciate basse delle casette, appena si udì da un capo all'altro del paese il trotto sonoro dei quattro cavalli. I monelli correvano vociando dietro il cocchio, le comari si additavano Elena dagli usci, colle rocche, a bocca aperta, tutti quelli che giuocavano a tresette si affacciarono sulla porta del casino. Il barone arrestò il phaeton dinanzi al caffè, con un tratto vigoroso del polso che fece piegare sui garretti i cavalli fumanti, e ordinò dei gelati. Le signore, rosse come i loro ombrellini, vergognose di vedersi il punto di mira di tutto il paesetto affollato intorno al legno, col naso in aria, per vederle mettere il cucchiarino nel gelato, chiacchieravano a voce alta, ridevano forte, con la bocca stretta, e tenevano il mignolo in aria, quasi fossero innanzi allo specchio. Elena invece discorreva tranquillamente col Barone, tutto occupato di lei, colla frusta ritta come un cocchiere, sorbiva il suo gelato guardando i curiosi, assisa naturalmente sull'alto cocchio come su di un trono, coll'ombrellino sulla spalla, rispondeva con un lieve chinar di capo alla presentazione che le faceva don Peppino dei primarii del paese venuti dal casino a far circolo intorno al legno, a testa scoperta. Soltanto le narici delicate di lei si dilatavano di tanto in tanto, e al marito che le domandava se si divertisse, rispondeva di sì, di sì, chinandosi verso di lui, cogli occhi lucenti il suo sorriso non era stato mai così grazioso.
Quando ritornarono indietro, a sera, ella non disse più una parola, stretta nel suo scialletto. Guardava la vasta pianura che si addormentava, le colline sfumate in un nembo di vapori azzurrognoli, su cui si spegnevano gli ultimi raggi del sole dorati nelle nuvole bianche, aspirando avidamente i vigorosi profumi dell'autunno, assorta, in mezzo al cicaleccio delle sue compagne, nel ronzio misterioso che fanno gli insetti al cader della sera, nel trillare dei grilli lontani che davano un che di sconfinato alla campagna. La prima parola che le rivolse il marito la scosse bruscamente come da un sogno.
Il barone tornò spesso alla Rosamarina, a far visita alla signora Elena, a bere il rosolio sotto il pergolato, a cacciare la beccaccia nel vallone. A poco a poco diveniva disinvolto, ed anche Elena, che si abituava alle maniere ed alle mode della provincia, andava familiarizzandosi con lui. Scopriva che egli era un buon giovane, in fondo, semplice e bravo all'occorrenza, generoso e servizievole. Fra i signorotti e le dame del vicinato che formavano la società della Rosamarina egli era il gallo della Checca, gli uomini gli facevano la corte come una signora, e le donne se lo mangiavano cogli occhi.
Coll'Elena sola egli era ancora timido, chinava il capo ai menomi capricci di lei, lusingava in tutti i modi la sua vanità, le esprimeva la sua adorazione nel modo che un seduttore raffinato avrebbe solo stimato opportuno con lei, cercando di vederla il più che poteva, standole vicino in silenzio, cogli occhi sul lembo della sua veste, seguendola come un cane. Ella diceva: E' un buon ragazzo! e si metteva a ridere stringendosi nelle spalle.
Però non lo evitava più colla stessa indifferenza; alle volte accettava il suo braccio, andando per la viottola, si faceva accompagnare pei sentieri del giardino, lo riceveva sotto il pergolato, chiacchierando di tutto, cogliendo insieme i più bei fiori pel vaso della mensa, facendosi aiutare nello scegliere la lana per un tappetino che destinava al marito. Spesso, quando organizzavano coi vicini una qualche scarrozzata nei dintorni, ella aveva il capriccio di guidare i cavalli accanto a don Peppino, ritta sul seggio, coi piedini posati arditamente sulla panchetta, tenendo una sigaretta fra le labbra, raggiante, e si voltava di tanto in tanto verso il marito e la compagnia, esclamando: Va bene? va bene? con una voce vibrante senza saperlo di voluttà, di una gioia fanciullesca.
Il Barone stava tutt'occhi alle teste dei cavalli, faceva sentire la sua voce; di tanto in tanto posava la mano su quella di lei per dare una trinciata di morso, era costretto a premere qualche volta col ginocchio le ginocchia di lei strette nel vestito attillato. Una sera, nella vasta pianura già velata di ombra, mentre il gracidare delle rane spandeva come una larga malinconia, egli raccolse un fiore campestre che le era caduto dal petto, e se lo portò alle labbra.
Elena aggrottò le ciglia, e per tutta la sera fu di un umore orribile. Suo marito non le aveva mai visto quegli occhi sotto quelle sopracciglia aggrottate e quasi congiunte; né aveva mai sospettato quanta violenza di malumore ci potesse essere in quel carattere. Ma la moglie, mentre risalivano la viottola, sotto i rami intrecciati come una volta, stringendosi al petto il braccio di lui, gli disse:
- Io ti voglio un gran bene, sai!
D'allora in poi, né scarrozzate, né gite nei dintorni, né partite di piacere.
Elena lasciò cascare persino l'invito che aveva fatto la baronessa di andare a passare il San Martino in casa sua. Sembrava in collera con don Peppino che aveva interrotto bruscamente i suoi piaceri fanciulleschi.
Ella continuava a riceverlo perché non poteva fare altrimenti, per non dare nell'occhio, ma tutti s'accorgevano del suo mutamento; e il Barone stava davanti a lei come uno scolaretto, a testa bassa, tanto che finì col diradare le visite. Però era sempre a ronzare lì intorno, colla cacciatora di velluto e lo schioppo in spalla. Elena lo vedeva da lontano, fra i cespugli della Rocca, o sui greppi vicini, e seguitava a chiacchierare col marito, o a lavorare sotto il pergolato, senza alzare il capo. Però le si leggeva nel sorriso che si arrestava all'angolo della bocca, nella ruga che si disegnava rapidamente fra le sue sopracciglia, in certo imbarazzo dello sguardo, come una vaga preoccupazione, una sfumatura d'inquietudine. E, cosa strana, guardava alle volte Cesare che era sempre vicino a lei delicatamente affettuoso, con una certa timidezza carezzevole e femminina nelle sue espansioni. Ella sembrava dirgli storditamente: Cosa te ne importa? Dimmi che cosa te ne importa?
E la sua voce si animava di una sorda vibrazione.
Una sera che c'era stata più gente, suo marito dovette andare a cercarla sulla terrazza, dove stava appoggiata alla ringhiera, imbacuccata in uno scialle, assorta nella contemplazione della Rocca che si levava come un'ombra gigantesca e minacciosa, là di faccia. Ella trasalì leggermente al sentirselo vicino, e gli piantò in faccia quegli occhi strani. Ah! finalmente! disse: E' un'ora che ti aspetto!
Ella sentiva per quel cuore amante e delicato una tenerezza capricciosa e dispotica. Rivolta verso di lui, colle labbra strette, bianca come un fantasma, a quel chiarore incerto, lo guardava con degli occhi che corruscavano di tratto in tratto, quasi per l'irrompere di una scarica elettrica, come non sapesse ella stessa il sentimento che suo marito le ispirava. All'improvviso afferrò la fronte di lui colle due mani, e la baciò.
Cesare, nelle maggiori effusioni del suo affetto, subiva un inesplicabile imbarazzo vicino a lei; sembrava che una parte di quella donna, entrata a metà in tutta la sua esistenza, che faceva parte di sé, gli fosse rimasta estranea e sconosciuta. Allorché se la teneva fra le braccia, stretta, e non avrebbe voluto lasciarla più, sentiva una specie di sgomento, come la prima volta che Elena si era abbandonata a lui, nella via scura.
- Che hai? ripeteva Elena. Dillo a me!
Allora, egli cercando cosa avesse, trovava la vaga angoscia che offuscava tutta la sua felicità. Le parlava di sua madre inferma, della sua casa, dalla quale era bandito. Elena, colle ciglia aggrottate, non rispondeva, passeggiando al buio pei sentieri del giardino, in mezzo alle lucciole che sprizzavano scintille fra le tenebre, e di tanto in tanto gli si stringeva contro il braccio, quasi pel trasalire di una commozione inesplicata.
- Per me! per me!
Ma allora si irrigidiva a un tratto come pel corruscare di una sorda irritazione. Camminava assorta, fissando le tenebre, ascoltando vagamente il vento autunnale che gemeva nella gola del vallone, e faceva mormorare il giardino a guisa di un mare, e Cesare non scorgeva quella ruga sottile e fuggevole che si disegnava in mezzo alle sopracciglia di lei, n&ea