Gioganni Verga - Novelle Rusticane
Parte prima
«Bollettino dell'eruzione! Il fuoco a Nicolosi!»
La folla accorreva dai dintorni, a
piedi, a cavallo, in carrozza, come poteva. Lungo la salita, fra il
verde delle vigne, un denso polverone disegnava il zig-zag della
strada. Ad ogni passo s'incontravano carri che scendevano dal
villaggio minacciato, carichi di masserizie, di derrate, di legnami,
perfino d'imposte e di ringhiere di balconi, tutto lo sgombero di un
villaggio che sta per scomparire. E colla roba, sui carri, a piedi,
uomini e donne taciturni, recandosi in collo dei bambini sonnolenti,
coi volti accesi dalla caldura e dall'ambascia. Pei casolari, nelle
borgate, lungo la via, gli abitanti affacciati per vedere, colle mani
sul ventre; qualche vecchierella che attaccava un'immagine miracolosa
allo stipite della porta o al cancello dell'orto; i monelli che
ruzzavano per terra festanti; e sulle porte spalancate delle
chiesuole, la statua del santo patrono, luccicante sotto il
baldacchino, come un fantasma atterrito, colle candele spente, e i
fiori di carta dinanzi.
A Torre del Grifo scaricavano carrate intere di assi e di tavole sulla piazzetta, per le baracche dei fuggiaschi. Le pompe d'incendio tornavano indietro di gran trotto, col fracasso di carri d'artiglieria; e in alto, dirimpetto, il vulcano tenebroso, dietro un gran tendone di cenere, lanciava in aria, con un rombo sotterraneo, getti di fiamme alti cinquecento metri.
All'ingresso del paesetto era un ingombro straordinario di carri, cavalli, gente che gridava, e soldati col fucile ad armacollo, quasi l'avanguardia di un esercito in rotta. Si camminava su di una sabbia nera, fra due file di case smantellate, irregolari, cogli usci e le finestre divelte. La gente ancora affaccendata a portare via roba. Dal balcone di una casa nuova calavano gridando - Largo! - un armadio monumentale. Una vecchierella stava a custodia di alcune galline, seduta su di un cesto, in un cortile ingombro di doghe e cerchi di botte. E qua e là, sulle porte senza uscio, vedevasi qualche povero diavolo che voltava le spalle alle stanzucce nude, aspettando colle mani in mano e il viso lungo, in silenzio, come nell'anticamera di un moribondo. Sul marciapiede del casino di compagnia erano schierate su due file di sedie alcune signore venute a vedere lo spettacolo, che si facevano vento, degli uomini che fumavano, un sorbettiere portava in giro dell'acqua fresca, il baldacchino del Santissimo appoggiato al muro, colle aste in fascio, e di faccia la chiesa spalancata, senza lumi, solo un luccichìo di santi dorati in fondo all'altare in lutto. - Lassù dal campanile, sul chiacchierìo, sul frastuono, sui boati del vulcano, la campana che sonava a processione, senza cessare un istante.
Al Nord, verso l'Etna, lo stradone si
allungava in mezzo a due file di ginestre arboree, formicolante di
curiosi che andavano a vedere, ridendo, schiamazzando, chiamandosi da
lontano, e gli strilli soffocati delle signore barcollanti sul basto
malfermo delle mule, e il vociare di quelli che vendevano gasosa,
birra, uova e limoni, sotto le baracche improvvisate. Via via che i
più lontani giungevano sull'erta udivasi gridare:
- Ecco!
ecco! - con un grido quasi giulivo; di faccia, a destra e a sinistra,
fin dove arrivava l'occhio, come il ciglione alto di una ripa
scoscesa, nera, fumante, solcata qua e là da screpolature
incandescenti, dalle quali la corrente di lava rovinava con un
acciottolìo secco di mucchi immensi di cocci che franassero.
A due passi le ginestre in fiore si
agitavano ancora alla brezza della sera; delle signore si stringevano
al braccio del loro compagno di viaggio, con un fremito delizioso;
altri si sbandavano per le vigne, lungo la linea della corrente
minacciosa, scavalcando muricciuoli, saltando fossatelli, le donne
colle sottane in mano, con un ondeggiare infinito di veli e
d'ombrellini, mentre il crepuscolo moriva nell'occidente, e la marina
in fondo dileguava lontana, nel tempo istesso che l'immensa fiumana
di lava sembrava accendersi nell'orizzonte tetro. Dal paesetto
perduto nell'oscurità giungeva sempre il suono delle campane,
e un mormorìo confuso e lamentevole, un formicolìo di
lumi che si avvicinavano, quasi delle lucciole in viaggio. Poi, dalle
tenebre della via, sbucò una processione strana, uomini e
donne scalzi, picchiandosi il petto, salmodiando sottovoce, con una
nota insistente e lamentosa della quale non si sentiva altro che:
-
Misericordia! misericordia! - E sul brulicame nero e indistinto di
quei penitenti, fra quattro torce a vento fumose, un Cristo di legno,
affumicato, rigido, quasi sinistro, barcollante sulle spalle degli
uomini che affondavano nella sabbia.
Battista, il ciabattino, era morto col crepacuore che Tonio, suo eguale, fosse arrivato a metter bottega in Cordusio, e lui no: la vedova seguitava ad arrabattarsi facendo la levatrice in Borgo degli Ortolani, magra come un'acciuga, con delle mani spolpate che sembrava se le fosse fatte apposta pel suo mestiere. Tutta pel figliuolo, Sandro, un ragazzo promettente, che «l'avrebbe fatta morire nelle lenzuola di tela fine, se Dio voleva, com'era nata», diceva la sora Antonietta a tutto il vicinato; e si turava il naso colle dita gialle quando saliva certe scale. Dell'altra figlia non parlava mai: che era portinaia in San Pietro all'Orto, e il marito le faceva provar la fame.
Sandrino aveva la sua ambizione anche lui, e gli era venuta una volta che il padrone l'aveva condotto a vedere il ballo del Dal Verme, in galleria. Volle essere artista, comparsa o tramagnino.
La sora Antonietta chiudeva gli occhi perché Sandrino era il più bel brunetto di Milano, - non lo diceva perché l'avesse fatto lei! - ed anche pei cinquanta centesimi che si buscava ogni sera a quel mestiere. Quando ballava la tarantella del Masaniello, vestito da lazzarone, la contessa del palchetto a sinistra se lo mangiava con gli occhi, dicevano.
A lui non glie ne importava della contessa, perché era fatta come un salame nella carta inargentata; ma ci aveva gusto pei suoi compagni di bottega, che si martellavano d'invidia a batter la suola tutto il giorno, lo canzonavano e lo chiamavano «sor conte» per gelosia.
La domenica, colla giacchetta attillata, e il virginia da sette all'aria, se ne andava girelloni sul corso, più alto un palmo del solito, a veder le contesse.
All'occorrenza parlava di tanti che erano cominciati ballerini, tramagnini al pari di lui, o anche semplici comparse, per arrivare ad essere coreografi, cavalieri, ricchi sfondolati, artisti insomma, tale e quale come il maestro Verdi. - Artisti da piedi! - rispondeva la mamma. - No, no, ci vuol altro! - Ella aveva messo gli occhi addosso alla figlia unica del padrone di casa, carbonaio, una grassona col naso a trombetta, e le mani piene di geloni sino a tutto aprile. - Con quella lì, quando fosse morto il vecchio, c'era da mettere carrozza e cavalli. Perciò teneva l'orfanella come la pupilla degli occhi suoi, le faceva da madre, la lisciava e l'accarezzava. Nelle serate a benefizio della famiglia artistica, quando la Scala rimaneva quasi vuota, si faceva dare gratis dei biglietti di piccionaia, e conduceva al ballo tutta la famiglia, il carbonaio colla camicia di bucato e la ragazza strizzata nello spenserino di seta celeste, per mostrare il suo Sandro, là, quello colle lenticchie d'oro sulle mutande, che faceva girare il lanternone! Un ragazzo di talento! Purché non si fosse indotto a far qualche scioccheria colle contesse che sapeva lei! Il carbonaio spalancava gli occhi al veder le ballerine, e diventava rosso che pareva gli stesse per venire un accidente.
Ma Sandrino non voleva saperne della carbonaia. Egli s'era innamorato di Olga, una ragazza del corpo di ballo, dal musino di gatta con tanto di pèsche sotto gli occhi, che non aveva ancora sedici anni. La mamma di lei, ortolana in via della Vetra, soleva dire alle vicine:
- Non volevo che facesse la ballerina; ma quella ragazza si sentiva il mestiere nel sangue -.
La Olga quando ammazzolava le carote colle mani sudice, chiamavasi Giovanna, e aveva una vesticciuola sbrindellata indosso. Allorché la Carlotta, lì vicino, le regalava un nastro vecchio, e poteva scappar da lei a infarinarsi il viso, borbottava tutta contenta:
- Vedete, se fossi come la Carlotta! Qui mi si rovinano le mani, ogni anno! - E tutta sola, davanti allo specchio della ballerina, tirava su le gonnelle, e studiava i passi e le smorfie, e a dimenare i fianchi.
Alla Scala da principio se ne stava lì grulla, ritta sulle zampe come il pellicano, non sapendo cosa farne. Sandrino prese a proteggerla perché le altre ragazze la tormentavano coi motteggi.
- Non dia retta, sora Giovannina. Son canaglia, che hanno la superbia nel vestito; ma se vedesse che camicie, nello spogliatoio! - Ella, per riconoscenza, gli piantava addosso quegli occhi che facevano girare il capo.
La prima volta che si lasciò rubare un bacio, al buio nel corridoio, gli si attaccò al collo, come una sanguisuga, e giurarono di amarsi sempre. La sora Antonietta inferocita, non voleva sentirne parlare; e sbuffava ogni volta che Sandrino gliela conduceva a casa la domenica. Solo il carbonaio l'accoglieva amorevolmente, e le prendeva il ganascino, colle mani sudice che lasciavano il segno.
Sandro duro come un mulo. Infine sua
madre andò a dire il fatto suo a quella di via della Vetra:
-
Cosa s'erano messi in testa quei presuntuosi? Volevano far sposare a
Sandrino una che mostrava le gambe per cinquanta lire al mese? Meglio
di quella glie ne erano passate tante per le mani, che erano cadute
per l'ambizione di chiappare il sole e la luna! - Il sole e la luna!
- rimbeccò l'ortolana - col bel mestiere che fa la mamma, che
ogni momento vi chiamano in questura e dinanzi al giudice! -
Sandrino, quella volta, s'era presi degli schiaffi nel mettere pace;
e la Olga, causa innocente, per consolarlo alla prova gli saltò
in mutandine sulle ginocchia, come una bambina.
- Quando quella ragazza si farà - dicevano le più esperte della scuola - vedrete! - Intanto cominciarono a ronzarle attorno i mosconi delle sedie d'orchestra, e la Nana, a cui Sandrino giurava di voler raddrizzar le gambe storte, portava i bigliettini e i mazzi di fiori. La Olga resisteva. Ma quando il barone delle poltrone le piantava addosso l'occhialetto, la ragazza tendeva il garretto, e lasciava correre in platea delle occhiate nere come il diavolo.
La Carlotta, vedendo che quella pitocca raccolta da lei stessa, alla sua porta, voleva levargli il pane, sputava veleno contro Sandrino che vedeva e taceva.
- No che non taccio! - sclamava Sandrino. - Sentirete quel che farò se me ne accorgo io! -
Una sera stava vestendosi pel ballo, col cappellaccio a piume, e il mantello ricamato d'oro quando vide passare la Nana, con un mazzo di fiori, che infilava arrancando il corridoio delle ballerine.
- Sangue di!... corpo di!... - cominciò a sbraitare; ma pel momento non poté far altro, ché di fuori chiamavano pel ballo.
Olga comparve l'ultima, infarinata come un pesce, sculettolando più che mai, e col garretto teso, quasi avesse preso un terno secco quella sera.
- Olga, - le disse Sandrino sotto la fontana di carta, mentre le ragazze si schieravano scalpicciando e sciorinando le gonnelline.
- Olga, non mi fare la civetta, o guai a te!... - La Olga avrebbe potuto stare nella prima quadriglia, tanto si sbracciava e dimenava i fianchi, che bisognava scorgerla per forza. - O che non l'abbassa mai l'occhialetto quello sfacciato! - borbottava lui, mentre sgambettava con grazia reggendo la ghirlanda di fiori di tela, sotto la quale Olga passava e ripassava luccicante e con tutte le vele al vento. Ella, per togliersi la seccatura, gli rispose che quel signore voleva godersi i denari che spendeva. - E tu ci hai gusto! - insisteva Sandro. - Lo fai apposta! Quando hai a passare sotto la ghirlanda, ti chini come se io fossi nano. - Mi chino come mi piace! - rispose lei alfine. E per giunta il direttore assestò a lui la multa.
Al vederla così caparbia, con quegli occhi indiavolati, che buttava all'aria ogni cosa, egli se la mangiava con gli sguardi come quell'altro, e ballava fuori tempo dalla rabbia. La Olga pareva che lo facesse apposta a girargli intorno senza farsi cogliere. Infine, nel galoppo finale, poté balbettarle ansante sulla nuca:
- Se tu cerchi l'amoroso nelle poltrone, troverò anch'io qualcosa nei palchi.
- Bravo! - rispose lei. - Ingégnati!
- Egli si strappava i pizzi e i ricami di dosso, buttandoli sul
tavolaccio unto, e sbuffava e giurava che voleva aspettar davvero la
contessa. Ma questa gli passò accanto sotto il portico senza
vederlo nemmeno, e il cocchiere, impellicciato sino al naso, gli
andava quasi addosso coi cavalli, senza dir:
- ehi! - Sandrino
tornò mogio mogio in via Filodrammatici, donde le ragazze
uscivano in frotta, e la Irma strapazzava per bene il suo banchiere
che non l'aveva aspettata come al solito sotto il portico
dell'Accademia. Olga veniva l'ultima, lemme lemme, col suo scialletto
bianco che metteva freddo a vederlo, e un bel mazzo di rose sotto il
naso.
- Vedi come la Irma sa farsi aspettare? - disse a Sandro. - Ed è un signore con cavalli e carrozza! - Sandrino pretendeva invece che gli dicesse chi le aveva date quelle rose. Ma ella non volle dirglielo. Poi gli inventò che gliele aveva regalate la Bionda.
- Vengono da Genova, - osservò. - E costan molto! - In questa li raggiunse una carrozza, all'angolo di via Torino, e il signore delle poltrone si affacciò allo sportello per buttare un bacio alla ragazza. Sandrino gridava e sacramentava che voleva correr dietro al legno. Ma lei lo trattenne per le falde del soprabito un po' malandato, sicché Sandrino si chetò subito.
- Perché hanno dei denari!... Ma Dio Madonna!...
- Se mi accompagni per far di queste scene preferisco andarmene tutta sola, - disse lei.
- Lo so che sei già stufa! Se sei stufa, dimmelo che me ne vado! - Ella non rispondeva, a capo chino, dimenando i fianchi, talché Sandrino si ammansò da lì a poco. Quando era colla Olga non sentiva né il freddo, né la stanchezza, e l'avrebbe accompagnata in capo al mondo.
- Però, - brontolò lei, - qualche volta potresti pigliare un brum, col freddo che fa. Sento la neve dai buchi delle scarpe.
- Vuoi che pigliamo il brum?
- No, adesso è inutile, adesso! - E seguitava a brontolare.
- Del resto, pel gusto che c'è... sono due anni che ho questo scialletto, e pare una tela di ragno! Come se tua madre non fosse venuta sino a casa mia per dire che volevano rubargli il figliuolo! Non siamo mica dei pezzenti, sai!
- Lascia stare, lascia stare -
rispondeva lui, ma vedendo che infilava già la chiave nella
toppa:
- Così mi lasci, senza darmi un bacio?... - La Olga
si volse e glielo diede. Poi entrò nell'andito e chiuse
l'uscio.
Il domani, Sandrino si fece anticipare quindici lire dal principale, e comperò un manicotto e una pellegrina di pelle di gatto. Ma la Olga non venne alla prova. Il giorno dopo le appiopparono la multa, ed ella snocciolò le lirette una sull'altra, sorridendo come niente fosse.
- Grandezze! - esclamò Sandrino, masticando veleno. - Ha preso l'ambo, sora Olga! - Giurò che voleva darle due schiaffi se la incontrava col barone, in parola d'onore! E glieli diede davvero, al caffè Merlo dei Giardini Pubblici, una domenica mentre pigliava il sorbetto coi guanti sino al gomito, sotto un cappellone tutto piume. Pinf!
panf! Il barone, pallido come un cencio, voleva compromettersi.
Però la Olga se lo condusse via, gridandogli di non sporcarsi le mani con quello straccione.
- Straccione! - borbottava lui. - Ora
che ci hai di meglio son diventato uno straccione! E par tisico in
terzo grado il tuo barone! È vero che a questo mondo tutto sta
nei denari! - Ed ora faceva l'occhio di triglia alla sora Mariettina,
la figlia del padrone di casa, dalla finestra del cortiletto
puzzolente. - La sta bene, sora Mariettina? Gran bella giornata oggi!
- La mamma sottomano aggiungeva:
- Quel ragazzo è
innamorato morto di lei. Ne farà una malattia, ne farà!
- E si asciugava gli occhi col grembiule. La sora Marietta si sentiva
gonfiare il petto sino al naso. Scendeva nel cortile, a pigliar aria,
e si perdevano per la scaletta col giovane. Il babbo, sempre in mezzo
al suo carbone non si accorgeva di nulla. Quando la sora Antonietta
vide i ferri ben scaldati, annunziò che avrebbe fatto San
Michele e se ne sarebbe andata via di quella casa per impedire il
male, se era tempo.
Sandrino sospirava, guardando la ragazza; e tutti e due volevano buttarsi nel Naviglio, se avevano a lasciarsi. - Non te l'avevo detto? - esclamava la madre; e tremava che non avesse a succedere qualche guaio grosso. Quello scrupolo non le faceva chiuder occhio nella notte, e se ne confessava col sor prevosto perché ne parlasse al padre della ragazza. Ma il carbonaio, che aveva l'anima nera come la pece, non volle sentir ragione.
- Bugie! Tutta invenzione della levatrice, che non si contenta di fare quel mestiere solo -.
Allora la Mariettina, a provare ch'era
vero, scappò via con Sandro. Egli le aveva detto come alla
Olga:
- O lei, o nessun'altra! - In tal modo Sandrino ebbe la
Mariettina, ma senza dote. E la levatrice dovette adattarvisi pel
decoro dell'impiego. Allora il suocero si riconciliò con tutta
la brigata, e andava dicendo che il veder quelle due tortorelle gli
metteva il pizzicore di fare come loro, benedetti! Già, gli
avevano preso la figliuola, e solo non poteva starci.
La sora Antonietta, abbaiando come un cane da caccia, venne a scoprire che il vecchio «impostore» gira e rigira era andato a cascare nella Olga, a Porta Renza, e gli costava un occhio del capo all'avaraccio: appartamento, donna di servizio, e mobili di mogano. Il vecchio adesso voleva sposarla per fare economia, e mettersi in grazia di Dio. La Olga non era più una ragazzina, pensava all'avvenire, e si lasciava sposare.
Sandrino, al sentire che gli portavano in casa quella poco di buono, montò sulle furie, e voleva anche piantar la moglie; tanto, colla figlia unica o senza, gli toccava sempre tirar lo spago, nella bottega del calzolaio. Sua madre più giudiziosa lo calmò dicendogli che era meglio avere la suocera sott'occhio, per poterla sorvegliare. - Il peggio è se gli appioppa qualche figliuolo! - osservava lei che se ne intendeva. - E se il vecchio non c'era cascato sino a quel giorno, non voleva dire; che il sacramento del matrimonio fa dei miracoli peggio di quello.
La Olga, credendo diventar signora, fece il suo malanno col mettersi in grazia di Dio, e gli toccò subirsi il marito, il quale intendeva fare economia dei denari spesi prima, e per giunta la sora Antonietta, tornata in pace, che non la lasciava un momento solo, onde dimostrarle che non aveva fiele in corpo.
- Tutti quei dissapori devono aver fine. - diceva alla Olga ed al Sandro. - Adesso siete quasi come madre e figlio -.
La Olga dalla noia di non veder altri in casa sua, si era riconciliata col Sandrino. Gli pareva di tornare a quei bei tempi, quando non era così grassa; e anche lui si scordava della Marietta che s'era messa sulle spalle proprio per nulla. L'altra negli occhi ci aveva sempre quella guardatura che a lui gli metteva le pulci nel sangue, e quando la baciò per far la pace, gli parve come quando l'accompagnava ogni sera in via della Vetra. - Bei tempi, eh? sora Olga? - Ella raccontava che la Irma s'era fatta sposare dal banchiere, e la Carlotta era andata a cercar fortuna in America.
- Io sola non ho sorte!
- Bada a quel che fai! - predicava la sora Antonietta; - se affibbia un figliuolo al vecchio, dell'eredità vi leccherete i baffi -.
La Marietta, lì presente, approvava del capo.
- Siete matte? - rispondeva Sandro. - La roba di mia moglie! O per chi mi pigliate? - Egli corteggiava la madrigna allo scopo di tenerla d'occhio, né più né meno, come faceva la sora Antonietta. L'accompagnava in via della Vetra, ché la Olga non aveva ombra di superbia, e gli piaceva stare nella bottega come quand'era ragazza. L'ortolana diceva ai due ragazzi:
- Vedete! chi l'avrebbe detto? Eppure
ci siete tornati! Ma la sua mamma è pure una gran linguaccia,
sor Sandrino! - Lasci stare, lasci stare! - ripeteva lui. E
nell'andarsene, la sora Olga gli pigiava il gomito, come a dire:
-
Si ricorda? - Era là, in quella stessa stradicciuola scura e
tortuosa. Una volta che non passava gente, egli la strinse fra le
braccia. D'allora non ebbero più pace; il sangue bolliva nelle
vene a tutti e due, e si correvano dietro come due gatti in febbraio.
La sora Antonietta predicava:
- Bada a quel che fai! Bada veh! -
Lui turbato, coi capelli arruffati e gli occhi fuori del capo,
rispondeva sempre:
- No! No! siete matta? Quello no. State tranquilla! - Il vecchio era geloso delle visite alla mamma e della gente che ci aveva sempre fra i piedi. Lagnavasi che gli avevano fatto la chiave falsa, e l'ortolana si pappava i suoi denari; la levatrice s'era tirata anche in casa la figliuola, quella di San Pietro all'Orto, e mangiavano tutti alle sue spalle, diceva. Quei dispiaceri gli accorciarono la vita. La Olga stava chiacchierando con Sandrino allato alla tromba, colla secchia in mano, poiché arrivavano anche a quei pretesti per vedersi, e non sapevano più stare alle mosse. Egli voleva toglierle la secchia dalle mani, tutto tremante. - No! No! - rispondeva lei, a capo chino, col petto ansante, perché era gelosa della Marietta. E Sandro balbettava che la Marietta era un'altra cosa. Lo giurava anche.
Volergli bene sì, ma...
In questo momento alla finestra gridarono che al marito della Olga era venuto un accidente. Sandrino scappò a chiamare la moglie e la suocera. E tutti si piantarono dinanzi al letto, col viso arcigno.
Appena il vecchio poté dar segno di vita, prima che venisse il prete, mandarono pel notaio. Il moribondo nel punto di comparire al giudizio di Dio, biascicò: - La roba a chi tocca -. E se ne andò in santa pace.
Quanto all'Olga la cacciarono fuori a
pedate, e Sandrino giurò che voleva tenerle gli occhi addosso
anche se si mutava di camicia, per impedirle di portar via la roba
della sua Mariettina. Lei, sulle scale, gridava che il vecchio ladro
gli aveva rubata la gioventù, e voleva litigare e dir tutte le
porcherie di quella casa. Ma Sandrino, trattenendo la moglie per le
sottane l'accarezzava e le diceva:
- Non dar retta! Lasciala
sgolare! Sai che donnaccia! Non ti guastare il sangue per colei! Ora
vogliamo stare allegri -.
Ecco quel che gli toccò passare al Crippa, parrucchiere, detto anche il bell'Armando, Dio ce ne scampi e liberi!
Fu un giovedì grasso, nel bel mezzo della mascherata, che la Mora gli venne incontro sulla piazza, vestita da uomo - già non aveva più nulla da perdere colei! - e gli disse, cogli occhi fuori della testa:
- Dì, Mando. È vero che non vuoi saperne più di me?
- No, no! quante volte te l'ho a dire?
- Pensaci, Mando! Pensa che è impossibile finirla del tutto a questo modo!
- Lasciami in pace. Ora sono ammogliato. Non voglio aver storie con mia moglie, intendi?
- Ah, tua moglie? Essa però lo sapeva quello che siamo stati, prima di sposarti. E oggi, quando t'ho incontrato a braccetto con lei, mi ha riso in faccia, là, in mezzo alla gente. E tu, che l'hai lasciata fare, vuol dire che non ci hai né cuore, né nulla, lì!
- Be', lasciamo andare. Buona sera!
- Dì, Mando? È proprio così?
- No, ti dico! Non voglio più!
- Ah, non vuoi più? No? - E il
Crippa, colpito lì dove la Mora diceva che non ci aveva né
cuore né nulla, andò annaspando dietro a lei, come un
ubriaco, e gridando:
- Chiappatela! chiappatela! - Poi cadde come
un masso, davanti alla bottega del farmacista.
Le guardie e la folla a inseguirla,
strillando anche loro:
- Piglia! piglia! - Finché un
giovane di caffè la fece stramazzare con un colpo di sedia sul
capo; e tutti quanti l'accerchiarono, stralunata e grondante di
sangue, col seno che gli faceva scoppiare il gilè
dall'ansimare, balbettando:
- Lasciatemi! lasciatemi! - Appena la riconobbero, così rabbuffata, a quel po' di luce del lampione, scoppiarono improperi e parolacce:
- È la Mora! quella donnaccia!
l'amante del Crippa! - Come se gli avesse parlato il cuore, al
disgraziato! Giusto in quei giorni, era stato dal maresciallo a
denunziargli la sua amante, che voleva giocargli qualche brutto tiro:
- La Mora non vuole lasciarmi tranquillo, ora che ho preso moglie,
signor maresciallo -. E il maresciallo aveva risposto:
- Va bene -
al solito, senza pensare a ciò che potesse covare dentro di sé
una donna come quella. Ora le guardie arrivavano dopo che la frittata
era fatta, sbracciandosi a gridare:
- Largo! Largo! - In quel
momento si udì un urlo straziante, e si vide correre verso la
bottega del farmacista, dove stavano medicando il ferito, una donna
colle mani nei capelli. Era l'altra, la moglie vera, che piangeva e
si disperava, gridando:
- Giustizia! Giustizia, signori miei! Me
l'ha ucciso, quell'infame, vedete! - Il Crippa, abbandonato su di una
seggiola, tutto rosso di sangue, col viso bianco e stravolto, la
guardava senza vederla, come stesse per lasciarla dopo soli due mesi
di matrimonio, poveretta! La folla voleva far giustizia sommaria
della Mora, ch'era rimasta accasciata sul marciapiedi, in mezzo agli
urli e alle minacce della folla, come una lupa. Arrivarono sino a
darle delle pedate nel ventre; tanto che le guardie dovettero
sguainare le daghe per menarla in prigione, in mezzo ai fischi, che
sembrava una frotta di maschere.
Dopo, al cospetto dei giudici, quando le mostrarono i panni insanguinati della sua vittima, non seppe che cosa rispondere.
- Ouesta donna ch'è stata di tutti, - tonava il pubblico accusatore, coll'indice appuntato verso di lei, come la spada della giustizia; - questa donna che, per ogni trivio, fece infame mercato della propria abbiezione, e della cecità, voglio anche concedere alla difesa, della acquiescenza del suo amante, questa donna, o signori, osò arrogarsi il diritto delle affezioni pure e delle anime più oneste; osò esser gelosa, il giorno in cui il suo complice apriva gli occhi sulla propria vergogna, e si sottraeva al turpe vincolo, per rientrare nel consorzio dei buoni, ritemprandosi colla santità del matrimonio! - Ella udì pronunziare la sua condanna, disfatta, cogli occhi sbarrati e fissi, senza dir verbo. Si alzò traballando, come ubbriaca, e nell'uscire dalla gabbia di ferro, batté il viso contro la grata.
Prima l'aveva fatta cadere il signorino - se ne rammentava ancora come un bel sogno lontano, svanito. - Aveva pianto e supplicato.
Indi, a poco a poco, vinta dal rispetto, dalla lusinga di quella tenerezza prepotente, dalla collera di quel ragazzo abituato a fare il suo volere in casa, s'era abbandonata timorosa e felice.
Era stato un bel sogno, ch'era durato un mese. Egli saliva furtivo nella cameretta di lei, colle scarpe in mano, e si abbracciavano tremanti, al buio. Il giorno in cui il giovanetto dovette far ritorno all'Università, pioveva a dirotto; essa si rammentava pure dello scrosciare malinconico e continuo di quella grondaia.
L'avevano sentito tutta la notte, colle braccia al collo l'una dell'altro, cogli occhi sbarrati nelle tenebre, contando le ore che sfilavano lente sui tetti. Poi lo vide partire coll'ombrello sotto l'ascella e la cappelliera in mano, senza dirle una parola davanti ai suoi. La signora però, coll'istinto della gelosia materna, indovinò le lacrime che doveva soffocare la ragazza in quel momento, e si diede a sorvegliarla. Un giorno, dopo averla mandata fuori con un pretesto, salì nella cameretta di lei, si chiuse dentro, e quando la Lena fu di ritorno colla spesa, trovò la padrona seria e accigliata, che le aggiustò il conto su due piedi, le ordinò di far fagotto, e la mise alla porta con una brutta parola.
La povera Lena, non sapendo che fare, schiacciata sotto la vergogna, prese la diligenza per la città, e andò a trovare il suo amante. Egli non era in casa. L'aspettò sulla porta, seduta sul marciapiede, col fagottino accanto. Dopo la mezzanotte lo vide che rientrava insieme a un'altra. Allora si alzò, colle gambe rotte dal viaggio, e si allontanò rasente al muro zitta zitta. Il giovane non ne seppe mai nulla.
Era sopravvenuto un altro guaio, il suo fallo che era visibile a tutti. Cercò inutilmente di collocarsi. Spese quei pochi quattrini che le avanzavano, e infine, per vivere, fu costretta a prendere alloggio in un albergaccio dove la Questura veniva, di tanto in tanto, a far le sue retate. Lì ebbe a fare la prima volta con quella gente. Padrona e avventori ridevano delle paure sciocche di lei, quando le guardie entravano all'improvviso di notte, e frugavano sotto i letti. Uno di quegli avventori, detto il Bulo, uomo sulla cinquantina, colla faccia dura, il quale arrivava ogni quindici o venti giorni, senza bagaglio, ed era sempre in moto di qua e di là, s'innamorò di lei. Ella disse di no. Allora egli le offerse di sposarla. Lena disse ancor di no, sbigottita da quella faccia, e vergognosa di dover confessare il suo passato. Poscia, quando fu all'ospedale, e che lui soltanto venne a trovarla, colle mani piene d'arance, vinta da una gran debolezza, chinò il capo piangendo, e gli confessò il suo fallo.
Il Bulo protestava che non gliene importava nulla - acqua passata - purché non si ricominciasse da capo - e così si accordarono. Il Bulo non era affatto geloso; la lasciava sola per mesi e settimane, e continuava ad andare sempre in giro pel suo mestiere, che non si sapeva quale fosse. Il Crippa, suo compagno, bazzicava solo in casa, aiutandolo nei negozi ai quali ei solo aveva mano, aspettandolo quando non c'era, avendo sempre qualche cosa da dirgli sottovoce, prima che il Bulo si mettesse in viaggio.
Nel medesimo tempo faceva l'asino alla
comare, s'irritava alla resistenza di lei, abituato a fare il gallo
della Checca, sempre vestito come un figurino, coi capelli arricciati
e lucenti. Le portava dei vasetti di pomata, delle boccette di
profumeria. Ella ribatteva che suo marito non se lo meritava. - Era
stato tanto buono con lei! - Il Crippa, che certe storie non le
capiva, badava a ripetere:
- Or bene, giacché vostro marito
ha chiuso gli occhi una prima volta... - Fu un giorno che il marito
tardava a venire, e il Crippa la colse nella stanza di sopra, col
pretesto di cercare un pacchettino che il compare gli aveva scritto
di mandargli. La Lena, china sul cassetto del mobile, cercava insieme
a lui, col seno gonfio, quando il bell'Armando tutt'a un tratto
l'afferrò pei fianchi e le accoccò un bacio alla nuca.
- No! no! - balbettava essa tutta tremante, bianca come cera; ma il sangue le avvampò all'improvviso in faccia; arrovesciò il capo, cogli occhi chiusi, le labbra convulse, che scoprivano i denti.
Dopo rimase tutta sottosopra, tenendosi la testa fra le mani, quasi fuori di sé.
- Cosa ho fatto, Dio mio! Cosa m'avete fatto fare! - Il Crippa, contento come una Pasqua, cercava di chetarla.
Oramai... suo marito non ne avrebbe saputo mai nulla, parola di galantuomo, se avesse avuto giudizio anche lei.
Il Bulo però lo seppe o lo indovinò, al vedere l'aria smarrita della Lena, che ancora non aveva fatto il callo a certe cose.
Crippa, il bell'Armando, più sfacciato, gli faceva le solite accoglienze da fratello, buttandogli le braccia al collo, dandogli conto dei loro negozi per filo e per segno.
Il Bulo lo guardò colla faccia dura, e gli rispose secco secco:
- Vi ringrazio, compare, di tutto quello che avete fatto per me, e un giorno o l'altro ve lo renderò -.
La Lena sentì gelarsi il sangue a quelle parole. Ma il Crippa, che aveva mangiato la foglia anche lui, le disse all'orecchio, mentre il compare era andato di sopra un momento, a mutarsi i panni:
- Stai tranquilla, che ci penso io! - La notte stessa vennero le guardie ad arrestare il Bulo, e misero sottosopra tutta la casa, rimovendo perfino i mattoni del pavimento per vedere quel che c'era sotto. Il Bulo, mentre lo menavano via ammanettato, le lasciò detto per ultimo addio:
- Salutami il compare, e digli che ci rivedremo al mio ritorno -.
Il giorno dopo arrivò il Crippa, fresco come una rosa. La Lena, che aveva qualche sospetto, non seppe nascondergli la brutta impressione. Però egli si scolpò subito giurando colle braccia in croce. Due giorni dopo arrestarono anche lui, come complice del Bulo, mettendoli a confronto l'uno con l'altro. Ma prove non ce n'erano; il Crippa dimostrò ch'era innocente come Dio, e per ribattere l'accusa spiattellò innanzi ai giudici la storia della comare, un tiro che cercava di giocargli il marito per gelosia. - Pelle per pelle, cara mia!... - disse poi alla Lena. - Da mio compare non me l'aspettavo questo servizio!... Quante ne ho passate, vedi, per causa tua!... - Ormai non c'era più rimedio. Tutto il paese lo sapeva. Perciò ella si mise col Crippa apertamente.
E si rammentava anche di questo - che un giorno, dopo che gli si era data tutta, anima e corpo, dopo che per amor suo aveva sofferto ogni cosa, la fame, gli strapazzi, la vergogna del suo stato, dopo che per lui era arrivata a vendere sin la lana delle materasse, il bell'Armando l'aveva piantata per correre dietro a una stracciona che gli spillava quei pochi soldi strappati a lei.
E quando, pazza di dolore e di gelosia,
cercava di trattenerlo, cogli occhi arsi di lagrime, dicendogli:
-
Guarda, Mando!...
Guarda che ti rendo la pariglia!... - egli si stringeva nelle spalle, per tutta risposta.
Poi, allorché s'incontrarono di nuovo, era passato tanto tempo!
tanto tempo! e tante vicende! Anch'essa era mutata, tanto mutata!
Ma quell'uomo non se l'era potuto levare mai dal cuore, e adesso, la sciagurata, chinava il capo e si sentiva venir rossa come una volta.
Fu una sera tardi, che ella tornava a casa tutta sola, per combinazione. Egli la chiamò per nome, guardandola negli occhi con un certo fare, con un risolino che la rimescolava tutta. Lei voleva scusarsi balbettando, tentando di giustificarsi umilmente, mentre sentiva che il cuore le balzava verso quell'uomo. Lui le tappò la confessione in bocca con un bel bacio, un bacio che la fece impallidire, e le passò il cuore come un ferro.
Avrebbe preferito una coltellata addirittura. Ma egli non era geloso, no. Ormai!...
Un giorno le capitò dinanzi tutto rabbuffato. Aveva bisogno di denari; ma si fece pregare un bel pezzo prima di confidarglielo.
Lena glieli diede il giorno dopo.
D'allora in poi tornò spesso a domandargliene, senza farsi più
pregare. E infine quando la poveretta, colla nausea alla gola, come
una costretta a mandar giù delle porcherie, si arrischiò
a dirgli:
- Ma dove vuoi che li pigli questi denari? - per tutta
risposta Mando le voltò le spalle.
- Senti, - esclamò la Lena con un impeto di tenerezza selvaggia, buttandoglisi al collo; - se li vuoi... se li vuoi proprio questi denari... Ma dimmi almeno che mi vorrai bene lo stesso... - Egli si lasciò abbracciare, ancora accigliato, brontolando fra i denti.
Lena glielo diceva spesso:
- Vedi, lo so che tu non mi vuoi bene. Ma non me ne importa; perché te ne voglio tanto io; tutto il male che ho fatto, l'ho fatto per te, intendi? - E il giorno in cui venne a sapere che egli prendeva moglie, l'ultima volta che ebbe ancora il coraggio di comparirle dinanzi col sorrisetto ironico e la giacchetta nuova, gli disse:
- Lo so che la sposi pei quattrini. Ma ora tu devi fare quel che io ho fatto per te -.
Il bell'Armando fingeva di non capire. Allora Lena lo afferrò pei capelli profumati, colle labbra bianche, e gli disse:
- Guarda, Mando! Guardami bene negli occhi! E dimmi s'è possibile finirla così, del tutto, dopo quel che abbiamo fatto tutti e due!
Dimmi se potresti dormire senza rimorsi nel letto di tua moglie...
- Il Crippa campò, per sua fortuna; mise giudizio, ed ebbe figliuoli e sonni tranquilli, in quel buon letto morbido e caldo, mentre la Mora scontava la pena sul tavolaccio dell'ergastolo.
Su tutte le cantonate immensi cartelloni a tre colori annunziavano:
CAFFÈ-CONCERTO NAZIONALE QUESTA SERA DEBUTTO DI MADAMIGELLA EDVIGE GRAN SUCCESSO DEL GIORNO SENZA AUMENTO SUL PREZZO DELLE CONSUMAZIONI
I pochi avventori mattutini del «Caffè-Concerto Nazionale», già avvezzi ai grandi successi, non degnavano neppure di un'occhiata il lenzuolo bianco, verde e rosso, sciorinato dietro il banco, sul capo della padrona, la quale stava discutendo con una ragazza alta e magra, che la supplicava a voce bassa, in atteggiamento umile, infagottata nella cappa lisa. In un canto il lavapiatti sbracciato scopava un tavolone che la sera faceva da palco, parato a drappelloni bianchi, verdi e rossi; ornato di corone d'alloro di carta, che pendevano malinconiche.
La padrona scrollava il capo ostinatamente, stringendosi nelle spalle. L'altra insisteva sempre a mani giunte, facendosi rossa, quasi piangendo. Infine, come entrò un forestiero stracco a bere un moka da venti centesimi, col naso sul giornale del giorno innanzi, la ragazza si rassegnò ad intascare i pochi soldi che la padrona le contava ad uno ad uno sul marmo, con un fare d'elemosina.
Alle otto in punto di sera, accesi i
lumi del pianoforte, il maestro, un giovanotto allampanato sotto una
gran barba e uno zazzerone che se lo mangiavano, dopo un grande
inchino alla sala quasi vuota, incominciò timidamente una
ouverture di propria fabbrica, mentre il «Caffè-Concerto
Nazionale» andavasi popolando a poco a poco. Dopo montò
sul tavolone un pezzo d'uomo, vestito tutto di rosso come un gambero
cotto, con due enormi sopracciglia alla chinese, per darsi un'aria
satanica, e dei cornetti inargentati. Egli si mise ad urlare «la
canzone dell'oro» come un ossesso, allargando le gambe sul
tavolato, stendendo gli artigli minacciosi verso l'uditorio, con
certi occhi terribili e certe boccacce sardoniche che volevano
incutere terrore. Al «dio dell'oro» mescolavasi
l'acciottolìo dei piattini, lo sbattere dell'usciale e la voce
dei tavoleggianti, i quali gridavano:
- Panna e cioccolata! -
oppure: - Tazza Vienna! - Mefistofele salutò lo scarso
pubblico, che non gli badava, e scese adagio adagio la scaletta col
mantelletto ad ali di pipistrello che gli sventolava dietro.
- Stasera avremo il gran debutto, - osservò un avventore che centellava da tre quarti d'ora una chicchera di levante.
- Il successo del giorno! - grugnì il vicino, ch'era sempre lì a quell'ora, colla coppa di Vienna vuota dinanzi, un mucchio di giornali sotto la mano, e la moglie addormentata accanto.
Infatti, dopo il pezzo con variazioni per pianoforte sulla Stella confidente venne il duetto dell'Ernani, e comparve un'altra volta dalla cucina il baritono vestito alla spagnuola, con un medaglione d'ottone che gli ballava sul ventre, e un cappello piumato in testa, facendo largo a madamigella Edvige, tutta di bianco come un fantasma, sotto la polvere d'amido e la veste di raso del rigattiere.
- Che braccia magre! - osservò un dilettante, fiutandole quasi sotto i guanti lunghi e duri di benzina.
Carlo V offrì cavallerescamente
la mano ad Elvira per montare sul palco malfermo, e lì, nella
gran sala piena di fumo, il duetto incominciò. Ahimé!
una vera delusione pel pubblico e pel Caffettiere. Madamigella Edvige
aveva una voce stridente che faceva voltare arrabbiati anche i
tranquilli lettori di giornali; e la poveretta, pallida come una
morta, aveva un bell'annaspare colle mani, e dimenare i fianchi,
rizzandosi sulla punta delle scarpette di raso troppo larghe, per
acchiappare le note. Una voce, dal fondo della sala gridò:
-
Presto! un bicchier d'acqua! - E tutto l'uditorio scoppiò a
ridere. Carlo V invece se la cavava magnificamente, avendo le signore
dalla sua, pei suoi effetti di polpa, sotto le maglie di colore
incerto, e le sue note alte che assordavano perfino i camerieri, e
facevano tintinnare le gocciole delle lumiere. La debuttante scese
dal palco più morta che viva, incespicando, colle sottane in
mano, fra gli spintoni dei tavoleggianti che correvano di qua e di
là, portando i vassoi in aria.
Il dilettante di prima osservò pure:
- Che piedi! - Seduta in un cantuccio
della cucina, fra i lazzi degli sguatteri, e il fumo delle
casseruole, la debuttante aspettava scorata la sua sentenza, ed anche
la cena, ch'era compresa nell'onorario, alla tavola comune, insieme
al cuoco, il baritono, i camerieri ed il maestro, ancora in cravatta
bianca. Quest'ultimo, un gran buon diavolo, malgrado la sua barbona,
cercava di confortarla come poteva:
- La sala era tanto sorda!
Chissà, una seconda volta, quando fosse stata più
sicura dei suoi mezzi... - La poveretta rispondeva di tanto in tanto
con un'occhiata umile e riconoscente a quelle buone parole. Il
baritono intanto, con un pastrano peloso gettato sul giustacuore di
Carlo V, e un tovagliuolo al collo, divorava in silenzio. - Artisti
bisogna nascere! - osservò infine a bocca piena.
La padrona, chiuso il libro e spenti i lumi del Caffè, era scesa in cucina a dare un'occhiata. Alla povera ragazza, che aspettava col viso ansioso, disse bruscamente:
- Cara mia, me ne dispiace, ma non ne facciamo nulla. Avete visto che fiasco? - L'altra rimaneva a capo chino, coi fiori di carta nei capelli, e le spalle infarinate. - Mangiate, mangiate pure! - ripigliava la padrona, una buona donna. - Che diamine! Non voglio che la gente vada via a pancia vuota da casa mia -. Il maestro, che pensava al poi, le spingeva il piatto sotto il naso. Ma la poveretta non aveva più fame; si sentiva la gola come stretta dai singhiozzi; andava riponendo adagio adagio nella borsetta i guanti lavati, i fiori di carta, e le scarpette di raso; senza però potersi risolvere ad andarsene. Due ragazzacci, che parlavano forse di tutt'altro, si misero a sghignazzare. Allora essa salutò umilmente tutti, e s'avviò.
Sulla porta un cameriere in giubba
stava spengendo i lumi, e staccava il cartellone del Concerto,
canticchiando:
- Gran successo del giorno! - Per la via buia e
deserta da stringere il cuore, correvano le prime raffiche d'autunno.
Il maestro, mosso a compassione, le era corso dietro.
- Vuol essere accompagnata a casa?... Senza complimenti.
- No, grazie, sto lontano assai.
- Diamine! diamine! Anch'io sono aspettato a casa... Ma non posso lasciarla andare sola come un cane... Vuol dire che affretteremo il passo.
- Davvero... Non vorrei abusare.
- No, no, spicciamoci piuttosto! Anche per me è tardi... Ci ha qualcuno che l'aspetti?
- Nossignore, nessuno.
- Almeno ci avrà qualche conoscente qui?
- Neppure, signore; sono arrivata la settimana scorsa, con una lettera pel Caffè Nazionale: una corista, mia compagna che vi era stata questa primavera, mi disse che ci avrei trovato qualche cosa, non molto, è vero, ma nella stagione morta, sa bene...
Laggiù, alla piazza, erano rimaste cinquanta persone sulla strada, dopo la fuga dell'impresario. Dicono che anche lui, poveraccio, ci abbia perso tutto il suo... - Il maestro pensava intanto a quei giorni terribili in cui una notizia simile era arrivata come un fulmine al Caffè, sulla faccia stravolta di un artista, e s'erano trovati tutti, raccolti dallo stesso terrore, davanti alla porta chiusa del teatro. Poi erano corsi in folla all'agenzia, come pazzi, in paese straniero, in mezzo a gente di cui non conoscevano la lingua, e che si fermava sorridendo al passaggio di quella turba affamata. E le lunghe ore dei giorni interminabili, passate al Caffè, il solo rifugio, con una tazza di birra dinanzi, le notti terribili d'inverno, le camicie portate tre settimane, il mozzicone di sigaro raccattato di nascosto. Sentiva perciò una grande simpatia per quell'altra derelitta, e le andava dicendo:
- Coraggio! coraggio! Bisogna farsi animo! L'aiuterò anch'io, come posso... È vero che non posso far molto... Son forestiero come lei... E non sono stato sempre fortunato... Ma vedrà che il buon tempo giungerà anche per lei... Diavolo! diavolo! Dov'è andata a scovarlo quest'albergo, così lontano?
- Me lo indicarono laggiù... perché spendessi meno... Mi rincresce per lei!...
- No, no... È che m'aspettano a casa... Sanno l'ora, press'a poco... Mi toccherà inventare qualche storiella... Ma lei non pensi a questo... Deve aver altro in testa, lei, poveretta! Ci dorma su, si faccia animo, che quanto potrò lo farò ben volentieri per lei.
- Oh, signore!... Com'è buono!...
- Niente, niente, una mano lava l'altra. Se non ci aiutiumo fra di noi! Il male è che non posso far molto!...
Infine ella disse:
- È qui -. Picchiò all'uscio di un albergaccio d'infima classe, e gli strinse la mano colle lagrime agli occhi. Aveva la faccia tanto buona, colla barba lunga, e il misero paletò che il vento gli incollava addosso come fosse di lustrino. Dalla finestra una vociaccia assonnata rispose brontolando:
- Vengo! vengo! Bell'ora di tornare a
casa! - Anche lui, in quel momento, la guardò negli occhi, le
strinse forte la mano due o tre volte, mosse le labbra, per dire
qualche cosa, infine proruppe:
- Me ne vado, sono aspettato. Buona
notte!
Buona notte! - E partì correndo.
La stanzuccia, che pigliava lume da un
finestruolo sulla scala, costava cinquantacinque centesimi al giorno,
tre soldi di pane e latte la mattina, trentacinque centesimi il
desinare. La sera poi doveva spendere altri sei soldi per andare al
Caffè Nazionale, dove era quasi certa di vedere il maestro, la
sola persona che conoscesse nella città. Negli intermezzi,
quando poteva, egli andava a salutarla; da lontano, prima di parlare,
gli si vedeva in viso la stessa notizia scoraggiante:
- Nulla
ancora! - Poi, al vederla così triste e rassegnata, colla
chicchera di Caffè vuota sul tavolino, voleva pagar lui. Ma
essa non permetteva, arrossendo fino ai capelli. - No, signore,
un'altra volta! - Egli non osava insistere, ma avrebbe voluto che lei
lo considerasse come un vero amico, come un fratello. Le confidava i
suoi piccoli guai, anche lui, per incoraggiarla. Le narrò a
poco a poco tutta la sua vita, proprio come a una sorella, oggi una
cosa, domani l'altra: il fallimento dello zio che s'era preso cura di
lui orfano, la vocazione strozzata dal bisogno, il pane trovato con
mille stenti qua e là, tutta la sua giovinezza scolorita,
scoraggiata, senza gioie, senza fede, senza amore. Essa allora
sorrideva, scotendo il capo con una grazia giovanile che la faceva
tornar bella. - No, no! Ve lo giuro! Mai! - Allora chinavano il viso,
malinconici. Una volta i loro occhi s'incontrarono, e si fecero rossi
tutti e due.
Ma spesso egli giungeva accompagnato da un donnone coi baffi come un uomo d'arme, la quale aveva il colorito acceso, con un gran cappellone di felpa ornato di piume rosse, ed era serrata in una veste di seta grigia che pareva dovesse scoppiare a ogni momento.
Quelle volte il maestro non osava muoversi neppure; il donnone, dal suo posto, non lo perdeva di vista un momento, sotto le piume rosse del cappellone. - È la mia padrona di casa, una buona donna, - le aveva detto lui. - Ma quando ci vede insieme faccia finta di niente, per carità! - Fu come una fitta al cuore. Il baritono che l'incontrò per la strada, tutta sottosopra, le propose di accompagnarla. - Permettereste voi, mia bella damigella, d'offrirvi il braccio mio, per far la strada insieme? - Ella ricusava. Andava molto lontano... Non voleva abusare... - Ma che! ma che! Bagattelle!
D'altronde son ben coperto. Con questa pelliccia qui, potrei andare sino al Polo! Senta! senta! Un regalo dei miei amici di Odessa. Tutta volpe di Siberia; una bestia che vende cara la sua pelle a quello che dicono!... Eh! eh! Comincia presto l'inverno quest'anno! Non c'è male, n'è vero?... Buona notte, maestro! - Questi passava rattrappito nel suo paletò, dando il braccio alla sua compagna, di cui la veste grigia luccicava come un'armatura sotto il lampione. - È la fiamma del maestro, - aggiunse il baritono. - Una pira, come vede! Però un buon diavolaccio anche lui! Un po' timido, un po' bagnato, come diciam noi, ma il mestiere lo conosce, ve lo dico io! Quando vi siete mangiate quelle note della cabaletta, la sera del vostro debutto, vi rammentate? do, sol, do, nessuno se n'è accorto. Peccato che non riempiano lo stomaco le note che si mangiano, eh! eh! eh! Capisco, capisco, l'emozione, la paura... Ma bisogna aver la faccia tosta, mia cara; e sputar fuori le vostre note pensando che quanti stanno ad ascoltarvi sono tutti una manica di cretini, se no non si fa nulla! Però vorrei sapere chi è quel boia che vi ha messo in questo mestiere, senza voce come siete!
- La voce ce l'avevo. Fui ammalata tanto tempo e d'allora in poi, in principio dell'inverno ci ho sempre come una spina qui...
- Ah! ah! Peccato! Alle volte, vedete, succedono di queste cose che si farebbe scendere gli dei del cielo!... - In fondo, del cuore ce ne aveva anche lui, sotto la pelliccia, e sapendo che era a spasso cercava di consolarla come poteva.
- Bisogna farsi animo, mia cara amica. Cent'anni di malinconia non ci danno una sola giornata buona. E poi son cose che abbiamo passate tutti quanti. La va così, per noi altri artisti. Oggi fame, domani fama! Non parlo per me, ché non posso lagnarmi, grazie a Dio! M'hanno sempre voluto bene da per tutto! Guardate questo anello di brillanti! E queste catenelle d'oro, oro di ventiquattro carati, garantito! Ma ogni santo ha la sua festa.
Vedrete che verrà la vostra festa, anche per voi! - Chiacchierava, chiacchierava, con una certa bonomia che gli veniva in quel momento dallo stomaco pieno, dalla pelliccia calda, dal bicchierino di cognac, e anche dalla vicinanza di quella giovane simpatica, che sentiva tremare di freddo sotto il suo braccio, nella via deserta. - Vedrete che verrà la vostra festa. Bisogna tentare un'altra volta; in un'altra piazza, ben inteso! Peccato che non abbiate voce! Avete provato se vi vanno le canzonette allegre? Per quelle si fa anche a meno della voce. Ma occorrono altri requisiti: del tupé, l'occhio ardito, i fianchi sciolti... e un po' più di polpa, che diavolo! È vero che questa può venire...
siete giovane!... - Così dicendo
l'esaminava dalla testa ai piedi, ogni volta che passavano sotto un
lampione, col fare allegro e senza cerimonie di buon camerata. - E
non bisogna fare tante smorfie, cara mia. Colle smorfie non si
mangia. E non aver neppure dei grilli in capo. Io, come mi vedete, ho
fatto i primi teatri del mondo; potete dimandare a chi volete di
Arturo Gennaroni; eppure quando vennero ad offrirmi la scrittura pel
Concerto del Caffè Nazionale non mi feci tirar le orecchi. Si
piglia quel che capita. Oggi qui, domani là. Come? ci siamo di
già? Avrei fatto altri due passi, per avere il piacere di
stare con voi ancora. Il tempo passa presto. Che bella serata, in
così buona compagnia eh? Un freddo secco che fa bene allo
stomaco. È quello il vostro albergo? Hum! hum! Quasi quasi
v'offrivo ospitalità in casa mia! - E com'essa si stringeva
all'uscio:
- Eh, non abbiate paura! Che non voglio mica mangiarvi
per forza. Non volete? Buona notte! - Il maestro le aveva procurato
due o tre indirizzi d'agenti teatrali ai quali l'aveva raccomandata.
La presentò ad un impresario che montava un'operetta. Tutti
rispondevano:
- Pel momento non c'è nulla -. L'impresario
soggiunge:
- Bisogna vedere se vi è rimasta qualche altra
cosa di bello, figliuola mia, perché la voce se n'è
andata. Be', be', se avete di questi scrupoli non ne parliamo più!
- Ella tornava indietro così avvilita che il maestro si fece
animo per dirle:
- Sentite... È un pezzo che volevo
dirvelo... Se avete bisogno di denaro... forestiera come siete...
senza amici... senza aver altri conoscenti... Non son ricco, è
vero... Ma quel poco che ho. No! no! non vi offendete. In imprestito,
vedete! Come tra fratello e sorella!... - Ella scoppiò a
piangere.
- Dio mio! Vi ho forse offesa? Non intendevo offendervi, vi giuro.
Se mi volete un po' di bene anche voi!... Io ve ne voglio tanto!... Basta, basta, perdonatemi! Sia per non detto! Ma promettetemi almeno che se mai... il giorno in cui... Pensate che vi voglio bene... come un fratello... E vorrei che anche voi... - Ella gli stringeva le mani, colle lagrime agli occhi, per dirgli di sì... che anche lei... che gli prometteva...
Ma piuttosto sarebbe morta. Da tutti, da tutti, prima che da lui!
Glien'era riconoscente, sì! Avrebbe voluto anzi dirgli tante cose, per provarglielo, che non ci aveva più nessun altro in cuore...
che quell'altro a poco a poco se n'era andato via, com'era andato lontano; e domandargli della donna che spesso veniva con lui al Caffè, e le dava una stretta al cuore... Delle sciocchezze, via!
ma non sapeva da che parte incominciare. Egli sembrava sulle spine, ogni volta che erano insieme, guardava intorno, con aria inquieta; evitando d'incontrarla, nelle vie frequentate, scappando subito con un pretesto se c'era gente.
Uno dopo l'altro aveva prima impegnato i pochi oggetti che avessero qualche valore: gli orecchini, il braccialetto d'argento dorato, la poca roba d'estate, fino il baule dove la teneva. Tanto non poteva più andarsene. Poscia vendette le polizze dei pegni.
Alla posta, l'ultima speranza degli sventurati in paese straniero, le rispondevano invariabilmente, due volte al giorno:
- Nulla! - Una sera che ne usciva barcollante, incontrò il baritono, Arturo Gennaroni, sempre impellicciato, che le fece un gran saluto cerimonioso, levando in alto il cappello come se volesse dire evviva! Giusto voleva presentarle l'amico che era con lui - Temistocle Marangoni, il primo basso del mondo! - un uomo di mezza età, tutto capelli e barba, con un cappellone a cono, drappeggiato in un mantello grigio, e che sembrava che parlasse di sottoterra.
- E dove corre, signora Edvige? Voleva
sfuggirmi? Non è mica in collera con me, spero! - Ella si
scusava di non aver udito perché credeva che non dicesse a
lei:
- Io mi chiamo Assunta. Ma sul cartellone la padrona del
Caffè pretendeva che quel nome non facesse...
- È vero, è vero. Anche il mio è un nome di guerra, per riguardi di famiglia, sa bene. Mio padre è il primo negoziante di Napoli.
Laggiù hanno ancora dei pregiudizi... Sa bene... Veniamo con lei, se non le dispiace -.
Strada facendo aggiunse che era libero quella sera, perché la padrona del Caffè Nazionale l'aveva licenziato - una cabala che gli avevano inventato contro per gelosia di donne. Temistocle, lì, poteva dirlo. - Il basso agitava il barbone per attestarlo. Anche a lui avevano rubato la scrittura, quell'animale di Gigi Lotti, una scrittura di seimila franchi, viaggio intero pagato, col pretesto che la conferma al telegramma non era venuta. Ma gli voleva rompere il muso, la prima volta che l'incontrava alla birreria! Gennaroni, intanto che il suo amico si sfogava, chiedeva ad Assunta cosa avrebbe fatto della sua serata. - Si voleva andare al Concerto del Caffè Nazionale? Sentirebbero che porcherie! Lui se le sarebbe godute mezzo mondo, e si sarebbe fregate le mani magari se quella carogna della padrona fosse venuta ginocchioni a supplicarlo e ad offrirgli doppia paga. - Andiamo, andiamo. Pago io, Temistocle! Dei soldi, grazie a Dio, ce n'è sempre qui.
Veniteci anche voi, bella Assuntina.
Chissà che non troverete il fatto vostro? - Sul tavolato, in
mezzo al gran fumo della sala, una donna cogli occhi neri come avesse
il colèra, e i pomelli color cinabro, nuda fino allo stomaco,
strillava con voce rauca delle canzonette che facevano andare in
visibilio l'uditorio, schioccando le dita, e con una mossa dei
fianchi che faceva svolazzare la sua gonnella corta sino ai
legaccioli. Un vecchiotto, seduto in prima fila, col mento sul pomo
dell'ombrello, si crogiolava dal piacere, ammiccando ai vicini,
ridendo nella bazza, applaudendo anche col cranio calvo sino alle
orecchie. Una modesta famigliuola, padre, madre e figliuoli in
abbondanza, era venuta a solennizzare la festa al Caffè,
ridendo saporitamente; solo la maggiore, una ragazzina magra e nera
come un tizzone, dimenticava persino il sorbetto per ascoltare la
cantatrice, sgranando degli occhi enormi, seria seria. Altri, nella
sala, vociavano, picchiavano colle mazze ed i pugni sui tavolini,
facevano un chiasso indiavolato, accompagnando il ritornello,
interrompendolo con esclamazioni da trivio. Gennaroni ripeteva:
-
Ditemi poi se questa è arte! Ditemi se non è vera
porcheria! - Tutt'a un tratto si vide la gente affollarsi davanti al
palco, intorno a un omettino in tuba il quale gesticolava colle mani
in aria. La donna invece si ostinava, col viso sfacciato, cercando
cogli occhi nella folla i suoi protettori. Un tale, vestito da
operaio, coi baffi grossi e la faccia dura, si arrampicò sul
tavolato in mezzo ai fischi che assordavano, e prese la cantante per
le spalle, spingendola verso due questurini in uniforme che s'erano
fatti largo a furia di spintoni, e agitavano le braccia. Il gruppo
scomparve nella folla, verso la cucina, fra un uragano di fischi,
d'urli e di risate. Il baritono si dimenava come un ossesso,
smanacciando, gridando:
- Bravo! bis! - poi corse a stringere la
mano al maestro, ancora sbalordito dinanzi al pianoforte.
- Che cagnara, eh! Ma la colpa non è tua, poveretto! Ci ho gusto per quella carogna della padrona, la quale pretendeva di averne le tasche piene di musica seria, lei e il suo pubblico. Come se non glielo avessimo fatto noi questo pubblico. E non le avessi fatto guadagnare più quattrini che non abbia capelli nella parrucca, quella strega! - Intanto si sbracciava per farsi scorgere, gesticolando, gridando forte, calcandosi ogni momento la tuba sull'orecchio, posando di tre quarti, col bavero della pelliccia rialzato sino alle orecchie, malgrado il gran caldo, e un fazzoletto di seta al collo, come avesse avuto un tesoro da custodirvi.
- Dovresti farle intendere ragione, a quella stupida. Dovresti metterti in mezzo. S'è quistione di soldi, si può aggiustarsi. Non ho mai fatto questione di quattrini per l'arte. Ma bisogna concludere subito. Sì o no! Ho delle offerte magnifiche per l'estero. Domattina devo dare una risposta -.
Poi tornò al suo posto
trionfante, facendosi largo nella folla. - Ah! ah! ve lo dicevo io!
Ora tornano a pregarmi! Mi hanno offerto carta bianca. Hanno bisogno
di me per fare andare la baracca! - Il basso gongolava, come se si
fosse trattato di lui, picchiava sul tavolino per ordinare altra
birra. - Ogni conoscente che entrava nel Caffè lo invitava a
prendere qualche cosa, facendo segno coll'ombrello, chiamando ad alta
voce. - Tienti sulla tua, sai, Gennaroni! Fatti tirar le orecchie,
prima di dir di sì! - L'altro scrollava il capo, minaccioso,
come a dire:
- Vedrete!
vedrete! - Poi si alzava in piedi e
faceva le presentazioni in regola:
- Romolo Silvani, primo
ballerino. - Augusto Baracconi, primo tenore assoluto, e suo
fratello. - Ernesto Lupi, distinto pittore. - Fiasco completo, amici
miei! Peccato che siate venuti tardi! - Essi, per cortesia, tornavano
a pregarlo che narrasse. Ma Baracconi fratello stava col naso nel
bicchiere, tutto intento a godersi il trattamento; Lupi disegnava
delle caricature sul marmo del tavolino; il tenore diceva roba da
chiodi di un collega sottovoce con Marangoni, e Silvani, dall'altro
lato, domandava se quella bella giovane appartenesse all'amico
Gennaroni, lisciandosi i baffettini neri come la pece, accarezzando
la chioma inanellata, componendo la faccetta incartapecorita a un
risolino seduttore.
Tutti quanti però, a ogni pezzo nuovo, quando Gennaroni atteggiava il viso a una boccaccia di disgusto, facevano coro per sdebitarsi coll'amico, battendo in terra coi tacchi e coi bastoni, vociando - basta! basta! - mettendosi a sghignazzare. Il baritono infine, vedendo che il maestro non osava prendere le sue parti, quasi fosse inchiodato al pianoforte, andò a salutare la padrona del caffè, colla scappellata alta, tutto gentilezze, mentre essa cambiava i gettoni e teneva d'occhio i garzoni che uscivano dalla cucina. In quella entrò il donnone del maestro, più accesa in viso che mai. Aveva udito il baccano dalla strada, mentre veniva a prendere Bebè.
- No, no, lui non ci ha colpa, - le dicevano gli amici.
Gennaroni, che tornava dal banco fuori di sé, aggiunse ch'era proprio un bebè, un pulcino bagnato, uno che non era capace di dir due parole per un amico. Le domandava ridendo se le capitava di dargli le sculacciate, qualche volta.
L'altra continuava a ridere, scrollando le piume del cappello. - No, no, era così buono il poveretto! proprio come un fanciullo! A lasciarlo fare se lo sarebbero mangiato vivo, certe sgualdrinelle che sapeva lei! - Infine se lo prese sotto il braccio, e se lo portò via. Gli altri se n'erano andati pure ad uno ad uno. Il basso protestò che correva a vedere se era giunto il telegramma, e piantò lì il bicchierone vuoto su di una pila di piattelli.
Assunta rimaneva sbalordita, colla tazza a metà piena, il cappellino di paglia e la eterna cappa grigia che la facevano sembrare più misera. Nell'uscire barcollava perché non aveva preso altro tutto il giorno, quasi il chiasso le avesse dato alla testa.
- Che avete? - chiese Gennaroni. - Eh, la birra! Non ci sarete avvezza! - Essa invece pensava a quella disgraziata che l'avevano mandata via coi questurini. - Non temete, no; che il pane non gli manca a quella lì... e il letto neppure! - conchiuse il baritono.
Tirava vento, e cominciavano a cadere i primi goccioloni della pioggia. - Sentite, cara Assunta. Adesso dovreste fare una bella cosa: venirvene a casa mia a scacciare insieme la malinconia!
Avete visto come fanno gli altri?
Ciascuno colla sua ciascuna! Ci avete il vostro ciascuno voi? - Ella
non rispondeva, colla testa sconvolta, il cuore stretto da
un'angoscia vaga, un senso di sconcerto nello stomaco, davanti agli
occhi una visione confusa dell'albergatrice arcigna che voleva esser
pagata, dell'impiegato postale che le rispondeva - nulla! -, dei visi
sconosciuti in mezzo ai quali andava e veniva tutto il giorno, della
donna enorme che si era portato il maestro sotto il braccio -
intirizzita dalla tramontana, coi ginocchi che le si piegavano sotto.
L'altro seguitava a stordirla chiacchierando, soffiandole sul viso le
sue parole calde e il fumo del sigaro, stringendole forte il braccio
sotto la pelliccia. Allo svoltare di un'altra via essa alzava gli
occhi, e si guardava intorno, balbettando:
- Dove andiamo? Dove
andiamo? - come fuori di sé. Gennaroni le diceva adesso delle
parole dolci e sonore che la stordivano:
- vieni meco! Sol di
rose, intrecciar ti vo' la vita... - colla chiave che s'era levata di
tasca aveva aperto un usciolino sgangherato. Nell'androne buio, prima
d'accendere un fiammifero, se la strinse sul costato come nel
melodramma, di tre quarti, un braccio sulla spalla e l'altro sotto
l'ascella.
Là nel lettuccio magro e cencioso della cameraccia nuda che prendeva lume da un cortiletto puzzolente, ella gli narrò il povero romanzo della sua vita, per quel bisogno d'abbandono con cui gli si era data, mentre egli sbadigliava, cogli occhi gonfi, e l'alba insudiciava le pareti untuose, da cui pendevano appesi ai chiodi i costumi stinti da teatro. - Aveva amato un giovane che usciva dal Conservatorio, con due o tre spartiti pronti, e intanto s'era messo a dozzina in casa loro, per sessanta lire al mese, tutto compreso. Gli altri pigionali erano un professore, un impiegato al dazio, e due studenti. Sua sorella lavorava in un magazzino di guanti; il babbo era guardia municipale; lei gli avevano consigliato d'imparare il canto, che sarebbe stata una fortuna per tutti, e le avevano fatto lasciare anche il mestiere d'orlatrice, col quale si sciupava le mani, per novanta centesimi al giorno. Finché giungevano le vacanze, nove mesi dell'anno, si stava piuttosto bene. Poi quando gli studenti se ne partivano, il professore andava a fare i bagni, e l'impiegato desinava in un'osteria fuori porta per risparmiare i soldi dell'omnibus, si restringevano un po' nelle spese, e il giovane del Conservatorio s'adattava con loro, proprio come uno della famiglia.
Le domeniche andavano a spasso insieme;
qualche volta egli portava un bel cocomero, e si faceva festa, nel
terrazzino. Soleva dire scherzando:
- Ce ne ricorderemo poi,
quando saremo ricchi, sora Assunta! - Era così buono! aveva
negli occhi un non so che, come vedesse lontano tante cose, e diceva
che l'arte gli spingeva delle nuvole d'oro sconfinate nel pezzettino
di cielo che si vedeva al di sopra del vicoletto, allungando il
collo. La sera si metteva a sonare al buio, pratico com'era della
tastiera, ed essa stava ad ascoltare più che poteva, dietro
l'uscio, quella bella musica che le penetrava al cuore come una
dolcezza.
Egli che se n'era accorto infine, le
diceva di tanto in tanto:
- Le piace? dice davvero? - Voleva pure
che Assunta gli cantasse la sua musica. Un giorno che la sua voce gli
era piaciuta tanto, tanto che a lei stessa le sembrava fosse un'altra
che cantasse, egli si alzò all'improvviso dal pianoforte, e la
strinse fra le braccia, tutta tremante anche lei, senza sapere quel
che si facessero.
La mamma, povera e santa donna, non ne seppe nulla. Allorché fu impossibile nascondere quello che era avvenuto, il giovane scappò al suo paese, per paura del babbo municipale. Ella ne fece una malattia mortale, durante la quale la mamma sola veniva a trovarla di nascosto. Un giorno le disse piangendo che lui se n'era andato via lontano, in Grecia, in Turchia, molto lontano insomma! Era svanita l'ultima speranza. All'ospedale, appena fu guarita, non vollero lasciarla. Il babbo aveva giurato che non l'avrebbe più ricevuta in casa sua. Un avventore della guantaia dove lavorava sua sorella le aveva procurato una scrittura di corista al Politeama. D'allora aveva girato il mondo, da un teatro all'altro, viaggiando in terza classe, dormendo in alberghi dove la notte venivano a bussarle all'uscio e a minacciarla, digiunando spesso per mantenersi onesta, passando lunghe ore nell'anticamera di un'agenzia, assediando il camerino dell'impresa per essere pagata, impegnando la roba d'estate per coprirsi l'inverno. A Mantova s'era ammalata d'angina, mentre provavano il 'Ruy Blas', e aveva perso la voce. La mamma era morta giusto mentre era all'ospedale. Il babbo s'era rimaritato. La sorella era andata via di casa per non stare colla matrigna.
- Un bel porco, quel tuo allievo del Conservatorio! te lo dico io!- conchiuse Gennaroni, stirandosi le braccia.
Ora pur troppo gli era cascata addosso
quella tegola sul capo! per un momento di debolezza, per aver troppo
cuore, e non trovare il verso di dirle:
- Cara mia, ogni bel
giuoco vuol durar poco! - Ella non se ne dava per intesa, aveva fatto
lì il nido come una rondine. Una che non era neanche buona a
stirargli i solini, o a fargli uno stufatino con patate. Giusto in
quel momento poi che si trovava a spasso, e i soldi volavano come
avessero le ali! Vero che la poveretta non si lagnava mai, fossero
carezze o schiaffi, mangiava poco, e non chiedeva neppure un paio di
scarpe. Ma, tanto, era un altro peso. Agli amici, che le facevano
l'occhietto, Gennaroni, fra burbero e scherzoso, soleva dire:
- Da
cedere con ribasso, per liquidazione! - Avevano preso a frequentare
un caffeuzzo oscuro annesso al teatro, una specie di succursale
dell'agenzia, dove bazzicavano soltanto gli artisti a spasso, che vi
facevano un gran consumo di virginia ai ferri e d'acqua fresca,
sparlando dei colleghi assenti, portandovi le prime notizie dei
fiaschi, sempre a caccia di cinque lire, e giocando alle carte sulla
parola. Gennaroni vi conduceva la sua amante di prima sera, per
risparmiare il lume; la faceva sedere nel suo cantuccio, lì
vicino alla stufa, dove nessuno andava a disturbarla, giacché
il garzone del caffè era avvezzo a non seccar la gente se
prima non lo chiamavano, e si meneva a giocare a scopone, oppure se
ne andava pei suoi affari. Spesso le diceva:
- Sai, mia cara, io
non sono geloso! - Ma il primo ballerino si limitava a strizzarle
l'occhio da lontano, col gomito appoggiato al banco, e il busto
inarcato sotto la giacchetta bisunta. Marangoni, all'ombra del suo
enorme cappellaccio, facendole il solletico colla barbona nel
parlarle all'orecchio, le chiedeva, colla sua bella voce che sembrava
venire di sotto il tavolino:
- Quando verrà il mio quarto
d'ora? - E Lupi diceva che voleva farle il ritratto, «se era
tutt'oro quello che riluceva». - Oro di coppella, com'è
vero iddio! - sghignazzava Gennaroni. Il tenore invece non parlava
d'altro che di scritture e di telegrammi che aspettava; di cabale che
gli montavano contro tutti i giorni; di gente a cui voleva rompere il
muso. Dell'amore, lui, non sapeva che farne: era buono da mettere in
musica soltanto; più d'una volta cogli amici aveva detto
chiaro e tondo quel che pensava di Gennaroni, lui stupido che si era
appiccicato quel cerotto, una che tossiva sempre, come se gli fossero
mancate altre donne, a quel macaco!
Una sera capitò anche il
maestro, il quale aveva fatto san Michele lui pure, ora che al Caffè
Nazionale c'era un giocatore di bussolotti. Gennaroni si fregava le
mani sbraitando:
- Vedrete che chiuderanno fra due mesi! Ve lo
dico io! - Assunta si sentì come un tuffo nel sangue appena
vide entrare il maestro, e avrebbe desiderato che egli non si
accorgesse di lei, nel suo cantuccio presso la stufa. Il poveraccio
era così disfatto e scombussolato che non sapeva nemmeno come
rispondere a tutti coloro che gli facevano ressa intorno. Poi, come
la scorse, cogli occhi addosso a lui, andò a salutarla,
domandandole come stava, se aveva trovato qualche cosa, nel tempo che
non s'erano più visti. Pur troppo, anche lui non aveva trovato
nulla!... se no glielo avrebbe fatto subito sapere!... Dopo che il
maestro ebbe voltate le spalle, incominciarono le osservazione sul
conto di lui. - Quello lì se ne rideva! - Era ben appoggiato!
- Appoggiato a un vero pilastro! - Baracconi disse una parolaccia.
Verso la fine di dicembre gli avventori del Caffè del teatro sembravano ammattiti, formando dei crocchi animati, disputandosi fra di loro, cavando ogni momento dal portafogli lettere e telegrammi sudici, correndo sull'uscio, ogni volta che s'apriva, per vedere se giungeva un fattorino del telegrafo. Il domani di san Stefano erano tutti lì dalle sette, davanti la porta del Caffè, sotto la pioggia, coll'ombrello aperto, ansiosi, guardandosi in cagnesco fra di loro - delle facce nuove che si vedevano soltanto nelle grandi occasioni, pastrani senza pelo e stivaloni infangati, scialli messi a guisa di pled, cappelloni di donna e sottane che sgocciolavano sul marciapiedi.
Alcuni dei vecchi mancavano: il tenore, un basso, rimorchiatovi da poco dal Silvani, e due o tre altri, di cui i rimasti dicevano corna. Attraverso l'usciale si udiva come un brontolìo sordo di rivoluzione nello stanzone vuoto, dove il Lupi beveva a piccoli sorsi un Caffè caldo, schizzando la testata di un giornale davanti al garzone in maniche di camicia che gli si buttava addosso per vedere, col ventre sul tavolino.
Assunta, rimasta a casa, stava facendo cuocere due uova in una caffettiera posata sullo scaldino, quando udì picchiare all'uscio, e le comparve dinanzi il maestro all'improvviso - così in camiciuola com'era e ancor spettinata. Egli pure era sossopra, talché non si avvide nemmeno dell'imbarazzo di lei.
- Lei!... Lei qui! Come ha saputo?... - Gennaroni stesso. Siamo stati insieme -. Ella avvampò in viso, cercando macchinalmente i bottoni della camiciuola. - Venivo a portarle una buona notizia...
Un mio amico che è incaricato di formare una compagnia pel Cairo... m'ha promesso di scritturarla.
- Ma... Non saprei... così lontano...
- No, no, bisogna risolversi piuttosto... Bisogna accettare.
- È che... dovrei parlarne prima a un'altra persona... Non potrei risolvermi da sola... così su due piedi... - Il maestro le afferrò le mani, quasi per forza:
- Bisogna accettare! Dica di sì... È pel suo meglio! - Essa non l'aveva mai visto a quel mondo. Allora, colla gola stretta da un'angoscia vaga, si fece animo per interrogarlo...
Voleva sapere... - Gennaroni partirà stasera col diretto. Deve imbarcarsi a Genova domani, - disse infine il maestro. - Chi gliel'ha detto? - Lui stesso; lo sanno tutti -. La poveretta cercò una seggiola brancolando. - No! no!... Non può essere! Non mi ha detto nulla!... Stamattina ancora!... - Glielo dirà poi, quand'è il momento di partire... A che scopo tormentarla avanti tempo? - È vero! è vero!... - Allora si mise a piangere cheta cheta nel grembiule. Poscia, quando fu un po' più calma, si asciugò gli occhi, senza dir nulla, e si mise a preparargli la valigia, un bauletto di cuoio nero tutto strappi e scontrini di ferrovia: le camicie di flanella, la scatola dei polsini, le pantofole slabbrate, la pipa nella quale egli soleva fumare, il berretto di pelo che teneva in casa, i costumi da teatro appesi ai chiodi - ogni oggetto che toglieva dal solito posto si sentiva staccare pure dal seno qualche cosa, dinanzi a quelle pareti nude. Il maestro l'aiutava. Gennaroni, tornando a casa, li trovò in quelle faccende. - Bravi! Bravi!
Gliel'hai detto? - In fondo era davvero un buon diavolaccio, penetrato sino al cuore dalla dolcezza con cui Assunta s'era rassegnata.
- Così buona! così giudiziosa, povera ragazza! Tutto l'opposto del tuo carabiniere, eh! - Egli voleva anche abbracciarla dinanzi al maestro, strizzava l'occhio a costui perché li lasciasse soli. Ma Assunta gli faceva segno di non andarsene, cogli occhi gonfi di lagrime. - Non l'avrebbe dimenticata, no, finch'era al mondo! Del resto le montagne sole non s'incontrano. Intanto dava una mano anche lui per aiutarla, correndole dietro dal cassettone al letto, su cui era il baule, colle braccia piene di roba; voleva che andassero tutti e tre insieme a desinare al Caffè, l'ultima volta, e finir la giornata bene.
Il maestro si scusò. - Ah! ah! il carabiniere! - Però promise di trovarsi alla stazione. - Sì, sì, benone! le farai un po' di compagnia. Poi mi affido a te per trovarle la scrittura. È un pulcino bagnato questa poverina, se non c'è chi l'aiuti! - Voleva lasciarle anche una ventina di lire, caso mai le abbisognassero...
Ma essa si ribellò, per la prima volta. - Scusa! scusa! Dicevo caso mai non firmassi subito la scrittura... Ma non c'è bisogno d'andare in collera. L'ho fatto a fin di bene -. Ella si intenerì piuttosto. Per lei aveva fatto anche troppo! per tanto tempo! Al Caffè poi non le riescì di mandar giù un solo boccone, mentre egli mangiava per due e cercava di tenerla allegra. Le offerse anche di farle una sigaretta per scioglierle quel gruppo alla gola - roba d'isterismo.
Alla stazione c'era tutta la compagnia che partiva con lui. Dei poveri diavoli che litigavano coi facchini, due o tre prime parti che pigliavano i posti di seconda, colla borsetta ad armacollo, e le mamme dietro, cariche di fagotti e di scatole di cartone.
Gennaroni disse alla sua amica:
- Tienti un po' in disparte, come tu fossi col maestro -.
Così lo vide per l'ultima volta, col biglietto nel nastro del cappello, allegro e chiassone come al solito, salutando questo e quello. - Addio! Ciao! Buona fortuna! - S'era preso anche in mano la gabbia del pappagallo di una compagna di viaggio. Dalla cancellata fuori la stazione lo videro sbracciarsi a collocare tutto il loro arsenale di scatole e cappellini mentre il treno fuggiva.
Di lui le rimase un bel ritratto in fotografia, formato gabinetto, in posa di tre quarti, colla bocca sorridente, la pelliccia sbottonata, un mazzetto di ciondoli sul ventre - e la sua brava dedica sotto: «Ricordo imperituro!».
In quanto alla scrittura non se ne fece nulla. L'impresario anzitutto, voleva belle ragazze e non dei cerotti come quella lì.
- Le pare, caro maestro? - Il poveraccio non si diede vinto ancora; continuò ad arrabattarsi come un disperato per lei, correndo di qua e di là, raccomandandola a quanti conosceva. Ma ciascuno pensava ai propri casi in quel momento. Ora che Gennaroni aveva piantata la ragazza senza voce e senza quattrini, doveva essere un affar serio levarsi da quella pece, uno che vi si lasciasse prendere, per buon cuore o per altro.
Gli amici, quando essa capitava al Caffè per aspettare il maestro che doveva portare la risposta, se la battevano uno dopo l'altro, primo di tutti il Silvani, colla giacchetta più stretta che mai.
Il garzone stesso, così prudente
di solito, veniva ogni momento a strofinare il marmo del tavolino con
un cencio, vedendo che non ordinava nulla. Fino il maestro, a poco a
poco, scoraggiato di portarle sempre la stessa cattiva nuova, non si
era fatto più vedere. Però essa gli aveva detto:
-
Non si affanni tanto, poveretto, ché qualcosa ho già
trovato -.
E quando egli, facendosi rosso, era tornato sull'offerta di denaro, essa gli aveva risposto che non occorreva. A lui glielo avrebbe detto, davvero, di tutto cuore!
Una domenica, verso la fine di luglio, il maestro incontrò Assunta che usciva dalla bottega di un calzolaio. Essa avrebbe voluto evitarlo, ma l'altro già le si accostava col cappelluccio di paglia ritinto in mano. - Come va? Tanto tempo che non ci siamo più visti! - Assunta balbettava, cercando di nascondere un fagottino che portava, fattasi di brace in viso.
Il maestro cercava le parole anche
lui:
- Almeno un vermuttino.
Qui a due passi, al solito Caffè!... - Essa non voleva, vestita a quel modo!... Infine si lascò condurre a un tavolinetto fuori dell'uscio, all'ombra del tendone. Dapprincipio stettero un po' in silenzio, guardandosi in viso. Ella sembrava più grassa, disfatta, bianca come cera, con due enormi pèsche sotto gli occhi, e le mani pallide colle vene gonfie. Il giovanotto aveva la barba lunga, la biancheria sudicia, i calzoni sfrangiati che cercava di nascondere sotto il tavolino. A poco a poco Assunta gli narrò che s'era acconciata colla padrona stessa della casa; pensava alle spese, riguardava la biancheria, teneva d'occhio la pensione, e ci aveva in compenso vitto e alloggio.
Il tempo che avanzava poi s'era rimessa
al suo mestiere d'orlatrice. - Con lei non mi vergogno, guardi! -
Anche lui fece delle vaghe confidenze: le cose non gli erano andate
sempre bene; la stagione morta si portava via quelle poche lezioni...
- Accennò pure di aver cambiato alloggio... - Del resto i suoi
abiti parlavano per lui. Assunta non volle altro che un caffè
di quattro soldi. Egli invece ordinò un giornale, un giornale
qualunque, tanto, seguitavano a discorrere con un senso invincibile
di malinconia, che pure aveva la sua dolcezza. Di tratto in tratto si
guardavano negli occhi, e ripetevano con un sorriso triste:
-
Guarda che piacere! - Si udiva parlare a voce alta nel Caffè;
e degli scoppi di risa, delle discussioni tempestose, accompagnate
dalla stessa nota bassa del Marangoni che trinciava da caporione.
Assunta, allungando il collo dentro l'usciale, lo vide seduto in mezzo a un crocchio di sfaccendati, dinanzi ad un vassoio di bicchieri vuoti e una bottiglia d'acqua di seltz, con un vestito nuovo del Bocconi e la barba tagliata a punta come un damerino. Da lì a un po' se ne uscì fuori, seguìto dagli amici che gli facevano codazzo. Silvani persino lo tirò in disparte sul marciapiede opposto, supplicandolo sottovoce con tutta la persona umile. Il basso scrollava le spalle e il capo, colla barba dura come una spazzola. Infine volse un'occhiata sprezzante verso il maestro, il quale s'era fatto pallido al vederlo, e non l'aveva salutato, e cavò fuori il borsellino, scantonando seguìto dal ballerino piegato in due. Passava della gente in abito da festa; delle famigliuole intere che andavano a sentir la musica al giardino pubblico. Poscia, di tratto in tratto, succedeva il silenzio grave delle ore calde della domenica.
Infine Assunta e il maestro lasciarono il Caffè, e si avviarono ai Boschetti, rasente al muro, nella striscia d'ombra che orlava il marciapiedi. Assunta aveva detto ch'era libera fino a sera, e anch'esso non temeva più di farsi vedere insieme a lei. Il largo viale ombroso era deserto. Di tanto in tanto solo qualche coppia d'innamorati che passeggiavano sotto i platani, cercando i sedili più remoti. Anch'essi... Le ore scorrevano e non sapevano risolversi a lasciarsi. - Ah! se ci fossimo conosciuti prima! - esclamò infine il maestro.
Ella alzò gli occhi su di lui, si fece rossa, e li chinò di nuovo.
Il maestro giocherellava col fagottino che Assunta teneva sulle ginocchia.
- O piuttosto se avessi fatto il calzolaio!... No... dico così...
Son delle giornate nere... Passeranno! - Chiamò uno che andava vendendo dell'acqua fresca, in un barilotto attorniato di bicchieri, e offrì da bere anche a lei. L'uomo andò a mettersi in fondo al viale, col barilotto posato a terra, come una macchietta nera nel verde. Sembrava di essere a cento miglia dalla città, nell'ombra e nel silenzio. Poco per volta il maestro le disse che l'aveva amata, sì, proprio! tante volte quel segreto gli era spirato sulle labbra! Essa lo sapeva, accennando col capo che teneva chino in aria di rassegnazione dolorosa, la quale scorgevasi anche dall'abbandono di tutta la persona, dalla treccia allentata che le si allungava sul collo. - Allora perché... perché ci siamo taciuti?... - La poveretta lo guardò in tal modo, attraverso le lagrime che le scendevano chete chete per le gote, ch'egli abbassò gli occhi.
- Sì, è vero, fu il destino! Quell'altra non sa neppur il sacrificio che le ho fatto... per debolezza, per bontà di cuore...
e c'è chi dice per un tozzo di pane! Me lo merito. Ora essa m'ha piantato pel Marangoni che la batte e fa lo strozzino coi suoi denari. Come ho dovuto sembrarle spregevole, dica!...
- No... no... Era destino!... Anch'io!...
Però sentivano entrambi una gran dolcezza nel dirsi tutto ciò, seduti accanto sullo stesso banco. Egli aprì la bocca due o tre volte per farle una domanda che non osava. Poi strappò un ramoscello che pendeva, e si mise a sminuzzarlo in silenzio.
Assunta più di una volta s'era mossa per andarsene, senza averne la forza.
La sera era venuta prima che se ne
fossero accorti, una sera tepida e dolce. Assunta stava col capo
chino, col seno gonfio, le mani pallide e venate d'azzurro sulle
ginocchia, come ascoltando le parole che lui non osava pronunziare.
Infine egli le prese in silenzio una di quelle mani, in un modo
eloquente. Per tutta risposta ella aprì le braccia che si
teneva sulle ginocchia, con un gesto desolato, e scotendo il capo:
-
No, guardi... non posso!
- A quell'atto, per la prima volta, il maestro la fissò in un certo modo che diceva d'aver capito ogni cosa, e glielo disse nell'occhiata ingenua e desolata che le posò in grembo.
- Almeno le ha scritto? - balbettò infine.
Ella rispose di no chinando il capo rassegnato.
Gennaroni ricomparve al Caffè verso il principio dell'inverno, masticando delle pastiglie, col fez come un turco, e le tasche piene di bottigline di marsala, per le quali ebbe a dire agli amici che volevano fargli festa:
- Adagio! adagio, miei cari! Questi qui sono campioni! Voialtri non mi darete certo delle commissioni, eh!... - To'! il maestro!
Ben trovato! So, so, briccone! So che me l'hai portata via, traditore! Dico per scherzo, sai! Non sono in collera con te, tutt'altro! Non siamo mica dei piccioni per far sempre lo stesso paio! Specie uno come me che ha da girare il mondo, ora che mi son dato al commercio. Non c'è altro per guadagnar quattrini, te lo dico io! Tutto il resto... roba da pezzenti! Tanti saluti ad Assunta. Oppure, no, non le dir nulla. A buon rendere -.
Storia dell'asino di S. Giuseppe
L'avevano comperato alla fiera di
Buccheri ch'era ancor puledro, e appena vedeva una ciuca, andava a
frugarle le poppe; per questo si buscava testate e botte da orbi sul
groppone, e avevano un bel gridargli:
- Arriccà! -. Compare
Neli, come lo vide vispo e cocciuto a quel modo, che si leccava il
muso alle legnate, mettendoci su una scrollatina d'orecchie, disse:
-
Questo è il fatto mio -. E andò diritto al padrone,
tenendo nella tasca la mano colle trentacinque lire.
- Il puledro è bello - diceva il padrone - e val più di trentacinque lire. Non ci badate se ha quel pelame bianco e nero come una gazza. Ora vi faccio vedere sua madre, che la teniamo lì nel boschetto perché il puledro ha sempre la testa alla poppa.
Vedrete la bella bestia morella! che mi lavora meglio di una mula e mi ha fatti più figli che non abbia peli addosso. In coscienza mia! non so d'onde sia venuto quel mantello di gazza al puledro.
Ma l'ossatura è buona, ve lo dico io! Già gli uomini non valgono pel mostaccio. Guardate che petto! e che pilastri di gambe!
Guardate come tiene le orecchie! Un asino che tiene le orecchie ritte a quel modo lo potete mettere sotto il carro o sotto l'aratro come volete, e fargli portare quattro tumoli di farro meglio di un mulo, per la santa giornata che corre oggi! Sentite questa coda, che vi ci potete appendere voi con tutto il vostro parentado! - Compare Neli lo sapeva meglio di lui; ma non era minchione per dir di sì, e stava sulla sua colla mano in tasca, alzando le spalle e arricciando il naso, mentre il padrone gli faceva girare il puledro dinanzi.
- Uhm! - borbottava compare Neli. - Con quel pelame lì, che par l'asino di san Giuseppe! Le bestie di quel colore sono tutte 'vigliacche', e quando passate a cavallo pel paese, la gente vi ride in faccia. Cosa devo regalarvi per l'asino di san Giuseppe? - Il padrone allora gli voltò le spalle infuriato, gridando che se non conoscevano le bestie, o se non avevano denari per comprare, era meglio non venire alla fiera, e non far perdere il tempo ai cristiani, nella santa giornata che era.
Compare Neli lo lasciò a bestemmiare, e se ne andò con suo fratello, il quale lo tirava per la manica del giubbone, e gli diceva che se voleva buttare i denari per quella brutta bestia, l'avrebbe preso a pedate.
Però di sottecchi non perdevano di vista l'asino di san Giuseppe, e il suo padrone che fingeva di sbucciare delle fave verdi, colla fune della cavezza fra le gambe, mentre compare Neli andava girandolando fra le groppe dei muli e dei cavalli, e si fermava a guardare, e contrattava ora questa ed ora quella delle bestie migliori, senza aprire il pugno che teneva in tasca colle trentacinque lire, come se ci avesse avuto da comprare mezza fiera. Ma suo fratello gli diceva all'orecchio, accennandogli l'asino di san Giuseppe:
- Quello è il fatto nostro -.
La padrona dell'asino di tanto in tanto correva a vedere cosa s'era fatto, e al trovare suo marito colla cavezza in mani, gli diceva:
- Che non lo manda oggi la Madonna uno che compri il puledro? - E il marito rispondeva ogni volta:
- Ancora niente! C'è stato uno a contrattare, e gli piaceva. Ma è ritirato allo spendere, e se n'è andato coi suoi denari. Vedi, quello là, colla berretta bianca, dietro il branco delle pecore.
Però, sinora non ha comperato nulla, e vuol dire che tornerà -.
La donna avrebbe voluto mettersi a sedere su due sassi, là vicino al suo asino, per vedere se si vendeva. Ma il marito le disse:
- Vattene! Se vedono che aspetti, non conchiudono il negozio -.
Il puledro intanto badava a frugare col muso fra le gambe delle somare che passavano, massime che aveva fame, tanto che il padrone, appena apriva bocca per ragliare, lo faceva tacere a bastonate, perché non l'avevano voluto.
- È ancora là - diceva compare Neli all'orecchio del fratello, fingendo di tornare a passare per cercare quello dei ceci abbrustoliti. - Se aspettiamo sino all'avemaria, potremo averlo per cinque lire in meno del prezzo che abbiamo offerto -.
Il sole di maggio era caldo, sicché di tratto in tratto, in mezzo al vocìo e al brulichio della fiera, succedeva per tutto il campo un gran silenzio, come non ci fosse più nessuno; e allora la padrona dell'asino tornava a dire a suo marito:
- Non ti ostinare per cinque lire di più o di meno; che stasera non c'è da far la spesa; e poi sai che cinque lire il puledro se le mangia in un mese, se ci resta sulla pancia.
- Se non te ne vai - rispondeva suo marito - ti assesto una pedata di quelle buone! - Così passavano le ore alla fiera; ma nessuno di coloro che passavano davanti all'asino di san Giuseppe si fermava a guardarlo; e sì che il padrone aveva scelto il posto più umile, accanto alle bestie di poco prezzo, onde non farlo sfigurare col suo pelame di gazza accanto alle belle mule baie ed ai cavalli lucenti! Ci voleva uno come compare Neli per andare a contrattare l'asino di san Giuseppe, che tutta la fiera si metteva a ridere al vederlo. Il puledro, dal tanto aspettare al sole, lasciava ciondolare il capo e le orecchie, e il suo padrone s'era messo a sedere tristamente sui sassi, colle mani penzoloni anch'esso fra le ginocchia e la cavezza nelle mani, guardando di qua e di là le ombre lunghe che cominciavano a fare nel piano, al sole che tramontava, le gambe di tutte quelle bestie che non avevano trovato un compratore.
Compare Neli allora e suo fratello, e un altro amico che aveva raccattato per la circostanza, vennero a passare di là, guardando in aria, che il padrone dell'asino torse il capo anche lui per non far vedere di star lì ad aspettarli; e l'amico di compare Neli disse così, stralunato, come l'idea fosse venuta a lui:
- O guarda l'asino di san Giuseppe! perché non comprate questo qui, compare Neli?
- L'ho contrattato stamattina; ma è troppo caro. Poi farei ridere la gente con quell'asino bianco e nero. Vedete che nessuno l'ha voluto fino adesso!
- È vero, ma il colore non fa nulla, per quello che vi serve -.
E domandò al padrone:
- Quanto vi dobbiamo regalare per l'asino di san Giuseppe? - La padrona dell'asino di san Giuseppe, vedendo che si ripigliava il negozio, andava riaccostandosi quatta quatta, colle mani giunte sotto la mantellina.
- Non me ne parlate! - cominciò a gridare compare Neli, scappando per il piano. - Non me ne parlate che non ne voglio sentir parlare!
- Se non lo vuole, lasciatelo stare - rispose il padrone. - Se non lo piglia lui, lo piglierà un altro «Tristo chi non ha più nulla da vendere dopo la fiera!» - Ed io voglio essere ascoltato, santo diavolone! - strillava l'amico. - Che non posso dire la mia bestialità anch'io! - E correva ad afferrare compare Neli pel giubbone; poi tornava a parlare all'orecchio del padrone dell'asino, il quale voleva tornarsene a casa per forza coll'asinello, e gli buttava le braccia al collo, susurrandogli:
- Sentite! cinque lire più o meno, se non lo vendete oggi, un minchione come mio compare non lo trovate più da comprarvi la vostra bestia che non vale un sigaro -.
Ed abbracciava anche la padrona dell'asino, le parlava all'orecchio, per tirarla dalla sua. Ma ella si stringeva nelle spalle, e rispondeva col viso torvo:
- Sono affari del mio uomo. Io non c'entro. Ma se ve lo dà per meno di quaranta lire è un minchione, in coscienza! Ci costa di più a noi!
- Stamattina era pazzo ad offrire trentacinque lire! - ripicchiava compare Neli. - Vedete se ha trovato un altro compratore per quel prezzo? In tutta la fiera non c'è più che quattro montoni rognosi e l'asino di san Giuseppe. Adesso trenta lire, se le vuole!
- Pigliatele! - suggeriva piano al marito la padrona dell'asino colle lagrime agli occhi. - Stasera non abbiamo da fare la spesa, e a Turiddu gli è tornata la febbre; ci vuole il solfato.
- Santo diavolone! - strillava suo marito. - Se non te ne vai, ti faccio assaggiare la cavezza! - Trentadue e mezzo, via! - gridò infine l'amico, scuotendoli forte per il colletto. - Né voi, né io! Stavolta deve valere la mia parola, per i santi del paradiso!
e non voglio neppure un bicchiere di vino! Vedete che il sole è tramontato? Cosa aspettate ancora tutt'e due? - E strappò di mano al padrone la cavezza, mentre compare Neli, bestemmiando, tirava fuori dalla tasca il pugno colle trentacinque lire, e gliele dava senza guardarle, come gli strappassero il fegato. L'amico si tirò in disparte colla padrona dell'asino, a contare i denari su di un sasso, mentre il padrone dell'asino scappava per la fiera come un puledro, bestemmiando e dandosi dei pugni.
Ma poi si lasciò raggiungere dalla moglie, la quale adagio adagio andava contando di nuovo i denari nel fazzoletto, e domandò:
- Ci sono?
- Sì, ci son tutti; sia lodato san Gaetano! Ora vado dallo speziale.
- Li ho minchionati! Io glieli avrei dato anche per venti lire; gli asini di quel colore lì sono 'vigliacchi' -.
E compare Neli, tirandosi dietro il ciuco per la scesa, diceva:
- Com'è vero Dio, glie l'ho rubato il puledro! Il colore non fa niente. Vedete che pilastri di gambe, compare? Questo vale quaranta lire ad occhi chiusi.
- Se non c'ero io - rispose l'amico - non ne facevate nulla. Qui ci ho ancora due lire e mezzo di vostro. E se volete, andremo a berle alla salute dell'asino -.
Adesso al puledro gli toccava di aver la salute per guadagnarsi le trentadue lire e cinquanta che era costato, e la paglia che si mangiava. Intanto badava a saltellare dietro a compare Neli, cercando di addentargli il giubbone per giuoco, quasi sapesse che era il giubbone del padrone nuovo, e non gliene importasse di lasciare per sempre la stalla dov'era stato al caldo, accanto alla madre, a fregarsi il muso sulla sponda della mangiatoia, o a fare a testate e a capriole col montone, e andare a stuzzicare il maiale nel suo cantuccio. E la padrona, che contava di nuovo i denari nel fazzoletto davanti al bancone dello speziale, non pensava nemmen lei che aveva visto nascere il puledro, tutto bianco e nero colla pelle lucida come seta, che non si reggeva ancora sulle gambe, e stava accovacciato al sole nel cortile, e tutta l'erba con cui s'era fatto grande e grosso le era passata per le mani. La sola che si rammentasse del puledro era la ciuca, che allungava il collo ragliando verso l'uscio della stalla; ma quando non ebbe più le poppe gonfie di latte, si scordò del puledro anch'essa.
- Ora questo qui - diceva compare Neli - vedrete che mi porta quattro tumoli di farro meglio di un mulo. E alla messe lo metto a trebbiare -.
Alla trebbiatura il puledro, legato in
fila per il collo colle altre bestie, muli vecchi e cavalli
sciancati, trotterellava sui covoni da mattina a sera, tanto che si
riduceva stanco e senza voglia di abboccare nel mucchio della paglia,
dove lo mettevano a riposare all'ombra, come si levava il venticello,
mentre i contadini spagliavano, gridando:
- Viva 'Maria'! - Allora
lasciava cascare il muso e le orecchie ciondoloni, come un asino
fatto, coll'occhio spento, quasi fosse stanco di guardare quella
vasta campagna bianca la quale fumava qua e là della polvere
delle aie, e pareva non fosse fatta per altro che per lasciar morire
di sete e far trottare sui covoni. Alla sera tornava al villaggio
colle bisacce piene, e il ragazzo del padrone seguitava a pungerlo
nel garrese, lungo le siepi del sentiero che parevano vive dal
cinguettìo delle cingallegre e dall'odor di nepitella e di
ramerino, e l'asino avrebbe voluto darci una boccata, se non
l'avessero fatto trottare sempre, tanto che gli calò il sangue
alle gambe, e dovettero portarlo dal maniscalco; ma il padrone non
gliene importava nulla, perché la raccolta era stata buona, e
il puledro si era buscate le sue trentadue lire e cinquanta. Il
padrone diceva:
- Ora il lavoro l'ha fatto, e se lo vendo anche
per venti lire, ci ho sempre il mio guadagno -.
Il solo che volesse bene al puledro era
il ragazzo che lo faceva trotterellare pel sentiero, quando tornavano
dall'aia; e piangeva mentre il maniscalco gli bruciava le gambe coi
ferri roventi, che il puledro si contorceva, colla coda in aria, e le
orecchie ritte come quando scorazzava pel campo della fiera, e
tentava divincolarsi dalla fune attorcigliata che gli stringeva il
labbro, e stralunava gli occhi dallo spasimo quasi avesse il
giudizio, quando il garzone del maniscalco veniva a cambiare i ferri
rossi qual fuoco, e la pelle fumava e friggeva come il pesce nella
padella. Ma compare Neli gridava al suo ragazzo:
- Bestia! perché
piangi? Ora il suo lavoro l'ha fatto, e giacché la raccolta è
andata bene lo venderemo e compreremo un mulo, che è meglio -.
I ragazzi certe cose non le capiscono,
e dopo che vendettero il puledro a massaro Cirino il Licodiano, il
figlio di compare Neli andava a fargli visita nella stalla e ad
accarezzarlo nel muso e sul collo, ché l'asino si voltava a
fiutarlo come se gli fosse rimasto attaccato il cuore a lui, mentre
gli asini son fatti per essere legati dove vuole il padrone, e mutano
di sorte come cambiano di stalla. Massaro Cirino il Licodiano aveva
comprato l'asino di san Giuseppe per poco, giacché aveva
ancora la cicatrice al pasturale, che la moglie di compare Neli,
quando vedeva passare l'asino col padrone nuovo, diceva:
- Quello
era la nostra sorte; quel pelame bianco e nero porta allegria
nell'aia; e adesso le annate vanno di male in peggio, talché
abbiamo venduto anche il mulo -.
Massaro Cirino aveva aggiogato l'asino
all'aratro, colla cavalla vecchia che ci andava come una pietra
d'anello, e tirava via il suo bravo solco tutto il giorno per miglia
e miglia, dacché le lodole cominciano a trillare nel cielo
bianco dell'alba, sino a quando i pettirossi correvano a
rannicchiarsi dietro gli sterpi nudi che tremavano di freddo, col
volo breve e il sibilo malinconico, nella nebbia che montava come un
mare. Soltanto, siccome l'asino era più piccolo della cavalla,
ci avevano messo un cuscinetto di strame sul basto, sotto il giogo, e
stentava di più a strappare le zolle indurite dal gelo, a
furia di spallate:
- Questo mi risparmia la cavalla che è
vecchia, - diceva massaro Cirino. - Ha il cuore grande come la Piana
di Catania, quell'asino di san Giuseppe! e non si direbbe -.
E diceva pure a sua moglie, la quale veniva dietro raggomitolata nella mantellina, a spargere la semente con parsimonia:
- Se gli accadesse una disgrazia, mai sia! siamo rovinati, coll'annata che si prepara -.
La donna guardava l'annata che si preparava, nel campicello sassoso e desolato, dove la terra era bianca e screpolata, da tanto che non ci pioveva, e l'acqua veniva tutta in nebbia, di quella che si mangia la semente; e quando fu l'ora di zappare il seminato pareva la barba del diavolo, tanto era rado e giallo, come se l'avessero bruciato coi fiammiferi. - Malgrado quel maggese che ci avevo preparato! piagnucolava massaro Cirino strappandosi di dosso il giubbone. - Che quell'asino ci ha rimesso la pelle come un mulo! Quello è l'asino della malannata! - La sua donna aveva un gruppo alla gola dinanzi al seminato arso, e rispondeva coi goccioloni che le venivano giù dagli occhi:
- L'asino non fa nulla. A compare Neli ha portato la buon'annata.
Ma noi siamo sfortunati -.
Così l'asino di san Giuseppe cambiò di padrone un'altra volta, come massaro Cirino se ne tornò colla falce in spalla dal seminato, che non ci fu bisogno di mieterlo quell'anno, malgrado ci avessero messo le immagini dei santi infilate alle cannucce, e avessero speso due tarì per farlo benedire dal prete. - Il diavolo ci vuole! - andava bestemmiando massaro Cirino di faccia a quelle spighe tutte ritte come pennacchi, che non ne voleva neppur l'asino; e sputava in aria verso quel cielo turchino senza una goccia d'acqua. Allora compare Luciano il carrettiere, incontrando massaro Cirino il quale si tirava dietro l'asino colle bisacce vuote, gli chiese:
- Cosa volete che vi regali per l'asino di san Giuseppe?
- Datemi quel che volete. Maledetto sia lui e il santo che l'ha fatto! - rispose massaro Cirino. - Ora non abbiamo più pane da mangiare, né orzo da dare alle bestie.
- Io vi do quindici lire perché siete rovinato; ma l'asino non val tanto, che non tira avanti ancora più di sei mesi. Vedete com'è ridotto?
- Avreste potuto chieder di più!
- si mise a brontolare la moglie di massaro Cirino dopo che il
negozio fu conchiuso. - A compare Luciano gli è morta la mula,
e non ha denari da comprarne un'altra. Adesso se non comprava
quell'asino di san Giuseppe, non sapeva che farne del suo carro e
degli arnesi; e vedrete che quell'asino sarà la sua ricchezza!
- L'asino imparò anche a tirare il carro, che era troppo alto
di stanghe per lui, e gli pesava tutto sulle spalle, sicché
non avrebbe durato nemmeno sei mesi, arrancando per le salite, che ci
volevano le legnate di compare Luciano per mettergli un po' di fiato
in corpo; e quando andava per la discesa era peggio, perché
tutto il carico gli cascava addosso, e lo spingeva in modo che doveva
far forza colla schiena in arco, e con quelle povere gambe rose dal
fuoco, che la gente vedendolo si metteva a ridere, e quando cascava
ci volevano tutti gli angeli del paradiso a farlo rialzare. Ma
compare Luciano sapeva che gli portava tre quintali di roba meglio di
un mulo, e il carico glielo pagavano a cinque tarì il
quintale. - Ogni giorno che campa l'asino di san Giuseppe son
quindici tarì guadagnati, - diceva, - e quanto a mangiare mi
costa meno d'un mulo -. Alle volte la gente che saliva a piedi lemme
lemme dietro il carro, vedendo quella povera bestia che puntava le
zampe senza forza, e inarcava la schiena, col fiato spesso e l'occhio
scoraggiato, suggeriva:
- Metteteci un sasso sotto le ruote, e
lasciategli ripigliar lena a quella povera bestia -. Ma compare
Luciano rispondeva:
- Se lo lascio fare, quindici tarì al
giorno non li guadagno. Col suo cuoio devo rifare il mio. Quando non
ne potrà più del tutto lo venderò a quello del
gesso, che la bestia è buona e fa per lui; e non è mica
vero che gli asini di san Giuseppe sieno 'vigliacchi'. Gliel'ho preso
per un pezzo di pane a massaro Cirino, ora che è impoverito -.
In tal modo l'asino di san Giuseppe
capitò in mano di quello del gesso, il quale ne aveva una
ventina di asini, tutti macilenti e moribondi, che gli portavano i
suoi saccarelli di gesso, e campavano di quelle boccate di erbacce
che potevano strappare lungo il cammino. Quello del gesso non lo
voleva perché era tutto coperto di cicatrici peggio delle
altre sue bestie, colle gambe solcate dal fuoco, e le spalle logorate
dal pettorale, e il garrese roso dal basto dell'aratro, e i ginocchi
rotti dalle cadute, e poi quel pelame bianco e nero gli pareva che
non dicesse in mezzo alle altre sue bestie morelle:
- Questo non
fa niente, - rispose compare Luciano. - Anzi servirà a
riconoscere i vostri asini da lontano -. E ribassò ancora due
tarì sulle sette lire che aveva domandato, per conchiudere il
negozio. Ma l'asino di san Giuseppe non l'avrebbe riconosciuto più
nemmeno la padrona che l'aveva visto nascere, tanto era mutato,
quando andava col muso a terra e le orecchie a paracqua sotto i
saccarelli del gesso, torcendo il groppone alle legnate del ragazzo
che guidava il branco. Pure anche la padrona stessa era mutata a
quell'ora, colla malannata che c'era stata, e la fame che aveva
avuta, e le febbri che avevano preso tutti alla pianura, lei, suo
marito e il suo Turiddu, senza danari per comprare il solfato, ché
gli asini di san Giuseppe non se ne hanno da vendere tutti i giorni,
nemmeno per trentacinque lire.
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