Il
canarino del n. 15
Come il bugigattolo dei portinai non
vedeva mai il sole, e avevano una figliuola rachitica, la mettevano a
sedere nel vano della finestra, e ve la lasciavano tutto il santo
giorno, sicché i vicini la chiamavano «Il canarino del
n. 15».
Màlia vedeva passar la gente;
vedeva accendere i lumi la sera; e se entrava qualcuno a chiedere di
un pigionale rispondeva per la mamma, la sora Giuseppina, che stava
al fuoco, o a leggere i giornali dei casigliani.
Sinché c'era un po' di luce
faceva anche della trina, con quelle sue mani pallide e lunghe; e un
giovanetto della stamperia lì dicontro, al veder sempre dietro
i vetri quel visetto, che era delicato, e con delle pèsche
azzurre sotto gli occhi, se n'era come si dice innamorato. Ma poi
seppe la storia del canarino, e di mezza la persona che era morta
sino alla cintola, e non alzò più gli occhi, quando
andava e veniva dalla stamperia.
Ella pure ci aveva badato: tanto
nessuno la guardava mai! e quel po' di sangue che le restava le
tingeva come una rosa la faccia pallida, ogni volta che udiva il
passo di lui sull'acciottolato.
La stradicciuola umida e scura le
sembra gaia, con quello stelo di pianticella magra che si dondolava
dal terrazzino del primo piano e quei finestroni scuri della
tipografia dirimpetto, dov'era un gran lavorìo di pulegge, e
uno scorrere di strisce di cuoio, lunghe, lunghe, che non finivano
mai, e si tiravano dietro il suo cervello, tutto il giorno. Sul muro
c'erano dei gran fogli stampati, che ella leggeva e tornava a
leggere, sebbene li sapesse a memoria; e la notte li vedeva ancora,
nel buio, cogli occhi spalancati, bianchi, rossi, azzurri, mentre si
udiva il babbo che tornava a casa cantando con voce rauca:
- O
Beatrice, il cor mi dice -.
Ella pure, la Màlia si sentiva
gonfiare in cuore la canzone, quando i monelli passavano cantando e
battendo gli zoccoli sul terreno ghiacciato, nella nebbia fitta.
Ascoltava, ascoltava, col mento sul petto, e provava e riprovava la
cantilena sottovoce, davvero come un canarino che ripassi la parte.
Diventava anche civettuola. La mattina,
prima che la mettessero dietro la finestra, si lisciava i capelli, e
ci appuntava un garofano, quando l'aveva, con quelle mani scarne.
Come la Gilda, sua sorella, si attillava per andar dalla sarta, col
velo nero sulla testolina maliziosa, e cutrettolava vispa vispa nella
vestina tutta in fronzoli, la guardava con quel sorriso dolce e
malinconico sulle labbra pallide, poi la chiamava con un cenno del
capo, e voleva darle un bacio. Un giorno che la Gilda le regalò
un fiocchetto di nastro smesso, ella si fece rossa dal piacere. Alle
volte le moriva sulle labbra la domanda se nei giornali non ci fosse
un rimedio per lei.
La poveretta non si stancava mai di
aspettare che quel giovane tornasse ad alzare il capo verso la
finestra. Aspettava, aspettava, cogli occhi alla viuzza, e le dita
scarne che facevano andare la spoletta. Ma poi lo vide che
accompagnava la Gilda, passo passo, tenendo le mani nelle tasche, e
si fermarono ancora a chiacchierare sulla porta.
Si vedeva soltanto la schiena di lui,
che le parlava con calore, e la Gilda pensierosa raspava nel selciato
colla punta dell'ombrellino. Essa poi disse:
- Qui no, che c'è la Màlia
a far la sentinella, ed è una seccatura -.
Alfine un sabato sera il giovanotto
entrò anche lui insieme alla Gilda, e si misero a
chiacchierare colla sora Giuseppina, che metteva delle castagne nella
cenere calda. Si chiamava Carlini; era scapolo,
compositore-tipografo, e guadagnava 36 lire la settimana. Prima
d'andarsene diede la buona sera anche alla Màlia, che stava al
buio nel vano della finestra.
D'allora in poi cominciò a
venire sovente, poi quasi ogni sera. La sora Giuseppina aveva preso a
volergli bene, pel suo fare ben educato, ché non veniva mai
colle mani vuote: confetti, mandarini, bruciate, alle volte anche una
bottiglia sigillata. Allora si fermava in casa anche il babbo della
ragazza, il sor Battista, a chiacchierare col Carlini come un padre,
dicendogli che voleva cucirgli lui il primo vestito nuovo, se mai.
Egli ci aveva là il banco e le forbici da sarto, e il ferro da
stirare, e l'attaccapanni, e lo specchio dei clienti. Adesso lo
specchio serviva per la Gilda. Mentre il giovane aspettava
l'innamorata, si metteva a discorrere colla Màlia; le parlava
della sorella, le diceva quanto le volesse bene, e che incominciava a
mettere dei soldi alla Cassa di Risparmio. Appena tornava la Gilda si
mettevano a sussurrare in un cantuccio, bocca contro bocca,
pigliandosi le mani allorché la mamma voltava le spalle.
Una sera egli le diede un grosso bacio
dietro l'orecchio, mentre la sora Giuseppina sbadigliava in faccia al
fuoco, e Carlini credeva che nessuno li vedesse, tanto che alle volte
se ne andava senza pensare nemmeno che la Màlia fosse là,
per darle la buonanotte. Una domenica arrivò tutto contento
colla nuova che aveva trovata la casa che ci voleva: due stanzette a
Porta Garibaldi, ed era anche in trattative per comprare i mobili
dell'inquilino che sloggiava, un povero diavolo col sequestro sulle
spalle, per via della pigione. Il Carlini era così contento
che diceva alla Màlia:
- Peccato che non possiate venire a
vederla anche voi! - La ragazza si fece rossa. Ma rispose:
- La Gilda sarà contenta lei -.
Ma la Gilda non sembrava molto
contenta. Spesso il Carlini l'aspettava inutilmente, e si lagnava
colla Màlia di sua sorella, che non gli voleva bene come lui
gliene voleva, e gli lesinava le buone parole e tutto il resto.
Allora il povero giovane non la finiva più coi piagnistei;
raccontava ogni cosa per filo e per segno: che piacere le aveva fatto
la tal parola, come sorrideva con quella smorfietta, come s'era
lasciata dare quel bacio. Almeno provava un conforto nello sfogarsi
colla Màlia. Gli pareva quasi di parlare colla Gilda, tanto la
Màlia somigliava a sua sorella, nell'ombra, mentre lo
ascoltava guardandolo con quegli occhi.
Arrivava perfino a prenderle la mano,
dimenticando che era mezzo morta su quella seggiola.
- Guardate, - le diceva. - Vorrei che
la Gilda foste voi, col cuore che avete! - Stava lì per delle
ore, colle mani sui ginocchi, finche tornava la Gilda. Almeno udiva
il trottarello lesto dei suoi tacchetti, e la vedeva arrivare con
quel visetto rosso dal freddo, e quegli occhi belli che interrogavano
in giro tutta la stanzetta al primo entrare. La Gilda era vanarella e
ambiziosa; gli aveva proibito di accompagnarla colla sua camiciuola
turchina da operaio, quando andava impettita per via. Una sera Màlia
la vide tornare a casa in compagnia di un signorino, di cui la tuba
lucida passava rasente al davanzale, e si fermarono sulla porta come
faceva prima col Carlini. Ma a costui non disse nulla.
Il poveraccio s'era dissestato. La
pigione di casa, i mobili da pagare, i regalucci per la ragazza, il
tempo che perdeva: tanto che il direttore della tipografia gli aveva
detto:
- A che giuoco giuochiamo? - Egli tornava a confidarsi
colla Màlia, e la pregava:
- Dovreste parlagliene voi a vostra
sorella -.
Gilda fece una spallucciata, e rispose
alla Màlia:
- Piglialo tu -.
A capodanno il Carlini portò in
regalo un bel taglio di lanina a righe rosse; tanto rosse che la
Gilda diede in uno scoppio di risa, e disse che era adatta per
qualche contadina di Desio o di Gorla, come le aveva viste a Loreto.
Il giovanotto rimaneva mortificato con l'involto in mano,
ripiegandolo adagio adagio, e lo offrì alla Màlia, se
lo voleva lei.
Era il primo regalo che la Màlia
riceveva e le parve una gran cosa. La sora Giuseppina, per scusare
l'uscita della Gilda, prese a dire che quella ragazza era di gusto
fine, come una signora, e non trovava mai cosa abbastanza bella pel
suo merito. - Per quella figliuola là non sto mica in pena -
soleva dire.
La Gilda infatti veniva a casa ora con
una mantiglia nuova, che le gonfiava il seno tutto di frange, ora con
le scarpine che le strizzavano i piedi, ed ora con un cappellaccio
peloso che faceva ombra sugli occhi lucenti al pari di due stelle.
Una volta portò un braccialetto d'argento dorato, con una
ametista grossa come una nocciuola, che passò di mano in mano
per tutto il vicinato. La mamma gongolava e strombazzava i risparmi
che faceva la figliuola dalla sarta. La Màlia volle vedere
anche lei; e il babbo stava per stendere le mani, e lo chiese in
prestito per una sera, onde mostrarlo agli amici, dal tabaccaio e dal
liquorista lì accanto.
Ma la Gilda si ribellò. Allora
il sor Battista cominciò a gridare se ella tornava a casa
tardi, e a sfogarsi con Carlini che perdeva il suo tempo e i
regalucci dietro quell'ingrata, la quale non aveva cuore nemmeno pei
genitori. Gilda un bel giorno gli levò l'incomodo di
aspettarla più.
Malgrado le sbravazzate del sor
Battista nella casa ci fu il lutto. La sora Giuseppina non fece altro
che brontolare e litigare col marito tutta sera. Il sor Battista andò
a letto ubbriaco. La Màlia udì sino all'alba il Carlini
che aspettava passeggiando nella strada.
Poi la sora Carolina, che vendeva i
giornali lì alla cantonata, venne a raccontare qualmente
avevano vista la Gilda in Galleria, vestita come una signora. Il
babbo giurò che voleva andare col Carlini in traccia del
sangue suo, quella domenica, e l'accompagnarono a casa che non si
reggeva in piedi.
Il Carlini si era affiatato col sor
Battista. Lavorava soltanto quando non poteva farne a meno, ora qua e
là nelle piccole stamperie, l'accompagnava all'osteria, e
tornavano a braccetto. In casa s'era fatto come un della famiglia per
abitudine. Accendeva il fuoco o il gas per le scale, menava la
tromba, teneva sempre in ordine i ferri del sarto, caso mai
servissero, e scopava anche la corte, per risparmiare la sora
Giuseppina, giacché suo marito non stava in casa gran fatto.
La sora Giuseppina, per gratitudine, voleva fargli credere che la
Gilda gli volesse sempre bene, e sarebbe tornata un giorno o l'altro.
Egli scuoteva il capo; ma gli piaceva discorrerne colla vecchia, o
colla Màlia, che somigliava tutta a sua sorella. Gli pareva di
alleggerirsi il cuore in tal modo, quando ella l'ascoltava fra chiaro
e scuro, fissandolo con quegli occhi. E una volta che era stato
all'osteria, e si sentiva una gran confusione dalla tenerezza, le
diede anche un bacio.
La Màlia non gridò: ma si
mise a tremare come una foglia. Già non c'era avvezza, e la
mamma per lei non stava in guardia.
L'indomani, a testa riposata, Carlini
era venuto a chiacchierare come il solito, spensierato e
indifferente. Ma la poveretta si sentiva sempre quel bacio sulla
bocca, col fiato acre di lui, e vi aveva pensato tutta la notte.
Allora in principio di primavera, come se quel bacio fosse stato del
fuoco vivo, Màlia cominciò a struggersi e a consumarsi
a poco a poco. La mamma ripeteva alla sora Carolina e alla portinaia
della casa accanto che il male le saliva dalle gambe per tutta la
persona. Il medico glielo aveva detto.
Il marzo era piovoso. Tutto il giorno
si udiva la grondaia che scrosciava sul tetto di vetro della
stamperia, e la gente che sfangava per la stradicciuola. Ogni po' si
fermava alla porta un legno grondante acqua, e sbattevano in furia
gli sportelli e l'usciale.
- Questa è la Gilda, - esclamava
la mamma. La Màlia pallida cogli occhi fissi alla porta, non
diceva nulla, ma s'affilava in viso.
Poi nell'ora malinconica in cui anche
la finestra si oscurava, passava la voce lamentevole di quel che
vendeva i giornali:
- 'Secolo!' il 'Secolo!' - come una malinconia
che cresceva. E la Gilda non veniva.
Al san Giorgio, com'era tornato il bel
tempo, la giornalista lì accanto ed altri vicini progettarono
una gita in campagna. Il Carlini, che s'era fatto di casa, fu della
partita anche lui. La sera scesero dal tramvai tutti brilli, e
portando delle manciate di margheritine e di fiori di campo. Il
Carlini, in vena di galanteria, volle regalare alla Màlia
tutti quei fiori che gli impacciavano le mani. La povera malata ne fu
contenta, come se le avessero portato un pezzo di campagna. Dal suo
lettuccio aveva vista la bella giornata di là dalla finestra,
sul muro dirimpetto che sembrava più chiaro, colla pianticella
del terrazzino che metteva le prime foglie. Ella voleva che le
piantassero quei fiorellini in un po' di terra, perché non
morissero, in qualche coccio di stoviglia, che ce ne dovevano essere
tante in cucina. Un capriccio da moribonda, si sa. Gli altri
rispondevano ridendo che era come far camminare un morto. Per
contentarla ne collocarono alcuni in un bicchier d'acqua sul
cassettone, e a fine di tenerla allegra tirarono fuori il discorso
della veste a righe rosse e nere, tuttora in pezza, che la Màlia
si sarebbe fatta fare, quando stava meglio. Suo padre ci aveva le
forbici, e il refe e tutti i ferri del mestiere. La poveretta li
ascoltava guardandoli in volto ad uno ad uno, e sorrideva come una
bambina. Il giorno dopo i fiori del bicchiere erano morti. Nel
bugigattolo mancava l'aria per vivere. L'estate cresceva. Giorno e
notte bisognava tener spalancata la finestra pel gran caldo. Il muro
di faccia si era fatto giallo e rugoso. Quando c'era la luna scendeva
sin nella stradicciuola in un riflesso chiaro e smorto. Si udivano le
mamme e i vicini chiacchierare sulle porte.
Al ferragosto il sor Battista coi
denari delle mance prese una sbornia coi fiocchi, e si picchiarono
colla sora Giuseppina. Il Carlini, nel far da paciere, si buscò
un pugno che l'accecò mezzo.
La Màlia quella sera stava
peggio; e con quello spavento per giunta, il medico che veniva pel
primo piano disse chiaro e tondo che poco le restava da penare,
povera ragazza.
A quell'annunzio babbo e mamma fecero
la pace, e venne anche la Gilda vestita di seta, senza che si sapesse
chi glielo aveva detto.
La Màlia invece credeva di star
meglio, e chiese che le sciorinassero sul letto il vestito in pezza
del Carlini, onde «farci festa» diceva lei. Stava a
sedere sul letto, appoggiata ai guanciali, e per respirare si aiutava
muovendo le braccia stecchite, come fa un uccelletto delle ali.
La sora Carolina disse che bisognava
andare pel prete, e il babbo che quelle minchionerie le aveva sempre
disprezzate col 'Secolo', se ne andò all'osteria in segno di
protesta. La sora Giuseppina accese due candele, e mise una tovaglia
sul cassettone. Màlia, al vedere quei preparativi si scompose
in viso, ma si confessò col prete, anche il bacio del Carlini,
e dopo volle che la mamma e la sorella non la lasciassero sola.
Il babbo, l'aspettarono, s'intende. La
sora Giuseppina si era appisolata sul canapè, e Gilda
discorreva sottovoce col Carlini accanto alla finestra, credendo che
la Màlia dormisse. Così la poveretta passò senza
che se ne accorgessero, e i vicini dissero che era morta proprio come
un canarino.
Il babbo il giorno dopo pianse come un
vitello e la sua moglie sospirava:
- Povero angelo! Hai finito di penare!
Ma eravamo abituati a vederla là, a quella finestra, come un
canarino. Ora ci parrà di esser soli peggio dei cani -.
La Gilda promise di tornar spesso e
lasciò i denari pel funerale.
Ma a poco a pocò anche il
Carlini diradò le visite, e come aveva cambiato alloggio a San
Michele, non si vide più.
Sulla finestra il babbo, per mutar
vita, fece inchiodare un pezzetto d'asse, con su l'insegna «Sarto»
la quale vi rimase tale e quale come il canarino del n. 15.
Don
Candeloro e C.
Don Candeloro era proprio artista nel
suo genere: figlio di burattinai, nipote di burattinai - ché
bisogna nascerci con quel bernoccolo - il suo pane, il suo amore, la
sua gloria erano i burattini. - Non son chi sono se non arrivo a
farli parlare! - diceva in certi momenti di vanagloria come ne
abbiamo tutti, allorché gli applausi del pubblico gli andavano
alla testa, e gli pareva di essere un dio, fra le nuvole del
palcoscenico, reggendo i fili dei suoi «personaggi».
Per essi non guardava a spesa. Li
perfezionava, li vestiva sfarzosamente, aveva ideato delle teste che
movevano occhi e bocca, studiava sugli autori la voce che avrebbe
dovuto avere ciascuno di essi, 'Almansore' o 'Astiladoro'. Quando
declamava pei suoi burattini, nelle scene culminanti, si scaldava
così, che dopo rimaneva sfinito, asciugandosi il viso, nel
raccogliere i mirallegro dei suoi ammiratori sfegatati, come un
attore naturale.
Di ammiratori ne aveva da per tutto,
alla Marina, alla Pescheria, certuni che si toglievano il pan di
bocca per andare a sentire da lui la 'Storia di Rinaldo' o 'Il Guerin
Meschino', e se l'additavano poi, incontrandolo per la strada, colla
canna d'India sull'omero e la sua bella andatura maestosa, che
sembrava 'Orlando' addirittura. Era un gran regalo quando egli
rispondeva al saluto toccando con due dita la tesa del cappello.
Se nasceva una lite in teatro, e
venivano fuori i coltelli, bastava che don Candeloro si mostrasse fra
le quinte, e dicesse:
- Ehi ragazzi!... - con quella bella voce
grassa.
Giacché s'era fatta anche la
voce, come il gesto e la parlata, sul fare dei suoi «personaggi»
e pareva di sentire un 'Reale di Francia' anche se chiamava il
lustrastivali dal terrazzino.
Con queste doti innamorò la
figliuola di un oste che teneva bottega lì accanto. La ragazza
era bruttina, ma aveva una bella voce, e doveva avere anche un bel
gruzzolo. - La voce è tutto! - le diceva don Candeloro
sgranandole gli occhi addosso, e accarezzandosi il pizzo. - Grazia!
Che bel nome avete pure! - Andava spesso a far colazione all'osteria
per amore della Grazia, e le confidò che pensava d'accasarsi,
dacché aveva voltato le spalle alla vecchia baracca del padre,
e messo su di nuovo teatro che rubava gli avventori al SAN CARLINO, e
al TEATRO DI MARIONETTE. Si mangiavano fra di loro come lupi, padre e
figlio, e i suoi colleghi erano giunti ad ordirgli la cabala, e
fargli fischiare la 'Storia di Buovo d'Antona'. - Spenderò i
tesori di Creso! - aveva fatto voto quel dì don Candeloro
battendo il pugno sulla tavola. - Ma non son chi sono se non li
riduco a chiuder bottega tutti quanti! - Lui con dei contanti avrebbe
fatto cose da sbalordire. Insino il balletto e la pantomima avrebbe
portato sul suo teatro; tutto colle marionette. - Ci aveva qualcosa
lì! - e si picchiava la fronte dinanzi alla Grazia, fissandole
gli occhi addosso come volesse mangiarsela, lei e la sua dote. Si
scervellò un mese intero, col capo fra le mani, a cercare un
bel titolo pel suo teatrino, qualcosa che pigliasse la gente per gli
occhi e pei capelli, lì, nel cartellone dipinto e coi lumi
dietro. - 'Le Marionette parlanti!' - Sì, com'è vero
ch'io mi appello Candeloro Bracone! parlanti e viventi meglio di voi
e di me! Non deve passare un cane che abbia un soldo in tasca dinanzi
al mio teatro, senza che dica: «Spendiamo l'osso del collo per
andare a vedere cosa sa fare don Candeloro!» - L'oste veramente
non si sarebbe lasciato prendere a quelle spampanate, perché
sapeva che gli avventori seri preferiscono andare a bere il buon vino
nel solito cantuccio oscuro; e del resto, lui voleva un genero con
una professione da cristiano, come la sua, a mo' d'esempio, e non un
commediante con la zazzera inanellata, che parlava come un libro e
gli incuteva soggezione.
- Quello è un tizio che ci
farebbe muovere a suo piacere come i burattini, te e me! - disse alla
figliuola. - Bada ai fatti tuoi:
le buone parole, qualche risatina
anche, con gli avventori. E poi orecchie di mercante. Hai inteso? -
Ma il tradimento gli venne da un finestrino che dava sul
palcoscenico, al quale la ragazza correva spesso di nascosto a
mettere un occhio, e dove si scaldava il capo con tutte quelle storie
di paladini e di principesse innamorate. Don Candeloro, dacché
s'era dichiarato con lei, lasciava socchiusa apposta l'impannata, e
le sfuriate di amore, 'Rinaldo' e gli altri personaggi, le
rivolgevano lassù; tanto che la ragazza ne andava in
solluchero, e aveva a schifo poi di lavare i piatti e imbrattarsi le
mani in cucina.
«Non pur me, ma infiniti signori
questo amore ha fatto suoi vassalli, principessa adorata!...» -
Tu non me la dài a intendere! - brontolava l'oste colla
figliuola. - Che diavolo hai in testa? Mi sbagli il conto del vino...
Gli avventori si lamentano... Questa storia non può durare -.
La catastrofe avvenne alla gran scena
in cui la 'bella Antinisca' ritorna alla cittè di Presopoli, e
'Guerino' «quando la vidde» dice la storia «s'accese
molto più del suo amore». Smaniava per la scena,
sbalestrando le gambe di qua e di là, alzando tratto tratto le
braccia al cielo, squassando il capo quasi colto dal mal nervoso.
Diceva, con la bella voce cantante di don Candeloro:
«O Dio, dammi grazia ch'io mi
possa difendere da questa fragil carne, tanto ch'io trovi il padre
mio, e la mia generazione».
E la 'bella Antinisca', dimenandosi
anch'essa, e lagrimando (si capiva dalle mani che le sbattevano al
viso):
«O Signor mio, io speravo sotto
la vostra spada di esser sicura del Regno che voi mi avete renduto,
per questa cagione vi giuro per li Dei che come saprò, che voi
siete partito, con le mie proprie mani mi ucciderò per vostro
amore, e se mi promettete, che finito il vostro viaggio ritornerete a
me, io vi prometto aspettarvi dieci anni sena prender marito».
«Non per Dio, sarete vecchia»
disse il 'Meschino'. «Questo non curo, pur che voi giuriate di
tornare a me, di non pigliare altra donna». (Veramente la
'bella Antinisca' aveva una voce di grilletto che faceva ridere gli
spettatori, giacché don Candeloro per le parti di donna aveva
dovuto scritturare a giornata un ragazzetto che cominciava adesso a
farsi grandicello, e per giunta recitava come un pappagallo, talché
alle volte il principale, sdegnato, gli assestava delle pedate,
dietro la scena). Allora la 'bella Antinisca' cadde d'un salto fra le
braccia del 'Guerino', piegata in due dalla tenerezza, e Grazia,
arrampicata al finestrino, si sentì balzare così il
cuore nel petto, che le sembrava proprio di essere nei panni dei due
felici amanti, allorché il 'Meschino', in presenza di
'Paruidas', 'Armigrano' e 'Moretto', giurò per tutti i
sagramenti di farla sua donna e legittima sposa.
- Quando saremo marito e moglie, le
parti di donna le farai tu! - le aveva detto don Candeloro. E la
ragazza, ambiziosa, si sentiva gonfiare il petto dalla gioia, a
quelle scene commoventi che facevano drizzare i capelli in capo ad
ognuno, e si vedevano degli uomini con tanto di barba piangere come
bambini, fra gli applausi che parevano subissare il teatro. - Sì!
sì! - disse Grazia in cuor suo.
Il babbo invece disse di no. C'erano
continuamente delle scene fra padre e figlia; quello ripetendo che la
storia non poteva durare, e minacciando la ragazza di tornare a
maritarsi, e metterle sul collo la matrigna. Lei dura nel proposito:
o don Candeloro, o la morte! Quando don Candeloro andò a far
domanda formale, vestito di tutto punto, l'oste rispose:
- Tanto onore e piacere. Ma ciascuno sa
i fatti di casa sua. Sono vedovo, non ho altri figliuoli, e mi
abbisogna un genero che mi aiuti...
- Allora vuol dire che non son degno di
tanto onore! - balbettò don Candeloro facendosi rosso, e
piantandosi di tre quarti, colla canna d'India appoggiata all'anca.
- Nossignore, l'onore è mio.
- L'onore è vostro, ma vostra
figlia non me la date...
- Nossignore. Come volete sentirla?
- Va bene. Umilissimo servo! -
conchiuse don Candeloro calcandosi con due dita la tuba
sull'orecchio, e se ne andò mortificatissimo.
- Senti - disse poi alla Grazia dal
finestrino. - Tuo padre è un ignorante che non capisce nulla.
Bisogna prendere una risoluzione eroica, hai capito? - La ragazza
esitava a prendere la risoluzione eroica di infilare l'uscio e
venirsene a stare con lui, per costringere poi il babbo ad
acconsentire al matrimonio. Ma don Candeloro aveva il miele sulle
labbra, e sapeva trovare delle ragioni alle quali non si poteva
resistere. Le diceva di fare nascostamente il suo fagotto... con
giudizio, s'intende... - C'era anche la sua parte nei denari del
padre, - e venirsene dove la chiamavano i cieli. - Non hai giurato
per gli Dei di essere mia donna e legittima sposa?
- Il vecchio però era un furbo
matricolato, il quale cantava sempre miseria, e nascondeva i suoi
bezzi chissà dove. Grazia non portò altro che quattro
cenci in un fazzoletto, e quelle poche lire spicciole che aveva
potuto arraffare al banco. - Come? - balbettò don Candeloro
che si sentiva gelare il sangue nelle vene. - In tanto tempo che ci
stai, non hai saputo far di meglio?... - Questo era indizio che non
sarebbe stata buona a nulla, neppure per lui; e le questioni
cominciarono dal primo giorno. Basta, era un gentiluomo, e la
promessa di Candeloro Bracone era parola di Re. Il bello poi fu che
lo stesso giorno in cui andarono all'altare, lui e la sposa, il
suocero volle fargli la burletta di andarci lui pure, insieme a una
bella donnona colla quale aveva combinato il pateracchio lì
per lì. - Senza donne non possiamo stare né io né
il mio negozio, cari miei, - gli piaceva ripetere, con quel
sorrisetto che mostrava le gengive più dure dei denti, e
faceva venire la mosca al naso. - State allegri e che il Signore vi
prosperi e vi dia molti figliuoli. Alla mia morte poi avrete quel che
vi tocca -.
I figliuoli vennero infatti a tutti e
due, genero e suocero, uno dopo l'altro. Ma l'oste prometteva di
metterne al mondo quanto il 'Gran Sultano', e di campare gli anni del
'Mago Merlino'. Ogni volta che gli partoriva la moglie o la
figliuola, invitava tutto il parentado a fare una bella mangiata.
Crescevano i figliuoli, e i pesi del
matrimonio; ma viceversa poi diminuivano gli introiti e il favore
popolare. Quella gran bestia del pubblico s'era lasciato prendere a
certe novità che avevano portato Bracone il vecchio e il
proprietario del SAN CARLINO.
Adesso nei teatrini di marionette
recitavano dei personaggi in carne ed ossa, la 'Storia di Garibaldi',
figuriamoci, ed anche delle farsacce con 'Pulcinella'; e vi cantavano
delle donne mezzo nude che facevano del palcoscenico un letamaio. La
gente correva a vedere le gambe e le altre porcherie, tale e quale
come le bestie, che don Candeloro ne arrossiva pel mestiere, e
preferiva piuttosto fare il saltimbanco o il lustrascarpe, prima di
scendere a quelle bassezze. Per non recitare alle panche era arrivato
a far entrare in teatro gratis dei vecchi avventori, fedeli alle
belle 'Storie d'Orlando' e dei 'Paladini antichi', coi quali almeno
si sfogava dicendo vituperi dei suoi colleghi:
- Perché non mettere le persiane
verdi alle porte, come certi stabilimenti?... Sarebbe più
pulito. Dovrebbe immischiarsene la Questura, per Satanasso! - Però
l'ignoranza e l'ingratitudine del pubblico gli facevano cascare le
braccia. Non valeva proprio la pena di sudare coi libri, e spendere
dei tesori per dare roba buona a degli asini. - Volete lavare la
testa all'asino? - Gli stessi burattini recitavano svogliatamente,
vestiti come Dio vuole. - Ci si perdeva l'amore dell'arte e d'ogni
cosa, parola di gentiluomo! - Dov'erano andati i bei tempi in cui si
facevano due rappresentazioni al giorno, la domenica e le feste, e la
gente assediava la porta, quend'era annunziato sul cartellone un
«personaggio» nuovo? Don Candeloro, colla barba di otto
giorni e la zazzera arruffata, passava le giornate intere nella
bettola del suocero, a dir corna dei suoi colleghi, o a litigare
colla moglie, ora che in casa pareva l'inferno. Grazia, adesso che
aveva visto cosa c'era dietro le belle scene impiastricciate, stava
con tanto di muso a rammendar cenci anche lei, a stemperar colori, e
rompersi braccia e schiena, vociando come un pappagallo per le
'Artemisie' e le 'Rosalinde', dall'avemaria a due ore di notte; che
specie quando il Signore le mandava dei figliuoli (e succedeva una
volta all'anno) era proprio un gastigo di Dio.
- Tu non sai far altro, per Maometto! -
le rinfacciava il marito furibondo.
L'oste dava soltanto buoni consigli:
-
Non vedete che gli avventori corrono al vino nuovo? Cambiate il vino
-. Ma don Candeloro non si piegava. Piuttosto avrebbe tolto su
baracca e burattini, e sarebbe andato pel mondo a far conoscere chi
era Candeloro Bracone, giacché i suoi concittadini non
sapevano apprezzarlo. La piazza «non faceva più»
per lui! Se c'era ancora un po' di buon senso e di buon gusto
dovevasi andare a cercarlo in provincia, dove non erano ancora
penetrate quelle sudicerie.
Finalmente spiantò davvero il
teatro, mise ogni cosa su di un carro, e via di notte, per non dar
gusto ai nemici. L'oste prese lui a pigione il magazzino per metterci
delle botti, e allargare il negozio, ora che la figliuolanza era
cresciuta.
- Te l'avevo detto, - disse alla
Grazia. - Quello non è mestiere da cristiani. Se fossi rimasta
a vendere del vino. non saresti ridotta adesso a far la zingara. Ben
ti stia! - Don Candeloro viaggiò per valli e per monti, come i
cavalieri antichi, con tutto il suo teatro ammucchiato in un carro, e
la moglie e i figliuoli sopra. Il guaio era che non si trovava con
chi combattere. Quei contadinacci ignoranti ed avari, sfogata la
prima curiosità, voltavano le spalle alle «marionette
parlanti» o s'arrampicavano sul tetto del teatrino per godersi
la rappresentazione 'gratis'. Arrivando in un villaggio, don
Candeloro scaricava la roba sulla piazza, pigliava in affitto una
bottega, un magazzino, una stalla, quel che trovava, e si mettevano a
inchiodare e incollare tutti quant'erano. Le stagioni duravano otto,
quindici giorni, un mese, al più. Dopo, si tornava da capo a
correre il mondo, e in quel va e vieni la roba andava in malora; si
mangiavano ogni cosa le spese d'affitto e di viaggio, con dei
carrettieri ladri ch'erano peggio dei saracini, e non usavano
riguardi neanche a Cristo. Don Candeloro, avvezzo ad essere
rispettato come un Dio da simile gentaglia, voleva farsi ragione
colle sue mani, in principio, sinché si buscò una
grandinata di calci e pugni.
E ci dovette arrivare anche lui,
Candeloro Bracone, a fare il pagliaccio se volle aver gente nel suo
teatro, e a rappresentare le pantomime nelle quali pigliavasi le
pedate nel didietro dal minore dei suoi ragazzi per far ridere «la
platea». Quando vide che il pubblico non ne mangiava più
in nessuna salsa delle «marionette parlanti», e ci voleva
dell'altro per cavar soldi da quei bruti, ebbe un'idea luminosa che
avrebbe dovuto fare la fortuna di un artista, se la fortuna baldracca
non ce l'avesse avuta a morte con lui... - Ah, vogliono i personaggi
veri?...- Un bel giorno si vide annunziare sul cartellone che la
'parte di Orlando', nei 'Reali di Francia', l'avrebbe sostenuta don
Candeloro in persona «fatica sua particolare!» E comparve
davvero sul palcoscenico, lui e tutta la sua famiglia, in costume, e
armato di tutto punto: delle armature ordinate apposta al primo
lattoniere della città, e che erano costate gli occhi della
testa.
Il pubblico sciocco invece, al vedere
quei ceffi di giudei che toccavano i cieli col capo, e suonavano a
ogni passo come scatole di petrolio, si mise a ridere e a tirare ogni
sorta d'immondizie sui 'Paladini', massime allorché ad
'Orlando' cadde di mano la spada, ed egli, tutto chiuso nell'armi,
non poté chinarsi per raccattarla. Urli, fischi e mozziconi di
sigari in faccia ai 'Reali'. Un putiferio da prendere a schiaffi
tutti quanti, o da passar loro la spada attraverso il corpo, se non
fosse stata di latta, pensando a tanti denari spesi inutilmente.
Da per tutto, ove si ostinava a portare
i 'Paladini di Francia' «con personaggi veri» trovava la
stessa accoglienza:
torsi di cavolo e bucce d'arance. Il
pubblico andava in teatro apposta colle tasche piene di quella roba.
Non li volevano più neanche «coi personaggi veri»
i 'Paladini'! Volevano le scempiaggini di 'Pulcinella', e le
canzonette grasse cantate dalle donne che alzavano la gamba.
- E tu fagliele vedere le gambe! -
disse infine alla moglie don Candeloro infuriato. - Diamogli delle
ghiande al porco! - Lui stesso, colle sue mani, dovette aiutare la
Grazia ad accorciare la gonnella, litigando con lei che pretendeva di
non esser nata per quel mestiere, e si vergognava all'udire i
complimenti che il pubblico indirizzava ai suoi stinchi magri. - Per
che cosa sei nata? per far la principessa? Il pane te lo mangi, però!
- Lui invece era preso adesso dalla rabbia di mostrare ogni cosa, a
quegli animali, la moglie, la figliuola ch'era più giovane e
chiamava più gente. - Anch'io, se vogliono vedermi!... Voglio
calarmi le brache in faccia a quelle bestie! - Faceva delle risate
amare, povero don Candeloro! Cercava le farsacce più stupide e
più indecenti. Si tingeva il viso per fare il pagliaccio.
Sputava sul pubblico, dietro le quinte! - Porci!
porci! -
Una capanna e il tuo cuore
La capanna stavolta era l''Albergo
della Stella'. Quando vi giunsi, fra quelle quattro case arrampicate
in cima al monte, dopo una giornata afosa nelle bassure della
zolfara, mi parve di essere davvero nelle stelle, all'ombra della
tettoia sgangherata che faceva da angiporto.
- Una stanza? - uscì a dire
l'ostessa asciugandosi il sugo di pomidoro dalle braccia. - Ma ci
abbiamo tutta la compagnia.
- Oh!
- Sicuro, quella delle operette. Però,
se si contenta della mia...
- Passando pel baraccone tutto
scompartimenti come una stalla, vidi infatti una bella giovane che si
rizzò lesta dal tavolato dov'era distesa, e mi salutò
arrossendo un poco anche sotto il rossetto della sera innanzi.
Dovetti accontentarmi, poiché
non ci era altro, della stamberga con tanto di letto matrimoniale
dell'ostessa, e mentre essa apparecchiava un po' di tavola «per
quel che c'era», si udì un baccano dalla parte della
compagnia.
- È la lavandaia che viene a
fare le solite scenate, - disse l'ostessa. - Gente senza educazione.
Ora vo a dire che ci sono dei forestieri -.
Ma fu inutile, e il diavoleto peggio di
prima. Appena fui seduto per mandar giù «un po' di quel
che c'era», comparve sull'uscio la ragazza della compagnia.
- Scusi. Avrebbe, per caso, due lire e
settantacinque di spiccioli, in piacere?
- Ecco.
- Grazie. Ora torno -.
Tornò infatti, collo stesso
risolino di palcoscenico. - Che vuole?
Scusi tanto. I nostri comici sono tutti
fuori. Appena tornano...
- Oh, faccia a suo comodo.
- Buon appetito allora - disse
sorridendo anche al piatto che recava l'ostessa.
- E a lei pure, giacché vedo
ch'è l'ora...
- Oh, noi... I nostri uomini sono stati
invitati a fare una scampagnata dai signori del paese...
- Se vuol favorire dunque...
- Anzi... Molto gentile. Se permette,
lo dico anche alla mia amica ch'è napoletana e le piacciono
tanto gli spaghetti.
- Tanto piacere anche la sua amica
napoletana -.
L'ostessa non se lo fece neanche dire e
tornò indietro per gli altri spaghetti. La napoletana si fece
pregare un po', di là, ma venne lei pure, col salutino del
pubblico.
- Il nostro soprano. Una voce! Dovrebbe
venire a sentirci, domani sera.
- Domani sera spero di essere a casa
mia, finalmente.
- Peccato! Qui non si recita che il
sabato e la domenica sera, perché gli altri giorni il nostro
pubblico è occupato nelle zolfare - .
Il soprano, più contegnoso, si
occupava a mandar giù gli spaghetti in punta di forchetta,
quasi fosse già il sabato o la domenica sera, dinanzi al
pubblico .
- Una vera diva!... E vederla in
costume, con quel 'décolleté'!... - La diva protestò
levando su la forchetta col gomitolo di spaghetti, o per poca
modestia, o perché il 'décolleté' non fosse
troppo in bella vista.
- Eh, che male c'è se gli uomini
hanno occhi per vedere... e mandar giù le platee?... È
vero, sì o no? Ditelo anche voi -.
Voltandomi, vidi sull'uscio altri
visetti che dicevano già di sì, in attesa pur esse.
- Venite, venite anche voi. Il signore
è così gentile... - E naturalmente venne anche
l'ostessa, carica d'altri piatti.
- La signorina Fides, mezzo soprano. -
La signorina Vanda, contralto. - La signorina Ines, contraltino, che
al bisogno fa le parti d'amoroso. Come vede i nostri uomini ci
lasciano a trarci d'imbarazzo anche nelle parti d'amoroso.
- Vedremo se ci portano almeno dei
fiori dalla loro scampagnata.
- Quelli sì, perché non
si mangiano.
- Che delizia! - sospirò allora
la diva. - Che paesaggi avete da queste parti... sotto questo
sole!...
- A chi lo dice!
- No? Non è del paese lei?
- È che l'ho avuto tutto il
giorno sulla testa, quel sole! - Dopo gli spaghetti venne del
baccalà, poi delle ova sode, poi del caciocavallo, insomma «un
po' di quel che c'era»», e dei fichi d'India, già
bell'e sbucciati dalle mani stesse della locandiera, chi ne volesse.
Le artiste dicevano sempre di sì; tanto che dopo i fichi
d'India chiesero del cognac.
- Cognac non ce n'è. Ahbiamo
della menta-sèlse. Ma ora, dopo tavola...
- Non importa. È per fare i
brindisi -.
Prima naturalmente a me, ch'ero stato
tanto gentile. Poi sfilarono altri nomi e altri ricordi, che
brillarono un istante in quegli occhietti lustri.
- A te!... Sempre! - A quella prima
notte... di luna!...
- Tutta roba passata! - sentenziò
la stella napoletana. - 'Tout passe, tout lasse, tout casse'... - E
volle anche spiegare il suo francese alle compagne che sgranavano gli
occhi. - Passa via... ti lascio... La canzone finisce sempre così.
- Sempre, no. Tu lo sai bene... - Ella
si strinse nelle spalle. - Il tuo avvocato...
- Un avvocato!
- Sissignore! E ha lasciato moglie e
figliuoli per venire a fare il suggeritore.
- Un bell'affare! E quella megera s'è
permesso anche di venire a farmi le scene, coi suoi mocciosi, in casa
mia!
- Poveretti! Bisognava sentirli
piangere...
- Al cuore non si comanda, - conchiuse
una delle signorine Ines o Fides. - Certo, se si sapesse prima... - -
Prima - il caso - l'incontrarsi in quegli occhi che vi mangiano dalla
platea quando vi viene la nota giusta. - Le scioccheriole che vi
contano all'uscita dal teatro - la scappatella che sembrava di
passaggio, ahimé!... Ciascuna rammentava la sua, in quel
momento di vino tenero. Gli occhi ancora umidi, o pei ricordi di
prima, o per quelli della scena. - Così, senza saper come, la
scioccheriola che mutavasi in duetto serio - o la passatina sotto la
finestra che andava a finire nella stanzetta in due. Poi il destarsi
a bocca asciutta - o amara - o tra gli sbadigli e i - non mi seccare
-, ch'è peggio. - O peggio ancora la farsetta che minaccia di
cambiarsi in tragedia... - Come quando si dovette levar le tende in
fretta e furia, tutta la compagnia che non c'entrava affatto... E a
un pelo di rimborsar gli abbonati per giunta! - conchiuse la
signorina Fides.
- Oh, questa poi!...
- Sì, in un paesetto qui vicino,
allorché quelli del partito contrario vollero giocare un tiro
al sindaco che veniva a fare quattro chiacchiere con una di noi; e
una bella notte, quando volle tornare a casa della moglie, gli fecero
trovare murata la porta della locanda coi materiali della strada in
riparazione.
Allora figuriamoci!... - Essa non aveva
fatto alcun nome; ma tutte le altre guardavano sottecchi da una
parte, ridendo, però col naso sul piatto. La napoletana che
invece aveva il naso in su, rimbeccò subito:
- Tu stai zitta, che di queste
disgrazie non ne capitano certo pei tuoi begli occhi al tuo
banchiere!
- Anche un banchiere?
- Sì, quello che scopa le tavole
-.
Fides scattò inviperita:
-
Prima di scopare le tavole contava dei bei bigliettoni, quello!
- E te li buttava dietro in fiori per
le serate e il braccialetto col 'sempre' d'oro. Per questo dovette
fare i conti col principale, che gli sbatté in faccia lo
sportello della banca, e te lo lasciò appeso al collo, col
'sempre' del braccialetto!
- Io cercai di mettere qualche buona
parola, anzi le loro parole stesse:
- Cose che succedono. Se si
sapesse prima...
- Prima o poi, quello era un galantuomo
e rimase un galantuomo.
Povero, ma onorato. Perciò
quando me lo vidi comparire dinanzi, con le tasche vuote ma tanto di
cuore aperto... ed anche le braccia, mentre mi diceva: «Eccomi...
Son qua...».
Ella singhiozzava quasi, col tovagliolo
al viso, ripetendo quelle parole, tanto che le amiche le si strinsero
intorno a confortarla, e la stessa napoletana volle ricordare come
succedono queste cose:
- Si sa. Ogni giorno che veniva, le
ariette e i duettini... Una bella seccatura a sentirli mattina e
sera...
- Egli aveva una vocetta promettente
allora - aggiunse la signorina Vanda.
- E per una disgrazia leggeva anche dei
romanzi, tanto che gli pareva vero...
- Io glielo dissi - riprese Fides con
gli occhi ancora umidi. - E che vuoi fare adesso? «Son qua...
Son qua...». Non sapeva dir altro, con quel viso pallido, e
quelle braccia aperte... Anch'io ero là... E mi chiamo Fede...
La mano nella mano dunque...
- Ecco! Sino alla prima voltata.
- Voltata no, e neppure corda al collo
- rispose Fides con gli occhi adesso asciutti. - Io devo fare
l'artista, e non posso voltare le spalle a questo e a quello se mi
dicono che piaccio.
- O quando fanno dei regalucci.
- Bisogna mandare avanti la baracca
anche -.
Quando gli uomini, a sera, tardi, dopo
aver mangiato bene e bevuto meglio tornarono alla capanna ed al
cuore, furono liti e questioni invece di fiori e paroline dolci. La
vocetta mezzo soprano di Fides che strillava:
- Ah, sei stato a
far l'assolo? Anch'io ci ho trovato qui per il duetto. Prendi! -
L'avvocato perdeva il suo tempo a perorare di qua e di là,
scusando queste e quelli e cercando di metter pace. La napoletana gli
sbatté con lo scarpone sul muso:
- Porco! Ci vorrebbero qui i tuoi
mocciosi a piangerti per il pane, adesso! - Me li vidi comparire
dinanzi io pure, il giorno dopo; lui con la gota fasciata, a
spiegarmi quel che doveva essere stato il po' di chiasso che forse
avevo udito nella notte. Ma la napoletana, ancora imbronciata, tagliò
corto:
- Basta, basta. Arrivederci dunque. Il
mondo è tondo, e chi non muore si rivede -.
Io non ho più rivisto quegli
occhi rapaci e quel 'décolleté' petulante.
Carmen
- No, non mi tentate, Casalengo! Sapete
che mi chiamano Carmen! Il vostro amico è «biondo e
bello e di gentile aspetto»; e ingenuo, timido e
cavalleresco...; ritorna adesso dagli antipodi...
Insomma, mi piace assai. Non voglio
conoscerlo -. Essa gliel'aveva detto!
Invece Casalengo credeva che
scherzasse: leggerezza, vanità, orgoglio d'amante che fosse
stato in lui; cecità di stolto che Dio voglia perdere; incanto
di quelle labbra che avrebbero fatto commettere qualsiasi sciocchezza
per vederle sorridere ancora in siffata maniera; distrazione
procuratagli dai monili serpentini che tintinnavano scorrendo giù
pel braccio, nudo, il quale levavasi minaccioso, col dito rivolto al
cielo:
- Guardate, Casalengo! C'è un Dio lassù per
queste cose!... - Ma quando lui, col sorriso fatuo che gli segnava
già le prime rughe sottili accanto agli occhi, s'ostinò
a fare la presentazione:
- Il mio amico Aldini... - Essa rispose
semplicemente:
- Gli amici dei nostri amici... - E stese la mano
al nuovo arrivato con tanta cordialità, così lieta di
scorgere nel giovanetto l'omaggio di un grande imbarazzo, che volle
pure ringraziarne Casalengo con un'occhiata rapida: un'occhiata in
cui era il sorriso del diavolo.
Aldini, che aveva sentito parlare sino
a Zanzibar della gran passione per cui il suo amico Casalengo s'era
giuocate le spalline di comandante, provava adesso una certa sorpresa
dinanzi a quella donna che non aveva poi nulla d'estraordinario. Un
viso delicato e pallido, come appassito precocemente, come velato da
un'ombra, dei grandi occhi parlanti, in cui era della febbre, dei
capelli morbidi e folti, posati mollemente in un grosso nodo sulla
nuca, e il bel fiore carnoso della bocca - la bocca terribile - come
dicevano amici e gelosi.
Ma lo turbava il profumo mondano, la
carne mortificata dalla gran vita, che traspariva fra le trine
preziose, il segno che il braccialetto le lasciava sulla pelle
delicata - e gli dava un gran da fare per non mangiarsela cogli
occhi. Ella se ne avvide, e mise cinque minuti buoni a infilarsi il
guanto, in premio dell'ammirazione muta che le tributavano gli occhi
sinceri del giovinetto, i rossori fugaci, le parole mozze... Da
abbracciarlo, lì, dinanzi a tutti quanti! E gli lasciò
in pegno il ventaglio, tornando a ballare il valzer - un legame, lo
scettro della sultana.
- Eccoti comandato... servizio
particolare! - gli disse Casalengo ridendo. - Se avevi qualche
impegno, ti scuserò io, caro Riccardo...
- No! Oh no! - esclamò Aldini,
stringendo forte il ventaglio colle due mani.
Adesso osservava alla sfuggita, con una
curiosità inquieta e rispettosa, il suo amico Casalengo, la
forte giovinezza di lui come curva sotto un giogo, il sorriso
distratto sulle labbra riarse, le frasi stonate, il pensiero fisso,
l'ardore segreto, la ruga impercettibile e quasi nascosta fra le
ciglia, gli sguardi erranti, suo malgrado, attratti dalla donna amata
che gli fuggiva dinanzi nelle braccia di un altro, raggiante, e gli
buttava in faccia il sorriso, il profumo, il vento dell'abito, la
nudità delle spalle, tutte le seduzioni, i fantasmi dell'amore
e della donna, quali erano passati dinanzi agli occhi a lui pure,
Aldini, nelle calde fantasticherie dell'adolescenza, discorrendo
laggiù della maliarda la quale prendeva lui pure adesso, con
una parola, con un nulla, legandolo, incatenandolo a sé con
quel ninnolo che gli aveva messo fra le mani, come un fanciullo che
si voglia tenere a bada.
- Ah, ma sapete! È proprio
carino il vostro amico Aldini!
- Ve l'avevo detto, - rispose Casalengo
un po' ironico.
Ella si strinse nelle spalle con un
movimento che gli mise sotto il naso i begli omeri nudi.
- Badate però. È un
ragazzo... un ragazzo pericoloso.
- Ah, così? - disse lei.
E Carmen volle farne l'esperimento,
povero Aldini. Tanti altri, ora vinti e intossicati per tutta la
vita, l'avevano chiamata con quel soprannome di guerra e di
malaugurio, ch'era la punzecchiatura delle sue amiche gelose, e la
carezza o la maledizione degli incauti che si lasciavano prendere al
fascino del suo sorriso dolce e buono - la più strana cosa, su
quella bocca di vampiro. Poich'essa faceva il male con una
incoscienza ch'era la sua maggiore attrattiva; vi metteva una
sincerità, quasi una lealtà che le faceva perdonare i
suoi errori, come il gran nome che portava le faceva aprire tutte le
porte. E una squisita eleganza, una grazia innata fin nelle
bizzarrie, un'ingenuità provocante fin nella stessa
civetteria, l'aria di gran dama anche in un veglione, avida di
piaceri e di feste, quasi divorata da una febbre continua di emozioni
e di sensazioni diverse, una febbre che la consumava senza ravvivare
il suo bel pallore diafano, né le sue labbra dolorose, ma che
però la lasciava spesso in una prostrazione desolata, le dava
delle ore di stanchezza e di uggia, di cui i suoi adoratori pagavano
la pena: ore tremende - in cui non c'era altro da fare che prendere
il cappello e andarsene - dicevano i forti, quelli che avevano pianto
poi dietro l'uscio di lei. Gli altri, coloro che cercavano di
spiegare le sue follìe, se non di scusarle, dicevano ch'era
ammalata, ch'era matta - tutti i d'Altona erano morti tisici o
dementi - che aveva provato dei gran dolori e dei gran disinganni,
ch'era ferita a morte, condannata senza speranza, e voleva vivere
vent'anni in venti mesi.
- Gliel'ha detto anche a lei, il mio
amico Casalengo, che mi chiamano Carmen? - chiese ella ad Aldini, col
sorriso mordente, la prima volta che un'ondata di folla glielo mise
di nuovo faccia a faccia, all'uscire dal Sannazzaro.
Ma gli stese la mano senza rancore.
Poscia, mentre aspettava la carrozza, stretta nella pelliccia, e con
quell'aria di stanchezza e di noia che faceva scappare la gente,
soggiunse:
- M'accompagni. Servirà ad
insegnarle la strada... quando vorrà venire a farmi una
visita. Troveremo qualche amico a casa... degli amici suoi e miei,
per prendere il thè insieme.... se non ha paura che l'avveleni
come la Lucrezia Borgia di stasera... una Lucrezia tremenda, da morir
di noia!... - Fu in tal modo che lo prese, - come, per fargli posto
nel legnetto, aveva preso e raccolto a due mani il suo vestito, - e
lo avvolse fra le pieghe di esso, e lo stordì col suo profumo,
allorché la pelliccia, scivolandole giù per le spalle,
gli buttò al viso e alla testa la trasparenza di quegli omeri
rosei - senza volerlo, quasi senza avvedersene, in quell'ora di
uggia, e d'umor nero che l'avrebbe fatta dar della testa
nell'imbottitura del 'coupé', e che egli le leggeva sul viso
smorto, mentre guardava distrattamente attraverso il cristallo, ai
bagliori fugaci che gettavano le vetrine scintillanti dentro la
carrozza che correva su per Toledo - senza dirgli una parola, né
rivolgergli un'occhiata, quasi non pensasse più a lui, o
subisse ancor essa lo strano imbarazzo di quell'incontro, di quel
silenzio, dell'oscurità che li avvolse tutti e due a un tratto
nello stesso mistero e nella stessa tentazione, appena il legno
svoltò pel corso Vittorio Emanuele - o sapesse che ciò
doveva bastare a mettergli nel cuore, a lui, nelle carni,
incancellabile, la febbre di quell'occasione che fuggiva rapida, la
sete di quelle labbra di donna che si celavano nell'ombra, il
turbamento di quella sfinge che rimaneva per lui impenetrabile nello
stesso tempo che gli palpitava allato. - Degli angeli godono così
di sfiorare la colpa colle loro ali candide - ed essa non era un
angelo, no, povera signora! Talché quando lo presentò
ai suoi amici che l'accoglievano festanti:
- Il tenente Aldini! -
con un'aria di trionfo quasi avesse detto:
- Ecco il Figliuol
Prodigo!
- era così pallido e stralunato,
il povero Figliuol Prodigo, e come abbagliato dalla piena luce del
salotto, o dalla fiamma ch'essa gli aveva accesa in cuore! Ed essa
aveva davvero qualcosa dello spirito del male, in quel momento, nel
sorriso ironico, nell'aria strana, nel pallore marmoreo del volto,
nell'allegria forzata colla quale davasi tutta ai suoi ospiti,
lottando di brio e d'arguzia, servendo il thè, dimenticando
completamente Aldini in un cantuccio, faccia a faccia con un album di
ritratti nel quale cercava di nascondere il suo imbarazzo.
- Che cosa vi ha fatto quel povero
giovine? - le chiese sottovoce Casalengo, mentre inchinavasi a
prendere una tazza di thè dalle sue mani.
- Tutti m'avete fatto! - rispose lei
nel medesimo tono di scherzo.
Ed era forse la verità, il grido
di rivolta del suo cuore ulcerato, il senso di disgusto che aveva
trovato in fondo al bicchiere, l'amarezza che l'aveva colta allo
svegliarsi dai sogni d'oro - quando aveva visto il pentimento mal
dissimulato dell'uomo a cui aveva tutto sacrificato - quando era
stata ferita dall'insulto che nascondevasi sotto il madrigale di
galanti resi audaci dalla sua caduta - quando l'era mancata sin
l'alterezza e l'illusione del sentimento puro, della fede giurata,
pel tradimendo altrui, ed anche pel proprio. - Non valeva di meglio,
no, essa ch'era stata debole nell'ora stessa in cui 'un altro' le era
infedele. Tanto peggio! Tanto peggio per tutti, anche per lei, che
sentiva rifiorire il bel fiore azzurro dentro di sé. Non le
avevano detto che i fiori durano un giorno, e che solo sinché
odorano esistono? Era tornato spesso in quella casa di cui essa gli
aveva insegnato la via, il Figliuol Prodigo, timido e rispettoso, ma
preso proprio sino ai capelli, innamorato come un pazzo, di un amore
bizzarro che si pasceva di chiaro di luna e di passeggiate sotto le
finestre. - L'aveva visto tante volte, lei, prima d'andare a letto,
nel buio della strada! Ed era strano come ciò la facesse
sorridere di piacere, le facesse cacciare il viso infocato nel
guanciale, con una muta carezza.
Era un voluttà sottile e
penetrante, il gusto di un'infedeltà che non poteva dar ombra
a Casalengo; ma così dolce, quando beveva il bacio dagli occhi
ingenui d'Aldini, e sentivasi ricercare avidamente da
quell'adorazione bramosa, tutta, il seno palpitante, mentre ballava
con lui, e le braccia che avrebbero voluto avvincerlo, al sentire
come gli batteva il cuore contro il suo, il cuore che gli si dava, e
la bocca, e la persona intera - e neppur tanto così,
nondimeno! Né una parola e neanche un dito! - Una volta sola,
smarrita, in quelle ondate di sangue che la musica e il valzer le
mandavano alla testa... - No, Riccardo, così... mi fate
male!... - Insomma, era scritto lassù. Ella non avrebbe
voluto, no, davvero, per timore del poi, per timore di lui e di se
stessa... e di Casalengo pure, giacché non era cattiva in
fondo. Ma allorché volle proprio, coll'anima e col corpo...
Tanto peggio! Almeno non volle essere né ipocrita né
egoista. Aveva sempre pagato del suo la festa, in moneta di lagrime e
di onte segrete; e non doveva nulla a nessuno, neppure al Casalengo,
cui aveva dato il diritto di mostrarsi geloso sacrificandogli tutto
quando non l'amava più.
Come Aldini ricevette l'ordine
d'imbarco, e minacciava di dare la dimissione, di tagliarsi la gola,
un mondo di cose, ella gli disse:
- No, Riccardo. Verrò con voi...
dovunque... - Una proposta che lo sbalordì, povero Aldini,
quasi presentisse già il momento in cui doveva pesargli come
una catena, quella dolce compagna che gli buttava le braccia al
collo. Ma allora vide soltanto le belle braccia delicate che
l'avvincevano, e le labbra fragranti che gli si promettevano per
sempre. Ella forse, sì, ebbe la visione di quel giorno, nella
nube che le misero agli occhi innamorati le lagrime della tenerezza.
- Sì, viaggerò anch'io.
Non ho nulla che mi trattenga qui... No, no... lo sapete!... Né
altrove, in nessun luogo... Ho buttato al vento il mio fazzoletto...
per lasciar fare al destino... Non per voi, siate tranquillo. Sono
ricca e padrona di me. Sarò libera...
fra breve... non dubitate. Lasciate
fare a me... che non farò del male né a voi né
ad altri. M'hanno sempre detto che i viaggi di mare gioverebbero alla
mia salute. E poi, non vi terranno sempre imbarcato, mio povero
Riccardo... Vi lascieranno mettere piede a terra, di tanto in
tanto... per dimostrare alle belle straniere che ci abbiamo dei begli
ufficiali a bordo delle navi... per proteggere delle connazionali
color di fuliggine o color di cioccolatte... Ebbene, io sarò
laggiù ad aspettarvi, dove indicherà il telegrafo o il
giornale. Vi farà piacere di trovar lì una tazza di thè
e un cappellino da cristiani, non è vero? E senza pesare tanto
così su di voi! senza nuocere alla vostra carriera...
Non avranno da dire né i
regolamenti, né il servizio, né i superiori, e neanche
le conoscenze che raccatterete per via, quando vi manderanno troppo
lontano, o dove non sarò certa di trovare un caminetto e dei
fiori freschi... Vedete che non fo la brava, e non vi prometto mari e
monti... Liberi e felici come due uccelli dell'aria! Soltanto, quando
anche questa bella volata nell'azzurro ci stancherà... o ci
verrà noia... a voi o a me...
poiché tutto finisce... Quando
vorrete maritarvi, o amerete un'altra... Sì, sì,
ragazzo mio, un bel giorno rideremo di queste belle parole che ci
fanno piangere adesso... Ma non importa, se adesso sono sincere...
Quando vi parrà che io vi sia d'inciampo nella carriera o
nella vita, e vorrete riprendere tutta intera la vostra libertà,
ditemelo francamente... Come io dirò francamente a un'altra
persona che voglio riprendere la mia libertà, oggi stesso...
Non v'inganno e non inganno, vedete, Riccardo! Non sono peggiore di
quella che sembro... Ma non ci diamo la pena e il tormento di
mentirci, mai! Mi promettete?... mi prometti?
- Oh, amore! amore bello! - esclamò
Aldini fuori di sé, tentando di prendersela fin da quel
momento fra le braccia avide.
- No! - rispose lei, mettendogli le
mani sul petto. - Non ancora... Quando sarò libera... e tua! -
Casalengo fu ripreso bruscamente da un accesso dell'amore antico,
appena essa gli fece capire che il suo era morto, lì, presso
quel tavolinetto, dove l'avevano strascinato un pezzo, per abitudine
e per dovere, nella mezz'ora prima di pranzo che il suo amico, sempre
galante e gentiluomo, non mancava mai di dedicarle. Ora egli
sentivasi mordere al cuore dal pensiero che un altro le facesse
tremare la voce ed il cuore come un tempo aveva fatto lui, come
sembravagli di provare ancora dentro di sé in quel momento - e
che fosse stato sempre così, e che dovesse durare eternamente,
anche per lei...
Ella prese un fiore che si piegava
avvizzito nel vasetto d'argento, e gli disse tristemente:
- Vedete questa rosa che mi avete
donata ieri? - Casalengo chinò la fronte sulla mano, e tacque
un istante.
- Partirete? - domandò poi.
- Sì.
- Per dove? - Ella non rispose.
- Volete darmi almeno quel fiore? -
chiese tristemente Alvise.
Ella esitò alquanto, prima di
rispondere.
- Grazie!... Voi sapete vivere... -
Egli si alzò in piedi, leggermente pallido, stretto nel
vestito che gli dava ancora la sua aria militare, ma perfettamente
padrone di sé, col sorriso un po' ironico dei suoi bei giorni.
- E lasciar vivere... sì, ho
imparato a mie spese. Mi permettete di darvi un consiglio, in nome di
questa benedetta esperienza?
- Dite.
- Partite sola... e più tardi
che potete -.
Ella arrossì sino ai capelli.
- Non dubitate. Ci avevo pensato... pel
vostro amor proprio.
- No, mia cara, per voi stessa, quando
ritornerete, e avrete bisogno dei vostri amici -. E inchinandosi a
baciarle la mano, aggiunse con un sorriso pallido:
- Voglio rimanere vostro amico... se
volete... se sapete... -
Casamicciola
Quando giunse la notizia del disastro
che aveva colpito Ischia mi parve di rivedere l'isoletta, quale mi
era sfilata dinanzi agli occhi attraverso gli alberi del battello a
vapore, in una bella sera d'autunno.
La mensa era ancora apparecchiata sul
ponte, e gli ultimi raggi del sole indoravano il marsala nei
bicchieri. Dei viaggiatori alcuni si erano già levati, e
passeggiavano su e giù. Altri, coi gomiti sulla tovaglia,
guardavano l'immensa distesa di mare che imbruniva sotto i caldi
colori del tramonto su cui Ischia stampavasi verde e molle, e dove la
riva si insenava come una coppa. Casamicciola, bianca, sembrava
posare su di un cuscino di verdura.
A tavola due che tornavano dal Giappone
discorrevano di seme di bachi. Una coppia misteriosa era andata a
rannicchiarsi a ridosso del tubo del vapore. Un giovane che non aveva
mangiato quasi, e stava seduto in un canto, pallido, col bavero del
paletò rialzato, guardava l'isoletta con occhi pensierosi e
lenti, in fondo alle occhiaie incavate.
Tutt'a un tratto sul profilo dell'isola
che spiccava dalla luce diffusa del crepuscolo, apparve netto e
distinto un fabbricato, quasi sorgesse d'incanto, e l'ultimo raggio
di sole scintillò sui vetri, come l'accendesse.
Quel dettaglio del paesaggio che si
animava all'improvviso apparve così chiaro e luminoso come se
si fosse avvicinato d'un tratto.
Tutti si volsero ad ammirare lo
spettacolo, e i negozianti di cartoni giapponesi tacquero un momento.
Soltanto la coppia che era andata a nascondersi dietro il fumajuolo
non si mosse, e gli occhi del giovane pallido che teneva il bavero
rialzato non si animarono neppure.
Così succede ogni dì; e
due sole preoccupazioni bastano per sé stesse, l'amore e la
malattia, l'origine e la fine della vita.
Quasi cotesta riflessione fosse venuta
istintivamente a tutti in quel momento, si cominciò a parlare
dell'azione benefica che hanno le acque e l'aria di Casamicciola, e
dei malati che vanno a cercarvi la salute o la speranza. Invece il
giovane dal paletò, pensava probabilmente, come si fa delle
cose che si desiderano, alle gioie tranquille e ignote che dovevano
esserci in quell'isoletta verde, fra quelle casette bianche, dietro
quei vetri scintillanti. E quando i vetri si spensero, e la casa si
dileguò ad un tratto quasi al mutare di una lanterna magica, e
i contorni dell'isoletta sfumarono nel mare livido, il suo volto si
offuscò.
Adesso quella casetta bianca è
forse distrutta, e degli occhi senza lagrime e senza sorriso ne
contemplano le rovine, dalle occhiaie incavate, su dei visi pallidi.
Cavalleria
rusticana
Turiddu Macca, il figlio della gnà
Nunzia, come tornò da fare il soldato, ogni domenica si
pavoneggiava in piazza coll'uniforme da bersagliere e il berretto
rosso, che sembrava quella della buona ventura, quando mette su banco
colla gabbia dei canarini. Le ragazze se lo rubavano cogli occhi,
mentre andavano a messa col naso dentro la mantellina, e i monelli
gli ronzavano attorno come le mosche. Egli aveva portato anche una
pipa col re a cavallo che pareva vivo, e accendeva gli zolfanelli sul
dietro dei calzoni, levando la gamba, come se desse una pedata.
Ma con tutto ciò Lola di massaro
Angelo non si era fatta vedere né alla messa, né sul
ballatoio, ché si era fatta sposa con uno di Licodia, il quale
faceva il carrettiere e aveva quattro muli di Sortino in stalla.
Dapprima Turiddu come lo seppe, santo diavolone! voleva trargli fuori
le budella della pancia, voleva trargli, a quel di Licodia! Però
non ne fece nulla, e si sfogò coll'andare a cantare tutte le
canzoni di sdegno che sapeva sotto la finestra della bella.
- Che non ha nulla da fare Turiddu
della gnà Nunzia, - dicevano i vicini, - che passa la notte a
cantare come una passera solitaria?
Finalmente si imbattè in Lola
che tornava dal 'viaggio' alla Madonna del Pericolo, e al vederlo,
non si fece né bianca né rossa quasi non fosse stato
fatto suo.
- Beato chi vi vede! - le disse.
- Oh, compare Turiddu, me l'avevano
detto che siete tornato al primo del mese.
- A me mi hanno detto delle altre cose
ancora! - rispose lui. - Che è vero che vi maritate con
compare Alfio, il carrettiere?
- Se c'è la volontà di
Dio! - rispose Lola tirandosi sul mento le due cocche del fazzoletto.
- La volontà di Dio la fate col
tira e molla come vi torna conto!
E la volontà di Dio fu che
dovevo tornare da tanto lontano per trovare ste belle notizie, gnà
Lola! - Il poveraccio tentava di fare ancora il bravo, ma la voce gli
si era fatta roca; ed egli andava dietro alla ragazza dondolandosi
colla nappa del berretto che gli ballava di qua e di là sulle
spalle. A lei, in coscienza, rincresceva di vederlo così col
viso lungo, però non aveva cuore di lusingarlo con belle
parole.
- Sentite, compare Turiddu, - gli disse
alfine, - lasciatemi raggiungere le mie compagne. Che direbbero in
paese se mi vedessero con voi?...
- È giusto, - rispose Turiddu; -
ora che sposate compare Alfio, che ci ha quattro muli in stalla, non
bisogna farla chiacchierare la gente. Mia madre invece, poveretta, la
dovette vendere la nostra mula baia, e quel pezzetto di vigna sullo
stradone, nel tempo che ero soldato. Passò quel tempo che
Berta filava, e voi non ci pensate più al tempo in cui ci
parlavamo dalla finestra sul cortile, e mi regalaste quel fazzoletto,
prima d'andarmene, che Dio sa quante lacrime ci ho pianto dentro
nell'andar via lontano tanto che si perdeva persino il nome del
nostro paese. Ora addio, gnà Lola, 'facemu cuntu ca chioppi e
scampau, e la nostra amicizia finiu' -.
La gnà Lola si maritò col
carrettiere; e la domenica si metteva sul ballatoio, colle mani sul
ventre per far vedere tutti i grossi anelli d'oro che le aveva
regalati suo marito. Turiddu seguitava a passare e ripassare per la
stradicciuola, colla pipa in bocca e le mani in tasca, in aria
d'indifferenza, e occhieggiando le ragazze; ma dentro ci si rodeva
che il marito di Lola avesse tutto quell'oro, e che ella fingesse di
non accorgersi di lui quando passava.
- Voglio fargliela proprio sotto gli
occhi a quella cagnaccia! - borbottava.
Di faccia a compare Alfio ci stava
massaro Cola, il vignaiuolo, il quale era ricco come un maiale,
dicevano, e aveva una figliuola in casa. Turiddu tanto disse e tanto
fece che entrò camparo da massaro Cola, e cominciò a
bazzicare per la casa e a dire le paroline dolci alla ragazza.
- Perché non andate a dirle alla
gnà Lola ste belle cose? - rispondeva Santa.
- La gnà Lola è una
signorona! La gnà Lola ha sposato un re di corona, ora!
- Io non me li merito i re di corona.
- Voi ne valete cento delle Lole, e
conosco uno che non guarderebbe la gnà Lola, né il suo
santo, quando ci siete voi, ché la gnà Lola, non è
degna di portarvi le scarpe, non è degna.
- La volpe quando all'uva non potè
arrivare...
- Disse: come sei bella, 'racinedda'
mia!
- Ohè! quelle mani, compare
Turiddu.
- Avete paura che vi mangi?
- Paura non ho né di voi, né
del vostro Dio.
- Eh! vostra madre era di Licodia, lo
sappiamo! Avete il sangue rissoso! Uh! che vi mangerei cogli occhi.
- Mangiatemi pure cogli occhi, che
briciole non ne faremo; ma intanto tiratemi su quel fascio.
- Per voi tirerei su tutta la casa,
tirerei!
Ella, per non farsi rossa, gli tirò
un ceppo che aveva sottomano, e non lo colse per miracolo.
- Spicciamoci, che le chiacchiere non
ne affastellano sarmenti.
- Se fossi ricco, vorrei cercarmi una
moglie come voi, gnà Santa.
- Io non sposerò un re di corona
come la gnà Lola, ma la mia dote ce l'ho anche io, quando il
Signore mi manderà qualcheduno.
- Lo sappiamo che siete ricca, lo
sappiamo!
- Se lo sapete allora spicciatevi, ché
il babbo sta per venire, e non vorrei farmi trovare nel cortile -.
Il babbo cominciava a torcere il muso,
ma la ragazza fingeva di non accorgersi, poiché la nappa del
berretto del bersagliere gli aveva fatto il solletico dentro il
cuore, e le ballava sempre dinanzi gli occhi. Come il babbo mise
Turiddu fuori dell'uscio, la figliuola gli aprì la finestra, e
stava a chiacchierare con lui ogni sera, che tutto il vicinato non
parlava d'altro.
- Per te impazzisco, - diceva Turiddu,
- e perdo il sonno e l'appetito.
- Chiacchiere.
- Vorrei essere il figlio di Vittorio
Emanuele per sposarti!
- Chiacchiere.
- Per la Madonna che ti mangerei come
il pane!
- Chiacchiere!
- Ah! sull'onor mio!
- Ah! mamma mia! - Lola che ascoltava
ogni sera, nascosta dietro il vaso di basilisco, e si faceva pallida
e rossa, un giorno chiamò Turiddu.
- E così, compare Turiddu, gli
amici vecchi non si salutano più?
- Ma! - sospirò il giovinotto, -
beato chi può salutarvi!
- Se avete intenzione di salutarmi, lo
sapete dove sto di casa! - rispose Lola.
Turiddu tornò a salutarla così
spesso che Santa se ne avvide, e gli battè la finestra sul
muso. I vicini se lo mostravano con un sorriso, o con un moto del
capo, quando passava il bersagliere. Il marito di Lola era in giro
per le fiere con le sue mule.
- Domenica voglio andare a confessarmi,
ché stanotte ho sognato dell'uva nera! - disse Lola.
- Lascia stare! lascia stare! -
supplicava Turiddu.
- No, ora che si avvicina la Pasqua,
mio marito lo vorrebbe sapere il perché non sono andata a
confessarmi.
- Ah! - mormorava Santa di massaro
Cola, aspettando ginocchioni il suo turno dinanzi al confessionario
dove Lola stava facendo il bucato dei suoi peccati. - Sull'anima mia
non voglio mandarti a Roma per la penitenza! - Compare Alfio tornò
colle sue mule, carico di soldoni, e portò in regalo alla
moglie una bella veste nuova per le feste.
- Avete ragione di portarle dei regali,
- gli disse la vicina Santa, - perché mentre voi siete via
vostra moglie vi adorna la casa! - Compare Alfio era di quei
carrettieri che portano il berretto sull'orecchio, e a sentir parlare
in tal modo di sua moglie cambiò di colore come se l'avessero
accoltellato. - Santo diavolone! - esclamò, - se non avete
visto bene, non vi lascierò gli occhi per piangere! a voi e a
tutto il vostro parentado!
- Non son usa a piangere! - rispose
Santa, - non ho pianto nemmeno quando ho visto con questi occhi
Turiddu della gnà Nunzia entrare di notte in casa di vostra
moglie.
- Va bene, - rispose compare Alfio, -
grazie tante -.
Turiddu, adesso che era tornato il
gatto, non bazzicava più di giorno per la stradicciuola, e
smaltiva l'uggia all'osteria, cogli amici. La vigilia di Pasqua
avevano sul desco un piatto di salsiccia. Come entrò compare
Alfio, soltanto dal modo in cui gli piantò gli occhi addosso,
Turiddu comprese che era venuto per quell'affare e posò la
forchetta sul piatto.
- Avete comandi da darmi, compare
Alfio? - gli disse.
- Nessuna preghiera, compare Turiddu,
era un pezzo che non vi vedevo, e voleva parlarvi di quella cosa che
sapete voi -.
Turiddu da prima gli aveva presentato
un bicchiere, ma compare Alfio lo scansò colla mano. Allora
Turiddu si alzò e gli disse:
- Son qui, compar Alfio -.
Il carrettiere gli buttò le
braccia al collo.
- Se domattina volete venire nei
fichidindia della Canziria potremo parlare di quell'affare, compare.
- Aspettatemi sullo stradone allo
spuntar del sole, e ci andremo insieme -.
Con queste parole si scambiarono il
bacio della sfida. Turiddu strinse fra i denti l'orecchio del
carrettiere, e così gli fece promessa solenne di non mancare.
Gli amici avevano lasciato la salsiccia
zitti zitti, e accompagnarono Turiddu sino a casa. La gnà
Nunzia, poveretta, l'aspettava sin tardi ogni sera.
- Mamma, - le disse Turiddu, - vi
rammentate quando sono andato soldato, che credevate non avessi a
tornar più? Datemi un bel bacio come allora, perché
domattina andrò lontano -.
Prima di giorno si prese il suo
coltello a molla, che aveva nascosto sotto il fieno, quando era
andato coscritto, e si mise in cammino pei fichidindia della
Canziria.
- Oh! Gesummaria! dove andate con
quella furia? - piagnucolava Lola sgomenta, mentre suo marito stava
per uscire.
- Vado qui vicino, - rispose compar
Alfio, - ma per te sarebbe meglio che io non tornassi più -.
Lola, in camicia, pregava ai piedi del
letto, premendosi sulle labbra il rosario che le aveva portato fra
Bernardino dai Luoghi Santi, e recitava tutte le avemarie che
potevano capirvi.
- Compare Alfio, - cominciò
Turiddu dopo che ebbe fatto un pezzo di strada accanto al suo
compagno, il quale stava zitto, e col berretto sugli occhi, - come è
vero Iddio so che ho torto e mi lascierei ammazzare. Ma prima di
venir qui ho visto la mia vecchia che si era alzata per vedermi
partire, col pretesto di governare il pollaio, quasi il cuore le
parlasse, e quant'è vero Iddio vi ammazzerò come un
cane per non far piangere la mia vecchierella.
- Così va bene, - rispose
compare Alfio, spogliandosi del farsetto, - e picchieremo sodo tutt'e
due -.
Entrambi erano bravi tiratori; Turiddu
toccò la prima botta, e fu a tempo a prenderla nel braccio;
come la rese, la rese buona, e tirò all'anguinaia.
- Ah! compare Turiddu! avete proprio
intenzione di ammazzarmi!
- Sì, ve l'ho detto; ora che ho
visto la mia vecchia nel pollaio, mi pare di averla sempre dinanzi
agli occhi.
- Apriteli bene, gli occhi! - gli gridò
compar Alfio, - che sto per rendervi la buona misura -.
Come egli stava in guardia tutto
raccolto per tenersi la sinistra sulla ferita, che gli doleva, e
quasi strisciava per terra col gomito, acchiappò rapidamente
una manata di polvere e la gettò negli occhi all'avversario.
- Ah! - urlò Turiddu accecato, -
son morto -.
Ei cercava di salvarsi, facendo salti
disperati all'indietro; ma compar Alfio lo raggiunse con un'altra
botta nello stomaco e una terza alla gola.
- E tre! questa è per la casa
che tu m'hai adornato. Ora tua madre lascerà stare le galline
-.
Turiddu annaspò un pezzo di qua
e di là tra i fichidindia e poi cadde come un masso. Il sangue
gli gorgogliava spumeggiando nella gola e non potè profferire
nemmeno:
- Ah, mamma mia! -
Certi
argomenti
C'era un aneddoto che dopo più
di un anno, faceva ancora le spese della conversazione alla tavola
rotonda dell'Albergo di Russia, a Napoli, quando i tre o quattro
ospiti che tutti gli anni solevano trovarsi al medesimo posto, dal
cominciar del novembre alla fine di maggio, rimanevano faccia a
faccia, col sigaro in bocca e i gomiti sulla tovaglia.
A quella medesima tavola si erano
incontrati un tale Assanti, uomo elegante ed uomo di spirito, ed una
signora Dal Colle, donna elegante e donna di spirito, un po' civetta,
capricciosa e bizzarra, sul conto della quale si raccontavano certe
storielle singolari, ben inteso senza provarne una sola, e che veniva
ad epoche fisse, come una rondine, da Baden, da Vienna o da Parigi.
Tra i due commensali e vicini di tavola
si era dichiarata una decisa e poco velata antipatia, non ostante che
fossero entrambi persone assai bene educate, e scambiassero alle
volte, il meno che potevano, degli atti e delle parole di cortesia.
Una sera, dopo il caffè, Assanti, trovandosi nella sala dei
fumatori, insieme a tre o quattro amici che parlavano della sua
vicina, avea motivato la sua antipatia con un lusso di buon umore che
aveva fatto rider tutti. Ad un tratto però si fece silenzio
come per incanto, la signora Dal Colle passava nella sala contigua
per andare a mettersi al pianoforte, come soleva fare qualche volta.
- Ha udito tutto! - Non ha potuto udire! - dicevano sommessamente fra
di loro quei signori. Il solo colpevole non se n'era preoccupato gran
fatto. Si strinse nelle spalle, e disse ridendo:
- Or ora vedremo
se ha udito -.
La signora scartabellava dei quaderni
di musica, e non voltava nemmeno la testa; Assanti le si avvicinò
col più bell'inchino, e le domandò tranquillamente:
- Scusi, ha udito quel che dicevamo a
proposito di lei? - Ella gli piantò in faccia i due
grand'occhi ben aperti, due occhi innocenti o traditori, e rispose
colla massima disinvoltura:
- Scusi, perché mi fa questa
domanda?
- Perché abbiamo scommesso
d'indovinare quel che avrebbe suonato stassera -.
La donna sorrise, inchinò il
capo, e incominciò a suonare la 'Bella Elena'.
- Signori, - disse Assanti voltandosi
verso i suoi amici, che rimanevano mogi e ingrulliti, - avete perduto
-.
Infatti sembrava impossibile che una
donna potesse restare così bene nei gangheri dopo avere udito
tutto quel che si era detto nella sala dei fumatori; e, cosa strana,
un po' per la novità della cosa, un po' per obbligo di
cortesia, Assanti, discorrendo con la Dal Colle di musica e d'altro,
avea osservato come più d'una volta cane e gatta si fossero
trovati d'accordo, sicché il discorso era andato per le
lunghe, e gli amici, ad uno ad uno, se l'erano sgattaiolata. - Non ha
udito nulla! - pensava Assanti.
Ad un tratto, quando furono soli,
cambiando improvvisamente accento e maniere, la Dal Colle domandò,
puntandogli contro quegli occhi indiavolati:
- È contento che gli abbia fatto
vincere la scommessa, mio signor nemico? - Egli si inchinò e
stette coraggiosamente ad aspettar l'assalto.
- Perché ci facciamo la guerra?
- riprese ella con un altro tono di voce.
- Perché ella mi faceva paura.
- Oh! oh! eccoci in piena galanteria!
Ebbene, mio bel cavaliere, quando mi salterà in capo di
vendicarmi ne incaricherò voi stesso.
Ma francamente, non sarebbe stato
meglio che fossimo andati d'accordo fin da principio?
- Facciamo la pace allora.
- Adesso è troppo tardi.
- Perché?
- Perché, perché... -
disse alzandosi, - prima di tutto perché ora vi detesto - e
poi perché fra due o tre settimane partirò.
- Vi seguirò.
- Dove?
- Dove andrete!
- Ma non lo so dove andrò; né
lo saprete voi. Nemici dunque -.
Assanti la salutò ridendo, ma
dovette convenire che la sua graziosa nemica poteva avere tutti i
difetti, all'infuori di uno.
Il domani, mentre si vestiva per andare
a pranzo, trovò sul tavolino un biglietto scritto da mano
sconosciuta.
«Venite al n. 11, a mezzanotte.
Non bussate.» Egli si mise a ridere, e disse fra di sé:
- Non v'è dubbio, ha udito
tutto; ma il tranello è troppo grossolano per una donna di
spirito! che peccato! - La signora Dal Colle non era venuta a tavola.
Assanti sorrise più di una volta sotto i baffi volgendo gli
occhi a quel posto vuoto.
Dopo desinare andò a teatro, e
non ci pensò più.
Finita l'opera, passò una
mezz'ora al caffè di Europa, e quando tornò all'albergo
il gas era spento. Passando pel corridoio, dinanzi all'uscio di quel
famoso numero undici, si rammentò un'altra volta del biglietto
che avea in tasca e involontariamente rallentò il passo.
Si mise alla finestra, fumò il
suo sigaro, lesse il suo giornale, e poi andò a letto. Il
letto era duro ed uggioso insolitamente quella notte; faceva caldo, e
Assanti avea un bel voltarsi e rivoltarsi senza poter chiudere
occhio.
Quelle due linee sottili che teneva
chiuse nel portafogli posto sulla tavola a capo del letto,
sgusciavano fuori della busta, si allungavano serpeggiando in
ghirigori per le pareti, gli si attortigliavano alle sbarre del
cortinaggio, si insinuavano sotto l'uscio, e guizzavano pel corridoio
oscuro, lasciando sul tappeto una striscia fosforescente.
Spense il lume, lo riaccese, rilesse il
bigliettino, stavolta senza ridere, ché l'odore del foglietto
profumato gli dava alla testa, spense il lume di nuovo per
addormentarsi, e fu peggio di prima; nelle tenebre faceva sogni
stravaganti ad occhi aperti; vedeva quell'uscio del numero undici
socchiuso, una forma bianca che sporgeva la testa dal vano, e quella
donna, per la quale il giorno innanzi non avrebbe mosso un dito, ora
che gli era passata pel capo sotto altro aspetto, un solo istante,
per ischerzo, assumeva forme e sorrisi affascinanti. Il sangue gli
martellava nelle vene. Finalmente si vestì a guisa di
sonnambulo, quasi non avesse coscienza di quel che facesse; arrivò
a mettere la mano sulla maniglia dell'uscio, e tornò a
cacciarsi frettolosamente fra le coltri, vergognoso della ridicola
tentazione alla quale avea ceduto con facilità inesplicabile,
come se la sua nemica avesse potuto vederlo e dargli la baia. La
notte dormì male, e si levò di cattivo umore.
All'ora del pranzo trovò la Dal
Colle al suo solito posto, gaia e disinvolta come se nulla fosse
stato, e civetta più che mai. Non gli fece l'onore di
accorgersi menomamente di lui, e una volta gli lanciò a
bruciapelo uno sguardo schernitore che avrebbe fatto montare la mosca
al naso ad un uomo meno padrone di sé dell'Assanti. Egli si
era fatto il suo piano di rappresaglie e di allusioni pungenti, ma
aspettò inutilmente tutta la sera nel salotto dove la Dal
Colle soleva far della musica. A poco a poco, a suo dispetto, quel
sangue freddo, quella sicurezza, quella disinvoltura, lo dominavano e
lo facevano arrabbiare.
Evidentemente costei che l'aveva vinto
con la burla più grossolana del mondo era più forte di
lui; sapeva che sarebbe bastato un nonnulla, un cattivo scherzo, per
insinuarglisi tutta nelle fibre come una spina, impadronirsene,
metterlo sossopra, e agitarlo co' suoi menomi capricci.
Dopo che la Dal Colle si era data la
soddisfazione di quella piccola vendetta da donna, sembrava non
pensasse più ad Assanti, e si lasciava fare la corte da un
certo barone Ciriani, il quale passava per un don Giovanni, inclusa
la bravura e la fortuna di duellista; ora ad Assanti sembrava che la
Dal Colle in quel lasciarsi corteggiare, così sotto i suoi
occhi, ci mettesse dell'ostentazione, e questo lo seccava assai.
La furba sapeva al certo che si può
fare a fidanza, toccando certi tasti, colla semplicità
mascolina, si avesse a fare coll'uomo più avveduto di questo
mondo. Era bastata la lusinga più lontana, più sciocca,
più inverosimile, perché Assanti si montasse la testa a
poco a poco, sino a credere che i successi ottenuti dal Ciriani
fossero rubati a lui, e che la civetteria di lei fosse un torto che
gli si faceva. Il brillante giovanotto era ridotto alla più
grulla figura possibile; cominciava ad accorgersene anche lui, ciò
aumentava la sua stizza, e un dispetto ne chiamava un altro, sino a
fargli perdere la tramontana; sicché alla sua volta intraprese
contro il Ciriani un sistema di ostilità così poco
velate, e di provocazione così diretta, che non ci volle meno
di tutta l'abilità della donna per scongiurare il pericolo di
un serio guaio.
Finalmente ella parve stanca della
lotta che dovea sostenere con Assanti quotidianamente, e prendendolo
una sera a quattr'occhi nel vano della finestra, dissegli:
- Orsù, mio bel nemico, a che
giuoco giuochiamo? Con qual diritto ad ogni momento vi gettate a
testa bassa fra me e il Ciriani?
- Con qual diritto mi fate questa
domanda? - ribatté Assanti.
- Parliamoci chiaro. Voi mi eravate
debitore di una piccola soddisfazione di amor proprio, ed io ho
ottenuto il mio intento col mezzo più semplice. Non vi ho
fatto il torto di pensare che avreste preso sul serio il mio
biglietto, ho reso sempre giustizia al vostro spirito, e del resto
nemmeno un ragazzo di scuola ci sarebbe cascato; ma eccovi lì,
fra vergognoso, bizzoso, e incapricciato, e questo deve bastarmi. Ora
siamo pari; lasciatemi tranquilla, caro mio; Ciriani non c'entra.
- Ce lo tireremo pei capelli!
- Impresa arrischiata! Sapete che come
duellista ha una brutta riputazione.
- Ebbene, - esclamò Assanti un
po' rosso in viso, - se mi gettassi attraverso cotesta riputazione,
mi perdonereste?
- La storia del biglietto? Per chi mi
prendete, caro signore, cercando di scambiarmi le carte in mano?
- Non ridete così, in fede mia!
Son qui, dinanzi a voi, ridotto ad arrossire di quel che ho fatto e
detto contro di voi; mi sento ridicolo, deve bastarvi.
- Ridicolo, perché?
- Perché vi amo.
- Da quando in qua?
- Dacché mi ci avete fatto
pensare.
- Dacché siete indispettito
contro di me allora?
- Non so se sia amore o dispetto, so
che così non può durare, che voi m'avete stregato, e
che finirete per farmi impazzire.
- Oibò! - Assanti rimase zitto
un istante, di faccia al sorriso mordente della Dal Colle; poi
riprese, cambiando tono e maniere, e facendosi improvvisamente serio.
- Orsù, bisogna fare qualche cosa perché prestiate fede
a quel che vi dico. Bisogna provocare Ciriani e rendermi ridicolo
completamente.
- Guardatevene bene! - dissi ella senza
ridere più. - Detesto gli scandali, e non mi vedreste mai più,
né voi, né lui! - La signora Dal Colle faceva i
preparativi per la partenza; Assanti venne a saperlo il giorno dopo.
- Partite? - le disse.
- Sì: fuggo. Siete soddisfatto?
Facciamo la pace prima di lasciarci.
- No, facciamo di meglio: ditemi dove
andrete. Noi siamo qualcosa più di due semplici conoscenze,
siamo due nemici; siamo liberi entrambi e padroni di noi; entrambi
scorrazziamo pel mondo onde fuggire la noia. C'incontreremo in tutte
le stazioni, ci faremo dei dispetti, ci faremo la guerra, ci
odieremo, e così non avremo il tempo di annoiarci.
- No, no! E il pericolo d'innamorarsi
lo contate per nulla?
- Anche voi?
- Sì, mi par di sì, dopo
quello che mi avete detto ieri sera.
- Ebbene! alla peggio!...
- Non la prendete così; parlo
sul serio, e sapete che sono franca.
- In tal caso franchezza per
franchezza... Chiudete gli occhi e lasciate fare al pericolo.
- Ci penserò.
- ...Ci ho pensato, - gli disse il
giorno dopo, poche ore prima di partire all'insaputa di lui. - No,
sarebbe peggio di una disgrazia, sarebbe una sciocchezza. È un
gran brutto affare, due amanti che un giorno o l'altro possano
ridersi sul naso! e questo giorno arriverebbe, a meno di un
miracolo... poiché bisognerebbe proprio un miracolo! qualcosa
di grosso! un atto di eroismo, una grande azione o una grande follia,
per scongiurare cotesto pericolo... e come io non farò mai
nulla di tutto questo, né voi lo farete, né voglio che
lo facciate, così... nemici!
- Chi vi dice che non lo farò?
- Davvero?... Mi par di essere in piena
cavalleria!... Ebbene, allora!... Intanto a rivederci -.
Il giorno dopo non si vide né
alla tavola rotonda, né altrove.
Assanti seppe che era partita, e che
anche il Ciriani era partito.
Quella notizia gli fece ardere il
sangue nelle vene come se l'avessero schiaffeggiato. Ogni minima
parola, ogni sorriso, ogni inflessione di voce di lei, nell'ultimo
colloquio che avevano avuto, gli tornava alla mente, con acute
punture di dispetto, di gelosia, ed anche d'amore. Dal momento che
era fuggita con un altro, quella donna eragli divenuta diabolicamente
necessaria, per tutto quello che non era stato, per tutto quello che
si era detto fra di loro. Allora cotesto eroe da salone, per
puntiglio o per vanità, si sentì capace di quelle virtù
eroiche da palcoscenico, delle quali ella si era promessa in premio.
Avrebbe voluto acciuffarsi con dieci
Ciriani; avrebbe voluto traversare un villaggio in fiamme sulla punta
dei suoi stivalini verniciati, recandosi lei sulle braccia; avrebbe
voluto saltare un precipizio di mezza lega per salvarla, senza fare
uno strappo ai suoi pantaloni di Lennon. Si sentiva invaso da una
specie di febbre. Partì sulle tracce di lei; gettò il
denaro a due mani; viaggiò notte e giorno, in ferrovia, in
carrozza e a cavallo, con un tempaccio da lupi, in mezzo alle
selvagge solitudini per le quali correva la linea di Foggia, allora
incompleta, col pericolo di cadere di momento in momento nelle mani
dei briganti che scorrazzavano per quelle parti.
Finalmente ebbe le prime notizie della
Dal Colle ad Ariano; ella viaggiava in carrozza, seguita dai suoi
domestici, senza l'ombra di un Ciriani. Prima di annottare, una o due
poste prima di Bovino, l'oste ed il conduttore cercarono di
dissuaderlo di andare innanzi, perché la campagna era
infestata dai briganti. Fu come se gli avessero messo il diavolo
addosso. Lei era in pericolo: non pensava ad altro. La notte istessa,
poco dopo Bovino, raggiunse le due carrozze colle quali ella
viaggiava, ferme dinanzi ad un povero casolare che era la posta dei
cavalli. Il lanternino appeso all'uscio era stato fracassato da mano
invisibile; la porta era spalancata, e la stalla vuota.
I postiglioni avevano chiamato e
strepitato senza che comparisse alcuno. Assanti da lontano gridava di
non andare avanti: uno dei postiglioni temendo d'essere inseguito dai
briganti gli sparò addosso una pistolettata senza colpirlo.
- Fermatevi, - ripeté Assanti. -
Fermatevi, in nome di Dio! o siete perduti -.
Allo sportello di una delle due
carrozze si vide dietro il cristallo, al riflesso incerto dei fanali,
il viso un po' pallido della Dal Colle. Ella riconobbe Assanti in
mezzo a quella scena di confusione e di spavento, e gridò al
cocchiere con accento febbrile:
- Avanti! avanti! duecento lire di
mancia!
- Avanti ci sono i briganti! - gridò
il giovane quasi fuori di sé.
In quell'istante, senza che si vedesse
anima viva, si udì una voce che sembrava venire da una rupe
che sovrastava il lato sinistro della via.
- Fermi tutti!... o per la Madonna!
siete morti! - Il cocchiere applicò una vigorosa frustata ai
cavalli che puntarono zampe ed inarcarono le schiene per slanciarsi
al galoppo; ma prima che avessero fatto un sol passo si udì un
colpo di fucile ed il cavallo di sinistra cadde imbrogliandosi nei
finimenti; il cocchiere si buttò da cassetta e sparì
nelle tenebre; la seconda carrozza, quella in cui erano i domestici
della Dal Colle, voltò indietro, e fuggì a rotta di
collo. Tutto ciò era avvenuto in meno che non ci vuole per
dirlo. Assanti si slanciò allo sportello della vettura,
afferrò la donna per la vita come una bambina, la spinse nella
stalla e ne chiuse la porta alla meglio, ammucchiandovi contro tutto
quel che poté trovare. Al primo trambusto di quella scena era
succeduto un silenzio profondo e misterioso; gli assalitori, prima di
scendere nella strada, volevano al certo misurare la resistenza che
avrebbero incontrata.
La Dal Colle, ritta in un angolo, non
diceva una sola parola, e Assanti, rivolto verso l'uscio, colla
cabina a due colpi in pugno, aspettava. Come si furono abituati
all'oscurità, scorsero, alla fioca luce dei fanali della
carrozza che trapelava dalle commessure mal connesse dell'uscio, una
scala a piuoli, la quale dal fondo della stalla metteva per una
botola al fienile soprastante. Sulla strada si cominciava ad udire un
tramestio attorno alla carrozza, rimasta dinanzi al casolare. Assanti
fece salire la sua compagna al piano di sopra, e quando fu salito
anche lui, tirò su la scala. Al difuori durava ancora il
silenzio, e di quando in quando il cavallo rimasto in piedi, scuoteva
la sonagliera.
- Voi mi scaricherete la vostra
carabina alla testa se dovessi cader viva nelle mani di coloro! -
furono le prime parole che la donna gli rivolse con voce breve e
febbrile.
- Sì! - rispose Assanti collo
stesso tono.
Egli era corso alla finestra; non si
vedeva nessuno; la carrozza era sempre ferma dinanzi all'uscio,
descrivendo un breve cerchio di luce coi suoi due fanali; il cavallo
fiutava con curiosità il compagno caduto. Ad un tratto si udì
un secondo colpo di fucile, e dall'architrave della finestra, a due
dita dal capo di Assanti, caddero dei calcinacci. La Dal Colle lo
tirò indietro bruscamente.
Allora per la prima volta i loro
sguardi si incontrarono. Ella era pallida come uno spettro, ma i suoi
occhi erano sfavillanti.
All'improvviso la porta della stalla fu
scossa da un urto che rimbombò come se l'avesse sconquassata.
Assanti corse alla finestra e fece fuoco; si udì un grido,
seguito da una scarica generale diretta contro di lui. Assanti si
chinò sulla botola, mirò alla porta della stalla e fece
fuoco una seconda volta. I briganti, a quei colpi di carabina che
venivano dall'alto e dal basso, credettero di avere a fare con
parecchi, decisi di vender cara la loro vita, e ricorsero ad un altro
mezzo di attacco più sicuro e meno pericoloso. La fucilata
cessò come per incanto.
Si udirono al di fuori rumori diversi,
che da principio i due assediati non sapevano spiegarsi: un via vai,
un risuonare di sonagliuoli dei cavalli, un muovere di ruote; poi
rimbombò un secondo e forte urto alla porta della stalla, come
se la carrozza vi fosse stata spinta contro a guisa d'ariete. Assanti
trasalì per l'imminenza di un nuovo e sconosciuto pericolo; il
cuore gli batteva forte. - Chi ci avrebbe detto che il miracolo di
cui vi parlavo sarebbe stato così vicino! - disse la Dal Colle
con uno strano sorriso. Ei le afferrò la mano ed ella non la
ritirò.
In quel momento un riflesso rossastro
si disegnò come una apparizione infernale di faccia alla
porta, sulla parete nera della stalla. Il giovane, dimentico del
pericolo passato per quello più grande che li minacciava,
corse alla finestra, e la spalancò; le fiamme che bruciavano
la carrozza e l'uscio della stalla illuminarono vivamente il fienile.
- Cosa fanno adesso? - domandò la donna stringendosi a lui con
mano tremante. - Bruciano la casa! - rispose Assanti con voce sorda.
- Voi mi avete promesso che morremo insieme! - dissi ella dopo un
minuto di silenzio.
Presso la finestra le travi del solaio
cominciavano a scoppiettare, e le fiamme mostravano attraverso le
assi le loro lingue azzurrognole che lambivano le pareti; il fumo
annebbiava la stanzuccia e li soffocava. La donna guardava Assanti
con occhi singolari.
- Vi siete perduto per me! - mormorò
finalmente, con un accento di cui egli non avrebbe supposto capace
quella donna leggiera.
- Vi amo! - egli rispose.
Allora in mezzo al fumo che li
accecava, dinanzi alle fiamme che allungavano verso di loro lingue
sitibonde, sotto una pioggia di faville infuocate, fra gli urli dei
banditi che danzavano e sghignazzavano attorno a quell'orribile rogo,
ella gli avvinse le braccia al collo, e posò la guancia sulla
guancia di lui.
Tutt'a un tratto si udì sulla
strada un gran tumulto, colpi di fuoco, urli di dolore, grida di
collera. I carabinieri di Bovino avevano incontrato la carrozza colla
quale erano scappati i domestici della Dal Colle, ed erano accorsi in
fretta. Un brigadiere si precipitò fra le fiamme, e strappò
i due amanti da quell'amplesso di morte.
Albeggiava appena. Assanti e la Dal
Colle furono accompagnati a Bovino. Ella era pallidissima. Quando
furono soli nella miglior stanza dell'albergo, gli stese la mano.
- Ora separiamoci.
- Come, separarci!...
- Abbiamo passato un bel momento,
abbiamo realizzato il miracolo che sembrava impossibile alla tavola
rotonda dell'Albergo di Russia. Non lo guastiamo! Siamo stati degli
eroi, e siccome non potremmo aver sempre sottomano dei briganti per
esaltarci, finiremo per trovarci ridicoli. Lasciamoci eroi dunque.
- Che donna siete mai?
- Mi dicono che sono una matta: ma mi
accorgo che una matta è sempre più ragionevole
dell'uomo più savio. Vediamo, amico mio, discorriamola ora che
la stanchezza fa dar giù la febbre. In due settimane voi
passate dall'antipatia all'entusiasmo; vi gettate a corpo perduto su
di me, e mi fate il sacrificio della vostra vita, senza sapere se io
ne sia degna. - È ragionevole cotesto? Avete fatto per me una
bella azione, qualcosa che può toccare il cuore o la testa di
una donna, e far mettere il cappuccio alle sue follie... non c'è
che dire; ma siete certo che non abbiate fatto il sacrificio pel
sacrificio? perché vi eravate montata la testa?
più per voi che per me insomma?
Siete persuaso che l'abbiate fatto schiettamente e semplicemente per
amor mio?
- Qual altra prova ne vorreste?
- Una prova semplicissima: voi dite che
mi amate?
- Sì.
- Non mi conoscete, non sapete chi sia,
né da dove venga; non sapete se sia degna di voi, e se potrei
amarvi come vorreste essere amato!...
- So che vi amo!
- Su dieci uomini, e dei più
savi, nove risponderebbero come voi.
E se vi amassi, sareste felice?
- Sì.
- E questa felicità vi
basterebbe? Quanto vorreste che durasse?
- Sempre.
- Perché non mi sposate allora?
- ...Ci penserò -.
...E chi vive si dà pace
Come la batteria partiva a mezzanotte,
Lajn in Primo aveva invitato la sua ragazza a desinare - una
gentilezza per mostrarle il dispiacere che provava nel lasciarla. -
Sapevano giusto un'osteria di campagna, appena fuori la porta, bel
sito e vino buono, quattro ciuffetti di verde al sole, l'altalena e
il gioco delle bocce, i tavolinetti sotto il pergolato, da starci
bene in due soli, senza soggezione; e subito dopo la campagna larga e
quieta, grandi fabbriche in costruzione, tutte irte di antenne, un
folto d'alberi a diritta, e in fondo la linea dei monti, che
digradavano.
Anna Maria s'era messa il vestitino
nuovo, colla giacchetta attillata, le scarpette di pelle lucida e le
calze rosse. Sentiva una gran contentezza, stando insieme al suo bel
militare, coi gomiti sulla tovaglia, i mezzi litri che andavano e
venivano, Lajn Primo di faccia a lei, col naso nel piatto, dandole
delle ginocchiate di tanto in tanto. Però al vedergli il chepì
coll'incerato, e la striscia gialla della giberna che gli fasciava il
petto, si sentiva gonfiare il cuore nel seno, grosso grosso, da
mozzarle il fiato. - Mi scriverai? Dì: mi scriverai? - Egli
accennava di sì, a bocca piena, guardandola negli occhi
lucenti che l'accarezzavano tutto, il panno grosso dell'uniforme e la
faccia lentigginosa di biondo. C'erano nel piatto dei mandarini colle
foglioline verdi. Essa ne s