Omero


ILIADE


Traduzione

di

Vincenzo Monti




LIBRO I


Cantami, o Diva, del Pelìde Achille

l'ira funesta che infiniti addusse

lutti agli Achei, molte anzi tempo all'Orco

generose travolse alme d'eroi,

e di cani e d'augelli orrido pasto

lor salme abbandonò (così di Giove

l'alto consiglio si adempìa), da quando

primamente disgiunse aspra contesa

il re de' prodi Atride e il divo Achille.

E qual de' numi inimicolli? Il figlio

di Latona e di Giove. Irato al Sire

destò quel Dio nel campo un feral morbo,

e la gente perìa: colpa d'Atride

che fece a Crise sacerdote oltraggio.

Degli Achivi era Crise alle veloci

prore venuto a riscattar la figlia

con molto prezzo. In man le bende avea,

e l'aureo scettro dell'arciero Apollo:

e agli Achei tutti supplicando, e in prima

ai due supremi condottieri Atridi:

O Atridi, ei disse, o coturnati Achei,

glimmortali del cielo abitatori

concedanvi espugnar la Priameia

cittade, e salvi al patrio suol tornarvi.

Deh mi sciogliete la diletta figlia,

ricevetene il prezzo, e il saettante

figlio di Giove rispettate. - Al prego

tutti acclamar: doversi il sacerdote

riverire, e accettar le ricche offerte.

Ma la proposta al cor d'Agamenon

non talentando, in guise aspre il superbo

accommiatollo, e minaccioso aggiunse:

Vecchio, non far che presso a queste navi

ned or né poscia più ti colga io mai;

ché forse nulla ti varrà lo scettro

né l'infula del Dio. Franca non fia

costei, se lungi dalla patria, in Argo,

nella nostra magion pria non la sfiori

vecchiezza, all'opra delle spole intenta,

e a parte assunta del regal mio letto.

Or va, né m'irritar, se salvo ir brami.

Impaurissi il vecchio, ed al comando

obbedì. Taciturno incamminossi

del risonante mar lungo la riva;

e in disparte venuto, al santo Apollo

di Latona figliuol, fe' questo prego:

Dio dall'arco d'argento, o tu che Crisa

proteggi e l'alma Cilla, e sei di Tènedo

possente imperador, Smintèo, deh m'odi.

Se di serti devoti unqua il leggiadro

tuo delubro adornai, se di giovenchi

e di caprette io t'arsi i fianchi opimi,

questo voto m'adempi; il pianto mio

paghino i Greci per le tue saette.

Sì disse orando. L'udì Febo, e scese

dalle cime d'Olimpo in gran disdegno

coll'arco su le spalle, e la faretra

tutta chiusa. Mettean le frecce orrendo

su gli omeri all'irato un tintinnìo

al mutar de' gran passi; ed ei simìle

a fosca notte giù venìa. Piantossi

delle navi al cospetto: indi uno strale

liberò dalla corda, ed un ronzìo

terribile mandò l'arco d'argento.

Prima i giumenti e i presti veltri assalse,

poi le schiere a ferir prese, vibrando

le mortifere punte; onde per tutto

degli esanimi corpi ardean le pire.

Nove giorni volar pel campo acheo

le divine quadrella. A parlamento

nel decimo chiamò le turbe Achille;

ché gli pose nel cor questo consiglio

Giuno la diva dalle bianche braccia,

de' moribondi Achei fatta pietosa.

Come fur giunti e in un raccolti, in mezzo

levossi Achille piè-veloce, e disse:

Atride, or sì cred'io volta daremo

nuovamente errabondi al patrio lido,

se pur morte fuggir ne fia concesso;

ché guerra e peste ad un medesmo tempo

ne struggono. Ma via; qualche indovino

interroghiamo, o sacerdote, o pure

interprete di sogni (ché da Giove

anche il sogno procede), onde ne dica

perché tanta con noi d'Apollo è l'ira:

se di preci o di vittime neglette

il Dio n'incolpa, e se d'agnelli e scelte

capre accettando l'odoroso fumo,

il crudel morbo allontanar gli piaccia.

Così detto, si assise. In piedi allora

di Testore il figliuol Calcante alzossi,

de' veggenti il più saggio, a cui le cose

eran conte che fur, sono e saranno;

e per quella, che dono era d'Apollo,

profetica virtù, de' Greci a Troia

avea scorte le navi. Ei dunque in mezzo

pien di senno parlò queste parole:

Amor di Giove, generoso Achille,

vuoi tu che dell'arcier sovrano Apollo

ti riveli lo sdegno? Io t'obbedisco.

Ma del braccio l'aita e della voce

a me tu pria, signor, prometti e giura:

perché tal che qui grande ha su gli Argivi

tutti possanza, e a cui l'Acheo si inchina,

n'andrà, per mio pensar, molto sdegnoso.

Quando il potente col minor si adira,

reprime ei sì del suo rancor la vampa

per alcun tempo, ma nel cor la cova,

finché prorompa alla vendetta. Or dinne

se salvo mi farai. - Parla securo,

rispose Achille, e del tuo cor l'arcano,

qual chei si sia, di' franco. Per Apollo

che pregato da te ti squarcia il velo

de' fati, e aperto tu li mostri a noi,

per questo Apollo a Giove caro io giuro:

nessun, finchio m'avrò spirto e pupilla,

con empia mano innanzi a queste navi

oserà violar la tua persona,

nessuno degli Achei; no, si anco parli

d'Agamennon che sé medesmo or vanta

dell'esercito tutto il più possente.

Allor fe' core il buon profeta, e disse:

né d'obbliati sacrifici il Dio

né di voti si duol, ma dell'oltraggio

che al sacerdote fe' poc'anzi Atride,

che francargli la figlia ed accettarne

il riscatto negò. La colpa è questa

onde cotante ne diè strette, ed altre

l'arcier divino ne darà; né pria

ritrarrà dal castigo la man grave,

che si rimandi la fatal donzella

non redenta né compra al padre amato,

e si spedisca un'ecatombe a Crisa.

Così forse avverrà che il Dio si plachi.

Tacque, e si assise. Allor l'Atride eroe

il re supremo Agamennon levossi

corruccioso. Offuscavagli la grande

ira il cor gonfio, e come bragia rossi

fiammeggiavano gli occhi. E tale ei prima

squadrò torvo Calcante, indi proruppe:

Profeta di sciagure, unqua un accento

non uscì di tua bocca a me gradito.

Al maligno tuo cor sempre fu dolce

predir disastri, e d'onor vote e nude

son l'opre tue del par che le parole.

E fra gli Argivi profetando or cianci

che delle frecce sue Febo glimpiaga,

sol perchio ricusai della fanciulla

CrisÙide il riscatto. Ed io bramava

certo tenerla in signoria, tal sendo

che a Clitennestra pur, da me condutta

vergine sposa, io la prepongo, a cui

di persona costei punto non cede,

né di care sembianze, né d'ingegno

ne' bei lavori di Minerva istrutto.

Ma libera sia pur, se questo è il meglio;

ché la salvezza io cerco, e non la morte

del popol mio. Ma voi mi preparate

tosto il compenso, ché de' Greci io solo

restarmi senza guiderdon non deggio;

ed ingiusto ciò fora, or che una tanta

preda, il vedete, dalle man mi fugge.

O d'avarizia al par che di grandezza

famoso Atride, gli rispose Achille,

qual premio ti daranno, e per che modo

i magnanimi Achei? Che molta in serbo

vi sia ricchezza non partita, ignoro:

delle vinte città tutte divise

ne fur le spoglie, né diritto or torna

a nuove parti congregarle in una.

Ma tu la prigioniera al Dio rimanda,

ché più larga n'avrai tre volte e quattro

ricompensa da noi, se Giove un giorno

l'eccelsa Troia saccheggiar ne dia.

E a lui l'Atride: Non tentar, quantunque

ne' detti accorto, d'ingannarmi: in questo

né gabbo tu mi fai, divino Achille,

né persuaso al tuo voler mi rechi.

Dunque terrai tu la tua preda, ed io

della mia privo rimarrommi? E imponi

che costei sia renduta? Il sia. Ma giusti

concedanmi gli Achivi altra captiva

che questa adegui e al mio desir risponda.

Se non daranla, rapirolla io stesso,

sia d'Aiace la schiava, o sia d'Ulisse,

o ben anco la tua: e quegli indarno

fremerà d'ira alle cui tende io vegna.

Ma di ciò poscia parlerem. D'esperti

rematori fornita or si sospinga

nel pelago una nave, e vi si imbarchi

coll'ecatombe la rosata guancia

della figlia di Crise, e ne sia duce

alcun de' primi, o Aiace, o Idomenèo,

o il divo Ulisse, o tu medesmo pure,

tremendissimo Achille, onde di tanto

sacrificante il grato ministero

il Dio ne plachi che da lunge impiaga.

Lo guatò bieco Achille, e gli rispose:

Anima invereconda, anima avara,

chi fia tra i figli degli Achei sì vile

che obbedisca al tuo cenno, o trar la spada

in agguati convegna o in ria battaglia?

Per odio de' Troiani io qua non venni

a portar l'armi, io no; ché meco ei sono

d'ogni colpa innocenti. Essi né mandre

né destrier mi rapiro; essi le biade

della feconda popolosa Ftia

non saccheggiar; ché molti gioghi ombrosi

ne son frapposti e il pelago sonoro.

Ma sol per tuo profitto, o svergognato,

e per l'onor di Menelao, pel tuo,

pel tuo medesmo, o brutal ceffo, a Troia

ti seguitammo alla vendetta. Ed oggi

tu ne disprezzi ingrato, e ne calpesti,

e a me medesmo di rapir minacci

de' miei sudori bellicosi il frutto,

l'unico premio che l'Acheo mi diede.

Né pari al tuo d'averlo io già mi spero

quel dì che i Greci l'opulenta Troia

conquisteran; ché mio dell'aspra guerra

certo è il carco maggior; ma quando in mezzo

si dividon le spoglie, è tua la prima,

ed ultima la mia, di cui m'è forza

tornar contento alla mia nave, e stanco

di battaglia e di sangue. Or dunque a Ftia,

a Ftia si rieda; ché d'assai fia meglio

al paterno terren volger la prora,

che vilipeso adunator qui starmi

di ricchezze e d'onori a chi m'offende.

Fuggi dunque, riprese Agamennone,

fuggi pur, se t'aggrada. Io non ti prego

di rimanerti. Al fianco mio si stanno

ben altri eroi, che a mia regal persona

onor daranno, e il giusto Giove in prima.

Di quanti ei nudre regnatori abborro

te più chaltri; sì, te che le contese

sempre agogni e le zuffe e le battaglie.

Se fortissimo sei, d'un Dio fu dono

la tua fortezza. Or va, sciogli le navi,

fa co' tuoi prodi al patrio suol ritorno,

ai Mirmìdoni impera; io non ti curo,

e l'ire tue derido; anzi m'ascolta.

Poiché Apollo CrisÙide mi toglie,

parta. D'un mio naviglio, e da' miei fidi

io la rimando accompagnata, e cedo.

Ma nel tuo padiglione ad involarti

verrò la figlia di Brisèo, la bella

tua prigioniera, io stesso; onde t'avvegga

quant'io t'avanzo di possanza, e quindi

altri meco uguagliarsi e cozzar tema.

Di furore infiammar l'alma d'Achille

queste parole. Due pensier gli furo

terribile tenzon nell'irto petto,

se dal fianco tirando il ferro acuto

la via si aprisse tra la calca, e in seno

l'immergesse all'Atride; o se domasse

l'ira, e chetasse il tempestoso core.

Fra lo sdegno ondeggiando e la ragione

l'agitato pensier, corse la mano

sovra la spada, e dalla gran vagina

traendo la venìa; quando veloce

dal ciel Minerva accorse, a lui spedita

dalla diva Giunon, che d'ambo i duci

egual cura ed amor nudrìa nel petto.

Gli venne a tergo, e per la bionda chioma

prese il fiero Pelìde, a tutti occulta,

a lui sol manifesta. Stupefatto

si scosse Achille, si rivolse, e tosto

riconobbe la Diva a cui dagli occhi

uscìan due fiamme di terribil luce,

e la chiamò per nome, e in ratti accenti,

Figlia, disse, di Giove, a che ne vieni?

Forse d'Atride a veder l'onte? Aperto

io tel protesto, e avran miei detti effetto:

ei col suo superbir cerca la morte,

e la morte si avrà. - Frena lo sdegno,

la Dea rispose dalle luci azzurre:

io qui dal ciel discesi ad acchetarti,

se obbedirmi vorrai. Giuno spedimmi,

Giuno chentrambi vi difende ed ama.

Or via, ti calma, né trar brando, e solo

di parole contendi. Io tel predìco,

e andrà pieno il mio detto: verrà tempo

che tre volte maggior, per doni eletti,

avrai riparo dell'ingiusta offesa.

Tu reprimi la furia, ed obbedisci.

E Achille a lei: Seguir m'è forza, o Diva,

benché d'ira il cor arda, il tuo consiglio.

Questo fia lo miglior. Ai numi è caro

chi de' numi al voler piega la fronte.

Disse; e rattenne su l'argenteo pomo

la poderosa mano, e il grande acciaro

nel fodero respinse, alle parole

docile di Minerva. Ed ella intanto

all'auree sedi dell'Egìoco padre

sul cielo risalì fra gli altri Eterni.

Achille allora con acerbi detti

rinfrescando la lite, assalse Atride:

Ebbro! cane agli sguardi e cervo al core!

Tu non osi giammai nelle battaglie

dar dentro colla turba; o negli agguati

perigliarti co' primi infra gli Achei,

ché ogni rischio t'è morte. Assai per certo

meglio ti torna di ciascun che franco

nella grand'oste achea contro ti dica,

gli avuti doni in securtà rapire.

Ma se questa non fosse, a cui comandi,

spregiata gente e vil, tu non saresti

del popol tuo divorator tiranno,

e l'ultimo de' torti avresti or fatto.

Ma ben t'annunzio, ed altamente il giuro

per questo scettro (che diviso un giorno

dal montano suo tronco unqua né ramo

né fronda metterà, né mai virgulto

germoglierà, poiché gli tolse il ferro

con la scorza le chiome, ed ora in pugno

sel portano gli Achei che posti sono

del giusto a guardia e delle sante leggi

ricevute dal ciel), per questo io giuro,

e inviolato sacramento il tieni:

stagion verrà che negli Achei si svegli

desiderio d'Achille, e tu salvarli

misero! non potrai, quando la spada

dell'omicida Ettòr farà vermigli

di larga strage i campi: e allor di rabbia

il cor ti roderai, ché sì villana

al più forte de' Greci onta facesti.

Disse; e gittò lo scettro a terra, adorno

d'aurei chiovi, e si assise. Ardea l'Atride

di novello furor, quando nel mezzo

surse de' Pilii l'orator, Nestorre

facondo sì, che di sua bocca uscièno

più che mel dolci d'eloquenza i rivi.

Di parlanti con lui nati e cresciuti

nell'alma Pilo ei già trascorse avea

due vite, e nella terza allor regnava.

Con prudenti parole il santo veglio

così loro a dir prese: Eterni Dei!

Quanto lutto alla Grecia, e quanta a Prìamo

gioia si appresta ed a' suoi figli e a tutta

la dardania città, quando fra loro

di voi si intenda la fatal contesa,

di voi che tutti di valor vincete

e di senno gli Achei! Deh m'ascoltate,

ché minor d'anni di me siete entrambi;

ed io pur con eroi son visso un tempo

di voi più prodi, e non fui loro a vile:

ned altri tali io vidi unqua, né spero

di riveder più mai, quale un Driante

moderator di genti, e Piritòo,

Cèneo ed Essadio e Polifemo uom divo,

e l'Egìde Teseo pari ad un nume.

Alme più forti non nudrìa la terra,

e forti essendo combattean co' forti,

co' montani Centauri, e strage orrenda

ne fean. Con questi, a lor preghiera, io spesso

partendomi da Pilo e dal lontano

Apio confine, a conversar venìa,

e secondo mie forze anchio pugnava.

Ma di quanti mortali or crea la terra

niun potrìa pareggiarli. E nondimeno

da quei prestanti orecchio il mio consiglio

ed il mio detto obbedienza ottenne.

E voi pur anco m'obbedite adunque,

ché l'obbedirmi or giova. Inclito Atride,

deh non voler, sebben sì grande, a questi

tor la fanciulla; ma chei si abbia in pace

da' Greci il dato guiderdon consenti:

né tu cozzar con inimico petto

contra il rege, o Pelìde. Un re supremo,

cui d'alta maestà Giove circonda,

uguaglianza d'onore unqua non soffre.

Se generato d'una diva madre

tu lui vinci di forza, ei vince, o figlio,

te di poter, perché a più genti impera.

Deh pon giù l'ira, Atride, e placherassi

pure Achille al mio prego, ei che de' Greci

in sì ria guerra è principal sostegno.

Tu rettissimo parli, o saggio antico,

pronto riprese il regnatore Atride;

ma costui tutti soverchiar presume,

tutti a schiavi tener, dar legge a tutti,

tutti gravar del suo comando. Ed io

potrei patirlo? Io no. Se il furo i numi

un invitto guerrier, forse pur anco

di tanto insolentir gli diero il dritto?

Tagliò quel dire Achille, e gli rispose:

Un pauroso, un vil certo sarei

se d'ogni cenno tuo ligio fossi io.

Altrui comanda, a me non già; chio teco

sciolto di tutta obbedienza or sono.

Questo solo vo' dirti, e tu nel mezzo

lo rinserra del cor. Per la fanciulla

un dì donata, ingiustamente or tolta,

né con te né con altri il brando mio

combatterà. Ma di quant'altre spoglie

nella nave mi serbo, né pur una,

si io la niego, t'avrai. Vien, se nol credi,

vieni alla prova; e il sangue tuo scorrente

dalla mia lancia farà saggio altrui.

Con questa di parole aspra tenzone

levarsi, e sciolto fu l'acheo consesso.

Con Patroclo il Pelìde e co' suoi prodi

riede a sue navi nelle tende; e Atride

varar fa tosto a venti remi eletti

una celere prora colla sacra

ecatombe. Di Crise egli medesmo

vi guida e posa l'avvenente figlia;

duce v'ascende il saggio Ulisse, e tutti

già montati correan l'umide vie.

Ciò fatto, indisse al campo Agamennone

una sacra lavanda: e ognun devoto

purificarsi, e via gittar nell'onde

le sozzure, e del mar lungo la riva

offrir di capri e di torelli intere

ecatombi ad Apollo. Al ciel salìa

volubile col fumo il pingue odore.

Seguìan nel campo questi riti. E fermo

nel suo dispetto e nella dianzi fatta

ria minaccia ad Achille, intanto Atride

Euribate e Taltibio a sé chiamando,

fidi araldi e sergenti, Ite, lor disse,

del Pelìde alla tenda, e m'adducete

la bella figlia di Brisèo. Se il niega,

io ne verrò con molta mano, io stesso,

a gliela torre: e ciò gli fia più duro.

Disse; e il cenno aggravando in via li pose.

Del mar lunghesso l'infecondo lido

givan quelli a mal cuore, e pervenuti

de' Mirmidoni alla campal marina

trovar l'eroe seduto appo le navi

davanti al padiglion: né del vederli

certo Achille fu lieto. Ambo al cospetto

regal fermarsi trepidanti e chini,

né far motto fur osi né dimando.

Ma tutto ei vide in suo pensiero, e disse:

Messaggeri di Giove e delle genti,

salvete, araldi, e v'appressate. In voi

niuna è colpa con meco. Il solo Atride,

ei solo è reo, che voi per la fanciulla

BrisÙide qui manda. Or va, fuor mena,

generoso Patròclo, la donzella,

e in man di questi guidator l'affida.

Ma voi medesmi innanzi ai santi numi

ed innanzi ai mortali e al re crudele

siatemi testimon, quando il dì splenda

che a scampar gli altri di rovina il mio

braccio abbisogni. Perocché delira

in suo danno costui, ned il presente

vede, né il poi, né il come a sua difesa

salvi alle navi pugneran gli Achei.

Disse; e Patròclo del diletto amico

al comando obbedì. Fuor della tenda

BrisÙide menò, guancia gentile,

ed agli araldi condottier la cesse.

Mentre ei fanno alle navi achee ritorno,

e ritrosa con lor partìa la donna,

proruppe Achille in un subito pianto,

e da' suoi scompagnato in su la riva

del grigio mar si assise, e il mar guardando

le man stese, e dolente alla diletta

madre pregando, Oh madre! è questo, disse,

questo è l'onor che darmi il gran Tonante

a conforto dovea del viver breve

a cui mi partoristi? Ecco, ei mi lascia

spregiato in tutto: il re superbo Atride

Agamennon mi disonora; il meglio

de' miei premi rapisce, e sel possiede.

Sì piangendo dicea. La veneranda

genitrice l'udì, che ne' profondi

gorghi del mare si sedea dappresso

al vecchio padre; udillo, e tosto emerse,

come nebbia, dall'onda: accanto al figlio,

che lagrime spargea, dolce si assise,

e colla mano accarezzollo, e disse:

Figlio, a che piangi? e qual t'opprime affanno?

Di', non celarlo in cor, meco il dividi.

Madre, tu il sai, rispose alto gemendo

il piè-veloce eroe. Ridir che giova

tutto il già conto? Nella sacra sede

d'Eezion ne gimmo; la cittade

ponemmo a sacco, e tutta a questo campo

fu condotta la preda. In giuste parti

la diviser gli Achivi, e la leggiadra

CrisÙide fu scelta al primo Atride.

Crise d'Apollo sacerdote allora

con l'infula del nume e l'aureo scettro

venne alle navi a riscattar la figlia.

Molti doni offerì, molte agli Achivi

porse preghiere, ed agli Atridi in prima.

Invan; ché preghi e doni e sacerdote

e degli Achei l'assenso ebbe in dispregio

Agamennon, che minaccioso e duro

quel misero cacciò dal suo cospetto.

Partì sdegnato il veglio; e Apollo, a cui

diletto capo egli era, il suo lamento

esaudì dall'Olimpo, e contra i Greci

pestiferi vibrò dardi mortali.

Perìa la gente a torme, e d'ogni parte

sibilanti del Dio pel campo tutto

volavano gli strali. Alfine un saggio

indovin ne fe' chiaro in assemblea

l'oracolo d'Apollo. Io tosto il primo

esortai di placar l'ire divine.

Sdegnossene l'Atride, e in piè levato

una minaccia mi fe' tal che pieno

compimento sortì. Gli Achivi a Crisa

sovr'agil nave già la schiava adducono

non senza doni a Febo; e dalla tenda

a me pur dianzi tolsero gli araldi,

e menar seco di Brisèo la figlia,

la fanciulla da' Greci a me donata.

Ma tu che il puoi, tu al figlio tuo soccorri,

vanne all'Olimpo, e porgi preghi a Giove,

sse unqua Giove per te fu nel bisogno

o d'opera aitato o di parole.

Nel patrio tetto, io ben lo mi ricordo,

spesso t'intesi gloriarti, e dire

che sola fra gli Dei da ria sciagura

Giove campasti adunator di nembi,

il giorno che tentar Giuno e Nettunno

e Pallade Minerva in un con gli altri

congiurati del ciel porlo in catene;

ma tu nellse uopo sopraggiunta, o Dea,

l'involasti al periglio, all'alto Olimpo

prestamente chiamando il gran Centìmano,

che dagli Dei nomato è Briarèo,

da' mortali Egeone, e di fortezza

lo stesso genitor vincea d'assai.

Fiero di tanto onore alto ei si assise

di Giove al fianco, e n'ebber tema i numi,

che poser di legarlo ogni pensiero.

Or tu questo rammentagli, e al suo lato

siedi, e gli abbraccia le ginocchia, e il prega

di dar soccorso ai Teucri, e far che tutte

fino alle navi le falangi achee

sien spinte e rotte e trucidate. Ognuno

lo si goda così questo tiranno;

senta egli stesso il gran regnante Atride

qual commise follìa quando superbo

fe' de' Greci al più forte un tanto oltraggio.

E lagrimando a lui Teti rispose:

Ahi figlio mio! se con sì reo destino

ti partorii, perché allevarti, ahi lassa!

Oh potessi ozioso a questa riva

senza pianto restarti e senza offese,

ingannando la Parca che t'incalza,

ed omai t'ha raggiunto! Ora i tuoi giorni

brevi sono ad un tempo ed infelici,

ché iniqua stella il dì chio ti produssi

i talami paterni illuminava.

E nondimen d'Olimpo alle nevose

vette n'andrò, ragionerò con Giove

del fulmine signore, e al tuo desire

piegarlo tenterò. Tu statti intanto

alle navi; e nell'ozio del tuo brando

senta l'Achivo de' tuoi sdegni il peso.

Perocché ieri in grembo all'Oceàno

fra glinnocenti Etiopi discese

Giove a convito, e il seguir tutti i numi.

Dopo la luce dodicesma al cielo

tornerà. Recherommi allor di Giove

agli eterni palagi; al suo ginocchio

mi gitterò, supplicherò, né vana

d'espugnarne il voler speranza io porto.

Partì, ciò detto; e lui quivi di bile

macerato lasciò per la fanciulla

suo mal grado rapita. Intanto a Crisa

colla sacra ecatombe Ulisse approda.

Nel seno entrati del profondo porto,

le vele ammainar, le collocaro

dentro il bruno naviglio, e prestamente

dechinar colle gomone l'antenna,

e l'adagiar nella corsìa. Co' remi

il naviglio accostar quindi alla riva;

e l'ancore gittate, e della poppa

annodati i ritegni, ecco sul lido

tutta smontar la gente, ecco schierarsi

l'ecatombe d'Apollo, e dalla nave

dell'onde viatrice ultima uscire

CrisÙide. All'altar l'accompagnava

l'accorto Ulisse, ed alla man del caro

genitor la ponea con questi accenti:

Crise, il re sommo Agamennon mi manda

a ti render la figlia, e offrir solenne

un'ecatombe a Febo, onde gli sdegni

placar del nume che gli Achei percosse

d'acerbissima piaga. - In questo dire

l'amata figlia in man gli cesse; e il vecchio

la si raccolse giubilando al petto.

Tosto dintorno al ben costrutto altare

in ordinanza statuir la bella

ecatombe del Dio; lavar le palme,

presero il sacro farro, e Crise alzando

colla voce la man, fe' questo prego:

Dio che godi trattar l'arco d'argento,

tu che Crisa proteggi e la divina

Cilla, signor di Tènedo possente,

m'odi: se dianzi a mia preghiera il campo

acheo gravasti di gran danno, e onore

mi desti, or fammi di quest'altro voto

contento appieno. La terribil lue,

che i Dànai strugge, allontanar ti piaccia.

Sì disse orando, ed esaudillo il nume.

Quindi fin posto alle preghiere, e sparso

il salso farro, alzar fur suso in prima

alle vittime il collo, e le sgozzaro.

tratto il cuoio, fasciar le incise cosce

di doppio omento, e le coprir di crudi

brani. Il buon vecchio su l'accese schegge

le abbrustolava, e di purpureo vino

spruzzando le venìa. Scelti garzoni

al suo fianco tenean gli spiedi in pugno

di cinque punte armati: e come f¹ro

rosolate le coste, e fatto il saggio

delle viscere sacre, il resto in pezzi

negli schidoni infissero, con molto

avvedimento l'arrostiro, e poscia

tolser tutto alle fiamme. Al fin dell'opra,

poste le mense, a banchettar si diero,

e del cibo egualmente ripartito

sbramarsi tutti. Del cibarsi estinto

e del bere il desìo, d'almo lieo

coronando il cratere, a tutti in giro

ne porsero i donzelli, e fe' ciascuno,

libagion colle tazze. E così tutto

cantando il dì la gioventude argiva,

e un allegro peàna alto intonando,

laudi a Febo dicean, che nellse udirle

sentìasi tocco di dolcezza il core.

Fugato il sole dalla notte, ei diersi

presso i poppesi della nave al sonno.

Poi come il cielo colle rosee dita

la bella figlia del mattino aperse,

conversero la prora al campo argivo,

e mandò loro in poppa il vento Apollo.

Rizzar l'antenna, e delle bianche vele

il seno dispiegar. L'aura seconda

le gonfiava per mezzo, e strepitoso,

nel passar della nave, il flutto azzurro

mormorava dintorno alla carena.

Giunti agli argivi accampamenti, in secco

trasser la nave su la colma arena,

e lunghe vi spiegar travi di sotto

acconciamente. Per le tende poi

si dispersero tutti e pe' navili.

Appo i suoi legni intanto il generoso

Pelìde Achille nel segreto petto

di sdegno si pascea, né al parlamento,

scuola illustre d'eroi, né alle battaglie

più comparìa; ma il cor struggea di doglia

lungi dall'armi, e sol dell'armi il suono

e delle pugne il grido egli sospira.

Rifulse alfin la dodicesma aurora,

e tutti di conserva al ciel gli Eterni

fean ritorno, ed avanti iva il re Giove.

Memore allor del figlio e del suo prego,

Teti emerse dal mare, e mattutina

in cielo al sommo dell'Olimpo alzossi.

Sul più sublime de' suoi molti gioghi

in disparte trovò seduto e solo

l'onniveggente Giove. Innanzi a lui

la Dea si assise, colla manca strinse

le divine ginocchia, e colla destra

molcendo il mento, e supplicando disse:

Giove padre, se d'opre e di parole

giovevole fra' numi unqua ti fui,

un mio voto adempisci. Il figlio mio,

cui volge il fato la più corta vita,

deh, m'onora il mio figlio a torto offeso

dal re supremo Agamennon, che a forza

gli rapì la sua donna, e la si tiene.

Onoralo, ti prego, olimpio Giove,

sapientissimo Iddio; fa che vittrici

sien le spade troiane, infin che tutto

e doppio ancora dagli Achei pentiti

al mio figlio si renda il tolto onore.

Disse; e nessuna le facea risposta

il procelloso Iddio; ma lunga pezza

muto stette, e sedea. Teti il ginocchio

teneagli stretto tuttavolta, e i preghi

iterando venìa: Deh, parla alfine;

dimmi aperto se nieghi, o se concedi;

nulla hai tu che temer; fa chio mi sappia

se fra le Dee son io la più spregiata.

Profondamente allora sospirando

l'adunator de' nembi le rispose:

Opra chiedi odiosa che nemico

farammi a Giuno, e degli ontosi suoi

motti bersaglio. Ardita ella mai sempre

pur dinanzi agli Dei vien meco a lite,

e de' Troiani aiutator m'accusa.

Ma tu sgombra di qua, ché non ti vegga

la sospettosa. Mio pensier fia poscia

che il desir tuo si compia, e a tuo conforto

abbine il cenno del mio capo in pegno.

Questo fra' numi è il massimo mio giuro,

né revocarsi, né fallir, né vana

esser può cosa che il mio capo accenna.

Disse; e il gran figlio di Saturno i neri

sopraccigli inchinò. Su l'immortale

capo del sire le divine chiome

ondeggiaro, e tremonne il vasto Olimpo.

Così fermo l'affar si dipartiro.

Teti dal ciel spiccò nel mare un salto;

Giove alla reggia si avviò. Rizzarsi

tutti ad un tempo da' lor troni i numi

verso il gran padre, né veruno ardissi

aspettarne il venir fermo al suo seggio,

ma mosser tutti ad incontrarlo. Ei grave

si compose sul trono. E già sapea

Giuno il fatto del Dio; chella veduto

in segreti consigli avea con esso

la figlia di Nerèo, Teti la diva

dal bianco piede. Con parole acerbe

così dunque l'assalse: E qual de' numi

tenne or teco consulta, o ingannatore?

Sempre t'è caro da me scevro ordire

tenebrosi disegni, né ti piacque

mai farmi manifesto un tuo pensiero.

E degli uomini il padre e degli Dei

le rispose: Giunon, tutto che penso

non sperar di saperlo. Ardua ten fora

l'intelligenza, benché moglie a Giove.

Ben qualunque dir cosa si convegna,

nullo, prima di te, mortale o Dio

la si saprà. Ma quel che lungi io voglio

dai Celesti ordinar nel mio segreto,

non dimandarlo né scrutarlo, e cessa.

Acerbissimo Giove, e che dicesti?

Riprese allor la maestosa il guardo

veneranda Giunon: gran tempo è pure

che da te nulla cerco e nulla chieggo,

e tu tranquillo adempi ogni tuo senno.

Or grave un dubbio mi molesta il core,

che Teti, del marin vecchio la figlia,

non ti seduca; chio la vidi, io stessa,

sul mattino arrivar, sederti accanto,

abbracciarti i ginocchi; e certo a lei

di molti Achivi tu giurasti il danno

appo le navi, per onor d'Achille.

E a rincontro il signor delle tempeste:

Sempre sospetti, né celarmi io posso,

spirto maligno, agli occhi tuoi. Ma indarno

la tua cura uscirà, chanzi più sempre

tu mi costringi a disamarti, e questo

a peggio ti verrà. Si al ver t'apponi,

che al ver t'apponga ho caro. Or siedi, e taci,

e m'obbedisci; ché giovarti invano

potrìan quanti in Olimpo a tua difesa

accorresser Celesti, allor che poste

le invitte mani nelle chiome io t'abbia.

Disse; e chinò la veneranda Giuno

i suoi grand'occhi paurosa e muta,

e in cor premendo il suo livor si assise.

Di Giove in tutta la magion le fronti

si contristar de' numi, e in mezzo a loro

gratificando alla diletta madre

Vulcan l'inclito fabbro a dir sì prese:

Una malvagia intolleranda cosa

questa al certo sarà, se voi cotanto,

de' mortali a cagion, piato movete,

e suscitate fra gli Dei tumulto.

De' banchetti la gioia ecco sbandita,

se la vince il peggior. Madre, t'esorto,

benché saggia per te; vinci di Giove,

vinci del padre coll'ossequio l'ira,

onde a lite non torni, e del convito

ne conturbi il piacer; chegli ne puote,

del fulmine signore e dell'Olimpo,

dai nostri seggi rovesciar, se il voglia;

perocché sua possanza a tutte è sopra.

Or tu con care parolette il molci,

e tosto il placherai. - Surse, ciò detto,

ed all'amata genitrice un tondo

gemino nappo fra le mani ei pose,

bisbigliando all'orecchio: O madre mia,

benché mesta a ragion, sopporta in pace,

onde te con quest'occhi io qui non vegga,

te, che cara mi sei, forte battuta;

ché allor nessuna con dolor mio sommo

darti aìta io potrei. Duro egli è troppo

cozzar con Giove. Altra fiata, il sai,

volli in tuo scampo venturarmi. Il crudo

afferrommi dse un piede, e mi scagliò

dalle soglie celesti. Un giorno intero

rovinai per l'immenso, e rifinito

in Lenno caddi col cader del sole,

dalli Sinzii raccolto a me pietosi.

Disse; e la Diva dalle bianche braccia

rise, e in quel riso dalla man del figlio

prese il nappo. Ed ei poscia agli altri Eterni,

incominciando a destra, e dal cratere

il nèttare attignendo, a tutti in giro

lo mescea. Suscitossi infra' Beati

immenso riso nel veder Vulcano

per la sala aggirarsi affaccendato

in quell'opra. Così, fino al tramonto,

tutto il dì convitossi, ed egualmente

del banchetto ogni Dio partecipava.

Né l'aurata mancò lira d'Apollo,

né il dolce delle Muse alterno canto.

Ratto, poi che del Sol la luminosa

lampa si spense, a' suoi riposi ognuno

ne' palagi n'andò, che fabbricati

a ciascheduno avea con ammirando

artifizio Vulcan l'inclito zoppo.

E a' suoi talami anchesso, ove qual volta

soave l'assalìa forza di sonno,

corcar solea le membra, il fulminante

Olimpio si avviò. Quivi salito

addormentossi il nume, ed al suo fianco

giacque l'alma Giunon che d'oro ha il trono.




LIBRO II


Tutti ancora dormìan per l'alta notte

i guerrieri e gli Dei; ma il dolce sonno

già le pupille abbandonato avea

di Giove che pensoso in suo segreto

divisando venìa come d'Achille,

con molta strage delle vite argive,

illustrar la vendetta. Alla divina

mente alfin parve lo miglior consiglio

inviar all'Atride Agamennone

il malefico Sogno. A sé lo chiama,

e con presto parlar, Scendi, gli dice,

scendi, Sogno fallace, alle veloci

prore de' Greci, e nella tenda entrato

d'Agamennon, quant'io t'impongo, esponi

esatto ambasciator. Digli che tutte

in armi ei ponga degli Achei le squadre,

che dell'iliaco muro oggi è decreta

su nel ciel la caduta; che discordi

degli eterni d'Olimpo abitatori

più non sono le menti; che di Giuno

cessero tutti al supplicar; che in somma

l'estremo giorno de' Troiani è giunto.

Disse; ed il Sogno, il divin cenno udito,

avviossi e calossi in un baleno

su l'argoliche navi. Entra d'Atride

nel queto padiglione, e immerso il trova

nella dolcezza di nettareo sonno.

Di Nestore Nelìde il volto assume,

di Nestore, cui sovra ogni altro duce

Agamennone riveriva, e in queste

forme sul capo del gran re sospesa,

così la diva vision gli disse:

Tu dormi, o figlio del guerriero Atrèo?

Tutta dormir la notte ad uom sconviensi

di supremo consiglio, a cui son tante

genti commesse e tante cure. Attento

dunque m'ascolta. A te vengh'io celeste

nunzio di Giove, che lontano ancora

su te veglia pietoso. Egli precetto

ti fa di porre tutti quanti in arme

prontamente gli Achei. Tempo è venuto

che l'ampia Troia in tua man cada: i numi

scesero tutti, intercedente Giuno,

in un solo volere, e alla troiana

gente sovrasta l'infortunio estremo

preparato da Giove. Or tu ben figgi

questo avviso nell'alma, e fa che seco

non lo si porti, col partirsi, il sonno.

Sparve ciò detto; e delle udite cose,

di che contrario uscir dovea l'effetto,

pensoso lo lasciò. Prender di Troia

quel dì stesso le mura egli sperossi,

né di Giove sapea, stolto! i disegni,

né qual aspro pugnar, né quanta il Dio

di lagrime cagione e di sospiri

ai Troiani e agli Achivi apparecchiava.

Si riscuote dal sonno, e la divina

voce dintorno gli susurra ancora.

Sorge, e del letto su la sponda assiso

una molle si avvolge alla persona

tunica intatta, immacolata; gittasi

il regal manto indosso; il piè costringe

ne' bei calzari; il brando aspro e lucente

d'argentee borchie all'omero sospende,

l'inviolato avito scettro impugna,

ed alle navi degli Achei cammina.

Già sul balzo d'Olimpo alta ascendea

di Titon la consorte, annunziatrice

dell'alma luce a Giove e agli altri Eterni;

quando con chiara voce i banditori

per comando d'Atride a parlamento

convocaro gli Achei, che frettolosi

accorsero e frequenti. Ma raccolse

de' magnanimi duci Agamennone

prima il senato alla nestorea nave,

e raccolti che f¹ro, in questi accenti

il suo prudente consultar propose:

Mse udite, amici. Nella queta notte

una divina vision m'apparve,

che te, Nestore padre, alla statura,

agli atti, al volto somigliava in tutto.

Sul mio capo librossi, e così disse:

Figlio d'Atrèo, tu dormi? A sommo duce

cui di tanti guerrieri e tante cure

commesso è il pondo, non si addice il sonno.

M'odi adunque: mandato a te son io

da Giove che dal ciel di te pensiero

prende e pietate. Ei tutte ti comanda

armar le truppe de' chiomati Achei,

ché di Troia il conquisto oggi è maturo;

poiché di Giuno il supplicar compose

la discordia de' numi, e grave ai Teucri

danno sovrasta per voler di Giove.

Tu di Giove il comando in cor riponi.

Sparve, ciò detto, e quel mio dolce sonno

m'abbandonò. La guisa or noi di porre

gli Achivi in arme esaminiam. Ma pria

giovi con finto favellar tentarne,

fin dove lice, i sentimenti. Io dunque

comanderò che su le navi ognuno

si disponga alla fuga, e sparsi ad arte

voi l'impedite con opposti accenti.

Così detto si assise. In piè rizzossi

dell'arenosa Pilo il regnatore

Nestore, e saggio ragionando disse:

O amici, o degli Achei principi e duci,

si altro qualunque Argivo un cotal sogno

detto n'avesse, un menzogner l'avremmo,

e spregeremmo: ma lo vide il sommo

capo del campo. A risvegliar si corra

dunque l'acheo valore. - E sì dicendo

usciva il vecchio dal consiglio, e tutti

surti in piè lo seguìan gli altri scettrati

del re supremo ossequiosi. Intanto

il popolo accorrea. Quale dai fori

di cava pietra numeroso sbuca

lo sciame delle pecchie, e succedendo

sempre alle prime le seconde, volano

sui fior di aprile a gara, e vi fan grappolo

altre di qua affollate, altre di là;

così fuor delle navi e delle tende

correan per l'ampio lido a parlamento

affollate le turbe, e le spronava

l'ignea Fama, di Giove ambasciatrice.

Si congregaro alfin. Tumultuoso

brulicava il consesso, ed al sedersi

di tante genti il suol gemea di sotto.

Ben nove araldi d'acchetar fean prova

quell'immenso frastuono, alto gridando:

Date fine ai clamori, udite i regi,

udite, Achivi, del gran Dio gli alunni.

Sostarsi alfine: ne' suoi seggi ognuno

si compose, e cessò l'alto fragore.

Allor rizzossi Agamennon stringendo

lo scettro, esimia di Vulcan fatica.

Diè pria Vulcano quello scettro a Giove,

e Giove allse uccisor d'Argo Mercurio;

questi a Pelope auriga, esso ad Atrèo;

Atrèo morendo al possessor di pingui

greggi Tieste, e da Tieste alfine

nella destra passò d'Agamennone,

che poi sovr'Argo lo distese, e sopra

isole molte. A questo il grande Atride

appoggiato, sì disse: Amici eroi,

Dànai, di Marte bellicosi figli,

in una dura e perigliosa impresa

Giove m'avvolse, Iddio crudel, che prima

mi promise e giurò delle superbe

iliache mura la conquista, e in Argo

glorioso il ritorno. Or mi delude

indegnamente, e dopo tante in guerra

vite perdute, di tornar m'impone

inonorato alle paterne rive.

Del prepotente Iddio questo è il talento,

di lui che nell'immensa sua possanza

già di molte città l'eccelse rocche

distrusse, e molte struggeranne ancora.

Ma qual onta per noi appo i futuri

che contra minor oste un tale e tanto

esercito di forti una sì lunga

guerra guerreggi; e non la compia ancora?

Certo se tutti convocati insieme

salda pace a giurar Teucri ed Achivi,

e di questi e di quei levato il conto,

ad ogni dieci Achivi un Teucro solo

mescer dovesse di lieo la spuma,

molte decurie si vedrìan chiedenti

con labbro asciutto il mescitor: cotanto

maggior de' Teucri cittadini estimo

il numero de' nostri. Ma li molti

da diverse città raccolti e scesi

in lor sussidio bellicosi amici

duro intoppo mi fanno, e a mio dispetto

mi vietano espugnar d'Ilio le mura.

Già del gran Giove il nono anno si volge

da che giungemmo, e già marciti i fianchi

son delle navi, e logore le sarte;

e le nostre consorti e i cari figli

desiando ne stanno e richiamando

nelle vedove case. E noi l'impresa

che a queste sponde ne condusse, ancora

consumar non sapemmo. Al vento adunque,

diamo al vento le vele, io vel consiglio,

alla dolce fuggiam terra natìa

di concorde voler, ché disperata

delle mura troiane è la conquista.

Mosse quel dire delle turbe i petti,

e fremea l'adunanza, a quella guisa

che dell'icario mare i vasti flutti

si confondono allor che Noto ed Euro

della nube di Giove il fianco aprendo

a sollevar li vanno impetuosi.

E come quando di Favonio il soffio

denso campo di biade urta, e passando

il capo inchina delle bionde spiche;

tal si commosse il parlamento, e tutti

alle navi correan precipitosi

con fremito guerrier. Sotto i lor piedi

si alza la polve, e al ciel si volve oscura.

I navigli allestir, lanciarli in mare,

espurgarne le fosse, ed i puntelli

sottrarre alle carene era di tutti

la faccenda e la gara. Arde ogni petto

del sacro amore delle patrie mura,

e tutto di clamori il cielo eccheggia.

E degli Achei quel dì sarìa seguìto,

contro il voler de' fati, il dipartire,

se con questo parlar non si volgea

Giuno a Minerva: O dell'Egìoco Padre

invincibile figlia, così dunque,

il mar coprendo di fuggenti vele,

al patrio lido rediran gli Achivi?

Ed a Priamo l'onore, ai Teucri il vanto

lasceran tutto dell'argiva Elèna

dopo tante per lei, lungi dal caro

nido natìo, qui spente anime greche?

Deh scendi al campo acheo, scendi, ed adopra

lusinghiero parlar, molci i soldati,

frena la fuga, né patir che un solo

de' remiganti pini in mar sia tratto.

Obbediente la cerulea Diva

dalle cime d'Olimpo dispiccossi

velocissima, e tosto fu sul lido.

Ivi Ulisse trovò, senno di Giove,

occupato non già del suo naviglio,

ma del dolor che il preme, e immoto in piedi.

Gli si fece davanti la divina

Glaucopide dicendo: O di Laerte

generoso figliuol, prudente Ulisse,

così dunque n'andrete? E al patrio suolo

navigherete, e lascerete a Priamo

di vostra fuga il vanto, ed ai Troiani

d'Argo la donna, e invendicato il sangue

di tanti, che per lei qui lo versaro,

bellicosi compagni? A che ti stai?

T'appresenta agli Achei, rompi glindugi,

dolci adopra parole e li trattieni,

né consentir che antenna in mar si spinga.

Così disse la Dea. Ne riconobbe

l'eroe la voce, e via gittato il manto,

che dopo lui raccolse il banditore

Eurìbate itacense, a correr diessi;

e incontrato l'Atride Agamennone,

ratto ne prende il regal scettro, e vola

con questo in pugno tra le navi achee;

e quanti ei trova o duci o re, li ferma

con parlar lusinghiero; e, Che fai, dice,

valoroso campione? A te de' vili

disconvien la paura. Or via, ti resta,

pregoti, e gli altri fa restar. La mente

ben palese non t'è d'Agamennone;

egli tenta gli Achei, pronto a punirli.

Non tutti han chiaro ciò che dianzi in chiuso

consesso ei disse. Deh badiam, che irato

non ne percuota d'improvvisa offesa.

Di re supremo acerba è l'ira, e Giove,

che al trono l'educò, l'onora ed ama.

Sse uom poi vedea del vulgo, e lo cogliea

vociferante, collo scettro il dosso

batteagli; e, Taci, gli garrìa severo,

taci tu tristo, e i più prestanti ascolta

tu codardo, tu imbelle, e nei consigli

nullo e nell'armi. La vogliam noi forse

far qui tutti da re? Pazzo fu sempre

de' molti il regno. Un sol comandi, e quegli

cui scettro e leggi affida il Dio, quei solo

ne sia di tutti correttor supremo.

Così l'impero adoperando Ulisse

frena le turbe, e queste a parlamento

dalle navi di nuovo e dalle tende

con fragore accorrean, pari a marina

onda che mugge e sferza il lido, ed alto

ne rimbomba l'Egeo. Queto si asside

ciascheduno al suo posto: il sol Tersite

di gracchiar non si resta, e fa tumulto

parlator petulante. Avea costui

di scurrili indigeste dicerìe

pieno il cerèbro, e fuor di tempo, e senza

o ritegno o pudor le vomitava

contro i re tutti; e quanto a destar riso

infra gli Achivi gli venìa sul labbro,

tanto il protervo beffator dicea.

Non venne a Troia di costui più brutto

ceffo; era guercio e zoppo, e di contratta

gran gobba al petto; aguzzo il capo, e sparso

di raro pelo. Capital nemico

del Pelìde e dsE Ulisse, ei li solea

morder rabbioso: e schiamazzando allora

colla stridula voce lacerava

anche il duce supremo Agamennone,

sì che tutti di sdegno e di corruccio

fremean; ma il tristo ognor più forti alzava

le rampogne e gridava: E di che dunque

ti lagni, Atride? che ti manca? Hai pieni

di bronzo i padiglioni e di donzelle,

delle vinte città spoglie prescelte

e da noi date a te primiero. O forse

pur d'auro hai fame, e qualche Teucro aspetti

che d'Ilio uscito lo ti rechi al piede,

prezzo del figlio da me preso in guerra,

da me medesmo, o da qualchaltro Acheo?

O cerchi schiava giovinetta a cui

mescolarti in amore alla spartita?

Eh via, che a sommo imperador non lice

scandalo farsi de' minori. Oh vili,

oh infami, oh Achive, non Achei! Facciamo

vela una volta; e qui costui si lasci

qui lui solo a smaltir la sua ricchezza,

onde a prova conosca se l'aita

gli è buona o no delle nostr'armi. E dianzi

nol vedemmo pur noi questo superbo

ad Achille, a un guerrier che sì l'avanza

di fortezza, for onta? E dell'offeso

non si tien egli la rapita schiava?

Ma se d'Achille il cor di generosa

bile avvampasse, e un indolente vile

non si fosse egli pur, questo sarìa

stato l'estremo de' tuoi torti, Atride.

Così contra il supremo Agamennone

impazzava Tersite. Gli fu sopra

repente il figlio di Laerte, e torvo

guatandolo gridò: Fine alle tue

faconde ingiurie, ciarlator Tersite.

E tu sendo il peggior di quanti a Troia

con gli Atridi passar, tu audace e solo

non dar di cozzo ai re, né rimenarli

su quella lingua con villane aringhe,

né del ritorno t'impacciar, ché il fine

di queste cose al nostro sguardo è oscuro,

né sappiam se felice o sventurato

questo ritorno riuscir ne debba.

Ma di tue contumelie al sommo Atride

so ben io lo perché: donato il vedi

di molti doni dagli achivi eroi,

per ciò ti sbracci a maledirlo. Or io

cosa dirotti che vedrai compiuta.

Se com'oggi insanir più ti ritrovo,

caschimi il capo dalle spalle, e detto

di Telemaco il padre io più non sia,

mai più, se non t'afferro, e delle vesti

tutto nudo, da questo almo consesso

non ti caccio malconcio e piangoloso.

Sì dicendo, le terga gli percuote

con lo scettro e le spalle. Si contorce

e lagrima dirotto il manigoldo

dell'aureo scettro al tempestar, che tutta

gli fa la schiena rubiconda; ond'egli

di dolor macerato e di paura

si assise, e obbliquo riguardando intorno

col dosso della man si terse il pianto.

Rallegrò quella vista i mesti Achivi,

e surse in mezzo alla tristezza il riso;

e fu chi vòlto al suo vicin dicea:

Molte in vero dsE Ulisse opre vedemmo

eccellenti e di guerra e di consiglio,

ma questa volta fra gli Achei, per dio!

fe' la più bella delle belle imprese,

frenando l'abbaiar di questo cane

dileggiator. Che sì, che all'arrogante

passò la frega di dar morso ai regi!

Mentre questo dicean, levossi in piedi

e collo scettro di parlar fe' cenno

l'espugnatore di cittadi Ulisse.

In sembianza d'araldo accanto a lui

la fiera Diva dalle luci azzurre

silenzio a tutti impose, onde gli estremi

del par che i primi udirne le parole

potessero, ed in cor pesarne il senno.

Allora il saggio diè principio: Atride,

questi Achivi di te vonno far oggi

il più infamato de' mortali. Han posto

le promesse in obblìo fatte al partirsi

d'Argo alla volta d'Ilion, giurando

di non tornarsi che Ilion caduto.

Guardali: a guisa di fanciulli, a guisa

di vedovelle sospirar li senti,

e a vicenda plorar per lo desìo

di riveder le patrie mura. E in vero

tal qui si pate traversìa, che scusa

il desiderio de' paterni tetti.

Se a navigante da vernal procella

impedito e sbattuto in mar che freme,

pur di un mese è crudel la lontananza

dalla consorte, che pensar di noi

che già vedemmo del nono anno il giro

su questo lido? Compatir m'è forza

dunque agli Achivi, se a mal cor qui stanno.

Ma dopo tanta dimoranza è turpe

voti di gloria ritornar. Deh voi,

deh ancor per poco tollerate, amici,

tanto indugiate almen, che si conosca

se vero o falso profetò Calcante.

In cuor riposte ne teniam noi tutti

le divine parole, e voi ne foste

testimoni, voi sì quanti la Parca

non aveste crudel. Parmi ancor ieri

quando le navi achee di lutto a Troia

apportatrici in Aulide raccolte,

noi ci stavamo in cerchio ad una fonte

sagrificando sui devoti altari

vittime elette ai Sempiterni, all'ombra

dse un platano al cui piè nascea di pure

linfe il zampillo. Un gran prodigio apparve

subitamente. Un drago di sanguigne

macchie spruzzato le cerulee terga,

orribile a vedersi, e dallo stesso

re d'Olimpo spedito, ecco repente

sbucar dall'imo altare, e tortuoso

al platano avvinghiarsi. Avean lor nido

in cima a quello i nati tenerelli

di passera feconda, latitanti

sotto le foglie: otto eran elli, e nona

la madre. Colassù l'angue salito

glimplumi divorò, miseramente

pigolanti. Plorava i dolci figli

la madre intanto, e svolazzava intorno

pietosamente; finché ratto il serpe

vibrandosi afferrò la meschinella

all'estremo dell'ala, e lei che l'aure

empiea di stridi, nella strozza ascose.

Divorata co' figli anco la madre,

del vorator fe' il Dio che lo mandava

nuovo prodigio; e lo converse in sasso.

Stupidi e muti ne lasciò del fatto

la meraviglia, e a noi, che dell'orrendo

portento fra gli altari intervenuto

incerti ci stavamo e paventosi,

Calcante profetò: Chiomati Achivi,

perché muti così? Giove ne manda

nel veduto prodigio un tardo segno

di tardo evento, ma d'eterno onore.

Nove augelli ingoiò l'angue divino,

nov'anni a Troia ingoierà la guerra,

e la città nel decimo cadrà.

Così disse il profeta, ed ecco omai

tutto adempirsi il vaticinio. Or dunque

perseverate, generosi Achei,

restatevi di Troia al giorno estremo.

Levossi a questo dire un alto grido,

a cui le navi con orribil eco

rispondean, grido lodator del saggio

parlamento dsE Ulisse. Ed incalzando

quei detti il vecchio cavalier Nestorre,

Oh vergogna, dicea; sul vostro labbro

parole intesi di fanciulli a cui

nulla cal della guerra. Ove n'andranno

i giuramenti, le promesse e i tanti

consigli de' più saggi e i tanti affanni,

le libagioni degli Dei, la fede

delle congiunte destre? Dissipati

n'andran col fumo dell'altare? Achei,

noi contendiamo di parole indarno,

e in vane induge il tempo si consuma,

che dar si debbe a salutar riparo.

Tien fermo, Atride, il tuo coraggio, e fermo

su gli Achei nelle pugne alza lo scettro:

ed in proposte, che d'effetto vote

cadran mai sempre, marcir lascia i pochi

che in disparte consultano se in Argo

redir si debba, pria che falsa o vera

si conosca di Giove la promessa.

Io ti fo certo che il saturnio figlio,

il giorno che di Troia alla ruina

sciolser gli Achivi le veloci antenne,

non dubbio cenno di favor ne fece

balenando a diritta. Alcun non sia

dunque che parli del tornarsi in Argo,

se prima in braccio di troiana sposa

non vendica d'Elèna il ratto e i pianti.

Se taluno pur v'ha che voglia a forza

di qua partirsi, di toccar si provi

il suo naviglio, e troverà primiero

la meritata morte. Tu frattanto

pria ti consiglia con te stesso, o sire,

indi cogli altri, né sprezzar l'avviso

chio ti porgo. Dividi i tuoi guerrieri

per curie e per tribù, sì che a vicenda

si porga aita una tribù con l'altra,

lse una con l'altra curia. A questa guisa,

obbedendo agli Achei, ti fia palese

de' capitani a un tempo e de' soldati

qual siasi il prode e quale il vil; ché ognuno

con emula virtù pel suo fratello

combatterà. Conoscerai pur anco

se nume avverso, o codardìa de' tuoi,

o poca d'armi maestrìa ti tolga

delle dardanie mura la conquista.

Saggio vegliardo, gli rispose Atride,

in tutti della guerra i parlamenti

nanzi a tutti tu vai. Piacesse a Giove,

a Minerva piacesse e al santo Apollo,

chaltri dieci io m'avessi infra gli Achei

a te pari in consiglio; ed atterrata

cadrìa ben tosto la città troiana.

Ma me l'Egìoco Giove in alti affanni

sommerse, e incauto mi sospinse in vane

gare e contese. Di parole avemmo

gran lite Achille ed io dse una fanciulla,

ed io fui primo all'ira. Ma se fia

che in amistà si torni, un sol momento

non tarderà di Troia il danno estremo.

Or via, di cibo a ristorar le forze

itene tutti per la pugna. Ognuno

l'asta raffili, ognun lo scudo assetti,

di copioso alimento ognun governi

i corridor veloci, e diligente

visiti il cocchio, e mediti il conflitto;

onde questo sia giorno di battaglia

tutto e di sangue, e senza posa alcuna,

finché la notte non estingua l'ire

de' combattenti. Di guerrier sudore

bagnerassi la soga dello scudo

sui caldi petti, verrà manco il pugno

sovra il calce dell'asta, e destrier molli

trarranno il cocchio con infranta lena.

Qualunque io poscia scorgerò che lungi

dalla pugna si resti appo le navi

neghittoso, non fia chi salvo il mandi

dalla fame de' cani e degli augelli.

Così disse, e al finir di sue parole

mandar gli Achivi un altissimo grido

somigliante al muggir d'onda spezzata

all'alto lido ove il soffiar la caccia

di furioso Noto incontro ai fianchi

di prominente scoglio, flagellato

da tutti i venti e da perpetue spume.

Si levar frettolosi, si dispersero

per le navi, destar per tutto il lido

globi di fumo, ed imbandir le mense.

Chi a questo dio sacrifica, chi a quello,

al suo ciascun si raccomanda, e il prega

di camparlo da morte nella pugna.

Ma il re de' prodi Agamennone un pingue

toro quinquenne al più possente nume

sagrifica, e convita i più prestanti:

Nestore primamente e Idomenèo,

quindi entrambi gli Aiaci, e di Tidèo

l'inclito figlio, e sesto il divo Ulisse.

Spontaneo venne Menelao, cui noto

era il travaglio del fratello. E questi

fur di sé stessi una corona intorno

alla vittima, e preso il salso farro

nel mezzo Agamennone orando disse:

Glorioso de' nembi adunatore

Massimo Giove abitator dell'etra,

pria che il sole tramonti e l'aria imbruni,

fa che fumanti al suol di Priamo io getti

gli alti palagi, e d'ostil fiamma avvampi

le regie porte; fa che la mia lancia

squarci lse usbergo dell'ettòreo petto,

e che dintorno a lui molti suoi fidi

boccon distesi mordano la polve.

Disse; ed il nume l'olocausto accolse,

ma non il voto, e a lui più lutto ancora

preparando venìa. Finito il prego

e sparso il farro, ed incurvato all'ara

della vittima il collo, la scannaro,

la discuoiaro, ne squartar le cosce,

le rivestir di doppio zirbo, e sopra

poservi i crudi brani. Indi la fiamma

d'aride schegge alimentando, a quella

cocean gli entragni nello spiedo infissi.

Adusti i fianchi, e fatto delle sacre

viscere il saggio, lo restante in pezzi

negli schidon confissero, ed acconcia-

-mente arrostito ne levaro il tutto.

Finita l'opra, apparecchiar le mense,

e a suo talento vivandò ciascuno.

Di cibo sazi e di bevanda, prese

a così dire il cavalier Nestorre:

Re delle genti glorioso Atride

Agamennon, si tolga ogni dimora

all'impresa che in pugno il Dio ne pone.

Degli araldi la voce alla rassegna

chiami sul lido i loricati Achei,

e noi scorriamo le raccolte squadre,

e di Marte destiam l'ira e il desìo.

Assentì pronto il sire, ed al suo cenno

l'acuto grido degli araldi diede

della pugna agli Achivi il fiero invito.

Corsero quelli frettolosi; e i regi

di Giove alunni, che seguìan l'Atride,

li ponean ratti in ordinanza. Errava

Minerva in mezzo, e le splendea sul petto

incorrotta, immortal la preziosa

Egida da cui cento eran sospese

frange conteste di finissim'oro,

e valea cento tauri ogni gherone.

In quest'arme la Diva folgorando

concitava gli Achivi, ed accendea

l'ardir ne' petti, e li facea gagliardi

a pugnar fieramente e senza posa.

Allor la guerra si fe' dolce al core

più che il volger le vele al patrio nido.

Siccome quando la vorace vampa

sulla montagna una gran selva incende,

sorge splendor che lungi si propaga;

così al marciar delle falangi achive

mandan l'armi un chiaror che tutto intorno

di tremuli baleni il cielo infiamma.

E qual d'oche o di gru volanti eserciti

ovver di cigni che snodati il tenue

collo van d'Asio ne' bei verdi a pascere

lungo il Caistro, e vagolando esultano

su le larghe ale, e nel calar si incalzano

con tale un rombo che ne suona il prato;

così le genti achee da navi e tende

si diffondono in frotte alla pianura

del divino Scamandro, e il suol rimbomba

sotto il piè de' guerrieri e de' cavalli

terribilmente. Nelle verdi lande

del fiume si arrestar gremìti e spessi

come le foglie e i fior di primavera.

Conti lo sciame dell'impronte mosche

che ronzano in april nella capanna,

quando di latte sgorgano le secchie,

chi contar degli Achei desìa le torme

anelanti de' Teucri alla rovina.

Ma quale è de' caprai la maestrìa

nel divider le greggie, allor che il pasco

le confonde e le mesce, a questa guisa

in ordinate squadre i capitani

schieravano gli Achivi alla battaglia.

Agamennon qual tauro era nel mezzo,

che nobile e sovrana alza la fronte

sovra tutto l'armento e lo conduce:

e tal fra tanti eroi Giove glinfonde

e garbo e maestà, che Marte al cinto,

Nettunno al petto, e il Folgorante istesso

negli sguardi somiglia e nella testa.

Muse dell'alto Olimpo abitatrici,

or voi ne dite (ché voi tutte, o Dive,

riguardate le cose e le sapete:

a noi nessuna è conta, e ne susurra

di fuggitiva fama un'aura appena),

dite voi degli Achivi i condottieri.

Della turba infinita io né parole

farò né nome, ché bastanti a questo

non dieci lingue mi sarìan né dieci

bocche, né voce pur di ferreo petto.

Di tutta l'oste ad Ilio navigata

divisar la memoria altri non puote

che l'alme figlie dell'Egìoco Giove.

Sol dunque i duci, e sol le navi io canto.

Erano de' Beozi i capitani

Arcesilao, Leìto e Penelèo

e Protenore e Clonio, e traean seco

d'Iria i coloni e d'Aulide petrosa,

con quei di Scheno e Scolo, e quei dell'erta

Eteono e di Tespia, e quei che manda

la spaziosa Micalesso e Grea;

e quei che d'Arma la contrada edùca,

ed Ilesio ed Erìtre ed Eleone

e Peteone ed Ila ed Ocalèa.

Seguono i prodi della ben costrutta

Medeone e di Cope, e gli abitanti

d'Eutresi e Tisbe di colombe altrice.

Di Coronèa vien dopo e dell'erbosa

Aliarto e di Glissa e di Platèa

e d'Ipotebe dalle salde mura

una gran torma: ed altri abbandonaro

le sacrate a Nettunno inclite selve

d'Onchesto, e d'Arne i pampinosi colli;

altri il pian di Midèa; altri di Nisa

gli almi boschetti, e gli ultimi confini

d'Antèdone. Di questi eran cinquanta

le navi, e ognuna cento prodi e venti,

fior di beozia gioventù, portava.

Dell'Orcomèno Minièo gli eletti,

misti a quei d'Aspledone, hanno a lor duci

Ascalafo e Ialmeno, ambo di Marte

egregia prole. Ne' secreti alberghi

d'Attore Azìde partorilli Astioche

vereconda fanciulla, alle superne

stanze salita, e al forte iddio commista

in amplesso furtivo. Eran di questi

trenta le navi che schierarsi al lido.

Regge la squadra de' Focensi il cenno

di Schedio e d'Epistròfo, incliti figli

del generoso Naubolìde Ifìto.

Invìa questi guerrier la discoscesa

balza di Pito, e Ciparisso e Crissa,

gentil paese, e Daulide e Panope.

D'Anemoria e di Jampoli van seco

gli abitatori, e quei che del Cefiso

beon l'onde sacre, e quei che di Lilèa

domano i gioghi alle cefisie fonti.

Son quaranta le prore al mar fidate

da questi prodi, e tutte in ordinanza

de' Beozi disposte al manco lato.

Di Locride guidava i valorosi

Aiace d'Oilèo, veloce al corso.

Di tutta la persona egli è minore

del Telamonio, né minor di poco;

ma picciolo quantunque e non coperto

che di lino torace, ei tutti avanza

e Greci e Achivi nel vibrar dell'asta.

Di Cino, di Calliaro e d'Opunte

lo seguono i deletti, e quei di Bessa,

e quei che i colti dell'amena Augèe

e di Scarfe lasciar, misti di Tarfa

ai duri agresti, e quei di Tronio a cui

il Boagrio torrente i campi allaga.

Venti e venti il seguìan preste carene

della locrese gioventù venuta

di là dai fini della sacra Eubèa.

Ma glincoli d'Eubèa gli arditi Abanti,

Eretriensi, Calcidensi, e quelli

dell'aprica vitifera Istiea,

e di Cerinto e in una i marinari,

e i montanari dell'alpestre Dio,

e quei di Stira e di Caristo han duce

il bellicoso Elefenòr, figliuolo

di Calcodonte, e sir de' prodi Abanti.

Snellissimi di piè portan costoro

fiocchi di chiome su la nuca, egregi

combattitori, a maraviglia sperti

nell'abbassar la lancia, e sul nemico

petto smagliati fracassar gli usberghi.

E quaranta di questi eran le vele.

Della splendida Atene ecco gli eroi,

popolo del magnanimo Erettèo

cui l'alma terra partorì. Nudrillo

ed in Atene il collocò Minerva

alla sant'ombra de' suoi pingui altari,

ove l'attica gente a statuito

giro di soli con agnelli e tauri

placa la Diva. Guidator di questi

era il Petìde Menestèo. Non vede

pari il mondo a costui nella scienza

di squadronar cavalli e fanti. Il solo

Nestor l'eguaglia, perché d'anni il vince.

Cinquanta navi ha seco. Unirsi a queste

sei altre e sei di Salamina uscite,

al Telamonio Aiace obbedienti.

Seguìa l'eletta de' guerrier, cui d'Argo

mandava la pianura e la superba

d'ardue mura Tirinto e le di cupo

golfo custodi Ermione ed Asìne.

Con essi di Trezene e della lieta

di pampini Epidauro e d'Eione

venìa la squadra; e dopo questa un fiero

di giovani drappello che d'Egina

lasciò gli scogli e di Masete. A questi

tre sono i duci, il marzio Diomede,

Stènelo dell'altero Capanèo

diletta prole, e il somigliante a nume

Eurialo figliuol di Mecistèo

Talaionide. Ma del corpo tutto

condottiero supremo è Diomede.

E sono ottanta di costor le antenne.

Ma ben cento son quelle a cui comanda

il regnatore Agamennone Atride.

Sua seguace è la gente che glinvìa

la regale Micene e l'opulenta

Corinto, e quella della ben costrutta

Cleone e quella che d'Ornee discende,

e dall'amena Aretirèa. Né scarsa

fu de' suoi Sicion, seggio primiero

d'Adrasto. Anco Iperesia, anco l'eccelsa

Gonoessa e Pellene ed Egio e tutte

le marittime prode, e tutta intorno

d'Elice la campagna impoverirsi

d'abitatori. E questa truppa è fiore

di gagliardi, e la più di quante allora

schierarsi in campo. D'arme rilucenti

iva il duce vestito, ed esultava

in suo segreto del vedersi il primo

fra tanti eroi; e veramente egli era

il maggior di que' regi, e conducea

il maggior nerbo delle forze achive.

Il concavo di balze incoronato

lacedemonio suol Sparta e Brisèe,

e Fari e Messa di colombe altrice,

e Augìe la lieta e l'amiclèa contrada,

Etila ed Elo al mar giacente e Laa,

queste tutte spedir sovra sessanta

prore i lor figli; e Menelao li guida

aitante guerrier. Disgiunta ei tiene

dalla fraterna la sua schiera, e forte

del suo proprio valor la sprona all'armi,

di vendicar su i Teucri impaziente

l'onta e i sospir della rapita Elèna.

Di novanta navigli capitano

veniva il veglio cavalier Nestorre.

Di Pilo ei guida e dell'aprica Arene

gli abitanti e di Trio, guado d'Alfèo,

e della ben fondata Epi, con quelli

a cui Ciparissente e Anfigenìa

sono stanza, e Ptelèo ed Elo e Dorio,

Dorio famosa per l'acerbo scontro

che col tracio Tamiri ebber le Muse

il giorno che d'Ecalia e dagli alberghi

dell'ecaliese Eurìto ei fea ritorno.

Millantava costui che vinte avrìa

al paragon del canto anco le Muse,

le Muse figlie dell'Egìoco Giove.

Adirate le dive al burbanzoso

tolser la luce e il dolce canto e l'arte

delle corde dilette animatrice.

Seguìa l'arcade schiera dalle falde

del Cillene discesa e dai contorni

del tumulo d'Epìto, esperta gente

nel ferir da vicino. Uscìa con essa

di campestri garzoni una caterva,

che del Fenèo li paschi e il pecoroso

Orcomeno lasciar. V'eran di Ripe

e di Strazia i coloni e di Tegèa,

e quei d'Enispe tempestosa, e quelli

cui dell'amena Mantinèa nutrisce

l'opima gleba e la stinfalia valle

e la parrasia selva. Avean costoro

spiegate al vento di cinquanta e dieci

navi le vele, che a varcar le negre

onde lor diè lo stesso rege Atride

Agamennone; perocché di studi

marinareschi all'Arcade non cale.

D'intrepidi nell'arme e sperti petti

iva carca ciascuna, e la reggea

d'Ancèo figliuolo il rege Agapenorre.

La squadra che consegue, e si divide

quadripartita, ha quattro duci, e ognuno

a dieci navi accenna. Le montaro

molti Epèi valorosi, e gli abitanti

di Buprasio e del sacro elèo paese,

e di tutto il terren che tra il confine

di Mirsino ed Irmino si racchiude,

e tra l'Olenia rupe e l'erto Alìsio.

Di Cteato figliuol l'illustre Anfimaco

guida il primo squadron, Talpio il secondo

egregio seme dell'Eurìto Attòride;

Diore il terzo, generosa prole

d'Amarincèo. Del quarto è correttore

il simigliante a nume Polisseno,

germe dell'Augeiade Agastene.

Ai forti di Dulichio e delle sacre

Echinadi isolette, che rimpetto

alle contrade elèe rompon l'opposto

pelago, a questi è condottier Megete,

di sembiante guerrier pari a Gradivo.

Il generò Filèo diletto a Giove,

buon cavalier che dai paterni un giorno

odii sospinto alla dulichia terra

migrò fuggendo, e v'ebbe impero. Il figlio

quaranta prore ad Ilion guidava.

Dei prodi Cefaleni, abitatori

d'Itaca alpestre e di Nerito ombroso,

di Crocilèa, di Samo e di Zacinto

e dell'aspra Egelìpe e dell'opposto

continente, di tutti è duce Ulisse

vero senno di Giove; e lo seguièno

dodici navi di vermiglio pinte.

Ne spinge in mar quaranta il capitano

degli Etoli Toante, a cui fu padre

Andrèmone; e traea seco le torme

di Pleurone, d'Oleno e di Pilene,

quelle dell'aspra Calidone e quelle

di Calcide. E raccolta era in Toante

degli Etòli la somma signorìa

da che la Parca i figli ebbe percosso

del magnanimo Enèo, posto col biondo

Meleagro infelice ei pur sotterra.

Il gran mastro di lancia Idomenèo

guida i Cretesi che di Gnosso usciro,

di Litto, di Mileto e della forte

Gortina e dalla candida Licasto

e di Festo e di Rizio, inclite tutte

popolose contrade, ed altri molti

dell'alma Creta abitator, di Creta

che di cento città porta ghirlanda.

Di questi tutti Idomenèo divide

col marzio Merion la gloriosa

capitananza; e ottanta navi han seco.

Nove da Rodi ne varar gli alteri

Rodiani per l'isola partiti

in triplice tribù: Lindo, Jaliso,

e il biancheggiante di terren Camiro.

L'Eraclide Tlepòlemo è lor duce,

grande e robusto battaglier che al forte

Ercole un giorno Astiochèa produsse,

cui d'Efira e dal fiume Selleente

seco addusse l'eroe, poiché distrutto

v'ebbe molte cittadi e molta insieme

gioventù generosa. Entro i paterni

fidi alberghi Tlepòlemo cresciuto

di subitaneo colpo a morte mise

Licinnio, al padre avuncolo diletto,

e canuto guerrier. Ratto costrusse

alquante navi lse uccisore, e accolti

molti compagni, si fuggì per l'onde,

l'ira vitando e il minacciar degli altri

figli e nipoti dell'erculeo seme.

Dopo error molti e stenti i fuggitivi

toccar di Rodi il lido, e qui divisi

tutti in tre parti posero la stanza:

e il gran re de' mortali e degli Dei

li dilesse, e su lor piovve la piena

d'infinita mirabile ricchezza.

Nirèo tre navi conducea da Sima,

Nirèo d'Aglaia figlio e di Caropo,

Nirèo di quanti navigaro a Troia

il più vago, il più bel, dopo il Pelìde

beltà perfetta. Ma un imbelle egli era;

e turba lo seguìa di pochi oscuri.

Quei che tenean Nisiro e Caso e Cràpato

e Coo seggio d'Euripilo, e le prode

dell'isole Calidne, il cenno regge

d'Antifo e di Fidippo, ambo figliuoli

di Tessalo Eraclìde. E trenta navi

aravano a costor l'onda marina.

Ditene adesso, o Dive, i valorosi

d'Alo e d'Alope e del pelasgic'Argo

e di Trachine; né di Ftia né d'Ellade,

di bellissime donne educatrice,

gli eroi tacete, Mirmidon chiamati,

ed Elleni ed Achei. Sopra cinquanta

prore a costoro è capitano Achille.

Ma di guerra in que' cor tace il pensiero,

chei più non hanno chi a pugnar li guidi.

Il divino Pelìde appo le navi

neghittoso si giace, e della tolta

Briseide l'ira si smaltisce in petto,

bella di belle chiome alma fanciulla

che in Lirnesso ei si avea con molto affanno

conquistata per mezzo alla ruina

di Lirnesso e di Tebe, a morte spinti

del bellicoso Eveno ambo i figliuoli

Epistrofo e Minete. Per costei

languìa nell'ozio il mesto eroe; ma il giorno

del suo destarsi all'armi era vicino.

Quei che Filàce e la fiorita Pìrraso,

terra a Cerere sacra, e la feconda

di molto gregge Itone, e quei che manda

la marittima Antrone e di Ptelèo

l'erboso suol, reggea, mentre che visse,

il marzial Protesilao. Ma lui

la negra terra allor chiudea nel seno,

e la moglie in Filàce derelitta

le belle gote lacerava, e tutta

vedova del suo re piangea la casa.

Primo ei balzossi dalle navi, e primo

trafitto cadde dal dardanio ferro:

ma senza duce non restò sua schiera,

ché Podarce or la guida, esimio figlio

del Filacide Ificlo, che di pingui

lanose torme avea molta ricchezza.

Del magnanimo ucciso era Podarce

minor germano; ma perché quel grande

non pur d'anni il vincea, ma di prodezza,

l'egregio estinto duce era pur sempre

di sua schiera il desìo. Di questa squadra

son quaranta le navi in ordinanza.

Gli abitator di Fere, appo il bebèo

stagno, e quelli di Bebe e di Glafira

e dell'alta Jaolco avean salpato

con undici navigli. Eumelo è duce,

germe caro d'Admeto, e la divina

in fra le donne Alcesti il partorìo,

delle figlie di Pelia la più bella.

Di Metone, Taumacia e Melibèa

e dell'aspra Olizone era venuto

con sette prore un fier drappello, e carca

di cinquanta gagliardi era ciascuna,

sperti di remo e d'arco e di battaglia.

Famoso arciero li reggea da prima

Filottete; ma questi egro d'acuti

spasmi ora giace nella sacra Lenno,

ove da tetra di pestifer angue

piaga offeso gli Achei l'abbandonaro.

Ma dell'afflitto eroe glingrati Argivi

ricorderansi, e in breve. Intanto il fido

suo stuol si strugge del desìo di lui,

ma non va senza duce. Lo governa

Medon cui spurio figlio ad Oilèo

eversor di città Rena produsse.

Que' poi che Tricca e la scoscesa Itome

ed Ecalia tenean seggio d'Eurito,

han capitani d'Esculapio i figli,

della paterna medic'arte entrambi

sperti assai, Podalirio e Macaone.

Fan trenta navi di costor la schiera.

Ormenio, Asterio e l'iperèe fontane,

e del Titano le candenti cime

i lor prodi mandar sotto il comando

del chiaro figlio d'Evemone Eurìpilo

da quaranta carene accompagnato.

D'Argissa e di Girton, d'Orte e d'Elona

e della bianca Oloossona i figli

procedono suggetti al fermo e forte

Polipete, figliuol di Piritòo,

del sempiterno Giove inclito seme;

e generollo a Piritòo l'illustre

Ippodamìa quel dì che dei bimembri

irti Centauri ei fe' l'alta vendetta,

e li cacciò dal Pelio, e agli Eticesi

li confinò. Né solo è Polipete,

ma seco è Leontèo, marzio germoglio

del Cenìde magnanimo Corone.

e questa è squadra di quaranta antenne.

Venti da Cifo e due Gunèo ne guida

d'Enieni onerose e di Perebi,

franchi soldati, e di color che intorno

alla fredda Dodona avean la stanza,

e di quelli che solcano gli ameni

campi cui l'onda titaresia irriga,

rivo gentil che nel Penèo devolve

le sue bell'acque, né però le mesce

con gli argenti penèi, ma vi galleggia

come liquida oliva; ché di Stige

(giuramento tremendo) egli è ruscello.

Ultimo vien di Tentredone il figlio

il veloce Protòo, duce ai Magneti

dal bel Penèo mandati e dal frondoso

Pelio. Il seguìan quaranta navi. E questi

fur dell'achiva armata i capitani.

Dimmi or, Musa, chi fosse il più valente

di tanti duci e de' cavalli insieme

che gli Atridi seguir. Prestanti assai

eran le fereziadi puledre

chEumèlo maneggiava, agili e ratte

come penna d'augello, ambe dse un pelo,

d'età pari e di dosso a dritto filo.

Il vibrator del curvo arco d'argento

Febo educolle ne' pierii prati,

e portavan di Marte la paura

nelle battaglie. Degli eroi primiero

era l'Aiace Telamonio, mentre

perseverò nell'ira il grande Achille,

il più forte di tutti; e innanzi a tutti

ivan di pregio i corridor portanti

l'incomparabil Tessalo. Ma questi

nelle ricurve navi si giacea

inoperoso, e sempre spirante ira

contro l'Atride Agamennone. Intanto

lunghesso il mare al disco, all'asta, all'arco

i suoi guerrieri si prendean diletto.

Oziosi i cavalli appo i lor cocchi

pasceano l'apio paludoso e il loto,

e i cocchi si giacean coperti e muti

nelle tende dei duci, e i duci istessi,

del bellicoso eroe desiderosi,

givan pel campo vagabondi e inerti.

Movean le schiere intanto in vista eguali

a un mar di foco inondator, che tutta

divorasse la terra; ed alla pesta

de' trascorrenti piedi il suol sse udìa

rimbombar. Come quando il fulminante

irato Giove Inarime flagella

duro letto a Tifèo, siccome è grido;

così de' passi al suon gemea la terra.

Mentre il campo traversano veloci

gli Achei, col piè che i venti adegua, ai Teucri

Iri discese di feral novella

apportatrice, e la spedìa di Giove

un comando. Tenean questi consiglio

giovani e vecchi, congregati tutti

ne' regali vestiboli. Mischiossi

tra lor la Diva, di Polìte assunta

l'apparenza e la voce. Era Polìte

di Priamo un figlio che, del piè fidando

nella prestezza, stavasi de' Teucri

esploratore al monumento in cima

dell'antico Esieta, e vi spiava

degli Achivi la mossa. In queste forme

trasse innanzi la Diva, e al re conversa,

Padre, disse, che fai? Sempre a te piace

il molto sermonar come ne' giorni

della pace; né pensi alla ruina

che ne sovrasta. Molte pugne io vidi,

ma tali e tante non vid'io giammai

ordinate falangi. Numerose

al pari delle foglie e dell'arene

procedono nel campo a dar battaglia

sotto Troia. Tu dunque primamente,

Ettore, ascolta un mio consiglio, e il poni

ad effetto. Nel sen di questa grande

città diversi di diverse lingue

abbiam guerrieri di soccorso. Ognuno

de' lor duci si ponga alla lor testa,

e tutti in punto di pugnar li metta.

Conobbe Ettorre della Dea la voce,

e di subito sciolse il parlamento.

Corresi all'armi, si spalancan tutte

le porte, e folti sboccano in tumulto

fanti e cavalli. Alla città rimpetto

solitario nel piano ergesi un colle

a cui si ascende d'ogni parte. È detto

da' mortai Batièa, daglimmortali

tomba dell'agilissima Mirinna;

ivi i Teucri schierarsi e i collegati.

Capitan de' Troiani è il grande Ettorre,

d'eccelso elmetto agitator. Lo segue

de' più forti guerrier schiera infinita

coll'aste in pugno di ferir bramose.

Ai Dardani comanda il valoroso

figliuol d'Anchise Enea cui la divina

Venere in Ida partorì, commista

Diva immortale ad un mortal; ned egli

solo comanda, ma ben anco i due

Antenòridi Archìloco e Acamante

in tutte guise di battaglia esperti.

Quei che dell'Ida alle radici estreme

hanno stanza in Zelèa ricchi Troiani

la profonda beventi acqua d'Asepo,

Pandaro guida, licaonio figlio,

cui fe' dono dell'arco Apollo istesso.

Della città d'Apesio e d'Adrastèa,

di Pitièa la gente e dell'eccelsa

ferèa montagna han duci Adrasto ed Anfio

corazzato di lino, ambo rampolli

di Merope Percosio. Era costui

divinator famoso, ed a' suoi figli

non consentìa l'andata all'omicida

guerra. Ma i figli non lse udir; ché nero

a morir li traea fato crudele.

Mandar Percote e Prazio e Sesto e Abido

e la nobile Arisba i lor guerrieri,

ed Asio li conduce, Asio figliuolo

d'Irtaco, e prence che d'Arisba venne

da fervidi portato alti cavalli

alla riviera sellentèa nudriti.

Dalla pingue Larissa i furibondi

lanciatori pelasghi Ippòtoo mena

con Pilèo, bellicosi ambo germogli

del pelasgico Leto Teutamìde.

Acamante e l'eroe duce Piròo

i Traci conducean quanti ne serra

l'estuoso Ellesponto; ed i Cicòni

del giavellotto vibratori, Eufemo

del Ceade Trezeno alto nipote;

poi Pirecme i Peòni a cui sul tergo

suonan gli archi ricurvi, e gli spedisce

la rimota Amidone, e l'Assio, fiume

di larga correntìa, l'Assio di cui

non si spande ne' campi onda più bella.

Dall'èneto paese ov'è la razza

dell'indomite mule, conducea

di Pilemene l'animoso petto

i Paflagoni, di Citoro e Sèsamo

e di splendide case abitatori

lungo le rive del Partenio fiume,

e d'Egiàlo e di Cromna e dell'eccelse

balze eritine. Li seguìa la squadra

degli Alizoni d'Alibe discesi,

d'Alibe ricca dell'argentea vena.

Duci a questi eran Hodio ed Epistròfo,

e Cromi ai Misii e l'indovino Ennòmo.

Ma con gli augurii il misero non seppe

schivar la Parca. Sotto l'asta ei cadde

del Pelìde, quel dì che di nemica

strage vermiglio lo Scamandro ei fece.

Forci ed Ascanio dÙiforme al campo

dall'Ascania traean le frigie torme

di commetter battaglia impazienti.

Di Pilemene i figli Antifo e Mestle,

alla gigèa palude partoriti,

ai Meonii eran duci, a quelli ancora

che alla falda del Tmolo ebber la vita.

Quindi i Carii di barbara favella

di Mileto abitanti e del frondoso

monte de' Ftiri e del meandrio fiume

e dell'erte di Mìcale pendici.

Anfimaco a costor con Naste impera,

figli di Nomion, Naste un prudente,

Anfimaco un insano. Iva alla pugna

carco d'oro costui come fanciulla:

stolto! ché l'oro allontanar non seppe

l'atra morte che il giunse allo Scamandro.

Ivi il ferro achilleo lo stese, e l'oro

preda del forte vincitor rimase.

Venìan di Licia alfine, e dai rimoti

gorghi del Xanto i Licii, e li guidava

l'incolpabile Glauco e Sarpedonte.




LIBRO III


Poiché sotto i lor duci ambo schierati

gli eserciti si fur, mosse il troiano

come stormo d'augei, forte gridando

e schiamazzando, col romor che mena

lo squadron delle gru, quando del verno

fuggendo i nembi l'oceàn sorvola

con acuti clangori, e guerra e morte

porta al popol pigmeo. Ma taciturni

e spiranti valor marcian gli Achivi,

pronti a recarsi di conserto aita.

Come talor del monte in su la cima

di Scirocco il soffiar spande la nebbia

al pastore odiosa, al ladro cara

più che la notte, né va lunge il guardo

più che tiro di pietra: a questa guisa

si destava di polve una procella

sotto il piè de' guerrieri che veloci

l'aperto campo trascorrean. Venuti

di poco spazio lse un dell'altro a fronte

gli eserciti nemici, ecco Alessandro

nelle prime apparir file troiane

bello come un bel Dio. Portava indosso

una pelle di pardo, ed il ricurvo

arco e la spada; e due dardi guizzando

ben ferrati ed aguzzi, iva de' Greci

sfidando i primi a singolar conflitto.

Il vide Menelao dinanzi a tutti

venir superbo a lunghi passi; e quale

il cor si allegra di lion che visto

un cervo di gran corpo o capriolo,

spinto da fame a divorarlo intende,

e il latrar de' molossi, e degli audaci

villan robusti il minacciar non cura;

tale alla vista del Troian leggiadro

esultò Menelao. Piena sperando

far sopra il traditor la sua vendetta,

balza armato dal cocchio: e lui scorgendo

venir tra' primi, in cor turbossi il drudo,

e della morte paventoso in salvo

si ritrasse tra' suoi. Qual chi veduto

in montana foresta orrido serpe

risalta indietro, e per la balza fugge

di paura tremante e bianco in viso,

tal fra le schiere de' superbi Teucri,

l'ira temendo del figliuol d'Atreo,

l'avvenente codardo retrocesse.

Ettore il vide, e con ripiglio acerbo

gli fu sopra gridando: Ahi sciagurato!

ahi profumato seduttor di donne,

vile del pari che leggiadro! oh mai

mai non fossi tu nato, o morto fossi

anzi chesser marito, ché tal fora

certo il mio voto, e per te stesso il meglio,

più che carco d'infamia ir mostro a dito.

Odi le risa de' chiomati Achei,

che al garbo dell'aspetto un valoroso

ti suspicar da prima, e or sanno a prova

che vile e fiacca in un bel corpo hai l'alma.

E vigliacco qual sei tu il mar varcasti

con eletti compagni? e visitando

straniere genti tu dall'apia terra

donna d'alta beltà, moglie d'eroi,

rapir potesti, e il padre e Troia e tutti

cacciar nelle sciagure, aglinimici

farti bersaglio, ed infamar te stesso?

Perché fuggi? perché di Menelao

non attendi lo scontro? Allor saprai

di qual prode guerrier tse usurpi e godi

la florida consorte: né la cetra

ti varrà né il favor di Citerea,

né il vago aspetto né la molle chioma,

quando cadrai riverso nella polve.

Oh fosser meno paurosi i Teucri!

ché tu n'andresti già, premio al mal fatto,

dse un guarnello di sassi rivestito.

Ed il vago a rincontro: Ettore, il veggo,

a ragion mi rampogni, ed io t'escuso.

Ma quel duro tuo cor scure somiglia

che ben tagliente una navale antenna

fende, vibrata da gagliardi polsi,

e nerbo e lena al fenditor raddoppia.

Non rinfacciarmi di Ciprigna i doni,

ché, qualunque pur sia, gradito e bello

sempre è il dono dse un Dio; né il conseguirlo

è nel nostro volere. Or se t'aggrada

chio scenda a duellar, fa che l'achee

squadre e le teucre seggansi tranquille,

e me nel mezzo e Menelao mettete

d'Elena armati a terminar la lite,

e di tutto il tesor di chella è ricca.

Qual si vinca di noi si abbia la donna

con tutto insieme il suo regal corredo,

e via la meni alle sue case; e tutti

su le percosse vittime giurando

amistà, voi di Troia abiterete

l'alma terra securi, e quelli in Argo

faran ritorno e nell'Acaia in braccio

alle vaghe lor donne. - A questo dire

brillò di gioia Ettorre, ed elevando

l'asta brandita e procedendo in mezzo,

di sostarsi fe' cenno alle sue schiere.

Tutte fur alto: ma glinfesti Achei

a saettar si diero alla sua mira

e dardi e sassi, infin che forte alzando

la voce Agamennon: Cessate, ei grida,

cessate, Argivi; non vibrate, Achei,

chegli par che parlarne il bellicoso

Ettore brami. - Riverenti tutti

cessar le offese, e si fur queti. Allora

fra questo campo e quello Ettor sì disse:

Troiani, Achivi, dal mio labbro udite

ciò che parla Alessandro, esso per cui

fra noi surta ed accesa è tanta guerra.

Egli vuol che de' Teucri e degli Achei

quete stian l'armi, e sia da solo a solo

col bellicoso Menelao decisa

d'Elena la querela, e in un di quanta

ricchezza le pertien. Quegli de' due

che rimarrassi vincitor, si prenda

la bella donna, e in sua magion l'adduca

col tutto che possiede: e sia tra noi

con saldi patti l'amistà giurata.

Disse; e tutti ammutir. Ma non già muto

si restò Menelao, che doloroso,

Me pur, gridava, me me pure udite,

ché il primo offeso mi son io. Fra' Greci

bramo io pur diffinita e fra' Troiani

questa lite una volta e le sofferte

molte sventure per la mia ragione

e per l'oltraggio d'Alessandro. Or quello

perisca di noi due, che dalla Parca

è dannato a perire; e voi con pace

vi separate. Una negr'agna adunque

svenate, o Teucri, all'alma Terra, e un agno

di bianco pelo al Sole: un terzo a Giove

offrirassi da noi. Ma venga all'ara

la maestà di Priamo, e la pace

giuri egli stesso su le sacre fibre

(ché spergiuri per prova e senza fede

io conosco i suoi figli), onde protervo

nessun di Giove i giuramenti infranga.

Incostante, com'aura, è per natura

de' giovani il pensier; ma dove il senno

intervien de' canuti, a cui presenti

son le passate e le future cose,

ivi è felice d'ambe parti il fine.

Sì disse; e rallegrò Teucri ed Achei

la dolce speme di finir la guerra.

Schieraro i cocchi e ne smontar: svestiti

quindi dell'armi, le adagiar su l'erba,

lse une appresso dell'altre, e breve spazio

separava le schiere. Alla cittade

due banditori, a trarne i sacri agnelli

e a chiamar ratti il padre, Ettore invìa:

invìa del pari il rege Agamennone

alle navi Taltibio, onde la terza

ostia n'adduca; e obbediente ei corse.

Scese intanto dal cielo ambasciatrice

Iri ad Elèna dalle bianche braccia,

della cognata Laodice assunto

il sembiante gentil, di Laodice

che pregiata del prence Elicaone,

d'Antènore figliuolo, era consorte,

e tra le figlie priamee tenuta

la più vaga. Trovolla che tessea

a doppia trama una splendente e larga

tela, e su quella istoriando andava

le fatiche che molte a sua cagione

soffrìano i Teucri e i loricati Achei.

La Diva innanzi le si fece, e disse:

Sorgi, sposa diletta, a veder vieni

de' Troiani e de' Greci un ammirando

spettacolo improvviso. Essi che dianzi

di sangue ingordi lagrimosa guerra

si fean nel campo, or fatto han tregua, e queti

seggonsi e curvi su gli scudi in mezzo

alle lunghe lor picche al suol confitte.

Alessandro frattanto e Menelao

per te coll'asta in singolar certame

combatteranno, e tu verrai chiamata

del prode vincitor cara consorte.

Con questo ragionar la Dea le mise

un subito nel cor dolce desìo

del primiero marito e della patria

e de' parenti. Ond'ella in bianco velo

prestamente ravvolta, e di segrete

tenere stille rugiadosa il ciglio,

della stanza nse usciva; e non già sola,

ma due donzelle la seguìan, Climene

per grand'occhi lodata, e di Pitteo

Etra la figlia. Delle porte Scee

giunser tosto alla torre, ove seduto

Priamo si stava, e con lui Lampo e Clizio,

Pantòo, Timete, Icetaone e i due

spegli di senno Ucalegonte e Antènore,

del popol seniori, che dell'armi

per vecchiezza deposto avean l'affanno,

ma tutti egregi dicitor, sembianti

alle cicade che agli arbusti appese

dell'arguto lor canto empion la selva.

Come vider venire alla lor volta

la bellissima donna i vecchion gravi

alla torre seduti, con sommessa

voce tra lor venìan dicendo: In vero

biasmare i Teucri né gli Achei si denno

se per costei sì diuturne e dure

sopportano fatiche. Essa all'aspetto

veracemente è Dea. Ma tale ancora

via per mar se ne torni, e in nostro danno

più non si resti né de' nostri figli.

Dissero; e il rege la chiamò per nome:

Vieni, Elena, vien qua, figlia diletta,

siedimi accanto, e mira il tuo primiero

sposo e i congiunti e i cari amici. Alcuna

non hai colpa tu meco, ma gli Dei,

che contra mi destar le lagrimose

arme de' Greci. Or drizza il guardo, e dimmi

chi sia quel grande e maestoso Acheo

di sì bel portamento? Altri l'avanza

ben di statura, ma non vidi al mondo

maggior decoro, né mortale io mai

degno di tanta riverenza in vista:

Re lo dice l'aspetto. - E la più bella

delle donne così gli rispondea:

Suocero amato, la presenza tua

di timor mi riempie e di rispetto.

Oh scelta una crudel morte m'avessi,

pria che l'orme del tuo figlio seguire,

il marital mio letto abbandonando

e i fratelli e la cara figlioletta

e le dolci compagne! Al ciel non piacque;

e quindi è il pianto che mi strugge. Or io

di ciò che chiedi ti farò contento.

Quegli è l'Atride Agamennon di molte

vaste contrade correttor supremo,

ottimo re, fortissimo guerriero,

un dì cognato a me donna impudica,

sse unqua fui degna che a me tale ei fosse.

Disse; ed in lui maravigliando il vecchio

fisse il guardo e sclamò: Beato Atride,

cui nascente con fausti occhi miraro

la Parca e la Fortuna, onde il comando

di fior tanto d'eroi ti fu sortito!

Sovviemmi il giorno chio toccai straniero

la vitifera Frigia. Un denso io vidi

popolo di cavalli agitatore

dell'inclito Migdon schiere e d'Otrèo,

che poste del Sangario alla riviera

avean le tende, ed io co' miei m'aggiunsi

lor collegato, e fui del numer uno

il dì che a pugna le virili Amàzzoni

discesero. Ma tante allor non f¹ro

le frigie torme no quante or l'achee.

Visto un secondo eroe, di nuovo il vecchio

la donna interrogò: Dinne chi sia

quell'altro, o figlia. Egli è di tutto il capo

minor del sommo Agamennon, ma parmi

e del petto più largo e della spalla.

Gittate ha l'armi in grembo all'erba, ed egli

come ariète si ravvolve e scorre

tra le file de' prodi; e veramente

parmi di greggia guidator lanoso

quando per mezzo a un branco si raggira

di candide belanti, e le conduce.

Quegli è l'astuto laerziade Ulisse,

la donna replicò, là nell'alpestre

suol d'Itaca nudrito, uom che ripieno

di molti ingegni ha il capo e di consigli.

Donna, parlasti il ver, soggiunse il saggio

Antènore. Spedito a dimandarti

col forte Menelao qua venne un tempo

ambasciatore Ulisse, ed io fui loro

largo d'ospizio e d'accoglienze oneste,

e d'ambo studiai l'indole e il raro

accorgimento. Ma venuto il giorno

di presentarsi nel troian senato,

notai che, stanti lse uno e l'altro in piedi,

il soprastava Menelao di spalla;

ma seduti, apparìa più augusto Ulisse.

Come poi la favella e de' pensieri

spiegar la tela, ognor succinto e parco

ma concettoso Menelao parlava;

chuom di molto sermone egli non era,

né verbo in fallo gli cadea dal labbro,

benché d'anni minor. Quando poi surse

l'itaco duce a ragionar, lo scaltro

stavasi in piedi con lo sguardo chino

e confitto al terren, né or alto or basso

movea lo scettro, ma tenealo immoto

in zotica sembianza, e un dispettoso

detto l'avresti, un uom balzano e folle.

Ma come alfin dal vasto petto emise

la sua gran voce, e simili a dirotta

neve invernal piovean l'alte parole,

verun mortale non avrebbe allora

con Ulisse conteso; e noi ponemmo

la maraviglia di quel suo sembiante.

Qui vide un terzo il re d'eccelso e vasto

corpo, ed inchiese: Chi quell'altro fia

che ha membra di gigante, e va sovrano

degli omeri e del capo agli altri tutti? -

Il grande Aiace, rispondea racchiusa

nel fluente suo vel la dìa Lacena,

Aiace, rocca degli Achei. Quell'altro

dall'altra banda è Idomenèo: lo vedi?

ritto in piè fra' Cretensi un Dio somiglia,

e de' Cretensi gli fan cerchio i duci.

Spesso ad ospizio nelle nostre case

l'accolse Menelao, ben lo ravviso,

e ravviso con lui tutti del greco

campo i primi, e potrei di ciascheduno

dir anco il nome: ma li due non veggo

miei germani gemelli, incliti duci,

Càstore di cavalli domatore,

e il valoroso lottator Polluce.

Forse di Sparta non son ei venuti;

o venuti, di sé nelle battaglie

niegan far mostra, del mio scorno ahi! forse

vergognosi, e dell'onta che mi copre.

Così parlava, né sapea che spenti

il diletto di Sparta almo terreno

lor patrio nido li chiudea nel grembo.

Venìan recando i banditori intanto

dalla città le sacre ostie di pace,

due trascelti agnelletti, e della terra

giocondo frutto generoso vino

chiuso in otre caprigno. Il messaggiero

Idèo recava un fulgido cratere

ed aurati bicchier. Giunto al cospetto

del re vegliardo sì l'invita e dice:

Sorgi, figliuol laomedonteo; nel campo

ti chiamano de' Teucri e degli Achei

gli ottimati a giurar l'ostie percosse

dse un accordo. Alessandro e Menelao

disputeransi colle lunghe lancie

l'acquisto della sposa; e questa e tutte

sue dovizie daransi al vincitore.

Noi patteggiando un'amistà fedele

Ilio securi abiteremo, e in Argo

daran volta gli Achei. Sì disse; e strinse

il cor del vecchio la pietà del figlio.

A' suoi sergenti nondimen comanda

d'aggiogargli i destrieri, e quelli al cenno

pronti obbediro. Montò Priamo, e indietro

tratte le briglie, fe' su l'alto cocchio

salirsi al fianco Antènore. Drizzaro

fuor delle Scee nel campo i corridori.

De' Troi giunti al cospetto e degli Achei

scesero a terra, e fra lse un campo e l'altro

procedean venerandi. Ad incontrarli

tosto rizzossi Agamennon, rizzossi

l'accorto Ulisse; e i risplendenti araldi

tutto venìan frattanto apparecchiando

dell'accordo il bisogno, e nel cratere

mescean le sacre spume. Indi de' regi

dieder l'acqua alle mani; e Agamennone

tratto il coltello che alla gran vagina

della spada portar solea sospeso,

de' consecrati agnei recise il ciuffo:

e quinci in giro e quindi distributo

fu dagli araldi il sacro pelo ai duci,

de' quai nel mezzo Agamennon, levando

e la voce e le man, supplice disse:

Giove, d'Ida signor, massimo padre,

e sovra ogni altro glorioso Iddio,

Sole che tutto vedi e tutto ascolti,

alma Tellure genitrice, e voi

fiumi, e voi che punite ogni spergiuro

laggiù nel morto regno, inferni Dei,

siate voi testimoni e in un custodi

del patto che giuriam. Se a Menelao

darà morte Alessandro, egli in sua possa

Elena e tutto il suo tesor si tegna;

e noi spedito promettiam ritorno

su l'ondivaghe prore al patrio lido.

Ma se avverrà che Menelao di vita

spogli Alessandro, i Teucri allor la donna

ne renderanno e l'aver suo con ella,

pagando ammenda che convegna, e tale

che ne passi il ricordo anco ai futuri.

Se Priamo e i figli suoi, spento Alessandro,

negheran di pagarla, io qui coll'arme

sosterrò mia ragione, e rimarrovvi

finché punito il mancator ne sia.

Disse; e col ferro degli agnelli incise

le mansuete gole, e palpitanti

sul terren li depose e senza vita.

Ciò fatto, il sacro di Lieo licore

dal cratere attignendo, aglImmortali

fean colle tazze libagioni e voti;

e qualche Teucro e qualche Acheo si intese

in questo mentre così dire: O sommo

augustissimo Giove, e voi del cielo

Dii tutti quanti, udite: A chi primiero

rompa l'accordo, sia Troiano o Greco,

possa il cerèbro distillarsi, a lui

ed a' suoi figli, al par di questo vino,

e adultera la moglie ir d'altri in braccio.

Così pregar: ma chiuse a cotal voto

Giove l'orecchio. Il re dardanio allora,

Uditemi, dicea, Teucri ed Achei:

alla cittade io riedo. A qual de' due

troncar debba la Parca il vital filo

sol Giove e gli altri Sempiterni il sanno.

Ma contemplar del fiero Atride a fronte

un amato figliuol, vista sì cruda

gli occhi dse un padre sostener non ponno.

Sì dicendo, sul cocchio le sgozzate

vittime pose il venerando veglio,

e ascesovi egli stesso, e tratte al petto

le pieghevoli briglie, al par con seco

fe' Antènore salire, e via con esso

al ventoso Ilion si ricondusse.

Ettore allora primamente e Ulisse

misurano la lizza. Indi le sorti

scosser nell'elmo a chi primier dovesse

l'asta vibrar. Lse un campo intanto e l'altro

le mani alzando supplicava al cielo,

e qualche labbro bisbigliar sse udìa:

Giove padre, che grande e glorioso

godi in Ida regnar, quello de' due,

che tra noi fu cagion di sì gran lite,

fa che spento precipiti alla cupa

magion di Pluto, ed una salda a noi

amistà ne concedi e patti eterni.

Fra questo supplicar l'elmo squassava

Ettòr, guardando addietro: ed ecco uscire

di Paride la sorte. Allor si assise

al suo posto ciascun, vicino a' suoi

scalpitanti destrieri e alle giacenti

armi diverse. Della ben chiomata

Elena intanto l'avvenente sposo

Alessandro di fulgida armatura

tutto si veste. E pria di bei schinieri

che il morso costrignea d'argentea fibbia,

cinse le tibie. Quindi una lorica

del suo germano Licaon, che fatta

al suo sesto parea, si pose al petto:

all'omero sospese il brando, ornato

d'argentei chiovi; un poderoso scudo

di grand'orbe imbracciò; chiuse la fronte

nel ben temprato e lavorato elmetto,

a cui d'equine chiome in su la cima

alta una cresta orribilmente ondeggia.

Ultima prese una robusta lancia

che tutto empieagli il pugno. In questo mentre

del par si armava il bellicoso Atride.

Di lor tutt'arme accinti i due guerrieri

si appresentar nel mezzo, e si guataro

biechi. Al vederli stupor prese e tema

i Dardani e gli Achei. Lse un contra l'altro

l'aste squassando al mezzo dell'arena

si avvicinar sdegnosi; ed il Troiano

primier la lunga e grave asta vibrando

la rotella colpì del suo nemico,

ma non forolla, ché la buona targa

rintuzzonne la punta. Allor secondo

coll'asta alzata Menelao si mosse

così pregando: Dammi, o padre Giove,

sovra costui che m'oltraggiò primiero,

dammi sovra il fellon piena vendetta.

Tu sotto i colpi di mia destra il doma

sì che il postero tremi, e a non tradire

l'ospite apprenda che l'accolse amico.

Disse, e l'asta avventò, la conficcò

dell'avversario nel rotondo scudo.

Penetrò fulminando la ferrata

punta il pavese rilucente, e tutta

trapassò la corazza, lacerando

la tunica sul fianco a fior di pelle.

Incurvossi il Troiano, ed il mortale

colpo schivò. L'irato Atride allora

trasse la spada, ed erto un gran fendente

gli calò ruinoso in su l'elmetto.

Non resse il brando, ché in più pezzi infranto

gli lasciò la man nuda; ond'ei gemendo

e gli occhi alzando dispettoso al cielo,

Crudel Giove, gridava, il più crudele

di tutti i numi! Io mi sperai punire

di questo traditor l'oltraggio: ed ecco

che in pugno, oh rabbia! mi si spezza il ferro,

e gittai l'asta indarno e senza offesa.

Così fremendo, addosso all'inimico

con furor si disserra: alla criniera

dell'elmo il piglia, e tragge a tutta forza

verso gli Achivi quel meschino, a cui

la delicata gola soffocava

il trapunto guinzaglio che le barbe

annodava dell'elmo sotto il mento.

E l'avrìa strascinato, e a lui gran lode

venuta ne sarìa; ma del periglio

fatta Venere accorta i nodi sciolse

del bovino guinzaglio, e il voto elmetto

seguì la mano del traente Atride.

Aggirollo l'eroe, e fra le gambe

lo scagliò degli Achei, che festeggianti

il raccolsero. Allor di porlo a morte

risoluto l'Atride, alto coll'asta

di nuovo l'assalì. Di nuovo accorsa

lo scampò Citerea, che agevolmente

il poté come Diva: lo ravvolse

di molta nebbia, e fra il soave olezzo

dei profumati talami il depose.

Ella stessa a chiamar quindi la figlia

corse di Leda, e la trovò nell'alta

torre in bel cerchio di dardanie spose.

Prese il volto e le rughe dse un'antica

filatrice di lane, che sfiorarne

ad Elena solea di molte e belle

nei paterni soggiorni, e sommo amore

posto le avea. Nella costei sembianza

la Dea le scosse la nettarea veste,

e, Vieni, le dicea, vieni; ti chiama

Alessandro che già negli odorati

talami stassi, e su i trapunti letti

tutto risplende di beltà divina

in sì gaio vestir, che lo diresti

ritornarsi non già dalla battaglia,

ma inviarsi alla danza, o dalla danza

riposarsi. Sì disse, e il cor nel seno

le commosse. Ma quando all'incarnato

del bellissimo collo, e all'amoroso

petto, e degli occhi al tremolo baleno

riconobbe la Dea, coglier sentissi

di sacro orrore, e ritrovate alfine

le parole, sclamò: Trista! e che sono

queste malizie? Ad alcun'altra forse

di Meonia o di Frigia alta cittade

vuoi tu condurmi affascinata in braccio

d'alcun altro tuo caro? Ed or che vinto

il suo rival, me d'odio carca a Sparta

e perdonata Menelao radduce,

sei tu venuta con novelli inganni

ad impedirlo? E ché non vai tu stessa

e goderti quel vile? Obblìa per lui

l'eterea sede, né calcar più mai

dell'Olimpo le vie: statti al suo fianco,

soffri fedele ogni martello, e il cova

finché t'alzi all'onor di moglie o ancella;

chio tornar non vo' certo (e fora indegno)

a sprimacciar di quel codardo il letto,

argomento di scherno alle troiane

spose, e a me stessa d'infinito affanno.

E irata a lei la Dea: Non irritarmi,

sciagurata! non far chio t'abbandoni

nel mio disdegno, e tanto io sia costretta

ad abborrirti alfin quanto t'amai;

e t'amai certo a dismisura. Or io

negli argolici petti e ne' troiani

metterò, se mi tenti, odii sì fieri,

che di mal fato perirai tu pure.

L'alma figlia di Leda a questo dire

tremò, si chiuse nel suo bianco velo,

e cheta cheta in via si pose, a tutte

le Troadi celata, e precorreva

a' suoi passi la Dea. Poiché venute

fur d'Alessandro alle splendenti soglie,

corser di qua di là le scaltre ancelle

ai donneschi lavori, ed ella intanto

bellissima saliva e taciturna

ai talami sublimi. Ivi l'amica

del riso Citerea le trasse innanzi

di propria mano un seggio, e di rimpetto

ad Alessandro il collocò. Si assise

la bella donna, e con amari accenti,

garrì, senza mirarlo, il suo marito:

E così riedi dalla pugna? Oh fossi

colà rimasto per le mani anciso

di quel gagliardo un dì mio sposo! E pure

e di lancia e di spada e di fortezza

ti vantasti più volte esser migliore.

Fa cor dunque, va, sfida il forte Atride

alla seconda singolar tenzone.

Ma t'esorto, meschino, a ti star queto,

né nuovo ritentar d'armi periglio

col tuo rivale, se la vita hai cara.

Non mi ferir con aspri detti, o donna,

le rispose Alessandro. Fu Minerva

che vincitor fe' Menelao, sol essa.

Ma lui del pari vincerò pur io,

chio pure al fianco ho qualche Diva. Or via

pace, o cara, e ne sia pegno un amplesso

su queste piume; ché giammai sì forte

per te le vene non scaldommi Amore,

quel dì né pur che su veloci antenne

io ti rapìa di Sparta, e tuo consorte

nell'isola Crenea ti giacqui in braccio.

No, non t'amai quel dì quant'ora, e quanto

di te m'invoglia il cor dolce desìo.

Disse; ed al letto si avviaro, ei primo,

ella seconda; e lse un dell'altro in grembo

su i mollissimi strati si confuse.

Come irato lion l'Atride intanto

di qua di là si ravvolgea cercando

il leggiadro rival; né lui fra tanta

turba di Teucri e d'alleati alcuno

significar sapea, né lo sapendo

l'avrìa di certo per amor celato;

ché come il negro ceffo della morte

abborrito da tutti era costui.

Fattosi innanzi allora Agamennone,

Teucri, Dardani, ei disse, e voi di Troia

alleati, mse udite. Vincitore

fu, lo vedeste, Menelao. Voi dunque

Elena ne rendete, e tutta insieme

la sua ricchezza, e dse un'ammenda inoltre

ne rintegrate che convegna, e tale

che memoria ne passi anco ai nepoti.

Disse; e tutto gli plause il campo acheo.




LIBRO IV


Nell'auree sale dell'Olimpo accolti

intorno a Giove si sedean gli Dei

a consulta. Fra lor la veneranda

Ebe versava le nettaree spume,

e quelli a gara con alterni inviti

l'auree tazze votavano mirando

la troiana città. Quand'ecco il sommo

Saturnio, inteso ad irritar Giunone,

con un obliquo paragon mordace

così la punse: Due possenti Dive

aiutatrici ha Menelao, l'Argiva

Giuno e Minerva Alalcomènia. E pure

neghittose in disparte ambo si stanno

sol del vederlo dilettate. Intanto

fida al fianco di Paride l'amica

del riso Citerea lungi respinge

dal suo caro la Parca; e dianzi, in quella

chei morto si tenea, servollo in vita.

Rimasta è al forte Menelao la palma;

ma l'alto affar non è compiuto, e a noi

tocca il condurlo, e statuir se guerra

fra le due genti rinnovar si debba,

od in pace comporle. Ove la pace

tutti appaghi gli Dei, stia Troia, e in Argo

con la consorte Menelao ritorni.

Strinser, fremendo a questo dir, le labbia

Giuno e Minerva, che vicin sedute

venìan de' Teucri macchinando il danno.

Quantunque al padre fieramente irata

tacque Minerva e non fiatò. Ma l'ira

non contenne Giunone, e sì rispose:

Acerbo Dio, che parli? A far di tante

armate genti accolta, alla ruina

di Priamo e de' suoi figli, ho stanchi i miei

immortali corsieri; e tu pretendi

frustrar la mia fatica, ed involarmi

de' miei sudori il frutto? Eh ben t'appaga;

ma di noi tutti non sperar l'assenso.

Feroce Diva, replicò sdegnoso

l'adunator de' nembi, e che ti furo,

e Priamo e i Priamìdi, onde tu debba

voler sempre di Troia il giorno estremo?

La tua rabbia non fia dunque satolla

se non atterri d'Ilion le porte,

e sull'infrante mura non ti bevi

del re misero il sangue e de' suoi figli

e di tutti i Troiani? Or su, fa come

più ti talenta, onde fra noi sorgente

d'acerbe risse in avvenir non sia

questo dissidio: ma riponi in petto

le mie parole. Se desìo me pure

prenderà d'atterrar qualche a te cara

città, non porre a' miei disdegni inciampo,

e liberi li lascia. A questo patto

Troia io pur t'abbandono, e di mal cuore;

ché, di quante città contempla in terra

l'occhio del sole e dell'eteree stelle,

niuna io m'aggio più cara ed onorata

come il sacro Ilione e Priamo e tutta

di Priamo pur la bellicosa gente:

perocché l'are mie per lor di sacre

opìme dapi abbondano mai sempre,

e di libami e di profumi, onore

solo alle dive qualità sortito.

Compose a questo dir la veneranda

Giuno gli sguardi maestosi, e disse:

Tre cittadi sull'altre a me son care

Argo, Sparta, Micene; e tu le struggi

se odiose ti sono. A lor difesa

né man né lingua moverò; ché quando

pure impedir lo ti volessi, indarno

il tentarlo uscirìa, sendo d'assai

tu più forte di me. Ma dritto or parmi

che tu vano non renda il mio disegno,

chio pur son nume, e a te comune io traggo

l'origine divina, io dell'astuto

Saturno figlia, e in alto onor locata,

perché nacqui sorella e perché moglie

son del re degli Dei. Facciam noi dunque

lse un dell'altro il volere, e il seguiranno

gli altri Eterni. Or tu ratto invìa Minerva

fra i due commossi eserciti, onde spinga

i Troiani ad offendere primieri,

rotto l'accordo, i baldanzosi Achei.

Assentì Giove al detto, ed a Minerva,

Scendi, disse, veloce, e fa che i Teucri

primi offendan gli Achei, turbando il patto.

A Minerva, per sé già desiosa,

sprone aggiunse quel cenno. In un baleno

dall'Olimpo calò. Quale una stella

cui portento a' nocchieri o a numerose

schiere d'armati scintillante e chiara

invìa talvolta di Saturno il figlio;

tale in vista precipita dall'alto

Minerva in terra, e piantasi nel mezzo.

Stupir Teucri ed Achivi all'improvvisa

visione, e talun disse al vicino:

Arbitro della guerra oggi vuol Giove

per certo rinnovar fra un campo e l'altro

l'acerba pugna, o confermar la pace.

La Dea mischiossi tra la folta intanto

delle turbe troiane, e la sembianza

di Laòdoco assunta (un valoroso

d'Antènore figliuol) si pose in traccia

del dÙiforme Pandaro. Trovollo

stante in piedi nel mezzo al clipeato

stuolo de' forti che l'avea seguìto

dalle rive d'Esepo. Appropinquossi

a lui la Diva, e disse: Inclito germe

di Licaon, vuoi tu ascoltarmi? Ardisci,

vibra nel petto a Menelao la punta

dse un veloce quadrello. E grazia e lode

te ne verrà dai Dardani e dal prence

Paride in prima, che d'illustri doni

colmeratti, vedendo il suo rivale

montar sul rogo, dal tuo stral trafitto.

Su via dunque, dardeggia il burbanzoso

Atride, e al licio saettante Apollo

prometti che, tornato al patrio tetto

nella sacra Zelèa, darai di scelti

primogeniti agnelli un'ecatombe.

Così disse Minerva, e dello stolto

persuase il pensier. Diè mano ei tosto

al bell'arco, già spoglia di lascivo

capro agreste. L'aveva egli d'agguato,

mentre dal cavo dse una rupe uscìa,

colto nel petto, e su la rupe steso

resupino. Sorgevano alla belva

lunghe sedici palmi su l'altera

fronte le corna. Artefice perito

le polì, le congiunse, e di lucenti

anelli d'oro ne fregiò le cime.

Tese quest'arco, e dolcemente a terra

Pandaro l'adagiò. Dinanzi a lui

protendono le targhe i fidi amici,

onde assalito dagli Achei non vegna,

pria chegli il marzio Menelao percuota.

Scoperchiò la faretra, ed un alato

intatto strale ne cavò, sorgente

di lagrime infinite. Indi sul nervo

l'adattando promise al licio Apollo

di primonati agnelli un'ecatombe

ritornato in Zelèa. Tirò di forza

colla cocca la corda, alla mammella

accostò il nervo, all'arco il ferro, e fatto

dei tesi estremi un cerchio, all'improvviso

l'arco e il nervo fischiar forte sse udiro,

e lo strale fuggì desideroso

di volar fra le turbe. Ma non f¹ro

immemori di te, tradito Atride,

in quel punto gli Dei. L'armipotente

figlia di Giove si parò davanti

al mortifero telo, e dal tuo corpo

lo deviò sollecita, siccome

tenera madre che dal caro volto

del bambino che dorme un dolce sonno,

scaccia l'insetto che gli ronza intorno.

Ella stessa la Dea drizzò lo strale

ove appunto il bel cinto era frenato

dall'auree fibbie, e si stendea davanti

qual secondo torace. Ivi l'acerbo

quadrello cadde, e traforando il cinto

nel panzeron si infisse e nella piastra

che dalle frecce il corpo gli schermìa.

Questa gli valse allor d'assai, ma pure

passolla il dardo, e ne sfiorò la pelle,

sì che tosto diè sangue la ferita.

Come quando meonia o caria donna

tinge d'ostro un avorio, onde fregiarne

di superbo destriero le mascelle;

molti d'averlo cavalieri han brama;

ma in chiusa stanza ei serbasi bel dono

a qualche sire, adornamento e pompa

del cavallo ed in un del cavaliero:

così di sangue imporporossi, Atride,

la tua bell'anca, e per lo stinco all'imo

calcagno corse la vermiglia riga.

Raccapricciossi a questa vista il rege

Agamennon, raccapricciò lo stesso

marzial Menelao; ma quando ei vide

fuor della polpa l'amo dello strale,

gli tornò tosto il core, e si riebbe.

Per man tenealo intanto Agamennone,

ed altamente fra i dolenti amici

sospirando dicea: Caro fratello,

perché qui morto tu mi fossi, io dunque

giurai l'accordo, te mettendo solo

per gli Achivi a pugnar contra i Troiani,

contra i Troiani che l'accordo han rotto,

e a tradimento ti ferir? Ma vano

non andrà delle vittime il giurato

sangue, né i puri libamenti ai numi,

né la fé delle destre. Il giusto Giove

può differire ei sì, ma non per certo

obbliar la vendetta; e caro un giorno

colle lor teste, colle mogli e i figli

ne pagheranno gli spergiuri il fio.

Tempo verrà (di questo ho certo il core)

chIlio e Priamo perisca, e tutta insieme

la sua perfida gente. Dall'eccelso

etereo seggio scoterà sovr'essi

l'egida orrenda di Saturno il figlio

di tanta frode irato; e non cadranno

voti i suoi sdegni. Ma d'immenso lutto

tu cagion mi sarai, dolce fratello,

se morte tronca de' tuoi giorni il corso.

Sorgerà negli Achei vivo il desìo

del patrio suolo, e d'onta carco in Argo

io tornerommi, e lasceremo ai Teucri,

glorioso trofeo, la tua consorte.

Putride intanto nell'iliaca terra

l'ossa tue giaceran, senz'aver dato

fine all'impresa, e il tumulo del mio

prode fratello un qualche Teucro altero

calpestando, dirà: Possa i suoi sdegni

satisfar così sempre Agamennone,

siccome or fece, senza pro guidando

l'argoliche falangi a questo lido,

d'onde scornato su le vote navi

alla patria tornò, qui derelitto

l'illustre Menelao. Sì fia chei dica;

e allor mi si apra sotto i piè la terra.

Ti conforta, rispose il biondo Atride,

né co' lamenti spaventar gli Achivi.

In mortal parte non ferì l'acuto

dardo: di sopra il ricamato cinto

mi difese, e di sotto la corazza

e questa fascia che di ferrea lama

buon fabbro foderò. - Sì voglia il cielo,

diletto Menelao, l'altro riprese.

Intanto tratterà medica mano

la tua ferita, e farmaco porravvi

atto a lenire ogni dolor. - Si volse

all'araldo, ciò detto, e, Va, soggiunse,

vola, o Taltibio, e fa che ratto il figlio

d'Esculapio, divin medicatore,

Macaon qua ne vegna, e degli Achei

al forte duce Menelao soccorra,

cui di freccia ferì qualche troiano

o licio saettier che sé di gloria,

noi di lutto coprì. - Disse, e l'araldo

tra le falangi achee corse veloce

in traccia dell'eroe. Ritto lo vide

fra lo stuolo de' prodi che da Tricca

altrice di corsier l'avea seguìto:

appressossi, e con rapide parole,

Vien, gli disse, t'affretta, o Macaone;

Agamennon ti chiama: il valoroso

Menelao fu di stral colto da qualche

licio arciero o troiano che superbo

va del nostro dolor. Corri, e lo sana.

Al tristo annunzio si commosse il figlio

d'Esculapio; e veloci attraversando

il largo campo acheo, fur tosto al loco

ove al ferito dÙiforme Atride

facean cerchio i migliori. Incontanente

dal balteo estrasse Macaon lo strale,

di cui curvarsi nellse uscir gli acuti

ami: disciolse ei quindi il vergolato

cinto e il torace colla ferrea fascia

sovrapposta; e scoperta la ferita,

succhionne il sangue, e destro la cosparse

dei lenitivi farmaci che al padre,

d'amor pegno, insegnati avea Chirone.

Mentre questi alla cura intenti sono

del bellicoso Atride, ecco i Troiani

marciar di nuovo con gli scudi al petto,

e di nuovo gli Achei l'armi vestire

di battaglia bramosi. Allor vedevi

non assonnarsi, non dubbiar, né pugna

schivar l'illustre Agamennon; ma ratto

volar nel campo della gloria. Il carro

e i fervidi destrier tratti in disparte

lascia all'auriga Eurimedonte, figlio

del Piraìde Tolomèo; glimpone

di seguirlo vicin, mentre pel campo

ordinando le turbe egli si aggira,

onde accorrergli pronto ove stanchezza

gli occupasse le membra. Egli pedone

scorre intanto le file, e quanti all'armi

affrettarsi ne vede, ei colla voce

fortemente glincuora, e grida: Argivi,

niun rallenti le forze: il giusto Giove

bugiardi non aiuta: chi primiero

l'accordo violò, pasto vedrassi

di voraci avoltoi, mentre captive

le dilette lor mogli in un co' figli

noi nosco condurremo, Ilio distrutto.

Quanti poi ne scorgea ritrosi e schivi

della battaglia, con irati accenti

li rabbuffando, O Argivi, egli dicea,

o guerrier da balestra, o vitupèri!

Non vi prende vergogna? A che vi state

istupiditi come zebe, a cui,

dopo scorso un gran campo, la stanchezza

ruba il piede e la lena? E voi del pari

allibiti al pugnar vi sottraete.

Aspettate voi forse che il nemico

alla spiaggia si accosti ove ritratte

stan sul secco le prore, onde si vegga

se Giove allor vi stenderà la mano?

Così imperando trascorrea le schiere.

Venne ai Cretesi; e li trovò che all'armi

davan di piglio intorno al bellicoso

Idomenèo. Per vigorìa di forze

pari a fiero cinghiale Idomenèo

guidava l'antiguardia, e Merione

la retroguardia. Del vederli allegro

il sir de' forti Atride al re cretese

con questo dolce favellar si volse:

Idomenèo, te sopra i Dànai tutti

cavalieri veloci in pregio io tegno,

sia nella guerra, sia nell'altre imprese,

sia ne' conviti, allor che ne' crateri

d'almo antico lieo versan la spuma

i supremi tra' Greci. Ove degli altri

chiomati Achivi misurato è il nappo,

il tuo del par che il mio sempre trabocca,

quando ti prende di bombar la voglia.

Or entra nella pugna, e tal ti mostra

qual dianzi ti vantasti. - E de' Cretensi

a lui lo duce: Atride, io qual già pria

t'impromisi e giurai, fido compagno

per certo ti sarò. Ma tu rinfiamma

gli altri Achivi a pugnar senza dimora.

Rupper l'accordo i Teucri, e perché primi

del patto violar la santitate,

sul lor capo cadran morti e ruine.

Disse; e gioioso proseguì l'Atride

fra le caterve la rivista, e venne

degli Aiaci alla squadra. In tutto punto

metteansi questi, e li seguìa di fanti

un nugolo. Siccome allor che scopre

d'alto loco il pastor nube che spinta

su per l'onde da Cauro si avvicina,

e bruna più che pece il mar viaggia,

grave il seno di nembi; inorridito

ei la guarda, ed affretta alla spelonca

le pecorelle; così negre ed orride

per gli scudi e per l'aste si moveano

sotto gli Aiaci accolte le falangi

de' giovani veloci al rio conflitto.

Allegrossi a tal vista Agamennone,

e a' lor duci converso in presti accenti,

Aiaci, ei disse, condottieri egregi

de' loricati Achivi, io non v'esorto,

(ciò fora oltraggio) a inanimar le vostre

schiere; già per voi stessi a fortemente

pugnar le stimolate. Al sommo Giove

e a Pallade piacesse e al santo Apollo,

che tal coraggio in ogni petto ardesse,

e tosto presa ed adeguata al suolo

per le man degli Achei Troia cadrebbe.

Così detto lasciolli, e procedendo

a Nestore arrivò, Nestore arguto

de' Pilii arringator, che in ordinanza

i suoi prodi metteva, e alla battaglia

li concitava. Stavangli dintorno

il grande Pelagonte ed Alastorre,

e il prence Emone e Cromio, ed il pastore

di popoli Biante. In prima ei pose

alla fronte coi carri e coi cavalli

i cavalieri, e al retroguardo i fanti,

che molti essendo e valorosi, il vallo

formavano di guerra. Indi nel mezzo

i codardi rinchiuse, onde forzarli

lor mal grado a pugnar. Ma innanzi a tutto

porge ricordo ai combattenti equestri

di frenar lor cavalli, e non mischiarsi

confusamente nella folla. - Alcuno

non sia, soggiunse, che in suo cor fidando

e nell'equestre maestrìa, si attenti

solo i Teucri affrontar di schiera uscito:

né sia chi retroceda; ché cedendo

si sgagliarda il soldato. Ognun che sceso

dal proprio carro l'ostil carro assalga,

coll'asta bassa investalo, ché meglio

sì pugnando gli torna. Con quest'arte,

con questa mente e questo ardir nel petto

le città rovesciar gli antichi eroi.

Il canuto così mastro di guerra

le sue genti animava. In lui fissando

gli occhi l'Atride, giubilonne, e tosto

queste parole gli drizzò: Buon veglio,

oh t'avessi tu salde le ginocchia

e saldi i polsi come hai saldo il core!

La ria vecchiezza, che a nullse uom perdona,

ti logora le forze: ah perché d'altro

guerrier non grava la crudel le spalle!

perché de' tuoi begli anni è morto il fiore!

Ed il gerenio cavalier rispose:

Atride, al certo bramerei pur io

quelle forze chio m'ebbi il dì che morte

diedi all'illustre Ereutalion. Ma tutti

tutto ad un tempo non comparte Giove

i suoi doni al mortal. Rideami allora

gioventude: or mi doma empia vecchiezza.

Ma qual pur sono mi starò nel mezzo

de' cavalieri nella pugna, e gli altri

gioverò di parole e di consiglio,

ché questo è officio de' provetti. Dussi

lasciar dell'aste il tiro ai giovinetti

di me più destri e nel vigor securi.

Disse; e lieto l'Atride oltrepassando

venne al Petìde Menestèo, perito

di cocchi guidator, ritto nel mezzo

de' suoi prodi Cecròpii. Eragli accanto

lo scaltro Ulisse colle forti schiere

de' Cefaleni, che non anco udito

di guerra il grido avean, poiché le teucre

e l'argive falangi allora allora

cominciavan le mosse: e questi in posa

aspettavan che stuolo altro d'Achei

impeto fusse ne' Troiani il primo,

e ingaggiasse battaglia. In quello stato

li sorprese l'Atride; e corruccioso

fe' dal labbro volar questa rampogna:

Petìde Menestèo, figlio non degno

dse un alunno di Giove, e tu d'inganni

astuto fabbro, a che tremanti state

gli altri aspettando, e separati? A voi

entrar conviensi nella mischia i primi,

perché primi io vi chiamo anche ai conviti

chai primati imbandiscono gli Achei.

Ivi il saìme saporar vi giova

delle carni arrostite, e a piena gola

di soave lieo cioncar le tazze.

Or vi giova esser gli ultimi, e vi fora

grato il veder ben dieci squadre achee

innanzi a voi scagliarsi entro il conflitto.

Lo guatò bieco Ulisse, e gli rispose:

Qual detto, Atride, ti fuggì di bocca?

E come ardisci di chiamarne in guerra

neghittosi? Allorché contra i Troiani

daran principio al rio marte gli Achei,

vedrai, se il brami e te ne cal, vedrai

nelle dardanie file antesignane

di Telemaco il padre. Or cianci al vento.

Veduto il cruccio dell'eroe, sorrise

l'Atride, e dolce ripigliò: Divino

di Laerte figliuol, sagace Ulisse,

né sgridarti voglio, né comandarti

fuor di stagione, chio ben so che in petto

volgi pensieri generosi, e senti

ciò chio pur sento. Or vanne, e pugna; e se ora

dal labbro mi fuggì cosa mal detta,

ripareremla in altro tempo. Intanto

ne disperdano i numi ogni ricordo.

Ciò detto, gli abbandona, e ad altri ei passa;

e ritto in piedi sul lucente cocchio

il magnanimo figlio di Tidèo

Diomede ritrova. Al fianco ha Stènelo,

prole di Capanèo. Si volse il sire

Agamennone a Diomede, e ratto

con questi accenti rampognollo: Ahi figlio

del bellicoso cavalier Tidèo,

di che paventi? Perché guardi intorno

le scampe della pugna? Ah! non solea

così Tidèo tremar; ma precorrendo

d'assai gli amici, co' nemici ei primo

si azzuffava. Ciascun che ne' guerrieri

travagli il vide, lo racconta. In vero

né compagno io gli fui né testimone,

ma udii che ogni altro di valore ei vinse.

Ben coll'illustre Polinice un tempo

senz'armati in Micene ospite ei venne,

onde far gente che alle sacre mura

li seguisse di Tebe, a cui già mossa

avean la guerra; e ne fur ressa e preghi

per ottenerne generosi aiuti;

e volevam noi darli, e la domanda

tutta appagar; ma con infausti segni

Giove da tanto ne distolse. Or come

gli eroi si f¹ro dipartiti e giunti

dopo molto cammino al verdeggiante

giuncoso Asopo, ambasciatore a Tebe

spedir Tidèo gli Achivi. Andovvi, e molti

banchettanti Cadmei trovò del forte

Eteòcle alle mense. In mezzo a loro,

quantunque estrano e solo, il cavaliero

senza punto temer tutti sfidolli

al paragon dell'armi, e tutti ei vinse,

col favor di Minerva. Irati i vinti

di cinquanta guerrieri, al suo ritorno,

gli posero un agguato. Eran lor duci

l'Emonide Meone, uom d'almo aspetto,

e d'Autofano il figlio Licofonte,

intrepido campion. Tidèo gli uccise

tutti, ed un solo per voler de' numi,

il sol Meone rimandonne a Tebe.

Tal fu l'etòlo eroe, padre di prole

miglior di lingua, ma minor di fatti.

Non rispose all'acerbo il valoroso

Tidìde, e rispettò del venerando

rege il rabbuffo; ma rispose il figlio

del chiaro Capanèo, dicendo: Atride,

non mentir quando t'è palese il vero.

Migliori assai de' nostri padri a dritto

noi ci vantiam. Noi Tebe e le sue sette

porte espugnammo: e nondimen più scarsi

eran gli armati che guidammo al sacro

muro di Marte, ne' divini auspìci

fidando e in Giove. Per l'opposto quelli

peccar d'insano ardire e vi periro.

Non pormi adunque in onor pari i padri.

Gli volse un guardo di traverso il forte

Tidìde, e ripigliò: T'accheta, amico,

ed obbedisci al mio parlar. Non io,

se il re supremo Agamennone istiga

alla pugna gli Achei, non io lo biasmo.

Fia sua la gloria, se, domati i Teucri,

noi la sacra cittade espugneremo,

e suo, se spenti noi cadremo, il lutto.

Dunque a dar prove di valor si pensi.

Disse, e armato balzò dal cocchio in terra.

Orrendamente risonar sul petto

l'armi al re concitato, a tal che preso

n'avrìa spavento ogni più fermo core.

Siccome quando al risonante lido,

di Ponente al soffiar, lse uno sull'altro

del mar si spinge il flutto; e prima in alto

gonfiasi, e poscia su la sponda rotto

orribilmente freme, e intorno agli erti

scogli si arriccia, li sormonta, e in larghi

sprazzi diffonde la canuta spuma:

incessanti così lse una su l'altra

movon l'achee falangi alla battaglia

sotto il suo duce ognuna; e sì gran turba

marcia sì cheta, che di voce priva

la diresti al vederla; e riverenza

era de' duci quel silenzio; e l'armi

di varia guisa, di che gìan vestiti

tutti in ischiera, li cingean di lampi.

Ma simiglianti i Teucri a numeroso

gregge che dentro il pecoril di ricco

padron, nell'ora che si spreme il latte,

si ammucchiano, e al belar de' cari agnelli

rispondono belando alla dirotta;

così per l'ampio esercito un confuso

mettean schiamazzo i Teucri, ché non uno

era di tutti il grido né la voce,

ma di lingue un mistìo, sendo una gente

da più parti raccolta. A questi Marte,

a quei Minerva è sprone, e quinci e quindi

lo Spavento e la Fuga, e del crudele

Marte suora e compagna la Contesa

insaziabilmente furibonda,

che da principio piccola si leva,

poi mette il capo tra le stelle, e immensa

passeggia su la terra. Essa per mezzo

alle turbe scorrendo, e de' mortali

addoppiando gli affanni, in ambedue

le bande sparse una rabbiosa lite.

Poiché lse un campo e l'altro in un sol luogo

convenne, e si scontrar l'aste e gli scudi,

e il furor de' guerrieri, scintillanti

ne' risonanti usberghi, e delle colme

targhe già il cozzo si sentìa, levossi

un orrendo tumulto. Iva confuso

col gemer degli uccisi il vanto e il grido

degli uccisori, e il suol sangue correa.

Qual due torrenti che di largo sbocco

devolvonsi dai monti, e nella valle

per lo concavo sen dse una vorago

confondono le gonfie onde veloci:

n'ode il fragor da lungi in cima al balzo

l'atterrito pastor: tal dai commisti

eserciti sorgea fracasso e tema.

Primo Antiloco uccise un valoroso

Teucro, alle mani nelle prime file,

il Taliside Echèpolo, il ferendo

nel cono del chiomato elmo: si infisse

la ferrea punta nella fronte, e l'osso

trapanò: si abbuiar gli occhi al meschino,

che strepitoso cadde come torre.

Ghermì pe' piedi quel caduto il prence

de' magnanimi Abanti Elefenorre

figliuol di Calcodonte, e desioso

di spogliarlo dell'armi, lo traea

fuor della mischia: ma fallì la brama;

ché mentre il morto ei dietro si strascina,

Agenore il sorprende, e a lui che curvo

offrìa nudati di pavese i fianchi,

tale un colpo assestò, che gli disciolse

le forze, e l'alma abbandonollo. Allora

tra i Troiani e gli Achei surse una fiera

zuffa sovr'esso: si affrontar quai lupi,

e in mutua strage si metteano a morte.

Qui fu che Aiace Telamonio il figlio

d'Antemion percosse il giovinetto

Simoesio, cui scesa dall'Idee

cime la madre partorì sul margo

del Simoenta, un giorno ivi venuta

co' genitori a visitar la greggia;

e Simoesio lo nomar dal fiume.

Misero! Ché dei presi in educarlo

dolci pensieri ai genitor diletti

rendere il merto non poteo: la lancia

d'Aiace il colse, e il viver suo fe' breve.

Al primo scontro lo colpì nel petto

su la destra mammella, e la ferrata

punta pel tergo riuscir gli fece.

Cadde il garzone nella polve a guisa

di liscio pioppo su la sponda nato

d'acquidosa palude: a lui de' rami

già la pompa crescea, quando repente

colla fulgida scure lo recise

artefice di carri, e inaridire

lungo la riva lo lasciò del fiume,

onde poscia foggiarne di bel cocchio

le volubili rote: così giacque

l'Antemide trafitto Simoesio,

e tale dispogliollo il grande Aiace.

Contro Aiace l'acuta asta diresse

d'infra le turbe allor di Priamo il figlio

Antifo, e il colpo gli fallì; ma colse

nell'inguine il fedel dsE Ulisse amico

Leuco che già di Simoesio altrove

traea la salma; e accanto al corpo esangue,

che di man gli cadea, cadde egli pure.

Forte adirato dellse ucciso amico

si spinse Ulisse tra glinnanzi, tutto

scintillante di ferro, e più dappresso

facendosi, e dintorno il guardo attento

rivolgendo, librò l'asta lucente.

Si misero a quell'atto in guardia i Teucri,

e lo cansar; ma quegli il telo a voto

non sospinse, e ferì Democoonte,

Priamide bastardo che d'Abido

con veloci puledre era venuto.

A costui fulminò l'irato Ulisse

nelle tempie la lancia; e trapassolle

la ferrea punta. Tenebrarsi i lumi

al trafitto che cadde fragoroso,

e cupo gli tonar l'armi sul petto.

Rinculò de' Troiani, al suo cadere,

la fronte, rinculò lo stesso Ettorre;

dier gli Argivi alte grida, ed occupati

i corpi uccisi, si avanzar di punta.

Dalla rocca di Pergamo mirolli

sdegnato Apollo, e rincorando i Teucri

con gran voce gridò: Fermo tenete,

valorosi Troiani, ed agli Achei

non cedete l'onor di questa pugna,

ché né pietra né ferro è la lor pelle

da rintuzzar delle vostr'armi il taglio.

Non combatte qui, no, della leggiadra

Tétide il figlio: non temete; Achille

stassi alle navi a digerir la bile.

Così dall'alto della rocca il Dio

terribile sclamò. Ma la feroce

Palla, di Giove gloriosa figlia,

discorrendo le file inanimava

gli Achivi, ovunque li vedea rimessi.

Qui la Parca allacciò l'Amarancìde

Diore. Un'aspra e quanto cape il pugno

grossa pietra il percosse alla diritta

tibia presso il tallone, e feritore

fu l'Imbraside Piro che de' Traci

condottiero dall'Eno era venuto.

Franse ambidue li nervi e la caviglia

l'improbo sasso, ed ei cadde supino

nella sabbia, e mal vivo ambo le mani

ai compagni stendea. Sopra gli corse

il percussore, e l'asta in mezzo all'epa

gli cacciò. Si versar tutte per terra

le intestina, e mortale ombra il coperse.

All'irruente Piro allor l'Etòlo

Toante si rivolge; e lui nel petto

con la lancia ferendo alla mammella

nel polmon gliela ficca. Indi appressato

gliela sconficca dalla piaga; e in pugno

stretta l'acuta spada glie l'immerse

nella ventraia, e gli rapìo la vita;

l'armi non già, ché intorno al morto Piro

colle lungh'aste in pugno irti di ciuffi

affollarsi i suoi Traci, e il chiaro Etòlo,

benché grande e gagliardo, allontanaro

sì che a forza respinto si ritrasse.

Così lse uno appo l'altro nella polve

giacquero i due campioni, il tracio duce,

e il duce degli Epei. Dintorno a questi

molt'altri prodi ritrovar la morte.

Chi da ferite illeso, e da Minerva

per man guidato, e preservato il petto

dal volar degli strali, avvolto in mezzo

alla pugna si fosse, avrìa le forti

opre stupito degli eroi, ché molti

e Troiani ed Achivi nella polve

giacquer proni e confusi in quel conflitto.




LIBRO V


Allor Palla Minerva a Diomede

forza infuse ed ardire, onde fra tutti

gli Achei splendesse glorioso e chiaro.

Lampi gli uscìan dall'elmo e dallo scudo

d'inestinguibil fiamma, al tremolìo

simigliante del vivo astro d'autunno,

che lavato nel mar splende più bello.

Tal mandava dal capo e dalle spalle

divin foco l'eroe, quando la Diva

lo sospinse nel mezzo ove più densa

ferve la mischia. Era fra' Teucri un certo

Darete, uom ricco e d'onoranza degno,

di Vulcan sacerdote, e genitore

di due prodi figliuoi mastri di guerra

Fegèo nomati e Idèo. Precorsi agli altri

si fur costoro incontro a Diomede,

essi sul cocchio, ed ei pedone: e a fronte

divenuti così, scagliò primiero

la lung'asta Fegèo. L'asta al Tidìde

lambì l'omero manco, e non l'offese.

Col ferrato suo cerro allor secondo

mosse il Tidìde, né di mano indarno

il telo gli fuggì, ché tra le poppe

del nemico si infisse, e dalla biga

lo spiombò. Diede Idèo, visto quel colpo,

un salto a terra, e in un col suo bel carro

smarrito abbandonò la pia difesa

dellse ucciso fratel. Né avrìa schivato

perciò la morte; ma Vulcan di nebbia

lo ricinse e servollo, onde non resti

il vecchio padre desolato al tutto.

Tolse i destrieri il vincitore, e trarli

da' compagni li fece alle sue navi.

Visti i due figli di Darete i Teucri

lse un freddo nella polve e l'altro in fuga,

turbarsi; e la glaucopide Minerva

preso per mano il fero Marte disse:

O Marte, Marte, esizioso Iddio

che lordo ir godi dse uman sangue e al suolo

adeguar le città, non lasceremo

noi dunque battagliar soli tra loro

Teucri ed Achei, qualunque sia la parte

cui dar la palma vorrà Giove? Or via

ritiriamci, evitiam l'ira del nume.

In questo favellar trasse la scaltra

l'impetuoso Dio fuor del conflitto,

e su la riva riposar lo fece

dell'erboso Scamandro. Allora i Dànai

cacciar li Teucri in fuga; e ognun de' duci

un fuggitivo uccise. Agamennone

primier riversa il vasto Hodio dal carro,

degli Alizoni condottiero, e primo

al fuggir. Gli piantò l'asta nel tergo,

e fuor del petto uscir la fece. Ei cadde

romoroso, e suonar l'armi sovr'esso.

Dalla glebosa Tarne era venuto

Festo figliuol del Mèone Boro. Il colse

Idomenèo coll'asta alla diritta

spalla nel punto che salìa sul carro.

Cadde il meschin d'orrenda notte avvolto,

e i servi lo spogliar d'Idomenèo.

L'Atride Menelao di Strofio il figlio

Scamandrio uccise, cacciator famoso

cui la stessa Diana ammaestrava

le fere a saettar quante ne pasce

montana selva. E nulla allor gli valse

la Diva amica degli strali, e nulla

l'arte dell'arco. Menelao lo giunse

mentre innanzi gli fugge, e tra le spalle

l'asta gli spinse, e trapassòglì il petto.

Boccon cadde il trafitto, e cupamente

l'armi sovr'esso rimbombar sse udiro.

Prole del fabbro Armònide, Fereclo

da Merion fu spento. Era costui

per tutte guise di lavori industri

maraviglioso, e a Pallade Minerva

caramente diletto. Opra fur sua

di Paride le navi, onde principio

ebbe il danno de' Teucri, e di lui stesso,

perché i decreti degli Dei non seppe.

L'inseguì, lo raggiunse, lo percosse

nel destro clune Merione, e sotto

l'osso vur la vescica uscì la punta.

Gli mancar le ginocchia, e guaiolando

e cadendo il coprì di morte il velo.

Mege uccise Pedèo, bastarda prole

d'Antènore, cui l'inclita Teano,

gratificando al suo consorte, avea

con molta cura nutricato al paro

dei diletti suoi figli. Si fe' sopra

a costui coll'acuta asta il Filìde

Mege, e alla nuca lo ferì. Trascorse

tra i denti il ferro, e gli tagliò la lingua.

Così concio egli cadde, e nella sabbia

fe' tenaglia co' denti al freddo acciaro.

Ipsènore, figliuol del generoso

Dolopion, scamandrio sacerdote

riverito qual Dio, fugge davanti

al chiaro germe d'Evemone Eurìpilo.

Eurìpilo l'insegue, e via correndo

tal gli cala su l'omero un fendente

che il braccio gli recide. Sanguinoso

casca il mozzo lacerto nella polve,

e la purpurea morte e il violento

fato le luci gli abbuiar. Di questi

tal nell'acerba pugna era il lavoro.

Ma di qual parte fosse Diomede,

se troiano od acheo, mal tu sapresti

discernere, sì fervido ei trascorre

il campo tutto; simile alla piena

di tumido torrente che cresciuto

dalle piogge di Giove, ed improvviso

precipitando i saldi ponti abbatte

debil freno alle fiere onde, e de' verdi

campi i ripari rovesciando, ingoia

con fragor le speranze e le fatiche

de' gagliardi coloni: a questa guisa

sgominava il Tidìde e dissipava

le caterve de' Troi, che sostenerne

non potean, benché molti, la ruina.

Come Pandaro il vide sì furente

scorrere il campo, e tutte a sé dinanzi

scompigliar le falangi, alla sua mira

curvò subito l'arco, e l'irruente

eroe percosse alla diritta spalla.

Entrò pel cavo dellse usbergo il crudo

strale, e forollo, e il sanguinò. Coraggio,

forte allora gridò l'inclito figlio

di Licaon, magnanimi Troiani,

stimolate i cavalli, ritornate

alla pugna. Ferito è degli Achei

il più forte guerrier, né credo ei possa

a lungo tollerar l'acerbo colpo,

se vano feritor non mi sospinse

qua dalla Licia il re dell'arco Apollo.

Così gridava il vantator. Ma domo

non restò da quel colpo Diomede,

che ritraendo il passo, e de' cavalli

coprendosi e del cocchio, al suo fedele

Capaneìde si rivolse, e disse:

Corri, Stènelo mio, scendi dal carro,

e dall'omero tosto mi divelli

questo acerbo quadrel. - Diè un salto a terra

Stènelo e corse, e l'aspro stral gli svelse

dall'omero trafitto. Per la maglia

dellse usbergo spicciava il caldo sangue,

e imperturbato sì l'eroe pregava:

Invitta figlia dell'Egìoco Giove,

se nelle ardenti pugne unqua a me fosti

del tuo favor cortese e al mio gran padre,

odimi, o Dea Minerva, ed or di nuovo

m'assisti, e al tiro della lancia mia

manda il mio feritor: dammi chio spegna

questo ventoso nebulon che grida

chio del Sol non vedrò più l'aurea luce.

Udì la Diva il prego, e a lui repente

e mani e piedi e tutta la persona

agile rese, e fattasi vicina

e manifesta disse: Ti rinfranca

Diomede, e co' Troi pugna securo;

chio del tuo grande genitor Tidèo

l'invitta gagliardìa ti pongo in petto,

e la nube dagli occhi ecco ti sgombro

che la vista mortal t'appanna e grava,

onde tu ben discerna le divine

e lse umane sembianze. Ove alcun Dio

qui ti venga a tentar, tu con gli Eterni

non cimentarti, no; ma se in conflitto

vien la figlia di Giove Citerea,

l'acuto ferro adopra, e la ferisci.

Sparve, ciò detto, la cerulea Diva.

Allor diè volta e si mischiò tra' primi

combattenti il Tidìde, a pugnar pronto

più che prima d'assai; ché in quel momento

triplice in petto si sentì la forza.

Come lion che, mentre il gregge assalta,

ferito dal pastor, ma non ucciso,

vie più si infuria, e superando tutte

resistenze si slancia entro l'ovile:

derelitte, tremanti ed affollate

lse una addosso dell'altra si riversano

le pecorelle, ed ei vi salta in mezzo

con ingordo furor: tal dentro ai Teucri

diede il forte Tidìde. A prima giunta

Astìnoo uccise ed Ipenòr: trafisse

lse uno coll'asta alla mammella; all'altro

la paletta dell'omero percosse

con tale un colpo della grande spada,

che gli spiccò dal collo e dalla schiena

l'omero netto. Dopo questi addosso

ad Abante si spicca e a Poliido,

figli del veglio interprete di sogni

Euridamante; ma il meschin non seppe

nella lor dipartenza a questa volta

divinarne il destin, chambi il Tidìde

li pose a morte e li spogliò. Drizzossi

quindi a Xanto e Faon figli a Fenopo,

ambo a lui nati nell'età canuta.

In amara vecchiezza il derelitto

genitor si struggea, ché d'altra prole,

cui sua reda lasciar, lieto non era.

Gli spense ambo il Tidìde, e lor togliendo

la cara vita, in aspre cure e in pianti

pose il misero padre, a cui negato

fu il vederli tornar dalla battaglia

salvi al suo seno; e di lui morto in lutto

ignoti eredi si partir l'avere.

Due Priamidi, Cromio ed Echemone,

venìano entrambi in un sol cocchio. A questi

si avventò Diomede; e col furore

di lion che una mandra al bosco assalta

e di giovenca o bue frange la nuca;

così mal conci entrambi il fier Tidìde

precipitolli dalla biga, e tolte

l'arme de' vinti, a' suoi sergenti ei dienne

i destrieri onde trarli alla marina.

Come de' Teucri sbarattar le file

videlo Enea, si mosse, e per la folta

e fra il rombo dell'aste discorrendo

a cercar diessi il valoroso e chiaro

figlio di Licaon, Pandaro. Il trova,

gli si appresenta e fa queste parole:

Pandaro, dov'è l'arco? ove i veloci

tuoi strali? ov'è la gloria in che qui nullo

teco gareggia, né verun si vanta

licio arcier superarti? Or su, ti sveglia,

alza a Giove la mano, un dardo allenta

contro costui, qualunque ei sia, che desta

cotanta strage, e sì malmena i Teucri,

de' quai già molti e forti a giacer pose:

se pur egli non fosse un qualche nume

adirato con noi per obbliati

sacrifizi: e de' numi acerba è l'ira.

Così d'Anchise il figlio. E il figlio a lui

di Licaone: O delle teucre genti

inclito duce Enea, se quello scudo

e quell'elmo a tre coni e quei destrieri

ben riconosco, colui parmi in tutto

il forte Diomede. E nondimeno

negar non l'oso un immortal. Ma se egli

è il mortale chio dico, il bellicoso

figliuolo di Tidèo, tanto furore

non è senza il favor dse un qualche iddio,

che di nebbia i celesti omeri avvolto

stagli al fianco, e dal petto gli disvìa

le veloci saette. Io gli scagliai

dianzi un dardo, e lo colsi alla diritta

spalla nel cavo del torace, e certo

d'averlo mi credea sospinto a Pluto.

Pur non lo spensi: e irato quindi io temo

qualche nume. Non ho su cui salire

or qui cocchio verun. Stolto! che in serbo

undici ne lasciai nel patrio tetto

di fresco fatti e belli, e di cortine

ricoperti, con due d'orzo e di spelda

ben pasciuti cavalli a ciascheduno.

E sì che il giorno chio partii, gli eccelsi

nostri palagi abbandonando, il veglio

guerriero Licaon molti ne dava

prudenti avvisi, e mi facea precetto

di guidar sempre mai montato in cocchio

le troiane coorti alla battaglia.

Certo era meglio l'obbedir; ma, folle!

nol feci, ed ebbi ai corridor riguardo,

temendo che assueti a largo pasto

di pasto non patissero difetto

in racchiusa città. Lasciàili adunque,

e pedon venni ad Ilio, ogni fidanza

posta nell'arco, che giovarmi poscia

dovea sì poco. Saettai con questo

due de' primi, l'Atride ed il Tidìde,

e ferii lse uno e l'altro, e il vivo sangue

ne trassi io sì, ma n'attizzai più l'ira.

In mal punto spiccai dunque dal muro

gli archi ricurvi il dì che al grande Ettore

compiacendo qua mossi, e de' Troiani

il comando accettai. Ma se redire,

se con quest'occhi riveder m'è dato

la patria, la consorte e la sublime

mia vasta reggia, mi recida ostile

ferro la testa, se di propria mano

non infrango e non getto nell'accese

vampe quest'arco inutile compagno.

E al borioso il duce Enea: Non dire,

no, questi spregi. Della pugna il volto

cangerà, se ambedue sopra un medesmo

cocchio raccolti affronterem costui,

e farem delle nostre armi periglio.

Monta dunque il mio carro, e de' cavalli

di Troe vedi la vaglia, e come in campo

per ogni lato sappiano veloci

inseguire e fuggir. Questi (se avvegna

che il Tonante di nuovo a Diomede

dia dell'armi l'onor), questi trarranno

salvi noi pure alla cittade. Or via

prendi tu questa sferza e queste briglie,

chio de' corsieri, per pugnar, ti cedo

il governo; o costui tu stesso affronta,

ché de' corsieri sarà mia la cura.

Sì (riprese il figliuol di Licaone)

tien tu le briglie, Enea, reggi tu stesso

i tuoi cavalli, che la mano udendo

del consueto auriga, il curvo carro

meglio trarranno, se fuggir fia forza

dal figlio di Tidèo. Se lor vien manco

la tua voce, potrìan per caso istrano

spaventati adombrarsi, e senza legge

aggirarsi pel campo, e a trarne fuori

della pugna indugiar tanto che il fero

Diomede n'assegua impetuoso,

ed entrambi nse uccida, e via ne meni

i destrieri di Troe. Resta tu dunque

al timone e alle briglie, ché coll'asta

io del nemico sosterrò l'assalto.

Montar, ciò detto, sull'adorno cocchio,

e animosi drizzar contra il Tidìde

i veloci cavalli. Il chiaro figlio

di Capanèo li vide, ed all'amico

vòlto il presto parlar, Tidìde, ei disse,

mio diletto Tidìde, a pugnar teco

veggo pronti venir due di gran nerbo

valorosi guerrier, lse uno il famoso

Pandaro arciero che figliuol si vanta

di Licaone, e l'altro Enea che prole

vantasi ei pur di Venere e d'Anchise.

Su, presto in cocchio; ritiriamci, e incauto

tu non istarmi a furiar tra i primi

con sì gran rischio della dolce vita.

Bieco guatollo il gran Tidìde, e disse:

Non parlarmi di fuga. Indarno tenti

persuadermi una viltà. Fuggire

dal cimento e tremar, non lo consente

la mia natura: ho forze intégre, e sdegno

de' cavalli il vantaggio. Andrò pedone,

quale mi trovo, ad incontrar costoro;

ché Pallade mi vieta ogni paura.

Ma non essi ambedue salvi di mano

ci scapperan, dai rapidi sottratti

lor corridori, ed avverrà che appena

ne scampi un solo. Un altro avviso ancora

vo' dirti, e tu non l'obbliar. Se fia

che l'alto onore d'atterrarli entrambi

la prudente Minerva mi conceda,

tu per le briglie allora i miei cavalli

lega all'anse del cocchio, e ratto vola

ai cavalli d'Enea, e dai Troiani

via te li mena fra gli Achei. Son essi

della stirpe gentil di quei che Giove,

prezzo del figlio Ganimede, un giorno

a Troe donava; né miglior destrieri

vede l'occhio del Sole e dell'Aurora.

Al re Laomedonte il prence Anchise

la razza ne furò, sopposte ai padri

segretamente un dì le sue puledre

che di tale imeneo sei generosi

corsier gli partoriro. Egli n'impingua

quattro di questi a sé nel suo presepe,

e due ne cesse al figlio Enea, superbi

cavalli da battaglia. Ove n'avvegna

di predarli, n'avremo immensa lode.

Mentre seguìan tra lor queste parole,

quelli incitando i corridor veloci

tosto appressarsi, e Pandaro primiero

favellò: Bellicoso ardito figlio

dell'illustre Tidèo, poiché l'acuto

mio stral non ti domò, vengo a far prova

si io di lancia ferir meglio mi sappia.

Così detto, la lunga asta vibrando

fulminolla, e colpì di Diomede

lo scudo sì, che la ferrata punta

tutto passollo, e ne sfiorò lse usbergo.

Sei ferito nel fianco (alto allor grida

l'illustre feritor), né a lungo, io spero,

vivrai: la gloria che mi porti è somma.

Errasti, o folle, il colpo (imperturbato

gli rispose l'eroe); ben io m'avviso

chuno almeno di voi, pria di ristarvi

da questa zuffa, nel suo sangue steso

l'ira di Marte sazierà. Ciò detto,

scagliò. Minerva ne diresse il telo,

e a lui che curvo lo sfuggìa, cacciollo

tra il naso e il ciglio. Penetrò l'acuto

ferro tra' denti, ne tagliò l'estrema

lingua, e di sotto al mento uscì la punta.

Piombò dal cocchio, gli tonar sul petto

l'armi lucenti, sbigottir gli stessi

cavalli, e a lui si sciolsero per sempre

e le forze e la vita. Enea temendo

in man non caggia degli Achei lse ucciso,

scese, e protesa a lui l'asta e lo scudo

giravagli dintorno a simiglianza

di fier lione in suo valor sicuro;

e parato a ferir qual sia nemico

che gli si accosti, il difendea gridando

orribilmente. Diè di piglio allora

ad un enorme sasso Diomede

di tal pondo, che due nol porterebbero

degli uomini moderni; ed ei vibrandolo

agevolmente, e solo e con grand'impeto

scagliandolo, percosse Enea nell'osso

che alla coscia si innesta ed è nomato

ciotola. Il fracassò l'aspro macigno

con ambi i nervi, e ne stracciò la pelle.

Diè del ginocchio al grave colpo in terra

l'eroe ferito, e colla man robusta

puntellò la persona. Un negro velo

gli coperse le luci, e qui perìa,

se di lui tosto non si fosse avvista

l'alma figlia di Giove Citerea

che d'Anchise pastor l'avea concetto.

Intorno al caro figlio ella diffuse

le bianche braccia, e del lucente peplo

gli antepose le falde, onde dall'armi

ripararlo, e impedir che ferro acheo

gli passi il petto e l'anima glinvoli.

Mentre al fiero conflitto ella sottragge

il diletto figliuol, Stènelo il cenno

membrando dell'amico, ne sostiene

in disparte i cavalli, e prestamente

all'anse della biga avviluppate

le redini, si avventa ai ben chiomati

corridori d'Enea; di mezzo ai Teucri

agli Achivi li spinge, ed alle navi

spedisceli fidati al dolce amico

DÙipilo, cui sopra ogni altro eguale,

perché d'alma conforme, in pregio ei tiene.

Esso intanto l'eroe capaneìde

rimontato il suo cocchio, e in man riprese

le riluccnti briglie, allegramente

de' cavalli sonar lse ugna facea

dietro il Tidìde che coll'empio ferro

l'alma Venere insegue, la sapendo

non una delle Dee che de' mortali

godon le guerre amministrar, siccome

Minerva e la di mura atterratrice

torva Bellona, ma un'imbelle Diva.

Poiché raggiunta per la folta ei l'ebbe,

abbassò l'asta il fiero, e coll'acuto

ferro l'assalse, e della man gentile

gli estremi le sfiorò verso il confine

della palma. Forò l'asta la cute,

rotto il peplo odoroso a lei tessuto

dalle Grazie, e fluì dalla ferita

l'icòre della Dea, sangue immortale,

qual corre de' Beati entro le vene;

chessi, né frutto cereal gustando

né rubicondo vino, esangui sono,

e quindi han nome d'Immortali. Al colpo

died'ella un forte grido, e dalle braccia

depose il figlio, a cui difesa Apollo

corse tosto, e l'ascose entro una nube,

onde camparlo dall'achee saette.

Il bellicoso Diomede intanto,

Cedi, figlia di Giove, alto gridava,

cedi il piè dalla pugna. E non ti basta

sedur d'imbelli femminette il core?

Se qui troppo t'avvolgi, io porto avviso

che tale desteratti orror la guerra,

chanco il sol nome ti darà paura.

Disse; ed ella turbata ed affannosa

partiva. La veloce Iri per mano

la prese, la tirò fuor del tumulto

carca di doglie e livida le nevi

della morbida cute. Alla sinistra

della pugna seduto il furibondo

Marte trovò: la grande asta del Nume

e i veloci corsier cingea la nebbia.

Gli abbracciò le ginocchia supplicando

la sorella, e gridò: Caro fratello,

miserere di me, dammi il tuo cocchio

ond'io salga all'Olimpo. Assai mi cruccia

una ferita che mi feo la destra

dse un ardito mortal, di Diomede,

che pur con Giove piglierìa contesa.

Sì prega, e Marte i bei destrier le cede.

Salì sul cocchio allor la dolorosa,

salì al suo fianco la taumanzia figlia,

e in man tolte le briglie, a tutto corso

i cavalli sferzò che desiosi

volavano. Arrivar tosto all'Olimpo,

eccelsa sede degli Eterni. Quivi

arrestò la veloce Iri i corsieri,

li disciolse dal giogo, e ristorolli

d'immortal cibo. La divina intanto

Venere al piede si gittò dell'alma

genitrice Diona, che la figlia

raccogliendo al suo seno, e colla mano

la carezzando e interrogando, Oh! disse,

oh! chi mai de' Celesti si permise,

amata figlia, in te sì grave offesa,

come rea di gran fallo alla scoperta?

Il superbo Tidìde Diomede,

rispose Citerea, l'empio ferimmi

perché il mio figlio, il mio sovra ogni cosa

diletto Enea sottrassi dalla pugna,

che pugna non è più di Teucri e Achivi,

ma d'Achivi e di numi. - E a lei Diona

inclita Diva replicò: Sopporta

in pace, o figlia, il tuo dolor; ché molti

deglImmortali con alterno danno

molte soffrimmo dai mortali offese.

Le soffrì Marte il dì che gli Aloìdi

Oto e il forte Efialte l'annodaro

d'aspre catene. Un anno avvinto e un mese

in carcere di ferro egli si stette,

e forse vi perìa, se la leggiadra

madrigna Eeribèa nol rivelava

al buon Mercurio che di là furtivo

lo sottrasse, già tutto per la lunga

e dolorosa prigionìa consunto.

Le soffrì Giuno allor che il forte figlio

d'Anfitrione con trisulco dardo

la destra poppa le piagò, sì chella

d'alto duol ne fu colta. Anco il gran Pluto

dal medesmo mortal figlio di Giove

aspro sofferse di saetta un colpo

là su le porte dell'Inferno, e tale

lo conquise un dolor, che lamentoso

e con lo stral ne' duri omeri infisso

all'Olimpo sen venne, ove Peone,

di lenitivi farmaci spargendo

la ferita, il sanò; ché sua natura

mortal non era: ma ben era audace

e scellerato il feritor che d'ogni

nefario fatto si fea beffe, osando

fin gli abitanti saettar del cielo.

Oggi contro te pur spinse Minerva

il figlio di Tidèo. Stolto! ché seco

punto non pensa che son brevi i giorni

di chi combatte con gli Dei: né babbo

lo chiameran tornato dalla pugna

i figlioletti al suo ginocchio avvolti.

Benché forte d'assai, badi il Tidìde

chun più forte di te seco non pugni;

badi che l'Adrastina Egialèa,

di Diomede generosa moglie,

presto non debba risvegliar dal sonno

ululando i famigli, e il forte Acheo

plorar che colse il suo virgineo fiore.

In questo dir con ambedue le palme

la man le asterse dal rappreso icòre,

e la man si sanò, queta ogni doglia.

Riser Giuno e Minerva a quella vista,

e con amaro motteggiar la Diva

dalle glauche pupille il genitore

così prese a tentar. Padre, senz'ira

un fiero caso udir vuoi tu? Ciprigna

qualche leggiadra Achea sollecitando

a seguir seco i suoi Teucri diletti,

nel carezzarla ed acconciarle il peplo,

a un aurato ardiglione, ohimè! s'è punta

la dilicata mano. - Il sommo padre

grazioso sorrise, e a sé chiamata

l'aurea Venere, Figlia, le dicea,

per te non sono della guerra i fieri

studi, ma l'opre d'Imeneo soavi.

A queste intendi, ed il pensier dell'armi

tutto a Marte lo lascia ed a Minerva.

Mentre in cielo seguìan queste favelle,

contro il figlio d'Anchise il bellicoso

Diomede si spinge, né l'arresta

il saper che la man d'Apollo il copre.

Desioso di porre Enea sotterra

e spogliarlo dell'armi peregrine,

nulla ei rispetta un sì gran Dio. Tre volte

a morte l'assalì, tre volte Apollo

gli scosse in faccia il luminoso scudo.

Ma come il forte Calidonio al quarto

impeto venne, il saettante nume

terribile gridò: Guarda che fai;

via di qua, Diomede; il paragone

non tentar degli Dei, ché de' Celesti

e de' terrestri è disugual la schiatta.

Disse; e alquanto l'eroe ritrasse il piede

l'ira evitando dell'arciero Apollo,

che, fuor condutto della mischia Enea,

nella sagrata Pergamo fra l'are

del suo delubro il pose. Ivi Latona,

ivi l'amante dello stral Diana

lo curar, l'onoraro. Intanto Apollo

formò di tenue nebbia una figura

in sembianza d'Enea; d'Enea le finse

l'armi, e dintorno al vano simulacro

Teucri ed Achei facean di targhe e scudi

un alterno spezzar che intorno ai petti

orrendo risonava. Allor si volse

al Dio dell'armi il Dio del giorno, e disse:

Eversor di città, Marte omicida,

che sol nel sangue esulti, e non andrai

ad aggredir tu dunque, a cacciar lungi

questo altiero mortal, questo Tidìde

che alle mani verrìa con Giove ancora?

Egli assalse e ferì prima Ciprigna

al carpo della mano; indi avventossi

a me medesmo coll'ardir dse un Dio.

Sì dicendo, si assise alto sul colmo

della pergàmea rocca, e il rovinoso

Marte sen corse a concitar de' Teucri

le schiere, e preso d'Acamante il volto,

d'Acamante de' Traci esimio duce,

così prese a spronar di Priamo i figli:

Illustri Priamìdi, e sino a quando

permetterete della vostra gente

per la man degli Achei sì rio macello?

Sin tanto forse che la strage arrivi

alle porte di Troia? A terra è steso

l'eroe che al pari del divino Ettorre

onoravamo, Enea preclaro figlio

del magnanimo Anchise. Andiam, si voli

alla difesa di cotanto amico.

Destar la forza e il cor d'ogni guerriero

queste parole. Sarpedon con aspre

rampogne allora rabbuffando Ettorre,

Dove andò, gli dicea, l'alto valore

che poc'anzi t'avevi? E pur tse udimmo

vantarti che tu sol senza l'aita

de' collegati, e co' tuoi soli affini

e co' fratei bastavi alla difesa

della città. Ma niuno io qui ne veggo,

niun ne ravviso di costor, ché tutti

trepidanti si arretrano siccome

timidi veltri intorno ad un leone:

e qui frattanto combattiam noi soli,

noi venuti in sussidio. Io che mi sono

pur della lega, di lontana al certo

parte mi mossi, dalla licia terra,

dal vorticoso Xanto, ove la cara

moglie ed un figlio pargoletto e molti

lasciai di quegli averi a cui sospira

lse uomo mai sempre bisognoso. E pure

alleato, qual sono, i miei guerrieri

esorto alla battaglia, ed io medesmo

sto qui pronto a pugnar contra costui,

benché qui nulla io m'abbia che il nemico

rapir mi possa, né portarlo seco.

E tu ozioso ti ristai? né almeno

agli altri accenni di far fronte, e in salvo

por le consorti? Guàrdati, che presi,

siccome in ragna che ogni cosa involve,

non divenghiate del crudel nemico

cattura e preda, e chei tra poco al suolo

la vostr'alma cittade non adegui.

A te tocca l'aver di ciò pensiero

e giorno e notte, a te dell'alleanza

i capitani supplicar, che fermi

resistano al lor posto, e far che niuna

cagion più sorga di rampogne acerbe.

D'Ettore al cor fu morso amaro il detto

di Sarpedonte, sì che tosto a terra

saltò dal cocchio in tutto punto, e l'asta

scotendo ad animar corse veloce

d'ogni parte i Troiani alla battaglia,

e destò mischia dolorosa. Allora

voltar la fronte i Teucri, e impetuosi

fursi incontro agli Achei, che stretti insieme

gli aspettar di piè fermo e senza tema.

Come allor che di Zefiro lo spiro

disperde per le sacre aie la pula,

mentre la bionda Cerere la scevra

dal suo frutto gentil, che il buon villano

vien ventilando; lo leggier spulezzo

tutta imbianca la parte ove del vento

lo sospinge il soffiar: così gli Achivi

inalbava la polve al cielo alzata

dallse ugna de' cavalli entrati allora

sotto la sferza degli aurighi in zuffa.

Difilati portavano i Troiani

il valor delle destre, e furioso

li soccorrea Gradivo discorrendo

il campo tutto, e tutta di gran buio

la battaglia coprendo. E sì di Febo

i precetti adempìa, di Febo Apollo

d'aurea spada precinto, che comando

dato gli avea d'accendere ne' Teucri

l'ardimento guerrier, vista partire

l'aiutatrice degli Achei Minerva.

Fuori intanto de' pingui aditi sacri

Enea messo da Febo, e per lui tutto

di gagliardìa ripieno appresentossi

a' suoi compagni che gioir, vedendo

vivo e salvo il guerriero e rintegrato

delle pristine forze. Ma gravarlo

d'alcun dimando il fier nol consentìa

lavor dell'armi che dell'arco il divo

sire eccitava, e l'omicida Marte,

e la Discordia ognor furente e pazza.

D'altra parte gli Aiaci e Diomede

e il re dulìchio anchessi alla battaglia

raccendono gli Achei già per sé stessi

né la furia tementi né le grida

de' Dardani, ma fermi ad aspettarli.

Quai nubi che de' monti in su la cima

immote arresta di Saturno il figlio

quando l'aria è tranquilla e il furor dorme

degli Aquiloni o d'altro impetuoso

di nubi fugator vento sonoro;

di piè fermo così senza veruno

pensier di fuga attendono gli Achivi

de' Troiani l'assalto. E Agamennone

per le file scorrendo, e molte cose

d'ogni parte avvertendo, Amici, ei grida,

uomini siate e di cor forte, e ognuno

nel calor della pugna il guardo tema

del suo compagno. De' guerrier che infiamma

generoso pudore, i salvi sono

più che gli uccisi; chi rossor di fuga

non sente, ha persa coll'onor la forza.

Scagliò l'asta, ciò detto, ed un guerriero

percosse de' primai, commilitone

del magnanimo Enea, DÙicoonte,

di Pèrgaso figliuol tenuto in pregio

dai Teucri al paro che di Priamo i figli,

perché presto a pugnar sempre tra' primi.

Colpillo Atride nell'opposto scudo

che difesa non fece. Trapassollo

tutto la lancia, e per lo cinto all'imo

ventre discese. Strepitoso ei cadde,

e l'armi rimbombar sovra il caduto.

Enea diè morte di rincontro a due

valentissimi, Orsiloco e Cretone,

figli a Diòcle, della ben costrutta

città di Fere un ricco abitatore.

Scendea costui dal fiume Alfeo che largo

la pilia terra di bell'acque inonda:

Alfèo produsse Orsiloco di molte

genti signore, Orsiloco Diòcle,

e Diòcle costor, mastri di guerra

dse un sol parto acquistati. Aveano entrambi

già fatti adulti navigato a Troia

per onor degli Atridi, e qui la vita

entrambi terminar. Quai due leoni,

cui la madre sul monte entro i recessi

d'alto speco educò, fan ruba e guasto

delle mandre, de' greggi e delle stalle,

finché dal ferro de' pastor raggiunti

caggiono anchessi; e tali allor dall'asta

d'Enea percossi caddero costoro

col fragor di recisi eccelsi abeti.

Strinse pietà dei due caduti il petto

del prode Menelao, che tosto innanzi

si spinse di lucenti armi vestito

l'asta squassando. E Marte, che domarlo

per man d'Enea fa stima, il cor gli attizza.

Del magnanimo Nestore il buon figlio

Antiloco osservollo, e un qualche danno

paventando all'Atride, un qualche grave

storpio all'impresa degli Achei, processe

nell'antiguardo. Già si aveano incontro

abbassate le picche i due campioni

pronti a ferir, quando d'Atride al fianco

Antiloco comparve: e di due tali

viste le forze in un congiunte, Enea,

benché prode guerriero, retrocesse.

Trassero questi tra gli Achei gli estinti

Orsiloco e Cretone, e d'ambedue

le miserande spoglie in man deposte

degli amici, dier volta, e nella pugna

novellamente si mischiar tra' primi.

Fu morto il duce allor de' generosi

scudati Paflagoni, il marziale

Pilemene. Il ferì d'asta alla spalla

l'Atride Menelao. Lo suo sergente

ed auriga Midon, gagliardo figlio

d'Antimnio, cadde per la man d'Antiloco.

Dava questo Midon, per via fuggirsi,

la volta al cocchio. Antiloco nel pieno

del cubito il ferì con tale un colpo

di sasso, che gittògli al suol le belle

eburnee briglie. Gli fu tosto sopra

il feritor col brando, e su la tempia

dse un dritto l'attastò, che giù dal carro

lo travolse, e ficcògli nella sabbia

testa e spalle. Anelante in quello stato

ei restossi gran pezza, ché profondo

era il sabbion; finché i destrier del tutto

lo riversar calpesto nella polve.

Diè lor di piglio Antiloco, e veloce

col flagello li spinse al campo acheo.

Com'Ettore di mezzo all'ordinanze

vide lor prove, impetuoso mosse

con alte grida ad investirli, e dietro

de' Teucri si traea le forti squadre

cui Marte è duce e la feral Bellona.

Bellona in compagnìa vien dell'orrendo

tumulto della zuffa; e Marte in pugno

palleggia un'asta smisurata, e or dietro

or davanti cammina al grande Ettorre.

Turbossi a quella vista il bellicoso

Tidìde; e quale della strada ignaro

viator che trascorsa un'ampia landa

giunge a rapido fiume che mugghiante

l'onda del mar devolve, e visto il flutto

che freme e spuma, di fuggir si affretta

l'orme sue ricalcando: a questa guisa

retrocesse il Tidìde, e al suo drappello

volgendo le parole: Amici, ei disse,

qual fia stupor se forte d'asta e audace

combattente si mostra il duce Ettorre?

Sempre al fianco gli viene un qualche iddio

che alla morte l'invola; ed or lo stesso

Marte in sembianza dse un mortal l'assiste.

Non vogliate attaccar dunque co' numi

ostinata contesa, e date addietro,

ma col viso ognor vòlto all'inimico.

Mentr'egli sì dicea, scagliarsi i Teucri

addosso alla sua schiera. E quivi Ettorre

a morte mise due guerrier, nell'armi

assai valenti e in un sol cocchio ascesi,

Anchialo e Meneste. Ebbe di loro

pietade il grande Telamonio Aiace,

e féssi avanti e stette, e la lucente

asta lanciando, Anfio colpì, che figlio

di Selago tenea suo seggio in Peso

ricco d'ampie campagne. Ma la nera

Parca ad Ilio il menò confederato

del re troiano e de' suoi figli. Il colse

sul cinto il lungo telamonio ferro,

e nell'imo del ventre si confisse.

Diè cadendo un rimbombo, e a dispogliarlo

corse l'illustre vincitor; ma un nembo

i Troiani piovean di frecce acute

che d'irta selva gli coprir lo scudo.

Ben egli al morto avvicinossi, e il petto

calcandogli col piè, la fulgid'asta

ne sferrò, ma dall'omero le belle

armi rapirgli non poteo: sì densa

la grandine il premea delle saette.

E temendo l'eroe nol circuisse

de' Troiani la piena, che ristretti

erano e molti e poderosi, e tutti

con armi d'ogni guisa e d'ogni tiro

ad incalzarlo, a repulsarlo intesi,

ei benché forte e di gran corpo e d'alto

ardir diè volta, e si ritrasse addietro.

Mentre questi alle mani in questa parte

si travaglian così, nemico fato

contra l'illustre Sarpedon sospinse

l'Eraclide Tlepòlemo, guerriero

di gran persona e di gran possa. Or come

a fronte si trovar quinci il nepote

e quindi il figlio del Tonante Iddio,

Tlepòlemo primiero così disse:

Duce de' Licii Sarpedon, qual uopo

rozzo in guerra a tremar qua ti condusse?

È mentitor chi dell'Egìoco Giove

germe ti dice. Dal valor dei forti,

che nell'andata età nacquer di lui,

troppo lungi se' tu. Ben altro egli era

il mio gran genitor, forza divina,

cuor di leone. Qua venuto un giorno

a via menar del re Laomedonte

i promessi destrieri, egli con sole

sei navi e pochi armati Ilio distrusse,

e vedovate ne lasciò le vie.

Tu sei codardo, tu a perir qui traggi

i tuoi soldati, tu veruna aita,

col tuo venir di Licia, non darai

alla dardania gente; e quando pure

un gagliardo ti fossi, il braccio mio

qui stenderatti e spingeratti a Pluto.

E di rimando a lui de' Licii il duce:

Tlepòlemo, le sacre iliache mura

Ercole, è ver, distrusse, e la scempiezza

del frigio sire il meritò, che ingrato

al beneficio con acerbi detti

oltraggiollo; e i destrieri, alta cagione

di sua venuta, gli negò. Ma i vanti

paterni non torran che la mia lancia

qui non ti prostri. Tu morrai: son io

che tel predìco, e a me l'onor qui tosto

darai della vittoria, e l'alma a Pluto.

Ciò detto appena, sollevaro in alto

i ferrati lor cerri ambo i guerrieri,

ed ambo a un tempo gli scagliar. Percosse

Sarpedonte il nemico a mezzo il collo,

sì che tutto il passò l'asta crudele,

e a lui gli occhi coperse eterna notte.

Ma il telo uscito nel medesmo istante

dalla man di Tlepòlemo la manca

coscia ferì di Sarpedon. Passolla

infino all'osso la fulminea punta,

ma non diè morte, ché vietollo il padre.

Accorsero gli amici, e dal tumulto

sottrassero l'eroe che del confitto

telo di molto si dolea, né mente

v'avea posto verun, né si avvisava

di sconficcarlo dalla coscia offesa,

onde espedirne il camminar: tant'era

del salvarlo la fretta e la faccenda.

Dall'altra parte i coturnati Achei

di Tlepòlemo anchessi dalla pugna

ritraggono la salma. Al doloroso

spettacolo la forte alma dsE Ulisse

si commosse altamente; e in suo pensiero

divisando ne vien se ei prima insegua

di Giove il figlio, o più gli torni il darsi

alla strage de' Licii. Alla sua lancia

non concedean le Parche il porre a morte

del gran Tonante il valoroso seme.

Scagliasi ei dunque da Minerva spinto

nella folta dei Licii, e quivi uccide

lse un sovra l'altro Alastore, Cerano,

Cromio, Pritani, Alcandro, e Noemone

ed Alio: e più n'avrìa di lor prostrati

il divino guerrier, se il grande Ettorre

di lui non si accorgea. Tra i primi ei dunque

processe di corrusche armi splendente,

e portante il terror ne' petti argivi.

Come il vide vicin fe' lieto il core

Sarpedonte, e con voce lamentosa:

Generoso Priamide, dicea,

non lasciarmi giacer preda al nemico:

mi soccorri, e la vita m'abbandoni

nella vostra città, poiché m'è tolto

il tornarmi al natìo dolce terreno,

e d'allegrezza spargere la mia

diletta moglie e il pargoletto figlio.

Non rispose l'eroe; ma desioso

di vendicarlo e ricacciar gli Achivi

colla strage di molti, oltre si spinse.

In questo mezzo la pietosa cura

de' compagni adagiò sotto un bel faggio

a Giove sacro Sarpedonte, e il telo

dalla piaga gli svelse il valoroso

diletto amico Pelagon. Nell'opra

svenne il ferito, e si annebbiò la vista;

ma l'aura boreal, che fresca intorno

ventavagli, tornò ne' primi uffici

della vita gli spirti; e nell'anelo

petto affannoso ricreògli il core.

Da Marte intanto e dall'ardente Ettorre

assaliti gli Achei né paurosi

verso le navi si fuggìan, né arditi

farsi innanzi sapean. Ma quando il grido

corse tra lor che Marte era co' Teucri,

indietro si piegar sempre cedendo.

Or chi prima, chi poi fu l'abbattuto

dal ferreo Marte e dall'audace Ettorre?

Teutrante che sembianza avea dse un Dio,

l'agitatore di cavalli Oreste,

il vibrator di lancia Etolio Treco,

e l'Enopide Elèno, ed Enomào,

e d'armi adorno di color diverso

Oresbio che a far d'oro alte conserve

posto il pensier, tenea suo seggio in Ila

appo il lago Cefisio ov'altri assai

opulenti Beozi avean soggiorno.

Tale e tanta d'Achivi occisione

Giuno mirando, a Pallade si volse,

e con preste parole: Ohimè! le disse,

invitta figlia dell'Egìoco Giove,

se libera lasciam dell'omicida

Marte la furia, indarno a Menelao

noi promettemmo dell'iliache torri

la caduta, e felice il suo ritorno.

Or via, scendiamo, e di valor noi pure

facciam prova laggiù. Disse, e Minerva

tenne l'invito. Allor la veneranda

Saturnia Giuno ad allestir veloce

corse i d'oro bardati almi destrieri.

Immantinente al cocchio Ebe le curve

ruote innesta. Un ventaglio apre ciascuna

d'otto raggi di bronzo, e si rivolve

sovra l'asse di ferro. Il giro è tutto

d'incorruttibil oro, ma di bronzo

le salde lame de' lor cerchi estremi.

Maraviglia a veder! Son puro argento

i rotondi lor mozzi, e vergolate

d'argento e d'or del cocchio anco le cinghie

con ambedue dell'orbe i semicerchi,

a cui sospese consegnar le guide.

Si dispicca da questo e scorre avanti

pur d'argento il timone, in cima a cui

Ebe attacca il bel giogo e le leggiadre

pettiere; e queste parimenti e quello

d'auro sono contesti. Desiosa

Giuno di zuffe e del rumor di guerra,

gli alipedi veloci al giogo adduce.

Né Minerva si indugia. Ella diffuso

il suo peplo immortal sul pavimento

delle sale paterne, effigiato

peplo, stupendo di sua man lavoro,

e vestita di Giove la corazza,

di tutto punto al lagrimoso ballo

armasi. Intorno agli omeri divini

pon la ricca di fiocchi Egida orrenda,

che il Terror d'ogn'intorno incoronava.

Ivi era la Contesa, ivi la Forza,

ivi l'atroce Inseguimento, e il diro

Gorgonio capo, orribile prodigio

dell'Egìoco signore. Indi alla fronte

l'aurea celata impone irta di quattro

eccelsi coni, a ricoprir bastante

eserciti e città. Tale la Diva

monta il fulgido cocchio, e l'asta impugna

pesante, immensa, poderosa, ond'ella

intere degli eroi le squadre atterra

irata figlia di potente iddio.

Giuno, al governo delle briglie, affretta

col flagello i corsieri. Cigolando

per sé stesse si aprir l'eteree porte

custodite dall'Ore a cui commessa

del gran cielo è la cura e dell'Olimpo,

onde serrare e disserrar la densa

nube che asconde degli Dei la sede.

Per queste porte dirizzar le Dive

i docili cavalli, e ritrovaro

scevro dagli altri Sempiterni e solo

su l'alta vetta dell'Olimpo assiso

di Saturno il gran figlio. Ivi i destrieri

sostò la Diva dalle bianche braccia,

e il supremo de' numi interrogando:

Giove padre, gli disse, e non ti prende

sdegno de' fatti di Gradivo atroci?

Non vedi quanta e quale il furibondo

strage non giusta degli Achei commette?

Io ne son dolorosa: e queti intanto

si letiziano Apollo e Citerea,

essi che questo d'ogni legge schivo

forsennato aizzar. Padre, si io scendo

a rintuzzar l'audace, a discacciarlo

dalla pugna, n'andrai tu meco in ira?

Va, le rispose delle nubi il sire,

spingi contra costui la predatrice

Minerva, a farlo assai dolente usata.

Di ciò lieta la Dea fe' su le groppe

de' corsieri sonar la sferza; e quelli

infra la terra e lo stellato cielo

desiosi volaro; e quanto vede

d'aereo spazio un uom che in alto assiso

stende il guardo sul mar, tanto dse un salto

ne varcar delle Dive i tempestosi

destrier. Là giunte dove l'onde amiche

confondono davanti all'alta Troia

Simoenta e Scamandro, ivi rattenne

Giuno i cavalli, gli staccò dal cocchio,

e di nebbia li cinse. Il Simoenta

loro un pasco fornì d'ambrosie erbette.

Tacite allora, e col leggiero incesso

di timide colombe ambe le Dive

appropinquarsi al campo acheo, bramose

di dar soccorso a' combattenti. E quando

arrivar dove molti e valorosi,

come stuol di cinghiali o di lioni,

si stavano ristretti intorno al forte

figliuolo di Tidèo, presa la forma

di Stèntore che voce avea di ferro,

e pareggiava di cinquanta il grido,

Giuno sclamò: Vituperati Argivi,

mere apparenze di valor, vergogna!

Finché mostrossi in campo la divina

fronte d'Achille, non fur osi i Teucri

scostarsi mai dalle dardanie porte;

cotanto di sua lancia era il terrore.

Or lungi dalle mura insino al mare

vengono audaci a cimentar la pugna.

Sì dicendo svegliò di ciascheduno

e la forza e l'ardir. Sorgiunse in questa

la cerula Minerva a Diomede

chappo il carro la piaga, onde l'offese

di Pandaro lo stral, refrigerava;

e colla stanca destra sollevando

dello scudo la soga tutta molle

di molesto sudor, tergea del negro

sangue la tabe. Colla man posata

sul giogo de' corsier la Dea sì disse:

Tidèo per certo generossi un figlio

che poco lo somiglia. Era Tidèo

picciol di corpo, ma guerriero; e quando

io gli vietava di pugnar, fremea.

E quando senza compagnìa venuto

ambasciatore a Tebe io co' Tebani

ne' regii alberghi a banchettar l'astrinsi,

non depose egli, no, la bellicosa

alma di prima, ma sfidando il fiore

de' giovani Cadmei, tutti li vinse

agevolmente col mio nume al fianco.

E al tuo fianco del pari io qui ne vegno,

e ti guardo e t'esorto e ti comando

di pugnar co' Troiani arditamente.

Ma te per certo o la fatica oppresse,

o qualche tema agghiaccia, e tu non sei

più, no, la prole del pugnace Enìde.

Ti riconosco, o Dea (tosto rispose

il valoroso eroe), ti riconosco,

figlia di Giove, e di buon grado e netta

mia ragione dirò. Né vil timore

né ignavia mi rattien, ma il tuo comando.

Non se' tu quella che pugnar poc'anzi

mi vietasti co' numi? E se la figlia

di Giove Citerea nel campo entrava,

non mi dicesti di ferirla? Il feci.

Ed or recedo, e agli altri Achivi imposi

d'accogliersi qui tutti, ora che Marte,

ben lo conosco, de' Troiani è il duce.

E a lui la Diva dalle luci azzurre:

Diletto Diomede, alcuna tema

di questo Marte non aver, né d'altro

qualunque iddio, se tua difesa io sono.

Sorgi, e drizza in costui glimpetuosi

tuoi corridori, e stringilo e il percuoti,

né riguardo t'arresti né rispetto

di questo insano ad ogni mal parato

e ad ogni parteggiar, che a me pur dianzi

e a Giuno promettea che contra i Teucri

a pro de' Greci avrìa pugnato; ed ora

immemore de' Greci i Teucri aiuta.

Sì dicendo afferrò colla possente

destra il figliuol di Capanèo, dal carro

traendolo; né quegli a dar fu tardo

un salto a terra; ed ella stessa ascese

sovra il cocchio da canto a Diomede

infiammata di sdegno. Orrendamente

l'asse al gran pondo cigolò, ché carco

dse una gran Diva egli era e dse un gran prode.

Al sonoro flagello ed alle briglie

diè di piglio Minerva, e senza indugio

contra Marte sospinse i generosi

cornipedi. Lo giunse appunto in quella

che atterrato l'enorme Perifante

(un fortissimo Etòlo, egregio figlio

d'Ochesio), il Dio crudel lordo di sangue

lo trucidava. In arrivar si pose

Minerva di Pluton l'elmo alla fronte,

onde celarsi di quel fero al guardo.

Come il nume omicida ebbe veduto

l'illustre Diomede, al suol disteso

lasciò l'immenso Perifante, e dritto

ad investir si spinse il cavaliero.

E tosto giunti lse un dell'altro a fronte,

Marte il primo scagliò l'asta di sopra

al giogo de' corsier lungo le briglie,

di rapirgli la vita desioso:

ma prese colla man l'asta volante

la Dea Minerva e la stornò dal carro,

e vano il colpo riuscì. Secondo

spinse l'asta il Tidìde a tutta forza.

La diresse Minerva, e al Dio l'infisse

sotto il cinto nell'epa, e vulnerollo,

e lacerata la divina cute

l'asta ritrasse. Mugolò il ferito

nume, e ruppe in un tuon pari di nove

o dieci mila combattenti al grido

quando appiccan la zuffa. I Troi lse udiro,

lse udir gli Achivi, e ne tremar: sì forte

fu di Marte il muggito. E quale pel grave

vento che spira dalla calda terra

si fa di nubi tenebroso il cielo;

tal parve il ferreo Marte a Diomede,

mentre avvolto di nugoli alle sfere

dolorando salìa. Giunto alla sede

degli Dei su l'Olimpo, accanto a Giove

mesto si assise, discoperse il sangue

immortal che scorrea dalla ferita,

e in suono di lamento: O padre, ei disse,

e non t'adiri a cotal vista, a fatti

sì nequitosi? Esiziosa sempre

a noi Divi tornò la mutua gara

di gratuir lse umana stirpe; e intanto

di nostre liti la cagion tu sei,

tu che una figlia generasti insana,

e di sterminii e di malvage imprese

invaghita mai sempre. Obbedienti

hai quanti alberga Sempiterni il cielo;

tutti inchiniamo a te. Sola costei

né con fatti frenar né con parole

tu sai per anco, connivente padre

di pestifera furia. Ella pur dianzi

stimolò di Tidèo l'audace figlio

a pazzamente guerreggiar co' numi;

ella a ferir Ciprigna; ella a scagliarsi

contra me stesso, e pareggiarsi a un Dio.

E se più tardo il piè fuggìa, sarei

steso rimasto fra quei tanti uccisi

in lunghe pene, né morir potendo

m'avrìa de' colpi infranto la tempesta.

Bieco il guatò l'adunator de' nembi

Giove, e rispose: Querimonie e lai

non mi far qui seduto al fianco mio,

fazioso incostante, e a me fra tutti

i Celesti odioso. E risse e zuffe

e discordie e battaglie, ecco le care

tue delizie. Trasfuso in te conosco

di tua madre Giunon l'intollerando

inflessibile spirto, a cui mal posso

pur colle dolci riparar; né certo

d'altronde io penso che il tuo danno or scenda,

che dal suo torto consigliar. Non io

vo' per questo patir che tu sostegna

più lungo duolo: mi sei figlio, e caro

la Dea tua madre a me ti partorìa.

Se malvagio, qual sei, d'altro qualunque

nume nascevi, da gran tempo avresti

sorte incorsa peggior degli Uranìdi.

Così detto, a Peon comando ei fece

di risanarlo. La ferita ei sparse

di lenitivo medicame, e tolto

ogni dolore, il tornò sano al tutto,

ché mortale ei non era. E come il latte

per lo gaglio sbattuto si rappiglia,

e perde il suo fluir sotto la mano

del presto mescitor; presta del pari

la peonia virtù Marte guarìa.

Ebe poscia lavollo, e di leggiadre

vesti l'avvolse; ed egli accanto a Giove

dell'alto onor superbo si ripose.

Repressa del crudel Marte la strage,

tornar contente alla magion del padre

Giuno Argiva e Minerva Alalcomènia.




LIBRO VI


Soli senz'alcun Dio Teucri ed Achei

così restaro a battagliar. Più volte

tra il Simoenta e il Xanto impetuosi

si assaliro; più volte or da quel lato

ed or da questo con incerte penne

la Vittoria volò. Ruppe di Troi

primo una squadra il Telamonio Aiace,

presidio degli Achivi, e il primo raggio

portò di speme a' suoi, ferendo un Trace

fortissimo guerriero e di gran mole,

Acamante d'Eussòro. Il colse in fronte

nel cono dell'elmetto irto d'equine

chiome, e nell'osso gli piantò la punta

sì che i lumi gli chiuse il buio eterno.

Tolse la vita al Teutranìde Assilo

il marzio Diomede. Era d'Arisbe

bella contrada Assilo abitatore,

uom di molta ricchezza, a tutti amico,

ché tutti in sua magion, posta lunghesso

la via frequente, ricevea cortese.

Ma degli ospiti ahi! niuno accorse allora,

niun da morte il campò. Solo il suo fido

servo Calesio, che reggeagli il cocchio,

morto ei pur dal Tidìde, al fianco cadde

del suo signore, e con lui scese a Pluto.

Eurìalo abbatte Ofelzio e Dreso; e poscia

Esepo assalta e Pedaso gemelli,

che al buon Bucolione un dì produsse

la Naiade gentile Abarbarèa.

Bucolion del re Laomedonte

primogenito figlio, ma di nozze

furtive acquisto, conducea la greggia

quando alla ninfa in amoroso amplesso

mischiossi, e di costor madre la feo.

Ma quivi tolse ad ambedue la vita

e la bella persona e l'armi il figlio

di Mecistèo. Fur morti a un tempo istesso

Astialo dal forte Polipete;

il percosso Pidìte dall'acuta

asta dsE Ulisse; Aretaon da Teucro.

D'Antiloco la lancia Ablero atterra,

Èlato quella del maggiore Atride,

Èlato che sua stanza avea nell'alta

Pedaso in riva dell'ameno fiume

Satnioente. Euripilo prostese

Melanzio; e l'asta dell'eroe Leìto

il fuggitivo Fìlaco trafisse.

Ma l'Atride minor, strenuo guerriero,

vivo Adrasto pigliò. Repente ombrando

li costui corridori, e via pel campo

paventosi fuggendo in un tenace

cespo implicarsi di mirica, e quivi

al piede del timon spezzato il carro

volar con altri spaventati in fuga

verso le mura. Prono nella polve

sdrucciolò dalla biga appo la ruota

quell'infelice. Colla lunga lancia

Menelao gli fu sopra; e Adrasto a lui

abbracciando i ginocchi e supplicando:

Pigliami vivo, Atride; e largo prezzo

del mio riscatto avrai. Figlio son io

di ricco padre, e gran conserva ei tiene

d'auro, di rame e di foggiato ferro.

Di questi largiratti il padre mio

molti doni, se vivo egli mi sappia

nelle argoliche navi. - A questo prego

già dell'Atride il cor si raddolcìa,

già fidavalo al servo, onde alle navi

l'adducesse; quand'ecco Agamennòne

che a lui ne corre minaccioso e grida:

Debole Menelao! e qual ti prende

de' Troiani pietà? Certo per loro

la tua casa è felice! Or su; nessuno

de' perfidi risparmi il nostro ferro,

né pur l'infante nel materno seno:

perano tutti in un con Ilio, tutti

senza onor di sepolcro e senza nome.

Cangiò di Menelao la mente il fiero

ma non torto parlar, sì chei respinse

da sé con mano il supplicante, e lui

ferì tosto nel fianco Agamennòne,

e supino lo stese. Indi col piede

calcato il petto ne ritrasse il telo.

Nestore intanto in altra parte accende

l'acheo valor, gridando: Amici eroi,

Dànai di Marte alunni, alcun non sia

chora badi alle spoglie, e per tornarne

carco alle navi si rimanga indietro.

Non badiam che ad uccidere, e gli uccisi

poi nel campo a bell'agio ispoglieremo.

Fatti animosi a questo dir gli Achei

piombar su i Teucri, che scorati e domi

di nuovo in Ilio si sarìan racchiusi,

se il prestante indovino Eleno, figlio

del re troiano, non volgea per tempo

ad Ettore e ad Enea queste parole:

Poiché tutta si folce in voi la speme

de' Troiani e de' Licii, e che voi siete

i miglior nella pugna e nel consiglio,

voi, Ettore ed Enea, qui state, e i nostri

alle porte fuggenti rattenete,

pria che, con riso del nemico, in braccio

si salvin delle mogli. E come tutte

ben rincorate le falangi avrete,

noi di piè fermo, benché lassi e in dura

necessitade, qui farem coll'armi

buon ripicco agli Achei. Ciò fatto, a Troia

tu, Ettore, ten vola, ed alla madre

di' che salga la rocca, e del delubro

a Minerva sacrato apra le porte,

e vi raccolga le matrone, e il peplo

il più grande, il più bello, e a lei più caro

di quanti in serbo ne' regali alberghi

ella ne tien, deponga umilemente

su le ginocchia della Diva, e dodici

giovenche le prometta ancor non dome,

se la nostra città commiserando

e le consorti e i figli, ella dal sacro

Ilio allontana il fiero Diomede

combattente crudele, e violento

artefice di fuga, e per mio senno

il più gagliardo degli Achei. Né certo

noi tremammo giammai tanto il Pelìde,

benché figlio a una Dea, quanto costui

che fuor di modo inferocisce, e nullo

vien di forze con esso a paragone.

Disse: e al cenno fraterno obbediente

Ettore armato si lanciò dal carro

con due dardi alla mano; e via scorrendo

per lo campo e animando ogni guerriero,

rinfrescò la battaglia: e tosto i Teucri

voltar la faccia, e coraggiosi incontro

fersi al nemico. Si arretrar gli Achivi,

e la strage cessò; chessi mirando

sì audaci i Teucri convertir le fronti,

stimar disceso in lor soccorso un Dio.

E tuttavia le sue genti Ettorre

confortando, gridava ad alta voce:

Magnanimi Troiani, e voi di Troia

generosi alleati, ah siate, amici,

siatemi prodi, e fuor mettete intera

la vostra gagliardìa, mentr'io per poco

men volo in Ilio ad intimar de' padri

e delle mogli i preghi e le votive

ecatombi agli Dei. - Parte, ciò detto.

Ondeggiano all'eroe, mentre cammina,

l'alte creste dell'elmo; e il negro cuoio,

che gli orli attorna dell'immenso scudo,

la cervice gli batte ed il tallone.

Di duellar bramosi allor nel mezzo

dellse un campo e dell'altro appresentarsi

Glauco, prole d'Ippoloco, e il Tidìde.

Come al tratto dell'armi ambo fur giunti,

primo il Tidìde favellò: Guerriero,

chi se' tu? Non ti vidi unqua ne' campi

della gloria finor. Ma tu d'ardire

ogni altro avanzi se aspettar non temi

la mia lancia. È figliuol dse un infelice

chi fassi incontro al mio valor. Se poi

tu se' qualche Immortal, non io per certo

co' numi pugnerò; ché lunghi giorni

né pur non visse di Driante il forte

figlio Licurgo che agli Dei fe' guerra.

Su pel sacro Nisseio egli di Bacco

le nudrici inseguìa. Dal rio percosse

con pungolo crudel gittaro i tirsi

tutte insieme, e fuggir: fuggì lo stesso

Bacco, e nel mar si ascose, ove del fero

minacciar di Licurgo paventoso

Teti l'accolse. Ma sdegnarsi i numi

con quel superbo. Della luce il caro

raggio gli tolse di Saturno il figlio,

e detestato dagli Eterni tutti

breve vita egli visse. All'armi io dunque

non verrò con gli Dei. Ma se terreno

cibo ti nutre, accòstati; e più presto

qui della morte toccherai le mete.

E d'Ippoloco a lui l'inclito figlio:

Magnanimo Tidìde, a che dimandi

il mio lignaggio? Quale delle foglie,

tale è la stirpe degli umani. Il vento

brumal le sparge a terra, e le ricrea

la germogliante selva a primavera.

Così lse uom nasce, così muor. Ma se oltre

brami saper di mia prosapia, a molti

ben manifesta, ti farò contento.

Siede nel fondo del paese argivo

Efira, una città, natìa contrada

di Sisifo che ognun vincea nel senno.

Dall'Eolide Sisifo fu nato

Glauco; da Glauco il buon Bellerofonte,

cui largiro gli Dei somma beltade,

e quel dolce valor che i cuori acquista.

Ma Preto macchinò la sua ruina,

e potente signor d'Argo che Giove

sottomessa gli avea, d'Argo l'espulse

per cagione d'Antèa sposa al tiranno.

Furiosa costei ne desiava

segretamente l'amoroso amplesso;

ma non valse a crollar del saggio e casto

Bellerofonte la virtù. Sdegnosa

del magnanimo niego l'impudica

volse l'ingegno alla calunnia, e disse

al marito così: Bellerofonte

meco in amor tentò meschiarsi a forza:

muori dunque, o lse uccidi. Arse di sdegno

Preto a questo parlar, ma non lse uccise,

di sacro orror compreso. In quella vece

spedillo in Licia apportator di chiuse

funeste cifre al re suocero, ond'egli

perir lo fusse. Dagli Dei scortato

partì Bellerofonte, al Xanto giunse,

al re de' Licii appresentossi, e lieta

n'ebbe accoglienza ed ospital banchetto.

Nove giorni fumò su l'are amiche

di nove tauri il sangue. E quando apparve

della decima aurora il roseo lume

interrogollo il sire, e a lui la tèssera

del genero chiedea. Viste le crude

note di Preto, comandògli in prima

di dar morte all'indomita Chimera.

Era il mostro d'origine divina

lion la testa, il petto capra, e drago

la coda; e dalla bocca orrende vampe

vomitava di foco. E nondimeno

col favor degli Dei l'eroe la spense.

Pugnò poscia co' Sòlimi, e fu questa,

per lo stesso suo dir, la più feroce

di sue pugne. Domò per terza impresa

le Amazzoni virili. Al suo ritorno

il re gli tese un altro inganno, e scelti

della Licia i più forti, in fosco agguato

li collocò; ma non redinne un solo:

tutti gli uccise l'innocente. Allora

chiaro veggendo che dse un qualche iddio

illustre seme egli era, a sé lo tenne,

e diegli a sposa la sua figlia, e mezza

la regal potestade. Ad esso inoltre

costituiro i Licii un separato

ed ameno tenér, di tutti il meglio,

d'alme viti fecondo e d'auree messi,

ond'egli a suo piacer lo si coltivi.

Partorì poi la moglie al virtuoso

Bellerofonte tre figliuoli, Isandro

e Ippoloco, ed alfin Laodamìa

che al gran Giove soggiacque, e padre il fece

del bellicoso Sarpedon. Ma quando

venne in odio agli Dei Bellerofonte,

solo e consunto da tristezza errava

pel campo Aleio l'infelice, e l'orme

de' viventi fuggìa. Da Marte ucciso

cadde Isandro co' Sòlimi pugnando;

Laodamìa perì sotto gli strali

dell'irata Diana; e a me la vita

Ippoloco donò, di cui m'è dolce

dirmi disceso. Il padre alle troiane

mura spedimmi, e generosi sproni

m'aggiunse di lanciarmi innanzi a tutti

nelle vie del valore, onde de' miei

padri la stirpe non macchiar, che f¹ro

d'Efira e delle licie ampie contrade

i più famosi. Ecco la schiatta e il sangue

di che nato mi vanto, o Diomede.

Allegrossi di Glauco alle parole

il marzial Tidìde, e l'asta in terra

conficcando, all'eroe dolce rispose:

Un antico paterno ospite mio,

Glauco, in te riconosco. Enèo, già tempo,

ne' suoi palagi accolse il valoroso

Bellerofonte, e lui ben venti interi

giorni ritenne, e di bei doni entrambi

si presentaro. Una purpurea cinta

Enèo donò, Bellerofonte un nappo

di doppio seno e d'or, che in serbo io posi

nel mio partir: ma di Tidèo non posso

farmi ricordo, ché bambino io m'era

quando ei lasciommi per seguire a Tebe

gli Achei che rotti vi periro. Io dunque

sarotti in Argo ed ospite ed amico,

tu in Licia a me, se nella Licia avvegna

chio mai porti i miei passi. Or nella pugna

evitiamci lse un l'altro. Assai mi resta

di Teucri e d'alleati, a cui dar morte,

quanti a' miei teli n'offriranno i numi,

od il mio piè ne giungerà. Tu pure

troverai fra gli Achivi in chi far prova

di tua prodezza. Di nostr'armi il cambio

mostri intanto a costor, che lse uno e l'altro

siam ospiti paterni. Così detto,

dal cocchio entrambi dismontar dse un salto,

strinser le destre, e si dier mutua fede.

Ma nel cambio dell'armi a Glauco tolse

Giove lo senno. Aveale Glauco d'oro,

Diomede di bronzo: eran di quelle

cento tauri il valor, nove di queste.

Al faggio intanto delle porte Scee

Ettore giunge. Gli si fanno intorno

le troiane consorti e le fanciulle

per saper de' figliuoli e de' mariti

e de' fratelli e degli amici; ed egli,

Ite, risponde, a supplicar gli Dei

in devota ordinanza, itene tutte,

choggi a molte sovrasta alta sciagura.

De' regali palagi indi si avvìa

ai portici superbi. Avea cinquanta

talami la gran reggia edificati

lse un presso all'altro, e di polita pietra

splendidi tutti. Accanto alle consorti

dormono in questi i Priamìdi. A fronte

dodici altri ne serra il gran cortile

per le regie donzelle, al par de' primi

di bel marmo lucenti, e posti in fila.

Di Priamo in questi dormono glillustri

generi al fianco delle caste spose.

Qui giunto Ettore, ad incontrarlo corse

l'inclita madre che a trovar sen gìa

Laodice, la più delle sue figlie

avvenente e gentil. Chiamollo a nome,

e strettolo per mano: O figlio, disse,

perché, lasciato il guerreggiar, qua vieni?

Ohimè! per certo i detestati Achei

son già sotto alle mura, e te qui spinge

religioso zelo ad innalzare

là su la rocca le pie mani a Giove.

Ma deh! rimanti alquanto, ond'io dse un dolce

vino la spuma da libar ti rechi

primamente al gran Giove e agli altri Eterni,

indi a rifar le tue, se ne berai,

esauste forze. Di guerrier già stanco

rinfranca Bacco il core, e te pugnante

per la tua patria la fatica oppresse.

No, non recarmi, veneranda madre,

dolce vino verun, rispose Ettorre,

chegli scemar potrìa mie forze, e in petto

addormentarmi la natìa virtude.

Aggiungi che libar non oso a Giove

pria che di divo fiume onda mi lavi;

né certo lice colle man di polve

lorde e di sangue offerir voti al sommo

de' nembi adunator. Ma tu di Palla

predatrice t'invìa deh! tosto al tempio,

e rècavi i profumi accompagnata

dalle auguste matrone, e qual nell'arca

peplo ti serbi più leggiadro e caro,

prendilo, e umìle della Diva il poni

su le sacre ginocchia, e sei le vota

giovenche e sei di collo ancor non tocco

se la cittade e le consorti e i figli

commiserando, dall'iliache mura

allontana il feroce Diomede,

artefice di fuga e di spavento.

Corri dunque a placarla. Io ratto intanto

a Paride ne vado, onde svegliarlo

dal suo letargo, se darammi orecchio.

Oh gli si aprisse il suolo, ed ingoiasse

questa del mio buon padre e di noi tutti

inviata da Giove alta sciagura.

Né penso che dal cor mi fia mai tolta

di sì spiacenti guai la rimembranza,

se pria non veggo costui spinto a Pluto.

Disse; e ne' regii alberghi Ecuba entrata

chiama le ancelle, e a ragunar le manda

per la cittade le matrone. Ed ella

nell'odorato talamo discende,

ove di pepli istoriati un serbo

tenea, lavor delle fenicie donne

che Paride, solcando il vasto mare,

da Sidon conducea quando la figlia

di Tindaro rapìo. Di questi Ecùba

un ne toglie il più grande, il più riposto,

fulgido come stella, ed a Minerva

offerta lo destina. Indi si avvìa

dalle gravi matrone accompagnata.

Al tempio giunte di Minerva in vetta

all'ardua rocca, aperse loro i sacri

claustri la figlia di Cissèo, la bella

d'alme guance Teano, che lodata

d'Antènore consorte i giusti Teucri

di Minerva nomar sacerdotessa.

Tutte allora levar con alti pianti

a Pallade le palme, e preso il peplo,

su le ginocchia della Diva il pose

la modesta Teano: indi di Giove

alla gran figlia orò con questi accenti:

Veneranda Minerva, inclita Dea,

delle città custode, ah tu del fiero

Tidìde l'asta infrangi, e di tua mano

stendilo anciso su le porte Scee,

che noi tosto su l'are a te faremo

di dodici giovenche ancor non dome

scorrere il sangue, se di queste mura

e delle teucre spose, e de' lor cari

figli innocenti sentirai pietade.

Così pregar: ma non udìa la Diva

delle misere i voti. Ettore intanto

di Paride cammina alle leggiadre

case, di che egli stesso il prence avea

divisato il disegno, al magistero

de' più sperti di Troia architettori

fidandone l'effetto. E questi a lui

e stanza ed atrio e corte edificaro

sul sommo della rocca, appo i regali

di Priamo stesso e del maggior fratello

risplendenti soggiorni. Entrovvi Ettorre,

nelle mani la lunga asta tenendo

di ben undici cubiti. La punta

di terso ferro colla ghiera d'oro

al mutar de' gran passi scintillava.

Nel talamo il trovò che le sue belle

armi assettava, i curvi archi e lo scudo

e lse usbergo. L'argiva Elena, in mezzo

all'ancelle seduta, i bei lavori

ne dirigea. Com'ebbe in lui gli sguardi

fisso il grande guerrier, con detti acerbi

così l'invase: Sciagurato! il core

ira ti rode, il so; ma non è bello

il coltivarla. Intorno all'alte mura

cadono combattendo i cittadini,

e tanta strage e tanto affar di guerra

per te solo si accende; e tu sei tale

che altrui vedendo abbandonar la pugna

rampognarlo oseresti. Or su, ti scuoti,

esci di qua pria che da' Greci accesa

venga a snidarti d'Ilion la fiamma.

Bello, siccome un Dio, Paride allora

così rispose: Tu mi fai, fratello,

giusti rimprocci, e giusto al par mi sembra

chio ti risponda, e tu mi porga ascolto.

Né sdegno né rancor contra i Troiani

nel talamo regal mi rattenea,

ma desir solo di distrarre un mio

dolor segreto. E in questo punto istesso

con tenere parole anco la moglie

m'esortava a tornar nella battaglia,

e il cor mio stesso mi dicea che questo

era lo meglio; perocché nel campo

le palme alterna la vittoria. Or dunque

attendi che dell'armi io mi rivesta,

o mi precorri, chio ti seguo, e tosto

raggiungerti mi spero. - Così disse

Paride: e nulla gli rispose Ettorre;

a cui molli volgendo le parole

Elena soggiugnea: Dolce cognato,

cognato a me proterva, a me primiero

de' vostri mali detestando fonte,

oh m'avesse il dì stesso in che la madre

mi partoriva, un turbine divelta

dalle sue braccia, ed alle rupi infranta,

o del mar nell'irate onde sommersa

pria del bieco mio fallo! E poiché tale

e tanto danno statuir gli Dei,

stata almeno fossi io consorte ad uomo

più valoroso, e che nel cor più addentro

i dispregi sentisse e le rampogne.

Ma di presente a costui manca il fermo

carattere dell'alma, e non ho speme

chei lo si acquisti in avvenir. M'avviso

quindi che presto pagheranne il fio.

Ma tu vien oltre, amato Ettorre, e siedi

su questo seggio, e il cor stanco ricrea

dal rio travaglio che per me sostieni,

per me d'obbrobrio carca, e per la colpa

del tuo fratello. Ahi lassa! un duro fato

Giove n'impose e tal chanco ai futuri

darem materia di canzon famosa.

Cortese donna, le rispose Ettorre,

non rattenermi. Il core, impaziente

di dar soccorso a' miei che me lontano

richiamano, fa vano il dolce invito.

Ma tu di cotestui sprona il coraggio,

onde si affretti ei pure, e mi raggiunga

anzi chio m'esca di città. Veloce

corro intanto a' miei lari a veder lse uopo

di mia famiglia, e la diletta moglie

e il pargoletto mio, non mi sapendo

se alle lor braccia tornerò più mai,

o se oggi è il dì che decretar gli Eterni

sotto le destre achee la mia caduta.

Parte, ciò detto, e giunge in un baleno

alla eccelsa magion; ma non vi trova

la sua dal bianco seno alma consorte;

chella col caro figlio e coll'ancella

in elegante peplo tutta chiusa

su l'alto della torre era salita:

e là si stava in pianti ed in sospiri.

Come deserta Ettòr vide la stanza,

arrestossi alla soglia, ed all'ancelle

vòlto il parlar: Porgete il vero, ei disse;

Andromaca dov'è? Forse alle case

di qualcheduna delle sue congiunte,

o di Palla recossi ai santi altari

a placar colle troiche matrone

la terribile Dea? - No, gli rispose

la guardiana, e poiché brami il vero,

il vero parlerò. Né alle cognate

ella n'andò, né di Minerva all'are,

ma d'Ilio alla gran torre. Udito avendo

dell'inimico un furioso assalto

e de' Teucri la rotta, la meschina

corre verso le mura a simiglianza

di forsennata, e la fedel nutrice

col pargoletto in braccio l'acccompagna.

Finito non avea queste parole

la guardiana, che veloce Ettorre

dalle soglie si spicca, e ripetendo

il già corso sentier, fende diritto

del grand'Ilio le piazze: ed alle Scee,

onde al campo è lse uscita, ecco d'incontro

Andromaca venirgli, illustre germe

d'Eezione, abitator dell'alta

Ipoplaco selvosa, e de' Cilìci

dominator nell'ipoplacia Tebe.

Ei ricca di gran dote al grande Ettorre

diede a sposa costei chivi allor corse

ad incontrarlo; e seco iva l'ancella

tra le braccia portando il pargoletto

unico figlio dell'eroe troiano,

bambin leggiadro come stella. Il padre

Scamandrio lo nomava, il vulgo tutto

Astianatte, perché il padre ei solo

era dell'alta Troia il difensore.

Sorrise Ettorre nel vederlo, e tacque.

Ma di gran pianto Andromaca bagnata

accostossi al marito, e per la mano

strignendolo, e per nome in dolce suono

chiamandolo, proruppe: Oh troppo ardito!

il tuo valor ti perderà: nessuna

pietà del figlio né di me tu senti,

crudel, di me che vedova infelice

rimarrommi tra poco, perché tutti

di conserto gli Achei contro te solo

si scaglieranno a trucidarti intesi;

e a me fia meglio allor, se mi sei tolto,

l'andar sotterra. Di te priva, ahi lassa!

chaltro mi resta che perpetuo pianto?

Orba del padre io sono e della madre.

Mse uccise il padre lo spietato Achille

il dì che de' Cilìci egli l'eccelsa

popolosa città Tebe distrusse:

mse uccise, io dico, Eezion quel crudo;

ma dispogliarlo non osò, compreso

da divino terror. Quindi con tutte

l'armi sul rogo il corpo ne compose,

e un tumulo gli alzò cui di frondosi

olmi le figlie dell'Egìoco Giove

l'Oreadi pietose incoronaro.

Di ben sette fratelli iva superba

la mia casa. Di questi in un sol giorno

lo stesso figlio della Dea sospinse

l'anime a Pluto, e li trafisse in mezzo

alle mugghianti mandre ed alle gregge.

Della boscosa Ipoplaco reina

mi rimanea la madre. Il vincitore

coll'altre prede qua l'addusse, e poscia

per largo prezzo in libertà la pose.

Ma questa pure, ahimè! nelle paterne

stanze lo stral d'Artèmide trafisse.

Or mi resti tu solo, Ettore caro,

tu padre mio, tu madre, tu fratello,

tu florido marito. Abbi deh! dunque

di me pietade, e qui rimanti meco

a questa torre, né voler che sia

vedova la consorte, orfano il figlio.

Al caprifico i tuoi guerrieri aduna,

ove il nemico alla città scoperse

più agevole salita e più spedito

lo scalar delle mura. O che agli Achei

abbia mostro quel varco un indovino,

o che spinti ve gli abbia il proprio ardire,

questo ti basti che i più forti quivi

già fur tre volte di valor periglio,

ambo gli Aiaci, ambo gli Atridi, e il chiaro

sire di Creta ed il fatal Tidìde.

Dolce consorte, le rispose Ettorre,

ciò tutto che dicesti a me pur anco

ange il pensier; ma de' Troiani io temo

fortemente lo spregio, e dell'altere

Troiane donne, se guerrier codardo

mi tenessi in disparte, e della pugna

evitassi i cimenti. Ah nol consente,

no, questo cor. Da lungo tempo appresi

ad esser forte, ed a volar tra' primi

negli acerbi conflitti alla tutela

della paterna gloria e della mia.

Giorno verrà, presago il cor mel dice,

verrà giorno che il sacro iliaco muro

e Priamo e tutta la sua gente cada.

Ma né de' Teucri il rio dolor, né quello

d'Ecuba stessa, né del padre antico,

né de' fratei, che molti e valorosi

sotto il ferro nemico nella polve

cadran distesi, non mi accora, o donna,

sì di questi il dolor, quanto il crudele

tuo destino, se fia che qualche Acheo,

del sangue ancor de' tuoi lordo lse usbergo,

lagrimosa ti tragga in servitude.

Misera! in Argo all'insolente cenno

dse una straniera tesserai le tele.

Dal fonte di Messìde o d'Iperèa,

(ben repugnante, ma dal fato astretta)

alla superba recherai le linfe;

e vedendo talun piovere il pianto

dal tuo ciglio, dirà: Quella è d'Ettorre

l'alta consorte, di quel prode Ettorre

che fra' troiani eroi di generosi

cavalli agitatori era il primiero,

quando intorno a Ilion si combattea.

Così dirassi da qualcuno; e allora

tu di nuovo dolor l'alma trafitta

più viva in petto sentirai la brama

di tal marito a scior le tue catene.

Ma pria morto la terra mi ricopra,

chio di te schiava i lai pietosi intenda.

Così detto, distese al caro figlio

l'aperte braccia. Acuto mise un grido

il bambinello, e declinato il volto,

tutto il nascose alla nudrice in seno,

dalle fiere atterrito armi paterne,

e dal cimiero che di chiome equine

alto su l'elmo orribilmente ondeggia.

Sorrise il genitor, sorrise anchella

la veneranda madre; e dalla fronte

l'intenerito eroe tosto si tolse

l'elmo, e raggiante sul terren lo pose.

Indi baciato con immenso affetto,

e dolcemente tra le mani alquanto

palleggiato l'infante, alzollo al cielo,

e supplice sclamò: Giove pietoso

e voi tutti, o Celesti, ah concedete

che di me degno un dì questo mio figlio

sia splendor della patria, e de' Troiani

forte e possente regnator. Deh fate

che il veggendo tornar dalla battaglia

dell'armi onusto de' nemici uccisi,

dica talun: Non fu sì forte il padre:

E il cor materno nellse udirlo esulti.

Così dicendo, in braccio alla diletta

sposa egli cesse il pargoletto; ed ella

con un misto di pianti almo sorriso

lo si raccolse all'odoroso seno.

Di secreta pietà l'alma percosso

riguardolla il marito, e colla mano

accarezzando la dolente: Oh! disse,

diletta mia, ti prego; oltre misura

non attristarti a mia cagion. Nessuno,

se il mio punto fatal non giunse ancora,

spingerammi a Pluton: ma nullo al mondo,

sia vil, sia forte, si sottragge al fato.

Or ti rincasa, e a' tuoi lavori intendi,

alla spola, al pennecchio, e delle ancelle

veglia su l'opre; e a noi, quanti nascemmo

fra le dardanie mura, a me primiero

lascia i doveri dell'acerba guerra.

Raccolse al terminar di questi accenti

l'elmo dal suolo il generoso Ettorre,

e muta alla magion la via riprese

l'amata donna, riguardando indietro,

e amaramente lagrimando. Giunta

agli ettorei palagi, ivi raccolte

trovò le ancelle, e le commosse al pianto.

Ploravan tutte l'ancor vivo Ettorre

nella casa d'Ettòr le dolorose,

rivederlo più mai non si sperando

reduce dalla pugna, e dalle fiere

mani scampato de' robusti Achei.

Non producea glindugi in questo mezzo

dentro l'alte sue soglie il Priamìde

Paride: e già di tutte rivestito

le sue bell'armi, d'Ilio folgorando

traversava le vie con presto piede.

Come destriero che di largo cibo

ne' presepi pasciuto, ed a lavarsi

del fiume avvezzo alla bell'onda, alfine

rotti i legami per l'aperto corre

stampando con sonante ugna il terreno:

scherzan sul dosso i crini, alta se estolle

la superba cervice, ed esultando

di sua bellezza, ai noti paschi ei vola

ove amor d'erbe o di puledre il tira;

tale di Priamo il figlio dalla rocca

di Pergamo scendea tutto nell'armi

esultante e corrusco come sole.

Sì ratti i piedi lo portar, chei tosto

il germano raggiunse appunto in quella

che dal tristo parlar si dipartìa

della consorte. Favellò primiero

Paride, e disse: Alla tua giusta fretta

fui di lungo aspettar forse cagione,

venerando fratello, e non ti giunsi

sollecito, tem'io, come imponesti.

Generoso timor! rispose Ettorre;

nullse uom, che l'opre drittamente estimi,

darà biasmo alle tue nel glorioso

mestier dell'armi; ché tu pur se' prode.

Ma, colpa del voler, spesso si allenta

la tua virtude, e inoperosa giace.

Quindi è l'alto mio duol quando de' Teucri

per te solo infelici odo in tuo danno

le contumelie. Ma partiam, ché poscia

comporremo tra noi questa contesa,

se grazia ne farà Giove benigno

di poter lieti nelle nostre case

ai Celesti immortali offrir la coppa

dell'alma libertà, vinti gli Achei.




LIBRO VII


Così dicendo, dalle porte eruppe

seguìto dal fratello il grande Ettorre.

Ardono entrambi di far pugna: e quale

i naviganti allegra amico vento

che un Dio lor manda allor che stanchi ei sono

d'agitar le spumanti onde co' remi,

e cascano le membra di fatica;

tali al desìo de' Teucri essi appariro.

A prima giunta Paride stramazza

Menestio d'Arna abitatore, e figlio

del portator di clava ArÙitòo,

a cui lo partorìa Filomedusa

per grand'occhi lodata. Ettore attasta

Eioneo di lancia alla cervice

sotto l'elmetto, e morto lo distende.

Glauco, duce de' Licii, a un tempo istesso

dse un colpo di zagaglia ad Ifinòo,

prole di Dèssio, l'omero trafigge

appunto in quella che salìa sul cocchio,

e dal cocchio al terren morto il trabocca.

Vista la strage degli Achei, Minerva

dall'Olimpo calossi impetuosa

verso il sacro Ilion. La vide Apollo

dalla pergàmea rocca, e vincitori

bramando i Teucri, le si fece incontro

vicino al faggio, e favellò primiero:

Figlia di Giove, e quale il cor t'invade

furia novella? E qual sì grande affetto

dall'Olimpo ti spinge? a portar forse

della pugna agli Achei la dubbia palma,

poiché niuna ti tocca il cor pietade

dello strazio de' Teucri? Or su, m'ascolta,

e fia lo meglio. Si sospenda in questo

giorno la zuffa, e alla novella aurora

si ripigli e si incalzi infin che Troia

cada: da che la sua caduta a voi

possenti Dive il cor cotanto invoglia.

Sia così, Palla gli rispose: io scesi

fra i Troiani e gli Achei con questa mente.

Ma come avvisi di quetar la pugna?

Suscitiam, replicava il saettante

figlio di Giove, suscitiam la forte

alma d'Ettorre a provocar qualcuno

de' prodi Achivi a singolar tenzone:

e indignati gli Achivi un valoroso

spingano anchessi a cimentarsi in campo

da solo a solo col troian guerriero.

Disse, e Minerva acconsentìa. Conobbe

de' consultanti iddii tosto il disegno

il Priamide Elèno in suo pensiero,

e ad Ettore venuto: Ettore, ei disse,

pari a quello dse un nume è il tuo consiglio;

ma udir vuoi tu del tuo fratello il senno?

Fa dall'armi cessar Teucri ed Achei,

e degli Achei tu sfida il più valente

a singolar certame. Io ti fo certo

che il tuo giorno fatal non giunse ancora;

così mi dice degli Dei la voce.

Esultò di letizia all'alto invito

il valoroso: e presa per lo mezzo

la sua gran lancia, e tra lse un campo e l'altro

procedendo, fe' alto alle troiane

falangi; ed elle soffermarsi tutte.

Soffermarsi del pari al riverito

cenno d'Atride i coturnati Achivi,

e in forma d'avoltoi Minerva e Febo

sull'alto faggio si arrestar di Giove,

con diletto mirando de' guerrieri

quinci e quindi seder dense le file

d'elmi orrende e di scudi e d'aste erette.

Quale è l'orror che di Favonio il soffio

nel suo primo spirar spande sul mare,

che destato si arruffa e l'onde imbruna:

tale de' Teucri e degli Achei nel vasto

campo sedute comparìan le file.

Trasse Ettorre nel mezzo, e così disse:

Udite, o Teucri, udite attenti, o Achivi,

ciò che nel petto mi ragiona il core.

Ratificar non piacque all'alto Giove

i nostri giuramenti, e in suo segreto

agli uni e agli altri macchinar ne sembra

grandi infortunii, finché l'ora arrivi

chIlio per voi si atterri, o che voi stessi

atterrati restiate appo le navi.

Or quando il vostro campo il fior racchiude

degli achivi guerrieri, esca a duello

chi cuor si sente: lo disfida Ettorre.

Eccovi i patti del certame, e Giove

testimonio ne sia. Se il mio nemico

mse ucciderà, dell'armi ei mi dispogli,

e le si porti; ma il mio corpo renda,

onde i Troiani e le troiane spose

m'onorino del rogo. Ov'io lui spegna,

ed Apollo la palma a me conceda,

porteronne le tolte armi nel sacro

Ilio, e del nume appenderolle al tempio:

ma l'intatto cadavere alle navi

vi sarà rimandato, onde d'esequie

l'orni l'achea pietade e di sepolcro

su l'Ellesponto. Lo vedrà de' posteri

naviganti qualcuno, e fia che dica:

Ecco la tomba dse un antico prode

che combattendo coll'illustre Ettorre

glorioso perì. Questo fia detto,

ed eterno vivrassi il nome mio.

All'audace disfida ammutoliro

gli Achei, tementi d'accettarla, e insieme

di recusarla vergognosi. Alfine

in piè rizzossi Menelao, nell'imo

del cor gemendo, ed in acerbi detti

prorompendo gridò: Vili superbi,

Achive, non Achei! Fia questo il colmo

dell'ignominia, se tra voi non trova

quell'audace Troian chi gli risponda.

Oh possiate voi tutti in nebbia e polve

resoluti sparir, voi che vi state

qui senza core immoti e senza onore.

Ma io medesmo, io sì, contra costui

scenderò nell'arena. In man de' numi

della vittoria i termini son posti.

Ciò detto, l'armi indossa. E certo allora

per le mani d'Ettorre, o Menelao,

trovato avresti di tua vita il fine,

(chegli di forza ti vincea d'assai)

se subito in piè surti i prenci achivi

non rattenean tua foga. Egli medesmo

il regnatore Atride Agamennone

l'afferrò per la mano, e, Tu deliri,

disse, e il delirio non ti giova. Or via,

fa senno, e premi il tuo dolor, né spinto

da bellicosa gara avventurarti

con un più prode di cui tutti han tema,

col Priamide Ettorre. Anco il Pelìde,

sì più forte di te, lo scontro teme

di quella lancia nel conflitto. Or dunque

ritorna alla tua schiera, e statti in posa.

Gli desteranno incontra altro più fermo

duellator gli Achivi, e tal chEttorre,

intrepido quantunque ed indefesso,

metterà volentier, se dritto io veggo,

le ginocchia in riposo, ove pur sia

che netto egli esca dalla gran tenzone.

Svolge il saggio parlar del sommo Atride

del fratello il pensier, che obbediente

quetossi, e lieti gli levar di dosso

le bell'arme i sergenti. Allor nel mezzo

surse Nestore, e disse: Eterni Dei!

Oh di che lutto ricoprirsi io veggio

la casa degli eroi, l'achea contrada!

Oh quanto in cor ne gemerà l'antico

di cocchi agitator Pelèo, di lingua

fra' Mirmidon sì chiaro e di consiglio;

egli che in sua magion solea di tutti

gli Achei le schiatte dimandarmi e i figli,

e giubilava nellse udirli! Ed ora

se per Ettorre ei tutti li sapesse

di terror costernati, oh come al cielo

alzerebbe le mani, e pregherebbe

di scendere dolente anima a Pluto!

O Giove padre, o Pallade, o divino

di Latona figliuol! ché non son io

nel fior degli anni, come quando in riva

pugnar del ratto Celadonte i Pilii

con la sperta di lancia arcade gente

sotto il muro di Fea verso le chiare

del Jàrdano correnti? Alla lor testa

Ereutalion venìa, che pari a nume

l'armatura regal d'ArÙitòo

indosso avea, del divo ArÙitòo

che gli uomini tutti e le ben cinte donne

clavigero nomar; perché non d'arco

né di lunga asta armato ei combattea,

ma con clava di ferro poderosa

rompea le schiere. A lui diè morte poscia,

pel valore non già, ma per inganno

Licurgo al varco dse un angusto calle,

ove il rotar della ferrata clava

al suo scampo non valse; ché Licurgo

prevenendone il colpo traforògli

l'epa coll'asta, e stramazzollo; e l'armi

così gli tolse che da Marte egli ebbe,

armi che poscia lse uccisor portava

ne' fervidi conflitti; insin che, fatto

per vecchiezza impotente, al suo diletto

prode scudiero Ereutalion le cesse.

Di queste dunque altero iva costui

disfidando i più forti, ed atterriti

n'eran sì tutti, che nessun si mosse.

Ma io mi mossi audace core, e d'anni

minor di tutti m'azzuffai con esso,

e col favor di Pallade lo spensi:

forte eccelso campion che in molta arena

giaceami steso al piede. Oh mi fiorisse

or quell'etade e la mia forza intégra!

Per certo Ettorre troverìa qui tosto

chi gli risponda. E voi del campo acheo

i più forti, i più degni, ad incontrarlo

voi non andrete con allegro petto?

Tacque: e rizzarsi subitani in piedi

nove guerrieri. Si rizzò primiero

il re de' prodi Agamennon; rizzossi

dopo lui Diomede, indi ambedue

glimpetuosi Aiaci; indi, col fido

Merion bellicoso, Idomenèo;

e poscia d'Evemon l'inclito figlio

Eurìpilo, e Toante Andremonìde,

e il saggio Ulisse finalmente. Ognuno

chiese il certame coll'eroe troiano.

Disse allora il buon veglio: Arbitra sia

della scelta la sorta, e sia l'eletto,

salvo tornando dall'ardente agone,

degli Achei la salute e di sé stesso.

Segna a quel detto ognun sua sorte: e dentro

l'elmo la gitta del maggior Atride.

La turba intanto supplicante ai numi

sollevava le palme; e con gli sguardi

fissi nel cielo udìasi dire: O Giove,

fa che la sorte il Telamònio Aiace

nomi, o il Tidìde, o di Micene il sire.

Così pregava; e il cavalier Nestorre

agitava le sorti: ed ecco uscirne

quella che tutti desiar. La prese,

e a dritta e a manca ai prenci achivi in giro

la mostrava l'araldo, e nullo ancora

la conoscea per sua. Ma come, andando

dallse uno all'altro, il banditor pervenne

al Telamònio Aiace e gliela porse,

riconobbe l'eroe lieto il suo segno,

e gittatolo in mezzo, Amici, è mia,

gridò, la sorte, e ne gioisce il core,

che su l'illustre Ettòr spera la palma.

Voi, mentre l'arma io vesto, al sommo Giove

supplicate in silenzio, onde non sia

dai teucri orecchi il vostro prego udito;

o supplicate ad alta voce ancora,

se sì vi piace, ché nessuno io temo,

né guerriero v'avrà che mio malgrado

di me trionfi, né per fallo mio.

Sì rozzo in guerra non lasciommi, io spero,

la marzial palestra in Salamina,

né il chiaro sangue di che nato io sono.

Disse; e gli Achivi alzar gli sguardi al cielo,

e a Giove supplicar con questi accenti:

Saturnio padre, che dall'Ida imperi

massimo, augusto! vincitor deh rendi

e glorioso Aiace; o se pur anco

t'è caro Ettorre e lo proteggi, almeno

forza ad entrambi e gloria ugual concedi.

Di splendid'armi frettoloso intanto

Aiace si vestiva: e poiché tutte

l'ebbe assunte dintorno alla persona,

concitato avviossi, a camminava

quale incede il gran Marte allor che scende

tra fiere genti stimolate all'armi

dallo sdegno di Giove, e dall'insana

roditrice dell'alme émpia Contesa.

Tale si mosse degli Achei trinciera

lo smisurato Aiace, sorridendo

con terribile piglio, e misurava

a vasti passi il suol, l'asta crollando

che lunga sul terren l'ombra spandea.

Di letizia esultavano gli Achivi

a riguardarlo; ma per l'ossa ai Teucri

corse subito un gelo. Palpitonne

lo stesso Ettòr; ma né schivar per tema

il fier cimento, né tra' suoi ritrarsi

più non gli lice, ché fu sua la sfida.

E già gli è sopra Aiace coll'immenso

pavese che parea mobile torre;

opra di Tichio, d'Ila abitatore,

prestantissimo fabbro, che di sette

costruito l'avea ben salde e grosse

cuoia di tauro, e indottavi di sopra

una falda d'acciar. Con questo al petto

enorme scudo il Telamònio eroe

féssi avanti al Troiano, e minaccioso

mosse queste parole: Ettore, or chiaro

saprai da solo a sol quai prodi ancora

rimangono agli Achei dopo il Pelìde

cuor di lione e rompitor di schiere.

Irato coll'Atride egli alle navi

neghittoso si sta; ma noi siam tali,

che non temiamo lo tuo scontro, e molti.

Comincia or tu la pugna, e tira il primo.

Nobile prence Telamònio Aiace,

rispose Ettorre, a che mi tenti, e parli

come a imbelle fanciullo o femminetta

cui dell'armi il mestiero è pellegrino?

E anchio trattar so il ferro e dar la morte,

e a dritta e a manca anchio girar lo scudo,

e infaticato sostener l'attacco,

e a piè fermo danzar nel sanguinoso

ballo di Marte, o dse un salto sul cocchio

lanciarmi, e concitar nella battaglia

i veloci destrier. Né già voglio

un tuo pari ferire insidioso,

ma discoperto, se arrivar ti posso.

Ciò detto, bilanciò colla man forte

la lunga lancia, e saettò d'Aiace

il settemplice scudo. Furiosa

la punta trapassò la ferrea falda

che di fuor lo copriva, e via scorrendo

squarciò sei giri del bovin tessuto,

e al settimo fermossi. Allor secondo

trasse Aiace, e colpì di Priamo il figlio

nella rotonda targa. Traforolla

il frassino veloce, e nellse usbergo

sì addentro si ficcò, che presso al lombo

lacerògli la tunica. Piegossi

Ettore a tempo, ed evitò la morte.

Ricovrò lse uno e l'altro il proprio telo,

e all'assalto tornar come per fame

fieri leoni, o per vigor tremendi

arruffati cinghiali alla montagna.

Di nuovo Ettorre coll'acuto cerro

colpì, lo scudo ostil, ma senza offesa,

chivi la punta si curvò: di nuovo

trasse Aiace il suo telo, ed alla penna

dello scudo ferendo, a parte a parte

lo trapassò, gli punse il collo, e vivo

sangue spiccionne. Né per ciò l'attacco

lasciò l'audace Ettorre. Era nel campo

un negro ed aspro enorme sasso: a questo

diè di piglio il Troiano, e contra il Greco

lo fulminò. Percosse il duro scoglio

il colmo dello scudo, e orribilmente

ne rimbombò la ferrea piastra intorno.

Seguì l'esempio il gran Telamonìde,

ed afferrato e sollevato ei pure

un altro più d'assai rude macigno,

con forza immensa lo rotò, lo spinse

contra il nemico. Il molar sasso infranse

l'ettoreo scudo, e di tal colpo offese

lui nel ginocchio, che riverso ei cadde

con lo scudo sul petto: ma rizzollo

immantinente di Latona il figlio.

E qui tratte le spade i due campioni

più da vicino si ferìan, se ratti,

messaggieri di Giove e de' mortali,

non accorrean gli araldi, il teucro Idèo,

e l'achivo Taltìbio, ambo lodati

di prudente consiglio. Entrar costoro

con securtade in mezzo ai combattenti,

ed interposto fra le nude spade

il pacifico scettro, il saggio Idèo

così primiero favellò: Cessate,

diletti figli, la battaglia. Entrambi

siete cari al gran Giove, entrambi (e chiaro

ognun sel vede) acerrimi guerrieri:

ma la notte discende, e giova, o figli,

alla notte obbedir. - Dimandi Ettorre

questa tregua, rispose il fiero Aiace:

primo ei tutti sfidonne, e primo ei chiegga.

Ritirerommi, se l'esempio ei porga.

E l'illustre rival tosto riprese:

Aiace, i numi ti largir cortesi

pari alla forza ed al valore il senno,

e nel valor tu vinci ogni altro Acheo.

Abbian riposo le nostr'armi, e cessi

la tenzon. Pugneremo altra fiata

finché la Parca ne divida, e intera

allse uno o all'altro la vittoria doni.

Or la notte già cade, e della notte

romper non dussi la ragion. Tu riedi

dunque alle navi a rallegrar gli Achivi,

i congiunti, gli amici. Io nella sacra

città rientro a serenar de' Teucri

le meste fronti e le dardanie donne,

che in lunghi pepli avvolte appiè dell'are

per me si stanno a supplicar. Ma pria

di dipartirci, un mutuo dono attesti

la nostra stima: e gli Achei poscia e i Teucri

diran: Costoro duellar coll'ira

di fier nemici, e separarsi amici.

Così dicendo, la sua propria spada

gli presentò d'argentei chiovi adorna

con fulgida vagina ed un pendaglio

di leggiadro lavoro; Aiace a lui

il risplendente suo purpureo cinto.

Così divisi, agli Achei lse uno, ai Teucri

l'altro avviossi. Esilararsi i Teucri,

vivo il lor duce ritornar veggendo

dalla forza scampato e dall'invitte

mani d'Aiace; e trepidanti ancora

del passato periglio alla cittade

l'accompagnaro. Dall'opposta parte

della palma superbo il lor campione

guidar gli Achivi al padiglion d'Atride,

che per tutti onorar tosto al Tonante

un bue quinquenne in sacrificio offerse.

Lo scuoiar, lo spaccar, lo furo in brani

acconciamente, e negli spiedi infisso

l'abbrustolar con molta cura, e tolto

il tutto al foco, l'apprestar sul desco,

e banchettando ne cibò ciascuno

a pien talento. Ma l'immenso tergo

del sacro bue donollo Agamennone

d'onore in segno al vincitor guerriero.

Del cibarsi e del ber spento il desìo,

il buon veglio Nestorre, di cui sempre

ottimo uscìa l'avviso, in questo dire

svolse il suo senno: Atride e duci achei,

questo giorno fatal la vita estinse

di molti prodi, del cui sangue rossa

fe' l'aspro Marte la scamandria riva,

e all'Orco ne passar l'ombre insepolte.

Al nuovo sole le nostr'armi adunque

si restino tranquille, e noi sul campo

convenendo, imporrem le salme esangui

su le carrette, e muli oprando e buoi,

qui ne faremo il pio trasporto, e al rogo

le darem lungi dalle navi alquanto,

onde al nostro tornar nel patrio suolo

le ceneri portarne ai mesti figli.

E dintorno alla pira una comune

tomba ergeremo, e di muraglia e d'alte

torri, a difesa delle navi e nostra,

con rapido lavor la cingeremo,

e salde vi apriremo e larghe porte

per l'egresso de' cocchi. Indi un'esterna

profonda fossa scaverem che tutta

circondi la muraglia, e de' cavalli

l'impeto affreni e de' pedon, se mai

de' Teucri irrompa l'orgoglioso ardire.

Disse, e tutti annuiro i prenci achei.

Di Priamo alle soglie in questo mentre

su l'alta iliaca rocca i Teucri anchessi

tenean confusa e trepida consulta.

Primo il saggio Antenòr sì prese a dire:

Dardanidi, Troiani, e voi venuti

in sussidio di Troia, i sensi udite

che il cor mi porge. Rendasi agli Atridi

con tutto il suo tesor l'argiva Elèna.

Violammo noi soli il giuramento,

e quindi inique le nostr'armi sono.

Se non si rende, non avrem che danno.

Così detto, si assise. E surto in piedi

il bel marito della bella Argiva

così Pari rispose: Al cor m'è grave,

Antenore, il tuo detto, e so che porti

una miglior sentenza in tuo segreto.

Ché se parli davver, davvero i numi

ti han tolto il senno. Ma ben io qui schietti

i miei sensi aprirò. La donna io mai

non renderò, giammai. Quanto alle ricche

spoglie che d'Argo a queste rive addussi,

tutte render le voglio, ed altre ancora

aggiungeronne di mio proprio dritto.

Tacque, e sul seggio si raccolse. Allora

in sembianza dse un Dio levossi in mezzo

il Dardanide Priamo, ed, Udite,

Teucri, ei disse, e alleati, il mio pensiero,

quale il cor lo significa. Pel campo

del consueto cibo si ristauri

ognuno, e attenda alla sua scolta, e vegli.

Col nuovo sole alle nemiche navi

Idèo sen vada, e ad ambedue gli Atridi

di Paride, cagion della contesa,

riferisca la mente, e una discreta

proposta aggiunga di cessar la guerra,

finché il rogo consunte abbia le morte

salme de' nostri, per pugnar di poi

finché la Parca ne spartisca, e agli uni

conceda o agli altri la vittoria intégra.

Tutti assentiro riverenti al detto:

indi pel campo procurar le cene

in divisi drappelli. Il dì novello

alle navi si avvìa l'araldo Idèo,

e raccolti ritrova a parlamento

i bellicosi Achei davanti all'alta

agamennònia poppa. Appresentossi

tosto il canoro banditore, e disse:

Atridi e duci achei, mi diè comando

Priamo e di Troia gli ottimati insieme

di sporvi, se vi fia grato lse udirla,

di Paride, cagion di questa guerra,

una proferta. Le ricchezze tutte

chei d'Argo addusse (oh pria perito ei fosse!)

ei tutte le vi rende, ed altre ancora

di sua ragion n'aggiungerà. Ma quanto

alla gentil tua donna, o Menelao,

di questa ei niega il rendimento, e indarno

l'esortano i Troiani. E un'altra io reco

di lor proposta: Se quetar vi piaccia

della guerra il furor, finché de' morti

le care spoglie il foco abbia combuste,

per indi razzuffarci infin che piena

tra noi decida la vittoria il fato.

Disse, e tutti ammutir. Sciolse il Tidìde

alfin la voce; e, Niun di Pari, ei grida,

l'offerta accetti, né la stessa pure

rapita donna. Ai Dardani sovrasta,

un fanciullo il vedrìa, l'esizio estremo.

Plausero tutti al suo parlar gli Achivi

con alte grida, e n'ammiraro il senno.

Indi vòlto all'araldo il grande Atride:

Idèo, disse egli, per te stesso udisti

degli Achei la risposta, e in un la mia.

Quanto agli estinti, di buon grado assento

che siano incesi; ché non dussi avaro

esser di rogo a chi di vita è privo,

né porre indugio a consolarne l'ombra

coll'officio pietoso. Il fulminante

sposo di Giuno il nostro giuro ascolti.

Così dicendo alzò lo scettro al cielo,

e l'araldo tornossi entro la sacra

cittade ai Teucri, già del suo ritorno

impazienti e in pien consesso accolti.

Giunse, e intromesso la risposta espose.

Si sparsero allor ratti, altri al carreggio

de' cadaveri intenti, altri al funèbre

taglio de' boschi. Dall'opposta parte

un cuor medesmo, una medesma cura

occupava gli Achivi. E già dal queto

grembo del mare al ciel montando il sole

co' rugiadosi lucidi suoi strali

le campagne ferìa, quando nell'atra

pianura si scontrar Teucri ed Achei

ognuno in cerca de' suoi morti, a tale

dal sangue sfigurati e dalla polve,

che mal se ne potea, senza lavarli,

ravvisar le sembianze. Alfin trovati

e conosciuti li ponean su i mesti

plaustri piangendo. Ma di Priamo il senno

non consentìa del pianto a' suoi lo sfogo:

quindi afflitti, ma muti, al rogo i Teucri

diero a mucchi le salme; ed arse tutte,

col cuor serrato alla città tornaro.

Dse un medesmo dolor rotti gli Achei

i lor morti ammassar sovra la pira,

e come gli ebbe la funerea fiamma

consumati, del mar preser la via.

Non biancheggiava ancor l'alba novella,

ma il barlume soltanto antelucano,

quando d'Achei dintorno all'alto rogo

scelto stuolo affollossi. E primamente

alzar dappresso a quello una comune

tomba agli estinti, ed alla tomba accanto

una muraglia a edificar si diero

d'alti torrazzi ghirlandata, a schermo

delle navi e di sé: porte vi furo

di salda imposta, e di gran varco al volo

de' bellicosi cocchi: indi lunghesso

l'esterno muro una profonda e vasta

fossa scavar di pali irta e gremita.

Degli Achei la stupenda opra tal era.

La contemplar maravigliando i numi

seduti intorno al Dio de' tuoni, e irato

sì prese a dir l'Enosigèo Nettunno:

Giove padre, chi fia più tra' mortali,

che glImmortali in avvenir consulti,

e n'implori il favor? Vedi tu quale

e quanto muro gli orgogliosi Achei

innanti alle lor navi abbian costrutto

e circondato dse un'immensa fossa

senza offerir solenni ostie agli Dei?

Di cotant'opra andrà certo la fama

ovunque giunge la divina luce,

e il grido morirà delle sacrate

mura che al re Laomedonte un tempo

intorno ad Ilione Apollo ed io

edificammo con assai fatica.

Che dicesti? sdegnoso gli rispose

l'adunator de' numbi: altro qualunque

Iddio di forza a te minor potrebbe

di questo paventar. Ma del possente

Enosigèo la gloria al par dell'almo

raggio del sole splenderà per tutto.

Or ben: sì tosto che gli Achei faranno

veleggiando ritorno al patrio lido,

e tu quel muro abbatti e tutto quanto

sprofondalo nel mare, e d'alta arena

coprilo sì che ogni orma ne svanisca.

In questo favellar l'astro se estinse

del giorno, e l'opra degli Achei fu piena.

Della sera allestite indi le mense

per le tende, cibar le opime carni

di scannati giovenchi, e ristorarsi

del vino che recato avean di Lenno

molti navigli; e li spediva Eunèo

d'Issipile figliuolo e di Giasone.

Mille sestieri in amichevol dono

Eunèo ne manda ad ambedue gli Atridi;

compra il resto l'armata, altri con bronzo,

altri con lame di lucente ferro;

qual con pelli bovine, e qual col corpo

del bue medesmo, o di robusto schiavo.

Lieto adunque imbandir pronto convito

gli Achivi, e tutta banchettar la notte.

Banchettava del par nella cittade

con gli alleati la dardania gente.

Ma tutta notte di Saturno il figlio

con terribili tuoni annunziava

alte sventure nel suo senno ordite.

Di pallido terror tutti compresi

dalle tazze spargean le spume a terra

devotamente, né veruno ardìa

appressarvi le labbra, se libato

pria non avesse al prepotente Giove.

Corcarsi alfine, e su lor scese il sonno.




LIBRO VIII


Già spiegava l'aurora il croceo velo

sul volto della terra, e co' Celesti

su l'alto Olimpo il folgorante Giove

tenea consiglio. Ei parla, e riverenti

stansi gli Eterni ad ascoltar: Mse udite

tutti, ed abbiate il mio voler palese;

e nessuno di voi né Dio né Diva

di frangere si ardisca il mio decreto,

ma tutti insieme il secondate, ond'io

l'opra, che penso, a presto fin conduca.

Qualunque degli Dei vedrò furtivo

partir dal cielo, e scendere a soccorso

de' Troiani o de' Greci, egli all'Olimpo

di turpe piaga tornerassi offeso;

o l'afferrando di mia mano io stesso,

nel Tartaro remoto e tenebroso

lo gitterò, voragine profonda

che di bronzo ha la soglia e ferree porte,

e tanto in giù nell'Orco si inabissa,

quanto va lungi dalla terra il cielo.

Allor saprà che degli Dei son io

il più possente. E vuolsene la prova?

D'oro al cielo appendete una catena,

e tutti a questa v'attaccate, o Divi

e voi Dive, e traete. E non per questo

dal ciel trarrete in terra il sommo Giove,

supremo senno, né pur tutte oprando

le vostre posse. Ma ben io, se il voglio,

la trarrò colla terra e il mar sospeso:

indi alla vetta dell'immoto Olimpo

annoderò la gran catena, ed alto

tutte da quella penderan le cose.

Cotanto il mio poter vince de' numi

le forze e de' mortai. - Qui tacque, e tutti

dal minaccioso ragionar percossi

ammutolir gli Dei. Ruppe Minerva

finalmente il silenzio, e così disse:

Padre e re de' Celesti, e noi pur anco

sappiam che invitta è la tua gran possanza.

Ma nondimen de' bellicosi Achei

pietà ne prende, che di fato iniquo

son vicini a perir. Noi dalla pugna,

se tu il comandi, ci terrem lontani;

ma non vietar che di consiglio almeno

sien giovati gli Achivi, onde non tutti

cadan nell'ira tua disfatti e morti.

Con un sorriso le rispose il sommo

de' nembi adunator: Conforta il core,

diletta figlia; favellai severo,

ma vo' teco esser mite. - E così detto,

gli orocriniti eripedi cavalli

come vento veloci al carro aggioga:

al divin corpo induce una lorica

tutta d'auro, e alla man data una sferza

pur d'auro intesta e di gentil lavoro,

monta il cocchio, e flagella a tutto corso

i corridori che volar bramosi

infra la terra e lo stellato Olimpo.

Tosto all'Ida, di belve e di rigosi

fonti altrice, arrivò su l'ardua cima

del Gargaro, ove sacro a lui frondeggia

un bosco, e fuma un odorato altare.

Qui degli uomini il padre e degli Dei

rattenne e dal timon sciolse i cavalli,

e di nebbia gli avvolse. Indi si assise

esultante di gloria in su la vetta

di là lo sguardo a Troia rivolgendo

ed alle navi degli Achei, che preso

per le tende alla presta un parco cibo

armavansi. Ed all'armi anchessi i Teucri

per la città correan; né gli sgomenta

il numero minor, ché per le spose

e pe' figli a pugnar pronti li rende

necessità. Spalancansi le porte:

erompono pedoni e cavalieri

con immenso tumulto, e giunti a fronte,

scudi a scudi, aste ad aste e petti a petti

oppongono, e di targhe odi e dse usberghi

un fiero cozzo, ed un fragor di pugna

che rinforza più sempre. De' cadenti

lse urlo si mesce coll'orribil vanto

de' vincitori, e il suol sangue correa.

Dall'ora che le porte apre al mattino

fino al merigge, d'ambedue le parti

durò la strage con egual fortuna.

Ma quando ascese a mezzo cielo il sole,

alto spiegò l'onnipossente Iddio

l'auree bilance, e due diversi fati

di sonnifera morte entro vi pose,

il troiano e l'acheo. Le prese in mezzo,

le librò, sollevolle, e degli Achivi

il fato dechinò, che traboccando

percosse in terra, e balzò l'altro al cielo.

Tonò tremendo allor Giove dall'Ida,

e un infocato fulmine nel campo

avventò degli Achei, che stupefatti

a quella vista impallidir di tema.

Né Idomenèo né il grande Agamennone,

né gli Aiaci, ambedue lampi di Marte,

fermi al lor posto rimaner fur osi.

Solo il Gerenio, degli Achei tutela,

Nestore vi restò, ma suo mal grado

ché un destrier l'impedìa, cui di saetta

d'Elena bella l'avvenente drudo

nella fronte ferì laddove spunta

nel teschio de' cavalli il primo crine,

ed è letale il loco alle ferite.

Inalberossi il corridor trafitto,

ché nel cerèbro entrata era la freccia,

e dintorno alla rota per l'acuto

dolor si voltolando, in iscompiglio

mettea gli altri cavalli. Or mentre il vecchio

gli si fa sopra colla daga, e tenta

tagliarne le tirelle, ecco veloci

fra la calca e il ferir de' combattenti

sopraggiungere d'Ettore i destrieri,

superbi di portar sì grande auriga.

E qui perduta il veglio avrìa la vita,

se del rischio di lui non si accorgea

l'invitto Diomede. Un grido orrendo

di pugna eccitator mise l'eroe

alla volta dsE Ulisse: Ah dove immemore

di tua stirpe divina, dove fuggi,

astuto figlio di Laerte, e volgi,

come un codardo della turba, il tergo?

Bada che alcun le fuggitive spalle

non ti giunga coll'asta. Aglinimici

volta la fronte, ed a salvar vien meco

dal furor di quel fiero il vecchio amico.

Quelle grida non ode, e ratto in salvo

fugge Ulisse alle navi. Allor rimasto

solo il Tidìde, si sospinse in mezzo

ai guerrier della fronte, avanti al cocchio

di Nestore piantossi, e lui chiamando

veloci gli drizzò queste parole:

Troppo feroce gioventù nemica

ti sta contra, o buon vecchio, e infermi troppo

sono i tuoi polsi: hai grave d'anni il dorso,

hai debole l'auriga e i corridori.

Monta il mio cocchio, e la virtù vedrai

dei cavalli di Troe, che dianzi io tolsi

d'Anchise al figlio, a maraviglia sperti

a fuggir ratti in campo e ad inseguire.

Lascia cotesti agli scudieri in cura,

drizziam questi ne' Teucri, e vegga Ettorre

si anco in mia man la lancia è furibonda.

Disse: né il veglio ricusò l'invito.

Di Stènelo e del buon Eurimedonte,

valorosi scudieri, egli al governo

cesse le sue puledre, e tosto il cocchio

del Tidìde salito, in man si tolse

le bellissime briglie, e col flagello

i corsieri percosse. In un baleno

giunser d'Ettore a fronte, che diritto

lor d'incontro venìa con gran tempesta.

Trasse la lancia Diomede, e il colpo

errò; ma su le poppe in mezzo al petto

colpì l'auriga Eniopèo, figliuolo

dell'inclito Tebèo. Cade il trafitto

giù tra le rote colle briglie in pugno:

si arretrano i destrieri, e in quello stato

perde ogni forza l'infelice, e spira.

Del morto auriga addolorossi Ettorre,

e mesto di lasciar quivi il compagno

nella polve disteso, un altro audace

alla guida del carro iva cercando:

né di rettor gran tempo ebber bisogno

i suoi destrieri, ché gli occorse allse uopo

l'animoso Archepòlemo d'Ifito,

cui sul carro montar fa senza indugio,

e gli abbandona nella man le briglie.

Immensa strage allora e fatti orrendi

foran d'arme seguìti, e come agnelli

stati in Ilio sarìan racchiusi i Teucri,

se de' Celesti il padre e de' mortali

tosto di ciò non si accorgea. Tonando

con gran fragore un fulmine rovente

vibrò nel campo il nume, e il fece in terra

guizzar di Diomede innanzi al cocchio:

e subita nse uscìa d'ardente zolfo

una terribil vampa. Spaventati

costernansi i destrier, scappan di mano

a Nestore le briglie; onde al Tidìde

rivoltosi tremante; Ah piega, ei grida,

piega indietro i cavalli, o Diomede,

fuggiam: nol vedi? contro noi combatte

Giove irato, e a costui tutto dar vuole

di presente l'onor della battaglia.

Darallo, se gli piace, un'altra volta

a noi pur: ma di Giove oltrapossente

il supremo voler forza non pate.

Tutto ben parli, o vecchio, gli rispose

l'imperturbato eroe; ma il cor mi crucia

la dolorosa idea chEttore un giorno

fra' Troiani dirà gonfio d'orgoglio:

Io fugai Diomede, io lo costrinsi

a scampar nelle navi. - Ei questo vanto

menerà certo, e a me si fenda allora

sotto i piedi la terra, e mi divori.

E Nestore ripiglia: Ah che dicesti,

valoroso Tidìde? E quando avvegna

che un codardo, un imbelle Ettor ti chiami,

i Troiani non già sel crederanno,

né le troiane spose, a cui nell'atra

polve stendesti i floridi mariti.

Disse; e addietro girò tosto i cavalli

tra la calca fuggendo. Ettore e i Teucri

con urli orrendi li seguiro, e un nembo

piovean su lor d'acerbi strali, ed alto

gridar sse udiva de' Troiani il duce:

I cavalieri argivi, o Diomede,

e di seggio e di tazze e di vivande

te finora onorar su gli altri a mensa;

ma deriso or n'andrai, che un cor palesi

di femminetta. Via di qua, fanciulla;

non salirai tu, no, fin chio respiro,

d'Ilio le torri, né trarrai cattive

le nostre mogli nelle navi, e morto

per la mia destra giacerai tu pria.

Stettesi in forse a quel parlar l'eroe

di dar volta ai cavalli, e d'affrontarlo.

Ben tre volte nel core e nella mente

gliene corse il desìo, tre volte Giove

rimormorò dall'Ida, e fe' securi

della vittoria con quel segno i Teucri.

Con orribile grido Ettore allora

animando le schiere: O Licii, o Dardani,

o Troiani, dicea, prodi compagni,

mostratevi valenti, e fuor mettete

le generose forze. Io non m'inganno,

Giove è propizio; di vittoria a noi

e d'esizio a' nemici ei diede il segno.

Stolti! che questo alzar debile muro,

troppo al nostro valor frale ritegno.

Quella lor fossa varcheran dse un salto

i miei cavalli; e quando emerso a vista

io sarò delle navi, allor le faci

ministrarmi qualcun si risovvegna,

ond'io que' legni incenda, e fra le vampe

sbalorditi dal fumo i Greci uccida.

Poi conforta i destrieri, e sì lor parla:

Xanto, Podargo, Eton, Lampo divino,

mercé del largo cibo or mi rendete,

che dell'illustre Eezion la figlia

Andromaca vi porge, il dolce io dico

frumento, e l'alma di Lieo bevanda,

chella a voi mesce desiosi, a voi

pria che a me stesso che pur suo mi vanto

giovine sposo. Or via, volate; andiamo

alla conquista del nestòreo scudo

di cui va il grido al cielo, e tutto il dice

d'auro perfetto, e d'auro anco la guiggia.

Poi di dosso trarremo a Diomede

lse usbergo, esimia di Vulcan fatica.

Se cotal preda ne riesce, io spero

che ratti i Greci su le navi in questa

notte medesma salperan dal lido.

Del superbo parlar forte sdegnossi

l'augusta Giuno, e si agitò sul trono

sì che scosso tremonne il vasto Olimpo.

Quindi rivolte le parole al grande

dio Nettunno, sì disse: E sarà vero,

possente Enosigèo, che degli Argivi

a pietà non ti mova la ruina!

Pur son essi che in Elice ed in Ege

rècanti offerte graziose e molte.

E perché dunque non vorrai tu loro

la vittoria bramar? Certo se quanti

siam difensori degli Achivi in cielo

vorrem de' Teucri rintuzzar l'orgoglio

e al Tonante far forza, egli soletto

e sconsolato sederà su l'Ida.

Oh! che mai parli, temeraria Giuno?

le rispose sdegnoso il re Nettunno:

non sia, no mai, che col saturnio Giove

a cozzar ne sospinga il nostro ardire;

rammenta chegli è onnipossente, e taci.

Mentre seguìan tra lor queste parole,

quanto intervallo dalle navi al muro

la fossa comprendea, tutto era denso

di cavalli, di cocchi e di guerrieri

ivi dal fiero Ettòr serrati e chiusi,

che simigliante al rapido Gradivo

infuriava col favor di Giove.

E ben le navi avrìa messe in faville,

se l'alma Giuno in cor d'Agamennone

il pensier non ponea di girne attorno

ratto egli stesso a incoraggiar gli Achivi.

Per le tende egli dunque e per le navi

sollecito correa, raccolto il grande

purpureo manto nel robusto pugno:

e cotal su la negra capitana

dsE Ulisse si fermò, che vasta il mezzo

dell'armata tenea, donde distinta

d'ogni parte mandar potea la voce

fin d'Aiace e d'Achille al padiglione,

che l'eguali lor prore ai lati estremi,

nel valor delle braccia ambo securi,

avean dedotte all'arenoso lido.

Di là fec'egli rimbombar sul campo

quest'alto grido: Svergognati Achivi,

vitupèri nell'opre e sol d'aspetto

maravigliosi! dove dunque andaro

gli alteri vanti che menammo un giorno

di prodezza e di forza? In Lenno queste

fur le vostre burbanze allor che l'epa

v'empiean le polpe de' giovenchi uccisi,

e le ricolme tazze inghirlandate

si venìan tracannando, e si dicea

che un sol per cento e per dugento Teucri,

un sol Greco valea nella battaglia.

Ed or tutti ne fuga un solo Ettorre,

che ben tosto farà di queste navi

cenere e fumo. O Giove padre, e quale

altro mai re di tanti danni afflitto,

di tanto disonor carco volesti?

Pur io so ben, che quando a questo lido

il perverso destin mi conducea,

giammai veruno de' tuoi santi altari

navigando lasciai sprezzato indietro;

ma l'adipe a te sempre e i miglior fianchi

de' giovenchi abbruciai sovra ciascuno,

bramoso d'atterrar l'iliache mura.

Deh almen n'adempi questo voto, almeno

danne, o Giove, uno scampo colla fuga,

né per le mani del crudel Troiano

consentir degli Achivi un tanto scempio.

Così dicea piangendo. Ebbe pietade

di sue lagrime il nume, e ad accennargli

che non tutto il suo campo andrìa disfatto,

il più sicuro de' volanti augurio

un'aquila spedì che negli unghioni

tolto al covil della veloce madre

un cerbiatto stringendo, accanto all'ara,

ove l'ostie svenar solean gli Achivi

al fatidico Giove, dall'artiglio

cader lasciò la palpitante preda.

Gli Achei veduto il sacro augel, cui spinto

conobbero da Giove, ad affrontarsi

più coraggiosi ritornar co' Teucri,

e rinfrescar la pugna. Allor nessuno

pria del Tidìde fra cotanti Argivi

vanto si diede d'agitar pel campo

i veloci corsieri, ed oltre il fosso

cacciarli ed azzuffarsi. Egli primiero

anzi a tutti si spinse, e a prima giunta

Agelao di Fradmon tolse di mezzo

uom troiano. Costui piegàti in fuga

i suoi destrieri avea. Coll'asta il tergo

gli raggiunse il Tidìde, gliela fisse

tra gli omeri, e passar la fece al petto.

Cadde Agelao dal carro, e cupamente

l'armi sovr'esso rintonar. Secondo

Agamennon si mosse, indi il fratello,

indi gli Aiaci impetuosi, e poi

Idomenèo con esso il suo scudiero

Merion che di Marte avea l'aspetto;

poi d'Evemon l'illustre figlio Eurìpilo,

ed ultimo giungea Teucro del curvo

elastic'arco tenditor famoso.

D'Aiace Telamònio egli locossi

dietro lo scudo, e dello scudo Aiace

gli antepose la mole. Ivi securo

l'eroe guatava intorno, e quando avea

saettato nel denso un inimico,

quegli cadendo perdea l'alma, e questi,

come fanciullo della madre al manto,

ricovrava al fratel che alla grand'ombra

dello splendido scudo il proteggea.

Or dall'egregio arcier chi de' Troiani

fu primo ucciso? Primamente Orsìloco,

indi Ormeno e Ofeleste: a questi aggiunse

Detore e Cromio, e per divin sembiante

Licofonte lodato, e Amopaone

Poliemonìde, e Melanippo, tutti

lse un dopo l'altro nella polve stesi.

Gioiva il re de' regi Agamennone

mirandolo dall'arco vigoroso

lanciar la morte fra' nemici, e a lui

vicin venuto soffermossi, e disse:

Diletto capo Telamònio Teucro,

siegui l'arco a scoccar, porta, se puoi,

a' Dànai un raggio di salute, e onora

il tuo buon padre Telamon che un giorno

ti raccolse fanciullo, e benché frutto

di non giusto imeneo, pur con pietoso

tenero affetto in sua magion ti crebbe.

Or tu fa chegli salga in alta fama,

sebben lontano. Ti prometto io poi

(e sacra tieni la promessa mia)

che se Giove e Minerva mi daranno

d'Ilio il conquisto, tu primier t'avrai

il premio, dopo me, de' forti onore,

ed in tua man porrollo io stesso, un tripode,

o due cavalli ad un bel cocchio aggiunti,

o di vaghe sembianze una fanciulla

che teco il letto e l'amor tuo divida.

E Teucro gli rispose: Illustre Atride,

a che mi sproni, per me stesso assai

già fervido e corrente? Io non rimango

di far qui tutto il mio poter. Dal punto

che verso la città li respingemmo,

mi sto coll'arco ad aspettar costoro,

e li trafiggo. E già ben otto acuti

dardi dal nervo liberai, che tutti

profondamente si ficcar nel corpo

di giovani guerrieri, e non ancora

ferir m'è dato questo can rabbioso.

Disse; e di nuovo fe' volar dall'arco

contr'Ettore uno strale. Al colpo tutta

ei l'anima diresse, e nondimeno

fallì la freccia, ché l'accolse in petto

di Priamo un valente esimio figlio

Gorgizion, cui d'Esima condotta

partorì la gentil Castianira,

che una Diva parea nella persona.

Come carco talor del proprio frutto,

e di troppa rugiada a primavera

il papaver nell'orto il capo abbassa,

così la testa dell'elmo gravata

su la spalla chinò quell'infelice.

E Teucro dalla corda ecco sprigiona

alla volta d'Ettorre altra saetta,

più che mai del suo sangue sitibondo.

E pur di nuovo uscì lo strale in fallo,

ché Apollo il deviò, ma colse al petto

d'Ettòr l'audace bellicoso auriga

Archepòlemo presso alla mammella.

Cadde ei rovescio giù dal cocchio, addietro

si piegaro i cavalli, e quivi a lui

il cor ghiacciossi, e l'anima si sciolse.

Di quella morte gravemente afflitto

il teucro duce, e di lasciar costretto,

mal suo grado, l'amico, a Cebrione

di lui fratello che il seguìa, fe' cenno

di dar mano alle briglie. Ad obbedirlo

Cebrion non fu lento; ed ei dse un salto

dallo splendido cocchio al suol disceso

con terribile grido un sasso afferra,

a Teucro si addirizza, e di ferirlo

l'infiammava il desìo. Teucro in quel punto

traeva un altro doloroso telo

dalla faretra, e lo ponea sul nervo.

Mentre alla spalla lo ritragge in fretta,

e l'inimico adocchia, il sopraggiunge

crollando l'elmo Ettorre, e dove il collo

si innesta al petto ed è letale il sito,

coll'aspro sasso il coglie, e rotto il nervo

glintorpidisce il braccio. Dalle dita

l'arco gli fugge, e sul ginocchio ei casca.

Il caduto fratello in abbandono

Aiace non lasciò, ma ratto accorse,

e col proteso scudo il ricoprìa,

finché lo si recar sovra le spalle

due suoi cari compagni, Mecistèo

d'Echìo figliuolo, e il nobile Alastorre,

e alle navi il portar che gravemente

sospirava e gemea. Ne' Teucri allora

di nuovo suscitò l'Olimpio Giove

tal forza e lena, che al profondo fosso

dirittamente ricacciar gli Achei.

Iva Ettorre alla testa, e dalle truci

sue pupille mettea lampi e paura.

Qual fiero alano che ne' presti piedi

confidando, un cinghial da tergo assalta,

od un lione, e al suo voltarsi attento

or le cluni gli addenta, ora la coscia;

così gli Achivi insegue Ettorre, e sempre

uccidendo il postremo li disperde.

Ma poiché l'alto fosso ed il palizzo

ebber varcato i fuggitivi, e molti

il troiano valor n'avea già spenti,

giunti alle navi si fermaro, e insieme

mettendosi coraggio, e a tutti i numi

sollevando le man spingea ciascuno

con alta voce le preghiere al cielo.

Signor del campo d'ogni parte intanto

agitava i destrieri il grande Ettorre

di bel crine superbi, e rotar bieco

le luci si vedea come il Gorgone,

o come Marte che nel sangue esulta.

Impietosita degli Achei la bianca

Giuno a Minerva si rivolse, e disse:

Invitta figlia dell'Egìoco Giove,

dunque, ohimè! non vorremo aver più nullo

pensier de' Greci già cadenti, almeno

nell'estremo lor punto? Eccoli tutti

l'empio lor fato a consumar vicini

per l'impeto dse un sol, del fiero Ettorre

che in suo furore intollerando omai

passa ogni modo, e ne fa troppe offese!

A cui la Diva dalle glauche luci

Minerva rispondea: Certo perduta

avrìa costui la furia e l'alma ancora,

a giacer posto nella patria terra

dal valor degli Achei; ma quel mio padre

di sdegnosi pensier calda ha la mente,

sempre avverso, e de' miei forti disegni

acerbo correttor; né si rimembra

quante volte servar gli seppi il figlio

dai duri d'Euristèo comandi oppresso.

Ei lagrimava lamentoso al cielo,

e me dal cielo allora ad aitarlo

Giove spediva. Ma se il cor prudente

detto m'avesse le presenti cose,

quando alle ferree porte il suo tiranno

l'inviò dell'Averno a trar dal negro

Erebo il can dell'abborrito Pluto,

ei, no, scampato non avrìa di Stige

la profonda fiumana. Or m'odia il padre,

e di Teti adempir cerca le brame,

che lusinghiera gli baciò il ginocchio,

e accarezzògli colla destra il mento,

d'onorar supplicandolo il Pelìde

delle cittadi atterrator. Ma tempo,

sì, verrà tempo che la sua diletta

Glaucòpide a chiamarmi egli ritorni.

Or tu vanne, ed il carro m'apparecchia

co' veloci cornipedi, ché tosto

io ne vo dentro alle paterne stanze,

e dell'armi mi vesto per la pugna.

Vedrem se questo Ettòr, che sì superbo

crolla il cimiero, riderà quand'io

nel folto apparirò della battaglia.

Qualcun per certo de' Troiani ancora

presso le navi achee satolli e pingui

di sue polpe farà cani ed augelli.

Disse; né Giuno ricusò, ma corse

ai divini cavalli, e d'auree barde

in fretta li guarnìa, Giuno la figlia

del gran Saturno, veneranda Diva.

D'altra parte Minerva il rabescato

suo bellissimo peplo, delle stesse

immortali sue dita opra stupenda,

sul pavimento dell'Egìoco padre

lasciò cader diffuso; ed indossando

del nimbifero Giove il grande usbergo,

tutta si armava a lagrimosa pugna.

Sul rilucente cocchio indi salita

impugnò la pesante e poderosa

gran lancia, ond'ella, allor che monta in ira,

di forte genitor figlia tremenda,

le schiere degli eroi rovescia e doma.

Stimolava Giunon velocemente

colla sferza i destrieri, e tosto f¹ro

alle celesti soglie, a cui custodi

vegliano l'Ore che il maggior de' cieli

hanno in cura e l'Olimpo, onde sgombrarlo

o circondarlo della sacra nube.

Cigolando si aprir per sé medesme

l'eteree porte, e docili al flagello

spinser per queste i corridor le Dive.

Come Giove dal Gàrgaro le vide,

forte sdegnossi, ed Iri a sé chiamando

ali-dorata Dea, Vola, le disse,

Iri veloce, le rivolgi indietro,

e lor divieta il venir oltre meco

ad inegual cimento. Io lo protesto,

e il fatto seguirà le mie parole,

io loro fiaccherò sotto la biga

i corridori, e dall'infranto cocchio

balzerò le superbe, e delle piaghe

che loro impresse lascerà il mio telo,

né pur due lustri salderanno il solco.

Saprà Minerva allor qual sia stoltezza

il cimentarsi col suo padre in guerra.

Quanto a Giunon, m'è forza esser con ella

meno irato: gli è questo il suo costume

di sempre attraversarmi ogni disegno.

Disse; ed Iri a portar l'alto messaggio

mosse veloce al par delle procelle;

ed ascesa dall'Ida al grande Olimpo

di molti gioghi altero, e su le soglie

incontrate le Dee, sì le rattenne,

e lor di Giove le parole espose:

Dove correte? Che furore è questo?

Sostate il piè, ché il dar soccorso ai Greci

nol vi consente Giove. Le minacce

dell'alto figlio di Saturno udite,

che fian messe ad effetto. Ei sotto il carro

storpieravvi i destrieri, e dall'infranto

carro voi stesse balzerà, né dieci

anni le piaghe salderan che impresse

lasceravvi il suo telo; e tu, Minerva,

allor saprai qual sia demenza il farti

al tuo padre nemica. Né con Giuno,

sempre usata a turbargli ogni disegno,

tanto si adira, ei no, quanto con teco,

invereconda audace Dea, che ardisci

contra il Tonante sollevar la lancia.

Disse, e ratta sparì la messaggiera.

Ed a Minerva allor con questi accenti

Giuno si volse: Ohimè! più non si parli,

figlia di Giove, di pugnar con esso

per cagion de' mortali: io nol consento.

Di loro altri si muoia, altri si viva,

come piace alla sorte; e Giove intanto,

come dispon suo senno e sua giustizia,

fra i Troiani e gli Achei tempri il destino.

Sì dicendo la Dea ritorse indietro

i criniti destrieri, e l'Ore ancelle

li distaccar dal giogo, e li legaro

ai nettarei presepi, ed il bel cocchio

appoggiaro alla lucida parete.

Si raccolser le Dive in aureo seggio

con gli altri Dei confuse; e Giove intanto

dal Gàrgaro all'Olimpo i corridori

e le fulgide ruote alto spingea.

Giunto alle case de' Celesti, a lui

sciolse i corsieri l'inclito Nettunno,

rimesse il cocchio, e lo coprì dse un velo.

Giove sul trono si compose e tutto

tremò sotto il suo piè l'immenso Olimpo.

Ma Minerva e Giunon sole in disparte

sedean, né motto né dimanda a Giove

ardìan veruna indirizzar. Si avvide

de' lor pensieri il nume, e così disse:

Perché sì meste, o voi Minerva e Giuno?

e' non si par che molto affaticate

v'abbia finor la gloriosa pugna

in esizio de' Teucri, a cui sì grave

odio poneste. E v'è di mente uscito

che invitto è il braccio mio? che quanti ha numi

il ciel, cangiare il mio voler non ponno?

A voi bensì le delicate membra

prese un freddo tremor pria che la guerra

pur contemplaste, e della guerra i duri

esperimenti. Io vel dichiaro (e fora

già seguìto l'effetto) che percosse

dalla folgore mia, no, non v'avrebbe

il vostro cocchio ricondotte al cielo,

albergo degli Eterni. - Il Dio sì disse,

e in secreto fremean Minerva e Giuno

sedendosi vicino, ed ai Troiani

meditando nel cor alte sciagure.

Stette muta Minerva, e contra il padre

l'acerbo che l'ardea sdegno represse;

ma sciolto all'ira il fren Giuno rispose:

Tremendissimo Giove, e che dicesti?

Ben anco a noi la tua possanza invitta

è manifesta; ma pietà ne prende

dei dannati a perir miseri Achei.

Noi certo l'armi lascerem, se questo

è il tuo strano voler; ma nondimeno

qualche ai Greci daremo util consiglio,

onde non tutti il tuo furor li spegna.

E Giove replicò: Più fiero ancora

vedrai dimani, se t'aggrada, o moglie,

l'onnipotente di Saturno figlio

dell'esercito achèo struggere il fiore.

Perocché dalla pugna il forte Ettorre

non pria desisterà, che finalmente

l'oziosa si svegli ira d'Achille

il dì che in gran periglio appo le navi

combatterassi per Patròclo ucciso.

Tal de' fati è il voler, né de' tuoi sdegni

sollecito son io, no, si anco ai muti

della terra e del mar confini estremi

andar ti piaccia, nel rimoto esiglio

di Giapeto e Saturno, che nel cupo

Tartaro chiusi né il superno raggio

del Sole, né di vento aura ricrea;

no, se tant'oltre pure il tuo dispetto

vagabonda ti porti, io non ti curo,

poiché d'ogni pudor possasti il segno.

Tacque; né Giuno osò pure dse un detto

fargli risposta. In grembo al mar frattanto

la splendida cadea lampa del Sole

l'atra notte traendo su la terra.

Della luce l'occaso i Teucri afflisse,

ma pregata più volte e sospirata

sovraggiunse agli Achei l'ombra notturna.

Fuor del campo navale Ettore allora

i Troiani ritrasse in su la riva

del rapido Scamandro, ed in pianura

da' cadaveri sgombra a parlamento

chiamolli; ed essi dismontar dai cocchi,

e affollati dintorno al gran guerriero

cura di Giove, a sue parole attenti

porgean gli orecchi. Una grand'asta in pugno

di ben undici cubiti sostiene:

tutta di bronzo folgora la punta,

e d'oro un cerchio le discorre intorno.

Appoggiato su questa, così disse:

Dardani, Teucri, Collegati, udite:

io poc'anzi sperai charse le navi

e distrutti gli Argivi a Troia avremmo

fatto ritorno. Ma sì bella speme

ne rapir le tenèbre invidiose,

che inopportune sul cruento lido

salvar le navi e i paurosi Achei.

Obbediamo alle negre ombre nemiche,

apparecchiam le cene. Ognun dal temo

sciolga i cavalli, e liberal sia loro

di largo cibo. Di voi parte intanto

alla città si affretti, e pingui agnelle

e giovenchi n'adduca, e di Lieo

e di Cerere il frutto almo e gradito.

Sian di secche boscaglie anco raccolte

abbondanti cataste, e si cosparga,

finché regna la notte e l'alba arriva,

tutto di fuochi il campo e il ciel di luce,

onde dell'ombre nel silenzio i Greci

non prendano del mar su l'ampio dorso

taciturni la fuga; o i legni almeno

non salgano tranquilli, e la partenza

senza terror non sia; ma nell'imbarco

o di lancia piagato o di saetta

vada più dse uno alle paterne case

a curar la ferita, e rechi ai figli

l'orror de' Teucri, e così loro insegni

a non tentarli con funesta guerra.

Voi cari a Giove diligenti araldi,

per la città frattanto ite, e bandite

che i canuti vegliardi, e i giovinetti

a cui le guance il primo pelo infiora,

custodiscan le mura in su gli spaldi

dagli Dei fabbricati. Entro le case

allumino gran fuoco anco le donne,

e stazion vi sia di sentinelle,

onde, sendo noi lungi, ostile insidia

nell'inerme città non si introduca.

Quanto or dico si adémpia, e non fia vano,

magnanimi compagni, il mio consiglio.

Dirò dimani ciò che far ne resta.

Spero ben io, se Giove e gli altri Eterni

avrem propizi, di cacciarne lungi

cotesti cani da funesto fato

qua su le prore addutti. Or per la notte

custodiamo noi stessi. Al primo raggio

del nuovo giorno in tutto punto armati

desteremo sul lido acre conflitto;

vedrem se Diomede, questo forte

figliuolo di Tidèo, respingerammi

dalle navi alle mura, o si io coll'asta

saprò passargli il fianco, e via portarne

le sanguinose spoglie. Egli dimani

manifesto farà se sua prodezza

tal sia che possa di mia lancia il duro

assalto sostener. Ma se fallace

non è mia speme, ei giacerà tra' primi

spento con molti de' compagni intorno,

ei sì, dimani, all'apparir del Sole.

Così immortal fossi io, né mai vecchiezza

violasse i miei giorni, ed onorato

fossi io del par che Pallade ed Apollo,

come fatale ai Greci è il dì futuro.

Tal fu d'Ettorre il favellar superbo,

e gli fur plauso i Teucri. Immantinente

sciolsero dal timone i polverosi

destrier sudati, e colle briglie al carro

gli annodò ciascheduno. Indi menaro

pecore e buoi dalla cittade in fretta.

Altri vien carco di nettareo vino,

altri di cibo cereale; ed altri

cataste aduna di virgulti e tronchi.

Rapìan l'odor delle vivande i venti

da tutto il campo, e lo spargeano al cielo.

Ed essi gonfi di baldanza, e in torme

belliche assisi dispendean la notte,

tutta empiendo di fuochi la campagna.

Siccome quando in ciel tersa è la Luna,

e tremole e vezzose a lei dintorno

sfavillano le stelle, allor che l'aria

è senza vento, ed allo sguardo tutte

si scuoprono le torri e le foreste

e le cime de' monti; immenso e puro

l'etra si spande, gli astri tutti il volto

rivelano ridenti, e in cor ne gode

l'attonito pastor: tali al vederli,

e altrettanti apparìan de' Teucri i fuochi

tra le navi e del Xanto le correnti

sotto il muro di Troia. Erano mille

che di gran fiamma interrompeano il campo,

e cinquanta guerrieri a ciascheduno

sedeansi al lume delle vampe ardenti.

Presso i carri frattanto orzo ed avena

i cavalli pascevano, aspettando

che dal bel trono suo l'Alba sorgesse.




LIBRO IX


Queste de' Teucri eran le veglie. Intanto

del gelido Terror negra compagna

la Fuga, dagli Dei ne' petti infusa,

l'achivo campo possedea. Percosso

da profonda tristezza era di tutti

i più forti lo spirto; e in quella guisa

che il pescoso Oceàno si rabbuffa,

quando improvviso dalla tracia tana

di Ponente sorgiunge e d'Aquilone

l'impetuoso soffio; alto se estolle

l'onda, e si sparge di molt'alga il lido:

tale è l'interna degli Achei tempesta.

Sovra ogni altro l'Atride addolorato

di qua, di là si aggira, ed agli araldi

comanda di chiamar tutti in segreto

ad uno ad uno i duci a parlamento.

Come f¹ro adunati, e mesti in volto

si assisero, levossi Agamennone.

Lagrimava simìle a cupo fonte

che tenebrosi da scoscesa rupe

versa i suoi rivi; e dal profondo seno

messo un sospiro, cominciò: Diletti

principi Argivi, in una ria sciagura

Giove m'avvolse. Dispietato! ei prima

mi promise e giurò che al suol prostrate

d'Ilio le mura, glorioso in Argo

avrei fatto ritorno; ed or mi froda

indegnamente, e dopo tante in guerra

estinte vite, di partir m'impone

inonorato. Il piacimento è questo

del prepotente nume, che già molte

spianò cittadi eccelse, e molte ancora

ne spianerà, ché immenso è il suo potere.

Dunque al mio detto obbediam tutti, al vento

diam le vele, fuggiamo alla diletta

paterna terra, ché dell'alta Troia

lo sperato conquisto è vana impresa.

Ammutir tutti a queste voci, e in cupo

lungo silenzio si restar dolenti

i figli degli Achei. Lo ruppe alfine

il bellicoso Diomede, e disse:

Atride, al torto tuo parlar col vero

libero dir, che in libero consesso

lice ad ognun, risponderò. Tu m'odi

senza disdegno. Osasti, e fosti il primo,

alla presenza degli Achei pur dianzi

vituperarmi, e imbelle dirmi, e privo

d'ogni coraggio, e lse udir tutti. Or io

dico a te di rimando, che se Giove

lse un ti diè de' suoi doni, l'onor sommo

dello scettro su noi, non ti concesse

l'altro più grande che lo scettro, il core.

Misero! e speri sì codardi e fiacchi,

come pur cianci, della Grecia i figli?

Se il cor ti sprona alla partenza, parti;

sono aperte le vie; le numerose

navi, che d'Argo ti seguir, son pronte:

ma gli altri Achivi rimarran qui fermi

all'eccidio di Troia; e se pur essi

fuggiran sulle prore al patrio lido,

noi resteremo a guerreggiar; noi due

Stènelo e Diomede, insin che giunga

il dì supremo d'Ilion; ché noi

qua ne venimmo col favor dse un Dio.

Tacque; e tutti mandar di plauso un grido,

del Tidìde ammirando i generosi

sensi; e di Pilo il venerabil veglio

surto in piedi dicea: Nelle battaglie

forte ti mostri, o Diomede, e vinci

di senno insieme i coetani eroi.

Né biasmar né impugnar le tue parole

potrà qui nullo degli Achei: ma pure,

benché retti e prudenti e di noi degni,

non ferir giusto i tuoi discorsi il segno.

Giovinetto se' tu, sì che il minore

esser potresti de' miei figli. Io dunque

che di te più d'assai vecchio mi vanto,

dironne il resto, né il mio dir veruno

biasmerà, non lo stesso Agamennone.

È senza patria, senza leggi e senza

lari chi la civile orrenda guerra

desidera. Ma giovi or della fosca

diva dell'ombre rispettar l'impero.

Si apprestino le cene, ed ogni scolta

vegli al fosso del muro, e questo sia

de' giovani il pensier. Tu, sommo Atride,

come a capo si addice, accogli a mensa

i più provetti; e ben lo puoi, ché piene

le tende hai tu del buon lieo che ognora

pel vasto mar ti recano veloci

l'achive prore dalle tracie viti.

Nulla allse uopo ti manca, ed al tuo cenno

tutto obbedisce. Congregati i duci,

apra ognun la sua mente, e tu seconda

il consiglio miglior, ché di consiglio

utile e saggio or fa mestier davvero.

Imminente alle navi è l'inimico,

pien di fuochi il suo campo. E chi mirarli

può senza tema? Questa fia la notte

che l'esercito perda, o lo conservi.

Disse, e tutti obbediro. Immantinente

uscir di rilucenti armi vestite

le sentinelle. N'eran sette i duci;

il Nestoride prence Trasimede,

di Marte i figli Ascàlafo e Jalmeno,

Merion, DÙipìro ed Afarèo

con Licomede di Creonte; e cento

giovani prodi conducea ciascuno

di lunghe picche armati. In ordinanza

si difilar tra il fosso e il muro, e quivi

destaro i fuochi, e apposero le cene.

Nella tenda regal l'Atride intanto

convita i duci, di vivande grate

li ristaura; e sì tosto che de' cibi

e del bere in ciascun tacque il desìo,

il buon Nestorre, di cui sempre uscìa

ottimo il detto, cominciò primiero

a svolgere dal petto un suo consiglio,

e in questo saggio ragionar l'espose:

Agamennone glorioso Atride,

da te principio prenderan le mie

parole, e in te si finiranno, in te

di molte genti imperador, cui Giove,

per la salute de' suggetti, il carco

delle leggi commise e dello scettro.

Principalmente quindi a te conviensi

dir tua sentenza, ed ascoltar l'altrui,

e la porre ad effetto, ove da pura

coscienza proceda, e il ben ne frutti;

ché il buon consiglio, da qualunque ei vegna,

tuo lo farai coll'eseguirlo. Io dunque

ciò che acconcio a me par, dirò palese,

né verun penserà miglior pensiero

di quel chio penso e mi pensai dal punto

che dalla tenda dell'irato Achille

via menasti, o gran re, la giovinetta

BrisÙide, sprezzato il nostro avviso.

Ben io, lo sai, con molti e caldi preghi

ti sconfortai dall'opra: ma tu spinto

dall'altero tuo cor onta facesti

al fortissimo eroe, daglImmortali

stessi onorato, e il premio gli rapisti

de' suoi sudori, e ancor lo ti ritieni.

Or tempo egli è di consultar le guise

di blandirlo e piegarlo, o con eletti

doni o col dolce favellar che tocca.

Tu parli il vero, Agamennon rispose,

parli i