Virgilio Publio Marone



ENEIDE

Traduzione
di
Annibal Caro

 

 

 

 

 

 

LIBRO PRIMO


  Quell'io che gi tra selve e tra pastori
di Titiro sonai l'umil sampogna,
e che, de' boschi uscendo. a mano a mano
fei pingui e clti i campi, e pieni i vti
d'ogn'ingordo colono, opra che forse
agli agricoli  grata; ora di Marte

  L'armi canto e 'l valor del grand'eroe
che pria da Troia, per destino, a i liti
d'Italia e di Lavinio errando venne;
e quanto err, quanto sofferse, in quanti
e di terra e di mar perigli incorse,
come il traea l'insuperabil forza
del cielo, e di Giunon l'ira tenace;
e con che dura e sanguinosa guerra
fond la sua cittade, e gli suoi di
ripose in Lazio: onde cotanto crebbe
il nome de' Latini, il regno d'Alba,
e le mura e l'imperio alto di Roma.
  Musa, tu che di ci sai le cagioni,
tu le mi detta. Qual dolor, qual onta
fece la dea ch' pur donna e regina
de gli altri di, s nequitosa ed empia
contra un s pio? Qual suo nume l'espose
per tanti casi a tanti affanni? Ahi! tanto
possono ancor l su l'ire e gli sdegni?
  Grande, antica, possente e bellicosa
colonia de' Fenici era Cartago,
posta da lunge incontr'Italia e 'ncontra
a la foce del Tebro: a Giunon cara
s, che le fr men care ed Argo e Samo.
Qui pose l'armi sue, qui pose il carro,
qui di porre avea gi disegno e cura
(se tale era il suo fato) il maggior seggio,
e lo scettro anco universal del mondo.
  Ma gi contezza avea ch'era di Troia
per uscire una gente, onde vedrebbe
le sue torri superbe a terra sparse,
e de la sua ruina alzarsi in tanto,
tanto avanzar d'orgoglio e di potenza,
che ancor de l'universo imperio avrebbe:
tal de le Parche la volubil rota
girar saldo decreto. Ella, che tma
avea di ci, non posto anco in oblio
come, a difesa de' suoi cari Argivi,
fosse a Troia acerbissima guerriera,
ripetendone i semi e le cagioni,
se ne sentia nel cor profondamente
or di Pari il giudicio, or l'arroganza
d'Antgone, il concbito d'Elettra,
lo scorno d'Ebe, alfin di Ganimede
e la rapina e i non dovuti onori.
  Da tante, oltre al timor, faville accesa,
quei pochi afflitti e miseri Troiani
ch'avanzaro agl'incendi, a le ruine,
al mare, ai Greci, al dispietato Achille,
tenea lunge dal Lazio; onde gran tempo,
combattuti da' vnti e dal destino,
per tutti i mari andr raminghi e sparsi:
di s gravoso affar, di s gran mole
fu dar principio a la romana gente.
  Eran di poco, e del cospetto a pena
de la Sicilia navigando usciti,
e gi, preso de l'alto, a piene vele
se ne gian baldanzosi, e con le prore
e co' remi facean l'onde spumose,
quando, punta Giunon d'amara doglia:
Dunque, - disse - ch'io ceda? e che di Troia
venga a signoreggiar Italia un re,
ch'io nol distorni? Oh, mi son contra i fati!
Mi sieno: os pur Pallade, e poteo
ardere e soffocar gi degli Argivi
tanti navili, e tanti corpi ancidere
per lieve colpa e folle amor d'un solo,
Aiace d'Olo. Contra costui
ella stessa vibr di Giove il tlo
gi dalle nubi; ella commosse i vnti
e turb 'l mare, e i suoi legni disperse:
e quando ei gi dal fulminato petto
sangue e fiamme anelava, a tale un turbo
in preda il di, che per acuti scogli
miserabil ne fe' rapina e scempio.
Tanto pu Palla? Ed io, io de gli di
regina, io sposa del gran Giove e suora,
son di quest'una gente omai tant'anni
nimica in vano? E chi pi de' mortali
sar che mi sacrifichi, e m'adori?
  Ci fra suo cor la dea fremendo ancora,
giunse in Elia, di procelle e d'ustri
e de le furie lor patria feconda.
Eolo  suo re, ch'ivi in un antro immenso
le sonore tempeste e i tempestosi
vnti, s com' d'uopo, affrena e regge.
Eglino impetuosi e ribellanti
tal fra lor fanno e per quei chiostri un fremito,
che ne trema la terra e n'urla il monte.
Ed ei lor sopra, realmente adorno
di corona e di scettro, in alto assiso,
l'ira e gl'impeti lor mitiga e molce.
Se ci non fosse, il mar, la terra e 'l cielo
lacerati da lor, confusi e sparsi
con essi andrian per lo gran vano a volo;
ma la possa maggior del padre eterno
provvide a tanto mal serragli e tenebre
d'abissi e di caverne; e moli e monti
lor sopra impose; ed a re tale il freno
ne di, ch'ei ne potesse or questi or quelli
con certa legge o rattenere o spingere.
A cui davanti l'orgogliosa Giuno
allor umle e supplichevol disse:
Elo, poi che 'l gran padre del cielo
a tanto ministerio ti prepose
di correggere i vnti e turbar l'onde,
gente inimica a me, mal grado mio,
naviga il mar Tirreno; e giunta a vista
 gi d'Italia, al cui reame aspira;
e d'Ilio le reliquie, anzi Ilio tutto
seco v'adduce e i suoi vinti Penati.
Sciogli, spingi i tuoi vnti, gonfia l'onde,
aggiragli, confondigli, sommergigli,
o dispergigli almeno. Appo me sono
sette e sette leggiadre ninfe e belle;
e di tutte pi bella e pi leggiadra
 Deiopa. Costei vogl'io, per merto
di ci, che sia tua sposa; e che tu seco
di nodo indissolubile congiunto,
viva lieto mai sempre, e ne divenga
padre di bella e di te degna prole.
  Eolo a rincontro: A te, regina, - disse -
conviensi che tu scopra i tuoi desiri,
ed a me ch'io gli adempia. Io ci che sono
son qui per te. Tu mi fai Giove amico,
tu mi di questo scettro e questo regno;
se re pu dirsi un che comandi a' vnti.
Io, tua merc, su co' celesti a mensa
nel ciel m'assido; e co' mortali in terra
son di nembi possente e di tempeste.
  Cos dicendo, al cavernoso monte
con lo scettro d'un urto il fianco aperse,
onde repente a stuolo i vnti usciro.
Avean gi co' lor turbini ripieni
di polve e di tumulto i colli e i campi,
quando quasi in un gruppo ed Euro e Noto
s'avventaron nel mare, e fin da l'imo
lo turbr s, che ne fr valli e monti;
monti, ch'al ciel, quasi di neve aspersi,
sorti l'un dopo l'altro, a mille a mille
volgendo, se ne gian caduchi e mobili
con suono e con ruina i liti a frangere.
Il grido, lo stridore, il cigolare
de' legni, de le sarte e de le genti,
i nugoli che 'l cielo e 'l d velavano,
la buia notte, ond'era il mar coverto,
i tuoni, i lampi spaventosi e spessi,
tutto ci che s'udia, ci che vedevasi
rappresentava orror, perigli e morte.
Smarrissi Enea di tanto, e tale un gelo
sentissi, che tremante al ciel si volse
con le man giunte, e sospirando disse:
  O mille volte fortunati e mille
color che sotto Troia e nel cospetto
de' padri e de la patria ebbero in sorte
di morir combattendo! O di Tido
fortissimo figliuol, ch'io non potessi
cader per le tue mani, e lasciar ivi
questa vita affannosa, ove lasciolla
vinto per man del bellicoso Achille,
Ettor famoso e Sarpedonte altero?
E se d'acqua perire era il mio fato,
perch non dove Xanto o Simoenta
volgon tant'armi e tanti corpi nobili?
  Cos dicea; quand'ecco d'Aquilone
una buffa a rincontro, che stridendo
squarci la vela, e 'l mar spinse a le stelle,
Fiaccrsi i remi; e l 've era la prua,
girossi il fianco; e d'acqua un monte intanto
venne come dal cielo a cader gi.
Pendono or questi or quelli a l'onde in cima;
or a questi or a quei s'apre la terra
fra due liquidi monti, ove l'arena,
non men ch'ai liti, si raggira e ferve.
  Tre ne furon dal Noto a l'Are spinte;
- Are chiaman gli Ausoni un sasso alpestro
da l'altezza de l'onde allor celato,
che sorgea primo in alto mare altissimo -
e tre ne fr dal pelago a le Sirti,
(miserabile aspetto) ne le secche
tratte da l'Euro, e ne l'arene immerse.
Una, che 'l carco avea del fido Oronte
con le genti di Licia, avanti agli occhi
di lui per. Venne da Bora un'onda,
anzi un mar, che da poppa in guisa urtolla,
che 'l temon fuori e 'l temonier ne spinse;
e lei gir s che 'l suo giro stesso
le si fe' sotto e vortice e vorago,
da cui rapita, vacillante e china,
quasi stanco palo, tre volte volta,
calossi gorgogliando, e s'affond.
  Gi per l'ondoso mar disperse e rare
le navi e i naviganti si vedevano;
gi per tutto di Troia, a l'onde in preda,
arme, tavole, arnesi a nuoto andavano;
gi quel ch'era pi valido e pi forte
legno d'Ilono, gi quel d'Acate
e quel d'Abante e quel del vecchio Alete,
ed alfin tutti sconquassati, a l'onde
micidali aveano i fianchi aperti;
quando, a tanto rumor, da l'antro uscito
il gran Nettuno, e visto del suo regno
rimescolarsi i pi riposti fondi:
Oh - disse irato - ond' questa importuna
tempesta? E grazoso il capo fuori
trasse de l'onde; e rimirando intorno,
per lo mar tutto dissipati e laceri
vide i legni d'Enea; vide lo strazio
de' suoi ch'a la tempesta, a la ruina
e del mare e del cielo erano esposti.
E ben conobbe in ci, come suo frate,
che ne fra cagion l'ira e la froda
de l'empia Giuno. Euro a s chiama e Zefiro,
e 'n tal guisa acremente li rampogna:
  Tanta ancor tracotanza in voi s'alletta,
razza perversa? Voi, voi, senza me,
nel regno mio la terra e 'l ciel confondere,
e far nel mare un s gran moto osate?
Io vi far... Ma di mestiero  prima
abbonazzar quest'onde. Altra fiata
in altra guisa il fio mi pagherete
del fallir vostro. Via tosto di qua,
spirti malvagi; e da mia parte dite
al vostro re che questo regno e questo
tridente  mio, e che a me solo  dato.
Per lui sono i suoi sassi e le sue grotte,
case degne di voi; quella  sua reggia;
quivi solo si vanti; e per regnare,
de la prigion de' suoi vnti non esca.
  Cos dicendo, in quanto a pena il disse,
la tempesta cess, s'acquet 'l mare,
si dilegur le nubi, apparve il sole.
Cimtoe e Triton, l'una con l'onde,
l'altro col dorso, le tre navi indietro
ritirr da lo scoglio in cui percossero.
Le tre che ne l'arena eran sepolte,
egli stesso, le vaste sirti aprendo,
sollev col tridente ed a s trassele.
Poscia sovra al suo carro d'ogn'intorno
scorrendo lievemente, ovunque apparve,
agguagli 'l mare, e lo ripose in calma.
  Come addivien sovente in un gran popolo,
allor che per discordia si tumultua,
e imperversando va la plebe ignobile,
quando l'aste e le faci e i sassi volano
e l'impeto e 'l furor l'arme ministrano,
se grave personaggio e di gran merito
esce lor contro, rispettosi e timidi,
fatto silenzio, attentamente ascoltano,
ed al detto di lui tutti s'acquetano;
cos d'ogni ruina e d'ogni strepito
fu 'l mar disgombro, allor che umle e placido
a ciel aperto il gran rettor del pelago
co' suoi lievi destrier volando scrselo.
Stanchi i Troiani, ai liti ch'eran prossimi
drizzaro il corso, e 'n Libia si trovarono.
   di l lungo a la riviera un seno,
anzi un porto; ch porto un'isoletta
lo fa, che in su la bocca al mare opponsi.
Questa si sporge co' suoi fianchi in guisa
ch'ogni vento, ogni flutto, d'ogni lato
che vi percuota, ritrovando intoppo,
o si frange, o si sparte, o si riversa.
Quinci e quindi alti scogli e rupi altissime,
sotto cui stagna spazoso un golfo
securo e queto: e v'ha d'alberi sopra
tale una scena, che la luce e 'l sole
vi raggia, e non pentra: un'ombra opaca,
anzi un orror di selve annose e folte.
D'incontro  di gran massi e di pendenti
scogli un antro muscoso, in cui dolci acque
fan dolce suono; e v'ha sedili e sponde
di vivo sasso: albergo veramente
di ninfe, ove a fermar le stanche navi
n d'ncora v' d'uopo, n di sarte.
Qui sol con sette, che raccolse a pena
di tanti legni, Enea ricoverossi.
Qui stanchi tutti e maceri, e del mare
ancor paurosi, i liti a pena attinsero,
che a terra avidamente si gittarono.
Acate fece in pria selce e focle
scintillar foco, e dilli esca e fomento.
Altri poscia d'intorno ad altri fuochi
(come quei che di vitto avean disagio,
e le biade trovr corrotte e molli)
si dir con vari studi e vari ordigni
a rasciugarle, a macinarle, a cuocerle.
  Intanto Enea sovr'un de' scogli asceso,
quanto si discopria con l'occhio intorno,
stava mirando s'alcun legno fosse
per alcun luogo apparso, o quel d'Anto,
o quel di Capi, o pur quel di Caco
che in poppa avea la pi sublime insegna.
Nun ne vide: ma ben vide errando
gir per la spiaggia tre gran cervi, e dietro
d'altri minori innumerabil torma,
che in sembianza d'armenti empian le valli.
Fermossi: e pronto a cotal uso avendo
l'arco e 'l turcasso (ch quest'armi appresso
gli portava mai sempre il fido Acate),
di lor di piglio: e saettando prima
i primi tre, che pi vide altamente
erger le teste e inalberar le corna,
contra 'l volgo si volse; e 'l lito e 'l bosco,
ovunque gli scorgea, folgor tutto.
Ne cacci, ne fer, strage ne fece
a suo diletto; n si vide prima
sazio che, come sette eran le navi,
sette non ne vedesse a terra stesi.
In questa guisa ritornando al porto,
gli spart parimente a' suoi compagni;
e con essi del vin, che 'l buon Aceste
a l'uscir di Sicilia in don gli diede,
molt'urne dispens per ricrearli;
poscia a conforto lor cos lor disse:
  Compagni, rimembrando i nostri affanni,
voi n'avete infiniti omai sofferti
vie pi gravi di questi. E questi fine,
(quando che sia) la dio mercede, avranno.
Voi la rabbia di Scilla, voi gli scogli
di tutti i mari omai, voi de' Ciclopi
varcaste i sassi; ed or qui salvi siete.
Riprendete l'ardir, sgombrate i petti
di tma e di tristizia. E' verr tempo
un d che tante e cos rie venture,
non ch'altro, vi saran dolce ricordo.
Per vari casi e per acerbi e duri
perigli  d'uopo far d'Italia acquisto.
Ivi riposo, ivi letizia piena
vi promettono i fati, e nuova Troia
e nuovi regni al fine. Itene intanto:
soffrite, mantenetevi, serbatevi
a questo, che dal ciel si serba a voi,
s glorioso e s felice stato.
  Cos dicendo a' suoi, pieno in se stesso
d'alti e gravi pensier, tenea velato
con la fronte serena il cuor doglioso.
  Fecer tutti coraggio; e di cibo avidi
gi rivolti a la preda, altri le trgora
le svelgon da le coste, altri sbranandola
mentre  tiepida ancor, mentre che palpita,
lunghi schidioni e gran caldaie apprestano,
e l'acqua intorno e 'l fuoco vi ministrano.
Poscia d'un prato e seggio e mensa fattisi,
taciti prima sopra l'erba agiandosi,
d'opima carne e di vin vecchio empiendosi,
quanto puon lietamente si ricreano.
  Poich fr sazi, a ragionar si diro,
con voce or di timore or di cordoglio,
de' perduti compagni, in dubbio ancora
se fosser vivi, e se pur giunti al fine
pi de' richiami lor nulla curassero.
Enea vie pi di tutti e di pietate
e di dolor compunto, il caso acerbo
or d'mico, or d'Oronte, e Lico e Ga
ne' sospir richiamava e 'l buon Cloanto.
  Erano al fine omai; quando il gran Giove
da l'alta spera sua mirando in giuso
la terra e 'l mar di questo basso globo,
mentre di lito in lito, e d'uno in altro
scerne i popoli tutti, al cielo in cima
fermossi, e ne la Libia il guardo affisse.
Venere, allor ch'a le terrene cose
lo vide intento, dolcemente afflitta
il volto, e molle i begli occhi lucenti,
gli si fece davanti, e cos disse:
   Padre, che de' mortali e de' celesti
siedi eterno monarca, e folgorando
empi di tma e di spavento il mondo,
e quale ha contra te fallo s grave
commesso Enea mio figlio, o i suoi Troiani,
che, dopo tanti affanni e tante stragi,
c'han di lor fatto il ferro, il fuoco e il mare,
non trovin pace, n piet, n loco
pur che gli accetti? In cotal guisa omai
del mondo son, non che d'Italia, esclusi.
Io mi credea, signor (quel che promesso
n'era da te), che tornasse anco un giorno,
quando che fosse, il generoso germe
di Dardano a produr quei glorosi
eroi, quei duci invitti, quei Romani
de l'universo domatori e donni:
e tu ne 'l promettesti. Or come, padre,
il ciel cangia destino, e tu consiglio?
Questa sola credenza era cagione
di consolarmi in parte de l'eccidio
de la mia Troia, ch'io soffrissi in pace
tante ruine sue, fato con fato
ricompensando. Or la fortuna stessa
e vie pi fera la persegue e dura.
E quanto durer, signore, ancora?
Tal non fu gi d'Antnore l'esilio;
ch'ei non pi tosto de l'achive schiere
per mezzo uscio, che con felice corso
penetr d'Adria il seno; entr securo
nel regno de' Liburni; and fin sopra
al fonte di Timavo; e l 've il fiume
fremendo il monte intuona, e l 've aprendo
fa nove bocche un mare, e, mar gi fatto,
inonda i campi e rumoreggia e frange,
Padoa fond, pose de' Teucri il seggio,
e di lor nome e le lor armi affisse.
Ivi ridotto il suo regno, e composto
quetamente, or lo si gode in pace.
E noi, noi del tuo sangue, e che da te
avemo anco del cielo arra e possesso,
ad una sola indegnamente in ira,
perdute, ohim! le proprie navi, fuori
siamo d'Italia e di speranza ancora
di non mai pi vederla. Or questo  'l pregio
che si deve a pietade? E questo  il regno
che da te, padre mio, ne si promette?
  Sorrise Giove, e con quel dolce aspetto
con che 'l ciel rasserena e le tempeste,
rimirolla, basciolla, e cos disse:
  Non temer, Citera, ch saldi e certi
stanno i fati de' tuoi. S'adempieranno
le mie promesse; sorgeran le torri
de la novella Troia; vedrai le mura
di Lavinio; porrai qui fra le stelle
il magnanimo Enea. Ch n 'l destino
in ci si canger, n 'l mio consiglio.
Ma per trarti d'affanni, io te 'l dir
pi chiaramente; e scoprirotti intanto
de' fati i pi reconditi secreti.
Figlia, il tuo figlio Enea tosto in Italia
sar; far gran guerra, vincer:
domer fere genti: imporr leggi:
dar costumi, e fonder citt:
e di gi, vinti i Rutuli, tre verni
e tre stati regnar Lazio vedrallo.
Ascanio giovinetto, or detto Iulo,
ed Ilo prima infin ch'Ilio non cadde,
succederagli; e trenta giri interi
del maggior lume, il sommo imperio avr.
Trasferirallo in Alba: Alba la lunga
sar la reggia sua possente e chiara.
Qui regneranno poi sotto la gente
d'Ettorre un dopo l'altro un corso d'anni
tre volte cento; finch'Ilia regina
d'un parto produrr gemella prole.
Indi capo ne fia Romolo invitto.
Questi, in vece di manto, adorno il tergo
de la sua marzal nudrice lupa,
di Marte fonder la gran cittade:
e dal nome di lui Roma diralla.
A Roma non pongo io termine o fine:
ch fia del mondo imperatrice eterna.
E l'aspra Giuno, ch'or la terra e 'l mare
e 'l ciel per tma intorbida e scompiglia,
con pi sano consiglio al mio conforme,
procurer che la romana gente
in arme e 'n toga a l'universo imperi.
E cos stabilisco: e cos tempo
ancor sar ch'Argo, Micene e Ftia
e i Greci tutti tributari e servi
de la casa di Assraco saranno.
Di questa gente, e de la Iulia stirpe,
che da quel primo Iulo il nome ha preso,
Cesare nascer, di cui l'impero
e la gloria fia tal, che per confine
l'uno avr l'Oceno, e l'altra il cielo.
Questi, gi vinto il tutto, poi che onusto
de le spoglie sar de l'Orente,
anch'egli avr da te qui seggio eterno,
e l gi fra' mortali incensi e vti.
L'aspro secolo allor, l'armi deposte,
si far mite. Allor la santa Vesta
e la candida Fede e 'l buon Quirino
col frate Remo il mondo in cura avranno.
Allor con salde e ben ferrate sbarre
de la guerra saran le porte chiuse:
e dentro in fra la ruggine sepolto
con cento nodi incatenato e stretto
gran tempo si star l'empio Furore;
e rabbioso fremendo orribilmente,
con fuoco a gli occhi, e bava e sangue a i denti
morder l'armi e le catene indarno.
  Cos detto, sped tosto da l'alto
di Maia il figlio a far s ch'a' Troiani
fosse Cartago e il suo paese amico,
perch del fato la regina ignara,
non fosse lor, per ferit de' suoi
o per sua tma, inospitale e cruda.
Vassene il messaggier per l'aria a volo
velocemente, e ne la Libia giunto,
quel ch'imposto gli fu ratto eseguisce.
E gi, la dio merc, lasciano i Peni
la lor fierezza; e la regina in prima
s'imbeve d'un affetto e d'una mente
verso i Troiani affabile e benigna.
  La notte intanto, del pietoso Enea
molti furo i sospir, molti i pensieri.
Conchiuse alfin ch'a l'apparir del giorno
spar dovesse, e riportarne avviso
a suoi compagni, in qual paese il vento
gli avesse spinti; e s'uomini o pur fere
(perch incolto il vedea) quivi abitassero.
Cos tra selve ombrose e cave rupi
fatti i legni appiattar, sol con Acate,
e con due dardi in mano in via si pose.
  In mezzo de la selva una donzella,
ch'era sua madre, s com'era avanti
che madre fosse incontro gli si fece.
Donzella a l'armi, a l'abito, al sembiante
parea di Sparta, o quale in Tracia Arplice
leggiera e sciolta, il dorso affaticando
di fugace destrier, l'Ebro varcava.
Al collo avea di cacciatrice un arco
abile e lesto, i crini a l'aura sparsi,
nudo il ginocchio; e con bel nodo stretto
tenea raccolto della gonna il seno.
  Ella fu prima a dire: Avreste voi,
giovani, de le mie sorelle alcuna
vista errar quinci, o ch'aggia l'arco al fianco,
o che gli omeri vesta d'una pelle
di cervier maculato, o che gridando
d'un zannuto cignal segua la traccia?
Cos Venere disse. Ed, a rincontro,
di Venere il figliuol cos rispose:
  Nuna ho de le tue veduta, o 'ntesa,
vergine... qual ti dico, e di che nome
chiamar ti deggio? Ch terreno aspetto
non  gi 'l tuo, n di mortale il suono.
Dea sei tu veramente, o suora a Febo,
o figlia a Giove, o de le ninfe alcuna:
e chunque tu sii, propizia e pia
vr noi ti mostra, e i nostri affanni ascolta.
Dinne sotto qual cielo, in qual contrada
siamo or del mondo: ch raminghi andiamo;
e qui dal vento e da fortuna spinti
nulla o de gli abitanti o de' paesi
notizia abbiamo. A te, s'a ci m'ati,
di nostra man cadr pi d'una vittima.
  Venere allor soggiunse: Io non m'arrogo
celeste onore. In Tiro usan le vergini
di portar arco, e di calzar coturni;
e di Tiro e d'Agnore le genti
traggon principio, che qui seggio han posto:
ma 'l paese  di Libia, ed avvi in guerra
gente feroce. Or n' capo e regina
Dido che, da l'insidie del fratello
fuggendo,  qui venuta. A dirne il tutto
lunga fra novella e lungo intrico.
Ma toccandone i capi, avea costei
Sicho per suo consorte, uno il pi ricco
di terra e d'oro, che in Fenicia fosse,
da la meschina unicamente amato,
anzi il suo primo amore. Il padre intatta
nel primo fior di lei seco legolla.
Ma del regno di Tiro avea lo scettro
Pigmalon suo frate, un signor empio,
un tiranno crudele e scellerato
pi ch'altri mai. Venne un furor fra loro
tal, che Sicho da questo avaro e crudo,
per sete d'oro, ove men guardia pose,
fu tra gli altari ucciso; e non gli valse
che la germana sua tanto l'amasse.
Ci fe' celatamente: e per celarlo
vie pi, con finzoni e con menzogne
deluse un tempo ancor l'afflitta amante.
Ma nel fin, di Sicho la stessa imago,
fuor d'un sepolcro uscendo, sanguinosa,
pallida, macilenta e spaventevole,
le apparve in sogno, e presentolle, avanti
gli empi altari ove cadde, il crudo ferro
che lo trafisse, e del suo frate tutte
l'occulte scelleraggini le aperse.
Poscia: "Fuggi di qua, fuggi" le disse
"tostamente, e lontano". E per sussidio
de la sua fuga, le scoperse un loco
sotterra, ov'era inestimabil somma
d'oro e d'argento, di molt'anni ascoso.
Quinci Dido commossa, ordine occulto
di fuggir tenne, e d'adunar compagni;
ch molti n'adun, parte per odio,
parte per tma di s rio tiranno.
Le navi che trovr nel lito preste,
caricr d'oro, e fr vela in un sbito.
Cos 'l vento portossene la speme
de l'avaro ladrone. E fu di donna
questo s degno e memorabil fatto.
  Giunsero in questi luoghi, ov'or vedrai
sorger la gran cittade e l'alta rcca
de la nuova Cartago, che dal fatto
Birsa nomossi, per l'astuta merce
che, per fondarla, fr di tanto sito
quanto cerchiar di bue potesse un tergo.
  Ma voi chi siete? onde venite? e dove
drizzate il corso vostro? A tai richieste
pensando Enea, dal pi profondo petto
trasse la voce sospirosa, e disse:
O dea, se da principio i nostri affanni
io contar ti volessi, e tu con agio
udissi una da me s lunga istoria,
non finirei che fine avrebbe il giorno.
Noi siam Troiani (se di Troia antica
il nome ti pervenne unqua a gli orecchi),
e la tempesta che per tanti mari
gi cotant'anni ne travolve e gira,
n'ha qui, come tu vedi, al fin gittati.
Io sono Enea, quel pio che da' nemici
scampati ho meco i miei patrii Penati,
fino a le stelle ormai noto per fama.
Italia vo cercando, che per patria
Giove m'assegna, autor del sangue mio.
Con diece e diece ben guarnite navi
uscii di Frigia, il mio destin seguendo
e lo splendor de la materna stella.
Or sette me ne son restate appena,
scommesse, aperte e disarmate tutte.
Ed io mendco, ignoto e peregrino,
de l'Asia in bando, da l'Europa escluso,
e 'n fin dal mar gittato or ne la Libia
vo per deserti inospiti e selvaggi.
E qual m' pi del mondo or luogo aperto?
  Venere intenerissi; e nel suo figlio
tant'amara doglienza non soffrendo,
cos 'l duol con la voce gl'interruppe:
  Chunque sei, tu non sei gi, cred'io,
al cielo in ira; poi ch'a s grand'uopo
ti di ricovro a s benigno ospizio.
Segui pur francamente: e quinci in corte
va' di questa magnanima regina;
ch'io gi t'annunzio le tue navi, e i tuoi
da miglior vnti in miglior parte addotti
salvi e securi omai, se i miei parenti
non m'ingannr quando gli augri appresi.
Mira l sovra a quel tranquillo stagno
dodici allegri cigni, che pur dianzi
confusi e dissipati a cielo aperto
erano in preda al fero augel di Giove,
com'or sottratti dal suo crudo artiglio
rimessi in lunga ed ozosa riga
si rivolgono a terra, e gi la radono.
E s com'essi con gioiose ruote
trattando l'aria, col cantar, col plauso
mostrato han d'allegria segno e di scampo;
cos, placato il mare, a piene vele,
e le tue navi e gli tuoi naviganti
o preso han porto, o tosto a prender l'hanno:
vattene or lieto ove 'l sentier ti mena.
  Ci detto, nel partir, la neve e l'oro
e le rose del collo e de le chiome,
come l'aura movea, divina luce
e divino spirr d'ambrosia odore:
e la veste, che dianzi era succinta,
con tanta maest le si distese
infino a' pi, ch'a l'andar anco, e dea
veracemente e Venere mostrossi.
  Poscia che la conobbe, e la sua fuga
o fermare, o seguir pi non poteo,
con un rammarco tal dietro le tenne:
  Ahi! madre, ancora tu vr me crudele,
a che tuo figlio con mentite larve
tante volte deludi? A che m' tolto
di congiunger la mia con la tua destra?
Quando fia mai ch'io possa a viso aperto
vederti, udirti, ragionarti, e vera
riconoscerti madre? Egli in tal guisa
si querelava; e verso la cittade
se ne giano invisibili ambidue:
ch la dea, sospettando non tra via
fossero distornati o trattenuti,
di folta nebbia intorno gli coverse.
Ella in alto levossi, e Cipri e Pafo
lieta rivide, ov'entro al suo gran tempio
da cento altari ha cento volte il giorno
d'incensi e di ghirlande odori e fumi.
Ed essi intanto in vr le mura a vista
giunser de la citt, ch'al colle incontro
fe' lor superba e specosa mostra.
  Maravigliasi Enea che s gran macchina
gi sorga, ove pur dianzi non vedevasi
fors'altro che foreste, o che tuguri.
Mira il travaglio, mira la frequenzia
e le porte e le vie piene di strepito.
Vede con quanto ardor le turbe tirie
altri a le mura, altri a la rcca intendono
e i gravi legni e i gran sassi che volgono
questi, che i siti ai propri alberghi insolcano;
e quei, che del senato e de gli offici
piantan le curie e i fri e le basiliche.
Scorge l presso al mar che 'l porto cavano,
qua, sotto al colle, che un teatro fondano,
per le cui scene i gran marmi che tagliano,
e le colonne, che tant'alto s'ergono,
le rupi e i monti, a cui son figli, adeguano.
  Con tal sogliono industria a primavera
le sollecite pecchie al sole esposte
per fiorite campagne esercitarsi,
quando le nuove lor cresciute genti
mandano in campo a cr manna e rugiada,
di celeste liquor le celle empiendo;
o quando incontro a scaricare i pesi
van de l'altre compagne; o quando a stuolo
scacciano i fuchi, ingorde bestie e pigre,
che, solo intente a logorar l'altrui,
de le conserve lor si fan presepi,
allor che l'opra ferve, allor che 'l mle
sparge di timo d'ogn'intorno odore.
  O fortunati voi, di cui gi sorge
il desato seggio!, Enea dicendo,
a parte a parte lo contempla e loda.
Arriva intanto a la muraglia, e chiuso
ne la sua nube, maraviglia a dirlo!
tra gente e gente va, che non  visto.
Era nel mezzo a la cittade un bosco
di sacro rezzo e grato, ove sospinti
da la tempesta capitaro i Peni
primieramente; e nel fondar trovaro
quel che pria da Giunon fu lor predetto
di barbaro destrier teschio fatale,
la cui sembianza imagine e presagio
fu poi che quella gente e quella terra
saria per molte et ferace e fera.
Qui fabbricava la sidonia Dido
un gran tempio a Giunone, il cui gran nume
e i doni e la materia e l'artificio
lo facean prezoso e venerando.
Mura di marmo avea; colonne e fregi
di mischi, e gradi e travi e soglie e porte
di risonante e solido metallo.
Qui si ristette Enea: qui vide cosa
che tma gli scem, speme gli accrebbe,
e di pace affidollo e di salute;
ch mentre, in aspettando la regina
ch'ivi s'attende, la citt vagheggia,
mentre nel tempio l'apparato e l'opre
e 'l valor degli artefici contempla,
a gli occhi una parete gli s'offerse,
in cui tutta per ordine dipinta
era di Troia la famosa guerra.
E, conosciuti a le fattezze conte
prima il troiano re, poscia l'argivo
e 'l fero d'ambidue nimico Achille,
fermossi, e lagrimando: Oh, - disse - Acate,
mira fin dove  la notizia aggiunta
de le nostre ruine! Or quale ha 'l mondo
loco che pien non sia de' nostri affanni?
Ecco Priamo, ecco Troia; e qui si pregia
ancor virt; ch ferit non regna
l 've umana miseria si compiagne.
Or ti conforta, ch tal fama ancora
di pro ti fia cagione e di salvezza.
  Cos dicendo, e la gi nota istoria
mirando, or con sospiri, ed or con lutto
va di vana pittura il cor pascendo.
E come quei ch'a Troia il tutto vide,
i siti rammentandosi e le zuffe,
col sembiante riscontra il vivo e 'l vero.
Quinci vede fuggir le greche schiere,
quindi le frigie: a quelle Ettorre infesto,
a queste Achille, a cui parea d'intorno
che solo il suon del carro e solo il moto
del cimiero avventasse orrore e morte.
  N senza lagrimar Reso conobbe
ai destrier bianchi, ai bianchi padiglioni,
fatti di sangue in mille parti rossi:
che sotto v'era Domede, anch'egli
insanguinato; e si facea d'intorno
alta strage di gente che nel sonno,
prima che da lui morta, era sepolta.
Vedea quindi i cavalli al campo addotti,
che non potr (fato a' Troiani avverso!)
di Troia erba gustare, o ber del Xanto.
  Scorge d'un'altra parte in fuga vlto
Trolo, gi senz'armi e senza vita:
giovinetto infelice, che di tanto
diseguale ad Achille, ebbe ardimento
di stargli a fronte. Egli in su 'l vto carro
giacea rovescio, e strascinato e lacero
da' suoi cavalli, avea la destra ancora
a le redini involta, e 'l collo e i crini
traea per terra; e l'asta, onde trafitto
portava il petto, con la punta in giuso
scrivea note di sangue in su la polve.
  Ecco intanto venir di Palla al tempio
in lunga schiera ed ordinata pompa
le donne d'Ilio a far del peplo offerta.
Battonsi i petti, e scapigliate e scalze
paion pregar divotamente afflitte
perdno e pace; ed ella irata e fera,
vlte le luci a terra e 'l tergo a loro,
mostra fastidio di mirarle e sdegno.
Vede il misero Ettr che gi tre volte
tratto era d'Ilio a la muraglia intorno.
Vede il padre pi misero, ch'in forza
del dispietato e suo nimico Achille,
oro in premio gli d del suo cadavero;
spettacolo crudel che gli trafigge
profondamente e pi d'ogn'altro il core,
ove il carro, gli arnesi e 'l corpo stesso
vede d'un tanto amico, ed un re tale,
che solo e disarmato e supplichevole
stassi a l'ucciditor del figlio avanti.
  Vi riconobbe ancor se stesso, ov'era
a dura mischia incontro a' greci eroi.
Riconobbe lo stuol che d'Orente
addusse de l'Aurora il negro figlio:
e lui raffigur, che di Vulcano
avea lo sbergo e l'armatura in dosso.
  Scorge d'altronde di lunati scudi
guidar Pentesila l'armate schiere
de l'Amazzoni sue: guerriera ardita,
che succinta, e ristretta in fregio d'oro
l'adusta mamma, ardente e furosa
tra mille e mille, ancor che donna e vergine,
di qual sia cavalier non teme intoppo.
  Stava da tante meraviglie ad una
sola vista ristretto, attento e fiso
Enea pien di vaghezza e di stupore:
quand'ecco la regina accompagnata
da real corte, con real contegno
entro al tempio bellissima comparve.
Qual su le ripe de l'Eurota suole,
o ne' gioghi di Cinto, allor Dana
ch'a l'Oradi sue la caccia indce,
a mille che le fan cerchio d'intorno,
divisar vari offici, e faretrata
da la faretra in su gir sovra l'altre
neglettamente altera, onde a Latona
s'intenerisce per dolcezza il core;
tale era Dido, e tal per mezzo a' suoi
se ne gia lieta, e dava ordine e forma
al nuovo regno, a i magisteri, a l'opre.
Giunta al cospetto de la diva, in mezzo
de la maggior tribuna, in alto assisa,
cinta d'armati, in maest si pose:
e mentre con dolcezza editti e leggi
porge a la gente, e con egual compenso
l'opre distribuisce e le fatiche;
rivolgendosi Enea, nel tempio stesso
vede da gran concorso attorneggiati
entrar Sergesto, Anteo, Cloanto e gli altri
Troiani, che da s disgiunti e sparsi
avea dianzi del mar l'aspra tempesta.
Stupor, timor, letizia, tenerezza
e disio d'abbracciarli e di mostrarsi
assaliro in un tempo Acate e lui.
Ma, dubii del successo, entro la nube
dissimulando se ne stro, e cheti,
per ritrar che seguisse e che seguito
fosse gi de le navi e de' compagni,
di cui questi eran primi e li pi scelti
di ciascun legno. E gi pieno era il tempio
di tumulto e di vti ch'altamente
si sentian vnia risonare e pace.
  Poich furo entromessi, e ch'udenza
fur lor concessa, il saggio Iloneo
prese umilmente in cotal guisa a dire:
  Sacra regina, a cui dal cielo  dato
fondar nuova cittade, e con giustizia
por freno a gente indomita e superba,
noi miseri Troiani, a tutti i vnti,
a tutti i mari omai ludibrio e scherno,
caduti dopo l'onde in preda al foco
che da' tuoi si minaccia ai nostri legni,
preghiamti a proveder che nel tuo regno
non si commetta un s nefando eccesso.
Fa cosa di te degna, abbi di noi
piet, che pii, che giusti, ch'innocenti
siamo, non predatori, non corsari
de le vostre marine o de l'altrui:
tanto i vinti d'ardire, e gl'infelici
d'orgoglio e di superbia, ohim! non hanno.
  Una parte d'Europa , che da' Greci
si disse Esperia, antica, bellicosa
e fertil terra, dagli Enotrei clta.
Prima Enotria nomossi, or, come  fama,
preso d'Italo il nome, Italia  detta.
Qui 'l nostro corso era diritto, quando
Oron tempestoso i vnti e 'l mare
s repente commosse, e mar s fero,
vnti s pertinaci, e nembi e turbi
cos rabbiosi, che sommersi in parte
e dispersi n'ha tutti: altri a le secche,
altri a gli scogli, ed altri altrove ha spinti:
e noi pochi, di tanti, ha qui condotti.
Ma qual s cruda gente, qual s fera
e barbara citt quest'uso approva,
che ne sia proibita anco l'arena?
Che guerra ne si muova, e ne si vieti
di star ne l'orlo de la terra a pena?
Ah! se de l'armi e de le genti umane
nulla vi cale, a dio mirate almeno,
che dal ciel vede e riconosce i meriti
e i demeriti altrui. Capo e re nostro
era pur dianzi Enea, di cui pi giusto,
pi pio, pi pro' ne l'armi, pi sagace
guerrier non fu gi mai. Se questi  vivo,
se spira, se il destin non ce l'invidia,
quanto ne speriam noi, tanto potresti
tu non pentirti a provocarlo in prima
a cortesia. Ne la Sicilia ancora
avem terre, avem armi, avemo Aceste
che n' signore, ed  de' nostri anch'egli.
Quel che vi domandiamo  spiaggia,  selva,
 vitto da munir, da risarcire
i vti e stanchi e sconquassati legni,
per poter lieti (ritrovando il duce
e gli altri nostri, o se pur mai n' dato
veder l'Italia) ne l'Italia addurne;
ma se nostra salute in tutto  spenta,
se te, nostro signor, nostro buon padre,
di Libia ha 'l mare, e pi speranza alcuna
non ci riman del giovinetto Iulo,
almen tornar ne la Sicania, ond'ora
siam qui venuti e dove il buon Aceste
n' parato mai sempre ospite e rege.
  Al dir d'Iloneo fremendo tutti
assentirono i Teucri, e la regina
con gli occhi bassi e con benigna voce
brevemente rispose: O miei Troiani,
toglietevi dal cuore ogni timore,
ogni sospetto. Gli accidenti atroci,
la novit di questo regno a forza
mi fan s rigorosa, e s guardinga
de' miei confini. E chi di Troia il nome,
chi de' Troiani i valorosi gesti,
e l'incendio non sa di tanta guerra?
Non han per s rozzo core i Peni:
non s lunge da lor si gira il sole,
che n piet n fama unqua v'arrive.
Voi di qui sempre, o de la grand'Esperia
e di Saturno che cerchiate i campi,
o che vogliate pur d'Aceste e d'rice
tornare ai liti, in ogni caso liberi
ve n'andrete e sicuri. Ed io d'ata
scarsa non vi sar, n di sussidio:
e se qui dimorar meco voleste,
questa  vostra citt. Tirate al lito
vostri navili: ch da' Teucri a' Tiri
nulla scelta far, nullo divario.
Cos qui fosse il vostro re con voi!
cos ci capitasse! Ma cercando
io mander di lui fino a l'estremo
de' miei confini la riviera tutta,
se per sorte gittato in queste spiagge
per selve errando o per cittadi andasse.
  Rincorossi a tal dire il padre Enea
e 'l forte Acate; e di squarciare il velo
stavan gi disosi. Acate il primo
mosse dicendo: Omai, signor, che pensi?
Tutto  sicuro, e tutti a salvamento
i nostri legni e i nostri amici avemo.
Sol un ne manca; e questo a noi davanti
il mar sorbissi. Ogni altra cosa al detto
di tua madre risponde. A pena Acate
ci disse, che la nugola s'aperse,
assottigliossi e col ciel puro unissi.
Rimase in chiaro Enea, tale ancor egli
di chiarezza e d'aspetto e di statura,
che come un dio mostrossi: e ben a dea
era figliuol, che di bellezza  madre.
Ei degli occhi spirava e de le chiome
quei chiari, lieti e giovenili onori
ch'ella stessa di lui madre gl'infuse.
Tale aggiunge l'artefice vaghezza
a l'avorio, a l'argento, al pario marmo,
se di fin oro li circonda e fregia.
Cotal, comparso d'improvviso a tutti,
si fece avanti a la regina, e disse:
  Quegli che voi cercate, Enea troiano,
son qui, dal mar ritolto. A te ricorro,
vera regina, a te sola pietosa
de le nostre ineffabili fatiche.
Tu noi, rimasi al ferro, al fuoco, a l'onde
d'ogni strazio bersaglio, d'ogni cosa
bisognosi e mendci, nel tuo regno
e nel tuo albergo umanamente accogli.
A renderti di ci merito eguale
bastante non son io, n fran quanti
de la gente di Dardano discesi
vanno per l'universo oggi dispersi.
Ma gli di (s'alcun dio de' buoni ha cura,
se nel mondo  giustizia, se si truova
chi d'altamente adoperar s'appaghe)
te ne dian guiderdone. Et felice!
Avventurosi genitori e grandi
che ti diedero al mondo! Infin che i fiumi
si rivolgono al mare, infin ch'a' monti
si giran l'ombre, infin c'ha stelle il cielo,
i tuoi pregi, il tuo nome e le tue lodi
mi saran sempre, ovunque io sia, davanti.
  Ci detto, lietamente a' suoi rivolto,
al caro Ilono la destra porse,
la sinistra a Sergesto, e poscia al forte
Cloanto, al forte Ga: l'un dopo l'altro
tutti gli salut. Stup Didone
nel primo aspetto d'un s nuovo caso,
e d'un uom tale; indi riprese a dire:
  Qual forza o qual destino a tanti rischi
t'hanno in s strani, in s feri paesi
esposto, o de la dea famoso figlio?
E sei tu quell'Enea che in su la riva
di Simoenta il gran dardanio Anchise
di Venere produsse? Io mi ricordo
quel che n'intesi gi da Teucro, quando,
fuor di sua patria, il suo padre fuggendo,
nuovi regni cercava. Egli a Sidone
venne in quel tempo a dar sussidio a Belo.
Belo mio padre allor facea l'impresa
e 'l conquisto di Cipro. Infin d'allora
io del caso di Troia e del tuo nome
e de l'oste de' Greci ebbi notizia.
Ed ei ch'era s rio nimico vostro,
celebrava il valor di voi Troiani,
e trar volea da Troia il suo legnaggio.
Voi da me dunque amico e fido ospizio,
giovini, arete. E me fortuna ancora,
a la vostra simle, ha similmente
per molti affanni a questi luoghi addotta:
s che natura e sofferenza e pruova
de' miei stessi travagli ancor me fanno
pietosa e sovvenevole a gli altrui.
  Ci detto, Enea cortesemente adduce
ne la sua reggia. In ogni tempio indce
feste e preci solenni. Ordina appresso
che si mandino al mar venti gran tori,
cento gran porci, cento grassi agnelli,
con cento madri, e ci ch'a' suoi compagni
per vitto e per letizia  di mestiero.
Dentro al real palagio, realmente,
de' pi gentili e sontuosi arnesi
il convito e le stanze orna e prepara;
cuopre d'ostro le mura; empie le mense
d'argento e d'oro, ove per lunga serie
son de' padri e degli avi i fatti egregi.
  Enea, cui la paterna tenerezza
quetar non lascia, a le sue navi innanzi
ratto spedisce Acate, che di tutto
Ascanio avvisi, ed a s tosto il meni;
ch in Ascanio mai sempre intento e fiso
sta del suo caro padre ogni pensiero.
Gli comanda, oltre a ci, ch'a la regina
porti alcune a donar spoglie superbe
che si salvr da la ruina appena
e dal foco di Troia: un ricco manto
ricamato a figure, e di fin'oro
tutto contesto: un prezoso velo,
cui di pallido acanto un ampio fregio
trapunto era d'intorno: ambi ornamenti
d'Elena argiva, e di sua madre Leda
mirabil dono. In questo avea le bionde
sue chiome avvolte il d che di Micene
a nuove nozze, e non concesse, uscio;
e porti anco lo scettro, onde superba
Ilone di Pramo sen giva
primogenita figlia, e 'l suo monile
di gran lucide perle; e quella stessa,
onde 'l fronte cingea, doppia corona,
di gemme orentali ornata e d'oro.
Tutto ci procurando il fido Acate
in vr le navi accelerava il piede.
  Venere in tanto con nuov'arte e nuovi
consigli s'argomenta a far che in vece
e 'n sembianza d'Ascanio il suo Cupdo
se ne vada in Cartago; e con quei doni,
con le dolcezze sue, con la sua face
alletti, incenda, amor desti e furore
nel petto a la regina, onde sospetto
pi non aggia o 'l suo regno, o 'la perfidia
de la sua gente, o di Giunon l'insidie,
che da pensare e da vegghiar le danno
tutte le notti. E fatto a s venire
l'alato dio, cosi seco ragiona:
  Figlio, mia forza e mia maggior possanza:
figlio, che del gran padre anco non temi
l'orribil tlo, onde percosso giacque
chi ne di fin nel ciel briga e spavento,
a te ricorro e dal tuo nume ata
chieggio a l'altro mio figlio Enea tuo frate.
Come Giuno il persegua, e come l'aggia
per tutti i mari omai spinto e travolto,
tu 'l sai che del mio duol ti sei doluto
pi volte meco. Or la sidonia Dido
l'ave in sua forza, e con benigni e dolci
modi fin qui l'accoglie e lo trattiene.
Ma l dov', lassa! che val, comunque
sia caramente accolto? in casa a Giuno
da le carezze ancor chi m'assicura?
Ch'ella pi neghittosa o meno atroce,
in un caso non fia di tanto affare.
E per con astuzia e con inganno
cerco di prevenirla, e del tuo foco
ardere il cuor de la regina in guisa,
ch'altro nume nol mute, e meco l'ami
d'immenso affetto. Or come agevolmente
ci porre in atto e conseguir si possa,
ascolta. Enea manda test chiamando
il suo regio fanciullo, amor supremo
del caro padre, e mio sommo diletto,
perch de' Tiri a la citt sen vada
con doni a la regina, che di Troia
a l'incendio avanzarono ed al mare.
Questo vinto dal sonno, o sopra l'alta
Citra, o dentro al sacro bosco Idalio
terr celato s ch'ei non s'accorga,
ed accorto di ci non faccia altrui
con alcun suo rintoppo. E tu che puoi,
fanciullo, il noto fanciullesco aspetto
mentire acconciamente, in lui ti cangia
sola una notte, e gli suoi gesti imita.
E quando Dido al suo real convito
riceveratti, e, come a mensa fassi,
sar, bevendo e ragionando, allegra;
quando, come far, cortese in grembo
terratti, abbracceratti, e dolci baci
porgeratti sovente, a poco a poco
il tuo foco le spira e 'l tuo veleno.
  Al voler della sua diletta madre
pronto mostrossi e baldanzoso Amore,
e gitt l'ali; ed in un tempo l'abito
e 'l sembiante e l'andar prese di Iulo.
Ciprigna intanto al giovinetto Ascanio
tale un profondo e dolce sonno infuse,
e 'n guisa l'adatt, che agiatamente
in grembo lo si tolse; e ne la cima
de la selvosa Idalia, entro un cespuglio
di lieti fiori e d'odorata persa,
a la dolce aura, a la fresc'ombra il pose.
Cupdo co' suoi doni allegramente,
per far quanto gli avea la madre imposto,
con la guida si pon d'Acate in via.
Giunse che giunta era Didone appunto
ne la gran sala, che di fini arazzi,
di fior, di frondi e di festoni intorno
era tutta vestita, ornata e sparsa.
E gi sopra la sua dorata sponda
con real maest s'era nel mezzo
a tutti gli altri alteramente assisa.
Appresso Enea, poscia di mano in mano
sopra drappi di porpora e di seta
si stendea la troiana gioventute.
Gi con l'acqua e con Cerere a le mense
gli aurati vasi e i nitidi canestri
e i bianchissimi lini eran comparsi.
Stavano dentro, a le vivande intorno,
intorno a' fuochi, a dar ordine a' cibi,
cinquanta ancelle, ed altre cento fuori
con altrettanti di una stessa etade
tra scudieri e pincerni; e gli atrii tutti
si rempir di Tiri, a cui le mense
di tappeti dipinti eran distese.
  A l'apparir del giovinetto Iulo
corser tutti a mirare il manto e 'l velo
e gli altri ch'adducea leggiadri arnesi,
a sentir quelle sue finte parole,
a contemplar quel grazoso aspetto,
ch'ardore e deit raggiava intorno.
Ma sopra tutti l'infelice Dido
non potea n la vista, n 'l pensiero
saziar, mirando or gli suoi doni, or lui;
e com' pi gli rimira, e pi s'accende.
  Poich lunga fata umile e dolce
del non suo genitor pend dal collo,
e finse di figliuol verace affetto,
si volse a la regina. Ella con gli occhi,
col pensier tutto lo contempla e mira:
lo palpa, e 'l bacia, e 'n grembo lo si reca.
Misera! che non sa quanto gran dio
s'annidi in seno. Ei de la madre intanto
rimembrando il precetto, a poco a poco
de la mente Sicho comincia a trarle,
con vivo amore e con visibil fiamma
rompendole del core il duro smalto,
e 'ntroducendo il suo gi spento affetto.
  Cessati i primi cibi, e da' ministri
gi le mense rimosse, ecco di nuovo
comparir nuove tazze e vino e fiori,
per lietamente incoronarsi e bere.
  Quinci un rumoreggiare, un riso, un giubilo
che d'allegrezza empian le sale e gli atrii.
E i torchi e le lumiere che pendevano
da i palchi d'oro, poich notte fecesi,
vinceano 'l giorno e 'l sol, non che le tenebre.
Qui fattosi Didone un vaso porgere
d'oro grave e di gemme, ov'era solito
ne' conviti e ne' d solenni e celebri
ber Belo, e gli altri che da Belo uscirono,
di fiori ornollo, e di vin vecchio empiendolo,
or, cos dicendo: Eterno Giove,
che, Albergator nomato, hai de gli alberghi
e de le cortesie cura e diletto,
priegoti ch'a' Fenici ed a' Troiani
fausto sia questo giorno, e memorando
sempre a' posteri loro. E te, Lio,
largitor di letizia, e te, celeste
e bionda Giuno, a questa prece invoco.
Voi co' vostri favori, e Tiri e Peni,
prestate a' prieghi miei divoto assenso.
  Ci detto, riversollo, e lievemente
del sacrato liquor la mensa asperse,
poscia ella in prima con le prime labbia
tanto sol ne sorb quanto n'attinse.
Indi con dolce oltraggio e con rampogne
a Bizia il di, che valorosamente
a piena bocca infino a l'aureo fondo
vi si tuff col volto, e vi s'immerse.
Ci segur gli altri eroi. Comparve intanto
co' capei lunghi e con la cetra d'oro
il biondo Iopa: e, qual Febo novello,
cant del ciel le meraviglie e i moti
che dal gran vecchio Atlante Alcide apprese.
Cant le vie che drittamente torte
rendon vaga la luna e buio il sole;
come prima si fr gli uomini e i bruti;
com'or si fan le piogge e i venti e i folgori:
cant l'Iade e l'Orse e 'l Carro e 'l Corno,
e perch tanto a l'Oceno il verno
vadan veloci i d, tarde le notti.
  Un novo plauso incominciaro i Tiri:
seguiro i Teucri: e l'infelice Dido,
che gi fea dolce con Enea dimora,
quanto bevesse amor non s'accorgendo,
a lungo ragionar seco si pose
or di Priamo, or d'Ettorre, or con qual'armi
venisse a Troia de l'Aurora il figlio,
or qual fosse Diomede, or quanto Achille.
Anzi, se non t' grave, - al fin gli disse -
incomincia a contar fin da principio
e l'insidie de' Greci e la ruina
e l'incendio di Troia, e 'l corso intero
de gli errori vostri: gi che 'l settim'anno
e per terra e per mar raminghi andate.


 

 

LIBRO SECONDO



  Stavan taciti, attenti e disosi
d'udir gi tutti, quando il padre Enea
in s raccolto, a cos dir da l'alta
sua sponda incominci: Dogliosa istoria
e d'amara e d'orribil rimembranza,
regina eccelsa, a raccontar m'inviti:
come la gi possente e glorosa
mia patria, or di piet degna e di pianto,
fosse per man de' Greci arsa e distrutta.
E qual ne vid'io far ruina e scempio:
ch'io stesso il vidi, ed io gran parte fui
del suo caso infelice. E chi sarebbe,
ancor che Greco e Mirmidne e Dlopo,
che a ragionar di ci non lagrimasse?
E gi la notte inchina, e gi le stelle
sonno, dal ciel caggendo,
a gli occhi infondono:
ma se tanto d'udire i nostri guai,
se brevemente di saver t'aggrada
l'ultimo eccidio, ond'ella arse e cadeo,
bench lutto e dolor mi rinnovelle,
e sol de la memoria mi sgomente,
io lo pur conter. Sbattuti e stanchi
di guerreggiar tant'anni, e risospinti
ancor da' fati, i greci condottieri
a l'insidie si diro; e da Minerva
divinamente instrutti, un gran cavallo
di ben contesti e ben confitti abeti
in sembianza d'un monte edificaro.
Poscia, finto che ci fosse per vto
del lor ritorno, di tornar sembiante
fecero tal, che se ne sparse il grido.
Dentro al suo cieco ventre e ne le grotte,
che molte erano e grandi, in s gran mole,
rinchiuser di nascosto arme e guerrieri
a ci per sorte e per valore eletti.
  Giace di Troia un'isola in cospetto
(Tnedo  detta) assai famosa e ricca,
mentre ch'Ilio fioriva. Ora un ridotto
 sol di naviganti e di navili,
infido seno, e mal sicura spiaggia.
Qui, poich di Sigo sciolse e spario,
la greca armata si rattenne, e dietro
appiattossi al suo lito ermo e deserto:
e noi credemmo che veracemente
fosse partita, e che a spiegate vele
gisse a Micene. Onde la Teucria tutta,
gi cotant'anni lagrimosa e mesta,
volta ne fu subitamente in gioia.
S'aprr le porte, uscr d'Ilio e d'intorno
le genti tutte, disose e liete
di veder vti i campi e sgombri i liti,
ch'eran coverti pria di navi e d'armi.
"Qui s'accampava Achille, e qui de' Dlopi
eran le tende, ivi solean le zuffe
farsi de' cavalieri e l de' fanti"
dicean parte vagando; e parte accolti
facean mirando al gran destriero intorno
meraviglie e discorsi: e chi per sacro,
e chi per esecrando il vto e 'l dono
avean di Palla. Il primo fu Timete
a dir ch'entro le mura, e ne la rcca
quindi si conducesse, o froda, o fato
che ci fosse de' miseri Troiani.
Ma Capi e gli altri, il cui pi sano avviso
o per insidose, o per sospette,
quantunque sacre, avea le greche offerte,
voleano o che del mar fosse nel fondo
precipitato, o che di fiamme ardenti
si circondasse, o che forato e lacero
gli fosse il petto e sviscerato il fianco.
  Stava tra questi due contrari in forse
in due parti diviso il volgo incerto;
quando con gran caterva e con gran furia
da la rcca discese, e di lontano
grid Laocoonte: "O ciechi, o folli,
o sfortunati! agli nemici, a' Greci
date credenza? a lor credete voi
che sian partiti? e sar mai che doni
siano i lor doni, e non pi tosto inganni?
Cos v' noto Ulisse? O in questo legno
sono i Greci rinchiusi, o questa  macchina
contra alle nostre mura, o spia per entro
ai nostri alberghi, o scala o torre o ponte
per di sopra assalirne. E che che sia,
certo o vi cova o vi si ordisce inganno,
ch de' Pelasgi e de' nemici  'l dono".
  Ci detto, con gran forza una grand'asta
avventogli, e colpillo, ove tremante
stette altamente infra due coste infissa:
e 'l destrier, come fosse e vivo e fiero,
fieramente da spron punto cotale,
si storc, si croll, tonogli il ventre,
e rintonr le sue cave caverne.
E se 'l fato non era a Troia avverso,
se le menti eran sane, avea quel colpo
gi commossi infiniti a lacerarlo,
e del tutto a scovrir l'agguato argolico:
ond'oggi e tu, grand'Ilio, e tu, diletta
Troia, staresti. Ma si vide intanto
de' pastor paesani una masnada
venir gridando al re, ch'ivi era giunto,
e trargli avanti un giovine prigione
ch'avea dietro le mani al tergo avvinte.
Questi era greco; e da' suoi Greci avea
di salvare il destrier, d'aprir lor Troia
assunto impresa; e per condurla, a tempo
ascosto, a tempo a quei pastori offerto
s'era per se medesmo, in s disposto
e fermo di due cose una a finire,
o quest'opra, o la vita. A ci concorso,
per desio di vedere, il popol tutto
dal caval si distolse, e diessi a gara
a schernire il prigione. Or ascoltate
le malizie de' Greci; e da quest'uno
conosceteli tutti. Egli nel mezzo
cos com'era a le nemiche schiere,
turbato, inerme e di catene avvinto,
fermossi: e poi che rimirolle intorno,
con voce di piet proruppe, e disse:
  "Or quale o terra, o mare, o loco altrove
sar, misero me! che mi raccolga,
o che m'affidi omai? poich tra' Greci
non ho dov'io ricovri, e da' Troiani
non deggio altro aspettar che strazio e morte?"
Ne commosse a piet, n'acquet l'ira
s doglioso rammarco: e con dolcezza
e con promesse il confortammo a dire
chi, di che loco e di che sangue fosse,
e che portasse, e qual fidanza avesse
a darnesi prigione. Egli, in tal guisa
assecurato, al re si volse e disse:
"Signor, segua che vuole, in tuo cospetto
io dir tutto; e dir vero. E prima
d'esser greco io non niego; ch fortuna
pu ben far che Sinon sia gramo e misero,
ma non gi mai che sia bugiardo e vano.
  Non so se, ragionandosi, a gli orecchi
ti venne mai di Palamde il nome,
che nomato e pregiato e gloroso,
e da Belo altamente era disceso;
se ben con falso e scelerato indizio
di tradigion, per detestar la guerra,
ei fu da' Greci indegnamente occiso:
com'or, che ne son privi, i Greci stessi
lo piangon tutti! A questo Palamede,
a cui per parentela era congiunto,
il pover padre mio ne' miei prim'anni
pria per valletto nel mestier de l'armi
poi per compagno a questa guerra diemmi.
Infin ch'ei visse, e fu 'l suo stato in fiore,
fioriro anco i miei giorni; e l'opre e 'l nome
e 'l grado mio ne fr talvolta in pregio.
Estinto lui (che per invidia avvenne,
com'ognun sa, del traditore Ulisse),
amaramente il piansi. E 'l caso indegno
d'un tanto amico, e la mia vita oscura
tra me sdegnando, come soro e folle
ch'io fui, nol tacqui. Anzi, se mai la sorte
mel consentisse, o se mai fossi in Argo
vincitor ritornato, alta vendetta
ne gli promisi, e con minacce e motti
acerbi acerbamente il provocai.
  Questo fu del mio mal prima radice;
e quinci de' suoi falli e del mio duolo
consapevole Ulisse, a spaventarmi,
a travagliarmi, a seminar susurri
si di nel volgo, e procurarmi inciampi
ond'io cadessi. E non cess, ch'ordimmi
per mezzo di Calcante... Ma dov'entro,
lasso! senza profitto a fastidirvi
con noiose novelle? A voi sol basta
di saver ch'io son greco, gi che i Greci
tutti egualmente per nimici avete.
Or datemi, signor, supplizio e morte
qual a voi piace, ch piacere e gioia
n'aranno i regi ancor d'Itaca e d'Argo".
E qui si tacque. Allor brama ne venne,
non che disio, di pi sapere avanti;
non ben sapendo ancor, miseri noi!
quanta scelleratezza e quanta astuzia
fosse ne' Greci. Egli, a seguir costretto,
mostrossi in prima paventoso, e poscia
di nuovo assicurossi, e finse, e disse:
  "Hanno molte fate i Greci, afflitti
gi da la guerra, e dal disagio astretti,
disato e tentato anco pi volte
di qui ritrarsi, e lasciar Troia in pace.
Cos fatto l'avessero! Ma sempre
or il verno, or i vnti, or le procelle
gli han distornati. E pur dianzi che l'opra
del caval che vedete era fornita,
di nuovo in sul partire, e 'n sul far vela,
di tempeste, di turbini e di nembi
rison 'l cielo, e conturbossi il mare.
Onde, sospesi, Eurpilo mandammo
a spar sopra a ci quel che da Febo
ne s'avvertisse. Riportonne un empio
e spaventoso oracolo; e fu questo:
- Col sangue e con la morte d'una vergine
placaste i vnti per condurvi in Ilio;
col sangue e con la morte ora d'un giovine
convien placarli per ridurvi in Grecia. -
A cos fiera voce sbigottissi,
impallidissi, e trem 'l volgo tutto,
ciascun per s temendo; e nessun certo
qual di loro accennasse Apollo e 'l fato.
  Qui fece Ulisse in mezzo al greco stuolo
con gran tumulto appresentar Calcante:
e del volere in ci de' santi numi
interrogollo. Ed ei rispose in guisa
che la sua fellonia, bench da tutti
fusse prevista, fu per da molti
simulata e taciuta, e da molti anco
a me predetta: pur ei tacque ancora
per dieci giomi; e scaltramente al niego
si mise di voler che per suo detto
fosse alcun destinato o spinto a morte.
Ma poi, come da gridi astretto e vinto,
di conserto con lui ruppe il silenzio,
s ch'io fui dichiarato al fin per vittima;
consentr tutti, perch tutti ancora
finian con la mia morte il lor periglio.
  Era gi da vicino il giorno orribile,
in che doveano al sacrificio offrirmi:
e gi 'l farro e gi 'l sale e gi le bende
erano a le mie tempie intorno avvolte,
quando, rotto (io nol niego) ogni ritegno,
da la morte mi tolsi: e fin ch'a' vnti
desser le vele (ch'eran presti a darle)
di buia notte in un pantan m'ascosi,
ove nel fango infra le scarde e i giunchi
stava qual mi vedete. Ora son qui
privo d'ogni conforto e d'ogni speme
di mai pi riveder la patria antica,
i dolci figli e 'l desato padre,
che saran, lasso me! per la mia fuga,
bench innocenti, ancor forse in mia vece
incarcerati, e tormentati, e morti.
  Or io, signor, per quelli eterni di
che scorgon di l su se 'l vero io parlo,
per quella pura e 'ntemerata fede
(se tra' mortali in alcun loco  tale)
ond'io gi tutto a rivelar ti vegno,
priegoti che piet di me ti prenda,
e de' miei tanti e s gravosi affanni
ch'indegnamente io soffro". A cotal pianto
commossi, e da noi fatti anco pietosi,
vita e vnia gli diamo. E di sua bocca
comanda il re che si disferri e sciolga;
poi dolcemente in tal guisa gli parla:
"Qual tu ti sia, de' tuoi perduti Greci
ti dimentica omai; ch per innanzi
sarai de' nostri. Or mi rispondi il vero
di quel ch'io ti domando. A che fine hanno
qui s grande edificio i Greci eretto?
Per consiglio di cui? Con qual avviso
l'han fabbricato?  vto?  magia?  macchina?
Che trama  questa?" Avea 'l re detto a pena,
quand'ei, d'inganni e d'arte greca instrutto,
le gi disciolte mani al cielo alzando,
disse: "Voi fochi eterni e 'nvolabili,
voi fasce ond'io portai le tempie avvinte,
voi sacri altari, e voi cultri nefandi,
cui fuggendo anco adoro, a quel ch'io dico
per testimoni invoco. A me lece ora
ch'io mi disciolga, e mi dissacri in tutto
da l'obbligo de' Greci. E mi lece anco
che non gli ami, e che gli odii, e che divolghi
quel che da lor si cela, gi ch'astretto
pi non son de la patria a legge alcuna.
Tu, se vero io ti dico, e se gran merto
di ci ti rendo, e te, Troia, conservo,
conserva a me la gi promessa fede.
  Nel cominciar di questa guerra i Greci
riposero ogni speme, ogni fidanza
ne l'aiuto di Palla; e ben riposte
fr sempre, infin che l'empio Domede,
e l'inventor d'ogni mal'opra Ulisse,
il sacro tempio suo non volaro:
come fr quando, ne la rcca ascesi,
n'uccisero i custodi, e n'involaro
il Palladio fatale, osando impuri
por le man sanguinose al sacrosanto
suo simulacro; e macular le intatte
e 'ntemerate sue verginee bende.
Da indi in qua d'ardir sempre e di forze
scemr, non che di speme; e Palla infesta
ne fu lor sempre; e ne di chiari segni
e portentosi, allor ch'al campo addotta
fu la sua statua, che, posata a pena,
torvamente mirogli, e lampi e fiamme
vibr per gli occhi, e per le membra tutte
vers salso sudore. Indi tre volte,
meraviglia a contarlo! alto da terra
surse, e 'mbracci lo scudo, e brand l'asta.
Allor gridando indovin Calcante
che fuggir si dovesse, e tosto a' vnti
spiegar le vele: ch di Troia in vano
era l'assedio, se con altri augri
d'Argo non si tornava un'altra volta,
e de la dea non si placava il nume,
ch'or, per ci fare, han seco in Grecia addotto.
Onde giunti a Micene, incontinente
si daranno a dispor l'armi e le genti
e gli di che gli ati, e gli accompagni.
Poi, ripassando il mar, con maggior forza
di nuovo assaliranvi e d'improvviso:
cos Calcante interpreta, e predice.
  Or questa mole, che tant'alto sorge,
qui per consiglio di Calcante  posta
in vece del Palladio, e per ammenda
del nume offeso, a bello studio intesta
di legni cos gravi e cos grandi,
ed a s smisurata altezza eretta,
a fin che per le porte entro a le mura
quinci addur non si possa, ove per segno
e per memoria poi del nume antico
riverita da voi, sacrata e clta
sia ricovro e tutela al popol vostro.
Ch allor che questo dono a Palla offerto
per vostra man sia volato e guasto,
ruina estrema (la qual sopra lui
caggia pi tosto) a voi vuol che ne venga,
ed al gran vostro impero: ed, a rincontro,
quando da voi sia dentro al vostro cerchio
condotto e custodito, allor che l'Asia
congiurer con le sue forze tutte
a l'esterminio d'Argo, e che tal fato
sopra a' nostri nepoti in cielo  fisso".
  Con tal arte Sinon, con tali insidie
fe' s che gli credemmo; e quelli stessi
cui non potr n 'l figlio di Tideo,
n di Larissa il bellicoso alunno,
n diece anni domar, n mille navi,
furon da lagrimette e da menzogne
sforzati e vinti. In questa a gl'infelici
un altro sopravvenne assai maggiore
e pi fiero accidente; onde a ciascuno
d'improvviso spavento il cor turbossi.
  Era Laocoonte a sorte eletto
sacerdote a Nettuno; e quel d stesso
gli facea d'un gran toro ostia solenne:
quand'ecco che da Tnedo (m'agghiado
a raccontarlo) due serpenti immani
venir si veggon parimente al lito,
ondeggiando coi dorsi onde maggiori
de le marine allor tranquille e quete.
Dal mezzo in su fendean coi petti il mare,
e s'ergean con le teste orribilmente,
cinte di creste sanguinose ed irte.
Il resto con gran giri e con grand'archi
traean divincolando, e con le code
l'acque sferzando s che lungo tratto
si facean suono e spuma e nebbia intorno.
Giunti a la riva, con fieri occhi accesi
di vivo foco e d'atro sangue aspersi,
vibrr le lingue, e gittr fischi orribili.
Noi, di paura sbigottiti e smorti,
chi qua, chi l ci dispergemmo; e gli angui
s'affilr drittamente a Laocoonte,
e pria di due suoi pargoletti figli
le tenerelle membra ambo avvinchiando,
sen fro crudo e miserabil pasto.
Poscia a lui, ch'a' fanciulli era con l'arme
giunto in aiuto, s'avventaro, e stretto
l'avvinser s che le scagliose terga
con due spire nel petto e due nel collo
gli racchiusero il fiato; e le bocche alte,
entro al suo capo fieramente infisse,
gli addentarono il teschio. Egli, com'era
d'atro sangue, di bava e di veleno
le bende e 'l volto asperso, i tristi nodi
disgroppar con le man tentava indarno,
e d'orribili strida il ciel feriva;
qual mugghia il toro allor che dagli altari
sorge ferito, se del maglio appieno
non cade il colpo, ed ei lo sbatte e fugge.
I fieri draghi alfin dai corpi esangui
disviluppati, in vr la rcca insieme
strisciando e zufolando, al sommo ascesero:
e nel tempio di Palla, entro al suo scudo
rinvolti, a' pi di lei si raggrupparo.
Rinnovossi di ci nel volgo orrore
e tremore e spavento; e mormorossi
che degnamente avea Laocoonte
di sua temerit pagato il fio,
e del furor che contra al sacro legno
gli arm l'impura e scelerata mano:
e gridr tutti che di Palla al tempio
si conducesse, e con preghiere e vti
de la dea si facesse il nume amico.
A ci seguire immantinente accinti,
ruiniamo la porta, apriam le mura,
adattiamo al cavallo ordigni e travi,
e ruote e curri a' piedi, e funi al collo.
Cos mossa e tirata agevolmente
la macchina fatale il muro ascende,
d'armi pregna e d'armati, a cui d'intorno
di verginelle e di fanciulli un coro,
sacre lodi cantando, con diletto
porgean mano a la fune. Ella, per mezzo
tratta de la citt, mentre si scuote,
mentre che ne l'andar cigola e freme,
sembra che la minacci. O patria, o Ilio,
santo de' numi albergo! inclita in arme
dardania terra! Noi la pur vedemmo
con tanti occhi a l'entrar, che quattro volte
fermossi, e quattro volte anco n'udimmo
il suon de l'armi: e pur, da furia spinti,
ciechi e sordi che fummo, i nostri danni
ci procurammo: ch 'l d stesso addotto
e posto in cima a la sacrata rcca
fu quel mostro infelice. Allor Cassandra
la bocca aperse, e quale esser solea
verace sempre e non creduta mai,
l'estremo fine indarno ci predisse:
e noi di sacra e di festiva fronde
velammo i templi il d, miseri noi,
che de' lieti d nostri ultimo fue.
  Scende da l'Ocen la notte intanto,
e col suo fosco velo involve e copre
la terra e 'l cielo e de' Pelasgi insieme
l'ordite insidie. I Teucri a i loro alberghi,
a i lor riposi addormentati e queti
giacean securamente; e gi da Tnedo
a l'usata riviera in ordinanza
vr noi se ne venia l'argiva armata,
col favor de la notte occulta e cheta;
quando da la sua poppa il regio legno
ne di cenno col foco. Allor Sinone,
che per nostra ruina era da noi
e dal fato maligno a ci serbato,
accostossi al cavallo, e 'l chiuso ventre
chetamente gli aperse, e fuor ne trasse
l'occulto agguato. Usciro a l'aura in prima
i primi capi baldanzosi e lieti,
tutti per una fune a terra scesi.
E fr Tisandro e Stnelo ed Ulisse,
Atamante e Toante e Macane
e Pirro e Menelao con lo scaltrito
fabbricator di questo inganno, Epo.
Assalr la citt che gi ne l'ozio
e nel sonno e nel vino era sepolta;
ancisero le guardie; aprr le porte;
miser le schiere congiurate insieme;
e dir forma a l'assalto. Era ne l'ora
che nel primo riposo hanno i mortali
quel ch' dal cielo a i loro affanni infuso
opportuno e dolcissimo ristoro:
quand'ecco in sogno (quasi avanti gli occhi
mi fosse veramente) Ettr m'apparve
dolente, lagrimoso, e quale il vidi
gi strascinato, sanguinoso e lordo
il corpo tutto, e i pi forato e gonfio.
Lasso me! quale e quanto era mutato
da quell'Ettr che ritorn vestito
de le spoglie d'Achille, e rilucente
del foco ond'arse il gran navile argolico!
Squallida avea la barba, orrido il crine
e rappreso di sangue; il petto lacero
di quante unqua ferite al patrio muro
ebbe d'intorno. E mi parea che 'l primo
foss'io che lagrimando gli dicessi:
"O splendor di Dardania, o de' Troiani
securissima speme, e quale indugio
t'ha fin qui trattenuto? Ond'or ne vieni
tanto da noi bramato? Ahi, dopo quanta
strage de' tuoi, dopo quanti travagli
de la nostra citt gi stanchi e domi
ti riveggiamo! E qual fero accidente
fa s deforme il tuo volto sereno?
E che piaghe son queste?". Egli a ci nulla
rispose, come a vani miei quesiti:
ma dal profondo petto alti sospiri
traendo: "Oh! fuggi, Enea, fuggi, - mi disse -
togliti a queste fiamme. Ecco che dentro
sono i nostri nemici. Ecco gi ch'Ilio
arde tutto e ruina. Infino ad ora
e per Priamo e per Troia assai s' fatto.
Se difendere omai pi si potesse,
fra per questa man difesa ancora:
ma dovendo cader, le sue reliquie
sacre e gli santi suoi numi Penati
a te solo accomanda; e tu li prendi
per compagni a' tuoi fati; e, come  d'uopo,
cerca loro altre terre, ergi altre mura;
ch dopo lungo e travaglioso esilio
l'ergerai pi di Troia altere e grandi".
Detto ci, da le chiuse arche riposte
trasse, e mi consegn le sacre bende
e l'effigie di Vesta e 'l foco eterno.
  Spargonsi intanto per diverse parti
de la presa citt le grida e 'l pianto
e 'l tumulto de l'armi; e rinforzando
via pi di mano in man, tanto s'avanza
che a l'antica magion del padre Anchise
(come che fosse assai remota, e chiusa
d'alberi intorno) il gran rumore aggiunge.
Allor dal sonno mi riscuoto, e salgo
subitamente d'un terrazzo in cima,
e porgo per udir gli orecchi attenti.
  Cos rozzo pastor, se da gran suono
 da lunge percosso, in alto ascende,
e mirando si sta confuso e stupido
o foco che al soffiar d'un torbid'Austro
stridendo arda le biade e le campagne;
o tempestoso e rapido torrente
che dal monte precipiti, e le selve
ne meni e i clti e le ricolte e i campi.
Allor tardi credemmo; allor le insidie
ne fr conte de' Greci. E gi 'l palagio
era di Defbo arso e distrutto;
gi 'l suo vicino Ucalegn ardea,
e l'incendio di Troia in ogni lato
rilucea di Sigo ne la marina;
e s'udian gridar genti e sonar tube.
Io m'armo, e, forsennato, anco ne l'armi
non veggio ove m'adopri. Al fin risolvo,
raunati i compagni, avventurarmi,
menar le mani, e ne la rcca addurmi;
mi fan l'impeto e l'ira ad ogni rischio
precipitoso; e solo a mente vienmi
che un bel morir tutta la vita onora.
  Eravam mossi; quando ecco tra via
ne si fa Panto d'improvviso avanti,
Panto figlio d'Otro, che de la rcca
era custode, e sacerdote a Febo.
Questi, scampato da' nemici a pena,
inverso il lito attonito fuggendo,
i sacri arredi e i santi simulacri
de gli di vinti, e 'l suo picciol nipote
si traea seco."O Panto, o Panto, - io dissi -
a che siam giunti? Ove ricorso abbiamo,
se la rcca  gi presa?". Ei sospirando
e piangendo rispose: "  giunto, Enea,
l'ultimo giorno e 'l tempo inevitabile
de la nostra ruina. Ilio fu gi;
e noi Troiani fummo: or  di Troia
ogni gloria caduta. Il fero Giove
tutto in Argo ha rivolto; e tutti in preda
siam de' Greci e del foco. Il gran cavallo,
ch'era a Palla devoto, altero in mezzo
stassi de la cittade, e d'ogni lato
arme versa ed armati. Il buon Sinone
gode de la sua frode, e d'ogn'intorno
scorrendo si rimescola, e s'aggira
gran maestro d'incendi e di ruine.
A porte spalancate entran le schiere
senza ritegno ed a migliaia, quante
n d'Argo usciron mai n di Micene.
Gli altri che prima entraro, han gi le strade
assedate: e stan con l'armi infeste,
parate a far di noi strage e macello.
Soli son fino a qui sorti in difesa
i corpi de le guardie: e questi al buio
fanno con lievi e repentini assalti
tale una cieca resistenza a pena".
  Dal parlar di costui, dal nume avverso
spinto, mi caccio tra le fiamme e l'armi,
ove mi chiama il mio cieco furore,
e de le genti il fremito e le strida
che feriscono il cielo. E per compagni
primieramente al lume de la luna
mi si scopron Rifo, Ifito il vecchio
ed Ipane e Dimante: indi comparve
il giovine Corbo. Era costui
figlio a Migdne, insanamente acceso
de l'amor di Cassandra; e, come fosse
gi suo consorte, pochi giorni avanti
in soccorso del suocero e de' Frigi
s'era a Troia condotto. Infortunato!
che non avea la sua sposa indovina
ben anco intesa. A questi insieme accolti,
per accendergli pi mi volgo e dico:
  "Giovini forti e valorosi, in vano
omai fia la fortezza e 'l valor vostro;
poich perduti siamo e che Troia arde,
e gli di tutti, a cui tutela e cura
si reggea questo impero, in abbandono
lasciano i nostri templi e i nostri altari.
Ma se voi cos fermi e cos certi
siete pur, com'io veggio, a seguitarmi,
ancor che a morte io vada, in mezzo a l'armi
avventiamci, e moriamo. Un sol rimedio
a chi speme non have  disperarsi".
  Cos l'ardir di quegli animi accesi
furor divenne. Usciam di lupi in guisa
che rapaci, famelici e rabbiosi,
col ventre vto e con le canne asciutte
sentan de' lupicini urlar per fame
pieno un digiun covile. Andiam per mezzo
de' nemici e de l'armi a morte esposti,
senza riservo, e via dritti fendiamo
la citt tutta, a la buia ombra occulti,
che l'altezza facea de gli edifici.
  Or chi pu dir la strage e la ruina
di quella notte? E qual  pianto eguale
a tante occisoni, a tanto eccidio?
Troia ruina, la superba, antica
e glorosa Troia, che tant'anni
port scettro e corona. Era, dovunque
s'andava, di cadaveri, di sangue,
d'ogni calamit pieno ogni loco,
le vie, le case, i templi. E non pur soli
caddero i Teucri, ch l'antico ardire
destossi, e surse alcuna volta ancora
negli lor petti. I vincitori e i vinti
giacean confusamente, e d'ogni lato
s'udian pianti e lamenti; e questi e quelli
eran da la paura e da la morte
in mille guise aggiunti. Andrgeo il primo
de' Greci fu ch'avanti ne s'offerse,
condottier di gran gente. Egli, avvisando
parte sollecitar de la sua schiera:
"Affrettatevi, - disse - a che badate?
che 'ndugio  'l vostro? Altri espugnata ed arsa
e depredata han di gi Troia, e voi
test venite?" Avea ci detto a pena,
che 'l segno e la risposta indarno attesa,
tra nemici si vide; e come attonito
restando, con la voce il pi ritrasse.
Come repente il vator s'arretra,
se d'improvviso fra le spine un angue
avvien che prema, ed ei premuto e punto
d'ira gonfio e di tosco gli s'avventi;
cos dal nostro subitano incontro
sovraggiunto in un tempo e spaventato,
Andrgeo per fuggir ratto si volse.
Ma noi che, impauriti e sconcertati,
a la sprovvista gli assalimmo in lochi
a lor non consueti, in breve spazio
li circondammo, e gli uccidemmo alfine:
tanto nel primo assalto amica e presta
ne fu la sorte. E qui fatto Corbo
d'un tal successo e di coraggio altero:
"Compagni, - disse - poi che la fortuna
con questo s felice agli altri incontri
ne porge ata, a nostro scampo usiamla.
Mutiam gli scudi, accomodiamci gli elmi
e l'insegne de' Greci. O biasmo o lode
che ci ne sia, chi co' nemici il cerca?
L'arme ne daranno essi". E, cos detto,
la celata e 'l cimier d'Andrgeo stesso
e la sua scimitarra e la sua targa
per lui si prese, armi onorate e conte,
Cos fece Rifo, cos Dimante,
e cos tutti: ch per s ciascuno
di nuove spoglie allegramente armossi.
  Ci mettemmo tra lor, che i nostri dii
non eran nosco; e ne l'oscura notte
con ogni occasone in ogni loco
ci azzuffammo con essi; e di lor molti
mandammo a l'Orco, e ritirar molt'altri
ne facemmo a le navi: e fr di quelli
che per vilt nel cavernoso e cieco
ventre si racquattr del gran cavallo.
Ma che? Contra 'l voler de' regi eterni
indarno osa la gente. Ecco dal tempio
trar veggiam di Minerva, con le chiome
sparse, e con gli occhi indarno al ciel rivolti,
la vergine Cassandra. Io dico gli occhi,
perch le regie sue tenere mani
eran da' lacci indegnamente avvinte.
  A s fero spettacolo Corbo
infurato, e di morir disposto,
anzi che di soffrirlo, a quella schiera
scagliossi in mezzo; e noi ristretti insieme
tutti il seguimmo. Or qui fessi di noi
una strage crudele e miserabile
e da' nostri medesmi, che la cima
tenean del tempio, e dardi e sassi e travi
ne versarono addosso, imaginando
da l'armi, da' cimieri e da l'insegne
di ferir Greci: e i Greci d'ogni intorno,
tratti dal gran rumore e da lo sdegno
de la ritolta vergine, s'uniro
ai nostri danni. Il bellicoso Aiace,
i fieri Atridi, i Dlopi e gli Argivi,
tutti ne furon sopra in quella guisa
ch'opposti un contra l'altro Affrico e Bora
e Garbino e Volturno accolte in mezzo
han le selve stridenti o 'l mare ondoso,
quando col suo tridente in fin dal fondo
il gran Nereo il conturba. E tornr anco
incontro a noi quei che da noi pur dianzi
sen gr rotti e dispersi; e questi in prima
scoprr le nostre insidie, e fr palesi
le cangiate armi e gli mentiti scudi,
e 'l parlar che dal greco era diverso.
Cos ne fu subitamente addosso
un diluvio di gente. E qui per mano
di Penelo, davanti al sacro altare
de l'armigera Dea cadde Corbo:
cadde Rifo, ch'era ne' Teucri un lume
di bont, di giustizia e d'equitate
(cos a Dio piacque); ed Ipane e Dimante
caddero anch'essi; e questi, ohim! trafitti
per le man pur de' nostri. E tu, pietoso
Panto, cadesti; e la tua gran pietate,
e l'nfola santissima d'Apollo
in ci nulla ti valse. O fiamme estreme,
o ceneri de' miei! fatemi fede
voi che nel vostro occaso io rischio alcuno
non rifiutai n d'arme, n di foco,
n di qual fosse incontro, n di quanti
ne facessero i Greci: e se 'l fato era
ch'io dovessi cader, caduto fra:
tal ne feci opra. Ne spiccammo al fine
da quel mortale assalto. Ifito e Pelia
ne venner meco: Ifito afflitto e grave
gi d'anni; e Pelia indebolito e tardo
d'un colpo, che di mano ebbe d'Ulisse.
  Quinci divelti, al gran palagio andammo
da le grida chiamati. Ivi era un fremito,
un tumulto, un combatter cos fiero,
come guerra non fosse in altro loco,
e quivi sol si combattesse, e quivi
ognun morisse, e nessun altro altrove:
tal v'era Marte indomito, e de' Greci
tanto concorso. Avean la porta cinta
di schiere e di testuggini e di travi,
e d'ambi i lati a la parete in alto
appoggiate le scale; onde saliti
e spinti un dopo l'altro, con gli scudi
si ricoprian di sopra, e con le destre
rampicando salian di grado in grado.
  A rincontro i Troiani, altri di sopra
muri e tetti versando e torri intere,
i travi e i palchi d'oro e i fregi tutti
de la reggia e de' regi avean per armi;
fermi a far s (poich'eran giunti al fine)
ch'ogni cosa con lor finisse insieme;
ed altri unitamente entro a la porta
stavan coi ferri bassi, in folta schiera
a guardia de l'entrata. E qui di novo
a sovvenir la corte, a far difesa
per entro, a dare a' vinti animo e forza
mi posi in core: e 'n cotal guisa il fei.
Era un andito occulto ed una porta
secretamente accomodata a l'uso
de le stanze reali, onde solea
Andromaca infelice al suo buon tempo
gir a' suoceri suoi soletta, e seco
per domestica gioia al suo grand'avo
il pargoletto Astanatte addurre.
Quinci entromesso, me ne salsi in cima
a l'alto corridore, onde i meschini
facean di sopra a le nemiche schiere
tempesta in vano. Era dal tetto a l'aura
spiccata, e sopra la parete a filo
un'altissima torre, onde il paese
di Troia, il mar, le navi e 'l campo tutto
si scopria de' nemici. A questa intorno
co' ferri ci mettemmo e co' puntelli;
e da radice ov'era al palco aggiunta,
e da' suoi tavolati e da' suoi travi
recisa in parte la tagliammo in tutto,
e la spingemmo. Alta ruina e suono
fece cadendo; e di pi greche squadre
fu strage e morte e sepoltura insieme.
Gli altri vi salr sopra; e d'ogni parte
senz'intermisson d'ogni arme un nembo
volava intanto. In su la prima entrata
stava Pirro orgoglioso; e d'armi cinto
s luminose, e da' riflessi accese
di tanti incendi, che di foco e d'ira
parean lunge avventar raggi e scintille.
  Tale un colbro mal pasciuto e gonfio,
di tana uscito, ove la fredda bruma
lo tenne ascoso, a l'aura si dimostra,
quando, deposto il suo ruvido spoglio,
ringiovenito, alteramente al sole
lubrico si travolve, e con tre lingue
vibra mille suoi lucidi colori.
  Seco il gran Perifante e 'l grand'auriga
d'Achille, Automedonte, e lo stuol tutto
era de' Sciri: e di gi sotto entrati,
fiamme a' tetti avventando, ogni difesa
ne facean vana. E qui co' primi, avanti
Pirro con una in man grave bipenne
le sbarre, i legni, i marmi, ogni ritegno
de la ferrata porta abbatte e frange,
e per disgangherarla ogni arte adopra.
Tanto al fin ne recide che nel mezzo
v'apre un'ampia finestra. Appaion dentro
gli atrii superbi, i lunghi colonnati,
e di Priamo e degli altri antichi regi
i reconditi alberghi. Appaion l'armi
che davanti eran pronte a la difesa.
S'ode pi dentro un gemito, un tumulto,
un compianto di donne, un ululato,
e di confusone e di miseria
tale un suon che feria l'aura e le stelle.
Le misere matrone spaventate,
chi qua, chi l per le gran sale errando,
battonsi i petti; e con dirotti pianti
dnno infino a le porte amplessi e baci.
Pirro intanto non cessa, e furoso,
in sembianza del padre, ogni riparo,
ogni intoppo sprezzando, entro si caccia.
  Gi l'arete a fieri colpi e spessi
aperta, fracassata, e d'ambi i lati
da' cardini divelta avea la porta;
quand'egli a forza urt, ruppe e conquise
i primi armati; e quinci in un momento
di Greci s'allag la reggia tutta.
Qual  se, rotti gli argini, spumoso
esce e rapido un fiume, allor che gonfio
e torbo e ruinoso i campi inonda,
seco i sassi traendo e i boschi interi,
e gli armenti e le stalle e ci che avanti
gli s'attraversa; in cotal guisa io stesso
vidi Pirro menar ruina e strage;
e vidi ne l'entrata ambi gli Atridi;
vidi Ecba infelice, ed a lei cento
nuore d'intorno; e Pramo vid'anco
ch'estinguea col suo sangue, ohim! quei fochi
che da lui stesso eran sacrati e clti.
  Cinquanta maritali appartamenti
eran ne' suo serraglio: quale, e quanta
speranza de' figlioli e de' nipoti!
Quanti fregi, quant'oro, quante spoglie,
e quant'altre ricchezze! e tutte insieme
periro incontinente: e dove il foco
non era, erano i Greci. Or, per contarvi
qual di Pramo fosse il fato estremo,
egli, poscia che presa, arsa e disfatta
vide la sua cittade, e i Greci in mezzo
ai suoi pi cari e pi riposti alberghi;
ancor che vglio e debole e tremante,
l'armi, che di gran tempo avea dismesse,
addur si fece; e d'esse inutilmente
grav gli omeri e 'l fianco; e come a morte
devoto, ove pi folti e pi feroci
vide i nemici, incontr' a lor si mosse.
  Era nel mezzo del palazzo a l'aura
scoperto un grand'altare, a cui vicino
sorgea di molti e di molt'anni un lauro
che co' rami a l'altar facea tribuna,
e con l'ombra a' Penati opaco velo.
Qui, come d'atra e torbida tempesta
spaventate colombe, a l'ara intorno
avea le care figlie Ecuba accolte;
ove agl'irati di pace ed ata
chiedendo, agli lor santi simulacri
stavano con le braccia indarno appese.
Qui, poich la dolente apparir vide
il vecchio re giovenilmente armato:
"O, - disse - infelicissimo consorte,
qual dira mente, o qual follia ti spinge
a vestir di quest'armi? Ove t'avventi,
misero? Tal soccorso a tal difesa
non  d'uopo a tal tempo: non, s'appresso
ti fosse anco Ettor mio. Con noi pi tosto
rimanti qui; ch questo santo altare
salver tutti; o morren tutti insieme".
  Ci detto, a s lo trasse; e nel suo seggio
in maestate il pose. Ecco davanti
a Pirro intanto il giovine Polite,
un de' figli del re, scampo cercando
dal suo furore, e gi da lui ferito,
per portici e per logge armi e nemici
attraversando, in vr l'altar sen fugge:
e Pirro ha dietro che lo segue e 'ncalza
s che gi gi con l'asta e con la mano
or lo prende, or lo fre. Alfin qui giunto,
fatto di mano in man di forza esausto
e di sangue e di vita, avanti agli occhi
d'ambi i parenti suoi cadde, e spir.
  Qui, perch si vedesse a morte esposto,
Pramo non di s punto oblossi,
n la voce fren, n fren l'ira:
anzi esclamando: "O scelerato, - disse -
o temerario! Abbiati in odio il cielo,
se nel cielo  pietate; o se i celesti
han di ci cura, di lass ti caggia
la vendetta che merta opra s ria.
Empio, ch'anzi a' miei numi, anzi al cospetto
mio proprio fai governo e scempio tale
d'un tal mio figlio, e di s fera vista
le mie luci contamini e funesti.
Cotal meco non fu, bench nimico,
Achille, a cui tu menti esser figliolo,
quando, a lui ricorrendo, umanamente
m'accolse, e river le mie preghiere;
grad la fede mia; d'Ettor mio figlio
mi rend 'l corpo esangue: e me securo
nel mio regno ripose". In questa, acceso,
il debil vecchio alz l'asta, e lanciolla
s che senza colpir languida e stanca
fer lo scudo, e lo percosse a pena,
che dal sonante acciaro incontinente
risospinta e sbattuta a terra cadde.
A cui Pirro soggiunse: "Or va' tu dunque
messaggiero a mio padre, e da te stesso,
le mie colpe accusando e i miei difetti,
fa' conto a lui come da lui traligno:
e muori intanto". Ci dicendo, irato
afferrollo, e, per mezzo il molto sangue
del suo figlio, tremante e barcolloni,
a l'altar lo condusse. Ivi nel ciuffo
con la sinistra il prese, e con la destra
strinse il lucido ferro, e fieramente
nel fianco infino agli elsi gliel'immerse.
  Questo fin ebbe, e qui fortuna addusse
Pramo, un re s grande, un s superbo
dominator di genti e di paesi,
un de l'Asia monarca, a veder Troia
ruinata e combusta; a giacer quasi
nel lito un tronco desolato, un capo
senza il suo busto, e senza nome un corpo.
  Allor pria mi sentii dentro e d'intorno
tale un orror, che stupido rimasi.
E, di Pramo pensando al caso atroce,
mi si rappresent l'imago avanti
del padre mio, ch'era a lui d'anni eguale.
Mi sovvenne l'amata mia Cresa,
il mio picciolo Iulo, e la mia casa
tutta a la volenza, a la rapina,
ad ogni ingiuria esposta. Allora in dietro
mi volsi per veder che gente meco
fosse de' miei seguaci; e nullo intorno
pi non mi vidi: ch tra stanchi e morti
e feriti e storpiati, altri dal ferro,
altri da le ruine, altri dal foco,
m'avean gi tutti abbandonato. In somma
mi trovai solo. Onde, smarrito errando,
e d'ogn'intorno rimirando, al lume
del grand'incendio, ecco mi s'offre a gli occhi
di Tindaro la figlia, che nel tempio
se ne stava di Vesta, in un reposto
e secreto ridotto ascosa e cheta:
Elena, dico, origine e cagione
di tanti mali, e che fu d'Ilio e d'Argo
furia comune. Onde comunemente
e de' Greci temendo e de' Troiani
e de l'abbandonato suo marito,
s'era in quel loco, e 'n se stessa ristretta,
confusa, vilipesa ed abborrita
fin dagli stessi altari. Arsi di sdegno,
membrando che per lei Troia cadea;
e 'l suo castigo e la vendetta insieme
de la mia patria rivolgendo: "Adunque -
dicea meco - impunita e tronfante
ritorner la scelerata in Argo?
E regina vedr Sparta e Micene?
Goder del marito, de' parenti,
de' figli suoi? Far pompe e grandezze,
e d'Ilio avr per serve e per ministri
l'altere donne e i gran donzelli intorno?
E qui Priamo sar di ferro anciso,
e Troia incensa, e la dardania terra
di tanto sangue tante volte aspersa?
Non fia cos; che se ben pregio e lode
non s'acquista a punire o vincer donna,
io lodato e pregiato assai terrommi,
se si dir ch'aggia d'un mostro tale
purgato il mondo. Appagherommi almeno
di sfogar l'ira mia: vendicherommi
de la mia patria; e col fiato e col sangue
di lei placher l'ombre, e far sazie
le ceneri de' miei". Ci vaneggiando,
infurava; quand'ecco una luce
m'aprio la notte, e mi scoverse avanti
l'alma mia genitrice in un sembiante,
non come l'altre volte in altre forme
mentito o dubbio, ma verace e chiaro,
e di madre e di dea, qual, credo, e quanta
su tra gli altri Celesti in ciel si mostra.
Cotal la vidi, e tale anco per mano
mi prese; e con piet le sante luci
e le labbia rosate aperse, e disse:
"Figlio, a che tanto affanno? a che tant'ira?
Ch non t'acqueti omai? Questa  la cura
che tu prendi di noi? Ch non pi tosto
rimiri ov'abbandoni il vecchio Anchise
e la cara Cresa e 'l caro Iulo,
cui sono i Greci intorno? E se non fosse
che in guardia io gli aggio, in preda al ferro, al foco
fran gi tutti. Ah! figlio, non il volto
de l'odata Argiva, non di Pari
la biasmata rapina, ma del cielo
e de' celesti il voler empio atterra
la troiana potenza. Alza su gli occhi,
ch'io ne trarr l'umida nube, e 'l velo
che la vista mortal t'appanna e grava:
poscia credi a tua madre, e senza indugio
tutto fa' che da lei ti si comanda:
vedi l quella mole, ove quei sassi
son da' sassi disgiunti, e dove il fumo
con la polve ondeggiando al ciel si volve,
come fiero Nettuno infin da l'imo
le mura e i fondamenti e 'l terren tutto
col gran tridente suo sveglie e conquassa.
Vedi qui su la porta come Giuno
infurata a tutti gli altri avanti
si sta cinta di ferro, e da le navi
le schiere d'Argo a' nostri danni invita:
vedi poi col su Pallade in cima
a l'alta rocca, entro a quel nembo armata,
con che lucenti e spaventosi lampi
il gran Grgone suo discopre e vibra.
Che pi? mira nel ciel, che Giove stesso
somministra a gli Argivi animo e forza,
e incontro a le vostre armi a l'arme incita
gli eterni di. Cedi lor, figlio, e fuggi,
poi che indarno t'affanni. Io sar teco
ovunque andrai, s che securamente
ti porr dentro a' tuoi paterni alberghi".
  Cos disse; e per entro a le folt'ombre
de la notte s'ascose. Allor vid'io
gl'invisibili aspetti, e i fieri volti
de' numi a Troia infesti, e Troia tutta
in un sol foco immersa, e fin dal fondo
sottosopra rivolta. In quella guisa
che d'alto monte in precipizio cade
un orno antico, i cui rami pur dianzi
facean contrasto a' vnti e scorno al sole,
quando con molte accette al suo gran tronco
stanno i robusti agricoltori intorno
per atterrarlo, e gli dan colpi a gara,
da cui vinto e dal peso, a poco a poco
crollando e balenando, il capo inchina,
e stride e geme e dal suo giogo al fine
e con parte del giogo si diveglie,
o si scoscende; e ci che intoppa urtando,
di suono e di ruina empie le valli.
Allor discesi; e la materna scorta
seguendo, da' nemici e da le fiamme
mi rendei salvo: ch dovunque il passo
volgea, cessava il foco, e fuggian l'armi.
  Poi ch'io fui giunto a la magione antica
del padre mio, di lui prima mi calse
e del suo scampo, e per condurlo a' monti
m'apparecchiava, quand'ei disse:"O figlio,
io decrepito, io misero, che avanzi
ai d de la mia patria? Io posso, io deggio
sopravvivere a Troia? E fia ch'io soffra
s vile esiglio? Voi, che ne' vostri anni
siete di sangue e di vigore intieri,
voi vi salvate. A me, s'io pur dovea
restare in vita, avrebbe il ciel serbato
questo mio nido. Assai, figlio, e pur troppo
son vissuto fin qui; poi ch'altra volta
vidi Troia cadere, e non cadd'io.
Fatemi or di piet gli ultimi offici;
iteratemi il vale, e per defunto
cos composto il mio corpo lasciate,
ch'io trover chi mi dia morte; e i Greci
medesmi o per pietate, o per vaghezza
de le mie spoglie, mi trarran di vita
e di miseria: e se d'esequie io manco,
se manco di sepolcro, il danno  lieve.
Da l'ora in qua son io visso a la terra
disutil peso, ed al gran Giove in ira,
che dal vento percosso e da le fiamme
fui dal folgore suo". Ci memorando
stava il misero padre a morte additto;
e d'intorno gli er'io, Cresa, Iulo,
la casa tutta con preghiere e pianti
stringendolo a salvarsi, a non trar seco
ogni cosa in ruina, a non offrirsi
da se stesso a la morte. Ei fermo e saldo
n di proponimento, n di loco
punto si cangia; ond'io pur: "L'armi!" grido,
di morir desoso. E qual v'era altro
rimedio o di consiglio, o di fortuna?
"Ah! che di questa soglia io tragga il piede,
padre mio, per lasciarti? Ah! che tu possa
creder tanto di me? Da la tua bocca
tanto di sceleranza e di viltate
 d'un tuo figlio uscito? Or s' destino
che di s gran citt nulla rimanga,
se piace a te, se nel tuo core  fermo
che n di te, n de gli tuoi si scemi
la ruina di Troia; e cos vada,
e cos fia: ch'io veggio a mano a mano
qui del sangue del re tutto cosperso,
e bramoso del nostro, apparir Pirro,
ch'i padri occide anzi a gli altari, e i figli
anzi agli occhi de' padri. Ah! madre mia,
per questo fine qui salvo e difeso
m'hai da l'armi e dal foco, acci ch'io veggia
con gli occhi miei ne la mia casa stessa
i miei nimici e 'l mio padre e 'l mio figlio
e la mia donna crudelmente occisi
l'un nel sangue de l'altro? Mano a l'arme!
Chi mi d l'armi? Ecco che 'l giorno estremo
a morte ne chiama. Or mi lasciate
ch'io torni infra i nimici, e che di nuovo
mi razzuffi con essi: ch non tutti
abbiam senza vendetta oggi a perire".
  E gi di ferro cinto, a la sinistra
m'adattavo lo scudo, e fuori uscia,
quand'ecco in su la soglia attraversata
Cresa avanti a' pi mi si distende,
e me li abbraccia; e 'l fanciulletto Iulo
m'appresenta, e mi dice: "Ah! mio consorte,
dove ne lasci? S'a morir ne vai,
ch non teco n'adduci? E se ne l'armi
e nell'esperenza hai speme alcuna,
ch non difendi la tua casa in prima?
ove Ascanio abbandoni? ove tuo padre?
ove Cresa tua, che tua s' detta
per alcun tempo?". E ci gridando empiea
di pianto e di stridor la magion tutta:
quand'ecco innanzi a gli occhi, e fra le mani
de gli stessi parenti, un repentino
e mirabile a dir portento apparve;
ch sopra il capo del fanciullo Iulo
chiaro un lume si vide, e via pi chiara
una fiamma che tremola e sospesa
le sue tempie rosate e i biondi crini
sen gia come leccando, e senza offesa
lievemente pascendo. Orrore e tma
ne presi in prima. Indi a quel santo foco
d'intorno, altri con acqua, altri con altro,
ognun facea per ammorzarlo ogn'opra.
Ma 'l padre Anchise a cotal vista allegro,
le man, gli occhi e la voce al ciel rivolto,
or dicendo: "Eterno onnipotente
signor, se umana prece unqua ti mosse,
vr noi rimira, e ne fia questo assai.
Ma se di merto alcuno in tuo cospetto
 la nostra piet, padre benigno,
danne anco ata; e con felice segno
questo annunzio ratifica e conferma".
  Avea di ci pregato il vecchio appena,
che ton da sinistra e dal convesso
del ciel cadde una stella, che per mezzo
fend l'ombrosa notte, e lunga striscia
di face e di splendor dietro si trasse.
Noi la vedemmo chiaramente sopra
da' nostri tetti ire a celarsi in Ida,
s che lasci, quanto il suo corso tenne,
di chiara luce un solco; e lunge intorno
fum la terra di sulfureo odore.
  Allor vinto si diede il padre mio;
e tosto a l'aura uscendo, al santo segno
de la stella inchinossi, e con gli di
parl devotamente: "O de la patria
sacri numi Penati, a voi mi rendo.
Voi questa casa, voi questo nipote
mi conservate. Questo augurio  vostro,
e nel poter di voi Troia rimansi".
Poscia, rivolto a noi: " Fa', figliuol mio,
ormai - disse - di me che pi t'aggrada;
ch'al tuo voler son pronto, e d'uscir teco
pi non recuso". Avea gi 'l foco appresa
la citt tutta, e gi le fiamme e i vampi
ne ferian da vicino, allor che 'l vecchio
cos dicea: "Caro mio padre, adunque, -
soggiuns'io - com' d'uopo, in su le spalle
a me ti reca, e mi t'adatta al collo
acconciamente: ch'io robusto e forte
sono a tal peso: e sia poscia che vuole:
ch'un sol periglio, una salute sola
fia d'ambedue. Seguami Iulo al pari;
Cresa dopo: e voi, miei servi, udite
quel ch'io diviso.  de la porta fuori
un colle, ov'ha di Cerere un antico
e deserto delbro, a cui vicino
sorge un cipresso, gi molt'anni e molti
in onor de la dea serbato e clto.
Qui per diverse vie tutti in un loco
vi ridurrete; e tu con le tue mani
sosterrai, padre mio, de' santi arredi
e de' patrii Penati il sacro incarco,
che a me, s lordo e s recente uscito
da tanta uccison, toccar non lece
pria che di vivo fiume onda mi lave".
  Ci detto, con la veste e con la pelle
d'un villoso leon m'adeguo il tergo;
e 'l caro peso a gli omeri m'impongo.
Indi a la destra il fanciulletto Iulo
mi s'aggavigna e non con moto eguale
ei segue i passi miei, Cresa l'orme.
Andiam per luoghi solitari e bui:
e me, cui dianzi intrepido e sicuro
vider de l'arme i nembi e de gli armati
le folte schiere, or ogni suono, ogni aura
empie di tma: s geloso fammi
e la soma e 'l compagno. Era vicino
a l'uscir de la porta, e fuori in tutto,
com'io credea, d'ogni sinistro incontro;
quand'ecco d'improvviso udir mi sembra
un calpesto di gente, a cui rivolto
disse il vecchio gridando: "Oh! fuggi, figlio,
fuggi, ch ne son presso. Io veggio, io sento
sonar gli scudi, e lampeggiar i ferri".
Qui ridir non saprei come, n quale
avverso nume a me stesso mi tolse:
ch mentre da la fretta e dal timore
sospinto esco di strada, e per occulte
e non usate vie m'aggiro e celo,
restai, misero me! senza la mia
diletta moglie, in dubbio se dal fato
mi si rapisse, o travata errasse,
o pur lassa a posar posta si fosse.
Basta ch'unqua di poi non la rividi,
n per vederla io mi rivolsi mai,
n mai me ne sovvenne, infin che giunti
di Cerere non fummo al sagro poggio.
Ivi ridotti, ne manc di tanti
sola Cresa, ohim! con quanto scorno
e con quanto dolor del suo consorte
e del figlio e del suocero e di tutti!
Io che non feci allora, e che non dissi?
Qual degli uomini, folle! e degli di
non accusai! Qual vidi in tanto eccidio,
o ch'io provassi, o che avvenisse altrui,
caso pi miserando e pi crudele?
  Qui mio figlio, mio padre e i patrii numi
lascio in guardia a' compagni, ed io de l'armi
pur mi rivesto, e 'ndietro me ne torno,
disposto a ritentar ogni fortuna,
a cercar Troia tutta, a por la vita
ad ogni repentaglio. Incominciai
in prima da le mura e da la porta,
ond'era uscito; e le vie stesse e l'orme
ripetei tutte per cui dianzi io venni,
gli occhi portando per vederla intenti.
Silenzio, solitudine e spavento
trovai per tutto. A casa aggiunsi in prima,
cercando se per sorte ivi smarrita
si ricovrasse. Era gi presa e piena
di nemici e di foco; e gi da' tetti
uscian da' vnti e da le furie spinte
rapide fiamme e minacciose al cielo.
Torno quinci al palagio; indi a la rcca:
seguo a le piazze, a' portici, a l'asilo
di Giunon, che gi fatti eran conserve
de la preda di Troia, a cui Fenice
e 'l fiero Ulisse eran custodi eletti.
Qui d'ogni parte le troiane spoglie
fin de le sacristie, fin de gli altari
le sacre mense, i prezosi vasi
di solid'oro, e i paramenti e i drappi
e le delizie e le ricchezze tutte
a gli incendi ritolte, erano addotte.
D'intorno innumerabili prigioni
stavan di funi e di catene avvinti,
e matrone e donzelle e pargoletti,
che di sordi lamenti e di muggiti
facean ne l'aria un tuono; e men fra loro
era la donna mia: n dove fosse,
pi ripensar sapendo, osai dolente
gridar per le vie tutte; e, bench in vano,
mille volte iterai l'amato nome.
Mentre cos tra furoso e mesto
per la citt m'aggiro, e senza fine
la ricerco e la chiamo, ecco davanti
mi si fa l'infelice simulacro
di lei, maggior del solito. Stupii,
m'aggricciai, m'ammutii. Prese ella a dirmi,
e consolarmi: "O mio dolce consorte,
a che s folle affanno? A gli di piace
che cos segua. A te quinci non lece
di trasportarmi. Il gran Giove mi vieta
ch'io sia teco a provar gli affanni tuoi;
ch soffrir lunghi esigli, arar gran mari
ti converr pria ch'al tuo seggio arrivi,
che fia poi ne l'Esperia, ove il tirreno
Tebro con placid'onde opimi campi
di bellicosa gente impingua e riga.
Ivi riposo e regno e regia moglie
ti si prepara. Or de la tua diletta
Cresa, signor mio, pi non ti doglia:
ch i Dlopi superbi, o i Mirmidni
non vedranno gi me, dardania prole,
e di Pramo figlia, e nuora a Venere,
n donna lor, n di lor donne ancella:
ch la gran genitrice degli di
appo s tiemmi. Or il mio caro Iulo,
nostro comune amore, ama in mia vece;
e lui conserva, e te consola. Addio".
  Cos detto, disparve. Io, che dal pianto
era impedito, ed avea molto a dirle,
me le avventai, per ritenerla, al collo;
e tre volte abbracciandola, altrettante,
come vento stringessi o fumo o sogno,
me ne tornai con le man vte al petto.
  E cos scorsa e consumata indarno
tutta la notte, al poggio mi ritrassi
a' miei compagni, ove trovai con molta
mia maraviglia d'ogni parte accolta
una gran gente, un miserabil volgo
d'ogni et, d'ogni sesso e d'ogni grado,
a l'esiglio parati, e 'nsieme additti
a seguir me, dovunque io gli adducessi,
o per mare o per terra. Uscia gi d'Ida
la mattutina stella, e 'l d n'apria,
quando in dietro mi volsi, e vidi Troia
fumar gi tutta; e de la rcca in cima,
e di sovr'ogni porta inalberate
le greche insegne; onde n via, n speme
rimanendomi pi di darle ata,
cedei; ripresi il carco, e salsi al monte.


 

 

LIBRO TERZO



  Poi che fu d'Asia il gloroso regno
e 'l suo re seco e 'l suo legnaggio tutto,
com'al cielo piacque, indegnamente estinto,
Ilio abbattuto e la nettunia Troia
desolata e combusta; i santi augri
spando, a vari esigli, a varie terre
per ricovro di noi pensando andammo:
e ne la Frigia stessa, a pi d'Antandro,
ne' monti d'Ida, a fabbricar ne demmo
la nostra armata, non ben certi ancra
ove il ciel ne chiamasse, e quale altrove
ne desse altro ricetto. Ivi le genti
d'intorno accolte, al mar ne riducemmo,
e n'imbarcammo alfine. Era de l'anno
la stagion prima, e i primi giorni a pena,
quando, sciolte le sarte e date a' venti
le vele, come volle il padre Anchise,
piangendo abbandonai le rive e i porti
e i campi ove fu Troia, i miei compagni
meco traendo e 'l mio figlio e i miei numi
a l'onde in preda, e de la patria in bando.
   de la Frigia incontro un gran paese
da' Traci arato, al fiero Marte additto,
ampio regno e famoso, e seggio un tempo
del feroce Licurgo. Ospiti antichi
s'eran Traci e Troiani; e fin ch'a Troia
lieta arrise fortuna, ebbero entrambi
comuni alberghi. A questa terra in prima
drizzai 'l mio corso, e qui primieramente
nel curvo lito con destino avverso
una citt fondai, che dal mio nome
Enade nomossi; e mentre intorno
me ne travaglio, e i santi sacrifici
a Venere mia madre ed agli di,
che sono al cominciar propizi, indico:
mentre che 'n su la riva un bianco toro
al supremo Tonante offro per vittima,
udite che m'avvenne. Era nel lito
un picciol monticello, a cui sorgea
di mirti in su la cima e di corniali
una folta selvetta. In questa entrando
per di fronde velare i sacri altari,
mentre de' suoi pi teneri e pi verdi
arbusti or questo, or quel diramo e svelgo;
orribile a veder, stupendo a dire,
m'apparve un mostro: ch, divelto il primo
da le prime radici, uscr di sangue
luride gocce, e ne fu 'l suolo asperso.
Ghiado mi strinse il core; orror mi scosse
le membra tutte; e di paura il sangue
mi si rapprese. Io le cagioni ascose
di ci cercando, un altro ne divelsi;
ed altro sangue uscinne: onde confuso
vie pi rimasi; e nel mio cor diversi
pensier volgendo, or de l'agresti ninfe,
or del scitico Marte i santi numi
adorando, porgea preghiere umli,
che di s fiera e portentosa vista
mi si togliesse, o si temprasse almeno
il diro annunzio. Ritentando ancora,
vengo al terzo virgulto, e con pi forza
mentre lo scerpo, e i piedi al suolo appunto,
e lo scuoto e lo sbarbo (il dico, o 'l taccio?),
un sospiroso e lagrimabil suono
da l'imo poggio odo che grida e dice:
  "Ahi! perch s mi laceri e mi scempi?
Perch di cos pio, cos spietato,
Enea, vr me ti mostri? A che molesti
un ch' morto e sepolto? A che contamini
col sangue mio le consanguinee mani?
Ch n di patria, n di gente esterno
son io da te; n questo atro liquore
esce da sterpi, ma da membra umane.
Ah! fuggi, Enea, da questo empio paese:
fuggi da questo abbominevol lito:
ch Polidoro io sono, e qui confitto
m'ha nembo micidiale, e ria semenza
di ferri e d'aste che, dal corpo mio
umor preso e radici, han fatto selva".
  A cotal suon, da dubbia tma oppresso,
stupii, mi raggricciai, muto divenni,
di Polidoro udendo. Un de' figliuoli
era questi del re, ch'al tracio rege
fu con molto tesoro occultamente
accomandato allor che da' Troiani
incominciossi a diffidar de l'armi,
e temer de l'assedio. Il rio tiranno,
tosto che a Troia la fortuna vide
volger le spalle, anch'ei si volse, e l'armi
e la sorte segu de' vincitori;
s che, de l'amicizia e de l'ospizio
e de l'umanit rotta ogni legge,
tolse al regio fanciul la vita e l'oro.
  Ahi de l'oro empia ed esecrabil fame!
E che per te non osa, e che non tenta
quest'umana ingordigia? Or poi che 'l gelo
mi fu da l'ossa uscito, a' primi capi
del popol nostro ed a mio padre in prima
il prodigio refersi, e di ciascuno
il parer ne spiai. "Via, - disser tutti
concordemente - abbandoniam quest'empia
e scelerata terra; andiam lontano
da questo infame e traditore ospizio;
rimettiamci nel mare". Indi l'esequie
di Polidoro a celebrar ne demmo;
e, composto di terra un alto cumulo,
gli altar vi consacrammo a i numi inferni,
che di cerulee bende e di funesti
cipressi eran coverti. Ivi le donne
d'Ilio, com' fra noi rito solenne,
vestite a bruno e scapigliate e meste
ulularono intorno; e noi di sopra
di caldo latte e di sacrato sangue
piene tazze spargemmo, e con supremi
richiami amaramente al suo sepolcro
rivocammo di lui l'anima errante.
N pria ne si mostrr l'onde sicure,
e fidi i venti, che, del porto usciti,
incontinente ne vedemmo avanti
sparir l'odiosa terra, e gir da noi
di mano in man fuggendo i liti e i monti.
   nel mezzo a l'Egeo, diletta a Dori
ed a Nettuno, un'isola famosa,
che gi mobile e vaga intorno a' liti
agitata da l'onde errando andava,
ma fatta di Latona e de' suoi figli
ricetto un tempo, dal pietoso arciero
tra Garo e Micon fu stretta in guisa,
ch'immota, e clta, e consacrata a lui,
ebbe poi le tempeste e i vnti a scherno.
Qui porto placidissimo e securo
stanchi ne ricevette, e gi smontati
veneravam d'Apollo il santo nido;
quand'ecco Anio suo rege, e rege insieme
e sacerdote, che di sacre bende
e d'onorato alloro il crine adorno,
ne si fa 'ncontro. Era al mio padre Anchise
gi di molt'anni amico; onde ben tosto
lo riconobbe, e con sembiante allegro
lui primamente, indi noi tutti accolti,
n'abbracci, ne 'nvit, seco n'addusse.
  Quinci al delbro, ch'ad Apollo in cima
era d'un sasso anticamente estrutto,
tutti salimmo; ed io devoto orai:
"Danne, padre Timbro, propria magione,
e propria terra, ove gi stanchi abbiamo
posa e ristoro, e ne da' stirpe e nido
opportuno, durabile e securo;
danne Troia novella; e de' Troiani
serba queste reliquie, che avanzate
sono a pena agli storpi, a le ruine,
al foco, a' Greci, al dispietato Achille.
Mostrane chi ne guidi, ove s'indrizzi
il nostro corso, a qual fia 'l nostro seggio.
Coi tuoi pi chiari e manifesti augri,
signor, tu ne predici e tu n'ispira".
  Avea ci detto a pena, che repente
il limitare, il tempio, e 'l monte tutto
crollossi intorno; scompiglirsi i lauri;
aprissi, e dagli interni suoi ridotti
mugghi la formidabile cortina.
Noi riverenti a terra ne gittammo;
e 'l suon, ch'era confuso, a l'aura uscendo,
articolossi, e cos dire udissi:
  "Dardanidi robusti, onde l'origine
traeste in prima, ivi ancor lieto e fertile
di vostra antica madre il grembo aspettavi.
Di lei dunque cercate; a lei tornatevi:
ch'ivi sovr'ogni gente, in tutti i secoli
domineranno i glorosi Enadi,
e la posterit de gli lor posteri".
  Ci disse Apollo: e del suo detto fessi
infra noi gran letizia e gran bisbiglio,
interrogando e ricercando ognuno
qual paese, qual madre, qual ricetto
ne s'accennasse. Allora il padre Anchise
da lunge i tempi ripetendo e i casi
dei nostri antichi eroi: "Signori, udite -
ne disse, - ch'io dar lume e compenso
a le vostre speranze.  del gran Giove
Creta quasi gran cuna in mezzo al mare
isola chiara, e regno ampio e ferace,
che cento gran citt nodrisce e regge.
Ivi sorge un'altr'Ida, onde nomata
fu l'Ida nostra; ond'ha seme e radice
nostro legnaggio: onde primieramente
Teucro, padre maggior de' maggior nostri
(se ben me ne rammento), errando venne
a le spiagge di Reto, ov'egli elesse
di fondare il suo regno. Ilio non era,
n di Pergamo ancor sorgean le mura
fino in quel tempo: e sol ne l'ime valli
abitavan le genti. Indi a noi venne
la gran Cibele madre; indi son l'armi
de' Coribanti, indi la selva idea,
e quel fido silenzio, onde celati
son quei nostri misteri, e quei leoni
ch'al carro de la dea son posti al giogo.
Di l dunque veniamo, e l vuol Febo
che si ritorni. Or via seguiamo il fato:
plachiamo i vnti e ne la Creta andiamo,
che non  lunge; e se n' Giove amico,
anzi tre d n'approderemo ai liti".
  Ci detto, a ciascun dio, come conviensi,
sacrificando, due gran tori occise:
e l'un diede a Nettuno e l'altro a Febo:
una pecora negra a la Tempesta;
al Sereno una bianca. Era in quei giorni
fama che Idomeneo, cretese eroe,
da la sua patria e da' paterni regni
era scacciato; onde di Creta i liti
d'armi, di duce e di seguaci suoi,
nostri nimici, in gran parte spogliati,
stavano a noi senza contesa esposti.
  Tosto d'Ortigia abbandonammo i porti;
trapassammo di Nasso i pampinosi
colli, e Bacco onorammo: i verdi liti
di Dnisa, e d'Olaro varcammo:
giungemmo a Paro, e le sue bianche ripe
lasciammo indietro: indi di mano in mano
l'altre Ccladi tutte e 'l mar che rotto
da tant' isole e chiuso ondeggia e ferve;
e seguendo, com' de' naviganti
marinaresca usanza, - in Creta! in Creta! -
lietamente gridando, con un vento
che ne feria senza ritegno in poppa,
quasi a volo andavamo; onde ben tosto
de' Cureti appressammo i liti antichi;
e gli scoprimmo, e v'approdammo alfine.
Giunti che fummo, avidamente diemmi
a fabricar le desate mura,
e Pergamea da Pergamo le dissi.
Con questo amato nome amore e speme
destai di nuova patria, e studio intenso
d'alzar le mura e di fondar gli alberghi.
Eran le navi in su la rena addotte
per la pi parte; era la gente intenta
a l'arti, a la coltura, ai maritaggi,
ad ogni affare; ed io lor ministrava
leggi e ragioni, e facea templi e strade,
quando fera, improvvisa pestilenza,
ne sopravvenne; e la stagione e l'anno
e gli uomini e gli armenti e l'aria e l'acque
e tutto altro infettonne; onde ogni corpo
o cadeva o languiva; e la semente
e i frutti e l'erbe e le campagne stesse
da la rabbia di Sirio e dal veleno
de l'orribil contage arse e corrotte,
ci negavano il vitto. Il padre mio
per consiglio ne di che un'altra volta,
rinavigando il navigato mare,
si tornasse in Ortigia, e che di nuovo
ricorrendo di Febo al santo oracolo,
perdon gli si chiedesse, ata e scampo
da s maligno e velenoso influsso,
ed alfin del cammino e de la stanza
chiaro ne si traesse indrizzo e lume.
  Era gi notte, e gi dal sonno vinta
posa e ristoro avea l'umana gente,
quando le sacre effigi de' Penati,
quelle che meco avea tratte dal foco
de la mia patria, quelle stesse in sogno
vive mi si mostrr veraci e chiare:
tal piena, avversa e luminosa luna
penetrava, per entro al chiuso albergo,
di puri vetri i lucidi spiragli;
e com'eran visibili, appressando
la sponda ov'io giacea, soavemente
mi si fecero avanti, e 'n cotal guisa
mi confortaro: "Quel che Apollo stesso,
se tornaste in Ortigia, a voi direbbe,
qui mandati da lui vi diciam noi:
e noi siam quei che dopo Troia incensa
per tanti mari a tanti affanni teco
n'uscimmo, e te seguiamo e l'armi tue.
Noi compagni ti siamo, e noi saremo
ch'a la nova citt, che tu procuri,
daremo eterno imperio, e i tuoi nipoti
ergeremo a le stelle. Alto ricetto
tu dunque e degno de l'altezza loro
prepara intanto; e i rischi e le fatiche
non rifiutar di pi lontano esiglio.
Cerca loro altro seggio; ergi altre mura
vie pi chiare di queste: ch di Creta
n curiam noi, n lo ti dice Apollo.
  Una parte d'Europa , che da' Greci
si disse Esperia, antica, bellicosa
e fertil terra. Dagli Enotri clta,
prima Enotria nomossi: or, com' fama,
preso d'Italo il nome, Italia  detta.
Questa  la terra destinata a noi.
Quinci Dardano in prima e Iasio usciro;
e Dardano  l'autor del sangue nostro.
Sorgi dunque e riporta al padre Anchise
quel ch'or noi ti diciam, ch diciam vero:
e tu cerca di Crito e d'Ausonia
l'antiche terre, ch da Giove in Creta
regnar ti s'interdice". Io di tal vista,
e di tai voci, ch'eran voci e corpi
de' nostri di, non simulacri e sogni
(ch ne vid'io le sacre bende e i volti
spiranti e vivi), attonito e cosperso
di gelato sudore, in un momento
salto dal letto; e con le mani al cielo
e con la voce supplicando, spargo
di doni intemerati i santi fochi.
Riveriti i Penati, al padre Anchise
lieto men vado, e del portento intera-
mente il successo e l'ordine gli espongo.
Incontinente riconobbe il doppio
nostro legnaggio, e i due padri e i due tronchi
de' cui rami siam noi vette e rampolli;
e d'erro uscito: "Ora io m'avveggio, - disse -
figlio, che segno sei de le fortune
e del fato di Troia; e ci rincontro
che Cassandra dicea: sola Cassandra
lo previde e 'l predisse. Ella al mio sangue
augur questo regno; e questa Italia
e questa Esperia avea sovente in bocca.
Ma chi mai ne l'Esperia avria creduto
che regnassero i Teucri? E chi credea
in quel tempo a Cassandra? Ora, mio figlio,
cediamo a Febo; e ci che 'l dio del vero
ne d per meglio, per miglior s'elegga".
  Ci disse, e i detti suoi tosto eseguimmo;
ed ancor questa terra abbandonammo,
se non se pochi. N'andavamo a vela
con second'aura; e gi d'alto mirando,
non pi terra apparia, ma cielo ed acqua
vedevam solamente, quando oscuro
e denso e procelloso un nembo sopra
mi stette al capo, onde tempesta e notte
ne si fece repente e di pi siti
rapidi uscendo imperversaro i vnti;
s'abbui l'aria, abbaruffossi il mare,
e gonfiaro altamente e mugghir l'onde.
Il ciel fremendo, in tuoni, in lampi, in folgori
si squarci d'ogni parte. Il giorno notte
fessi, e la notte abisso: e l'un da l'altro
non discernendo, Palinuro stesso
de la via diffidossi e de la vita.
  Cos tolti dal corso, e quinci e quindi
per lo gran golfo dissipati e ciechi,
da buio e da caligine coverti,
tre soli interi senza luce errammo,
tre notti senza stelle. Il quarto giorno
vedemmo al fin, quasi dal mar risorta,
la terra aprirne i monti e gittar fumo.
Caggion le vele; e i remiganti a pruova,
di bianche schiume il gran ceruleo golfo
segnando, inverso i liti i legni affrettano.
N prima fui di s gran rischio uscito,
che giunto nelle Strfadi mi vidi.
Strfadi grecamente nominate
son certe isole in mezzo al grande Ionio,
da la fera Celeno e da quell'altre
rapaci e lorde sue compagne Arpie
fin d'allora abitate, che per tma
lascir le prime mense, e di Fino
fu lor chiuso l'albergo. Altro di queste
pi sozzo mostro, altra pi dira peste
da le tartaree grotte unqua non venne.
Sembran vergini a' volti; uccelli e cagne
a l'altre membra: hanno di ventre un fedo
profluvio, ond' la piuma intrisa ed irta,
le man d'artigli armate: il collo smunto,
la faccia per la fame e per la rabbia
pallida sempre e raggrinzata e magra.
  Tosto che qui sospinti in porto entrammo,
ecco sparsi veggiam per la campagna
senza custodi andar gran torme errando
di cornuti e villosi armenti e greggi.
Smontiamo in terra; e per far carne, prese
l'armi, a predare andiamo, e de la preda
gli di chiamiamo e Giove stesso a parte.
  Fatta la strage e gi parati i cibi
e distese le mense, eravam lungo
al curvo lito a ricrearne assisi,
quand'ecco che da' monti in un momento
con dire voci e spaventoso rombo
ne si fan sopra le bramose Arpie;
e con gli urti e con l'ali e con gli ugnoni,
col tetro, osceno, abbominevol puzzo
ne sgominr le mense, ne rapiro,
ne infettr tutti e i cibi e i lochi e noi.
  Era presso un ridotto, ove alta e cava
rupe d'arbori chiusa e d'ombre intorno
facea capace ed opportuno ostello.
Ivi ne riducemmo, e ne le mense
riposti i cibi e ne gli altari i fochi,
a convivar tornammo; ed ecco un'altra
volta d'un'altra parte per occulte
e non previste vie ne si scoverse
l'orribil torma; e con gli adunchi artigli,
co' fieri denti e con le bocche impure
ghermr la preda, e ne lascir di novo
vte le mense e scompigliate e sozze.
  Allor: "Via, - dico a' miei - di guerra  d'uopo
contra s dira gente". E tutti a l'arme
ed a battaglia incito. Eglino, in guisa
ch'io li disposi, i ferri ignudi e l'aste
e gli scudi e le frombe e i corpi stessi
infra l'erba acquattaro; il lor ritorno
stro aspettando. Era Miseno in alto
a la veletta asceso; e non pi tosto
scoprir le vide, e schiamazzare udille,
che col canoro suo cavo oricalco
ne di cenno a' compagni. Uscr d'agguato
tutti in un tempo, e nuova zuffa e strana
tentr contra i marini uccelli in vano:
ch le piume e le terga ad ogni colpo
aveano impenetrabili e secure;
onde securamente al ciel rivolte
se ne fuggiro, e ne lascir la preda
sgraffiata, smozzicata e lorda tutta.
Sola Celno a l'alta rupe in cima
disdegnosa fermossi e, d'infortuni
trista indovina infurossi, e disse:
"Dunque non basta averne, ardita razza
di Laomedonte, depredati e scrsi
gli armenti e i campi nostri, che ancor guerra,
guerra ancor ne movete? E le innocenti
Arpie scacciar del patrio regno osate?
Ma sentite, e nel cor vi riponete
quel ch'io v'annunzio. Io son Furia suprema
ch'annunzio a voi quel che 'l gran Giove a Febo,
e Febo a me predice. Il vostro corso
 per l'Italia, e ne l'Italia arete
e porto e seggio. Ma di mura avanti
la citt che dal ciel vi si destina
non cingerete, che d'un tale oltraggio
castigo arete; e dira fame a tanto
vi condurr, che fino anco le mense
divorerete". E, cos detto, il volo
riprese in vr la selva, e dileguossi.
  Sgomentaronsi i miei, cadde lor l'ira;
e prieghi, invece d'armi, e voti oprando,
merc chiesero e pace, o dive o dire
che si fosser l'alate ingorde belve:
e 'l padre Anchise in su la riva sporte
al ciel le palme, e i gran celesti numi
umilmente invocando, indisse i sacri
a lor dovuti onori: "O dii possenti,
o dii benigni, voi rendete vane
queste minacce; voi di caso tale
ne liberate; e voi giusti e voi buoni
siate pietosi a noi ch'empi non siamo".
  Indi ratto comanda che dal lito
si disciolgano i legni. Entriam nel mare,
spieghiam le vele agli austri, e via per l'onde
spumose a tutto corso in fuga andiamo
l 've 'l vento e 'l nocchier ne guida e spinge.
E gi d'alto apparir veggiam le selve
di Zacinto; passiam Dulichio e Same;
varchiam Nrito alpestro; e via fuggendo,
e bestemmiando, trapassiam gli scogli
d'Itaca, imperio di Laerte, e nido
del fraudolente Ulisse. Indi ne s'apre
il nimboso Leucte, e quel che tanto
a' naviganti  spaventoso, Apollo.
Ivi stanchi approdammo; ivi gittate
l'ncore, ed accostati i legni al lito,
ne la picciola sua cittade entrammo.
  Grata vie pi quanto sperata meno
ne fu la terra; onde purgati ergemmo
altari e vti, ed ostie a Giove offrimmo.
E d'Azio in su la riva festeggiando,
ignudi ed unti, uscr de' miei compagni
i pi robusti, e, com' patria usanza,
varie palestre a lotteggiar si diro:
gioiosi che per tanto mare e tante
greche terre inimiche a salvamento
fosser tant'oltre addotti. Era de l'anno
compito il giro, e i gelidi aquiloni
infestavano il mare; ond'io lo scudo,
che di forbito e concavo metallo
fu gi del grande Abante insegna e spoglia,
con un tal motto in su le porte appesi:
A' GRECI VINCITORI ENEA LEVOLLO,
ED A TE 'L SACRA, APOLLO. Indi al mar giunti
ne rimbarcammo: e remigando a gara,
fummo in un tempo de' Feaci a vista,
e gli varcammo: poi rivolti a destra,
costeggiammo l'Epiro, e di Caonia
giungemmo al porto, ed in Butroto entrammo.
Qui cosa udii, che meraviglia e gioia
mi porse insieme; e fu, ch'Eleno, figlio
di Pramo re nostro, era a quel regno
di greche terre assunto, e che di Pirro
e del suo scettro e del suo letto erede
troiano sposo a la troiana Andromache
s'era congiunto. Arsi d'immenso amore
di visitarlo, e di spar da lui
come ci fosse; e de l'armata uscendo,
scesi nel lito, e me n'andai con pochi
a ritrovarlo. Era quel giorno a sorte
Andromache regina in su la riva
del nuovo Simoenta a far solenne
sepolcral sacrificio; e, come  rito
de la mia patria, avea, fra due grand'are
di verdi cespi una gran tomba eretta,
monumento di lagrime e di duolo.
ove con tristi doni e con lugbri
voci del grand'Ettr l'anima e 'l nome
chiamando, il finto suo corpo onorava.
  Poich venir mi vide, e che di Troia
avvis l'armi, e me conobbe, un mostro
veder le parve, e forsennata e stupida
fermossi in prima; indi gelata e smorta
disvenne e cadde; e dopo molto, a pena
risensando, mirommi, e cos disse:
  "Oh! sei tu vero, o pur mi sembri Enea?
Sei corpo od ombra? Se da' morti udito
 il mio richiamo, Ettr perch te manda?
Perch'ei teco non viene? E sei tu certo
nunzio di lui?" Ci detto, lagrimando,
empia di strida e di lamenti i campi.
  Io di piet e di duol confuso, a pena
in poche voci, e quelle anco interrotte,
snodai la lingua: "Io vivo, se pur vita
 menar giorni s gravosi e duri:
ma cos spiro ancora, e veramente
son io quel che ti sembro. O da qual grado
scaduta, e da quanto inclito marito!
Andromache d'Ettr a Pirro, a Pirro
fosti congiunta? Or qual altra pi lieta
t'incontra, e pi di te degna fortuna?"
Abbass 'l volto, e con sommessa voce
cos rispose: "O fortunata lei
sovr'ogni donna, che regina e vergine,
ne la sua patria a sacrificio offerta,
del nimico fu vittima e non preda,
n del suo vincitor serva n donna:
io dopo Troia incensa, e dopo tanti
e tanti arati mari, a servir nata,
de la stirpe d'Achille il giogo e 'l fasto,
e 'l superbo suo figlio a soffrir ebbi.
Questi poi con Ermone congiunto,
e lei, che de la razza era di Leda
e del sangue di Sparta, a me preposta,
volle ch'Eleno ed io, servi ambidue,
n'accoppiassimo insieme. Oreste intanto,
che tr l'amata sua donna si vide,
da l'amore infiammato e da le faci
de le furie materne, anzi agli altari
del padre Achille, insidosamente
tolse la vita a lui. Per la sua morte
fu 'l suo regno diviso; e questa parte
de la Caonia ad Eleno ricadde,
che dal nome di Cone troiano
cos l'ha detta, come disse ancora
Ilio da l'Ilio nostro questa rcca
che qui su vedi; e Simoenta e Pergamo
queste picciole mura e questo rivo.
Ma te quai vnti, o qual nostra ventura
ha qui condotto, fuor d'ogni pensiero
di noi certo, e tuo forse? Ascanio nostro
vive? cresce? che fa? come ha sentito
la morte di Cresa? E qual presagio
ne d ch'Enea suo padre, Ettor suo zio
si rinnovino in lui?" Cotali Andromache
spargea pianti e parole; ed ecco intanto
il teucro eroe che de la terra uscendo,
con molti intorno a rincontrar ne venne.
Tosto che n'adocchi, meravigliando
ne conobbe, n'accolse, e lietamente
seco n'addusse, de' comuni affanni
molto con me, mentre andavamo, anch'egli
ragionando e piangendo. Entrammo al fine
ne la picciola Troia, e con diletto
un arido ruscello, un cerchio angusto
sentii con finti e rinnovati nomi
chiamar Pergamo e Xanto; e de la Scea
porta entrando abbracciai l'amata soglia.
Cos fecero i miei, meco godendo
l'amica terra, come propria e vera
fosse lor patria. Il re le sale e i portici
di mense empiendo, fe' lor cibi e vini
da' regii servi realmente esporre
con vaselli d'argento e coppe d'oro.
  Passato il primo giorno e l'altro appresso,
soffir prosperi i vnti; ond'io commiato
a l'indovino re chiedendo, seco
mi ristrinsi e gli dissi: "Inclito sire,
cui non son degli di le menti occulte,
che Febo spiri e 'l tripode e gli allori
del suo tempio dispensi, e de le stelle
e de' volanti ogni secreto intendi,
danne certo, ti priego, indicio e lume
de le nostre venture. Il nostro corso,
com'ogni augurio accenna ed ogni nume
ne persuade,  per l'Italia; e lieto
e fortunato ancor ne si promette
infino a qui. Sola Celeno Arpia
novi e tristi infortuni, e fame ed ira
degli di ne minaccia. Io da te chieggio
avvertenze e ricordi, onde sia saggio
a tai perigli, e forte a tanti affanni".
  Qui pria solennemente Eleno, occisi
i dovuti giovenchi, in atto umle
impetr dagli di favore e pace;
poscia, raccolto in s, le bende sciolse
del sacro capo; e me, cos com'era
a tanto officio attonito e sospeso,
per man prendendo, a la feba spelonca
m'addusse avanti, e con divina voce
intonando proruppe: "O de la dea
pregiato figlio (quando a gran fortuna
 chiaro in prima che 'l tuo corso  vlto;
tal  del ciel, de' fati e di colui
che gli regge, il voler, l'ordine e 'l moto),
io di molte e gran cose che antiveggo
del tuo peregrinaggio, acci pi franco
navighi i nostri mari, e 'l porto ausonio,
quando che sia, securamente attinga,
poche ne ti dir, ch'a te le Parche
vietan che pi ne sappi; ed a me Giuno,
ch'io pi te ne riveli. In prima il porto,
e l'Italia che cerchi, e s vicina
ti sembra,  da tal via, da tanti intrichi
scevra da te, ch'anzi che tu v'aggiunga,
ti parr malagevole, e lontana
pi che non credi; e ti fia d'uopo avanti
stancar pi volte i remiganti e i remi,
e 'l mar de la Sicilia e 'l mar Tirreno,
e i laghi inferni e l'isola di Circe
cercar ti converr, pria che vi fondi
securo seggio. Io di ci chiari segni
darotti, e tu ne fa nota e conserva.
  Quando pi stanco e travagliato a riva
sarai d'un fiume, u' sotto un'elce accolta
sar candida troia, ed ar trenta
candidi figli a le sue poppe intorno,
allor di': - Questo  'l segno e 'l tempo e 'l loco
da fermar la mia sede, e questo  'l fine
de' miei travagli -. Or che l'ingorda fame
addur ti deggia a trangugiar le mense,
comunque avvenga, i fati a ci daranno
opportuno compenso; e questo Apollo
invocato da voi presto saravvi.
Queste terre d'Italia e questa riva
vr noi vlta e vicina ai liti nostri,
 tutta da' nimici e da' malvagi
Greci abitata e clta: e per lunge
fuggi da loro. I Locri di Narizia
qui si posaro; e qui ne' Salentini
i suoi Cretesi Idomeneo condusse;
qui Filottete il melibeo campione
la piccioletta sua Petilia eresse.
Fuggili, dico, e quando anco varcato
sarai di l ne l'alto lito, intento
a scirre i vti, di purpureo ammanto
ti vela il capo, acci tra i santi fochi,
mentre i tuoi numi adori, ostile aspetto
te coi tuoi sacrifici non conturbi:
e questo rito poi sia castamente
da te servato e da' nepoti tuoi.
  Quinci partito, allor che da vicino
scorgerai la Sicilia, e di Peloro
ti si discovrir l'angusta foce,
tienti a sinistra, e del sinistro mare
solca pur via quanto a di lungo intorno
gira l'isola tutta, e da la destra
fuggi la terra e l'onde.  fama antica
che questi or due tra lor disgiunti lochi
erano in prima un solo, che per forza
di tempo, di tempeste e di ruine
(tanto a cangiar queste terrene cose
pu de' secoli il corso), un dismembrato
fu poi da l'altro. Il mar fra mezzo entrando
tanto urt, tanto rse, che l'esperio
dal sicolo terreno alfin divise:
e i campi e le citt, che in su le rive
restaro, angusto freto or bagna e sparte.
Nel destro lato  Scilla; nel sinistro
 l'ingorda Cariddi. Una vorago
d'un gran baratro  questa, che tre volte
i vasti flutti rigirando assorbe,
e tre volte a vicenda li ributta
con immenso bollor fino a le stelle.
Scilla dentro a le sue buie caverne
stassene insidando; e con le bocche
de' suoi mostri voraci, che distese
tien mai sempre ed aperte, i naviganti
entro al suo speco a s tragge e trangugia.
Dal mezzo in su la faccia, il collo e 'l petto
ha di donna e di vergine; il restante,
d'una pistrice immane, che simli
a' delfini ha le code, ai lupi il ventre.
Meglio  con lungo indugio e lunga volta
girar Pachino e la Trinacria tutta,
che, non ch'altro, veder quell'antro orrendo,
serntir quegli urli spaventosi e fieri
di quei cerulei suoi rabbiosi cani.
  Oltre a ci, se prudenti, se fedeli
sembrar ti pu che sian d'Eleno i detti,
e se scarso non m' del vero Apollo,
sovr'a tutto io t'accenno, ti predico,
ti ripeto pi volte e ti rammento,
la gran Giunone invoca: a Giunon vti
e preghi e doni e sacrifici offrisci
devotamente; che, lei vinta alfine,
terrai d'Italia il desato lito.
  Giunto in Italia, allor che ne la spiaggia
sarai di Cuma, il sacro averno lago
visita, e quelle selve e quella rupe,
ove la vecchia vergine Sibilla
profetizza il futuro, e 'n su le foglie
ripone i fati: in su le foglie, dico,
scrive ci che prevede, e ne la grotta
distese ed ordinate, ove sian lette,
in disparte le lascia. Elle serbando
l'ordine e i versi, ad uopo de' mortali
parlan de l'avvenire, e quando, aprendo
talor la porta, il vento le disturba,
e van per l'antro a volo, ella non prende
pi di ricrle e d'accozzarle affanno;
onde molti delusi e sconsigliati
tornan sovente, e mal di lei s'appagano.
Tu per soverchio che ti sembri indugio,
per richiamo de' vnti o de' compagni,
non lasciar di vederla, e d'impetrarne
grazia, che di sua bocca ti risponda,
e non con frondi. Ella daratti avviso
d'Italia, de le guerre e de le genti
che ti fian contra; e mostreratti il modo
di fuggir, di soffrir, d'espugnar tutte
le tue fortune, e di condurti in porto.
Questo  quel che m'occorre, o che mi lice
ch'io ti ricordi. Or vanne, e co' tuoi gesti
te porta e i tuoi con la gran Troia al cielo".
  Poscia che ci come profeta disse,
comand come amico ch'a le navi
gli portassero i doni, opre e lavori
ch'avea d'oro e d'avorio apparecchiati,
e gran masse d'argento e gran vaselli
di dodono metallo: una lorica
di forbite azzimine; e rinterzate
maglie, dentro d'acciaro e 'ntorno d'oro,
una targa, un cimiero, una celata,
ond'era a pompa ed a difesa armato
Nottlemo altero. Il vecchio Anchise
ebbe anch'egli i suoi doni: ebber poi tutti
cavalli e guide; e fu di remi e d'armi
ciascun legno provvisto; e perch 'l vento
che secondo feria, non punto indarno
spirasse, ordine avea di scir le vele
gi dato Anchise, a cui con molto onore
si fece Eleno avanti, e cos disse:
  "O ben degno a cui fosse amica e sposo
la gran madre d'Amore: o de' celesti
sovrana cura, ch'a l'eccidio avanzi
gi due volte di Troia, eccoti a vista
giunto d'Italia. A questa il corso indrizza:
ma fa mestier di volteggiarla ancora
con lungo giro, poich lunge assai
 la parte di lei che Apollo accenna.
Or lieto te ne va, padre felice
di s pietoso figlio. Io, gi che l'aura
s vi spira propizia, indarno a bada
pi non terrovvi". Indi la mesta Andromache
fece con tutti, e con Ascanio al fine
la suprema partenza. Arnesi d'oro
guarniti e ricamati, e drappi e giubbe
di moresco lavoro, ed altri degni
di lui vestiti e fregi, e ricca e larga
copia di biancherie donogli, e disse:
  "Prendi, figlio, da me quest'opre uscite
da le mie mani, e per memoria tienle
del grande e lungo amor che sempre avratti
Andromache d'Ettorre; ultimi doni
che ricevi da' tuoi. Tu mi sei, figlio,
quell'unico sembiante che mi resta
d'Astanatte mio. Cos la bocca,
cos le man, cos gli occhi movea
quel mio figlio infelice; e, d'anni eguale
a te, del pari or saria teco in fiore".
  Ed io da loro, anzi da me partendo,
con le lagrime agli occhi al fin soggiunsi:
"Vivete lieti voi, cui gi la sorte
vostra  compita: noi di fato in fato,
di mare in mar tapini andrem cercando
quel che voi possedete. A noi l'Italia
tanto ognor se ne va pi lunge, quanto
pi la seguiamo; e voi gi la sembianza
d'Ilio e di Troia in pace vi godete,
regno e fattura vostra. Ah! che de l'altra
sia sempre e pi felice e meno esposta
a le forze de' Greci. Io, s'unqua il Tebro
vedr, se fia giammai che ne' suoi campi
sorgan le mura destinate a noi;
come la nostra Esperia e 'l vostro Epiro
si son vicini, e come ambe le terre
fien vicine e cognate, ed ambe avranno
Dardano per autore, e per fortuna
un caso stesso; cos d'ambedue
mi proporr che d'animi e d'amore
siamo una Troia: e ci perpetua cura
sia de' nostri nipoti". Entrati in mare,
ne spingemmo oltre a gli Ceruni monti
a Butroto vicini, onde a le spiagge
si fa d'Italia il pi breve tragitto.
Gi dechinava il sole, e crescean l'ombre
de' monti opachi, quando a terra vlti
col desire e co' remi in su la riva
pur n'adducemmo, e procurammo a' corpi
cibo, riposo e sonno. Ancor la notte
non era al mezzo, che del suo stramazzo
surse il buon Palinuro; e poscia ch'ebbe
con gli orecchi spiati il vento e 'l mare,
mir le stelle, contempl l'Arturo,
l'Iadi piovose, i gemini Troni,
ed Orone armato; e, visto il cielo
sereno e 'l mar sicuro, in su la poppa
recossi, e 'l segno dienne. Immantinente
movemmo il campo, e quasi in un baleno
giunti e posti nel mar, vela facemmo.
  Avea l'Aurora gi vermiglia e rancia
scolorite le stelle, allor che lunge
scoprimmo, e non ben chiari, i monti in prima,
poscia i liti d'Italia. - Italia! - Acate
grid primieramente. - Italia! Italia! -
da ciascun legno ritornando allegri
tutti la salutammo. Allora Anchise
con una inghirlandata e piena tazza
in su la poppa alteramente assiso:
"O del pelago - disse - e de la terra,
e de le tempeste numi possenti,
spirate aure seconde, e vr l'Ausonia
de' nostri legni agevolate il corso".
  Rinforzaronsi i vnti; apparve il porto
pi da vicino; apparve al monte in cima
di Pallade il delbro. Allor le vele
calammo, e con le prore a terra demmo.
   di vr l'Orente un curvo seno
in guisa d'arco, a cui di corda in vece
sta d'un lungo macigno un dorso avanti,
ove spumoso il mar percuote e frange.
Ne' suoi corni ha due scogli, anzi due torri,
che con due braccia il mar dentro accogliendo,
lo fa porto e l'asconde; e sovra al porto
lunge dal lito  'l tempio. Ivi smontati,
quattro destrier vie pi che neve bianchi,
che pascevano il campo, al primo incontro
per nostro augurio avemmo. "Oh! - disse Anchise, -
guerra ne si minaccia; a guerra additti
sono i cavalli; o pur sono anco al carro
talvolta aggiunti, e van del pari a giogo:
guerra fia dunque in prima, e pace dopo".
Quinci devoti venerammo il nume
de l'armigera Palla, a cui gioiosi
prima il corso indrizzammo. In su la riva
altari ergemmo; e noi d'intorno, come
Eleno ci ammon, le teste avvolte
di frigio ammanto, a la gran Giuno argiva
preghiere e doni e sacrifici offrimmo.
  Poich solennemente i prieghi e i vti
furon compiti, al mar ne radducemmo
immantinente; e rivolgendo i corni
de le velate antenne, il greco ospizio
e 'l sospetto paese abbandonammo.
  E prima il tarentino erculeo seno
(se la sua fama  vera) a vista avemmo;
poscia a rincontro di Lacinia il tempio,
la rcca di Caulne e 'l Scillaco,
onde i navili a s gran rischio vanno;
indi ne la Trinacria al mar discosto
d'Etna il monte vedemmo, e lunge udimmo
il fremito, il muggito, i tuoni orrendi
che facean ne' suoi liti e 'ntorno a' sassi
e dentro a le caverne i flutti e i fuochi,
al ciel ruttando insieme il mare e 'l monte
fiamme, fumo, faville, arene e schiuma.
  Qui disse il vecchio Anchise:
" forse questa
quella Cariddi? Questi scogli certo,
e questi sassi orrendi Eleno  dianzi
ne profetava. Via, compagni, a' remi
tutti in un tempo, e vincitori usciamo
d'un tal periglio". Palinuro il primo
rivolse la sua vela e la sua proda
al manco lato; e ci gli altri seguendo,
con le sarte e co' remi in un momento
ne gittammo a sinistra; e 'l mar sorgendo
prima al ciel ne sospinse; indi calando,
ne l'abisso ne trasse. In ci tre volte
mugghiar sentimmo i cavernosi scogli,
e tre volte rivolti in vr le stelle
d'umidi sprazzi e di salata schiuma
il ciel vedemmo rugiadoso e molle.
  Eravam lassi; e 'l vento e 'l sole insieme
ne mancr s, che del vaggio incerti
disavvedutamente a le contrade
de' Ciclopi approdammo.  per se stesso
a' vnti inaccessibile e capace
di molti legni il porto ove giugnemmo;
ma s d'Etna vicino, che i suoi tuoni
e le sue spaventevoli ruine
lo tempestano ognora. Esce talvolta
da questo monte a l'aura un'atra nube
mista di nero fumo e di roventi
faville, che di cenere e di pece
fan turbi e groppi, ed ondeggiando a scosse
vibrano ad ora ad or lucide fiamme
che van lambendo a scolorir le stelle;
e talvolta, le sue viscere stesse
da s divelte, immani sassi e scogli
liquefatti e combusti al ciel vomendo
in fin dal fondo romoreggia e bolle.
   fama, che dal fulmine percosso
e non estinto, sotto a questa mole
giace il corpo d'Enclado superbo;
e che quando per duolo e per lassezza
ei si travolve, o sospirando anela,
si scuote il monte e la Trinacria tutta;
e del ferito petto il foco uscendo
per le caverne mormorando esala,
e tutte intorno le campagne e 'l cielo
di tuoni empie e di pomici e di fumo.
  A questi mostri tutta notte esposti,
entro una selva stemmo, non sapendo
le cagion d'essi, e di cercarle ogn'uso
ne si togliea, poich 'l paese conto
non c'era: n stellato, n sereno
si vedea 'l ciel, ma fosco e nubiloso,
e tra le nubi era la luna ascosa.
  Gi del giorno seguente era il mattino,
e 'l chiaro albore avea l'umido velo
tolto dal mondo, quando ecco dal bosco
ne si fa 'ncontro un non mai visto altrove
di strana e miserabile sembianza,
scarno, smunto e distrutto: una figura
pi di mummia che d'uomo. Avea la barba
lunga, le chiome incolte, indosso un manto
ricucito di spini: orrido tutto,
e squallido e difforme, con le mani
verso il lito distese, a lento passo
venia merc chiedendo. Era costui,
come prima ne parve e poscia udimmo,
greco, e di quei che militaro a Troia.
Onde noi per Troiani e i nostri arnesi
e le nostr'armi conoscendo, in prima
attonito fermossi; e poscia quasi
rincomato a noi venne e con preghiere
e con pianto ne disse: "Oh! se le stelle,
se gli di, se quest'aura onde spiriamo,
generosi e magnanimi Troiani,
serbin la vita a voi, quinci mi tolga
la piet vostra, e vosco m'adducete,
ove che sia; ch mi fia questo assai;
poi ch'io son greco, e di quei Greci ancora
che venner (lo confesso) a i danni vostri.
Se 'l fallo  tale, e se 'l vostro odio  tanto
ch'io ne deggia morir, morte mi date,
e (se cos v'aggrada) a brano a brano
mi lanate, e ne fate esca a' pesci;
ch se per man d'umana gente io pro,
perir mi giova". E, cos detto, a' piedi
ne si gitt. Noi l'esortammo a dire
chi fosse e di che patria e di che sangue,
e qual era il suo caso. Il vecchio Anchise
la sua destra gli porse, e con tal pegno
l'affid di salute; ond'ei securo
tosto soggiunse: "Itaca  patria mia,
Achemnide il nome. Io fui compagno
de l'infelice Ulisse; e venni a Troia,
la povert del mio padre Adamasto
fuggendo (cos povero mai sempre
foss'io stato con lui!); qui capitai
con esso Ulisse; e qui, mentr'ei fuggia
con gli altri suoi questo crudele ospizio,
per tma abbandonommi e per oblio
ne l'antro del Ciclopo.  questo un antro
opaco, immenso, che macello  sempre
d'umana carne, onde ancor sempre intriso
 di sanie e di sangue: ed  'l Ciclopo
un mostro spaventoso, un che col capo
tocca le stelle (o Dio, leva di terra
una tal peste!), ch'a mirarlo solo,
solo a parlarne, orror sento ed angoscia.
Pascesi de le viscere e del sangue
de la misera gente; ed io l'ho visto
con gli occhi miei nel suo speco rovescio
stender le branche e, due presi de' nostri,
rotargli a cerco e sbattergli e schizzarne
infra quei tufi le midolle e gli ossi.
Vist'ho quando le membra de' meschini
tiepide, palpitanti e vive ancora,
di sanguinosa bava il mento asperso,
frangea co' denti a guisa di maciulla.
  Ma nol soffr senza vendetta Ulisse;
n di se stesso in s mortal periglio
punto oblossi; ch non prima steso
lo vide ebbro e satollo a capo chino
giacer ne l'antro, e sonnacchioso e gonfio
ruttar pezzi di carne e sangue e vino,
che ne restrinse; ed invocati in prima
i santi numi, divis le veci
s che parte il tenemmo in terra saldo,
parte, con un gran palo al foco aguzzo,
sopra gli fummo; e quel ch'unico avea
di targa e di feba lampade in guisa
sotto la torva fronte occhio rinchiuso,
gli trivellammo, vendicando alfine,
col tr la luce a lui, l'ombre de' nostri.
  Ma voi che fate qui? ch non fuggite,
miseri voi? Fuggite, e senza indugio
tagliate il fune e v'allargate in mare;
che cos smisurati e cos fieri,
com' costui che Polifemo  detto,
ne son via pi di cento in questo lito,
tutti Ciclopi, e tutti antropofgi,
che vanno il d per questi monti errando.
Gi visto ho la cornuta e scema luna
tornar tre volte luminosa e tonda,
da che son qui tra selve e tra burroni
con le fere vivendo. Entro una rupe
 'l mio ricetto; e quindi, bench lunge
gli miri, ad or ad or d'avergl'intorno
mi sembra, e 'l suon n'abborro e 'l calpestio
de la voce e de' pi. Pascomi d'erbe,
di cccole e di more e di corniali,
e di tali altri cibi acerbi e fieri:
vita e vitto infelice. In questo tempo,
quanto ho scoperto intorno, unqua non vidi
ch'altro legno giammai qui capitasse,
salvo ch'i vostri. A voi dunque del tutto
m'addico: e, che che sia, parrammi assai
fuggir questa nefanda e dira gente.
Voi, pria che qui lasciarmi, ogni supplicio
mi date ed ogni morte". A pena il Greco
avea ci detto, ed ecco in su la vetta
del monte avverso Polifemo apparve.
Sembrato mi sarebbe un altro monte
a cui la gregge sua pascesse intorno,
se non che si movea con essa insieme,
e torreggiando, inverso la marina
per l'usato sentier se ne calava.
Mostro orrendo, difforme e smisurato,
che avea come una grotta oscura in fronte
in vece d'occhio, e per bastone un pino,
onde i passi fermava. Avea d'intorno
la greggia a' piedi, e la sampogna al collo,
quella il suo amore, e questa il suo trastullo,
ond'orbo alleggeriva il duolo in parte.
Giunto a la riva, entr ne l'onde a guazzo:
e pria de l'occhio la sanguigna cispa
lavossi, ad or ad or per ira i denti
digrignando e fremendo: indi si stese
per entro 'l mare, e nel pi basso fondo
fu pria co' pi che non fr l'onde a l'anche.
Noi per paura, ricevuto in prima,
come ben merit, l'ospite greco,
di fuggir n'affrettammo; e chetamente
sciolte le funi, a remigar ne demmo
pi che di furia. Ud 'l Ciclopo il suono
e 'l trambusto de' remi; e vlti i passi
vr quella parte e 'l suo gran pino a cerco,
poich lungi sentinne, e lungamente
pens seguirne per l'Ionio in vano,
trasse un mugghio, che 'l mare e i liti intorno
ne tremr tutti; ne sent spavento
fino a l'Italia; ne tonaron quanti
la Sicania avea seni, Etna caverne.
L'udir gli altri Ciclopi, e da le selve
e da' monti calando, in un momento
corsero al porto, e se n'empiero i liti.
Gli vedevam da lunge in su l'arena,
quantunque indarno, minacciosi e torvi
stender le braccia a noi, le teste al cielo:
concilio orrendo, ch ristretti insieme
erano quai di querce annose a Giove,
di cipressi coniferi a Dana
s'ergono i boschi alteramente a l'aura.
  Fero timor n'assalse; e da l'un canto
pensammo di lasciar che 'l vento stesso
ne portasse a seconda ovunque fosse,
purch lunge da loro; ma da l'altro,
d'Eleno ce 'l vietava il detto espresso,
che per mezzo di Scilla e di Cariddi
passar non si dovesse a s gran rischio,
e di s poco spazio e quinci e quindi
scevri da morte. In questa, che gi fermi
eravam di voltar le vele a dietro,
ecco che da lo stretto di Peloro,
ne vien Bora a grand'uopo, onde repente
a la sassosa foce di Pantagia,
al megarico seno, ai bassi liti
ne trovammo di Tapso. In cotal guisa
riferiva Achemenide, compagno
che s' detto d'Ulisse, esser nomati
quei lochi, onde pria seco era passato.
  Giace de la Sicania al golfo avanti
un'isoletta che a Plemmirio ondoso
 posta incontro, e dagli antichi  detta
per nome Ortigia. A quest'isola  fama
che per vie sotto al mare il greco Alfeo
vien da Dride intatto, infin d'Arcadia
per bocca d'Aretusa a mescolarsi
con l'onde di Sicilia. E qui del loco
venerammo i gran numi; indi varcammo
del paludoso Eloro i campi opimi.
Rademmo di Pachino i sassi alpestri,
scoprimmo Camarina, e 'l fato udimmo,
che mal per lei fra il suo stagno asciutto.
La pianura passammo de' Geloi,
di cui Gela  la terra, e Gela il fiume.
Molto da lunge il gran monte Agragante
vedemmo, e le sue torri e le sue spiagge
che di razze fur gi madri famose.
Col vento stesso indietro ne lasciammo
la palmosa Seline; e 'n su la punta
giunti di Lilibeo, tosto girammo
le sue cieche seccagne, e 'l porto alfine
del mal veduto Drepano afferrammo.
  Qui, lasso me! da tanti affanni oppresso,
a tanti esposto, il mio diletto padre,
il mio padre perdei. Qui stanco e mesto,
padre, m'abbandonasti; e pur tu solo
m'eri in tante gravose mie fortune
quanto avea di conforto e di sostegno.
Ohim! che indarno da s gran perigli
salvo ne ti rendesti. Ah, che fra tanti
orrendi e miserabili infortuni,
ch'Eleno ci predisse e l'empia Arpia,
questo non era gi, ch'era il maggiore!
Oh fosse questo ancor l'ultimo affanno,
com' l'ultimo corso! Ch partendo
da Drepano, se ben fera tempesta
qui m'ha gittato, certo amico nume
m'ha, benigna regina, a voi condotto.
  Cos da tutti con silenzio udito,
poich'ebbe Enea distesamente esposto
la ruina di Troia e i rischi e i fati
e gli error suoi, fece qui fine e tacque.


 

 

LIBRO QUARTO



  Ma la regina d'amoroso strale
gi punta il core, e ne le vene accesa
d'occulto foco, intanto arde e si sface;
e de l'amato Enea fra s volgendo
il legnaggio, il valore, il senno, l'opre,
e quel che pi le sta ne l'alma impresso,
soave ragionar, dolce sembiante,
tutta notte ne pensa e mai non dorme.
  Sorgea l'Aurora, quando surse anch'ella
cui le piume parean gi stecchi e spini;
e con la sua diletta e fida suora
si ristrinse e le disse: Anna sorella,
che vigilie, che sogni, che spaventi
son questi miei? che peregrino  questo
che qui novellamente  capitato?
Vedestu mai s grazioso aspetto?
Conoscesti unqua il pi saggio, il pi forte,
e 'l pi guerriero? Io credo (e non  vana
la mia credenza) che dal ciel discenda
veracemente. L'alterezza  segno
d'animi generosi. E che fortune,
e che guerre ne conta! Io, se non fusse
che fermo e stabilito ho nel cor mio
che nodo marital pi non mi stringa,
poich 'l primo si ruppe, e se d'ognuno
schiva non fossi, solamente a lui
forse m'inchinerei. Ch, a dirti 'l vero,
Anna mia, da che morte e l'empio frate
mi privr di Sicho, sol questi ha mosso
i miei sensi e 'l mio core, e solo in lui
conosco i segni de l'antica fiamma.
Ma la terra m'ingoi, e 'l ciel mi fulmini,
e ne l'abisso mi trabocchi in prima
ch'io ti voli mai, pudico amore.
Col mio Sicho, con chi pria mi giungesti,
giungimi sempre, e 'ntemerato e puro
entro al sepolcro suo seco ti serba.
E qui piangendo e sospirando tacque.
Anna rispose: O pi de la mia vita
stessa, amata sorella, adunque sola
vuoi tu vedova sempre e sconsolata
passar questi tuoi verdi e florid'anni?
Abbiti insino a qui fatto rifiuto
e del getlo Iarba e di tant'altri
possenti, generosi e ricchi duci
peni e fenici; ch'io di ci ti scuso,
com'allor dolorosa, e non amante.
Ma poich'ami, ad amor sarai rubella,
e ritrosa a te stessa? Ah! non sovvienti
qual cinga il tuo reame assedio intorno?
com'ha gl'insuperabili Getli
da l'una parte, i Numidi da l'altra,
fera gente e sfrenata? indi le secche,
quinci i deserti, e pi da lunge infesti
i feroci Barci? Taccio le guerre
che gi sorgon di Tiro, e le minacce
del fiero tuo fratello. Io penso certo
che la gran Giuno, e tutto 'l ciel benigno
ne si mostrasse allor che a' nostri liti
questi legni approdaro. O qual cittade,
qual imperio fia questo ! Quanto onore,
quanto pro, quanta gloria a questo regno
ne verr, quando ei teco, e l'armi sue
saran giunte a le nostre! Or via, sorella,
porgi preci a gli di, fa' vezzi a lui,
assecuralo, onoralo, intrattienlo:
ch 'l crudo verno, il tempestoso mare,
il piovoso Orone, i vnti, il cielo,
le sconquassate navi in ci ne dnno
mille scuse di mora e di ritegno.
  Con questo dir, che fu qual aura al foco
ond'era il cor de la regina acceso,
l'infiamm, l'incit, speme le diede
e vergogna le tolse. Andaro in prima
a visitare i templi, a chieder pace
e favor de' celesti, a porger doni,
a far d'elette pecorelle offerta
a Cerere, ad Apollo, al padre Bacco,
e, pria che a tutti gli altri, a la gran Giuno,
cui son le nozze e i maritaggi a cura.
La regina ella stessa ornata e bella
tien d'oro un nappo, e fra le corna il versa
d'una candida vacca; o si ravvolge
intorno a' pingui altari, ed ogni giorno
rinnova i doni, e de le aperte vittime
le palpitanti fibre, i vivi moti,
e le spiranti viscere contempla,
e con lor si consiglia. O menti sciocche
de gl'indovini! E che ponno i delbri,
e i vti, esterni aiuti, a mal ch' dentro?
Nel cor, ne le midolle e ne le vene
 la piaga e la fiamma, ond'arde e pre.
Arde Dido infelice, e furosa
per tutta la citt s'aggira e smania:
qual ne' boschi di Creta incauta cerva
d'insidoso arcier fugge lo strale
che l'ha gi colta; e seco, ovunque vada,
lo porta al fianco infisso. Or a diporto
va con Enea per la citt, mostrando
le fabbriche, i disegni e le ricchezze
del suo novo reame; or disosa
di scoprirgli il suo duol, prende consiglio:
poi non osa, o s'arresta. E quando il giorno
va dechinando, a convivar ritorna,
e di nuovo a spar de gli accidenti
e de' fati di Troia, e nuovamente
pende dal volto del facondo amante.
Tolti da mensa, allor che notte oscura
in disparte gli tragge, e che le stelle
sonno, dal ciel caggendo, a gli occhi infondono;
dolente, in solitudine ridotta,
ritirata da gli altri,  sol con lui
che le sta lunge, e lui sol vede e sente.
Talvolta Ascanio, il pargoletto figlio
per sembianza del padre in grembo accolto,
tenta, se cos pu, l'ardente amore
o spegnere, o scemare, o fargli inganno.
  Le torri, i templi, ogn'edificio intanto
cessa di sormontar; cessa da l'arme
la giovent. Le porte, il porto, il molo
non sorgon pi; dismesse ed interrotte
pendon l'opere tutte e la gran macchina
che fea dianzi ira a' monti e scorno al cielo.
Vide da l'alto la saturnia Giuno
il furor di Didone, e tal che fama
e rispetto d'onor pi non l'affrena;
onde Venere assalse, e 'n cotal guisa
disdegnosa le disse: Una gran loda
certo, un gran merto, un memorabil nome
tu col fanciullo tuo, Ciprigna, acquisti
d'aver due s gran dii vinta una femina!
Io so ben che guardinga e sospettosa
di me ti rende e de la mia Cartago
il temer di tuo figlio. Ma fia mai
che questa tma e questa gelosia
si finisca tra noi? Ch non pi tosto
con una eterna pace e con un saldo
nodo di maritaggio unitamente
ne ristringemo? Ecco hai gi vinto; e vedi
quel che pi desavi. Ama, arde, infuria:
con ogni affetto  verso Enea tuo figlio
la mia Dido rivolta. Or lui si prenda;
e noi concordemente in pace abbiamo
ambedue questo popolo in tutela;
n ti sdegnar che s nobil regina
serva a frigio marito, e ch'ei le genti
n'aggia di Tiro e di Cartago in dote.
  Venere, che ben vide ove mirava
il colpo di Giunone; e che l'occulto
suo bersaglio era sol con questo avviso
distor d'Italia il destinato impero
e trasportarlo in Libia, incontro a lei
cos scaltra rispose: E chi s folle
sarebbe mai ch'un tal fesse rifiuto
di quel ch'ei pi desia, per teco averne,
teco che tanto puoi, gara e tenzone,
quando ci che tu di' possibil fosse?
Ma non so che si possa, n che 'l fato,
n che Giove il permetta, che due genti
diverse, come son Tiri e Troiani,
una sola divenga. Tu consorte
gli sei; tu ne 'l dimanda, e tu l'impetra,
ch'io, per me, me n'appago . Ed io, - soggiunse
Giuno - sopra di me l'incarco assumo,
ch'ei ne 'l consenta. Or odi brevemente
il modo che a ci far gi ne si porge.
Tosto che 'l sol dimane uscir fuori,
uscire ancor l'innamorata Dido
col troian duce a caccia s'apparecchia.
Ove opportunamente a la foresta,
mentre de' cacciatori e de' cavalli
andran le schiere in volta, io loro un nembo
sparger sopra tempestoso e nero,
con un turbo di grandine e di pioggia,
e di s fieri tuoni il cielo empiendo,
ch'indi percossi i lor seguaci tutti,
andran dispersi e d'atra nube involti.
Solo con sola Dido Enea ridotto
in un antro medesimo accrrassi.
Io vi sar; saravvi anco Imeneo;
e se del tuo voler tu m'assecuri,
io far s ch'ivi ambidue saranno
di nodo indissolubile congiunti.
Venere in ci non disdicendo, insieme
chin la testa: e de la dolce froda
dolcemente sorrise. Uscio del mare
l'Aurora intanto; ed ecco fuori armati
di spiedi e di zagaglie, a suon di corni,
venirne i cacciatori, altri con reti,
altri con cani. Ha questi un gran molosso,
quegli un veltro a guinzaglio, e lunghe file
van di segugi incatenati avanti.
Scorrono intorno i cavalier Massli:
e i maggior Peni, e' pi chiari Fenici
stanno in sella aspettando anzi al palagio,
mentre ad uscir fa la regina indugio;
e presto intanto d'ostro e d'oro adorno
il suo ginnetto, e, vagamente fiero,
ringhia, e sparge la terra, e morde il freno.
  Esce a la fine accompagnata intorno
da regio stuolo, e non con regio arnese,
ma leggiadro e ristretto.  la sua veste
di tirio drappo, e d'arabo lavoro
riccamente fregiata:  la sua chioma
con nastri d'oro in treccia al capo avvolta,
tutta di gemme come stelle aspersa;
e d'oro son le fibbie, onde sospeso
le sta d'intorno de la gonna il lembo.
Da gli omeri le pende una faretra,
dal fianco un arco. I Frigi, e 'l bello Iulo
le cavalcano avanti; e via pi bello,
ma di belt feroce e grazosa,
le giva Enea con la sua schiera a lato.
Qual se ne va da Licia e da le rive
di Xanto, ove soggiorna il freddo inverno,
a la materna Delo il biondo Apollo,
allor che festeggiando accolti e misti
infra gli altari i Dropi, i Cretesi,
e i dipinti Agatirsi in varie tresche
gli s'aggirano intorno; o quando spazia
per le piagge di Cinto, a l'aura sparsi
i bei crin d'oro, e de l'amata fronde
le tempie avvolto, e di faretra armato;
tal fra la gente si mostrava, e tale
era ne' gesti e nel sembiante Enea,
sovra d'ogni altro valoroso e vago.
  Poscia che furo a' monti, e nel pi folto
penetrr de le selve, ecco da i balzi
de l'alte rupi uscir capri e camozze;
e cervi altronde, che, d'armenti in guisa,
quasi in un gruppo, spaventati a torme
fuggono al piano, e fan nubi di polve.
Di ci gioioso il giovinetto Iulo
sul feroce destrier per la campagna
gridando e traversando, or questo arriva,
or quel trapassa: e nel suo core agogna
tra le timide belve o d'un cignale
aver rincontro, o che dal monte scenda
un velluto leone. In questa il cielo
mormorando turbossi, e pioggia e grandine
diluvando, d'ogni parte in fuga
Ascanio, i Teucri, i Tiri ai pi propinqui
tetti si ritiraro; e fiumi intanto
sceser da' monti, ed allagaro i piani.
Solo con sola Dido Enea ridotto
in un antro medesimo s'accolse.
Di, di quel che segu, la terra segno
e la pronuba Giuno. I lampi, i tuoni
fr de le nozze lor le faci e i canti;
testimoni assistenti e consapevoli
sol ne fr l'aria e l'antro; e sopra 'l monte
n'ulularon le ninfe. Il primo giorno
fu questo, e questa fu la prima origine
di tutti i mali, e de la morte alfine
de la Regina; a cui poscia non calse
n de l'indegnit, n de l'onore,
n de la secretezza. Ella si fece
moglie chiamar d'Enea; con questo nome
ricoverse il suo fallo; e di ci tosto
per le terre di Libia and la Fama.
   questa Fama un mal, di cui null'altro
 pi veloce; e com' pi va, pi cresce;
e maggior forza acquista.  da principio
picciola e debil cosa, e non s'arrischia
di palesarsi; poi di mano in mano
si discopre e s'avanza, e sopra terra
sen va movendo e sormontando a l'aura,
tanto che 'l capo infra le nubi asconde.
  Dicon che gi la nostra madre antica,
per la ruina de' Giganti irata
contr'a' celesti, al mondo la produsse,
d'Enclado e di Ceo minor sorella;
mostro orribile e grande, d'ali presta
e veloce de' pi; che quante ha piume,
tanti ha sotto occhi vigilanti, e tante
(meraviglia a ridirlo) ha lingue e bocche
per favellare, e per udire orecchi.
Vola di notte per l'oscure tenebre
de la terra e del ciel senza riposo,
stridendo sempre, e non chiude occhi mai.
Il giorno sopra tetti, e per le torri
sen va de le citt, spando tutto
che si vede e che s'ode: e seminando,
non men che 'l bene e 'l vero, il male e 'l falso
di rumor empie e di spavento i popoli.
Questa, gioiosa, bisbigliando in prima,
poscia crescendo, del seguto caso
molte cose dicea vere e non vere.
  Dicea, ch'un di troiana stirpe uscito,
venuto era in Cartago, a cui degnata
s'era la bella Dido esser congiunta.
  Queste e cose altre assai, la sozza dea
per le bocche degli uomini spargendo,
tosto in Getulia al gran Iarba pervenne;
e con parole e con punture acerbe
s de l'offeso re l'animo accese,
ch'arse d'ira e di sdegno. Era d'Ammone,
e de la garamantide Napea,
gi rapita da lui, questo re nato,
onde a Giove suo padre entro a' suoi regni
cento gran templi e cento pingui altari
avea sacrati, e di continui fochi
mantenendo agli di vigilie eterne
di vittime, di fiori e di ghirlande
gli tenea sempre riveriti e clti.
Ei s com'era afflitto e conturbato
da l'amara novella, anzi agli altari
e fra gli di, le mani al cielo alzando,
cotali, umile insieme e disdegnoso,
porse prieghi e querele: Onnipotente
padre, a cui tanti opimi e sontuosi
conviti, e di Leno s larghi onori
offrisce oggi de' Mauri il gran paese,
vedi tu queste cose? o pure invano
tonando e folgorando ci spaventi?
Una femina errante, una che dianzi
ebbe a prezzo da me nel mio paese,
per fondar la sua terra un picciol sito:
una ch'arena ha per arare, ha vitto,
loco e leggi da me, me per marito
rifiuta; e di s donno e del suo regno
ha fatto Enea. Questo or novello Pari
mitrato il mento e profumato il crine,
va del mio scorno e del suo furto altero:
ed io qui me ne sto vittime e doni
a te porgendo, e son tuo figlio indarno.
  Cos Iarba dicea; n da l'altare
s'era ancor tolto, quando il padre udillo;
e gli occhi in vr Cartagine torcendo
vide gli amanti ch'a gioire intesi
avean posti in oblio la fama e i regni.
Onde vlto a Mercurio: Va, figliuolo, -
gli disse, - chiama i vnti, e ratto scendi
l 've s neghittoso il troian duce
bada in Cartago, e 'l destinato impero
non gradisce e non cura; e ci gli annunzia
da parte mia, che Venere sua madre
non per tal lo mi diede, e ch'a tal fine
non  stato da lei da l'armi greche
gi due volte scampato. EIla promise
ch'ei sarebbe atto a sostener gl'imperi
e le guerre d'Italia, a trar qua suso
la progenie di Teucro, a porre il freno,
a dar le leggi al mondo. A ci se 'l pregio
di s gran cose e de la gloria stessa
non muove lui, perch non guarda al figlio?
Perch di tanta sua grandezza il froda,
di quanta fian Lavinio ed Alba e Roma
ne' secoli a venire? E con che speme,
con che disegno in Libia fa dimora,
e co' nemici suoi? Navighi in somma.
Questo dilli in mio nome. Udito ch'ebbe
Mercurio, ad eseguir tosto s'accinse
i precetti del padre; e prima a' piedi
i talari adattossi. Ali son queste
con penne d'oro, ond'ei l'aria trattando,
sostenuto da' vnti, ovunque il corso
volga, o sopra la terra, o sopra al mare,
va per lo ciel rapidamente a volo.
Indi prende la verga, ond'ha possanza
fin ne l'inferno, onde richiama in vita
l'anime spente, onde le vive adduce
ne l'imo abisso, e d sonno e vigilia
e vita e morte; aduna e sparge i vnti,
e trapassa le nubi. Era volando
giunto l 've d'Atlante il capo e 'l fianco
scorgea, de le cui spalle il cielo  soma;
d'Atlante la cui testa irta di pini,
di nubi involta, a piogge, a vnti, a nembi
 sempre esposta; il cui mento, il cui dorso,
e per nevi e per gel canuto e gobbo,
 da fiumi rigato. In questo monte,
che fu padre di Maia, avo di lui,
primamente fermossi. Indi calando
si gitt sovra l'onde, e lungo al lito
di Libia se n'and, l'aure secando
in quella guisa che marino augello
d'un'alta ripa, a nuova pesca inteso,
terra terra sen va tra rive e scogli
umilmente volando. A pena giunto
era in Cartago, che davanti Enea
si vide, intento a dar siti e disegni
ai superbi edifici. Avea dal manco
lato una storta, di daspro e d'oro
guarnita, e di stellate gemme adoma.
Dal tergo gli pendea di tiria ardente
porpora un ricco manto, arnesi e doni
de la sua Dido, ch'ella stessa intesta
avea la tela, e ricamati i fregi.
N 'l vide pria, che gli fu sopra, e disse:
  Tu te ne stai s neghittosamente,
Enea, servo d'amor, ligio di donna,
a fondar l'altrui regno; e 'l tuo non curi?
A te mi manda il regnator celeste,
ch'io ti dica 'n sua vece: "Che pensiero,
che studio  il tuo? con che speranza indugi
in queste parti? Se 'l tuo proprio onore,
se la propria grandezza non ti spinge;
ch non miri a' tuoi posteri, al destino,
a la speranza del tuo figlio Iulo,
a cui si deve il gloroso impero
de l'Italia e di Roma?" E pi non disse,
n pi risposta attese; anzi dicendo,
uscio d'umana forma, e dileguossi.
  Stup, si raggricci, tremante e fioco
divenne il troian duce, il gran precetto,
e chi 'l portava, e chi 'l mandava udendo.
Gi pensa di ritrarsi. Ma che modo
terr con Dido ad impetrar commiato?
Con quai parole assalir, con quali
disporr mai la furosa amante?
Pensa, volge, rivolge: in un momento
or questo, or quel partito, or tutti insieme
va discorrendo; ed ora ad un s'appiglia,
ed ora a l'altro. Si risolve al fine:
e fatto a s venir Memmo, Sergesto,
e l'ardito Cloanto: Andate, - disse -
raunate i compagni; itene al porto,
e con bel modo chetamente l'arme
apprestate e l'armata; e non mostrate
segno di novit, n di partenza.
Intanto io trover loco opportuno,
e tempo accomodato e destro modo
d'ottener da quest'ottima regina
che da lei con dolcezza mi diparta,
nulla sapendo ancor di mia partita,
n sperando tal fine a tanto amore.
  A l'ordine d'Enea lieti i compagni
obbedr tutti; e prestamente in punto
fu ci che impose. Ma Didon del tratto
tosto s'avvide: e che non vede amore?
Ella pria se n'accorse; ch'ogni cosa
temea, bench secura. E gi la stessa
Fama importunamente le rapporta
armarsi i legni, esser i Teucri accinti
a navigare. Onde d'amore e d'ira
accesa, infurata, e fuori uscita
di se medesma, imperversando scorre
per tutta la citt. Quale a i notturni
gridi di Citeron Tade, allora
che 'l trennal di Bacco si rinnova,
nel suo moto maggior si scaglia e freme,
e scapigliata e fiera attraversando,
e mugolando al monte si conduce;
tal era Dido, e da tal furia spinta
Enea da s con tai parole assalse:
  Ah perfido! Celar dunque sperasti
una tal tradigione, e di nascosto
partir de la mia terra? E del mio amore,
de la tua data f, di quella morte
che ne far la sfortunata Dido,
punto non ti sovviene, e non ti cale?
Forse che non t'arrischi in mezzo al verno
tra' pi fieri Aquiloni a l'onde esporti?
Crudele! Or che faresti, se straniere
non ti fosser le terre, ignoti i lochi
che tu procuri? E che faresti, quando
fosse ancor Troia in piede? A Troia andresti
di questi tempi? E me lasci, e me fuggi?
Deh! per queste mie lagrime, per quello
che tu della tua f pegno mi desti
(poich a Dido infelice altro non resta
che a s tolto non aggia), per lo nostro
marital nodo, per l'imprese nozze,
per quanti ti fei mai, se mai ti fei
commodo o grazia alcuna, o s'alcun dolce
avesti unqua da me; ti priego ch'abbi
piet del dolor mio, de la ruina
che di ci m'avverrebbe; e (se pi luogo
han le preci con te) che tu del tutto
lasci questo pensiero. Io per te sono
in odio a Libia tutta, a' suoi tiranni,
a' miei Tiri, a me stessa. Or come in preda
solo a morte mi lasci, ospite mio?
ch'ospite sol mi resta di chiamarti,
di marito che m'eri. E perch deggio,
lassa, viver io pi? Per veder forse
che 'l mio fratel Pigmalon distrugga
queste mie mura, o 'l tuo rivale Iarba
in servit m'adduca? Almeno avanti
la tua partita avess'io fatto acquisto
d'un pargoletto Enea che per le sale
mi scherzasse d'intorno, e solo il volto,
e non altro, di te sembianza avesse;
ch'esser non mi parrebbe abbandonata,
n delusa del tutto. A tai parole
Enea di Giove al gran precetto affisso
tenea il pensiero e gli occhi immoti e saldi;
e brevemente le rispose al fine:
  Regina, e' non fia mai ch'io non mi tenga
doverti quanto forse unqua potessi
rimproverarmi. E non fia mai ch'Elisa
non mi ricordi, infin che ricordanza
avr di me medesmo, e che 'l mio spirto
regger queste membra. Ora in discarco
di me dir sol questo, che sperato,
n pensato ho pur mai d'allontanarmi
da te, come tu di'. Se 'l mio destino
fosse che la mia vita e i miei pensieri
a mia voglia reggessi, a Troia in prima
farei ritorno: raccrrei le dolci
sue disperse reliquie: a la mia patria
di nuovo renderei la vita e i figli,
e la reggia e le torri e me con loro.
Ma ne l'Italia il mio fato mi chiama.
Italia Apollo in Delo, in Licia, ovunque
vado, o mando a sparne, mi promette.
Quest' l'amor, quest' la patria mia.
Se tu, che di Fenicia sei venuta,
siedi in Cartago, e ti diletti e godi
del tuo libico regno; qual divieto,
qual invidia  la tua, che i miei Troiani
prendano Ausonia? Non lece anco a noi
cercar de' regni esterni? E non cuopre ombra
la terra mai, non mai sorgon le stelle,
che del mio padre una turbata imago
non veggia in sogno, e che di ci ricordo
non mi porga e spavento. A tutte l'ore
del mio figlio sovviemmi e de l'ingiuria
che riceve da me s caro pegno,
se del regno d'Italia io lo defraudo,
che gli son padre, quando il fato e Giove
ne 'l privilegia. E pur dianzi mi venne
dal ciel mandato il messaggier celeste
a portarmi di ci nuova imbasciata
dal gran re degli di. Donna, io ti giuro
per la lor deit, per la salute
d'ambedue noi, che con quest'occhi il vidi
qui dentro in chiaro lume; e la sua voce
con quest'orecchi udii. Rimanti adunque
di pi dolerti; e con le tue querele
n te, n me pi conturbare. Italia
non a mia voglia io seguo. E pi non disse.
  Ella, mentre dicea, crucciata e torva
lo rimirava, e volgea gli occhi intorno
senza far motto. Alfin, da sdegno vinta
cos proruppe: Tu, perfido, tu
sei di Venere nato? Tu del sangue
di Dardano? Non gi; ch l'aspre rupi
ti produsser di Caucaso, e l'Ircane
tigri ti fr nutrici. A che tacere?
Il simular che giova? E che di meglio
ne ritrarrei? Forse ch'a' miei lamenti
ha mai questo crudel tratto un sospiro,
o gittata una lagrima, o pur mostro
atto o segno d'amore, o di pietade?
Di che prima mi dolgo? di che poi?
Ah! che n Giuno omai, n Giove stesso
cura di noi: n con giust'occhi mira
pi l'opre nostre. Ov' qua gi pi fede?
E chi pi la mantiene? Era costui
dianzi nel lito mio naufrago, errante,
mendco. Io l'ho raccolto, io gli ho ridotti
i suoi compagni, e i suoi navili insieme,
ch'eran morti e dispersi; ed io l'ho messo
(folle!) a parte con me del regno mio,
e di me stessa. Ahi, da furor, da foco
rapir mi sento! Ora il profeta Apollo,
or le sorti di Licia, ora un araldo,
che dal ciel gli si manda, a gran faccende
quinci lo chiama. Un gran pensiero han certo
di ci gli di. D'un gran travaglio  questo
a lor quete. Or va', che per innanzi
pi non ti tegno, e pi non ti contrasto.
Va' pur, segui l'Italia, acquista i regni
che ti dan l'onde e i venti. Ma se i numi
son pietosi, e se ponno, io spero ancora
che da' vnti e da l'onde e da gli scogli
n'avrai degno castigo; e che pi volte
chiamerai Dido, che lontana ancora
co' neri fuochi suoi ti fia presente:
e tosto che di morte il freddo gelo
l'anima dal mio corpo avr disgiunta,
passo non moverai che l'ombra mia
non ti sia intorno. Avrai, crudele, avrai
ricompensa a' tuoi merti, e ne l'inferno
tosto me ne verr lieta novella.
Qui 'l suo dire interruppe; e lui per tma
confuso e molto a replicarle inteso
lasciando, con disdegno e con angoscia
gli si tolse davanti. Incontanente
le fr l'ancelle intorno; e s com'era
egra e dolente, entro al suo ricco albergo
le dir sovra le piume agio e riposo.
  Enea, quantunque pio, quantunque afflitto
e d'amore infiammato e di desire
di consolar la dolorosa amante,
nel suo core ostinossi. E fermo e saldo
d'obbedire a gli di fatto pensiero,
calossi al mare, e i suoi legni rivide.
Allor furo in un tempo unti e rispinti
e posti in acqua; e, per la fretta, i remi
diventarono i rami che dal bosco
si portavano allor frondosi e rozzi.
  Era a veder da la cittade al porto
de' Teucri, de le ciurme, e de le robe
ch'al mar si conducean, pieno il sentiero:
qual , quando le provvide formiche
de le lor vernaricce vettovaglie
pensose e procaccevoli, si dnno
a depredar di biade un grande acervo;
che va dal monte ai ripostigli loro
la negra torma, e per angusta e lunga
smita le campagne attraversando,
altre al carreggio intese o lo s'addossano,
o traendo o spingendo lo conducono;
altre tengon le schiere unite, ed altre
castigan l'infingarde; e tutte insieme
fan che tutta la via brulica e ferve.
  Che cor, misera Dido, che lamenti
erano allora i tuoi, quando da l'alto
un tal moto scorgevi, e tanti gridi
ne sentivi dal mare? Iniquo amore,
che non puoi tu ne' petti de' mortali?
Ella di nuovo al pianto, a le preghiere,
a sottoporsi a l'amoroso giogo
da la tua forza  suo malgrado astretta.
Ma per fare ogni schermo, anzi che muoia,
la sorella chiamando: Anna, - le disse -
tu vedi che s'affrettano, e sen vanno.
Vedi gi loro in su la spiaggia accolti,
le vele in alto, e le corone in poppa.
Sorella mia, s'avessi un tal dolore
antiveder potuto, io potrei forse
anco soffrirlo. Or questo solo affanno
prendi per la tua misera sirocchia,
poich te sola quel crudele ascolta,
e sol di te si fida, e i lochi e i tempi
sai d'esser seco e di trattar con lui;
truova questo superbo mio nimico,
e supplichevolmente gli favella.
Dilli che Dido io sono, e che non fui
in Aulide co' Greci a far congiura
contra a' Troiani; e che di Troia a' danni
n i miei legni mandai, n le mie genti.
Dilli che n le ceneri, n l'ombre
n del suo padre mai, n d'altri suoi
non volai. Qual dunque o mio demerto
o sua durezza fa ch'ei non ascolti
il mio dire, e me fugga, e s precipiti?
Chiedili per merc dell'amor mio,
per salvezza di lui, per la mia vita,
ch'indugi il suo partir tanto che 'l mare
sia pi sicuro e pi propizi i vnti.
N pi del maritaggio io lo richieggio,
c'ha gi tradito, n vo' pi che manchi
del suo bel Lazio, o i suoi regni non curi.
Un picciol tempo, e d'ogni obbligo sciolto
io gli dimando, e tanto o di quete,
o d'intervallo al mio cieco furore,
ch'in parte il duol disacerbando, impari
a men dolermi. Questo  'l dono estremo
che da lui per tuo mezzo agogna e brama
questa tua miserabile sorella:
e se tu lo m'impetri, altro che morte
forza non avr mai ch'io me n'oblii.
  Queste e tali altre cose ella piangendo
dicea con Anna, ed Anna al frigio duce
disse, ridisse, e riport pi volte
or da l'una or da l'altro, e tutte in vano;
ch n pianti, n preci, n querele
punto lo muovon pi. Gli ostano i fati,
e solo in ci gli ha dio chiuse l'orecchie;
bench dolce e trattabile e benigno
fusse nel resto. Come annosa e valida
quercia, che sia ne l'alpi esposta a Borea,
s'or da l'uno or da l'altro de' suoi turbini
 combattuta, si scontorce e ttuba:
stridono i rami e 'l suol di frondi spargesi,
e 'l tronco al monte infisso immoto e solido
se ne sta sempre; e quanto sorge a l'aura
con la sua cima, tanto in gi stendendosi
se ne va con le barbe infino agl'inferi:
cos, da preci e da querele assidue
battuto, duolsi il gran Troiano ed angesi,
e con la mente in s raccolta e rigida
gitta indarno per lei sospiri e lagrime.
  La sfortunata Dido, poich tronca
si vide ogni speranza, spaventata
dal suo fato, e di s schiva e del sole,
dis di morire; e gran portenti
di ci presagio e fretta anco le fro.
Ella, mentre a gli altari incensi e doni
offria devota (orribil cosa a dire!),
vide avanti di s cogli occhi suoi
farsi lurido e negro ogni liquore,
e 'l puro vin cangiarsi in tetro sangue:
e 'l vide, e 'l tacque, e 'nfino a la sorella
lo tenne ascoso. Entro al suo regio albergo
avea di marmo un bel delbro eretto,
e dedicato al suo marito antico.
Questo con molto studio, e molt'onore
fu mai sempre da lei di bianchi velli
e di festiva fronde ornato e cinto.
Quinci notturne voci udir le parve
del suo caro Sicho che la chiamasse;
e nel suo tetto un solitario gufo
molte fate con lugbri accenti
fe' di pianto una lunga querimonia.
Oltre a ci da l'antiche profezie,
da pronostici orrendi e spaventosi
de la vicina morte era ammonita.
Vedeasi Enea tutte le notti avanti
con fera imago, che turbata e mesta
la tenea sempre. Le parea da tutti
restare abbandonata, e per un lungo
e deserto cammino andar solinga
de' suoi Tiri cercando. In cotal guisa
le schiere de l'Eumnidi vedea
Pnto forsennato, e doppio il sole
e doppia Tebe. In cotal guisa Oreste
per le scene imperversa, e furoso
vede, fuggendo, la sua madre armata
di serpenti e di faci, e 'n su le porte
le Furie ultrici. Or poi che la meschina
fu da tanto furor, da tanto affanno
oppressa e vinta, e di morir disposta,
divis fra se stessa il tempo e 'l modo:
ed Anna, s com'era afflitta e mesta,
a s chiamando, il suo fiero consiglio
cel nel core, e nel sereno volto
spieg gioia e speranza: Anna, - dicendo -
rallegrati con me, che al fin trovato
ho com'io debba o racquistar quell'empio,
o ritrmi da lui. Nel lito estremo
de l'Ocen, l dove il sol si corca,
de l'Etopia a l'ultimo confino,
e presso a dove Atlante il ciel sostiene,
giace un paese, ond'ora  qui venuta
una sacerdotessa incantatrice,
che, massla di gente,  stata poi
del tempio de l'Espridi ministra,
e del drago nudrice, e de le piante
del pomo d'oro guardana un tempo.
  Questa, d'umido mle e d'oblosi
papaveri composto un suo miscuglio,
promette con parole e con male
altri scir da l'amore, altri legare,
com'a lei piace; distornare i fiumi,
ritrar le stelle, e convocar per forza
le notturne fantasme. Udrai la terra
mugghiar sotto a' tuoi pi. Vedrai da' monti
calar gli orni e le querce. Io per gli di,
per te, per la tua vita a me s cara,
ti giuro, suora mia, che mal mio grado
m'adduco a questi magici incantesmi;
ma gran forza mi spinge. Or va, sorella;
scegli per entro a le mie stanze un luogo
il pi remoto e solo, a l'aura esposto.
Ivi ergi una gran pira, e vi conduci
l'armi che a la mia camera sospese
lasci quel disleale, e quelle spoglie,
in somma ogni suo arnese. Ch la maga
cos m'impone, e vuol ch'ogni memoria,
ogni segno di lui si spenga e pra.
  Cos detto, si tacque, e di pallore
tutta si tinse. Non per s'avvide
Anna che sotto a' nuovi sacrifici
si celasse di lei morte s fera:
ch s fero concetto non le venne,
e non tem che peggio le avvenisse
che in morte di Sicho. Tosto fe' dunque
quel ch'imposto le fu. Fatta la pira,
e d'ilici e di tede aride e scisse
altamente composta, la regina
d'atre ghirlande e di funeste frondi
ornar la fece intorno: indi le spoglie
e la spada e l'effigie de l'amante
sopra a giacer vi pose, ben secura
di ci che n'avverrebbe. Eran d'intorno
gli altari eretti; era tra lor la maga
scapigliata e discinta; e con un tuono
di voce formidabile invocava
trecento deit, l'Erebo, il Cao,
cate con tre forme, e con tre facce
la vergine Dana. Avea gi sparse
le finte acque d'Averno, e i suffumigi
fatti de le nocive erbe novelle
che per punti di luna, e con la falce
d'incantato metallo eran segate.
Si fe' venir la malosa carne
che de la fronte al tenero pulledro
con l'amor de la madre si divelle.
Essa stessa regina il farro e 'l sale
con le man pie sovr'a gli altari impone,
e d'un pi scalza, e di tutt'altro sciolta,
solo accinta a morir, per testimoni
chiama li di. Protestasi a le stelle
del suo fato consorti: e s'alcun nume
mira a gli afflitti e sfortunati amanti,
questo prega e scongiura che ragione
e ricordo ne tenga, e ne gli caglia.
  Era la notte; e gi di mezzo il corso
cadean le stelle; onde la terra e 'l mare,
le selve, i monti e le campagne tutte,
e tutti gli animali, i bruti, i pesci,
e i volanti e i serpenti e ci che vive
avea da ci che la lor vita affanna
tregua, silenzio, oblio, sonno e riposo.
Ma non Dido infelice, a cui la notte
n gli occhi grava, n 'l pensiero alleggia;
anzi maggior col tramontar del sole
in lei risorge l'amorosa cura:
e non men che d'amor, d'ira avvampando,
cos fra s farnetica e favella:
  E che far cos delusa poi?
Chi pi mi seguir de' primi amanti?
Proferirommi per consorte io stessa
d'un Zingaro, d'un Moro, o d'un Arbo,
quando n'ho vilipesi e rifiutati
tanti e tai, tante volte? Andr co' Teucri
in su l'armata? Mi far soggetta,
di regina ch'io sono, e serva a loro?
S certo, che gran pro fin qui riporto
de le mie loro usate cortesie;
e grado me n'avranno, e grazia poi.
Ma ci, dato ch'io voglia, chi permette
ch'io l'eseguisca? Chi cos schernita
volentier mi raccoglie? Ahi sfortunata
Dido! ch'ancor non vedi a che sei giunta,
e le frodi non sai di questa iniqua
schiatta di Laomedonte. E poi, che fia
per questo? Deggio sola in compagnia
di marinari andar femina errante?
o condur meco i miei Fenici tutti
con altra armata? e trarli un'altra volta
d'un'altra patria in mare, in preda a' vnti
senz'alcun pro, senza cagione alcuna,
quando anco a pena di Sidon gli trassi
per ritrli da man d'empio tiranno?
Ah! muor pi tosto, come degnamente
hai meritato; e pon col ferro fine
al tuo grave dolore. Ah, mia sorella!
tu sei prima cagion di tanto male;
tu, vinta dal mio pianto, in quest'angoscia
m'hai posta, e data ad un nemico in preda;
ch dovea vita solitaria e fera
menar pi tosto, che commetter fallo
s dannoso e s grave, e romper fede
al cener di Sicho. Questi lamenti
uscian del petto a l'affannata Dido;
quando gi di partir fermo e parato
Enea, per riposar pria che sciogliesse,
s'era a dormir sopra la poppa agiato.
Ed ecco un'altra volta in sogno, avanti
del medesmo celeste messaggiero
gli appar l'imago, con quel volto stesso,
con quel color, con quella chioma d'oro
con che lo vide pria giovane e bello;
e da la stessa voce udir gli parve:
  Tu corri, Enea, s gran fortuna, e dormi?
Non senti qual ti spira aura seconda?
Dido cose nefande ordisce ed osa
certa gi di morire, e d'ira accesa
a dire imprese  vlta; e tu non fuggi,
mentre fuggir ti lece? A mano a mano
di legni travagliar vedrassi il mare,
di fochi il lito, e di furor le genti
incontra a te, se tu qui 'l giorno aspetti.
Via di qua tosto: da' le vele a' vnti.
Femina  cosa mobil per natura,
e per disdegno impetuosa e fera.
E qui tacendo entr nel buio, e sparve.
  Enea, preso da sbito spavento,
destossi, e fe' destar la gente tutta:
Via, compagni, - dicendo - a i banchi, e a i remi;
ch'or d'altro uopo ne fa che di riposo.
Fate vela, sciogliete: ch di nuovo
precetto ne si fa dal cielo e fretta.
Ecco, qual tu ti sia, messo celeste,
che 'l tuo detto seguiamo; e tu benigno
n'ata e 'l cielo e 'l mar ne rendi amico.
  Ci detto, il ferro strinse, e fulminando
del suo legno la gmona recise.
Cos fr gli altri, e col medesmo ardore
tutti insieme sciogliendo, travasando,
e spingendosi in alto, in un momento
lasciaro il lito; e 'l mar, da i legni ascoso,
si fe' per tanti remi e tante vele
spumoso e bianco. Era vermiglio e rancio
fatto gi de la notte il bruno ammanto,
lasciando di Titon l'Aurora il letto:
quando d'un'alta loggia la regina
tutto scoprendo, poi ch'a piene vele
vide le frige navi irne a dilungo,
e vti i liti, e senza ciurma il porto;
contra s fatta ingiurosa e fera,
il delicato petto e l'auree chiome
si percot, si lacer pi volte;
e 'ncontra al ciel rivolta: Ah, Giove!, - disse -
dunque pur se n'andr? Dunque son io
fatta d'un forestier ludibrio e scherno
nel regno mio? N fia chi prenda l'armi?
N chi lui segua, n i suoi legni incenda?
Via tosto a le lor navi, a l'armi, al foco;
mano a le vele, a' remi; oltre, nel mare!
Che parlo? O dove sono? E che furore
 'l tuo, Dido infelice? Iniquo fato,
misera, ti persegue. Allor fu d'uopo
ci che tu di', quando di te signore
e del tuo regno il festi. Ecco la destra,
ecco la fede sua. Questi  quel pio
che seco adduce i suoi patrii Penati,
e 'l vecchio padre a gli omeri s'impose.
Non potea farlo prendere e sbranarlo?
e gittarlo nel mare? ancider lui
con tutti i suoi? dilanare il figlio,
e darlo in cibo al padre? Oh, perigliosa
fra stata l'impresa! E di periglio
la si fosse, e di morte; in ogni guisa
morir dovendo, a che temere indarno?
Arsi avrei gli steccati, incesi i legni,
occiso il padre, il figlio, il seme in tutto
di questa gente, e me spenta con loro.
  Sole, a cui de' mortali ogni opra  conta;
cate, che ne' trivi orribilmente
sei di notte invocata; ultrici Furie,
spiriti inferni, e dii de l'infelice
Dido ch'a morte  giunta, il mio non degno
caso riconoscete, e insieme udite
queste dolenti mie parole estreme.
Se forza, se destino, se decreto
 di Giove e del cielo, e fisso e saldo
 pur che questo iniquo in porto arrivi
e terra acquisti; almen da fiera gente
sia combattuto, e, de' suoi fini in bando,
da suo figlio divelto implori aiuto,
e perir veggia i suoi di morte indegna.
N leggi che riceva, o pace iniqua
che accetti, anco gli giovi; n del regno,
n de la vita lungamente goda:
ma caggia anzi al suo giorno, e ne l'arena
giaccia insepolto. Questi prieghi estremi
col mio sangue consacro. E voi, miei Tiri,
coi discesi da voi, tenete seco
e co' posteri suoi guerra mai sempre.
Questi doni al mio cenere mandate,
morta ch'io sia. N mai tra queste genti
amor nasca, n pace; anzi alcun sorga
de l'ossa mie, che di mia morte prenda
alta vendetta, e la dardania gente
con le fiamme e col ferro assalga e spenga
ora, in futuro e sempre; e sian le forze
a quest'animo eguali: i liti ai liti
contrari eternamente, l'onde a l'onde,
e l'armi incontro a l'armi, e i nostri ai loro
in ogni tempo. E ci detto, imprecando,
schiva di pi veder l'eterea luce,
affrett di morire. E Barce in prima
vistasi intorno, una nutrice antica
del suo Sicho (ch la sua propria in Tiro
era cenere gi): Cara nutrice, -
le disse - va', mi chiama Anna mia suora,
e le di' che solleciti, e che l'onda
del fiume e l'ostie e i suffumigi adduca,
e ci ch' d'uopo, come pria le dissi,
a prepararmi: ch finire intendo
il sacrifizio che a Plutone inferno
solennemente ho di gi fare impreso,
per fine imporre a' miei gravi martiri,
e dar foco a la pira, ov' l'imago
di quell'empio Troiano. A tal precetto
mossa la vecchiarella, a suo potere
lentamente affrettossi ad eseguirlo.
  Dido nel suo pensiero immane e fiero
fieramente ostinata, in atto prima
di paventosa, poi di sangue infetta
le torve luci, di pallore il volto,
e tutta di color di morte aspersa,
se n'entr furosa ove secreto
era il suo rogo a l'aura apparecchiato.
Sopra vi salse; e la dardania spada,
ch'ebbe da lui non a tal uso in dono,
distrinse: e rimirando i frigi arnesi
e 'l noto letto, poich'in s raccolta
lagrimando e pensando alquanto stette,
sopra vi s'inchin col ferro al petto,
e mand fuor quest'ultime parole:
Spoglie, mentre al ciel piacque, amate e care
a voi rendo io quest'anima dolente.
Voi l'accogliete: e voi di questa angoscia
mi liberate. Ecco, io son giunta al fine
de la mia vita, e di mia sorte il corso
ho gi compito. Or la mia grande imago
n'andr sotterra: e qui di me che lascio?
Fondata ho pur questa mia nobil terra;
viste ho pur le mie mura; ho vendicato
il mio consorte; ho castigato il fiero
mio nimico fratello. Ah, che felice,
felice assai morrei, se a questa spiaggia
giunte non fosser mai vele troiane!
E qui su 'l letto abbandonossi, e 'l volto
vi tenne impresso; indi soggiunse: Adunque
morr senza vendetta? Eh, che si muoia,
comunque sia. Cos, cos mi giova
girne tra l'ombre inferne: e poi ch'il crudo,
mentre meco era, il mio foco non vide,
veggalo di lontano; e 'l tristo augurio
de la mia morte almen seco ne porte.
Avea ci detto, quando le ministre
la vider sopra al ferro il petto infissa,
col ferro e con le man di sangue intrise
spumante e caldo. In pianti, in ululati
di donne in un momento si converse
la reggia tutta, e 'nsino al ciel n'andaro
voci alte e fioche, e suon di man con elle.
N'and per la citt grido e tumulto,
come se presa da' nemici a forza
fosse Tiro, o Cartago arsa e distrutta.
  Anna, tosto ch'udillo, il volto e 'l petto
battessi e lacerossi; e fra la gente
verso la moribonda sua sorella,
stridendo, e 'l nome suo gridando corse:
E per questo, - dicea - suora, son io
da te cos tradita? Io t'ho per questo
la pira e l'are e 'l foco apparecchiato?
Deserta me! Di che dorrommi in prima?
Perch, morir dovendo, una tua suora
per compagna rifiuti? E perch teco,
lassa! non m'invitasti? Ch'un dolore,
un ferro, un'ora stessa ambe n'avrebbe
tolte d'affanno. Ohim! con le mie mani
t'ho posto il rogo. Ohim! con la mia voce
ho gli di de la patria a ci chiamati.
Tutto, folle! ho fatt'io, perch tu muoia,
perch'io nel tuo morir teco non sia.
Con te, me, questo popol, questa terra
e 'l sidonio senato hai, suora, estinto.
Or mi date che 'l corpo omai componga,
che lavi la ferita, che raccolga
con le mie labbia il suo spirito estremo,
se pi spirto le resta. E, ci dicendo,
gi de la pira era salita in cima.
Ivi lei che spirava in seno accolta,
la sanguinosa piaga, lagrimando,
con le sue vesti le rasciuga e terge.
Ella talor, le gravi luci alzando,
la mira a pena, che di nuovo a forza
morte le chiude; e la ferita intanto
sangue e fiato spargendo anela e stride.
Tre volte sopra il cubito risorse:
tre volte cadde, ed a la terza giacque:
e gli occhi vlti al ciel, quasi cercando
veder la luce, poich vista l'ebbe,
ne sospir. De l'affannosa morte
fatta Giuno pietosa, Iri dal cielo
mand, che 'l groppo disciogliesse tosto,
che la tenea, malgrado anco di morte,
col suo mortal s strettamente avvinta;
ch'anzi tempo morendo, e non dal fato,
ma dal furore ancisa, non le avea
Prosrpina divelto anco il fatale
suo dorato capello; n dannata
era ancor la sua testa a l'Orco inferno.
  Ratto spieg la rugiadosa dea
le sue penne dorate, e 'ncontra al sole
di quei tanti suoi lucidi colori
lunga striscia traendo; indi sospesa
sopra al capo le stette, e d'oro un filo
ne svelse e disse: Io qui dal ciel mandata
questo a Pluto consacro, e te disciolgo
da le tue membra. Ci dicendo, sparve.
Ed ella, in aura il suo spirto converso,
rest senza calore e senza vita.


 

 

LIBRO QUINTO



  Intanto Enea, spinto dal vento in alto,
veleggiava a dilungo; e pur con gli occhi,
da la forza d'amor rivolto indietro,
rimirava a Cartago. Ardea la pira
gi d'Elisa infelice; e le sue fiamme
raggiavan di lontan gran luce intorno.
La cagion non sapea; ma la temenza
lo rimordea del volato amore,
e 'l saper quel che puote e quel che ardisce
femina furosa; e 'l tristo augurio
del foco, che lugbre era e funesto,
lo tenea con lo stuol de' Teucri tutti
disanimato e mesto. Eran di vista
gi de la terra usciti, e cielo ed acqua
apparian solamente d'ogn'intorno,
allor ch'un denso e procelloso nembo
si fe' lor sopra; onde tempesta e notte
surse repente, e Palinuro stesso
da l'alta poppa il ciel mirando: Oh! - disse -
che fia con tante intorno accolte nubi?
E che pensi e che fai, padre Nettuno?
Indi cornanda: Via, compagni, armiamci,
opriamo i remi, accomodiam le vele,
tegniamo al vento avverso obliquo il seno.
E rivolto ad Enea: Con questo cielo,
signor, - diss'egli - ormai pi non m'affido
prender Italia, ancor che Giove stesso
nel promettesse, ed ei nocchier ne fosse.
Vedi il vento mutato, vedi il mare
di vr ponente, che s'annera e gonfia:
vedi nel ciel qual ne s'accampa stuolo
di folte nubi. Traversia di certo
n'assalir s che n girle incontro,
n durar la potremo. Or poi ch'a forza
cos ne spinge, noi per nostro scampo
assecondiamla; ch gi presso i porti
ne son de la Sicilia e 'l fido ospizio
d'rice tuo fratello, s'abbastanza
de l'arte mi rammento e de le stelle.
  Rispose Enea: Ben conosch'io che duro
 'l contrasto de' vnti; e 'l nostro  vano.
Volgi le vele. E qual pi grata altrove,
o pi commoda riva, o pi sicura
aver mai ponno le mie stanche navi,
di quella che ne serba il caro Aceste,
e l'ossa accoglie del buon padre mio?
  Cos, vlti a levante, e preso in poppa
il vento e 'l flutto, a tutta vela il golfo
correndo, fr subitamente a proda
de l'amica riviera. Avea di cima
visto d'un monte il cacciatore Aceste
venir la frigia armata: onde in un tempo
fu con essi a la riva; e rincontrolli
allegramente, s com'era incolto,
di dardi armato e d'irta pelle cinto
di libic'orso, umano insieme e rozzo,
de la troiana Egesta e di Criniso
fiume onorato figlio. Ei degli antichi
suoi parenti membrando, con gioioso
volto, se ben con rustico apparecchio,
gl'invita, gli riceve e gli consola.
  Era de l'altro d l'aurora e 'l sole
gi fuor de l'onde, allor che 'l frigio duce,
convocati i suoi tutti, alto in un greppo
posto in mezzo di lor cos lor disse:
  Generosi e magnanimi Troiani,
degna prole di Dardano e del cielo,
questa  l'amica terra, ove oggi  l'anno
ch'a le sante ossa del mio padre Anchise
demmo requie e sepolcro, e i mesti altari
gli consecrammo. Oggi , s'io non m'inganno,
quel sempre acerbo ed onorato giorno,
ch onorato ed acerbo mi fia sempre
(poi che s piacque a dio), quantunque ovunque
questo esiglio infelice mi trasporti:
pongami ne l'arene e ne le secche
de la Getulia; spingami agli scogli
del mar di Grecia; ne la Grecia stessa
mi chiugga, e dentro al cerchio di Micene;
ch'io l'ar sempre per solenne, e vti
farogli ogni anno e sacrifici e ludi.
Or poi che da' celesti, oltre ogni avviso
nostro, tra' nostri siamo in pruova addotti
per onorar le sue ceneri sante,
onoriamle, adoriamle, e dal suo nume
imploriamo devoti amici i vnti,
e stabil seggio, ove gli s'erga un tempio,
in cui sian quest'esequie e questi onori
rinnovellati eternamente ogni anno.
Due pingui buoi per ciascun nostro legno
vi profferisce il buon troiano Aceste.
Voi d'Aceste e di Troia i patri numi
ne convitate; ed io, quando l'Aurora
tranquillo e queto il nono giorno adduca,
a' solenni spettacoli v'invito
di navi, di pedoni e di cavalli,
al corso, a la palestra, al cesto, a l'arco.
Ognun vi si prepari, ognun ne speri
degna del suo valor mercede e palma.
E voi datevi assenso, e tutti insieme
v'inghirlandate. E, ci dicendo, il primo
del suo mirto materno il crin si cinse.
limo lo segu, seguillo Alete,
un di verd'anni e l'altro di maturi;
poscia il fanciullo Iulo; e dietro a loro
d'ogni et gli altri tutti. Enea disceso
dal parlamento, in mezzo a quante intorno
avea schiere di genti, umile e mesto
al sepolcro d'Anchise appresentossi:
e con rito solenne in terra sparte
due gran coppe di vino e due di latte
e due di sangue, di purpurei fiori
vi nevig di sopra un nembo, e disse:
  A voi sant'ossa, a voi ceneri amate
e famose e felici, anima ed ombra
del padre mio, torno di nuovo indarno
per onorarvi; poi che Italia e 'l Tebro
(se pur Tebro  per noi) ne si contende.
Or, quel ch'io posso con devoto affetto
v'adoro e 'nchino come cosa santa.
  Mentre cos dicea, di sotto al cavo
de l'alto avello un gran lubrico serpe
uscio placidamente; e sette volte
con sette giri al tumulo s'avvolse.
Indi, strisciando infra gli altari e i vasi,
le vivande lambendo, in dolce guisa,
con le cerulee sue squamose terga
sen gio divincolando, e quasi un'Iri
a sole avverso scintill d'intorno
mille vari color di luce e d'oro.
Stupissi Enea di cotal vista; e l'angue
di lungo tratto infra le mense e l'are,
ond'era uscito alfin si ricondusse.
Rinnovell gl'incominciati onori
il frigio duce, del serpente incerto,
se del loco era il genio, o pur del padre
sergente o messo. E com'era uso antico,
cinque pecore elette e cinque porci,
con cinque di morello il tergo aspersi
grassi giovenchi anzi a la tomba occise,
nuove tazze versando, e nuovamente
fin d'Acheronte richiamando il nome
e l'anima d'Anchise. Indi i compagni,
ciascun secondo la sua possa offrendo,
lieti colmr di doni i santi altari:
altri di lor le vittime immolaro;
altri cibi ne fro; e tutti insieme
sul verde prato a convivar si diro.
  Era gi 'l nono destinato giorno
sereno e lieto a l'orente apparso,
e gi la vaga fama e 'l chiaro nome
avea d'Aceste convocati intorno
i vicin tutti, e pieni erano i liti
di gente, cui traea parte vaghezza
di vedere i Troiani, e parte ardire
di provarsi con loro. In prima esposti
con pompa riguardevole e solenne
furo in mezzo del circo armi indorate,
purpuree vesti, e tripodi e corone,
e pi guise d'arnesi e di monete,
d'argento e d'oro, e palme ed altri premi
di vincitori. Indi sonora tromba
d'alto di segno ai desati ludi,
e dal mar cominciossi. Avean di tutta
la teucra armata quattro legni scelti
pi di remi e di rmigi guarniti,
e di tutti pi destri. Un fu la Pistri,
e Memmo la reggea: Memmo che poi
l'Italo fu nomato, e diede il nome
a la stirpe de' Memmi. La Chimera
fu l'altro, a cui preposto era il gran Ga,
un gran vascello che a tre palchi avea
disposti i remi; e i remiganti tutti
eran troiani e giovani e robusti.
Fu 'l gran Centauro il terzo; e di quest'era
Sergesto il capo, che a la Sergia prole
diede principio. L'ultimo, la Scilla
guidata da Cloanto, onde i Cluenti
trasser nome e legnaggio.  lunge incontra
a la spumosa riva un basso scoglio
che da' flutti percosso,  talor tutto
inondato e sommerso. Il verno i vnti
vi tendon sopra un nubiloso velo
che ricuopre le stelle, e quando  il tempo
tranquillo, ha ne l'asciutto una pianura
ch' di marini uccelli aprica stanza.
  Qui d'un elce frondoso il segno pose
il padre Enea, fin dove il corso avanti
stender pria si dovesse, e poi dar volta.
Indi, sortiti i luoghi, al suo ciascuno
si pose in fila. I capitani in poppa
addobbati di bisso e d'ostro e d'oro,
risplendean di lontano; e gli altri tutti
d'una livrea di pioppo incoronati
stavano con le terga ignudi ed unti,
s che tra l'olio e 'l sol lumiere e specchi
parean da lunge. E gi ne' banchi assisi,
tese a' remi le braccia, al suon l'orecchie,
aspettavano il segno. I cori intanto
palpitando movea disio d'onore
e timor di vergogna. Avea la tromba
squillato appena, che in un tempo i remi
si tuffr tutti, e tutti i legni insieme
si spiccr da le mosse. I gridi al cielo
n'andr de' marinari. Il mar di schiuma
s'asperse intorno; e 'n quattro solchi eguali
fu con molto stridor da' rostri aperto,
e da' remi stracciato. Impeto pari
non fr nel Circo mai bighe o quadrighe
da le carceri uscendo, allor ch'a sciolte
ed ondeggianti redini gli aurighi
ai volanti destrier sferzan le terga.
Le grida, il plauso, il fremito e le voci,
in favore or di questi ed or di quelli,
tra i curvi liti avvolte, e da le selve
e da' colli riprese e ripercosse,
facean l'aria intonar fino a le stelle.
  Nel primo uscire, il primo avanti a tutti
si vide Ga, mentre la gente freme;
e dopo lui Cloanto, che de' remi
migliore assai, per la gravezza indietro
rimanea del suo legno. Indi del pari,
o di poco infra loro avean contesa
il Centauro e la Pistri; e quando questa,
quando quello era avanti; e quando entrambi
or le fronti avean giunte ed or le code.
  Eran del sasso gi presso a la mta
e di buon tratto vincitore avanti
Ga se ne ga, quand'ei sen vide in alto
da la ripa pi lunge; onde rivolto
al suo nocchiero: E dove - disse - andrai,
Menete? Attienti al lito e radi il sasso:
vadano gli altri in alto. Ei tuttavia
d'urtar temendo, in pelago si mise;
e Ga di nuovo: In qua, Menete, al sasso,
al sasso, a la sinistra, a la sinistra!
dicea gridando; e vlto indietro, vide
ch'avea Cloanto addosso. Era Cloanto
gi tra lo scoglio e la Chimera entrato;
e via radendo la sinistra riva,
tenne giro s breve e s propinquo,
che lui tosto e la mta anco varcando,
si vide avanti il mare ampio e sicuro.
Grand'ira, gran dolore e gran vergogna
ne sent 'l fiero giovine; e piangendo
di stizza, e non mirando il suo decoro,
n che Menete del suo legno seco
fosse guida e salute, in mezzo il prese,
e da la poppa in mar lunge avventollo.
Poscia, ei nocchiero e capitano insieme
di di piglio al timone e, rincorando
i suoi compagni, al sasso lo rivolse.
  Menete, che di veste era gravato,
e via pi d'anni, infino a l'imo fondo
ricev 'l tuffo; e risorgendo a pena
rampicossi a lo scoglio, e s com'era
molle e guazzoso, de la rupe in cima
qual bagnato mastino al sol si scosse.
Rise tutta la gente al suo cadere;
rise al notare: e pi rise anco allora
che'a flutti vomitar gli vide il mare.
  Memmo intanto e Sergesto, che del pari
erano addietro, parimente accesi,
su l'indugio di Ga preser baldanza.
Sergesto in vr lo scoglio avea 'l vantaggio
del primo loco; ma non tutto ancora
era il suo legno avanti, che la Pistri
premea col rostro del Centauro il fianco.
E Memmo, confortando i suoi compagni,
e 'n su e 'n gi per la corsia gridando:
  Via fratelli, - dicea - via degni alunni
d'Ettore invitto, via! compagni eletti
al grand'uopo di Troia. Ora  mestiero
de' remi, de le forze e del coraggio,
ch'a le Sirti, a Cariddi, a la Mala
mostraste gi. Non pi vincer contendo,
che pur dovrei, se pur Memmo son io:
vinca cui ci da te, Nettuno,  dato.
Ma ch'ultimi arriviamo, ah! non, fratelli,
questa vergogna; e ci vincasi almeno
che di tanto rossor tinti non siamo.
  A cotal dir tutti insorgendo, a gara
steser le braccia, ed inarcaro i dorsi,
e fr per avanzarsi estremo sforzo.
Tremava a i colpi il ben ferrato legno;
fuggia di sotto il mare: ansando i rmigi
aprian l'asciutte bocche; e spesso i fianchi
battendo, a gronde di sudor colavano.
  Di lor fortuna il desato onore:
ch, mentre furoso oltre si spinge
Sergesto, e con la prora arditamente
rade la ripa, ebbe il meschino intoppo,
urtando de lo scoglio in una roccia
che nel mar si sporgea. Scheggiossi il sasso:
fiaccrsi i remi: si scoscese il rostro;
e d'un lato pendente e scossa tutta
trem la nave, e scompigliossi, e stette.
I remiganti attoniti, con gridi,
con ferrate aste, con tridenti e pali
stavan pingendo e puntellando il legno,
e ripescando i remi. Intanto allegro,
e del successo coraggioso e baldo
Memmo ratto s'avanza, e vince il sasso;
e via vogando ed invocando i vnti
fende a la china ed a l'aperto il mare.
  Qual d'una grotta, ov'aggia i dolci figli
e 'l caro nido, spaventata in prima
da sbito schiamazzo esce rombando
ed arrostando una colomba a l'aura;
che poi, giunta ne' campi, a l'aer queto
quetamente per via dritta e sicura
sen va con l'ali immobili e veloci;
cos la Pistri pria travolta e vaga
venia da sezzo; indi affilata e stretta
pass prima Sergesto che nel sasso,
come da vischio rattenuto augello
e spennacchiato, i suoi spezzati remi
dibattendo, chiedea soccorso invano;
poscia, spingendo, la Chimera aggiunse
e trapassolla: ch la sua gran mole
e 'l perduto nocchier la fea pi tarda.
  Sol restava Cloanto: e verso lui
affilandosi, al fin quasi del corso
con ogni sforzo il segue, e gi l'incalza.
Levossi al cielo un'altra volta il grido
del favor che facea la gente tutta,
perch i secondi divenisser primi.
Quelli caccia lo sdegno e la vergogna
di non tener il conseguito onore,
ch la gloria antepongono a la vita;
questi il successo inanima e la speme
di ci poter; poich'altrui par che possano.
S'eran gi presso e, pareggiati i rostri,
del pari i premi avrian forse ottenuti,
se non ch'ambe le mani al cielo alzando,
cotal fece a gli di Cloanto un vto:
  Santi numi del pelago ch'io corro,
se 'l corso agevolate al legno mio,
nel medesimo lito un bianco toro
lieto consacrerovvi e de l'opime
sue viscere, e di vin limpido e puro
l'arena spargerovvi e l'onde salse.
  Furon da l'imo fondo i preghi uditi
del buon Cloanto da la schiera tutta
de le ninfe di Nero e di Forco,
e da la Panopa vergine intatta:
e 'l gran padre Portunno di sua mano
gli spinse il legno; onde, qual vento o strale,
lanciossi a terra, e si scagli nel porto.
  Il padre Enea (com' costume) avanti
convocati a s tutti, a suon di tromba
dichiar vincitor Cloanto il primo,
e le tempie di lauro incoronogli.
Poscia a ciascuna de le navi in dono
di tre grassi giovenchi, e tre grand'urne
di prezoso vino, e di contanti
un gran talento. Orn di maggior doni
i primi condottieri. Al vincitore
present di broccato un ricco arnese,
che d'ostro a' groppi sopra l'oro avea
doppio un lavoro di ricamo e d'ago.
  Nel mezzo entro al frondoso bosco ido
un real giovinetto era tessuto,
ch'anelo e fiero con un dardo in mano
seguia per la foresta i cervi in caccia;
e poco indi lontano un'altra volta
era il medesmo da l'uccel di Giove
rapito in alto; e i suoi vecchi custodi
e i fidi cani lo miravan sotto,
quegli indarno le mani al cielo alzando,
e questi il muso, ed abbaiando a l'aura.
  A l'altro poi, che, per valore il primo,
fu per sorte secondo, in premio diede
per ornamento e per difesa in arme
una lorica che d'antica maglia
e di lucente e rinterzato acciaro,
di massiccio oro avea le fibbie e gli orli.
Questa di Simoenta in su la riva
sotto l'alto Ilio, e di sua propria mano
tolse al vinto Demleo. Era s grave,
che da Fego e da Sgari, due forti
e robusti sergenti, ivi condotta
era stata a gran pena; e pur indosso
l'avea Demleo il d che combattendo
mise in quella riviera i Teucri in volta.
I terzi doni due gran nappi fro
di forbito metallo, e due gran coppe,
di puro argento figurate intorno
con mirabile intaglio. E gi donati,
e de' lor doni altieri e festeggianti
se ne gian tutti di purpuree bende
le tempie avvinti, e di lentischio adorni;
quando ecco da lo scoglio con grand'arte
e con molta fatica appena svelto
Sergesto, col suo legno infranto e monco
e tarpato de' remi, in vr la terra
se ne venia disonorato e mesto.
  Com'angue suol, ch'o sia da ruota oppresso
tra la ripa e 'l sentiero, o sia di sasso
dal vator percosso o di randello,
procacciando fuggir, con lunghe spire
s'arrosta indarno, e inalberato e fiero
dal mezzo in suso arde negli occhi e fischia:
e d'altra parte dilombato e tardo
debilmente guizzando, in se medesmo
si ripiega, s'attorce e si raggroppa:
cos co' remi la fiaccata nave
se ne gia lenta, e con le vele a volo,
ch'a piene vele alfine in porto aggiunse.
  Ed a Sergesto anco i suoi doni assegna
il padre Enea, di ricovrar contento
il suo buon legno e i suoi fidi compagni,
e furo i doni una Cretese ancella,
Floe di nome, e di telaro e d'ago
maestra esperta e da Minerva instrutta,
giovine e bella, e con due figli al petto.
  Questo primo spettacolo compito,
Enea per gli altri una pianura elegge
che di teatro in guisa d'ogn'intorno
ha selve e colli, ed un gran circo avanti,
ove in un palco alteramente estrutto
tra molti mila collocossi in mezzo.
Qui prima al corso i corridori invita
con prezosi premi, e i premi espone;
e de' Teucri e de' Sicoli mostrrsi
i pi famosi. Appresentossi in prima
Euralo con Niso. Un giovinetto
di singolar bellezza Euralo era;
e Niso un di lui fido e casto amante.
dopo questi Dro. Era costui
del legnaggio di Pramo un rampollo,
giovine generoso; e Slio e Patro
vennero appresso: d'Acarnania l'uno,
d'Arcadia I'altro e del tego paese:
e due Sicilani, limo e Pnope,
ambedue cacciatori, ambi seguaci
del vecchio Aceste; e con questi, altri assai
d'oscura nominanza. A cui nel mezzo
stando il gran padre Enea, cos ragiona:
  Nissun da me di questa schiera eletta
andr senza mie' doni, e parimente
una coppia di dardi avr ciascuno
di rilucente acciaro, ed una d'oro
e d'argento commesso a l'arabesca
non pi vista bipenne. I principali
tre vincitori i primi pregi avranno,
e fian tutti d'oliva incoronati.
E 'l primiero de' tre d'un buon destriero
sar provvisto ben guarnito e bello.
L'altro avr d'un'Amazzone un turcasso
pien di tracie saette, un arco d'osso,
ed un bel cinto, a cui sono ambi appesi,
c'han di gemme il fermaglio e d'r la fibbia.
Il terzo d'un'argolica celata
se ne vada contento; e sar questa.
  Ci detto, e presi i luoghi, e 'l segno dato
s'avventr da la sbarra: e quasi un nembo
l'un da l'altro dispersi, insieme tutti
volr, mirando al fine. Il primo avanti
si tragge Niso, e di gran lunga avanti:
ch va di vento e di saetta in guisa.
Prossimo a lui, ma prossimo d'un tratto
molto lontano,  Salio. A Salio, Euralo;
Euralo ha di poco limo addietro;
ad limo Dro appresso tanto
che gi sopra gli anela e gi l'incalza;
e se 'l corso durava, anco l'arebbe
o prevenuto o pareggiato almeno.
Eran presso a la mta, ed eran lassi,
quando ne l'erba, pria di sangue intrisa
degli occisi giovenchi, il pi fermando
sinistramente e sdrucciolando a terra
cadde Niso infelice, e 'l volto impresse
nel sacro loto, s che gramo e sozzo
ne surse poi. Ma del suo amore intanto
non obliossi: ch sorgendo, intoppo
si fece a Salio; onde con esso avvolto
stramazz ne l'arena: e mentre ei giacque,
Euralo del danno e del favore
s'avanz de l'amico, e de le grida,
con che gli dir le genti animo e forza:
ond'ei fu 'l primo, ed limo il secondo;
Dro il terzo. E tal fin ebbe il corso.
  Ma di rumor se n'empie e di tenzone
il circo tutto; e Salio anzi il cospetto
de' giudici e de' padri or si protesta,
or detesta, or esclama; e del tradito
suo valor si rammarca, e ragion chiede.
In difesa d'Euralo a rincontro,
 il favor de la gente, e quel decoro
suo dolce lagrimare, e quell'invitta
forza c'ha la vert con belt mista.
Grida Dro anch'egli, e lui sovviene,
e se stesso difende, poi ch'il terzo
essere non pu quando sia Salio il primo.
  Enea cos decise: Aggiate voi,
generosi garzoni, i pregi vostri;
e nulla in ci de l'ordine si muti:
ch'io supplir con degna ammenda al caso,
ond'ha fortuna indegnamente afflitto
l'amico mio. Ci detto, una gran pelle
presenta a Salio d'un leon getlo,
c'ha il tergo irto di velli e l'unghie d'oro.
E qui Niso: O signor, - disse, - di tanto
guiderdonate i perditori, e tale
di chi cade piet vi prende; ed io
di piet non son degno n di pregio,
io che son di fortuna a Salio eguale,
e di valore a tutti gli altri avanti?
E ci dicendo, sanguinoso il volto
e livido mostrossi e lordo tutto.
  Rise il buon padre Enea, poscia un pregiato
e degno scudo, ch'a le porte appeso
era gi di Nettuno, ed ei riscosso
l'avea da' Greci, con mirabil arte
dal saggio Didimone construtto,
venir tosto si fece, e Niso armonne.
  Finiti i corsi e dispensati i doni,
Or - disse Enea - qual sia che vaglia ed osi
di forza e d'ardimento, al cesto invito.
Chunque accetta, col suo braccio in alto
si mostri accinto. E ci dicendo, in mezzo
propon due pregi: al vincitore un toro
di bende il tergo adorno e d'r le corna:
un elmo ed un cimiero ed una spada
per conforto del vinto. Incontinente
uscio Darete poderoso in campo,
e con gran plauso si mostr del volgo.
Era Darete un, che, di forze estreme,
fu solo ardito a star con Pari a fronte,
e che a la tomba del famoso Ettorre
in su l'arena il gran Bute distese:
e fu Bute un atleta, anzi un colosso,
di corpo immane, che in Bebrizia nato,
d'mico si vantava esser disceso.
Per tal da tutti avuto, e tal comparso
in su la lizza, altero ed orgoglioso
squass la testa: e, i grandi omeri ignudo,
le muscolose braccia e 'l corpo tutto
brand pi volte, e men colpi a l'aura.
  Cercossi un pari a lui, n fu fra tanti
chi rispondesse, o che di cesto armato
s'appresentasse. Ond'ei lieto e sicuro,
come d'ogni tenzon libero fosse,
al toro avvicinossi, e 'l destro corno
con la sinistra sua gli prese, e disse:
Signor, poich non  chi meco ardisca
di stare a prova, a che pi bado? e quanto
badar pi deggio? Or di' che 'l pregio  mio
perch'io meco l'adduca. A ci fremendo
assentirono i Teucri; e gi co' gridi
de l'onor lo facean degno e del dono;
quando verso d'Entello il vecchio Aceste,
s com'egli era in un cespuglio a canto,
si volse: e rampognando: Ah, - disse - Entello,
tu sei pur fra gli eroi de' nostri tempi
il pi noto e 'l pi forte; e come soffri
ch'un s gradito pregio or ti si tolga
senza contesa? Adunque  stato invano
fin qui da noi rammemorato e clto
rice, in ci nostro maestro e dio?
Ov' la fama tua che ancor si spande
per la Trinacria tutta? Ove son tante
appese a i palchi tue famose spoglie?
  Rispose Entello: N disio d'onore,
n vaghezza di gloria unqua, signore,
mi lascir mai, n mai vilt mi prese;
ma l'incarco de gli anni, il freddo sangue,
e la scemata mia destrezza e forza
mi ritraggono addietro. Io quando avessi
o men quei giorni, o non men quel vigore
onde costui di s tanto presume,
gi per diletto mio seco a le mani
sarei venuto, e non dal premio indotto,
ch premio non ne chero. E pur qui sono.
Disse, e sorgendo, due gran cesti e gravi
gitt nel campo, e quelli stessi, ond'era
solito a le sue pugne rice armarsi.
Stupr tutti a quell'armi che di sette
dorsi di sette buoi, di grave piombo
e di rigido ferro eran conserti.
Stup Darete in prima, e ricusolle
a viso aperto: onde d'Anchise il figlio
le prese avanti, e i lor volumi e 'l pondo
stava mirando, quando il vecchio Entello
cos soggiunse: Or che diria costui
se visto avesse i cesti e l'armi stesse
d'Ercole invitto, e l'infelice pugna,
onde in su questo lito rice cadde?
D'rice tuo fratello eran quest'armi.
Vedi che sono ancor di sangue infette
e d'umane cervella. Il grande Alcide
con queste rice assalse: e con quest'io
m'esercitai, mentre le forze e gli anni
eran pi verdi, e non canuti i crini.
Ma poscia che Darete or le rifiuta,
se piace a te, se mel consente Aceste
per cui son qui, di ci, Troiano ardito,
non vo' che ti sgomenti. Io mi rimetto,
e cedo a queste; e tu cedi a le tue:
combattiam con altr'armi e siam del pari.
Cos detto spogliossi; e s com'era
de le braccia, de gli omeri e del collo
e di tutte le membra e d'ossa immane,
quasi un pilastro in su l'arena stette.
  Allora Enea fece due cesti addurre
d'ugual peso e grandezza; ed egualmente
ne fro armati. In prima su le punte
de' pi l'un contra l'altro si levaro:
brandr le braccia; ritirrsi in dietro
con le teste alte: in guardia si posaro
or questi, or quelli: al fine ambi ristretti
mischir le mani, ed a ferir si diro.
Era giovine l'uno, agile e destro
in su le gambe: era membruto e vasto
l'altro, ma fiacco in su' ginocchi e lento,
e per lentezza (il fiato ansio scotendo
le gravi membra e l'affannata lena)
palpitando anelava. In molte guise
in van pria si tentaro, e molte volte
s'avvisr, s'accennaro e s'investiro.
A le piene percosse un suon s'udia
de' cavi fianchi, un rintonar di petti,
un crosciar di mascelle orrendo e fiero.
Cadean le pugna a nembi, e vr le tempie
miravan la pi parte; e s'eran vte,
rombi facean per l'aria e fischi e vento.
  Stava Entello fondato; e quasi immoto,
poco de la persona, assai de gli occhi
si valea per suo schermo. A cui Darete
girava intorno, qual chi rcca oppugna,
quantunque indarno, che per ogni via
con ogni arte la stringe e la combatte.
Alz la destra Entello, ed in un colpo
tutto s'abbandon contro Darete;
ed ei, che lo previde, accorto e presto
con un salto schivollo: onde ne l'aura
percosse a vto, e dal suo pondo stesso
e da l'impeto tratto, a terra cadde.
Tal un alto, ramoso, antico pino
carco de' gravi suoi pomi si svelle
d'un cavo greppo, e con la sua ruina
d'Ida una parte, o d'Erimanto ingombra.
Allor grid, gio, tem la gente,
si com'eran de' Siculi e de' Teucri
gli animi e i vti a i due compagni affetti.
Le grida al ciel ne giro. Aceste il primo
corse per sollevare il vecchio amico;
ma n dal caso ritardato Entello,
n da tma sorpreso, in un baleno
risurse e pi spedito e pi feroce;
ch l'ira, la vergogna e la memoria
del passato valor forza gli accrebbe.
Torn sopra a Darete, e per lo campo
tutto a forza di colpi orrendi e spessi
lo mise in volta, or con la destra in alto,
or con la manca, senza posa mai
dargli, n spazio di fuggirlo almeno.
  Non con s folta grandine percuote
oscuro nembo de' villaggi i tetti,
come con infiniti colpi e fieri
sopra Darete riversossi Entello.
Allor il padre Enea, l'un ritogliendo
da maggior ira, e l'altro da stanchezza
e da periglio, entr nel mezzo; e prima
fermato Entello, a consolar Darete
si rivolse dicendo: E che follia
ti spinge a ci? Non vedi a cui contrasti?
Non senti e le sue forze e i numi avversi?
Cedi a dio, cedi. E, cos detto, impose
fine a l'assalto. I suoi fidi compagni
cos com'era afflitto, infranto e lasso,
col capo spenzolato, e con la bocca
che sangue insieme vomitava e denti,
lo portaro a le navi; e fu lor dato
l'elmo, il cimiero e la promessa spada.
Rimase al vincitor la palma e 'l toro,
di che lieto e superbo: O de la dea -
disse - famoso figlio, e voi Troiani,
quinci vedete qual ne' miei verd'anni
fu la mia possa, e da qual morte aggiate
liberato Darete. E, ci dicendo,
recossi anzi al giovenco, e 'l duro cesto
gli vibr fra le corna. Al fiero colpo
s'aperse il teschio, si schiacciaron l'ossa,
schizz 'l cervello; e 'l bue tremante e chino
si scosse, barcoll, morto cad.
Ed ei soggiunse: rice, a te quest'alma
pi degna di morire offrisco in vece
di quella di Darete, e vincitore
qui 'l cesto appendo, e qui l'arte ripongo.
  Immantinente Enea l'altra contesa
propon de l'arco, e i suoi premi dichiara.
Ma l'albero condur pria de la nave
fa di Sergesto, e ne l'arena il pianta:
suvvi una fune, e ne la fune appende
una viva colomba, e per bersaglio
la pon de le saette e degli arcieri.
Frsi i pi chiari avanti, e i nomi loro
del fondo si cavr d'un elmo a sorte.
Uscio primiero Ippocoonte, il figlio
d'Irtaco generoso, a cui con lieto
grido la gente applause. A lui secondo
fu Memmo, che pur dianzi il pregio ottenne
del naval corso: e Memmo, s com'era,
di verde oliva incoronato apparve.
Apparve Eurizio il terzo; ed era questi
minor, ma ben di te degno fratello,
Pndaro gloroso, che de' Teucri
rompesti i patti, e saettasti in mezzo
a l'oste greca il gran campione argivo.
Ultimo si rest de l'elmo in fondo
il vecchio Aceste, che s vecchio anch'egli
ard di porsi a giovenil contrasto.
Tesero gli archi, e trasser le quadrella
da le faretre. A tutti gli altri avanti
d'Irtaco il figlio a saettare accinto
col suon del nervo e del pennuto strale
l'aura percosse e s dritto fendella
che l'albero invest. Tremonne il legno,
spaventossi l'augello; e d'alte grida
rison 'l campo e la riviera tutta.
  Memmo vien dopo, e pon la mira, e scocca:
e 'l misero fra' pi colpisce appunto
in su la corda, e ne recide il nodo.
Libera la colomba a volo alzossi,
e per lo ciel veloce a fuggir diessi.
Eurizio allor, ch'avea gi l'arco teso
e la cocca in sul nervo, al suo fratello
votossi, e trasse; e ne le nubi stesse
(s come lieta se ne giva e sciolta)
la fer s che con lo strale a terra
cadde trafitta, e lasci l'alma in cielo.
  Sol vi restava Aceste, a cui la palma
era gi tolta: ond'ei scocc ne l'alto
lo strale a vto, e la destrezza e l'arte
mostr nel gesto e nel sonar de l'arco.
Quinci subitamente un mostro apparve
di meraviglia e di portento orrendo;
come si vide, e come interpretato
fu poi da formidabili indovini.
Ch la saetta in su le nubi accesa
quanto vol, tanto di fiamma un solco
si trasse dietro, infin ch'ella nel foco,
e 'l foco in aura dileguossi e sparve.
Tal sovente dal ciel divelta cade
notturna stella, e trascorrendo lascia
dopo s lungo e luminoso il crine.
A questo augurio attoniti i Sicani
e i Teucri tutti, umilemente a terra
gittrsi, ed agli dii pace chiedero.
Solo Enea per sinistro e per infausto
non l'ebbe; e 'l vecchio Aceste, che gioioso
era di ci, gioiosamente accolse,
e molti doni appresentogli, e disse:
  Prendi, padre, da me questi che scevri
dagli altri onori a te destina il cielo
con questi auspici, e questa coppa in prima,
un de' pi cari a me paterni arredi,
e caro e prezoso al padre mio,
e per l'intaglio, e per la rimembranza
del buon re Cisso, che fra gli altri doni
questo in Tracia gli di pegno e ricordo
de l'amor suo. Cos dicendo, il fronte
gli orn di verde alloro, e dichiarollo
vincitor primo. N di ci sentissi
il buon Eurizio offeso, ancor ch'ei solo
fosse de la colomba il feritore.
Di lui fu poscia il guiderdon secondo.
Chi recise la corda ottenne il terzo:
e l'ultim'ebbe chi confisse il legno.
Non era ancor questa contesa al fine,
quando in disparte Eptide chiamando
un che di Iulo era custode e guida:
Va, - gli disse a l'orecchio, - e fa che Ascanio
si spinga avanti, se le schiere in punto
ha de' fanciulli, e ch'armeggiando onori
la memaria de l'avo. Impone intanto
che la gente s'apparti, e il circo tutto
quanto  largo si sgombri e quant' lungo.
  Gi si mettono in via; gi nel cospetto
vengon de' padri i pargoletti eroi
su frenati destrier lucenti e vaghi.
Solo a veder gli abbigliamenti e i gesti,
ne sta di Troia e di Sicilia il volgo
meraviglioso, e ne gioisce e freme.
Parte ha di lor una ghirlanda in testa,
e sotto accolto e raccorciato il crine:
parte ha l'arco e 'l turcasso, e d'oro un fregio
che da le spalle attraversando il petto
sen va di serpe attorcigliato in guisa.
  Eran tutti in tre schiere; avean tre duci,
e ciascun duce conducea di loro
tre volte quattro, e 'n tre luoghi spartiti,
facean pomposa ed ordinata mostra.
L'una de le tre schiere avea per capo
Priamo novello, di Polte il figlio,
e di cui nome avea nipote illustre,
grand'acquisto d'Italia. Il suo destriero
era nato di Tracia d'un mantello
vario, balzn d'un pi, stellato in fronte.
  Ati fu l'altro, onde i Latini han dato
nome a l'Attia famiglia: un fanciul caro
al garzonetto Iulo. Iulo il terzo,
ma di bellezza e di valore il primo,
cavalcava un corsier che sorano
era di razza, e de la bella Dido
l'avea per un ricardo e per un pegno
de l'amor suo. Gli altri fanciulli tutti
eran d'Aceste in su' cavalli assisi.
  Con gran letizia, e con gran plauso i Teucri
gli ricevr come che timidetti
fossero in prima, e le sembianze in loro
avvisaro e 'l valor de' padri stessi.
  Poscia che passeggiando al circo intorno
girrsi in lenta e grazosa mostra,
si disposero al corso; e mentre accolti
se ne stavano a ci schierati in fila
da l'un de' capi, Eptide da l'altro
di lor col suon de la sua sferza il cenno.
Corsero a tre per tre, pari e disgiunti
l'una schiera da l'altra, e rivolgendo
tornr di dardi e di saette armati.
Indi a cacciarsi, a rincontrarsi, a porsi
in varie assise, ad uno ad uno, a molti,
a tutti insieme, a far volte, rivolte,
e giri e mischie in pi modi si diro;
or fuggendo, or seguendo; or come infesti
or come amici. In quante guise a zuffa
si viene in campo; in quante si discorre
per le molte intricate e cieche strade
del labirinto che si dice in Creta
esser costrutto; in tante s'aggiraro,
si confusero insieme, e si spartiro
de' Teucri i figli: e tali anco i delfini
per l'Inio scherzando o per l'Egeo
fan giravolte e scorribande e tresche.
Questi tornamenti e queste giostre
rinnov poscia Ascanio, allor ch'eresse
Alba la lunga; appresongli i Latini;
gli mantenner gli Albani; e d'Alba a Roma
fur trasportati, e vi son oggi; e come
e l'uso e Roma e i giuochi derivati
son da' Troiani, hanno or di Troia il nome.
  Questi eran fino a qui del santo vecchio
celebrati al sepolcro onori e ludi,
allor che la fortuna ai Teucri infida
un nuovo storpio agl'infelici ordio:
ch mentre erano in ci parte occupati,
e tutti intesi, la saturnia Giuno
da l'antico odio spinta, e de' lor danni
non ancor sazia, Iri coi vnti in prima
venir si fece; e poich instrutta l'ebbe
di ci ch'er'uopo, a la troiana armata
le commise ch'andasse. Ella veloce
infra mille suoi lucidi colori
occulta ed invisibile calossi.
Vide sul lito una gran gente accolta
da l'un de' lati; il porto abbandonato
da l'altro, e vti e senza guardia i legni.
Vide poi che da gli uomini in disparte
stavan le donne d'Ilio, il morto Anchise
piangendo anch'esse; e ne' lor pianti il mare
mirando: Oh - dicean tutte - ancor di tanto,
e con tanti perigli e tanti affanni
ne resta a navigarlo, e siam gi vinte
da la stanchezza!, in ci desio mostrando
di ricetto e di posa, e tma e tedio
di rimbarcarsi. Ella, che a nuocer luogo
e tempo vide accomodato ed atto,
deposto de la dea l'abito e 'l volto,
tra lor si mise, e Bre si fece,
una vecchia d'aspetto e d'anni grave,
che del tracio Dorclo era gi moglie,
di famiglia, di nome e di figliuoli
matrona illustre; e, tal sembrando, disse:
  O meschinelle, a cui per man de' Greci
non fu sotto Ilio di morir concesso,
gente infelice, a che strazio, a che scempio
la fortuna vi serba! Ecco gi volge
il settim'anno, da che Troia cadde,
che 'l mar, la terra, il ciel, gli uomini, i sassi
avete incontro; e pur Lazio seguite
che vi fugge davanti? Or che vi toglie
di qui fermarvi? Non fr questi liti
d'un gi frate d'Enea? Non son d'Aceste,
ospite nostro? E perch qui non s'erge
la citt che dal ciel ne si destina?
O patria! o da' nemici invan ritolti
santi numi Penati! Invano adunque
aspetterem de la novella Troia
le desate mura! e non fia mai
che pi Xanto veggiamo e Simoenta?
Su, figlie; mano al foco; e queste infauste
navi ardete con me: ch'io da Cassandra
di cos far son ammonita in sogno.
Ella con un'ardente face in mano
questa notte m'apparve, e m'era avviso
d'esser, com'or son, vosco, e ch'ella vlta
vr noi: "Prendete, - ne dicesse - e Troia
cercate qui; ch qui posar v' dato".
Or questa  nostra patria, e questo  'l tempo
di compir l'opra che 'l prodigio accenna.
Pi non s'indugi. Ecco Nettuno stesso
con questi quattro a lui sacrati altari
ne d l'occason, l'animo e 'l foco.
  Ci disse; ed ella in prima un tizzo ardente
rap da l'are; e 'l braccio alto vibrando
via pi l'accese, e vr le navi il trasse.
  Confuse ne restaro e stupefatte
le donne d'Ilio; e Pirgo, una di loro
ch'era d'anni maggiore, e fu di molti
figli del gran re Pramo nutrice:
Donne, - disse - non , non  costei
n Troiana, n Bre, n moglie
fu di Dorclo:  dea. Notate i segni:
com'arde ne la vista, e quali spira
ne l'andar, ne la voce e nel sembiante
celesti onori. Io pur test mi parto
da Bre, che, di corpo egra, languendo
stassi, e sdegnando che a quest'atto sola
nosco non intervenga. E qui si tacque.
  Le madri paventose e dubbie in prima
con gli occhi biechi rimirr le navi,
sospese le meschine infra l'amore
di godersi la terra, e la speranza
che perdean de' reami, a cui chiamate
eran dal fato. Intanto alto in su l'ali
la dea levossi, e tra le opache nubi
per entro al suo grand'arco ascese, e sparve.
  Allor dal mostro spaventate, e spinte
da cieca furia, s'avventr gridando:
e di faci e di frondi e di virgulti
spogliaro altre gli altari, altre infocaro
i legni s che in un momento appresi
i banchi, i remi e l'impeciate poppe
mandr fiamme e scintille e fumo al cielo.
Port di questo incendio Eumelo avviso
l 've al sepolcro era la gente accolta,
e de l'incendio stesso un atro nembo
ne di fumando e scintillando indizio.
  Ascanio il primo (s com'era avanti,
duce del corso) al mar si spinse in guisa
che i suoi maestri impallidr per tma,
e richiamando lo seguiro in vano.
Giunto che fu: Che furor - disse -  questo?
Dove, dove ne gite? e che tentate,
misere cittadine? Ah! che non questi
de' Greci i legni o gli steccati sono.
Voi di voi stesse le speranze ardete.
Io sono il vostro Ascanio. E qui l'elmetto,
onde a la giostra era comparso armato,
gittossi a' pi. Crsevi intanto Enea:
vi corsero de' Teucri e de' Sicani
le schiere tutte. Allor per tma sparse
le donne per lo lito e per le selve
se ne fuggiro, ed appiattrsi ovunque
ebber di rupi o di spelonche incontro:
ch, pentite del fallo, odir la luce,
cangir pensieri, e con l'amor de' suoi
Iri del petto disgombrrsi e Giuno.
  Ma non per l'indomito furore
cess del foco; ch la secca stoppa,
e l'unta pece, e gli aridi fomenti
l'avean fin dentro a le giunture appreso;
onde nel molle, ancor vivo, esalava
un lento fumo, e penetrava i fondi
s ch'ogni forza, ogni argomento umano,
e 'l mare stesso, che da tante genti
sopra gli si versava, erano in vano.
  Squarciossi Enea da gli omeri la veste
ch'avea lugbre, e da' celesti ata
chiedendo, al ciel volse le palme, e disse:
  Onnipotente Giove, se de' Teucri
ancor non t', senza riservo, in ira
la gente tutta, e se, qual sei, pietoso
miri gli umani affanni, a tanto incendio
ritogli, padre, i male addotti legni;
ritogli a morte queste poche afflitte
reliquie de' Troiani; o quel che resta
tu col tuo proprio tlo, e di tua mano
(se tale  il merto mio) folgora e spegni.
  Ci disse a pena, che da torbidi Austri,
e da nera tempesta il cielo involto
in disusata pioggia si converse.
Tremaro i campi, si crollaro i monti
al suon de' tuoni: a cateratte aperte
traboccr da le nubi i nembi e i fiumi.
Cos sotto dal mar, sovra dal cielo
le gi quasi arse navi in mezzo accolte
furon da l'acque: onde le fiamme in prima,
poscia il vapor s'estinse, e tutte spente,
se non se quattro, si salvaro al fine.
  Di s fero accidente Enea turbato,
molti e gravi pensier tra s volgendo,
stava infra due, se per suo novo seggio
(posto il fato in non cale) ei s'eleggesse
de la Sicilia i campi, o pur di lungo
cercasse Italia. In ci Naute, un vecchione,
ch'era (merc di Pallade e degli anni)
di molta esperenza e di gran senno,
o fosse ira di dio che lo movesse,
o pur ch'era cos nel ciel prescritto,
in cotal guisa a suo conforto disse:
  Magnanimo signor, comunque il fato
ne tragga o ne ritragga, e che che sia,
vincasi col soffrire ogni fortuna.
Aceste  qui, ch' del dardanio seme
e di stirpe celeste un ramo anch'egli.
Prendi lui per compagno al tuo consiglio,
e con lui ti confedera e t'aduna,
che in grado prenderallo; e tu de' tuoi
ci che t'avanza per gli adusti legni,
o fastidito  di s lungo esiglio,
o che langua o che tema, o che sia manco
per etate o per sesso, a lui si lasci,
ch' pur troiano; ed ei lor patria assegni,
che dal nome di lui si nomi Acesta.
  S'accese al detto del suo vecchio amico
il troian duce; e trapassando d'uno
in un altro pensiero, era gi notte,
quando l'imago del suo padre Anchise
veder gli parve, che dal ciel discesa
in tal guisa dicesse: O figlio, amato
vie pi de la mia vita infin ch'io vissi,
figlio, che segno sei de le fortune,
e del fato di Troia, io qui mandato
son dal gran Giove, che dal ciel pietoso
ti mir dianzi, e i tuoi legni ritolse
da l'orribile incendio. Attendi al detto
del vecchio Naute, e ne l'Italia adduci
(s come ei fedelmente ti consiglia)
de la tua giovent soli i pi scelti,
i pi sani, i pi forti e i pi famosi,
ch'ivi aspra gente e ruvida e feroce
domar convienti. Ma convienti in prima
per via d'Averno, ne l'inferno addurti,
e meco ritrovarti, ov'ora io sono,
figlio, non gi nel Tartaro, o fra l'ombre
de le perdute genti; ma felice
tra i felici e tra' pii, per quelli ameni
elisi campi mi diporto e godo.
A questi lochi, allor che molto sangue
avrai di negre pecorelle sparso,
ti condurr la vergine Sibilla.
Ivi conto saratti il tuo legnaggio,
e 'l tuo seggio fatale: e qui ti lascio,
gi che varcato  de la notte il mezzo,
e del nimico sol dietro anelando
i veloci destrier venir mi sento.
E ci dicendo, allontanossi e sparve.
  Dove, padre, ne vai, dove t'ascondi? -
dicendo Enea, - chi fuggi? o chi ti toglie
da le mie braccia? al gi sopito foco
si trasse, e lo raccese; e incenso e farro
offr devoto ai sacrosanti numi
de l'alma Vesta e de' suoi patrii Lari.
  Indi i compagni, e pria di tutti Aceste,
de l'imperio di Giove e de' ricordi
del caro padre incontinente avvisa,
e 'l suo parer ne porge. In un momento
si propon, si consulta, e s'eseguisce.
Aceste non recusa; e gi descritti
i nomi de le madri, degl'infermi,
e de le genti che mestiero o cura
avean pi di riposo che di lode,
essi pochi, ma scelti, e guerrier tutti,
rivolti a risarcir gli adusti legni,
rinnovaron le sarte, i remi, i banchi,
e ci che 'l foco avea corroso ed arso.
  Enea de la citt le mura intanto
insolca, e i lochi assegna; e parte Troia,
e parte Ilio ne chiama, e re n'appella
il buon troiano Aceste. Ei lieto il carco
ne prende; indce il fro, elegge i padri,
ode, giudica e manda. Allora in cima
de l'Ericinio giogo il gran delbro
surse a Venere idalia: e i sacerdoti
gli si addissero in prima. Allor s'aggiunse
al tumulo d'Anchise il sacro bosco.
  Avea gi nove d fatti solenni
sarifici e conviti; e 'l mare e i vnti
eran placidi e queti. Austro sovente
spirando, in alto i lor legni invitava,
quando un pianto dirotto per lo lito
levossi, un condolersi, un abbracciarsi
che tutto il d dur, tutta la notte.
Le meschinelle donne, e quegli stessi,
cui dianzi spaventosa era la faccia
e 'l nome intollerabile del mare,
voglion di nuovo ogni marin disagio
soffrire, e de l'esiglio ogni fatica.
Ma li racqueta e li consola Enea
con dolci modi, e lagrimando alfine
da lor si parte, ed al suo caro Aceste
quanto pu caramente gli accomanda.
Poscia, fatta al grand'rice in sul lito
di tre giovenchi offerta, e d'un'agnella
a le Tempeste, si rimbarca e scioglie.
Ed ei stesso altamente in su la proda,
cinto il capo d'oliva, una gran tazza
in man si reca, e di leno liquore
e di viscere sacre il mare asperge.
  Sorgea da poppa il vento, e le sals'onde
ne gian solcando i remiganti a gara,
quando del figlio Citerea gelosa
Nettuno assalse, e seco querelossi
in cotal guisa: La grav'ira e l'odio
di Giuno insazabile m'inchina
ad ogni priego; poscia che n 'l tempo,
n la piet, n Giove, n 'l destino
acquetar non la ponno. E non le basta
d'aver gi Troia desolata ed arsa,
che le reliquie, il nome e l'ossa e 'l cenere
ne perseguita ancora. Ella ne sappia,
ella ne dica la cagione. Io chiamo
te per mio testimon de l'improvisa
micidal tempesta che pur dianzi
per mezzo de l'eolide procelle
mosse lor contra (tua mercede) invano.
Or ha l'iniqua per le mani stesse
de le teucre matrone i teucri legni
dati s bruttamente al foco in preda,
perch i meschini, arse le navi loro,
sian di lasciare i lor compagni astretti
per le terre straniere. Or quel che resta,
e ch'a te chieggo,  che il tuo regno omai
sia lor sicuro, e ch'una volta alfine
tocchin del Tebro e di Laurento i campi:
se per quel ch'io chieggo  che dal cielo
al mio figlio si debba, e se quel seggio
ne dan le Parche e 'l Fato. A lei de l'onde
rispose il domatore: Ogni fidanza
prender puoi, Citerea, ne' regni miei
onde tu pria nascesti. E non son pochi
ancor teco i miei merti; ch pi volte
ho per  Enea l'ira e il furore estinto
e del mare e del cielo. Ed anco in terra
non ebb'io (Xanto e Simoenta il sanno)
de la salute sua cura minore,
allor ch'Achille a le troiane schiere
s parve amaro, e che fin sotto al muro
le cacci d'Ilio, e tal di lor fe' strage,
che ne gr gonfi e sanguinosi i fiumi:
e Xanto da' cadaveri impedito
sbocc ne' campi, e devi dal mare.
Era quel giorno Enea d'Achille a fronte,
n dii, n forze avea ch'a lui del pari
stessero incontro. Io fui che ne la nube
allor l'ascosi; io che di man ne 'l trassi,
quando pi d'atterrar avea desio
quelle mura odose e disleali,
che pur de le mie mani eran fattura.
Or ti conforta che vr lui son io
qual fui mai sempre, e come agogni, il porto
attinger sicuramente; e 'l lago
vedr d'Averno, e de' suoi tutti un solo
gli mancher. Sol un convien che pra
per condur gli altri suoi lieti e sicuri.
  Poich di Citerea la mente queta
ebbe de l'onde il padre, i suoi cavalli
giunti insieme e frenati, a lente briglie
sovra de l'alto suo ceruleo carro
abbandonossi, e lievemente scrse
per lo mar tutto. S'adeguaron l'onde,
si dilegur le nubi: ovunque apparve,
tutto sgombrossi, del suo corso al suono,
ch'avea di torbo il ciel, di gonfio il mare.
  Cingean Nettuno allor da la man destra
torme di pistri e di balene immani,
di Glauco il vecchio coro, e d'Ino il figlio,
e i veloci Tritoni, e tutto insieme
lo stuol di Forco. Da sinistra intorno
gli era Teti, Melite e Panopa,
Spo, Nisea, Cimdoce e Tala.
  Qui per l'amara dipartenza afflitto,
il padre Enea rasserenossi in parte,
e ci che a navigar facea mestiero
gioiosamente a' suoi compagni impose.
Tirr l'antenne, inalberr le vele,
sciolsero, ammanr, calaro, alzaro,
fr le marinaresche lor bisogne
tutti in un tempo, ed in un tempo insieme
drizzr le prore al mar, le poppe al vento.
Innanzi a tutti con pi legni in frotta
gia Palinuro, il provvido nocchiero,
e gli altri dietro lui di mano in mano.
  Era l'umida notte a mezzo il cerchio
del ciel salita, e gi languidi e stanchi
su i duri legni i naviganti agiati
prendean quete; quando ecco da l'alte
stelle placido e lieve il Sonno sceso
si fece quanto avea d'are intorno
sereno e queto: e te, buon Palinuro,
senza tua colpa, insidoso assalse,
portando a gli occhi tuoi tenebre eterne.
Ei di Forbante, marinaro esperto,
presa la forma, come noto, appresso
in su la poppa gli si pose, e disse:
Tu vedi, Palinuro: il mar ne porta
con le stesse onde, e 'l vento ugual ne spira.
Temp' che psi omai: china la testa,
e fura gli occhi a la fatica un poco,
poscia ch'io son qui teco, e per te veglio.
  Cui Palinuro, gi gravato il ciglio,
cos rispose: Ah! tu non credi adunque
ch'io conosca del mar le perfid'onde,
e 'l falso aspetto? A tale infido mostro
ch'io fidi il mio signore e i legni suoi?
ch'al fallace sereno, a i vnti instabili
presti fede io, che son da lor deluso
gi tante volte? E, ci dicendo, avea
le man ferme al timon, gli occhi a le stelle.
  Il Sonno allora di leto liquore
e di stigio veleno un ramo asperso
sovra gli scosse, e l'una tempia e l'altra
gli spruzz s che gli occhi ancor rubelli
gli strinse, gli grav, gli chiuse al fine.
  A pena avean le prime gocce infusa
la lor virt, che 'l buon nocchier disteso
ne giacque: e 'l dio col suo mentito corpo
sopra gli si rec, pinse e sconfisse
un gheron de la poppa, e lui con esso
e col temon precipit nel mare.
N gli valse a gridar, cadendo, ata;
ch l'un qual pesce, e l'altro qual augello,
questi ne l'onda, e quei ne l'aura sparve.
N l'armata ne gio per men ratta,
n men sicura; ch Nettuno stesso,
come promesso avea, la resse e spinse.
  Era delle Sirene omai solcando
giunta agli scogli, perigliosi un tempo
a' naviganti; onde di teschi e d'ossa
d'umana gente si vedean da lunge
biancheggiar tutti. Or sol, di canti in vece,
se n'ode un roco suon di sassi e d'onde.
Era, dico, qui giunta, allor ch'Enea
al vacillar del suo legno s'accorse
che di guida era scemo e di temone:
ond'egli stesso, infin che 'l giorno apparve,
se ne pose al governo, e 'l caso indegno
del caro amico in tal guisa ne pianse:
Troppo al sereno, e troppo a la bonaccia
credesti, Palinuro. Or ne l'arena
dal mar gittato in qualche strano lito
ignudo e sconosciuto giacerai,
n chi t'onori avrai, n chi ti copra.


 

 

LIBRO SESTO



  Cos piangendo disse: e navigando
di Cuma in vr l'euboca riviera
si spinse a tutto corso, onde ben tosto
vi furon sopra, e v'approdaro alfine.
Volser le prue, gittr l'ancore; e i legni,
s come stro un dopo l'altro in fila,
di lungo tratto ricovrr la riva.
  Lieta la giovent nel lito esperio
gittossi: ed in un tempo al vitto intesi,
chi qua, chi l si diro a picchiar selci,
a tagliar boschi, a cercar fiumi e fonti.
Intanto Enea verso la rcca ascese,
ove in alto sorgea di Febo il tempio,
e l dov'era la spelonca immane
de l'orrenda Sibilla, a cui fu dato
dal gran delio profeta animo e mente
d'aprir l'occulte e le future cose.
  Avea di Trivia gi varcato il bosco,
quando avanti di marmo ornato e d'oro
il bel tempio si vide.  fama antica
che Dedalo, di Creta allor fuggendo
ch'ebbe ardimento di levarsi a volo
con pi felici e con pi destre penne
che 'l suo figlio non mosse, il freddo polo
vide pi presso; e per sentier non dato
a l'uman seme, a questo monte alfine
del calcidico seno il corso volse.
Qui giunto e fermo, a te, Febo, de l'ali
l'ordigno appese, e 'l tuo gran tempio eresse,
ne le cui porte era da l'un de' lati
d'Andrgo la morte, e quella pena
che di Ccrope i figli a dar costrinse
sette lor corpi a l'empio mostro ogn'anno:
miserabil tributo! e v'era l'urna,
onde a sorte eran tratti. Eravi Creta
da l'altro lato, alto dal mar levata,
ch'avea del tauro istorata intorno
e di Pasfe il bestale amore,
e la bestia di lor nata biforme,
di s nefando ardor memoria infame.
Eravi l'intricato laberinto:
eravi il filo, onde gl'intrighi suoi
e le sue cieche vie Dedalo stesso,
per piet ch'ebbe a la regina, aperse.
E tu, se 'l pianto del tuo padre e 'l duolo
nol contendea, saresti, Icaro, a parte
di s nobil lavoro. Ma due volte
tent ritrarti in oro, ed altrettante
s l'abborr, che l'opera e lo stile
di man gli cadde. Era con gli altri Enea
tutto a mirar sospeso, quando Acate
torn, ch'era precorso, e seco addusse
Defobe di Glauco, una ministra
di Dana e d'Apollo. Ella rivolta
al frigio duce: Non  tempo, - disse, -
ch'a ci si badi. Or  d'offrir mestiero
sette non domi ancor giovenchi, e sette
negre pecore elette. E ci spedito
tosto, come s'impose, ella nel tempio
seco i Teucri condusse.  da l'un canto
dell'euboca rupe un antro immenso
che nel monte pentra. Avvi d'intorno
cento vie, cento porte; e cento voci
n'escono insieme, allor che la Sibilla
le sue risposte intuona. Era a la soglia
il padre Enea, quando: Ora  'l tempo - disse
la vergine. - Di', di'; chiedi tue sorti:
ecco lo dio ch' gi comparso e spira.
Ci dicendo, de l'antro in su la bocca
in pi volti cangiossi e in pi colori;
sconmpigliossi le chionme; aprissi il petto;
le batt 'l fianco, e 'l cor di rabbia l'arse.
Parve in vista maggior; maggior il tuono
fu che d'umana voce; e poich 'l nume
pi le fu presso: A che badi, - soggiunse -
figlio d'Anchise? Se non di', non s'apre
questa di Febo attonita cortina.
E qui si tacque. Orror per l'ossa e gelo
corse allor de' Troiani; e 'l teucro duce
infin de l'imo petto or dicendo:
  Febo, la cui piet mai sempre a Troia
fu propizia e benigna, onde di Pari
gi reggesti la man, drizzasti il tlo
contro al corpo d'Achille, io, dal tuo lume
scrto fin qui, tanto di mare ho corso,
tante terre ho girate, a tanti rischi
mi son esposto; insino a le remote
massle genti, insin dentro a le Sirti
son penetrato; ed or, per tua mercede,
di questa fuggitiva Italia il lito
ecco gi tocco, e ci son giunto al fine.
Ah, che questo sia il fine, e qui rimanga
l'infortunio di Troia!  tempo omai,
dii tutti e dee, cui la dardania gente
unqua fece onta, che perdono e pace
le concediate. E tu, vergine santa,
del futuro presaga, or ne dimostra
il seggio e 'l regno che ne dnno i fati
(se pur nel dnno) ove i Troiani afflitti,
ove di Troia i travagliati numi,
e i dispersi Penati alberghi e posi;
ch'allor di saldo marmo a Trivia, a Febo
erger i templi, e del suo nome i ludi
consacrerolli, e i d fsti e solenni;
ed ancor tu nel nostro regno avrai
sacri luoghi reposti, ove serbati
per lumi e specchi a le future genti
da venerandi a ci patrizi eletti
saranno i detti e i vaticini tuoi.
Quel che prima ti chieggio  che i tuoi carmi
s'odan per la tua lingua, e non che in foglie
sian da te scritti, onde ludibrio poi
sian di rapidi vnti. E pi non disse.
  Ella gi presa, ma non doma ancra
dal febo nume, per di sotto trarsi
a s gran salma, quasi poltra e fiera
scapestrata giumenta, per la grotta
imperversando e mugolando andava.
Ma com' pi si scotea, pi dal gran dio
era affrenata, e le rabbiose labbia
e l'efferato core al suo misterio
pi mansueto e pi vinto rendea.
Eran da lor gi della grotta aperte
le cento porte, allor ch'ella gridando
cos mand la sua risposta a l'aura:
  Compti son del mar tutti i pericoli;
restan quei de la terra, che terribili
saran veracemente e formidabili.
Verranno i Teucri al regno di Lavinio:
di ci t'affido. Ma ben tosto d'esservi
si pentiranno. Guerre, guerre orribili
sorger ne veggio, e pien di sangue il Tevere.
Saravvi un altro Xanto, un altro Simoi,
altri Greci, altro Achille, che progenie
ancor egli  di dea. Giuno implacabile
allor pi ti sar, che supplichevole
andrai d'Italia a quai non terre o popoli
d'ata mendicando e di sussidii!
E fian di tanto mal di nuovo origine
d'esterna moglie esterne sponsalizie.
Ma 'l tuo cor non paventi, anzi con l'animo
supera le fatiche e gl'infortunii;
ch tua salute ancor da terra argolica
(quel che men credi) avr lume e principio.
  Questi intricati e spaventosi detti
dal pi reposto loco alto mugghiando,
la cuma profetessa empiea lo speco
d'orribil tuoni: e come il suo furore
era da Febo raffrenato o spinto,
o dal suo raggio avea barbaglio o lume,
cos miste le tenebre col vero
sciogliea la lingua, e disgombrava il petto.
Poich la furia e la rabbiosa bocca
quetossi, Enea ricominciando, disse:
Vergine, a me nulla si mostra omai
faccia n di fatica n d'affanno,
che mi sia nuova, o non pensata in prima.
Tutto ho previsto, tutto ho presentito,
che da te m' predetto; e tutto io sono
a soffrir preparato. Or sol ti chieggio
(poscia che qui si dice esser l'intrata
de' regni inferni, e d'Acheronte il lago)
che per te quinci nel cospetto io venga
del mio diletto padre; e tu la porta,
tu 'l sentier me ne mostra, e tu mi guida.
Io lui dal fuoco e da mill'armi infeste
tratto ho di mezzo a le nimiche schiere
su queste spalle; ed ei scorta e compagno
del mio viaggio e del mio esiglio, meco
i perigli, i disagi e le tempeste
del mar, del cielo e de l'et soffrendo,
vglio, debile e stanco ha me seguto;
ed egli stesso m'ha nel sonno imposto
che a te ne venga, e per tuo mezzo a lui
mi riconduca. Abbi piet, ti priego,
e del padre e del figlio; ed ambi insieme,
come puoi (che puoi tutto), or ne congiungi:
ch'cate non indarno a queste selve
t'ha d'Averno preposta. Il tracio Orfeo
(sola merc de la sonora cetra)
scender potevvi, e richiamarne in vita
l'amata donna. Ne pot Polluce
ritrarre il frate, ed a vicenda seco
vita e morte cangiando, irvi e redirvi
tante fate. Andovvi Tseo; andovvi
il grande Alcide; ed ancor io dal cielo
traggo principio, e son da Giove anch'io.
  Cos pregando avea le braccia avvinte
al sacro altare, allor che la Sibilla
a dir riprese: Enea, germe del cielo,
lo scender ne l'Averno  cosa agevole
ch notte e d ne sta l'entrata aperta;
ma tornar poscia a riveder le stelle,
qui la fatica e qui l'opra consiste.
Questo a pochi  concesso, ed a quei pochi
ch'a Dio son cari, o per uman valore
se ne poggiano al cielo. A questi  dato
come a' celesti. Il loco tutto in mezzo
 da selve intricato, e da negre acque
de l'infernal Cocto intorno  cinto.
Ma se tanto disio, se tanto amore
t'invoglia di veder due volte Stige
e due volte l'abisso, e soffrir osi
un cos grave affanno, odi che prima
oprar convienti.  ne la selva opaca,
tra valli oscure e dense ombre riposto
e ne l'arbore stesso un lento ramo
con foglie d'oro, il cui tronco  sacrato
a Giuno inferna: e chi seco divelto
questo non porta, ne' secreti regni
penetrar di Plutone unqua non pote.
Ci la bella Prosrpina comanda,
che per suo dono il chiede; e svlto l'uno,
tosto l'altro risorge, e parimente
ha la sua verga e le sue chiome d'oro.
Entra nel bosco, e con le luci in alto
lo cerca, il trova, e di tua man lo sterpa;
ch'agevolmente sterperassi, quando
lo ti consenta il fato. In altra guisa
n con man, n con ferro, n con altra
umana forza mai fia che si schianti,
o che si tronchi. Oltre di ci, nel lito
(mentre qui badi e la risposta attendi)
giace, lasso! d'un tuo, che tu non sai,
disanimato e non sepolto un corpo,
che tutti rende i tuoi legni funesti.
A questo procurar seggio e sepolcro
pria converratti. Or per sua purga in prima
negre pecore adduci; e 'n cotal guisa
vedrai gli elisi campi, e i stigi regni
cui vedere a' mortali anzi a la morte
non  concesso. E qui la bocca chiuse.
  Enea gli occhi abbassando, afflitto e mesto
de l'antro uscio, tra se stesso volgendo
l'oscure profezie. Giva con lui
il fido Acate, e con lui parimente
traea pensieri e passi. Erano entrambi
ragionando in pensar di qual amico,
di qual corpo insepolto ella parlasse,
che coprir si dovesse: allor che giunti
nel secco lito in su l'arena steso
vider Miseno indegnamente estinto;
Miseno il figlio d'Eolo, ch'araldo
era supremo e col suo fiato solo
possente a suscitar Marte e Bellona.
Era costui del grand'Ettr compagno,
e de' pi segnalati intorno a lui
combattendo, or la tromba ed or la lancia
adoperava: e poi che 'l fiero Achille
Ettore ancise, come ardito e fido,
segu l'arme d'Enea: ch non fu punto
inferiore a lui. Stava sul mare
sonando il folle con Tritone a gara,
quando da lui, ch'astio sentinne e sdegno
(se creder dssi), insidosamente
tratto gi da lo scoglio ov'era assiso,
fu ne l'onde sommerso. Al corpo intorno
convocati gi tutti, amaro pianto
ed alte strida insieme ne gittaro;
e pi de gli altri Enea. Poscia seguendo
quel ch'era lor da la Sibilla imposto,
gli apprestaron l'esequie. Entrr nel bosco,
di fere antico albergo; ed elci ed orni
e frassini atterrando, alzr gli altari;
poser la tomba, fabbricr la pira,
e la spinsero al cielo. Il frigio duce
fra le sue schiere di bipenne armato
a par degli altri, e pi di tutti ardente,
di propria mano adoperando, a l'opra
esortava i compagni; e fra se stesso
pensoso, inverso il bosco il guardo inteso,
cos pregava: Oh se quel ramo d'oro
ne si scoprisse in questa selva intanto,
come n'ha la Sibilla, ahim, pur troppo
di te, Miseno, annunzato il vero!
  Ci disse a pena, ed ecco da traverso
due colombe venir dal ciel volando,
ch'avanti a lui sul verde si posaro.
Conobbe il magno eroe le messaggiere
de la sua madre, e lieto orando: O, - disse, -
siatemi guide voi, materni augelli,
s'a ci sentier si truova; ite per l'aura
drizzando il nostro corso, ov' de l'ombra
del prezoso arbusto il bosco opaco.
E tu, madre benigna, in s dubbioso
passo, del lume tuo ne porgi ata.
E, ci detto, fermossi. Elle pascendo,
andando, saltellando, a scosse, a volo,
quanto l'occhio scorgea, di mano in mano
giunsero ove d'Averno era la bocca:
e 'l tetro alito suo schivando, in alto
ratte l'ali spiegaro, e dal ciel puro
al desato loco in gi rivolte,
si posr sopra a la gemella pianta;
indi tra frondi e frondi il color d'oro,
che diverso dal verde uscia raggiando,
di tremulo splendor l'aura percosse.
  Come ne' boschi al brumal tempo suole
di vischio un cesto in altrui scorza nato
spiegar verdi le frondi e gialli i pomi,
e con le sue radici ai non suoi rami
abbarbicarsi intorno; cos 'l bronco
era de l'oro avviticchiato a l'elce,
ond'era surto, e cos lievi al vento
crepitando movea l'aurate foglie.
Tosto che 'l vide Enea, di piglio dielli,
e disoso, ancor che duro e valido
gli sembrasse, a la fin lo svelse; e seco
a l'indovina vergine lo trasse.
  Non s'intermise di Miseno in tanto
condur l'esequie al suo cenere estremo.
E primamente la gran pira estrutta,
di pingui tede e di squarciati roveri
v'alzr cataste: di funeste frondi,
d'atri cipressi ornr la fronte e i lati,
e piantr ne la cima armi e trofei.
Parte di loro al foco, e parte a l'acque,
e parte intorno al freddo corpo intenti,
chi lo spogli, chi lo lav, chi l'unse.
  Poich fu pianto, in una ricca bara
lo collocaro, e di purpuree vesti
de' suoi pi noti e pi graditi arnesi
gli feron fregi e mostre e monti intorno.
Altri (pietoso e tristo ministero)
il gran feretro agli omeri addossrsi;
altri, com' de' pi stretti congiunti
antica usanza, vlti i volti indietro,
tenner le faci, e dir foco a la pira;
e gran copia d'incenso e di liquori
e di cibi e di vasi ancor con essi,
s come  l'uso antico, entro gittrvi.
  Poich cessr le fiamme, e 'ncenerissi
il rogo e 'l corpo; le reliquie e l'ossa
furon da Corino tra le faville
ricerche e scelte; e di vin puro asperse,
poi di sua mano acconciamente in una
di dorato metallo urna reposte.
Lo stesso Corino tre volte intorno
con un rampollo di felice oliva
spruzzando di chiar'onda i suoi compagni,
li purg tutti, e 'l vale ultimo disse.
Oltre a ci, fece Enea per suo sepolcro
ergere un'alta e sontuosa mole,
e l'armi e 'l remo e la sonora tuba
al monte appese, che d'Ario il nome
fino allor ebbe, ed or da lui nomato
Miseno  detto, e si dir mai sempre.
Ci finito, a finir quel che gl'impose
la profetessa, incontinente mosse.
  Era un'atra spelonca, la cui bocca
fin dal baratro aperta, ampia vorago
facea di rozza e di scheggiosa roccia.
Da negro lago era difesa intorno,
e da selve ricinta annose e folte.
Uscia de la sua bocca a l'aura un fiato
anzi una peste, a cui volar di sopra
con la vita agli uccelli era interdetto;
onde da' Greci poi si disse Averno.
  Qui pria quattro giovenchi Enea condotti
di negro tergo, la Sibilla in fronte
rivers lor di vin le tazze intere;
e da ciascun di mezzo le due corna
di setole maggiori il ciuffo svlto,
di per saggio primiero al santo foco,
Ecate ad alta voce in ci chiamando,
de l'Erebo e del ciel nume possente.
Parte di lor con le coltella in mano
le vittime svenando, e parte in vasi
stava il sangue accogliendo. Egli a la Notte,
che de le Furie  madre, ed a la Terra
ch' sua sorella, con la propria spada
di negro vello un'agna, ed una vacca
sterile a te, Proserpina, percosse.
Poscia a l'imperador de' regni inferni
notturni altari ergendo, i tauri interi
sopra a le fiamme impose, e di pingue olio
le bollenti lor viscere consperse.
  Ed ecco a l'apparir del primo sole
mugghi la terra, si crollaro i monti,
si sgominr le selve, urlr le Furie
al venir de la dea. Via, via profani, -
grid la profetessa, - itene lunge
dal bosco tutto; e tu meco te n'entra,
e la tua spada impugna. Or d'uopo, Enea,
fa d'animo e di cor costante e fermo.
Ci disse, e da furor spinta, con lui,
ch'adeguava i suoi passi arditamente,
si mise dentro a le secrete cose.
  O dii, che sopra l'alme imperio avete,
o tacit'ombre, o Flegetonte, o Cao,
o ne la notte e nel silenzio eterno
luoghi sepolti e bui, con pace vostra
siami di rivelar lecito a' vivi
quel ch'ho de' morti udito. Ivan per entro
le cieche grotte, per gli oscuri e vti
regni di Dite; e sol d'errori e d'ombre
avean rincontri: come chi per selve
fa notturno viaggio, allor che scema
la nuova luna  da le nubi involta,
e la grand'ombra del terrestre globo
priva di luce e di color le cose.
  Nel primo entrar del doloroso regno
stanno il Pianto, l'Angoscia, e le voraci
Cure, e i pallidi Morbi e 'l duro Affanno
con la debil Vecchiezza. Evvi la Tma,
evvi la Fame: una ch' freno al bene,
l'altra stimolo al male: orrendi tutti
e spaventosi aspetti. Avvi il Disagio,
la Povert, la Morte, e, de la Morte
parente, il Sonno. Avvi de' cor non sani
le non sincere Gioie. Avvi la Guerra,
de le genti omicida, e de le Furie
i ferrati covili, il Furor folle,
l'empia Discordia, che di serpi ha 'l crine,
e di sangue mai sempre il volto intriso.
  Nel mezzo erge le braccia annose al cielo
un olmo opaco e grande, ove si dice
che s'annidano i Sogni, e ch'ogni fronda
v'ha la sua vana imago e 'l suo fantasma.
Molte, oltre a ci, vi son di varie fere
mostruose apparenze. In su le porte
i biformi Centauri, e le biformi
due Scille: Braro di cento doppi;
la Chimera di tre, che con tre bocche
il fuoco avventa: il gran serpe di Lerna
con sette teste; e con tre corpi umani
Erilo e Gerone; e con Medusa
le Grgoni sorelle; e l'empie Arpie,
che son vergini insieme, augelli e cagne.
  Qui preso Enea da sbita paura
strinse la spada, e la sua punta volse
incontro a l'ombre; e se non ch'ombre e vite
vte de' corpi e nude forme e lievi
conoscer ne le fe' la saggia guida,
avrebbe impeto fatto, e vanamente
in vane cose ardir mostro e valore.
  Quinci preser la via l 've si varca
il tartareo Acheronte. Un fiume  questo
fangoso e torbo, e fa gorgo e vorago,
che bolle e frange, e col suo negro loto
si devolve in Cocito.  guardiano
e passeggiero a questa riva imposto
Caron demonio spaventoso e sozzo,
a cui lunga dal mento incolta ed irta
pende canuta barba. Ha gli occhi accesi
come di bragia. Ha con un groppo al collo
appeso un lordo ammanto; e con un palo,
che gli fa remo, e con la vela regge
l'affumicato legno, onde tragitta
su l'altra riva ognor la gente morta.
Vecchio  d'aspetto e d'anni; ma di forze,
come dio, vigoroso e verde  sempre.
  A questa riva d'ogn'intorno ognora
d'ogni et, d'ogni sesso e d'ogni grado
a schiere si traean l'anime spente,
e de' figli anco innanzi a' padri estinti.
Non tante foglie ne l'estremo autunno
per le selve cader, non tanti augelli
si veggon d'alto mar calarsi a terra,
quando il freddo li caccia ai liti aprichi,
quanti eran questi. I primi avanti orando
chiedean passaggio, e con le sporte mani
mostravan il disio de l'altra ripa:
ma 'l severo nocchiero or questi or quelli
scegliendo o rifiutando, una gran parte
lunge tenea dal porto e da l'arena.
  Enea la moltitudine, e 'l tumulto
meravigliando: Ond', vergine, - disse -
questo concorso al fiume? e qual disio
mena quest'alme? e qual grazia o divieto
fa che queste dan volta, e quelle approdano?
  A ci la profetessa brevemente
cos rispose: Enea, stirpe divina
veracemente (che di ci n'accerta
il qui vederti), l Cocito stagna;
quinci va Stige, la palude e 'l nume
per cui di spergiurar fino a gli di
del cielo  formidabile e tremendo.
Questi  Caronte, il suo tristo nocchiero:
quella turba che passa,  de' sepolti:
questa che torna,  de' meschini estinti
che n tomba, n lacrime, n polve
ebber morendo. A lor non  concesso
traiettar queste ripe e questo fiume,
se pria l'ossa non han seggio e coverchio.
Erran cent'anni vagolando intorno
a questi liti, e 'l desato stagno
visitando sovente, infin ch'al passo
non sono ammessi. Enea di ci pensando,
mosso a piet de la lor sorte iniqua,
fermossi; ed ecco incontro gli si fanno
mesti, d'esequie privi e di sepolcro,
Leucaspi, e 'l conduttor de' Lici Oronte,
ambi Troiani, ambi dal vento insieme
coi Lici tutti, e con l'intera nave
nel mar sommersi. Appresso Palinuro,
il gran nocchier de la troiana armata,
che dianzi nel tornar di Libia, il cielo
e le stelle mirando, in mar fu tratto.
A costui si rivolse, e poich l'ebbe
per entro una grand'ombra a pena scorto,
cos prima gli disse: O Palinuro,
e qual fu de gli di ch'a noi ti tolse,
ed a l'onde ti diede? Or lo mi conta:
ch deluso da Febo unqua non fui,
se non se in te: Febo predisse pure
che tu nosco del mar securo e salvo
Italia attingeresti. Ah! dunque un dio,
e dio del vero, in tal guisa ne froda?
  Rispose Palinuro: Inclito duce,
n l'oracol d'Apollo ha te deluso,
n l'ira ha me di dio nel mar sommerso;
ch 'l temone, ond'io mai non mi divelsi
per tua salute, ancor per man ritenni
allor ch'in mare io caddi. Io giuro, Enea,
per l'onde irate, che di me non tanto,
quanto del tuo periglio ebbi timore,
che non la nave tua, del mio governo
spogliata e del suo freno, al mar gi gonfio
restasse in preda. Austro tre notti intere
con la sua correntia per l'ampio mare
mi trasse a forza. Il quarto giorno a pena
discoverta l'Italia, a poco a poco
m'accostava a la terra; e giunto omai
cos com'era ancor di veste grave,
e stanco e molle, con l'adunche mani
m'aggrappava a la ripa, e salvo fra:
se non ch'ignara e fera gente incontro,
com'a preda marina, mi si fece,
e col ferro m'ancise. Or lungo ai liti
vassene il corpo mio ludibrio a' vnti,
e scherzo a' flutti. Ed io, signore invitto,
per la superna luce, per quell'aura
onde si vive, per tuo padre Anchise,
per le speranze del tuo figlio Iulo,
priegoti a sovvenirmi; o che di terra
mi cuopra (come puoi) cercando il corpo
per la spiaggia di Velia, o in altra guisa,
s'altra ne ti sovviene, o ti si mostra
da la tua diva madre; ch non senza
nume divino un tal passaggio imprendi.
Porgimi la tua destra, e teco trammi
oltre a quell'acque, perch morto almeno
pace truovi e riposo. Avea ci detto,
quando cos la vergine rispose:
  Ah, Palinuro, e qual dira follia
a ci t'invoglia? Non sepolto adunque
l'acque di Stige e la severa foce
traiettar de l'Eumnidi presumi?
Tu di qui trti a l'altra riva intendi
senza commiato? Indarno, indarno speri
che per nostro pregar fato si cangi.
Ma con questo t'acqueta, e ti conforta
de l'infortunio tuo: ch quelle terre
vicine al luogo, ove il tuo corpo giace,
da pestilenza e da prodigi astrette,
lo raccrranno, e con solenne rito
gli faran sacrifici, esequie e tomba;
e da te per innanzi avr quel loco
di Palinuro eternamente il nome.
Lieto d'un tanto onore, e consolato
da tale annunzio, il travagliato spirto
rest contento ed appagato in parte.
  Indi il cammin seguendo, a la riviera
s'approssimaro; e il passeggier da lunge,
poich senza far motto entro a la selva
passar gli vide e 'ndirizzarsi al vado:
Ol, ferma cost, - disse gridando -
qual che tu sei, ch'al nostro fiume armato
ten vai s baldanzoso; e di costinci
di' chi sei, quel che cerchi, e perch vieni:
ch notte solamente e sonno ed ombre
han qui ricetto, e non le genti vive,
cui di varcare al mio legno non lece.
E s'Ercole e Teso e Pirito
gi v'accettai, scorno e dolore n'ebbi;
ch l'un d'essi il tartaro custode
incatenovvi, e, di sotto anco al seggio
del proprio re, tremante a l'aura il trasse;
e gli altri alfin dal maritale albergo
rapir di Dite la regina osaro.
  Nulla di queste insidie - gli rispose
la profetessa - a macchinar si viene.
Stanne sicuro; e quest'arme a difesa
si portan solamente, e non ad onta.
Spaventi il can trifauce a suo diletto
le pallid'ombre; eternamente latri
ne l'antro suo; col suo marito e zio
si stia casta Prosrpina mai sempre,
ch di nulla cen cale. Enea troiano
 questi, di piet famoso e d'armi,
che per disio del padre infino al fondo
de l'rebo discende; e se l'esempio
di tanta carit non ti commove,
questo almen riconosci. E, fuor del seno
d'oro il tronco traendo, altro non disse.
  Ei, rimirando il venerabil dono
de la verga fatal, gi di gran tempo
non veduto da lui, l'orgoglio e l'ira
tosto depose, e la sua negra cimba
a lor rivolse, e ne la ripa stette.
Indi i banchi sgombrando e 'l legno tutto,
l'anime, che gi dentro erano assise,
con sbito scompiglio uscir ne fece,
e 'l grand'Enea v'accolse. Allor ben d'altro
parve che d'ombre carco; e s com'era
mal contesto e scommesso, cigolando
chinossi al peso, e pi d'una fissura
a la palude aperse. Alfin pur salvi
ne l'altra ripa, tra le canne e i giunchi,
sul palustre suo limo ambi gli espose.
  Giunti che furo, il gran Crbero udiro
abbaiar con tre gole, e 'l buio regno
intonar tutto; indi in un antro immenso
sel vider pria giacer disteso avanti,
poi sorger, digrignar, rbido farsi,
con tre colli arruffarsi, e mille serpi
squassarsi intorno. Allor la saggia maga,
tratta di mle e d'incantate biade
una tal soporifera mistura,
la gitt dentro a le bramose canne.
Egli ingordo, famelico e rabbioso
tre bocche aprendo, per tre gole al ventre
trangugiando mandolla, e con sei lumi
chiusi dal sonno, anzi col corpo tutto
giacque ne l'antro abbandonato e vinto.
  Crbero addormentato, occupa Enea
d'rebo il passo, e ratto s'allontana
dal fiume, cui chi varca unqua non riede.
  Sentono al primo entrar voci e vagiti
di pargoletti infanti, che dal latte
e da le culle acerbamente svlti,
vider ne' primi d l'ultima sera.
Varcano appresso i condannati e morti
senza lor colpa, e non senza compenso
di giudizio e di sorti. Han quelle genti
cos disposti e divisati i lochi.
  Sta Minos ne l'entrata, e l'urna avanti
tien de' lor nomi, e le lor vite esamina,
e le lor colpe; e quale  questa o quella,
tal le d sito, e le rauna e parte.
  Passan di mano in mano a quei che feri
incontro a s, la luce in odio avendo
e l'alme a vile, anzi al prescritto giorno
si son da loro indegnamente ancisi.
Ma quanto ora vorrebbono i meschini
esser di sopra, e povert, vivendo,
soffrire e de la vita ogni disagio!
Ma 'l fato il niega, e nove volte intorno
Stige odosa li ristringe e fascia.
  Quinci non lunge si distende un'ampia
campagna che del Pianto  nominata;
per cui fra chiusi colli e fra solinghe
selve di mirti, occulte se ne vanno
l'alme, c'ha feramente arse e consunte
fiamma d'amor, ch'ancor ne' morti  viva.
  Qui vider Fedra e Procri ed Erifle,
infida moglie e sfortunata madre,
di cui fu parricida il proprio figlio;
vider Laodama, Pasfe, Evadne,
e Cno con esse, che di donna
in uomo, e d'uomo alfin cangiossi in donna.
  Era con queste la fenissa Dido,
che, di piaga recente il petto aperta,
per la gran selva spazando andava.
Tosto che le fu presso, Enea la scrse
per entro a l'ombre, qual chi vede o crede
veder tal volta infra le nubi e 'l chiaro
la nova luna, allor che i primi giorni
del giovinetto mese appena spunta;
e di dolcezza intenerito il core,
dolcemente mirolla e pianse e disse:
  Dunque, Dido infelice, e' fu pur vera
quell'empia che di te novella udii,
che col ferro finisti i giorni tuoi?
Ah, ch'io cagion ne fui! Ma per le stelle,
per gli superni di, per quanta fede
ha qua gi, se pur v'ha, donna, ti giuro
che mal mio grado dal tuo lito sciolsi.
Fato, fato celeste, imperio espresso
fu del gran Giove, e quella stessa forza,
che da l'eteria luce a questi orrori
de la profonda notte or mi conduce,
che da te mi divelse; e mai creduto
ci di me non avrei, che 'l partir mio
cagion ti fosse ond'a morir ne gissi.
Ma ferma il passo, e le mie luci appaga
de la tua vista. Ah, perch fuggi? e cui?
Quest' l'ultima volta, ohim! che 'l fato
mi d ch'io ti favelli, e teco sia.
  Cos dicendo e lagrimando intanto
placar tentava o raddolcir quell'alma,
ch'una sol volta disdegnosa e torva
lo rimir; poscia o con gli occhi in terra,
o con gli omeri vlta, a i detti suoi
stette qual alpe a l'aura, o scoglio a l'onde.
Alfin, mentre dicea, come nimica
gli si tolse davanti, e ne la selva
al suo caro Sicho, cui fiamma uguale
e par cura accendea, si ricondusse.
N per men dolente, e men pietoso
restonne il teucro duce; anzi quant'oltre
pot con gli occhi, e lungo spazio poi
col pianto e coi sospiri accompagnolla.
Poscia tornando al suo fatal vaggio
giunse l 've accampata era in disparte
gente di ferro e di valore armata.
Qui 'l gran Tideo, qui 'l gran figlio di Marte
Partenopo, qui del famoso Adrasto
la pallid'ombra incontro gli si fece.
Quinci de' suoi pi nobili Troiani
un gran drappello avanti gli comparve.
Pianse a veder quei glorosi eroi,
tanto di sopra disati e pianti,
come Glauco, Tersloco, Medonte,
i tre figli d'Antenore, il sacrato
a Cerere ministro Polibete,
e 'l chiaro Ido con l'armi anco e col carro.
Fatto gli avean costor chi da man destra,
chi da sinistra una corona intorno.
N d'averlo veduto eran contenti,
ch ciascun desava essergli appresso,
ragionar, passeggiar, far seco indugio,
e spar come e d'onde e perch venne.
  Ma degli Argivi e le falangi e i duci,
quand'egli apparve, e che tra lor ne l'ombre
i lampi folgorr de l'armi sue,
da gran timor furo assaliti; e parte
volser le terga, come gi fuggendo
verso le navi, e parte alzr le voci
che per tma sembrr languide e fioche.
  Defobo, di Pramo il gran figlio,
vide ancor qui, che crudelmente anciso
in disonesta e miserabil guisa
avea le man, gli orecchi, il naso e 'l volto
lacerato, incischiato e monco tutto.
Per temenza il meschino e per vergogna
d'esser veduto, con le tronche braccia
un s brutto spettacolo celando,
indarno si facea schermo e riparo;
ch'al fin lo riconobbe, e con l'usata
domestichezza incontro gli si fece,
cos dicendo: Poderoso eroe,
gran germoglio di Teucro, e chi s crudo
fu mai, chi tanto os, cui si permise
che facesse di te strazio s fiero?
La notte che segu l'orribil caso
de la nostra ruina, io di te seppi
ch'assaliti i nemici e di lor fatta
strage che memorabile fia sempre,
tra le caterve de' lor corpi estinti,
stanco via pi che vinto, alfin cadesti;
ed allor io di Reto in su la riva
a l'ombra tua con le mie mani un vto
sepolcro eressi, e te gridai tre volte:
e 'l nome e l'armi tue riserba ancora
il loco stesso. Io te, dolce signore,
n veder, n coprir di patria terra
avanti il mio partir mai non potei.
  Defobo rispose: Ogni pietoso,
ogni onorato officio, Enea mio caro,
ha l'amor tuo vr me compito a pieno.
Ma l'empio fato mio, l'empia e malvagia
argiva donna a tal m'ha qui condotto;
e tal di s lasci memoria al mondo.
Ben ti ricorda (e ricordar ten di)
di quell'ultima notte che s lieta
mostrossi in pria, poi ne si volse in pianto,
quando il fatal cavallo il salto fece
sopra le nostre mura, e 'l ventre pieno
d'armate schiere ne vot fin dentro
a l'alta rcca. Allor ella di Bacco
fingendo il coro, e con le frigie donne
scorrendo in tresca, una gran face in mano
si prese, e di con essa il cenno a' Greci.
  Io dentro alla mia camera (infelice!)
mi ritrovai sol quella notte; e stanco
di tante che n'avea con tanti affanni
vegghiate avanti, un tal prendea riposo
che a morte pi che a sonno era simle.
Fece la buona moglie ogn'arme intanto
sgombrar di casa, e la mia fida spada
mi sottrasse dal capo. Indi la porta
aperse, e Menelao dentro v'accolse,
cos sperando un prezoso dono
fare al marito, e de' suoi falli antichi
riportar vnia. Che pi dico? Basta
ch'entrr l 'v'io dormia; e con essi era
per consultore Ulisse. O dii, se giusto
 'l priego mio, ricompensate voi
di quest'opere i Greci. E tu, che vivo
sei qui, dimmi a rincontro, il caso o 'l fato
o l'errore o 'l precetto degli di,
o qual altra fortuna t'ha condotto,
ove il sol mai non entra e buio  sempre.
  Cos tra lor parlando e rispondendo,
avea gi 'l sol del suo cerchio durno
varcato il mezzo, e l'avria forse intero;
se non che la Sibilla rampognando
cos li fe' del breve tempo accorti:
  Enea, gi notte fassi, e noi piangendo
consumiam l'ore. Ecco siam giunti al loco
dove la strada in due sentier si parte.
Questo a man dritta a la citt ne porta
del gran Plutone e quindi ai campi Elisi;
quest'altro a la sinistra a l'empio abisso
ne guida, ov'hanno i rei supplizio eterno.
  Il figlio a ci di Pramo soggiunse:
Non ti crucciare, o del gran Delio amica,
ch'or da voi mi tolgo, e mi ritiro
ne le tenebre mie. Tu, nostro onore,
vatten felice, gi che scrto sei
da miglior fato; e meglio te n'avvenga.
Tanto sol disse, e sparve. Enea si volse
prima a sinistra, e sotto un'alta rupe
vide un'ampia citt che tre gironi
avea di mura, ed un di fiume intorno;
ed era il fiume il negro Flegetonte,
ch'al Tartaro con suono e con rapina
l'onde seco traea, le fiamme e i sassi.
Vede nel primo incontro una gran porta
c'ha la soglia, i pilastri e le colonne
d'un tal diamante, che le forze umane,
n degli stessi di, romper nol ponno.
Quindi si spicca una gran torre in alto
tutta di ferro. A guardia de l'entrata
la notte e 'l giorno vigilando assisa
sta la fiera Tesfone succinta,
col braccio ignudo, insanguinata e torva.
Quinci di lai, di pianti e di percosse
e di stridor di ferri e di catene
cotale un suono udissi, che spavento
Enea sentinne; e rattenuto il passo:
Dimmi, vergine, - disse, - e che delitti
son qui puniti? e che pianti son questi?
  Ed ella: Inclito sire, a nessun lece,
che buono e giusto sia, di portar oltre
da quella soglia scelerata il piede.
Ma me di ci che dentro vi s'accoglie
cate instrusse allor ch'ai sacri boschi
mi prepose d'Averno; e d'ogni pena
e d'ogni colpa e d'ogni loco a pieno,
quando seco vi fui, notizia diemmi.
Questo  di Radamanto il tristo regno,
l dov'egli ode, esamina, condanna
e discuopre i peccati che di sopra
son da le genti o vanamente ascosi
in vita, o non purgati anzi a la morte:
n pria di Radamanto esce il precetto,
che Tesfone  presta ad eseguirlo.
Ella con l'una man la sferza impugna,
ne l'altra ha serpi; ed ambe intorno arrosta,
e grida e fre, e de le sue sorelle
le mostruose ed empie schiere tutte
al ministerio de' tormenti invita.
Apronsi l'esecrate orrende porte
stridendo intanto. Tu, che quinci vedi
che faccia  quella che di fuor le guarda,
pensa qual a veder sia dentro un'Idra
ancor pi fiera aprir cinquanta ingorde
rabbiose bocche. Il Tartaro vien dopo;
una vorago che due volte tanto
ha di profondo, quanto in su guardando
 da la terra al cielo: e qui ne l'imo
suo baratro dal fulmine trafitti
son gli antichi Titani al ciel rubelli.
Qui vidi ambi d'Alo gli orrendi figli,
che scinder con le mani il cielo osaro,
e tr lo scettro del suo regno a Giove.
Vidivi l'orgoglioso Salmono
di sua temerit pagare il fio;
ch temerario veramente ed empio
fu di voler, quale il Tonante in cielo,
tonar qua giuso e folgorare a pruova.
Questi su quattro suoi giunti destrieri,
la man di face armato alteramente
per la Grecia scorrendo, e fin per mezzo
d'lide, ov' di Giove il maggior tempio,
di Giove stesso il nume, e de gli di
s'attribuiva i sacrosanti onori.
Folle, che con le fiaccole e co' bronzi,
e con lo scalpitar de' suoi ronzoni
i tuoni, i nembi e i folgori imitava,
ch'imitar non si ponno: e ben fu degno
ch'ei provasse per man del padre eterno
d'altro fulmine il colpo e d'altro vampo
che di tede e di fumo, e degno ancora
che nel baratro andasse. Eravi Tizio,
quei de la terra smisurato alunno,
che tien disteso di campagna quanto
un giogo in nove giorni ara di buoi.
Questi ha sopra un famelico avoltore,
che con l'adunco rostro al cor d'intorno
gli picchia e rode; e perch sempre il pasca,
non mai lo scema s che 'l pasto eterno
ed eterna non sia la pena sua;
ch fatto a chi lo scempia esca e ricetto,
del suo proprio martir s'avanza e cresce;
e perch sempre langua, unqua non more.
De' Lpiti a che parlo? d'Issne
di Pirito, e di quegli altri tutti
cui sopra al capo un'atra selce pende,
che grave e ruinosa ad ora ad ora
sembra che caggia? Avvi la mensa d'oro
con prezosi cibi in regia guisa
apparecchiati e proibiti insieme:
ch la Fame, infernal furia maggiore,
gli siede accanto; e com' pi 'l gusto incende
di lui, pi dal gustarne indietro il tragge,
e sorge, e la sua face estolle e grida.
  Quei che son vissi ai lor fratelli amari;
quei c'han battuti i padri; quei che frode
hanno ordito a' clienti; i ricchi avari,
e scarsi a' suoi, di cui la turba  grande:
gli occisi in adulterio; i volenti,
gl'infidi, i traditori in questo abisso
han tutti i lor ridotti e le lor pene.
E che pena e che forma e che fortuna
di ciascun sia, non  d'uopo ch'io dica:
ma chi sassi rivolgono, e chi vlti
son da le ruote, ed altri in altra guisa
son tormentati. In un petron confitto
vi siede e sederavvi eternamente
Tseo infelice; e Flegia infelicissimo
va tra l'ombre gridando ad alta voce:
"Imparate da me voi che mirate
la pena mia: non volate il giusto,
riverite gli di". Tra questi tali
 chi vend la patria; chi la pose
al giogo de' tiranni; chi per prezzo
fece leggi e disfece; e cento lingue
e cento bocche, e voci anco di ferro,
non basterian per divisare i nomi
e le forme de' vizi e de le pene
ch'entro vi sono. Poi che la Sibilla
ebbe ci detto: Via - soggiunse, - attendi
a l'impreso viaggio, e studia il passo:
ch gi le mura da' Ciclopi estrutte
mi veggio avanti, e sotto a quel grand'arco
la sacra porta che 'l tuo dono aspetta.
  Cos mossi ambedue, lo spazio tutto,
ch'era nel mezzo, per sentiero opaco
tosto varcando, anzi a la porta furo.
Incontinente Enea l'intrata occpa;
di viva acqua si spruzza: e 'l sacro ramo
a la regina de l'inferno affigge.
  Ci fatto, a i luoghi di letizia pieni,
a l'amene verdure, a le gioiose
contrade de' felici e de' beati
giunsero al fine.  questa una campagna
con un ar pi largo, e con la terra
che di un lume di purpura  vestita,
ed ha 'l suo sole e le sue stelle anch'ella.
Qui se ne stan le fortunate genti,
parte in su' prati e parte in su l'arena
scorrendo, lotteggiando, e vari giuochi
di piacevol contesa esercitando;
parte in musiche, in feste, in balli, in suoni
se ne van diportando, ed han con essi
il tracio Orfeo, ch'in lungo abito e sacro
or con le dita, ed or col plettro eburno,
sette nervi diversi insieme uniti,
tragge del muto legno umani accenti.
Qui di Teucro l'antica e bella razza
facea soggiorno; quei famosi eroi
che in quei tempi migliori al mondo furo,
Ilo, Assraco, Drdano, quei primi
de la gran Troia fondatori e regi.
Veggon da lunge le vane arme e i carri
a lor d'intorno, e l'aste in terra fisse,
e gli sciolti destrier per la campagna
vagar pascendo; ch 'l diletto antico
e de l'armi e de' carri e de' cavalli
gli segue anco sotterra. Indi altri altrove
scorgono, che da destra e da sinistra
convivando e cantando, sopra l'erba
si stanno assisi, ed han di lauri intorno
un odorato bosco, onde il Po sorge
sopra la terra, e spazoso inonda.
  E questi eran color che combattendo
non fr di sangue a la lor patria avari;
e quei che sacerdoti erano in vita
castamente vissuti, e quei veraci
e quei pii c'han di qua parlato o scritto
cose degne di Febo, e gl'inventori
de l'arti, ond' gentile il mondo e bello;
e quei che ben oprando han tra' mortali
fatto di fama e di memoria acquisto;
cui tutti, in segno di celeste onore,
candida benda il fronte orna e colora.
  A questi, ch'a la vergine Sibilla
fr cerchio intorno, ed a Muso tra loro,
che dagli omeri in su gli altri avanzava,
diss'ella: Alme felici e tu, buon vate,
ditene in qual contrada, e 'n qual magione
qui tra voi si ripara il grande Anchise,
ch lui cerchiamo, e sol per lui varcati
d'rebo i fiumi e le caverne avemo.
  A cui Muso cos breve rispose:
Nullo  di noi che in alcun luogo alloggi
come in suo proprio; e tutti o per le sacre
opache selve, o per l'amene rive
de' chiari fiumi, o per gli erbosi prati
tra rivi e fonti i nostri alberghi avemo.
Ma se di ci vi cale, itene meco
sovr'a quel giogo; e quindi agevolmente
il sentier ne vedrete. In ci si mosse
come lor guida, e sopra al colle asceso,
mostr lor d'alto i luminosi campi,
addit 'l calle, ed involli al piano.
  Era per avventura in una valle
Anchise, che da poggi era ricinta,
e di verde coverta. Ivi in disparte
de' suoi nepoti avea l'anime accolte
ch'a la vita di sopra eran chiamate,
e facendo di lor rassegna e mostra
gli annoverava, esaminava i fati,
le fortune, il valor di mano in mano,
gli ordini e i tempi loro. Enea comparve
sul campo intanto; a cui tosto che 'l vide,
lieto Anchise avventossi e con le braccia
in atto d'accoglienza: O figlio, - disse
dolcemente piangendo - io pur ti veggio.
Pur sei venuto, ha pur la tua pietade
superati i disagi e la durezza
di s strano vaggio. Ecco m' dato
di veder, figlio, il tuo bramato aspetto,
e sentirti e parlarti. Io di ci punto
non era in forse, e sol pensava al quando,
contando i giorni. Oh, dopo quanti affanni,
dopo quanti perigli, e quanti storpi
e di mare e di terra io ti riveggio!
E quanto ebbi timor che di Cartago
venisse al corso tuo sinistro intoppo!
  Ed egli a lui: La sconsolata imago,
che m', padre, di te sovente apparsa,
per te, per te veder qua gi m'ha tratto:
e di sopra fin qui salvo a la riva
del mar Tirreno il mio navile  sorto.
Or dammi, padre mio, dammi ch'io giunga
la mia con la tua destra, e grazia fammi
che di vederti e di parlarti io goda.
  Mentre cos dicea, di largo pianto
rigava il volto, e distendea le palme;
e tre volte abbracciandolo, altrettante
(come vento stringesse o fumo o sogno)
se ne torn con le man vte al petto.
  Intanto Enea per entro a la gran valle
vide scevra da l'altre una foresta,
i cui rami sonar da lunge udiva.
A pi di questa era di Lete il rio
ch'ai dilettosi e fortunati campi
correa davanti; e piene avea le ripe
di genti innumerabili, ch'intorno
a caterve alando ivano in guisa
che fan le pecchie a' chiari giorni estivi,
quando di fiore in fior, di giglio in giglio
si van posando, e per l'apriche piagge
dolcemente ronzando. Enea, che nulla
di ci sapea, di sbito stupore
fu sopraggiunto, e la cagion spiando:
O - disse - padre, che riviera  quella?
e che gente, e che mischia, e che bisbiglio? -
  L'anime - gli rispose - a cui dovuti
sono altri corpi, a questo fiume accolte
beon dimenticanze e lunghi oblii
de l'altra vita; e questi io desava
che tu vedessi, e che da me n'udissi
i nomi e i gesti, onde contezza appieno
del nostro sangue, e piena gioia avessi
dell'acquisto d'Italia. O padre, adunque -
soggiunse Enea - creder si dee che l'alme,
che son qui scarche e libere e felici,
cerchin di nuovo a la terrena salma,
di nuovo a la prigion tornar de' corpi?
E qual, misere loro! empio desire
del lume di lass tanto le invoglia?
  Figlio, - rispose Anchise, - acci sospeso
pi non vacilli in questo dubbio, ascolta.
E 'n tal guisa per ordine gli narra:
  Primieramente il ciel, la terra e 'l mare,
l'ar, la luna, il sol, quanto  nascosto,
quanto appare e quant', muove, nudrisce
e regge un, che v' dentro, o spirto o mente
o anima che sia de l'universo;
che sparsa per lo tutto e per le parti
di s gran mole, di s l'empie, e seco
si volge, si rimescola e s'unisce.
Quinci l'uman legnaggio, i bruti, i pesci,
e ci che vola, e ci che serpe, han vita,
e dal foco e dal ciel vigore e seme
traggon, se non se quanto il pondo e 'l gelo
de' gravi corpi, e le caduche membra
le fan terrene e tarde. E quinci ancora
avvien che tma e speme e duolo e gioia
vivendo le conturba, e che rinchiuse
nel tenebroso carcere, e ne l'ombra
del mortal velo, a le bellezze eterne
non ergon gli occhi. Ed oltre a ci, morendo,
perch sian fuor de la terrena vesta,
non del tutto si spoglian le meschine
de le sue macchie; ch 'l corporeo lezzo
s l'ha per lungo suo contagio infette,
che scevre anco dal corpo, in nuova guisa
le tien contaminate, impure e sozze.
Perci di purga han d'uopo, e per purgarle
son de l'antiche colpe in vari modi
punite e travagliate: altre ne l'aura
sospese al vento, altre ne l'acqua immerse,
ed altre al foco raffinate ed arse:
ch quale  di ciascuna il genio e 'l fallo,
tale  'l castigo. Indi a venir n' dato
negli ampi elisi campi; e poche siamo
cui s lieto soggiorno si destini.
Qui stiamo infin che 'l tempo a ci prescritto
d'ogni immondizia ne forbisca e terga,
s ch'a nitida fiamma, a semplice aura,
a puro eterio senso ne riduca.
Quest'alme tutte, poich di mill'anni
han vlto il giro, alfin son qui chiamate
di Lete al fiume, e 'n quella riva fanno,
qual tu vedi col, turba e concorso.
Dio le vi chiama, acci ch'ivi deposto
ogni ricordo, men de' corpi schive,
e pi vaghe di vita, un'altra volta
tornin di sopra a riveder le stelle.
  Ci detto, Anchise a quelle genti in mezzo
condusse il figlio, e la Sibilla insieme;
e prese un colle, ove le schiere tutte,
s come ne venian di mano in mano,
avea d'incontro, e le scorgea nel volto.
  Or qui ti mostrer, - soggiunse Anchise, -
quanta sar ne' secoli futuri
la gloria nostra; quanti e quai nepoti
de la dardania prole a nascer hanno;
e quante del mio sangue anime illustri
sorgeranno in Italia. Indi a te conte
le tue fortune e i tuoi fati saranno.
Vedi col quel giovinetto ardito
che su quell'asta pura il braccio appoggia?
Quegli a la luce  destinato in prima,
primo che di Lavinia in Lazio avrai
figlio postumo a te gi d'anni grave,
ch'alfin da lei fuor de le selve addutto,
re sar d'Alba, e degli albani regi
autore e padre: e Silvi dal suo nome
fian tutti i nostri, che da lui discesi
ivi poscia gran tempo imperio avranno.
  Proca  quei dopo lui, gloria e splendore
de la stirpe troiana: e quegli  Capi,
e quegli  Numitore: e l'altro appresso
 Silvio Enea, che 'l tuo nome rinnova;
e se fia mai che 'l suo regno ricovri,
non sar men di te pietoso e forte.
Mira che giovent, mira che forze
mostran, solo a vederli. Appo costoro
quei che son l di quercia inghirlandati,
di Gabi, di Nomento e di Fidene
parte propagheranti il picciol regno,
parte su' monti il tempio ti porranno
d'Ino, e la terra che da lui dirassi,
e Collazia e Pomezia e Bola e Cora;
ch questi nomi allor quei luoghi avranno
ch'or ne son senza. In compagnia de l'avo
Romolo se ne vien, di Marte il figlio,
di Roma il padre. Al mondo Ilia darallo
de la stirpe d'Assraco un rampollo.
Vedil col, c'ha in su la testa un elmo
con due cimieri, e tal, che il padre stesso
gi par ch'in cielo e nel suo seggio il ponga.
Questi, figlio, sar quel grand'eroe,
onde i suoi primi glorosi auspici
avr l'inclita Roma, quella Roma,
che, sette monti entro al suo cerchio accolti,
tanto si stender, che fia con l'armi
uguale al mondo, e con le menti al cielo;
Roma di cos prodi e chiari figli
madre felice. Tal di Berecinto
la maggior madre infra i leoni assisa,
e di torri altamente incoronata,
va per la Frigia, glorosa e lieta
che tanti ha figli in ciel, nepoti in seno,
tutti che dii gi sono o dii si fanno.
  Or qui, figliuolo, ambe le luci affisa
a mirar la tua gente e i tuoi Romani.
Cesare  qui, qui la progenie  tutta
del grande Iulo, a cui gi s'apre il cielo.
Questi, questi,  colui che tante volte
t' gi promesso, il gran Cesare Augusto,
di divo padre figlio, e divo anch'egli.
Per lui risorger quel secol d'oro,
quel del vecchio Saturno antico regno,
che fe' il Lazio s bello e 'l mondo tutto.
Quest'oltre ai Garamanti ed oltre agl'Indi
imperer fin dove il sole e l'anno
non giunge, e pi non va se non s'arretra;
trapasser di l dal mauro Atlante
che con gli omeri suoi folce le stelle.
Al venir di costui, sol de la voce
che ne dnno i profeti, i Caspi regni,
la Meotica terra, e quanto inonda
il sette volte geminato Nilo,
tremar gi veggio, e star pensoso e mesto.
Tanto del mondo il gloroso Alcide
non corse mai, se ben de' Cereniti,
di Lerna e d'Erimanto i mostri ancise:
n tanto ne dom chi dom gl'Indi,
e nel trionfo suo di viti e pampini
a le tigri di Nisa il giogo impose.
E sar poi che 'l valor nostro manchi
di gloria, e tu di speme e d'ardimento
di far d'Ausonia il desato acquisto?
Ma chi fia questi che da lungi scorgo
s venerando, il crin cinto d'olivo,
con quelle bende e con quei sacri arredi?
A la chioma, a la barba irta e canuta
mi sembra, ed  di Roma il santo rege,
che dal picciolo Curi a grande impero
sar da lei chiamato, e sar il primo
che cerimonie introdurravvi e leggi.
  A lui Tullo vien dopo, il forte e saggio,
ch'ai dismessi trionfi rivocando
la gente gi per lunga pace imbelle,
la torner, di neghittosa e mite,
un'altra volta armigera e guerriera.
Anco  quell'altro che lo segue appresso,
che d'onor troppo e del favor del volgo
di gi si mostra ambizoso e vago.
Or vedi l, se di vederli agogni,
anco i Tarquini regi, e quel superbo
vendicator de la superbia loro,
Bruto, consol primiero, e quei suoi fasci
e quelle accette ond'ei, padre crudele,
de la patria buon figlio, i figli suoi
per l'altrui bella libertate ancide.
Infortunato lui! che che dipoi
de la posterit se ne favelle.
Vince il publico amore, e 'l gran desio
d'umana lode in lui l'affetto interno
de la natura e del suo sangue stesso.
  Mira poco in disparte i Deci, i Drusi,
il severo Torquato e 'l buon Camillo;
l'uno che tien gi la secure in mano,
e l'altro che da' Galli ne riporta
i perduti vessilli. I due, che vedi
s risplender ne l'armi, e che rinchiusi
in questa notte, sembrano a la vista
gir di pari e d'accordo, oh se a la vita
vengon di sopra, quanta guerra e quale,
con che strage di genti e con che forze,
faran tra loro! Il suocero da l'Alpi
e da l'occaso, il genero da l'orto
verr l'un contra l'altro. Ah figli, ah figli,
non cos rio, non cos fiero abuso
d'armar voi contr'a voi, contr'a le viscere
de la gran patria vostra! e tu che traggi
dal ciel legnaggio, tu, mio sangue, astienti
da tanta ferit; perdona il primo,
e gitta l'armi in terra. Ecco chi vince
Corinto e 'l popol greco, e 'n Campidoglio
tronfando ne saglie. Ecco chi d'Argo
e di Micena ancor le torri abbatte,
e chi Pirro debella e 'l seme estingue
del bellicoso Achille; alta vendetta
che ben degli avi ricompensa i danni,
e 'l tempio volato di Minerva.
Dove lass'io te, gran Catone, e Cosso?
E i Gracchi, e i due gran folgori di guerra
ambedue Sciponi, ambi Africani,
strage l'un di Cartago, e l'altro esizio?
Dove Fabrizio il povero, e potente,
con la sua povert? Dove Serrano,
ch'e di bifolco, al grande imperio assunto?
Dove restano i Fabi? Eccone un solo,
Massimo veramente, che con arte
terr il nemico tranquillando a bada.
Abbinsi gli altri de l'altre arti il vanto;
avvivino i colori e i bronzi e i marmi;
muovano con la lingua i tribunali,
mostrin con l'astrolabio e col quadrante
meglio del ciel le stelle e i moti loro:
ch ci meglio sapran forse di voi:
ma voi, Romani miei, reggete il mondo
con l'imperio e con l'armi, e l'arti vostre
sien l'esser giusti in pace, invitti in guerra:
perdonare a' soggetti, accr gli umli,
debellare i superbi. In questa guisa
parlava il santo vglio, ed essi attenti
stavan con maraviglia ad ascoltarlo,
quando soggiunse: Ecco di qua Marcello;
mira come se n'entra adorno e carco
d'opime spoglie, e quanto a gli altri avanza.
Quest' quel generoso, ch'a grand'uopo
vien di Roma a domare i Peni, i Galli,
e del gallico duce i fregi e l'armi
la terza volta al gran Quirino appende.
  Qui vide Enea ch'un giovinetto a pari
gli si traea, ch'era d'arnesi e d'armi,
e via pi di belt, vago e lucente;
se non che poco lieta avea la fronte
e chino il viso. Onde rivolto al padre:
E chi - disse -  costui che l'accompagna?
Saria de' figli, o de' nipoti alcuno
del gran nostro legnaggio? E che bisbiglio
e che mischia ha d'intorno? O quale e quanto
di gi mi sembra! Ma gli veggio al capo
d'atra notte girar di sopra un nembo.
  Anchise lagrimando gli rispose:
Amaro desiderio il cor ti tocca
a voler, figlio, un gran danno, un gran lutto
udir de' tuoi. Questi a la luce a pena
verr, che ne fia tolto. O dii superni,
troppo parravvi la romana stirpe
possente allor che in sul fiorir preciso
ne fia s vago e s gentile arbusto.
O che duolo, o che pianto, o che funbre
pompa ne vedr Roma e 'l Marzio campo!
Qual, Tiberino padre, a la tua riva
nuova se n'erger funesta mole!
Germe non sorger del seme d'Ilio
pi di questo gradito, n che tanto
de' latini avi suoi la speme estolla:
n la terra di Romolo ar mai
figlio, onde pi si pregi e pi si vanti.
O piet non pi vista; o fede antica!
O virt senza pari! E qual ne l'armi
sar? Chi sosterr l'incontro suo
pedone o cavalier ch'armato in giostra,
o pur nel campo, il suo nemico assalga?
Miserabil fanciullo! Cos morte
te non vincesse, come invitto fra
il tuo valore, e come tu, Marcello,
non men de l'altro, eroica vertute,
e pi splendore e pi fortuna avesti!
Datemi a piene mani, ond'io di gigli
e di purpurei fiori un nembo sparga,
ch, se ben contro al gi fisso destino
m'adopro invano, almen con questi doni
l'ombra d'un tanto mio nipote onori.
  Dopo ci detto, per gli aerei campi
vagando, a parte a parte e l'ombre e i lochi
gli mostr, l'invagh, tutto d'amore
de la futura gloria il cor gli accese.
Indi le guerre e le fortune sue
d'Italia, di Laurento, e di Latino
la figlia, il regno, i popoli e lo stato
tutto gli rivel. D'ogni suo affanno
(come a fuggir, come a soffrir l'avesse)
gli di lume e compenso. Escono i Sogni
d'inferno per due porte; una  di corno,
l'altra  d'avorio: manda il corno i veri,
l'avorio i falsi; e per l'eburna Anchise
diede (quando lor di commiato alfine)
a la Sibilla ed al suo figlio uscita.
  Enea verso le navi a' suoi compagni
fece ritorno. Indi sciogliendo, dritto
lungo la riva il suo corso riprese;
e giunto ov'oggi  di Caieta il porto,
l'afferr, gitt l'ncore, e fermossi.


 

 

LIBRO SETTIMO



  Ed ancor tu, d'Enea fida nutrice
Caieta, ai nostri liti eterna fama
desti morendo; ed essi anco a te diro
sede onorata, se d'onore a' morti
 d'aver l'ossa consecrate e 'l nome
ne la famosa Esperia. Ebbe Caieta
dal suo pietoso alunno esequie e lutto,
e sepoltura alteramente eretta.
lndi, gi fatto il mar tranquillo e queto,
spiegr le vele a' vnti, e i vnti al corso
eran secondi; e 'n sul calar del sole,
la luna, che sorgea lucente e piena,
chiare l'onde facea tremole e crespe.
Uscr del porto; e pria rasero i liti
ove Circe, del Sol la ricca figlia,
gode felice, e mai sempre cantando
soavemente al periglioso varco
de le sue selve i peregrini invita:
e de la reggia, ove tessendo stassi
le ricche tele, con l'arguto suono
che fan le spole e i pettini e i telari,
e co' fuochi de' cedri e de' ginepri
porge lunge la notte indicio e lume.
  Quinci l verso il d, lontano udissi
ruggir lioni, urlar lupi, adirarsi,
e fremire e grugnire orsi e cignali,
ch'eran uomini in prima; e 'n queste forme
da lei con erbe e con malie cangiati
giacean di ferri e di ferrate sbarre
ne le sue stalle incatenati e chiusi;
e perch ci non avvenisse ai Teucri,
che buoni erano e pii, da cotal porto
e da spiaggia s ria Nettuno stesso
spinse i lor legni, e di lor vento e fuga,
tal che fuor d'ogni rischio li condusse.
  Gi rosseggiava d'Oriente il balzo,
e nel suo carro d'ostro ornata e d'oro
l'Aurora si traea de l'onde fuori:
quando subitamente ogn'aura, ogn'alito
cess del vento, e ne fu 'l mare in calma
s ch'a forza ne gian de' remi a pena.
  Qui la terra mirando, il padre Enea
vede un'ampia foresta, e dentro, un fiume
rapido, vorticoso e queto insieme,
che per l'amena selva, e per la bionda
sua molta arena si devolve al mare.
  Questo era il Tebro, il tanto desato,
il tanto cerco suo Tebro fatale:
a le cui ripe, a le cui selve intorno,
e di sopra volando, ivan le schiere
di pi canori suoi palustri augelli.
Allor: Via, - dice a suoi - volgete il corso
itene a riva. E tutti in un momento
rivolti e giunti, de l'opaco fiume
preser la foce, e lietamente entraro.
  Porgimi, rato, ata a dir quai regi,
quai tempi, e quale stato avesse allora
l'antico Lazio, quando prima i Teucri
con questa armata a' suoi liti approdaro;
ch'io dir da principio le cagioni
e gli accidenti, onde con essi a l'arme
si venne in pria: dir battaglie orrende,
dir stragi d'eserciti, e duelli
di regi stessi, e la Toscana tutta,
e tutta anco l'Esperia in arme accolta.
Tu, d'Elicona dea, tu ci mi detta;
ch'altr'ordine di cose, altro lavoro,
e maggior opra ordisco. Era signore,
quando ci fu, di Lazio il re Latino,
un re che vglio e placido gran tempo
avea 'l suo regno amministrato in pace.
Questi nacque di Fauno e di Marica,
ninfa di Larento, e Fauno a Pico
era figliuolo, e Pico, a te, Saturno,
del suo regio legnaggio ultimo autore.
Non avea questo re stirpe virile,
com'era il suo destino; e quella ch'ebbe,
gli fu nel fior de' suoi verd'anni ancisa.
Sola d'un sangue tal, d'un tanto regno
restava una sua figlia unica erede,
che gi d'anni matura, e di bellezza
pi d'ogni altra famosa, era da molti
eroi del Lazio e de l'Ausonia tutta
desata e ricerca. Avanti agli altri
la chiedea Turno, un giovine il pi bello,
il pi possente e di pi chiara stirpe
che gli altri tutti; e pi ch'a gli altri, a lui,
anzi a lui sol la sua regina madre
con mirabil affetto era inchinata.
Ma che sua sposa fosse, avverso fato,
vari portenti e spaventosi augri
facean contesa. Era un cortile in mezzo
a le stanze reali, ove un gran lauro
gi di gran tempo consecrato e clto
con molta riverenza era serbato.
Si dicea che Latino esso re stesso
nel designare i suoi primi edifici,
l 've trovollo, di sua mano a Febo
l'avea dicato; e ch'indi il nome diede
a' suoi Laurenti. A questo lauro in cima
meravigliosamente di lontano
romoreggiando a la sua vetta intorno
venne d'api una nugola a posarsi;
e con l'ali e co' pi l'una con l'altra,
e tutte insieme aggraticciate e strette
stir d'uva in guisa a le sue frondi appese.
Ci l'indovino interpretando: Io veggo -
disse - venir da lunge un duce esterno,
ed una gente che d'un loco uscita
in un loco medesmo si rauna,
ed altamente ivi s'alloga e regna.
Stando un giorno, oltre a ci, Lavinia virgo
sacrificando col suo padre a canto,
ed a l'altar caste facelle offrendo,
parve (nefanda vista!) che dal foco
fossero i lunghi suoi capelli appresi,
e che stridendo, non pur l'oro ardesse
de le sue trecce, ma il suo regio arnese
e la corona stessa che di gemme
era fregiata. Indi con rogio vampo,
con nero fumo e con volumi attorti
s'avventasse d'intorno, e l'alta reggia
tutta di fiamme empiesse: orrendo mostro,
e di gran meraviglia a chiunque il vide.
Gli uguri ne dicean che fama illustre
e gran fortuna a lei si portendea;
ma ruina a lo stato, e guerra a' popoli.
  A questi mostri attonito e confuso
il re tosto a l'oracolo di Fauno
suo genitor ne l'alta Albnea selva
per consiglio ricorse.  questa selva
immensa, opaca, ove mai sempre suona
un sacro fonte, onde mai sempre esala
una tetra vorago. Il Lazio tutto
e tutta Italia in ogni dubbio caso
quindi certezza, ata e 'ndrizzo attende.
E l'oracolo  tale. Il sacerdote
nel profondo silenzio de la notte
si fa de l'immolate pecorelle
sotto un covile, ove s'adagia e dorme.
Nel sonno con mirabili apparenze
si vede intorno i simulacri e l'ombre
di ci ch'ivi si chiede; e varie voci
ne sente, e con gli di parla e con gl'inferi.
In questa guisa il re Latino stesso
al vaticinio del suo padre intento
cento pecore ancide e i velli e i terghi
nel suol ne stende, e vi s'involve e corca:
ed ecco un'alta repentina voce
che, de la selva uscendo, intuona e dice:
Invan, figlio, procuri, invan t'imagini
che tua figlia s'ammogli a sposo ausonio.
Vane e nulle saran le sponsalizie
ch'or le prepari. Di lontano un genero
venir ti veggio, per cui sopra a l'tera
salir 'l nostro nome; e i nostri posteri
ne vedran sotto i pi quanto l'Oceano
d'ambi i lati circonda, e 'l sole illumina.
  Questa risposta e questi avvertimenti,
perch di notte e di secreta parte
fosser da Fauno usciti, il re non tenne
in se stesso celati; anzi la Fama
per le terre d'Ausonia gli spargea,
quando la frigia armata al Tebro aggiunse.
  Enea col figlio e co' suoi primi duci
a l'ombre d'un grand'albero in disparte
degli altri a prender cibo insieme unissi.
Eran su l'erba agiati; e, come avviso
creder si dee che del gran Giove fosse,
avean poche vivande; e quelle poche
gran forme di focacce e di farrate
in vece avean di tavole e di quadre,
e la terra medesma e i solchi suoi
ai pomi agresti eran fiscelle e nappi.
Altro per avventura allor non v'era
di che cibarsi. Onde, finiti i cibi,
volser per fame a quei lor deschi i denti,
e motteggiando allora: O - disse Iulo -
fino a le mense ancor ne divoriamo?
E rise e tacque. A questa voce Enea,
s come a fin de le fatiche loro,
avvert primamente, e stupefatto
del suo misterio, subito inchinando
disse: O da' fati a me promessa terra,
io te devoto adoro: e voi ringrazio,
santi numi di Troia, amiche e fide
scorte degli error miei. Questa  la patria,
quest' l'albergo nostro, e questo  'l segno
che 'l mio padre lasciommi (or mi ricordo
de gli occulti miei fati): "Allor - dicendo -
che sarai, figlio, in peregrina terra
da fame a manducar le mense astretto,
fia 'l tuo riposo: allor fonda gli alberghi,
allor le mura. Or questa  quella fame,
ultimo rischio ad ultimar prescritto
tutti i nostri altri perigliosi affanni.
Or via, dimane a l'apparir del sole,
per diversi sentier lungi dal porto
tutti gioiosamente investighiamo
che paese sia questo, da che gente
sia clto, dove sien le terre loro.
Ora a Giove si bea; faccinsi preci
al padre Anchise; e sian le mense tutte
di vin piene e di tazze. E, ci dicendo,
di frondi s'inghirlanda; e del paese
il genio, e de la Terra il primo nume
primieramente inchina, e le sue Ninfe,
e 'l fiume ancor non conto. Indi la Notte,
e de la Notte le sorgenti stelle,
e Giove ido, e d'Ida la gran madre,
e la madre di lui dal cielo invoca,
e da l'rebo il padre. E qui di lampi
cinto, di luce e d'oro, e di sua mano
folgorando il gran Giove a ciel sereno
ton tre volte. In ci repente nacque
tra le squadre troiane un lieto grido,
ch'era gi 'l tempo di fondar venuto
le desate mura. A tanto annunzio
tutti commossi, a rinnovar le mense,
ad invitarsi, a coronarsi, a bere
lietamente si diro. Il d seguente
nel sorger de l'aurora uscr diversi
a spar del paese, che contrade
e che liti eran quelli, e di che genti.
Trovr che di Numco era lo stagno,
e che 'l fiume era il Tebro, e la cittade
da' feroci Latini era abitata.
  Allor d'Anchise il generoso figlio
cento fra tutti i pi scelti oratori
d'oliva incoronati al re destina
con doni, con avvisi e con richieste
d'amicizia, di comodi e di pace.
  Questi il vaggio lor sollecitando
se ne van senza indugio. Ed egli intanto,
preso nel lito il primo alloggiamento,
di picciol fosso la muraglia insolca;
e 'n sembianza di campo e di fortezza
d'argini lo circonda e di steccato.
  Seguon gl'imbasciatori, e gi da presso
la citt, l'alte torri e i gran palagi
scoprendo de' Latini, anzi a le mura
veggono il fior de' giovinetti loro
su' cavalli e su' carri esercitarsi,
lotteggiar, tirar d'arco, avventar pali,
e cotali altre oprar contese e prove
di corso, d'attitudine e di forza.
  Tosto che compariscono, un messaggio
quindi si spicca in fretta, e precorrendo
riporta al vecchio re, che nuova gente
di gran sembiante e d'abito straniero
vien dal mare a sua corte. Il re comanda
che siano ammessi; e ne l'antico seggio
per ascoltarli in maest si reca.
  Era la corte un ampio, antico, augusto
di pi di cento colonnati estrutto
in cima a la citt sublime albergo:
Pico di Larento il vecchio rege
l'avea fondata. Era d'oscure selve,
era de' numi de' primi avi suoi
sovra d'ogn'altra veneranda e sacra.
Qui de' lor scettri, qui de' primi fasci
s'investivano i regi. In questo tempio
era la curia, eran le sacre cene,
eran de' padri i pubblici conviti
de l'occiso arete. Avea d'antico
cedro, nel primo entrar, un dietro a l' altro,
de' suoi grand'avi i simulacri eretti.
Italo v'era, e il buon padre Sabino,
Saturno con la vite e con la falce,
Giano con le due teste, e gli altri regi
tutti di mano in man, che combattendo
non fur di sangue a la lor patria avari.
Pendean da le pareti e da' pilastri
un gran numero d'armi e d'altre spoglie
prese in battaglia. Ai portici d'intorno
carri, trofei, catene, elmi e cimieri
e securi e corazze e scudi e lance
e rostri di navili e ferri e sbarre
di fracassate porte erano affisse.
  In abito succinto e con la verga
che fu poi di Quirino, e con l'ancile
ne la sinistra esso re Pico assiso
v'era, pria cavaliero, e poscia augello:
ch'in augello il cangi la maga Circe,
sdegnosa amante; e gli suoi regi fregi
gli converse in colori, e 'l manto in ali.
  In questo tempio sovra il seggio agiato
de' suoi maggiori, a s Latino i Teucri
chiamar si fece; e dolcemente in prima
cos parl: Dite, Troiani amici,
a che venite? ch venite in luogo
c'ha di Troia e di voi contezza a pieno;
siatevi, o per errore o per tempesta
o per bisogno a questi liti addotti,
come a gente di mar sovente avviene;
ch'a buon fiume, a buon porto, a buon ospizio
siete arrivati. Da Saturno scesi
sono i Latini, ed ospitali e buoni,
non per forza o per leggi, ma per uso
e per natura; e del buon vecchio dio
seguitiam l'orme e de' suoi tempi d'oro.
Io mi ricordo (ancor che questa fama
sia per molt'anni omai debile e scura)
che per vanto soleano i vecchi Aurunci
dir che Dardano vostro in queste parti
ebbe il suo nascimento; e quinci in Ida
pass di Frigia, e ne la tracia Samo,
ch'or Samotracia  detta. Da' Tirreni,
e da Crito uscio Dardano vostro,
ch'or fatto  dio, e tra' celesti in cielo
d'oro ha la sua magion, di stelle il seggio,
e qua gi tra' mortali, altari e vti.
Avea ci detto, quando a' detti suoi
il saggio Iloneo cos rispose:
  Alto signor, di Fauno egregio figlio,
non tempesta di mar, non venti avversi,
non di stelle, o di liti o di nocchieri
error qui n'have, od ignoranza addotti.
Noi di nostro voler, di nostro avviso
ci siam venuti, discacciati e privi
d'un regno de' maggiori e de' pi chiari,
ch'unqua vedesse d'orente il sole.
Da Dardano e da Giove il suo legnaggio
ha quella gente, e quel troiano Enea
ch'a te ne manda. La tempesta, i fati,
e la ruina che ne' campi idi
venne di Grecia, onde l'Europa e l'Asia
e 'l mondo tutto sottosopra andonne,
cui non  conta? chi s lunge  posto
da noi, che non l'udisse? o che da l'acque
de l'estremo Oceno, o che dal foco
de la torrida zona sia diviso
da la nostra notizia? Il nostro affanno
tal fece intorno a s diluvio e moto,
che scosse ed allag la terra tutta.
Da indi in qua dispersi e vagabondi
per tanti mari, un sol picciol ridotto
agli di nostri, un lito che n'accolga,
non da nemici, un poco d'acqua e d'aura,
lassi! quel ch'ogn'uom ha, cercando andiamo.
Non disutili, credo, e non indegni
sarem del regno vostro: a voi non lieve
ne verr fama; e d'un tal merto tanto
vi sarem grati, che l'ausonia terra
non mai si pentir d'aver i figli
de la misera Troia in grembo accolti.
Io ti giuro, signor, per le fatiche,
per gli fati d'Enea, per la possente
sua destra, gi per fede e per valore
famosa al mondo, che da molte genti
molte fate (e ci vil non ti sembri,
che da noi stessi a te ci proferiamo
e ti preghiamo) siam pregati noi,
e per compagni desati e cerchi:
ma dai fati, signor, e dagli di
siam qui mandati. Dardano qui nacque,
qua Febo ne richiama. Febo stesso,
e quel di Delo,  ch'ai Tirreni, al Tebro,
al fonte di Numco, a voi c'invia.
Queste, oltre a ci, poche reliquie, e segni
de l'andata fortuna e del suo amore
il re nostro vi manda; che dal foco
son de la patria ricovrate a pena.
Con questa coppa il suo buon padre Anchise
sacrificava. Questo regno in testa,
quando era in solio, il gran Pramo avea:
questo  lo scettro, questa  la tara,
sacro suo portamento; e queste vesti
son de le donne d'Ilio opre e fatiche.
  Al dir d'Iloneo stava Latino
fisso col volto a terra immoto e saldo
come in astratto, e solo avea le luci
degli occhi intese a rimirar, non tanto
il dipint'ostro e gli altri regi arnesi,
quanto in pensar de la diletta figlia
il maritaggio, e 'l vaticinio uscito
dal vecchio Fauno. E 'n se stesso raccolto,
"Questi  certo - dicea, - quei che da' fati
si denunzia venir di stran paese
genero a me, sposo a Lavinia mia,
del mio regno partecipe e consorte.
Questi  da cui verr l'egregia stirpe,
che col valor farassi e con le forze
soggetto e tributario il mondo tutto".
Ed al fin lieto: O - disse, - eterni di,
secondate voi stessi i vostri augri
e i pensier miei. Da me, Troiani, arete
tutto che desiate; e i vostri doni
gradisco e pregio; e mentre re Latino
sar, sarete voi nel regno suo
cortesemente accolti, e 'l seggio e i campi
e ci ch' d'uopo, come a Troia foste,
in copia arete. Or s'ei tanto desia
l'amist nostra e 'l nostro ospizio, vegna
egli in persona, e non abborra omai
il nostro amico aspetto. Arra e certezza
ne fia di pace il convenir con lui,
e di lui stesso aver la fede in pegno.
Da l'altra parte, a mio nome gli dite
quel ch'io dirovvi. Io senza pi mi trovo
una mia figlia. A questa il mio paterno
oracolo, e del ciel molti prodigi
vietan ch'io dia marito altro ch'esterno.
D'esterna parte, tal d'Italia  'l fato,
un genero dal ciel mi si promette,
per la cui stirpe il mio nome e 'l mio sangue
ergerassi a le stelle. Or se del vero
punto  'l mio cor presago, egli  quel desso
cred'io, che 'l fato accenna, e 'l credo, e 'l bramo.
  Ci detto, de' trecento, che mai sempre
a' suoi presepi avea, nitidi e pronti
destrier di fazone e di rispetto,
per gli cento orator cento n'elegge,
ch'avean le lor coverte e i lor girelli,
le pettiere e le briglie in varie guise
d'ostro e di seta ricamati e d'oro,
e d'r le ghiere, e d'r le borchie e i freni.
Al troian duce assente un carro invia
con due corsier ch'eran di quei del Sole
generosi bastardi, e vampa e foco
sbruffavan per le nari. Al Sol suo padre
la razza ne fur la scaltra Circe
allor ch'a l'incantate sue giumente
Eto e Piro furtivamente impose.
Tali in su tai cavalli alteramente
tornando i Teucri al teucro duce, allegre
portr novelle e parentela e pace.
  Ed ecco che di Grecia uscendo e d'Argo,
l'empia moglie di Giove, alto da terra
sospesa, infin dal sicolo Pachino
vide i legni troiani; e vide Enea
con tutti i suoi, che lieto e fuor del mare
e secur de la terra, incominciava
d'alzar gli alberghi, e di fondar le mura
gi d'un altr'Ilio. E, punta il cor di doglia
squassando il capo: Ah, - disse, - a me pur troppo
nimica razza! ah troppo a' fati miei
fati de' Frigi avversi! E forse estinti
fr ne' campi sigi? forse potuti
si son prender gi presi, ed arder arsi?
Per mezzo de le schiere e de gl'incendi
han trovata la via. Stanca fia dunque
questa mia deit, quando ancor sazia
non  de l'odio? E gi s' resa, quando
ha fin qui nulla oprato? E che mi giova
che sian del regno, e de la patria in bando?
Che mi val ch'io mi sia con tutto il mare
a loro opposta? Ah! che del mar gi tutte,
e del ciel contra lor le forze ho logre.
E che le Sirti, e che Scilla e Cariddi
a me con lor son valse? Ecco han del Tebro
la desata foce; e non han tma
del mar pi, n di me. Marte poteo
disfar la gente de' Lapti immane;
pot Dana aver da Giove in preda
del suo disegno i Calidni antichi,
quando de' Calidni e de' Lapti,
vr le pene, era il fallo o nullo o leve:
ed io consorte del gran Giove e suora,
misera, incontro a lor che non ho mosso?
Che di me non ho fatto? E pur son vinta.
Enea, Enea mi vince. Ah se con lui
il mio nume non pu, perch d'ognuno,
chunque sia, non ogni ata imploro?
Se mover contra lui non posso il cielo,
mover l'Acheronte. Oh non per questo
il fato si distorna; ed ei non meno
di Latino otterr la figlia e 'l regno.
Che pi? Lo tratterr, gli dar briga:
porr, s'altro non posso, in tanto affare
gara, indugio e scompiglio: a strage, a morte,
ad ogni strazio condurr le genti
de l'un rege e de l'altro; e questi avanzi
faran primieramente i lor suggetti
de la lor amist. Con questo in prima,
si sian suocero e genero. Di sangue
de' Troiani e de' Rutuli dotata
n'andrai, regia donzella, al tuo marito;
e del tuo maritaggio e del tuo letto
auspice fia Bellona in vece mia.
Cotal non partor di face pregna
Ecuba a Troia incendio, qual Ciprigna
ar con questo suo novello Pari
partorito altro foco, altra ruina
a quest'altr'Ilio. Ci dicendo, in terra
discese irata, e da l'inferne grotte
a s chiam la nequitosa Aletto.
De le tre dire Furie una e costei,
cui son l'ire, i dannaggi, i tradimenti,
le guerre, le discordie, le ruine,
ogn'empio officio, ogni mal'opra a core.
E tale un mostro in tanti e cos fieri
sembianti si trasmuta, e de' serpenti
s tetra copia le germoglia intorno,
che Pluto e le tartaree sorelle
sue stesse in odio ed in fastidio l'hanno.
Giunon le parla, e via pi co' suoi detti
in tal guisa l'accende: O de la Notte
possente figlia, io per mio proprio affetto,
per onor dei mio nume, per salvezza
de la mia fama un tuo servigio agogno.
Adoprati per me, che, mal mio grado,
questo troiano Enea del re Latino
genero non divenga, e nel suo regno
con gran mio pregiudicio non s'annidi.
Tu puoi, volendo, armar l'un contra l'altro
i concordi fratelli: odi e zizzanie
seminar tra' congiunti; e per le case
con mill'arti nocendo, in mille guise
infra' mortali indur morti e ruine.
Scuoti il fecondo petto, e le sue forze
tutt'a quest'opra accampa. Inferma, annulla
questa lor pace; infiamma i cori e l'armi,
arme ognun brami, ognun le gridi e prenda.
  Di serpi e di gorgnei veneni
guarnissi Aletto; e per lo Lazio in prima
scorrendo, e per Laurento, e per la corte,
de la regina Amata entro la soglia
insidiosamente si nascose.
  Era allor la regina, come donna,
e come madre, dal materno affetto,
da lo scorno de' Teucri, dal disturbo
de le nozze di Turno in molte guise
afflitta e conturbata, quando Aletto,
per rivolgerla in furia, e co' suoi mostri
sossopra rivoltar la reggia tutta,
da' suoi cerulei crini un angue in seno
l'avvent s, che l'entr poscia al core.
Ei primamente infra la gonna e 'l petto
strisciando, e non mordendo, a poco a poco
col suo vipereo fiato non sentito
furor le spira. Or le si fa monile
attorcigliato al collo: or lunga benda
le pende da le tempie, or quasi un nastro
l'annoda il crine. Alfin lubrico errando,
per ogni membro le s'avvolge e serpe.
Ma fin che prima and languido e molle
soli i sensi occupando il suo veleno,
fin che il suo foco penetrando a l'ossa
non avea tutto ancor l'animo acceso,
ella donnescamente lagrimando
sovra la figlia e sovra le sue nozze
con tal queto rammarco si dolea:
  Adunque si dar Lavinia mia
a Troiani? a banditi? E tu, suo padre,
tu cos la collochi? E non t'incresce
di lei, di te, di sua madre infelice?
Ch'al primo vento ch'a' suoi legni spiri,
di cos caro pegno orba rimasa
(come dir si potr), da questo infido
fuggitivo ladrone abbandonata
del mar vedrolla e de' corsari in preda?
O non cos di Sparta anco rapita
fu la figlia di Leda? E chi rapilla
non fu troiano anch'egli? Ah! dov', sire,
quella tua santa involabil fede?
quella cura de' tuoi? quella promessa
che s' fatta da te gi tante volte
al nostro Turno? Se d'esterna gente
genero ne si dee; se fisso e saldo
 ci nel tuo pensiero; se di Fauno
tuo padre il vaticinio a ci si stringe;
io credo ch'ogni terra, ch'al tuo scettro
non  soggetta, sia straniera a noi.
Cos ragion mi detta, e cos penso
che l'oracolo intenda. Oltre che Turno
(se la sua prima origine si mira),
per suoi progenitori Inaco, Acrisio,
e per patria ha Micene. A questo dire
stava nel suo proposito Latino
ognor pi duro. E la regina intanto
pi dal veleno era del serpe infetta:
e gi tutta compresa, e da gran mostri
agitata, sospinta e forsennata,
senza ritegno a correre, a scagliarsi,
a gridar fra le genti e fuor d'ogni uso
a tempestar per la citt si diede.
Qual per gli atri scorrendo e per le sale
infra la turba de' fanciulli a volo
va sferzato palo ch'a salti, a scosse,
ed a suon di guinzagli roteando
e ronzando s'aggira e si travolve,
quando con meraviglia e con diletto
gli va lo stuol de' semplicetti intorno,
e gli dan co' flagelli animo e forza;
tal per mezzo del Lazio e de' feroci
suoi popoli vagando, insana andava
la regina infelice. E, quel che poscia
fu d'ardire e di scandalo maggiore,
di Bacco simulando il nume e 'l coro
per tr la figlia ai Teucri, e le sue nozze
distornare, o 'ndugiare, a' monti ascesa
ne le selve l'ascose: O Bacco, o Libero, -
gridando - E; questa mia vergine
sola a te si convien, solo a te serbasi.
Ecco per te nel tuo coro s'esercita,
per te prende i tuoi tirsi, a te s'impampina,
a te la chioma sua nodrisce e dedica.
  Divolgasi di ci la fama intanto
fra le donne di Lazio, e tutte insieme
da furor tratte, e d'uno ardore accese
saltan fuor degli alberghi a la foresta.
Ed altre ignude i colli e sciolte i crini,
d'irsute pelli involte, e d'aste armate,
di tralci avviticchiate e di corimbi,
orrende voci e tremuli ululati
mandano a l'aura. E la regina in mezzo
a tutte l'altre una facella in mano
prende di pino ardente, e l'imeneo
de la figlia e di Turno imita e canta;
e con gli occhi di sangue e d'ira infetti
al cielo ad ora ad or la voce alzando:
Uditemi, - dicea - madri di Lazio,
quante ne siete in ogni loco, uditemi.
Se pu pietade in voi, se pu la grazia
de la misera Amata, e la miseria
di lei, ch'ad ogni madre  d'infortunio,
disvelatevi tutte e scapigliatevi;
E; a questo sacrificio
ne venite con me, meco ululatene.
  Cos da Bacco e da le Furie spinta
ne gia per selve e per deserti alpestri
la regina infelice, quando Aletto,
ch'assai gi disturbato avea il consiglio
di re Latino e la sua reggia tutta,
ratto su le fosc'ali a l'aura alzossi;
e l 've gi d'Acrisio il seggio pose
l'avara figlia, ivi dal vento esposta,
a l'orgoglioso Turno si rivolse.
Ardea fu quella terra allor nomata,
e di Ardea il nome insino ad or le resta,
ma non gi la fortuna. In questo loco
entro al suo gran palagio a mezza notte
prendea Turno riposo. Allor ch'Aletto
vi giunse, e 'l torvo suo maligno aspetto
con ci ch'avea di Furia, in senil forma
cangiando, raggruppossi, incanutissi,
e di bende e d'olivo il crin velossi:
Clibe in tutto fessi, una vecchiona
ch'era sacerdotessa e guardana
del tempio di Giunone; e 'n cotal guisa
si pose a lui davanti, e cos disse:
  Turno, adunque avrai tu sofferto indarno
tante fatiche, e questi Frigi avranno
la tua sposa e 'l tuo regno? Il re, la figlia
e la dote, ch'a te per gli tuoi merti,
per lo sparso tuo sangue era dovuta,
e gi da lui promessa, or ti ritoglie;
e de l'una e de l'altro erede e sposo
fassi un esterno. O va, cos deluso,
e per ingrati la persona e l'alma
inutilmente a tanti rischi esponi.
Va, fa strage de' Toschi. Va, difendi
i tuoi Latini, e in pace li mantieni.
Questo mi manda apertamente a dirti
la gran saturnia Giuno. Arma, arma i tuoi;
preparati a la guerra; esci in campagna;
assagli i Frigi, e snidagli dal fiume
c'han di gi preso, e i lor navili incendi.
Dal ciel ti si comanda. E se Latino
a le promisson non corrisponde,
se Turno non accetta e non gradisce
n per suo difensor n per suo genero,
provi qual sia ne l'armi, e quel ch'importi
averlo per nimico. Al cui parlare
il giovine con beffe e con rampogne
cos rispose: Io non son, vecchia, ancora,
come te, fuor de' sensi; e ben sentita
ho la nuova de' Teucri, e me ne cale
pi che non credi. Non per ne temo
quel che tu ne vaneggi; e non m'ha Giuno
(penso) in tanto dispregio e 'n tale oblio.
Ma tu dagli anni rimbambita e scema
entri, folle, in pensier d'armi e di stati,
ch'a te non tocca. Quel ch' tuo mestiero,
governa i templi, attendi ai simulacri,
e di pace pensar lascia e di guerra
a chi di guerreggiar la cura  data.
  Furia a la Furia questo dire accrebbe,
s che d'ira avvampando, ella il suo volto
riprese e rincagnossi: ed ei, negli occhi
stupido ne rimase, e trem tutto:
con tanti serpi s'arruff l'Erinne,
con tanti ne fischi, tale una faccia
le si scoverse. Indi le bieche luci
di foco accesa, la viperea sferza
gli gir sopra: e s com'era immoto
per lo stupore, ed a pi dire inteso,
lo risospinse; e i suoi detti e i suoi scherni
cos rabbiosamente improverogli:
  Or vedrai ben se rimbambita e scema
sono entrata in pensier d'armi e di stati,
ch'a me non tocchi; e se son vecchia e folle:
guardami, e riconoscimi; ch'a questo
son dal Tartaro uscita, e guerra e morte
meco ne porto. E, ci detto, avventogli
tale una face e con tal fumo un foco,
che fe' tenebre agli occhi e fiamme al core.
  Lo spavento del giovine fu tale,
che rotto il sonno, di sudor bagnato
si trov per angoscia il corpo tutto:
e stordito sorgendo, arme d'intorno
cercossi, armi grid, d'ira s'accese,
d'empio disio, di scelerata insania,
di scompigli e di guerra: in quella guisa
che con alto bollor risuona e gonfia
un gran caldar, quand'ha di verghe a' fianchi
chi gli ministra ognor foco maggiore,
quando l'onda pi ferve, e gorgogliando
pi rompe, pi si volve e spuma e versa,
e 'l suo negro vapore a l'aura esala.
Cos Turno commosso a muover gli altri
si volge incontinente; e de' suoi primi,
altri al re manda con la rotta pace,
ad altri l'apparecchio impon de l'arme,
onde Italia difenda, onde i Troiani
sian d'Italia cacciati, ed ei si vanta
contra de' Teucri e contra de' Latini
aver forze a bastanza. E ci commesso,
e ne' suoi vti i suoi numi invocati,
i Rutuli infra loro a gara armando
s'esortavan l'un l'altro; e tutti insieme
eran tratti da lui, chi per lui stesso
(che giovin era amabile e gentile),
chi per la nobilt de' suoi maggiori,
e chi per la virtude, e per le pruove
di lui viste altre volte in altre guerre.
  Mentre cos de' suoi Turno dispone
gli animi e l'armi, in altra parte Aletto
sen vola a' Teucri; e con nuov'arte apposta
in su la riva un loco, ove in campagna
correndo e 'nsidando, il bello Iulo
seguia le fere fuggitive in caccia.
Qui di sbita rabbia i cani accese
la virgo di Cocto, e per la traccia
gli mise tutti; onde scopriro un cervo
che fu poi di tumulto, di rottura,
di guerra, e d'ogni mal prima cagione.
  Questo era un cervo mansueto e vago,
gi grande e di gran corna, che divelto
da la sua madre, era nel gregge addotto
di Tirro e de' suoi figli: ed era Tirro
il custode maggior de' regi armenti
e de' regi poderi; ed egli stesso
l'avea nutrito e fatto umile e manso.
Silvia, una giovinetta sua figliuola,
l'avea per suo trastullo; e con gran cura
di fior l'inghirlandava, il pettinava,
lo lavava sovente. Era a la mensa
a lor d'intorno: e da lor tutti amava
esser pasciuto e vezzeggiato e tocco.
Errava per le selve a suo diletto,
e da se stesso poi la sera a casa,
come a proprio covil, se ne tornava.
Quel d per avventura di lontano
lungo il fiume venia tra l'ombre e l'onde,
da la sete schermendosi e dal caldo;
quando d'Ascanio l'arrabbiate cagne
gli s'avventaro; ed esso a farsi inteso
d'un tale onore e di tal preda acquisto,
diede a l'arco di piglio, e saettollo.
La Furia stessa gli drizz la mano,
e spinse il dardo s ch'a pieno il colse
ne l'un de' fianchi, e penetrogli a l'epa.
Ferito, insanguinato, e con lo strale
il meschinello ne le coste infisso,
al consueto albergo entro ai presepi
mugghiando e lamentando si ritrasse;
ch'un lamentarsi, un dimandar ata
d'uomo in guisa pi tosto che di fera,
erano i mugghi onde la casa empiea.
Silvia lo vide in prima, e col suo pianto,
col batter de le mani, e con le strida
mosse i villani a far turbe e tumulto.
Sta questa peste per le macchie ascosa
di topi in guisa, a razzolar la terra
in ogni tempo, s che d'ogni lato
n'usciron d'improvviso; altri con pali
e con forche, e con bronchi aguzzi al foco;
altri con mazze nodorose e gravi,
e tutti con quell'armi ch'a ciascuno
fecer l'ira e la fretta. Era per sorte
Tirro in quel punto ad una quercia intorno,
e per forza di cogni e di bipenne
l'avea tronca e squarciata: onde affannoso,
di sudor pieno, fieramente ansando
con la stessa ch'avea secure in mano
corse a le grida, e le masnade accolse.
L'infernal dea, ch'a la veletta stava
di tutto che seguia, veduto il tempo
accomodato al suo pensier malvagio,
tosto nel maggior colmo se ne salse
de la capanna, e con un corno a bocca
son de l'armi il pastorale accento.
La spaventosa voce che n'uscio
dal Tartaro spiccossi. E pria le selve
ne tremr tutte; indi di mano in mano
di Nemo udilla e di Diana il lago,
udilla de la Nera il bianco fiume,
e di Velino i fonti, e tal l'udiro,
che ne strinser le madri i figli in seno.
  A quella voce, e verso quella parte
onde sentissi, i contadini armati,
comunque ebber tra via d'armi rincontro,
subitamente insieme s'adunaro.
Da l'altro lato i giovani troiani
al soccorso d'Ascanio in campo usciro,
spiegr le schiere, misersi in battaglia,
vennero a l'armi; s che non pi zuffa
sembrava di villani, e non pi pali
avean per armi, ma forbiti ferri
serrati insieme, che dal sol percossi,
per le campagne e fin sotto a le nubi
ne mandavano i lampi; in quella guisa
che lieve al primo vento il mar s'increspa,
poscia biancheggia, ondeggia e gonfia e frange
e cresce in tanto, che da l'imo fondo
sorge fino a le stelle. Almone, il primo
figlio di Tirro, primamente cadde
in questa pugna. Ebbe di strale un colpo
in su la strozza, che la via col sangue
gli chiuse e de la voce e de la vita.
Caddero intorno a lui molt'altri corpi
di buona gente. Cadde tra' migliori,
mentre l'armi detesta, e per la pace
or con questi or con quelli si travaglia,
Galso il vecchio, il pi giusto e 'l pi ricco
de la contrada. Cinque greggi avea
con cinque armenti; e con ben cento aratri
coltivava e pascea l'ausonia terra.
  Mentre cos ne' campi si combatte
con egual Marte, Aletto gi compita
la sua promessa, poi ch'a l'armi, al sangue
ed a le stragi era la guerra addotta,
usc del Lazio, e baldanzosa a l'aura
levossi, ed a Giunon superba disse:
Eccoti l'arme e la discordia in campo,
e la guerra gi rotta. Or di' ch'amici,
di' che confederati, e che parenti
si sieno omai, poich d'ausonio sangue
gi sono i Teucri aspersi. Io, se pi vuoi,
pi far. Di rumori e di sospetti
empier questi popoli vicini;
condurrogli in aiuto; andr per tutto
destando amor di guerra; andr spargendo
per le campagne orror, furore ed armi.
Assai, - Giuno rispose, - hai di terrore
e di frode commesso: ha gi la guerra
le sue cagioni; hanno (comunque in prima
la sorte le si regga) ambe le parti
le genti in campo, e l'armi in mano; e l'armi
son gi di sangue tinte, e 'l sangue  fresco.
Or queste sponsalizie e queste nozze
comincino a godersi il re Latino,
e questo di Ciprigna egregio figlio.
Tu, perch non consente il padre eterno
ch'in questa eterea luce e sopra terra
cos licenziosa te ne vada,
torna a' tuoi chiostri; ed io, s'altro in ci resta
da finir, finir. Ci disse a pena
la figlia di Saturno, che d'Aletto
fischir le serpi, e dispiegrsi l'ali
in vr Cocto.  de l'Italia in mezzo
e de' suoi monti una famosa valle,
che d'Amsanto si dice. Ha quinci e quindi
oscure selve, e tra le selve un fiume
che per gran sassi rumoreggia e cade,
e s rode le ripe e le scoscende,
che fa spelonca orribile e vorago,
onde spira Acheronte, e Dite esala.
In questa buca l'odoso nume
de la crudele e spaventosa Erinne
gittossi, e dismorb l'aura di sopra.
  Non per Giuno di condur la guerra
rimansi intanto, ed ecco dal conflitto
venir ne la citt la rozza turba
de' contadini, e riportare i corpi
del giovinetto Almone e di Galso,
cos com'eran sanguinosi e sozzi.
Gli mostrano, ne gridano, n'implorano
dagli di, da Latino e da le genti
testimonio, piet, sdegno e vendetta.
Evvi Turno presente, che, con essi
tumultuando esclama, e 'l fatto aggrava,
e detesta e rimprovera e spaventa,
Questi, questi, - dicendo, - son chiamati
a regnar ne l'Ausonia: ai Frigi, ai Frigi
d Latino il suo sangue, e Turno esclude.
  Sopravvengono intanto i furosi,
che, con le donne attonite scorrendo,
gian con Amata per le selve in tresca;
ch grande era d'Amata in tutto il regno
la stima e 'l nome; e d'ogni parte accolti
tutti contra gli annunzi, contra i fati
l'armi chiedendo e la non giusta guerra,
van di Latino a la magione intorno.
  Egli di rupe in guisa immoto stassi,
di rupe che, nel mar fondata e salda,
n per venti si crolla, n per onde
che le fremano intorno, e gli suoi scogli
son di spuma coverti e d'alga invano.
Ma poich superar non puote il cieco
lor malvagio consiglio, e che le cose
givan di Turno e di Giunone a vto,
molto pria con gli di, con le van'aure
si protest; poscia: Dal fato, - disse, -
son vinto, e la tempesta mi trasporta.
Ma voi per questo sacrilegio vostro
il fio ne pagherete. E tu fra gli altri,
Turno, tu pria n'avrai supplizio e morte;
e preci e vti a tempo ne farai,
ch'a tempo non saranno. Io, quanto a me,
gi de' miei giorni e de la mia quete
son quasi in porto: e da voi sol m'e tolto
morir felicemente. E qui si tacque,
e 'l governo depose e ritirossi.
  Era in Lazio un costume, che venuto
 poi di mano in man di Lazio in Alba,
e d'Alba in Roma, ch'or del mondo  capo,
che nel muover de l'armi ai Geti, agl'Indi,
agli Arabi, agl'Ircani, a qual sia gente
ch'elle sian mosse, s com'ora a' Parti
per ricovrar le mal perdute insegne,
s'apron le porte de la guerra in prima.
  Queste son due, che per la riverenza,
per la religone e per la tma
del fiero Marte, orribili e tremende
sono a le genti; e con ben cento sbarre
di rovere, di ferro e di metallo
stan sempre chiuse; e lor custode  Giano.
Ma quando per consiglio e per decreto
de' padri si determina e s'appruova
che si guerreggi, il consolo egli stesso,
s come  l'uso, in abito e con pompa
c'ha da' Gabini origine e da' regi,
solennemente le disferra e l'apre:
ed egli stesso al suon de le catene
e de la rugginosa orrida soglia
la guerra intuona: guerra dopo lui
grida la giovent: guerra e battaglia
suonan le trombe; ed  la guerra inditta.
  In questa guisa era Latino astretto
d'annunzarla ai Teucri; a lui quest'atto
d'aprir le triste e spaventose porte
si dovea come a rege. Ma 'l buon padre,
schivo di s nefando ministero,
s'astenne di toccarle, e gli occhi indietro
volse per non vederle, e si nascose.
  Ma per trre ogni indugio un'altra volta,
ella stessa regina de' celesti
dal ciel discese, e di sua propria mano
pinse, disgangher, ruppe e sconfisse
de le sbarrate porte ogni ritegno,
s che l'aperse. Allor l'Ausonia tutta,
ch'era dianzi pacifica e queta,
s'accese in ogni parte. E qua pedoni,
l cavalieri; a la campagna ognuno,
ognuno a l'arme, a maneggiar destrieri,
a fornirsi di scudi, a provar elmi,
a far, chi con la cote, e chi con l'unto,
ciascuno i ferri suoi lucidi e tersi.
Altri s'addestra a sventolar l'insegne,
altri a spiegar le schiere, e con diletto
s'ode annitrir cavalli e sonar tube.
  Cinque grosse citt con mille incudi
a fabbricare, a risarcir si dnno
d'ogni sorte armi: la possente Atina,
Ardea l'antica, Tivoli il superbo,
e Crustumerio, e la torrita Antenna.
Qui si vede cavar elmi e celate;
l torcere e covrir targhe e pavesi:
per tutto riforbire, azzar ferri,
annestar maglie, rinterzar corazze,
e per fregiar pi nobili armature,
tirar lame d'acciar, fila d'argento.
Ogni bosco fa lance, ogni fucina
disf vomeri e marre, e spiedi e spade
si forman dai bidenti e da le falci.
Suonan le trombe, dassi il contrassegno,
gridasi a l'armi: e chi cavalli accoppia,
e chi prende elmo, e chi picca, e chi scudo.
Questi ha la piastra, e quei la maglia indosso,
e la sua fida spada ognuno a canto.
  Or m'aprite Elicona, e di conserto
meco il canto movete, alme sorelle,
a dir qual regi e quai genti e qual'armi
militassero allora, e di che forze,
e di quanto valore era in quei tempi
la milizia d'Italia. A voi conviensi
di raccontarlo, a cui conto e ricordo
de le cose e de' tempi  dato eterno:
a noi per tanti secoli rimasa
n' di picciola fama un'aura a pena.
  Il primo, che le genti a questa guerra
ponesse in campo, fu Mezenzio, il fiero
del ciel dispregiatore e degli di.
D'Etruria era signore, e di Tirreni
conducea molte squadre. Avea suo figlio
Lauso con esso, un giovine il pi bello,
da Turno in fuori, che l'Ausonia avesse.
Gran cavaliero, egregio cacciatore
fino allor si mostrava; e mille armati
avea la schiera sua, che seco uscita
fuor d'Agillina, ne l'esiglio ancora
indarno lo seguia; degno che fosse
ne l'imperio del padre. A questi dopo
segue Aventino, de l'invitto Alcide
leggiadro figlio. Questi col suo carro
di palme adorno, e co' vittorosi
suoi corridori in campo appresentossi.
Eran di mazzafrusti, di spuntoni,
di chiavarine, e di savelli spiedi
armate le sue schiere. Ed egli, a piedi,
d'un cuoio di leon velluto ed irto
vestia gli omeri e 'l dorso, e del suo ceffo,
che quasi digrignando ignudi e bianchi
mostrava i denti e l'una e l'altra gota,
si copria 'l capo. E con tal fiera mostra
d'Ercole in guisa, a corte si condusse.
  Vennero appresso i suoi fratelli argivi
Catillo e Cora, e di Tiburte il terzo
guidr le genti, che da lui nomate
fr Tiburtine. Dai lor colli entrambi
calando avanti a l'ordinate schiere,
due Centauri sembravano a vedergli,
che gi correndo da' nevosi gioghi
d'Omole e d'Otri, risonando fansi
dar la via da' virgulti e da le selve.
  Ccolo, di Preneste il fondatore,
comparve anch'egli: un re che da bambino
fu tra l'agresti belve appo d'un foco
trovato esposto; onde di foco nato
si cred poscia, e di Volcano figlio.
Avea costui di rustici d'intorno
una gran compagnia, ch'eran de l'alta
Preneste, de' sassosi Ernici monti,
de la gabina Giuno e d'Anene,
e d'Amasno e de la ricca Anagni
abitanti e cultori: e come gli altri,
non eran in su' carri, o d'aste armati
o di scudi coverti. Una gran parte
eran frombolatori, e spargean ghiande
di grave piombo, e parte avean due dardi
ne la sinistra, e cappelletti in testa
d'orridi lupi: il manco pi discalzo
il destro o d'uosa o di corteccia involto.
  Messapo venne poscia, de' cavalli
il domatore e di Nettuno il figlio,
contro al ferro fatato e contro al foco.
Questi subitamente armando spinse
le genti sue per lunga pace imbelli;
devi dalle nozze i Fescennini,
da le leggi i Falisci: arm Soratte,
arm Flavinio, e tutti che d'intorno
ha di Cimini e la montagna e 'l lago,
e di Capena i boschi. Ivan del pari
in ordinanza, e del suo re cantando,
come soglion talor da la pastura
tornarsi in vr le rive al ciel sereno
i bianchi cigni, e le distese gole
disnodar gorgheggiando, e far di tutti
tale una melodia, che di Castro
ne suona il fiume e d'Asia la palude.
N pur un si movea di tanta schiera
da la sua fila, in ci lo stuol sembrando
de' rochi augelli allor che di passaggio
vien d'alto mare, e come intera nube
a terra unitamente se ne cala.
  Ecco di poi venir Clauso il sabino,
di quel vero sabino antico sangue;
ch'avea gran gente, e la sua gente tutta
pareggiava sol egli. Il nome suo
fece Claudia nomare e la famiglia
e la trib Romana allor che Roma
diessi a' Sabini in parte. Era con lui
la schiera d'Amiterno e de' Quiriti
di quegli antichi. Eravi il popol tutto
d'Ereto, di Mutisca, di Nomento
e di Velino e quei che da l'alpestra
Ttrica, da Severo, da Caspria,
da Fruli e d'Imella eran venuti:
quei che bevean del Fbari e del Tebro,
che da la fredda Norcia eran mandati;
le squadre degli Ortini, il Lazio tutto,
e tutti alfin che nel calarsi al mare
bagna d'ambe le sponde Allia infelice.
Tanti flutti non fa di Libia il golfo
quando cade Oron ne l'onde, il verno:
n tante spiche hanno dal sole aduste
la state, o d'Ermo o de la Licia i campi,
quante eran genti. Arme sonare e scudi
s'udian per tutto, e tutta al suon de' piedi
trepidar si vedea l'ausonia terra.
  Quindi ne vien l'agamennonio auriga
Aleso, del troian nome nimico;
che di mille feroci nazoni,
in ata di Turno, un gran miscuglio
dietro al suo carro avea di montanari.
Parte de' pampinosi a Bacco amici
Mssici colli, e parte degli Aurunci,
de' Sidicini liti, di Volturno,
di Cale, de' Satcoli e degli Osci.
Questi per armi avean mazze e lanciotti
irti di molte punte, e di soatto
scudisci al braccio, onde erano i lor colpi,
traendo e ritraendo, in molti modi
continati e doppi. E pur con essi
aveano e per ferire e per coprirsi
targhe ne la sinistra, e storte al fianco.
  N tu senza il tuo nome a questa impresa,
balo, te n'andrai, del gran Telone
e de la bella Ninfa di Sebeto
figlio onorato. Di costui si dice
che, non contento del paterno regno,
Capri al vecchio lasciando e i Teleboi,
fe' d'esterni paesi ampio conquisto,
e fu re de' Sarrasti e de le genti
che Sarno irriga. Insignorissi appresso
di Btulo, di Rufra, di Celenne
e de' campi fruttiferi d'Avella.
Mezze picche avean questi a la tedesca
per avventarle, e per celate in capo
sveri scortecciati, e di metallo
brocchieri a la sinistra, e stocchi a lato.
  Cal di Nersa e de' suoi monti alpestri
Ufente, un condottier ch'era in quei tempi
di molta fama e fortunato in arme.
Equcoli, avea seco, la pi parte
orrida gente, per le selve avvezza
cacciar le fere, adoperar la marra,
arar con l'armi in dosso, e tutti insieme
viver di cacciagioni e di rapine.
  De la gente Marrubia un sacerdote
venne fra gli altri; sacerdote insieme
e capitan di genti ardito e forte:
Umbrone era il suo nome; Archippo il rege
che lo mandava. Di felice oliva
avea il cimiero e l'elmo intorno avvolto.
Era gran ciurmatore, e con gl'incanti
e col tatto ogni serpe addormentava:
degl'idri, de le vipere, e degli aspi
placava l'ira, raddolciva il tsco,
e risanava i morsi. E non per tanto
pot, n con incanti n con erbe
de' Marsi monti, risanare il colpo
de la dardania spada; onde il meschino
ne fu da le foreste de l'Anguizia,
dal cristallino Fcino e dagli altri
laghi d'intorno disato e pianto.
  Mand la madre Aricia a questa guerra
Virbio, del casto Ippolito un figliuolo
gentile e bello; e da le selve il trasse
d'Egria, ove d'Imeto in su la riva
pi clta e pi placabile  Dana;
ch, per fama, d'Ippolito si dice,
poscia che fu per froda o per disdegno
de l'iniqua madrigna al padre in ira,
e che gli spaventati suoi cavalli
strazio e scempio ne fro, egli di nuovo,
per virt d'erbe e per piet che n'ebbe
la casta dea, fu rivocato in vita.
Sdegnossi il padre eterno ch'un mortale
fosse a morte ritolto; e l'inventore
di cotal arte, che d'Apollo nacque,
fulminando mand ne' regni bui.
Ippolito da Trivia in parte occulta,
scevro da tutti, a cura fu mandato
d'Egria ninfa, e ne la selva ascoso,
l 've solingo, e col cangiato nome
di Virbio, sconosciuto i giorni mena
d'un'altra vita. E quinci  che dal tempio
e da le selve a Trivia consecrate
i cavalli han divieto: ch, lor colpa,
fu 'l suo carro e 'l suo corpo al marin mostro,
e poscia a morte indegnamente esposto.
Il figlio, che pur Virbio era nomato,
non men di lui feroce, i suoi destrieri
esercitava, e 'n su 'l paterno carro
arditamente a questa guerra uscio.
  Turno infra' primi, di persona e d'armi
riguardevole e fiero, e sopra tutti
con tutto 'l capo, in campo appresentossi.
Un elmo avea con tre cimieri in testa
e suvvi una Chimera, che con tante
bocche foco anelava quante a pena
non apria Mongibello; e con pi fremito
spargea le fiamme, come pi crudele
era la zuffa, e pi di sangue avea.
Lo scudo era d'acciaio, e d'oro intorno
tutto commesso, e d'r nel mezzo un'Io
era scolpita, che gi 'l manto e 'l ceffo,
le setole e le corna avea di bue;
memorabil soggetto! Eravi appresso
Argo che la guardava; eravi il padre
Inaco che, chiamandola, versava,
non men de gli occhi che de l'urna, un fiume.
Dopo Turno venia di fanti un nembo,
un'ordinanza, una campagna piena
tutta di scudi. Eran le genti sue
Argivi, Aurunci, Rutuli, Sicani
e Sacrani e Labici, che dipinti
portan gli scudi. Avea del tiberino,
avea del sacro lito di Numco
e de' rutuli colli e del Circo,
d'nsure a Giove sacro, di Feronia
diletta a Giuno, de la paludosa
Stura, e del gelato e scemo Ufente
gran turba di villani e d'aratori.
  L'ultima a la rassegna vien Camilla
ch'era di volsca gente una donzella,
non di conocchia o di ricami esperta,
ma d'armi e di cavalli, e bench virgo,
di cavalieri e di caterve armate
gran condottiera, e ne le guerre avvezza.
Era fiera in battaglia, e lieve al corso
tanto che, quasi un vento sopra l'erba
correndo, non avrebbe anco de' fiori
tocco, n de l'ariste il sommo a pena;
non avrebbe per l'onde e per gli flutti
del gonfio mar, non che le piante immerse,
ma n pur tinte. Per veder costei
uscian de' tetti, empiean le strade e i campi
le genti tutte; e i giovini e le donne
stavan con meraviglia e con diletto
mirando e vagheggiando quale andava,
e qual sembrava; come regiamente
d'ostro ornato avea 'l tergo, e 'l capo d'oro;
e con che disprezzata leggiadria
portava un pastoral nodoso mirto
con picciol ferro in punta; e con che grazia
se ne gia d'arco e di faretra armata.


 

 

LIBRO OTTAVO



  Poscia che di Laurento in su la rcca
fe' Turno inalberar di guerra il segno,
e che guerra sonr le roche trombe,
spinti i carri e i destrieri, e l'armi scosse
di Marte al tempio, incontinente i cuori
si turbr tutti, e tutto il Lazio insieme
con sbito tumulto si ristrinse.
Fremessi, congiurossi, rassettossi
ognun ne l'arme. I tre gran condottieri
Messpo, Ufente, e l'empio de' celesti
dispregiator Mezenzio, usciro in prima.
Accolsero i sussidi; armr gli agresti;
spoglir d'agricoltor le ville e i campi.
  In Arpi a Domede si destina
Vnulo imbasciatore, e gli s'impone
che soccorso gli chiegga, e che gli esponga
quanto ci de l'Italia e del suo stato
torni a grand'uopo: con che gente Enea,
con quale armata v'ha gi posto il piede,
e fermo il seggio, e rintegrato il culto
a' suoi vinti Penati; come aspira
a questo regno, e come anco per fato,
e per retaggio del dardanio seme,
lo si promette. Che perci da molti
 gi seguito, e ch'ogni giorno avanza
e di forze e di nome. Indi soggiunga:
Quel che 'l duce de' Teucri in ci disegni
e che miri e che tenti (se fortuna
gli va seconda) a te via pi ch'a Turno
esser pu manifesto, e ch'a Latino.
Questi andamenti e queste trame allora
correan per Lazio, e lo scaltrito eroe
le sapea tutte, onde in un mare entrato
di gran pensieri, or la sua mente a questo,
or a quel rivolgendo in varie parti,
d'ogni cosa avea tma e speme e cura.
Cos di chiaro umor pieno un gran vaso,
dal sol percosso, un tremulo splendore
vibra ondeggiando, e rinfrangendo a volo
manda i suoi raggi, e le pareti e i palchi
e l'aura d'ogni intorno empie di luce.
  Era la notte, e gi per ogni parte
del mondo ogni animal d'aria e di terra
altamente giacea nel sonno immerso,
allor che 'l padre Enea, cos com'era
dal pensier de la guerra in ripa al Tebro
gi stanco e travagliato, addormentossi.
Ed ecco Tiberino, il dio del loco
veder gli parve, un che gi vecchio al volto
sembrava. Avea di pioppe ombra d'intorno
di sottil velo e trasparente in dosso
ceruleo ammanto, e i crini e 'l fronte avvolto
d'ombrosa canna. E de l'ameno fiume
placido uscendo a consolar lo prese
in cotal guisa: Enea, stirpe divina,
che Troia da' nemici ne riporti
e la ravvivi e la conservi eterna;
o da me, da' Laurenti e da' Latini
gi tanto tempo a tanta speme atteso,
questa  la casa tua, questo  secura-
mente, non t'arrestare, il fatal seggio
che t' promesso. Le minacce e 'l grido
non temer de la guerra. Ogn'odio, ogn'ira
cessa gi de' celesti. E perch 'l sonno
credenza non ti scemi, ecco a la riva
sei gi del fiume, u' sotto a l'elce accolta
sta la candida troia con quei trenta
candidi figli a le sue poppe intorno.
Questo fia dunque il segno e 'l tempo e 'l loco
da fermar la tua sede. E questo  'l fine
de' tuoi travagli: onde il tuo figlio Ascanio
dopo trent'anni il memorabil regno
fonder d'Alba, che cos nomata
fia dal candore e dal felice incontro
di questa fera. E tutto adempirassi
ch'io ti predco, e t' predetto avanti.
Or brevemente quel ch'oprar convienti,
per uscir gloroso e vincitore
di questa guerra, ascolta.  di qui lunge
non molto Evandro, un re che de l'Arcadia
 qua venuto; e sopra a questi monti
ha degli Arcadi suoi locato il seggio.
Il loco, da Pallante suo bisavo,
 stato Pallanto da lui nomato:
ed essi, perch son nel Lazio esterni,
son nemici a' Latini, ed han con loro
perpetua guerra. A te fa di mestiero
con lor confederarti, e per compagni
a questa impresa avergli. Io, fra le ripe
mie stesse, incontro a l'acqua a la magione
d'Evandro agevolmente condurrotti.
Dstati, de la dea pregiato figlio;
e come pria vedrai cader le stelle,
porgi solennemente a la gran Giuno
preghiere e vti; e supplicando vinci
de l'inimica dea l'ira e l'orgoglio;
ed a me, poi che vincitor sarai,
paga il dovuto onore. Io sono il Tebro
cerco da te, che, qual tu vedi, ondoso
rado queste mie rive, e fendo i campi
de la fertile Ausonia, al cielo amico
sovr'ogni fiume. Quel che qui m' dato,
 'l mio seggio maggiore: e fia che poscia
sovr'ogni altra cittade il capo estolla.
  Cos disse, e tuffossi. Enea dal sonno
si scosse; il giorno aprissi, ed ei col sole
sorgendo insieme, al suo nascente raggio
si volse umle, e con le cave palme
de l'onda si spruzz del fiume, e disse:
Ninfe lauremti, ninfe, ond'hanno i fiumi
l'umore e 'l corso; e tu con l'onde tue,
padre Tebro sacrato, al vostro Enea
date ricetto, e da' perigli omai
lo liberate. Ed io da qual sia fonte
che sgorghi, in qual sii riva, in qual sii foce
(poich tanta di me piet ti stringe)
sempre t'onorer, sempre di doni
ti sar largo. O de l'esperid'onde
superbo regnatore, amico e mite
ne sia il tuo nume, e i tuoi detti non vani.
  Cos dicendo, de' suoi legni elegge
i due migliori, e gli correda e gli arma
di tutto punto. Ed ecco d'improvviso
(mirabil mostro!) de la selva uscita
una candida scrofa, col suo parto
di candor pari, sopra l'erba verde
ne la riva accosciata gli si mostra.
Tosto il pietoso eroe col gregge tutto
a l'altar la condusse, e poich sacra
l'ebbe al gran nume tuo, massima Giuno,
a te l'uccise. Il Tebro quella notte
quanto fu lunga, di turbato e gonfio
ch'egli era, si rend tranquillo e queto,
s che, senza rumore e quasi in dietro
tornando, come stagno o come piana
palude adegu l'onde, e tolse a' remi
ogni contesa. Accelerando adunque
il cammin preso, i ben unti e spalmati
lor legni se ne vanno incontro al fiume
com'a seconda; s che l'onde stesse
stavan meravigliose, e i boschi intorno,
non soliti a veder l'armi e gli scudi
e i dipinti navili, che da lunge
facean novella e peregrina mostra.
Se ne van notte e giorno remigando
di tutta forza, e i seni e le rivolte
varcan di mano in mano, or a l'aperto,
or tra le macchie occulti, e via volando
segan l'onde e le selve. Era il sol giunto
a mezzo il giorno, quando incominciaro
da lunge a discovrir la rcca e 'l cerchio
e i rari allor del poverello Evandro
umili alberghi, ch'ora al cielo adegua
la romana potenza. Immantinente
volser le prore a terra, ed appressrsi
l 've per avventura il re quel giorno
solennemente in un sacrato bosco
avanti a la citt stava onorando
il grande Alcide. Avea Pallante seco
suo figlio, e del suo povero senato
e de' suoi primi giovini un drappello
che d'incensi, di vittime e di fumo
di caldo sangue empiean l'are e gli altari.
  Tosto che di lontan vider le gaggie,
e per entro de' boschi occulte e chete
gir navi esterne, insospettiti in prima
si levr da le mense. Ma Pallante
arditamente: Non movete, - disse, -
seguite il sacrificio. E tosto a l'armi
dato di piglio, incontro a lor si spinse.
Giunto, grid da l'argine: O compagni,
qual fin v'adduce, o qual v'intrica errore
per cos torta e disusata via?
Ov'andate? chi siete? onde venite?
che ne recate voi? la pace, o l'armi?
Enea di su la poppa un ramo alzando
di pacifera oliva: Amici - disse -
vi siamo, e siam Troiani, e coi Latini
vostri nimici inimicizia avemo.
Questi superbamente il nostro esiglio
perseguitando ne fan guerra ed onta.
Ricorremo ad Evandro. A lui porgete
da nostra parte, che de' Teucri alcuni
son qui venuti condottieri eletti
per sussidi impetrarne e lega d'arme.
  Stup primieramente a s gran nome
Pallante, indi vr lui rivolto umle:
Signor, qual che tu sii, scendi e tu stesso
parla, - disse, - al mio padre, e nosco alloggia.
E lo prese per mano ed abbracciollo.
Lasciato il fiume e ne la selva entrati,
Enea dinanzi al re comparve e disse:
  Signor, che di bont sovr'ogni Greco,
e di fortuna sovr'a me ten vai
tanto che supplichevole, e co' rami
di benda avvolti a tua magion ne vengo;
io, perch sia Troiano e tu di Troia
per nazon nimico e per legnaggio
agli Atridi congiunto, or non pavento
venirti avanti, ch 'l mio puro affetto,
gli oracoli divini, il sangue antico
de' maggior nostri, il tuo famoso grido,
e 'l fato e 'l mio voler m'han teco unito.
Dardano, de' Troiani il primo autore,
nacque d'Elettra, come i Greci han detto;
e d'Elettra fu padre il grande Atlante,
che con gli omeri suoi folce le stelle.
Vostro progenitor Mercurio fue,
che nel gelido monte di Cillene
de la candida Maia al mondo nacque;
e Maia ancor, se questa fama  vera,
venne d'Atlante, e da lo stesso Atlante
che fa con le sue spalle al ciel sostegno.
Cos d'un fonte lo tuo sangue e 'l mio
traggon principio. E quinci  che securo
senza opra di messaggi e senza scritti,
pria ch'io ti tenti, e pria che tu m'affidi,
posto ho me stesso e la mia vita a rischio,
e supplichevolmente a la tua casa
ne son venuto. I Rutuli ch'infesti
sono anche a te, se de l'Italia fuori
cacceran noi, gi de l'Italia tutta
l'imperio si promettono, e di quanto
bagna l'un mare e l'altro. Or la tua fede
mi porgi, e la mia prendi; ch'ancor noi
siamo usi a guerra, e cor ne' petti avemo.
  Il re, mentre ch'Enea parlando stette,
il volto e gli occhi e la persona tutta
gli and squadrando; e brevemente al fine
cos rispose: Valoroso eroe,
come lieto io t'accolgo, e come certo
raffigurar mi sembra il volto e i gesti
e la favella di quel grande Anchise
tuo genitore! Io mi ricordo quando
Priamo per riveder la sua sorella
Esone e 'l suo regno, in un passaggio
che perci fe' da Troia a Salamina,
tocc d'Arcadia i gelidi confini.
De le prime lanugini fiorito
era il mio mento a pena allor ch'io vidi
quei gran duci di Troia, e de' Troiani
lo stesso re. Con molto mio diletto
gli mirai, gli ammirai, notai di tutti
gli abiti e le fattezze, e sopra tutti
leggiadro, riguardevole ed altero
sembrommi Anchise. Un desiderio ardente
mi prese allor d'offrirmi, e d'esser conto
a quel signore. Il visitai, gli porsi
la destra, ospite il fei, nel mio Feno
meco l'addussi. Ond'ei poscia partendo,
un arco, una faretra e molti strali
di Licia presentommi, e d'oro appresso
una ricca intessuta sopravesta
con due freni indorati ch'ancor oggi
son di Pallante mio: s che gi ferma
 tra noi quella fede e quella lega
ch'or ne chiedete. E non fia il sol dimane
dal balcon d'orente uscito a pena,
che le mie genti e i miei sussidi arete.
Intanto a questa festa, che solenne
facciamo ogni anno, e tralasciar non lece
(gi che venuti siete amici nostri),
nosco restate, e come di compagni
queste mense onorate. Avea ci detto,
allor che nuovi cibi e nuove tazze
ripor vi fece, e lor tutti nel prato
a seder pose; e sopra tutti Enea,
di villoso leon disteso un tergo,
seco al suo desco ed al suo seggio accolse.
Per man de' sacerdoti e de' ministri
del sacrificio, d'arrostite carni
de' tori, di vin puro, di focacce,
gran piatti, gran canestri e gran tazzoni
n'andaro a torno; e co' suoi Teucri tutti
Enea fu de le viscere pasciuto
del saginato, a dio devoto, bue.
  Tolte le mense, e 'l desiderio estinto
de le vivande, a ragionar rivolti,
Evandro incominci: Troiano amico,
questo convito e questo sacrificio
cos solenne, e questo a tanto nume
sacrato altare, instituiti e posti
non sono a caso; ch del vero culto
e de gli antichi di notizia avemo.
Per memoria, per merito e per vto
d'un gran periglio sua merc scampato,
son questi onori a questo dio dovuti.
Mira col quella scoscesa rupe,
e que' rotti macigni, e di quel colle
quell'alpestra ruina, e quel deserto.
Ivi era gi remota e dentro al monte
cavata una spelonca, ov'unqua il sole
non penetrava. Abitatore un ladro
n'era, Caco chiamato, un mostro orrendo
mezzo fera e mezz'uomo, e d'uman sangue
avido s, che 'l suol n'avea mai sempre
tiepido. Ne grommavan le pareti,
ne pendevano i teschi intorno affissi,
di pallor, di squallor luridi e marci.
Volcano era suo padre; e de' suoi fochi
per la bocca spirando atri vapori,
gia d'un colosso, e d'una torre in guisa.
Contra s diro mostro, dopo molti
dannaggi e molte morti, il tempo al fine
ne diede e questo dio soccorso e scampo.
Egli di Spagna vincitor ne venne
in queste parti, de le spoglie altero
di Gerone, in cui tre volte estinse
in tre corpi una vita, e ne condusse
tal qui d'Ibro un coposo armento,
ch'avea pien questo fiume e questa valle.
  Caco ladron feroce e furoso,
d'ogni misfatto e d'ogni sceleranza
ardito e frodolente esecutore,
quattro tori involonne e quattro vacche,
ch'eran fior de l'armento. E perch l'orme
indicio non ne dessero, a rovescio
per la coda gli trasse; e ne la grotta
gli condusse e celogli. Eran l'impronte
de' lor pi volte al campo, e verso l'antro
segno non si vedea ch'a la spelonca
il cercator drizzasse. Avea gi molti
giorni d'Anfitron tenuto il figlio
qui le sue mandre, e ben pasciuto e grasso
era il suo armento, s che nel partire
tutte queste foreste e questi colli
di querimonia e di muggiti empiero.
Mugghi da l'altro canto, e 'l vasto speco
da lunge rintonar fece una vacca
de le rinchiuse: onde schernita e vana
rest di Caco la custodia e 'l furto;
ch'udilla Alcide, e d'ira e di furore
in un sbito acceso, a la sua mazza,
ch'era di quercia nodorosa e grave,
di di piglio, e correndo al monte ascese.
Quel d da' nostri primamente Caco
temer fu visto. Si smarr negli occhi,
si mise in fuga, e fu la fuga un volo:
tal gli aggiunse un timor le penne a' piedi.
  Tosto che ne la grotta si rinchiuse,
allent le catene, e di quel monte
una gran falda a la sua bocca oppose;
ch'a la bocca de l'antro un sasso immane
avea con ferri e con paterni ordigni
di cataratta accomodato in guisa
con puntelli per entro e stanghe e sbarre.
Ecco Tirinzio arriva, e come  spinto
da la sua furia, va per tutto in volta
fremendo, ora ai vestigi, ora ai muggiti,
ora a l'entrata de la grotta intento.
E portato da l'impeto, tre volte
scrse de l'Aventino ogni pendice:
tre volte al sasso de la soglia intorno
si mise indarno; e tre volte affannato
ritorn ne la valle a riposarsi.
  Era de la spelonca al dorso in cima
di selce d'ogn'intorno dirupata
un cucuzzolo altissimo ed alpestro
ch'ai nidi d'avvoltoi e di tali altri
augelli di rapina e di carogna
era opportuno albergo. A questo intorno
alfin si mise; e siccom'era al fiume
da sinistra inchinato, egli a rincontro
lo spinse da la destra, lo divelse,
col calce de la mazza a leva il pose,
e gli di volta. A quel fracasso il cielo
rinton tutto, si crollr le ripe,
e 'l fiume impaurito si ritrasse.
  Allor di Caco fu lo speco aperto:
scoprissi la sua reggia, e le sue dentro
ombrose e formidabili caverne.
Come chi de la terra il globo aprisse
a viva forza, e de l'inferno il centro
discovrisse in un tempo, e che di sopra
de l'abisso vedesse quelle oscure
del cielo abbominate orride bolge;
vedesse Pluto a l'improvviso lume
restar del sole attonito e confuso:
cotal Caco da sbito splendore
ne la sua tomba abbarbagliato e chiuso
digrignar qual mastino Ercole vide;
e non pi tosto il vide, che di sopra
sassi, travi, tronconi, ogn'arme addosso
fulgurando avventogli. Ei che n fuga
avea n schermo al suo periglio altronde,
da le sue fauci (meraviglia a dirlo!)
vapori e nubi a vomitar si diede
di fumo, di caligine e di vampa,
tal che miste le tenebre col foco
togliean la vista agli occhi e 'l lume a l'antro.
Non per si contenne il forte Alcide,
che d'un salto in quel baratro gittossi
per lo spiraglio, e l 'v'era del fumo
la nebbia e l'ondeggiar pi denso, e 'l foco
pi roggio, a lui che 'l vaporava indarno,
s'addusse, e lo gherm; gli fece un nodo
de le sue braccia, e s la gola e 'l fianco
gli strinse che scoppiar gli fece il petto,
e schizzar gli occhi; e 'l foco e 'l fiato e l'alma
in un tempo gli estinse. Indi la bocca
apr de l'antro, e la frodata preda,
e del suo frodatore il sozzo corpo
fuor per un pi ne trasse, a cui d'intorno
corser le genti a meraviglia ingorde
di veder gli occhi biechi, il volto atroce,
l'ispido petto e l'ammorzato foco.
  Da indi in qua questo d santo ogni anno
da' nostri  lietamente celebrato:
e ne sono i Potizi i primi autori,
e i Pinari ministri. Allor quest'ara,
che Massima si disse, e che mai sempre
massima ne sar, fu consecrata
in questo bosco. Or via dunque, figliuoli,
per celebrar tant'onorata festa,
coi rami in fronte e con le tazze in mano
il comun dio chiamate, e lietamente
l'un con l'altro invitatevi, e beete.
  Ci detto, il divisato erculeo pioppo
tessero altri in ghirlande, altri in festoni,
altri i mai ne piantaro. E di gi pieno
di sacrato liquore il gran catino,
tutti a mensa gioiosi s'adagiaro,
e spargendo e beendo, ai santi numi
porser preghiere e vti. Espero intanto
era a l'occidental lito vicino
gi per tuffarsi, quando i sacerdoti
un'altra volta, e 'l buon Potizio avanti
con pelli indosso e con facelle in mano,
com' costume, a convivar tornaro,
e le seconde mense e l'are sante
di grati doni e di gran piatti empiero.
I Salii intorno ai luminosi altari
givano in tresca, e di populea fronde
cingean le tempie. I vecchi da l'un coro
le prodezze cantavano e le lodi
del grande Alcide; i giovini da l'altro
n'atteggiavano i fatti: come prima
fanciul da la matrigna insidato
i due serpenti strangolasse in culla;
come al suolo adeguasse Ecalia e Troia,
citt famose; come superasse
mill'altre insuperabili fatiche
sotto al duro tiranno, e contr'ai fati
de l'empia dea. Tu sei, - dicean cantando, -
invitto iddio, che de le nubi i figli
Nilo e Folo uccidi; tu che 'l mostro
domi di Creta: tu che vinci il fiero
nemo leone; te gl'inferni laghi,
te l'inferno custode ebbe in orrore
ne l'orrendo suo stesso e diro speco,
l, 've tra 'l sangue e le corrose membra
ha de la morta gente il suo covile.
Cosa non  s spaventosa al mondo,
che te spaventi, non lo stesso armato
incontr'al ciel Tifo; n quel di Lerna
con tanti e tanti capi orribil angue
senza avviso ti vide o senza ardire.
A te vera di Giove inclita prole,
umilmente inchiniamo, a te del cielo
nuovo aggiunto ornamento. E tu benigno
mira i cor nostri e i sacrifici tuoi.
  Cos pregando e celebrando in versi
cantavan le sue pruove. E sopra tutto
dicean di Caco e de la sua spelonca
e de' suoi fochi: e i boschi e i colli intorno
rispondean rintonando. Eran finiti
i sacrifici, quando il vecchio Evandro
mosse vr la cittade; e seco a pari
da l'un de' lati Enea, da l'altro il figlio
avea, cui s'appoggiava; e ragionando
di varie cose, agevolava il calle.
  Enea, meravigliando, in ogni parte
volgea le luci, desoso e lieto
di veder quel paese e di saperne
i siti, i luoghi e le memorie antiche.
Di che spando, il primo fondatore
de la romana rcca in cotal guisa
a dir gli cominci: Questi contorni
eran pria selve; e gli abitanti loro
eran qui nati, ed eran fauni e ninfe,
e genti che di roveri e di tronchi
nate, n di costumi, n di culto,
n di tori accoppiar, n di por viti,
n d'altr'arti, o d'acquisto, o di risparmio
avean notizia o cura: e 'l vitto loro
era di cacciagion, d'erbe e di pomi,
e la lor vita, aspra, innocente e pura.
Saturno il primo fu che in queste parti
venne, dal ciel cacciato, e vi s'ascose.
E quelle rozze genti, che disperse
eran per questi monti, insieme accolse
e di lor leggi: onde il paese poi
da le latbre sue Lazio nomossi.
Dicon che sotto il suo placido impero
con giustizia, con pace e con amore
si visse un secol d'oro, in fin che poscia
l'et, degenerando, a poco a poco
si fe' d'altro colore e d'altra lega.
Quinci di guerreggiar venne il furore,
l'ingordigia d'avere, e le mischianze
de l'altre genti. L'assalr gli Ausoni;
l'inondaro i Sicani; onde pi volte
questa, che pria Saturnia era nomata,
ha con la signoria cangiato il nome,
e co' signori. E quinci  che da Tebro,
che ne fu re terribile ed immane,
Tebro fu detto questo fiume ancra,
ch'lbula si dicea ne' tempi antichi.
Ed ancor me de la mia patria in bando,
dopo molti perigli e molti affanni
del mar sofferti, ha qui l'onnipotente
fortuna e l'invincibil mio destino
portato alfine; e qui posar mi fro
gli oracoli tremendi e spaventosi
di Carmenta mia madre, e Febo stesso
che mia madre inspirava. E fin qui detto,
si spinse avanti; e quell'ara mostrogli,
e quella porta che fu poi di Roma,
Carmental detta, onore e ricordanza
de la ninfa indovina, ch'anzi a tutti
del Pallanto predisse e de' Romani
la futura grandezza. Indi seguendo,
un gran bosco gli mostra, ove l'Asilo
Romolo contraffece; e 'l Lupercale,
che, quale era in Arcadia a Pan Liceo,
sotto una fredda rupe era dicato.
Poscia de l'Argileto gli dimostra
la sacra selva; e d'Argo ospite il caso
gli conta, e se ne purga e se ne scusa.
A la Tarpeia rupe, al Campidoglio
poscia l'addusse; al Campidoglio or d'oro,
che di spini in quel tempo era coverto:
un ermo colle dai vicini agresti
per la religon del loco stesso
insino allor temuto e riverito:
ch'a veder sol quel sasso e quella selva
si paventava. E qui soggiunse Evandro:
  In questo bosco, e l 've questo monte
 pi frondoso, un dio, non si sa quale,
ma certo abita un dio. Queste mie genti
d'Arcadia han ferma fede aver veduto
qui Giove stesso balenar sovente,
e far di nembi accolta. Oltre a ci vedi
qui su, quelle ruine e quei vestigi
di quei due cerchi antichi. Una di queste
citt fond Saturno, e l'altra Giano,
che Saturnia e Gianicolo fr dette.
  In cotal guisa ragionando Evandro,
se ne gian verso il suo picciolo ostello.
E ne l'andar, l 'v'or di Roma  il Foro,
ov' quella pi florida contrada
de le Carine, ad ogni passo intorno
udian greggi belar, mugghiare armenti.
Giunti che furo: In questo umile albergo
alloggi - disse - il vincitore Alcide.
Questa fu la sua reggia. E tu v'alloggia,
e tu 'l gradisci, e le delizie e gli agi
spregiando, imita in ci Tirinzio e dio,
e del tugurio mio meco t'appaga.
Cos dicendo, il grand'ospite accolse
ne l'angusta magione, e collocollo
l dove era di frondi e d'irta pelle
di libic'orsa attappezzato un seggio.
  Venne la notte, e le fosc'ali stese
avea di gi sovra la terra, quando
Venere come madre, e non in vano
del suo figlio gelosa, il gran tumulto
veggendo e le minacce de' Laurenti,
con Volcan suo marito si ristrinse
con gran dolcezza; in tal guisa gli disse:
Caro consorte, infinch i regi Argivi
furo a' danni di Troia, e che per fato
cader dovea, nullo da te soccorso
volsi, o da l'arte tua; n ti richiesi
d'armi allor, n di macchine, n d'altro
per iscampo de' miseri Troiani.
Le man, l'ingegno tuo, le tue fatiche
oprar non volli indarno, ancor che molto
con Pramo e co' figli obbligo avessi,
e molto mi premesse il duro affanno
d'Enea mio figlio. Or per imperio espresso
e de' fati e di Giove egli nel Lazio
e tra' Rutuli  fermo. A te, mio sposo,
ricorro, a te, mio venerando nume;
e, madre, per un figlio arme ti chieggio;
quel che da te di Nro la figlia,
e di Titon la moglie hanno impetrato.
Mira in quant'uopo io le ti chieggio, e quanti
e che popoli sono, a mia ruina
e de' miei, congregati; e qual fan d'armi
a porte chiuse orribile apparecchio.
  E 'l buon marito, che d'eterno amore
avea il cor punto, le si volse, e disse:
A che s lungo esordio? Ov', consorte,
vr me la tua fidanza? Io fin d'allora,
se t'era grado, avrei d'arme provvisti
i Teucri tuoi; n 'l padre onnipotente,
n i fati ci vietavano che Troia
non si tenesse, e Pramo non fosse
restato ancor per diece altr'anni in vita.
Ed or s'a guerra t'apparecchi, e questo
 tuo consiglio, quel che l'arte puote
o di ferro o di liquido metallo,
quanto i mantici han fiato, e forza il foco,
io ti prometto. E tu con questi preghi
cessa di rivocar la possa in forse
del tuo volere, e 'l mio desir ch' sempre
di far le voglie tue paghe e contente.
  Finito il primo sonno, e de la notte
gi corso il mezzo, come femminella
che col fuso, con l'ago e con la spola
la sua vita sostenta e de' suoi figli;
che la notte aggiungendo al suo lavoro,
e dal suo focolar pria che dal sole
procacciandosi 'l lume, a la conocchia,
a l'aspo, a l'arcolaio esercitando
sta le povere ancelle, onde mantenga
il casto letto e i pargoletti suoi;
tale in tal tempo, e con tal cura a l'opra
surse il gran fabbro, e la fucina aperse.
  Giace tra la Sicania da l'un canto,
e Lipari da l'altro un'Isoletta
ch'alpestra ed alta esce de l'onde, e fuma.
Ha sotto una spelonca, e grotte intorno,
che di feri Ciclopi antri e fucine
son, da' lor fochi affumicati e rosi.
Il picchiar de l'incudi e de' martelli
ch'entro si sente, lo stridor de' ferri,
il fremere e 'l bollir de le sue fiamme
e de le sue fornaci, d'Etna in guisa
intonar s'ode ed anelar si vede.
Questa  la casa, ove qua gi s'adopra
Volcano, onde da lui Volcania  detta;
e qui per l'armi fabbricar discese
del grand'Enea. Stavan ne l'antro allora
Strope e Bronte e Piracmne ignudi
a rinfrescar l'aspre saette a Giove.
Ed una allor n'avean parte polita,
parte abbozzata, con tre raggi attorti
di grandinoso nembo, tre di nube
pregna di pioggia, tre d'acceso foco,
e tre di vento impetuoso e fiero.
I tuoni v'aggiungevano e i baleni,
e di fiamme e di furia e di spavento
un cotal misto. Altrove erano intorno
di Marte al carro, e le veloci ruote
accozzavano insieme, ond'egli armato
le genti e le citt scuote e commuove.
Lo scudo, la corazza e l'elmo e l'asta
avean da l'altra parte incominciati
de l'armigera Palla, e di commesso
la fregiavano a gara. Erano i fregi
nel petto de la dea gruppi di serpi
che d'oro avean le scaglie, e cento intrichi
facean guizzando di Medusa intorno
al fiero teschio, che cos com'era
disanimato e tronco, le sue luci
volgea d'intorno minacciose e torve.
Tosto che giunse: Via, - disse a' Ciclopi -
sgombratevi davanti ogni lavoro,
e qui meco guarnir d'arme attendete
un gran campione. E s'unqua fu mestiero
d'arte, di sperenza e di prestezza,
 questa volta. Or v'accingete a l'opra
senz'altro indugio. E fu ci detto a pena,
che, divise le veci e i magisteri,
a fondere, a bollire, a martellare
chi qua chi l si diede. Il bronzo e l'oro
corrono a rivi; s'ammassiccia il ferro,
si raffina l'acciaio; e tempre e leghe
in pi guise si fan d'ogni metallo.
Di sette falde in sette doppi unite,
ricotte al foco e ribattute e salde,
si forma un saldo e smisurato scudo,
da poter solo incontro a l'armi tutte
star de' Latini. Il fremito del vento
che spira da' gran mantici, e le strida
che ne' laghi attuffati, e ne l'incudi
battuti, fanno i ferri, in un sol tuono
ne l'antro uniti, di tenore in guisa
corrispondono a' colpi de' Ciclopi,
ch'al moto de le braccia or alte or basse
con le tenaglie e co' martelli a tempo
fan concerto, armonia, numero e metro.
  Mentre in Eolia era a quest'opra intento
di Lenno il padre, ecco, sorgendo il sole,
surse al cantar de' mattutini augelli
il vecchio Evandro; e fuori uscio vestito
di giubba con le guigge a' piedi avvolte,
com' tirrena usanza. Avea dal destro
omero a la Tega nel manco lato
una sua greca scimitarra appesa.
Avea da la sinistra di pantera
una picchiata pelle, che d'un tergo
gli si volgea su l'altro; e da la rcca
scendendo, gli venian due cani avanti,
come custodi i suoi passi osservando.
In questa guisa il generoso eroe,
come quei che tenea memoria e cura
di compir quanto avea la sera avanti
ragionato e promesso, a le secrete
stanze del padre Enea si ricondusse.
Enea da l'altra parte assai per tempo
s'era levato: e solo in compagnia
l'un seco avea Pallante, e l'altro Acate.
Poscia che rincontrati e 'nsieme accolti
si salutaro, alfin, tra loro assisi,
a ragionar si diro. E prima Evandro
cos parl: Signor, cui vivo, in vita
dir si pu che sia Troia, e che del tutto
non sia caduta e vinta; in questa guerra
quel che poss'io per tuo sussidio  poco
a tanto affare. Il mio paese  chiuso
quinci dal tosco fiume, e quindi ha l'armi
che gli suonan de' Rutuli d'intorno
fin sulle porte. Avviso e pensier mio
 per confederati e per compagni
darti una gente numerosa e grande
con molti regni. In tal qui tempo a punto
sei capitato, e tal felice incontro
ti porge amica e non pensata sorte.
   non lunge di qui, su questi monti
d'Etruria, una famosa e nobil terra
ch' sopra un sasso anticamente estrutta;
Agillina si dice, ove lor seggio
posero ( gi gran tempo) i bellicosi
e chiari Lidi: e floridi e felici
vi fr gran tempo ancora. Or sotto il giogo
son di Mezenzio capitati al fine.
A che di lui contar le sceleranze?
A che la ferit? Dio le riservi
per suo castigo e de' seguaci suoi.
Questo crudele insino a' corpi morti
mescolava co' vivi (odi tormento)
che giunte mani a mani, e bocca a bocca
in cos miserando abbracciamento
gli facea di putredine e di lezzo,
vivi, di lunga morte alfin morire.
  I cittadini afflitti, disperati,
e fatti per paura alfin securi,
tesero insidie a lui, fecero strage
de' suoi, posero assedio, avventr foco
a le sue case. Ei de le mani uscito
degli uccisori, ebbe rifugio a Turno
ch'or l'accoglie e 'l difende. Onde commossa
e per giusta cagione in furia volta
l'Etruria tutta in contra al suo tiranno
grida che muoia, e gi con l'armi in mano
a morte lo persegue. A questa gente
di molte mila condottiero e capo
aggiungerotti. E gi d'armate navi
son pieni i liti: ognun freme, ognun chiede
che si spieghin l'insegne. Un vecchio solo
aruspice e 'ndovino , che sospesi
gli tiene infino a qui: "Gente meonia, -
dicendo, - fior di gente antica e nobile,
bench giusto dolor contra a Mezenzio,
e degn'ira v'incenda, incontro a Lazio
non movete voi gi; ch'a nessun Italo
domar d'Italia una tal gente  lecito,
s'esterno duce a tant'uopo non prendesi".
  Cos parato, e per timor confuso
del vaticinio stassi il campo etrusco.
E gi Tarconte stesso a questa impresa
m'invita, e gi mandato a presentarmi
ha la sedia e lo scettro e l'altre insegne
del tosco regno, perch'io re ne sia,
ed a l'oste ne vada. Ma la tarda
e fredda mia vecchiezza, e le mie forze
debili, smunte e diseguali al peso
fan ch'io rifiuti. Esorterei Pallante
mio figlio a questo impero, se non fosse
che nato di Sabella, Italo anch'egli
 per materna razza. Or questo incarco
dagli anni, da la gente, dal destino,
dal tuo stesso valore a te si deve.
E tu il prendi, signor, ch'abile e forte
sei pi d'ogni Troian, d'ogni Latino
a sostenerlo. Ed io Pallante mio,
la mia speranza e 'l mio sommo conforto,
mander teco; che 'l mestier de l'arme,
che le fatiche del gravoso Marte
ne la tua scuola a tollerare impari:
e te da' suoi prim'anni, e i gesti tuoi
meravigliando ad imitar s'avvezze.
Dugento cavalieri, il nervo e 'l fiore
de' miei d'Arcadia, spedir con lui,
e dugento altri il mio Pallante stesso
in suo nome daratti. Avea ci detto
Evandro a pena, che d'Anchise il figlio
e 'l fido Acate str co' volti a terra
chinati. E da pensier gravi e molesti
fran oppressi, se dal ciel sereno
la madre Citerea segno non dava,
s come di. Ch tal per l'aria un lume
vibrossi d'improvviso e con tal suono,
che parve di repente il mondo tutto
come scoppiando e ruinando ardesse;
ed in un tempo di tirrene tube
squillar ne l'aura alto concento udissi.
Alzaron gli occhi: e la seconda volta,
e la terza iterar sentiro il tuono;
e vider l 've il cielo era pi scarco
e pi tranquillo, una dorata nube
e d'armi un nembo che tra lor percosse,
scintillando, facean fremiti e lampi.
Stupiron gli altri. Ma il troiano eroe
che 'l cenno riconobbe e la promessa
de la diva sua madre: Ospite, - disse, -
di saver non ti caglia quel ch'importi
questo prodigio; basta ch'ammonito
son io dal cielo, e questo  'l segno e 'l tempo,
che la mia genitrice mi predisse:
che quandunque di guerra incontro avessi,
allora ella dal ciel presta sarebbe
con l'armi di Volcano a darmi ata.
Oh quanta di voi strage mi prometto,
infelici Laurenti! e qual castigo
Turno, da me n'avrai! quant'armi, quanti
corpi volgere al mar, Tebro, ti veggio!
Via, patto e guerra mi si rompa omai.
  Cos detto, dal soglio alto levossi:
e con Evandro e co' suoi Teucri in prima
d'Ercole visitando i santi altari,
il sopito carbon del giorno avanti
lieto desta e raccende; i Lari inchina;
i pargoletti suoi Penati adora,
e di pi scelte agnelle il sangue offrisce.
  Indi torna a le navi, e de' compagni
fatte due parti, la pi forte elegge
per seco addurre a preparar la guerra:
l'altra a seconda per lo fiume invia,
che pianamente e senz'alcun contrasto
si rivolga ad Ascanio, e dia novelle
de le cose e del padre. A quei che seco
in Etruria adducea, tosto provvisti
furo i cavalli. A lui venne in disparte
da tutti gli altri un palafreno eletto,
di pelle di leon tutto coverto,
ch'i velli avea di seta e l'ugna d'oro.
  Per la piccola terra in un momento
si sparge il grido ch'ai tirreni liti
ne va lo stuol de' cavalieri in fretta.
Le madri, paventose, ai templi intorno
rinnovellano i vti; e gi per tma
pi vicino il periglio, e pi l'aspetto
sembra di Marte atroce. Evandro il figlio
nel dipartir teneramente abbraccia;
n divelto da lui, n sazio ancora
di lagrimar, gli dice: O se da Giove
mi fosse, figlio, di tornar concesso
ora in quegli anni e 'n quelle forze, ond'io
sotto Preneste il primo incontro fei
co' miei nemici, e vincitore i monti
arsi de' scudi, allor ch'rilo stesso,
lo stesso re con queste mani ancisi,
a cui nascendo avea Feronia madre
date tre vite e tre corpi, e tre volte
(meraviglia a contarlo!) era mestiero
combatterlo e domarlo; ed io tre volte
lo combattei, lo vinsi, e lo spogliai
d'armi e di vita; se tal, dico, io fossi,
mai non sarei da te, figlio, diviso;
mai non fra Mezenzio oso d'opporsi
a questa barba; n per tal vicino
vedova resterebbe or la mia terra
di tanti cittadini. O dii superni,
o de' superni dii nume maggiore,
piet d'un re servo e devoto a voi,
e d'un padre che padre  sol d'un figlio
unicamente amato. E se da' fati,
se da voi m' Pallante preservato,
e s'io vivo or per rivederlo mai,
questa mia vita preservate ancora
con quanti unqua soffrir potessi affanni.
Ma se fortuna ad infortunio il tragge,
ch'io dir non oso, or or, prego, rompete
questa misera vita, or ch' la tma,
or ch' la speme del futuro incerta,
e che te, figlio mio, mio sol diletto
e da me desato in braccio io tengo,
anzi ch'altra novella me ne venga,
che 'l cor pria che gli orecchi mi percuota.
Cos 'l padre ne l'ultima partita
disse al suo figlio; e da l'ambascia vinto,
fu da' sergenti riportato a braccio.
A la campagna i cavalieri intanto
erano usciti. Enea col fido Acate,
e co' suoi primi era nel primo stuolo;
Pallante in mezzo risplendea ne l'armi
commesse d'oro, risplendea ne l'ostro
che l'arme avean per sopravesta intorno;
ma via pi risplendea ne' suoi sembianti
ch'eran di fiero e di leggiadro insieme.
Tale  quando Lucifero, il pi caro
lume di Citerea, da l'Oceno,
quasi da l'onde riforbito, estolle
il sacro volto, e l'aura fosca inalba.
  Stan le timide madri in su le mura
pallide attentamente rimirando
quanto puon lunge il polveroso nembo
de l'armate caterve, e i lustri e i lampi
che facean l'armi tra i virgulti e i dumi
lungo le vie. Va per la schiera il grido
che si cavalchi; e lo squadron gi mosso
al calpitar de la ferrata torma
fa 'l campo risonar tremante e trito.
   di Cere vicino, appo il gelato
suo fiume un sacro bosco antico e grande
d'ombrosi abeti, che da cavi colli
intorno  cinto, venerabil molto
e di gran lunge.  fama che i Pelasgi,
primi del Lazio occupatori esterni,
a Silvan, dio de' campi e degli armenti,
consecrr questa selva, e con solenne
rito gli dedicr la festa e 'l giorno.
Quinci poco lontano era Tarconte
co' Tirreni accampato; e qui del campo
giunti a la vista, l 've un alto colle
lo scopria tutto. Enea, co' primi suoi
fermossi, ove i cavalli e i corpi loro
gi stanchi ebbero alfin posa e ristoro.
  Era Venere in ciel candida e bella
sovr'un etereo nembo apparsa intanto
con l'armi di Volcano; e visto il figlio
ch'oltre al gelido rio per erma valle
sen gia da gli altri solitario e scevro,
apertamente gli s'offerse, e disse:
Eccoti 'l don che da me, figlio, attendi,
di man del mio consorte. Or francamente
gli orgogliosi Laurenti e 'l fiero Turno
sfida a battaglia, e gli combatti e vinci.
E, ci detto, l'abbraccia. Indi gli addita
d'armi quasi un trofeo, ch'appo una quercia
dianzi da lei diposte, incontro agli occhi
facean barbaglio, e, contro al sol, pi soli.
  D'un tanto dono Enea, d'un tale onore
lieto, e non sazio di vederlo, il mira,
l'ammira e 'l tratta. Or l'elmo in man si prende
e l'orribil cimier contempla e 'l foco
che d'ogni parte avventa: or vibra il brando
fatale; or ponsi la corazza avanti
di fino acciaio e di gravoso pondo,
che di sanguigna luce e di colori
diversamente accesi era splendente:
qual sembra di lontan cerulea nube,
arder col sole e varar col moto.
Brandisce l'asta; gli stinier vagheggia
nitidi e lievi, che fregiati e fusi
son di fin oro e di forbito elettro.
Meravigliando alfin sopra lo scudo
si ferma, e l'incredibile artificio
ond'era intesto, e l'argomento esplora.
  In questo di commesso e di rilievo
avea fatto de' fochi il gran maestro
(come de' vaticini e del futuro
presago anch'egli) con mirabil arte
le battaglie, i trionfi e i fatti egregi
d'Italia, de' Romani e de la stirpe
che poi scese da lui; dal figlio Ascanio
incominciando, i discendenti tutti
e le guerre che fr di mano in mano.
V'avea del Tebro in su la verde riva
finta la marzal nudrice lupa
in un antro accosciata, e i due gemelli
che da le poppe di s fiera madre
lascivetti pendean, senza paura
seco scherzando. Ed ella umle e blanda
stava col collo in giro, or l'uno or l'altro
con la lingua forbendo e con la coda.
V'era poco lontan Roma novella
con una pompa, e con un circo avanti
pien di tumulto, ov'era un'insolente
rapina di donzelle, un darsi a l'arme
infra Romolo e Tazio, e Roma e Curi.
E poscia infra gli stessi regi armati,
di Giove anzi a l'altare un tener tazze
invece d'armi in mano, un ferir d'ambe
le parti un porco, e far connubi e pace.
  N di qui lunge, erano a quattro a quattro
giunti a due carri otto destrier feroci,
che, qual Tullo imponea (stato non fossi
tu s mendace e traditore, Albano!)
in due parti traean di Mezio il corpo;
e s com'era tratto, i brani e 'l sangue
ne mostravan le siepi, i carri e 'l suolo.
V'era, oltre a ci, Porsenna, il tosco rege,
ch'imperiosamente da l'esiglio
rivocava i Tarquini, e 'n duro assedio
ne tenea Roma, che del giogo schiva
s'avventava nel ferro. Avea nel volto
scolpito questo re sdegno e minacce,
e meraviglia, che sol Cocle osasse
tener il ponte; e Clelia, una donzella,
varcar il Tebro e scir la patria e lei.
  In cima dello scudo il Campidoglio
era formato e la Tarpeia rupe,
e Manlio che del tempio e de la rcca
stava a difesa; e la romulea reggia
che 'l comignolo avea di stoppia ancora.
Tra' portici dorati iva d'argento
l'ali sbattendo e schiamazzando un'oca,
ch'apria de' Galli il periglioso agguato:
e i Galli per le macchie e per le balze
de l'erta ripa, da la buia notte
difesi, quatti quatti erano in cima
gi de la rcca ascesi. Avean le chiome,
avean le barbe d'oro: aveano i sai
di lucid'ostri divisati a liste,
e d'r monili ai bianchi colli avvolti.
Di forti alpini dardi avea ciascuno
da la destra una coppia, e ne' pavesi
stavan coi corpi rannicchiati e chiusi.
  Quinci de' Salii e de' Luperci ignudi,
e de' greggi de' Flmini scolpito
v'avea le tresche e i cantici e i tripudi,
ed essi tutti o coi lor fiocchi in testa,
o con gli ancili e con le tibie in mano:
cui le sacre carrette ivano appresso
coi santi simulacri e con gli arredi,
che traean per le vie le madri in pompa.
  E pi lunge nel fondo era la bocca
de la tartarea tomba, e del gran Dite
la reggia aperta: ov'anco eran le pene
e i castighi degli empi. E quivi appresso
stavi tu, scellerato Catilina,
sopra d'un ruinoso acuto scoglio
agli spaventi de le Furie esposto.
E scevri eran da questi i fortunati
luoghi de' buoni, a cui 'l buon Cato  duce.
  Gonfiava in mezzo una marina d'oro
con la spuma d'argento, e con delfini
d'argentino color, che con le code
givan guizzando, e con le schiene in arco
gli aurati flutti a loco a loco aprendo.
E i liti e 'l mare e 'l promontorio tutto
si vedea di Leucte a l'azia pugna
star preparati; e d'una parte Augusto
sovra d'un'alta poppa aver d'intorno
Europa, Italia, Roma e i suoi Quiriti,
e 'l senato e i Penati e i grandi iddii.
Di tre stelle il suo volto era lucente.
Due ne facea con gli occhi, ed una sempre
del divo padre ne portava in fronte.
Ne l'altro corno Agrippa era con lui
del marittimo stuolo invitto duce,
ch'altero, e 'l capo alteramente adorno
de la rostrata sua naval corona,
i vnti e i numi avea fausti e secondi.
  Da l'altra parte vincitore Antonio,
di vr l'aurora e di vr l'onde rubre
barbari aiuti, esterne nazoni
e diverse armi dal Cataio al Nilo
tutto avea seco l'Orente addotto:
e la zingara moglie era con lui,
milizia infame. Ambe le parti mosse
se ne gian per urtarsi, e d'ambe il mare
scisso da' remi e da' stridenti rostri
lacero si vedea, spumoso e gonfio.
Prendean de l'alto i legni in tanta altezza,
che Cicladi con Cicladi divelte
parean nel mar gir a 'ncontrarsi, o 'n terra
monti con monti: da s fatte moli
avventavan le genti e foco e ferro,
onde il mar tutto era sanguigno e roggio.
  Stava qual Isi la regina in mezzo
col patrio sistro, e co' suoi cenni il moto
dava alla pugna; e non vedea (meschina!)
quai due colbri le venian da tergo.
L'abbaiatore Anbi e i mostri tutti,
ch'eran suoi dii, contra Nettuno e contra
Venere e Palla armati eran con lei,
e Marte in mezzo, che nel campo d'oro
di ferro era scolpito, or questi or quelli
a la zuffa infiammava: e l'empie Furie
co' lor serpenti, la Discordia pazza
col suo squarciato ammanto, con la sferza
di sangue tinta la crudel Bellona
sgominavan le genti; e l'azio Apollo
saettava di sopra: agli cui strali
l'Egitto e gl'Indi e gli Arabi e i Sabei
davan le spalle. E gi chiamare i vnti,
scioglier le funi, inalberar le vele
si vedea la regina a fuggir vlta;
gi del pallor de la futura morte,
ond'era dal gran fabbro il volto aspersa,
in abbandono a l'onde, e de la Puglia
ne giva al vento. Avea d'incontro il Nilo,
un vasto corpo, che, smarrito e mesto,
a' vinti aperto il seno e steso il manto,
i latebrosi suoi ridotti offriva.
  Cesare v'era alfin che tronfando
tre volte in Roma entrava; e per trecento
gran templi a' nostri dii vti immortali
si vedean consecrati. Eran le strade
piene tutte di plauso, di letizia,
e di feste e di giuochi. Ad ogni tempio
concorso di matrone; ad ogni altare
vittime, incensi e fiori. Egli di Febo
anzi al delbro in maestade assiso
riconoscea de' popoli i tributi,
e la candida soglia e le superbe
sue porte ne fregiava. Iva la pompa
de le genti da lui domate intanto
varie di gonne, d'idomi e d'armi.
Qui di Nomadi e d'Afri era una schiera
in abito discinta; ivi un drappello
di Llegi, di Cari e di Geloni
con archi e strali. Infin dai liti estremi
i Mrini condotti erano al giogo,
e gl'indomiti Dai. Con meno orgoglio
giva l'Eufrate: ambe le corna fiacche
portava il Reno: disdegnoso il ponte
nel dorso si scotea l'Armenio Arasse.
  A tal, da tanta madre avuto dono,
e d'un tanto maestro, Enea mirando,
bench il velame del futuro occulte
gli tenesse le cose, ardire e speme
prese e gioia a vederle; e de' nepoti
la gloria e i fati agli omeri s'impose.


 

 

LIBRO NONO



  Mentre cos de' suoi scevro e lontano,
Enea fa d'armi e di sussidi acquisto,
Giuno di concitar la furia e l'ira
di Turno unqua non resta. Erasi Turno
col pensier della guerra al sacro bosco
di Pilunno suo padre allor ridotto,
che mandata da lei di Tamante
gli fu la figlia in cotal guisa a dire:
  Ecco, quel che tu mai chiedere a lingua,
o 'mpetrar dagli di, Turno, potessi,
per s l'occason ti porge e 'l tempo.
Enea, mentre dagli altri implora ata,
le sue mura, i suoi legni e le sue genti
lascia ora a te, se tu 'l conosci, in preda.
Ei coi migliori al palatino Evandro
se n' passato, e quindi  ne l'estremo
penetrato d'Etruria. Ora  nel campo
de' Toschi, e favvi indugio, ed arma agresti.
E tu qui badi or che di carri e d'armi
e di prestezza  d'uopo? E che non prendi
i suoi steccati che son or di tanto
per l'assenza di lui turbati e scemi?
Poscia che cos disse, alto su l'ali
la dea levossi; e tra l'opache nubi
per entro al suo grand'arco ascese e sparve.
  Turno, che la conobbe, ambe a le stelle
alza le palme; e nel fuggir con gli occhi
seguilla e con la voce: Iri, - dicendo, -
lume e fregio del cielo, e chi ti spiega
or da le nubi? E chi quaggi ti manda?
Ond' l'ar s chiaro e s tranquillo
cos repente? Io veggio aprirsi il cielo,
vagar le stelle. O qual tu de' celesti
sii, ch'a l'armi m'inviti, io lieto accetto
un tanto augurio, e lo gradisco e 'l seguo.
Cos dicendo al fiume si rivolse;
n'attinse; se ne sparse; e preci e vti
molte fate al ciel porse e riporse.
  Eran gi le sue genti a la campagna,
e de' cavalli il condottier Messpo
di ricca sopraveste ornato e d'oro
movea davanti. I giovini di Tirro
tenean l'ultime squadre, e Turno in mezzo
con tutto il capo a tutta la battaglia
sopravanzando, armato cavalcava
per l'ordinanza. In cotal guisa i campi
primieramente inonda il Gange o 'l Nilo
con sette fiumi; indi ristretto e queto
correndo, entro al suo letto si raccoglie.
  Qui d'improvviso d'un oscuro nembo
di polve il ciel ravvilupparsi i Teucri
scorgon da lunge, e 'ntorbidarsi i campi.
Caco il primo da l'avversa mole
gridando: O, - disse, - cittadini, un gruppo
vr noi di polverio ne l'aura ondeggia.
Ognuno a l'armi; ognun a la muraglia:
ecco i nemici. Di ci corre il grido
per tutta la citt; chiuggon le porte:
empion le mura. Tale avea, partendo,
dato il sagace Enea precetto e norma,
ch'in caso di rottura, a campo aperto
senza lui non s'ardisse o spiegar schiere
o far conflitto; e solo a la difesa
s'attendesse del cerchio. Ira e vergogna
gli animava a la zuffa: editto e tma
gli ritenea del duce. Ond'entro armati
ne le torri, in su' merli e ne' ripari
aspettaro i nemici. A lento passo
procedea l'ordinanza; e Turno a volo
con venti eletti cavalieri avanti
si spinse e d'improvviso appresentossi.
Cavalcava di Tracia un gran corsiero,
di bianche macchie il vario tergo asperso,
e 'l suo dorato e luminoso elmetto
d'alto cimier copria cresta vermiglia.
  Qui fermo: Chi di voi, giovini, - disse, -
meco sar, contr'a' nemici il primo?
E quel ch'era di pugna indizio e segno,
l'asta a l'aura avventando, alteramente
trascorse il campo, ed ingaggi battaglia.
Con alte grida e con orribil voci
fremendo lo seguiro i suoi compagni,
non senza meraviglia che s vili
fossero i Teucri a non osar del pari
uscirgli a fronte, non mostrarsi in campo,
ferir da lunge, e di muraglia armarsi.
Turno di qua di l turbato e fiero
si spinge e scorre il piano, e cerchia il muro,
e d'entrar s'argomenta ov'anche  chiuso.
  Come rabbioso ed affamato lupo
al pieno ovile insidando, freme
la notte, al vento ed a la pioggia esposto;
quando sotto le madri i puri agnelli
belan securi, ed ei la fame e l'ira
incontro a lor che gli son lunge, accoglie;
cos gli occhi di foco e 'l cor di sdegno
il Rutulo infiammato, anelo e fiero
va de' nimici agli steccati intorno,
ogni loco, ogni astuzia, ogni sentiero
lnvestigando, onde o co' suoi vi salga
o lor ne sbuchi, e ne gli tiri al piano.
  Alfin l'armata assaglie, ch'a' ripari
da l'un canto congiunta, entro un canale
d'onde e d'argini cinta, era nascosta.
Qui foco esclama, e foco di sua mano
con un ardente pino a' suoi seguaci
dispensa, e lor con la presenza accende:
onde tosto e le faci e i legni appresi,
fumo, fiamme, faville e vampi e nubi
e volumi di pece al ciel n'andaro.
  Muse, ditene or voi qual nume allora
scamp de' Teucri i legni, e come un tanto
de la novella Troia incendio estinse.
Fama di tempo in tempo e prisca fede
n'avvera il fatto, e voi conto ne 'l fate.
  Dicon che quando a navigar costretto
Enea primieramente i suoi navili
a formar cominci nel bosco ido:
d'Ida, di Berecinto e degli di
la madre, al sommo Giove orando, disse:
Figlio, che sei per me de l'universo
monarca eterno, a me tua cara madre
fa quel ch'io chieggio, e tu mi devi, onore.
 nel Grgaro giogo un bosco in cima
da me diletto, ed al mio nume additto
gi di gran tempo. Era d'abeti e d'aceri
e di pini e di peci ombroso e denso;
ma quando de l'armata ebbe uopo in prima
il giovine troiano, al magistero
volentier de' suoi legni il concedei.
Quinci uscr le sue navi; e come figlie
di quella selva, a me son sacre e care
s ch'or ne temo; e del timor che n'aggio
priego che m'assicuri: e 'l priego mio
questo possa appo te, che tanto puoi,
che n da corso mai, n da fortuna
sian di vnti, o di flutti, o di tempeste
squassate o vinte: e lor vaglia che nate
son ne' miei monti. A cui Giove rispose:
  Madre, a che stringi i fati? E qual, per cui
cerchi tu privilegio? A mortal cosa
far dono immortale? E mortal uomo
non sar sottoposto a' rischi umani?
Ed a qual degli di tanto  permesso?
Pi tosto allor che saran giunte al fine,
e che in porto saranno, a quelle tutte
che, scampate da l'onde il teucro duce
avran ne' campi di Laurento esposto,
torr la mortal forma, e dee farolle,
che qual di Nreo, e Doto, e Galatea
fendan coi petti e con le braccia il mare.
Cos detto, il torrente e la vorago
e la squallida ripa e l'atra pece
d'Acheronte giurando, abbass 'l ciglio,
e fe' tutto tremar col cenno il mondo.
  Or questo era quel d, quest'era il fine
da le Parche dovuto ai teucri legni:
onde la madre ida contra l'oltraggio
si fe' di Turno, e gli sottrasse al foco.
Primieramente inusitata luce
balenando rifulse; indi un gran nembo
di coribanti per lo ciel trascorse
di vr l'aurora; ed una voce udissi
ch'empi di meraviglia e di spavento
l'un esercito e l'altro: O miei Troiani, -
dicendo, - non vi caglia a' miei navili
porger soccorso; n perci nel campo
uscite a rischio. Arder Turno il mare
pria che le sacre a me dilette navi,
e voi, mie navi, itene sciolte: e dee
siate del mare. Io genitrice vostra
lo vi comando. A questa voce, in quanto
udissi a pena, s'allentr le funi
de' lor ritegni; e di delfini in guisa
coi rostri si tuffaro. Indi sorgendo
(mirabil mostro!), quante a riva in prima
eran le navi, tanti di donzelle
si vider per lo mar sereni aspetti.
  Sgomentaronsi i Rutuli; e Messapo
co' suoi cavalli attonito fermossi.
Il padre Tiberin roco mugghiando
dal mar fuggissi. N perci di Turno
cess l'audacia, anzi via pi feroce,
gli altri esortando e riprendendo: Ah, - disse, -
di che temete? Incontro ai Teucri stessi
vengon questi prodigi; e loro ha Giove
de le lor forze esausti. Il ferro e 'l fuoco
non aspettan de' Rutuli: han del mare
perduta e de la fuga ogni speranza.
Essi del mare infino a qui son privi;
e la terra  per noi: tante son genti
d'Italia in arme. N tem'io de' vanti
che de' lor vaticini e de' lor fati
da lor si dnno. Assai de' fati, assai
 l'intento di Venere adempito,
che son nel Lazio. E 'ncontro ai fati loro
son anco i miei, che tr del Lazio io deggia,
anzi del mondo, questi scellerati
de l'altrui donne usurpatori e drudi:
ch non soli gli Atridi, e non sola Argo
n'han duolo e sdegno. Oh! basta ch'una volta
ne son periti. S, se lor bastasse
d'aver in ci sol una volta errato.
Nuovo error; nuova pena. Or non aranno
omai quest'infelici in odio affatto
le donne tutte, a tal di gi condotti,
che non han de la vita altra fidanza,
che questo poco e debile steccato
che da lor ne divide? e tanto a pena
son lunge dal morir, quanto s'indugia
a varcar questa fossa. In ci riposto
han la speme e l'ardire. O non han visto
le mura anco di Troia, che costrutte
fr per man di Nettuno, a terra sparse
e 'n cenere converse? Ma chi meco
di voi, guerrieri eletti,  che s'accinga
d'assalir queste mura e queste genti
gi di paura offese? A me lor contra
d'uopo non son n l'armi di Volcano,
n mille navi. E vengane pur tutta
l'Etruria insieme. E non furtivamente
e non di notte, come fanno i vili,
il Palladio involando, e de la rcca
i custodi occidendo, assalirogli;
n del cavallo ne l'oscuro ventre
m'appiatter. Di giorno apertamente
d'armi e di fuoco cingerogli in guisa,
ch'altro lor sembri che garzoni e cerne
aver di Greci e di Pelasgi intorno,
di cui l'assedio infino al decim'anno
Ettor sostenne. Or poscia che del giorno
s' buona parte insino a qui passata
felicemente, il resto che n'avanza
attendete a posarvi, a ristorarvi,
a disporvi a l'assalto; e ne sperate
lieto successo. Indi a Messapo incarco
si d, che sentinelle e guardie e fochi
disponga anzi a le porte e 'ntorno al muro.
Ei sette e sette capitani egregi,
Rutuli tutti, a quest'impresa elesse,
con cento che n'avea ciascuno appresso
di purpurei cimieri ornati e d'oro.
Questi, le mute varando e l'ore,
scorrevano a vicenda; e 'ntorno a' fochi
desti in su l'erba, infra le tazze e l'urne
traean la notte in gozzoviglie e 'n giuochi.
  Stavano i Teucri il campo rimirando
da la muraglia; e per timore, armati
visitavan le porte, e 'n su' ripari
facean bertesche e sferratoie e ponti.
Era Memmo lor sopra e 'l buon Sergesto,
che fr dal padre Enea nel suo partire
a guerreggiar, se guerra si rompesse,
per condottieri e per maestri eletti.
Gi su le mura, ovunque o da periglio
o da la vece eran disposti, ognuno
tenea il suo luogo. Un de' pi fieri in arme
Niso, d'Irtaco il figlio, ad una porta
era preposto. Da le cacce d'Ida
venne costui mandato al troian duce,
gran feritor di dardo e di saette.
Euralo era seco, un giovinetto
il pi bello, il pi gaio e 'l pi leggiadro
che nel campo troiano arme vestisse;
ch'a pena avea la rugiadosa guancia
del primo fior di gioventute aspersa.
Era tra questi due solo un amore
ed un volere; e nel mestier de l'armi
l'un sempre era con l'altro, ed ambi insieme
stavano allor vegghiando a la difesa
di quella porta. Disse Niso in prima:
  Euralo, io non so se dio mi sforza
a seguir quel ch'io penso, o se 'l pensiero
stesso di noi fassi a noi forza e dio.
Un desiderio ardente il cor m'invoglia
d'uscire a campo, e far contr'a' nemici
un qualche degno e memorabil fatto:
s di star pigro e neghittoso aborro.
Tu vedi l come securi ed ebri
e sonnacchiosi i Rutuli si stanno
con rari fochi e gran silenzio intorno.
L'occasione  bella, ed io son fermo
di porla in uso: or in qual modo, ascolta.
  Ascanio, i consiglieri e 'l popol tutto,
per richiamare Enea, per avvisarlo,
e per avvisi riportar da lui,
cercan messaggi. Io, quando a te promesso
premio ne sia (ch'a me la fama sola
basta del fatto), di poter m'affido
lungo a quel colle investigar sentiero,
onde a Pallanto a ritrovarlo io vada
securamente. Euralo a tal dire
stupissi in prima; indi d'amore acceso
di tanta lode, al suo diletto amico
cos rispose: Adunque ne l'imprese
di momento e d'onore io da te, Niso,
son cos rifiutato? E te poss'io
lassar s solo a s gran rischio andare?
A me non di questa creanza Ofelte
mio genitore, il cui valor mostrossi
ne gli affanni di Troia, e nel terrore
de l'argolica guerra. Ed io tal saggio
non t'ho dato di me, teco seguendo
il duro fato e la fortuna avversa
del magnanimo Enea. Questo mio core
 spregiatore,  spregiatore anch'egli
di questa vita, e degnamente spesa
la tiene allor che gloria se ne merchi,
e quel che cerchi, ed a me nieghi, onore.
  Soggiunse Niso: Altro di te concetto
non ebbi io mai, n tal sei tu ch'io deggia
averlo in altra guisa. Cos Giove
vittoroso mi ti renda e lieto
da questa impresa, o qual altro sia nume
che propizio e benigno ne si mostri.
Ma se per caso o per destino avverso
(come sovente in questi rischi avvne)
io vi perissi, il mio contento in questo
 che tu viva, s perch di vita
son pi degni i tuoi giorni, e s perch'io
aggia chi dopo me, se non con l'arme,
almen con l'oro il mio corpo ricovre,
e lo ricuopra. E s'ancor ci m' tolto,
alfin sia chi d'esequie e di sepolcro
lontan m'onori. Oltre di ci cagione
esser non deggio a tua madre infelice
d'un dolor tanto: a tua madre che sola
di tante donne ha di seguirti osato,
i comodi spregiando e la quete
de la citt d'Aceste. A ci di nuovo
Euralo rispose: Indarno adduci
s vane scuse; ed io gi fermo e saldo
nel proposito mio pensier non muto.
Affrettiamoci a l'impresa. E, cos detto,
dest le sentinelle, e le ripose
in vece loro; e l'uno e l'altro insieme
se ne partiro, e ne la reggia andaro.
  Tutti gli altri animali avean, dormendo,
sovra la terra oblio, tregua e riposo
da le fatiche e dagli affanni loro.
I Teucri condottieri e gli altri eletti,
che de la guerra avean l'imperio e 'l carco,
s'erano e de la guerra e de la somma
di tutto 'l regno a consigliar ristretti:
e nel mezzo del campo altri agli scudi,
altri a l'aste appoggiati, avean consulta
di che far si dovesse, e chi per messo
ad Enea si mandasse. I due compagni
d'essere ammessi e 'ncontinente uditi
fecer gran ressa e di portar sembiante
cosa di gran momento e di gran danno
se s'indugiasse. A questa fretta, il primo
si fece Ascanio avanti, e, vlto a Niso,
comand che dicesse. Egli altamente
parlando incominci: Troiani, udite
discretamente, e quel che si propone
e si dice da noi, non misurate
da gli anni nostri. I Rutuli sepolti
se ne stan da la crapula e dal sonno;
e noi stessi appostato avemo un loco
da quella porta che riguarda al mare,
atto a le nostre insidie, ove la strada
pi larga in due si parte. Intorno al campo
sono i fochi interrotti; il fumo oscuro
sorge a le stelle. Se da voi n' dato
d'usar questa fortuna, e quest'onore
ne si fa di mandarne al nostro duce,
al Pallanto n'andremo, e ne vedrete
assai tosto tornar carchi di spoglie
de gli avversari nostri, e tutti aspersi
del sangue loro. E non fia che la strada
ne gabbi, ch pi volte qui d'intorno
cacciando, avemo e tutta questa valle
e tutto il fiume attraversato e scrso.
  Qui d'anni grave e di pensier maturo
Alete, al ciel rivolto: O patrii dii, -
disse esclamando - il cui nome fu sempre
propizio a Troia, pur del tutto spenta
non volete che sia merc di voi,
poscia che questo ardire e questi cori
ne' petti a' nostri giovini ponete.
E stringendo le man, gli omeri e 'l collo
or de l'uno or de l'altro, ambi onorava,
di dolcezza piangendo. E qual, - dicea -
qual, generosi figli, a voi darassi
di voi degna mercede? Iddio, ch' primo
degli uomini e supremo guiderdone,
e la vostra virt premio a se stessa
sia primamente. Enea poscia useravvi
sua largitate, e questo giovinetto
che d'un tal vostro merto avr mai sempre
dolce ricordo. - Anzi io, - soggiunse Iulo -
che senza il padre mio la mia salute
veggio in periglio, per gli di Penati,
per la casa d'Assaraco, per quanto
dovete al sacro e venerabil nume
de la gran Vesta, ogni fortuna mia
ponendo, ogni mio affare in grembo a voi,
vi prego a rivocare il padre mio.
Fate ch'io lo riveggia, e nulla poi
sar di ch'io pi tema. E gi vi dono
due gran vasi d'argento, che scolpiti
sono a figure; un de' pi ricchi arnesi
che del sacco d'Arisba in preda avesse
il padre mio; due tripodi, due d'oro
maggior talenti, ed un tazzone antico
de la sidonia Dido. E se n' dato
tener d'Italia il desato regno,
e che preda sortirne unqua mi tocchi,
quello stesso destrier, quelle stesse armi
guarnite d'oro, onde va Turno altero,
e quel suo scudo, e quel cimier sanguigno
sottrarr dalla sorte, e di gi, Niso,
gli ti consegno; e ti prometto in nome
del padre mio che largiratti ancora
dodici fra mill'altri eletti corpi
di bellissime donne e dodici altri
di giovini prigioni, e l'armi loro
con essi insieme, e di Latino stesso
la regia villa. Or te, mio venerando
fanciullo, abbraccio, a gli cui giorni i miei
van pi vicini. Io te con tutto il core
accetto per compagno e per fratello
in ogni caso; e nulla o gloria o gioia
procurerommi in pace unqua od in guerra,
che non sii meco d'ogni mio pensiero,
e d'ogni ben partecipe e consorte;
e ne le tue parole e ne' tuoi fatti
somma speme avr sempre e somma fede.
  Euralo rispose: O fera o mite
che fortuna mi sia, non sar mai
ch'io discordi da me: mai non uguale
lo mio cor non vedrassi a questa impresa:
ma sopra agli altri tuoi promessi doni
questo solo bram'io: la madre mia
che dal ceppo di Pramo  discesa,
e che per me seguire ha, la meschina
non pur di Troia abbandonato il nido,
ma 'l ricovro d'Aceste, e la sua vita
stessa (a tanti per me l'ha rischi esposta),
di questo mio periglio, qual che e' sia,
nulla ha notizia; ed io da lei mi parto
senza che la saluti e che la veggia.
Per questa man, per questa notte io giuro,
signor, che n vederla, n la pieta
soffrir de le sue lagrime non posso.
Tu questa derelitta poverella
consola, te ne priego, e la sovvieni
in vece mia. Se tu di ci m'affidi,
andr, con questa speme, ad ogni rischio
con pi baldanza. Si commosser tutti
a tai parole, e lagrimaro i Teucri;
e pi di tutti Ascanio, a cui sovvenne
de la piet ch'ebbe suo padre al padre;
e disse al giovinetto: Io mi ti lego
per fede a tutto ci che la grandezza
di questa impresa e 'l tuo valor richiede.
E perch mia sia la tua madre, il nome
sol di Creusa, e null'altro, le manca.
N di picciolo merto  ch'un tal figlio
n'aggia prodotto; segua che che sia
di questo fatto. Ed io per lo mio capo
ti giuro, per lo qual solea pur dianzi
giurar mio padre, ch'a la madre tua,
a tutta la tua stirpe si daranno
i doni stessi che serbar mi giova
pur a te nel felice tuo ritorno.
  Cos disse piangendo; e la sua spada,
che di man di Licone guarnito
avea d'avorio il fodro, e l'else d'oro,
distaccossi dal fianco, e lui ne cinse.
Memmo al tergo di Niso un tergo impose
di villoso leone; e 'l fido Alete
gli scambi l'elmo. Cos tosto armati
se n'uscr da la reggia; e i primi tutti,
giovini e vecchi, in vece d'onoranza
fino a la porta con preconi e vti
gli accompagnaro. Il giovinetto Iulo
con viril cura e con pensier maturi
innanzi agli anni, ragionando in mezzo
giva d'entrambi: ed or l'uno ed or l'altro
molto avvertendo, molte cose a dire
mandava al padre: le quai tutte al vento
furon commesse, e dissipate a l'aura.
Escono alfine. E gi varcato il fosso,
da le notturne tenebre coverti,
si metton per la via che gli conduce
al campo de' nemici, anzi a la morte.
Ma non morranno, che macello e strage
faran di molti in prima. Ovunque vanno
veggion corpi di genti, che sepolti
son dal sonno e dal vino. In carri vti
con ruote e briglie intorno, uomini ed otri
e tazze e scudi in un miscuglio avvolti.
  Disse d'Irtaco il figlio: Or qui bisogna,
Euralo, aver core, oprar le mani,
e conoscere il tempo. Il cammin nostro
 per di qua. Tu qui ti ferma, e l'occhio
gira per tutto, che non sia da tergo
chi n'impedisca; ed io tosto col ferro
sgombrer 'l passo, e t'aprir 'l sentiero.
Ci cheto disse. Indi Rannete assalse,
il superbo Rannete, che per sorte
entro una sua trabacca avanti a lui
in su' tappeti a grand'agio dormia
e russava altamente. Era costui
al re Turno gratissimo, ed anch'egli
rege e 'ndovino; ma non seppe il folle
indovinar quel ch'a lui stesso avvenne.
Tre suoi famigli, che dormendo appresso
giacean fra l'armi rovesciati a caso,
tutti in un mucchio uccise, ed un valletto
ch'era di Remo, e sotto i suoi cavalli
lo stesso auriga. A costui trasse un colpo
che gli mand gi ciondoloni il collo:
indi al padron di netto lo recise
s, che 'l sangue spicciando d'ogni vena,
la terra, lo stramazzo e 'l desco intrise.
Tmiro estinse dopo questi e Lamo,
e 'l giovine Serrano. Un bel garzone
era costui, gran giocatore, e 'n gioco
insino ad ora avea sempre vegliato.
Felice lui per lo suo vizio stesso,
se giocato e perduto ancora avesse
tutta la notte! Era a veder tra loro
il fiero Niso, qual da fame spinto
non pasciuto leone un pieno ovile
imbelle e per timor gi muto assaglie,
che d'unghie armato, e sanguinoso il dente
traendo e divorando ancide e rugge.
N fe' strage minor da l'altro canto
Euralo, ch'acceso e furoso
tra molta plebe molti senza nome
e quasi senza vita a morte trasse;
s dal sonno eran vinti: e de' nomati
occise Ebso, Fabo, bari e Reto.
Questo Reto era desto: onde veggendo
con la morte degli altri il suo periglio,
per la paura appo d'un'urna ascoso
quatto e queto si stava. Indi sorgendo
gli fu 'l giovine sopra, e 'l ferro tutto
entro al petto gl'immerse, e con gran parte
de la sua vita indietro lo ritrasse;
s che tra 'l vino e 'l sangue ond'era involta,
gli usc l'alma di purpura vestita.
  Con questa occison di buia notte
e di furtivo agguato il buon garzone
fervidamente instava. E gi rivolto
s'era contro a la schiera di Messapo
l 've 'l foco vedea del tutto estinto,
e l 've i suoi cavalli a la campagna
pascean legati, allor che Niso il vide
che da l'occisone e da l'ardore
trasportar si lasciava. E brevemente:
Non pi, - gli disse - ch 'l nimico sole
ne sorge incontra. Assai di sangue ostile
fin qui s' sparso: assai di largo avemo.
Molt'armi, molt'argenti e molt'arnesi
lasciaro indietro. I guarnimenti soli
del caval di Rannete e le sue borchie
Euralo si prese, con un cinto
bollato d'oro, un prezoso dono
che Cdico, un ricchissimo tiranno,
a Rmolo tiburte ospite assente
fece in quel tempo. Rmolo al nipote
lo lasci per retaggio e questi in guerra
ne fu poscia da' Rutuli spogliato;
quinci gli ebbe Rannete, e quinci preda
fr d'Euralo al fine. Egli gravonne
i forti omeri indarno. Appresso in campo
s'adatt di Messapo un lucid'elmo
d'alto cimiero adorno: e 'n questa guisa
se ne partian vittorosi e salvi.
  Intanto di Laurento eran le schiere
uscite a campo, e i lor cavalli avanti
precorrean l'ordinanza, ed al re Turno
ne portavano avviso. Eran trecento
tutti di scudo armati; e capo e guida
n'era Volscente. Gi vicini al campo
scorgean le mura; quando fuor di strada
videro da man manca i due compagni
tener sentiero obliquo. Era un barlume
l 'v'era l'ombra; e l 'v'era la luna,
a gli avversi suoi raggi la celata
del male accorto Euralo rifulse.
Di cotal vista insospett Volscente,
e grid da la squadra: Ol, fermate.
chi viva? A che venite? Ove n'andate?
Chi siete voi? La lor risposta incontro
fu sol di porsi in fuga, e prevalersi
de la selva e del buio. I cavalieri
ratto chi qua chi l corsero a' passi,
circondarono il bosco; ad ogni uscita
posero assedio. Era la selva un'ampia
macchia d'elci e di pruni orrida e folta,
ch'avea rari i sentieri, occulti e stretti.
E gl'intrichi de' rami e de la preda
ch'era pur grave, e 'l dubbio de la strada
tenean sovente Euralo impedito.
Niso disciolto e lieve, e del compagno
non s'accorgendo ch'era indietro assai,
oltre si spinse. E gi fuor de' nemici
era ne' campi che dal nome d'Alba
si son poi detti Albani. Allor le razze
e le stalle v'avea de' suoi cavalli
il re Latino. E qui poscia ch'un poco
ebbe il suo caro amico indarno atteso,
gridando: Ah! - disse - Euralo infelice,
u' sei rimaso? U' pi (lasso!) ti trovo
per questo labirinto? E tosto indietro
rivolto, per le vie, per l'orme stesse
di tornar ricercando, si rimbosca.
Erra pria lungamente, e nulla sente;
poscia sente di trombe e di cavalli
e di voci un tumulto; e vede appresso
Euralo fra mezzo a quelle genti,
qual cacciato leone. E gi dal loco
e da la notte oppresso si travaglia,
e si difende il poverello invano.
Che far? Con che forze, e con qual armi
fia che lo scampi? Avventerassi in mezzo
de' nimici a morir morte onorata?
Cos risolve, e prestamente un dardo
s'adatta in mano; e vlto in vr la luna,
ch'allora alto splendea, cos la prega:
  Tu, dea, tu de la notte eterno lume,
tu, regina de' boschi, in tanto rischio
ne porgi ata. E s'Irtaco mio padre
per me de le sue cacce, io de le mie
il dritto unqua t'offrimmo; e se t'appesi,
e se t'affissi mai teschio n spoglia
di fera belva, or mi concedi ch'io
questa gente scompigli, e la mia mano
reggi e i miei colpi. E ci dicendo, il dardo
vibr di tutta forza. Egli volando
fend la notte, e giunse ove a rincontro
era Sulmone, e l'invest nel tergo
l 've pendea la targa; e 'l ferro e l'asta
passogli al petto, e gli trafisse il core.
Cadde freddo il meschino; e, con un caldo
fiume di sangue, che gli uscio davanti,
fin la vita, e con singhiozzo il fiato.
  Guardansi l'uno a l'altro; e tutti insieme
miran d'intorno di stupor confusi
e di timor d'insidie. E Niso intanto
via pi si studia; ed ecco un altro fiero
colpo, ch'avea di gi librato, e dritto
di sopra gli si spicca da l'orecchio,
e per l'aura ronzando in una tempia
si conficca di Tago, e passa a l'altra.
Volscente, acceso d'ira, non veggendo
con chi sfogarla, al giovine rivolto:
Tu me ne pagherai per ambi il fio -
disse, e strinse la spada, e vr lui corse.
Niso a tal vista spaventato, e fuori
uscito de l'agguato e di se stesso
(che soffrir non poteo tanto dolore):
Me, me, - grid - me, Rutuli, uccidete.
io son che 'l feci, io son che questa froda
ho prima ordito. In me l'armi volgete;
ch nulla ha contro a voi questo meschino
osato, n potuto. Io lo vi giuro
per lo ciel che n' conscio e per le stelle,
questo tanto di mal solo ha commesso,
che troppo amato ha l'infelice amico.
  Mentre cos dicea, Volscente il colpo
gi con gran forza spinto, il bianco petto
del giovine trafisse. E gi morendo
Euralo cadea, di sangue asperso
le belle membra, e rovesciato il collo,
qual reciso dal vomero languisce
purpureo fiore, o di rugiada pregno
papavero ch'a terra il capo inchina.
  In mezzo de lo stuol Niso si scaglia
solo a Volscente, solo contra lui
pon la sua mira. I cavalier che intorno
stavano a sua difesa, or quinci or quindi
lo tenevano a dietro. Ed ei pur sempre
addosso a lui la sua fulminea spada
rotava a cerco. E si fe' largo in tanto
ch'al fin lo giunse; e mentre che gridava,
cacciogli il ferro ne la strozza, e spinse.
Cos non morse, che si vide avanti
morto il nimico. Indi da cento lance
trafitto addosso a lui, per cui moriva,
gittossi; e sopra lui contento giacque.
Fortunati ambidue! Se i versi miei
tanto han di forza, n per morte mai,
n per tempo sar che 'l valor vostro
gloroso non sia, finch la stirpe
d'Enea posseder del Campidoglio
l'immobil sasso, e finch impero e lingua
avr l'invitta e fortunata Roma.
  I Rutuli con l'armi e con le spoglie
dei due compagni uccisi, il morto corpo
al campo ne portr del duce loro.
Lagrimosa vittoria! E non meno anco
fu nel campo di lagrime e di lutto,
allor che di Rannete e di Serrano
e di Numa la strage si scoverse,
e di tant'altri ch'eran morti in prima.
Corse ognuno a veder; ch parte spenti,
parte eran mezzi vivi; e caldo e pieno
e spumante di sangue era anco il suolo
ove giacean quegl'infelici estinti.
Riconobber tra lor le spoglie e l'elmo
e 'l cimier di Messapo, e i guarnimenti
che con tanto sudor ricoverati
s'erano a pena. Era vermiglio e rancio
fatto gi de la notte il nero ammanto,
lasciando di Titon l'Aurora il letto;
e comparso era il sole, e discoverto
gi 'l mondo tutto, allor che Turno armato
a l'arme, a l'ordinanza, a la battaglia
concit 'l campo; e diede ordine e loco
ciascuno a' suoi. Vendetta, ira e disio
d'assalir, di combatter, di far sangue
vedeansi in tutti. A due grand'aste in cima
conficcaron le teste (orribil mostra!)
d'Euralo e di Niso, e con le grida
ne fro onta e spettacolo a' nemici.
  I Teucri arditamente in su le mura
da la sinistra incontra si mostraro;
ch la destra dal fiume era difesa.
E chi da le trincee, chi da le torri
stavan dolenti rimirando i teschi
ne l'aste affissi, polverosi e lordi,
ch'ancor sangue gocciando eran pur troppo
cos lunge da' miseri compagni
raffigurati a le fattezze conte.
Spieg la Fama le sue penne intanto,
e la trista novella in ogni parte
sparse per la citt, s ch'agli orecchi
de la madre d'Euralo pervenne.
Corse subitamente un gel per l'ossa
a la meschina; e da le man le usciro
le sue tele e i suoi fili. Indi, rapita
dal duolo e da la furia, forsennata
e scapigliata ne la strada uscio;
e per mezzo de l'armi e de le genti
correndo, e mugolando, senza tma
di periglio e di biasmo, and gridando,
e di questi lamenti il cielo empiendo:
Ahi, cos concio, Euralo, mi torni?
Euralo, sei tu? Tu sei 'l mio figlio,
ch'eri la mia speranza e 'l mio riposo
ne l'estreme giornate di mia vita?
Ahi! come cos sola mi lasciasti,
crudele? E come a cos gran periglio
n'andasti, anzi a la morte, che tua madre
non ti parlasse, ohim! l'ultima volta,
n che pur ti vedesse? Ah! ch'or ti veggio
in peregrina terra esca di cani,
d'avoltoi e di corvi. Ed io tua madre,
io cui l'esequie eran dovute e 'l duolo
d'un cotal figlio, non t'ho chiusi gli occhi,
n lavate le piaghe, n coperte
con quella veste che con tanto studio
t'ho per trastullo de la mia vecchiezza
tessuta io stessa e ricamata invano.
Figlio, dove ti cerco? ove ti trovo
s diviso da te? come raccozzo
le tue cos sbranate e sparse membra?
Sol questa parte del tuo corpo rendi
a la tua madre, che per esser teco
t'ha per terra e per mar tanto seguito,
e seguiratti dopo morte ancora?
In me, Rutuli, in me tutti volgete
i vostri ferri, se pur regna in voi
pietade alcuna. A me la morte date
pria ch'a null'altro. O tu, padre celeste,
miserere di me. Tu col tuo tlo
mi trabocca nel Tartaro e m'ancidi,
poich romper non posso in altra guisa
questa crudele e disperata vita.
  Da questo pianto una mestizia, un duolo
nacque ne' Teucri, e tale anco ne l'armi
un languore, un timore, una desidia,
che grami, addolorati e di gi vinti
sembravan tutti. Onde ttore ed ldo
con quel di lei togliendo il pianto altrui,
per consiglio del saggio Ilono
e per compasson del buono Iulo
che molto amaramente ne piangea,
tosto a braccia prendendola, ambedue
la portaro a l'albergo. Ed ecco intanto
squillar s'ode da lunge un suon di trombe,
un dare a l'arme ed un gridar di genti
tal, che ne tuona e ne rimugghia il cielo.
E veggonsi in un tempo i Volsci tutti,
sotto pavesi consertati e stretti
in guisa di testuggine, appressarsi,
empier le fosse, dirupare il vallo,
e tentar la salita, e por le scale
l dove la muraglia era di sopra
con minor guardia, e l 've raro il cerchio
tralucea de la gente. Incontro a loro
i Teucri i sassi, i travi ed ogni tlo
avventaron dal muro; e con le picche
risospingendo, come il lungo assedio
insegn lor di Troia, a la difesa
si fermr de' ripari; e le pareti
e i pilastri e le torri addosso a loro
e sopra la testuggine gittando,
gli scudi dissiparono e le genti,
s che pi di combattere al coverto
non si curaro. Ma d'ogni arme un nembo
lanciando a la scoperta, i bastoni
offendean de' Troiani. E d'una parte
Mezenzio, formidabile a vedere,
sen gia con un gran pino acceso in mano
lo steccato infocando. Iva da l'altro
il fier Messapo di Nettuno il figlio,
domator de' corsieri; e scisso il vallo:
- Scale, scale! - gridava, e per lo muro
rampicando saliva. Or qui m' d'uopo,
Callope, il tuo canto a dir le pruove,
a dir l'occison che di sua mano
fece Turno in quel d; chi, quali e quanti
a l'Orco ne mandasse. Ogni successo
spiega di questa guerra in queste carte.
Tutto a voi, Muse,  conto; e voi la possa
e l'arte avete di contarlo altrui.
  Era una torre di sublime altezza
con bertesche e con ponti un sopra l'altro,
loco opportuno. A questa eran d'intorno
di fuor gl'Italani, e dentro i Teucri;
e quei facean per espugnarla ogni opra,
e questi per tenerla. Avanti a tutti
si spinse Turno; ed una face ardente
lanciovvi da l'un fianco, ove s'apprese
con molta fiamma; cos fiero il vento,
cos secchi e disposti erano i legni.
Ardea la torre da quel canto, e dentro
la gente per timor cercava indarno
di ritrarsi dal foco: onde a la parte
da l'incendio remota in un sol mucchio
si ristrinsero insieme; e da quel peso
da quel lato in un sbito la torre
quasi spinta inchinossi, aprissi e cadde.
Il ciel ne rinton; la gente infranta,
storpiata, sfracellata, infra i suoi legni
da l'armi proprie infissa, e fin ne l'aura
morta e sepolta a terra se ne venne.
  Soli due vivi e per ventura intatti
dal nembo de la polvere, e dal fumo
uscr nel campo: Elnore fu l'uno,
Lico fu l'altro; Elnore, un garzone
di prima barba, a militar mandato
furtivamente. E' si trov com'era
pria ne la terra lievemente armato
col brando ignudo e con la targa al collo
bianca del tutto, come non dipinta
d'alcun suo fatto gloroso ancora.
Questi, vistosi in mezzo a tante genti
di Turno e de' Latini, come fera
ch'aggia di cacciatori un cerchio intorno,
muove contra agli spiedi, incontr'a l'armi;
mosse l 've pi folte eran le schiere,
e certo di morire a morte corse.
  Ma Lico in su le gambe assai pi destro
infra l'armi e i nimici a fuggir vlto,
giunse a le mura ed aggrappossi in guisa
che stendea gi le mani a' suoi compagni;
quando Turno e co' piedi e con la spada
lo sopraggiunse, e come vincitore
rampognando gli disse: E che? pensasti,
folle, uscirmi di mano? E le man tosto
gli pose addosso, e s come dal muro
pendea, col muro insieme a terra il trasse.
In quella guisa che gli adunchi ugnoni
contra una lepre, o contra un bianco cigno
stende l'augel di Giove, o 'l marzio lupo
da le reti rapisce un agnelletto,
che da la madre sia belato invano.
  Si rinnovr le grida, e tutti insieme
o le faci avventando, o 'l fosso empiendo,
rinforzavan l'assalto. Ilono
con un pezzo di monte, a cui la pinta
di gi da' merli, sopra al ponte infranse
Lutezio ch'a la porta era col foco.
Ligero occise Emazone; Asila
uccise Corino, buon feritori
l'uno di dardo, e l'altro di saette.
Ortigio da Ceno trafitto giacque:
Ceno da Turno: ammazz Turno ancora
Iti e Prmolo e Clnio e Dosippo,
e Sgari con Ida: Ida che in alto
stava d'un torrone a la difesa.
Capi ancise Priverno. Avea costui
pria nel fianco una picciola ferita,
anzi una graffiatura, che passando
fe' l'asta di Temilla: e il male accorto,
per su porvi la mano, abbandonato
avea lo scudo; quando ecco volando
venne una freccia che la mano e 'l fianco
insieme gli confisse; e via passando
penetrogli al polmone. Il mortal colpo
s lo spirar de l'anima gli tolse,
che non mai pi spir. Stavasi Arcente,
d'Arcente il figlio, in su' ripari ardito
egregiamente armato, e sopra l'arme
d'una purpurea cotta era addobbato
di ferrigno color, di drappo ibro;
un giovine leggiadro, che dal padre
fu nel bosco di Marte a l'armi avvezzo
lungo al Simeto, u' l'ara di Palico
tinta non come pria di sangue umano,
pi pingue e pi placabile si mostra.
Mezenzio il vide: e l'altre armi deposte,
prese la fromba, e con tre giri intorno
se l'avvolse a la testa. Indi scoppiando
allent 'l piombo, che dal moto acceso
squagliossi, e con gran rombo in una tempia
il garzon percotendo, ne l'arena
morto, quanto era lungo, lo distese.
  Ascanio che fin qui solo a la caccia
avea l'arco adoprato, or primamente
oprollo in guerra, e col primiero colpo
il feroce Numano a terra stese.
Rmolo era costui per soprannome
chiamato; e poco avanti avea per moglie
presa di Turno una minor sorella.
Ei di questo favor, di questo nuovo
suo regno insuperbito, altero e gonfio
stava ne l'antiguardia, e con le grida
si ringrandiva: e di lontano i Teucri
schernendo, in cotal guisa alto dicea:
Questo  l'onor che voi, Frigi, vi fate
d'un altro assedio? un'altra volta in gabbia
vi riponete; e pur col vostro muro,
e coi vostri ripari or da la morte
vi riparate? E voi, voi fate guerra
per usurpare a noi le donne nostre?
Qual dio, qual infortunio, qual follia
v'ha condotti in Italia? e chi pensaste
di trovar qui? quei profumati Atridi,
o 'l ben parlante Ulisse? In una gente
avete dato che da stirpe  dura.
I nostri figli non son nati a pena,
che si tuffan ne' fiumi. A l'onde al gelo
noi gl'induriamo e gl'incallimo in prima;
poscia per le montagne e per le selve
fanciulli se ne van la notte e 'l giorno.
Il lor studio  la caccia; e 'l lor diletto
 'l cavalcare, e 'l trar di fromba e d'arco.
La giovent ne le fatiche avvezza,
e contenta del poco, o col bidente
doma la terra, o con l'aratro i buoi,
o col ferro i nemici. Il ferro sempre
avemo per le mani. Una sol'asta
ne fa picca e pungetto. A noi vecchiezza
non toglie ardire, e de le forze ancora
non ci fa, come voi, debili e scemi.
Per canute che sian le nostre teste,
veston celate, e nuove prede ognora,
quando da' boschi e quando da' nemici,
addur ne giova, e viver di rapina.
Voi con l'ostro e co' fregi e co' ricami,
con le cotte a divisa e con le giubbe
immanicate e coi fiocchetti in testa,
a che valete? A gir cos dipinti
e cos neghittosi? A far balletti
da donnicciuole? O Frigi, o Frigesse
pi tosto! In questa guisa si guerreggia?
Via ne' Dindimi monti, ove la piva
vi chiama e 'l tamburino e 'l zufoletto;
e con quei vostri galli, anzi galline
di Berecinto, ite saltando in tresca;
e l'armi e 'l ferro, che non fan per voi,
lasciate a quei che son prodi e guerrieri.
  Non pot tanto orgoglio e tanto oltraggio
soffrir d'un folle il generoso Iulo,
e teso l'arco con la cocca al nervo,
rimir 'l cielo e disse: Onnipotente
Giove, tu l'ardir mio, tu la mia mano
fomenta e reggi, ed io sacri e solenni
ti far doni: io condurrotti a l'ara
un candido giovenco che la fronte
aggia indorata, e de la madre al pari
erga la testa, e gi scherzi e gi cozzi
con le corna, e co' pi sparga l'arena.
  Giove, mentre dicea, ton dal manco
sereno lato: e col suo tuono insieme
scocc l'arco mortifero di Iulo.
Vol l'orribil tlo, e per le tempie
di Rmolo passando, le trafisse.
Or va', t'insuperbisci: or va', deridi,
scempio, l'altrui virt. Queste risposte
mandano i Frigi che son chiusi in gabbia
ai Rutuli signor de la campagna.
Questo sol disse Ascanio; ed al suo colpo
le grida i Teucri e gli animi in un tempo
al cielo alzaro. Era il crinito Apollo,
quando ci fu, ne la celeste piaggia
sovra una nube assiso; e d'alto il campo
scorgendo de' Troiani e degli Ausoni,
come vede ogni cosa, visto il colpo
del vincitore arciero, in vr lui disse:
Ahi, buon fanciullo, in cui vert s'avanza!
cos vassi a le stelle. Or ben tu mostri
che dagli dii sei nato, e ch'altri dii
nasceranno da te. Tu sei ben degno
ch'ogni guerra, che 'l fato ancor minacci
a la casa d'Assaraco, s'acqueti
per tua grandezza, a cui Troia  minore,
s che gi non ti cape. E, cos detto,
si fend l'aura avanti e vr la terra
calossi, trasmutossi, e come fusse
il vecchio Bute, al giovine accostossi.
Fu Bute in prima del dardanio Anchise
valletto d'arme e cameriero e paggio,
e poscia per custode e per compagno
l'ebbe Ascanio dal padre. A questo vecchio
mostrossi Apollo di color, di voce,
d'andar, di canutezza e d'armatura
simile in tutto; ed a l'ardente Iulo
fatto vicino, in tal guisa gli disse:
Bstiti aver, d'Enea preclaro figlio,
senza alcun rischio tuo Numano ucciso.
Di questa prima lode il grande Apollo
ti privilegia, e non t'invidia il colpo,
n 'l paraggio de l'arco. Or da la pugna
ritraggiti. E, ci detto, da la vista
de' circostanti si ritrasse anch'egli,
e sormontando dissipossi e sparve.
Rassembrarono in Bute i Teucri Apollo
e riconobber la faretra e l'arco,
che fuggendo sonar anco s'udiro.
E fr s con le preci e col precetto
d'un tanto iddio, ch'Ascanio, ancor che vago
fosse di pugna, se ne tolse alfine;
ed essi apertamente a ripentaglio
misero in vece sua le vite loro.
  Spargesi un grido per le mura intanto,
per tutte le difese; e tutti agli archi,
tutti a tirar, tutti a lanciar si diro
d'ogni sorte arme, e d'ogni parte il suolo
n'era coverto; quando altro conflitto
cominciossi di scudi e di celate;
una mischia di picche, una battaglia
che crescea, tuttavolta, rinforzando
con quella furia che di pioggia un nembo
vien da l'occaso, allor che d'orente
fan sorgendo i Capretti a noi tempesta:
o quando orrido e torbo e d'austri cinto
e 'n grandine converso irato Giove,
d'alto precipitando, si devolve
sopra la terra, e 'l ciel rompendo intuona.
  Pndaro e Bizia d'Alcanro ido,
e d'Ira salvatica sua moglie
figli, in Ida acquistati, e d'Ida usciti
l'uno a l'altro simle, ed ambidue
a quegli abeti ed a quei monti uguali
ond'eran nati, avean dal teucro duce
una porta in custodia. E confidati
ne le forze e ne l'armi, a bello studio
la lasciarono aperta, ed a' nemici
fr da le mura marzale invito:
essi armati di ferro, un da la destra,
l'altro da la sinistra, a due pilastri
sembianti, anzi a due torri che nel mezzo
tengan la porta, con le teste in alto
e co' raggi degli elmi i campi intorno
folgorando, squassavano i cimieri
fin sovr'a' merli. In cotal guisa nate
ne le ripe si veggon di Liquezio,
de l'Adige, o del Po due querce altiere
sorgere al cielo e sventolarsi a l'aura.
  Visto l'adito aperto, incontinente
vi si spinsero i Rutuli. E Quercente
ed Equcolo, i primi armati e fieri,
l'ardito Omro e 'l bellicoso Emone
tutti co' lor compagni impeto fro;
e tutti o fr da' Teucri in fuga vlti,
o ne l'entrar di quella porta ancisi.
Giunto agli animi infesti il sangue sparso,
s'accrebber l'ire e de' Troiani intanto
tale un numero altronde vi concorse,
che prender zuffa e tener campo osaro.
  Turno sfogava il suo furore altrove
contr'a nemici; quando un messo avanti
gli comparve dicendo, che di Troia
erano usciti, e stavan con le porte,
quanto eran larghe, a far strage e macello,
de le sue genti. Ei tosto da quel canto
lasci l'impresa; e contra i due fratelli
a la dardania porta irato accorse.
E primamente Antfate, che primo
gli venne avanti, un giovine bastardo
di Sarpedonte e di tebana madre,
con un colpo di dardo a terra stese.
Colpillo ne lo stomaco, e passolli
oltre al polmone, onde di caldo sangue,
quasi d'un antro, dilagossi un fonte.
Mrope, Afidno ed Erimanto appresso
uccise con la spada, un dopo l'altro
come a caso incontrogli. Atterr Bizia
dopo costoro, ma non gi col dardo,
e men col brando; ch'altro colpo er'uopo
a s gran corpo. A costui, mentre infuria,
mentre stizza per gli occhi avventa e foco,
infuocato, impiombato e grave un tlo
scaric di falarica, che in guisa
di fulmine stridendo e percotendo
lo giunse s che n lo scudo avvolto
di due bovine terga, n la fida
lorica di due squame e d'or contesta
non lo sostenne. Barcollando cadde
la smisurata mole, e tal di crollo
che 'l terren se ne scosse, e 'l gran suo scudo
gli ton sopra. In tal guisa di Baia
su l'eboica riva il grave sasso,
ch' sopra l'onde a fermar l'opre eretto,
da l'alto ordigno ov'era dianzi appreso,
si spicca e piomba, e fin ne l'imo fondo
ruinando si tuffa, e frange il mare,
e disperge l'arena: onde ne trema
Procida ed Ischia, e il gran Tifo se n'ange,
cui s duro covile ha Giove imposto.
  Qui Marte il suo potere e 'l suo favore
volse verso i Latini. Animi e forze
aggiunse loro, gl'incit, gli accese;
e di tma e di fuga e di scompiglio
di cagione a' Troiani. E gi ch'a pugna
s'era venuto, e de la pugna il nume
era con loro; accolti d'ogni parte
si ristringono i Rutuli, e fan testa.
Pndaro, poi che 'l suo fratello estinto
si vide avanti, e la fortuna avversa,
a la porta con gli omeri appuntossi;
e s com'era poderoso e grande,
con molta forza la rispinse e chiuse,
molti esclusi de' suoi, che per la fretta
rimaser ne le peste; e molti inclusi
ch'eran nimici: e non s'avvide il folle,
che de' nimici in quella calca ancora
era lo stesso re da lui raccolto
a far de' suoi, qual tra le greggi imbelli
ircana tigre immane. Ei non pi tosto
fu dentro, che raggi dagli occhi un lume
spaventevole e fiero; e l'armi sue
fieramente sonaro. Il suo cimiero
ne l'aura ondeggi sangue, e dal suo scudo
uscr folgori e lampi. Incontinente
la sua faccia odata e 'l suo gran fusto
raffigurando i Teucri si turbaro.
Pndaro allor de la fraterna morte
fervidamente irato, avanti a tutti
gli si fe' incontro e disse: E' non , Turno,
questa la reggia che t'assegna in dote
la tua regina; e non hai d'Ardea intorno
le patrie mura. Ne le forze entrato
sei de' nemici onde scampar non puoi.
  Or via, - Turno ghignando gli rispose
placidamente, - via, se tanto ardisci,
meco ti prova; ch ben tostamente
a Pramo dirai ch'in questa Troia,
come ancor ne la sua, trovossi Achille.
Ci detto, gli avvent Pndaro un dardo
di tutta forza nodoroso e grave,
e di ruvida ancor corteccia involto.
L'aura lo prese, e la Saturnia Giuno
devi 'l colpo s che da la mira
si torse e ne la porta si confisse.
  Non s cadr questa mia spada in fallo, -
disse allor Turno; - tale  chi la vibra,
e tal fa colpo. Ed a ferire alzato
l'invest ne la fronte, e gli divise
le tempie, le mascelle e 'l mento ignudo
ancor di barba, infin l 've s'appicca
il collo al petto. Al suon de la percossa,
al fracasso de l'armi, a la ruina,
che fr cadendo quelle membra immani,
trem la terra e ne fu d'atro sangue
e di cervella aspersa. Egli morendo
giacque rovescio, e dechin la testa
parte a l'omero destro e parte al manco.
  Al cader di costui tal prese i Teucri
tma e spavento, che dispersi in fuga
sen gro. E s'era il vincitore accorto
d'aprir la porta e di por dentro i suoi,
fra stato quel giorno e de la guerra
e de' Troiani il fine. Ma la furia
e l'ardor di combattere e l'insana
ingordigia di sangue ne 'l distolse.
Onde seguendo, in Falari ed in Gige
s'abbatt prima. A l'uno il petto aperse;
sgherrett l'altro. A quei ch'erano in fuga
con l'aste di color ch'eran caduti
feria le terga: e nuova occisone
gli ponea tuttavia nuov'armi in mano:
s come ancor Giunon nuovo ardimento
gli dava e nuove forze. Ali tra questi
mand per terra, e Fga confisse
con lo suo scudo. Occise in su le mura,
mentre a' nemici eran di fuori intenti,
Alio ed Alcandro e Prtane e Nomone.
A Lnco, ch'os di starli a fronte
e chiamare i compagni, con un colpo,
che di rovescio con gran forza dielli,
recise il capo, e l'avvent con l'elmo
lunge dal busto. Dopo questi ancise
mico, un cacciator ch'era in campagna
gran distruttor di fere, e gran maestro
d'armar di tsco le saette e 'l ferro:
e Clizio ancise, d'Elo il buon figlio,
e Creto, de le Muse il caro amico
e 'l diletto compagno, che di versi
e di cetre e di numeri e di corde
era sol vago, e di cantar mai sempre
o d'armi o di cavalli o di battaglie.
  I condottier de' Teucri udita alfine
de' suoi la strage, insieme s'adunaro,
Memmo e Seresto. E visti i lor compagni
dispersi, e gi 'l nemico in salvo addursi,
gridando: Oh, - disse Memmo, - ove fuggite?
Ove n'andate? e qual ridotto avete
o di mura o di sito altro che questo?
Dunque un sol uomo, e d'ogni parte chiuso
in poter vostro, avr, miei cittadini,
senza alcun danno suo fatto di noi
ne la nostra citt s gran macello?
Tanti de' nostri giovini sotterra
avr mandati? E noi, noi non avremo
(s codardi saremo) o de la nostra
infortunata patria, o degli antichi
nostri Penati, o del gran nostro Enea
n piet, n rispetto, n vergogna?
  Da questo dire accesi e rincorati
si ristrinsero insieme. E Turno intanto
da la pugna allentando in vr la parte
che dal fiume era cinta, a poco a poco
appressossi a la riva: onde i Troiani
con impeto maggior, con maggior grida
gli furon sopra. E qual fiero leone
che da la moltitudine e da l'armi
si vede oppresso, tra fierezza e tma
torvamente mirando si ritira;
ch n 'l valor, n l'ira gli consente
volgere il tergo, n de' cacciatori,
n di spiedi spuntar puote il rincontro;
cos Turno dubbioso o di ritrarsi
o di spingersi avanti, irato e lento,
guardingo e minaccioso se n'andava:
e due volte avventandosi nel mezzo
si cacci de' nemici; ed altrettante
gli ruppe e salvo indietro si ritrasse.
Alfine in un drappello insieme accolte
le teucre genti incontro gli si fro,
e di Saturno non os la figlia
di pi forza prestargli; ch dal cielo
Giove a la sua sorella avea mandato
Iri a farne richiamo, e minacciarlo,
se Turno immantinente da le mura
non uscia de' Troiani. Or non potendo
pi 'l giovine supplire o con la destra,
ch'era a ferir gi stanca, o con lo scudo,
che di dardi e di frecce era coverto;
l'elmo gi spennacchiato, e l'armi tutte
smagliate e fesse, con un nembo addosso
di sassi per le tempie e d'aste a' fianchi
gi da Memmo incalzato, alfin cedette.
  E come di sudor colava, ansava,
e quasi rifiatar pi non potea,
con tutte l'armi indosso un salto prese,
e nel Tebro avventossi. Il biondo Tebro
placido lo raccolse e salvo e lieto,
e da l'occison purgato e mondo,
su l'altra riva a' suoi lo ricondusse.


 

 

LIBRO DECIMO



  Aprissi la magion celeste intanto,
e del cielo il gran padre in cima ascese
del suo cerchio stellato. Indi mirando
la terra, e de' Troiani e de' Latini
visto il conflitto, a s degli altri di
chiam 'l consiglio. E com'era da l'orto
e da l'occaso la sua reggia aperta,
ratto tutti adunati, assisi e cheti,
disse egli in prima: Cittadini eterni,
qual v'ha cagione a distornar rivolti
quel ch' gi stabilito? A che tra voi
con tanta iniquit tanto contrasto?
Non s' da me gi proibito e fermo
che non deggian gli Ausoni incontro a' Teucri
sorgere a l'armi? Che discordia  questa
contro al divieto mio? Qual ha timore
a la guerra incitati o questi o quelli?
Tempo vi si dar ben degno allora
di guerreggiar (non l'affrettate or voi)
che la fera Cartago aprir l'Alpi,
grave a Roma portando esizio e strage.
Allora agli odi, al sangue, a le rapine
larga vi si dar licenza e campo.
Or lietamente la tenzone e l'armi
fermate, e sia tra voi concordia e pace.
  Tal fece ragionando il gran monarca
breve proposta. Ma non brevemente
Venere in questa guisa gli rispose:
  Padre e re de' celesti, e de' mortali
eterna possa (e qual altra maggiore
s'implora altronde?), ecco tu stesso vedi
l'arroganza de' Rutuli, e quel fasto
con che Turno cavalca; e vedi il vampo
e la ruina che si mena avanti,
da la sua tracotanza e dal successo
di questa pugna insuperbito e gonfio.
Vedi i Teucri infelici, ch'ancor chiusi
non son securi; e 'n fin dentro a le porte
e 'n su' ripari e 'n su le lor difese
son combattuti: e la lor propria fossa
 di lor sangue un lago. Di ci nulla
il mio figlio non sa; tanto n' lunge.
Or non fia ch'una volta esca d'assedio
questa misera gente? Ecco han le mura
de l'altra Troia altri nimici a torno;
altro esercito in campo; un'altra volta
d'Arpi vien Domede a' danni suoi.
Resta cred'io ch'un'altra volta ancora
io sia da lui ferita, e che di nuovo
sia la tua figlia a mortal ferro esposta.
Signor, se contra la tua voglia i Teucri
son venuti in Italia,  ben ragione
che sian puniti, e del tuo aiuto indegni:
ma se tratti vi sono, e s' lor dato
dagli oracoli tutti e de' celesti
e degl'inferni, qual pu senno o forza
a Giove opporsi, e far nuovo destino?
Ch'io non vo' dir de le combuste navi
su la spiaggia ericina, n de' vnti
che 'l re spinse d'Eolia a tempestarlo,
n d'Iri che di qui fu gi mandata
per darle al foco. Infin da l'Acheronte
tratte ha le Furie (questa sol mancava
parte de l'universo non tentata
a loro offesa); d'Acheronte, dico,
ha tratto Aletto a suscitar l'Italia
incontr'a loro. Or, Signor mio, non curo
pi d'altro imperio. Io lo sperava allora
ch'era pi fortunata. Imperi e vinca
or chi t'aggrada. E s'anco non  loco
nel mondo, ove a la tua dura consorte
piaccia che sian quest'infelici accolti,
per l'incendio, signor, per la ruina,
e per la solitudine ti prego
de la mia Troia che ritrar mi lasci
salvo da questa guerra Ascanio almeno.
Lasciami, padre mio, questo nipote
mantener vivo; e se ne vada Enea
ramingo ovunque il mare o la fortuna
lo si tramandi. Io lo terr da l'armi
remoto ne' miei lochi o d'Amatunta
o d'Idalio o di Pafo o di Citra
a menar vita ignobile e privata,
pur che sicura. E tu, come a te piace,
comanda ch'a l'Ausonia il giogo imposto
sia da Cartago, s che pi non l'osti
in alcun tempo. Or che, padre, ne giova
che da l'occisoni e dagl'incendi
de la lor patria e da tant'altri rischi
sian gi del mare e de la terra usciti?
E che val che da te sia lor promessa,
da lor tanto ricerca, e gi trovata
questa Troia novella, se di nuovo
convien che caggia? Assai meglio sarebbe
che fosser tra le ceneri e nel guasto,
dove fu l'altra. A Xanto, a Simoenta
fa, ti prego, signor, che si radduca
questa gente infelice, e che ritorni
a passar d'Ilio i guai. Giunone allora
infurata: A che, - disse - mi tenti,
perch'io rompa il silenzio, e mostri il duolo
c'ho portato nel cor gran tempo ascoso?
Qual  mai per tua f stato uomo o dio
ch'Enea sforzasse a cercar briga, e farsi
nemico il re Latino? Oh 'l fato addotto
l'ha ne l'Italia! S, ma da le furie
c' spinto di Cassandra. E chi gli ha dato
consiglio, io forse? Ch'abbandoni i suoi?
Io, che dia la sua vita in preda a' vnti?
Io, che la cura e 'l carco de la guerra
lasci in man d'un fanciullo? e che sollevi
i popoli d'Etruria, e l'altre genti
che si stavano in pace? E quale dio,
qual mia durezza de' lor danni  rea?
Qui che rileva o di Giuno lo sdegno,
o d'Iri il ministero? Indegna cosa
 certo che dagl'Itali s'infesti
questa tua nuova Troia; e degno e giusto
sar che Turno non si stia sicuro
ne la sua patria terra? un tal nipote
di Pilunno ch' divo, un tanto figlio
di Venilia ch' ninfa? E degna cosa
ti par che muova Enea la guerra a Lazio?
ch'assalga, che soggioghi, che deprede
le terre altrui? che l'altrui donne usurpi?
ch'in man porti la pace, e che per mare
e per terra armi? Tu potrai tuo figlio
scampar da' Greci; tu riporre invece
di lui la nebbia e 'l vento; tu la forma
cangiar de le sue navi in altrettante
ninfe di mare; ed io cosa nefanda
far, se porgo a' Rutuli un aiuto,
per minimo che sia? Non v' tuo figlio
presente; non vi sia: non sa; non sappia.
Sei regina di Pafo, d'Amatunta,
di Citra e d'Idlio: e che vai dunque
provocando con l'armi una contrada
non tua, pregna di guerra? e stuzzicando
s bellicosa gente? Ed io son quella,
io, che l'afflitte lor fortune agogno
di porre al fondo? E perch non pi tosto
chi de' Greci a le man gli pose in prima?
Chi prima fu cagion ch'a guerra addusse
l'Europa e l'Asia? chi commise il furto
che fu de la rottura il primo seme?
Io condussi l'adultero pastore
a l'impresa di Sparta? Io fui ch'a l'armi,
io ch'a l'amor l'accesi? Allora il tempo
fu d'aver tma e gelosia de' tuoi,
non or che le querele e le rampogne
che ne fai, sono ingiuste e tarde e vane.
  Cos Giuno dicea; quando fremendo
gli di tutti mostrr che chi con questa
consentian, chi con quella. In guisa tale
s'odono i primi vnti entro una selva
mormorar lunge, e non veduti ancora
porgere a' marinari indicio e tma
di propinqua tempesta. Allor del cielo
il sommo, eterno, onnipotente padre
riprese a dire. Al suo parlar chetossi
la celeste magion; chetrsi i vnti,
e l'aria e l'onde; e sola infino al centro
trem la terra. Ei disse: Or che gli Ausoni
confederar co' Teucri ne si toglie,
e voi tra voi non v'accordate, udite
quel ch'io vi dico, e i miei detti avvertite.
  Quella stessa fortuna e quella speme,
qual ch'ella sia, ch'i Rutuli o i Troiani
oggi da lor faransi, io vi prometto
aver per rata, e non punto inchinarmi
pi da quei che da questi: e sia l'assedio
de' Teucri o per destino, o per errore,
o per false risposte. E ci dico anco
de' Rutuli. Il successo e buono e rio
fia d'una parte e d'altra qual ciascuna
per s lo s'ordir. Giove con ambi
si star parimente, e 'l fato in mezzo.
Cos detto, il torrente e la vorago
e la squallida ripa e l'atra pece
d'Acheronte giurando, abbass 'l ciglio,
e tremar fe' col cenno il mondo tutto.
Finito il ragionar, suso levossi
del seggio d'oro; e gli fr tutti intorno
corona e compagnia fino a l'albergo.
  L'esercito de' Rutuli stringendo
l'assedio intanto, in su le porte e 'ntorno
facea de la muraglia incendi e stragi;
e i Teucri assedati, entro ai ripari
e sopr ai torroni a la difesa
stavan, miseri! indarno; e senza speme
di fuga un raro cerchio avean disteso
su per le mura. Era de' primi Iaso
d'Imbrasio il figlio, e 'l figlio d'Icetone
detto Timete, e 'l buon Cstore insieme
col vecchio Timbri, ed ambi dopo questi
di Sarpedonte i frati: e Chiaro, ed Emo
onor di Licia, e di Lirnesso Ammone.
Questi con un gran sasso era venuto
su la muraglia, che 'l maggior catollo
era d'un monte; ed egli era non punto
minor del padre Clizio e di Menesto
suo famoso fratello. Altri con sassi,
altri con dardi, e chi con le saette,
e chi col foco a guardia eran del muro.
  In mezzo de le schiere il vago Iulo,
gran nipote di Dardano e gran cura
de la bella Ciprigna, il volto e 'l capo
ignudo, risplendea qual chiara gemma
che in r legata altrui raggi dal petto
o da la fronte; o qual da dotta mano
in ebano commesso, o in terebinto
candido avorio agli occhi s'appresenta.
Sovra al collo di latte il biondo crine
avea disteso, e d'oro un lento nastro
gli facea sotto e fregio insieme e nodo.
  Ismaro, e tu fra s famosa gente
con l'arco saettar ferite e tsco
fosti veduto, generosa pianta
del meonio paese, ove fecondi
sono i campi di biade, e i fiumi d'oro.
  Memmo v'era ancor egli, a cui la fuga
dianzi di Turno avea gloria acquistata,
ond'era fino al ciel sublime e chiaro.
Eravi Capi, onde poi Capua il nome
e l'origine ha presa. Avean costoro
tra lor diviso il carico e 'l periglio
di s dura battaglia. E 'n questo mentre
solcava Enea di mezza notte il mare.
  Egli, poi che d'Evandro ebbe lasciato
l'amico albergo e che nel campo giunse
de' Toschi, al tosco rege appresentossi;
e con lui ristringendosi, il suo nome
il suo lignaggio, la sua patria, in somma
chi fosse, che chiedesse, che portasse
gli espose; e qual Mezenzio appoggio avesse,
e l'orgoglio di Turno, e l'apparecchio
e l'incostanza de l'umane cose
gli pose avanti. A le ragioni aggiunse
esempi e preci s, ch'immantinente
Tarconte acconsent. Strinser la lega,
unr le orze ed apprestr le genti
in un momento. Di straniero duce
provvisti i Lidi, e gi dal fato sciolti,
salr sovra l'armata. E pria di tutti
uscio d'Enea la capitana avanti.
  Questa avea sotto al suo rostro dipinti,
quai sotto al carro de la madre ida,
due che 'l legno traean frigi leoni,
e d'Ida gli pendea di sopra il monte,
amaro suo disio, dolce ricordo
del patrio nido. In su la poppa assiso
stava il duce troiano; e da sinistra
avea d'Evandro il figlio, che tra via
l'interrogava or del vaggio stesso
e de le stelle, ed or degli altri suoi
o per terra o per mar passati affanni.
  Apritemi Elicona, alme sorelle,
e cantate con me che gente e quanta
d'Etruria Enea seguisse, e di che parte,
e con qual'armi e come il mar solcasse.
  Mssico il primo in su la Tigre imposto
avea di mille giovini un drappello,
che di Chiusi e di Cosa eran venuti
con l'arco in mano e con saette a' fianchi.
Appresso a lui, seguendo, il torvo Abante
sotto l'insegna del dorato Apollo
seicento n'imbarc di Populonia,
trecento d'Elba, in cui ferrigna vena
abbonda s, che n'erano ancor essi
dal capo ai pi tutti di ferro armati.
Asla il terzo, sacerdote e mago
che di fibre e di fulmini e d'uccelli
e di stelle era interprete e 'ndovino,
mille ne conducea, ch'un'ordinanza
facean tutta di picche: e tutti a Pisa
eran soggetti, a la novella Pisa,
che, gi figlia d'Alfeo, d'Arno ora  sposa.
Asture, ardito cavaliero e bello,
e con bell'armi di color diverse,
vien dopo questi con trecento appresso
di vari lochi, ma d'un solo amore
accesi a seguitarlo. Eran mandati
da Certe e dai campi di Mignone,
dai Pirgi antichi e da l'aperte spiagge
de la non salutifera Gravisca.
Di te non tacer, Cigno gentile,
di Cupvo dicendo, ancor che poche
fosser le genti sue. Questi di Cigno
era figliuol, onde ne l'elmo avea
de le sue penne un candido cimiero
in memoria del padre, e de la nuova
forma in ch'ei si cangi, tua colpa, Amore.
Ch de l'amor di Faetonte acceso,
come si dice, mentre che piangendo
stava la morte sua, mentre ch'a l'ombra
de le pioppe, che pria gli eran sorelle,
sfogava con la musa il suo dolore,
fatto cantando gi canuto e vglio
in augel si converse, e con la voce
e con l'ali da terra al cielo alzossi.
Il suo figlio co' suoi portava un legno
a cui sotto la prora e sopra l'onde
stava un centauro minaccioso e torvo,
che con le braccia e con un sasso in atto
sembrava di ferirle, e via correndo
col petto le facea spumose e bianche.
Ocno poscia venia, del tosco fiume
e di Manto indovina il chiaro figlio,
che te, mia patria, eresse e che dal nome
de la gran madre sua Mantua ti disse:
Mantua d'alto legnaggio, illustre e ricca,
e non d'un sangue. Tre le genti sono,
e de le tre ciascuna a quattro impera,
di cui tutte ella  capo, e tutte insieme
son con le forze de l'Etruria unite.
  Quinci ne fr contra Mezenzio armati
cinquecento altri; e Mincio, un figlio altero
del gran Benco, fu che gli condusse,
di verdi canne inghirlandato il fronte.
Giva il superbo Aulete con un legno
di cento travi il mar solcando in guisa
che spumante il facea, sonoro e crespo.
Premea le spalle d'un Tritone immane
che con la cava sua cerulea conca
tremar si facea l'acqua e i liti intorno.
Dal mezzo in su, la fronte ispido e 'l mento
sembra d'umana forma; e 'l ventre in pesce
gli si ristringe, e col ferino petto
fende il mar s che rumoreggia e spuma.
Da questi eletti eroi, con queste genti
eran l'onde tirrene allor solcate
in sussidio di Troia. E gi dal cielo
caduto il giorno, era de l'erta in cima
la vaga luna, quando il frigio duce,
or al timone, or a la vela intento,
co' suoi pensier vegliava. Ed ecco avanti
nuotando gli si fa di ninfe un coro,
di lui prima compagne, e quelle stesse
che, gi sue navi, da Cibele in ninfe
furon converse, e dee fatte del mare.
Tante in frotta ne gian per l'onde a nuoto
quante eran navi in prima. E di lontano
riconosciuto il re, danzando in cerchio
gli si strinsero intorno. Una fra l'altre,
la pi di tutte accorta parlatrice,
Cimodoca, la sua nave seguendo,
con la destra a la poppa, e con la manca
tacita remigando, il capo e 'l dorso
solo a galla tenendo, d'improvviso
cos gli disse: Enea, stirpe divina,
vegli tu? Veglia: il fune allenta, e 'l seno
apri a le vele tue. De la tua classe
noi fummo i legni e de la selva ida,
e siamo or ninfe. I Rutuli col foco
n'hanno e col ferro dipartite e spinte
da' tuoi nostro malgrado. Or te cercando
siam qui venute. Per piet di noi
la berecinzia madre in questa forma
n'ha del mar fatte abitatrici e dee.
  Ma 'l tuo fanciullo Iulo in mezzo a l'armi
si sta cinto di fossa e di muraglia
da' feroci Latini assedato.
I tuoi cavalli e gli Arcadi e gli Etruschi
unitamente han di gi preso il loco
comandato da te. Turno disegna
co' suoi d'attraversarli e porsi in mezzo
tra 'l campo e loro. Or via, naviga, approda;
sorgi tu pria che 'l sole, e sii tu 'l primo
ad ordinar le tue genti a battaglia.
Prendi l'invitto e luminoso scudo
da Volcan fabbricato, e d'r commesso;
ch diman, se mi credi, alta e famosa
farai tu strage de' nemici tuoi.
  Ci disse, e, come esperta, al legno in poppa
tal di pinta al partir, che pi veloce
corse che dardo o stral che 'l vento adegui.
Dietro gli altri affrettr, s che stupore
n'ebbe d'Anchise il figlio. E rincorato
da s felice annunzio, al cielo orando
divotamente si rivolse, e disse:
Alma dea, degli di gran genitrice,
di Dndimo regina, che di torri
vai coronata e 'n su leoni assisa,
te per mia duce a questa pugna invoco.
Tu rendi questo augurio e questo giorno,
ti priego, a i Frigi tuoi propizio e lieto.
  Questo sol disse; e luminoso intanto
si fece il mondo. Ei primamente impose
che ratto al segno suo ciascun ne gisse,
ch'ognun s'armasse, ognuno a la battaglia
si disponesse. E gi venuto a vista
de' Rutuli e de' Teucri, alto levossi
in su la poppa; s'imbracci lo scudo,
e lo vibr s ch'ambedue raggiando
empi di luce e di baleni i campi.
Di su le mura la dardania gente
gioiosa infino al ciel le grida alzaro,
e sopraggiunta la speranza a l'ira,
a trar di nuovo e saettar si diro
con un rumor, qual sotto l'atre nubi
nel dar segno di nembi e nel fuggirli
fan le strimonie gru schiamazzo e rombo.
  Mentre ci Turno e gli altri ausoni duci
stavan meravigliando, ecco a la riva
si fa pien d'armi e di navili il mare.
Enea di cima al capo e da la cresta
del fin elmo spargea lampi e scintille
d'ardente fiamma; e gran lustri e gran fochi
raggiava de lo scudo il colmo e l'oro,
come ne la serena umida notte
la lugubre e mortifera cometa
sembra che sangue avventi, o 'l sirio Cane
quando nascendo a' miseri mortali
ardore e sete e pestilenza apporta,
e col funesto lume il ciel contrista.
  Non men per questo ha Turno ardire e speme
d'occupar prima il lito, e da la terra
ributtare i nemici. Egli, animando
e riprendendo la sua gente, avanti
si spinge a tutti, e griada: Ecco adempito
vostro maggior disio. Pi non vi sono
le mura in mezzo. In voi, ne le man vostre
la pugna e Marte e la vittoria  posta.
Or qui de la sua donna, de' suoi figli,
de la sua casa si rammenti ognuno;
ognun davanti si proponga i fatti
e le lodi de' padri. Andiam noi prima
a rincontrargli, infin che l'onde e 'l moto
ce gli rende del mar non fermi ancora.
Via, ch'agli arditi  la fortuna amica.
  Detto cos, va divisando come
parte lor contra ne conduca, e parte
a l'assedio ne lasci. Intanto Enea
per disbarcare i suoi, le scafe e i ponti
avea gi presti. E di lor molti attenti
al ritorno de' flutti con un salto
si lanciarono in secco; e chi co' remi,
chi con le travi ne l'arena usciro.
  Tarconte, poi ch'ebbe la riva tutta
ben adocchiata, non l dove il vado
disperava del tutto, o dove l'onda
mormorando frangea, ma dove cheta
e senza intoppo avea corso e ricorso,
volt le prore; e: Via, - disse - compagni,
via, gente eletta, ite con tutti i remi,
di tutta forza, e s pingete i legni,
che si faccian da lor canale e stazzo.
Dividete co' rostri e con le prore
questa nemica terra: in questa terra
mi gittate una volta, e che che sia
segua poi del navile. A questo pregio
non curo del suo danno: afferri, e pra.
  Al detto di Tarconte alto in su' remi
levrsi e s co' rostri a' liti urtaro,
ch'empir di spuma il mar, di sabbia i campi;
e i legni tutti ne l'asciutto infissi
fermrsi interi. Ma non gi, Tarconte,
il legno tuo, che d'una ascosa falda
ebbe di sasso in approdando intoppo;
dal cui dorso inchinato, e dal mareggio
lungamente battuto, alfin del tutto
aperto e sconquassato, in mezzo a l'onde
le genti espose; e 'l peso e l'imbarazzo
de l'armi, e gli armamenti infranti e sparsi
del rotto legno, e 'l flutto che rediva
le tennero impedite e risospinte.
  Turno le schiere sue rapidamente
al mar condusse, e tutte in ordinanza
su 'l lito incontra a' Teucri le dispose.
Diron le trombe il segno. Il troian duce
fu che prima assal le torme agresti,
e si fe' con la strage de' Latini
e con la morte di Terone in prima
augurio a la vittoria. Era Terone
un di corpo maggior degli altri tutti;
e tanto ebbe d'ardir che da se stesso
incontr'Enea si mosse. Enea col brando
tal un colpo gli trasse, che lo scudo,
bench ferrato, e la corazza e 'l fianco
forogli insieme. Indi avventossi a Lica
che da l'aperte viscere fu tratto
de la gi morta madre, e pargoletto,
preservato dal ferro, a te fu sacro,
Febo, padre di luce; ed or morendo
vittima cadde a Marte. Occise appresso
Cisso feroce, e Ga di corpo immane,
ch'ambi di mazze armati ivan le schiere
de' suoi Teucri atterrando. E lor non valse
n d'Ercole aver l'armi n le braccia
d'erculea forza, n che gi Melampo
lor padre in compagnia d'Ercole fosse
allor che de la terra a soffrir ebbe
i duri affanni. A Faro un dardo trasse,
mentre gridando e millantando incontra
gli si facea. Colpillo in bocca a punto,
s che la chiuse e l'acchet per sempre.
  E tu, Cidon, per le sue mani estinto
misero! giaceresti a Clizio appresso,
tuo novo amore, a cui de' primi fiori
eran le guance colorite a pena;
se non che de' fratelli ebbe una schiera
subitamente a dosso. Eran costoro
sette figli di Forco, e sette dardi
gli avventaro in un tempo. Altri de' quali
da l'elmo e da lo scudo risospinti,
altri furon da Venere sbattuti
s, ch'o vani, o leggieri il corpo a pena
leccr passando. In questa, Enea rivolto:
Dammi, - disse ad Acate, - degl'intrisi
nel sangue greco, e sotto Ilio provati;
e non fia colpo in fallo. Una grand'asta
gli porse Acate in prima, ed ei la trasse
s, che volando ne lo scudo aggiunse
di Mone, e la piastra ond'era cinto
e la corazza e 'l petto gli trafisse.
Alcanor suo fratello nel cadere,
mentre le braccia al tergo gli puntella,
l'asta nel trapassare, il suo tenore
continando, insanguinata e calda
la destra gli confisse: e da le spalle
pend del frate, infin che l'un gi morto,
e l'altro moribondo a terra stesi
giacquero entrambi. Numitore il terzo
da questo sconficcandola e da quello,
lanciolla incontro Enea. Di ferir lui
non gli successe, ma del grande Acate
graffi la coscia lievemente, e scrse.
  Clauso, il Sabino, ardito e poderoso
qui si mostr con una picca in mano,
e Drope invest nel primo incontro.
Glie n'appunt nel gorgozzule, e pinse
tanto, che la parola e 'l fiato e l'alma
in un gli tolse. Ed ei cadde boccone,
e per bocca gitt di sangue un fiume.
Cacciossi avanti, e tre di Tracia appresso
de la gente di Borea, e tre de' figli
d'Idante, alunni d'Ismara e di Troia,
in varate guise a terra stese.
Venne a rincontro Aleso, e degli Aurunci
un'ordinanza. Di Nettuno il figlio
Messapo i suoi cavalli avanti spinse,
ed or questi sforzandosi, ed or quelli
di cacciare i nemici, in su l'entrata
si combattea d'Italia. E quai tra loro
s'azzuffano a le volte avversi, e pari
di contesa e di forza in aria i vnti,
che n lor, n le nugole, n 'l mare
ceder si vede, e lungamente incerta
s la mischia travaglia, ch'ogni cosa
d'ogni parte tumulta e contrasta;
tale appunto de' Rutuli e de' Teucri
era la pugna e s fiera e s stretta,
che giunte si vedean l'armi con l'armi,
e le man con le mani, e i pi co' piedi.
  D'altra parte ove rapido e torrente
avea 'l fiume travolti arbori e sassi,
da loco malagevole impediti
gli Arcadi cavalieri a pi smontaro;
e ne' pedestri assalti ancor non usi,
da' Latini incalzati, avean le terga
gi volte a Lazio, quando (quel che s'usa
in s duri partiti) a lor rivolto
Pallante, or con preghiere, or con rampogne:
Ah, compagni, ah, fratelli, - iva gridando, -
dove fuggite? Per onor di voi,
per la memoria di tant'altri vostri
egregi fatti, per l'egregia fama,
per le vittorie del gran duce Evandro,
e per la speme che di me concetta
a la paterna lode emula avete,
non ponete ne' pi vostra fidanza.
Col ferro aprir la strada ne conviene
per mezzo di color che l vedete,
che pi folti n'incalzano e pi feri.
Per l comanda l'alta patria nostra
che voi meco n'andiate. E di lor nullo
 che sia dio: son uomini ancor essi
come siam noi: e noi com'essi avemo
il cor, le mani e l'armi. E dove, dove
vi salverete? Non vedete il mare
che v' davanti, e che la terra manca
al fuggir vostro? E se per l'onde ancora
fuggiste, alfin dove n'andrete? a Troia?
  E, cos detto, in mezzo de' pi densi
e de' pi formidabili nemici
anzi a tutti avventossi. E Lago il primo
per sua disavventura gli s'oppose.
Stava costui chinato, e per ferirlo
divelto avea di terra un gran macigno,
quando lo sopraggiunse, e nella schiena
tra costa e costa il suo dardo piantogli;
s che tirando e dimenando a pena
ne lo ritrasse. Isbon, di Lago amico,
mentr'egli in ci s'occpa, ebbe speranza
di vendicarlo, e 'ncontra gli si mosse.
Ma non gli riusc: ch mentre, incauto,
dal dolor trasportato e da lo sdegno
del suo morto compagno, infurava,
ne la spada del giovine infilzossi
da l'un de' fianchi: onde trafitto e smunto
ne fu di sangue il cor, d'ira il polmone.
Poscia Stnelo occise; occise appresso
Anchmolo. Costui fu de l'antica
stirpe di Reto. E voi, Laride e Timbro,
figli di Dauco, ambi d'un parto nati,
per le sue man cadeste. Eran costoro
s l'un del tutto a l'altro somigliante,
che dal padre indistinti e da la madre
facean lor grato errore e dolce inganno.
Sol or Pallante (ahi! troppo duramente)
vi fe' diversi: ch'a te 'l capo netto,
Timbro, recise; a te, Laride, in terra
mand la destra. E questa anche guizzando
te per suo riconobbe, e con le dita
strinse il tuo ferro, e 'l brancic pi volte.
Gli Arcadi da' conforti e da le prove
accesi di Pallante; e per dolore
e per vergogna di furor s'armaro
contr'a' nimici. Seguit Pallante;
ed a Reto ch'era fuggendo in volta
sopra una biga, nel passargli a canto,
trasse d'un'asta; e tanto Ilo d'indugio
ebbe a la morte sua, ch'ad Ilo indritto
era quel colpo in prima. Ma Reto
venne di mezzo, e ricevello in vece
d'altri colpi che dietro minacciando
gli venian Teutro e Tiro, i due buon frati
che gli eran sopra. Trabocc dal carro
mezzo tra vivo e morto, e calcitrando
de' Rutuli batt l'amica terra.
  Come il pastor ne' dolci estivi giorni
a lo spirar de' vnti il foco accende
in qualche selva: che diversamente
lo sparge in prima; e con diversi incendi
sbito di Volcan ne va la schiera
ci ch' di mezzo divorando in guisa
ch'un sol diventa; ed ei stassi in disparte
del fatto altero, e di veder gioioso
la vincitrice fiamma, e l'arso bosco;
cos 'l valor degli Arcadi ristretto
per soccorrer Pallante insieme unissi.
Ma 'l bellicoso Aleso incontro a loro
si ristrinse ancor ei con l'armi sue,
e Ladone e Demdoco e Fereto
occise in prima. Indi a Strimonio un colpo
trasse di spada, che la destra mano,
mentre con un pugnal gli era a la gola,
gli recise di netto. E s d'un sasso
fer Toante in volto, che gl'infranse
il teschio tutto, e ne schizzr col sangue
l'ossa e 'l cervello. Era d'Aleso il padre
mago e 'ndovino; e del suo figlio il fato
avea previsto; onde gran tempo ascoso
in una selva il tenne. E non per questo
franse il destino; ch gi vglio a pena
chiusi ebbe gli occhi, che le Parche addosso
gli dir di mano: onde a morir devoto
fu per l'armi d'Evandro. Incontro a lui
mosse Pallante in cotal guisa orando:
Da', padre Tebro, a questo dardo indrizzo,
fortuna e strada; ond'io nel petto il pianti
del duro Aleso; e 'l dardo e le sue spoglie,
a te fian poscia in questa quercia appese.
Udillo il Tebro: e mentre Aleso, ata
porgendo ad Imaon, lo scudo stende
per coprir lui, se stesso discoverse
al colpo di Pallante, e morto cadde.
  Lauso che de la pugna era gran parte,
visto al cader d'un s degno campione
caduta la contesa e l'ardimento
de le schiere latine, egli in sua vece
tosto avanti si spinse e rinfrancolle.
E prima di sua mano Abante ancise,
ch'era di quella zuffa un duro intoppo,
e de' nemici il pi saldo sostegno.
  Or qui strage si fa d'Arcadi insieme,
e di Toschi e di voi, Troiani, intatti
ancor da' Greci. E qui d'ambe le parti
tutti con tutti ad affrontar si vanno.
Pari le forze e pari i capitani
son d'ambi i lati; e quinci e quindi ardenti
si ristringono in guisa che gli estremi
fanno ancor calca e 'mpedimento a' primi.
  Da questa parte sta Pallante, e Lauso
da quella, i suoi ciascuno inanimando,
spingendo e combattendo. E l'un diverso
non  molto da l'altro n d'etate
n di bellezza; e parimente il fato
a ciascuno ha di lor tolto il ritorno
ne la sua patria. E non per tra loro
s'affrontr mai; ch 'l regnator celeste
riserbava la morte d'ambedue
a nemici maggiori. In questo mezzo
la ninfa, che di Turno era sorella,
il suo frate avvertisce che soccorso
procuri a Lauso. Ond'ei tosto col carro
le schiere attraversando, a' suoi compagni
giunto che fu: Via, - disse - or non  tempo
che voi pi combattiate. Io sol ne vado
contra Pallante; a me solo  dovuta
la morte sua: cos 'l suo padre stesso
v'intervenisse, e spettator ne fosse.
  Detto ch'egli ebbe, incontinente i suoi,
siccome imposto avea, del campo usciro.
Pallante, visti i Rutuli ritrarsi,
e lui sentendo che con tanto orgoglio
lor comandava, poscia che 'l conobbe,
lo squadr tutto, e stupido fermossi
a veder s gran corpo. Indi feroce
gli occhi intorno girando, a i detti suoi
cos rispose: Oggi o d'opime spoglie
o di morte onorata il pregio acquisto.
E 'l padre mio (tal  d'animo invitto
incontr'ogni fortuna, o buona o rea
che sia la mia) ne porr 'l core in pace.
Via, che d'altro  mestier che di minacce.
E, ci detto, si mosse, e fiero in mezzo
presentossi del campo. Un gel per l'ossa
e per le vene agli Arcadi ne corse.
E Turno dalla biga con un salto
lanciossi a terra; ch'assalirlo a piedi
prese consiglio. E qual fiero leone
che, veduto nel pian da lunge un toro
con le corna a battaglia esercitarsi,
dal monte si dirupa e rugge e vola,
tal fu di Turno la sembianza a punto
nel girgli incontro. Il giovine, che meno
avea di forze, s'avvis di tempo
prender vantaggio, e di provare osando
s'aver potesse in alcun modo amica
almen fortuna; e gi ch'a tiro d'asta
s'eran vicini, al ciel rivolto disse:
Ercole, se ti fu del padre mio
l'ospizio accetto, e la sua mensa a grado,
allor che peregrin seco albergasti,
dammi, ti priego, a tanta impresa ata,
s che Turno egli stesso in chiuder gli occhi
veggia e senta, morendo, ch'a me tocca
vincere e spogliar lui d'armi e di vita.
  Udillo Alcide, e per piet che n'ebbe
nel suo cor se ne dolse e lacrimonne,
quantunque indarno. E Giove, per conforto
del figlio suo, cos seco ne disse:
Destinato a ciascuno  'l giorno suo;
e breve in tutti e lubrica e fugace
e non mai reparabile sen vola
l'umana vita. Sol per fama  dato
agli uomini che sian vivaci e chiari
pi lungamente. Ma virtute  quella
che gli fa tali. E non per questo alcuno
 che non muoia. E quanti ne moriro
sotto il grand'Ilio, ch'eran nati in terra
di voi celesti? E Sarpedonte  morto
ch'era mio figlio, e Turno anco morr;
e gi de la sua vita  giunto al fine.
  Cos disse, e da' rutuli confini
torse la vista. Allor Pallante trasse
con gran forza il suo dardo, e 'l brando strinse
incontro a Turno. Invest 'l dardo a punto
l 've 'l braccial su l'omero s'affibbia,
e tra 'l suo groppo e l'orlo de lo scudo
come strisciando, di s vasto corpo
lievemente afferr la pelle a pena.
  Turno, poi che 'l nodoso e ben ferrato
suo frassino brandito e bilanciato
ebbe pi volte: Or prova tu - gli disse -
se 'l mio va dritto, e se colpisce e fra
pi del tuo ferro. E trasse. And ronzando
per l'aura, e con la punta a punto in mezzo
si piant de lo scudo. E tante piastre
di metallo e d'acciaio, e tante cuoia
ond'era cinto, e la corazza e 'l petto
passogli insieme. Il giovine ferito
tosto fuor si cav di corpo il tlo;
ma non gli valse, ch con esso il sangue
e la vita n'uscio. Cadde boccone
in su la piaga, e tal di d'armi un crollo,
che, ancor morendo, la nimica terra
trepida ne divenne e sanguinosa.
  Turno sopra il cadavere fermossi
alteramente e disse: Arcadi, udite,
e per me riportate al vostro Evandro,
che qual di rivedere ha meritato
il suo Pallante, tal glie ne rimando;
e gli fo grazia che d'esequie ancora
e di sepolcro e di qual altro fregio
che conforto gli sia, l'orni e l'onori;
ch'assai ben caro infino a qui gli costa
l'amicizia d'Enea. Cos dicendo,
col manco pi calc l'estinto corpo;
e d'oro un cinto ne rap di pondo,
d'artificio e di pregio, ove per mano
era del buon Eurizio istorata
la fiera notte e i sanguinosi letti
di quell'empie fanciulle, in grembo a cui
fr gi tanti in un tempo e frati e sposi,
sotto f d'Imeneo, giovani ancisi.
  Di questa spoglia altero e baldanzoso
vassene or Turno. O cieche umane menti,
come siete de' fati e del futuro
poco avvedute! E come oltra ogni modo
ne' felici successi insuperbite!
Tempo a Turno verr ch'ogni gran cosa
ricompreria di non aver pur tocco
Pallante; e le sue spoglie e 'l d che l'ebbe
in odio gli cadranno. Il morto corpo,
nel suo scudo composto, i suoi compagni
levr dal campo, e con solenne pompa
e con molti lamenti, e molto pianto
lo riportaro al padre. Oh, qual, Pallante,
tornasti al padre tuo gloria e dolore!
Ch'una stessa giornata, ch'a la guerra
ti diede, a lui ti tolse. Oh pur gran monti
lasciasti pria di tuoi nemici estinti!
  Corse la fama, anzi il verace avviso
a l'orecchie d'Enea d'un danno tale
e d'un tanto periglio, che gi vlto
era il suo campo in fuga. Incontinente
si fa col ferro una spianata intorno;
poscia s'apre una via, di te cercando,
Turno, e 'l tuo rintuzzar cresciuto orgoglio
per la vittoria di Pallante occiso.
Pallante, Evandro e l'accoglienze loro
e le lor mense ove con tanto amore
forestier fu raccolto, e la contratta
gi tra loro amist davanti agli occhi
si vedea sempre. E per onore a l'ombra
de l'amico, e per vittima al grand'Orco,
molti giovini avea gi destinati
vivi sacrificar sopra il suo rogo;
e di gi ne facea quattro d'Ufente
addur legati, e quattro di Sulmona.
  E tra via combattendo, incontr'a Mago
tir d'un'asta, a cui sotto chinossi
l'astuto a tempo s che sopra al capo
gli trapass divincolando il colpo;
e ratto risorgendo umilemente
gli abbracci le ginocchia, e cos disse:
Per tuo padre e tuo figlio, Enea, ti prego,
a mio padre, a mio figlio mi conserva.
Di gran legnaggio io sono: gran tesori
tengo d'argento sotterrati e d'oro
in massa e 'n conio. La vittoria vostra
solo in me non consiste. Una sol'alma
in cos grave e grande affar che monta?
Rispose Enea: Le tue conserve d'oro
e d'argento conserva a' figli tuoi.
Questi mercati ha Turno primamente
tolti fra noi, poi c'ha Pallante occiso:
ed al mio padre ed al mio figlio in grado
fia la tua morte. Ci dicendo, a l'elmo
la man gli stese: e poich gli ebbe il collo
chinato al colpo, insino a l'else il ferro
ne la gola gl'immerse. Indi non lunge
Emnide incontrando, un sacerdote
di Febo e di Dana, il fronte adorno
di sacra benda, e tutto rilucente
di vesti e d'armi, addosso gli si scaglia.
Fugge Emnide, e cade. Enea gli  sopra,
lo sacrifica a l'ombra e d'ombra il cuopre.
Poscia de l'armi, che 'l meschino a pompa
port pi ch'a difesa, il buon Seresto
lo spoglia, e per trofeo le appende in campo
a te, gran Marte. Ecco di nuovo intanto
Ccolo, di Vulcan l'ardente figlio,
e 'l marso Ombron ne la battaglia entrando,
e rimettendo le lor genti insieme,
spingonsi avanti. Enea da l'altra parte
infurava. Ad nsure avventossi,
e 'l manco braccio con la spada in terra
gittogli e de lo scudo il cerchio intero.
Gran cose avea costui cianciate in prima
e concepute; e d'adempirle ancora
s'era promesso. Avea forse anco in cielo
riposti i suoi pensieri, e s'augurava
lunga vita e felice. E pur qui cadde.
  Poscia Trquito ardente, e d'armi cinto
fulgenti e ricche, incontro gli si fece.
Era costui di Fauno montanaro
e de la ninfa Drope creato,
giovine fiero. Enea parossi avanti
a la sua furia, e pinse l'asta in guisa
che lo scudo impedigli e la corazza.
Allora indarno il misero a pregarlo
si diede. E mentre a dir molto s'affanna
per lo suo scampo, ei con un colpo a terra
gittogli il capo; e travolgendo il tronco
tiepido ancor, sopra gli stette e disse:
Qui con la tua bravura te ne stai,
tremendo e formidabile guerriero:
n di terra tua madre ti ricuopra,
n di tomba t'onori. Ai lupi, ai corvi
ti lascio, o che la piena in alcun fosso
ti tragga, o che nel fiume, o che nel mare
ai famelici pesci esca ti mandi.
  Indi muove in un tempo incontro a Lica.
E segue Anteo, che ne le prime schiere
era di Turno. Assaglie il forte Numa,
fere il biondo Camerte. Era Camerte
figlio a Volscente, generoso germe
del magnanimo padre, e de' pi ricchi
d'Ausonia tutta: in quel tempo reggea
la taciturna Amicla. In quella guisa
che si dice Egeon con cento braccia
e cento mani, da cinquanta bocche
fiamme spirando e da cinquanta petti,
esser gi stato col gran Giove a fronte
quando contra i suoi folgori e i suoi tuoni
con altrettante spade ed altrettanti
scudi tonava e folgorava anch'egli;
in quella stessa Enea per tutto 'l campo,
poi ch'una volta il suo ferro fu caldo,
contra tutti vincendo infurossi.
Ecco Nifeo su quattro corridori
si vede avanti; e contra gli si spinge
s runoso, e tal fa lor fremendo
tma e spavento, che i destrier rivolti
lui dal carro traboccano, e disciolti
sen vanno e vti imperversando al mare.
Lcago intanto e Lgeri, due frati
con due giunti cavalli ambi in un tempo
gli si fan sopra. Lgeri a le briglie
sedea per guida, Lcago rotava
la spada a cerco. Enea, non sofferendo
la tracotanza, a la gi mossa biga
piantossi avanti; e Lgeri gli disse:
Enea, tu non sei gi con Domede,
n con Achille questa volta a fronte;
n son questi i cavalli e 'l carro loro:
di Lazio  questo e non de' Frigi il campo:
qui finir ti convien la guerra e i giorni.
Queste vane minacce e questo vento
soffiava il folle. Enea d'altro risposta
non gli di che de l'asta. E mentre avanti
spinge l'uno i destrieri, e l'altro al colpo
si sta chinato e col pi manco in atto
di ferir lui, la sua lancia a lo scudo
entr sotto di Lcago, e nel manco
lato ne l'anguinaia il colse a punto,
e gi del carro moribondo il trasse.
Indi ancor egli motteggiollo e disse:
A te n paventosi n restii
son gi, Lcago, stati i tuoi cavalli.
Tu da te stesso un s bel salto hai preso
fuor del tuo carro. E, ci detto, ai destrieri
di di piglio. Il suo frate uscito intanto
dal carro stesso, umle e disarmato
stendea le palme in tal guisa pregando:
Deh, per lo tuo valore e per coloro
che ti fr tale, abbi di me, signore,
piet, che supplicando in don ti chieggio
questa misera vita. E seguitando
la sua preghiera, a lui rispose Enea:
Tu non hai gi cos dianzi abbaiato.
Muori; e morendo il tuo frate accompagna.
E con queste parole il ferro spinse,
e gli apr 'l petto, e l'alma ne disciolse.
  Mentre cos per la campagna Enea
strage facendo, e di torrente in guisa
e di tempesta infurando scorre,
Ascanio e la troiana gioventute,
indarno entro a le mura assedata,
saltano in campo. Ed a Giunone intanto
cos Giove favella: O mia diletta
sorella e sposa, ecco test si vede
com'ha la tua credenza e 'l tuo pensiero
verace incontro, e come Citerea
sostenta i Teucri suoi. Vedi com'essi
non son n valorosi n guerrieri,
e i cor non hanno ai lor perigli eguali.
A cui Giunon tutta rimessa: Ah, - disse -
caro consorte, a che mi strazi e pugni,
quando  pur troppo il mio dolor pungente
e pur troppo tem'io le tue punture?
Ma se qual era e qual esser potrebbe,
fosse or teco il poter de l'amor mio,
teco che tanto puoi, da te negato
non mi fra, signor, ch'oggi il mio Turno
fosse da la battaglia e da la morte
per me sottratto e conservato al vecchio
Dauno suo padre. Or pra, e col suo sangue,
che pure  pio, la cupidigia estingua
de' suoi nemici. E pur anch'egli  nato
dal nostro sangue; e pur Pilunno  quarto
padre di lui: da lui pur largamente
gli altar molte fate e i templi tuoi
son de' suoi molti doni ornati e carchi.
  Cui del ciel brevemente il gran motore
cos rispose: Se indugiar la morte,
ch' gi presente, e prolungare i giorni
al gi caduco giovine t'aggrada
per alcun tempo, e tu con questo inteso
l'accetti, va tu stessa, e da la pugna
sottrallo e dal destino. A tuo contento
fin qui mi lece. Ma se in ci presumi
anco pi di sua vita, o de la guerra,
che del tutto si mute o si distorni,
invan lo speri. A cui Giuno piangendo
soggiunse: E che saria, se quel ch'in voce
ti gravi a darmi, almen nel tuo secreto
mi concedessi? e questa vita a Turno
si stabilisse? gi ch'indegna e cruda
morte gli s'avvicina, o ch'io del vero
mi gabbo. Tu che puoi, signor, rivolgi
la mia paura e i tuoi pensieri in meglio.
  Poscia che cos disse, incontinente
dal ciel discese, e con un nembo avanti
e nubi intorno, occulta infra i due campi
sopra terra calossi. Ivi di nebbia,
di colori e di vento una figura
form (cosa mirabile a vedere!)
in sembianza d'Enea; d'Enea lo scudo,
la corazza, il cimiero e l'armi tutte
gli finse intorno, e gli di 'l suono e 'l moto
propri di lui, ma vani, e senza forze
e senza mente; in quella stessa guisa
che si dice di notte ir vagabonde
l'ombre de' morti, e che i sopiti sensi
son da' sogni delusi e da fantasme.
  Questa mentita imago anzi a le schiere
lieta insultando, a Turno s'appresenta,
lo provoca e lo sfida. E Turno incontra
le si spinge e l'affronta; e pria da lunge
il suo dardo le avventa, al cui stridore
volg'ella il tergo e fugge. Ed ei sospinto
da la vana credenza e da la folle
sua speme insuperbito, la persegue
con la spada impugnata E dove, e dove, -
dicendo, - Enea, ten fuggi? ove abbandoni
la tua sposa novella? Io di mia mano
de la terra fatale or or t'investo,
che tanto per lo mar cercando andavi.
E gridando l'incalza, e non s'avvede
che quel che segue e di ferir agogna,
non  che nebbia che dal vento  spinta.
  Era per sorte in su la riva un sasso
di molo in guisa; ed un navile a canto
gli era legato, che la scala e 'l ponte
avea su 'l lito, onde ne fu pur dianzi
Osinio, il re di Chiusi, in terra esposto.
In questo legno, di fuggir mostrando,
ricovrossi d'Enea la finta imago,
e vi s'ascose. A cui dietro correndo
Turno senza dimora, infurato
il ponte ascese. Era a la prora a pena
che Giunon ruppe il fune, e diede al legno
per lo travolto mare impeto e fuga.
  Intanto Enea, di Turno ricercando,
a battaglia il chiamava. Ed or di questo
ed or di quello e di molti anco insieme
facea strage e scompiglio; e la sua larva,
poich di pi celarsi uopo non ebbe,
fuor de la nave uscendo alto levossi,
e con l'atra sua nube unissi e sparve.
  Turno, cos schernito, e gi nel mezzo
del mar sospinto, indietro rimirando
come del fatto ignaro, e del suo scampo
sconoscente e superbo, al ciel gridando
alz le palme, e disse: Ah, dunque io sono
d'un tanto scorno, onnipotente padre,
da te degno tenuto? a tanta pena
m'hai riservato? ove son io rapito?
onde mi parto? chi cos mi caccia?
chi mi rimena? e fia ch'un'altra volta
io ritorni a Laurento? e ch'io riveggia
l'oste pi con quest'occhi? e che diranno
i miei seguaci, e quei che m'han per capo
di questa guerra, che da me son tutti
ahi vitupro!) abbandonati a morte?
E gi rotti li veggio, e gi gli sento
gridar cadendo. O me lasso! che faccio?
Qual  del mar la pi profonda terra
che mi s'apra e m'ingoi? A voi piuttosto,
vnti, incresca di me. Voi questo legno
fiaccate in qualche scoglio, in qualche rupe,
ch'io stesso lo vi chieggio; o ne le sirti
mi seppellite, ove mai pi non giunga
Rutulo che mi veggia, o mi rinfacci
questa vergogna e quest'infamia, ond'io
sono a me consapevole e nimico.
  Cos dicendo, un tanto disonore
in s sdegnando, e di se stesso fuori,
strani, diversi e torbidi pensieri
si volgea per la mente, o con la spada
passarsi il petto, o traboccarsi in mezzo,
s com'era, del mare, e far, notando,
pruova o di ricondursi ond'era tolto,
o d'affogarsi. E l'una e l'altra via
tent tre volte; e tre volte la dea,
di lui mossa a piet, ne lo distolse.
Dal turbine e dal mar cacciato intanto
si scrse il legno, che del padre Dauno
a l'antica magion per forza il trasse.
  Mezenzio in questo mentre che da l'ira
era spinto di Giove, ardente e fiero
entr ne la battaglia; e i Teucri assalse
che gi 'l campo tenean superbi e lieti.
Da l'altro canto le tirrene schiere
mossero incontro a lui. Contra lui solo
s'unr tutti de' Toschi e gli odi e l'armi;
ed egli, a tutti opposto, alpestro scoglio
sembrava, che nel mar si sporga, e i flutti,
e i vnti minacciar si senta intorno,
e non punto si crolli. Ognun ch'avanti
o l'ardir gli mandava o la fortuna,
a' pi si distendea. Nel primo incontro
Ebro di Dolico, Ltago e Palmo
tolse di mezzo. Ebro pass fuor fuori
con un colpo di lancia: il volto e 'l teschio,
un gran macigno a Ltago avventando,
infranse tutto; ambi i garretti a Palmo
ch'avanti gli fuggia, tronchi di netto,
lasci che rampicando a morir lunge
a suo bell'agio andasse; ma de l'armi
spogliollo in prima, e la corazza in collo
e l'elmo in testa al suo Lauso ne pose.
Occise dopo questi il frigio Evante:
poscia Mimante ch'era pari a Pari
di nascimento, e d'amor seco unito.
D'mico nacque, e ne la stessa notte
Tena la sua madre in luce il diede,
che di Paride al mondo Ecuba pregna
di fatal fiamma. E pur l'un d'essi occiso
fu ne la patria, e l'altro sconosciuto
qui cadde. Era a veder Mezenzio in campo
qual orrido, sannuto, irto cignale
in mezzo a' cani allor che da' pineti
di Vsolo, o da' boschi o da' pantani
di Laurento  cacciato, ove molt'anni
si sia difeso; ch'a le reti aggiunto
si ferma, arruffa gli omeri e fremisce
co' denti in guisa che non  chi presso
osi affrontarlo, ma co' dardi solo,
e con le grida a man salva d'intorno
gli fan tempesta. Cos contra a lui
non s'arrischiando le nemiche squadre
stringere i ferri, le minacce e l'armi
gli avventavan da lunge; ed ei fremendo
stava intrepido e saldo, e con lo scudo
sbattea de l'aste il tempestoso nembo.
  Di Crito venuto a questa guerra
era un Greco bandito, Acron chiamato,
novello sposo che, non giunto ancora
con la sua donna, a le sue nozze il folle
avea l'armi anteposte. E in quella mischia
d'ostro e d'r riguardevole e di penne,
sponsali arnesi e doni, ovunque andava,
per le schiere facea strage e baruffa.
Mezenzio il vide; e qual digiuno e fiero
leon da fame stimolato, errando
si sta talor sotto la mandra, e rugge:
se poi fugace damma, o di ramose
corna gli si discopre un cervo avanti,
s'allegra, apre le canne, arruffa il dorso,
si scaglia, ancide e sbrana, e 'l ceffo e l'ugne
d'atro sangue s'intride; in tal sembiante
per mezzo de lo stuol Mezenzio altero
s'avventa. Acron per terra al primo incontro
ne va rovescio; e l'armi e 'l petto infranto,
sangue versando, e calcitrando, spira.
  Morto Acrone, ecco Orode, che davanti
gli si tolle. Ei lo segue; e non degnando
ferirlo in fuga, o che fuggendo occulto
gli fosse il feritor, lo giunge e 'l passa,
l'incontra, lo provca, a corpo a corpo
con lui s'azzuffa, che di forze e d'armi
pi valea che di furto. Alfin l'atterra
e l'asta e 'l pi sopra gl'imprime e dice:
Ecco, Orode  caduto: una gran parte
giace de la battaglia. A questa voce
lieti alzaro i compagni al ciel le grida;
ed ei mentre spirava: Oh, - disse a lui, -
qual che tu sii, non fia senza vendetta
la morte mia: n lungamente altero
n'andrai: ch dietro a me nel campo stesso
cader convienti. A cui Mezenzio un riso
tratto con ira: Or sii tu morto intanto, -
rispose, - e quel che pu Giove disponga
poscia di me. Cos dicendo il tlo
gli divelse dal corpo, ed ei le luci
chiuse al gran buio ed al perpetuo sonno.
  Cdico occise Alcato, Socratre
occise Idaspe; a due la vita tolse
Rapo, a Partenio ed al gagliardo Orsone;
Messapo anch'egli a due la morte diede:
a Clnio da cavallo, ad Ericate,
ch'era pedone, a piede. Agi di Licia
movendo incontro a lui, fu da Valero
valoroso, e de' suoi degno campione,
a terra steso; Atron da Salio anciso;
e Salio da Nealce, che di dardo
era gran feritore e grande arciero.
  D'ambe le parti erano Morte e Marte
del pari; e parimente i vincitori
e i vinti ora cadendo, ora incalzando,
seguian la zuffa; n vilt, n fuga
n di qua n di l vedeasi ancora.
L'ira, la pertinacia e le fatiche
erano e quinci e quindi ardenti e vane.
E di questi e di quelli avean gli di
che dal ciel gli vedean, piet e cordoglio.
Stava di qua Ciprigna e di l Giuno
a rimirarli; e pallida fra mezzo
di molte mila infurando andava
la nequitosa Erinni. Una grand'asta
prese Mezenzio un'altra volta in mano
e turbato squassandola, del campo
piantossi in mezzo, ad Oron simle
quando co' pi calca di Nereo i flutti,
e sega l'onde, con le spalle sopra
a l'onde tutte; o qual da' monti a l'aura
si spicca annoso cerro, e 'l capo asconde
infra le nubi. In tal sembianza armato
stava Mezenzio. Enea tosto che 'l vede
ratto incontro gli muove. Ed egli immoto
di coraggio e di corpo ad aspettarlo
sta qual pilastro in s fondato e saldo.
Poscia ch'a tiro d'asta avvicinato
gli fu d'avanti: O mia destra, o mio dardo,
disse, - che dii mi siete, il vostro nume
a questo colpo imploro: ed a te, Lauso,
gi di questo ladron le spoglie e l'armi
per mio trofeo consacro. E, cos detto,
trasse. Stridendo and per l'aura il tlo:
ma giunto, e da lo scudo in altra parte
sbattuto, di lontan percosse Antre
fra le costole e 'l fianco, Antor d'Alcide
onorato compagno. Era venuto
d'Argo ad Evandro; e qui cadde il meschino
d'altrui ferita. Nel cader, le luci
al ciel rivolse e, d'Argo il dolce nome
sospirando, le chiuse. Enea con l'asta
ben tosto a lui rispose. E lo suo scudo
percosse anch'egli, e l'interzate piastre
di ferro e le tre cuoia e le tre falde
di tela, ond'era cinto, infino al vivo
gli pass de la coscia. Ivi fermossi,
ch pi forza non ebbe. Ma ben tosto
ricovr con la spada, e fiero e lieto,
visto gi del nemico il sangue in terra
e 'l terror ne la fronte, a lui si strinse.
  Lauso, che in tanto rischio il caro padre
si vide avanti, amor, tma e dolore
se ne sent, ne sospir, ne pianse.
E qui, giovine illustre, il caso indegno
de la tua morte e 'l tuo zelo e 'l tuo fato
non tacer; se pur tanta pietate
fia chi creda de' posteri, e d'un figlio
d'un empio padre. Il padre a s gran colpo
si trasse indietro; ch di gi ferito,
bench non gravemente, e da l'intrico
de l'asta imbarazzato, era a la pugna
fatto inutile e tardo. Or mentre cede,
mentre che de lo scudo il dardo ostile
di sferrar s'argomenta, il buon garzone
succede ne la pugna, e del gi mosso
braccio e del brando che stridente e grave
calava per ferirlo, il mortal colpo
ricev con lo scudo e lo sostenne.
E perch'agio a ritrarsi il padre avesse
riparato dal figlio, i suoi compagni
secondr con le grida; e con un nembo
d'armi, che gli avventr tutti in un tempo,
lo ributtaro. Enea via pi feroce
infurando, sotto al gran pavese
si tenea ricoverto. E qual, cadendo
grandine a nembi, il vator talora,
ch'in sicuro a l'albergo  gi ridotto,
ogni agricola vede, ogni aratore
fuggir da la campagna; o qual d'un greppo,
d'una ripa, o d'un antro il zappatore,
piovendo, si fa schermo, e 'l sole aspetta
per compir l'opra; in quella stessa guisa,
tempestato da l'armi, Enea la nube
sostenea de la pugna; e Lauso intanto
minacciando garria: Dove ne vai,
meschinello, a la morte? A che pur osi
pi che non puoi? La tua piet t'inganna,
e sei giovane e soro. Ei non per questo,
folle, meno insultava; onde pi crebbe
l'ira del teucro duce. E gi la Parca,
vta la rcca e non pien anco il fuso,
il suo nitido filo avea reciso.
Trasse Enea de la spada, e ne lo scudo,
che liev'era e non pari a tanta forza,
lo colp, lo pass, passogli insieme
la veste che di seta e d'r contesta
gli avea la stessa madre; e lui per mezzo
trafisse, e moribondo a terra il trasse.
  Ma poscia che di sangue e di pallore
lo vide asperso e della morte in preda,
ne gl'increbbe e ne pianse; e di paterna
piet quasi un'imago avanti agli occhi
veder gli parve, e 'ntenerito il core,
stese la destra e sollevollo e disse:
Miserabil fanciullo! e quale ata,
quale il pietoso Enea pu farti onore
degno de le tue lodi e del presagio
che n'hai dato di te? L'armi, che tanto
ti son piaciute, a te lascio, e 'l tuo corpo
a la cura de' tuoi, se di ci cura
ha pur l'empio tuo padre, acci di tomba
e d'esequie t'onori. E tu, meschino,
poi che dal grand'Enea morte ricevi,
di morir ti consola. Indi assecura,
sollecita, riprende, e de l'indugio
garrisce i suoi compagni; e di sua mano
l'alza, il sostiene, il terge e de la gora
del suo sangue lo tragge, ove rovescio
giace languido il volto e lordo il crine,
che di rose eran prima e d'ostro e d'oro.
  Stava del Tebro in su la riva intanto
lo sfortunato padre, e la ferita
gi lavata ne l'onde, afflitto e stanco
s'era con la persona appo d'un tronco
per posarsi appoggiato; e l'elmo a canto
da' rami gli pendea. L'armi pi gravi
su 'l verde prato avean posa con lui.
Stavagli intorno de' pi scelti un cerchio
e de' pi fidi. Ed egli anelo ed egro,
chino il collo al troncone e 'l mento al petto,
molto di Lauso interrogava, e molti
gli mandava or con preci or con precetti,
ch'al mesto padre omai si ritraesse.
Ma gi vinto, gi morto e gi disteso
sopra al suo scudo, a braccia riportato
da' suoi con molto pianto era il meschino.
  Ud Mezenzio il pianto, e di lontano
(come del mal sovente  l'uom presago)
morto il figlio conobbe. Onde di polve
sparso il canuto crine, ambe le mani
al ciel alzando, al suo corpo accostossi:
Ah! mio figlio, - dicendo - ah! come tanto
fui di vivere ingordo, che soffrissi
te, di me nato, andar per me di morte
a s gran rischio, a tal nimica destra
succedendo in mia vece? Adunque io salvo
son per le tue ferite? Adunque io vivo
per la tua morte? Oh miserabil vita!
Oh, sconsolato esiglio! Or questo  'l colpo
ch'al cor m' giunto. Ed io, mio figlio, io sono
c'ho macchiato il tuo nome, c'ho sommerso
la tua fortuna e 'l mio stato felice
co' demeriti miei. Dal mio furore
son dal seggio deposto. Io son che debbo
ogni grave supplizio ed ogni morte
a la mia patria, al grand'odio de' miei.
E pur son vivo, e gli uomini non fuggo?
E non fuggo la luce? Ah! fuggirolla
pur una volta. E, cos detto, alzossi
su la ferita coscia. E, bench tardo
per la piaga ne fosse e per l'angoscia,
non per questo avvilito, un suo cavallo,
ch'era quanto diletto e quanta speme
avea ne l'armi, e quel che in ogni guerra
salvo mai sempre e vincitor lo rese,
addur si fece. E poi che addolorato
sel vide avanti, in tal guisa gli disse:
Rebo, noi siam fin qui vissuti assai,
se pur assai di vita ha mortal cosa.
Oggi  quel d che o vincitori il capo
riporterem d'Enea con quelle spoglie
che son de l'armi del mio figlio infette,
e che tu del mio duolo e de la morte
di lui vendicator meco sarai;
o che meco, se vano  'l poter nostro,
finirai parimente i giorni tuoi;
ch la tua f, cred'io, la tua fortezza
sdegnoso ti far d'esser soggetto
a' miei nemici, e di servire altrui.
  Cos dicendo, il consueto dorso
per se medesmo il buon Rebo gli offerse,
ed ei, l'elmo ripreso, il cui cimiero
era pur di cavallo un'irta coda,
suvvi, come pot, comodamente
vi s'adagi. Poscia d'acuti strali
ambe carche le mani, infra le schiere
lanciossi. Amor, vergogna, insania e lutto
e dolore e furore e coscenza
del suo stesso valore, accolti in uno,
gli arsero il core e gli avvamparo il volto.
  Qui tre volte a gran voce Enea sfidando
chiam; che tosto udillo, e baldanzoso:
Cos piaccia al gran padre, - gli rispose -
cos t'inspiri Apollo. Or vien pur via
soggiunge; e ratto incontro gli si mosse.
Ed egli: Ah dispietato! a che minacci,
gi che morto  'l mio figlio? In ci potevi
darmi tu morte. Or n la morte io temo,
n gli tuoi di. Non pi spaventi. Io vengo
di morir desoso: e questi doni
ti porto in prima. E 'l primo dardo trasse,
poi l'altro e l'altro appresso, e via traendo
gli discorrea d'intorno. Ai colpi tutti
resse il dorato scudo. E gi tre volte
l'un girato il cavallo, e l'altro il bosco
avea de' dardi nel suo scudo infissi,
quando il figlio d'Anchise, impazente
di tanto indugio e di sferrar tant'aste,
visto 'l suo disvantaggio, a molte cose
and pensando. Alfin di guardia uscito
addosso gli si spinse, e trasse il tlo
s che del corridore il teschio infisse
in mezzo de la fronte. Inalberossi
a quel colpo il feroce, e calci a l'aura
traendo, scalpitando, e 'l collo e 'l tlo
scotendo, s'intric: cadde con l'asta,
con l'armi, col campione, a capo chino,
tutti in un mucchio. Andr le grida al cielo
de' Latini e de' Teucri. E tosto Enea
col brando ignudo gli fu sopra e disse:
Or dov' quel s fiero e s tremendo
Mezenzio? Ov' la sua tanta bravura?
E 'l Tosco a lui, poich l'afflitte luci
al ciel rivolse, e seco si ristrinse:
Crudele, a che m'insulti? A me di biasmo
non  ch'io muoia, n per vincer, teco
venni a battaglia. Il mio Lauso morendo
fe' con te patto che morissi anch'io.
Solo ti prego (se di grazia alcuna
son degni i vinti) che 'l mio corpo lasci
coprir di terra. Io so gli odi immortali
che mi portano i miei. Dal furor loro
ti supplico a sottrarmi, e col mio figlio
consentir ch'io mi giaccia. E ci dicendo
la gola per se stesso al ferro offerse;
e con un fiume che di sangue sparse
sopra l'armi, vers l'anima e 'l fiato.


 

 

LIBRO DECIMOPRIMO



  Pass la notte intanto, e gi dal mare
sorgea l'Aurora. Enea, quantunque il tempo,
l'officio e la piet pi lo stringesse
a seppellire i suoi, quantunque offeso
da tante morti il cor funesto avesse;
tosto che 'l sole apparve, il vto sciolse
de la vittoria. E sovra un picciol colle
tronca de' rami una gran quercia eresse;
de l'armi la rinvolse, e de le spoglie
l'adorn di Mezenzio, e per trofeo
a te, gran Marte, dedicolla. In cima
l'elmo vi pose, e 'n su l'elmo il cimiero,
ancor di polve e d'atro sangue asperso.
L'aste d'intorno attraversate e rotte
stavan quai secchi rami; e 'l tronco in mezzo
sostenea la corazza che smagliata
e da dodici colpi era trafitta.
Dal manco lato gli pendea lo scudo:
al destr'omero il brando era attaccato,
che 'l fodro avea d'avorio e l'else d'oro.
Indi i suoi duci e le sue genti accolte,
che liete gli gridr vittoria intorno,
in cotal guisa a confortar si diede:
  Compagni, il pi s' fatto. A quel che resta
nulla temete. Ecco Mezenzio  morto
per le mie mani, e queste che vedete,
l'opime spoglie e le primizie sono
del superbo tiranno. Ora a le mura
ce n'andrem di Latino. Ognuno a l'armi
s'accinga: ognun s'affidi, e si prometta
guerra e vittoria. In punto vi mettete,
ch quando dagli augri ne s'accenne
di muover campo, e che mestier ne sia
d'inalberar l'insegne, indugio alcuno
non c'impedisca, o 'l dubbio o la paura
non ci ritardi. In questo mezzo a' morti
diam sepoltura, e quel che lor dovuto
 sol dopo la morte, eterno onore.
Itene adunque, e quell'anime chiare
che n'han col proprio sangue e con la vita
questa patria acquistata e questo impero,
d'ultimi doni ornate. E primamente
al mesto Evandro il figlio si rimandi,
che, di virt maturo e d'anni acerbo,
cos n'ha morte indegnamente estinto.
  Ci detto, lagrimando il passo volse
vr la magione, u' di Pallante il corpo
dal vecchierello Acete era guardato.
Era costui gi del parrasio Evandro
donzello d'armi; e poscia per compagno
fu (ma non gi con s lieta fortuna)
dato al suo caro alunno. Avea con lui
d'Arcadi suoi vassalli e di Troiani
una gran turba. Scapigliate e meste
le donne d'Ilio, s com'era usanza,
gli piangevano intorno; e non fu prima
Enea comparso che le strida e i pianti
si rinnovaro. Il batter de le mani,
il suon de' petti, e de l'albergo i mugghi
n'andr fino a le stelle. Ei poi che vide
il suo corpo disteso, e 'l bianco volto,
e l'aperta ferita che nel petto
di man di Turno avea larga e profonda,
lagrimando proruppe: O miserando
fanciullo, e che mi val s'amica e destra
mi si mostra fortuna? E che m'ha dato,
se te m'ha tolto? Or che, vincendo, ho fatto?
Che, regnando, far, se tu non godi
de la vittoria mia, n del mio regno?
Ah! non fec'io queste promesse allora
al buon Evandro, ch'a l'acquisto venni
di questo impero. E ben temette il saggio,
e ben ne ricord che duro intoppo,
e d'aspra gente, avremmo. E forse ancora
il meschino or fa vti e preci e doni
per la nostra salute, e vanamente
vittoria s'impromette. E noi con vana
pompa gli riportiam questo infelice
giovine di gi morto, e di gi nulla
pi tenuto a' celesti. Ahi, sconsolato
padre! vedrai tu dunque una s cruda
morte del figlio tuo? Questo ritorno,
questo trionfo ohim! d'ambi aspettavi?
E da me questa fede? Oh pur, Evandro,
no 'l vedrai gi di vergognose piaghe
ferito il tergo; e non gli arai tu stesso
(se con infamia a te vivo tornasse)
a desar la morte. Ahi, quanto manca
al sussidio d'Italia, e quanto perdi,
mio figlio Iulo! E, posto al pianto fine,
ordine di che 'l miserabil corpo
via si togliesse; e del suo campo tutto
scelse di mille una pregiata schiera
che scorta gli facesse e pompa intorno,
e d'Evandro a le lagrime assistesse,
e le sue gli mostrasse, a tanto lutto
assai debil conforto, e pur dovuto
al suo misero padre. Altri al suo corpo,
altri a la bara intenti, avean di quercia,
d'rbuto e di tali altri agresti rami
fatto un fertro di virgulti intesto
e di frondi coperto, ove altamente
del giovinetto il delicato busto
composto si giacea qual di vola,
o di giacinto un languidetto fiore
clto per man di vergine, e serbato
tra le sue stesse foglie, allor che scemo
non  del tutto il suo natio colore
n la sua forma; e pur da la sua madre
punto di cibo o di vigor non ave.
  Enea due prezose vesti intanto,
l'una d'r fino e l'altra di scarlatto,
addur si fece, ambe ornamenti e doni
de la sidonia Dido, e da lei stessa
con dolce studio e con mirabil arte
ricamate e distinte. E l'una indosso
gli pose, e l'altra in capo, ultimo onore
con che dolente la dorata chioma
allor velogli, ch'era additta al foco.
De le prede oltre a ci di Larento
gli fa gran parte. Fagli in ordinanza
spiegar l'armi, i cavalli e l'altre spoglie
tolte a' nimici. Gli fa gir legati
con le man dietro i destinati a morte
per ordinanza del funereo rogo.
Portar gli fa davanti a' duci loro
l'armi ai tronchi sospese, e i nomi scritti
degli occisi e de' vinti. Il vecchio Acete
che, s com'era afflitto e d'anni grave,
gli era appresso condotto, or con le pugna
si battea 'l petto, ed or con l'ugna il volto
si lacerava, e tra la polve e 'l fango
si volgea tutto. Ivano i carri aspersi
del sangue de' Latini, iva lugbre,
e d'ornamenti ignudo, Eto, il pi fido
suo caval da battaglia, che gemendo
in guisa umana e lagrimando andava.
Seguian le meste squadre i Teucri, i Toschi
e gli Arcadi, con l'armi e con l'insegne
rivolte a terra. Or poi ch'oltrepassata
con quest'ordine fu la pompa tutta,
Enea fermossi, e verso il morto amico
ad alta voce sospirando disse:
  Noi quinci ad altre lagrime chiamati
dal medesimo fato, altre battaglie
imprenderemo. E tu, magno Pallante,
vattene in pace, e con eterna gloria
godi eterno riposo. Indi partendo
vr l'alte mura, al campo si ritrasse.
  Eran nel campo gi co' rami avanti
di pacifera oliva ambasciatori
de la citt latina a lui venuti,
che tregua a' vivi e sepoltura a' morti,
pregando, gli mostrr che pi co' vinti
n co' morti  contrasto, e che Latino
gli era d'ospizio amico, e che chiamato
l'avea genero in prima. Il buon Troiano
a le giuste preghiere, ai lor quesiti,
che di grazia eran degni, incontinente
grazoso mostrossi; e da vantaggio
cos lor disse: E qual indegna sorte
contra me, miei Latini, in tanta guerra
cos v'intrica? Che pur vostro amico
son qui venuto: n venuto ancora
vi sarei, se da' fati e dagli di
mandato io non vi fossi. E non pur pace,
siccome voi chiedete, io vi concedo
per color che son morti, ma co' vivi
ve l'offro, e la vi chieggo. E la mia guerra
non  con voi; ma 'l vostro re s' tolto
da l'amicizia mia: s' confidato
pi ne l'armi di Turno, e Turno ancora
meglio e pi giustamente in ci farebbe,
s'a questa guerra sol con suo periglio
ponesse fine. E poich si dispose
di cacciarmi d'Italia, il suo dovere
fra stato che meco, e con quest'armi
difinita l'avesse. E saria visso
cui la sua propria destra, e dio concesso
pi vita avesse; e i vostri cittadini
non sarian morti. Or poich morti sono,
io me ne dolgo, e voi gli seppellite.
  Restaro al dir d'Enea stupidi e cheti
i latini oratori, e l'un con l'altro
si guardarono in volto. Indi il pi vecchio,
Drance nomato, a cui Turno fu sempre
per sua natura e per sua colpa in ira,
rotto il silenzio, in tal guisa rispose:
O di fama e pi d'arme eccelso e grande
troiano eroe, qual mai fia nostra lode
che 'l tuo gran merto agguagli? e di che prima
ti loderemo? ch'io non veggio quale
in te maggior si mostri, o la giustizia,
o la gloria de l'armi. A questa tanta
grazia che tu ne fai, grati saremo:
rapporto ne faremo; e s'al consiglio
nostro  fortuna amica, amico ancora
ti fia Latino. E cerchisi d'altronde
Turno altra lega. A noi co' sassi in collo
giover di trovarne a fondar vosco
questa vostra fatal novella Troia.
  Poi che Drance ebbe detto, ai detti suoi
tutti gli altri fremendo acconsentiro,
e per dodici d commercio e pace
fur tra l'un oste e l'altro. E senza offesa
entrambi si mischiaro, e per gli monti
e per le selve a lor diletto andaro.
Allor sonare accette e strider carri
per tutto udissi. In ogni parte a terra
ne gro i cerri e gli orni e gli alti pini
e gli odorati cedri al funebre uso
svlti, squarciati e tronchi. E gi la Fama,
che di Pallante a Pallanto volata
dicea pria le sue prove, e vincitore
l'avea gridato, or d'ogni parte grida
che morto si riporta. In ci commossa
la citt tutta in vedovile aspetto
di funeste facelle e d'atri panni
si vide piena; e vr le porte ognuno
gli usciro incontro. Si vedea di lumi
e di genti una fila che le strade
e i campi in lunga pompa attraversava.
I Frigi e gli altri col suo corpo intanto
piangendo ne venian da l'altra parte,
e con pianto incontrrsi. Indi rivolti
tutti vr la citt, non pria fr giunti,
che di pianti di donne e d'ululati
risonar d'ogn'intorno il cielo udissi.
N forza, n consiglio, n decoro
fu ch'Evandro tenesse. Usc nel mezzo
di tutta gente; e la funerea bara
fermando, addosso al figlio in abbandono
si gitt, l'abbracci, stretto lo tenne
lunga fata, e da l'angoscia oppresso
pria lagrimando, e sospirando, tacque.
Poscia, la strada al gran dolore aperta,
cos proruppe: O mio Pallante, e queste
fr le promesse tue, quando partendo
il tuo padre lasciasti? In questa guisa
d'esser guardingo e cauto mi dicesti
ne' perigli di Marte? Ah! ben sapeva,
ben sapev'io quanto ne l'armi prime
fosse, in cor generoso, ardente e dolce
il desio de la gloria e de l'onore.
Primizie infauste, infausti fondamenti
de la tua giovent! vane preghiere,
vti miei non accetti e non intesi
da nun dio! Santissima consorte,
che morendo fuggisti un dolor tale,
quanto sei tu di tua morte felice!
Quanto infelice e misero son io,
che vecchio e padre al mio diletto figlio
sopravvivendo, i miei fati e i miei giorni
prolungo a mio tormento! Ah! foss'io stesso
uscito co' Troiani a questa guerra!
ch'io sarei morto! e questa pompa avrebbe
me cos riportato, e non Pallante.
N per questo di voi, n de la lega,
n de l'ospizio vostro io mi rammarco,
Troiani amici. Era a la mia vecchiezza
questa sorte dovuta. E se dovea
cader mio figlio, perch tanta strage
io vedessi de' Volsci, e perch Lazio
fosse a' Teucri soggetto, in pace io soffro
che sia caduto. E pi compto onore
non aresti da me, Pallante mio,
di questo che 'l pietoso e magno Enea
e i suoi magni Troiani e i toschi duci
e tutte insieme le toscane genti
t'han procurato. Con s gran trofei
del tuo valor s chiara mostra han fatto,
e de' vinti da te. N fra meno
tra questi il tuo gran tronco, s'a te fosse,
Turno, stato d'et pari il mio figlio,
e par de la persona e de le forze
che ne dan gli anni. Ma che pi trattengo
quest'armi a' Teucri? Andate, e da mia parte
riferite ad Enea che, quel ch'io vivo
dopo Pallante,  sol perch l'invitta
sua destra, come vede, al figlio mio
ed a me deve Turno. E questo solo
gli manca per colmar la sua fortuna
e 'l suo gran merto; ch per mio contento
no 'l curo; e contentezza altra non deggio
sperare io pi che di portare io stesso
questa novella di Pallante a l'ombra.
  Avea l'Aurora col suo lume intanto
il giorno e l'opre e le fatiche insieme
ricondotte a' mortali. Il padre Enea
e 'l buon Tarconte, ambi, in su 'l curvo lito
i cadaveri addotti, a' suoi ciascuno
com'era l'uso, un'alta pira eresse,
la compose e l'incese. E mentre il foco
di fumo e di caligine coverto
tenea l'are intorno, in ordinanza
tre volte, armati, a pi la circondaro,
e tre volte a cavallo, in mesta guisa
ululando, piangendo, e l'armi e 'l suolo
di lagrime spargendo. Infino al cielo
penetrr de le genti e de le tube
i dolorosi accenti. Altri gridando
le pire intorno, elmi, corazze e dardi
e ben guernite spade e freni e ruote
avventaron nel foco, e de' nemici
armi d'ogni maniera, arnesi e spoglie;
altri i lor propri doni, e degli occisi
medesmi vi gittr l'aste infelici,
e gl'infelici scudi, ond'essi invano
s'eran difesi. A le cataste intorno
molti gran buoi, molti setosi porci,
molte fr pecorelle occise ed arse.
A s mesto spettacolo in sul lito
stavan altri piangendo, altri osservando
ciascuno i suoi pi cari, infin che 'l foco
gli consumasse. E questi l'ossa, e quelli
le ceneri accogliendo, il giorno tutto
in s pietoso officio trapassaro:
n se ne tolser finch, spenti i fochi,
non s'acceser le stelle. In altra parte
i miseri Latini ai corpi loro
fr cataste infinite. Altri sotterra
ne seppelliro; altri a le ville intorno,
ed altri a la citt ne trasportaro.
E quei che senza numero confusi
giacean nel campo, senza onore a mucchi
furon combusti: onde i villaggi insieme
e le campagne di funesti incendi
lucean per tutto. E tre luci e tre notti
durr gli afflitti amici e i dolorosi
parenti a ricercar le tiepid'ossa,
e ne l'urne riporle e ne' sepolcri.
  Ma la confusone e 'l pianto e 'l duolo
era ne la citt per la pi parte,
e ne la reggia al re Latino avanti.
Qui le madri, le nuore, le sorelle
e i miseri pupilli, che de' padri,
de' figli, de' mariti e de' fratelli
erano in questa guerra orbi rimasi,
la guerra abbominavano e le nozze
detestavan di Turno. Ei da se stesso, -
dicendo, - ei che d'Italia al regno aspira,
e le grandezze e i primi onori agogna,
con l'armi e col suo sangue le s'acquisti,
e non col nostro. In ci Drance aggravando
vie pi le cose, come a Turno infesto,
attestando dicea che sol con Turno
volea briga il Troiano, e che sol esso
era a pugna con lui cerco e chiamato.
Altri d'altro parere, altre ragioni
dicean per Turno: e 'l gran nome d'Amata
e 'l suo favore e di lui stesso il merto
con la fama de' suoi tanti trofei
sostenean la sua causa. Ed ecco, intanto
che cos si tumultua e si travaglia,
mesti sopravvenir gl'imbasciadori
ch'in Arpi a Domede avean mandati;
e riportar, che le fatiche e i passi
avean perduti: che n dono alcuno,
n promesse, n preci, n ragioni
furon bastanti ad impetrar soccorso
n da lui n da' suoi: ch'era d'altronde
di mestiero a' Latini avere altr'armi,
o trattar co' nemici accordo e pace.
  Gran cordoglio sentinne, e gran rammarco
ne fece il re Latino. E ben conobbe
che manifestamente Enea da' fati
era portato; e via pi manifesta
si vedea degli di l'ira davanti
in tanta che de' suoi negli occhi avea
strage recente. Il gran consiglio adunque,
e de' suoi primi, ne la regia corte
chiamar si fece. In un momento piene
ne fr le strade; e di gi tutti accolti
ne la gran sala, il re, di grado e d'anni
il primo, a tutti in mezzo, in non sereno
sembiante, comand che primamente
i legati che d'Arpi eran tornati,
fossero uditi; ed a lor vlto disse:
Esponete per ordine il seguto
de la vostra ambasciata, e la risposta
che ritratta n'avete. A tal precetto
tacquero tutti; e Vnolo sorgendo,
cos pria incominci: Noi dopo molti
superati pericoli e fatiche,
egregi cittadini, al campo argivo
ne la Puglia arrivammo; e Domede
vedemmo alfine; e quell'invitta destra
toccammo, ond' 'l grand'Ilio arso e distrutto.
In Iapigia il trovammo a le radici
del gran monte Gargno, ove fondava,
gi vincitore, Argripa, una terra
che dal patrio Argirippo ha nominata.
Intromessi che fummo, il presentammo;
gli esponemmo la patria, il nome e 'l fatto
de la nostra imbasciata, e la cagione,
onde a lui venivamo. Il tutto udito,
cos benignamente ne rispose:
  "O fortunate genti, o di Saturno
felice regno, o degli antichi Ausoni
famosa terra! E quale iniqua sorte
da la vostra quete or vi sottragge?
Qual consiglio, qual forza vi costringe
di nemicarvi e guerreggiar con gente
che non v' nota? Noi quanti gi fummo
col ferro a volar di Troia i campi
(non parlo degli strazi e de le stragi
di quei che vi rimasero, ch pieni
ne sono i fossi e i fiumi); ma quanti anco
n'uscimmo con la vita, in ogni parte
siam poi giti del mondo tapinando,
con nefandi supplci, e con atroci
morti pagando il fio, come d'un grave
e scellerato eccesso. E non ch'altrui,
Pramo stesso a piet mosso avrebbe
il fiero, che di noi s' fatto, scempio.
Di Palla il sa la sfortunata stella;
sallo il vendicator Cafreo monte
e gli euboci scogli: il san di Proteo
le longinque colonne, insino a dove,
dopo quella milizia, and ramingo
l'un de' figli d'Atreo. D'Etna i Ciclopi
ne vide Ulisse. Il suo regno a' suoi servi
ne lasci Pirro. Idomeneo cacciato
ne fu dal patrio seggio. Esso re stesso,
condottier degli Argivi, il piede a pena
nel suo regno ripose, che del regno,
del letto e de la vita anco privato
fu da la scellerata sua consorte.
N gli giov che doma l'Asia e spento
l'uno adultero avesse; ch de l'altro
scherno e preda rimase. A me l'invidia
ha degli di di pi veder disdetto
la mia bella citt di Calidna,
e la mia cara e desata donna.
N di ci sazi, orribili spaventi
mi dnno ancora. E pur dianzi in augelli
conversi i miei compagni (o miseranda
lor pena!) van per l'aura e per gli scogli
di lacrimosi accenti il cielo empiendo.
Questi sono i profitti e le speranze
ch'io fin qui ne ritraggo, da che, folle!
stringer contro a' celesti il ferro osai,
e che di Citerea la destra offesi.
Or ch'io di nuovo una tal pugna imprenda
test con voi? No, no, ch'io co' Troiani,
dopo Troia espugnata, altra cagione
non ho di guerra; e de' passati mali
volentier mi dimentico, e dolore
ancor ne sento. E, quanto a' doni, andate,
riportateli vosco, e 'l magno Enea
ne presentate. E solo a me credete
del valor suo, che fui con esso a fronte
con l'armi in mano; e so di scudo e d'asta
qual mi rese buon conto, e quanto vaglia.
Se due tali altri avea la terra ida,
d'Ida fra piuttosto ita la gente
ai danni de la Grecia; e 'l troian fato
piangerebb'ella. Enea sol con Ettorre
fu la cagion che tanto s'indugiasse
la ruina di Troia, e che diece anni
durammo a conquistarla. Ambedue questi
eran di cor, di forze e d'arme uguali,
ma ben fu di pietate Enea maggiore.
Io vi consiglio che, comunque sia,
lega seco, amicizia e pace aggiate,
e l'incontro fuggiate e l'armi sue".
Questa  la sua risposta; e quinci avete,
ottimo re, qual sia di questa guerra
il suo parere e 'l nostro. A pena uditi
furo i legati, che bisbiglio e fremito
infra i turbati Ausoni udissi, in guisa
che di rapido fiume un chiuso gorgo
mormora allor che fra gli opposti sassi
s'apre la strada, e gorgogliando cade,
e frange e rugghia, e le vicine ripe
ne risuonan d'intorno. Or poich un poco
rest 'l tumulto, e gli animi acquetrsi,
gli di prima invocando, un'altra volta
il re da l'alto seggio a dir riprese:
  Latini miei, lo mio parere e 'l meglio
sarebbe stato, che d'un tanto affare
si fosse prima consultato, e fermo
il nostro avviso; e non chiamar consiglio,
quando il nimico in su le porte avemo.
Una importuna e perigliosa guerra
s', cittadini, impresa, e per nimica
tolta una gente, che dal ciel discesa,
da' celesti e da' fati  qui mandata;
feroce, insuperabile, indefessa,
ne l'armi invitta, che n vinta ancora
cessa dal ferro. Se speranza alcuna
negli esterni soccorsi e ne l'ata
aveste degli Etli, ora del tutto
la deponete: e sia speme a se stesso
ciascun per s. Ma noi per noi, che speme
e che possanza avemo? Ecco davanti
agli occhi vostri, e fra le vostre mani
vedete la strettezza e la ruina
in che noi siamo. N per ne 'ncolpo
alcun di voi. Tutto 'l valor s' mostro
che mostrar si potea: con tutto 'l corpo,
e con quanto ha di forza il nostro regno
s' combattuto. Or quale in tanto dubbio
sia la mia mente, udite.  nel mio stato
vicino al Tebro un territorio antico,
che in vr l'occaso per lunghezza attinge
fin dove de' Sicani era il confine.
Dagli Rutuli  clto e dagli Aurunci,
che i duri colli e i pi deserti paschi
ne tengon da l'un canto: a questo aggiungo
quella piaggia di pini e quella costa
de la montagna; e tutto  mio disegno
che si ceda a' Troiani e ch'amicizia,
accordo e patti e lega e leggi eguali
abbiam con essi; e qui, s'a qui fermarsi
sono o da' fati o dal desire indotti,
ferminsi; e i loro alberghi e le lor mura
fondino a lor diletto. E s'altra parte
cercano e d'altre genti (se pur ponno
trsi da noi) quando di venti navi,
o di pi sovvenir ne gli bisogni,
su la stessa marina apparecchiata
 la materia. Essi de' legni il modo
e 'l numero diranno: e noi le selve,
la maestranza, i ferramenti e tutto
che fia lor di mestiero appresteremo.
Con questa offerta io manderei de' primi
de la nostra citt cento oratori
co' rami de la pace, col mandato
di contrattarla, co' presenti appresso
d'avorio e d'oro e col seggio e col manto
del nostro regno. Consultate or voi,
ed a l'afflitte e mal condotte cose
d'ata provvedete e di soccorso.
  Surse allor Drance, quei che gi s' detto
avversario di Turno. Era costui
del regno de' Latini un de' pi ricchi
e de' pi reputati cittadini:
di fazon, di sguito e di lingua
possente assai; ne le consulte avuto
di qualche stima; nel mestier de l'armi
codardo, anzi che no. La sua chiarezza
e 'l suo fasto venia da la sua madre
ch'era d'alto legnaggio. Il padre a pena
era noto a le genti. Or questo, infesto
a la gloria di Turno, asperso il core
d'amarezza e d'invidia, in questa guisa
il suo fatto aggravando, e l'ire altrui
irritando, parl: Chiaro, evidente
e necessario, ottimo re, n' tanto
quel che tu ne consigli, che bisogno
d'altro non ha che di comune assenso.
Ognun vede, ognun sa quel che conviene
in s dura fortuna: e nullo ardisce
pur d'aprir bocca. Libertate almeno
di parlar ne si dia. Scemi una volta
tanta sua tracotanza e tanto orgoglio
chi co' suoi male avventurosi auspci,
co' sinistri suoi modi (io pur dirollo,
bench d'armi e di morte mi minacci)
n'ha qui condotti, e per cui tanti duci,
tanta gente  perita, e tutta in pianto
questa cittade e questo regno  vlto;
mentre ne la sua furia, o ne la fuga
confidando piuttosto, il troian campo
ha d'assalire osato, e fin nel cielo
posto ha con l'armi sue tma e scompiglio.
Solo un dono, signor, fra tanti doni
che si mandano a' Teucri, un sol n'aggiungi;
n consentir che volenza altrui
tel proibisca. Da', buon padre, ancora
questa tua figlia a genero s degno
e con s degno maritaggio eterna
fa questa pace. E se 'l terrore  tanto
che s'ha di lui, da lui stesso impetriamo
grazia e licenza che la patria sua,
che 'l suo re prevaler si possa almeno
del suo sangue a suo modo. E tu cagione,
tu di tanta ruina autore e capo,
a che pur tante volte, a tanti strazi,
a tanti rischi, a manifesta morte
questi tuoi meschinelli cittadini
esponi indarno? e qual  ne la guerra
pi salute e speranza? A te noi tutti
pace, Turno, chiedemo, e de la pace
quel ch' sol fermo e 'nviolabil pegno;
ed io prima di tutti, io cui tu fingi
che nimico ti sia (n tal mi curo
che tu mi tenga) a supplicar ti vegno
umilemente. Abbi piet de' tuoi;
pon gi la stizza; e poi che sei cacciato,
vattene. Assai di strage, assai di morti
s' visto: assai ne son le genti afflitte;
vedovi i tetti e desolati i campi;
ma se l'onor ti muove, e se concepi
di te tanto in te stesso, e tanto agogni
o la donna o la dote, a che non osi
contro a chi te ne priva? A Turno adunque
regno col nostro sangue e regia moglie
procureremo: e noi vili alme, e turba
non sepolta e non pianta, a' cani in preda
giaceremo in su' campi? Or tu, tu stesso,
se tanto hai d'ardimento e di valore
dal paterno legnaggio, a lui rispondi,
a lui ti volgi, che ti sfida e chiama.
  Turno, ch'impetuoso e volento
era da s, questo parlare udito,
alto un gemito trasse, e d'ira acceso
cos proruppe: Usanza tua fu sempre,
Drance, allor che di mani  pi bisogno,
oprar la lingua; essere in corte il primo,
l'ultimo in campo. Ma non pi parole
in questo loco, ch gi pieno troppo
ne l'hai; pur troppo grandi e troppo gonfie
l'avventi, e senza rischio or ch'i nemici
son lunge, e buone fosse e buone mura
ci son di mezzo, e non c'inonda il sangue.
Apri qui bocca al solito, e rintuona
con la facondia tua. Tu, che se' Drance,
me, che son Turno, imbelle e vile appella;
tu la cui dianzi sanguinosa destra
pieni i campi di morti, e pieni i colli
ha di trofei. Ma che non pruovi ancora
questa tua gran virt? Forse, ch'avemo
a cercar de' nemici? Ecco d'intorno
ci sono, e 'n su le porte. Andrem lor contra?
Che badi? Ov' la tua tanta prodezza?
sempre  nel vento, sempre  ne la fuga
de la lingua e de' pi? tu mi rinfacci
ch'io sia cacciato? tu, vituperoso,
di dirlo osasti? e chi meritamente
sar che 'l dica? Oh! non s' visto il Tebro
fatto gonfio da me del frigio sangue?
non s' vista la casa e 'l seme tutto
spento d'Evandro, e gli Arcadi spogliati
d'armi e di vita? Io non fui gi da Pandaro
cacciato, n da Bizia, n da mille
che in un d vincitore a morte io diedi,
circondato da loro e cinto e chiuso
da le lor mura. Nulla  ne la guerra
pi salute o speranza: al teucro duce,
a te, folle, al tuo capo, a le tue cose
fa' questo annunzio. E non tutto in soqquadro
por con tanta paura, e tanta stima
che fai de la prodezza e de le forze
d'una gente che gi due volte  vinta;
e non tanto avvilir da l'altro canto
l'armi del re Latino. Ai Mirmidni
son ora, al gran Domede, al grande Achille
i Teucri formidabili e tremendi;
e dal mar se ne torna per paura
l'ufido indietro. E forse che non finge
temer di me, perch il mio fallo aggravi?
Malvagia astuzia! Ma non pi per nulla
vo' che ne tema. Un'anima s vile
non ti torr la mia destra gi mai.
Stiesi pur teco, e nel tuo petto alloggi,
di lei ben degno albergo. Or a te vegno,
gran padre, e 'l tuo parer discorro, e dico:
Se tu pi non t'affidi, e pi non credi
ne l'armi tue; s'abbandonati affatto
siam d'ogni parte; se una volta rotti,
siam per sempre perduti; e se fortuna,
varando le veci, unqua non cangia,
signor, pace imploriamo; e l'armi in terra
gittando, a giunte mani accordo e vnia
impetriam dai nemici. Ancorch, quando
oh! del nostro valor punto in noi fosse!
sopra tutti felice, riposato,
e gloroso spirito sarebbe
chi, per ci non veder, morto si fosse!
Ma se le nostre forze ancor son verdi,
la nostra giovent florida, intatta,
disposta e pronta a l'armi; e per sussidio
i popoli d'Italia e le cittadi
son con noi tutte; e s'a' nemici ancora
sanguinosa, dannosa e poco lieta
 questa gloria; ed han de' morti anch'essi
la parte loro; e la tempesta  pari
d'ambe le parti; a che nel primo intoppo
con tanto scorno, a noi stessi mancando,
gittarne a terra? a che tremare avanti
che la tromba si senta? A la giornata
il tempo stesso, il varar de' casi,
l'industria, le vicende, il moto e 'l giuoco
potria de la fortuna in molte guise,
come suol l'altre cose, ancor le nostre,
cangiando, risarcire, e porre in saldo.
Non avrem Domede in nostro aiuto;
avrem Messapo; avremo il fortunato
Tolunnio; avrem tant'altri incliti duci
di tant'altre citt. N di men gloria,
n di minor virt saranno i nostri
di Laurento e di Lazio. Avrem Camilla,
la gran volsca virago, che n'addusse
di cavalieri e di caterve armate
s bella gente. E se me solo appella
il nemico a battaglia, e se v'aggrada
che sol io gli risponda ed io sol osto
al ben comune, io solamente assumo
sopra me questa impresa. E gi non credo
che le mie man s la vittoria abborra,
che per tanta ch'io n'aggia, e speme e gioia,
accettar non la deggia. Androgli incontro
con l'animo, se fosse anco maggiore
del magno Achille, e come Achille, anch'egli
l'armi di Mongibello indosso avesse.
Io Turno, io che non punto a qual si fosse
mai degli antichi di valor non cedo,
questa mia vita stessa a voi, Latini,
ed a Latin mio suocero consacro
solennemente. Enea me solo invita;
l'accetto, il bramo e 'l prego, anzi che Drance,
s'ira  questa di dio, con la sua morte
la purghi, o che la gloria me ne tolga,
s' pur gloria o vertute. In cotal guisa
consultando i Latini avean tra loro
dispareri e tenzoni. Usciti a campo
erano i Teucri intanto. Ed ecco un messo
venir volando, che la reggia tutta
e tutta la citt pose in tumulto,
annunzando che dal tosco fiume
gi mosso de' Troiani e de' Tirreni
se ne venia l'esercito in battaglia
in vr Laurento; e che di genti e d'armi
si vedean piene le campagne e i colli.
  Gli animi incontinente si turbaro;
sgomentossene il volgo: ai valorosi
s'acceser l'ire. Trepidando ognuno
discorrea per le strade; arme fremea
la giovent; dolenti e lagrimosi
i padri discordando, e chi per Turno
sentendo e chi per Drance, avean tra loro
vari bisbigli. E tutto il corpo insieme
facea de la citt tale un trambusto,
e tal ne l'aura unitamente un suono,
qual  se spaventata esce d'un bosco
torma di rochi augelli, o qual talora
da le pescose rive di Padusa
van per gli stagni schiamazzando a schiere
turbati i cigni. In tale occasone
gridava Turno: Or questo , padri, il tempo
di seder a consiglio: or consigliate
agiatamente: aggiate sopra tutto
cura a la pace, or ch'i nemici armati
ne son gi sopra. E, cos detto a pena,
salt fuor de la reggia; e vlto a torno:
Arma, - disse, - tu, Vluso, i tuoi Volsci,
e tu, Messapo, i rutuli cavalli.
Tu, Catillo, e tu Cora, uscite a campo:
va tu con la tua gente a la muraglia
incontinente; e tu dispensa i tuoi
fra le porte e le torri. Ite voi meco,
che rimanete; e ciascuno armi i suoi.
  Per tutta la citt si va scorrendo
a le mura. A l'insegne, ai capitani
ognun s'adduce. I padri irresoluti
se n'escon dal consiglio. Il re turbato
si ritira, e si pente che non aggia
per s, senza consulta, il frigio duce
per amico e per genero accettato.
Dansi tutti a munire, a cavar fosse,
tutti a somministrar chi sassi e travi,
e chi dardi e chi strali. E gi la roca
tromba ne va per la citt squillando
de la battaglia il sanguinoso accento.
Le matrone, i fanciulli, i vecchi, ognuno
d'ogni et, d'ogni sesso e d'ogni grado
a l'ultimo periglio, al gran bisogno
corrono a la muraglia. E d'altra parte
da gran corteo di donne accompagnata
con doni e preci di Minerva al tempio
va la regina, ed ha Lavinia seco,
la vergine sua figlia, onde venuta
era tanta ruina: e di ci mesta,
porta i begli occhi lagrimosi e chini.
Seguon le madri e d'odorati incensi
vaporando il delbro, in flebil voce
pregano in su la soglia: Armipotente
Tritonia, tu che puoi, la possa e l'armi
frangi al frigio ladrone, e di tua mano
anciso in su la porta me lo stendi.
  Esso re Turno da la furia spinto
ricorre a l'armi; e di squamoso acciaro
e d'r gi tutto orribile e splendente,
cinto di brando, e sol del capo ignudo
lieto mostrossi, e di speranza altiero
di vedere il nemico. E 'n quella guisa
da la rcca scendea che da' presepi
sciolto destriero esce ruzzando in campo,
o ch'amor di giumente, o che vaghezza
di verde prato, o pur desio lo tragga
del noto fiume; che sbuffando freme,
e ringhia e drizza il collo e squassa il crine.
  A l'uscir de la porta ecco davanti
gli si fa co' suoi volsci cavalieri
la vergine Camilla: e s com'era
non men gentil che valorosa e bella,
tosto che l'incontr con tutti i suoi
dismont da cavallo, e vr lui disse:
Turno, se degnamente uom forte ardisce,
io mi rincoro, e ti prometto io sola
di gire ai cavalier toscani incontro.
Lascia me col mio stuolo assalir prima
la troiana oste, e che primiera io tragga
di questa pugna e de' suoi rischi un saggio;
e tu qui co' pedoni a pi rimanti
a guardia de la terra. A tal proposta
Turno ne la terribile virago
gli occhi fissando: O de l'Italia, - disse -
ornamento e sostegno, e di che lode,
e di che premio al tuo gran merto uguale
ristorar ti poss'io? Ma (poich cosa
non  che la pareggi) abbi, famosa
guerriera, in grado ch'io con te comparta
questa fatica. Enea, come dal grido
avemo e da le spie fin qui ritratto,
spinte ha le schiere de' cavalli avanti
per batter la campagna: ed egli altronde
presa la via del monte, per alpestro
sentiero a la citt di sopra al giogo
vien con l'altre sue genti. Il mio disegno
 fargli agguato, e collocarmi appresso
l, 've sopra la foce il doppio bosco
del curvo monte ambe le strade accoglie.
Tu, ranati i tuoi con gli altri tutti
nostri cavalli, i suoi nel piano assagli
a spiegate bandiere. Il fier Messapo
sar con te: saranvi de' Latini,
vi saran di Corace e di Catillo
le squadre tutte; e tu con essi il carco
prendi di comandarle. Indi esortando
parimente Messapo e gli altri duci
a la lor fazone, egli a la sua
tostamente si volse.  tra due branche
del monte una vallea che d'ambi i lati
ha folte selve, e luoghi occulti e chiusi,
a l'insidie de l'armi accomodati.
Ha ne l'imo una smita per mezzo
angusta, malagevole e scontorta
che d'ogn'intorno  da le ripe offesa.
In cima, in su l'uscita,  tra le selve
ascosa una pianura, con ridotti
acconci a ritirarsi, ed opportuni
a spingersi o dal destro o dal sinistro
lato, che si rincontri o che s'aspetti
nemica gente, o pur che di gran sassi
si tempesti di sopra. A questo loco,
di cui ben era pratico, in agguato
Turno si pose, e i suoi nimici attese.
  Dana intanto timorosa e mesta
favellando con Opi, una del coro
de le sue Ninfe, in tal guisa le disse:
Vedi a che perigliosa e mortal guerra
a morir se ne va la mia Camilla,
ne le nostr'armi ammaestrata invano.
E pur m' cara, e sovr'ogni altra io l'amo.
N questo  nuovo, o repentino amore.
Fin da le fasce  mia. Mtabo, il padre
di lei, fu per invidia e per soverchia
potenza da Priverno, antica terra,
da' suoi stessi cacciato; e da l'insulto,
che gli fece il suo popolo, fuggendo,
nel suo misero esiglio ebbe in campagna
questa sola bambina che, mutato
di Casmilla sua madre il nome in parte,
fu Camilla nomata. Andava il padre
con essa in braccio per gli monti errando
e per le selve, e de' nemici Volsci
sempre d'intorno avea l'insidie e l'armi.
Ecco un giorno assalito con la caccia
dietro, fuggendo, a l'Amasno arriva.
Per pioggia questo fiume era cresciuto,
e rapido spumando, infino al sommo
se ne gia de le ripe ondoso e gonfio;
tal che, per tma de l'amato peso
non s'arrischiando di passarlo a nuoto,
fermossi; e poich a tutto ebbe pensato,
con un sbito avviso entro una scorza
di salvatico svero rinchiuse
la pargoletta figlia. E poscia in mezzo
d'un suo nodoso, inarsicciato e sodo
tlo, ch'avea per avventura in mano,
legolla acconciamente; e l'asta e lei
con la sua destra poderosa in alto
librando, a l'aura si rivolse, e disse:
  "Alma latonia virgo, abitatrice
de le selve e de' monti, io padre stesso
questa mia sfortunata figlioletta
per ministra ti dedico e per serva.
Ecco ch'a te devota, a l'armi tue
accomandata, dal nimico in prima
sol per te la sottraggo. In te sperando
a l'aura la commetto; e tu per tua
prendila, te ne prego, e tua sia sempre".
  Ci detto, il braccio in dietro ritraendo,
oltre il fiume lanciolla; e 'l fiume e 'l vento
e 'l dardo ne fr suono e fischio e rombo.
Mtabo, da la turba sopraggiunto
de' suoi nemici, a nuoto alfin gettossi
e salvo a l'altra riva si condusse.
Ivi d'un verde cespo, ove piantato
avea Trivia il suo dono, il dardo e lei
divelse, e via fuggissi; e pi mai poscia
non fu da tetti o da cittadi accolto;
ch per natia fierezza a legge altrui
non si fra unqua additto. Il tempo tutto
de la sua vita, di pastore in guisa,
men per monti solitari ed ermi;
e per grotte e per dumi e per orrende
selve e tane di fere ebbe ricetto
con la fanciulla, a cui fu cibo un tempo
ferino latte, e balia una d'armento
ancor non doma e pavida giumenta.
Ne le tenere labbra il padre stesso
de la fera premea l'orride mamme;
n pria tenne de' pi salde le piante,
che d'arco, di faretra e di nodosi
dardi le mani e gli omeri gravolle.
Non d'r le chiome, o di monile il collo,
n men di lunga, o di fregiata gonna
la ricoverse; ma di tigre un cuoio
le facea veste intorno, e cuffia in capo.
Il fanciullesco suo primo diletto
e 'l primo studio fu lanciar di palo,
e trar d'arco e di fromba; e 'n fin d'allora
facea strage di gru, d'oche e di cigni.
Molte la desir tirrene madri
per nuora indarno. Ed ella di me sola
contenta, intemerata e pura e casta,
la sua verginit, l'amor de l'armi
sol ebbe in cale. Or mio fra disio
che di questa milizia e de la pugna,
che presa ha co' Troiani e co' Tirreni,
fosse digiuna; per s cara io l'aggio,
e tale or mi saria grata compagna.
Ma poi che acerbo fato la persegue,
scendi, ninfa, dal cielo, e nel paese
va de' Latini. Ivi al conflitto assisti,
che per Lazio e per lei mal s'apparecchia.
Prendi quest'arco e prendi questa mia
stessa faretra, e di qui traggi il tlo
per vendicarmi di qualunque ardito
sar di volar quest'a me sacra
e devota virago, Italo, o Teucro
che sia. Poscia io verr di nube involta
a provveder che 'l miserabil corpo
non sia d'armi spogliato, e che raccolto
sia ne la patria, e seppellito e pianto.
  Cos dicendo, entro un sonoro nembo,
da' mortali occhi non veduta, a terra
lievemente calossi. I teucri intanto
e i toschi duci le lor genti avanti
spingendo, a la citt s'avvicinaro.
Piena d'armi, d'insegne, di cavalli
e di schierati fanti e di squadroni
si vedea la campagna. Eran per tutto
gualdane, giramenti, scorribande
di cavalieri: in secche selve i colli
parean conversi: ardea la terra e 'l cielo
di ferrigni splendori, e d'ogni parte
s'udian fremer cavalli e squillar trombe.
  Incontro a lor da l'altra parte usciro
il fier Messapo, i cavalier latini,
Corace col suo frate, e di Camilla
la bellicosa banda. Era il concorso
tuttavia de le genti, e de' cavalli
il fremito maggiore. E gi la massa
ristretta, e gi vicine ambe le parti
a tiro d'asta, a fronte si fermaro
l'una de l'altra; e con le lance in resta,
con saette e con dardi incominciaro
primamente da lunge a salutarsi.
Poi di subite grida udito un tuono
al ciel levossi; e due contrari nembi
da la terra sorgendo, armi fioccaro
di neve in guisa, e coprr d'ombra il sole.
Alfin da ciascun lato i destrier punti
andr tutti con tutti a rincontrarsi.
  Era Tirreno al fiero Aconte opposto
ne la battaglia; e questi primamente
s'urtaro, e per la furia e per la forza
de l'urto ambe le lance, ambi i cavalli,
ed ambi i corpi infranti, stramazzati,
l'un da l'altro disgiunti, quai percossi
da fulmine o da macchine avventati,
caddero a terra. E pria ne l'aura Aconte
lasci la vita. Conturbate e sparse
le schiere de' Latini, incontinente
con le targhe rivolte a tutta briglia
vr le mura spronando in fuga andaro.
Gli seguiro i Troiani; e primo Asila
gli assalse e gli cacci fin su le porte.
Qui fermi e rincorati alzan le grida,
volgon le teste, e si rifan lor sopra,
ch'eran lor contra. Cos quando questi,
e quando quelli or cacciano, or cacciati
tornano: in quella guisa ch'a vicenda
il mare or d'alto a riva i flutti increspa,
e ne l'ultima arena ondeggia e spuma;
or da la riva indietro se ne torna,
e le stess'onde, e la commossa ghiara
sorbendo e voltolando, si ritragge.
Due volte i Toschi i Rutuli incalzaro
fino a le mura; e i Rutuli due volte
risospinsero i Toschi. Al terzo assalto
mischirsi ambe le schiere, e l'un con l'altro
vennero a zuffa. Allor le grida e i mugghi
si sentr de' cadenti: allor si vide
il pian tutto di sangue, e tutto d'armi
e d'uomini coverto e di cavalli
feriti e morti. Orsloco a rincontro
di Rmolo trovossi; e non osando
di star seco a le mani, al suo cavallo
trasse del dardo, e 'n su l'orecchio il colse.
Del colpo impazente e per s fiero
si scosse, s'avvent, col petto in alto
e con le zampe il corridor levossi,
e 'n su l'arena il cavalier distese.
Catillo Iola e 'l grande Erminio occise;
Erminio, che di corpo e d'armi e d'animo
era de' pi robusti, de' pi chiari
e de' pi riguardevoli guerrieri
de' Toschi tutti. Avea la chioma stessa
per sua celata; avea gli omeri ignudi
di ferro al ferro esposti, e di ferite
ampio bersaglio. In su l'aperte spalle
Catillo il colse; e tremolando il tlo
passogli il petto, e raddoppiogli il duolo.
Per tutto si fa sangue; in ogni parte
si tragge, si ferisce, si stramazza;
e chi cede e chi segue. In varie guise
ne van tutti a morir morte onorata.
  In mezzo a tanta occisone, ignuda
da l'un de' lati infurando esulta
la vergine Camilla; ed or di dardo
fulminando, or di lancia, or di secure
non mai stanca percuote. E qual Dana
di sonora faretra e d'arco aurato
gli omeri onusta, ancor che si ritragga,
saettando, ferite e morti avventa.
D'intorno ha per compagne e per guerriere
d'archi, di mazze e di bipenni armate,
Tulla, Tarpa, Larina ed altre illustri
italiche donzelle, a suo decoro
scelte da lei per sue degne ministre
ne la pace e ne l'armi. In tal sembianza
Termodoonte il bellicoso stuolo
de l'Amazzoni sue vide in battaglia
attorneggiare Ippolita, o col carro
gir di Pentesila le schiere aprendo
con feminei ululati. Or chi fu prima,
chi poi, cruda virago, e quali e quanti
quei ch'abbattesti, e che di vita spenti
mandasti a l'Orco? Eumenio primamente
di Clizio il figlio, da costei trafitto
fu d'un colpo di lancia in mezzo al petto.
Cadde il meschino, e fe' di sangue un rivo,
sopra cui voltolandosi, e mordendo
il sanguigno terren, di vita uscio.
Indi va sopra a Liri e sopra a Pgaso
quasi in un tempo, a l'un mentre, inciampando
il suo destriero, il fren raccoglie; a l'altro
mentre a lui, che trabocca, il braccio stende
per sostenerlo: onde in un gruppo entrambi
precipitaro. A cui d'Ippta il figlio
Amastro aggiunse, e via seguendo, Arplico
e Treo e Cromi e Demofonte occise.
Quanti dardi lanci, tanti Troiani
gitt per terra. Ornto, un cacciatore,
gli gia davanti, e stranamente armato
cavalcava di Puglia un gran destriero:
per sua corazza avea d'ispido toro
un duro tergo; per celata un teschio
di lupo, che dal capo insino al mento
sbarrava le mascelle, e digrignando
mostrava i denti. In man portava, ad uso
di contadini, un nodoroso palo
di grave ronca armato. Egli nel mezzo
degli altri suoi con le due teste andava
sovrano a tutti, e le ferine orecchie
ergea di cresta e di pennacchi in vece.
Camilla il giunse, lo ferm, l'occise
senza contrasto, gi che vlta in fuga
era la schiera sua. Sovra al suo corpo
disse rimproverando: E che pensasti,
Tosco insolente? di venire a caccia
in qualche selva, e seguir damme imbelli?
Venuto sei l 've una dama armata
col ferro amaramente vi rintuzza
la superbia e la lingua. Oh pur non poco
ti fia di vanto, referendo a l'ombre
de' tuoi: per man fui di Camilla occiso.
  Indi Orsloco assalse, e Bute appresso,
due corpi de' maggiori e de' pi forti
del troian oste. A Bute un colpo trasse
che 'l giunse ove tra l'elmo e la corazza
si scopre il collo, onde lo scudo appeso
sta da sinistra. Orsloco, fuggendo
e gridando, gabb; ch'al giro interno
s'attenne e strinse; e l 've era seguita,
seguit lui. Gli fu sopra in un tempo
a colpi di secure, e l'armi e l'ossa
gli pest s che per suo scampo a' prieghi
si volse. Alfine un tal sopra la testa
ne gli piant, che le cervella infrante
gli schizzr da la fronte e da le tempie.
  D'no montanar de l'Appennino
il bellicoso figlio a l'improvviso
fu da lei clto: un Ligure scaltrito,
che per ordire inganni (in fin che 'l fato
gliel conced) non degli estremi avuto
era tra' suoi. Costui nel primo incontro
sbigottito fermossi. E poich vide
non poter con la fuga a lei sottrarsi,
che gli era sopra, a la malizia usata
ricorrendo: Oh! gran prova, - a dir comincia -
sar la tua, se ben femina sei,
di sfidar me, quando a un caval t'affidi
s fugace e s forte. Or al vantaggio
rinunzia de la fuga e meco a piede
prendi zuffa del pari; e poi vedrassi
a cui questa ventosa tua bravura
onore acquisti. A cotal dir Camilla
di furia, di dolor, di sdegno ardendo
ratto dismonta; e 'l corridor deposto
in man de la compagna, a pi si pianta;
stringe la spada, imbracciasi lo scudo,
e con pari armi intrepida l'attende.
Il giovine, che vinto si credette
aver con quello avviso, incontinente
la groppa le mostr del suo cavallo,
e via spronando a tutta briglia il pinse.
Ligure vano, vano orgoglio in prima
ti mosse: or vana astuzia e vana fuga
sar la tua; ch l'arte del fallace
tuo padre, e di tua patria, a far non basta
che vivo da le man mi ti ritolga.
Disse la virgo, e qual da cocca strale
dietro gli si spicc: ratto l'aggiunse,
passollo, attraversollo, al fren di piglio
diedegli; lo fer, l'ancise alfine.
Cos d'un alto sasso agevolmente
sparvier grifagno al timido colombo
s'avventa, e lo ghermisce; onde in un tempo
sangue e piuma dal ciel neviga e piove.
  In questa, de' mortali e de' celesti
l'eterno regnator, che pur talvolta
alcun de' raggi suoi vr noi rivolge,
non con lieve disdegno o picciol'ira
mosse Tarconte a sovvenir le schiere
de' suoi ch'erano in volta. Egli per mezzo
va de l'occisoni e de le mischie,
or il destrier contra i nemici urtando,
or le sue squadre inanimando, insieme
le ristringe, le instiga, le garrisce,
e per nome ciascun chiamando: Ah, - disse, -
Tirreni, e che timore, e che spavento
 'l vostro? che vilt, che codardia
v'ha presi? e quando mai fia che vi punga
o dolore, o vergogna? Adunque in fuga
gite per una femina? Una femina
vi disperde e v'ancide? A che di ferro
invan cos le destre e i petti armate?
De le donne temete? Or via, campioni
da letti e da bottiglie, a nozze, a pasti,
a sacrifizi, allor che ne le sacre
foreste  da l'aruspice intonato
che la vittima e grassa, itene tutti
seco a goder del saginato bue
a piena pancia, ch null'altro amore,
null'altro studio  'l vostro. E, ci dicendo,
ne va come devoto a morte anch'egli.
Con Vnolo s'affronta; e s com'era
turbato, l'aggavigna, e fuor lo tragge
del suo cavallo. Alto levossi un grido
tal, che tutti a veder le ciglia alzaro
i Latini e i Tirreni. Iva Tarconte
per la campagna con la preda in grembo
del nimico e de l'armi; e 'n mezzo al corso
svelge da l'asta sua medesma il ferro,
e cerca ov' di piastra il corpo ignudo
per darli morte. E mentre ne la gola
tenta ferirlo, ei con le braccia in alto
si scherma, regge il colpo, e da la forza
quanto pu con la forza si districa.
  Come ne l'aria insieme avviticchiati
si son visti talor l'aquila e 'l serpe
pugnar volando, e l'una aver con l'ugne
e col becco ghermito e morso l'altro:
e l'altro co' suoi giri e co' suoi nodi
farle vincigli a' pi, volumi a l'ali;
e questo con la testa alto fischiando,
e quella schiamazzando e dibattendo,
ambedue voltolarsi, ambedue stretti
far di squame e di piume un sol viluppo;
cos Tarconte per lo campo a volo,
vincitor de le schiere di Tiburte,
Vnolo sen portava. E questo esempio
del suo duce seguendo, e del successo
assecurata, la meonia torma
tutta contr'a Latini impeto fece.
Tra questi Arunte, un che di gi dovuto
era al suo fato, con un dardo in mano
Camilla astutamente insidando,
si diede a seguitarla, a circurla,
a cercar destra e comoda fortuna
di darle morte. Ovunque ella o per mezzo
fendea le schiere, o vincitrice indietro
si ritraea, l'era vicino Arunte;
e tutti i moti suoi, tutte le vie
osservando, attendea che netto il colpo
gli ruscisse; e da fellone intanto
avea l'asta a ferir librata e pronta.
  Giva per avventura a lei davanti
Cloro, un giovine ido che sacerdote
era gi di Cibele. I Frigi tutti
non avean chi di lui fosse ne l'armi
pi riccamente adorno. Un suo corsiero
per lo campo spingea, di spuma asperso,
cinto di barde e d'acciarine lame
come di scaglie e di leggiadre piume
leggiadramente inteste. Un arco d'oro
gli pendea da le spalle, una faretra
a la cretese. In testa, in gambe, in dosso
d'armi e d'arnesi in barbara sembianza,
di peregrina porpora e di seta,
di bisso, di teletta e d'ostro e d'oro
tutto coverto, tutto ricamato,
tutto trinciato; e saettando andava.
  Costui veduto, ogni altra impresa indietro
lasciando, a lui si volse o per vaghezza
di consecrar le sue bell'armi al tempio,
o pur che di s vago ostile arnese
di gir pomposa cacciatrice amasse.
Basta che per le schiere incauta, ardente,
e, come donna, vogliolosa e folle
de l'amor de la preda e de le spoglie,
contro a lui se ne giva; allor ch'Arunte,
dopo molto appostarla, alfin le trasse
in tal guisa pregando: O di Soratte
sommo custode, Apollo, a cui devoti
noi fummo in prima, a cui di sacri pini
nutriamo il foco, e per cui nudi e scalzi
tra le fiamme saltando e per le brage
securamente e senza offesa andiamo,
dammi, ch tutto puoi, padre benigno,
che questa infamia per mia man si tolga
da l'armi nostre. Io di costei non bramo
armi, spoglie o trofeo. Gli altri miei fatti
mi sian di lode, e pur che questo mostro
caggia spento da me, ne la mia patria
senza pi gloria andr di questa guerra
pago e contento. Ud Febo del vto
parte, e parte per l'aura ne disperse.
Ud che morta da quel colpo fosse
la vergine Camilla; e non udio
di lui, ch'ei vivo in patria ne tornasse;
ch ci per l'aura ne portaro i vnti.
  Tosto che da le man l'asta ronzando
gli uscio, fr gli occhi e gli animi e le grida
de' Volsci tutti a la regina intenti.
Ed ella n del tlo, n de l'aura
moto o fischio sent; n vide il colpo,
mentre gi discendea, finch non giunse.
Giunsele a punto ove divelta e nuda
era la poppa; e del virgineo sangue,
non gi di latte, sitibonda scese
s che 'l petto l'apr. Le sue compagne
le fr trepide intorno; e gi che morta
cadea, la sostentaro. Arunte in fuga
ratto si volge, di paura insieme
turbato e di letizia; ch ne l'asta
pi non confida, e pi di star non osa
incontro a lei. Qual affamato lupo
ch'ucciso de l'armento un gran giovenco,
o lo stesso pastore, in s confuso
di tanta audacia, anzi che da' villaggi
gli si levin le grida, infra le gambe
si rimette la coda, e ratto a' monti
fuggendo, si rinselva; in cotal guisa
Arunte, dopo 'l tratto, imparito,
solo a salvarsi inteso, in mezzo a l'armi
si mischi tra le schiere. Ella, morendo,
di sua man fuor del petto il crudo ferro
tent svelgersi indarno; ch la punta
s'era altamente ne le coste infissa:
onde languendo abbandonossi, e fredda
giacque supina; e gli occhi, che pur dianzi
scintillavano ardor, grazia e fierezza,
si fr torbidi e gravi. Il volto, in prima
di rose e d'ostro, di pallor di morte
tutto si tinse. In tal guisa spirando,
Acca a s chiama, una tra l'altre sue
la pi fida di tutte e la pi cara;
e dice: Acca, sorella, i giorni miei
son qui finiti: questa acerba piaga
m'adduce a morte, e gi nero mi sembra
tutto che veggio. Or vola, e da mia parte
di' per ultimo a Turno che succeda
a questa pugna e la citt soccorra;
e tu rimanti in pace. A pena detto
ebbe cos, che abbandonando il freno
e l'arme e s medesma, a capo chino
trabocc da cavallo. Allora il freddo
l'occup de la morte a poco a poco
le membra tutte. E, dechinato il collo
sopra un verde cespuglio, alfin di vita
sdegnosamente sospirando uscio.
Camilla estinta, per lo campo un grido
levossi che n'and fino a le stelle,
e surse al cader suo zuffa maggiore;
ch i Teucri e i Toschi gli Arcadi in un tempo
pinsero avanti. Opi, ministra intanto
di Trivia, che nel monte era discesa
vicino a la battaglia, indi il conflitto
stava mirando intrepida e sicura,
e visto di lontan tra molte genti
nascer nuovo tumulto e nuove grida,
poscia in mezzo di lor caduta e morta
la vergine Camilla: Ah, - sospirando
disse, - virgo infelice! troppo, troppo
crudel supplizio hai de l'ardir sofferto,
se d'irritar l'armi troiane osasti.
E di che pro t' stato a viver nosco
solinga vita, armar de l'armi nostre,
gradire i boschi e venerar Dana?
Ma te non lascer la tua regina
giacer disonorata in questa fine
de la tua vita; e la tua morte oscura
non sar tra le genti; e non dirassi
che non  chi di te vendetta faccia;
ch chunque di ferro avr ferito
il corpo tuo, sar meritatamente
di ferro anciso. Era a Dercenno, antico
re de' Laurenti, un gran sepolcro eretto,
cui sopra era di terra un monte imposto
e d'elci annosi e folti un bosco opaco.
Qui la veloce dea dal ciel calossi
al primo volo; e di qui visto Arunte
splender ne l'armi, e gir di sua follia
superbo e gonfio: Ove ne vai? - diss'ella, -
qui convien che ti fermi, e qui morendo
de la morta Camilla il premio avrai
degno di te, se di perir sei degno
de l'armi di Dana. E, ci dicendo,
la buona arciera del turcasso aurato
trasse un acuto strale, e l'arco tese,
e tir s ch'ambe le corna estreme
vennero al mezzo, ed ambe parimente
le mani, una tirata e l'altra spinta,
quella tocc la poppa e questa il ferro.
L'arco, l'aura, lo stral sonare udio,
e ferir e morir sentissi Arunte
tutto in un tempo. I suoi quasi in oblio
cos come spirava, in mezzo al campo
lo lascir fra la polve in abbandono;
ed Opi al ciel tornando a volo alzossi.
  Caduta lei, la schiera di Camilla
primieramente in fuga si rivolse.
Indi turbrsi i Rutuli, e dir volta.
Di volta il fiero Atina; e i duci tutti,
e tutte fr le insegne abbandonate.
Cerca ognun di salvarsi, e vr le mura
ne vanno a tutta briglia, e pi nel campo
alcun non  che di far testa ardisca
contra la strage e contra la ruina
che fanno i Teucri. Se ne van con gli archi
scarichi in su le terga e spenzoloni;
e pi che di galoppo in vr Laurento
battono il campo, e fan nubi di polve.
Le madri da' balconi e da' torrazzi
percossi i petti, alzano al ciel le grida
con femineo ululato. E quei che primi
giunti trovr le porte ancor non chiuse,
mischiati co' nemici, ove pi salvi
si credean ne l'entrata e fra le mura
de la stessa lor patria, anzi agli alberghi
lor propri e da' nemici e da la morte
fr sopraggiunti. In cotal guisa in prima
stette la porta agli avversari aperta;
poi chiusa escluse i suoi, che fuori in preda
restando de' nemici, ai lor pi cari,
che morir gli vedean, perch s'aprisse
supplicavano indarno. E qui tra quelli
che n'erano a difesa, e quei ch'a forza,
anzi a furia, a ruina incontro a loro
s'avventavan ne l'armi, orrenda strage
si fece e miseranda. E degli esclusi
altri in cospetto degli stessi padri,
e de le madri che dogliose grida
ne facean da le torri e da le mura,
da l'impeto cacciati o da la calca
precipitr ne' fossi, e gi da' ponti
cadder sospinti; ed altri ne la fuga
da' sfrenati cavalli e da la cieca
lor furia trasportati, a dar di cozzo
gr ne le chiuse porte. In su' ripari
ancor le donne (che le donne ancora
il vero della patria amore infiamma),
come giunte a l'estremo, allor che morta
vider Camilla, il femminil timore
volgono in sicurezza, e sassi e dardi
lanciando, e con aguzzi, inarsicciati
pali il ferro imitando, osano anch'elle
per la difesa delle patrie mura
gir le prime a morir morte onorata.
  A Turno intanto ne le selve arriva
Acca, la gi spedita messaggiera,
con l'amara novella; un gran tumulto
portando, che l'esercito  sconfitto,
morta Camilla, annichilati i Volsci,
e i Teucri d'ogni cosa impadroniti
stanno in campagna col favor che porta
seco de la vittoria il corso e 'l nome;
assalgon la citt. D'ira, di sdegno
e di furore il giovine infiammato
(ch tale era il voler empio di Giove)
da l'insidie si toglie, esce de' boschi
ov'era ascoso, e gi scende da' colli.
Smarriti non gli avea di vista a pena,
a pena era nel piano, allor ch'Enea
prese del monte; e l 'v'era l'agguato,
trovando aperto, senz'offesa anch'egli
super 'l giogo, e de la selva uscio.
Cos con passi frettolosi entrambi
con tutte le lor genti, e l'un da l'altro
poco lontani a la citt sen vanno.
E 'nsiememente da l'un canto Enea
vide di polverio fumare i campi,
e di Laurento sventolar l'insegne;
Turno da l'altro Enea scoperse, udendo
l'annitrir de' cavalli e 'l calpestio
crescer di mano in mano. Eran vicini
s, che venuto a zuffa ed a battaglia
si fra anco quel d: se non che Febo,
fatto vermiglio, i suoi stanchi destrieri
stava gi per tuffar ne l'onde ibre;
onde avanti a le mura ambi accampati
di trincee si muniro e di ripari.


 

 

LIBRO DECIMOSECONDO



  Turno, poscia che vede afflitti e domi
gi due volte i Latini, e non pur scemi
di forze, ma di speme e di baldanza,
da lui farsi rubelli, e che a lui solo
ognun rivolto in tanto affare attende
le pruove, le promesse e i vanti suoi,
furoso, implacabile, inqueto
arde, s'inanimisce, e si rinfranca
prima in se stesso. Qual massla fera
ch'allor d'insanguinar gli artigli e il ceffo
disponsi, allor s'adira, allor si scaglia
vr chi la caccia, che da lui si sente
gravemente ferita; e gi godendo
de la vendetta, sanguinosa e fiera
con le iube s'arruffa, e con le rampe
frange l'infisso tlo e graffia e rugge:
cos la volenza era di Turno
accesa, impetosa e furibonda;
e cos conturbato appresentossi
al re davanti, e disse: Indugio, o scusa
pi non fa Turno: e pi non ponno i Teucri
da quel ch' patteggiato, e stabilito,
se non se per vilt, ritrarsi omai.
Eccomi in campo: ecco parato e pronto
sono al duello. Or fa', padre, che 'l patto
sia fermo e rato e sacro; e i sacrifici
e 'l giuramento appresta. Oggi, signore,
sii certo ch'io con le mie mani a morte
questo de l'Asia fuggitivo adduco,
e 'l difetto di tutti io solo ammendo
(stiansi pure a vedere i tuoi Latini);
o ch'ei vincendo fia padrone a voi,
e marito a Lavinia. A cui Latino
col cor sedato in tal guisa rispose:
  Giovine valoroso, al tuo valore,
a la ferocia tua che tanto eccede
ne l'armi, io deferisco. E tu dovrai
appagarti di me, s'io, d'ogni cosa
temendo, con ragione e con maturo
consiglio in tutti i casi inveglio e curo
che 'l mio stato si salvi e la tua vita.
A te del vecchio Dauno erede e figlio,
seggio e regno non manca, oltre a le terre
di cui tu fatto hai da te stesso acquisto
per forza d'armi. Oro, favori e gradi
da Latino avrai sempre; e maritaggi
e donne d'alto affar son per lo Lazio,
e per le terre di Laurento assai.
Ma soffri ch'io ti parli, e senti, e nota
poscia quel ch'io dir: che dir vero,
ben che noia ti sia. Fatal divieto
mi proibiva, e gli uomini e gli di
m'avean vaticinando in molte guise
denunzato, che mia figlia a nullo
io maritassi di color che chiesta
me l'avean prima. E pur dall'amor vinto
che ti port'io, dal parentado astretto
c'ho con la casa tua, mosso dal pianto
e da le preci de la donna mia,
dandola a te mi sono al fato opposto:
ho rotto fede al genero; ho con lui
presa non giusta e non sicura guerra.
  Da indi in qua tu stesso, tu che primo
soffri tante fatiche e tanti affanni,
hai veduto in che rischi, in che travagli
siam noi caduti; ch due volte rotti
in due s gran battaglie, in questo cerchio
ne siam rinchiusi a sostentare a pena
la speranza d'Italia. Il Tebro  caldo
del nostro sangue. I campi son gi bianchi
de le nostr'ossa. Ed io, folle, a che torno
tante fate al precipizio mio?
Chi cos da me stesso mi sottragge?
Se, Turno estinto, io nel mio regno deggio
i Troiani accettar, ch non gli accetto
or ch'egli  vivo e salvo? e ch non pongo
fine a la guerra, a la ruina espressa
del mio regno e de' miei? Che ne diranno
i Rutuli parenti? che diranne
Italia tutta, quando a morte io lasci
(voglia Dio che non sia) gir un che tanto
ama la parentela e 'l sangue mio?
Rimira de la guerra come vana
sia la fortuna. Abbi piet del vecchio
Dauno tuo padre, che da te lontano
in Ardea se ne sta mesto e dolente.
Turno a questo parlar nulla si mosse
de la ferocia sua: crebbe pi tosto
il suo furore; e lo rimedio stesso
gli aggrav 'l male. Ei, come pria poteo
formar parola, in tal guisa rispose:
Nulla per conto mio di me ti caglia,
signor benigno: anzi, ti prego, in grado
prendi ch'io per la lode e per l'onore
patteggi con la morte. Ed anch'io, padre,
ho le mie mani; ed anco il ferro mio
ha taglio e punta, e fa ferita e sangue.
Non sempre avr, cred'io, la madre a canto
che di nube lo cuopra e lo trafugga
come vil femminella, e di vane ombre
seco s'involva. E, ci detto, si tacque.
  Ma la regina, de l'audace impresa
del genero dolente e spaventata,
piangendo, e per angoscia a morte giunta,
lo tenea, lo pregava, e gli dicea:
Turno, per queste lagrime, per quanto
t', se pur t', de l'infelice Amata
l'onor, l'amore e la salute in pregio
(gi che tu sola speme, e sol riposo
sei de la mia vecchiezza: a te s'appoggia,
in te si fonda di Latino il regno,
e la sua dignitade, e la sua casa
che ruina minaccia) in don ti chieggio,
astienti di venir co' Teucri a l'arme;
ch qualunque ne segua avverso caso
sopra me cade; ch'io teco di vita
escir pria che mai suocera o serva
io mi veggia d'Enea. Queste parole
de la madre sent Lavinia virgo,
di rugiadose lagrime e d'un foco
di vergineo rossor le guance aspersa,
qual fra se di purpura macchiato
fosse un candido avorio, o che di rose
si spargessero i gigli. In lei mirando
il giovine, d'amor non men che d'ira
acceso, a la regina brevemente
cos rispose: Ah, madre mia, ti prego,
in cos perigliosa e dura impresa
non mi far col tuo pianto e col tuo duolo
sinistro annunzio. Ch s'a Turno  dato
che muoia, in suo poter pi non  posto
che di morire indugi. Indi a l'araldo
rivolto: Va, - gli disse, - e da mia parte
quest'ingrata e spiacevole ambasciata
porta al frigio tiranno, che dimane
tosto che fia la rubiconda Aurora
a l'orente apparsa, i Teucri suoi
contr'a Rutuli addur pi non s'affanni.
Stiensi l'armi de' Rutuli e de' Teucri
per mio conto in riposo. Ch tra noi
col nostro sangue a diffinir la guerra,
e di Lavinia le bramate nozze
in su quel campo a procurar ci avemo.
  Detto cos, vr la magion s'invia
rapidamente; addur si fece avanti
i suoi cavalli, e le fattezze e 'l fremito
notando, se ne gode, e ne concepe
speme e vittoria: ch di razza usciti
eran gi d'Oriza, da cui Pilunno
ebbe giumente e corridori in dono,
che di candor la neve, e di prestezza
superavano il vento. Avean d'intorno
i valletti e gli aurighi che palpando,
forbendo e vezzeggiando, in varie guise
gli facean lieti, baldanzosi e fieri.
Fatte poscia venir l'armi, si veste
la sua corazza d'oricalco e d'oro
e dentro vi s'adatta e vi si vibra
con la persona. Imbracciasi lo scudo,
pruovasi l'elmo; e la vermiglia cresta
squassando, il brando impugna, il fido brando
da lo stesso Vulcano al padre Dauno
temprato in Mongibello a tutte pruove.
Alfine un'asta poderosa e grave,
ch'appo un'alta colonna era appoggiata
in mezzo de la casa, in man si pianta,
spoglio d'ttore aurunco. E poich l'ebbe
brandita e scossa: Asta, - gridando disse, -
ch'a le mie fazoni unqua non fosti
chiamata indarno, ora al maggior bisogno
da te soccorso imploro. Il grande Attre
armasti in prima, or sei di Turno in mano.
Dammi che 'l corpo atterri, e la corazza
dischiodi, e 'l petto laceri e trapassi
di questo frigio effeminato eunuco;
dammi che 'l profumato, inanellato,
col ferro attorcigliato zazzerino
gli scompigli una volta, e ne la polve
lo travolga e nel sangue. In cotal guisa
dicendo, infurava, ardea nel volto,
scintillava negli occhi, orribilmente
fremea, qual mugghia il toro allor che irato
si prepara a battaglia, e l'ira in cima
si reca de le corna, indi l'arruota
a qualche tronco, e 'l tronco e l'aura in prima
ferendo, alto co' pi sparge l'arena
e del futuro assalto i colpi impara.
  Da l'altro canto Enea, non men feroce
ne l'armi di sua madre, al fiero Marte
s'inanima e s'accinge, e del partito
che gli era per compor la guerra offerto,
si rallegra, l'accetta; e i suoi compagni
e 'l suo figlio assicura, or di se stesso
la franchezza mostrando, or le venture
de' fati rammentando e le promesse.
  Indi con la risposta al re Latino
manda chi la disfida e 'l patto accetti,
e del patto i capitoli e le leggi
stabilisca e confermi. Era de' monti
in su la cima a pena il sole apparso
de l'altro giorno, allor ch'i suoi destrieri
sorgon da l'onde, e con le nari in alto
fiamme anelando, il mondo empion di luce:
quando nel campo i Rutuli discesi
e i Teucri insieme, sotto l'alte mura,
fabbricr lo steccato, a cui nel mezzo
i fochi e l'are di gramigna asperse
furo agli di d'ambe le parti eretti
comunemente; e d'ambi i sacerdoti
di bianco lino involti, e di verbena
cinti le tempie, andaro altri con l'acqua,
altri con le facelle intorno accese.
Poscia ecco degli Ausoni da l'un canto
a piene porte l'ordinate schiere
uscir da la citt di picche armate;
da l'altro de' Troiani e de' Tirreni
gir l'esercito tutto in varie guise
d'abiti e d'armi; e questi incontro a quelli
non altramente ch'a battaglia instrutti.
Fra mezzo a tante mila i condottieri
ciascun da la sua parte si vedea
gir d'oro e d'ostro alteramente adorni.
E 'l gran Memmo con questi e 'l forte Asila,
e Messapo con quelli, de' cavalli
il domatore e di Nettuno il figlio.
Poscia che, dato il segno, ebbe ciascuno
chi di qua chi di l preso il suo loco,
piantr le lance, dechinr gli scudi.
Le donne, i vecchi, i putti e 'l volgo inerme,
di veder desosi, altri in su' tetti,
altri in su' rivellini e 'n su le torri
stavan mirando. E non dal campo lunge
sedea Giuno in un colle, Albano or detto,
ch'allor n d'Alba il nome avea, n 'l pregio
n i sacrifici. In questo monte assisa
vedea de' Larenti e de' Troiani
l'accolte genti, e di Latino il seggio.
Ivi la dea di Turno a la sirocchia,
che dea de' laghi era e de' fiumi anch'ella,
disse cos: Ninfa, de' fiumi onore,
sovr'ogni ninfa a me gioconda e cara,
tu sai come te sola ho preferita,
e come volontier del cielo a parte
meco t'ho posta. Ascolta i tuoi dolori,
perch di me dolerti unqua non possa.
Finch di Lazio la fortuna e 'l fato
me l'han concesso, io prontamente e Turno
e la tua terra e i tuoi sempre ho difeso.
Or veggio questo giovine a duello
con disegual destino esser chiamato:
veggio il d della Parca e la nemica
forza che gli  vicina. Io questo accordo,
questa pugna veder con gli occhi miei
per me non posso. Tu, se cosa ardisci
in pro del tuo germano, ora  mestiero
che tu l'adopri; e puoi farlo, e convienti.
Fallo: e chi sa che 'l misero non cangi
ancor fortuna? A pena avea ci detto
che Iuturna gemendo e lagrimando
tre volte e quattro il petto si percosse.
A cui Giuno soggiunse: E' non  tempo
da stare in pianti. Affretta; e da la morte
scampa, se scampar puossi, il tuo fratello,
o turbando l'accordo, o suscitando
nuova cagion di mischia e di tumulto.
Io son che l'impongo, e te n'affido.
Con questo la lasci sospesa e mesta,
e d'amara puntura il cor trafitta.
  Ecco vengono al campo i regi intanto;
Latino il primo, alto in un carro assiso,
che da quattro suoi nitidi corsieri,
di gran macchina in guisa, era tirato,
e, di dodici raggi il fronte adorno,
del Sole, avo di lui, sembianza avea.
Turno traean due candidi destrieri,
con due suoi dardi in mano agili e forti.
Enea, de la romana stirpe autore,
con l'armi sue celesti e con lo scudo
che dianzi da le stelle era venuto,
uscio da l'altro canto, e seco a pari
Ascanio il figlio suo, de la gran Roma
la seconda speranza. A mano a mano
il sacerdote in pura veste involto
anzi agli accesi altari il nuovo parto
d'una setosa porca, ed una agnella
ancor non tosa al sacrificio addusse;
e vlti a l'orente, in atto umle
s'inchinr tutti; e vino e farro e sale
sparser d'ambe le parti; ambe col ferro,
s com'era uso, a le devote belve
segnr le tempie. Allor il padre Enea
strinse la spada, e, gli occhi al ciel rivolti,
cos disse pregando: Io questo sole
per testimone invoco e questa terra,
per cui tanti ho fin qui sofferti affanni;
invoco te, celeste, onnipotente,
eterno padre, e te, saturnia Giuno,
gi vr me pi benigna, e ben ti prego
che mi sii tale, e te gran Marte invoco,
ch'a l'armi imperi; e voi fonti e voi fiumi,
e voi tutti del mar, tutti del cielo
numi possenti; e vi prometto e giuro
che se Turno per sorte  vincitore
di questa pugna, il successor del vinto
gli ceder: ch'a la citt d'Evandro
si ritrarr; che mai poscia ribelle
non gli sar: che guerra o lite o sturbo
alcun altro pi mai non gli far.
Ma se pi tosto, come io prego, e come
spero che mi succeda, al nostro Marte
la dovuta vittoria non si froda;
io non vo' gi che gl'Itali soggetti
siano a' miei Teucri, n d'Italia io solo
tener l'impero; io vo' ch'ambi del pari
questi popoli invitti aggian tra loro
governo e leggi eguali, e pace eterna.
A me basta ch'io dia ricetto e culto
a' miei numi, a' miei Teucri, e sia Latino
suocero mio, del suo regno e de l'armi
signor, rettore e donno. Io poscia altrove
altre mura ergerommi, e de' miei stessi
fien le fatiche, e di Lavinia il nome.
  Cos pria disse Enea; cos Latino
seguit poi con gli occhi e con la destra
al ciel rivolto: Ed io giuro, - dicendo, -
le stesse deit, la terra, il mare,
le stelle, di Latona ambo i gemelli,
di Giano ambe le fronti, il chiuso centro,
e la gran possa degl'inferni dii.
Odami di l su l'eterno padre,
che fulminando stabilisce e ferma
le promesse e gli accordi. I numi tutti
chiamo per testimoni: e tocco l'ara,
e tocco il foco, e questa pace approvo
dal canto mio. N mai, che che si sia
di questa pugna, n per forza alcuna,
n per tempo sar ch'ella si rompa
di voler mio; non se la terra in acqua
si dileguasse, non se 'l ciel cadesse
ne l'imo abisso: cos come ancora
questo mio scettro (ch lo scettro in mano
avea per sorte) pi n fronda mai
n virgulto far poich reciso
dal vivo tronco, o da radice svlto
manc di madre, e gi d'arbore ch'era,
sfrondato, diramato e secco legno
di gi venuto, e d'oricalco adorno
e per man de l'artefice ridotto
in questa forma, e per quest'uso in mano
dei re latini  posto. In cotal guisa
fermati i patti e l'ostie in mezzo addotte,
tra i pi famosi, anzi a l'accese fiamme
le svenr, le smembrr, le svisceraro.
E s com'eran palpitanti e vive,
le fibre ne spir, le diro al foco,
n'empir le squadre e ne colmr gli altari.
  Di gi disvantaggioso e diseguale
questo duello a' Rutuli sembrava;
e gi vari bisbigli, e vari moti
n'eran tra loro; e com' pi sanamente
si rimirava, pi di forze impri
si vedea Turno; ed egli stesso indizio
ne di, che lento e tacito e sospeso
entr nel campo. E come ancor di pelo
avea le guance lievemente asperse,
orando anzi a l'altar pallido il volto
mostrossi, e chino il fronte, e grave il ciglio.
  Tale una languidezza rimirando,
e tal del volgo un sussurrare udendo
Iuturna, sua sorella, infra le schiere
gittossi, e di Camerte il volto prese.
D'alto legnaggio, di valor paterno,
e di propria virtute era Camerte
famoso in fra la gente. E tal sembrando,
gi degli animi accorta, iva Iuturna
rumor diversi e tai voci spargendo:
Ahi! che vergogna, che follia, che fallo,
Rutuli,  'l nostro, che per tanti e tali
sola un'alma s'arrischi? Or siam noi forse
di numero a' nemici inferori,
o d'ardire, o di forze? Ecco qui tutti
accolti i Teucri e gli Arcadi e gli Etruschi
che sono anco per fato a Turno infensi.
A due di noi contra un di loro a mischia
che si venisse, di soverchio ancora
frano i nostri. Ei che per noi combatte,
ne sar fra gli di, cui s' devoto,
in ciel riposto, e qui tra noi famoso
viver sempre. Ma di noi che fia,
ch'or ce ne stiam s neghittosi a bada?
La patria perderemo? e da stranieri,
e da superbi in servitude addotti,
preda e scherno d'altrui sempre saremo?
  Da questo dir la giovent commossa
via pi s'accende, e 'l mormorio serpendo
pi cresce per le squadre. Onde i Latini
e gli stessi Laurenti, che pur dianzi
di pace eran s vaghi e di quete,
pensier cangiando e voglie, or l'arme tutti
gridano, tutti pregan che l'accordo
sia per non fatto; e tutti han de l'iniqua
sorte di Turno ira, pietate e sdegno.
  In questa, ecco apparir ne l'aria un mostro
per opra di Iuturna, onde turbati
e dal primo proposito distolti
fr da vantaggio de' Latini i cuori.
Videsi per lo lito e per lo cielo
di roggio asperso un di palustri augelli
imparito e strepitoso stuolo.
Dietro un'aquila avea, ch'a mano a mano
giuntolo de lo stagno in su la riva,
un cigno ne gherm ch'era di tutti
il maggiore e 'l pi bello. A cotal vista
gli occhi e gli animi alzr l'itale squadre;
e gli augei, che pur dianzi erano in fuga
(mirabile a vedere!), in un momento
stridendo si rivolsero, e ristretti
in densa nube, ond'era il ciel velato,
la nimica assaliro. E s d'intorno
la cinser, l'aggirr, l'attraversaro,
ch'a cielo aperto, u' dianzi erano in fuga,
le fr gabbia, ritegno e forza, al fine
che, gravata dal peso e stretta e vinta,
de la lena mancasse e de la preda.
Il cigno dibattendosi, da l'ugne
sovra l'onde gli cadde; ed ella scarca,
da la turba fuggendo, al cielo alzossi.
  I Rutuli a tal vista con le grida
salutr pria l'augurio: indi a la pugna
si prepararo. E fu Tolunnio il primo,
ch'augure, incontro al patto, anzi le schiere
si spinse armato, e disse: Or questo , questo
ch'io desava; e questo  quel ch'io cerco
ho ne' miei vti. Accetto e riconosco
il favor degli di. Me, me seguite,
Rutuli miei. Con me l'armi prendete
contro al malvagio, che di strana parte
venuto con la guerra a spaventarci,
ha voi per vili augelli, e i vostri lidi
cos scorre e depreda. Ma ritolto
questo cigno gli fia; di nuovo al mare
in fuga se n'andr. Voi combattendo
in guisa de la pria fugace torma,
ristringetevi insieme, e riponete
il vostro re, che v' rapito, in salvo.
  Detto cos, spinse il destriero, e trasse
contr'a' nimici. And stridendo e dritto
l'aura secando il fulminato dardo:
e 'nsieme udissi col suo rombo un grido
che insino al ciel, de' Rutuli, sentissi.
Insieme scompigliossi il campo tutto,
turbrsi i petti, ed infiammrsi i cuori.
L'asta volando giunse ove a rincontro
nove fratelli eran per sorte accolti,
che tutti d'una sola etrusca moglie
da l'arcadio Gilippo eran creati.
Un di lor ne colp l 've nel mezzo
il cinto s'attraversa, e con la fibbia
s'afferra al fianco. Ivi tra costa e costa,
penetrando altamente, lo trafisse,
e morto in su l'arena lo distese.
Questi, il pi riguardevole ne l'armi
era degli altri, e 'l pi bello e 'l pi forte,
e gli altri come tutti eran feroci,
dal dolore infiammati incontinente
chi la spada impugn, chi prese il dardo;
e contra il feritor tutti in un tempo
come ciechi, avventrsi. Incontro a loro
si mosser de' Laurenti e de' Latini
le genti a schiere, e d'altro lato a schiere
spinsero i Teucri e gli Arcadi e gli Etruschi.
Cos d'arme e di sangue uguale ardore
surse d'ambe le parti; e l'are e 'l foco
ch'eran di mezzo, e l'ostie e le patene
n'andr sossopra; e tal di ferri e d'aste
denso levossi e procelloso un nembo,
che 'l sol se n'oscur, sangue ne piovve.
Grida e fugge Latino, e i numi offesi
se ne riporta, e detestando abborre
il volato accordo. Armasi intanto
il campo tutto; e chi frena i destrieri,
chi 'l carro appresta; e gi con l'aste basse,
e con le spade ad investir si vanno.
  Messapo desoso che l'accordo
si disturbasse, incontro al tosco Auleste
che, come re, di regal fregi adorno
e d'ostro, al sacrificio era assistente,
spinse il cavallo e spaventollo in guisa,
che mentre si ritragge infra gli altari
ch'avea da tergo, urtando, si travolse.
Messapo con la lancia incontinente
gli si fe' sopra, e s com'era in atto
di supplicarlo, il petto gli trafisse,
Cos ben va, - dicendo, - or a' gran numi
porco pi grato e miglior ostia cadi.
Cadde il meschino, e fu, spirante e caldo,
sovraggiunto dagl'Itali e spogliato.
  Di Corino per un gran tizzo a l'ara
di piglio; e s com'era ardente e grave,
ad Ebuso ch'incontro gli venia,
nel volto il fulmin. Schizzonne insieme
il foco e 'l sangue; e di baleno in guisa
un lampo ne la barba gli rifulse
che di d'arsiccio odore, indi gli corse
sopra senza ritegno; e qual trovollo
da la percossa abbarbagliato e fermo,
l'afferr per la chioma, a terra il trasse,
col ginocchio lo strinse, e col trafiere
gli pass 'l fianco. Podalirio ad Also
pastor, che fra le schiere infurava,
s'affil dietro; e gi col brando ignudo
gli soprastava, allor ch'Also rivolto
la gravosa bipenne ond'era armato
gli piant nella fronte e 'nsino al mento
il teschio gli spart, l'armi gli sparse
tutte di sangue: ond'ei cadde, e le luci
chiuse al gran buio ed al perpetuo sonno.
  Enea senz'elmo in testa, infra le genti
la disarmata destra alto levando,
e discorrendo, e richiamando i suoi:
Dove, dove ne gite? Che tumulto, -
dicea, - che furia, che discordia  questa
cos repente? Oh trattenete l'ire;
oh non rompete. Il patto  stabilito;
l'accordo  fatto. Solo a me concesso
 ch'io combatta. A me sol ne lasciate
la cura e 'l carco. Io, non temete, io solo
il patto vi ratifico e vi fermo
con questa sola destra; e Turno a morte
di gi mi si promette, e mi si deve
da questi sacrifici. In questa guisa
gridava il teucro duce; ed ecco intanto
venir d'alto stridendo una saetta;
non si sa da qual mano, o da qual arco
si dipartisse. O caso, o dio che fosse
che tanta lode a' Rutuli prestasse,
l'onor se ne cel, n mai s'intese
chi del ferito Enea vanto si desse.
  Turno, poich dal campo Enea fu tratto,
e turbar vide i suoi, di nuova speme
s'accese, e grid l'armi, e sopra al carro
d'un salto si slanci, spinse i cavalli
infra' nemici, e molti a morte dienne.
Molti ne sgomin, molti n'infranse,
e con l'aste, fuggendo, ne percosse.
Qual  de l'Ebro in su la fredda riva
il sanguinoso Marte, allor ch'entrando
ne la battaglia, o con lo scudo intuona,
o fulmina con l'asta, e i suoi cavalli
da la furia e da lui cacciati e spinti
ne van co' venti a gara, urtando i vivi,
e calpestando i morti; e fan col suono
de' pi fino agli estremi suoi confini
tremar la Tracia tutta, e van con essi
lo spavento, il timor, l'insidie e l'ire,
del bellicoso iddio seguaci eterni;
in cos fiera e spaventosa vista
se ne gia Turno, la campagna aprendo,
uccidendo, insultando e di nemici
miserabil ruina e strage e strazio
or con l'armi facendo, or co' destrieri
che sudanti, fumanti e polverosi,
spargean di sangue e di sanguigna arena
con le zampe e con l'ugne un nembo intorno.
Stnelo, ne l'entrar, Tmiro e Polo
condusse a morte; i due primi da presso,
l'ultimo da lontano. E da lunge anco
Glauco percosse e Lado; i due famosi
figli d'Imbraso, ne la Licia nati,
da lui stesso nutriti, e parimente
a cavalcare e guerreggiare instrutti.
  Da l'altra parte Eumde il chiaro germe
de l'antico Dolone. Il nome avea
costui de l'avo, e l'ardimento e i fatti
seguia del padre, che de' Greci il campo
spare osando, os d'Achille ancora
in premio de l'ardir chiedere il carro.
Ma d'altro che di carro premollo
il figlio di Tido; n per degno
d'un tanto guiderdone unqua si tenne.
Turno, poscia che 'l vide (che da lunge
lo scrse) con un dardo il giunse in prima:
indi a terra gittossi: e qual trovollo
di gi caduto e moribondo, il piede
sopr'al collo gl'impresse, e ne la strozza
lo suo stesso pugnal cacciogli, e disse:
Troiano, ecco l'Italia, ecco i suoi campi,
che tanto desasti: or gli misura
cost giacendo. E questo si guadagna
chi contra a Turno ardisce; e 'n questa guisa
si fondan le citt. Dietro a costui
Bute, e di mano in man Darete, Cloro
e Sbari e Tersloco e Timete
lanciando, uccise. Ma Timete in terra
fer, che per sinistro o per difetto
d'un suo restio cavallo era caduto.
  Qual sopra al grande Egeo sonando scorre
il tracio Bora, che le nubi e i flutti
si sgombra avanti; e questi ai lidi, e quelle
a l'orizzonte in fuga se ne vanno:
tal per lo campo, ovunque si rivolge,
fa Turno sgominar l'armi e le schiere;
e tal seco ne va furia e spavento,
che financo al cimier morte minaccia.
  Fego, tanta fierezza e tanto orgoglio
non sofferendo, al concitato carro
parossi avanti, e lievemente un salto
spiccando, con la destra al fren s'appese
del sinistro corsiero. E s com'era
da la fuga rapito e da la forza
di tutti insieme, insiememente a tutti
(dal sentier divertendoli e dal corso)
facea storpio e disturbo. Ed ecco al fianco
che da la destra parte era scoperto,
cotal sentissi de la lancia un colpo
che la corazza ancor che doppia e forte,
stracciogli, e 'n fino al vivo lo trafisse
ma di lieve puntura. Ond'ei rivolto,
e 'mbracciato lo scudo e stretto il brando,
contra gli s'affilava, e per soccorso
gridava intanto. Ma la ruota e l'asse
ch'erano in moto, urtandolo, a rovescio
gittrlo, e Turno immantinente addosso
sagliendogli, infra l'elmo e la gorgiera
il collo gli recise, e dal suo busto
tronco il capo lasciogli in su l'arena.
  Mentre cos vincendo e d'ogni parte
con tanta strage il campo trascorrendo
se ne va Turno; Enea dal fido Acate,
da Memmo e dal suo figlio accompagnato
(come da la saetta era ferito),
sovr'un'asta appoggiato, a lento passo
verso gli alloggiamenti si ritragge.
Ivi contro a lo stral, contro a se stesso
s'inaspra e frange il tlo, di sua mano
ripesca il ferro. e poi che indarno il tenta,
comanda che la piaga gli s'allarghi
con altro ferro, e d'ogn'intorno s'apra,
s che tosto dal corpo gli si svelga,
e tosto alla battaglia se ne torni.
Comparso intanto era a la cura Iapi
d'Iso il figlio, sovr'ogn'altro amato
da Febo. E Febo stesso, allor ch'acceso
era da l'amor suo, la cetra e l'arco
e 'l vaticinio, e qual de l'arti sue
pi l'aggradasse, a sua scelta gli offerse.
Ei che del vecchio infermo e gi caduco
suo padre la salute e gli anni amava,
saper de l'erbe la possanza, e l'uso
di medicare elesse, e senza lingua
e senza lode e del futuro ignaro
mostrarsi in pria, che non ritorre a morte
chi li di vita. A la sua lancia Enea
stava appoggiato, e fieramente acceso
fremendo, avea di giovani un gran cerchio
col figlio intorno, al cui tenero pianto
punto non si movea. Sbracciato intanto
e con la veste e la cintura avvolta,
qual de' medici  l'uso, il vecchio Iapi
gli era d'intorno; e con diverse pruove
di man, di ferri, di liquori e d'erbe
invan s'affaticava, invano ogn'opra,
ogn'arte, ogni rimedio, e i preghi e i vti
al suo maestro Apollo eran tentati.
  De la battaglia rinforzava intanto
lo scompiglio e l'orrore; e gi 'l periglio
s'avvicinava; gi di polve il cielo,
di cavalieri il campo era coverto;
che fin dentro a' ripari e fra le tende
ne cadevano i dardi; e gi da presso
s'udian de' combattenti e de' caduti
i lamenti e le grida. Il caso indegno
d'Enea suo figlio, e 'l suo stesso dolore
in s Ciprigna e nel suo cor sentendo,
ratto v'accorse, e fin di Creta addusse
di dittamo un cespuglio, che recente
di sua man clto, era di verde il gambo,
di tenero le foglie, e d'ostro i fiori
tutto consperso e rugiadoso ancora.
Quest'erba per natura ai capri  nota,
e da lor cerca allor che 'l tergo o 'l fianco
ne van di dardo o di saetta infissi.
Con questa Citera per entro un nembo
ne venne ascosa, e col salubre sugo
d'ambrosia e d'odorata panacea
mischiolla, e poscia i tiepidi liquori
ch'eran gi presti in tal guisa ne sparse,
che nun se n'avvide. E n'ebbe a pena
la piaga infusa, che l'angoscia e 'l duolo
cess repente, il sangue d'ogni parte
de la ferita in fondo si raccolse,
e seguendo la mano, il ferro stesso
come da s n'uscio. Spedito e forte,
e nel pristino suo vigor ridotto,
Enea dritto levossi. Ipi il primo:
A che, - disse, - badate? e perch l'arme
tosto non gli adducete? Indi a lui vlto,
contro a' nemici in tal guisa infiammollo:
Enea, non , non  per possa umana
o per umano avviso o per mia cura
questo avvenuto. Un dio, certo un gran dio
a gran cose ti serba. In questo mezzo
ei, gi di pugna desoso, entrambi
s'avea gli stinchi di dorata piastra,
il dorso di lorica, e la sinistra
di scudo armata. E gi l'asta squassando,
d'indugio impazente, in su la soglia
tanto sol de la tenda si ritenne,
che, s com'era di tutt'armi involto,
il caro Iulo caramente accolse,
e con le labbia a pena entro l'elmetto
baciollo, e disse: Figlio mio, da me
la sofferenza e la virtute impara;
la fortuna dagli altri. Io, quel che posso
or con questa mia destra ti difendo:
onor, grandezza e signoria t'acquisto
col sangue mio. Tu poi, quando maturi
fian gli anni tuoi, fa che d'Enea tuo padre
e d'Ettore tuo zio s ti rammenti,
che ti sian le fatiche e i gesti loro
a gloria ed a vertute esempi e sproni.
  Detto cos, fuor de le porte uscendo,
brand la lancia, e tutti in un drappello
ristrinse i suoi. Memmo ed Anto con esso,
e quanti altri del vallo erano in prima
lasciati a guardia, il vallo abbandonando,
dietro gli s'inviaro. Allor di polve
levossi un nembo, e d'ogn'intorno scossa
al calpitar de' pi trem la terra.
  Turno di sopra un argine mirando,
questa gente venir si vide incontro.
Viderla, e ne temero e ne tremaro
gli Ausoni tutti. Udinne il suon da lunge
Iuturna in prima, e per timore indietro
se ne ritrasse. Enea volando, al campo
spinse lo stuol, che polveroso e scuro
tal se n'and qual d'alto mare a terra
squarciato nembo, quando, ohim! che segno
e che spavento, e che ruina apporta
ai miseri coloni! e quanta strage
agli alberi, a le biade, a la vendemmia
se ne prepara! e qual se n'ode intanto
sonar procella, e venir vento a riva!
Cotal contro a' nemici il teucro duce
co' suoi, come in un gruppo insieme uniti,
entr ne la battaglia. Al primo incontro
Osiri, Archezio, Ufente ed Epulone
ne gir per terra. Acate e Memmo e Gia
e Timbro gli affrontaro, e ciascun d'essi
atterr 'l suo. Cadde Tolunnio appresso,
l'augure che primiero il dardo trasse
nel turbar de l'accordo. Al suo cadere
tutto in un tempo empiessi il ciel di grida,
la campagna di polve; e vlti in fuga
se ne giro i Latini. Enea sdegnando
e di seguire e d'incontrar qual fosse
pedone o cavalier, che o lunge o presso
di provocarlo e di ferirlo osasse,
sol di Turno cercando iva per entro
quella densa caligine, e 'l suo nome
solamente gridando, a la battaglia
lo disfidava. Imparita e mesta
di ci Iuturna, la virago ardita,
tosto di Turno al carro appropinquossi,
e gi Metisco, il suo fedele auriga,
subito trabocconne. Ed ella in vece
e 'n sembianza di lui, lui stesso al corpo,
a l'armi, a la favella, ad ogni moto
rassomigliando, in seggio vi si pose,
e ne prese le redini, e lo resse.
  Qual ne va negra rondine alando
per le case de' ricchi, allor che piume
e fuscelletti al cominciato nido
quinci e quindi rauna, o picciol'esca
a' suoi loquaci pargoletti adduce;
che sotto a' porticali e sopra l'acque,
e per gli atri volando e per le sale
or alto or basso si travolve e gira;
cotal Iuturna il campo attraversando
per ogni parte si spingea col carro
e co' destrieri infra i nemici a volo,
sovente a loco a loco il suo fratello
vincitor dimostrando, e non soffrendo
che punto dimorasse, o ch'a rincontro,
o pur vicino al gran Teucro ne gisse.
Enea da l'altro canto incontro a lui
volgendo, e rivolgendo, e fra le schiere
cos com'eran dissipate e sparse
indarno ricercandolo, il chiamava
ad alta voce. E mai gli occhi non torse
ov'ei si fusse, e dietro non gli mosse,
ch'ella co' suoi corsieri in pi diversa
e pi lontana parte non fuggisse.
Or che far, ch'ogni pensiero, ogni opra,
ogni disegno gli resce invano?
e i pensier son diversi? Ecco Messapo,
che per lo campo discorrendo intanto
d'improvviso l'incontra. E s com'era
d'una coppia di dardi a la leggiera
ne la sinistra armato, un ne gli trasse
dritto s che feria; se non ch'Enea
gli fece schermo, e rannicchiato e stretto
chinossi alquanto. E pur ne l'elmo il colse
e 'l cimier ne divelse. Irato surse;
e poich da' nemici attorneggiato
si vide, e che i cavalli eran di Turno
di gi spariti, a Giove, ai sacri altari
del volato accordo e de l'insidie
molto si protest: poscia tra loro
gittossi impetuoso, e strazio e strage
prosperamente, ovunque si rivolse,
ne fece a tutto corso; e senza freno
si diede a l'ira ed a la furia in preda.
  Or qual nume sar ch'a dir m'ati
le tante occisoni e s diverse
che di duci e di schiere e di falangi
fecer quel giorno, Enea da l'una parte,
Turno da l'altra? Ah, Giove, s crudele,
s sanguinosa guerra infra due genti
che saran poscia eternamente in pace?
  Enea Sucrone, un de' pi forti Ausoni
occise in prima, e primamente i Teucri
ferm, ch'eran da lui rivolti in fuga.
L'incontr, lo fer, senza dimora
morto a terra il gitt; ch'in un de' fianchi
con la spada lo colse, e ne le coste
e ne la vita stessa ne gl'immerse.
  Turno a pi dismontato, mico in terra,
che da cavallo era caduto, infisse:
e seco il frate suo Doro estinse.
L'un di lancia fer, l'altro di brando;
e d'ambi i capi dai lor tronchi avulsi,
s com'eran di polvere e di sangue
stillanti e lordi, per le chiome appesi
anzi al carro si pose. E via seguendo
quegli Talone e Tnai e Cetgo
tre feroci Latini ad un assalto
si stese avanti, e 'l mesto Onite appresso
figlio di Perida, gloria di Tebe.
E tre dal canto suo questi n'ancise
ch'eran fratelli de la Licia usciti
e de' campi d'Apollo; a cui per quarto
Menete aggiunse. Ah, come il fato indarno
si fugge! Infin d'Arcadia fu costui
qui condotto a morire. E 'n su la riva
era nato di Lerna, ove pescando,
da l'armi, da le corti e da' palagi
si tenea lunge; e solo il suo tugurio
avea per reggia, e per signore il padre,
povero agricoltor de' campi altrui.
  Come due fochi in due diverse parti
d'un secco bosco accesi, ardon sonando
le querce e i lauri; o due rapidi e gonfi
torrenti che nel mar dagli alti monti
precipitando, se ne va ciascuno
il suo cammino aprendo, e ci che truova
si caccia avanti e rumoreggia e spuma;
cos per la campagna, ambi fremendo,
le schiere sgominando, e questi e quelli
atterrando ne gian, da l'una parte
Enea, Turno da l'altra. Or s che d'ira,
or s che di furor si bolle e scoppia,
e con tutte le forze a ferir vassi;
ch l'esser vinto, e non la morte  morte.
E qui Murrano (un che superbo e gonfio,
del nome e de l'origine vantando
se ne gia degli antichi avi e bisavi
latini regi) fu d'un balzo a terra
da la furia d'Enea spinto e travolto;
s che di lui, del carro e de le ruote
fatto un viluppo, i suoi stessi cavalli,
il signore oblando, incrudelrsi,
e sotto al giogo e sotto ai calci accolto
l'infranser, lo pigir, lo strascinaro
e l'ancisero alfine. Ilo, che fiero
e minaccioso avanti gli si fece,
segu Turno a ferir di dardo, in guisa
che de l'elmetto la dorata piastra
e le tempie e 'l cerbro gli trafisse.
N tu, Crteo, di man di Turno uscisti,
perch de' pi robusti e de' pi forti
fosti de' Greci. N di man d'Enea
scampr Cupento i suoi numi invocati:
ch nel petto ferillo, e non gli valse
lo scudo che di bronzo era coverto.
E tu che contra a tante argive schiere
e contra al domator di Troia Achille,
Elo, non cadesti, in questi campi
fosti, qual gran colosso, a terra steso.
Ma che? Quest'era il fin de' giorni tuoi:
qui cader t'era dato. Appo Lirnesso
altamente nascesti: appo Laurento
umil sepolcro avesti. Eran gi tutti
quinci i Latini e quindi i Teucri a fronte,
e tra lor mescolati Asila e Memmo,
e Seresto e Messapo, e le falangi
degli Arcadi e de' Toschi, ognun per s,
e tutti insieme con estrema possa,
con estremo valor senza riposo
facean mortale e sanguinosa mischia.
  Qui nel pensiero al travagliato figlio
pose Ciprigna di voltar le schiere
subitamente a le nimiche mura,
e con quel nuovo, inopinato avviso
assalir, disturbare, e l'oste insieme
e la citt por de' Latini in forse.
E s come, di Turno investigando,
volgea le luci in questa parte e 'n quella,
vide Laurento che non tocco ancora
stava da tanta guerra immune e scevro.
E da l'occason subitamente
preso consiglio, a s Memmo, Seresto
e Sergesto chiamando, indi vicino
sovr'un colle si trasse, ove de' Teucri
a mano a man si raunr le schiere.
E s come raccolti, armati e stretti
s'eran gi fermi, in mezzo alto levossi
e cos disse: Udite, e senza indugio
fate quel ch'io dir. Giove  con noi.
E perch s repente io mi risolva
a questa impresa, non per di voi
alcun sia che men pronto vi si mostri.
Oggi o che re Latino al nostro impero
converra ch'obbedisca e freno accetti;
o che questa citt, seme e cagione
di questa guerra, e questo regno tutto
a foco, a ferro ed a ruina andranne.
E che deggio aspettar? Che non pi Turno
fugga, si come fa, la pugna mia?
E che vinto una volta, si contenti
di combattere un'altra? Il capo e 'l fine,
cittadin miei, di questa guerra  questo.
Via, col foco a le mura, e con le fiamme
ne vendichiam del volato accordo.
  Avea ci detto, quando ognuno a gara
e tutti insieme inanimati e stretti
di conio in guisa, qual intera massa,
appressr la citt. Vi furon preste
le scale e 'l foco. Altri assalr le porte,
e questi e quelli occisero e cacciaro,
come pria s'abbattero. Altri lanciando
oppugnr la muraglia; onde levossi
di terra un nembo che fece ombra al sole.
  Enea sotto le mura attorneggiato
da' primi suoi, la destra alto e la voce
levando, or con Latino or con gli di
si protestava, che due volte a l'armi
era forzato e che due volte il patto
gli si turbava. I cittadini intanto
facean tumulto. E chi volea che dentro
si chiamassero i Teucri e che le porte
fossero aperte, il re fin su le mura
a ci traendo;, e chi l'armi gridando
s'apprestava a difesa. Era a vederli
qual  di pecchie entro una cava rupe
accolto sciame allor che dal pastore
d'amaro fumo  la caverna offesa;
che trepide, confuse e d'ira accese,
per l'incerate fabbriche travolte,
discorrendo e ronzando se ne vanno:
al cui stridor l'affumigata grotta
mormora, e tetro odore a l'aura esala.
  In questo tempo un infortunio orrendo,
timor, confusone e duolo accrebbe
agli afflitti Latini, e pose in pianto
il popol tutto: e fu che la reina,
visto da lunge incontro a la cittade
venire i Teucri, e gi le faci e l'armi
volar per entro, e pi nulla sentendo
o vedendo de' Rutuli o di Turno,
onde ata o speranza le venisse,
si cred la meschina che gi l'oste
fosse sconfitto, e, 'l genero caduto,
ogni cosa in ruina. E presa e vinta
da sbito dolore, alto gridando:
Ah! ch'io la colpa, - disse - io la cagione,
io l'origine son di tanto male.
E dopo molto affliggersi e dolersi,
gi furosa e di morir disposta,
il petto aprissi, e la purpurea veste
si squarci, si percosse, e dell'infame
nodo il collo s'avvinse, e strangolossi.
  Udito il caso, la diletta figlia
i biondi crini e le rosate guance
prima si lacer, poscia la turba
v'accorse de le donne, e di tumulto,
di pianti, di stridori e d'ululati
la reggia tutta e la cittade empiessi.
Ognun si sgoment. Latino, afflitto
de la morte d'Amata e del periglio
del regno tutto, lanossi il manto,
bruttossi il bianco e venerabil crine
d'immonda polve; amaramente pianse
che per suocero dianzi e per amico
non si confeder col frigio duce.
  Turno, che in questo mezzo combattendo
rimaso era del campo in su l'estremo
incontro a pochi, e quelli anco dispersi,
gi scemo di vigore, e trasportato
da' suoi cavalli, che ritrosi e stanchi
ognor pi se n'andavano lontani,
in s confuso e dubbio se ne stava.
Quando ecco di Laurento ode le grida
con un terror che, non compreso ancora,
gli avea da quella parte il vento addotto.
Porse l'orecchie, e 'l mormorio sentendo
de la citt, che tuttavia pi chiaro
di tumulto sembrava e di travaglio:
Oh, - disse, - che sent'io? che novitate
e che rumore e che trambusto  questo
che di dentro mi fre?. E, quasi uscito
di s, mirando ed ascoltando stette.
Cui la sorella (come gi conversa
era in Metisco, e come i suoi cavalli
stava reggendo) si rivolse, e disse:
Di qua, Turno, di qua. Quinci la strada
ne s'apre a la vittoria. Altri a difesa
saran de la citt. Se d'altra parte
Enea de' tuoi fa strage, e tu da questa
distruggi i suoi, che mon men gloria aremo,
e pi sangue faremo. E Turno a lei:
O mia sorella! (che mia suora certo
sei tu) ben ti conobbi infin da l'ora
che turbasti l'accordo, e che poi meco
ne la battaglia entrasti. Or, bench dea,
indarno mi t'ascondi. E chi dal cielo
cos qua gi ti manda a soffrir meco
tante fatiche? A veder forse a morte
gir tuo fratello? E che, misero! deggio
far altro mai? qual mi si mostra altronde
o salute o speranza? Io stesso ho visto
con gli occhi miei, lo mio nome chiamando,
cadere il gran Murrano. E chi mi resta
di lui pi fido e pi caro compagno?
E 'l magnanimo Ufente anco  perito,
credo, per non veder le mie vergogne:
e 'l corpo e le armi sue, lasso! in potere
son de' nemici. E soffrir (ch questo
sol ci mancava) di vedermi avanti
aprir le mura, e ruinare i tetti
de la nostra citt? N fia che Drance
menta de la mia fuga? E fia che Turno
volga le spalle, e quella terra il vegga?
S gran male  morire? inferni dii,
accoglietemi voi, poich i superni
mi sono infesti. A voi di questa colpa
scender spirto intemerato e santo,
e non sar de' miei grand'avi indegno.
  Ci disse a pena; ed ecco a tutta briglia
venir per mezzo a le nemiche schiere
un cavalier che Sage era nomato.
Di spuma e di sudore il suo cavallo,
e di sangue era sparso. In volto infissa
portava una saetta, e con gran furia
Turno chiamando e ricercando andava.
  Poscia che 'l vide: In te, - disse, -  riposta
ogni speranza: abbi piet de' tuoi.
Enea va come un folgore atterrando
tutto ci che davanti gli si para;
e le mura e le torri e 'l regno tutto
di ruinar minaccia; e gi le faci
volano ai tetti. A te gli occhi rivolti
son de' Latini. E gi Latino stesso
vacilla, e fra due stassi a qual di voi
s'attenga, e di cui suocero s'appelli.
La regina che solo era sostegno
de la tua parte, di sua propria mano,
per timore e per odio de la vita,
s' strangolata. Solamente Atina
e Messapo a difesa de le porte
fan testa; ma gli vanno i Teucri a schiere
con tant'aste a rincontro e tante spade
serrati insieme, quante a pena in campo
non son le biade. E tu per questa vta
e deserta campagna il carro indarno
spingendo e volteggiando te ne stai?
  Turno da tante orribili novelle
sopraggiunto in un tempo e spaventato,
si smag, s'ammut, col viso a terra
chinossi. Amor, vergogna, insania e lutto
e dolore e furore e coscenza
del suo stesso valore accolti in uno,
gli arsero il core e gli avvamparo il volto.
  Ma poscia che gli fu la nebbia e l'ombra
de la mente sparita, e che la luce
gli si scopr de la ragione in parte:
cos com'era ancor turbato e fero,
di sopra al carro a la citt rivolse
l'ardente vista. Ed ecco in su le mura
vede che una gran fiamma al cielo ondeggia,
gli assiti, i ponti e le bertesche ardendo
d'una torre ch'a guardia era da lui
de la muraglia in su le ruote eretta.
E disse: Gi, sorella, gi son vinto
dal mio destino. A che pi m'attraversi?
Via, dove la fortuna e dio ne chiama!
Fermo son di venir col Teucro a l'armi,
e soffrir de la pugna e de la morte
ogni acerbezza, anzi che tu mi vegga
de la gloria de' miei, sorella, indegno.
Or al fato mi lascia e sostien ch'io
disfoghi infurando il mio furore.
  Cos dicendo, fuor del carro a terra
gittossi incontinente, e la sirocchia
lasciando afflitta, via per mezzo a l'armi
e per mezzo a' nemici a correr diessi.
  Qual di cima d'un monte in precipizio
rotolando si volge un sasso alpestro,
che dal vento o dagli anni o da la pioggia
divelto, per le piagge a scosse, a balzi
vada senza ritegno, e de le selve
e degli armenti e de' pastori insieme
meni guasto, ruina e strage avanti;
tal per l'opposte e sbaragliate schiere
se ne gia Turno. E giunto ove in cospetto
de la citt di molto sangue il campo
era gi sparso, e pien di dardi il cielo,
alz la mano, e con gran voce disse:
  State, Rutuli, a dietro; e voi, Latini,
toglietevi da l'armi. Ogni fortuna,
qual ch'ella sia di questa pugna,  mia.
A me la colpa, a me si dee la pena
del volato accordo: a me per tutti
pugnar debitamente si conviene.
  A questo dir di mezzo ognun si tolse,
ognun si ritir. Di Turno il nome
Enea sentendo, il cominciato assalto
dismise e da le mura e da le torri
e da tutte l'imprese si ritrasse.
Per letizia esult, terribilmente
frem, si rassett, si vibr tutto
nell'armi, e 'n s medesmo si raccolse;
quanto il grand'Ato, o 'l grand'Erice a l'aura
non sorge a pena, o 'l gran padre Appennino,
allor che d'elci la fronzuta chioma
per vento gli si crolla, e che di neve
gioioso alteramente s'incappella.
I Rutuli, i Latini, i Teucri, e tutti
o ch'a la guardia o ch'a l'offesa in prima
fosser de la muraglia, ognuno a gara
l'armi deposte, a rimirar si diro.
Latino esso re stesso spettatore
ne fu con meraviglia, ch'anzi a lui
altri due re s grandi, e di due parti
del mondo s diverse e s remote,
fosser de l'armi al paragon venuti.
  Eglino, poich largo e sgombro il campo
ebber davanti, non si fur da lunge
veduti a pena, che correndo entrambi
mosser l'un contra l'altro. I dardi in prima
s'avventr di lontano, indi s'urtaro;
e 'l tonar degli scudi e 'l suon degli elmi
fe' la terra tremare, e l'aura ai colpi
fischi de' brandi. La fortuna insieme
si mischi col valore. In cotal guisa
sopra al gran Sila o del Taburno in cima,
d'amore accesi, con le fronti avverse
van due tori animosi a riscontrarsi;
che pavidi in disparte se ne stanno
i lor maestri, s'ammutisce e guarda
la torma tutta, e le giovenche intanto
stan dubbie a cui di lor marito e donno
sia de l'armento a divenir concesso:
ed essi urtando, con le corna intanto
si dan ferite, che le spalle e i fianchi
ne grondan sangue, e ne rimugghia il bosco;
tal del troiano e dell'ausonio duce
era la pugna e tal de le percosse
e degli scudi il suono. A questo assalto
il gran Giove nel ciel librate e pari
tenne le sue bilance, e d'ambi il fato,
contrapesando, attese a qual di loro
desse la sua fatica e 'l suo valore
de la vittoria o de la morte il crollo.
  Qui Turno a tempo, che sicuro e destro
gli parve, alto levossi, e con la spada
di tutta forza a l'avversario trasse,
e ne l'elmo il fer. Gridaro i Teucri,
trepidaro i Latini, e sgomentrsi
tutte d'ambi gli eserciti le schiere.
Ma la perfida spada in mezzo al colpo
si ruppe, e 'n sul fervore abbandonollo,
s che la fuga in sua vece gli valse:
ch'a fuggir diessi, tosto che la destra
disarmata si vide, e che da l'else
l'arme conobbe che la sua non era.
   fama che da l'impeto accecato,
allor che prima a la battaglia uscendo
giunse Turno i cavalli e 'l carro ascese,
per la confusone e per la fretta
lasciato il patrio brando, a quel di piglio
di per disavventura, che davanti
gli s'abbatt del suo Metisco in prima.
E questo, fin che dissipati e rotti
n'andaro i Teucri, assai fedele e saldo
lungamente gli resse. Ma venuto
con l'armi di Vulcano a paragone
(come quel che di mano era costrutto
di mortal fabbro) mal temprato e frale,
qual di ghiaccio, si franse e ne la sabbia
ne rifulsero i pezzi. E cos Turno
fuggendo, or quinci or quindi per lo campo,
qual forsennato, indarno s'aggirava,
d'ogni parte rinchiuso; che da l'una
lo serravano i Frigi e la palude,
e 'l fosso e la muraglia era da l'altra,
e non men ch'ei fuggisse, il teucro duce
(come che da la piaga ancor tardato
fosse de la saetta, e le ginocchia
si sentisse ancor fiacche) il seguitava.
L'ardente voglia, e la speranza eguale
a la tma di lui, s lo spingea,
che gi gi gli era sopra, e gi 'l feria.
Cos cervo fugace o da le ripe
chiuso d'un alto fiume, o circondato
da le vermiglie abbominate penne,
se da veltro  cacciato o da molosso
che correndo e latrando lo persegua,
di qua di lui, di l del precipizio
temendo e degli strali e degli agguati,
fugge, rifugge, si travolge e torna
per mille vie; n dal feroce alano
 per meno atteso e men seguto,
che mai non l'abbandona; e gi gli  presso
a bocca aperta, e gi par che l'aggiunga,
e 'l prenda e 'l tenga, e come se 'l tenesse,
schiattisce, e 'l vento morde, e i denti inciocca.
  Allor le grida alzrsi, a cui le rupi
de' monti e i laghi intorno rispondendo,
l'aria e 'l ciel tutto di tumulto empiero.
Mentre cos fuggia Turno, gridando
e rampognando i suoi, del proprio nome
ciascun chiamava, e 'l suo brando chiedea.
  Enea da l'altra parte, minacciando
a tutti unitamente ed a qualunque
di sovvenirlo e d'appressarlo osasse,
che faria delle genti occisone
senza piet, ch'a sacco, a ferro, a foco
metteria la cittade e 'l regno tutto,
s com'era ferito, il seguitava.
  Cinque volte girando il campo tutto,
e cinque rigirando, e molte e molte
di qua di l correndo, imperversaro;
ch non per gioco, non per lieve acquisto
d'onor, ma per l'imperio, per lo sangue,
per la vita di Turno era il contrasto.
Per sorte in questo loco anticamente
era a Fauno sacrato un oleastro
d'amare foglie, venerabil legno
a' naviganti che dal mare usciti
a salvamento, al tronco, ai rami suoi
lasciavano i lor vti e le lor vesti
a questo dio de' Larenti appese.
Non ebbero i Troiani a questo sacro
pi ch'agli altri profani arbori o sterpi
alcun riguardo; onde con gli altri tutti
lo distirpr, perch netto e spedito
restasse il campo al marzale incontro.
  De l'oleastro in loco era caduta
l'asta d'Enea: qui l'impeto la trasse;
qui si tenea tra le sue barbe infissa.
E qui per ricovrarla il teucro duce
chinossi, e per far pruova se con essa
lanciando lo fermasse almen da lunge,
poi ch'appressar correndo nol potea.
  Allor per tma in s Turno confuso:
Abbi, Fauno, di me cura e pietate, -
disse, pregando, - e tu, benigna terra,
sii del suo ferro a mio scampo tenace,
se i vostri sacrifici e i vostri onori
io mai sempre curai, che pur da' Frigi
son cos vilipesi e profanati.
  Ci disse, e non fu 'l detto e 'l vto in vano:
ch'Enea molta fatica e molto indugio
mise intorno al suo tlo, n con forza,
n con industria alcuna ebbe possanza
mai di sferrarlo. Or mentre vi s'affanna
e vi studia e vi suda, ecco Iuturna
un'altra volta ne lo stesso auriga
mutata gli si mostra, e la sua spada
al fratello appresenta. E d'altra parte
Venere, disdegnando che la ninfa
cotanto osasse, incontinente anch'ella
accorse al figlio, e l'asta gli divelse.
Cos d'arme, di speme e d'ardimento
ambidue rinforzati, e l'un del brando,
l'altro de l'asta altero, un'altra volta
a vittoria anelando s'azzuffaro.
Stava Giuno a mirar questa battaglia
sovr'un nembo dorato, allor che Giove
cos le disse: E che faremo alfine,
donna? E che far ci resta? Io so che sai,
e tu l'affermi, che da' fati Enea
si deve al cielo, e che tra noi s'aspetta.
Ch'agogni pi? Che macchini, e che speri?
A che tra queste nubi or ti ravvolgi?
Convenevol ti sembra e degna cosa
che mortal ferro a volar presuma
un che fia Divo? E ti par degno e giusto
ch'a Turno in man la spada si riponga
quando egli stesso la si tolse e ruppe?
E l'avria senza te Iuturna osato,
non che potuto, a crescer forza ai vinti?
Togliti gi da questa impresa omai,
togliti; e me, che te ne prego, ascolta:
n soffrir che 'l dolor, ch'entro ti rode,
cangiando il dolce tuo sereno aspetto,
s ti conturbi, e s spesso cagione
mi sia d'amaritudine e di noia.
Quest' l'ultima fine. Assai per mare,
assai per terra hai tu fin qui potuto
a vessare i Troiani, a muover guerra
cos nefanda, a scompigliar la casa
del re Latino, e 'ntorbidar le nozze,
s come hai fatto. Or pi tentar non lece;
ed io tel vieto. E qui Giove si tacque.
  Abbass 'l volto, ed umilmente a lui
cos Giuno rispose: Io, perch noto
m', signor mio, questo tuo gran volere,
ancor contra mia voglia abbandonata
ho l'ata di Turno, e qui da terra
mi son levata. Che se ci non fosse,
me cos solitaria non vedresti,
com'or mi vedi, in queste nubi ascosa,
e disposta a soffrir tutto ch'io soffro
degno e non degno; ma di fiamme cinta
mi rimescolerei per la battaglia
a danno de' Troiani. Io, solo in questo,
tel confesso, a Iuturna ho persaso
ch'al suo misero frate in s grand'uopo
non manchi di soccorso, e ch'ogni cosa
tenti per la salute e per lo scampo
de la sua vita. E non per le dissi
giammai che l'arco e le saette oprasse
incontr'Enea. Tel giuro per la fonte
di Stige, quel ch'a noi celesti numi
solo  nume implacabile e tremendo.
Ora per obbedirti e perch stanca
di questa guerra e fastidita io sono,
cedo e pi non contendo. E sol di questo
desio che mi compiaccia (e questo al fato
non  soggetto), che per mio contento,
per onor de' Latini, per grandezza
e maest de' tuoi, quando la pace,
l'accordo e 'l maritaggio fia conchiuso
(che sia felicemente), il nome antico
di Lazio e de le sue native genti,
l'abito e la favella non si mute:
n mai Teucri si chiamino e Troiani.
Sempre Lazio sia Lazio, e sempre Albani
sian d'Alba i regi, e la romana stirpe
d'italica virt possente e chiara.
Poich Troia per, lascia che pra
anco il suo nome. A ci Giove sorrise,
e cos le rispose: Ah! sei pur nata
ancor tu di Saturno, e mia sorella,
e consenti che l'ira e l'acerbezza
cos ti vinca? Or, come follemente
la concepisti, il cor te ne disgombra
omai del tutto. E tutto io ti concedo
che tu domandi, e vinto mi ti rendo.
La favella, il costume e 'l nome loro
ritengansi gli Ausoni, e solo i corpi
abbian con essi i Teucri uniti e misti.
D'ambedue questi popoli i costumi,
i riti, i sacrifici in uno accolti,
una gente far ch'ad una voce
Latini si diranno. E quei che d'ambi
nasceran poi, sovr'a l'umana gente,
si vedran di possanza e di pietade
girne a' celesti eguali; e non mai tanto
sarai tu clta e riverita altrove.
  Di ci Giuno appagossi, e lieta e mite
gi verso i Teucri, al ciel fece ritorno.
Giove poscia Iuturna da l'ata
distor pens di suo fratello, e 'l fece
in questa guisa. Due le psti sono,
che son Dire chiamate, al mondo uscite
con Megera ad un parto, a lei sorelle,
figlie a la Notte, e di Cocito alunne,
che d'aspi han parimente irte le chiome,
e di ventose bucce i dorsi alati.
Queste di Giove al tribunale intorno,
e de la sua gran reggia anzi la soglia
si presentano allor che pena e psti
e morti a noi mortali, e guerre a' luoghi
che ne son meritevoli apparecchia.
Una di loro a terra immantinente
spinse il padre celeste, onde Iuturna
de la fraterna morte augurio avesse.
  Mosse la Dira, e di tempesta in guisa
ch'impetosamente trascorresse,
vol come saetta che da Parto,
e da Cidone avvelenata uscisse,
e, non vista, ronzando e l'ombre aprendo,
ferita immedicabile portasse.
Giunta l 've di Turno e de' Troiani
vide le schiere, in forma si ristrinse
subitamente di minore augello,
ed in quel si cangi che da' sepolcri
e dagli antichi e solitari alberghi
funesto canta, e sol di notte vola.
  Tal divenuta, a Turno s'appresenta,
gli ulula, gli svolazza, gli s'aggira
molte volte d'intorno; e fin con l'ali
lo scudo gli percuote, e gli fa vento.
  Stup, si raggricci, muto divenne
Turno per la paura. E la sorella,
tosto che lo stridor sentinne e l'ali,
le chiome si stracci, graffiossi il volto,
e con le pugna il petto si percosse:
Or che - dicendo - omai, Turno, pi puote
per te la tua germana? E che pi resta
a far per lo tuo scampo, o per l'indugio
de la tua morte? E come a cotal mostro
oppor mi posso io pi? Gi gi mi tolgo
di qui lontano. A che pi spaventarmi?
Assai di tma, sventurato augello,
nel tuo venir mi dsti. E ben conosco
a i segni del tuo canto e del tuo volo
quel che m'apporti. E non punto m'inganna
il severo precetto del Tonante.
E perch vita mi concesse eterna?
Perch 'l morir mi tolse? Acci morendo
non finisse il mio duolo? Acci compagna
gir non potessi al misero fratello?
Immortal io? Che valmi? E che mi puote
ne l'immortalit parer soave
senza il mio Turno? Or qual mi s'apre terra
che seco mi riceva e mi rinchiugga
tra l'ombre inferne; e non pi ninfa e dea
ma sia mortale e morta? E cos detto,
grama e dolente, di ceruleo ammanto
il capo si coverse. Indi correndo
nel suo fiume gittossi, ove s'immerse
infino al fondo, e ne mand gemendo
in vece di sospir gorgogli a l'aura.
  Intanto il suo gran tlo Enea vibrando
col nimico s'azzuffa, e fieramente
lo rampogna, e gli dice: Or qual pi, Turno,
farai tu mora, o sotterfugio, o schermo?
Con l'armi, con le man, Turno, e da presso,
non co' pi si combatte e di lontano.
Ma fuggi pur, dileguati, trasmutati,
unisci le tue forze e 'l tuo valore,
vola per l'aria, appiattati sotterra,
quanto puoi t'argomenta e quanto sai,
che pur giunto vi sei. Turno, squassando
il capo: Ah! - gli rispose - che per fiero
che mi ti mostri, io de la tua fierezza,
orgoglioso campion, punto non temo,
n di te: degli di temo, e di Giove,
che nimici mi sono e meco irati.
  Nulla pi disse; ma rivolto, appresso
si vide un sasso, un sasso antico e grande
ch'ivi a sorte per limite era posto
a spartir campi e tr lite a' vicini.
Era s smisurato e di tal peso,
che dodici di quei ch'oggi produce
il secol nostro, e de' pi forti ancora,
non l'avrebbon di terra alzato a pena.
Turno diegli di piglio, e con esso alto
correndo se ne gia verso il nimico,
senza veder n come indi il togliesse,
n come lo levasse, n se gisse,
n se corresse. Disnervate e fiacche
gli vacillr le gambe, e freddo e stretto
gli si fe' 'l sangue. Il sasso and per l'aura
s che 'l colpo non giunse, e non percosse.
  Come di notte, allor che 'l sonno chiude
i languid'occhi a l'affannata gente,
ne sembra alcuna volta essere al corso
ardenti in prima, e poi freddi in su 'l mezzo,
manchiam di lena s ch'i pi, la lingua,
la voce, ogni potenza ne si toglie
quasi in un tempo: cos Turno invano
tutte del suo valor le forze oprava
da la Dira impedito. Allora in dubbio
fu di se stesso, e molti per la mente
gli andaro e vari e torbidi pensieri.
Torse gli occhi a' suoi Rutuli, e le mura
mir de la citt: poscia sospeso
fermossi, e pauroso; sopra il tlo
vistosi del gran Teucro, orror ne prese,
non pi sapendo o dove per suo scampo
si ricovrasse, o quel che per suo schermo,
o per l'offesa del nimico oprasse.
  Mentre cos confuso e forsennato
si sta, la fatal asta Enea vibrando,
apposta ove colpisca, e con la forza
del corpo tutto gli l'avventa e fre.
Macchina con tant'impeto non pinse
mai sasso, e mai non fu squarciata nube
che s tonasse. And di turbo in guisa
stridendo, e con la morte in su la punta
furosa pass di sette doppi
lo rinforzato scudo; e la corazza
aprendo, ne la coscia gli s'infisse.
Di del ginocchio a questo colpo in terra
Turno ferito. I Rutuli gridaro:
e tal surse fra lor tumulto e pianto,
che 'l monte tutto e le foreste intorno
ne rintonaro. Allor gli occhi e la destra
alzando in atto umilmente rimesso,
e supplicante: Io - disse - ho meritato
questa fortuna; e tu segui la tua;
ch n vita, n vnia ti dimando.
Ma se piet de' padri il cor ti tange
(ch ancor tu padre avesti, e padre sei),
del mio vecchio parente or ti sovvenga.
E se morto mi vuoi, morto ch'io sia,
rendi il mio corpo a' miei. Tu vincitore,
ed io son vinto. E gi gli Ausoni tutti
mi ti veggiono a' pi, che supplicando
merc ti chieggio. E gi Lavinia  tua;
a che pi contra un morto odio e tenzone?
  Enea ferocemente altero e torvo
stette ne l'arme, e vlti gli occhi a torno,
fren la destra; e con l'indugio ognora
pi mite, al suo pregar si raddolciva;
quando di cima all'omero il fermaglio
del cinto infortunato di Pallante
negli occhi gli rifulse. E ben conobbe
a le note sue bolle esser quel desso,
di che Turno quel d l'avea spogliato,
che gli di morte; e che per vanto poscia
come nimica e glorosa spoglia
lo port sempre al petto attraversato.
Tosto che 'l vide, amara rimembranza
gli fu di quel ch'ei n'ebbe affanno e doglia;
e d'ira e di furore il petto acceso,
e terribile il volto: Ah! - disse - adunque
tu de le spoglie d'un mio tanto amico
adorno, oggi di man presumi uscirmi,
s che non muoia? Muori; e questo colpo
ti d Pallante, e da Pallante il prendi.
A lui, per mia vendetta e per sua vittima,
te, la tua pena, e 'l tuo sangue consacro.
E, ci dicendo, il petto gli trafisse.
Allor da mortal gelo il corpo appreso
abbandonossi; e l'anima di vita
sdegnosamente sospirando uscio.




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