Arthur Conan Doyle
SHERLOCK HOLMES
IL SUO ULTIMO SALUTO
(Titolo dell'opera originale: His Last Bow - 1917)
La signora Hudson, la povera padrona di casa di Sherlock Holmes, era una creatura dotata di infinita pazienza. Non soltanto il suo appartamento del primo piano era invaso a tutte le ore da gente d'ogni specie, dall'aspetto singolare e spesso poco convincente, ma il suo straordinario inquilino mostrava una tale eccentricità e irregolarità di vita da mettere a dura prova la sua longanimità.
Il suo disordine incredibile, la sua passione per la musica nelle ore più inconsuete, le sue esercitazioni di tiro a segno tra quattro mura, i suoi strampalati e spesso maleodoranti esperimenti scientifici e l'atmosfera di violenza e di pericolo che regnava intorno a lui, facevano di Sherlock Holmes il peggior inquilino di tutta Londra. D'altro canto però pagava come un principe, e sono sicuro che l'intero stabile avrebbe potuto essere acquistato, in cambio del prezzo versato da Holmes per le poche stanze da lui occupate durante gli anni che rimasi con lui.
La povera signora Hudson aveva un sacro terrore del mio amico, e non osava mai rimproverarlo, per strampalato che fosse il suo modo d'agire. Del resto gli era affezionata giacché Holmes usava con le donne una gentilezza e una cortesia non comune. Disamava il sesso opposto e ne diffidava, ma fu sempre un avversario cavalleresco.
Sapendo quanto fossero genuine le attenzioni della brava donna nei suoi confronti, ascoltai avidamente il racconto che venne a riferirmi a casa mia, durante il secondo anno della mia vita di uomo ammogliato, e in cui mi narrò del triste stato in cui il mio povero amico s'era ridotto.
"Sta morendo, dottor Watson" mi disse. "Sono già tre giorni che peggiora, e dubito che possa arrivare fino a sera. Ma non vuole che vada a chiamargli un medico. Stamattina, quando gli ho visto le ossa saltar fuori dalla faccia, e quei suoi grandi occhi lustri che mi guardavano, non ho più potuto resistere. - Col suo permesso o senza, signor Holmes, vado a chiamare immediatamente un dottore - gli ho detto. - Se proprio ci tiene, chiami Watson - mi ha risposto. Se io fossi in lei, dottore, non tarderei un'ora di più se vuole ancora trovarlo in vita".
Quella notizia mi inorridì, dato che non sapevo assolutamente nulla della sua malattia. E' inutile dire che mi precipitai a prendere cappotto e cappello, e mentre ci avviavamo insieme in carrozza chiesi alla brava signora Hudson ulteriori particolari.
"Non posso dirle gran che, dottore. Si occupava di un caso giù a Rotherhithe, in un vicolo vicino al fiume, e laggiù si è beccato questa malattia. Si è messo a letto mercoledì pomeriggio e da allora non si è più mosso. Da tre giorni non inghiotte né cibo né bevanda".
"Santo Dio! Ma perché non ha mandato a chiamare un dottore?".
"Non me l'ha permesso. Sa com'è autoritario! Io non ho osato disobbedirgli. Ma ormai ha poco da vivere; del resto lo capirà da sé non appena lo vedrà".
Holmes offriva davvero uno spettacolo miserevole. Nella luce incerta di una nebbiosa giornata di novembre, la stanza dell'ammalato era un luogo di tenebre, ma fu soprattutto quella faccia scarna, distrutta, che mi fissava dal letto, a darmi una stretta e un brivido al cuore. I suoi occhi luccicavano di febbre, aveva gli zigomi invermigliati di un rossore malaticcio e le labbra ricoperte di croste nerastre; le mani esangui posate sulla coperta si contorcevano incessantemente, la sua voce aveva un suono gracchiante ed era costantemente interrotta da singulti spasmodici. Quando entrai giaceva inerte nel letto, ma la mia vista portò nei suoi occhi un barlume di lucidità.
"Caro Watson, a quanto pare per me va molto male", disse con un fil di voce ma con una traccia ancora del suo antico accento scanzonato. "Mio carissimo", esclamai avvicinandomi a lui.
"Indietro, si tiri indietro!" esclamò con quell'imperiosità brusca che era sempre associata in lui ai momenti di crisi. "Se lei mi viene vicino, Watson, sarò costretto a farla buttare fuori di casa".
"Ma perché?".
"Perché voglio così; non le basta questo?" Sì, la signora Hudson aveva ragione. Era più autoritario che mai, ma faceva ugualmente pietà vederlo in quello stato.
"Io volevo semplicemente aiutarla" mormorai.
"Appunto! Lei potrà aiutarmi se farà esattamente quello che le dirò".
"Certamente, Holmes".
La sua imperiosità di modi si placò alquanto.
"Non è in collera, vero?" mi domandò, ansando in cerca di fiato.
Poveretto, come potevo essere in collera vedendolo così ridotto?
"E' per il suo bene, Watson" gracchiò.
"Per il mio bene?" "So quello che ho. E' il cosiddetto morbo dei coolie di Sumatra...
Una malattia di cui gli olandesi si intendono assai più di noi, benché sino a oggi siano riusciti a capirne ben poco. Una sola cosa comunque è certa: che è infallibilmente mortale, e orribilmente contagiosa".
Parlava ora con energia febbrile, mentre le sue lunghe mani si agitavano e si torcevano nel gesto di allontanarmi.
"La si prende col semplice contatto, Watson... proprio così, col semplice contatto. Stia alla larga e tutto andrà bene".
"Gran Dio, Holmes! E lei crede che una simile considerazione possa influenzarmi sia pure per un istante? Non ci penserei su due volte neppure se si trattasse di un estraneo, e lei ritiene di potermi impedire di compiere il mio dovere verso un vecchio amico come lei?" Feci nuovamente per avvicinarmi ma egli mi respinse con uno sguardo carico di collera furiosa.
"Se si fermerà lì dov'è parlerò. In caso contrario dovrà lasciare questa stanza".
Io ho un rispetto così profondo per le doti straordinarie di Holmes che ho sempre aderito ai suoi desideri, anche quando li comprendevo meno. Ma in quel momento tutti i miei istinti professionali erano risvegliati. Facesse pure il padrone altrove, ma al capezzale d'un malato le redini le dovevo tenere io!
"Holmes" dissi, "lei non è in sé. Un infermo è come un bambino, e io la tratterò come tale. Che le piaccia o no esaminerò i suoi sintomi e la curerò".
Per tutta risposta mi lanciò un'occhiata carica di veleno.
"Se dovrò avere un medico per forza mi conceda almeno che sia qualcuno in cui ho fiducia", mi disse.
"Come! Non si fida di me?" "Della sua amicizia, certamente; ma i fatti sono fatti, Watson, e dopotutto lei non è che un medico generico con un'esperienza molto limitata e qualità mediocri. E' doloroso dover dire queste cose, ma lei non mi concede altra scelta".
Mi sentii terribilmente offeso.
"Un'osservazione simile sul mio conto è indegna di lei, Holmes.
Essa rivela chiaramente lo stato dei suoi nervi. Se però non ha fiducia in me non insisterò per offrirle i miei servigi, ma mi permetta almeno di portarle sir Jasper Meek oppure Penrose Fisher, o un altro qualsiasi dei nostri più illustri luminari londinesi.
Ma qualcosa deve essere fatto. Su questo non c'è dubbio. Se lei crede che io ho intenzione di restarmene qui a vederla morire senza permettermi di aiutarla o senza permettermi di portarle qualche medico competente, si è sbagliato di grosso".
"Lo so che lei è pieno di buone intenzioni, Watson", disse il malato con un accento che era tra il singhiozzo e il gemito.
"Vuole che le dimostri la sua ignoranza? Che ne sa lei, per favore, della febbre di Tapanuli? Che nozioni ha intorno alla putrefazione nera di Formosa?" "Non le ho mai intese nominare".
"Ci sono molte malattie ignote, molti problemi patologici sconosciuti, in Oriente, Watson". A ogni frase s'interrompeva per raccogliere quel poco di forze che gli restavano. "Quante cose ho appreso durante alcune recenti ricerche, e che hanno un aspetto medico-criminale. E' stato appunto nel corso di tali ricerche che ho contratto questa infezione. Lei non può farci nulla".
"Probabilmente no; ma so per caso che il dottor Ainstree, la più grande autorità vivente in fatto di malattie tropicali, si trova attualmente a Londra. Ogni rimostranza è inutile, Holmes. Vado da lui". E mi mossi risolutamente verso la porta.
Mai in vita mia avevo provato un'emozione simile! In un attimo, con un balzo felino, il morente m'aveva preceduto. Udii un brusco giro di chiave. Un attimo dopo si era riaccasciato nel suo letto, esausto e ansimante in seguito a un così forsennato scoppio di energia.
"Lei non mi prenderà questa chiave neppure con la forza, Watson.
Ormai è in mio potere, amico mio. Qui c'è e qui resterà fino a mio ordine. Ma la capisco". (Tutto questo era detto a sbalzi, con accenti interrotti, tra un terribile sforzo e l'altro per prendere fiato). "Lo so che lei ha a cuore soltanto il mio bene. Si capisce che lo so. Lei farà poi come vuole, ma mi dia il tempo di recuperare le forze. Non adesso, Watson, non adesso. Adesso sono le quattro. Alle sei potrà andare".
"Ma questa è pazzia, Holmes".
"Mancano solo due ore, Watson. Le prometto che alle sei la lascerò andare. Non è contento di aspettare?".
"A quanto pare non ho altra scelta".
"Proprio così, Watson. Grazie. Ma non occorre che lei mi aiuti ad accomodare le coperte. E la prego di tenersi a distanza. E adesso, Watson, devo imporle un'altra condizione. Lei cercherà sì aiuto, ma non dall'uomo di cui ha parlato, bensì da quello che vorrò io".
"Va bene".
"Sono le due prime parole sensate che ha pronunciato da quando è entrato in questa stanza, Watson. Troverà dei libri laggiù. Mi sento alquanto esausto: mi chiedo che cosa deve provare una batteria costretta a riversare elettricità in un elemento cattivo conduttore. Alle sei, Watson, riprenderemo la nostra conversazione".
Questa era però destinata a essere ripresa molto prima dell'ora da lui stabilita, e in circostanze che mi procurarono un'emozione quasi altrettanto forte quanto quella causatami dal suo balzo verso la porta. Ero rimasto per alcuni minuti a osservare la silenziosa figura chinato nel letto. Aveva il viso quasi interamente coperto dalle lenzuola, sembrava che dormisse... A un tratto, incapace di mettermi tranquillamente a leggere, presi a girare lentamente per la stanza, esaminando i ritratti di criminali famosi di cui le pareti erano adorne. Infine, nel mio girovagare senza scopo, mi avvicinai alla mensola del camino. Vi erano sparsi sopra alla rinfusa pipe, sacchetti di tabacco, siringhe, temperini, cartucce di rivoltella, e altri oggetti disparati. Tra questi c'era una scatoletta di avorio bianco e nero munita di un coperchio scorrevole. Era una cosetta graziosa, e già avevo allungato la mano per esaminarla più da vicino, quando...
Che urlo spaventoso lanciò... un urlo che certamente dovettero udire anche giù in strada. A quello strido orrendo la pelle mi si accapponò e i capelli mi si rizzarono sul capo. Voltandomi colsi la visione fuggevole di un viso convulso e di due occhi forsennati. Rimasi paralizzato, con la scatoletta in mano.
"La metta giù! Giù, subito, Watson... immediatamente, dico!" La sua testa riaffondò nel guanciale ed egli emise un profondo sospiro di sollievo appena vide che rimettevo la scatola sulla mensola. "Non posso soffrire che si tocchi la mia roba, Watson. Lo sa che è una cosa che non sopporto. Lei mi esaspera al di là d'ogni sopportazione, lei, medico... è più che sufficiente per portare al manicomio un povero malato. Si sieda, la supplico, e mi lasci riposare in pace!".
Quell'incidente lasciò in me un'impressione sgradevolissima.
Un'eccitazione così violenta e futile, accompagnata da tanta brutalità di parola, così lontana dalla sua dolcezza naturale, mi rivelava quanto era profonda la disorganizzazione della sua mente.
Di tutte le rovine quella di un nobile cervello è la più dolorosa.
Rimasi seduto in profondo abbattimento sinché non giunse il momento fissato. Si sarebbe detto che fosse rimasto a osservare l'orologio al pari di me, poiché non erano quasi neppure scoccate le sei che incominciò a discorrere con la stessa febbrile animazione di prima.
"Su, Watson", mi disse. "Ha degli spiccioli in tasca?" "Sì".
"Spiccioli d'argento?".
"Abbastanza".
"Quante mezze corone?".
"Cinque".
"Ah, troppo poche! Troppo poche! Che sfortuna, Watson! Comunque per poche che siano sarà meglio che se le metta nel taschino del panciotto e il resto degli altri soldi nella tasca sinistra dei pantaloni. Bravo! Sarà molto più equilibrato, così!".
Questo era veramente delirio furioso. A un tratto rabbrividì e di nuovo gli uscì dalla strozza quel suono misto tra la tosse e il singhiozzo.
"Ora accenderà il gas, Watson, ma starà bene attento a non alzarlo a più di metà, sia pure per un istante. La supplico di essere prudente. Grazie, così va benissimo. No, non ha bisogno di abbassare le persiane. E adesso avrà la cortesia di mettermi qui su questo tavolo, a portata di mano, alcune lettere e delle carte.
Grazie. Mi dia un po' di quella roba che sta sulla mensola.
Benissimo, Watson! Troverà laggiù una molletta per lo zucchero.
Sollevi piano piano, con l'aiuto di questa, il coperchio di quella scatoletta d'avorio. La metta lì tra le carte. Bene ! Adesso può andare a prendere al numero tredici di Lower Burke Street il signor Culverton Smith".
Per dire la verità il mio desiderio di andare a cercare un medico si era alquanto rallentato, poiché il povero Holmes era così evidentemente in istato di delirio che mi sembrava molto pericoloso lasciarlo solo. Ora però appariva altrettanto ansioso che io consultassi la persona da lui nominata quanto ostinato si era mostrato due ore prima nel rifiutare chicchessia.
"Non l'ho mai inteso nominare", dissi.
"Può darsi, mio buon Watson. La sorprenderà forse sapere che l'uomo più versato al mondo in questa malattia non è un medico ma un piantatore. Il signor Culverton Smith è un noto residente di Sumatra, attualmente in visita a Londra. Uno scoppio di questa epidemia nella sua piantagione che si trovava lontana da ogni assistenza sanitaria lo indusse a studiarla personalmente con risultati molto soddisfacenti. E' una persona molto metodica e non ho desiderato che lei uscisse prima delle sei perché sapevo che non l'avrebbe trovato nel suo studio. Se riuscisse a persuaderlo a venire qui e a concederci il beneficio della sua esperienza, unica nel campo di questa malattia, e la cui ricerca è sempre stata la sua passione preferita, sono certo che egli potrebbe giovarmi".
Riferisco queste frasi di Holmes come se fossero state pronunciate consecutivamente, senza tentar di spiegare come venissero invece interrotte da gemiti e ansiti continui e da quell'incessante annaspare delle mani che rivelava le sofferenze che lo travagliavano. In quelle poche ore il suo aspetto era gravemente peggiorato. Le macchie di rossore malaticcio sulle sue guance si erano accentuate, gli occhi brillavano di una luce ancor più febbrile, fuori dalle orbite cave, e un gelido sudore gli imperlava la fronte. E tuttavia nel suo accento c'era sempre quel tocco autoritario che gli sarebbe rimasto sino all'ultimo respiro.
"Riferirà esattamente in quali condizioni mi ha lasciato", disse.
"Gli dirà l'impressione precisa che ho fatto su di lei... cioè di un uomo morente... di un uomo morente e delirante. Francamente non riesco a capire come mai tutto il letto dell'oceano non sia un'unica massa solida di ostriche, tanto sembrano prolifiche queste creature. Ah, sto divagando! Strano come il cervello riesca a controllare il cervello! Che cosa le stavo dicendo, Watson?".
"Mi stava dando istruzioni per il signor Smith".
"Ah, già, ricordo. La mia vita dipende da lui. Lo supplichi, Watson. Tra noi non esistono buoni rapporti. Suo nipote... io avevo sospettato qualcosa di losco e gliel'ho lasciato capire. Il ragazzo ha fatto una morte orribile e lui mi serba rancore. Cerchi di impietosirlo, Watson. Lo preghi, lo supplichi, lo conduca qui con ogni mezzo. Solo lui può salvarmi... solo lui!".
"Lo porterò qui con una carrozza, dovessi trascinarlo di peso".
"Lei non farà nulla di tutto ciò. Lo persuaderà a venire e quindi lo precederà. Trovi una scusa qualunque, ma non venga insieme a lui. Non lo dimentichi, Watson. Lei non mi tradirà. Non mi ha mai tradito. Senza dubbio esistono nemici naturali che limitano l'aumento delle creature. Lei e io, Watson, abbiamo fatto la nostra parte. Dovrà dunque l'universo essere sommerso da ostriche?
No, no; che orrore sarebbe! Le raccomando, segua attentamente le mie istruzioni".
Lo lasciai con l'animo sconfortato al pensiero di quello splendido cervello vaneggiante come quello di un bambino idiota. Mi aveva consegnato la chiave e la presi al volo nel timore che potesse rinchiudersi dall'interno. La signora Hudson aspettava nel corridoio tremante e piangente. Dietro di me, mentre mi allontanavo, udii la voce acuta e sottile di Holmes disperdersi in un canto sconnesso. Sotto, mentre aspettavo che passasse una vettura per chiamarla con un fischio, un uomo mi raggiunse tra la nebbia.
"Come sta il signor Holmes, dottore?" mi chiese.
Era una vecchia conoscenza, l'ispettore Morton di Scotland Yard, vestito in borghese.
"Malissimo", risposi.
Mi guardò in un modo così strano che se questo pensiero non fosse stato troppo perverso mi sarei immaginato di veder risplendere sulla sua faccia, sotto la luce debole del lampione, un lampo di esultanza.
"Avevo ben udito qualcosa del genere", osservò. Intanto era arrivata la vettura e io lo lasciai.
Lower Burlie Street era una strada fiancheggiata di belle abitazioni che si snodava in quel tratto un po' incerto della città stendentesi tra Notting Hill e Kensington. Il palazzo particolare di fronte al quale il mio vetturino si fermò aveva un aspetto di ritrosa e delicata rispettabilità nei suoi cancelli di ferro di foggia antiquata, nel suo portone massiccio a due battenti, nelle sue luccicanti maniglie d'ottone. Il tutto era in carattere con un maggiordomo solenne che apparve incorniciato nella rosea radiosità di una luce elettrica schermata che lo illuminava di spalle.
"Sissignore, il signor Culverton Smith è in casa. Il dottor Watson? Molto bene, signore, gli porterò il suo biglietto".
Ma il mio umile nome e il mio modesto titolo non parvero impressionare il signor Culverton Smith. Dall'uscio semiaperto sentii provenire una voce acuta, petulante, penetrante.
"Chi è questa persona? Cosa vuole? Santo Cielo, Staples, quante volte ti ho detto che non voglio essere disturbato quando studio!".
La voce del maggiordomo mi giunse in un sommesso fluire di spiegazioni propiziatorie.
"Non importa, non voglio vederlo, Staples. Non posso permettere che si interrompa così il mio lavoro. Digli che non sono in casa.
Digli di venire domattina se proprio vuole vedermi".
Altro mormorìo sommesso. "Bene, bene, digli così. Può venire domani mattina, o può anche non ritornare più. Non posso permettere che qualcuno interrompa il mio lavoro".
Pensai a Holmes, dolorante nel suo letto d'infermo, intento forse a contare i minuti, nell'attesa che io potessi portargli soccorso.
Non era il caso di badare a cerimonie. La sua vita dipendeva dalla mia prontezza d'azione. Prima ancora che l'apologetico maggiordomo avesse potuto riferirmi il messaggio del suo padrone io lo avevo spinto da una parte ed ero entrato nella stanza.
Da una sedia a sdraio posta accanto al fuoco si alzò un uomo lanciando una stridula esclamazione di collera. Vidi una grossa faccia gialla, una carnagione dalla grana rozza e sudaticcia, un doppio mento enorme e due occhi grigi, minacciosi e accigliati che mi scrutarono da sotto un paio di chiare sopracciglia irsute. La testa calva, appuntita, era ricoperta da una papalina di velluto inclinata in modo civettuolo su un lato della sua rosea curva.
Aveva un cranio di capacità enorme e tuttavia abbassando lo sguardo vidi con mio stupore che la figura dell'uomo era piccola e fragile, contorta nelle spalle e nella schiena, come di chi abbia sofferto durante l'infanzia di rachitismo.
"Che cos'è questa storia?" gridò con voce altissima, quasi urlante. "Che cosa significa questa intrusione? Non le avevo mandato a dire che non volevo vederla prima di domattina?".
"Mi spiace" dissi, "ma si tratta di una cosa troppo importante.
Sherlock Holmes...".
Il solo udire menzionare questo nome ebbe sull'omino un effetto straordinario. Ogni espressione di collera scomparve immediatamente dalla sua faccia. I suoi tratti si fecero tesi e vigili.
"Lei viene da parte di Holmes?" domandò.
"L'ho lasciato in questo momento".
"Che cos'ha? Come sta?".
"E' gravissimo, senza speranza. Ecco perché sono venuto".
L'uomo mi fece cenno di sedere e tornò a sedersi a sua volta. In questo intervallo colsi una visione fuggevole della sua faccia riflessa nello specchio che stava sopra il parafuoco. Avrei giurato di poterci leggere un sorriso maligno, odioso. Tuttavia mi persuasi che forse dovevo avere sorpreso una contrazione nervosa incontrollata poiché subito si volse verso di me con genuina preoccupazione.
"Mi spiace di sentir questo", disse. "Io conosco il signor Holmes soltanto per alcune trattative d'affari che abbiamo avuto insieme, ma nutro il massimo rispetto per il suo talento e il suo carattere. E' un appassionato del delitto, come io lo sono della malattia. A lui il delinquente, a me il microbo. Ecco le mie prigioni", continuò, indicandomi una fila di bottiglie e di vasi allineati sul tavolino. "Tra queste colture in gelatina stanno ora scontando la loro pena alcuni tra i peggiori nemici dell'umanità".
"E' appunto per via delle sue particolari conoscenze che il signor Holmes desidera vederla. Egli ha un'alta opinione di lei ed è certo che sia l'unico uomo di Londra in grado d'aiutarlo".
L'ometto trasalì e l'elegante papalina scivolò a terra.
"Come mai?" esclamò. "Come mai il signor Holmes crede che io possa aiutarlo nel frangente in cui si trova?".
"Per via della sua esperienza in fatto di malattie tropicali".
"Ma perché ritiene che questa malattia da lui contratta sia di origine tropicale?".
"Perché durante un'inchiesta professionale ha dovuto lavorare al porto in mezzo a marinai cinesi".
Il signor Culverton Smith ebbe un sorriso compiaciuto e raccattò la sua papalina. "Oh, è così?" disse. "Credo che la cosa non sia poi grave come lei teme: da quanto tempo è infermo?".
"Da tre giorni circa".
"Va soggetto a delirio?".
"Di quando in quando".
"Ahi! Questo mi sembra grave. Sarebbe inumano non rispondere al suo appello. Io non tollero che nessuno m'interrompa nel mio lavoro, ma questo è senza dubbio un caso eccezionale. Verrò subito con lei".
Mi ricordai dell'ingiunzione di Holmes.
"Ma io ho un altro impegno", dissi.
"Non importa, andrò da solo. Conosco l'indirizzo di Holmes. Può essere certo che mi troverò da lui tra mezz'ora al massimo".
Rientrai nella stanza del mio amico col cuore in tumulto. Per quel che mi era dato di sapere poteva benissimo essere capitato il peggio, durante la mia assenza; ma con mio enorme sollievo era invece migliorato, durante quell'intervallo. Il suo aspetto era sempre impressionante, ma ogni traccia di delirio lo aveva lasciato, ed egli ora parlava con voce debole, è vero, ma con una lucidità e una prontezza di mente ancora più vive del solito.
"Bene, lo ha visto, Watson?".
"Sì, viene".
"Fantastico, Watson! Fantastico! Lei è il migliore dei messaggeri".
"Voleva venire con me".
"Questo non doveva accadere, Watson. Bisognava impedirglielo a tutti i costi. Le ha chiesto di che cosa soffrivo?".
"Gli ho spiegato che aveva dovuto lavorare nell'East-End, in mezzo a marinai cinesi".
"Benissimo! E adesso, Watson, lei ha fatto tutto ciò che un buon amico poteva fare: può anche scomparire dalla scena".
"Devo aspettare per sentire il suo parere, Holmes!".
"Si capisce! Ma io ho motivo di supporre che la sua opinione sarà molto più franca e preziosa se crederà che siamo soli. C'è giusto un po' di spazio dietro la testata del mio letto, Watson".
"Mio caro Holmes!".
"Temo non ci sia altra alternativa: la stanza non si presta a nascondigli, il che è un bene perché offre minor adito a sospetti.
Ma se si mette proprio lì, Watson, credo che tutto andrà benissimo". A un tratto si tirò su a sedere con un'espressione rigidamente attenta sul volto smarrito. "Si sente un rumore di ruote, Watson, su, faccia presto, se mi vuole bene! E non si muova, qualunque cosa accada... qualunque cosa accada... mi capisce? Non parli! Non faccia un gesto! Si limiti ad ascoltare tendendo al massimo le orecchie". Poi in capo a un istante quel suo improvviso ritorno di forze lo abbandonò e la sua voce dominatrice, autoritaria, si perse in mormorii sconnessi, incerti, semideliranti.
Dal nascondiglio in cui ero stato con tanta fretta cacciato, udii risuonare dei passi sulle scale, poi l'aprirsi e il chiudersi dell'uscio della stanza. Quindi, con mia sorpresa, seguì un lungo silenzio, interrotto soltanto dal respiro affannoso e dai gemiti dell'infermo. Forse era in piedi vicino al capezzale ed esaminava il paziente. Finalmente quell'innaturale silenzio si ruppe.
"Holmes!" esclamò il nuovo venuto. "Holmes!". Col tono perentorio di chi cerca di svegliare un dormiente. "Non mi sente, Holmes?".
Si sentì un fruscìo come se avesse energicamente scosso per la spalla l'ammalato.
"E' lei, signor Smith?" mormorò Holmes. "Non speravo che sarebbe venuto".
L'altro rise.
"Nemmeno io l'avrei immaginato" rispose, "eppure, come vede, eccomi qui. E' il rimorso, Holmes... il rimorso".
"E' molto gentile da parte sua, molto nobile. Io apprezzo moltissimo le sue speciali conoscenze".
L'ospite ebbe un ghigno.
"Lei sì, ma per sfortuna lei è il solo uomo a Londra che l'apprezzi. Sa che cosa l'affligge?".
"La stessa cosa", disse Holmes.
"Ah, ne riconosce i sintomi?".
"Fin troppo bene".
"Be', non ne sarei sorpreso, Holmes. Non sarei sorpreso che si trattasse proprio della stessa malattia. Un brutto guaio per lei se è effettivamente la stessa. Il povero Victor era già cadavere al quarto giorno... eppure era un giovanotto forte e robusto. E' stata veramente una cosa molto strana che egli abbia potuto contrarre nel cuore di Londra una rara malattia asiatica... e una malattia appunto di cui io avevo fatto uno studio così speciale.
Strana coincidenza, Holmes. E' stato molto abile da parte sua notarlo, ma assai poco caritatevole suggerire che tra questi due casi esistesse un rapporto di causa ed effetto".
"Sapevo che era stato lei".
"Oh, davvero, lo sapeva? Be', comunque non ha potuto dimostrarlo.
Ma come giudica se stesso, lei? Prima mi diffama in quella maniera, e poi si butta in ginocchio a chiedermi aiuto non appena si trova nei pasticci! A che gioco sta giocando... eh?".
Udii il respiro travagliato, raschiante, dell'infermo. "Mi dia un po' d'acqua!" balbettò.
"Temo proprio che sia prossimo a tirare le cuoia, mio caro amico, ma non voglio che se ne vada prima d'avere scambiato quattro chiacchiere con lei. Ecco perché le do da bere. Su, non se la rovesci tutta addosso! Così va bene. Riesce a capire quello che le dico?".
Holmes gemette.
"Mi aiuti; faccia qualunque cosa, ma mi aiuti. Mettiamo una pietra sul passato", bisbigliò. "Io dimenticherò quello che ho detto...
Giuro che lo dimenticherò. Mi guarisca e dimenticherò tutto".
"Dimenticherà che cosa?".
"Mah, la morte di Victor Savage. Lei ha praticamente ammesso poco fa di esserne stato l'autore; ma io lo dimenticherò".
"Può dimenticarlo o ricordarlo come meglio le piace. Tanto non la vedo sul banco dei testimoni; la vedo piuttosto in una bella cassetta ben squadrata, mio caro Holmes, glielo garantisco... A me non importa proprio un bel nulla che lei sappia come mio nipote è morto. Non è di lui che stiamo discutendo, ma di lei".
"Sì, sì".
"Il tizio che è venuto a chiamarmi... non ricordo più come si chiama... mi ha detto che lei ha contratto questa malattia lavorando nell'East End tra un gruppo di marinai".
"Non saprei come spiegare altrimenti la cosa".
"Lei è molto orgoglioso del suo cervello, non è vero, Holmes? Si crede molto furbo, vero? Ma questa volta si è imbattuto in uno che è stato più furbo di lei. Ora rifletta bene per un momento, Holmes. Non riesce a immaginare un altro modo per cui avrebbe potuto contrarre questa malattia?".
"Non saprei dire. La mia mente è distrutta. Per l'amor di Dio mi aiuti!".
"Certo che l'aiuterò. L'aiuterò a comprendere a che punto si trova e come c'è arrivato. Voglio che lo sappia prima di morire".
"Mi dia qualcosa che mi calmi i dolori".
"Sta male, vero? Sì, i coolie di solito strillano parecchio quando sono alla fine. Credo che sopravvengano dei crampi".
"Sì, sì; ho proprio un crampo qua".
"Be', comunque può ascoltare ciò che le dirò. Mi stia bene a sentire! Si ricorda di un incidente insolito che le capitò press'a poco il giorno in cui questi sintomi sono cominciati?".
"No, non riesco a rammentare nulla".
"Ci pensi di nuovo".
"Sto troppo male per poter pensare".
"L'aiuterò io allora. Non le è arrivato niente per posta?".
"Per posta?".
"Una scatola... per caso?".
"Sto svenendo... sono finito!".
"Mi ascolti, Holmes!".
Ebbi l'impressione che scuotesse il morente, e dovetti fare uno sforzo su me stesso per restarmene calmo nel mio nascondiglio.
"Bisogna che mi ascolti. DEVE ascoltarmi. Si ricorda una scatola... una scatola d'avorio? Dev'essere arrivata mercoledì.
Lei l'ha aperta... ricorda?".
"Sì, sì, l'ho aperta. C'era dentro una molla appuntita. Doveva essere uno scherzo...".
"Non era uno scherzo, come si accorgerà a sue spese. Imbecille che è stato, se l'è voluta e l'ha avuta. Chi le aveva chiesto di attraversarmi il sentiero? Se mi avesse lasciato in pace non le avrei fatto alcun male".
"Ricordo", balbettò Holmes. "La molla! Mi è uscito del sangue.
Quella scatola... quella lì sul tavolo".
"Proprio quella, per Giove! E sarà meglio che lasci questa scatola in tasca mia. Così scomparirà la sua ultima speranza di prova. Ma lei conosce la verità, adesso, Holmes, e può morire con la consapevolezza che sono stato io a ucciderla. Lei sapeva troppe cose sul destino di Victor Savage, così l'ho mandata a tenergli compagnia. E' ormai prossimo alla fine, Holmes. Mi siederò per vederla morire".
La voce di Holmes era scesa a un sussurro appena percettibile.
"Che cosa vuole?" chiese Smith. "Che alzi il gas? Ah, le ombre incominciano a cadere, non è vero? Sì, lo alzerò, così potrò vederla meglio in faccia". Attraversò la stanza e la luce si fece improvvisamente più viva. "Posso renderle qualche altro favore, amico mio?".
"Vorrei un fiammifero e una sigaretta".
Per un vero miracolo non gridai di gioia, tanto fu il mio stupore.
Parlava con la sua voce naturale... un po' debole, forse, ma era la nota voce che ben conoscevo. Seguì una lunga pausa ed ebbi la sensazione che Culverton Smith stesse fissando il mio compagno in preda a un muto sbalordimento.
"Che cosa significa questa storia?" lo sentii dire infine con voce secca, rauca.
"Il miglior modo per rappresentare con successo una parte è quello di viverla", disse Holmes. "Le do la mia parola d'onore che per tre giorni non ho gustato né cibo né bevanda sino al momento in cui lei ha avuto la cortesia di versarmi quel bicchiere d'acqua.
Ma è stato soprattutto il tabacco che ho trovato il più duro. Ah, ecco finalmente delle sigarette!". Udii l'accensione di una fiammifero. "Così va meglio. Perbacco! Perbacco! Ma mi pare di sentire un passo amico".
Fuori infatti si sentì uno scalpiccìo di piedi, la porta si aprì e comparve l'ispettore Morton.
"Tutto è a posto e questo è il suo uomo", disse Holmes.
Il funzionario diede gli avvertimenti consueti, quindi concluse:
"Lei è in arresto sotto l'imputazione di omicidio nella persona di un certo Victor Savage".
"E potrebbe anche aggiungere per tentato omicidio di un certo Sherlock Holmes", osservò il mio amico con un risolino. "Per risparmiare il disturbo a un infermo, ispettore, il signor Culverton Smith ha avuto la bontà di dare il nostro segnale alzando la luce a gas. A proposito, il prigioniero ha nella tasca destra della sua giacca una scatoletta che è bene togliergli.
Grazie, e la maneggi con attenzione. La posi giù. Può avere la sua parte nel processo".
Sentii un rumore improvviso di lotta accompagnato da uno scatto metallico e da un grido di dolore.
"Vuol farsi del male?" disse l'ispettore. "Stia fermo, ha capito?". Seguì un clicchettìo di manette che si chiudevano.
"Bella trappola!" gridò la voce acuta e schernevole di Smith.
"Sarà lei, Holmes, a salire sul banco degli accusati, non io. E' stato lui a chiedermi di venire qui per curarlo. Mi dispiaceva per lui e sono accorso. Ora sosterrà senza dubbio che io ho detto qualcosa che certamente lui inventerà per convalidare i suoi insani sospetti. Ma può mentire fin che vuole, Holmes! La mia parola vale quanto la sua!".
"Gran Dio!" gridò Holmes. "Lo avevo completamente dimenticato. Mio caro Watson, le debbo mille scuse. Pensare che ho potuto scordarmi di lei! Non ho bisogno di presentarla al signor Culverton Smith dal momento che credo vi siate già incontrati qualche ora fa. C'è una carrozza sotto? Vi seguirò non appena sarò vestito poiché può darsi che la mia presenza sia necessaria al commissariato".
"Non ne ho mai sentito tanto il bisogno", disse Holmes mentre si rifocillava con un bicchiere di chiaretto e alcuni biscotti, durante gli intervalli della sua toeletta. "Per quanto, come sa, le mie abitudini siano irregolari e un fatto come questo possa incidere sul mio fisico meno che sugli altri uomini in genere. Ma era essenziale per me impressionare la signora Hudson dando al mio stato immaginario un'effettiva apparenza di realtà, giacché doveva fare impressione su di lei e lei a sua volta su Smith. Non è mica offeso, vero, Watson? Lei si rende perfettamente conto che tra le sue molte doti la dissimulazione non è il suo forte, e se lei avesse condiviso il mio segreto non sarebbe mai stato in condizioni di convincere Smith della necessità urgente della sua presenza, che era invece il punto vitale di tutto il mio disegno.
Conoscendo la sua natura vendicativa ero sicurissimo che sarebbe venuto ad accertarsi di persona del successo del proprio operato".
"Ma il suo aspetto, Holmes... quella faccia spettrale?".
"Tre giorni di digiuno assoluto non migliorano la bellezza di nessuno, Watson. Per il resto non c'è nulla che una buona spugna non possa curare. Con un po' di vaselina sulla fronte, della belladonna negli occhi, un pizico di rossetto sulle guance, e qualche crosta di cera d'api intorno alle labbra si può ottenere un effetto parecchio soddisfacente. La finzione di una malattia è un argomento sul quale ho più di una volta pensato di scrivere una monografia. E qualche divagazione occasionale intorno a mezze corone, ostriche o altri argomenti estranei produce senza possibilità di equivoco un piacevole effetto delirante".
"Ma perché non ha voluto che io le venissi vicino, dal momento che in realtà non esisteva pericolo d'infezione?".
"E me lo chiede, mio caro Watson? Crede che non abbia rispetto per il suo talento di medico? Potevo immaginare che il suo abile giudizio si sarebbe ingannato su un morente che per quanto debole non presentava nessuna alterazione di polso o di temperatura? A tre metri di distanza mi era facile imbrogliarla, ma se non ci fossi riuscito chi avrebbe portato a tiro il mio Smith? No, Watson, io non toccherei quella scatola. Può vedere benissimo, se la guarda di lato, il punto da cui scatta la molla aguzza come un dente di vipera, se per disgrazia qualcuno commettesse l'imprudenza di aprirla. Io credo che è stato con un trucco simile che il povero Savage, il quale si frapponeva tra quel mostro e un'eredità, venne fatto morire. Come lei sa però la mia corrispondenza è molto varia, e io sto sempre molto in guardia contro tutti i pacchi che mi vengono recapitati. Compresi tuttavia che fingendo che egli fosse riuscito nel suo intento avrei forse potuto ottenere una confessione. E sono riuscito nella finzione con un successo veramente degno di un artista. Grazie, Watson, bisogna proprio che mi aiuti a mettere la giacca. Quando avremo finito al posto di polizia credo che una buona bistecca da Simpson's non sarà affatto fuori luogo".
LA SCOMPARSA DI LADY FRANCES CARFAX
"Ma perché turco?" mi chiese Sherlock Holmes fissando con interesse il paio di scarpe che avevo indosso. In quel momento me ne stavo sdraiato in una seggiola di vimini, e certamente i miei piedi che sporgevano dovevano aver attratto la sua sempre pronta attenzione.
"Ma è inglese", risposi alquanto sorpreso. "L'ho comprato da Latimer in Oxford Street".
Holmes sorrise con un'espressione di tediata pazienza.
"Ma io parlo del bagno", ribatté: "del bagno! Perché far uso del bagno turco, dispendioso e debilitante, invece del rinvigorente articolo domestico?".
"Perché in questi ultimi giorni mi sono sentito vecchio e pieno d'acciacchi. Un bagno turco è quel che noi in medicina chiamiamo alterativo - cioè un punto di partenza nuovo, un purificatore del sistema".
"A proposito, Holmes" soggiunsi, "sono sicuro che il rapporto tra le mie scarpe e un bagno turco dev'essere molto evidente per una mente logica; io però le sarei obbligato se mi volesse spiegare tale rapporto".
"Il filo del ragionamento non è infatti molto oscuro, Watson", disse Holmes strizzandomi l'occhio con aria maliziosa. "Esso appartiene alla stessa classe di deduzione elementare che io illustrerei se le chiedessi chi ha condiviso la sua vettura nella sua scarrozzata di stamattina".
"Non ammetto che una nuova illustrazione possa essere una spiegazione", replicai non senza asprezza.
"Bravo, Watson! Rimostranza dignitosa e perfettamente logica.
Vediamo, quali erano i punti? Prendiamo l'ultima: la vettura.
Osservi: lei ha qualche macchia sulla manica e sulla spalla sinistre della sua giacca. Se si fosse seduto al centro di una carrozza, probabilmente non sarebbe stato inzaccherato, e comunque lo sarebbe stato in modo simmetrico. E' evidente pertanto che lei è rimasto seduto da un lato ed è perciò altrettanto evidente che con lei c'era qualcuno".
"Questo è evidentissimo".
"Addirittura banale, non trova?".
"Ma il rapporto tra le scarpe e il bagno?".
"E' altrettanto puerile. Lei ha l'abitudine di allacciarsi le scarpe in una certa maniera. Ora invece io le vedo allacciate con un doppio nodo complicato che non è il suo solito sistema di legarsele. Se le è dunque tolte. E chi gliele ha allacciate? Un calzolaio... oppure un inserviente del bagno? E' poco probabile che si tratti di un calzolaio dal momento che le sue scarpe sono seminuove. Che rimane allora? Il bagno turco. Facilissimo, non le pare? Ma con tutto questo il bagno turco è servito a qualcosa".
"A che cosa?".
"Mi ha detto poco fa di aver preso un bagno turco perché aveva bisogno di rinnovarsi. Ora io le propongo un rinnovamento completo. Che cosa ne direbbe di un viaggetto a Losanna, mio caro Watson? Con biglietti di prima classe e tutte le spese pagate su scala principesca?".
"Direi che è splendido, ma per quale motivo?".
Holmes si allungò nella sua poltrona e trasse di tasca il suo inseparabile taccuino.
"Una delle classi più pericolose della società" incominciò, "è la donna sola e senza amici. E' la più inoffensiva, e spesso la più utile delle mortali, ma costituisce per gli altri un inevitabile incentivo al delitto. E' priva d'aiuti, migratoria; ha mezzi sufficienti per spostarsi da un paese all'altro e da un albergo all'altro. Molto spesso se ne perdono le tracce in un labirinto di pensioni oscure. E' come un pulcino sperduto in un universo di volpi. Quando viene ingollata nessuno si accorge o quasi della sua scomparsa. Ecco perché temo che qualche grosso guaio sia accaduto a Lady Frances Carfax".
Questa improvvisa discesa dal generale al particolare mi sollevò parecchio. Holmes consultò i suoi appunti.
"Lady Frances" proseguì, "è la sola superstite in linea diretta del defunto Conte di Rufton. Come forse ricorderà, i beni andarono alla discendenza maschile. La signora rimase con mezzi limitati ma con un assortimento di gioielli d'antica foggia spagnola in argento e diamanti stranamente tagliati cui era attaccatissima.
Troppo attaccata anzi, perché si è sempre rifiutata di lasciarli in custodia presso una banca, portandoseli invece costantemente con sé. E' una figura direi patetica, questa Lady Frances; è una donna bellissima, ancora fresca benché non più molto giovane, e nondimeno, per uno strano caso, l'ultimo relitto di ciò che soltanto vent'anni fa costituiva una flotta imponente".
"Ma cos'è successo dunque a questa donna?".
"Mah, che cosa le è successo? E' viva o morta? Ecco il nostro problema. Lady Frances è una signora dalle abitudini precise e per quattro anni è sempre stato suo costume scrivere ogni due settimane alla signorina Dobney, la sua ex governante, la quale si è ritirata da molto tempo e abita a Camberwell. E' stata appunto la signorina Dobney a consultarmi. Sono trascorse quasi cinque settimane senza che abbia ricevuto una sola parola dalla sua ex pupilla. L'ultima lettera proveniva dall'Hotel National di Losanna. A quanto sembra Lady Frances ha lasciato quell'albergo senza dare il suo indirizzo. La sua famiglia è in ansia e siccome sono gente ricchissima sono pronti a non risparmiare qualsiasi somma pur di chiarire questo mistero".
"Ma è possibile che la signora non avesse altri corrispondenti?
Questa signorina Dobney è l'unica fonte di informazioni che abbiamo?".
"C'è un corrispondente che offre sempre un punto sicuro, Watson; e questo corrispondente è la banca. Anche le signore sole devono vivere e i loro libretti bancari sono diari in succinto. La signora ha il suo conto da Silvester. Ho dato un'occhiata a questo conto. Con il penultimo assegno essa pagò la sua nota di spese a Losanna, ma si trattava di un grosso assegno che probabilmente la lasciò con parecchio contante in mano. Da allora è stato emesso soltanto un altro assegno".
"In favore di chi e dove?".
"In favore della signorina Marie Devine. Non c'è nulla che possa indicare dove questo assegno sia stato emesso. E' stato però incassato presso il Credit Lyonnais di Montpellier meno di tre settimane fa. La cifra ammontava a cinquanta sterline".
"E chi è questa signorina Marie Devine?".
"Sono stato in grado di scoprire anche questo. La signorina Marie Devine era cameriera presso Lady Frances Carfax. Perché le abbia pagato questo assegno non l'abbiamo ancora potuto accertare, ma sono sicuro che le sue ricerche chiariranno ben presto anche questo particolare".
"Le mie ricerche?".
"Per questo appunto le consiglio una ristoratrice spedizione a Losanna. Lei sa benissimo che io non posso assolutamente lasciare Londra mentre il vecchio Abrahams si trova in un così mortale terrore di rimetterci la pelle. Inoltre, per principio generale, è meglio che io non abbandoni il paese. Scotland Yard si sente solo, senza di me, e la mia assenza provoca sempre tra le classi criminali un'agitazione malsana. Vada, dunque, mio caro Watson, e se il mio umile consiglio può essere valutato allo stravagante tasso di due penny la parola, esso sarà sempre a sua disposizione notte e giorno all'altro capo del telegrafo continentale".
Due giorni più tardi mi trovavo davanti all'Hotel National di Losanna dove fui accolto con ogni cortesia dal noto direttore signor Moser. Questi m'informò che Lady Frances aveva soggiornato lì per diverse settimane. Tutti quelli che l'avevano conosciuta l'avevano trovata molto simpatica. Non doveva avere più di quarant'anni. Era ancora molto bella, e appariva evidente che doveva essere stata una donna splendida in gioventù. Il signor Moser non sapeva nulla in fatto di gioielli di valore di proprietà della signora, ma i domestici avevano osservato che un grosso baule nella sua camera da letto era sempre chiuso a chiave. Marie Devine, la cameriera, era conosciuta e amata quanto la padrona. Si era da poco fidanzata con un capo cameriere dell'albergo, e non aveva alcuna difficoltà a fornirmi il suo indirizzo che era: rue de Trajan undici, Montpellier. Scribacchiai tutti questi appunti ed ebbi la sensazione che neppure Holmes in persona sarebbe riuscito meglio di me a raccogliere tutti i dati necessari al caso.
Restava però ancora un punto oscuro. Nessuno sapeva spiegarmi il motivo dell'improvvisa partenza della signora. Era sembrata felicissima, a Losanna. C'era ogni motivo di ritenere che intendesse restarci per tutta la stagione, nel suo lussuoso appartamento prospiciente il lago. Invece se n'era andata con il preavviso di un solo giorno, il che aveva comportato per lei l'inutile spesa di una settimana di pensione. Soltanto Jules Vibart, l'innamorato della cameriera, aveva qualche suggerimento da offrire. Egli metteva in relazione l'improvvisa partenza della signora con la visita all'albergo, avvenuta un giorno o due prima, di un uomo alto, nero, barbuto.
"Un sauvage... un véritable sauvage", mi spiegò Jules Vibart.
Quest'uomo aveva preso delle stanze non si sapeva bene in quale punto della città. Era stato visto discutere animatamente con la signora sul lungo lago. Poi era venuto a trovarla all'albergo ma la signora si era rifiutata di vederlo. Era certamente inglese, ma nessuno ne conosceva il nome. Madame era partita subito dopo.
Jules Vibart e, quel che più importava, la sua fidanzata, pensavano che questa visita e questa strana partenza fossero rispettivamente causa ed effetto. Su un punto solo Jules non volle discutere: sul motivo cioè per cui Marie aveva lasciato la sua padrona. Su questo non poteva o non voleva dire nulla. Se volevo saperlo dovevo recarmi a Montpellier e chiederlo a lei.
In questo modo si concluse il primo capitolo della mia inchiesta.
Il secondo fu dedicato al luogo ricercato da Lady Frances Carfax al momento di lasciare Losanna. A questo proposito mi trovai improvvisamente impigliato in un'aura di segreto, ciò che confermava l'ipotesi che la signora se n'era andata con l'intenzione di far perdere le proprie tracce a qualcuno. Perché altrimenti il suo bagaglio non sarebbe stato apertamente etichettato per Baden? Sia questa che quello avevano raggiunto la stazione termale renana attraverso un giro vizioso. Questo lo appresi dal direttore della locale agenzia Cook. Mi recai pertanto a Baden dopo aver spedito a Holmes un resoconto di tutte le mie mosse, ricevendone in risposta un telegramma di lode a metà ironica.
A Baden la traccia non era difficile da seguire. Lady Frances si era trattenuta per una quindicina di giorni all'Englischer Hof.
Durante questo suo soggiorno aveva fatto la conoscenza di un certo dottor Shlessinger, missionario di ritorno dal Sud America, e di sua moglie. Come la maggior parte delle signore sole, Lady Frances trovava nella religione un'occupazione e un conforto. La personalità non comune del dottor Shlessinger, la sua pietà profonda, e il fatto che fosse convalescente di una malattia contratta nell'esercizio del suo apostolato, avevano prodotto sulla signora un effetto vivissimo. Lady Frances aveva aiutato la signora Shlessinger a curare il pio convalescente. Questi trascorreva la sua giornata, come mi fu descritto dal direttore, su una sedia a sdraio della veranda, nella vigile compagnia delle due signore. Stava preparando una carta topografica della Terra Santa, con speciale riferimento al regno dei Midianiti intorno ai quali stava scrivendo una monografia. Infine, essendo la sua salute molto migliorata, lui e sua moglie avevano fatto ritorno a Londra, e Lady Frances li aveva seguiti. Questo era accaduto tre settimane prima e da allora il direttore non ne aveva saputo più nulla. In quanto alla cameriera, Marie, se n'era partita qualche giorno prima in un mare di lacrime, dopo aver informato le altre cameriere che lasciava il servizio per sempre. Il dottor Shlessinger aveva pagato il conto per tutti prima di andarsene.
"A proposito" mi disse il proprietario concludendo, "lei non è il solo amico di Lady Frances Carfax che s'interessa della signora.
Non più di una settimana fa è stata qui un'altra persona con lo stesso scopo".
"Ha lasciato il nome?" domandai.
"No, ma era certamente inglese, per quanto di un tipo molto insolito".
"Un selvaggio?" chiesi, collegando i miei dati secondo il sistema del mio illustre amico.
"Esattamente. Questa definizione lo descrive benissimo. E' un individuo massiccio, barbuto, bruciato dal sole, che ha l'aria di trovarsi molto più a casa sua in una locanda di agricoltori che non in un albergo alla moda. Dev'essere un uomo duro, impulsivo, un tipo che non vorrei offendere per nulla al mondo".
Ecco che già il mistero cominciava a delimitarsi, così come le figure delle cose appaiono più distinte a mano a mano che la nebbia si dirada. Ci trovavamo di fronte a una buona e pia dama perseguitata di luogo in luogo da un figuro sinistro, inesorabile.
Lei doveva temerlo, altrimenti non sarebbe certo fuggita da Losanna. Ma costui l'aveva seguita. Presto o tardi l'avrebbe raggiunta. C'era già riuscito, forse? Era questo il segreto del suo prolungato silenzio? Non era possibile che la brava gente in compagnia della quale viaggiava non riuscisse a proteggerla dalla violenza di questo ricattatore? Quale orribile scopo, quale disegno oscuro si nascondeva dietro questo inseguimento accanito?
Ecco il problema che era mio compito risolvere.
Scrissi a Holmes spiegandogli la rapidità e la sicurezza con cui ero pervenuto alla radice del mistero. Per tutta risposta ebbi da lui un telegramma in cui mi si chiedeva una descrizione dell'orecchio sinistro del dottor Shlessinger. Il concetto di spirito che ha Holmes è molto strano e a volte offensivo. Perciò non feci caso a quella sua uscita di cattivo gusto... D'altronde ero già arrivato a Montpellier, alla ricerca della cameriera Marie, prima che mi giungesse il suo messaggio.
Non ebbi alcuna difficoltà a trovare l'ex domestica e ad apprendere da lei tutto ciò che era in grado di dirmi. Era una creatura devota, che aveva lasciato la sua signora soltanto perché era sicura di averla affidata in buone mani e perché comunque il suo matrimonio imminente avrebbe reso la separazione inevitabile.
In verità la sua padrona, come essa mi confessò con vera angoscia, aveva dimostrato una certa irritabilità di carattere nei suoi confronti durante la permanenza a Baden, e una volta l'aveva persino interrogata astiosamente, quasi sospettasse della sua onestà, cosa che aveva reso la separazione più facile di quanto altrimenti sarebbe stata. Lady Frances le aveva dato cinquanta sterline come regalo di nozze. Al pari di me, Marie giudicava con profonda diffidenza lo straniero che aveva costretta la signora ad abbandonare Losanna. Aveva visto personalmente, con i suoi propri occhi, costui afferrare violentemente la signora per i polsi, lungo la passeggiata pubblica in riva al lago. Era un uomo selvaggio e dall'aspetto terribile. Essa riteneva che fosse per terrore di lui che Lady Frances aveva accettato la scorta degli Shlessinger sino a Londra. Non avevo mai parlato a Marie di questo, ma da molti piccoli indizi la cameriera si era convinta che la sua padrona viveva in un continuo stato di apprensione nervosa. Era giunta a questo punto della narrazione quando a un tratto balzò dalla seggiola e il suo viso si alterò in un'espressione di sorpresa e di paura.
"Guardi" gridò. "Quel mascalzone è ancora qui! Ecco precisamente l'uomo di cui sto parlando".
Attraverso la finestra aperta del salottino scorsi un uomo bruno, enorme, con una barba nera ricciuta, che passeggiava lentamente nel mezzo della strada fissando con attenzione i numeri delle case. Era evidente che al pari di me costui era in cerca della cameriera. Agendo sotto l'impulso del momento balzai fuori e lo accostai.
"Lei è inglese", dissi.
"Ebbene?" mi chiese con un cipiglio odioso.
"Posso chiederle il suo nome?".
"No, non può", mi rispose secco.
La situazione era imbarazzante, ma spesso il sistema diretto è il migliore.
"Dov'è Lady Frances Carfax?" domandai.
L'uomo mi fissò trasecolato.
"Che ha fatto di lei? Perché l'insegue a questa maniera? Esigo una risposta", dissi.
L'uomo lanciò un ruggito di collera e mi balzò addosso come una tigre. Io me la sono sempre cavata in più di una zuffa, ma quell'individuo aveva una stretta d'acciaio e la furia di un dèmone. Già la sua mano mi serrava la gola e io avevo quasi perso i sensi quando un operaio francese dalla barba incolta, vestito di un camiciotto azzurro, sbucò da un'osteria di fronte roteando un manganello e colpì il mio assalitore con una botta secca all'avambraccio che lo costrinse a mollare la presa. Lo sconosciuto rimase per un istante a schiumare di collera, incerto se rinnovare o no il proprio attacco. Infine con un ghigno inferocito mi lasciò ed entrò nella casetta da cui io ero poco prima uscito. In quanto a me, mi voltai per ringraziare il mio salvatore che mi era rimasto accanto nel mezzo della strada.
"Bravo, Watson" mi disse. "Bel pasticcio ha combinato! Sarà meglio che ritorni con me a Londra con il rapido della notte".
Un'ora più tardi Sherlock Holmes, nella sua foggia e nelle sue vesti normali, era seduto nella sala privata del mio albergo. La spiegazione della sua improvvisa e provvidenziale comparsa era di una semplicità lineare: rendendosi infatti conto che gli era possibile allontanarsi da Londra, aveva deciso di precedermi alla prossima evidente stazione del mio viaggio; e travestito da operaio si era seduto in un'osteria ad aspettare che uscissi.
"Bella investigazione ha fatto, e di una consistenza veramente notevole, mio caro Watson", disse. "Creda che così sul momento non riesco a ricordare una possibile papera che lei non abbia omesso.
Il risultato complessivo della sua inchiesta è stato quello di dare l'allarme ovunque senza riuscire a scoprire un bel nulla".
"Probabilmente lei non avrebbe saputo fare meglio", risposi piccato.
"Non c'è 'probabilmente' che tenga. Io HO fatto meglio. Ecco l'onorevole Philip Green, suo compagno di vita in questo albergo, e chissà che non si possa trovare in lui il punto di partenza per una ricerca più costruttiva".
C'era stato presentato su una guantiera un biglietto da visita, cui seguì immediatamente quello stesso mascalzone barbuto che mi aveva assalito per la strada. Come mi vide sobbalzò.
"Che cos'è questa storia, signor Holmes?" domandò. "Ho avuto il suo invito e sono venuto. Ma che cosa c'entra quest'uomo?".
"Questo è il mio carissimo amico e socio dottor Watson che ci sta aiutando nelle nostre ricerche".
Lo straniero mi tese una mano enorme, cotta dal sole, e mormorò brevi parole di scusa.
"Spero di non averle fatto male. Quando lei mi ha accusato a quel modo, ho perso ogni controllo di me stesso. Per dire la verità non sono responsabile, in questi giorni. Ho i nervi allo scoperto; ma questa situazione mi rende pazzo. Quello però che desidero chiarire per prima cosa, signor Holmes, è come diavolo lei sia riuscito a sapere della mia esistenza".
"Sono in rapporti con la signorina Dobney, la governante di Lady Frances".
"Oh, la vecchia Susanna dalla cuffietta! La ricordo".
"E anche Susanna ricorda lei. E' stato nei giorni prima... prima che lei si accorgesse che le conveniva partire per il Sud Africa".
"Ah, vedo che sa proprio tutto! Non mi conviene dunque nascondere nulla! Ma le giuro, signor Holmes, che non c'è mai stato in questo mondo un uomo che abbia amato una donna con più disinteressato amore di quanto io abbia amato Frances. Ero un po' una testa calda, lo so... ma non ero certo peggiore degli altri giovanotti della mia classe. Il suo animo però era puro come la neve. Lei non sapeva sopportare neppure l'ombra di una scorrettezza. Perciò quando venne a conoscenza di certe cose che io avevo fatto, non volle più saperne di me. Eppure mi voleva bene... questa è la stranezza della cosa!... Mi voleva tanto bene che se n'è rimasta nubile in tutti questi lunghi e santi giorni della sua vita unicamente per amor mio. Ora che tanti anni erano ormai passati e io mi ero messo via un bel gruzzolo a Barberton, pensai che forse sarei riuscito a ripescarla e a convincerla. Avevo saputo che non si era sposata. La rintracciai a Losanna e feci di tutto per persuaderla. Si commosse, credo, ma ha una volontà di ferro, e quando mi recai da lei la seconda volta, se n'era già andata. La rintracciai a Baden e poi dopo un certo tempo seppi che la sua cameriera si trovava qui. Io sono un tipo rozzo, ho sempre vissuto un'esistenza dura, e quando il dottor Watson mi parlò in quel modo, per un attimo persi il dominio di me stesso. Ma per l'amor di Dio mi dica che cos'è successo di Lady Frances!".
"E' quello che dobbiamo cercar di sapere", rispose Sherlock Holmes con particolare gravità. "Qual è il suo indirizzo a Londra, signor Green?".
"Mi troverà certamente al Langham Hotel".
"Posso allora raccomandarle di rientrare subito a Londra e di trovarsi a disposizione nel caso io abbia bisogno di lei? Non voglio incoraggiarla con false speranze, ma le posso assicurare che tutto il possibile sarà fatto per la salvezza di Lady Frances.
Per il momento non posso dirle altro. Le lascio questo biglietto da visita in modo che lei possa tenersi in contatto con noi. E adesso, Watson, se vuol fare la sua valigia, io telegraferò alla signora Hudson perché compia uno dei suoi più grossi sforzi, domani mattina alle sette e trenta, per due poveri viaggiatori affamati".
Quando arrivammo nelle nostre stanze di Baker Street, trovammo un telegramma che ci aspettava e che Holmes, dopo averlo letto lanciando un'esclamazione di interesse, mi porse. "Seghettato o strappato", diceva il messaggio che recava la data di Baden.
"Che significa questa storia?" domandai.
"Significa tutto", fu la risposta di Holmes. "Lei ricorda forse la mia domanda apparentemente futile circa l'orecchio sinistro di questo evangelico gentiluomo: domanda alla quale lei non diede risposta".
"Ero già partito da Baden, e non mi fu possibile informarmi".
"Precisamente, per questo motivo spedii un secondo telegramma al direttore dell'Englischer Hof".
"Che cosa significa?".
"Significa, mio caro Watson, che ci troviamo di fronte a un individuo eccezionalmente scaltro e pericoloso. Il reverendissimo dottor Shlessinger, missionario di ritorno dal Sud America, altri non è se non Peters il Santone, uno dei mascalzoni più incalliti che l'Australia abbia mai prodotto... e bisogna ammettere che, per essere una nazione giovane, ha sfornato degli esemplari particolarmente finiti. La sua specialità è quella di irretire signore sole giocando sui loro sentimenti religiosi, e la sua cosiddetta moglie, un'inglese di nome Fraser, è la sua degna compagna. La sua tattica caratteristica mi suggerì la sua identità, e questa anomalia fisica - fu morsicato in malomodo in una rissa da osteria ad Adelaide nel 1889 - confermò i miei sospetti. Questa povera signora è nelle mani di una coppia satanica che non indietreggierà di fronte a nulla, Watson.
Purtroppo l'ipotesi che sia già morta è più che probabile. In caso contrario dev'essere senza dubbio segregata e impossibilitata a scrivere sia alla signorina Dobney sia ad altri amici. E' possibilissimo che non sia mai arrivata a Londra, o che ci sia soltanto passata, ma la prima ipotesi è improbabile perché dato il sistema di registrazione non è facile che gli stranieri possano giocare dei trucchi alla polizia continentale. E anche la seconda ipotesi è ugualmente improbabile perché questi farabutti non potevano sperare di trovare altro luogo dove sia facile come a Londra tenere una persona sotto segregazione. Tutti i miei istinti mi dicono che Lady Frances si trova a Londra, ma poiché non abbiamo per il momento alcun mezzo possibile per sapere dove, non ci resta che fare i passi necessari, mangiare in santa pace la nostra cena e portar pazienza. Più tardi in serata farò una passeggiata sino a Scotland Yard dove scambierò due chiacchiere con l'amico Lestrade".
Ma né la polizia ufficiale né la piccola ma efficace organizzazione di Holmes bastarono a chiarire il mistero. Tra i milioni d'abitanti che formicolano per Londra quei tre che cercavamo erano introvabili come se non fossero mai neppure esistiti. Tentammo con gli annunci sui giornali, ma inutilmente.
Furono seguiti degli indizi che non approdarono a nulla. Tutti i ritrovi loschi che Shlessinger potesse eventualmente frequentare furono perlustrati inutilmente. I suoi ex compari furono sorvegliati, ma questi si guardavano bene dal farsi vedere con lui. Quando a un tratto, dopo una settimana di inutili ricerche, venne un guizzo di luce. Da Bevington, in Westminster Road, era stato impegnato un ciondolo in argento e brillanti di antica foggia spagnola. Quello che l'aveva impegnato era un uomo dal viso glabro e dall'aspetto ecclesiastico. Fu dimostrato che il suo nome e il suo indirizzo erano falsi. L'orecchio caratteristico era sfuggito all'attenzione dello strozzino, ma la descrizione era indubbiamente quella di Shlessinger.
Il nostro barbuto amico dell'albergo Langham era venuto tre volte a chiedere notizie - e la terza un'ora dopo che avevamo ricevuto questa comunicazione inattesa. I vestiti erano diventati troppo larghi per quel suo gran corpo. Sembrava che per l'ansia si sciogliesse a vista d'occhio. "Se almeno mi deste qualcosa da fare!" era la sua lamentela costante. Finalmente Holmes fu in grado di accontentarlo.
"Ha incominciato a impegnare i gioielli; forse riusciremo a pescarlo".
"Ma questo significa che forse è accaduta qualche disgrazia a Lady Frances!".
Holmes scosse gravemente il capo.
"Ammesso che l'abbiano tenuta prigioniera fino a oggi, è evidente che non possono liberarla senza distruggersi con le proprie mani.
Dobbiamo essere preparati al peggio".
"Che devo fare?".
"Questa gente non la conosce di vista, per caso?".
"No".
"Può darsi che in avvenire si rechi da qualche altro strozzino: e in tal caso dovremo ricominciare tutto da capo. D'altronde però ha ricevuto un buon prezzo e nessuno gli ha rivolto domande. Perciò se avrà bisogno di denaro spicciolo è probabile che ritorni da Bevington. Le darò un biglietto per quella gente, così la lasceranno aspettare in bottega. Se il tizio dovesse venire, lei lo seguirà sino a casa. Ma non commetta indiscrezioni e soprattutto non ricorra alla violenza. Mi affido al suo onore affinché non muova un passo senza che io lo sappia e senza il mio consenso".
Per due giorni l'onorevole Philip Green (dirò per inciso che era il figlio del celebre ammiraglio Green che comandò la flotta del Mare d'Azof durante la guerra di Crimea), non ci portò alcuna notizia. La sera del terzo giorno si precipitò nel nostro salottino pallido, tremante; ogni muscolo della sua potente massa vibrava di emozione.
"Lo abbiamo scoperto!" gridò.
L'agitazione lo rendeva incoerente. Holmes cercò di calmarlo e lo costrinse a sedere in poltrona.
"Su, andiamo, ci racconti con ordine", disse.
"E' arrivata soltanto un'ora fa; era la moglie, questa volta, ma il ciondolo che aveva in mano era il gemello dell'altro. E' una donna alta, pallida, con due occhi da furetto".
"Sì, è lei", confermò Holmes.
"Quando uscì mi misi a seguirla. Si avviò su per la Kennington Road, e io le tenni dietro. Poco dopo entrò in un negozio, signor Holmes... Era il negozio di un impresario di pompe funebri".
Il mio amico trasalì. "Sì?" chiese con quella voce vibrante che rivelava dietro il viso freddo e impassibile uno spirito in tumulto.
"Stava parlando con una donna dietro il banco. Entrai anch'io. - E' tardi - la sentii dire, o qualcosa di simile. La donna si scusò. - Dovrebbe essere già stato portato - soggiunse poi. - C'è voluto più tempo del solito essendo di misura fuori del normale -.
Poi improvvisamente s'interruppe e tutte e due mi guardarono; perciò io rivolsi qualche domanda banale e lasciai il negozio".
"Si è comportato benissimo. Che accadde in seguito?".
"La donna uscì ma io mi ero nascosto in un portone. Credo che dovevo avere risvegliato i suoi sospetti, perché si guardò attorno. Dopo di che chiamò una vettura e ci salì; io ebbi la fortuna di poterne fermare subito un'altra e di seguirla.
Finalmente scese al numero trentasei di Poultney Square, a Brixton. Io oltrepassai la casa, fermai la mia vettura all'angolo della piazza e osservai la casa".
"Ha visto qualcuno?".
"Le finestre erano tutte buie a eccezione di una al piano inferiore. La persiana però era abbassata, e non potei guardarci dentro. Io ero lì fermo, chiedendomi che cosa avrei dovuto fare, quando passò un furgone con due uomini dentro. Costoro discesero, tolsero qualcosa dal furgone e la trasportarono sino ai gradini dell'ingresso. Signor Holmes, era una bara".
"Ah!".
"Per un attimo fui sul punto di accorrere. La porta era stata aperta per lasciar passare i due uomini col loro fardello. Era venuta ad aprire la donna. Ma mentre ero lì fermo mi scorse e temo che mi abbia riconosciuto. La vidi trasalire e richiudere bruscamente la porta. Mi rammentai allora della sua promessa ed eccomi qui".
"E' stato bravissimo", disse Holmes scribacchiando alcune parole su un foglietto di carta. "Senza mandato non possiamo intraprendere alcuna azione legale, e lei potrebbe essermi di grandissimo aiuto se potesse avere la bontà di portare questo messaggio alle autorità facendosene rilasciare uno. Può darsi che le muovano qualche difficoltà, ma penso che la vendita dei gioielli dovrebbe essere sufficiente. Lestrade provvederà a tutti i dettagli".
"Ma potrebbero ucciderla nel frattempo! Che significherebbe altrimenti quella bara e per chi possono averla ordinata se non per lei?".
"Tenteremo tutto il possibile, signor Green. Non perderemo un attimo. Lasci fare a noi. E adesso, Watson", soggiunse, mentre il nostro cliente si allontanava a precipizio, "lui metterà in moto le forze regolari. Noi invece, come al solito, siamo gli irregolari, e dobbiamo scegliere la nostra linea d'azione. A parer mio la situazione è talmente disperata che anche le misure più estreme saranno giustificate. Dobbiamo arrivare a Poultney Square il più in fretta possibile".
"Cerchiamo intanto di ricostruire la situazione", mi disse mentre passavamo con una carrozza rapidissima oltre alle Case del Parlamento e superavamo il Ponte di Westminster. "Quei farabutti hanno indotto la disgraziata signora a seguirli a Londra, dopo averla separata dalla sua fedele cameriera. Anche ammesso che abbia scritto delle lettere, queste sono state sicuramente intercettate. Attraverso qualche complice devono avere affittato una casa ammobiliata. Una volta là installati l'hanno fatta loro prigioniera e si sono impossessati dei preziosi gioielli che erano stati il loro scopo sin dall'inizio. E adesso hanno già incominciato a venderne una parte, e devono certamente sentirsi al sicuro, giacché non hanno motivo di ritenere che qualcuno si possa interessare della sorte della signora. Se costei fosse rilasciata è evidente che li denuncerebbe. Perciò per loro è questione di vita o di morte non lasciarla libera. Ma non possono d'altronde tenerla eternamente sotto chiave. Perciò la loro unica via di uscita non può che essere il delitto".
"Questo mi sembra molto chiaro".
"Seguiamo invece adesso un altro ragionamento. Quando si percorrono due linee di pensiero separate, Watson, si trova sempre qualche punto di intersezione che dovrebbe approssimarsi alla verità. Incominciamo dunque adesso, non dalla signora, bensì dalla bara, e argomentiamo a ritroso. L'incidente dimostra purtroppo senza possibilità di dubbio, temo, che la signora è morta. Esso fa anche pensare a un funerale ortodosso con accompagnamento in piena regola di certificato medico e di sanzione ufficiale. Se avessero già ucciso la signora l'avrebbero certamente seppellita in qualche buca del giardino dietro alla casa. Ma ci troviamo di fronte a un procedimento patente, regolare. Che significa ciò? Certamente che l'hanno uccisa in qualche modo che ha ingannato il medico, simulando una fine naturale, mediante avvelenamento, forse. Eppure è ben strano che l'abbiano lasciata avvicinare da un medico a meno che si tratti di un loro complice, il che è un'ipotesi poco plausibile".
"Non potrebbero avere falsificato un certificato medico?".
"E' un passo pericoloso, Watson, molto pericoloso. No, non credo che l'abbiano tentato. Ferma, conducente! Quello dev'essere senz'altro l'impresario delle pompe funebri, poiché abbiamo appena passato lo strozzino. Le spiace entrare, Watson? Il suo aspetto ispira fiducia. Chieda a che ora avranno luogo domani i funerali di Poultney Square".
La proprietaria del negozio mi rispose senza esitazione che il servizio funebre era stato fissato per l'indomani alle otto.
"Come vede, Watson, niente misteri; tutto è chiaro, limpido, irreprensibile! Chissà come avranno ottemperato a tutte le formalità legali, e certo non devono aver nulla da temere. Bene, non ci resta che tentare un attacco frontale diretto. E' armato?".
"Ho il mio bastone!".
"Pazienza. Riusciremo lo stesso a prevalere. 'Tre volte è armato colui che combatte per la giusta causa'. Non possiamo assolutamente aspettare l'arrivo della polizia. Né attenerci ai dovuti regolamenti della legge. Può andare, vetturino... E ora, Watson, affronteremo la fortuna insieme come tante volte abbiamo fatto in passato".
Bussò violentemente all'uscio di una grande casa che sorgeva al centro di Poultney Square. Ci venne subito aperto, e nell'ingresso in penombra si stagliò la sagoma di una donna alta.
"Che volete?" domandò bruscamente, fissandoci nelle tenebre con due occhi inquisitori.
"Desideriamo parlare col dottor Shlessinger", disse Holmes.
"Qui non c'è nessun dottor Shlessinger", rispose la donna, e fece per richiudere l'uscio; ma Holmes glielo impedì introducendo fulmineamente il piede tra il battente e lo stipite.
"Bene, voglio vedere la persona che abita qui, comunque si chiami", insistette fermamente Holmes.
La donna esitò, quindi spalancò l'uscio. "Va bene, entrino", disse. "Mio marito non ha paura di nessuno". Richiuse l'uscio dietro di noi e ci fece entrare nel salotto che si trovava sul lato destro del vestibolo, accendendo il gas prima d'uscire. "Il signor Peters sarà da voi tra un attimo", disse.
Le sue parole si avverarono alla lettera, poiché non avevamo quasi avuto il tempo di osservare la stanza polverosa e divorata dalle tarme in cui eravamo stati introdotti, che l'uscio si aprì e un uomo massiccio, dal volto accuratamente raso e dalla testa calva, avanzò nella stanza con passo lieve. Aveva una grossa faccia rossa dalle guance pendule, e un aspetto generale di superficiale benevolenza guastato però da una bocca crudele e cattiva.
"Ci dev'essere certamente un errore, signori", disse con voce untuosa, accomodante. "Credo vi abbiano male indirizzati. Se voleste provare nella casa vicina..".
"Basta così; non abbiamo tempo da perdere", lo interruppe brusco il mio compagno. "Lei è Henry Peters, di Adelaide, alias il reverendo dottor Shlessinger, di Baden e del Sud America. Ne sono sicuro come sono sicuro di chiamarmi Sherlock Holmes".
Peters, come lo chiamerò d'ora in avanti, trasalì e fissò con sguardo duro il suo formidabile avversario. "Non creda che il suo nome mi spaventi, signor Holmes", replicò freddamente. "Quando un uomo ha la coscienza a posto nessuno può spaventarlo. Che vuole da me e in casa mia?".
"Voglio sapere che fine ha fatto Lady Frances Carfax che lei ha persuaso ad abbandonare Baden in compagnia sua e di sua moglie".
"Sarei ben felice se potesse dirmi lei dove si è cacciata questa degna signora", rispose Peters senza scomporsi. "Ho un conto in sospeso con lei di quasi cento sterline, avendone ricevuto in cambio soltanto un paio di ciondoli finti che nessuno mi vuol comprare. Si è messa alle costole di mia moglie e alle mie a Baden (effettivamente in quel periodo io avevo assunto un nome diverso) e rimase appiccicata a noi finché arrivammo a Londra. Fui io a pagare il suo conto e il suo biglietto. Una volta a Londra ci diede lo sgambetto e come ripeto ci lasciò in pagamento dei suoi debiti quattro carabattole fuori moda. Se lei riesce a trovarla, signor Holmes, sarò io in debito verso di lei".
"Certo che la troverò", rispose Sherlock Holmes. "Perquisirò questa casa finché non l'avrò trovata".
"Ha un mandato regolare?".
Per tutta risposta Holmes estrasse di tasca la rivoltella.
"Per il momento basta questa".
"Ma lei è un volgare scassinatore!".
"Mi chiami pure come vuole", rispose allegramente Holmes. "E anche il mio compagno è un pericoloso mascalzone, e insieme abbiamo l'intenzione di perquisire la sua casa da cima a fondo".
Il nostro avversario accorse all'uscio.
"Va a chiamare un agente, Annie!" rispose. Si sentì per il corridoio un fruscìo di gonne femminili, e la porta d'ingresso fu aperta e chiusa.
"Il nostro tempo è limitato, Watson", disse Holmes. "Se lei cerca di fermarci, Peters, sarà certamente per lo meno ferito. Dov'è la bara che è stata portata qui?".
"Che volete farne? E' occupata! C'è dentro un cadavere".
"Devo vedere questo cadavere".
"Mai col mio permesso".
"E allora senza!". Con un movimento rapido Holmes spinse Peters da un lato e passò nel vestibolo. Proprio davanti a noi c'era un uscio socchiuso. Entrammo. Era la sala da pranzo. Sul tavolo, sotto il lampadario semi illuminato, giaceva il feretro. Holmes accese il gas e sollevò il coperchio. Sprofondata nei recessi della bara era distesa una figura emaciata. Il riverbero violento delle luci sovrastanti ne illuminava in pieno il volto antico e distrutto. Né trattamenti crudeli, né fame, né malattia per quanto spaventosa, potevano avere così alterato il volto ancora giovanilmente bellissimo di Lady Frances. Sul viso di Holmes si dipinse un'espressione di estremo stupore, ma anche di sollievo.
"Grazie al Cielo!" mormorò. " E' un'altra!".
"Ah! Questa volta ha preso un bel granchio, mio caro signor Holmes", disse Peters che ci aveva seguiti.
"Chi è questa morta?".
"Ecco, se proprio vuole saperlo, è una vecchia bambinaia di mia moglie; si chiamava Rosa Spender e l'abbiamo trovata nell'Ospizio per Vecchi di Brixton. Noi l'abbiamo portata qui, abbiamo chiamato il dottor Horsom che abita al numero 13 di Firbank Villas - badi di annotarsi l'indirizzo, signor Holmes - e la facemmo curare con amore, com'è dovere di ogni buon cristiano. E' morta al terzo giorno - sul certificato c'è scritto per deperimento senile - ma questa è semplicemente l'opinione del medico, e lei certamente la saprà più lunga. Ordinammo il suo funerale all'impresa di pompe funebri Stimson e soci, della Kennington Road, che faranno il trasporto domattina alle otto. Trova nulla da ridire in tutto questo, signor Holmes? Ha preso un bel granchio, glielo ripeto, e darei non so cosa per avere una fotografia della faccia che ha fatto quando ha tirato su il coperchio del feretro aspettandosi di trovarci Lady Frances Carfax e ci ha scoperto invece una povera vecchia di novant'anni".
L'espressione di Holmes, malgrado i dileggi del suo antagonista, era rimasta impassibile, ma i suoi pugni chiusi tradivano in lui un'ira mal repressa.
"Perquisirò questa casa", ripeté.
"Ah, siete arrivati", gridò Peters mentre una voce di donna e alcuni passi pesanti risuonavano nel corridoio. "Questo lo vedremo. Di qui, signori agenti, per favore. Questi due uomini sono entrati a viva forza in casa mia e non riesco a farli uscire.
Aiutatemi a buttarli fuori". Sulla soglia apparvero un sergente e un metropolitano. Holmes presentò loro il suo biglietto da visita.
"Ecco il mio nome e il mio indirizzo, e questo è il mio amico dottor Watson".
"Perbacco, signor Holmes, la conosciamo benissimo", disse il sergente, "ma lei non può restare qui senza un mandato ufficiale".
"Si capisce che non posso! Questo lo so da me".
"Arrestatelo!" gridò Peters.
"Non abbiamo bisogno di ricevere ordini da lei per sapere come comportarci con questo signore", replicò il sergente in tono solenne, "ma lei deve proprio andarsene, signor Holmes", soggiunse poi rivolto al mio amico.
"Sì, Watson, dobbiamo andarcene".
Un minuto dopo eravamo di nuovo in strada. Holmes era calmo come sempre, ma io avvampavo di collera e di umiliazione. Il sergente ci aveva seguiti.
"Mi spiace, signor Holmes, ma questa è la legge".
"Ha fatto benissimo, sergente; lei non poteva comportarsi altrimenti".
"Credo che la sua presenza in quella casa fosse veramente giustificata. Se posso far qualcosa..".
"Cerchiamo una signora scomparsa, sergente, e pensiamo che sia là dentro. Aspetto un mandato da un momento all'altro".
"Allora terrò gli occhi bene aperti, e se succede qualcosa glielo farò sapere subito".
Erano appena le nove e ci rimettemmo senza indugio in piena caccia. Ci recammo prima di tutto all'ospizio per vecchi di Brixton, dove fummo informati che effettivamente una coppia caritatevole si era presentata alcuni giorni prima a reclamare una vecchia rimbecillita che era stata loro antica domestica, ottenendo il permesso di portarsela via. Nessuno espresse la minima sorpresa che la donna fosse poi deceduta.
La nostra successiva visita fu per il medico. Costui era stato veramente chiamato, aveva trovato la donna moribonda di vecchiaia, l'aveva anzi vista trapassare, e aveva firmato il certificato in piena coscienza. "Vi garantisco che tutto si è svolto in modo perfettamente normale, e non è possibile sospettare sia pur l'ombra di un imbroglio", ci disse. Nella casa non aveva notato nulla di strano, senonché aveva trovato curioso che gente della loro classe non tenesse servitù. Questa la deposizione del dottore. Arrivammo finalmente a Scotland Yard. Per quanto riguardava il mandato c'erano state alcune difficoltà di procedura. Un certo ritardo era inevitabile. Non sarebbe stato possibile avere la firma del magistrato prima dell'indomani mattina. Se Holmes fosse venuto verso le nove avrebbe potuto accompagnarsi a Lestrade e procedere alla sua esecuzione. Così si concluse la giornata, sennonché verso la mezzanotte il nostro amico sergente venne ad avvertirci che aveva visto qua e là alle finestre della grande casa scura un balenìo di luci, ma che nessuno ne era uscito e nessuno entrato. Non ci restava che portar pazienza e aspettare l'indomani.
Sherlock Holmes era troppo irritabile per conversare e troppo irrequieto per dormire. Lo lasciai che stava fumando come una ciminiera, le folte scure sopracciglia corrugate, le lunghe dita nervose tambureggianti sui braccioli della poltrona, mentre nel suo cervello dovevano certamente agitarsi tutte le possibili soluzioni del mistero. Più di una volta nel corso di quella notte lo sentii aggirarsi per la casa. Infine, proprio poco dopo che mi avevano svegliato, me lo vidi arrivare nella mia stanza come un razzo. Era in veste da camera, ma la sua faccia pallida, dalle occhiaie infossate, mi rivelò come la sua notte fosse stata completamente insonne.
"A che ora doveva essere il funerale? Alle otto, vero?" mi domandò con voce ansiosa. "Bene, adesso sono le sette e venti. Perbacco, Watson, che cosa è successo di quel po' di cervello che Dio mi ha dato? Presto, presto, su! E' questione di vita o di morte...
novantanove probabilità di morte contro una di vita. Ma non mi perdonerò mai se arriveremo troppo tardi!".
Non erano trascorsi cinque minuti che già volavamo in una vettura chiusa giù per Baker Street. E pure a velocità folle passavamo Big Ben alle sette e trentacinque e le otto scoccavano mentre imboccavamo come bolidi la Brixton Road. Ma anche gli altri erano in ritardo come noi. Dieci minuti dopo l'ora fissata, il carro funebre era ancora fermo davanti al portone della casa, e proprio nel momento in cui il nostro cavallo schiumante di bava si fermava, il feretro comparve sulla soglia trasportato da tre uomini. Holmes scese come un pazzo e sbarrò loro la strada.
"Riportatelo indietro!" gridò, fermando con la mano il primo dei portatori. "Riportatelo indietro immediatamente".
"Ma che diavolo vuole? Ancora una volta le chiedo dov'è il suo mandato?" urlò furibondo Peters, mentre la sua grossa faccia rossa scrutava verso l'altro capo della bara.
"Il mandato è per strada. Questo feretro resterà in questa casa finché non arriverà la polizia".
L'autorità che emanava dalla voce di Holmes ebbe il suo effetto sui becchini. Peters era improvvisamente scomparso, e gli uomini obbedirono agli ordini del nuovo venuto. "Presto, Watson, presto.
Ecco qua un cacciavite", urlò mentre la bara veniva riadagiata sul tavolo. "Eccone uno anche a lei, brav'uomo! Le do una sovrana se riesce a sollevare questo coperchio in un minuto. Non faccia domande... lavori! Bene! Su! Forza! Adesso tirate tutti insieme!
Cede! Cede! Ah, finalmente ci siamo!".
Grazie ai nostri sforzi riuniti riuscimmo a svellere il coperchio della bara, e contemporaneamente uscì dall'interno di essa un odore stordente e insopportabile di cloroformio. Dentro giaceva un corpo con la testa tutta avvolta in cotone idrofilo imbevuto di narcotico. Holmes lo strappò con violenza rivelando il volto statuario di una donna bellissima, dall'aspetto spirituale, di mezza età. Immediatamente passò il braccio intorno alla figura inerte e la sollevò in posizione seduta.
"E' già morta, Watson? C'è ancora speranza? Non è possibile che siamo arrivati troppo tardi".
Per mezz'ora sembrò che non ci fosse veramente più nulla da fare.
Tra la soffocazione della bara e i vapori venefici del cloroformio Lady Frances pareva aver oltrepassato la linea di demarcazione che divide la morte dalla vita. Ma finalmente, grazie alla respirazione artificiale, a iniezioni di etere e a vari altri mezzi suggeriti dalla scienza, un barlume di vita, un trepido vibrare di ciglia, una lieve appannatura dello specchio accennarono che la vita lentamente ritornava. Una vettura si era fermata, intanto, e Holmes scostando la persiana guardò in strada.
"Ecco Lestrade col suo mandato" osservò. "Ed ecco qua", soggiunse, mentre un passo pesante risuonava nel corridoio, "qualcuno che ha più diritto di noi a curare la signora. Buongiorno, signor Green; credo che più presto riusciremo a trasportare Lady Frances, tanto meglio sarà. Frattanto il funerale può aver luogo, e la povera vecchia che ancora giace in quella bara potrà finalmente raggiungere il luogo del suo eterno riposo, ma sola, per fortuna!".
"Se le interessasse aggiungere questo caso ai suoi annali, mio caro Watson", mi disse Holmes quella sera, "esso potrà fornire un esempio delle eclissi temporanee cui anche le menti più equilibrate possono andare soggette. Sviste simili sono comuni a tutti i mortali, e tanto maggiore è pertanto il merito di chi riesce a riconoscerle e rimediarle. A questo merito io credo di avere qualche diritto. La mia notte fu ossessionata dal pensiero che un indizio, una frase curiosa, un'osservazione insolita erano passati sotto il mio giudizio e che io li avevo troppo facilmente trascurati. Poi a un tratto, nelle prime luci grigie del mattino, le parole esatte mi ritornarono alla mente. Era l'osservazione della moglie dell'impresario delle pompe funebri, quale mi era stata riferita da Green. La donna aveva detto: - Dovrebbe essere già pronta, ma c'è voluto più tempo perché era di misura fuori del normale -. Parlava appunto della bara. Era di misura fuori del normale... Ciò non poteva significare altro che era stata fatta secondo dimensioni speciali. Ma perché? Perché? Poi a un tratto mi ricordai dell'ampiezza del feretro e della piccola fragile spoglia della donnetta da noi vista. Perché un feretro così grande per un cadavere così piccolo? Per lasciar spazio a un altro cadavere, o a un corpo vivo! Le due donne sarebbero state seppellite con un unico certificato. Tutto sarebbe stato così chiaro se la mia perspicacia non fosse stata temporaneamente ottenebrata. Alle otto Lady Frances doveva essere sepolta; ora la nostra unica speranza era quella di arrivare in tempo a fermare il corteo funebre prima che abbandonasse la casa.
"Avevamo una probabilità su mille di trovarla ancora viva, ma era pur sempre una probabilità e i risultati ci diedero ragione. Che io sappia quella gente non aveva mai commesso un delitto; probabilmente dovettero rifuggire sino all'ultimo dalla violenza materiale. Era facile per loro seppellirla senza lasciar traccia del proprio misfatto, e anche se fosse stata esumata avevano sempre qualche speranza di cavarsela. Io speravo che queste considerazioni avessero in loro il sopravvento. Le sarà facile ricostruire la scena. Lei ha visto quell'orribile tana all'ultimo piano dove la povera signora è stata sequestrata per tanto tempo.
Dovettero stordirla col cloroformio, trasportarla di sotto, versare dell'altro narcotico nella bara per impedire che si risvegliasse, quindi avvitarne il coperchio. Hanno agito con molta astuzia, Watson. Questo fatto per me è nuovo negli annali del delitto. Se i nostri ex missionari riusciranno a sfuggire alle grinfie di Lestrade, prevedo che udremo parlare ancora ben presto di parecchie altre gesta brillanti, nella loro losca carriera!".
Nell'annotare di tanto in tanto alcune delle curiose esperienze e degli interessanti ricordi che si collegano alla mia lunga e intima amicizia con Sherlock Holmes, mi sono costantemente trovato a dover fronteggiare le difficoltà causate dalla sua invincibile avversione contro ogni forma di pubblicità. Il suo spirito scettico e solitario nutrì sempre il più profondo disprezzo verso l'applauso popolare, e nulla lo divertiva di più, al termine di un'inchiesta fortunata, del riversare tutto il merito del successo su qualche funzionario ortodosso, e ascoltare con un sorriso ironico il coro generale delle mal riposte congratulazioni. Fu effettivamente questo atteggiamento da parte del mio amico, e non già la mancanza di materiale interessante, che mi ha fatto presentare al pubblico in questi ultimi anni solo pochissimi racconti. La parte da me presa in qualcuna delle sue avventure fu sempre un gran privilegio per me, ma questo mi impose anche in più di un caso molta reticenza e la massima discrezione.
Il lettore potrà quindi facilmente immaginare la mia sorpresa quando martedì scorso ricevetti un telegramma da parte di Holmes - non scriveva mai quando gli era possibile spedire un telegramma - concepito nei seguenti termini: "Perché non raccontare dello sterminio di Cornovaglia... il caso più strano che mi sia mai capitato?". Non so quale memoria retrospettiva gli aveva riportato alla mente l'argomento, o quale capriccio lo aveva indotto a desiderare che io lo rendessi di dominio pubblico; comunque mi affretto ad accontentarlo prima che possa arrivarmi un altro telegramma da parte sua che annulli questo precedente; ho riunito in fretta i miei appunti dove avevo fermato tutti i precisi particolari del caso, ed eccomi a narrarlo ai miei lettori.
Fu dunque nella primavera del 1897: la ferrea costituzione di Holmes aveva cominciato a manifestare alcuni sintomi di debolezza in seguito a un lavoro costante e durissimo, e l'indisposizione era forse pure aggravata da eccessi non del tutto inerenti agli sforzi impostigli dall'esercizio della sua professione. Nel marzo di quell'anno il dottor Moore Agar, di Harley Street, di cui forse narrerò un giorno il drammatico incontro con Holmes, dichiarò esplicitamente che il famoso poliziotto privato doveva abbandonare ogni attività e concedersi un riposo totale se voleva evitare un esaurimento nervoso irreparabile. Lo stato della sua salute era un argomento che a Holmes personalmente non interessava affatto, ma alla fine si rassegnò, di fronte alla minaccia di diventare definitivamente inabile al lavoro, e accettò un mutamento completo di atmosfera e d'ambiente. Fu così che all'inizio della primavera di quell'anno ci trovammo riuniti in un villino in prossimità di Poldhu Bay, al limite estremo della penisola di Cornovaglia.
Era una località singolare e particolarmente adatta all'umore tetro del mio paziente. Dalle finestre della nostra casetta imbiancata a calce che sorgeva su un promontorio erboso, la vista abbracciava tutto il sinistro emiciclo della Mounts Bay, l'antica trappola di morte di tutti i velieri, con la sua frangia di rupi nere e la sua cintura di scogli spazzati dalla risacca dove innumerevoli navigatori erano miseramente periti. Grazie a una brezza settentrionale che vi spira, essa si stende placida e riparata, invitando i navigli squassati dalle tempeste a rifugiarcisi in cerca di riposo e di protezione.
Poi il vento gira improvviso e vorticoso; sopraggiunge il fortunale irrompente da sud-ovest, l'ancora prende ad arare, ecco la spiaggia dalla parte di sottovento, e infine la suprema battaglia tra i marosi schiumanti come cavalli impazziti. Il marinaio saggio si tiene lontano da questo luogo di sciagura!
Sul lato di terra il paesaggio che ci circondava era tetro non meno del mare. Era un paese tutto lande ondulate, solitario e di color perso, con un campanile ad affiorare di quando in quando per segnare l'ubicazione di qualche villaggio sperduto. Dappertutto su queste lande si vedono tracce di una razza scomparsa definitivamente, che ha lasciato in suo ricordo strani monumenti di pietra, tumuli irregolari contenenti le ossa bruciate dei morti e curiosi terrapieni, indici di conflitti preistorici. Il fascino e il mistero di questo luogo, la sua sinistra atmosfera di genti dimenticate, aveva fatto presa sull'immaginazione del mio amico, ed egli trascorreva gran parte del suo tempo in lunghe passeggiate e in solitarie meditazioni sulla landa. Anche l'antico linguaggio di Cornovaglia aveva attratto la sua attenzione, e ricordo come avesse concepito l'idea che fosse affine al caldeo, e che traesse ampie derivazioni dai trafficanti di stagno fenici. Si era fatto spedire un grosso pacco di libri di filologia, e s'era messo a sviluppare questa tesi quando a un tratto, con mio dolore e con sua non celata gioia, ci trovammo, persino in quella terra di sogni, tuffati a capofitto in un problema, accaduto proprio lì, davanti alla nostra stessa soglia, che era molto più profondo, molto più interessante e infinitamente più misterioso di tutti quelli che ci avevano cacciato da Londra. La nostra esistenza piana, pacifica, il nostro salubre andazzo venne violentemente interrotto, e venimmo precipitati nel bel mezzo di una serie di vicende che suscitarono la massima emozione non solo in Cornovaglia, ma in tutta la regione occidentale dell'Inghilterra.
Forse molti tra i miei lettori ricorderanno quel che venne chiamato allora "L'orrore di Cornovaglia", per quanto alla stampa londinese fosse giunto un resoconto molto incompleto della vicenda.
Ho detto che i villaggi disseminati in quella parte della Cornovaglia erano contrassegnati da torri sparse. Il più vicino di questi villaggi era il paesino di Tredannick Wollas, dove le casupole di circa duecento abitanti si assiepavano intorno a un'antica chiesa tappezzata di muschio. Il vicario della parrocchia, il signor Roundhay, si dilettava in archeologia, e perciò Holmes aveva stretto conoscenza con lui. Era un uomo di mezz'età, maestoso e affabile, dotato di un notevole bagaglio di erudizione locale. Dietro suo invito eravamo stati a prendere il tè al vicariato, ed eravamo così venuti a conoscere anche il signor Mortimer Tregennis, un gentiluomo che viveva solo e che aiutava il curato a impinguare le magre risorse affittando alcune stanze della sua grande casa disordinata. Il vicario, essendo scapolo, era stato ben felice di questa sistemazione, anche se c'era molto poco di comune tra lui e il suo inquilino che era un uomo alto, scuro, occhialuto, e talmente curvo da suggerire un'impressione di vera e propria deformità fisica. Ricordo che durante la nostra breve visita notammo che il vicario era molto loquace, mentre il suo pigionante si era mostrato stranamente taciturno: ripeto, era un uomo dal viso triste, dall'aspetto pensieroso, e rimase quasi sempre seduto senza guardarci e immerso apparentemente nei propri affari personali.
Ecco i due uomini che irruppero bruscamente nel nostro salottino quel martedì sedici marzo, poco dopo la nostra prima colazione, mentre stavamo facendo una fumatina preparatoria per la nostra quotidiana passeggiata sulle lande.
"Signor Holmes", disse il vicario con voce agitatissima, "si è verificato durante la notte un fatto straordinario e spaventosamente tragico. Si tratta di un avvenimento inaudito, e possiamo considerare come un dono speciale della Provvidenza che lei si trovi qui in un simile frangente, dato che in tutta l'Inghilterra lei è proprio l'uomo di cui abbiamo bisogno".
Fissai il vicario con occhi tutt'altro che amichevoli; ma Holmes si tolse la pipa di bocca e si tirò su dritto sulla seggiola come un vecchio cane da caccia che senta squillare l'hallalì. Con un gesto della mano indicò il sofà, dove il nostro visitatore ansante e il suo esagitato compagno sedettero a fianco a fianco. Il signor Mortimer Tregennis appariva più composto del parroco, ma il tremito delle sue mani sottili e la lucentezza febbrile dei suoi occhi scuri rivelavano quanto condividesse l'emozione che sconvolgeva il suo padrone di casa.
"Parla lei o vuole che parli io?" domandò il vicario.
"Ecco, dal momento che è stato lei a fare la scoperta, di qualunque cosa possa trattarsi, e il vicario l'ha appresa soltanto di seconda mano, sarà forse meglio che parli lei", disse Holmes.
Lanciai un'occhiata al vicario sommariamente vestito, mentre il suo inquilino gli era seduto accanto abbigliato in piena regola, e mi divertì la sorpresa che la semplice deduzione di Holmes aveva dipinto sui loro volti.
"Sarà forse meglio che dica due parole prima io", interloquì il vicario, "quindi giudicherà lei se ascoltare i particolari dal signor Tregennis, o se non sarà invece meglio che ci affrettiamo a recarci tutti insieme sul posto di questa misteriosa tragedia. Le spiegherò dunque che il nostro amico qui presente passò la serata di ieri in compagnia dei suoi due fratelli, Owen e George, e di sua sorella Brenda, nella loro casa di Tredannick Wartha, che si trova vicino all'antica croce di pietra della landa. Li lasciò poco dopo le dieci, che giocavano a carte intorno al tavolo della sala da pranzo, in ottima salute e in perfetta allegria. Stamane, poiché si alza sempre molto presto, si avviò a piedi in quella direzione prima di far colazione, e fu raggiunto dalla carrozza del dottor Richards, che gli spiegò come fosse stato mandato a chiamare con la massima urgenza da Tredannick Wartha. Il signor Mortimer Tregennis logicamente si accompagnò a lui. Giunto a Tredannick Wartha si trovò di fronte a uno spettacolo inaudito. I suoi due fratelli e la sorella erano seduti intorno al tavolo, esattamente come lui li aveva lasciati, con le carte ancora sparse sul tavolo e le candele consumate sino al bocciuolo. La sorella giaceva abbandonata sulla seggiola, morta stecchita, mentre i due fratelli erano seduti ai due lati di lei che ridevano, urlavano, cantavano, completamente fuori di senno. Tutti e tre, la morta e i due dementi, avevano impressa nel volto un'espressione di terrore indescrivibile, un tale stravolgimento di orrore che faceva spavento guardarli. Non c'era traccia di alcuna presenza estranea nella casa, fatta eccezione per la signora Porter, la vecchia cuoca e governante di casa, che dichiarò di aver dormito profondamente e di non aver sentito durante la notte il benché minimo rumore. Non era stato rubato né spostato nulla, e non è possibile dare alcuna spiegazione dell'orrore che ha spaventato una donna sino a farla morire e ha tolto il senno a due uomini robusti. Questa in succinto la situazione, signor Holmes, e se lei potrà aiutarci a chiarirla avrà compiuto una grande cosa".
Avevo sperato di riuscire in qualche modo a convincere il mio amico a restarsene nella pace che era stata lo scopo del nostro viaggio, ma mi bastò un'occhiata al suo viso intento e alle sue sopracciglia contratte per capire che ogni mia supplica sarebbe stata inutile. Si mise a sedere alquanto in silenzio, assorto nella meditazione del misterioso dramma che era così improvvisamente scoppiato a scompaginare la nostra quiete.
"Accetto di occuparmi di questo problema", disse infine. "Così di primo acchito sembrerebbe un caso di natura assolutamente eccezionale. Lei è stato laggiù, signor Roundhay?".
"No, signor Holmes. Il signor Tregennis è ritornato alla parrocchia, mi ha riferito l'accaduto e io sono venuto qui subito a consultarmi con lei".
"Quanto dista la casa dove si è verificata questa singolare tragedia?".
"Un miglio circa entro terra".
"Ci andremo dunque a piedi insieme, ma prima di avviarci desidero rivolgerle alcune domande, signor Mortimer Tregennis".
Tregennis era rimasto sempre in silenzio, ma io avevo notato che la sua agitazione, per quanto meglio controllata, era tuttavia più forte dell'appariscente emozione del curato. Sedeva con un viso pallido, tirato, lo sguardo ansioso fisso su Holmes, e le sue mani sottili erano strette insieme in un gesto convulso. Le sue labbra esangui erano scosse da un tremito, mentre ascoltava la descrizione della sorte spaventosa toccata alla sua famiglia, e nei suoi occhi cupi pareva riflettersi qualcosa dell'orrore della tragedia che l'aveva annientata.
"Mi chieda quello che vuole, signor Holmes", rispose prontamente.
"Mi fa male parlarne, ma le risponderò la verità".
"Mi dica di ieri sera".
"Come il vicario le ha spiegato, cenai laggiù, e mio fratello maggiore, George, propose dopo cena che si facesse un giro di whist. Incominciammo verso le nove circa. Quando mi mossi per ritornare mancava un quarto alle dieci. Li lasciai tutti e tre intorno al tavolo, apparentemente allegrissimi".
"Chi l'accompagnò fuori?".
"La signora Porter era andata a letto, perciò uscii solo. Mi richiusi alle spalle la porta del vestibolo. La finestra della stanza in cui erano seduti era chiusa, ma la persiana era rimasta alzata. Questa mattina non c'era nessun cambiamento né nella porta né nella finestra, e niente faceva supporre che un estraneo avesse potuto entrare in casa. Eppure erano lì, impazziti completamente dal terrore, e Brenda morta di paura, la testa ciondoloni sul bracciolo della seggiola. Dovessi campare cent'anni non potrò mai levarmi dal cuore e dalla mente lo spettacolo che offriva quella stanza!".
"I fatti, così come lei me li ha esposti, sono innegabilmente straordinari", disse Holmes. "Immagino che lei non possa formulare alcuna ipotesi atta a spiegarli!".
"E' opera del demonio, signor Holmes; del demonio!", gridò Mortimer Tregennis. "Non di questo mondo! Qualcosa dev'essere entrato in quella stanza che ha spento nelle loro menti la luce della ragione. Quale mezzo umano poteva operare questo?".
"Temo che se si tratta di cosa trascendente l'umana natura è certamente tale da trascendere anche, logicamente, le mie modeste facoltà. Tuttavia dobbiamo esaurire tutte le spiegazioni naturali prima di arrenderci a un'ipotesi come questa. In quanto a lei, signor Tregennis, mi sembra che abbia avuto qualche dissenso con la sua famiglia, altrimenti per quale altro motivo i suoi fratelli vivevano uniti mentre lei abita solo in camere ammobiliate?".
"Effettivamente era così, signor Holmes, per quanto ormai quella vicenda fosse da tempo morta e seppellita. Noi possedevamo infatti una miniera di stagno a Redruth, ma vendemmo i nostri diritti a una società, e ci ritirammo con abbastanza di che vivere. Non negherò che ci fu infatti qualche vivace scambio di vedute tra me e i miei fratelli riguardo alla spartizione del denaro, ma tutto era ormai da tempo dimenticato, ed eravamo ridiventati da un pezzo ottimi amici".
"Ripensando all'ultima sera che avete trascorso insieme, non ricorda nulla che possa gettare eventualmente qualche luce sulla tragedia? Ci pensi bene, signor Tregennis, perché anche il più piccolo filo conduttore può essermi d'immenso aiuto".
"Non ricordo proprio nulla, signor Holmes".
"I suoi fratelli erano del loro solito umore?".
"Eccome! Non li avevo mai visti così allegri".
"Erano persone nervose? Avevano mai mostrato di temere qualche pericolo imminente?".
"No".
"Non può dunque dirmi assolutamente nulla che mi aiuti a far luce?".
Mortimer Tregennis parve riflettere a lungo e intensamente, quindi disse:
"Adesso mi viene in mente una cosa. Mentre eravamo seduti al tavolo, io stavo con la schiena rivolta alla finestra e mio fratello George, essendo mio compagno di gioco, era invece di faccia. Notai che una volta guardò fisso al disopra della mia spalla, tanto che mi girai e guardai a mia volta. La persiana era alzata e la finestra chiusa, ma riuscivo ugualmente a distinguere i cespugli del prato, ed ebbi per un attimo la sensazione di vedere qualcosa muoversi là in mezzo. Non saprei dire se si trattasse di uomo o di animale, ma ebbi comunque l'impressione che qualcosa ci fosse. Quando gli chiesi che cosa stava guardando mi rispose che aveva avuto la stessa sensazione. Questo è tutto ciò che io posso dire".
"Non siete andati a vedere?".
"No; non demmo importanza alla cosa".
"Dunque li ha lasciati senza aver avuto alcun presagio funesto?".
"Assolutamente no".
"Non ho ben capito come abbia appreso la notizia così per tempo questa mattina".
"Non sono un dormiglione, e di solito faccio sempre una passeggiata prima di colazione. Stamattina mi ero appena avviato quando fui raggiunto dal dottore che mi passò davanti col suo calesse. Mi avvertì che la vecchia signora Porter l'aveva mandato a chiamare con un messaggio urgente, perciò balzai in cassetta accanto a lui e proseguimmo insieme. Appena arrivati entrammo nella tragica stanza. Le candele e il fuoco dovevano essersi spenti da molte ore, ed essi erano rimasti seduti così nelle tenebre sino allo spuntare dell'alba. Il dottore dichiarò che Brenda doveva essere morta da almeno sei ore. Non fu riscontrata su di lei alcuna traccia di violenza. Era semplicemente rovesciata sul bracciolo della poltrona con quella terribile espressione di spavento nel volto. George e Owen stavano cantando frammenti di canzoni e si agitavano come due grosse scimmie. Dio mio, che orrore! Io non potei resistere a quello spettacolo, e anche il dottore si sbiancò come un lenzuolo. Anzi si accasciò su una seggiola in preda a una specie di svenimento e per poco non ci toccò di curare anche lui".
"Strano... veramente stranissimo", disse Holmes alzandosi e prendendo il suo cappello. "Credo che sarà forse meglio recarci a Tredannick Wartha senza ulteriori indugi. Confesso di aver visto raramente un caso che presenti a prima vista un aspetto più singolare".
Le operazioni di quella prima mattina non servirono gran che a farci avanzare nelle nostre ricerche. Esse furono contrassegnate all'inizio da un incidente che lasciò nel mio animo un'impressione terribilmente sinistra. Si accede al punto dove era avvenuta la tragedia, lungo il viottolo di campagna angusto e serpeggiante.
Mentre lo percorrevamo udimmo un cigolìo di ruote e una vettura avanzò verso di noi: ci tirammo da parte per lasciarla passare.
Mentre ci superava ebbi come una visione fuggevole, attraverso il finestrino abbassato, di un volto ghignante, orribilmente convulso, che ci guardava. Quegli occhi forsennati, quei denti digrignanti ci passarono accanto in un lampo, come uno spettacolo spaventoso.
"I miei fratelli!" gridò Mortimer Tregennis, diventato pallido come un cadavere. "Li stanno portando a Helston".
Fissammo con orrore la carrozza nera che stava scomparendo rapidamente al nostro sguardo. Quindi volgemmo i nostri passi verso l'infausta casa i cui occupanti avevano incontrato un così strano destino.
Era una dimora grande e luminosa, piuttosto una villa che non una semplice casa di campagna, circondata da un vasto giardino che grazie alla tiepida aria di Cornovaglia era già fragrante di fiori primaverili. Su questo giardino dava la finestra del salotto e da lì, secondo le dichiarazioni di Mortimer Tregennis, doveva essere giunto quello strumento del demonio che aveva in un solo attimo sconvolto le menti dei suoi congiunti, per semplice effetto di orrore. Holmes si aggirò lento e pensoso tra le aiuole e lungo il sentiero, prima di entrare sotto il porticato. Era talmente assorto nelle sue meditazioni, ricordo, che inciampò nell’annaffiatoio, rovesciandone il contenuto e inzuppando non solo il sentiero del giardino ma anche i nostri piedi.
Nell'interno della casa fummo accolti dalla vecchia governante, la signora Porter, che con l'aiuto di una giovane domestica provvedeva ai bisogni della famiglia. Costei rispose prontamente a tutte le domande di Holmes. Quella notte non aveva sentito nulla.
I suoi padroni si erano dimostrati in quegli ultimi tempi sempre di ottimo umore, e non li aveva mai visti, anzi, più allegri e più soddisfatti. Quando al mattino era entrata nella stanza, era svenuta dallo spavento vedendo quell'impressionante compagnia seduta intorno al tavolo. Non appena si era riavuta, aveva spalancato la finestra per lasciare entrare l'aria fresca del mattino e si era poi precipitata nel viottolo a chiamare aiuto; aveva poi trovato un garzone di fattoria che aveva spedito in cerca di un medico. La signora era stata adagiata nel suo letto, di sopra, se desideravamo vederla. C'erano voluti quattro uomini robusti per portare i fratelli nella vettura del manicomio. In quanto a lei non sarebbe rimasta un altro giorno in quella casa, e partiva quello stesso pomeriggio per andare a raggiungere la sua famiglia a Saint Ives.
Salimmo le scale ed esaminammo il cadavere. La signorina Brenda Tregennis doveva esser stata una ragazza bellissima, benché avesse ormai raggiunto la mezza età. Il suo viso bruno e nettamente stagliato era affascinante anche nella morte, ma in esso aleggiava ancora qualcosa dell'orrore senza nome che era stata la sua ultima emozione terrena. Dalla camera da letto della morta scendemmo nel salotto in cui si era verificata quella misteriosa tragedia. Le ceneri bruciacchiate del fuoco notturno erano ammonticchiate sulla grata. Sul tavolo erano ancora sparse delle carte da gioco, stavano tuttora le quattro candele completamente sgocciolate e consumate. Le seggiole erano state riaccostate alle pareti, ma per tutto il resto nient'altro era stato spostato. Holmes percorse la stanza col suo passo rapido e leggero; si mise a sedere sulle varie seggiole, avvicinandole e ricostruendo le loro rispettive posizioni. Fece la prova di quanta parte di giardino fosse visibile dall'interno; ispezionò il pavimento, il soffitto, il camino, ma mai, neppure per un attimo, notai in lui quell'improvviso luccicare degli occhi e quella contrazione delle labbra che mi avrebbero fatto presagire come fosse riuscito a scorgere in quel mareggiare di tenebre un guizzo di luce.
"Ma perché il fuoco?" domandò ad un tratto. "Accendevano sempre il camino in questa stanzetta, anche in una notte di primavera?".
Mortimer Tregennis spiegò che la serata era stata fredda e umida; per questo motivo avevano acceso il fuoco dopo il suo arrivo. "Che intende fare adesso, signor Holmes?" chiese.
Il mio amico sorrise e mi posò una mano sul braccio. "Credo, Watson, che riprenderò la mia vecchia abitudine di autointossicazione tabagica che lei così spesso e così giustamente ha condannato", disse. "Col vostro permesso, signori, faremo adesso ritorno al nostro villino, perché non credo che ci si possa presentare qui qualche fattore nuovo. Rielaborerò gli avvenimenti dentro di me, signor Tregennis, e se mi venisse in mente qualcosa mi metterò immediatamente in comunicazione con lei e col vicario.
Intanto auguro a entrambi il buongiorno".
Fu solo molto tempo dopo, quando fummo rientrati a Poldhu Cottage, che Holmes ruppe il suo lungo e ostinato silenzio. Si era tutto raggomitolato nella sua poltrona, la sua faccia magra e ascetica quasi spariva tra le azzurrognole spire della pipa, le sue nere sopracciglia erano contratte, la fronte solcata di rughe, gli occhi assorti vagavano nello spazio. Improvvisamente posò la pipa e balzò in piedi.
"Non va, Watson", disse scoppiando in una risata. "Andiamo a fare una passeggiata insieme sino alle rocce, in cerca di frecce di selce. Sarà più facile trovare relitti neolitici che non la chiave di questo problema. Permettere al cervello di lavorare senza materiale sufficiente è come mettere un motore in folle. Non si fa che ridurlo in pezzi. Occorrono aria marina, sole e pazienza, mio caro Watson... e il resto verrà da sé".
"E adesso tentiamo di definire con calma la nostra posizione", proseguì mentre costeggiavamo insieme gli scogli. "Cerchiamo di afferrare saldamente il pochissimo che sappiamo, di modo che quando sorgeranno fatti nuovi noi potremo essere pronti a sistemarli nelle loro giuste caselle. Suppongo in primo luogo che nessuno di noi due è disposto ad ammettere intrusioni diaboliche in questioni umane. Incominciamo con lo scartare totalmente questa evenienza. Benissimo. Rimangono così tre persone che sono state spaventosamente colpite da un elemento umano, conscio o inconscio.
Qui ci muoviamo su terreno sicuro. Ora, quando si verificò questo incidente? Ammettendo naturalmente che la sua narrazione sia esatta, la tragedia dovette avvenire subito dopo che il signor Mortimer Tregennis ebbe lasciato la stanza. Questo è un punto importantissimo. Dobbiamo perciò supporre che il fatto avvenne pochissimi minuti dopo. Le carte erano ancora sparse sul tavolo.
L'ora normale in cui erano soliti coricarsi era già trascorsa, eppure né cambiarono di posto né scostarono le seggiole. Ripeto pertanto che il fatto dovette verificarsi subito dopo la partenza di Tregennis, e comunque non più tardi delle undici di ieri sera.
La nostra prima mossa sarà dunque quella di controllare, per quanto possibile, tutti i passi di Mortimer Tregennis dal momento in cui lasciò quella stanza. In questo non dobbiamo incontrare alcuna difficoltà e mi sembra che ogni suo movimento sia al di sopra di qualsiasi sospetto. Lei che conosce bene i miei sistemi avrà notato il pretesto alquanto goffo dell’annaffiatoio al quale sono ricorso per ottenere un'impronta più chiara del suo piede di quanto sarebbe stato altrimenti possibile. Il sentiero umido e sabbioso la ritenne in modo perfetto. Anche la notte scorsa era umida, se ben ricordo, e non mi fu difficile, avendo ottenuto un'impronta di campione, ritrovare la sua traccia tra le altre e seguire i suoi movimenti. Mi è risultato che lui si sia allontanato rapidamente in direzione del vicariato.
Se dunque Mortimer Tregennis è scomparso dalla scena e tuttavia qualcuno dall'esterno ha potuto esercitare la sua letale influenza sui giocatori di carte, come possiamo ricostruire l'identità di questa persona e come fu possibile creare intorno a quei tre disgraziati una così spaventosa e mortifera atmosfera di orrore?
Dobbiamo scartare assolutamente la signora Porter. E' una persona evidentemente inoffensiva. Esiste una prova che qualcuno sia salito strisciando sino alla finestra producendo non sappiamo come un effetto così terrificante da far uscire di senno quei tre poveretti? La sola ipotesi in tal senso ci è fornita dallo stesso Mortimer Tregennis, il quale sostiene che suo fratello ebbe la sensazione di un movimento in giardino. Questo è indubbiamente un fatto strano, poiché la notte era piovosa, nuvolosa e buia.
Chiunque avesse avuto l'intenzione di spaventare questa gente sarebbe stato costretto ad avvicinare la faccia direttamente contro il vetro, prima di poter essere scorto. Intorno a questa finestra, dall'esterno, corre un bordo di fiori largo circa novanta centimetri, ma esso non reca alcuna traccia d'impronte. E perciò difficile immaginare come qualcuno dall'esterno possa aver fatto su quei tre un'impressione così spaventosa, né abbiamo trovato alcun motivo plausibile per un attentato tanto strano e complesso. Si rende conto delle difficoltà che dobbiamo affrontare, Watson?".
"Altroché!" risposi con la massima convinzione.
"Eppure se avessimo un poco più di elementi, potremmo dimostrare che non sono poi insormontabili", proseguì Holmes. "Io credo che nei suoi vasti archivi lei riuscirebbe a trovare qualche altro caso che offrirebbe probabilmente oscurità analoghe. Tuttavia metteremo da parte per il momento questo problema sino a quando non avremo raccolto dati più precisi, e dedicheremo il resto della nostra mattinata alla ricerca dell'uomo neolitico".
Ho già accennato più volte al potere di distacco mentale di Holmes, ma questa sua facoltà non mi stupì mai tanto come in quella mattina di primavera in Cornovaglia, quando per ben due ore si mise a discutere ininterrottamente di Celti, di punte di freccia, di cocci arcaici, con una disinvoltura come se nessun mistero sinistro attendesse da lui una soluzione. Fu soltanto nel pomeriggio, di ritorno al nostro villino, quando trovammo un visitatore ad aspettarci, che le nostre menti ritornarono alla tragedia. Né io né Holmes avemmo bisogno che qualcuno ci dicesse chi era questo visitatore. Quel corpo immenso, quel volto solcato di rughe e scavato come una roccia, quegli occhi fieri, quel naso aquilino, quei capelli brizzolati che quasi sfioravano il soffitto della nostra casetta, quella barba dorata ai bordi e bianca presso le labbra, salvo le macchie di nicotina lasciate da un sigaro perenne, tutti questi lineamenti erano altrettanto noti a Londra quanto lo erano in Africa, e non potevano che essere associati alla formidabile personalità del dottor Leon Sterndale, il celebre cacciatore di leoni ed esploratore.
Avevamo saputo della sua presenza nella regione e un paio di volte avevamo avvistato la sua gigantesca figura lungo i sentieri della landa. Ma egli non aveva mai fatto nulla per avvicinarsi a noi, né noi d'altronde ci saremmo mai sognati di abbordarlo, poiché era risaputo che unicamente per amore di isolamento, egli era solito trascorrere la maggior parte degli intervalli concessi dai suoi lunghi viaggi in un minuscolo bungalow seppellito nel bosco isolato di Beauchamp Arriance. Laggiù, tra i suoi libri e le sue mappe, trascorreva un'esistenza di assoluta segregazione, badando da sé alle proprie semplici necessità, e senza minimamente curarsi degli affari del proprio prossimo. Fui quindi grandemente sorpreso di udirlo chiedere a Holmes con voce ansiosa se aveva fatto qualche passo in avanti nella ricostruzione di quel misterioso episodio. "La polizia della contea è completamente nel falso", disse; "ma forse la sua assai più vasta esperienza sarà riuscita a suggerirle qualche spiegazione plausibile. La mia sola pretesa a essere messo a parte della sua fiducia sta nel fatto che durante i miei numerosi soggiorni qui, mi sono legato di stretta amicizia con la famiglia dei Tregennis, anzi da parte di mia madre potrei chiamarli cugini, e il loro tragico destino mi ha naturalmente parecchio colpito. Le dirò anzi che ero già giunto a Plymouth, diretto in Africa, ma ebbi la notizia questa mattina, e sono ritornato indietro immediatamente per collaborare all'inchiesta".
Holmes inarcò le sopracciglia.
"Dunque a causa di questo ha perduto il piroscafo?".
"Prenderò il prossimo".
"Perbacco! Questa sì che è amicizia!".
"Se le dico che erano parenti!".
"Già... cugini da parte di sua madre. Il suo bagaglio è rimasto a bordo della nave?".
"Una parte, ma il grosso l'ho con me all'albergo".
"Capisco. Ma la notizia di questo avvenimento non può certo averla raggiunta sui giornali del mattino di Plymouth!".
"No, signore; mi è stata data per telegramma".
"Posso chiederle chi le ha mandato questo telegramma?".
Sul volto scabro dell'esploratore passò un'ombra.
"Com'è inquisitivo, signor Holmes!".
"E' il mio mestiere".
Con uno sforzo il dottor Sterndale si ricompose.
"Non ho alcuna obiezione a dirglielo", rispose. "E' stato il vicario a spedirmi il telegramma che mi ha richiamato".
"Grazie", disse Holmes. "Rispondendo alla sua prima domanda le dirò che non ho ancora idee molto chiare su questo caso, ma che nutro ogni speranza di arrivare presto a una conclusione. Sarebbe prematuro aggiungere altro".
"Non le dispiacerebbe dirmi se i suoi sospetti si appuntano in qualche particolare direzione?".
"No, su questo non posso rispondere".
"Allora io ho sprecato il mio tempo, ed è inutile che prolunghi la mia visita". Il celebre dottore uscì a lunghi passi dal nostro villino, in preda a visibile malumore, e in capo a cinque minuti Holmes lo aveva seguito. Non lo rividi più sino a sera. Quando ritornò camminava piano e con un viso smarrito, il che mi fece capire come le sue ricerche non avessero fatto gran che progressi.
Gettò un'occhiata a un telegramma che lo aspettava, ma subito lo buttò nel fuoco.
"Mi è stato mandato dall'albergo di Plymouth, Watson", mi spiegò.
"Me ne son fatto dire il nome dal vicario, e ho telegrafato per accertarmi che la versione del dottor Leon Sterndale fosse esatta.
Sembra che abbia effettivamente passato la notte laggiù, e che una parte del suo bagaglio sia già partita per l'Africa, mentre lui è rientrato per essere presente a questa inchiesta. Lei che cosa arguisce da tutto questo, Watson?".
"Che la cosa lo interessa profondamente".
"Lo interessa profondamente... già. C'è un filo qui che non siamo ancora riusciti ad afferrare e che forse potrebbe servirci a districare questo garbuglio. Su allegro, Watson, perché sono sicurissimo che non abbiamo ancora in mano tutti gli elementi necessari. Quando questo avverrà tutte le nostre difficoltà saranno dissipate".
Non avrei mai pensato che le parole di Holmes si sarebbero così presto avverate, né mai avrei potuto supporre quanto strani e sinistri sarebbero stati i nuovi sviluppi del caso che dovevano aprirci dinanzi una linea di ricerche assolutamente inattesa. Mi stavo facendo la barba accanto alla finestra, il mattino dopo, quando sentii uno scalpitìo di zoccoli, e alzando lo sguardo vidi un calesse che sopraggiungeva divorando letteralmente la strada.
Il veicolo si fermò davanti alla nostra porta e ne balzò a terra il nostro vicario che cominciò a correre su per il sentiero del giardino. Holmes era già vestito e insieme ci muovemmo subito al suo incontro.
Il nostro ospite era talmente emozionato che non riusciva quasi ad articolare parola, ma infine tra balbettii e affannamenti riuscimmo a cavargli alla meglio di bocca il suo tragico racconto.
"Siamo invasati dal diavolo, signor Holmes. La mia povera parrocchia è ossessa!" gridava. "Ci si è scatenato addosso Satana in persona! Siamo stati abbandonati in suo potere!". Era talmente agitato che quasi ballava, e sarebbe stato oggetto di ridicolo se non fosse stato per quel suo volto cinereo e gli occhi strabuzzati. Finalmente sparò fuori la sua terribile notizia.
"Mortimer Tregennis è morto durante la notte, presentando esattamente gli stessi sintomi che sono stati riscontrati negli altri componenti la sua famiglia".
Holmes balzò in piedi, fremente di energia dai talloni alla radice dei capelli.
"Può farci salire tutti e due sul suo calesse?".
"Sì, certo".
"In questo caso, Watson, rimanderemo la nostra colazione. Signor Roundhay, siamo a sua completa disposizione. Presto... presto, prima che avvenga uno spostamento".
Tregennis aveva occupato due camere del vicariato, che si trovavano in un angolo, isolate dal resto della costruzione, l'una sopra l'altra. Al piano di sotto c'era un ampio salotto, a quello superiore la camera da letto. Davano su un prato, adibito al gioco del "croquet", che arrivava fin sotto le finestre. Eravamo g