Jack London
IL VAGABONDO DELLE STELLE
1. SONO DARRELL STANDING
Molte volte, nella mia vita, ho provato la straordinaria sensazione che il mio "io" si sdoppiasse, che altri esseri vivessero o fossero vissuti in lui, in altre epoche o in altri luoghi. Non stupirti, mio futuro lettore; ma indaga nella tua stessa coscienza. Ritorna indietro con il tuo pensiero, ai giorni in cui il tuo corpo e il tuo spirito non erano ancora cristallizzati; in cui, materia plasmabile, anima fluttuante come le onde in movimento, avvertivi appena, nel ribollire del tuo essere, il formarsi della tua identità.
Allora, leggendo queste righe, forse ricorderai delle cose dimenticate, delle visioni incerte e nebulose, che passarono davanti ai tuoi occhi di bambino e che, oggi, non ti sembrano che sogni irreali, un parto della fantasia, e che ti fanno sorridere.
Eppure, in queste lontane visioni del tuo essere, non tutto era sogno. Quando, da bambino, ti sembrava, durante il sonno, di precipitare nel vuoto da altezze infinite; quando credevi di volare, oppure osservavi con orrore, intorno ai tuoi piedi immersi nel fango, arrampicarsi migliaia di ragni odiosi e ripugnanti; quando davanti ai tuoi occhi si libravano forme sconosciute, degli incubi, e vedevi sorgere e tramontare degli strani soli di un altro mondo; tutto questo, forse, non era una proiezione della tua fantasia febbrile e innocente.
Sai tu, da dove provenissero queste conturbanti immagini, e se non avessero origine in altre vite anteriori, da te vissute in altri mondi? Forse, quando avrai ultimato queste pagine, ti sarai fatta un'idea più precisa su tutti questi sconcertanti problemi che, senza dubbio, ti hanno lasciato finora perplesso, irritato.
In verità, la cortina invisibile della nostra nuova prigione ci avvolge fin dalla nascita, e subito dimentichiamo il passato. E quando, a volte, esso si ripresenta mentre siamo ancora in braccio alla madre o camminiamo carponi sul pavimento domestico, questo ricordo ancestrale ci procura soltanto un vago senso di paura...
Per quanto mi riguarda, ricordo perfettamente che nei giorni lontani in cui non ero che un piccolo essere balbettante che emetteva dei vagiti per esprimere la sua fame o il desiderio di dormire, mi ricordo, dicevo, che avevo la netta sensazione di esistenze anteriori. Io, che non avevo mai detto la parola "Re", e che non l'avevo mai udita pronunciare, ricordavo d'essere stato, in un tempo lontano, il figlio di un Re. E così pure di essere stato uno schiavo e un figlio di schiavo, e di aver sopportato un collare di ferro intorno al collo.
Raggiunti i quattro o cinque anni, mi sembrò che migliaia di esseri diversi lottassero dentro di me, che tutte quelle vite preesistenti cercassero d'inserirsi nella mia vita presente, di cui tentavano di modellare lo stampo nei sensi più diversi. E nella mia anima acerba ne risultava un disordine indefinibile.
Mi sembra quasi di vederti, amico lettore, mentre alzi le spalle e giudichi assurde le mie parole. Cercherò di trascinarti con me, attraverso il tempo e lo spazio; ma non dimenticare che per tanti anni, attraverso notti piene d'angoscia, ho meditato nel buio, a faccia a faccia con i molteplici "io" che mi tormentavano. Ho ripercorso gli inferni di tutte le mie esistenze, e te ne faccio ora il racconto, in questo libro che leggerai per passare il tempo, nella quiete domestica.
Ma torniamo al discorso iniziato. All'età di quattro o cinque anni, avvertivo dunque quel passato indistruttibile incidere le profondità del mio essere, per imprimergli la forma sconosciuta che doveva assumere nel suo eterno divenire. Era quel passato che provocava le mie collere infantili, i miei affetti e le mie gioie, che mi faceva ridere o piangere. Il mio temperamento era nervoso, eccitabile, e con la mia voce si esprimevano mille eredità scomparse, diventate ormai delle ombre. Nei miei furori infantili, gridavano mille voci ataviche, contemporanee di Adamo e di Eva, mille grida selvagge di animali preistorici, ancora più antiche. E quando vedevo rosso, era il sangue che riaffluiva in me, il sangue di quelle epoche...
Ecco svelato il grande segreto. La collera rossa! Essa ha forgiato la mia perdita, in questa vita che attualmente è la mia. Per causa sua, fra poche settimane, sarò strappato dalla cella in cui scrivo, per essere portato sopra un palco, sotto un braccio di legno al quale è fissata una solida corda. E mi impiccheranno.
La collera rossa! E' stata all'origine di tutte le mie disavventure, in tutte le mie vite! E' la mia eredità paurosa che risale ai tempi in cui delle ombre incerte, fluide e viscide, preparavano l'avvento del mondo.
Ma ormai è ora che mi presenti. No, non sono pazzo. E' necessario che tu sia ben persuaso di questo, per credere ciò che ti racconterò.
Sono Darrell Standing. Sentendo questo nome, alcuni di voi che mi hanno conosciuto si ricorderanno di me. Agli altri, che sono poi la grande maggioranza, permettetemi di presentarmi.
Otto anni fa, insegnavo agronomìa all'Università di Berkeley, in California. In quel periodo, il torpore pesante di quella piccola città fu scosso da un avvenimento improvviso: l'uccisione del professor Haskell, in un laboratorio dell'Università. Darrell Standing era l'assassino.
Io sono Darrell Standing. Fui arrestato, con le mani ancora rosse di sangue. Non intendo discutere su chi avesse torto o ragione in quella discussione fra me e il professor Haskell. La cosa non ha più importanza. Il fatto è che in un impeto di collera, di quella collera rossa che è stata la mia dannazione attraverso tutte le epoche, io ho ucciso il mio collega. I verbali del processo dimostrano che sono stato io a compiere quest'azione; e non lo nego.
Tuttavia, non è per questo delitto che dovrò morire sulla forca.
No. Venni condannato all'ergastolo. A quell'epoca avevo trentasei anni. Oggi ne ho quarantaquattro.
Questi otto anni li ho trascorsi nelle prigioni della California, a San Quintino. Cinque, li ho passati nel buio di una cella, di segregazione cellulare, come vuole la legge. Gli uomini che la conoscono la chiamano "la morte vivente".
Nel corso di questi cinque anni, sono riuscito tuttavia ad evadere dalla mia tomba, in un incredibile volo che ben pochi uomini liberi hanno conosciuto. Rido di quelli che han creduto di seppellirmi in quella cella e che hanno invece aperto i secoli davanti a me. In quei cinque anni, ho percorso tutte le mie esistenze anteriori. Ve lo racconterò. Ho tante cose da dirvi, che non so come cominciare...
Sono nato nel Minnesota. Mia madre era figlia di un immigrato svedese: il suo nome era Hilda Tonesson. Mio padre, Chauncey Standing, apparteneva al vecchio ceppo americano. Suo nonno, Alfred Standing, era un "servo vincolato per contratto", in altre parole uno schiavo trasportato dall'Inghilterra alle piantagioni della Virginia, nel tempo lontano in cui Washington faceva l'agrimensore ed era impegnato a misurare le immense solitudini della Pensilvania.
Un figlio di Alfred Standing prese parte alla guerra d'Indipendenza; un suo nipote combatté in quella del 1812. Gli Standing fecero tutte le guerre.
Io, ultimo della famiglia, che morirò senza figli, mi sono battuto nelle Filippine, contro la Spagna; per farlo diedi le dimissioni, quando ero già nel pieno della carriera, da professore all'Università del Nebraska. A quel tempo ero sul punto di esser nominato Decano alla Facoltà d'Agricoltura; proprio io, l'anima vagabonda, l'avventuriero marchiato dal segno del delitto, il Caino errabondo dei secoli, il testimone dei tempi più lontani, il sognante poeta delle vecchie lune, delle ere dimenticate.
E ora sono qui, in questa cella, nel reparto degli assassini, nella prigione di Folssom! E aspetto il giorno e l'ora in cui i servitori della giustizia mi caleranno nel buio, in quel buio di cui essi hanno tanta paura; in quella notte che li spinge, sgomenti, verso gli altari dei loro Dei dal volto umano, costruiti dal loro terrore e dalla loro viltà!
Non sarò mai il Decano di nessuna Facoltà d'Agricoltura. Eppure conoscevo il mio mestiere alla perfezione. L'agricoltura era la mia passione e la mia forza.
Su questo argomento, che è stato sempre presente nel mio cuore, ho messo insieme degli appunti in un quaderno, con delle tabelle comparative. Su queste pagine, prima di andare a dormire, si sono chinati ogni sera centomila fittavoli, con la pipa tra le labbra.
E se ne sono trovati contenti...
Mi accorgo che devo chiudere qui il primo capitolo del mio racconto. Sono ormai le nove di sera e nel quartiere degli Assassini è l'ora del coprifuoco. In questo stesso istante, sento avvicinarsi il passo del mio guardiano, che viene certo a rimproverarmi perché la mia lampada ad olio arde ancora. Come se un semplice vivente avesse il diritto di rivolgere dei rimproveri a chi è in procinto di oltrepassare la soglia della morte!
2. LA DINAMITE SEPOLTA
Sono Darrell Standing. Fra non molto mi trascineranno via di qui, per impiccarmi. Intanto, ne approfitto per dire ciò che ho sul cuore; e riempio queste pagine come testamento.
A San Quintino sono diventato quel che si dice un "incorreggibile". Nel gergo particolare delle prigioni, un incorregibile è un essere temuto da tutti. Vi spiegherò ora perché mi hanno classificato in questa categoria.
Io odio lo spreco del movimento, l'inutile perdita del lavoro. E in questa prigione, come del resto in tutte le prigioni, simili princìpi sono una legge.
Ero stato aggregato al laboratorio di tessitura della juta. Lo sperpero dei movimenti vi regnava sovrano. Questo delitto a discapito di un lavoro ben ordinato, mi esasperava. Naturalmente, constatarlo e combatterlo rientrava pienamente nel mio carattere.
Prima che inventassero la macchina a vapore e i mestieri da essa derivati, tremila anni fa, ero già rinchiuso in una galera dell'antica Babilonia. E vi assicuro che in quei giorni lontani, con i nostri sistemi manuali, ottenevamo un rendimento superiore a quello che produce l'apparecchiatura a vapore installata nella prigione di San Quintino.
Indignato di fronte a questo sperpero di energie, mi ribellai.
Tentai di esporre ai sorveglianti una ventina di sistemi che avrebbero assicurato un maggior rendimento. Per tutta risposta, venni segnalato come indisciplinato al direttore della prigione.
Mi buttarono in una cella, dove provai che cosa significava la mancanza del cibo e della luce.
Una volta ritornato nel laboratorio, tentai di riprendere il lavoro in quel caos indescrivibile di disordine e rilassatezza.
Impossibile. Mi ribellai di nuovo. Mi rimandarono in cella e, per giunta, mi misero la camicia di forza. Venni disteso sul suolo, con le braccia in croce, e appeso per i pollici sulla punta dei piedi. Fui persino picchiato dai guardiani. Stupidi bruti, che possedevano appena l'intelligenza per comprendere la mia superiorità morale e il disprezzo che provavo per loro!
Subii questa tortura per due anni. Anche i bambini sanno che non c'è nulla di più terribile, per un uomo, di esser rosicchiato vivo dai topi. Ebbene! quei guardiani erano per me dei veri topi, che rodevano il mio essere pensante, che laceravano tutto quello che c'era d'intelligenza viva nella mia mente. E io, che un tempo avevo combattuto come un soldato, avevo ora perduto ogni coraggio per lottare.
Combattere come un soldato... L'avevo fatto alle Filippine, perché era una tradizione degli Standing quella di battersi. Ma senza convinzione. Trovavo veramente sciocco occupare il mio tempo a ficcare, per mezzo di un fucile, delle sostanze esplosive nella carne di altri esseri umani.
Per natura, ero un ottimo agricoltore, un uomo ormai sistemato, curvo sulla sua cattedra, schiavo dei suoi studi di laboratorio, e che aveva il solo desiderio di scoprire i mezzi per migliorare la terra e i suoi frutti.
In guerra, scoprii ben presto che non avevo alcuna attitudine per questo mestiere. I miei ufficiali se ne resero conto subito. Mi trasformarono in uno scribacchino, e fu così che io feci la guerra ispano-americana.
Non è già perché avessi un carattere impossibile ma, al contrario, perché osavo ancora pensare, che mi ribellai all'anarchia del laboratorio. Ed è per questo che i guardiani cominciarono a odiarmi, e fui dichiarato "incorreggibile"; è per questo, infine, che il direttore Atherton, persa ogni speranza nei miei confronti, mi fece chiamare un giorno nel suo gabinetto particolare.
Alle domande che mi pose, agli argomenti che illustrò per dimostrarmi che avevo torto, io risposi press'a poco così:
- Come potete lontanamente supporre che i vostri sorveglianti, questi topi famelici, possano riuscire, con le loro torture, a distruggere nel mio cervello le idee che vi si trovano? Tutta l'organizzazione di questa prigione è sbagliata. Voi siete, senza dubbio, un politicante molto abile. Conoscete certamente alla perfezione come si manipolino certe elezioni nei bassi fondi di San Francisco. D'altronde, la vostra abilità in questa materia vi ha procurato per ricompensa il posto che occupate qui. Ma siete del tutto digiuno sulla tessitura della juta. I vostri laboratori sono in ritardo di almeno cinquant'anni.
Rinuncio a descrivervi il seguito del mio discorso. Il risultato fu che il direttore si convinse del tutto che io ero un "incorreggibile" senza speranza.
Il direttore Atherton pronunciò il suo verdetto finale: ero un cane arrabbiato. Egli aveva d'altra parte buon gioco.
Più d'una infrazione al regolamento, commessa da altri reclusi, mi venne imputata dai guardiani, e così fui rimesso in cella, a pane e acqua, sospeso per i pollici. Il supplizio si prolungava per ore, e ognuna mi sembrava eterna, più lunga di ciascuna vita che avevo già vissuto.
Anche gli uomini più intelligenti sono a volte crudeli. Gli imbecilli lo sono in modo abnorme. Ora, gli aguzzini che mi tenevano in loro potere, dal direttore all'ultimo secondino, erano degli abissi d'idiozia...
Tra gli ospiti della prigione c'era un recluso che era un vecchio poeta, un degenerato dalla fronte bassa e dal mento sfuggente. Si trovava in carcere come falsario. Impossibile trovare un uomo più bugiardo e vile di lui. Era sempre di una docilità incredibile e faceva la spia.
Questo poeta falsario si chiamava Cecil Winwood. Era recidivo, ma essendo un leccapiedi, un ipocrita piagnucoloso, la sua ultima condanna era stata limitata a sette anni di reclusione. Con la buona condotta, poteva sperare anche in una riduzione della pena.
Io ero condannato a vita. Per accelerare la sua liberazione, quella canaglia riuscì ad aggravare ancora la mia già precaria situazione.
Ma ecco come andarono le cose. Me ne resi conto soltanto più tardi.
Cecil Winwood, per accattivarsi la simpatia del capo reparto, del direttore della prigione e della Commissione delle grazie e del governatore della California, inventò di sana pianta un progetto d'evasione.
Notate bene: prima di tutto, Cecil Winwood era talmente disprezzato dai compagni che nessuno voleva avere il minimo contatto con lui; in secondo luogo, io ero considerato un cane idrofobo; infine, Cecil Winwood aveva bisogno, per il suo diabolico intrigo, di cani idrofobi, ossia di me e di alcuni condannati a vita, incorreggibili e disperati come il sottoscritto.
Inutile aggiungere che questi cani arrabbiati odiavano cordialmente Cecil Winwood e ne diffidavano. Quando cominciò ad accennare al suo piano di rivolta e d'evasione in massa, gli voltarono la schiena, insultandolo e trattandolo come un agente provocatore.
Ma Cecil tornò nuovamente alla carica e tanto fece che, alla fine, raggruppò intorno a sé una quarantina degli elementi più scalmanati.
E, poiché si faceva forte delle facilitazioni che godeva come uomo di fiducia del direttore e del gerente del Dispensario, Long Bill Hodge gli ribatté:
- Provalo un po'!
Long Bill Hodge era un montanaro condannato a vita per aver fatto deragliare un treno, e che pensava soltanto a evadere, per poter ammazzare il complice che lo aveva tradito.
Cecil Winwood accettò la prova. E assicurò che avrebbe potuto addormentare i guardiani la notte dell'evasione.
- A parole, è facile! - esclamò Long Bill Hodge. - Ci vogliono dei fatti. Prova a cloroformizzare, stanotte stessa, uno dei nostri guardiani, per esempio Barnum! E' una canaglia che non vale la corda per impiccarlo. Ieri, nel reparto dei matti, ha picchiato a sangue quel poveretto di Chink. E non era di servizio! E' di guardia proprio stanotte. Se lo addormenti, gli fai perdere il posto. Poi, se ci riuscirai, potremo parlare dell'affare.
Tutto questo, l'ho saputo più tardi da Long Bill, quando ci rinchiusero insieme. Io avevo rifiutato di prender parte al tentativo.
Cecil Winwood esitava. Gli venne concessa una settimana di tempo e, otto giorni dopo, egli comunicò ai compagni d'esser pronto.
E ci riuscì. Barnum si addormentò durante il suo turno di guardia.
Venne scoperto e licenziato dal posto.
Questo primo successo finì col convincere i congiurati, anche i più restii. Contemporaneamente, Cecil Winwood pensava a informare il capo del reparto. Quotidianamente, gli faceva il suo rapporto sullo sviluppo del complotto, di cui era egli stesso l'animatore.
Anche il capo esigeva naturalmente delle prove. Egli le fornì, e i particolari che dava non lasciavano niente a desiderare.
Un mattino, Winwood comunicò al capo che i quaranta congiurati, che gli confidavano tutto, erano già così avanti da potersi provvedere, per mezzo di un guardiano loro complice, di rivoltelle automatiche.
- Provalo! - doveva essere stata la risposta del capo. E il poeta falsario l'aveva provato.
Regolarmente, tutte le notti, delle squadre si alternavano ai forni. Un recluso, che faceva parte dei fornai, era una spia al servizio del capo. Winwood lo sapeva.
- Stasera, - disse al capo, - il guardiano che noi chiamiamo "Faccia d'Estate", introdurrà in prigione una dozzina di rivoltelle. Tutto il resto, con le munizioni, arriverà in seguito con lo stesso sistema. L'incaricato deve consegnargli il pacco, al forno. Voi avete qui un confidente. Avvisatelo. Verrà e vi farà in mattinata il suo rapporto.
"Faccia d'Estate" era un vecchio contadino, dal viso aperto, originario del distretto di Humboldt. Era un povero di spirito, un bonaccione che cercava di guadagnarsi qualche dollaro in più fornendo ai prigionieri del tabacco di contrabbando.
Quella notte, di ritorno da San Francisco, aveva con sé quindici libbre di tabacco. Non era la prima volta che lo faceva, e aveva sempre consegnato la merce, nel forno, a Cecil Winwood. Messo sull'avviso, il fornaio-spione lo vide mentre consegnava a Winwood un pacco voluminoso e avvolto in carta da imballaggio. Al mattino fece il suo rapporto al capo.
L'indomani, quando incontrò il capo, Cecil Winwood aveva un aspetto quasi trionfante.
- Allora, - chiese, - il vostro confidente ha potuto vedere?
- Sì, è andato tutto come avevate detto.
- Lo credo bene! E il suo contenuto basta per far saltare in aria mezza prigione!
Il capo sbiancò.
- Cosa dici? Che cosa contiene?
- Ho aperto il pacco, e...
L'imbecille prese un tono misterioso e aggiunse:
- Non c'erano rivoltelle, ma dinamite. Trentacinque libbre ! E ci sono anche i detonatori.
Poco mancò che al capo non venisse un colpo.
Trentacinque libbre di dinamite nella prigione! Mi è stato riferito che il capitano Jamie, - così si chiamava, - si lasciò andare sopra una seggiola a corpo morto, tenendosi la testa fra le mani.
- Dov'è, adesso? - gridò. - La voglio! Portami subito dove si trova!
Cecil Winwood capì finalmente la gravità della situazione.
- L'ho sotterrata, - rispose quel maledetto bugiardo, che aveva già distribuito il tabacco contenuto nel pacco tra gli abituali consumatori.
- Benissimo! - disse il capitano. - Portami sul posto. Avanti, in marcia!
In se stessa la cosa non era inverosimile. In una prigione come San Quintino, vi sono sempre dei nascondigli.
Ma questa volta si trattava d'una pura fantasia di Cecil Winwood.
Quando il fatto provocò poi un'inchiesta, Jamie e Winwood testimoniarono entrambi che il poeta falsario aveva dichiarato al capitano che lui e io avevamo sotterrato, insieme, la dinamite.
Winwood condusse il capitano fino al presunto nascondiglio.
Naturalmente, di dinamite nemmeno l'ombra.
- Santo Dio! - gridò Winwood, - Standing me l'ha fatta! Ha preso il pacco, per nasconderlo in un altro posto.
Così, per togliersi dal pasticcio in cui s'era cacciato, il maledetto mi prese come capro espiatorio.
Il capitano Jamie, credendo d'essere stato giocato, ricondusse Winwood nel suo ufficio, chiuse a chiave la porta e gli saltò addosso.
Sotto i colpi Winwood continuava a sostenere di aver detto la verità. Tanto che Jamie ne rimase convinto e credette davvero che esistessero trentacinque libbre di dinamite nascoste in qualche parte della prigione, e che quaranta incorreggibili erano sul punto di far saltare l'intero edificio.
"Faccia d'Estate" fu sottoposto a un martellante interrogatorio.
Il poveraccio giurò su quanto aveva di più sacro che il famoso involto conteneva solo tabacco. Winwood, da parte sua, giurò che conteneva esplosivi, e fu lui a essere creduto.
A questo punto, entrai in scena io. O meglio, sparii nuovamente dalla luce del giorno. Infatti mi accolse nuovamente la cella di rigore, dalla quale non dovevo mai più uscire.
Ero sbalordito. Mi avevano appena tolto da quell'antro, sfinito e a pezzi; e la storia ricominciava!
- Adesso, - fece Winwood al capitano Jamie, - anche se non sappiamo dov'è finita la dinamite, non c'è più nessun pericolo.
Standing è il solo a conoscere il nascondiglio, e da dove si trova, non può far niente. Invece, per quanto riguarda i quaranta uomini di cui vi ho parlato, stanno per concretizzare il loro piano d'evasione. Niente di più semplice che coglierli sul fatto.
Sono io che devo fissare l'ora per la fuga. Dirò che è per la prossima notte, alle due, e che aprirò io stesso le loro celle e distribuirò le rivoltelle. Il resto sarà un gioco, per voi. La dinamite, la cercheremo dopo.
Ma naturalmente, da sei anni a questa parte, nessuno è mai riuscito a scoprire un'oncia di esplosivo, benché la prigione sia stata messa sottosopra almeno un centinaio di volte.
Il direttore Atherton, fino all'ultimo giorno in cui terrà il suo posto, continuerà però a credere nell'esistenza di quella famosa dinamite. Il capitano Jamie, che è sempre a capo del reparto, non dispera, un giorno o l'altro, di metterci le mani sopra.
Tutti quei gentiluomini respireranno liberamente soltanto il giorno in cui penzolerò in aria, con un cappio al collo.
3. ROTTAMI UMANI
Riprendo il filo del mio racconto.
Per tutto il giorno, rimasi nella mia cella a scervellarmi per scoprire la ragione di questa nuova e inspiegabile punizione.
Arrivai a concludere che tutto ciò doveva essere opera di una spia, di uno sporco essere che per ingraziarsi qualche guardiano, mi aveva denunciato per qualche immaginaria infrazione ai regolamenti. Nel frattempo, il capitano Jamie si preparava a reprimere la rivolta di cui Winwood doveva dare il segnale.
Quella notte non un solo guardiano dormì. Le squadre diurne rimasero in servizio, come quelle notturne; e quando si avvicinarono le due, tutti si nascosero vicino alle celle occupate dai quaranta congiurati.
Le cose andarono com'era stato previsto. All'ora convenuta, Winwood, munito di grimaldello, aprì le celle, chiamando per nome gli occupanti uno dopo l'altro, e questi sgusciarono fuori. Si riunirono tutti nel corridoio; e per i guardiani fu uno scherzo riprenderli, in un colpo solo.
Le menzogne di Winwood davano i loro frutti. Inutilmente i quaranta denunciarono la parte avuta dal falsario in tutta la vicenda. Il Consiglio dei Direttori della prigione non si smosse dalla convinzione che mentissero tutti per costruirsi delle attenuanti. E così l'Ufficio preposto alle grazie e, nel giro di tre mesi, quella canaglia di Cecil Winwood venne graziato e rimesso in libertà. Ho già detto che ero stato subito rinchiuso in cella.
Era notte e dormivo, quando sentii la porta esterna cigolare sui cardini. Mi svegliai.
- Qualche disgraziato, - pensai, - che trasloca... Poi udii distintamente un rumore di percosse e grida di dolore, imprecazioni e il fruscìo sordo d'un corpo che si trascina per terra.
Una dopo l'altra, le porte che si susseguivano lungo il corridoio si aprirono sbattendo, mentre i corpi venivano buttati o trascinati nelle celle. Squadre di guardiani arrivavano continuamente, e ancora altri uomini che continuavano a picchiare, e altre porte si spalancavano davanti a sagome sanguinolenti, distrutte dalla violenza. Ma ritorniamo indietro, a quel che successe nelle celle quando i cospiratori mi raggiunsero dopo che la porta esterna del corridoio si era chiusa alle loro spalle.
I quaranta si precipitarono alle inferriate dei finestrini. Da una cella all'altra cominciarono a farsi tra loro un mucchio di domande. Era un vociare indescrivibile.
Ma subito risuonò un urlo taurino. Era la voce del vecchio marinaio Skysail Jack, una sorta di gigante, che dominava il clamore. Comandò il massimo silenzio, mentre si accingeva a fare l'appello di tutti i presenti. E i quaranta, uno per uno, urlarono i loro nomi. Erano tutti uomini sicuri, incapaci di vendersi per fare la spia.
Il solo sul quale si avesse qualche sospetto, ero io. E subii un interrogatorio in piena regola. Raccontai allora che il mattino stesso ero uscito dalla mia cella e che senza un motivo apparente, mi ci avevano ricondotto, prima di loro. Non sapevo altro. La mia reputazione d'incorreggibile li tranquillizzò tutti. Allora si tenne consiglio.
Ascoltavo. E per la prima volta, venni a conoscenza della famosa cospirazione. Chi aveva fatto la spia? Si brancolava nel buio.
Cecil Winwood non si trovava tra i segregati e tutti i sospetti si appuntarono finalmente su di lui. In tutta questa faccenda, gridò Skysail, - una sola cosa è importante. Tra poco farà giorno. Ci preleveranno e ci faranno passare un brutto quarto d'ora. Siamo stati presi sul fatto. Non è il caso di negare. E' meglio dire la verità, tutta la verità. Spiegheremo che Cecil Winwood aveva organizzato tutto e che poi ci ha traditi. Poi, sarà quel che Dio vorrà. Siamo d'accordo?
Suonarono le nove, quando i secondini fecero irruzione nelle celle e si precipitarono addosso a noi.
Non erano molti. A che sarebbe servito? Non potevamo certo resistere! Del resto, essi aprivano le celle una dopo l'altra, armati di manichi di piccone. Uno strumento ideale per ricondurre alla ragione un uomo indifeso.
Appena si apriva una cella, cominciavano a picchiare. Ogni recluso ebbe la sua parte. Fummo serviti tutti imparzialmente, e non era davvero il caso d'esser gelosi... Io ebbi la mia razione, come gli altri. Non era che un inizio, una preparazione all'interrogatorio che ognuno avrebbe dovuto subire da parte degli alti funzionari, ingrassati dal governo.
Il ballo durò parecchi giorni, e l'orrore di quelle giornate superò largamente tutto ciò che avevo fino allora conosciuto in fatto di crudeltà.
Long Bill Hodge fu interrogato per primo. Ne ebbe per due ore, dopo di che lo riportarono, o meglio lo ributtarono sul pavimento della sua cella.
Passò del tempo, prima che Long Bill Hodge rinvenisse. Dalla sua cella, gridò:
- Che cos'è, questa faccenda della dinamite? Chi ne sa qualcosa?
Nessuno, ovviamente, ne sapeva niente.
Poi fu la volta di Luigi Polazzo, uno spostato, figlio d'italiani immigrati. Rideva in faccia ai giudici, si burlava di loro, li sfidava a inventare contro di lui le peggiori violenze. Riapparve due ore dopo. Non era che uno straccio, uno straccio che balbettava nel delirio. Per tutto ii giorno fu incapace di rispondere alle domande degli altri reclusi, ansiosi di sapere, prima del loro turno, che trattamento aveva subìto, quali domande gli avevano fatto.
Nelle quarantott'ore che seguirono, Luigi venne richiamato due volte e interrogato. Dopo di che, persa completamente la ragione, fu spedito nel reparto dei pazzi.
A ognuno dei quaranta toccò lo stesso trattamento, o quasi. E ognuno venne ridotto allo stato di rottame umano, urlante nelle tenebre. Io, sdraiato sul pavimento, ascoltavo quei pianti, quei lamenti, quel vaneggiare di cervelli offuscati dal dolore. E mi sembrava, in qualche angolo del passato nebuloso, di udire il coro di quegli stessi lamenti salire fino a me, che allora non ero nel numero dei sofferenti ma ero il padrone orgoglioso e senza pietà.
Più tardi, identificai questo vago ricordo col tempo in cui, capitano di una galera dell'antica Roma, navigavo verso Alessandria e Gerusalemme. Il coro era dei galeotti che remavano e gemevano, sotto di me, avvinti ai lunghi remi.
Ma vi racconterò tutto questo, e a lungo. Per il momento...
4. "PARLA, STANDING!"
Nelle celle, le urla continuavano senza tregua, e durante quelle infinite ore d'attesa il mio spirito era fissato unicamente al pensiero che stava per venire il mio turno, che anch'io sarei stato trascinato fuori, che avrei subìto le torture di quella nuova inquisizione e che mi avrebbero ributtato poi sul pavimento della mia cella, di questa cella odiosa dalla porta di ferro e dalle mura di pietra. E giunse il mio turno. Fui afferrato e portato brutalmente fuori, fra percosse e bestemmie. Mi trovai, non so come, di fronte al capitano Jamie e al direttore Atherton, circondati da una mezza dozzina di aguzzini pagati dai contribuenti che aspettavano solo un segnale per mettermi addosso le loro zampe.
Il loro aiuto fu superfluo.
- Siediti, Standing! - mi ordinò il direttore Atherton, indicandomi una seggiola enorme.
Ero là, in piedi, pesto, con tutte le membra indolenzite, morente di fame e di sete, già sfinito dai cinque giorni precedenti di segregazione e da ottanta ore di camicia di forza. Tremavo.
Battevo i denti al pensiero di ciò che stava per succedere, a me, ignobile rottame d'uomo, vecchio professore d'agronomia in un tranquillo centro universitario. Esitavo a sedermi.
Il direttore, per statura e forza, era un vero colosso. Poiché tardavo a obbedire, si slanciò su di me, afferrandomi per le ascelle. Poi, come se fossi stato un bambino, mi sollevò da terra e mi incastrò nel seggiolone.
- E adesso, - riprese, mentre io boccheggiavo, - dimmi tutto, Standing! Sputa fuori! E' il modo migliore per migliorare la tua situazione.
- Ma... ma io non so niente di quel che è successo... - balbettai.
Un attimo dopo, il direttore Atherton balzò nuovamente su di me, mi alzò per aria schiacciandomi un'altra volta sulla seggiola.
Finiscila con la commedia, Standing! continuò. - E' inutile!
Parla! Dov'è la dinamite?
Protestai che non sapevo un accidenti della dinamite.
Fui sollevato una terza volta ricadendo come frantumato. Questo genere di tortura era completamente nuovo per me. Paragonato agli altri che avevo già subito, si può dire che fosse nettamente peggiore.
Il seggiolone, sotto gli urti ripetuti del mio corpo, cominciò a rompersi. Ne portarono un altro ma anche questo fu ben presto mal ridotto. Poi un terzo. E sempre quella dannata domanda sulla dinamite.
Quando il direttore Atherton fu esausto, il capitano Jamie lo sostituì. E quando Jamie, dopo un bel po', fu stanco a sua volta, l'esercizio lo continuò il guardiano Monohan. - "Dov'è la dinamite?" - E su, per aria; poi giù, sulla seggiola! - "Parla:
dov'è la dinamite... La dinamite... La dinamite..." In tutta coscienza, avrei barattato volentieri una buona parte della mia anima immortale per qualche libbra di questo fantomatico esplosivo, che avrei potuto dare in pasto ai miei torturatori.
Quante seggiole furono spezzate? Non lo so. Arrivò infine un momento in cui ero in pieno delirio. Addormentato o sveglio? Chi lo sa. Persi i sensi dalla debolezza, più volte. Per finire, venni ributtato nella mia cella. Quando rinvenni, mi vidi accanto un agente provocatore. Era un condannato a tempo, un ometto dalla faccia livida, un eteromane pronto a tutto per procurarsi la droga preferita.
Non appena lo riconobbi, mi trascinai verso il finestrino della mia cella, e urlai nel corridoio:
- State in guardia, amici! C'è una spia fra noi! E' Ignazio Irvine. Attenti a quello che dite!
L'inferno di imprecazioni che scoppiò avrebbe fatto tremare i polsi di un uomo ben più coraggioso di questo Ignazio Irvine. Era disgustoso nel suo terrore, mentre tuonavano le voci dei quaranta reclusi, che gli promettevano per l'avvenire le più orrende vendette.
Se ci fosse stato qualche segreto da mantenere, la presenza di una spia sarebbe stata sufficiente a chiudere tutte le bocche. Ma non c'era nessun segreto, e le conversazioni ripresero, da un finestrino all'altro.
L'indomani e i giorni seguenti, gli interrogatori ripresero, sempre con il solito sistema. Quando gli uomini non riuscivano più a camminare, venivano trasportati. Corse persino la notizia che il direttore Atherton e il capitano Jamie dovessero darsi il cambio ogni due ore, tanto erano stanchi.
Nel nostro reparto, la follia cresceva di giorno in giorno, d'ora in ora.
Capite bene quello che stava accadendo? La verità, che tutti noi dicevamo, era la nostra condanna. Di fronte a questi quaranta incorreggibili, che ripetevano continuamente le stesse cose, il direttore Atherton e il capitano Jamie pensavano, convinti, che mentivamo tutti d'accordo, come un pappagallo ripete una lezione imparata.
La situazione delle autorità era senza via d'uscita come la nostra. Come venni a sapere in seguito, il Consiglio dei Direttori della prigione era stato convocato telegraficamente, e così due compagnie di milizia, per fronteggiare ogni evento.
Nelle nostre celle, non avevamo né materassi né coperte. Poiché chiedevamo continuamente un po' d'acqua, i guardiani si divertivano ad azionare le pompe antincendio. Dai finestrini, i getti d'acqua si abbattevano su di noi, colpendo con forza i nostri corpi doloranti, e facendoci saltare come cavallette impazzite fra le nostre quattro mura.
Dei quaranta uomini che subirono questi trattamenti, non uno uscì incolume. Luigi Polazzo, come ho già detto, fu il primo a impazzire e non recuperò mai più la ragione. Long Bill Hodge la perse lentamente, e raggiunse Luigi nel reparto dei pazzi. Altri ancora lo seguirono. Altri, la cui salute era stata profondamente minata, rimasero vittime della tubercolosi. In tutto, un buon quarto dei quaranta ci lasciò la pelle.
Quanto a me, venni portato due volte davanti al Gran Consiglio dei Direttori. Potevo scegliere fra due alternative. Se avessi svelato dov'era la dinamite, avrei avuto una punizione puramente nominale di trenta giorni di cella, e poi sarei stato nominato sorvegliante della Biblioteca. Se invece avessi insistito a non voler rivelare dov'era la famosa dinamite, allora sarei stato inviato in segregazione cellulare fino al termine della mia condanna. Ossia in eterno, dato che ero condannato a vita.
Incredibile! Nessun codice ha mai stabilito una legge così. La California è un paese civile, o almeno si vanta d'esserlo. La segregazione cellulare a vita è una pena mostruosa, fuori da ogni legge morale o scritta. Eppure io sono il terzo uomo in California, che ha udito pronunciare contro di sé una simile condanna. Gli altri due sono Giacomo Oppenheimer ed Edoardo Morrell. Fra non molto vi farò fare la loro conoscenza, perché ho passato in loro compagnia ben cinque anni, nella mia cella oscura...
Il Gran Consiglio mi concesse dunque la scelta: un'occupazione gradevole se restituivo una dinamite che non esisteva; la segregazione cellulare a vita, se rifiutavo.
Mi furono affibbiate ventiquattr'ore di camicia di forza, affinché potessi riflettere con calma. Poi, fui ricondotto davanti a quei signori. Che potevo fare? Ripetei, per la centesima volta, che non potevo consegnare una cosa che non esisteva. Ribatterono che ero un bugiardo. Mi dissero inoltre che ero un flagello vivente, un degenerato, il peggior criminale del secolo, e tanti altri complimenti del genere.
In conclusione, mantennero la parola, e invece che nelle celle comuni, mi trasferirono nel reparto di segregazione cellulare. Mi sbatterono nella cella numero 1. Il numero 5 era occupato da Edoardo Morrell. Il numero 15 da Giacomo Oppenheimer, che c'era già da dieci anni; Morrell da un anno soltanto. Doveva scontare una pena di cinquant'anni, mentre Oppenheimer era a vita, come me.
A prima vista, tutto faceva pensare che avremmo dovuto soggiornare in quegli antri per lungo tempo. Eppure, sono trascorsi soltanto sei anni, e nessuno di noi ci si trova più. Oppenheimer è stato impiccato; Morrell, per buona condotta, è diventato uomo di fiducia a San Quintino, e poi è stato graziato. Io sono qui, a Folsom, in attesa che il giorno stabilito dal giudice Morgan sia il mio ultimo giorno.
Quando, dopo sei anni di segregazione, uscii dalla prigione di San Quintino per essere trasferito qui ed esservi giudicato, come poi vi dirò, rividi Skysail. Lo rividi..., per modo di dire. Dopo sei anni di buio assoluto, chiudevo gli occhi alla luce del sole, come un pipistrello. Lo incontrai, nel cortile della prigione, e lo riconobbi, pur attraverso una specie di nebbia opaca. Quello che intravidi bastò a stringermi il cuore. I suoi capelli erano tutti bianchi ed era precocemente invecchiato. Il petto incavato e le guance smunte. E la mano gli tremava furiosamente per la paralisi.
Camminando, vacillava.
Mi riconobbe, e i suoi occhi, nel volgersi verso di me, si riempirono di lacrime.
Ma anch'io non ero ormai che un fetido rottame. Non pesavo che una trentina di chili. I miei capelli, spruzzati di bianco come i baffi e la barba, erano irsuti, non avendo più conosciuto un paio di forbici. Barcollavo come lui, e a tal punto che per farmi attraversare quella fetta di cortile, smagliante di sole, i guardiani dovevano sostenermi sotto le braccia.
Il mio sguardo e quello di Skysail s'incrociarono.
Sapeva bene che, parlandomi, infrangeva le regole. Ma il suo spirito indomabile non si curava di ciò.
- I miei complimenti, Standing, - mormorò con voce spezzata. - Sei veramente un uomo. Non hai detto niente della dinamite...
Con quel filo di voce che mi restava in corpo, mormorai a mia volta:
- Non ne ho mai saputo niente, della dinamite... Credo proprio che non sia mai esistita...
- Bene... - mi rispose, scuotendo la testa come un bambino. - Tu non vuoi parlare, l'ho capito... Sei veramente un uomo, Standing, e meriti rispetto...
I guardiani mi trascinarono via, e non ebbi più modo di rivedere Skysail. Era però evidente che anche lui aveva finito con il credere a quella dinamite fantasma.
Perché, ora, mi trovo qui, a Folsom, e perché, fra poco, penderò dalla forca? Adesso ve lo racconto. Non è per quella vecchia storia del professor Haskell, che ho ucciso; ma perché sono stato dichiarato colpevole d'aggressione contro uno dei miei guardiani.
E qui è la mia disgrazia. Nell'epoca in cui uccisi il professore Haskell, questa legge non esisteva. Fu approvata soltanto dopo la mia prima condanna. E' chiaro allora, per quanto mi riguarda, che l'applicazione retroattiva di questa legge è incostituzionale. E non c'è uomo di buon senso che non sia del mio parere.
Ma quale effetto può avere un argomento del genere sullo spirito di sedicenti uomini di legge, che vogliono sbarazzarsi a ogni costo del noto e rispettabile professore d'agronomia Darrell Standing? Del resto devo riconoscere che c'è un precedente. Un anno fa, è stato impiccato Giacomo Oppenheimer, proprio qui, a Folsom, e per un delitto uguale. La sola differenza tra i due casi è che lui non aveva fatto sanguinare con il suo pugno il naso d'un guardiano. No. Ma, con il suo coltello per il pane, aveva tagliuzzato un po' di pelle a un altro guardiano.
La nostra esistenza quaggiù, i rapporti tra gli uomini, il groviglio inestricabile delle leggi... mio Dio! com'è buffo e strano tutto ciò! Scrivo queste righe nella stessa cella che occupava Oppenheimer. L'hanno fatto uscire di qui per impiccarlo.
Così faranno con me.
Come se voi foste in grado, branco di idioti, banda di cialtroni, di strangolare la mia anima immortale, con la vostra corda e la vostra forca! A dispetto di tutti, io calpesterò ancora, e più d'una volta, questa nostra terra. E vi camminerò, in carne e ossa, come per il passato, principe o contadino, sapiente o stupido; a volte sulla vetta della scala sociale, a volte stritolato dalla ruota del destino.
5. IN SEGREGAZIONE
Tutto quello che scrivo risente naturalmente della situazione, e potrà apparire un po' sconnesso...
Ritorniamo a San Quintino e alla cella numero 1, dove mi avevano rinchiuso.
Mi sentivo disperatamente solo, e le prime ore passarono con una lentezza estenuante, i primi giorni mi sembrarono senza fine.
Il battito del tempo era segnato soltanto dal cambio regolare dei guardiani, e dal succedersi del giorno e della notte. Il giorno non era che una luce debole e confusa, che tuttavia mi consolava della totale oscurità della notte. Una luce che filtrava appena, attraverso uno spiraglio, e che portava con sé ben poco del solare chiarore del mondo esterno.
La luce non era mai abbastanza perché fosse possibile leggere. Del resto, non avevo niente da leggere. Potevo soltanto sdraiarmi e pensare. Era ormai evidente che, a meno di fabbricare dal nulla trentacinque libbre di dinamite, tutta la mia vita sarebbe trascorsa in questo ottuso e oscuro silenzio.
L'arredamento della cella consisteva soltanto in un sottile pagliericcio marcito, steso sul pavimento, e di una coperta, ancora più evanescente e d'una sporcizia obbrobriosa. Né una sedia, né un tavolo. Niente di niente.
In vita mia, ho sempre dormito poco, con il cervello in eterno movimento. In una cella, ci si stanca presto a pensare, e il solo sistema per sfuggire al pensiero consiste nel dormire. Decisi di coltivare il sonno, come una specie di scienza. Arrivai a dormire dieci ore su ventiquattro, poi dodici, e infine quattordici o quindici ore. E' il limite estremo al quale si può giungere. Con questo regime, un cervello attivo non tarda a dissolversi, a spappolarsi nel nulla.
Ricorsi a tutti i trucchi che mi permettessero di sopportare le ore di veglia. Con l'immaginazione cercai di risolvere le radici quadrate e cubiche d'una lunga serie di numeri; con una concentrazione assoluta della volontà, riuscii a risolvere i problemi geometrici più complicati.
Tentai persino di trovare la quadratura del cerchio. Mi ci ostinai sopra fino a quando il problema apparve anche a me insolubile. Poi capii che ostinandomi su questa strada, mi sarei imbattuto nel ghigno atroce della follia. Rinunciai pertanto a interessarmi di questa quadratura misteriosa. Fu per me un enorme sacrificio, dato che lo sforzo mentale necessario per una tale ricerca mi serviva egregiamente ad ammazzare il tempo.
Ricorsi ad altri artifici. Così sotto le mie palpebre, creai la visione artificiale di un gioco di dama, sul quale, facendo un doppio gioco, svolgevo interminabili partite, che duravano ore e ore. Ma quando diventai abilissimo in questo finto gioco, anch'esso perse ogni attrattiva.
Così il tempo mi pesava sempre di più, eterno. Allora incominciai il gioco con le mosche.
Erano mosche simili a tutte le altre. Entravano nella cella sulla scia del sottile raggio di luce. E imparai che le mosche avevano il gusto del gioco. Sdraiato per terra, tracciavo sulla parete davanti a me, con un dito, una linea immaginaria, lontana circa tre piedi dal suolo. Quando le mosche si posavano sul muro, al di sopra di questa linea, le lasciavo in pace. Al contrario, se scendevano sotto, facevo finta di volerle acchiappare. Avevo cura però di non far loro del male, e con il tempo esse conobbero quanto me dove fosse la linea immaginaria.
Ma la cosa più sorprendente era che quando esse volevano giocare, venivano apposta a posarsi al di sotto della linea. Le allontanavo, e vi tornavano ancora. Accadeva spesso che una mosca ripetesse lo stesso gioco per un'ora. Quando ne aveva abbastanza andava a riposarsi in territorio neutro, al di sopra della linea divisoria.
Una quindicina di mosche mi facevano così compagnia. Ce n'era una sola che non s'interessava al gioco, ostinatamente. Dal giorno in cui aveva compreso il pericolo in cui incorreva scendendo al di sotto della linea, aveva evitato con cura di posarsi nella zona proibita.
Sulle mie mosche, sul mio modo di vivere, sui loro giochi, ho fatto ben altre osservazioni, con cui non voglio però importunarvi oltre.
Così trascorreva il mio tempo, interminabile. Non potevo dormire continuamente, e per quanto fossero intelligenti non potevo sempre giocare con le mosche. Perché le mosche sono mosche, e io ero un uomo, con un cervello umano. E questo cervello abituato a pensare, colmo di cultura e di scienza, lavorava comunque senza sosta. Era nato per l'azione, e io ero condannato a una passività totale.
Il mondo era morto per me. Nessuna notizia di un certo interesse riusciva a valicare i muri della mia cella.
Ma nel mio angusto sepolcro, non tutto era silenzio.
Fin dall'inizio della mia segregazione, avevo sentito, a intervalli regolari, risuonare dei battiti soffocati. Provenienti da più lontano, ne avevo uditi degli altri, ancora più ovattati.
Regolarmente, venivano sempre interrotti dai grugniti del secondino di guardia. A volte, quando i colpi continuavano troppo a lungo, arrivavano altri guardiani, e dai rumori che seguivano indovinavo facilmente che a qualcuno veniva imposta la camicia di forza.
La faccenda era facilmente spiegabile. Sapevamo tutti che i due uomini in cella isolata erano Morrell e Oppenheimer. Erano loro due che comunicavano insieme, battendo contro il muro; e per questo venivano puniti.
Il loro codice doveva essere indubbiamente molto semplice. Eppure, non aveva per me alcun significato. Lo studiai attentamente, e quando ne scoprii la chiave, mi sembrò infantile, di una semplicità elementare. A ogni colloquio, cambiavano la lettera iniziale del loro alfabeto, il che lo modificava. Spesso, operavano tale cambiamento in piena conversazione.
Così venne il giorno in cui compresi due frasi, chiarissime.
- Di' un po', Edoardo, che cosa daresti per qualche cartina e un pacchetto di tabacco Bull Durham? - chiedeva quello che batteva i colpi più lontani.
Fui sul punto di gridare tutta la mia gioia. Intorno a me, c'erano degli altri esseri umani! E si poteva comunicare con loro!
Tesi avidamente l'orecchio. Altri colpi più vicini, che dovevano provenire da Edoardo Morrel, rispondevano:
- Farei venti ore di seguito in camicia di forza, per un po' di tabacco.
Poi ci fu il grugnito del guardiano:
- Basta, Morrell!
Chi è estraneo a cose del genere crederà che un condannato a vita abbia ormai patito il peggio e che, quindi, un semplice guardiano non abbia nessun potere per costringerlo a obbedire, quando gli proibisce di parlare. Non è così. Rimane ancora la camicia di forza. Restano la fame, la sete, le percosse. E l'uomo rinchiuso in una cella come in una trappola, è impotente a reagire.
Il picchiettìo cessò. Poi, quando riprese, la notte seguente mi inserii nella conversazione.
- Olà! - battei.
- Olà, straniero!... - rispose Morrell, battendo a sua volta.
E Oppenheimer:
- Benvenuto nella nostra confraternita!
Ovviamente erano curiosi di sapere chi fossi, da quanto tempo ero segregato in cella e perché. Ma prima di rispondere chiesi loro d'insegnarmi la chiave che permetteva di modificare a piacimento il codice alfabetico. Me lo spiegarono, e cominciammo a discorrere.
Rimasi sorpreso, e anche lusingato, di sapere che i miei due compagni non ignoravano il mio nome, e che la mia reputazione d'incorreggibile era giunta fino a loro...
Avevo parecchio da raccontare, ma soprattutto sul complotto per l'evasione dei quaranta condannati, sulla ricerca della dinamite, e sulle macchinazioni di Cecil Winwood. Tutte notizie nuove di zecca, per loro. Da due mesi erano completamente isolati, tagliati fuori dal mondo. L'attuale squadra in servizio era severa e crudele in modo particolare. - Taci, per adesso, - mi comunicò Morrell. - Aspetta che stasera sia di guardia "Testa di torta".
Dorme quasi sempre, e potremo discutere finché vogliamo.
"Testa di torta" era un uomo decisamente brutto e crudele, malgrado la sua pinguedine. Ma era proprio questa sua mole che lo intorpidiva a tal punto da fargli sentire, irresistibile, il bisogno di dormire.
Quanto parlammo quella notte! E il sonno com'era lontano da noi!
Quando si fece giorno, fummo tutti e tre denunciati per il rumore che avevamo fatto. Evidentemente "Testa di torta" dormiva con un occhio solo! E pagammo cara la nostra piccola festa. Era la camicia di forza. Ne sopportammo la tortura per ventiquattr'ore, fino all'indomani alle nove, legati sul pavimento, senza mangiare né bere. Fu il prezzo che pagammo in contanti per la nostra notte felice...
E malgrado la camicia di forza continuammo a comunicare tra noi, specialmente di notte, quando la sorveglianza si allentava.
Così, ci raccontammo l'un l'altro buona parte della nostra vita.
Per ore, Morrell e io ascoltavamo Oppenheimer narrarci la sua esistenza. Dal tempo della sua gioventù, trascorsa miseramente a San Francisco; dagli anni del suo noviziato nel vizio fino alla sua prima infrazione della legge; poi, tutti i suoi furti e le sue rapine; il tradimento di un complice; San Quintino; e i suoi omicidi, tra le mura stesse del carcere.
Giacomo Oppenheimer era soprannominato la "tigre umana". Il nomignolo doveva essere stato inventato da un sudicio reporter...
In verità ho trovato in Oppenheimer tutte le caratteristiche di una vera umanità. Era fedele ai suoi amici, e leale. Aveva subìto delle punizioni durissime, piuttosto che testimoniare contro un compagno. Aveva coraggio e sapeva soffrire. L'amore per la giustizia era in lui una vera frenesìa. Gli omicidi che aveva compiuto nella prigione erano dovuti interamente a questo concetto esaltato della giustizia. Era un cervello di prim'ordine, che una vita intera trascorsa in galera e dieci anni di segregazione non avevano minimamente oscurato.
Morrell possedeva anche lui un'anima incorruttibile.
Prossimo alla morte, non esitò a proclamarlo ad alta voce: i tre più nobili spiriti che conteneva la prigione di San Quintino, dal direttore Atherton fino all'ultimo servo erano i tre uomini che languivano nel buio di queste tre celle.
Nell'ora estrema, la verità mi induce a dichiarare che gli spiriti più temprati sono pure i meno docili. Gli stupidi, i vigliacchi, tutti quelli che non possiedono una giusta coscienza del loro valore, sono dei prigionieri modello.
Giacomo Oppenheimer, Edoardo Morrell e io, grazie al cielo, non siamo fra questi.
6. "SAMARIA!"
Il fanciullo, la cui anima è stata risparmiata dalla vita, possiede il dono prezioso di dimenticare. Nell'uomo, riuscire a dimenticare è segno di uno spirito forte ed equilibrato, mentre l'ossessione di un ricordo è l'inizio preciso di una mente malata.
Per questo, nella mia cella, cercavo con tutte le mie forze di annullare la sofferenza e i rancori che mi assalivano. Per questo, giocavo con le mosche o facevo con me stesso delle interminabili partite a scacchi, o comunicavo battendo con le dita.
Ma dimenticavo solo parzialmente. Altri ricordi più lontani salivano continuamente in me. Erano quelli d'altri tempi e d'altri luoghi, di cui i miei anni verdi avevano conservato memoria.
Questi ricordi incoscienti di un essere nato da poco tempo meritano forse d'essere cancellati, come se non avessero alcun significato?
C'è chi ha visto dei condannati, graziati, ritornare a vivere e alzare nuovamente gli sguardi verso il sole. E allora, perché questi ricordi infantili non potrebbero essi pure risvegliarsi, e le altre vite, già vissute, risuscitare ai nostri occhi?
Che cosa si può tentare? Che cosa si può fare perché le porte sprangate del nostro cervello si aprano, e il passato riaffiori improvvisamente al sole? Questi, erano i pensieri che rimuginavo senza tregua nella mia cella.
Ma prima, lasciatemi raccontare una curiosa e autentica avventura.
Ero nel Minnesota, nella vecchia fattoria dove sono nato. Allora avevo quasi sei anni. Un giorno, venne a trovarci un missionario per la Cina che il Consiglio delle Missioni inviava nelle fattorie, per una raccolta di fondi. I miei gli offrirono ospitalità per la notte.
Dopo cena, mentre eravamo tutti in cucina, e mentre mia madre si preparava a spogliarmi per mettermi a letto, il missionario levò di tasca delle fotografie della Terrasanta, che ci fece vedere.
Improvvisamente, vedendo una di quelle fotografie, lanciai un grido.
Sulle prime (così dissi quando fui interrogato), mi era sembrata completamente familiare, tanto nota come se avesse rappresentato la fattoria di mio padre. Poi mi era sembrata del tutto estranea.
Tuttavia, dopo averla riguardata, l'impressione di avere di fronte l'immagine di un luogo da me conosciuto, ritornò più viva che mai nella mia mente acerba.
- La Torre di Davide... - disse il missionario.
- No! - esclamai con tono sicuro.
- Pretendi forse che si chiami altrimenti? - chiese il missionario.
Accennai di sì col capo.
- Allora, ragazzo mio, come si chiama?
- Si chiama... - cominciai.
Ma non potei continuare. Balbettando, aggiunsi:
- L'ho dimenticato...
Rimasi in silenzio un istante, poi ripresi in mano la fotografia, e dissi:
- La torre non è più come una volta. E' completamente diversa.
Il missionario mostrò a mia madre un'altra fotografia.
- Ecco, - disse, - dov'ero sei mesi fa.
E segnando un punto col dito:
- Questa è la porta di Giaffa. Ci sono passato sotto, per salire alla Torre di Davide. Sono tutti d'accordo su questa identificazione. Si chiamava El Kulalh...
Lo interruppi di nuovo. Indicai sul lato sinistro della fotografia dei residui di pilastri in muratura, e dissi:
- No, la porta che voi dite era là. Il nome che avete detto è quello che le davano gli Ebrei. Ai miei tempi, si chiamava diversamente. Si chiamava... L'ho dimenticato.
- Sentitelo un po'! - esclamò mio padre, ridendo. - Non sembra che ci sia stato davvero?
Mio padre continuava a ridere. Il missionario doveva pensare che io volessi prenderlo in giro.
Mi fece vedere una terza fotografia.
Raffigurava un paesaggio aspro, quasi privo d'alberi e senza vegetazione, una valle rocciosa, con poche miserabili casupole in pietra, coi tetti a terrazza.
- Adesso, - disse il missionario in tono leggermente canzonatorio, - che cos'è questa secondo te?
Risposi senza esitare:
- Samaria!
- Ha ragione il ragazzo, - disse il missionario. - E' Samaria, in Terrasanta. Ho attraversato io stesso il villaggio, e ho comprato questa fotografia per ricordo. Il ragazzo deve averne visto un altro esemplare. E' la sola spiegazione possibile.
Mio padre e mia madre giurarono che non era possibile. Io intervenni.
- Anche qui, è tutto diverso da come ricordo... - Dentro di me, cercavo di ricostruire il paesaggio che ricordavo solo confusamente. Nell'insieme, non era cambiato. - Le case, - dissi, - non erano qui... Un po' più in là. Gli alberi erano più fitti.
Un bosco intero e molte capre. Mi sembra di vederle, con due pastori che le guidavano. In questo punto, un gruppo di vagabondi, vestiti di stracci. Sono tutti ammalati. Il loro viso, le loro gambe, sono pieni di piaghe...
Il missionario sorrise e dichiarò:
- In chiesa o da qualche altra parte, deve aver sentito parlare del miracolo dei lebbrosi.... Quanti erano, questi vagabondi con le piaghe?
All'età di cinque anni, sapevo contare fino a cento. Risposi:
- Sono dieci. Agitano le braccia, e gridano, urlano contro altri uomini che stanno intorno.
- Continua... - fece il missionario. - E' tutto qui? E quello che si trova di fronte a loro, che cosa fa?
- Si è fermato. E tutti si sono fermati, come lui. I caprai si sono avvicinati per vedere. Guardano tutti. - E dopo?
- Niente. I malati se ne tornano a casa. Non urlano più. Non sembrano più ammalati. Mi alzo sul mio cavallo, e guardo anch'io!
I miei tre ascoltatori scoppiarono in una sonora risata.
Allora mi prese la collera, ed esclamai, convinto:
-Sì, sono sul mio cavallo, sono un uomo, e porto al fianco una spada.
- Evidentemente, - spiegò il missionario, - il ragazzo sta parlando dei dieci lebbrosi che Cristo incontrò sulla via di Gerusalemme, e che guarì. Vostro figlio avrà visto questa scena riprodotta da qualche lanterna magica. Cercate di ricordarvi...
Ma mio padre e mia madre non ricordavano affatto che io avessi assistito a qualche proiezione di lanterna magica.
- Mettetelo alla prova ancora una volta, - propose mio padre.
Il missionario mi allungò una quarta fotografia, che esaminai con attenzione. Poi dissi:
- Il paesaggio è tutto diverso da quello di prima... Qui, nel centro, c'è una collina... Verso destra, una strada campestre, dei giardini, degli alberi... A sinistra, delle grotte nelle rocce, dove si seppellivano i morti... Qui, invece si scagliavano delle pietre a delle persone, finché non morivano... Non l'ho mai visto... Me l'hanno solo raccontato...
- Ma questa collina al centro... - chiese il missionario, indicandomela. - Lo sai il suo nome?
Esitai, scrollando il capo.
- L'ho dimenticato. Ma ricordo che proprio lì si uccidevano i condannati.
- Perfetto! Benissimo! - esclamò il missionario. - Tutti i competenti sono d'accordo. La collina è il Golgota e la sua sommità è la piazza dei Crani... Lassù è stato crocifisso...
Si voltò verso di me.
- Ci sai dire chi è stato crocifisso in questo punto? Ti ricordi anche di Lui?
Oh, se lo ricordavo! Mio padre, quando raccontava più avanti questa storia, affermava che i miei occhi si dilatavano stranamente...
Ma non risposi alla domanda. Dissi soltanto:
- Questo nome, non lo pronuncerò; vi burlereste soltanto di me.
Sì, lo ricordo... Lo vedo, e ci sono tanti uomini che lo circondano, e due altri come Lui, uno alla sua destra e uno alla sinistra... Li inchiodavano su tre croci... Ho visto... Ma non dirò il Suo nome... Direste che io mento. Ma io non mento mai.
Chiedetelo a loro, alla mamma e al papà se non è vero...
Da quel momento, il missionario non riuscì più a cavarmi di bocca una parola.
Baciai mio padre e mia madre, augurando la buona notte. E mentre mi avviavo verso la mia stanza, il missionario concluse:
- Diventerà un teologo di prim'ordine sui problemi biblici. A meno che, con la fantasia che possiede, non diventi un grande romanziere...
Un missionario stupido e delle profezie idiote. La prova è che sono qui, a Folsom, nel recinto degli assassini, e sto scrivendo tutto questo in attesa che vengano a prelevare Darrell Standing, per poi inviarlo nel regno delle tenebre, attaccato a una corda.
Una pretesa che mi fa alzare le spalle!
Sono in questa cella della prigione di Folsom, e mi fermo un attimo nella stesura di queste "Memorie", per ascoltare, nella calura pomeridiana, il tranquillante ronzìo delle mosche nell'aria stagnante. Non sono le mie mosche di San Quintino, e queste non mi conoscono per niente. Come compagni, nel reparto dei condannati a morte, non ho più Oppenheimer e Morrell; ma, alla mia destra, Giuseppe Jackson, il negro assassino, e alla mia sinistra Bambeccio, l'italiano omicida.
Nella mano, tengo la penna stilografica, alzata sulla carta, e penso che nel corso delle mie vite passate, altre mie mani hanno agitato dei pennelli, delle penne d'oca, e tutti i più strani e diversi strumenti di cui l'uomo, sin dalla più remota antichità, si è servito per scrivere...
Ma torniamo a San Quintino.
La distrazione procurata dalle conversazioni con i miei due compagni di carcere non durò a lungo. E ricominciai a soffrire per la mia solitudine e per la continua meditazione interiore.
Allora, per sfuggire al presente, tentai la strada dell'auto- ipnotismo. Ottenni soltanto un successo parziale. Il mio subcosciente, ritornando autonomo, si perdeva in vaneggiamenti incoerenti, in mille fantasie disordinate, degne tutt'al più di un semplice incubo.
Il mio metodo d'auto-ipnosi era semplicissimo. Seduto alla turca sul pagliericcio, fissavo un filo di paglia che avevo applicato sul muro, dove la luce era più viva. Fissavo a lungo questo punto brillante, a cui avvicinavo insensibilmente i miei occhi, finché le mie pupille si velavano. Contemporaneamente, lasciavo languire ogni altra volontà e mi abbandonavo a una sorta di vertigine, che non mancava mai d'impadronirsi di me. Veniva il momento in cui vacillavo. Allora chiudevo le palpebre e mi lasciavo inconsciamente cadere sulla schiena, sul pagliericcio.
Da questo momento, per un tempo che poteva variare da dieci minuti a mezz'ora, fino a un'ora, vagavo attraverso i ricordi sovrapposti delle mie riapparizioni vitali su questa terra. Ma tempi e luoghi si succedevano nella mia mente con eccessiva rapidità, confusamente e senza un ordine.
Tutto ciò che sapevo, quando rientravo in me, era che Darrell Standing era il filo che collegava fra loro tutte quelle visioni fantastiche, ondeggianti. Niente di più. Non riuscivo a vivere interamente nel tempo e nello spazio nessuno dei miei sogni, se così posso definire queste evocazioni allucinate.
Così, dopo un quarto d'ora circa dell'ipnosi, avevo l'impressione, quasi simultanea, di strisciare e grugnire nel fango primitivo, e di volare, in pieno secolo ventesimo, sul monoplano del mio amico Hoos. Rientrato nella realtà del carcere, mi ricordavo perfettamente che nell'anno precedente alla mia incarcerazione a San Quintino, avevo infatti volato con Hoos sopra il Pacifico, a Santa Monica. Al contrario, non ricordavo più di avere strisciato e grugnito nel fango primordiale. Ma ragionando, mi persuadevo che entrambe le azioni dovevano essere egualmente reali, dal momento che s'erano presentate tutte e due, contemporaneamente, alla mia memoria. Soltanto, una era più lontana dell'altra, e così il suo ricordo s'era offuscato, come ingiallito.
Che caleidoscopio di immagini, in quelle ore rubate alla mia triste realtà!
Mi sono seduto alla tavola dei grandi della terra, come buffone, scrivano e uomo d'armi, e Re io stesso, al posto d'onore, a capo del tavolo. Ho riunito, dietro le mura robuste del mio palazzo, il potere temporale, rappresentato dalla spada che avevo al fianco e dagli innumerevoli armati che avevo ai miei ordini, e il potere spirituale, di cui testimoniavano i monaci incappucciati e i grassi abati che sedevano alla mia tavola, bevendo il mio vino e rimpinzandosi del mio cibo. Talvolta, con voce grave, pronunciavo delle sentenze. Condannavo e imponevo la morte legale a degli uomini che, come Darrell Standing, avevano oltraggiato lo spirito eterno della legge.
Mi vedevo poi, alternativamente, mentre languivo portando intorno al collo il collare degli schiavi, in gelide regioni desolate; o, sotto le calde e profumate notti tropicali, amato da stupende principesse di sangue reale, mentre intorno degli schiavi negri agitavano con grandi ventagli l'aria sonnolenta. E fra il mormorìo delle fontane, sotto gli immobili rami delle palme, si udiva, in lontananza, il grido acuto degli sciacalli e il ruggito dei leoni.
E ancora... sperduto nelle desolate steppe dell'Asia mi scaldavo le mani davanti a grandi fuochi alimentati da escrementi secchi di cammello. E, quasi subito, mi ritrovavo nel torrido deserto d'Asia, sdraiato all'ombra tisica dei cespugli di salvia, maculati di sole, accanto a pozzi disseccati. Imploravo, con la lingua gonfia, una goccia d'acqua, mentre intorno a me si allineavano, classificate in capaci contenitori, ossa d'uomini e di bestie, calcinate dal sole...
Ero corsaro, assassino a pagamento e pirata, o monaco curvo su testi manoscritti, pergamene, enormi volumi, antichi e saturi di muffa.
Poi, di colpo, capo di barbari, comandante di orde urlanti, guidavo file innumerevoli di carri per strade impervie, e calpestavo il suolo di antiche città dimenticate. Mi battevo disperatamente, su quei campi di battaglia d'altre epoche. E nemmeno quando il sole calava oltre l'orizzonte, cessava la vermiglia carneficina. Continuava nelle ore della notte, al cospetto delle stelle che brillavano in cielo. E la freschezza del vento notturno bastava ad asciugare il sudore della battaglia.
Marinaio senza paura, arrampicato sulle sartìe che oscillavano sul ponte delle navi, amavo contemplare sotto di me l'acqua del mare, trasparente sotto il sole, in cui foreste rossastre di corallo tralucevano negli abissi color turchese. Poi, tornato al timone, conducevo la mia nave, con mano sicura, nel porto tranquillo, scintillante come uno specchio, nei golfi sereni, dove i flutti si spezzano eternamente, con rumore sordo, sui banchi a fior d'acqua dei coralli aggrovigliati.
Più prossima nella sua origine, un'altra vita trascorsa: quella dei giorni della mia infanzia. Ritornavo il piccolo Darrell Standing che correva a piedi nudi, nella fattorìa paterna, sull'erba umida della rugiada primaverile. O nei freddi mattini d'inverno portavo il fieno alle bestie, nella stalla tiepida del loro alito fumoso. E mi sembrava di sedermi, la domenica, dinanzi al predicatore, ascoltando con sgomento infantile i suoi discorsi immaginifici sulla felicità della Nuova Gerusalemme e sulle sofferenze orribili del fuoco eterno.
Da dove provenivano queste visioni, mentre nella mia cella mi sprofondavo in un torpore pesante dopo avere fissato un filo di paglia, luccicante in un raggio di sole?
Io, Darrell Standing, nato e cresciuto in un angolo isolato del Minnesota, già professore d'agronomia e poi galeotto incorreggibile a San Quintino, e oggi condannato a morte, nella prigione di Folsom; io, Darrell Standing, che fra poco morirò impiccato, non ho mai amato, in questa presente esistenza, delle figlie di re. Non sono mai stato sul trono, con la spada al fianco. Non ho mai navigato, né unito la mia voce a quella dei marinai.
Ma allora, come ho potuto conoscere tutte queste cose? Esse sono estranee alla mia esperienza in questa vita. Eppure, fluiscono dal mio cervello, come la parola "Samaria!" proruppe dalle mie labbra infantili, al cospetto di una semplice fotografia.
Dal nulla non nasce nulla. Come non mi era possibile creare dal nulla le trentacinque libbre di dinamite che il capitano Jamie e il direttore Atherton esigevano da me a ogni costo, così non posso aver costruito, in tutti i loro particolari, queste visioni accecanti. Esse erano in agguato e latenti nel mio spirito, e io non ho fatto altro che portarle alla luce del giorno.
7. L'ODIOSA TORTURA
Questa era la mia situazione, irritante e abnorme, dalla quale non riuscivo a evadere.
Sapevo che esisteva in me una Golconda di memorie latenti d'altre esistenze. Ma ero impotente a rovistare e a mettere in luce simili tesori. Malgrado i miei tentativi, non riuscivo che a barcollare malamente, come un ubriaco, in mezzo a questi ricordi.
Paragonavo il mio caso con quello del pastore Stainton Moses, che giurava sulla Bibbia di avere incarnato Sant'Ippolito, vescovo greco e martire, Plotino, filosofo neo-platonico, Atenedoro, filosofo stoico; e, più vicino a noi, Grocinio, un amico di Erasmo da Rotterdam. E non dubitavo minimamente che le asserzioni di Stainton Moses non fossero nel vero.
Le esperienze del colonnello francese De Rochas mi confermavano nelle mie convinzioni, oltre ad attirarmi in modo particolare. Ne avevo letto il racconto, quando ero ancora agli inizi in questa materia, negli intervalli che le mie antiche occupazioni mi concedevano. Egli raccontava che impiegando dei soggetti particolarmente idonei, nel corso del sonno ipnotico aveva penetrato le loro antiche personalità.
Così era stato per una certa Giuseppina, che abitava a Voiron, nel dipartimento dell'Isère. Egli l'aveva portata a rivivere la sua vita e le sue emozioni d'adolescente, poi la sua infanzia, l'epoca in cui succhiava ancora il latte, e quella in cui era ancora nel seno materno. Risalendo più indietro, era penetrato nelle sue incarnazioni viventi, in quella dove il suo essere, mescolando i due sessi, aveva animato un vecchio scorbutico, certo Gian Claudio Bourdon, ex soldato nel settimo reggimento d'artiglieria, a Besançon, dov'era morto all'età di settant'anni, paralitico. - OUI, OUI, PARFAITEMENT...
E il colonnello De Rochas, interrogando a sua volta la proiezione ipnotizzata di questo Gian Claudio Bourdon, l'aveva seguito fino alla radice della sua vita, palpitante nel segreto del seno materno. E così, seguendo questo esile filo, aveva trovato un'altra vecchia, Filomena Carteron...
Per quanto mi riguarda, non arrivavo a realizzare con altrettanta precisione le mie passate personalità. Preso dallo sconforto, finii con il persuadermi che solo la morte avrebbe riportato un po' di luce e di coerenza nel caos in cui mi dibattevo.
Ma la vita continuava a scorrere in me prepotentemente, e malgrado le sue sofferenze Darrell Standing si rifiutava ancora di morire.
Egli negava al direttore Atherton e al capitano Jamie il diritto di ucciderlo.
Ho sempre amato la vita, svisceratamente, e soltanto la forza vitale che era in me mi aveva permesso di esistere ancora. E per essa, soltanto per essa, ero ancora in questa cella, a mangiare e a bere malgrado tutto, a pensare e a scrivere queste pagine, in attesa dell'inevitabile corda che metterà fine all'attuale ed effimero spettacolo della mia esistenza.
Non è lontano il momento in cui penetrerò in questo mistero che mi tormenta, in cui saprò finalmente come dovevo agire, per vedere e sapere. Vi racconterò ogni cosa fra non molto...
Il direttore Atherton e il capitano Jamie ne furono indubbiamente la prima causa.
Dovevano aver subìto una recrudescenza di panico al pensiero della dinamite che credevano sempre nascosta in qualche posto del loro fetido regno. Un giorno ricomparvero nella mia cella e mi dissero senza complimenti che dovevo decidermi a parlare; altrimenti, la camicia di forza mi avrebbe accompagnato fino alla morte. Una morte che sarebbe stata annotata sui registri della prigione come dovuta a cause naturali, e i loro superiori avrebbero detto: AMEN.
Non ignoravo che cosa fosse la camicia di forza e tutto ciò che rappresentava di spaventoso, di dolore e d'agonìa. Avevo visto gli uomini più robusti cedere di schianto, alcuni di loro rimanere storpiati per tutta la vita, e quegli stessi che avevano resistito, fino ad allora, alla tubercolosi, deperire poi, e morire in sei mesi di questa stessa malattia.
Ho conosciuto personalmente Wilson, chiamato "l'uomo dagli occhi storti", che aveva un vizio cardiaco e che nel giro di un'ora era morto nella camicia di forza, mentre il medico della prigione lo osservava sorridendo. Ne ho conosciuto un altro che dopo mezz'ora confessò tutto quello che gli si voleva far dire, il falso come il vero, il che gli valse stima e fiducia, e una serie infinita di favori.
Infine, tocco con mano la mia esperienza. Mentre scrivo queste righe, il mio corpo è segnato da un migliaio di cicatrici. Esse mi seguiranno sino al palco fatale.
Ma lasciate che vi spieghi un po' in che cosa consiste questa camicia di forza. Allora comprenderete come, immerso nella sofferenza, io sono fuggito vivente da questa vita; e diventato padrone dello spazio e del tempo, ho potuto volare fuori delle mura della gehenna, fino alle stelle.
Suppongo che voi abbiate già visto dei grossi copertoni di tela ruvida o di caucciù, i cui orli sono forniti di solidi occhielli di rame. Immaginate dunque una di queste tele, lunga all'incirca quattro piedi e mezzo. La sua larghezza non raggiunge completamente la circonferenza d'un corpo umano, di cui la tela segue press'a poco la sagoma. Così è più larga alle spalle e ai fianchi, più stretta al petto e alle gambe.
La tela è distesa per terra. Il prigioniero che dev'essere punito, o torturato perché confessi, riceve l'ordine di distendervisi sopra, bocconi. Se rifiuta viene picchiato. Allora, obbedisce.
L'uomo è dunque bocconi. Gli orli della camicia di forza vengono avvicinati uno all'altro, in modo da congiungersi lungo la schiena. Una corda, che funziona come il laccio d'una scarpa, viene passata attraverso gli occhielli, e l'uomo viene stretto dentro la tela.
A volte, se gli aguzzini sono crudeli di natura, o quando l'ordine viene dall'alto, essi operano una legatura più stretta, mettendo il loro piede sulla schiena dell'uomo, e puntandovi contro, mentre stringono.
Ricordo ancora la prima volta in cui fui costretto a subire il supplizio della camicia di forza. Era all'inizio della mia incorreggibilità.
Il pretesto, come testimoniano i registri della prigione, era che il mio lavoro nel laboratorio della juta era scarso e mal fatto.
Era un pretesto idiota, naturalmente.
Mi portarono nei sotterranei, e mi ordinarono di stendermi sulla tela, faccia a terra. Rifiutai. Uno degli aguzzini, un certo Morrisson, premette i suoi pollici sulla mia carotide. Un altro, Mobins, anch'egli galeotto ma diventato uomo di fiducia, mi colpì ripetutamente con i pugni. Fui costretto a cedere, e feci quello che mi comandavano. La mia resistenza non era andata a genio ai miei carnefici; per questo, strinsero i lacci più forte. Poi mi rotolarono sulla schiena, come avrebbero fatto con un tronco di legno. Andandosene, richiusero la porta della cella, misero i chiavistelli, e mi lasciarono nella più completa oscurità. Erano le undici del mattino.
Per qualche minuto, provai soltanto una scomoda costrizione di tutto il corpo, che pensai si sarebbe attenuata quando mi ci fossi abituato.
Ma avvenne esattamente il contrario. Il mio cuore si mise a battere con violenza, mentre i polmoni sembravano diventati impotenti ad assorbire l'aria necessaria per permettermi di respirare. Questa sensazione di soffocamento era terribile.
Dopo una mezz'ora, incominciai a gridare, a lanciare urli di terrore, a ruggire, in una autentica demenza di agonizzante. Il dolore, dallo stato sordo, era passato a quello acuto. Mi credevo investito da una pleuresìa artificiale, e il cuore sembrava dover cedere da un momento all'altro.
Morire di colpo è niente. Ma questo tipo di morte, lenta e raffinata, era spaventoso. Mi sentivo come una belva presa in trappola, e scoppiavo, dopo brevi pause di silenzio, in nuovi urli e gemiti. Poi mi persuasi che tutto ciò non faceva che aggravare il mio stato, consumando ancor più l'aria rarefatta dei miei polmoni.
Tacqui ordinando a me stesso di restare tranquillo. Vi riuscii, a forza di volontà, per un periodo di tempo che mi parve eterno ma che in effetti non superò il quarto d'ora. Poi fui sommerso da una vertigine, il cuore si mise a pulsare come se volesse fare scoppiare la tela; semi-asfissiato, persi ogni controllo di me.
Ricominciai a urlare, chiamando soccorso.
Nel pieno della crisi, udii una voce che proveniva dalla cella vicina. Filtrava attraverso lo spessore dei muri e mi giungeva appena.
- Sta' zitto! - diceva. - Mi stai scocciando, hai capito?
- Muoio!... - gridai.
- Non è niente... Lascia perdere! - fu la risposta.
- Sto per morire... - ripetei.
- Allora, di che ti lamenti? - ribatté la voce. - Quando sarai crepato, non soffrirai più... E del resto, grida, se ti piace, ma non così forte! Ti chiedo soltanto di lasciarmi dormire...
Una così stolida indifferenza mi irritò, e ripresi il dominio dei miei nervi. Non articolai più che dei gemiti soffocati. Questa nuova fase durò anch'essa un'eternità. Forse dieci minuti. E i miei tormenti presero un'altra direzione.
Adesso erano degli aghi che mi bucavano da tutte le parti. Poi le punture cessarono, e furono sostituite da un intorpidimento generale, che mi sembrò mille volte più spaventoso. Ricominciai a urlare.
E il mio vicino ricominciò a protestare.
- Accidenti, non si riesce a chiudere un occhio!... Ti assicuro che io non sto meglio di te... La mia camicia è stretta come la tua!
- Da quanto tempo sei dentro? - chiesi.
- Dall'altro ieri.
- Dall'altro ieri nella camicia di forza?
- Precisamente, fratello.
- Oh, Dio mio!
- Ma sì, fratello. Da cinquanta ore di seguito. Eppure non mi lamento e non urlo. Mi hanno legato puntando i piedi sulla mia schiena. Sono conciato con i fiocchi, puoi credermi! Non sei il solo a trovarti così. Ti lamenti, e non è ancora un'ora che ci sei dentro...
Protestai:
- Ti sbagli, sono un mucchio di ore.
- Fratello mio, te lo immagini. Sei in buona fede, ma non è così.
Ti assicuro che non è ancora un'ora: li ho sentiti quando ti legavano.
Mi sembrava impossibile. In meno di sessanta minuti ero già morto mille volte...
Domandai:
- Per quanto tempo ti terranno qui?
- Dio solo lo sa. Il capitano Jamie ce l'ha con me. Non mi farà sciogliere prima che sia in agonìa. E adesso io ti do un buon consiglio. La cosa migliore da fare, è di chiudere gli occhi e dimenticare. Gridare non serve a niente. Cerca di pensare ad altro; per esempio, a tutte le donne che hai avuto: passerai il tempo. Se ti senti girare la testa, lasciala girare. Sarà tutto tempo guadagnato. E quando avrai finito con le tue donne, pensa a tutti i bastardi che hanno tentato di soffiartele. Pensa un po' a quello che avresti fatto se ti fossero capitati sotto le mani...
L'uomo che mi parlava in questo modo si chiamava Filadelfia Red.
Era un recidivo che scontava cinquant'anni di galera per rapina a mano armata, in piena via d'Alameda. Ne aveva già fatto dodici.
Era tra i congiurati traditi da Cecil Winwood. Se riuscirà a sopravvivere, il giorno in cui verrà rimesso in libertà sarà ormai un vecchio.
Trascorsi, senza morirne, le mie ventiquattr'ore di camicia di forza. Ma devo aggiungere che dopo d'allora non mi sono mai più sentito lo stesso uomo. E non parlo tanto del mio stato fisico.
L'indomani mattina, quando mi sciolsero, ero mezzo paralizzato e mi trovavo in un tale stato di debolezza che i guardiani dovettero darmi dei calci nelle costole per farmi rialzare sulle quattro zampe. Ma soprattutto ero cambiato dentro, moralmente e mentalmente.
Il trattamento che avevo subìto mi umiliava e mi rivoltava al tempo stesso. Avevo smarrito il senso della giustizia. L'amarezza e l'odio si erano introdotti nel mio cuore; e da allora, con il passare degli anni, si sono sempre più ingigantiti.
Quella mattina, non pensavo certamente che sarebbe venuto un giorno in cui ventiquattr'ore di camicia di forza non sarebbero state niente per me; che, terminate, cento ore di questa stessa tortura mi avrebbero trovato sorridente; che duecentoquaranta ore dello stesso trattamento mi avrebbero fatto egualmente sorridere!
Sì, duecentoquaranta ore. Dieci giorni e dieci notti! Tu scrolli le spalle, caro lettore, certo che in nessuna parte del mondo civile, millenovecento anni dopo la venuta di Cristo, simili orrori possono accadere. Non sforzarti di crederlo. Non lo credo io stesso. So solo che io li ho subiti a San Quintino, e che sono sopravvissuto, per sghignazzare in faccia ai miei carnefici e costringerli a liberarsi di me, con l'aiuto d'una corda e d'una forca; con il pretesto che io, con un pugno, ho fatto sanguinare il naso a uno di loro. Scrivo queste pagine nell'anno del Signore 1913; e in questo stesso anno, nelle celle di San Quintino, ci sono altri uomini, legati nella camicia di forza, come lo fui io.
Non dimenticherò mai, né in questa vita, né in quelle che seguiranno, l'addio di Filadelfia Red, quando lo liberarono, quel mattino, insieme a me, dopo settantaquattr'ore di camicia di forza.
Mentre mi spingevano, barcollante, nel corridoio, egli mi gridò:
- Che ti dicevo? Non sei morto, e ti muovi ancora!
- Silenzio, Red - brontolò il sergente.
- Dimentica questo brutto quarto d'ora! - riprese Red.
Il sergente minacciò:
- Red, ti metto a posto io!
- Davvero? - chiese Red, con strana dolcezza.
Poi, la sua voce si fece roca e selvaggia:
- Sei un buono a niente, un bruto! Da solo saresti stato incapace di guadagnarti il pane, e meno ancora di avere il posto che occupi qui. E' tuo padre, che ti ha dato lo spintone. E lo sanno tutti con quali sporchi sistemi tuo padre è riuscito a farsi i quattrini!
La scena era di una grandezza esaltante. L'uomo colpito e torturato si elevava al di sopra del suo carnefice e sfidava l'odio a cui si esponeva.
Poi, rivolgendosi a me:
- Arrivederci, fratello! - disse Red. - Arrivederci, e cerca di fare il bravo, d'ora in poi. Mi raccomando, ama il nostro direttore... Se lo incontri digli che m'hai visto, e che non sono cambiato per niente...
8. LA DINAMITE O LA MORTE
Sono qui, nella mia cella numero 1, alla mercé di rinnovate minacce da parte del direttore Atherton e del capitano Jamie.
- Standing , - mi disse il direttore, - bisogna farla finita una volta per sempre con questa dinamite, o ti faccio morire in camicia di forza! Altri, più in gamba di te, hanno finito per confessare, prima che fosse troppo tardi. Devi scegliere. La dinamite, o crepare!
- Io non ne so niente, della dinamite!
Il direttore fece un cenno, e la tela fu stesa per terra.
- Sdraiati, Standing! - ordinò.
Obbedii. Ormai sapevo che era una vera follia resistere a tre o quattro energumeni riuniti. Fui legato. Cento ore da fare. Ogni ventiquattr'ore, un bicchiere d'acqua. Di cibo, non avevo nessuna voglia, e del resto non me ne diedero. Verso la fine della centesima ora, il medico del carcere, il dottor Jackson, esaminò, più di una volta, le mie condizioni fisiche.
Ma ormai mi ero già troppo abituato alla camicia di forza perché cento ore di quella tortura potessero danneggiare seriamente la mia costituzione. Per non parlare poi dei sotterfugi muscolari che l'esperienza mi aveva fatto scoprire e che mi permettevano di rubare un po' di spazio, mentre mi legavano.
Dopo ventiquattro ore che mi vennero accordate per recuperare le forze, mi fu inflitta una seconda punizione, di centocinquanta ore. Ne derivò un intorpidimento generale, e per il mio cervello un incosciente abbrutimento. Riuscii a strappare al tempo delle ore di sonno.
Poi il direttore Atherton escogitò alcune varianti alla cura.
Ossia, a intervalli, la camicia di forza e un po' di riposo. A volte riposavo per dieci ore e ne facevo venti legato; oppure non mi lasciavano che quattro ore per riprendere fiato. In piena notte quando meno me l'aspettavo, la porta della mia cella si apriva e la squadra di turno mi legava. Oppure, per tre giorni e tre notti consecutive, otto ore del supplizio si alternavano regolarmente con otto ore di riposo. E, proprio quando cominciavo a fare una certa abitudine a questo ritmo, i miei aguzzini lo modificavano improvvisamente, infliggendomi, d'un colpo, due giorni e due notti di camicia di forza. E, sempre, tornava a galla l'eterna domanda:
- Dov'è la dinamite?
E sempre, non sapendo più a quale santo votarsi, il direttore Atherton passava dalla collera più sfrenata alla supplica più patetica.
Il dottor Jackson, che di medicina doveva intendersene piuttosto poco, non nascondeva il suo scetticismo sul risultato del trattamento usato nei miei confronti. Egli insisteva nel dire che la camicia di forza non sarebbe mai riuscita a uccidermi. Più si intestardiva in questa opinione, e più il direttore Atherton si ostinava al gioco e continuava.
- I tipi di questo genere, - diceva, - sono duri a morire. Ma io sarò ancora più duro. Senti, Standing: quello che hai passato finora non è che un gioco da ragazzi di fronte a ciò che t'aspetta! Sai che io sono un uomo di parola. Te l'ho già detto:
"La dinamite, o la morte!". E te lo confermo ancora una volta. A te la scelta.
Mentre "Faccia di torta", con i piedi puntati sulla mia schiena, stringeva forte, e io gonfiavo i muscoli al massimo per guadagnare un po' di spazio ai miei polmoni, balbettai:
- Vi ripeto che non c'è niente da confessare. Mi taglierei la mano destra, pur di portarvi verso una dinamite qualunque, se sapessi dov'è.
Atherton sogghignò:
- D'accordo... Ne ho già visti degli altri, con la testa dura come la tua. Sei come i cavalli selvaggi: più si battono e più recalcitrano... Jones, stringi ancora un po'... Un occhiello di più! Standing, se non confessi ci lascerai la pelle. E' una promessa.
Durante questo trattamento, imparai varie cose. Più l'uomo s'indebolisce, meno sente il dolore. In un corpo debole la sofferenza si attenua. E man mano che l'energia vitale si prosciuga, le reazioni diventano meno violente. Così successe anche a me. Diventai, a poco a poco, una specie di larva inerte, che si ostinava a vivere.
Morrell e Oppenheimer, che sapevano bene a quale trattamento ero sottoposto, erano addolorati per me. Mi mandavano, con continui picchiettii, i loro consigli e i segni della loro simpatia.
Oppenheimer mi assicurava che aveva subito ancora di peggio, eppure non ne era morto.
- Non permettere che ti dominino, Standing! - mi diceva con le dita. Tieni duro, e non lasciarti morire. Sarebbero troppo contenti, quei porci. E soprattutto non parlare !
Nella mia camicia di forza, non potevo rispondere che con il piede. Con la punta della scarpa, picchiettai la risposta:
- Ti ho già detto che non posso dire niente... Non so niente, niente di niente.
- Inteso e capito! - approvò Oppenheimer.
E continuò, rivolto a Morrell:
- Questo Standing è fantastico!
Come potevo arrivare a convincere il direttore Atherton, dal momento che lo stesso Oppenheimer non faceva che ammirare la mia forza d'animo nel conservare il presunto segreto ?
Quando riuscivo a dormire, incominciavo subito a sognare. Fondati su una base reale, questi sogni mi riconducevano sempre alla mia antica professione di agronomo...
Parlavo davanti a un'assemblea di scienziati, riuniti per ascoltarmi. Leggevo delle relazioni... E, quando mi svegliavo, il sogno era stato così preciso che mi sembrava ancora di sentir risuonare la mia voce.
Oppure vedevo distendersi davanti ai miei occhi delle immense terre coltivabili, molto simili a quelle della California, con la loro flora e la loro fauna. E in tutti i miei sogni mi muovevo sempre in questo scenario...
9. VOLONTA' DI MORIRE
Non è poi poi una cosa facile dominare il dolore fisico con la sola forza d'animo, mantenere la mente serena a tal punto che dimentichi completamente l'atroce urlio dei nervi torturati. Ma ho imparato a subire passivamente il dolore, senza dubbio come tutti coloro che sono passati attraverso le diverse fasi della camicia di forza.
Una notte, mentre stavo per essere slegato dopo cento ore di trattamento, udii picchiettare. Era Morrell.
- A che punto sei? - mi chiedeva. - Sempre fermo?
Risposi:
- Mi sembra di non esistere che a tratti. Avranno la mia pelle, se continuano così..
- Non dar loro questa gioia! - replicò Morrell. - C'è un sistema... L'ho provato io stesso durante un periodo di cella in cui avevo per vicino Massie. Tutti e due in camicia di forza... Io tenni duro, mentre Massie urlava come se lo scannassero. Se non avessi conosciuto il trucco, avrei fatto come lui. Ecco in che cosa consiste: prima di tutto, per provarlo, bisogna essere in uno stato di debolezza estrema. Se si tenta quando si è ancora abbastanza forti, non riesce, e poi non se ne vuol più sentir parlare. E' il caso di Jake. Stava troppo bene, così non ci riuscì. Più tardi, quando il mio sistema gli sarebbe andato a pennello, non era più il caso. Per questo adesso lo nega e dice che gli racconto delle storie. Non è vero, Jake?
Dalla cella numero 13 Oppenheimer picchiettò:
- Non dargli retta, Darrell! E' un sistema che non funziona...
- Morrell, - picchiai con le dita, - spiegamelo lo stesso.
- Ecco di che si tratta. Bisogna morire artificialmente... Non capisci? Pazienza! Ascoltami bene: quando sei nella camicia di forza, le tue braccia, le gambe e altre parti del corpo s'intorpidiscono, non le senti più. S'intorpidiscono da sole, senza la tua volontà. Ma prendi come base questo esempio, e cerca di migliorarlo. Devi fare così: stenditi sulla schiena e subito, prima che le braccia o le gambe abbiano perso la sensibilità, comincia a far agire la tua volontà. Ma, ricordati, devi aver fede. Sennò, non c'è niente da sperare. Devi credere con tutte le tue forze che il tuo corpo è una cosa, e la tua anima un'altra. La tua anima è tutto. Il tuo corpo, non conta. T'ingombra soltanto. E la tua anima ordina di morire. Cominci l'operazione dal pollice dei piedi. Li fai morire, uno dopo l'altro; poi tutte le altre dita dei piedi. Tu ordini loro di morire. E se hai fede e volontà, moriranno. Naturalmente l'inizio è la parte più difficile. Quando il primo dito è morto, il resto diventa facile. Perché allora, per credere, non dovrai più tormentarti il cervello. La tua volontà agirà senza fatica per tutto il resto del corpo. L'ho provato già tre volte, e mi è sempre riuscito. La cosa più curiosa è che mentre il tuo corpo sta morendo, il tuo spirito rimane sempre lucido, presente. La tua personalità permane. Dopo i piedi, sono le tue gambe che muoiono. Poi i ginocchi; poi le cosce. E man mano che la morte sale, tu continui a essere Darrell Standing. Solo il tuo corpo si annulla, pezzo per pezzo.
Gli chiesi:
- E dopo, che succede?
- Quando tutto il corpo è morto, e il tuo spirito si sente integro, non hai che da uscire dalla tua pelle e lasciare la tua carcassa alle tue spalle. E lasciarla significa abbandonare anche la cella. I muri e le porte possono rinchiudere il corpo, non l'anima.
Oppenheimer batté la sua risata.
- Ah! ah! ah!
- Lo senti? - rispose Morrell, - continua a non credere. Quella volta che ha provato era ancora troppo forte per riuscirci.
- Quando si è morti, si è morti e basta! - ribatté Oppenheimer. - I morti non ritornano in vita.
- Io sono morto tre volte...
- Hai voglia di scherzare!
Morrell non insisté e continuò a parlarmi.
- Non dimenticare, Darrell, che l'operazione non è difficile. Ci sono dei rischi. Io, per esempio, ho sempre avuto la sensazione che se fossero venuti a togliere il mio corpo dalla mia cella, mentre la mia anima se n'era uscita, non sarei più stato capace di rientrarci dentro... Ma torniamo a noi. Una volta che sei riuscito ad abbandonare il tuo involucro materiale, che ti lascino nella camicia di forza, uno o più mesi non ha più nessuna importanza.
Non soffri più... Ci sono stati dei tipi che sono rimasti in letargo per un anno. E così sarà del tuo corpo. Resterà per terra, stretto nella tela, aspettando il tuo ritorno. E' la sola via da seguire. Prova, Darrell.
- E se non ritorna nel suo corpo? - chiese Oppenheimer.
- Allora è evidente che non c'è più nulla da dire...
Qui la conversazione finì..
Rimasi per ore disteso sulla schiena, nel silenzio e nel buio, dimenticando persino le mie sofferenze, mentre riflettevo a quanto mi aveva detto Morrell.
Giunsi alla conclusione che l'esperienza valeva almeno la spesa di un tentativo. L'uomo di scienza che era in me rimaneva scettico.
Ma ebbi la volontà sufficiente per credere. Ebbi fede. E riuscii.
Come vi racconterò.
10. UN SORRISO A OGNI COSTO
Il mattino dopo (e fu questo che mi fece decidere), il direttore Atherton entrò nella mia cella con delle chiare intenzioni nei miei riguardi.
Era accompagnato dal capitano Jamie, dal dottor Jackson, da "Faccia di torta" e da un certo Hutchins.
Hutchins, che stava scontando una condanna a quarant'anni, faceva di tutto per essere graziato. Era il capo dei cosiddetti uomini di fiducia.
I propositi del direttore apparirono subito evidenti.
- Esaminatelo, - ordinò al dottor Jackson.
Fui costretto a spogliarmi, e quel miserabile aborto mi strappò con le sue mani la camicia, incrostata di sudiciume, che portavo fin dalla mia entrata in cella d'isolamento. La mia pelle era grinzosa, incartapecorita. E in tutti i punti, straziata da piaghe e da cicatrici lasciate come ricordo dalle numerose punizioni con la camicia di forza.
L'esame era una pura formalità e venne condotto con una spudorata ipocrisia.
- Resisterà? - domandò il direttore Atherton.
- Sì, - rispose il dottore.
- E il cuore?
- Magnifico.
- Ritenete che possa sopportare senza eccessivo danno dieci giorni consecutivi di camicia di forza?
- Certamente.
Il direttore Atherton sogghignò.
- Ebbene, - disse, - io non ci credo. Ma questo non c'impedirà certo di tentare l'esperimento.. A terra, Standing!
Obbedii, sdraiandomi con la faccia a terra, sulla tela già pronta.
- Avvolgiti dentro! - ordinò.
Tentai di farcela, ma la mia debolezza era giunta a tal punto che non riuscii ad avvoltolarmi bene.
- Bisogna aiutarlo, borbottò il dottor Jackson.
Atherton scrollò le spalle.
Ben presto non avrà più bisogno d'aiuto, disse. - Va bene! Dategli una mano. Ho altro da fare, io, che perdere qui il mio tempo.
Venni legato, poi voltato sulla schiena. Fissai Atherton, che continuava a sogghignare.
- Standing, - disse lentamente, - ho esaurito tutta la mia pazienza, con te. Ora basta! Sono stufo della tua testardaggine.
Il dottor Jackson afferma che sei in condizioni di sopportare dieci giorni di camicia di forza. Pensaci bene: dieci giorni sono lunghi... Ma ti voglio offrire una via d'uscita. Dimmi dove si trova la dinamite. Appena sarà nelle mie mani lascerai questa cella. Potrai prenderti un bagno, raderti, e metterti dei vestiti puliti. Ti farò avere sei mesi di riposo, e col vitto dell'infermeria. Dopo, sarai addetto alla Biblioteca. Più gentile di così si crepa! Parlando, non tradisci nessuno. Tu sei il solo, a San Quintino, che sa dov'è la dinamite. E nessuno dei tuoi compagni ci andrà di mezzo. Se parli, hai tutti i vantaggi. In caso contrario...
Vi fu un attimo di silenzio, e il direttore fece un gesto piuttosto significativo.
- In caso contrario... ricomincerai immediatamente i tuoi dieci giorni di camicia di forza.
Era una prospettiva orribile. Mi sentivo così debole da essere certo che questi dieci giorni equivalevano per me a una condanna a morte.
In quell'attimo tremendo, mi ricordai del sistema Morrell. Era giunto il momento di metterlo in pratica. Non abbassai lo sguardo e sorrisi al direttore Atherton.
- Signor direttore! Osservate il mio sorriso, - dissi. - Se fra dieci giorni, quando mi slegherete, lo vedrete ancora sulle mie labbra, siete disposto a regalarmi un buon pacchetto di tabacco, e altri due a Morrell e a Oppenheimer ?
- Questi intellettuali! - brontolò il capitano Jamie. - Si credono superiori a tutti gli altri... Orgogliosi come principi.
Il direttore Atherton prese la mia proposta per una presa in giro e gridò:
- Questo, Darrell, ti frutterà un occhiello di più!
- Ho parlato seriamente, signor direttore... - risposi, conservando tutta la mia calma. - Potete farmi stringere quanto vi piace. Se, fra dieci giorni, ho ancora questo sorriso... darete a noi tre, io, Morrell e Oppenheimer, i tre pacchetti di tabacco?
Rispose:
- Sembri sicuro di te!
- E' la fede che è ancora nel mio cuore, direttore.
- Allora ti sei convertito? - ghignò.
- Naturalmente... Ritengo di possedere più vita di quanto non crediate, e che di questa vita non riuscirete a vedere la fine. Se lo credete opportuno datemi pure cento giorni di camicia di forza.
Dopo cento giorni, guardandovi, sorriderò ancora.
- Cento giorni... Dopo dieci, avrai dato le tue dimissioni da questo mondo!
- Se la pensate così, promettetemi i tre pacchetti di tabacco. Che cosa rischiate?
- Vuoi invece un pugno sulla faccia?
- Se vi fa piacere, accomodatevi pure, - replicai, sempre con la stessa voce soave. - E picchiate forte, mi raccomando! Anche ridotta in poltiglia, la mia faccia continuerà a sorridere.
Coraggio, non abbiate timore... Ma accettate la scommessa.
La rabbia del direttore aveva raggiunto un tale livello, che m'avrebbe fatto ridere, se la mia situazione non fosse stata così precaria. Aveva il viso stravolto, stringeva i pugni, e stava per saltarmi addosso.
Ma riuscì a dominarsi.
- Basta, Standing! Domeremo anche te. E lasciando da parte il tabacco, sono pronto a farmi tagliare la mano, se fra dieci giorni sorriderai ancora... Avanti, ragazzi, stringetelo ancora, finché sentite scricchiolare le ossa! Hutchins, fagli vedere come sai fare.
L'uomo di fiducia mi dimostrò, senza dubbio possibile, la sua abilità. Come al solito, tentai di guadagnare spazio contraendo i muscoli. Ma, oltre a essere ormai troppo magro per ottenere un buon risultato, fui giocato anche da Hutchins, che aveva imparato da tempo tutte le astuzie della camicia di forza.
In realtà, quello di Hutchins fu nei miei confronti un vero e proprio tentato omicidio. Col piede puntato sulla mia schiena, tirava il laccio sempre di più; si fermava, poi tirava ancora. Era come se la mia carcassa dovesse cedere da un momento all'altro sotto quella tremenda pressione, e mi sembrava che tutti i miei organi vitali si disintegrassero. Sapevo che non sarei morto, sì lo sapevo, eppure mi sembrava che la morte fosse china su di me.
La testa mi girava, il sangue pulsava follemente nelle arterie e le vene, dalla punta delle dita dei piedi fino alla radice dei capelli.
- E' stretto abbastanza, - disse a malincuore il capitano Jamie.
- Lo credo anch'io, - dichiarò il dottor Jackson.
Il direttore si chinò su di me. Sforzandosi, riuscì a inserire il suo indice fra la tela e la mia schiena. Ma non riuscì a stringermi di un millimetro in più. - Hutchins, - disse, - mi congratulo con voi! Ve ne intendete davvero. E adesso giratelo, così vediamo il suo grugno.
Mi voltarono sulla schiena.
Il direttore Atherton sogghignò:
- Ridi un po' adesso, se ci riesci ! Sorridi se puoi...
I miei polmoni schiacciati bramavano soltanto un filo d'aria. Il mio cuore minacciava di scoppiare. La mia mente vacillava.
Tuttavia, un leggero sorriso all'indirizzo del direttore Atherton prese forma sulle mie labbra.
11. ATTRAVERSO LE STELLE
La porta si richiuse lasciandomi solo, sdraiato come al solito sulla schiena.
Grazie ad alcuni trucchi escogitati nelle precedenti sedute, riuscii, torcendomi come un serpente, ad arrivare con l'estremità della mia scarpa fino a un muro della cella. Non ero già più completamente solo. Se volevo, potevo parlare con Morrell e Oppenheimer.
Ricordo che in quell'ora la serenità del mio spirito era totale.
Essa andava oltre le sofferenze del mio corpo sopportate passivamente. E a questa serenità si univa una specie di esaltazione verso il sogno, che era al suo parossismo. E più che mai mi sentivo pronto per affrontare la grande prova.
Concentrai su di essa tutti i miei pensieri. Puntai la mia volontà verso il pollice del mio piede destro. Gli ordinai di morire. Ed esso morì.
Tutto il resto, come aveva detto Morrell, fu facile. L'operazione risultò lenta, ma uno dopo l'altro, le dieci dita dei miei piedi cessarono, non furono più. Poi, membro dopo membro, giuntura dopo giuntura, la morte continuò ad avanzare, progressiva.
Essa salì al collo del piede, poi fino alle gambe e ai ginocchi.
Era tale la mia concentrazione che non conobbi neppure la gioia del successo. Avevo un solo obiettivo: ordinare al mio corpo di morire, ed esso obbediva.
Non era trascorsa un'ora, e la morte aveva raggiunto i miei fianchi, e io seguitavo a volere che salisse ancora, sempre più su.
Quando raggiunse il cuore, il mio essere cosciente cominciò a oscurarsi, mentre le prime vertigini mi assalivano. Temendo che si smarrisse del tutto, indirizzai la mia volontà verso il cervello, che si rischiarò nuovamente. Poi, ordinai di morire alle mie spalle, alle mie braccia, alle mani.
Nel mio corpo, le sole cose viventi erano ormai il mio cranio e una minuscola parte del mio petto. Il battito del cuore era quasi cessato. Batteva ancora, regolarmente, ma con estrema debolezza.
Il mio stato era molto simile a quello che si può rilevare in un uomo che si trovi sulla frontiera tra veglia e sonno. Ed era come se il mio cervello si dilatasse prodigiosamente nella mia scatola cranica. A tratti, bagliori di luce, simili a lampi, mi invadevano le pupille.
Questa dilatazione del cervello mi lasciava perplesso. Mi sembrava che i suoi lembi estremi non solo superassero la cavità del mio cranio, ma che continuassero addirittura a estendersi.
Contemporaneamente, si espandevano intorno a me il tempo e lo spazio. Avevo gli occhi chiusi, e tuttavia avevo la coscienza precisa che i muri della cella si fossero spostati, al punto che essa formava ora un vasto salone. Per un attimo, pensai che se i muri della prigione si fossero comportati nello stesso modo, sarebbero arrivati ben più in là di San Quintino, per prolungarsi, da una parte, fino all'Oceano Pacifico, e dall'altra fino alle Montagne Rocciose.
Anche l'espansione del tempo era notevole. Il mio cuore non batteva che a lunghi intervalli. Provai a contare i secondi fra una pulsazione e l'altra. Calcolai, come intervallo, fino a cento secondi. Poi mi sembrò che le pause si dilatassero smisuratamente, tanto che mi stancai di calcolarle.
A questo punto, iniziai l'ultima parte dell'operazione, come mi aveva detto Morrell...
Cominciai con la la piccola parte del mio petto ancora viva e con il cuore. La concentrazione della mia volontà ottenne subito il suo effetto. Il cuore cessò di battere.
Non fui più che un puro spirito, un'anima, una coscienza morale.
Chiamatela come volete questa cosa senza nome, che occupava sempre un punto del mio cranio, ma che continuava a espandersi, ad andare oltre.
E arrivò l'istante in cui mi sciolsi dalla terra e partii. D'un solo balzo, mi trovai oltre il tetto della prigione, nel cielo della California, e fui tra le stelle...
Le stelle. Vagavo fra esse. Ero un adolescente, vestito con un abito dai colori delicati, che brillava dolcemente alla fredda luminosità stellare. Uno strano vestito, il mio... Una reminiscenza di quelli che nella mia infanzia avevo visto indossare alle cavallerizze dei circhi, e di quello che portavano gli angeli. Così mi avevano insegnato.
Percorrevo lo spazio interstellare, tenendo in mano una luccicante bacchetta di cristallo, e avevo la consapevolezza interiore che doveva toccare ogni stella, quando le passavo davanti. E non meno precisa era in me la certezza che se avessi evitato di toccarne una, una sola, sarei precipitato nell'abisso senza fondo dei castighi eterni.
A lungo, camminai fra le stelle. Mi parve di errare per secoli nello spazio, con l'occhio attento e la mia bacchetta in mano, con la quale toccavo, senza mai mancarne uno, tutti gli astri che incontravo sulla mia strada.
La via celeste si accendeva sempre più di uno splendore abbagliante. E vedevo avvicinarsi la meta inebriante dell'infinita sapienza. Ma la mia personalità non si era annullata.
Ero perfettamente cosciente che ero io, Darrell Standing, che camminavo fra le stelle, con una bacchetta di cristallo in mano.
Mi rendevo anche conto che vivevo nell'irreale, che il mio sogno non era che una proiezione fantastica della mia immaginazione, simile alle fantasie provocate dalle droghe. A un tratto, nel tentativo di toccare una stella, sbagliai; e il colpo andò a vuoto. Compresi subito che l'inevitabile era vicino... E sentii un colpo, come una mano che bussava...
L'intero sistema astrale esplose, vacillò sul suo piedestallo, e precipitò in fiamme. Provai una sofferenza atroce che mi dilaniava. Un attimo dopo, non ero più che Darrell Standing, il galeotto che giaceva sul pavimento della sua cella, nella camicia di forza.
Un altro colpo, questo battuto da Morrell, e che indicava qualche messaggio urgente, mi fornì immediatamente la spiegazione del mio brusco ritorno su questa lurida terra.
Più tardi, chiesi a Morrell qualche altra informazione. Seppi così che già una prima volta aveva battuto contro la parete queste parole:
- Standing, sei ancora lì?
Attenzione, amico lettore! Proprio in quell'istante partivo per la mia escursione stellare, con il mio abito lieve; e con la bacchetta in mano, correvo verso il mistero supremo della Vita.
Non risposi.
Morrell, un minuto dopo, non ricevendo risposta, ripeté la domanda. Fu così che avvenne l'orribile richiamo alla terra, la tortura atroce, e il mio ritorno nella cella di San Quintino. Tra la prima e la seconda domanda di Morrell, non era trascorso più di un minuto. E io avevo creduto di vagare per interi secoli, attraverso le stelle!
Questa era la realtà: ero diventato incapace di riprendere la mia corsa attraverso il cielo. Il picchiettio di Morrell mi tratteneva nuovamente al mondo d'orrore da cui ero fuggito. Cercai di rispondergli per pregarlo di cessare con le sue domande. Ma invano. Ero talmente svincolato dal mio corpo che questo non mi obbediva più. Giaceva morto, sul pavimento della cella, e io non ne occupavo che una piccola parte: il cranio. Comandai al mio piede di battere il mio messaggio. Si rifiutò. La mia ragione continuava a dirmi che possedevo un piede. Eppure, in pratica, non avevo più piedi.
Quando Morrell la smise con il suo picchiettio, vedendo che non rispondevo, la gioia mi travolse.
Ed evasi nuovamente dalla mia prigione.
12. LA CAROVANA VERSO L'OVEST
La prima sensazione che mi avvolse fu quella d'una nuvola di polvere. Acre e secca, mi saliva per le narici, copriva il mio viso, le mie mani...
Intorno a me tutto oscillava in ampie ondate. Gli urti e le spinte si susseguivano, mentre udivo uno stridere di perni, il gemere delle ruote su un terreno a volte sabbioso, a volte pietroso. Mi giungevano anche delle voci di uomini stanchi che imprecavano al ritmo lento e ottuso delle bestie.
Ero un ragazzo dagli otto ai nove anni e mi sentivo sfinito come la donna dal viso coperto di polvere, seduta accanto a me, che invano tentava di consolare un marmocchio in lacrime che teneva in braccio.
La donna era mia madre. L'uomo, che conduceva il carro e di cui scorgevo soltanto le spalle all'estremità del tunnel di tela, era mio padre.
Incominciai a strisciare fra i sacchi accatastati sul carro, e mia madre mi disse, con voce stanca:
- Non puoi startene un po' tranquillo, Jesse?
Jesse era il mio nome. Sentii mia madre che chiamava Giovanni mio padre. Non conoscevo il cognome di famiglia, non avendolo mai sentito pronunciare. Tutto ciò che sapevo, era che altri uomini della carovana d'emigranti chiamavano mio padre "capitano". Era il capo, e tutti ricevevano ordini da lui.
Raggiunsi l'estremità del carro e riuscii a sedermi a cassetta, accanto a lui.
L'aria, impregnata dalla polvere sollevata dai carri e dalle zampe degli animali che li trainavano, era soffocante, spessa come nebbia.
E intorno un paesaggio sinistro, desolato. Ai lati si rincorreva una teoria di basse colline, con rari cespugli bruciati dal sole.
E alla base soltanto sabbia, ciottoli e spuntoni di rocce.
Di acqua, neanche il minimo segno.
Il nostro carro era il solo tirato da cavalli. Gli altri, in una lunga fila simile a un serpente, erano tirati da buoi. E ne occorrevano tre o quattro coppie per muovere, con estrema fatica e lentezza, ogni carro.
In una curva avevo contato i carri che ci precedevano e che ci seguivano. In tutto erano quaranta, compreso il nostro.
Ai due lati della carovana avanzavano dodici o quindici giovani che si trascinavano dietro i rispettivi cavalli. Sulle loro selle erano appoggiate lunghe carabine. Ogni volta che uno di loro si avvicinava, potevo scorgere distintamente i suoi lineamenti contratti e inquieti, del tutto simili a quelli di mio padre che teneva anch'egli, a portata di mano, una carabina.
Lontano, molto lontano da quel desolato paesaggio, mi ricordavo di aver vissuto, piccolissimo, in un paese ridente, in riva a un fiume dalle sponde ricche di alberi. E mentre il carro avanzava a scossoni, il mio spirito tornava indietro, verso quelle acque gioiose e fresche che scorrevano sotto gli alberi verdi. Ma tutto ciò era lontano, tanto lontano...
La colonna sembrava seguire un funerale. Non una risata, non una voce allegra si levava dai carri. La pace e la tranquillità erano come echi spezzati, e non camminavano con noi. I visi di tutti riflettevano tristezza e disperazione. Un brivido sembrò improvvisamente percorrere l'intera carovana.
Mio padre alzò la testa. Io lo imitai. E anche i nostri cavalli.
Fiutarono l'aria con le narici allargate, frementi, e incominciarono a tirare con rinnovato vigore. I buoi staccati, che si trascinavano a stento, partirono tutti al galoppo. Le povere bestie, ridotte a pelle e ossa, galoppavano come potevano, scheletri viventi avvolti in una pelle rognosa. Ma questo impeto non durò molto. E tornarono a trascinare lentamente le loro povere carcasse.
- Che succede? - chiese mia madre.
- L'acqua è vicina, - rispose mio padre. - Dobbiamo arrivare a Nephi.
- Dio sia lodato! Forse là ci venderanno qualcosa da mettere sotto i denti.
Era proprio Nephi. Vi entrammo avvolti in una nuvola di polvere rossa, sotto un sole rosso, tra i cigolii infernali dei nostri carri.
Il villaggio era costituito da una dozzina di abitazioni, semplici capanne sparse qua e là. Il paesaggio era del tutto simile a quello che avevamo lasciato alle nostre spalle. Neanche un albero.
Nient'altro che ciuffi rachitici, in un deserto di sabbia e di pietre. Ma si vedevano, anche se rari, dei campi coltivati chiusi in parte da siepi.
Una vera magra d'acqua, nel letto asciutto del torrente.
Tuttavia, qualche segno di umidità lo mostrava ancora. Un po' d'acqua filtrava in certi punti, in buche che er