Jack London
PRIMA DI ADAMO
PRIMA DI ADAMO
"Prima di Adamo" (titolo originale: Before Adam), scritto nella prima metà del 1906, apparve a puntate su "Everybody" nell'ottobre dello stesso anno, poi in volume presso Macmillan, New York, 1907.
"Questi sono i nostri antenati e la loro storia è la nostra storia.
Ricordatevi che come è certo che un giorno noi scendemmo dagli alberi per camminare eretti al suolo, così è altrettanto certo che in un'epoca ancora più lontana, siamo usciti arrampicandoci dal mare, per iniziare la nostra prima avventura sulla terra ferma" - Jack London
1
Prima che sapessi, mi sono spesso domandato da dove venisse la moltitudine delle immagini che popolava i miei sogni, e che erano del tutto diverse dalla realtà dello stato di veglia. Esse tormentarono la mia infanzia, facendo dei miei sogni una serie d'incubi e, un po' più tardi, mi convinsero che io differivo dal resto della mia specie, che ero un essere contro natura e maledetto.
Godevo la mia parte di felicità solo durante il giorno; le mie notti segnavano il regno della paura... e di quale paura! Oso affermare che nessun uomo, tra quelli che con me vivono su questa terra, ha mai sofferto uno spavento di tale natura e di tale intensità; giacché la mia paura è la paura della lontananza del tempo che fu, la paura che predominava al tempo della nascita del mondo e al tempo della giovinezza del mondo nascente; la paura, insomma, che regnava suprema durante il periodo conosciuto col nome di Medio Pleistocene.
Che cosa intendo dire con ciò? Sento che è necessaria una spiegazione prima che incominci ad esporre qual era il contenuto dei miei sogni, diversamente voi ben poco comprendereste il significato di cose che per me sono così familiari. Mentre scrivo, tutti gli esseri, tutti gli avvenimenti di questo mondo dei miei sogni sorgono dinanzi ai miei occhi in una vasta fantasmagoria, ma so che per voi essi sarebbero senza connessione e senza ragione.
Che cosa possono significare per voi l'amicizia di Orecchiuto, la calda seduzione della Rapida, la concupiscenza e l'atavismo di Occhiorosso? Stridenti incoerenze e null'altro. Incoerenze stridenti quanto i fatti e le gesta del Popolo del Fuoco e del Popolo degli Alberi e le inintelligibili assemblee delle orde. Nulla potete sapere voi che ignorate la pace delle fresche caverne sul fianco delle rupi e il giocondo andirivieni all'orlo dell'acqua dove andavamo a dissetarci sul calar del giorno; voi che non avete mai conosciuto il morso pungente del vento mattutino sulla cima degli alberi e il sapore della giovane corteccia dolce al palato.
Credo perciò che sarebbe stato meglio per voi essere iniziati come lo fui io al tempo della mia infanzia. Bambino, di giorno ero uguale agli altri bambini; ma nel sonno ero del tutto diverso. Sin dagli anni di cui la mia mente conserva vivo il ricordo, il mio sonno fu sempre un periodo di terrore. Molto raramente i miei sogni si coloravano di felicità; in genere erano fatti di paura, di una paura così strana, così folle da non esservi nulla di paragonabile. Nessuna delle paure che provai nelle ore di veglia assomiglia alla paura che s'impadroniva di me durante il sonno: paura d'un genere tale da superare tutte le mie esperienze.
Ragazzo nato e allevato in città, la campagna rappresentava per me un terreno inesplorato. Tuttavia non sognavo mai la città, né appariva mai una casa in uno dei miei sogni, come del resto nessun essere umano oltrepassava mai la barriera del mio sonno. Io, che avevo visto alberi solo nei parchi e nei libri illustrati, erravo attraverso foreste sconfinate. Inoltre, questi alberi di sogno non erano una semplice percezione confusa della mia visione, ma erano ben netti e distinti.
Ero in termini d'intimità vissuta con essi; ne vedevo ogni ramo, ogni gemma; vedevo e conoscevo ogni foglia.
Ho serbato il ricordo preciso della prima volta in cui, allo stato di veglia, vidi una quercia. Guardando le foglie, i rami, i nodi, ricordai con una lucidità impressionante di aver già visto moltissime altre volte quella stessa specie d'albero durante il mio sonno. Così non fui affatto sorpreso più tardi, nel riconoscere immediatamente, appena li vidi, alberi come l'abete, il tasso, la betulla, il lauro.
Io li avevo già visti tutti e li vedevo ancora tutti, ogni notte, durante il mio sonno.
Come avrete già osservato, tutto ciò viola la legge fondamentale dei sogni, vale a dire la regola per cui ciascuno vede in sogno solo quello che ha visto allo stato di veglia, o combinazioni di cose da lui viste allo stato di veglia. Ebbene, tutti i miei sogni andavano contro questa regola: mai ho visto in sogno qualcosa di cui abbia avuto conoscenza essendo desto. La mia vita durante i sogni e la mia vita allo stato di veglia erano due vite nettamente separate, che non avevano nulla di comune tra esse all'infuori della mia persona. Io ero, in un certo modo, il tratto d'unione vivente tra quelle due esistenze.
Sin dai primi anni della mia infanzia appresi che le noci si comprano dal droghiere, la frutta dal fruttivendolo; ma ben prima di sapere questo io avevo in sogno colto le noci sugli alberi o le avevo raccattate in terra sotto gli alberi stessi, come pure avevo mangiato frutti colti sugli arbusti e sui cespugli, quantunque una simile cosa mai mi fosse accaduta durante la vita trascorsa ad occhi aperti.
Non dimenticherò mai la prima volta che vidi servire a tavola i mirtilli. Mai quei frutti mi erano comparsi davanti agli occhi, e tuttavia, vedendoli, mi vennero improvvisamente alla memoria ricordi di sogni durante i quali avevo errato in una zona paludosa facendo una scorpacciata di mirtilli. Mia madre mi pose davanti un piatto pieno di questi frutti; subito ne presi una cucchiaiata, ma prima ancora di averla portata alla bocca io sapevo perfettamente il sapore che avrebbero avuto i mirtilli. E non m'ingannai: era un sapore aspro che avevo conosciuto mille volte durante il sonno.
E i serpenti? Molto tempo prima che avessi sentito dire della loro esistenza, essi mi tormentavano durante il sonno. Mi aspettavano annidati nelle radure delle foreste, si slanciavano come frecce sotto i miei piedi, fuggivano ondulando attraverso l'erba secca o sulle rocce nude; oppure m'inseguivano fin sulla cima degli alberi, attorcigliando i loro grandi corpi lucidi ai tronchi, scacciandomi sempre più in alto o sempre più lontano sui rami che oscillavano scricchiolando, mentre il suolo sembrava inabissarsi a una distanza vertiginosa. I serpenti!... Con la loro lingua bifida, i loro occhi rotondi, le loro scaglie scintillanti e il loro tintinnio stridulo, li conoscevo anche troppo bene allorché la prima volta che entrai in un circo vidi l'incantatore di serpenti prenderli tra le mani e sollevarli! Erano per me vecchie conoscenze, o piuttosto vecchi nemici, che popolavano di terrore le mie notti.
Ah, quelle foreste sconfinate e la loro oscurità piena d'orrore! Per quante eternità non ho errato nel loro seno, io essere timido, perseguitato, allarmato dal minimo rumore, spaventato dalla mia stessa ombra, coi nervi tesi, sempre all'erta, pronto ad ogni istante a balzar lontano in una corsa folle per scampare la vita! Perché io ero la preda offerta a tutte le specie di esseri feroci che abitavano la foresta, ed era con paura delirante che fuggivo davanti ai mostri in caccia.
Avevo cinque anni quando andai per la prima volta al circo. Tornai a casa malato; malato e non per colpa dei dolciumi e delle bibite.
Bisogna che vi racconti come andò. Quando entrammo nella tenda dove si trovava il serraglio, un ruggito rauco lacerò l'aria. Ritirai bruscamente la mano da quella di mio padre e urlando di terrore mi precipitai perdutamente verso l'uscita, urtai altra gente, caddi e rimasi tremante di paura. Mio padre, avendomi raggiunto, mi calmò; mi mostrò che il pubblico non era affatto spaventato dei ruggiti e mi rianimò assicurandomi che la nostra sicurezza era perfetta.
Nondimeno fu soltanto tremando di paura e spinto dagli incoraggiamenti di mio padre, che mi accostai finalmente alla gabbia del leone. Come lo riconobbi subito! Era la Bestia, la Bestia terribile! E subito mi balenarono nella memoria i ricordi dei miei sogni: il sole meridiano che faceva brillare le alte erbe, il toro selvatico che pasceva tranquillo, l'improvviso dividersi delle erbe sotto la rapida corsa della belva che si gettava sul dorso del toro, e lo strepito della lotta e i muggiti e lo stritolìo delle ossa; oppure la calma frescura dell'abbeveratoio, il cavallo selvatico immerso nell'acqua sino a mezza gamba, che beveva tranquillamente, e ancora la Belva, sempre la Belva! e il salto e il nitrito e lo sbuffo del cavallo e lo scricchiolio prolungato delle ossa; e ancora, durante il cupo crepuscolo e il silenzio triste del giorno che volge alla fine, l'improvviso ruggito possente, lanciato a piena gola, inatteso come il richiamo della tromba del destino, e subito dopo urli e balbettii di spavento in mezzo al fogliame, dov'ero anch'io, tremante di paura, unità smarrita della folla urlante e balbettante sugli alberi.
Nel vedere la Belva, impotente dietro le sbarre della gabbia, diventai furioso. Digrignai i denti, danzai avanti e indietro lanciandole grida beffarde, incoerenti, e facendo smorfie grottesche. Il leone rispose scagliandosi contro le sbarre e ruggendo verso di me la sua inutile rabbia. Ah, anche lui mi riconosceva, e capiva bene i suoni che io emettevo: le grida di antichi tempi.
I miei genitori erano spaventati: "Questo ragazzo è malato", diceva mia madre. "Ha un attacco di nervi", disse mio padre. Io non ho mai detto loro la verità, ed essi l'ignorano ancora. Avevo già circondato di reticenze la mia dualità, quella semi- dissociazione della mia personalità, come credo di poterla chiamare.
Vidi l'incantatore di serpenti, e questo fu tutto quel che vidi quella sera. Mi ricondussero a casa snervato, esaurito dalla stanchezza, reso malato da quella irruzione della mia vita di sogno nella mia vita reale.
Ho parlato della mia reticenza. Una sola volta confidai la stranezza di quel che mi accadeva a un compagno che aveva otto anni come me. Dai miei sogni ricostruii per lui le immagini di quel mondo svanito dove credo veramente d'esser vissuto un tempo. Gli parlai dei terrori di quell'epoca tanto remota, di Orecchiuto, degli scherzi che facevamo insieme, dei ciangottii inintelligibili, degli Uomini del Fuoco e dei ricoveri dove si annidavano.
Il mio compagno si burlò di me e mi raccontò certe storie di fantasmi e di morti che tornano la notte. Soprattutto volse in ridicolo ciò che egli considerava come scialbi prodotti della mia fantasia. Alle altre storie che gli raccontai, per tutta risposta, mi rise bellamente sulla faccia. Giurai con tutta sincerità che le cose stavano precisamente così, e allora egli incominciò a guardarmi in modo strano, e fece poi agli altri compagni un racconto così sbalorditivo delle mie confidenze che tutti presero a considerarmi in una maniera insolita.
Questa amara esperienza mi servì di lezione. Io ero un essere diverso da quelli della mia specie; ero anormale nel senso che essi non potevano comprendere e io non potevo loro spiegare senza dar luogo a malintesi. Quando tra compagni si raccontavano in circolo storie di spettri e di fantasmi, io tacevo, ma dentro di me sorridevo in maniera spaventosa, rabbrividente. Pensavo alle mie notti di terrore, sapevo che le mie parole erano fatti reali, veri come la vita e non vapori impalpabili e ombre immaginarie.
Perché nessuno spavento mi coglieva al pensiero dei lupi mannari e degli orchi malvagi. La caduta da un'altezza vertiginosa attraverso il fogliame degli alberi, ecco; i serpenti che mi si attorcigliavano addosso e che io evitavo saltando lontano, mentre mi battevano i denti; i cani selvatici che m'inseguivano attraverso le radure sino al rifugio delle foreste; ecco, questi erano terrori concreti e reali, fatti e non immaginazioni, cose di carne viva, di sudore, di sangue.
Orchi e lupi mannari sono stati per me dei buoni compagni di letto in confronto agli orrori che divisero il mio letto al tempo della mia infanzia e lo dividono anche ora che, giunto all'età matura, traccio questi ricordi.
2
Ho detto che nei miei sogni non vedevo mai esseri umani. Mi accorsi presto di questo fatto e risentii in modo piuttosto pungente questa assenza della mia propria specie. Anche quand'ero bambino, avevo la sensazione, in mezzo all'orrore dei miei sogni, che se avessi incontrato un uomo, un solo essere umano, mi sarei salvato dai sogni e dai terrori che mi circondavano durante il sonno. Questo pensiero turbò per anni interi le mie notti: se potessi trovare quest'essere umano, sarei salvo!
Devo ripetere che questa idea mi sorprendeva proprio nel bel mezzo del sogno e da ciò desumo l'evidenza della coesistenza delle mie due personalità, la prova che esiste un punto comune alle due parti dissociate del mio io. La mia personalità di sogno viveva nei tempi remoti, prima ancora che esistesse l'uomo come noi lo conosciamo, e l'altra mia personalità, quella della mia vita reale, si fondeva nella sostanza dei miei sogni per quanto è concesso alle conoscenze delle vite d'un uomo.
Forse gli psicologi togati troveranno da ridire sul significato che io attribuisco alle parole "dissociazione della personalità." So benissimo in che senso essi ricorrono a questo termine, ma sono costretto a servirmene a modo mio, in mancanza di altri più appropriati. Comunque io mi riparo dietro l'insufficienza della lingua. Ed ora veniamo all'uso o al cattivo uso che io faccio di questo termine.
Ebbi una prima indicazione sul significato e sulla causa dei miei sogni solo quando, ragazzino, venni messo in collegio. Fino allora quei sogni erano rimasti privi di significato e senza causa apparente.
Ma in collegio mi fu rivelata l'evoluzione e la psicologia e conobbi la spiegazione di sensazioni e di stati mentali diversi e strani. Vi era, ad esempio, il sogno della caduta attraverso lo spazio: avventura che accade più comunemente in sogno e che ciascuno di noi conosce per esperienza personale.
Il mio professore mi disse che era un ricordo di razza che risale ai nostri antenati lontanissimi che vivevano sugli alberi. Siccome erano arboricoli, il rischio di cadere rappresentava per loro una minaccia sempre presente. Infatti molti di essi persero la vita in questo modo, cadendo; ma in generale tutti fecero cadute terribili, scampando alla morte solo afferrandosi ai rami mentre precipitavano verso il suolo.
Beninteso, una caduta così terribile, e interrotta in una simile maniera, produceva nell'organismo una scossa che, a sua volta, provocava delle modificazioni molecolari nelle cellule cerebrali.
Queste modificazioni molecolari si trasmettevano alle cellule cerebrali della discendenza e diventavano insomma dei ricordi ereditari. Così, quando io e voi, addormentati o assopiti, cadiamo attraverso lo spazio e torniamo in noi con una sensazione di batticuore, proprio nell'attimo immediatamente prima di fracassarci le ossa sul suolo, non facciamo che ricordarci di quel che avvenne ai nostri antenati arboricoli e che si è impresso, per le successive modificazioni cerebrali, nell'eredità della specie.
Nulla c'è di strano in questo, come nulla c'è di strano in un istinto.
Un istinto è semplicemente un'abitudine che si è impressa nella materia della nostra eredità, ecco tutto. E' da notare, per inciso, che in questo sogno della caduta, che è familiare a voi, a me, a tutti, giammai noi tocchiamo il suolo. Cadere sul suolo equivale a morire. I nostri antenati arboricoli che cadevano a terra morivano sul colpo. E' vero che la scossa della caduta si comunicava alle loro cellule cerebrali, ma essi morivano immediatamente, prima di poter generare una discendenza. Voi ed io discendiamo da quelli che non toccarono terra; e per questo appunto né voi né io non tocchiamo mai il suolo cadendo in sogno.
Veniamo ora alla dissociazione della personalità. Noi non abbiamo mai questa sensazione della caduta quando siamo allo stato di veglia. La nostra personalità di veglia la ignora. Allora (e qui l'argomento è irresistibile) deve essere una personalità ben distinta che cade quando noi dormiamo e che ha già l'esperienza di questa caduta; che ha, insomma, un ricordo delle avventure capitate a una specie scomparsa, allo stesso modo come la nostra personalità di veglia ha il ricordo degli avvenimenti della nostra vita reale.
Fu a questo punto del mio ragionamento che incominciai a veder la luce, e ben presto questa luce scintillò su di me con un fulgore abbagliante, illuminando e svelando tutto quello che c'era di spaventoso, d'irreale, di antinaturale, d'impossibile nelle mie avventure di sogno. Nel sonno non era la mia personalità di veglia che mi guidava, ma una personalità diversa e ben distinta, che possedeva un fondo di esperienze nuovo e totalmente diverso, e che aveva, dal punto di vista dei miei sogni, il ricordo di quelle avventure del tutto distinte.
Qual era questa personalità? Quando aveva essa stessa vissuto una vita di veglia su questa terra per raccogliervi una collezione di avventure così strane? Queste erano le domande alle quali rispondevano i miei sogni stessi. Questa personalità visse in tempi preistorici, all'epoca della giovinezza del mondo, durante il periodo che noi chiamiamo Medio Pleistocene; rabbrividì di terrore al ruggito del leone; fu inseguita dalle fiere, minacciata dai serpenti dal morso mortale; balbettò nelle radunate coi suoi simili; fu angariata, malmenata dagli Uomini del Fuoco quando fuggì dinanzi alla loro invasione.
Ma voi obietterete: "Come mai questi ricordi non sono comuni anche a noi, dato che anche noi abbiamo una vaga personalità che precipita attraverso lo spazio mentre dormiamo?".
A questa domanda risponderò con un'altra domanda: perché vi sono dei vitelli a due teste? La mia risposta è che vi sono dei fenomeni. E questa è anche la risposta che do alla vostra domanda: io possiedo quest'altra personalità e questa completa memoria atavica perché sono un fenomeno.
Voglio essere ancora più esplicito. Il ricordo di specie più comune che noi abbiamo è il sogno della caduta nello spazio. Appunto perché è molto vaga, questa seconda personalità ha conservato questo solo ricordo. Ma molti di noi hanno personalità diverse più nitide, più distinte. Numerose sono le persone che sognano di volare nell'aria, che sono inseguite da mostri, che fanno sogni colorati, che nel sogno patiscono il soffocamento, che in sogno vedono rettili e vermi di ogni sorta. In una parola, mentre questa personalità diversa è in noi generalmente allo stato di vestigio, in alcuni è quasi obliterata e in altri è più accentuata. Certuni hanno dei ricordi di specie più forti, più completi di certi altri.
Tutto ciò non costituisce che una questione di grado variabile nel possesso di quest'altra personalità. In me, questo grado di possesso è enorme. L'altra personalità è in potenza quasi uguale alla mia propria personalità. Perciò io sono, come ho già detto, un fenomeno, un capriccio dell'ereditarietà.
Credo che sia effettivamente il possesso di questa altra personalità - ma a un grado inferiore al mio - che in talune persone abbia fatto credere ad esperienze compiute in precedenti reincarnazioni. Per queste persone ciò è plausibile, è un'ipotesi convincente. Quando hanno visioni di scene che non hanno mai veduto essendo in carne ed ossa, ricordi di atti e di avvenimenti che risalgono al passato, la spiegazione più semplice è quella di aver già vissuto una vita anteriore.
Ma commettono l'errore di non tener conto della loro dualità. Esse non riconoscono l'esistenza della loro seconda personalità; questa la prendono per la loro propria personalità, credendo così di non averne che una; e da tali premesse non possono che concludere di aver vissuto delle vite anteriori.
Ma hanno torto, perché qui non si tratta di reincarnazione. Io ho visioni di me stesso, dove mi vedo errare nelle foreste del mondo nascente, e tuttavia non sono me che vedo, ma un essere che fa molto lontanamente parte di me, come mio padre e mio nonno fanno parte di me stesso, ma a una distanza meno grande. Questo alter ego di me stesso è un antenato in rapporto a me; un progenitore dei miei progenitori nella primitiva stirpe della mia specie; e lui stesso è a sua volta la discendenza d'una stirpe che, prima di lui, grazie all'evoluzione, acquistò dita e pollici e imparò ad arrampicarsi sugli alberi.
A rischio di diventare noioso devo ripetere che in tutto ciò io devo essere considerato un fenomeno. Non solo possiedo la memoria della specie a un grado straordinario, ma ho anche conservato i ricordi derivanti da un antenato particolare e lontanissimo. E sebbene il caso sia poco frequente, tuttavia non c'è nulla di eccezionale in questo.
Seguite il mio ragionamento. Un istinto è un ricordo di specie:
benissimo. Allora voi, io, tutti riceviamo questi ricordi dai nostri padri e dalle nostre madri, tal quali essi li hanno ricevuti dai loro propri padri e madri. Deve dunque esistere un intermediario attraverso il quale questi ricordi sono trasmessi di generazione in generazione.
Questo intermediario è ciò che Weismann chiama "plasma germinativo," il quale trasporta i ricordi di tutta l'evoluzione della specie.
Questi ricordi sono deboli e confusi, e molti di essi vanno perduti.
Ma alcuni esemplari di plasma germinativo trasportano una quantità eccessiva di ricordi; sono, per parlare scientificamente, più atavici degli altri. Il mio germoplasma è di questa specie. Io sono una bizzarria dell'eredità, un incubo atavico (chiamatemi come volete), ma se sono così, vivo e reale, come un essere che mangia con appetito tre volte al giorno, che cosa possiamo farci, voi ed io?
E ora, prima di riprendere il mio racconto, voglio prevenire le obbiezioni dei San Tommaso della psicologia, sempre inclini alla canzonatura, i quali non mancheranno di dire che la coerenza dei miei sogni è dovuta a un eccessivo lavoro mentale e alla penetrazione subcosciente, nei miei sogni, della mia conoscenza dell'evoluzione.
Anzitutto, io non sono mai stato uno scolaro molto diligente; a scuola, ero sempre l'ultimo della classe. Preferivo gli sport e (non ho alcuna ragione di non confessarlo) in particolar modo il biliardo.
Inoltre, ho avuto cognizione dell'evoluzione solo quando entrai in collegio; e tuttavia durante la mia infanzia e la mia giovinezza avevo già vissuto nei miei sogni tutti i particolari di quell'alt ra vita dei tempi remoti. Aggiungerò che questi particolari rimasero ingarbugliati e incoerenti sino al momento in cui conobbi la teoria dell'evoluzione. L'evoluzione fu la chiave del mistero; essa fornì la spiegazione, diede ordine alle bizzarrie del mio cervello atavico, che, moderno e normale, tornava ad ascoltare gli echi di un passato così lontano, contemporaneo degli esordi informi dell'umanità.
Poiché in questo passato che io conosco, l'uomo non esisteva come noi lo conosciamo oggi, fu dunque durante quel periodo del suo "divenire" che io debbo aver vissuto e posseduto il mio essere.
3
Il sogno più abituale della mia prima infanzia era di questo genere:
mi pareva di essere una piccolissima cosa, di essere rannicchiato in una specie di nido formato di rami e felci. Talvolta ero disteso supino. Pare che passai parecchie ore in questa posizione, intento ad osservare il sole che giocava tra le fronde sopra il mio capo e il vento che agitava le foglie. Spesso, quando il vento spirava più violentemente, il nido dondolava da una parte e dall'altra.
Ma mentre riposavo così nel mio nido, ero sempre in preda alla sensazione di un vuoto terribile spalancato sotto di me. Non l'avevo mai visto, non avevo mai guardato oltre il bordo del nido; ma conoscevo l'esistenza di questo spazio vuoto aperto proprio sotto di me, che mi minacciava incessantemente come la gola di qualche mostro divorante; e lo temevo.
Questo sogno, nel quale io rimanevo passivo e che rappresentava uno stato più che un atto, lo ebbi spessissimo nel corso della mia prima infanzia. Ma d'improvviso irrompevano in mezzo a esso forme strane ed eventi atroci come il tuono e il fragore della tempesta, oppure paesaggi ignoti che mai avevo visto nella mia esistenza di veglia. Da tutto ciò derivava una tale confusione, un incubo di cui, per mancanza di nesso logico, non capivo nulla.
Perché, vedete, non c'era nessuna coerenza, nessuna successione di avvenimenti nei miei sogni. A un certo momento ero una creaturina minuscola, giacente in un nido arboreo; nel momento successivo ero un uomo adulto del mondo primitivo, impegnato in una lotta a corpo a corpo con Occhiorosso; e subito dopo mi arrampicavo con precauzione verso la sorgente, nel mezzo del calore del giorno. Eventi separati, che nel mondo primitivo avevano occupato anni, si svolgevano in me nello spazio di pochi minuti, di pochi secondi.
Era un guazzabuglio, una confusione di cui vi risparmierò i particolari. Solo quando, divenuto giovinetto, ebbi sognato migliaia di volte, l'arruffata matassa si dipanò e tutto divenne in me chiaro e netto. Acquistai allora la nozione del tempo e fui in grado di congiungere gli uni agli altri fatti e avvenimenti nell'ordine loro proprio. Fui così capace di ricostruire il mondo primitivo scomparso, il mondo qual era quando ci vivevo io - o quando ci viveva l'altro me stesso.
Per maggiore comodità del lettore, dato che questa non è una tesi di sociologia, con gli avvenimenti sparsi cercherò di ricostruire un racconto chiaro, poiché una certa concatenazione persiste tuttavia nei miei sogni. C'è la mia amicizia per Orecchiuto, ad esempio; c'è anche l'inimicizia di Occhiorosso e l'amore della Rapida. Sono certo che voi riconoscerete come tutto questo costituisca, a ben considerare, una storia abbastanza coerente e interessante.
Ricordo pochissimo di mia madre. Il più antico ricordo che ho serbato di lei - e che è di certo il più vivo, può darsi che sia questo: mi sembra che ero coricato per terra; ero un po' più grande che all'epoca del nido, ma tuttavia ancora incapace di qualsiasi difesa. Mi rotolavo sulle foglie secche, con le quali mi divertivo a giocare emettendo di quando in quando, dal fondo della gola, piccoli gridi lamentosi e gemebondi. Il sole splendeva ardentemente e io mi sentivo felice e soddisfatto. Mi trovavo in una piccola radura: intorno a me, da ogni parte, si trovavano cespugli e gruppi di felci, e in alto, tutto attorno, sorgevano i tronchi e i rami degli alberi della foresta.
Improvvisamente sentii un rumore. Mi misi a sedere, rimanendo immobile in ascolto. I piccoli suoni si spensero nella mia gola: ero come pietrificato. Il rumore, simile al grugnito di un maiale, si avvicinò.
Incominciai a percepire il fruscìo prodotto dallo spostamento di un corpo attraverso il fogliame. Poi vidi le felci agitarsi al suo passaggio, poi ancora la cortina di felci si aprì e scorsi due occhi brillanti, un grugno prolungato, delle zanne bianche.
Era un cinghiale selvatico. Mi guardava con curiosità. Grugnì una volta o due, dondolò la massa carnosa dall'una all'altra delle zampe anteriori, mentre scuoteva leggermente la testa e agitava le felci.
Io ero sempre come pietrificato, con gli occhi fissi sulla bestia, le palpebre immobili e il cuore divorato dalla paura. Sembra che quell'immobilità e quel silenzio fossero proprio quel che si aspettava da me. Non dovevo gridare di fronte al terrore: tale era il comandamento dell'istinto. Rimasi dunque seduto là, aspettando non so che cosa. Il cinghiale rovesciò le felci e penetrò nella radura. La curiosità sprizzava dai suoi occhi, che brillavano crudelmente.
Dondolò la testa verso di me in modo piuttosto minaccioso, fece un passo avanti, poi un altro, e un altro ancora...
Allora lanciai un grido, un urlo. Non posso descriverlo, ma fu acuto, lacerante. E pare che, al punto in cui erano giunte le cose, quel grido fosse anch'esso atteso da me, perché, da un punto non molto lontano, rispose un altro grido. Il rumore che avevo fatto parve sconcertare momentaneamente il cinghiale, e, mentre esso si arrestava e si dondolava indeciso, un'apparizione sorse accanto a noi.
Era mia madre, grande come un orang-utang o come uno scimpanzé; ma tuttavia differente da essi, in una maniera chiara e definita. Più solidamente piantata e meno pelosa. Le braccia erano meno lunghe, le gambe più forti. Unico indumento il suo vello naturale. E vi assicuro che era una vera furia quando era irritata.
E come una furia balzò sulla scena. Digrignava i denti, faceva smorfie spaventose, brontolava, lanciava strilli acuti e continui che assomigliavano a questo: "Kh-ah! Kh-ah!". La sua apparizione fu così fulminea, così formidabile che il cinghiale si mise sulla difensiva, gli si drizzò il pelo, rimase immobilizzato, mentre lei si dirigeva contro di lui. Io seppi esattamente quel che dovevo fare durante l'attimo di respiro che essa aveva guadagnato: saltai verso di lei, afferrandola alla cintura, mi aggrappai con le mani e coi piedi; sì, anche coi piedi, perché potevo aggrapparmi con essi altrettanto bene come facevo con le mani. Sentivo nella stretta i suoi peli irrigidirsi, e così pure la sua pelle, mentre i muscoli si muovevano sotto la peluria secondo gli sforzi che compiva.
Saltai, come ho detto, per raggiungerla, e nello stesso istante essa fece un balzo in aria afferrando con le mani un ramo trasversale.
Immediatamente dopo, scoprendo le zanne, il cinghiale si avventava sotto di noi. S'era riavuto dalla sorpresa e s'era gettato in avanti, lanciando un grido simile a uno squillo di tromba. Era evidentemente un richiamo poiché fu subito seguito da un precipitarsi di corpi che urtavano in tutte le direzioni le felci e i cespugli.
Da ogni lato irruppero cinghiali nella radura in numero di una ventina circa. Essendosi mia madre rifugiata sopra un grosso ramo, mentre io mi tenevo aggrappato a lei, ci trovammo così appollaiati in tutta sicurezza a quattro metri dal suolo. Mia madre era sovreccitata:
barbugliava, gridava, ringhiava contro il circolo delle bestie che, col pelo irto, digrignando i denti, s'erano radunate sotto di noi. E io, tutto tremante, guardavo dall'alto i bruti in collera, imitando del mio meglio le grida di mia madre.
Di lontano sorsero gridi simili ai nostri, ma più profondi, simili a note di un basso. Diventarono sempre più forti, e poco dopo vidi avvicinarsi mio padre - o almeno, dall'evidenza dell'epoca, colui che potevo ritenere fosse mio padre.
Non era molto avvenente, come genitore. Mezzo uomo e mezzo scimmia, e tuttavia né uomo né scimmia. Non posso descriverlo, perché non esiste ai giorni nostri nulla che gli somigli, sopra la terra, sotto la terra o nell'interno della terra. Era un uomo grande per l'epoca e doveva pesare le sue centotrenta libbre. Una faccia larga e piatta; sopracciglia folte che proteggevano due piccoli occhi vicinissimi l'uno all'altro, affondati in orbite profonde. Non aveva, per così dire, naso: quel che ne faceva le veci era una cosa camusa e appiattita senza rilievo; le narici formavano col volto come due fori aperti in alto invece che in basso.
Aveva fronte depressa e sfuggente. La capigliatura, piantata immediatamente sopra gli occhi, gli copriva tutta la testa, che era inverosimilmente piccola e sostenuta da un collo altrettanto inverosimile, grosso e corto.
La struttura del corpo, come quella dei nostri, presentava un'economia elementare. Un torace enorme, vasto come una caverna; ma non si vedevano muscoli densi e solidi, né spalle largamente protese, né snellezza di forme, né generosa simmetria di contorni. Il corpo di mio padre rappresentava la forza, ma la forza senza bellezza: la forza primitiva, feroce, fatta per agguantare, stritolare, lacerare, distruggere.
Le anche erano strette; magre e pelose, sbilenche; con muscoli simili a corde, le gambe. Somigliavano piuttosto a due bracci, quelle gambe:
contorte e nodose avevano appena una parvenza del polpaccio pieno e carnoso che orna la vostra gamba e la mia. Ricordo che mio padre non poteva camminare sulla pianta dei piedi, e ciò perché aveva i piedi prensili, piuttosto simili a mani che a piedi. L'alluce, invece di essere sul piano delle altre dita, s'opponeva ad esse come un pollice, e questa opposizione, mentre gli permetteva di afferrare una qualunque cosa tanto col piede come con la mano, non gli consentiva di camminare sulla pianta dei piedi.
Ma il suo aspetto non era più sorprendente del modo in cui giunse sul posto dove mia madre e io eravamo appollaiati, sopra i cinghiali infuriati. Venne attraverso il fogliame degli alberi, saltando di ramo in ramo e da un albero all'altro. Lo vedo anche ora, nella mia vita di veglia, mentre scrivo queste righe, dondolarsi per passare da un albero all'altro, creatura pelosa, quadrumane, urlante di rabbia, arrestandosi di quando in quando per percuotersi il petto col pugno chiuso, superare poi spazi da tre a cinque metri, afferrare un ramo con una mano, dondolarsi attraverso uno spazio vuoto per aggrapparsi più lontano con l'altra mano, senza esser mai imbarazzato a continuare il suo viaggio aereo.
Nel guardarlo sentivo dal fondo del mio essere, dai miei stessi muscoli, sollevarsi come un'ondata il fremente desiderio di saltare anch'io così di ramo in ramo; sentivo la certezza del potere latente dei miei muscoli. E perché avrebbe dovuto essere diversamente? Quando un bambino guarda suo padre in atto di abbattere un albero a colpi di scure, nel fondo di se stesso sente che un giorno anche lui farà cadere gli alberi sotto i colpi della sua scure. La stessa sensazione provavo io. La mia vita era costituita per fare quel che faceva mio padre e mi parlava segretamente e ambiziosamente di cammini aerei e di volate fra gli alberi.
Finalmente mio padre ci raggiunse. Era in grande collera. Ricordo il modo in cui il suo labbro inferiore sporgeva in avanti mentre guardava i cinghiali con occhi terribili. Mugolava come un cane e ricordo che i suoi canini, grossi come arpioni, mi impressionarono enormemente.
Il suo contegno non fece che eccitare ancor più i cinghiali. Egli staccò dei ramoscelli e dei rami morti e li gettò sui nostri nemici.
Si sospese anche con una mano, in una maniera tentatrice, al disopra di essi, e appena fuori della loro portata, e cominciò a provocarli e a burlarsi di loro, mentre nella propria rabbia impotente le bestie digrignavano le zanne. Non contento di ciò, spezzò un ramo robusto e aggrappato con un piede e con una mano all'albero, frustò i fianchi delle bestie invasate da furore e le colpì nel mezzo del grugno. Non occorre dire che mia madre e io eravamo entusiasti di assistere a quello spettacolo.
Ma ci si stanca di tutto, anche delle cose più belle, e mio padre, ridendo maliziosamente, si rimise a camminare d'albero in albero. Mia madre lo seguì, ed io sentii tutta la mia ambizione placarsi, svanire; divenni terribilmente pauroso e mi tenni aggrappato a lei con tutte le mie forze, mentre lei s'arrampicava e si dondolava di ramo in ramo.
Ricordo che un ramo si ruppe sotto il peso dei nostri corpi. Mia madre aveva spiccato un salto enorme e quando il ramo si spezzò fui sopraffatto dalla spaventosa sensazione della caduta di entrambi nel vuoto. La foresta, il riflesso del sole sulle foglie che stormivano, scomparvero ai miei occhi. Ebbi appena il tempo d'intravvedere mio padre, mentre s'arrestava per guardare quel che accadeva; poi tutto divenne buio...
Subito dopo mi destai nel mio letto ben rincalzato, molle di sudore, tremante e pieno di nausea. La finestra era aperta e un venticello fresco penetrava nella mia camera. La lampada da notte ardeva tranquillamente. Come conclusione dell'avventura, ho motivo di credere che non fummo massacrati dai cinghiali, perché non cademmo sino al suolo; diversamente non sarei qui, in questo momento, mille secoli più tardi, a ricordare quell'avvenimento.
E ora mettetevi al mio posto per un momento; riandate un po' con me al tempo della mia prima infanzia; siate mio compagno di letto e supponete di sognare questi incomprensibili orrori. Mai io avevo visto un cinghiale in vita mia, nemmeno un maiale domestico. Quel che avevo potuto vedere di più prossimo era il lardo della colazione. E tuttavia, reali e viventi, i cinghiali facevano irruzione nei miei sogni, mentre io, in compagnia di genitori fantastici, compivo evoluzioni di albero in albero, al disopra di spazi vertiginosi.
Vi sorprende che io fossi spaventato e oppresso dalle mie notti piene d'incubi? Ero maledetto, e quel che era peggio ancora, avevo paura di dirlo. Non so perché non osavo parlarne: avevo un senso di colpa, quantunque non sapessi di che cosa fossi colpevole. Soffrii così per lunghi anni in silenzio, finché, giunto in età matura, appresi il perché e il come dei miei sogni.
4
C'è nelle mie reminiscenze preistoriche, una cosa che m'imbarazza, ed è l'indeterminatezza del fattore tempo. Non sempre conosco l'ordine relativo degli avvenimenti; non posso dire se un intervallo di un anno, di due anni o di cinque anni separa taluni di questi avvenimenti. Solo vagamente posso apprezzare il passaggio del tempo dalla constatazione dei mutamenti nell'aspetto e nelle occupazioni dei miei compagni.
Inoltre mi studio di applicare la logica delle circostanze ai diversi incidenti. Per esempio, non v'è dubbio che mia madre e io dovemmo rifugiarci sugli alberi per sfuggire ai cinghiali minacciosi e che cademmo nel vuoto in un'epoca anteriore a quella in cui feci la conoscenza di Orecchiuto, e che divenne quel che dovrei chiamare il mio compagno d'infanzia. E' pure evidente che nell'intervallo fra i due avvenimenti io avevo dovuto abbandonare mia madre.
Non ho altro ricordo di mio padre all'infuori di quello che ho descritto nel capitolo precedente; egli in seguito non riapparve mai.
Dalla conoscenza che ho di quell'epoca, la sola spiegazione che possa dare di questa sparizione è che dovette incontrare la morte pochissimo tempo dopo l'avventura dei cinghiali. Nessun dubbio che sia perito di morte prematura. Era nella pienezza delle sue forze e solo una morte improvvisa e violenta poteva toglierlo dal mondo. Ignoro però in che modo egli perì, cioè se annegò nel fiume, o fu inghiottito da un serpente o se sparì nello stomaco di Dente di Sciabola, il tigre: questo lo ignoro.
Sappiate che ricordo solo le cose che vidi io stesso, coi miei propri occhi, durante quei giorni preistorici. Anche se mia madre seppe in qual modo morì mio padre, non me ne parlò mai, e d'altra parte, dubito che avesse un vocabolario capace di comunicare notizie di questo genere. Complessivamente la Specie possedeva un insieme di trenta o quaranta suoni all'incirca.
Li chiamo SUONI invece che PAROLE, perché erano proprio suoni, suoni che non avevano valori ben determinati, suscettibili d'esser modificati con aggettivi e con avverbi. Questi ultimi strumenti del linguaggio non erano ancora stati inventati. Invece di qualificare i sostantivi e i verbi con l'impiego di aggettivi o di avverbi, noi modificavamo i suoni con l'intonazione, con variazioni di durata e di elevazione, prolungandoli e accelerandoli. Il tempo impiegato nell'emissione di un dato suono ne modificava il significato.
Non avevamo coniugazione; si giudicava il tempo dal contesto.
Parlavamo solo di cose concrete, perché pensavamo solo alle cose concrete. Ricorrevamo largamente anche alla pantomima. La più semplice astrazione era praticamente fuori dalla sfera del nostro pensiero, e quando uno di noi, per caso, vi pensava, era poi molto imbarazzato a comunicare l'idea ai suoi simili, perché non esistevano suoni adeguati a tale fine. Sarebbe stato chiedere troppo al suo ristretto vocabolario: quindi se uno inventava suoni per la circostanza, i suoi compagni non lo capivano. Doveva allora far ricorso alla pantomima, gesticolando del suo meglio per manifestare il proprio pensiero, ripetendo, nello stesso tempo, infinite volte il nuovo suono.
Fu così che il linguaggio si accrebbe. Coi pochi suoni di cui disponevamo, diventammo capaci di portare il nostro pensiero un po' più lontano di quei suoni; e allora sorgeva il bisogno di suoni nuovi per esprimere un pensiero nuovo. Qualche volta però ci accadeva di pensare a cose troppo lontane, oltre le possibilità dei suoni che possedevamo, di giungere a compiere astrazioni - astrazioni molto oscure, lo confesso, - che non riuscivamo in alcun modo a far comprendere ai nostri compagni. Vi assicuro che il linguaggio progrediva assai lentamente in quell'epoca.
Credete, eravamo semplici in modo sorprendente; ma sapevamo pure cose che oggi non si conoscono affatto. Potevamo muovere le orecchie, drizzarle, abbassarle a nostro piacimento; potevamo grattarci la schiena, tra le due spalle, con disinvoltura; potevamo scagliare pietre coi piedi, cosa che io ho fatto molte volte. Potevo anche irrigidire le ginocchia, curvarmi sulle anche e toccare il suolo, non già con la punta delle dita, ma con i gomiti. E che dire della nostra abilità nello snidare gli uccelli? Vorrei che i monelli del ventesimo secolo avessero potuto vederci. Del resto non lo facevamo per far collezione di uova, ma per mangiarle.
Ricordo, in proposito... Ma non voglio anticipare. Bisogna prima che vi parli di Orecchiuto e della nostra amicizia. Molto presto nella mia vita mi separai da mia madre. Forse l'abbandonai perché essa prese un nuovo marito dopo la morte di mio padre. Ho pochi ricordi del mio patrigno, e tutt'altro che lusinghieri per lui. Era un uomo smilzo, senza robustezza. Aveva la lingua molto attiva; il suo infernale schiamazzo mi agghiaccia tuttora, quando ci penso. Il suo spirito era troppo illogico per permettergli di prefiggersi uno scopo qualsiasi.
Le scimmie in gabbia mi fanno sempre pensare a lui. Scimmiesco era:
ecco la miglior descrizione che io possa darne.
Mi odiò sin dal principio, e presto imparai ad aver paura di lui e dei suoi tiri maligni. Quando appariva mi rifugiavo accanto a mia madre e mi aggrappavo a lei. Man mano che crescevo, sentivo però che era inevitabile che di tanto in tanto mi allontanassi da lei per avventurarmi sempre più lontano. Erano appunto queste occasioni che spiava lo Schiamazzatore. Bisogna che spieghi come noi non portassimo nomi propri; per maggior comodità ho attribuito io stesso dei nomignoli ai diversi individui coi quali ero più spesso in contatto, e SCHIAMAZZATORE è la definizione più appropriata che io possa dare del mio caro patrigno. Quanto a me mi sono chiamato GRAN DENTE, e ciò perché i miei canini erano particolarmente sviluppati.
Torniamo allo Schiamazzatore. Egli mi terrorizzava continuamente.
Continuamente mi pizzicava e mi suonava pugni, e all'occasione, non esitava a mordermi. Spesso mia madre interveniva ed era un piacere vedere come essa gli strappava il vello. Ma il risultato di tutto ciò era una violenta e continua lite di famiglia, nella quale io rappresentavo il pomo della discordia.
No, la vita di famiglia non era bella per me. Sorrido scrivendo questa frase: vita di famiglia! Famiglia! Io non avevo famiglia nel senso moderno della parola. Il mio "focolare" consisteva in un'associazione senza domicilio. Vivevo sotto la custodia materna, e non già in una casa. Mia madre viveva d'altronde non importa dove, a condizione che, la notte, fosse riparata a qualche metro dal suolo.
Mia madre era di idee antiche: si atteneva ancora agli alberi. I membri più progrediti della nostra orda vivevano nelle caverne sopra il fiume; ma mia madre era diffidente e conservatrice, e gli alberi le bastavano a sufficienza. Avevamo naturalmente un albero speciale sul quale di solito ci tenevamo appollaiati, ma spesso un albero qualunque serviva alla bisogna quando la notte ci sorprendeva. In un'ampia biforcazione veniva stabilita una specie di rozza piattaforma, fatta di rami, di fronde e di liane. Era più di un nido di uccello, seppure molto più rozzo; ma possedeva una particolarità che non ho mai riscontrato in alcun nido, e cioè un tetto.
Non certamente un tetto come ne costruisce l'uomo moderno, e neppure un tetto come ne fanno i più primitivi degli aborigeni odierni, ma un tetto infinitamente più rozzo del lavoro più maldestro eseguito dall'uomo come noi lo conosciamo. Al disopra della biforcazione dove giacevamo, v'era un ammasso di rami morti e di cespugli secchi, quattro o cinque rami adiacenti sostenevano quel che chiamerei i diversi angoli, semplici e forti bastoni di circa un pollice di diametro, sui quali erano gettati rami e cespugli che sembravano esservi stati lanciati quasi a caso, senza la minima pretesa di puntellatura. Devo d'altra parte confessare che sotto una forte pioggia il tetto faceva acqua in modo pietoso.
Ma torniamo ancora allo Schiamazzatore. Egli rendeva la vita famigliare veramente intollerabile a mia madre e a me. Per vita famigliare non intendo soltanto la vita nel nido arboreo che faceva acqua da tutte le parti, ma anche la nostra esistenza a tre. Lo Schiamazzatore mi perseguitava con una cattiveria irriducibile: era la sola cosa per cui fosse capace di persistere più di cinque minuti. Le cose giunsero a tal segno che col tempo mia madre divenne meno aspra nel difendermi. Immagino che in seguito alle continue liti provocate dallo Schiamazzatore, io finii col diventare per lei un peso fastidioso. In ogni caso la situazione volse così rapidamente di male in peggio, che mi sarei risolto, di mia spontanea iniziativa, ad abbandonare la nostra dimora, se la soddisfazione di compiere un atto così indipendente non mi fosse stata negata. Infatti, prima di esser pronto ad andarmene, fui gettato fuori, gettato in tutta l'estensione del termine.
L'occasione si offrì allo Schiamazzatore un giorno in cui ero solo nel nido. Egli era andato con mia madre fino alla palude dei mirtilli.
Aveva dovuto fin da prima organizzare la faccenda, poiché lo sentii tornar solo attraverso la foresta ruggendo di rabbia interiore. Come facevano tutti gli uomini della nostra orda quando erano in collera o cercavano di andare in collera, egli s'arrestava di quando in quando e si percuoteva il petto col pugno.
Compresi lo stato di abbandono impotente in cui mi trovavo, e, tutto tremante, mi rannicchiai nel nido. Lo Schiamazzatore venne diretto al nostro albero - ricordo che era una quercia - e incominciò ad arrampicarsi senza interrompere nemmeno per un istante il suo baccano infernale. Ho già detto che il nostro vocabolario era molto limitato, cosicché egli dovette esaurirlo interamente nelle diverse espressioni con le quali tradusse il suo inestinguibile odio nei miei riguardi e la sua intenzione di farla finita immediatamente e per sempre con me.
Mentre saliva verso il nido io mi salvai verso l'estremità del gran ramo orizzontale. M'inseguì anche per quella via e io andai sempre più lontano. Alla fine giunsi fra i ramoscelli e le foglie. Lo Schiamazzatore era sempre stato vile e la sua circospezione aveva avuto sempre il sopravvento sulla sua più forte collera. Ebbe paura di seguirmi fra i piccoli rami, perché il peso del suo corpo, maggiore del mio, l'avrebbe fatto ruzzolare attraverso il fogliame prima che fosse riuscito ad afferrarmi.
Ma non aveva bisogno di raggiungermi e lo sapeva bene, il miserabile!
Con un'espressione maligna sulla faccia, con gli occhi a palla brillanti d'un intelligenza crudele, egli incominciò a far dondolare il ramo. E come dondolava! E io ero proprio all'estremità, aggrappato agli ultimi ramoscelli, che incominciavano a cadere sotto il peso! A venti piedi sotto di me c'era il suolo.
Sempre più violentemente egli scosse il ramo, lanciando verso di me il suo odio esultante. E così giunse la fine: i miei quattro punti di appoggio mi mancarono contemporaneamente, e caddi, con la pancia all'aria, guardando lo Schiamazzatore, mentre le dita dei miei piedi stringevano ancora convulsamente i ramoscelli spezzati. Fortunatamente per me non v'erano sotto l'albero cinghiali in agguato e l'urto della caduta fu attutito da arbusti elastici e resistenti.
In generale, la caduta interrompe i miei sogni, bastando la scossa nervosa a sopprimere per un istante un intervallo di mille secoli e a precipitarmi completamente sveglio nel mio lettino di fanciullo, dove mi ritrovo disteso, tremante, bagnato di sudore e da dove sento suonar l'ora alla pendola del vestibolo. Ma spesso ho fatto in sogno questa caduta, e mai essa ha avuto il potere di destarmi. Sempre mi sono inabissato, urlando, attraverso i cespugli e toccando il suolo con un colpo sordo.
Giacevo là dov'ero caduto, tutto graffiato, indolenzito e piangente.
Guardando in aria, attraverso i cespugli, vidi lo Schiamazzatore. Egli aveva intonato un canto di gioia demoniaco e ne segnava il tempo dondolandosi sul ramo. Repressi vivamente il pianto: non ero più sotto il sicuro riparo che mi offriva il nido sull'albero e conoscevo bene il pericolo al quale mi sarei esposto attirando le bestie da preda con un'espressione troppo rumorosa del mio dolore.
Ricordo che, mentre i miei singhiozzi si calmavano, incominciai a interessarmi ai curiosi effetti di luce che producevo aprendo e chiudendo parzialmente le palpebre bagnate di lacrime. Poi presi a tastarmi il corpo e constatai che in sostanza la caduta non mi aveva troppo danneggiato. Avevo perduto qua e là un po' di pelle e un po' di pelo: l'estremità aguzza e irregolare d'un ramo spezzato aveva sdrucito di un buon pollice uno dei miei avambracci e l'anca destra, che aveva subito l'urto del mio contatto col suolo, mi faceva soffrire in modo intollerabile. Ma dopo tutto le ferite erano insignificanti:
nessun osso rotto, e poi, in quell'epoca, la carne umana si rimarginava assai più facilmente di oggi. Però, la caduta era stata seria, sicché zoppicai dalla parte dell'anca malata per una lunga settimana.
Mentre giacevo sotto i cespugli, mi assalì un senso di desolazione:
era la coscienza di non avere più una dimora. Decisi di non tornare mai più da mia madre e dallo Schiamazzatore. Sarei andato lontano, sempre più lontano, attraverso la foresta misteriosa e terribile, dove avrei pur trovato un albero su cui costruirmi il nido. La questione del cibo non m'impauriva; sapevo dove trovarne. Da almeno un anno non dipendevo più da mia madre a questo riguardo; essa non mi dava più che la sua protezione e la sua direzione.
Strisciando uscii lentamente dalla macchia. Una sola volta guardai dietro di me e vidi lo Schiamazzatore sempre intento a cantare e a dondolarsi. Il suo volto era tutt'altro che bello a vedersi. Sapevo agire con prudenza e fui estremamente circospetto in quel primo viaggio attraverso il mondo.
Non mi preoccupavo affatto di sapere dove andavo. Andavo. Avevo un solo scopo: allontanarmi fuori dalla portata dello Schiamazzatore. Mi arrampicai su un albero, e passando da questo in quelli vicini, errai per ore e ore senza mai toccar terra. Ma non andai in una direzione precisa, come pure non viaggiavo senza fare di tratto in tratto una sosta. Era naturale che in me, come in tutti quelli della mia specie, le idee non avessero un seguito logico e continuo. Inoltre ero appena un fanciullo e spesso mi fermavo a lungo per trastullarmi.
Quel che mi accadde in seguito è molto vago nella mia mente e figura solo parzialmente nei miei sogni. L'altro io che è in me ha molto dimenticato, soprattutto in rapporto a quest'epoca. Non sono stato capace d'altronde di riunire i miei svariati sogni in modo da colmare con precisione la lacuna che rimane tuttora aperta tra la mia partenza dall'albero e il mio arrivo alle caverne.
Ricordo solo di aver attraversato con grande spavento diverse radure, scendendo a terra e correndo con tutta la velocità che le gambe mi consentivano. Ho il ricordo di giorni di pioggia e di giorni di sole, il che mi fa presumere che andai errando per un tempo non breve. In sogno risento soprattutto l'affanno che mi coglieva sotto la pioggia, le sofferenze che mi cagionava la fame e il modo con cui le calmavo.
Un più preciso ricordo mi rimane della caccia che diedi alle piccole lucertole sulla cima rocciosa di una collinetta calva. Esse guizzavano tra le pietre e molte mi sfuggirono; tuttavia, ogni tanto, riuscivo ad afferrarne una rivoltando una pietra. Poi vennero i serpenti a scacciarmi dalla collinetta. Non mi molestarono, poiché erano semplicemente intenti a scaldarsi al sole sulle rocce piatte. Ma tale era il timore atavico che avevo di loro, che appena li vidi scappai velocemente come se mi inseguissero.
Poi masticai una corteccia amara strappata a dei giovani alberi.
Ricordo vagamente di aver mangiato anche molte noci verdi, dai gusci molli e dalla polpa lattiginosa. Soprattutto ricordo di aver patito forti dolori allo stomaco, forse a causa di dette noci verdi e forse anche delle lucertole: ma non ve lo saprei dire con precisione. Come pure non so per quale dono della fortuna io non sia stato divorato in quelle lunghe ore durante le quali rimasi a torcermi al suolo per la colica.
5
Come uscii dalla foresta ebbi una repentina visione della scena che si svolgeva davanti ai miei occhi. Mi trovavo sul limitare di un largo spazio scoperto; da un lato si elevavano a picco contro il cielo alte rocce, dall'altro c'era il fiume. La riva scendeva con rapido pendio fino all'acqua, ma qua e là, in diversi punti, dove, in varie epoche, s'erano prodotti scoscendimenti, le piste conducevano agli abbeveratoi nei quali andavano a dissetarsi quelli della Specie che vivevano nelle caverne della scogliera.
Il caso mi aveva guidato al principale centro di abitazione della Specie. Posso dire, con un po' di esagerazione, che era il villaggio.
Mia madre, con lo Schiamazzatore ed io, così come alcuni altri individui isolati, eravamo come degli "abitanti dei sobborghi".
Facevamo anche noi parte dell'Orda pur vivendone a una certa distanza.
E questa distanza era breve, nonostante io avessi impiegato un'intera settimana a superarla, a causa dei giri viziosi che avevo fatto; giacché se fossi venuto direttamente, me la sarei cavata in meno d'un'ora.
Dal limitare della foresta vedevo le caverne sul fianco della rupe, la riva scoperta e i sentieri che scendevano al fiume. Nello spazio libero della riva vidi parecchi membri della Specie. Fanciullo, solo, avevo errato per una settimana, durante la quale non avevo incontrato alcuno dei miei simili, vivendo nel terrore e nella desolazione. Ecco perché nel vedere quelli della mia specie, fui preso da una gioia immensa e corsi verso di loro come un pazzo.
Accadde allora una cosa strana. Uno di quelli della Specie mi vide e lanciò un grido d'allarme. Immediatamente urlando di paura, presa dal panico, tutta l'Orda fuggì. A salti, scalando rocce, ciascuno si gettò nelle aperture delle caverne e vi scomparve; tutti, tranne uno solo, un piccolo che nel trambusto era stato dimenticato ai piedi della rupe. Il piccolo si lamentava piagnucolando; sua madre corse fuori dalla sua tana, egli balzò verso di lei e a lei si aggrappò con tutte le forze mentre essa fuggiva carponi verso la caverna.
Ero solo. La riva, un istante prima così popolata, era diventata deserta in un battibaleno. Disperato, mi sedetti e mi misi a piagnucolare: non ci capivo nulla. Perché tutta l'Orda era fuggita lontano da me? Più tardi, quando mi misero al corrente degli usi, fui in grado di comprendere. Quando quelli dell'Orda mi videro sbucare dalla foresta di gran corsa, credettero che fossi inseguito da qualche belva in caccia; il mio così poco cerimonioso arrivo era stato il segnale del... SI SALVI CHI PUO'.
Dal posto dove m'ero seduto, sorvegliando le aperture delle caverne, mi accorsi che quelli della Specie mi stavano spiando. Pian piano qualcuno osò cacciar fuori la testa; un po' più tardi incominciarono a chiamarsi da una caverna all'altra. Nella fretta e nel disordine del fuggi fuggi era accaduto che non tutti avevano raggiunto la propria tana. Diversi piccoli avevano cercato asilo in una caverna diversa dalla loro. Le madri non li chiamavano per nome poiché questa invenzione non era stata ancora fatta: eravamo tutti anonimi; ma i piccoli riconoscevano le proprie mamme dalle loro grida ansiose e lamentose. Così pure, se mia madre fosse stata là e mi avesse chiamato, io avrei riconosciuto la sua voce tra quelle di cento madri, e lei avrebbe riconosciuta la mia fra mille altre.
I richiami continuarono per qualche tempo da una parte e dall'altra, ma quelli della Specie erano troppo prudenti per uscire dalle loro caverne e discendere sulla riva. Alla fine uno di essi si decise: era un essere che in seguito doveva avere una notevole influenza sul corso della mia vita. Del resto egli già occupava un importante posto nell'esistenza degli abitanti delle caverne. E' lui che nel seguito di questa mia narrazione chiamerò Occhiorosso, a causa dei suoi occhi infiammati, le cui palpebre sempre rosse sembravano indicare la più terribile ferocia per l'effetto che producevano. Ugualmente rosso era il colore della sua anima.
Era in tutto e per tutto un mostro. Fisicamente, era gigantesco.
Poteva pesare centosettanta libbre ed era l'essere più alto che io abbia mai visto fra i componenti della Specie. Nessuno fra il Popolo del Fuoco e il Popolo degli Alberi era grande e forte quanto lui. Ogni volta che in un giornale m'imbatto nella descrizione d'uno dei nostri pugili, mi chiedo quale figura avrebbe fatto il campione contro di lui. Credo che le sue probabilità sarebbero state assai scarse.
Con una semplice presa delle sue dita di ferro, Occhiorosso, senza sforzo, gli avrebbe strappato netto dal corpo un muscolo, un bicipite, ad esempio. Con un manrovescio, applicato con disinvoltura, gli avrebbe fracassato il cranio come un guscio d'uovo. Con un colpo dei piedi (che erano le sue mani posteriori), l'avrebbe sbudellato. Con un pugno gli avrebbe rotto i tendini del collo e sarebbe bastata una sola pressione delle mascelle per sezionargli la carotide e spezzargli la colonna vertebrale nel stesso tempo.
Stando seduto, con un solo balzo poteva superare una distanza di venti piedi. Era abominevolmente peloso. Per noi era motivo d'orgoglio non essere troppo pelosi. Lui era cosparso di peli dalla testa ai piedi, sotto le braccia come sopra e persino nelle orecchie. Le sole parti del suo corpo che non fossero villose erano le palme delle mani, la pianta dei piedi, e il viso, immediatamente sotto gli occhi. Era insomma brutto; spaventosamente brutto; la bocca, contratta nelle smorfie più feroci, e il labbro inferiore pendente, erano in perfetta armonia coi suoi occhi terribili.
Tale era Occhiorosso. Mollemente uscì carponi dalla sua caverna e venne alla riva. Ignorando la mia presenza, perlustrò i dintorni.
Camminando si curvava, seguendo il movimento delle anche; si chinava così fortemente e le sue braccia erano così lunghe che a ogni passo le nocche delle sue dita toccavano il suolo. Era evidente che quella posizione semi-eretta lo imbarazzava perché, per mantenere l'equilibrio, appoggiava le giunture in terra. Vi assicuro però che così carponi correva molto velocemente, cosa per la quale noialtri della Specie eravamo invece particolarmente inadatti; anzi, rari erano fra noi quelli che camminando si sostenevano sulle dita: essi costituivano un atavismo. Occhiorosso era un atavismo anche più palese.
Noi eravamo in via di evolverci dalla vita arboricola alla vita al suolo; da numerose generazioni perseguivamo questa trasformazione, e il nostro corpo e la nostra andatura si erano egualmente evoluti. Ma Occhiorosso aveva fatto ritorno al tipo arboricolo più primitivo.
Restava con noi perché, nato nell'Orda, non poteva fare diversamente; ma in realtà egli costituiva un atavismo e il suo posto era altrove.
Molto circospetto e vigile andava qua e là sulla riva, sondando con l'occhio i varchi che erano aperti fra gli alberi e cercando di scorgere la bestia in caccia che tutti supponevano mi avesse inseguito. E durante tutto questo tempo, senza occuparsi di me, l'Orda si ammassava all'ingresso delle caverne e spiava.
Finalmente Occhiorosso si dovette convincere che non c'era alcun pericolo imminente in vista. Tornava dall'estremità della pista, dove aveva gettato un colpo d'occhio indagatore sull'abbeveratoio. Era giunto presso di me, ma senza avermi notato. Proseguì il suo cammino fino a giungere alla mia altezza e allora, senza preavviso, con incredibile rapidità, mi diede uno scappellotto. Fui proiettato indietro una dozzina di piedi, prima di ricadere al suolo, e ricordo che al momento in cui il colpo mi raggiunse, intesi chiaramente, sebbene mezz'accoppato com'ero, l'esplosione selvaggia di sghignazzamenti e di risa sgangherate che si levò dalle caverne. Si trattava di un grazioso scherzo, almeno per quell'epoca; e di gran cuore la Specie rideva e ci si divertiva.
In questo modo fui accolto nell'Orda. Occhiorosso non si occupò più di me e io potei con tutta comodità piagnucolare e singhiozzare.
Parecchie donne si raccolsero intorno a me con curiosità. Le riconobbi; le avevo incontrate l'anno precedente quando mia madre mi aveva condotto nel burrone delle nocciole.
Ma presto esse mi abbandonarono, e a sostituirle presso di me vennero una dozzina di monelli, curiosi e impertinenti. Costoro formarono un circolo attorno a me, mostrandomi a dito, facendomi smorfie, prendendomi a spintoni e a pizzicotti. Avevo paura e per un po' li lasciai fare; poi la collera mi velò gli occhi e balzai coi denti e con le unghie sul più audace di essi, su Orecchiuto. Gli ho dato questo nome perché poteva drizzare uno solo dei suoi orecchi; l'altro pendeva sempre, floscio e immobile. Non so quale accidente ne aveva lesi i muscoli impedendo a Orecchiuto di muoverlo.
Egli mi afferrò a corpo a corpo e ci accapigliammo come due ragazzacci decisi a darsele di santa ragione, graffiandoci, mordendoci, strappandoci i capelli, afferrandoci violentemente per la vita e ruzzolando insieme a terra. Ricordo che riuscii a fargli quello che, come seppi più tardi in collegio, suole chiamarsi "una presa di testa semplice." Questa "presa" mi diede un vantaggio decisivo che però non conservai a lungo. Egli ripiegò una gamba e col piede - la sua mano posteriore - mi sferrò un calcio tale che mancò poco non mi sventrasse. Dovetti lasciarlo per mettermi in salvo; poi riprendemmo la lotta.
Orecchiuto era di un anno maggiore di me, ma la mia collera era parecchie volte più forte della sua, sicché alla fine lo costrinsi a darsela a gambe. Lo inseguii sullo spazio scoperto, poi per un sentiero che scendeva al fiume. Ma egli conosceva i luoghi meglio di me perché correndo lungo l'acqua risalì da un'altra pista; quindi piegò obliquamente attraverso lo spazio scoperto e si precipitò in una caverna aperta.
Prima di aver tempo di riflettere mi immersi anch'io nell'oscurità dell'antro, dietro di lui; ma subito rimasi spaventatissimo, perché non ero mai penetrato in una caverna. Incominciai a piangere e a gridare. Orecchiuto prese a schiamazzare e a burlarsi di me, e saltandomi addosso senza che io lo vedessi mi gettò a terra.
Non osò tuttavia impegnarsi in una seconda battaglia e fuggì. Mi trovavo tra lui e l'ingresso della caverna; e sebbene non l'avessi visto passarmi accanto, avevo l'impressione che egli fosse scomparso.
Mi posi in ascolto, ma non udii nulla che m'indicasse in quale punto si fosse nascosto. Alquanto imbarazzato uscii dalla caverna e mi posi in agguato.
Ero certissimo che egli non era uscito dalla parte in cui eravamo entrati; tuttavia, dopo pochi istanti, me lo rividi vicino che si sganasciava dalle risa. Mi scagliai contro di lui e nuovamente egli sparì nella caverna. Questa volta però non lo seguii. Mi trassi leggermente indietro e rimasi a spiare. Egli non uscì, e tuttavia, come prima me lo rividi accanto sghignazzante e per la terza volta lo ricacciai nella caverna.
Questo esercizio si ripeté parecchie volte ancora.
Alla fine lo seguii nella caverna e qui lo cercai invano. Volevo sapere, non capivo come mi sfuggisse. Ogni volta che entrava nella caverna, non ne usciva più, e tuttavia sempre me lo vedevo riapparire di fianco sghignazzando. Così la nostra battaglia si trasformò in una partita a rimpiattino.
Per tutto il pomeriggio, a intervalli di tempo, continuammo in quel gioco, e uno spirito di allegrezza amichevole si stabilì tra noi. Alla fine Orecchiuto non s'allontanò più e ci mettemmo a sedere a braccetto l'uno accanto all'altro. Un po' più tardi, egli mi svelò il mistero della caverna. Temendomi per mano, mi condusse nell'interno: la caverna comunicava con un'altra caverna attraverso uno stretto crepaccio e da quella parte tornammo a rivedere la luce.
Eravamo diventati buoni amici, io e Orecchiuto. Quando altri monellacci si radunavano per importunarmi, egli prendeva le mie difese; e le suonammo così forte che mi lasciarono presto tranquillo.
Orecchiuto mi fece conoscere il villaggio; poco o niente poteva dirmi sui rapporti e sui costumi che vigevano fra i membri dell'Orda, mancando di un sufficiente vocabolario; ma appresi molto osservando le sue azioni.
Quindi egli mi mostrò luoghi e cose. Mi condusse sullo spazio scoperto, tra le caverne e il fiume, e più lontano ancora, nella foresta, dove in un punto erboso fra gli alberi facemmo un buon pasto, anzi una vera scorpacciata di carote filamentose. Dopo di che, bevemmo copiosamente al fiume e risalimmo lungo una pista verso le caverne.
Nella pista incontrammo ancora Occhiorosso. Orecchiuto s'era improvvisamente messo in disparte e si rannicchiava contro il pendio.
Naturalmente e inconsciamente io l'imitai cercando di scoprire quale fosse la causa del suo spavento. La causa era appunto Occhiorosso, che si pavoneggiava scendendo nel mezzo del sentiero roteando ferocemente i suoi occhi infiammati. Notai che tutti i monelli lo evitavano come avevamo fatto noi, mentre i grandi lo guardavano con circospezione quando si avvicinava e si traevano da parte per lasciargli libero il mezzo del sentiero.
Poiché cadeva la sera, la riva divenne deserta. La Specie cercava la sicurezza nelle caverne. Orecchiuto mi condusse a dormire. Salimmo fino alla sommità della rupe e, al disopra delle altre caverne, raggiungemmo un piccolo crepaccio che dal basso non si scorgeva.
Orecchiuto vi s'infilò, io lo seguii non senza difficoltà, tanto l'ingresso era stretto, e mi trovai in una piccola caverna bassissima, che non aveva più di due piedi di altezza e forse tre piedi di larghezza su quattro di lunghezza. Lì rannicchiati fra le braccia l'uno dell'altro, passammo la notte a dormire.
6
Se i più audaci monelli dell'Orda giocavano a rimpiattino nelle caverne di larga apertura, ciò significava, come appresi presto, che esse erano disabitate; infatti, nessuno vi dormiva durante la notte.
Solo le caverne a ingresso stretto servivano a tale uso, e più l'orifizio era angusto più esse erano apprezzate. Ciò a causa della paura delle bestie da preda che, sia di giorno che di notte, ci rendevano penosissima l'esistenza.
Il mattino che seguì la mia prima notte passata con Orecchiuto, appresi quale fosse il vantaggio di queste caverne dall'ingresso stretto. All'alba il vecchio Dente di Sciabola, il tigre, si mostrò sulla riva. Due membri della Specie che s'erano già levati, appena lo videro se la diedero precipitosamente a gambe. Non so se furono presi dal panico o se Dente di Sciabola era troppo vicino alle loro calcagna per dar loro il tempo di scalare la rupe fino ai crepacci; comunque si precipitarono nella caverna a doppia uscita dove io e Orecchiuto avevamo giocato il giorno prima.
E' impossibile dire quel che accadde all'interno della caverna, ma è lecito credere che i due fuggiaschi penetrarono nella caverna successiva passando attraverso la fessura di comunicazione. Il crepaccio era troppo stretto perché vi potesse passare anche Dente di Sciabola, che infatti se ne riuscì, deluso e furioso, dalla parte da cui era entrato. Era chiaro che la sua caccia notturna era stata infruttuosa e che si riprometteva di fare un pasto a spese della nostra pelle. Scorse i due fuggitivi all'ingresso della seconda caverna e balzò verso di loro. Naturalmente essi rifecero a ritroso il tragitto che avevano percorso e Dente di Sciabola uscì di nuovo mostrando i denti, più furioso che mai.
Una gazzarra si scatenò fra tutti noi. Dall'alto al basso della rupe rocciosa facemmo ressa all'ingresso delle caverne e sulle sporgenze esterne, schiamazzando e gridando in mille toni diversi. E giù smorfie, smorfie ringhiose perché tale era il nostro istinto. Eravamo altrettanto furiosi quanto lo stesso Dente di Sciabola, sebbene il timore si confondesse con la nostra collera. Ricordo che lanciavo grida laceranti e che mi misi a gara con gli altri nel fare smorfie, non solo perché essi me ne davano l'esempio, ma anche perché subivo un impulso interiore che mi spingeva a imitarli, a far tutto ciò che essi facevano. Il mio pelo era irto ed ero agitato da una rabbia feroce irragionevole.
Per un pezzo il vecchio Dente di Sciabola continuò ad avventarsi dall'una all'altra delle caverne gemelle. Ma i due fuggiaschi riuscivano così bene a infilarsi nel crepaccio di comunicazione e gli sfuggivano sempre. Nel frattempo noi, lungo le rocce, avevamo dato inizio al combattimento. Ogni volta che il tigre usciva da una delle caverne, lo bombardavamo a colpi di pietra. Da principio le facevamo semplicemente cadere su di lui, ma poi incominciammo a scagliargliele con tutta la forza dei nostri muscoli.
Il bombardamento attrasse su noi l'attenzione di Dente di Sciabola e lo rese ancora più furibondo. Smise di inseguire i fuggiaschi, balzò verso di noi lungo le rocce, aggrappandosi ai massi friabili e arrotando i denti mentre si arrampicava. Alla vista di quell'orribile faccia, ci rifugiammo tutti fino all'ultimo, nelle caverne; mi risulta che la fuga fu generale, perché guardando di sfuggita vidi che il pendio della rupe era completamente deserto, e vi era rimasto solo Dente di Sciabola che, avendo perduto l'equilibrio, scivolava e cadeva lungo il muro roccioso.
Lanciai un grido d'incitamento e di nuovo l'Orda urlante coprì la rupe e le pietre caddero su Dente di Sciabola, fitte come una gragnuola. Il tigre era folle di rabbia. Più volte tentò di tornare all'assalto; una volta raggiunse persino l'ingresso delle caverne più basse, ma senza riuscire a infilarvisi. Ad ogni balzo che faceva in avanti, ondate di terrore piombavano su di noi. Da principio la maggior parte si precipitava nelle caverne mentre alcuni più animosi restavano fuori per lanciare pietre; ma ben presto si rimase tutti fuori continuando ininterrottamente il tiro.
Mai essere così dominatore fu così completamente sconfitto. Era profondamente ferito nel suo orgoglio dal vedersi sopraffatto in quel modo da esseri così deboli e meschini. Si fermò sullo spazio scoperto, guardandoci, mostrando le zanne, sferzando con la coda, cercando di ghermire con la bocca le pietre che gli cadevano vicino. Ne avevo appunto lanciata una quando egli levò la testa; il proiettile gli cadde in pieno sulla punta del naso; fece un balzo in aria con tutt'e quattro le zampe, ruggendo e miagolando di sorpresa e di rabbia.
Era vinto e lo sapeva. Ritrovando la propria dignità si allontanò con passo maestoso e solenne dalla pioggia di pietre. Sostò poi nel mezzo della riva per guardarci con aria vigile e affamata. Abbandonava con rammarico il pasto desiderato: la carne era tanta e scelta, ma purtroppo inaccessibile. Il suo aspetto ci fece prorompere in una formidabile risata: un riso motteggiatore e tumultuoso. Ora, gli animali non amano che al danno segua la beffa; ciò li mette in collera; e fu proprio così che il nostro riso irritò Dente di Sciabola. Con un ruggito riprese l'assalto della rupe: proprio quello che noi desideravamo. Il combattimento era divenuto un gioco e provavamo un piacere estremo a scagliargli pietre su pietre.
Ma il nuovo attacco durò poco. Il tigre ritrovò presto il suo buon senso e inoltre i nostri proiettili che raggiungevano spesso il segno, contribuirono a smorzargli ogni velleità di tornare all'assalto. Ho la visione ben netta di un suo occhio, sporgente, gonfio e quasi chiuso; e lo vedo ancora, piantato sul limitare della foresta, verso la quale aveva finalmente battuto in ritirata. Ci guardava voltando la testa, con le labbra contratte che scoprivano fino alla radice i suoi molari enormi, il pelo irto e la coda che frustava l'aria. Lanciò un ultimo ruggito, poi sparì fra gli alberi.
Allora si levò tra noi un formidabile schiamazzo. Formicolavamo fuori delle nostre tane, esaminando le tracce lasciate dagli artigli sulla roccia friabile della rupe e parlando tutti in una volta. Uno dei due fuggiaschi che erano stati bloccati nella caverna a doppia uscita, non aveva ancora avuto tempo di crescere, era appena un adolescente. I due erano emersi fieramente dal loro rifugio e noi intorno a loro davamo via libera a una rumorosa ammirazione. A un tratto la madre del fanciullo si aprì rapidamente un passaggio tra la ressa, si precipitò su di lui, e in preda a una rabbia furiosa, gli tirò le orecchie, gli strappò i capelli, gridando come una diavolessa. Era giovane, forte, ben piantata, molto pelosa, e le botte che somministrò al suo rampollo furono ragione d'allegria per tutta l'Orda. Quasi scoppiavamo dal ridere, sostenendoci l'uno con l'altro e rotolandoci sul suolo nel fervore eccessivo e spasmodico della nostra ilarità.
A dispetto del regno di terrore sotto il quale si viveva, la Specie amava enormemente il riso. Nessuno mai comprese come noi l'umorismo di certe situazioni; la nostra gaiezza era irresistibile e travolgente come quella di Gargantua. Una gaiezza che non aveva misura: quando una cosa era buffa l'apprezzavamo in tutto il suo valore torcendoci dal ridere, e comiche ci apparivano le cose più semplici, più grossolane.
Vi assicuro che in quell'epoca si rideva molto.
Il modo col quale avevamo ricevuto Dente di Sciabola veniva usato contro tutti gli animali che invadevano il villaggio. Ci eravamo riservati i nostri sentieri e i nostri abbeveratoi, rendendo la vita intollerabile alle bestie che penetravano o erravano sul nostro territorio. Anche le bestie da preda più feroci erano maltrattate da noi in modo tale che subito imparavano a rispettare il nostro dominio.
Non eravamo battaglieri come esse, ma eravamo astuti e codardi, e si deve appunto alla nostra astuzia e alla nostra codardia, alla nostra disordinata tendenza alla paura se riuscimmo a sopravvivere in quell'ambiente terribilmente ostile del mondo nascente.
Secondo i miei calcoli, Orecchiuto era di un anno maggiore di me. Egli non aveva alcun mezzo di raccontarmi il suo passato, ma poiché non lo vidi mai in compagnia di sua madre, suppongo che fosse orfano. E poi i padri contavano poco nelle famiglie che formavano l'Orda. Il matrimonio era ancora allo stato primitivo, e le coppie potevano prendersi, litigare e separarsi a piacere. L'uomo moderno, inventando l'istituto del divorzio, fa la stessa cosa legalmente. Ma noi non avevamo leggi; non conoscevamo altro che l'uso che, in tali cose, tendeva verso la promiscuità.
Ciò nondimeno, come il seguito di questo racconto dimostrerà, si vedeva spuntare tra noi un barlume di quella monogamia che doveva più tardi dar forza e potenza alle tribù che l'adottarono. Di più, anche all'epoca in cui io nacqui, non mancavano esempi di coppie fedeli che vivevano sotto gli alberi vicini a quello di mia madre. La vita in seno all'Orda non era molto adatta alla monogamia, per cui le coppie fedeli si allontanavano per vivere in solitudine. Per anni e anni queste coppie vivevano unite, nonostante il fatto che, quando l'uomo o la donna moriva o era divorato, il sopravvivente trovasse invariabilmente un nuovo compagno.
Una cosa eccitò molto la mia curiosità nei primi giorni del mio soggiorno nell'Orda: un timore senza nome e inesplicabile incombeva su tutti. All'inizio ebbi l'impressione che si trattasse di una questione di direzione: l'Orda temeva il Nord-Est. Si viveva tutti in una perenne apprensione verso questo punto dell'orizzonte. Ciascuno guardava più frequentemente e con più timore in quella direzione che in tutte le altre.
Ogni volta che con Orecchiuto andavo verso il Nord-Est a mangiare carote filamentose, che in quella stagione erano ben mature, egli diventava straordinariamente timido. Si accontentava di rifiuti, di grosse carote coriacee, di quelle piccole che erano tutte filamenti, piuttosto che avventurarsi un po' più lontano, dove le carote erano ancora intatte e dove avremmo potuto sceglierle. E se io tentavo di avventurarmi, erano urli e rimproveri. Mi faceva comprendere che da quella parte si trovava un pericolo terribile; ma che cosa fosse di preciso questo pericolo, la povertà del suo linguaggio non gli permetteva di spiegarmelo.
Feci in questo modo più di un buon pasto, mentre egli mi sgridava e invano strepitava dietro di me. Stavo all'erta, ma non scorgevo nessun pericolo. Calcolavo sempre la distanza che mi separava dall'albero più vicino, e sapevo di poter su quella distanza superare in velocità il Leone o il vecchio Dente di Sciabola, qualora l'uno o l'altro fossero improvvisamente comparsi.
Sulla fine del pomeriggio un gran tumulto si levò nel villaggio.
L'Orda era dominata da un'unica idea: quella della paura. I nostri formicolavano sul fianco della rupe, guardando e indicando col dito il Nord-Est. Non sapevo che cosa questo potesse significare, ma corsi a rifugiarmi nella nostra piccola caverna prima di volgermi anch'io a guardare.
Allora, al di là del fiume, lontano verso il Nord-Est, vidi per la prima volta il mistero del fumo. Lo credetti un serpente mostruoso, rizzato sulla coda, con la testa levata in alto oltre gli alberi, che si dondolasse da un lato all'altro. Tuttavia mi pareva in un certo modo, anche dall'atteggiamento della Specie, che il fumo non costituisse un pericolo per se stesso. Sembrava che lo temessero come l'indice di qualche altra cosa, e io ero incapace di indovinare di cosa si trattasse, né, d'altra parte, nessuno era in grado di dirmelo.
Ma poco tempo dopo dovevo apprendere che era una cosa ben diversamente terribile del Leone, del vecchio Dente di Sciabola, degli stessi serpenti, oltre ai quali pareva non vi fosse nulla di più terribile.
7
Sdentato era un altro ragazzo che viveva da solo. La madre abitava nel villaggio, ma siccome dopo di lui erano nati altri due figli, era stato messo fuori della caverna e costretto ad affrontare la vita da solo. Avevamo assistito alla sua espulsione nei giorni precedenti, non senza divertirci un mondo. Sdentato non voleva andarsene, e ogni volta che la madre lasciava la caverna, egli vi si introduceva di nascosto.
Quando, al ritorno, essa ve lo ritrovava, erano sfoghi di rabbia comicissimi. Una buona metà dell'Orda si mise ogni giorno ad aspettare queste occasioni. Dapprima si sentivano brontolii e grida uscenti dal fondo della caverna, dopo il rumore di sacrosante botte e gli strilli di Sdentato. Allora intervenivano i due fratelli minori e come nella eruzione di un vulcano in miniatura, Sdentato veniva proiettato fuori.
In capo ad alcuni giorni la sua espulsione fu un fatto compiuto. Senza che nessuno si interessasse del suo caso pietoso, per una buona mezz'ora, in mezzo alla riva, egli diede libero sfogo al suo dolore, poi venne ad abitare con Orecchiuto e con me. La nostra caverna era piccola; ma, stringendoci, potevamo benissimo entrarci in tre. Non ricordo che Sdentato abbia trascorso con noi più di una notte, cosicché il fatto dovette sopraggiungere proprio in quel tempo.
Era il pomeriggio. Al mattino avevamo mangiato carote a sazietà, e resi imprudenti dal gioco, ci eravamo avventurati fino ai grandi alberi, al di là della radura. Non riesco a capire come Orecchiuto avesse potuto vincere la sua abituale diffidenza: evidentemente dovette essere trascinato dal gioco. Ci divertivamo follemente a inseguirci tra gli alberi. E quale inseguimento!... Superavamo spazi da tre a cinque metri con la massima facilità; fare un tuffo da sei a otto metri fino al suolo era per noi un nonnulla. In realtà temo quasi di non esser creduto rivelando da quale altezza saltavamo. Divenuti più maturi e più pesanti, ci accorgemmo che era necessario usare maggior prudenza nei nostri salti; ma in quell'età in cui i nostri corpi non erano che nervi e tendini potevamo tutto osare.
Sdentato spiegava una notevole agilità in quel gioco. Egli "era preso" meno spesso dell'uno e dell'altro di noi due, e nel corso del gioco scoprì un trucco che né Orecchiuto né io eravamo capaci d'imitare. A dire il vero avevamo paura di provarci.
Quando uno di noi due "era preso," Sdentato correva sempre all'estremità d'un alto ramo di un certo albero. Da quel ramo al suolo dovevano esserci più di venti metri, senza nulla che s'interponesse per arrestare la caduta. Ma a circa sei metri più in basso e ad almeno cinque metri fuori della verticale, si trovava un grosso ramo di un altro albero. Allorché correvamo verso l'estremità del ramo, Sdentato, facendoci fronte, incominciava a dondolarsi dall'alto in basso. Questo naturalmente c'impediva di avanzare presto; ma il suo scopo era un altro. Scuoteva il ramo volgendo il dorso al punto verso il quale egli doveva cadere, e al momento in cui stavamo per raggiungerlo, lasciava tutto. Il ramo vibrante agiva come un trampolino e lo proiettava fuori. Durante la caduta egli si volgeva su un fianco fendendo l'aria, in modo da far fronte al grosso ramo verso il quale precipitava.
Questo ramo si piegava violentemente sotto il colpo, tanto che a volte si udiva uno scricchiolio minaccioso; ma non si spezzava mai, e attraverso il fogliame potevamo sempre vedere la faccia di Sdentato che ci faceva, tronfio e pettoruto, delle smorfie.
Io ero stato "preso", l'ultima volta che Sdentato usò quel trucco.
Aveva raggiunto l'estremità del ramo superiore e incominciava a dondolarsi; mi arrampicavo dietro di lui, quando improvvisamente Orecchiuto lanciò un grido soffocato d'allarme. Mi volsi e lo vidi sulla biforcazione principale dell'albero, che si rannicchiava contro il tronco. Istintivamente feci altrettanto lungo il mio ramo. Sdentato cessò di dondolarsi, ma il ramo non si arrestò ed egli continuò a oscillare verticalmente in un fruscio di foglie.
Sentii scricchiolare un ramoscello e, guardando al suolo vidi per la prima volta un Uomo del Fuoco. Strisciava a passi di lupo con gli occhi volti in alto, guardando l'albero. All'inizio lo presi per una bestia feroce perché portava sulle spalle e intorno alla cintola un lembo di pelle d'orso. Poi vidi più distintamente i suoi piedi, le sue mani, i lineamenti del suo viso. Egli era molto simile alla mia specie, però meno peloso e i suoi piedi somigliavano alle mani meno dei nostri. In realtà lui e i suoi simili, come dovevo venire a sapere in seguito, erano molto meno pelosi di noi, come noi, d'altro canto, lo eravamo meno del Popolo degli Alberi.
Come lo guardavo mi venne istantaneamente un pensiero: era quello il terrore del Nord-Est, di cui il fumo misterioso era un indizio. Fui preso tuttavia da una gran curiosità di sapere. Quell'essere non aveva certo un'aria troppo terribile: Occhiorosso o qualsiasi altro degli uomini dell'Orda sarebbe stato più che in grado di lottare con lui.
Inoltre era vecchio, raggrinzito per l'età, col pelo del volto grigio e la gamba alquanto zoppicante. Nessun dubbio che noi saremmo riusciti a vincerlo facilmente nella corsa o nell'arrampicarsi sugli alberi:
non avrebbe mai potuto raggiungerci, questo era certo.
Ma portava in mano qualcosa che non avevo mai visto: un arco e una freccia. In quel tempo, un arco e una freccia non avevano alcun senso per me. Come avrei potuto sapere che la morte si nascondeva in quel pezzo di legno curvo? Ma Orecchiuto lo sapeva. Evidentemente aveva già visto gli Uomini del Fuoco e conosceva i loro modi. L'Uomo del Fuoco lo guardò e girò intorno all'albero; ugualmente intorno al tronco, più su dalla biforcazione, girò Orecchiuto, mantenendo sempre lo spessore del legno tra sé e l'Uomo del Fuoco. Quest'ultimo, improvvisamente, rifece il giro a ritroso; Orecchiuto, colto alla sprovvista, cambiò giro a sua volta, ma non riuscì a proteggersi dietro il tronco prima che l'Uomo del Fuoco avesse scoccato la freccia. La vidi volare in alto, fallire il colpo, perché passò vicinissima a Orecchiuto senza toccarlo, scivolare su un ramo e ricadere a terra. Trepidai di gioia dall'alto ramo su cui ero appollaiato. Avevo capito; era un gioco.
L'Uomo del Fuoco lanciava delle cose a Orecchiuto, come noi stessi ce ne lanciavamo qualche volta reciprocamente.
Il gioco continuò per un pezzo, ma Orecchiuto non si espose una seconda volta, di modo che l'Uomo del Fuoco vi rinunciò. Allora mi allungai verso l'esterno sul mio ramo orizzontale, mettendomi a schiamazzare verso di lui. Anch'io volevo giocare; volevo che l'Uomo del Fuoco provasse a colpire anche me con la freccia. Egli mi vide, ma non fece caso a me; spiava invece Sdentato, che si dondolava ancora mollemente e involontariamente sull'estremità del suo ramo.
Di nuovo la freccia guizzò nell'aria e Sdentato lanciò un urlo di sorpresa e di dolore. Era stato colpito. Ciò conferiva un nuovo aspetto alla situazione. Non avevo più nessuna voglia di giocare, ma tremando mi rannicchiai tutto contro il mio ramo. Una seconda e poi una terza freccia partirono, senza peraltro colpire Sdentato, ma facendo fremere le foglie nell'attraversarle, descrivendo una curva nel loro volo e ricadendo poi al suolo. La corda dell'arco vibrò ancora, la freccia partì e Sdentato, con un gran grido, un grido orribile, cadde dal ramo. Lo vidi precipitare girando su se stesso, tutto braccia e tutto gambe, con l'asta della freccia che gli usciva dal petto e spariva e riappariva a ogni rivolgimento del suo corpo nella caduta turbinosa.
Da un'altezza di più di venti metri cadde; urlando si abbatté al suolo con un tonfo secco di schiacciamento: qui il suo corpo si contrasse leggermente e poi si distese. Era ancora vivo, dato che si muoveva e contorceva, graffiando il suolo con le mani e coi piedi. Ho ancora davanti agli occhi l'Uomo del Fuoco, che correva verso di lui con una pietra e gli martellava la testa... E poi non ricordo altro.
Durante la mia infanzia mi svegliavo sempre a questo punto del mio sogno, lanciando grida di terrore per vedere il più delle volte mia madre e la mia governante accanto al mio letto, che ansiosamente mi passavano la mano tra i capelli per calmarmi, dicendomi che erano lì e che quindi non dovevo avere nessuna paura.
Il mio sogno successivo, nell'ordine in cui si presentavano, incomincia sempre con la mia fuga nella foresta, in compagnia di Orecchiuto. L'Uomo del Fuoco, Sdentato e l'albero tragico erano spariti e noi due, in un panico prudente, fuggivamo attraverso gli alberi. Provavo un dolore acuto alla gamba destra: una freccia dell'Uomo del fuoco era piantata nella carne con la punta e l'asta che uscivano da ciascun lato. E non soltanto l'attrito e la tensione mi facevano soffrire crudelmente, ma m'impacciavano i movimenti e m'impedivano di seguire Orecchiuto.
Alla fine mi fermai e mi rannicchiai al riparo di un'inforcatura; viceversa Orecchiuto continuò la sua fuga. Lo chiamai, ricordo, con accento lacrimevole, ed egli si fermò per guardare indietro. Allora tornò sui suoi passi, mi raggiunse sull'albero ed esaminò la freccia.
Tentò di estrarla ma da un lato la carne resisteva alla punta uncinata, dall'altro all'asta impennata. Siccome l'operazione mi faceva soffrire orribilmente, fermai Orecchiuto.
Per qualche tempo restammo nascosti su quell'albero: inquieto, voglioso di fuggire, Orecchiuto guardava continuamente e con timore in tutte le direzioni mentre io gemevo e mi lamentavo a bassa voce. Il mio compagno era visibilmente sulle spine, e tuttavia, malgrado la paura, restava accanto a me. La sua condotta mi apparve come un simbolo precursore dell'altruismo e del cameratismo che hanno contribuito a fare dell'uomo il più possente fra tutti gli animali.
Ancora una volta, Orecchiuto provò ad estrarre la freccia dalla mia gamba ed io glielo impedii con collera. Allora egli si chinò e incominciò a rosicchiare l'asta coi denti, tenendola ferma con le mani in modo da impedirle di muoversi nella ferita, mentre io mi aggrappavo fortemente a lui. Io medito spesso su quella scena: piccoli uomini non compiutamente esperti della vita, al tempo dell'infanzia della Specie, uno di noi dominava la propria paura, frenava l'istinto egoista che lo spingeva a fuggire, per rimanere accanto all'altro e prestargli soccorso. E vedo sfilarmi davanti al pensiero tutte le grandi cose che quel gesto conteneva in potenza; e ho le visioni di Pizia e Damone, degli equipaggi dei canotti di salvataggio, delle infermiere della Croce Rossa, dei martiri, dei difensori di fanciulli sperduti, del padre Damiano fra i lebbrosi delle isole Hawaii e dello stesso Cristo, e di tutti gli uomini della terra la cui statura e la cui forza morale traggono origine dai magri fianchi d'Orecchiuto, di Gran Dente e di altri vaghi abitanti del mondo appena nato.
Quando Orecchiuto ebbe spezzato coi denti la punta della freccia, gli fu facile estrarne poi l'asta. Riprendemmo allora la fuga; ma questa volta fu lui a trattenermi. La mia gamba sanguinava abbondantemente:
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