Herman Melville


BILLY BUDD, MARINAIO

(la storia interna)





1


Prima che ci fossero le navi a vapore, ovvero allora più spesso di oggi accadeva a chi passeggiava sulle banchine di qualunque porto marittimo di una certa importanza di essere attratto dalla vista di gruppi di marinai appartenenti a navi da guerra o a mercantili, a terra in franchigia, abbronzati e tirati a lucido. In alcuni casi camminavano a fianco o addirittura circondavano, come guardie del corpo, un personaggio superiore, della loro stessa classe, che si muoveva insieme a loro, come Aldebaran fra le stelle minori della sua costellazione. Questo personaggio straordinario era il "Bel Marinaio", di tempi meno prosaici, della marina militare o di quella mercantile. E senza traccia di vanteria, anzi con la semplicità disinvolta della naturale regalità, egli pareva accettare l'omaggio spontaneo dei suoi compagni. Mi ricordo specialmente una di queste occasioni. A Liverpool, una cinquantina d'anni fa, vidi all'ombra del grande e squallido muro del Dock del Principe (uno sbarramento da tempo rimosso) un marinaio semplice, di un nero così intenso che doveva essere un Africano della stirpe immutata di Cam. Una figura di proporzioni simmetriche, di altezza molto superiore alla media. I due lembi di uno sgargiante fazzoletto di seta sciolto che gli portava intorno al collo ballavano sul nudo torace d'ebano; alle orecchie aveva grossi cerchi d'oro e sulla testa ben proporzionata portava un berretto scozzese con la fascia assortita.


Era un caldo pomeriggio di luglio e una selvaggia allegria sprizzava dal suo viso, lucido di sudore. Scherzando giovialmente con gli uni e con gli altri, scopriva di tanto in tanto i denti in abbaglianti sorrisi, e con i suoi motteggi era al centro di un gruppo di compagni. Questi costituivano un assortimento così vario di tribù e di razze che Anacharsis Cloots avrebbe ben potuto farli sfilare davanti alla tribuna della prima Assemblea Francese come rappresentanti della razza umana. Ad ogni tributo spontaneamente reso dai passanti a quell'idolo nero - una sosta e un'occhiata, e più raramente un'esclamazione - il variopinto corteo faceva mostra di gloriarsi dell'oggetto di un simile tributo, nello stesso modo in cui certamente i sacerdoti assiri si gloriavano nel loro grande Toro scolpito, quando i fedeli si prostravano davanti all'idolo.


Ma torniamo a noi.


Anche se in qualche caso si pavoneggiava a terra come una specie di nautico Murat, il "Bel Marinaio" del periodo in questione non aveva nulla del Billy-va-al-diavolo, dandistico, un tipo divertente ora sparito, ma nel quale a volte ci si può ancora imbattere, e in una forma ancora più divertente dell'originale, al timone dei vascelli nel tempestoso Canale Erie o, più facilmente, a raccontare grosse balle nelle bettole lungo l'alzaia.


Invariabilmente espertissimo nel suo pericoloso mestiere, egli era anche quasi sempre un pugile o un lottatore in gamba. Aveva forza e prestanza. Le sue prodezze passavano di bocca in bocca. A terra era il campione, a bordo il portavoce; in prima fila tutte le volte che ne valeva la pena. Nella burrasca era là, a far terzaruolo alle vele di gabbia, a cavalcioni sui bracci del pennone, il piede nel "cavallo fiammingo" usato come staffa, le due mani che tiravano la drizza come una briglia, all'incirca nell'atteggiamento del giovane Alessandro che doma il fiero Bucefalo. Una figura superba, che si staglia contro il cielo tempestoso come se fosse scagliato dalle corna del Toro, allegramente incitando la tenace squadra lungo l'alberatura.


I caratteri morali raramente non erano in armonia con quelli fisici. E comunque, se non fosse stato così, l'avvenenza e la forza, sempre attraenti quando sono tutte e due presenti in un uomo, difficilmente avrebbero potuto attirare il tipo di sincero omaggio che il "Bel Marinaio", nei suoi vari esemplari, riceveva dai suoi compagni meno dotati.


Un astro del genere, perlomeno nell'aspetto e un po' anche nell'intima natura, anche se con importanti varianti che saranno chiare mano a mano che il racconto procederà, era Billy Budd, occhi-di-cielo, ovvero Baby Budd, come più familiarmente finì con l'essere chiamato in circostanze che saranno poi precisate. Età:

ventun anni, gabbiere di parrocchetto della flotta britannica, verso la fine dell'ultimo decennio del secolo diciottesimo. Non molto prima dell'epoca in cui si svolge questa storia egli era entrato al servizio del re; era stato arruolato a forza nel Canale d'Irlanda, fatto passare da un mercantile inglese diretto in patria ad un vascello da settantaquattro cannoni, la "Bellipotent", che faceva prua verso il largo e che, fatto non insolito in quei tempi burrascosi, era stato costretto a salpare con l'equipaggio non al completo. L'ufficiale di reclutamento, tenente Ratcliffe, posò l'occhio su Billy al primo colpo, prima ancora che la ciurma del mercantile si fosse schierata sul cassero per essere sottoposta alla sua ponderata ispezione. E scelse soltanto lui. Infatti, forse perché gli altri uomini schierati davanti a lui erano svantaggiati dal confronto con Billy, o forse perché ebbe qualche scrupolo vedendo che il mercantile era piuttosto sguarnito, l'ufficiale, qualunque fosse la ragione, si accontentò della sua prima scelta istintiva. Con stupore dei suoi compagni, e con grande soddisfazione del tenente, Billy non avanzò obiezioni. E' pur vero tuttavia che qualsiasi obiezione sarebbe stata inutile come la protesta di un cardellino chiuso in gabbia.


Il capitano della nave, notando questa rassegnata acquiescenza, quasi spensierata, diede a Billy un'occhiata piena di sorpresa e di muto rimprovero. Il capitano era uno di quei degni mortali che si trovano in ogni mestiere, anche nei più umili, il genere di persona che tutti sono d'accordo nel definire "un uomo perbene". E inoltre, fatto meno strano di quanto possa sembrare, nonostante fosse abituato a solcare acque tempestose, alle prese per tutta la vita con le forze della natura ribelli, non c'era niente che questo spirito onesto avesse più a cuore della tranquillità e della pace. Per il resto, aveva più o meno cinquant'anni, tendeva un po' alla pinguedine, un viso attraente, senza baffi, con un incarnato piacevole, faccia piuttosto piena, dall'espressione umana e intelligente. In una giornata di bel tempo, con un buon vento e quando tutto andava per il meglio, una certa intonazione musicale nella voce sembrava essere la genuina spontanea espressione della sua intima personalità. Era dotato di grande prudenza e di grande coscienziosità, e in certe occasioni queste virtù gli causavano pesanti preoccupazioni. Quando era in navigazione, finché la sua nave veleggiava in una qualche vicinanza alla costa, capitan Graveling non chiudeva occhio.


Prendeva a cuore quelle gravi responsabilità per le quali certi comandanti non si scomponevano allo stesso modo.


Ora, mentre Billy Budd era giù nel castello di prua a raccogliere le sue cose, il tenente della "Bellipotent", tozzo e brusco di modi, per niente sconcertato dal fatto che il capitano Graveling si fosse sottratto ai consueti doveri di ospitalità in un'occasione a lui tanto sgradita, omissione dovuta esclusivamente al suo essere sovrappensiero, si invitò da sé senza tante cerimonie nella cabina, e si impadronì anche di una bottiglia che prese dall'armadietto dei liquori, un angolino che i suoi occhi esperti scoprirono immediatamente. Egli era infatti uno di quei lupi di mare nei quali la durezza e i pericoli della vita navale nelle grandi e lunghe guerre di quel tempo, non sminuirono mai l'inclinazione naturale ai piaceri dei sensi. Faceva sempre fedelmente il proprio dovere; ma il dovere è a volte un arido obbligo e lui era propenso a... inumidire quest'aridità, ogni volta che era possibile, con uno stimolante distillato di acquavite. Al proprietario della cabina non rimaneva che fare la parte dell'anfitrione per forza, con tutta la cortesia e lo zelo possibili. Come necessaria aggiunta alla bottiglia, mise in silenzio un boccale e una caraffa d'acqua davanti all'ospite incontenibile. Ma dopo essersi scusato di non bere insieme con lui, osservava tristemente l'ufficiale che per niente imbarazzato diluiva appena appena, con flemma, il suo liquore e poi lo ingollava in tre sorsi, allontanando il boccale vuoto, ma non tanto da non conservarlo a portata di mano, e si andava accomodando nello stesso tempo a suo agio sulla sedia, facendo schioccare le labbra tutto soddisfatto, e guardava dritto negli occhi il suo anfitrione.


Ultimate queste manovre, il capitano ruppe il silenzio, dicendo con un tono di triste rimprovero nella voce:

"Tenente, state per portarmi via il mio uomo migliore, la perla del mio equipaggio." "Sì, lo so" rispose l'altro, riavvicinandosi immediatamente il boccale per prepararsi a riempirlo di nuovo. "Lo so. Mi dispiace." "Scusatemi, ma voi non capite, tenente. Vi dirò. Prima di imbarcare quel ragazzo, il mio castello di prua era un nido di liti. Erano tempi brutti, ve l'assicuro, a bordo della 'Diritti.' Io ero preoccupato tanto che la mia pipa non riusciva a darmi conforto. Ma venne Billy e fu come un prete cattolico che predica pace a degli Irlandesi che si azzuffano. Non che egli facesse loro la predica o dicesse o facesse niente di particolare: ma emanava da lui un potere che ammansiva i più feroci. Furono attirati da lui come i calabroni dal miele: tutti, tranne il picchiatore della compagnia, un tipo grosso e villoso con i baffi rosso-fuoco.


Questi, forse pieno d'invidia per il nuovo venuto e pensando che un così 'dolce e bel ragazzo,' come era solito definirlo con gli altri facendosi beffe di lui, difficilmente potesse avere lo spirito di un gallo da combattimento, si dava da fare per tentare in ogni modo di attaccar briga con lui. Billy pazientò, ci ragionò insieme con maniere cortesi - lui è un po' come me tenente, che odio ogni specie di litigio - ma non servì a niente. Così, un giorno durante il secondo turno di guardia 'Baffo Rosso,' alla presenza degli altri, con il pretesto di far vedere a Billy il punto dal quale si tagliava una bistecca di lombo - perché quel tipo un tempo aveva fatto il macellaio - gli assestò brutalmente un colpo sotto le costole. Lesto come il lampo Billy fece scattare il suo braccio. Oso dire che non aveva mai avuto intenzione di arrivare proprio a tanto, ma in ogni modo diede a quel grosso cretino una lezione terribile. Ci volle circa mezzo minuto, credo.


E, Dio vi benedica, lo zoticone rimase sbalordito da tanta rapidità. E credetemi, tenente, 'Baffo Rosso' ora ama davvero Billy: lo ama, o è il più grande ipocrita che io abbia mai conosciuto. Ma tutti lo amano. Alcuni di loro lavano la sua roba, gli rammendano i suoi pantaloni vecchi; il carpentiere a tempo perso gli fa un bel cassettoncino. Tutti farebbero qualunque cosa per Billy Budd, e qui siamo una famiglia felice. Ma ora tenente, se questo giovanotto se ne va, lo so che accadrà a bordo della 'Diritti.' Non mi risuccederà molto presto, alzandomi da tavola dopo aver pranzato, di appoggiarmi all'argano a farmi tranquillamente una pipata: no, di sicuro non tanto presto. Sì, tenente, state per portar via la perla dei miei uomini: state per portarmi via il mio paciere!" E con questo il brav'uomo riuscì davvero a malapena a trattenere un singhiozzo.


"Bene" disse l'ufficiale che aveva ascoltato tutto questo, interessato e divertito, e ora si era fatto più allegro grazie al cicchetto, "bene, benedetti siano i pacieri, e soprattutto i pacieri battaglieri! E così sono le settantaquattro bellezze, di alcune delle quali voi vedete spuntare il naso fuori dagli oblò di babordo di quella nave da guerra che sta aspettando me" e indicò nel dire questo la "Bellipotent" attraverso la finestra della cabina. "Ma su, coraggio! Non fate quella faccia così sconsolata.


Ecco, vi prometto fin da adesso l'approvazione reale. Siate certo che sua maestà sarà felicissimo di sapere che in un'epoca in cui il suo duro pane non viene ricercato avidamente, come dovrebbe, dai marinai, un'epoca inoltre nella quale alcuni comandanti di mercantili si irritano in cuor loro perché si prende in prestito un marinaio o due per il servizio, sua maestà, dicevo, sarà felicissimo di sapere che almeno un capitano cede volentieri al re il fiore del suo gregge, un marinaio, il quale, con identica lealtà, non protesta. Ma dov'è la mia bellezza? Ah, eccolo qui," aggiunse dando un'occhiata attraverso la porta aperta della cabina. "Per Giove, porta con sé il suo cassettoncino... Apollo con il suo baule!... Giovanotto" disse, andandogli incontro "non potete portare questa grossa cassa a bordo di una nave da guerra.


Là le casse sono per la maggior parte quelle da munizioni. Metti i tuoi stracci in un sacco, ragazzo. Stivali e sella per il cavalleggero, sacco e amaca per i marinai della nave da guerra." Il trasferimento dal cassettone al sacco fu fatto. E dopo che ebbe fatto scendere il suo uomo nella barca e lo ebbe seguito scendendo anche lui, il tenente si allontanò dalla "Diritti dell'Uomo." Questo era il nome del mercantile anche se il comandante e l'equipaggio lo abbreviavano, alla maniera dei marinai, in "Diritti". Quel testone del suo armatore, di Dundee, era un incrollabile ammiratore di Thomas Paine, il libro del quale, in risposta alle accuse di Burke alla Rivoluzione Francese era stato pubblicato da qualche tempo e si era ampiamente diffuso. Nel battezzare la sua nave con il titolo del libro di Paine, l'uomo di Dundee si comportò un po' come un altro capitano di mercantile del tempo, Stephen Girard di Filadelfia, che espresse le sue simpatie sia per la terra natìa che per i suoi filosofi liberali, battezzando le sue navi con i nomi di Voltaire, Diderot, e così via.


Ma ora, mentre la barca scivolava sotto la poppa del mercantile e l'ufficiale e i rematori notavano - alcuni con amarezza e altri con un sogghigno - il nome che c'era scritto, proprio in quel momento la nuova recluta balzò in piedi dal posto di prora dove il timoniere l'aveva mandato a sedere, e sventolando il cappello verso i compagni che silenziosi, tristemente lo guardavano dal parapetto di poppa, si accomiatò da loro con un saluto gioviale.


Poi salutando anche la nave stessa: "E addio anche a te, vecchia 'Diritti dell'Uomo'" disse.


"Seduto!" tuonò il tenente, assumendo immediatamente tutto il rigore del suo grado, ma reprimendo tuttavia a fatica un sorriso.


A dire il vero l'azione di Billy era una gravissima infrazione all'etichetta della marina. Ma a questa etichetta egli non era mai stato educato; tenuto conto di questo fatto il tenente difficilmente lo avrebbe ripreso tanto energicamente se non fosse stato per l'addio finale alla nave. Questo gli sembrò piuttosto contenere un sottinteso ironico, da parte della nuova recluta, una abile allusione all'arruolamento forzato in generale e a quello suo in particolare. Invece, più probabilmente, se si trattò proprio di satira, difficilmente fu fatta con intenzione, perché Billy, anche se felicemente dotato dell'allegria della buona salute, della gioventù e di un cuore spensierato, non aveva tuttavia per niente uno spirito satirico. Gli mancavano per questo sia la volontà sia la sinistra destrezza. I doppi sensi e le insinuazioni erano completamente estranei alla sua natura.


Quanto al suo arruolamento forzato, egli sembrava averlo preso come di solito prendeva ogni cambiamento di tempo. Come gli animali, anche se non era filosofo, egli era in pratica un fatalista, senza saperlo. E forse gli piaceva abbastanza questo avventuroso cambiamento della sua vita, che prometteva l'apertura di nuovi orizzonti ed esaltanti avventure guerresche.


A bordo della "Bellipotent" il nostro marinaio mercantile fu immediatamente giudicato uomo di mare e assegnato al quarto di tribordo della coffa di parrocchetto. Si trovò immediatamente a suo agio nel servizio, molto gradito per il suo bell'aspetto non conscio di sé e per una specie di aria allegra e spensierata. Non c'era uomo più allegro di lui nel suo rancio; in netto contrasto con certi altri individui che come lui facevano parte della ciurma reclutata forzatamente. Questi infatti, quando non erano occupati dal lavoro, a volte, e specialmente nell'ultimo turno di guardia quando l'avvicinarsi del crepuscolo favoriva le fantasticherie, tendevano a cadere in un umore malinconico colorato a volte di risentimento. Ma loro non erano così giovani come il nostro gabbiere, e non pochi di loro dovevano aver conosciuto un focolare di qualche genere; altri forse avevano dovuto lasciare mogli e figli, molto probabilmente in circostanze incerte, e quasi tutti dovevano avere dei parenti conosciuti, mentre tutta la famiglia di Billy, come vedremo fra poco, consisteva praticamente in lui solo.




2


Anche se il nostro nuovo gabbiere di parrocchetto era stato bene accolto sulla coffa e sui ponti dei cannonieri, difficilmente egli poteva essere qui quella stella che era stato prima tra gli equipaggi più modesti della marina mercantile, ai quali fino ad allora era appartenuto.


Era giovane, e malgrado fisicamente fosse perfettamente sviluppato, di aspetto sembrava persino più giovane di quanto fosse in realtà, grazie a una espressione adolescente rimasta nel suo viso ancora imberbe, femmineo per la purezza dell'incarnato naturale, ma sul quale, per il suo viaggiare per mare il pallore era sparito del tutto e il colorito roseo a malapena traspariva sotto l'abbronzatura.


Per uno così completamente nuovo alla complessità di una vita innaturale, l'improvviso passaggio dal vecchio ambiente, più semplice, al mondo più vasto e più esperto di una grande nave da guerra, avrebbe ben potuto intimidirlo se in lui ci fosse stata presunzione o vanità. Fra l'eterogeneo equipaggio della "Bellipotent" si trovavano diversi individui che, anche se inferiori di grado, erano di natura non comune, marinai più particolarmente predisposti ad assumere quell'aria che la continua disciplina marziale e la ripetuta presenza in battaglia possono conferire in certa misura anche all'uomo medio. Come "Bel Marinaio" Billy Budd aveva a bordo della cannoniera una posizione in qualche modo simile a quella di una rustica bellezza trapiantata dalla provincia e messa a confronto con le dame di corte d'alto lignaggio. Ma lui si accorse poco di questo cambiamento di circostanze, e non notò quasi per niente che qualcosa in lui provocava un sorriso ambiguo su qualcuno dei volti più duri dei marinai. Né era meno inconsapevole dell'impressione particolarmente favorevole che la sua persona e i suoi modi facevano ai più intelligenti personaggi del ponte di comando. E non avrebbe potuto essere diversamente. Forgiato in uno stampo particolare, caratteristico dei più begli esemplari fisici di quegli Inglesi nei quali il sangue sassone sembrerebbe non esser stato per niente mischiato con quello normanno né con nessun altro, mostrava nel viso quell'aspetto umano di riposante bontà che lo scultore greco attribuì a volte al suo fortissimo eroe Ercole. Ma questo aspetto a sua volta era sottilmente modificato da un'altra penetrante qualità. L'orecchio, piccolo e ben formato, l'arco del piede, la curva della bocca e delle narici, perfino la mano dura, di un colore fra l'arancione e il bronzo, come il becco del tucano, una mano che parlava di drizza e di bugliolo del catrame, ma soprattutto qualcosa nell'espressione mobile, e ogni atteggiamento e mossa naturale, qualcosa che faceva pensare a una madre straordinariamente favorita dall'Amore e dalle Grazie: tutto ciò stava a indicare stranamente un lignaggio nettamente in contrasto con il suo destino. Il mistero riguardo a queste cose sembrò meno oscuro grazie a un fatto scoperto quando Billy venne formalmente assunto in servizio. Quando l'ufficiale, un ometto di bassa statura, di modi bruschi, gli chiese fra le altre cose il suo luogo di nascita, lui rispose:

"Scusi signore, non lo so." "Non sai dove sei nato? Chi era tuo padre?" "Lo sa Iddio, signore." Colpito dalla schietta semplicità di quelle risposte, l'ufficiale chiese poi:

"Non sai niente sulla tua origine?" "Nossignore. Ma ho sentito dire che fui trovato in un bel cestino foderato di seta appeso una mattina al battente di una casa signorile di Bristol." "Trovato dici? Bene" e gettò indietro la testa squadrando dal capo ai piedi la nuova recluta. "Bene, direi che sia stata una gran bella trovata. Spero che ne trovino ancora altri come te, ragazzo mio; la flotta ne ha terribilmente bisogno." Sì, Billy Budd era un trovatello, probabilmente un infortunio e, evidentemente, non ignobile. L'origine nobile era evidente in lui come in un purosangue.


Per il resto, dotato di poco o nessun acume, senza la minima traccia della saggezza del serpente in lui ma senza nemmeno essere proprio una colomba, egli possedeva quel tipo e quel grado di intelligenza che si accompagna all'onestà anticonformista di una sana creatura umana, una creatura alla quale non sia stato ancora offerto il discutibile pomo della sapienza. Era analfabeta; non sapeva leggere ma sapeva cantare, e come l'usignolo illetterato a volte componeva lui stesso i suoi canti.


Coscienza di sé sembrava averne poca o niente, o più o meno tanta quanta ne possiamo ragionevolmente attribuire a un cane San Bernardo.


Abituato com'era a vivere in mezzo agli elementi naturali e conoscendo della terra poco più di una striscia di spiaggia o meglio di quella porzione del globo terracqueo provvidenzialmente riservata alle sale da ballo, alle puttanelle e ai cantinieri, insomma a quello che i marinai chiamano "il paese della cuccagna", la sua semplice natura non era contaminata dalle tortuosità morali che non sempre sono incompatibili con quella manipolabile cosa che si chiama rispettabilità. Ma i marinai frequentatori dei "paesi della cuccagna" sono forse senza vizi? No; ma più raramente di quanto accada negli uomini di terraferma i loro cosiddetti vizi hanno a che fare con la slealtà, e sembrano essere provocati più che da viziosità dall'esuberanza di una vitalità a lungo repressa, manifestazioni schiette, in armonia con la legge naturale. Per la sua costituzione naturale, aiutata dalle favorevoli influenze del suo destino, Billy era sotto molti aspetti poco più che una specie di barbaro onesto, molto simile forse a come probabilmente poteva essere stato Adamo, prima che il civile Serpente gli si mettesse a fianco.


E qui ad apparente conferma della dottrina della caduta dell'uomo, una dottrina oggi generalmente ignorata, notiamo che, quando certe virtù primitive e genuine caratterizzano particolarmente qualcuno che indossa l'abito della civiltà, esse a un esame critico sembreranno non frutto dell'abitudine o della convenzione, ma anzi in contrasto con queste, come se davvero fossero eccezionalmente trasmesse da un periodo anteriore alla città di Caino e all'uomo civilizzato.


Il carattere dotato di simili qualità ha, per un olfatto non rovinato, un profumo puro e genuino come quello dei frutti selvatici, mentre l'uomo pienamente civilizzato, anche in un esemplare di buona razza, ha per lo stesso palato morale un gusto dubbio di vino adulterato. A qualunque superstite erede di simili primitive qualità che si trovi, come Caspar Hauser, a vagare stupefatto in qualsiasi capitale cristiana dei nostri tempi, si addice ancora la famosa apostrofe che il buon poeta, di circa duemila anni fa, rivolge al bravo rustico fuori dal suo guscio nella Roma dei Cesari:

"Onesto e povero, leale nei detti e nel pensiero cos'è, Fabiano, che ti ha portato nella città?"Benché il nostro "Bel Marinaio" fosse dotato di tanta bellezza mascolina, quanta di più non si potesse trovare, tuttavia, come per la bella donna di uno dei racconti brevi di Hawthorne, c'era solo una cosa che non andava in lui. Non un difetto visibile a dire il vero, come nella signora, no: ma la tendenza, a volte, a un'imperfezione vocale. Anche se nell'ora dello scatenarsi degli elementi o del pericolo egli era esattamente come dev'essere un marinaio, tuttavia sotto l'impulso dell'improvvisa provocazione di una forte emozione, la sua voce,in altri momenti straordinariamente musicale, come ad esprimere l'interna armonia, rivelava un'esitazione organica, in realtà più o meno un balbettìo o qualcosa di anche peggiore. In questo particolare Billy era un esempio lampante di come il maligno ficcanaso, l'invidioso impiccione dell'Eden, ha ancora più o meno a che fare con ogni esemplare umano di questo nostro pianeta. In ogni caso, in un modo o nell'altro, egli è sicuro di introdurvi il suo biglietto da visita, tanto per ricordarci: anche io ci ho messo uno zampino.


L'ammissione di questa imperfezione nel "Bel Marinaio" dovrebbe dimostrare non soltanto che non viene presentato come un eroe convenzionale ma anche che la storia di cui è il principale protagonista non è un romanzo.




3


Al tempo dell'arbitrario arruolamento di Billy Budd sulla "Bellipotent" questa nave era in navigazione per raggiungere la flotta nel Mediterraneo. Non molto tempo dopo ci fu il ricongiungimento. Come unità facente parte di questa flotta, la nave da settantaquattro cannoni seguiva i suoi movimenti anche se a volte, grazie alle sue superiori qualità di veleggiatrice, in mancanza di fregate venisse distaccata come vedetta o per un servizio meno provvisorio. Ma questo ha ben poco a che vedere con la nostra storia, limitata com'essa è alla vita interna di una particolare nave e alla carriera di un determinato marinaio.


Era l'estate del 1797. Nell'aprile di quell'anno erano scoppiati i moti di Spithead, seguiti a maggio da una seconda e più grave rivolta nella flotta all'ancora al Nore. Quest'ultima è famosa, senza che ci sia dell'esagerazione nell'aggettivo, come il Grande Ammutinamento. E infatti fu per l'Inghilterra una dimostrazione più pericolosa dei manifesti contemporanei e degli eserciti conquistatori del Direttorio francese, con il loro proselitismo.


Per l'Impero britannico l'ammutinamento del Nore fu come uno sciopero dei vigili del fuoco in una Londra minacciata da un incendio generale. Nel corso di una crisi in cui il Regno avrebbe ben potuto anticipare la famosa parola d'ordine che alcuni anni dopo rese noto sul fronte navale che cosa all'occorrenza l'Inghilterra si aspettasse dagli Inglesi proprio allora sui pennoni delle navi a tre ponti e delle cannoniere da settantaquattro, ormeggiate nelle sue rade, di una flotta che era il braccio destro del solo potere conservatore rimasto allora libero nel Vecchio Mondo, proprio allora le giacche azzurre a migliaia alzarono con grida di urrah i colori britannici, sui quali il segno del Regno Unito e la croce erano stati aboliti, trasformando così la bandiera del buon diritto e della libertà ben definita, nella rossa meteora nemica della rivolta sfrenata e indomabile. Il giusto scontento provocato da reali motivi di lamentela esistenti nella flotta, era divampato in un irragionevole incendio, come attizzato da scintille arrivate attraverso la Manica dalla Francia in fiamme.


L'avvenimento fece assumere per un certo tempo un significato ironico a quei focosi inni di Dibdin - che come compositore di canti fu di non poco aiuto al governo inglese nella congiuntura europea - inni che celebravano, fra le altre cose, la dedizione Patriottica del marinaio britannico:

"E quanto alla mia vita, essa è del re!"Questo episodio nella grande storia navale dell'Isola naturalmente viene abbreviato dai suoi storici; uno di loro (William James) confessa candidamente che volentieri lo tralascerebbe, "se l'imparzialità non vietasse l'insofferenza". E tuttavia la sua menzione è più un'allusione che un racconto, dato che entra ben poco nei dettagli. Né si possono questi trovare facilmente nelle biblioteche. Come altri avvenimenti che in ogni epoca accadono nei vari stati (America compresa), il Grande Ammutinamento fu di carattere tale che l'orgoglio nazionale e motivi politici vorrebbero volentieri sfumarne i contorni nel contesto storico.


Simili avvenimenti non si possono ignorare, ma c'è un modo cauto di trattarli storicamente. Se un individuo ben dotato rifugge dal mettere in mostra il male e le sciagure della propria famiglia, una nazione in circostanze analoghe può essere, senza meritare rimprovero, ugualmente discreta.


Sebbene, dopo trattative fra il governo e i caporioni e dopo che il primo ebbe fatto delle concessioni per quanto riguardava alcuni abusi più palesi, la prima rivolta, quella di Spithead, venisse con difficoltà domata, o in qualsiasi modo le cose fossero state temporaneamente appianate, tuttavia al Nore l'imprevisto ripetersi dell'insurrezione in proporzioni maggiori (e ancora più gonfiate negli incontri che seguirono dalle pretese giudicate dalle autorità non solo inammissibili, ma aggressive e insolenti) rivelò - se la bandiera rossa non lo aveva già fatto a sufficienza - quale fosse lo spirito che animava gli equipaggi. Si arrivò, comunque, alla repressione definitiva, ma resa possibile solo dalla lealtà indefettibile della fanteria di marina e da un volontario ritorno di lealismo in gruppi influenti degli equipaggi.


In una certa misura l'Ammutinamento del Nore può essere considerato analogo al disordinato sfogo di una febbre contagiosa in un organismo costituzionalmente sano, e che rapidamente se ne libera.


In ogni caso, fra queste migliaia di ammutinati c'erano alcuni dei marinai che non molto tempo dopo - spinti dal patriottismo o dall'istinto bellicoso, o da tutti e due - contribuirono a conquistare una corona gentilizia per Nelson sul Nilo, e la più ambita delle corone navali a Trafalgar. Per gli ammutinati queste battaglie,e soprattutto quella di Trafalgar,furono un'assoluzione plenaria, e una grande assoluzione: quelle battaglie, e specialmente Trafalgar, per tutto ciò che concorre a offrire uno spiegamento navale spettacolare e un'eroica magnificenza nelle armi, non hanno confronti nella storia dell'umanità.




4


INTORNO AL "PIU' GRANDE MARINAIO DALL'INIZIO DEL MONDO"


In questa faccenda dello scrivere, per quanto si possa essere ben decisi a mantenersi sulla strada maestra, certi sentieri secondari hanno un potere di seduzione ai quali non è facile resistere. E io sto per cominciare a vagare in uno di questi viottoli. Se il lettore mi terrà compagnia ne sarò felice. Nella peggiore delle ipotesi possiamo riprometterci quel piacere che si dice maliziosamente si trovi nel peccare, perché un peccato letterario sarà appunto questa divagazione.


Probabilmente non dico niente di nuovo osservando che le invenzioni del nostro tempo hanno finito per introdurre nella guerra sul mare un mutamento, la cui portata corrisponde al rivoluzionamento di tutta l'arte bellica, provocato dall'introduzione della polvere da sparo dalla Cina in Europa. La prima arma da fuoco europea, un rozzo congegno, fu, com'è noto, respinta con disprezzo da non pochi cavalieri come un vile ordigno, buono al massimo per gente di bassa estrazione, troppo codarda per incrociare le lame in un aperto combattimento.


Ma come sulla terraferma il valore cavalleresco, anche se spogliato dal suo blasone, non cessò con la scomparsa dei cavalieri, così sui mari, anche se al giorno d'oggi un certo tipo di ostentato coraggio sia fuori moda perché poco adatto alle mutate circostanze, le più nobili qualità di principi del mare come Don Giovanni d'Austria, Doria, Van Tromp, Jean Bart, la lunga dinastia degli ammiragli britannici e i Decatur americani del 1812, non diventarono superate come le loro murate di legno.


A chi però sappia apprezzare il presente nel suo giusto valore senza sottovalutare il passato, si può perdonare che in un vecchio solitario scafo come la "Victory" di Nelson, a Portsmouth, sembri di vedere non soltanto il monumento in rovina di una fama incorruttibile, ma anche un rimprovero poetico, mitigato dal suo aspetto pittoresco, ai "Monitor" e agli scafi ancor più possenti delle corazzate europee. E questo non solo perché queste unità sono brutte a vedersi, mancano inevitabilmente della simmetria e delle linee splendide delle vecchie navi da battaglia, ma anche per altri motivi.


Vi sono alcuni forse che, anche se non insensibili del tutto a questo poetico rimprovero al quale alludevamo poca fa, possono tuttavia, in nome del nuovo ordine, essere disposti a eluderlo; e questo spingendosi fino all'inconoclastìa, se necessario. Questi marziali seguaci dell'utilitarismo ad esempio, vedendo la stella fissata sul cassero della "Victory" per indicare il punto in cui cadde il Gran Marinaio, possono suggerire, con le loro considerazioni, che l'esagerata esibizione che Nelson fece della propria persona nella battaglia fosse non solo non necessaria, ma militarmente sbagliata, anzi, impregnata di temerarietà folle e di vanità. Essi sono capaci di aggiungere anche che a Trafalgar essa fu in realtà nient'altro che una sfida alla morte; e la morte arrivò; e che se non fosse stato per la sua bravata, l'Ammiraglio vittorioso avrebbe potuto sopravvivere alla battaglia e così, mentre i suoi saggi ordini impartiti in punto di morte non sarebbero stati trasgrediti, come furono, dal comandante che gli succedette, egli stesso, a scontro finito, avrebbe potuto portare alla fonda la sua flotta danneggiata, azione che avrebbe potuto impedire la deplorevole perdita di vite umane a causa del naufragio, nella bufera degli elementi che si scatenò dopo quella bellica.


Ebbene, se lasciamo da parte il punto più discutibile, e cioè se per varie ragioni fosse stato possibile ormeggiare la flotta, i benthamiti della guerra possono abbastanza plausibilmente insistere su quanto detto sopra. Ma quello dell'"avrebbe potuto essere" è un terreno troppo insidioso per costruirci sopra. E, certamente, nel prevedere la più larga portata di uno scontro e nei febbrili preparativi - segnando con le boe la rotta pericolosissima e progettandola come a Copenhagen - pochi comandanti sono stati così diligentemente prudenti come quel temerario che espose vistosamente la propria persona nella battaglia.


La prudenza personale, anche quando sia dettata da considerazioni nient'affatto egoistiche, non è certamente una grande virtù nel militare; mentre un esagerato amore per la gloria, che appassiona un impulso meno ardente, l'onesto senso del dovere, è la prima delle virtù. Se il nome di "Wellington" non fa palpitare il nostro cuore come il più semplice nome di "Nelson", il motivo lo si può forse arguire da quanto ho detto sopra. Alfred nella sua ode in morte del vincitore di Waterloo non osa chiamarlo il più grande soldato di tutti i tempi, mentre invece nella stessa ode invoca Nelson come "il più grande marinaio dall'inizio del mondo".


A Trafalgar, Nelson, poco prima di dare battaglia, si sedette e scrisse le sue ultime brevi volontà testamentarie. Se nel presagio della più splendida di tutte le vittorie che sarebbe stata coronata dalla sua stessa morte gloriosa, una specie di gusto sacerdotale lo portò ad adornare la propria persona degli attestati scintillanti delle sue luminose gesta; se l'essersi così adornato per l'altare e il sacrificio fu veramente vanagloria, allora sono affettazione e ampollosità tutti i versi più eroici nei grandi poemi epici e nei drammi, poiché in quei versi il poeta non fa che esprimere quell'esaltazione del sentimento che una natura come quella di Nelson, quando se ne presenti l'occasione, traduce in azione.




5


La sedizione del Nore fu ricomposta, è vero. Ma non tutti gli abusi furono eliminati. Se agli appaltatori ad esempio non fu più permesso fare certi trucchi, tipici della loro razza dappertutto, come fornire vestiario scadente, cibo malsano o rubare sul peso, ciò nonostante l'arruolamento forzato, per dirne una, continuò.


Per tradizione sanzionata attraverso secoli, e legalmente mantenuta da un lord cancelliere recente come Mansfield, questo sistema per fornire uomini alla flotta, oggi caduto in certo modo in disuso ma mai ufficialmente abolito, non era possibile eliminarlo in quegli anni. Una tale abolizione avrebbe paralizzato l'indispensabile flotta, che era tutta a vela, non a vapore, e le cui innumerevoli vele e migliaia di cannoni, tutto insomma, erano governati esclusivamente a forza di braccia; una flotta la cui richiesta di uomini era insaziabile, perché moltiplicava allora il numero delle sue navi di ogni tipo per far fronte alle situazioni di emergenza presenti e future del Continente sconvolto.


Lo scontento precedette i due ammutinamenti, e più o meno continuò a serpeggiare in sordina. Non era perciò irragionevole temere qualche ritorno di turbolenze, localmente limitate o generali.


Ecco un esempio di questi timori. Nello stesso anno in cui si svolge questa storia, Nelson, allora vice ammiraglio sir Horatio, al largo della costa spagnola con la flotta, ricevette l'ordine dall'ammiraglio in capo di trasferire il suo vessillo dal "Caphin" al "Theseus", per questo motivo: essendo quest'ultima nave giunta di recente a destinazione dalla madrepatria, dove aveva preso parte al Grande Ammutinamento, si temevano guai a causa dell'umore degli uomini. E si pensava che un ufficiale come Nelson fosse un tipo non certo da terrorizzare l'equipaggio riducendolo in vile soggezione, ma da ricondurlo, grazie alla sua sola presenza ed eroica personalità, a una lealtà se non entusiasta come la sua, almeno ugualmente sincera. Così dunque per un certo tempo si continuò a nutrire ansietà su molti ponti di comando. In navigazione si usava ogni precauzione e si vigilava contro le ricadute. A un breve cenno poteva esserci uno scontro. Quando si verificava, i tenenti addetti alle batterie si sentivano obbligati, in certi casi, a stare a spade sguainate dietro agli uomini che manovravano i cannoni.




6


Ma a bordo della nave sulla quale Billy appese la sua amaca, ben poco nell'atteggiamento degli uomini e niente di visibile nel comportamento degli ufficiali, avrebbe potuto suggerire a un osservatore qualunque che il Grande Ammutinamento fosse un avvenimento recente. Nella loro condotta generale gli ufficiali di una nave da guerra naturalmente si ispirano a quella del comandante, se questi ha l'ascendente che deve avere.


Il capitano, l'onorevole Edward Fairfax Vere, per chiamarlo con tutti i titoli che gli spettavano, era uno scapolo di una quarantina d'anni circa, un marinaio che si distingueva anche in un tempo ricco di uomini di mare famosi. Sebbene legato con l'alta nobiltà, la sua carriera non era dovuta tutta alle influenze collegate a questa circostanza. Aveva molti anni di servizio, aveva partecipato a molti scontri, si era sempre comportato come un ufficiale attento al bene dei suoi uomini, ma che non tollera in nessun caso un'infrazione disciplinare; bravissimo nella sua professione e coraggioso fino al limite della temerarietà, anche se mai sconsiderato. Per il coraggio dimostrato nelle acque delle Indie Occidentali come aiutante di bandiera, agli ordini di Rodney, nella vittoria che l'ammiraglio riportò su De Grasse, gli fu affidato il comando di una nave.


Fuori servizio, in abiti civili, difficilmente qualcuno avrebbe potuto scambiarlo per un marinaio, tanto più che egli non usava termini nautici nei suoi discorsi extra-professionali e con il suo comportamento serio dava a vedere di apprezzare poco lo scherzo.


Ben si addiceva a queste caratteristiche il fatto che in un'occasione in cui niente richiedesse un'azione importante da parte sua, egli fosse il più riservato degli uomini. Qualunque uomo non di mare, osservando questo signore, non molto alto di statura e privo di distintivi appariscenti, uscire dalla sua cabina sul ponte scoperto, e notando la silenziosa deferenza degli ufficiali che si ritiravano sottovento, avrebbe potuto prenderlo per un ospite del re, un civile a bordo della nave del re, un qualche inviato discreto molto stimato, in viaggio per andare a occupare una importante carica. Ma in realtà questa discrezione di modi poteva provenire da una certa modestia virile senza affettazione, che a volte si accompagna a una natura decisa, una modestia che si esprime ogni qual volta non si richiede un'azione forte e che, quando è presente in qualsiasi condizione di vita, suggerisce una virtù di tipo aristocratico.


Come certi altri individui, impegnati in vari settori delle attività più eroiche sulla terra, il capitano Vere, sebbene avesse uno spirito sufficientemente pratico, in certe occasioni tradiva uno stato d'animo un po' trasognato. Solo, in piedi a sopravvento sul cassero, una mano sul sartiame, lasciava vagare lo sguardo perduto sul mare aperto. Se in quei momenti si interrompeva il corso dei suoi pensieri per questioni di poco peso, dava segni di più o meno intensa irascibilità, che tuttavia riusciva subito a reprimere.


Nella marina era generalmente noto col soprannome di "Stellato Vere". Il motivo per il quale un simile appellativo fosse toccato a uno che, sebbene possedesse delle gagliarde qualità, non ne aveva certo di particolarmente brillanti, si spiega così. Un suo parente prediletto, lord Denton, uomo dal cuore generoso, era stato il primo a incontrarlo e a congratularsi con lui al suo ritorno in Inghilterra dalla crociera nelle Indie Occidentali. E proprio il giorno prima sfogliando una copia delle poesie di Andrew Marvell, gli era capitato di leggere, non per la prima volta del resto, la poesia intitolata "Appleton House", nome di uno dei possedimenti del loro antenato comune, eroe delle guerre del diciassettesimo secolo in Germania; poesia nella quale si trovano questi versi:

"Tanto vuol dire nascere e crescere in un domestico paradiso, sotto la disciplina severa di Fairfax e della stellata Vere."E così, abbracciato il cugino appena tornato dalla grande vittoria di Rodney dove aveva avuto una parte tanto brillante, traboccante di giusto orgoglio familiare per il marinaio della loro casata, egli esclamò enfaticamente: "Gioia a te, Ed, gioia a te, mio stellato Vere!". La frase fu ripetuta in giro, e dato che il nuovo attributo serviva nel linguaggio familiare a distinguere facilmente il comandante della "Bellipotent" da un altro Vere più anziano, lontano parente, ufficiale di marina di pari rango, esso rimase per sempre legato al suo cognome.




7


Tenendo conto della parte che il comandante della "Bellipotent" avrà negli avvenimenti che stanno per essere raccontati, può essere opportuno completare il suo profilo abbozzato nel precedente capitolo.


A parte le sue qualità di ufficiale di marina, il capitano Vere era un uomo straordinario. A differenza di non pochi famosi marinai d'Inghilterra, il lungo e faticoso servizio reso con eccezionale dedizione, non aveva finito con l'assorbire e "marinare" tutta la persona. Egli aveva una spiccata inclinazione verso tutto quello che è intellettuale. Amava i libri, non salpava mai senza aver rinnovato la biblioteca, in cui entravano solo le cose migliori. Il tempo libero da passare in solitudine, in certi casi così noioso, che di tanto in tanto incombe sui comandanti perfino durante una missione di guerra, non era mai noioso per il capitano Vere. Privo del tutto di quel gusto letterario che si preoccupa meno del contenuto che della forma, le sue preferenze andavano a quei libri che naturalmente attirano ogni spirito superiore, seriamente impegnato, che occupi un qualsiasi posto di comando nel mondo: libri che parlano di uomini e fatti veri di qualunque epoca, opere di storia, biografie e scrittori anticonformisti che,estranei ai luoghi comuni e ai convenzionalismi, come Montaigne, con onestà e con comune buon senso fondano il loro ragionamento filosofico sulla realtà.


In questo tipo di letture egli trovava conferma ai suoi più intimi pensieri, conferma che aveva inutilmente cercato nelle conversazioni di società, così che riguardo ad alcuni punti fondamentali, avevano finito con il consolidarsi in lui alcune salde convinzioni, che egli presagiva che sarebbero rimaste in lui sostanzialmente immutate finché il suo intelletto fosse rimasto inalterato. Tenuto conto del periodo tempestoso in cui gli capitò di vivere ciò era un bene per lui. Le sue radicate convinzioni erano come una diga contro le acque invadenti della nuova opinione pubblica sociale, politica e di altro genere, che in quei giorni travolsero come in un torrente non poche menti, per altro ricche di doti non meno della sua. Mentre altri membri di quell'aristocrazia a cui per nascita egli apparteneva, erano irritati contro gli innovatori soprattutto perché le loro teorie erano ostili alle classi privilegiate, il capitano Vere si opponeva ad esse disinteressatamente, non soltanto perché gli sembravano incapaci di incarnarsi in istituzioni durature, ma perché le giudicava in contrasto con la pace del mondo e con il vero benessere dell'umanità.


Certi ufficiali del suo rango, spiriti meno preparati di lui, e meno seri, con i quali a volte era solito per forza accompagnarsi, lo trovavano privo di spirito cameratesco, un uomo arido e libresco, a loro giudizio. Ogni volta che egli per caso si allontanava dalla loro compagnia, si scambiavano frasi come queste: "E' proprio un galantuomo, "Stellato Vere". Per quanto dicano le gazzette, sir Horatio" (alludevano al futuro lord Nelson) "non è in fondo un uomo di mare e combattente migliore. Ma detto fra noi, non vi sembra che ci sia in lui una strana vena di pedanteria? Già, come la filigrana del re in un rotolo di gomene?".


Qualche apparente motivo di critiche confidenziali di questo genere c'era; non soltanto infatti i discorsi del capitano non prendevano mai un tono scherzosamente familiare, ma quando toccava qualsiasi punto riguardante gli eccitanti personaggi e avvenimenti contemporanei, egli era pronto a citare una figura o avvenimento storico dell'antichità allo stesso modo di uno moderno. Sembrava non preoccuparsi del fatto che per i suoi cordiali compagni simili allusioni remote, per quanto potessero essere pertinenti, fossero completamente estranee a uomini le cui letture si fermavano sostanzialmente ai giornali. Ma sensibilità e riguardi in questo campo non sono facili per uomini fatti come il capitano Vere. La loro onestà impone loro la franchezza, a volte lungimirante, come quella dell'uccello migratore che nel suo volo non si accorge mai di quando attraversa una frontiera.




8


Non è necessario qui descrivere i tenenti e gli altri ufficiali effettivi dello staff del comandante Vere, né serve ricordare nessuno dei marescialli. Ma tra i sottufficiali ce n'era uno che, avendo molta importanza nella nostra storia, può essere immediatamente presentato. Proverò a farne il ritratto, ma non riuscirò mai a cogliere nel segno. Era John Claggart, il maestro d'armi. Ma questo titolo in uso in marina può fare un po' equivocare i profani. In origine indubbiamente la funzione di questo sottufficiale era quella di istruire gli uomini nell'uso delle armi, spada o sciabola. Ma già molto tempo fa, grazie al progresso delle armi da fuoco che resero meno frequenti gli scontri corpo-a-corpo e diedero al salnitro e allo zolfo la preminenza sull'acciaio, questa funzione ebbe fine e il maestro d'armi di una grande nave da guerra diventò una specie di capo della polizia, incaricato fra l'altro di mantenere l'ordine negli affollati sottoponti.


Claggart era un uomo di circa trentacinque anni, piuttosto magro e alto di statura, ma di non spiacevole aspetto nell'insieme. Aveva una mano troppo piccola e ben proporzionata per esser stata abituata a un lavoro duro. Il viso era singolare: tutti i lineamenti, salvo il mento, si stagliavano nitidi come in una medaglia greca. Il mento invece, glabro come quello di Tecumseh, ricordava un poco nella sua strana pesante protuberanza la figura, tramandataci nelle stampe, del reverendo dottor Titus Oates, lo storico testimone, con la pronuncia strascicata del clero, al tempo di Carlo Secondo e dell'impostura del preteso "complotto papale". Era utile a Claggart per i suoi compiti lo sguardo vigile e autoritario. La fronte era del tipo che la frenologia associa con un'intelligenza al di sopra della media; neri riccioli serici gliela coprivano in parte evidenziando il pallore della carnagione, un pallore leggermente ambrato, simile al colore che il tempo conferisce agli antichi marmi. Questa complessione, stranamente contrastante con i volti rossicci o abbronzatissimi dei marinai, e in parte causata dall'isolamento dovuto al suo ufficio e quindi alla mancanza di sole, anche se non era proprio spiacevole, tuttavia sembrava suggerire l'esistenza di qualcosa di imperfetto o di anormale nella sua costituzione e nel sangue. Ma il suo aspetto e i suoi modi in generale portavano a pensare a un'educazione e a una carriera in contrasto con le sue funzioni di uomo di mare, tanto che quando non era impegnato attivamente in tali funzioni, egli aveva tutto l'aspetto di un uomo di grande valore sociale e morale, che per motivi suoi personali manteneva l'incognito. Non si sapeva niente della sua vita precedente.


Poteva darsi che fosse inglese; eppure nel suo modo di parlare si sentiva un certo accento che suggeriva la possibilità che non lo fosse di nascita, ma fosse stato naturalizzato inglese nell'infanzia. Fra certi attempati compagnoni del cassero di prua e del ponte dei cannonieri circolò la diceria che il maestro d'armi fosse un "chevalier" arruolatosi volontario nella marina di sua maestà, scontando così una certa truffa misteriosa per la quale era stato processato dalla Regia Corte. Il fatto che nessuno potesse provare concretamente questa voce non impediva naturalmente che essa circolasse in sordina. Una tale diceria, partita dai ponti inferiori, e riguardante chiunque appartenesse a un rango inferiore a quello di ufficiale, poteva sembrare, nel periodo in cui si svolge la nostra storia, non del tutto incredibile agli sclerotizzati, vecchi sapientoni di una nave da guerra. E certo, un uomo del talento di Claggart, privo di esperienza nautica, entrato in marina in età matura e necessariamente assegnato in un primo tempo ai gradi più bassi, un uomo, inoltre, che non alludeva mai alla sua vita passata, di terraferma: ecco delle circostanze che, non sapendosi esattamente i suoi veri precedenti, lasciavano libero il campo alle congetture ostili dei malevoli.


Le dicerie che durante i turni di guardia della sera i marinai diffondevano sul suo conto, erano vagamente giustificate dal fatto che allora da un certo periodo la Marina britannica poteva permettersi così poco di essere schizzinosa in fatto di arruolamenti, che non soltanto c'erano risaputamente delle squadre per l'arruolamento forzato che operavano sia in mare che sulla terraferma, ma non era un segreto per nessuno un altro fatto, e cioè che la polizia di Londra aveva il permesso di arrestare qualsiasi uomo sospetto, di costituzione robusta, qualsiasi persona in circolazione di dubbia condotta e arruolarla con procedura sommaria nei cantieri o nella flotta. Per di più anche fra i volontari alcuni si erano arruolati per motivi che non avevano niente a che fare con il patriottismo né con il desiderio indefinito di sperimentare un po' di vita di mare e di imprese belliche. Debitori insolventi di basso grado, insieme con invalidi morali di ogni genere, trovavano nella marina un rifugio sicuro e comodo. Sicuro, perché una volta arruolati a bordo di una nave del re, essi erano in un santuario, come i trasgressori del Medio Evo che si rifugiavano all'ombra dell'altare. Queste irregolarità legittimate, che per ovvi motivi il governo era ben lontano allora dall'ostentare e che di conseguenza, anche perché riguardavano la classe meno influente dell'umanità, sono quasi del tutto cadute nell'oblìo, rendono verosimile qualcosa, della cui verità io non garantisco, e che perciò ho qualche scrupolo ad affermare; qualcosa che ricordo di aver visto stampato, anche se non riesco a ricordarmi in quale libro. Ma la stessa cosa mi fu personalmente comunicata, più di quarant'anni fa, da un vecchio pensionato, in cappello a tricorno, con il quale ebbi un'interessantissima conversazione sulla terrazza di Greenwich: un negro di Baltimora che aveva partecipato alla battaglia di Trafalgar. Si trattava di questo. Quando una nave da guerra a corto di uomini doveva salpare d'urgenza, questi vuoti venivano riempiti, in mancanza di meglio, con coscritti presi direttamente dalle galere. Per i motivi sopra accennati non sarebbe forse facile oggi dimostrare o smentire questa affermazione. Ma ammesso che sia vera, essa bene illustrerebbe le difficoltà in cui si dibatteva l'Inghilterra in quel tempo, alle prese con quelle guerre che come un volo di arpìe si alzarono stridendo dal tumulto e dalla polvere della Bastiglia espugnata. Quell'epoca sembra sufficientemente chiara a noi che la osserviamo a distanza, e attraverso le letture. Ma agli antenati, di noi che abbiamo i capelli grigi, a quelli più portati alla riflessione, il genio di quell'epoca si presentava con un aspetto simile a quello dello spirito del Capo di Camoes, una minaccia oscura, misteriosa e prodigiosa. Nemmeno l'America era esente dai timori. Quando le conquiste senza precedenti di Napoleone toccavano il loro culmine, ci furono Americani che avevano combattuto a Bunker Hill, che sospiravano l'ora in cui l'Atlantico si sarebbe dimostrato una barriera insufficiente contro i piani finali di questo francese salito d'improvviso alla ribalta dal caos rivoluzionario, che sembrava essere sul punto di far avverare il giudizio predetto dall'Apocalisse.


Ma meno credito si doveva dare alle chiacchiere che circolavano sul ponte dei cannonieri riguardo a Claggart, tenuto conto che nessuno che occupi il suo posto in una nave da guerra può mai sperare di essere popolare fra l'equipaggio. Per di più i marinai, per ciò che riguarda le malevolenze contro chiunque susciti il loro risentimento, o che per una ragione o nessuna essi abbiano in antipatia, sono molto simili agli uomini di terra, sempre pronti a esagerare o a romanzare.


Sulla carriera del maestro d'armi prima di entrare in servizio, gli uomini della "Bellipotent" ne sapevano in realtà quanto ne sa un astronomo sul cammino di una cometa prima di averla potuta osservare per la prima volta nel firmamento. Il verdetto dei ficcanaso del mare è stato citato soltanto per far vedere che genere di impressione morale il nostro uomo avesse fatto su individui rozzi, il cui concetto di malvagità umana era necessariamente tra i più meschini, limitato alle nozioni della furfanteria da strapazzo: un ladro fra le amache dondolanti durante il turno di guardia notturno, i ruffiani e i profittatori, i "pescicani di terra" dei porti.


Non era un pettegolezzo però, ma un fatto, che Claggart, come abbiamo prima accennato, anche se quando era entrato in marina era stato assegnato, come nuova recluta, al reparto meno ambìto dall'equipaggio di una nave da guerra, al quale erano riservati i lavori più faticosi, non vi fosse restato a lungo. Le capacità superiori che egli mostrò immediatamente, la sua sobrietà innata, la deferenza che gli ingraziava i superiori, insieme con un particolare talento di indagatore, manifestato in una speciale circostanza, tutto ciò inquadrato in una cornice di austero patriottismo lo fecero immediatamente promuovere al grado di maestro d'armi.


Alle dirette dipendenze, e complici, di questo capo della polizia marittimo, erano i cosiddetti caporali di bordo; e lo erano, come si può rilevare in certi settori di affari anche a terra, in un modo quasi incompatibile con l'integrità dell'autonomia morale.


Grazie alla sua posizione egli controllava varie convergenti fila di influenza sotterranea, che, se astutamente manovrate attraverso i suoi subalterni, potevano provocare inspiegabili fastidi, se non peggio, a chiunque nella comunità marina appartenesse al popolo.




9


La vita sulla coffa di trinchetto piaceva molto a Billy Budd.


Lassù, quando non erano occupati sui pennoni ancor più in alto delle coffe, i gabbieri, che proprio per la loro specializzazione erano stati scelti fra i più giovani e i più attivi, formavano un club aereo, oziando comodamente appoggiati contro i coltellacci, le piccole vele arrotolate come cuscini, raccontandosi storie come i pigri dei, e spesso divertiti da quanto si stava svolgendo nell'indaffarato mondo dei ponti sotto di loro. Non c'è da stupirsi che un ragazzo del carattere di Billy fosse tutto soddisfatto di quella compagnia. Non dava mai motivo di offesa a nessuno ed era sempre pronto a rispondere sollecitamente alle chiamate. Così aveva fatto sui mercantili. Ma ora mostrava un tale zelo nel compiere il proprio dovere che i suoi compagni a volte lo prendevano benevolmente in giro per questo. Questa diligenza estrema aveva un motivo e cioè l'impressione che gli aveva fatto la prima punizione formale alla quale egli aveva assistito, e che fu impartita il giorno dopo che era stato arruolato. Ne era stato vittima un ragazzo, giovane, una recluta, un uomo della guardia di poppa, assente dal posto assegnatogli quando la nave stava invertendo la rotta: abbandono che aveva provocato un intoppo piuttosto grave a quella manovra, che richiedeva prontezza immediata nello sciogliere e nel legare le vele. Quando Billy vide sulla schiena nuda del colpevole i segni rossi delle frustate, e peggio, quando notò la terribile espressione sul viso dell'uomo quando questi fu liberato e, con la sua camicia di lana, buttatagli sulle spalle dal boia, si allontanò in tutta fretta per nascondersi nella calca, ne rimase terrorizzato. Decise che mai si sarebbe reso passibile per sua negligenza di un tale castigo, né che avrebbe mai fatto od omesso qualsiasi cosa potesse meritargli un rimprovero anche solo verbale. Quali furono quindi la sua sorpresa e la sua preoccupazione, quando a un certo punto gli capitò di incappare in piccoli guai, per questioni come l'assetto del suo sacco o per qualcosa che non andava nella sua amaca, questioni sottoposte alla supervisione poliziesca dei caporali di bordo, e che attirarono sulla sua testa una vaga minaccia da parte di uno di loro!

Zelante com'era in tutto, come poteva essere successo questo fatto? Non riusciva a capirlo e perciò tanto più se ne angosciava.


Quando ne parlò con i suoi giovani compagni essi si mostrarono o leggermente increduli oppure trovavano qualcosa di comico nella sua palese ansietà. "Si tratta del tuo sacco Billy?" gli disse uno di loro. "Beh, cucitici dentro, bellezza, così sei sicuro di venire a sapere se qualcuno ci mette le mani." C'era a bordo un veterano che, essendo escluso a causa dell'età dal lavoro più attivo, era stato recentemente destinato alla guardia dell'albero maestro, per sorvegliare l'attrezzatura fissata alla griglia che circonda il grande albero vicino alla coperta. Nelle ore di libertà il nostro gabbiere aveva preso una certa confidenza con lui, e ora nel suo guaio gli venne in mente che il vecchio poteva essere il tipo di persona a cui rivolgersi per un saggio consiglio. Era un vecchio danese da tempo inglesizzato nel servizio in marina, uomo di poche parole, molte rughe e alcune onorevoli cicatrici. Il suo viso grinzoso, segnato dal tempo e patinato dall'acqua, tanto da somigliare a una pergamena antica, qua e là era striato di blu a causa di un'esplosione fortuita di cartucce nell'azione bellica.


Era stato uno dell'"Agamennone"; un due anni prima, circa, dell'epoca in cui si svolge questa storia, aveva servito sotto Nelson quando era ancora capitano di quella nave importante nella storia della marina, che, smantellata e in parte ridotta al nudo fasciame, è raffigurata come un enorme scheletro nell'acquaforte di Haden. Era stato fra gli uomini dell'Agamennone che andavano all'abbordaggio e aveva perciò ricevuto una ferita obliqua lungo una tempia e una guancia, che aveva lasciato una lunga, bianca cicatrice, come una striscia di luce albeggiante che divideva in due il suo scuro volto. A causa di questa cicatrice e della circostanza in cui si sapeva che l'aveva ricevuta, e anche del suo colorito bluastro,il danese era stato soprannominato "Abbordafumo", dall'equipaggio della "Bellipotent".


Ora, la prima volta che i suoi occhietti furbi si posarono su Billy Budd, una certa torva allegria interna fece assumere alle sue vecchie grinze un'espressione grottesca. Fu perché la sua antica saggezza, bizzarra e estranea al sentimentalismo, primitiva nel suo genere, vide o credette di vedere qualcosa che, in contrasto con l'ambiente della nave da guerra, sembrava stranamente assurdo nel "Bel Marinaio"? Ma dopo che lo ebbe osservato ogni tanto di sottecchi, l'ambigua allegria del vecchio Merlino mutò; ora quando i due si incontravano, cominciava ad apparire sul suo viso una certa aria canzonatoria, ma durava solo un attimo e a volte la seguiva un'espressione interrogativa e pensierosa. Che cosa avrebbe potuto succedere a un carattere come quello, precipitato in un mondo non scevro di trabocchetti, contro le cui insidie il semplice coraggio, privo di esperienza e di scaltrezza e senza un briciolo di grinta difensiva, è di scarso aiuto; e dove tutta l'innocenza di cui un uomo è capace, non sempre in presenza di un urgente nodo morale acuisce le facoltà o illumina la volontà?

Comunque fosse, il danese nel suo modo ascetico prese piuttosto in simpatia Billy. Né ciò accadde solo a causa di un certo interesse filosofico per un tipo del genere. Ci fu anche un altro motivo.


Mentre le eccentricità del vecchio, che a volte sfioravano l'orsaggine, sembravano scostanti ai giovani, Billy, per nulla scoraggiato, lo ammirava come un eroe del mare, faceva degli approcci e non mancava mai di salutare il vecchio marinaio dell'"Agamennone" quando lo incontrava, dando al suo saluto quel tono di rispetto che difficilmente non è apprezzato dagli anziani anche se a volte bisbetici, qualsiasi posizione occupino nella vita.


C'era una vena di umorismo asciutto, o chissà cos'altro, nell'uomo dell'albero maestro; e sia per un capriccio di patriarcale ironia, provocata dalla giovinezza e dall'aspetto atletico di Billy, sia per qualche altro e più nascosto motivo, fin dall'inizio rivolgendosi a lui lo chiamò sempre Baby invece di Billy. Il danese fu infatti l'inventore del nome con cui il nostro gabbiere di parrocchetto fu alla fine conosciuto a bordo.


Billy dunque, preso dal suo piccolo problema misterioso, andò a cercare il vecchio grinzoso, e lo trovò fuori servizio, che rimuginava i suoi pensieri durante un turno di guardia serale, seduto su una cassa di munizioni sul ponte dei cannoni superiore, mentre osservava di tanto in tanto con uno sguardo un po' cinico alcuni dei più spavaldi che passeggiavano da quelle parti. Billy gli raccontò i suoi guai, ancora una volta meravigliandosi di come tutto ciò fosse successo. Il profeta marino ascoltò attentamente, accompagnando il racconto del gabbiere con corrugamenti bizzarri delle sue grinze e brevi ammiccamenti inquieti dei piccoli occhi di furetto. Arrivato alla fine della sua storia, il gabbiere chiese: "Ed ora danese, dimmi che cosa ne pensi".


Il vecchio, sollevando la visiera del suo berretto di tela cerata, e strofinandosi deliberatamente la lunga cicatrice obliqua nel punto in cui entrava nella rada capigliatura, disse brevemente:

"Baby Budd, 'Gambelunghe' (il nomignolo del maestro d'armi) ce l'ha con te".


"'Gambelunghe!'" sbottò Billy, sbarrando i suoi occhi cerulei "e perché? Ma se mi chiama, mi hanno detto, il dolce e bel giovanotto." "Così ti chiama?" ghignò il vecchio brizzolato; e aggiunse: "Eh, Baby mio, "'Gambelunghe' ha la voce dolce".


"No, non sempre. Ma con me ce l'ha. E' raro che quando lo incontro non mi rivolga una parola gentile." "E questo perché ce l'ha con te, Baby Budd." Questa frase ripetuta, e il tono, incomprensibile per un novizio, turbarono Billy almeno altrettanto quanto il mistero di cui aveva cercato spiegazione. Provò a ottenere qualcosa di meno spiacevolmente sibillino; ma il vecchio Chirone marino pensando forse di avere per il momento istruito a sufficienza il suo giovane Achille, strinse le labbra, radunò insieme tutte le sue grinze e non si volle impegnare di più.


L'età e quelle esperienze che capitano a certi uomini sagaci che per tutta la vita sono subordinati alla volontà dei superiori, tutto questo aveva sviluppato nel danese quel cinismo ruvido e prudente che formava la sua caratteristica principale.




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Il giorno dopo, un incidente contribuì a confermare in Billy Budd l'incredulità nella strana conclusione tratta dal danese sul caso sottoposto al suo giudizio. A mezzogiorno la nave, andando di lasco spinta dal vento, beccheggiava, e Billy stava mangiando, impegnato in una conversazione scherzosa coi suoi compagni di mensa, quando gli capitò, a causa di un violento e improvviso rollìo, di rovesciare tutto il contenuto della gavetta sul ponte lavato di fresco. Claggart, il maestro d'armi, bastone d'ufficiale in mano, passava proprio in quel momento vicino alla batteria, in un angolo della quale era sistemata la mensa e il liquido grasso schizzò proprio davanti ai suoi piedi. Egli lo superò con un piccolo salto e stava per andare oltre senza commentare, trattandosi di una faccenda del tutto irrilevante, date le circostanze, quando si accorse chi era l'autore del fatto. Il suo contegno cambiò. Dopo una pausa, stava per sbraitare qualcosa di stizzoso contro il marinaio, ma si frenò e accennando in terra alla minestra versata, lo toccò scherzosamente sulle spalle con la sua canna e disse con una bassa voce musicale, che gli era caratteristica a volte: "L'hai fatta bella, ragazzo mio! Ma si sa, i belli le fanno belle!". E con questo si allontanò. Billy non poté notare, perché fuori della portata del suo sguardo, il sorriso involontario o meglio la smorfia che accompagnò le equivoche parole di Claggart e che gli piegò seccamente in giù gli angoli sottili della bocca ben formata. Ma tutti videro nella sua osservazione l'intenzione di scherzare e la considerarono una di quelle battute sulle quali, dato che provengono da un superiore, erano tenuti a ridere "con finta allegria", e si comportarono di conseguenza. E Billy, spinto forse dall'allusione al suo essere il "Bel Marinaio", si unì allegramente a loro. Poi rivolto ai compagni di mensa esclamò: "E ora chi dice che 'Gambelunghe' ce l'ha con me?". "E chi ha detto che ce l'aveva, Bellezza?" chiese un certo Donald un po' sorpreso. Al che il gabbiere ci rimase un po' male, ricordando che c'era stata una persona sola, "Abbordafumo", che gli aveva suggerito l'idea per lui proprio fumosa che questo maestro d'armi gli fosse particolarmente ostile.


Intanto quel funzionario, ripreso il cammino, doveva aver assunto momentaneamente un'espressione meno controllata di quell'amaro sorriso che impediva al cuore la via del viso, un'espressione in qualche modo alterata forse, perché un tamburino, che veniva nella direzione opposta saltellando sbadatamente, e che ebbe a urtarlo leggermente, rimase sconcertato dal suo aspetto. Né l'impressione si affievolì quando l'ufficiale, affibbiandogli impulsivamente una sferzata con la canna, esclamò con veemenza: "Guarda dove metti i piedi!".




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Che cosa era successo al maestro d'armi? E di qualsiasi cosa si trattasse, come poteva avere un rapporto diretto con Billy Budd con il quale, prima dell'affare della minestra versata, non aveva mai avuto nessun particolare contatto per servizio o di altro genere? Che cosa, invero poteva aver a che fare quel turbamento, con uno così poco portato a offendere, come il "paciere" del mercantile, colui che, come diceva Claggart stesso, era "un dolce e piacevole giovanotto?". Si, perché 'Gambelunghe,' per usare l'espressione del danese, avrebbe dovuto avercela con il "Bel Marinaio"? Ma nel profondo del cuore, e non per niente, come il recente incontro fortuito può rivelare a chi sa capire, egli ce l'aveva con lui, segretamente, ce l'aveva certamente con lui.


Ora, inventare qualcosa che riguardi la carriera strettamente privata di Claggart, qualcosa che coinvolga Billy Budd, di cui questi sia completamente all'oscuro, un qualche incidente romantico, che comporti che la conoscenza del giovane marinaio da parte di Claggart risaliva a un qualche tempo prima che lo scovasse a bordo della nave da guerra: tutto questo non è tanto difficile da fare, e potrebbe contribuire in maniera più o meno interessante a spiegare qualunque enigma possa essere avanzato in questo caso. Ma in realtà non c'era niente di simile. E tuttavia la causa, che per forza deve essere ritenuta la sola da prendere in considerazione, nella stessa sua concretezza è carica di quell'elemento fondamentale del romanzo "radcliffiano", l'elemento MISTERIOSO, quanto lo sarebbe una qualunque causa suggerita dall'ingegnosa autrice dei "Misteri di Udolfo". Che cosa infatti c'è di più misterioso che un'antipatia spontanea e profonda, come quella che viene suscitata in certi eccezionali mortali dal solo aspetto di un altro mortale, per quanto innocuo egli possa essere, o provocata proprio da questa stessa innocuità?

Ora, non può esistere un accostamento irritante di personalità contrastanti, paragonabile a quello che è possibile trovare a bordo di una grande nave da guerra, con l'equipaggio al completo e in navigazione. Ogni giorno a tutti i livelli ogni uomo entra più o meno in contatto con quasi tutti gli altri. Per evitare del tutto anche la vista di un oggetto insopportabile si dovrebbe fargli fare il salto di Giona, o gettarsi fuoribordo. Immaginate quale influenza possa alla fine esercitare tutto questo su una creatura umana tutta particolare, esattamente all'opposto della santità.


Ma per far capire adeguatamente Claggart a un essere normale, questi accenni sono insufficienti. Per passare da una natura normale a lui si deve attraversare "lo spazio mortale che li separa". E questo si può fare meglio per vie indirette.


Molto tempo fa un onesto letterato più anziano di me, riferendosi a qualcuno che, come egli stesso, è ormai nel mondo dei più, un uomo così impeccabilmente rispettabile, che contro di lui niente fu mai detto apertamente, anche se qualcosa si sussurrava fra pochi, mi disse: "Sì, X... non è una noce che si può schiacciare col ventaglio di una signora. Voi sapete che io non aderisco a nessuna religione costituita e ancora meno a nessuna filosofia sistematizzata. Ebbene, nonostante questo, io credo che tentare di penetrare dentro X..., nel suo labirinto e riuscirne fuori, senza un bandolo tratto da una fonte che non sia quella della cosiddetta conoscenza del mondo, sia quasi impossibile, almeno per me".


"Ma X..." dissi io, "anche se rappresenta un soggetto di studio singolare per qualcuno, è sempre un essere umano, e la conoscenza del mondo comporta di certo la conoscenza della natura umana, nella maggior parte delle sue manifestazioni." "Sì, ma una conoscenza superficiale di essa, per scopi ordinari.


Ma per andare più in profondità, io non sono certo che il conoscere il mondo e il conoscere la natura umana non siano due branche distinte della conoscenza. Anche se esse possono coesistere nello stesso cuore, tuttavia ognuna di esse può esistere mentre l'altra è minima o addirittura assente. Anzi, in un uomo medio, il contatto continuo con il mondo ottunde quell'acuto intuito spirituale indispensabile per capire l'essenza di certi caratteri eccezionali, sia cattivi che buoni. In una questione di una certa importanza ho visto una ragazza menare per il naso un vecchio avvocato con il dito mignolo. Né si trattava di rimbambimento per amore senile. Niente del genere. Soltanto, lui conosceva la legge meglio di quanto conoscesse il cuore della ragazza. In effetti Coke e Blackstone non hanno illuminato gli oscuri recessi dello spirito quanto i profeti ebrei. E chi erano questi ultimi? Nella maggior parte degli eremiti." A quel tempo la mia esperienza era tale che io non compresi bene il senso di tutto ciò. Forse lo comprendo adesso. E, infatti, se quel lessico che si fonda sulla Sacra Scrittura fosse ancora conosciuto, sarebbe possibile definire e determinare con meno difficoltà certi uomini eccezionali. Così come stanno le cose, ci si deve rivolgere a qualche autorità non sospetta di tendenze bibliche.


In un elenco di definizioni compreso nella traduzione autentica di Platone, un elenco attribuito a lui, ci imbattiamo in questa frase: "Depravazione naturale: una depravazione secondo natura".


Una definizione che sebbene abbia un sapore calvinistico, non implica affatto i dogmi di Calvino riguardanti tutta l'umanità.


Evidentemente il suo intento la rende valida solo per certi individui. Non sono molti gli esempi di questa depravazione forniti dalle forche e dalle carceri. In ogni modo i casi notevoli si devono ricercare altrove, poiché questi non sono dello stampo volgare del bruto, ma sono invariabilmente degli intellettuali. La civiltà, specialmente quella del tipo più austero, favorisce questa depravazione. Essa si ammanta di rispettabilità. E' dotata di certe virtù negative che gli sono di silenzioso aiuto. Non permette mai che l'ubriachezza allenti la sua vigilanza. Non è esagerato affermare che è senza vizi o peccati veniali. In essa è un orgoglio straordinario che esclude in questi individui qualsiasi spirito mercenario e di avarizia. In breve la depravazione di cui si parla non ha niente di sordido o di sensuale. E' seria, ma senza acredine. Non loda l'umanità, ma neppure ne parla mai male.


Ma quello che negli esempi più rilevanti indica una natura così eccezionale è questo: anche se il carattere temperato e discreto del soggetto sembra indicare una mente particolarmente sottomessa alle leggi della ragione, purtuttavia nel suo cuore egli sembra perdere ogni freno, completamente sciolto da ogni legge, apparentemente avendo ben poco a che vedere con la ragione, eccetto che per usarla come uno strumento ambiguo per mettere in atto l'irrazionale. In altre parole, all'attuazione di uno scopo, che nella sua malvagità immotivata sembra avere qualcosa di folle, egli tenderà con raziocinio freddo, sagace e acuto.


Questi uomini sono dei veri folli e del tipo più pericoloso, perché la loro demenza non è costante ma occasionale, provocata da qualche oggetto particolare; essa è segreta, vale a dire controllata, così che, per di più, quando è maggiormente attiva, un'intelligenza media non è in grado di distinguerla dalla normalità, e per la ragione prima accennata, e cioè che quali che possano essere i suoi scopi (e lo scopo non è mai dichiarato) il metodo e il modo di procedere apparenti sono sempre perfettamente razionali.


Or dunque, Claggart era in qualche modo un tipo del genere; in lui dimorava la mania di una natura malvagia non causata dalla cattiva educazione, da letture corrotte o da modi di vita licenziosi, ma nata con lui ed innata, in breve una "depravazione secondo natura".


Parole oscure sono queste, dirà qualcuno. E perché mai? Forse perché esse ricordano vagamente la frase delle Sacre Scritture "misteri di iniquità?". Se così è, questa analogia è lungi dall'essere intenzionale, perché raccomanderebbe ben poco queste pagine a molti lettori di oggi.


Il nocciolo di questa storia dipende dalla natura nascosta del maestro d'armi e questo ha richiesto questo capitolo. Dopo che avremo aggiunto qualche chiarimento a proposito dell'incidente a mensa, la narrazione che riprendiamo dovrà sostenere, da sé, come può, la propria credibilità.




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LIVIDA IRA, INVIDIA E DISPERAZIONE


Che l'aspetto di Claggart non fosse spiacevole e il suo volto escluso il mento, ben modellato, è stato già detto. A queste caratteristiche favorevoli egli non sembrava insensibile, perché si vestiva non solo con proprietà ma con ricercatezza. Ma la bellezza di Billy Budd era quella di un eroe; e se il suo viso non aveva l'aspetto intellettuale del pallido Claggart, pur tuttavia esso era illuminato, come il suo, dall'interno, anche se la sorgente era diversa. Il fuoco che gli bruciava nel cuore rendeva luminose le sue guance rosse e abbronzate.


Visto il contrasto marcato fra i due, è più che probabile che quando il maestro d'armi, nella scena ultimamente descritta, usò nei confronti del marinaio il proverbio "I belli le fanno belle", si lasciò sfuggire un indizio ironico, non compreso dai giovani marinai che lo ascoltarono, di quello che lo aveva innanzi tutto eccitato contro Billy, e cioè la notevole bellezza della persona.


Ora, l'invidia e l'antipatia, passioni inconciliabili secondo ragione, possono però nascere congiunte in un solo parto come Chang ed Eng. E' dunque l'Invidia un simile mostro? Ebbene, malgrado che molti uomini posti sotto accusa si siano confessati colpevoli, sperando in una mitigazione della pena, di azioni orribili, si è mai tuttavia nessuno seriamente confessato colpevole di invidia? C'è qualcosa in essa che tutti sentono essere più vergognosa perfino del peggior crimine. E non solo essa è sconfessata, ma i migliori sono portati all'incredulità quando essa viene imputata sul serio a un uomo intelligente. Ma poiché essa trova riparo nel cuore e non nel cervello, nessun grado di intelligenza fornisce una garanzia contro di essa. Quella di Claggart però non era una forma volgare della passione. Né, essendone Billy Budd l'oggetto, essa aveva quella vena di gelosia ansiosa che guastava il volto di Saul quando meditava turbato sul bel giovane David. L'invidia di Claggart colpiva più a fondo. Se egli guardava di malocchio il bell'aspetto, l'esuberante salute e l'aperto godimento della giovane vita in Billy Budd, era perché appartenevano a una natura che, come Claggart magneticamente intuiva, nella sua semplicità non aveva mai voluto il male e provato il morso retroattivo di quel serpente. Per lui era soprattutto lo spirito che Billy aveva in sé e che traspariva dai suoi occhi cerulei come da una finestra spalancata, quella ineffabilità che scavava la fossetta nella sua guancia rosea, rendeva flessibili le sue articolazioni e ballava fra i suoi riccioli biondi, a fare di lui il "Bel Marinaio". Il maestro d'armi era forse l'unico uomo a bordo (eccetto un'altra persona) intellettualmente capace di apprezzare adeguatamente il fenomeno morale rappresentato da Billy Budd. E l'intuito non faceva che intensificare la sua passione, che assumendo nel suo intimo varie forme segrete, a volte si vestiva di cinico disprezzo: disprezzo dell'innocenza. Non essere niente più che innocente! Eppure da un punto di vista estetico egli vedeva il fascino di un simile fenomeno, l'indole coraggiosa, franca e spontanea di esso, e volentieri ne avrebbe voluto essere partecipe, solo che ne disperava.


Impotente ad annullare il male che era in lui come una forza naturale, anche se abile abbastanza nel nasconderlo prontamente, consapevole del bene, ma incapace di farlo: una natura come quella di Claggart sovraccarica di energia come quasi invariabilmente lo sono nature di questo genere, a che cosa poteva ricorrere se non ripiegarsi su se stesso e, come lo scorpione, di cui il Creatore solo è responsabile, recitare fino in fondo la parte assegnatagli?




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La passione, e la passione veramente profonda, non è cosa che richieda un palcoscenico grandioso sul quale recitare la sua parte. Fra i poveri diavoli, fra i pezzenti e gli spazzini, opera la passione profonda. E le circostanze che la provocano, per quanto possano essere banali e spregevoli, non forniscono la misura della sua forza. Nel nostro caso il teatro è un ponte appena lavato, e una delle provocazioni esterne una minestra rovesciata da un marinaio di una nave da guerra.


Ora, quando il maestro d'armi si accorse da dove veniva quell'untume che si allargava davanti ai suoi piedi, dovette prendere il fatto - premeditatamente, forse - non come un semplice incidente, come sicuramente esso era, ma come l'astuto sfogo di un sentimento spontaneo da parte di Billy, più o meno corrispondente all'antipatia che egli stesso provava. In realtà una dimostrazione stupida, egli dovette aver pensato, e molto innocua, come l'inutile pedata di una giovenca; e tuttavia se invece di una giovenca si fosse trattato di un ferrato stallone non sarebbe stata così innocua. Era così che al fiele dell'invidia Claggart univa il vetriolo del suo disprezzo. Ma l'incidente gli confermò certe dicerie riportategli da "Strilla", uno dei suoi più astuti caporali, un ometto brizzolato, così soprannominato dai marinai a causa della sua voce stridula e del viso appuntito che frugava negli angoli più oscuri dei ponti inferiori a caccia di intriganti, e che al loro spirito satirico suggeriva l'idea di un topo in una cantina.


Poiché il suo capo si serviva di lui come di uno strumento ligio per disseminare le piccole trappole che preoccupavano il nostro gabbiere (perché era dal maestro d'armi che venivano quelle piccole persecuzioni alle quali già si è fatto cenno), il caporale, avendo abbastanza naturalmente concluso che il suo padrone non poteva nutrire simpatia per il marinaio, si prese cura, da quel fedele tirapiedi che era, di attizzare il suo cattivo sangue riferendo al suo capo, alterate, certe innocenti battute dell'allegro gabbiere, oltre a inventare vari epiteti ingiuriosi che egli pretendeva di aver sentito con le sue orecchie sfuggire al ragazzo. Il maestro d'armi non ebbe mai dubbi sulla veridicità di questi rapporti, in particolar modo circa gli epiteti, perché egli sapeva bene quanto un maestro d'armi potesse diventare segretamente impopolare, perlomeno un maestro d'armi zelante nelle sue funzioni, in quei tempi, e come le giacche azzurre in privato si scagliassero contro di lui con i loro scherni e il loro spirito; il soprannome con cui egli viene chiamato fra di loro ("Gambelunghe") rivela sotto la forma dello scherzo la mancanza di rispetto e l'avversione che essi nutrono per lui.


Ma l'odio è così avido di provocazioni che non c'era certo bisogno di chi fornisse materiale per nutrire la passione di Claggart. Una prudenza tutta particolare è abituale nella depravazione più sottile, perché essa ha tutto da nascondere. E in caso di ingiuria anche solo sospettata, la sua riservatezza volontariamente la sottrae a ogni chiarimento o delusione; non senza riluttanza, l'azione è intrapresa tanto in base a un sospetto quanto a una certezza. E la rappresaglia è incline a essere mostruosamente sproporzionata alla presunta offesa: la vendetta infatti fu sempre in tutti come un esoso usuraio. E la coscienza di Claggart? Perché sebbene le coscienze siano diverse come le fronti, ogni intelligenza, non esclusi i demoni della Scrittura che "credono e tremano", ne ha una. Ma essendo la coscienza di Claggart l'avvocato difensore della sua volontà, scambiava lucciole per lanterne, concludendo probabilmente che il movente che avrebbe spinto Billy a spandere la minestra proprio nel momento in cui lo fece, insieme con i supposti epiteti, costituivano, in mancanza di meglio, qualcosa di grosso a suo carico; anzi, giustificavano il passaggio dall'animosità a una specie di giustizia punitiva. Il Fariseo è il Guy Fawkes che erra in cerca di preda nelle nascoste cavità sotterranee dei Claggart. E loro non possono in realtà concepire una malvagità non reciproca. Probabilmente la persecuzione clandestina di Billy da parte del maestro d'armi era stata incominciata per saggiare il carattere dell'uomo; ma non aveva sviluppato in lui nessuna qualità di cui l'inimicizia potesse apertamente servirsi o neppure alterare per una plausibile autogiustificazione. Tanto che l'incidente capitato a mensa, per quanto insignificante, fu benvenuto a quella singolare coscienza destinata a essere il mentore privato di Claggart. E non è improbabile, del resto, che lo spingesse a nuovi esperimenti.




14


Pochi giorni dopo l'ultimo incidente raccontato, successe qualcosa a Billy Budd, che lo imbarazzò più di tutto quanto gli era accaduto prima.


Era una notte calda per quella latitudine, e il gabbiere, il cui posto in quel momento sarebbe stato a dire il vero sotto coperta, stava sonnecchiando sul ponte più elevato, dove era salito lasciando il caldo soffocante della sua amaca, una delle centinaia sospese tanto vicine l'una all'altra su un ponte dei cannoni inferiore, che restava pochissimo o nessuno spazio per il loro ondeggiare. Se ne stava sdraiato come all'ombra di un colle, sottovento, disteso presso la catasta di alberature di ricambio a mezza nave fra l'albero di trinchetto e l'albero maestro, dove era sistemata la lancia, la più grande barca della nave. Accanto ad altri tre uomini, anche loro venuti da sotto a sonnecchiare, giaceva vicino a quell'estremità della catasta che tocca quasi l'albero di trinchetto; la sua posizione quand'era di servizio come gabbiere di parrocchetto, proprio sopra il posto occupato sul ponte dagli uomini del castello di prua, gli dava il diritto, secondo le usanze, a sentirsi più o meno a casa sua in quei paraggi.


D'improvviso fu svegliato da qualcuno, che doveva prima essersi assicurato che gli altri dormissero, e ora gli toccava la spalla.


Quando il gabbiere alzò la testa, gli bisbigliò rapido nell'orecchio: "Fila alle catene di prua sottovento, Billy; c'è qualcosa in aria. Taci. Fa presto, ci vediamo là" e sparì.


Ora Billy, come molte altre persone sostanzialmente buone, aveva certe debolezze inseparabili da una sostanziale bontà, e fra queste una riluttanza, quasi un'incapacità di rispondere bruscamente NO a una proposta improvvisa, non ovviamente assurda a giudicare dalle apparenze, né ovviamente ostile o ingiusta. Ed essendo di sangue caldo non aveva la flemma di respingere una proposta con la resistenza passiva. Come il suo senso di timore, così la sua percezione di tutto quanto fosse oltre l'onesto e il naturale raramente era rapida. Per di più, in quella particolare occasione, la sonnolenza pesava ancora su di lui.


Comunque fosse, egli si alzò meccanicamente e chiedendosi fra il sonno che cosa potesse essere nell'aria, si diresse verso il posto indicato, una stretta piattaforma, una delle sei sporgenti fuori dalle alte murate e nascosta dalle grandi bigotte e dalle innumerevoli pile di cime delle vele e di sartie; una piattaforma commisurata all'ampiezza della chiglia di una grande nave da guerra di quei tempi; una balconata incatramata, insomma, sospesa sul mare e tanto appartata, che uno dei marinai della "Bellipotent", un vecchio marinaio di fede puritana e temperamento grave, ne faceva perfino, durante il giorno, il suo oratorio privato.


In quest'angolo remoto lo sconosciuto raggiunse subito Billy Budd.


Non c'era ancora la luna; una nebbiolina velava la luce delle stelle. Non gli riuscì di vedere nitidamente il volto dello sconosciuto. Tuttavia da qualche tratto del profilo e del portamento Billy lo identificò, e con ragione, come uno del ponte di poppa.


"Ehi, Billy!" fece l'uomo bisbigliando rapidamente, prudente come prima. "Tu sei stato arruolato per forza, vero? Beh, anche io". E fece una pausa, come per vedere l'effetto. Ma Billy, non sapendo che pensare di tutto quello, non disse niente. E l'altro allora:

"Noi non siamo gli unici a essere stati arruolati forzatamente, Billy. Ce ne sono parecchi come noi. Non potresti aiutarci, in caso di emergenza?".


"Cosa vuoi dire?" chiese Billy, scuotendosi a questo punto completamente dal torpore.


"Ssst!" il sussurro frettoloso si fece più rauco, "guarda qui" e l'uomo mostrò due piccoli oggetti che debolmente luccicavano nella luce notturna; "guarda, sono tuoi Billy, se solo...".


Ma Billy lo interruppe, e nella sua rabbiosa impazienza di esprimersi, il suo difetto vocale si fece un po' sentire: "P- pperdio. Io non so a che cosa punti o cosa vuoi d-d-dire, ma sarebbe meglio che tu t-t-te ne tornassi dov'è il posto tuo!". Sul momento l'individuo, confuso, non si mosse, e Billy, saltando in piedi, disse: "Se non ti muovi ti sb-b-batto giù dal p-p- parapetto!". Questa volta non si poteva fraintendere, e il misterioso emissario filò via scomparendo in direzione dell'albero maestro nell'ombra delle aste di posta.


"Ehi, che succede?" brontolò un gabbiere di bompresso svegliato dal suo sonnellino dalle grida di Billy. E quando riconobbe il gabbiere di trinchetto che era riapparso aggiunse: "Ah, 'Bellezza,' sei tu? Beh, deve esserti successo qualcosa che ti ha fatto b-b-balbettare." "Oh" replicò Billy, vincendo il difetto. "Ho trovato uno della guardia di poppa nella nostra zona della nave qui, e gli ho detto di andarsene al posto suo." "Ed è tutto qui quello che hai fatto, gabbiere?" chiese tutto burbero un altro, un vecchio marinaio irascibile con la pelle e i capelli color mattone, che i suoi compagni, gabbieri di bompresso, chiamavano "Pepe Rosso". "Questi vermi mi piacerebbe sposarli con la figlia del cannoniere!" Volendo dire con quest'espressione che avrebbe voluto sottoporlo alla punizione disciplinare su un cannone.


In ogni caso, il modo in cui Billy riferì l'incidente bastò a giustificare per quei curiosi il breve scompiglio, poiché di tutte le sezioni di un equipaggio quella dei gabbieri di bompresso, veterani in maggior parte e radicati nei loro pregiudizi di mare, è la più gelosa per quanto riguarda gli sconfinamenti territoriali, specialmente da parte di qualcuno della guardia di poppa, di cui i gabbieri hanno un'opinione ben meschina, trattandosi in genere di gente di terra, che non sale mai in coffa eccetto che per far terzaruolo o serrare la maestra, e non ci sa fare per niente, per esempio a maneggiare una caviglia o girare una bigotta.




15


Quest'incidente imbarazzò penosamente Billy Budd. Era un'esperienza completamente nuova; per la prima volta nella sua vita era stato avvicinato di nascosto con modi da intrigo clandestino. Prima di quell'incontro non sapeva niente del marinaio di poppa, perché i due uomini erano di servizio molto lontani l'uno dall'altro, uno a prora e in coffa, l'altro a poppa e sul ponte.


Che cosa poteva significare? E quei due oggetti luccicanti che l'intrigante gli aveva messo sotto gli occhi potevano davvero essere ghinee? Dove poteva prendere le ghinee quel tipo? Nemmeno di bottoni di ricambio c'è abbondanza in navigazione. Più rimuginava sulla faccenda, più era perplesso e si sentiva a disagio e inquieto. Nel suo respingere disgustato una proposta che, anche se lui la comprendeva a malapena, istintivamente sapeva che doveva avere in sé qualcosa di male, Billy Budd era come un puledro, fresco di pascolo, che all'improvviso respiri il pessimo odore di uno stabilimento chimico, e con sbuffi ripetuti cerchi di ricacciarlo fuori dalle narici e dai polmoni. Questa disposizione d'animo soffocava ogni desiderio di avere altri colloqui con quell'individuo, anche solo per ottenere qualche chiarimento sull'intento che lo aveva spinto ad avvicinare lui. Eppure non gli mancava la curiosità naturale di vedere come fosse alla luce del giorno un tale visitatore notturno.


Lo notò nel pomeriggio successivo, nel suo primo quarto di guardia serale, in basso: uno dei fumatori in quella parte del ponte superiore dei cannonieri dove è permesso fumare la pipa. Lo riconobbe dalla sua sagoma generale, più che dalla faccia rotonda e lentigginosa e dagli occhi vitrei di un azzurro pallido, velati da ciglia quasi bianche. E del resto Billy non era proprio certo che si trattasse di lui: quel tipo lì, circa della sua stessa età, che rideva con una risata franca, appoggiato a un cannone, un ragazzo abbastanza simpatico, a guardarlo, e un po' testa vuota, a giudicare dalle apparenze. Anche un po' troppo grassottello per un marinaio, sia pure della guardia di poppa. A dirla in breve l'ultimo uomo al mondo, si sarebbe pensato, a essere oppresso da pensieri, specialmente i pensieri rischiosi che deve avere un cospiratore di qualsiasi piano serio, o anche il tirapiedi di un cospiratore.


Benché Billy non se ne fosse accorto, l'uomo, lanciando una rapida occhiata con la coda dell'occhio, aveva visto Billy per primo, e poi, notato che Billy lo stava guardando, gli fece un cenno familiare di riconoscimento amichevole, come una vecchia conoscenza, senza interrompere la conversazione nella quale era impegnato con il gruppo di fumatori. Un giorno o due dopo, incrociando per caso Billy durante la passeggiata serale su un ponte, gli rivolse di sfuggita una parola cameratesca, che essendo inaspettata e ambigua viste le circostanze, imbarazzò tanto Billy che egli non seppe come rispondergli, e la lasciò cadere.


Billy ora era più che mai imbarazzato. Il vano rimuginìo di pensieri in cui si trovò gettato gli era così spiacevolmente estraneo che egli fece il possibile per soffocarlo. Non gli venne mai in mente che si trattasse di una faccenda che, a causa della sua estrema equivocità, fosse suo dovere come leale giacca azzurra riferire ai superiori. E probabilmente se un passo del genere gli fosse stato suggerito, il pensiero, dettato dalla sua magnanimità di novizio, che si trattasse di qualcosa di troppo simile a uno sporco lavoro di spia, lo avrebbe trattenuto dall'attuarlo. Tenne la cosa per sé. Però quando gli si presentò l'occasione, non poté fare a meno di sfogarsi con il vecchio danese, spinto a ciò, forse, dall'influenza di una dolce notte, mentre la nave si cullava tranquillamente; i due uomini erano rimasti a lungo in silenzio, seduti accanto sul ponte, con le teste appoggiate alle murate. Ma Billy fece un resoconto soltanto parziale e anonimo, perché gli scrupoli infondati, ai quali abbiamo accennato, gli impedivano di aprirsi con chiunque. Ascoltando la versione di Billy, il saggio danese sembrò indovinare più di quanto l'altro aveva detto; e dopo una breve riflessione, durante la quale le sue rughe parevano raccolte in un sol punto, cancellando completamente per il momento quell'espressione interrogativa che a volte aveva il suo volto, disse: "Non te l'avevo detto, Baby Budd?".


"Detto cosa?" chiese Billy.


"Perbacco! che 'Gambelunghe' ce l'ha con te." "E che cosa ha che fare" replicò Billy sorpreso, "'Gambelunghe' con quel suonato della guardia di poppa?" "Ah, era uno della guardia di poppa allora. Un fantoccio, un fantoccio!" E con questa esclamazione che non si sa se era riferita a un leggero soffio d'aria che proprio allora appariva sul mare calmo, o aveva un più sottile rapporto con l'uomo della guardia di poppa, il vecchio Merlino torse con un morso dei denti anneriti il suo pezzo di tabacco, non fornendo risposta all'impetuosa domanda di Billy, sebbene ora questi la ripetesse, perché era sua abitudine sprofondarsi in un cupo silenzio quando era interrogato in tono dubitativo su uno dei suoi oracoli sentenziosi, non sempre molto chiari, e ammantati un po' di quell'oscurità che caratterizza la maggior parte dei responsi delfici, da qualunque parte vengano.


La lunga esperienza aveva molto probabilmente fruttato a quel vecchio quell'amara prudenza che non interferisce mai in niente e che non dà mai consigli.




16


Sì, nonostante la laconica insistenza del danese sul fatto che alla radice di queste strane esperienze capitate a Billy a bordo della "Bellipotent" ci fosse il maestro d'armi, il giovane marinaio era invece pronto ad addossarle forse a chiunque altro, tranne all'uomo che, per usare proprio l'espressione di Billy stesso, "aveva sempre una parola gentile per lui". Questo può suscitare meraviglia. Ma fino a un certo punto. In certe questioni alcuni marinai anche in età matura restano abbastanza ingenui. E un giovane navigatore con il carattere del nostro atletico gabbiere è per molti aspetti un fanciullo. Anzi, l'innocenza assoluta di un bambino non è che frutto della sua assoluta ignoranza, e l'innocenza più o meno diminuisce mano a mano che l'intelligenza si sviluppa. Ma in Billy Budd l'intelligenza così come era, aveva progredito, mentre la sua semplicità era rimasta ancora in gran parte immutata. L'esperienza senza dubbio insegna; però data la sua giovane età l'esperienza di Billy era scarsa.


Egli inoltre non possedeva neppure un briciolo di quella conoscenza intuitiva del male, che nelle nature non buone o non completamente buone, precorre l'esperienza, e perciò può appartenere, come in certi casi appartiene fin troppo chiaramente, anche ai giovani.


E che cosa poteva sapere Billy dell'uomo, se non dell'uomo semplicemente in quanto marinaio? E il marinaio vecchio stampo, il vero lupo di mare, il marinaio che ha fatto questo mestiere fin da ragazzo, sebbene naturalmente appartenga alla stessa specie alla quale appartiene l'uomo di terra, sotto certi aspetti è singolarmente diverso. Il marinaio è schiettezza, l'uomo di terra finezza. La vita non è un gioco per il marinaio, che richieda sagacia; non è un intricato gioco di scacchi dove poche mosse vengono fatte per vie dirette, e gli obiettivi vengono perseguiti per v