Edgar Allan Poe.
EUREKA
Saggio sull'universo materiale e spirituale
Titolo originale: "Eureka. A Prose Poem"
Quest'opera è lo sviluppo di una conferenza che l'autore tenne il 3 febbraio 1848 a New York un anno prima della sua morte.
Con profondissimo rispetto, questo libro è dedicato a ALEXANDER VON HUMBOLDT.
Ai pochi che mi amano e che io amo, a quelli che sentono piuttosto che a coloro che pensano, ai sognatori e a coloro che hanno fede nei sogni come nella sola realtà, offro questo Libro di Verità, non come esposizione di verità, ma per la Bellezza che abbonda nella sua Verità, e che lo rende vero. A questi offro il mio lavoro come un semplice Prodotto d'Arte, diciamo come un Racconto, o, se non fosse titolo troppo superbo, come un Poema.
QUEL CHE IO ESPONGO QUI E' VERO. Dunque non può morire. Se, in qualche modo, dovesse essere umiliato tanto da morirne, esso "risorgerà alla Vita Eterna".
E' mio desiderio, in ogni caso, che quest'opera sia giudicata unicamente, dopo la mia morte, come un Poema.
E.A.P.
Saggio sull'universo materiale e spirituale.
E' con umiltà veramente sincera, è con un certo sentimento di soggezione, che vergo la prima frase di questa opera, perché io avvicino il lettore al più solenne, al più esteso, al più difficile, al più augusto fra tutti gli argomenti concepibili.
Quali parole potrò trovare, sufficientemente semplici nella loro sublimità, e sufficientemente sublimi nella loro semplicità, per la mera enunciazione del mio tema?
Io mi propongo di parlare DELL'UNIVERSO FISICO,METAFISICOE MATEMATICO, DELL'UNIVERSO MATERIALE E SPIRITUALE; DELLA SUA ESSENZA, ORIGINE E CREAZIONE, DELLA SUA CONDIZIONE PRESENTE E DEL SUO DESTINO.
Sarò inoltre così temerario da sfidare le conclusioni e mettere in discussione la sagacia di molti uomini fra i più grandi e giustamente riveriti.
Lasciate che esponga per cominciare con la maggiore chiarezza possibile non il teorema che spero di dimostrare (poiché nonostante quanto asseriscono i matematici non vi è, a questo mondo almeno, nulla di simile a una dimostrazione) ma l'idea dominante che, nel corso di quest'opera, cercherò di tratteggiare.
La mia idea generale è dunque questa: NELL'UNITA' ORIGINARIA DELL'ENTE PRIMO RISIEDE LA CAUSA SECONDARIA DI TUTTE LE COSE, E IL GERME DEL LORO INEVITABILE ANNICHILIMENTO.
Per illustrarla, mi propongo di fare un esame dell'Universo che la mente umana sia realmente in grado di seguire, ricevendone un'impressione unitaria.
Colui che dalla cima dell'Etna getta lentamente lo sguardo intorno a sé, riceve in primo luogo l'impressione dell'ESTENSIONE e della DIVERSITA' della scena. Solo con un rapido giro su se stesso potrà sperare di contenere in uno sguardo il panorama della sua sublime unità. Ma come sulla sommità dell'Etna nessun uomo ha pensato di girare su se stesso, nessuno mai ha fermato nella sua mente l'unità complessiva della prospettiva, e così qualsiasi considerazione sia implicita in tale unità, essa non ha esistenza pratica per il genere umano.
Non conosco un trattato in cui si compia un esame complessivo dell'UNIVERSO (usando il termine nella sua più comprensiva, e sola legittima, accezione). Gioverà qui dire che con il termine "Universo", ovunque questo saggio sia impiegato senza spiegazioni, intendo in genere designare LA PIU' GRANDE ESTENSIONE CONCEPIBILE DELLO SPAZIO E DI TUTTI GLI ENTI SPIRITUALI E MATERIALI DI CUI SI POSSA IMMAGINARE L'ESISTENZA ENTRO IL LIMITE DI TALE ESTENSIONE. Parlando di ciò che comunemente si intende con il termine Universo, userò in molti casi un'espressione limitativa: l'"Universo Siderale". Si vedrà in seguito perché questa distinzione sia considerata necessaria.
Anche fra i trattati sull'Universo SIDERALE, realmente limitato (anche se spesso considerato illimitato), non ne conosco alcuno in cui l'esame - ancorché di questo Universo limitato - sia fatto in modo da garantire le deduzioni derivanti dalla sua SINGOLARITA'. Ciò che si avvicina di più a tale intento si trova nel "Cosmos" di Alexander von Humboldt. Egli presenta però la materia non nella sua singolarità, ma nella sua indeterminatezza. Il suo tema, in ultima istanza, è la legge di ciascuna porzione dell'Universo meramente fisico in quanto questa legge è in relazione con quella di ogni altra porzione di tale Universo meramente fisico. Il suo progetto è solo sincretico. In sintesi, egli tratta dell'universalità dei rapporti materiali, e apre allo sguardo della Filosofia tutte le deduzioni che erano sino ad allora rimaste nascoste DIETRO questa universalità. Ma per quanto ammirevole sia la stringatezza con cui egli ha esaminato ogni singolo punto del suo argomento, la sola molteplicità di tali punti origina necessariamente una quantità di dettagli che precludono ogni SINGOLARITA' dell'impressione, ciò che provoca, dunque, un'involuzione dell'idea.
A me sembra che, considerando quest'ultimo effetto e, attraverso questo, le conseguenze, le conclusioni, le intuizioni, le riflessioni o, se nulla di meglio ci è offerto, le semplici congetture che possono risultare da ciò, ci occorra qualcosa di simile a un giro panoramico attorno all'asse della nostra mente. Abbiamo bisogno di una rivoluzione di ogni cosa attorno al punto di vista centrale così rapida da far svanire completamente i dettagli fondendo in uno anche gli oggetti più cospicui. Tra i dettagli che spariscono, in uno sguardo di questo tipo, si troverebbero necessariamente tutti i fenomeni esclusivamente terrestri. La Terra dovrebbe essere considerata unicamente per i suoi rapporti con gli altri pianeti. Un uomo, in tale prospettiva, diviene il Genere Umano; e il Genere Umano un membro della famiglia cosmica di Intelligenze.
E ora, prima di addentrarci nel nostro tema specifico, lasciate che io richiami l'attenzione del lettore su uno o due frammenti di una lettera piuttosto importante, a quel che sembra ritrovata chiusa in una bottiglia che galleggiava sul "Mare Tenebrarum", un oceano ben descritto dal geografo Nubiano Tolomeo Hephestion, ma poco frequentato ai nostri tempi se non dai trascendentalisti e da alcuni altri per capriccio. Confesso che la data di questa lettera mi sorprende ancor più che il contenuto, perché sembra sia stata scritta nell'anno DUEmilaottocentoquarantotto. Quanto ai brani che trascrivo, essi, immagino, parleranno da sé.
"Sapete, mio caro amico - disse lo scrittore, rivolgendosi senza dubbio a un suo contemporaneo -, che solo da poco più di otto o novecento anni i metafisici hanno consentito per la prima volta a liberare la gente dalla singolare idea che esistono SOLO DUE VIE POSSIBILI ALLA VERITA'? Credetelo se potete! Sembra però che molto, molto tempo fa, nella notte dei tempi, viveva un filosofo Turco chiamato Aries e soprannominato Tottile. (- Qui probabilmente l'autore della lettera intende Aristotele; i migliori nomi, in due o tremila anni, si sono disgraziatamente corrotti -). La fama di questo grande uomo venne principalmente dall'avere dimostrato che lo starnuto è una disposizione naturale, per mezzo della quale i profondissimi pensatori possono espellere le idee superflue attraverso il naso; ma ebbe fama di poco minore quale fondatore, o almeno quale principale propagatore, di quella che fu chiamata la filosofia deduttiva, o "a priori". Egli partì da quelli che indicò come assiomi, o verità evidenti di per sé; e per quanto ora sia ben noto che NESSUNA verità è EVIDENTE DI PER SE', ciò non scalfisce affatto il valore delle sue speculazioni: era sufficiente per quanto egli si proponeva che le verità in questione fossero del tutto evidenti. Dagli assiomi egli perveniva, secondo logica, ai risultati. I suoi più illustri discepoli furono tal Tuclide, un geometra (- leggi Euclide -), e un certo Kant, un Tedesco, iniziatore di quella specie di Trascendentalismo che, con il semplice scambio di una C al posto del K, porta ancora il suo nome.
Aries Tottile ebbe massima celebrità, sino alla venuta di un certo Hog, soprannominato il pastore di Ettrick, il quale predicò un sistema totalmente diverso, che chiamò "a posteriori" o induttivo. Il suo sistema era interamente basato sulla sensazione. Egli procedeva osservando, analizzando e classificando i fatti, le "instantiae Naturae", come un po' artificiosamente erano chiamati, inscrivendoli poi entro leggi generali. In sintesi, mentre il metodo di Aries era basato sui "noumena", quello di Hog dipendeva dai "phaenomena"; e tanto grande fu l'ammirazione suscitata da quest'ultimo sistema che, al momento in cui fu introdotto, Aries cadde nel generale discredito.
In seguito, però, egli riprese terreno, e gli fu consentito di condividere l'impero della Filosofia con il suo più moderno rivale.
Gli studiosi si contentarono di mettere al bando tutti gli ALTRI concorrenti, passati, presenti e futuri, e di por fine a ogni controversia sull'argomento con la promulgazione di una legge Mediana, in base alla quale le vie Aristotelica e Baconiana erano, e di diritto dovevano essere, le sole vie possibili alla conoscenza. Dovete sapere, mio caro amico - aggiunge a questo punto l'autore della lettera -, che "Baconiano'' era un aggettivo equivalente a Hog-iano, ma più nobile ed eufonico.
Io vi assicuro formalmente - prosegue la lettera- di riportare le cose fedelmente; e voi potrete comprendere facilmente come delle restrizioni così evidentemente assurde possano aver contribuito a ritardare, in quei giorni, il progresso della vera Scienza, che, come la Storia dimostra, compie i suoi progressi più importanti attraverso SALTI apparentemente intuitivi. Queste antiche idee costrinsero la ricerca a procedere con lentezza; e non c'è bisogno di dire che il procedere con lentezza, fra i molti modi di procedere, è metodo assai fruttuoso nel suo genere; ma dobbiamo noi, solo perché la lumaca ha il piede sicuro, tagliare le ali alle aquile? Per molti secoli il fanatismo fu tale, specialmente per Hog, che fu imposto un blocco virtuale a tutto il pensiero propriamente detto. Nessuno osava esprimere una verità per la quale si sentisse obbligato solo verso la sua anima. Non importava che la verità fosse dimostrabile, poiché i filosofi dogmatizzanti di quell'epoca guardavano unicamente ALLA VIA attraverso la quale essa era stata raggiunta. Il fine era per loro un punto senza importanza: "i mezzi - urlavano -, fateci vedere i mezzi!"; e se, esaminati i mezzi, si scopriva che essi non erano annoverati né nella categoria Hog né nella categoria Aries (che significa ariete),gli studiosi non procedevano più oltre; apostrofavano come "pazzo" il pensatore e, bollatolo come "teoreta", da allora in poi non volevano più aver nulla a che fare né con lui né con le sue verità.
Ora non si può credere, mio caro amico - prosegue la lettera -, che per questa via di lento progresso adottata l'uomo potesse giungere alla massima luce di verità, sia pure in un lungo periodo di anni, poiché la repressione dell'immaginazione era un male che non poteva ritenersi compensato neppure dall'ASSOLUTA certezza dei lenti progressi. Ma le sue certezze erano poi assai lontane dall'essere assolute. L'errore dei nostri avi fu del tutto simile a quello di quel saccentone che immagina di dover necessariamente vedere un oggetto tanto più distintamente quanto più lo tiene vicino ai suoi occhi. Si accecavano anche da soli con l'impalpabile e solleticante tabacco Scozzese da fiuto del PARTICOLARE; così i pretesi fatti degli Hogghiani non erano sempre dei fatti, ciò che è cosa di poca importanza, ove però si prescinda dal loro presupposto che lo FOSSERO sempre. Tuttavia la tara profonda del Baconianismo, e la sua più deprecabile fonte di errore, stava nella sua tendenza a rimettere potere e stima nelle mani di uomini meramente percettivi, inter Tritonici pesciolini, microscopici sapienti, scavatori e venditori ambulanti di DATI minuti, in gran parte nella scienza fisica, dati che essi rivendevano tutti allo stesso prezzo sulla pubblica piazza, dipendendo il loro valore, essi supponevano, semplicemente dal FATTO DI ESSERE DATI, senza tener conto della loro applicabilità o inapplicabilità nello sviluppo di quei fondamentali e soli legittimi dati che costituiscono la Legge.
Mai - prosegue l'autore della lettera - visse sulla faccia della terra una genia di bigotti e tiranni più intollerante e intollerabile di quella gente, improvvisamente elevata dalla filosofia Hogghiana a una posizione cui era inadatta, trasferita dalle cucine alle aule della Scienza, dalle dispense ai pulpiti. Il loro credo, la loro Bibbia e il loro sermone erano sempre e soltanto quell'unica parola: "DATI"; pure, la maggior parte di loro ignorava persino il significato di quella parola. Verso coloro che osavano DISTURBARE i loro dati allo scopo di ordinarli e utilizzarli, i discepoli di Hog non ebbero alcuna misericordia. Ogni tentativo di generalizzazione venne definito con i termini "teoretico", "teoria", "teoreta", ogni PENSIERO, in breve, veniva accolto come un affronto personale a loro stessi. Coltivando le scienze naturali, con l'esclusione della Metafisica, della Matematica e della Logica, molti di questi filosofi Bacon-generati, monoideisti, monopartitici e zoppi, erano più spaventosamente ingenui, più miserabilmente ignoranti su tutti gli argomenti immaginabili della conoscenza, che il più illetterato dei villani, il quale dà prova di sapere qualcosa se non altro con l'ammettere di non sapere assolutamente nulla.
Né i nostri antenati ebbero maggior diritto di pronunciarsi sulla CERTEZZA, proseguendo con cieca fiducia sul sentiero "a priori" degli assiomi, o dell'Ariete. In innumerevoli punti tale sentiero era dritto proprio quanto il corno di un ariete. La sola verità è che gli Aristotelici eressero i loro castelli su una baseassaipiù inconsistente dell'aria, PERCHE' NULLA DI SIMILE AGLI ASSIOMI E' MAI ESISTITO O POTRA' ESISTERE MAI. Essi dovettero essere veramente ciechi per non vederlo, o per non sospettarlo almeno; perché già in quel tempo molti dei loro "assiomi", a lungo ritenuti tali, erano stati abbandonati, come ad esempio che "ex nihilo nihil fit", o che "una cosa non può agire dove non è", o che "non possono esistere antipodi", o che "l'oscurità non può derivare dalla luce". Queste e altre consimili asserzioni, anticamente accettate senza esitazione come assiomi, o innegabili verità, furono infine tenute per assolutamente indifendibili, anche al tempo di cui scrivo. Quale assurdità dunque per questa gente persistere nel divincolarsi a un fondamento creduto immutabile, mentre la sua mutabilità si era già tanto ripetutamente manifestata!
Proprio per mezzo delle testimonianze lasciate da loro stessi contro di sé, è facile convincere questi ragionatori dell'"a priori" della grossolana irragionevolezza, è facile dimostrare la futilità, l'impalpabilità, dei loro assiomi in generale. Ho qui davanti a me (- si badi che andiamo ancora avanti con la lettera-), ho qui davanti a me un libro stampato circa mille anni fa. Pundit mi assicura che essa è in assoluto la più intelligente fra le antiche opere sull'argomento.
Si tratta della "Logica". L'autore, assai stimato ai suoi tempi, era un certo Miller, o Mill, e si ricorda di lui, come un fatto di una certa importanza, che cavalcava un cavallo da macina cui diede nome Jeremy Bentham; ma passiamo a esaminare il volume!
Ah!: "La capacità e l'incapacità di concepire", dice il signor Mill assai giustamente, "IN NESSUN CASO deve intendersi come un criterio assiomatico di verità". Ora nessun uomo ragionevole negherà che questo è un palese truismo. NON ammettere tale affermazione significa infatti insinuare un sospetto di variabilità nella verità stessa, che nel suo vero significato è sinonimo di Immutabilità. Se la capacità di concepire fosse intesa come un criterio di Verità per DAVID Hume, sarebbe considerata tale anche da JOE, e il novantanove per cento di ciò che è innegabile in Cielo sarebbe dimostrabile menzogna sulla Terra. L'affermazione del signor Mill è dunque fondata. Non garantirò che sia un ASSIOMA, giacché intendo dimostrare appunto che non esiste nessun assioma; ma, introducendo una distinzione che lo stesso signor Mill non metterebbe in discussione, sono pronto a garantire che, SE un assioma ESISTE, allora l'affermazione di cui discutiamo ha il pieno diritto di essere definita tale, poiché NON c'è assioma più assoluto di questo, e di conseguenza ogni affermazione successiva che fosse in conflitto con questa fondamentale dovrà essere di fatto considerata falsa in sé, dunque il contrario di un assioma o, se ammessa come assiomatica, dovrà neutralizzare a un tempo se stessa e l'affermazione che la genera.
Passiamo a esaminare ora alcuni degli assiomi proposti, secondo la logica dell'assertore. Diamo la parola al signor Mill. Porteremo la questione a un esito non comune. Non sceglieremo per la ricerca alcun assioma ordinario, nessuno di quegli assiomi che egli chiama, in modo non meno assurdo per quanto implicito, di seconda classe, come se una verità positiva per definizione potesse essere più o meno positivamente vera; non sceglieremo insomma alcun assioma di indiscutibilità tanto discutibile come se ne trovano in Euclide. Non parleremo, ad esempio, di proposizioni come "due linee rette non possono racchiudere uno spazio", o "l'intero è più grande di ognuna delle sue parti". Concederemo al logico ogni vantaggio. Arriveremo a discutere immediatamente una proposizione che egli considera il massimo dell'incontestabilità, la quintessenza dell'innegabilità assiomatica. Eccola: "due proposizioni contraddittorie non possono essere ENTRAMBE vere. Esse non possono cioè coesistere in natura". Qui il signor Mill intende, ad esempio, (e io do l'esempio più convincente possibile), che un albero deve essere o non essere un albero, e non può essere al tempo stesso un albero e non esserlo; ciò che è perfettamente ragionevole di per sé e risponde ottimamente alle caratteristiche di un assioma, finché non si procede al confronto con un assioma riferito poche pagine prima. In altre parole, parole che ho già usato in precedenza, finché non proveremo tale assioma con la logica del suo stesso assertore. "Un albero - sostiene il signor Mill - deve essere o NON essere un albero". Molto bene, ma lasciate che gliene chieda il PERCHE'. A questa semplice domanda non c'è che una risposta, e sfido chiunque a trovarne un'altra. L'unica risposta è questa; "perché ci riesce IMPOSSIBILE CONCEPIRE che un albero possa essere qualsiasi altra cosa che un albero o non esserlo affatto".
Questa, lo ripeto, è l'unica risposta del signor Mill. Egli non PRETENDERA' di fornircene un'altra. Eppure, per la sua dimostrazione stessa, tale risposta è tutto tranne che una risposta. Infatti, non ci ha appena chiesto di ammettere come ASSIOMA che la capacità o incapacità di concepire non deve in nessun caso essere presa quale criterio di verità assiomatica? Pertanto TUTTA la sua argomentazione, assolutamente tutta la sua argomentazione naviga senza timone. Né si dovrà dire che occorre fare un'eccezione alla regola generale nei casi in cui "l'impossibilità di concepire" è così particolarmente grande, come in questo, in cui siamo chiamati a concepire un albero che CONTEMPORANEAMENTE è un albero e NON lo è. Non si tenti, dico, di insistere in questo sproposito; perché in primo grado non ci sono gradi diversi di "impossibilità", e pertanto nessuna cosa impossibile a concepirsi può essere in modo particolare più impossibile di un'altra idea impossibile; in secondo luogo, lo stesso signor Mill ha escluso, senza dubbio dopo attenta riflessione, con la massima chiarezza e razionalità, ogni qualsiasi eccezione, ponendo l'accento sulla sua proposizione, secondo la quale in NESSUN CASO deve prendersi come un criterio di verità assiomatica la capacità o meno di concepire qualcosa; in terzo luogo, anche ove fossero ammissibili delle eccezioni, resta pur sempre da dimostrare in qual modo una qualche eccezione sia ammissibile in QUESTO CASO. Il fatto che un albero possa contemporaneamente essere un albero e non esserlo è un'idea che gli angeli, o i diavoli, POSSONO concepire, e che senza dubbio sulla Terra più di un bedlamite o di un Trascendentalista ACCETTA.
Ora io contesto a questi antichi - prosegue l'autore della lettera - NON TANTO l'evidente debolezza della loro logica (la quale, per essere chiari, era priva di fondamenta, priva di valore e del tutto fantasiosa), quanto la loro pretenziosa e fanatica proscrizione di OGNI altra strada verso la Verità che non fosse uno dei due tortuosi e stretti viottoli, in cui si procede a tentoni, o strisciando, in cui, nella loro ignorante deviazione, essi hanno osato confinare l'Anima, l'Anima che nulla ama più del librarsi in quelle regioni di illimitata intuizione che non conoscono affatto stretti SENTIERI.
E poi, caro amico mio, non è forse una dimostrazione della schiavitù mentale imposta a quella gente bigotta dai loro Hog e dai loro Arieti il fatto che al di là di tutto il vano chiacchierare dei loro sapienti sulle vie che portano alla Verità, nessuno di loro abbia percepito, sia pure per caso, quella che oggi così limpidamente vediamo essere la più larga, la più giusta e la più accessibile di tutte le vie, la grande strada maestra, la più maestosa strada della COERENZA? Non è stupefacente che essi non abbiano saputo dedurre dalle opere di Dio la vitale, importante considerazione che UNA PERFETTA COERENZA NON PUO' ESSERE NIENT'ALTRO CHE UNA VERITA' ASSOLUTA? Quanto sono stati chiari, e rapidi, i nostri progressi, da quando si enunciò finalmente tale proposizione! Per mezzo di questa, la ricerca è stata tolta dalle mani delle talpe, e affidata come un dovere, piuttosto che come un compito, ai veri, ai SOLI autentici pensatori, a quegli uomini di educazione completa e di ardente immaginazione. Questi ultimi, i nostri Keplero, i nostri Laplace, "speculano", "teorizzano", queste sono le parole giuste (immaginate le urla sdegnose con cui esse sarebbero accolte dai nostri progenitori, se fosse loro possibile guardare sopra la mia spalla mentre scrivo); i Keplero, lo ripeto, speculano, teorizzano, e le loro teorie sono semplicemente corrette, ridotte, vagliate, ripulite poco a poco dalle loro scorie di caos, finché alla fine non appare evidente una assoluta COERENZA che anche il più stolto ammette, proprio perché è coerenza, come un'assoluta e indiscutibile VERITA'.
Ho spesso pensato, amico mio, che deve aver messo in serio imbarazzo questi dogmatici di un migliaio di anni fa il decidere attraverso quale delle loro due vantate vie il crittografo fosse giunto alla soluzione dei più complicati cifrari, e attraverso quali di esse Champollion avesse guidato il genere umano a quelle innumerevoli e importanti verità che per tanti secoli sono rimaste sepolte sotto i geroglifici fonetici egiziani. In particolar modo, non avrà creato problemi a questi bigotti lo stabilire attraverso quale delle loro vie si pervenne alla più importante e sublime di TUTTE le loro verità, la verità, la scoperta della GRAVITA'? Newton la dedusse dalle leggi di Keplero. Keplero ammise che aveva INDOVINATO queste leggi, queste leggi il cui studio dischiuse al più importante astronomo britannico quel principio, base di ogni principio fisico (esistente), seguendo il quale entriamo di colpo nel nebuloso regno della Metafisica. Sì!
Keplero INDOVINO' queste leggi capitali, cioè egli le IMMAGINO'.
Qualora gli fosse stato richiesto di precisare se le aveva ottenute seguendo una via INduttiva o DEduttiva, la sua risposta sarebbe stata probabilmente: "Di VIE io non so nulla, ma CONOSCO il meccanismo del l'Universo. Ecco. L'ho raggiunto con la MIA ANIMA, l'ho acquisito attraverso un semplice slancio di INTUIZIONE". Ahimé, povero vecchio ignorante! Non poteva dirgli un qualsiasi metafisico che ciò che lui chiamava "intuizione" altro non era se non la convinzione risultante da DEduzioni e INduzioni, il procedere delle quali era così oscuro da essere sfuggito alla sua consapevolezza, eluso la sua ragione, sfidato la sua capacità espressiva? Che gran peccato che qualche "filosofo morale" non lo abbia istruito in proposito! Come lo avrebbe confortato, sul letto di morte, sapere che invece d'essere andato avanti intuitivamente, e dunque imperfettamente, egli aveva proceduto con decoro e legittimità, vale a dire Hogghianamente, o almeno Arietemente, tra i vasti palazzi dove stanno splendenti, non curati, e fino ad oggi non toccati da mano umana, non visti da occhio mortale, gli imperituri e inestimabili segreti dell'Universo!
Sì, Keplero fu essenzialmente un TEORETA; ma questo appellativo, ORA così sacro, era in quei lontani giorni indice di supremo disprezzo.
Soltanto ora gli uomini cominciano ad apprezzare quel vecchio divino, asimpatizzare con la poetica e profetica rapsodia delle sue memorabili parole. Per parte MIA - continua l'ignoto scrittore - brucio di sacro fuoco non appena penso a esse, e sento che mai sarò stanco di ripeterle; a conclusione di questa lettera lasciatemi dunque il piacere di trascriverle ancora una volta: "NON MI IMPORTA CHE LA MIAOPERASIASTATALETTA ORA O DALLA POSTERITA'.POTRO' TRANQUILLAMENTE ASPETTARE UN SECOLO I MIEI LETTORI, PERCHE' DIO STESSO HA ATTESO UN OSSERVATORE PER SEIMILA ANNI. IL MIO E' UN TRIONFO. HO RUBATO L'AUREO SEGRETO DEGLI EGIZIANI. VOGLIO ABBANDONARMI AL MIO SACRO FURORE"".
Qui hanno termine le mie citazioni da questa lettera, veramente inspiegabile se non impertinente; e forse è follia commentare, sotto ogni aspetto, le chimeriche, per non dire rivoluzionarie, idee di colui che l'ha scritta, chiunque egli sia, idee in così radicale contrasto con le ben note e tanto stimate opinioni di questa epoca.
Procediamo allora verso la nostra legittima tesi: l'UNIVERSO.
Questa tesi ammette una scelta tra due modi di procedere: possiamo AScendere o DIScendere. Cominciando dal nostro stesso punto di vista, dalla Terra dove siamo, possiamo passare agli altri pianeti del nostro sistema, poi al Sole, quindi al nostro sistema considerato nel suo insieme, e infine, attraverso altri sistemi, indefinitivamente fuori; oppure, cominciando dall'alto, da un qualche punto quanto più definito possiamo stabilirlo o concepirlo, possiamo scendere giù fino verso la dimora dell'Uomo. Di solito, vale a dire nei comuni saggi sull'Astronomia, è generalmente adottato, con certe riserve, il primo di questi due modi; e ciò per l'ovvia ragione che essendone l'oggetto gli EVENTI astronomici, semplicemente, e i principi, tale oggetto è meglio perseguito procedendo dal noto, in quanto prossimo, gradatamente oltre, sino al punto in cui ogni certezza si perde nel remoto. Ciononostante per il mio scopo presente, quello di permettere alla mente di afferrare, come da lontano e con un unico sguardo, una concezione prospettica dell'Universo INDIVIDUALE, è chiaro che una discesa al piccolo dal grande, dal centro (se potessimo stabilirne uno) alla periferia, da un inizio (se potessimo immaginare un inizio) a una fine sarebbe il metodo preferibile, non fosse per la difficoltà, se non impossibilità, di presentare in questo modo al non astronomo un quadro perfettamente comprensibile delle considerazioni implicate nella QUANTITA', cioè nel numero, grandezza e distanza.
Ora la chiarezza, l'intelligibilità, in ogni punto, sono di fondamentale importanza nel mio progetto generale. E' bene, su argomenti importanti, essere un po' troppo prolissi piuttosto che anche soltanto un po' oscuri. Ma l'astrusità non è di per sé propria a nessun argomento. Tutto è ugualmente facile a intendersi per colui che affronta le cose con giusta gradualità. Ed è solo perché qui e là abbiamo trascurato un passo sulla nostra via verso il Calcolo Differenziale che quest'ultimo non è cosa altrettanto semplice che un sonetto di Solomon Seesaw.
Non ammettendo dunque nessuna POSSIBILITA' di errata comprensione, penso sia consigliabile procedere come se anche i fatti più ovvi dell'Astronomia fossero ignoti al nostro lettore. Combinando i due modi di discussione cui ho fatto riferimento, mi propongo di avvalermi delle qualità proprie di entrambi, e in modo particolare della REITERAZIONE DEI PARTICOLARI, che sarà una conseguenza inevitabile di tale progetto. Cominciando con una discesa, mi riservo per il ritorno in alto quelle indispensabili considerazioni quantitative alle quali avevo alluso in precedenza.
Cominciamo dunque subito con la più semplice delle parole: "Infinito".
Questa, come le parole "Dio", "spirito", e alcune altre di cui esistono equivalenti in quasi tutte le lingue, non è affatto l'espressione di un'idea, ma dello sforzo di arrivarci. Essa rappresenta lo sforzo possibile di arrivare a una concezione impossibile. L'Uomo aveva bisogno di un termine mediante il quale segnalare la DIREZIONE di questo sforzo, la fitta nebbia dietro la quale sta, per sempre invisibile, l'OGGETTO di questo sforzo. Si aveva bisogno di una parola, insomma, per mezzo della quale un essere umano potesse mettersi in relazione diretta con un altro essere umano e con una certa tendenza dell'intelletto umano. Da questo bisogno ha origine la parola "Infinito", che rappresenta quindi null'altro se non il PENSIERO DI UN PENSIERO.
Quanto a quell'infinito ora considerato, l'infinito spaziale, abbiamo spesso sentito dire che "la sua idea è ammessa dalla mente, è accettata, accolta, in relazione alla grande difficoltà attinente la concezione di un limite". Ma questa è semplicemente una di quelle FRASI con le quali anche i pensatori più profondi,da tempo immemorabile, si sono di tanto in tanto compiaciuti di ingannare se stessi. L'inganno si cela dietro la parola "difficoltà". "La mente - ci si dice - accetta l'idea di ILLIMITATEZZA per la maggiore DIFFICOLTA' che ha nell'accettare l'idea di spazio LIMITATO". Ora, se la proposizione fosse enunciata correttamente, la sua assurdità diverrebbe immediatamente manifesta. Chiaramente nel caso in questione non vi è una semplice difficoltà. Se proposta senza sofismi, secondo il suo intendimento, dovrebbe suonare: "La mente ammette l'idea di ILLIMITATEZZA per la maggiore IMPOSSIBILITA' concepire l'idea di uno spazio limitato".
Deve essere subito chiaro che qui non è questione di due asserzioni, o di due argomenti, sulla rispettiva credibilità o valore dei quali la RAGIONE sia chiamata a decidere, ma di due concezioni in diretto conflitto, ambedue chiaramente impossibili, una delle quali si suppone che l'INTELLETTO sia in grado di ammettere, sulla sola base della maggiore IMPOSSIBILITA' di ammettere l'altra. La scelta NON è tra due difficoltà; si IMMAGINA, semplicemente, che essa sia fatta tra due impossibilità. Ora mentre per la prima CI SONO gradi, per la seconda non ne esiste alcuno, come appunto scrive il nostro impertinente autore della lettera. Un compito PUO' ESSERE più o meno difficile, ma può essere solo possibile o impossibile; non ci sono vie di mezzo. Può risultare più DIFFICILE abbattere le Ande che un formicaio; ma non sarà in maggior grado IMPOSSIBILE annientare la materia delle prime che non la materia delle secondo. Un uomo potrà saltare dieci piedi con minor DIFFICOLTA' che nel saltarne venti; ma l'IMPOSSIBILITA' per lui di spiccare un salto sino alla Luna non sarà certo minore che quella di spiccare un salto sino alla stella Sirio.
Poiché tutto ciò è innegabile, perché la scelta della mente umana si compie tra due concezioni IMPOSSIBILI, e poiché una cosa impossibile non può esserlo in maggior misura di un'altra e dunque non si può preferire l'una all'altra, i filosofi, che in base agli elementi menzionati sostengono non solo l'IDEA umana di infinito, ma, riguardo a tale ipotetica idea, l'INFINITO STESSO, s'impegnano a fondo nel dimostrare che una cosa impossibile è possibile, mostrando come avvenga che un'altra cosa sia anch'essa impossibile. Questo, si dirà, è un nonsenso, e forse è vero. In realtà io penso che questo sia un enorme nonsenso, ma rinuncio del tutto a rivendicarlo come un nonsenso mio.
Il modo più semplice, in ogni caso, per mostrare la fallacia dell'argomento filosofico su tale questione è semplicemente quello di analizzare un FATTO che lo riguarda, e che è stato sinora del tutto trascurato: il fatto che l'argomento cui ci si riferisce prova e contemporaneamente smentisce la sua stessa proposizione. "La mente umana è spinta - dicono i teologi, e altri con loro - ad ammettere una CAUSA PRIMA, per la maggiore difficoltà che ha a concepire cause sopra cause senza fine". L'inganno, come prima, si annida nella parola "difficoltà"; ma che cosa si adduce qui per sostenerla? Una Causa Prima. E che cosa è una Causa Prima? Il limite ultimo di tutte le cause. E che cosa è il limite ultimo delle cause? La Finitezza, il Finito.Pertanto la medesima scappatoia è impiegataneidue procedimenti, Dio sa da quanti filosofi, per sostenere ora il Finito ora l'Infinito; non potrebbe dunque servire a sostenere qualcos'altro?
Quanto a questi sofisti, ESSI sono quanto meno insopportabili. Per liberarcene, diremo che ciò che essi dimostrano nel primo caso è, esattamente come nel secondo caso, un bel nulla.
Di certo nessuno vorrà credere che io propenda qui per l'assoluta impossibilità di ciò che noi tentiamo di comunicare mediante la parola "infinito". Il mio proposito è invece quello di mostrare l'assurdità del tentativo di provare lo stesso Infinito, o addirittura il nostro concetto di questo, mediante quegli errati ragionamenti che di solito si usano.
Ciò nonostante, personalmente mi si consentirà di dire che io NON POSSO concepire l'infinito, e sono convinto che nessun essere umano lo possa. E' vero che una mente non interamente cosciente, non abituata all'analisi introspettiva dei propri meccanismi; ingannerà spesso se stessa supponendo di AVER ammesso il concetto di cui parliamo. Nello sforzo di ammetterlo noi procediamo gradino dopo gradino, riflettiamo punto dopo punto, e finché CONTINUIAMO nello sforzo, possiamo di fatto dire che TENDIAMO alla formazione dell'idea designata, mentre la forza dell'impressione di configurarla progressivamente o di averla già configurata pienamente, è proporzionale al periodo durante il quale portiamo avanti tale sforzo mentale. Ma è al momento in cui interrompiamo lo sforzo di definire (come noi crediamo) l'idea, di dare l'ultimo colpo (come supponiamo) al concetto, che l'intera costruzione della nostra fantasia crolla d'un lampo, lasciandoci fermi a un punto finale, e pertanto ben determinato. Tuttavia, per l'assoluta coincidenza temporale tra l'arrivare al punto finale dello sforzo e lo smettere di pensare, noi non siamo in grado di percepire tale arresto. Tentando, d'altro canto, di formare l'idea di uno spazio limitato, noi non facciamo altro che invertire i processi che implicano l'impossibilità.
Noi CREDIAMO in un Dio. Possiamo credere o no in uno spazio finito o in uno spazio infinito; ma il nostro credere dev'essere in entrambi i casi più propriamente definito come FEDE, ed è cosa assolutamente distinta da quel pensiero proprio, da quel credere INTELLETTUALMENTE, che presuppone il concetto mentale.
Il fatto è che nell'enunciazione di qualsiasi cosa compresa in quella classe di termini cui appartiene il concetto di "Infinito", la classe che rappresenta PENSIERI DI PENSIERO, colui che ha il diritto di affermare che egli pensa REALMENTE si sente in dovere NON di ammettere un concetto, ma semplicemente di dirigere la sua visione mentale verso un punto dato del firmamento intellettuale, dove sta una nebulosa che non sarà mai dissolta. In realtà, egli non compie nessuno sforzo per dissolverla, poiché con istinto immediato intuisce non solo l'impossibilità, ma, rispetto a tutti i propositi umani, la INESSENZIALITA' della dissoluzione. Egli intuisce che la Divinità non ha VOLUTO che essa fosse dissolta. Egli comprende, insieme, che ciò OLTREPASSA i limiti della ragione; e intende pure COME, se non PERCHE', ne è al di là. Ci sono persone, ne conosco alcune, che dedicandosi al tentativo di raggiungere l'inattingibile, acquistano assai facilmente, grazie al loro linguaggio fumoso, reputazione di profondità presso gli pseudo-pensatori loro simili, per i quali oscurità e profondità sono sinonimi; ma la più sottile qualità del pensiero è la sua autocoscienza; e senza sbagliare di molto si può dire che nessuna nebbia mentale è maggiore di quella che estendendosi fino ai confini del dominio mentale preclude anche quei confini stessi alla comprensione.
Sarà ora chiaro che usando l'espressione "Infinito Spaziale" non desidero affatto forzare il lettore ad accettare il concetto impossibile di un infinito ASSOLUTO, ma che mi riferisco semplicemente alla "più grande estensione concepibile" dello spazio, un regno oscuro e fluttuante, che si stringe e si espande secondo le mutevoli energie dell'immaginazione.
Sino a oggi, l'Universo Siderale è stato sempre considerato come coincidente con l'Universo propriamente detto, come io l'ho definito all'inizio del presente Studio. Si è sempre ammesso, in modo diretto o indiretto, almeno a partire dalla nascita dell'Astronomia scientifica, che ove ci fosse possibile raggiungere qualsiasi punto nello spazio, noi troveremmo sempre, da ogni parte, un'interminabile serie di stelle. Questa fu l'insostenibile idea di Pascal, che forse stava compiendo invece il più importante tentativo mai compiuto di rendere con una perifrasi il concetto tanto discusso della parola "Universo".
"Si tratta di una sfera - egli scrive - il cui centro è ovunque, e la circonferenza in nessun luogo". Ma per quanto questa proposta di definizione sia di fatto una NON-definizione dell'universo siderale, possiamo accettarla, sia pure con qualche riserva mentale, come una definizione(sufficientemente rigorosa per ogni scopo pratico) dell'Universo PROPRIAMENTE DETTO, vale a dire dell'Universo SPAZIALE.
Considereremo dunque quest'ultimo come "una sfera il cui centro è ovunque, e la circonferenza in nessun luogo". Mentre ci riesce infatti impossibile immaginare una fine dello spazio, non abbiamo difficoltà a rappresentarci una serie infinita di inizi.
Adotteremo dunque, quale punto di partenza, la MENTE DIVINA. Non è empio, né è sciocco solo colui che di questa Mente Divina in sé non afferma nulla. "Nous ne connaissons rien", dice il barone di Bielefeld, "nous ne connaissons rien de la nature ou de l'essence de Dieu: pour savoir ce qu'il est, il faut être Dieu même". "Non sappiamo assolutamente nulla della natura o dell'essenza di Dio; per sapere ciò che è dovremmo essere Dio stesso".
"Dovremmo essere Dio stesso!". Nonostante il fatto che una frase tremenda come questa ancora risuoni nelle mie orecchie, mi avventuro a chiedere se questa nostra attuale ignoranza della Divinità sia un'ignoranza cui l'anima è condannata PER L'ETERNITA'.
Da LUI, L'Incomprensibile, PER ORA almeno, da Lui, considerandolo come SPIRITO, cioè come NON-Materia, distinzione che per ogni proposito comprensibile sostituirà adeguatamente una definizione, da Lui, dunque, esistente come Spirito, accontentiamoci di supporre di essere stati CREATI, ovvero fatti dal Nulla per grazia della sua Volontà, in qualche punto dello Spazio che prenderemo come centro, in un tempo attorno al quale non pretendiamo indagare, ma che è in ogni caso immensamente remoto; da Lui, ancora, supponiamo dunque di essere stati creati. Ma COSA (è questo un punto di vitale importanza nelle nostre considerazioni), cosa può giustificarci, solo giustificarci, a credere di essere stati in principio CREATI?
Siamo pervenuti a un punto in cui solo l'INTUIZIONE può venirci in aiuto; ma facciamo ora ricorso all'idea che ho già suggerito come la sola che possiamo a buon diritto ammettere come intuizione. Essa è unicamente IL CONVINCIMENTO CHE DERIVA DA QUELLEINDUZIONIO DEDUZIONI, I CUI PROCESSI SONO COSI' OSCURI DA SFUGGIRE ALLA NOSTRA CONSAPEVOLEZZA, ELUDERE LA NOSTRA RAGIONE, SFIDARE LA NOSTRA CAPACITA' DI ESPRESSIONE. Con questo intendimento io asserisco ora che un'intuizione assolutamente irresistibile, per quanto inesprimibile, mi conduce alla conclusione che quel che Dio ha creato in origine, che quella Materia che egli forgiò dal suo Spirito e dal Nulla assoluto per grazia della sua Volontà, non PUO' essere stato nient'altro che la Materia allo stato più estremo possibile di, cosa? Di ELEMENTARITA'?
Questa sarà la sola ipotesi assoluta del mio Studio. Uso la parola "ipotesi" nel suo significato comune; ciò nonostante, io sostengo anche che questa mia ipotesi fondamentale è in realtà assai lontana dall'essere effettivamente una mera ipotesi. Nulla è mai stato infatti più sicuro, mai nessuna conclusione umana è stata più legittimamente e più rigorosamente dedotta; ma i processi sono purtroppo al di là dell'analisi umana, e in ogni caso sono al di là delle capacità espressive del linguaggio umano. Se però nel corso di questo saggio io riuscirò a dimostrare che al di là della Materia nella sua forma più assolutamente semplice tutto AVREBBE POTUTO essere costruito, giungeremo direttamente a dedurne che ciò FU dunque costruito, non potendosi attribuire un eccesso di zelo all'Onnipotente.
Cerchiamo ora di comprendere ciò che la materia dev'essere quando, o se, si trova nella sua forma più assolutamente semplice. Qui la Ragione vola di colpo alla Imparticolarità, a una particella, una SINGOLA particella, particella di genere UNICO, di carattere UNICO, di natura UNICA, di UNA SOLA misura, di una SOLA forma, una particella insomma che è "SENZA forma, e vuota", particella che è realmente particella in ogni punto, assolutamente unica, individuale, indivisa, e non indivisibile soltanto perché Colui che l'ha CREATA per grazia della sua Volontà, può certamente dividerla con uno sforzo della volontà infinitamente minore.
L'UNITA' è dunque l'unica cosa che io affermo della Materia originariamente creata; ma mi propongo di dimostrare che tale UNITA' E'UNPRINCIPIODELTUTTO SUFFICIENTE A DAR RAGIONE DELLA COSTITUZIONE, DEI FENOMENI ESISTENTI,E ALMENO DELL'INEVITABILE ANNICHILIMENTO DELL'UNIVERSO MATERIALE.
La volontà d'esistere della Particella primordiale ha completato l'atto, o più precisamente la CONCEZIONE, della Creazione. Procediamo ora verso lo scopo finale per il quale dobbiamo supporre che la Particella sia stata creata, vale a dire il proposito ultimo fin dove le nostre considerazioni ci consentono di verificare ANCORA la costituzione dell'Universo da questa Particella.
Tale costituzione si è realizzata COSTRINGENDO la UNITA' originaria e dunque normale alla anomala condizione della PLURALITA'. Un'azione di questo tipo implica una reazione. Una diffusione dall'Unità sotto condizioni implica una tendenza a tornare all'Unità, tendenza ineliminabile finché non sia soddisfatta. Ma di tali questioni parlerò più diffusamente tra poco.
L'ipotesi dell'assoluta Unità nella Particella primordiale implica quella di una divisibilità all'infinito. Pensiamo dunque la Particella come non del tutto esaurita dalla sua diffusione nello Spazio.
Dall'unica Particella presa come centro supponiamo che sia irradiato sfericamente, in tutte le direzioni, a distanze immense ma tuttavia definite nello Spazio prima vuoto, un certo numero inesprimibilmente grande ma tuttavia limitato di atomi inimmaginabilmente e tuttavia non infinitamente piccoli.
Di questi atomi così diffusi, o in diffusione, quali condizioni ci è consentito non tanto di dedurre quanto di inferire, dall'esame della loro sorgente e dal carattere dell'obiettivo manifestato nel loro diffondersi? Essendo l'UNITA' la loro sorgente, e la DIFFERENZA DALL'UNITA' il carattere dell'obiettivo manifestato nel loro diffondersi, siamo autorizzati a supporre l'uniformità, almeno in linea generale, di tale carattere nel disegno complessivo, e che lo stesso sia parte del disegno medesimo. Ciò significa che siamo autorizzati a concepire differenze costanti in tutti i punti dall'unicità e semplicità dell'origine. Ma saremo per ciò giustificati a immaginare gli atomi eterogenei, dissimili, ineguali e non equidistanti? Più esplicitamente, dovremo credere che non esistono neppure due atomi che al momento della loro diffusione fossero della medesima natura, forma e dimensione? E che dopo aver completato la loro diffusione nello Spazio, l'assoluta diversità di distanza l'uno dall'altro sia comune a tutti gli altri? In tale ordinamento, e a tali condizioni, possiamo facilmente e immediatamente intendere la conseguente miglior realizzabilità di qualsivoglia disegno come quello cui ho accennato, il disegno della molteplicità tratta dall'unità, della diversità dall'eguale, dell'eterogeneità dall'omogeneo, del complesso dal semplice, in una parola della massima molteplicità di RELAZIONI possibili dall'UNITA' espressamente assoluta. Indubbiamente quindi noi DOVREMMO sentirci autorizzati a supporre tutto quanto è stato detto, se non riflettessimo al fatto che in primo luogo non è ammissibile un impegno eccessivo in un Atto Divino, e in un secondo luogo che l'obiettivo prefissato appare realizzabile e quando alcune delle condizioni in questione sono eliminate fin dal principio, e quando sono date per immediatamente esistenti. Voglio dire che alcune sono implicate nelle altre, e ne sono conseguenza così immediatamente diretta da rendere nulla ogni distinzione. La differenza di dimensione, ad esempio, verrà ottenuta immediatamente dalla tendenza di un atomo verso un secondo, invece che di un terzo, a causa di una SPECIFICA NON EQUIDISTANZA, CHE DOVRA' INTENDERSI COME UNA PARTICOLARE NON EQUIDISTANZA FRA CENTRI DI QUANTITA' IN ATOMI VICINI DI DIMENSIONI DIVERSE, questione che non interferisce per nulla con la distribuzione generalmente uguale degli atomi. Anche la stessa differenza di GENERE è facilmente comprensibile come semplice risultato di differenze di dimensione e di forma, considerate più o meno congiuntamente; infatti, giacché l'UNITA' della Particella Propriamente Detta implica assoluta omogeneità, noi non possiamo immaginare che gli atomi differiscano per genere, al momento della loro diffusione, senza immaginare al tempo stesso un particolare esercizio della Volontà Divina all'emissione di ciascun atomo, al fine di imprimere in ognuno un mutamento nella sua natura essenziale, e a un'idea talmente fantastica non dobbiamo indulgere poiché si vede che l'obiettivo proposto può essere perfettamente raggiunto senza tale particolare ed elaborata interpolazione. Comprendiamo quindi tutto sommato che sarebbe eccessivo, e di conseguenza non filosofico, attribuire agli atomi, quanto alle loro intenzioni, qualcos'altro che la DIFFERENZA DI FORMA nell'atto della loro dispersione, con particolare inequidistanza dopo di ciò, discendendo insieme da queste tutte le altre differenze, nei primordiali processi della costituzione della massa. Noi consideriamo pertanto l'Universo su una base puramente GEOMETRICA. Evidentemente non è affatto necessario ipotizzare una differenza assoluta, sia pure di forma, tra TUTTI gli atomi irradiati, se non quella di una specifica inequidistanza assoluta tra l'uno e l'altro. Ci basta pensare semplicemente che nessun gruppo di atomi VICINI ha forma simile, e nessun atomo potrà mai avvicinarsi ad altri sino alla loro inevitabile riunificazione finale.
Benché la TENDENZA immediata e perpetua degli atomi separati a ritornare alla loro consueta Unità è implicita, come ho detto, nella loro diffusione anomala, è però chiaro che tale tendenza resterà senza conseguenze, in quanto tendenza e nulla più, finché l'energia diffondente, smettendo di essere esercitata, lascerà QUESTA TENDENZA libera di cercare il proprio compimento. Considerando tuttavia l'Atto Divino come determinato, e interrotto al momento in cui completa la sua diffusione, noi prevediamo una REAZIONE subitanea, in altre parole una tendenza SODDISFATTIBILE degli atomi divisi a tornare a essere UNO.
Ma essendo cessata l'energia diffusiva, ed essendo cominciata la reazione in direzione dell'obiettivo ultimo, QUELLO DI CREARE LA MAGGIORE QUANTITA' DI RAPPORTI POSSIBILE, tale obiettivo corre ora il pericolo di rimanere frustrato in particolare a causa di quella effettiva tendenza al ritorno che è necessaria alla sua realizzazione in generale. La MOLTEPLICITA' è l'obiettivo, ma non c'è nulla che impedisca agli atomi vicini di scivolare IMPROVVISAMENTE, a causa della tendenza resasi ora appagabile, e PRIMA che si compia qualsiasi obiettivo prefisso nella molteplicità, verso un'assoluta unità tra loro. Non c'è nulla che impedisca l'aggregazione di più masse UNITARIE in punti diversi dello spazio: in altre parole, nulla che interferisca con l'accumulazione di varie masse ciascuna delle quali è assolutamente Unitaria.
Per l'effettivo compimento del disegno generale noi vediamo quindi la necessità di una forza repulsiva di limitata capacità, un QUALCOSA di separato che al cessare della Volontà diffusiva consenta l'avvicinamento degli atomi impedendone al tempo stesso la riunificazione, che consenta loro un'infinita approssimazione e contemporaneamente neghi il contatto effettivo; in una parola, che abbia il potere, SINO A UN CERTO PUNTO, di prevenire la loro COALIZIONE, ma non la capacità di interferire, in nessun modo o grado, sulla loro COALESCENZA. La forza repulsiva, già considerata come specialmente limitata sotto altri aspetti, deve essere intesa, ripeto, come munita della capacità di impedire la coalizione assoluta, SOLO FINO A UN DETERMINATO GRADO. A meno di non considerare la tendenza degli atomi all'Unità come destinata a non essere MAI soddisfatta, e a meno di non considerare che ciò che ha avuto un inizio non dovrà avere fine (una concezione questa che non può essere DAVVERO accettata, per quanto si possa parlare o fantasticare della possibilità di ammetterla), siamo costretti a concludere che l'influsso repulsivo immaginato dovrà infine, sotto la pressione della Tendenza all'Unità COLLETTIVAMENTE esercitata (ma mai e in nessun grado FINCHE', a coronamento dei propositi Divini, tale pressione collettiva non sarà naturalmente esercitata), arrendersi a una forza che, in quell'ultimo stadio, sarà esattamente superiore all'estensione richiesta. Ciò permetterà l'universale fusione nell'inevitabile, proprio perché originaria e dunque normale, UNITA'. Le condizioni qui espresse sono indubbiamente difficili da conciliare; e anzi noi non possiamo addirittura concepire la possibilità che esse lo siano; ciò nonostante, l'apparente impossibilità è fortemente stimolante.
NOI VEDIAMO BENE che questa repulsione esiste realmente. L'Uomo non conosce né impiega una forza sufficiente a porre in contatto due atomi. E' questa la ben nota proposizione della impenetrabilità della materia. Tutti gli Esperimenti lo provano, ogni Filosofia lo ammette.
L'OBIETTIVO della repulsione, la necessità della sua esistenza, sono quanto mi sono sforzato di dimostrare; ma mi sono scrupolosamente astenuto da ogni tentativo di investigare la sua natura, e ciò per il convincimento intuitivo che il principio in questione sia strettamente spirituale, risieda in antri impenetrabili alla nostra attuale capacità di comprensione, sia implicato in una considerazione di ciò che ora, nella nostra condizione umana, NON deve essere oggetto di esame, in una considerazione di SPIRITO IN SE STESSO. Avverto, in una parola, che qui il Dio si è interposto, e qui soltanto, proprio perché qui e qui soltanto il nodo richiedeva l'interposizione di Dio.
Infatti, mentre nella tendenza degli atomi diffusi a ritornare allo stato di Unità si riconoscerà immediatamente il principio newtoniano di Gravità, ciò che ho detto della forza repulsiva, che impone limiti alla soddisfazione (immediata) di tale tendenza, sarà inteso come ciò che siamo stati abituati a considerare ora come magnetismo, ora come ELETTRICITA'; mostrando la nostra ignoranza della sua terribile natura nelle oscillazioni terminologiche con le quali tentiamo di definire tale forza.
Chiamandola, solo per il momento, elettricità, noi sappiamo che ogni analisi sperimentale dell'elettricità ha dato come risultato ultimo il principio, o l'apparente principio, della ETEROGENEITA'. SOLO dove le cose differiscono appare l'elettricità; ed è presumibile che esse non differiscano MAI dove l'elettricità non è minimamente sviluppata se non in apparenza. Ora, questo risultato è del tutto uguale a quello che ho raggiunto in modo non empirico. Ho sostenuto che l'obiettivo della forza repulsiva è quello di impedire l'immediata riunificazione degli atomi diffusi; e tali atomi sono presentati come diversi l'uno dall'altro. La DIFFERENZA è la loro caratteristica, la loro essenzialità, così come la NON-DIFFERENZA costituiva l'essenzialità del loro corso. Quando diciamo, dunque, che ogni tentativo di porre in contatto due di questi atomi produrrebbe una risposta della forza repulsiva volta a impedire il contatto, possiamo affermare al contrario secondo la proprietà commutativa che un tentativo di unire qualsiasi coppia di differenze produrrà uno sviluppo di elettricità.
Tutti i corpi esistenti sono indubbiamente composti di tali atomi vicini al contatto, e devono perciò essere considerati come semplici assemblaggi di un numero più o meno grande di differenze; e la resistenza opposta dalla forza repulsiva nel porre in contatto una qualsiasi coppia di assemblati dovrebbe essere in ragione della somma delle differenze di ognuno, espressione che ridotta equivale alla seguente: LA QUANTITA' DI ELETTRICITA' SVILUPPATA NELL'AVVICINAMENTO DI DUE CORPI E' PROPORZIONALE ALLA DIFFERENZA TRA LE RISPETTIVE SOMME DEGLI ATOMI DI CUI I CORPI SONO COMPOSTI. E' un semplice corollario di tutto quanto detto il fatto che non esista una sola coppia di corpi assolutamente uguale. Pertanto l'elettricità, costantemente presente, SI SVILUPPA sempre da ogni corpo, ma si MANIFESTA solo quando due corpi sensibilmente diversi sono posti in contatto.
Alla elettricità, continuando per il momento a chiamarla così, NON A SPROPOSITO dovremo attribuire i diversi fenomeni fisici della luce, del calore e del magnetismo; ma ancor meno a sproposito dovremo attribuire a questo principio strettamente spirituale i più importanti fenomeni della vitalità, della coscienza e del PENSIERO. Su questo punto devo però fermarmi per il momento QUI, semplicemente per notare che questi fenomeni, osservati in generale o nei particolari, sembrano accadere ALMENO IN RAGIONE DELLA ETEROGENEITA'.
Lasciando ora da parte i due termini equivoci di "gravitazione" ed "elettricità", adottiamo le definizioni più esatte di "ATTRAZIONE" e "REPULSIONE". La prima è il corpo, la seconda l'anima; l'una è il principio materiale, l'altra il principio spirituale dell'Universo.
NON ESISTE NESSUN ALTRO PRINCIPIO. TUTTI i fenomeni possono essere riferiti all'uno o all'altro o ad ambedue insieme. Questo fatto è così rigorosamente vero, è così pienamente dimostrabile che l'Attrazione e la Repulsione sono le UNICHE proprietà attraverso le quali percepiamo l'Universo, in altre parole attraverso le quali la Materia si manifesta all'Intelletto, che da tutte queste proposizioni puramente argomentative siamo pienamente giustificati a supporre che la Materia esiste unicamente come Attrazione e Repulsione, e che l'Attrazione e la Repulsione SONO la materia: non è concepibile il caso per cui non si possa impiegare il termine "Materia" e i termini "Attrazione" e "Repulsione", presi insieme come espressioni logiche equivalenti e pertanto interscambiabili.
Ho appena detto che quanto ho descritto come la tendenza degli atomi diffusi a tornare alla loro Unità originaria è riconoscibile come il principio della Legge di Gravità di Newton; e infatti non si troverà che una minima difficoltà a comprenderlo, se guardiamo alla Gravità di Newton da un punto di vista puramente generale, come a una forza che spinge la Materia a ricercare la Materia, cioè se non prestiamo attenzione al noto "modus operandi" della forza newtoniana. La generica coincidenza ci soddisfa; ma, a ben guardare, noi vediamo in particolare molte cose che appaiono NON coincidere, e molte altre riguardo alle quali non può stabilirsi in realtà nessuna coincidenza.
Per esempio, quando pensiamo alla Gravità Newtoniana in un determinato modo, questa NON appare essere una tendenza assoluta all'UNITA', ma piuttosto una tendenza di tutti i corpi in tutte le direzioni, frase evidentemente allusiva a una tendenza alla diffusione. Qui, dunque, sussiste una NON-coincidenza. Ancora: quando pensiamo alla LEGGE matematica che regola la tendenza newtoniana, vediamo chiaramente che nessuna coincidenza è possibile quanto al "modus operandi", almeno, fra la Gravita' quale ci è nota e la tendenza, apparentemente semplice e diretta, che ho supposto.
Ho infatti raggiunto un punto in cui sarà ragionevole rafforzare la mia posizione rovesciando i miei precedenti. Sinora abbiamo proceduto A PRIORI, da una astratta considerazione della SEMPLICITA' come la qualità che più verosimilmente ha caratterizzato l'originaria azione divina. Vediamo ora se i noti fatti della Legge di Gravità di Newton possono consentirci alcune legittime induzioni A POSTERIORI.
Che cosa enuncia la Legge di Newton? Che tutti i corpi si attraggono l'un l'altro con forza proporzionale alla loro quantità di materia e inversamente proporzionale al quadrato delle loro distanze.
Intenzionalmente ho dato prima la versione volgare della legge; e confermo che in questa, come in molte altre versioni volgari di grandi verità, ritroviamo ben poco della suggestività originaria. Adottiamo ora una fraseologia più propriamente filosofica: OGNI ATOMO, DI OGNI CORPO, ATTRAE OGNI ALTRO ATOMO, DEL SUO STESSO CORPO E DI OGNI ALTRO, CON UNA FORZA CHE VARIA INVERSAMENTE AL QUADRATO DELLE DISTANZE FRA GLI ATOMI ATTRATTI E QUELLI CHE ESERCITANO L'ATTRAZIONE. Qui, veramente, sgorga dalla mente un torrente di intuizioni.
Ma vediamo distintamente che cosa HA PROVATO Newton, secondo le definizioni grossolanamente irrazionali di PROVA prescritte dalle scuole metafisiche. Egli fu costretto a contentarsi di mostrare quanto pienamente i movimenti di un Universo immaginario composto di atomi che attraggono e atomi attratti, obbedienti alla legge che egli enunciò, coincidano con quelli dell'Universo realmente esistente non appena questo viene osservato da noi. Questo fu il risultato della sua dimostrazione, o per meglio dire questo fu il risultato secondo il gergo convenzionale delle "filosofie". I suoi successori aggiunsero prove su prove, prove che ogni sano intelletto ammette, ma la DIMOSTRAZIONE della legge stessa, insistono i metafisici, non ne veniva rafforzata in alcun modo. "La prova OCULARE,FISICA" dell'Attrazione qui sulla Terra secondo la teoria di Newton, fu alla fine concessa, per soddisfazione di alcuni rettili intellettuali.
Questa prova venne collateralmente e incidentalmente (come sono venute quasi tutte le verità importanti) da un tentativo di accertare la densità media della Terra. Nei famosi esperimenti di Maskelyne, Cavendish e Baily a questo proposito l'attrazione della massa di una montagna fu vista, sentita, misurata, e si trovò che era matematicamente coerente con la teoria dell'astronomo britannico.
Ma nonostante questa conferma di cui non c'era alcun bisogno, a dispetto del cosiddetto avvaloramento della "teoria" grazie alla cosiddetta "prova oculare e fisica", nonostante il CARATTERE di questa prova, si VEDE che le idee sulla Gravità che anche i veri filosofi non possono fare a meno di accettare, e in particolar modo l'idea di quel che l'uomo comune intende e assimila, sono derivate per la maggior parte da una considerazione del principio come essi lo trovano sviluppato PROPRIO NEL PIANETA SUL QUALE VIVONO.
A che cosa tende una considerazione tanto parziale, a quale specie di errore dà origine? Sulla Terra noi VEDIAMO, e SENTIAMO, solo che la Gravità attrae tutti i corpi verso il centro della Terra. Nessuno, nel normale corso della vita, ha potuto fare a meno di sentire o vedere diversamente, o di percepire che in ogni cosa e dovunque esiste una costante tendenza gravitazionale in direzione del centro della Terra; pure (con un'eccezione che si vedrà più avanti) è un fatto che ogni cosa sulla Terra (senza parlare per ora delle cose celesti) ha una tendenza NON SOLO verso il centro della Terra, ma anche oltre, in tutte le direzioni possibili.
Ora, per quanto non si possa dire che i filosofi ERRINO insieme al volgo su questa materia, ciò nonostante essi si lasciano inconsapevolmente influenzare dal SENTIMENTO dell'idea volgare. "Per quanto non si creda alle favole pagane - dice Bryant nella sua eruditissima "Mitologia" - pure noi lo dimentichiamo continuamente, e ricaviamo deduzioni da esse come da realtà esistenti". Intendo sostenere che la semplice PERCEZIONE SENSIBILE della Gravità quale noi la sperimentiamo sulla Terra induce il genere umano all'idea dell'ACCENTRAMENTO o particolarità rispetto a essa, e ha fortemente inclinato verso questa fantasia persino gli intelletti migliori, conducendoli continuamente, anche se impercettibilmente, lontano dalle caratteristiche reali del principio, impedendogli così sino a oggi di ottenere anche solo un briciolo di quella realtà vitale che sta nella direzione diametralmente opposta, dietro le caratteristiche essenziali del principio, che NON sono quelle della particolarità o dell'accentramento, ma quelle della UNIVERSALITA' e DIFFUSIONE. Questa "vitale verità" è l'UNITA', fontE del fenomeno.
Ripeterò ora la definizione di Gravità: OGNI ATOMO, DI OGNI CORPO, ATTRAE OGNI ALTRO ATOMO, DEL SUO E DI OGNI ALTRO CORPO, con una forza che varia inversamente al quadrato delle distanze fra gli atomi attratti e quelli che esercitano l'attrazione.
Si soffermi un momento il lettore assieme a me a contemplare la miracolosa, ineffabile, assolutamente inimmaginabile complessità di relazioni implicate nel fatto che OGNI ATOMO ATTRAE OGNI ALTRO ATOMO, senza riferimento alla legge o modo in cui tale attrazione si esercita, implicate SEMPLICEMENTE nel fatto che ogni atomo attrae ogni altro atomo, in una così grande vastità di atomi che quelli che vanno a costituire una palla di cannone superano probabilmente per numero tutte le stelle che costituiscono l'Universo.
Avessimo scoperto semplicemente che ogni atomo tende verso un qualche atomo particolarmente dotato di attrazione, questa sola scoperta basterebbe di per se stessa a sconvolgere la mente: ma che cosa siamo ora chiamati a comprendere esattamente? Che ogni atomo attrae, partecipa ai più deboli movimenti di ogni altro atomo, di tutti e di ognuno al tempo stesso, e per sempre, e in accordo con una legge determinata la cui complessità, ancorché considerata per se stessa, va abbondantemente oltre ogni nostra immaginazione. Se io mi proponessi di accertare l'influenza in un raggio di Sole di un atomo sul suo atomo più vicino, non potrei raggiungere il mio scopo senza prima contare e pesare tutti gli atomi dell'Universo, definendo l'esatta posizione di ognuno in un determinato momento. Se mi avventurassi a spostare, anche solo di una bilionesima parte di un pollice, il microscopico granello di polvere che è ora sulla punta del mio dito, quale sarebbe la qualità di questo atto cui mi sono avventurato? Ho fatto un'azione che sposta la Luna dalla sua orbita, che costringe il Sole a non essere più il Sole, e altera per sempre il destino delle innumerevoli miriadi di stelle che orbitano e brillano alla maestosa presenza del loro Creatore.
QUESTE idee, concetti come QUESTI, pensieri che non sono pensieri, sogni dell'anima piuttosto che conclusioni o anche considerazioni razionali, idee come queste, ripeto, sono tutto ciò che possiamo concretamente sperare di concepire nello sforzo di afferrare il grande principio dell'ATTRAZIONE.
Ma ora, CON queste idee, con questa VISIONE della meravigliosa complessità dell'Attrazione ben chiara nella mente, ogni uomo abituato al pensiero di argomenti come questo si applichi al compito di immaginare un PRINCIPIO per i fenomeni osservati, una condizione da cui essi derivano.
Una così evidente affinità tra gli atomi non suggerisce forse una comune origine? Un'armonia così assolutamente prevalente, così invincibile, e così completamente indipendente, non suggerisce una comune paternità originaria? Un estremo non spinge forse la ragione verso l'altro estremo? L'infinità della divisione non suggerisce l'assolutezza dell'individualità? L'integrità del complesso non porta la riflessione alla perfezione del semplice? NON sono gli atomi a essere divisi, o complessi nelle loro relazioni nel momento in cui li osserviamo, ma è che essi sono inconcepibilmente divisi e straordinariamente complessi; è all'estremità delle condizioni che ora alludo, piuttosto che alle condizioni in se stesse. In altre parole, non è perché gli atomi erano, in una remota epoca, ANCOR PIU' CHE UNITI, non è perché in origine, e dunque regolarmente, essi erano UNO, che ora, in ogni circostanza, in ogni punto, in ogni direzione, in ogni modo di approccio, in ogni rapporto e attraverso tutte le condizioni, essi tendono a TORNARE a questa assoluta, indipendente e incondizionata UNITA'?
Qualcuno potrà chiedere: "Perché, se gli atomi tendono a tornare a uno stato di UNITA', non troviamo e non definiamo l'Attrazione come una mera tendenza generale verso un centro?; perché, in particolare, i VOSTRI atomi, gli atomi che voi descrivete come irradiati da un unico centro, non recedono direttamente verso il punto centrale della loro origine?".
Io rispondo che ESSI LO FANNO, come sarà chiaramente dimostrato, ma che il motivo per cui lo fanno non ha nulla a che vedere con il centro IN SE'. Essi tendono tutti in linea retta verso un centro, per la circolarità con cui essi sono stati irradiati nello spazio. Ogni atomo, facendo parte di un globo di atomi generalmente uniforme, trova sicuramente più atomi in direzione del centro che in ogni altra direzione, e in questa direzione è quindi spinto, ma non lo è perché il centro è IL PUNTO DELLA SUA ORIGINE. Gli atomi non sono riuniti in alcun PUNTO. Non c'è alcuna posizione, in concreto o in astratto, cui io li supponga legati. Niente che somigli a un LUOGO può essere immaginato come loro origine. La loro sorgente sta nel principio di UNITA'. QUESTA è la loro origine nascosta. E' QUESTO che cercano in permanenza, immediatamente, in ogni direzione, ovunque lo si possa trovare anche solo in parte, acquietando così in qualche misura l'invincibile tensione, mentre sono sulla via della completa soddisfazione finale. Da tutto questo deriva che ogni principio che sia adeguato a spiegare la LEGGE o "modus operandi" della forza d'attrazione in generale potrà spiegare tale legge in particolare:
vale a dire che ogni principio che mostri perché gli atomi tendono al loro CENTRO GENERALE DIIRRADIAZIONE con forza inversamente proporzionale al quadrato delle distanze si suppone sufficiente a spiegare al tempo stesso la tendenza di questi atomi gli uni verso gli altri per la stessa legge, POICHE' la tendenza verso il centro è semplicemente la tendenza dell'uno verso l'altro, e non la tendenza verso un centro in sé. Pertanto si intenderà anche che l'esposizione delle mie proposizioni non implicherebbe la NECESSITA' di modificare i termini della definizione newtoniana della Gravità, la quale dichiara che ogni atomo attrae ogni altro atomo, e così via, e dichiara solamente questo; ma (sempre ipotizzando che quel che io propongo venga, alla fine, ammesso) pare chiaro che alcuni errori potrebbero occasionalmente essere evitati, nei futuri progressi della Scienza, adottando una fraseologia più ampia. Ad esempio: "Ogni atomo tende verso ogni altro atomo eccetera, con una forza eccetera, IL CUI RISULTATO GENERALE E' UNA TENDENZA DI TUTTI, CON UNA FORZA OMOGENEA, A UN CENTRO GENERALE".
L'inversione dei nostri procedimenti ci ha dunque portati a un identico risultato; ma mentre nel primo il punto di partenza era l'INTUIZIONE, nell'altro essa è il punto finale. Cominciando il primo percorso potevo dire unicamente che con un'irresistibile Intuizione sentivo che la Semplicità era stata la caratteristica dell'azione originaria di Dio; nel concludere il secondo posso solo dichiarare che, con un'irresistibile Intuizione, percepisco che l'Unità è stata la fonte dei fenomeni della Gravità Newtoniana che ho esaminato.
Pertanto, secondo le scuole, io non PROVO nulla. E sia. Intendo solo suggerire, e CONVINCERE mediante il suggerimento. Sono orgogliosamente consapevole del fatto che molti degli intelletti più profondi e più prudentemente sagaci non possono FARE A MENO di essere pienamente soddisfatti dei miei suggerimenti. Per questi intelletti, come per il mio stesso, non esiste dimostrazione matematica che POSSA apportare la benché minima PROVA VERA in aggiunta alla grande VERITA' che ho suggerito, la VERITA' DELL'UNITA' ORIGINARIA QUALE fontE E PRINCIPIO DEI FENOMENI DELL'UNIVERSO. Per parte mia io non sono sicuro di parlare e di vedere, non sono così sicuro che il mio cuore batte e la mia anima vive, e che il Sole sorgerà domani (una probabilità che sta ancora nel futuro), non pretendo di esserne neanche per la millesima parte sicuro quanto lo sono del FATTO irrimediabilmente passato che Tutte le Cose, e Tutti i Pensieri di Cose, con la loro ineffabile Molteplicità di Rapporti, vennero alla luce di colpo dalla UNITA' primordiale e irrelata.
Riferendosi alla Gravità di Newton il dottor Nichol, eloquente autore della "Architecture of the Heavens", scrive: "In realtà non abbiamo ragione di supporre che questa grande Legge, come ora ci si rivela, sia la forma definitiva o la più semplice, e pertanto universale e onnicomprensiva, di un grande Ordinamento. Il modo in cui la sua intensità diminuisce con il variare della distanza non ha l'aspetto di un PRINCIPIO primo, che assume sempre la semplicità e autoevidenza di quegli assiomi che costituiscono la base della Geometria".
Ora è verissimo che i "principi primi", nella comune accezione dell'espressione, assumono sempre la semplicità degli assiomi geometrici (poiché cose "evidenti di per sé" non ce ne sono), ma chiaramente questi principi NON sono "primi"; in altri termini quelli che siamo abituati a chiamare principi non sono principi, parlando propriamente, poiché può esistere un unico PRINCIPIO: la Volontà di Dio. Non abbiamo dunque il diritto di ipotizzare da quanto osserviamo nelle regole che follemente scegliamo di chiamare "principi", nulla che sia simile alle caratteristiche di un principio propriamente detto. I "principi primi" di cui parla il dottor Nichol, come dotati di semplicità geometrica, possono avere e hanno quest'aspetto geometrico, essendo parte integrante di un vasto sistema geometrico e pertanto di un sistema semplice in se stesso, nel quale ciò nonostante il vero principio primo è, COME SAPPIAMO, la realizzazione del complesso, vale a dire dell'inintelligibile; perché non è esso forse la Capacità Spirituale di Dio?
Ho citato tuttavia l'osservazione del dottor Nichol non tanto per discutere la sua filosofia, quanto per richiamare l'attenzione sul fatto che mentre tutti gli uomini hanno ammesso che esiste dietro la Legge di Gravità un QUALCHE principio, non è stato ancora fatto nessun tentativo per precisare che cosa sia in modo specifico questo principio, fatta eccezione forse per alcuni fantasiosi e occasionali sforzi per collegarlo al Magnetismo, o al Mesmerismo, o allo Swedenborghianesimo, o al Trascendentalismo, o a un qualche altro delizioso "-ismo" della stessa specie, e immancabilmente patrocinato da un'unica specie di gente. Mentre afferrava arditamente la Legge stessa, la grande mente di Newton si allontanava dal principio della Legge. La sagacia di Laplace, più pronta o almeno più comprensiva, se non più paziente e profonda, non ebbe il coraggio di attaccarla. Ma l'esitazione da parte di questi due astronomi non è forse così difficile a capirsi. Come tutta la prima leva di matematici, essi furono UNICAMENTE dei matematici: il loro intelletto, almeno, aveva una struttura fisico-matematica fortemente pronunciata. Ciò che non appartiene distintamente al campo della Fisica o della Matematica sembrava loro Non Essenza o Ombra. Anche noi possiamo ben stupirci del fatto che Leibniz, che fu una notevole eccezione alla regola in questo senso, e la cui indole mentale fu una singolare mescolanza di un atteggiamento matematico e fisico-metafisico, non abbia subito investigato e stabilito il punto in questione. Tanto Newton che Laplace, cercando un principio FISICO e non trovandolo, si sarebbero contentati della conclusione che non ce ne fosse assolutamente nessuno; ma è quasi impossibile immaginare che Leibniz, avendo esaurito nella sua ricerca il campo della Fisica, non abbia prontamente avanzato, ardito e pieno di speranze, nel suo familiare e prediletto regno della Metafisica. Qui, indubbiamente, è chiaro che egli deve essersi avventurato alla ricerca del tesoro, e che se alla fine non lo trovò ciò fu forse dovuto al fatto che la sua favolosa guida, l'Immaginazione, non era abbastanza sperimentata e disciplinata a dirigerlo rettamente.
Ho appena osservato che ci furono difatti certi vaghi tentativi di riferire la Gravità ad alcuni "-ismi" alquanto improbabili. Questi tentativi però, pur considerati giustamente arditi, non andarono più in là della genericità, pura genericità della Legge di Newton. Il suo "modus operandi" non è mai stato affrontato, per quel che ne so, in modo da tentarne una spiegazione. E' dunque con il legittimo timore di esser preso per un folle sin dal principio, e prima che possa timidamente esporre le mie proposizioni agli occhi di coloro che soli sono competenti a decidere su di esse, che io dichiaro qui che il "modus" operandi della Legge di Gravità diviene la cosa più estremamente semplice e più facilmente spiegabile, quando facciamo i nostri passi nella giusta direzione e con la giusta gradualità, e guardiamo a essa dal punto di vista più appropriato.
Sia che noi perveniamo all'idea di assoluta UNITA' come fonte di Tutte le Cose, considerando la Semplicità come la caratteristica più probabile dell'azione originaria di Dio, sia che vi perveniamo attraverso un'analisi dell'universalità di rapporti nei fenomeni gravitazionali, o che infine la ipotizziamo come il risultato del mutuo concorso di entrambi i processi, pure l'idea stessa, se accettata interamente, sarà come inseparabilmente connessa con un'altra idea, quella della condizione dell'Universo Siderale come noi ora lo percepiamo, cioè una condizione di incommensurabile DIFFUSIONE nello spazio. Ora una connessione tra queste due idee, unità e diffusione, non può essere stabilita se non attraverso la definizione di una terza idea, quella di IRRADIAZIONE. Prendendo come centro l'Unità assoluta, l'Universo Siderale esistente è il risultato della IRRADIAZIONE da quel centro.
Ora le leggi dell'irradiazione sono CONOSCIUTE. Esse sono parte integrante della SFERA, e appartengono alla classe delle indiscutibili proprietà geometriche. Diciamo di esse che "sono vere ed evidenti".
Chiedere perché esse sono vere equivarrebbe a chiedere perché sono veri gli assiomi sui quali esse si fondano. Nulla è dimostrabile, parlando in senso stretto; ma se qualcosa lo è, allora le proprietà, le leggi in questione sono dimostrate.
Ma che cosa affermano queste leggi? Come e per quali processi l'irradiazione si diffonde dal centro verso lo spazio?
Da un centro LUMINOSO, la LUCE si propaga per irradiazione; e la quantità di luce ricevuta da un piano dato, che supponiamo girevole così da essere ora vicino al centro e ora lontano da questo, diminuirà in modo direttamente proporzionale al crescere del quadrato delle distanze del piano dal corpo luminoso, e aumenterà proporzionalmente alla diminuzione di tale quadrato.
La formulazione della legge può essere generalizzata così: il numero delle particelle luminose (o, se si preferisce,il numero di impressioni luminose) ricevute dal piano girevole, sarà inversamente PROPORZIONALE al quadrato delle distanze del piano. Generalizzando ancora, possiamo dire che la diffusione, la dispersione, l'irradiazione, in una parola, è direttamente proporzionale al quadrato delle distanze.
Ad esempio: alla distanza B dal centro luminoso A un certo numero di particelle è tanto diffuso da occupare la superficie B. Pertanto raddoppiando la distanza sino a C, esse saranno tanto diffuse da occupare quattro superfici uguali a B: a distanza tripla, vale a dire in D, esse saranno tanto separate da occupare nove superfici, mentre a distanza quadrupla, vale a dire in E, esse saranno così diffuse da estendersi su sedici superfici, e così via all'infinito.
Dicendo, in generale, che l'irradiazione procede in modo direttamente proporzionale al quadrato delle distanze, usiamo la parola "irradiazione" per esprimere IL GRADO DI DIFFUSIONE a misura che ci allontaniamo dal centro. Invertendo l'idea, e impiegando la parola "accentramento" per esprimere IL GRADO DI RIUNIFICAZIONE a misura che torniamo verso il centro da una posizione periferica, possiamo dire che l'accentramento procede INVERSAMENTE al quadrato delle distanze.
In altre parole siamo pervenuti alla conclusione che nell'ipotesi che la materia sia stata in origine irradiata da un centro e stia ora tornando a esso, l'accentramento nel ritorno procede ESATTAMENTE COME SAPPIAMO PROCEDERE LA FORZA DI GRAVITA'.
Se ci si consente di ipotizzare che l'accentramento rappresenta esattamente LA FORZA DELLA TENDENZA VERSO IL CENTRO, che la prima è esattamente proporzionale all'altra, e che entrambe procedono congiuntamente, dovremmo aver dimostrato tutto ciò che è richiesto. La sola difficoltà che esiste è dunque quella di stabilire una proporzione diretta fra "accentramento", e FORZA di accentramento, e questa risulta data, ovviamente, se stabiliamo una proporzione fra la "irradiazione" e la FORZA di irradiazione.
Un rapido sguardo ai Cieli ci assicura che le stelle hanno una certa generale uniformità, uguaglianza o equidistanza di distribuzione in quella regione dello spazio dove collettivamente, e con una forma approssimativamente sferica, sono collocate: questo tipo di uguaglianza più generale che assoluta è in pieno accordo con le mie deduzioni circa l'inequidistanza, entro certi limiti, fra gli atomi originariamente diffusi, e costituisce un corollario al disegno di infinita complessità di rapporti che deriva dall'irrelazione. Ho cominciato, come si ricorderà, con l'idea di una distribuzione degli atomi uniforme in generale ma non uniforme in particolare; un'idea, ripeto, che è confermata da un semplice sguardo alle stelle, in quanto esistenti.
Ma anche nella pura uguaglianza generale di distribuzione, per quel che riguarda gli atomi, appare una difficoltà che si è senza dubbio già presentata a quei miei lettori i quali hanno fisso in mente che io presuppongo questa uguaglianza di distribuzione come un effetto della IRRADIAZIONE DA UN CENTRO. Di primo acchito l'idea di irradiazione ci spinge ad accettare l'altra idea, finora inseparata e apparentemente inseparabile, di un'agglomerazione intorno a un centro, con una dispersione a misura che ci allontaniamo da questo; l'idea, in una parola, di una ineguaglianza di distribuzione rispetto alla materia irradiata.
Ho osservato altrove che è attraverso difficoltà, peculiarità, asprezze e rilievi sul piano dell'ordinario, come per quella in questione, che la Ragione trova la sua via, se mai la trova, nella ricerca della verità. Attraverso la difficoltà, la "peculiarità" ora presentatasi giungo d'un salto AL segreto, un segreto che non avrei mai raggiunto SENZA la peculiarità, e le deduzioni, che essa mi accorda NEL SUO MERO CARATTERE DI PECULIARITA'.
Il processo del pensiero può dunque a questo punto essere approssimativamente disegnato così: io dico a me stesso che "l'Unità, come ho spiegato, è una verità; lo sento. La diffusione è una verità; lo sento. La diffusione è una verità; lo vedo. L'irradiazione, attraverso la quale soltanto queste due verità si riconciliano, è conseguentemente una verità; e questo lo percepisco. L'UNIFORMITA' di diffusione, prima dedotta A PRIORI e inseguito corroborata dall'esplorazione dei fenomeni, è anch'essa una verità, come ammetto pienamente. Fin qui tutto è chiaro intorno a me: non ci sono nuvole dietro le quali IL segreto, il grande segreto del "modus operandi" gravitazionale, possa rimanere nascosto; ma questo segreto aleggia ancora nei paraggi, indubbiamente; e ci fosse una sola nuvola in vista, sarei indotto a sospettare di quella nuvola". E proprio ora, mentre dico questo, giunge alla mia vista una nuvola. Questa nuvola è l'apparente impossibilità di riconciliare la mia verità dell'IRRADIAZIONE con la mia verità dell'UNIFORMITA' DI DIFFUSIONE.
Adesso dico: "dietro questa APPARENTE impossibilità deve trovarsi ciò che io desidero". Non parlo di "REALE impossibilità" perché l'invincibile fede nelle mie verità mi assicura che questa è, in definitiva, solo una difficoltà, e mi spingo a dire con irremovibile fiducia che QUANDO questa DIFFICOLTA' verrà risolta troveremo, AVVOLTA NEL PROCESSO DI SOLUZIONE, la chiave del segreto al quale tendiamo.
Ancora, io sento che noi scopriremo una unica possibile soluzione della difficoltà, e questo per il motivo che se ce ne fossero due una di queste sarebbe superflua, sterile, vuota, non conterrebbe alcuna chiave, poiché non c'è bisogno di doppia chiave per i segreti della Natura.
Osserviamo ora che le nostre abituali cognizioni sull'irradiazione, e di fatto TUTTE le nostre nozioni distinte a questo proposito, sono ricavate semplicemente dal processo che osserviamo esemplificato nella Luce. Qui vi è una CONTINUA effusione di FLUSSI DI RAGGI, CON UNA FORZA CHE IN DEFINITIVA NON ABBIAMO IL DIRITTO DI SUPPORRE VARIABILE.
Ora, in qualsiasi irradiazione COME QUESTA, continuata e di forza invariabile, le regioni più vicine al centro debbono NECESSARIAMENTE essere sempre più dense di materia irradiata che le regioni più lontane. Ma io non ho supposto alcuna irradiazione come questa. Non ho supposto alcuna irradiazione CONTINUA, e questo per la semplice ragione che tale ipotesi avrebbe implicato, in primo luogo, la necessità di ammettere un concetto che io ho dimostrato essere inintelligibile per qualsiasi uomo e che (come mostrerò più dettagliatamente in seguito) tutta l'osservazione del firmamento smentisce: il concetto dell'assoluta infinità dell'Universo Siderale; e avrebbe implicato, in secondo luogo, l'impossibilità di comprendere una reazione, vale a dire la gravità, come attualmente esistente, poiché mentre un atto si perpetua nessuna reazione può evidentemente avere luogo. La mia ipotesi dunque, o almeno la mia inevitabile deduzione da giuste premesse, è stata quella di una irradiazione DETERMINATA, e in ultima analisi DIScontinua.
Descriverò ora l'unico modo possibile per cui si può concepire che la materia possa essere stata diffusa attraverso lo spazio, in modo da rispondere insieme alle condizioni dell'irradiazione e della distribuzione generalmente uniforme.
Per comodità di spiegazione, immaginiamo in primo luogo una sfera concava, di vetro o di qualsiasi altro materiale, che occupi lo spazio attraverso il quale la materia universale deve essere ugualmente diffusa attraverso l'irradiazione dalla particella assoluta, irrelata e incondizionata, posta al centro della sfera.
Un certo esercizio del potere diffusivo (che presumiamo essere la Volontà Divina), in altre parole una certa forza la cui misura è la quantità di materia emessa, vale a dire il numero degli atomi, emette per irradiazione questo determinato numero di atomi; spingendoli a partire dal centro in tutte le direzioni, la loro distanza reciproca da altri aumenta a misura che essi avanzano, finché infine non vengono distribuiti irregolarmente sulla superficie interna della sfera.
Quando questi atomi hanno raggiunto la loro posizione, o mentre procedono per raggiungerla, un secondo e inferiore esercizio della stessa forza, o una seconda inferiore forza dello stesso tipo emette, nella stessa maniera, vale a dire per irradiazione come prima, un secondo strato di atomi che va a depositarsi sopra il primo; essendo indubbiamente il numero degli atomi in questo caso come nell'altro la misura della forza che li ha emessi; in altre parole la forza è esattamente confacente allo scopo che produce, essendo la forza e il numero degli atomi sprigionati da essa DIRETTAMENTE PROPORZIONALI.
Quando questo secondo strato ha raggiunto la posizione stabilita, o mentre le si avvicina, un terzo esercizio ancora inferiore della forza, o una terza forza inferiore della medesima specie, essendo in TUTTI i casi il numero di atomi emessi la misura della forza, passa a depositare un terzo strato sopra il secondo, e così via finché questi strati concentrici decrescendo gradualmente sempre più giungono finalmente al punto centrale; e la materia diffondibile, contemporaneamente alla forza diffusiva, si esaurisce. La sfera è ora riempita, attraverso l'irradiazione, di atomi uniformemente diffusi.
Le due condizioni necessarie, l'irradiazione e la diffusione uniforme, sono soddisfatte, attraverso l'UNICO processo in cui la possibilità della loro contemporanea soddisfazione risulta concepibile. Per questa ragione confido pienamente di poter trovare, nascosto dietro la presente condizione degli atomi così distribuiti in tutta la sfera, il segreto di cui sono alla ricerca, il principio capitale del "modus operandi" della legge di Newton. Esaminiamo dunque la presente condizione degli atomi.
Essi giacciono in una serie di strati concentrici, e sono uniformemente distribuiti in tutta la sfera.
Essendo gli atomi UNIFORMEMENTE distribuiti, quanto più grande sia l'estensione superficiale di ognuno di questi strati concentrici o sfere, tanti più atomi saranno in questo strato. In altre parole, il numero degli atomi che sono sulla superficie di ognuna delle sfere concentriche è direttamente proporzionale all'estensione della superficie.
MA IN OGNI SERIE DI SFERE CONCENTRICHE LE SUPERFICI SONO DIRETTAMENTE PROPORZIONALI AI QUADRATI DELLE DISTANZE DAL CENTRO.
Pertanto il numero degli atomi di ogni strato è DIRETTAMENTE PROPORZIONALE al quadrato della distanza dello strato dal centro.
Ma il numero degli atomi di ogni strato è la misura della forza che ha emesso questo strato, è cioè direttamente proporzionale alla forza.
Pertanto la forza irradiata da ogni strato è direttamente proporzionale al quadrato della distanza dello strato dal centro.
In generale: LA FORZA DELLA IRRADIAZIONE E' STATA DIRETTAMENTE PROPORZIONALE AL QUADRATO DELLE DISTANZE; in particolare: la forza con cui ogni singolo atomo è stato inviato alla sua posizione nella sfera è stata direttamente proporzionale al quadrato della distanza dell'atomo, in quella posizione, dal centro della sfera.
La Reazione è, per quanto ne sappiamo, l'Azione inversa. Il principio GENERALE di Gravità essendo inteso in primo luogo come reazione a un'azione, come l'espressione di una tendenza della Materia a ritornare, finché è allo stato di diffusione, all'Unità da cui fu diffusa, e in secondo luogo essendo chiamata la mente a determinare le CARATTERISTICHE di tale tendenza, cioè la maniera con cui questa dovrebbe manifestarsi naturalmente, in altre parole essendo chiamata a concepire una probabile legge o "modus operandi" per il ritorno, essa non poté fare a meno di giungere alla conclusione che questa legge di ritorno avrebbe dovuto essere esattamente inversa alla legge di partenza. Questo è il caso cui ognuno sarà abbondantemente autorizzato a prestar fede finché qualcuno NON ipotizzerà una ragione plausibile per dimostrare perché non dovrebbe essere così, finché un periodo come la legge di ritorno non sarà immaginato in modo che l'intelletto possa considerarlo preferibile.
Si può dunque supporre "a priori" che la Materia irradiata nello spazio con una forza che varia con il quadrato della distanza ritorni verso il suo centro di irradiazione con un forza che varia INVERSAMENTE al quadrato della distanza: e io ho già dimostrato come si dovrà ammettere che ogni principio che spieghi perché è necessario che gli atomi tendano, secondo una legge, al centro generale, al tempo stesso spiega soddisfacentemente perché, secondo la stessa legge, essi tendano l'uno verso l'altro. La tendenza al centro generale non è infatti la tendenza verso un centro qualsiasi, poiché questo centro è un punto tendendo verso il quale ogni atomo tende più direttamente al suo centro vero ed essenziale, l'UNITA', l'assoluta e finale unità del tutto.
La considerazione qui implicita non presenta per la mia mente difficoltà alcuna, ma questo non mi impedisce di vedere che essa può risultare oscura a coloro che sono meno abituati alle astrazioni, e soprattutto sarà opportuno esaminare la materia da uno o due punti di vista.
La particella assoluta, indipendente, primitivamente creata dalla Volontà di Dio, deve essere stata in una condizione di NORMALITA' positiva, di legittimità, poiché l'illegittimità implica RAPPORTO. Il giusto è positivo, l'ingiusto è negativo, è la mera negazione del giusto, così come il freddo è la negazione del caldo e il buio della luce. Perché una cosa sia ingiusta, è necessario che esista un'altra cosa in RELAZIONE alla quale questa è ingiusta, qualche legge che viola, qualche essere che offende. Se non c'è alcun essere, legge o condizione rispetto alla quale la cosa è ingiusta e, ancor più in particolare, se non esistono affatto esseri, leggi o condizioni, allora la cosa NON può essere ingiusta e di conseguenza dev'essere GIUSTA.
Ogni deviazione dalla norma implica una tendenza a ritornare a questa.
Una differenza dal regolare, dal giusto, dal retto, può essere intesa soltanto come la conseguenza del sopraggiungere di una difficoltà; e se la forza che supera la difficoltà non è continuata infinitamente, l'inestirpabile tendenza al ritorno sarà alla fine libera di agire per la sua soddisfazione. Al ritirarsi della forza, la tendenza agisce. E' questo il principio della reazione come conseguenza inevitabile di un'azione finita. Impiegando una fraseologia la cui apparente affettazione sarà perdonata per la sua espressività, possiamo dire che la Reazione è il ritorno dalla condizione IN CUI E' ORA E NON DOVREBBE ESSERE alla condizione IN CUI ERA IN ORIGINE E PERCIO' DOVREBBE ESSERE; mi si lasci aggiungere qui che l'ASSOLUTA forza di reazione dovrebbe indubbiamente trovarsi sempre in diretta proporzione con la realtà, l'assolutezza della ORIGINARIETA', se mai fosse possibile misurare quest'ultima; e di conseguenza la più grande di tutte le reazioni concepibili dev'essere quella manifestata nella tendenza che ora stiamo esaminando, la tendenza a ritornare nell'ASSOLUTAMENTE originario, nel SUPREMAMENTE primitivo. La gravità dunque DEV'ESSERE LA PIU' FORTE DI TUTTE LE FORZE, un'idea concepita "a priori" e abbondantemente confermata dall'induzione. Si vedrà in seguito quale uso io faccia di questa.
Ora, gli atomi essendo stati diffusi dalla loro normale condizione di Unità, cercano di tornare. Ma a cosa? A nessun PUNTO particolare, indubbiamente, perché è chiaro che se nella diffusione l'intero Universo materiale fosse stato proiettato globalmente a una distanza data dal punto di irradiazione, la tendenza degli atomi al centro generale della sfera non sarebbe stata disturbata affatto. Gli atomi non avrebbero cercato il punto NELLO SPAZIO ASSOLUTO dal quale essi erano stati spinti in origine. Gli atomi cercano di ristabilire semplicemente questa CONDIZIONE, e non il punto o il luogo nel quale questa condizione ha avuto origine. Essi tendono semplicemente alla CONDIZIONE CHE E' LA LORO NORMA. "Ma essi ricercano un centro si dirà -, e un centro è un punto". Vero; ma essi cercano questo punto non per il suo carattere di punto (perché se l'intera sfera si fosse mossa dalla sua posizione, essi avrebbero cercato ugualmente il centro; e il centro sarebbe stato ALLORA un nuovo punto), ma solo perché a causa della forma in cui essi esistono collettivamente (quella della sfera), solo attraverso il punto in questione, il centro della sfera, essi possono raggiungere il loro vero obiettivo, l'Unità. In direzione del centro ogni atomo incontra più atomi che in ogni altra direzione. Ogni atomo è spinto verso il centro perché lungo la linea retta che congiunge questo con il centro passando oltre fino alla circonferenza si trova un numero di atomi maggiore che lungo qualsiasi altra linea retta che congiunga questo atomo con ogni altro punto della sfera, e si trova un più grande numero di oggetti che cercano questo, l'atomo individuale, un più grande numero di tendenze all'Unità, un più grande numero di possibilità di soddisfare la sua stessa tendenza all'Unità; in una parola, perché in direzione del centro sta la più grande possibilità di soddisfazione, in generale, per la sua propria inclinazione individuale. Per essere brevi, la CONDIZIONE dell'UNITA' è tutto ciò che essi cercano realmente, e se gli atomi SEMBRANO cercare il centro della sfera ciò avviene solo implicitamente, per implicazione, perché ogni centro implica, comprende o circoscrive l'unico centro essenziale, l'Unità. Ma A CAUSA di questa implicazione o coinvolgimento non c'è possibilità di separare praticamente la tendenza all'Unità astratta dalla tendenza al centro concreto.
Pertanto la tendenza degli atomi al centro generale è, per tutti gli aspetti pratici e a tutti gli effetti logici, la tendenza dell'uno verso l'altro è la tendenza verso il centro; e l'una tendenza può essere intesa COME l'altra; qualunque cosa sia valida per l'una sarà altrettanto valida per l'altra, e in conclusione qualsiasi principio che spieghi soddisfacentemente l'una potrà pacificamente spiegare anche l'altra.
Guardando attentamente attorno a me per vedere razionali obiezioni a quanto ho detto, non sono in grado di scoprirne alcuna; ma di quel genere di obiezioni abitualmente poste da quelli che dubitano per il solo amore del Dubbio, io ne vedo immediatamente tre, e procederò a eliminarle per ordine.
Si potrà dire innanzitutto: "La prova che la forza di irradiazione (nel caso descritto) è direttamente proporzionale al quadrato delle distanze dipende da un'ipotesi non provata, e cioè che il numero degli atomi in ogni strato è la misura della forza con la quale essi sono stati emessi".
Rispondo che non solo mi sento autorizzato a fare tale ipotesi, ma che NON sarei autorizzato a farne nessun'altra. Quel che io ipotizzo è semplicemente che un effetto è la misura della sua causa, che ogni esercizio della Volontà Divina sarà proporzionale a quello richiesto dallo sforzo, e che i mezzi dell'Onnipotenza e dell'Onniscienza si adatteranno esattamente ai suoi propositi. Un difetto o un eccesso di causa non sortirebbe alcun effetto. Se la forza che ha irradiato ogni strato nella sua posizione fosse stata maggiore o minore di quanto era necessario allo scopo, e cioè non direttamente proporzionale allo scopo, allora quello strato non sarebbe stato irradiato nella sua posizione. Se la forza che, in vista di una generale uniformità di distribuzione, ha emesso l'esatto numero di atomi per ogni strato, non fosse stata DIRETTAMENTE PROPORZIONALE al numero, allora il numero non sarebbe stato quello richiesto per l'uniforme distribuzione.
La seconda obiezione prevedibile è tale da avere maggior diritto a una risposta.
E' un principio ammesso dalla Dinamica che ogni corpo, ricevendo un impulso, o un ordine al movimento, si muoverà in avanti in linea retta nella direzione impartita dalla forza di spinta, finché non sia deviata, o fermata da un'altra forza. Ci si potrà chiedere allora come si spiega che il mio primo o più esterno strato di atomi arresti il suo movimento alla superficie della immaginaria sfera di vetro, quando nessuna seconda forza, di un carattere più che immaginario, interviene a spiegare tale interruzione.
Rispondo che in questo caso l'obiezione si fonda attualmente su una "ipotesi non autorizzata", da parte di chi fa l'obiezione; la supposizione di un principio della Dinamica in un momento in cui non esiste nessun principio in NESSUNA cosa: io uso la parola "principio", ovviamente, secondo l'accezione del mio critico.
"In principio" possiamo ammettere, possiamo comprendere solo una CAUSA PRIMA, il PRINCIPIO veramente basilare, la Volontà di Dio. L'atto primordiale, quello dell'Irradiazione dall'Unità, dev'essere stato indipendente da tutto ciò che il mondo chiama ora "principio", perché tutto quello che designiamo con questo nome non è altro se non la conseguenza della reazione di quell'atto primordiale. Io dico atto primordiale, perché la creazione della Particella materiale assoluta deve intendersi più esattamente come una concezione che come un "ATTO" nel senso comune del termine. Pertanto noi dobbiamo intendere l'atto primordiale come un atto per stabilire quelli che noi chiamiamo ora "principi". Ma questo stesso atto primordiale dev'essere considerato come una VOLIZIONE CONTINUATA. Il Pensiero di Dio deve essere inteso come originante la Diffusione, accompagnandola e regolandola, per ritirarsi infine da questa nel momento in cui essa ha termine. ALLORA ha inizio la Reazione, e con la Reazione il "Principio", nel senso in cui impieghiamo la parola. Sarà conveniente tuttavia limitare l'applicazione di questa parola ai due risultati IMMEDIATI dell'intenzione della Volontà Divina, vale a dire ai due agenti, l'ATTRAZIONE e la REPULSIONE. Ogni altro agente Naturale dipende più o meno immediatamente da questi due, e pertanto dovrebbe più propriamente essere designato come SOTTO-principio.
Si potrà obiettare in terzo luogo che in generale il modo peculiare di distribuzione degli atomi che ho indicato sia solo "un'ipotesi e nient'altro".
E io so che la parola "ipotesi" è un ponderoso maglio che ogni piccolissimo pensatore afferra immediatamente, pur senza sollevarlo, alla prima comparsa di ogni proposizione che abbia in ogni particolare l'aspetto di UNA TEORIA. Ma l'"ipotesi" non può essere brandita QUI a buon fine neppure da coloro che riuscirebbero a sollevarla, nani o giganti.
Io sostengo in primo luogo che SOLO nel modo descritto è concepibile che la Materia sia stata diffusa in modo da soddisfare al tempo stesso le condizioni dell'irradiazione e della distribuzione generalmente uniforme. Sostengo in secondo luogo che queste condizioni in se stesse ci sono imposte come necessarie in conseguenza di un ragionamento tanto rigorosamente logico quanto quello che stabilisce tutte le dimostrazioni di Euclide; e sostengo in terzo luogo che anche se l'accusa di "ipotesi" fosse pienamente sostenibile quanto è invece insostenibile e indimostrabile, anche in tal caso la validità e irrefutabilità del mio risultato non ne sarebbe minimamente scalfita.
Mi spiego: la Gravità Newtoniana, una legge di Natura, una legge la cui esistenza in sé potrebbe essere contestata solo a Bedlam, una legge la cui ammissibilità in sé ci consente di spiegare i nove decimi dei fenomeni dell'Universo, una legge che, semplicemente perché ci consente di spiegare questi fenomeni, noi siamo perfettamente in grado di ammettere senza fare riferimento a nessun'altra considerazione, e che non possiamo fare a meno di ammettere come legge, una legge di cui malgrado ciò né il principio né il "modus operandi" del principio sono stati mai fino a ora individuati dall'analisi umana, una legge che in breve non è stata suscettibile di spiegazione ALCUNA né nei particolari né in generale, è infine considerata essere in ogni punto perfettamente spiegabile, a condizione di concedere il nostro consenso a... che cosa? A un'ipotesi? Ma SE un'ipotesi, la più semplice ipotesi, un'ipotesi la cui supposizione, come nel caso di quella PURA ipotesi della Legge di Newton stessa, non determinasse nessuna ombra di ragioni "a priori", se un'ipotesi, anche così assoluta come tutto ciò richiede, ci rendesse capaci di percepire un principio della legge di Newton, ci consentisse di considerare soddisfatte condizioni così miracolosamente, così ineffabilmente complesse e apparentemente inconciliabili come quelle implicate nelle relazioni di cui la Gravità ci parla, quale essere razionale spingerebbe tanto oltre la sua stoltezza da definire persino questa ipotesi assoluta un'ipotesi "tout court", a meno che veramente egli non persistesse nel chiamarla così con l'intesa che egli agisce in tal modo semplicemente per amore di ultra coerenza LINGUISTICA?
Ma quale è il vero stato della nostra questione? Qual è IL DATO? Non solo questa NON è un'ipotesi che ci si chiede di ADOTTARE, in modo da ammettere il principio qui sopra spiegato, ma è una conclusione logica che noi siamo invitati NON ad adottare, se possiamo evitarlo, ma semplicemente a NEGARE SE POSSIAMO: una conclusione di logicità così stringente che confutarla e dubitare della sua validità costituirebbe uno sforzo al di là delle nostre possibilità; una conclusione dalla quale non vediamo modo di sfuggire, giriamola come vogliamo; un risultato che ci sta di fronte sia alla fine del percorso INduttivo dai fenomeni della Legge discussa, sia in chiusura di un itinerario DEduttivo a partire dalla più rigorosamente semplice di tutte le ipotesi, dell'ipotesi in assoluto: IN UNA PAROLA, DELLA SEMPLICITA' IN SE STESSA.
E se ora si obiettasse che per quanto il mio punto di partenza sia, come io affermo, la supposizione dell'assoluta Semplicità, anche la Semplicità, considerata meramente in se stessa, non è un assioma, e che solo le conclusioni tratte da assiomi sono indiscutibili, ecco cosa risponderei.
Ogni scienza diversa dalla Logica è la scienza dei rapporti concreti.
L'Aritmetica, per esempio, è la scienza dei rapporti fra i numeri; la Geometria quella dei rapporti tra le forme; la Matematica in generale dei rapporti di quantità in generale, di qualunque cosa possa essere accresciuta o diminuita. La Logica è però la scienza dei Rapporti in astratto, dei Rapporti in assoluto, dei Rapporti considerati unicamente in se stessi. In ogni scienza diversa dalla Logica un assioma è dunque semplicemente una proposizione che annuncia alcuni rapporti concreti, i quali appaiono essere troppo ovvi per essere messi in questione, come quando diciamo, ad esempio, che l'intero è più grande delle sue parti; e così pure il principio dell'assioma LOGICO, in altre parole di un assioma in astratto, è semplicemente EVIDENZA DI RAPPORTI. Ora è chiaro non solo che quel che è evidente per una mente può non esserlo per un'altra, ma che ciò che è evidente per una mente in un dato momento può non esserlo affatto in un altro momento per la stessa persona. E' chiaro inoltre che quanto oggi è ovvio persino alla maggioranza del genere umano o alla maggioranza delle menti migliori del genere umano, può essere domani alla stessa maggioranza più o meno evidente, o può non esserlo per niente. Si è visto, dunque che il PRINCIPIO ASSIOMATICO in se stesso è suscettibile di variazione, e che di certo gli assiomi sono ugualmente suscettibili di cambiamento. Essendo mutevoli, le "verità" che nascono da essi sono necessariamente mutevoli anch'esse; in altre parole, non si può mai fare reale affidamento su di esse come verità assolute finché la Verità e l'Immutabilità sono tutt'uno.
Si potrà ora prontamente intendere che nessuna idea assiomatica, nessuna idea fondata sul principio fluttuante dell'evidenza di rapporti possa realmente essere una base così sicura, così affidabile per ogni struttura eretta dalla Ragione, quanto QUELLA idea (qualunque essa sia, ovunque possiamo individuarla, se è possibile trovarla in qualche posto) che NON ha relazione alcuna, che non solo non presenta alla comprensione NESSUNA EVIDENZA di rapporti considerabile, grande o meno grande che sia, ma che assoggetta l'intelletto, in misura non irrilevante, alla necessità di non guardare AD ALCUN RAPPORTO. Se una tale idea non è ciò che troppo leggermente chiamiamo "assioma", è almeno preferibile, come base logica, a ogni altro assioma mai proposto, o a tutti gli assiomi immaginabili messi assieme: e questa è esattamente l'idea da cui ha inizio il mio processo deduttivo, così pienamente corroborato dall'induzione. La mia PARTICELLA PROPRIA non è altro che una IRRADIAZIONE ASSOLUTA.
Per riassumere quanto è stato detto: come punto di partenza ho supposto per certo, semplicemente, che l'Inizio non ha avuto nulla prima o dietro di lui, essendo di fatto un Inizio; e che questo era un Inizio e nulla di diverso da questo; in breve, che questo Inizio ERA CIO' CHE ERA. Se questa è una "mera supposizione", allora lasciamo che lo sia.
Per concludere questa parte dell'argomento: io sono pienamente autorizzato a dichiarare che LA LEGGE CHE CHIAMIAMO GRAVITA' ESISTE PER ESSERE STATA LA MATERIA ATOMICAMENTE IRRADIATA ALLA SUA ORIGINE IN UNA LIMITATA SFERA DI SPAZIO DA UNA, INDIVIDUALE, INCONDIZIONATA, IRRELATA E ASSOLUTA PARTICELLA PROPRIA, ATTRAVERSO L'UNICO PROCESSO CON IL QUALE ERA POSSIBILE SODDISFARE AL TEMPO STESSO ALLE DUE CONDIZIONI DELL'IRRADIAZIONE E DELL'UNIFORME DISTRIBUZIONE ENTRO LA SFERA; VALE A DIRE CON UNA FORZA CHE VARIA IN MISURA DIRETTAMENTE PROPORZIONALE AL QUADRATO DELLE DISTANZE RISPETTIVAMENTE FRA GLI ATOMI IRRADIATI E IL CENTRO INDIVIDUATO D'IRRADIAZIONE.
Ho già detto le mie ragioni per presumere che la Materia sia stata irradiata da una forza determinata piuttosto che da una forza continua o infinitamente continua. Supponendo una forza continua saremmo in primo luogo incapaci di comprendere una reazione; e, in secondo luogo, saremmo obbligati ad ammettere l'impossibile concetto di un'infinita estensione di Materia. Per non insistere sull'impossibilità di tale concetto, diciamo che l'infinita estensione della Materia è un'idea che se non definitivamente confutata, non è almeno in nessun modo autorizzata dall'osservazione delle stelle con il telescopio, un punto che dovrà essere spiegato meglio in seguito; e questa ragione empirica per pensare alla finitezza originaria della Materia è confermata in modo non empirico. Per esempio: ammettendo per il momento la possibilità di comprendere lo Spazio come RICOLMO di atomi irradiati, e cioè ammettendo come meglio possiamo, per amore dell'argomentazione, che la successione degli atomi non avesse assolutamente FINE, è chiaro che, anche quando la Volontà di Dio si fosse ritirata da essi, e pertanto la tendenza a ritornare all'Unità potesse (in astratto) essere soddisfatta, questa possibilità sarebbe stata nulla o non valida, praticamente destituita di valore e di qualsiasi effetto. Non ci sarebbe stata nessuna Reazione; nessun movimento verso l'Unità si sarebbe potuto compiere, e non avremmo avuto nessuna Legge di Gravità.
Mi spiego: accordate che la tendenza astratta di ogni atomo verso ogni altro atomo è l'inevitabile risultato della diffusione dell'Unità normale, o, ciò che è lo stesso, ammettete che ogni atomo dato si proponga di muoversi in una qualsiasi direzione data; è chiaro che, finché c'è un'INFINITA' di atomi su tutti i lati dell'atomo che si propone di muoversi, questo non può mai muoversi realmente verso la soddisfazione della sua inclinazione nella direzione data, per causa di un'inclinazione esattamente uguale e contraria nella direzione diametralmente opposta. In altre parole, ci sono esattamente tante inclinazioni all'Unità dietro all'atomo esitante quante ce ne sono davanti. Poiché è pura follia dire che una linea infinita è più lunga o più corta di un'altra linea infinita, o che un numero infinito è più grande o più piccolo di un altro numero infinito, l'atomo in questione dovrà restare fermo. Nelle circostanze impossibili che abbiamo semplicemente tentato di concepire, per amore della discussione, non ci sarebbe stata nessuna aggregazione di Materia, nessuna stella, nessun mondo, null'altro che un Universo perpetuamente atomico e privo di conseguenze di sorta. Di fatto, comunque si voglia considerare la cosa, l'intera idea di una Materia senza limiti è non solo insostenibile ma impossibile e assurda.
Nel considerare una SFERA di atomi, ciò nonostante, noi percepiamo subito un'inclinazione all'unione CHE PUO' ESSERE SODDISFATTA. Essendo il risultato generale della tendenza dell'uno all'altro un'inclinazione di tutti verso il centro, il processo GENERALE di condensazione, di avvicinamento, ha inizio immediatamente, attraverso un movimento comune e simultaneo, al ritirarsi della Volontà Divina, essendo gli avvicinamenti INDIVIDUALI, o le coalescenze, di ogni atomo con ogni altro atomo, soggette a infinite variazioni di tempo, grado e condizione, a causa sia dell'eccessiva molteplicità di rapporti provocata dalle differenze di forma supposte come caratterizzanti gli atomi, al momento in cui lasciavano la Particella Propria, che dalla susseguente inequidistanza particolare di ogni atomo da ogni altro atomo.
Vorrei imprimere nel lettore la certezza del fatto che a un tratto (al ritirarsi della forza diffusiva, o Divina Volontà), dalla descritta condizione degli atomi, hanno dovuto sorgere in innumerevoli punti della sfera Universale innumerevoli agglomerazioni, caratterizzate dalle innumerevoli differenze specifiche di forma, dimensione, natura essenziale e distanza l'uno dall'altro. Lo sviluppo della Repulsione (l'Elettricità) dev'essere cominciato certamente con i primissimi sforzi particolari verso l'Unità, e dev'essere andato avanti in modo costante proporzionalmente alla coalescenza, cioè ALLA CONDENSAZIONE, o ancora, all'Eterogeneità.
Pertanto i due Principi propriamente detti, l'ATTRAZIONE e la REPULSIONE, il Materiale e lo Spirituale, si accompagnano l'un l'altro, nella più stretta intimità, per sempre. IL CORPO E L'ANIMA CAMMINANO INSOMMA MANO NELLA MANO.
Se ora con l'immaginazione scegliamo una delle agglomerazioni considerate nei loro stadi primitivi in ogni parte della sfera universale, e immaginiamo che questa agglomerazione incipiente stia prendendo posto nel punto in cui è situato al centro del nostro Sole, o piuttosto dove ERA in origine, perché il Sole cambia perpetuamente di posizione, noi ci incontreremo, e per un po' di tempo almeno avanzeremo con la più esaltante delle teorie, con la Cosmogonia Nebulare di Laplace, sebbene "Cosmogonia" sia un termine fin troppo onnicomprensivo per ciò che designa in realtà: la costituzione del solo nostro sistema solare, di uno tra i miliardi di sistemi simili che sono nell'Universo Siderale.
Confinando se stesso in una regione EVIDENTEMENTE LIMITATA, quella del nostro sistema solare e delle sue relativamente immediate vicinanze, e supponendo SEMPLICEMENTE, vale a dire supponendo senza alcuna base, MOLTO di ciò che ho tentato di sistemare su una base più stabile di una supposizione, supponendo per esempio la materia come diffusa (senza pretendere di spiegare la diffusione) tutto intorno, e talvolta oltre lo spazio occupato dal nostro sistema, diffusa in uno stato di eterogenea nebulosità e obbediente alla onniprevalente legge di Gravità sul cui principio egli non si avventurò a far congetture; supponendo tutto questo (che è assolutamente vero, per quanto non avesse avuto alcun diritto logico alla sua supposizione) Laplace ha mostrato, dinamicamente e matematicamente, che i risultati sono in tal caso necessariamente e soltanto quelli che noi vediamo manifestarsi nella condizione realmente esistente del sistema stesso.
Mi spiego: supponiamo che QUELLA particolare agglomerazione di cui abbiamo appena parlato, quella che è nel punto designato dal centro del nostro Sole, sia andata tanto avanti che una vasta quantità di materia nebulosa abbia qui assunto una forma irregolarmente sferica, coincidendo evidentemente il suo centro con quel che è adesso o è stato in origine il centro del nostro Sole; e che la sua superficie si estenda fuori attorno all'orbita di Nettuno, il più lontano dei nostri pianeti: in altre parole, supponiamo che il diametro di questa sfera irregolare sia di 6000 milioni di miglia. Per lungo tempo questa massa di materia andò condensandosi, finché alla fine si ridusse alla dimensione che immaginiamo, essendo evidentemente passata con gradualità dal suo stato atomico e impercettibile a ciò che noi percepiamo come un'apprezzabile nebulosità.
La condizione di questa massa implica una rotazione attorno a un asse immaginario, una rotazione che cominciando con l'assoluta incipienza di aggregazione, è andata progressivamente acquistando velocità. I primissimi due atomi che abbiamo incontrato, avvicinandosi l'uno all'altro da punti non diametralmente opposti, spingendosi un po' al di là l'uno dall'altro, avrebbero formato un nucleo per il movimento rotatorio descritto. Come questo sia andato acquistando velocità, si vedrà immediatamente. I due atomi sono raggiunti da altri e si forma un'aggregazione. La massa continua a rotare finché non si condensa. Ma un atomo che è all'esterno ha di certo un movimento più rapido di un altro più vicino al centro. L'atomo esterno però, con la sua superiore velocità, si avvicina al centro, portando con sé questa velocità superiore mentre si muove. Pertanto ogni atomo, avanzando e infine congiungendosi al centro condensato, aggiunge qualcosa alla velocità originaria di quel centro, incrementa cioè il movimento rotatorio della massa.
Supponiamo ora che questa massa sia tanto condensata da occupare ESATTAMENTE lo spazio circoscritto dall'orbita di Nettuno, e che la velocità con cui si muove la superficie esterna della massa nella rotazione generale sia precisamente la velocità con cui Nettuno ruota ora attorno al Sole. A questo punto noi comprendiamo dunque che la forza centrifuga in costante incremento avendo avuto la meglio sulla forza centripeta stabile, sciolse e separò l'ultimo e più esterno strato condensato, o alcuni degli strati periferici e meno condensati, all'equatore della sfera, dove predominava la velocità tangenziale, di modo che questi strati formarono attorno allo stesso corpo un anello indipendente che avvolgeva le regioni equatoriali, così come la parte esterna di una molla, espulsa dall'eccessiva velocità di rotazione, avrebbe formato un anello attorno a questa, non fosse stato per la solidità del materiale esterno; se questo fosse stato caucciù, o qualsiasi altro di simile consistenza, si sarebbe presentato esattamente il fenomeno descritto.
Allontanandosi vorticosamente dalla massa nebulosa, l'anello FACEVA IL SUO GIRO DI RIVOLUZIONE COME un anello indipendente, con la velocità con cui ROTEAVA alla superficie della massa. Intanto, proseguendo la condensazione, lo scarto fra l'anello distaccatosi e la massa principale stessa continuava a crescere, finché l'uno rimase a una grande distanza dall'altra.
Ora ammettendo che l'anello abbia avuto, per una combinazione apparentemente accidentale dei suoi componenti eterogenei, una costituzione sufficientemente uniforme, in TALE condizione questo anello non avrebbe mai smesso di girare attorno alla massa principale; ma come si poteva prevedere, sembra si sia avuta una irregolarità nella disposizione dei materiali, sufficiente a costringerli attorno a centri di solidità maggiore, così che la forma anulare fu distrutta.
Senza dubbio, la fascia si divise rapidamente in diversi frammenti, e predominando uno di questi per la sua massa assorbì gli altri costituendosi in un pianeta di forma sferica. E' sufficientemente chiaro che quest'ultimo, COME pianeta, continuasse il movimento di rivoluzione che lo caratterizzava quando ancora era un anello; e che poi nella sua nuova condizione di sfera abbia assunto anche un altro movimento, è presto spiegato. Supponendo che l'anello non si sia ancora rotto, vediamo che, ancora mentre la sua massa ruota attorno al corpo originario, la parte esterna si muove più rapidamente che non quella interna. Al sopraggiungere della rottura, una parte d'ogni frammento si deve essere mossa quindi con una velocità maggiore delle altre, così che prevalendo, il movimento maggiore deve aver fatto girare vorticosamente ogni frammento, spingendolo cioè alla rotazione; e la direzione del movimento rotatorio dev'essere stata senz'altro la direzione del movimento di rivoluzione da cui derivava. TUTTI i frammenti essendo diventati soggetti alla rotazione descritta, coalescendo devono aver impartito lo stesso movimento al pianeta formato dalla loro coalescenza. Questo pianeta era Nettuno.
Proseguendo la condensazione della sua materia, e prevalendo infine la forza centrifuga generata dalla sua rotazione sulla forza centripeta, come prima nel caso della massa originaria, pure dalla superficie equatoriale di questo pianeta fu proiettato un anello; questo anello, la cui costituzione non era stata uniforme, si ruppe, e i suoi molti frammenti, inglobati da quello più dotato di massa, diedero origine collettivamente a un satellite. In seguito il fenomeno si ripeté, e ne risultò un secondo satellite. Così spieghiamo il pianeta Nettuno e i due satelliti che lo accompagnano.
Proiettando un anello dal suo equatore, il Sole ristabilì l'equilibrio tra le sue forze centrifughe e centripete, che era stato perturbato nel processo di condensazione; ma dato che questa condensazione continuava, subito l'equilibrio fu ancora una volta turbato, per l'accrescersi della rotazione. E' chiaro che mentre la massa si era tanto ristretta da occupare un'orbita sferica circoscritta appunto dall'orbita di Urano, la forza centrifuga predominava in modo così netto da rendere necessario un nuovo alleggerimento: di conseguenza fu proiettata una seconda fascia equatoriale che, divenendo non uniforme, si ruppe come prima nel caso di Nettuno; i frammenti formarono il pianeta Urano la cui attuale velocità di rivoluzione attorno al Sole indica con evidenza la velocità di rotazione di quella superficie equatoriale del Sole al momento della separazione. Urano, attingendo la sua rotazione dalle rotazioni collettive dei frammenti che lo componevano, come ho spiegato prima, proiettava ora un anello dopo l'altro, ognuno dei quali rompendosi si condensava in un satellite.
Tre satelliti si formarono in questo modo, in epoche successive, mediante la rottura e la generale condensazione sferica di altrettanti diversi anelli non uniformi.
Nel momento in cui il Sole si era ristretto fino a occupare esattamente lo spazio circoscritto dall'orbita di Saturno, dobbiamo supporre che l'equilibrio tra le sue forze centrifughe e centripete fu nuovamente perturbato dall'accrescersi della spinta rotatoria risultante dalla condensazione, così che si rese necessaria una terza opera di riequilibrio, e come già due volte prima venne proiettata una fascia anulare, la quale rompendosi per la non uniformità si consolidò nel pianeta Saturno. Quest'ultimo proiettò in una prima fase sette fasce non uniformi, che rompendosi si condensarono in altrettanti satelliti; in seguito però esso sembra aver proiettato, in tre momenti distinti ma non lontani tra loro, tre anelli la cui uniformità di costituzione è per apparente accidentalità tanto considerevole da non presentare occasione di rottura, per cui essi continuano a ruotare come anelli. Uso l'espressione "APPARENTE accidentalità", perché non ci fu traccia di un accidente nel senso comune del termine: il termine è applicato propriamente solo al risultato di una LEGGE non distinguibile o non immediatamente delineabile.
Restringendosi fino a occupare esattamente lo spazio circoscritto dall'orbita di Giove, il Sole trovò necessario un ulteriore sforzo per restaurare un equilibrio delle sue due forze, continuamente minacciate dal persistente aumentare della rotazione. Giove fu in conseguenza proiettato all'esterno, passando dalla condizione di anello a quella di pianeta, e, raggiunta quest'ultima, a sua volta proiettò all'esterno, in quattro momenti diversi, altrettanti anelli che infine si condensarono in altrettanti satelliti.
Restringendosi ancora, finché la sua sfera non occupò esattamente lo spazio definito dall'orbita degli Asteroidi, il Sole proiettò un anello che sembra abbia avuto nove centri di più alta solidità, i quali rompendosi si sono separati in nove frammenti, nessuno dei quali predominava tanto sugli altri da assorbirli in sé. Tutti, quindi, come pianeti distinti per quanto piccoli a paragone degli altri, continuarono a ruotare in orbite le cui distanze l'una dall'altra possono essere considerate in certo grado come la misura della forza che li spinse a separarsi: tutte le orbite, ciò nonostante, sono così perfettament