Honoré de Balzac



I PICCOLI BORGHESI

 

 

 

 

 

 

A COSTANZA-VITTORIA

 

Signora, ecco una di quelle opere che piovono, non si sa come, in mente e piacciono a un autore prima che egli possa prevedere l'accoglienza che le tributerà il pubblico, sommo giudice del momento.

Quasi certo della vostra indulgenza per il mio fervore vi dedico questo libro; spetta voi come un tempo spettava la decima alla Chiesa, in memoria di Dio che fa sbocciare e maturare ogni cosa nei campi come nell'intelletto.

Qualche residuo di creta lasciato da Molière ai piedi della sua colossale statua di Tartufo è stato qui impiegato con mano più ambiziosa che esperta; ma, quale che sia la istanza che mi separa dal massimo dei comici, sarò lieto d'avere utilizzato queste briciole raccattate alla sua ribalta effigiando l'odierno ipocrita in azione.

La ragione che più mi ha stimolato a questa ardua impresa fu di trovarla aliena da ogni tema religioso, che doveva essere evitato per riguardo a voi, così devota, e per quella che un grande scrittore ha definita L'INDIFFERENZA IN MATERIA DI RELIGIONE.

Possa il duplice significato dei vostri nomi servire di buon auspicio al libro! E degnatevi scorgere in esso l'espressione della deferente gratitudine di colui che osa professarsi il vostro più devoto servitore.

H. DE BALZAC.

 

 

1

LA PARIGI CHE SE NE VA

 

Il cancelletto girevole Saint-Jean, la cui descrizione, all'inizio dello studio intitolato "Una doppia famiglia" nelle "Scene della vita privata", fu a suo tempo giudicata tediosa, questa ingenua struttura della vecchia Parigi sopravvive ormai solo in tale menzione tipografica. L'erezione del Municipio, come oggi appare, ha spazzato via tutto un quartiere.

Nel 1830 i passanti potevano ancora scorgere il cancelletto dipinto sull'insegna di un vinaio ma la casa venne successivamente abbattuta.

Rammentare questa benemerenza non equivale ad annunciarne un'altra di non minore importanza? Ahimè, la vecchia Parigi sta sparendo con celerità spaventosa. Qua e là, in quest'opera, ne rimarrà traccia ora in una tipica abitazione medievale, come quella descritta all'inizio del "Chat-qui-pelote", ora nella casa abitata dal giudice Popinot, in rue du Fouarre, simbolo d'una borghesia di vecchio stampo. Qua i ruderi della dimora di Fulbert; là l'intero bacino della Senna sotto Carlo Nono. Redivivo "Old Mortality", perché lo storico della società francese non dovrebbe salvaguardare queste tipiche espressioni del passato come il vegliardo di Walter Scott preservava le tombe? Certo, da un decennio circa, le critiche dei letterati non sono state inutili: l'arte comincia a rivestire coi suoi fiori le ignobili facciate di quelle che a Parigi son chiamate "case da speculazione" e che un nostro poeta paragona a dei comò.

Facciamo qui notare che la creazione della commissione municipale "del ornamento" (sic) che sovrintende, a Milano, all'architettura delle facciate prospicienti la strada e alla quale ogni proprietario è tenuto a sottoporre i suoi progetti, risale al dodicesimo secolo. Chi non ha perciò ammirato, in questa bella capitale, i risultati dell'attaccamento di borghesi e nobili alla propria città nel contemplare con piacere (sic) edifici pieni d'originalità e distinzione?... La speculazione laida e sfacciata che, d'anno in anno, abbassa l'altezza dei piani, ricava un appartamento dall'area ottenuta mediante la soppressione d'un salone, che elimina i giardini, influirà sui costumi parigini. Tra poco la gente sarà costretta a vivere più fuori che dentro. Dov'è ormai la sacralità della vita privata, la libertà di starsene in casa propria? Comincia allorquando si posseggono cinquantamila franchi di rendita. Pochi milionari, del resto, si permettono il lusso d'una palazzina protetta da un cortile verso la strada, sottratta alla curiosità dei passanti dal fogliame d'un giardino.

Livellando le fortune, il titolo del Codice che regola le successioni ha prodotto quei falansteri in pietre di piccole dimensioni che ospitano trenta famiglie e procurano centomila franchi di reddito. Tra cinquant'anni, perciò, Parigi conterà sulla punta delle dita case analoghe a quella in cui risiedeva, all'inizio di questa storia, la famiglia Thuillier; una casa davvero curiosa e che merita l'onore d'una descrizione accurata, non foss'altro che per paragonare la Borghesia passata alla presente.

Ubicazione e aspetto della casa, cornice di questo quadro di costumi, han del resto un sapore di piccola borghesia, che può attrarre o distogliere l'attenzione, a seconda dei gusti individuali. La casa dei Thuillier, per cominciare, non apparteneva né al signore né alla signora bensì alla signorina Thuillier, sorella maggiore del signor Thuillier. Questa casa, comprata nei sei mesi susseguenti la rivoluzione del 1830 dalla signorina Maria-Gianna-Brigitte Thuillier, la primogenita, è situata a metà della rue Saint-Dominique-d'Enfer, di modo che l'ala abitata dai Thuillier, tra cortile e giardino, è esposta a mezzogiorno.

La spinta progressiva con la quale la popolazione parigina va spostandosi sulle alture della riva destra della Senna, abbandonando la sinistra, da tempo nuoceva alla vendita delle proprietà del quartiere detto Latino quando circostanze, che emergeranno dal carattere e dalle consuetudini del signor Thuillier, indussero la sorella all'acquisto d'una casa: la ottenne al prezzo irrisorio di quarantaseimila franchi per il corpo principale; le parti secondarie vennero a costare seimila franchi; cinquantaduemila franchi in tutto.

La distinta particolareggiata della proprietà, redatta in stile burocratico, e i risultati ottenuti dal signor Thuillier spiegheranno con quali mezzi tante fortune s'accrebbero nel luglio 1830, mentre tante altre colavano a picco.

Sulla via la casa mostrava una facciata in pietre di piccole dimensioni intonacata in gesso, patinata dal tempo e rigata dall'uncino del muratore in modo da simulare pietre squadrate. Questo tipo di facciata è così comune a Parigi e talmente brutto che la città dovrebbe premiare i proprietari che costruiscono in pietra e scolpiscono facciate nuove. Questa fronte grigiastra, forata da sette finestre, era alta tre piani e sormontata da mansarde coperte di tegole. La porta carraia, grossa e massiccia, rivelava nella fattura e nello stile che la casa era stata eretta sotto l'Impero per utilizzare parzialmente il cortile d'una vasta e antica abitazione al tempo in cui il quartiere d'Enfer era abbastanza rinomato.

Da un lato c'era l'alloggio del custode, dall'altro iniziava la rampa della scala di questa prima casa. Due corpi di fabbrica, addossati alle abitazioni attigue, avevano in passato servito da rimesse, scuderie, cucine e dipendenze per la casa di fondo; ma, a partire dal 1830, erano stati adibiti a magazzino.

Il lato destro era affittato ad un grossista in carta noto come signor Métivier nipote; il sinistro ad un libraio di nome Barbet. Gli uffici dei due negozianti erano situati sopra i rispettivi magazzini e il libraio abitava al primo e il cartaio al secondo piano della casa che dava sulla strada. Métivier nipote, trafficante in carta più che negoziante; Barbet, più usuraio che libraio, adoperavano entrambi quei vasti depositi per riporvi, l'uno partite di carta comprate da fabbricanti in crisi, l'altro tirature di volumi ceduti in pegno dei suoi prestiti.

Il pescecane della libreria e il luccio della cartiera vivevano d'amore e d'accordo e le loro operazioni, prive della vivacità che caratterizza la vendita al minuto, conducevano poche carrozze nel cortile, così tranquillo che il portinaio era costretto abitualmente a sradicare l'erba fra le pietre del selciato. I signori Barbet e Métivier, poco più che comparse in questa storia, facevano rare visite ai proprietari e poiché la loro puntualità nel pagare l'affitto li annoverava fra i buoni inquilini erano ritenute persone degnissime dagli ospiti dei Thuillier.

Quanto al terzo piano che dava sulla strada, si componeva di due appartamenti: l'uno occupato dal signor Dutocq, cancelliere alla Conciliatura, ex impiegato in pensione, frequentatore assiduo del salone Thuillier; l'altro, dal protagonista della presente storia: ci si dovrà perciò accontentare, per ora, di precisare l'importo dell'affitto, settecento franchi, e la posizione che egli aveva gradualmente assunto in quell'ambiente tre anni prima del momento in cui il sipario s'alzerà su questo dramma domestico.

Il cancelliere, cinquantenne scapolo, occupava il migliore dei due appartamenti al terzo piano; aveva una cuoca e pagava mille franchi d'affitto. Due anni dopo l'acquisto, la signorina Thuillier veniva quindi a percepire settemiladuecento franchi di reddito da una casa che il precedente proprietario aveva munita di persiane, restaurata all'interno, ornata di vetri, senza poter né venderla né affittarla; e i Thuillier, sistemati in grande come si vedrà, godevano di uno dei più bei giardini del quartiere, i cui alberi ombreggiavano la solitaria e stretta rue Neuve-Sainte-Catherine.

Questa casa, situata fra cortile e giardino, si dice fosse stata il capriccio d'un borghese arricchito sotto Luigi Quattordicesimo, d'un presidente del Parlamento o l'abitazione d'un tranquillo studioso.

Sprigionava, dalle sue belle pietre da taglio consunte dal tempo, una certa aria di grandiosità Luigiquattordiciana (ci si consenta il barbarismo); i falsi pilastri della facciata son disposti a corsi, i riquadri delle rosse tegole rammentano i fianchi delle scuderie di Versailles, le finestre a centina sono abbellite da maschere al colmo e sotto il davanzale. La porta infine, a piccoli riquadri in alto e piena in basso, da cui s'intravedeva il giardino, ha quello stile sobrio e privo d'enfasi impiegato di solito per l'abitazione del custode nei castelli reali.

Questo padiglione a cinque finestre è composto di due piani oltre il terreno e spicca per un tetto a quattro spioventi culminato da una banderuola e traforato da bellissimi camini e da finestrini ovali. Era forse l'avanzo di qualche gran palazzo; ma nelle vecchie piante di Parigi nulla s'è rinvenuto che confermasse tale ipotesi; inoltre i documenti della signorina Thuillier indicano quale possessore, sotto Luigi Quattordicesimo, Petitot, il celebre pittore su smalto che aveva ricevuto la proprietà dal presidente Le Camus. Forse il presidente aveva abitato il padiglione nel periodo in cui stava facendo erigere il suo famoso palazzo in rue de Thorigny.

Toga e Arte sono perciò passate in quel luogo di pari passo. Eppure quale perfetta sintesi tra bisogni e piaceri aveva presieduto alla suddivisione del padiglione all'interno! A destra, entrando in una sala quadrata che funge da anticamera, si diparte una scala in pietra sotto la quale c'è la porta della cantina; a sinistra s'aprono gli usci di un salone con due finestre prospicienti il giardino e di una sala da pranzo che dà sul cortile. Essa comunica lateralmente con una cucina attigua ai magazzini di Barbet. Dietro la scala, dalla parte del giardino, s'apre un magnifico e lungo studio con due finestre. Il primo e il secondo piano compongono due appartamenti completi e gli alloggi dei domestici sono indicati, sotto il tetto a quattro falde, dalle finestrelle ovali. Una splendida stufa orna l'ampio vestibolo quadrato al quale due porte a vetri, una in faccia all'altra, danno luce. Questa stanza, dal pavimento in lastre di marmo bianco e nero, spicca per un soffitto a travetti sporgenti, già dipinti e dorati ma ricoperti, probabilmente sotto l'Impero, da una mano di tinta bianca uniforme. Di fronte alla stufa c'è una fontana in marmo rosso con la conca pure in marmo. I tre usci dello studio, del salone e della sala da pranzo hanno sovraporte con cornici ovali e i dipinti avrebbero urgente bisogno di restauro. La parte lignea è pesante ma le decorazioni abbastanza belle. Il salone, completamente rivestito in legno, ricorda il gran secolo, sia per il camino in marmo di Languedoc, sia per il soffitto a fregi negli spigoli oltre che per la forma delle finestre, ancora a quadrelli in vetro. La sala da pranzo, cui si accede dal salone attraverso una porta a due battenti, ha il pavimento in lastre di pietra e il rivestimento in quercia, è priva di dipinti e l'atroce tappezzeria moderna in carta ha surrogato l'antica.

Il soffitto, in castagno a cassettoni, non è stato alterato. Lo studio, ammodernato da Thuillier, acuisce le discrepanze. L'oro e il bianco delle modanature del salone sono talmente sciupati che non si scorge più che un tracciato rosso al posto dell'oro, e il bianco, ingiallito e striato, va squamandosi. Mai il detto latino "Otium cum dignitate" ha avuto commentario più eloquente, agli occhi d'un poeta, che in questa nobile dimora. I ferri battuti della ringhiera della scala sono degni del magistrato e dell'artista; ma per scoprirne oggi le tracce nei balconi lavorati del primo piano, nei resti di questo rudere imponente, occorrono appunto gli occhi d'un poeta.

I Thuillier e i loro predecessori hanno deturpato più volte questo gioiello dell'alta borghesia con i gusti e le trovate della piccola borghesia. Cercate d'immaginarvi sedie in noce scura, di crine, una tavola in mogano coperta di tela cerata, credenze pure in mogano, un tappeto di seconda mano sotto il tavolo, lampade in latta marezzata, una tappezzeria in carta verde americana dal bordo rosso, esecrabili incisioni a fumo e tendine in calicò ornate di galloni rossi in questa sala da pranzo in cui sedettero a banchetto gli amici di Petitot...

Immaginatevi l'effetto che fanno, nel salone, i ritratti del signor, signora e signorina Thuillier eseguiti da Pierre Grassou, il pittore dei borghesi; tavoli da gioco vecchi di vent'anni, cantoniere del tempo dell'Impero, un tavolo da tè con sopra una grande lira, un mobile in mogano nodoso con guarnizioni in velluto dipinto e il fondo color cioccolato; una pendola sul camino raffigurante la Bellona imperiale, candelabri a colonnine scanalate, tende di damasco in lana e mussolina ricamata tenute semiaperte da liste in cuoio stampato...

Sul pavimento in legno è steso un tappeto dozzinale. La bella anticamera oblunga ha sedili in velluto, e pareti a pannelli scolpiti sono coperte da armadi di varia data, provenienti dagli appartamenti occupati precedentemente dai Thuillier. Una tavola copre la fontana e sopra v'è collocata una lampada fumosa che data dal 1815. In ultimo la paura, questa divinità abietta, ha indotto a collocare dal lato del giardino come pure da quello del cortile doppie porte foderate in latta che di giorno vengono ripiegate contro il muro e di notte sbarrate.

E' facile spiegare l'esecrabile profanazione usata a quel monumento della vita privata del diciottesimo secolo da quella del diciannovesimo. Forse agli inizi del Consolato un capomastro, acquirente del palazzetto, volle utilizzare il terreno prospiciente la strada e demolì verosimilmente il bel portone carraio fiancheggiato dai padiglioncini completanti quel grazioso "soggiorno", per usare la terminologia antica, e l'intraprendenza del proprietario parigino imprime il suo marchio in fronte a questa eleganza, proprio come il giornale e i suoi torchi, la fabbrica e i suoi magazzini, il commercio e i suoi banchi sostituiscono l'aristocrazia, la vecchia borghesia, la finanza e la magistratura ovunque esse avevano sfoggiato i loro splendori. Quale interessante studio riuscirebbe quello dei titoli di proprietà a Parigi! Una casa di cura funziona, in rue des Batailles, sulla dimora del cavaliere Pierre Bayard du Terrail; il terzo stato ha costruito la strada sull'area di palazzo Necker. La vecchia Parigi se ne va, seguendo i re che se ne sono andati. Per un capolavoro architettonico salvato da una principessa polacca quanti palazzetti cadono, come l'abitazione di Petitot, nelle mani dei Thuillier! Ma ecco le ragioni che fecero della signorina Thuillier la proprietaria di questa casa.

 

 

 

2

IL BEL THUILLIER

 

Alla caduta del ministero Villèle, il signor Jérome-Luigi Thuillier, che da ventisei anni era alle Finanze, divenne sottocapo; ma cominciava appena a godere dell'autorità in subordine d'un posto che, in passato, era la sua massima aspirazione che gli avvenimenti del luglio 1830 lo costrinsero a dimettersi. Egli calcolò accortamente che la pensione sarebbe stata onorevolmente e celermente fissata da persone liete di trovare un posto in più, ed ebbe ragione in quanto essa fu determinata in millesettecento franchi.

Quando il prudente sottocapo accennò a lasciare l'Amministrazione la sorella, compagna della sua esistenza assai più della moglie, tremò per l'avvenire dell'impiegato.

- Che avverrà di Thuillier?... - fu la domanda che si rivolsero con reciproco tremore la signora e la signorina Thuillier, alloggiate allora in un appartamentino al terzo piano in rue d'Argenteuil.

- Le pratiche per la pensione lo terranno occupato per un po', aveva detto la signorina Thuillier; - ma ho in mente un investimento dei miei risparmi che gli darà da fare... Sì, occuparsi di una proprietà sarà quasi come continuare ad amministrare.

- Sorella, gli salverete la vita! - esclamò la signora Thuillier.

- Ma io ho sempre pensato a questa crisi nella vita di Jérome! rispose l'anziana zitella con tono di protezione.

La signorina Thuillier aveva udito troppo spesso il fratello dire: - Il tale è morto! Non è sopravvissuto due anni al collocamento a riposo -. Troppo spesso aveva inteso Colleville, amico intimo di Thuillier e impiegato al pari di lui, scherzare su questo periodo climaterico dei burocrati e affermare: - Ci arriveremo pure noi!... - per non considerare il pericolo che il fratello correva. Il trapasso dall'attività all'inazione è, in effetti, la fase critica dell'impiegato. I pensionati che non sanno o possono sostituire altre occupazioni a quelle che devono lasciare cambiano in modo strano:

alcuni muoiono; molti si dedicano alla pesca, occupazione la cui vuotaggine è simile al lavoro d'ufficio; altri, più scaltri, divengono azionisti, perdono i propri risparmi e son felici d'ottenere un posto nell'impresa che, dopo un iniziale fallimento, ha successo in mani più abili che la guatavano al varco; l'impiegato si frega le proprie, completamente vuote, dicendosi: "Però avevo subodorato la riuscita dell'affare..." Ma quasi tutti combattono contro le loro vecchie abitudini.

- Ve ne sono di quelli, - asseriva Colleville, - che sono divorati dallo spleen (pronunciava "splenne") tipico degli impiegati, muoiono delle loro circolari rientrate; hanno non il verme ma il cartone solitario -. Il piccolo Poiret non poteva guardare una cartella bianca orlata d'azzurro senza che questa vista amata gli facesse cambiar colore; dal verde passava al giallo.

La signorina Thuillier era considerata il genio della famiglia; non le mancava energia né risolutezza, come la sua storia personale dimostrerà. Questa superiorità, limitata del resto al proprio ambiente, le permetteva di giudicare obiettivamente il fratello, sebbene l'adorasse. Viste fallire le speranze riposte nel suo idolo aveva, nel suo affetto, troppo spirito materno per ingannarsi sul valore sociale del sottocapo. Thuillier e la sorella erano figli del custode principale del ministero delle Finanze. Jérome era sfuggito, grazie alla miopia, a tutte le precettazioni e coscrizioni possibili.

Il padre ebbe l'ambizione di fare del figlio un impiegato. All'inizio del presente secolo c'erano troppi posti nell'esercito perché non ve ne fossero anche molti negli uffici, e la carenza d'impiegati d'ordine permise al grosso padre Thuillier di far varcare al figlio i primi gradini della gerarchia burocratica. Il custode morì nel 1814 lasciando Jérome alle soglie della promozione a sottocapo ma senza altri beni salvo tale speranza. Il grosso Thuillier e la moglie, morta nel 1810, s'erano messi a riposo nel 1806 con la sola pensione avendo prodigato tutte le sostanze per impartire a Jérome l'educazione del tempo e aiutarlo a sostentarsi insieme alla sorella. Sono noti gli effetti della Restaurazione sulla burocrazia. Dai quarantuno dipartimenti soppressi si riversò una massa d'impiegati meritevoli che chiedevano posti inferiori a quelli che occupavano. A questi diritti acquisiti vennero ad aggiungersi quelli delle famiglie proscritte, rovinate dalla Rivoluzione. Premuto tra questi opposti affluenti Jérome fu lieto di non esser destituito con qualche futile pretesto.

Tremò fino al giorno in cui, promosso per caso sottocapo, fu certo d'un collocamento a riposo onorevole. Questo rapido riassunto spiega la scarsa importanza e le poche conoscenze del signor Thuillier. Aveva appreso il latino, la matematica, la storia e la geografia che s'imparano in convitto; ma s'era fermato alla seconda classe dato che il padre aveva voluto cogliere un'occasione favorevole per farlo entrare al ministero, vantando la "mano superba" del figlio. Se perciò il piccolo Thuillier registrò i primi titoli nel libro mastro del Debito Pubblico non apprese né retorica né filosofia. Ingranato nella macchina ministeriale coltivò poco le lettere, meno ancora le arti; acquisì una conoscenza puramente empirica delle sue funzioni; e quando, sotto l'Impero, ebbe occasione d'entrare nella cerchia degli impiegati superiori ne assimilò i modi esteriori che occultarono il figlio del custode ma non provò neppure a cimentarsi con la cultura.

L'ignoranza gl'insegnò a tacere e il silenzio gli tornò utile; s'abituò, sotto il regime imperiale, all'obbedienza passiva che piace ai superiori e a tale qualità dovette, più avanti, la promozione a sottocapo. La sua routine divenne estesa esperienza, i suoi modi e il suo mutismo celarono l'assenza d'istruzione. Tale nullità fu un titolo quando occorse un uomo da nulla. S'ebbe timore di scontentare due partiti avversi alla Camera, ognuno dei quali sosteneva un suo uomo, e il ministero si cavò d'impaccio applicando la regola dell'anzianità.

Ecco in qual modo Thuillier divenne sottocapo. La signorina Thuillier, sapendo che il fratello detestava la lettura e non poteva sostituire il trambusto dell'ufficio con altre faccende, aveva deciso saviamente di buttarlo nei fastidi della proprietà, nella manutenzione d'un giardino, nelle minuscole inezie della vita borghese e nelle beghe fra vicini.

Il trasloco della famiglia Thuillier dalla rue d'Argenteuil alla rue Saint-Dominique-d'Enfer, le responsabilità connesse all'acquisto, la ricerca d'un portiere adatto, gli inquilini da far venire impegnarono Thuillier dal 1831 al 1832. Quando il fenomeno del trapianto fu compiuto, quando la sorella vide che Jérome resisteva a tale operazione, gli trovò altre incombenze cui accenneremo oltre, ma la causa delle quali va cercata nel temperamento di Thuillier e che non è inutile specificare.

Benché figlio d'un custode del ministero Thuillier era quel che si dice un bell'uomo; di statura superiore alla media, snello, d'aspetto assai avvenente con gli occhiali ma orribile, come molti miopi, quando li toglieva, dato che l'abitudine a guardare attraverso le lenti aveva steso una specie di velo sulle pupille.

Tra i diciotto e i trent'anni il giovane Thuillier ebbe successo con le donne, sempre in una cerchia che andava dalla piccola borghesia al capo divisione; ma è noto che sotto l'Impero la guerra lasciava la società piuttosto sguarnita, spingendo gli uomini energici sul campo di battaglia, ed è probabile, come ha affermato un medico eminente, che proprio a questo fatto sia dovuta la fiacchezza della generazione che domina la metà del diciannovesimo secolo.

Thuillier, costretto a farsi notare per mezzo di attrattive diverse da quelle spirituali, imparò a ballare il valzer e a danzare fino a essere preso a modello; era soprannominato "il bel Thuillier", giocava a biliardo in modo esemplare; sapeva fare ritagli in carta; e l'amico Colleville l'addottrinò così bene da porlo in grado di cantare le romanze alla moda. Da queste piccole abilità derivò quell'apparenza di successo che inganna la gioventù e la esalta sul suo avvenire. La signorina Thuillier, dal 1806 al 1814, credeva nel fratello come la signorina d'Orléans in Luigi-Filippo; era fiera di Jérome, lo vedeva già direttore generale per via delle sue conquiste che, a quell'epoca, gli aprivano saloni dove certo non avrebbe mai posto piede senza le circostanze che facevano della società, sotto l'Impero, una macedonia.

Ma i trionfi del bel Thuillier furono per lo più di corta durata; le donne non provavano gusto a trattenerlo più di quanto egli ci tenesse a conservarle; avrebbe potuto fornire lo spunto a una commedia intitolata "il Don Giovanni suo malgrado". Questa professione di "bello" affaticò Thuillier tanto da invecchiarlo; il viso, solcato di rughe come quello d'una anziana civetta, mostrava una dozzina d'anni in più dell'atto di nascita. Dei suoi successi gli rimase il vezzo di specchiarsi, di stringersi la vita per farla risaltare e porsi in pose da ballerino, cose che protrassero più in là del godimento dei suoi piaceri il contratto che aveva stipulato con quel nomignolo: il bel Thuillier!

La realtà del 1806 divenne celia nel 1826 . Egli mantenne qualche vestigia dell'abbigliamento dei belli dell'Impero, del resto confacenti con la dignità d'un ex sottocapo. Conserva la cravatta bianca a fitte pieghe nella quale affonda il mento e i cui due lembi minacciano i passanti a sinistra e a destra mostrando loro un nodo alquanto civettuolo, allacciato un tempo dalla mano delle belle.

Pur seguendo le mode alla lontana le adatta al suo portamento, spinge il cappello indietro sulla nuca, porta scarpe e calze sottili d'estate; i suoi lunghi soprabiti rammentano i leviti dell'Impero; non ha ancora rinunciato alle pettorine inamidate e ai panciotti bianchi; si trastulla con la sua canna del 181O e sta dritto come un fuso.

Nessuno, vedendo Thuillier a spasso sui boulevards, lo crederebbe figlio d'un uomo che preparava i pasti agli impiegati del ministero delle Finanze e indossava la livrea di Luigi Sedicesimo: ha l'apparenza d'un diplomatico imperiale, d'un prefetto a riposo. Ora, non solo la signorina Thuillier sfruttò in tutta innocenza la favola del fratello spronandolo a una cura eccessiva della persona, fatto che in lei era conseguenza del suo culto, ma gli procurò tutte le gioie della casa trapiantando accanto a loro un nucleo familiare la cui esistenza era stata quasi identica alla propria.

Si tratta del signor Colleville, l'amico intimo di Thuillier; ma, prima di descrivere Pilade, ci pare tanto più essenziale finirla con Oreste in quanto va chiarito perché Thuillier, il bel Thuillier, era privo di famiglia, visto che essa esiste solo grazie ai figli; e qui deve venire a galla uno di quei misteri profondi che rimangono sepolti negli arcani della vita privata e alcuni aspetti dei quali appaiono alla superficie allorché i dolori d'una situazione nascosta si fan troppo cocenti; si tratta della vita delle signora e signorina Thuillier poiché, fino a questo punto, non abbiamo considerato che la vita, per così dire pubblica, di Jérome Thuillier.

 

 

 

3

STORIA DI UNA DOMINAZIONE

 

Maria-Gianna-Brigitte Thuillier, di quattro anni più vecchia del fratello, gli fu del tutto sacrificata; era più facile procurare una posizione al primo che una dote alla seconda. L'infelicità, per certi temperamenti, è un faro che illumina le zone buie e basse della vita sociale. Superiore al fratello per energia e intelligenza Brigitte era uno di quei caratteri che, sotto il pungolo della persecuzione, si rinchiudono, si fanno duri e resistenti per non dire inflessibili.

Gelosa della propria indipendenza volle sottrarsi alla vita casalinga e decidere da sola il proprio destino.

All'età di quattordici anni si rifugiò in una mansarda, a due passi dalla Tesoreria che si trovava in rue Vivienne, non lungi dalla rue de la Vrillière dove s'era installata la banca. Si dedicò con coraggio, grazie ai protettori del padre, a una attività poco nota e remunerativa, consistente nel fabbricare sacchi per la Banca, per il Tesoro come pure per la grandi case finanziarie. Tre anni dopo aveva già due operaie. Investendo i suoi risparmi nel Debito Pubblico si trovò, nel 1814, in possesso di tremilaseicento franchi di reddito, guadagnati in quindici anni. Spendeva poco, pranzava per lo più dal padre finché fu in vita ed è noto d'altronde che le rendite, nelle estreme convulsioni dell'Impero, salirono a quaranta e più franchi; per cui tale successo, in apparenza clamoroso, si spiega da solo.

Alla morte dell'ex custode Brigitte e Jérome, rispettivamente di ventisette e ventitré anni unirono insieme i loro destini. Fratello e sorella avevano l'uno per l'altra un affetto morboso. Se Jérome, al tempo dei suoi successi, si trovava in difficoltà la sorella, vestita di lana ruvida e con le dita escoriate dal filo per cucire, gli offriva sempre qualche luigi in prestito. Agli occhi di Brigitte il fratello era l'uomo più bello e più attraente dell'impero francese.

Governare la casa del fratello, venire iniziata ai suoi segreti di Lindoro e Don Giovanni, esserne la serva e il cagnolino fu il suo sogno; s'immolò con trasporto quasi amoroso a un idolo il cui egoismo era dilatato e santificato da lei; cedette per quindicimila franchi la clientela alla sua prima lavorante e venne ad abitare in rue d'Argenteuil col fratello divenendo la madre, la protettrice, la domestica di quel "ragazzo prediletto dalle dame". Brigitte, con riserbo naturale in una ragazza che doveva tutto alla discrezione e al lavoro, non parlò delle sue sostanze al fratello; ebbe certo timore della prodigalità d'un uomo a mezzi e contribuì perciò con soli seicento franchi alle spese familiari, somma che aggiunta ai milleottocento franchi di Jérome consentiva di sbarcare il lunario.

Fin dai primi giorni di questa unione Thuillier ascoltò la sorella come un oracolo, la consultò nei minimi affari, non le celò alcun segreto e le fece assaporare i frutti del potere che doveva essere il peccato veniale del suo carattere. In tal modo la sorella avrebbe sacrificato tutto al fratello; aveva riposto tutto in quel cuore, non viveva che per lui. L'ascendente di Brigitte su Jérome crebbe considerevolmente col matrimonio che essa lo indusse a contrarre verso il 1814.

Considerando la drastica riduzione di personale attuata dai nuovi venuti della Restaurazione negli uffici, e soprattutto il ritorno dell'antica società che respingeva la Borghesia, Brigitte comprese, meglio di quanto le spiegasse il fratello, la crisi sociale nella quale stavano per naufragare le loro comuni aspirazioni. Non più speranze di successo, ormai, per il bel Thuillier fra le nobildonne succedute ai plebei dell'Impero!

Thuillier non era uomo da avere idee politiche e comprese, al pari della sorella, la necessità d'approfittare di quanto restava della sua gioventù per sistemarsi. In una situazione simile una ragazza, possessiva come Brigitte, voleva e doveva accasare il fratello sia per lui sia per se stessa, perché da sola non poteva renderlo felice e la signora Thuillier non era che un accessorio indispensabile per avere uno o due bambini. Se Brigitte non ebbe avvedutezza pari al suo volere ebbe almeno coscienza del suo predominio, dato che era priva d'istruzione e si limitava a tirar dritto per la sua strada, con l'ostinazione d'un temperamento abituato a riuscire. Aveva talento per l'andamento domestico, senso del risparmio, capacità di stare al mondo e amore per il lavoro. Comprese perciò che non sarebbe mai riuscita a trovar moglie a Jérome in un ambiente superiore al proprio, dove le famiglie si sarebbero informate del loro tenor di vita e avrebbero potuto preoccuparsi nel trovare una padrona installata in casa. Cercò pertanto, nel ceto inferiore, persone da abbacinare e tra esse trovò un partito adatto.

L'impiegato più anziano della banca, di nome Lemprun, aveva una sola figlia chiamata Celeste. La signorina Celeste Lemprun avrebbe ereditato le sostanze della madre, figlia unica d'un agricoltore, consistenti in qualche iugero di terra nei dintorni di Parigi, che il vecchio persisteva a coltivare; e in più i beni del brav'uomo Lemprun, che aveva lasciato le case Thélusson e Keller per entrare in banca all'atto della sua fondazione. Lemprun, allora capo servizio, godeva la stima e la considerazione del governatore e dei revisori dei conti.

In tal modo il consiglio d'amministrazione della banca, udendo parlare delle nozze di Celeste con un esimio impiegato delle Finanze, promise una gratifica di seimila franchi. Quest'ultima, unita a dodicimila franchi donati da papà Lemprun e ad altri dodicimila concessi dal signor Galard, orticultore d'Auteuil, portava la dote a trentamila franchi. Il vecchio Galard, signore e signora Lemprun erano felici di questo matrimonio; il capo servizio conosceva la signorina Thuillier come una delle più stimabili e virtuose ragazze di Parigi. Brigitte fece del resto balenare i suoi titoli del Debito Pubblico confidando a Lemprun che non si sarebbe mai sposata e né il capo servizio né la moglie, persone dell'età dell'oro, si sarebbero permessi di giudicare Brigitte; furono colpiti soprattutto dal fulgore della posizione del bel Thuillier e il matrimonio ebbe luogo, secondo un vieto modo di dire, con soddisfazione di tutti.

Il governatore della banca e il segretario funsero da testimoni della sposa mentre il signor de La Billardière, capo divisione, e il signor Rabourdin, capo ufficio, lo furono di Thuillier. Sei giorni dopo le nozze il vecchio Lemprun fu vittima d'un furto audace di cui i giornali dell'epoca si occuparono ma che fu presto scordato nei rivolgimenti del 1815 . Poiché i ladri erano riusciti a fuggire Lemprun volle saldare la differenza e sebbene la banca avesse iscritto l'ammanco in conto perdite il povero vecchio morì di crepacuore per quell'oltraggio; giudicava quel colpo di mano come un attentato alla sua probità settuagenaria.

La signora Lemprun cedette l'intera eredità alla figlia, la signora Thuillier, e andò a vivere col padre a Auteuil, dove il vecchio morì a seguito di un incidente nel 1817. Timorosa di dover condurre o affittare gli orti e i campi paterni la signora Lemprun pregò Brigitte, della quale ammirava capacità e onestà, di liquidare i beni del buon Galard e di sistemare le cose in modo che la figlia, venendo in possesso del tutto, le assicurasse millecinquecento franchi di rendita oltre la casa di Auteuil. I campi dell'anziano agricoltore, venduti a lotti, fruttarono trentamila franchi. L'eredità di Lemprun ne aveva procurati altrettanti e le due sostanze, assommate alla dote, ammontavano nel 1818 a novantamila franchi.

La dote era stata investita in azioni bancarie nel momento in cui valevano novecento franchi. Brigitte acquistò cinquemila franchi di rendita per sessantamila, essendo il cinque per cento a sessanta, e fece registrare un titolo da quindicimila franchi a nome della vedova Lemprun quale usufruttuaria. Così, all'inizio del 1818, la pensione di seicento franchi pagata da Brigitte, i milleottocento franchi del posto di Thuillier, i tremilacinquecento franchi di rendita di Celeste e il ricavo di trentaquattro azioni bancarie procuravano alla famiglia Thuillier un reddito di undicimila franchi amministrati senza interferenze da Brigitte. Ci si è dovuti occupare anzitutto della parte finanziaria non solo per prevenire obiezioni ma anche per sbarazzarne il dramma.

Per cominciare, Brigitte diede cinquecento franchi al mese al fratello e pilotò la barca in modo che cinquemila bastassero all'andamento domestico, e passava cinquanta franchi al mese alla cognata provandole che lei stessa si contentava di quaranta. Per affermare la sua supremazia con la potenza del denaro Brigitte cumulava l'eccedenza dei redditi; prestava, si diceva negli uffici, ad usura con la mediazione del fratello, che passava per scontista. Se dal 1815 al 1830 Brigitte è riuscita a capitalizzare sessantamila franchi si potrebbe spiegare l'esistenza di tale somma con speculazioni sul reddito, che presenta una fluttuazione del quaranta per cento, senza ricorrere ad accuse più o meno fondate la cui veridicità nulla aggiunge all'interesse del racconto.

Fin dai primi giorni Brigitte piegò l'infelice signora Thuillier sotto i colpi di sperone che le inflisse e l'uso del morso che le fece provare con durezza. Ma il lusso della tirannia era inutile, la vittima si rassegnò immediatamente. Celeste, giudicata esattamente da Brigitte, priva d'istruzione e intelligenza, abituata a una vita sedentaria, a un'atmosfera pacifica, aveva un carattere estremamente mite; era pia nel significato più ampio del termine; avrebbe espiato con dure penitenze il torto involontario d'esser causa di dolori al prossimo. Ignorava tutto della vita, assuefatta a essere servita dalla madre, che badava alla casa, e costretta a far poco moto per via d'una costituzione linfatica che si stancava alle minime faccende: era una vera figlia del popolo parigino, dove i ragazzi di rado sono belli dato che sono frutto della miseria, del lavoro eccessivo, di appartamenti senz'aria, senza spazio e senza comodità alcuna.

Al momento delle nozze era apparsa come una piccoletta d'un biondo così slavato da dar la nausea, grassa, lenta e molto impacciata. La fronte, troppo larga e prominente, era simile a quella d'un idrocefalo, e, sotto questa cupola di colore cereo, il viso, piccolo in proporzione e aguzzo come il muso d'un topo, indusse qualche invitato a pensare che un giorno o l'altro sarebbe finita pazza. Gli occhi azzurro chiaro e le labbra dal sorriso quasi fisso non eran fatti per smentire l'impressione. In quel giorno solenne essa mostrò il contegno, l'aspetto e i modi d'un condannato a morte che si auspichi tutto abbia presto termine.

- Sembra una palla!... - disse Colleville a Thuillier.

Brigitte era il coltello adatto a penetrare in quella natura indifesa; ne era del tutto l'opposto. Si faceva notare per una bellezza regolare, castigata, sciupata dai lavori che, fin da bambina, l'avevano tenuta china su compiti faticosi e ingrati, dalle privazioni occulte che s'era imposte per ammassare il suo peculio. La sua carnagione, chiazzata di macchie brunastre fin dall'infanzia, aveva il colore dell'acciaio. Gli occhi marroni erano cerchiati di nero o meglio eran pesti; il labbro superiore era coperto di peluria bruna che formava come un alone; le labbra erano piccole e la fronte imperiosa era messa in risalto da una capigliatura già nera e striata ora di bianco. Si teneva su come una bella bionda e tutto in lei rivelava la ponderatezza dei trent'anni, i fuochi sopiti e, come dicono gli uscieri, "il prezzo delle sue notifiche." Per Brigitte, Celeste altro non fu che una fortuna da acciuffare, una madre da domare, un suddito in più nel suo impero. Presto le rinfacciò d'esser "fiacca", termine del suo repertorio, e questa gelosa zitella che si sarebbe sentita costernata nel trovare una cognata attiva, provò gioie selvagge a stimolare le energie della debole creatura.

Celeste, che provava vergogna al vedere la cognata sprizzare tutto il suo ardore di giumenta e accudire alla casa, cercò d'aiutarla; s'ammalò; e subito Brigitte si fece in quattro per la signora Thuillier, la curò come una sorella amata e in presenza di Thuillier le diceva: - Ve ne manca la forza, bimba mia, e sia pure, non fate nulla!... - Con questo sfoggio di conforti che solo le ragazze san trovare e che procurano loro elogi mise in rilievo l'impotenza di Celeste.

Poi, siccome questi caratteri dispotici e che amano ostentare la loro forza sono pieni di premure per le sofferenze fisiche, assistette la cognata in modo da soddisfare la madre di Celeste allorché venne a visitare la figlia. Quando la signora Thuillier si fu rimessa cominciò a definirla, in modo da farsi udire: "Impiastro, buona a nulla, eccetera". Celeste saliva in camera sua a piangere e se Thuillier la scopriva intenta a tergersi le lacrime cercava di scusare la sorella dicendo:

- E' un'ottima donna ma è brusca; vi vuol bene a modo suo; fa lo stesso con me.

Celeste, rammentandosi d'avere ricevuto da lei cure materne, perdonava la cognata. Del resto Brigitte trattava il fratello come il sovrano della casa; ne tesseva gli elogi a Celeste, ne faceva un autocrate, un Ladislao, un pontefice infallibile. La signora Thuillier, rimasta priva del padre e del nonno, pressoché abbandonata dalla madre che veniva a trovarla il giovedì e dalla quale si recava, nella bella stagione, la domenica, non aveva che il marito da amare, in primo luogo perché era suo marito e poi perché ai suoi occhi era sempre il bel Thuillier. In fondo egli la trattava ogni tanto come moglie e tutti questi motivi insieme glielo rendevano adorabile. Le pareva poi tanto più perfetto in quanto spesso prendeva le difese di Celeste e rimbrottava la sorella, non perché gli importasse della moglie ma per egoismo e avere un po' di pace in casa nei rari momenti in cui vi si tratteneva.

In effetti, il bel Thuillier si mostrava a cena e rientrava assai tardi a coricarsi; andava a ballare, nel suo ambiente, da solo come fosse ancora scapolo. In tal modo le due donne si trovavano sempre faccia a faccia. Senza accorgersene, Celeste assunse un atteggiamento passivo e divenne quel che Brigitte voleva fosse, una ilota. La regina Elisabetta di questo nucleo familiare passò dalla dominazione a una sorta di pietà per una vittima continuamente oppressa. Quando fu certa d'avere sottomessa la sorella finì col moderare le sue arie altere, le frasi taglienti, il tono sprezzante.

Un giorno in cui scorse il collo della vittima escoriato dalla collana che portava ne ebbe cura come d'una cosa propria e Celeste conobbe tempi migliori. Paragonando gli inizi al seguito essa finì col provare un certo affetto per il suo carnefice. La sola probabilità che la povera ilota aveva di trovare un po' d'energia, di difendersi e contare qualcosa in seno a una famiglia nutrita, a sua insaputa, dalla propria ricchezza, senza che a lei ne toccassero che poche briciole, le fu tolta: in sei anni Celeste non ebbe figli. Questa sterilità che, di mese in mese, le fece versare lacrime a torrenti le procurò a lungo il disprezzo di Brigitte, che le rinfacciava di non esser buona a nulla, neppure a metter bimbi al mondo. Questa vecchia zitella, che s'era ardentemente ripromessa di amare il figlio del fratello come il proprio, cessò solo verso il 1820 di sparger lacrime sul futuro della loro fortuna che, diceva, sarebbe toccata al governo.

Nel momento in cui questa storia ha inizio, nel 1839, a quarantasei anni d'età, Celeste aveva smesso di piangere perché aveva acquisito la triste consapevolezza di non poter mai diventare madre. Fatto strano!

Dopo venticinque anni d'una vita simile, durante la quale la vittima aveva finito col disarmare e stancare il coltello, Brigitte amava Celeste allo stesso modo con cui Celeste amava Brigitte. Il tempo, l'agiatezza,l'attrito continuo della vita domestica, che indubbiamente aveva smussato gli spigoli, limato le asperità, la rassegnazione e la mansuetudine pasquale di Celeste portarono a un autunno sereno. Le due donne erano d'altronde congiunte dall'unico sentimento che le avesse mai mosse: l'adorazione per il felice ed egoista Thuillier.

Le due donne insomma, tutte e due senza figli, avevano entrambe, come ogni donna che ha desiderato invano un bimbo, preso ad amare un figlio. Questa maternità fittizia, ma d'intensità pari a quella autentica, merita un chiarimento che introduca nel vivo della storia e dia conto delle occupazioni in più che la signorina Thuillier aveva escogitato per il fratello.

 

 

 

4.

COLLEVILLE

 

Thuillier era entrato in qualità di sopranumerario con Colleville, cui s'è accennato come al suo amico intimo. In confronto alla vita domestica tetra e desolata di Thuillier la natura sociale aveva posto quasi a contraltare quella di Colleville e se è impossibile non far notare come questa contrapposizione fortuita sia poco morale è d'uopo aggiungere che prima di trarne deduzioni è bene attendere la conclusione del dramma, malauguratamente troppo vero, della quale il narratore non è del resto responsabile.

Questo Colleville era figlio unico d'un musicista di vaglia, già primo violino all'Opera sotto Francoeur e Rebel. In vita narrava almeno sei volte al mese aneddoti sulle prove dell'"Indovino del villaggio"; imitava J.- J. Rousseau e lo caratterizzava a meraviglia. Colleville e Thuillier furono amici inseparabili, senza segreti l'uno per l'altro, e l'amicizia, iniziata a quindici anni, era ancora sgombra di nubi nel 1839.

Colleville era uno di quegli impiegati chiamati per derisione, negli uffici, "accaparratori". Costoro si fanno notare per la loro ingegnosità. Colleville, bravo musicista, doveva al nome e all'influenza del padre il posto di primo clarinetto all'Opéra-Comique e finché fu scapolo, avendo qualche soldo in più di Thuillier, ne fece spesso parte all'amico. Ma, al contrario di Thuillier, Colleville fece un matrimonio d'amore sposando la signorina Flavia, figlia naturale d'una celebre ballerina dell'Opera che si diceva nata da una relazione con Du Bousquier, uno dei più ricchi fornitori del tempo, il quale, essendosi rovinato intorno al 1800, scordò con tanta più facilità la figlia in quanto aveva seri dubbi sull'illibatezza della famosa danzatrice.

Per nascita e aspetto Flavia era destinata a un ben triste mestiere allorquando Colleville, condotto spesso dall'opulenta primadonna dell'Opera, s'invaghì di Flavia e la sposò. Il principe Galathionne che, nel settembre 1815, proteggeva l'illustre ballerina ormai al termine della sua fortunata carriera, diede ventimila franchi di dote a Flavia e la madre vi aggiunse un corredo fra i più splendidi. Gli intimi di casa e i compagni dell'Opera inviarono in dono gioielli e vasellame in modo che la famiglia Colleville si trovò più ricca di cose inutili che di denaro. Flavia, cresciuta nell'abbondanza, ebbe subito un grazioso appartamento che il tappezziere della madre arredò e nel quale la giovane donna, piena di gusto per arte e artisti e per una certa quale eleganza, troneggiò.

La signora Colleville era insieme bella e mordace, spiritosa e allegra, graziosa e, a dirla in breve, simpatica. La ballerina, quarantatreenne, lasciò il teatro, andò a vivere in campagna e privò la figlia dell'aiuto della sua prodiga munificenza. Fra il 1816 e il 1826 ebbe cinque figli. Musicista la sera, Colleville teneva dalle sette alle nove del mattino i registri d'un negoziante. Alle dieci era in ufficio. Soffiando così in un pezzetto di legno sul finir del giorno, registrando il mattino conti in partita doppia, si procurava dai sette agli ottomila franchi l'anno.

La signora Colleville posava a donna di mondo; riceveva il mercoledì, dava un concerto al mese e un pranzo ogni quindici giorni. Non vedeva Colleville che a cena e la sera quando rincasava, verso mezzanotte.

Non sempre a quell'ora essa era già rientrata. Andava allo spettacolo perché frequentemente le offrivano un palco oppure lasciava detto a Colleville di venire a cercarla nella tal casa dove ballava o cenava.

Dalla signora Colleville si mangiava assai bene e la compagnia, per quanto eterogenea, era molto divertente; riceveva infatti le attrici celebri, i pittori, i letterati e qualche riccone. L'eleganza della signora Colleville era pari a quella di Tullia, primadonna all'Opera, che vedeva soventissimo; ma se i Colleville diedero fondo ai loro capitali ed ebbero spesso difficoltà a giungere a fine mese Flavia non contrasse mai debiti.

Colleville era felicissimo, amava sempre la moglie e ne era il migliore amico. Accolto sempre da un sorriso grato e con gioia espansiva, cedeva a un fascino e a modi irresistibili.

L'attività frenetica che svolgeva nei tre impieghi si confaceva d'altronde al suo carattere e al suo temperamento. Era un bravo omone, alto e colorito, gioviale, sprecone e pieno di ghiribizzi. In dieci anni non vi fu un solo bisticcio in famiglia. In ufficio era giudicato un po' "sventato", come si soleva dire di tutti gli artisti; ma la gente superficiale scambiava la fretta incessante del lavoratore per il viavai d'un pasticcione.

Colleville ebbe la furbizia di fare il tonto; vantava la sua felicità domestica, si diede la briga d'inventare anagrammi per mostrarsi assorto in tale occupazione. Gli impiegati della sua divisione al ministero, i capi ufficio, gli stessi capi divisione venivano ai suoi concerti; di tanto in tanto, e al momento giusto, offriva biglietti d'invito dato che aveva bisogno di molta indulgenza per le sue continue assenze. Le prove gli rubavano metà dell'orario; ma la scienza musicale trasmessagli dal padre era così genuina e radicata da consentirgli di prender parte solo alle prove generali. Grazie alle relazioni della signora Colleville teatro e ministero assecondavano le esigenze di questo esimio accaparratore che, del resto, istruiva un giovanotto raccomandatogli caldamente dalla moglie, una futura celebrità che lo sostituiva nell'orchestra con la promessa di prendere il suo posto. Quando infatti nel 1827 Colleville si dimise, il giovane divenne primo clarinetto.

Tutto ciò che si poteva dire di Flavia si compendiava in questa frase:

- La signora Colleville è "un tantino" civetta! Il figlio maggiore, nato nel 1816, era il ritratto vivente del buon Colleville. Nel 1818 la signora Colleville poneva la cavalleria al di sopra di tutto, perfino sulle arti, e trattava con riguardo un sottotenente dei dragoni di Saint-Chamans, il giovane e ricco Carlo Gondreville che doveva morire più tardi nella guerra di Spagna; aveva già avuto il secondogenito che fin da quel momento destinò alla carriera militare.

Nel 1820 considerava la banca quale incubatrice dell'industria, il sostegno degli stati, e il grande Keller, il famoso oratore, era il suo idolo; ebbe allora un figlio, Francesco, che decise di avviare più tardi al commercio e al quale la protezione di Keller non sarebbe mai mancata. Sul finire del 1820 Thuillier, amico intimo del signore e della signora Colleville, ammiratore di Flavia, sentì il bisogno di confidare le sue pene a quell'ottima donna e le narrò le sue miserie coniugali; da sei anni cercava d'aver figli e Dio non benediceva i suoi sforzi visto che la povera signora Thuillier faceva inutilmente novene su novene; era perfino andata a Nôtre-Dame de Liesse! Descrisse Celeste sotto tutti gli aspetti e le parole "Povero Thuillier!" uscirono dalle labbra della signora Colleville che, dal canto suo, si sentiva molto oppressa; si trovava allora senza idea fissa e versò nel cuore di Thuillier i suoi dispiaceri. Il grande Keller, l'eroe della Sinistra, era nella realtà pieno di piccinerie; lei conosceva il rovescio della medaglia, le stoltezze della banca, l'aridità d'un tribuno. L'oratore parlava bene solo alla Camera e s'era comportato assai male con lei; Thuillier ne fu indignato. - Solo gli stupidi sanno amare, disse, - prendete me! - Il bel Thuillier si procurò la fama di fare un po' di corte alla signora Colleville e fu tra i suoi "assidui", un modo di dire dei tempi dell'Impero.

- Ah, ti piace mia moglie! - gli disse ridendo Colleville; sta' attento, ti pianterà in asso come tutti gli altri.

Frase piena di finezza, con la quale Colleville salvò in ufficio la dignità di marito. Dal 1820 al 1821 Thuillier approfittò della sua qualità d'amico di casa per aiutare Colleville, che con tanta frequenza l'aveva soccorso in passato e, in diciotto mesi, prestò circa diecimila franchi alla famiglia con l'intenzione di metterci sopra una pietra. Nella primavera 1821 la signora Colleville mise al mondo una bimba deliziosa che ebbe per padrino e madrina il signore e la signora Thuillier; per questo venne chiamata Celeste-Luisa- Carolina-Brigitte. La signorina Thuillier volle che uno dei propri nomi fosse imposto alla bimbetta.

Il nome di Caroline fu un riguardo usato a Colleville. La vecchia mamma Lemprun s'incaricò di mettere a balia la creaturina, sotto i suoi stessi occhi, a Auteuil dove Celeste e la cognata si recarono a visitarla due volte la settimana. Non appena la signora Colleville si fu ristabilita disse a Thuillier, con franchezza e in tono serio - Mio caro, se vogliamo restare buoni amici non siate più di questo; Colleville vi vuol bene e uno basta e avanza in casa.

- Spiegatemi un po', - chiese allora il bel Thuillier a Tullia, la ballerina che si trovava in quel momento dalla signora Colleville, - perché le donne non si affezionano a me. Non sono l'Apollo del Belvedere ma neppure Vulcano; sono passabile, ho spirito, sono fedele...

- Volete la verità?... - gli rispose Tullia.

- Sì, - disse il bel Thuillier.

- Bene, se possiamo a volte amare un uomo corto di comprendonio non amiamo mai uno sciocco.

La frase ferì profondamente Thuillier che non seppe rassegnarsene; divenne malinconico, accusò le donne d'essere strambe.

- Non te l'avevo detto?... - gli rispose Colleville, - io non sono Napoleone mio caro, e mi sarebbe anche spiaciuto esserlo; ma ho la mia Giuseppina... una perla!

Il segretario generale del ministero, Des Lupeaulx, al quale la signora Colleville attribuiva più importanza di quanta meritasse e del quale più tardi soleva dire: "E' uno dei miei sbagli..." fu allora, per qualche tempo, il grand'uomo del salotto Colleville; ma non essendo riuscito a fare entrare Colleville nella divisione del Bois- Levant, Flavia ebbe il buon senso di stizzirsi delle premure che egli prodigava alla signora Rabourdin, moglie d'un capo ufficio, una smorfiosa dalla quale non era mai stata invitata e che, per ben due volte, le aveva usato la sgarberia di mancare ai suoi concerti.

La signora Colleville fu assai colpita dalla morte del giovane Gondreville; non riuscì a rassegnarsene; vi sentiva, andava dicendo, la mano di Dio. Nel 1824 mise giudizio, parlò di economie, abolì i ricevimenti, s'occupò dei figli, volle essere buona madre di famiglia e gli amici non notarono più in casa sua alcun favorito; si recava invece in chiesa, si vestiva in modo diverso, portava colori grigi, parlava di cattolicesimo e di convenienze; e questo misticismo produsse, nel 1825, un bimbo incantevole che chiamò "Teodoro" ossia "dono di Dio".

In tal modo nel 1826, l'epoca d'oro della Congrégation, Colleville fu nominato sottocapo della divisione Clergeot e divenne, nel 1828, esattore d'un arrondissement di Parigi. Ottenne inoltre la croce della Legion d'onore per poter fare educare un giorno la figlia a Saint- Denis. La mezza borsa di studio procurata nel 1823 da Keller a Carlo, il primogenito, fu assegnata al secondo; Carlo entrò con una intera nel Collège San Luigi e il terzo, protetto dalla signora la Dauphine, ebbe tre quarti di borsa al Collège Enrico quarto.

Nel 1830 Colleville, che aveva avuto la fortuna di conservare tutti i figli, fu costretto dal suo attaccamento al ramo decaduto a dimettersi; ma ebbe l'accortezza di pattuirne in certo qual modo le condizioni riuscendo a ottenere una pensione di duemilaquattrocento franchi in base alla sua anzianità di servizio e un'indennità di diecimila franchi offertagli dal successore oltre la nomina a ufficiale della Legion d'onore. Si trovò, ciò nonostante, in una situazione difficile e, nel 1832, la signorina Thuillier gli consigliò di stabilirsi presso di loro facendogli balenare la possibilità d'ottenere un posto in municipio, che ebbe infatti nel giro di quindici giorni e che valeva mille scudi.

Carlo Colleville era entrato all'Ecole de Marine. I collegi in cui gli altri due piccoli Colleville venivano educati si trovavano nel medesimo quartiere. Il seminario di Saint-Sulpice, dove sarebbe dovuto entrare un giorno l'ultimo, si trovava a due passi dal Luxembourg.

Insomma, Thuillier e Colleville dovevano finire i loro giorni insieme.

Nel 1833 la signora Colleville, trentacinquenne, venne ad abitare in rue d'Enfer, all'angolo della rue des Deux-Églises, con Celeste e il piccolo Teodoro. Colleville si trovava a distanza eguale dal municipio e dalla rue Saint-Dominique. La famiglia, dopo un'esistenza alternativamente brillante, disordinata, festaiola, riposata, calma, si trovò ridotta all'oscurità borghese e a cinquemilaquattrocento franchi in tutto.

Celeste aveva allora dodici anni ed era bella; le occorrevano insegnanti e sarebbe costata almeno duemila franchi l'anno. La madre sentì il bisogno di sistemarla vicino al padrino e alla madrina. Aveva perciò accettato le proposte, del resto assennate, della signorina Thuillier che, senza assumersi alcun preciso impegno, fece chiaramente capire alla signora Colleville che le sostanze del fratello, della cognata e le proprie erano destinate a Celeste. La bimba era rimasta fino ai sette anni ad Auteuil, adorata dalla buona vecchia mamma Lemprun, che morì nel 1829 lasciando ventimila franchi di risparmi e una casa che fu venduta per la cifra esorbitante di ventottomila franchi. La piccola birichina aveva visto poco la madre e molto invece la signorina e la signora Thuillier. Dal 1829, data d'ingresso nella casa paterna, al 1833 era caduta sotto il dominio della madre che si sforzava allora d'assolvere per bene i suoi doveri e che eccedeva in essi, come ogni donna assillata dal rimorso. Flavia, senza essere una cattiva madre, fu assai severa con la figlia; rammentando la propria educazione giurò in segreto a se stessa di fare di Celeste una donna onesta e non frivola. La condusse quindi a messa e le fece fare la prima comunione sotto la direzione d'un parroco di Parigi nominato poi vescovo. Celeste fu tanto più devota in quanto la signora Thuillier, la madrina, era una santa; e la bimba adorava la madrina; si sentiva più amata dalla povera donna trascurata che dalla madre.

Dal 1833 al 1839 ricevette la più brillante educazione, come la intendono i borghesi. In conseguenza gli insegnanti di musica fecero di lei un'ottima esecutrice; sapeva dipingere a modo un acquerello; danzava alla perfezione; aveva imparato la lingua francese e la storia, la geografia, l'inglese, l'italiano e, insomma, tutto ciò che è implicito nell'istruzione d'una ragazza perbene. Di statura media, grassottella, miope, non era né brutta né bella, sapeva essere candida ed effervescente, ma mancava in pieno di distinzione. Aveva una grande sensibilità repressa e padrino, madrina, la signorina Thuillier e il padre erano su questo punto, grande appiglio delle madri, unanimi:

Celeste era capace d'affetto. Una delle sue bellezze consisteva in una magnifica capigliatura fine e color cenere; mani e piedi rivelavano però l'estrazione borghese.

Celeste spiccava per qualità preziose; era buona, semplice, non maligna; amava padre e madre e si sarebbe sacrificata per loro.

Educata ad ammirare profondamente il padrino sia da Brigitte, che si faceva chiamare "zia Brigitte", sia dalla signora Thuillier e dalla madre stessa, che si riavvicinava sempre più all'anziano bello dell'Impero, Celeste aveva un concetto elevatissimo dell'ex sottocapo.

Il padiglione della rue Saint-Dominique le causava lo stesso effetto che il castello delle Tuileries può produrre su un cortigiano della nuova dinastia.

Thuillier non aveva resistito al rullo compressore della trafila amministrativa, nella quale l'uomo tanto più s'appiattisce quanto più essa si dilata. Logorato da un lavoro tedioso così come il suo fisico era stato logorato dai propri successi l'ex sottocapo aveva perso tutte le sue facoltà trasferendosi in rue Saint-Dominique; ma il volto affaticato, da cui traspariva un piglio burbero misto a un certo compiacimento molto simile alla fatuità dell'impiegato superiore, colpì fortemente Celeste. Solo essa ravvivava quel viso smorto. Sapeva d'essere la gioia della casa.

 

 

 

5

L'AMBIENTE DEL SIGNORE E DELLA SIGNORA THUILLIER

 

I Colleville e i loro figli divennero naturalmente il nucleo dell'ambiente che la signorina Thuillier ebbe l'ambizione di aggruppare attorno al fratello. Un ex impiegato della divisione La Billardière che da un trentennio risiedeva nel quartiere Saint- Jacques, il signor Phellion, comandante di battaglione della Legione, fu prontamente rintracciato dall'ex esattore e dall'ex sottocapo alla prima parata. Phellion era una delle persone più in vista nell'arrondissement. Aveva una figlia, già vice direttrice del pensionato Lagrave, sposata a un precettore di rue Saint-Hyacinthe, il signor Barniol.

Il primogenito di Phellion insegnava matematica in un collegio reale; impartiva lezioni, dava ripetizioni e si dedicava, stando alle parole del padre, alla matematica pura. Il secondo era all'Ecole des Ponts et Chaussées. Phellion aveva novecento franchi di pensione e ne possedeva novemila e rotti di rendita, frutto dei risparmi suoi e della moglie in trent'anni di fatiche e privazioni. Era inoltre proprietario della casetta con giardino in cui abitava nell'impasse des Feuillantines.

(In trent'anni non usò una sola volta il vecchio termine "cul de sac").

Dutocq, cancelliere di Conciliatura, era un ex impiegato del ministero; sacrificato a suo tempo a una di quelle emergenze che si verificano nei governi rappresentativi aveva accettato d'essere il capro espiatorio in una faccenda delicata e fu compensato sottobanco con una somma mediante la quale era riuscito a procurarsi la carica di cancelliere. Quest'uomo, in verità non molto stimabile, delatore in ufficio, non fu accolto come sperava dai Thuillier; ma la freddezza dei proprietari lo indusse a insistere nel frequentarli. Rimasto scapolo, l'uomo aveva i suoi vizi; ma celava con cura il suo modo di vivere e sapeva, usando l'adulazione, farsi apprezzare dai superiori.

Il giudice di pace prediligeva Dutocq. Questo laido individuo seppe farsi tollerare dai Thuillier mediante basse e grossolane lusinghe che non mancano mai di fare effetto. Conosceva a fondo la vita di Thuillier, i suoi rapporti con Colleville e in specie con la signora; si temette la sua lingua perfida e i Thuillier, senza ammetterlo fra gli intimi, lo sopportarono.

La famiglia che divenne l'ornamento del salone Thuillier fu quella d'un povero impiegatuccio, già oggetto di commiserazione negli uffici, che, spinto dalla miseria, aveva lasciato nel 1827 l'Amministrazione per lanciarsi nell'industria con un'idea ben precisa. Minard intravide una fortuna in una di quelle sordide concezioni che screditano il commercio francese ma che, intorno al 1827, non erano ancora state pubblicamente biasimate. Egli acquistò una partita di tè, la mescolò per metà con del tè già usato e fatto nuovamente seccare; adulterò poi le sostanze componenti il cioccolato in modo da smerciarlo a basso prezzo. Questo traffico di derrate coloniali, iniziato nel quartiere Saint-Marcel, fece di Minard un negoziante; creò uno stabilimento e, tramite le sue conoscenze, poté giungere alla fonte delle materie prime; praticò così onorevolmente, e in grande, il commercio che aveva cominciato in piccolo. Divenne distillatore, operò su enormi quantità di merci e nel 1835 passava per il più ricco negoziante del quartiere Maubert. Aveva acquistato una delle più belle dimore della rue des Macons-Sorbonne; era stato assessore e nel 1839 era sindaco d'un arrondissement e giudice del Tribunale di Commercio. Aveva carrozza e una tenuta nei dintorni di Lagny; la moglie sfoggiava diamanti ai balli di Corte mentre egli si pavoneggiava con una rosetta da ufficiale della Legion d'onore all'occhiello.

Minard e la moglie erano comunque munifici benefattori. Forse intendevano restituire ai poveri, al minuto, quanto avevano carpito al pubblico. Phellion, Colleville e Thuillier s'imbatterono in Minard alle elezioni e ne derivò un legame tanto più stretto coi Thuillier e i Colleville in quanto la signora Zélie Minard parve felice di far fare alla sua "signorina" la conoscenza di Celeste Colleville. Fu a un gran ballo dato dai Minard che Celeste fece il suo debutto in società, a sedici anni e mezzo, abbigliata come esigeva il suo nome, che pareva profetico per la sua esistenza. Lieta di stringere rapporto con la signorina Minard, di quattro anni maggiore, costrinse padre e padrino a frequentare casa Minard, fastosa e coi saloni dorati, nella quale s'incontrava qualche celebrità politica del giusto mezzo: il signor Popinot, poi ministro del commercio; Cochin, in seguito barone Cochin; un ex impiegato della divisione Clergeot al ministero delle Finanze che, avendo forti interessi in uno stabilimento farmaceutico, era l'oracolo del quartiere des Lombards e des Bourdonnais, unitamente al signor Anselmo Popinot. Il figlio maggiore di Minard, avvocato, la cui ambizione era di prendere il posto degli avvocati che, dal 1830 in poi, avevano disertato il Palazzo di Giustizia per la politica era il genio di famiglia e padre e madre aspiravano ad accasarlo nel miglior modo. Zélie Minard, ex fioraia, stravedeva per l'alta società e voleva farne parte attraverso il matrimonio della figlia e del figlio mentre Minard, più assennato e quasi compenetrato dalla forza del ceto medio che la rivoluzione di Luglio aveva travasato nelle fibre del potere, non pensava che ad arricchire.

Frequentava il salone dei Thuillier per avere notizie sulle sostanze che Celeste poteva ereditare. Conosceva, al pari di Dutocq e Phellion, le voci suscitate in passato dal legame dei Thuillier con Flavia e s'era immediatamente accorto dell'idolatria dei Thuillier per la figlioccia. Dutocq, per farsi ricevere dai Minard, li adulò fuor di misura. Quando Minard, il Rothschild dell'arrondissement, fece la sua comparsa dai Thuillier lo paragonò con una certa arguzia a Napoleone, trovandolo grosso, grasso e fiorente dopo averlo conosciuto magro, pallido e smunto in ufficio: - Eravate nella divisione La Billardière come Bonaparte prima del 18 brumaio e ora vi trovo come Napoleone imperatore! - Minard accolse freddamente Dutocq e non lo invitò a casa sua; si fece così del velenoso cancelliere un nemico mortale.

Il signore e la signora Phellion, benché degne persone, non potevano evitare d'abbandonarsi a calcoli e speranze; pensavano che Celeste sarebbe andata bene per il professore: perciò, quasi per avere un alleato nel salone Thuillier, vi condussero il proprio genero, il signor Barniol, assai stimato nel faubourg Saint-Jacques, e un vecchio impiegato municipale, loro amico intimo, al quale Colleville aveva in certo senso soffiato il posto dato che il signor Laudigeois, da vent'anni in municipio, s'attendeva in compenso dei lunghi suoi servizi la carica di segretario concessa a Colleville. In conseguenza i Phellion formavano una falange composta di sette membri fedelissimi; la famiglia Colleville non era da meno in modo che, certe domeniche, nel salone Thuillier v'era una trentina di persone. Thuillier riannodò i rapporti coi Saillard, i Baudoyer, i Falleix, gente stimata del quartiere de la place Royale, che vennero invitati spesso a pranzo.

La signora Colleville era, in quanto donna, la persona più distinta dell'ambiente così come Minard figlio e il professor Phellion ne erano le personalità più eminenti; tutti gli altri, infatti, non avendo idee né istruzione e provenendo dai ranghi inferiori non erano che le macchiette e i tipi buffi della piccola borghesia. Benché ogni nuovo arricchito faccia supporre l'esistenza di un merito qualsiasi Minard era un pallone gonfiato. Abbandonandosi a frasi involute, scambiando l'ossequiosità per gentilezza e le frasi fatte per detti di spirito, spacciava luoghi comuni con disinvoltura e sicurezza tali da farli scambiare per eloquenza. Queste parole che non dicono nulla e hanno una risposta a tutto: progresso, vapore, bitume, guardia nazionale, ordine, elemento democratico, spirito associativo, legalità, moto e resistenza, intimidazione, parevano in ogni circostanza politica inventate da Minard che non faceva che parafrasare le idee del suo giornale. Giuliano Minard, il giovane avvocato, soffriva per il padre quasi quanto il padre soffriva per la moglie. Con la ricchezza, infatti, Zélie aveva messo su pretese senza essere tuttavia mai riuscita a imparare il francese; era ingrassata e continuava ad avere l'aspetto d'una cuoca che abbia sposato il padrone.

Phellion, tipico esempio di piccolo borghese, aveva tante buone qualità quanti lati buffi. Perpetuamente in sottordine nel corso della carriera burocratica aveva rispetto per le disparità sociali. Stava quindi in silenzio davanti a Minard. Dal canto suo aveva resistito in modo ammirevole al momento del pensionamento ed ecco come. Questa ottima e degna persona non aveva mai potuto seguire le proprie inclinazioni. Amava Parigi, s'interessava alle rettificazioni e agli abbellimenti, era capace di fermarsi davanti alle case in demolizione.

Lo si poteva sorprendere piantato intrepidamente sulle gambe, naso in su, a osservare la caduta d'una pietra smossa con una leva da un muratore sulla cima d'un muro, senza lasciare il suo posto finché il masso non fosse precipitato; e quando era per terra s'allontanava lieto come potrebbe esserlo un accademico per la caduta d'un dramma romantico. Semplici comparse della grande commedia sociale Phellion, Laudigeois e i loro pari svolgono le funzioni del coro antico.

Piangono quando c'è da piangere, ridono quando occorre ridere e cantano all'unisono le sventure e le allegrezze pubbliche, trionfanti nel loro cantuccio dei trionfi d'Algeri, Costantina, Lisbona, Ulloa; recriminando in modo eguale la morte di Napoleone e le catastrofi così dolorose di Saint-Merri e della rue Transnonain; rimpiangendo uomini celebri ad essi ignoti. Solo Phellion ha una doppia personalità: sta ancora dibattendosi fra le ragioni dell'opposizione e quelle del governo. Se c'era zuffa nelle strade Phellion aveva allora il coraggio di parlar chiaro ai vicini; andava in place Saint-Michel, compiangeva il governo e faceva il suo dovere. Prima e durante la rivolta sosteneva la dinastia, opera del Luglio; ma una volta giunti al processo politico si schierava con gli accusati. Questo innocuo "banderuolismo" trapelava anche dalle sue opinioni politiche; trovava una risposta a tutto col ricorso al colosso nordico o al machiavellismo inglese. L'Inghilterra è per lui, come per il "Constitutionnel", una comare a due facce; di volta in volta la machiavellica Albione e il paese modello: machiavellica quando si tratta degli interessi della Francia offesa e di Napoleone; paese modello quando si tratta degli errori del governo. Ammette, in assonanza col giornale, l'elemento democratico ma respinge, conversando, ogni accordo con lo spirito repubblicano. Lo spirito repubblicano è il 1793, la sommossa, il Terrore, la legge agraria.

L'elemento democratico è l'ascesa della piccola borghesia è il regno di Phellion.

Quest'onesto vecchio è pur sempre degno di stima; la dignità serve a spiegare la sua vita. Ha allevato in modo encomiabile i figli, è rimasto per loro il padre, ci tiene ad essere rispettato in casa come egli rispetta il potere e i superiori. Non s'è mai indebitato.

Nominato giurato, la coscienza gli fa sudar sangue e acqua per seguire i dibattiti e non ride mai, neppure quando ride la corte, l'uditorio e il pubblico ministero. Servizievole all'estremo, di tutto è prodigo salvo che del proprio denaro. Felice Phellion, il figlio professore, è il suo idolo; lo crede capace di giungere all'Académie des Sciences.

Thuillier, tra l'ardita nullità di Minard e la massiccia stolidità di Phellion, era come una sostanza neutra, ma nella sua malinconica esperienza aveva un po' dell'uno e dell'altro. Celava il vuoto della mente con banalità così come copriva la pelle giallastra del cranio con le onde filacciose dei capelli grigi, riportati con cura infinita sul davanti dal pettine del parrucchiere.

- In qualsiasi altra carriera, - diceva parlando dell'Amministrazione, - avrei avuto un destino ben diverso.

Aveva visto il bene, possibile in teoria e impossibile in pratica, i risultati opposti alle premesse; e narrava le ingiustizie, gli intrighi, l'affare Rabourdin.

- Dopo questo si può credere a tutto e non credere a nulla, concludeva. - Ah, l'Amministrazione è una ben strana cosa e io sono lieto di non aver figli per non vederli intraprendere la carriera impiegatizia.

Colleville, sempre allegro, tondo, bonario, pieno di facezie, compositore di anagrammi, in perpetuo moto, era l'immagine del borghese capace e burlone, la qualità senza il successo, il lavoro caparbio senza risultato ma anche la rassegnazione gioviale, lo spirito privo di slanci, l'arte inutile in quanto pur essendo musicista eccellente non suonava più che per la figlia.

Il salone era quindi come un salone di provincia ma riverberato dai riflessi del perpetuo incendio parigino: la sua mediocrità, le sue sciattezze seguivano la corrente del secolo. La frase e l'oggetto alla moda, perché a Parigi parola e oggetto sono come cavallo e cavaliere, vi giungevano sempre di rimbalzo. Sempre si attendeva il signor Minard per sapere la verità sui grandi avvenimenti. Le donne parteggiavano per i Gesuiti, gli uomini difendevano l'Università; ma, di solito, le donne si limitavano ad ascoltare. Un uomo di spirito, se avesse potuto sopportare il tedio di tali serate, avrebbe riso come a una commedia di Molière apprendendo, dopo lunghe discussioni, cose come queste:

"La Rivoluzione del 1789 poteva essere evitata? I prestiti di Luigi Quattordicesimo l'avevano già abbozzata. Luigi Quindicesimo, egoista ma spiritoso (ha detto: "Fossi tenente della polizia proibirei i calessini"), re dissoluto, sapete bene del suo Parc aux Cerfs!, vi ha contribuito assai. Il signor de Necker, ginevrino malintenzionato, l'ha messa in moto. Gli stranieri ce l'hanno avuta sempre con la Francia. Torneremo a vedere le code per il pane. Il "maximum" ha fatto gran danno alla Rivoluzione. Giuridicamente Luigi Sedicesimo non doveva essere condannato, una giuria l'avrebbe assolto. Bonaparte ha fucilato i parigini e questa audacia gli è riuscita. Luigi-Filippo si è basato su questo esempio. Perché è caduto Carlo Decimo? Napoleone è un grand'uomo e i particolari che attestano il suo genio fan parte dell'aneddotica; prendeva cinque prese di tabacco al minuto e in tasche foderate in cuoio, applicate al panciotto. Decurtava tutti i conti dei fornitori; andava in rue Saint-Denis per conoscere il prezzo delle merci. Talma era amico suo. Talma gli aveva insegnato a gestire e tuttavia s'era sempre rifiutato di dare un'onorificenza a Talma.

L'Imperatore ha montato di guardia al posto d'un soldato addormentato per evitare che fosse fucilato. Cose simili lo facevano adorare dai militari. Luigi Diciottesimo, che pure era persona di spirito, ha mancato d'equità nei suoi confronti chiamandolo signor de Bonaparte.

Il guaio del governo attuale è di lasciarsi trainare invece di dirigere. S'è messo troppo in basso. Ha paura degli uomini d'azione; avrebbe dovuto lacerare i trattati del 1815 e chiedere il Reno all'Europa. Al Ministero si traffica troppo con gli stessi uomini".

- Avete fatto abbastanza sfoggio di spirito, - diceva la signorina Thuillier, - l'altare è eretto, fate la vostra partitina.

La vecchia zitella troncava sempre le discussioni, alle quali le donne s'annoiavano, con questa frase.

Se tutti questi antecedenti, se queste idee generali non fossero state esposte, in forma di sommario, per incorniciare questa Scena e dare un'idea dello spirito di questa società, forse il dramma ne avrebbe sofferto. Questo schizzo del resto è di una fedeltà veramente storica e fa luce su una classe che ha la sua importanza sul costume, specie pensando che il sistema politico del ramo cadetto ne ha fatto la sua base d'appoggio.

 

 

 

6

UN PERSONAGGIO ESSENZIALE

 

L'inverno 1839 fu, in certo senso, la stagione in cui il salone Thuillier raggiunse il massimo splendore. I Minard vi venivano quasi ogni domenica e vi trascorrevano un'ora quando avevano altre sere impegnate, e Minard vi lasciava per lo più la moglie conducendo con sé la figlia e il figlio maggiore avvocato. L'assiduità dei Minard fu occasionata da un incontro, assai tardivo del resto, avvenuto fra i signori Métivier, Barbet e Minard in una serata nella quale questi due importanti inquilini s'erano soffermati un po' più del solito a chiacchierare con la signorina Thuillier. Minard seppe da Barbet che l'anziana signorina gli prendeva per circa trentamila franchi in titoli a cinque e sei mesi sulla base del sette e mezzo per cento annuo e che altrettanti ne prendeva da Métivier, in modo da maneggiare almeno centottantamila franchi.

- Faccio lo sconto librario al dodici e prendo solo titoli che valgono. Per me è la cosa più comoda, - concluse Barbet. Sostengo che ha centottantamila franchi perché non può dare alla banca se non effetti a novanta giorni di scadenza.

- Allora ha un conto in banca? - chiese Minard.

- Io credo di sì, - rispose Barbet.

Avendo rapporti con un dirigente della banca, Minard venne a sapere che la signorina Thuillier vi teneva un conto di circa duecentomila franchi, garantito da un deposito di quaranta azioni. Tale garanzia era, per così dire, superflua; la banca aveva riguardo per una persona che le era nota e che gestiva gli affari di Celeste Lemprun, la figlia d'un impiegato che aveva accumulato tanti anni di servizio quanti ne contava la banca stessa d'esistenza. La signorina Thuillier, del resto, non aveva mai oltrepassato in vent'anni l'ammontare del suo credito. Inviava ogni mese sessantamila franchi d'effetti a scadenza trimestrale, per un importo di circa centottantamila franchi. Le azioni depositate ne valevano centoventimila e non c'era quindi alcun rischio perché gli effetti ammontavano sempre a sessantamila franchi.

- Così, - disse il revisore, - se alla fine del trimestre c'inviasse centomila franchi d'effetti noi non gliene respingeremmo nemmeno uno.

Ha una casa intestata a suo nome, libera da ipoteche e che vale più di centomila franchi. Inoltre tutti i suoi titoli provengono da Barbet e Métivier e recano quattro firme fra cui la sua.

- Perché la signorina Thuillier agisce così? - chiese Minard a Métivier.

- Oh, certo per sistemare la sua Celeste. Vanno tutti matti per quella ragazza.

- Ma questo dovrebbe fare al caso vostro, - disse Minard.

- Oh io, - rispose Métivier, - farò di meglio sposando una cugina; mio zio Métivier, che m'ha affidato i suoi affari, ha centomila franchi di rendita e due figlie sole.

Per quanto misteriosa fosse la signorina Thuillier, che non parlava a nessuno dei suoi investimenti, neppure al fratello; per quanto aggiungesse al mucchio i risparmi ottenuti sui beni della signora Thuillier oltre che sui propri, era difficile che questo spiraglio di luce non trapelasse dal moggio che copriva il suo tesoro.

Dutocq, che frequentava Barbet col quale aveva molto in comune sia nella fisionomia che nel carattere, aveva stimato con maggior precisione di Minard le economie dei Thuillier a centocinquantamila franchi nel 1838 e poteva seguirne occultamente i progressi calcolando i profitti con l'aiuto dell'esperto scontista Barbet.

- Celeste avrà da noi duecentomila franchi in contanti, - aveva detto la vecchia zitella a Barbet in confidenza,- e la signora Thuillier vuole assicurarle alla stipulazione del contratto il nudo possesso dei suoi beni. Quanto a me, ho fatto testamento. Mio fratello avrà tutto vita natural durante e Celeste sarà, a questa condizione, mia erede.

Il signor Cardot, il mio notaio, è il mio esecutore testamentario.

Da allora la signorina Thuillier aveva incitato il fratello a riannodare gli antichi rapporti coi Saillard, i Baudoyer, i Falleix, che occupavano una posizione analoga a quella dei Thuillier e dei Minard nel quartiere Saint-Antoine, dove il signor Saillard era sindaco. Il notaio Cardot aveva presentato il proprio pretendente nella persona di maestro Godeschal, procuratore legale succeduto a Derville, uomo capace, che aveva versato centomila franchi anticipati per la sua carica e che con duecentomila franchi di dote avrebbe saldato il debito. Minard fece mettere alla porta Godeschal informando la signorina Thuillier che Celeste avrebbe avuto per cognata la famosa Marietta dell'Opéra.

- Ne è appena uscita, - disse Colleville alludendo alla moglie, e non certo per rientrarvi.

- Oltre tutto il signor Godeschal è troppo anziano per Celeste,osservò Brigitte.

- E poi, - replicò timidamente la signora Thuillier, non è bene che si sposi seguendo la sua inclinazione? Possa essere felice!

La povera donna aveva scorto in Felice Phellion il vero amore per Celeste, un amore quale una donna vessata da Brigitte e offesa dall'indifferenza di Thuillier, che della moglie s'era curato meno che d'una fantesca, aveva potuto sognare: audace nell'intimo, timido esteriormente, sicuro di sé e pavido, assorto con tutti, fatto per vivere tra le nuvole. A ventitré anni Felice Phellion era un giovane mite, candido come tutti gli studiosi che coltivano la scienza per la scienza. Era stato educato santamente dalla madre che, prendendo ogni cosa seriamente, gli aveva dato solo buoni esempi accompagnati da massime banali. Era un giovanotto di statura media, dai capelli castano chiari, gli occhi grigi, la carnagione arrossata, dotato d'una bella voce, d'un temperamento calmo, parco nei gesti, sognatore, che proferiva solo frasi sensate, non contraddiceva mai nessuno ed era, quel che è più importante, incapace d'un pensiero abietto o d'un calcolo egoistico.

"Ecco, - s'era spesso detta la signora Thuillier, - come avrei voluto mio marito!" A metà dell'inverno 1839-40, nel mese di febbraio, il salone dei Thuillier era gremito di tutti i personaggi di cui abbiamo descritto i lineamenti. La fine del mese era prossima. Barbet e Métivier, dovendo chiedere trentamila franchi ciascuno alla signorina Brigitte, giocavano a whist coi signori Minard e Phellion. A un altro tavolo sedevano Giuliano-l'avvocato, nomignolo affibbiato da Colleville al giovane Minard, la signora Colleville, il signor Barniol e la signora Phellion. Un ramino a un soldo il gettone teneva occupata la signora Minard, che conosceva solo quel gioco, due Colleville, l'anziano papà Saillard e il genero Baudoyer; Laudigeois e Dutocq erano i rimpiazzi.

Le signore Phellion, Baudoyer, Barniol e la signorina Minard facevano un boston e Celeste era seduta accanto a Prudenza Minard. Il giovane Phellion ascoltava la signora Thuillier contemplando Celeste.

Dall'altro lato del caminetto troneggiava su una poltrona imbottita la regina Elisabetta della famiglia, vestita nello stesso modo semplice usato per trent'anni, dato che nessun miglioramento del tenor di vita l'aveva indotta a cambiare abitudini. Sui capelli grigiastri portava una cuffia nera d'organza ornata del geranio Carlo Decimo; la veste a scialletto in lana pettinata color uva di Corinto costava quindici franchi; il collettino ricamato ne valeva sei e lasciava trasparire il solco marcato prodotto dai due muscoli che uniscono la testa alla colonna vertebrale. Monvel, impersonando Augusto al termine della sua carriera, non mostrava profilo più duro di quello dell'autocrate che lavorava calzini a maglia per il fratello. Thuillier stava in piedi innanzi al caminetto, pronto ad accogliere eventuali ospiti, e accanto a lui c'era un giovane la cui venuta aveva suscitato scalpore allorché il portinaio, che la domenica indossava l'abito della festa per servire, aveva annunciato il signor Oliviero Vinet.

Una confidenza di Cardot al celebre procuratore generale, padre del giovane magistrato, era stata la causa di tale visita. Oliviero Vinet era appena passato dal tribunale d'Arcis a quello della Senna in qualità di sostituto procuratore del re. Il notaio Cardot aveva invitato a pranzo in casa propria Thuillier e il procuratore generale, che pareva stesse per divenire ministro di Giustizia, col figlio.

Cardot stimava a settecentomila franchi almeno, in quel momento, le sostanze che dovevano toccare a Celeste. Vinet figlio era parso lietissimo d'avere il diritto di far visita la domenica ai Thuillier.

Le grosse doti fanno oggi commettere, senza alcun pudore, grosse sciocchezze.

Dieci minuti dopo un altro giovane, che stava parlando con Thuillier prima dell'arrivo del sostituto, alzò la voce accalorandosi in una discussione politica e costrinse il magistrato a far lo stesso per la vivacità assunta dalla disputa. Si parlava del voto col quale la Camera dei deputati aveva appena rovesciato il Ministero del 12 maggio negando l'appannaggio chiesto per il duca di Nemours.

- Sono ben lungi, - stava dicendo il giovane, - dall'appartenere alla corrente filodinastica e dall'approvare l'avvento della Borghesia al potere. La Borghesia non deve, come un tempo l'Aristocrazia, essere tutto quanto lo Stato. Ma, insomma, la Borghesia francese s'è assunta il compito di fondare una nuova dinastia, una regalità su misura, ed ecco come la tratta! Quando il popolo ha permesso a Napoleone d'innalzarsi ne ha fatto qualcosa di splendido e monumentale; era fiero della sua grandezza e ha profuso nobilmente sudori e sangue per erigere l'edificio dell'Impero. Tra i fulgori del trono aristocratico e quelli della porpora imperiale, tra i grandi e il popolo, la Borghesia si mostra meschina, abbassa il potere al suo livello anziché elevarsi ad esso. I risparmi sui mozziconi di candela nei propri empori li applica anche ai suoi principi. Ma ciò che è virtù nei suoi magazzini lassù è una colpa e un crimine. Io avrei voluto molte cose per il popolo ma non avrei mai tolto dieci milioni alla nuova Lista Civile. Divenuta ormai quasi tutto in Francia la Borghesia ci doveva il benessere del popolo, magnificenza senza sfarzo, grandezza senza privilegi.

Oliviero Vinet, il cui padre era uno dei caporioni della coalizione e la cui ambizione, dato che mirava alla zimarra del guardasigilli, doveva andar delusa, non sapeva che rispondere e ritenne di far bene diffondendosi su uno degli aspetti del problema.

- Signore, avete ragione, - disse il giovane magistrato. - Ma prima di mettersi in ghingheri la Borghesia ha degli obblighi da soddisfare con la Francia. Il lusso di cui parlate passa in secondo piano rispetto ai doveri. Ciò che vi pare tanto biasimevole è stata una necessità contingente. La Camera è ben lungi dall'aver voce negli affari pubblici; i ministri appartengono più alla Corona che alla Francia e il Parlamento ha voluto che il Ministero avesse, come in Inghilterra, una forza propria e non d'accatto. Il giorno in cui il Ministero potrà agire da solo e rappresentare nel potere esecutivo la Camera, così come la Camera rappresenta il paese, il Parlamento sarà generosissimo con la Corona. Questo è il punto, e lo espongo senza esprimere il mio parere perché i doveri della mia carica comportano, in politica, una specie di sudditanza alla Corona.

- A parte la questione politica, - replicò il giovane che all'accento si rivelava provenzale, - è altrettanto vero che la Borghesia ha mal compreso la sua missione; vediamo procuratori generali, primi presidenti, pari di Francia in omnibus, giudici che vivono del loro stipendio, prefetti senza beni di fortuna, ministri indebitati; mentre invece la Borghesia, impadronendosi di quei posti, doveva onorarli come li onorava in passato l'aristocrazia e anziché occuparli per arricchirsi, com'è stato dimostrato da processi scandalosi, detenerli profondendovi le proprie entrate...

- Chi è questo giovane? - si chiedeva Oliviero Vinet ascoltando,- è un parente? Cardot avrebbe ben potuto accompagnarmi per la prima volta.

- Chi è questo signorino? - domandò Minard al signor Barbet; - è da parecchio che lo vedo qui.

- E' un inquilino, - rispose Métivier distribuendo le carte.

- Un avvocato, - disse Barbet sottovoce; - occupa un appartamentino al terzo piano, sul davanti... Oh, niente di speciale e non ha un soldo.

- Come si chiama questo giovane? - chiese Oliviero Vinet al signor Thuillier.

- Teodosio de La Peyrade; è avvocato, - rispose Thuillier all'orecchio del sostituto.

Nel frattempo sia le donne che gli uomini stavano fissando i due giovani e la signora Minard non poté trattenersi dal dire a Colleville:

-E' un giovane molto perbene.

- Ho fatto il suo anagramma, - rispose il padre di Celeste, - e nomi e cognome di Carlo-Maria-Teodosio de La Peyrade profetizzano quanto segue: "Eh! Il signore pagherà, dote, oche e carro..." Perciò, mia cara mamma Minard, guardatevi bene dal dargli vostra figlia.

- Dicono che quel giovane è meglio di mio figlio, - disse la signora Phellion alla signora Colleville; - voi che ne dite?

- Oh, quanto al fisico, - rispose la signora Colleville, - una donna potrebbe esitare prima di scegliere.

In quell'istante il giovane Vinet, nel vedere il salone gremito di piccoli borghesi, ritenne d'agire con finezza esaltando la Borghesia e seguì in pieno il giovane avvocato provenzale dicendo che le persone onorate dalla fiducia del governo dovevano imitare il re il cui sfarzo superava di gran lunga quello della vecchia Corte; che economizzare sugli emolumenti d'una carica era una stoltezza e non era fattibile, a Parigi in special modo, dove il costo della vita era triplicato e l'appartamento d'un magistrato, ad esempio, costava mille scudi...

- Mio padre, - disse concludendo, - mi dà mille scudi l'anno e col mio stipendio sono appena in grado di vivere come la mia carica richiede.

Quando il sostituto s'avventurò su questa strada acquitrinosa nella quale il provenzale l'aveva abilmente condotto questi scambiò, senza farsi scorgere, un'occhiata con Dutocq, che doveva subentrare nel ramino.

- E sono tanti i posti che occorrono, - osservò il cancelliere, che si parla di creare due Conciliature per arrondissement in modo da avere dodici cancellieri in più... Come se si potesse attentare ai nostri diritti, a queste cariche pagate a prezzo esorbitante!

- Non ho ancora avuto il piacere d'udirvi a Palazzo, - disse il sostituto al signor de La Peyrade.

- Sono l'avvocato dei poveri e arringo solo in Conciliatura, rispose il provenzale.

Ascoltando la teoria del giovane magistrato sulla necessità di spendere le proprie entrate la signorina Thuillier aveva assunto un tono cerimonioso il cui significato era noto sia al giovane provenzale che a Dutocq. Il giovane Vinet uscì con Minard e Giuliano-l'avvocato di modo che padroni del campo rimasero, davanti al caminetto, il giovane de La Peyrade e Dutocq.

- L'alta borghesia, - disse Dutocq a Thuillier, - si comporterà come in passato l'aristocrazia. La nobiltà voleva ragazze ricche per poter concimare le sue terre, gli arricchiti attuali vogliono doti per riempire di fieno i propri stivali.

- E' quanto il signor Thuillier mi stava dicendo stamattina, rispose arditamente il provenzale.

- Il padre, - riprese Dutocq, - ha sposato una signorina de Chargeboeuf e ha assimilato le idee della nobiltà; gli occorrono mezzi ad ogni costo, la moglie vive da regina.

- Oh, - disse Thuillier nel quale si ridestò l'invidia che un borghese ha per gli altri, - togliete a quei tipi i loro posti e li vedrete tornare di dove sono usciti...

La signorina Thuillier lavorava a maglia con ritmo tale che si sarebbe detta mossa da una macchina a vapore.

- A voi signor Dutocq, - disse la signora Minard alzandosi. - Ho freddo ai piedi, - soggiunse accostandosi al camino dove gli ori del turbante fecero l'effetto d'un fuoco d'artificio rispetto alle luci delle candele dell'Etoile che tentavano d'illuminare invano il salone immenso.

- Quel sostituto è della Saint-Jean, non vale nulla! - disse la signora Minard fissando la signorina Thuillier.

- Della Saint-Argent dite? - rispose il provenzale, - proprio spiritoso, signora...

- Oh, la signora ci ha abituati da tempo a cose simili, - disse il bel Thuillier.

La signora Colleville scrutava il provenzale e lo paragonava al giovane Phellion che chiacchierava con Celeste, senza badare a quanto accadeva intorno a loro. Ecco perciò il momento di descrivere lo strano personaggio che doveva interpretare una parte così rilevante coi Thuillier e che merita davvero l'appellativo di grande artista.

 

 

 

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UN RITRATTO STORICO

 

In Provenza esiste, specie nei dintorni di Avignone, una razza d'uomini, biondi o castani, di colorito chiaro e dagli occhi quasi teneri, dalle pupille fioche, calme o languide anziché vivaci, ardenti, profonde com'è logico attendersi in meridionali. Facciamo notare, per inciso, che fra i Corsi, gente portata agli scatti e alle ire più tremende, si trovano spesso individui biondi e in apparenza placidi. Questi uomini pallidi, robusti, dall'occhio quasi vitreo, verde o azzurro, sono in Provenza i peggiori arnesi e Calo-Maria- Teodosio de La Peyrade era un esempio tipico di tale specie, la cui natura meriterebbe un approfondito esame da parte della scienza medica e della fisiologia filosofica. S'agita in essi una sorta di bile, d'umore maligno che dà alla testa e li rende capaci d'atti malvagi, compiuti apparentemente a freddo, che sono frutto di un'esaltazione interiore incompatibile col loro aspetto quasi linfatico e con la pacatezza del loro sguardo mite.

Il giovane provenzale, nato appunto nei pressi d'Avignone, era di statura media, ben proporzionata, grassoccio, di carnagione smorta, non livida, opaca o accesa ma gelatinosa. Solo questo termine può dare infatti idea di quel flaccido e scialbo involucro sotto il quale si celavano nervi non molto saldi ma capaci, in certe occasioni, d'una prodigiosa resistenza. Gli occhi, d'un azzurro freddo e pallido, esprimevano di norma una specie di malinconia fallace che, sulle donne, doveva fare grande effetto. La fronte ben disegnata non mancava di nobiltà e s'intonava con una capigliatura fine, rada, castano chiara, naturalmente ma impercettibilmente ondulata al fondo.

Il naso, in tutto simile a quello d'un cane da caccia, schiacciato, diviso in punta, curioso, intelligente, indagatore e sempre in aria, anziché avere un aspetto benevolo era ironico e beffardo; ma queste due tendenze del carattere non si facevano notare e occorreva che il giovane cessasse di controllarsi e andasse in collera per far sgorgare lo spirito e il sarcasmo che decuplicavano le sue battute infernali.

La bocca, piacevolmente curva, dalle labbra rosso vivo, pareva la meravigliosa tastiera d'un organo soave quasi nei tasti mediani, ai quali Teodosio sempre si atteneva, ma che negli acuti vibrava alle orecchie come il suono d'un gong. Questo falsetto era la voce vera dei suoi nervi e della sua ira. Il volto, privo d'espressione per volere intimo, era ovale. Per finire, i suoi modi, in assonanza con la calma sacerdotale del viso, erano pieni di garbo e di riserbo; ma c'era duttilità e costanza nel suo comportamento, che, senza giungere al mellifluo, non mancava d'una certa attrattiva che però, lui via, riusciva inspiegabile. Il fascino, se ha radice in cuore, lascia tracce profonde; quello che è invece frutto d'artificio, eloquenza compresa, ottiene solo vittorie effimere; ma raggiunge i suoi scopi ad ogni costo. Quanti filosofi però esistono, nella vita privata, in grado di intenderlo? Quasi sempre, per usare un modo di dire popolare, quando l'uomo della strada capisce il meccanismo il gioco è fatto.

Tutto, nel ventisettenne, si confaceva al suo attuale modo d'essere; obbediva alla sua vocazione coltivando la filantropia, unica espressione atta a definire il filantropo. Teodosio amava il popolo perché il suo amore prescindeva dall'umanità. Come gli orticultori si dedicano alle rose, alle dalie, ai garofani, ai pelargonii e non prestano alcuna attenzione alle specie che non hanno scelto per il proprio capriccio questo giovane LaRochefoucauld-Liancourt apparteneva agli operai, ai proletari, alle miserie dei faubourgs Saint-Jacques e Saint-Marceau. L'uomo di polso, il genio agli estremi, i poveri vergognosi del ceto borghese li espelleva dal grembo della carità. In tutti i maniaci il cuore somiglia a quelle scatole a scomparti in cui si ripongono i confetti divisi per qualità; il "suum cuique tribuere" è la loro massima e somministrano a ogni dovere la sua dose. Vi sono filantropi che si commuovono solo sugli errori dei condannati. Alla base della filantropia sta certo la vanità; ma nel giovane provenzale era calcolo, partito preso, ipocrisia liberale e democratica recitata con una perfezione a cui nessun attore saprebbe giungere. Non attaccava i ricchi, si limitava a non capirli, li sopportava; ciascuno, a suo dire, doveva trarre profitto dalle proprie opere; era stato, diceva, fervente discepolo di Saint-Simon ma tale colpa andava attribuita all'eccessiva giovinezza: la società moderna non poteva basarsi altro che sul principio ereditario. Fervente cattolico, come tutti gli abitanti del Comtat, andava a messa prestissimo e teneva celata la propria devozione. Simile alla maggior parte dei filantropi era d'una avarizia sordida e ai poveri dava solo il suo tempo, i suoi consigli, la sua eloquenza e il denaro che strappava per loro ai ricchi. Stivali e un panno nero portato finché le cuciture non divenivano bianche erano tutto il suo abbigliamento.

La natura aveva fatto molto per Teodosio privandolo di quella maschia e delicata bellezza meridionale che suscita negli altri aspettative alle quali per un uomo è assai difficile corrispondere mentre a lui bastava poco per piacere; perciò poteva passare, secondo che gli pareva, per uomo gradevole e perbene o assai villano.

Mai, dopo essere stato accolto in casa Thuillier, aveva osato, come quella sera, alzare la voce e imporsi con tanta maestria come aveva appena fatto con Oliviero Vinet; ma forse Teodosio de La Peyrade non era scontento d'aver cercato d'uscire dall'ombra dove s'era fino allora rimpiattato; era inoltre necessario sbarazzarsi del giovane magistrato così come i Minard avevano in precedenza causato la rovina del procuratore Godeschal. Come tutte le menti superiori, perché la superiorità non gli mancava, il sostituto per non essersi curvato tanto da scorgere le fila di queste ragnatele borghesi era cascato come una mosca, a capofitto, nella trappola quasi invisibile nella quale Teodosio l'aveva sospinto con uno di quegli stratagemmi dei quali non si sarebbero avvedute persone ben più abili d'Oliviero.

Per completare il ritratto dell'avvocato dei poveri non è inutile narrare i suoi esordi in casa Thuillier. Teodosio era arrivato sul finire del 1837; laureato in diritto da un quinquennio aveva fatto pratica a Parigi per diventare avvocato; ma circostanze ignote e sulle quali manteneva il silenzio gli avevano impedito di farsi iscrivere all'albo degli avvocati parigini; era ancora tirocinante. Ma una volta insediato nell'appartamentino al terzo piano, coi mobili strettamente indispensabili alla sua nobile professione e prescritti dall'ordine degli avvocati che non accetta un nuovo collega se non ha uno studio decoroso e una biblioteca e che invia a controllare luoghi e cose, Teodosio de la Peyrade era divenuto avvocato presso la Corte reale di Parigi.

Tutto il 1838 fu impiegato a realizzare questo mutamento di stato ed egli condusse una vita regolarissima. Studiava il mattino in casa fino all'ora di pranzo e si recava a volte a Palazzo per le cause importanti. Con gran difficoltà, a dire di Dutocq, strinse rapporti con Dutocq stesso e rese a qualche infelice del faubourg Saint- Jacques, raccomandato alla sua carità dal cancelliere, il favore di difenderlo in tribunale; lo affidò ai procuratori legali che, in base agli statuti della loro associazione, si occupano a turno delle faccende dei poveri e avendo accettato solo cause assolutamente certe le vinse tutte. Messosi in relazione con alcuni procuratori si fece conoscere dall'ordine per questi fatti encomiabili ed essi lo fecero ammettere prima nell'associazione degli avvocati tirocinanti e quindi iscrivere all'albo. Da quel momento, nel 1839, divenne l'avvocato dei poveri in Conciliatura e continuò a difendere la gente del popolo. I protetti di Teodosio esprimevano la loro ammirazione e gratitudine alle portinaie, malgrado le raccomandazioni del giovane avvocato, e alcuni di questi discorsi giunsero alle orecchie dei proprietari. Nel corso di quell'anno perciò i Thuillier, entusiasti d'avere in casa un uomo così stimabile e caritatevole, vollero attirarlo nel loro salone e interrogarono Dutocq in merito. Il cancelliere parlò come sogliono parlare gli invidiosi e, pur rendendo giustizia al giovane, disse che era notevolmente avaro, - ma forse a causa della povertà, - aggiunse.

- Ho avuto d'altronde informazioni sul suo conto. Fa parte della famiglia de La Peyrade, un'antica famiglia del Comtat d'Avignon; è venuto qui a cercare uno zio che si diceva fosse molto ricco; è riuscito a scoprire dove abitava tre giorni dopo la sua morte e il mobilio è bastato appena a saldare le spese del funerale e i debiti.

Un amico del defunto ha offerto al povero giovane cento luigi spronandolo a studiar diritto e a intraprendere la carriera giudiziaria; questa somma l'ha aiutato a tirare avanti per tre anni a Parigi, dove ha vissuto come un monaco; ma non essendo mai riuscito a rintracciare l'ignoto protettore il povero studente si trovò nel 1833 in miseria nera, dato che era giunto a Parigi nell'inverno 1829.

"Si occupò allora, come tutti i laureati, di politica e letteratura e per qualche tempo si sottrasse così all'indigenza, visto che non poteva sperare nulla dalla famiglia: suo padre, fratello minore dello zio deceduto in rue des Moineaux, ha undici figli a carico che vivono in una piccola tenuta chiamata les Canquoelles.

"Entrò infine in un giornale ministeriale del quale era gerente il famoso Cérizet, noto per le persecuzioni subite sotto la Restaurazione per via del suo attaccamento ai liberali ma al quale gli esponenti della nuova sinistra non perdonano d'essere passato ai ministeriali; e poiché oggi il potere quasi non difende i suoi più zelanti servitori, vedi il caso Gisquet, i repubblicani han finito col rovinare Cérizet.

Questo per spiegarvi perché Cérizet faccia ora il copista nella mia cancelleria.

"Bene, nel periodo in cui era in auge quale gerente d'un periodico diretto dal ministero Périer contro i giornali incendiari come 'la Tribune' e altri, Cérizet, che malgrado tutto è un brav'uomo benché ami un po' troppo le donne, il buon cibo e i piaceri, è stato utilissimo a Teodosio che redigeva la cronaca politica; e, senza la morte di Casimir Périer, il giovanotto sarebbe stato nominato sostituto a Parigi. Nel 1834 e '35 è di nuovo andato a picco, malgrado il suo ingegno, perché la collaborazione al giornale ministeriale gli ha nuociuto. 'Senza i miei principi religiosi, - m'ha detto allora, - mi sarei gettato nella Senna'. A farla breve, sembra che l'amico dello zio abbia saputo che versava in cattive condizioni e così ha ricevuto di che farsi nominare avvocato; ma continua a ignorare nome e indirizzo del misterioso protettore. Dopo tutto, in circostanze come queste, la sua parsimonia è comprensibile e occorre avere forza di carattere per rifiutare ciò che gli offrono i poveri ai quali la sua dedizione fa vincere le cause. S'indigna al veder gente speculare sull'impossibilità in cui si trovano i poveracci d'anticipare le spese d'un processo intentato loro ingiustamente. Oh, riuscirà; non mi stupirei di vedere quel ragazzo in una posizione altolocata; ha tenacia, onestà e coraggio! E poi studia, sgobba".

Ad onta del favore con cui era stato accolto, il maestro de La Peyrade si recò di rado dai Thuillier. Ma rimproverato per la sua riservatezza si fece vedere spesso, finì col venire ogni domenica, fu invitato ai pranzi importanti ed era talmente di famiglia che se giungeva verso le quattro per parlare a Thuillier l'obbligavano a fermarsi a mangiare senza cerimonie "quel che c'è." La signorina Thuillier si diceva:

- Almeno siamo sicuri che pranzerà come si deve, povero giovane!

Un fenomeno sociale che è stato osservato ma non ancora formulato e reso pubblico, se volete, e che merita d'essere segnalato è il ritorno alle abitudini, alla mentalità, ai modi della condizione originaria in persone che, dalla gioventù alla vecchiaia, si sono elevate sopra il punto di partenza. Thuillier ad esempio era ridiventato, moralmente parlando, figlio di portinaio; ripeteva qualcuna delle battute paterne; riaffiorava insomma, alla superficie, un po' della melma nativa.

Cinque o sei volte al mese, quando la minestra di grasso era saporita, egli esclamava, quasi fosse una facezia inedita, posando il cucchiaio nel piatto vuoto: - Questo è meglio d'un calcio negli stinchi!... - All'udire per la prima volta questa uscita Teodosio, che non la conosceva, smarrì la sua gravità e si mise a ridere così di gusto che Thuillier, il bel Thuillier, fu stuzzicato nella vanità come mai prima. Da allora Teodosio accoglieva sempre questa frase con un sorrisetto malizioso. Questo particolare insignificante spiegherà perché, il mattino seguente la serata in cui Teodosio aveva avuto lo scontro col giovane sostituto, avesse potuto dire a Thuillier passeggiando in giardino per constatare gli effetti del gelo:

- Avete molto più spirito di quanto non pensiate!

E aveva ottenuto in risposta:

- In ogni altra carriera, mio caro Teodosio, avrei fatto molta strada, ma la caduta dell'Impero m'ha rotto l'osso del collo.

- C'è ancora tempo, - aveva replicato il giovane avvocato. - Ma, intanto, che ha fatto quel pagliaccio di Colleville per meritare la croce?

Qui il maestro La Peyrade aveva toccato la piaga che Thuillier nascondeva a tutti, al punto che neppure la sorella ne sapeva niente; ma il giovane, intento a studiare tutti quei borghesi, aveva intuito la segreta invidia che rodeva l'animo dell'ex sottocapo.

- Se volete concedermi l'onore, voi così pieno d'esperienza, di seguire i miei consigli e soprattutto di non far cenno del nostro accordo con nessuno, neppure con la vostra ottima sorella a meno che io non condiscenda, m'incarico di farvi decorare fra gli applausi di tutto il quartiere.

- Oh se ci riuscissimo, - aveva esclamato Thuillier, non potete immaginare quel che sarò per voi...

Ciò spiega perché Thuillier s'era ringalluzzito quando, poco prima, Teodosio aveva avuto l'ardire d'attribuirgli delle idee.

 

 

 

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LA FINE DELLA SERATA

 

Nelle arti, e forse Molière ha incluso l'ipocrisia fra esse ponendo Tartufo per sempre fra i commedianti, esiste un massimo di perfezione al disotto del quale sta l'ingegno e a cui perviene solo il genio. C'è una differenza così esile fra il prodotto del genio e dell'ingegno che solo i geni possono valutare la distanza che separa Raffaello e Correggio, Tiziano e Rubens. Ma, soprattutto, la gente comune si lascia fuorviare. Caratteristica del genio è una facilità apparente.

La sua opera deve insomma apparire, a prima vista, usuale tanto riesce sempre ad essere naturale, anche nei temi più elevati.

Molte contadine tengono in braccio i figli come la celebre "Madonna di Dresda" regge il proprio. Ebbene, il culmine dell'arte, in un uomo dello stampo di Teodosio, è di far dire di sé più tardi: "Chiunque ci sarebbe cascato!" Ora, nel salone Thuillier, vedeva emergere il contrasto, intuiva in Colleville il temperamento lungimirante e critico dell'artista mancato. L'avvocato sapeva d'essere sgradito a Colleville che, a seguito di circostanze inutili da riferire, era pagato per credere alla scienza degli anagrammi. Nessuno di essi era risultato errato. S'erano burlati di lui in ufficio quando, essendogli stato chiesto l'anagramma del povero Augusto-Gianni-Francesco Minard, egli aveva trovato: "Ammasserò una grossa fortuna", ma l'esito giustificava, a un decennio di distanza, l'anagramma. Ora, quello di Teodosio era fatale. Quello della moglie invece lo faceva tremare e non ne aveva mai fatto parola, in quanto Flavia Minoret Colleville dava: "La vecchia C., nome infamato, ruba".

Più volte Teodosio aveva fatto due passi col gioviale segretario municipale e s'era sentito respinto da una freddezza innaturale in un uomo così espansivo. Quando la partita a ramino ebbe termine vi fu un momento in cui Colleville attirò Thuillier nel vano d'una finestra dicendogli:

- Lasci prender troppo piede in casa a quell'avvocato. Stasera ha monopolizzato la conversazione.

- Grazie amico mio, uomo avvisato uomo salvato, - rispose Thuillier burlandosi nell'intimo di Colleville.

Teodosio che, nel frattempo, chiacchierava con la signora Colleville teneva gli occhi fissi sui due amici e intuì con la prescienza di cui fanno uso le donne, che sanno quando e in che modo si parla di loro da un capo all'altro del salone, che Colleville cercava di nuocergli nell'animo del debole e ingenuo Thuillier.

- Signora, - sussurrò all'orecchio della devota, - credetemi, se qualcuno qui è in grado d'apprezzarvi sono io. Siete una perla caduta nel fango; non avete ancora quarantadue anni, perché una donna ha solo l'età che dimostra, e molte trentenni non vi stanno a pari e sarebbero liete d'avere il vostro vitino e questo viso celestiale sul quale l'amore è passato senza mai appagarvi. Vi siete data a Dio, lo so, sono troppo religioso per volere essere altro che un amico per voi; ma vi siete dedicata a lui perché non avete mai trovato una persona degna di voi. Insomma siete stata amata ma non vi siete mai sentita adorata, e io l'ho compreso... Ma ecco vostro marito che non ha saputo darvi una posizione conforme al vostro valore; non mi può soffrire, quasi pensasse che vi ami, e m'impedisce di dirvi ciò che credo aver trovato per farvi ascendere alla sfera cui eravate destinata... No, signora, - disse alzandosi e a voce alta, - non è l'abbé Gondrin che predicherà quest'anno la quaresima nel vostro povero Saint-Jacques-du-Haut-Pas; è il signor d'Estival, un mio conterraneo, che s'è votato alla predicazione a favore delle classi povere e voi udrete uno dei più suadenti predicatori che conosca, un prete dall'aspetto poco attraente ma quale anima!...

- I miei voti allora s'avvereranno, - disse la povera signora Thuillier; - non sono mai riuscita a capire i predicatori celebri!

Un sorriso aleggiò sulle labbra vizze della signorina Thuillier come pure su quelle d'altri astanti.

- Si occupano troppo di dimostrazioni teologiche, è tanto che la penso così, - disse Teodosio, - ma non parlo mai di religione e non fosse per la signora de Colleville...

- Esistono dunque dimostrazioni in teologia? - chiese ingenuamente e a bruciapelo il professore di matematica.

- Non credo, - rispose Teodosio fissando Felice Phellion, - che mi facciate sul serio questa domanda.

- Mio figlio, - disse il vecchio Phellion giungendo pesantemente in aiuto al figlio dopo aver scorto un'espressione angustiata sul volto pallido della signora Thuillier, mio figlio distingue la religione in due categorie: la considera sotto il profilo umano e divino, la tradizione e il raziocinio.

- Quale eresia, signore; - replicò Teodosio; - la religione è unica e richiede anzitutto fede.

Il vecchio Phellion, inchiodato da questa frase, guardò la moglie:

- Mia cara, è ora...

E indicò la pendola.

- Oh, signor Felice, - sussurrò Celeste all'orecchio del candido matematico, - non potreste essere, come Pascal e Bossuet, sapiente e pio?...

I Phellion, ritirandosi in massa, trascinarono con sé i Colleville; presto non rimasero che Dutocq, Teodosio e i Thuillier.

Le adulazioni prodigate da Teodosio a Flavia hanno le caratteristiche delle frasi fatte; ma è da rilevare, nell'interesse del racconto, che l'avvocato si teneva al livello di queste menti plebee; navigava nelle loro acque, parlava la loro lingua. Il suo pittore era Pierre Grassou e non Giuseppe Bridau; il suo libro era "Paul et Virginie". Il maggior poeta del momento era Casimir Delavigne; ai suoi occhi il compito dell'arte era, prima d'ogni altra cosa, l'utile. Parmentier, "l'autore della patata", valeva trenta Raffaelli; l'uomo dalla mantellina azzurra gli sembrava una "suora di carità". Questi modi di dire di Thuillier li rammentava a tratti.

- Quel giovane Felice Phellion è in tutto e per tutto l'universitario del nostro tempo, il prodotto d'una scienza che ha messo Dio da parte.

Mio Dio! Dove stiamo andando? La religione sola può salvare la Francia perché solo il timore dell'inferno ci trattiene dal furto domestico, che ad ogni istante avviene in seno alle famiglie e dilapida le sostanze più cospicue. Avete tutti una guerra in casa.

Con questa abile tirata, che fece molta impressione su Brigitte, si ritirò seguito da Dutocq, dopo avere augurato la buona notte ai tre Thuillier.

- Quel giovane ha molte qualità! - sentenziò Thuillier.

- Sì, davvero, - rispose Brigitte spegnendo le lampade.

- Ha fede, - disse la signora Thuillier avviandosi per prima.

- Signore, - stava dicendo Phellion a Colleville giunti in prossimità dell'Ecole des Mines e dopo essersi accertato d'esser soli in strada, - è mia abitudine chieder lumi agli altri, ma non posso evitare di pensare che quel giovane avvocato la faccia da padrone in casa dei nostri amici Thuillier.

-Il mio parere, - replicò Colleville che camminava con Phellion dietro alla moglie, a Celeste e alla signora Phellion strette l'una all'altra, - è che è un gesuita e a me quella gente non piace... Anche il migliore di essi non val niente. Per me gesuita significa finzione, e finzione per la finzione; fingono per il piacere di fingere e, come si suol dire, per tenersi mano. Questo è il mio parere, non ho peli sulla lingua...

- Vi capisco signore, - rispose Phellion che teneva a braccetto Colleville.

- No, signor Phellion, - ribatté Flavia con una vocina acuta, voi non capite Colleville, ma io so quel che intende dire e farà bene a non proseguire... Argomenti del genere non si discutono per strada, alle undici, e davanti a una ragazza.

- Moglie mia hai ragione, - disse Colleville.

Arrivati in rue des Deux-Églises, che i Phellion dovevano imboccare, si diedero la buona notte e Felice Phellion disse allora a Colleville:

- Signore, vostro figlio Francesco potrebbe entrare all'École Polytechnique se fosse seguito da vicino; vi offro di porlo in condizione di superare quest'anno gli esami.

- Non dico di no! Grazie amico mio, - disse Colleville, vedremo.

- Bene! - disse Phellion al figlio.

- Non è una cattiva idea! - esclamò la madre.

- Che ci trovate di strano? - chiese Felice.

- E' come far la corte ai genitori di Celeste.

- Che non riesca a risolvere il mio problema se ci ho pensato! esclamò il giovane professore; - ho scoperto, parlando coi piccoli Colleville, che Francesco ha inclinazione per la matematica e ho creduto doverne informare il padre...

- Bene figlio mio, - ripeté Phellion, - non ti vorrei diverso. I miei voti sono appagati, ho in mio figlio la probità, l'onore, le virtù private e civiche che auspicavo per lui.

La signora Colleville, quando Celeste si fu coricata, disse al marito:

- Colleville, non ti esprimere con tanta crudezza sulla gente se non la conosci a fondo. Quando parli di gesuiti so che alludi ai preti, perciò fammi il piacere di tenere per te le tue idee in fatto di religione ogni volta che tua figlia sarà presente. Noi siamo liberi di sacrificare le nostre anime, non quelle dei nostri figli. Vorresti per figlia una creatura senza fede?... Adesso, micione, noi siamo in balìa di chiunque, abbiamo quattro figli cui badare e puoi dire se, a una data epoca, non avrai bisogno di questo o quello? Non farti perciò nemici visto che non ne hai; sei un brav'uomo e grazie a questa qualità che, in te, ha perfino del fascino ce la siamo cavata benissimo!...

- Basta, basta! - disse Colleville che stava gettando il vestito su una sedia e si slacciava la cravatta; - ho torto e hai ragione tu, mia bella Flavia.

- Alla prima occasione mio grosso pecorone, - disse l'astuta comare dando un buffetto sulle gote del marito,- cercherai di usare una cortesia a quell'avvocatuccio; è un volpone, bisogna averlo dalla nostra. Recita la commedia?... bene, falla anche tu con lui; lasciati abbindolare in apparenza e, se ha ingegno e avvenire, fattene un amico. Credi voglia vederti ancora a lungo in municipio ?

- Venite moglie Colleville, - disse ridendo l'ex clarinetto dell'Opéra-Comique dandosi una pacca sul ginocchio per indicare alla moglie il posto che voleva occupasse, - scaldiamoci i piedini e parliamo... Guardandoti mi convinco sempre più di questa verità, che la gioventù delle donne è nella loro vita...

- E nel loro cuore...

- L'uno e l'altra, - rispose Colleville, - vitino snello e cuore greve...

- No, bestione!... profondo.

- Ciò che hai di bello è che hai mantenuto l'incarnato candido senza ingrassare!... Ma ecco qua... hai le ossa piccole... Sai, Flavia, dovessi ricominciare a vivere non vorrei altra moglie che te.

- Lo sai che ti ho sempre preferito agli altri... Che disgrazia che Monsignore sia morto! Sai cosa vorrei per te?

- No...

- Un posto al Municipio di Parigi, un posto da dodicimila franchi, qualcosa come un cassiere, alla cassa municipale o a quella di Poissy, o un ricevitore.

- La cosa mi attrae.

- Bene, se questo mostro d'avvocato avesse qualche, potere, ha degli appoggi: trattiamolo coi guanti... Lo sonderò... lascia fare a me... e soprattutto non ostacolare il suo gioco coi Thuillier...

Teodosio aveva toccato il tasto dolente nel cuore di Flavia Colleville e il fatto merita una spiegazione che, forse, avrà il valore d'una veduta panoramica sulla vita delle donne.

 

 

 

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UNA DONNA DI QUARANT'ANNI

 

A quarant'anni la donna, specie quella che ha gustato la mela avvelenata della Passione, prova un solenne terrore; ha coscienza che due morti l'attendono: la morte del cuore e quella del corpo.

Suddividendo le donne in due categorie in base ai criteri più comuni, definendole virtuose o colpevoli, è lecito dire che nel sentirsi incluse in questa tragica schiera esse provano un dolore orribilmente intenso. Virtuose e deluse nelle aspirazioni naturali, si siano sottomesse o abbiano sepolte le loro ribellioni in cuore o ai piedi dell'altare, non senza spavento si dicono che per esse tutto è finito.

Questa convinzione ha echi così strani e diabolici che in essa sta la causa di qualcuna quelle apostasie che spesso sorprendono e atterriscono gente. Se colpevoli, si trovano in una di quelle vertiginose situazioni che a volte sfociano, ahimè, nella pazzia o si concludono con la morte, oppure culminano in passioni grandi quanto la situazione stessa.

Ecco il significato ambivalente di questa crisi: o han conosciuto la felicità, se ne son fatto un sistema di vita voluttuoso e non possono respirare che quest'aria satura d'incenso, muoversi in quest'atmosfera fiorita in cui le adulazioni son carezze, e allora come rinunciarvi?

Oppure, fenomeno più strano che inconsueto, non han provato che stucchevoli piaceri nel cercare una felicità che le sfuggiva, sorrette in questa ardente caccia dalle gioie irritanti della vanità, ostinandosi in quel gioco come un giocatore sul suo sistema e, per esse, questi estremi giorni di bellezza sono l'ultima puntata d'un disperato.

- Voi siete stata amata, ma non adorata!

Questa frase di Teodosio, accompagnata da uno sguardo che leggeva non nel cuore ma nella vita, era la chiave d'un enigma e Flavia si sentì capita.

L'avvocato non aveva fatto che ripetere idee che la letteratura ha rese banali; ma che importa di che fattura e tipo è il frustino quando sferza la piaga d'un cavallo di razza? La poesia era in Flavia e non nel carme così come il rumore non è nella valanga anche se la provoca.

Un ufficialetto, due vanesi, un banchiere, un goffo giovanotto e il povero Colleville erano miseri successi. Una sola volta in vita sua era apparsa la felicità ma senza poterla assaporare; la morte s'era affrettata a troncare l'unica passione in cui Flavia avesse trovato gioia. Da due anni prestava orecchio alla voce della religione che le diceva che Chiesa e società non parlano di felicità e d'amore, ma di doveri e rassegnazione; che, per queste due massime autorità, la felicità consiste nella soddisfazione che procura l'assolvere doveri ingrati o costosi e che la ricompensa non è di questo mondo. Ma essa udiva nell'intimo una voce che si esprimeva altrimenti e poiché la sua devozione era una maschera che occorreva portare e non una vera conversione, poiché essa non se la toglieva mai in quanto la considerava un espediente utile, poiché la pietà, vera o finta, era un modo d'adeguarsi all'avvenire, se ne stava in chiesa come in un crocicchio in mezzo alla foresta, seduta su una panchina, leggendo i cartelli indicatori e aspettando il capriccio del caso in attesa della notte eterna.

La sua curiosità fu perciò vivamente stuzzicata nell'udire Teodosio descrivere la sua condizione intima e, anziché approfittarne, attaccarsi al lato puramente interiore della sua esistenza e prometterle la realizzazione d'un castello in aria sette o otto volte crollato.

Dall'inizio dell'inverno s'era sentita, di nascosto, scrutata a fondo e analizzata da Teodosio. Più volte aveva indossato l'abito di seta grigia marezzata, le trine nere e l'acconciatura a fiori intrecciati con merletti per meglio figurare, e gli uomini capiscono sempre quando ci si mette in ghingheri per loro. L'atroce bello dell'Impero la seccava con grossolane adulazioni, era la regina del salone, ma il provenzale era mille volte più eloquente con una sola occhiata. Flavia aveva atteso, una domenica dopo l'altra una dichiarazione; si diceva:

"Sa che sono rovinata ed è senza un soldo! O forse è davvero pio".

Teodosio non voleva precipitare le cose e, come un esperto musicista, aveva segnato il punto dello spartito in cui percuotere il tam-t