Victor Hugo



NOVANTATRÉ

 

 

 

 

PARTE PRIMA - IN MARE

 

 

LIBRO PRIMO
IL BOSCO DELLA SAUDRAIE

 

Negli ultimi giorni di maggio del 1793, un battaglione parigino, di quelli condotti in Bretagna da Santerre, esplorava il temibile bosco della Saudraie, in quel di Astille. Non erano più di trecento uomini, giacché il battaglione era stato decimato dall'aspra guerra che conduceva. Era il tempo in cui, dopo le Argonne, Jemmape e Valmy, del primo battaglione di Parigi, di seicento volontari, rimanevano ventisette uomini, del secondo trentatré e del terzo cinquantasette.

Tempi di epiche lotte.

I battaglioni mandati da Parigi in Vandea erano di novecentododici uomini ciascuno. Ogni battaglione disponeva di tre pezzi d'artiglieria. Erano stati allestiti in quattro e quattr'otto. Il 25 aprile, essendo ministro della Giustizia Gohier e ministro della Guerra Bouchotte, la sezione del Buon Consiglio aveva proposto di mandare alcuni battaglioni di volontari in Vandea; il Lubin membro della Comune, aveva esteso il rapporto; il primo maggio Santerre era pronto a far partire dodicimila uomini, trenta cannoni da campagna e un battaglione di artiglieri. Tali battaglioni, messi insieme così in fretta, furono costituiti tanto bene, che servono ancor oggi da modello, le odierne compagnie di fanteria di linea si costituiscono appunto in base all'organico di quei battaglioni, salvo che in esse viene modificato il vecchio rapporto tra il numero degli uomini di truppa e quello dei sottufficiali.

Il 28 aprile, la Comune di Parigi aveva dato ai volontari del Santerre questa consegna: "Né grazia né quartiere!" Alla fine di maggio, dei dodicimila che avevano lasciato Parigi, ne erano morti ottomila.

Il battaglione impegnato nel bosco della Saudraie era in all'erta.

Nessuna fretta in nessuno. Tutti guardavano a un tempo a destra e a sinistra, davanti e di dietro. Kléber disse: "Il soldato ha un occhio nella schiena". Era un pezzo che marciavano. Che ora poteva essere? in che momento si era del giorno? Sarebbe stato difficile dirlo, ché in selvaggi macchioni come quelli che percorrevano, c'è sempre una specie di crepuscolo, né è mai chiaro in quei boschi.

Il bosco della Saudraie era tragico. La guerra civile aveva cominciato a perpetrare i suoi delitti, fin dal novembre 1792, appunto in quelle boscaglie. Mousqueton, lo zoppo feroce, era sbucato da quei folti funesti; la quantità di omicidi che erano stati commessi là dentro faceva rizzare i capelli. Non c'era luogo più spaventevole di quello.

I soldati vi si internavano con precauzione. Tutto era pieno di fiori; si aveva attorno una tremula muraglia di rami, dai quali pioveva la deliziosa frescura del fogliame; qualche raggio di sole sforacchiava qua e là quelle verdi tenebre, a terra l'iride comune e quella delle paludi, il narciso dei prati, la giunchiglia, fiorellino che annunzia il bel tempo, lo zafferano di primavera ricamavano e trapungevano un folto tappeto di vegetazione, in cui formicolavano tutte le forme del muschio, da quella che pare un bruco a quella che assomiglia a una stella. I soldati procedevano passo passo, in silenzio, scostando pian piano gli arbusti. Sopra le baionette, gli uccelli cinguettavano.

La Saudraie era uno di quei macchioni in cui una volta, nei tempi tranquilli, era stata fatta la "Houicheba", che è la caccia notturna agli uccelli; ora vi si dava la caccia all'uomo.

Il ceduo era tutto di betulle, di faggi e di querce; il terreno era piatto; il muschio e l'erba folta attutivano il trepestio degli uomini in marcia. Nessun sentiero, o sentieri che subito si perdevano.

Agrifogli, pruni selvatici, felci, siepi di robinia e alti rovi dovunque. Impossibile scorgere un uomo a dieci passi. Di tanto in tanto, trasvolava fra i rami un airone o una folaga, indizio di vicinanza d'una palude.

Si procedeva. Tutti camminavano alla ventura, con inquietudine, temendo di trovare quello che cercavano.

Di tanto in tanto s'imbattevano in tracce di accampamenti, spiazzi bruciacchiati, erbe calpestate, bastoni in croce, rami insanguinati:

là era stato cucinato il rancio, qui era stata celebrata la messa, colà erano stati medicati dei feriti. Ma coloro che erano passati di là, erano scomparsi. Dov'erano? Molto lontano, forse; o forse vicinissimi, nascosti, col trombone in pugno? Il bosco pareva deserto.

Il battaglione raddoppiava di prudenza. Solitudine, epperò diffidenza.

Non si vedeva nessuno, ragione di più per temere qualcuno. Avevano a che fare con una foresta malfamata.

Era probabile una imboscata.

Trenta granatieri, distaccati in qualità di esploratori, e comandati da un sergente, precedevano a grande distanza il grosso. Li accompagnava la vivandiera del battaglione. Le vivandiere andavano volentieri con le pattuglie di punta. Si corrono dei pericoli, è vero, ma si vede qualche cosa. La curiosità è una delle forme del coraggio femminile.

A un tratto i componenti di quella esigua pattuglia in avanscoperta ebbero il noto sussulto dei cacciatori quando raggiungono la tana. Nel pieno di un folto si era avvertito come un soffio; era parso di notare tra le fronde un certo qual movimento. I soldati si scambiarono dei cenni.

Nella specie di rovistamento, di ricerca affidata agli esploratori, non occorre che si immischino gli ufficiali: quel che deve essere fatto, si fa da sé.

In meno di un minuto, il punto dove era stato avvertito il movimento fu accerchiato, circoscritto in un cerchio di fucili spianati. Il buio centro del macchione fu preso di mira contemporaneamente da ogni parte, e i soldati, col dito sul grilletto e l'occhio sul punto sospetto, non attesero più altro, per mitragliarlo, che l'ordine del sergente.

La vivandiera, intanto, si era arrischiata a guardare attraverso i cespugli, e nel momento in cui il sergente stava per gridare:

"Fuoco!", ella gridò:

- Fermi! - Poi, rivolgendosi ai soldati, spiegò: - Non sparate, camerati! - e si ficcò nella boscaglia.

Tutti la seguirono.

C'era qualcuno, infatti.

Nel più folto della boscaglia, sul ciglio di una di quelle piccole radure rotonde che lasciano nei boschi le carbonaie ardendo le radici degli alberi, in una specie di buca fatta dai rami, qualche cosa come un ridottino di fronde, una donna sedeva sul muschio, tenendo al seno un neonato che poppava e sulle ginocchia le testoline bionde di due bimbi addormentati.

L'imboscata non consisteva in altro.

- Che fate qui, voi? - gridò la vivandiera.

La donna alzò la testa.

Furiosa, la vivandiera soggiunse:

- Siete pazza, da stare qui?

Poi riprese, esplicativa:

- Un momento ancora, ed eravate spacciata!

Rivolgendosi quindi ai soldati, la vivandiera disse ancora:

- E' una donna!

- Lo vediamo bene, perbacco! - disse un granatiere.

La vivandiera riprese:

- Venire nei boschi a farsi massacrare!... Come può passare per la mente di commettere simili bestialità?

La donna, stupefatta, spaventata, impietrita, guardava attorno, come in un sogno, quei fucili, quelle sciabole, quelle baionette, quelle facce feroci.

I due bimbi si svegliarono e gridarono.

- Ho fame! - disse uno.

- Ho paura! - disse l'altro.

Il neonato continuava a poppare.

La vivandiera gli rivolse la parola:

- Hai ragione tu, - gli disse.

La madre era muta dal terrore.

Il sergente le gridò:

- Non abbiate timore; siamo il battaglione del Berretto Rosso, noi!

La donna rabbrividì dalla testa ai piedi. Guardò il sergente, rude faccia di cui non si scorgevano che le sopracciglia, i baffi, e due braci, che erano gli occhi.

- Il battaglione dell'ex Croce Rossa, - aggiunse la vivandiera.

E il sergente continuò:

- Chi sei tu, signora?

La donna lo osservava, atterrita. Era magra, giovane, pallida, a sbrendoli; portava l'ampio cappuccio delle contadine bretoni e la coperta di lana assicurata al collo con una cordicella. Lasciava vedere il seno nudo con una indifferenza da femmina. I suoi piedi, senza scarpe né calze, sanguinavano.

- E' una povera! - disse il sergente.

E la vivandiera riprese con la sua voce soldatesca e femminea, dolce dopo tutto:

- Come vi chiamate?

In un balbettio quasi indistinto, la donna mormorò:

- Michelina Fléchard.

Frattanto la vivandiera accarezzava con la grossa sua mano la testolina del poppante.

- Che età ha questo marmocchio? - domandò.

La madre non capì. La vivandiera insistette.

- Vi ho domandato l'età di questo qui.

- Ah! - disse la madre. - Diciotto mesi.

- E' grande, - disse la vivandiera. - Non deve più poppare. Bisognerà divezzarlo. Minestra gli daremo.

La madre cominciava a rassicurarsi. I due bimbi che si erano svegliati erano più incuriositi che spaventati. Contemplavano le piume.

- Oh! - disse la madre; - hanno una fame!

Quindi soggiunse:

- Non ne ho, di latte.

- Daremo loro da mangiare, - gridò il sergente. - E anche a te. Ma questo non basta. Quali sono le tue opinioni politiche?

La donna guardò il sergente e non rispose verbo.

- Capisci la mia domanda?

Ella balbettò:

- Sono stata messa in convento da giovanissima; ma mi sono maritata, non sono una monaca. Le suore mi hanno insegnato a parlare francese.

Hanno dato fuoco al paese. Siamo scappati così in fretta, che non ho avuto tempo di mettermi le scarpe.

- Ti domando quali sono le tue opinioni politiche, io!

- Non so cosa intendiate.

Il sergente proseguì:

- Ci sono donne che fanno la spia, ecco tutto. Si devono fucilare.

Suvvia, parla! Non sei una zingara, tu? Qual è la tua patria?

Ella continuò a guardarlo come se non capisse. Il sergente ripeté:

- Qual è la tua patria?

- Non lo so, - ella disse.

- Come non sai quale sia il tuo paese?

- Ah! il mio paese? Si che lo so.

- E allora, qual è il tuo paese?

La donna rispose:

- E' la fattoria di Siscoignard, nella parrocchia di Azé.

Toccò al sergente di stupirsi, questa volta. Rimase un momento sovrappensiero. Poi riprese:

- Hai detto?

- Siscoignard.

--Ma non è una patria, Siscoignard!

- E' il mio paese.

E, dopo un momento di riflessione, la donna soggiunse:

- Capisco, signore. Voi siete francesi, io sono bretone.

- E allora?

- Non è lo stesso paese.

- Ma è la stessa patria! - gridò il sergente.

La donna si limita a rispondere:

- Sono di Siscoignard.

- Vada per Siscoignard! - riprese il sergente. - La tua famiglia è di là?

- Sì.

- Che cosa fa?

- Sono morti tutti. Non ho più nessuno.

Il sergente, che era un pochino quel che si dice un bel parlatore, continuò l'interrogatorio:

- Tutti hanno parenti, che diavolo! se ne hanno o se ne hanno avuti.

Chi sei? Parla.

La donna ascoltò sbalordita quel "o se ne hanno avuti", che assomigliava più a un grido di bestia selvatica che a una parola umana.

La vivandiera sentì il bisogno d'intervenire. Si rimise a carezzare il poppante e diede un buffetto sulla gota degli altri due.

- Come si chiama la lattante? - domandò.- E' bene una bambina, questa.

La madre rispose: - Giorgina.

- E il maggiore? Giacché è un uomo questo monello.

- Gian Renato.

- E il minore? Ché è un uomo anche lui, e paffutello per giunta, quest'altro.

- Alano, - disse la madre.

- Carini, questi piccoli, - disse ancora la vivandiera, - hanno già l'aria di essere qualcuno.

Frattanto, il sergente insisteva:

- Parla, dunque, signora. Hai una casa?

- Ne avevo una.

- Dove?

- Ad Azé.

- Perché non stai a casa tua?

- Perché l'hanno bruciata.

- Chi?

- Non so. Una battaglia.

- Di dove vieni?

- Di là.

- Dove vai?

- Non so.

- Al fatto! Al fatto! Chi sei?

- Non so.

- Non sai chi sei?

- Siamo gente che scappiamo.

- Di che partito sei?

- Non lo so.

- Sei per gli azzurri? sei per i bianchi? Con chi stai?

- Sto coi miei figli.

Ci fu una pausa. La vivandiera disse:

- Non ne ho avuto di figlioli, io. Non ne ho avuto tempo.

Il sergente ricominciò:

- Ma i tuoi parenti? Suvvia, signora, facci sapere chi sono i tuoi parenti. Io, per esempio, mi chiamo Radoub, sono sergente, sono della via Cherche-Midi, mio padre e mia madre erano della stessa contrada, posso parlare dei miei. Parlaci dei tuoi. Dicci chi erano i tuoi genitori.

- Erano i Fléchard, ecco tutto.

- Sì, i Fléchard sono i Fléchard come i Radoub sono i Radoub. Ma si ha pure una condizione. Che cosa erano i tuoi? Che cosa facevano? Che cosa fanno? Che cosa flechardavano i tuoi Fléchard?

- Erano contadini. Mio padre era infermo e non poteva lavorare, per via che aveva ricevuto delle bastonate che il signore, il suo signore, il nostro signore, gli aveva fatto dare; il che era un tratto di bontà, perché mio padre aveva preso un coniglio, cosa per la quale si era condannati a morte; ma il signore lo aveva graziato, dicendo:

"Dategli solo cento bastonate"; e mio padre era rimasto storpio.

- E poi?

- Mio nonno era ugonotto. Il signor curato lo fece mandare alle galere. Ero piccolissima.

- E poi?

- Il padre di mio marito era un contrabbandiere di sale. Il re lo fece impiccare.

- E che cosa fa tuo marito?

- In questi giorni si batteva.

- Per chi?

- Per il re.

- E poi?

- Santo Dio ! per il suo signore.

- E poi?

- Santo Dio! per il signor curato.

- Corpo di mille bombe! - sagrò un granatiere.

La donna sussultò dallo spavento.

- Come vedete, signora, siamo parigini, noi, - disse graziosamente la vivandiera.

La donna congiunse le mani ed esclamò:

- O mio Dio signore Gesù!

- Niente superstizioni! - ingiunse il sergente.

La vivandiera si sedette a fianco della donna e si tirò fra le ginocchia il maggiore dei due bimbi, che non si oppose. I ragazzi si rassicurano come si spaventano, così, senza che se ne sappia il perché. Si direbbe che abbiano un avvertimento interiore.

- Povera la mia donna di questo paese, - ella cominciò, - avete dei gran bei figliuoli, non c'è che dire. S'indovina l'età che hanno. Il grande ha quattro anni, suo fratello ne ha tre. Che ghiottona, per esempio, questa pupattola che poppa! Ah, mostro! la vuoi smettere di mangiare tua madre in questo modo? Suvvia, signora, non dovete temere di nulla. Dovreste entrare nel battaglione. Fareste come me. Mi chiamo la Ussara, io. Un soprannome, si sa. Ma preferisco chiamarmi la Ussara che signorina Bicorneau, come mia madre. Sono la cantiniera, che è quanto dire quella che dà da bere quando ci si mitraglia e ci si ammazza a vicenda. Un po' come il diavolo e l'acqua santa. Abbiamo su per giù lo stesso piede; vi darò un palo delle mie scarpe. Ero a Parigi, il 10 agosto, io! Ho dato da bere a Westermann. Se ne son fatti di progressi! Ho visto ghigliottinare Luigi Sedicesimo, Luigi Capeto, come si dice. Non voleva. Ascoltatemi, diamine! E dire che il 13 gennaio faceva cuocere le castagne e rideva con la sua famiglia!

Quando l'hanno steso di forza sopra la basculla, come la chiamano, non aveva più né marsina né scarpe. Non aveva che la camicia, una sottoveste a puntini, i calzoni di stoffa grigia e calze di seta grigia. Le ho viste, io, queste cose. La carrozza che lo aveva portato là, era verniciata di verde. Venite con noi, via! Sono tutti bravi ragazzi, nel battaglione; sarete la cantiniera numero due. Vi insegnerò io il mestiere. Oh, una cosa semplicissima! Bariletto e gavettino in mano, si va nel putiferio, in mezzo ai fuochi di fila, tra le cannonate, dentro al parapiglia, gridando: "Chi vuol bere un gotto, ragazzi?". Tutto qui. Mesco da bere a tutti, io. Proprio. Ai bianchi come agli azzurri, sebbene io sia un'azzurra, e una buona azzurra per giunta. Ma dò da bere a tutti. Hanno tutti sete, i feriti.

Si muore senza distinzione di opinioni. Dovrebbero stringersi la mano, quelli che muoiono. Che stramberia, quella di battersi! Venite con noi! Se rimarrò ammazzata, mi sostituirete. Sembro così, io, vedete?

ma sono una buona donna e un uomo di fegato. Non temete nulla.

Terminato che la vivandiera ebbe di parlare la donna mormora:

- La nostra vicina si chiamava Maria Giovanna e la nostra fantesca si chiamava Maria Claudia.

Frattanto, il sergente Radoub rimproverava il granatiere:

- Sta zitto, tu! L'hai spaventata, quella signora! Non si bestemmia davanti alle donne.

- Gli è che è pur sempre un vero rompicapo per il comprendonio d'un galantuomo, - ribatté il granatiere, - vedere certi irochesi della Cina che hanno il suocero storpiato dal signore, il nonno galeotto per via del curato e il padre impiccato dal re, e che si battono, per la malora! e si rivoltano e si fanno mettere a pezzi per il signore, il curato e il re!

Il sergente gridò:

- Silenzio nelle file!

- Stiamo zitti, sergente, - riprese il granatiere, - ma ciò non toglie che fa stizza vedere che una bella donna così si espone a farsi sgozzare per i begli occhi di un pretonzolo!

- Granatiere, - disse il sergente; - non siamo al circolo della sezione delle Picche, qui. Bando all'eloquenza!

E si rivolse alla donna:

- E tuo marito, signora, che fa? Che ne è stato di lui?

- Non ne è stato più niente, perché l'hanno ammazzato.

- Dove?

- Nella siepe.

- Quando?

- Tre giorni fa.

- Chi?

- Non lo so.

- Come! non sai chi ha ammazzato tuo marito?

- No.

- Un azzurro, forse? o un bianco?

- Una fucilata.

- Tre giorni fa?

- Sì.

- Da che parte?

- Dalla parte di Ernée. Mio marito è caduto. Ecco.

- E che hai fatto, tu, da quando è morto tuo marito?

- Porto via i piccini.

- E dove li porti?

- Sempre avanti.

- Dove dormi?

- Per terra.

- Che cosa mangi?

- Nulla.

Il sergente ebbe quella smorfia tutta militare che fa toccare il naso dai baffi.

- Nulla?

- Voglio dire prugnole, more dei rovi, quando ne rimangono ancora dell'anno passato, chicchi di mirtillo, germogli di felce.

- Già. E' quanto dire nulla.

Il maggiore dei bimbi, che pareva capisse, gemette:

- Ho fame!

Il sergente si trasse di tasca un pezzo di pagnotta e lo porse alla madre. La madre ruppe il pane in due pezzi e li diede ai bimbi. I piccini vi piantarono avidamente i denti.

- Non ne ha tenuto, per sé, - brontolò il sergente.

- Perché non ha fame, - disse un soldato.

- Perché è la madre, - disse il sergente.

I bimbi smisero di masticare - Da bere, - disse uno dei due.

- Da bere, - ripeté l'altro.

- Non c'è nemmeno un ruscello in questo bosco del diavolo! - disse il sergente.

La vivandiera prese la tazza di rame che le pendeva dalla cintola assieme al gavettino, girò la chiavetta del bariletto che portava a tracolla, versò alcune gocce nella tazza e accostò la tazza alle labbra dei bimbi.

Il primo bevve e fece una smorfia.

Il secondo bevve e sputò.

- Eppure, è buona, - disse la vivandiera.

- Acquavite? - domandò il sergente.

- Sì, e della migliore. Ma son gente di campagna.

E la donna si bevve il rimanente Il sergente riprese:

- Così, dunque, te la svigni, eh, signora?

- Bisogna pure.

- A rotta di collo attraverso i campi, eh?

- Corro con tutte le mie forze, poi cammino, poi casco.

- Povera parrocchiana! - esclamò la vivandiera.

- Combattono, - balbetta la donna. - Sono tutta circondata da fucilate. Non so che cosa abbiano tra loro. Mi hanno ammazzato mio marito, io non ho capito altro che questo.

Il sergente batté forte a terra il calcio del fucile, e sbottò:

- Che stupida guerra, corpo di un asino!

La donna proseguì:

- La notte scorsa, ci siamo coricati in una "émousse".

- Tutt'e quattro?

- Tutt'e quattro.

- Coricati?

- Coricati.

- Allora - disse il sergente, - coricati in piedi.

E si rivolse ai soldati:

- Sapete, camerati, che cosa chiamano "émousse" questi selvaggi? un alberone morto e cavo, dove un uomo si può infilare come dentro a un fodero. Che cosa volete? Non sono obbligati a essere parigini, vi pare?

- Coricarsi nel cavo d'un albero! - commentò la vivandiera; - e con tre figliuoli!

- E quando i piccoli strillavano, - riprese il sergente, - doveva essere curiosa, per quelli che passavano e non vedevano nulla di nulla, sentire una pianta gridare: "papà, mamma!".

- Fortuna che siamo in estate, - sospirò la madre.

Ella guardava per terra, rassegnata, con negli occhi lo sbalordimento delle catastrofi.

I soldati, silenziosi, facevano cerchio intorno a quella miseria.

Una vedova, tre orfani, la fuga, l'abbandono, la solitudine, la guerra rombante intorno intorno, all'orizzonte, la fame, la sete, null'altro da mangiare che l'erba, nessun altro tetto all'infuori del cielo.

Il sergente si avvicinò alla donna e fissò gli occhi sulla bambina che poppava. La piccina si staccò dal seno, voltò pian piano la testa, guardò con le sue belle pupille azzurre la spaventosa faccia piena di peli, irsuta e fulva, che si chinava sopra di lei, e si mise a sorridere.

Il sergente si raddrizzò. Si vide una grossa lacrima scorrergli giù per la guancia e fermarglisi sulla punta d'un baffo, come una perla.

Alzò la voce.

- Camerati! concludo, da tutto questo, che il battaglione sta per diventare padre. D'accordo? Adottiamoli, questi tre marmocchi!

- Viva la repubblica! - gridarono i granatieri.

- E' detto! - conferma il sergente.

Stese ambo le mani sopra la madre e i fanciulli.

- Ecco, - disse, - i figli del battaglione del Berretto Rosso.

La vivandiera si mise a saltare dalla gioia.

- Tre teste in un berretto! - ella esclamò.

Poi scoppiò in singhiozzi. Baciò perdutamente la povera vedova, e le disse:

- Che aria da birba ha già, la piccola!

- Viva la repubblica! - ripeterono i soldati.

E il sergente disse alla madre:

- Venite, cittadina

 

 

 

LIBRO SECONDO

LA CORVETTA "CLAYMORE"

 

1.

INGHILTERRA E FRANCIA CONGIUNTE

 

Nella primavera del 1793, nel momento in cui la Francia, assalita contemporaneamente su tutte le sue frontiere, aveva la patetica distrazione della caduta dei girondini, ecco che cosa accadeva nella Manica.

Una sera, il primo giugno, a Jersey, nella piccola baia deserta di Bonnenuit, circa un'ora prima del tramonto del sole, con uno di quei tempi nebbiosi che tornano comodi a chi ha da fuggire, in quanto sono pericolosi per navigare, una corvetta spiegava le vele. L'equipaggio di quel bastimento era francese, ma il bastimento stesso faceva parte della flottiglia inglese posta di stazione e come di sentinella alla punta orientale dell'isola. Il principe di La Tour d'Auvergne, che era della casa di Bouillon, comandava la flottiglia inglese, e appunto per ordine suo, per espletare un servizio urgente e speciale, la corvetta era stata distaccata.

Quella corvetta, immatricolata alla Trinity-House con il nome di "Claymore", era, apparentemente, una corvetta da carico, ma in realtà una corvetta da guerra. Aveva la tozza e pacifica struttura mercantile; ma era meglio non fidarsene. Era stata costruita con duplice intento: quello dell'astuzia e quello della forza: trarre in inganno, se possibile; combattere, se necessario. Per il servizio che aveva da espletare quella notte, il carico era stato sostituito, nel frapponte, da trenta carronate di grosso calibro. Queste trenta carronate, sia che si prevedesse una tempesta, sia che si volesse dare alla nave un aspetto bonaccione, erano al coperto, vale a dire fortemente ammarrate all'interno con triplici catene e con la volata appoggiata ai portelli tappati a dovere. Dal di fuori, nulla si vedeva: le cannoniere erano dissimulate, i portelli chiusi: era come se alla corvetta fosse stata messa una specie di maschera. Quelle carronate avevano le ruote di bronzo, a raggi, vecchio modello, detto "modello radiato". Le corvette di ordinanza i cannoni li hanno solo sul ponte; questa, fatta per la sorpresa e l'imboscata, era a ponte disarmato ed era stata costruita in modo da poter portare, come abbiamo visto più sopra, una batteria nel frapponte. La "Claymore" era di garbo tozzo e massiccio, pure era una buona camminatrice; era il più solido scafo di tutta la marina inglese, e in combattimento valeva su per giù come una fregata, sebbene non avesse per albero di mezzana che un alberello con una semplice randa. Il suo timone, di forma fuor del comune e sapiente, aveva una sagoma curva quasi unica, che era costata cinquanta lire sterline nei cantieri di Southampton.

L'equipaggio, tutto francese, era composto di ufficiali emigrati e di marinai disertori. Erano uomini accuratamente scelti: non uno che non fosse buon marinaio, buon soldato e buon realista. Avevano in tal modo il triplice fanatismo della nave, della spada e del re.

Assieme con l'equipaggio, era imbarcato un mezzo battaglione di fanteria di marina, che poteva, al bisogno, essere sbarcato.

La corvetta "Claymore" aveva per capitano un cavaliere di San Luigi, il conte di Boisberthelot, uno dei migliori ufficiali della vecchia marina reale; per secondo, il cavaliere di La Vieuville, che aveva comandato, nelle guardie francesi, la compagnia in cui era stato sergente Hoche, e per pilota il più sagace padrone di barca di Jersey, Filippo Gacquoil.

Che quella nave avesse da compiere qualche cosa di straordinario, saltava subito all'occhio. Vi si era, infatti, appena imbarcato un uomo che aveva tutta l'aria di starsi cacciando in un'avventura. Era un vecchio alto, dritto e robusto, dalla faccia severa, di cui sarebbe difficile precisare l'età, giacché sembrava giovane e vecchio a un tempo, uno di quegli uomini che sono pieni d'anni e pieni di forza, che hanno i capelli bianchi sulla fronte e un lampo nello sguardo; quarant'anni, quanto a vigore, e ottanta quanto ad autorità. Nel momento in cui era salito sulla corvetta, il suo mantello da mare si era dischiuso e tutti avevano potuto vederlo, sotto quel mantello, vestito di quelle larghe brache, che son dette "bragon-bras", di stivali alla cacciatora, e di una casacca di pelle di capra, che mostrava per diritto il cuoio con passamani di seta, e per rovescio il pelo irto e incolto, costume completo del contadino bretone. Tali vecchie casacche bretoni erano a due usi: servivano tanto nei giorni di festa che in quelli di lavoro, ché si potevano rivoltare, mettendo in mostra ora il lato villoso ora quello ricamato: pelli di bestia tutta la settimana, abiti di gala alla domenica. L'abito da contadino indossato da quel vecchio, era, come per avvalorare una verosimiglianza cercata e voluta, logoro alle ginocchia e nei gomiti, e pareva essere stato portato a lungo. Il suo mantello da mare, poi, di stoffa grossolana, pareva un cencio da pescatore. Quel vecchio aveva in testa il cappello tondo che allora usava, alto di cocuzzolo e largo di tesa, che, abbassato, denota il contadino, e, rialzato da una parte da un cordoncino e da una coccarda, ha un che di militare. Il vecchio portava quel cappello abbassato alla contadina, senza cordoncino né coccarda.

Lord Balcarres, governatore dell'isola, e il principe di La Tour d'Auvergne l'avevano personalmente accompagnato e istallato a bordo.

L'agente segreto dei principi, Gélambre, ex guardia del corpo del signor conte d'Artois, aveva presieduto egli stesso all'allestimento della sua cabina, spingendo la premura e il rispetto, sebbene egli stesso gentiluomo di non ultimo grado, fino a seguire il vecchio portandone la valigia. Lasciandolo per ritornare a terra, il signor di Gélambre aveva rivolto a quel contadino un profondo saluto; quanto a lord Balcarres, gli aveva detto: "Buona fortuna, generale!", e il principe di La Tour d'Auvergne aveva soggiunto: "Arrivederci, cugino mio".

"Contadino" era infatti il nome col quale gli appartenenti all'equipaggio si erano subito messi a designare il loro passeggero, nei brevi dialoghi che gli uomini di mare hanno tra loro. Pur senza saperne di più, però essi capivano che quel contadino non era un contadino più di quanto la loro corvetta da guerra non fosse una corvetta da carico.

C'era poco vento. La "Claymore" lasciò Bonnenuit, passò davanti alla Boulay-Bay e fu per alcun tempo in vista correndo bordate, poi decrebbe nella notte che infittiva e scomparve.

Un'ora dopo, Gélambre, rientrato a casa sua a Saint-Hélier, spedì, con l'espresso di Southampton, al signor conte d'Artois, al quartiere generale del duca d'York, le righe che seguono:

"Monsignore, la partenza ha avuto luogo or ora. La riuscita è certa.

Fra otto giorni tutta la costa sarà in fiamme, da Granville a Saint- Malo".

Quattro giorni prima, per mezzo di un emissario segreto, il rappresentante Prieur della Marna, in missione presso l'esercito delle coste di Cherbourg e residente per il momento, a Granville, aveva ricevuto, vergato con la stessa scrittura del dispaccio che abbiamo riferito qui sopra, il seguente messaggio:

"Cittadino rappresentante, il primo giugno, all'ora della marea, la corvetta da guerra "Claymore", a batteria mascherata, spiegherà le vele per deporre sulla costa di Francia un uomo, di cui eccovi i connotati: statura alta, vecchio, capelli bianchi, vesti da contadino, mani da aristocratico. Domani vi manderò maggiori particolari. L'uomo sbarcherà il 2 mattina. Avvertite la squadra, catturate la corvetta, fate ghigliottinare il vecchio".

 

 

 

2.

NOTTE SULLA NAVE E SUL PASSEGGERO

 

La corvetta, invece di puntare verso il sud e di dirigersi dalla parte di Santa Caterina, aveva messo la prua a nord, poi aveva virato a ovest e si era risolutamente cacciata tra Serke Jersey, in quel braccio di mare che viene chiamato il Passaggio del Disastro. A quei tempi non c'era alcun faro né sull'una né sull'altra di quelle due coste.

Il sole era tramontato del tutto, la notte era buia più di quanto lo siano, di solito, le notti estive. Era una notte di luna, ma grandi nuvole, da equinozio più che da solstizio, coprivano il cielo, e, secondo ogni apparenza, la luna non sarebbe stata visibile che quando, li lì per tramontare, avrebbe toccato l'orizzonte. V'erano nubi che pendevano fin sul mare, coprendolo di nebbia.

Tutta favorevole, quella oscurità.

L'intenzione di Gacquoil, il pilota, era di lasciarsi Jersey a sinistra e Guernesey a destra e di raggiungere, con una audace traversata tra Hanois e Dover, una qualunque baia del litorale di Saint-Malo. Era una rotta meno breve di quella dei Minquiers, ma più sicura, in quanto la squadra francese, d'ordinario, aveva per consegna di fare soprattutto la ronda tra Saint-Hélier e Granville.

Se il vento secondava, se nulla sopravveniva, Gacquoil sperava, coprendo la corvetta di vele, di raggiungere la costa di Francia sul far del giorno.

Tutto procedeva ottimamente; la corvetta aveva appena oltrepassato Gros-Nez. Verso le nove, il tempo fece finta di imbronciarsi, come dicono i marinai, e ci fu vento, e il mare si agitò. Ma quel vento era buono, e quel mare era mosso senza essere violento. Comunque, a certi colpi di mare, la prua della corvetta si ricopriva d'acqua.

Il "contadino", che lord Balcarres aveva chiamato "generale", e al quale il principe di La Tour d'Auvergne aveva detto "cugino mio", aveva il piede da marinaio e passeggiava con tranquilla gravità sul ponte della corvetta. Pareva non accorgersi nemmeno che era molto scossa. Di tanto in tanto tirava fuori dalla tasca della sua casacca una tavoletta di cioccolata, spezzandone e masticandone un pezzo, ché i suoi bianchi capelli non gli impedivano per nulla di avere tutti i suoi bravi denti.

Non parlava con nessuno, salvo che, ogni tanto, a bassa voce e brevemente, col capitano, che lo ascoltava con deferenza e pareva considerare quel passeggero come più elevato in grado a bordo di lui stesso.

La "Claymore", abilmente pilotata, rasentò, inosservata nella nebbia, la dirupata costa settentrionale di Jersey, serrandosele sotto, per via del pericoloso scoglio Pierres-de-Leeq, che sporge nel mezzo del braccio di mare tra Jersey e Serk. Gacquoil, in piedi alla barra, segnalava di volta in volta la Grève de Leeq, Gros-Nez, Plémont, e faceva scivolare la corvetta fra quelle catene di scogli, a tastoni, in certo qual modo, ma con sicurezza, come uno che sia di casa e conosca i sentieri dell'oceano. La corvetta non aveva fanale di prua, per timore di denunciare il suo passaggio in quei mari sorvegliati.

Tutti si felicitavano della nebbia. All'altezza di Grande-Etape, la nebbia era così fitta, che l'alto profilo del Pinnacolo si discerneva appena appena. Fu udito scoccar le dieci al campanile di Saint-Ouen:

segno che il vento si manteneva di poppa. Tutto continuava a procedere ottimamente; il mare diventava sempre più ondoso, per via della vicinanza della Corbière.

Poco dopo le dieci, il conte di Boisberthelot e il cavaliere di La Vieuville riaccompagnarono l'uomo dalle vesti da contadino fino alla sua cabina, che era l'alloggio dello stesso capitano. Quando fu lì per entrarvi, il vecchio disse loro abbassando la voce:

- Signori, voi sapete che importanza abbia il segreto. Silenzio fino al momento dell'esplosione. Qui, il mio nome lo conoscete soltanto voi.

- Lo porteremo con noi nella tomba, - rispose Boisberthelot.

- Quanto a me - riprese il vecchio - fossi pure davanti alla morte, non lo direi di sicuro Ed entrò in cabina.

 

 

 

3.

NOBILTA' E PLEBE CONGIUNTE

 

Il comandante e il secondo risalirono sul ponte e ripresero a camminare uno di fianco all'altro, chiacchierando. Parlavano, evidentemente, del loro passeggero, ed ecco, a un dipresso, il dialogo che il vento disperdeva nelle tenebre.

Il Boisberthelot brontolò sottovoce all'orecchio di La Vieuville:

- Vedremo, ora, se è un capo.

La Vieuville rispose:

- Frattanto, è un principe.

- Quasi.

- Gentiluomo in Francia, ma principe in Bretagna.

- Come i La Trémouille, come i Rohan.

- Coi quali è imparentato.

Boisberthelot riprese:

- In Francia e nelle carrozze del re, egli è marchese, come io sono conte e voi siete cavaliere.

- Le carrozze! eh! sono lontane le carrozze! - esclamò La Vieuville. - Siamo alle carrette, per adesso.

Ci fu un silenzio.

Boisberthelot riprese a dire:

- In mancanza di un principe francese, si prende un principe bretone.

- In mancanza di tordi... Anzi, in mancanza di una aquila, si piglia un corvo...

- Preferirei un avvoltoio, - disse il Boisberthelot. E La Vieuville ribatté:

- Certo! un becco e artigli.

- Vedremo.

- Sì, - riprese La Vieuville, - è ora che ci sia un capo. Io sono del parere del Tinténiac: "un capo e della polvere!". Ecco, comandante, io conosco su per giù tutti i capi possibili e impossibili; quelli di ieri, quelli di oggi e quelli di domani; nessuno di essi è l'uomo di guerra che ci occorre. In questa indiavolata Vandea occorre un generale che sia al tempo stesso un procuratore: bisogna annoiare il nemico, disputargli il mulino, il cespuglio, il fosso, il ciottolo; bisogna provocarlo, trarre vantaggio da tutto, avere l'occhio su tutto, massacrare molto, dare esempi su esempi, non aver sonno né pietà. Ora come ora, in quell'esercito di contadini ci sono degli eroi, ma non un capitano. D'Elbée è una nullità, Lescure è malato, Bonchamps fa grazia, è buono, stupido. La Rochejacquelin è un magnifico sottoluogotenente, Silz è un ufficiale di aperta campagna, non idoneo alla guerra di espedienti; Chathelineau è un ingenuo carrettiere, Stofflet un astuto guardacaccia, Bérard è un inetto, Boulainvilliers è ridicolo, Charrette orribile. E non parlo del barbiere Gastone, giacché, perdinci! a che serve avversare la rivoluzione, e che differenza c'è tra i repubblicani e noi, se facciamo comandare i gentiluomini dai parrucchieri?

- Fatto sta che questa canaglia di rivoluzione ci si attacca anche a noi.

- Una vera rogna per la Francia!

- Rogna del terzo stato, - riprese il Boisberthelot.

- Soltanto l'Inghilterra ce ne può tirar fuori.

- Ce ne tirerà fuori, non dubitarne, capitano.

- E' ben brutta, intanto.

- Certo! Villani dappertutto. La monarchia, che ha per generale in capo Stofflet, guardacaccia del signor di Maulevrier, non ha nulla da invidiare alla repubblica, che ha per ministro Pache, figlio del portinaio del duca di Castries. Che riscontro in questa guerra di Vandea: da una parte Santerre il birraio, dall'altra Gastone l'apprendista parrucchiere!

- Ho una certa stima di questo Gastone, io, mio caro La Vieuville. Non si è poi comportato male, quando ha avuto il comando di Guéméné. Ha bellamente archibugiato trecento azzurri, dopo averli costretti a scavarsi la loro propria tomba.

- Alla buon'ora! Ma l'avrei fatto anch'io altrettanto bene che lui.

- Senza dubbio, perbacco. Ed io non meno.

- Le grandi azioni di guerra, - riprese La Vieuville, - richiedono nobiltà in chi le compie. Sono cose da cavalieri, non da parrucchieri.

- Eppure, - ribatté il Boisberthelot, - ci sono, in questo terzo stato, degli uomini stimabili. Quell'orologiaio Joly, per esempio. Era stato sergente nel reggimento di Fiandra, si fa capo vandeano, comanda una banda della costa; ha un figlio che è repubblicano, e, mentre il padre serve tra i bianchi, il figlio serve negli azzurri.

S'incontrano. Battaglia. Il padre fa prigioniero il figlio e gli brucia le cervella.

- E' dei buoni, costui, - dice La Vieuville.

- Un Bruto realista, - riprese Boisberthelot.

- Il che non toglie che è insopportabile essere comandato da un Coquereau, un Jean-Jean, un Moulins, un Focart, un Boujin, un Chouppes!

- Dall'altra parte, mio caro cavaliere, la collera non è meno grande che dalla nostra. Noi siamo pieni di borghesi, loro sono pieni di nobili. Credete forse che i sanculotti siano contenti d'essere comandati dal conte di Canclaux, dal visconte di Miranda, dal visconte di Beauharnais, dal conte di Valenza, dal marchese di Custine e dal duca di Biron?

- Che ginepraio!

- E dal duca di Chartres!

- Figlio di "Egalité". A proposito, quando sarà, re, costui?

- Mai!

- Sale al trono, vi dico. E' portato in su dai suoi delitti.

- E ricacciato in giù dai suoi vizi, - disse Boisberthelot.

Ci fu un altro silenzio, poi Boisberthelot riprese:

- Eppure aveva voluto riconciliarsi. Era venuto a vedere il re. C'ero io, a Versailles, quando gli hanno sputato sulla schiena.

- Dall'alto dello scalone?

- Sì.

- Hanno fatto bene.

- Lo chiamavamo Borbone il barbone (1).

- E' calvo, pieno di pustole, regicida, beh!

E La Vieuville soggiunse:

- Ero a Ouersant con lui, io.

- Sul "Santo Spirito"?

- Sì.

- Se avesse obbedito al segnale di stringere il vento che gli faceva l'ammiraglio d'Orvilliers, avrebbe impedito agli inglesi di passare.

- Certo.

- E' vero che si sia nascosto in fondo alla stiva?

- No. Ma bisogna dirlo lo stesso.

E La Vieuville sbottò in una risata.

Boisberthelot riprese.

- Ce ne sono di imbecilli! Quel Boulainvillier di cui parlavate or ora, per esempio, La Vieuville. L'ho conosciuto da vicino, io. In principio, i contadini erano armati di picche, orbene, non s'era forse fissato in mente di farne dei picchieri? Voleva insegnar loro l'esercizio della picca per traverso e della picca bassa, con la punta in avanti. Aveva sognato di trasformare quei selvaggi in soldati regolari. Pretendeva insegnar loro a smussare gli angoli di un quadrato e a formare dei battaglioni vuoti al centro. Farfugliava loro la vecchia parlata militare. Per dire un caposquadra, diceva un "cap d'escadre", che era l'appellativo dei caporali sotto Luigi Quattordicesimo. Si ostinava, con tutti quei bracconieri, a mettere in piedi un reggimento. Aveva compagnie regolari, i cui sergenti si schieravano in cerchio tutte le sere per ricevere la parola e la controparola d'ordine dal sergente della prima compagnia, che la bisbigliava all'orecchio del sergente della seconda, il quale la diceva al suo vicino, che la trasmetteva al successivo, e così di orecchia in orecchia, fino all'ultimo. Espulse dai ranghi un ufficiale che non si era alzato a testa scoperta per ricevere la parola d'ordine dalla bocca del sergente. Immaginatevi come finì tutta quella faccenda. Quell'allocco non capiva che i contadini debbono essere trattati da contadini, e che non si fanno uomini di caserma con uomini dei boschi. Sì, quel Boulainvillier l'ho conosciuto, io.

Fecero alcuni passi, ciascuno immerso nei propri pensieri.

Poi la conversazione proseguì:

- A proposito: si ha avuto la conferma dell'uccisione di Dampierre?

- Sì, comandante.

- Davanti a Condé?

- Al campo di Pamars. Da una palla di cannone.

Boisberthelot trasse un sospiro. - Il conte di Dampierre! Un altro dei nostri, che era con loro.

- Buon viaggio! - disse La Vieuville.

- E dove sono le Madame (2)?

- A Trieste.

- Sempre?

- Sempre.

E La Vieuville esclamò:

- Ah, quella repubblica! Quante rovine per così poco! E pensare che questa rivoluzione è scoppiata per pochi milioni di deficit!

- Bisogna diffidare dei piccoli punti di partenza! - disse Boisberthelot.

- Va tutto male, - riprese La Vieuville.

- Sì. La Rouarie è morto, Du Dresnay è idiota e che tristi armeggioni sono tutti quei vescovi! quei Coucy, vescovo della Rochelle, quel Beaupoil Saint-Aulaire, vescovo di Poitiers, quel Mercy, vescovo di Luçon, amante della signora di L'Eschasserie!...

- Che si chiama Servanteau, lo sapete, comandante? L'Eschasserie è il nome d'una terra.

- E quel falso vescovo di Agra, che è curato di non so dove?

- Di Dol. Si chiama Guillot di Folleville. E' coraggioso, del resto, si batte.

- Dei preti, quando occorrerebbero dei soldati! Vescovi che non sono vescovi! generali che non sono generali.

La Vieuville interruppe Boisberthelot.

- Avete in cabina il "Monitore", comandante?

- Sì.

- Che opere si danno a Parigi, in questo momento?

- "Adele e Paolina" e "La caverna".

- Quanto vorrei assistervi!

- Vi assisterete. Fra un mese saremo a Parigi.

Boisberthelot meditò un momento, e soggiunse:

- Al più tardi. Così ha detto il signor Windham a milord Hood.

- Non è vero, allora, comandante, che tutto vada così male!

- Tutto andrebbe bene, perbacco, a condizione che la guerra in Bretagna fosse condotta a dovere.

La Vieuville scrolla la testa.

- Sbarcheremo la fanteria di marina, comandante?

- Sì, se la costa ci è favorevole; no, se ci è ostile. Talvolta la guerra deve sfondare gli usci, talaltra deve sgattaiolare dentro. La guerra civile bisogna sempre che abbia in tasca un grimaldello. Si farà il possibile. Quello che conta è il capo.

E Boisberthelot, pensoso, aggiunse:

- Che ne pensereste del cavaliere di Dieuzie, voi, La Vieuville?

- Del giovane?

- Sì, - Per comandare?

- Sì.

- Che è anche lui un ufficiale da campo aperto e da battaglia manovrata. La boscaglia non conosce che il contadino.

- Rassegnatevi, allora, al generale Stofflet e al generale Cathelineau.

La Vieuville pensò un momento, poi disse:

- Ci vorrebbe un principe, un principe di Francia, un principe del sangue. Un vero principe.

- Perché? Chi dice principe...

- Dice pusillanime. Lo so, comandante; ma è per l'effetto che farebbe agli occhi sbalorditi degli insorti vandeani.

- Non se la sentono di venire, i principi, mio caro cavaliere.

- Se ne farà a meno.

Boisberthelot fece quel gesto incosciente, che consiste nel premersi la fronte con la mano, come per strizzarne una idea.

Poi riprese:

- E facciamone la prova, dopo tutto, di questo generale.

- E' un gran gentiluomo.

- Credete che basterà?

- Purché sia dei buoni, - disse La Vieuville.

- Vale a dire feroce, - precisò Boisberthelot.

Il conte e il cavaliere si guardarono.

- Avete detto la parola esatta, voi, signor di Boisberthelot. Feroce!

Sì, proprio di questo abbiamo bisogno. E' la guerra senza misericordia, questa, l'ora dei sanguinari. I regicidi hanno mozzato la testa a Luigi Sedicesimo, noi strapperemo gambe e braccia ai regicidi. Sì, il generale che ci vuole è il generale Inesorabile.

Nell'Angiò e nell'alto Poitou, i capi fanno i magnanimi, diguazzano nella generosità, e tutto va a rovescio. Nel Marais e nel paese di Retz i capi sono atroci, e là tutto procede a dovere. Charrette tiene testa a Parrein solo e in quanto è feroce. Iena contro iena.

Boisberthelot non ebbe il tempo di rispondere a La Vieuville. La Vieuville ebbe la parola bruscamente mozzata in bocca da un grido disperato, e nel medesimo istante si udì un rumore che non assomigliava a nessuno dei rumori che si è soliti sentire. Grido e rumori venivano dall'interno della nave.

Il capitano e il luogotenente si precipitarono verso il frapponte, ma non vi poterono entrare. Tutti i cannonieri ne risalivano smarriti.

Era accaduta una cosa spaventevole.

 

 

 

NOTE:

 

  1. Letteralmente, in francese, "Bourbon le Bourbeux" (Borbone il Fangoso).
  2. "Madama", titolo riservato alle figlie del re, del delfino e alla moglie del fratello del re.

 

 

 

4.

"TORMENTUM BELLI"

[Tormento di guerra: N.d.T]

 

Una delle carronate della batteria, un pezzo da ventiquattro, si era staccato.

E' il più terribile di tutti gli avvenimenti che possano verificarsi in mare, questo, forse. Nulla di più terribile può accadere a una nave da guerra al largo, in piena navigazione.

Un cannone che spezza i suoi ormeggi diventa di punto in bianco non si sa che bestia sovrannaturale. E' una macchina che si trasforma in un mostro. Quella massa corre sulle sue ruote, ha movimenti da palla di biliardo, si piega col rullio, si tuffa col beccheggio, va, viene, si ferma, sembra meditare, riprende la corsa, attraversa come una freccia la nave da un capo all'altro, compie delle giravolte, si sottrae, fugge, s'impenna, urta, sgretola, uccide stermina. E' un ariete che batte la muraglia a suo capriccio, con l'aggravante che l'ariete è di ferro e la muraglia di legno. E' la massa in libertà della materia, si direbbe che questo perpetuo schiavo si vendichi; sembra che la cattiveria insita in ciò che noi chiamiamo gli oggetti inerti esca ed esploda a un tratto; dà l'impressione d'un qualche cosa che perda la pazienza e si prenda una strana, oscura rivincita; nulla di più inesorabile della collera dell'inanimato. Quel forsennato blocco ha gli sbalzi della pantera, la pesantezza dell'elefante, l'agilità del sorcio, l'ostinatezza dell'ascia, l'inatteso dell'onda, i guizzi del lampo, la sordità del sepolcro. Pesa diecimila chili e rimbalza come una palla da gioco. Compie giravolte bruscamente interrotte da angoli retti. Che fare? Come venirne a capo? Una tempesta cessa, un ciclone passa, un vento cade, un albero spezzato si sostituisce, una falla si tura, un incendio si spegne: ma come uscirne con quell'enorme bruto di bronzo? Come regolarsi con esso? Un alano, potete persuaderlo, potete sbalordire un toro, affascinare un boa, spaventare una tigre, intenerire un leone; ma non c'è nulla da fare con questo mostro d'un cannone sguinzagliato. Ucciderlo non potete, è morto. E al tempo stesso vive. Vive d'una vita sinistra, che gli viene dall'infinito. Ha sotto di sé un tavolato, che lo dondola. E' mosso dalla nave, che è mossa dal mare, che è mosso dal vento. Questo sterminatore è un trastullo. E' in balia della nave, delle onde, dei venti: da ciò la sua spaventevole vitalità. Che fare a quell'ingranaggio? Come impastoiare quel mostruoso meccanismo del naufragio? Come prevedere il suo andare e venire, i suoi ritorni, i suoi impuntamenti, i suoi cozzi? Ognuno dei suoi urti contro le murate può sfondare la nave.

Come indovinare quegli spaventevoli serpeggiamenti? Si ha a che fare con un proiettile che muta opinione, che sembra aver delle idee, e cambia direzione ogni momento. Come fermare ciò che è giocoforza evitare? L'orribile cannone si dimena, procede, indietreggia, colpisce a destra, colpisce a sinistra, sfugge, passa, sconcerta l'attesa, frantuma l'ostacolo, schiaccia gli uomini al pari di mosche. Tutto il terrore della situazione sta nella mobilità del tavolato. Come combattere un piano inclinato pieno di capricci? La nave ha, per così dire, prigioniera nel ventre la folgore, che cerca di sfuggire:

qualcosa di simile a un tuono che rotoli sopra un terremoto.

In un baleno l'intero equipaggio fu in piedi. La colpa era del capo pezzo, che aveva trascurato di stringere a dovere la madrevite della catena di arresto e mal imbragato le quattro ruote della carronata:

Quella negligenza, consentendo qualche spostamento al telaio dell'affusto, smuoveva i cunei d'arresto, e aveva finito per mandar fuori di posto l'imbragatura. Il canapo si era spezzato, di modo che il cannone non era più legato all'affusto. L'imbragatura fissa, che impedisce il rinculo, non era ancora in uso a quei tempi. Venuta, pertanto, una violenta ondata a urtare contro il portello, la carronata mal imbrigliata aveva indietreggiato, e, spezzata la catena, si era messa formidabilmente a scorrazzare nel frapponte.

Per farsi un'idea di quello strano slittamento, ci si immagini una goccia d'acqua che corra sopra un vetro.

Nel momento in cui si spezzò la catena d'arresto, i cannonieri erano nella batteria, quali in gruppi, quali sparsi, intenti a quei lavori di preparazione che i marinai usano compiere in previsione d'una chiamata al combattimento. La carronata, lanciata dal beccheggio, s'aprì un solco in quel mucchio d'uomini e ne schiacciò di primo impeto quattro; ripresa, poi, e rilanciata dal rullio, tagliò in due un quinto disgraziato e andò a urtare alla murata di babordo un pezzo della batteria, smontandolo. Da ciò il grido di disperazione che s'era udito. Tutti gli uomini si ammassarono sulla scala. In un batter d'occhio la batteria fu deserta.

L'enorme pezzo era stato lasciato solo. Era abbandonato a se stesso.

Era padrone di sé e padrone della nave. Poteva farne quel che volesse.

Tutto quell'equipaggio d'uomini, uso a ridere nel pieno della battaglia, tremava. Impossibile dire lo spavento.

Il capitano Boisberthelot e il luogotenente La Vieuville, che pure erano due intrepidi, si erano fermati in cima alla scala, e muti, pallidi, esitanti, guardavano nel frapponte. Qualcuno li scostò del gomito e discese.

Era il loro passeggero, il "contadino", l'uomo di cui avevano parlato un momento prima.

Giunto in fondo alla scala, costui si fermò.

 

 

 

5.

"VIS ET VIR"

[La forza e l'uomo: N.d.T.]

 

Il cannone andava e veniva nel frapponte. Si sarebbe detto il vivente carro dell'Apocalisse. La lanterna di bordo, che dondolava nella batteria, sotto la ruota di prora, aggiungeva a quella visione un vertiginoso avvicendarsi d'ombra e di luce. La forma del cannone si cancellava nella violenza della sua corsa, e il cannone stesso appariva ora nero nella luce, ora riverberante, nell'oscurità, vaghi chiarori.

E continuava nella demolizione della nave. Già aveva fracassato quattro altri pezzi e aperto due spaccature nella murata, fortunatamente al di sopra della linea di immersione, ma dalle quali, se fosse sopraggiunta una burrasca, l'acqua sarebbe entrata di sicuro.

Si scagliava freneticamente sull'ossatura; le porche, robustissime, resistevano, in quanto i legni incurvati hanno una solidità tutta particolare, ma se ne sentivano gli scricchiolii sotto quella smisurata mazza, che batteva, con una specie di inaudita ubiquità, da tutte le parti a un tempo. Una pallottolina di piombo scossa in una bottiglia, non dà più rapide e più insensate percosse. Le quattro ruote passavano e ripassavano sugli uomini uccisi, li tagliavano, li smembravano, li sminuzzavano, e dei cinque cadaveri avevano fatto venti tronconi, che rotolavano da un capo all'altro della batteria. Le teste morte sembravano gridare; rivoli di sangue serpeggiavano sul tavolato secondo le oscillazioni impresse dal rullio. Il fasciame, avariato in più punti, cominciava a sconnettersi. Tutta la nave era piena d'un mostruoso fragore.

Il capitano non aveva tardato a riprendere il suo sangue freddo, e, dietro suo ordine, era stato gettato nel frapponte, dal boccaporto, quanto poteva essere atto a smorzare o a intralciare la sfrenata corsa del cannone; materassi, amache, vele di ricambio, rotoli di gomene, sacchi dell'equipaggio, nonché le balle di falsi assegnati di cui la corvetta aveva un intero carico: infamia inglese considerata come un atto di buona guerra.

Che potevano fare, però, quei cenci, dal momento che nessuno osava discendere per disporli come sarebbe bisognato? In pochi minuti fu tutto sminuzzato.

C'era giusto quel tanto di mare mosso che occorreva perché l'accidente fosse completo il più possibile. Era da desiderarsi una tempesta; poteva darsi che essa avesse a ribaltare il cannone, del quale, una volta che fosse stato con le quattro ruote all'aria, non sarebbe stato difficile impadronirsi.

La rovina, frattanto, andava aumentando. C'erano scorticature, fratture, persino agli alberi, che, incassati nella struttura della chiglia, attraversano i ponti della nave, fungendovi come da grossi pilastri rotondi. Sotto il convulso percuotere del cannone, l'albero di mezzana si era incrinato; lo stesso albero maestro era incrinato.

La batteria si sgangherava. Dieci cannoni su trenta erano fuori di combattimento; le brecce nei fianchi si moltiplicavano, e la corvetta cominciava a imbarcare acqua.

Il vecchio passeggero disceso nel frapponte pareva un uomo di sasso in fondo alla scaletta. Teneva fisso su quella devastazione un occhio severo. Non faceva un movimento. Pareva impossibile fare un passo nella batteria. Ogni movimento della carronata in libertà pareva dovesse provocare lo sfondamento della nave. Qualche momento ancora, e il naufragio sarebbe stato inevitabile.

O morire o mettere fine alla devastazione. Bisognava prendere una decisione, ma quale?

Che combattente, quella carronata!

Si trattava di immobilizzare quella spaventevole pazza.

Si trattava di agguantare quel lampo.

Si trattava di atterrare quel fulmine.

Boisberthelot disse a La Vieuville:

- Credete in Dio, voi, cavaliere?

La Vieuville rispose:

- Sì. No. Qualche volta.

- Durante la tempesta?

- Sì. E nei momenti come questo.

- Infatti, soltanto Dio ce ne può tirar fuori, - disse Boisberthelot.

Tutti tacevano, lasciando che la carronata provocasse il suo orribile fracasso.

Dal di fuori, l'ondata, battendo la nave, rispondeva agli urti del cannone coi colpi di mare. Si sarebbe detto l'alternarsi di due martelli.

A un tratto, in quella specie di inaccessibile circo in cui balzava il cannone sfuggito, si vide apparire un uomo con una sbarra di ferro in pugno. Era l'autore della catastrofe, il capo pezzo colpevole di negligenza e cagione del disastro, il comandante della carronata.

Avendo fatto il male, voleva rimediarvi. Aveva impugnato con una mano una sbarra di manovra, con l'altra una trozza a nodo scorsoio, ed era saltato, attraverso il boccaporto, nel frapponte.

Cominciò allora, spettacolo titanico, una cosa selvaggia: il combattimento del cannone contro il cannoniere; la battaglia della materia e dell'intelligenza; il duello della cosa contro l'uomo.

L'uomo si era appostato in un angolo, e, sbarra in un pugno, corda nell'altro, addossato a una porca, piantato sopra i garretti che parevano pilastri d'acciaio, livido, calmo, tragico, come radicato nell'impiantito, aspettava.

Aspettava che il cannone gli passasse vicino.

Il cannoniere conosceva il suo pezzo, e gli pareva che il pezzo dovesse conoscere lui. Vivevano insieme da tempo. Quante volte l'uomo aveva cacciato al pezzo la mano nella gola! Era il suo mostro familiare. Cominciò a parlargli come al proprio cane. - Vieni! - gli diceva. Forse gli voleva bene.

Pareva desiderare che il pezzo andasse da lui.

Ma andare da lui, era andare su di lui. E allora era perduto. Come evitare d'essere schiacciato? Il problema era quello. Tutti guardavano, atterriti. Non un petto respirava liberamente, eccezion fatta, forse, per il petto del vecchio solo nel frapponte coi due contendenti, sinistro testimonio.

Anche costui correva il rischio d'essere sfracellato dal pezzo, né si muoveva.

Sotto di loro, la cieca onda del mare dirigeva il combattimento.

Nel momento in cui, accettando quello spaventoso corpo a corpo, il cannoniere era andato a provocare il cannone, volle il caso che l'ondeggiamento marino mantenesse per un istante immobile e come stupefatta la carronata. - Vieni, dunque! - le diceva l'uomo, ed essa pareva ascoltare.

Subito la carronata balzò su di lui. L'uomo schivò il colpo. Fu la lotta. Inaudita. La fralezza che si azzuffava con l'invulnerabilità.

Il bestiario di carne che assaliva la belva di bronzo. Da una parte una forza, un'anima dall'altra.

Tutto accadeva in una penombra. Era come l'indistinta visione di un prodigio.

Cosa strana, un'anima! e si sarebbe detto che il cannone ne avesse una anche lui; ma un'anima di odio e di rabbia. Quella cecità pareva avere occhi. Il mostro aveva l'aria di spiare l'uomo. C'era, o almeno si sarebbe potuto credere che ci fosse, dell'astuzia in quella massa.

Sceglieva anch'essa il suo momento. Era chissà quale gigantesco insetto di ferro, che aveva, o pareva avesse, la volontà di un dèmone.

A tratti, quella colossale cavalletta cozzava contro il basso soffitto della batteria, poi ricadeva sulle sue quattro ruote come una tigre sulle sue quattro zampe, e si rimetteva a correre addosso all'uomo.

Flessibile, agile, accorto, l'uomo si torceva come un colubro sotto tutti quei movimenti da folgore. Egli evitava i cozzi, ma i colpi ai quali si sottraeva ricadevano sulla nave e continuavano a demolirla.

Alla carronata era rimasto attaccato un troncone di catena, che, chissà come, si era impigliata nella vite del bottone di culatta. Una estremità di quella catena era fissata all'affusto. L'altra, libera, roteava perdutamente attorno al cannone, di cui esagerava tutti i sobbalzi. La vite la teneva come una mano chiusa, e quella catena, aggiungendo ai colpi di ariete i colpi di scudiscio, turbinava intorno al cannone in modo terribile, frustino di ferro in un pugno di bronzo.

Rendeva più complessa la lotta, quella catena.

Pure l'uomo lottava. Di quando in quando, anzi, era l'uomo che attaccava il cannone. Strisciava lungo la murata, con sbarra e corda alla mano; il cannone pareva capire, e, quasi subodorasse un tranello, fuggiva. Formidabile, l'uomo lo inseguiva.

Cose simili non possono andar per le lunghe. Parve che a un tratto il cannone si dicesse: "Orsù, bisogna farla finita!"; e si fermò. Si sentì che si avvicinava lo scioglimento. Il cannone, in attesa, pareva avesse o aveva, giacché era per tutti un essere, una feroce premeditazione. D'un tratto, si precipitò sul cannoniere. Il cannoniere si fece da un lato, lo lasciò passare e, ridendo gli gridò:

- Da capo! - Il cannone, come furibondo mandò in pezzi una carronata di babordo; poi, riafferrato dall'invisibile fionda che lo teneva, si slanciò, a tribordo, sull'uomo, che gli sfuggì di nuovo. Tre carronate si sfasciarono sotto l'urto del cannone; allora, come accecato, come non sapesse più che si facesse, voltò le spalle all'uomo, rotolò da poppa a prora, sgangherò la ruota di prora e andò ad aprire una breccia in quel fasciame. L'uomo si era rifugiato ai piedi della scaletta, a pochi passi dal vecchio testimonio. Teneva in resta la sbarra di manovra. Il cannone parve lo scorgesse, e, senza darsi la pena di voltarsi, indietreggiò sull'uomo con la prontezza d'un colpo di scure. L'uomo, con le spalle alla murata, era perduto. Tutto l'equipaggio manda un grido.

Ma il vecchio passeggero, fino allora immobile, si era slanciato, a sua volta, più rapido di quelle selvagge rapidità. Aveva afferrato una balla di falsi assegnati e, a rischio d'essere schiacciato, era riuscito a gettarla tra le ruote della carronata. Quel movimento decisivo e pericoloso non sarebbe stato eseguito con esattezza e precisione maggiori da un uomo rotto a tutti gli esercizi descritti nel libro di Durosel sulla "Manovra del cannone di marina".

La balla funzionò come un cuneo. Un ciottolo arresta un masso, un ramo fa deviare una valanga. La carronata inciampò. Il cannoniere, a sua volta, afferrando a volo quella temibile occasione, cacciò la sua sbarra di ferro tra i raggi d'una delle ruote posteriori. Il cannone si fermò.

Tendeva a inchinarsi da una parte. Con un movimento di leva impresso alla sbarra, l'uomo lo fece vacillare del tutto. La pesante massa si rovesciò col frastuono di una campana che precipiti e l'uomo, gettandosi innanzi a corpo morto, grondante di sudore, passò il nodo scorsoio della trozza al collo di bronzo del mostro atterrato.

Era finita. L'uomo aveva vinto. La formica aveva avuto ragione del mastodonte. Il pigmeo aveva fatto prigioniero il tuono.

Soldati e marinai batterono le mani.

Tutto l'equipaggio si precipitò di sotto con cavi e catene, e il cannone fu ammarrato in un momento.

Il cannoniere salutò il passeggero.

- Signore, - gli disse; - m'avete salvato la vita.

Il vecchio aveva ripreso il suo atteggiamento impassibile e non rispose.

 

 

 

6.

I DUE PIATTI DELLA BILANCIA

 

L'uomo aveva vinto; ma si poteva dire che aveva vinto anche il cannone. L'immediato naufragio era scongiurato, ma non per questo la corvetta era salva. Lo sfasciamento della nave pareva irrimediabile.

Il fasciame mostrava cinque brecce, di cui una grandissima a prua.

Venti carronate su trenta giacevano distrutte nel loro quadrato. Anche la carronata ripresa e rimessa alla catena era fuori servizio; la vite del bottone di culatta era forzata, e impossibile, pertanto, il puntamento. La batteria era ridotta a nove pezzi. La stiva imbarcava acqua. Era necessario correre immediatamente alle avarie e azionare le pompe.

Il frapponte, ora che si poteva guardarlo, era spaventevole da vedersi. L'interno della gabbia d'un elefante infuriato, non può essere sconciato peggio.

Per quanto grande fosse per la corvetta la necessità di non essere scorta, c'era una necessità ancora più imperiosa: il salvataggio immediato. Era stato necessario rischiarare il ponte con alcuni fanali, disposti qua e là sulla murata.

Frattanto per tutto il tempo che era durata quella tragica diversione, essendo l'equipaggio tutto assorto in quell'interrogativo di vita o di morte, nessuno si era curato di sapere quanto accadeva fuori della corvetta. La nebbia si era infittita; il tempo era mutato; il vento aveva fatto della nave quanto aveva voluto; erano fuori rotta, in vista di Jersey e di Guernesey, più a sud di quanto non avrebbero dovuto essere, e con un mare, per giunta, sbrigliato anzi che no.

Grossi cavalloni venivano a baciare, temibili baci, le piaghe spalancate della corvetta. Il dondolio del mare era minaccioso. La brezza diventava vento. Si profilava una burrasca, una tempesta, forse. A quattro ondate di distanza, già non si scorgeva più nulla.

Mentre gli uomini d'equipaggio riparavano alla lesta e sommariamente le devastazioni del frapponte, accecavano le falle e rimettevano in batteria i pezzi sfuggiti al disastro, il vecchio passeggero era risalito sul ponte.

Si era appoggiato all'albero maestro. Non aveva punto badato a un movimento che si era verificato nella corvetta. Il cavaliere di La Vieuville aveva fatto disporre in ordine di battaglia, a destra e a sinistra dell'albero maestro, i soldati di fanteria di marina, e, a un colpo di fischietto del mastro d'equipaggio, i marinai intenti alla manovra si erano allineati in piedi sui pennoni.

Il conte di Boisberthelot inoltrò verso il passeggero.

Dietro al capitano camminava un uomo smarrito, anelante, con gli abiti in disordine, ma con aria nondimeno soddisfatta.

Era il cannoniere tanto opportunamente rivelatosi poco prima domatore di mostri, che aveva avuto ragione della carronata.

Il conte fece al vecchio vestito da contadino il saluto militare, e disse:

- Ecco l'uomo, generale.

Il cannoniere stava ritto, con gli occhi bassi, nella posizione regolamentare.

Il conte di Boisberthelot riprese:

- Generale, non pensate voi che in considerazione di ciò che quest'uomo ha fatto ci sia qualche cosa da fare anche per i suoi superiori?

- Lo penso sì, - disse il vecchio.

- Vogliate darne l'ordine, - propose Boisberthelot.

- Tocca a voi darlo. Siete voi il capitano.

- Ma voi siete il generale, - insistette Boisberthelot.

Il vecchio guardò il cannoniere.

- Avvicinati, - gli disse.

Il cannoniere fece un passo.

Il vecchio si voltò dalla parte del conte di Boisberthelot, staccò la croce di San Luigi del capitano e l'annodò al camiciotto del cannoniere.

- Hurrah! - gridarono i marinai.

I soldati di marina presentarono le armi.

E il vecchio passeggero, indicando col dito il cannoniere sbalordito, soggiunse:

- E adesso quest'uomo sia fucilato.

Lo stupore tenne dietro all'acclamazione.

Allora, in mezzo a un silenzio da tomba, il vecchio alzò la voce.

Disse:

- Questa nave è stata compromessa da una negligenza. Forse in questo momento essa è perduta. Essere in mare, è come essere di fronte al nemico. Una nave che compie una traversata è un esercito che dà battaglia. La tempesta si nasconde, ma non manca mai. Tutto il mare è una imboscata. Pena di morte a ogni errore commesso di fronte al nemico. Di errori riparabili non ce ne sono. Il coraggio deve essere ricompensato, e la negligenza deve essere punita.

Queste parole cadevano una dopo l'altra, lentamente, gravemente, con una specie di inesorabile cadenza, come colpi di accetta sopra una quercia.

E il vecchio, guardando i soldati, aggiunse:

- Eseguite!

L'uomo sul cui camiciotto brillava la croce di San Luigi curvò la testa.

A un cenno del conte di Boisberthelot due marinai scesero nel frapponte e ne tornarono su, recando l'amaca-sudario; il cappellano di bordo, che, da quando erano salpati, era stato in preghiera nel quadrato ufficiali, accompagnava i due marinai. Un sergente fece uscire dalle righe dodici soldati, che dispose in due scaglioni, a sei a sei; il cannoniere, senza dire una parola, si collocò tra i due scaglioni. Il cappellano, crocifisso in pugno, si fece avanti e gli si mise accanto. - Avanti! - ordinò il sergente. Il plotone si diresse a lenti passi verso la prora; i due marinai che portavano il sudario gli tenevano dietro.

Sulla corvetta si stabilì un cupo silenzio. Lontano soffiava un uragano.

Pochi momenti dopo una detonazione deflagrò nelle tenebre, balenò uno sprazzo di luce, poi tutto tacque, e si udì il tonfo di un corpo che cade in acqua.

Il vecchio passeggero, sempre addossato all'albero maestro, aveva incrociato le braccia, e meditava.

Boisberthelot, puntando verso di lui l'indice della mano sinistra, disse a bassa voce a La Vieuville:

- La Vandea ha una testa

 

 

 

7.

CHI METTE ALLA VELA METTE AL LOTTO

 

Ma che ne sarebbe stato della corvetta?

Le nubi, che per tutta la notte si erano confuse con i cavalloni, avevano finito con l'abbassarsi a tal punto, che non c'era più orizzonte e tutto il mare era come sotto un mantello. Non c'era altro che nebbia. Congiuntura sempre pericolosa, anche per una nave in piena efficienza. Alla nebbia si aggiungevano i cavalloni.

Tempo, non se ne era perso affatto. La corvetta era stata alleggerita gettando in mare tutto ciò che era stato possibile spazzar via del disastro causato dalla carronata: i cannoni smontati, gli affusti stritolati, le ossature contorte e schiodate, le strutture di legno o di ferro fracassate. Erano stati aperti i portelli, e cadaveri e resti umani avvolti in grosse tele incatramate erano stati fatti scivolare su delle assi dentro le onde.

Il mare cominciava ad essere insostenibile. Non che la tempesta si fosse fatta proprio imminente; sembrava anzi di udir decrescere l'uragano che rumoreggiava dietro l'orizzonte e la raffica si spostava verso il nord; ma i cavalloni si mantenevano altissimi, indizio d'un cattivo fondo del mare. E la corvetta, ammalata come era, resisteva poco alle scosse; le grandi ondate potevano riuscirle funeste.

Gacquoil, al timone, era pensoso.

Fare buon viso a cattiva sorte è un'abitudine, per chi comanda in mare.

La Vieuville, che era, nei disastri, un temperamento piuttosto allegro, si avvicinò a Gacquoil.

- E allora, pilota, - disse; - l'uragano fa fiasco. La voglia di starnutire gli è rientrata. Ce la caveremo. Avremo vento, ecco tutto.

Serio, Gacquoil rispose:

- Chi ha vento, ha onde.

Né ridente né triste: così è il marinaio. La risposta aveva un senso inquietante. Per una nave che imbarca acqua, avere onde significa riempirsi in breve. Gacquoil aveva sottolineato questo pronostico con un vago aggrottar di sopracciglia. Forse, dopo la catastrofe del cannone e del cannoniere, La Vieuville aveva avuto un po' troppo fretta di dir parole gioviali e leggere. Ci sono cose, che, quando si è al largo, portano disgrazia. Il mare è segreto; non si sa mai che cosa abbia. Bisogna stare in guardia.

La Vieuville sentì il bisogno di ridiventare grave.

- Dove siamo, pilota? - domandò.

Il pilota rispose:

- Siamo dove Dio vuole.

Un pilota è un padrone. Si deve sempre lasciarlo fare, e spesso si deve lasciarlo dire. Quel tipo d'uomini, del resto, non dice un gran che. La Vieuville si allontanò.

Aveva fatto una domanda al pilota; gli rispose l'orizzonte.

Il mare si schiarì di colpo.

Le nebbie che radevano le onde si squarciarono; tutto l'oscuro sconvolgimento delle onde si spiegò a perdita di vista in una mezza luce crepuscolare: ed ecco che cosa si vide.

Il cielo aveva come un coperchio di nubi; ma le nubi non toccavano più il mare; a est compariva un chiarore, che era lo spuntare del giorno; a ovest illividiva un altro chiarore, che era il tramonto della luna.

Quei due chiarori formavano all'orizzonte, uno di fronte all'altro, due sottili strisce di luce pallida tra il mare cupo e il cielo tenebroso.

Su quelle due luminosità si disegnavano, diritte e immobili, nere sagome.

A ponente, contro il cielo rischiarato dalla luna, spiccavano tre alte rocce, ritte come celtici "menhir".

A levante, sul pallido orizzonte del mattino, si drizzavano otto vele disposte in ordine e spaziate fra loro in modo temibile.

Le tre rocce erano uno scoglio; le otto vele erano una squadra.

Avevano a tergo i Minquiers, una roccia di pessima reputazione, e di fronte la squadra francese. A ovest l'abisso, a est la carneficina; erano tra un naufragio e una battaglia.

Per far fronte allo scoglio, la corvetta disponeva di uno scafo forato, di una attrezzatura sgangherata, di un'alberatura scossa alla radice; per fronteggiare la battaglia disponeva di un'artiglieria di cui ventun pezzi su trenta erano smontati, e i migliori cannonieri della quale erano morti.

L'alba trapelava appena appena; avevano ancora davanti un po' di notte. Quella notte poteva anzi durare ancora abbastanza a lungo, essendo prodotta specialmente dalle nubi, che erano alte, dense e profonde, e avevano il solido aspetto di una volta.

Il vento, che aveva finito con lo spazzar via le nebbie più basse, spingeva la corvetta sui Minquiers.

Eccessivamente stanca e malconcia com'era, la nave non obbediva quasi più al timone; rullava più che non navigasse, e, schiaffeggiata dall'onda, non le resisteva affatto.

I Minquiers, tragico scoglio, erano allora ancora più aspri d'oggigiorno. Parecchie torri di quella cittadella dell'abisso sono state spianate dall'incessante sbriciolamento provocato dal mare; la configurazione degli scogli si modifica; non per nulla le onde si chiamano "lame" in francese; ogni marea è un colpo di sega. Toccare i Minquiers, a quel tempo, significava perire.

Quanto alla squadra, era quella di Cancale, divenuta poi celebre sotto il comando di quel capitano Duchesne, che Lequinio chiamava "padre Duchène".

La congiuntura era critica. Senza saperlo, la corvetta, durante lo scatenamento della carronata, aveva dirottato, procedendo piuttosto verso Granville che verso Saint-Malo. Quand'anche le fosse stato possibile navigare e spiegar vele, i Minquiers le sbarravano il ritorno verso Jersey e la squadra le impediva di giungere in Francia.

Niente tempesta, del resto; ma, come aveva detto il pilota, l'onda non mancava. Agitandosi su un fondo irto di scogli sotto un vento impetuoso, il mare era selvaggio.

Il mare non dice mai subito che cosa voglia. C'è di tutto nella voragine, anche un po' di cavillo. Si potrebbe quasi dire che il mare segua una procedura; avanza e indietreggia, propone e si disdice, abbozza una burrasca e vi rinuncia, promette l'abisso e non lo mantiene, minaccia il nord e colpisce il sud. La "Claymore" aveva avuto nebbia e temuto la tormenta tutta la notte; ora il mare si era smentito; ma in modo feroce: aveva abbozzato la tempesta e dato corpo allo scoglio. Era sempre, sotto un'altra forma, il naufragio.

Alla rovina sui frangenti, si aggiungeva poi lo sterminio in combattimento. Un nemico completava l'altro.

- Di qui il naufragio, di là la battaglia! - esclamò in una coraggiosa risata La Vieuville; - abbiamo cinquina d'ambo i lati.

8.

9 = 380.

La corvetta non era quasi più che un relitto.

C'era, nel livido chiarore diffuso, nella nerezza delle nubi, nella confusa mobilità dell'orizzonte, nel misterioso aggrottamento delle onde, una solennità sepolcrale. Eccettuato il vento, che sibilava con soffio ostile, tutto taceva. La catastrofe usciva dalla voragine con maestà. Somigliava piuttosto a una apparizione, che a un attacco.

Nulla si muoveva tra le rocce, nulla si muoveva sulle navi. Era un non so qual cupo silenzio. Si aveva a che fare con alcunché di reale? Si sarebbe detto un sogno trascorrente sul mare. Le leggende ne hanno, di tali visioni; la corvetta era, in certo qual modo, tra lo scoglio dèmone e la flotta fantasma.

Il conte di Boisberthelot impartì sottovoce alcuni ordini a La Vieuville, che discese nella batteria; poi il capitano impugnò il cannocchiale e andò a collocarsi a poppa, a fianco del pilota.

Tutto lo sforzo di Gacquoil consisteva nel mantenere la corvetta controvento, ché se fosse stata presa di fianco dal vento e dal mare, si sarebbe inevitabilmente capovolta.

- Dove siamo, pilota? - domandò il capitano.

- Sui Minquiers.

- Da che banda?

- Da quella brutta.

- Che fondo abbiamo?

- Roccia appuntita.

- E' possibile imbozzarsi?

- Morire è sempre possibile, - sentenziò il pilota.

Il capitano puntò il cannocchiale ad ovest ed esaminò i Minquiers; poi lo puntò ad est, e considerò le vele in vista.

Il pilota continuò, come parlando a se stesso:

- Sono i Minquiers. Servono d'appoggiatoio al gabbiano comune quando abbandona l'Olanda, e al gabbiano dal mantello nero.

Il capitano, intanto, aveva contato le vele.

C'erano in realtà otto navi correttamente disposte, che ergevano sull'acqua il loro profilo di guerra. Al centro si scorgeva l'alta mole d'un vascello a tre ponti.

Il capitano interrogò il pilota.

- Conoscete quelle vele?

- Certo, - rispose Gacquoil.

- Che roba è?

- La squadra.

- Di Francia.

- Del diavolo.

Ci fu un silenzio. Il capitano riprese:

- E' tutta là la squadra?

- Non tutta.

Il 2 aprile, infatti, Valazé aveva annunciato alla Convenzione che nella Manica incrociavano dieci fregate e sei vascelli di linea. Quel ricordo si riaffacciò alla mente del capitano.

- Infatti, - convenne, - la squadra è di sedici bastimenti, e qui non ce ne sono che otto.

- Il rimanente, - disse Gacquoil, - si gingilla laggiù avanti e indietro lungo tutta la costa e spia.

Senza smettere di guardare attraverso il cannocchiale, il capitano mormorò:

- Un vascello a tre ponti, due fregate di prima classe, cinque di seconda.

- Ma anch'io, - brontolò Gacquoil, - le ho spiate.

- Buoni bastimenti, - disse il capitano. - Li ho comandati un po' tutti, io...

- Io, - disse il Gacquoil, - li ho veduti da vicino, e non li prendo di sicuro uno per l'altro. Ho i loro connotati nel cervello.

Il capitano passò il cannocchiale al pilota.

- Lo distinguete bene il bastimento d'alto bordo, voi pilota?

- Sì, comandante. E' il vascello "Costa d'Oro".

- Che quelli laggiù hanno sbattezzato, - disse il capitano. - Una volta si chiamava "Stati di Borgogna". Una nave nuova. Centoventotto cannoni.

Si tirò fuori di tasca un taccuino e una matita, e scrisse sul taccuino il numero 128.

Poi proseguì:

- Che vela è la prima a babordo, pilota?

- E' la "Sperimentata".

- Fregata di prima classe. Cinquantadue cannoni. Due mesi fa era in armamento a Brest.

Il capitano segnò sul suo taccuino il numero 52.

- E la seconda a babordo, che vela è, pilota?

- La "Driade".

- Fregata di prima classe. Quaranta cannoni da diciotto. E' stata in India. Ha una bella storia militare.

E scrisse sotto il numero 52 il numero 40. Poi, rialzando la testa:

- A tribordo, adesso.

- Sono tutte fregate di seconda classe, comandante. Cinque.

- Qual è la prima, a partire dal vascello?

- La "Risoluta".

- Trentadue cannoni da diciotto. E la seconda?

- La "Richemont".

- Stessa forza. E dopo?

- L'"Ateo" (1).

- Nome curioso per mettersi in mare. E dopo?

- La "Calipso".

- "E dopo?

- La "Corsara".

- Cinque fregate da trentadue ciascuna.

Il capitano scrisse, sotto ai primi numeri, 160.

- Le riconoscete bene, voi pilota, - disse.

- E voi, - rispose il Gacquoil, - le conoscete bene, comandante.

Riconoscere è qualche cosa, conoscere è meglio.

Il capitano teneva l'occhio fisso sul suo taccuino e addizionava tra i denti.

- Centoventotto, cinquantadue, quaranta, centosessanta.

La Vieuville risaliva in quel mentre sul ponte.

- Cavaliere, - gli gridò il capitano; - siamo di fronte a trecentottanta cannoni.

- Sia! - disse La Vieuville.

- Voi tornate dall'ispezione, La Vieuville; quanti cannoni abbiamo assolutamente in grado di far fuoco?

- Nove.

- Sia! - disse a sua volta Boisberthelot.

Riprese il cannocchiale dalle mani del pilota e tornò a guardare l'orizzonte.

Le otto navi, silenziose e nere, parevano immobili; ma ingrandivano.

Si avvicinavano insensibilmente.

La Vieuville fece il saluto militare.

- Comandante, - disse il La Vieuville, - eccovi il mio rapporto. Io diffidavo di questa corvetta "Claymore"; è sempre seccante essere imbarcato bruscamente su una nave che non vi conosce o che non vi ama.

Nave inglese, traditrice per i francesi. E quella cagna di carronata l'ha dimostrato. Ho compiuto la visita. Buone ancore. Non si tratta di ferro fuso. Sono fucinate con sbarre saldate al maglio. Le cicale delle ancore sono solide. Ottime gomene, di facile manovra e della lunghezza regolamentare: centoventi braccia. Munizioni in abbondanza.

Sei cannonieri morti. Centosettantun colpi da sparare per ogni pezzo.

- Perché non ci sono che nove pezzi, - mormorò il capitano.

Boisberthelot puntò il cannocchiale all'orizzonte. Il lento appressarsi della squadra continuava.

Le carronate hanno questo di buono, che bastano tre uomini per manovrarle; ma presentano un inconveniente: la loro gettata è minore e il loro tiro meno preciso di quello dei cannoni. Bisognava pertanto lasciar giungere la squadra a portata delle carronate.

Il capitano impartì gli ordini a bassa voce. Nella nave si stabilì il silenzio. L'ordine di prepararsi al combattimento non fu suonato, ma fu eseguito ugualmente. La corvetta era fuori di combattimento contro gli uomini non meno che contro i flutti. Fu tratto, da quel relitto d'una nave da guerra, tutto il partito possibile. Furono accumulati vicino alle trozze, sulla passerella, cavi e gherlini di ricambio quanti se ne poterono trovare, onde potere, al bisogno, rafforzare l'alberatura. Fu messa in ordine l'infermeria. Amache e sacchi dei marinai furono, come voleva la moda navale di allora, addossati contro il parapetto; protezione che garantiva contro le pallottole di fucile, ma non contro le palle da cannone. Furono portati i calibratoi, sebbene fosse un po' tardi per verificare i calibri; ma nessuno aveva preveduto tutti quegli incidenti. Ogni marinaio ricevette una giberna e si infilò nella cintura un paio di pistole e un pugnale. Le brande furono piegate, le artiglierie puntate, i moschetti preparati. Asce e uncini d'arrembaggio furono disposti a dovere. I depositi dei cartocci e quelli delle palle furono approntati. La santabarbara fu aperta.

Ogni uomo prese il suo posto. Tutto questo senza che nessuno pronunciasse parola, come nella camera d'un moribondo. Fu una cosa rapida e lugubre.

Poi la corvetta venne imbozzata. Essa aveva sei ancore come una fregata. Vennero gettate tutt'e sei: l'ancora di guardia a prua, l'ancora di tonneggio a poppa, l'ancora di flusso dalla parte verso il largo, l'ancora di corrente dalla parte dei frangenti, l'ancora d'afforco a tribordo, e l'ancora maestra a babordo.

Le nove carronate rimaste vive furono piazzate tutt'e nove in batteria da una sola parte, quella del nemico.

La squadra, non meno silenziosa, aveva anch'essa completata la sua manovra. Gli otto bastimenti formavano ora un semicerchio, di cui i Minquiers costituivano la corda. La "Claymore", circoscritta in quel semicerchio, e impacchettata del resto dalle sue proprie ancore, era addossata allo scoglio, che è quanto dire al naufragio.

Era come una muta intorno a un cinghiale, una muta che non latrava, ma mostrava i denti.

Si sarebbe detto che, tanto da una parte quanto dall'altra, si aspettasse.

I cannonieri della "Claymore" erano ai loro pezzi.

Boisberthelot disse a La Vieuville:

- Ci terrei a cominciare io il fuoco.

- Piacere da civettina, - disse La Vieuville.

 

 

 

NOTE:

  1. "Archivi della marina". Stato della flotta nel marzo 1793 (Nota dell'autore).

 

 

 

9.

QUALCUNO SCAPPA

 

Il passeggero non aveva lasciato il ponte. Impassibile, osservava ogni cosa.

Boisberthelot gli si avvicinò:

- Signore, - disse, - i preparativi sono fatti. Ora siamo aggrappati alla nostra tomba; non ce ne staccheremo. Siamo prigionieri della squadra o dello scoglio. O arrenderci al nemico o affondare nei frangenti: non abbiamo altra scelta. Ci resta una via d'uscita:

morire. Combattere è meglio che naufragare. Per me, preferisco essere mitragliato che annegato; in materia di morte, preferisco il fuoco all'acqua. Il morire, però, è affar nostro signore, non vostro. Voi siete l'uomo scelto dai principi, avete una grande missione da compiere, quella di dirigere la guerra in Vandea. La vostra perdita significherebbe forse la perdita della monarchia; dunque, dovete vivere. L'onore, a noialtri, impone di rimanere qui; a voi impone invece di andarvene. Voi, generale, abbandonerete la nave. Vi darò un uomo e un canotto. Raggiungere la costa con un giro non è impossibile.

Non è ancora giorno. Le onde sono alte, il mare scuro: sfuggirete. Si danno casi in cui fuggire è vincere.

Il vecchio, agitando la testa severa, fece un grave cenno di consenso.

Il conte di Boisberthelot alzò la voce:

- Soldati e marinai! - gridò.

Ogni movimento cessò, e da tutti i punti della nave le facce si voltarono verso il capitano.

Egli proseguì:

- L'uomo che è fra noi rappresenta il re. E' stato affidato a noi; dobbiamo preservarlo. Egli è necessario al trono di Francia; in mancanza di un principe, egli sarà, tale è almeno la nostra speranza, il capo della Vandea. E' un grande uomo di guerra. Doveva approdare in Francia con noi; deve approdarvi senza di noi. Salvare la testa è come salvare tutto quanto.

- Sì! sì! si! - gridarono tutte le voci dell'equipaggio.

Il capitano continuò:

- Sta per correre, anche lui, seri pericoli. Non è facile raggiungere la costa. Bisognerebbe che il canotto fosse grande, per affrontare l'alto mare, e bisogna che sia piccolo perché possa sfuggire alla squadra. Si tratta di andare ad approdare in un punto qualsiasi, che sia sicuro, e piuttosto dalla parte di Fougères che dalla parte di Coutances. Occorre un marinaio in gamba, buon rematore e buon nuotatore, che sia del paese e che conosca i passi. E' ancora abbastanza buio perché il canotto possa allontanarsi dalla corvetta senza essere scorto. Eppoi, sta per esserci del fumo che lo nasconderà del tutto. La sua piccolezza lo aiuterà a cavarsela dai bassifondi. La donnola scappa, là dove la pantera incappa. Per noi non c'è scampo, ma per il canotto sì. Si allontanerà a forza di remi, le navi nemiche non lo scorgeranno; nel frattempo, del resto, noi, qui, li faremo divertire. E' detto?

- Sì! sì! sì! - gridò l'equipaggio.

- Non c'è un minuto da perdere, - riprese il capitano. - C'è un uomo di buona volontà?

Nel buio, un marinaio uscì dalle file, e disse:

- Io

 

 

 

10.

SCAPPA PROPRIO?

 

Pochi minuti dopo, uno di quei piccoli canotti chiamati iole, particolarmente adibiti al servizio dei comandanti, si staccava dalla nave. In quel canotto vi erano due uomini, il vecchio passeggero, a poppa, e il marinaio "di buona volontà" a prua. La notte era ancora oscurissima. Il marinaio, in conformità alle indicazioni ricevute dal capitano, remava vigorosamente in direzione dei Minquiers. Non c'era alcun'altra uscita possibile, del resto.

In fondo al canotto erano state gettate alcune provviste: un sacco di biscotti, una lombata di bue affumicato e un barile d'acqua.

Nel momento in cui la iole aveva preso il mare, La Vieuville, beffardo in cospetto dell'abisso, si era chinato al di sopra della ruota di poppa della corvetta, e, ridacchiando, aveva rivolto al canotto questo saluto:

- Buono per scappare, ottimo per affogarsi.

- Signore, - disse il pilota; - smettiamola di ridere.

Lo scostamento fu subito effettuato e in breve tra la corvetta e il canotto ci fu una bella distanza. Il vento e l'onda secondavano il rematore, e la piccola imbarcazione fuggiva rapidamente, ondeggiando nel crepuscolo e nascosta dalle grandi pieghe delle onde.

Regnava sul mare non si sapeva qual cupa attesa.

D'un tratto, in quel vasto e tumultuoso silenzio dell'oceano si alzò una voce, che, ingrossata dal portavoce come dalla maschera di bronzo dell'antica tragedia, pareva quasi sovrumana.

Era il capitano Boisberthelot che prendeva la parola.

- Marinai del re, - egli gridò, - inchiodate la bandiera bianca all'albero maestro. Tra poco vedremo spuntare il nostro ultimo sole.

E un colpo di cannone partì dalla corvetta.

- Viva il re! - gridò l'equipaggio.

Si udì allora, in fondo in fondo all'orizzonte, un altro grido immenso, lontano, confuso e nondimeno distinto:

- Viva la repubblica!

E un rombo simile a quello di trecento fulmini deflagrò nelle profondità dell'oceano.

La battaglia incominciava.

Il mare si coprì di fumo e di fuoco.

I getti di schiuma sollevati dalle palle che cadevano in acqua picchiettarono le onde da ogni parte.

La "Claymore" incominciò a sputare colpi sulle otto navi; al tempo stesso, l'intera squadra, raggruppata a mezza luna intorno alla "Claymore", faceva fuoco con tutte le sue batterie. L'orizzonte s'incendiò. Si sarebbe detto un vulcano sorgente dal mare. Il vento torceva quella immensa porpora della battaglia, in cui le navi apparivano e scomparivano come spettri. In primo piano, il nero scheletro della corvetta si disegnava su quello sfondo rosseggiante.

In vetta all'albero maestro si distingueva la bandiera dai fiordalisi.

I due uomini che erano nel canotto tacevano.

Il bassofondo triangolare dei Minquiers, specie di trinacria sottomarina, è più vasto dell'intera isola di Jersey. Il mare lo copre, e ha per punto culminante una piattaforma che neppure le più alte maree riescono a sommergere e dal quale si staccano verso nord- est sei possenti rupi disposte in linea retta, che fanno l'effetto di un grande muraglione crollato qua e là. Lo stretto tra la piattaforma e i sei scogli non può essere praticato che da barche di poco pescaggio. Di là da quello stretto si trova il largo.

Il marinaio che si era assunto di portare in salvo il canotto cacciò l'imbarcazione nello stretto. Metteva in tal modo i Minquiers tra la battaglia e il canotto. Nello stretto canale governò abilmente in modo da evitare i frangenti sia di babordo che di tribordo. Le rupi, adesso, nascondevano la battaglia. Il bagliore dell'orizzonte e il furibondo fragore del cannoneggiamento cominciavano adesso a decrescere, per via della distanza che andava aumentando; dal susseguirsi delle detonazioni, però, si poteva capire che la corvetta teneva duro e che intendeva consumare fino all'ultima le sue centosettantuno bordate.

Il canotto non tardò a trovarsi in acqua libera, fuori dello scoglio, fuori della battaglia, fuori della portata dei proiettili.

A poco a poco il profilo del mare si andava facendo meno cupo, i luccichii, bruscamente sommersi da chiazze nere, si allargavano, le schiume complicate si frangevano in getti di luce; bianchi riflessi ondeggiavano sulla cresta delle onde. Spuntò il giorno.

Il canotto era al sicuro per quanto riguardava il nemico, ma il più difficile rimaneva ancora da fare. Si era messo in salvo dalla mitraglia, ma non dal naufragio. Era in alto mare, impercettibile guscio, senza vela, senz'albero, senza bussola, avendo per unica risorsa il remo, di fronte all'oceano e all'uragano, atomo in balìa dei colossi.

Allora, in quella immensità, in quella solitudine, alzando la faccia illividita dal mattino, l'uomo che era a prua del canotto guardò fissamente l'uomo che era a poppa, e gli disse:

- Io sono il fratello dell'uomo che avete fatto fucilare.

 

 

 

LIBRO TERZO

HALMALO

 

1.

LA PAROLA E' IL VERBO

 

Il vecchio rialzò la testa pian piano. L'uomo che gli parlava aveva su per giù trent'anni. Aveva la fronte abbronzata dal mare; i suoi occhi erano strani: lo sguardo sagace del marinaio nella candida pupilla del contadino. Stringeva possentemente i remi nei pugni. Di aspetto era dolce. Gli si vedevano alla cintura un pugnale, due pistole e un rosario.

- Chi siete? - domandò il vecchio.

- Ve l'ho detto or ora.

- E che cosa volete da me?

L'uomo abbandonò i remi, incrociò le braccia e rispose:

- Ammazzarvi.

- Come vorrete, - disse il vecchio.

L'uomo alzò la voce:

- Preparatevi.

- A che cosa?

- A morire.

- Perché? - domandò il vecchio.

Ci fu silenzio. L'uomo parve per un attimo esterrefatto dalla domanda.

Riprese:

- Dico che vi voglio ammazzare.

- E io vi chiedo il perché.

Negli occhi del marinaio balenò un lampo:

- Perché avete ucciso mio fratello.

Il vecchio, calmo, ribatté:

- Ho cominciato col salvargli la vita.

- E' vero. Prima l'avete salvato, e poi l'avete ucciso.

- Non sono stato io a ucciderlo.

- Chi l'ha ucciso, allora?

- La sua colpa.

Il marinaio guardò il vecchio a bocca spalancata; poi le sue sopracciglia tornarono ad aggrottarsi in modo selvaggio.

- Come vi chiamate? - domandò il vecchio.

- Mi chiamo Halmalo, ma non avete nessun bisogno di conoscere il mio nome per essere ucciso da me.

In quel momento spuntò il sole. Un raggio batté in pieno sul viso al marinaio e illuminò vivamente quella fisionomia selvaggia. Il vecchio lo osservava attentamente.

Il cannoneggiamento, che non si era per nulla interrotto, aveva ora interruzioni e scosse di agonia. Sull'orizzonte gravitava una vasta nuvola di fumo. Il canotto, che il rematore non governava più, andava alla deriva.

Il marinaio impugnò con la destra una delle pistole che aveva alla cintura e afferrò con la sinistra il rosario.

Il vecchio si rizzò in piedi.

- Credi in Dio, tu? - gli domandò.

- Padre nostro che è nei cieli, - rispose il marinaio. E si fece il segno della croce.

- Hai la mamma, tu?

- Sì.

E il marinaio si fece un secondo segno di croce. Poi riprese:

- E' detta. Vi db un minuto, monsignore.

E armò la pistola.

- Perché mi chiami monsignore?

- Perché siete un signore. Si vede.

- E tu, ce l'hai, un signore?

- Sì. E uno grande. Si può vivere senza un signore, forse?

- Dov'è?

- Non lo so. Ha lasciato il paese. Si chiama signor marchese di Lantenac, visconte di fontenay, principe di Bretagna; è il signore delle Sette Foreste. Non l'ho mai visto, io, il che non gl'impedisce d'essere un buon padrone.

- E gli obbediresti, tu, se lo vedessi?

- Certo. Se non gli obbedissi, sarei un pagano, toh! si deve obbedire a Dio, e poi al re, che è come Dio, e poi al signore, che è come il re. Ma tutto questo non conta; voi avete ucciso mio fratello, bisogna che io uccida voi.

Il vecchio rispose:

- Innanzi tutto, ho ucciso tuo fratello, e ho fatto bene.

Il marinaio contrasse il pugno sulla pistola.

- Suvvia! - disse.

- Sia, - disse il vecchio.

E, tranquillo, soggiunse:

- Dov'è il prete?

Il marinaio lo guardò:

- Il prete?

- Sì, il prete. A tuo fratello ho dato un prete, io. Tu devi darne uno a me.

- Non ne ho, io, - disse il marinaio.

E continuò:

- Si hanno forse preti in alto mare?

Le convulse detonazioni del combattimento si udivano giungere sempre più di lontano.

- Quelli che muoiono laggiù, ce l'hanno, - disse il vecchio.

- Questo è vero, - mormorò il marinaio. - Hanno il signor cappellano.

Il vecchio proseguì:

- Perdi la mia anima, tu; ed è una cosa grave.

Il marinaio abbassò la testa, pensoso.

- E perdendo la mia anima, - riprese il vecchio, - perdi la tua.

Ascolta. Ascolta. Ho compassione di te io. Farai quello che vorrai. Ho compiuto il mio dovere io, poco fa, salvando la vita a tuo fratello, innanzi tutto e poi togliendogliela, e compio il mio dovere adesso, cercando di salvare la tua anima. Rifletti. E' una faccenda tua. Odi le cannonate in questo momento? Ci sono laggiù uomini che lasciano la vita, disperati che agonizzano, mariti che non rivedranno più le loro mogli, padri che non rivedranno più i loro figliuoli, fratelli che, come te, non rivedranno più il loro fratello. E per colpa di chi? per colpa del tuo, di un fratello. Tu credi in Dio, vero? Orbene, allora sai che Dio soffre, in questo momento; Dio soffre nel suo cristianissimo figlio il re di Francia, che è bimbo come il bambino Gesù ed è in prigione nella torre del Tempio; Dio soffre nella sua chiesa di Bretagna; Dio soffre nelle sue cattedrali insultate ne' suoi vangeli stracciati, nei suoi oratori violati; Dio soffre nei suoi preti assassinati. Che cosa venivamo a fare, noi, in quella nave che in questo momento soccombe? Venivamo a soccorrere Dio. Se tuo fratello fosse stato buon servitore, se avesse fedelmente compiuto la sua bisogna d'uomo savio e utile, la disgrazia della carronata non sarebbe accaduta, la corvetta non sarebbe stata disalberata, non avrebbe dirottato, non sarebbe caduta in mezzo a quella flotta di perdizione, e a quest'ora noi sbarcheremmo in Francia, tutti, da quei valorosi uomini di guerra e di mare che siamo, sciabola in pugno, bianca bandiera spiegata, numerosi, contenti, festosi, e andremmo ad aiutare i coraggiosi contadini della Vandea a salvare la Francia, a salvare il re, a salvare Dio. Ecco che cosa venivamo a fare; ecco che cosa faremmo. Ed è quanto io, l'unico rimasto, vengo a fare. Ma tu ti ci opponi. In questa lotta degli empi contro i preti, in questa lotta dei regicidi contro il re, in questa lotta di Satana contro Dio, tu stai per Satana. Tuo fratello è stato il primo aiutante del demonio, tu sei il secondo. Egli ha cominciato, tu porti a termine. Sei per i regicidi contro il trono, tu; sei per gli empi contro la Chiesa. Togli a Dio l'ultima sua risorsa. Dacché io, io che rappresento il re, non sarò laggiù, le capanne continueranno ad ardere, le famiglie a piangere, i preti a sanguinare, la Bretagna a soffrire, e il re a stare in prigione, e Gesù Cristo a essere in angoscia. E chi avrà fatto questo?

Tu. Va! è faccenda tua, questa. Io contavo su di te proprio per il contrario. Mi sono sbagliato. Ah! si, è vero, tu hai ragione; ho ucciso tuo fratello, io! Tuo fratello era stato coraggioso, io l'ho ricompensato; era stato colpevole, e l'ho punito. Era venuto meno al suo dovere; io non sono venuto meno al mio. Quello che ho fatto, lo tornerei a fare. E, lo giuro per la grande santa Anna d'Auray che ci guarda: in un caso simile, così come ho fatto fucilare tuo fratello, farei fucilare mio figlio. Tu sei il padrone, adesso. Sì, ti compiango. Hai mentito al tuo capitano. Tu, cristiano, sei senza fede; tu, bretone, sei senza onore; sono stato affidato alla tua lealtà e accettato dal tuo tradimento; offri la mia morte a coloro ai quali avevi promesso la mia vita. Sai tu chi perdi, in questa faccenda? Te stesso! Togli la mia vita al re e consegni la tua eternità al demonio.

Orsù commetti il tuo delitto: sta bene. Dilapidi facilmente la tua parte di paradiso, tu. Grazie a te, il diavolo vincerà, grazie a te, le chiese cadranno, grazie a te i pagani continueranno a fondere le campane e a farne cannoni; gli uomini saranno mitragliati con ciò che salvava le anime. In questo momento in cui parlo, la campana che ha suonato il tuo battesimo uccide forse tua madre. Orsù, aiuta il demonio. Non ti fermare. Sì, io ho condannato tuo fratello, ma, sappilo: sono uno strumento di Dio, io. Ah! giudichi le strade del Signore, tu? Giudicherai dunque anche il fulmine che è nel cielo? Ne sarai giudicato tu, o disgraziato! Bada a quello che stai per fare.

Sai tu anche soltanto se sono in stato di grazia, io? No. Ma non importa. Fa quello che vuoi. Sei libero di gettarmi in inferno e di gettartici tu pure con me. La dannazione mia e la tua sono in mano tua. Il responsabile, davanti a Dio, sarai tu. Siamo soli, l'uno di fronte all'altro, nell'abisso. Continua, porta a termine, compi. Io sono vecchio e tu sei giovane; io sono senza armi e tu sei armato; uccidimi!

Mentre il vecchio, in piedi, con voce più alta del fragore del mare, diceva queste parole, il fluttuare delle onde lo faceva apparire ora nell'ombra ora nella luce. Il marinaio si era fatto livido; grosse gocce di sudore gli cadevano dalla fronte; tremava come una foglia; tratto tratto, baciava il rosario. Quando il vecchio ebbe finito, buttò via la pistola e cadde in ginocchio.

- Grazia, monsignore! perdonami! - gridò. - Voi parlate come il buon Dio. Mio fratello ha avuto torto. Farò di tutto per rimediare alla sua colpa. Disponete di me. Ordinate. Obbedirò.

- Ti faccio grazia! - sentenziò il vecchio.

 

 

 

2.

MEMORIA DI CONTADINO VALE SCIENZA DI CAPITANO

 

Le provvigioni che erano nel canotto non furono inutili.

I due fuggiaschi, costretti a lunghi giri, impiegarono trentasei ore a raggiungere la costa. Trascorsero una notte in mare; ma la notte fu bella; con troppa luna comunque, per gente che cercava di non farsi vedere.

Dovettero a tutta prima allontanarsi dalla Francia e raggiungere il largo vero Jersey.

Udirono la suprema bordata della corvetta folgorata, così come si ode l'ultimo ruggito del leone che i cacciatori uccidono nella foresta.

Poi sul mare si ridistese il silenzio.

Quella corvetta, la "Claymore", morì allo stesso modo del "Vendicatore"; la gloria, però, l'ha ignorato. Contro il proprio paese non si è eroi, mai.

Halmalo era un marinaio sorprendente; compì miracoli di destrezza e d'intelligenza; quell'itinerario improvvisato attraverso scogli, cavalloni e agguato nemico, fu un capolavoro. Il vento era diminuito e il mare si era fatto favorevole.

Halmalo evitò i Caux dei Minquiers, doppiò l'Argine dei Buoi, vi si andò a riparare, allo scopo di prendere qualche ora di riposo nella minuscola insenatura che vi si forma a nord durante la bassa marea; poi, ridiscendendo a sud, trovò modo di passare tra Grandville e le isole Chausey senza essere scorto né dalla vedetta di Chausey né da quella di Grandville. Si cacciò nella baia di San Michele, che era un bell'ardimento, per via della vicinanza di Cancale, ancoraggio della squadra.

La sera del secondo giorno, circa un'ora prima del tramonto del sole, si lasciò dietro il monte San Michele e andò ad approdare su un greto che è sempre deserto perché pericoloso: vi si affonda nelle sabbie mobili.

Per fortuna, la marea era alta.

Halmalo spinse l'imbarcazione quanto più avanti gli fu possibile; tastò la sabbia, la trovò solida, vi fece incagliare il canotto e saltò in terra.

Dopo di lui, il vecchio scavalcò il bordo ed esaminò l'orizzonte.

- Monsignore, - disse Halmalo; - siamo alla foce del Cuesnon, qui.

Quelli che vedete, sono Beauvoir a destra e Huisnes a sinistra. Il campanile che ci sta davanti è Ardevon.

Il vecchio si chinò sulla barca, ne prese un biscotto, che si mise in tasca, e disse ad Halmalo:

- Prendi il resto.

Halmalo cacciò nel sacco quanto era rimasto sia di carne che di biscotto, e si caricò il sacco sulle spalle. Fatto questo, disse:

- Debbo guidarvi o vi debbo seguire, monsignore?

- Né una cosa né l'altra.

Halmalo guardò il vecchio, stupefatto.

Il vecchio continuò:

- Dobbiamo separarci, Halmalo. Essere in due non serve a nulla.

Bisogna essere in mille, o soli.

S'interruppe, trasse di tasca un nodo di seta verde, alquanto simile a una coccarda, al centro del quale era ricamato un giglio d'oro. Poi riprese:

- Sai leggere?

- No.

- Bene! Un uomo che sa leggere è un impaccio. Hai buona memoria?

- Sì.

- Bene! Ascolta, Halmalo. Adesso tu prenderai a destra e io andrò a sinistra. Io andrò dalla parte di Fougères, tu da quella di Bazouges.

Tienti il sacco, che ti dà l'aria d'un contadino. Nascondi le armi.

Tagliati un bastone nelle siepi. Striscia tra la segale, che è alta.

Scivola dietro i muriccioli di cinta. Scavalca gli steccati per procedere attraverso i campi. Sta alla larga dai passanti. Evita strade e ponti. Non entrare in Pontorson. Ah! dovrai attraversare il Cuesnon. Come lo passerai?

- A nuoto.

- Bene. E poi, c'è un guado. Sai dove si trova?

- Tra Ancey e Vieux-Viel.

- Bene. Sei proprio del paese, tu.

- Ma vien notte. Dove si coricherà monsignore?

- A me, ci penso io. E tu, dove ti coricherai?

- I tronchi d'albero cavi non mancano. Prima di essere marinaio, sono stato contadino.

- Butta via quel cappello da marinaio, che ti tradirebbe. Troverai pure un berrettone, qua o là.

- Oh! di berrettoni se ne trovano dappertutto. Il primo pescatore che incontro mi venderà il suo.

- Sta bene. Ascolta, adesso. Conosci i boschi, tu?

- Tutti.

- Di tutto il paese?

- Da Noirmontier fino a Laval.

- Conosci anche i nomi?

- Conosco i boschi, conosco i nomi, conosco tutto, io.

- Non dimenticherai nulla?

- Nulla.

- Sta bene. Attento, adesso. Quante leghe puoi fare in un giorno?

- Dieci. Quindici. Diciotto. Venti, se occorre.

- Occorrerà. Non perdere una parola di quello che ti sto per dire.

Andrai nel bosco di Saint-Aubin.

- Presso Lamballe?

- Sì. Sul ciglio del burrone che corre tra Saint-Rieul e Plédéliac c'è un grosso castagno. Ti fermerai là. Non vedrai nessuno.

- Il che non toglie che ci sarà qualcuno. Lo so.

- Farai il richiamo. Sai fare il richiamo?

Halmalo gonfiò le gote, si voltò dalla parte del mare e si udi l'"huhu" della civetta.

Si sarebbe detto che quel singulto venisse dalle profondità della notte. Era somigliante e sinistro.

- Bene! - disse il vecchio. - Ci sei.

Porse ad Halmalo il nodo di seta verde.

- Questo è il mio nodo di comando. Prendilo. Importa che ancora nessuno sappia il mio nome. Ma questo nodo basta. Il giglio vi è stato ricamato da Madama Reale nella prigione del Tempio.

Halmalo mise un ginocchio a terra. Ricevette con un tremito il nodo dal fiordaliso, e vi appressò le labbra. Poi, fermandosi come atterrito da quel bacio:

- Posso? - domandò.

- Sì, dal momento che baci il crocefisso.

Halmalo baciò il giglio.

- Alzati! - disse il vecchio.

Halmalo si rialzò e mise il nodo in seno.

Il vecchio proseguì:

- Ascolta bene quello che ti dico. Ecco l'ordine: "Insorgete. Niente quartiere". Dunque, sul ciglio del bosco di Saint-Aubin tu farai il richiamo. Tre volte lo farai. Alla terza volta vedrai uscire da terra un uomo.

- Da un buco sotto gli alberi. Lo so.

- Quell'uomo è Planchenault, che qui chiamano Cuore di Re. Gli mostrerai questo nodo. Capirà. Andrai poi, per una strada che escogiterai tu stesso, al bosco di Astillé. Ci troverai un uomo tutto sbilenco, soprannominato Moschetto, che non fa grazia a nessuno. Gli dirai che io gli voglio bene, e che metta in moto le sue parrocchie.

Andrai poi nel bosco di Cuesbon, a una lega da Ploërmel. Farai il richiamo della civetta; un uomo uscirà da un buco; è il signor Thuault, siniscalco di Ploërmel, che ha fatto parte di quella che si chiama l'assemblea costituente, ma dalla parte buona. Gli dirai di mettere in stato di difesa il castello di Cuesbon, che è del marchese di Guer, emigrato. Burroni, macchie, terreno ineguale, buona località.

Il signor Thuault è un uomo retto e di spirito. Andrai quindi a Saint- Ouen-les-Foits, e parlerai a Giovanni Chouan, che per me è il vero capo. Andrai poi nel bosco di Ville-Anglose, ci vedrai Guitter, che chiamano San Martino: gli dirai di tenere d'occhio un certo Courmesnil, genero del vecchio Goupil di Préfeln, che è il caporione della giacobineria di Argentan. Tieni bene in mente ogni cosa. Non scrivo niente perché non bisogna scrivere niente. La Rouarie ha scritto una lista, e ciò ha rovinato ogni cosa. Andrai poi al bosco di Rougefeu, dove c'è Miélette, che varca d'un salto i burroni, puntellandosi su una lunga pertica - Che si chiama "ferte".

- Sai servirtene?

- Non sono un bretone, forse? non sono un contadino? La "ferte" è la nostra amica; ci ingrandisce il braccio e ci allunga le gambe.

- Il che è quanto dire che rimpicciolisce il nemico e accorcia le distanze. Ottimo arnese.

- Una volta, con la mia "ferte", ho tenuto testa a tre gabellotti armati di sciabola.

- Quando è stato?

- Dieci anni fa.

- Sotto il re?

- Ma sì!

- Ti sei dunque battuto sotto il re?

- Ma sì!

- Contro chi?

- Parola mia, non lo so. Ero contrabbandiere di sale.

- Sta bene.

- Ciò si diceva battersi contro le gabelle. Sono la stessa cosa che il re, le gabelle?

- Sì. No. Ma non è necessario che tu le capisca queste cose.

- Chiedo scusa a monsignore d'aver fatto una domanda a monsignore.

- Continuiamo. Conosci la Tourgue?

- Se conosco la Tourgue? Sono di là.

- Come?

- Certo, dal momento che sono di Parigné.

- Già, la Tourgue non è lontana da Parigné.

- Se conosco la Tourgue! il gran castello rotondo che è il castello di famiglia dei miei signori! C'è una porta di ferro che separa la costruzione nuova dalla costruzione vecchia, una porta che non riuscirebbe a sfondarla nemmeno un cannone. Appunto nella costruzione nuova c'è il famoso libro su san Bartolomeo, che la gente veniva a vedere per curiosità. Ci sono rane, nell'erba. Ho giocato, io, con quelle rane, da piccino. E il passaggio sotterraneo! Lo conosco, io.

Non ci sono più che io, forse, a conoscerlo.

- Che passaggio sotterraneo? Non so che cosa intendi dire.

- Serviva una volta, nei tempi andati, quando la Tourgue era assediata. Quelli di dentro potevano svignarsela per un passaggio sotterraneo che mette capo nel bosco.

- Un passaggio sotterraneo di quel genere c'è infatti nel castello della Jupellière, come pure al castello della Hunaudaye e alla torre Campéon; ma alla Tourgue non c'è nulla di simile.

- Ma sì che c'è, monsignore. Io non conosco i passaggi di cui parla monsignore. Non conosco che quello della Tourgue, perché sono di là. E anzi, non ci sono che io a conoscere quel passaggio. Non se ne parlava. Era proibito, perché quel passaggio era servito al tempo delle guerre del signor di Rohan. Mio padre conosceva il segreto e me lo mostrò. Conosco il segreto per entrare e il segreto per uscire. Se sono nella foresta, posso andare nella torre, e se sono nella torre posso andare nella foresta. Senza che mi si veda. E quando i nemici entrano, non c'è più nessuno. Ecco che cosa è la Tourgue. Oh! la Conosco, io.

Il vecchio rimase un momento in silenzio.

- Evidentemente ti sbagli. Se ci fosse un segreto simile, io lo conoscerei.

- Ne sono sicuro, monsignore. C'è una pietra che gira.

- Ah, ho capito! Credete alle pietre che girano, voialtri contadini, alle pietre che cantano, alle pietre che vanno, di notte, a bere al ruscello accanto. Tutte fandonie.

- Ma se l'ho fatta girare io stesso, la pietra...

- Come altri l'hanno udita cantare. Camerata, la Tourgue è una sicura e forte bastiglia, facile da difendere; ma chi facesse assegnamento su un'uscita sotterranea per cavarsela, sarebbe un ingenuo.

- Ma, monsignore...

Il vecchio fece una spallucciata.

- Non perdiamo tempo. Parliamo delle nostre faccende.

Il tono perentorio di quelle parole mise di colpo fine all'insistenza di Halmalo.

Il vecchio riprese:

- Continuiamo. Ascolta. Da Rougefeu ti recherai nel bosco di Montchevrier, dov'è Benedicite, che è il capo dei dodici. E' ancora uno dei buoni. Recita il "benedicite" mentre fa archibugiare la gente.

Niente smancerie, in guerra. Da Montchevrier andrai...

Si interruppe.

- Dimenticavo il danaro.

Si trasse di tasca e mise in mano ad Halmalo una borsa e un portafoglio.

- In questo portafoglio ci sono trentamila franchi in assegnati, qualche cosa come tre lire e dieci soldi; vero è che sono falsi, ma i veri non valgono mica di più; in questa borsa, invece, bada, ci sono cento luigi in oro. Ti dò tutto quello che possiedo. Qui, non ho più bisogno di nulla, io. E' preferibile, del resto, che non si possa trovare danaro su di me. Riprendo. Da Montchevrier andrai ad Antrain, dove vedrai il signor di Frotté; da Antrain alla Jupellière, dove vedrai il signor di Rochecotte; dalla Jupellière a Noirieux, dove vedrai l'abate Baudoin. Sarai capace di ricordarti ogni cosa?

- Come il "pater".

- Vedrai a Saint-Brice-en-Cogle il signor Dubois-Guy, a Morannes, che è un borgo fortificato, il signor di Turpin, e a Chateau-Gonthier il principe di Talmont.

- Mi parlerà un principe, forse?

- Dal momento che ti parlo io.

Halmalo si tolse il cappello.

- Tutti ti riceveranno bene vedendo questo giglio di Madama. Non dimenticare che devi andare in località dove sono montagnardi e patriottardi. Dovrai travestirti. Sono così stupidi,quei repubblicani, che con una marsina turchina, un cappello a tre punte e una coccarda tricolore si passa dovunque. Non ci sono più reggimenti, non ci sono più uniformi, i corpi non sono numerati; ognuno si mette addosso lo straccio che vuole. Andrai a Saint-Mhervé. Ci vedrai Gaulier, detto Pierone. Andrai all'accampamento di Parné, dove si trovano gli uomini dalle facce annerite. Mettono nei fucili la sabbia, costoro, e doppia carica di polvere per fare più fracasso; fanno bene.

Ma devi dir loro soprattutto di uccidere, di uccidere, di uccidere.

Andrai al campo della Vache-Noire, che si trova su un'altura in mezzo al bosco della Charnie, poi al campo dell'Avoine, poi al campo Verde, poi a quello delle Formiche. Andrai al Grand-Bordage, detto anche Haut-des-Prés, abitato da una vedova, la cui figlia è stata sposata da Treton, detto l'Inglese. Il Grand-Bordage si trova nella parrocchia di Quélaines. Andrai a visitare Epineux-le-Chevreuil, Sillé-le-Guillaume, Parannes, e tutti gli uomini che sono in tutti i boschi. Avrai amici, e li manderai sul margine dell'Alto e del Basso Maine, vedrai Giovanni Treton nella parrocchia di Vaisges, Senza-rimpianti al Bignon, Chambord a Bonchamps, i fratelli Corbin a Maisoncelles, e il Piccolo- senza-paura a Saint-Jan-sur-Erve: è quello stesso che si chiama Bourdoiseau. Fatto tutto questo, e data dovunque la parola d'ordine "Insorgete. Niente quartiere", raggiungerai il grande esercito, l'esercito cattolico e regio, dovunque si troverà. Vedrai i signori di Elbée, di Lescure, della Rochejaquelein e quelli fra i capi che allora saranno ancora vivi. Mostrerai loro il mio nodo di comando. Sanno già che cos'è. Tu non sei che un marinaio, ma Cathelineau non è che un carrettiere. Dirai loro questo, da parte mia: "E' ora di combattere le due guerre assieme; la grande e la piccola. La grande fa più chiasso, la piccola rende di più. La Vandea è buona, la guerriglia alla Chouan è peggiore; e, nelle guerre civili, la peggiore è la migliore. La bontà di una guerra si giudica dalla quantità di male che produce".

Si interruppe.

- Ti dico tutte queste cose, Halmalo. Tu non capisci le parole, ma capisci le cose. Ho concepito fiducia in te vedendoti manovrare il canotto; non conosci la geometria, e compi, in mare, evoluzioni sorprendenti; chi sa condurre una barca può pilotare una insurrezione; dal modo come hai sbrogliato la matassa sul mare, affermo che te la caverai egregiamente in tutte le mie incombenze. Continuo: dirai dunque ai capi, su per giù, come potrai, ma dirai bene di sicuro, questo che ti dico: "Preferisco la guerra delle foreste alla guerra della pianura; non ci tengo ad allineare centomila contadini sotto la mitraglia dei soldati azzurri e sotto l'artiglieria del signor Carnot; tra un mese voglio avere cinquecentomila ammazzatori, imboscati nelle macchie. L'esercito repubblicano è la mia selvaggina. Braccheggiare è guerreggiare. Sono lo stratega della macchia io". Già, ecco un'altra parola che tu non capirai. Fa lo stesso; capirai questo: "Niente quartiere, e imboscate dovunque! Voglio fare le cose più alla Chouan che alla vandeana". Aggiungerai che gli inglesi sono con noi.

"Prendiamo la repubblica tra due fuochi. L'Europa ci aiuta. Facciamola finita con la rivoluzione. I re le fanno la guerra dei regni, noi facciamole la guerra delle parrocchie". Ecco quello che devi dire. Hai capito?

- Sì. Bisogna mettere a fuoco e sangue ogni cosa.

- Così è.

- Niente quartiere.

- A nessuno. Proprio.

- Andrò dovunque.

- E sta in guardia, ché questo è un paese dove ci vuole un nulla a essere un uomo morto.

- La morte, non mi interessa. Chi muove il primo passo consuma forse le ultime sue scarpe.

- Sei un coraggioso, tu.

- E se mi chiedono il nome di monsignore?

- Non è ancora tempo di saperlo. Dirai che non lo conosci, e sarà la verità.

- Dove rivedrò monsignore?

- Dove sarò.

- Come farò a saperlo?

- Perché lo sapranno tutti. Fra otto giorni la gente parlerà di me, darò degli esempi, vendicherò il re e la religione, e tu riconoscerai benissimo che si parlerà di me.

- Capisco.

- Non dimenticare niente.

- State tranquillo.

- E adesso parti. Che Dio ti guidi. Va'!

- Farò tutto quello che mi avete detto. Andrò. Parlerò. Obbedirò.

Comanderò.

- Bene.

- E se riesco...

- Ti farò cavaliere di San Luigi.

- Come mio fratello. E se non riesco, mi farete fucilare.

- Come tuo fratello.

- Sta bene, monsignore.

Il vecchio chinò la testa e parve sprofondare in una seria meditazione. Quando rialzò gli occhi, era solo. Halmalo non era più che un punto nero scomparente nell'orizzonte.

Il sole era tramontato.

I gabbiani grigi e quelli neri rientravano: essere sul mare, è essere fuori.

Si avvertiva nello spazio quella specie d'inquietudine che precede la notte; le raganelle gracidavano, i beccaccini si alzavano a volo dagli stagni fischiando, i gabbianelli, le taccole, le ghiandaie facevano il loro chiasso serotino; gli uccelli d'acqua si chiamavano, ma rumori umani nessuno. La solitudine era profonda. Non una vela nella baia, non un contadino fra i campi. La distesa deserta a perdita di vista. I grandi cardi delle sabbie fremevano. Il cielo bianco del crepuscolo gettava sulla spiaggia una gran luce livida. Lontano, nella cupa pianura, paludosi specchi d'acqua parevano lastre di stagno posate per terra. Dal largo, soffiava il vento.

 

 

 

LIBRO QUARTO

TELLMARCH

 

1.

LA SOMMITA' DELLA DUNA

 

Il vecchio aspettò che Halmalo fosse scomparso, poi si ravvolse ben bene nel suo mantello da mare e si mise in cammino. Andava a passi lenti, pensoso. Si dirigeva verso Huisnes, mentre Halmalo se ne andava verso Beauvoir.

Dietro di lui si ergeva, enorme triangolo nero, con la sua tiara da cattedrale e la sua corazza da fortezza, con le sue grosse torri di levante, l'una tonda, l'altra quadrata, che aiutano la montagna a sostenere il peso della chiesa e del paese, il monte San Michele, che sta all'oceano come la piramide di Cheope sta al deserto.

Le sabbie mobili della baia del monte San Michele spostano insensibilmente le loro dune. C'era a quel tempo, tra Huisnes ed Ardevon, una duna molto elevata che oggi non c'è più. Quella duna, spianata da un colpo di equinozio, aveva la rara dote di essere antica e di portare sulla sua sommità una pietra miliare erettavi nel dodicesimo secolo, in memoria del concilio tenuto ad Avranches contro gli assassini di san Tommaso di Cantorbéry. Dall'alto di quella duna, si scopriva tutto il paese ed era possibile orientarsi.

Il vecchio si diresse verso quella duna e vi salì.

Quando fu su, si addossò alla pietra miliare, si sedette su uno dei quattro pilastrini che ne segnano gli spigoli, e si mise a esaminare quella specie di carta geografica che aveva sotto i piedi. Sembrava cercare una strada in un paese che gli era peraltro ben noto. In quell'ampio paesaggio, fosco per via del crepuscolo, non c'era nulla di preciso all'infuori dell'orizzonte, nero sul biancore del cielo.

Vi si scorgevano i raggruppamenti di tetti di undici b