Victor Hugo
I MISERABILI
(volume terzo)
PARTE QUINTA - GIOVANNI VALJEAN
Libro 1
LA GUERRA FRA QUATTRO MURI
1. CARIDDI NEL SOBBORGO SANT'ANTONIO E SCILLA NEL SOBBORGO DEL TEMPIO
Le due barricate più memorabili, che l'osservatore delle malattie sociali possa ricordare, non appartengono al periodo in cui è collocata l'azione di questo libro. Quelle due barricate, simboli tutt'e due, sotto due aspetti diversi, d'una terribile situazione, sbucarono da sotto terra nella fatale insurrezione del giugno 1848, la più grande guerra per le vie che abbia mai visto la storia.
Accade talvolta che anche contro i princìpi, anche contro la libertà, l'uguaglianza e la fratellanza, anche contro il suffragio universale, anche contro il governo popolare, dal fondo delle sue angosce, dei suoi scoraggiamenti, delle sue privazioni, delle sue febbri, delle sue miserie, dei suoi miasmi, delle sue ignoranze, delle sue tenebre, quella grande disperata, che è la canaglia, protesti, e la plebaglia dia battaglia al popolo.
I pezzenti assaltano il diritto comune; l'oclocrazia insorge contro la democrazia.
Sono giornate lugubri, perché c'è sempre un pizzico di diritto anche in quella demenza, un pizzico di suicidio in quel duello; e le parole accattoni, canaglia, oclocrazia, plebe, che vorrebbero essere altrettante ingiurie, dimostrano, ahimé! la colpa di chi regna piuttosto che quella dei diseredati.
Dal canto nostro, non pronunciamo mai queste parole senza dolore e senza rispetto, poiché, quando la filosofia investiga i fatti a cui esse corrispondono, vi trova spesso molte grandezze accanto alle miserie. Atene era un'oclocrazia; i pezzenti hanno fatto l'Olanda; la plebaglia salvò più d'una volta Roma, e la poveraglia seguiva Gesù Cristo.
Non c'è pensatore che non abbia talvolta contemplato le magnificenze delle infime classi. A quella poveraglia, a tutta quella povera gente, a tutti quei vagabondi, e a tutti quei miserabili da cui sorsero gli apostoli e i martiri, pensava san Girolamo quando diceva quella parola misteriosa: "Fex urbis, lex orbis". Le esasperazioni della folla che soffre e sanguina, le sue insensate violenze contro i princìpi che informano la sua vita, il ricorso alla forza contro il diritto, sono colpi di stato popolari e devono essere repressi. L'uomo probo si sacrifica e combatte la folla proprio per amore di essa. Ma come la trova scusabile pur tenendole testa! Come la venera pur resistendole! E' uno di quei rari momenti in cui, pur facendo ciò che è doveroso, si sente qualcosa che sconcerta e quasi sconsiglia di andare oltre; si persiste, se è necessario; però la coscienza soddisfatta è triste, e il compimento del dovere si unisce alla stretta del cuore.
Il giugno 1848, affrettiamoci a dichiararlo, fu un avvenimento a sé, quasi impossibile a essere classificato nella filosofia della storia. Tutte le parole vanno messe da parte quando si parla di quella straordinaria sommossa, nella quale si sentì la santa istanza del lavoro che reclamava i suoi diritti. La si dovette combattere, ed era un dovere, perché attaccava la Repubblica; ma, in fondo, che cosa fu il giugno 1848? Una rivolta del popolo contro se stesso.
Quando non si perde di vista l'argomento, non ci sono digressioni; sia dunque concesso di richiamare l'attenzione del lettore sulle due barricate assolutamente uniche, di cui abbiamo parlato e che caratterizzano l'insurrezione.
Una sbarrava l'ingresso del sobborgo di Sant'Antonio, l'altra difendeva le vicinanze del sobborgo del Tempio. Quelli che sotto il luminoso cielo azzurro di giugno videro sorgersi davanti quei due terribili capolavori della guerra civile, non li dimenticheranno mai.
La barricata Sant'Antonio era mostruosa; era alta tre piani e larga settecento piedi. Sbarrava da un angolo all'altro la vasta imboccatura del sobborgo, vale a dire tre vie. Franosa, frastagliata, dentellata, seghettata, scanalata da una immensa fenditura, rafforzata da contrafforti che erano altrettanti bastioni, con delle punte qua e là, potentemente addossata ai due grandi promontori di case del sobborgo, essa sorgeva come una costruzione ciclopica in fondo alla formidabile piazza che ha visto il 14 luglio. Altre diciannove barricate erano disposte nelle vie dietro quella barricata madre, la cui sola vista faceva capire che nel sobborgo l'immensa sofferenza era arrivata al punto estremo in cui un'angoscia sta per diventare una catastrofe. Di che era fatta quella barricata? Delle macerie di tre case a sei piani demolite apposta, dicevano alcuni. Del prodigio di tutte le collere, dicevano gli altri. Aveva il deplorevole aspetto di tutte le costruzioni dell'odio: la rovina. Si poteva chiedere: - Chi ha costruito questo? - e si poteva chiedere pure: - Chi ha distrutto questo? - Era l'improvvisazione della rivolta. Guarda:
quell'imposta, quel cancello, quel tavolato quello stipite, quel caldano rotto, quella marmitta fessa. Date tutto, buttate tutto!
spingete, rotolate, abbattete,smantellate,sconvolgete, rovesciate tutto. Era la collaborazione della pietra, della lastra, della trave, della sbarra di ferro, del cencio, del vetro infranto, della sedia spagliata, del torso di cavolo, dello strofinaccio, dello straccio e della maledizione. Era il grandioso e il meschino. Era l'abisso parodiato dalla confusione. Era la massa accanto all'atomo, il pezzo di muro divelto e la scodella infranta; una minacciosa fratellanza di tutti i rottami; Sisifo vi aveva gettato la sua roccia, Giobbe il suo coccio. Terribile, insomma. Era l'acropoli degli scalzacani. Alcuni carretti rovesciati frastagliavano la scarpata; un carrettone immenso era messo di traverso, con l'asse rivolta al cielo, e sembrava una ferita su quella facciata tumultuosa; un omnibus issato allegramente a forza di braccia in cima al cumulo, come se gli architetti di quella costruzione selvaggia avessero voluto aggiungere il monellesco al terribile, porgeva il timone a non si sapeva quali cavalli dell'aria. Quel gigantesco ammasso, quell'alluvione della sommossa faceva pensare a un gigantesco sovrapporsi di tutte le rivoluzioni; il '93 sull'89, il 9 termidoro sul 10 agosto, il 18 brumaio sul 21 gennaio, il vendemmiale sul pratile, il 1848 sul 1830. Il luogo ne valeva la pena, e quella barricata era degna di apparire nello stesso posto da cui era scomparsa la Bastiglia. Se l'oceano formasse delle dighe, le costruirebbe così. Su quel deforme affastellamento era impressa la furia dei flutti. Quali flutti? La folla. Pareva di vedere un tumulto pietrificato; pareva di sentir ronzare, al di sopra di quella barricata, come se avessero là il loro alveare, le enormi api tenebrose del progresso violento. Era una sterpaglia?
un baccanale? una fortezza? Sembrava costruita a colpi d'ala dalla vertigine. C'era qualcosa della cloaca in quella ridotta, e qualcosa di olimpico in quello scompiglio. Si vedevano in quel disordine pieno di disperazione travi di tetti, pezzi di mansarde con la loro tappezzeria di carta a colori, invetriate di finestre con tutti i vetri, piantate tra le macerie in attesa del cannone, fumaioli smantellati, armadi, tavole, banchi, una confusione urlante, e quelle mille miserabili cose, rifiuti dello stesso mendicante, che contengono insieme qualcosa di furibondo e di insignificante. Si sarebbe detto che fosse il cenciume d'un popolo, cenciume di legno, di ferro, di bronzo, di pietra e che il sobborgo Sant'Antonio lo avesse buttato là, alla sua porta, con una colossale scopa, formando con la sua miseria la sua barricata.
Massi simili a ceppi patibolari, catene spezzate, cavalletti di legno che parevano forche, ruote orizzontali sporgenti dalle macerie, aggiungevano a quell'edificio dell'anarchia la tetra immagine dei vecchi supplizi sofferti dal popolo. La barricata Sant'Antonio si faceva arma di tutto; tutto quello che la guerra civile può scagliare sul capo della società usciva da essa; non era un combattimento, ma un parossismo; le carabine che difendevano quella ridotta, e fra esse anche alcuni tromboni, lanciavano cocci di terraglia, ossicini e persino rotelline di comodini da notte: proiettili pericolosi per via del rame. Quella barricata era forsennata; lanciava nel cielo un clamore inesprimibile; in certi momenti, provocando l'esercito, si copriva di folla e di tempesta; una moltitudine di teste infiammate la coronava; un brulichio la riempiva; aveva una cresta spinosa di fucili, di sciabole, di bastoni, di scuri, di picche, di baionette; una grande bandiera rossa sbatteva al vento; vi si udivano grida di comando, canzoni di battaglia, rulli di tamburi, singhiozzi di donne, e le tenebrose risate dei morti di fame. Era smisurata e vivente; e da essa, come dal dorso d'un animale elettrico, usciva uno scoppiettio di fulmini. Il genio della rivoluzione copriva con la sua nube quella cima su cui brontolava quella voce di popolo che somigliava alla voce di Dio; una maestà strana emanava da quella titanica gerla di macerie. Era un mucchio di lordure ed era il Sinai.
Come abbiamo detto più su, essa assaliva in nome della Rivoluzione. Chi? la Rivoluzione. Quella barricata, ossia il caso, lo smarrimento, il malinteso, l'ignoto, aveva di fronte l'assemblea costituente, la sovranità del popolo, il suffragio universale, la nazione, la Repubblica; era la "Carmagnola" che sfidava la "Marsigliese".
Sfida insensata, ma eroica, poiché quel vecchio sobborgo è un eroe.
Il sobborgo e la sua ridotta si prestavano man forte: il sobborgo s'appoggiava alla ridotta, la ridotta si addossava al sobborgo. La vasta barricata si stendeva come una scogliera, contro la quale andava a infrangersi la strategia dei generali d'Africa. Le sue caverne, le sue escrescenze, le sue verruche, le sue gibbosità facevano le boccacce, per così dire, e ghignavano sotto il fumo.
La mitraglia svaniva nell'informe; le palle vi si affondavano, inghiottite, inabissate; le palle riuscivano solo a fare dei buchi; a che serve cannoneggiare il caos? E i reggimenti, abituati alle più selvagge visioni di guerra, guardavano con occhio inquieto quella ridotta che era come una bestia feroce, irsuta come un cinghiale, enorme come una montagna.
A un quarto di lega, dall'angolo della via del Tempio che sbocca sul boulevard presso lo Chateau d'Eau, se si sporgeva avidamente la testa fuori della punta formata dalla vetrina del magazzino Dallemagne, si scorgeva lontano, al di là del canale, nella via che sale le rampe di Belleville, al punto culminante della salita, una muraglia strana che giungeva al secondo piano della facciata, specie di tratto d'unione delle case di destra con quelle di sinistra, come se la via avesse ripiegato da sé il suo muro più alto per chiudersi bruscamente. Quel muro era fatto di selci, e si ergeva diritto, freddo, perpendicolare, livellato con la squadra, tirato con l'archipenzolo. Mancava il cemento, è vero, ma, come in certe costruzioni romane, la rigidità architettonica non era turbata. Dall'altezza se ne indovinava lo spessore. La sommità era matematicamente parallela alla base. A tratti sulla sua superficie grigia, si distinguevano delle feritoie quasi invisibili, che somigliavano a fili neri; erano separate le une dalle altre da spazi regolari. La via era deserta a perdita d'occhio; tutte le finestre e tutte le porte erano chiuse. In fondo si ergeva quello sbarramento che faceva della via un angiporto; muro immobile e tranquillo; non vi si vedeva nessuno, non vi si udiva nulla; non un grido, non un rumore, non un soffio. Un sepolcro.
L'accecante sole di giugno inondava di luce quella scena terribile.
Era la barricata del sobborgo del Tempio.
Appena giunti sul terreno e vedutala, era impossibile, anche ai più audaci, non diventare pensosi davanti a quell'apparizione misteriosa. Era aggiustata, incastrata, levigata, rettilinea, simmetrica e funebre. C'era la scienza e c'erano le tenebre. Si sentiva che il capo di quella barricata era un geometra o uno spettro. Guardandola si parlava sottovoce.
Se qualcuno, soldato, ufficiale o rappresentante del popolo, si arrischiava ad attraversare la via deserta, si udiva un sibilo acuto e leggero, e il passante cadeva ferito o morto, o se sfuggiva, si vedeva penetrare in una imposta chiusa, in una connessura di selci, nell'intonaco d'un muro una pallottola e qualche volta un biscaglino, poiché i difensori della barricata s'erano fatti due cannoncini con due tubi di ferro del gas, chiusi a un'estremità con argilla e stoppa. Non facevano spreco inutile di polvere. Quasi tutti i colpi andavano a segno. C'erano qua e là dei cadaveri, e pozze di sangue sul lastricato. Mi ricordo d'una farfalla che svolazzava su e giù per la via. L'estate non abdica mai.
Nei dintorni, gli androni, erano ingombri di feriti.
Si era sorvegliati da qualcuno che restava invisibile e si capiva che tutta la strada era presa di mira.
I soldati della colonna d'assalto, ammassati dietro quella specie di schiena d'asino formata dal ponte del canale all'ingresso del sobborgo del Tempio, osservavano gravi e pensosi quella lugubre ridotta, quella immobilità, quella impassibilità, da cui veniva la morte. Alcuni strisciavano col ventre a terra fino alla curva del ponte, attenti a non mostrare il loro chepì.
Il valoroso colonnello Monteynard ammirava fremendo quella barricata. - "Com'è costruita bene!" - diceva a un deputato. "Non un ciottolo che sporga; sembra di porcellana". - In quel momento una palla gli spezzò la croce sul petto e cadde.
- Vili! - dicevano. - Ma si mostrino dunque! si lascino vedere!
non osano, si nascondono! - La barricata del sobborgo del Tempio, difesa da ottanta uomini, assalita da diecimila, resistette tre giorni. Al quarto si fece come a Zaatcha e a Costantina, si fecero delle brecce nelle case, si calarono dai tetti, e la barricata fu presa. Neppure uno degli ottanta vili pensò di fuggire; furono uccisi tutti, eccetto il capo, Barthélemy, di cui parleremo tra breve.
La barricata Sant'Antonio era il rombo dei tuoni, quella del Tempio il silenzio: c'era tra queste due ridotte la differenza che esiste tra il formidabile e il sinistro; l'una sembrava una gola, l'altra una maschera.
Ammesso che la gigantesca e tenebrosa insurrezione del giugno fosse composta d'una collera e d'un enigma, nella prima barricata si sentiva il drago e dietro la seconda la sfinge.
Queste due fortezze erano state costruite da due uomini chiamati l'uno Cournet, l'altro Barthélémy: Cournet aveva fatto la barricata Sant'Antonio, Barthélémy quella del Tempio, e ognuna era l'immagine del suo artefice.
Cournet era di alta statura, con le spalle larghe, la faccia rubiconda, il pugno robusto, il cuore ardimentoso, l'anima leale, l'occhio sincero e terribile. Intrepido, energico, irascibile, tempestoso; l'uomo più cordiale, il più formidabile combattente.
La guerra, la lotta, la mischia erano la sua aria respirabile e lo mettevano di buon umore. Era stato ufficiale di marina, e dal gesto e dalla voce s'indovinava che usciva dall'oceano e veniva dalla tempesta; continuava la burrasca nella battaglia. Tranne il genio, c'era in Cournet qualcosa di Danton, come, tranne la divinità, c'era in Danton qualcosa di Ercole.
Barthélémy, magro, sparuto, pallido, taciturno era una specie di monello tragico che, schiaffeggiato da una guardia di polizia, l'attese, l'uccise, e a diciassette anni fu mandato in galera.
Quando ne uscì, costruì quella barricata.
Più tardi, cosa fatale, a Londra, proscritti tutti e due, Barthélémy uccise Cournet. Fu un duello funebre. Qualche tempo dopo, preso nell'ingranaggio d'una di quelle misteriose avventure in cui vi si immischia la passione, catastrofi nelle quali la giustizia francese vede delle circostanze attenuanti e l'inglese vede solo la morte, Barthélémy fu impiccato. Il tetro edificio sociale è così fatto che, grazie alle privazioni materiali e all'oscurità morale, quell'essere sventurato che conteneva un'intelligenza certamente solida, forse grande, cominciò col bagno in Francia e finì con la forca in Inghilterra. Barthélémy, in tutte le occasioni, innalzava una sola bandiera: quella nera.
2. CHE FARE NELL'ABISSO SE NON CHIACCHIERARE?
Sedici anni valgono qualcosa nella silenziosa educazione della sommossa, e il giugno 1848 la sapeva più lunga del giugno 1832.
Per questo a paragone delle due barricate colossali che abbiamo or ora descritte, quella della via Chanvrerie non era che un abbozzo, un embrione; però, per quell'epoca, era formidabile.
Gli insorti, sotto l'occhio di Enjolras, poiché Mario non guardava più nulla, avevano approfittato della notte. La barricata era stata non solo riparata, ma accresciuta, rialzata di due piedi.
Alcune spranghe di ferro infisse tra le pietre somigliavano a lance in resta; ogni sorta di rottami portati da tutte le parti aumentavano il groviglio esteriore. La ridotta era stata magistralmente rifatta come un muro di dentro e come un roveto di fuori.
Avevano riattato la scala di selci che permetteva di montarvi su come ad un muro di cittadella.
Avevano riordinato anche l'interno della barricata, sgombrato la sala al pianterreno, trasportato l'ambulatorio in cucina, compiuto la bendatura ai feriti, raccolto la polvere sparsa per terra e sulle tavole, avevano fuso altre palle, fabbricato altre cartucce, ripulito tutto, spazzato i rottami, rimosso i cadaveri.
Questi ultimi vennero ammucchiati nel vicolo Mondétour, che era libero, e il cui selciato restò per molto tempo insanguinato. Fra i morti c'erano quattro guardie nazionali. Enjolras fece porre in disparte le loro divise.
Enjolras aveva consigliato due ore di sonno, e un suo consiglio era un ordine; tuttavia solo tre o quattro ne approfittarono.
Feuilly impiegò quelle due ore a incidere sul muro dirimpetto alla bettola questa iscrizione:
"VIVA I POPOLI!" Queste tre parole, incise nella pietra con un chiodo, si leggevano ancora nel 1848.
Le tre donne avevano profittato della tregua notturna per scomparire definitivamente; il che permise agli insorti di respirare con maggior libertà. Erano riuscite a rifugiarsi in una casa vicina.
La maggior parte dei feriti potevano e volevano ancora combattere.
Nella cucina trasformata in ambulatorio, sopra materassi e mucchi di paglia, c'erano cinque uomini feriti gravemente, tra cui due guardie municipali, che vennero medicate per prime.
Nella sala al pianterreno rimasero solo Mabeuf sotto il suo drappo nero e Javert legato al palo.
- Questa è la sala mortuaria, - disse Enjolras.
In fondo a questa sala rischiarata appena da una candela, c'era la tavola col morto che, stando dietro al palo come una sbarra orizzontale, formava una grande croce che andava da Javert in piedi a Mabeuf disteso.
Il timone dell'omnibus, benché spezzato dalla fucileria, sporgeva ancora abbastanza per potervi attaccare una bandiera.
Enjolras, che possedeva la qualità del capo di far sempre quello che diceva, appese a quell'asta l'abito bucherellato e insanguinato del vegliardo ucciso.
Non era possibile nessun pasto. Non c'era né pane né carne. Da sedici ore che erano là, i cinquanta uomini della barricata avevano esaurito le scarse provvigioni della bettola. A un dato momento, ogni barricata che resiste diventa inevitabilmente la zattera della Medusa. Bisognò rassegnarsi alla fame. Si era alle prime ore di quella giornata spartana del 6 giugno, quando nella barricata Saint-Merry, Jeanne circondata da insorti che chiedevano pane, rispondeva, a tutti i combattenti: - A che serve? Sono le tre; alle quattro saremo morti.
Non essendo più possibile mangiare, Enjolras proibì di bere:
interdì il vino e razionò l'acquavite.
In cantina avevano trovato una quindicina di bottiglie piene, suggellate ermeticamente. Enjolras e Combeferre le esaminarono e quest'ultimo risalendo disse: - Sono vecchi rimasugli di papà Hucheloup, che faceva il droghiere. - Deve essere vino schietto, - osservò Bossuet. - Fortuna che Grantaire dorme: se fosse sveglio dureremmo fatica a salvare queste bottiglie. - Malgrado i mormorii, Enjolras mise il suo veto sulle quindici bottiglie, e perché nessuno le toccasse e venissero considerate come una cosa sacra, le fece collocare sotto la tavola su cui giaceva Mabeuf.
Verso le due del mattino si contarono: erano ancora in trentasette.
Cominciava a spuntare l'alba. Avevano spento la torcia già ricollocata nel suo alveo di pietre. L'interno della barricata, quella specie di cortiletto sulla via, era immerso nelle tenebre e somigliava, attraverso il vago orrore crepuscolare, al ponte di una nave disalberata. I combattenti che vi si muovevano sembravano fantasmi neri. Al di sopra di quel terribile nido di ombre si abbozzavano lividamente i piani delle case mute; in alto, pallidi, i fumaioli. Il cielo aveva quella graziosa sfumatura indecisa, che è forse il bianco ed è forse l'azzurro; gli uccelli vi volavano con grida festose; l'alta casa che formava il fondo della barricata, essendo volta a levante, aveva sul tetto un lieve riflesso roseo. Il vento mattinale agitava al finestrino del terzo piano i capelli grigi sulla testa dell'ucciso.
- Sono contento che abbiano spento la torcia - disse Courfeyrac a Feuilly; - quella fiamma che tremolava al vento mi dava noia; pareva che avesse paura. La luce delle torce somiglia alla saggezza dei vili; rischiara male perché trema.
L'alba risveglia le menti come gli uccelli; tutti discorrevano.
Joly, vedendo un gatto passeggiare sopra una gronda, ne cavò uno sfogo filosofico:
- Cos'è il gatto? - diss'egli. - Un correttivo. Il buon Dio, avendo creato il sorcio disse tra sé: - Ecco che ho commesso una sciocchezza. - E creò il gatto, che è l'errata-corrige del sorcio.
Il sorcio, più il gatto, è la prova riveduta e corretta della creazione.
Combeferre, circondato da studenti e da operai, parlava dei morti, di Prouvaire, di Bahorel, di Mabeuf e anche di Le Cabuc, e della severa tristezza di Enjolras:
- Armodio e Aristogitone, Bruto, Cherea, Stephanus, Cromwell, Carlotta Corday, Sand, tutti dopo il colpo ebbero il loro momento d'angoscia. Il nostro cuore è così fremente e la vita umana è un tal mistero, che anche dopo un omicidio civico, anche dopo un omicidio liberatore, se esiste, il rimorso di aver ucciso un uomo supera la gioia d'aver servito il genere umano.
E un minuto dopo - sono così i meandri dello scambio di parole - per una transizione venuta dai versi di Prouvaire, Combeferre comparava tra loro i traduttori delle Georgiche, Raux con Cournand, Cournand con Delille, e specialmente i prodigi della morte di Cesare; e per questa parola, Cesare, il discorso tornò a Bruto.
- Cesare - diceva Combeferre - cadde giustamente. Cicerone fu severo con Cesare, ed ebbe ragione; la sua severità non è la diatriba. Quando Zoilo insulta Omero, quando Mevio insulta Virgilio, quando Visé insulta Molière, quando Pope insulta Shakespeare, quando Fréron insulta Voltaire, si compie una vecchia legge d'invidia e di odio, i geni attirano l'ingiuria, i grandi uomini eccitano sempre i latrati. Ma tra Zoilo e Cicerone bisogna distinguere. Cicerone è un giustiziere col pensiero, come Bruto con la spada. Dal canto mio, biasimo la giustizia della spada; ma l'antichità l'ammetteva. Cesare, violatore del Rubicone, conferendo, come provenienti da lui, le dignità che provenivano dal popolo, non alzandosi quando entrava il Senato, faceva, come dice Eutropio, cose da re e quasi da tiranno, "regia ac poene tyrannica". Era un grand'uomo; tanto peggio, o tanto meglio: la lezione è più alta. Le sue ventitré ferite mi commuovono meno dello sputo in fronte a Gesù Cristo. Cesare è pugnalato dai senatori, Cristo è schiaffeggiato dai servi. Dal maggiore oltraggio si sente il Dio.
Bossuet, dominando dall'alto di un mucchio di selci quelli che discorrevano, esclamava:
- O Cidateneo, o Mirrino, o Probalinto, a grazie dell'Eantide! Oh!
chi m'insegnerà a pronunciare i versi d'Omero come un greco di Laurio o di Edapteon!
3. RAGGI E OMBRE
Enjolras era andato a fare una ricognizione, uscendo per il vicolo Mondétour e strisciando rasente le case.
Dobbiamo dire che gli insorti erano pieni di speranza. Il modo con cui avevano respinto l'assalto notturno, faceva loro quasi disprezzare anticipatamente l'assalto dell'alba: lo aspettavano e ne sorridevano, sicuri del successo come della giustizia della loro causa. D'altronde stava per arrivar loro evidentemente un aiuto: ci contavano. Con quella facilità di profezia trionfante che è uno degli elementi di forza del combattente francese, essi dividevano in tre fasi certe la giornata che stava per cominciare:
alle sei del mattino la rivolta d'un reggimento "che era stato lavorato"; a mezzogiorno, l'insurrezione di tutta Parigi; al tramonto, la rivoluzione.
Si udiva la campana a stormo di Saint-Merry, che dal giorno prima non aveva mai sostato un minuto; prova che l'altra barricata, la grande, quella di Jeanne, resisteva ancora.
Tutte queste speranze si comunicavano da un gruppo all'altro con una specie di bisbiglio allegro e formidabile, che somigliava al ronzio bellicoso d'un alveare di api.
Ricomparve Enjolras di ritorno dalla sua fosca passeggiata d'aquila nell'oscurità esterna; ascoltò un momento tutta quella gioia con le braccia incrociate e una mano sulla bocca; poi, fresco e roseo nel biancore crescente del mattino, disse:
- Tutta la guarnigione di Parigi vi è contro, e un terzo di essa preme sulla vostra barricata; di più, la guardia nazionale. Ho riconosciuto gli sciaccò del quinto di linea e i gagliardetti della sesta legione. Sarete assaliti tra un'ora. Quanto al popolo, ieri ha tumultuato, ma questa mattina non si muove. Nulla da attendere, nulla da sperare, né un sobborgo né un reggimento.
Siete abbandonati.
Queste parole caddero sul ronzio dei gruppi, con l'effetto che fa su uno sciame la prima goccia del temporale. Tutti rimasero muti.
Ci fu un momento d'inesprimibile silenzio nel quale si sarebbe potuto sentir volare la morte. Fu un breve momento.
Una voce dal fondo più oscuro dei gruppi, gridò ad Enjolras:
- E sia. Solleviamo la barricata a venti piedi d'altezza e restiamoci tutti. Cittadini! facciamo la protesta dei cadaveri.
Dimostriamo che, se il popolo abbandona i repubblicani, i repubblicani non abbandonano il popolo.
Simili parole che liberavano dalla penosa nube delle ansietà individuali il pensiero di tutti, furono accolte con una acclamazione entusiastica.
Non si è mai saputo il nome dell'uomo che parlò in tal modo. Era qualche operaio ignoto, uno sconosciuto, un dimenticato, un passante eroe, il grande anonimo che si trova sempre a lato alle crisi umane e alle genesi sociali, che al momento opportuno dice in modo solenne la parola decisiva e svanisce nelle tenebre, dopo aver per un minuto rappresentato il popolo e Dio nella luce di un lampo.
Quella risoluzione inesorabile era talmente nell'aria del 6 giugno 1832, che quasi alla stessa ora gli insorti della barricata Saint- Merry cacciavano quel clamore rimasto storico e raccolto nel processo: - Facciamoci uccidere qui fino all'ultimo.
Come si vede, le due barricate, benché isolate, comunicavano tra di loro.
4. CINQUE Dl MENO, UNO DI PIU'
Quando l'uomo qualunque che decretava "la protesta dei cadaveri" ebbe parlato ed espresso la formula dell'anima comune, da tutte le bocche uscì un grido di strana e terribile soddisfazione, funebre per il significato, trionfale per l'accento:
- Viva la morte! Restiamo qui tutti.
- Perché tutti? - chiese Enjolras.
- Tutti! tutti!
Enjolras riprese:
- La posizione è buona, la barricata è bella: trenta uomini bastano. Perché sacrificarne quaranta?
Essi risposero:
- Perché nessuno vorrà andarsene.
- Cittadini - gridò Enjolras, e nella sua voce c'era una vibrazione quasi irritata - la Repubblica non è abbastanza ricca di uomini per fare inutili spese. La gloria è uno sciupo. Se per alcuni il dovere consiste nell'andarsene, questo dovere dev'essere compiuto come un altro.
Enjolras, l'uomo-principio, aveva sui suoi corregionari quella specie di onnipotenza che si sviluppa dall'assoluto; tuttavia, per quanto grande fosse quell'onnipotenza, ci furono dei mormorii.
Capo fino alla punta delle unghie, Enjolras, vedendo che si mormorava, insisté, riprendendo alteramente:
- Quelli che hanno paura di trovarsi in trenta soltanto, lo dicano.
I mormorii raddoppiarono.
- Del resto - osservò una voce in un gruppo - andarsene è facile a dire. La barricata è circondata.
- Non dalla parte dei Mercati - disse Enjolras. - La via Mondétour è libera, e per la via dei Predicatori si può raggiungere il mercato degli Innocenti.
- E là - riprese un'altra voce del gruppo - si è presi: si casca in qualche pattuglione di fanteria o di guardia nazionale. Vedono passare un uomo in camiciotto e in berretto: - Da dove vieni tu?
Saresti mai della barricata? - Gli guardano le mani: Tu odori di polvere. Fucilato.
Enjolras senza rispondere toccò Combeferre alla spalla e tutti e due entrarono nella sala al pianterreno.
Uscirono dopo un momento, Enjolras portando sulle braccia distese le quattro divise che aveva fatto mettere in disparte, Combeferre dietro con le buffetterie e gli sciaccò.
- Con questa divisa - disse Enjolras - ci si può mescolare nelle file e sfuggire. Ecco provveduto ad ogni modo per quattro.
E gettò le uniformi sul suolo disselciato.
Lo stoico uditorio non si scosse. Allora Combeferre prese la parola:
- Su via, bisogna avere un po' di pietà. Sapete di che si tratta qui? Si tratta delle donne. Vediamo, ci sono sì o no le mogli? ci sono sì o no i figlioli? ci sono sì o no delle madri che ninnano col piede le culle e che hanno un mucchio di bambini intorno? Chi di voi non ha mai visto il seno di una nutrice alzi la mano. Ah!
voi volete farvi ammazzare. Anch'io che vi parlo lo voglio, ma non voglio sentirmi intorno dei fantasmi di donne che si torcono le braccia. Morite, sia pure, ma non fate morire. I suicidi come quelli che si compiono qui sono sublimi; ma il suicidio è ristretto, non ammette estensione, e appena tocca i parenti, il suicidio si chiama assassinio. Pensate alle testoline bionde e ai capelli bianchi. Ascoltate. Poc'anzi Enjolras, me l'ha detto lui, ha visto sull'angolo di via del Cigno una povera finestra al quinto piano rischiarata da una candela, e sul vetro l'ombra vacillante d'una testa di vecchietta, che pareva avesse passato la notte ad aspettare. Forse è la madre di uno di voi. Ebbene se ne vada colui, si affretti di andare a dire a sua madre: - Eccomi, mamma! - E sia tranquillo, quello che s'ha da fare qui si farà lo stesso. Quando col lavoro si sostengono i propri cari; non si ha più il diritto di sacrificarsi; sarebbe un disertare la famiglia.
E quelli che hanno le figliole! e quelli che hanno le sorelle! Ci pensate? Voi vi fate uccidere, eccovi morti, sta bene; e domani?
Delle ragazze che non hanno pane, è una cosa terribile. L'uomo mendica, la donna si vende. Oh! quelle vezzose creature così graziose e così tenere, con le cuffiette infiorate, che cantano, cinguettano, riempiono la casa di castità, che sono un profumo vivente, che dimostrano l'esistenza degli angeli nel cielo con la purezza delle vergini sulla terra, quella Giannina, quella Lisetta, quella Mimì, quelle adorabili e oneste creature che formano la vostra benedizione e il vostro orgoglio, mio Dio, avranno fame! Che volete che vi dica? C'è un mercato di carne umana; e non certo con le vostre mani di ombre, frementi intorno a esse, impedirete loro di entrarci! Pensate alla via, pensate al lastrico coperto di passanti, pensate alle botteghe dinanzi alle quali le donne scollacciate vanno su e giù nel fango. Quelle donne furono pure anch'esse. Pensi alle sue sorelle, chi ne ha. La miseria, la prostituzione, le guardie di polizia, San Lazzaro, ecco dove vanno a cadere quelle belle fanciulle così delicate, quelle fragili meraviglie di pudore, di gentilezza e di bellezza, più fresche dei lilla nel mese di maggio. Ah! voi vi siete fatti uccidere! ah! non siete più là! Sta bene: avete voluto sottrarre il popolo alla monarchia e abbandonate le vostre figlie alla polizia! Amici, badate, abbiate compassione! Non avete l'abitudine di pensare troppo alle donne, alle sventurate donne. Vi fidate perché non hanno ricevuto l'educazione dell'uomo, perché si impedisce loro di leggere, di pensare, di occuparsi di politica; ma impedirete loro di recarsi questa sera alla morgue a riconoscere i vostri cadaveri? Vediamo, è necessario che quelli che hanno famiglia siano buoni figlioli, e ci diano una stretta di mano, e se ne vadano, ci lascino qui soli a fare quello che c'è da fare. Lo so che ci vuole coraggio per andarsene, che è una cosa difficile, ma è tanto più meritoria. Voi dite: - Ho un fucile, sono alla barricata; tanto peggio, ci resto. Si fa presto a dire tanto peggio. Amici miei c'è un domani; voi non ci sarete a quel domani, ma le vostre famiglie ci saranno. E quanti patimenti! Ecco qua un piccino grazioso e sano, che ha le guance, come due mele, che ciancia, cinguetta, garrisce e ride, che sentiamo fresco sotto il braccio: sapete che cosa diventa quando è abbandonato? Ne ho visto uno proprio piccino, alto così. Suo padre era morto. Una povera famiglia lo raccolse per carità, ma non aveva pane per sé, e il piccino aveva sempre fame. Era d'inverno. Il bimbo non piangeva. S'avvicinava alla stufa, in cui non c'era mai fuoco, il cui tubo era saldato con la creta; staccava con i suoi ditini un po' di quella creta e la mangiava. Aveva il respiro rauco, il volto livido, le gambe flosce, il ventre grosso; non diceva mai nulla; se gli parlavano, non rispondeva. Morì. Lo portarono a morire all'ospizio Necker, ove io ero interno, e dove lo vidi.
Ora, se ci sono dei padri tra voi, dei padri per cui è una felicità passeggiare la domenica tenendo nella loro buona mano robusta la manina del loro figliolo, ciascuno di quei padri si raffiguri in quel piccino il suo. Quel povero piccino, me lo ricordo, mi sembra di vederlo, nudo sulla tavola anatomica, con le costole che formavano dei rialzi nella pelle, come le fosse nell'erba di un cimitero. Trovarono nel suo stomaco una specie di fanghiglia e della cenere tra i denti. Su via, mettiamoci una mano sulla coscienza e prendiamo consiglio dal nostro cuore. Le statistiche constatano che la mortalità dei fanciulli abbandonati è del cinquanta per cento. Si tratta delle mogli, ripeto, delle madri, delle giovinette, dei bimbi. Vi si parla di voi, forse?
Sappiamo bene chi siete, sappiamo bene che siete tutti coraggiosi, per Dio!; sappiamo bene che avete tutti nell'anima la gioia e la gloria di dare la vita per la grande causa; sappiamo bene che vi sentite chiamati a morire utilmente e magnificamente, che ciascuno di voi ci tiene alla sua parte di trionfo. Benissimo. Ma voi non siete soli a questo mondo. Ci sono altre creature a cui dovete pensare; non dovete essere egoisti.
Tutti chinarono la testa con aria cupa.
Strane contraddizioni del cuore umano nelle sue ore più sublimi!
Combeferre, che parlava così, non era orfano; si ricordava delle madri degli altri e dimenticava la propria. Andava a farsi uccidere, era "egoista".
Mario, digiuno, febbricitante, successivamente abbandonato da tutte le speranze, naufragato nel dolore, e più cupo dei naufragi, saturo di emozioni violente, sentendo venir la fine, s'era sempre più sprofondato in quello stupore visionario che precede sempre l'ora fatale volontariamente accettata.
Un fisiologo avrebbe potuto studiare in lui i sintomi crescenti di quell'assopimento febbrile conosciuto e classificato dalla scienza, che sta al dolore come la voluttà al piacere. Anche la disperazione ha le sue estasi. Mario era a quel punto. Assisteva a tutto come dal di fuori: come abbiamo già detto, le cose che accadevano sotto i suoi occhi gli sembravano lontane; scorgeva l'insieme, ma i particolari gli sfuggivano; vedeva gli altri andare e venire attraverso un fiammeggiamento; udiva le voci come dal fondo d'un abisso.
Tuttavia quella scena lo commosse; c'era in essa una punta che penetrò sino a lui e lo risvegliò. Non aveva che un'idea, morire, e non voleva distrarsene; ma nel suo funebre sonnambulismo pensò che, pur perdendosi, non gli era vietato di salvare qualcuno.
Prese la parola:
- Enjolras e Combeferre hanno ragione; niente sacrifici inutili; mi unisco a essi, e bisogna far presto. Combeferre vi ha detto delle cose decisive: tra voi ci sono di quelli che hanno famiglia, che hanno madre, sorelle, moglie, figli; questi, escano dalle file.
Nessuno si mosse.
- Gli ammogliati e i sostegni di famiglia fuori dalle file! ripeté Mario.
Godeva grande autorità: se Enjolras era il capo della barricata egli ne era il salvatore.
- Ve l'ordino - gridò Enjolras.
- Ve ne prego - disse Mario.
Allora, agitati dalla parola di Combeferre, scossi dall'ordine di Enjolras, commossi dalla preghiera di Mario, quegli uomini eroici cominciarono a denunciarsi l'un l'altro. - E' vero, disse un giovanotto a un uomo maturo, tu sei padre di famiglia, vattene. - Tu piuttosto, rispose l'uomo, che mantieni due sorelle. - E scoppiò una lotta inaudita; nessuno voleva farsi mettere alla porta dalla morte.
- Affrettiamoci! - disse Courfeyrac - tra un quarto d'ora non saremo più in tempo.
- Cittadini - riprese Enjolras - qui siamo in repubblica e regna il suffragio universale. Designate voi stessi quelli che devono allontanarsi.
Obbedirono, e dopo pochi minuti cinque erano unanimemente destinati e uscivano dalle file.
- Sono cinque! - esclamò Mario.
Le divise erano soltanto quattro.
- Ebbene - risposero i cinque - è necessario che uno resti.
E fu allora che la generosa contesa ricominciò.
- Tu hai una moglie che ti ama. - Tu hai la tua vecchia mamma. Tu non hai più né padre né madre, che sarà dei tuoi tre fratellini? - Tu sei padre di cinque bambini. - Tu hai diritto di vivere; hai diciassette anni, è troppo presto.
Quelle grandi barricate rivoluzionarie erano appuntamenti di eroismi; l'inverosimile vi diventava naturale, e quegli uomini non si meravigliavano gli uni degli altri.
- Fate presto - ripeté Courfeyrac.
Dai gruppi si gridò a Mario:
- Designate voi quello che deve rimanere.
- Sì - dissero i cinque - scegliete: noi vi obbediremo.
Mario non credeva gli fosse più possibile un'emozione; pure, all'idea di dover scegliere un uomo per la morte, tutto il sangue gli rifluì al cuore. Avrebbe impallidito, se avesse potuto impallidire ancora.
Si avanzò verso i cinque che gli sorridevano; ciascuno, con nell'occhio quella gran fiamma che si vede in fondo alla storia sulle Termopili, gli gridava:
- Io! io! io!
Mario, stupidamente, li contò; erano sempre cinque; poi chinò gli occhi sulle quattro divise.
In quell'istante una quinta divisa cadde, come dal cielo, sulle altre quattro.
Il quinto uomo era salvo.
Mario alzò gli occhi e riconobbe il signor Fauchelevent.
Valjean era entrato allora nella barricata.
Fosse per informazioni prese, fosse istinto, fosse caso, egli giungeva per il vicolo Mondétour: grazie alla sua divisa di guardia nazionale, era passato facilmente.
La vedetta posta dagli insorti nel vicolo Mondétour non credette di dover dare l'allarme per una sola guardia nazionale; l'aveva lasciato entrare nella via pensando: - Probabilmente è un rinforzo, o alla peggio un prigioniero. - Il momento era troppo grave, perché la sentinella potesse distrarsi dal suo dovere e dal suo posto d'osservazione.
Nel momento in cui Valjean era entrato nella ridotta nessuno l'aveva notato, poiché tutti gli sguardi erano fissi sui cinque prescelti e sulle quattro divise. Egli invece aveva visto e compreso, e spogliatosi silenziosamente dell'abito, l'aveva gettato sugli altri.
L'emozione fu indescrivibile.
- Chi è quell'uomo? - chiese Bossuet.
- E' un uomo che salva gli altri - rispose Combeferre.
Mario aggiunse con voce grave:
- Io lo conosco.
Quella garanzia bastava a tutti.
Enjolras si volse a Valjean:
- Cittadino, siate il benvenuto.
E aggiunse:
- Saprete che stiamo per morire.
Valjean, senza rispondere, aiutò l'insorto, a cui salvava la vita, a indossare la sua divisa.
5. QUALE ORIZZONTE SI VEDA DALL'ALTO DELLA BARRICATA.
In quell'ora fatale e in quel luogo inesorabile, la situazione di tutti aveva come risultante e come culmine la malinconia suprema di Enjolras.
Egli aveva in sé la pienezza della rivoluzione; pure era incompleto, per quanto può esserlo l'assoluto; somigliava troppo a Saint-Just e non abbastanza ad Anacarsi Clotzx. Tuttavia nella società degli amici dell'A B C la sua mente aveva finito col subire una certa influenza delle idee di Combeferre; da qualche tempo, usciva a poco a poco dalla stretta forma del dogma, si lasciava andare alle espansioni del progresso, ed era giunto ad accettare, come evoluzione definitiva e magnifica,la trasformazione della grande repubblica francese in un'immensa repubblica umana. Quanto ai mezzi immediati, data una situazione violenta, egli li voleva violenti; in questo non mutava; era rimasto di quella scuola epica e formidabile che si riassume nella parola: Novantatré.
Stava ritto sulla gradinata di ciottoli, con un gomito sulla bocca della carabina, pensoso; e trasaliva, come se su di lui passassero dei soffi: i luoghi in cui c'è la morte danno di queste impressioni di tripodi. Dalle sue pupille, piene dello sguardo interno, uscivano come delle fiamme soffocate. A un tratto, alzò la testa, e i suoi capelli biondi rovesciati all'indietro come quelli dell'angelo sulla fosca quadriga fatta di stelle, furono come una criniera di leone rizzata in un fiammeggiamento d'aureola. Disse:
- Cittadini, v'immaginate voi l'avvenire? Le vie delle città inondate di luce, dei rami verdi sulle soglie, le nazioni sorelle, gli uomini giusti, i vecchi che benedicono i fanciulli, il passato che ama il presente, i pensatori in piena libertà, i credenti in piena uguaglianza, per religione il cielo, Dio prete diretto, la coscienza umana divenuta altare, non più odi, la fraternità dell'opificio e della scuola, per pena e ricompensa la notorietà, a tutti il lavoro, per tutti il diritto, su tutti la pace, non più sangue versato, non più guerre, e le madri felici! Domare la materia, è il primo passo; realizzare l'ideale, il secondo.
Riflettete a quel che ha già fatto il progresso. Anticamente, le prime schiatte umane vedevano con terrore passare dinanzi ai loro occhi l'idra che soffiava sulle acque, il drago che eruttava fuoco, il grifone che era il mostro dell'aria e volava con ali di aquila e artigli di tigre; bestie spaventose che stavano al di sopra dell'uomo. Noi abbiamo domato l'idra, ed essa si chiama battello a vapore; abbiamo domato il drago e si chiama locomotiva; siamo sul punto di domare il grifone, è già in nostro potere, e si chiama l'areostato. Il giorno in cui quest'opera prometeica sarà compiuta, e l'uomo avrà definitivamente aggiogato alla sua volontà la triplice Chimera antica, l'idra, il drago e il grifone, egli sarà padrone dell'acqua, del fuoco e dell'aria, e sarà per il resto della creazione animata quello che gli antichi dèi erano una volta per lui. Coraggio e avanti! Dove andiamo noi, cittadini?
Andiamo verso la scienza fatta governo, verso la forza delle cose divenuta la sola forza pubblica, verso la legge naturale che ha in se stessa la sua sanzione e la sua penalità e che si prolunga con l'evidenza, verso un sorgere di verità che somiglia al sorgere del giorno. Noi andiamo verso l'unione dei popoli, verso l'unità dell'uomo. Non più finzioni, non più parassiti. La realtà governata dalla verità, ecco lo scopo. La civiltà terrà le sue assise al culmine dell'Europa, e più tardi nel centro dei continenti, in un gran parlamento d'intelligenza. Già qualcosa di simile si è visto. Gli anfizioni tenevano due sedute all'anno, una a Delfo, luogo degli dèi, l'altra alle Termopili, luogo degli eroi.
L'Europa avrà i suoi anfizioni, li avrà l'intero globo; la Francia porta nei suoi fianchi questo avvenire sublime: sarà questa la gestazione del secolo diciannovesimo. Ciò che fu abbozzato dalla Grecia è degno d'essere compiuto dalla Francia.
Ascoltami tu, Feuilly, valente operaio, uomo del popolo, uomo dei popoli, io ti venero. Sì, tu vedi chiaramente il futuro; sì, tu hai ragione. Tu non avevi né padre né madre, Feuilly, e hai adottato per madre l'umanità, per padre il diritto. Tu stai per morire qui, vale a dire per trionfare. Cittadini, checché avvenga oggi, tanto con la sconfitta, quanto con la vittoria, noi stiamo per compiere una rivoluzione. Come gli incendi illuminano un'intera città, le rivoluzioni illuminano tutto il genere umano.
E quale rivoluzione faremo? L'ho detto, la rivoluzione del Vero.
Dal punto di vista politico c'è un solo principio, la sovranità dell'io si chiama Libertà. Quando due o parecchie di queste sovranità si associano, comincia lo Stato. Ma in questa associazione non c'è nessuna abdicazione; ciascuna sovranità concede una certa quantità di se stessa per formare il diritto comune; questa quantità è la stessa per tutti; e questa identità di cessione fatta da ciascuno a tutti si chiama Eguaglianza. Il diritto comune non è altro che la protezione di tutti che s'irradia sul diritto di ciascuno; e questa protezione di tutti su ciascuno si chiama Fraternità. Il punto d'intersezione di tutte queste sovranità che si aggregano si chiama Società. Questa intersezione essendo un'unione, quel punto è un nodo, donde ciò che si chiama vincolo sociale. Alcuni dicono contratto sociale; ma è la stessa cosa, essendo la parola contratto etimologicamente formata con l'idea di legame. Intendiamoci sull'eguaglianza, poiché se la libertà è la cima, l'eguaglianza è la base.
L'eguaglianza, o cittadini, non è tutta la vegetazione allo stesso livello, una società di giganteschi fili d'erba e di querce nane, un vicinato di gelosie che si castrano tra loro; ma significa, civilmente che tutte le attitudini abbiano lo stesso sfogo, politicamente che tutti i voti abbiano lo stesso peso, religiosamente che tutte le coscienze abbiano lo stesso diritto.
L'eguaglianza ha un organo; l'istruzione gratuita e obbligatoria.
Il diritto all'alfabeto: ecco da dove bisogna cominciare. La scuola primaria imposta a tutti, la secondaria offerta a tutti, ecco la legge. Dalla scuola identica esce la società eguale. Sì, insegnamento! Luce! Luce! tutto viene dalla luce e tutto vi ritorna.
Cittadini, il secolo diciannovesimo è grande, ma il secolo ventesimo sarà felice. Allora più niente di simile alla vecchia storia; non si dovrà più temere, come oggi, una conquista, un'invasione, un'usurpazione, una rivalità di nazioni a mano armata, un'interruzione di civiltà dipendente dal matrimonio d'un re, una nascita nelle tirannie ereditarie, una ripartizione di nazionalità decisa da un congresso, uno smembramento per il crollare d'una dinastia, una lotta fra due religioni che cozzano come due capri delle tenebre sul ponte dell'infinito; non si dovrà più temere la fame, lo sfruttamento, la prostituzione per miseria, la miseria per disoccupazione, e il patibolo, e la spada, e le battaglie e tutti i brigantaggi del caso nella foresta degli avvenimenti. Si potrebbe quasi dire: non ci saranno più avvenimenti. Il genere umano sarà felice: compirà la sua legge come il globo terrestre compie la sua; si ristabilirà l'armonia tra l'anima e l'astro; quella graviterà intorno alla verità come questa intorno alla luce. Amici, l'ora in cui siamo e in cui vi parlo, è fosca; ma sono questi gli acquisti terribili dell'avvenire. Una rivoluzione è un pedaggio. Oh! il genere umano sarà liberato, rialzato, e confortato! Noi glielo promettiamo su questa barricata. E donde emetteremmo il grido d'amore se non dall'alto del sacrificio? Fratelli miei, è questo il luogo di congiunzione di quelli che pensano e di quelli che soffrono; questa barricata non è fatta né di selci né di travi né di ferramenta; ma di due mucchi, uno d'idee, l'altro di dolori. La miseria qui s'incontra con l'ideale, qui il giorno abbraccia la notte e le dice: - Io muoio con te e tu rinascerai con me.
Dalla stretta di tutte le desolazioni scaturisce la fede. I patimenti portano qui la loro agonia, e le idee la loro immortalità; e questa agonia e questa immortalità stanno per mescolarsi e comporre la nostra morte. Fratelli, chi muore qui, muore nelle irradiazioni dell'avvenire; e noi penetriamo in una tomba tutta penetrata d'aurora.
Enjolras s'interruppe più che non tacesse; le sue labbra continuarono ad agitarsi silenziosamente, come se parlasse a se stesso, sicché tutti lo guardarono attenti, cercando di udirlo ancora. Non ci furono applausi ma un lungo mormorio. La parola è un soffio e i fremiti delle intelligenze somigliano ai fremiti delle foglie.
6. MARIO FOSCO. JAVERT LACONICO
Vediamo che cosa avveniva nella mente di Mario.
Ricordiamo il suo stato d'animo. Come abbiamo già detto, tutto quanto accadeva non era per lui che visione. Il suo apprezzamento era torbido: Mario, ripetiamo, era sotto le grandi ali tenebrose aperte sugli agonizzanti; si sentiva nella tomba, si sentiva già dall'altra parte del muro, e non vedeva più le facce dei vivi se non con gli occhi di un morto.
Come mai il signor Fauchelevent era là? E perché vi era? Che ci veniva a fare? Mario non si rivolse tutte queste domande.
D'altronde, essendo proprio della nostra disperazione avvolgere gli altri come noi stessi, gli pareva logico che tutti venissero là a morire.
Solo, pensò a Cosetta con uno stringimento di cuore.
Fauchelevent non gli parlò, non lo guardò, e non parve neppure che lo udisse quando Mario alzò la voce per dire: - Io lo conosco.
Quanto a Mario, quel contegno del signor Fauchelevent lo sollevava, e se si potesse usare una tal parola per simili espressioni, diremmo che gli piaceva. Egli si era sempre sentito nell'assoluta impossibilità di rivolgere la parola a quell'uomo enigmatico, che era per lui al tempo stesso equivoco e imponente.
Inoltre da molto tempo non lo aveva visto, ciò che, per il carattere timido e riservato di Mario, accresceva ancora quella impossibilità.
I cinque uomini designati, che ora somigliavano perfettamente a guardie nazionali, uscirono dalla barricata per il vicolo Mondétour. Uno di essi se ne andò piangendo. Prima di allontanarsi baciarono quelli che restavano. Quando i cinque uomini rimandati alla vita furono partiti, Enjolras pensò al condannato a morte:
entrò nella sala terrena; Javert, legato al palo, meditava.
- Hai bisogno di qualche cosa? - gli chiese Enjolras.
Javert rispose:
- Quando mi ucciderete?
- Aspetta. Abbiamo bisogno di tutte le nostre cartucce in questo momento.
- Allora datemi da bere.
Enjolras gli porse egli stesso un bicchier d'acqua e, siccome Javert era legato, lo aiutò a bere.
- Non vuoi altro? - riprese il giovane.
- Sto male a questo palo - rispose Javert. - Non siete stati troppo teneri lasciandomi qui tutta la notte. Legatemi come volete, ma potete benissimo distendermi sopra una tavola, come l'altro.
E con un moto del capo accennò il cadavere di Mabeuf.
Il lettore si ricorderà che in fondo alla sala c'era una tavola larga e lunga sulla quale avevano fuso le palle e fabbricato le cartucce. Ora che tutte le cartucce erano fatte e tutta la polvere adoperata, quella tavola era libera.
Per ordine d'Enjolras, quattro insorti sciolsero Javert dal palo, mentre un quinto gli teneva una baionetta appuntata sul petto. Gli lasciarono le mani legate dietro il dorso, gli misero ai piedi una corda di frusta, sottile e forte, che gli permetteva di muovere dei passi di quindici pollici, come ai condannati che salgono il patibolo, e lo fecero camminare fino alla tavola in fondo, sulla quale lo stesero, strettamente legato a mezzo il corpo.
Per maggiore sicurezza con una corda passata intorno al collo, aggiunsero, al sistema di legature, che gli rendevano impossibile la fuga, quel legame detto nelle prigioni martingala, che parte dalla nuca, si biforca sullo stomaco, e va a raggiungere le mani dopo essere passato tra le gambe.
Mentre legavano Javert, un uomo, sul limitare della porta, lo esaminava con attenzione straordinaria. L'ombra da lui proiettata fece volgere la testa al prigioniero, che alzò gli occhi e riconobbe Valjean. Non trasalì neppure: abbassò fieramente le palpebre e si limitò a dire: - E' naturale.
7. LA SITUAZIONE SI AGGRAVA
Il giorno cresceva rapidamente; ma non una finestra si apriva, non una porta si socchiudeva; era l'aurora, ma non il risveglio.
L'estremità della via Chanvrerie opposta alla barricata, sgombrata dalle truppe, come abbiamo già detto, pareva libera, e si offriva ai passanti con una tranquillità sinistra. La via San Luigi era muta come il viale delle sfingi a Tebe; non un essere vivente nei crocicchi imbiancati da un riflesso di luce. Non c'è cosa più lugubre di quel chiarore nelle vie deserte.
Non si vedeva nulla, ma si udiva: un movimento misterioso avveniva a qualche distanza. Evidentemente il momento critico si avvicinava. Come la sera precedente, le sentinelle ripiegarono, ma questa volta tutte.
La barricata era più forte che al momento del primo assalto: dopo la partenza dei cinque era stata ancora rialzata.
Per consiglio della sentinella che aveva vegliato dalla parte dei Mercati, Enjolras, temendo una sorpresa alle spalle, prese una risoluzione grave: fece barricare il piccolo budello del vicolo Mondétour fino allora libero: al quale scopo disselciarono un altro pezzo di strada. In quel momento la ridotta, chiusa da tre lati, dinanzi nella via della Chanvrerie, a sinistra la via del Cigno e della Petite-Truanderie, a destra verso il vicolo Mondétour, era veramente quasi inespugnabile; è vero che vi si era anche fatalmente rinchiusi. Aveva tre fronti, ma non più alcuna uscita. - Fortezza, ma trappola - disse Courfeyrac ridendo.
Enjolras fece ammucchiare vicino alla porta della bettola una trentina di selci "strappate in più" diceva Bossuet.
Ora il silenzio dalla parte donde doveva venire l'assalto era così profondo, che Enjolras fece riprendere a ciascuno il posto di combattimento.
Fu distribuita a tutti una razione di acquavite.
Nulla di più curioso di una barricata che si prepara a sostenere un assalto. Ognuno sceglie il suo posto come a teatro; chi si appoggia col fianco, chi col gomito, chi con la spalla; alcuni si formano un sedile coi ciottoli, uno si allontana da uno spigolo di muro che gli dà fastidio, un altro si ripara dietro una sporgenza che lo può proteggere. I mancini sono preziosi: prendono i posti incomodi per gli altri. Molti si dispongono in modo da poter combattere seduti: vogliono stare a proprio agio per uccidere e comodamente per morire. Nella funesta guerra del giugno 1848 un insorto, terribile per la precisione del tiro, che si batteva dall'alto di una terrazza, vi si era fatto portare una poltrona alla Voltaire, ma un colpo di mitraglia andò a cercarvelo.
Non appena il capo ha comandato di stare pronti alla battaglia, cessano tutti i movimenti disordinati, non più va e vieni dall'uno all'altro, né crocchi né individui a parte; tutto quello che è nelle mani converge e si muta in aspettazione di assalto. Una barricata prima del pericolo è un caos, nel pericolo è disciplina:
il pericolo produce l'ordine.
Appena Enjolras ebbe preso la sua carabina a due colpi e si fu collocato a una specie di merlo che s'era riservato, tutti tacquero. Lungo la muraglia di selci si udì uno scoppiettio confuso di piccoli rumori: caricavano i fucili.
Del resto gli atteggiamenti erano più fieri e più fiduciosi che mai; l'eccesso del sacrificio rinvigorisce: non avevano più speranza, ma rimaneva loro la disperazione: la disperazione, ultima arma che dà talvolta la vittoria, come disse Virgilio. Le risorse supreme escono dalle estreme risoluzioni. Imbarcarsi nella morte è talora il mezzo per sfuggire al naufragio, e il coperchio della bara diventa allora una tavola di salvezza.
Come la sera precedente, l'attenzione di tutti era rivolta, e quasi diremmo appoggiata, all'estremità della via, ora illuminata e visibile.
L'attesa non fu lunga. Il movimento ricominciò dalla parte di San Leo, ma non somigliava a quello del primo assalto. Uno sbattere di catene, i trabalzi inquietanti di qualche cosa di pesante, un tinnire di bronzo saltellante sul selciato, una specie di fracasso solenne, annunciarono l'avvicinarsi di una sinistra massa ferrigna. Trasalirono le viscere di quelle vecchie vie tranquille, aperte e costruite per la feconda circolazione degli interessi e delle idee, e non fatte per il rotolare mostruoso delle ruote di guerra. Le pupille di tutti i combattenti fisse sull'estremità della via divennero selvagge.
Apparve un cannone.
Gli artiglieri spingevano il pezzo calettato nella parte posteriore della carretta, mentre l'avantreno era stato staccato.
Due artiglieri sostenevano l'affusto, quattro stavano alle ruote, altri seguivano col cassone. Si vedeva fumare la miccia accesa.
- Fuoco! - gridò Enjolras.
Tutta la barricata fece fuoco, con uno scoppio spaventoso, e una valanga di fumo nascose cannone e cannonieri. Dopo qualche secondo, dissipatasi la nube, cannone e cannonieri ricomparvero; i serventi del pezzo finivano di spingerlo di fronte alla barricata lentamente, correttamente, senza affrettarsi. Nessuno era stato colpito. Poi il capo pezzo, pesando sulla culatta per elevare il tiro, si mise a puntare il cannone con la gravità di un astronomo che punta un cannocchiale.
- Bravi cannonieri! - esclamò Bossuet.
E tutta la barricata batté le mani.
Un momento dopo, gagliardamente portato nel mezzo della via, a cavalcioni del rigagnolo, il pezzo era in batteria, aprendo la sua gola formidabile contro la barricata.
- Su via, allegri! - disse Courfeyrac. - Ecco i mezzi brutali.
Dopo il buffetto, il pugno. L'esercito stende verso di noi la sua zampa grossa. La barricata sta per essere scossa seriamente: la moschetteria tasta, il cannone prende.
- E' un pezzo da otto, nuovo modello - aggiunse Combeferre. - Per poco che si oltrepassi la proporzione di dieci parti di stagno su cento di rame, questi cannoni sono soggetti a scoppiare: l'eccesso di stagno li rende troppo teneri; e allora capita che abbiano delle bolle e delle caverne nella lumiera. Per ovviare a questo pericolo e poter forzare la carica converrebbe forse tornare al procedimento del secolo quattordicesimo, la cerchiatura, rivestire esteriormente il cannone dalla culatta fino agli orecchioni con una serie di anelli d'acciaio senza saldatura. Intanto si rimedia al difetto come si può: si arriva a riconoscere dove sono i vani e le caverne nella lumiera a mezzo del gatto; ma c'è un mezzo migliore, la stella mobile di Gribeauval.
- Nel secolo decimosesto, - osservò Bossuet, - i cannoni si rigavano.
- Sì, - riprese Combeferre, - questo aumenta la forza balistica, ma diminuisce la precisione del tiro. Inoltre nel tiro a breve distanza la traiettoria non ha tutta la rigidità desiderabile, la parabola si esagera, e il cammino che percorre il proiettile non è più abbastanza rettilineo perché possa colpire gli oggetti intermedi; eppure quest'ultima è una necessità del combattimento, che cresce d'importanza con la prossimità del nemico e la precipitazione del tiro. Questo difetto di tensione nella curva del proiettile, nei cannoni rigati del sedicesimo secolo derivava dalla debolezza della carica, la quale in quella specie di ordigni è imposta da alcune necessità balistiche, come per esempio la conservazione degli affusti. Insomma quel despota che è il cannone non può tutto quello che vuole; la forza è una grossa debolezza.
Una palla da cannone non percorre che seicento leghe all'ora; la luce ne percorre settantamila al secondo. Tale è la superiorità di Cristo su Napoleone.
- Ricaricate le armi, - disse Enjolras.
In che modo il rivestimento della barricata si sarebbe comportato al colpo di cannone? Ci sarebbe stata una breccia? Era questo il problema. Mentre gli insorti ricaricavano i fucili, gli artiglieri caricavano il pezzo.
L'ansietà era profonda nella ridotta.
Partì il colpo e scoppiò la detonazione.
- Presente! - gridò una voce allegra.
E mentre la palla di cannone si abbatteva sulla barricata, Gavroche si slanciava dentro.
Egli giungeva dalla parte di via del Cigno, e aveva scavalcato agilmente lo sbarramento accessorio di fronte al dedalo della Petite-Truanderie.
Gavroche fece più effetto nella barricata che non il colpo di cannone.
La palla si era perduta fra l'ammasso dei rottami: aveva tutt'al più spezzato una ruota dell'omnibus, e finito di rompere il vecchio carretto Anceau.
Vedendo ciò là barricata si mise a ridere.
Continuate, - gridò Bossuet agli artiglieri.
8. GLI ARTIGLIERI SI FANNO PRENDERE SUL SERIO
Circondarono Gavroche.
Ma non ebbe tempo di raccontare nulla. Mario, fremente, lo trasse in disparte.
- Che vieni a fare, qui?
- Oh bella! - rispose il fanciullo. - E voi?
E guardò fisso Mario con la sua sfrontatezza epica; e i suoi occhi erano ingranditi dall'intrepida luce che contenevano.
Mario proseguì con accento severo:
- Chi ti ha detto di ritornare? Hai almeno consegnato la lettera al suo indirizzo?
Gavroche non era senza qualche rimorso riguardo a quella lettera, di cui, per la fretta di ritornare alla barricata, si era disfatto, più che non l'avesse consegnata. Era obbligato a confessare a se stesso di averla affidata un po' leggermente a quello sconosciuto, di cui non aveva nemmeno potuto distinguere il volto. E' vero che quell'uomo era a testa scoperta, ma questo non bastava. Insomma egli si faceva su quel punto delle piccole rimostranze interiori, e temeva i rimproveri di Mario; quindi per cavarsi d'impaccio, adottò il procedimento più semplice: mentì con audacia.
- Cittadino, ho consegnato la lettera al portinaio. La signora dormiva. La riceverà allo svegliarsi.
Inviando quel biglietto, Mario aveva due scopi, dire addio a Cosetta e salvare Gavroche; ma dovette contentarsi della metà di quanto desiderava.
Intanto, l'invio della lettera e la presenza del signor Fauchelevent nella barricata, questo ravvicinamento gli si presentò alla mente. Mostrò a Gavroche il signor Fauchelevent.
- Conosci quell'uomo?
- No, - rispose Gavroche.
Come abbiamo già ricordato, aveva visto infatti Valjean solo di notte.
Le congetture torbide e traballanti sbozzate dalla mente di Mario svanirono. Che cosa ne sapeva egli delle opinioni del signor Fauchelevent? Forse era un repubblicano; quindi la sua presenza era del tutto naturale in quella mischia.
Intanto Gavroche era già all'altro estremo della barricata gridando: - Il mio fucile!
Courfeyrac glielo fece restituire.
Il birichino avvertì "i compagni", com'egli li chiamava, che la barricata era bloccata, e che egli aveva durato non poca fatica per ritornare. Un battaglione di linea, i cui fucili a fasci erano nella Petite-Truanderie, guardava il lato della via del Cigno; dal lato opposto, la guardia municipale occupava la via del Predicatori: di fronte, avevano il grosso dell'esercito.
Dopo le quali informazioni, Gavroche aggiunse:
- Vi autorizzo a conciarli come meritano.
Intanto Enjolras, dietro alla sua feritoia, con l'orecchio teso spiava.
Gli assalitori, senza dubbio poco soddisfatti del colpo di cannone, non l'avevano ripetuto.
Una compagnia di fanteria di linea era andata a occupare l'estremità della via, dietro il cannone: i soldati disselciavano il mezzo della via e vi costruivano con le pietre un muricciolo basso, una specie di scarpa, che non aveva più di diciotto pollici di altezza, e che faceva fronte alla barricata. Nell'angolo a sinistra di quella scarpa si vedeva la testa di colonna di un battaglione di guardia nazionale del circondario, ammassato nella via San Dionigi.
Enjolras, sempre di vedetta, credette di distinguere il rumore particolare che si fa quando si ritirano dai cassoni le cartucce a mitraglia, e vide il capo-pezzo cambiare il puntamento e piegare leggermente a sinistra la bocca del cannone. Quindi i cannonieri si misero a caricarlo, e il capo-pezzo, presa egli stesso la miccia, l'avvicinò al focone.
- Abbassate la testa, accostatevi al muro e giù tutti, in ginocchio lungo la barricata! - gridò Enjolras.
Gli insorti, che avevano lasciato i loro posti di battaglia all'arrivo di Gavroche, ed erano sparsi dinanzi all'osteria, si precipitarono alla rinfusa verso la barricata; prima che l'ordine di Enjolras fosse eseguito, avvenne lo sparo col rantolo spaventoso di una scarica di mitraglia. E tale era infatti.
Il colpo, diretto verso il vano tra la barricata e la casa vicina, aveva rimbalzato sul muro, e quel terribile rimbalzo fece due morti e tre feriti.
Se si continuava così, la barricata non poteva resistere. La mitraglia penetrava.
Ci fu un mormorio costernato.
- Impediamo ad ogni modo il secondo colpo - disse Enjolras.
E, spianata la carabina, prese di mira il capo-pezzo, che in quel momento, chino sulla culatta del cannone, rettificava e fissava definitivamente il tiro.
Quel capo-pezzo era un bel sergente cannoniere, giovanissimo, biondo, col viso dolcissimo, con la fisionomia intelligente, propria di quell'arma predestinata e formidabile che, a forza di perfezionarsi nell'orrore, deve finire per uccidere la guerra.
Combeferre, in piedi vicino a Enjolras, contemplava quel giovane.
- Che peccato! - disse. - Che orribile cosa sono queste carneficine! Su via, quando non ci saranno più re, non ci saranno più guerre. Tu, Enjolras, prendi di mira quel sergente, ma non lo guardi. Figurati che è un grazioso giovane, e intrepido, si vede che riflette; sono molto istruiti, quei giovani artiglieri; ha un padre, una madre, una famiglia, probabilmente ama, ha tutt'al più venticinque anni, potrebbe essere tuo fratello.
- Lo è, - rispose Enjolras.
- Sì, - riprese Combeferre, - ed è anche mio. Ebbene non uccidiamolo.
- Lasciami stare. Quel che è necessario, è necessario.
E una lacrima scorse lentamente sulla gota di marmo di Enjolras.
Nello stesso tempo tirò il grilletto della carabina. Brillò un lampo: l'artigliere girò due volte su se stesso con le braccia tese in avanti e la testa alta come per aspirare l'aria, quindi si rovesciò di fianco sul pezzo e vi rimase immoto. Si vedeva dal centro del dorso uscire diritto uno zampillo di sangue. La palla gli aveva attraversato il petto da parte a parte. Era morto.
Si dovette trasportarlo e sostituirlo con un altro; erano alcuni minuti guadagnati.
9. USO DI QUELLA VECCHIA DESTREZZA DI BRACCONIERE E DI QUEL TIRO INFALLIBILE CHE INFLUIRONO SULLA CONDANNA DEL 1796.
Nella barricata si incrociavano le opinioni. Il tiro del cannone stava per ricominciare, e con quella mitraglia era questione di un quarto d'ora. Era assolutamente necessario ammortire i colpi.
Enjolras lanciò quest'ordine:
- Bisogna mettere là un materasso.
- Non ne abbiamo - rispose Combeferre; - ci sono sopra i feriti.
Valjean, seduto in disparte sopra un pilastrino, all'angolo della bettola, col fucile tra le gambe, fino a quel momento non aveva preso parte a niente di quanto avveniva, e pareva non udire i combattenti dire intorno a lui: - Ecco un fucile che non fa nulla.
All'ordine di Enjolras, si alzò.
Il lettore ricorderà che, all'arrivo dell'assembramento in via della Chanvrerie, una vecchia, prevedendo la moschetteria, aveva messo un materasso dinanzi alla propria finestra. Era una finestra di granaio, sul tetto d'una casa a sei piani situata un po' in fuori alla barricata. Il materasso, posto di traverso e sostenuto di sotto da due pertiche per far asciugare la biancheria, era retto in alto da due corde, che da lontano sembravano spaghi ed erano annodate a due chiodi infissi negli stipiti della finestra.
Sullo sfondo del cielo, le due corde si vedevano distintamente come capelli.
- Qualcuno può prestarmi una carabina a due colpi? - chiese Valjean.
Enjolras, che aveva ricaricato la sua, gliela porse.
Valjean prese di mira la finestra e tirò.
Il colpo spezzo una delle due corde che reggevano il materasso, che restò così appeso a un solo filo.
Valjean tirò il secondo colpo; l'altra corda andò a sferzare i vetri della soffitta, e il materasso, sdrucciolando tra le due pertiche, cadde nella via.
La barricata applaudì.
Tutte le voci gridarono:
- Ecco un materasso.
- Si - osservò Combeferre, - ma chi andrà a prenderlo?
Infatti il materasso era caduto fuori della barricata, tra gli assedianti e gli assediati. Ora la morte del sergente artigliere aveva inasprito la truppa; da qualche minuto i soldati si erano distesi ventre a terra dietro il riparo di ciottoli da loro costruito, e per supplire al forzato silenzio del pezzo, che taceva aspettando che fosse riorganizzato il servizio, avevano aperto il fuoco contro la barricata. Gli insorti non rispondevano a quella moschetteria per economizzare le munizioni, e le fucilate andavano a rompersi contro la trincea, ma la via, attraversata da tante pallottole, era terribile.
Valjean uscì dall'apertura, entrò nella via, attraversò la tempesta di fucilate, andò verso il materasso, lo raccolse, se lo caricò sul dorso e rientrò nella barricata.
Egli stesso lo assestò nel vano, fissandolo contro il muro in modo che gli artiglieri non potessero vederlo.
Ciò fatto, stettero ad aspettare il colpo di mitraglia.
Il quale non tardò.
Il cannone vomitò con un ruggito il suo pacco di mitraglia, ma non ci fu nessun rimbalzo: la mitraglia andò a spegnersi sul materasso. L'effetto previsto era raggiunto: i combattenti rimanevano illesi.
- Cittadino, - disse Enjolras a Valjean, - la repubblica vi ringrazia.
Bossuet, che ammirava e rideva, gridò:
- E' una cosa immorale che un materasso abbia tanta potenza; è il trionfo di quel che si piega su quello che fulmina. Ma non importa: gloria al materasso che annulla un cannone.
10. AURORA
In quello stesso momento, Cosetta si svegliava.
La sua camera era piccola, pulita, discreta, con un'alta finestra a levante sulla corte interna della casa.
Cosetta non sapeva nulla di quanto accadeva a Parigi: il giorno prima si era ritirata presto in camera; e non era presente quando la Toussaint aveva detto: - C'è del movimento.
Essa aveva dormito poche ore, ma bene, e aveva fatto dei dolci sogni, forse anche un po' perché il suo lettuccio era molto bianco; qualcuno, che poi era Mario, le era apparso avvolto in una luce. E si svegliò con il sole negli occhi, ciò che nel primo momento le fece l'impressione che il sogno continuasse.
Il suo primo pensiero, uscendo da quel sogno, fu ridente: Cosetta si sentì tutta rassicurata. Come Valjean poche ore innanzi, attraversava quella reazione dell'anima che assolutamente non vuol saperne della sventura. Si mise a sperare con tutte le sue forze, senza sapere perché. Poi fu presa da uno stringimento di cuore:
erano già tre giorni che non vedeva Mario. Ma rifletté che egli doveva aver ricevuto la sua lettera, che sapeva dove ritrovarla, e che egli aveva tanto spirito, e che avrebbe trovato il mezzo di arrivare fino a lei. - E questo certamente oggi, e forse questa mattina stessa. - Era giorno chiaro, ma, dal raggio molto orizzontale, pensò che doveva essere molto presto e che tuttavia bisognava alzarsi, per ricevere Mario.
Sentiva di non poter vivere senza Mario, che per conseguenza questo bastava, e che Mario sarebbe venuto. Nessuna obiezione ammissibile: era una cosa certa. Già era abbastanza mostruoso aver sofferto tre giorni, era una cosa orribile da parte del buon Dio.
Ora quella crudele contrarietà che veniva dall'alto era una prova attraversata; Mario stava per arrivare, e con una buona notizia.
La giovinezza è fatta così: si asciuga presto gli occhi, trova inutile il dolore e non lo accetta.
Del resto la fanciulla non riusciva a ricordare quello che Mario le aveva detto intorno a quell'assenza che doveva durare un giorno solo, e quale spiegazione le aveva dato. Tutti hanno osservato con quanta destrezza la moneta che lasciamo cadere per terra corre a nascondersi, e con che arte sa rendersi irreperibile. Ci sono dei pensieri che ci giocano lo stesso tiro: si rannicchiano in un angolo del cervello, ed è finita; sono perduti; impossibile tornare a porvi su la memoria. Cosetta si indispettiva un po' del piccolo sforzo inutile che faceva per ricordarsi, e diceva a se stessa che non le stava bene e che era assai colpevole aver dimenticato delle parole dette da Mario.
Uscì dal letto e fece le sue abluzioni dell'anima e del corpo, la preghiera e la toletta.
A tutto rigore, si può introdurre il lettore in una camera nuziale, non in quella di una vergine. Il verso l'oserebbe appena; la prosa non deve.
E' l'interno d'un fiore non ancora sbocciato, è un candore nell'ombra, l'intima cella d'un giglio chiuso, che non deve essere guardato dall'uomo finché non sia stato guardato dal sole. La donna ancora in boccio è sacra. Quel letto innocente che si scopre, quell'adorabile semi-nudità che ha paura di se stessa, quel piede che si rifugia in una pantofola, quel seno che si vela dinanzi allo specchio come se lo specchio fosse una pupilla, quella camicia che si affretta a risalire e a nascondere la spalla per un mobile che scricchiola o una vettura che passa, quei cordoncini allacciati, quelle fibbie agganciate, quei laccetti tirati, quei trasalimenti, quei piccoli brividi di freddo e di pudore, quei movimenti squisitamente spauriti, quell'inquietudine quasi alata mentre non c'è nulla da temere, le fasi successive dell'abbigliarsi, graziose come le nuvole dell'aurora, sono tutte cose che non sta bene descrivere, e che è già troppo indicare.
L'occhio dell'uomo dev'essere ancora più religioso dinanzi al levarsi d'una fanciulla, che dinanzi al levarsi d'una stella; la possibilità di raggiungerla deve volgersi in un aumento di rispetto. La peluria della pesca, la pruina della prugna, il cristallo radiante della neve, la calugine sull'ala della farfalla, sono cose rozze in confronto di quella castità che non sa neppure d'essere casta. La fanciulla è appena una luce di sogno e non è ancora una statua. La sua alcova è nascosta nella parte oscura dell'ideale, e il contatto indiscreto dello sguardo offende quella vaga penombra. Contemplare è profanare.
Noi dunque non descriveremo per nulla quel soave tramestìo del risveglio di Cosetta.
Un racconto orientale dice che la rosa era stata creata da Dio bianca, ma che avendola Adamo guardata un momento mentre si schiudeva, essa ebbe vergogna e divenne rossa. Noi siamo di quelli che si sentono turbati dinanzi ai fiori e alle fanciulle, perché li troviamo degni di venerazione.
Cosetta si vestì prontamente, si pettinò, si acconciò, cosa molto semplice a quell'epoca, quando le donne non si gonfiavano le ciocche e le bende con cuscinetti e barilotti, e non si mettevano le crinoline nei capelli. Quindi aprì la finestra e girò gli occhi tutt'intorno, sperando di scoprire un po' della via, un angolo di casa, qualche pezzo di lastrico, da cui spiare l'arrivo di Mario.
Ma non si vedeva nulla del di fuori. La corte interna era circondata da muri abbastanza alti, e si intravedevano soltanto alcuni giardini, che a Cosetta sembrarono orribili. Per la prima volta in vita sua trovò dei fiori brutti. Prese il partito di guardare il cielo, quasi credendo che Mario potesse giungere di là.
A un tratto scoppiò in pianto: non per mobilità d'animo, ma perché il suo stato era fatto di speranze alternate di scoraggiamenti.
Sentì confusamente un non so che di orribile; poiché infatti le cose passano nell'aria. Pensò che non era sicura di nulla, che perdersi di vista era come andar perduti l'uno per l'altro; e l'idea che Mario potesse tornare a lei dal cielo le si affacciò non più sorridente, ma lugubre.
Poi ritornò la calma, e la speranza, e una specie di sorriso, inconscio ma fiducioso, in Dio.
Tutti ancora dormivano nelle case: un silenzio da cittadina di provincia; non un'imposta aperta, chiuso anche il casotto del portinaio. La Toussaint non era alzata e Cosetta ritenne naturalmente che suo padre dormisse. Doveva aver sofferto e soffrire ancora, poiché diceva tra sé che suo padre era stato cattivo. Ma faceva assegnamento su Mario: era impossibile che quella luce si eclissasse. Si pose a pregare. Ogni tanto sentiva a una certa distanza delle sorde scosse, e pensava: - E' strano che aprano e chiudano i portoni così di buon mattino. - Erano i colpi di cannone che battevano la barricata.
Pochi piedi sotto la finestra di Cosetta, nella vecchia cornice del muro tutta nera c'era un nido di rondini, il quale con la sua curva sporgeva un po' dalla cornice, sicché dall'alto si poteva vedere l'interno del piccolo paradiso. La madre era dentro, con le ali aperte a ventaglio sulla sua covata, mentre il padre svolazzava, partiva e ritornava, portando nel suo becco cibo e baci. ll giorno nascente dorava quella scena di felicità, la gran legge del "Moltiplicatevi" era là sorridente e augusta, e quel dolce mistero si schiudeva nella gloria del mattino. Cosetta, coi capelli al sole e l'anima nelle chimere, illuminata dall'amore di dentro e dall'aurora di fuori, si chinò quasi macchinalmente, e senza forse osare di confessare a se stessa che pensava nello stesso tempo a Mario, si mise a guardare quegli uccelli, quella famiglia, quel maschio e quella femmina, quella madre e quei piccoli, col profondo turbamento che un nido suscita in una vergine.
11. IL COLPO DI FUCILE CHE NON FALLA MAI E NON UCCIDE NESSUNO
Il fuoco degli assalitori perdurava; la moschetteria e la mitraglia si alternavano, senza grave danno in verità. Solo la parte superiore della facciata di Corinto ne soffriva: la finestra del primo piano e gli abbaini del tetto, crivellati dalla mitraglia e dai biscaglini, si deformavano lentamente, e i combattenti che vi si erano appostati avevano dovuto allontanarsene. Del resto, continuare a lungo il fuoco è la tattica dell'assalto alla barricata, allo scopo di esaurire le munizioni degli insorti se commettono l'errore di rispondere.
Quando si vede, dal loro fuoco rallentato, che non hanno più né polvere né palle, si dà l'assalto. Enjolras non era caduto nell'insidia: la barricata non rispondeva.
A ogni fuoco del plotone, Gavroche si gonfiava la gota con la lingua, segno di alto disprezzo.
- Va bene, - diceva, - lacerate pure la tela; ci occorrono le filacce.
Courfeyrac interpellava la mitraglia intorno ai suoi scarsi effetti e diceva al cannone:
- Diventi prolisso, mio caro.
Nelle battaglie avviene di essere presi dalla curiosità come al ballo. E' probabile che quel silenzio della ridotta cominciasse a inquietare gli assedianti e a far loro temere qualche incidente inaspettato, e che sentissero il bisogno di vedere chiaro attraverso quel mucchio di selci, di sapere cosa avveniva dietro quel muro impassibile che riceveva i colpi senza ribatterli. Il fatto è che a un tratto gli insorti videro un elmo brillare al sole sopra un tetto vicino; era un pompiere appoggiato a un alto fumaiolo, che pareva messo là di sentinella. Il suo sguardo piombava a picco nella barricata.
- Ecco un sorvegliante incomodo, - esclamò Enjolras.
Valjean aveva reso la carabina a Enjolras, ma teneva il suo fucile.
Senza dire una parola, prese di mira il pompiere, e un attimo dopo l'elmo, colpito da una palla, cadeva rumorosamente nella via. Il soldato, spaventato, si affrettò a sparire.
Il suo posto fu preso da un secondo osservatore, questa volta un ufficiale. Valjean, che aveva ricaricato il fucile, mirò il nuovo venuto, e mandò l'elmo dell'ufficiale a raggiungere quello del soldato. L'ufficiale non insistette e si ritirò prontamente; e questa volta l'avviso fu compreso: nessuno più apparve sul tetto, si rinunciò a spiare la barricata.
- Perché non avete ucciso l'uomo? - chiese Bossuet a Valjean.
Valjean non rispose.
12. IL DISORDINE PARTIGIANO DELL'ORDINE
Bossuet mormorò all'orecchio di Combeferre:
- Non ha risposto alla mia domanda.
- E' un uomo che pratica la bontà a colpi di fucile, - rispose Combeferre.
Chi ha serbato qualche ricordo di quell'epoca lontana, sa che la guardia nazionale del circondario era valorosa contro le insurrezioni, e che nelle giornate del giugno 1832 essa fu accanita e intrepida in modo particolare. Il pacifico bettoliere di Pantin, a cui la sommossa rendeva vuoto "il negozio", diventava un leone a vedere deserta la sua sala da ballo, e si faceva ammazzare per salvare l'ordine rappresentato dall'osteria. In quell'epoca, borghese ed eroica insieme, di fronte alle idee che avevano i loro cavalieri, gli interessi avevano i loro paladini.
Il prosaicismo della persona non toglieva nulla alla bravura del gesto. La diminuzione dell'incasso induceva certuni a cantare la Marsigliese. Si versava liricamente il proprio sangue per il proprio banco, si difendeva con spartano entusiasmo la bottega:
questo immenso diminutivo della patria.
In fondo, diciamolo, in tutto questo non c'era nulla che non fosse molto serio. Erano gli elementi sociali che entravano in lotta, nella speranza che un giorno si mettessero in equilibrio.
Un altro segno di quel tempo era l'anarchia mista al paternalismo di governo (parola barbara del partito dell'ordine). Si stava per l'ordine, ma senza disciplina. Il tamburo batteva a casaccio, per ordine del tal colonnello della Guardia nazionale, diane capricciose; la tale guardia si batteva per conto suo e di testa sua. Nei momenti di crisi, nelle "giornate" si prendeva consiglio più dagli istinti che dai capi. Nell'esercito dell'ordine c'erano dei veri guerriglieri, gli uni della spada come Fannicot, gli altri della penna come E. Fonfrède.
La civiltà, rappresentata disgraziatamente allora da un mucchio di interessi più che da un gruppo di princìpi, era o si credeva in pericolo e mandava il grido d'allarme; e ciascuno, facendosi centro, la difendeva, la soccorreva e la proteggeva di testa sua.
Il primo venuto si attribuiva l'incarico di salvare la società.
Lo zelo si spingeva talvolta fino alla strage. Un qualunque drappello della guardia nazionale si costituiva di propria autorità in consiglio di guerra, e in cinque secondi giudicava e fucilava un insorto fatto prigioniero. Giovanni Prouvaire fu ucciso per una improvvisazione di questo genere. Legge feroce di Lynch, che nessun partito ha il diritto di rimproverare agli altri, perché è applicata dalla repubblica in America come dalla monarchia in Europa. Questa legge di Lynch veniva aggravata dagli errori. Un giovane poeta, di nome Paolo Amato Garnier, in un giorno di sommossa, fu inseguito sulla piazza Reale, con le baionette alle spalle, e riuscì a mettersi in salvo rifugiandosi in un portone. Gridavano: - "Ecco un altro sansimoniano!" - e volevano ucciderlo. Egli portava sottobraccio un volume delle memorie di Saint-Simon, e una guardia leggendo sul libro la parola Saint-Simon aveva gridato: - A morte!
Il 6 giugno 1832, una compagnia di guardie nazionali, comandata dal capitano Fannicot, si fece scioccamente e volentieri decimare in via Chanvrerie. Questo fatto, per quanto strano, fu constatato dall'inchiesta giudiziaria che seguì alla insurrezione. Il capitano Fannicot, borghese impaziente e ardito, una specie di soldato di ventura dell'ordine, di quelli che abbiamo or ora caratterizzati, governativo fanatico e indisciplinato, non seppe resistere alla tentazione di far fuoco prima del tempo e all'ambizione di espugnare la barricata da solo, vale a dire con la sua compagnia. Esasperato dalla successiva apparizione della bandiera rossa e del vecchio abito che scambiò per una bandiera nera, biasimava i generali e í capi radunati in consiglio, i quali ritenevano che non fosse ancora giunto il momento dell'assalto decisivo, e lasciavano, secondo la celebre frase di uno di loro "che l'insurrezione si cuocesse nel suo brodo". Dal canto suo, egli trovava la barricata matura, e siccome ciò che è maturo deve cadere, tentò la prova.
Egli comandava uomini decisi come lui, degli "arrabbiati", come disse un teste. La sua compagnia, quella stessa che aveva fucilato il poeta Prouvaire, era la prima del battaglione attestato all'angolo della strada. Quando meno c'era da aspettarselo, il capitano lanciò i suoi uomini contro la barricata; ma quell'attacco, eseguito più con buona volontà che con strategia, costò caro alla compagnia Fannicot. Prima che fosse arrivata a due terzi della strada, fu accolta da una scarica generale della barricata. Quattro, tra i più audaci, che correvano avanti, vennero fulminati a bruciapelo al piede della ridotta; e così quel manipolo coraggioso di guardie nazionali, uomini assai valorosi ma senza tenacia militare, dopo qualche esitazione, dovette ripiegare lasciando quindici cadaveri sul lastrico. Quel momento di esitazione diede tempo agli insorti di ricaricare le armi, e una seconda scarica, molto micidiale, colse gli assalitori prima di raggiungere la cantonata che serviva loro da riparo. Per un momento furono presi tra due fuochi e ricevettero la scarica del pezzo d'artiglieria, il quale, non avendo ricevuto alcun ordine, non aveva sospeso il fuoco. L'intrepido e imprudente Fannicot fu colpito dalla mitraglia; fu ucciso dal cannone, vale a dire dall'ordine.
Quell'attacco, più furioso che serio, irritò Enjolras.
- Imbecilli! - disse. - Fanno uccidere i loro uomini e ci fanno consumare le munizioni.
Enjolras parlava da quel vero generale di sommossa che era.
L'insurrezione e la repressione non lottano ad armi pari.
L'insurrezione è più facilmente esauribile, ha solo pochi colpi da tirare e pochi combattenti da opporre: una giberna vuota, un uomo ucciso non si sostituiscono. La repressione invece, avendo l'esercito, non conta gli uomini, e, avendo Vincennes, non conta i colpi. A ogni uomo della barricata può opporre un reggimento, a ogni cartuccia un arsenale. Sono lotte di uno contro cento, che finiscono sempre con la distruzione delle barricate. A meno che la rivoluzione, scoppiando bruscamente, non venga a gettare nella bilancia la sua fiammeggiante spada d'arcangelo: il che accade qualche volta. Allora tutti si sollevano, il selciato ribolle, le ridotte popolari pullulano. Parigi è presa da un sovrano fremito, si sviluppa il "quid divinum", c'è nell'aria un 10 agosto, un 29 luglio, appare una prodigiosa luce, le fauci spalancate della forza indietreggiano, e l'esercito, il leone, si vede davanti ritto e tranquillo il profeta: la Francia.
13. BAGLIORI CHE PASSANO
Nel caos dei sentimenti e delle passioni che difendono una barricata c'è un po' di tutto; c'è la bravura, la giovinezza, il punto d'onore, l'entusiasmo, l'ideale, la convinzione, l'accanimento del giocatore, e soprattutto la speranza intermittente.
Uno di questi momenti, uno di questi vaghi fremiti di speranza attraversò rapidamente la barricata della Chanvrerie, quando meno se l'aspettavano.
- Sentite! - esclamò d'improvviso Enjolras sempre in vedetta. - Pare che Parigi si risvegli.
E' certo che nella mattinata del 6 giugno l'insurrezione ebbe per un'ora o due una certa recrudescenza. L'ostinazione della campana a stormo di Saint-Merry rianimò qualche velleità. Via del Pero e via Gravilliers fecero un tentativo di barricata. Davanti a Porta San Martino un giovane armato di carabina attaccò da solo uno squadrone di cavalleria. In pieno boulevard, allo scoperto, mise un ginocchio a terra, alzò il fucile, fece fuoco, uccise il capo- squadrone e si volse indietro dicendo: "Eccone un altro che non ci farà più male". - Fu sciabolato. In via San Dionigi, una donna tirava sulle guardie municipali, da dietro una persiana abbassata, di cui ogni tanto si vedevano tremare le stecche. Un ragazzo di quattordici anni fu arrestato in via Cassonnerie con le tasche piene di cartucce. Furono assaliti vari corpi di guardia. Un reggimento di corazzieri, alla cui testa marciava il generale Cavaignac de Baragne, all'imbocco di via Bertin Poirée, fu accolto da una nutrita e inattesa fucileria. In via Planche-Mibray, da sopra i tetti, scagliarono sulla truppa cocci di stoviglie e utensili domestici: cattivo segno. Quando al maresciallo Soult, il vecchio luogotenente di Napoleone, riferirono questo fatto, questi si fece pensoso, ricordando la frase di Suchet a Saragozza: - "Quando le vecchie ci rovesciano sulla testa i loro vasi da notte, siamo perduti!".
Quei sintomi generali che si manifestavano al momento in cui si credeva localizzata la sommossa, quell'accesso di collera che riprendeva il sopravvento, quelle faville che volavano qua e là al di sopra delle profonde masse di combustibile che sono i quartieri di Parigi, tutto questo insieme rese inquieti i capi militari.
Questi si affrettarono a spegnere quei principi di incendio, e fino a che non furono soffocate queste faville, ritardarono l'assalto alle barricate della Maubuée, della Chanvrerie e di Saint-Merry, per aver da fare solo con esse e poter concludere tutto d'un colpo. Alcune colonne furono lanciate nelle vie in agitazione, spazzando le grandi, inondando le piccole, a destra, a sinistra, ora lentamente e con precauzione, ora a passo di carica.
I soldati sfondavano le porte delle case da cui s'era tirato, e nello stesso tempo la cavalleria manovrava per disperdere i gruppi sui boulevard. Quella repressione non avvenne senza quel rumore e senza quel fracasso tumultuoso che è proprio dell'urto tra l'esercito e il popolo. Ed era proprio questo che Enjolras udiva negli intervalli tra la fucileria e le cannonate. Inoltre, aveva visto passare in fondo alla via dei feriti sulle barelle, e diceva a Courfeyrac: - Quei feriti non sono opera nostra.
La speranza durò breve tempo; presto il barlume si eclissò. In meno di mezz'ora tutto svanì. Fu come un lampo senza fulmine, e gli insorti sentirono ricadere sopra di loro quella immensa cappa di piombo che l'indifferenza del popolo getta sugli ostinati che abbandona.
La sommossa generale che pareva vagamente abbozzata era già abortita, e l'attenzione del ministro della guerra come Ia strategia dei generali potevano adesso concentrarsi su tre o quattro barricate rimaste in piedi.
Il sole saliva all'orizzonte.
Un insorto chiese a Enjolras:
- Abbiamo fame qui. Dovremmo morire senza mangiare?
Enjolras, sempre appoggiato col gomito alla sua feritoia, senza perdere di vista l'estremità della strada, fece un cenno di testa affermativo.
14. ENJOLRAS INNAMORATO
Courfeyrac, seduto su un sasso accanto a Enjolras, continuava a farsi beffe del cannone, e ogni qual volta passava col suo mostruoso rumore quel cupo nugolo di proiettili che si chiama mitraglia, lui lo salutava con parole ironiche.
- Ti spolmoni, povero vecchio bestione, mi fai pena; il tuo è uno strepito inutile; non sono tuoni ma colpi di tosse.
E intorno ridevano.
Courfeyrac e Bossuet, il cui coraggioso buon umore cresceva col pericolo, sostituivano, come madame Scarron, lo scherzo al cibo, e poiché mancava il vino, mescevano a tutti la giocondità.
- Io ammiro Enjolras, - diceva Bossuet. - La sua impassibile temerità mi sorprende. Egli vive solo, e questo lo rende un po' triste; si lamenta della sua grandezza che lo costringe alla vedovanza. Noi altri abbiamo più o meno delle ragazze che ci fanno impazzire, vale a dire ci fanno coraggiosi. Chi è innamorato come una tigre il meno che possa fare è di battersi come un leone. E' un bel modo di vendicarsi dei tiri birboni che ci fanno le nostre ragazze. Orlando si fa uccidere per far arrabbiare Angelica. I nostri eroismi derivano tutti dalle nostre donne. Un uomo senza donna è una pistola senza cane. E' la donna che fa scattare l'uomo. E intanto, Enjolras non ha donne, non è innamorato, e tuttavia trova il modo di essere intrepido. E' inaudito che si possa essere freddi come il ghiaccio e arditi come il fuoco.
Enjolras fingeva di non ascoltare; ma se qualcuno gli fosse stato vicino l'avrebbe udito mormorare sottovoce: "Patria".
Bossuet rideva ancora quando Courfeyrac esclamò:
- Qualcosa di nuovo!
E facendo la voce d'un usciere, aggiunse:
- Io mi chiamo Pezzo-da-otto.
Infatti era entrato in scena un nuovo personaggio, un secondo cannone. Gli artiglieri fecero rapidamente la manovra e misero subito quel secondo pezzo in batteria accanto al primo. Cominciava a delinearsi la fine.
Pochi momenti dopo, i due pezzi manovrati rapidamente, tiravano contro la ridotta, mentre i fuochi di fila della linea e delle guardie nazionali sostenevano l'artiglieria.
A qualche distanza si udiva un altro cannoneggiamento. Mentre i due pezzi si accanivano contro la ridotta di via Chanvrerie, altri due, uno puntato su via san Dionigi e l'altro su via Aubry-le- Boucher, crivellavano la barricata Saint-Merry. I quattro cannoni si facevano eco lugubremente.
I latrati di quei tetri mastini da guerra si rispondevano.
I due cannoni che battevano ora la barricata di via Chanvrerie tiravano uno a mitraglia, l'altro a palla.
Quello che tirava a palla era puntato un po' alto e il tiro era calcolato in modo che il proiettile colpiva l'orlo estremo della parte superiore della barricata, la sgretolava, ne sbriciolava i ciottoli sugli insorti come scoppi di mitraglia.
Lo scopo di questo tiro era quello di allontanare i difensori dalla cima della barricata e di costringerli a rintanarsi nell'interno; vale a dire annunciava l'assalto.
Una volta cacciati i combattenti dalla cresta della barricata con le palle di cannone, e dalle finestre della bettola con la mitraglia, le colonne destinate all'attacco potevano avventurarsi nella via senza essere prese di mira, e forse anche senza essere viste, scalare improvvisamente la barricata, come la sera precedente e, chissà, prenderla di sorpresa.
- Dobbiamo assolutamente far diminuire il fastidio di quei cannoni, - disse Enjolras; e gridò: - Fuoco sugli artiglieri!
Erano tutti pronti. La barricata che taceva da tanto tempo fece un fuoco disperato e sette o otto scariche si succedettero con una specie di rabbia e di gioia. La via si riempì di fumo accecante.
Qualche minuto dopo, attraverso quella nebbia striata di fiamme, si poterono discernere confusamente i due terzi degli artiglieri distesi sotto le ruote dei cannoni. Quelli rimasti in piedi continuavano a servire i loro pezzi con severa tranquillità. Ma il fuoco era rallentato.
- Così va bene, - disse Bossuet a Enjolras. - Buon successo.
- Un altro quarto d'ora di questo buon successo e non ci saranno più di dieci cartucce nella barricata.
A quanto pare, Gavroche udì questa frase.
15. GAVROCHE DI FUORI
D'un tratto Courfeyrac vide qualcuno ai piedi della barricata, di fuori, nella via, sotto le pallottole.
Gavroche aveva preso nell'osteria un paniere per le bottiglie, era uscito passando per il vano aperto, ed era tranquillamente occupato a vuotare nel paniere le giberne piene di cartucce delle guardie nazionali uccise sotto la scarpata della ridotta.
- Che fai? - chiese Courfeyrac.
Gavroche alzò il capo:
- Cittadino, riempio il mio paniere.
- Ma non vedi la mitraglia?
- Già! Piove! E poi? - rispose Gavroche.
- Rientra, - gridò Courfeyrac.
- Un momento, - disse il monello.
E con un balzo, avanzò nella via.
Il lettore ricorderà che la compagnia Fannicot, ritirandosi, aveva lasciato dietro di sé una striscia di cadaveri.
Una ventina di morti giacevano qua e là sul selciato per tutta la lunghezza della strada; una ventina di giberne per Gavroche, una provvista di cartucce per la barricata.
Il fumo nella strada faceva come una nebbia. Chi ha visto una nuvola impigliata in una gola di montagna fra due dirupi a picco, può immaginarsi quel fumo rinchiuso e come addensato tra due fosche ali di case alte. Esso saliva lentamente e si rinnovava continuamente. C'era quindi una caligine graduale che rendeva pallida la stessa luce del giorno. Era molto se i combattenti si vedevano da una parte e dall'altra della via che era molto breve.
Quell'oscuramento, probabilmente voluto e predisposto dai capi dell'assalto alla barricata, fu utile a Gavroche.
Sotto la protezione di quel velo di fumo e grazie alla sua piccolezza, Gavroche poté spingersi molto avanti nella via senza essere scorto, e saccheggiò le prime sette o otto giberne senza gran pericolo.
Strisciava ventre a terra, galoppava a quattro zampe, stringeva il paniere tra i denti, si contorceva, scivolava, ondeggiava, serpeggiava da un morto all'altro, e vuotava le giberne come una scimmia sguscia una noce.
Dalla barricata, a cui era molto vicino, non ardivano gridargli di tornare, temendo di attirare su di lui l'attenzione degli altri.
Sul cadavere di un caporale trovò una sacca di polvere.
- Per la sete! - disse mettendosela in tasca.
A furia di andare avanti, giunse al punto in cui la nebbia della fucileria diveniva trasparente. Cosicché i fucilieri appostati dietro il rialzo dei ciottoli, e quelli della guardia nazionale ammassati dietro la cantonata della via, a un tratto si mostrarono a dito qualcosa che si muoveva nel fumo.
Mentre Gavroche era intento a sbarazzare delle sue cartucce un sergente disteso presso un pilastro, una palla colpì il cadavere.
- Diamine! - fece Gavroche. - Mi ammazzano i miei morti!
Una seconda pallottola fece sprizzare faville dalle selci accanto a lui; una terza gli rovesciò il paniere.
Allora si rizzò in piedi, diritto, con i capelli al vento, le mani sui fianchi, l'occhio fisso alle guardie nazionali che tiravano, e si mise a cantare:
"E colpa di Voltaire, se son brutti a Nanterre; è colpa di Rousseau, se son sciocchi a Palaisseau".
Poi, raccolto il paniere, ci mise dentro, senza perderne una, tutte le cartucce che ne erano cadute, e avanzando verso la fucileria, andò a spogliare un'altra vittima. Là una quarta pallottola fece cilecca. E Gavroche cantò:
"Se non sono notaro è colpa di Voltaire; sono un uccellino per colpa di Rousseau".
Una quinta pallottola riuscì soltanto a strappargli la terza strofa:
"Ho un carattere allegro per colpa di Voltaire; ho per corredo la miseria per colpa di Rousseau".
E così continuò per qualche tempo.
Era uno spettacolo spaventoso e incantevole. Gavroche, preso a bersaglio, prendeva in burla la fucileria. Pareva divertirsi un mondo. Era il passerotto che becca il cacciatore. A ogni scarica una strofetta. Gli tiravano continuamente ma senza mai colpirlo.
Soldati e guardie mirandolo ridevano. Egli si stendeva a terra, si raddrizzava, si nascondeva nel vano d'una porta, poi balzava, spariva, ricompariva, scappava, ritornava, rispondeva alla mitraglia con un marameo, e frattanto raccoglieva le cartucce, vuotava le giberne e riempiva il paniere. Gli insorti, senza respiro per l'ansietà, lo seguivano con gli occhi; la barricata trepidava, e lui cantava. Non era un fanciullo, non era un uomo, ma uno strano monello folletto. Pareva il nano invulnerabile della battaglia. Le pallottole lo inseguivano, ma lui era più lesto di loro. Giocava a un terribile rimpiattino con la morte; e ogni volta che la faccia camusa dello spettro si avvicinava, il monello le dava m buffetto.
Però una palla meglio tirata e più traditrice delle altre, finì col colpire il fanciullo folletto; e si vide Gavroche barcollare, poi abbattersi. Tutta la barricata mandò un urlo. In quel pigmeo c'era qualcosa di Anteo. Toccare il lastrico per il monello è come toccar la terra per il gigante. Gavroche era caduto ma per rialzarsi. Restò seduto per terra, mentre una striscia di sangue gli rigava il volto. Alzò le due braccia e, guardando dalla parte donde era venuta la palla, si mise a cantare:
"Sono caduto per terra per colpa di Voltaire; col naso nel rigagnolo per colpa di..." Non finì. Una seconda palla dello stesso tiratore lo inchiodò.
Questa volta si abbatté col volto sul selciato e non si mosse più.
La piccola grande anima aveva preso il volo.
16. COME DA FRATELLO SI DIVENTA PADRE
In quello stesso momento c'erano nel giardino del Lussemburgo perché l'occhio del dramma deve essere presente dovunque - due fanciulli che si tenevano per mano: uno aveva circa sette anni, l'altro cinque. Inzuppati dalla pioggia, camminavano al sole dei viali. Il maggiore guidava il minore. Erano cenciosi e pallidi.
Avevano l'aspetto di uccelli selvatici. Il più piccolo diceva: Ho fame!
Il più grande, già un po' protettore, conduceva il fratellino con la mano sinistra e teneva nella destra una bacchetta.
Erano soli nel giardino, che era deserto e con i cancelli chiusi per misura di polizia, a causa dell'insurrezione. Le truppe che vi avevano bivaccato ne erano uscite a causa del combattimento.
Come si trovavano là quei due ragazzi? Erano forse fuggiti da qualche corpo di guardia lasciato aperto? erano forse scappati da qualche baraccone di saltimbanchi fermo nei dintorni, alla barriera dell'Inferno, o sulla spianata dell'Osservatorio, o nel vicino crocevia dominato dal frontone su cui stava scritto:
"Invenerunt parvulum pannis involutum"? forse la sera precedente avevano eluso la sorveglianza dei guardiani e avevano passato la notte in quei casotti dove si leggono i giornali? Fatto sta che andavano a zonzo e sembravano liberi. Andare a zonzo ed essere liberi significa essere sperduti. Infatti quei due poveri piccini erano sperduti.
Erano proprio quei due bambini per i quali Gavroche era stato tanto in pensiero, come il lettore ricorda.
Figli di Thénardier, dati a nolo alla Magnon, attribuiti a Gillenormand, e ora foglie cadute da tutti quei rami senza radici, e portate dal vento.
I loro vestiti, decenti ai tempi della Magnon, perché le servivano di réclame di fronte a Gillenormand, erano diventati cenci.
Quelle creature appartenevano ormai ai "fanciulli abbandonati", che la polizia raccoglie, smarrisce e ritrova sul lastrico di Parigi.
Ci voleva il trambusto di una giornata come quella perché quei piccoli miserabili si trovassero in quel giardino, dal quale i sorveglianti li avrebbero scacciati se li avessero visti. I bimbi poveri non sono ammessi nei giardini pubblici. Eppure, si dovrebbe riflettere che tutti i fanciulli hanno diritto ai fiori.
Quei due vi si trovavano grazie ai cancelli chiusi. Erano in contravvenzione. Introdottisi di soppiatto nel giardino, c'erano restati. La chiusura dei cancelli non elimina la vigilanza, che continua; questa però si rallenta e si riposa; e gli ispettori, commossi anch'essi dalla pubblica preoccupazione e interessati più all'esterno che all'interno, non badavano al giardino e non avevano visto i due contravventori.
Il giorno prima aveva piovuto; e anche un po' la mattina. Ma di giugno le piogge non contano. Dopo un temporale, ci si accorge appena che quella bella giornata bionda ha pianto. D'estate la terra si asciuga presto come la gota di un fanciullo. Nei giorni del solstizio, la luce meridiana è, per così dire, penetrante; invade tutto; s'attacca e si sovrappone alla terra come una specie di sanguisuga. Pare che il sole abbia sete; un acquazzone scola via, e una pioggia è subito bevuta. Al mattino tutto sgocciola; a mezzogiorno tutto è impolverato.
Non c'è nulla di più bello di un prato lavato dalla pioggia e asciugato dal sole; è una frescura tiepida. I giardini e i prati quando hanno l'acqua alle radici e il sole nei rami, diventano come incensieri che fumano con tutti i loro profumi. Tutto ride, canta, si offre. Si prova una certa ebbrezza. La primavera è un paradiso provvisorio. Il sole aiuta l'uomo a pazientare.
Ci sono delle creature che non chiedono nulla di più; viventi che, possedendo l'azzurro del cielo, dicono: ci basta! pensatori assorti nel prodigio, i quali attingono dall'idolatria per la natura l'indifferenza del bene e del male; contemplatori del cosmo meravigliosamente distolti dall'uomo, che non comprendono come mai ci si occupi della fame di questi e della sete di quelli, della nudità del povero nell'inverno, della incurvatura di una piccola spina dorsale, del giaciglio, della soffitta, della prigione, dei cenci delle ragazze che tremano dal freddo, quando invece si può sognare sotto gli alberi; menti pacifiche e terribili, implacabilmente soddisfatte. Cosa strana, a essi basta l'infinito.
Essi ignorano quel gran bisogno dell'uomo, il finito, che implica l'abbraccio. Non pensano al finito, che implica quel sublime lavoro che è il progresso. Sfugge loro l'indefinito che nasce dalla combinazione umana e divina dell'infinito e del finito.
Purché si trovino di fronte all'immensità, sorridono. Mai la gioia, sempre l'estasi. Inabissarsi: ecco la loro vita. La storia dell'umanità per loro non è altro che un piano frammentario. Il Tutto non c'è; il vero Tutto è estromesso. A che giova occuparsi di quell'accessorio che è l'uomo? Può darsi che questi soffra; ma osservate Aldebaran che sorge! Non voglio sapere se la madre non ha più latte e se il neonato muore; guardate invece che meraviglioso rosone forma un disco di abete visto al microscopio; confrontatelo col più bel merletto! Quei pensatori si dimenticano di amare. Lo zodiaco influisce su di loro al punto da impedire di vedere il fanciullo che piange. Dio eclissa in essi la loro anima.
E' una famiglia di spiriti che sono nello stesso tempo grandi e piccini. Orazio ne faceva parte; anche Goethe; forse anche La fontaine: tutti magnifici egoisti dell'infinito, tranquilli spettatori del dolore, i quali, se il tempo è bello, non vedono Nerone, ai quali il sole nasconde il rogo, che starebbero a guardare ghigliottinare per cercarvi un effetto di luce, che non sentono né un grido, né un singhiozzo, né un rantolo, né una campana a stormo; gente, che crede che tutto va bene solo perché è il mese di maggio, che si dichiara sempre contenta finché ha sul capo nuvole di porpora e d'oro, ed è decisa a essere felice fino a che non si sia esaurito lo scintillio degli astri e il canto degli uccelli.
Costoro sono degli splendidi tenebrosi. Non pensano che sono da compiangere; ma lo sono. Chi non piange non vede. Bisogna ammirarli e compiangerli, come si compiangerebbe chi ammirerebbe un essere che fosse notte e giorno insieme, che non avesse occhi ma soltanto un astro in mezzo alla fronte.
L'indifferenza di questi pensatori è, secondo alcuni, una filosofia superiore. Sia pure! ma in questa superiorità c'è qualcosa di malato. Si può essere immortale e zoppo, come Vulcano; si può essere più o meno che uomo. L'incompleto immenso si trova nella natura. Chi sa se il sole non sia cieco?
Ma allora di chi fidarsi? "Solem dicere quis falsum audeat"?
Sicché anche certi geni, certi uomini superiori, certi uomini- astri potrebbero ingannarsi? Dunque, anche quello che è lassù, al culmine, allo zenit, quello che manda tanta luce sulla terra vedrebbe poco, male, o niente affatto? Non è disperante il caso?
No. Dunque che cosa c'è al di sopra del sole? Dio.
Il 6 giugno 1832, verso le undici del mattino, il Lussemburgo, solitario e spopolato, era bello. Gli alberi e i prati mandavano profumi e riflessi. Le rame, folli di luce meridiana, parevano cercassero di abbracciarsi. C'era nei sicomori un chiasso di capinere, i passerotti trionfavano, i picchi si arrampicavano su per gli ippocastani dando beccate nei buchi della corteccia. Le aiuole accettavano la legittima regalità dei gigli. Il più bel profumo è quello che emana dal candore. Si respirava l'acuto profumo dei garofani. Le vecchie cornacchie di Maria dei Medici amoreggiavano tra i grandi alberi. Il sole dorava, imporporava e accendeva i tulipani, che non sono altro che tutte le variazioni della fiamma diventate fiori, e attorno ai calici dei tulipani turbinavano le api, scintille di quei fiori-fiamme. Tutto era grazia e gaiezza, anche la pioggia vicina, la quale, recidiva, non aveva nulla di inquietante per i mughetti e per i caprifogli, che ne dovevano approfittare. Le rondini minacciavano graziosamente di volar troppo basso. Chi stava là dentro respirava la felicità. La vita aveva un buon odore. Tutta quella natura esalava candore, aiuto, assistenza, paternità, carezza, aurora. I pensieri che venivano dal cielo erano teneri, come una manina di bimbo offerta al bacio.
Sotto gli alberi, le statue nude e bianche avevano vesti di ombra a strappi di luce; quelle dee erano tutte in cenci di sole; erano avvolte di raggi da tutte le parti. Attorno alla grande vasca, la terra era già asciutta sì che pareva quasi bruciata. Spirava un venticello capace di sollevare piccole nuvole di polvere. Alcune foglie gialle rimaste dall'ultimo autunno s'inseguivano allegramente come tanti monelli.
Quell'abbondanza di luce dava una certa sicurezza. Vita, linfa, calore, effluvi traboccavano. Si sentiva la creazione, la sorgente enorme; in tutti quei venticelli impregnati di amore, in quello scambio di riverberi e di riflessi, in quel prodigioso dispendio di raggi, in quella mescita infinita di oro fluido si sentiva la prodigalità dell'inesauribile; e dietro a quello splendore, come dietro a un sipario di fiamme, si intravedeva Dio, il milionario di stelle.
Grazie alla sabbia, non c'era una pozzanghera; grazie alla pioggia non c'era un granello di polvere. I fiori si erano appena lavati, e tutti i velluti, tutti i rasi, tutte le vernici, tutti gli ori che escono dalla terra in forma di fiori erano irreprensibili.
Tutta quella magnificenza era linda. Il gran silenzio della natura felice inondava il giardino: silenzio celeste che s'accorda con mille musiche, col tubare dei colombi, col ronzio delle api, col palpito del vento. L'intera armonia della stagione si accordava in un grazioso insieme; le entrate e le uscite della primavera avvenivano nell'ordine voluto; finivano i lillà e cominciavano i gelsomini; alcuni fiori erano in ritardo, alcuni insetti in anticipo; l'avanguardia delle farfalle rosse di giugno fraternizzava con la retroguardia delle farfalle bianche di maggio; i platani mettevano la corteccia nuova; la brezza scavava delle ondulazioni nella magnifica enormità degli ippocastani. Era una cosa splendida. Un veterano della vicina caserma, guardando attraverso il cancello diceva: Ecco la primavera sotto le armi e in gran tenuta!
Tutta la natura si nutriva; la creazione stava a tavola; la gran tovaglia azzurra era distesa in cielo e la gran tovaglia verde sulla terra; il sole illuminava tutto. Dio aveva imbandito il pasto universale. Ogni essere aveva il suo cibo o il suo pastore.
I colombi trovavano la cappuccina, i fringuelli il miglio, i cardellini la paperina, il pettirosso i vermi, l'ape i fiori, la mosca i moscerini, e il verdone le mosche. Talvolta si mangiavano gli uni con gli altri, il che costituisce il mistero del male misto al bene; però nessuna bestia aveva lo stomaco vuoto.
I due piccoli derelitti erano giunti presso la grande vasca. Un po' turbati da tutta quella luce cercavano di nascondersi - istinto del povero e del debole davanti alla magnificenza, anche impersonale - e si mantenevano dietro la baracca dei cigni.
Di tanto in tanto, se spirava un alito di vento, si udivano grida confuse, rumori, una specie di rantoli tumultuosi che erano fucilate, e colpi sordi che erano cannonate. Sopra i tetti dalla parte dei Mercati c'era del fumo. Una campana che suonava in lontananza pareva che chiamasse.
I due bimbi sembravano indifferenti a quei rumori. Ogni tanto il più piccolo ripeteva: - Ho fame!
Quasi contemporaneamente ai due bimbi, un'altra coppia si avvicinava allo stagno. Era un ometto di cinquant'anni che guidava per mano un ometto di sei; certamente padre e figlio. Il ragazzetto portava una grossa focaccia.
A quell'epoca, alcune case limitrofe, in via Madame e in via Inferno, possedevano una chiave del Lussemburgo, di cui facevano uso gli inquilini quando i cancelli erano chiusi. Questa tolleranza fu in seguito soppressa. Quel padre e quel figlio uscivano certamente da una di quelle case.
I due piccoli mendicanti, vedendo venire quel "signore", si nascosero di più.
L'uomo era un borghese, probabilmente lo stesso che Mario un giorno, attraverso la sua febbre amorosa, aveva sentito suggerire al figlio di "evitare gli eccessi", presso quella stessa grande vasca. Aveva un aspetto affabile e altero, e una bocca che sorrideva sempre e non si chiudeva mai. Quel sorriso meccanico, prodotto da una mascella troppo grande, da troppo poca pelle, mostrava i denti anziché l'anima.
Il fanciullo, con la sua focaccia già addentata, pareva sazio. Era vestito da guardia nazionale a causa della sommossa, mentre il padre era in borghese per prudenza.
Padre e figlio si erano fermati presso la vasca, in cui stavano a sollazzarsi due cigni. Quel borghese sembrava avere per i cigni una particolare ammirazione; e aveva questo di somigliante con loro, che camminava alla loro maniera.
Per il momento i due cigni nuotavano ed erano superbi. Se i due piccoli mendicanti avessero ascoltato e fossero stati in età da comprendere, avrebbero potuto raccogliere le parole di un uomo grave. Il padre diceva al figlio:
- Il saggio s'accontenta di poco. Guarda me, figlio mio. Io non amo il fasto, non vesto mai abiti fregiati d'oro e di pietre preziose, lascio questo falso splendore alle anime malfatte.
In quel momento le grida che provenivano dalla parte dei Mercati raddoppiarono, insieme al suono della campana e ai rumori.
- Che cos'è questo chiasso? - chiese il fanciullo.
- Sono saturnali, - rispose il padre.
A un tratto scorse i due piccoli cenciosi, immobili dietro il casotto verde dei cigni.
- Ecco il principio, - disse.
E dopo una pausa aggiunse:
- L'anarchia penetra in questo giardino.
Frattanto il figlio morse la focaccia, ma sputò il morso e improvvisamente scoppiò a piangere; - Perché piangi?
- Non ho più fame, - disse il bambino.
Il sorriso del padre si accentuò.
- Non è necessario aver fame per mangiare una focaccia.
- Non mi piace; è dura.
- Non ne vuoi più?
- No.
Allora il padre, indicandogli i cigni:
- Gettala a quei palmipedi.
Il ragazzo esitò. Non volerne non è una bella ragione per dare la focaccia ad altri.
Il padre proseguì:
- Sii umano; abbi pietà degli animali.
La focaccia cadde molto vicino all'orlo.
I cigni erano lontani, nel mezzo della vasca, e non avevano visto né il borghese né la focaccia. Vedendo allora che la focaccia poteva andare a fondo e commosso da quell'inutile naufragio, il borghese si dette a fare movimenti telegrafici per attirare i cigni. Questi scorsero qualcosa che galleggiava e si diressero, virando di bordo, verso la focaccia con la stupida maestà che si addice a bestie bianche.
- I cigni capiscono i segnali, - disse il borghese, felice di avere dello spirito.
In quel momento il lontano tumulto della città si accrebbe improvvisamente, e questa volta parve sinistro. Certe folate di vento parlavano con maggiore chiarezza di altre. Il vento che soffiava in quel momento portò chiaramente dei clamori, degli spari di fila e le lugubri risposte della campana a stormo e del cannone. Tutto questo coincise con una nuvola nera che nascose inaspettatamente il sole.
I cigni non erano ancora arrivati alla focaccia.
Torniamo a casa, - disse il padre. - Assaltano le Tuileries.
Riprese la mano del figlio e continuò:
- Dalle Tuileries al Lussemburgo corre solo la distanza che separa la monarchia dall'istituzione dei Pari; non è molta. Fra poco pioveranno le fucilate.
E guardando la nuvola:
- E forse verrà anche la pioggia; anche il cielo si mette in mezzo; il ramo cadetto a casa.
- Vorrei vedere i cigni mangiare la focaccia, - disse il fanciullo.
- Sarebbe un'imprudenza, - rispose il padre. - E condusse via il suo piccolo borghese, che, rimpiangendo i cigni, continuò a volgere la testa verso la vasca, finché un gomito del viale non gliela ebbe nascosta.
Frattanto, contemporaneamente ai cigni, i due piccoli vagabondi si erano avvicinati alla focaccia galleggiante. Il più piccolo guardava la focaccia, il più grande il borghese che se ne andava.
Padre e figlio entrarono nel labirinto dei viali che conduce alla grande scalinata del boschetto dalla parte di via Madame.
Non appena questi furono scomparsi, il più grande si stese sull'orlo della vasca e aggrappandosi con la sinistra, chino sull'acqua, fino al punto di poterci cadere dentro, allungò la destra con la bacchetta verso la focaccia. I cigni, vedendo il nemico, si affrettarono, e affrettandosi produssero un'onda utile al piccolo pescatore. Mentre i cigni arrivavano la bacchetta toccò la focaccia. ll fanciullo dette un colpo lesto, accostò la focaccia, spaventò i cigni, la prese e si raddrizzò. La focaccia era bagnata, ma essi avevano fame e sete. Il maggiore ne fece due parti, una grossa e l'altra piccola, tenne la piccola per sé e dando la grossa al fratellino, disse:
Cacciati questo nel gozzo.
17. MORTUUS PATER FILIUM MORITURUM EXPECTAT
Mario si era precipitato alla barricata e Combeferre lo aveva seguito. Ma era troppo tardi. Gavroche era morto. Combeferre raccolse il paniere della cartucce, Mario raccolse Gavroche.
Ahimé! - pensava, - quel che il padre aveva