Victor Hugo



I MISERABILI

 

 

 

 

(secondo volume)






PARTE TERZA - MARIO



Libro 1


PARIGI STUDIATA IN GAVROCHE



1. PARVULUS


Parigi ha un fanciullo e la foresta ha un uccello; l'uccello si chiama passerotto, e il fanciullo si chiama monello.

Accoppiate queste due idee che contengono l'una la fornace più ardente e l'altra l'aurora, fate scoccare queste due scintille, Parigi e l'infanzia, e ne viene fuori un piccolo essere che Plauto chiamerebbe "Homunculus".

Questa piccola creatura è allegra. Non mangia tutti i giorni e va ogni sera allo spettacolo, se vuole. Non possiede né camicia, né scarpe, né casa; proprio come le mosche del buon Dio. Conta dai sette ai tredici anni, vive in piccole brigate, batte le strade, dorme a cielo aperto, porta vecchi pantaloni di suo padre che gli calano fino ai talloni, un vecchio cappello di qualche altro padre che gli cade sulle orecchie, una sola bretella di stoffa gialla; corre, sorveglia, mendica, perde tempo, fuma, bestemmia come un turco, frequenta l'osteria, conosce i ladri, da del tu alle prostitute, parla in gergo, canta canzoni oscene, ma non nasconde niente di cattivo nel cuore. Questo perché nell'anima ha una perla, l'innocenza, e le perle non si sciolgono nel fango. Dio vuole che l'uomo sia innocente finché resta fanciullo.

Se si chiedesse all'enorme città: - Chi è costui? - essa risponderebbe: - E' mio figlio.




2. ALCUNI SUOI SEGNI PARTICOLARI.


Il monello di Parigi è il nano della gigantessa.

Non esageriamo; questo cherubino delle chiaviche talvolta possiede una camicia, ma allora ne ha una sola; talvolta ha un paio di scarpe, ma sono senza suole; talvolta ha un tetto e lo ama perché c'è la mamma, ma preferisce la pubblica strada perché ci trova la libertà. Ha i suoi giochi, le sue malizie contro i borghesi, le sue metafore, come questa: essere morto si dice "mangiare il radicchio alla radice"; ha i suoi mestieri, come cercare una vettura pubblica, abbassare il predellino della carrozza, disporre dei pedaggi tra un marciapiede e l'altro quando piove - e questo per loro si chiama fare i "ponti delle arti" - ripetere ad alta voce i discorsi pronunciati dall'autorità a favore del popolo francese; grattare gli interstizi tra le pietre del lastricato; ha una sua moneta che si compone di tutti i pezzettini di rame lavorato che si trovano per la strada, e questa curiosa moneta, chiamata "loques", ha un corso invariabile e ben regolato in quella piccola bohème fanciullesca.

Infine ha anche la sua fauna, che studia accuratamente in tutti gli angoli: il ragno comune, il ragno campagnolo, la testa di morto, il "diavolo" che è un insetto nero che insidia torcendo la coda armata di due artigli. Ha il suo mostro favoloso che porta delle scaglie sul ventre e non è una lucertola, che porta delle pustole sul dorso e non è un rospo, che abita nelle buche delle vecchie calcare e nelle cisterne asciutte, nero, vellutato, vischioso, strisciante, ora lento, ora rapido, che non grida ma guarda, e che è così terribile che nessuno l'ha mai visto; ed egli chiama questo mostro "il sordo". Cercare dei sordi tra i sassi è un enorme divertimento. Un altro divertimento consiste nel sollevare bruscamente un sasso per trovarvi un millepiedi. Ogni quartiere di Parigi è celebre per le scoperte che vi si possono fare. Nel quartiere delle Orsoline ci sono le forfecchie, al Pantheon ci sono i millepiedi e nel Campo di Marte i girini.

Il monello ha i suoi motti di spirito come Talleyrand; non è meno cinico, ma è più onesto. E' dotato di una sua giovialità imprevista, e sbalordisce il bottegaio con le sue folli risate. La sua gamma va dalla commedia alla farsa.

Passa un funerale. Tra quelli che accompagnano il morto, c'è un medico.

- Toh! - esclama il monello. - Da quando in qua i medici vanno essi stessi a consegnare il loro lavoro?

Un altro monello si trova tra la folla. Un uomo grave, con occhiali e ciondoli, si volge indignato esclamando:

- Mascalzone! come ti prendi libertà con mia moglie?

Io, signore? frugatemi addosso - risponde il monello.




3. E' PIACEVOLE


Di sera, grazie ai pochi soldi che riesce sempre a procurarsi, l'"homunculus", entra in un teatro. Varcando la magica soglia, si trasfigura; da monello diventa birichino. I teatri sono una specie di navi rovesciate, con la stiva in alto. Ed è proprio in questa stiva che i birichini si ammucchiano. Il birichino sta al monello come la falena sta alla larva: lo stesso individuo che ha preso il volo e si libra nell'aria. Basta che sia là, con la sua felicità raggiante, con la sua potenza di entusiasmo e di gioia, col suo battimani che rassomiglia a un battito d'ali, e quella stiva stretta, fetida, buia, malsana, schifosa, abominevole diventa un paradiso.

Date a una creatura l'inutile e toglietele il necessario, e voi avrete il monello.

Il monello non è privo di intuito letterario; però, e lo diciamo con rincrescimento, la sua tendenza non ha gusto classico. Egli è per natura poco accademico. Così, per dare un esempio, la popolarità della signorina Mars in quel pubblico di ragazzi chiassosi era condita da una punta d'ironia. Il monello la chiamava signorina "Mosca".

Il monello schiamazza, canzona, schernisce, battaglia, porta cenci come un bambino e rappezzi come un filosofo, pesca nelle chiaviche, va a caccia nelle cloache, estrae la gaiezza dall'immondezzaio, sferza col suo brio la gente ai crocicchi, deride e morde, fischia e canta, acclama e dà la baia, tempera l'alleluia col laralallalà, salmodia tutti i ritmi dal "De profundis" alle canzonette, trova senza cercare, sa quel che ignora, è spartano fino al furto, pazzo fino alla saggezza, lirico fino alla sozzura, si accoccolerebbe sull'Olimpo; si ravvoltola nel letamaio e ne esce coperto di stelle. Il monello di Parigi è Rabelais in piccolo.

Non è contento dei suoi calzoni se non hanno il taschino per l'orologio.

Si meraviglia poco, si spaventa di meno, canzona le superstizioni, sgonfia le esagerazioni, deride i misteri, subsanna ai fantasmi, spoetizza i trampoli, introduce la caricatura anche nell'ingrandimento epico. Non che sia prosaico, tutt'altro; ma alla visione solenne sostituisce la farsa fantasmagorica. Se Adamastor gli apparisse, il monello gli direbbe: - Toh! l'orco!




4. PUO' ESSERE UTILE


Parigi comincia col babbeo e finisce col monello: due specialità che non appartengono a nessuna altra città; l'accettazione passiva che si contenta di guardare e l'iniziativa inesauribile; Prudhomme e Fouillou. Parigi soltanto possiede questi tipi nella sua storia naturale. Tutta la monarchia è nel babbeo; tutta l'anarchia è nel monello.

Questo pallido figlio dei sobborghi parigini vive e si sviluppa, si forma e si "sforma" nella sofferenza, testimone pensoso delle realtà sociali e delle cose umane. Lo si crede spensierato, ma non lo è. Osserva, pronto a ridere ma anche pronto a qualcos'altro.

Chiunque voi siate e anche se vi chiamate Pregiudizio, Abuso, Ignominia, Oppressione, Iniquità, Dispotismo, Ingiustizia, Fanatismo, Tirannide, guardatevi dal monello attonito.

Il piccolo diventerà grande.

Di quale argilla è fatto? di un fango qualunque. Una manata di melma e un soffio, ecco Adamo. Basta che un Dio passi. Un Dio è sempre passato su un monello. La fortuna lavora per questo piccolo essere. Con questa parola fortuna noi intendiamo un po' il caso.

Quel pigmeo impastato a caso nella terra comune, ignorante, volgare, analfabeta, attonito, triviale, sarà un ionio o un beota?

Aspettate, "currit rota", lo spirito di Parigi, questo demone che crea i figli del caso e gli uomini del destino, al contrario del vasaio latino, trasforma una brocca in un'anfora.




5. I SUOI LIMITI


Il monello ama la città, ma ama pure la solitudine, perché ha qualcosa del filosofo. "Urbis amator" come Fusco, "ruris amator" come Flacco.

Vagare pensando, vale a dire gironzolare senza far niente, è un buon impiego del tempo per i filosofi, particolarmente in quella specie di campagna un po' bastarda, piuttosto brutta ma bizzarra e composta di due diversi elementi, che circonda certe grandi città e specialmente Parigi. Osservare il suburbio è come osservare un anfibio. Fine degli alberi e inizio delle case, fine dell'erba e inizio del selciato, fine dei solchi e inizio delle botteghe, fine delle carraie e inizio delle passioni, fine del mormorio divino e inizio del rumore umano; perciò, un interesse straordinario; perciò, in quei luoghi poco attraenti e battezzati tristi dai passanti, le passeggiate apparentemente senza scopo del sognatore.

Chi scrive ha girato per molto tempo nella periferia di Parigi, e questa è per lui una sorgente di profondi ricordi. L'attiravano quei prati rasi, quei sentieri sassosi, quella creta, quell'aspra monotonia dei terreni incolti e dei maggesi, certe primizie degli ortolani scorte d'un tratto in un fondo, quel misto di selvatico e di borghese, quei vasti angoli deserti dove i tamburi delle guarnigioni tengono la loro scuola rumorosa e fanno una specie di balbettio della battaglia, quelle tebaidi di giorno che diventano covi di notte, il mulino sgangherato che gira al vento, i macchinari delle cave, le bettole all'angolo dei cimiteri, il misterioso incanto dei grandi muri malinconici che tagliano immensi terreni incolti inondati dal sole e pieni di farfalle.

Quasi nessuno conosce quei luoghi singolari come la Glacière, la Cunette, lo schifoso muro di Grenelle picchiettato di palle, Montparnasse, la Fosse-aux-Loups, gli Aubiers sull'argine della Marna, Montsouris, la Tombe-Issoire, la Pierre-Plate di Chatillon dove si trova una vecchia cava esaurita che serve soltanto a far spuntare i funghi ed è chiusa a fior di terra da una botola di tavole fradicie. La campagna di Roma è una cosa, i dintorni di Parigi sono un'altra; vedere soltanto campi, case e alberi in quel che ci offre un orizzonte significa restare alla superficie; tutti gli aspetti delle cose sono pensieri di Dio. Il luogo dove una pianura si congiunge a una città è sempre impregnato di una certa insinuante malinconia. La natura e l'umanità vi parlano insieme, e vi appaiono le originalità locali.

Chiunque abbia girato come noi in quelle solitudini attigue ai nostri sobborghi, che potrebbero chiamarsi il limbo di Parigi, avrà intravisto qua e là, nel luogo più deserto, quando meno se l'aspettava, dietro una magra siepe o dietro uno spigolo di muro lugubre, dei ragazzi in gruppo tumultuoso, lividi, inzaccherati, polverosi, cenciosi, furiosi, che giocano a rimbalzello inghirlandati di fiordalisi. Sono tutti piccoli scappati dalle famiglie povere. Il bastione esterno è il loro ambiente respirabile; il suburbio è loro proprietà, e ci stanno a giocare eternamente, e ci cantano ingenuamente il loro repertorio di canzoni oscene. Stanno là, o per meglio dire vivono là, lontani da ogni sguardo, alla dolce luce di maggio o di giugno, inginocchiati attorno a un buco praticato nel terreno, spingendo col pollice delle palline, disputandosi dei centesimi, irresponsabili, liberi, felici; e appena vi scorgono, vi ricordano che esercitano un'industria e che devono guadagnarsi il pane, e corrono per vendervi una vecchia calza di lana piena di scarabei oppure un mazzetto di lillà. L'incontro di quegli strani fanciulli è una cosa incantevole e triste insieme nei dintorni di Parigi.

Talvolta, in quelle frotte di ragazzi ci sono anche delle bambine - sono le sorelle? - quasi adolescenti, magre, febbrili, abbronzate dal sole, il viso lentigginoso, con spighe di segala e rosolacci nei capelli, allegre, selvatiche, coi piedi nudi.

Talvolta siedono in mezzo al grano a mangiar ciliegie e la sera si sentono ridere. Quei gruppi illuminati dalla gran luce del giorno oppure intravisti nei crepuscoli interessano a lungo il pensatore, e queste tristi visioni si frammischiano al suo pensiero.

Parigi centro, il suburbio circonferenza: questa è tutta la terra per quei ragazzi. Non si avventurano mai oltre. Non possono uscire dall'atmosfera parigina come i pesci non possono uscire dall'acqua. Per loro, a due leghe, non c'è più nulla. Là finisce l'universo.




6. UN PO' DI STORIA


Nell'epoca, quasi contemporanea, a cui si riferisce la storia di questo libro, non si vedeva come oggi una guardia municipale a ogni angolo di strada (beneficio che non è il momento di discutere), e i ragazzi vagabondi abbondavano a Parigi. Le statistiche danno una media di duecentosessanta fanciulli raccolti ogni anno dalle pattuglie di polizia nei terreni incolti, nelle case in costruzione e sotto gli archi dei ponti. Uno di quei nidi, rimasto famoso, produsse "le rondinelle del ponte d'Arcole". Del resto, questo è il più disastroso dei sintomi sociali; tutti i delitti dell'uomo hanno origine dal vagabondaggio dei ragazzi.

Bisogna però fare un'eccezione per Parigi, eccezione giusta, nonostante le cose che abbiamo ricordato. Mentre in ogni altra grande città un fanciullo vagabondo è un uomo perduto, mentre quasi dovunque un fanciullo abbandonato a se stesso è in certo modo destinato a una specie di immersione fatale nei vizi pubblici che distruggono in lui l'onestà e la coscienza, il monello parigino, per quanto frusto e intaccato alla superficie, all'interno è ancora intatto. E' magnifico constatare- sfolgora del resto nella splendida probità delle nostre rivoluzioni popolari - che una certa incorruttibilità risulta dall'idea che è nell'aria di Parigi, come dal sale che è nell'acqua dell'oceano.

Respirare l'aria di Parigi preserva l'anima.

Quel che diciamo non toglie nulla a quella stretta al cuore che proviamo ogni qualvolta incontriamo uno di quei fanciulli intorno ai quali pare di vedere ondeggiare i fili della famiglia disfatta.

Nell'attuale civiltà, ancora tanto incompleta, non è una cosa troppo anormale questo dissolversi delle famiglie, che si svuotano nell'ombra senza sapere che ne sarà dei loro figli e che lasciano cadere le loro viscere sulla pubblica via. Di qui, tanti oscuri destini. E questo è quel che si chiama "essere gettati sul lastrico di Parigi" - dal momento che questa cosa triste ha dato origine a una locuzione.

Notiamo di sfuggita che la vecchia monarchia non scoraggiava tale abbandono di fanciulli. Un po' d'Egitto e di Boemia nelle basse sfere faceva comodo a quelle alte ed era utile ai potenti. L'odio contro l'istruzione dei figli del popolo era diventato un dogma; la parola d'ordine era: A che giova una "mezza istruzione"?

Orbene, il fanciullo vagabondo è il corollario del fanciullo ignorante.

Però, talvolta la monarchia aveva bisogno dei fanciulli e allora rastrellava le strade.

Sotto Luigi Quattordicesimo, per non risalire più indietro, il re voleva giustamente creare una flotta. L'idea era buona; ma vediamo il mezzo. Non è possibile una flotta se accanto alla nave a vela, che è in balia dei venti, non c'è la nave che va dove vuole, sia a remi che a motore. Le galere erano allora per la marina quel che sono oggi i rimorchiatori. Era dunque necessario avere delle galere. Ma la galera non si muove senza galeotti; dunque occorrevano i galeotti. Per averne, Colbert faceva condannare alla galera quanta più gente poteva, dagli intendenti di provincia e dai parlamenti; e la magistratura vi si prestava con molta compiacenza. Se un uomo teneva il cappello in testa mentre passava una processione, lo mandavano in galera perché mostrava un atteggiamento ugonotto; se trovavano un fanciullo per strada, di quindici anni e senza casa, lo mandavano alle galere. Gran regno!

gran secolo!

Sotto Luigi Quindicesimo, i fanciulli sparivano da Parigi; la polizia li acciuffava, e non si sapeva per quale uso misterioso.

La gente faceva mostruose congetture sui bagni purpurei del re.

Barbier parlava ingenuamente di queste cose. Talvolta accadeva che gli ufficiali di polizia, non trovando fanciulli abbandonati, afferravano quelli che avevano i genitori. Allora i padri disperati saltavano addosso agli ufficiali. In tal caso interveniva il parlamento e faceva impiccare, chi? gli ufficiali?

no, i padri.




7. IL MONELLO AVREBBE IL SUO POSTO TRA LE CASTE INDIANE


La monelleria parigina forma quasi una casta a sé. Si potrebbe dire che non ci appartiene chi vuole.

La parola "gamin" (monello) fu stampata la prima volta e passò dal linguaggio popolare a quello letterario nel 1834; fece la sua prima apparizione in un opuscolo intitolato "Claudio Gueux". Lo scandalo fu enorme, ma la parola è passata.

Molteplici sono gli elementi che determinano l'importanza dei monelli tra loro. Abbiamo conosciuto e praticato un monello che era molto rispettato e ammirato perché aveva visto cadere un uomo dall'alto delle torri di Notre-Dame; un altro perché era riuscito a entrare in un cortile interno, dove avevano deposto momentaneamente le statue della cupola degli Invalidi, e a rubare un po' di piombo; un terzo perché aveva visto una diligenza che si rovesciava; un altro finalmente perché "conosceva" un soldato che aveva quasi crepato un occhio a un borghese.

Questo spiega l'esclamazione d'un monello parigino, che è un profondo epifonema di cui il volgo ride senza capirlo: - "Dio!

quanto sono sfortunato! non ho visto ancora cadere qualcuno da un quinto piano!".

Certo, è un bel motto, contadinesco questo: - Papà, vostra moglie è morta della sua malattia. Perché non avete chiamato il medico? - Che volete, signore, noialtri poveretti MORIAMO DA NOI STESSI. - Ma se tutta l'indifferenza beffarda del contadino è in questa frase, tutta l'anarchia libera pensatrice del monello dei sobborghi è certamente in quest'altra. Un condannato a morte ascolta il suo confessore, sulla carretta. Un monello di Parigi protesta: - Parla col suo prete! che cappone!

Una certa audacia in materia religiosa dà importanza al monello.

E' importante essere uno "spirito forte".

L'assistere alle esecuzioni capitali costituisce per essi un dovere. L'un l'altro, ridendo, si indicano la ghigliottina, che chiamano con ogni specie di nomignoli: - Fine della zuppa, Brontolona, - la Mamma in cielo, - l'ultimo boccone, eccetera. Per non perdere nulla dello spettacolo, scalano i muri, si issano sui balconi, salgono sugli alberi, si appendono ai cancelli, si aggrappano ai camini. Il monello nasce aggiustatetti come nasce marinaio. Un tetto non gli fa più paura di un albero maestro. Non c'è festa che valga quella della piazza di Grève. Sanson e l'abate Montès sono nomi veramente popolari. Schiamazzano dietro il condannato per incoraggiarlo; e talvolta lo ammirano. Lacenaire, quando era monello,vedendo l'orribile Dautunmorire coraggiosamente, disse questa frase che contiene un avvenire: "Ne ero geloso!". I monelli non conoscono Voltaire, ma conoscono Papavoine. Uniscono nella stessa leggenda i condannati politici e gli assassini. Si ricordano per tradizione dell'ultimo abbigliamento di ognuno; sanno che Tolleron portava un berretto duro da fuochista, Avril un berretto di lontra, Loutrel un berretto duro, sanno che il vecchio Delaporte era calvo e a testa scoperta, che Castaing era roseo e assai bello, che Bories aveva una barbetta romantica, che Jean Martin aveva conservato le bretelle, che Lecouffé e sua madre litigavano tra loro. - Smettetela di litigare per il paniere! disse un monello. Un altro monello, troppo piccolo tra la folla per vedere passare Debacker, scorge un lampione e vi si arrampica. Un gendarme lì accanto aggrotta le ciglia. Lasciatemi salire, signor gendarme, - dice il monello. E per commuovere l'autorità, aggiunge: - Non cadrò! - M'importa poco se cadi! risponde il gendarme.

Nel clan dei monelli conta molto un accidente memorabile. Si è tenuti nella massima considerazione se capita di ferirsi profondamente "fino all'osso".

Il pugno non è un mediocre elemento di rispetto. Una cosa che il monello dice più volentieri è questa: - "Sono fortissimo, sai!".

Essere mancino è una cosa invidiabile; essere strabico è apprezzabile.




8. UNA FACEZIA DELL'ULTIMO RE


D'estate, il monello si trasforma in rana. Al tramonto del sole, quando comincia a cadere la sera, presso i ponti di Austerlitz e di Iena, dall'alto delle zattere dei carboni e dei battelli da lavandaie, si precipita a testa in giù nella Senna con tutte le possibili infrazioni alle leggi del pudore e della polizia.

Intanto le guardie vigilano, e ne risulta una situazione assai drammatica, che ha dato luogo a un grido fraterno e memorabile.

Questo grido fu celebre verso il 1830 ed è un avviso strategico da monello a monello, scandito come un verso omerico, con un tono musicale quasi inesprimibile come la melopea eleusiaca delle Panatenee, e in cui si ritrova l'antico Evoè. Eccolo: Ohé, Titi, ohéee! c'è lo sbirro, prenditi i cenci e vattene! passa per la fogna!".

Talvolta questo moscerino, come si qualifica lui stesso, sa leggere; talvolta sa anche scrivere, ma sa sempre impiastricciare qualcosa. Per non so quale mutuo insegnamento, egli riesce a procurarsi tutti i mezzi che possono essere di pubblica utilità.

Dal 1815 al 1830 imitava il tacchino; dal 1830 al 1848 scarabocchiava una pera sui muri. Una sera d'estate, Luigi Filippo, mentre rientrava a piedi, scorse un monello, non più alto di un granello di pepe che sudava e si rizzava per tracciare col carbone una gigantesca pera sopra uno dei pilastri del cancello di Neuilly; il re, con quella bonomia che gli derivava da Enrico Quarto, aiutò il monello, finì la pera e dette un luigi al monello dicendogli: - "Anche qui sopra c'è la pera!". Il monello ama il chiasso, gli piace un certo clima violento. Esecra i curati, ma per quanto grande sia il suo volterianesimo, se gli capita di dover fare il chierichetto lo fa, e serve decentemente la messa.

Ci sono due cose di cui è il Tantalo e che desidera sempre senza ottenerle mai: rovesciare il governo e farsi ricucire i calzoni.

Il monello perfetto conosce tutte le guardie di Parigi e sa sempre, se ne incontra qualcuna, applicare il nome alla figura. Li enumera sulla punta delle dita, studia i loro costumi, conosce di ognuno le note speciali. Legge nell'anima del poliziotto. Vi dirà senza esitare: - Il tale è "traditore"; quell'altro è "assai cattivo"; quell'altro è "grande"; quell'altro è "ridicolo" (e tutte queste parole hanno sulla sua bocca un significato particolare); questo qui crede che il Ponte Nuovo sia suo e "impedisce alla gente" di passeggiare sul parapetto; quell'altro ha la mania di "tirar le orecchie" eccetera eccetera.




9. LA VECCHIA ANIMA DELLA GALLIA


C'era qualcosa di questi monelli in Poquelin, figlio dei Mercati, e in Beaumarchais. La monelleria è una sfumatura dello spirito gallico. Mista al buon senso, gli dà forza come fa l'alcool col vino; talvolta invece è un difetto. Omero si ripete, sia pure; si potrebbe dire che Voltaire monelleggia. Camillo Desmoulins veniva dal suburbio; Championnet, che derideva i miracoli, era uscito dal lastrico di Parigi e, da piccolo, aveva orinato sotto l'atrio di san Giovanni di Beauvais e di santo Stefano del Monte.

Il monello di Parigi è rispettoso, ironico e insolente; ha brutti denti perché si nutre male, e il suo stomaco soffre; ha però begli occhi perché è spiritoso. Davanti a Jahvé, salterebbe su un sol piede i gradini del paradiso. E' forte a dar calci. E' suscettibile di qualsiasi sviluppo. Gioca nel rigagnolo ma si rialza se si tratta di una sommossa. E' sfrontato davanti alla mitraglia; era un ragazzaccio e diventa un eroe; come il piccolo tebano, scuote la pelle di leone; il tamburino Bara era un monello di Parigi; grida: Avanti! come il cavallo della Scrittura dice:

Va'! - e in un attimo il marmocchio diventa un gigante.

Questo figlio del fango è anche il figlio dell'ideale. Provatevi a misurare l'apertura delle ali che va da Molière a Bara.

Insomma, il monello è una creatura che si diverte perché infelice.




10. ECCE PARIGI, ECCE HOMO


Riassumendo, il monello di Parigi ai nostri giorni, come il greculo di Roma, è il popolo fanciullo che ha sulla fronte la ruga del vecchio mondo.

Il monello è per la nazione una grazia e una malattia. Una malattia che si deve guarire. Come? Con l'istruzione.

L'istruzione risana. L'istruzione illumina.

Tutte le generose irradiazioni sociali provengono dalla scienza, dalle lettere, dalle arti, dall'insegnamento. Formate degli uomini, formate degli uomini! Illuminateli e vi riscalderanno.

Presto o tardi la bella questione dell'istruzione popolare si presenterà con l'irresistibile autorità della verità assoluta; e allora i governanti dovranno scegliere: i ragazzi francesi o i monelli parigini; le fiamme nella luce oppure i fuochi fatui nelle tenebre.

Il monello esprime Parigi, e Parigi esprime il mondo.

Perché Parigi è un tutto, una somma. Parigi è la volta del genere umano. Tutta questa meravigliosa città è una sintesi dei costumi passati e dei presenti. Chi vede Parigi crede di vedere il fondo di tutta la storia, con lembi di cielo e costellazioni negli interstizi. Parigi possiede un Campidoglio, il palazzo municipale, un Partenone, Notre-Dame; un Aventino, il sobborgo sant'Antonio; un Asinarium, la Sorbona; un Pantheon, una via Sacra, il boulevard degli Italiani, una Torre dei venti, la pubblica opinione, e al posto delle Gemonie ha il ridicolo. Tutto quello che esiste altrove si ritrova anche a Parigi. La pescivendola di Dumarsais può replicare all'erbivendola di Euripide, il discobolo Veiano rivive nel funambolo Furioso, il milite Terapontigono prenderebbe a braccetto il granatiere Vedeboncoeur, il rigattiere Damasippo sarebbe felice di trovarsi tra i venditori di cianfrusaglie, Vincennes imprigionerebbe Socrate come l'Agora rinchiuderebbe Diderot, Grimod de la Reynière ha scoperto la bistecca come Curtillo inventò il riccio arrostito, eccetera eccetera.

Che cosa non ha Parigi? Il catino di Trofonio non contiene nulla che non si trovi nel tino di Mesmer; Ergofila risuscita in Cagliostro; il cimitero di san Medardo ha dei miracoli buoni quanto quelli della moschea di Damasco.

Parigi ha un Esopo, Mayeux, e una Canidia, la signorina Lenormand.

Si spaventa, come Delfo, davanti alle sfolgoranti realtà della visione; fa muovere i tavolini come Dodonia i tripodi; mette una donnina sul trono come Roma ci metteva le cortigiane, eccetera.

A parte questo, Parigi è come un buon figliolo. Accetta tutto regalmente; non fa la schifiltosa nei riguardi di Venere; la sua Callipigia è ottentotta; purché rida, perdona; la bruttezza la rallegra ma la deformità la fa ridere, e il vizio la distrae.

Siate un originale e potrete essere un furfante...

Parigi è sinonimo di cosmo. Parigi è Atene, Roma, Sibari, Gerusalemme. Tutte le civiltà e tutte le barbarie più pure vi sono sintetizzate. Se non avesse una ghigliottina se ne dorrebbe.

Un po' di piazza Grève è buono. Che cosa sarebbe quella festa eterna senza un simile condimento? Le nostre leggi hanno saggiamente provveduto e, grazie ad esse, la mannaia cala su questo martedì grasso.




11. BEFFARE, REGNARE


Parigi non ha limite. Nessuna città ha dominato così come lei, che deride quelli che soggioga. "Piacervi, o ateniesi!" esclamava Alessandro. Parigi fa più che la legge, fa la moda; fa più che la moda, fa l'abitudine. Può essere stupida, se vuole; e qualche volta si permette questo lusso; ma allora il mondo è stupido con lei. Poi Parigi si risveglia, si stropiccia gli occhi, esclama:

Che stupida! e scoppia a ridere sotto il naso del genere umano.

Che meravigliosa città! E' strano che si trovino in buona compagnia il grandioso e il burlesco, che tutta quella maestà non sia disturbata da tutta quella parodia, e che la stessa bocca possa soffiare oggi nella tromba del giudizio universale e domani in uno zufolo campestre. Parigi ha una giovialità sovrana. La sua allegrezza è una folgore e il suo scherzo uno scettro. Il suo uragano esce talvolta da una smorfia; le sue esplosioni, le sue giornate epiche, i suoi capolavori, i suoi prodigi, le sue epopee vanno fino in capo al mondo, come pure i suoi spropositi. Il suo riso è una bocca di vulcano che inonda tutta la terra. I suoi lazzi sono faville. Impone ai popoli le sue caricature come i suoi ideali; i più alti monumenti della civiltà umana accettano le sue ironie e prestano la loro eternità alle sue ragazzate. Essa è superba; ha un prodigioso 14 luglio che libera il mondo; fa prestare il giuramento del Gioco della Palla a tutte le nazioni; la sua notte del 4 agosto dissolve in tre ore mille anni di feudalesimo; la sua logica diventa il muscolo della volontà unanime; si moltiplica sotto tutte le forme del sublime; inonda della sua luce Washington, Bolivar, Botzaris, Manin, Lopez, Garibaldi; si trova dovunque spunta l'avvenire: nel 1779 a Boston, nel 1820 a Leon, nel 1848 a Pest, nel 1860 a Palermo; sussurra la parola d'ordine "Libertà" all'orecchio degli abolizionisti americani convenuti sul traghetto di Harper's Ferry, e all'orecchio dei patrioti di Ancona radunati nell'ombra degli Archi, davanti all'albergo Gozzi, in riva al mare...

Questa è Parigi. I fumi dei suoi tetti sono le idee del mondo. E' un mucchio di fango e di pietre, se volete, ma soprattutto, è un essere morale. E' più che grande, immensa. Perché? perché osa.

Osare: ecco il prezzo del progresso.

Tutte le sublimi conquiste sono più o meno premio all'ardimento.

Perché esista la Rivoluzione non basta che Montesquieu la presenti, che Diderot la predichi, che Beaumarchais l'annunci, che Condorcet la calcoli, che Arouet la prepari, che Rousseau la premediti; è necessario che Danton osi affrontarla.

Il grido "Audacia!" è un "fiat lux!". Perché il genere umano progredisca è necessario che alla sommità ci siano delle forti lezioni di coraggio. Gli atti temerari sbalordiscono la storia e sono una delle grandi luci dell'uomo. Anche l'aurora osa, quando si leva. Tentare, sfidare, persistere, perseverare, essere fedele a se stesso, affrontare a viso aperto il destino, stupire la catastrofe con la poca paura che ci fa, ora affrontare la potenza ingiusta ora insultare la vittoria ubriaca, tener saldo, tener testa: ecco l'esempio di cui hanno bisogno i popoli, ecco la luce che li elettrizza. Lo stesso formidabile lampo va dalla fiaccola di Prometeo alla pipa di Cambronne.




12. L'AVVENIRE LATENTE NEL POPOLO


Il popolo parigino, anche quando diventa uomo, resta sempre monello; descrivere il fanciullo è lo stesso che descrivere la città; e perciò noi abbiamo studiato quest'aquila nel suo audace aquilotto.

La razza parigina si rivela soprattutto nei sobborghi; là c'è il puro sangue; là c'è la vera fisionomia; là il popolo lavora e soffre, e la sofferenza e il lavoro sono i due aspetti dell'uomo.

Là vivono innumerevoli esseri ignoti, da cui germogliano i tipi più strani, dallo scaricatore al segatore. "Fex urbis", esclama Cicerone: plebe, folla, popolaccio. Si fa presto a dire simili parole. Sia pure! ma che importa? che fa se vanno a piedi nudi?

Non sanno leggere; peggio per loro! Vorreste abbandonarli per questo? far della loro sventura una maledizione? Ia luce non potrebbe penetrare in quelle masse? Torniamo al nostro grido:

Luce! luce! Chi sa se quei corpi opachi non diventeranno trasparenti! le rivoluzioni non sono forse delle trasfigurazioni?

Filosofi, andate, insegnate, illuminate, accendete, pensate ad alta voce, parlate forte, correte allegramente al gran sole, fraternizzate con le pubbliche piazze, annunciate la buona novella, insegnate l'alfabeto, proclamate i diritti, cantate la Marsigliese, diffondete l'entusiasmo, strappate rami verdi alle querce. Fate dell'idea un turbine. Sappiamo servirci di quel vasto braciere di principi e di virtù, che in certe ore scoppietta, sfavilla e freme. Quei piedi nudi, quelle braccia nude; quei cenci, quell'ignoranza, quelle abiezioni, quelle tenebre possono essere impiegate per la conquista dell'ideale. Guardate nel popolo e scorgerete la verità. Quella vile sabbia che calpestate, gettatela nella fornace, fatela fondere e diventerà uno splendido cristallo col quale Galileo e Newton scopriranno le stelle.




13. IL PICCOLO GAVROCHE


Circa otto o nove anni prima degli avvenimenti che abbiamo raccontato nella seconda parte di questa storia, sul boulevard del Tempio oppure nei dintorni di Château-d'Eau si notava un ragazzo di undici o dodici anni, il quale avrebbe incarnato con sufficiente esattezza il tipo del monello abbozzato precedentemente, se al riso proprio della sua età non avesse unito un cuore assolutamente triste e vuoto. Quel ragazzo indossava bensì un paio di pantaloni da uomo, ma non erano di suo padre, e aveva una camicetta donnesca che non apparteneva a sua madre.

Persone estranee l'avevano vestito di cenci per carità. Eppure aveva un padre e una madre; ma suo padre non pensava a lui e sua madre non lo amava. Era uno di quei ragazzi che meritano più pietà di tutti quelli che, pur avendo padre e madre, sono tuttavia degli orfanelli.

Il ragazzo non si sentiva mai tanto bene come quando stava nella strada. Il selciato gli era meno duro del cuore di sua madre.

I suoi genitori l'avevano gettato sulla strada con una pedata. Ed egli aveva preso subito il volo. Era un ragazzo chiassoso, pallido, svelto, sveglio, beffardo, dall'aria vivace e malaticcia.

Andava, veniva, cantava, giocava, frugava nei rigagnoli, rubava un poco ma allegramente come i gatti e i passeri, rideva quando lo si chiamava galoppino, e andava in collera se lo chiamavano mascalzone. Non aveva né casa, né pane, né fuoco, né amore; ma era allegro perché libero.

Quando questi poveri esseri diventano uomini, quasi sempre il rullo dell'ordine sociale li incontra e li schiaccia; ma finché restano fanciulli sfuggono perché piccini, e il minimo buco li salva.

Eppure, per quanto abbandonato, quel ragazzo poteva dire talvolta, ogni due o tre mesi: - Toh, vado a trovare la mamma! E allora abbandonava il boulevard, il Circo e la Porta Saint-Martin, scendeva verso il fiume, passava i ponti, raggiungeva i sobborghi, arrivava alla Salpêtrière e si fermava. Dove? Precisamente a quel doppio numero 50-52 che il lettore già sa, alla topaia Gorbeau.

A quell'epoca la catapecchia 50-52, abitualmente deserta e sempre col cartello "Affittasi", era, cosa rara, abitata da molti individui che del resto, come sempre accade a Parigi, non avevano alcun rapporto tra loro. Appartenevano tutti alla classe indigente, che comincia dall'ultimo piccolo borghese in strettezze e si prolunga di miseria in miseria nei bassifondi della società fino a quei due esseri ai quali vanno a finire tutte le cose materiali della civiltà: lo spazzino e il stracciarolo.

La "principale inquilina" ai tempi di Giovanni Valjean era morta ed era stata sostituita da un'altra simile. Non so quale filosofo ha detto che le vecchie non mancano mai.

Questa nuova vecchia si chiamava Burgon e non aveva altro di notevole nella sua vita che una dinastia di tre pappagalli che avevano regnato sul suo cuore.

I più miserabili tra gli inquilini di quella topaia erano quattro componenti di una famiglia: padre, madre, e due figlie già abbastanza grandi, tutti e quattro in una sola stamberga.

A prima vista, quella famiglia non offriva nulla di particolare al di fuori della sua estrema miseria. Il padre, prendendo a pigione la casa, aveva detto di chiamarsi Jondrette, e appena messo piede in quella casa aveva detto alla donna che, come la precedente, faceva da portinaia e spazzava le scale: - Buona donna, se per caso qualcuno chiedesse di un polacco, di un italiano o anche di uno spagnolo, sono io.

Questa era la famiglia dell'allegro monello. Egli arrivava e trovava la povertà, la miseria, e, ciò che è più triste, nessun sorriso; il freddo nel focolare e nei cuori. Quando entrava, gli chiedevano: - Da dove vieni? - Rispondeva: - Dalla strada! - Sua madre gli chiedeva: - Che vieni a fare qui?

Questo ragazzo viveva senza affetti come certe pallide erbe che nascono nelle cantine. Non ne soffriva e non se la prendeva con nessuno perché non sapeva che cosa dovessero essere un padre o una madre. D'altronde la madre amava le sue sorelle.

Abbiamo dimenticato di dire che quel piccolo ragazzo veniva chiamato Gavroche. Perché si chiamava Gavroche? Probabilmente perché suo padre si chiamava Jondrette.

Spezzare il filo pare che sia l'istinto di certe famiglie miserabili. La casa occupata dai Jondrette era l'ultima in fondo al corridoio. Quella accanto era occupata da un giovane che si chiamava Mario.

Diciamo adesso chi era Mario.




Libro 2


IL GRAN BORGHESE



1. NOVANT'ANNI E TRENTADUE DENTI


In via Boucherat, in via Normandia e in via Saintonge ci sono ancora dei vecchi che ricordano un buon uomo chiamato Gillenormand e ne parlano con piacere. Questo buon uomo era vecchio quando essi erano giovani. Per quelli che guardano quel vago formicolìo di ombre che si chiama il passato, quella figura non è ancora scomparsa completamente dal labirinto delle vie vicine al Tempio, alle quali, sotto Luigi Quattordicesimo, furono dati i nomi di tutte le province francesi, così come ai giorni nostri sono stati dati i nomi di tutte le capitali europee alle vie del nuovo rione Tivoli: segno, è inutile dirlo, di progresso.

Gillenormand, ancora vivo nel 1831, era uno di quegli uomini divenuti curiosi a vedersi solo perché hanno vissuto a lungo e sembrano strani perché una volta rassomigliavano a tutti e ora non somigliano più a nessuno. Era un vecchio speciale e veramente un uomo d'altri tempi, il vero borghese completo e un po' altero del settecento, che portava la sua buona e vecchia origine borghese con lo stesso sussiego con cui i marchesi portavano il loro marchesato. Aveva oltrepassato i novant'anni, camminava diritto, parlava a voce alta, vedeva bene, beveva forte, mangiava, dormiva e russava. Aveva tutti i suoi trentadue denti. Metteva gli occhiali soltanto per leggere. Era un tipo galante, ma diceva che da una decina d'anni aveva completamente rinunciato alle donne.

Diceva di non poter più piacere; e aggiungeva non già: Sono troppo vecchio! ma: Sono troppo povero! Diceva: Se non mi fossi rovinato...! Infatti aveva una rendita di soli quindicimila franchi. Il suo sogno era un'eredità e centomila franchi di rendita per mantenere delle megere. Come si vede, non apparteneva a quella razza malaticcia di ottuagenari che, come Voltaire, sono stati dei moribondi per tutta la loro vita. La sua non era la longevità del vaso incrinato, anzi egli era stato sempre sano. Di carattere superficiale, impetuoso, facile all'ira, s'infuriava per un nonnulla e delle volte a torto. Quando lo contraddicevano alzava il bastone e percuoteva, come si usava nel gran secolo.

Aveva una figlia di oltre cinquant'anni, nubile, che picchiava quando era in collera e che avrebbe volentieri staffilato; ai suoi occhi la figlia aveva sempre otto anni. Schiaffeggiava i suoi servi, dicendo: Carogna! Una delle sue bestemmie era questa: "Per la pantofolaccia di tutte le pantofolacce!". Aveva dei momenti di calma singolari: si faceva radere ogni giorno da un barbiere pazzo, che a causa della moglie che era bella e civetta, lo detestava perché geloso di lui. Gillenormand ammirava in ogni cosa il proprio discernimento e si dichiarava molto sagace. Ecco uno dei suoi motti: "Ho un certo intuito; sono capace di dire, se una pulce mi morde, da quale donna essa proviene". Le parole che diceva più frequentemente erano: "uomo sensibile" e "natura". Però a quest'ultima parola non dava il gran significato che le ha attribuito la nostra epoca, ma la faceva entrare a modo suo nelle piccole satire di salotto. Perché la civiltà abbia un po' di tutto - diceva - la natura le dà persino dei campioni di barbarie divertente. L'Europa possiede in formato piccolo dei campioni dell'Asia e dell'Africa. Il gatto è una tigre da salotto, la lucertola è un coccodrillo tascabile. Le ballerine dell'Opera sono selvagge bianche che non mangiano gli uomini ma li sgranocchiano oppure, come maghe, li mutano in ostriche e li ingoiano. I cannibali lasciano le ossa, ed esse lasciano i gusci. Questi sono i nostri costumi; noi non divoriamo ma rosicchiamo, non sterminiamo ma graffiamo.




2. A TALE PADRONE TALE CASA


Abitava al Marais, in via Figlie della carità, numero 6, in una casa di sua proprietà. Questa casa è stata demolita e poi riedificata, e probabilmente ha cambiato numero nelle rivoluzioni delle numerazioni che subiscono le strade parigine. Occupava un vecchio e vasto appartamento al primo piano, tra la strada e i giardini, con le pareti coperte fino al soffitto da grandi arazzi di Gobelins e di Beauvais raffiguranti scene pastorali. I disegni del soffitto e dei riquadri erano ripetuti in piccolo sulle poltrone. Il suo letto era circondato da un vasto paravento laccato; alle finestre pendevano ampie e lunghe tendine che formavano grandi pieghe assai magnifiche. Il giardino situato immediatamente sotto le finestre si congiungeva alla finestra d'angolo mediante una scalinata da dodici a quindici gradini, per i quali il vecchio scendeva e saliva con sveltezza. Oltre alla biblioteca attigua alla camera da letto, aveva un salottino al quale teneva molto, assai civettuolo e rivestito d'una bellissima tappezzeria, tutta a gigli e fiori, lavorata sulle galere di Luigi Quattordicesimo, su ordinazione di Vivonne per la sua amante.

Gillenormand l'aveva ereditata da una severissima prozia materna, morta centenaria. Aveva avuto due mogli. Le sue maniere erano un "quid medium" tra quelle del cortigiano, che lui non era mai stato, e quelle del magistrato, che avrebbe potuto essere. Era allegro e sapeva essere lepido quando voleva. In gioventù era stato uno di quegli uomini che sono sempre ingannati dalla moglie e mai dall'amante, perché sono in pari tempo i più noiosi mariti e i più piacevoli amanti. S'intendeva di pittura e aveva in camera un meraviglioso ritratto d'ignoto, fatto da Jordaens, eseguito magistralmente, insieme a una miriade di cianfrusaglie messe così alla rinfusa e come per caso. L'abbigliamento di Gillenormand non apparteneva né al tempo di Luigi Quindicesimo né a quello di Luigi Sedicesimo; era il costume degli uomini del Direttorio, perché sino a quell'epoca s'era creduto giovane e aveva seguito la moda.

Il suo abito era di stoffa leggera di lana, con larghe mostre, le falde a coda di rondine e grossi bottoni di acciaio; portava calzoni corti e scarpe con fibbie. Teneva sempre le mani nei taschini del panciotto e diceva con gravità: - "La rivoluzione francese è un ammasso di mascalzoni".




3. LUCA SPIRITO


A sedici anni, una sera all'Opera, aveva avuto l'onore di essere preso di mira da due bellezze allora già mature e celebri, cantate da Voltaire: la Camargo e la Sallé. Preso tra due fuochi, aveva fatto una eroica ritirata verso una piccola ballerina, sedicenne come lui, la Nahenry, sconosciuta come un gatto e di cui egli s'era innamorato. Abbondava di ricordi. Diceva: - Come era bella la Guimard-Guimardini-Guimardinella, quando la vidi l'ultima volta a Longchamp! - Nella adolescenza aveva portato una veste di Nain- Londrin, della quale parlava volentieri e con trasporto. - Ero vestito, diceva, come un turco del Levante levantino. - La signora Boufflers avendolo visto a caso quando aveva vent'anni, l'aveva qualificato "un pazzo graziosissimo". Si scandalizzava di tutti i nomi che figuravano nella politica o al governo, e li trovava bassi e plebei; si sbellicava dal ridere leggendo i giornali che chiamava "gazzette" o "fogli d'informazione".

Chiamava tutte le cose col loro nome, anche se indecente, e non aveva scrupoli neppure davanti alle donne; diceva delle trivialità, delle oscenità e delle porcherie con aria tranquilla e quasi candida che talvolta riusciva elegante. Era questa la maniera confidenziale del suo secolo. Sarà bene osservare che l'epoca della perifrasi in versi è stata anche l'epoca delle trivialità in prosa.

Suo padrino aveva predetto che sarebbe stato un genio e gli aveva affibbiato questi due nomi significativi: Luca Spirito.




4. ASPIRANTE CENTENARIO


Nell'infanzia aveva avuto vari premi nel collegio di Moulins, sua città natale, ed era stato incoronato dal duca di Nivernois, che lui chiamava il duca di Nevers. Né la Convenzione, né la morte di Luigi Sedicesimo, né Napoleone, né il ritorno dei Borboni avevano potuto cancellare il ricordo di quella incoronazione. Per lui il "duca di Nevers" era il grande personaggio del secolo. Che amabile gran signore - diceva - e che bella figura faceva col suo grande cordone azzurro!

Agli occhi di Gillenormand, Caterina Seconda aveva espiato il delitto della spartizione della Polonia comprando da Bestuchef, per tremila rubli, il segreto dell'elisir d'oro. Su questo argomento si accalorava: - L'elisir d oro, la tintura gialla di Bestuchef, le gocce del generale Lamotte al prezzo di un luigi ogni ampollina di mezza oncia, erano nel secolo diciottesimo il gran rimedio contro le catastrofi amorose, la panacea contro Venere. - Se uno gli avesse detto che l'elisir d'oro non era altro che percloruro di ferro, l'avrebbe fatto esasperare e uscire dai gangheri. Adorava i Borboni e aveva in orrore l'89; non si stancava mai di raccontare che si era salvato sotto il Terrore e come aveva avuto molta allegria e molto spirito per non farsi tagliare la testa. Se a un giovane veniva la voglia di far l'elogio della repubblica in sua presenza, diventava livido e si irritava fino a svenire. Talvolta, alludendo ai suoi novant'anni, diceva: - "Spero di non vedere due novantatré".

Altre volte diceva di voler vivere fino a cento anni.




5. BASCO E NICOLETTA


Aveva certe sue teorie. Eccone una: "Quando un uomo ama appassionatamente le donne e ha una moglie brutta, burbera, legittima, piena di pretese, appollaiata sul codice e gelosa, l'unico modo di trarsi d'impaccio e di stare in pace consiste nel mollare la borsa alla moglie. Questa abdicazione lo rende libero.

Allora la moglie si occupa e si appassiona al denaro, se ne insudicia le mani, chiama mezzadri e addestra fittavoli; convoca avvocati, presiede atti notarili, arringa i legulei, visita gli azzeccagarbugli, segue i processi, stipula i contratti, si sente sovrana, vende, compra, regola, ordina, promette e compromette, lega e scioglie, cede, concede e recede, riordina, disordina, tesaurizza e prodiga; fa delle sciocchezze: Suprema felicità personale che la consola. E mentre il marito la trascura, essa ha la soddisfazione di rovinarlo".

Questa teoria Gillenormand l'aveva applicata a se stesso ed era diventata la sua storia. La seconda moglie aveva amministrato i suoi beni in modo che, quando un bel giorno lui si trovò vedovo, gli restava appena di che vivere, giacché la maggior parte dei suoi capitali erano stati mutati in vitalizio: aveva quindicimila franchi di rendita, di cui tre quarti sarebbero spariti alla morte. Lui non se n'era preoccupato perché non gli importava di lasciare un'eredità. D'altronde aveva visto che i patrimoni subivano delle disavventure, diventavano, per esempio, "beni nazionali"; aveva assistito alle diverse incarnazioni dei prestiti e aveva poca fiducia nel debito pubblico. Abbiamo già detto che la casa di via Figlie della carità gli apparteneva. Aveva due domestici, un uomo e una donna. Quando in casa entrava un servo nuovo, Gillenormand lo ribattezzava. Agli uomini imponeva il nome della loro provincia nativa, come Nimois, Picard, Poitevin.

L'ultimo cameriere era un cinquantacinquenne, grosso, rattrappito e asmatico, incapace di correre per venti passi, ma poiché era nato a Baiona lo chiamava Basco. Quanto alle domestiche, tutte si chiamavano Nicoletta (anche la Magnon di cui parleremo tra poco).

Un giorno si presentò una magnifica cuoca molto emerita, appartenente a un'inclita prosapia di portinai.

- Quanto volete di salario al mese? - le chiese Gillenormand.

- Trenta franchi.

- Come vi chiamate?

- Olimpia.

Ne avrai cinquanta e ti chiamerai Nicoletta.




6. LA MAGNON E I SUOI DUE BAMBINI


Il dolore in Gillenormand si trasformava in collera; era furioso di essere disperato. Aveva tutti i pregiudizi e si permetteva tutte le licenze. Una cosa che, come abbiamo detto, traspariva dal suo profilo esteriore e formava la sua soddisfazione interna era l'ambizione di essere elegante e di godere per questo una fama assicurata che lui chiamava una "fama regale". Questa fama regale gli attirava talvolta delle fortune singolari. Un giorno gli portarono in un cesto di vimini, lungo come un paniere per le ostriche, un neonato bene avvolto nelle fasce, strillante come un demonio e di cui una serva scacciata sei mesi prima gli attribuiva la paternità. Egli aveva allora ottantaquattro anni compiuti. Gran rumore e indignazione nel vicinato. - A chi vorrebbe darla a bere quella sfacciata? - dicevano. - Che audacia! Che terribile calunnia! - Gillenormand invece non si incollerì. Esaminò il maschietto con l'amabile sorriso di chi si sente lusingato dalla calunnia e disse tra sé: - Ebbene! cosa c'è? cosa c'è stato? Vi lasciate sbalordire come tanti ignoranti! Il duca d'Angoulême, bastardo di Carlo Nono, si ammogliò a ottantacinque anni con una pettegola di quindici; queste cose non hanno niente di straordinario. E la Bibbia! Nonostante tutto questo, dichiaro che il signorino non mi appartiene. Però abbiatene cura; non è colpa sua. - Il procedimento era bonario; la donna, che si chiamava Magnon, l'anno seguente gli fece un secondo invio: un altro maschio. Questa volta Gillenormand capitolò. Restituì alla madre i due marmocchi obbligandosi a pagare ottanta franchi al mese per il loro mantenimento a condizione che la detta madre non ricominciasse. Inoltre aggiunse: - Voglio che la madre li tratti bene; andrò a vederli ogni tanto. - E lo fece realmente. Aveva avuto un fratello prete che era stato per trentatré anni rettore dell'accademia di Poitiers ed era morto a settantanove anni. Egli diceva: - "L'ho perduto giovane!".

Gillenormand non lesinava mai l'elemosina e dava volentieri e nobilmente. Era benevolo, brusco, caritatevole, e se fosse stato ricco avrebbe avuto un debole per la magnificenza: voleva che tutte le cose che lo riguardavano fossero fatte con grandiosità, anche le bricconate. Una volta che, per un'eredità, fu derubato da un uomo d'affari in modo troppo lampante e triviale, esclamò solennemente: - E' un modo indecente di agire! Ho vergogna di questa maniera di rubacchiare. Nel nostro secolo tutto è degenerato, anche i ladri! Perbacco, non è così che si ruba a un uomo della mia razza! "Silvae sint consule dignae!".

Abbiamo detto che aveva avuto due mogli; dalla prima aveva avuto una figlia rimasta nubile, e dalla seconda un'altra figlia morta trentenne e che aveva sposato per amore, per caso o per chissà, un soldato che aveva servito nell'esercito della Repubblica e dell'Impero, aveva avuto la croce ad Austerlitz ed era stato promosso colonnello a Waterloo. "E' la vergogna della famiglia", diceva il vecchio borghese. Fiutava molto tabacco e aveva una grazia speciale nel gualcire col rovescio della mano la gala della camicia. Credeva pochissimo in Dio.




7. NON RICEVEVA NESSUNO IN CASA TRANNE LA SERA


Questi era Luca Spirito Gillenormand, il quale non aveva perduto ancora i capelli piuttosto grigi che bianchi, ed era sempre pettinato a "orecchie di cane". Insomma, era un uomo venerando.

Somigliava al secolo diciottesimo: frivolo e grande.

Nei primi anni della Restaurazione, ancor giovane - aveva settantaquattro anni nel 1814 - abitava nel quartiere San Germano, in via Servandoni, vicino a San Sulpizio, e si ritirò al Marais soltanto dopo gli ottant'anni suonati, quando abbandonò la società.

Lasciando la società, s'era murato nelle sue abitudini. La principale e per la quale era irremovibile, consisteva nel tener la porta assolutamente chiusa durante il giorno e di non ricevere mai nessuno prima di sera. Pranzava alle cinque, e poi apriva la porta. Era l'usanza dei suoi tempi e non voleva cambiarla. - Il giorno è canaglia, diceva, e merita soltanto le porte chiuse; le persone rispettabili accendono il loro spirito quando lo zenit accende le stelle. - E si barricava dentro per chiunque, anche se fosse stato il re. Vecchia eleganza del tempo suo!




8. DUE NON FANNO IL PAIO


Delle due figlie di Gillenormand abbiamo parlato or ora. Erano nate con dieci anni di intervallo, s'erano assomigliate pochissimo in gioventù, e tanto per il carattere che per il volto erano state sorelle il meno possibile. La minore era un'anima gentile, portata a tutto ciò che è luce, fiori, versi e musica, sperduta negli spazi gloriosi, entusiasta, aerea, idealmente fidanzata fin dall'infanzia a una eroica figura indeterminata. Anche la maggiore aveva la sua chimera: sognava un fornitore, un grosso appaltatore molto ricco, un marito splendidamente ignorante, un milionario oppure un prefetto; nella sua mente turbinavano i ricevimenti in prefettura, l'usciere in anticamera, i balli ufficiali, le arringhe nel municipio,il sentirsi chiamare "signora prefettessa". In questo modo le due sorelle, quando erano fanciulle, si smarrivano ognuna nel proprio sogno; tutte e due avevano le ali: l'una come un angelo, l'altra come un'oca.

Almeno su questa terra, nessuna ambizione si realizza pienamente; nessun paradiso diventa terrestre nel tempo in cui siamo. La più giovane aveva sposato l'uomo dei suoi sogni, ma era morta; la maggiore non si era maritata.

Al momento in cui fa il suo ingresso nella nostra storia, quest'ultima era una vecchia virtù, una modestia incombustibile, uno dei nasi più appuntiti e una delle menti più ottuse che si possano immaginare. Particolare caratteristico: nessuno, al di fuori dei suoi parenti stretti, conosceva il suo nome. La chiamavano la signorina Gillenormand.

Quanto ad affettazione avrebbe potuto dare parecchi punti a una miss. Era d'un pudore spinto all'eccesso. Aveva un orribile ricordo nella sua vita: un giorno un uomo aveva visto la sua giarrettiera.

L'età aveva accresciuto questo spietato pudore: il suo colletto non era mai abbastanza alto né abbastanza opaco; moltiplicava le spille dove nessuno si sognava di guardare. La caratteristica dell'eccessivo riserbo consiste nel mettere più sentinelle di quel che non richiede la fortezza minacciata.

Eppure, nonostante questi vecchi inspiegabili misteri di innocenza, lei si lasciava volentieri baciare da un ufficiale dei lancieri, suo pronipote, che si chiamava Teodulo.

A dispetto di questo lanciere favorito, l'etichetta: il riserbo, sotto la quale l'abbiamo classificata, le conveniva assolutamente.

Era per così dire un'anima crepuscolare. L'eccessivo riserbo è una mezza virtù e un mezzo vizio.

Al riserbo eccessivo aggiungeva il bigottismo, che è una fodera adatta. Era iscritta alla confraternita della Vergine, metteva il velo bianco in certe feste, biascicava orazioni speciali e si tratteneva per ore intere davanti a un altare barocco in una cappella chiusa a tutti gli altri fedeli, e là lasciava involare la sua anima tra piccole nuvole di marmo e attraverso grandi raggi di legno dorato.

Aveva un'amica di cappella, vecchia nubile come lei, la signorina Vaubois, completamente ebete, al cui confronto la signorina Gillenormand aveva il piacere di essere un'aquila. All'infuori degli "Agnus Dei" e delle "Ave Maria", la Vaubois non aveva altre cognizioni che quelle dei diversi modi di preparare i pasticcetti.

Era perfetta nel suo genere; era l'ermellino della stupidità senza una macchia d'intelligenza.

Dobbiamo dichiarare che la signorina Gillenormand invecchiando aveva piuttosto guadagnato che perduto: cosa frequente nei caratteri passivi. Non era stata mai cattiva: il che è una bontà relativa; e poi, gli anni smussano gli angoli e il tempo addolcisce molte cose. Era triste di una buia tristezza che neanche lei riusciva a spiegarsi. In tutta la sua persona c'era lo stupore di un'esistenza finita senza essere cominciata.

Lei governava la casa paterna. Gillenormand teneva la figlia con sé come Monsignor Benvenuto teneva la sorella. Famiglie siffatte, formate da un vecchio e da una zitellona, non sono rare e hanno sempre l'aspetto commovente di due debolezze che si appoggiano l'una all'altra.

Inoltre, in quella casa, fra quella zitellona e quel vegliardo, c'era un fanciullo, un ragazzo sempre tremante e muto davanti a Gillenormand, il quale gli parlava con tono severo e talvolta alzando il bastone: - "Qua, malcreato! cattivo arnese, avvicinatevi! Rispondete, mariuolo! Lasciatevi vedere, briccone!" eccetera eccetera.

Eppure l'idolatrava.

Era figlio di sua figlia. Lo ritroveremo più avanti.




Libro 3


IL NONNO E IL NIPOTE



1. UN ANTICO SALOTTO


Quando Gillenormand abitava in via Servandoni, frequentava parecchi salotti molto raffinati e nobili, nei quali, benché borghese, era accolto e festeggiato perché aveva due volte dello spirito: prima di tutto quello che aveva veramente e poi quello che gli altri gli attribuivano. Non andava in nessun luogo se non vi predominava. Ci sono persone che vogliono a ogni costo essere influenti e interessare, e dove non possono essere oracoli diventano buffoni. Gillenormand non era di questa specie; il suo dominio nei salotti realisti non toglieva nulla al rispetto che doveva a se stesso. Era dovunque un oracolo e gli accadeva talvolta di tenere testa a De Bonald e persino a Bengy-Puy-Vallée.

Verso il 1817, passava sempre due pomeriggi alla settimana in una casa vicina, in via Férou, dalla baronessa T., egregia e rispettabile dama, il cui marito, sotto Luigi Sedicesimo, era stato ambasciatore di Francia a Berlino. Il barone T., che da vivo si dedicava appassionatamente alle estasi e alle visioni magnetiche, era morto rovinato durante l'emigrazione, lasciando come unico patrimonio alcune memorie assai curiose in dieci volumi manoscritti, rilegati in marocchino rosso e taglio dorato, intorno a Mesmer e al suo tino. La vedova per dignità si era astenuta dal pubblicare quelle memorie, e si manteneva con una piccola rendita salvata non si sa come. Viveva lontana dalla corte - società molto mista, come lei diceva - in un nobile isolamento, dignitoso e povero. Alcuni amici si riunivano due volte alla settimana intorno al suo caminetto vedovile, formando un salotto legittimista puro.

Prendevano il tè e, a seconda del vento che spirava verso l'elegia o verso il ditirambo, emettevano dei gemiti o delle grida d'orrore sul secolo, sulla Costituzione, sui bonapartisti, sul cordone azzurro prostituito fino ai borghesi, sul giacobinismo di Luigi Diciottesimo, e s'intrattenevano sottovoce sulle speranze che faceva concepire "Monsieur", divenuto poi Carlo Decimo.

Vi si accoglievano volentieri le canzoni triviali in cui Napoleone era chiamato Nicola. Alcune duchesse, le più delicate e le più graziose, si estasiavano per strofette come questa rivolta ai "federati":

"Ricaccia nei calzoni il lembo appeso della camicia.

Perché non si dica che i patrioti hanno innalzato bandiera bianca".

Si dilettavano di bisticci, che credevano terribili, con innocenti giochi di parole che supponevano velenosi, con quartine e con distici, come questo sul ministero Desolles, governo moderato di cui facevano parte Decazes e Deserre.

"Per rafforzare il trono scosso alla base bisogna cambiare suolo, terra e casa".

In quel circolo si parodiava la Rivoluzione. Avevano una certa velleità di usare le stesse parole in senso contrario. Così per esempio cantavano il loro piccolo "ça ira": "Ah! ça ira! ça ira! ça ira! i bonapartisti alla lanterna".

Le canzoni sono come la ghigliottina; tagliano indifferentemente oggi una testa e domani un'altra; si tratta soltanto di una piccola variante.

Come certi campanili, il salotto della baronessa T. aveva due galli: uno era Gillenormand e l'altro il conte Lamothe-Valois, del quale si diceva sottovoce con una specie di considerazione:

"Sapete è il Lamothe dell'affare della collana!". Anche i partiti hanno delle singolari amnistie.

Aggiungiamo che nella borghesia le posizioni onorevoli vengono degradate da relazioni troppo facili; bisogna stare attenti a chi viene ammesso. Come c'è dispersione di calore vicino a quelle che hanno freddo, così c'è diminuzione di considerazione a contatto delle persone disprezzate. L'alta società antica invece si metteva al di sopra di questa legge, come di tutte le altre. Marigny, fratello della Pompadour, aveva libero accesso in casa del principe di Soubise...

La considerazione di cui godeva Gillenormand era di buona lega.

Faceva legge perché faceva legge; nonostante la sua leggerezza, e senza togliere nulla alla sua giocondità, aveva un suo modo imponente, dignitoso, cortese e borghesemente altero, a cui si aggiungeva la tarda età. Non ci si accosta ai cent'anni senza effetto, e gli anni finiscono col formare intorno a una testa un arruffio venerabile.

Aveva poi di quelle frasi che sono proprio la scintilla della vecchia roccia. Così, quando il re di Prussia, dopo aver ristabilito sul trono Luigi Diciottesimo, andò a fargli visita sotto il nome di conte Ruppin, fu ricevuto dal discendente di Luigi Quattordicesimo un po' come marchese di Brandeburgo e con la più delicata impertinenza. Gillenormand approvò: - "Tutti i re che non sono re di Francia sono re di provincia".

A un "Te Deum" per l'anniversario del ritorno dei Borboni, vedendo passare Talleyrand, disse: - "Ecco sua eccellenza il Male!".

Di solito Gillenormand era accompagnato dalla figlia, che aveva allora quarant'anni compiuti e ne dimostrava cinquanta, e da un bel ragazzino di sette anni, bianco, roseo, fresco, con gli occhi contenti e fidenti, il quale ogni volta che appariva in quel salotto sentiva tutte le voci ronzargli d'intorno:

- Com'è carino! Che peccato! povero ragazzo!

Era il ragazzo a cui abbiamo accennato poco fa. Lo chiamavano povero ragazzo, perché suo padre era "un brigante della Loira".

Questo brigante della Loira era il genero di Gillenormand, a cui già abbiamo accennato, e che Gillenormand qualificava come la "vergogna della sua famiglia".




2. UNO DEGLI SPETTRI ROSSI DI QUEL TEMPO


A quel tempo chi fosse capitato nel paesino di Vernon e fosse andato a passeggiare sul suo bel ponte monumentale, al quale speriamo che non succeda presto un orribile ponte di ferro, guardando dal parapetto avrebbe potuto vedere un uomo d'una cinquantina d'anni, con un berretto di cuoio, un paio di pantaloni e una giubba di panno grigio alla quale era cucito qualcosa di giallo che era stato un tempo un nastro rosso; portava zoccoli di legno, era abbronzato dal sole, il volto quasi nero e i capelli quasi bianchi; una larga cicatrice dalla fronte alla guancia, curvo, arcuato, invecchiato anzi tempo. Quest'uomo si aggirava quasi ogni giorno con la vanga o con la ronca in mano, in uno di quei recinti che stanno presso il ponte e che costeggiano la riva sinistra della Senna con un fila di terrazze: graziosi recinti fioriti, che se fossero molto più grandi si direbbero giardini, e, se molto più piccoli, mazzi di fiori. Tutti quei recinti mettono a capo da una parte al fiume e dall'altra a una casa. L'uomo in giubba e zoccoli abitava verso il 1817 nel più piccolo di quei recinti e nella più modesta di quelle case. Viveva solo e solitario, nel silenzio e nella povertà, con una donna né giovane né vecchia, né bella né brutta, né contadina né cittadina, che lo serviva. Il quadrato di terra che egli chiamava il suo giardino era famoso nella città per la bellezza dei suoi fiori che lui coltivava e che formavano la sua occupazione A furia di lavoro, di perseveranza, d'attenzione e di secchi d'acqua, era riuscito a creare, dopo il Creatore, certe varietà di tulipani e di dalie che parevano dimenticate dalla natura. Era ingegnoso. D'estate, all'alba, stava tra le sue aiuole, tagliando, sarchiando, innaffiando, camminando in mezzo ai suoi fiori con un'aria di bontà, dolce e triste, talvolta pensoso e immobile per ore intere ad ascoltare il canto d'un uccello su un albero, il cinguettìo di un bambino in una casa, oppure teneva gli occhi fissi alla punta di un filo d'erba con su una goccia di rugiada che il sole faceva risplendere come rubino. La sua tavola era molto magra; beveva più latte che vino. Cedeva davanti a un marmocchio e si lasciava sgridare dalla serva. Era tanto timido da sembrare selvatico; raramente usciva di casa e non vedeva mai nessuno fuorché i poveri che bussavano alla sua porta e quel buon vecchio, l'abate Mabeuf, suo curato. Tuttavia se qualche abitante o qualche forestiero, curioso di vedere i suoi tulipani e le sue rose, suonava alla sua casetta, egli apriva la porta sorridendo.

Era il "brigante della Loira".

Chi avesse letto le memorie militari, le biografie, il "Moniteur" e i bollettini della Grande Armata, sarebbe stato colpito da un nome che vi si incontrava spesso; quello di Giorgio Pontmercy.

Giovanissimo, questo Pontmercy era soldato nel reggimento di Saintonge, che allo scoppio della rivoluzione fece parte dell'esercito del Reno. Infatti gli antichi reggimenti conservarono i loro nomi anche dopo la caduta della monarchia e furono riuniti in brigate soltanto nel 1794. Pontmercy combatté a Spira, a Worms, a Neustadt, a Turkheim, ad Alzey e a Magonza, dove fu uno dei duecento che formarono la retroguardia di Houchard. Fu uno dei dodici che resistettero dietro l'antico bastione di Andernach all'intero corpo del principe d'Assia e non ripiegarono sul grosso dell'esercito se non quando il cannone nemico allargò la breccia. Era sotto Kebler a Marchiennes e alla battaglia di Mont-Palissel, dove ebbe il braccio spezzato da una granata. Poi passò in Italia, e fu uno dei trenta granatieri che difesero con Joubert il col di Tenda; Joubert fu nominato aiutante generale e Pontmercy sottotenente. Era a fianco di Berthier in mezzo alla mitraglia in quella giornata di Lodi che fece dire a Napoleone:

"Berthier artigliere, cavaliere e granatiere". A Novi vide cadere il suo antico generale Joubert nel momento in cui alzando la sciabola gridava avanti. Imbarcato con la sua compagnia per le operazioni di guerra, su una scialuppa armata che andava da Genova a non so quale porticciolo della costa, si trovò circondato da sette o otto navi inglesi. Il comandante genovese voleva buttare a mare i cannoni, nascondere i soldati sotto il ponte e passare per una nave mercantile. Pontmercy fece innalzare il tricolore e passò ardimentosamente sotto i cannoni delle fregate britanniche. Venti leghe più avanti, crescendo d'audacia, con la scialuppa assalì e catturò un grosso trasporto inglese, che recava truppe in Sicilia, così carico di uomini e di cavalli da esserne pieno fino nelle corsie. Nel 1805 apparteneva alla divisione Malher, che tolse Gunzbourg all'arciduca Ferdinando. A Wettingen raccolse tra le braccia sotto la tempesta di palle il colonnello Maupetit, ferito mortalmente alla testa del Nono dragoni. Ad Austerlitz si distinse nella meravigliosa marcia a scaglioni fatta sotto il fuoco nemico, e quando la cavalleria della guardia imperiale russa schiacciò un battaglione del Quarto di linea, egli fu tra quelli che presero la rivincita travolgendo la guardia. L'imperatore gli diede la croce.

Vide far prigionieri successivamente Wurmser a Mantova, Melas ad Alessandria, Mack a Ulma. Fece parte dell'Ottavo corpo della Grande Armata, comandato da Morthier che si impadronì di Amburgo.

Quindi passò nel Cinquantacinquesimo di linea che era l'antico reggimento delle Fiandre, e si trovò a Eylau nel cimitero dove l'eroismo del capitano Luigi Hugo, zio dell'autore di questo libro, solo con la sua compagnia di ottantatré uomini, sostenne per due ore l'attacco dell'esercito nemico.

Pontmercy fu uno dei tre che uscirono vivi da quel cimitero. Fu a Friedland; poi vide Mosca, la Beresina, Lutzen, Bautzen, Dresda, Waschau, Lipsia, Montmirail, Chateau-Thierry Craon, le rive della Marna, quelle dell'Aisne e la formidabile posizione di Laon. Ad Arnay-le-Duc, mentre era capitano, sciabolò dieci cosacchi e salvò non il suo generale ma il suo caporale; e in quell'occasione restò cosi coperto di ferite che dal solo braccio sinistro gli furono estratte ventisette schegge di osso. Otto giorni prima della capitolazione di Parigi aveva quello che nell'antico regime si diceva la doppia mano, vale a dire un'uguale attitudine a manovrare come soldato la sciabola e il fucile, e come ufficiale uno squadrone o un battaglione. Da tale attitudine, perfezionata dall'educazione militare, sono nate certe armi speciali come per esempio i dragoni che sono in pari tempo cavalieri e fantaccini.

Accompagnò Napoleone nell'isola d'Elba. A Waterloo comandava uno squadrone di corazzieri nella brigata Dubois, e fu lui che prese la bandiera al battaglione di Lunebourg, e, tutto coperto di sangue per una sciabolata alla faccia, andò a deporla ai piedi dell'imperatore, che contento gli gridò: - "Sei colonnello, barone e ufficiale della Legion d'onore".

Pontmercy rispose: - "Sire, vi ringrazio per la mia vedova".

Un'ora dopo cadeva nel burrone di Ohain.

E ora chi era questo Giorgio Pontmercy? Era lo stesso brigante della Loira.

Abbiamo già visto qualche episodio della sua storia. Dopo la battaglia di Waterloo, tratto fuori dalla strada affossata di Ohain nel modo che il lettore ricorderà, aveva potuto raggiungere l'esercito e, d'ambulanza in ambulanza, si era trascinato fino agli accampamenti della Loira.

La Restaurazione lo aveva pensionato a mezza paga, poi l'aveva mandato sotto sorveglianza a Vernon. Il re, considerando come non avvenuto tutto quello che era stato fatto durante i Cento giorni, non gli aveva riconosciuto né la qualità di ufficiale della Legion d'onore, né il grado di colonnello, né il titolo di barone. Dal canto suo, egli non lasciava passare occasione di firmare "colonnello barone Pontmercy". Aveva un solo vecchio abito turchino ma non usciva mai di casa senza attaccarvi la rosetta di ufficiale della Legion d'onore. Il procuratore del re lo avvertì che la giustizia avrebbe proceduto contro di lui per "abuso di decorazioni". Quando gli fu portata la notizia, con un amaro sorriso rispose: - Non so se sono io a non capire più il francese o se siete voi a non parlare più il francese; il fatto è che non capisco. - Poi uscì per otto giorno di seguito con la sua rosetta, ma non osarono disturbarlo. Due o tre volte il ministro della guerra e il distretto militare gli scrissero con questo indirizzo:

"Al signor comandante Pontmercy", ma egli respinse le lettere senza aprirle. Nella stessa epoca Napoleone a sant'Elena trattava in egual modo i dispacci diretti da sir Hudson Lowe al "generale Bonaparte". Pontmercy, ci si permetta l'espressione, aveva finito con l'avere in bocca la stessa saliva del suo imperatore.

Anche a Roma ci furono dei soldati cartaginesi prigionieri che si rifiutarono di salutare Flaminio e che avevano un po' dell'anima di Annibale.

Un giorno, incontrando il procuratore del re in una via di Vernon, gli si accostò e gli chiese: - Signor procuratore del re, mi è permesso portare la mia cicatrice?

Non aveva risorse, tranne la meschina mezza paga di caposquadrone.

Aveva preso a pigione a Vernon la più piccola casa che aveva trovato e ci viveva solo. Sotto l'impero, tra due guerre, aveva avuto il tempo per sposare la signorina Gillenormand. Il vecchio borghese, dapprima indignato, aveva finito con l'accondiscendere sospirando e dicendo: - "Ci sono costrette anche le più grandi famiglie".

La signora Pontmercy, donna ammirabile sotto ogni aspetto, beneducata e rara, degna del marito, era morta nel 1815 lasciando un figlio, il quale avrebbe formato la gioia del colonnello nella sua solitudine, se il nonno non lo avesse reclamato imperiosamente dichiarando che, se non gli veniva affidato, lo avrebbe diseredato. Il padre aveva ceduto nell'interesse del bambino, e, non potendo avere il figlio con sé, si era messo ad amare i fiori.

D'altronde, aveva rinunciato a tutto, e si occupava soltanto delle cose innocenti che faceva e delle grandi cose che aveva fatto.

Passava il tempo a coltivare garofanetti e a ricordare Austerlitz.

Gillenormand non aveva nessuna relazione col genero, il quale era ai suoi occhi "un bandito", mentre egli per il colonnello era "un imbecille"; Il vecchio non parlava mai del colonnello, eccettuati i casi in cui voleva accennare burlescamente alla sua "baronia".

Per una espressa convenzione, Pontmercy non doveva mai incontrare suo figlio sotto pena di vederlo scacciato e diseredato. Per i Gillenormand, Pontmercy era un lebbroso, e volevano educare il bambino a loro modo. Forse il colonnello ebbe torto ad accettare quelle condizioni, ma le subì credendo di far bene e di sacrificare soltanto se stesso. L'eredità del nonno era poca cosa, ma quella della signorina Gillenormand era considerevole. Questa zia era molto ricca da parte materna, e l'unico erede era il figlio di sua sorella.

Il fanciullo che si chiamava Mario, sapeva soltanto di avere un padre, e nulla più, perché nessuno gliene parlava mai. Però i bisbigli, le mezze parole e l'ammiccare degli occhi nel salotto in cui era condotto dal nonno, avevano a poco a poco fatto un po' di luce nella mente del fanciullo, il quale aveva finito col capire qualcosa. E siccome per una specie di infiltrazione e di lenta penetrazione assorbiva le idee e le opinioni che formavano, per così dire, la sua atmosfera, giunse a poco a poco a pensare a suo padre con un senso di vergogna e con una stretta al cuore.

Mentre il figlio cresceva così, il colonnello scappava ogni due o tre mesi, andava furtivamente a Parigi come un sorvegliato speciale, e si appostava nella chiesa di San Sulpizio, nell'ora in cui la signorina Gillenormand conduceva Mario alla messa. E là, tremando per la paura che la zia si voltasse, nascosto dietro un pilastro, immobile, senza osare respirare, guardava suo figlio. Il veterano aveva paura della vecchia zitella.

Di qui era nata la sua relazione con l'abate Mabeuf, curato di Vernon. Questo degno sacerdote era fratello d'un fabbriciere di san Sulpizio, il quale parecchie volte aveva notato quell'uomo in contemplazione di quel fanciullo e la cicatrice sulla guancia e la grossa lacrima che gli spuntava sull'occhio. Quell'uomo dall'aspetto così virile e che piangeva come una donna aveva colpito il fabbriciere. Quella figura gli era restata nella memoria. Un giorno, recatosi a Vernon a visitare suo fratello, incontrò sul ponte il colonnello Pontmercy e riconobbe in lui l'uomo di san Sulpizio. Il fabbriciere ne parlò col curato e tutti e due con un pretesto andarono a trovarlo. Seguirono ancora altre visite, e il colonnello dapprima molto reticente finì con l'aprir l'animo alla confidenza. Il curato e il fabbriciere conobbero così tutta la storia e come Pontmercy sacrificava la sua felicità all'avvenire del figliolo. Da allora, il curato prese ad amare e venerare il colonnello, che fece altrettanto col curato. Del resto, non ci sono persone più capaci di capirsi e di amarsi facilmente quanto un vecchio prete e un vecchio soldato, purché siano sinceri e buoni tutti e due. In fondo è lo stesso uomo:

l'uno s'è dedicato alla patria terrena, l'altro alla patria celeste. Non c'è altra differenza.

Due volte all'anno, il primo gennaio e il giorno di san Giorgio, Mario scriveva al padre una letterina doverosa dettatagli dalla zia e che pareva copiata da un formulario. Questo soltanto era tollerato da Gillenormand. E il padre rispondeva con lettere affettuosissime che il nonno cacciava in tasca senza neppure leggere.




3. REQUIESCANT


Tutto quello che Mario conosceva del mondo era il salotto della signora T.; era l'unica apertura attraverso la quale poteva guardare nella vita: apertura molto fosca, abbaino da cui gli veniva più freddo che caldo, più tenebre che luce. Quel fanciullo, che era entrato tutto gioioso e luminoso in quello strano mondo, in breve divenne triste e, contrariamente all'età, divenne anche grave. Circondato da tutte quelle persone imponenti e singolari, si guardava attorno con serio stupore che tutto concorreva ad accrescere in lui. Nel salotto della signora T. c'erano alcune dame vecchie e venerande, che si chiamavano Matan, Noè, Levi e Cambis, le cui vecchie fisionomie e i biblici nomi si confondevano nella mente del fanciullo con l'Antico Testamento che egli imparava a memoria; e quando stavano tutte sedute attorno a un fuoco morente, appena illuminate da una lampada velata di verde con i loro profili severi, i capelli grigi o bianchi, i lunghi abiti di un'altra epoca e che si distinguevano soltanto per le loro tinte lugubri, mentre lasciavano cadere a lunghi intervalli delle parole maestose e aspre, il piccolo Mario le guardava con occhi stupiti, credendo d'avere davanti non donne ma patriarchi e maghi, non creature reali ma fantasmi.

A questi fantasmi si univano parecchi preti e alcuni gentiluomini:

il marchese di Sassenay, segretario particolare della duchessa di Berry; il visconte di Valory, che pubblicava delle odi monorime col nome di Charles-Antoine, il conte d'Amendre, un buon uomo, e il cavaliere di Port-de-Guy, calvo e piuttosto invecchiato, pilastro della biblioteca del Louvre. Quanto ai preti, c'erano:

l'abate Halma, quello stesso a cui il suo collaboratore nella "Foudre", Larose diceva: - "Via, chi è che non ha cinquant'anni?

qualche sbarbatello forse?"; -l'abate Leourneur, predicatore del re, l'abate Frayssinous che non era ancora conte, vescovo, ministro e pari e che portava una vecchia sottana a cui mancavano dei bottoni, e l'abate Keravenant, curato di Saint-Germain-des- Prés; inoltre il nunzio apostolico che era allora monsignor Macchi, arcivescovo di Nisibi, poi cardinale, notevole per il suo lungo naso cogitabondo, e un altro monsignore che era l'abate Palmieri, prelato domestico; e finalmente c'erano due cardinali:

Luzerne e Clermont-Tonnerre. Il cardinale Luzerne era uno scrittore e pochi anni dopo doveva aver l'onore di pubblicare alcuni articoli nel "Conservateur" accanto a quelli di Chateaubriand. Clermont-Tonnerre era arcivescovo di Tolosa e andava spesso in villeggiatura a Parigi presso il nipote che era stato ministro della marina e della guerra. Era un gaio vecchietto che lasciava vedere le calze rosse tirando su la sottana e aveva la specialità di odiare l'Enciclopedia e digiocare appassionatamente al bigliardo...

Era questa l'essenza e la quintessenza della società alta di Parigi. Qui le celebrità anche se legittimiste subivano la quarantena perché nella fama c'è sempre qualcosa d'anarchico; e Chateaubriand, entrando in quel salotto, vi avrebbe prodotto l'effetto del padre Duchesne. Tuttavia alcuni simpatizzanti entravano per una certa tolleranza in quel mondo ortodosso. I salotti nobili di oggi non somigliano a quelli d'allora. L'attuale quartiere di san Germano puzza d'eresia, e adesso i legittimisti sono molto demagoghi, sia detto a loro lode.

La società che frequentava il salotto della signora T. era una società superiore, e quindi il gusto era squisito e sdegnoso sotto una certa vernice di cortesia; le abitudini implicavano ogni sorta di involontarie raffinatezze che rivelavano l'antico regime, sepolto ma ancora vivo. Alcune di quelle abitudini, soprattutto di linguaggio, sembravano bizzarre, e un osservatore superficiale avrebbe preso per provincialesco quel che era antiquato. Una donna si chiamava "signora generalessa", non era del tutto inusitata la "signora colonnella". La graziosa signora Leon, forse in ricordo delle duchesse di Longueville e di Chevreuse, preferiva quell'appellativo al suo titolo di principessa. Anche la marchesa di Créquy s'era chiamata la "signora colonnella".

Fu questo piccolo gruppo aristocratico che inventò alle Tuileries l'astuzia, parlando ai re nell'intimità, di dir sempre "il re" in terza persona e giammai Vostra Maestà, dal momento che tale qualifica era stata insozzata dall'usurpatore.

Là si giudicavano uomini e fatti e si derideva il secolo: il che dispensava dal capirlo. Nel loro stato euforico, si aiutavano l'un l'altro comunicandosi la quantità di luce che avevano, Matusalemme informava Epimenide; il sordo teneva al corrente il cieco...

Tutto questo era armonioso; non c'era nulla di troppo vivo; la parola era appena un soffio, e il giornale d'accordo col salotto sembrava un papiro. C'erano dei giovani, ma erano un po' morti. In anticamera le livree erano vecchiotte. Quei personaggi fuori tempo venivano serviti da domestici dello stesso genere. Tutto aveva l'aria di aver vissuto a lungo e di ostinarsi contro la tomba. Le parole Conservare, Conservazione, Conservatore formavano presso a poco tutto il loro dizionario. "Essere in buon odore": ecco il problema. C'erano infatti degli aromi nelle opinioni di quel venerabile gruppo, e le loro idee odoravano di lavanda. Era un mondo mummificato; i padroni erano imbalsamati e i servi impagliati.

Una degna marchesa, vecchia emigrata e rovinata, pur avendo una sola domestica, continuava a dire: "La mia servitù!".

Che cosa facevano nel salotto della signora T.? Erano "ultra". Le parole "essere ultra" non hanno più senso, benché la cosa non sia forse sparita. Spieghiamole.

Essere "ultra" significa andare al di là; significa combattere lo scettro in nome del trono, la mitra in nome dell'altare; malmenare ciò che si sostiene; tirar calci nel proprio traino; cavillare col rogo sul grado di cottura degli eretici; rimproverare all'idolo la scarsa idolatria; insultare per eccesso di rispetto; trovare che il papa non è abbastanza papista, che il re non è abbastanza monarchico e che la notte non è abbastanza buia; dichiararsi nel nome della bianchezza scontenti dell'alabastro, della neve, del giglio e del cigno; parteggiare fino al punto da diventare nemici; essere tanto favorevoli da riuscire contrari.

Lo spirito ultra caratterizza specialmente la prima fase della Restaurazione.

Non c'è nella storia nulla che somigli a quel quarto d'ora cominciato nel 1814 e conclusosi verso il 1820, quando andò al potere Villèle, il praticone della destra. Quei sei anni furono un momento straordinario, ma anche rumoroso e triste, ridente e fosco, illuminato dalla luce dell'aurora e coperto dalle tenebre delle grandi catastrofi che stavano ancora all'orizzonte e che sprofondavano lentamente nel passato. In mezzo a quella luce e quell'ombra ci fu un piccolo mondo nuovo e vecchio, buffo e triste, giovanile e senile, che si stropicciava gli occhi perché niente somiglia tanto al risveglio quanto il ritorno; un gruppo che guardava la Francia con malumore e che la Francia guardava con ironia; le vie piene di buoni vecchi marchesi come tanti gufi, di uomini rimpatriati che parevano spettri, di bravi e nobili gentiluomini che erano contenti di essere in Francia, e ne piangevano pure, felici di rivedere la Francia e disperati di non ritrovare la loro monarchia; la nobiltà delle crociate che disprezzava la nobiltà dell'Impero, vale a dire la nobiltà della spada; le razze storiche che avevano perduto il senso della storia, i figli dei commilitoni di Carlomagno che sdegnavano i commilitoni di Napoleone. Le spade, come abbiamo già detto, si insultavano a vicenda; quella di fontenoy era ridicola e corrosa dalla ruggine; quella di Marengo era odiosa e nulla più che una sciabola. Il passato remoto misconosceva l'ieri. Non si aveva più il senso né del grande né del ridicolo, e ci fu qualcuno che chiamò Bonaparte Scapin. Quel mondo non esiste più, non ne rimane nulla. Quando a caso ne caviamo fuori qualche personaggio e tentiamo di farlo rivivere col pensiero, ci pare un mondo antidiluviano. Il fatto è che è stato inghiottito esso pure da un diluvio; è sparito sotto due rivoluzioni. Che flutti, le idee!

ricoprono presto tutto quello che devono distruggere e seppellire!

e come formano rapidamente dei vuoti spaventosi!

Tale era l'aspetto dei salotti di quei tempi lontani in cui Martainville aveva più spirito di Voltaire.

Quei salotti avevano una letteratura e una politica propria; credevano in Fiévée, e Agier vi dettava legge; commentavano Colnet, il pubblicista rivenditore di libri vecchi sul lungosenna Malaquais. Napoleone era più che mai l'Orco della Corsica. Più tardi, l'introduzione nella storia del marchese Bonaparte luogotenente generale degli eserciti del re, fu una concessione allo spirito del secolo.

Quei salotti non restarono a lungo puri. Fin dal 1818 cominciarono a spuntarvi dei dottrinari, varietà inquietante, il cui metodo consisteva nell'essere realisti e nello scusarsene, mostrandosi un po' vergognosi di quello di cui gli ultra andavano superbi. Era gente di spirito, sapevano tacere, il loro dogma politico era convenientemente borioso; dovevano quindi riuscire. Facevano, utilmente del resto, grande abuso di cravatte bianche e di abiti abbottonati. Il torto, o la disgrazia del partito dottrinario è stato di creare la gioventù vecchia. Prendevano degli atteggiamenti da sapienti, sognavano di innestare un potere temporale sul principio assoluto ed eccessivo, al liberalismo demolitore opponevano, talvolta con rara intelligenza, un liberalismo conservatore. Dicevano: "Il legittimismo ha reso parecchi servizi: ci ha dato la tradizione, il culto, la religione, il rispetto; è fedele, coraggioso, cavalleresco, affezionato, devoto, e viene a unire, benché a malincuore, le grandezze secolari della monarchia con le nuove grandezze della nazione. Ha il torto di non comprendere la rivoluzione, l'impero, la gloria, la libertà, le idee nuove, le nuove generazioni, il secolo. Ma questo suo torto verso di noi non l'abbiamo forse anche noi verso il passato? La rivoluzione di cui siamo gli eredi deve avere l'intelligenza di tutto. Combattere il realismo è il controsenso del liberalismo. Che orrore! e che accecamento! La Francia rivoluzionaria manca di rispetto alla Francia storica, vale a dire a sua madre, vale a dire a se stessa. Dopo il 5 settembre la nobiltà della monarchia è trattata come dopo l'8 agosto si trattava la nobiltà dell'impero. Furono ingiusti con l'aquila, noi siamo stati ingiusti col giglio. Si vuole sempre proscrivere qualche cosa! E' veramente utile sminuire lo splendore della corona di Luigi Quattordicesimo e dello scudo di Enrico Quarto? Ci facciamo beffe di Vaublanc che cancellava la N dal ponte di Iena. Ma in fondo che cosa faceva? Quello che anche noi facciamo. Bouvines ci appartiene quanto Marengo; i gigli sono nostri come le N; sono il nostro patrimonio. Che giova menomarlo?

Non bisogna rinnegare la patria né del passato né del presente.

Perché non accettare tutta la storia? Perché non amare tutta la Francia?".

In questo modo i dottrinari criticavano e proteggevano il legittimismo, il quale era scontento di essere criticato e furioso di essere protetto.

Gli ultra contrassegnavano la prima epoca della monarchia; le società segrete caratterizzarono la seconda, alla foga tenne dietro l'abilità. E qui terminiamo il nostro schizzo.

Nel corso di questo racconto l'autore, avendo incontrato sul proprio cammino questo curioso periodo di storia contemporanea, ha dovuto darci un'occhiata e tracciare degli strani lineamenti di quella società oggi sconosciuta. Ma lo ha fatto rapidamente, senza nessun pensiero di amarezza e di derisione: ricordi affettuosi e rispettosi, perché riguardano sua madre, lo legano a quel passato.

Del resto bisogna confessare che anche quella piccola società aveva la sua grandezza. Possiamo sorriderne ma non possiamo disprezzarla né odiarla: era la Francia di una volta.

Mario Pontmercy, come tutti i ragazzi, fece degli studi qualunque.

Appena uscito dalle mani della signorina Gillenormand, suo nonno lo affidò a un degno professore della più pura osservanza classica, e così quella giovane anima in boccio passò da una pinzocchera a un pedante. Fece i suoi anni di collegio, poi entrò nella scuola di diritto. Era legittimista, fanatico e austero; amava poco il nonno la cui allegria e il cui cinismo lo urtavano, e pensava al padre con tristezza.

Era un giovane ardente e freddo, nobile, generoso, fiero, religioso, esaltato, dignitoso fino alla durezza, puro fino alla scontrosità.




4. FINE DEL BRIGANTE


Mario terminò gli studi classici quando Gillenormand si ritirò dal mondo. Il vecchio, dato un addio al quartiere san Germano e al salotto della signora T., andò a stabilirsi al Marais nella casa di via delle Figlie del Calvario. Aveva come domestici, oltre al portinaio, quella cameriera Nicoletta che era successa alla Magnon, e quel Basco ansimante e asmatico, di cui abbiamo già parlato.

Nel 1827 Mario, che aveva appena compiuto i diciassette anni, tornando a casa una sera vide che il nonno teneva in mano una lettera.

- Mario, domani partirai per Vernon - disse il nonno.

- Perché?

- Per vedere tuo padre.

Il giovane trasalì; aveva pensato a tutto, fuorché a suo padre.

Non c'era niente di più inatteso per lui, di più sorprendente, e diciamolo pure, di più spiacevole. Era l'allontanamento costretto al riavvicinamento; non era un dispiacere ma una seccatura.

Oltre ai motivi di antipatia politica, Mario era convinto che suo padre, lo sciabolatore, come lo chiamava Gillenormand nei suoi giorni buoni, non lo amasse; era evidente, perché lo aveva abbandonato in mano altrui. E non sentendosi amato, non amava; e pensava che non c'era niente di più semplice.

La sua sorpresa fu tanta che non pensò neppure di interrogare il nonno, che riprese:

- Pare che sia ammalato, ti vuol vedere.

E dopo una pausa aggiunse:

- Andrai domattina. Al largo delle fontane ci deve essere una vettura che parte alle sei e arriva di sera. Prendi quella.

Bisogna far presto.

Poi spiegazzò la lettera e se la mise in tasca. Mario avrebbe potuto partire la sera stessa e trovarsi da suo padre l'indomani mattina, giacché una diligenza di via Bouloi faceva in quell'epoca servizio per Rouen la notte e passava per Vernon. Ma né Mario né Gillenormand pensarono di informarsi.

L'indomani, al tramonto, Mario arrivò a Vernon, mentre cominciavano ad accendersi i lampioni. Chiese al primo passante dove fosse l'abitazione del signor Pontmercy,giacché spiritualmente d'accordo con la Restaurazione, non riconosceva neppure lui il padre come barone e come colonnello.

Gli indicarono la casa. Bussò, e venne ad aprirgli una donna con una lucerna in mano.

- Il signor Pontmercy? - chiese Mario.

La donna restò immobile.

- Abita qui?

La donna accennò di sì col capo.

- Posso parlargli?

Lei fece segno di no.

- Ma io sono suo figlio, e mi aspetta.

- Non vi aspetta più - rispose la donna.

Allora Mario si accorse che lei piangeva.

Gli accennò col dito l'uscio di una sala al piano terreno, ed egli entrò.

In quella stanza, rischiarata da una candela posta sul camino, trovò tre uomini, uno in piedi, un altro in ginocchio e il terzo a terra con la sola camicia, disteso sul pavimento. Quest'ultimo era il colonnello. Gli altri due erano un medico e un prete che pregava.

Il colonnello tre giorni prima era stato colpito da una febbre cerebrale. Al principio della malattia, preso da un triste presentimento, aveva scritto a Gillenormand per domandare di suo figlio. La malattia aveva sempre peggiorato. La sera stessa dell'arrivo di Mario a Vernon il colonnello, in un accesso di delirio, malgrado gli sforzi della domestica, si era alzato dal letto gridando: - Mio figlio non viene! gli vado incontro. Poi, uscito dalla stanza, era caduto a terra nell'anticamera, ed era spirato.

Erano stati chiamati il medico e il curato; ma medico e curato erano giunti troppo tardi; e anche il figlio.

Alla fioca luce della candela si distingueva sulla guancia del colonnello, pallido e disteso, una grossa lacrima cadutagli dall'occhio spento. L'occhio era spento, ma la lacrima non era ancora asciugata, ed era stata causata dal ritardo del figlio.

Mario stette a considerare quell'uomo che vedeva per la prima e per l'ultima volta, il volto venerando e maschio, gli occhi aperti ma senza sguardo, i capelli bianchi, le membra robuste sulle quali si scorgevano qua e là delle linee brune che erano tanti colpi di sciabola, e delle piccole stelle rosse che erano tanti buchi di pallottole. Considerò quel gigantesco sfregio che imprimeva l'eroismo su quel volto in cui Dio aveva impresso la bontà; pensò che quell'uomo era suo padre e che era morto, e rimase freddo.

La tristezza che provava era quella che avrebbe sentito per qualsiasi altro uomo che avesse avuto davanti morto.

Il dolore, un dolore pungente, regnava in quella stanza. La domestica si lamentava in un angolo, il curato pregava e singhiozzava, il medico si asciugava gli occhi; anche il cadavere piangeva.

Il medico, il prete e la donna guardavano Mario attraverso la loro afflizione, senza dire una parola. Era lui l'estraneo. Troppo poco commosso, si sentì vergognoso e imbarazzato dal suo atteggiamento; teneva il cappello in mano e lo lasciò cadere a terra per far credere che il dolore gli toglieva la forza di tenerlo.

Nello stesso tempo provava una specie di rimorso e disprezzava se stesso per il suo comportamento. Ma era colpa sua se non amava più suo padre?

Il colonnello non lasciò nulla, e la vendita dei mobili bastò appena a pagare il funerale. La domestica trovò un pezzo di carta che consegnò a Mario. C'era scritto, di pugno del colonnello:

"Per mio figlio. L'imperatore mi fece barone sul campo di battaglia di Waterloo. Poiché la Restaurazione mi contrasta questo titolo che acquistai col mio sangue, mio figlio lo assumerà e lo porterà. E' inutile aggiungere che ne sarà degno".

A tergo il colonnello aveva aggiunto:

"Nella battaglia di Waterloo un sergente mi salvò la vita. Si chiama Thénardier, e mi fu detto che in questi ultimi tempi aveva una piccola locanda in un villaggio nei dintorni di Parigi, a Chelles o a Montfermeil. Se mio figlio lo incontra, gli faccia tutto il bene possibile".

Mario prese quella carta e la conservò, non per devozione al padre ma per quel vago rispetto della morte e che è sempre così imperioso nel cuore dell'uomo.

Del colonnello non rimase nulla. Gillenormand fece vendere a un rigattiere la spada e l'uniforme; i vicini saccheggiarono il giardino rubando i rari fiori, e le altre piante divennero rovi e sterpi, oppure seccarono.

Mario si trattenne a Vernon solo quarantott'ore. Subito dopo il funerale, tornò a Parigi al suo corso di diritto senza più pensare al padre, come se non fosse mai esistito. In due giorni il colonnello fu sepolto e in tre giorni fu dimenticato.

Mario portava il lutto al cappello. Questo è tutto.




5. COME SIA UTILE ANDARE A MESSA PER DIVENTARE RIVOLUZIONARIO.


Mario aveva conservato le abitudini religiose dell'infanzia. Una domenica andò a sentir messa a san Sulpizio, nella stessa cappella della Madonna dove lo conduceva la zia quand'era piccolo. Poiché quel giorno era distratto e pensoso più del solito, andò a prendere posto dietro un pilastro, e si inginocchiò, senza accorgersene, su una sedia coperta di velluto, sul cui schienale era inciso questo nome: "Mabeuf fabbriciere". La messa era appena cominciata quando si presentò un vecchio che disse a Mario:

- Signore, questo è il mio posto.

Mario si fece da parte premurosamente, e il vecchio occupò la sedia.

Terminata la messa, il vecchio si accostò di nuovo a Mario, che era rimasto pensoso a qualche passo, e gli disse:

- Signore, vi chiedo scusa se poco fa vi ho disturbato e se di nuovo vi disturbo; ma poiché mi avete certamente giudicato un importuno, è bene che mi spieghi.

- E' inutile, signore - rispose Mario.

- Ma no - rispose il vecchio. - Non voglio che abbiate un cattivo concetto di me. Vedete, io ci tengo a quel posto; mi pare che di là si ascolti meglio la messa. Perché? Ve lo dico subito. In quel posto ho visto venire per molti anni, regolarmente, ogni due o tre mesi, un povero padre, il quale non aveva altra occasione e altro modo di vedere suo figlio, impeditone per certi accordi di famiglia. Veniva all'ora in cui sapeva che conducevano suo figlio a messa. Il piccolo non sospettava neppure di avere un padre.

L'uomo se ne stava nascosto dietro il pilastro perché non lo vedessero, guardava fisso suo figlio e piangeva. L'infelice adorava suo figlio. Allora questo angolo fu come santificato, e io presi l'abitudine di venirvi ad ascoltare la messa; lo preferisco alla panca vicino all'altare, nella quale avrei diritto di sedere come fabbriciere. Ho pure conosciuto un poro quel povero signore.

Aveva un suocero, una vecchia zia ricca, dei parenti, non so bene quali, che minacciavano di diseredare il figlio se lui, suo padre, lo vedesse. Ed egli si era sacrificato perché suo figlio fosse un giorno ricco e felice. Lo tenevano lontano per opinioni politiche; certo, io approvo le opinioni politiche, ma ci sono persone che non conoscono limiti. Mio Dio! solo perché uno è stato a Waterloo è un mostro, e non c'è ragione di separare un padre dal proprio figlio. Era un colonnello di Bonaparte. Credo che sia morto.

Abitava a Vernon, dove è parroco mio fratello, e si chiamava Pontmarie o Montpercy. Aveva davvero un bel colpo di sciabola.

- Pontmercy? - chiese Mario impallidendo.

- Appunto, Pontmercy. L'avete forse conosciuto?

- Signore - rispose Mario - era mio padre.

Il vecchio fabbriciere congiunse le mani esclamando:

- Ah, siete voi il piccolo! Sì, è vero, ora siete un uomo. Ebbene, povero figliolo, potete vantarvi di avere avuto un padre che vi ha veramente adorato.

Mario offrì il braccio al vecchio e lo ricondusse a casa.

L'indomani disse a Gillenormand:

- Ho combinato una partita di caccia con alcuni amici.

Permettetemi di assentarmi per tre giorni.

- Quattro - rispose il nonno. - Va pure, divertiti. E strizzando l'occhio disse sottovoce alla figlia: - Qualche amoretto!




6. CHE COSA VUOL DIRE INCONTRARE UN FABBRICIERE


Vedremo più avanti dove andò Mario.

Fu assente per tre giorni; poi tornò a Parigi, andò alla biblioteca della scuola di diritto e chiese la collezione del "Moniteur".

Lesse il "Moniteur", lesse tutte le storie della Repubblica e dell'Impero, il "Memoriale di sant'Elena", tutte le memorie, tutti i bollettini, tutti i giornali e i proclami; divorò tutto. La prima volta che incontrò il nome di suo padre nei bollettini della Grande Armata, ne ebbe la febbre per un'intera settimana. Andò a visitare i generali sotto i quali il padre aveva militato, e tra essi il conte H... Andò a ritrovare il fabbriciere Mabeuf, che gli descrisse la vita del colonnello a Vernon, il suo ritiro, i suoi fiori, la sua solitudine. Mario arrivò a conoscere interamente quell'uomo raro, sublime e mite, quella specie di leone agnello che era stato suo padre.

Intanto, occupato in questi studi che gli prendevano tutto il tempo e tutti i pensieri, non vedeva quasi più i Gillenormand. Si faceva vedere all'ora dei pasti; poi scompariva subito. La zia borbottava, il nonno sorrideva: - E' l'età degli amori! Qualche volta il vecchio aggiungeva: - Perbacco! credevo che fosse un capriccio e invece si tratta, a quanto pare, di una vera passione.

Era infatti una passione. Mario s'era messo ad adorare suo padre.

Nello stesso tempo, avveniva nelle sue idee uno straordinario mutamento. Le fasi di tale mutamento furono numerose e successive; e siccome questa è anche la storia di molti del nostro tempo, crediamo utile seguire queste fasi e accennarle tutte.

La storia su cui aveva messo gli occhi lo spaventava. Il primo effetto fu come un abbagliamento.

Fino a quel giorno la Repubblica e l'Impero erano state per lui delle parole mostruose; la repubblica una ghigliottina nella penombra, l'impero una sciabola nella notte. Ora che ci aveva guardato dentro, dove si aspettava di trovare soltanto un caos di tenebre, con una specie di inaudita sorpresa mista a timore e a gioia, vedeva scintillare degli astri, Mirabeau, Vergniaud, Saint- Just, Robespierre, Camillo Desmoulins, Danton, e sorgere un sole, Napoleone. Non sapeva più dove si trovava. Indietreggiava accecato dalla luce. Ma a poco a poco, passato lo stupore, si abituò a quegli splendori, considerò le azioni senza turbamento, esaminò i personaggi senza terrore; la Rivoluzione e l'Impero si misero luminosamente in prospettiva davanti al suo sguardo visionario; vide ciascuno di quei gruppi di avvenimenti e di uomini riassumersi in due fatti enormi: la Repubblica nella sovranità del diritto civile restituito alle masse, l'Impero nella sovranità dell'idea francese imposta all'Europa; vide scaturire dalla Rivoluzione la grande figura del popolo, dall'Impero la grande figura della Francia; e dichiarò, nella sua coscienza, che tutto questo era stato un bene.

Non crediamo necessario indicare ora le cose che il suo abbagliamento trascurava in quel primo giudizio molto sintetico.

Constatiamo soltanto lo stato di una mente in evoluzione. I progressi non si fanno tutti in una tappa sola. Chiarito questo una volta per sempre, sia per quanto riguarda le cose dette che per quelle che seguiranno, proseguiamo.

Si accorse che fino a quel momento non aveva capito il suo paese come non aveva capito suo padre. Non aveva conosciuto né l'uno né l'altro. Era stata una specie di cecità volontaria. Adesso vedeva; e da un lato ammirava, dall'altro adorava.

Era pieno di rimpianti e di rimorsi e pensava che ormai tutto quello che aveva nell'anima poteva dirlo soltanto a una tomba. Se avesse avuto ancora suo padre! se Dio nella sua misericordia e nella sua bontà, avesse permesso che quel padre fosse ancora vivo, come sarebbe accorso, come si sarebbe precipitato, come avrebbe gridato: - Padre mio, eccomi, sono io! ho lo stesso tuo cuore!

sono tuo figlio! - Come gli avrebbe baciato il capo canuto, inondato di lacrime i capelli, ammirato la cicatrice, stretto le mani adorate, adorato gli abiti, baciato i piedi! Perché suo padre era morto così presto, prima della vecchiaia, prima della giustizia, prima dell'amore del figlio? Mario aveva un continuo singhiozzo nel cuore, che diceva ogni momento: ahimè! Nel medesimo tempo diventava più serio, più grave, più sicuro della sua fede e del suo pensiero. A ogni istante bagliori di verità venivano a completare la sua ragione. C'era in lui come una crescita interiore, sentiva una specie di sviluppo naturale causato da queste due cose: suo padre e la patria.

Tutto gli si apriva come quando si possiede una chiave; si spiegava quello che aveva odiato, comprendeva quello che aveva aborrito; vedeva chiaramente il senso provvidenziale, divino e umano insieme, delle grandi cose che gli avevano insegnato a maledire. Quando pensava alle sue precedenti opinioni, si sdegnava e sorrideva.

Dalla riabilitazione del padre era passato naturalmente alla riabilitazione di Napoleone.

Questa però, dobbiamo notarlo, non avvenne senza fatica.

Fin dall'infanzia l'avevano imbevuto dei pregiudizi del partito del 1814 su Bonaparte. Ma tutti i pregiudizi, gli interessi, gli istinti della Restaurazione tendevano a sfigurare Napoleone. Essa lo esecrava più di Robespierre, e aveva sfruttato con troppa abilità la stanchezza della nazione e l'odio delle madri.

Bonaparte era diventato una specie di mostro favoloso; e per dipingerlo alla fantasia del popolo, che rassomiglia a quella dei fanciulli, il partito del 1814 faceva apparire successivamente tutte le maschere spaventose, da quella che è terribile, pur restando grandiosa fino a quella che è terribile, pur restando grottesca, da Tiberio al baubau. Così parlando di Bonaparte, era lecito singhiozzare e scoppiare dalle risa, purché l'odio tenesse bordone. Queste erano le sole idee che Mario aveva avuto su quell'uomo e che si erano combinate con la tenacia del suo carattere; c'era in lui un piccolo testardo che odiava Napoleone.

Leggendo la storia, studiandola soprattutto nei documenti e nelle fonti primitive, il velo che nascondeva Napoleone agli occhi di Mario a poco a poco si lacerò. Intravide qualcosa di immenso, e sospettò di essersi ingannato fino allora su Bonaparte, come su tutto il resto. Ogni giorno vedeva meglio, e si mise a salire lentamente, dapprima a malincuore, poi inebriato e come attratto da un fascino irresistibile, prima i gradini tenebrosi, poi quelli rischiarati da una luce incerta, infine quelli luminosi e splendidi dell'entusiasmo.

Una notte, solo nella sua cameretta sotto il tetto, al lume della candela, leggeva, con i gomiti appoggiati alla tavola vicino alla finestra. Dallo spazio arrivavano a lui tutti i sogni e si fondevano con i suoi pensieri. Che spettacolo la notte! Si odono rumori sordi che non si sa dove vengano, si vede scintillare come un fuoco Giove che è milleduecento volte più grande della terra, il firmamento nero, le stelle che brillano: uno spettacolo formidabile.

Leggeva i bollettini della Grande Armata, quelle strofe omeriche scritte sul campo di battaglia; vi trovava il nome di suo padre ogni tanto e quello di Napoleone sempre; tutta la grandezza dell'impero gli stava davanti; sentiva una marea gonfiarsi e sollevarsi in lui; talora gli pareva che suo padre gli passasse accanto come un altro; credeva di udire i tamburi, il cannone, le trombe, il passo misurato dei battaglioni, il galoppo sordo e lontano della cavalleria; di tanto in tanto levava gli occhi al cielo e vedeva le colossali costellazioni splendere nelle profondità del firmamento, poi li chinava di nuovo sul libro e vi scorgeva altre cose colossali che ci si agitavano confusamente.

Sentiva un'oppressione al cuore; era fuori di sé, tremante, anelante; a un tratto, senza neppure rendersi conto di quel che accadeva nell'animo suo e a chi obbedisse, si rizzò in piedi, stese le braccia fuori della finestra, guardò fisso l'ombra, il silenzio, l'infinito tenebroso, l'immensità eterna e gridò: - Viva l'imperatore!

Da quel momento, la lotta cessò. L' Orco della Corsica, l'usurpatore, il tiranno, il mostro, l'istrione, l'avvelenatore di Giaffa, il tigre, Bonaparte, tutto svanì cedendo il posto nella sua mente a un incerto e luminoso alone in cui a un'altezza inaccessibile splendeva il pallido fantasma marmoreo di Cesare.

L'imperatore che per suo padre era stato soltanto l'adorato capitano che si ammira e per il quale si sacrifica la vita, fu per lui qualcosa di più: fu il costruttore predestinato della razza francese che succedeva alla razza romana nel dominio dell'universo; fu il prodigioso architetto di un gran crollo, il continuatore di Carlomagno, di Luigi Quattordicesimo, di Enrico Quarto, di Richelieu, del Comitato di salute pubblica, che aveva senza dubbio le sue macchie, le sue colpe e anche il suo delitto, vale a dire che era un uomo, però era augusto nelle colpe, splendido nelle macchie, potente nel delitto. Fu l'uomo predestinato che aveva costretto tutte le nazioni a dire: "La grande nazione"; meglio ancora, fu la stessa incarnazione della Francia, la quale conquistava l'Europa con la spada da lui impugnata e il mondo con la luce da lui diffusa. Mario vide in Bonaparte lo scettro abbagliante che si ergerà sempre sulla frontiera e difenderà l'avvenire. Despota, ma dittatore; despota che risultava da una repubblica e riassumeva una rivoluzione.

Napoleone divenne per lui l'uomo-popolo come Gesù è l'uomo-Dio.

Egli era inebriato della sua conversione e al pari di tutti i neofiti si precipitava nell'adesione e andava oltre. Era il suo carattere: messo su una china gli era quasi impossibile fermarsi.

Il fanatismo per la spada lo vinceva unendosi nella sua mente all'entusiasmo per l'idea. Non s'accorgeva che insieme al genio e confusa con esso ammirava la forza, vale a dire che nei due scompartimenti della sua idolatria collocava da una parte il divino e dall'altra la forza bruta. Sotto parecchi aspetti, cominciava a ingannarsi in un altro modo, ammettendo tutto. C'è una maniera di andare incontro all'errore andando verso la verità.

Aveva una specie di buona fede passionale che accettava tutto in blocco. Nella nuova strada su cui s'era messo, nel giudicare i torti dell'antico regime, come nel misurare la gloria di Napoleone, trascurava le circostanze attenuanti.

Checché ne fosse, aveva compiuto un passo prodigioso; dove una volta aveva visto la caduta della monarchia, vedeva ora l'avvento della Francia. Il suo orientamento era mutato: quello che era stato ponente adesso era levante; ma era stato lui a voltarsi.

Tutte queste rivoluzioni si compivano in lui senza che la sua famiglia se ne accorgesse.

Quando in quel misterioso lavorio perse completamente l'antica scorza di borbonico e di ultra, quando si spogliò della veste d'aristocratico, di giacobino, di legittimista, quando fu completamente rivoluzionario, profondamente democratico e quasi repubblicano, andò da un incisore sulla riva degli Orefici e ordinò biglietti da visita col nome: "Barone Mario Pontmercy".

Era questa una conseguenza logica del mutamento avvenuto in lui:

mutamento nel quale tutto gravitava attorno a suo padre. Però, non conoscendo nessuno e non potendo quindi seminare i suoi biglietti da visita presso i portinai, se li mise in tasca.

Inoltre, a mano a mano che si accostava a suo padre, alla sua memoria e alle cose per le quali egli aveva combattuto per venticinque anni, si allontanava dal nonno. Abbiamo già notato che da molto tempo l'umore di Gillenormand non gli piaceva: tra il giovane grave e il vecchio frivolo c'erano già delle dissonanze.

La giocondità di Geronte urta ed esaspera la malinconie di Werther. Finché avevano avuto in comune le opinioni politiche e le idee, si erano incontrati su quel terreno come su un ponte, ma quando il ponte crollò, ci fu l'abisso tra loro.. Inoltre, Mario sentiva dei moti di ribellione inesprimibile pensando che era stato Gillenormand a strapparlo, per stupidi motivi e senza pietà, al colonnello, privando così il padre del figlio e il figlio del padre.

A forza d'amare il padre, Mario arrivò a odiare il nonno.

Del resto, ripetiamo, nulla trapelava al di fuori. Però Mario era sempre più freddo, laconico durante i pasti, e raramente stava in casa. Se la zia lo rimproverava per questo, rispondeva con molta dolcezza, adducendo come pretesto gli studi, le lezioni, gli esami, le conferenze, eccetera. Il nonno non abbandonava la sua diagnosi infallibile:

- E' innamorato! Me ne intendo.

Ogni tanto Mario faceva qualche assenza.

- Dove va? - domandava la zia.

In uno di quei viaggi sempre molto brevi per ubbidire all'indicazione lasciatagli da suo padre, era andato a Montfermeil a cercare l'antico sergente di Waterloo, il locandiere Thénardier.

Ma costui era fallito, aveva chiuso la locanda e non si sapeva che ne fosse stato. Mario stette quattro giorni fuori casa.

- Si è sviato, certamente! - disse il nonno.

E notarono che sul petto, sotto la camicia, portava un oggetto appeso al collo con un nastro nero.




7. QUALCHE GONNELLA


Abbiamo parlato di un lanciere. Era un pronipote di Gillenormand da parte materna, il quale menava la vita di guarnigione, lontano dalla famiglia e dal focolare domestico. Il sottotenente Teodulo Gillenormand riuniva in sé tutte le doti richieste per essere quello che si dice un bell'ufficiale. Aveva "una vita da signorina", un modo superbo di portare la sciabola, e i baffi arricciati. Andava molto di rado a Parigi, tanto di rado che Mario non l'aveva mai visto, e i due cugini si conoscevano solo di nome.

Teodulo era, come abbiamo già detto, il beniamino della zia Gillenormand, la qualche lo prediligeva perché non lo vedeva mai.

Il non vedere la gente permette di attribuire loro tutte le perfezioni.

Una mattina, la signorina Gillenormand era tornata in camera sua commossa, tanto quanto glielo permetteva la sua placidezza. Mario aveva chiesto di nuovo al nonno il permesso di fare un piccolo viaggio, aggiungendo che contava di partire la sera stessa. - Va' - aveva risposto il nonno e spingendo le sopracciglia in alto verso la fronte aveva aggiunto: - E' recidivo a dormire fuori casa! - La signorina era salita in camera sua molto incuriosita e, facendo le scale, aveva lanciato questa esclamazione: - Strano; - e ancora questa interrogazione:- Ma dove va adesso? - Immaginava qualche avventura amorosa più o meno illecita, una donna nella penombra, un appuntamento, un mistero, e non le sarebbe dispiaciuto di ficcarci il naso. Il fiuto di un mistero rassomiglia alla primizia di uno scandalo, e non è cosa che dispiace alle anime sante. Negli scompartimenti segreti della bigotteria c'è un po' di curiosità per lo scandalo.

Essa era dunque in preda a un confuso desiderio di scoprire una storiella.

Per distrarsi da questa curiosità che la teneva agitata oltre il solito, si era rifugiata nei suoi lavori, si era messa a lavorare uno di quei ricami dell'Impero e della Restaurazione in cui appaiono molte ruote di birocci. Lavoro noioso, burbera lavoratrice. Era da parecchie ore seduta, quando l'uscio si aprì.

Alzò il naso; il sottotenente Teodulo le stava davanti e faceva il saluto militare. Lei lanciò un grido di gioia. Per quanto una donna sia vecchia, scrupolosa, bigotta, zia, ha sempre piacere di vedere entrare nella sua camera un lanciere.

- Tu qui, Teodulo! - esclamò. - Sono di passaggio, - Ma baciami, allora.

- Ecco - rispose Teodulo. - E la baciò.

La zia andò allo scrigno e lo aprì:

- Ti fermi almeno per tutta la settimana?

- No, Zia, riparto stasera.

- E' impossibile.

- Eppure è così.

- Fermati, caro Teodulo, te ne prego.

- Il cuore dice di sì ma la consegna mi dice di no. La cosa è semplice. Cambio guarnigione. Ero a Melun e mi mandano a Gaillon.

Per andare alla nuova guarnigione bisogna passare per Parigi e ho pensato di venire a trovare la zia.

- Questo è per il tuo disturbo - disse e gli mise in mano dieci luigi.

- Volete dire per il mio piacere, zia.

Teodulo la baciò di nuovo, e lei provò il piacere di sentirsi vellicare il collo dalle mostrine della divisa.

- Fai il viaggio a cavallo col reggimento? - domandò.

- No, Zia. Ho chiesto un permesso speciale per vedervi. Il cavallo me lo porta l'attendente, e io vado in diligenza. A proposito, devo domandarvi una cosa.

- Cioè?

- Mio cugino Mario Pontmercy viaggia anche lui?

- Come fai a saperlo? - chiese la zia con la più viva curiosità.

- Appena arrivato, sono corso alla diligenza per prenotare un posto all'interno.

- Ebbene?

- Un viaggiatore era già andato a prenotare un posto sull'imperiale, e ho visto il nome sul registro.

- Ed era?

- Mario Pontmercy.

- Che cattivo soggetto! - esclamò la zia. - Tuo cugino non è un ragazzo ordinato come te. E dire che passerà la notte in diligenza!

- Come me.

- Ma tu lo fai per dovere, lui invece per disordine.

- Perbacco! - esclamò Teodulo.

E qui ci fu un avvenimento straordinario per la signorina Gillenormand: ebbe cioè un'idea. Se fosse stata un uomo si sarebbe picchiato la fronte. E così apostrofò Teodulo:

- Lo sai che tuo cugino non ti conosce?

- Lo so; l'ho visto, ma lui non s'è mai degnato di accorgersi di me.

- Dunque viaggerete insieme?

- Sì, lui sull'imperiale, io dentro.

- Dove va quella diligenza?

- Ad Andelys.

- E Mario va là?

- A meno che non si fermi per via, come faccio io che scendo a Vernon per prendere la vettura che va a Gaillon. Non so nulla dell'itinerario di Mario.

- Mario! che brutto nome! che idea chiamarlo Mario! Tu almeno ti chiami Teodulo.

- Preferirei chiamarmi Alfredo - disse l'ufficiale.

- Sta a sentire, Teodulo.

- Sento, zia.

- Sta attento.

- Sto attento.

- Ci sei?

- Sì.

- Ebbene, Mario fa delle assenze.

- Ebbene!

- Viaggia.

- Oh, oh!

- Dorme fuori casa.

- Ah, ah!

- Vorremmo sapere che cosa c'è sotto.

Teodulo rispose con la calma dell'uomo esperto:

- Qualche gonnella.

E con quel sorriso superficiale che manifesta la certezza, aggiunse:

- Una ragazza.

- E' evidente - aggiunse la zia, cui parve udire parlare il signor Gillenormand e sentì la sua convinzione sorgere da quella parola "ragazza" sottolineata quasi allo stesso modo dal prozio e dal pronipote. Poi riprese:

- Fammi un piacere. Segui un po' Mario. Ti sarà facile. Non ti conosce. E giacché c'è una ragazza, cerca di vederla. Ci scriverai poi la storiella che divertirà molto il nonno.

Teodulo non aveva un gusto eccessivo per queste cose, ma era molto commosso per i dieci luigi e gli pareva di poter continuare ad averne accettando la commissione; perciò disse: Come volete, zia.

- E aggiunse tra sé: - Eccomi diventato una balia.

La signorina Gillenormand lo abbracciò. - Tu, Teodulo, non faresti simili scappatelle. Obbedisci alla disciplina, sei schiavo della consegna, sei un uomo scrupoloso e osservante dei propri doveri, e non abbandoneresti la famiglia per andare a trovare una donnetta.

Il lanciere fece la smorfia soddisfatta di Cartouche lodato per la sua probità.

Venuta la sera, Mario salì sulla diligenza senza sospettare che aveva un sorvegliante. Ma la prima cosa che questi fece fu di addormentarsi d'un sonno profondo e coscienzioso. Russò tutta la notte.

Sul far del giorno il conduttore della diligenza gridò: Vernon!

fermata di Vernon! I viaggiatori per Vernon! Il sottotenente Teodulo si svegliò.

- Bene! scendo qui - disse mezzo addormentato.

Poi, a mano a mano che gli si schiariva la memoria pensò alla zia, ai dieci luigi e alla relazione che aveva promesso di scrivere sulle gesta di Mario. E si mise a ridere.

- Forse non è nemmeno più in vettura - disse mentre si abbottonava la giubba. - Ha potuto fermarsi a Poissy o a Triel; se non è sceso a Meulan, ha potuto scendere a Nantes, a meno che non si sia fermato a Rolleboise o non abbia proseguito fino a Pacy, dove aveva la possibilità di voltare a sinistra per Evreux o a destra per Laroche-Gyon. Provati a corrergli dietro, zia! Che diavolo scriverò a quella buona vecchia?

In quel momento un paio di pantaloni neri che scendevano dall'imperiale apparvero davanti al vetro della diligenza.

- Che sia Mario? - pensò l'ufficiale.

Era proprio Mario.

Accanto alla diligenza, tra i cavalli e i postiglioni, una contadinella offriva fiori ai viaggiatori, dicendo: - Infiorate le vostre dame.

Mario le si avvicinò e comprò i più bei fiori del suo cesto.

- In verità - pensò Teodulo saltando giù dalla vettura - la cosa comincia a interessarmi. A chi diamine va a portare quei fiori?

Deve essere una donna enormemente graziosa per meritare quel magnifico mazzo. Voglio vederla.

E si mise a seguire Mario, non più per incarico altrui, ma per propria curiosità, come quei cani che vanno a caccia per conto proprio.

Mario non badava a Teodulo. Scesero dalla diligenza alcune donne eleganti, ma lui non le guardò. Pareva che non vedesse nulla attorno.

- Com'è innamorato! - pensò l'ufficiale.

E vedendo il cugino dirigersi verso la chiesa, pensò:

- Bene, la chiesa! al solito! Gli appuntamenti conditi con un po' di messa sono i migliori. Non c'è nulla di più squisito di un'occhiata che passa di sopra al buon Dio.

Arrivato alla chiesa, Mario non ci entrò, ma girando intorno all'abside, sparì dietro l'angolo d'uno dei contrafforti.

- L'appuntamento è fuori - pensò Teodulo. - Vediamo la donnetta.

E avanzò sulla punta dei piedi verso l'angolo, dietro il quale era scomparso Mario.

Ma si fermò stupefatto. Mario, con la fronte nelle mani, era inginocchiato sull'erba presso una fossa, sulla quale aveva sparpagliato i suoi fiori. All'estremità del tumulo, dove un piccolo rialzo indicava la testa, c'era una croce di legno con questo nome in lettere bianche: "Colonnello Barone Pontmercy".

Mario singhiozzava.

La donnetta era la tomba.




8. MARMO CONTRO GRANITO


Mario si era recato là, la prima volta che s'era assentato da Parigi; e là ritornava tutte le volte che Gillenormand diceva:

Dorme fuori.

Il sottotenente Teodulo restò del tutto sconcertato per quell'inatteso incontro d'una tomba; provò una sensazione piacevole e strana, che era incapace di analizzare e che si componeva del rispetto per una tomba misto al rispetto per un colonnello. Indietreggiò, lasciando Mario solo nel cimitero, e in quella sua mossa ci fu un senso di disciplina. La morte gli apparve con grosse spalline, e lui le fece quasi il saluto militare. Non sapendo che scrivere alla zia, decise di non scrivere nulla; e probabilmente la scoperta di Teodulo sugli amori di Mario non avrebbe prodotto nessuna conseguenza se, per una misteriosa combinazione del caso, la scena di Vernon non avesse avuto quasi immediatamente una specie di contraccolpo a Parigi.

Mario tornò da Vernon al terzo giorno di primo mattino; andò in casa di suo nonno e stanco per le due notti passate in diligenza, sentendo il bisogno di recuperare il sonno perduto con un'ora di nuoto, salì rapidamente in camera sua, si tolse il soprabito da viaggio e il cordoncino nero che portava al collo e andò nel bagno.

Gillenormand che s'era alzato di buon'ora come tutti i vecchi che stanno bene, udendo rientrare il nipote si affrettò a salire più presto che poté con le sue vecchie gambe la scala della soffitta dove abitava Mario, per abbracciarlo e abbracciandolo fargli delle domande e sapere da dove veniva.

Ma il giovane aveva impiegato minor tempo a venir giù che non il nonno a salire, cosicché quando questi entrò nella soffitta, l'altro non c'era più.

Il letto non era disfatto, e sul letto erano buttati senza diffidenza il soprabito e il cordoncino nero.

- Meglio così - disse Gillenormand.

E un momento dopo entrò nel salotto dove stava seduta la signorina intenta a ricamare la sue ruote di biroccio.

L'ingresso fu trionfale.

Il vecchio teneva con una mano il soprabito il nastro, gridando:

- Vittoria! adesso possiamo penetrare nel mistero; adesso sapremo quale gatta ci cova, toccheremo con mano il libertinaggio del nostro sornione. Eccomi in possesso del romanzo. Ho il ritratto.

Infatti il cordoncino sosteneva un piccolo astuccio di zinco, molto simile a un medaglione.

Il vecchio prese l'astuccio e lo guardò per qualche tempo senza aprirlo, con quell'aria di voluttà, di rapimento e di collera d'un povero diavolo affamato che si vede passare sotto il naso un magnifico pranzo che non è per lui.

- Evidentemente questo è un ritratto; me ne intendo. Si porta teneramente sul cuore. Come sono stupidi. Probabilmente è un'abominevole sgualdrina che mette i brividi a vederla. I giovanotti moderni sono di cattivo gusto.

- Vediamo, papà - disse la zitellona.

L'astuccio si apriva spingendo una molla; ma vi trovarono soltanto un pezzo di carta accuratamente piegato.

- So di che si tratta - disse Gillenormand scoppiando a ridere. E' una letterina amorosa.

- Leggiamola - disse la zia; e inforcò gli occhiali. Spiegarono e lessero il biglietto:

"Per mio figlio: L'imperatore mi fece barone sul campo di battaglia di Waterloo. Poiché la Restaurazione mi contrasta questo titolo che conquistai col mio sangue, mio figlio lo assumerà e lo porterà. E' inutile aggiungere che ne sarà degno".

Non sapremmo dire che cosa provarono il padre e la figlia. Si sentirono agghiacciati come dal respiro di un teschio. Non dissero una parola; soltanto il signor Gillenormand osservò sottovoce, quasi parlando tra sé:

- E' la scrittura di quello sciabolatore.

La zia esaminò il biglietto, lo girò da tutte le parti e lo ripose nell'astuccio.

Nello stesso tempo da una tasca del soprabito cadde un involtino oblungo di carta azzurra. Erano i cento biglietti da visita di Mario. La signorina li raccolse e ne presentò uno al padre che lesse: "Barone Mario Pontmercy".

Il vecchio suonò. Venne Nicoletta. Gillenormand prese il cordoncino, l'astuccio e il soprabito e gettò tutto per terra in mezzo al salotto, dicendo:

- Portate via quella roba!

Trascorse una lunga ora nel più profondo silenzio. Padre e figlia si erano seduti, volgendosi le spalle, e pensavano probabilmente le stesse cose. Dopo un'ora la zia disse:

- Grazioso!

Qualche istante dopo, apparve Mario, che rientrava. Prima di varcare la soglia del salotto, scorse il nonno che aveva in mano i suoi biglietti da visita e che, vedendolo, esclamò con quella sua aria di superiorità borghese e beffarda che aveva qualcosa di opprimente:

- Toh! toh! toh! toh! adesso sei diventato barone!

Congratulazioni! Che vuol dire questo?

Mario arrossì leggermente e rispose:

- Vuol dire che sono figlio di mio padre.

Gillenormand smise di ridere e disse duramente:

- Tuo padre sono io.

- Mio padre - riprese Mario con gli occhi bassi e il volto severo - era un uomo umile ed eroico, che servì gloriosamente la repubblica e la Francia, che è stato grande nella più grande storia che gli uomini abbiano mai creato, che è vissuto per un quarto di secolo tra i bivacchi, di giorno sotto la mitraglia e di notte nella neve, nel fango, sotto la pioggia, che ha strappato al nemico due bandiere, ha ricevuto venti ferite, è morto nell'oblio e nell'abbandono e ha avuto un solo torto, quello di amare troppo due ingrati, la patria e me!

Era troppo per Gillenormand, il quale alla parola repubblica s'era alzato, o per dir meglio raddrizzato. Ogni frase pronunciata da Mario aveva prodotto sul volto del vecchio legittimista l'effetto del soffio di un mantice sopra un tizzone ardente. Da cupo s'era fatto rosso, da rosso, paonazzo, da paonazzo, paonazzo fiammeggiante.

- Mario - esclamò - ragazzo abominevole! Non so chi fosse tuo padre, non voglio saperlo; non ne so niente e non voglio saperlo!

Però so soltanto che tra quella gente non ci sono altro che miserabili. So soltanto che erano tutti pezzenti, assassini, berretti rossi, ladri! tutti, dico. Non conosco nessuno! dico tutti! capisci? Vedi, tu sei barone come la mia ciabatta. Erano tutti banditi che hanno servito Robespierre, tutti briganti che hanno servito Bonaparte, tutti traditori che hanno tradito, tradito, tradito il loro legittimo re! tutti vigliacchi che a Waterloo sono scappati davanti ai prussiani e agli inglesi. Questo è quello che so. Se tra loro si trovava anche vostro padre, non lo so; me ne dispiace; tanto peggio per lui, servo vostro!

Ora Mario era il tizzone e Gillenormand il mantice. Il giovane fremeva in tutte le membra, non sapeva che fare, aveva la testa bollente. Era il prete che vede spargere al vento tutte le sue ostie, il fachiro che vede un passante sputare sul suo idolo.

Quelle cose non potevano essere state dette impunemente davanti a lui. Ma che fare? Vedeva suo padre calpestato, ma da chi? da suo nonno. Come vendicare l'uno senza oltraggiare l'altro? Era impossibile insultare il nonno e impossibile non vendicare suo padre. Da una parte una tomba sacra e dall'altra dei capelli bianchi. Per qualche momento rimase come stordito e vacillante, con tutto quel turbinio nella mente; poi alzò gli occhi, fissò suo nonno e con voce tonante gridò:

- Abbasso i Borboni e quel maialone di Luigi Diciottesimo.

Luigi Diciottesimo era morto da quattro anni e poco gli importava.

Il vecchio, da scarlatto che era divenne più bianco dei suoi capelli. Si volse verso un busto del duca di Berry, che stava sul caminetto, e lo salutò profondamente con strana solennità. Poi andò due volte, lentamente e in silenzio, dal caminetto alla finestra e dalla finestra al caminetto, attraversando tutto il salotto e facendo scricchiolare il pavimento come se camminasse una statua. Alla seconda volta si inchinò verso la figlia che assisteva al conflitto attonita come una vecchia pecora e le disse sorridendo d'un sorriso quasi calmo:

- Un barone come il signore e un borghese come me non possono restare sotto lo stesso tetto.

E drizzandosi di colpo, livido, tremante, terribile, con la fronte allargata dallo spaventoso splendore della collera, stese il braccio verso Mario e gli disse:

- Vattene!

Mario lasciò la casa.

L'indomani Gillenormand disse alla figlia:

- Ogni sei mesi manderete duemila franchi a quel bevitore di sangue, e non me ne parlerete mai più.

E restandogli un immenso furore da dispensare e non sapendo che farne, continuò a dire "voi" alla figlia per più di tre mesi.

Dal canto suo, Mario era uscito indignato, e una circostanza che non possiamo tacere accrebbe la sua esasperazione. Non mancano mai questi piccoli incidenti a complicare i drammi familiari; aumentano le accuse, benché in fondo non siano accresciuti i torti. Nel riportare precipitosamente, per ordine del nonno, tutta quella roba di Mario nella sua camera, Nicoletta senza accorgersene aveva lasciato cadere probabilmente sulla scala della soffitta che era buia, l'astuccio di zigrino nero che conteneva il biglietto scritto dal colonnello. Questo biglietto e l'astuccio non si poterono più ritrovare. Mario restò convinto che Gillenormand aveva buttato sul fuoco il testamento di suo padre.

Sapeva a memoria le poche righe scritte dal colonnello, e perciò nulla era perduto. Ma quella carta, quella scrittura, quella sacra reliquia erano tutto il suo cuore. Che ne avevano fatto?

Mario era partito senza dire dove andava, con trenta franchi in tasca, l'orologio e un po' di biancheria in un sacco da viaggio.

Era salito su una vettura pubblica, che aveva noleggiato a ore, e s'era diretto a caso verso il quartiere latino.

Che sarà di Mario?




Libro 4


GLI AMICI DELL'A B C



1. UN GRUPPO CHE PER POCO NON E' DIVENTATO STORICO


In quell'epoca, apparentemente indifferente, correva confusamente un certo fremito rivoluzionario. C'erano per aria delle correnti venute su dalle viscere dell'89 e del '92. I giovani, ci si passi l'espressione, stavano facendo la muta. Si trasformavano, quasi senza saperlo, per il movimento stesso del tempo. L'indice che cammina sul quadrante cammina anche nelle anime. Ognuno faceva il passo che doveva fare. I legittimisti diventavano liberali, e i liberali democratici.

Era una marea crescente, complicata da mille riflessi i quali hanno la proprietà di produrre delle mescolanze; donde la combinazione di idee singolarissime; si adoravano contemporaneamente Napoleone e la libertà. Noi qui facciamo della storia. Erano le illusioni di quell'epoca. Anche le opinioni attraversavano delle fasi, e la curiosa varietà del legittimismo volterriano ebbe un contrappeso non meno strano nel liberalismo bonapartista.

Altri gruppi di menti più serie scandagliavano il principio, investigavano il diritto, si appassionavano per l'assoluto, intravedevano infinite realizzazioni. L'assoluto, per la sua stessa rigidità, spinge gli spiriti verso l'azzurro e li fa fluttuare nell'illimitato. Niente come il dogma genera il sogno, e niente come il sogno genera l'avvenire. Oggi utopia, carne e ossa domani.

Le opinioni avanzate avevano un doppio fondo. Un principio di mistero minacciava "l'ordine stabilito", il quale a sua volta era sospettoso e sornione. Segno massimamente rivoluzionario. Le intenzioni nascoste del potere incontrano, nel processo di escavazione, le intenzioni nascoste del popolo. L'incubazione delle insurrezioni controbilancia le premeditazioni dei colpi di stato.

Allora non c'erano ancora in Francia organizzazioni segrete come il "tugendbund" tedesco e la carboneria italiana; ma solo qua e là delle oscure camarille che mettevano rami. Ad Aix cominciava a formarsi la Cougourde, e a Parigi, tra altre affiliazioni del genere, c'era la società degli Amici dell'A B C.

Chi erano gli Amici dell'A B C? Una società che aveva per scopo apparente l'educazione dei ragazzi e in realtà l'elevazione degli uomini.

Si dichiaravano amici dell'A B C. L'abiccì era il popolo che si voleva elevare.

Gli amici dell'A B C erano pochi. Si trattava di una società segreta ancora in embrione, quasi diremmo una combriccola se dalle combriccole potessero uscire gli eroi. Si riunivano a Parigi in due luoghi: presso i Mercati, in una bettola chiamata "Corinto", di cui parleremo più avanti, e presso il Pantheon in un caffè di piazza san Michele, detto "Caffè Musain", oggi demolito. ll primo di questi luoghi di convegno era attiguo agli opifici, l'altro alle scuole.

I conciliaboli abituali si tenevano in una sala interna del caffè Musain, la quale era abbastanza lontana dal caffè, con cui comunicava attraverso un lungo corridoio, e aveva due finestre e un'uscita con scala segreta nel vicolo Grès. Là fumavano, giocavano, ridevano, parlavano ad alta voce di un po' di tutto, e sottovoce di qualche altra cosa. Sulla parete era inchiodata una carta geografica della Francia sotto la Repubblica - indizio bastante a destare il fiuto di un poliziotto.

La maggioranza degli Amici dell'A B C erano studenti, che se l'intendevano cordialmente con gli operai. Ecco i nomi dei principali che appartengono in certo modo alla storia: Enjolras, Combeferre, Giovanni Prouvaire, Feuilly, Courfeyrac, Bahorel, Bossuet detto Laigle, Joly e Grantaire.

Questi giovani formavano tra loro una specie di famiglia. Tutti, meno Bossuet, erano del meridione.

Era un gruppo notevole, sparito poi nelle profondità invisibili che sono dietro di noi. Al punto in cui siamo giunti nel nostro dramma, non è forse inutile gettare un po' di luce su questi giovani, prima che il lettore li veda sprofondare nell'ombra di una tragica avventura.

Enjolras, che abbiamo nominato per primo, e vedremo poi perché, era figlio unico e ricco. Era un bel giovane, capace di diventare terribile. Era angelicamente bello, un Antinoo selvaggio. Dal pensoso riflesso dello sguardo, si sarebbe detto che avesse già, in qualche precedente esistenza, attraversato l'apocalisse rivoluzionaria. Ne conservava la tradizione come un testimonio; conosceva tutti i particolari del grande avvenimento. C'era in lui una natura sacerdotale e guerriera, strana in un giovane. Era ufficiale e militante, soldato della democrazia dal punto di vista immediato, e sacerdote dell'ideale, da un punto di vista superiore. Aveva la pupilla profonda, le palpebre un po' rosse, il labbro inferiore un po' turgido e facilmente sprezzante, la fronte alta. Molta fronte in un volto è come molto cielo in un orizzonte.

Come certi giovani del principio di questo secolo, e della fine dell'altro, che sono diventati famosi troppo presto, aveva una giovinezza eccessiva, fresca come nelle fanciulle, benché con certe ore di pallore. Già uomo, pareva ancora un ragazzo. I suoi ventidue anni parevano diciassette. Era serio e pareva ignorare che sulla terra c'è un essere chiamato donna. Aveva una sola passione: il diritto; un solo pensiero: rovesciare l'ostacolo.

Sull'Aventino sarebbe stato un Gracco; nella Convenzione un Saint- Just. A mala pena vedeva le rose, ignorava la primavera, non udiva il canto degli usignoli. Era severo nella gioia. Chinava castamente gli occhi davanti a tutto quello che non era repubblica. Era il marmoreo amante della Libertà. La sua parola era aspramente ispirata e aveva un fremito di inno. Aveva delle aperture d'ali insospettate. Guai all'amoretto che si fosse arrischiato con lui! Se qualche donnina di piazza Cambrai o di via Saint-Jean-de-Beauvais, vedendo quel volto da collegiale, quell'aria da paggio, le sue lunghe ciglia bionde, quegli occhi azzurri, quella capigliatura al vento, quelle guance rosee, quelle labbra fresche, quei denti splendidi, avesse avuto appetito di tutta quell'aurora e fosse andata a provare la sua bellezza su Enjolras, uno sguardo sorprendente e formidabile le avrebbe mostrato bruscamente l'abisso e le avrebbe insegnato a non confondere il galante cherubino di Beaumarchais col terribile cherubino di Ezechiele.

Accanto a Enjolras, che rappresentava la logica della rivoluzione, c'era Combeferre che ne rappresentava la filosofia. Fra la logica e la filosofia della rivoluzione c'è questa differenza, che la prima può sboccare nella guerra mentre la seconda può terminare nella pace. Combeferre completava Enjolras; era meno alto e più tarchiato. Voleva che si facessero entrare nelle menti i principi sviluppati in concetti generali; soleva dire: rivoluzione, ma civiltà, e intorno alla montagna a picco apriva il vasto orizzonte azzurro. In tutte le opinioni di Combeferre c'era qualcosa di accessibile e di praticabile. Con Combeferre la rivoluzione era più respirabile che con Enjolras; Enjolras ne esprimeva il diritto divino, Combeferre il diritto naturale. Il primo si riattaccava a Robespierre, il secondo aveva punti di contatto con Condorcet.

Combeferre viveva più di Enjolras la vita di tutti. Se a questi due giovani fosse stato concesso di arrivare fino alla storia, l'uno sarebbe stato il giusto e l'altro il savio; il primo era più virile, il secondo più umano. "Homo" e "Vir": questa infatti era la sfumatura della loro differenza. Combeferre era mite come Enjolras era severo, per naturale candore; amava la parola cittadino, ma preferiva la parola uomo, avrebbe volentieri detto "hombre" come gli spagnoli. Leggeva tutto, frequentava le biblioteche, i teatri e i corsi pubblici, imparava da Arago la polarizzazione della luce, si appassionava per una lezione in cui Geoffroy-Saint-Hilaire aveva spiegato la doppia funzione della carotide esterna e della carotide interna che danno vita l'una al volto e l'altra al cervello; si teneva al corrente, seguiva passo passo la scienza, confrontava Saint-Simon con Fourier, decifrava i geroglifici, spezzava i sassi che trovava per discorrere di geologia, disegnava a memoria una farfalla, segnalava gli errori di lingua nel Vocabolario dell'Accademia, non affermava nulla, nemmeno i miracoli, non negava nulla, nemmeno i fantasmi.

Dichiarava che l'avvenire è nelle mani del maestro di scuola, e si occupava di problemi di educazione. Voleva che la società si adoperasse senza tregua a elevare il livello intellettuale e morale, a sminuzzare la scienza, a mettere in circolazione le idee, a sviluppare la mente dei giovani; e temeva che l'attuale povertà dei metodi, la miseria del punto di vista letterario, limitato a due o tre secoli detti classici, il dogmatismo tirannico della pedanteria ufficiale, i pregiudizi scolastici non finissero col ridurre i nostri collegi a vivai d'ostriche. Era dotto, purista, esatto, politecnico, sgobbone, e nello stesso tempo pensoso "fino alla chimera" come dicevano gli amici.

Enjolras era un capo, Combeferre una guida. Si sarebbe voluto combattere col primo, camminare con l'altro. Non già che Combeferre fosse incapace di combattere. Egli non ricusava di affrontare l'ostacolo, di assalirlo e di prenderlo di petto; ma preferiva mettere a poco a poco il genere umano d'accordo con i suoi destini, mediante l'insegnamento degli assiomi e la promulgazione delle leggi positive; propendeva più per l'illuminazione che per l'incendio. E' innegabile che un incendio può produrre un'aurora, ma perché non attendere il levar del sole?

Un vulcano rischiara, ma l'alba rischiara ancora meglio.

Combeferre preferiva forse il candore del bello al fiammeggiare del sublime. Una luce offuscata dal fumo, un progresso acquistato a prezzo di violenze non soddisfacevano abbastanza la sua mente seria e affettuosa. Il precipitare di un popolo a picco nella verità, un 93 lo spaventava. Ma le acque stagnanti lo spaventavano di più, perché si sentiva la putrefazione e la morte; insomma, preferiva la schiuma al miasma, il torrente alla cloaca, la cascata del Niagara al lago di Montfaucon. Non voleva né soste né fretta. Mentre i suoi tumultuosi amici adoravano e invocavano le splendide avventure rivoluzionarie, innamorati com'erano di assoluto, Combeferre propendeva a lasciar agire il progresso, il buon progresso, freddo forse, ma puro, metodico ma irresistibile, flemmatico ma imperturbabile. Si sarebbe inginocchiato giungendo le mani perché l'avvenire arrivasse con tutto il suo candore, perché nulla turbasse l'immensa evoluzione virtuosa dei popoli, e ripeteva sempre: "Il bene deve essere innocente". Infatti, se la grandezza rivoluzionaria consiste nel fissare l'abbagliante ideale e volarvi dentro, attraverso le folgori, con sangue e fuoco negli artigli, la bellezza del progresso consiste nell'essere senza macchia. Tra Washington che rappresenta il progresso e Danton che rappresenta la rivoluzione, c'è la stessa differenza che passa tra l'angelo con le ali di cigno e l'angelo con le ali d'aquila.

Giovanni Prouvaire era una sfumatura ancor più dolce di Combeferre. Prouvaire era innamorato, coltivava un vaso di fiori, suonava il flauto, scriveva versi, amava il popolo, compiangeva la donna, piangeva sul fanciullo, confondeva Dio e l'avvenire nella stessa fiducia e biasimava la rivoluzione francese perché aveva fatto cadere una testa regale, quella di Andrea Chénier. La sua voce, abitualmente delicata, diventava improvvisamente virile. Era letterato fino all'erudizione, e quasi orientalista. Ma soprattutto era buono, e nella poesia preferiva l'immenso, cosa semplicissima per chi sa quanto la bontà confini con la grandezza.

Conosceva l'italiano, il latino, il greco e l'ebraico, e se ne valeva soltanto per leggere quattro poeti: Dante, Giovenale, Eschilo e Isaia. Tra i francesi preferiva Corneille a Racine, Agrippa d'Aubigné a Corneille. Vagava volentieri per i prati fioriti e s'occupava delle nuvole quasi tanto quanto degli avvenimenti. La sua mente aveva due tendenze: una verso l'uomo, l'altra verso Dio; studiava e contemplava. Durante il giorno approfondiva tutti i problemi sociali, e la sera ammirava le stelle, creature enormi. Era ricco e figlio unico come Enjolras.

Parlava dolcemente, chinava la testa, abbassava gli occhi, sorrideva imbarazzato, aveva modi impacciati, arrossiva per niente, era timidissimo. Però era intrepido.

Feuilly faceva ventagli, era orfano di padre e madre, e guadagnava a stento tre franchi al giorno. Aveva un solo pensiero: liberare il mondo. Aveva anche un'altra occupazione: istruirsi; e chiamava questo un liberare se stesso. Da solo aveva imparato a leggere e a scrivere. Tutto quello che sapeva lo aveva imparato da solo. Aveva un cuore generoso e provava una immensità di affetti. Orfano, aveva adottato i popoli; senza madre, aveva meditato sulla patria; non voleva che ci fosse sulla terra un uomo senza patria. Con la profonda divinazione del popolano, covava in sé quella che ora chiamano "l'idea di nazionalità", e aveva imparato la storia per indignarsi coscientemente. In quel giovane cenacolo di utopisti che si interessavano particolarmente della Francia, egli rappresentava l'estero: la sua specialità erano la Grecia, la Polonia, l'Ungheria, la Rumenia, l'Italia, e pronunciava continuamente questi nomi, a proposito e a sproposito, con la tenacia del diritto. La Turchia su Creta e la Tessaglia, la Russia su Varsavia, l'Austria su Venezia, questi stupri lo esasperavano; ma soprattutto lo esasperava la grande via di fatto del 1772. Non c'è eloquenza più sovrana della verità nell'indignazione ed egli era eloquente a quel modo. Era inesauribile su quella data infame del 1772, su quel nobile e vittorioso popolo soppresso a tradimento, su quel delitto in tre, su quel mostruoso tranello, prototipo e prodromo di tutte le spaventose soppressioni di libertà che hanno colpito parecchie nobili nazioni e cancellato, per così dire, il loro atto di nascita. Tutti gli attentati sociali contemporanei derivano dalla spartizione della Polonia, che è il teorema, di cui tutti i misfatti politici attuali sono i corollari. Non c'è despota, non c'è traditore, da circa un secolo, che non abbia preso di mira, omologato, contrassegnato e paragrafato, "ne varietur", la spartizione della Polonia. Tale era il testo che Feuilly aveva per mano. Quel povero operaio s'era eretto a tutore della giustizia, che lo ricompensava rendendolo grande. Infatti nel diritto c'è qualcosa di eterno. Varsavia non può diventare russa, come Venezia non può diventare austriaca. I re sprecano fatica e onore; presto o tardi, la patria sommersa torna a galla e ricompare, la Grecia ridiventa Grecia e l'Italia ridiventa Italia. La protesta del diritto contro il fatto persiste sempre. Il furto di un popolo non è mai prescritto, e quelle gigantesche truffe non hanno avvenire. Non si toglie il nome a una nazione come se fosse una cifra di fazzoletto.

Il padre di Courfeyrac si chiamava De Courfeyrac. Una delle false idee della borghesia sotto la Restaurazione, in fatto di aristocrazia e di nobiltà, era di credere alla particella "de" che non ha nessun significato. Ma i borghesi del tempo della Minerva credevano così alto questo povero "de" che si credettero in dovere di abdicarlo. De Courfeyrac non aveva voluto restare indietro e si chiamò senz'altro Courfeyrac.

Per quanto riguarda Courfeyrac potremmo fermarci a questo cenno, e quanto al resto potremmo dire: vedi Tholomyès.

Infatti egli possedeva quel brio di giovinezza che si potrebbe chiamare la bellezza giovanile dell'animo. Più tardi essa si spegne come la gentilezza del gattino, e tutta quella grazia mette capo, su due piedi, al borghese, e su quattro, al gattone.

Questo genere di spirito, le generazioni che passano per le scuole, le leve successive della giovinezza se lo trasmettono, "quasi cursores", sempre lo stesso; cosicché chi avesse sentito Courfeyrac nei 1828 avrebbe creduto di sentire Tholomyès nel 1817.

Se non che Courfeyrac era un ottimo giovane e sotto le apparenti somiglianze della vivacità esteriore, c'era una grande differenza tra lui e Tholomyès. L'uomo latente che esisteva in essi era molto diverso nel primo e nel secondo: in Tholomyès c'era un procuratore, in Courfeyrac un paladino.

Enjolras era il capo, Combeferre la guida, Courfeyrac il centro.

Gli altri due mandavano più luce, lui maggior calore. Infatti aveva tutte le qualità di un centro: la franchezza e l'irradiazione.

Bahorel aveva figurato nel sanguinoso tumulto del giugno 1822, in occasione del funerale del giovane Lallemand.

Era di buon umore e di modi sgarbati, coraggioso, con le mani bucate, generoso, chiacchierone e talvolta eloquente, ardito e talvolta sfrontato; era la miglior pasta d'uomo che si possa desiderare; aveva dei panciotti temerari e delle idee scarlatte; era così chiassoso che amava le risse, e più delle risse la sommossa, e più della sommossa la rivoluzione, sempre pronto a infrangere un vetro, a disselciare una via, a demolire un governo.

Studente da undici anni, fiutava il diritto ma non lo studiava.

Senza far nulla si mangiava una pensione di tremila franchi, e aveva i genitori contadini, ai quali aveva saputo inculcare il rispetto del loro figliolo.

- Sono contadini e non borghesi; perciò sono intelligenti diceva.

Uomo capriccioso, Bahorel frequentava parecchi caffè. Gli altri avevano delle abitudini; lui no. Andava a zonzo. Errare è umano, vagare è parigino. In fondo, mente acuta, e pensatore più di quel che appariva.

Serviva di legame tra gli Amici dell'A B C e altri gruppi ancora informi ma che dovevano delinearsi tra poco.

In mezzo a quel conclave di giovani c'era una testa calva.

Il marchese d'Avaray, creato duca da Luigi Diciottesimo perché lo aveva aiutato a salire in una vettura pubblica il giorno in cui andò in esilio, raccontava che nel 1814, mentre il re sbarcava a Calais di ritorno in Francia, un uomo gli presentò una supplica.

- Che volete? - chiese il re - Maestà, un ufficio postale.

- Come vi chiamate?

- L'Aigle.

Il re aggrottò le ciglia, ma avendo guardato la firma della supplica, e visto il nome scritto così: "Lesgle", si rasserenò e cominciò a sorridere.

- Sire - riprese il supplicante - il mio antenato fu un servo che attendeva ai cani da caccia e fu perciò soprannominato Lesgueules.

Da quel soprannome deriva il mio cognome, che è Lesgueules, per contrazione Lesgle, e per corruzione l'Aigle.

Queste parole fecero sorridere di più il re, il quale più tardi concesse a quell'uomo l'ufficio postale di Meaux, non sappiamo se apposta o per distrazione.

Il membro calvo del gruppo era figlio di quel Lesgle o Lègle, e firmava Lègle (di Meaux). I suoi compagni, per abbreviazione lo chiamavano Bossuet.

Bossuet era un giovane allegro ma sfortunato. Non riusciva mai a nulla. In compenso rideva sempre. A venticinque anni era calvo.

Suo padre aveva acquistato una casa e un campo, ma il figlio fece presto a perdere casa e campo in una cattiva speculazione. Non gli era rimasto nulla. Aveva cultura e ingegno ma non riusciva a nulla. Tutto gli veniva meno, tutto l'ingannava; tutto quello che costruiva gli crollava addosso. Se spaccava la legna, si tagliava un dito; se si innamorava scopriva presto di avere anche un amico.

Ogni momento gli capitava un guaio. E di questo se ne rallegrava dicendo: "Abito una casa dalle tegole che cadono". Poco stupito, perché per lui ogni accidente era previsto, accettava serenamente la mala fortuna e sorrideva delle punzecchiature del destino, come chi sa stare al gioco. Era povero, ma era ricchissimo di allegria, e se arrivava presto all'ultimo soldo non arrivava mai all'ultimo scoppio di risa. Quando era visitato da una sventura, la salutava come una vecchia conoscenza, scherzava con le catastrofi e trattava amichevolmente la fatalità tanto da chiamarla col suo nomignolo: Buon giorno, disdetta!

Le persecuzioni del destino l'avevano reso ingegnoso; era pieno di risorse. Non aveva denaro, ma quando voleva, trovava modo di fare "delle spese sfrenate".

Bossuet s'incamminava lentamente verso la professione di avvocato, seguendo i corsi di diritto alla maniera di Bahorel. Non aveva un proprio domicilio; alloggiava ora in casa di uno ora in casa di un altro, ma più spesso da Joly, che era uno studente di medicina e aveva due anni meno di lui.

Joly era un giovane malato immaginario, che studiando medicina ci aveva guadagnato a essere più malato che medico. A ventitré anni si credeva un convalescente e passava la giornata a guardarsi la lingua allo specchio. Sosteneva che l'uomo può essere calamitato come l'ago, e in camera sua aveva il letto col capo a mezzodì e i piedi a settentrione perché la circolazione del sangue durante la notte non venisse contrariata dalla gran corrente magnetica del mondo. Quando c'era un temporale si tastava il polso. In fondo però era il più allegro di tutti. Tutte quelle sue incoerenze - giovane, maniaco, malaticcio, giocondo - si armonizzavano in lui e ne risultava un individuo eccentrico e piacevole che i suoi compagni, prodighi di consonanti alate, chiamavano Jolllly.

- Potresti volar via con quattro ali - gli diceva Prouvaire.

Joly aveva l'abitudine di tastarsi il naso col pomo del bastone:

indizio di una mente sagace.

Tutti questi giovani, così diversi tra loro, dei quali abbiamo il dovere di parlare seriamente, avevano una religione comune: il Progresso.

Erano tutti figli diretti della Rivoluzione francese; e i più leggeri diventavano solenni pronunciando questa data dell'89. I loro padri secondo la carne erano stati realisti, dottrinali. Non importa. La confusione che precedette la loro gioventù non li riguardava. Nelle loro vene scorreva il sangue puro dei princìpi.

Discendevano tutti, senza alcuna sfumatura intermedia, dal diritto incorruttibile e dal dovere assoluto.

Affiliati e iniziati abbozzavano clandestinamente l'ideale.

Tra tutti quei cuori appassionati e quegli spiriti convinti c'era uno scettico. Come si trovava in mezzo a loro? Per sovrapposizione. Si chiamava Grantaire e firmava abitualmente con la R maiuscola. Si guardava bene dal credere in qualche cosa. Del resto, era uno degli studenti che avevano imparato di più durante i loro studi a Parigi; sapeva che il miglior caffè si trovava al Caffè Lemblin, e il miglior bigliardo al Caffè Voltaire, che all'Ermitage sul boulevard del Maine si trovavano buone cialde e belle ragazze, i migliori polli alla bettola di mamma Saguet, eccellenti "matelotes" alla birreria Cunette, e un certo vinello bianco alla barriera Combat. D'ogni cosa sapeva il posto buono.

Inoltre, conosceva il gioco della ciabatta, alcuni balli, ed era abile nella scherma col bastone. Per di più, era un gran bevitore.

Era enormemente brutto. La più bella cucitrice di scarpette di quella epoca, Irma Boissy, aveva detto: Grantaire è impossibile!

Ma la fatuità di Grantaire non si sconcertava. Guardava teneramente tutte le donne con l'aria di dire di tutte: Se volessi! e cercava di far credere ai compagni che tutte lo desideravano.

Le parole: diritto del popolo, diritti dell'uomo, contratto sociale, rivoluzione francese, repubblica, democrazia, umanità, civiltà, religione, progresso non significavano quasi nulla per Grantaire che ne rideva. Lo scetticismo, questa carie secca dell'intelligenza, non gli aveva lasciato una sola idea intera nella mente. Viveva con ironia, e il suo assioma era questo: C'è una sola certezza, il mio bicchiere pieno. Scherniva tutte le abnegazioni, in qualsiasi partito, quello del fratello come quello del padre. Bel guadagno a essere morti! esclamava. E del Crocifisso diceva: Ecco un patibolo che è riuscito! Buontempone, giocatore, libertino, spesso ubriaco, dava a quei giovani sognatori il dispiacere di canterellare continuamente: "Mi piacciono le ragazze e il buon vino", sul motivo di "Viva Enrico Quarto".

Però questo scettico aveva un fanatismo. Non si trattava di un'idea o di un dogma, di un'arte o di una scienza, ma di un uomo:

Enjolras. Grantaire amava, venerava e adorava Enjolras. A chi si attaccava quell'anarchico dubbioso, in quella falange di spiriti assoluti? Al più assoluto. E come lo soggiogava Enjolras? con le idee? no; col carattere. E' un fenomeno questo che si nota spesso:

uno scettico che si attacca a un credente è una cosa naturale, come la legge dei colori complementari. Quello che ci manca ci attira. Nessuno ama la luce più del cieco. Il nano invidia il tamburo maggiore. Perché mai il rospo tiene sempre gli occhi al cielo? per veder volare l'uccello. Grantaire, che era roso dal dubbio, amava vedere in Enjolras la fede librata sulle ali. Aveva bisogno di lui. Senza accorgersene e senza pensarci, era affascinato da quella natura casta, pura, diritta, dura e candida.

Ammirava istintivamente il suo contrario. Le sue idee fragili, pieghevoli, slegate, inferme e deformi si attaccavano a Enjolras come a una spina dorsale; il suo rachitismo morale si appoggiava a quella fermezza. Accanto a Enjolras, Grantaire ridiventava un uomo. Del resto, egli era composto di due elementi in apparenza incompatibili: era ironico e cordiale, indifferente e capace di amare. L'anima sua faceva a meno di credere ma il suo cuore non poteva fare a meno dell'amicizia, profonda contraddizione perché ogni affetto è una convinzione. Questo era il suo carattere. Certi uomini sono così fatti che paiono il rovescio di un altro: sono Polluce, Patroclo, Niso, Efestione, Pecmeia. Non vivono se non sono addossati a un altro; il loro nome ha un seguito e non si scrive senza la congiunzione "e"; hanno un'esistenza che non appartiene a loro, ma è l'altro lato di un destino non proprio.

Grantaire era uno di questi uomini; era il rovescio di Enjolras.

Si potrebbe quasi dire che le affinità cominciano dalle lettere dell'alfabeto. Nella serie O e P sono inseparabili; potete pronunziare O e P, oppure Oreste e Pilade.

Grantaire, vero satellite di Enjolras, frequentava quel circolo di giovani, viveva con loro, si trovava bene soltanto in loro compagnia, e li seguiva dappertutto. Era una gioia per lui veder andare e venire quelle figure attraverso i fumi del vino. Ed era tollerato per il suo buonumore.

Enjolras, credente, disprezzava quello scettico; sobrio, disprezzava quell'ubriacone, gli accordava appena un po' di sdegnosa pietà. Grantaire era un Pilade non accetto; trattato sempre aspramente da Enjolras, respinto duramente, rigettato e sempre di ritorno, diceva del giovane: che bel marmo!




2. ORAZIONE FUNEBRE DI BLONDEAU, RECITATA DA BOSSUET


In un certo pomeriggio che aveva, come vedremo, qualche coincidenza con i fatti raccontati prima, Laigle di Meaux, ovvero Bossuet, stava piacevolmente addossato allo stipite della porta del Caffè Musain. Pareva una cariatide in vacanza: ma sosteneva soltanto le sue fantasticherie. Guardava piazza san Michele.

Addossarsi è un modo di coricarsi in piedi che non dispiace ai sognatori. Bossuet rifletteva senza malinconia a una piccola disavventura capitatagli due giorni prima alla scuola di diritto, che modificava i suoi progetti per l'avvenire, progetti del resto abbastanza confusi.

Lo stare a sognare non impedisce a una vettura di passare, e al sognatore di notarla. Bossuet, i cui occhi erravano come sperduti, vide, attraverso quel sonnambulismo, un veicolo a due ruote che passava per la piazza al passo e quasi indeciso. Che cosa voleva, perché andava al passo? Bossuet osservò: dentro, accanto al cocchiere c'era un giovane che aveva davanti un sacco da viaggio abbastanza grosso. Il sacco mostrava ai passanti questo nome scritto a grosse lettere nere su una carta cucita sulla stoffa:

"Mario Pontmercy".

Quel nome fece mutare atteggiamento a Bossuet, che si raddrizzò e lanciò questa apostrofe al giovane del veicolo:

- Signor Mario Pontmercy!

La carrozza si fermò. E il giovane che pareva anche lui profondamente pensoso, alzò gli occhi:

- Eh? - disse.

- Siete il signor Mario Pontmercy?

- Per l'appunto.

- Vi cercavo - disse Bossuet.

- Perché mai? - chiese Mario. Infatti era lui che usciva allora dalla casa del nonno e vedeva per la prima volta quel volto sconosciuto. - Io non vi conosco.

- Neanche io - rispose Bossuet.

Mario credette di aver incontrato un burlone, a uno scherzo sulla pubblica via, e non essendo di buon umore in quel momento, aggrottò la fronte. Ma Bossuet proseguì imperturbabile:

- L'altro ieri non eravate a scuola.

- E' possibile.

- E' certo.

- Siete studente? - chiese Mario.

- Sì, come voi. L'altro ieri entrai a caso nella scuola. Talvolta mi vengono questi ghiribizzi. Il professore stava facendo l'appello. Sapete che certi appelli sono abbastanza ridicoli in questi momenti. Al terzo appello, se non rispondete, siete cacciato fuori. Sessanta franchi al vento.

Mario cominciava a prestare attenzione, mentre l'altro continuava:

- Era Blondeau che faceva l'appello. Voi certamente conoscete Blondeau, che ha il naso appuntito e malizioso e subodora con piacere gli assenti. Cominciò a bella posta dalla lettera P. Io non lo stavo a sentire perché non ero interessato all'appello. Non c'era male; nessuna radiazione; erano tutti presenti, e Blondeau se ne rattristava. Dicevo tra me: Blondeau amor mio, oggi nessuna condanna. A un certo punto Blondeau chiama: Mario Pontmercy; nessuno risponde. Blondeau, pieno di speranza, ripete: Mario Pontmercy, e prende la penna. Signore, io ho un cuore. Pensai rapidamente tra me e me: Stanno per radiare dalla scuola un bravo ragazzo. Attenzione! si tratta di un buon compagno che non è esatto. Certamente non è buon alunno; non è uno sgobbone, uno studente che studia, un pedante sbarbatello forte in scienze, in lettere, in teologia e sapienza, una mente zotica con un po' d'aria. Invece è un onorevole perdigiorno che se ne va a zonzo, che se ne va in villeggiatura, che coltiva le donnine, corteggia le belle e forse in questo momento sta dalla mia donna.

Salviamolo; morte a Blondeau! In quel momento, il professore, bagnata la penna nell'inchiostro, volse sull'uditorio la sua pupilla fulva e ripeté per la terza volta: Mario Pontmercy! Io risposi: Presente! Ed ecco come non foste cancellato.

- Signore... - disse Mario.

- E invece fui cancellato io - aggiunse Bossuet.

- Non capisco - osservò Mario.

- E' semplice, no? Mi trovavo vicino alla cattedra per rispondere e vicino alla porta per andarmene. Blondeau, che deve essere il naso maligno di cui parla Boileau, mi guardò fisso; poi d'improvviso saltò alla lettera L, che è la mia. Io sono di Meaux e mi chiamo Lesgle.

- L'Aigle! - interruppe Mario. - Che bel nome!

- Blondeau arrivò a questo bel nome e gridò: - Laigle. Io rispondo: - Presente! - Allora il professore, guardandomi con la dolcezza di una tigre sorride e dice: -Se siete Pontmercy non potete essere Laigle. Detto questo, mi cancella.

- Ne sono mortificato...

- Prima di tutto - interruppe Bossuet - chiedo di poter imbalsamare Blondeau in alcune frasi di sentito elogio. Lo suppongo morto. Non ci sarebbe da mutare gran che alla sua magrezza, al suo pallore, alla sua freddezza, alla sua rigidità e al suo odore. Io dico: "Erudimini qui iudicatis terram!". Qui giace Blondeau, Blondeau il Naso, Blondeau Nasica, il bue della disciplina, l'angelo dell'appello, che fu diritto, quadrato, esatto, rigido, onesto e schifoso. Dio lo cancellò come lui ha cancellato me.

Mario riprese:

- Sono desolato...

- Giovanotto - disse Bossuet - vi serva di lezione. Da oggi siate esatto.

- Vi chiedo scusa.

- Non esponetevi più a far cancellare il nome del prossimo.

- Ne sono dispiaciuto...

Bossuet scoppiò a ridere.

- Io invece ne sono contentissimo. Stavo per diventare avvocato, e questa radiazione mi ha salvato. Rinuncio ai trionfi del foro, non difenderò la vedova e non attaccherò l'orfano. Niente toga, e niente tirocinio. Se ho ottenuto la mia radiazione, lo debbo a voi, signor Pontmercy. Intendo quindi farvi una solenne visita di ringraziamento. Dove abitate?

- In questa vettura - disse Mario.

- Segno di opulenza - replicò Bossuet calmo. - Me ne congratulo.

Avete un alloggio di novemila franchi.

In quel momento Courfeyrac usciva dal caffè. Mario sorrise tristemente.

- Sono in questo alloggio da due ore e voglio uscirne ma non so dove andare.

- Venite con me - disse Courfeyrac.

- Avrei diritto alla precedenza, ma non ho casa - disse Bossuet.

- Taci Bossuet - riprese Courfeyrac.

- Bossuet? Ma mi pareva che vi chiamaste Laigle, osservò Mario.

- Di Meaux, per metafora Bossuet.

Courfeyrac salì sulla carrozza dicendo:

- Cocchiere, a porta san Giacomo.

E quella sera stessa, Mario era istallato in una camera dell'albergo di Porta san Giacomo, accanto a quella di Courfeyrac.




3. GLI STUPORI DI MARIO


In pochi giorni Mario divenne l'amico di Courfeyrac. La giovinezza è la stagione delle pronte saldature e delle rapide cicatrizzazioni. Vicino a Courfeyrac egli respirava liberamente, cosa nuova per lui. Courfeyrac non gli fece domande, non ci pensò neppure. A quell'età il volto esprime subito tutto e la parola è inutile. Ci sono dei giovani di cui si potrebbe dire che hanno la fisionomia ciarliera; basta guardarli per giudicarli.

Tuttavia, una mattina Courfeyrac gli fece a bruciapelo questa domanda:

- A proposito, avete un'opinione politica?

- Oh bella! - rispose Mario quasi offeso.

- Cosa siete?

- Democratico-bonapartista.

- Tinta grigio-topo rinforzata - osservò Courfeyrac.

L'indomani, Courfeyrac introdusse Mario nel Caffè Musain. Poi gli disse all'orecchio, sorridendo: - Devo procurarvi il diritto di ingresso nella rivoluzione. - L'introdusse nella sala degli Amici dell'A B C, e lo presentò ai compagni, dicendo sottovoce questa parola che Mario non comprese: E' un allievo.

Mario era cascato in un vespaio di giovani d'ingegno. Del resto, benché silenzioso e grave, non era il meno alato né il meno armato.

Vissuto fino a quel momento solo, e incline com'era al monologo e alla solitudine per abitudine e per gusto, fu alquanto impressionato da quel nugolo di giovani attorno a lui. Tutte quelle diverse iniziative lo eccitavano e lo attraevano insieme.

Il tumultuoso andirivieni di quegli ingegni liberi e operosi faceva turbinare la sua mente; a volte ne era così turbato che le sue idee se ne andavano tanto lontano da lui che aveva da stentare a ritrovarle. Sentiva parlare di filosofia, di lettere, di arti, di storia, di religione in un modo inaspettato; intravedeva degli strani aspetti e poiché non se li metteva di prospettiva, non era sicuro di non vedere il caos. Abbandonando le opinioni del nonno per quelle del padre, aveva creduto di farsi una opinione definitiva; ma ora cominciava a dubitarne e ne era inquieto né osava confessarlo a se stesso. L'angolo sotto cui vedeva tutte le cose cominciava a spostarsi di nuovo. Una certa oscillazione agitava tutti gli orizzonti del suo cervello. Strana commozione interiore. Quasi ne soffriva.

Pareva che per quei giovani non esistesse nulla di "sacro". Udiva su ogni argomento dei discorsi singolari, imbarazzanti per la sua mente ancora timida.

Se lo sguardo cadeva su un avviso teatrale che annunciava qualche tragedia del vecchio repertorio detto classico, sentiva Bahorel esclamare: - Abbasso la tragedia, cara ai borghesi! - e Combeferre rispondergli:

- Hai torto, Bahorel! Se la borghesia ama la tragedia, bisogna lasciarla tranquilla su questo punto. La tragedia in parrucca ha la sua ragion d'essere, e io non sono di quelli che in nome di Eschilo le contendono il diritto all'esistenza. Ci sono degli abbozzi in natura; nella creazione ci sono delle parodie belle e fatte: un becco che non è becco, delle ali che non sono ali, delle pinne che non sono pinne, delle zampe che non sono zampe, e un grido di dolore che ti fa venire la voglia di ridere: ecco l'anitra. Ora se l'anitra può esistere accanto all'uccello, non vedo perché la tragedia classica non possa vivere accanto alla tragedia antica.

Oppure se per caso Mario, passava per via Giangiacomo Rousseau tra Enjolras e Courfeyrac, quest'ultimo gli prendeva il braccio:

- Badate, questa è la via Plâtrière, oggi chiamata via Rousseau, perché una sessantina d'anni fa ci abitava una famiglia originale.

Erano Giangiacomo e Teresa. Di tanto in tanto nasceva qui una piccola creatura che Teresa metteva al mondo e Giangiacomo metteva poi nell'ospizio dei trovatelli.

Ma Enjolras strapazzava Courfeyrac:

- Sta zitto davanti a Rousseau. Io l'ammiro. Ha rinnegato i propri figli, va bene; ma ha adottato il popolo.

Nessuno di quei giovani profferiva mai la parola imperatore.

Soltanto Prouvaire diceva talvolta Napoleone; tutti gli altri dicevano Bonaparte, e Enjolras pronunciava Buonaparte.

Mario provava un confuso stupore. "Inititim sapientiae".




4. LA SALA INTERNA DEL CAFFE' MUSAIN


Una delle conversazioni di quei giovani alle quali Mario assisteva e in cui talvolta interveniva, fu una vera scossa per la sua mente.

Accadde nella sala interna del Caffè Musain. Quella sera erano presenti quasi tutti gli Amici dell'A B C. Il lume era solennemente acceso. Si parlava di tutto, senza calore e senza rumore. A eccezione di Enjolras e di Mario che tacevano, ognuno arringava un po' a caso. Le conversazioni tra compagni sono talvolta tranquillamente tumultuose. Era un gioco e una confusione, come una conversazione. Si lanciavano l'uno contro l'altro e afferravano a volo i motti di spirito, e facevano conversazione da un punto all'altro della sala.

Non era ammessa nessuna donna, tranne Luisetta, la sguattera, che l'attraversava per andare in cucina.

Grantaire, completamente ubriaco, assordava l'angolo dove aveva preso posto, e ragionava e sragionava, gridando a squarciagola:

- Ho sete. Mortali, faccio un sogno: che la gran botte di Eidelherg abbia un attacco di epilessia e io sia una delle dodici sanguisughe che le applicheranno. Vorrei bere. Voglio dimenticare la vita, che è una schifosa invenzione di non so chi; dura poco e non vale niente. C'è chi s'affanna per vivere. La vita è uno scenario con poche scene. La felicità è una vecchia intelaiatura dipinta da un lato solo. L'Ecclesiaste dice: Tutto è vanità! Io la penso come quel buon uomo che forse non è mai esistito. Zero, non volendo camminare tutto nudo, si vestì di vanità. O vanità!

mascheramento di ogni cosa con nomi pomposi! una cucina è un laboratorio, un saltimbanco è un ginnasta, un ballerino è un professore, un cazzottatore è un pugile, uno speziale è un chimico, un parrucchiere è un artista, un muratore è un architetto, uno scarafaggio è uno pterigobranco. La vanità ha il suo diritto e il suo rovescio: il lato diritto è stupido, è il negro con i cocci di vetro; il rovescio sciocco, è il filosofo con i suoi cenci. Piango su uno e rido dell'altro. Ciò che chiamano onori e dignità, e anche l'onore e la dignità, generalmente sono di princisbecco. Il re gioca con l'orologio umano: Caligola creò console un cavallo, e Carlo Secondo creò cavaliere una fetta di manzo... E' un peccato che io sia ignorante, perché potrei fare tante citazioni, ma non ne so nulla. Invece ho avuto sempre dello spirito, e quando ero allievo di Gros, invece di impiastricciare dei quadretti, me ne andavo a rubare le mele. Questo per me.

Quanto a voi poi, valete altrettanto. Io me ne infischio delle vostre perfezioni, delle vostre eccellenze e delle vostre qualità.

Ogni qualità va a finire in un difetto: l'economo è vicino all'avaro, il generoso confina col prodigo, il coraggioso col bravaccio; chi dice molto pio dice un po' bigotto. Ci sono tanti vizi nella virtù, quanti buchi ha il mantello di Diogene. Chi ammirate, l'ucciso o l'uccisore? Cesare o Bruto? Generalmente si parteggia per l'uccisore. Viva Bruto che ha ammazzato! E' questa la virtù; virtù, sia pure, ma anche pazzia... Scendiamo ai particolari. Volete che mi metta ad ammirare i popoli? Ma quale popolo? Forse la Grecia? Gli ateniesi, quei parigini dell'antichità, uccisero Focione e adulavano bassamente i tiranni.

Chi devo ammirare? L'Inghilterra? La Francia? E perché la Francia?

forse a causa di Parigi? Già vi ho detto la mia opinione su Atene.

E perché l'Inghilterra? forse per Londra? Ma io odio Cartagine.

Inoltre Londra, la metropoli del lusso, è il capoluogo della miseria. Dunque, abbasso l'Inghilterra!... Già, mi direte che l'Europa val sempre meglio dell'Asia. Convengo che l'Asia è buffa; ma non capisco come possiate ridere del gran Lama, voi popoli dell'Occidente, che avete mescolato alle vostre mode e alle vostre eleganze tutte le lordure complicate di maestà, dalla camicia sudicia della regina Isabella fino alla seggetta del Delfino.

Signori, vi faccio un palmo di naso. A Bruxelles si consuma più birra, a Londra più vino, a Stoccolma più acquavite, a Madrid più cioccolata, ad Amsterdam più ginepro, a Costantinopoli più caffè, a Parigi più assenzio, ecco tutte le cognizioni utili. Tutto sommato, la vince Parigi. A Parigi anche gli spazzini sono dei sibariti. A Diogene sarebbe piaciuto essere stracciarolo a piazza Maubert più che filosofo al Pireo...

Così Grantaire, più che ubriaco, si espandeva in parole in un angolo della sala interna del Caffè Musain, acchiappando la sguattera che passava.

Bossuet, stendendo la mano verso di lui, tentò di metterlo a tacere; ma l'altro riprese con maggiore energia:

- Aquila di Meaux, abbassa le zampe. Non mi fai impressione col tuo gesto da Ippocrate che rifiuta le cianfrusaglie di Artaserse.

Ti dispenso dal calmarmi. D'altronde, io sono triste. Cosa volete che vi dica? L'uomo è malvagio, è deforme; la farfalla è riuscita bene, ma l'uomo no; questo animale non è riuscito...

- Silenzio, Grantaire - riprese Bossuet che discuteva un punto di diritto col suo gruppo con cui era impegnato a parlare con un certo gergo curialesco, di cui ecco la fine:

- ... E quanto a me, benché io sia appena un legale e tutt'al più un procuratore dilettante, sostengo che stando alla consuetudine di Normandia, ogni anno a san Michele, un Equivalente deve essere pagato a vantaggio del signore, salvo il diritto del terzo, da tutti e da ciascuno, tanto dai proprietari che dagli aventi diritto all'eredità, e ciò per le enfiteusi, locazioni, allodi, contratti feudali e demaniali, ipoteche...

- Echi, querule ninfe - canticchiò Grantaire.

Proprio vicino a Grantaire, su una tavola silenziosa, un foglio di carta, un calamaio e una penna tra due bicchierini di liquore annunciavano che si stava abbozzando un "vaudeville". Quella grossa faccenda si trattava a voce sommessa, e le due teste che ci lavoravano attorno si toccavano:

- Cominciamo col trovare i nomi; quando si hanno i nomi si fa presto a trovare l'argomento.

- Hai ragione. Detta e io scrivo.

- Dorimon?

- Possidente?

- Si capisce.

- Sua figlia Celestina.

- E poi?

- Il colonnello Sainval.

- E' un nome troppo comune. Preferirei Valsin.

Accanto ai due commediografi in erba, c'era un altro gruppo che approfittava del frastuono per parlare sottovoce e discuteva di un duello. Un vecchio di trent'anni dava dei consigli a un giovane di diciotto anni e gli spiegava con quale avversario aveva da fare:

- Diamine! state attento! è una buona lama. Il suo gioco è liscio; slancio nell'assalto, senza finte inutili, polso franco, traccheggio, rapidità fulminea, precisione nelle parate, esattezza matematica nelle risposte, ed è mancino.

Nell'angolo opposto a Grantaire, Joly e Bahorel parlavano d'amore e giocavano a domino.

- Tu sei fortunato; hai una ragazza che ride sempre - diceva Joly.

- Ti sbagli - rispondeva Bahorel. - Lei ha torto di ridere, perché così incoraggia a ingannarla. A vederla allegra non si hanno rimorsi; invece a vederla triste ce ne faremmo un caso di coscienza..

- Ingrato! E' così piacevole una ragazza che ride! E poi non litigate mai!

- Questo dipende dal trattato che abbiamo fatto. Stringendo la nostra piccola santa alleanza, abbiamo fissato ciascuno la propria frontiera che non oltrepassiamo mai. Da ciò deriva ]a nostra pace.

- La pace è la digestione della felicità.

- E tu, Joly, a che punto sei col tuo broncio con la signorina...?

- Mi tiene sempre il broncio con una crudele pazienza.

- Eppure, sei un innamorato commovente per la tua magrezza.

- Ahimè!

- Al tuo posto, la pianterei.

- E' facile dirlo.

- E a farlo. Non si chiama Musichetta?

- Sì. Ah, mio povero Bahorel, è una ragazza magnifica, molto letterata, con certi piedini, certe manine, veste di buon gusto, bianca, grassottella, e occhi di zingara.

- Allora, caro mio, bisogna piacerle, bisogna essere elegante e far bella figura. Comprati un bel paio di pantaloni nuovi di cuoio; danno un bell'aspetto.

- A che pro? - gridò Grantaire.

Il terzo angolo era in preda a una discussione poetica, nella quale la mitologia pagana si accapigliava con la mitologia cristiana. Si trattava dell'Olimpo di cui Giovanni Prouvaire prendeva le difese, anche per romanticismo. Prouvaire era timido soltanto quando era calmo; ma appena eccitato, si infiammava, una specie di gaiezza accentuava l'entusiasmo, ed era ridente e lirico insieme.

- Noi insultiamo gli dei - diceva - i quali forse non sono periti per sempre. Giove non mi pare un morto. Dite che gli dei sono fantasie; ebbene, anche dopo che quelle fantasie sono svanite, noi ritroviamo nella natura quale attualmente è tutti i grandi miti dell'antichità pagana. La tal montagna dal profilo di una cittadella è ancora per me la pettinatura di Cibele; non è dimostrato che Pan non venga di notte a soffiare nei tronchi cavi dei salici, chiudendo a volta a volta i fori con le dita; e ho sempre ritenuto che Io c'entrasse in qualche modo nella cascata di Pissavache.

Nell'ultimo angolo si parlava di politica e si malmenava la Carta costituzionale. Combeferre la difendeva fiaccamente e Courfeyrac la batteva in breccia. Sul tavolo c'era un malcapitato esemplare della Carta-Touquet. Courfeyrac l'aveva preso e l'agitava, frammettendo ai suoi argomenti il fruscio di quel foglio di carta.

- Innanzitutto, non voglio re; non foss'altro per motivi economici; un re è un parassita, non ci sono re gratuiti. I re sono costosi... In secondo luogo, e non dispiaccia a Combeferre, una Costituzione largita è un cattivo espediente di incivilimento.

Salvare la transizione, addolcire il passaggio, ammorzare la scossa, far passare insensibilmente la nazione dalla monarchia alla democrazia, con la pratica delle finzioni costituzionali, sono pessimi argomenti. No, non si deve mai illuminare il popolo con una falsa luce. Nella vostra Cartina costituzionale i principi intristiscono e diventano pallidi. Niente imbastardimento; niente compromessi; niente concessioni da re a popolo. Accanto alla mano che dà c'è sempre un artiglio che toglie. Io rifiuto decisamente la vostra Carta, che è una maschera per nascondere la menzogna. Un popolo che l'accetta, abdica. Il diritto non è diritto se non è integro. No, niente Carta!

Era d'inverno, e nel focolare ardevano due tizzoni. Courfeyrac non seppe resistere alla tentazione, e spiegazzata la povera Carta tra le mani la gettò nel fuoco. Il foglio s'accese, e Courfeyrac guardò filosoficamente bruciare il capolavoro di Luigi Diciottesimo, contentandosi di dire:

- La carta è metamorfosizzata in fiamma.

I sarcasmi, gli scherzi, i bisticci, il buono e il cattivo gusto, le buone e le cattive ragioni, tutti i lazzi del dialogo che salivano e s incrociavano su tutti i punti della sala, formavano sopra tutte quelle teste una specie di festoso bombardamento.




5. L'ORIZZONTE SI ALLARGA


Le giovani intelligenze che cozzano tra loro hanno questo di bello che non si può mai prevedere la scintilla né indovinare il lampo.

Che cosa ne uscirà fuori tra poco? Non si sa. La risata ha come punto di partenza la commozione, e la serietà va a braccetto col buffonesco. Gli impulsi dipendono dal primo moto. Il brio di ciascuno è sovrano. Un lazzo basta ad aprire la porta all'inaspettato. Sono conversazioni con brusche svolte, in cui la prospettiva cambia improvvisamente e di cui è macchinista il caso.

Un pensiero severo, bizzarramente scaturito da uno scoppiettio di parole, attraversò d'improvviso la battaglia dei frizzi, combattuta confusamente da Grantaire, Bahorel, Prouvaire, Bossuet Combeferre e Courfeyrac.

Come mai una frase sopraggiunge nel dialogo? e come è che essa richiama da sé l'attenzione degli uditori? Nessuno, ripetiamo, lo sa. In mezzo al frastuono, Bossuet terminò a un tratto un'apostrofe qualsiasi a Combeferre con questa data:

- 18 giugno 1815, Waterloo.

A questo nome, Mario che stava appoggiato col gomito su un tavolo con un bicchier d'acqua davanti, tolse il pugno di sotto al mento e fissò l'uditorio.

- Perdio! - esclamò Courfeyrac ("Perdinci", a quell'epoca andava cadendo in disuso); - questo numero 18 è estraneo e mi colpisce.

E' il numero fatale di Bonaparte. Metteteci Luigi davanti e Brumaio dietro, e avrete tutto il destino dell'uomo, con questo particolare espressivo che il principio è incalzato dalla fine.

Enjolras, muto fino allora, ruppe il silenzio e rivolse a Courfeyrac queste parole:

- Vuoi dire il delitto dell'espiazione.

La parola "delitto" oltrepassava la misura che Mario poteva accettare. Egli era stato già colpito dall'inaspettata evocazione di Waterloo.

Si alzò, camminò lentamente verso la carta geografica della Francia, appesa al muro, e nella quale, in basso, si scorgeva un'isola, posò il dito su quell'isola e disse:

- La Corsica è una piccola isola che ha fatto molto grande la Francia.

Fu come un vento di aria gelida. Tutti s'interruppero. Si sentiva che qualcosa stava per cominciare.

Bahorel per ribattere a Bossuet stava assumendo una posa teatrale alla quale ci teneva molto; ma ci rinunciò per ascoltare.

Enjolras il cui occhio azzurro non era fisso in nessuno e pareva guardare nel vuoto, rispose senza volgere gli occhi a Mario:

- La Francia non ha bisogno di nessuna Corsica per essere grande; è grande perché è la Francia. "Quia nominor leo".

Mario non ebbe nessuna velleità di indietreggiare; si volse verso Enjolras, e la sua voce scoppiò in una vibrazione che proveniva dal fremito delle sue viscere:

- Dio mi guardi dal menomare la Francia. Ma non la si impicciolisce unendola a Napoleone. Orsù, parliamo: io sono un nuovo venuto tra voi ma vi confesso che mi stupite. A che punto siamo? chi siamo? chi siete? chi sono io? Spieghiamoci nei riguardi dell'imperatore. Vi sento dire Buonaparte, accentuando l'u come i legittimisti; però vi prevengo che mio nonno fa meglio ancora; dice Buonaparté. Vi credevo giovani. Dove mettete dunque il vostro entusiasmo? e che cosa ne fate? chi ammirate se non ammirate l'imperatore? e che vi occorre di più? se non vi soddisfa quel grand'uomo, quali grandi uomini vi soddisfano? Egli aveva tutto; era completo; aveva nel cervello la misura delle facoltà umane. Formava codici come Giustiniano, dettava leggi come Cesare, la sua conversazione aveva il lampo di Pascal e il colpo di fulmine di Tacito, faceva la storia e la scriveva, i suoi bollettini sono epici, combinava il calcolo di Newton alla metafora di Maometto; lasciava dietro di sé in Oriente parole grandi come le Piramidi; a Tilsitt insegnava la maestà agli imperatori; nell'accademia delle scienze rispondeva a Laplace, nel Consiglio di stato teneva fronte a Merlin, dava un'anima alla geometria degli uni e ai cavilli degli altri; era giurista con i giuristi e astronomo con gli astronomi; come Cromwell che spegneva una candela ogni due, egli andava al Temple a mercanteggiare un fiocco di tenda; vedeva tutto, sapeva tutto, e questo non gli impediva di ridere d'un riso bonario davanti alla culla del suo bambino. Poi d'improvviso l'Europa atterrita porgeva l'orecchio; gli eserciti si mettevano in marcia, le artiglierie rotolavano, i pontoni s'allineavano sui fiumi, nembi di cavalleria cavalcavano nella tempesta, grida, trombe, vacillar di troni dappertutto. Le frontiere dei regni oscillavano sulla carta, si udiva il rumore d'una spada sovrumana che usciva dalla guaina; e lo si vedeva ergersi diritto all'orizzonte, con una fiaccola fiammeggiante in mano, e uno splendore negli occhi; spiegava le sue due ali, la grande armata e la vecchia guardia, e allora era l'arcangelo della guerra.

Tutti tacevano. Enjolras aveva chinato la testa. Il silenzio fa sempre l'effetto del consenso o della confessione di trovarsi alle strette; e Mario, quasi senza riprendere fiato, continuò con maggiore entusiasmo:

- Siamo giusti, amici. Essere l'impero di un tale imperatore, che splendido destino per un popolo, quando questo popolo è la Francia e aggiunge il suo genio al genio di quest'uomo! Apparire appena e regnare, camminare e trionfare, avere per tappa tutte le capitali, prendere i propri granatieri e farne dei re, decretare le cadute delle dinastie, trasformare l'Europa a passo di carica, far sentire, quando minacciate, che mettete la mano sul pomo della spada di Dio, avere le virtù di Annibale, di Cesare e di Carlomagno insieme, essere il popolo di uno che mette in ogni vostra alba l'annuncio di una battaglia vinta, avere per sveglia il cannone degli Invalidi, gettare in abissi di luce delle parole prodigiose che fiammeggeranno per sempre, Marengo, Arcole, Austerlitz, Iena, Wagram! far apparire a ogni istante allo zenit dei secoli costellazioni di vittorie, dare l'impero francese come riscontro all'impero romano, essere la grande nazione e produrre la Grande Armata, far volare su tutta la terra le sue legioni come la montagna manda le sue aquile da ogni parte, vincere, dominare, fulminare, essere in Europa una specie di popolo dorato a forza di gloria, suonare attraverso la storia la fanfara dei titani, conquistare due volte il mondo, cioè conquistarlo e abbagliarlo:

ecco il sublime. E che cosa c'è di più grande?

- Essere libero - disse Combeferre.

Mario abbassò la testa. Quella parola semplice e fredda aveva attraversato come una lama d'acciaio la sua effusione epica, e lui la sentì perdersi dentro di sé. Quando alzò gli occhi, Combeferre non era più là. Probabilmente soddisfatto della sua risposta all'apoteosi, egli era uscito, e tutti, tranne Enjolras, lo avevano seguito. La sala si era vuotata. Enjolras rimasto solo con Mario, lo guardava gravemente. Intanto Mario, dopo aver raccozzato un po' le idee, non si riteneva battuto; c'era in lui un resto di ribollimento che stava certo per spiegarsi in sillogismi contro Enjolras, quando a un tratto si udì qualcuno che per la scala andandosene cantava. Era Combeferre. Ecco che cosa cantava:

"Se Cesare mi avesse dato la gloria e la guerra, e per questo dovessi abbandonare l'amore di mia madre; direi al gran Cesare:

- Riprendi il tuo scettro e il tuo carro:

preferisco mia madre, sì, preferisco mia madre!" L'accento commosso e selvaggio con cui Combeferre cantava, imprimeva alla strofa quasi una strana grandezza. Mario, pensoso e con gli occhi in alto, ripeté quasi meccanicamente: - Mia Madre!

In quel momento sentì sulla spalla la mano di Enjolras:

Cittadino, mia madre è la repubblica - disse Enjolras.




6. RES ANGUSTA


Quella serata scosse profondamente Mario e gli lasciò una triste oscurità nell'anima. Provò forse quello che prova la terra nel momento in cui la squarciano per deporvi il chicco di grano; non sente che la ferita; il fremito del germe e la gioia del frutto verranno più tardi.

Mario divenne cupo. S'era appena formata una fede e doveva già rifiutarla? Si disse di no. Dichiarò che non voleva dubitare, e cominciò a dubitare senza saperlo. Trovarsi tra due religioni, una da cui non si è ancora usciti e l'altra in cui non si è ancora entrati è una posizione intollerabile; questi crepuscoli piacciono soltanto alle anime-pipistrelli. Mario era una pupilla schietta, aveva bisogno della vera luce, e i chiaroscuri del dubbio gli facevano male. Qualunque fosse il suo desiderio di restare dov'era e di far punto, era invincibilmente costretto a proseguire, ad avanzare, a esaminare, a pensare, a procedere. Dove sarebbe stato condotto? dopo aver fatto tanti passi che lo avevano avvicinato a suo padre, temeva ora di fare dei passi che lo allontanassero. Il suo malessere era accresciuto da tutte le riflessioni che sorgevano in lui, e intorno gli si apriva una voragine. Non era d'accordo né con gli amici né col nonno; temerario per l'uno, arretrato per gli altri. Riconobbe che era doppiamente isolato, sia dal lato della vecchiaia che da quello della gioventù. Si astenne dal frequentare il Caffè Musain.

Nel turbamento in cui si trovava la sua coscienza, non rifletteva nemmeno a certi lati seri dell'esistenza. Ma la realtà della vita, che non si lascia dimenticare, andò improvvisamente a urtarlo. Il padrone dell'albergo entrò una mattina in camera sua e gli disse:

- Il signor Courfeyrac ha garantito per voi.

- Sì.

- Ma avrei bisogno di denaro.

- Pregate Courfeyrac di venire da me.

Quando venne Courfeyrac, l'albergatore li lasciò. Allora Mario raccontò ciò che fino a quel momento non aveva pensato di dirgli, e cioè che egli era quasi solo al mondo e senza parenti.

- Che ne sarà di voi? - chiese Courfeyrac.

- Non lo so.

- Che farete?

- Non lo so.

- Avete denaro?

- Quindici franchi.

- Volete che ve ne presti?

- Mai.

- Avete abiti?

- Eccoli.

- Avete gioielli?

- Un orologio.

- D'argento?

- D'oro; eccolo.

- Conosco un rigattiere che comprerà il soprabito e un paio di pantaloni.

- Bene.

- Rimarrete con un solo paio di pantaloni, un panciotto, un cappello e un abito.

- E le scarpe.

- Come! Non andrete a piedi nudi? Che opulenza!

- Mi basterà.

- Conosco un orologiaio che comprerà il vostro orologio.

- No, non va bene. Cosa farete dopo?

- Tutto quello che è necessario, almeno finché è onesto.

- Conoscete l'inglese?

- No.

- Conoscete il tedesco?

- No.

- Tanto peggio.

- Perché?

- Perché un libraio mio amico sta compilando una specie di enciclopedia, per la quale avreste potuto tradurre degli articoli dall'inglese e dal tedesco. E' un lavoro mal pagato, ma si vive.

- Imparerò l'inglese e il tedesco.

- Sì, ma intanto?

- Intanto mangerò gli abiti e l'orologio.

Fecero chiamare il rigattiere che comprò gli abiti per venti franchi; poi andarono dall'orologiaio che pagò quarantacinque franchi per l'orologio.

- Non c'è male - disse Mario a Courfeyrac tornando all'albergo.Con i quindici franchi che avevo fanno ottanta.

- E il conto dell'albergo?

- Già, dimenticavo.

L'albergatore presentò il conto, che si dovette pagare subito e che ammontava a settanta franchi.

- Mi restano dieci franchi - disse Mario.

- Diamine - disse Courfeyrac - mangerete cinque franchi imparando l'inglese e cinque imparando il tedesco. Questo si chiama ingoiare una lingua molto alla svelta o uno scudo molto lentamente.

Frattanto la zia Gillenormand, abbastanza buona nei casi tristi, aveva finito con lo scovare l'alloggio di Mario. E una mattina, tornato dalla scuola, Mario trovò una lettera della zia e seicento franchi oro, in una scatola sigillata.

Egli rimandò alla zia i trenta luigi, con una lettera nella quale dichiarava di avere i mezzi per vivere e di poter provvedere ai propri bisogni. In quel momento gli restavano tre franchi.

La zia non comunicò al nonno quel rifiuto temendo alla fine d'esasperarlo. D'altronde, non aveva detto: - Non mi si parli più di quel bevitore di sangue?

Mario abbandonò l'albergo di Porta san Giacomo, non volendo contrarre debiti.




Libro 5


ECCELLENZA DELLA SVENTURA.



1. MARIO NEL BISOGNO


La vita per Mario divenne dura. Mangiarsi gli abiti e l'orologio non era niente; dovette mangiarsi quella cosa inesprimibile che i francesi chiamano la "vacca arrabbiata": cosa orribile che comprende i giorni senza pane, le notti senza sonno, le sere senza lume, il focolare senza fuoco, le settimane senza lavoro, l'avvenire senza speranza, l'abito strappato ai gomiti, il vecchio cappello che fa ridere le ragazze, la porta che si trova chiusa per non aver pagato la pigione, l'insolenza del portiere e del bettoliere, gli scherni dei vicini, le umiliazioni, la dignità calpestata, il lavoro qualsiasi accettato, i disgusti, l'amarezza, l'abbattimento.

Mario imparò come si fa a ingoiare tutto questo e come talvolta siano le sole cose che si abbiano da ingoiare. Nell'epoca della vita in cui l'uomo ha bisogno di orgoglio perché ha bisogno d'amore, egli si sentì deriso perché mal vestito, e ridicolo perché povero. Nell'età in cui la giovinezza vi gonfia il cuore d'una imperiale fierezza, egli abbassò più d'una volta i suoi occhi sulle sue scarpe rotte, e conobbe le ingiuste vergogne e i pungenti rossori della miseria. Prova meravigliosa e terribile, da cui i deboli escono infami, i forti sublimi; crogiuolo in cui il destino getta un uomo ogni qualvolta vuole formare un mascalzone o un semidio.

Si compiono infatti molte grandi azioni in quelle piccole lotte.

Ci sono delle bravure ostinate e ignote che si difendono palmo a palmo nelle tenebre contro la fatale invasione delle necessità e delle turpitudini; nobili e misteriosi trionfi che nessuno vede, che nessuna rinomanza compensa, nessuna fanfara saluta. La vita, la sventura, l'isolamento, l'abbandono, la povertà sono campi di battaglia che contano i loro eroi: oscuri eroi, talvolta più grandi degli eroi illustri.

I caratteri fermi e rari si formano così; la miseria, quasi sempre matrigna, qualche volta diventa madre; la privazione genera la forza d'animo e di mente; il bisogno nutre la fierezza, e la sventura è un buon latte per gli animi grandi.

Nella vita di Mario ci fu un momento in cui scopava da sé il pianerottolo, comprava un soldo di formaggio presso la fruttivendola, aspettava l'imbrunire per entrare da un panettiere a comprare un pane e se lo portava di nascosto nella sua soffitta come se lo avesse rubato. Qualche volta si vedeva entrare furtivamente nella macelleria all'angolo, in mezzo a cuoche beffarde che lo urtavano col gomito, un giovane timido e rumoroso, che entrando si toglieva il cappello dalla fronte bagnata di sudore, faceva un profondo inchino alla padrona stupita e un altro saluto al garzone, domandava una costoletta di montone che pagava sei o sette soldi, l'avvolgeva in un pezzo di carta, la metteva sotto braccio fra due libri e se ne andava. Era Mario, che viveva tre giorni con quella costoletta che cucinava da sé.

Il primo giorno mangiava la carne, il secondo giorno il grasso, il terzo giorno rosicchiava l'osso.

Parecchie volte la zia Gillenormand ripeté il tentativo di mandargli il denaro; ma egli lo rifiutò costantemente, dicendo che non ne aveva bisogno.

Portava ancora il lutto per suo padre, quando era avvenuto in lui il mutamento che abbiamo raccontato; da allora, non aveva più abbandonato il vestito nero; però fu il vestito ad abbandonarlo.

Venne il giorno in cui i calzoni andavano ancora, ma l'abito non andava più. Che fare? Courfeyrac, al quale aveva reso qualche buon servizio, gli diede un abito smesso. Mario lo fece rivoltare per trenta soldi da un portinaio e così ebbe un abito nuovo. Ma era verde, e perciò egli si mise a uscire di casa soltanto dopo il tramonto, che faceva nero l'abito. Volendo portare sempre il lutto, si vestiva del buio della notte.

In mezzo a tutte queste traversie prese la laurea di avvocato.

Faceva credere di abitare la camera di Courfeyrac, che era decente, e dove un certo numero di libri legali, sostenuti e completati da volumi di romanzi, rappresentavano la libreria prescritta dai regolamenti. Presso Courfeyrac si faceva pure indirizzare le lettere.

Appena divenne avvocato, Mario ne informò il nonno con una lettera fredda ma piena di sottomissione e rispetto. Gillenormand prese la lettera tremando, la lesse, la fece in quattro pezzi e la buttò nel cestino. Due o tre giorni dopo, la signorina Gillenormand sentì che suo padre, solo nella propria camera, parlava ad alta voce come gli accadeva quando era agitato. Tese l'orecchio e sentì che diceva: - Se tu non fossi un imbecille, sapresti che non è possibile essere nello stesso tempo barone e avvocato.




2. MARIO POVERO


Succede della miseria come di ogni altra cosa. Finisce col diventar possibile, con l'assumere una forma e col mettersi a posto. Si vegeta, vale a dire ci si sviluppa in un certo modo stentato ma sufficiente per vivere. Ecco come s'era aggiustata la vita di Mario.

Era uscito dalle maggiori strettezze; il sentiero gli si allargava davanti. A furia di fatiche, di coraggio, di perseveranza e di volontà era arrivato a ricavare dal suo lavoro circa settecento franchi all'anno. Aveva imparato il tedesco e l'inglese e, grazie a Courfeyrac che l'aveva messo in relazione col suo amico libraio, occupava il posto di "buono a tutto" nella letteratura-libreria.

Redigeva dei manifesti, traduceva giornali, annotava delle edizioni, compilava delle biografie, eccetera. Ricavato netto all'anno, in media: settecento franchi. Con questi campava. Non male. Come? Ecco.

Mario occupava nella topaia Gorbeau, col fitto annuo di trenta franchi, un bugigattolo senza camino, qualificato per gabinetto, dove i mobili erano ristretti all'indispensabile. Però questi mobili erano suoi. Dava tre franchi al mese a una vecchia inquilina che gli scopava il bugigattolo e gli portava ogni mattina un po' d'acqua calda, un uovo fresco e un pezzo di pane da un soldo. Col pane e con l'uovo faceva colazione, che gli veniva a costare da due a quattro soldi a seconda che le uova andavano care o a buon mercato. Alle sei di sera andava in via san Giacomo a cenare da Rousseau, di fronte a Basset, il mercante di stampe all'angolo di via Mathurins. Non mangiava minestra; prendeva una porzione di carne da sei soldi, una mezza porzione di verdura per tre soldi, e tre soldi di frutta. Con altri tre soldi aveva pane a volontà. Quanto al vino, non ne beveva. Pagando al banco dove sedeva solennemente la signora Rousseau, a quell'epoca ancora grassa e fresca, dava un soldo di mancia al cameriere, riceveva un sorriso dalla padrona e se ne andava. Per sedici soldi aveva avuto un pranzo e un sorriso.

La trattoria Rousseau, dove si vuotavano tante poche bottiglie e tante caraffe, era un sedativo più che un ristoratore. Ora non esiste più. Il padrone aveva un bel soprannome, lo chiamavano:

Rousseau l'acquatico.

Così con quattro soldi a colazione e sedici a pranzo, il vitto gli costava un franco al giorno, ossia trecentosessantacinque franchi all'anno. Aggiungete i trenta franchi di pigione, i trentasei alla vecchia, e qualche altra spesuccia, e per quattrocentocinquanta franchi Mario era nutrito, alloggiato e servito. Il vestiario gli costava cento franchi, la biancheria cinquanta, il bucato e la stiratura cinquanta; il totale non oltrepassava i seicentocinquanta franchi. Gli restavano cinquanta franchi. Era ricco, e all'occasione prestava dieci franchi a un amico. A Courfeyrac aveva potuto prestarne una volta sessanta. Quanto al riscaldamento, non avendo camino lo aveva "semplificato".

Mario aveva sempre due vestiti completi: uno usato, per tutti i giorni, l'altro nuovo per le occasioni: tutti e due neri Aveva tre sole camice, una addosso, l'altra nel canterano, la terza al bucato; e le rinnovava man mano che si consumavano; però erano di solito sempre lacere, cosicché doveva portare l'abito sempre abbottonato fino al mento.

Per arrivare a quella florida situazione, a Mario erano occorsi degli anni; anni duri, difficili, durante i quali non era mai venuto meno a se stesso. Aveva subito tutte le privazioni, aveva fatto tutto tranne i debiti. Poteva dire di non aver dovuto mai chiedere un soldo a qualcuno. Per lui, un debito era il principio della schiavitù. Pensava che un creditore è peggio di un padrone:

infatti il padrone possiede soltanto la vostra persona, mentre il creditore possiede la vostra dignità e può avvilirla. Piuttosto che prendere a prestito non mangiava, e molte volte era stato digiuno. Intuendo che tutte le estremità si toccano e che, se non ci si bada, l'abbassamento può portare facilmente alla bassezza d'animo, vegliava gelosamente sulla propria fierezza. Certe formule e certi atti che in uno stato diverso gli sarebbero parsi una deferenza, ora gli sembravano una servilità, e si irrigidiva.

Non arrischiava nulla, perché non voleva mettersi in condizione di far marcia indietro. Aveva una specie di rossore severo, ed era timido fino all'asprezza.

In tutte le sue esperienze si sentiva incoraggiato e talvolta anche trasportato da una forza misteriosa che aveva dentro.

L'anima aiuta il corpo e in certi momenti lo solleva; è l'unico uccello che sostenga la propria gabbia.

Accanto al nome del Padre, nel suo cuore stava inciso un altro nome, quello di Thénardier. Nel suo carattere entusiasta e grave, Mario circondava d'una specie di aureola l'uomo a cui credeva di dover la vita del padre, l'intrepido sergente che aveva salvato il colonnello in mezzo alle cannonate e alla fucileria di Waterloo.

Non separava mai il ricordo di quell'uomo da suo padre; li associava nella venerazione. Era una specie di culto a due gradi:

l'altare maggiore per il colonnello e il più piccolo per Thénardier. E ciò che raddoppiava la tenerezza della sua riconoscenza era il pensiero della sfortuna nella quale Thénardier era caduto. Aveva appreso a Montfermeil la rovina e il fallimento del disgraziato bettoliere, più tardi aveva fatto sforzi inauditi per rintracciarlo e arrivare fino a lui nel tenebroso abisso di miseria nel quale era scomparso. Aveva percorso tutta la regione, era andato a Chelles, a Bondy, a Gournay, a Nogent, a Lagny; per tre armi si era accanito in quelle esplorazioni, spendendo il poco denaro che gli restava. Ma nessuno aveva potuto dargli notizie dei Thénardier. Lo credevano fuggito all'estero. Anche i suoi creditori l'avevano ricercato non meno di Mario e con altrettanto accanimento, senza venirne a capo. Mario si faceva una colpa di non riuscire nelle sue ricerche e quasi si sdegnava con se stesso.

Era quello l'unico debito che il colonnello gli aveva lasciato, e lui riteneva doveroso pagarlo. -Come! - pensava - quando mio padre giaceva moribondo sul campo di battaglia, ha potuto ritrovarlo in mezzo alla mitraglia e portarlo in salvo sulle proprie spalle!

Eppure non gli doveva nulla. E io invece che tanto devo a Thénardier, non dovrei raggiungerlo nella tenebra in cui agonizza e ricondurlo da morte a vita? Oh, lo troverò! - Per ritrovare Thénardier avrebbe dato un braccio, e per toglierlo dalla miseria avrebbe offerto tutto il suo sangue. Trovare Thénardier, rendergli un qualche servizio, dirgli: - Voi non mi conoscete, ma io vi conosco! Sono qui a vostra disposizione! era questo il suo sogno più dolce e più lusinghiero.




3. MARIO INGRANDITO


A quell'epoca Mario aveva vent'anni. Ne erano passati tre da quando aveva abbandonato suo nonno. Da una parte e dall'altra erano restati sulle stesse posizioni, senza tentare un riavvicinamento, senza cercare di rivedersi. D'altronde, a che cosa serviva rivedersi? Per urtarsi? Chi dei due l'avrebbe vinta?

Mario era il vaso di bronzo, ma il nonno era la pentola di ferro.

Però Mario, e dobbiamo dirlo, s'era ingannato sul cuore del nonno.

Aveva creduto che Gillenormand non lo avesse mai amato, che quel vecchio di poche parole, burbero, ridente, bestemmiatore, che gridava, tempestava e alzava il bastone, nutrisse per lui tutt'al più quell'affetto superficiale e severo dei Geronti da commedia.

Ma si sbagliava. Ci sono dei padri che non amano i figli, ma non c'è un nonno che non adori un nipote. In fondo Gillenormand idolatrava Mario, lo idolatrava a modo suo, con strapazzate e anche con busse. Ma sparito quel ragazzo, sentì nel cuore un vuoto nero. Pretese che non gliene parlassero, ma rimpiangeva d'essere stato ubbidito così bene. Nei primi tempi sperò che quel bonapartista, quel giacobino, quel terrorista sarebbe tornato; ma passarono le settimane, i mesi, gli anni e, con grande sua disperazione il bevitore di sangue non ricomparve. - Eppure non potevo fare altrimenti; dovevo scacciarlo - diceva il nonno tra sé; e si chiedeva: Sarei capace di rifarlo ancora? - Lì per lì il suo orgoglio rispondeva di sì, ma la testa senile tentennando silenziosamente rispondeva tristemente di no. Aveva le sue ore di abbattimento. Gli mancava Mario. I vecchi hanno bisogno dell'affetto come del sole; anch'esso è calore. Per quanto la sua tempra fosse robusta, l'assenza del nipote aveva cambiato qualcosa in lui. Per nulla al mondo avrebbe voluto fare un passo verso quel "piccolo mariuolo", ma ne soffriva; non chiedeva mai di lui, ma ci pensava sempre. Viveva al Marais sempre più ritirato; era violento e allegro come prima, ma la sua giocondità aveva una durezza convulsa come se contenesse collera e dolore. Le sue violenze finivano sempre in una specie di tenero e cupo abbattimento.

Talvolta diceva: - Se tornasse, che magnifico schiaffo gli darei!

La zia invece pensava troppo poco per amare molto. Per lei Mario non era più che una specie di fantasma nero e vago, e aveva finito con l'occuparsene meno del gatto o del pappagallo.

Il segreto tormento di Gillenormand era accresciuto dal fatto che lo teneva tutto per sé, senza lasciarne trapelare nulla. Il suo dolore era come quelle fornaci inventate di recente, che bruciano anche il proprio fumo. Talvolta accadeva che qualche seccatore gli parlasse di Mario e gli chiedesse: - Che fa, dov'è vostro nipote?

- e allora il vecchio borghese, con un sospiro se era di cattivo umore, e dandosi un buffetto alla manica dell'abito se voleva apparire allegro, rispondeva: - ll barone Pontmercy fa l'azzeccagarbugli non so dove.

Mentre il vecchio rimpiangeva, Mario era contento di sé. Come accade a chi ha il cuore buono, la sventura gli aveva tolto l'amarezza. Pensava al nonno con dolcezza, ma ci aveva tenuto a non accettare più nulla dall'uomo che "aveva agito così male con suo padre". Era questa la traduzione mitigata della sua prima indignazione. Inoltre era contento d'aver sofferto e di soffrire ancora per suo padre. Era contento della durezza della sua vita, e gli piaceva. Diceva con una certa gioia che quello era "quanto di meno potesse fare", che era un'espiazione, che altrimenti sarebbe stato punito più tardi e più severamente, per l'empia indifferenza verso suo padre, che non sarebbe stato giusto che a suo padre fosse toccata la sofferenza e a lui niente. Cos'erano, del resto, le sue fatiche e le sue privazioni a paragone della vita eroica del colonnello? In fondo, il modo di accostarsi a suo padre e di rassomigliargli era quello di mostrarsi coraggioso nell'indigenza, come il padre era stato prode contro il nemico e che il colonnello voleva dire certamente questo con le parole: "ne sarà degno"; parole che Mario continuava a portare, non sul petto giacché lo scritto era scomparso, ma nel cuore.

Inoltre, il giorno in cui fu scacciato dal nonno, egli era ancora un ragazzo; ora invece era un uomo, e lo capiva. La miseria gli aveva giovato. La povertà nella giovinezza quando riesce a bene, produce il magnifico risultato di indirizzare tutta la volontà verso lo sforzo e tutta l'anima verso l'aspirazione. La povertà mette subito a nudo la vita materiale e la mostra schifosa; donde gli inesprimibili slanci verso la vita ideale. ll giovane ricco ha cento distrazioni brillanti e volgari, le corse di cavalli, la caccia, i cani, il tabacco, il gioco, i banchetti e il resto:

occupazioni tutte che appartengono alle basse tendenze dell'uomo a spese di quelle più alte e delicate dell'anima. Il giovane povero si affatica per vivere per avere il suo pezzo di pane; lo mangia; e quando lo ha mangiato, non gli resta altro che la meditazione.

Egli va agli spettacoli gratuiti offerti da Dio, guarda il cielo, lo spazio, le stelle, i fiori, i fanciulli, l'umanità in cui soffre e la creazione in cui risplende. Contempla tanto l'umanità che vede l'anima quanto la creazione che vede Dio. Medita e si sente grande; medita ancora e si sente pieno di affetto; dall'egoismo dell'uomo che soffre passa alla compassione dell'uomo che medita, e in lui si schiude un mirabile sentimento che è l'oblio di sé e la pietà per tutti. Pensando agli innumerevoli piaceri che la natura offre e prodiga alle anime aperte, egli, il milionario dell'intelligenza, finisce col compiangere il milionario del denaro. L'odio sparisce dal suo cuore a mano a mano che la luce penetra nella sua mente. Del resto, è forse infelice?

No. La miseria di un giovane non è mai miserabile. Qualsiasi giovane, per quanto povero, con la sua salute, con la sua forza, col passo vivace, con gli occhi lucenti, il sangue caldo nelle vene, i capelli neri, le guance fresche, le labbra rosee, i denti bianchi e l'alito puro, farà invidia a un vecchio imperatore. E poi ogni mattina si rimette a guadagnarsi il suo pane, e mentre le mani guadagnano il pane, la sua spina dorsale guadagna in dignità e il cervello guadagna in idee. Terminato il lavoro, torna alle ineffabili estasi, alle contemplazioni, alle gioie; vive nelle afflizioni, nelle difficoltà, sul lastrico, tra le spine, talvolta anche in mezzo al fango; però il suo capo sta nella luce. E' fermo, sereno, affabile, placido, attento, serio, contento di poco e benevolo; benedice Dio di avergli concesso quelle due ricchezze che mancano a tanti ricchi: il lavoro che rende liberi e il pensiero che rende dignitosi.

Questo appunto era accaduto in Mario. Anzi, a dir vero, s'era troppo piegato verso la contemplazione. Dal giorno in cui era arrivato a guadagnarsi da vivere quasi sicuramente, si era fermato là, perché gli pareva bello essere povero e togliere un po' di tempo al lavoro per concederlo alla contemplazione. Talvolta passava intere giornate a fantasticare, immerso e sprofondato come un visionario nelle mute voluttà dell'estasi e della luce interiore. Il problema della sua esistenza era stato posto in questi termini: lavorare il meno possibile nel lavoro materiale per lavorare il più possibile nel lavoro spirituale, dare cioè alcune ore alla vita reale e gettare il resto nell'infinito.

Credendo di non mancar di nulla, non si accorgeva che la contemplazione così intensa finisce coll'essere una delle forme della pigrizia e che limitandosi a superare le prime difficoltà della vita finiva col riposarsi troppo presto.

Era evidente che per un carattere energico e generoso come il suo, quello non poteva essere che uno stato transitorio, e che al primo urto contro le inevitabili complicazioni del destino, Mario si sarebbe svegliato.

Frattanto, benché fosse avvocato e checché ne pensasse suo nonno, non difendeva cause né ne cercava. La meditazione lo aveva allontanato dalle cause. Per lui era una cosa noiosa frequentare i procuratori, recarsi in tribunale, cercare le cause. E a che scopo? Non vedeva nessuna ragione per mutare il mezzo di guadagnarsi il pane. Quella libreria oscura aveva finito col procurargli un'occupazione assicurata, un lavoro poco faticoso che gli bastava.

Uno dei librai per i quali lavorava, Magimel, credo, gli aveva offerto di prenderlo in casa sua, di dargli un buon alloggio, un lavoro regolare e uno stipendio di millecinquecento franchi all'anno. Avere una casa comoda e millecinquecento franchi! Certo; ma rinunciare alla propria libertà, diventare uno stipendiato, una specie di letterato-commesso! Secondo lui, accettando migliorava e peggiorava nello stesso tempo la sua situazione: guadagnava in benessere e perdeva in dignità; mutava una sventura bella e completa in una strettezza brutta e ridicola; qualcosa come un cieco che diventasse guercio. Rifiutò.

Viveva solitario. Per mantenersi estraneo a tutto e anche perché si era troppo inselvatichito, non era entrato subito e con decisione nel gruppo presieduto da Enjolras. Erano rimasti buoni amici, pronti all'occasione ad aiutarsi, ma nulla più. Mario aveva due amici: un giovane, Courfeyrac, e un vecchio, Mabeuf; propendeva per il vecchio, perché gli era innanzitutto debitore della rivoluzione avvenuta in lui, e gli era debitore di aver conosciuto e amato suo padre.

Certo, il fabbriciere era stato decisivo.

Non già che Mabeuf in quella circostanza fosse stato qualcosa di più dell'agente calmo e impassibile della Provvidenza. Aveva illuminato Mario per caso, senza saperlo, come la candela portata da qualcuno; era stata la candela e non già qualcuno.

Quanto alla rivoluzione politica interiore di Mario, Mabeuf era assolutamente incapace di comprenderla, di volerla e di dirigerla.

Poiché ci imbatteremo ancora in Mabeuf, non sarà inutile dire qui poche parole.




4. MABEUF


Quando Mabeuf diceva a Mario: "Certo, anch'io approvo le opinioni politiche", esprimeva il vero stato della sua mente. Tutte le opinioni politiche gli erano indifferenti, e le approvava tutte senza distinzione purché lo lasciassero tranquillo, così come i Greci chiamavano le Furie "le belle, le buone, le gentili" Eumenidi. L'opinione politica di Mabeuf consisteva nell'amare appassionatamente le piante e più ancora i libri. Come tutti, anche lui possedeva la sua terminazione in "ista", senza la quale nessuno a quel tempo avrebbe potuto vivere; ma non era né legittimista, né bonapartista, né carlista, né orleanista, era soltanto "librovecchista".

Non capiva come gli uomini potessero passare il tempo a odiarsi per delle inezie come la costituzione, la democrazia, il legittimismo, la monarchia, la repubblica, eccetera, mentre al mondo ci sono tante specie di muschi, di erbe, di alberi da osservare, e mucchi di libri da sfogliare. Si guardava bene dall'essere inutile. Il possedere dei libri non gli impediva di leggere, l'essere botanico non gli impediva di fare il giardiniere. Quando aveva conosciuto Pontmercy, c'era stata tra il colonnello e lui questa simpatia: egli faceva per i frutti quel che il colonnello faceva per i fiori. Mabeuf era riuscito a ottenere delle pere da vivaio altrettanto saporose quanto le pere di san Germano. A quanto pare, da una delle combinazioni è nata la susina mirabella di ottobre che oggi è famosa e non meno profumata di quella d'estate. Andava a messa più per dolcezza che per devozione e anche perché, amando le sembianze degli uomini e odiando i loro rumori, soltanto in chiesa li poteva trovare raccolti e silenziosi. Sentendo che era pur necessario servire a qualche cosa, aveva scelto la carriera di fabbriciere. Del resto, non era mai riuscito ad amare una donna quanto un bulbo di tulipano, né un uomo quanto un elzevir. Aveva già passato di molto i sessant'anni quando un giorno un tale gli chiese:

- Non vi siete mai ammogliato?

- L'ho dimenticato - rispose.

Se talvolta gli accadeva - e a chi non accade? - di dire: - se fossi ricco! - non lo diceva perché vedeva una bella ragazza, come Gillenormand, ma perché vedeva un volume raro. Viveva solo con una vecchia governante. Era un po' gottoso, e quando dormiva le sue vecchie dita anchilosate si puntellavano tra le pieghe del lenzuolo. Aveva scritto e pubblicato "Flora dei dintorni di Cauteretz", con tavole colorate: opera abbastanza stimata, di cui possedeva delle copie e che vendeva lui stesso. Due o tre volte al giorno venivano a bussare per questo alla sua porta in via Mézières. Da questa vendita ricavava un duemila franchi all'anno che costituivano quasi tutta la sua ricchezza. Sebbene povero, con la pazienza, con le privazioni e col tempo, aveva avuto l'abilità di formarsi una preziosa collezione d'oggetti rari d'ogni specie.

Non usciva mai di casa senza un libro sottobraccio e rientrava quasi sempre con due. L'unica decorazione delle quattro stanze situate a pian terreno, che con un giardinetto costituivano il suo alloggio, erano degli erbari in cornice e delle incisioni di vecchi maestri. La vista di una sciabola o di un fucile lo spaventava; in vita sua non si era mai accostato a un cannone, nemmeno a quelli degli Invalidi. Aveva uno stomaco discreto, un fratello parroco, i capelli completamente bianchi, non più denti né in bocca né nella mente, un tremito in tutto il corpo, l'accento piccardo, il riso infantile, lo spavento facile e l'aspetto di un vecchio montone. Inoltre non aveva amicizie né altre conoscenze tra i vivi, ad eccezione di un vecchio libraio di Porta San Giacomo di nome Royol. Il suo sogno era di acclimatare l'indaco in Francia.

Anche la sua governante era una varietà dell'innocenza. La povera vecchia era vergine, e Sultano, il gatto degno di miagolare il "Miserere" dell'Allegri nella Cappella Sistina, le aveva conquistato il cuore e bastava alla quantità di passione di cui era capace. I suoi sogni non si erano mai spinti fino all'uomo; non aveva mai oltrepassato il gatto, e aveva i baffi come lui.

Tutta la sua gloria consisteva nelle cuffie sempre bianche. La domenica dopo messa passava il tempo a contare la biancheria nel baule e a mettere in mostra sul letto pezze di stoffa per vesti, che comprava e che non faceva mai cucire. Sapeva leggere, e Mabeuf l'aveva soprannominata "mamma Plutarco".

Mabeuf aveva preso Mario in simpatia, perché giovane e affabile com'era, ravvivava la sua vecchiaia senza allarmarne la timidezza.

La gioventù mista all'affabilità produce sui vecchi l'effetto del sole senza vento. Quando era sazio di gloria militare, di polvere da sparo, di marce e contromarce e di tutte le prodigiose battaglie nelle quali suo padre aveva dato e ricevuto tante formidabili sciabolate, Mario andava a trovare Mabeuf, e Mabeuf gli parlava dell'eroe dal punto di vista dei fiori.

Verso il 1830, suo fratello parroco morì, e quasi subito l'orizzonte di Mabeuf si oscurò, come quando sopraggiunge la notte. Il fallimento di un notaio gli fece perdere una somma di diecimila franchi, vale a dire il suo e l'eredità del fratello. La rivoluzione di luglio produsse una crisi nel commercio librario, e il primo libro che non si smercia in tempi difficili è una "Flora"; la vendita di "Flora dei dintorni di Cauteretz" cessò di colpo. Passavano intere settimane senza un compratore. Talvolta Mabeuf trasaliva udendo suonare il campanello, ma mamma Plutarco gli diceva malinconicamente:

- Signore, è il portatore d'acqua.

In breve, un giorno Mabeuf abbandonò via Mézières, si dimise da fabbriciere, rinunciò a san Sulpizio, vendette una parte non dei libri ma delle stampe, alle quali ci teneva meno, e andò ad abitare in una casetta del boulevard Montparnasse, dove restò soltanto un trimestre, per due motivi: primo, perché costava trecento franchi, e lui non poteva destinarne più di duecento per la pigione; secondo, perché, trovandosi vicino al tiro a segno Fatou, sentiva tutti i giorni i colpi di pistola, che erano per lui insopportabili.

Prese la sua "Flora", le sue tavole riprodotte, gli erbari, le raccolte e i libri e andò a stabilirsi vicino alla Salpêtrière, in una specie di capanna del villaggio di Austerlitz, dove per centocinquanta franchi all'anno aveva tre camere e un giardino cinto da una siepe e con un pozzo. Approfittò di quello sgombero per vendere quasi tutti i suoi mobili. Il giorno che prese possesso del nuovo alloggio fu molto allegro, e attaccò egli stesso i chiodi per appendere gli erbari e le stampe; nel resto della giornata zappò il giardino e quando venne la sera, vedendo che mamma Plutareo era triste e pensierosa, le batté sulla spalla dicendole con un sorriso:

- Via! abbiamo l'indaco!

Due soli visitatori, il libraio di Porta san Giacomo e Mario, erano ammessi nella casetta di Austerlitz: nome chiassoso che gli era abbastanza gradito, a dir la verità.

Del resto, come abbiamo accennato, i cervelli assorti in un'idea saggia o folle, oppure, come spesso accade, in tutte e due insieme, sono difficilmente accessibili alle cose della vita e considerano quasi di lontano il loro stesso destino. Da siffatte concentrazioni proviene una passività che se fosse ragionata somiglierebbe alla filosofia; declinano, discendono, scorrono, si abbattono anche, senza accorgersene. E' vero che finiscono quasi sempre col risvegliarsi, ma è troppo tardi. Intanto sembrano neutrali nella partita impegnata tra la loro felicità e la loro sfortuna, e guardano con indifferenza il gioco in cui sono una posta.

In mezzo a queste tenebre che gli si addensavano attorno e nelle quali si spegnevano a una a una tutte le sue speranze, Mabeuf s'era conservato un po' puerilmente, ma profondamente sereno. Le sue abitudini mentali somigliavano alle oscillazioni di un pendolo. Una volta caricato dall'illusione, continuava a muoversi lungamente, anche dopo che l'illusione era svanita. Un orologio non si ferma appena uno ha perduto la chiave della corda.

Aveva dei divertimenti innocenti, poco costosi e inaspettati. Gli provenivano da un nonnulla. Una mattina mamma Plutarco leggeva un romanzo in un angolo della camera, e leggeva a voce alta, perché diceva che così capiva meglio. Leggere ad alta voce è un confermare a se stesso la propria lettura. Ci sono alcuni che quando leggono ad alta voce pare che diano una parola d'onore.

Mamma Plutarco leggeva appunto con questa energia il romanzo che teneva tra le mani, e Mabeuf sentiva senza capire.

Essa giunse alla seguente frase, a proposito di un ufficiale dei dragoni e della sua bella: "...La bella s'imbronciò e il dragone...". E qui s'interruppe per pulire gli occhiali.

- Budda e il dragone - riprese sottovoce Mabeuf. - Sì, è vero, c'era un dragone che dal fondo della caverna lanciava fiamme dalla bocca e incendiava il cielo. Parecchie stelle erano già state incendiate da quel mostro, che aveva anche gli artigli della tigre, quando Budda entrò nell'antro del dragone e riuscì a convertirlo. E' un bel libro che leggete mamma Plutarco, a non c'è una leggenda più bella.

E Mabeuf s'immerse in un sogno delizioso.




5. LA POVERTA' BUONA VICINA DELLA MISERIA


Mario aveva simpatia per quel candido vecchietto che lentamente veniva afferrato dall'indigenza e che a poco a poco se ne stupiva ma senza affliggersene. Mario incontrava Courfeyrac, cercava Mabeuf, però assai di rado, una o due volte al mese, al massimo.

Mario amava fare da solo delle lunghe passeggiate sui boulevard esterni o al Campo di Marte o nei viali meno frequentati del Lussemburgo. Talvolta passava una mezza giornata a contemplare un orto, le insalate, le galline sul letamaio o il cavallo che girava la ruota del pozzo. I passanti lo guardavano con sorpresa, qualcuno trovava che aveva un vestito sospetto e una faccia sinistra. Ma lui non era che un giovane povero che sognava senza scopo.

Proprio in una di queste passeggiate scoprì la topaia Gorbeau, e tentato dall'isolamento e dal buon mercato, vi prese alloggio. Là era conosciuto soltanto col nome di Mario.

Alcuni dei vecchi generali o compagni di suo padre, quando conobbero Mario, lo invitarono a visitarli; e Mario non si rifiutò, perché erano altrettante occasioni di parlare di suo padre. Perciò andava ogni tanto dal conte Pajol, dal generale Bellavesne, dal generale Fririon, agli Invalidi. Si suonava e si ballava. Quelle sere Mario metteva il vestito nuovo; ma non andava a quelle serate e a quei balli se non quando gelava da spaccar le pietre, perché non poteva permettersi il lusso di prendere una carrozza e intanto voleva arrivarci con le scarpe lucide come specchi.

Diceva talvolta, ma senza amarezza:

- Gli uomini sono fatti in modo che voi potete, in un salotto, essere infangato ovunque fuorché nelle scarpe. Per accogliervi bene, pretendono forse una coscienza irreprensibile? No, ma le scarpe pulite.

Tutte le passioni, meno quelle del cuore, si dissipano nella meditazione. Le passioni politiche di Mario erano svanite. La rivoluzione del 1830, soddisfacendolo e calmandolo, aveva portato pur essa il suo contributo. Era rimasto lo stesso, ma senza le collere; conservava le stesse opinioni, ma più mitigate. A parlar con maggior esattezza, non aveva più opinioni ma simpatie. A quale partito apparteneva? a quello dell'umanità. Nell'umanità sceglieva la Francia, nella Francia il popolo, nel popolo la donna; a questa soprattutto si volgeva la sua pietà. Ora preferiva un'idea a un fatto, un poeta a un eroe, e ammirava più un libro come quello di Giobbe che un avvenimento come Marengo. E poi, quando dopo una giornata di meditazione, ritornando la sera per i boulevard, scorgeva attraverso i rami degli alberi lo spazio infinito, le luci senza nome, l'abisso, l'ombra, il mistero, allora gli pareva assai piccino quello che è soltanto umano.

Credeva di essere arrivato, e forse lo era, alla verità della vita e della filosofia umana, e aveva finito col non contemplare altro che il cielo, l'unica cosa che la verità possa vedere dal fondo del suo pozzo.

Ciò non gli impediva di moltiplicare i progetti per l'avvenire.

Chi avesse potuto guardare nell'intimo di Mario, mentre era immerso in quelle meditazioni, sarebbe rimasto abbagliato dalla purezza della sua anima. Se infatti fosse concesso ai nostri occhi di carne di vedere nella coscienza altrui, si giudicherebbe un uomo più dalle vaghe meditazioni che dai pensieri precisi, perché in questi interviene la volontà, in quelle no. La meditazione spontanea, anche nel gigantesco e nell'ideale, assume e conserva la forma del nostro spirito; e nulla scaturisce più direttamente e più sinceramente dal fondo stesso della nostra anima quanto le smisurate e irriflessive aspirazioni verso gli splendori del destino. In tali aspirazioni si può ritrovare il vero carattere di ogni uomo più che nelle loro idee composte, ragionate e coordinate. Le nostre chimere sono quelle che ci rassomigliano di più. Ognuno sogna l'impossibile e l'ignoto secondo la propria natura.

Verso la metà di quell'anno 1831, la vecchia che serviva Mario gli raccontò che stavano per scacciar di casa i suoi vicini, la miserabile famiglia Jondrette. Mario, che passava fuori quasi tutte le giornate, sapeva appena di avere dei vicini.

- Perché li cacciano? - chiese.

- Perché non pagano la pigione e sono in debito di due rate.

- Quanto devono?

- Venti franchi.

Mario aveva trenta franchi di riserva in un cassetto.

Prendete! - disse. - Ecco venticinque franchi. Pagate per quella povera gente, date loro cinque franchi e non dite che sono stato io.




6. IL SOSTITUTO


Il caso volle che il reggimento a cui apparteneva il sottotenente Teodulo venisse di guarnigione a Parigi. Fu l'occasione di una seconda idea per la zia Gillenormand. La prima volta aveva pensato di far sorvegliare Mario da Teodulo; ora complottò di far succedere Teodulo a Mario.

Ad ogni modo, nel caso che il nonno sentisse il vago bisogno di un giovane volto nella casa, giacché questi raggi d'aurora riescono talvolta dolci alle rovine, era un buon espediente trovare un altro Mario. "Via, pensò, è un semplice errata-corrige, come nei libri; invece di leggere Mario, leggi Teodulo".

Una mattina che il vecchio se ne stava leggendo qualcosa come la "Quotidienne", sua figlia entrò e gli disse con dolcissima voce, giacché si trattava del suo beniamino:

- Papà, stamane verrà Teodulo a presentarvi omaggi.

- Chi è questo Teodulo?

- Il vostro pronipote.

- Ah! - esclamò il vecchio.

Poi continuò a leggere senza pensare più al pronipote, il quale non era che un Teodulo qualunque, e non tardò a mettersi molto di malumore, cosa che gli accadeva quasi sempre quando leggeva. Il "foglio" che teneva nelle mani, benché legittimista, annunciava per l'indomani, senza nessun commento ameno, uno dei piccoli avvenimenti quotidiani della Parigi di allora: "Gli studenti delle scuole di diritto e di medicina dovevano riunirsi a mezzogiorno sulla piazza del Pantheon, per deliberare". Si trattava di una delle questioni del momento: dell'artiglieria della Guardia nazionale e di un conflitto tra il ministro della guerra e la "milizia cittadina" per i cannoni schierati nel cortile del Louvre; gli studenti dovevano "deliberare" su questo argomento.

Non ci voleva niente di più per fare imbestialire Gillenormand.

Pensò a Mario, che era studente, e che probabilmente sarebbe andato con gli altri "a deliberare a mezzogiorno in piazza del Pantheon".

Mentre era immerso in così penosa meditazione, entrò Teodulo, introdotto silenziosamente dalla zia, vestito in borghese. Abile accortezza. Il lanciere aveva fatto questo ragionamento: - Il vecchio drudo non ha messo tutto a vitalizio; vale dunque la pena di mascherarsi di tanto in tanto da borghese.

La signorina Gillenormand disse ad alta voce a suo padre:

- Teodulo, il vostro pronipote.

E sottovoce al nipote:

- Di' sempre di sì.

E si ritirò.

Il sottotenente, poco avvezzo a così venerabili incontri, balbettò con un po' di timidezza:

- Buon giorno zio; - e fece un saluto misto, composto dell'abbozzo involontario e macchinale del saluto militare e della fine del saluto borghese.

- Ah, siete voi, va bene, sedete!

Ciò detto, dimenticò completamente il lanciere.

Teodulo sedette, e Gillenormand si alzò. Si mise a passeggiare in lungo e in largo, con le mani in tasca, parlando ad alta voce, e tormentando con le sue vecchie dita i due orologi che aveva nei taschini.

- Un branco di mocciosi convocati in piazza del Pantheon. Dei galoppini che ieri erano a balia! A schiacciarne il naso, ne schizzerebbe il latte! e devono deliberare domani a mezzogiorno!

Dove siamo? dove siamo? E' evidente che andiamo verso l'abisso.

Ecco dove ci hanno condotto gli scamiciati. L'artiglieria cittadina! E con chi si troveranno là? Vedete un po' dove ci porta il giacobinismo. Scommetterei un milione contro niente che non ci saranno altri che sorvegliati speciali e forzati messi in libertà.

I repubblicani e i galeotti non fanno che un naso e un moccichino.

Carnot diceva: - Dove vuoi che vada, traditore? - E Fouché rispondeva: - Dove vuoi imbecille! - Ecco che cosa sono i repubblicani.

- E' giusto - disse Teodulo.

Gillenormand girò un po' la testa, scorse Teodulo e proseguì:

- Quando penso che quel mariuolo ha avuto la scelleratezza di farsi carbonaro. Perché hai abbandonato la mia casa? per farti repubblicano. Pssst! Prima di tutto, il popolo non ne vuol sapere della tua repubblica, non la vuole perché ha buon senso, sa bene che di re ce ne sono stati e ce ne sarà sempre, e sa che il popolo alla fine non è altro che popolo, e se ne ride della tua repubblica, capisci, cretino! Se non è orribile quel capriccio!

Andarsi a innamorare del padre Duchêne, fare l'occhiolino alla ghigliottina, cantare le romanze e le serenate sotto il balcone del 93 è una cosa da sputarci sopra a quei giovinastri, tanto sono asini. E sono tutti uguali, non se ne salva nessuno. Basta respirare l'aria che circola nelle strade per diventare insensati.

Il secolo decimonono è veleno; il primo ragazzaccio venuto lascia spuntare la sua barba da becco, si crede un mariuolo davvero, e abbandona i vecchi parenti. Questo è repubblicano, è romantico.

Cos'è questo romanticismo? Fatemi il favore di dirmi che cos'è.

Tutte le pazzie sono possibili. Un anno fa andavano tutti a sentire l'"Ernani". Mi domando: l'"Ernani", cioè delle antitesi, delle abominazioni che non sono scritte neppure in francese! E poi ci sono i cannoni nel cortile del Louvre! Ecco che cosa sono i brigantaggi dei nostri tempi.

- Avete. ragione, zio - disse Teodulo.

E l'altro riprese:

- I cannoni nel cortile del museo! per far che? Dimmi, cannone, che cosa vuoi? Volete forse bombardare l'Apollo del Belvedere? Che cosa c'entrano le artiglierie con la Venere dei Medici? Oh, questi giovani di oggi, tutti malviventi! E che buona lana il loro Beniamino Constant! E quelli che non sono scellerati sono babbei.

Fanno tutto il possibile per essere brutti, vestono male, hanno paura delle donne, si aggirano attorno a una gonnella con l'aria da mendicanti che fa scoppiare dalle risa le servette; parola d'onore, si direbbero i poveri vergognosi dell'amore. Sono deformi e si completano con l'essere stupidi! Portano abiti che paiono sacchi, panciotti da palafrenieri, camice di tela grossa, pantaloni rozzi, scarpe di cuoio grossolano, e al vestito corrispondono i modi. Il loro gergo potrebbe servire a risuolare le loro ciabatte. E tutta questa inetta marmaglia pretenderebbe di avere delle opinioni politiche. Dovrebbe essere severamente proibito avere un'opinione politica. Fabbricano dei sistemi, ricostituiscono la società, demoliscono la monarchia, sbattono per terra tutte le leggi, mettono il granaio al posto delle cantine e il mio portinaio al posto del re, sconvolgono da cima a fondo l'Europa, riedificano il mondo; e ritengono una fortuna guardare furtivamente le gambe delle lavandaie quando risalgono sui loro carri. Ah, Mario! briccone! andare a vociferare sulla pubblica piazza! discutere, deliberare, prendere delle misure! Le chiamano misure, giusti dei! Il disordine s'impicciolisce e diventa sciocco. Ho visto il caos ma adesso vedo fango. Gli scolari che deliberano sulla guardia nazionale! I selvaggi che vanno completamente nudi, con la testa pettinata a guisa di racchetta e con una mazza tra le mani sono meno bruti di questi studentelli.

Sono dei marmocchi da quattro soldi e fanno i saputelli e i comandanti! deliberano e ragionano! Siamo alla fine del mondo!

Evidentemente è la fine di questo miserabile globo. Ci mancava un rutto finale, ed è la Francia a emetterlo. Deliberate, mariuoli!

Queste cose accadranno finché andranno a leggere i giornali sotto i portici dell'Odeon; ci rimettono un soldo, l'intelligenza, il buon senso, il cuore l'anima e la mente! Quando escono di là abbandonano su due piedi la loro famiglia. Tutti i giornali sono infetti! Tutti, anche il "Drapeau blanc"! In fondo, Matainville era un giacobino. Ah, giusto cielo! potrai vantarti d'aver fatto disperare tuo nonno!

- E' evidente - disse Teodulo.

E approfittando del momento in cui Gillenormand riprendeva fiato, il lanciere aggiunse magistralmente:

- Non ci dovrebbero essere altri giornali al di fuori del "Moniteur", né altri libri al di fuori dell'"Annuario Militare".

Gillenormand proseguì:

- E' come il loro Sieyès! un regicida che finisce col diventare senatore! perché finiscono sempre così. Si riempiono la bocca di "tu" e di "cittadino", per arrivare a farsi dire: signor conte!

Signor conte, grosso come un braccio, ai rivoluzionari. Il filosofo Sieyès! Posso vantarmi di non aver mai stimato la filosofia di tutti questi filosofi più degli occhiali del mascherone di Tivoli. Un giorno ho visto passare sulla riva Malaquais i senatori con i mantelli di velluto violaceo seminati di api, e i cappelli alla Enrico Quarto. Erano schifosi! Parevano scimmie. Cittadini, io vi dichiaro che il vostro progresso è una follia, la vostra umanità è un sogno, la vostra rivoluzione un delitto, la vostra repubblica un mostro, e che la vostra giovane Francia verginella esce da un bordello; e lo sostengo contro tutti, chiunque voi siate, pubblicisti, economisti, avvocati, anche se siete più profondi conoscitori in fatto di libertà, di eguaglianza e di fratellanza che della mannaia della ghigliottina.

- Perbacco! - esclamò Teodulo. - Questo è perfettamente vero.

Gillenormand interruppe un gesto che aveva avviato, si volse, guardò fisso negli occhi il lanciere Teodulo e gli disse:

- Siete un imbecille!




Libro 6


LA CONGIUNZIONE DI DUE STELLE



1. COME SI FORMANO I SOPRANNOMI Dl FAMIGLIA


Mario a quell'epoca era un bel giovane di media statura, con i capelli folti e nerissimi, la fronte spaziosa e intelligente, le narici larghe e passionali, l'aspetto sincero e calmo, e un non so che di altero, di pensoso e d'innocente su tutto il volto. Il suo profilo, di cui tutte le linee erano arrotondate senza cessare di essere decise, avevano quella dolcezza germanica che è penetrata nella fisionomia francese attraverso l'Alsazia e la Lorena, e quell'assenza completa di angoli, che rendeva i sicambri così riconoscibili tra i romani, e che distingue la razza leonina dalla razza aquilina. Era in quella stagione della vita che la mente degli uomini pensanti si compone in parti quasi uguali di profondità e di ingenuità. Data una grave situazione, egli aveva tutto quanto occorre per essere stupido. Con un giro di chiave di più, poteva diventare sublime. I suoi modi erano riservati, freddi, cortesi, poco comunicativi; ma, avendo una bocca bella e labbra vermiglie e denti bianchissimi, correggeva col suo sorriso la severità del suo volto. Certe volte, c'era un singolare contrasto tra quella fronte casta e quel sorriso voluttuoso. Aveva l'occhio piccolo e lo sguardo grande.

Al tempo della sua maggiore miseria, notava che le ragazze si voltavano quando passava, e lui scappava via a nascondersi con la morte nell'anima, perché credeva che lo guardassero per il suo vestito logoro e ne ridessero. La verità è che lo guardavano per la sua grazia e lo rivedevano nei loro sogni.

Questo tacito malinteso tra lui e le belle passanti l'aveva reso selvatico. Non s'innamorò mai di nessuna per il fatto che le fuggiva tutte, e visse così sempre, scioccamente, diceva Courfeyrac.

Courfeyrac gli diceva pure:

- Non aspirare a essere venerabile (infatti si davano del "tu"; scivolare subito nel tu è una tendenza delle amicizie giovanili).

Caro mio, stammi a sentire, non leggere tanti libri; guarda un po' di più le ragazze. Le briccone hanno del buono, sai, Mario. A furia di scappar via e di arrossire, diventerai selvatico.

Qualche altra volta diceva:

- Buon giorno, signor abate!

Quando Courfeyrac gli aveva tenuto un discorso di questo genere, Mario per otto giorni evitava più che mai le donne giovani e vecchie, e per di più anche l'amico.

Tuttavia c'erano nell'immensa creazione due donne che Mario non fuggiva e dalle quali non si guardava. Veramente l'avrebbe stupito chi gli avesse detto che erano donne. Una era la vecchia barbuta che gli scopava la camera e che faceva dire a Courfeyrac: Mario non porta la barba perché la porta la sua serva. L'altra era una specie di ragazzetta che egli vedeva spesso ma che non guardava mai.

Da più di un anno, Mario notava in un viale deserto del Lussemburgo, quello che costeggia il parapetto del Vivaio, un uomo e una ragazza giovanissima, quasi sempre seduti accanto allo stesso sedile, all'estremità solitaria del viale, dalla parte di via Ovest. Ogni volta che quel caso che s'immischia nelle passeggiate delle persone il cui sguardo è rivolto al di dentro, conduceva Mario in quel viale - il che gli accadeva ogni giorno - vi ritrovava sempre quella coppia. L'uomo poteva avere una sessantina d'anni; sembrava triste e serio, e aveva quell'aspetto robusto e stanco che è proprio dei militari ritirati. Se avesse avuto una decorazione, Mario avrebbe detto: E' un vecchio ufficiale. Aveva un volto mite ma era inaccostabile, e non fermava mai lo sguardo nello sguardo di nessuno. Portava pantaloni turchini, un soprabito dello stesso colore e un cappello a larga tesa, una cravatta nera e una camicia da quacquero, cioè d'una bianchezza abbagliante, ma di tela grossa. Un giorno una sartina passandogli accanto disse: E' un vedovo molto pulito. - I suoi capelli erano bianchissimi.

Quando la giovinetta che l'accompagnava andò per la prima volta a sedersi con lui sulla panchina che pareva fosse stata adottata da loro, dimostrava tredici o quattordici anni, era magra al punto da essere quasi brutta, goffa, insignificante, però prometteva d'avere dei begli occhi, che teneva sempre alzati con una specie di spiacevole sicurezza. Vestiva alla maniera antica e fanciullesca delle educande; un vestito mal tagliato di merinos nero. Sembravano padre e figlia.

Mario esaminò per due o tre giorni quel vecchio che non era vecchio, e quella fanciulla che non era ancora una giovinetta; poi non ci badò più. Questi, dal canto loro, parevano non accorgersi di lui e discorrevano tra loro con aria tranquilla e indifferente.

La fanciulla cinguettava sempre allegramente, mentre il vecchio parlava poco e ogni tanto fissava su di lei i suoi occhi pieni di un ineffabile affetto paterno.

Mario aveva preso l'abitudine di passeggiare in quel viale, e là li incontrava sempre.

Accadeva così.

Egli arrivava più volentieri dall'estremità del viale opposta al sedile, percorreva il viale in tutta la sua lunghezza, passando davanti a loro, poi ritornava fino all'estremità da cui era partito, e ricominciava. Faceva cinque o sei volte quel va e vieni, cinque o sei volte la settimana, senza riuscire mai a scambiare un saluto con quelli seduti. L'uomo e la fanciulla, benché sembrava o forse perché sembrava che evitassero gli sguardi, avevano naturalmente incuriosito alcuni studenti che passeggiavano ogni tanto lungo il Vivaio: gli studiosi dopo le lezioni, e gli altri dopo la partita a bigliardo. Courfeyrac che era tra questi ultimi, anche lui li aveva osservati per qualche tempo ma poi, trovando che la fanciulla era brutta, ben presto se n'era allontanato. Se non che fuggendo aveva lanciato la freccia del parto: un soprannome. Colpito soltanto dall'abito della fanciulla e dai capelli bianchi del vecchio aveva chiamato l'una la "signorina Noir" e l'altro il "signor Leblanc"; e poiché nessuno li conosceva, quel soprannome restò in luogo del nome. Gli studenti solevano dire:

- Ah, il signor Leblanc sta sulla panchina!

Anche Mario aveva trovato comodo chiamare Leblanc lo sconosciuto.

Anche noi faremo come loro e diremo signor Leblanc per rendere più spedito il racconto.

Mario li vide così quasi ogni giorno, alla stessa ora, durante il primo anno; l'uomo gli piaceva, ma la fanciulla gli pareva piuttosto buffa.




2. LUX FACTA EST


Nel secondo anno, e propriamente al punto in cui siamo con la nostra storia, Mario interruppe, senza sapere perché, l'abitudine presa di andare al Lussemburgo e stette quasi sei mesi senza mettere piede nel solito viale. Ci ritornò finalmente in una splendida mattinata d'estate, allegro come lo si è quando è bel tempo. Gli pareva di avere nel cuore tutti i canti degli uccelli che ascoltava e tutti i lembi d'azzurro che vedeva attraverso le foglie degli alberi.

Camminò diritto verso il suo viale, e appena fu all'imboccatura scorse la nota coppia sulla stessa panchina. Però avvicinandosi, vide bensì lo stesso uomo ma la giovinetta non gli pareva la stessa. La giovane che vedeva adesso era una gran bella creatura con tutte le più avvenenti grazie della donna combinate con le più ingenue grazie della fanciulla: momento puro e fugace della vita che si può esprimere soltanto con queste due parole: quindici anni. Aveva splendidi capelli castani sfumati di biondo oro, una fronte che pareva di marmo, due guance che parevano fatte di rosa, un colorito pallido, una candidezza commossa, una bocca deliziosa da cui usciva il sorriso come la luce e la parola come una musica, una testa che Raffaello avrebbe dato a Maria, appoggiata su un collo che Giovanni Goujon avrebbe dato a Venere; e perché nulla mancasse a quell'incantevole figura, il naso non era bello ma grazioso, né diritto, né curvo, né italiano, né greco; era il naso parigino, vale a dire qualche cosa di spiritoso, di fine, di irregolare e di puro che fa disperare il pittore e incanta il poeta.

Quando le passò vicino, Mario non poté vederle gli occhi che erano costantemente chini; vide soltanto le lunghe ciglia castane piene d'ombra e di pudore.

Ciò non impediva alla bella fanciulla di sorridere ascoltando l'uomo dai capelli bianchi che le parlava, e non c'era nulla di più attraente di quel fresco sorriso con gli occhi bassi.

Nel primo momento, Mario suppose che fosse un'altra figlia, certo una sorella della precedente. Ma quando la invariabile abitudine della passeggiata lo ricondusse presso la panchina e l'ebbe esaminata attentamente, riconobbe che era la stessa. In sei mesi la ragazzina era diventata una giovanetta: ecco tutto. E. un fenomeno frequente; c'è un momento in cui le fanciulle si schiudono in un batter d'occhio e diventano rose di colpo. Ieri le lasciammo bambine, oggi le ritroviamo inquietanti.

Questa fanciulla non era soltanto cresciuta ma idealizzata. Come a certi alberi bastano tre giorni di aprile per coprirsi di fiori, così sei mesi le erano stati sufficienti per rivestirsi di bellezza. Era venuto il suo aprile.

Talvolta si vedono persone povere e meschine che pare si risveglino, che passano d'improvviso dalla indigenza al fasto, fanno spese di ogni specie, e diventano improvvisamente splendide, prodighe e magnifiche. Ciò avviene perché hanno intascato la loro rendita; il giorno prima c'era stata una scadenza. Ebbene, la fanciulla aveva riscosso anche lei il suo semestre.

E poi, non era più la collegiale col cappello di feltro, la veste di merinos, le scarpe da scolaretta e le mani rosse: ma con la bellezza era venuto anche il buon gusto; era ben messa, con una certa eleganza semplice e ricca, senza affettazione. Portava una veste di damasco nero, una mantellina della stessa stoffa e un cappello di crespo bianco. I guanti bianchi mostravano la finezza dellamano che scherzava col manico d'avorio cinese dell'ombrellino, e lo stivaletto di seta disegnava la piccolezza del suo piede. Passandole accanto, si avvertiva un profumo fresco e penetrante.

L'uomo invece era sempre uguale.

La seconda volta che Mario le arrivò vicino, la giovinetta alzò le palpebre lasciando vedere due occhi di un azzurro ceruleo e profondo, ma in quell'azzurro velato non c'era che lo sguardo della bambina. Guardò Mario con indifferenza come se avesse guardato un bambino in corsa sotto gli alberi o il vaso marmoreo che proiettava l'ombra sulla panchina. Dal canto suo Mario continuò la passeggiata pensando a tutt'altro.

Passò ancora quattro o cinque volte presso la panchina dove stava seduta la fanciulla, ma senza nemmeno volgere gli occhi verso di lei.

Nei giorni seguenti, tornò come al solito al Lussemburgo e come al solito vi trovò "il padre e la figlia"; ma non ci fece attenzione; non pensò a quella fanciulla quando la vide bella più di quanto ci aveva pensato quando era brutta. Passava sempre vicinissimo al luogo dove stava seduta perché quella era la sua abitudine.




3. EFFETTI DELLA PRIMAVERA


Un giorno, l'aria era tiepida, il Lussemburgo pieno di ombra e di sole, il cielo limpido come se gli angeli lo avessero lavato la mattina, i passerotti cinguettavano tra i castagni, e Mario, con l'anima interamente aperta alla natura, non pensava a nulla, viveva e respirava. Passando accanto alla panchina, la fanciulla alzò lo sguardo su di lui e i loro occhi si incontrarono.

Che cosa c'era nello sguardo di quella fanciulla? Mario non lo avrebbe potuto dire. Non c'era nulla e c'era tutto. Fu uno strano lampo.

Lei abbassò gli occhi, e lui continuò il suo cammino.

Quel che aveva visto non era proprio l'occhio ingenuo e semplice di un fanciullo ma un abisso misterioso che si era aperto e chiuso d'un tratto. C'è un giorno in cui ogni fanciulla guarda così. Guai allora a chi le sta davanti.

Quel primo sguardo di un'anima che non conosce ancora se stessa è come l'alba nel cielo. E' il risveglio di qualcosa di radioso e di ignoto. Non c'è nulla che possa esprimere il pericoloso incanto di quella luce inattesa che a un tratto illumina vagamente quelle adorabili tenebre e che si compone di tutta l'innocenza presente e di tutta la passione avvenire. E' una specie di tenerezza indecisa che si rivela a caso e aspetta. E' una trappola tesa dall'innocenza a sua insaputa nella quale prende i cuori senza volerlo. E' una vergine che guarda come una donna.

E' raro che non nasca un sogno profondo laddove cade quello sguardo. Tutte le purezze e tutti gli ardori si concentrano in quel raggio celeste e fatale, che possiede, più delle occhiate maliziose delle donnine, il magico potere di far schiudere in fondo a un'anima quell'oscuro fiore, carico di profumi e di veleni, che si chiama amore.

Quella sera, rientrando nel suo bugigattolo, Mario guardò il suo vestito e per la prima volta si accorse di commettere un'indecenza, una sconvenienza e una stupidaggine inaudita recandosi al Lussemburgo col vestito "di ogni giorno", vale a dire, con un cappello rotto vicino al cordoncino, con grosse scarpe da carrettiere, con i pantaloni neri ma sbiaditi ai ginocchi, e la giacca nera lisa ai gomiti.




4. INIZIO DI UNA GRANDE MALATTIA


L'indomani, alla solita ora, Mario adocchiò nell'armadio il suo abito nuovo, i pantaloni nuovi, il cappello nuovo, le scarpe nuove; si rivestì di questa armatura completa, mise i guanti, lusso prodigioso, e se ne andò al Lussemburgo.

Strada facendo incontrò ma finse di non vedere Courfeyrac, il quale, tornato a casa, disse agli amici:

- Ho incontrato poco fa il cappello nuovo e l'abito nuovo di Mario, con dentro lo stesso Mario. Certamente andava a sostenere un esame. Aveva un'aria stupida.

Giunto al Lussemburgo, Mario fece il giro della vasca e si mise a guardare i cigni; poi restò a lungo in contemplazione davanti a una statua che aveva la testa annerita dalla muffa ed era mancante di un'anca. Presso la vasca c'era un borghese di circa quarant'anni e panciuto, che teneva per mano un bambino di cinque anni e gli diceva:

- Evita gli eccessi, figliolo, sta sempre a debita distanza dal despotismo e dall'anarchia.

Mario stette ad ascoltare quel borghese, poi fece di nuovo il giro della vasca, e finalmente si diresse verso il suo viale, lentamente, come se ci andasse a malincuore. Pareva che fosse costretto e impedito nello stesso tempo di andarci; ma non se ne rendeva conto, e credeva di agire come gli altri giorni.

Sboccando nel viale, vide alla estremità opposta, sulla loro panchina, il signor Leblanc e la figlia. Allora si abbottonò l'abito fino al mento, lo stirò sul busto perché non facesse pieghe, esaminò con una certa compiacenza i lucidi riflessi dei pantaloni e andò verso la panchina. Nella sua andatura c'era qualcosa del passo di carica e certamente una velleità di conquista; andava verso la panchina come Annibale marciava contro Roma.

Del resto, tutti quei suoi movimenti erano macchinali e non avevano affatto interrotto le ordinarie preoccupazioni della sua mente e dei suoi lavori. In quel momento pensava che il "Manuale del baccelliere" era un libro stupido redatto certamente da cretini d'una specie rara perché vi si analizzavano come capolavori dell'ingegno umano tre tragedie di Racine e una sola commedia di Molière. Sentiva un fischio acuto nelle orecchie.

Mentre si avvicinava alla panchina, si stirava le pieghe dell'abito, fissava gli occhi sulla fanciulla e gli pareva che lei riempisse d'un vago splendore azzurro tutta l'estremità del viale.

A mano a mano che si avvicinava, rallentava sempre più il passo, e quando giunse a qualche distanza dalla panchina, molto prima di raggiungere la fine del viale, si fermò e senza sapere come si volse e tornò indietro. A mala pena la fanciulla poté vederlo di lontano col suo bell'aspetto e con gli abiti nuovi. Tuttavia si teneva ben diritto nel caso che qualcuno lo guardasse di dietro.

Raggiunse la parte opposta, tornò, e questa volta si avvicinò un po' di più alla panchina. Giunse alla distanza di tre intervalli di alberi; ma a questo punto sentì un'impossibilità a proseguire, ed esitò. Gli era parso di vedere il volto della giovanetta piegarsi verso di lui. Tuttavia fece uno sforzo virile e violento, domò l'esitazione e continuò a camminare. Pochi secondi dopo passava davanti alla panchina, diritto e rigido, rosso fino alle orecchie, senza avere il coraggio di volgere uno sguardo né a destra né a sinistra, con la mano nella bottoniera come un uomo di Stato. Passando sotto "il cannone della fortezza" provò un orribile batticuore. Lei aveva il suo abito di damasco e il cappellino di velo del giorno prima. Udì una voce ineffabile, che doveva essere la sua, chiacchierare tranquillamente. Era assai graziosa; egli la sentiva benché non tentasse di vederla. - Eppure non potrebbe fare a meno di avere considerazione per me - pensava - se sapesse che sono il vero autore della dissertazione su Mareo Obregon de la Ronda, che il signor Francesco di Neufchâteau ha messo come sua davanti all'edizione del "Gil Blas".

Oltrepassò la panchina, arrivò all'estremità del viale che era molto vicina, poi tornò indietro e passò di nuovo davanti alla bella fanciulla, ma questa volta era pallidissimo. Del resto era molto spiacevole tutto quello che provava. Si allontanò dalla panchina e dalla giovanetta e, benché le volgesse le spalle, immaginava di essere guardato; e per questo inciampava.

Non tentò di accostarsi alla panchina, si fermò verso la metà del viale e contrariamente all'abitudine si sedette volgendo gli occhi qua e là, pensando che alla fine era difficile che le persone di cui ammirava il cappello bianco e l'abito nero rimanessero assolutamente insensibili ai suoi pantaloni lucidi e al suo abito nuovo.

Dopo un quarto d'ora si alzò, come se volesse riprendere a camminare verso quella panchina circondata da un'aureola; tuttavia restò in piedi e immobile. Per la prima volta dopo quindici mesi pensò che quel signore, che veniva tutti i giorni a sedersi là con sua figlia, l'aveva dovuto notare e aveva trovato probabilmente strana la sua assiduità.

Per la prima volta capì che era un'irriverenza indicare quello sconosciuto col nome di signor Leblanc, fosse pure col pensiero soltanto.

Restò immobile per alcuni minuti, con la testa china, tracciando dei disegni sulla sabbia con un bastoncino che aveva nelle mani.

Poi si volse improvvisamente dal lato opposto alla panchina, verso Leblanc e sua figlia, e ritornò a casa.

Quel giorno si dimenticò di andare a pranzo. Se ne accorse quando erano già le otto di sera, e poiché era troppo tardi per andare in via san Giacomo, disse: - Puh, guarda! - e mangiò un pezzo di pane.

Si coricò soltanto dopo aver spazzolato gli abiti e averli piegati con cura.




5. PARECCHI FULMINI SU MAMMA BOUGON


L'indomani, mamma Bougon - così Courfeyrac chiamava la vecchia portinaia-principale-inquilina-domestica della topaia Gorbeau, la quale in realtà si chiamava Burgon, ma quell'iconoclasta di Courfeyrac non rispettava nulla - mamma Bougon notò con stupore che Mario usciva ancora di casa con gli abiti nuovi.

Egli ritornò al Lussemburgo ma non oltrepassò la panchina alla metà del viale; vi si sedette come il giorno avanti guardando da lontano il cappellino bianco, l'abito nero e soprattutto l'alone azzurro. Non si mosse di là e non tornò a casa se non quando chiusero le porte del giardino. Ma non vide partire Leblanc con la figlia, e ne concluse che erano usciti dal giardino per il cancello di via Ovest. Quando qualche settimana dopo ci pensò, non riuscì a ricordarsi dove aveva pranzato quel giorno.

L'indomani, ed era il terzo giorno, mamma Bougon restò di nuovo stupita vedendo Mario uscire con l'abito nuovo.

- Tre giorni di seguito! - esclamò.

Tentò di seguirlo, ma il giovane camminava svelto e con un passo lungo; era una ippopotama che voleva inseguire un cammello. In due minuti lo perse di vista, e tornò a casa trafelata, soffocata per tre quarti dall'asma e furibonda.

- Non c'è buon senso - borbottò - a mettere l'abito nuovo ogni giorno e far correre le persone a questo modo.

Mario era andato al Lussemburgo.

La fanciulla era al suo posto col signor Leblanc. Egli si avvicinò più che poté, con un libro in mano fingendo di leggere, ma si tenne ancora a molta distanza; poi tornò a sedersi sulla solita panchina, dove restò quattro ore a contemplare i passeri che saltellavano per il viale e che gli pareva si prendessero gioco di lui.

Passò così una quindicina di giorni, durante i quali Mario andava al Lussemburgo non più a passeggiare ma a sedersi sempre allo stesso posto senza sapere perché. Una volta arrivato, non si muoveva. E indossava ancora, ogni mattina, l'abito nuovo.

Lei era di una bellezza meravigliosa. L'unico appunto che le si poteva fare era il contrasto tra lo sguardo malinconico e il sorriso giulivo che dava al suo volto un certo smarrimento. Per questo, in certi momenti quella dolce fisionomia diventava strana, senza cessare di essere bella.




6. PRIGIONIERO


In uno degli ultimi giorni della seconda settimana, Mario si trovava come al solito seduto sulla panchina, tenendo in mano un libro aperto di cui da due ore non aveva voltato una pagina, quando trasalì per un avvenimento inatteso alla estremità del viale. Leblanc e sua figlia si erano alzati: la fanciulla aveva preso il braccio del padre e tutti e due si dirigevano lentamente verso la metà del viale dove si trovava Mario. Questi chiuse il libro, poi lo riaprì, e si sforzò di leggere. Tremava. L'aureola muoveva diritta verso di lui.

- Oh, mio Dio - pensò - non farò in tempo a prendere un atteggiamento!

Frattanto l'uomo dai capelli bianchi e la giovane si avvicinavano; gli pareva che la cosa durasse un secolo. - Che vengono a fare da questa parte? - si chiedeva. - Come, sta per passare di qui! I suoi piedi cammineranno su questa sabbia, in questo viale, a due passi da me! - Era sconvolto, avrebbe voluto essere molto bello, avrebbe voluto avere una decorazione. Sentiva avvicinarsi il rumore lieve e misurato del loro passo e immaginava che Leblanc gli volgesse degli sguardi irritati. Vuole forse parlarmi? - pensò chinando la testa; poi la rialzò. Gli stavano proprio vicini. La fanciulla passò e passando lo guardò; lo guardò fisso, con una dolcezza pensosa che fece fremere Mario da capo a piedi. Gli parve che lei lo rimproverasse per essere rimasto tanto tempo senza avvicinarsi e gli dicesse: - Sono io che vengo. - Mario fu abbagliato da quelle pupille cariche di raggi di abissi.

Si sentiva bollire il cervello. Lei era venuta da lui, che gioia!

E poi, come lo aveva guardato! Gli pareva più bella che mai; bella di una bellezza femminile e angelica, di una bellezza completa che avrebbe fatto cantare Petrarca e inginocchiare Dante. Gli pareva di nuotare nel pieno azzurro del firmamento, e in pari tempo era orribilmente contrariato perché aveva le scarpe impolverate.

Credeva di essere sicuro che lei gli aveva guardato le scarpe.

La seguì con gli occhi finché non scomparve. Poi si mise a camminare nel Lussemburgo come un pazzo, ed è probabile che ogni tanto ridesse da solo e parlasse ad alta voce. Si mostrò così estatico davanti alle balie che ognuna di queste lo credette innamorato.

Uscì dal giardino sperando di incontrarla nelle vie. Sotto il porticato dell'Odeon incontrò Courfeyrac e gli disse:

- Vieni a pranzare con me.

Andarono da Rousseau e spesero sei franchi. Mario mangiò come un orco e diede sei soldi di mancia al cameriere. Alla frutta, disse a Courfeyrac:

- Hai letto il giornale? che bel discorso ha pronunciato Audry de Puyraveau!

Era pazzamente innamorato.

Dopo pranzo disse a Courfeyrac:

- T'invito a teatro. Pago io!

Andarono a Porta san Martino a sentire Federico nell'"Albergo degli Adrets", e Mario si divertì enormemente.

Nello stesso tempo sentì raddoppiarsi la sua selvatichezza.

Uscendo dal teatro si rifiutò di guardare la giarrettiera di una modista che scavalcava un rigagnolo, e Courfeyrac gli fece quasi orrore quando disse:

- Metterei volentieri quella donna nella mia collezione!

Invitato da Courfeyrac a colazione per l'indomani al Caffè Voltaire, ci andò e mangiò anche più del giorno prima. Era pensoso e molto allegro; pareva che cercasse tutte le occasioni per ridere. Abbracciò teneramente un provinciale che gli fu presentato. Attorno alla tavola si era formato un piccolo circolo di studenti, i quali parlavano delle sciocchezze, pagate dallo Stato, che si spacciano dalla cattedra della Sorbona. Poi la conversazione cadde sugli errori e le lacune dei dizionari e delle prosodie Quicherat. Mario interruppe la discussione per dire:

- Eppure è bello avere una decorazione!

- Questa è curiosa - disse Courfeyrac a Prouvaire sottovoce.

- No, è seria - disse Prouvaire.

Infatti era una cosa seria, giacché Mario si trovava in quei momenti violenti e incantevoli che sono l'inizio di una grande passione.

E tutto questo era l'effetto di uno sguardo.

Quando la mina è carica, quando la miccia è pronta, non c'è niente di più semplice. Un'occhiata è una scintilla.

Ormai era deciso. Mario amava una donna. Il suo destino entrava nell'ignoto.

Lo sguardo delle donne somiglia a certi ingranaggi apparentemente tranquilli ma formidabili. Passiamo accanto a loro ogni giorno, tranquillamente e impunemente, senza sospettare di nulla, anzi si finisce col dimenticare che stiano là. Si va, si viene, si pensa, si parla, si ride, ed ecco a un tratto si è afferrati. E' finita; l'ingranaggio vi tiene, lo sguardo vi ha stregato. Vi ha stregato, non importa né dove né come, per una parte qualunque del vostro pensiero vagante, per una vostra distrazione. Siete perduto; ci passerete tutt'intero. Una catena di forze misteriose s'impadronisce di voi; invano vi dibattete, è impossibile qualsiasi soccorso umano. Cadrete di ingranaggio in ingranaggio, di angoscia in angoscia, di tortura in tortura, voi, il vostro ingegno, i beni, l'avvenire, la vostra anima. E a seconda che vi trovate in potere di una creatura malvagia o di un nobile cuore, non uscirete da quella macchina spaventosa se non sfigurato dalla vergogna oppure trasfigurato.




7. LE AVVENTURE DELLA LETTERA U


L'isolamento, il distacco da tutto, la fierezza, l'indipendenza, l'amore per la natura, la mancanza di un'attività giornaliera e materiale, la vita appartata, le lotte segrete per la castità, l'estasi benevola davanti a tutta la creazione, avevano predisposto Mario a quel possesso che si chiama la passione. Il suo culto per il padre a poco a poco era diventato una religione e come ogni religione si era ritirato in fondo all'anima. Ci voleva qualcosa in primo piano. Sopraggiunse l'amore.

Passò un mese, durante il quale Mario andò ogni giorno al Lussemburgo. Arrivata l'ora, niente lo tratteneva. Courfeyrac diceva: - E' di servizio. Mario viveva nell'estasi. La fanciulla infatti lo guardava.

Aveva finito col farsi animo e avvicinarsi alla panchina, però non passava più davanti, obbedendo alla legge di timidità e a quella di prudenza degli innamorati. Stimava utile non attirare l'attenzione del padre. Combinava le sue fermate dietro gli alberi e dietro i piedistalli delle statue con un profondo machiavellismo, in modo da lasciarsi vedere il meno possibile dal vecchio signore e il più possibile dalla fanciulla. Talvolta restava per ore intere all'ombra di un Leonida, di uno Spartaco qualunque, con un libro in mano, oltre il quale i suoi occhi, sollevandosi dolcemente, andavano a cercare la bella fanciulla, la quale, dal canto suo, con lieve sorriso gli mostrava il suo profilo. Pur parlando con la massima naturalezza e tranquillità con l'uomo dai capelli bianchi, lei fermava su Mario tutto l'incanto di un occhio virgineo e appassionato. Arte antica e immemorabile che Eva già conosceva fin dal primo giorno del mondo, e che ogni donna sa fin dal primo giorno della sua vita! Con la bocca rispondeva a uno e con lo sguardo replicava all'altro.

Bisogna credere però che Leblanc finisse per accorgersi di qualche cosa, perché molte volte al sopraggiungere di Mario si alzava e si metteva a passeggiare. Aveva lasciato il solito posto e aveva scelto, all'estremità opposta del viale, la panchina accanto al Gladiatore, come per vedere se il giovane li avrebbe seguiti; e Mario, che non aveva capito, commise lo sbaglio. Allora "il padre" cominciò a diventare non più puntuale e a non condurre più la "figlia" ogni giorno. Talvolta arrivava anche solo, e allora Mario non si tratteneva. Altro errore.

Mario non badava a tutti quei sintomi. Dalla fase della timidezza era passato, con un progresso naturale e inevitabile, a quella dell'accecamento. Il suo amore cresceva tanto da sognare tutte le notti. Gli era inoltre capitata una fortuna insperata, che fu olio sul fuoco e gli accrebbe le tenebre sugli occhi. Una sera, al crepuscolo, aveva trovato, sulla panchina appena abbandonata da Leblanc e dalla figlia, un fazzoletto semplice e senza ricami, ma bianco, fine, e che gli parve mandare profumi indicibili. Quel fazzoletto era cifrato con lettere U. F. Mario non sapeva nulla di quella bella fanciulla, né della famiglia, né il nome, né la dimora. Quelle due lettere erano la prima cosa che sapeva di lei, adorabili iniziali sulle quali cominciò subito a costruire i suoi castelli. Evidentemente la U indicava il nome di battesimo. - Ughetta, pensò. - Che nome delicato! Baciò il fazzoletto, lo aspirò, se lo pose sul cuore, sulla carne nuda durante il giorno, e sulle labbra la notte per addormentarsi.

- Ci sento tutta l'anima sua! - esclamava.

Quel fazzoletto apparteneva al vecchio signore, il quale l'aveva semplicemente lasciato cadere di tasca.

Nei giorni seguenti a quella preziosa scoperta, Mario non andò più al Lussemburgo se non baciando il fazzoletto e posandoselo sul cuore. La bella fanciulla non ci capiva niente e glielo dimostrava con segni impercettibili.

Che pudore! - pensava Mario.




8. ANCHE GLI INVALIDI POSSONO ESSERE FELICI.


Poiché abbiamo scritto la parola "pudore" e non nascondiamo mai nulla, dobbiamo dire tuttavia che una volta, nelle sue estasi, Mario ebbe dalla sua "Ughetta" un serio motivo di lagnanza. Era uno di quei giorni in cui lei induceva Leblanc a lasciare la panchina e a fare due passi. Spirava una leggera brezza primaverile che muoveva le cime dei platani. Il padre e la figlia passarono a braccetto davanti alla panchina di Mario, che si alzò dietro di loro e si mise a seguirli con lo sguardo, come accade in quello stato d'animo esaltato.

D'un tratto un refolo di vento più scherzoso degli altri e forse incaricato di servire la primavera, s'innalzò dal Vivaio, si abbatté sul viale, avvolse la fanciulla in un soffio rapace degno delle ninfe di Virgilio e dei fauni di Teocrito, e le sollevò la veste, veste più sacra di quella di Iside, quasi fino all'altezza della giarrettiera. Apparve una gamba di una forma squisita. Mario la vide e ne fu esasperato e furioso.

La giovanetta abbassò rapidamente la veste con un atto divinamente spaurito. Ma egli ne rimase indignato. - E' vero che si trovava solo nel viale, ma avrebbe potuto esserci qualcuno. E se ci fosse stato qualcuno? E' concepibile una cosa simile? Ciò che lei ha fatto è orribile! - Ahimè, la povera fanciulla non aveva fatto nulla e il vento era l'unico colpevole. Ma Mario, in cui fremeva confusamente il Bartolo che sta in fondo a ogni Cherubino, era deciso a essere scontento ed era geloso della propria ombra. Così infatti si desta e si impone nel cuore umano l'acre e bizzarra gelosia della carne, anche senza ragione. D'altronde, pur prescindendo da questa gelosia, la vista di quella gamba graziosa non aveva avuto per lui niente di gradevole, e la calza bianca di una donna qualunque gli avrebbe fatto maggior piacere.

Quando la sua "Ughetta", dopo aver raggiunto l'estremità del viale, tornò indietro col signor Leblanc e passò davanti alla panchina su cui Mario si era di nuovo seduto, questi le lanciò uno sguardo burbero e feroce. La fanciulla fece quel piccolo movimento indietro accompagnato da un alzar delle palpebre, che significa: - Ebbene, che c'è?

Questo fu "il loro primo litigio".

Mario aveva appena finito di farle quella scenata con gli occhi, quando qualcuno attraversò il viale. Era un invalido tutto curvo, rugoso, bianco, in uniforme Luigi Quindicesimo, con sul petto la piccola piastra ovale di panno rosso con le spade incrociate, croce di san Luigi, e aveva pure una manica senza il braccio dentro, un mento d'argento e una gamba di legno. Mario credette di notare che quell'uomo aveva un'aria esteriormente soddisfatta, anzi, gli parve che il vecchio cinico, passandogli vicino zoppicando, gli rivolgesse una strizzatina d'occhio molto fraterna e molto allegra, come se un caso qualunque li avesse messi d'accordo e avesse fatto assaporare in comune una fortuna inattesa. Che cosa aveva da essere così contento quell'avanzo di Marte? Che cos'era accaduto tra quella gamba di legno e quell'altra gamba? Mario arrivò al parossismo della gelosia. Forse era presente, e ha visto! - disse tra sé.

E si sentì la voglia di uccidere l'invalido.

Col tempo tutte le punte si smussano, e la collera contro Ughetta, per quanto giusta e legittima, passò. Mario finì col perdonare, ma gli ci volle un grande sforzo. Le tenne il broncio per tre giorni.

Frattanto, con tutto questo, la passione cresceva e toccava la follia.




9. ECLISSE


Abbiamo visto come Mario avesse scoperto o creduto di scoprire che lei si chiamava Ughetta.

L'appetito viene amando. Era già molto per lui sapere che si chiamava Ughetta; ma era poco; e in tre o quattro settimane Mario aveva divorato quella felicità e ne voleva un'altra: volle cioè sapere dove abitava.

Aveva commesso un primo sbaglio cadendo nel tranello della panchina del Gladiatore, e un secondo nel non fermarsi al Lussemburgo quando il vecchio era solo. Ora ne commise un terzo, immenso: andò dietro a Ughetta.

Lei abitava in via Ovest, nel punto meno frequentato, in una casa nuova a tre piani, di modesta apparenza.

Da quel momento, alla felicità di vederla al Lussemburgo si accompagnò l'altra di seguirla fino a casa.

La sua fame cresceva. Sapeva come si chiamava, almeno il nome di battesimo, il nome grazioso, il vero nome della donna; sapeva dove abitava. Volle sapere anche chi era.

Una sera, dopo di averli seguiti fino a casa e averli visti sparire nel portone, entrò anche lui e chiese coraggiosamente al portinaio:

- E' il signore del primo piano quello che è rientrato adesso?

- No - disse il portinaio. - E' quello del terzo.

Aveva fatto un altro passo. La riuscita incoraggiò Mario a proseguire. Domandò:

- Verso la strada?

- Diamine! - esclamò il portinaio. - La casa è tutta sulla strada.

- E qual è la condizione di quel signore?

- E' un possidente, una persona molto buona, che fa del bene agli infelici quantunque non sia ricco.

- E come si chiama?

- Il signore fa forse la spia? - chiese il portinaio alzando la testa.

Mario se ne andò mortificato, ma contentissimo. Aveva guadagnato terreno. - Bene - pensò tra sé - so che si chiama Ughetta, che è figlia di un possidente e che abita al terzo piano in via Ovest.

L'indomani Leblanc e sua figlia fecero una breve apparizione al Lussemburgo. Se ne andarono che era ancora giorno chiaro. Mario li seguì fino a via Ovest, secondo il solito. Giunti alla porta, il signor Leblanc fece passare davanti la figlia, e prima di varcare la soglia si fermò e si volse a guardare fisso Mario.

Il giorno dopo non comparvero nel giardino e Mario li attese inutilmente per tutto il giorno.

Sopraggiunta la notte, si recò in via Ovest e, vedendo che le finestre del terzo piano erano illuminate, si mise a passeggiare sotto quelle finestre finché non si spense la luce.

Il giorno seguente, nessuno al Lussemburgo. Mario attese tutto il giorno, quindi riprese la sua passeggiata notturna sotto le finestre. Arrivava così alle dieci di sera e il suo pranzo diventava quello che poteva diventare.

La febbre nutre il malato, e l'amore l'innamorato.

Trascorsero così otto giorni, durante i quali il signor Leblanc e sua figlia non comparvero al Lussemburgo. Mario faceva delle tristi supposizioni, ma non osava tener d'occhio la porta durante il giorno e si accontentava di andare a contemplare di notte la luce rossastra dei vetri dinanzi ai quali vedeva talvolta passare delle ombre che gli davano il batticuore.

All'ottavo giorno, quando giunse sotto le finestre, non c'era nessuna luce. - Guarda! - disse tra sé - non hanno ancora acceso il lume; eppure è notte. Saranno forse fuori casa? - Aspettò fino alle dieci, fino a mezzanotte, fino all'una del mattino, ma nessun lume brillò alle finestre del terzo piano e nessuno entrò in casa.

Ed egli se ne andò molto triste.

L'indomani - giacché non viveva più che di domani in domani, e l'oggi per così dire non esisteva più per lui - l'indomani non trovando nessuno al Lussemburgo, si diresse verso la casa. Nessuna luce alle finestre, persiane chiuse, buio al terzo piano.

Mario picchiò alla porta, entrò e chiese al portinaio:

- Il signore del terzo piano?

- Ha sgomberato.

- Da quanto tempo?

- Da ieri.

- E dove abita ora?

- Non lo so.

- Non ha lasciato il nuovo indirizzo?

- No.

E il portinaio alzando la testa riconobbe Mario: Toh! siete voi. Dunque fate proprio quel bel mestiere?




Libro 7


PATRON-MINETTE



1. LE MINIERE E I MINATORI


Anche le società umane hanno quello che nei teatri si chiama il "sottoscena". Il suolo sociale è minato da ogni parte, ora per il bene ora per il male. Questi lavori si sovrappongono. Ci sono le miniere inferiori e le miniere superiori, c'è un alto e basso in quel tenebroso sottosuolo, che talvolta crolla sotto la civiltà e che è calpestato dalla nostra indifferenza e dalla nostra noncuranza. L'Enciclopedia, nel secolo scorso, fu una miniera quasi a cielo scoperto. Le tenebre, tetre incubatrici del cristianesimo primitivo, aspettavano solo un'occasione per esplodere sotto i Cesari e inondare di luce il genere umano.

Infatti nelle tenebre sacre c'è una luce nascosta. I vulcani sono pieni di un'ombra capace di fiammeggiare, e ogni lava comincia con l'essere tenebra. Le catacombe, nelle quali si celebrò la prima messa, non erano solo le cantine di Roma, ma il sotterraneo del mondo.

Al di sotto dell'edificio sociale, meraviglioso e meschino insieme, ci sono escavazioni d'ogni specie. C'è la miniera religiosa, la miniera filosofica, la politica, l'economica e la rivoluzionaria. Chi scava con le idee, chi con le cifre, chi con la collera, e si richiamano e si rispondono da una catacomba all'altra. Le utopie camminano sotto terra in quei cunicoli e si ramificano in ogni direzione. Alle volte si incontrano e fraternizzano. Giangiacomo presta il suo piccone a Diogene, che gli presta la sua lanterna. Talvolta invece si combattono; Calvino prende Socino per i capelli. Ma nulla arresta o interrompe la tensione di tutte quelle energie verso lo scopo, è la vasta simultanea attività, che va e viene, sale, scende risale per quelle oscurità, immenso brulicame ignorato che trasforma lentamente il disopra per mezzo del disotto, e il i fuori per mezzo del di dentro. La società ha appena qualche sospetto di quelle escavazioni che le lasciano intatta la superficie, ma le cambiano i visceri. Quanti sono gli strati di sotterranei, altrettanti sono i diversi lavori, altrettante le varie escavazioni. E che cosa scaturisce da quelle ricerche profonde?

L'avvenire.

Più si va giù, e più i lavoratori sono misteriosi. Fino a un certo grado, che il filosofo sociale sa discernere, il lavoro è utile; al di là di quel grado, è dubbio e ibrido; più giù, diventa orribile. A una certa profondità, le escavazioni non sono più penetrabili dallo spirito dell'incivilimento,il limite respirabile è sorpassato; comincia a essere possibile un inizio di mostri.

La scala discendente è strana. Ogni gradino corrisponde a un piano sul quale la filosofia può prendere piede e dove si incontra uno di quegli operai talvolta divini, talvolta deformi. Sotto Giovanni Hus c'è Lutero, sotto Lutero Cartesio, sotto Cartesio Voltaire, sotto Voltaire Condorcet, sotto Condorcet c'è Robespierre, sotto Robespierre Marat, sotto Marat Babeuf; e l'elenco continua. Più giù, in modo confuso, sul limite che divide l'indistinto dall'invisibile, si scorgono altri uomini oscuri che forse non esistono ancora. Quelli di ieri sono spettri, quelli di domani larve, e l'occhio della mente li distingue confusamente. Il lavoro embrionale dell'avvenire è una delle visioni del filosofo.

Un mondo nel limbo allo stato di embrione, che profilo inaudito!

Saint-Simon, Owen, Fourier ci sono anch'essi, ma in escavazioni laterali.

Certo, benché una divina invisibile catena leghi gli uni agli altri a loro insaputa tutti questi sotterranei pionieri, che si credono quasi sempre isolati mentre non lo sono, i loro lavori sono assai diversi e la luce degli uni contrasta con lo splendore degli altri. Gli uni sono paradisiaci, gli altri tragici. Eppure, per quanto sia grande il loro contrasto, tutti questi operai, dal più elevato al più notturno, dal più saggio al più pazzo, hanno un punto di contatto: il disinteresse. Marat dimentica se stesso come Gesù. Essi lasciano in disparte la loro persona, non guardano a loro, vedono tutt'altro che il loro io; hanno uno sguardo, e quello sguardo cerca l'assoluto. Il primo ha tutto il cielo negli occhi, l'altro, per quanto enigmatico, ha ancora negli occhi il pallido chiarore dell'infinito. Venerate sempre, checché faccia, chiunque abbia questo segno: una stella per pupilla.

La pupilla oscura è l'altro segno. Da essa comincia il male.

Davanti a chi non ha lo sguardo, riflettete e tremate. L'ordine sociale ha i suoi minatori neri.

C'è un punto in cui la profondità è seppellimento, in cui la luce si spegne.

Al disotto di tutte le miniere cui abbiamo accennato, al disotto di tutte quelle gallerie, al disotto di tutto il sistema venoso sotterraneo del progresso e dell'utopia, più addentro nella terra, più giù di Marat, più giù di Babeuf, più giù, molto più giù e senza nessuna relazione con i piani superiori, c'è l'ultimo cunicolo, un luogo formidabile, quello che noi abbiamo chiamato il sottoscena. E' la fossa delle tenebre, il sotterraneo dei ciechi.

"Inferi".

Questo luogo comunica con gli abissi.




2. IL BASSOFONDO


Là il disinteresse svanisce. Il demone si abbozza confusamente, ognuno per sé. L'io senza occhi urla, cerca, brancica, rode.

L'Ugolino sociale si trova in quel gorgo.

Le sagome selvagge che si aggirano in quella fossa, quasi belve, quasi fantasmi, non si occupano del progresso universale, di cui ignorano il nome e l'idea, e non si curano dell'appagamento individuale. Sono quasi incoscienti, e c'è dentro di loro un nulla spaventoso. Hanno due madri, entrambe matrigne: l'ignoranza e la miseria. Hanno per guida il bisogno e per tutte le forme di piacere l'appetito. Sono brutalmente voraci, vale a dire feroci, non come il tiranno ma come la tigre. Quelle larve passano dal patimento al delitto: fatale filiazione, procreazione vertiginosa, logica delle tenebre. Ciò che striscia nel sottosuolo sociale non è più l'aspirazione repressa verso l'assoluto; ma la protesta della materia. L'uomo vi si trasforma in drago; la fame e la sete sono il punto di partenza, e quello di arrivo è Satana. Da quel sotterraneo esce Lacenaire.

Nel libro quarto abbiamo visto uno scompartimento della miniera superiore, della grande escavazione politica, rivoluzionaria e filosofica. Abbiamo anche detto che là tutto è nobile puro, dignitoso, onesto: certo, possono ingannarsi e si ingannano, ma l'errore implica tanto eroismo che diventa venerabile. Tutto il lavoro che si compie in quello strato si chiama Progresso.

Adesso è il momento di vedere altre profondità: quelle repellenti.

Insistiamo nel dire che fino a quando non sarà dissipata l'ignoranza, sotto la società ci sarà sempre la grande caverna del male.

Questa caverna si trova al di sotto di tutte le altre ed è la nemica di tutte, le odia senza eccezione. Questa caverna non conosce filosofi, non sa che cosa è la scrittura e la sua caligine nera non ha alcun rapporto con l'inchiostro. Le dita della notte, che si contraggono sotto quella volta asfissiante, non hanno mai sfogliato un libro o aperto un giornale. Per Cartouche, Babeuf è uno sfruttatore. Per Schinderhannes Marat è un aristocratico.

Questa caverna tende a far sprofondare tutto. Tutto, anche i sotterranei superiori che essa esecra. Nel suo orrido agitarsi essa non mina soltanto l'ordine sociale attuale ma anche la filosofia, la scienza, il diritto, il progresso, il pensiero umano, la civiltà, la rivoluzione. Si chiama semplicemente furto, prostituzione, omicidio, assassinio; è tenebra e vuole il caos.

Tutte le altre caverne, quelle di sopra, non hanno che uno scopo:

sopprimerla. A questo tendono con tutti i loro organi riuniti, con il miglioramento della realtà,con la contemplazione dell'assoluto, la filosofia e il progresso. Distruggete la caverna Ignoranza e distruggerete la talpa Delitto.

Condensiamo in poche parole una parte di quello che abbiamo detto.

L'unico pericolo sociale è l'ombra. Umanità è identità. Tutti gli uomini sono fatti della stessa creta. Nessuna differenza quaggiù, almeno nella predestinazione. La stessa ombra prima, la stessa carne durante la vita, la stessa cenere dopo. Ma l'ignoranza, mescolata alla pasta umana, l'annerisce, e questo nero incurabile invade l'interno dell'uomo e là diventa il Male.




3. BABET, GUEULEMER, CLAQUESOUS E MONTPARNASSE


Un quartetto di banditi, Claquesous, Gueulemer, Babet e Montparnasse, governava il sottosuolo di Parigi tra il 1830 e il 1835.

Gueulemer era un Ercole declassato. Aveva per antro la fogna dell'Arche-Marion. Era alto sei piedi, aveva un petto marmoreo, dei bicipiti di bronzo, un respiro da cavernicolo, il torso d'un colosso, un cranio d'uccello. Si sarebbe detto l'Ercole Farnese con i pantaloni di fustagno e la giacca di velluto di cotone.

Gueulemer, con quella sua figura scultorea, avrebbe potuto domare i mostri; ma aveva trovato che era più facile essere uno di loro.

Fronte bassa, tempie larghe, meno di quarant'anni e già il volto rugoso, capelli ruvidi e corti, la barba da cinghiale: questo l'uomo. I suoi muscoli chiedevano lavoro, ma la sua stupidità non voleva saperne. Era forza grossolana e pigra; era assassino per indolenza. Lo credevano creolo. Probabilmente aveva partecipato all'assassinio del maresciallo Brune, perché nel 1815 faceva il facchino ad Avignone. Dopo d'allora, era diventato bandito.

La diafanità di Babet contrastava con la ciccia di Gueulemer.

Babet era magro e sapiente; trasparente ma impenetrabile, si vedeva la luce attraverso le sue ossa, ma nulla attraverso la sua pupilla. Si diceva chimico. Aveva fatto il buffone con Bobèche e il pagliaccio con Bobino. Aveva anche recitato operette a Saint- Michel. Era un uomo con degli scopi, abile parlatore, che sottolineava i suoi sorrisi e virgolava i suoi gesti. Si industriava a vendere sui marciapiedi busti di gesso e ritratti del "capo dello Stato". Inoltre, cavava i denti. Aveva mostrato i fenomeni sulle fiere, aveva posseduto una baracca con un trombettiere e con una scritta che diceva: Babet, artista, dentista, membro delle accademie, fa esperimenti fisici su metalli e metalloidi, cava i denti, estirpa le radici rotte dei suoi confratelli. Prezzo: un dente, un franco e cinquanta centesimi; due denti, due franchi; tre denti, due franchi e cinquanta.

Approfittate dell'occasione! (Quell'approfittate dell'occasione voleva dire: fatevene strappare più che potete). Era stato ammogliato e aveva avuto figli; ma non sapeva dove fossero andati a finire moglie e figli. Li aveva perduti come si perde il fazzoletto. Altra eccezione nel mondo oscuro a cui apparteneva:

Babet leggeva i giornali. Un giorno, quando aveva la sua famiglia nel carrozzone ambulante, avendo letto sul "Messager" che una donna aveva partorito un bambino col muso di vitello, Babet esclamò: quella sì che è una fortuna! mia moglie non avrebbe il coraggio di farmi un figlio come quello!

Poi aveva abbandonato tutto per "intraprendere" Parigi:

espressione sua.

Chi era Claquesous? Era la notte. Per uscire aspettava che il cielo fosse sporco di nero. La sera usciva da un buco in cui rientrava prima dell'alba. Dove stava quel buco? Nessuno lo sapeva. Quando parlava con i suoi complici, voltava loro le spalle, anche nella più fitta oscurità. Si chiama Claquesous? No.

Diceva: mi chiamo Niente-Affatto. Se si accendeva una candela, ecco che metteva la maschera. Era ventriloquo. Claquesous è un notturno a due voci - diceva Babet. Claquesous era incerto, errante, terribile. Non si era sicuri che avesse un nome, giacché Claquesous era soltanto un nomignolo. Non si era sicuri che avesse una voce, perché il suo ventre parlava più che la sua bocca. Non si era sicuri che avesse un volto perché si era vista sempre la sua maschera. Spariva come un'ombra e le sue apparizioni erano altrettanto uscite di sotto terra.

Montparnasse era un essere lugubre. Era un ragazzo! aveva meno di vent'anni; un viso grazioso, due labbra che parevano ciliegie, bei capelli neri, e la luce della primavera negli occhi; eppure aveva già tutti i vizi e aspirava a tutti i delitti. La digestione del male gli dava l'appetito del peggio. Era il monello con tendenza al mariuolo, e il mariuolo diventava furfante. Era gentile, effeminato, grazioso, robusto, molle e feroce. Portava il cappello con la tesa alzata a sinistra per dar posto al ciuffo di capelli, secondo lo stile del 1829. Viveva di rapine. Il suo soprabito era del miglior taglio, ma spelato. Montparnasse era un figurino, che lasciava trapelare la miseria e che commetteva degli assassini. La causa di tutti i delitti di quell'adolescente era la mania di vestir bene. La prima ragazza che gli disse: sei bello! gettò nel suo cuore la macchia delle tenebre e trasformò quell'Abele in Caino. Sapendosi grazioso, aveva voluto essere elegante. Orbene, la prima eleganza è l'ozio, e l'ozio del povero è il delitto.

Pochi vagabondi erano temuti come Montparnasse. A diciotto anni gli pesavano sulle spalle già diciotto cadaveri. Più di un passante con le braccia distese giaceva nell'ombra di quel miserabile, con la faccia in una pozza di sangue. Incipriato, profumato, impomatato, la vita stretta, le anche da donna, il busto di un ufficiale prussiano, il mormorio delle ragazze del boulevard, la cravatta annodata con eleganza, un manganello in tasca e un fiore all'occhiello: ecco il bellimbusto del sepolcro.




4. COMPOSIZIONE DELLA BANDA


Quei quattro banditi formavano una specie di Proteo, che serpeggiava attraverso la polizia e si sforzava di sfuggire agli sguardi indiscreti di Vidocq, "sotto diversa forma, albero, fiamma, fontana", prestandosi a vicenda nomi e trucchi, nascondendosi nella propria ombra, diventando gli uni per gli altri covi e asili segreti, disfacendo le loro personalità come al ballo in maschera si leva un finto naso, talvolta semplificandosi in modo da diventare uno solo, talaltra moltiplicandosi tanto che lo stesso Coco-Lacour li prendeva per una folla.

Questi quattro uomini non erano quattro uomini, ma una specie di ladro misterioso a quattro teste, che lavorava in grande su Parigi. Era un mostruoso polipo del male che abitava nella cripta della società.

Grazie alle loro ramificazioni e alla sottoposta rete delle loro relazioni, essi tenevano l'impresa generale dei tranelli del dipartimento della Senna. Compivano sul passante il colpo di Stato dal basso. Gli inventori di simili idee, gli uomini dall'immagine tenebrosa, si rivolgevano a loro per l'esecuzione. Fornivano ai quattro furfanti il canovaccio ed essi si incaricavano della messa im scena. Erano sempre pronti a fornire un personale proporzionato e conveniente a tutti gli attentati abbastanza lucrosi che abbisognavano di un aiuto. Quando un delitto andava in cerca di braccia, essi gli noleggiavano dei complici, perché tenevano una compagnia di attori delle tenebre a disposizione per tutte le tragedie delle caverne.

Di solito si riunivano sul far della notte, ora del loro risveglio, nelle steppe che stanno presso la Salpêtrière. Qui tenevano le loro riunioni e regolavano l'impiego delle dodici ore nere che avevano a disposizione.

"Patron-Minette", questo era il nome che nell'ambiente sotterraneo si dava all'associazione di quei quattro uomini. Nel vecchio linguaggio popolare che va sempre più scomparendo, "Patron- Minette" significa il mattino, come tra cane e lupo significa la sera. Probabilmente questo appellativo di "Patron-Minette" derivava dall'ora in cui finiva il loro lavoro, giacché l'alba è l'ora in cui svaniscono i fantasmi e i banditi si separano. Quei quattro uomini erano conosciuti con questo nome.

Quando il presidente delle assise, visitando Lacenaire nella prigione, l'interrogò per un delitto che lui negava, gli chiese:- E chi l'ha commesso? - Lacenaire diede questa risposta, enigmatica per il magistrato ma chiara per la polizia: - Sarà stato Patron- Minette.

Talvolta si indovina una commedia dall'elenco dei personaggi; si può allo stesso modo apprezzare una banda dall'elenco dei banditi.

E poiché questi nomi tornano a galla nelle memorie speciali, ecco a quali appellativi speciali corrispondevano i principali affiliati di Patron-Minette:

Panchaud, detto Printanier, detto Bigrenaille.

Brujon (c'era una dinastia Brujon di cui non rinunciamo a dare un cenno).

Boulatruelle, lo stradino che già conosciamo.

Laveuve.

Finistère.

Omero Hogu, negro.

Mardisoir.

Dépêche.

Fauntleroy, detto Bouquetière.

Glorieux, galeotto liberato.

Barrecarrosse, detto signor Dupont.

Lesplanade du Sud.

Poussagrive.

Carmagnolet.

Kruideniers, detto Bizzarro.

Mangedentelle.

Lespied en l'air.

Demiliard, detto Deux-milliards.

Eccetera.

Ne tralasciamo altri, e non dei peggiori. Questi nomi hanno una fisionomia. Non denotano soltanto individui, ma specie. Ciascuno risponde a una varietà dei deformi funghi del sottosuolo della civiltà.

Questi individui, poco prodighi del loro volto, non erano di quelli che si vedono passeggiare per le vie. Stanchi per le dure notti che passavano, il giorno se ne andavano a dormire ora nei forni ora nelle cave abbandonate di Montmartre e di Montrouge, e qualche volta anche nelle fogne. Si rintanavano.

Che ne è stato di questi uomini? Esistono sempre, sono sempre esistiti. Ne parla anche Orazio: "Ambubaiarum collegia, pharmacopolae, mendici, mimae"; e finché la società sarà quella che è, essi saranno quelli che sono. Sotto la buia volta dei loro sotterranei rinascono sempre e ricompaiono come spettri sempre identici; solo che non portano più gli stessi nomi e non vivono più nella stessa pelle.

Estirpati gli individui, la tribù sussiste.

E hanno sempre le stesse doti. Dal paltoniere al vagabondo, la razza si conserva pura. Essi indovinano le borse nelle tasche, fiutano gli orologi nei panciotti; per essi l'oro e l'argento hanno un odore. Ci sono dei borghesi ingenui, di cui si potrebbe dire che hanno la fisionomia del derubabile. Ebbene questi borghesi sono pazientemente seguiti da quegli individui. Al passaggio di un provinciale o di uno straniero hanno degli scatti, come i ragni.

Quando si incontrano o s'intravedono verso la mezzanotte su un boulevard deserto, sono spaventosi. Non paiono uomini ma forme fatte di nebbia vivente. Si direbbe che formano un corpo solo con le tenebre, che non sono distinti da esse, che non hanno altra anima che l'ombra, e che si sono disgiunti dalla notte soltanto momentaneamente per vivere pochi minuti di una mostruosa esistenza.

Che cosa ci vuole per far svanire queste larve? Luce, luce a torrenti. Nessuna nottola resiste all'alba. Illuminate il sottosuolo della società!




Libro 8


IL CATTIVO POVERO



1. MARIO, CERCANDO UNA FANCIULLA COL CAPPELLINO, INCONTRA UN UOMO COL BERRETTO.


Passò l'estate, poi l'autunno, e venne l'inverno. Né Leblanc, né la fanciulla avevano rimesso piede al Lussemburgo e Mario non aveva che un solo pensiero: rivedere quel dolce e adorabile viso.

Cercava sempre, cercava dappertutto; ma non trovava nulla. Non era più il sognatore entusiasta, l'uomo risoluto, ardente e fermo, l'ardito provocatore del destino, il cervello che costruiva avvenire su avvenire, la giovane mente ingombra di piani, di progetti, di fierezze, d'idee e di volontà; era un cane sperduto.

Cadde in nera tristezza. Tutto era finito per lui: il lavoro gli ripugnava, il passeggio lo stancava, la solitudine gli dava noia; l'immensa natura una volta così ricca di forme, di luci, di voci, di consigli, di prospettive, di orizzonti, d'insegnamenti, adesso gli stava vuota dinanzi: gli pareva che tutto fosse sparito.

Pensava sempre, perché non poteva fare diversamente, ma non prendeva più piacere alle sue idee. A tutto quanto esse gli proponevano sommessamente, senza tregua, egli rispondeva nel buio:

a quale scopo?

Si faceva cento rimproveri. Perché l'ho seguita? Ero così contento di vederla! Lei mi guardava: non era già abbastanza? Il suo viso diceva di amarmi: e non era forse tutto? Che volevo di più? Dopo di questo non c'è altro. Sono stato assurdo. E' colpa mia, eccetera eccetera. Courfeyrac, al quale Mario, come era sua abitudine, non confidava nulla, ma che indovinava un po' ogni cosa, perché era quello il suo carattere, aveva cominciato col felicitarlo perché s'era innamorato, mentre d'altronde ne era stupefatto; ma poi vedendo l'amico caduto in tanta malinconia, aveva finito col dirgli: - Mi accorgo che sei stato semplicemente un animale. Su via, vieni alla Chaumière!

Un giorno, confidando in un bel sole di settembre, Mario si lasciò condurre da Courfeyrac, Bossuet e Grantaire al ballo li Sceaux, sperando, che sogno! di ritrovarla forse là. Evidentemente, non incontrò quella che amava. - Eppure è qui che si trovano tutte le donne perdute! - borbottava Grantaire. Mario lasciò gli amici al ballo e se ne tornò a piedi, solo, stanco, febbricitante, con gli occhi torvi e tristi nella notte, stordito dal frastuono e dalla polvere delle allegre vetture piene di cantanti che tornavano dalla festa e gli passavano accanto, scoraggiato, respirando, per dare aria al cervello l'acre profumo dei noci lungo la strada.

Riprese a vivere sempre più solo, smarrito, oppresso, in preda alla sua interna angoscia, aggirandosi nel dolore come il lupo nella trappola, cercando ovunque la donna assente, istupidito dall'amore.

Un altro giorno fece un incontro che gli produsse un effetto singolare. Nei vicoli adiacenti al boulevard degli Invalidi s'imbatté in un uomo vestito come un operaio, con un berretto a lunga visiera da cui sfuggivano delle ciocche di capelli assai bianchi. Colpito dalla bellezza di quei capelli bianchi, Mario squadrò quell'uomo, che camminava a passi lenti e come assorto in una dolorosa meditazione. Cosa strana! gli parve di riconoscere il signor Leblanc. Erano gli stessi capelli, lo stesso profilo, per quanto il berretto lo lasciava vedere, la stessa andatura, ma più triste. Ma perché quel vestito da operaio? Che voleva dire? Che significava quel travestimento? Mario ne fu molto stupito. Quando rinvenne dalla sorpresa, il suo primo pensiero fu di seguire quell'uomo: chi sa se finalmente non aveva la traccia che cercava?

In ogni modo, occorreva rivedere l'uomo da vicino e spiegare l'enigma. Ma l'idea gli venne troppo tardi; l'uomo era già scomparso. Forse aveva preso qualche vicolo laterale, e Mario non poté ritrovarlo. Quell'incontro lo preoccupò per alcuni giorni, poi svanì. - Alla fine - pensò - si tratta probabilmente di una rassomiglianza.




2. UNA SCOPERTA


Mario aveva continuato ad abitare nella topaia Gorbeau, nella quale non badava a nessuno.

A dire il vero, a quell'epoca, in quella casa c'erano soltanto lui e quei Jondrette di cui aveva una volta pagato la pigione, senza aver mai del resto parlato né col padre né con la madre né con le figlie. Gli altri inquilini avevano sloggiato o erano morti, oppure erano stati espulsi per mancato pagamento.

Un giorno di quell'inverno, il sole fece capolino nel pomeriggio; ma era il due febbraio, quel vecchio giorno della Candelora, il cui sole traditore, precursore di un freddo di sei settimane, ha ispirato a Matteo Laensberg questi due versi rimasti giustamente classici:

"Se fa nuvolo o sereno l'orso torna alla sua tana".

Mario uscì dalla topaia quando già cominciava ad annottare. Era l'ora d'andare a pranzo; infatti aveva pur dovuto riprendere, ahimè! l'abitudine del desinare. O debolezze delle passioni ideali!

Oltrepassò la soglia della porta, che mamma Bougon spazzava in quel momento pronunciando questo memorabile monologo:

- Cosa c'è adesso a buon mercato? tutto è caro. Soltanto la fatica dei poveretti è a buon mercato; non vale nulla la fatica dei poveretti!

Mario risaliva, a passi lenti, il boulevard verso la barriera, per giungere in via San Giacomo. Camminava pensoso e a capo chino.

D'improvviso, nella nebbia, si sentì urtare nel gomito. Si volse, e vide due ragazze cenciose, una alta e sottile, l'altra un po' meno grande, che passavano rapidamente, ansanti, spaventate, come se fuggissero. Andavano in senso contrario al suo, e non avendolo veduto nel passargli accanto, l'avevano urtato. Alla luce del crepuscolo Mario poté distinguere i volti lividi, le teste scapigliate, i capelli al vento, le cuffiette sporche, le gonnelle lacere e i piedi nudi. Parlavano correndo, e la più grande diceva a voce bassa:

- Sono venuti i "cognes" e poco è mancato che non mi pizzicassero là, alla rotonda.

L'altra rispose: - Li ho visti, e ho galoppato, galoppato, galoppato!

Attraverso quel sinistro gergo, Mario capì che per poco i gendarmi o le guardie di polizia non avevano acchiappato le due ragazze, che erano fuggite.

Si immersero tra gli alberi del boulevard formando per qualche momento nell'oscurità una specie di biancore confuso che subito svanì.

Mario s'era fermato un momento. Stava per proseguire, quando scorse per terra, ai suoi piedi, un piccolo involto grigiastro. Si chinò a raccoglierlo: era una specie di busta che pareva contenesse delle carte. - Buono! - disse tra sé - l'avranno lasciato cadere quelle disgraziate!

Tornò indietro, chiamò, ma non le trovò più: pensò allora che fossero già lontane; si mise il pacchetto in tasca e se ne andò a pranzo.

Strada facendo, in uno dei viali della via Mouffetard vide una bara di bimbo coperta d'un panno nero, posata su tre sedie e rischiarata da una candela; e gli tornarono in mente le due ragazze del crepuscolo.

- Povere madri! - pensò. - C'è qualcosa di peggio del vedere morire i figli, ed è vederli vivere malamente.

Poi quelle ombre, che distraevano la sua tristezza, gli uscirono di mente, e ricadde nelle consuete preoccupazioni, rimettendosi a pensare ai suoi sei mesi di amore e di felicità, all'aria aperta e in piena luce, sotto i begli alberi del Lussemburgo.

Com'è diventata buia la mia vita! - pensava. - Anche adesso mi appaiono le fanciulle; se non che prima erano angeli, ora sono streghe.




3. QUADRIFRONS


La sera, spogliandosi per andare a letto, si trovò sotto le mani, nella tasca dell'abito, l'involto che aveva raccolto sul boulevard e che aveva dimenticato. Pensò che conveniva aprirlo, perché il pacchetto conteneva forse l'indirizzo di quelle ragazze, se realmente apparteneva a loro e, in ogni modo, le indicazioni necessarie per restituirlo a chi lo aveva perduto.

Aprì la busta.

Non era suggellata e conteneva quattro lettere ugualmente aperte.

C'erano gli indirizzi.

Tutte e quattro mandavano un'orribile puzza di tabacco.

La prima lettera era diretta: "Alla signora marchesa di Grucheray, piazza dirimpetto alla Camera dei deputati, numero... ". Mario pensò che probabilmente vi avrebbe trovato le indicazioni che cercava, e che d'altronde la lettera, non essendo chiusa, la si poteva leggere senza inconvenienti.

Era concepita così:

"Signora marchesa, La virtù della clemenza e della pietà è quella che unisce più strettamente la società. Aprite il vostro sentimento cristiano e date uno sguardo di compassione a questo sfortunato spagnuolo vittima del lealismo e dell'attaccamento alla causa sacra del legittimismo, che egli a pagato col suo sangue, consacrando i suoi beni per difendere questa causa, e oggi si trova nella più grande miseria.

Egli non dubita che la vostra onorabile persona gli accorderà un soccorso per conservare un'esistenza estremamente penosa per un militare d'educazione e d'onore, pieno di ferite. Calcola sin d'ora sull'umanità che vi anima, e sull'interesse che la signora marchesa nutre per una nazione così sfortunata. La loro preghiera non sarà in vano, e la loro riconoscenza conserverà il suo grazioso ricordo.

I miei sentimenti rispettosi, con i quali ho l'onore d'essere, Signora, DON ALVAREZ capitano spagnuolo di cavalleria, legittimista rifugiato in Francia che si trova in viaggio per la sua patria e gli mancano i mezzi per continuare il suo viaggio".

Alla firma non era aggiunto nessun indirizzo. Mario sperò di trovarlo nella seconda lettera, che portava per soprascritta:

"Alla signora contessa di Montvernet, via Cassette, numero 9".

Ecco che cosa vi lesse:

"Signora contessa, E' una sfortunata madre di famiglia di sei figli di cui l'ultimo ha soltanto otto mesi. Io ammalata dopo il mio ultimo parto, abbandonata da mio marito da cinque mesi, non ho alcuna risorsa al mondo nella più orribile indigenza.

Nella speranza della signora contessa, essa ha l'onore di essere, signora, con un profondo rispetto, BALIZARD".

Mario passò alla terza lettera, che era una supplica come le precedenti, e diceva:

"Signor Pabourgeot, elettore, negoziante di berretti all'ingrosso, via San Dionigi, sull'angolo della via ai Fers.

Mi permetto di mandarvi questa lettera per pregarvi di accordarmi il favore prezioso delle vostre simpatie e d'interessarvi a un uomo di lettere che a presentato un dramma al Teatro Francese.

L'argomento è storico, e l'azione accade nell'Alvernia ai tempi dell'impero; lo stile ne è naturale, credo, laconico e può avere qualche merito.

Vi sono in quattro punti delle strofette da cantare. Il comico, il serio e l'imprevisto si uniscono alla varietà dei caratteri e a una tinta di romanticismo sparsa leggermente in tutto l'intreccio che cammina misteriosamente, e va, con peripezie impressionanti, a svilupparsi fra parecchi colpi di scena strepitosi.

Il mio scopo principale è di soddisfare il desiderio che anima progressivamente l'uomo del nostro secolo, vale a dire la moda, questa capricciosa e bizzarra banderuola che cambia quasi a ogni nuovo vento.

Malgrado queste qualità ho motivo di temere che la gelosia, l'egoismo degli autori privilegiati ottenga la mia esclusione dal teatro, giacché non ignoro di quali amarezze sono abbeverati i nuovi scrittori.

Signor Pabourgeot, la vostra giusta fama di protettore illuminato dei letterati m'incoraggia a mandarvi mia figlia, che vi esporrà la nostra posizione indigente, mancando di pane e di fuoco in questa stagione d'inverno. Dirvi che vi prego d'accettare l'omaggio che desidero farvi del mio dramma e di tutti quelli che farò, è un provarvi quanto ambisco l'onore di ripararmi sotto la vostra egida, e d'ornare i miei scritti col vostro nome. Se vi degnate onorarmi della più modesta offerta, m'occuperò subito a comporre una poesia per pagarvi il mio tributo di riconoscenza.

Questa poesia che cercherò di rendere perfetta per quanto mi sarà possibile vi sarà spedita prima d'essere inserita in principio del dramma e recitata sulla scena.

Al Signore e alla Signora Pabourgeot I miei più rispettosi omaggi.

GENFLOT, letterato.

P. S. Non fossero che quaranta soldi.

Perdonatemi se mando mia figlia e non mi presento in persona, ma dei tristi motivi di toleta non mi permettono, ahimè di uscire...".

Mario aprì finalmente la quarta lettera, che portava questo indirizzo: "Al signore benefico della chiesa di San Giacomo d'Altopasso", e conteneva le linee seguenti:

"Uomo benefico, Se vi degnate accompagnare mia figlia, vedrete una calamità miserabile, e vi mostrerò i miei certificati.

All'aspetto di questi scritti la vostra anima generosa sarà commossa da un sentimento di sensibile benevolenza, perché i veri filosofi provano sempre delle vive emozioni.

Convenite, uomo compassionevole, che bisogna provare la più crudele ristrettezza, e che è cosa assai dolorosa, per ottenere qualche sollievo, il farlo attestare dall'autorità come se non fossimo liberi di soffrire e di morire d'inedia aspettando chi soccorra la nostra miseria. I destini sono molto fatale per taluno e troppo prodigo o troppo protettore per altri.

Aspetto la vostra presenza o la vostra offerta, se vi degniate di farla, e vi prego di voler gradire i rispettosi sentimenti coi quali m'onoro d'essere, uomo veramente magnanimo, vostro umilissimo ed obbedientissimo servitore P. FABANTOU, artista drammatico".

Dopo la lettura di queste quattro lettere, Mario ne sapeva quanto prima. Innanzi tutto nessuno dei firmatari dava il proprio indirizzo. Poi pareva che provenissero da quattro diverse persone, don Alvarez, la Balizard, il poeta Genflot e l'artista drammatico Fabantou; ma avevano questo di strano che erano scritte tutt'e quattro con la stessa scrittura.

Che si poteva dedurne, se non che provenivano dalla medesima persona?

Inoltre, cosa che rendeva più verosimile la congettura, erano scritte tutt'e quattro sulla stessa cartaccia ingiallita dal tempo, mandavano tutte lo stesso odore di tabacco, e, benché si fosse evidentemente cercato di variare lo stile, gli stessi errori di ortografia vi si ripetevano con una tranquilla precisione, e il letterato Genflot non ne andava più immune del capitano spagnolo.

Era fatica inutile sforzarsi di sciogliere quel piccolo mistero; se non fossero state carte trovate a caso, c'era da credere a una mistificazione, e Mario era troppo triste per prendere in buona parte uno scherzo del caso e prestarsi al gioco che pareva volesse fare con lui il lastrico della via. Gli pareva di fare a mosca cieca con quelle quattro lettere che si beffavano di lui.

Nulla d'altronde dimostrava che quelle lettere appartenessero alle giovinette incontrate sul boulevard: in definitiva erano cartacce senza valore.

Le rimise nella busta, le gettò in un angolo e si coricò.

Verso le sette del mattino, levatosi e fatta colazione, stava per porsi al lavoro, quando udì bussare leggermente all'uscio.

Non possedendo nulla, non chiudeva mai a chiave tranne qualche volta e molto di rado, che aveva un lavoro urgente. Del resto, anche quando usciva lasciava sempre la chiave nella toppa.

- Vi deruberanno - gli diceva mamma Bougon.

- Di che cosa? - rispondeva Mario.

Fatto sta che una volta gli rubarono un vecchio paio di scarpe, con grande giubilo della Bougon.

Bussarono una seconda volta; leggermente come la prima.

- Entrate! - disse Mario.

L'uscio si aprì.

- Che volete, mamma Bougon? - riprese Mario senza alzare gli occhi dai libri e dai manoscritti che teneva sulla tavola. Una voce, che non era quella di mamma Bougon, rispose:

- Perdonate, signore...

Era una voce sorda, fessa, strozzata, stridula, una voce da vecchio, arrochita dall'acquavite e dai liquori forti.

Mario si volse con preoccupazione e vide una ragazza.




4. UNA ROSA NELLA MISERIA


Una ragazza assai giovane stava ritta tra la porta socchiusa.

L'abbaino, dal quale veniva la luce, era proprio di fronte all'uscio, e illuminava quella figura d'una luce livida. Era una creatura sparuta, macilenta, scarna, con nulla più della camicia e della gonnella su una nudità rabbrividente e gelida. Per cintura uno spago, e un altro per i capelli; due scapole aguzze che uscivano dalla camicia, un pallore biondo e linfatico, le clavicole terree, le mani rosse, la bocca semiaperta e sformata dai denti mancanti, l'occhio smorto, ardito e basso, le forme d'una fanciulla non ben sviluppata e lo sguardo d'una vecchia corrotta; cinquant'anni uniti ai quindici; una di quelle creature, che sono in pari tempo deboli e orribili, che fanno fremere se non fanno piangere.

Mario s'era alzato e guardava alquanto stupito quella creatura, simile alle ombre che attraversano i sogni. Quello che più faceva impressione, era il fatto che la fanciulla non pareva nata per esser brutta; anzi nell'infanzia doveva essere stata bella. La grazia dell'età lottava ancora contro la schifosa vecchiaia anticipata dalla scostumatezza e dalla miseria, e un resto di bellezza andava morendo su quel viso di sedici anni, come il pallido sole che si spegne sotto orride nubi all'alba d'una giornata invernale.

Quel volto non era completamente ignoto a Mario, gli sembrava di averlo già visto altrove.

- Che volete, signorina? - chiese.

La fanciulla rispose con la sua voce da galeotto ubriaco:

- Ho una lettera per voi, signor Mario.

Lo chiamava per nome. Dunque non c'era dubbio che cercasse di lui; ma chi era quella ragazza, e come faceva a conoscere il suo nome?

Entrò senza aspettare il permesso. Entrò risoluta, guardando, con una specie di sicurezza che faceva male al cuore tutta la camera e il letto disfatto. Aveva i piedi nudi, alcuni larghi strappi alla gonnella lasciavano vedere le lunghe gambe e le magre ginocchia.

Tremava dal freddo.

Teneva in mano una lettera che consegnò a Mario. Questi nell'aprirla notò che l'ostia, larga ed enorme, era ancora bagnata; il messaggio dunque non poteva venire di molto lontano.

Lesse:

"Mio amabile vicino, giovinotto!

Ho saputo della vostra bontà per me e che avete pagato la mia pigione sei mesi fa. Vi benedico, giovinotto. La maggiore delle mie figlie vi dirà che siamo senza un pezzo di pane da due giorni, quattro persone, e la mia consorte ammalata. Se non m'inganno nel mio pensiero credo dover sperare che il vostro cuore generoso s'umanizzerà a questa esposizione, e vi soggiocherà il desiderio d'essermi propizio degnandovi prodigarmi un leggiero beneficio.

Sono cola distinta considerazione che si deve ai benefattori delI'umanità, JONDRETTE.

P. S. Caro signor Mario, mia figlia aspetterà i vostri ordini".

Questa lettera, in mezzo alla confusa avventura che preoccupava Mario dalla sera precedente, fu una candela in un sotterraneo.

Tutto si illuminò d'un tratto.

La lettera proveniva dalla stessa persona. Era la stessa scrittura, uguali lo stile, l'ortografia, la carta e il fetore di tabacco.

Erano cinque lettere, cinque storie, cinque nomi, cinque firme, e un solo firmatario. Il capitano spagnolo don Alvarez, l'infelice mamma Balizard, il poeta drammatico Genflot e il vecchio comico Fabantou si chiamavano tutti e quattro Jondrette, se pure Jondrette stesso si chiamava Jondrette.

Benché Mario abitasse nella topaia da molto tempo, aveva avuto, l'abbiamo già detto, rarissime occasioni di vedere, anzi d'intravedere quel suo infimo vicinato. Aveva la mente altrove, e dove è la mente è lo sguardo. Aveva dovuto, più d'una volta, incontrare i Jondrette nel corridoio o per la scala; ma erano per lui come ombre fugaci, alle quali aveva prestato così scarsa attenzione, che la sera avanti aveva urtato sul boulevard le due ragazze Jondrette senza riconoscerle; evidentemente erano loro, e a stento quella entrata nella sua camera aveva svegliato in lui, attraverso il disgusto e la pietà, un confuso ricordo di averla incontrata altrove.

Ora vedeva tutto chiaramente; capiva che il suo vicino Jondrette, nella sua miseria, s'era dato all'industria di sfruttare la carità delle persone benefiche; che si procurava degli indirizzi, e scriveva, con finti nomi, a persone che supponeva ricche e pietose, delle lettere che faceva recapitare dalle proprie figlie, a loro rischio e pericolo. Infatti quel padre era arrivato a tal punto da esporre le proprie figliole; giocava col destino, e le metteva nel gioco. Giudicando dalla loro fuga del giorno avanti, dal loro respiro affannoso, dal loro terrore e dalle parole in gergo che aveva udito, Mario comprendeva che, probabilmente, quelle sventurate esercitavano chi sa quali altri mestieri, e che da tutto questo, in mezzo alla società umana così com'è fatta, erano venute fuori due miserabili creature, che non erano né bambine né giovinette né donne, ma una specie di mostri impuri e innocenti, fungati dalla miseria.

Tristi creature senza nome, senza età, senza sesso, per le quali non è più possibile né il bene né il male, e che all'uscire dall'infanzia non hanno più nulla al mondo, né libertà, né virtù, né responsabilità. Anime sbocciate ieri ma oggi appassite, simili ai fiori che cadono nelle vie e che tutte le pillacchere sciupano, in attesa che una ruota li schiacci.

Intanto, mentre Mario fissava sulla giovinetta uno sguardo stupito e addolorato, questa passeggiava su e giù per la stanzetta con un'audacia da spettro, e si dimenava senza preoccuparsi della propria nudità: ogni tanto, la camicia slacciata e lacera le ricadeva fin quasi alla cintura.

Muoveva le sedie, spostava gli oggetti da toletta posti sul canterano, toccava gli abiti di Mario e frugava negli angoli.

- Toh! - disse. - Avete uno specchio!

Canterellava, come se fosse sola, pezzi di vaudevilles, ritornelli giocosi, che la sua voce gutturale e rauca rendeva lugubri. Da quell'arditezza trapelava un non so che di sforzato, d'inquieto e di umiliato. La sfrontatezza è una vergogna.

Non c'era niente di più triste che vederla dimenarsi e per così dire svolazzare nella camera, coi moti d'un uccello spaventato dalla luce o che abbia un'ala ferita. Si sentiva che in altre condizioni di educazione e di destino, il piglio disinvolto e gaio di quella fanciulla avrebbe potuto essere qualche cosa di dolce e di grazioso. Tra gli animali, la creatura nata per essere una colomba non si cambia mai in una strige: tra gli uomini questo non accade.

Mario, immerso nei suoi pensieri, la lasciava fare.

Essa si avvicinò alla tavola.

- Ah! - disse - dei libri!

Un lampo le balenò nell'occhio vitreo; poi, con un tono che esprimeva la contentezza di potere anche lei vantarsi di qualche cosa, contentezza a cui nessuna creatura umana è insensibile, riprese:

- Anch'io so leggere.

Prese il libro aperto sulla tavola e lesse abbastanza correttamente:

"... Il generale Baudlun ebbe ordine di assalire coi cinque battaglioni della sua brigata il castello d'Hougomont, che sta in mezzo alla pianura di Waterloo...".

- Ah Waterloo! So cos'è. Una volta c'è stata una battaglia; c'era mio padre. Mio padre ha prestato servizio nell'esercito. Siamo grandi bonapartisti, noi, sapete! Waterloo fu contro gli inglesi.

Posò il libro e, presa una penna, esclamò:

- E so anche scrivere!

Intinse la penna nell'inchiostro, e volgendosi a Mario:

- Volete vedere? Ecco, scriverò una frase così, per prova. E senza dargli il tempo di rispondere, scrisse su un foglio di carta bianca che stava in mezzo alla tavola:

"Ci sono i cognes".

Poi, gettando la penna:

- Non ci sono errori di ortografia, osservate. Abbiamo avuto un'educazione, mia sorella e io, e non siamo state sempre come adesso. Non eravamo nate per...

Qui s'interruppe, fissò la sua pupilla spenta su Mario, e scoppiò a ridere dicendo, con un accento che conteneva tutte le angosce soffocate da tutti i cinismi: -Mah!

E si mise a canterellare su un allegro motivo queste parole:

"Papà, ho fame, niente da mangiare.

Mamma, ho freddo, niente vestiti.

Trema, Loletta!

Piangi, Giacomino!" Appena terminata la strofa, chiese:

- Non andate mai a teatro, signor Mario? Io sì. Ho un fratello più piccolo che è amico degli artisti e delle volte mi dà i biglietti.

Però, non mi piacciono i banchi della galleria: ci si sta stretti, ci si sta male; e delle volte c'è gente grossolana, e anche gente che puzza.

Quindi guardò Mario con un'aria strana, dicendogli:

- Sapete, signor Mario, che siete un bel giovane?

E venne a tutti e due lo stesso pensiero, che fece sorridere l'una e arrossire l'altro.

- Voi non vi curate di me, ma io, signor Mario, vi conosco. Vi incontro qui sulla scala, e poi vi vedo entrare da un tale chiamato papà Mabeuf, che sta dalla parte d'Austerlitz, quelle volte che vado a spasso di là. Vi stanno benissimo i capelli arruffati.

La sua voce cercava di essere dolce, ma riusciva solo a essere molto bassa. Buona parte delle parole si smarrivano nel passaggio dalla laringe alle labbra, come in un clavicembalo a cui manchino delle corde.

Mario indietreggiò piano piano.

- Signorina - disse con la sua fredda gravità. - Ho un involto che credo vi appartenga: permettetemi di restituirvelo. - E le porse la busta che conteneva le quattro lettere.

Essa batté le mani, esclamando:

- L'abbiamo cercata da per tutto.

Quindi afferrata la busta, l'aprì dicendo:

- Perbacco! l'abbiamo tanto cercata, mia sorella ed io! E l'avete trovata voi! Sul boulevard, vero? E' stato sul boulevard? Certo, è caduta quando ci siamo messe a correre. Fu quella bambocciona di mia sorella a commettere la sciocchezza. Arrivate a casa, non la trovammo più, e, siccome non volevamo pigliare botte, perché sono inutili, del tutto inutili, assolutamente inutili, dicemmo che avevamo recapitato le lettere alle persone, e che queste ci avevano risposto "nix"! Eccole qua, le povere lettere! E da cosa vi siete accorto che erano mie? Ah! già, la scrittura! Eravate dunque voi che urtammo, passando ieri sera! Non ci si vedeva. Io chiesi a mia sorella: E' forse un signore? e lei mi rispose: Credo di sì.

Frattanto aveva aperto la supplica diretta: "al signore benefico della chiesa di San Giacomo d'Altopasso".

- Ah! - disse - è quella diretta al vecchio che va alla messa.

Appunto, è questa l'ora. Corro a portargliela, forse ci darà qualcosa per far colazione.

Poi si mise a ridere, aggiungendo:

- Sapete cosa avviene se oggi facciamo colazione? Avviene che avremo la colazione di ieri l'altro, il pranzo di ieri l'altro, la colazione di ieri, il pranzo di ieri, tutti in una volta stamattina. Toh! perbacco! e se non siete contenti, crepate cani!

Queste parole fecero ricordare a Mario quello che la disgraziata era andata a cercare da lui.

Frugò nel taschino e non trovò niente.

La fanciulla continuava e sembrava parlare senza aver coscienza della presenza di Mario:

- Talvolta, la sera, me ne vado e non torno a casa. Nell'inverno passato, prima d'abitare qui, dimoravo sotto le arcate dei ponti:

ci stringevamo l'una all'altra per non gelare. Mia sorella più piccola piangeva. Com'è triste l'acqua! Quando pensavo ad annegarmi, dicevo: No, è troppo fredda. Me ne vado da sola quando voglio, e delle volte dormo nei fossati. Quando cammino sul boulevard, sapete, di notte, vedo gli alberi che paiono forche, le case nere nere, grosse come le torri di Notre-Dame, mi pare che i muri bianchi siano i fiumi e dico tra me: Ecco l'acqua! Le stelle mi sembrano fanali illuminati, si direbbe che fumino e che il vento le spenga; rimango sbalordita, come se avessi dei cavalli che mi soffino nell'orecchio, e quantunque sia notte, mi pare d'udire il suono degli organini, lo stridio dei filatoi, e che so io. Mi sembra che mi scagliano dei sassi, fuggo senza sapere perché, e tutto gira, tutto gira. E' una cosa curiosa, quando si ha lo stomaco vuoto.

E lo guardò con aria smarrita.

Dopo un lungo ricercare e rovistare nelle tasche, Mario era riuscito a mettere insieme cinque franchi e sedici soldi, che in quel momento formavano tutta la sua ricchezza.

- Ecco assicurato il mio pranzo d'oggi - pensò tra sé. - Poi per domani provvederemo. - E rintascati i sedici soldi, diede alla fanciulla i cinque franchi.

Lei prese il denaro, dicendo:

- Bene! C'è il sole!

E come se il sole avesse avuto la proprietà di provocare nel suo cervello una valanga di gergo furbesco, prosegui:

- Cinque franchi! che bello! un monarca! è una cosa magnifica!

siete un buon ragazzo! Vi dò tutto il mio cuore! Bravo, viva l'allegria! Due giorni di cuccagna! E la carne! e il companatico!

si mangerà gagliardamente! e che bella allegria!

Si rialzò la camicia sulle spalle, fece prima un saluto profondo, poi un cenno familiare con la mano, e s'incamminò verso la porta dicendo:

- Buon giorno, signore. Fa lo stesso. Vado dal mio vecchio.

Nel passare, vide sul canterano una crosta di pane disseccata che ammuffiva nella polvere; l'afferrò e l'addentò.

E' buono! è duro! mi rompe i denti!




5. LO SPIONCINO DELLA PROVVIDENZA.


Da cinque anni, Mario viveva nella povertà, nelle privazioni, spesso anche nell'angustia; ma notò che non aveva mai conosciuto la vera miseria.

La vera miseria, l'aveva vista un momento prima: era quella larva passata sotto i suoi occhi. Chi ha visto soltanto la miseria dell'uomo non ha visto nulla; bisogna vedere quella della donna; chi ha visto solo la miseria della donna non ha visto nulla; bisogna vedere quella del fanciullo.

Quando l'uomo è arrivato agli estremi, arriva in pari tempo alle ultime risorse. Guai allora agli esseri senza difesa che lo circondano! Il lavoro, il salario, il pane, il coraggio e la buona volontà, tutto gli viene meno insieme. La luce del giorno pare che si spenga di fuori, e la luce morale si spegne di dentro; in quelle ombre, l'uomo incontra la debolezza della donna e del fanciullo e le piega violentemente all'ignominia.

Allora tutti gli orrori diventano possibili. La disperazione è circondata da fragili siepi, al di là delle quali stanno il vizio e il delitto. La salute, la gioventù, l'onore, le sante e selvagge delicatezze della carne ancor fresca, il cuore, la verginità, quell'epidermide dell'anima che è il pudore sono sinistramente maneggiati da quel brancolamento in cerca di risorse, che incontra l'obbrobrio e vi si adatta. Padri, madri, figli, fratelli, sorelle, uomini, donne, fanciulle si riuniscono, quasi si aggregano, come una formazione minerale, in quella nebbiosa promiscuità di sessi, di parentele, di età, d'infamie e d'innocenze. Si aggomitolano, addossati gli uni agli altri in una specie di destino-catapecchia, e si guardano tra loro malinconici.

Sventurati! Come sono pallidi! come sentono freddo! Pare che vivano in un pianeta assai più lontano del nostro dal sole.

Quella ragazza fu per Mario come una messaggera delle tenebre. Gli rivelò tutto un aspetto orribile della notte.

Il giovane quasi si rimproverò le preoccupazioni di sogno e di passione, che gli avevano impedito fino a quel giorno di gettare uno sguardo sui suoi vicini. L'aver pagato la loro pigione era stato un atto macchinale, che chiunque altro avrebbe compiuto, mentre lui avrebbe dovuto fare di meglio. E che? Un semplice muro lo divideva da quelle creature abbandonate, che vivevano brancolando nella notte, separate dagli altri viventi; egli le rasentava, era quasi l'ultimo anello della catena umana che esse toccavano, le sentiva vivere o piuttosto rantolare al suo fianco, e non ci badava! Ogni giorno, momento per momento, attraverso la parete, le sentiva muovere, andare, venire, parlare, e non le ascoltava! in quelle parole c'erano dei gemiti, ed egli non li udiva neppure! Il suo pensiero era altrove, dietro ai sogni, a splendori impossibili, ad amori aerei, a follie; e intanto quelle creature umane, suoi fratelli in Cristo, suoi fratelli nel popolo, gli agonizzavano accanto! agonizzavano invano! Anzi, egli contribuiva ad aggravare la loro sventura; perché se avessero avuto un altro vicino, un vicino meno chimerico e più sollecito, un uomo ordinario e caritatevole, evidentemente la loro indigenza sarebbe stata osservata, i loro segnali di pericolo sarebbero stati scorti, e forse già da lungo tempo sarebbero stati raccolti e salvati! Certo, gli parevano molto depravati, corrotti, avviliti e persino odiosi; ma ben pochi sono quelli che cadono senza degradarsi; e d'altronde c'è un punto in cui gli sventurati e gli infami si mescolano e si confondono in una sola parola, parola fatale: i miserabili. Di chi la colpa? E poi, la carità non dev'essere tanto più grande quanto più profonda è la caduta?

Mentre si faceva questo sermone, perché c'erano dei casi in cui Mario, come tutti i cuori veramente onesti, era il pedagogo di se stesso e si faceva più rimproveri che non meritasse, egli esaminava il muro che lo divideva dai Jondrette, come se avesse potuto far passare il suo sguardo pieno di commiserazione attraverso quella parete e mandarlo a riscaldare quegli sciagurati. La parete era formata da un sottile strato di gesso su assicelle e correnti, che, come abbiamo detto, lasciava distinguere perfettamente le parole e le voci. Ci voleva un sognatore come Mario per non essersene ancora accorto.

Niente carta incollata al muro, né dalla parte dei Jondrette né da quella di Mario; se ne vedeva a nudo la rozza costruzione. Senza quasi averne coscienza, il giovane esaminava quel tramezzo.

Talvolta fantasticando si esamina, si osserva e si scruta come si farebbe pensando. A un tratto si alzò: aveva notato in alto, presso il soffitto, un foro triangolare risultante da tre assicelle che lasciavano un vuoto tra loro. Il gesso che avrebbe dovuto otturare quel vuoto era caduto e, salendo sul canterano, attraverso quell'apertura, si poteva guardare nella stamberga dei Jondrette. La commiserazione ha e deve avere la sua curiosità:

quel buco era una specie di spioncino. E' lecito spiare la sventura per soccorrerla.

- Vediamo che gente sono - pensò Mario - e a che punto si trovano!

Salì sul cassettone, avvicinò l'occhio alla fessura e guardò.




6. L'UOMO BELVA NEL COVO


Le città, come le foreste, hanno i loro antri, in cui si nasconde quanto hanno di peggio e di più temibile. Se non che, gli esseri che in tal modo si nascondono nelle città sono feroci, immondi e piccoli, vale a dire brutti, mentre quelli che si nascondono nei boschi sono feroci, selvaggi e grandi, vale a dire belli. Covo per covo, quelli delle belve sono da preferirsi a quelli degli uomini.

Le caverne valgono più delle stamberghe.

Quella che Mario vedeva era una stamberga.

Mario era povero e la sua camera era meschina, però come la sua povertà era dignitosa, così la sua topaia era pulita. Invece la stamberga, in cui in quel momento affondava il suo sguardo, era abietta, sporca, fetida, infetta, tenebrosa, sordida. Gli unici mobili erano una sedia di paglia, una tavola sconnessa, pochi vecchi cocci, e nei due angoli due giacigli indescrivibili; la luce vi penetrava soltanto da un abbaino con quattro vetri, coperti di ragnatele. Ci penetrava tanta luce quanta basta a fare apparire come uno spettro il volto d'un uomo. Le pareti avevano un aspetto lebbroso, ed erano coperte di rappezzi e di cicatrici, come un viso sfigurato da un'orribile malattia. Ne gocciolava un'umidità cisposa, e si distinguevano dei disegni osceni tratteggiati rozzamente col carbone.

La camera di Mario aveva un pavimento di mattoni rovinati, l'altra invece non aveva né ammattonato né tavolato, e si camminava su uno strato di calce diventato nero per il calpestio. Sul suolo ineguale, dove la polvere s'era quasi incrostata, e che aveva una sola verginità, quella della scopa,si aggruppavano capricciosamente delle costellazioni di vecchie paia di scarpe, di ciabatte e di orribili cenci. Però quella camera possedeva un camino; motivo per cui l'appigionavano per quaranta franchi all'anno. E in quel focolare c'era un po' di tutto: un fornello, una marmitta, delle assi in pezzi, degli stracci appesi ai chiodi, una gabbia per uccelli, della cenere, e anche un po' di fuoco; due tizzoni vi fumavano tristemente.

La vastità di quella stamberga ne accresceva l'orrore: c'erano sporgenze, spigoli, buchi neri, seni e promontori; ne risultavano orribili cantucci insondabili, nei quali pareva dovessero rannicchiarsi dei ragni grossi come un pugno, dei millepiedi larghi come un piede e fors'anche chi sa che mostruosi esseri umani.

Uno dei giacigli era presso la porta, l'altro presso la finestra:

tutti e due arrivavano con un'estremità fino al camino, di fronte a Mario.

In un angolo vicino al foro da cui Mario guardava, pendeva dalla parete, in una cornice di legno nero, un'incisione colorata, sotto la quale era scritto in grosse lettere: "Il sogno". Rappresentava una donna che dormiva con un fanciullo addormentato sulle ginocchia, un'aquila in una nube, con nel becco una corona, e la donna allontanava la corona dal capo del fanciullo ma senza svegliarsi. In fondo Napoleone, in una raggiera, stava appoggiato a una colonna di color turchino carico col capitello giallo, ornata di questa iscrizione:

Maringo Austerlitz Iena Wagramme Elot.

Sotto la cornice una specie di pannello oblungo di legno era posato a terra e inclinato verso il muro; pareva un quadro voltato in dentro, probabilmente un'intelaiatura scarabocchiata o un'impannata staccata dal muro e dimenticata là in attesa di essere riattaccata.

Accanto alla tavola, sulla quale Mario scorgeva una penna un calamaio e della carta, era seduto un uomo di circa sessant'anni, piccolo, magro, livido, torvo, la faccia astuta, crudele e inquieta; uno schifoso briccone.

Lavater, se avesse esaminato quel volto, vi avrebbe trovato frammischiati l'avvoltoio e il leguleio, l'uccello di rapina e l'uomo azzeccagarbugli che s'imbruttivano e si completavano a vicenda: il leguleio che rende ignobile l'uccello rapace, e questo che rende orribile il leguleio.

Quell'uomo aveva una lunga barba grigia, e indossava una camicia da donna, che lasciava vedere il petto villoso e le braccia irte di peli grigi; sotto la camicia, si notava un paio di calzoni pieni di patacche e le scarpe da cui uscivano le dita dei piedi.

Teneva la pipa in bocca e fumava; non c'era più pane nella stamberga, ma c'era tabacco.

Scriveva, probabilmente qualche lettera come quella che Mario aveva letto.

Sopra un angolo della tavola stava un vecchio libro rossastro scompaginato, che, dal formato, l'antico dodicesimo in uso nelle sale di lettura, faceva capire che si trattava di un romanzo.

Sulla copertina si leggeva in grosse maiuscole questo titolo:

"Dio, il re, l'onore e le dame, di Ducray Duminil, 1814".

Mentre scriveva, l'uomo parlava ad alta voce, sicché Mario ne udiva le parole:

- Non c'è uguaglianza nemmeno dopo morte! Guardate un po' il Père- Lachaise! I grandi, i ricchi stanno in alto, nel viale delle acacie che è lastricato, e ci si può accedere in carrozza; i miseri, i poveri, gli sfortunati, eh sì! li cacciano in basso, dove il fango arriva alle ginocchia, nelle buche, nell'umidità. Li buttano là perché facciano più presto a imputridire! Non si può andarli a visitare, senza sprofondare nella melma.

Qui si arrestò, batté il pugno sulla tavola e soggiunse, digrignando i denti:

- Ah! mi mangerei il mondo!

Una donna molto grossa, che poteva avere indifferentemente quarant'anni o cento, stava accoccolata accanto al camino sui calcagni nudi.

Anche lei era vestita soltanto d'una camicia e di una gonnella di tela rappezzata con vecchio panno, nascosta per metà da un grembiale di grossa tela. Benché piegata e raggomitolata, si vedeva che era di statura molto alta, una specie di gigantessa in confronto al marito. Aveva orribili capelli rossicci e brizzolati, che rimuoveva di tanto in tanto con le sue enormi mani sporche dalle unghie piatte.

Vicino, posato a terra, aperto, c'era un volume del medesimo formato dell'altro e probabilmente dello stesso romanzo.

Sopra uno dei giacigli, Mario intravedeva seduta una specie di ragazzetta lunga e pallida, quasi nuda, e coi piedi penzoloni, che non dava segno né d'ascoltare, né di vedere, né di vivere.

Era certo la sorella minore di quella venuta da lui. Mostrava undici o dodici anni, ma esaminandola attentamente si capiva che ne aveva non meno di quindici. Era la ragazza che la sera prima sul boulevard diceva: - Ho galoppato, galoppato, galoppato!

Apparteneva a quella natura stentata, che rimane a lungo in ritardo, e poi si sviluppa rapidamente e all'improvviso.

L'indigenza produce queste tristi piante umane: creature che non hanno né infanzia né adolescenza, che a quindici anni ne mostrano dodici, e a sedici pare che ne abbiano venti, oggi ragazzine, domani donne. Si direbbe che percorrono la vita a lunghi passi, per farla più presto. In quel momento, quella creatura aveva l'aspetto di una bambina.

Nella stamberga non si notava alcun lavoro, non un telaio, non un filatoio, non un arnese qualunque; in un angolo pochi ferri vecchi di dubbio aspetto. C'era quella cupa pigrizia che tien dietro alla disperazione e precede l'agonia.

Mario restò qualche tempo a considerare quel lugubre interno, più spaventoso di quello d'una tomba, perché vi si sentiva muovere l'anima umana e palpitare la vita.

La stamberga, la cantina, il sotterraneo dove certi poveri strisciano nella parte più bassa dell'edificio sociale, non sono precisamente il sepolcro, ma ne sono l'anticamera; e al pari di certi ricchi che sfoggiano le maggiori magnificenze nell'atrio del loro palazzo, pare che la morte, la quale è lì accanto, esponga in quella anticamera le sue più grandi miserie.

L'uomo taceva, la donna non parlava, la fanciulla pareva non respirasse; si sentiva soltanto il raspar della penna sulla carta.

L'uomo borbottò, senza smettere di scrivere: - Canaglia, canaglia, sono tutti canaglie!

Questa variante all'epifonema di Salomone strappò un sospiro alla donna.

- Piccolo mio, calmati - disse. - Non farti cattivo sangue, caro.

Sei troppo buono, marito mio, a scrivere a tutta quella gente!

Nella miseria, i corpi si stringono gli uni agli altri, come quando fa freddo, ma i cuori si allontanano. Stando alle apparenze, quella donna aveva dovuto amare quell'uomo con tutta la capacità d'amare che era in lei; ma probabilmente l'amore s'era spento fra i rimproveri quotidiani e reciproci della spaventosa privazione che pesava su tutti. Dell'affetto per il marito non rimanevano in lei che le ceneri. Tuttavia, come spesso avviene, gli appellativi smorfiosi erano sopravvissuti, e lei diceva:

"Piccolo mio, caro, marito mio", eccetera, con la bocca, mentre il cuore taceva.

L'uomo s'era rimesso a scrivere.




7. STRATEGIA E TATTICA


Mario, col cuore oppresso, stava per scendere da quella specie d'osservatorio improvvisato, quando un rumore richiamò la sua attenzione e lo fece rimanere al suo posto.

La porta della stamberga si aprì con violenza e apparve sulla soglia la figlia maggiore.

Portava ai piedi due scarpacce da uomo imbrattate di fango, schizzato fin sulle rosse caviglie; era coperta d'un vecchio scialle a brandelli che Mario non le aveva visto un'ora prima e che lei probabilmente aveva deposto fuori l'uscio per ispirare maggior pietà, per poi riprenderlo all'uscita. Entrò, richiuse la porta, si fermò per riprendere fiato, perché tutta affannata, poi gridò con un'espressione di trionfo e di gioia:

- Viene!

Il padre volse gli occhi, la madre volse la testa, la sorella minore invece non si mosse.

- Chi? - chiese il padre.

- Il signore.

- Il filantropo?

- Sì.

- Della chiesa di San Giacomo?

- Sì.

- Quel vecchio?

- Sì.

- E viene?

- Mi segue.

- Ne sei sicura?

- Altro che!

- Viene, davvero?

- Viene in vettura.

- In vettura? Ma è un Rotschild!

Il padre si alzò.

- Come fai a esserne sicura? Se viene in carrozza, come hai potuto giungere prima di lui? Gli hai dato l'indirizzo esatto? gli hai detto che è l'ultima porta a destra in fondo al corridoio? Purché non si sbagli! L'hai dunque trovato in chiesa? ha letto la mia lettera? cosa t'ha detto?

- Ih, ih, ih! - rispose la figlia. - Come galoppi, vecchio mio!

Ecco: sono entrata in chiesa; l'ho trovato al suo solito posto, gli ho fatto la riverenza e gli ho consegnato la lettera. Egli l'ha letta e mi ha chiesto: Dove abitate, figliola mia? Io ho detto: Signore, vi condurrò io. No, ha risposto, datemi il vostro indirizzo; mia figlia ha delle spese da fare; prenderò una vettura e arriverò a casa vostra nello stesso tempo che ci sarete voi.

Allora gli ho dato l'indirizzo. Quando gli ho detto qual era la casa, mi è parso sorpreso ed esitante, poi ha detto: Fa lo stesso, verro! Terminata la messa, l'ho visto uscire di chiesa con la figlia e salire tutt'e due in vettura. Gli ho detto chiaramente che era l'ultimo uscio, a destra, in fondo al corridoio.

- E chi ti dice che verrà?

- Ho visto la vettura che arrivava dalla via del Petit-Banquier; per questo mi sono messa a correre.

- Come fai a sapere che è la stessa vettura?

- Oh bella! ne avevo notato il numero: il 440.

- Bene, sei una ragazza intelligente.

La figlia guardò arditamente il padre, e mostrandogli le scarpe che portava ai piedi:

- Una ragazza intelligente, è possibile; però vi dico che non metterò più queste scarpe, e che non voglio più saperne, prima di tutto per la salute, e poi per la pulizia. Non c'è cosa più irritante delle suole inzuppate che fanno zi, zi, zi, per tutta la via. Preferisco andare a piedi nudi.

- Hai ragione! - rispose il padre con un tono di dolcezza che contrastava con l'asprezza della figlia. - Ma è stato perché non t'avrebbero lasciato entrare in chiesa, dove anche i poveri devono avere le scarpe. Non si va a piedi nudi in casa del buon Dio - aggiunse amaramente. Poi, ritornando all'oggetto che lo preoccupava: - Dunque sei sicura, ma proprio sicura che viene?

- L'ho quasi alle calcagna - rispose la fanciulla.

L'uomo si rizzò in piedi, col volto, per così dire, illuminato.

- Moglie! - esclamò.. - Hai sentito? Viene il filantropo. Spegni il fuoco.

La donna attonita non si mosse.

Allora, egli, con l'abilità d'un saltimbanco, afferrò un orcio slabbrato che stava sul camino e gettò l'acqua sui tizzoni.

Poi volgendosi alla figlia minore:

- Tu, spaglia la sedia!

La fanciulla non capiva.

Egli afferrò la sedia, e con un colpo di tacco, facendovi passare la gamba dentro, ne fece una sedia spagliata.

Mentre ritirava la gamba, chiese alla fanciulla:

- Fa freddo?

- Freddissimo, nevica.

Il padre allora, volgendosi alla figlia minore che era sul letto vicino alla finestra, le gridò con voce tonante:

- Presto! giù dal letto, fannullona! Stai sempre lì a far niente!

Rompi un vetro!

La fanciulla saltò giù dal letto, tremando.

- Rompi un vetro! - ripeté.

Ma l'altra rimaneva perplessa.

- Capisci? - ripeté il padre. -Ti dico di rompere un vetro!

La fanciulla, con una specie di obbedienza terrorizzata si rizzò sulla punta dei piedi e dette un pugno in un vetro, che si ruppe e cadde con grande fracasso.

- Bene! - disse il padre.

Era serio e aspro, e percorreva rapidamente con gli occhi tutti gli angoli della stamberga.

Pareva un generale che fa gli ultimi preparativi, al momento di attaccare battaglia.

La madre, che non aveva ancora detto una parola, si alzò e chiese con voce lenta e sorda, cui le parole pareva uscissero quasi congelate:

- Che vuoi fare, caro?

- Mettiti a letto - rispose l'uomo.

Il suo tono non ammetteva replica: la donna obbedì, buttandosi pesantemente su uno dei giacigli.

Frattanto si sentiva singhiozzare in un angolo.

- Cosa c'è? - gridò il padre.

La figlia minore, senza uscire dall'ombra in cui era rannicchiata, mostrò la mano insanguinata.

Rompendo il vetro, s'era ferita e se ne stava presso il giaciglio della madre piangendo in silenzio.

Allora la madre si alzò gridando:

- Lo vedi, le sciocchezze che fai! per rompere il vetro s'è tagliata la mano.

- Tanto meglio! - rispose. - Lo prevedevo.

- Come, tanto meglio? - ripeté la donna.

- Silenzio! - replicò il padre. - Sopprimo la libertà di parola.

Poi, lacerata la camicia della donna che indossava, ne strappò una striscia di tela con cui avvolse frettolosamente la mano insanguinata della fanciulla.

Quindi volgendo l'occhio soddisfatto alla camicia stracciata:

- E anche la camicia - disse. - Tutto questo fa buon effetto.

Un vento gelido fischiava attraverso il vetro rotto e invadeva la stanza; la nebbia di fuori vi entrava e vi si diffondeva come un'ovatta biancastra confusamente sfioccata da dita invisibili.

Dal vetro rotto si vedeva cadere la neve. Il freddo, promesso il giorno prima dal sole della candelora, era infatti venuto. Il padre girò uno sguardo intorno per assicurarsi di non aver dimenticato nulla. Prese una paletta e buttò della cenere sui tizzoni bagnati, in modo da nasconderli completamente.

Poi, rialzandosi ed appoggiandosi al camino:

Ora - disse - possiamo ricevere il filantropo.




8. UN RAGGIO NEL COVO


La figlia maggiore si avvicinò e posò la mano su quella del padre:

- Tocca, come sono fredda! - disse.

- Mah! - rispose il padre. - Ho molto più freddo io.

La madre gridò impetuosa:

- Hai sempre tutto più degli altri tu! Anche il male.

- A cuccia! - disse l'uomo. E le volse un'occhiata che la fece tacere.

Successe un momento di silenzio. La figlia maggiore ripuliva dal fango, con aria incurante, l'orlo dello scialle. La minore continuava a singhiozzare; la madre le aveva preso la testa fra le mani e la copriva di baci, dicendole sotto voce:

- Ti prego, tesoro, non sarà nulla, non piangere: se no fai arrabbiare tuo padre.

- No! - gridò costui. - Anzi, piangi, piangi pure! è cosa che fa bene.

Poi, rivolgendosi di nuovo alla maggiore:

- Ah! ma insomma, non viene! e se non venisse? avrei spento il fuoco, sfondato la seggiola, lacerato la camicia e spezzato il vetro per niente!

- E ferita la piccina - mormorò la madre.

- Sapete - riprese il padre - che fa un freddo cane in questa stamberga del diavolo? E se quello non venisse! Ecco, vedete, si fa aspettare; e intanto dice tra sé: Ebbene, mi aspetteranno!

stanno là per questo! Come odio e come strozzerei con piacere, con gioia, con entusiasmo, e con soddisfazione questi ricchi! tutti questi ricchi! questi pretesi uomini caritatevoli, che fanno i devoti, che vanno a messa, che se la fanno con la pretaglia, col chiericume, e si credono superiori a noi, e poi vengono a umiliarci, a portarci del pane e delle vesti, che sono stracci e non valgono quattro soldi! Non è questo che voglio io, masnada di canaglie, ma il denaro! Ah! denaro, mai! perché dicono che andremo a berlo, che siamo ubriaconi e fannulloni! Ed essi? che cosa sono essi? che sono stati a tempo loro? Tanti ladri; se no non si sarebbero arricchiti. Oh! bisognerebbe prendere la società per i quattro angoli della tovaglia e buttar tutto per aria. Si fracasserebbe tutto, può darsi, ma almeno rimarremmo tutti a mani vuote, e sarebbe già un bel guadagno! Ma cosa fa dunque quel grugno del tuo signore benefico? Verrà? Forse l'animale ha dimenticato l'indirizzo! Scommetto che quel vecchio bestione...

In quel momento s'udì battere un leggero colpo all'uscio: l'uomo vi si precipitò e l'aprì, esclamando, tra profondi saluti e adorabili sorrisi:

- Entrate, signore! degnatevi d'entrare, mio rispettabile benefattore, con la vostra graziosa signorina.

Un uomo maturo e una giovinetta apparvero sulla soglia della stamberga.

Mario era sempre al suo posto. La commozione, che provò in quel momento sfugge al linguaggio umano. Era lei.

Chiunque abbia amato, conosce tutti gli splendidi significati che si contengono nelle tre lettere di questa parola: lei.

Era proprio lei.

Mario la distingueva appena, attraverso il velo luminoso che s'era a un tratto diffuso sui suoi occhi.

Era quella la dolce creatura assente, l'astro che per sei mesi aveva brillato ai suoi sguardi, era quella pupilla, quella fronte, quella bocca, quel bel viso che aveva fatto le tenebre, scomparendo. La visione eclissata riappariva!

Riappariva in quell'ombra, in quella stamberga, in quel tugurio deforme, in quell'orrore!

Mario fremeva smarrito. Come! era lei! I battiti del cuore gli offuscavano la vista; sentiva scoppiare le lacrime. Come! la rivedeva finalmente dopo averla tanto a lungo cercata! Gli pareva d'aver perduto l'anima sua e di ritrovarla in quell'istante.

Era sempre la stessa, ma un po' pallida: il viso delicato era raccolto in un cappellino di velluto violaceo e la sua personcina era nascosta da un mantello di raso nero. Dalla lunga veste si vedevano spuntare gli stivaletti di seta. Era sempre accompagnata dal signor Leblanc.

Mosse pochi passi nella camera e depose sulla tavola un involto abbastanza grosso. La maggiore delle Jondrette, ritiratasi dietro l'uscio, guardava con occhio torvo quel cappello di velluto, quel mantello di seta e quel volto grazioso e felice.




9. JONDRETTE STA QUASI PER PIANGERE


La stamberga era tanto buia che a chi veniva di fuori pareva d'entrare in una cantina. Per questo, i nuovi arrivati avanzarono con qualche esitazione, intravedendo appena delle forme confuse, mentre erano perfettamente visti e squadrati dagli abitanti del luogo, abituati a quel crepuscolo.

Il signor Leblanc si avvicinò col suo sguardo buono e triste, e disse a Jondrette:

- Signore, in quell'involto troverete degli indumenti nuovi, delle calze e delle coperte di lana.

- Il nostro angelico benefattore ci colma di bontà - rispose Jondrette, chinandosi fino a terra. Poi, accostandosi all'orecchio della figlia maggiore, mentre i due visitatori esaminavano quel deplorevole tugurio, aggiunse rapidamente sotto voce:

- Eh! che ti dicevo? Cenci, e niente denaro. Sono tutti uguali! A proposito, come era firmata la lettera diretta a questo vecchio gaglioffo?

- Fabantou - rispose la figlia.

- Ah, l'artista drammatico!

E Jondrette fece bene a pensarci, perché in quello stesso momento il signor Leblanc si volgeva verso di lui e gli diceva come chi cerchi il nome:

- Vedo che siete proprio da compiangere, signor...

- Fabantou - rispose in fretta Jondrette.

- Signor Fabantou, sì, è vero mi ricordo.

- Artista drammatico, signore, e che ha avuto non pochi successi...

E qui Jondrette credette giunto il momento d'accaparrarsi il "filantropo" con un suono di voce che aveva l'enfasi del ciarlatano da fiera e l'umiltà del mendicante di strada maestra:- Allievo di Talma! signore! io sono allievo di Talma! In altri tempi, la fortuna mi ha sorriso. Ohimé! ora è la volta della sventura. Guardate, benefattore, né pane né fuoco. Le mie povere piccine non hanno fuoco! L'unica sedia è sfondata! Un vetro rotto!

con questo tempaccio! E la mia consorte a letto malata!

- Povera donna! - disse il signor Leblanc.

- Mia figlia ferita! - aggiunse Jondrette.

La fanciulla, distratta dall'arrivo di quegli estranei, se ne stava contemplando la "signorina" e aveva smesso di piangere.

- Piangi, su! strilla, su! - le disse sottovoce Jondrette. E in pari tempo le pizzicò la mano malata: tutto questo con la maestria di un giocoliere.

La figlia gettò alte grida.

L'adorabile giovinetta, che Mario in cuor suo chiamava la sua "Ughetta", le si avvicinò premurosamente:

- Povera cara! - disse.

- Osservate, mia bella signorina - proseguì Jondrette - come la sua mano è insanguinata! E' stato un accidente capitato mente lavorava in un filatoio a macchina, per guadagnare sei soldi al giorno. Sarà forse necessario amputarle il braccio!

- Davvero! - esclamò il vecchio signore allarmato.

La ragazzetta, prendendo sul serio quelle parole si mise a singhiozzare con più forza.

- Ahimè! sì, mio benefattore - rispose il padre.

Da qualche momento Jondrette osservava "il filantropo", immoto, bizzarro: pur continuando a parlare, sembrava lo scrutasse attentamente, come se cercasse di raccogliere i suoi ricordi. A un tratto, profittando del momento in cui i visitatori interrogavano premurosamente la piccina intorno alla sua ferita, s'accostò alla moglie, che giaceva sul letto come oppressa e istupidita, e le disse premurosamente e sottovoce:

- Guarda quell'uomo!

Poi, volgendosi verso il signor Leblanc, continuò le sue lamentazioni:

- Vedete, signore, non ho altro vestito che una camicia di mia moglie, lacera per giunta; e questo nel cuore dell'inverno. Non posso uscire di casa per mancanza d'abiti. Se avessi appena di che ricoprirmi, andrei a visitare la signorina Mars, che mi conosce e mi vuol bene. Non abita sempre nella via Tour-des-Dames? Sappiate, signore, che abbiamo recitato insieme in provincia, e ho partecipato ai suoi allori. Celimene verrebbe in mio aiuto; Elmira farebbe l'elemosina a Belisario. Ma no, niente, nemmeno un soldo in tasca! Mia moglie malata e neanche un soldo! Ma mia moglie soffre d'asma a causa dell'età, e poi ci s'è messo anche il sistema nervoso. Avrebbe bisogno di aiuto; anche mia figlia soffre! Ma il medico, il farmacista, come pagarli? nemmeno un centesimo! Mi inginocchierei dinanzi a una moneta da due soldi, signore! Ecco a che sono ridotte le arti! e sapete, graziosa signorina, e voi mio generoso protettore, sapete, voi che respirate la virtù e la bontà, voi che profumate la chiesa, dove la mia povera figlia vi vede tutti i giorni quando va a recitare le sue preghiere!... Poiché, signore, io educo le mie figlie religiosamente, e non ho voluto che si dessero al teatro. Se le vedo tentennare anche per un momento le bricconcelle! Non scherzo!

Faccio loro dei predicozzi sull'onore, sulla morale, sulla virtù!

domandate! Devono camminare diritto! hanno un padre! non sono di quelle sciagurate che cominciano col non aver famiglia e finiscono con lo sposare il pubblico; non sono la signorina Nessuno che diventa la signora Tutti. Perdinci! niente di tutto questo nella famiglia Fabantou! Io intendo educarle virtuosamente, che siano oneste, che siano gentili e credano in Dio, perbacco! - Ebbene, signore, mio degno signore, sapete cosa accadrà domani? Domani è il quattro febbraio, il giorno fatale, l'ultimo giorno accordatomi dal padrone di casa; e se stasera non pago, domani la mia figlia maggiore, io, mia moglie, benché febbricitante, e la mia piccina con la sua ferita, saremo cacciati via di qui, buttati sulla pubblica via, sul lastrico, senza un asilo, sotto la pioggia, sotto la neve! Ecco, signore, io sono in debito di quattro rate di pigione, un'intera annata, che è quanto dire sessanta franchi!

Jondrette mentiva. Quattro scadenze assommavano soltanto a quaranta franchi; e non poteva doverne quattro, perché non erano sei mesi che Mario ne aveva pagate due. Il signor Leblanc cacciò cinque franchi e li posò sulla tavola.

Jondrette ebbe tempo di borbottare all'orecchio della figlia maggiore:

- Brigante! che vuole che ne faccia dei suoi cinque franchi? Non bastano nemmeno a pagare la sedia e il vetro! Fate delle spese per costoro!

Frattanto il signor Leblanc s'era tolto un gran cappotto bruno, che portava al di sopra dell'abito turchino, e l'aveva buttato sulla spalliera della sedia.

- Signor Fabantou - disse - mi rimangono in tasca questi cinque franchi; ma ora conduco a casa mia figlia e ritornerò questa sera.

Non è questa sera che dovete pagare?...

Un'espressione singolare illuminò il volto di Jondrette che rispose:

- Sì, mio rispettabile signore, alle otto devo essere dal padrone di casa.

- Ebbene, sarò qui alle sei e vi porterò i sessanta franchi.

- Ah! mio benefattore! - esclamò Jondrette inebriato. E aggiunse sottovoce:

- Guardalo bene, moglie!

Il signor Leblanc aveva ripreso il braccio della bella fanciulla e si volgeva verso l'uscio, replicando:

- A rivederci stasera, amici!

- Alle sei? - fece Jondrette.

- Alle sei in punto.

In quel momento la maggiore delle figlie Jondrette si accorse del cappotto rimasto sulla sedia.

- Signore - disse - dimenticate il cappotto.

Jondrette gettò alla figlia un'occhiata fulminante, accompagnata da una formidabile scrollata di spalle.

Ma il signor Leblanc si volse e rispose con un sorriso:

- Non lo dimentico, lo lascio.

- O mio protettore! - esclamò Jondrette. - Mio augusto benefattore, non posso trattenere le lacrime! permettete che vi accompagni sino alla carrozza.

- Se uscite - osservò il signor Leblanc - mettete quel cappotto perché fa davvero molto freddo.

Jondrette non se lo fece ripetere la seconda volta e indossò premurosamente il cappotto bruno.

Uscirono tutti e tre e Jondrette precedeva i due visitatori.



10. TARIFFE DELLE VETTURE PUBBLICHE: DUE FRANCHI ALL'ORA


Mario non aveva perduto nulla di tutta quella scena; ma in realtà non aveva visto nulla. I suoi occhi erano rimasti fissi sulla fanciulla; il suo cuore l'aveva, per così dire, presa e avvolta tutta quanta fin dal primo passo di lei nella stamberga. Durante tutto il tempo che lei era rimasta lì, egli aveva vissuto quella vita estatica che sospende le percezioni materiali e concentra l'anima in un punto solo.

Contemplava, non una fanciulla, ma uno splendore, che aveva un mantello di raso e un cappello di velluto. Se la stella Sirio fosse penetrata in quella camera non lo avrebbe abbagliato di più.

Mentre la giovane apriva l'involto, spiegava gli indumenti e le coperte, interrogava con bontà la donna ammalata e con tenerezza la piccina ferita, egli spiava tutti i movimenti di lei, cercava di ascoltarne le parole; conosceva i suoi occhi, la fronte, la bellezza, la persona, il portamento, ma non conosceva il suono della sua voce. Aveva creduto di coglierne qualche parola una volta al Lussemburgo, ma non ne era assolutamente sicuro. Avrebbe dato dieci anni di vita per udirla, per poter conservare nell'anima un po' di quella musica. Ma tutto si perdeva nelle ostentazioni lamentose e negli squilli di tromba di Jondrette; il che frammischiava una vera collera all'estasi di Mario.

Egli la covava con gli occhi. Non poteva convincersi che si trattasse veramente della sua divina creatura, che lui vedeva in mezzo a quegli esseri immondi, in quel mostruoso tugurio. Gli pareva di scorgere un colibrì fra i rospi.

Quando lei uscì, non ebbe che un pensiero: andarle dietro, seguirne i passi, non lasciarla fino a che non avesse saputo dove abitava, non riperderla dopo averla così miracolosamente ritrovata.

Saltò dal cassettone e prese il cappello. Mentre metteva la mano sulla serratura per uscire, un pensiero lo arrestò. Il corridoio era lungo, la scala erta, Jondrette ciarliero; quindi il signor Leblanc non era risalito ancora in vettura; se, volgendosi indietro nel corridoio, o sulla scala o sulla soglia avesse scorto lui, Mario, in quella casa, certamente si sarebbe allarmato, avrebbe trovato il modo di sfuggirgli ancora; e ancora una volta sarebbe finita per lui. Che fare? Aspettare un poco? Ma frattanto la carrozza poteva partire. Rimase perplesso: poi alla fine rischiò e uscì.

Nel corridoio non c'era nessuno. Corse verso le scale. Non c'era nessuno. Discese in fretta, e arrivò sul boulevard, in tempo per vedere una carrozza svoltare l'angolo della via Petit-Banquier, e rientrare in Parigi.

Si lanciò in quella direzione. Giunto all'angolo del boulevard, rivide la carrozza che s'allontanava rapidamente per via Mouffetard. Era già molto lontana, e non c'era un mezzo per raggiungerla. Che fare? Correrle dietro? impossibile; e d'altronde, dalla vettura avrebbero notato certamente un individuo che correva inseguendola, e il padre l'avrebbe riconosciuto.

In quel momento, caso inaudito e meraviglioso, Mario scorse una vettura che passava vuota sul boulevard. Non c'era che un partito da prendere: montare su quella vettura e seguire l'altra; era un mezzo sicuro, efficace e senza pericolo.

Fece segno al cocchiere di fermare, e gli gridò:

- Vi prendo ad ora!

Mario era senza cravatta; aveva il vecchio abito da lavoro al quale mancavano parecchi bottoni, e la camicia lacera in una delle pieghe sul petto. Il cocchiere si fermò, strizzò l'occhio e tese verso Mario la mano sinistra fregando dolcemente il pollice contro l'indice.

- Cos'è? - chiese Mario.

- Pagamento anticipato - disse il cocchiere.

Mario, ricordandosi che aveva in tasca solo sedici soldi, domandò:

- Quanto?

- Due franchi..

- Pagherò al ritorno.

Il cocchiere per tutta risposta si mise a zufolare l'aria di La Palisse e sferzò il cavallo.

Mario guardò smarrito la vettura che si allontanava. Per ventiquattro soldi perdeva la gioia, la felicità, l'amore!

Ripiombava nelle tenebre! Aveva visto e ridiventava cieco. Pensò amaramente e, bisogna pur confessarlo, con profondo rimpianto ai cinque franchi dati la mattina a quella miserabile fanciulla. Se avesse avuto quei cinque franchi, si sarebbe salvato, avrebbe potuto rinascere, uscire dall'angoscia tenebrosa, dall'isolamento, dalla noia, dalla tristezza; avrebbe riannodato il filo nero del suo destino a quel bel filo d'oro che aveva oscillato dinanzi ai suoi occhi e si era spezzato una seconda volta! Rientrò in casa disperato. Avrebbe potuto ricordarsi che Leblanc aveva promesso di tornare la sera e che non aveva da fare altro se non disporsi meglio per seguirlo; ma nel suo incantamento non aveva capito nulla.

Al momento di salire, scorse dall'altro lato del boulevard, presso il muro deserto della via Barrière-des-Gobelins, Jondrette avvolto nel cappotto del "filantropo", che parlava con uno di quegli uomini dalla fisionomia sospetta, detti "i vagabondi della periferia"; individui dall'aspetto equivoco, dai monologhi sospetti, che pare nutrano sempre cattivi pensieri, e che dormono abitualmente di giorno; il che fa supporre che lavorino di notte.

Quei due uomini, che parlavano immobili sotto la neve cadente a turbinio, formavano un gruppo che avrebbe certo attirato l'attenzione di una guardia di polizia, ma che Mario notò appena.

Tuttavia, per quanto fosse dolorosamente preoccupato, non poté non pensare che quel vagabondo di periferia, con cui parlava Jondrette, somigliava a un certo Panchaud, detto Printanier, detto Bigrenaille, che Courfeyrac una volta gli aveva mostrato e che passava nel quartiere per un vagabondo notturno assai pericoloso.

Nel libro precedente abbiamo già conosciuto il nome di quest'uomo.

Questo Panchaud, detto Printanier, detto Bigrenaille, è apparso più tardi in parecchi processi criminali, e in seguito è diventato un delinquente famoso; ma allora non era che un celebre ribaldo:

oggi, viene ricordato come una tradizione tra i banditi e i vagabondi. Verso la fine dell'ultimo regno faceva scuola. E sul cader della notte, nell'ora in cui si formano i crocchi e si discorre sottovoce, se ne parlava alla "Force", nella fossa dei leoni.

In quella prigione, e precisamente dove sotto il cammino di ronda passava lo scolo delle latrine che servì nel 1843 all'incredibile fuga in pieno giorno di trenta detenuti, si poteva leggere sul muro di cinta, sopra la pietra di quelle latrine, il suo nome, Panchaud, da lui audacemente inciso in uno dei suoi tentativi di evasione. Nel 1832 era tenuto d'occhio dalla polizia, ma non aveva ancora seriamente esordito.




11. LA MISERIA AL SERVIZIO DEL DOLORE


Mario salì lentamente la scala. Al momento di rientrare nella propria stanzetta si accorse che dietro, nel corridoio, la maggiore delle Jondrette lo seguiva. La vista di quella ragazza gli fu odiosa; lei aveva i suoi cinque franchi, ed era ormai troppo tardi ridomandarglieli; la vettura, del resto, era ormai molto lontana. Comunque, non glieli avrebbe restituiti. Quanto a interrogarla sull'indirizzo delle persone venute poco prima, evidentemente essa l'ignorava, poiché la lettera firmata Fabantou era diretta "al Signor benefico della chiesa di San Giacomo d'Altopasso".

Mario entrò nella propria camera e spinse la porta dietro di sé.

Questa però non si chiuse; volgendosi, vide che una mano la teneva socchiusa.

- Cosa c'è? - chiese. - Chi è?

Era la giovane Jondrette.

- Siete voi? - riprese Mario quasi con durezza. - Sempre voi!

Dunque, che cosa volete?

L'altra pareva pensierosa e non rispondeva.

Non aveva più il piglio risoluto della mattina. Non era entrata.

Restava nell'ombra del corridoio, dove Mario la scorgeva attraverso l'uscio socchiuso.

- Insomma rispondete! - riprese Mario. - Che cosa volete da me?

La fanciulla alzò gli occhi tetri, nei quali pareva si accendesse una debole luce, e gli disse:

- Signor Mario, mi sembrate triste. Che avete?

- Io? - rispose Mario.

- Sì, voi.

- Ma non ho niente!

- Sì.

- Ma no.

- Vi dico di sì.

- Lasciatemi tranquillo!

Mario spinse di nuovo la porta, ma l'altra continuò a trattenerla.

-Sentite - disse lei. - Avete torto. Benché non siate ricco, siete stato buono questa mattina; siatelo anche adesso. Mi avete dato da mangiare, ditemi ora che avete. Voi soffrite, si vede, e io non vorrei che soffriste. Cosa bisogna fare per questo? Posso servirvi in qualche cosa? Valetevi di me. Non vi chiedo i vostri segreti, non avete bisogno di dirmi niente, però posso essere utile. Posso aiutare voi, come aiuto mio padre. Se si tratta di recapitare delle lettere, di andare nelle case, chiedere di porta in porta, trovare un indirizzo, seguire qualcuno, posso esservi utile. Ebbene, potete dirmi cosa avete, e andrò io a parlare con le persone; qualche volta basta che uno parli perché si sappiano le cose, e allora tutto si accomoda. Servitevi di me.

Un'idea attraversò la mente di Mario. A quale ramo non ci si attacca quando sentiamo di cadere?

S'avvicinò alla Jondrette:

- Ascolta... - le disse.

Essa lo interruppe con un lampo di gioia negli occhi.

- Oh, sì, datemi del tu! mi fa piacere.

- Ebbene - riprese - tu hai condotto qui quel vecchio signore e sua figlia...

- Sì.

- Sai il loro indirizzo?

- No.

- Trovamelo.

L'occhio della Jondrette, che da tetro s'era fatto allegro, da allegro si fece tetro.

- E' questo che volete? - chiese.

- Sì.

- Li conoscete forse?

- No.

- Vale a dire - riprese con premura - che non la conoscete, ma che volete conoscerla.

- Quel " li" tramutato in "la", aveva un non so che di significativo e amaro.

- Insomma, puoi? - domandò Mario.

- Trovarvi l'indirizzo della bella signorina?

Anche nelle parole "bella signorina" c'era una sfumatura che dispiacque a Mario, il quale replicò:

- Insomma, l'indirizzo del padre e della figlia: il loro indirizzo, capisci?

Essa lo guardò fisso.

- Che mi darete?

- Tutto ciò che vorrai.

- Tutto ciò che vorrò?

- Sì.

- Avrete l'indirizzo.

Chinò la testa; poi con un moto repentino, tirò la porta che si richiuse.

Mario restò solo.

Si lasciò cadere sopra una sedia, col capo e i gomiti appoggiati al letto, immerso in pensieri che non poteva ordinare, e quasi in preda a un capogiro. Quanto era accaduto dalla mattina, l'apparizione dell'angelo, la sua scomparsa, ciò che quest'altra creatura gli aveva detto or ora, un barlume di speranza galleggiante in una immensa disperazione; tutte queste idee turbinavano confusamente nel suo cervello.

D'improvviso fu strappato violentemente ai suoi sogni.

Udì la voce alta e aspra di Jondrette pronunciare queste parole, che avevano per lui il più strano interesse:

- Ti dico che ne sono sicuro e che l'ho riconosciuto!

Di chi parlava Jondrette? Aveva riconosciuto chi? il signor Leblanc? il padre della sua "Ughetta"? come! Jondrette forse lo conosceva! Mario otteneva, in quel modo brusco e inaspettato, tutte le informazioni, senza le quali la vita gli sembrava così oscura? Avrebbe saputo finalmente chi era quella che amava? chi era quella fanciulla? chi era suo padre? La densa tenebra che li copriva era forse in procinto d'illuminarsi? Stava per squarciarsi il velo? O Dio!

Saltò più che non salisse sul canterano e riprese il suo posto allo spioncino della parete.

Rivide l'interno del tugurio Jondrette.




12. USO DELLA MONETA DA CINQUE FRANCHI DEL SIGNOR LEBLANC


Niente era mutato nell'aspetto della famiglia; però la madre e le figlie avevano aperto l'involto e s'erano messe le calze e i corpetti di lana. Sui due letti erano distese due coperte nuove.

Senza dubbio, Jondrette era appena rientrato, poiché aveva ancora il respiro affannoso. La figlia maggiore medicava la mano all'altra, tutte e due sedute per terra, presso il camino; la madre era come abbattuta sul giaciglio vicino al camino, col volto stupefatto. Jondrette andava su e giù a grandi passi per la stamberga, con due occhi straordinari.

La moglie, che pareva timida e stupita davanti al marito, s'arrischiò a dirgli:

- Come, davvero! ne sei sicuro?

- Sicurissimo! sono otto anni, ma lo riconosco! Oh! se lo riconosco! l'ho riconosciuto subito! E che! non ti è saltato agli occhi anche a te?

- No.

- Eppure t'ho detto: fa attenzione! E' la sua corporatura, il suo volto, appena un po' più vecchio. Certe persone non so come facciano a non invecchiare mai; è lo stesso suono di voce. E' vestito meglio, ecco tutto. Ah! vecchio misterioso del diavolo, finalmente ti tengo, sai!

S'interruppe e disse alle figlie:

- Voi altre, andatevene!... E' strano come non ti abbia subito colpito.

Le fanciulle si alzarono per obbedire. La madre balbettò:

- Con la mano malata?

- L'aria le farà bene - rispose Jondrette. - Andatevene.

Evidentemente quell'uomo era di quelli a cui non si replica.

Le fanciulle uscirono. Mentre oltrepassavano la porta il padre trattenne la maggiore col braccio e le disse con un tono particolare:

- Vi troverete qui tutt'e due alle cinque precise; avrò bisogno di voi!

Mario raddoppiò l'attenzione.

Rimasto solo con la moglie, Jondrette si rimise a passeggiare nella camera e ne fece due o tre volte il giro in silenzio; poi passò qualche minuto a far rientrare nella cintura dei pantaloni la camicia da donna che portava. A un tratto si volse alla moglie, incrociò le braccia ed esclamò:

- E vuoi che ti dica una cosa? La signorina...

- Ebbene, cosa? - rispose la moglie - la signorina?

Mario non poteva dubitarne, si parlava proprio di lei. Stette ad ascoltare con accesa ansietà, con tutta la vita nelle orecchie.

Ma Jondrette si chinò e parlò alla moglie sommessamente; poi, rialzatosi, terminò ad alta voce:

- E' lei!

- Quella? - chiese la moglie.

- Quella! - rispose il marito.

Nessuna frase potrebbe rendere ciò che c'era nel "quella" della donna. C'era la sorpresa, la rabbia, l'odio, la collera miste e combinate in una intonazione mostruosa. Erano bastate poche parole, il nome, certamente, mormorato dal marito all'orecchio, perché la donnaccia assopita si risvegliasse, e da ripugnante che era divenisse terribile.

- E' impossibile! - esclamò. - Quando penso che le mie figlie vanno a piedi nudi e non hanno un vestito da indossare! come! un mantello di raso, un cappello di velluto, gli stivaletti eleganti e tutto il resto! Forse più di duecento franchi di vestiario! Si direbbe che è una dama! Ah! no, t'inganni! Prima di tutto l'altra era orribile e questa invece non è brutta, davvero non è brutta!

non può essere lei!

- E io ti dico che è lei. Vedrai.

A questa asserzione così assoluta, la Jondrette levò la larga faccia rossigna guardando il soffitto con un'espressione mostruosa.

In quel momento parve a Mario ancor più formidabile del marito.

Era una scrofa con lo sguardo d'una tigre.

- Come! - riprese. - L'odiosa bella signorina che guardava le mie figliole con aria di pietà, sarebbe quella pezzente! Oh! Vorrei creparle la pancia a zoccolate. Saltò giù dal letto e stette un momento in piedi, scapigliata, con le narici frementi, la bocca socchiusa, i pugni stretti e buttati indietro; poi si lasciò ricadere sul giaciglio. L'uomo continuava ad andare avanti e indietro senza badarle.

Dopo alcuni momenti di silenzio s'avvicinò alla moglie e, fermatosi dinanzi a lei con le braccia incrociate come prima:

- E vuoi che ti dica un'altra cosa?

- Cosa? - chiese lei.

L'altro riprese con voce breve e sommessa:

- La mia fortuna è fatta.

La donna lo guardò con quello sguardo che significa: Forse la persona che mi parla diventa pazza?

Egli proseguì:

- Per mille fulmini! è già un pezzo che sono parrocchiano della parrocchia dei muori - di - fame - se - hai - fuoco - muori di freddo - se - hai - pane. Ne ho avuta abbastanza di miseria! la mia parte e quella degli altri! Non scherzo più, non la trovo più una cosa comica. Basta coi bisticci per Dio! Niente più farse, Padre Eterno! Voglio mangiare secondo la fame, e bere secondo la sete! Voglio gozzovigliare, dormire, non far nulla. Voglio che tocchi a me ora, toh! Prima di crepare voglio essere un poco milionario!

Fece il giro della tana, quindi soggiunse.

- Come gli altri.

- Che vuoi dire? - chiese la moglie.

Egli scrollò il capo, strizzò l'occhio e alzò la voce come un ciarlatano che sta per fare una perorazione.

- Che voglio dire? ascolta:

- Silenzio! - borbottò la Jondrette. - Non parlare forte; sono cose che non si devono udire.

- Eh via! da chi? dal vicino? l'ho visto poc'anzi che usciva di casa. D'altronde, ci sente quel bestione? E poi ti ripeto che l'ho visto andarsene.

Tuttavia Jondrette, per una specie d'istinto, moderò la voce, non tanto però che a Mario potessero sfuggire le sue parole. Una circostanza favorevole gli permetteva di non perdere una sillaba del dialogo: la molta neve caduta attutiva il rumore delle vetture sul boulevard. Ecco quello che udì:

- Ascoltami bene. L'ho colto, il creso! La cosa è fatta! è finita!

Ho già combinato tutto. Ho visto certe persone. Egli verrà questa sera, alle sei, a portarmi i sessanta franchi, canaglia! Hai visto come gli ho spifferato la storiella dei sessanta franchi, del padrone di casa e del quattro febbraio? E dire che non è nemmeno un'epoca di scadenza! Come è stupido! Dunque verrà alle sei! E' l'ora in cui il vicino va a desinare, e mamma Burgon va per le case a lavare le stoviglie. Non rimane nessuno in tutta la casa.

Il vicino non rientra mai prima delle undici, e d'altronde le ragazze faranno la guardia. Tu ci aiuterai. Lo sacrificheremo.

- E se non si sacrifica?

Jondrette fece un gesto sinistro e rispose:

- Lo sacrificheremo.

E scoppiò a ridere.

Era la prima volta che Mario lo vedeva ridere: aveva una faccia fresca e calma, che faceva rabbrividire.

Jondrette aprì un armadio a muro vicino al camino e ne prese un vecchio berretto che si mise sul capo, dopo averlo spazzolato con la manica.

- Ora, - disse - esco, perché devo vedere ancora qualcuno. Dei buoni, sai! vedrai come andrà bene la cosa! Mi tratterrò fuori il meno possibile. E' un bel colpo. Bada alla casa!

E cacciatisi i pugni nelle tasche dei pantaloni, rimase un momento pensoso, poi esclamò:

- Sai che è stata una fortuna che non mi abbia riconosciuto? Se mi avesse riconosciuto anche lui, non sarebbe tornato e ci sarebbe sfuggito! è stata la barba a salvarmi, la mia barbetta romantica!

la mia bella barbetta romantica!

E si mise di nuovo a ridere.

Si avvicinò alla finestra. La neve continuava a cadere rigando il grigiore del cielo.

- Che tempo da lupi! - esclamò.

Poi infilando il soprabito:

- Questo arnese è troppo largo - soggiunse - ma ad ogni modo il vecchio briccone ha fatto diabolicamente bene a lasciarmelo! Senza di esso non avrei potuto andar fuori casa, e il colpo sarebbe sfumato. Da che dipendono le cose, talvolta!

E uscì, tirandosi il berretto sugli occhi.

Aveva appena avuto il tempo di muovere alcuni passi, quando l'uscio si riaprì, e nell'apertura apparve ancora il suo profilo feroce e intelligente.

- Dimenticavo - disse. - Preparerai un braciere di carboni. E gettò nel grembiule della moglie lo scudo lasciatogli dal "filantropo".

- Un braciere di carbone? - chiese la donna.

- Sì.

- Quante staia?

- Due abbondanti.

- Costeranno un franco e mezzo. Col resto comprerò da mangiare.

- No, diavolo!

- Perché?

- Non spendermi tutti i cinque franchi!

- Perché?

- Perché dovrò preparare anch'io qualche cosa.

- Che cosa? Quanto ti bisognerà?

- C'è un chincagliere qui vicino?

- In via Mouffetard.

- Ah! sì, sull'angolo della via, mi ricordo.

- Dimmi dunque quanto ti occorrerà per quello che devi comprare.

- Da due franchi e mezzo a tre.

- Non ci resterà molto per comprare da mangiare.

- Oggi non si tratta di mangiare; c'è da fare di meglio.

- Basta così, gioia.

Jondrette richiuse la porta, e Mario questa volta poté udire il suo passo allontanarsi nel corridoio e scendere rapidamente la scala.

In quel momento suonava l'una a San Medardo.




13. SOLUS CUM SOLO IN LOCO REMOTO NON COGITABUNTUR ORARE PATER NOSTER.


Per quanto sognatore, Mario era un carattere fermo ed energico. Le abitudini di solitario raccoglimento, sviluppando in lui la simpatia e la commiserazione, avevano forse diminuito la facoltà d'irritarsi, ma senza intaccare quella d'indignarsi: aveva la benevolenza d'un bramino e la severità d'un giudice; sentiva pietà per il rospo, ma schiacciava la vipera. Ora, il suo sguardo s'era cacciato in un covo di vipere, aveva sotto gli occhi un nido di mostri.

- Bisogna schiacciare questi miserabili - disse tra sé.

Non aveva rischiarato nessuno degli enigmi che sperava di sciogliere; anzi erano diventati forse più fitti; della bella fanciulla del Lussemburgo e dell'uomo chiamato Leblanc sapeva soltanto che Jondrette li riconosceva. Attraverso le tenebrose parole ascoltate, una sola cosa comprendeva chiaramente, e cioè che si preparava un tranello, un tranello oscuro, ma terribile; che quelle persone correvano un grave pericolo, forse la fanciulla, certamente il padre; bisognava salvarli, occorreva sventare le orribili macchinazioni dei Jondrette e strappare la tela di quei ragni. Osservò un momento la Jondrette, che aveva tirato da un angolo un vecchio fornello di lamiera, e rovistava in certe ferramenta. Scese dal canterano più leggermente che poté, avendo cura di non fare rumore.

In mezzo al terrore di quello che si preparava e all'orrore di cui l'avevano riempito i Jondrette, provava una certa gioia al pensiero che forse avrebbe potuto rendere un servizio a quella che amava.

Ma come fare? avvertire le persone minacciate? E dove trovarle?

Non sapeva il loro indirizzo: erano apparse un momento ai suoi occhi, poi si erano immerse di nuovo nell'immenso dedalo di Parigi. Aspettare il signor Leblanc alla porta, alle sei di sera, al suo arrivo, e prevenirlo del tranello? ma Jondrette e i suoi complici lo avrebbe visto, il luogo era deserto, essi sarebbero stati i più forti e avrebbero trovato il mezzo o di impadronirsi di lui o di allontanarlo, e l'uomo che Mario voleva salvare sarebbe perduto. Era già trascorsa un'ora; l'appuntamento era alle sei. Mario aveva ancora cinque ore. Non rimaneva che un solo mezzo. Indossò l'abito migliore, si mise al collo un fazzoletto di seta, prese il cappello, e uscì senza far rumore, come se avesse camminato sull'erba a piedi nudi.

La Jondrette continuava a frugare nei suoi ferrivecchi.

Appena fuori casa, raggiunse la via Petit-Banquier.

Camminava lentamente, preoccupato com'era, e la neve attutiva i suoi passi quando, verso la metà di quella via, presso un muro molto basso che in certi punti si poteva scavalcare e di là dal quale c'era un terreno incolto, udì a un tratto della gente che parlava.

Volse il capo; la via era deserta, non si vedeva nessuno; si era di pieno giorno, e tuttavia udiva distintamente le voci.

Gli venne in mente di guardare oltre il muro che rasentava.

C'erano infatti due uomini che seduti nella neve, con le spalle appoggiate al muro, parlavano sottovoce. Non li conosceva: uno era barbuto e in tuta, l'altro capelluto e cencioso.

Il barbuto aveva un berretto alla greca, l'altro la testa nuda e un po' di neve sui capelli. Sporgendo la testa, Mario poteva ascoltare.

Il capelluto, dando una gomitata all'altro, diceva:

- Con Patron-Minette, il colpo non può mancare.

- Credi?- chiese il barbuto.

E l'altro replicò:

- Ci sarà un bottino di cinquecento palle per ciascuno, e il peggio che possa capitare: cinque, sei, dieci anni al più.

L'altro rispose con qualche esitazione e grattandosi sotto il berretto greco:

- Questo è positivo. E non c'è niente da fare se ti capita.

- Ti ripeto che il colpo non può mancare - riprese il capelluto.- Terremo pronta la carrettella di papà Chose.

Poi si misero a parlare d'un melodramma che avevano sentito la sera prima alla Gaité.

Mario proseguì la sua strada. Gli pareva che le parole oscure di quegli uomini nascosti in modo così strano dietro quel muro e accoccolati nella neve, dovessero avere qualche rapporto con gli abominevoli progetti di Jondrette. Doveva essere quello "l'affare".

Si diresse verso il quartiere San Marcello e nella prima bottega in cui s'imbatté chiese dove fosse il commissariato di polizia.

Gli fu indicato il numero 14 di via Pontoise.

Passando davanti alla bottega di un panettiere, comprò un pane di due soldi e lo mangiò, prevedendo che non avrebbe pranzato.

Strada facendo, ringraziò la Provvidenza, pensando che, se non avesse dato la mattina i cinque franchi alla ragazza Jondrette, avrebbe inseguito la carrozza del signor Leblanc e di conseguenza avrebbe ignorato ogni cosa; il tranello dei Jondrette non avrebbe trovato ostacoli. Il signor Leblanc era in pericolo, e certamente sua figlia con lui.




14. UN AGENTE DI POLIZIA DA' DUE PISTOLE A UN AVVOCATO


Arrivato al numero 14 della via Pontoise, salì al primo piano e chiese del commissario di polizia.

- Il commissario non c'è - rispose un usciere. - Però c'è un ispettore in vece sua. Volete parlare con lui? Avete premura?

- Sì - rispose Mario.

L'usciere l'introdusse nel gabinetto del commissario. Un uomo di alta statura, in piedi dietro una grata, appoggiato alla stufa, teneva sollevate a due mani le falde del pastrano. Aveva la faccia larga, le labbra sottili e strette, folti baffi grigiastri da far paura, e uno sguardo da rovesciarvi le tasche: uno sguardo che più che penetrare rovistava.

La fisionomia di quell'uomo era poco meno feroce e meno terribile di quella di Jondrette: talvolta un mastino non fa meno paura di un lupo.

- Che volete? - domandò a Mario, senza aggiungere signore.

- Il signor commissario di polizia.

- E' assente: ne faccio io le veci.

- Vengo per una cosa molto segreta.

- Allora parlate.

- E' molto urgente.

- Allora parlate subito.

Quell'uomo, calmo e brusco, era nello stesso tempo terribile e rassicurante; ispirava timore e fiducia.

Mario gli narrò l'avventura. - Una persona, che conosceva soltanto di vista, doveva essere attirata la sera stessa in un tranello, poiché lui, Mario Pontmercy, avvocato, abitava nella camera accanto al rifugio dei banditi, aveva inteso tutto il complotto attraverso il tramezzo; lo scellerato che aveva concertato la trama era un tale Jondrette; avrebbe avuto dei complici, probabilmente dei vagabondi della periferia, tra cui un certo Panchaud, detto Printanier, detto Bigrenaille; le figlie di Jondrette avrebbero fatto la guardia; non c'era alcun mezzo per avvisare la persona minacciata, dal momento che non se ne sapeva neppure il nome; infine tutto doveva avvenire alle sei di sera, nel punto più deserto del boulevard dell'Ospedale nella casa numero 50-52.

All'udire questo numero, l'ispettore alzò la testa e disse freddamente:

- Dunque, nella camera in fondo al corridoio?

- Per l'appunto - rispose Mario. E aggiunse:

- Conoscete forse la casa?

L'ispettore restò un momento in silenzio, poi riscaldandosi i calcagni allo sportello della stufa, rispose.

- Pare.

E continuò fra i denti, parlando con la propria cravatta più che con Mario:

- In questa faccenda ci dev'essere Patron-Minette.

Questa parola colpì il giovane.

- Patron-Minette - disse. - Infatti, ho sentito pronunciare questa parola.

E raccontò all'ispettore il dialogo tra l'uomo capelluto e l'uomo barbuto, seduti sulla neve, dietro il muro della via Petit- Banquier.

L'ispettore borbottò:

- Il capelluto dev'essere Brujon e il barbuto Demi-Liard, detto Deux-Milliards.

Chinò di nuovo gli occhi e si mise a pensare.

- Quanto a papà Chose, credo di capire. Toh! ho bruciato il mio pastrano. Mettono sempre troppo fuoco in queste maledette stufe.

Il numero 50-52: antica proprietà Gorbeau.

Poi guardò Mario:

- Avete visto soltanto il barbuto e il capelluto?

- E Panchaud.

- Non avete visto gironzolare da quelle parti una specie di moscardino del diavolo?

- No.

- Neppure uno grande, grosso, grossolano, che somiglia all'elefante dello zoo?

- No.

- Né un tipo astuto che pare una vecchia volpe?

- No.

- Quanto al quarto, nessuno lo vede, nemmeno i suoi aiutanti, commessi e agenti. Mi sorprende che non lo abbiate visto.

- No. Ma cosa sono tutti questi individui? - chiese Mario.

L'ispettore rispose:

- Del resto, non è la loro ora.

Ricadde nel suo silenzio, poi riprese:

- Numero 50-52: conosco la stamberga. E' impossibile nasconderci nell'interno senza che gli artisti se ne accorgano. E allora se la caverebbero rimandando la commedia. Sono tanto modesti, che il pubblico li imbarazza. Non così, no: io voglio sentirli cantare e farli ballare.

Terminato questo monologo, si volse a Mario e lo guardò fisso:

- Avete paura?

- Di che? - chiese Mario.

- Di quegli uomini?

- Come di voi! - rispose aspramente Mario, che cominciava a rendersi conto che il poliziotto non lo aveva ancora chiamato signore.

L'ispettore guardò Mario con più insistenza, e riprese con una specie di solennità sentenziosa:

- Voi parlate come un uomo coraggioso e onesto. Il coraggio non ha paura del delitto, e l'onestà non teme l'autorità.

Mario l'interruppe:

- Va bene, ma che contate di fare?

L'altro si limitò a rispondergli:

- Gli inquilini di quella casa hanno tutti una chiave della porta per poter rientrare di notte; ne avete una voi pure?

- Sì - rispose Mario.

- L'avete con voi?

- Sì.

- Datemela - disse l'ispettore.

Mario cavò la chiave di tasca e gliela porse, aggiungendo:

- Date retta a me, venite con dei rinforzi.

L'ispettore lanciò al giovane l'occhiata di Voltaire a un accademico di provincia che gli avesse proposto una rima; poi con un sol movimento si ficcò le due mani enormi nelle due smisurate tasche del pastrano, ne trasse due pistole d'acciaio, due pistole corte, e le offrì a Mario, dicendogli con tono imperioso:

- Prendete. Tornate a casa, e nascondetevi nella vostra camera.

Fate in modo che vi credano fuori. Sono cariche. Ognuna due palle.

Mettetevi a osservare attraverso il buco. di cui m'avete parlato.

Gli individui verranno. Per un po' lasciateli fare. Quando vi parrà giunto il momento di fermarli, sparerete un colpo di pistola. Non troppo presto però. Il resto riguarda me. Un colpo di pistola in aria, contro il soffitto, non conta dove. Soprattutto non troppo presto. Aspettate che sia cominciata l'azione. Siete avvocato, e sapete cosa significa.

Mario prese le pistole e se le mise nelle tasche laterali dell'abito.

- Così si vedono e danno nell'occhio - proseguì l'ispettore.

Mettetevele piuttosto nei taschini del panciotto.

Mario se le mise nei taschini.

- E ora - proseguì l'ispettore - non c'è più un minuto da perdere.

Che ora è? Le due e mezzo. E' per le sette, vero?

- Per le sei - rispose Mario.

- Ho tempo - aggiunse l'altro; - ma appena quanto basta. Non dimenticate nulla di quanto vi ho detto. Panf, un colpo di pistola.

- State tranquillo - rispose Mario.

E mentre metteva la mano sulla maniglia della porta per uscire, l'ispettore gli gridò:

A proposito, se avete bisogno di me in questo frattempo, venite o mandate. Chiedete dell'ispettore Javert.




15. JONDRETTE FA LE SUE SPESE


Pochi momenti dopo, e cioè verso le tre, Courfeyrac passava per caso in via Mouffetard insieme a Bossuet. La neve cadeva più fitta che mai e Bossuet stava dicendo al compagno:

- Vedendo cadere tutti questi fiocchi di neve, si direbbe che ci sia in cielo una peste di farfalle bianche.

A un tratto scorse Mario che risaliva la via in direzione della barriera e aveva un aspetto singolare.

- Toh, Mario! - disse.

- L'ho visto - rispose Courfeyrac - ma non bisogna parlargli.

- Perché?

- E' occupato.

- A che fare?

- Non vedi la cera che ha?

- Che cera?

- Ha l'aria di uno che segua qualcuno.

- E' vero - disse Bossuet.

- Guarda che occhi caccia fuori! - riprese Courfeyrac.

- Ma che diavolo segue?

- Qualche comparsa, sgualdrinella, cuffietta-infiorata. E' innamorato.

- Ma il fatto è - osservò Bossuet - che non vedo né comparse, né sgualdrinelle, né cuffiette infiorate nella via; non c'è neppure una donna.

Courfeyrac guardò ed esclamò:

- Segue un uomo!

Infatti, a una ventina di passi davanti a Mario, camminava un uomo col capo coperto da un berretto e di cui, benché volgesse le spalle, si distingueva la barba grigia. Era vestito d'un cappotto nuovo troppo grande per lui, e d'uno schifoso paio di pantaloni a brandelli, anneriti dal fango.

Bossuet scoppiò in una risata.

- Chi sarà mai quell'uomo?

- Quello? - riprese Courfeyrac. - E' un poeta. I poeti portano volentieri un paio di pantaloni da venditori di pelli di coniglio e un soprabito da Pari di Francia.

- Vediamo dove va Mario - propose Bossuet - e dove va quell'uomo; seguiamoli; che te ne pare?

- Bossuet! - esclamò Courfeyrac. - Aquila di Meaux, voi siete un bruto prodigioso: seguire un uomo che segue un uomo!

E tornarono indietro.

Mario infatti aveva visto passare Jondrette per via Mouffetard e lo spiava.

Jondrette camminava dritto, senza sospettare che un occhio già lo stesse vigilando. Abbandonò via Mouffetard, e Mario lo vide entrare in una delle più orribili baracche di via Gracieuse; vi si trattenne circa un quarto d'ora; poi tornò in via Mouffetard, si fermò da un chincagliere che stava, a quell'epoca, sull'angolo della via Pietro Lombardo, e quando, pochi minuti dopo, uscì dalla bottega, Mario gli vide in mano un grosso scalpello col manico di legno bianco, che poi nascose sotto l'abito. All'altezza di via Petit-Gentilly, piegò a sinistra e raggiunse rapidamente la via Petit-Banquier. Il giorno tramontava, la neve, cessata un momento, aveva ricominciato: Mario si appostò. all'angolo di via Petit- Banquier, che era deserta come al solito, e non seguì Jondrette. E fu un bene, perché, giunto al muro basso, dietro il quale Mario aveva sentito parlare il capelluto e il barbuto, Jondrette si voltò per assicurarsi che nessuno lo seguisse e lo vedesse; poi scavalcò il muro e sparì.

Il terreno incolto, circondato da quel muricciolo, comunicava col cortile interno d'un ex-noleggiatore di carrozze di cattiva fama, già fallito, che aveva ancora alcuni vecchi calessi sotto la tettoia.

Mario pensò che era prudente profittare dell'assenza di Jondrette per rientrare, tanto più che annottava. Mamma Burgon, uscendo la sera per recarsi in qualche famiglia a lavare le stoviglie, usava chiudere la porta della casa, che all'imbrunire restava sempre chiusa. Ora Mario avendo dato la sua chiave all'ispettore di polizia, si trovava nella necessità di affrettarsi.

La sera era già venuta, era già quasi notte, e in tutto l'orizzonte e nell'immensità, l'unico punto illuminato dal sole era la luna, che spuntava rossastra dietro la bassa cupola della Salpêtrière.

Mario raggiunse in fretta il numero 50-52, e trovò ancora aperta la porta. Salì la scala in punta di piedi e scivolò lungo il corridoio fino alla propria camera. Il lettore si ricorderà che in quel corridoio si aprivano sui due lati tante stanzacce, allora tutte da affittare e vuote. Mamma Burgon lasciava di solito le porte aperte. Passando davanti a una di quelle porte parve a Mario di vedere nella stanza disabitata quattro teste d'uomini immobili, rischiarate confusamente dal barlume dell'abbaino. Non volle curiosare, per non essere visto. Riuscì a entrare nella sua carriera, senza essere scorto e senza far rumore. Era tempo. Un momento dopo, sentì mamma Burgon andarsene e chiudersi dietro la porta della casa.




16. UNA CANZONE SU UN'ARIA INGLESE DI MODA NEL 1832


Mario si sedette sul letto. Potevano essere le cinque e mezza; mezz'ora appena lo separava da quanto stava per accadere. Si sentiva pulsare le arterie, come si ode nel buio il battito d'un orologio. Rifletteva a quel doppio cammino che avveniva in quel momento nelle tenebre: il delitto che avanzava da una parte e la giustizia che veniva dall'altra. Non aveva paura, ma non poteva pensare, senza un certo brivido, alle cose che stavano per succedere. Come a tutti quelli che sono colpiti a un tratto da un fatto sorprendente, tutta quella giornata gli pareva un sogno, e, per non credersi in preda a un incubo, aveva bisogno di sentire nei taschini il freddo delle due pistole di acciaio.

Aveva cessato di nevicare: la luna, sempre più chiara, si districava dalla nebbia, e il suo chiarore, unito al bianco riflesso della neve caduta, dava alla camera un aspetto crepuscolare.

Il tugurio dei Jondrette era illuminato. Mario vedeva il buco del tramezzo brillare di un chiarore rossastro, che gli sembrava sanguigno.

Evidentemente quella luce non poteva provenire da una candela. Del resto, nessun rumore dai Jondrette, nessuno si muoveva, nessuno parlava, neppure un soffio; il silenzio era glaciale e profondo; e senza quella luce c'era da credere a un sepolcro.

Mario si levò piano piano le scarpe e le spinse sotto il letto.

Trascorsero alcuni minuti. Sentì girare sui cardini la porta di strada; un passo rapido e pesante salì la scala e percorse il corridoio; il nottolino della stamberga si sollevò rumorosamente.

Era Jondrette che rientrava.

Subito si alzarono parecchie voci. Tutta la famiglia era nella stamberga. Però nell'assenza del padrone taceva, come i lupicini nell'assenza del lupo.

- Sono io - disse.

- Buona sera, paparino! - strillarono le figlie.

- Ebbene? - chiese la madre.

- Tutto liscio come l'olio - rispose Jondrette; - ma ho un freddo cane ai piedi. Brava! ti sei vestita, hai fatto bene: è necessario infatti ispirare fiducia.

- Sono pronta per uscire.

- Non dimenticherai niente di quanto t'ho detto? farai bene tutto?

- Sta tranquillo.

- E' perché... - osservò Jondrette. - Ma non terminò la frase.

Mario sentì che deponeva sulla tavola una cosa pesante, probabilmente lo scalpello comprato.

- Ohé! - riprese Jondrette - qui si è mangiato, a quanto pare.

- Sì - rispose la madre - ho avuto tre grosse patate e un po' di sale, e ho profittato del fuoco per farle cuocere.

- Bene! - riprese Jondrette. - Domani vi condurrò a pranzo con me.

Ci sarà un'anitra e il resto. Pranzerete come tanti Carlo Decimo.

Tutto va a gonfie vele.

Poi aggiunse abbassando la voce:

- La trappola è apparecchiata, e i gatti sono là.

Abbassò ancora di più la voce e disse:

- Metti questo nel fuoco.

Mario sentì un crepitìo di carboni smossi da una paletta o da altro utensile di ferro, mentre Jondrette continuava:

- Hai unto i cardini dell'uscio perché non facciano rumore?

- Sì, - rispose la madre.

- Che ora è?

- Fra poco le sei; la mezza è già suonata a San Medardo.

- Diavolo! - disse Jondrette. - E' tempo che le piccine vadano a far la guardia. Venite qua, voi altre, ascoltate.

Ci fu un bisbigliare sommesso.

Quindi la voce di Jondrette si levò di nuovo:

- La Burgon è uscita?

- Sì, - rispose la moglie.

- Sei sicura che non ci sia nessuno nella camera del vicino?

- Non è rientrato tutto il giorno, e sai bene che a quest'ora va a desinare.

- Ne sei sicura?

- Sicurissima.

- Non importa - riprese Jondrette. - E' bene andare a vedere nella sua stanza. Prendi la candela, figliola, e va.

Mario discese dal canterano, e strisciò silenziosamente sotto il letto.

S'era appena rannicchiato che scorse una luce attraverso le fessure della porta.

- Papà - gridò una voce - è uscito.

Riconobbe la voce della figlia maggiore.

- Sei entrata? - chiese il padre.

- No - rispose la fanciulla - ma giacché c'è la chiave all'uscio, vuol dire che è uscito.

Il padre gridò:

- Entra lo stesso.

La porta si aprì, e Mario vide entrare la più grande delle Jondrette con un lume in mano. Era vestita come la mattina, ma in quella luce era più orribile.

Mario ebbe un inesprimibile momento di ansietà, vedendola camminare diritta verso il letto; se non che accanto al letto pendeva dalla parete uno specchio, ed era quella la méta dei passi di lei. Si alzò in punta dei piedi e si rimirò. Frattanto nella camera vicina si udiva un tintinnio di ferri smossi.

Lei si lisciò i capelli col palmo della mano e fece dei sorrisi allo specchio, cantarellando con la sua voce fessa e sepolcrale:

"Il nostro amore è durato sette giorni appena Come son rapidi i momenti di felicità!

Adorarsi otto giorni, non valeva la pena!

Il tempo degli amori dovrebbe durar sempre!

Dovrebbe durar sempre! dovrebbe durar sempre!".

Intanto Mario tremava: gli pareva impossibile che quella non udisse il suo respiro.

Poi la fanciulla si diresse verso la finestra, e guardò fuori, parlando ad alta voce con quella sua aria sbarazzina:

- Com'è brutta Parigi quando indossa la camicia bianca!

Tornò allo specchio e fece di nuovo quelle smorfie, contemplandosi successivamente di fronte e di tre quarti.

- Ebbene - gridò il padre - cosa fai?

- Guardo sotto il letto e sotto i mobili, rispose continuando a lisciarsi i capelli. Non c'è nessuno.

- Stupida! - urlò il padre. - Torna subito! non abbiamo tempo da perdere.

- Vengo! - rispose. - Non c'è mai tempo nella loro baracca.

Canticchiò:

"Per correre alla gloria voi mi lasciate, Ma dovunque il triste cuore vi seguirà".

Dette un'altra occhiata allo specchio e uscì, chiudendosi dietro la porta.

Un momento dopo, Mario udì il fruscio dei piedi nudi delle due ragazze nel corridoio, e la voce di Jondrette che gridava loro:

- State attente, una dalla parte della barriera, l'altra all'angolo della via Petit-Banquier! Non perdete d'occhio la porta di casa, e appena vedete qualcosa, venite subito in quattro salti!

Avete la chiave per rientrare.

La figlia maggiore borbottò:

- Far la sentinella a piedi nudi nella neve!

- Domani avrete degli stivaletti di seta color scarabeo! - disse il padre.

Discesero la scala, e un momento dopo il rumore della porta di strada, che si richiudeva, annunciò che erano uscite.

Erano rimasti in casa soltanto Mario e i coniugi Jondrette, e probabilmente anche gli esseri misteriosi che Mario aveva intravisto nel crepuscolo, attraverso l'uscio della stamberga disabitata.




17. USO DEI CINQUE FRANCHI DI MARIO


Mario credette venuto il momento di riprendere il suo posto d'osservazione, e in un batter d'occhio, con l'agilità dell'età, si trovò presso il buco della parete.

Guardò.

L'interno dell'abitazione dei Jondrette presentava un aspetto singolare, e Mario si spiegò la strana luce che aveva notato. Una candela bruciava su un candeliere verde ramato, ma a dire il vero la casa non era illuminata da essa; era invece rischiarata dal riverbero di un braciere abbastanza grande, collocato nel focolare e pieno di carboni accesi: il braciere preparato alla mattina dalla Jondrette. Il carbone era ardente e il braciere diventato rosso; una fiamma azzurrognola oscillava e aiutava a distinguere la forma dello scalpello, comprato da Jondrette in via Pietro Lombardo, che si arroventava affondato nella brace. In un angolo vicino alla porta si vedevano due mucchi, uno di ferramenti, l'altro di corde, che parevano preparati appositamente. Tutto questo, a chi non avesse saputo nulla di quanto si preparava, avrebbe fatto tentennare la mente tra un'idea molto sinistra e una molto semplice. La stamberga, così illuminata, pareva piuttosto una fucina che un antro dell'inferno, ma Jondrette, in quel chiarore, aveva piuttosto l'aspetto di un demone che d'un fabbro.

Il calore del braciere era tale che la candela, posta sulla tavola, fondeva da quel lato e si consumava di sbieco. Una vecchia lanterna cieca di rame, degna di Diogene diventato Cartouche, stava sul camino.

Il braciere, posto sul focolare, vicino ai tizzoni semispenti, mandava il suo fumo su per la canna del camino e non spandeva nessun odore.

La luna, attraverso i vetri della finestra, mandava il suo chiarore nella stamberga rossastra e ardente, il che per la poetica mente di Mario, fantasioso anche nel momento dell'azione, era come un pensiero celeste misto ai deformi sogni della terra.

Uno spiffero, penetrando dal vetro rotto, contribuiva a dissipare l'odore del carbone e a dissimulare la presenza del braciere.

Il covo Jondrette, se il lettore rammenta quel che abbiamo detto della topaia Gorbeau, era meravigliosamente adatto a far da scenario a un'azione violenta e fosca e da ricettacolo a un delitto. Era la stanza più remota della casa più isolata del più deserto boulevard di Parigi. Se l'agguato non fosse esistito, là dentro l'avrebbero inventato.

Tutta la profondità della casa e un gran numero di camere disabitate separavano quella tana dal boulevard, la cui unica finestra dava su terreni incolti, cinti da muri e palizzate.

Jondrette aveva acceso la pipa e fumava seduto sulla sedia sfondata, mentre sua moglie gli parlava sottovoce.

Se Mario fosse stato Courfeyrac, vale a dire uno di quegli uomini che ridono in qualsiasi circostanza della vita, senza dubbio sarebbe scoppiato a ridere quando il suo sguardo cadde sulla Jondrette. Aveva un cappello nero ornato di piume, abbastanza rassomigliante ai cappelli degli araldi nella consacrazione di Carlo Decimo, un immenso scialle scozzese sulla veste di tela, e le scarpe da uomo, rifiutate da sua figlia la mattina. Era questa la toletta che aveva strappato a suo marito l'esclamazione: - "Brava! ti sei vestita, hai fatto bene: è necessario che tu possa ispirare fiducia!".

Quanto a Jondrette, non s'era tolto il cappotto nuovo e troppo largo per lui, regalatogli da Leblanc, e continuava a offrire quel contrasto tra il cappotto e i pantaloni, che costituiva agli occhi di Courfeyrac l'ideale del poeta.

A un tratto, Jondrette disse:

- A proposito, ora che ci penso; con questo tempaccio verrà in carrozza. Accendi la lanterna, prendila, discendi e sta giù, dietro la porta di strada. Appena sentirai fermarsi la carrozza, aprigli subito, e fagli lume sulla scala e nel corridoio, mentre salirà; mentre poi entrerà qui, tu scenderai in fretta, pagherai il cocchiere e lo licenzierai.

- E i denari? - chiese la moglie.

Jondrette frugò nella tasca dei pantaloni, e le diede una moneta di cinque franchi.

- Cos'è questo? - esclamò.

Egli rispose con dignità: la patacca che ci ha dato stamane il vicino.

E aggiunse:

- Sai? ci abbisognano due sedie!

- Perché?

- Per sedersi.

Mario sentì un brivido per le reni, udendo la Jondrette fare tranquillamente questa proposta:

- Diamine! vado a pigliarti quelle del vicino.

E con un rapido moto, aperta la porta della propria camera, uscì nel corridoio.

A Mario non rimaneva più il tempo necessario per scendere dal canterano, arrivare fino al letto e nascondervisi.

- Prendi la candela, suggerì il marito.

- No - disse lei - mi darebbe fastidio; c'è il chiaro di luna.

Mario sentì la mano pesante della Jondrette cercare a tentoni nell'oscurità la chiave del suo uscio. La porta si aprì. Restò al suo posto inchiodato dall'apprensione e dallo stupore.

Entrò la donna.

L'abbaino lasciava passare un raggio di luna tra due grandi zone d'ombra, una delle quali copriva interamente il muro al quale Mario era addossato, in modo che egli vi spariva dentro.

La Jondrette alzò gli occhi, non vide Mario, prese le due sedie, le sole che egli possedesse, e uscì lasciando sbattere rumorosamente la porta, dietro di sé.

Rientrò nella tana.

- Ecco le due sedie.

- Ed ecco la lanterna - rispose il marito. - Va giù subito.

Essa si affrettò a obbedire, e Jondrette rimase solo.

Collocò le due sedie ai due lati della tavola, voltò lo scalpello nel braciere, mise davanti al camino un vecchio paravento per nascondere il braciere, poi andò nell'angolo dov'era il mucchio di corde e si abbassò come per esaminare qualche cosa. Allora Mario s'accorse che quanto gli era sembrato un mucchio informe era invece una scala di corda molto ben fatta, con i pioli di legno e due ganci per appenderla.

Quella scala e alcuni grossi utensili, vere mazze di ferro, frammisti alle ferramenta ammonticchiate dietro la porta, non si trovavano la mattina nel covo dei Jondrette e vi erano stati portati nel pomeriggio durante l'assenza di Mario.

- Sono utensili da fabbro - pensò.

Ma se fosse stato un po' più esperto di quelle cose avrebbe riconosciuto, in quelli che prendeva per arnesi di fabbro, certi strumenti che possono tagliare e trinciare.

Il camino e la tavola con le due sedie si trovavano proprio dirimpetto a Mario. Nascosto il braciere, la stanzaccia era illuminata dalla candela; il minimo oggetto sulla tavola o sul camino faceva una grande ombra. Un orcio slabbrato mascherava una mezza parete. Regnava nella camera un'indicibile calma, ripugnante e minacciosa. Ci si sentiva l'attesa di qualcosa di spaventevole.

Jondrette aveva lasciato spegnersi la pipa, indizio d'una grave preoccupazione, e s'era di nuovo seduto. La candela metteva in rilievo le angolosità selvagge e fiere del suo volto. Di tanto in tanto aggrottava le ciglia e apriva bruscamente la destra, come se rispondesse agli ultimi consigli d'un cupo monologo interno. In una delle tenebrose risposte che dava a se stesso, tirò frettolosamente il cassetto della tavola, prese un lungo coltello da cucina che vi stava nascosto e ne saggiò il taglio sull'unghia:

quindi riposò il coltello e richiuse il cassetto. Dal canto suo, Mario afferrò la pistola che aveva nel taschino di destra, la tirò fuori e la mise a punto.

Lo scatto fece un piccolo rumore distinto e secco. Jondrette trasalì e, alzandosi a mezzo sulla sedia, gridò:

- Chi è?

Mario trattenne il fiato; l'altro ascoltò un momento, poi si mise a ridere dicendo:

- Che bestia! E' il tramezzo che scricchiola.

Mario tenne la pistola in mano.




18. LE DUE SEDIE DI MARIO L'UNA DI FRONTE ALL'ALTRA


A un tratto il lontano e malinconico suono d'una campana scosse i vetri. Suonavano le sei a San Medardo.

Jondrette accompagnò ogni colpo con un moto del capo; scoccato il sesto, smoccolò la candela con le dita. Poi si mise a passeggiare per la stanza, tese l'orecchio verso il corridoio, passeggiò, ascoltò di nuovo: - Purché venga! - borbottò.

E tornò alla sedia.

S'era appena seduto che l'uscio s'aprì. L'aveva aperto la Jondrette, che, restando nel corridoio, faceva un'orribile smorfia di contentezza, illuminata di sotto in su da uno dei buchi della lanterna cieca.

- Entrate, signore! - diss'ella.

- Entrate, mio benefattore! - ripeté Jondrette, alzandosi precipitosamente.

Apparve il signor Leblanc. Aveva un'aria di serietà, che lo rendeva singolarmente venerabile. Depose sul tavolo quattro luigi.

- Signor Fabantou, ecco per la pigione e per le prime necessità; in seguito vedremo.

- Dio ve li renda, mio generoso benefattore! - disse Jondrette; quindi, avvicinatosi rapidamente alla moglie:

- Rimanda la vettura!

Questa se la svignò mentre il marito si prodigava in saluti e offriva una sedia al signor Leblanc.

Un momento dopo rientrò e disse sottovoce all'orecchio di Jondrette:

- E' fatto.

La neve che non aveva smesso di cadere dalla mattina era tanto spessa, che la vettura non si udì allontanare, come non si era sentita arrivare.

Frattanto il signor Leblanc s'era seduto, mentre Jondrette aveva preso possesso dell'altra sedia di fronte.

Ora, per formarsi un'idea della scena che sta per seguire, il lettore si figuri la notte diaccia, le solitudini della Salpêtrière coperte di neve e bianche al chiaro di luna come immensi lenzuoli, il chiarore dei fanali che arrossavano qua e là quei tragici boulevard, i lunghi filari d'olmi neri, nessun passante forse a un quarto di lega in giro, la topaia Gorbeau nel suo più alto grado di silenzio, d'orrore e di tenebre, e in quella catapecchia, in mezzo a quelle solitudini, in mezzo a quella oscurità, la vasta stamberga dei Jondrette rischiarata da una candela, con due uomini seduti a una tavola, il signor Leblanc tranquillo, Jondrette sorridente e spaventoso, la Jondrette, la lupa, in un angolo, e dietro il tramezzo Mario, invisibile, ritto in piedi, che non perdeva né una parola né un movimento, con l'occhio vigile e la pistola in mano.

Mario provava soltanto un'emozione di orrore, ma nessuna paura.

Stringeva il calcio della pistola, e si sentiva rassicurato.

Fermerò quel miserabile quando vorrò! - pensava.

Sentiva la polizia appostata in qualche luogo in attesa del segnale convenuto e pronta a intervenire.

Inoltre sperava che da quel violento scontro fra Jondrette e il signor Leblanc potesse scaturire un po' di luce su tutto quello che gli interessava sapere.




19. PREOCCUPARSI DEGLI ANGOLI BUI


Appena seduto, il signor Leblanc volse lo sguardo ai giacigli vuoti:

- Come sta la povera piccina ferita? - domandò.

-Male! - rispose Jondrette con un sorriso straziato e riconoscente insieme. - Malissimo, rispettabile signore. Sua sorella maggiore l'ha condotta alla Bourbe per farla medicare; ma le vedrete; a momenti saranno di ritorno.

- Mi pare che la signora Fabantou si senta meglio, riprese il signor Leblanc, gettando un'occhiata sul bizzarro abbigliamento della Jondrette, la quale, in piedi, fra lui e la porta come se già pensasse a custodirne l'uscita, lo esaminava con una posa di minaccia e quasi di battaglia.

- E' quasi moribonda - rispose Jondrette. - Ma che volete, signore, ha tanto coraggio quella donna! Non è una donna, e un bue.

La moglie, commossa dal complimento, esclamò con la grazia di un mostro lusingato:

- Sei sempre troppo buono con me, caro Jondrette!

- Jondrette! - osservò il signor Leblanc. - Credevo vi chiamaste Fabantou.

- Fabantou soprannominato Jondrette! - rispose precipitosamente il marito. - E' il soprannome da artista.

E mostrando alla moglie un'alzata di spalle che il signor Leblanc non vide, proseguì con un'inflessione di voce enfatica e carezzevole:

- Ah! il fatto è che siamo vissuti sempre d'accordo, questa povera cara ed io. Che ci rimarrebbe, se non avessimo almeno questo conforto? Siamo così sfortunati, rispettabile signore! Abbiamo buone braccia, ma niente lavoro! Abbiamo coraggio, ma nessuna occupazione! Non so come il governo disponga le cose: ma parola d'onore, signore, io non sono un giacobino, signore, non sono un esaltato, non voglio male al governo, ma se fossi il ministero, vi dò la più sacra parola, le cose andrebbero diversamente. Ecco, per esempio. Ho voluto far imparare il mestiere del cartonaggio alle mie figliole. Mi direte: Come, un mestiere! Sì, un mestiere! un semplice mestiere! un mezzo qualsiasi per guadagnarsi il pane! Che caduta, mio benefattore! che degradazione, quando si è stati quello che eravamo! Ahimè non ci rimane più nulla dei giorni prosperi! Nulla fuorché una cosa sola, un quadro che mi è oltremodo caro, e di cui tuttavia mi priverei perché bisogna vivere! Già, bisogna vivere!

Mentre Jondrette parlava con un tal quale apparente disordine, che non diminuiva in nulla l'espressione riflessiva e sagace della sua fisionomia, Mario alzando gli occhi scorse in fondo alla camera una persona che non aveva ancora visto. Era entrato un uomo, con tanta leggerezza che non s'era udito l'uscio girare sui cardini.

Portava un panciotto di maglia color violaceo, vecchio, logoro, stracciato, larghi pantaloni di cotone e pantofole ai piedi, niente camicia, il collo nudo, le braccia nude e tatuate, il volto impiastricciato di nero. S'era seduto in silenzio e con le braccia incrociate sul letto più vicino, e, siccome stava dietro alla Jondrette, non si poteva distinguerlo bene.

Quella specie d'istinto magnetico che è proprio dell'occhio, fece sì che Leblanc si voltasse quasi nello stesso tempo di Mario. Non poté reprimere un moto di sorpresa, che non sfuggì neppure a Jondrette, il quale, abbottonandosi con aria di compiacenza, esclamò:

- Ah! capisco! Guardate il vostro cappotto, vero? mi va bene, sì, mi va proprio bene!

- Chi è quell'uomo? - chiese Leblanc.

- Quello? - rispose Jondrette. - E' un vicino; non ci badate.

Il vicino aveva un aspetto strano. Nel quartiere di San Marcello abbondano le fabbriche di prodotti chimici, e gli operai delle officine hanno spesso il viso sporco di fuliggine. Il signor Leblanc, dalla cui persona traspariva una fiducia candida e intrepida, riprese:

- Perdonate, dicevate dunque, signor Fabantou?

- Vi dicevo, signore e caro protettore - rispose Jondrette, appoggiando i gomiti sulla tavola, e contemplando il signor Leblanc con gli occhi fissi e teneri, molto simili a quelli del serpente boa - vi dicevo che ho un quadro da vendere.

Ci fu un leggero rumore alla porta: un altro uomo era entrato e si era seduto sul letto, dietro la Jondrette. Aveva come il primo le braccia nude e una maschera inchiostrata o di sego.

Benché questi fosse letteralmente scivolato nella camera, non poté fare in modo che il signor Leblanc non se ne accorgesse.

- Non ci badate - disse Jondrette. - Sono persone di casa. Dicevo che mi rimane un quadro, un quadro prezioso... Eccolo, signore, osservatelo.

Si alzò, si avvicinò alla parete, a pie' della quale era posato il pannello di cui abbiamo parlato, e lo rivoltò, lasciandolo appoggiato al muro.

Era infatti qualche cosa che somigliava a un quadro, e che la candela illuminava o quasi. Mario non poteva distinguere nulla, poiché Jondrette stava tra il quadro e lui; intravedeva solo un grossolano scarabocchio, e una specie di personaggio principale colorato con la crudezza chiassosa dei quadri per fiera e delle pitture per paravento.

- Che cos'è questo? - chiese il signor Leblanc.

Jondrette esclamò:

- Un dipinto classico, un quadro di gran valore, ottimo benefattore! Io ci tengo alle mie figlie! Mi richiama certi ricordi! Ma ve l'ho detto e non mi disdico: sono così sfortunato che me ne disfarei...

Fosse per caso, fosse un principio d'inquietudine, mentre esaminava il quadro lo sguardo del signor Leblanc si volse di nuovo verso il fondo della stanza.

Ci si trovavano ora quattro uomini, tre seduti sul letto, uno in piedi vicino allo stipite della porta, tutti e quattro immobili, con le braccia nude e il volto mascherato. Uno di quelli che stavano seduti sul letto s'era appoggiato al muro, con gli occhi chiusi, e pareva dormisse: era un vecchio, e i capelli bianchi sulla faccia nera erano orribili. Gli altri due sembravano giovani: uno era barbuto, l'altro capelluto. Nessuno aveva le scarpe: chi non portava le calze era a piedi nudi.

Jondrette, notando che l'occhio del signor Leblanc si fermava su quegli uomini, disse:

- Sono amici, sono vicini, impiastricciati così perché lavorano nel carbone; sono fumisti. Non badateci, mio benefattore, comprate invece il mio quadro. Abbiate pietà della mia miseria; non ve lo venderò caro. Quanto lo stimate?

- Ma - disse Leblanc fissando Jondrette e come uno che si metta in guardia - questa è un'insegna d'osteria, e può benissimo valere tre franchi.

Jondrette rispose con dolcezza:

- Avete con voi il portafogli? Mi contenterei di mille scudi.

Il signor Leblanc si rizzò in piedi, si addossò al muro, e girò rapidamente lo sguardo nella camera. Aveva a sinistra dal lato della finestra, Jondrette; a destra, dal lato della porta, la donna e i quattro uomini, i quali non si muovevano e pareva non lo vedessero neppure. Jondrette s'era rimesso a parlare con tono piagnucoloso, con gli occhi così smarriti e un tono tanto lamentevole, che il signor Leblanc poteva credere d'avere davanti soltanto un uomo impazzito per la miseria.

- Se non comprate il quadro, caro benefattore, rimango senza risorse, e non mi resta che buttarmi nel fiume. Quando penso che ho voluto far imparare alle mie figlie il cartonaggio semifino, il cartonaggio per le scatole delle strenne! Ebbene, Occorre una tavola che sia ferma perché i bicchierini non vadano per terra; occorre un fornello fatto appositamente, un recipiente a tre scompartimenti per i diversi gradi di forza che deve avere la colla, secondo che viene adoperata per il legno, per la carta o per le stoffe; un trincetto per tagliare il cartone; una matrice per adattarlo, un martello per inchiodare, le tenaglie e il diavolo che so io! e tutto ciò per guadagnare quattro soldi al giorno! e bisogna lavorare quattordici ore! e ogni scatola passa tredici volte per le mani dell'operaia! e bagnare la carta! e non macchiar nulla! e tenere la colla calda! il diavolo, vi dico!

quattro soldi al giorno! come si può campare così?

Mentre parlava, Jondrette non guardava il signor Leblanc che invece l'osservava. L'occhio del signor Leblanc era fisso su Jondrette e quello di Jondrette sull'uscio, mentre l'attenzione ansiosa di Mario andava dall'uno all'altro. Pareva che il signor Leblanc si chiedesse: E' un idiota? Jondrette ripeté due o tre volte con tutte le varie intonazioni tra lo strascicante e il supplichevole: - Non mi rimane che buttarmi nel fiume! L'altro giorno discesi tre gradini per questo, dalla parte del ponte d'Austerlitz!

D'improvviso, la sua pupilla spenta si accese d'un fiammeggiamento spaventoso; fece un passo verso il signor Leblanc e gli gridò con voce tonante:

Tutto questo non c'entra per nulla! Mi riconoscete?




20. L'AGGUATO


La porta della stamberga s'era aperta improvvisamente, e lasciava vedere tre uomini in camiciotto di tela turchina, col volto coperto da maschere nere. Il primo era magro e teneva un lungo bastone ferrato; il secondo, una specie di colosso, stringeva a metà del manico, col nodo in giù, un maglio per ammazzare i buoi; il terzo, un uomo dalle spalle tarchiate, meno magro del primo, meno massiccio del secondo, aveva in pugno un'enorme chiave rubata a qualche porta di prigione. Pare che Jondrette aspettasse appunto l'arrivo di quegli uomini. Un rapido dialogo s'impegnò tra lui e il magro dal bastone ferrato.

- E' pronto tutto? - chiese Jondrette.

- Sì - rispose l'uomo.

- Dov'è Montparnasse?

- Il primo amoroso s'è fermato giù a ciarlare con tua figlia.

- Quale?

- La maggiore.

- C'è una vettura giù?

- Sì.

- La carretta è pronta?

- Pronta.

- Con due buoni cavalli?

- Eccellenti.

- Sta aspettando dove ho detto io?

- Sì.

- Bene - disse Jondrette.

Il signor Leblanc era pallidissimo. Esaminava ogni cosa nella tana come chi comprende dov'è caduto, e la sua testa, volgendosi, di volta in volta, verso tutti i figuri che lo circondavano, si muoveva sul collo con una lentezza attenta e stupita; ma nel suo aspetto non c'era nulla che somigliasse alla paura. Della tavola s'era fatto una trincea improvvisata. E quell'uomo, che un momento prima aveva solo l'aria d'un buon vecchio, era diventato ad un tratto una specie di atleta, e appoggiava sulla spalliera della sedia il pugno robusto con un gesto formidabile e sorprendente.

Quel vecchio, così risoluto e intrepido di fronte al pericolo, pareva uno di quei caratteri che sono un tempo coraggiosi e buoni, agevolmente e semplicemente. Il padre della donna che amiamo non è mai un estraneo per noi, e Mario si sentì orgoglioso di quello sconosciuto.

I tre uomini dalle braccia nude, dei quali Jondrette aveva detto:

sono fumisti, avevano preso, nel mucchio dei ferrivecchi, uno un paio di grandi cesoie da fabbro, l'altro una leva di bilancia, il terzo un martello, e s'erano messi di traverso nella porta, senza pronunciare una parola. Il vecchio restò sul letto, ma non aveva aperto gli occhi, e la donna gli stava seduta accanto.

Mario pensò che tra pochi secondi sarebbe giunto il momento d'intervenire, e alzò la mano destra verso la volta, nella direzione del corridoio, pronto a sparare il colpo di pistola.

Terminato il dialogo con l'uomo dal randello, Jondrette si volse di nuovo al signor Leblanc e ripeté la sua domanda, accompagnandola con quel suo riso sommesso, contratto e terribile:

- Dunque non mi riconoscete?

Leblanc lo guardò in faccia e rispose:

- No.

Allora Jondrette andò fino alla tavola, si chinò al disopra della candela, incrociando le braccia, avvicinando la sua mascella angolosa e feroce al viso calmo di Leblanc, avanzando più che poteva senza che l'altro rinculasse, e in quell'attitudine di bestia feroce che sta per morire gridò:

- Non mi chiamo Fabantou, non mi chiamo Jondrette, mi chiamo Thénardier! sono il locandiere di Montfermeil! capite bene?

Thénardier! Ora, mi riconoscete?

Un impercettibile rossore passò sulla fronte di Leblanc che però rispose senza che la voce gli tremasse, né si elevasse, con la placidità ordinaria:

- Non più di prima.

Mario non udì questa risposta. Chi l'avesse scorto in quel momento, in quelle tenebre, l'avrebbe visto stravolto, sbalordito e fulminato. Quando udì Jondrette dire: "Mi chiamo Thénardier", tremò in tutta la persona e si appoggiò al muro come se sentisse il freddo d'una lama attraversargli il cuore. Poi il suo braccio destro, pronto a lasciar partire il colpo d'avviso, si abbassò lentamente, e nel momento che Jondrette ripeté: "Capite bene?

Thénardier!", poco mancò che le sue dita irrigidite non lasciassero cadere la pistola. Jondrette svelando che era Thénardier, non aveva fatto impressione a Leblanc, ma aveva sconvolto Mario, perché Mario conosceva quel nome, che pareva ignoto al vecchio. Sappiamo che cos'era quel nome per lui. L'aveva portato sul cuore, scritto nel testamento paterno! lo portava in fondo al cervello, in fondo alla memoria, in quella sacra raccomandazione: - "Un certo Thénardier mi salvò la vita; se mio figlio lo incontra, gli faccia tutto il bene che può". Il lettore ricorderà che quel nome era una delle religioni dell'anima sua:

nel suo culto, lo univa a quello del padre. Dunque, era quello Thénardier, il locandiere di Montfermeil che egli aveva invano e così a lungo cercato? Lo trovava finalmente, ma come lo trovava!

Il salvatore di suo padre era un bandito; l'uomo a cui Mario bramava sacrificarsi, era un mostro! il salvatore del colonnello Pontmercy stava commettendo un attentato, di cui ancora non discerneva chiaramente la portata, ma che sembrava un assassinio!

e su chi, gran Dio! Quale fatalità! che amaro scherzo della sorte!

Suo padre dal fondo della tomba gli ordinava di fare tutto il bene possibile a Thénardier; da quattro anni Mario non aveva altro pensiero se non di soddisfare il debito paterno; e nel momento in cui stava per abbandonare alla giustizia un brigante in flagrante delitto, il destino gli gridava: è Thénardier! Stava per ripagare a quell'uomo la vita di suo padre, salvato sul campo eroico di Waterloo sotto una grandine di mitraglia, e gliela ripagava col patibolo! Aveva promesso a se stesso che, ritrovando Thénardier, non l'avrebbe avvicinato se non gettandoglisi ai piedi; e ora lo ritrovava, ma per consegnarlo al carnefice! Suo padre gli diceva:

Soccorri Thénardier! ed egli rispondeva a quella voce adorata e santa, schiacciando Thénardier. Offrire al padre nella tomba lo spettacolo di quell'uomo, che l'aveva strappato alla morte a rischio della vita, giustiziato in piazza San Giacomo a causa di suo figlio, di quel Mario a cui aveva lasciato in eredità quell'uomo! Quale derisione aver portato per tanto tempo sul cuore le ultime volontà paterne scritte di suo pugno, per poi fare in modo così atroce tutto il contrario! Ma d'altra parte, assistere a quell'agguato e non impedirlo! come! condannare la vittima e risparmiare l'assassino! si poteva essere obbligati a nessuna riconoscenza verso un simile miserabile? Quel colpo inaspettato aveva per così dire trapassato da parte a parte tutte le sue idee di quattro anni. Egli fremeva: tutto dipendeva da lui; egli teneva nelle proprie mani a loro insaputa tutti quegli esseri che s'agitavano là sotto i suoi occhi.

Se tirava il colpo di pistola Leblanc era salvo e Thénardier perduto; se non lo tirava, Leblanc era sacrificato e, chi sa?

Thénardier fuggiva. Far precipitare uno o lasciar cadere l'altro; rimorsi da un lato e dall'altro. Che fare? che scegliere? mancare ai ricordi più imperiosi, a tanti solenni impegni presi con se stesso, al dovere più santo, al testamento più venerato! tradire il testamento paterno o lasciar compiere un delitto? Gli pareva di udire da un lato "la sua Ughetta" supplicarlo per il padre, e dall'altra il colonnello raccomandargli Thénardier. Si sentiva impazzire. Le ginocchia gli si piegavano sotto, e non aveva nemmeno il tempo di deliberare, tanto la scena che aveva sotto gli occhi precipitava furiosamente. Era come un turbine, che aveva creduto di padroneggiare, e che invece lo trascinava. Poco mancò non svenisse.

Frattanto Thénardier, d'ora innanzi non lo chiameremo più altrimenti, passeggiava su e giù davanti alla tavola, preso quasi da uno smarrimento e da un senso di frenetico trionfo. Afferrò con forza la candela e la pose sul camino con tanta violenza, che poco mancò non si spegnesse e il sego schizzò sulla parete.

Poi si volse a Leblanc con un viso terribile e gridò:

- Cotto! affumicato! fritto, arrostito!

E si rimise a passeggiare, continuando a esplodere:

- Ah! vi ritrovo finalmente, signor filantropo! signor milionario dall'abito ragnato! signor donatore di bambole! Ah, non mi riconoscete, vecchio barbagianni! No, non siete voi quello che venne otto anni fa nella mia locanda di Montfermeil, la notte di Natale 1823! non siete voi che avete condotto via dalla mia casa la figlia di Fantina, l'Allodola! non siete voi che portavate una palandrana gialla! no! e un involto pieno di stracci, come questa mattina! Di' dunque, moglie! ha la mania, a quanto pare, di portare per le case degli involti pieni di calze di lana! Ah!

vecchio caritatevole! Siete forse un berrettaio, signor milionario? e date ai poveri i rifiuti della bottega, sant'uomo!

Che saltimbanco! Ah, voi non mi riconoscete? Ebbene, vi riconosco io! vi ho riconosciuto subito, appena avete ficcato il naso qua dentro. Adesso vi accorgerete finalmente che non sono tutte rose a voler andare così per le case degli altri, col pretesto che sono locande, con abiti miserabili, con l'apparenza d'un povero da mettergli un soldo in mano, e ingannare le persone, fare il generoso, togliere loro un mezzo di guadagno, e minacciare nei boschi; non si saldano i conti regalando più tardi, quando le persone sono rovinate, un cappotto troppo largo e due brutte coperte d'ospedale! Vecchio miserabile, ladro di fanciulli!

Si fermò, e per un momento parve parlare tra sé. Si sarebbe detto che il suo furore cadesse, come fa il Rodano, in qualche precipizio; poi, come terminando ad alta voce delle cose dette tra sé, batté il pugno sulla tavola, e gridò:

- Con quella sua aria bonacciona!

E apostrofando Leblanc:

- Per Dio! Un tempo vi siete preso gioco di me! Voi siete la causa di tutte le mie disgrazie! Vi siete preso per millecinquecento franchi una fanciulla che custodivo, che senza dubbio apparteneva a gente ricca, che m'aveva già procurato molto denaro, e dalla quale dovevo ricavare da vivere per tutta la vita! Una fanciulla che m'avrebbe indennizzato di tutto quanto ho perduto in quell'abominevole bettola, dove si faceva baldoria e dove mangiai come un imbecille tutto il mio gruzzolo! Vorrei che tutto il vino che si è bevuto in casa mia diventasse tanto veleno per quelli che l'hanno inghiottito! Ma non importa! Dite dunque, avete dovuto credermi un gonzo, quando ve ne siete andato con l'Allodola!

Laggiù, nel bosco, avevate il vostro randello; eravate il più forte! Ma oggi ho la rivincita; sono capitate a me le carte buone!

Siete fritto, mio caro. Mi vien da ridere! Davvero, mi viene da ridere, a pensare com'è caduto nella trappola! Gli ho detto che ero attore, che mi chiamavo Fabantou, che ho recitato con la Mars, con la Muche, che il mio proprietario voleva essere pagato domani, 4 febbraio, e non s'è nemmeno ricordato che le pigioni scadono l'8 gennaio e non il 4 febbraio! Assurdo cretino! E questi quattro miserabili denari che m'hai portato! Canaglia! Non ha neppure il coraggio di arrivare ai cento franchi! E come se le sorbiva le mie fanfaluche! Io mi ci divertivo e dicevo tra me: Gaglioffo! t'ho colto, sai! stamane ti lecco le zampe, ma stasera ti mangerò il cuore!

Thénardier tacque: era ansante e il suo piccolo e stretto torace si gonfiava come un mantice di fucina. Aveva negli occhi l'ignobile gioia del debole, del crudele, del vile che può alla fine calpestare quello che ha temuto e insultare quello che ha adulato; aveva la gioia del nano che mette il tallone sul capo di Golia; la gioia d'uno sciacallo che comincia ad azzannare un toro malato, abbastanza morto per difendersi, abbastanza vivo per soffrire ancora.

Leblanc lo lasciò dire; ma quando vide che s'interrompeva, gli disse:

- Non so di che intendiate parlare. Voi v'ingannate: io sono un uomo molto povero e tutt'altro che milionario. Non vi conosco: voi mi prendete per un altro.

- Ah! rantolò Thénardier, che bella altalena! Ci tenete a questo scherzo! Voi battete la campagna, vecchio mio. Ah! non vi ricordate? Non vedete chi sono!

- Scusate, signore - rispose Leblanc con un tono gentile, che aveva qualche cosa di strano e di potente - vedo che siete un bandito.

Chi non ha notato che gli esseri più odiosi hanno una loro suscettibilità? i mostri sono permalosi. Alla parola "bandito", la Thénardier saltò giù dal letto, e il marito afferrò una sedia come se volesse spezzarla tra le mani. - Non ti muovere tu! gridò alla moglie: e volgendosi a Leblanc:

- Bandito! Sì, lo so che ci chiamate così, signori ricchi! E' vero, sono fallito, mi nascondo, non ho pane, non ho un soldo, sono un bandito! Sono tre giorni che non mangio, sono un bandito!

Ah! voi avete i piedi caldi, calzate scarpe eleganti, vi coprite con cappotti imbottiti come tanti arcivescovi, abitate al primo piano, nelle case col portinaio, mangiate i tartufi, mangiate asparagi primiticci nel mese di gennaio, mangiate piselli, gozzovigliate, e quando volete sapere se fa freddo, guardate nel giornale quanto segna il termometro dell'ingegner Chevalier! Noi invece siamo noi stessi i nostri termometri! Non abbiamo bisogno d'andare a vedere sulla riva, all'angolo della Torre dell'orologio, quanti gradi di freddo ci sono; ma sentiamo il sangue coagularsi nelle vene e il gelo che ci arriva al cuore, e diciamo: Non c'è Dio! E voi venite nelle nostre caverne, sì, nelle nostre caverne, a chiamarci banditi! Ma noi vi mangeremo! ma, poverini, noi vi divoreremo! Signor milionario, sappiatelo; io ero un uomo a posto, sono stato elettore, sono un borghese io, e voi forse non lo siete, voi!

Fece un passo verso gli uomini vicini alla porta, e aggiunse fremendo:

- Quando penso che osa venirmi a parlare come a un ciabattino!

Poi, rivolgendosi a Leblanc con una recrudescenza di frenesia:

- E sappiate, signor filantropo, che non sono un losco io! Non sono un uomo di cui non si conosce il nome e che porta via i fanciulli dalle case! Io sono un vecchio soldato francese, e dovrei essere decorato! Sono stato a Waterloo, io! ho salvato nella battaglia un generale, il conte di non so che cosa! Mi disse il suo nome, ma quella diavola di voce era così debole che non lo sentii: non sentii altro che "mercì". Avrei preferito il suo nome al suo ringraziamento: m'avrebbe aiutato a trovarlo. Questo quadro che vedete, e che fu dipinto da David a Bruxelles, sapete cosa rappresenta? Rappresenta me. David ha voluto immortalare quel fatto d'arme. Ho il generale sul dorso, e lo porto in salvo in mezzo alla mitraglia. Questa è storia! Neppure lui ha fatto mai niente per me, quel generale: non valeva più degli altri! Ma gli ho salvato la vita a rischio della mia; per questo, ho le tasche piene di certificati. Io sono un veterano di Waterloo, corpo di mille bombe! E ora che ho avuto la bontà di dirvi tutto questo, finiamola. Ho bisogno di denaro, bisogno urgente di denaro, enorme bisogno di denaro, oppure faccio uno sterminio, perbacco!

Mario aveva ripreso a dominare un po' la propria angoscia e ascoltava. L'ultima possibilità di dubbio era svanita: era proprio il Thénardier del testamento. Rabbrividì a quel rimprovero d'ingratitudine lanciato contro suo padre e che egli fatalmente stava per giustificare. Le sue perplessità raddoppiarono.

D'altronde, nelle parole di Thénardier, nell'accento, nel gesto, nello sguardo da cui uscivano fiamme a ogni parola, in quell'esplosione d'un carattere perverso che si manifestava tutto intero, in quel miscuglio di millanteria e d'abiezione, di orgoglio e di meschinità, di rabbia e d'insulsaggine, in quel caos di fondate lagnanze e di sentimenti falsi, in quell'impudenza del malvagio che assapora la voluttà della violenza, in quella sfrontata nudità d'un'anima bruta, in quella conflagrazione di tutte le sofferenze combinate con tutti gli odi, c'era qualcosa di orribile come il male e pungente come la verità.

Già il lettore ha indovinato che il dipinto classico, il quadro di David, proposto al signor Leblanc per l'acquisto, non era altro che l'antica insegna della sua bettola, dipinta, come sappiamo, da lui stesso e unico avanzo del naufragio di Montfermeil.

Ora che la persona di Thénardier non intercettava più l'angolo originale di Mario, questi poteva ammirare il quadro, e in quello scarabocchio riconosceva realmente una battaglia, uno sfondo di fumo e un uomo che ne portava un altro. Era il gruppo formato da Thénardier e da Pontmercy, dal sergente salvatore e dal colonnello salvato. Il giovane era come stordito: quel quadro faceva in certo modo rivivere suo padre; non era più l'insegna della locanda di Montfermeil, ma una risurrezione, una tomba che si schiudeva, un fantasma che si rizzava. Sentiva il sangue pulsargli alle tempie, aveva nelle orecchie il cannone di Waterloo; l'immagine sanguinosa del padre dipinta confusamente su quel sinistro pannello lo spaventava, e gli pareva che quella figura informe lo guardasse fissamente.

Quando Thénardier ebbe ripreso fiato, fissò Leblanc con le sue pupille sanguigne e gli chiese con voce bassa e scattante:

- Cos'hai da dire prima che ti si faccia a pezzettini?

Leblanc taceva. In mezzo a quel silenzio una voce rauca lanciò dal corridoio questo lugubre sarcasmo:

- Se c'è da spaccar la legna, sono qua io.

Era l'uomo col maglio che scherzava.

Nello stesso tempo una enorme faccia irsuta e terrea si affacciò alla porta con un riso orribile, che non mostrava denti ma zanne.

Era la faccia dell'uomo col maglio.

- Perché ti sei levato la maschera? - gli gridò Thénardier infuriato.

- Così per ridere - rispose l'uomo.

Da alcuni istanti pareva che Leblanc seguisse e sorvegliasse tutti i movimenti di Thénardier, il quale, accecato e stordito dalla propria rabbia, andava su e giù per la stamberga sicuro di sapere la porta custodita, di tenere fra le mani, armato, un uomo disarmato, e di essere in nove contro uno, supposto che sua moglie valesse un uomo. Nella sua apostrofe all'uomo col maglio, volgeva le spalle al Leblanc.

Questi colse il momento, e respingendo col piede la sedia e col pugno la tavola, con un balzo, con un'agilità prodigiosa prima che Thénardier avesse avuto il tempo di voltarsi, andò alla finestra.

Aprirla, salire sul davanzale, scavalcarlo, fu un attimo; ed era già mezzo fuori, quando sei robuste mani lo afferrarono e lo ricondussero energicamente nella tana. Erano i tre fumisti che gli si erano scagliati addosso: nello stesso tempo la Thénardier l'aveva afferrato per i capelli.

Al rumore, gli altri banditi accorsero dal corridoio, e anche il vecchio che giaceva sul letto e pareva ubriaco, s'alzò e si mosse barcollando, con in mano un martello da stradino.

Uno dei "fumisti", nel quale al lume della candela che gli batteva sul volto, benché tutto impiastricciato, Mario riconobbe Panchaud, detto Printanier, detto Bigrenaille, alzò sul capo di Leblanc una sbarra di ferro con due palle di piombo alle due estremità.

Mario non poté resistere a quello spettacolo. - Padre mio perdonami! - pensò, e col dito cercò il grilletto della pistola.

Stava per tirare il colpo, quando la voce di Thénardier gridò:

- Non gli fate male!

Il disperato tentativo della vittima, lungi dall'esasperare Thénardier, lo aveva calmato. C'erano due uomini in lui, il feroce e l'astuto. Sino a quell'istante, nell'eccesso del trionfo dinanzi alla preda abbattuta che non fiatava, aveva predominato l'uomo feroce; ma quando vide la vittima dibattersi e voler lottare, l'uomo astuto riapparve e prese il sopravvento.

- Non gli fate male! - ripeté. - E senza immaginarlo, il primo risultato delle sue parole fu di fermare la pistola pronta a sparare, e di paralizzare Mario, che non vide più l'urgenza. Di fronte a quella nuova fase Mario notò che non c'era alcun inconveniente ad aspettare ancora; forse poteva sopraggiungere qualche circostanza a liberarlo dall'orribile alternativa di lasciar perire il padre di Ughetta oppure di perdere il salvatore del colonnello.

S'era impegnata una lotta erculea. Con un pugno in pieno petto Leblanc aveva disteso il vecchio in mezzo alla camera, poi con due manrovesci aveva atterrato altri due assalitori, e li teneva tutti e due sotto ciascun ginocchio; quei miserabili rantolavano sotto quella pressione come sotto una mola di granito; ma gli altri quattro avevano afferrato il formidabile vecchio per le braccia e per la nuca, e lo tenevano accosciato sui due "fumisti" abbattuti.

Così, dominando gli uni e dominato dagli altri, schiacciando quelli sotto e oppresso da quelli di sopra, reagendo invano agli sforzi di quelli che gli si ammucchiavano addosso, Leblanc spariva sotto l'orribile gruppo dei banditi, come un cinghiale sotto un mucchio urlante di alani e di levrieri.

Riuscirono a rovesciarlo sul letto più vicino alla finestra e a mantenervelo. La Thénardier lo teneva ancora per i capelli.

- Tu - le disse il marito - non t'immischiare. Ti straccerai lo scialle.

La donna obbedì, come la lupa obbedisce al lupo, con un brontolio.

- Voi altri - riprese Thénardier - frugatelo.

Pareva che il prigioniero avesse rinunciato alla resistenza. Lo frugarono; ma aveva addosso soltanto una borsa di pelle con sei franchi, e il fazzoletto. Thénardier si mise il fazzoletto in tasca.

- Come! non ha portafogli? - domandò.

- Né orologio - rispose uno dei "fumisti".

- Non importa! - mormorò con voce di ventriloquo l'uomo mascherato che teneva la grossa chiave. - E' un vecchio gagliardo!

Thénardier andò nell'angolo della porta e prese un fascio di corde che gettò loro.

- Legatelo ai piedi del letto - disse. Poi, vedendo il vecchio, che era rimasto disteso attraverso la stanza dopo il pugno di Leblanc, e non si muoveva, domandò - E' forse morto Boulatruelle?

- No, rispose Bigrenaille; è ubriaco.

- Buttatelo in un angolo - riprese Thénardier.

Due dei "fumisti" spinsero coi piedi l'ubriaco presso il mucchio di ferramenta.

- Babet, perché ne hai condotti tanti? - chiese Thénardier sottovoce all'uomo col bastone ferrato. - Era inutile.

- Cosa vuoi? - rispose l'altro. - Hanno voluto venire tutti. La stagione è cattiva, non si fanno affari.

Il giaciglio, sul quale avevano rovesciato il prigioniero, era una specie di letto d'ospedale sostenuto da quattro tavolacce appena squadrate. Leblanc lasciava fare, e i briganti lo legarono solidamente, ritto e coi piedi a terra, al cavalletto più lontano dalla finestra e più vicino al focolare.

Quando fu stretto l'ultimo nodo, Thénardier prese una sedia e andò a sedersi quasi dirimpetto a Leblanc. Non era più quello di prima; in pochi istanti la sua fisionomia era passata dalla violenza sfrenata alla dolcezza tranquilla e astuta. Mario stentava a riconoscere, in quel sorriso misurato da burocrate, la bocca quasi bestiale che schiumava un momento prima; considerava con stupore quella metamorfosi fantastica e allarmante, e provava quello che si proverebbe vedendo una tigre mutarsi in un avvocato.

- Signore... - disse Thénardier.

E scostando col gesto i briganti che tenevano ancora le mani su Leblanc:

- Allontanatevi un poco e lasciatemi discorrere col signore.

Tutti si ritirarono verso l'uscio. Egli riprese:

- Signore, avete fatto male a saltare dalla finestra: avreste potuto rompervi una gamba. Ora, se permettete, discorreremo tranquillamente. E prima di tutto devo comunicarvi un'osservazione che ho fatto, ed è che non avete ancora cacciato il minimo grido.

Thénardier aveva ragione, quella circostanza era vera, benché fosse sfuggita a Mario nel suo turbamento. Leblanc aveva pronunciato poche parole appena, senza alzare la voce; e anche durante la lotta coi sei banditi vicino alla finestra, aveva conservato il più profondo e strano silenzio. Thénardier proseguì.

- Mio Dio! se anche aveste gridato, non l'avrei trovato sconveniente. In casi simili si grida anche all'assassino, e dal canto mio non l'avrei preso in mala parte. E' naturalissimo che si faccia un po' di chiasso quando ci si trova con persone che non c'ispirano fiducia. Se anche l'aveste fatto, non vi avremmo disturbato, non vi avremmo neppure messo il bavaglio; e vi dico subito il perché. Perché questa camera è molto sorda: non ha altro pregio, è una vera cantina. Se ci scoppiasse una bomba, al più vicino corpo di guardia farebbe l'effetto del russare d'un ubriaco. Qui il cannone farebbe bum e il tuono buf: è un alloggio comodo. In conclusione però, non avete gridato; è meglio; faccio i miei complimenti, e vi dirò che cosa ne concludo: quando si grida, caro signore, chi è che viene? Ia polizia. E dopo la polizia? la giustizia. Ebbene! se non avete gridato, vuol dire che desiderate quanto noi di non veder arrivare la polizia e la giustizia; vuol dire, e da molto tempo ne dubitavo, che avete interesse a nascondere qualche cosa. Dal canto nostro, abbiamo lo stesso interesse; dunque possiamo intenderci.

Mentre parlava così, pareva che Thénardier, con lo sguardo fisso su Leblanc cercasse di affondare gli occhi fin nella coscienza del suo prigioniero. Del resto, il suo linguaggio, improntato a un'insolenza moderata e maligna, era riservato e quasi ricercato, e in quel miserabile che poco prima era niente altro che un brigante, si sentiva ora "l'uomo che studiò per esser prete".

Il silenzio del prigioniero, quella precauzione spinta fino all'oblio d'ogni cura della propria vita, quella resistenza opposta al primo istinto della natura che è di cacciare un grido, tutto questo, dobbiamo dirlo, era fastidioso per Mario e lo stupiva penosamente.

Quell'osservazione così fondata di Thénardier rendeva ancora più buio per Mario il folto mistero, sotto cui si nascondeva quella figura grave e strana, a cui Courfeyrac aveva dato il nomignolo di "signor Leblanc". Ma così com'era legato alle corde, circondato da carnefici, già mezzo immerso, per così dire, in una fossa che sprofondava sotto di lui gradatamente, dinanzi alla calma come dinanzi al furore di Thénardier, quell'uomo restava impassibile; e Mario non poteva non ammirare quel volto così superbamente malinconico in simile frangente.

Evidentemente era un'anima inaccessibile allo spavento e ignorava che cosa fosse lo scoraggiamento, uno di quegli uomini che dominano lo stupore delle situazioni disperate. Per quanto estrema fosse la crisi e inevitabile la catastrofe, non c'era in lui nulla dell'agonia del naufrago che spalanca sotto i flutti gli occhi stravolti.

Thénardier si alzò senza affettazione e, accostatosi al camino, smosse il paravento che appoggiò al vicino giaciglio scoprendo così il braciere acceso, nel quale il prigioniero poteva vedere lo scalpello arroventato e picchiettato qua e là da piccole stelle scarlatte. Poi tornò a sedersi presso Leblanc.

- Continuo - disse. - Possiamo intenderci; accomodiamo la faccenda con le buone. Ho avuto torto, poco fa, a lasciarmi trasportare, non so dove avessi il capo, sono andato troppo oltre, ho detto delle stravaganze. Per esempio, perché siete milionario, ho detto che pretendevo denaro, molto denaro, una quantità immensa di denaro. Ciò non sarebbe ragionevole. Mio Dio, per quanto siate ricco, avrete voi pure i vostri guai; chi non ne ha? Non pretendo di rovinarvi; non sono uno strozzino; non sono di quelli che, quando hanno il vantaggio della posizione, ne approfittano fino al ridicolo. Guardate, ci rimetto del mio e faccio io pure un sacrificio. Mi servono solo duecentomila franchi.

Leblanc non disse una parola e l'altro proseguì:

- Vedete bene che metto non poca acqua nel mio vino. Non conosco l'ammontare del vostro patrimonio, ma so che non badate al denaro, e un uomo benefico come voi può benissimo dare duecentomila franchi a uno sfortunato padre di famiglia. Senza dubbio siete ragionevole, e non vi sarete immaginato che io mi sia affaticato come ho fatto oggi, che abbia organizzato la faccenda di questa sera, la quale per confessione di questi signori è un lavoro ben fatto, per finire col chiedervi di che andare a bere del vino e mangiare un pezzo di vitello da Desnoyers. L'impresa vale bene duecentomila franchi. Una volta sborsata questa sommetta, vi garantisco che tutto sarà finito e che non avrete da temere neppure un buffetto. Mi direte che non avete addosso duecentomila franchi. Oh! non sono mica esagerato, non pretendo tanto; vi chiedo una cosa sola. Abbiate la bontà di scrivere quanto vi detterò.

Qui Thénardier s'interruppe, poi aggiunse accentuando le parole e volgendo un sorriso verso il braciere:

- Non credo che non sapete scrivere: vi prevengo.

Un grande inquisitore avrebbe potuto invidiare quel sorriso.

Thénardier spinse la tavola vicino al signor Leblanc e prese il calamaio, la penna e un foglio di carta nel cassetto che lasciò socchiuso e in cui luccicava la lunga lama del coltello. Pose il foglio di carta davanti al prigioniero, dicendogli:

- Scrivete.

Questi finalmente parlò:

- Come volete che scriva? Sono legato.

- E' vero, scusate - fece Thénardier. - Avete proprio ragione. E volgendosi a Bigrenaille:

- Slegate il braccio destro del signore.

Panchaud, detto Printanier, detto Bigrenaille eseguì l'ordine.

Quando il prigioniero ebbe la mano libera, Thénardier intinse la penna nel calamaio e gliela presentò:

- Notate bene, signore, che siete in nostro potere, a nostra discrezione, assolutamente a nostra discrezione, che nessuna potenza umana può togliervi di qui, e che saremmo veramente desolati se fossimo costretti a spiacevoli misure. Non conosco né il vostro nome, né il vostro domicilio; ma vi prevengo che rimarrete legato qui fino al ritorno della persona incaricata di consegnare la lettera che scriverete. Ora, compiacetevi di scrivere.

- Che cosa? - chiese il prigioniero.

- Detto io.

Leblanc prese la penna.

Thénardier cominciò a dettare: "Figlia mia..." Il prigioniero trasalì e alzò gli occhi su Thénardier.

- Mettete "mia cara figlia" disse costui. Leblanc obbedì e l'altro continuò: "Vieni immediatamente...".

- Le date del tu, vero?

- A chi? - domandò il prigioniero.

- Diamine! - riprese Thénardier. - Alla piccina, all'Allodola.

L'altro rispose senza la minima emozione apparente:

- Non so che vogliate dire.

- Scrivete lo stesso - disse Thénardier; - e tornò a dettare:

"Vieni immediatamente. Ho assolutamente bisogno di te. La persona che ti consegnerà questo biglietto è incaricata di condurti presso di me. Ti aspetto. Vieni con fiducia".

Leblanc scrisse ogni cosa. L'altro riprese:

- Ah! cancellate "vieni con fiducia"; potrebbe far nascere il dubbio che la cosa non sia pulita e che si possa diffidare.

Leblanc cancellò le tre parole.

- Ora - proseguì Thénardier - sottoscrivete, firmate. Come vi chiamate?

- Per chi è questa lettera?

- Lo sapete bene - rispose Thénardier - per la piccina; ve l'ho detto proprio adesso.

Evidentemente Thénardier evitava di nominare la fanciulla di cui si trattava; diceva "l'Allodola", "la piccina", ma non proferiva il nome. Precauzione d'uomo astuto, che conserva il proprio segreto dinanzi ai complici. Dire il nome, era un dare loro in mano "tutto l'affare", era dire più di quanto conveniva che sapessero.

Riprese:

- Firmate. Qual è il vostro nome?

- Urbano Fabre - rispose il prigioniero.

Con la rapidità di un gatto, Thénardier si cacciò la mano in tasca, e tratto fuori il fazzoletto trovato indosso a Leblanc ne cercò la cifra e l'avvicinò alla candela.

- U. F. Va bene, Urbano Fabre. Ebbene, firmate U. F.

Il prigioniero firmò.

- Siccome per piegare una lettera ci vogliono tutt'e due le mani, datela a me che la piegherò io.

Ciò fatto, riprese:

- Ponete l'indirizzo: Signorina Fabre e il vostro indirizzo. So che non abitate molto lontano di qui, nelle vicinanze di San Giacomo d'Altopasso, perché andate in quella chiesa ogni giorno a sentire la messa; ma non so in quale via. Vedo che capite le vostra situazione. Come non avete mentito per il nome, così non mentirete neppure per l'indirizzo. Scrivetelo voi stesso.

Il prigioniero rimase un momento pensoso, poi prese la penna e scrisse:

- "Signorina Fabre, presso il signor Urbano Fabre, via San Domenico numero 17".

Thénardier afferrò la lettera con una specie di convulso febbrile.

- Moglie - gridò.

La Thénardier accorse.

- Ecco la lettera. Sai quello che devi fare. Giù c'è una vettura:

va subito, e torna subito. E, volgendosi all'uomo col maglio:

- Giacché ti sei levata la maschera, accompagna la signora; sali dietro alla vettura. Sai dove hai lasciato la carretta?

- Sì - rispose l'altro. E, deponendo in un angolo il maglio, seguì la donna.

Mentre se ne andavano Thénardier sporse la testa dalla porta socchiusa e gridò nel corridoio:

- Bada soprattutto di non perdere la lettera! Ricordati che hai addosso duecentomila franchi.

La voce rauca della moglie rispose:

- Sta tranquillo, me la sono messa in seno.

Non era trascorso un minuto, quando si udì lo schioccare di una frusta che andò scemando fino a svanire rapidamente.

- Bene! - borbottò Thénardier. - Vanno abbastanza svelti. Se continuano con quel trotto, fra tre quarti d'ora saranno di ritorno.

Avvicinò una sedia al camino e si sedette incrociando le braccia e presentando le scarpe fangose al braciere.

- Sento freddo ai piedi - disse.

Non rimanevano più nella tana, insieme con Thénardier e il prigioniero, se non cinque banditi. Questi, attraverso la maschera o il nero che copriva loro la faccia e ne faceva, a scelta della paura, dei carbonai, dei negri o dei demoni, avevano un contegno tetro e sonnolento, in cui si sentiva che eseguivano un delitto come un mestiere, tranquillamente, senza collera né pietà, quasi con noia. Erano ammucchiati in un angolo come bestie e tacevano:

Thénardier si scaldava i piedi; il prigioniero era ricaduto nella sua taciturnità; una cupa calma era succeduta al feroce strepito che poco prima riempiva la stamberga.

La candela, sulla quale s'era formato un grosso fungo, rischiarava appena il vasto locale; la brace si era appannata, e tutte quelle teste mostruose disegnavano ombre deformi sulle pareti e sul soffitto.

Non si udiva altro rumore che la quieta respirazione del vecchio ubriaco che dormiva.

Mario aspettava, in un'ansietà che tutto serviva ad accrescere.

L'enigma era più che mai impenetrabile. Chi era la "piccina" che Thénardier chiamava anche l'Allodola? Era forse la sua "Ughetta"?

Il prigioniero non aveva mostrato nessuna commozione a quel nome di Allodola, e aveva risposto con la più grande naturalezza: - Non so cosa vogliate dire. - D'altra parte le due iniziali U. F.

significavano Urbano Fabre, e Ughetta non si chiamava più Ughetta.

Questa era per Mario l'unica cosa chiara. Un terribile fascino lo teneva inchiodato al suo posto, donde osservava e dominava tutta la scena. Era là, quasi incapace di riflettere e di muoversi, come annientato da quelle cose tanto abominevoli vedute da vicino.

Aspettava, sperava qualche incidente, qualunque fosse; non poteva raccogliere le idee e non sapeva a qual partito appigliarsi.

- In ogni caso - pensava - se l'Allodola è lei, la vedrò anch'io, poiché la Thénardier deve condurla qui. Allora darò la mia vita e il mio sangue se occorre, ma la libererò. Nulla mi fermerà.

Trascorse così quasi una mezz'ora. Thénardier pareva assorto in una meditazione tenebrosa, e il prigioniero non fiatava. Però da qualche tempo, a Mario sembrava di udire, a intervalli, un piccolo rumore sordo dalla parte di quest'ultimo.

A un tratto Thénardier apostrofò Leblanc:

- Signor Fabre, ecco, è meglio che vi dica subito ogni cosa.

Queste parole sembravano annunciare uno schiarimento. Perciò Mario prestò orecchio. Thénardier proseguì:

- Mia moglie, a momenti, sarà di ritorno; non v'impazientite.

Suppongo che l'Allodola sia veramente vostra figlia e quindi trovo naturale che la teniate con voi. Però, ascoltate. Mia moglie è andata a prenderla con la vostra lettera; e per questo ho raccomandato a mia moglie di acconciarsi, come avete visto, in modo che la vostra signorina la segua senza difficoltà. Tutt'e due saranno in vettura, col mio compagno dietro. In un certo posto, presso una barriera, è pronta una carretta con due buoni cavalli:

conducono là vostra figlia. La faranno scendere dalla vettura e salire sulla carretta, col mio compagno, mentre mia moglie tornerà qui a dirci: "E' fatto". Quanto alla vostra signorina, non le faranno nessun male; la carretta la porterà in un luogo sicuro dove la lasceranno in pace, e vi verrà restituita non appena m'avrete dato quella miseria di duecentomila franchi. Se mi fate arrestare, il mio compagno darà un dito di lama all'Allodola, ecco tutto.

Il prigioniero non proferì parola; fu Thénardier che, dopo una pausa, riprese:

- Come vedete, è una cosa semplicissima. Non ci sarà niente di male se non vorrete che ci sia niente di male. Ho voluto dirvi come stanno le cose perché sappiate regolarvi.

E fece una nuova pausa. Il prigioniero non rompeva il silenzio.

Riprese:

- Non appena mia moglie sarà tornata e mi avrà detto che l'Allodola è in viaggio, vi slegheremo e sarete libero di andare a dormire a casa vostra. Come vedete, non avevamo cattive intenzioni.

Le immagini più spaventose passarono davanti alla mente di Mario.

Come! la fanciulla che rapivano non la conducevano dov'era suo padre? uno di quei mostri se la portava via nelle tenebre? e dove... E se era lei? Evidentemente era lei. Mario sentiva i battiti del cuore. Che fare? Tirare il colpo di pistola? Affidare alla giustizia tutti quei miserabili? Ma il terribile uomo col maglio sarebbe al sicuro con la fanciulla. Mario rifletteva alle parole di Thénardier, di cui comprendeva il sanguinoso significato: "Se mi fate arrestare, il mio compagno darà un dito di lama all'Allodola".

Ora, era trattenuto non solo dal testamento del colonnello, ma anche dal suo amore, dal pericolo in cui sapeva l'amata.

Quella spaventosa situazione, che durava già da più di un'ora, mutava aspetto ogni momento. Mario ebbe la forza di passare in rivista tutte le più strazianti congetture, in cerca di una speranza che non trovava mai. Il tumulto delle sue idee contrastava col silenzio funereo della stamberga.

In mezzo a quel silenzio si udì il rumore della porta di strada che si apriva e si richiudeva.

Il prigioniero si scosse leggermente fra le corde.

- Ecco mia moglie - disse Thénardier.

Aveva appena proferito queste parole, quando la Thénardier si slanciò nella camera, rossa, scalmanata, ansante, con gli occhi infiammati, e gridò, battendosi d'un colpo le due cosce con le grosse mani: - Falso indirizzo!

Il bandito, che aveva condotto con lei, comparve anche lui e andò a riprendere il suo maglio.

La donna riprese:

- Nessuno! In via San Domenico 17, nessun Urbano Fabre! Non sanno nemmeno chi sia! Si fermò quasi soffocata, poi proseguì:

- Thénardier, questo vecchio ti ha canzonato! Vedi, tu sei troppo buono, tu! Io invece avrei cominciato a spaccargli il cranio in quattro e se avesse fatto il cattivo lo avrei arrostito vivo!

Avrebbe finito col parlare, e dire dov'è la ragazza, e dov'è il gruzzolo! Ecco come avrei condotta la cosa io! Hanno ragione quelli che dicono che gli uomini sono più stupidi delle donne!

Nessuno! Il numero 17 è un portone! Niente signor Fabre, in via San Domenico! E coda fra le gambe, mancia al cocchiere, e tutto il resto! Ho parlato col portinaio e con la portinaia, che è una bella donna robusta, ma non lo conoscono affatto!

Mario respirò: lei, Ughetta o l'Allodola, quella che non sapeva più come chiamare, era salva.

Mentre la moglie esasperata vociferava, Thénardier si era seduto sulla tavola. Stette qualche momento senza pronunciare una parola, dondolando la gamba destra penzoloni e osservando il braciere con aria selvaggia e meditabonda.

Alla fine disse al prigioniero, con una inflessione lenta e singolarmente feroce:

- Un falso indirizzo? Ma cosa hai dunque sperato?

- Guadagnar tempo! - gridò il prigioniero con voce tonante. E nello stesso tempo scosse i legami. Erano tagliati; non era più legato al letto che da una gamba sola.

Prima che i sette uomini avessero avuto il tempo di raccapezzarsi e di slanciarsi, egli si era chinato verso il focolare, aveva steso la mano sul braciere, poi si era rialzato; e ora Thénardier, sua moglie e i banditi, ricacciati dallo spavento in fondo alla stanzaccia, lo vedevano, con stupore, quasi libero, in un formidabile atteggiamento, alzare al di sopra del capo lo scalpello arroventato che mandava una luce sinistra.

L'inchiesta giudiziaria, apertasi in seguito all'agguato della topaia Gorbeau, constatò che una moneta di due soldi, tagliata e lavorata in modo speciale, fu trovata nella stamberga quando la polizia vi fece una perquisizione: quel doppio soldo era una di quelle industriose meraviglie che la pazienza della prigione produce nelle tenebre e per le tenebre, meraviglie che sono altrettanti strumenti di evasione. Quei prodotti orribili e delicati di un'arte prodigiosa stanno all'oreficeria, come le metafore del gergo alla poesia. In prigione si trovano dei Benvenuto Cellini, come nella lingua si trovano dei Villon. Lo sciagurato che aspira alla libertà, riesce, talvolta senza utensili, con una rozza lama, con un vecchio coltello, a segare un soldo in due lamine senza intaccare le impronte monetarie, e a praticare una vite sul margine del soldo in modo da far aderire di nuovo le due lamine. Così si avvita e si svita a volontà: è una scatola; e in questa scatola si nasconde una molla da orologio, e quella molla da orologio ben maneggiata taglia le catene e le sbarre di ferro. Si crede che quel disgraziato galeotto possieda soltanto un soldo, ma no, egli possiede la libertà. Nelle ripetute perquisizioni della polizia in quella stanzaccia, fu trovato proprio un soldone di tal genere, aperto e in due pezzi, sotto il giaciglio vicino alla finestra. Fu trovata pure la piccola sega d'acciaio azzurro che poteva nascondersi nel soldone.

Probabilmente, quando i banditi lo frugarono, il prigioniero aveva quel soldo che riuscì a nascondere in mano: e quando più tardi gli lasciarono libera la destra, lo svitò e adoperò la sega per tagliare le corde che lo legavano. Questo spiegherebbe il leggero rumore e i moti impercettibili che Mario aveva notato.

Non avendo potuto chinarsi per timore di tradirsi, non aveva tagliato i lacci della gamba sinistra.

I banditi erano rinvenuti dalla prima sorpresa.

- Sta tranquillo, disse Bigrenaille a Thénardier. E' ancora legato per una gamba e non fuggirà; garantisco io, che gli ho legato quella gamba.

Intanto il prigioniero alzò la voce:

- Siete tanti sciagurati, ma la mia vita non vale la pena di essere tanto difesa. Se poi credete di farmi parlare, di farmi scrivere quello che non voglio scrivere, di farmi dire quello che non voglio dire...

Rimboccò la manica del braccio sinistro e aggiunse:

- Guardate.

Nello stesso tempo stese il braccio e posò sulla carne nuda lo scalpello infuocato che teneva con la destra per il manico di legno.

S'udì lo sfrigolìo della carne bruciata, e l'odore caratteristico delle camere di tortura si sparse nella stamberga. Mario barcollò atterrito, e gli stessi briganti furono presi da un brivido, ma il viso dello strano vecchio si contrasse appena, e mentre il ferro rovente si immergeva nella piaga fumante, impassibile e quasi augusto fissava su Thénardier il suo limpido sguardo senza odio, nel quale la sofferenza si mutava in una maestà serena.

Nelle grandi e nobili nature, le ribellioni della carne e dei sensi in preda al dolore fisico fanno uscire l'anima e la fanno apparire sulla fronte, come le sedizioni della soldatesca costringono il capitano a mostrarsi.

- Miserabili - disse. - Non abbiate più paura di quanta io ne abbia di voi.

E strappando lo scalpello della piaga, lo lanciò fuori dalla finestra aperta. L'orribile utensile infocato disparve nelle tenebre girando in aria, e andò a cadere lontano e a spegnersi nella neve.

Il prigioniero riprese:

- Fate di me quello che volete.

Era disarmato.

- Afferratelo - disse Thénardier.

Due dei briganti gli posero la mano sulla spalla, e l'uomo mascherato dalla voce di ventriloquo, gli si collocò davanti, pronto a spaccargli il cranio con una mazzata al minimo movimento.

Nello stesso tempo Mario udì sotto di sé, vicino al tramezzo, e tanto vicino da non poter vedere quelli che parlavano, questo colloquio sommesso.

- C'è soltanto una cosa da fare.

- Squartarlo!

- Appunto.

Erano marito e moglie che si consultavano.

Thénardier camminò a passi lenti verso la tavola, aprì il cassetto e prese il coltello.

Mario tormentava l'impugnatura della pistola. Perplessità inaudita! Da un'ora sentiva delle voci nella coscienza; una gli diceva di rispettare il testamento paterno, l'altra gli gridava di salvare il prigioniero; e le due voci continuavano senza interruzione una lotta che lo angosciavano. Fino a quel momento, aveva confusamente sperato di trovare un mezzo per conciliare quei due doveri, ma inutilmente. Frattanto, il pericolo era imminente, l'ultimo limite dell'attesa era passato, e, a qualche passo dal prigioniero, Thénardier rifletteva col coltello in mano.

Mario, stravolto, volgeva gli occhi in giro, estrema risorsa macchinale della disperazione.

All'improvviso trasalì.

Un vivo raggio lunare illuminava ai suoi piedi, sulla tavola, e pareva che glielo indicasse, un foglio di carta, sul quale lesse le parole scritte in grossi caratteri la mattina stessa dalla maggiore delle figlie della Thénardier:

- CI SONO I COGNES.

Un'idea, un lampo attraversò la mente di Mario: era il mezzo che cercava, la soluzione dell'orribile problema che lo torturava; risparmiare l'assassino salvando la vittima. Si inginocchiò sul cassettone, allungò la mano, prese il foglio di carta, staccò dolcemente un pezzetto d'intonaco dal tramezzo, avvolse nella carta, e gettò tutto per il buco.

Era tempo. Thénardier, vinti gli ultimi timori e gli ultimi scrupoli, si dirigeva verso il prigioniero.

- E' caduto qualcosa! - gridò la moglie.

- Cosa? - chiese il marito.

Essa si lanciò e, raccolto il calcinaccio avvolto nella carta, glielo consegnò.

- Da che parte è entrato? - domandò Thénardier.

- Diamine! - rispose la moglie. - Da dove vuoi che sia entrato?

Dalla finestra.

- L'ho visto passare - aggiunse Bigrenaille.

Thénardier svolse rapidamente il foglio e l'avvicinò alla candela.

- E' la calligrafia d'Eponina, diavolo!

Fece segno alla moglie, che si avvicinò premurosamente, e le mostrò il rigo scritto sul foglio; poi aggiunse con voce sorda:

- Presto la scala! Lasciamo il lardo nella trappola, e svigniamocela.

- Senza tagliare il collo a quell'uomo? - chiese la Thénardier.

- Non facciamo in tempo.

- Da che parte? - chiese Bigrenaille.

- Dalla finestra - rispose Thénardier. - Se Eponina ha gettato il sasso dalla finestra è segno che da questo lato la casa non è circondata.

Il mascherato dalla voce di ventriloquo posò la grossa chiave, alzò le braccia in aria e chiuse tre volte rapidamente le mani senza dire una parola. Fu come il segnale d'allarme in un equipaggio. I briganti, che tenevano il prigioniero, lo lasciarono e in un batter d'occhio la scala di corda fu buttata dalla finestra e attaccata solidamente al parapetto coi due ganci di ferro.

Il prigioniero non badava a quanto accadeva intorno a lui, sembrava assorto nella meditazione o nella preghiera.

Appena fissata la scala, Thénardier chiamò:

- Vieni moglie!

E si slanciò verso la finestra.

Ma mentre stava per scavalcare il parapetto, Bigrenaille lo afferrò ruvidamente per il bavero.

- Niente affatto, vecchio burlone! Dopo di noi, per piacere!

- Dopo di noi - urlarono i banditi.

- Siete tanti ragazzi - disse Thénardier; - così perdiamo tempo, abbiamo gli sbirri alle calcagna.

- Ebbene - disse uno - tiriamo a sorte a chi deve passare primo.- Thénardier protestò.

- Siete pazzi! Siete un branco di gaglioffi! Perdere tempo, vero?

Tirare a sorte, no? Scrivere i nomi... metterli in un berretto, no?

- Volete il mio cappello? - gridò una voce dalla soglia.

Si voltarono tutti: era Javert.

Teneva il cappello in mano e lo porgeva sorridendo.




21. SI DOVREBBE COMINCIARE SEMPRE CON L'ARRESTARE LE VITTIME


Al cader della notte, Javert aveva appostato gli uomini e si era nascosto anche lui dietro gli alberi della via Barrière-des- Gobelins, che è di fronte alla topaia Gorbeau, dall'altro lato del boulevard.

Aveva cominciato con l'aprire la "trappola" per acchiappare le due ragazze incaricate di sorvegliare i dintorni della tana, ma aveva colto soltanto Azelma, perché Eponina non era al suo posto, era scomparsa e non s'era fatta prendere. Poi si era appostato, aspettando, con l'orecchio teso, il segnale convenuto. Il va e vieni delle vetture lo aveva molto agitato. Alla fine, persa la pazienza e sicuro che lassù c'era un nido, sicuro di essere in buona fortuna, avendo riconosciuto parecchi dei banditi che erano entrati, si era deciso a salire senza aspettare il colpo di pistola.

Già sappiamo che aveva la chiave di Mario. Arrivò in buon punto. I banditi spaventati si buttarono sulle armi, che avevano abbandonato qua e là al momento di evadere. In meno di un secondo quei sette uomini, terribili a vedersi, si erano raggruppati in difesa, l'uno col maglio, l'altro con la chiave, il terzo col bastone ferrato, gli altri con le cesoie, le tenaglie e i martelli, Thénardier col coltello. La moglie afferrò un'enorme pietra, che stava nell'angolo della finestra e serviva di sgabello alle figlie.

Javert si ricacciò in testa il cappello e mosse due passi nella camera, con le braccia incrociate, il bastone sotto il braccio e la spada nel fodero.

- Alto là! Non passerete dalla finestra, ma dalla porta. E' più comodo. Voi siete in sette, noi in quindici. Non pigliamoci a pugni come tanti facchini. Siate gentili.

Bigrenaille tirò fuori una pistola, che teneva nascosta sotto il camiciotto, e la porse a Thénardier, dicendogli all'orecchio:

- E' Javert: non oso tirare su quell'uomo. Sei buono tu?

- Perdio! - rispose Thénardier.

- Ebbene tira.

Thénardier impugnò la pistola e prese di mira Javert.

- Non tirare, via! Non spara.

Thénardier premette il grilletto, ma questo scattò a vuoto.

- Te l'avevo detto! - fece Javert.

Bigrenaille buttò il bastone piombato ai piedi di Javert.

- Tu sei l'imperatore di tutti i diavoli! Mi arrendo.

- E voi? - chiese Javert agli altri banditi.

Questi risposero:

- Anche noi.

Javert riprese con calma:

- Bravi! Cosi va bene! L'ho detto che sareste stati savi.

- Chiedo una sola cosa - riprese Bigrenaille: - che non mi neghino il tabacco quando sarò in prigione.

- Accordato - rispose Javert. - E volgendosi indietro chiamò:

- Adesso entrate.

All'appello di Javert irruppe nella stanza una squadra di poliziotti con la spada sguainata e di agenti armati di mazze e di randelli. I banditi vennero legati. Quella moltitudine di uomini, malgrado fossero rischiarati da una sola candela, riempiva di ombre tragiche il tugurio.

- Le manette a tutti! - comandò Javert.

- Provate ad avvicinarvi! - gridò una voce che non era di uomo, ma di cui nessuno avrebbe osato dire: è una voce di donna.

La Thénardier si era trincerata in un angolo della finestra, ed era stata lei a cacciare quel ruggito.

I poliziotti e gli agenti rincularono.

Costei aveva buttato giù lo scialle conservando il cappello; suo marito, accosciato dietro di lei, spariva quasi sotto lo scialle caduto, ed essa lo copriva col proprio corpo, tenendo alta la pietra al disopra del capo, col dondolio di una gigantessa in procinto di scagliare una roccia.

- Indietro! - gridò.

Tutti si ritirarono verso il corridoio, lasciando un largo vuoto in mezzo alla stanza.

La donna diede un'occhiata ai banditi che si erano lasciati legare, e mormorò con voce rauca e gutturale:

- Vigliacchi!

Javert sorrise e si avanzò nello spazio vuoto, che la Thénardier dominava con gli occhi:

- Non avvicinarti! Vattene! - gridò - o ti schiaccio!

- Che granatiere! - disse Javert. - Via, tu hai la barba come un uomo, ma io ho gli artigli come una donna.

E continuò ad avanzare.

La Thénardier, scapigliata e terribile, allargò le gambe, si inarcò indietro e scagliò a tutta forza la pietra in direzione della testa di Javert. Ma costui si chinò, e il proiettile, passandogli di sopra, andò a sbattere contro la parete di fronte, facendo cadere un grosso pezzo di intonaco, e tornò, rimbalzando in angolo attraverso la stanza per fortuna quasi vuota, a morire sui talloni di Javert.

Nello stesso momento Javert piombava sulla coppia Thénardier: una delle sue larghe mani si abbatté sulla spalla della moglie, l'altra sulla testa del marito.

- Le manette! - gridò.

I poliziotti rientrarono in massa e, in pochi secondi, eseguirono l'ordine.

La Thénardier, affranta, guardò le sue mani incatenate e quelle del marito, e si lasciò cadere a terra piangendo e gridando:

- Le mie bambine!

- Sono al coperto - rispose Javert.

Frattanto i poliziotti, scorgendo l'ubriaco che dormiva dietro la porta, lo scossero. Questi si svegliò balbettando:

- E' finito, Jondrette?

- Sì - rispose Javert.

I sei banditi ammanettati erano in piedi e conservavano la loro apparenza di spettri: tre impiastricciati di nero, tre mascherati.

- Tenete le maschere - disse Javert.

E passandoli in rassegna con lo sguardo di un Federico Secondo alla parata di Potsdam, disse ai tre "fumisti":

- Buongiorno, Bigrenaille, buongiorno, Brujon, buongiorno, Deux Milliards.

Poi, voltosi ai tre mascherati, disse all'uomo col maglio:

- Buongiorno, Gueulemer.

E a quello col bastone ferrato:

- Buongiorno, Babet.

E al ventriloquo:

- Salute, Claquesous.

In quel momento, scorse il prigioniero dei banditi, il quale da quando erano entrati i poliziotti non aveva pronunciato una parola e se ne stava a capo chino.

- Slegate il signore! - ordinò Javert. - E nessuno esca!

Ciò detto, si sedette con aria imponente dinanzi alla tavola sulla quale erano rimasti la candela e il calamaio, e tratto di tasca un foglio di carta bollata, cominciò a stendere il processo verbale.

Scritte le prime righe, che sono le solite formule sempre uguali, alzò gli occhi:

- Fate avvicinare il signore che questi tenevano legato.

I poliziotti si guardarono intorno.

- Ebbene! - chiese Javert. - Dov'è?

Il prigioniero dei banditi, il signor Leblanc, il signor Urbano Fabre, il padre di Ughetta o dell'Allodola, era scomparso.

La porta era custodita, ma la finestra no. Appena si era visto slegato e mentre Javert cominciava il verbale, aveva approfittato della confusione, del disordine, dell'oscurità e di un momento in cui nessuno badava a lui, per lanciarsi dalla finestra.

Una guardia corse subito all'abbaino e guardò. Non si vedeva nessuno.

La scala di corda oscillava ancora.

Diamine! - borbottò Javert tra i denti. - Quello doveva essere il migliore!




22. IL PICCINO CHE STRILLAVA AL TOMO SECONDO


Il giorno dopo questi avvenimenti nella casa del boulevard dell'Ospedale, un ragazzo, che pareva venire dalla parte del ponte di Austerlitz, risaliva il viale laterale di destra dirigendosi verso la barriera di fontainebleau. Era notte buia. Il ragazzo era pallido, magro, cencioso, con un paio di calzoni di tela nel mese di febbraio, e cantava a squarciagola.

All'angolo della via Petit-Banquier una vecchia, alla luce del fanale, rovistava, curva, in un mucchio di immondizie. Il ragazzo passando l'urtò; poi rinculò, esclamando:

- Toh! E io che l'avevo presa per un enorme, un enorme cane!

E pronunciò la seconda volta la parola "enorme" con un beffardo ingrossamento di voce, che le lettere maiuscole esprimerebbero abbastanza bene: un enorme, un ENORME cane!

La vecchia si rizzò furibonda:

- Demonio d'un monello! - borbottò. - Se non mi fossi trovata curva, so ben io dove t'avrei preso a calci.

Il ragazzo era già lontano.

- Psss! Psss! - fece. - Del resto, forse non mi sono sbagliato.

La vecchia soffocata dalla bile, si raddrizzò e la luce rossastra del fanale illuminò completamente la sua faccia livida, tutta scavata di angoli e di rughe, con le zampe di gallina che giungevano ai lati della bocca. Il corpo spariva nell'ombra e si vedeva soltanto la testa, che sembrava la maschera della decrepitezza stagliata da una luce nelle tenebre. Il ragazzo stette a guardarla, poi disse:

- La signora non possiede il genere di bellezza che mi conviene.

E proseguì il cammino riprendendo a cantare:

"Il re Colpodizòccolo se ne andava a caccia, a caccia di corvi..." Dopo questi tre versi si interruppe. Era arrivato davanti al numero 50-52 e, trovando la porta chiusa, si era messo a prenderla a pedate, pedate rimbombanti ed eroiche, che svelavano le scarpe da uomo che portava, anziché i piedi di ragazzo che possedeva.

Intanto la vecchia incontrata all'angolo di via Petit-Banquier gli correva dietro vociferando e sbracciandosi.

- Cosa c'è? Cosa c'è? Signore Iddio! Sfondano la porta! Buttano giù la casa!

Le pedate continuavano.

La vecchia si spolmonava.

- Così si trattano le case, adesso!

A un tratto si fermò: aveva riconosciuto il monello.

- Come! E' quel satanasso!

- Guarda, è la vecchia! - disse il fanciullo. - Buon giorno, megera. Vengo a trovare i miei antenati.

La vecchia rispose con una smorfia; ammirevole improvvisazione dell'odio che cava profitto dalla caducità e dalla bruttezza, ma che disgraziatamente andò perduta nell'oscurità.

- Non c'è nessuno, brutto animale.

- Oh! - rispose il ragazzo. - E dov'è mio padre?

- Alla Force.

- Guarda! E mia madre?

- A San Lazzaro.

- Senti! E le mie sorelle?

- Alle Madelonnettes.

Il fanciullo si grattò l'orecchio, guardò mamma Burgon, e disse:

- Ah!

Poi girò sui calcagni; e un momento dopo la vecchia, che era rimasta sulla soglia della porta, l'udì cantare con la sua voce limpida e fresca, allontanandosi sotto i neri olmi agitati dalla brezza invernale:

"Il re Colpodizòccolo Se ne andava a caccia, A caccia di corvi, Sopra i suoi trampoli; Per passar di sotto Gli pagavan due soldi".




PARTE QUARTA - L'EPOPEA DI VIA SAN DIONIGI E L'IDILLIO DI VIA PLUMET



Libro 1


ALCUNE PAGINE DI STORIA



BEN TAGLIATO


Il 1831 e il 1832, i due anni che seguono immediatamente la Rivoluzione di Luglio, formano un momento storico tra i più singolari e interessanti. Tra quelli che li precedono e quelli che li seguono, questi due anni stanno come montagne. Hanno la grandezza rivoluzionaria. Vi si distinguono dei precipizi. Le masse sociali, le stesse assise della civiltà, il gruppo compatto degli interessi sovrapposti e aderenti, i profili secolari dell'antica formazione francese, vi appaiono e scompaiono a ogni istante, attraverso le tempestose nubi dei sistemi, delle passioni e delle teorie.

Tali apparizioni e sparizioni sono state chiamate resistenza e movimento. Di tanto in tanto vi si vede splendere la verità che è la luce dell'anima umana.

Quest'epoca, degna di considerazione, è abbastanza circoscritta e comincia ad allontanarsi abbastanza da noi perché se ne possano fin d'ora cogliere le linee principali.

E' quello che vogliamo tentare qui.

La Restaurazione fu una di quelle fasi intermedie, difficili a definire, in cui c'è stanchezza, stordimento, mormorio, sonnolenza e tumulto, e che non sono se non l'arrivo di una grande nazione a una tappa. Sono epoche eccezionali e ingannano i politici che vogliono sfruttarle. Dapprima, la nazione chiede soltanto il riposo; desidera una sola cosa, la pace; ha una sola ambizione, essere piccina. Il che significa restar tranquilla. Grandi avvenimenti, grandi rischi, grandi avventure e uomini grandi, grazie a Dio, ne ha visti abbastanza, e ne è stufa. Darebbe Cesare per Prusia e Napoleone per il re di Yvetot. "Che buon reuccio era quello!". Ha camminato dallo spuntar del sole, è giunta alla sera di una lunga e rude giornata; ha fatto la prima tappa con Mirabeau, la seconda con Robespierre, la terza con Bonaparte.

Tutti sono sfiniti e chiedono un letto.

Le abnegazioni stanche, gli eroismi invecchiati, le ambizioni soddisfatte, le ricchezze conseguite cercano, reclamano, implorano, sollecitano, che cosa? un riposo. L'ottengono. Si impossessano della pace, della tranquillità, del benessere, ed eccoli contenti. Ma intanto alcuni fatti sorgono, si fanno conoscere e bussano alla porta. Questi fatti, sorti dalle rivoluzioni e dalle guerre, esistono, vivono, hanno diritto al loro posto nella società, se lo prendono; e il più delle volte questi avvenimenti sono come marescialli e furieri che preparano l'alloggio ai principi.

Ecco cosa vedono allora i filosofi politici.

Mentre gli uomini stanchi chiedono riposo, i fatti compiuti chiedono garanzie. Le garanzie per i fatti equivalgono al riposo per gli uomini.

Questo chiedeva l'Inghilterra agli Stuard dopo il Protettore, questo chiedeva la Francia ai Borboni dopo l'impero.

Tali garanzie sono una necessità dei tempi. Bisogna accordarle. I principi le concedono, ma chi le dà realmente è la forza delle cose. Verità profonda e utile a sapersi, di cui non si avvidero gli Stuard nel 1660, che i Borboni non intravidero neppure nel 1814.

La famiglia predestinata che tornò in Francia dopo la caduta di Napoleone, ebbe la fatale semplicità di credere che fosse stata lei a concedere e potesse riprendere quanto aveva concesso, che la casa Borbone avesse da parte sua il diritto divino e la Francia nulla; e che il diritto pubblico accordato nella Costituzione di Luigi Diciottesimo non fosse altro che un frammento del diritto divino, alienato dalla casa Borbone e generosamente donato al popolo fino a quando piacesse al re di riprenderlo. Eppure, dal dispiacere che provava nel donare, la casa Borbone avrebbe dovuto capire che il dono non proveniva da lei.

Essa fu ostile al secolo diciannovesimo; avversò tutte le aspirazioni della nazione e, per servirci della parola volgare che è quanto dire popolare e vera, recalcitrò. Il popolo se ne accorse. Credette di possedere la forza, perché l'impero le era stato tolto davanti come una quinta di teatro; e non si accorse che anch'essa era stata portata sulla scena a quel modo. Non vide che anch'essa era in quelle mani che avevano portato via Napoleone.

Credette di essere il passato e di avere quindi salde radici; ma si ingannava. Essa faceva parte del passato, ma tutto il passato era la Francia. Le radici della società francese non erano nei Borboni, ma nella nazione. Quelle oscure e vive radici non costituivano il diritto di una famiglia, ma la storia di un popolo, ed erano dappertutto, fuorché sotto il trono.

La dinastia borbonica era per la Francia il legame illustre e sanguinoso della sua storia, ma non l'elemento principale del suo destino e la base necessaria della sua politica. Si poteva fare a meno dei Borboni; se ne era fatto a meno per ventidue anni; c'era stata una soluzione di continuità, ma essi non se ne accorgevano.

E come avrebbero potuto accorgersene, essi che non riuscivano a pensare che Luigi Diciassetesimo non regnasse il 9 termidoro e Luigi Diciottesimo il giorno della battaglia di Marengo? Dalle origini della storia i re non avevano mai manifestato tanta cecità di fronte ai fatti e alla porzione d'autorità divina che i fatti contengono e promulgano. Mai quella pretesa di quaggiù che si chiama diritto dei re aveva negato a tal punto il diritto che proviene di lassù.

Errore capitale, che trascinò quella famiglia a revocare le garanzie "accordate" nel 1814, le sue concessioni, come le chiamava. Triste cosa! quella che essa chiamava sue concessioni erano nostre conquiste; quelle che chiamava nostre usurpazioni erano nostri diritti.

Quando le parve venuto il momento, credendosi vittoriosa di Bonaparte e radicata nel paese, vale a dire credendosi forte e profonda, la Restaurazione prese la brusca risoluzione di arrischiare il colpo.

Una mattina essa si sollevò contro la Francia, e, alzando la voce, contestò il diritto collettivo e quello individuale, la sovranità alla nazione, la libertà al cittadino. In altri termini negò alla nazione quello che forma la nazione, e al cittadino quello che forma il cittadino.

E' questa la base dei famosi decreti noti sotto il nome di Ordinanze del Luglio.

La Restaurazione cadde.

E cadde giustamente. Eppure, dobbiamo confessarlo, non era stata sistematicamente ostile a tutte le forme del progresso. Grandi cose si compirono durante il suo regime.

Sotto la Restaurazione, la nazione si era abituata alla discussione nella calma, cosa che era mancata alla Repubblica, e alla grandezza nella pace, cosa che era mancata all'Impero. La Francia libera e forte fu uno spettacolo incoraggiante per gli altri popoli d'Europa. Sotto Robespierre aveva parlato la Rivoluzione, sotto Bonaparte il cannone; sotto Luigi Diciottesimo e Carlo Decimo l'intelligenza. Cessò il vento, si riaccese la fiaccola. Si vide scintillare, sulle vette serene, la pura luce degl'ingegni. Spettacolo splendido, utile e affascinante. Per quindici anni e in profonda pace si videro all'opera sulla pubblica piazza questi grandi princìpi, così antichi per il pensatore e così nuovi per l'uomo di Stato: l'eguaglianza davanti alla legge, la libertà di coscienza, la libertà di parola, la libertà di stampa, l'accesso a tutte le cariche aperto a tutti.

Così si continuò fino al 1830. I Borboni furono uno strumento di civiltà che si spezzò nelle mani della Provvidenza.

La caduta dei Borboni fu piena di grandezza, non da parte loro, ma da parte della nazione. Essi lasciarono il trono con gravità, ma senza autorità; la loro discesa nelle tenebre non fu una di quelle solenni sparizioni che lasciano una triste emozione nella storia; non fu né la calma spettrale di Carlo Primo né il grido d'aquila di Napoleone. S'allontanarono, ecco tutto. Deposero la corona, ma non conservarono l'aureola; furono dignitosi, ma non augusti; e in un certo senso vennero meno alla maestà della loro sventura. Carlo Decimo, che durante il viaggio di Cherbourg fece ridurre una tavola da rotonda in quadrata, parve preoccuparsi più dell'etichetta in pericolo che della monarchia crollante. Questa diminuzione rattristò i seguaci devoti che amavano la propria persona e gli uomini seri che onoravano la propria razza. Quanto al popolo, fu meraviglioso. La nazione, assalita una mattina a mano armata da quella specie d'insurrezione monarchica, si sentì tanto forte che non andò in collera. Si difese, si contenne, rimise le cose a posto, il governo nella legge, i Borboni nell'esilio, e poi ahimé! si fermò. Tolse il vecchio re Carlo Decimo di sotto al baldacchino che aveva coperto Luigi Quattordicesimo, e lo posò delicatamente a terra; toccò le persone reali con tristezza e con precauzione. Non fu un uomo, non furono pochi uomini, ma la Francia, la Francia intera, vittoriosa e inebriata della propria vittoria, che parve ricordare e mettere in pratica, al cospetto del mondo intero, le gravi parole di Guglielmo Du Vair dopo la giornata delle barricate:

"E' facile a coloro che sono abituati a sfiorare i favori dei grandi e a saltare, come un uccello di ramo in ramo, da una fortuna avversa a una fiorente, mostrarsi arditi contro il principe nella sua avversità; ma per me la sorte dei miei re sarà sempre venerabile, principalmente dei re sventurati".

I Borboni furono rispettati, ma non rimpianti; e, ripetiamo, la loro sventura fu più grande di loro. Scomparvero dall'orizzonte.

La Rivoluzione di luglio trovò subito amici e avversari nel mondo intero: gli uni le si precipitarono incontro con entusiasmo e con gioia, gli altri invece se ne allontanarono, ciascuno secondo la propria natura. I principi d'Europa, come gufi sorpresi dall'alba, nel primo momento chiusero gli occhi feriti e stupefatti, e li riaprirono solo per minacciare. Spavento comprensibile e collera scusabile. Quella strana rivoluzione era stata appena un urto, e non aveva fatto alla regalità vinta neppure l'onore di trattarla da nemica e di versarne il sangue. Agli occhi dei governi dispotici, sempre interessati a che la libertà si calunni da sé, la Rivoluzione di luglio aveva il torto d'essere formidabile e di restare calma. Del resto nulla fu tentato o macchinato contro di essa, e i più malcontenti, i più irritati, i più frementi la salutarono. Quali che siano i nostri egoismi e i nostri rancori, un rispetto misterioso impongono gli avvenimenti in cui si sente la collaborazione di uno che lavora più su dell'uomo.

La Rivoluzione di luglio è il trionfo del diritto sul fatto. Una cosa splendida.

Il diritto che atterra il fatto. Sta qui lo splendore della Rivoluzione del '30, ma anche la sua mansuetudine. Il diritto che trionfa non ha bisogno di essere violento.

Il diritto, vale a dire il giusto e il vero.

La caratteristica del diritto è di restare eternamente bello e puro. Il fatto, anche il più necessario in apparenza, anche il meglio accetto ai contemporanei, se esiste soltanto come fatto, se contiene in sé poco o nessun diritto, è destinato infallibilmente a divenire deforme, immondo e fors'anche mostruoso. Se si vuol constatare subito a che grado di bruttezza può giungere il fatto quando è visto a distanza di secoli, si guardi il Machiavelli.

Machiavelli non è un cattivo genio, né un démone né uno scrittore vile e miserabile; non è altro che il fatto. E non soltanto il fatto italiano, ma il fatto europeo, il fatto del secolo sedicesimo. Sembra orribile, e lo è, di fronte all'idea morale del secolo diciannovesimo.

Questa lotta fra il diritto e il fatto dura dall'origine della società. Porre fine al duello, amalgamare l'idea pura con la realtà umana, far penetrare pacificamente il diritto nel fatto e il fatto nel diritto: è questo il lavoro degli uomini sapienti.




2. MAL CUCITO


Ma altro è il lavoro dei saggi, altro quello degli abili.

La rivoluzione del 1830 si concluse presto.

Appena una rivoluzione va a naufragare sulla costa, gli uomini abili ne saccheggiano il carico.

Nel nostro secolo gli abili si sono decretati la qualifica di uomini di Stato; di modo che questa frase, uomini di Stato, ha finito col diventare in certo modo una espressione popolare. Non dimentichiamo infatti che dove c'è solo abilità, necessariamente c'è piccolezza. Dire: gli abili, è come dire: i mediocri.

A credere agli abili, le rivoluzioni come quella di luglio sono arterie tagliate, alle quali occorre una pronta legatura. Il diritto, proclamato troppo altamente, vacilla. Perciò, una volta affermato il diritto, bisogna rafforzare lo Stato. Assicurata la libertà, occorre pensare al potere.

A questo punto i saggi non si separano ancora dagli abili, ma cominciano a diffidare. Il potere, sia pure; ma prima di tutto, che è il potere? e in secondo luogo donde viene?

Gli abili pare che non odano l'obiezione mormorata, e continuano la loro manovra.

Secondo questi politici, ingegnosi nel mettere la maschera di necessità alle finzioni proficue, il primo bisogno d'un popolo dopo una rivoluzione, quando quel popolo fa parte di un continente monarchico, è di procurarsi una dinastia. In tal modo, dicono essi, può avere la pace dopo la rivoluzione, ossia può avere il tempo di medicarsi le ferite e di riattare la casa. La dinastia nasconde le impalcature e copre l'ambulanza.

Ora non è sempre facile procurarsi una dinastia. A tutto rigore, per fare un re basta il primo uomo di genio, o anche il primo uomo fortunato che capiti; nel primo caso avete Bonaparte, nel secondo Iturbide.

Ma la prima famiglia che capiti non basta a formare una dinastia.

Ci vuole una certa antichità di razza, e la ruga dei secoli non s'improvvisa.

Ponendoci, ben inteso con tutte le riserve, dal punto di vista degli "uomini di Stato", quali devono essere le qualità d'un re sorto da una rivoluzione? Può essere ed è utile che sia rivoluzionario, vale a dire che abbia partecipato di persona alla rivoluzione, che vi abbia posto mano, che vi si sia compromesso o messo in luce, che ne abbia toccato la scure o brandito la spada.

Quali sono le qualità d'una dinastia? Dev'essere nazionale, ossia rivoluzionaria da tempo, non per gli atti compiuti, ma per le idee accettate; deve esser fatta di passato ed essere storica; esser fatta di avvenire ed essere simpatica.

Tutto questo spiega perché le prime rivoluzioni si contentano di trovare un uomo, Cromwell o Napoleone, e perché le seconde vogliono assolutamente trovare una famiglia, la casa di Brunswick o quella d'Orléans.

Le famiglie reali somigliano ai fichi d'India, di cui ciascun ramo curvandosi fino a terra mette radici e diventa una nuova pianta.

Ciascun ramo può diventare una dinastia, a condizione però di curvarsi fino al popolo.

Questa è la teoria degli abili.

Ecco dunque la grande arte: fare in modo che un buon successo appaia un po' come una catastrofe, affinché quelli che ne profittano lo temano pure; condire di paura il passo compiuto; aumentare la curva della transizione sino a rallentare il progresso; scolorire quell'aurora; denunciare e togliere via le asprezze dell'entusiasmo; smussare gli angoli e tagliar le unghie; ovattare il trionfo; imbacuccare il diritto; avvolgere nella flanella il popolo gigante e metterlo subito a letto; imporre la dieta a quell'eccesso di salute; mettere Ercole a un regime di convalescente; diluire l'avvenimento nell'espediente; offrire agli spiriti assetati d'ideale del nettare allungato con la tisana; prendere delle precauzioni contro il soverchio buon esito; mettere alla rivoluzione un paralume.

Il 1830 mise in pratica questa teoria, già applicata all'Inghilterra dal 1688.

Il 1830 è una rivoluzione arrestata a metà. Mezzo progresso, il quasi-diritto. Ora la logica ignora il quasi assolutamente, come il sole ignora la candela.

Chi è che arresta le rivoluzioni a metà? La borghesia. Perché?

Perché la borghesia è l'interesse soddisfatto.

Ieri era appetito, oggi è pienezza, domani sarà sazietà.

Il fenomeno del 1814 dopo Napoleone, si riprodusse nel 1830 dopo Carlo Decimo.

A torto si è voluto fare della borghesia una classe: la borghesia non è altro che la parte del popolo accontentata. Il borghese è un uomo che adesso ha il tempo di sedersi. Una sedia non è una casta.

Ma la fretta nel sedersi può anche fermare il cammino del genere umano. Spesso è stato questo l'errore della borghesia.

Non si diventa una classe per aver commesso un errore. L'egoismo non è una delle divisioni dell'ordine sociale.

Del resto, per essere giusti anche con l'egoismo, lo stato a cui aspirava, dopo la rivoluzione del 1830, quella parte della nazione che si chiama la borghesia, non era il sonno, che suppone un momentaneo oblio accessibile ai sogni, ma era la sosta, la tappa.

La tappa è una parola che ha un doppio senso singolare e quasi contraddittorio: truppa in marcia significa movimento; tappa invece significa riposo.

La tappa è il ristoro delle forze; è il riposo armato e vigile; è il fatto compiuto che colloca le sentinelle e sta all'erta; la tappa suppone il combattimento di ieri e quello di domani.

E' l'intervallo fra il 1830 e il 1848.

Quello che qui chiamiamo combattimento può anche chiamarsi progresso.

Occorreva dunque alla borghesia, come agli uomini di Stato, un uomo che esprimesse questa parola: tappa; un individuo d'ordine composito, che significasse in pari tempo rivoluzione e stabilità, ossia, in altre parole, che affermasse il presente mediante la evidente compatibilità del passato con l'avvenire.

Quest'uomo era "bell'e pronto" e si chiamava Luigi Filippo d'Orleans.

I Duecentoventuno fecero Luigi Filippo re. Lafayette s'incaricò della consacrazione. Lo chiamò "la migliore repubblica". Il palazzo municipale di Parigi sostituì la cattedrale di Reims.

Questa sostituzione d'un mezzo trono al trono intero fu "l'opera del 1830".

Quando gli abili ebbero terminato, apparve il difetto immenso della loro soluzione. Tutto questo era stato fatto prescindendo dal diritto assoluto. E il diritto assoluto gridò: Io protesto!

poi, cosa spaventosa!, rientrò nell'ombra.




3. LUIGI FILIPPO


Le rivoluzioni hanno il braccio terribile e la mano fortunata; sanno colpire forte e scegliere bene. Anche quando sono incomplete, imbastardite, mal combinate, ridotte allo stato di rivoluzioni di second'ordine, come quella del 1830, conservano quasi sempre una sufficiente lucidità provvidenziale per non cadere malamente.

La loro eclisse non è mai un'abdicazione. Tuttavia non vantiamocene troppo. Anche le rivoluzioni possono ingannarsi, e abbiamo visto dei gravi errori.

Ritorniamo al 1830. Il 1830, nella sua deviazione, ebbe una certa fortuna. Nell'assestamento che si chiamò l'ordine e che seguì alla rivoluzione interrotta, il re valeva più della regalità. Luigi Filippo era un uomo raro.

Figlio d'un padre a cui la storia accorderà certamente le circostanze attenuanti, ma degno di stima quanto il padre era stato degno di biasimo, ebbe tutte le virtù private e parecchie delle pubbliche; preoccupato della sua salute, dei suoi beni, della sua persona e dei suoi affari, conobbe il valore d'un minuto e non sempre quello d'un anno; fu sobrio, sereno, pacifico, paziente, buon uomo e buon principe; dormiva con la moglie, e aveva nel suo palazzo dei servi incaricati di far vedere ai cittadini il letto coniugale: ostentazione di matrimonio regolare diventata utile dopo le antiche ostentazioni illegittime del ramo primogenito; sapeva tutte le lingue d'Europa, e, cosa ancor più rara, tutti i linguaggi di tutti gli interessi, e li parlava; ammirabile rappresentante della "classe media", la sorpassava ed era sotto ogni aspetto più grande di lei; pur apprezzando la razza da cui usciva, aveva l'accortezza di far valere se stesso soprattutto per il suo valore intrinseco, e molto preciso nella questione stessa della sua razza, si dichiarava Orléans e non Borbone; fu perfetto principe del sangue finché rimase altezza serenissima, ma vero borghese appena divenne maestà loquace in pubblico, conciso con gli intimi; creduto avaro, ma senza prove, in realtà era uno di quegli economi facilmente prodighi per capriccio o per dovere; letterato, e poco sensibile alle lettere; gentiluomo, ma non cavalleresco; semplice, calmo ed energico; adorato dalla famiglia e dai domestici; parlatore attraente, uomo di Stato rinvenuto dalle illusioni, interiormente freddo, dominato dall'interesse immediato, intento sempre al governo delle cose più vicine, incapace di rancore e di riconoscenza, sciupava senza pietà gli ingegni eletti in cose mediocri; abile nello spingere le maggioranze parlamentari a dar torto a quelle misteriose unanimità che rumoreggiano sordamente sotto i troni, espansivo e talvolta imprudente nelle sue espansioni, ma d'una meravigliosa abilità nell'imprudenza; fertile di espedienti, di fisionomie e di maschere diverse; si valeva dell'Europa per far paura alla Francia, e della Francia per far paura all'Europa; amava innegabilmente il suo paese, ma preferiva la propria famiglia; apprezzava la dominazione più dell'autorità e l'autorità più della dignità: tendenza funesta, nel senso che, rivolgendo ogni cura al successo, ammette l'astuzia e non ripudia assolutamente la bassezza, ma proficua nel senso che preserva la politica dagli urti violenti, lo Stato dalle fratture, e la società dalle catastrofi; minuzioso, corretto, vigile, attento, sagace, instancabile; talvolta si contraddiceva e si smentiva; ardito contro l'Austria ad Ancona, ostinato contro l'Inghilterra in Spagna, bombardava Anversa e pagava Pritchard; cantava la Marsigliese con convinzione; inaccessibile allo scoraggiamento, alla stanchezza, al gusto del bello e dell'ideale, alla generosità temeraria, all'utopia, alla chimera, alla collera, alla vanità, al timore; possedeva tutte le forme dell'intrepidezza personale; generale a Valmy, soldato a Jemmapes; minacciato otto volte di regicidio ma sempre sorridente; ardito come un granatiere, coraggioso come un filosofo; inquieto solo di fronte ai rischi d'un sommovimento europeo, e inadatto alle grandi avventure politiche; sempre pronto a rischiare la vita, mai l'opera sua; dava alla sua volontà la maschera dell'influenza preferendo essere obbedito come intelligenza, piuttosto che come re; dotato di osservazione e non di divinazione; poco curante delle menti, ma conoscitore degli uomini, vale a dire che aveva bisogno di vederli per giudicarli; buon senso pronto e penetrante, saggezza pratica, parola facile, memoria prodigiosa; a questa memoria attingeva costantemente e questo era il suo solo punto di somiglianza con Cesare, Alessandro e Napoleone; conosceva i fatti, i particolari, le date, i nomi propri, ma ignorava le tendenze, le passioni, i diversi umori della folla, le aspirazioni interiori, i sommovimenti nascosti e tenebrosi delle anime, in una parola tutto ciò che potrebbe chiamarsi le correnti invisibili della coscienza; accettato dalla parte superficiale della Francia, ma poco d'accordo con le masse, se la cavava con la finezza; governava troppo e non regnava abbastanza; era il primo ministro di se stesso; eccelleva nel formare di alcune realtà insignificanti un ostacolo all'immensità delle idee; univa un certo spirito burocratico e cavilloso a una vera facoltà creatrice d'incivilimento, d'ordine e d'organizzazione; fondatore e procuratore d'una dinastia; aveva qualcosa di Carlo Magno e qualcosa dell'avvocato; insomma, figura nobile e originale, principe che seppe esercitare il potere, malgrado l'inquietudine della Francia, e seppe avere una potenza malgrado la gelosia dell'Europa, Luigi Filippo verrà classificato tra gli uomini eminenti del suo secolo, e figurerebbe nella storia tra i più illustri governanti, se avesse avuto un po' d'amore per la gloria, e se avesse posseduto il senso della grandezza come possedeva quello dell'utilità.

Luigi Filippo era stato un bell'uomo e, invecchiando, era rimasto grazioso; non sempre gradito alla nazione, lo era sempre alla folla: piaceva. Aveva il dono d'essere affascinante. In lui difettava la maestà: non portava la corona benché re, e non aveva i capelli bianchi benché vecchio. Le sue maniere erano del vecchio regime e le sue abitudini del nuovo; mescolanza di nobile e di borghese che conveniva al 1830; Luigi Filippo era la transizione regnante; aveva conservato l'antica pronuncia e l'antica ortografia, che metteva al servizio delle opinioni moderne; amava la Polonia e l'Ungheria, ma scriveva "polonois" e pronunciava "hongrais". Portava l'abito della guardia nazionale come Carlo Decimo, e il cordone della Legion d'Onore come Napoleone.

Andava poco in chiesa, mai a caccia, mai a teatro. Era quindi inaccessibile all'influenza dei sacrestani, dei servi da caccia e delle ballerine, e questo faceva parte della sua popolarità borghese. Non aveva corte. Usciva di casa con l'ombrello sotto il braccio, e quell'ombrello contribuì per lungo tempo a creargli un'aureola. Era un po' muratore, un po' giardiniere e un po' medico; salassava un postiglione caduto da cavallo; Luigi Filippo aveva sempre con sé il bisturi, come Enrico Terzo il pugnale. I legittimisti schernivano questo re ridicolo, il primo che abbia versato sangue per guarire.

C'è una sottrazione da fare alle accuse della storia contro Luigi Filippo; ci sono quelle contro la monarchia, quelle contro il regno e quelle contro il re; tre colonne che danno ciascuna un totale diverso. Il diritto democratico conquistato, il progresso divenuto un interesse secondario, la repressione violenta delle proteste della piazza, l'esecuzione militare delle insurrezioni, la sommossa passata per le armi, la via Transnonain, i consigli di guerra, il paese reale assorbito dal paese legale, il governo retto nell'interesse di trecentomila privilegiati, sono le colpe della monarchia: il Belgio rifiutato, l'Algeria troppo duramente conquistata e, come l'India dagli Inglesi, con più barbarie che civiltà, la mancata fede ad Abdel-Kader, Blaye, Deutz comprato, Pritchard pagato, sono le colpe del regno; la politica più familiare che nazionale è la colpa del re.

Come si vede, fatte le deduzioni, il carico del re diminuisce. Il suo errore capitale fu d'essere stato modesto in nome della Francia.

Da che proviene questo errore?

Diciamolo.

Luigi Filippo è stato un re troppo padre: questa sua incubazione d'una famiglia, da cui si vuol fare sbocciare una dinastia, ha paura di tutto e non vuol essere disturbata; donde certe timidità eccessive, fastidiose per un popolo che conta il 14 luglio nella sua tradizione civile e Austerlitz in quella militare. Del resto, se prescindiamo dai doveri pubblici che vanno adempiuti per primi, la profonda tenerezza di Luigi Filippo per la sua famiglia era meritata dalla famiglia. Quel gruppo domestico era ammirabile. Le virtù gareggiavano con i talenti. Maria di Orléans, una delle figlie di Luigi Filippo, schierava il suo nome tra gli artisti, infondendo la sua anima in un marmo che chiamò Giovanna d'Arco, come già Carlo d'Orléans aveva messo il suo nome tra i poeti. Due altri figli strapparono a Metternich questo elogio demagogico:

"Sono giovani come non se ne vedono spesso, e principi come non se ne vedono mai".

Ecco la verità intorno a Luigi Filippo, senza nulla dissimulare, ma anche senza nulla aggravare.

Essere il "principe égalité", portare in sé la contraddizione tra la Restaurazione e la Rivoluzione, avere quel lato inquietante del rivoluzionario che diventa rassicurante nel governante, fu questa la fortuna di Luigi Filippo nel 1830. Non ci fu mai uomo più completamente adatto a un avvenimento; si compenetrarono l'un l'altro, e l'incarnazione avvenne. Luigi Filippo è il 1830 fatto uomo. Inoltre, aveva in suo favore quella grande designazione al trono, che è l'esilio. Era stato proscritto, errante, povero, aveva dovuto vivere del proprio lavoro. Nella Svizzera, questo titolare dei più ricchi domini principeschi di Francia aveva venduto un vecchio cavallo per mangiare. A Reichenau aveva dato lezioni di matematica, mentre sua sorella Adelaide ricamava e cuciva. Questi ricordi legati a un re entusiasmavano la borghesia.

Aveva demolito con le proprie mani l'ultima gabbia di ferro di Monte San Michele, fatta costruire da Luigi Undicesimo e utilizzata da Luigi Quindicesimo. Era il compagno di Dumouriez, l'amico di Lafayette; aveva fatto parte del club dei giacobini; Mirabeau gli aveva battuto familiarmente la mano sulla spalla; Danton l'aveva chiamato giovanotto. Nel '93, a ventiquattr'anni, quando era il signor Chartres, dal fondo di una oscura tribuna della Convenzione, aveva assistito al processo di Luigi Sedicesimo, chiamato così bene "quel povero tiranno".

La cieca chiaroveggenza della Rivoluzione, che spezzava la regalità col re e il re con la regalità senza quasi badare all'uomo nella selvaggia conculcazione dell'idea; la gran bufera dell'Assemblea fatta tribunale; la pubblica collera che interrogava; Capeto che non sapeva che rispondere; lo spaventoso e attonito vacillare di quella testa reale sotto quel vento di morte; l'innocenza relativa di tutti in quella catastrofe, tanto di quelli che condannavano quanto di chi era condannato, tutto questo egli aveva visto; aveva contemplato queste follie, aveva visto i secoli comparire alla sbarra della Convenzione; aveva visto dietro Luigi Sedicesimo, questo sfortunato passante responsabile, rizzarsi nelle tenebre la formidabile accusata che era la monarchia; e gli era rimasto nell'anima il rispettoso spavento di quelle immense giustizie di popolo, impersonali quasi come la giustizia di Dio.

Il segno lasciato in lui dalla Rivoluzione era prodigioso: la sua memoria era come l'impronta vivente di quei grandi anni, minuto per minuto. Un giorno, alla presenza di un testimone di cui ci è impossibile dubitare, rettificò a memoria tutta la lettera A dell'elenco alfabetico dell'Assemblea costituente.

Luigi Filippo fu un re di piena luce. Durante il suo regno, la stampa e la tribuna, la coscienza e la parola furono libere. Le leggi del settembre sono chiare. Benché conoscesse il potere della luce nel rodere i privilegi, lasciò esposto il trono alla luce; e la storia terrà conto di questa lealtà.

Come tutti gli uomini storici scomparsi dalla scena, Luigi Filippo è oggi chiamato in giudizio dalla coscienza umana: il suo processo è ancora in prima istanza.

L'ora in cui la storia parla col suo accento venerabile e libero non è ancora suonata per lui; non è ancora venuto il momento di pronunciare su questo re un giudizio definitivo. Anche l'austero e illustre storico Luigi Blanc ha modificato recentemente il suo giudizio. Luigi Filippo fu l'eletto di quelle due cose incomplete che si chiamano i 221 e il 1830, vale a dire di un semiparlamento e di una semirivoluzione, e in ogni caso, dal punto di vista superiore in cui deve collocarsi la filosofia, non potremmo qui giudicarlo come si è potuto intravedere più su, se non con certe riserve in nome del principio democratico assoluto; agli occhi dell'assoluto, al di fuori di questi due diritti, quello dell'uomo e quello del popolo, tutto è usurpazione; ma quello che possiamo dire fin da questo momento, fatte queste riserve, è che, tutto sommato e in qualunque modo lo si consideri, Luigi Filippo, preso in se stesso e dal punto di vista della bontà umana, resterà, per servirci del vecchio linguaggio degli antichi storici, uno dei migliori principi che sia stato su un trono.

Che cos'ha contro di sé? Il trono. Togliete da Luigi Filippo il re, resta l'uomo; e l'uomo è buono: è buono qualche volta fino a essere ammirabile. Spesso, in mezzo alle più gravi cure, dopo una giornata di lotta contro tutta la diplomazia del continente, rientrando la sera nel proprio appartamento, sfinito, oppresso dal sonno, che cosa faceva? Prendeva un incartamento e passava la notte a rivedere un processo criminale; perché riteneva che se era importante tener fronte all'Europa, strappare un uomo al carnefice era una faccenda più importante. E si ostinava contro il ministro di giustizia; disputava a passo a passo il terreno della ghigliottina ai procuratori generali, quei "chiacchieroni della legge", come li chiamava. Talvolta i processi ammucchiati coprivano la sua scrivania; ed egli li esaminava tutti: era un'angoscia per lui abbandonare quelle miserabili teste condannate. Un giorno disse allo stesso testimone che abbiamo indicato poco fa: "Questa notte ne ho guadagnati sette". Durante i primi anni di regno la pena di morte fu quasi abolita, e per rialzare il patibolo si dovette far violenza al re.

Essendo scomparsa la Grève, venne istituita una Grève borghese sotto il nome di Barriera San Giacomo: gli "uomini pratici" sentirono il bisogno di una ghigliottina quasi legittima; e fu questa una delle vittorie che Casimiro Périer, rappresentante delle idee più ristrette della borghesia, riportò contro Luigi Filippo, che ne rappresentava le idee più liberali. Questo re aveva postillato di proprio pugno il libro di Beccaria. Dopo l'attentato Fieschi fu udito esclamare: "Peccato che non sia rimasto ferito! avrei potuto far grazia". In un'altra occasione, alludendo alle resistenze che gli opponevano i ministri, scrisse a proposito di un condannato politico, che è una delle più generose figure del tempo nostro: "La sua grazia è accordata, non mi rimane più che ottenerla". Luigi Filippo era mite come Luigi Nono e buono come Enrico quarto. Ora, poiché nella storia la bontà è una perla rara, per noi chi fu buono ha quasi la precedenza su chi fu grande.

Poiché Luigi Filippo fu giudicato dagli uni con severità e dagli altri forse con durezza, è naturale che un uomo, oggi anch'egli un fantasma, che conobbe quel re, venga a deporre per lui davanti alla storia; la sua testimonianza, quale che essa sia, è evidentemente e prima di tutto disinteressata; l'epitaffio dettato da un morto è sincero; un'ombra può consolare un'altra ombra; chi partecipa alle stesse tenebre ha il diritto di lodare; né c'è da temere che si dica mai di due tombe nell'esilio: l'una ha adulato l'altra.




4. CREPE NELLE FONDAMENTA


Per evitare ogni equivoco, era necessario che questo libro parlasse esplicitamente di Luigi Filippo, nel momento in cui il dramma che raccontiamo sta per immergersi nel folto di quelle tragiche nubi, che coprirono i primordi del suo regno.

Luigi Filippo aveva ottenuto l'autorità regale senza violenza, senza un'azione diretta da parte sua, per una virata di bordo rivoluzionaria, evidentemente molto distinta dallo scopo reale della rivoluzione, ma nella quale egli, duca d'Orléans, non aveva alcuna iniziativa personale. Era nato principe e si credeva eletto re. Non si era dato da sé questo mandato; non l'aveva preso; glielo avevano offerto e l'aveva accettato, convinto, certamente a torto ma pur sempre convinto, che l'offerta fosse conforme al diritto, l'accettazione conforme al dovere. Donde un possesso in buona fede. Ora noi diciamo con piena coscienza che, essendo Luigi Filippo in buona fede nel suo possesso ed essendo in buona fede la democrazia nel combatterlo, tutto il male derivato dalle lotte sociali non va a carico né del re né della democrazia.

Un urto fra principi somiglia a un urto fra elementi. L'oceano difende l'acqua, l'uragano difende l'aria; il re difende la monarchia, la democrazia difende il popolo. Il relativo, che è la monarchia, resiste all'assoluto, che è la repubblica; e la società sanguina sotto questo conflitto; ma ciò che forma la sua sofferenza di oggi sarà la sua salute di domani; e, ad ogni modo, non sono da biasimare quelli che lottano. Uno dei due partiti evidentemente s'inganna, perché il diritto non si appoggia contemporaneamente, come il colosso di Rodi, su due sponde, con un piede nella repubblica e l'altro nella monarchia; esso è indivisibile e tutto da un lato; ma quelli che si ingannano sono sinceri: un cieco non è un colpevole, come un volontario della Vandea non è un brigante. Quelle terribili collisioni vanno dunque imputate alla sola fatalità delle cose. Quali che siano quelle tempeste, a esse va unita l'irresponsabilità umana.

Completiamo questa esposizione.

Il governo del 1830 ebbe subito la vita dura: nato ieri, dovette combattere oggi.

Appena insediato, sentì subito da ogni parte degli incerti movimenti di trazione sotto l'edificio di luglio appena costituito e ancora così poco solido. La resistenza nacque l'indomani; forse era già nata il giorno avanti.

L'ostilità andò crescendo di mese in mese, e da latente divenne manifesta.

La Rivoluzione di luglio, come già dicemmo, poco gradita ai re stranieri, in Francia fu interpretata in diversi modi. Dio rivela al mondo le sue visibili volontà per mezzo degli avvenimenti, che sono un testo oscuro scritto in una lingua misteriosa. Gli uomini ne fanno subito delle traduzioni: traduzioni affrettate, scorrette, piene di errori, di lacune e di controsensi: poche menti comprendono il linguaggio divino. I più sagaci, i più calmi, i più profondi decifrano lentamente e quando presentano la loro traduzione, il lavoro è già fatto da molto tempo; sulla pubblica piazza ci sono già venti traduzioni. Da ogni traduzione nasce un partito, e da ogni controsenso una fazione; e ciascun partito crede di tenere lui solo il testo autentico e ciascuna fazione crede di possedere l'interpretazione.

Spesso il potere stesso è una fazione.

Nelle rivoluzioni ci sono i nuotatori contro corrente: sono i vecchi partiti. Ora, i vecchi partiti che riconoscono l'eredità "per grazia di Dio" credono di avere il diritto di rivoltarsi contro le rivoluzioni che nascono dal diritto di rivolta. Il che è un errore, perché nelle rivoluzioni il ribelle non è il popolo, ma il re. Rivoluzione è precisamente il contrario di rivolta. Ogni rivoluzione è in sé un atto normale, e perciò ha in sé la propria legittimità, la quale è talvolta disonorata da falsi rivoluzionari, ma che persiste, anche insozzata, e sopravvive anche insanguinata. La rivoluzione non nasce da un accidente, ma dalla necessità; è un ritorno dal fittizio al reale; è perché deve essere.

Ma non per questo i vecchi partiti legittimisti si astenevano dall'assalire la rivoluzione del 1830 con tutta la violenza che scaturisce dal falso ragionamento. Gli errori sono ottimi proiettili. Essi la colpivano abilmente nel punto vulnerabile, nel debole della corazza, nella sua mancanza di logica, l'assalivano nella regalità; le gridavano: - Rivoluzione, perché hai eletto un re? - Le fazioni sono ciechi che mirano giusto.

I repubblicani cacciavano lo stesso grido, che, venendo da essi, era un grido logico. Quella che era cecità nei legittimisti, era chiaroveggenza nei democratici. Il 1830 aveva fatto bancarotta col popolo, e la democrazia indignata glielo rimproverava.

La monarchia di luglio si dibatteva tra l'attacco del passato e quello dell'avvenire. Rappresentava il minuto, alle prese da una parte coi secoli monarchici, dall'altra col diritto eterno.

Inoltre,cessando d'essere rivoluzionario per diventare monarchico, il 1830 si trovò nella necessità di mettersi al passo con l'Europa. La conservazione della pace fu un sovraccarico di complicazioni. Un'armonia voluta a malincuore è spesso più onerosa d'una guerra. Da quel sordo conflitto, sempre imbavagliato ma sempre brontolante, nacque quel rovinoso espediente della civiltà sospetta a se stessa, che è la pace armata. La monarchia di luglio s'impennava, suo malgrado, nella muta dei gabinetti europei, e Metternich l'avrebbe volentieri messa al guinzaglio. Spinta in Francia dal progresso, essa spingeva in Europa le monarchie tardigrade. Rimorchiata, a sua volta rimorchiava.

Frattanto, all'interno, pauperismo, proletariato, salario, educazione, penalità, prostituzione, destino della donna, ricchezza, miseria, produzione, consumo, ripartizione, cambio, moneta, credito, diritto del capitale, diritto del lavoro, tutte queste questioni si moltiplicavano al di sopra della società, formando uno strapiombo terribile.

E fuori dei partiti politici propriamente detti si manifestava un altro movimento. Al fermento democratico rispondeva il fermento filosofico; gli ingegni eletti si sentivano turbati come la folla; in modo diverso, ma altrettanto.

Alcuni pensatori meditavano, mentre il suolo, vale a dire il popolo, attraversato dalle correnti rivoluzionarie tremava sotto di loro con non so quali strane scosse epilettiche. Quei pensatori, gli uni isolati, gli altri raccolti in società, agitavano le questioni sociali, pacificamente, ma profondamente; erano dei minatori impassibili, che spingevano tranquillamente le loro gallerie nelle viscere di un vulcano, a mala pena disturbati dalle sorde trepidazioni e dalle fornaci intraviste.

La loro calma non era lo spettacolo meno bello di quell'epoca agitata.

Quegli uomini lasciavano ai partiti politici la questione dei diritti, e si occupavano della questione del benessere.

Quello che volevano ricavare dalla società era il benessere dell'uomo.

Essi innalzavano i problemi materiali, i problemi di agricoltura, d'industria e di commercio quasi alla dignità d'una religione.

Nella civiltà, così com'è fatta, un po' da Dio, molto dall'uomo, gli interessi si combinano, si aggregano e si amalgamano in modo da formare una vera roccia dura, seguendo una legge dinamica pazientemente scrutata dagli economisti, che sono i geologi della politica.

Quei pensatori che si raggruppavano sotto denominazioni diverse, ma che si possono tutti indicare col titolo generico di socialisti, tentavano di forare quella roccia e di farne scaturire la viva sorgente dell'umana felicità.

I loro lavori abbracciavano tutto, dalla questione del patibolo a quella della guerra. Al diritto dell'uomo, proclamato dalla Rivoluzione francese, aggiungevano il diritto della donna e quello del fanciullo.

Nessuno si stupirà se, per varie ragioni, non trattiamo a fondo, dal punto di vista teorico, i problemi sollevati dal socialismo.

Ci limiteremo a indicarli.

Mettendo da parte le visioni cosmogoniche, le fantasticherie e il misticismo, tutti i problemi proposti dai socialisti possono essere sintetizzati nei due principali.

Primo problema: Produrre la ricchezza.

Secondo problema: Ripartirla.

Il primo contiene in sé il problema del lavoro.

Il secondo quello del salario.

Nel primo si tratta dell'impiego delle forze.

Nel secondo della distribuzione dei beni.

Dal buon impiego delle forze risulta la potenza pubblica.

Dalla buona distribuzione dei beni risulta la felicità individuale.

Per buona distribuzione si deve intendere non una distribuzione uguale, ma equa; poiché la prima uguaglianza è l'equità.

Da queste due cose combinate, potenza pubblica al di fuori, benessere individuale al di dentro, risulta la prosperità sociale, cioè a dire l'uomo felice, il cittadino libero, la nazione grande.

L'Inghilterra risolve il primo di questi due problemi. Essa crea magnificamente la ricchezza, ma la ripartisce male. E questa soluzione, completa soltanto da un lato, la conduce fatalmente a questi due estremi: ricchezza mostruosa, miseria mostruosa.

Tutti i beni ad alcuni, tutte le privazioni agli altri, vale a dire al popolo; il privilegio, l'eccezione, il monopolio, la feudalità nascono dal lavoro stesso. Situazione falsa e pericolosa che appoggia la potenza pubblica sulla miseria privata, e fa sì che la grandezza dello Stato metta radici nelle sofferenze degli individui. Grandezza mal costruita, nella quale si combinano tutti gli elementi materiali e non entra alcun elemento morale.

Il comunismo e la legge agraria credono di risolvere il secondo problema; ma s'ingannano. La loro ripartizione uccide la produzione. La divisione in parti uguali abolisce l'emulazione, e di conseguenza il lavoro. E' una ripartizione da macellaio, che uccide quello che divide. E' dunque impossibile fermarsi a queste pretese soluzioni. Uccidere la ricchezza non significa ripartirla.

Per essere ben risolti, i due problemi vogliono essere risolti insieme. Le due soluzioni vogliono essere combinate e formarne una sola.

Se risolvete soltanto il primo dei due problemi, avrete Venezia, avrete l'Inghilterra; avrete come Venezia una potenza artificiale, o come l'Inghilterra una potenza materiale: sarete il cattivo ricco. Perirete per un atto di violenza, come morì Venezia, o per bancarotta, come cadrà l'Inghilterra. E il mondo vi lascerà morire e cadere, perché lascia cadere e morire tutto quanto è solo egoismo, tutto ciò che non rappresenta per il genere umano una virtù o un'idea.

Ben inteso che con le parole Venezia, Inghilterra, non intendiamo parlare dei popoli, ma delle costruzioni sociali; delle oligarchie sovrapposte alle nazioni, non delle nazioni medesime, le quali hanno sempre il nostro rispetto e la nostra simpatia. Venezia, popolo, rinascerà; l'Inghilterra, aristocrazia, cadrà, ma l'Inghilterra nazione è immortale. Ciò detto, proseguiamo.

Risolvete i due problemi, incoraggiate il ricco e proteggete il povero, sopprimete la miseria, ponete termine all'ingiusto sfruttamento del debole da parte del forte, mettete un freno all'iniqua gelosia di chi sta in cammino contro colui che è arrivato, proporzionate matematicamente e fraternamente il salario al lavoro, fate che l'insegnamento gratuito e obbligatorio partecipi allo sviluppo dell'infanzia e fate della scienza la base della virilità, educate le intelligenze pur occupando le braccia, siate nello stesso tempo un popolo potente e una famiglia d'uomini felici, democratizzate la proprietà, non già abolendola ma rendendola universale, in modo che ogni cittadino, senza eccezione, sia proprietario, cosa più facile che non si creda; in poche parole, sappiate produrre la ricchezza e sappiate ripartirla; solo così avrete insieme la grandezza morale, e sarete degni di chiamarvi la Francia.

Ecco quello che, al di fuori e al di sopra di alcune sette che fuorviavano, diceva il socialismo; ecco quello che cercava nei fatti e abbozzava nelle menti.

Sforzi ammirabili! Sacri tentativi!

Queste dottrine, queste teorie, l'inattesa necessità per l'uomo di Stato di tener conto dei filosofi, alcune confuse evidenze intraviste, creare una politica nuova in accordo col vecchio mondo senza troppo contrasto con l'ideale rivoluzionario, una situazione nella quale bisognava logorare Lafayette e difendere Polignac, l'intuizione del progresso che traspariva nelle sommosse, le camere e la piazza, le competizioni da equilibrare intorno a sé, la fede nella rivoluzione, forse una certa eventuale rassegnazione nata dalla vaga accettazione d'un diritto definitivo e superiore, la volontà di rimaner fedele alla propria razza, lo spirito di famiglia, il sincero rispetto del popolo, la propria onestà, ecco tutto quello che preoccupava Luigi Filippo quasi dolorosamente, e in certe ore, per quanto forte e coraggioso, l'opprimevano sotto la difficoltà di essere re.

Sentiva sotto i suoi piedi una disgregazione formidabile, che però non era polverizzazione, giacché la Francia era più che mai la Francia.

Oscuri nuvoloni coprivano l'orizzonte. Un'ombra strana, che proveniva dalle collere e dai sistemi, guadagnando sempre terreno, si stendeva sugli uomini, sulle cose, sulle idee. Tutto quanto era stato frettolosamente soffocato si agitava e fermentava. Talvolta la coscienza dell'uomo onesto riprendeva la sua respirazione, tanto malessere c'era in quell'aria, nella quale i sofismi si frammischiavano alla verità. Gli spiriti tremavano in quell'ansietà sociale come le foglie all'avvicinarsi dell'uragano.

La tensione elettrica era tale che in certi momenti il primo venuto, un ignoto, faceva luce. Poi ritornava l'oscurità crepuscolare. Ogni tanto, profondi e sordi brontolii potevano far giudicare della quantità di folgori accumulate nelle nubi.

Erano appena trascorsi venti mesi dalla Rivoluzione di luglio e l'anno 1832 s'era aperto con un aspetto d'imminenza e di minaccia.

La miseria del popolo, gli operai senza pane, la tenebrosa scomparsa dell'ultimo principe di Condé, Bruxelles che cacciava i Nassau come Parigi i Borboni, il Belgio che si offriva a un principe francese ed era dato a un principe inglese, l'odio russo di Nicola, due demoni del mezzogiorno alle nostre spalle, Ferdinando nella Spagna e Michele nel Portogallo, il suolo italiano che tremava, Metternich che stendeva la mano su Bologna, la Francia che trattava rudemente l'Austria ad Ancona, al nord un sinistro rumore come d'un martello che rinchiodasse la Polonia nella sua bara, in tutta Europa sguardi irritati che spiavano la Francia, l'Inghilterra, alleata sospetta, pronta a spingere chi barcollasse e a scagliarsi addosso a chi cadesse, i Pari che si riparavano dietro Beccaria per negare quattro teste alla legge, i gigli raschiati dalle carrozze reali, la croce strappata da Notre- Dame, Lafayette scemato di fama, Laffitte rovinato, Beniamino Constant morto nell'indigenza, Casimiro Périer morto sfinito dall'esercizio del potere, la malattia politica e la sociale che si manifestavano contemporaneamente nelle due capitali del regno, nella città del pensiero, e in quella del lavoro; a Parigi la guerra civile, a Lione la guerra servile, in entrambe le città lo stesso bagliore di incendio; una porpora di fuoco sulla fronte del popolo; il mezzogiorno fanatizzato, l'ovest turbato, la duchessa di Berry nella Vandea, i complotti, le cospirazioni, le rivolte, il colera, aggiungevano al cupo rumoreggiar delle idee il cupo tumulto degli avvenimenti.




5. FATTI DA CUI ESCE LA STORIA E CHE LA STORIA IGNORA


Verso la fine d'aprile, la posizione s'era aggravata: il fermento diventava ribollimento. Dopo il 1830, erano avvenute qua e là parecchie piccole sommosse parziali, subito represse, ma che rinascevano; segno d'un vasto sommovimento sotterraneo. Qualcosa di terribile covava, e già s'intravedevano i lineamenti ancora poco distinti e male illuminati d'una possibile rivoluzione. La Francia guardava Parigi, e Parigi guardava il sobborgo Sant'Antonio, il quale, segretamente riscaldato, entrava in ebollizione.

Le bettole della via Charonne erano gravi e tempestose, per quanto sembri strana l'unione di questi due epiteti applicata alle bettole.

Lui si poneva in questione né più né meno che il governo, e si discuteva pubblicamente "sulla convenienza di battersi o di rimanere tranquilli". C'erano dei retrobottega in cui si faceva giurare agli operai che "si sarebbero trovati nella via al primo grido d'allarme, a che si sarebbero battuti senza contare i nemici". Non appena preso l'impegno, un uomo seduto a un angolo dell'osteria, "con voce sonora" diceva: - "Ricordati! hai giurato!" -Talvolta, saliti al primo piano, si rinchiudevano in una stanza, e lì avvenivano scene quasi massoniche. Si faceva prestar giuramento all'iniziato "per rendergli servigio, come a padri di famiglia". Era la formula.

Nelle sale terrene si leggevano degli opuscoli "sovversivi":

"malmenavano il governo", dice un rapporto segreto del tempo.

Vi si udivano parole come queste: - "Non so i nomi dei capi.

Noialtri non sapremo il giorno fissato se non due ore prima". Un operaio diceva: - "Siamo in trecento; mettiamo dieci soldi per uno, e avremo centocinquanta franchi per fabbricare palle e polvere". -Un altro diceva: - "Non domando sei mesi e nemmeno due.

Prima di quindici giorni ci misureremo col Governo; con venticinquemila uomini possiamo affrontarlo. - Un terzo diceva:

"Io non vado a letto, perché la notte la passo a far cartucce".Ogni tanto degli uomini "in borghese, molto ben vestiti" vi andavano con "un fare importante", e con l'aria "di comandare" davano delle strette di mano ai più importanti e se ne andavano.

Non si trattenevano mai più di dieci minuti. Si scambiavano sottovoce delle frasi espressive: - "Il complotto è maturo, la cosa è pronta". - "Questo era sussurrato da tutti gli astanti", tanto per servirci dell'espressione di uno di essi. L'esaltazione era tale che un giorno, in piena osteria, avendo un operaio esclamato: - "Non abbiamo armi" - un compagno rispose: - "I soldati ne hanno"; - parodiando in tal modo, senza saperlo, il proclama di Bonaparte all'esercito d'Italia. "Quando avevano qualche cosa di più segreto, aggiunge un altro rapporto, non se lo comunicavano in quei posti".

Ma non si capisce che cosa potessero nascondere, dopo aver detto quello che dicevano.

Talvolta le riunioni erano periodiche. In alcune non assistevano mai più di otto o dieci, e sempre gli stessi; in altre invece entrava chi voleva, e la sala era così affollata che bisognava stare in piedi. Gli uni vi partecipavano per entusiasmo e per passione, gli altri perché era quella la via per andare al lavoro.

Come all'epoca della rivoluzione, intervenivano in quelle osterie delle donne patriote, che davano il bacio ai nuovi proseliti.

Avvenivano altri fatti significativi.

Un uomo entrava in un'osteria, beveva e usciva dicendo: - "Oste, quello che è dovuto, lo pagherà la rivoluzione".

In una bettola dirimpetto alla via Charonne si eleggevano gli agenti rivoluzionari; lo scrutinio si faceva nei berretti.

Alcuni operai si riunivano da un maestro di scherma, che teneva una sala in via Cotte. C'era un trofeo d'armi formato da spadoni di legno, canne, bastoni e fioretti. Un giorno tolsero i bottoni ai fioretti. Un operaio diceva: - "Siamo in venticinque, ma non fanno calcolo di me, perché mi considerano una macchina". Quella macchina è stata più tardi Quénisset.

Le cose che si andava premeditando, quali che fossero, acquistavano a poco a poco una certa strana notorietà. Una donna, mentre scopava dinanzi alla sua porta, diceva a un'altra:- "Da molto tempo si lavora a preparar cartucce". - Si leggevano sulla pubblica via proclami rivolti alle guardie nazionali delle province; uno di quei proclami era firmato: "Burtot venditore di vino".

Un giorno un uomo che aveva la barba a collare e l'accento italiano, salito sopra un pilastrino accanto alla porta d'un liquorista del mercato Lenoir, leggeva ad alta voce uno strano scritto, che pareva emanasse da un potere occulto. Intorno gli si erano formati dei crocchi che applaudivano. I passi che agitavano più vivamente la folla vennero raccolti e notati. "...Le nostre dottrine sono contrastate, i nostri proclami lacerati, i nostri attacchini spiati e messi in prigione...". "Il disastro avvenuto nel mercato del cotone ha convertito alle nostre idee parecchi partigiani del giusto mezzo". "...Sono questi i termini: azione o reazione, rivoluzione o controrivoluzione; poiché all'epoca nostra, nessuno più crede all'inerzia e all'immobilità. Per il popolo o contro il popolo; ecco la questione, e non ce ne sono altre". " ... Il giorno in cui non vi converremo più, spezzateci; ma fino a quel momento aiutateci ad andare avanti". E tutto questo apertamente.

Altri fatti, ancora più audaci, apparivano sospetti al popolo, per la loro stessa audacia. Il 4 aprile 1832 un individuo, montato sul pilastrino all'angolo della via Santa Margherita, si mise a gridare: - "Io sono seguace di Babeuf!" - Ma sotto Babeuf il popolo fiutava Gisquet.

Fra le altre cose costui diceva:

- Abbasso la proprietà! L'opposizione della sinistra è vigliacca e traditrice: quando vuole aver ragione, predica la rivoluzione; è democratica per non essere battuta, monarchica per non combattere.

I repubblicani sono bestie pennute; cittadini operai, diffidate dei repubblicani.

- Silenzio, cittadino spia! - gridò un operaio.

E questo grido mise fine al discorso.

Avvenivano degli incidenti misteriosi. Verso il tramonto, un operaio incontrava presso il canale "un uomo ben messo" che gli diceva:- Dove vai, cittadino? - Signore - rispondeva l'operaio io non ho l'onore di conoscervi. - Io invece ti conosco bene. E l'uomo aggiungeva: - Non temere, sono l'agente del comitato. Si dubita della tua sincerità. Ricordati che se riveli qualche cosa, sei tenuto d'occhio. - Poi stringeva la mano all'operaio e s'allontanava dicendo: - Ci rivedremo presto.

La polizia, che stava con l'orecchio teso, raccoglieva strani dialoghi, non più soltanto nelle bettole, ma anche nelle vie.

- Fatti ricevere presto - diceva un tessitore a un ebanista.

- Perché?

- Perché presto ci saranno le fucilate.

Due passanti cenciosi si scambiavano queste parole significative, pregne di un'apparente "jacquerie".

- Chi ci governa?

- Il signor Filippo.

- No, è la borghesia.

S'ingannerebbe chi credesse che noi prendiamo in cattivo senso la parola "jacquerie". I "jacques" erano i poveri: ora quelli che hanno fame hanno diritto.

Un'altra volta, si udiva un passante dire a un altro:

- Abbiamo un buon piano d'attacco.

In una conversazione confidenziale fra quattro uomini accovacciati in un fosso vicino alla barriera del Trono, si poté capire soltanto questo:

- Si farà il possibile perché egli non passeggi per Parigi.

Chi, "egli?". Oscurità minacciosa.

"I capi principali", come si diceva nel sobborgo, si tenevano da parte. Si credeva che si riunissero, per consultarsi, in un'osteria verso Sant'Eustachio. Un certo Aug, capo della Società di Mutuo Soccorso tra i sarti, via Mondétour, serviva da intermediario centrale fra essi e il sobborgo Sant'Antonio.

Tuttavia, ci fu sempre molta oscurità attorno a quei capi, e nessun fatto sicuro poté mai infirmare la singolare fierezza di questa risposta data più tardi da un accusato davanti alla Corte dei Pari:

- Chi era il vostro capo?

- "Non ne conoscevo, e non ne riconoscevo".

Erano parole, non altro, trasparenti ma vaghe; talvolta erano discorsi in aria, dei si dice, dei sentito dire. Ma altri indizi sopravvennero.

Un falegname occupato in via Reuilly a inchiodare le assi di una palizzata intorno a un terreno su cui s'innalzava una casa in costruzione, trovò in quel terreno un brano di lettera lacerata, in cui erano ancora leggibili le seguenti righe:

"...E' necessario che il comitato prenda delle misure per impedire che le altre società vengano a far reclute nelle sezioni...".

E in post-scriptum:

"Abbiamo saputo che nella via del sobborgo Poissonière numero 5 (bis) c'erano da cinque a sei mila fucili presso un armaiolo, in un cortile. La sezione non possiede armi".

Ma quello che impressionò il falegname e gli fece mostrare la cosa ai vicini, fu che pochi passi innanzi raccolse un'altra carta ugualmente stracciata e ancora più significativa, di cui riproduciamo il testo e l'impostazione per l'interesse storico di questi strani documenti.

Q. C. D. E.

Imparate a memoria questo elenco e poi stracciatelo. Gli affiliati faranno altrettanto quando trasmetterete loro degli ordini. Salute e fratellanza.

L.

u og a1 fe


Le persone che furono allora a conoscenza di questa scoperta, conobbero solo più tardi il senso nascosto di quelle quattro maiuscole, che significavano quinturioni, centurioni, decurioni, esploratori, e il senso delle lettere u og a1 fe, che erano una data e volevano dire 15 aprile 1832. Sotto ciascuna maiuscola erano scritti dei nomi, seguiti da indicazioni assai caratteristiche. Così: Q. Bannerel, 8 fucili, 83 cartucce. Uomo sicuro. - C. Boubière, 1 pistola, 40 cartucce. - D. Rollet, 1 fioretto, 1 pistola, 1 libbra di polvere. - E. Teissier, 1 sciabola, 1 giberna. Esatto. - Terreur, 8 fucili. Coraggioso, eccetera.

Finalmente lo stesso falegname trovò, sempre nel medesimo recinto, un terzo foglio su cui era scritto a matita, ma molto visibile, questa specie di enigmatico elenco:

Unità. Blanchard. Alberosecco. 6.

Barra. Soize. Sala del Conte.

Kosciusko. Aubry il beccaio?

J. J. R.

Caio Gracco.

Diritto di revisione. Dufond. Forno.

Caduta dei Girondini. Derbac. Maubuée.

Washington. Pinson. 1 pist. 86 cart.

Marsigliese. Sovr. del popolo. Michel. Quincampoix. Sciabola.

Hoche.

Marceau. Platone. Alberosecco.

Varsavia. Tilly, Strillone del "Populaire".

L'onesto borghese nelle cui mani cadde questa nota, ne conobbe il significato. Pare che fosse la lista completa delle sezioni del quarto circondario della Società dei Diritti dell'Uomo, coi nomi e le abitazioni dei capi sezione. Oggi che tutti questi fatti rimasti nell'ombra non sono altro che storia possiamo pubblicarli.

Bisogna aggiungere che la fondazione della Società dei Diritti dell'Uomo pare posteriore al tempo in cui questa carta fu trovata.

Forse era soltanto un abbozzo. Tuttavia dopo i discorsi e le parole, dopo gli elenchi scritti, cominciarono a trapelare i fatti materiali.

In via Popincourt, presso un negozio di anticaglie, venivano sequestrati nel cassetto del canterano sette fogli di carta grigia, piegati tutti ugualmente in lungo e in quattro; questi fogli contenevano ventisei quadrati della stessa carta grigia, piegati in forma di cartucce, e un foglio nel quale era scritto:

Salnitro: 12 once.

Zolfo : 2 once.

Carbone: 2 once e mezzo.

Acqua: 2 once.

Il processo verbale del sequestro constatò che il cassetto mandava un forte odore di polvere.

Un muratore, di ritorno dalla sua giornata di lavoro, dimenticava un piccolo involto su una panca vicino al ponte d'Austerlitz.

Questo involto, portato nel corpo di guardia e aperto, conteneva due dialoghi a stampa firmati "Lahautiere", una canzone intitolata: "Operai, unitevi", e una scatola di latta piena di cartucce.

Un operaio, bevendo con un compagno, gli faceva sentire come stava caldo; l'altro tastava una pistola sotto la giacchetta. Alcuni ragazzi, giocando, scoprirono in un fosso, sul boulevard, tra il Père Lachaise e la barriera del Trono, nel punto più deserto, sotto un mucchio di trucioli e di bucce, un sacco contenente uno stampo per palle e uno per cartucce, una scodella di legno nella quale c'erano dei pallini di polvere da caccia, e una piccola marmitta di ghisa, che internamente presentava tracce evidenti di piombo fuso.

Alcuni agenti di polizia, penetrando improvvisamente, alle cinque del mattino, nella casa d'un certo Pardon, che più tardi appartenne alla sezione Barricata-Merry e fu ucciso nel moto insurrezionale dell'aprile 1834, lo trovarono in piedi accanto al letto con alcune cartucce che stava preparando.

Verso l'ora di riposo degli operai, furono visti due uomini incontrarsi tra la barriera Picpus e quella di Charenton, in un piccolo sentiero tra due muri, presso un'osteria che ha un "gioco di siam" davanti alla porta. Uno di essi trasse dal camiciotto e consegnò all'altro una pistola; ma nel momento di dargliela, accortosi che la traspirazione del petto aveva inumidito un po' la polvere, ricaricò la pistola e aggiunse della polvere a quella che c'era già. Poi i due uomini si separarono.

Un certo Gallais, ucciso poi in via Beaubourg nel fatto di aprile, si vantava di avere in casa settecento cartucce e ventiquattro pietre focaie.

Un giorno il Governo fu avvertito che nel sobborgo erano state distribuite armi e duecentomila cartucce. Nella settimana successiva ne vennero distribuite trentamila, e, cosa degna di nota, la polizia non riuscì mai a sequestrarne una. Una lettera intercettata diceva: "Non è lontano il giorno che in quattro ore ottomila patrioti saranno sotto le armi".

Tutto questo fermento era pubblico, si potrebbe quasi dire pacifico. L'imminente insurrezione preparava il suo temporale con calma, sotto gli occhi del Governo. Nessuna singolarità mancava a quella crisi ancora sotterranea, ma già percettibile. I borghesi parlavano tranquillamente con gli operai di quello che si preparava. Si chiedeva: - Come va la sommossa? col tono di: - Come sta vostra moglie?

Un mercante di mobili, in via Moreau, chiedeva: - Ebbene, quand'è che attaccate?

Un altro bottegaio diceva:

- Fra poco si darà l'assalto, lo so. Un mese fa, eravate quindicimila, ora siete venticinquemila.

E offriva il suo fucile, mentre un suo vicino offriva una piccola pistola, che voleva vendere per sette franchi.

Del resto la febbre rivoluzionaria si diffondeva. Nessun punto di Parigi né della Francia ne era immune. Dappertutto l'arteria pulsava. La rete delle Società segrete cominciava a stendersi nel paese come quelle membrane che nascono da certe infiammazioni e si formano nel corpo umano. Dall'associazione degli Amici del popolo che era pubblica e segreta in pari tempo, nasceva la Società dei Diritti dell'Uomo, che datava così un suo ordine del giorno:

"Piovoso, anno 40 dell'era repubblicana", che doveva sopravvivere anche alle sentenze di corti d'assise in cui si pronunciava il suo scioglimento, e che non esitava a dare alle proprie sezioni dei nomi significativi come questi:


Delle picche

Campana a stormo

Cannone d'allarme

Berretto frigio

21 gennaio

Dei pezzenti

Degli accattoni

Marcia in avanti

Robespierre

Livello

Ça ira


La Società dei Diritti dell'Uomo generò la Società di Azione: erano gli impazienti che si staccavano per correre avanti. Altre associazioni tentarono di far reclute a spese delle società primitive, e i membri delle sezioni si lagnavano di essere vessati da questi tentativi. Così la "società Gallica" e il "Comitato organizzatore dei municipi"; così le associazioni per la "libertà di stampa", per la "libertà individuale", per "l'istruzione del popolo", "contro le imposte indirette". Poi la società degli Operai egualitari, che si divideva in tre frazioni, gli Egualitari, i Comunisti, i Riformisti; poi l'Armata delle Bastiglie, una specie di coorte organizzata militarmente (quattro uomini comandati da un caporale, dieci da un sergente, venti da un sottotenente, quaranta da un tenente), nella quale non c'erano mai più di cinque uomini che si conoscessero tra loro: creazione in cui la precauzione è combinata con l'audacia e che sembra improntata dal genio di Venezia. Il comitato centrale, che era la testa, aveva due braccia, la Società d'Azione e l'Armata delle Bastiglie. In mezzo a tutte queste filiazioni repubblicane s'agitava anche una società legittimista, i Cavalieri della fedeltà, ma fu denunciata e ripudiata.

Le società parigine si ramificavano nelle principali città. Lione, Nantes, Lilla e Marsiglia ebbero la loro Società dei Diritti dell'Uomo, la Carboneria, gli Uomini liberi. Aix aveva una società rivoluzionaria, chiamata la Cougourde, parola che ci è già capitato di scrivere.

A Parigi, il sobborgo San Marcello non era meno agitato del sobborgo Sant'Antonio, e le scuole non erano meno agitate dei sobborghi. Un caffè di via San Giacinto e l'osteria dei Sette Bigliardi in quella dei Mathurins-Saint-Jacques servivano come luoghi di adunata degli studenti. La Società degli Amici dell'A B C, affiliata al Mutuo soccorso di Angers e alla Cougourde di Aix, si riuniva, come abbiamo visto, nel caffè Musain. Questi stessi giovani si ritrovavano pure, come abbiamo detto, in una bettola presso la via Mondétour, chiamata Corinto. Queste riunioni erano segrete. Altre invece erano più pubbliche, e si può giudicare della loro arditezza da questo frammento d'un interrogatorio subito in uno dei successivi processi:

- Dove ebbe luogo quella riunione? - In via Pace. - In casa di chi? - In strada. - Chi ne era il capo? - Io. - Voi siete troppo giovane per aver concepito da solo il grave disegno di rovesciare il Governo: da chi ricevevate le istruzioni? - Dal comitato centrale.

Anche l'esercito veniva minato insieme alla popolazione, come lo dimostrarono più tardi i moti di Belfort, di Lunéville e d'Epinal.

Si faceva assegnamento sul cinquantaduesimo reggimento, sul quinto, sull'ottavo, sul trentasettesimo e sul ventesimo leggero.

In Borgogna e nelle città meridionali si piantava "l'albero della Libertà", vale a dire un palo sormontato da un berretto rosso.

Era questa la situazione: situazione che il sobborgo di Sant'Antonio, più che ogni altro quartiere, come abbiamo detto all'inizio, rendeva sensibile e accentuava. Era quello il maggior punto focale.

Quel vecchio sobborgo, popolato come un formicaio, laborioso, coraggioso e facile alla collera come un alveare, fremeva nell'attesa e nel desiderio d'una sommossa. Tutti vi si agitavano, senza che il lavoro fosse per questo interrotto. Nulla potrebbe dar l'idea di quel suo aspetto vivace e cupo. Ci sono in quel sobborgo miserie strazianti nascoste nelle soffitte; ma ci sono pure intelligenze ardenti e rare. E soprattutto, in fatto di miseria e d'intelligenza, è pericoloso che gli estremi si tocchino.

Il sobborgo Sant'Antonio aveva anche altre cause di trepidazione; infatti si sente sempre il contraccolpo delle crisi commerciali, dei fallimenti, degli scioperi, delle disoccupazioni, che seguono le grandi scosse politiche. In tempo di rivoluzione, la miseria è insieme causa ed effetto. Il colpo che dà le rimbalza addosso.

Quella popolazione, piena di maschia virtù, enormemente carica di forze latenti, sempre pronta a ricorrere alle armi, pronta alle esplosioni, irritata, profonda, minata, pareva non aspettasse che la caduta d'una scintilla. Ogni volta che certe scintille appaiono all'orizzonte, cacciate dal vento degli avvenimenti, non si può far a meno di pensare al sobborgo Sant'Antonio e al formidabile caso che ha collocato alle porte di Parigi quella polveriera di dolori e d idee.

Le osterie del sobborgo Sant'Antonio più d'una volta da noi descritte, hanno una notorietà storica. Nei tempi torbidi, c'è lì più ebbrezza di parole che di vino; vi circola, per così dire, uno spirito profetico, un effluvio di avvenire, che infiamma i cuori e ingrandisce le anime. Le bettole del sobborgo Sant'Antonio somigliano a quelle taverne del Monte Aventino, costruite sull'antro della Sibilla e comunicanti coi sacri spiriti profondi:

taverne le cui tavole erano quasi dei tripodi e dove si beveva quello che Ennio chiamava "vino sibillino".

Il sobborgo Sant'Antonio è un serbatoio di popolo; lo scuotimento rivoluzionario vi fa delle fessure, da cui scorre la sovranità popolare. Questa sovranità può agire male, s'inganna come tutte le altre; ma anche fuorviata, resta. Si può dire di lei come del ciclope cieco, "ingens".

Nel 93, secondo che nell'aria spirava un'idea buona o cattiva, secondo che era giorno di fanatismo o di entusiasmo, dal sobborgo Sant'Antonio partivano ora legioni selvagge ora bande eroiche.

Selvagge. Intendiamoci su questa parola. Quegli uomini irsuti che, nei giorni genesiaci del caos rivoluzionario, cenciosi, urlanti, feroci, le mazze levate, le picche in alto, si rovesciavano sulla vecchia Parigi sconvolta, che cosa volevano? Volevano la fine delle oppressioni e delle tirannie, la fine del militarismo, il lavoro per l'uomo, l'istruzione per il fanciullo, la benevolenza sociale per la donna, la libertà, l'eguaglianza, la fratellanza, il pane per tutti, l'idea per tutti, la felicità del mondo, il progresso; e questa dolce, ottima, santa cosa che è il progresso, essi, spinti agli estremi e fuori di sé, la reclamavano con voce terribile, seminudi, con la mazza in pugno e il ruggito nella bocca. Erano selvaggi, sì, ma selvaggi della civiltà.

Proclamavano il diritto con furia; volevano far entrare il genere umano nel paradiso, anche col terrore e con lo spavento. Parevano barbari, ed erano salvatori; reclamavano la luce con la maschera della notte.

Di fronte a questi uomini feroci e spaventosi, ma feroci e spaventosi per il bene, stanno altri uomini sorridenti, con gli abiti ricamati e dorati, adorni di nastri e di stelle, con le calze di seta, le piume bianche, i guanti gialli, le scarpe verniciate, i quali, coi gomiti su un tavolo di velluto, nell'angolo di un camino di marmo, insistono dolcemente perché sia mantenuto e conservato il passato, il medio evo, il diritto divino, il fanatismo, l'ignoranza, la schiavitù, la pena di morte, la guerra, e glorificano sottovoce e con piglio cortese la sciabola, il rogo e il patibolo. Dal canto nostro, se fossimo costretti a optare tra i barbari della civiltà e gli inciviliti della barbarie, sceglieremmo i barbari.

Ma, grazie a Dio, è possibile un'altra scelta. Non è necessaria nessuna caduta a picco, né avanti né indietro. Né dispotismo né terrorismo. Vogliamo il progresso su un dolce pendìo.

Ci provvede Dio. Addolcire i pendii: ecco tutta la politica di Dio.




6. ENJOLRAS E I SUOI LUOGOTENENTI


Verso quell'epoca, Enjolras, in vista dei futuri avvenimenti, fece una specie di censimento segreto.

Stavano tutti in conciliabolo nel caffè Musain.

Enjolras, frammischiando al discorso alcune metafore semienigmatiche ma significative, disse:

- Occorre sapere a che punto siamo e su chi si può contare. Chi vuole avere dei combattenti deve formarli. Bisogna avere di che colpire. Questo non può nuocere. I passanti hanno sempre più probabilità di buscarsi delle cornate quando ci sono dei buoi sulla strada, che quando non ce ne sono. Dunque, contiamo un po' l'armento. Quanti siamo? Non si tratta di rimettere questo lavoro al domani: i rivoluzionari devono aver sempre fretta; il progresso non ha tempo da perdere. Bisogna diffidare dell'inaspettato; non lasciarsi mai cogliere alla sprovvista. E' necessario rivedere tutte le cuciture già fatte, e verificare se tengono fermo; e questa è una faccenda che va sbrigata completamente oggi.

Courfeyrac, tu vedrai gli studenti del politecnico: oggi, mercoledì, è il loro giorno d'uscita. Voi, Feuilly, vedrete quelli della Glacière, vero? Combeferre mi ha promesso di recarsi a Picpus, dove c'è un ottimo fermento. Bahorel visiterà l'Estrapade.

Prouvaire, i massoni s'intiepidiscono; tu ci porterai notizie della loggia di via Grenelle-Saint-Honoré. Joly andrà alla clinica di Dupuytren a toccare il polso agli studenti di medicina. Bossuet farà un piccolo giro nel palazzo di giustizia e chiacchiererà coi praticanti avvocati. Io, invece, m'incarico della Cougourde.

- Così è tutto regolato - disse Courfeyrac.

- No.

- Che c'è ancora?

- Una cosa importantissima.

- Quale? - chiese Combeferre.

- La barriera del Maine - rispose Enjolras.

Stette un momento come assorto nelle sue riflessioni, poi riprese:

- Alla barriera del Maine ci sono marmisti, pittori, allievi scultori: è una famiglia entusiasta,ma soggetta ai raffreddamenti. Non so cos'abbiano da qualche tempo: pensano ad altro; si spengono; passano il tempo a giocare al domino: sarebbe urgente andare un po' a parlare con loro, e risolutamente. Si riuniscono da Richefeu: vi si trovano tra mezzogiorno e l'una.

Bisognerebbe soffiare su quelle ceneri. Avevo contato per questo su quel distratto di Mario, che in definitiva è buono; ma non viene più. Mi occorrerebbe dunque qualcuno per la barriera del Maine. Non ho nessuno.

- E io? - disse Grantaire - sto là io.

- Tu?

- Io.

- Tu, indottrinare dei repubblicani! tu, riscaldare, in nome dei principi, dei cuori intiepiditi!

- E perché no?

- Potresti essere buono a qualche cosa tu?

- Ne ho la vaga ambizione - rispose Grantaire.

- Tu non credi a nulla.

- Credo a te.

- Grantaire, vuoi farmi un favore?

- Tutti, anche lucidarti le scarpe.

- Ebbene, non intrufolarti nelle nostre faccende. Smaltisci il tuo assenzio.

- Enjolras, tu sei un ingrato.

- E tu saresti uomo da recarti alla barriera del Maine! Ne saresti capace?

- Sono capace di percorrere via dei Grés, attraversare la piazza San Michele, piegare per via Monsieur-le-Prince, prendere per via Vaugirard, oltrepassare i Carmelitani, voltare per via d'Assas, arrivare in via Cheche-Midi, lasciarmi dietro il Consiglio di guerra, misurare via Vieilles-Tuileries, attraversare il boulevard, seguire il vialone del Maine, varcare la barriera ed entrare da Richefeu. Sono capace di questo. Le mie scarpe ne sono capaci.

- Conosci tu un po' quei compagni laggiù, da Richefeu?

- Non molto. Però ci diamo del tu.

- E cosa dirai loro?

- Parlerò di Robespierre, perbacco! di Danton, dei princìpi.

- Tu!

- Io. Il fatto è che non mi si rende giustizia, ma quando mi ci metto, sono terribile. Ho letto Prudhomme, conosco il "Contratto sociale", so a memoria la Costituzione dell'anno secondo. "La Libertà del cittadino finisce dove la libertà d'un altro cittadino comincia". Mi prendi forse per un bruto? Nel mio cassetto ho un vecchio assegnato. I Diritti dell'Uomo, la sovranità del popolo, perbacco! Sono anzi un po' seguace di Hébert. Posso ripetere, per sei ore di seguito e con l'orologio alla mano, delle cose superbe.

- Sii serio - disse Enjolras.

- Sono feroce - rispose Grantaire.

Enjolras pensò qualche momento; poi, col gesto di chi prende una risoluzione, disse gravemente:

- Grantaire, accetto di metterti alla prova. Andrai alla barriera del Maine.

Grantaire, che abitava in una piccola locanda vicino al caffè Musain, uscì, e tornò dopo cinque minuti. Era andato a mettersi un panciotto alla Robespierre.

- Rosso - disse entrando e guardando fisso Enjolras.

Poi, con due energiche palmate, si stirò sul petto le due punte scarlatte del panciotto.

E accostandosi a Enjolras, gli disse all'orecchio:

- Sta' tranquillo.

Si calcò il cappello risolutamente e uscì.

Un quarto d'ora dopo, la sala interna del caffè Musain era vuota:

tutti gli Amici dell'A B C erano andati, ciascuno per conto proprio, al lavoro. Enjolras, che s'era riservato la Cougourde, fu l'ultimo a uscire.

Quelli della Cougourde di Aix che erano a Parigi, si riunivano allora nella pianura d'Issy, in una delle cave abbandonate che sono così numerose da quella parte di Parigi.

Mentre andava verso quel luogo di appuntamento, Enjolras passava in rivista la situazione. La gravità dei fatti era evidente.

Quando i fatti, prodromi d'una specie di malattia sociale latente, si muovono pesantemente, la minima complicazione basta ad arrestarli e a intralciarli. Fenomeno da cui escono i crolli e le rinascenze. Sotto i lembi tenebrosi dell'avvenire, Enjolras intravedeva una splendida insurrezione, di cui forse, chi sa? era vicino il momento. Il popolo che riconquistava il diritto: che superbo spettacolo! La rivoluzione che riprendeva maestosamente possesso della Francia e diceva al mondo: Si continua! Enjolras era contento. La fornace s'infuocava. In quel momento egli aveva una striscia di polvere di amici sparsa su Parigi. Nella sua mente, con l'eloquenza filosofica e penetrante di Combeferre, con l'entusiasmo cosmopolita di Feuilly, col brio di Courfeyrac, col riso di Bahorel, con la malinconia di Prouvaire, con la scienza di Joly, con i sarcasmi di Bossuet, componeva una specie di scoppiettio elettrico, che si accendeva un po' da per tutto, contemporaneamente. Tutti all'opera; e certamente il risultato sarebbe stato corrispondente allo sforzo. Tutto bene. Questo lo fece pensare a Grantaire. Guarda!- pensò; - la barriera del Maine mi svia ben poco dalla mia strada. Se mi spingessi fino da Richefeu? Vediamo un po' cosa fa Grantaire, a che punto si trova.

Suonava l'una dal campanile di Vaugirard, quando Enjolras arrivò alla bettola di Richefeu. Spinse la porta, entrò, incrociò le braccia, lasciando ricadere l'imposta che venne a urtargli le spalle, e guardò nella sala piena di tavole, di uomini e di fumo.

Una voce risuonava in quella nebbia, vivacemente interrotta da un'altra. Era Grantaire che dialogava con un avversario.

Stava seduto dirimpetto a un altro uomo, a una tavola di marmo, seminata di granelli di crusca e costellata dai pezzi del domino.

Grantaire batteva il pugno sul marmo; ed ecco quello che intese Enjolras:

- Doppio-sei.

- Un quattro.

- Che porco! Non ne ho più.

- Sei morto. Un due.

- Un sei.

- Un tre.

- Un asso.

- Tocca a me mettere.

- Quattro punti.

- A fatica.

- A te.

- Ho commesso un grande sbaglio.

- Sette di più.

- Giochi abbastanza bene.

- Quindici.

- In totale ventidue. (Pensando). Ventidue!

- Tu non ti aspettavi il doppio-sei. Se lo mettevo giù in principio, cambiava tutto il gioco.

- Ancora un due.

- Un asso.

- Un asso! Ebbene un cinque.

- Non ne ho.

- Sei tu che hai messo, vero?

- Sì.

- Un bianco.

- Com'è fortunato! Ah! tu hai fortuna! (lunga meditazione).

- Un due.

- Un asso.

- Né cinque né asso. E' seccante per te.

- Domino.

Figlio d'un cane.




Libro 2


EPONINA



1. IL CAMPO DELL'ALLODOLA


Mario aveva assistito all'inaspettata conclusione dell'agguato sulla cui traccia egli aveva messo Javert; ma appena costui lasciò la topaia, portando via i prigionieri in tre vetture, Mario dal canto suo scivolò fuori di casa. Erano ancora le nove di sera. Si recò da Courfeyrac, il quale non era più l'imperturbabile abitante del quartiere latino, ma era andato a stare in via della Vetreria "per ragioni politiche". Questo quartiere era uno di quelli in cui l'insurrezione, a quei tempi, pigliava posto volentieri. Mario disse a Courfeyrac: - Vengo a dormire da te. - Courfeyrac tolse un materasso dal suo letto, che ne aveva due, lo stese a terra e disse: - Ecco.

L'indomani, alle sette del mattino, Mario tornò alla topaia, pagò la rata di pigione e quant'altro doveva a mamma Bougon, fece caricare su un carrettino a mano i libri, il letto, il tavolo, il canterano e le due sedie, e se ne andò senza lasciare il nuovo indirizzo. Cosicché, quando Javert tornò nella mattinata per interrogare Mario sugli avvenimenti della sera precedente, non trovò che mamma Bougon, la quale gli rispose: Sloggiato!

Mamma Bougon restò convinta che Mario fosse un po' complice dei ladri arrestati la notte: - Chi l'avrebbe detto! - esclamava con le portinaie del quartiere. - Un giovanotto che pareva una fanciulla!

Mario aveva avuto due motivi per quello sgombero così improvviso.

ll primo era l'orrore che gli ispirava quella casa, dove aveva visto, così da vicino e in tutto il più ripugnante e feroce sviluppo, una bruttura sociale forse anche più orribile del cattivo ricco: il cattivo povero. L'altro era che non voleva figurare nel processo, che probabilmente ne sarebbe seguito, e non voleva esser costretto a deporre contro Thénardier.

Javert pensò che il giovane, di cui non ricordava il nome, avesse avuto paura e fosse scappato, o non fosse nemmeno tornato in casa al momento dell'agguato. Fece tuttavia qualche sforzo per ritrovarlo, ma non ci riuscì.

Trascorse un mese, poi un altro. Mario era sempre presso Courfeyrac. Per mezzo d'un praticante avvocato, frequentatore abituale della sala dei passi perduti, aveva saputo che Thénardier era in prigione. Ogni lunedì, Mario faceva depositare alla cancelleria della Force cinque franchi per Thénardier.

Non avendo denaro, Mario si faceva prestare i cinque franchi da Courfeyrac. Era la prima volta che prendeva denaro a prestito. E quei cinque franchi periodici erano un doppio enigma, per Courfeyrac che li dava e per Thénardier che li riceveva.

- A chi possono andare? - pensava il primo.

- Da chi mi possono venire? - si chiedeva l'altro.

Del resto Mario era oppresso dal dolore. Tutto era di nuovo scomparso come in un trabocchetto. Non vedeva più niente davanti a sé. La sua vita era piombata in quel mistero, in cui s'aggirava a tentoni. Aveva per un momento rivisto da vicino, in quella oscurità, la fanciulla amata e il vecchio che pareva suo padre:

queste persone sconosciute formavano il suo unico interesse e la sua sola speranza in questo mondo; ma nel momento in cui aveva creduto di afferrarle, un soffio aveva portato via tutte quelle ombre. Non una scintilla di certezza e di verità era scaturita dall'urto più spaventoso. Nessuna congettura possibile. Non sapeva nemmeno più il nome che aveva creduto di sapere. Certamente non era Ughetta; e l'Allodola era un soprannome. E che pensare del vecchio? Si teneva veramente nascosto alla polizia? Gli era tornato alla mente l'operaio dai capelli bianchi che aveva incontrato nelle vicinanze degli Invalidi. Ora gli sembrava probabile che quell'operaio e il signor Leblanc fossero la stessa persona. Dunque si travestiva? Quell'uomo aveva alcuni aspetti eroici e altri equivoci. Perché non aveva gridato aiuto? Perché era fuggito? Era o no il padre della giovinetta? Era infine veramente l'uomo che Thénardier aveva creduto di riconoscere? O Thénardier si era ingannato? Erano tutti problemi senza soluzione.

Tutto questo, è vero, non toglieva nulla all'angelico incanto della fanciulla del Lussemburgo. Angoscia straziante! Mario aveva una passione nel cuore e una benda sugli occhi! Era spinto, era attratto, e non poteva muoversi. Tutto era svanito fuorché l'amore, di cui però aveva perduto gli istinti e le subitanee divinazioni. Ordinariamente la fiamma che ci arde c'illumina anche un poco, e ci getta qualche barlume che è utile fuori di noi. Quei sordi consigli della passione, Mario non li udiva più. Non pensava mai: Se andassi là? Se tentassi questo? Quella che Mario non poteva più chiamare Ughetta era evidentemente in qualche posto; ma Mario non sapeva da che parte bisognava cercare. Tutta la sua vita si riassumeva ormai in queste parole: un'assoluta incertezza in una nebbia impenetrabile. Rivederla: a questo aspirava sempre, ma non lo sperava più.

Per di più, tornava la miseria. Sentiva presso di sé, dietro di sé, quel soffio gelido. In tutti quei tormenti, già da tempo aveva reso sporadico il suo lavoro; e non c'è niente più pericoloso del lavoro discontinuo; è un'abitudine che se ne va. Abitudine facile a lasciarsi, difficile a riprendersi.

Una certa quantità di fantasia è buona come un narcotico a dose discreta. Calma le febbri, talvolta forti, dell'intelletto che lavora, e fa nascere nella mente un vapore molle e fresco, che corregge i contorni troppo aspri del pensiero puro, colma qua e là lacune e intervalli, lega i concetti, smussa gli angoli delle idee. Ma il troppo fantasticare affoga e annoia. Guai al lavoratore della mente che cade completamente dal pensiero nella fantasticheria! Crede di poter risalire agevolmente e pensa che alla fine è la stessa cosa. Errore!

Il pensiero è il lavoro dell'intelletto, la fantasticheria ne è la voluttà; sostituire l'una all'altro è confondere il veleno col nutrimento.

Già sappiamo che Mario aveva cominciato così. Poi era sopravvenuta la passione e aveva finito di precipitarlo in chimere senza scopo e senza fine. Non usciva più di casa che per andare a fantasticare. Procreazione oziosa, gorgo tumultuoso e stagnante. E a misura che il lavoro diminuiva crescevano i bisogni. E' una legge. L'uomo fantasioso è naturalmente prodigo e cedevole; la mente sbrigliata non può controllare la sua vita. C'è, in questo modo di vivere, il bene commisto al male, giacché se la mollezza è funesta, la generosità è sana e buona. Ma l'uomo povero, generoso, nobile, se non lavora, è perduto; si inaridiscono le risorse, e sorgono le necessità.

China fatale, su cui i più onesti e i più forti sono trascinati come i più deboli e i più viziosi, e che mette capo a uno di questi due precipizi, il suicidio o il delitto.

A forza d'uscire di casa per andare a fantasticare, viene un giorno che si esce per andarsi a buttare in acqua. Il sogno eccessivo forma gli Escousse e i Lebras.

Mario scendeva quella china a passi lenti, con gli occhi fissi su colei che non vedeva più. Quest'ultima frase parrà strana, eppure è vera. Il ricordo di un assente si accende nelle tenebre del cuore; più è scomparso e più splende, l'anima disperata e oscura vede al suo orizzonte quella luce come la stella della notte interiore. Lei: ecco tutto il pensiero di Mario. Non pensava ad altro: sentiva confusamente che il suo vecchio abito diventava vergognoso e quello nuovo diventava vecchio, che le camice, il cappello, le scarpe si consumavano, vale a dire che la sua vita si consumava e diceva tra sé: - Potessi almeno rivederla prima di morire!

Gli restava soltanto un dolce pensiero: lei lo aveva amato, il suo sguardo glielo aveva detto; lei ignorava il suo nome, ma conosceva la sua anima; forse là dove stava, anche se in un luogo misterioso, lo amava ancora. Chi sa se non pensava a lui, come lui pensava a lei? Talvolta, in certe ore inesplicabili, come ne hanno i cuori innamorati, pur avendo motivi di dolore, sentiva un oscuro sobbalzo di gioia, e diceva a se stesso: Sono i suoi pensieri che arrivano a me! - Poi aggiungeva: - Forse anche i miei pensieri le arrivano.

Questa illusione, sulla quale un momento dopo crollava il capo, bastava tuttavia a gettargli nell'anima dei raggi che talvolta somigliavano alla speranza. Ogni tanto, soprattutto in quell'ora della sera che più rattrista i sognatori, lasciava cadere su un quaderno, nel quale non scriveva altro, la parte più pura, più impersonale, più ideale dei sogni, di cui l'amore gli riempiva il cervello. E questo lo chiamava "scriverle".

Non dobbiamo supporre che la sua ragione fosse in disordine:

tutt'altro. Aveva perduto la facoltà di lavorare e di muoversi fermamente verso uno scopo determinato, ma aveva più che mai la chiaroveggenza e la rettitudine. Vedeva in una luce calma e reale, benché fuori del comune, tutto ciò che gli passava sotto gli occhi, anche i fatti e gli uomini più indifferenti, e su tutto diceva la parola giusta, con una specie di scoraggiamento onesto e di candido disinteresse. Il suo giudizio, quasi staccato dalla speranza, si librava in alto, equilibrato.

In quello stato della mente nulla gli sfuggiva, nulla l'ingannava, e a ogni istante scopriva il fondo della vita, dell'umanità e del destino. Fortunato colui che, anche nelle angosce, ebbe da Dio un'anima degna dell'amore e della sventura! Chi non vide attraverso la loro doppia luce le cose del mondo e il cuore degli uomini, non ha visto nulla di vero e non sa nulla.

L'anima che ama e soffre è sublimata.

Frattanto i giorni passavano, e non si presentava niente di nuovo.

Però gli pareva che a ogni momento si accorciasse lo spazio tenebroso, che ancora gli rimaneva da percorrere, e già credeva di discernere distintamente l'orlo del precipizio senza fondo.

- Come! - ripeteva tra sé, - non potrò nemmeno rivederla!

Chi, dopo aver risalito la via San Giacomo e lasciato da parte la barriera, ha seguito per qualche tempo, a sinistra, l'antico boulevard interno, raggiunge la via della Salute, poi la Glacière, e, un po' prima di arrivare al fiumicello dei Gobelins, trova una specie di campo, che è l'unico luogo, in tutto il lungo e monotono giro dei boulevard di Parigi, in cui Ruysdael sarebbe tentato di sedersi.

Quel luogo ha un non so qual fascino: un prato verde attraversato da corde tese, su cui stanno ad asciugare dei cenci, una vecchia cascina di ortolani costruita al tempo di Luigi Tredicesimo, col suo gran tetto bizzarramente bucato da abbaini, alcune palizzate in rovina, un rigagnolo che scorre tra i pioppi, donne, risa, voci; all'orizzonte il Pantheon, l'albero dei Sordo-Muti, il Val- de Grace, nero, massiccio, fantastico, divertente e magnifico, e in fondo la severa sommità quadrata delle torri di Notre-Dame.

Siccome vale la pena di vedere quel luogo, nessuno ci va. Soltanto una carretta o un carro ogni quarto d'ora. Accadde una volta che la passeggiata solitaria di Mario lo conducesse su quel prato vicino a quell'acqua, e che quel giorno ci fosse su quel boulevard una rarità: un passante. Mario, colpito vagamente dall'incanto quasi selvaggio del luogo, chiese a quel passante: - Come si chiama questo luogo?

L'altro rispose: - E' il Campo dell'Allodola.

E aggiunse: - Qui Ulbach uccise la pastora d'Ivry.

Ma dopo la parola Allodola, Mario non aveva udito più nulla. Nello stato di sogno, ci sono congelazioni subitanee che una parola sola basta a produrre. Tutto il pensiero si condensa bruscamente attorno a un'idea, e non è più capace di nessun'altra percezione.

Allodola era il nome che nella profondità della malinconia di Mario aveva sostituito quello di Ughetta. - Guarda! - disse in quella specie di stupore irragionevole adatto a questo monologo misterioso - questo è il suo campo; qui saprò dove lei dimora.

Era una cosa assurda, ma irresistibile.

E ogni giorno tornò al Campo dell'Allodola.




2. FORMAZIONE EMBRIONALE DEI DELITTI NELL'INCUBAZIONE DELLE CARCERI


Il trionfo di Javert nella topaia Gorbeau parve, ma non fu completo.

Prima di tutto, ed era questa la principale sua preoccupazione, non aveva fatto prigioniero il prigioniero. L'assassinato che fugge riesce più sospetto dell'assassino, e probabilmente quel personaggio, preziosa cattura per i banditi, sarebbe stato una preda non meno buona per l'autorità.

Poi, anche Montparnasse gli era sfuggito.

Bisognava aspettare un'altra occasione per acciuffare quel "moscardino del diavolo". Infatti Montparnasse, avendo incontrato Eponina che montava la sentinella sotto gli alberi dei boulevard, l'aveva condotta via, preferendo esser Nemorino con la figlia anziché Schinderhannes col padre. E gli era andata bene: era libero. Quanto a Eponina, Javert l'aveva fatta "ripizzicare" - mediocre consolazione - e l'aveva mandata a raggiungere Azelma alle Madelonnettes.

Infine, nel tragitto dalla topaia Gorbeau alla Force, uno dei principali arrestati, Claquesous, era sparito. Non si sapeva come era stato; gli agenti e le guardie "non ci capivano niente"; s'era mutato in vapore, era scivolato fra le manette, era sgusciato tra le connessure della carrozza, che aveva qualche crepa e gocciolava; insomma si sapeva soltanto che, arrivati alla prigione, Claquesous era scomparso. C'era in quella faccenda della magìa oppure la complicità della polizia. Claquesous s'era sciolto nelle tenebre come un fiocco di neve nell'acqua. C'era stata una segreta intesa con gli agenti? Apparteneva quell'uomo al doppio enigma del disordine e dell'ordine? Era concentrico all'infrazione e alla repressione? Quella sfinge aveva le zampe anteriori nel delitto e le posteriori nell'autorità? Javert non accettava simili combinazioni, e si sarebbe ribellato davanti a un simile compromesso; ma la sua squadra contava altri ispettori oltre a lui, forse più di lui addentro, benché suoi subordinati, ai segreti della prefettura, e Claquesous era uno scellerato tale che poteva essere un ottimo agente. Essere in così intimi rapporti con le tenebre, è una cosa eccellente per il brigantaggio e ammirabile per la polizia. Ci sono di questi furfanti a due tagli. Checché ne fosse, Claquesous perduto non si trovò più, e Javert ne parve più irritato che stupito.

Quanto a Mario, Javert ci teneva poco a "quel balordo di avvocato, che probabilmente aveva avuto paura", e di cui aveva dimenticato il nome. Del resto, un avvocato si trova sempre. Ma era poi un avvocato?

L'istruttoria era cominciata.

Il giudice istruttore aveva ritenuto opportuno non mettere in prigione uno della banda di Patron-Minette, sperando che qualcuno cantasse.

Quest'uomo era Brujon, il capelluto di via Petit-Banquier.

L'avevano lasciato nel cortile Carlomagno, dov'era tenuto d'occhio dai sorveglianti.

Il nome di Brujon era uno dei ricordi della Force. Nello schifoso cortile detto Fabbricato Nuovo, che l'amministrazione chiamava Cortile San Bernardo e che i ladri chiamavano Fossa dei leoni, sul muro coperto di scaglie e di pustole, che a sinistra s'innalzava fino al tetto, accanto a una porta di ferro arrugginita che immetteva nell'antica cappella del palazzo ducale della Force, diventata un dormitorio di briganti, dodici anni fa si vedeva ancora una specie di bestia incisa grossolanamente nella pietra con un chiodo, e sotto questa firma: Brujon, 1811.

Il Brujon del 1811 era padre di quello del 1832. Quest'ultimo, che abbiamo solo intravisto nell'agguato Gorbeau, era un giovane robusto, molto abile e astuto, con l'aria di uno sbalordito e di un piagnucoloso. Appunto per questa sua apparenza balorda, il giudice istruttore l'aveva lasciato stare, ritenendolo più utile nel cortile Carlomagno che non nella cella.

I ladri non interrompono il loro lavoro solo perché sono tra le mani della giustizia: Non restano imbarazzati per così poco.

Essere in prigione per un delitto non impedisce di iniziare un altro delitto. Sono artisti che mentre hanno un quadro al Salon, non tralasciano per questo di lavorare a un'opera nuova, nel proprio studio.

Brujon pareva istupidito dalla prigione. Restava talvolta per ore intere nel cortile Carlomagno, in piedi, accanto al finestrino del cantiniere, contemplando come un idiota il sordido cartello dei prezzi della cantina, che cominciava con: "aglio, 62 centesimi" e finiva con: "sigaro, cinque centesimi". Oppure passava il tempo a tremare, a battere i denti, dicendo che aveva la febbre, e a informarsi se mai fosse vacante uno dei ventotto letti della sala dei febbricitanti.

A un tratto, nella seconda quindicina di febbraio 1832, si seppe che quell'addormentato di Brujon aveva fatto eseguire, da inservienti del carcere, non già a proprio nome, ma sotto quello di tre suoi compagni, tre commissioni diverse, le quali gli erano costate in tutto cinquanta soldi: spesa esorbitante che attirò l'attenzione del brigadiere della prigione.

Vennero assunte delle informazioni e, consultando la tariffa delle commissioni affissa nel parlatorio dei detenuti, si seppe che i cinquanta soldi si dividevano così: tre commissioni; una al Pantheon, dieci soldi, una al Val-de-Grace, quindici soldi, e una alla barriera di Grenelle, venticinque soldi. Questa era la più costosa in tutta la tariffa. Ora al Pantheon, al Val-de-Grace e alla barriera di Grenelle abitavano appunto tre vagabondi di periferia assai temuti: Kruideniers detto Bizzarro, Glorieux, galeotto liberato, e Barrecarrosse, sui quali questo incidente richiamò l'attenzione della polizia. Si credeva di indovinare che quegli uomini fossero affiliati a Patron-Minette, di cui due capi, Babet e Gueulemer, erano sotto chiave. Si suppose che gli invii di Brujon, rimessi non già a indirizzi di case, ma a persone che aspettavano nella strada, contenessero gli avvisi per qualche misfatto complottato. Si avevano anche altri indizi. Si misero le mani sui tre vagabondi e così si credette sventata la possibile macchinazione di Brujon.

Circa una settimana dopo che erano state prese queste misure, un guardiano di ronda, che ispezionava il dormitorio inferiore del Fabbricato Nuovo, una notte mentre deponeva la castagna nell'apposita cassetta - il metodo allora in uso per verificare se i custodi adempivano al proprio dovere prescriveva che ogni ora lasciassero cadere una castagna in ciascuna cassetta inchiodata alle porte dei dormitori; - un guardiano dunque vide, dallo spioncino del dormitorio, Brujon seduto sul letto che scriveva qualcosa al lume della lampada. ll sorvegliante entrò; Brujon fu messo per un mese in segreta; ma non si poté avere nelle mani ciò che aveva scritto. La polizia non giunse a saperne di più.

E' certo però che l'indomani un "postiglione" fu lanciato dal cortile Carlomagno nella Fossa dei leoni, da sopra l'edificio a cinque piani che separava i due cortili.

I detenuti chiamano postiglione una pallottolina di pane artisticamente impastata, che si manda "in Irlanda", vale a dire dall'uno all'altro cortile d'una prigione, oltrepassando i tetti.

Etimologia: al disopra dell'Inghilterra; da una terra all'altra:

"in Irlanda". La pallottolina cade nella corte. Chi la raccoglie l'apre e vi trova un biglietto indirizzato a qualche prigioniero.

Se quello che la trova è un detenuto, rimette il biglietto al destinatario; se invece è un guardiano o uno di quei prigionieri segretamente venduti, che nelle prigioni vengono chiamati "montoni" e nei penitenziari "volpi", il biglietto è portato in cancelleria e consegnato alla polizia.

Quella volta il postiglione giunse al suo indirizzo, benché colui al quale era destinato il messaggio fosse in quel momento "segregato". Il destinatario era né più né meno che Babet, una delle quattro teste di Patron-Minette.

Il postiglione conteneva una carta arrotolata, sulla quale c'erano queste due righe:

- Babet. C'è un colpo da fare in via Plumet. Un cancello che mette in un giardino.

Era quello che Brujon aveva scritto la notte.

A dispetto dei frugatori e delle frugatrici, Babet riuscì a far passare il biglietto, dalla Force alla Salpêtrière, a una "buona amica" che stava là, in prigione. Costei a sua volta lo trasmise a un'altra sua conoscenza, una certa Magnon, molto tenuta d'occhio dalla polizia, ma non ancora arrestata. Questa Magnon, della quale il lettore ha già incontrato il nome, aveva coi Thénardier certi rapporti che saranno precisati più tardi, e andando a visitare Eponina, poteva servire di ponte fra la Salpêtrière e le Madelonnettes.

Accadde appunto che in quel momento, mancando in istruttoria le prove dirette contro Thénardier nei riguardi delle figlie, Eponina e Azelma furono messe in libertà.

Quando Eponina uscì, la Magnon, che l'aspettava alla porta, le consegnò il biglietto di Brujon a Babet, incaricandola di chiarire l'affare.

Eponina si recò in via Plumet, riconobbe il giardino e il cancello, esaminò la casa, stette a spiare e a indagare, e pochi giorni dopo portò alla Magnon, abitante in via Cloche-Perce, un biscotto, che quest'ultima trasmise all'amante di Babet alla Salpêtrière. Nel tenebroso simbolismo delle prigioni un biscotto significa: "niente da fare".

Cosicché, meno d'una settimana dopo, essendosi Babet e Brujon incontrati sul cammino di ronda della Force mentre l'uno andava "all'esame" e l'altro ne ritornava, Brujon chiese: - Ebbene, la via P.?

E l'altro rispose: - Biscotto.

In tal modo abortì quel feto di delitto procreato in carcere da Brujon.

Eppure, come vedremo in seguito, tale aborto ebbe delle conseguenze del tutto estranee al programma di Brujon.

Spesso, credendo di annodare un filo, se ne lega un altro.




3. APPARIZIONE A PAPA' MABEUF


Mario non andava più a visitare nessuno. Talvolta però gli accadeva d'incontrare papà Mabeuf.

Mentre Mario scendeva lentamente quei lugubri gradini di quella che si potrebbe chiamare la scala dei sotterranei e che porta in luoghi senza luce dove si sentono di sopra camminare gli uomini felici, Mabeuf vi discendeva anche lui.

La "Flora di Cauteretz" non si vendeva più. Le esperienze sull'indaco non erano riuscite nel piccolo giardino di Austerlitz, che era male esposto. Mabeuf ci poteva appena coltivare poche piante rare, di quelle che amano l'ombra e l'umidità. Ma non per questo s'era scoraggiato. Ottenuto un angolo di terra nel Giardino delle Piante per continuarvi "a sue spese" gli esperimenti sull'indaco, aveva impegnato al Monte di pietà le tavole della sua "Flora"; aveva poi ridotto la colazione, che molte volte era il suo unico pasto, a due uova, lasciandone uno alla vecchia fantesca, a cui da quindici mesi non pagava il salario. Non rideva più col suo riso infantile; era diventato bisbetico; non riceveva nessuno; ed era bene che Mario non pensasse più a fargli visita.

Talvolta Mabeuf, nell'ora in cui si recava al Giardino delle Piante, incontrava il giovane sul boulevard dell'Ospedale; ma non si parlavano; si facevano un cenno col capo tristemente. E' straziante che a certi momenti la miseria sciolga l'amicizia. Da amici che si era si diventa due passanti.

Il libraio Royol era morto. Mabeuf non conosceva altro che i suoi libri, il suo giardino e il suo indaco: le tre forme che avevano assunto per lui la felicità, il piacere e la speranza.

E questo gli bastava per vivere. Diceva tra sé: - Quando avrò ottenuto le mie palle di azzurro diventerò ricco; ritirerò dal Monte di pietà le mie tavole; con un po' di ciarlatanismo, di grancassa e di annunci sui giornali rimetterò in voga la mia "Flora", e comprerò, so ben io dove, un esemplare dell'"Arte dl navigazione" di Pietro da Medina, con incisioni in legno, edizione del 1559. - Frattanto, lavorava tutto il giorno alla sua aiuola di indaco, e la sera rientrava ad annaffiare i fiori e a leggere i suoi libri. A quell'epoca gli mancava poco per gli ottant'anni.

Una sera ebbe una strana apparizione.

Era tornato a casa che era ancora giorno. Mamma Plutarco, la cui salute si andava guastando, era malata e coricata. Egli aveva pranzato con un osso, su cui c'era ancora un po' di carne, e con un pezzo di pane trovato sulla tavola di cucina. S'era seduto sopra una pietra di confine rovesciata che faceva da panca nel suo giardino.

Vicino a questa panchetta c'era, alla moda dei vecchi frutteti, una specie di grande armadio fatto di travicelli e di assi in pessimo stato, conigliera nella parte di sotto, ripostiglio per la frutta in quella di sopra. Non c'erano più conigli, ma c'erano alcune mele, avanzo della provvista d'inverno.

Mabeuf s'era messo a sfogliare e a leggere, con l'aiuto degli occhiali, due libri che lo interessavano e che, cosa più difficile all'età sua, lo preoccupavano. La sua naturale timidezza lo rendeva in un certo senso accessibile alle superstizioni. Uno di quei libri era il famoso trattato del presidente Delancre, "Dell'incostanza dei domini", l'altro era l'in-quarto di Mutor de la Rubaudière "Sui diavoli di Vauvert e i folletti della Bièvre".

Quest'ultimo volume l'interessava, perché il suo giardino era uno dei terreni anticamente frequentati dai folletti. Il crepuscolo cominciava a imbiancare le cose in alto e ad annerire quelle in basso. Mentre leggeva, papà Mabeuf, con un'occhiata al di sopra del libro che teneva tra le mani, guardava le sue piante, tra cui un magnifico rododendro, che era una delle sue consolazioni. Erano passati quattro giorni di afa, di vento e di sole, senza una goccia d'acqua; gli steli si curvavano, i boccioli pendevano, le foglie cadevano; avevano bisogno d'essere annaffiati; il rododendro era arido. Papà Mabeuf era di quegli uomini per i quali anche le piante hanno un'anima. Aveva lavorato tutto il giorno attorno all'indaco ed era sfinito; pur tuttavia si alzò, posò i libri sul banco e s'avviò, curvo e con passo incerto, verso il pozzo; ma afferrata la catena, non poté neppure tirare abbastanza per sganciarla. Allora si volse, e guardò con angoscia verso il cielo che si colmava di stelle.

La sera aveva quella serenità che opprime i dolori dell'uomo sotto non so quale lugubre ed eterna gioia. La notte prometteva di essere arida quanto il giorno.

- Stelle da per tutto! - pensò il vecchio. - Non la più piccola nuvola, non una goccia d'acqua!

E la sua testa, che si era sollevata un momento, ricadde sul petto.

Poi si rialzò e volse ancora la sguardo al cielo mormorando:

- Una goccia di rugiada! Un po' di pietà!

Tentò ancora di staccare la catena dal pozzo, ma non ci riuscì.

In quel momento sentì una voce che diceva:

- Papà Mabeuf, volete che venga ad annaffiare il vostro giardino?

Nello stesso tempo sentì un rumore di bestia selvatica che passava nella siepe, e vide sbucare dalla sterpaglia una giovinetta grande e magra, che gli si parò dinanzi, guardandolo arditamente. Più che una creatura umana aveva l'aspetto di una apparizione crepuscolare.

Prima che papà Mabeuf, il quale si smarriva facilmente ed era, come abbiamo detto, pronto a spaventarsi, avesse potuto rispondere una sillaba, quell'essere, i cui movimenti avevano nell'oscurità una specie di bizzarra prontezza, staccò la catena, immerse il secchio, riempì l'annaffiatoio; il vecchio vedeva quell'apparizione coi piedi nudi e una gonna a brandelli correre tra le aiuole, spargendo attorno a sé la vita. Il rumore dell'acqua sulle foglie riempiva di gioia l'anima di Mabeuf, a cui pareva che il rododendro fosse felice.

Vuotato il primo secchio, la fanciulla ne attinse un secondo, poi un terzo, e annaffiò tutto il giardino.

A vederla camminare così nei viali, dove la sua sagoma appariva tutta nera, agitando sulle lunghe braccia angolose lo scialletto tutto lacero, aveva qualche cosa di un pipistrello.

Quand'ebbe finito, il vecchio si avvicinò con le lacrime agli occhi, e le posò le mani sulla fronte.

- Dio vi benedica! - disse. - Voi siete un angelo, poiché avete cura dei fiori.

- No - rispose lei - io sono il diavolo, ma per me è lo stesso.

L'altro proseguì senza attendere né udire la risposta:

- Peccato che io sia tanto disgraziato e tanto povero, e non possa far nulla per voi.

- Potete fare qualcosa - disse lei.

- Che cosa?

- Dirmi dove abita il signor Mario.

Il vecchio non capì.

- Quale signor Mario?

Levò lo sguardo vitreo e parve cercasse un ricordo svanito.

- Un giovinotto che veniva qui una volta.

Frattanto Mabeuf aveva frugato nella memoria.

- Ah sì!...- esclamò - so di chi volete parlare. Aspettate!...

Mario... il barone Mario Pontmercy, diamine! Egli abita... o meglio non abita più... Ah, bene! non lo so.

Mentre parlava, s'era chinato per raddrizzare un ramo di rododendro, e continuava:

- Toh, ora mi ricordo. Passa spesso per il boulevard e va verso la Glacière. Via Croulebarbe. Il Campo dell'Allodola. Andate da quelle parti, non è difficile incontrarlo.

Quando si rialzò non c'era più nessuno; la fanciulla era scomparsa.

Senz'altro egli ebbe un po' di paura.

- Davvero - disse tra sé - se il giardino non fosse annaffiato, crederei a uno spirito.

Un'ora dopo, mentre era già coricato, la cosa gli tornò in mente, e addormentandosi, in quel momento confuso in cui, simile al favoloso uccello che si cangia in pesce per attraversare il mare, il pensiero prende a poco a poco la forma di sogno nel sonno, pensava vagamente:

Il fatto è che la faccenda somiglia molto a quelle che la Rubaudière racconta dei folletti. Che fosse un folletto?




4. APPARIZIONE A MARIO


Alcuni giorni dopo questa visita di "uno spirito" a papà Mabeuf, Mario una mattina - era un lunedì, vale a dire il giorno in cui prendeva a prestito uno scudo da Courfeyrac per Thénardier s'era messo in tasca la moneta, e prima di portarla alla prigione, era andato a "passeggiare un poco", sperando così di lavorare al ritorno. Del resto, era sempre la stessa vita. Appena alzato, si sedeva davanti a un libro e a un foglio di carta, per buttar giù qualche pagina di traduzione. Aveva allora l'incarico di tradurre in francese una disputa tanto celebre quanto futile, la controversia tra Gans e Savigny: egli prendeva Gans, prendeva Savigny, leggeva quattro righe, tentava di scriverne una, non poteva, vedeva una stella tra la carta e lui, si alzava dalla sedia dicendo: - Uscirò un momento; riprenderò fiato.

E andava al Campo dell'Allodola.

Là vedeva più che mai la stella, e meno che mai Savigny e Gans.

Rientrava e cercava di riprendere il lavoro, ma non ce la faceva; non c'era mezzo di riannodare uno solo dei fili spezzati nel suo cervello. Allora pensava: - Domani non uscirò: questo fatto m'impedisce di lavorare. - E usciva ogni giorno.

Stava nel Campo dell'Allodola più che nella camera di Courfeyrac.

Il suo vero indirizzo era questo: boulevard della Sanità, settimo albero dopo via Croulebarbe.

Quella mattina, lasciato il settimo albero, s'era seduto sul parapetto del fiumicello dei Gobelins. Un gaio sole penetrava tra le foglie da poco dischiuse e tutte luminose.

Pensava a LEI. E la sua meditazione, divenendo rimprovero, ricadeva su di lui; pensava dolorosamente alla pigrizia, paralisi dell'anima, che lo vinceva e a quella tenebra che infittiva di momento in momento dinanzi a lui, fino al punto che non vedeva nemmeno il sole.

Tuttavia, attraverso quel penoso svolgersi d'idee indistinte che non erano nemmeno un monologo - tanto l'azione s'indeboliva in lui che non aveva neppure la forza di volersi desolare attraverso quella malinconica preoccupazione percepiva ancora le sensazioni esterne. Udiva dietro, sotto di sé sulle due rive del fiumicello, le lavandaie dei Gobelins battere la biancheria; sopra la sua testa gli uccelli cinguettavano e cantavano tra gli olmi. Da una parte il rumore della libertà, della spensieratezza felice, dell'ozio alato, dall'altra il rumore del lavoro ed erano due rumori festosi; cosa che lo faceva pensare profondamente e quasi riflettere.

D'improvviso in mezzo alla sua estasi dolorosa, udì una voce nota che diceva: - Toh! eccolo!

Alzò gli occhi e riconobbe la disgraziata ragazza che era venuta una mattina nella sua stanza, la maggiore delle figlie Thénardier, Eponina; adesso sapeva anche il suo nome. Cosa strana, essa era impoverita e abbellita: due passi che pareva non potesse fare.

Aveva fatto un doppio progresso, verso la luce e verso la miseria.

Era a piedi nudi e cenciosa come il giorno in cui era entrata così sfrontatamente nella sua camera; se non che i suoi cenci avevano due mesi di più, gli strappi erano più larghi, i brandelli più sordidi. Aveva la stessa voce rugginosa, la stessa fronte abbronzata e aggrinzita dal sole, lo stesso sguardo libero, smarrito e vacillante. In più di prima aveva, nella fisionomia, quel non so che di spavento e di pietà, che la prigione aggiunge alla miseria.

Aveva dei fili di paglia e di fieno nei capelli, non come Ofelia per essere impazzita al contatto della follia d'Amleto, ma per essersi coricata in qualche soppalco di scuderia.

E con tutto questo era bella. Che astro sei tu, o giovinezza!

Intanto si era fermata davanti a Mario, con un po' di gioia sul volto livido e qualche cosa che somigliava a un sorriso.

Stette un po' come se non potesse parlare, poi disse:

- Vi trovo finalmente. Papà Mabeuf aveva ragione; era su questo boulevard! Quanto vi ho cercato, se sapeste! Avete saputo che sono stata al fresco? Quindici giorni! Poi mi hanno rilasciata, visto che non c'era niente sul mio conto; d'altronde ero ancora minorenne. Mi mancavano due mesi. Oh quanto vi ho cercato! Sono sei settimane. Dunque non abitate più laggiù?

- No - rispose Mario.

- Ah! capisco, per via della faccenda. Sono seccanti certi imbrogli, e voi avete sloggiato. Oh, guarda! e perché portate un cappello così logoro? Un giovinotto come voi deve avere dei begli abiti. Sapete, signor Mario, papà Mabeuf vi chiama il barone Mario di non so più che. Non siete un barone voi, vero? I baroni sono vecchi, vanno al Lussemburgo, davanti al castello, dove c'è più sole, e leggono il "Quotidienne" per un soldo. Una volta sono andata a portare una lettera a un barone, che era così: aveva più di cento anni. Dite, dunque dove abitate adesso?

Mario non rispose.

- Ah! - proseguì lei - avete un buco nella camicia. Lasciate che la riaccomodi.

Quindi riprese con un'espressione che a poco a poco si faceva scura: - Non mi pare che siate contento di vedermi.

Mario taceva. Anche lei stette un momento in silenzio, quindi esclamò:

- Eppure se volessi, vi obbligherei ad aver l'aria contenta.

- Che? - chiese Mario. - Che cosa intendete dire?

- Ah! voi mi davate del tu! - riprese la fanciulla.

- Ebbene, che intendi dire?

Essa si morse le labbra; pareva esitare, come in preda ad una lotta interna; poi alla fine parve decidersi.

- Tanto peggio, fa lo stesso. Avete il viso triste, e io voglio che siate allegro. Basta che mi promettiate di ridere. Voglio vedervi ridere, voglio sentirvi dire: - Ah, brava, sta bene!

Povero signor Mario! Vi ricordate? Mi prometteste di darmi tutto quello che volessi...

- Sì! ma parla dunque!

Lei guardò Mario nel bianco degli occhi e disse: - Ho l'indirizzo!

Mario impallidì. Tutto il sangue gli rifluì al cuore.

- Quale indirizzo?

- Quello che m'avete domandato.

E aggiunse come facendo uno sforzo:

- L'indirizzo... vi ricordate?

- Sì - balbettò Mario.

- Della signorina!

E pronunciata questa parola, sospirò profondamente.

Il giovane saltò giù dal parapetto su cui era seduto, e le prese la mano con impeto.

- Oh! Ebbene guidami, dimmi! chiedimi tutto ciò che vuoi! Dove?

- Venite con me - rispose. - Non so bene la via e il numero; è dalla parte opposta di qui, ma conosco bene la casa, vi condurrò.

Ritirò la mano e riprese con un tono che avrebbe colpito un osservatore ma che non sfiorò neppure Mario nella sua ebbrezza e nel suo trasporto:

- Oh! come siete contento!

Una nube passò sulla fronte di Mario, che afferrò Eponina per il braccio:

- Giurami una cosa!

- Giurare? - disse lei. - E che vuol dire? Guarda un po'! Volete che giuri?

E rise.

- Tuo padre! Eponina, promettimi, giurami che non farai conoscere quest'indirizzo a tuo padre!

Lei lo guardò stupefatta.

- Eponina! Come fate a sapere che mi chiamo Eponina?

- Promettimi quello che ti dico.

Ma pareva che la fanciulla non lo udisse.

- E' grazioso, da parte vostra! Mi avete chiamata Eponina!

Mario le afferrò tutte e due le braccia.

- Ma rispondimi dunque, in nome del cielo! Sta attenta a quello che ti dico: giurami che non dirai a tuo padre l'indirizzo che conosci!

- Mio padre? - disse lei. - Eh! sì, mio padre! State tranquillo, è in prigione. Del resto m'occupo forse di mio padre, io?

- Ma intanto non prometti! - esclamò Mario.

- Ma lasciatemi dunque! - disse lei scoppiando a ridere. - Come mi scuotete! Sì, sì ve lo prometto, ve lo giuro! Che m'importa? non dirò l'indirizzo a mio padre. Va bene così? Siete contento?

- E a nessun altro? - aggiunse Mario.

- A nessun altro.

- Ora - riprese Mario - conducimi!

- Subito?

- Subito.

- Venite... Oh! come è contento! - disse la fanciulla.

Dopo pochi passi, si fermò.

- Mi seguite troppo da vicino, signor Mario. Lasciatemi andare avanti, e seguitemi così, senza dare nell'occhio. Un giovane per bene come voi non deve farsi vedere con una donna come me.

Nessuna lingua potrebbe esprimere quello che c era in quella parola, donna, pronunciata in quel modo da quella fanciulla.

Fece una decina di passi e si fermò di nuovo. Mario la raggiunse e lei gli rivolse la parola, di lato, senza voltarsi:

- A proposito, vi ricordate che m'avete promesso qualche cosa?

Mario si frugò in tasca. Non possedeva nulla, fuorché i cinque franchi destinati a Thénardier. Li prese e li mise nella mano di Eponina.

Lei aprì le dita e lasciò cadere a terra la moneta; e guardandolo con aria cupa:

- Non voglio il vostro denaro - disse.




Libro 3


LA CASA DI VIA PLUMET



1. LA CASA DEI NASCONDIGLI


Verso la metà del secolo scorso, un presidente del parlamento di Parigi, che aveva un'amante di nascosto, poiché in quell'epoca i grandi signori mettevano in mostra le loro amanti e i borghesi le nascondevano, fece costruire "una casetta" nel quartiere San Germano, nella via solitaria Blomet, che si chiama oggi via Plumet, non lontano dal luogo che si diceva allora il "Combattimento degli animali".

Quella casa si componeva di un padiglione a un solo piano; due sale al pian terreno, due camere al piano superiore, giù una cucina, sopra un salottino, sotto il tetto il solaio, e davanti un giardino di circa un iugero di superficie, con un cancello che dava sulla via. Ecco quanto potevano vedere i passanti; ma dietro al padiglione c'era uno stretto cortile, e in fondo al cortile un piccolo fabbricato composto di due soli locali sopra una cantina:

specie di supplemento destinato a nascondere, nel caso, un bambino e una nutrice. Questo alloggio comunicava, di dietro, mediante una porta mascherata e con serratura a segreto, con un lungo corridoio stretto, pavimentato, sinuoso, scoperto, fiancheggiato da due alti muri, nascosto con arte prodigiosa e quasi smarrito fra le cinte dei giardini e degli orti, di cui seguiva tutti gli angoli e i giri, e che metteva capo a un'altra porta, anche questa con serratura a segreto, che si apriva a un mezzo quarto di lega di là, quasi in un altro rione, nell'estremità deserta di via Babilonia.

Il signor presidente entrava da quella parte; di modo che se anche qualcuno l'avesse spiato e seguito, e avesse osservato che il signor presidente si recava ogni giorno misteriosamente in un certo posto, non avrebbe mai potuto sospettare che recarsi in via Babilonia volesse dire recarsi in via Blomet. Grazie agli abili acquisti di terreni, l'ingegnoso magistrato aveva potuto far eseguire quel lavoro di viabilità segreta in casa sua, sui propri possessi e quindi senza controllo. Più tardi aveva rivenduto a piccoli lotti, per giardini e orti, il terreno che fiancheggiava il corridoio, e i proprietari di quei lotti di terreno credevano dalle due parti di aver dinanzi un muro divisorio, senza sospettare nemmeno l'esistenza di quel lungo corridoio che serpeggiava tra due muri, in mezzo alle loro aiuole e ai loro frutteti. Soltanto gli uccelli vedevano quella stranezza; ed è probabile che le capinere e le cinciallegre del secolo passato abbiano molto chiacchierato sul conto del signor presidente.

Il padiglione, costruito in pietra secondo lo stile di Mansart, con le pareti intavolate e la mobilia alla moda di Watteau, puerile di dentro, antiquato di fuori, e chiuso all'intorno da una triplice siepe, aveva un non so che di discreto, di civettuolo e di solenne, come si addice a un capriccio dell'amore e della magistratura.

Quella casa e quel corridoio, ora scomparsi, quindici anni or sono esistevano ancora. Nel 93 un calderaio comprò la casa per demolirla; ma non avendo potuto pagarne il prezzo, lo Stato ne dichiarò il fallimento, cosicché fu la casa a demolire il calderaio. D'allora restò inabitata, e cadde lentamente in rovina, come ogni dimora a cui l'uomo non comunica più la vita. Era rimasta arredata dei suoi vecchi mobili e sempre da vendere o da appigionare, e le dieci o dodici persone che in un anno passavano per via Plumet ne erano avvertite da un cartello ingiallito e illeggibile, attaccato al cancello del giardino dal 1810.

Verso la fine della Restaurazione quegli stessi passanti poterono notare che il cartello era scomparso e le imposte del primo piano erano aperte. Infatti la casa era abitata, e "le tendine" alle finestre indicavano la presenza d'una donna.

Nell'ottobre del 1829, un uomo d'una certa età si era presentato e aveva preso a pigione la casa come si trovava - compreso ben inteso, il corpo di fabbrica posteriore e il corridoio che andava a finire in via Babilonia - e aveva fatto rimettere le serrature a segreto alle due porte di quel passaggio. La casa, come abbiamo detto, era ancora press'a poco ammobiliata con gli antichi mobili del presidente; il nuovo inquilino aveva ordinato alcune riparazioni, aveva aggiunto qua e là ciò che mancava, aveva rimesso delle lastre al cortile, dei mattoni ai pavimenti, dei gradini alla scala, delle assi ai tavolati, dei vetri alle finestre, ed era andato a installarvisi con una giovinetta e una vecchia fantesca, senza rumore, più come chi scivola dentro che come chi entra in casa propria. I vicini non vi fecero su delle chiacchiere, per il fatto che non c'erano vicini.

Quel locatario di poca apparenza era Giovanni Valjean, e la fanciulla Cosetta. La fantesca era una zitellona di nome Toussaint che Valjean aveva salvato dall'ospedale e dalla miseria e che s'era indotto a prender con sé perché vecchia, provinciale e balbuziente. Aveva affittato la casa sotto il nome di Fauchelevent, possidente. In tutto quanto abbiamo narrato più su, certo il lettore ha tardato anche meno di Thénardier a riconoscere Valjean.

Perché aveva abbandonato il convento del Petit-Picpus? Cos'era accaduto?

Non era accaduto nulla.

Ricorderemo che Valjean in convento era felice, tanto felice che la sua coscienza finì per esserne inquieta. Vedeva ogni giorno Cosetta, sentiva la paternità nascere e svilupparsi sempre più dentro di lui, covava con l'anima quella fanciulla, pensava che era sua, che nulla poteva strappargliela, che sarebbe stato sempre così, che indubbiamente essa si sarebbe fatta monaca, giacché ne era ogni giorno dolcemente provocata; così il convento sarebbe stato tutto l'universo per lei e per lui; là dentro lui si sarebbe invecchiato e lei ingrandita; là lei si sarebbe invecchiata e lui sarebbe morto, insomma, speranza incantevole, non era possibile alcuna separazione. Riflettendo a tutto questo, finì col cadere in qualche perplessità. Interrogò se stesso, chiedendo se tutta quella felicità fosse proprio sua, se non fosse composta della felicità d'un altro, della felicità di quella fanciulla, che egli, vecchio, confiscava e nascondeva, se quello non fosse un furto.

Pensò che quella fanciulla era in diritto di conoscere la vita prima di rinunciarci; che toglierle preventivamente, e in certo modo senza consultarla, tutte le gioie, col pretesto di risparmiarle tutte le prove, profittare della sua ignoranza e del suo isolamento per far germogliare in lei una vocazione artificiale, significava snaturare una creatura umana e mentire a Dio. E chi sa se un giorno, venendo a capire tutto questo e trovandosi monaca a malincuore, Cosetta non finirebbe con l'odiarlo? A quest'ultima idea, quasi egoistica e meno eroica delle altre, ma che gli riusciva insopportabile, decise di lasciare il convento.

Lo decise, e riconobbe con sommo dolore che era un dovere.

Obiezioni, non ne aveva. Cinque anni di soggiorno tra quelle quattro mura e di sparizione, avevano necessariamente distrutto o disperso gli elementi di timore; poteva rientrare in mezzo agli uomini tranquillamente. Era invecchiato e tutto era cambiato. Chi mai avrebbe potuto più riconoscerlo? E poi, nella peggiore delle ipotesi, il pericolo riguardava lui solo, e non aveva il diritto di condannare Cosetta al chiostro se lui era stato condannato al penitenziario. D'altronde, cos'è il pericolo di fronte al dovere?

E infine nulla gli impediva d'esser prudente e di usare ogni cautela. Quanto all'educazione di Cosetta, era quasi terminata e completa.

Presa la determinazione, aspettò l'occasione, che non tardò a presentarsi. Il vecchio Fauchelevent venne a morire.

Chiesta udienza alla reverenda superiora, Valjean le disse che alla morte del fratello aveva avuto una piccola eredità, la quale gli permetteva ormai di vivere senza lavorare: che perciò lasciava il servizio del convento conducendo via la figlia; ma non trovava giusto che Cosetta, non pronunciando i voti, fosse stata educata gratuitamente; supplicava quindi umilmente la reverenda Superiora di accettare come sua offerta alla comunità una somma di cinquemila franchi, quale compenso dei cinque anni passativi da Cosetta.

Fu così che Valjean uscì dal monastero dell'Adorazione Perpetua.

Nel lasciare il convento, prese egli stesso sotto il braccio, e non volle affidare ad alcuno, la piccola valigia di cui teneva sempre in tasca la chiave e che incuriosiva tanto Cosetta a motivo dell'odore balsamico che esalava.

Diciamo subito che da allora in poi non si separò più da quella valigia, che teneva sempre nella propria camera. Era la prima e talvolta la sola cosa che portava via nei suoi traslochi. Cosetta ne rideva, e chiamava quella valigia "l'inseparabile", dicendo: - Ne sono gelosa.

Peraltro Valjean non ritornò all'aria libera senza una profonda ansietà.

Scoprì la casa di via Plumet, e vi si rannicchiò sotto il nome di Ultimo Fauchelevent, del quale ormai era in possesso.

Nello stesso tempo prese a pigione in Parigi altri due appartamenti, allo scopo di richiamare meno attenzione su di sé, potendosi allontanare di tanto in tanto dal rione, di potersi assentare al minimo allarme, e di non lasciarsi più cogliere alla sprovvista, come nella notte in cui era sfuggito miracolosamente a Javert. Quei due appartamenti erano due alloggi molto meschini e di povera apparenza, in due quartieri molto lontani l'uno dall'altro, uno in via Ovest, l'altro in via Homme-Armé.

Di tanto in tanto andava con Cosetta a passare un mese o sei settimane, ora in via Ovest, ora in via Homme-Armé, senza portare appresso la Toussaint. Vi si faceva servire dai portinai e si faceva credere un possidente del circondario che teneva un piccolo alloggio in città. Quell'uomo altamente virtuoso aveva tre domicili a Parigi per sfuggire alla polizia.




2. VALJEAN GUARDIA NAZIONALE


Di fatto però egli abitava in via Plumet, e vi aveva regolato la propria esistenza in questo modo:

Cosetta occupava con la fantesca il padiglione; aveva la grande camera da letto dai riquadri dipinti, il gabinetto dagli stragali dorati, il salotto del presidente adorno di tappezzerie e con grandi poltrone; poi aveva il giardino. Valjean aveva fatto collocare nella camera di lei un letto col baldacchino d'antico damasco a tre colori, e un bel tappeto antico di Persia, comprato da mamma Gaucher in via Figuier-Saint-Paul; e per attutire la severità di quelle magnifiche anticaglie, aveva aggiunto tutti i piccoli mobili gai e graziosi delle fanciulle: l'étagère, la libreria coi libri dal taglio dorato, l'occorrente per scrivere con la carta assorbente, il tavolino intarsiato di madreperla, il nécessaire d'argento dorato, la toletta di porcellana giapponese.

Intorno alle finestre del primo piano pendevano ampie tende di damasco a tre colori su fondo rosso, simili al letto; al pianterreno, tendine ricamate. Per tutto l'inverno il piano abitato da Cosetta era riscaldato da cima a fondo. Egli invece occupava quella specie di casotto da portinaio che era in fondo al cortile, con un materasso sopra un letto a brandina, un tavolo di legno bianco, due sedie di paglia, una brocca di maiolica, alcuni libri sopra un'asse, la sua cara valigia in un angolo, e niente fuoco. Pranzava con Cosetta, ma c'era un pane scuro per lui sulla tavola. Quando entrò la Toussaint, egli le disse: - Padrona della casa è la signorina. - E voi, signore? - chiese la Toussaint stupita. - Io sono qualche cosa di meglio del padrone, sono il padre.

Cosetta, che in convento era stata istruita nel governo della famiglia, regolava le spese, che erano molto modeste. Ogni giorno Valjean dava il braccio a Cosetta e la conduceva a passeggio al Lussemburgo, nel viale meno frequentato, e ogni domenica a messa, nella chiesa di San Giacomo d'Altopasso, perché molto lontana.

Siccome stava in un quartiere assai povero e lui faceva molte elemosine, i poverelli lo circondavano nella chiesa; questo era il motivo per cui aveva avuto la lettera di Thénardier: "Al signore benefico della chiesa di San Giacomo d'Altopasso". Conduceva volentieri Cosetta a visitare gli indigenti e gli ammalati. Nessun estraneo entrava nella casa di via Plumet. La Toussaint faceva le provviste, e Valjean andava lui stesso ad attingere l'acqua a una fontana vicina sul boulevard. Il vino e la legna venivano deposti in una specie di seminterrato, tappezzato di conchiglie, accanto alla porta di via Babilonia, che anticamente serviva come cantina al signor presidente. Infatti, ai tempi delle casette per scapolo, non c'erano amori senza cantina.

Nella porta in via Babilonia c'era una cassetta destinata alle lettere e ai giornali; però, poiché gli abitanti della casa di via Plumet non ricevevano né giornali né lettere, l'utilità di quella cassetta, antica mezzana di amoretti e confidenze d'un damerino togato, era limitata agli avvisi dell'esattore e ai biglietti della guardia. Infatti, il signor Fauchelevent, possidente, era iscritto nella guardia nazionale, non avendo potuto sfuggire alla fitta rete del censimento del 1831. Le informazioni assunte dal municipio in quell'anno erano risalite fino al convento del Petit- Picpus, specie di nube impenetrabile e sacra, dalla quale Valjean era uscito venerabile agli occhi dell'autorità municipale e, per conseguenza, degno di montar la guardia.

Tre o quattro volte all'anno, Valjean indossava la divisa e prestava servizio, molto volentieri del resto; era per lui un travestimento lecito che lo mescolava con tutti, lasciandolo isolato. Aveva compiuto i sessant'anni, età dell'esenzione legale; ma non ne mostrava più di cinquanta, e d'altronde non aveva nessuna voglia di sottrarsi al suo sergente maggiore, né di discutere col conte di Lobau. Non aveva stato civile, nascondeva il nome, la persona, l'età, tutto, e come abbiamo detto, era una guardia nazionale di buona volontà. La sua ambizione si limitava a sembrare un uomo qualsiasi, che paga regolarmente le imposte.

Quell'uomo aveva per ideale di far l'angelo dentro casa e il borghese fuori.

Notiamo un altro particolare; quando Valjean usciva con Cosetta, si vestiva come abbiamo visto, e aveva abbastanza l'aspetto di un ufficiale in ritiro; quando invece andava fuori solo, ciò che gli accadeva per lo più di sera, indossava un camiciotto e un paio di pantaloni da operaio e metteva in testa un berretto che gli nascondeva il viso. Era preoccupazione, era umiltà? L'una e l'altra insieme. Cosetta avvezza alla parte enigmatica del suo destino, notava appena le stranezze di suo padre; quanto alla Toussaint, essa venerava Valjean e tutto quanto faceva lo trovava ben fatto. Un giorno il suo beccaio, avendo scorto Valjean, le disse: - Mi ha l'aria d'un furbaccio. - Essa rispose:- E' un santo.

Tanto Valjean che Cosetta e Toussaint usavano solo della porta di via Babilonia, sicché, a meno di vederli dal cancello del giardino, era difficile indovinare che essi dimoravano in via Plumet. Il cancello era sempre chiuso, e Valjean aveva lasciato incolto il giardino perché non attirasse l'attenzione.

In questo forse s'ingannava. III




3. "FOLIIS AC FRONDIBUS"


Quel giardino così abbandonato da mezzo secolo era divenuto straordinario e grazioso. I passanti di quarant'anni fa si fermavano in quella via per ammirarlo, senza sospettare quali segreti nascondesse dietro la sua verde e fresca foltezza. A quell'epoca più di un sognatore andò con gli occhi e col pensiero, indiscretamente, attraverso le sbarre dell'antico cancello sprangato, contorto, vacillante, murato in due pilastri inverditi e muscosi, bizzarramente coronato d'un frontone di arabeschi indecifrabili.

Vi si vedeva un banco di pietra in un angolo, una o due statue ammuffite, alcuni pergolati schiodati dal tempo, che marcivano sul muro; niente viali e aiuole; gramigna da per tutto. Venuta a mancare l'arte del giardiniere, era ritornata la natura; vi abbondavano le male erbe, meravigliosa fortuna per un povero lembo di terra; e splendida era la festa delle viole. Nulla in quel giardino contrastava il sacro slancio delle cose verso la vita; e il venerabile sviluppo era là in casa sua. Gli alberi s'erano chinati verso i rovi, i rovi si erano innalzati verso gli alberi, la pianta s'era arrampicata, il ramo s'era piegato, quello che striscia sulla terra era andato a visitare quello che si chiude nell'aria, quello che ondeggia al vento s'era chinato verso quello che si trascina nel musco, tronchi, rami, foglie, ciuffi, viticci, sarmenti, spine s'erano mescolati, intralciati, sposati, confusi; in uno stretto e profondo abbraccio, la vegetazione aveva celebrato e compiuto, in quel piccolo recinto di trecento piedi quadrati, sotto lo sguardo soddisfatto del Creatore, il santo mistero della sua fratellanza, simbolo della fratellanza umana.

Quel giardino non era più un giardino, ma una sterpaglia colossale, vale a dire qualche cosa che era impenetrabile come una foresta, popolosa come una città, trepidante come un nido, cupa come una cattedrale, olezzante come un mazzo di fiori, solitaria come una tomba, vivente come una folla.

In primavera quell'enorme cespuglio, libero dietro il suo cancello e tra i suoi quattro muri, entrava in fregola nel sordo lavorio della germinazione universale, trasaliva al sol levante quasi come una bestia che aspiri gli effluvi dell'amore cosmico e senta la linfa d'aprile montare e ribollire nelle sue vene; e scuotendo al vento la sua prodigiosa capigliatura verde, seminava sulla terra umida, sulle statue fruste, sul poggiolo crollante del padiglione, e fin sul lastrico della via deserta i fiori a stelle, la rugiada in perle, la fecondità, la bellezza, la vita, la gioia, i profumi.

A mezzogiorno mille farfalle bianche vi si rifugiavano, ed era uno spettacolo divino veder turbinare a fiocchi, nell'ombra, quella neve vivente dell'estate. Là in mezzo alle gaie tenebre della verzura una moltitudine di voci innocenti favellavano dolcemente all'anima, e quello che il cinguettio aveva dimenticato di dire, lo completava il ronzio. A sera, un vapore di sogno emanava dal giardino e lo avvolgeva; un lenzuolo di bruma, una tristezza calma e celeste lo ricoprivano, l'odore così inebriante dei caprifogli e dei vilucchi ne usciva da ogni lato, simile a un sottile e squisito veleno, si udivano gli ultimi saluti dei picchi grigi e delle cutrettole che s'addormentavano sotto i rami; vi si sentiva la sacra intimità dell'uccello e dell'albero, per la quale di giorno le ali rallegrano le foglie, e di notte le foglie proteggono le ali.

D'inverno la sterpaglia era nera, umida, irta, tremante, e lasciava scorgere un poco la casa. Invece di fiori sui rami e di rugiada sui fiori, si vedevano le lunghe sbavature d'argento delle lumache sul freddo e denso tappeto delle foglie ingiallite. Ma ad ogni modo, sotto tutti gli aspetti e in tutte le stagioni, primavera, inverno, estate, autunno, quel piccolo recinto respirava la malinconia, la contemplazione, la solitudine, la libertà, l'assenza dell'uomo, la presenza di Dio; e pareva che il vecchio cancello arrugginito dicesse: questo giardino è mio.

Benché tutt'intorno ci fosse il lastrico di Parigi e, a due passi, i classici e splendidi palazzi della via Varennes, e lì accanto la cupola degli Invalidi, e non lontano la Camera dei deputati; benché le carrozze della via Borgogna e della via San Domenico corressero fastosamente nelle vicinanze, e gli omnibus gialli, bruni, bianchi e rossi s'incrociassero nel vicino quadrivio, la via Plumet rimaneva un deserto. La morte degli antichi proprietari, il passaggio d'una rivoluzione, il crollo delle vecchie fortune, l'assenza, l'oblio, quarant'anni di abbandono e di vedovanza, erano bastati per ricondurre in quel luogo privilegiato le felci, le cicute, le achillee, la digitale, le alte erbe, le lucertole, gli scarabei, gli insetti inquieti e rapidi; per far sorgere dalle profondità della terra e riapparire fra quei quattro muri non so quale grandezza aspra e selvaggia; e perché la natura, la quale sconcerta i meschini accomodamenti dell'uomo e si espande sempre tutta intera là dove si espande, altrettanto bene nella formica che nell'aquila, venisse a schiudersi in un misero giardinetto parigino, come in una foresta vergine del Nuovo Mondo.

Nulla è piccolo, infatti; chiunque è sensibile ai profondi influssi della natura lo sa. Benché nessuna soddisfazione assoluta sia concessa alla filosofia, né di circoscrivere la causa né di limitare l'effetto, pure il contemplatore cade in estasi senza fine davanti a tutte quelle decomposizioni di forze che mettono capo all'unità. Tutto lavora a tutto.

L'algebra si applica alle nubi; le irradiazioni dell'astro giovano alla rosa; nessun pensatore oserebbe asserire che il profumo del biancospino riesce inutile alle costellazioni. Chi può mai calcolare il cammino d'una molecola? Che sappiamo se la caduta di un grano di sabbia non determini la creazione di un mondo? Chi mai conosce i flussi e i riflussi reciproci dell'infinitamente grande e dell'infinitamente piccolo, il ripercuotersi delle cause negli abissi dell'essere, le valanghe della creazione? L'acaro è importante; il piccolo è grande, il grande è piccolo; tutto si equilibra nella necessità; visione che spaventa il pensiero. Tra gli esseri e le cose ci sono relazioni prodigiose, e in questo inesauribile insieme, dal sole all'afidio, non c'è disprezzo dall'uno all'altro; l'uno ha bisogno dell'altro. La luce non trasporta nell'azzurro i profumi terrestri senza sapere quello che ne fa; la notte distribuisce l'essenza stellare tra i fiori addormentati. Tutti gli uccelli che volano hanno alla zampa il filo dell'infinito.

La germinazione riguarda tanto lo schiudersi di una meteora, quanto il colpo di becco della rondine che rompe l'uovo, ed essa mette alla pari la nascita d'un verme di terra e l'avvento di Socrate. Dove finisce il telescopio comincia il microscopio; quale dei due ha la vista più grande? Scegliete. Una muffa è una pleiade di fiori, una nebulosa è un formicaio di stelle. La stessa promiscuità, e anche più straordinaria, si trova tra le cose dell'intelligenza e i fatti della materia. Gli elementi e i principi si mescolano, si combinano, si sposano, si moltiplicano gli uni per mezzo degli altri, in modo da guidare il mondo materiale e il mondo morale alla stessa luce. Nei vasti scambi cosmici la vita universale va e viene in quantità ignote, volgendo ogni cosa nell'invisibile mistero degli effluvi, tutto adoperando, senza perdere un sogno di nessun sonno, qua seminando un microbo, là sbriciolando un astro, oscillando e serpeggiando, facendo della luce una forza e del pensiero un elemento, sempre disseminata e indivisibile, dissolvendo tutto fuorché quel punto geometrico che è l'io, tutto riducendo all'anima atomo; schiudendo tutto in Dio; intrecciando tutte le attività, dalla più alta alla più bassa, nell'oscurità d'un meccanismo vertiginoso, collegando il volo di un insetto al moto della terra, subordinando, chi sa?, foss'anche soltanto per l'identità della legge, la rivoluzione della cometa nel firmamento al girare dell'infusorio nella goccia d'acqua.

Macchina formata di spirito; enorme ingranaggio, di cui il primo motore è il moscerino e l'ultima ruota lo zodiaco.




4. MUTAMENTO DI GRATA


Sembrava che quel giardino, creato una volta per nascondere i misteri dei libertini, si fosse trasformato e adattato a ospitare i casti misteri. Non c'erano più né pergolati né tappeti erbosi, né boschetti né grotte; ma una magnifica ombra scapigliata, che ricadeva come un velo da ogni parte. Pafo era ridiventato Eden.

Non so quale aura di pentimento aveva risanato quel ritiro, e ora sembrava una fioraia che offrisse i suoi fiori all'anima. Quel giardino civettuolo, una volta tanto empio, era ritornato alla verginità e al pudore. Un presidente e un giardiniere, l'uno credendo di essere il continuatore di Lamoignon e l'altro di Lenotre, l'avevano allineato, diviso, frastagliato, ornato, preparato per la galanteria; la natura l'aveva ripreso, l'aveva riempito d'ombra e preparato per l'amore.

Inoltre in quella solitudine c'era un cuore già pronto. L'amore doveva soltanto mostrarsi; c'era là un tempio composto di verzura, d'erba, di musco, di sospiri d'uccelli, di dolci tenebre, di rami agitati, e un'anima fatta di dolcezza, di fede, di candore, di speranza, d'aspirazioni e d'illusioni.

Cosetta era uscita dal convento che era ancora quasi bambina; aveva poco più di quattordici anni, ed era "nell'età ingrata"; abbiamo già detto che, a parte gli occhi, essa pareva piuttosto brutta che bella; non aveva nessun lineamento spiacevole, ma era goffa, magra, timida e ardita insieme, insomma una grande bambina.

La sua educazione era terminata, vale a dire che le avevano insegnato la religione e anche e soprattutto la devozione; poi la "storia", vale a dire quella cosa che nel monastero chiamano così, la geografia, la grammatica, i participi, i re di Francia, un po' di musica, il disegno, eccetera, oltre questo ignorava tutto, il che è un fascino e un pericolo. L'anima d'una fanciulla non dev'essere lasciata al buio; più tardi, vi si formano dei miraggi troppo repentini e troppo vivi, come in una camera oscura.

Dev'essere illuminata in modo dolce e discreto, piuttosto col riflesso delle realtà che con la loro luce diretta e dura; chiaroscuro utile e graziosamente austero che dissipa i timori puerili e impedisce le cadute. E solo l'istinto materno, mirabile intuizione in cui entrano i ricordi della vergine e l'esperienza della donna, sa come e di che dev'essere fatta quella mezza luce.

Nulla può supplire quell'istinto. Per formare l'anima d'una fanciulla, tutte le religiose del mondo non valgono una madre.

Cosetta non aveva avuto una madre, ma molte madri, al plurale.

Quanto a Valjean, egli aveva in sé tutte le tenerezze insieme e tutte le sollecitudini; ma non era che un vecchio il quale non conosceva nulla di queste cose.

Ora nell'opera dell'educazione, nell'ardua impresa di preparare una donna alla vita, quanta scienza non occorre per lottare contro quella grande ignoranza che si chiama innocenza?

Nulla predispone una fanciulla alle passioni come il convento che distoglie il pensiero dall'ignoto. Il cuore, ripiegato in se stesso, non potendo espandersi, si scava, e non potendo schiudersi, si approfondisce. Quindi le visioni, le supposizioni, le congetture, i romanzi abbozzati, le avventure sognate, i castelli fantastici, gli edifici costruiti interamente nell'oscurità interiore dello spirito - cupe e segrete dimore in cui le passioni trovano subito alloggio, appena il cancello varcato permette loro l'entrata. Il chiostro è una compressione, che, per trionfare del cuore umano, deve durare tutta la vita.

All'uscire dal convento, Cosetta non avrebbe potuto trovare un luogo più dolce e pericoloso della casa in via Plumet. Era la continuazione della solitudine con un principio di libertà; un giardino chiuso, ma una natura aspra, ricca, voluttuosa e profumata; gli stessi sogni del monastero, ma anche qualche giovanotto intravisto; una grata, ma sulla via.

Tuttavia quando vi giunse era, ripetiamo, ancora una bambina.

Valjean le presentò quel giardino incolto, dicendole: - Fanne tutto quello che vuoi, e lei ci si dilettava; rimuoveva tutti i ciuffi d'erba e tutti i sassi in cerca di "bestie"; giocava, in attesa di fantasticare; amava quel giardino per gli insetti che vi trovava sotto i piedi in mezzo all'erba, in attesa di amarlo per le stelle che vi avrebbe scorto attraverso i rami sul suo capo.

E poi amava suo padre, vale a dire Valjean, con tutta l'anima, con un'ingenua passione filiale, che le faceva considerare quel vecchio come un compagno desiderato e grazioso. Il lettore si ricorderà che Madeleine leggeva molto; Valjean aveva continuato.

Era quindi arrivato a parlar bene, e possedeva la segreta dovizia e l'eloquenza di un intelletto umile e sincero coltivatosi spontaneamente. Gli era rimasta una bastante ruvidezza per condire la sua bontà. Era una mente rude e un cuore dolce. Nelle loro passeggiate al Lussemburgo, egli le faceva delle lunghe spiegazioni su tutto, attingendo da quello che aveva letto e anche da quello che aveva sofferto. E la fanciulla, pur ascoltandolo, vagava con gli occhi.

Quell'uomo semplice bastava alla mente della ragazza, come quel giardino selvaggio ai suoi sguardi. Quando aveva inseguito a lungo le farfalle, essa arrivava ansante vicino a lui, e diceva:- Ah!

come ho corso! - Ed egli la baciava sulla fronte.

Cosetta lo adorava e gli era sempre appresso; dov'era Valjean era il benessere per lei. E poiché egli non abitava né il padiglione né il giardino, essa preferiva trattenersi nel cortile interno lastricato anziché nel recinto pieno di fiori, nel casotto ammobiliato con sedie di paglia anziché nel gran salotto con le tappezzerie a cui si appoggiavano le poltrone imbottite. Talvolta Valjean, sorridendo per la gioia di vedersi importunato diceva: - Ma vattene dunque a casa tua! lasciami un po' solo!

E lei gli muoveva quei graziosi e teneri rimproveri che hanno tanta grazia quando vengono dalla figlia al padre.

- Papà, sento molto freddo qui da voi, perché non ci mettete un tappeto e una stufa?

- Figliola cara, ci sono tante persone che valgono più di me e non hanno nemmeno un tetto sotto cui riposarsi.

- E allora perché da me c'è il fuoco e tutte le comodità?

- Perché sei una donna, una bambina.

- Eh via! Gli uomini devono dunque patire il freddo e star male?

- Certi uomini sì.

- Ebbene, io verrò così spesso qui che sarete costretto a farvi accendere il fuoco.

Gli diceva pure:

- Papà, perché mangiate quel brutto pane?

- Così.

- Ebbene, se lo mangiate voi, lo mangerò anch'io.

Allora Valjean mangiava il pane bianco, perché Cosetta non mangiasse quello nero.

Essa serbava soltanto un confuso ricordo della sua fanciullezza.

Pregava mattina e sera per la madre, che non aveva conosciuto.

I Thénardier erano restati nella sua memoria come due figure ributtanti allo stato di sogno. Si ricordava d'essere andata "un giorno, di notte" ad attingere l'acqua in un bosco, ma riteneva che fosse stato assai lontano da Parigi. Le sembrava d'aver cominciato a vivere in un abisso e di esserne stata tratta fuori da Valjean. La sua infanzia le faceva l'effetto di un luogo in cui non c'erano intorno a lei se non millepiedi, ragni e serpenti. Non avendo un'idea molto precisa di essere la figlia di Valjean e questi suo padre, quando fantasticava la sera prima di addormentarsi, s'immaginava che l'anima di sua madre fosse passata in quel vecchio e così fosse venuta a starle vicino.

Quando Valjean era seduto, gli appoggiava la gota sui capelli bianchi e vi lasciava cadere silenziosamente una lacrima pensando:

- Forse è mia madre, quest'uomo!

Nella sua profonda ignoranza di fanciulla educata in convento, essendo d'altronde la maternità assolutamente inintelligibile alla verginità, Cosetta, per quanto la cosa sembri strana, aveva finito con l'immaginare di aver avuto meno madre possibile. Non sapeva neppure il nome di quella madre; ogni volta che le accadeva di chiederlo a Valjean, questi taceva, e se lei ripeteva la domanda, egli rispondeva con un sorriso. Avendo un giorno insistito, il sorriso finì in una lacrima.

Quel silenzio di Valjean copriva di tenebre Fantina. Era prudenza?

era rispetto? era timore d'abbandonare quel nome ai rischi di un'altra memoria che non fosse la sua?

Finché Cosetta era stata piccina, Valjean le aveva volentieri parlato della madre; quando la vide diventare una giovinetta, gli riuscì impossibile; gli pareva di non poter più osare. Era per Cosetta? Era per Fantina? Provava una specie d'orrore religioso all'idea di introdurre quell'ombra nella mente di Cosetta, di chiamare la defunta a parte del loro destino. Più quell'ombra gli era sacra, più gli sembrava temibile. Pensando a Fantina, si sentiva ridotto al silenzio; gli sembrava d'intravedere nelle tenebre un dito posto sopra una bocca. Tutto il pudore che Fantina aveva avuto e che, durante la sua vita, era stato espulso da lei violentemente, era forse tornato dopo la sua morte a posarsi su lei, a vegliare indignato sulla pace di quella morta, a custodirla nella sua tomba, selvaggiamente? E Valjean ne subiva, a sua insaputa, l'influsso? Noi che crediamo nella morte, non oseremmo respingere questa misteriosa spiegazione. Quindi l'impossibilità di pronunciare, anche per Cosetta, il nome di Fantina.

Un giorno Cosetta gli disse:

- Papà, questa notte ho visto in sogno la mamma, aveva due grandi ali. Mia madre in vita dev'essere stata una santa.

- Sì, per il martirio - rispose Valjean.

Tutto sommato, Valjean era felice.

Quando usciva di casa con lui, la fanciulla s'appoggiava al suo braccio con orgoglio, con gioia, con la speranza nel cuore. A tutti quei segni d'una tenerezza così esclusiva, così contenta di lui solo, Valjean sentiva il pensiero fondersi nella gioia. Il poveretto trasaliva inondato da una letizia angelica; affermava con trasporto che quello stato di cose sarebbe durato per tutta la vita; pensava che veramente non aveva sofferto abbastanza per meritare una felicità così radiosa; e nelle profondità dell'anima sua ringraziava Dio d'aver concesso, a lui miserabile, d'essere amato in tal modo da quell'innocente creatura.




5. LA ROSA S'ACCORGE DI ESSERE UNO STRUMENTO BELLICO


Un giorno Cosetta si guardò per caso nello specchio e disse tra sé: - Toh! - Le pareva quasi d'essere bella. Fu presa perciò da uno strano turbamento. Fino a quel momento non aveva mai pensato al suo volto; si vedeva nello specchio, ma non ci si guardava. E poi, spesso le avevano detto che era brutta; soltanto Valjean diceva dolcemente: - ma no! ma no! - Comunque, Cosetta si era sempre creduta brutta, ed era cresciuta in quell'idea con la facile rassegnazione dell'infanzia. Ora invece d'un tratto, lo specchio le diceva come Valjean: - ma no! Non chiuse occhio tutta la notte. - Se fossi bella! Come sarebbe curioso se fossi bella! - E ricordando alcune compagne, la cui bellezza faceva impressione nel convento, diceva:

- Sarei per caso come la signorina tale!

L'indomani si specchiò di nuovo, ma non per caso, e dubitò: Dove avevo la testa ieri? No, sono brutta. - Aveva semplicemente dormito male, aveva gli occhi assonnati, era pallida. Non era stata per lei una gran gioia, il giorno prima credere alla sua bellezza; ma fu una gran tristezza non potervi credere. Non si mirò più e per più di quindici giorni si pettinò volgendo le spalle allo specchio.

La sera, dopo pranzo, ricamava di solito nel salotto, oppure faceva qualche lavoro di collegio, mentre Valjean leggeva accanto a lei. Una volta, alzando gli occhi dal lavoro, rimase sorpresa del modo inquieto con cui il padre la guardava.

Un'altra volta, passando per via, le sembrò che qualcuno, che lei non vide, dicesse dietro di lei: - Graziosa, ma mal vestita.- Via!

- pensò - non si tratta di me. Io sono ben vestita e brutta. - Portava allora il cappello di felpa e la veste di merinos.

Un giorno finalmente, mentre era in giardino, udì la povera vecchia Toussaint che diceva: - Vi siete accorto, signore, come si fa graziosa la signorina?

La fanciulla non udì la risposta di suo padre, tanto la commossero le parole della serva. Scappò dal giardino, salì in camera, corse allo specchio, nel quale non s'era guardata da tre mesi, e dette un grido. Aveva abbagliato se stessa.

Non poteva fare a meno di essere del parere della Toussaint e dello specchio, era bella e graziosa. Il busto s'era formato, la carnagione s'era fatta bianca, i capelli lucidi, e un raro splendore s'era acceso nelle sue pupille azzurre. La convinzione della sua bellezza le venne tutta intera, in un momento, come una gran luce che splende. Del resto, se ne accorgevano anche gli altri. La Toussaint lo aveva detto, e quel passante evidentemente aveva parlato di lei; non era più possibile dubitare. Quando scese di nuovo in giardino, le parve d'essere una regina; sentiva gli uccelli cantare, ed era d'inverno; vedeva il cielo dorato, il sole sugli alberi, i fiori nei cespugli; era tutta smarrita, folle, in un'estasi inesprimibile.

Dal canto suo, Valjean provava una profonda e indefinibile stretta al cuore.

Da qualche tempo, Valjean contemplava infatti con terrore quella bellezza che appariva ogni giorno più radiosa sul dolce viso di Cosetta. Alba ridente per tutti, lugubre per lui.

Cosetta era stata bella molto tempo prima di accorgersene. Ma fin dal primo giorno, quella luce inattesa che si levava lentamente e avvolgeva gradatamente tutta la persona della fanciulla, aveva ferito la malinconica pupilla di Valjean. Notò che c'era una variazione in quell'esistenza felice, tanto felice che egli non osava fiatare per timore di guastarvi qualche cosa.

Quell'uomo che aveva vissuto tutte le angosce, che sanguinava ancora per i colpi del destino, che era stato quasi malvagio ed era diventato quasi santo, che, dopo aver trascinato la catena del galeotto, trascinava ora la catena invisibile ma pesante dell'infamia indefinita, quell'uomo che la legge non aveva ancora lasciato libero e che da un momento all'altro poteva esser ripreso e ricondotto dall'oscurità della sua virtù alla viva luce del pubblico obbrobrio, quell'uomo accettava tutto, scusava tutto, perdonava tutto, benediceva tutto, ammetteva tutto, e non chiedeva alla provvidenza, agli uomini, alle leggi, alla società, alla natura, al mondo che una cosa sola: l'affetto di Cosetta.

Che Cosetta continuasse ad amarlo! Che Dio non impedisse al cuore della fanciulla di andare a lui e di restare con lui! Amato da Cosetta, si sentiva guarito, riposato, calmato, contento, ricompensato, premiato. Amato da Cosetta, stava bene! e non chiedeva di più. Se qualcuno gli avesse chiesto: - Vuoi star meglio? - Avrebbe risposto: - No. - Se Dio gli avesse detto: - Desideri il cielo? - Avrebbe risposto: - Ci perderei.

Tutto ciò che poteva sfiorare quella situazione, sia pure soltanto alla superficie, lo faceva fremere come l'inizio di qualche cosa di diverso. Non aveva mai saputo bene che cosa fosse la bellezza d'una donna; ma comprendeva per istinto che era una cosa terribile.

Dal fondo della sua bruttezza, della sua vecchiaia, della sua miseria, della sua riprovazione, del suo accasciamento, osservava con terrore quella bellezza che sbocciava sempre più trionfante e superba accanto a lui, sotto i suoi occhi, sul volto ingenuo e temibile della fanciulla.

Pensava: - Come è bella! E che ne sarà di me?

Del resto, stava lì la differenza tra la sua tenerezza e quella d'una madre: quello che egli vedeva con angoscia, una madre l'avrebbe visto con gioia.

I primi sintomi non tardarono a manifestarsi. Fin dall'indomani del giorno in cui aveva detto a se stessa: - Sono veramente bella!

- Cosetta badò alla propria toletta, ricordando le parole del passante: - Graziosa, ma mal vestita; - responso d'oracolo passatole vicino e svanito dopo aver deposto nel suo cuore uno dei due germi che devono poi riempire tutta la vita della donna: la civetteria. L'altro è l'amore.

Con la fede nella propria bellezza, tutta l'anima femminile si schiuse in lei. Ebbe orrore del merinos e vergogna della felpa. Il padre non le aveva mai negato nulla. In breve tempo apprese la scienza del cappellino, della veste, della mantiglia, delle scarpette, dei manichini, della stoffa che s'adatta, del colore che dona, la scienza infine che rende la donna parigina così vezzosa, così profonda e così pericolosa. L'epiteto di donna affascinante è stato inventato per la parigina.

In meno d'un mese, la piccola Cosetta fu in quella tebaide di via Babilonia non solo una delle più belle donne di Parigi, che è qualche cosa, ma anche una delle meglio vestite, che è molto di più. Avrebbe voluto incontrare "il suo passante", per sentire che cosa avrebbe detto, e "per fargli un po' vedere!". Fatto sta che essa era incantevole sotto ogni aspetto, e distingueva a meraviglia un cappello di Gérard da uno di Herbaut.

Valjean guardava con ansia tutti quei mutamenti. Sapeva che egli non avrebbe potuto far altro che strisciare, tutt'al più camminare, e vedeva che a Cosetta spuntavano le ali.

Del resto, solo ispezionando la toletta dalla fanciulla, una donna avrebbe capito che non aveva una madre. Lei non osservava certe piccole convenienze, certe convenzioni particolari. Sua madre le avrebbe detto, per esempio, che una giovinetta non si veste di damasco.

La prima volta che Cosetta uscì con la veste e la mantiglia di damasco nero e il cappello di velo bianco, accorse gaia, radiosa, rosea, fiera, splendida, a prendere il braccio di Valjean.

- Papà - gli disse - come sono così?

Valjean rispose con una voce che somigliava alla voce amara di un invidioso:

- Incantevole!

Durante la passeggiata egli fu come sempre; ma quando tornarono a casa le domandò:

- Non ti metterai più la tua veste e il tuo cappello?

Questo avvenne nella camera di Cosetta, la quale voltandosi verso l'attaccapanni del guardaroba ove era appesa la sua divisa di educanda:

- Quel travestimento! - disse. - Che vuoi che ne faccia papà? Oh!

no, davvero, non indosserò più quegli orrori! Con quel coso là sul capo somiglio a mamma Agata.

Valjean trasse un profondo sospiro.

Da quel giorno notò che Cosetta, la quale una volta chiedeva sempre di restare in casa, dicendo: - Mi diverto più con te qui, papà, - ora chiedeva sempre di uscire. A che serve, infatti, avere un bel viso e una deliziosa toletta, se non si fanno vedere?

Egli notò pure che Cosetta non aveva più la stessa predilezione per il cortile interno; ora stava più volentieri in giardino e passeggiava con piacere dietro il cancello. Valjean, sempre selvatico, non metteva piede in giardino; restava nel cortile interno, come il cane.

Cosetta, sapendosi bella, perse la grazia dell'ignorarlo; grazia squisita, perché la bellezza soffusa d'ingenuità è ineffabile, e non c'è cosa più adorabile di un'innocenza affascinante, che cammina tenendo in mano, senza saperlo, la chiave d'un paradiso.

Ma ciò che perse in grazia ingenua lo guadagnò in fascino serio e pensoso. Tutta la sua persona inondata dalle gioie della giovinezza, dell'innocenza e della bellezza, diffondeva una splendida malinconia.

Fu in quest'epoca che Mario, dopo sei mesi, la rivide al Lussemburgo.




6. COMINCIA LA BATTAGLIA


Cosetta era nella sua ombra, come Mario nella sua, tutta disposta ad infiammarsi. Con la sua misteriosa e fatale pazienza, il destino avvicinava lentamente quelle due creature cariche e languenti delle tempestose elettricità della passione, quelle due anime che contenevano l'amore come due nubi contengono la folgore, e che dovevano accostarsi e unirsi in uno sguardo, come due nubi in un lampo.

Si è tanto abusato dello sguardo nei romanzi d'amore, che si è finito con lo screditarlo. E' già troppo se ora osiamo dire che due esseri si sono amati perché si sono guardati. Eppure è così, è solo così che si ama; il resto non è che il resto, e viene dopo.

Non c'è cosa più reale di quelle grandi scosse che due anime si danno l'una all'altra scambiando quella scintilla.

In quella certa ora in cui Cosetta, senza saperlo, ebbe quello sguardo che turbò Mario, Mario non sospettò neppure che anche il suo sguardo aveva turbato Cosetta. Le fece lo stesso male e lo stesso bene.

Già da molto tempo lei lo vedeva e lo esaminava, come vedono ed esaminano le ragazze, guardando altrove. Mario continuava a trovare brutta Cosetta, ma già Cosetta trovava Mario bello. Però come lei non badava a lui, così lui pure non si curava di lei.

Eppure Cosetta non poteva fare a meno di pensare che quel giovane aveva bei capelli, begli occhi, bei denti, un piacevole tono di voce quando lo sentiva parlare coi suoi compagni; che camminava senza molto garbo, se si vuole, ma con una grazia tutta sua, che sembrava tutt'altro che un ignorante, che tutta la sua persona spirava nobiltà, dolcezza, semplicità e fierezza, e che finalmente aveva l'aria di essere povero, ma aveva anche un buon aspetto.

Nel giorno in cui i loro sguardi s'incontrarono e si dissero finalmente in un attimo quelle prime cose confuse e ineffabili che lo sguardo balbetta nel primo momento, Cosetta non comprese nulla e rientrò pensosa nella casa di via Ovest, nella quale, secondo la sua abitudine, Valjean era andato a passare sei settimane.

L'indomani, allo svegliarsi, pensò a quel giovane sconosciuto, rimasto per così lungo tempo freddo e indifferente e che ora sembrava accorgersi di lei; e non le parve che quell'attenzione le riuscisse spiacevole. Sentiva piuttosto un po' di collera contro quel bel giovane sdegnoso. Un fondo di umor bellicoso si agitò in lei. Le sembrò, e ne provava una gioia fanciullesca, che finalmente si sarebbe vendicata.

Sapendo d'esser bella, comprendeva, benché confusamente, di possedere un'arma. Le donne giocano con la propria bellezza come i fanciulli con un coltello; e vi feriscono.

Il lettore ricorderà le esitazioni di Mario, i suoi palpiti, i suoi terrori; ricorderà che restava sul suo sedile e non si avvicinava - cosa che indispettiva Cosetta. Un giorno lei disse a Valjean:

- Papà, andiamo a passeggiare un po' da quella parte.

Vedendo che Mario non andava a lei, lei andò a lui. Tutte le donne, in simili casi, somigliano a Maometto. E poi, è proprio strano che il primo sintomo di un vero amore in un giovane è la timidità, e in una fanciulla invece è l'arditezza. E' una cosa che stupisce, eppure non c'è nulla di più semplice. Sono i due sessi che tendono ad avvicinarsi e che prendono l'uno le qualità dell'altro.

Quel giorno, lo sguardo di Cosetta fece impazzire Mario e lo sguardo di Mario fece tremare la fanciulla. Egli se ne andò fiducioso, lei inquieta. E da quel giorno si adorarono.

Il primo sintomo che provò Cosetta fu una vaga e profonda tristezza. Le parve che la sua anima, da un giorno all'altro, fosse diventata buia, tanto da non riconoscerla più. Il candore dell'anima della fanciulla, che è fatto di freddezza e di giocondità, somiglia alla neve; si scioglie all'amore, che è il suo sole.

Cosetta non sapeva che cosa fosse l'amore, non aveva mai udito pronunciare questa parola nel senso terreno. Nei libri di musica profana ammessi nel convento, "amore" era sostituito da "timore" o "pudore"; donde certi enigmi, che esercitavano l'immaginazione delle grandi, come per esempio: "Piacevole è il timor!" oppure:

"E' pietà, ma non pudore".

Ma Cosetta era uscita di collegio ancor troppo giovane per preoccuparsi del "timore". Essa dunque non avrebbe saputo che nome dare a quello che ora provava. Ma si è forse meno malati, quando s'ignora il nome della malattia? L'amore in lei era reso più appassionato dall'ignoranza. Non sapeva se fosse cosa buona o cattiva, utile o dannosa, necessaria o mortale, eterna o passeggera, permessa o vietata. Amava. L'avrebbe fatta stupire chi le avesse detto: - Come! Non dormite? ma non è lecito! Non mangiate? ma fate malissimo! Sentite oppressione e batticuore? ma non state bene! Arrossite o impallidite, quando un certo giovane vestito di nero appare all'estremità d'un certo viale verdeggiante? ma è una vergogna!

Non avrebbe capito e avrebbe risposto: - Come può esserci colpa in una cosa, nella quale non posso nulla e di cui non so nulla?

Volle il caso che l'amore che le si presentò fosse precisamente quello che meglio conveniva allo stato dell'anima sua. Era una specie d'adorazione a distanza, una muta contemplazione, la deificazione di un ignoto: era l'apparizione dell'adolescenza all'adolescenza, il sogno delle notti divenuto romanzo e rimasto sogno, il fantasma desiderato che si era alla fine mutato in realtà e fatto persona, ma che non aveva ancora né nome né macchie né esigenze né difetti; in una parola l'innamorato lontano e rimasto allo stato ideale, una chimera che aveva assunto una forma. Qualunque incontro più materiale e più prossimo avrebbe, in quel primo tempo, spaventato Cosetta, ancora in parte immersa nella nebbia del convento e che aveva insieme tutte le paure dei bimbi e tutte le paure delle suore. Lo spirito claustrale, di cui era stata imbevuta per cinque anni evaporava ancora lentamente da tutta la sua persona e faceva tremare tutto attorno a lei. In quello stato d'animo, non un amante le occorreva, neppure un innamorato, ma una visione. Essa si mise ad adorare Mario come qualche cosa d'incantevole, di luminoso e d'impossibile.

E siccome l'estrema ingenuità confina con l'estrema civetteria, gli sorrideva con tutta franchezza.

Ogni giorno attendeva con impazienza l'ora della passeggiata; v'incontrava Mario; si sentiva indicibilmente felice, e credeva sinceramente d'esprimere tutto il suo pensiero dicendo a Valjean:

- Che delizioso giardino è il Lussemburgo!

Mario e Cosetta erano l'uno per l'altra avvolti nel mistero. Non si parlavano, non si salutavano, non si conoscevano. Si vedevano appena e vivevano guardandosi, come gli astri del firmamento che distano tra loro milioni di leghe.

In questo modo Cosetta diventava a poco a poco una donna, e si sviluppava bella e innamorata, con la coscienza della sua bellezza e l'ignoranza del suo amore. E per di più rubacuori ma con innocenza.




7. A TRISTEZZA, TRISTEZZA E MEZZO


Tutte le situazioni hanno i loro istinti. La vecchia ed eterna madre natura avvertiva tacitamente Valjean della presenza di Mario. Egli trasaliva nel profondo dell'anima. Non vedeva nulla, non sapeva nulla, eppure osservava con pertinace attenzione le tenebre da cui era avvolto, come se sentisse che da un lato qualcosa si edificava e dall'altro qualcosa crollava. Mario, avvertito anche lui, ed è questa la legge profonda di Dio, della stessa madre natura, faceva quanto poteva per nascondersi al "padre". Tuttavia accadeva che talvolta Valjean lo scorgesse. Il contegno del giovane non era niente affatto naturale; aveva delle prudenze equivoche e delle goffe temerità. Non si avvicinava più come una volta. Si sedeva lontano e restava estatico, con un libro in mano nel quale fingeva di leggere. Per chi fingeva? Una volta veniva col suo abito vecchio; adesso portava ogni giorno l'abito nuovo; forse si faceva anche arricciare i capelli, aveva due occhi strani, si metteva i guanti; insomma, Valjean detestava cordialmente quel giovanotto.

Cosetta non lasciava trapelare nulla. Senza sapere precisamente che cosa avesse, sentiva però che era qualche cosa e che bisognava nasconderlo.

Tra il gusto per la toletta da cui era stata presa la fanciulla e l'abitudine d'indossare abiti nuovi che era spuntata in quello sconosciuto, c'era un parallelismo importuno per Valjean. Forse, senza dubbio, con tutta certezza, era un caso, ma un caso pericoloso.

Egli non apriva mai bocca con Cosetta su quello sconosciuto.

Tuttavia un giorno non poté trattenersi, e con quella incerta disperazione che a un tratto getta la sonda nella propria sventura, disse: - Ecco un giovanotto che ha un fare da pedante!

Un anno prima, fanciulletta indifferente, Cosetta avrebbe risposto: - Ma no; è grazioso. - Dieci anni più tardi, con l'amore di Mario nel cuore, avrebbe risposto: - Pedante e insopportabile!

Avete proprio ragione! - Ma in quel momento della sua vita e del suo cuore, si limitò a rispondere con una calma suprema: - Quel giovane?

Come se lo vedesse allora la prima volta.

- Quanto sono stupido! - pensò Valjean. - Lei non ci aveva ancora badato, e io vado a indicarglielo!

O semplicità dei vecchi! O profondità dei fanciulli! Per un'altra legge di quei freschi anni di sofferenza e di cure, di quelle vive lotte del primo amore contro i primi ostacoli, la fanciulla non si lascia mai cogliere in nessun laccio, mentre il giovane casca in tutti. Valjean aveva cominciato contro Mario una guerra sorda, che Mario, con la stupidaggine sublime della sua passione e dell'età, non seppe indovinare. Gli tese una serie d'insidie; cambiò l'ora, cambiò panchina, dimenticò il fazzoletto, andò solo al Lussemburgo; Mario cadde in tutte le panie a corpo morto, e a tutti quei punti interrogativi, piantatigli sulla via da Valjean, rispose ingenuamente di sì. Cosetta intanto rimaneva trincerata nella sua apparente indifferenza e nella sua imperturbabile tranquillità, al punto che Valjean aveva finito col concludere: - Quel balordo è innamorato pazzo di Cosetta, ma lei non s'accorge neppure che lui esiste.

Però egli provava ugualmente una dolorosa trepidazione, perché comprendeva che da un momento all'altro poteva scoccare l'ora in cui la fanciulla si sarebbe innamorata. Non comincia tutto dall'indifferenza?

Una sola volta Cosetta commise uno sbaglio, che lo spaventò. Dopo essere stati tre ore seduti, Valjean si alzò per andare e lei disse: - Di già!

Egli non aveva interrotto le passeggiate al Lussemburgo, non volendo far nulla di straordinario e temendo soprattutto di destare l'attenzione di Cosetta; ma durante quelle ore così deliziose per i due innamorati, mentre la fanciulla inviava il suo sorriso a Mario estasiato che non si accorgeva di altro e ora non vedeva più niente al mondo tranne un radioso volto adorato, Valjean fissava su di lui due occhi sfavillanti e terribili. Egli che aveva finito per non credersi più capace di un sentimento malevolo, quando vedeva Mario temeva di diventare selvaggio e feroce e sentiva riaprirsi quei vecchi abissi nell'anima in cui c'era una volta tanta collera. Gli sembrava quasi che si riaprissero in lui dei crateri sconosciuti.

Come! era là, quell'individuo! e che ci veniva a fare? veniva a girare, a indagare, a osservare, a tentare! veniva a dire: ebbene?

perché no? Veniva a gironzolare intorno alla sua vita, veniva a insidiare la sua felicità, per rapirgliela e portarla via!

E Valjean aggiungeva: - Sì, è così! Che cerca? Un'avventura! Che vuole? Un amoretto! E io? Io sarei stato prima il più miserabile e poi il più infelice degli uomini, avrei passato sessant'anni nell'umiliazione, avrei sofferto tutto quello che si può soffrire, sarei invecchiato senza essere mai stato giovane, sarei vissuto senza famiglia, senza parenti, senza amici, senza moglie, senza figli, avrei lasciato del mio sangue su tutte le zolle, su tutti i rovi, su tutte le pietre di confine, lungo tutti i muri, sarei stato dolce mentre sono stati duri con me, buono mentre sono stati cattivi, sarei ridiventato un uomo onesto nonostante tutto, mi sarei pentito del male che ho fatto, ed ecco che, nel momento della ricompensa, nel momento in cui il passato è finito, e io tocco la meta e ho quello che volevo, ed è buono, ed è bello, e l'ho pagato e me lo sono guadagnato, ecco che tutto se ne andrebbe, tutto svanirebbe, e io dovrei perdere Cosetta, dovrei perdere la mia vita, la mia gioia, l'anima mia, solo perché è piaciuto a un idiota di venire a gironzolare nel Lussemburgo!

Allora le sue pupille si riempivano di un bagliore lugubre e straordinario. Non era più un uomo che guarda un uomo; non era un nemico che guarda un nemico, ma un mastino che guarda un ladro.

Sappiamo il resto. Mario continuò a essere folle; un giorno seguì Cosetta in via ovest; un altro giorno parlò col portinaio. Questi dal canto suo ne parlò a Valjean: - Signore, chi sarà quel giovanotto curioso che ha chiesto di voi?

L'indomani Valjean volse a Mario quell'occhiata di cui l'altro finalmente si accorse. Otto giorni dopo, Valjean sgomberò, giurando a se stesso di non porre più piede né al Lussemburgo né in via Ovest. Tornò in via Plumet.

Cosetta non si lagnò, non disse nulla, non fece domande, non cercò di sapere il perché; era già giunta a quello stato in cui temiamo di essere intesi e di tradirci.

Valjean non aveva nessuna esperienza di queste piccolezze, le sole graziose e le sole che egli non conoscesse; perciò non capì il grave significato di quel silenzio della fanciulla. Notò soltanto che lei era diventata triste, e lui divenne cupo. Dall'una e dall'altra parte erano due inesperienze in conflitto.

Una volta, per saggiare, domandò a Cosetta:

- Vuoi venire al Lussemburgo?

Un raggio illuminò il viso pallido di lei.

- Sì - rispose.

Andarono. Ma erano già trascorsi tre mesi, e Mario non ci andava più. Mario non c'era.

L'indomani Valjean le chiese di nuovo:

- Vuoi venire al Lussemburgo?

Essa rispose con triste dolcezza:

- No.

Valjean fu urtato da quella tristezza e straziato da quella dolcezza.

Che cosa avveniva in quella mente così giovane e già così impenetrabile? Che cosa vi stava succedendo? Che avveniva nell'anima di Cosetta? Talvolta Valjean, invece di coricarsi, restava seduto presso il lettuccio con la testa tra le mani, e passava la notte intera a chiedere a se stesso: - Che c'è nell'animo di Cosetta? - e a pensare che cosa essa potesse pensare.

Oh! in quei momenti, che sguardi dolorosi volgeva nella sua mente al convento, a quella casta vetta, a quell'asilo di angeli, a quell'inaccessibile ghiacciaio di virtù! Come contemplava con rapimento disperato quel giardino del convento, pieno di fiori ignorati e di vergini recluse, dove tutti i profumi e tutte le anime salgono diritti verso il cielo! Come adorava quell'eden chiuso per sempre, da cui era volontariamente uscito e stoltamente disceso! Come rimpiangeva la propria abnegazione e la propria demenza per aver ricondotto Cosetta nel mondo - povero eroe abbattuto e vinto dal suo stesso sacrificio! Come diceva tra sé: - Che ho fatto! Di tutto questo, nulla trapelava a Cosetta; né malumore né asprezza. Sempre la stessa fisionomia serena e buona.

I modi erano più teneri e più paterni che mai. Se qualche cosa poteva far indovinare la scemata gioia, era l'accresciuta mansuetudine.

Dal canto suo, Cosetta languiva. Soffriva dell'assenza di Mario come avrebbe goduto della sua presenza, straordinariamente, e senza sapere perché. Quando Valjean smise di condurla alla solita passeggiata, un istinto di donna le mormorò confusamente nel fondo del cuore che non bisognava mostrare di tenerci al Lussemburgo, e che se si fosse mostrata indifferente, suo padre ce l'avrebbe riaccompagnata. Ma trascorsero giorni, settimane e mesi. Valjean aveva accettato tacitamente il tacito consenso di Cosetta. Lei lo rimpianse, ma era troppo tardi; e quando ritornò al Lussemburgo, Mario non c'era più. Mario era dunque sparito. Era finita: che fare? L'avrebbe più ritrovato? Sentì al cuore una stretta, che nulla riusciva a rallentare e che cresceva sempre più. Non seppe più se era d'inverno o d'estate, se c'era il sole o la pioggia, se gli uccelli cantavano, se era la stagione delle dalie o delle pratoline, se il Lussemburgo era più delizioso delle Tuileries, se la biancheria che portava la lavandaia era troppo o poco insaldata, se la Toussaint aveva fatto bene o male "la spesa", e restò abbattuta, assorta, attenta a un solo pensiero, con lo sguardo incerto e fisso, come di chi guarda nelle tenebre il punto buio e profondo in cui ha visto svanire un'apparizione.

Peraltro, neppure lei lasciò scorgere nulla a Valjean, tranne il suo pallore. Continuò ad avere per lui il suo dolce viso.

Ma quel pallore era più che bastante per impensierire Valjean, che le chiedeva talvolta:

- Cos'hai?

Lei rispondeva:

- Nulla.

E dopo una pausa, quasi indovinasse che anch'egli era triste, riprendeva:

- E tu, papà, hai qualche cosa?

- Io? Nulla.

Quei due esseri che si erano amati, in modo tanto esclusivo, di un amore così commovente e che erano vissuti così a lungo l'uno per l'altro, ora soffrivano l'uno accanto all'altro, l'uno a causa dell'altro, ma senza mai dirselo, senza accusarsi, sorridendo.




8. LA CATENA


Fra i due, il più infelice era Valjean. La giovinezza, anche nelle afflizioni, ha sempre una luce tutta sua.

In certi momenti, Valjean soffriva tanto da diventare puerile.

Infatti è proprio del dolore far riapparire il lato fanciullesco dell'uomo. Sentiva invincibilmente che Cosetta gli sfuggiva.

Avrebbe voluto lottare, trattenerla, entusiasmarla con qualche cosa di esteriore e bello. Questi pensieri puerili e nello stesso tempo senili, gli davano con la loro stessa puerilità un'idea abbastanza esatta dell'influenza che esercitano le uniformi sulla fantasia delle ragazze. Una volta gli capitò di veder passare un generale a cavallo in gran tenuta, il conte Coutard, governatore di Parigi. Invidiò quell'uomo tutto splendente, pensando che sarebbe una fortuna poter indossare un abito così appariscente.

Cosetta, vedendolo così, ne sarebbe stata abbagliata; se fosse passato così davanti al cancello delle Tuileries dando il braccio a Cosetta, gli avrebbero presentato le armi; questo sarebbe bastato a Cosetta e non le avrebbe fatto più guardare i giovanotti.

Una cosa inaspettata venne a mescolarsi a quelle tristi idee.

Nella vita ritirata che conducevano, da quando erano andati ad abitare in via Plumet, avevano un'abitudine; delle volte si prendevano il piacere di andare a vedere la levata del sole: gioia tranquilla che conviene a quelli che entrano nella vita e a quelli che ne escono.

Per chi ama la solitudine, passeggiare la mattina per tempo equivale a passeggiare di notte, con di più la giocondità della natura; le vie sono deserte, e gli uccelli cantano. Cosetta, uccellino anche lei, si svegliava volentieri per tempo. Quelle escursioni mattiniere, concertate il giorno prima, proposte da lui, accettate da lei, erano eseguite come un complotto, con l'uscita di casa prima del giorno, ed erano per Cosetta altrettanti piccoli divertimenti. Queste innocenti eccentricità piacciono alla gioventù.

Già sappiamo che Valjean era attratto dai posti meno frequentati, dagli angoli deserti, dai luoghi in cui si dimentica. C'erano allora, alla periferia di Parigi, certi prati meschini, quasi misti all'abitato, in cui d'estate cresceva un grano magro, e che d'autunno, dopo il raccolto, non sembravano mietuti, ma pelati.

Valjean li frequentava di preferenza. Né Cosetta vi si annoiava.

Era per lui la solitudine, per lei la libertà. Là lei ridiventava bambina, poteva correre e quasi giocare; si levava il cappello, lo posava sulle ginocchia di Valjean, e coglieva fiorellini. Ammirava le farfalle sui fiori, ma non dava loro la caccia. La mitezza di animo e la tenerezza nascono con l'amore, e la giovinetta che ha in sé un ideale tremulo e fragile, sente pietà per l'ala della farfalla. Talvolta intrecciava e si poneva sul capo delle ghirlande di rosolacci che, accesi dal sole, imporporati fino a sembrare fiammeggianti, formavano una corona di brace intorno a quel fresco e roseo viso.

Anche dopo che la loro esistenza si era fatta triste, avevano conservato l'abitudine delle passeggiate mattutine. Una mattina d'ottobre dunque, tentati dalla serenità perfetta dell'autunno del 1831, erano usciti, e si trovavano allo spuntar del giorno presso la barriera del Maine. Non era l'aurora, ma l'alba: momento incantevole e selvaggio. Poche costellazioni qua e là nell'azzurro pallido e profondo, la terra tutta nera, il cielo tutto bianco, un fremito nei fili d'erba, dovunque il misterioso brivido del crepuscolo. Un'allodola che sembrava commista alle stelle, cantava a un'altezza prodigiosa, e si sarebbe detto che quell'inno della piccolezza all'infinito colmasse l'immensità. All'oriente il Val- de-Grace disegnava sull'orizzonte, chiaro d'un chiarore d'acciaio, la sua massa scura; Venere splendente saliva dietro quella cupola e dava l'impressione di un'anima che fuggisse via da un edificio tenebroso.

Tutto era pace e silenzio; nessuno in mezzo alla via; sui marciapiedi qualche operaio, appena intravisto, si recava al lavoro.

Valjean s'era seduto nel viale laterale sopra un mucchio di legname deposto alla porta d'un cantiere. Teneva la faccia rivolta alla strada, le spalle alla luce, dimenticando il sole che stava per sorgere; era immerso in una di quelle profonde meditazioni, in cui tutta la mente si concentra, che imprigionano anche lo sguardo, e sono come quattro muri. Certe meditazioni si potrebbero chiamare verticali; quando si è in fondo, ci vuole tempo per risalire sulla terra. Valjean era disceso in una di queste meditazioni. Pensava a Cosetta, alla futura felicità se nulla si intermetteva tra loro due, a quella luce che inondava la sua vita, luce che era il respiro dell'anima sua. In quel suo fantasticare era quasi felice. Cosetta, in piedi accanto a lui, guardava le nubi che si facevano rosee. D'improvviso lei esclamò:

- Papà, si direbbe che qualche cosa viene di laggiù.

Valjean alzò gli occhi.

Cosetta aveva ragione.

La strada che conduce alla vecchia barriera del Maine, come tutti sanno, è un prolungamento della via Sèvres, ed è tagliata ad angolo retto dal boulevard interno. All'angolo della strada e del boulevard, si udiva un rumore difficile a spiegare in quell'ora, e appariva una specie d'ingombro confuso. Qualcosa d'informe, venendo dal boulevard, entrava nella via.

Quel qualche cosa ingrandiva, pareva si muovesse con ordine, eppure era irto e fremente; sembrava un carro, ma non se ne poteva distinguere il carico. C'erano dei cavalli, delle ruote, grida e scoppi di frusta. Via via i contorni si resero distinti, benché immersi nelle tenebre. Era un carro infatti, che aveva girato dal boulevard nella via e si dirigeva verso la barriera, presso la quale era Valjean; un altro della stessa forma lo seguì, poi un terzo, poi un quarto; sette carri sboccarono successivamente, così vicini che le teste dei cavalli toccavano quasi l'estremità posteriore delle vetture. Su quei veicoli si agitavano delle sagome, si vedeva uno scintillio nel crepuscolo come se ci fossero delle sciabole nude, si sentiva un tintinnio che sembrava di catene scosse. Avanzando il convoglio, le voci ingrossavano; era una cosa formidabile, come quelle che escono dalle caverne dei sogni.

Avvicinandosi, tutte quelle cose assunsero una forma più precisa, e si disegnarono attraverso gli alberi,livide come un'apparizione; la massa divenne bianchiccia; il giorno che sorgeva lentamente gettava una pallida luce su quel brulicame sepolcrale e vivente insieme; le teste delle ombre divennero facce cadaveriche. Ed ecco di che si trattava. Sette veicoli avanzavano in fila sulla strada. I primi sei, di una struttura singolare, somigliavano a carri da bottaio, avevano la forma di lunghe scale a mano poste su due ruote e terminanti in due stanghe nel davanti.

Ogni carro, o per meglio dire ogni scala era tirata da quattro cavalli attaccati l'uno dietro all'altro, e tutte trasportavano strani grappoli d'uomini, che la scarsa luce lasciava piuttosto indovinare che vedere. Erano ventiquattro su ciascun veicolo, dodici per parte, addossati gli uni agli altri, con la faccia ai passanti, con le gambe nel vuoto; dietro le spalle avevano qualche cosa che risuonava ed era una catena, e al collo qualcosa che riluceva ed era un collare di ferro. Un collare per ciascuno, ma una catena sola per tutti; di modo che quei ventiquattro uomini, quando avveniva loro di scendere dal carro e di camminare, erano stretti da una solidarietà inesorabile e dovevano serpeggiare sul suolo con la catena per vertebra, press'a poco come un millepiedi.

Al principio e alla fine di ogni carro stavano ritti due uomini armati di fucile, ciascuno con una estremità della catena sotto il piede. I collari erano quadrati. ll settimo carro, vasto furgone scoperto, aveva quattro ruote e sei cavalli, e trasportava un ammasso rumoroso di caldaie di ferro, di marmitte di ghisa, di bracieri e di catene, e tra quell'ammasso giacevano distesi alcuni uomini strettamente legati, che sembravano ammalati. Il furgone scoperto aveva delle grate tutte malandate, che forse erano servite ad antiche torture.

Ai due lati dei carri, che tenevano il mezzo della strada, procedeva una doppia ala di guardie dall'aspetto ributtante, con in testa il tricorno schiacciato come i soldati del direttorio, sporchi, laceri, sordidi, con uniformi d'invalidi e pantaloni di beccamorti, a due colori, grigio e turchini, quasi a brandelli; le spalline rosse, le tracolle gialle, sciabole, fucili e bastoni:

una specie di soldati predoni. Gli sbirri parevano unire in sé l'abiezione del mendicante e l'autorità del carnefice. Quello che pareva il loro capo teneva in mano una frusta da postiglione.

Tutti questi particolari, incerti nel crepuscolo, diventavano sempre più distinti a mano a mano che cresceva la luce. In testa e in coda del convoglio, procedevano i gendarmi a cavallo, gravi, con le sciabole sguainate.

Era un corteo così lungo che mentre il primo carro toccava la barriera, il settimo sboccava appena dal boulevard.

Una folla scaturita non si sa di dove e formatasi in un batter d'occhio, come accade spesso a Parigi, si accalcava ai due lati della strada maestra per guardare. Nei vicoli vicini si udivano le grida di persone che si chiamavano e gli zoccoli degli ortolani che accorrevano per vedere.

Gli uomini ammucchiati sui carri si lasciavano trasportare in silenzio. Erano tutti lividi per il freddo mattutino. Avevano tutti i calzoni di tela e i piedi nudi negli zoccoli; le altre parti del vestiario, abbandonate al capriccio della miseria, erano luridamente disparate. Non c'è niente di più lugubre della varietà dei cenci: feltri sfondati, berretti incatramati, sudici berretti di lana, il vestito campagnolo accanto all'abito nero lacero ai gomiti; parecchi avevano un cappello di donna, altri tenevano in testa un paniere, di alcuni si vedeva il petto villoso; attraverso gli strappi del vestito si distinguevano dei tatuaggi, un tempio d'amore, un cuore infiammato, un Cupido. Si scorgevano pure degli erpeti e degli eritema sospetti. Due o tre tenevano a sostegno dei loro piedi una corda fissata alle traverse del carro, sospesa sotto di essi come una staffa. Uno teneva in mano e si portava alla bocca qualcosa che sembrava una pietra nera, e che lui mordeva: era pane. Non si vedevano che occhi secchi, spenti, o luccicanti di una luce sinistra. La truppa di scorta bestemmiava; gli incatenati non fiatavano; ogni tanto si sentiva il rumore di una bastonata sulle spalle o sulla testa; taluni sbadigliavano; i cenci erano terribili; i piedi penzolavano, le spalle oscillavano, le teste si urtavano, i ferri risonavano, le pupille brillavano ferocemente, le mani si contraevano o si aprivano inerti come le mani di un cadavere; e dietro al convoglio una frotta di fanciulli si sbellicava dalle risa.

Quella fila di carri era lugubre. Era evidente che l'indomani, o anche tra un'ora, poteva cadere un acquazzone, seguito da un secondo, da un terzo, e che quei laceri vestiti si sarebbero inzuppati; una volta bagnati, quegli uomini non si sarebbero più asciugati; una volta intirizziti non si sarebbero più riscaldati; la pioggia avrebbe incollato sulle loro ossa i calzoni di tela, l'acqua avrebbe riempito i loro zoccoli; le frustate non avrebbero potuto impedir loro di battere i denti; la catena avrebbe continuato a tenerli per il collo; i piedi avrebbero continuato a penzolare; ed era impossibile non fremere a vedere quelle creature umane così legate e passive sotto le fredde brume autunnali, ed esposte all'acqua, al vento, a tutte le furie dell'atmosfera, come alberi e come sassi.

I colpi di bastone non risparmiavano nemmeno i malati, che giacevano stretti dalle corde e immobilizzati sul settimo carro, che parevano gettati là come sacchi colmi di miserie.

D'improvviso spuntò il sole; l'immenso raggio dell'oriente che balzò fuori parve appiccare il fuoco a tutte quelle teste selvagge. Le lingue si sciolsero; esplose un incendio di risa, di bestemmie, di canti. La larga striscia di luce orizzontale tagliò tutta la fila, illuminando le teste e i dorsi, e lasciando nell'ombra i piedi e le ruote. I pensieri apparvero sui volti.

Momento terribile! Erano demoni visibili al cader della maschera, anime feroci esposte a nudo. Benché rischiarata, quella turba rimaneva tenebrosa. Alcuni, allegri, avevano tra le labbra un cannello di penna, con cui soffiavano sulla folla e di preferenza sulle donne, dei sudici insetti. L'aurora, con la densità delle ombre, accentuava quei miserabili profili. Ognuna di quelle creature era deforme a forza di miseria. Tutto l'insieme era così mostruoso che si sarebbe detto mutasse la luce del sole in un luccicar di lampo. La carrettata che apriva il corteo aveva intonato e cantava a squarciagola, con una giovialità truculenta, una filastrocca allora famosa di Désaugiers, la "Vestale"; gli alberi fremevano lugubremente; nei viali laterali, alcuni borghesi ascoltavano con una beatitudine idiota quegli allegri motivi cantati da spettri.

Un caos di tutte le miserie umane era quel convoglio; c'era l'angolo facciale di tutte le bestie: vecchi, adolescenti, crani nudi, barbe grigie, cinismi mostruosi, astiose rassegnazioni, rictus selvaggi, atteggiamenti insensati, ceffi nascosti sotto il berretto, volti che parevano di fanciulle con i ricci sulle tempie, fisionomie fanciullesche e perciò più orribili, facce sparute di scheletri a cui mancava solo la morte. Sul primo carro c'era un negro, il quale, forse, era stato schiavo e poteva paragonare le catene. Su tutte quelle fronti era passato il terribile livello inferiore della vergogna; a quel grado di avvilimento tutti avevano subito le ultime trasformazioni nelle ultime profondità; e l'ignoranza mutata in ebetismo era pari all'intelligenza mutata in disperazione. Nessuna possibile scelta fra quegli uomini, che apparivano come il fior fiore della melma.

Evidentemente l'ordinatore di quella immonda processione non li aveva classificati: quegli esseri erano stati legati e accoppiati a caso, forse con disordine alfabetico, e alla rinfusa caricati su quei veicoli. Ma gli orrori aggruppati finiscono sempre col produrre una risultante; ogni addizione di disgraziati dà un totale; e da ognuna di quelle lunghe catene usciva un'anima comune, ogni carrettata aveva la sua fisionomia. Dopo quella che cantava ce n'era una che urlava, una terza chiedeva l'elemosina; ce n'era una che digrignava i denti, un'altra minacciava i passanti, un'altra bestemmiava Dio, l'ultima era muta come la tomba. Dante avrebbe creduto di vedere i sette cerchi dell'inferno in cammino.

Marcia di condannati verso i supplizi, compiuta sinistramente, non già sul formidabile folgorante carro dell'Apocalisse, ma, cosa più tetra, sulla carretta delle gemonie.

Uno dei guardiani, che aveva un gancio alla punta del bastone, ogni tanto rimuoveva quel mucchio di lordure umane. Una vecchia nella folla le indicava col dito a un bimbo di cinque anni, e gli diceva: - "Così imparerai, briccone!".

Siccome i canti e le bestemmie aumentavano, colui che pareva il capo della scorta fece schioccare la frusta, e a quel segno una terribile scarica di bastonate sorde e cieche cadde sulle sette carrettate col rumore di una gragnuola. Molti ruggirono, con la bava alla bocca - il che raddoppiò la gioia dei monelli accorsi, nugolo di mosche su quelle piaghe.

L'occhio di Valjean era diventato terribile. Non era più una pupilla; era quel profondo cristallo che in certi sventurati sostituisce lo sguardo, che sembra incosciente della realtà, e in cui fiammeggia il riflesso degli spaventi e delle catastrofi. Non osservava uno spettacolo, ma subiva una visione. Volle alzarsi, fuggire, fuggire, ma non poté muovere un piede. Talvolta le cose che vediamo ci afferrano e ci tengono. Restò inchiodato, pietrificato, istupidito, chiedendo a se stesso, in mezzo a una confusa inesprimibile angoscia, che mai significasse quella persecuzione sepolcrale, da dove uscisse quel pandemonio che l'inseguiva. A un tratto portò la mano alla fronte, - gesto abituale in quelli ai quali la memoria torna d'improvviso; - si ricordò che era quello infatti l'itinerario, che quel giro si faceva per evitare l'incontro di un corteo reale, sempre possibile sulla strada di fontainebleau, e che trentacinque anni prima egli era passato per quella barriera.

Cosetta non era meno spaventata, benché in modo diverso. Lei non capiva; si sentiva mancare il respiro; quello che vedeva non le sembrava possibile.

Alla fine esclamò:

- Papà, che cosa c'è in quelle vetture?

Valjean rispose:

- Sono forzati.

- E dove vanno?

- Alle galere.

In quell'istante alle bastonate, moltiplicate da cento mani, diventate più furibonde, si aggiunsero anche le frustate; fu come una rabbia di fruste e di bastoni. I galeotti si curvavano, una orribile obbedienza sorse dal supplizio, e tacquero tutti con occhiate di lupi incatenati. Cosetta, che tremava tutta riprese:

- Papà, ma sono ancora uomini quelli?

- Qualche volta - rispose il miserabile.

Era infatti la Catena che, partita prima di giorno da Bicêtre, prendeva la strada del Mans per evitare fontainebleau, dov'era allora il re. Quel giro faceva durare lo spaventevole viaggio tre o quattro giorni di più; ma si può ben aggravare un supplizio per risparmiarne la vista alla persona del re.

Valjean tornò a casa abbattuto. Simili incontri sono scosse, e il ricordo che lasciano somiglia a un crollo.

Però, tornando con Cosetta in via Babilonia, non notò che lei gli facesse altre domande su quello che avevano visto; forse lui era troppo assorto nel suo abbattimento per udire le sue parole e per risponderle. Alla sera però, mentre Cosetta lo lasciava per andare a coricarsi, la sentì dire sottovoce come se parlasse tra sé: - Dio mio! se trovassi sulla mia strada uno di quegli uomini, morirei solo a vederlo da vicino!

Per fortuna, si dette il caso che all'indomani di quel tragico giorno, in occasione di non so più quale solennità ufficiale, a Parigi ci furono dei festeggiamenti, rivista al Campo di Marte, gare sulla Senna, teatri ai Campi Elisi, fuochi d'artificio all'Etoile e illuminazioni da per tutto. Facendo violenza alle proprie abitudini, Valjean condusse Cosetta a quelle feste, per distrarla dal ricordo del giorno prima e cancellare col ridente tumulto di tutta Parigi lo spettacolo abominevole che le era passato davanti.

La rivista, che coronava la festa, rendeva naturale la circolazione delle uniformi; Valjean indossò la propria di guardia nazionale, col vago sentimento interiore dell'uomo che si rifugia.

Del resto, lo scopo della passeggiata parve raggiunto. Cosetta, che si faceva un dovere di compiacere suo padre, e per la quale del resto ogni spettacolo era nuovo, accettò la distrazione con la buona grazia facile e leggera dell'adolescenza, e non fece troppo la schizzinosa per quella gioia volgare; in tal modo Valjean poté credere di avere ottenuto l'intento e di aver fatto scomparire ogni traccia dell'orrida visione.

Alcuni giorni dopo, una mattina, mentre c'era un bel sole e si trovavano tutti e due sul poggiolo del giardino, - altra infrazione alle regole che Valjean si era imposto, e all'abitudine di starsene nella propria camera che la tristezza aveva fatto prendere a Cosetta, - Cosetta, in accappatoio, se ne stava in piedi, in quella vestaglia mattutina che avvolge così adorabilmente le fanciulle e che sembra la nuvola sull'astro, e, col capo nella luce, rosea per aver ben dormito, guardata dolcemente dal vecchio intenerito, sfogliava una margheritina.

Essa ignorava la graziosa leggenda del "t'amo, un po', appassionatamente", eccetera. Chi gliela avrebbe dovuta insegnare?

Maneggiava quel fiore innocentemente, per istinto, ignorando che sfogliare una margherita vuol dire sfogliare un cuore. Se ci fosse una quarta Grazia chiamata Malinconia, e fosse sorridente, essa sarebbe sembrata quella Grazia. Valjean era affascinato dalla contemplazione di quelle piccole dita su quel fiore, tutto dimenticando nel fascino che emanava quella fanciulla.

Un pettirosso bisbigliava nel cespuglio vicino, e alcune bianche nuvole attraversavano il cielo così allegramente che si sarebbe creduto fossero state messe in libertà.

Cosetta continuava a sfogliare attentamente il fiore; pareva pensasse a qualche cosa, qualcosa di grazioso; a un tratto volse la testa sulla spalla con la lentezza delicata del cigno, e chiese a Valjean:

Papà, che cosa sono le galere?




Libro 4


UN AIUTO DAL BASSO PUO' ESSERE UN AIUTO DALL'ALTO.



1. FERITA ESTERNA, GUARIGIONE INTERNA


Così, lentamente, la loro vita si rabbuiava.

Non avevano più che una sola distrazione, che era stata prima una felicità: andare a portar del pane a chi aveva fame e delle vesti a chi aveva freddo. In quelle visite ai poveri, nelle quali Cosetta accompagnava spesso Valjean, ritrovavano un avanzo della loro antica giocondità; e talvolta, quando la giornata era stata buona, quando c'erano state molte miserie da soccorrere e molti bimbi da vestire e da riscaldare, la sera, Cosetta era un po' allegra. Fu in quell'epoca che avvenne la visita alla stamberga Jondrette.

La mattina successiva a quella visita, Valjean comparve nel padiglione, calmo come al solito, ma con una larga piaga nel braccio sinistro, molto infiammata; pareva una scottatura, ma lui la spiegò in un modo qualunque. Quella ferita gli portò la febbre per più d'un mese e l'obbligò a stare in casa. Non voleva nessun medico, e quando Cosetta gliene parlava: - Chiama il medico dei cani - diceva.

Cosetta lo medicava mattina e sera, con un volto così divino e con tanta angelica contentezza di essergli utile, che Valjean sentiva tornare tutta l'antica gioia e svanire ogni timore e ogni ansietà.

Contemplava Cosetta, dicendo: - Oh! che buona ferita! che male fortunato!

Vedendo il padre ammalato, Cosetta aveva disertato il padiglione e ripreso gusto per la casetta e il cortile interno. Passava quasi tutta la giornata accanto a Valjean, leggendogli i libri che gli piacevano, in generale libri di viaggi. Valjean si sentiva rinascere, sentiva ravvivarsi di luce ineffabile la sua felicità; il Lussemburgo, il passeggiatore sconosciuto, il raffreddamento di Cosetta, tutte quelle nubi dell'anima sua si cancellavano, ed egli arrivava a pensare: - Era tutta una mia immaginazione; sono un vecchio pazzo.

Era tanta la sua contentezza che l'orribile scoperta dei Thénardier, nella stamberga Jondrette, era per così dire scivolata su di lui. Era riuscito a porsi in salvo; la sua traccia era perduta; che gli importava il resto? Ci pensava solo per compiangere quei miserabili: - Eccoli in prigione e ormai impotenti a nuocere! - pensava. - Ma che lacrimevole squallore in quella famiglia!

Quanto all'orribile visione della barriera del Maine, Cosetta non ne aveva più parlato.

In convento suor Matilde aveva insegnato musica a Cosetta. E siccome Cosetta aveva la voce di una capinera dotata di un'anima, talvolta la sera, nell'umile cameretta del ferito, lei cantava delle canzoni malinconiche che rallegravano Valjean. Tornava la primavera e il giardino era così bello in quella stagione, che Valjean disse alla fanciulla:

- Tu non ne profitti mai, voglio che ci vada a passeggiare.

- Come vuoi, papà - essa rispose.

E per obbedire al padre riprese a passeggiare nel giardino, il più delle volte sola, perché Valjean, come abbiamo detto, temendo forse di essere visto dal cancello, non vi si recava quasi mai. La ferita di Valjean era stata una diversione. Quando vide che suo padre soffriva meno, e guariva, e sembrava felice, Cosetta provò una gioia che non notò neppure, tanto arrivò insensibile e naturale. E poi, si era di marzo; i giorni si allungavano; l'inverno se ne andava; e l'inverno si porta via sempre qualcosa delle nostre tristezze; e venne l'aprile, questa alba dell'estate, fresco come tutte le erbe, gaio come tutte le infanzie, un po' piagnucoloso talvolta da quel neonato che è. La natura in aprile ha splendori incantevoli, che dal cielo, dalle nuvole, dagli alberi, dai prati, dai fiori passano nel cuore dell'uomo. Cosetta era ancora troppo giovane per non essere compenetrata da quella gioia d'aprile, che tanto le somigliava. Senza accorgersene, il buio svanì dall'anima sua. La primavera rischiara le anime tristi come il sole di mezzogiorno rischiara le cantine. Anche Cosetta non era più molto triste. Del resto, era così, ma lei non se ne rendeva conto. La mattina, verso le dieci, quando dopo la colazione era riuscita a trascinare il padre per un quarto d'ora in giardino e a farlo passeggiare al sole presso il poggiolo, sostenendogli il braccio malato, non s'accorgeva di ridere a ogni istante e di essere felice.

Valjean inebriato, la vedeva tornare vermiglia e fresca.

- Oh che buona ferita! - ripeteva sottovoce.

Ed era grato ai Thénardier.

Quando fu guarito, riprese le sue passeggiate solitarie e crepuscolari.

E' un errore supporre che si possa passeggiare soli nei luoghi disabitati di Parigi senza imbattersi in qualche avventura.




2. MAMMA PLUTARCO NON E' IMBARAZZATA A SPIEGARE UN FENOMENO


Una sera il piccolo Gavroche non aveva mangiato; si ricordò che non aveva neppure pranzato il giorno prima, e la cosa cominciava a seccarlo. Decise quindi di tentare di cenare, e se ne andò a gironzolare al di là della Salpêtrière, nei luoghi deserti, dove appunto capitano risorse inaspettate. Dove non c'è nessuno si trova sempre qualcosa. Giunse a un gruppo di case che gli parve fosse il villaggio di Austerlitz.

In una sua precedente scorreria, aveva notato un vecchio giardino, abitato da un vecchio e da una vecchia, e in quel giardino un discreto albero di mele, e accanto all'albero un ripostiglio da frutta mal chiuso, nel quale si poteva arraffare una mela. E una mela è la cena; una mela è la vita. Quella che perse Adamo poteva salvare Gavroche. Il giardino costeggiava, separato da una siepe, un vicolo solitario, non selciato, fiancheggiato da sterpaglie in attesa delle case.

Gavroche si diresse verso il giardino, ritrovò il vicolo, riconobbe il melo, constatò che c'era il ripostiglio, esaminò la siepe; scavalcare una siepe non è che un passo. La luce andava declinando; non un gatto nel vicolo; il momento era buono.

Gavroche iniziò la scalata, ma ad un tratto si fermò; nel giardino si parlava. Guardò attraverso un vano della siepe. A due passi da lui, ai piedi della siepe, dall'altra parte, precisamente nel punto in cui l'avrebbe fatto sboccare l'impresa che meditava, c'era un pilastrino rovesciato a terra che formava una specie di sedile, e su quel sedile era seduto il vecchio del giardino, e dinanzi a lui in piedi c'era la vecchia. Questa borbottava e Gavroche poco discreto, ascoltò:

- Signor Mabeuf! - diceva la vecchia.

-Mabeuf! - pensò Gavroche. - Che nome buffo!

Il vecchio interpellato non fiatava, e la vecchia ripeté:

- Signor Mabeuf!

Il vecchio, senza alzare gli occhi da terra, si decise a rispondere.

- Cosa c'è, mamma Plutarco?

- Mamma Plutarco! - pensò Gavroche. - Un altro nome buffo.

Mamma Plutarco riprese a parlare, e al vecchio fu giocoforza accettare la conversazione.

- Il padrone di casa non è contento.

- Perché?

- Gli dovete tre rate.

- Fra tre mesi gliene dovrò quattro.

- Dice che vi manderà a dormire fuori.

- Ci andrò.

- La fruttivendola vuole esser pagata, e non ci dà più fascine.

Come farete a riscaldarvi quest'inverno? Resteremo senza legna.

- C'è il sole.

- Il macellaio non vuol far credito, non ci dà più carne.

- Va benissimo; io digerisco male la carne; è pesante.

- E cosa mangeremo?

- Pane.

- Il fornaio vuole un acconto, e dice che senza quattrini non c'è pane.

- Va bene.

- Che cosa mangerete?

- Abbiamo le mele della nostra pianta.

- Ma, signore, non si può vivere così senza denari.

- Non ne ho.

La donna si allontanò. Rimasto solo, il vecchio si mise a pensare.

Dal canto suo anche Gavroche pensava. Si faceva quasi notte. Il primo risultato della meditazione di Gavroche fu che invece d'oltrepassare la siepe, vi si rannicchiò sotto, profittando del vano che lasciavano in basso alcuni rami scostati della sterpaglia.

- Toh, un letto! - esclamò fra sé, e vi si accosciò. Era quasi addossato al sedile di papà Mabeuf, sentiva l'ottuagenario respirare.

Allora, per pranzare, procurò di dormire.

Sonno da gatto, con un occhio solo; pur assopendosi, Gavroche vigilava.

Il chiarore del cielo al crepuscolo imbiancava la terra, e il vicolo formava una linea livida tra due file di cespugli oscuri. A un tratto, su quella striscia biancastra, apparvero due ombre, una davanti e l'altra, a qualche distanza, dietro.

- Ecco due individui - borbottò Gavroche.

La prima ombra sembrava un vecchio borghese curvo e pensoso, vestito più che semplicemente, che camminava adagio a motivo dell'età, e andava a zonzo di sera al lume delle stelle.

La seconda era dritta, risoluta, snella, e misurava il proprio passo su quello della prima, ma, nella volontaria lentezza dell'andatura, si sentiva l'agilità e l'elasticità. Questa seconda figura aveva, con un non so che di feroce e d'allarmante, tutto l'aspetto di ciò che allora si chiamava un elegante; il cappello era di buona forma, l'abito nero, di buon taglio, probabilmente di panno fino e stretto alla vita. La testa si ergeva con una certa grazia robusta, e, sotto il cappello, s'intravedeva nel crepuscolo un pallido profilo di adolescente, con una rosa in bocca. Gavroche riconobbe subito questa seconda figura: era Montparnasse.

Dell'altra non avrebbe potuto dire nulla, tranne che pareva un vecchio galantuomo.

Il monello si pose subito in vedetta. Evidentemente, uno dei due passanti aveva qualche progetto sull'altro. Gavroche era ben collocato per vedere il seguito. Il letto era diventato, molto opportunamente un nascondiglio.

Montparnasse a caccia, a quell'ora, in quel luogo, era una cosa minacciosa; Gavroche sentiva le sue viscere di monello muoversi a pietà per il vecchio.

Che fare? Intervenire? Una debolezza in aiuto di un'altra! Era una cosa da ridere per Montparnasse! Gavroche non si nascondeva che, per quel formidabile bandito di diciotto anni, il vecchio e il ragazzo erano soltanto due bocconi.

Mentre Gavroche deliberava, l'assalto si svolse rapido e orribile:

assalto da tigre a onagro, da ragno a mosca. D'improvviso, Montparnasse, gettata la rosa, balzò sul vecchio, l'afferrò per il collo, lo strinse, vi si aggrappò; a stento Gavroche poté trattenere un grido. Un momento dopo, uno di quei due uomini era sotto l'altro, oppresso, rantolante, dibattendosi. Se non che la cosa non era andata precisamente come Gavroche s'attendeva: quello che si trovava a terra era Montparnasse, e il vecchio gli stava sopra. Tutto questo accadeva a pochi passi da Gavroche.

Il vecchio, ricevuto l'urto, era passato al contrattacco, un contrattacco così terribile che in un batter d'occhio assalitore e assalito avevano invertito le parti.

- Ecco un invalido magnifico! - pensò Gavroche.

E non poté trattenersi dal battere le mani. Ma fu un applauso perduto, che non arrivò fino ai combattenti, assorbiti e assordati l'uno dall'altro, mescolando gli aneliti nella lotta.

Si fece silenzio. Montparnasse cessò di dibattersi, e Gavroche disse tra sé: - Che sia morto?

Il vecchio non aveva profferito una parola, né dato un grido. Si rialzò, e Gavroche lo sentì dire a Montparnasse:

- Alzati.

Montparnasse si alzò, ma tenuto sempre dal vecchio. Aveva l'atteggiamento umiliato e furioso di un lupo colpito da un montone.

Gavroche guardava e ascoltava, sforzandosi di raddoppiare con le orecchie l'intensità della vista; si divertiva enormemente.

E fu ricompensato della sua coscienziosa ansietà di spettatore:

poté afferrare a volo il seguente dialogo, che prendeva nell'oscurità un certo tono tragico. Era lo sconosciuto che interrogava, e Montparnasse rispondeva:

- Quanti anni hai?

- Diciannove.

- Sei forte e robusto. Perché non lavori?

- Mi annoia.

- Qual è il tuo mestiere?

- Fannullone.

- Parla sul serio. Posso fare qualche cosa per te? Che vuoi essere?

- Ladro.

Ci fu una pausa. Il vecchio pareva profondamente pensoso, e se ne stava immobile, senza lasciare Montparnasse.

Ogni tanto il giovane bandito, vigoroso e svelto, aveva dei sussulti da bestia colta al laccio, dava una strappata, tentava uno sgambetto, torceva disperatamente le membra, tentava di fuggire. Ma il vecchio pareva non accorgersene, e gli teneva tutti e due i polsi con una sola mano, con la suprema indifferenza di una forza assoluta.

La meditazione del vecchio durò qualche tempo; poi, fissando Montparnasse, alzò leggermente la voce, e là in mezzo alle tenebre da cui erano circondati, gli rivolse una specie d'allocuzione solenne, di cui Gavroche non perse una sillaba:

- Ragazzo mio, tu entri per pigrizia nella più faticosa delle esistenze. Ah! tu ti dichiari fannullone! Ebbene, preparati a lavorare. Hai visto mai quella formidabile macchina che si chiama laminatoio? Bisogna starci attento, è sorniona e feroce, se ti piglia per una falda dell'abito, ci passerai tutto intero. Questa macchina è l'ozio. Fermati mentre sei ancora in tempo, e mettiti in salvo, altrimenti è finita; tra poco sarai nell'ingranaggio, e una volta afferrato, non sperare più nulla. Al lavoro, poltrone, e non più riposo! La mano di ferro del lavoro implacabile ti ha ghermito. Guadagnarti da vivere, avere un'occupazione, compiere un dovere, tutto questo non lo vuoi, ti annoi d'essere come gli altri! Ebbene, sarai diverso. Il lavoro è legge; chi lo respinge come noia, l'avrà come supplizio. Non vuoi essere un operaio, sarai uno schiavo. Il lavoro ti lascia da un lato solo per riprenderti dall'altro; se non vuoi essere suo amico, sarai il suo negro. Ah, tu non ne vuoi sapere dell'onesta stanchezza degli uomini! Ebbene, avrai il sudore dei dannati; mentre gli altri cantano, tu rantolerai. Vedrai da lontano, dal basso, gli altri uomini al lavoro, e ti sembrerà che riposino, e l'agricoltore, il mietitore, il marinaio, il fabbro ti appariranno circondati di luce, come i beati del paradiso. Quale splendore nell'incudine!

Che gioia guidare l'aratro e legare i covoni! Che festa la nave libera nel vento! E tu ozioso, zappa, trasporta, rotola, cammina!

Tira la cavezza, eccoti bestia da soma nell'equipaggio infernale!

Ah! il tuo scopo era di non fare nulla! Ebbene, non avrai una settimana, un giorno, un'ora senza stanchezza; non potrai sollevare nulla senza angoscia; e ogni minuto che trascorrerà farà scricchiolare i tuoi muscoli. Ciò che per gli altri è una piuma, per te sarà una roccia; le cose più semplici diventeranno aspre; la vita intorno a te diventerà una cosa mostruosa. Andare, venire, respirare, saranno altrettante fatiche terribili; i tuoi polmoni ti peseranno più di cento libbre. Il muoverti da questa piuttosto che da quella parte sarà un problema da risolvere. Chiunque vuol uscire spinge la porta; è fatto, eccolo fuori, tu, se vorrai uscire, dovrai traforare il muro. Per andare nella via che cosa fanno tutti? Scendono le scale. Tu invece dovrai lacerare le lenzuola del letto, e farne una corda; poi passerai per la finestra e ti sospenderai a quel filo sopra un abisso; e lo farai di notte, nel temporale, nella pioggia, nella bufera; e se la corda sarà troppo corta, non ti rimarrà che un solo modo di scendere: cadere. Cadere a caso, nell'abisso da un'altezza qualsiasi, e su che cosa? Su ciò che è sotto, sull'ignoto. Oppure ti arrampicherai per la canna di un camino, col rischio di bruciarti; o striscerai in un tubo di fogna, col rischio di annegarti. Non ti parlo dei buchi che bisogna mascherare, delle pietre che bisogna togliere e rimettere venti volte al giorno, dei calcinacci che bisogna nascondere nel pagliericcio. Se s'incontra una toppa, gli altri hanno una chiave lavorata da un fabbro. Tu invece, se vuoi passare oltre, sei condannato a fabbricare un terribile capolavoro: dovrai pigliare un soldone e tagliarlo in due lamine: con quali strumenti? Li inventerai: è una cosa che ti riguarda. Poi scaverai nell'interno di quelle piastrelle ponendo ogni cura di non intaccarle di fuori, e ci praticherai in giro sull'orlo un passo di vite, in modo che aderiscano perfettamente l'una sull'altra, come un fondo e un coperchio. Avvitate così le due parti, non si indovinerà più niente: per i guardiani, giacché tu sarai vigilato, quello sarà un soldone, per te una scatola. E che ci metterai in quella scatola? Un pezzettino d'acciaio, una molla da orologio, da cui tu, facendoci i denti, avrai tratto una sega. Con quella sega lunga come uno spillo e nascosta in un soldo, dovrai tagliare la stanghetta della toppa, il bastone del chiavistello, l'arco del lucchetto, l'inferriata che avrai alla finestra, il ceppo che ti stringerà il piede. Terminato quel capolavoro, compiuto quel prodigio, eseguiti tutti quei miracoli d'arte, di destrezza, di abilità e di pazienza, se vengono a scoprire che tu ne sei l'autore, quale compenso ne otterrai? La segreta. Ecco il tuo avvenire. La pigrizia, il piacere, che precipizi! Non far nulla, è una lugubre risoluzione, lo sai tu?

E' la via che conduce all'abisso della miseria. Disgraziato chi vuol essere parassita; diventerà un insetto schifoso. Ah! tu hai un solo pensiero: bere, mangiare e dormire bene! E tu berrai acqua, mangerai pane nero, dormirai sopra una tavola con una catena ribadita ai piedi di cui sentirai di notte, il freddo sulle carni! Spezzerai quei ferri e fuggirai; bene; e ti trascinerai carponi nella sterpaglia e ti nutrirai di erbe come gli animali dei boschi. Poi, ti ripiglieranno, e allora vivrai per anni in un sotterraneo, inchiodato al muro, costretto a cercare l'orcio a tentoni quando vorrai bere, ad addentare un orribile pane nero che non mangerebbero i cani, a pascerti di fave già rosicchiate dai vermi; diventerai uno scarafaggio in fondo a una cantina. Abbi pietà di te stesso, miserabile ragazzo, così giovane, che succhiavi il latte meno di vent'anni fa, e che certo hai ancora una madre! Te ne scongiuro, ascoltami. Tu vuoi vestirti di bel panno nero, calzare delle scarpe verniciate, arricciarti i capelli, profumarti, vuoi piacere alle ragazze, essere bello; e invece avrai il capo raso, una casacca rossa e un paio di zoccoli.

Vuoi un anello al dito e te lo metteranno al collo, e per ogni sguardo che lancerai a una donna, avrai un colpo di bastone.

Entrerai laggiù a vent'anni, ne uscirai a cinquanta! Entrerai giovane, roseo, fresco, coi tuoi occhi splendenti e i denti bianchi, con la tua bella capigliatura di adolescente, e ne uscirai affranto, curvo, rugoso, sdentato, coì capelli bianchi, orribile! Ah! povero giovane, hai sbagliato strada, e la fannullaggine ti consiglia male; il lavoro più insopportabile è il furto. Non è un mestiere comodo quello del furfante; è meno scomodo fare il galantuomo. E ora vattene, e pensa a quello che ti ho detto. A proposito, che volevi da me? La borsa? Eccola.

E il vecchio, lasciando libero Montparnasse, gli mise in mano la borsa, che l'altro soppesò un momento; quindi, con meccanica precauzione, proprio come se l'avesse rubata, la fece scivolare leggermente nella tasca posteriore dell'abito.

Ciò detto e fatto, il vecchio volse le spalle e riprese tranquillamente la passeggiata.

- Imbecille! - mormorò Montparnasse.

Chi era quell'uomo? Il lettore l'ha senza dubbio indovinato.

Montparnasse restò attonito a vederlo sparire nel crepuscolo. Ma quella contemplazione gli riuscì fatale. Mentre il vecchio si allontanava, Gavroche si avvicinava.

Con un'occhiata di sbieco, il monello si assicurò che Mabeuf, forse addormentato, era ancora seduto al suo banco; poi uscì dalla siepe e si mise a strisciare nell'ombra dietro a Montparnasse. In tal modo riuscì ad avvicinarsi a lui senza essere visto né udito:

poi, insinuata dolcemente la mano nella tasca posteriore dell'abito di fine panno nero, prese la borsa, ritirò la mano, e, sempre strisciando, si allontanò nelle tenebre come un serpente.

Montparnasse, che non aveva nessun motivo di stare in guardia e che per la prima volta in vita sua era pensieroso, non si avvide di nulla. Dal canto suo Gavroche, tornato al punto dov'era papà Mabeuf, lanciò la borsa di là dalla siepe, e scappò a gambe levate.

La borsa cadde sopra un piede di Mabeuf, il quale, svegliato da quell'urto, si chinò, la raccolse, non ci capì niente e l'aprì.

Aveva due scompartimenti, e conteneva nell'uno alcuni spiccioli, nell'altro sei napoleoni.

Mabeuf, tutto sconvolto, la portò alla sua governante.

- E' caduta dal cielo! - disse mamma Plutarco.




Libro 5


IN CUI LA FINE NON SOMIGLIA AL PRINCIPIO



1. SOLITUDINE E CASERMA


Il dolore di Cosetta, così pungente ancora dopo quattro o cinque mesi prima, era, a sua stessa insaputa, entrato in convalescenza.

La natura, la primavera, la giovinezza, l'amore per suo padre, la gaiezza degli uccelli e dei fiori, facevano filtrare a poco a poco, giorno per giorno, a goccia a goccia, in quell'anima così vergine e così giovane, qualcosa che somigliava alla dimenticanza.

Il fuoco andava forse interamente spegnendosi, oppure vi si formavano degli strati di cenere? Fatto sta che essa non avvertiva più alcun punto doloroso e cocente.

Un giorno penso d'un tratto a Mario: - Guarda! - disse-non ci penso più.

In quella stessa settimana notò, mentre passava davanti al cancello del giardino, un bellissimo ufficiale dei lancieri: vita di vespa, divisa inappuntabile, guance di fanciulla, sciabola sotto il braccio, baffi incerottati, chepì verniciato; inoltre, capelli biondi, occhi azzurri a fior di testa, viso tondo, vanesio, insolente e grazioso; il contrapposto di Mario. Teneva il sigaro in bocca. Cosetta pensò che quell'ufficiale apparteneva al reggimento acquartierato nella caserma di via Babilonia.

L'indomani lo rivide passare e notò l'ora.

Da allora - era un caso? - lo vide passare ogni giorno.

I compagni dell'ufficiale, si accorsero che in quel giardino "mal tenuto", dietro a quel brutto cancello rococò, c'era una bellissima creatura, che si trovava sempre lì quando passava il bel tenente, il quale poi non è ignoto al lettore e si chiamava Teodulo Gillenormand.

- Toh! c'è là una piccina che ti fa l'occhietto - gli dissero.

Guardala dunque.

- Ho forse il tempo - rispose il lanciere - di guardare tutte le ragazze che mi pongono gli occhi addosso?

Proprio in quel momento Mario scendeva gravemente verso l'agonia, dicendo: - Potessi almeno rivederla prima di morire! Se il suo desiderio si fosse realizzato, se avesse visto Cosetta guardare un lanciere, non avrebbe pronunciato una parola e sarebbe spirato dal dolore.

Di chi la colpa? Di nessuno.

Mario era uno di quei caratteri che affondano nel dolore e ci rimangono; invece Cosetta uno di quelli che vi si tuffano e ne escono.

Cosetta del resto attraversava quel momento pericoloso - fase fatale della fantasia femminile abbandonata a se stessa - in cui il cuore di una giovinetta isolata somiglia a quei viticci che si aggrappano, come vuole il caso, al capitello di una colonna di marmo o al palo di un'osteria. Momento rapido e decisivo, critico per tutte le orfane, ricche o povere, perché la ricchezza non preserva da una cattiva scelta. Anche nelle più alte sfere si fanno dei matrimoni disparati, e la vera disparità è quella delle anime. Come un giovane sconosciuto, senza nome, senza nascita, senza fortuna, vale assai di meno di un capitello di marmo che sostiene un tempio di grandi sentimenti e di grandi idee, così il tale uomo di mondo, soddisfatto e dovizioso, che ha le scarpe lucide e le parole melliflue, visto non dal di fuori, ma dall'interno, vale a dire nella parte che è riservata alla donna, non è altro che uno stupido travicello segretamente sbattuto da passioni violente, immonde e ubriache; è il palo di una bettola.

Che c'era nell'anima di Cosetta? La passione calma e addormentata, l'amore ancora ondeggiante; qualcosa di limpido e brillante, che a una certa profondità diventava torbido, e più in basso fosco. Alla superficie vi si rifletteva l'immagine del bell'ufficiale. Ma giù nel fondo, proprio nel fondo, c'era un ricordo? Forse. Cosetta l'ignorava. Sopraggiunse uno strano incidente.




2. PAURE DI COSETTA...


Nella prima quindicina d'aprile, Valjean fece un viaggio. Come sappiamo, ciò gli avveniva di quando in quando, a lunghissimi intervalli. Si assentava uno o due giorni, tre al massimo. Dove andava? Nessuno lo sapeva, nemmeno Cosetta. Una sola volta, per una di quelle partenze, essa lo aveva accompagnato in vettura fino all'angolo di un vicoletto cieco, sulla cui targa aveva letto:

"Angiporto della Planchette". Là egli era disceso, e lei era stata riportata dalla vettura in via Babilonia. Di solito, Valjean faceva quei piccoli viaggi quando in casa mancava il denaro.

Valjean era dunque assente. - Tornerò fra tre giorni - aveva detto.

La sera, Cosetta, sola nel salotto, per ingannare la noia, aprì il piano, e accompagnandosi, si mise a cantare il coro d'Eurianto:

"Cacciatori smarriti nel bosco!" che è forse quanto c'è di più bello nella musica. Quando ebbe finito, rimase pensosa.

A un tratto le parve di sentire camminare in giardino. Non poteva essere suo padre perché assente, non la Toussaint perché coricata.

Erano le dieci di sera. S'avvicinò alla finestra e appoggiò l'orecchio all'imposta chiusa. Le parve di udire il passo d'un uomo, che camminava molto adagio.

Salì rapidamente al piano superiore, in camera sua, aprì uno sportellino praticato nell'imposta della finestra e guardò in giardino. Era il plenilunio e vi si vedeva come di pieno giorno.

Non c'era nessuno.

Aprì la finestra. Il giardino era assolutamente calmo, e tutto quanto si scorgeva della via era deserto come sempre.

Credette d'essersi ingannata. Aveva creduto di udire un rumore.

Era un'allucinazione prodotta dal cupo e prodigioso coro di Weber, che spalanca davanti alla mente profondità spaventose, che trema allo sguardo come una vertiginosa foresta, e in cui si sente lo scricchiolare dei rami secchi sotto il passo inquieto dei cacciatori intravisti nel crepuscolo. Non ci pensò più.

Del resto, Cosetta non era un carattere facile alle paure. Aveva nelle vene il sangue della zingara e dell'avventuriera che va a piedi nudi. Come il lettore ricorda, aveva più dell'allodola che della colomba, con un fondo di selvatichezza e di coraggio.

L'indomani, meno tardi - era appena annottato - lei passeggiava in giardino. In mezzo ai pensieri confusi che la occupavano, le parve di udire di tanto in tanto un rumore simile a quello della sera precedente, come se qualcuno camminasse nell'oscurità sotto gli alberi, poco discosto da lei; ma pensò che niente somiglia a un passo che cammina sull'erba, quanto l'urtarsi di due foglie che si spostano da sé, e non ci fece più caso. D'altronde, non vedeva nulla.

Uscita dalla "sterpaglia", le restava da attraversare un piccolo tappeto erboso per raggiungere il poggiolo, quando la luna, che spuntava in quel momento alle sue spalle, le proiettò davanti la sua ombra.

Cosetta si fermò atterrita.

Accanto alla sua, la luna ne disegnava, distintamente sull'erba, un'altra oltremodo spaventosa e terribile, un'ombra che portava il cappello a cilindro. Pareva l'ombra di un uomo in piedi sulla soglia del boschetto, a pochi passi dietro di lei.

Restò un attimo senza poter parlare né gridare né chiamare né muoversi né volgere il capo. Alla fine, ripreso tutto il suo coraggio, si voltò risolutamente. Non c'era nessuno.

Guardò in terra; l'ombra era scomparsa.

Rientrò nel boschetto, frugò arditamente negli angoli, andò fino al cancello, ma non trovò nulla.

Si sentì veramente agghiacciata. Era un'altra allucinazione?

Diamine! Due giorni di seguito! Un'allucinazione, passi, ma due!

Ciò che l'allarmava di più, era che l'ombra non poteva essere un fantasma: i fantasmi non portano cappelli a cilindro.

L'indomani, tornato Valjean, Cosetta gli narrò quanto le era sembrato di vedere e d'udire, aspettandosi che egli la rassicurasse e si stringesse nelle spalle dicendo: - Sei una sciocchina!

Valjean invece divenne pensoso.

- Non può essere nulla - le disse.

La lasciò con un pretesto e andò in giardino, dove essa lo vide esaminare il cancello con molta attenzione.

Durante la notte Cosetta si svegliò. Questa volta era sicura.

Udiva distintamente camminare presso il poggiolo sotto la sua finestra. Corse allo sportellino, l'aprì e vide infatti un uomo in giardino che teneva in mano un grosso bastone. Stava per gridare, quando la luna illuminò il profilo di quell'uomo. Era suo padre.

Tornò a letto dicendo tra sé: - Deve essere molto inquieto!

Valjean passò nel giardino quella notte e le due notti successive.

Cosetta lo vide dal suo sportellino.

La terza notte, quando la luna decrescente cominciava a levarsi più tardi, verso l'una del mattino, lei udì una gran risata e la voce di suo padre che la chiamava:

- Cosetta!

Saltò giù dal letto, indossò la veste da camera finestra. Suo padre era giù sul praticello.

- Ti ho svegliata per rassicurarti - diss'egli. - Osserva; ecco qua l'ombra col cappello a cilindro, che tu hai visto.

E le mostrò sull'erba un'ombra disegnata dalla luna, che somigliava infatti abbastanza bene a quella di un uomo col cappello a cilindro, e che proveniva invece da un fumaiolo di lamiera, a capitello, che s'innalzava sul tetto vicino.

Anche Cosetta si mise a ridere, sentì svanire tutte le sue lugubri congetture, e l'indomani, facendo colazione col padre, scherzò allegramente sul sinistro giardino abitato dalle ombre dei tubi di stufa.

Valjean si tranquillizzò completamente. Quanto a Cosetta, non badò troppo se il fumaiolo si trovasse precisamente nella direzione dell'ombra da lei vista e se la luna fosse allo stesso punto del cielo. Non rifletté neppure su quella stranezza d'un tubo di stufa che teme d'essere colto in flagrante delitto e che si ritira allorché la sua ombra attrae gli sguardi. Infatti l'ombra era scomparsa quando lei si era voltata; di questo Cosetta era sicura.

Ma si rassicurò completamente; la dimostrazione le parve completa, e le uscì di mente l'idea che qualcuno potesse passeggiare di sera di notte nel giardino.

Tuttavia pochi giorni dopo sopraggiunse un nuovo incidente.




3. ...ARRICCHITE DAI COMMENTI DELLA TOUSSAINT


Nel giardino, presso il cancello, c'era un sedile di pietra, difeso dagli sguardi dei curiosi da una spalliera di carpini, ma che, a tutto rigore, il braccio di un passante avrebbe potuto toccare attraverso il cancello e la spalliera.

Una sera di quello stesso mese d'aprile, Valjean era uscito di casa, e Cosetta, dopo il tramonto del sole, si era seduta su quel banco. Il vento faceva stormire le piante, e Cosetta era pensosa.

Una tristezza senza motivo la invadeva a poco a poco, quella invincibile tristezza che proviene dalla sera e che forse proviene - chi sa! - dal mistero della tomba socchiuso a quell'ora.

Fantina era forse in quell'ombra.

Cosetta s'alzò, fece lentamente il giro del giardino, camminando nell'erba bagnata di rugiada e pensando, attraverso quella specie di sonnambulismo melanconico in cui era immersa: - A quest'ora nel giardino ci vorrebbero gli zoccoli; si piglia un raffreddore.

Ritornò al sedile.

Al momento di sedersi di nuovo, notò nel posto lasciato, una pietra abbastanza grande, che evidentemente non c'era un momento prima.

Cosetta guardò quella pietra, chiedendosi che cosa potesse significare. A un tratto l'idea che quella pietra non era venuta da sola sul banco, che qualcuno l'aveva messa là sopra, che un braccio era passato attraverso il cancello, la colpì e le mise una vera paura. Non c'era da dubitare; la pietra era là. Lei non la toccò; fuggì senza guardarsi dietro, riparò in casa, e chiuse subito, con sbarra e chiavistello, le imposte della porta a vetri che metteva in giardino.

Poi domandò alla Toussaint:

- Papà è tornato?

- Non ancora, signorina.

Valjean, uomo pensoso e passeggiatore notturno, spesso rientrava a notte abbastanza inoltrata.

- Toussaint - riprese a dire Cosetta - avete cura di sprangare bene, la sera, almeno, le imposte verso il giardino e di passare i ferretti negli anelli per tenerle ferme?

- Oh! state tranquilla, signorina.

Cosetta sapeva benissimo che la Toussaint non se ne dimenticava mai, tuttavia non poté trattenersi dall'aggiungere:

- Siamo in un posto così deserto!

- Oh! quanto a questo avete ragione - disse la Toussaint.

Potrebbero assassinarci prima d'avere il tempo di dire: Ahi!

Aggiunga che il signore non dorme in casa. Ma non abbiate paura, signorina, io chiudo le finestre come tante fortezze. Due donne sole! Io so che c'è da tremare! Pensate un po'! Vedere di notte entrare degli uomini in camera, che vi dicono: - Taci - e si mettono a tagliarvi il collo! Non è tanto per la morte; si muore, sta bene, si sa che si deve morire, ma è l'abominazione di sentirsi toccare da quella gente. E poi, i loro coltelli devono tagliare tanto male. Ah, mio Dio!

- Tacete! - esclamò Cosetta. - Chiudete bene da per tutto!

Spaventata dal melodramma improvvisato dalla Toussaint, e fors'anche dal ricordo delle apparizioni della precedente settimana, Cosetta non osò nemmeno dirle: - Andate un po' a vedere la pietra che hanno messo sul sedile! - per la paura che, riaprendo la porta del giardino, entrassero "gli uomini". Fece chiudere accuratamente tutti gli usci e le finestre, fece visitare dalla Toussaint l'intera casa, dalla cantina al solaio; quindi si chiuse a chiavistello nella propria camera, guardò sotto il letto, si coricò e dormì male. Tutta la notte sognò la pietra grossa come una montagna piena di caverne.

Allo spuntar del sole - il sorgere del sole ci fa ridere di tutti i nostri terrori della notte, e il riso è sempre in proporzione della paura patita - allo spuntare del sole, Cosetta, svegliandosi, considerò il suo spavento come un incubo e disse tra sé: - Che diamine sono andata sognando? E' come dei passi che avevo creduto sentire l'altra settimana, di notte, nel giardino!

Come l'ombra del tubo di stufa! Forse che divento paurosa adesso?

Il sole rutilante dalle fessure delle imposte e che imporporava le cortine di damasco, la rassicurò; ogni cosa le svanì dalla mente, anche la pietra.

- Non c'erano pietre sul sedile, come non c'erano uomini col cappello a cilindro nel giardino; ho sognato la pietra come il resto.

Si vestì, scese in giardino, corse al sedile, e fu presa da un sudore freddo: la pietra c'era.

Ma fu questione d'un momento. Quello che è terrore di notte è curiosità di giorno.

- Via! - disse. -Vediamo un po'.

Sollevò la pietra, che era abbastanza grossa, e sotto trovò qualche cosa che somigliava a una lettera.

Era una busta di carta bianca. La prese. Non c'era né indirizzo da una parte né suggello dall'altra; però la busta benché aperta, non era vuota; vi si intravedevano delle carte dentro.

Cosetta la frugò. Non era spavento, non curiosità, ma un principio d'ansietà il suo.

Trasse dalla busta quanto conteneva. Era un quadernetto con ciascuna pagina numerata; su ogni pagina erano tracciate alcune righe con una scrittura bella e fine.

Cercò un nome, e non c'era; una firma, e non c'era. A chi era diretto? Probabilmente a lei, poiché una mano l'aveva deposto sul sedile. Da chi veniva? Fu presa da una curiosità irresistibile, tentò di stornare gli occhi da quelle carte che tremavano nelle sue mani, guardò il cielo, la via, le acacie inondate di luce, i piccioni che volavano sopra un tetto vicino; poi a un tratto chinò lo sguardo sul manoscritto, dicendo a se stessa che bisognava pure sapere che cosa c'era là dentro.

Ecco quanto lesse:




4. UN CUORE SOTTO UNA PIETRA.


"Ridurre l'universo a una sola creatura, indiare quasi una sola creatura, ecco l'amore.

L'amore è il saluto degli angeli agli astri.

Com'è triste l'anima, quando è triste per amore!

Che vuoto, l'assenza dell'essere che da solo riempie il mondo! Oh!

come è vero che la persona amata diventa un dio! Si potrebbe dire che Dio ne fosse geloso, se il Padre di ogni cosa non avesse evidentemente fatto la creazione per l'anima, e l'anima per l'amore.

Basta un sorriso intravisto sotto un cappellino di velo bianco col nastro lilla, perché l'anima entri nel palazzo dei sogni.

Dio è dietro ogni cosa, ma ogni cosa nasconde Dio. Le cose sono oscure, le creature sono opache. Amare una persona è renderla trasparente.

Certi pensieri sono preghiere. Vi sono momenti in cui, qualunque sia l'atteggiamento del corpo, l'anima è in ginocchio.

Gli innamorati quando sono separati ingannano la lontananza con mille cose chimeriche, che pure hanno la loro realtà. Sono impediti di vedersi, non possono scriversi; ma trovano una quantità di mezzi misteriosi per corrispondere. Si inviano il canto degli uccelli, il profumo dei fiori, il riso dei fanciulli, la luce del sole, i sospiri del vento, i raggi delle stelle, tutta la creazione. E perché no? Tutte le opere di Dio sono fatte per servire l'amore. L'amore è abbastanza potente per incaricare la natura intera dei suoi messaggi.

O primavera, tu sei una lettera che io le scrivo.

L'avvenire appartiene molto più ai cuori che alle menti. Amare, ecco la sola cosa che possa occupare e riempire la eternità.

All'infinito occorre l'inesauribile.

L'amore partecipa dell'anima stessa, è della sua stessa natura; al pari di essa, è una scintilla divina; al pari di essa è incorruttibile, indivisibile, imperituro. E' un punto di fuoco, che sta in noi, che è immortale e infinito, che nulla può limitare e nulla può spegnere. Ne sentiamo il bruciore fin nel midollo delle ossa; ne vediamo i raggi fino in fondo al cielo.

O amore! O adorazione! godimento di due anime che si comprendono, di due cuori che si uniscono, di due sguardi che si compenetrano!

Io vi conseguirò, vero, felicità supreme! passeggiate in due nei luoghi solitari! giornate benedette e radiose! Talvolta ho pensato che di tanto in tanto certe ore si staccano dalla vita degli angeli e vengono quaggiù ad attraversare il destino degli uomini.

Alla felicità di quelli che si amano, Dio nulla può aggiungere, fuorché dar loro la durata senza fine. Dopo una vita di amore, un'eternità d'amore, ecco infatti un aumento; ma accrescere d'intensità la felicità ineffabile che l'amore dona all'anima sin da questa vita, è impossibile, anche a Dio. Dio è la pienezza del cielo; l'amore è la pienezza dell'uomo.

Voi guardate una stella per due motivi, perché è luminosa e perché è impenetrabile; ma accanto a voi avete una luce più dolce e un più grande mistero, la donna.

Ognuno di noi, chiunque sia, ha il suo essere respirabile; se ci manca, ci viene meno l'aria e restiamo soffocati. Allora si muore.

E' orribile morire per mancanza d'amore; è l'asfissia dell'anima!

Quando l'amore ha fuso e confuso due esseri in una sacra angelica unità, questi hanno trovato il segreto della vita; non sono più che i due termini d'uno stesso destino, le due ali di un medesimo spirito. Amate, volate!

Il giorno, in cui una donna che vi passa davanti vi inonda di luce, voi siete perduto, voi amate. Non vi resta altro da fare che pensare a lei con tale insistenza da costringerla a pensare a voi.

Ciò che l'amore comincia, Dio solo può portare a termine.

Il vero amore si dispera e si entusiasma per un guanto perduto o per un fazzoletto trovato, e ha bisogno dell'eternità per la sua dedizione e le sue speranze. Esso si compone nello stesso tempo dell'infinitamente grande e dell'infinitamente piccolo.

Se siete minerale, siate calamita; se siete pianta, siate sensitiva; se siete uomo, siate amore.

Nulla basta all'amore. Si ha la felicità e si vuole il paradiso; si ha il paradiso e si vuole il cielo.

O voi che vi amate, tutto questo è nell'amore. Sappiatelo trovare.

L'amore ha la contemplazione come il cielo, e in più del cielo ha la voluttà.

- Viene ancora al Lussemburgo? - No, signore. - In questa chiesa, viene ad ascoltar la messa? - Non ci viene più. - Abita sempre in questa casa? - No, ha sgomberato. E dove è andata a stare? - Non lo ha detto.

Che cosa triste non saper l'indirizzo dell'anima propria!

L'amore ha delle fanciullaggini, le altre passioni hanno delle meschinità. Vergogna alle passioni che rendono l'uomo meschino!

Onore a quella che lo rende fanciullo!

E' una cosa strana questa, sapete? Io vivo nelle tenebre. C'è una persona che andandosene s'è portata via il cielo.

Oh! essere distesi accanto nella stessa tomba, con la mano nella mano, e ogni tanto, nelle tenebre, carezzarci dolcemente un dito: questo basterebbe alla mia eternità!

Voi che soffrite perché vi amate, amate ancor più. Morire d'amore è viverne.

Amate. Una fosca trasfigurazione stellata si mescola a questo supplizio. Nell'agonia c'è dell'estasi.

O gioia degli uccelli! Hanno il canto perché hanno il nido.

L'amore è una respirazione celeste dell'aria del paradiso.

Cuori profondi, menti sagge, accettate la vita come Dio la fa. E' una lunga prova, una preparazione inintelligibile a un destino ignoto. Questo destino, il vero, comincia per l'uomo al primo gradino nell'interno della tomba. Allora qualche cosa gli appare, e comincia a distinguere il definitivo. I viventi vedono l'infinito; ma il definitivo è visibile solo ai morti. Frattanto, amate e soffrite, sperate e contemplate. Ohimé! sventura a chi avrà amato non altro che corpi, forme, parvenze! La morte gli toglierà ogni cosa. Procurate di amare le anime e le ritroverete.

Ho incontrato per via un giovane poverissimo che amava. Il suo cappello era vecchio, gli abiti logori; aveva i gomiti sdruciti; l'acqua passava attraverso le sue scarpe, e le stelle attraverso la sua anima.

Che grande cosa essere amato! E che cosa ancora più grande, amare!

A forza di passione, il cuore diventa eroico; non si compone più di nulla che non sia puro, non s'appoggia più su nulla che non sia elevato e grande. Un pensiero indegno non vi può germinare, come un'ortica su un ghiacciaio. L'anima alta e serena, inaccessibile alle passioni e alle emozioni volgari, che domina le nebbie e le ombre di questo mondo, le follie, le menzogne, gli odi, le vanità, le miserie, dimora nell'azzurro del cielo e non sente più nulla fuorché le scosse profonde e sotterranee del destino, come le sommità dei monti sentono i terremoti.

Se non ci fosse più qualcuno che ama, il sole si spegnerebbe .




5. COSETTA DOPO LA LETTERA


Leggendo la lettera, a poco a poco Cosetta entrava nel sogno.

Mentre alzava gli occhi dall'ultima riga della lettera, il bell'ufficiale, poiché era la sua ora, passò trionfante davanti al cancello. Cosetta lo trovò nauseante.

Si rimise a guardare il foglio. Era scritto, con una calligrafia che a Cosetta parve incantevole; dalla stessa mano, ma con inchiostri diversi, ora nerissimo, ora biancastro, come quando si aggiunge dell'acqua nel calamaio, e per conseguenza in giorni diversi. Era dunque lo sfogo di una mente, fatto a sospiro a sospiro, irregolarmente, senz'ordine, senza scelta, senza scopo, a caso. Non aveva letto mai nulla di simile. Quel manoscritto, in cui trovò più luce che tenebre, le faceva l'effetto di un santuario socchiuso. Ciascuna di quelle righe misteriose risplendeva ai suoi occhi e le inondava il cuore di una strana luce. L'educazione ricevuta le aveva sempre parlato dell'anima e mai dell'amore, press'a poco come chi parlasse del tizzone e non della fiamma. Quel manoscritto di quindici pagine le rivelava d'un tratto, e con dolcezza, tutto l'amore, il dolore, il destino, la vita, l'eternità, il principio e la fine. Era come se una mano si fosse aperta e le avesse gettato una manata di raggi. In quelle righe sentiva un carattere appassionato, ardente, generoso, onesto, una volontà decisa, un immenso dolore e una speranza immensa, un cuore angosciato e un'estasi dischiusa. Cos'era quel manoscritto? Una lettera. Lettera senza indirizzo, senza nome né data, né firma, premurosa e disinteressata, un enigma composto di tante verità, un messaggio d'amore degno di essere portato da un angelo e letto da una vergine, un appuntamento dato fuori della terra, un biglietto amoroso di un fantasma a un'ombra. Era un assente tranquillo e oppresso, che sembrava pronto a rifugiarsi nella tomba e che inviava alla donna assente il segreto del destino, la chiave della vita, l'amore. Quelle righe erano state scritte col piede nel sepolcro e il dito nel cielo; erano cadute a una a una sulla carta e si potevano chiamare gocce d'anima.

Ma ora da chi potevano venire quelle pagine? chi poteva averle scritte?

Cosetta non esitò neppure un momento. Un solo uomo. Lui!

La luce si era rifatta nel suo spirito. Tutto era riapparso.

Provava una gioia inaudita e un'angoscia profonda. Era lui! lui che scriveva! lui che era là! lui che aveva passato il braccio attraverso il cancello! Mentre lei lo dimenticava, lui la ritrovava! Ma lo aveva dimenticato? No, mai! Era stata una pazzia la sua di crederlo un momento. Lo aveva sempre amato, sempre adorato. Il fuoco si era coperto e aveva covato per qualche tempo, ma lei vedeva bene che così aveva scavato più addentro, e ora splendeva di nuovo e la bruciava tutta. Quel quadernetto era come una miccia caduta da quell'altra anima nella sua, e lei sentiva che l'incendio ricominciava. Si compenetrava di ogni parola del manoscritto: - Oh, sì - diceva come riconosco tutto! E' tutto quello che avevo già letto negli occhi suoi.

Finiva di leggerlo per la terza volta, quando il luogotenente Teodulo tornò a passare davanti al cancello, facendo risuonare gli speroni sul lastrico, in modo che fu costretta ad alzare gli occhi. Le parve insipido, sciocco, stupido, inutile, fatuo, spiacevole, impertinente e bruttissimo. L'ufficiale ritenne di doverle sorridere, ma lei si voltò vergognosa e indignata.

Volentieri gli avrebbe gettato qualche cosa in testa.

Fuggì, rientrò in casa e si rinchiuse in camera per rileggere il manoscritto, per impararlo a memoria e per sognare. Quando l'ebbe letto ben bene, lo baciò e se lo pose nel corpetto.

Era finita, Cosetta era ricaduta nel profondo amore serafico; l'abisso dell'Eden si era riaperto.

Rimase tutta la giornata in una specie di sbalordimento. Pensava a stento; le idee erano nel suo cervello come una matassa ingarbugliata; non riusciva a formare nessuna congettura, e attraverso un tremore sperava, che cosa? delle cose vaghe. Non osava promettersi nulla, e non voleva nulla negarsi. Le passavano dei pallori sul viso e dei fremiti per la persona. In certi momenti le pareva di entrare in un mondo chimerico; pensava: - E' proprio vero? allora toccava sotto la veste l'amato foglio, lo premeva sul cuore, se lo sentiva sulla sua carne, e se Valjean l'avesse vista in quell'istante, avrebbe rabbrividito davanti a quella luminosa e ignota gioia che le traboccava dagli occhi. - Ah sì! - pensava. - E' proprio lui! Questo scritto viene da lui ed è per me!

E diceva che per un intervento degli angeli, per un caso celeste gli era stato consegnato.

O trasfigurazione dell'amore! o sogni! Il caso celeste, l'intervento degli angeli era stata la pallottolina di pane lanciata al di là del tetto della Force, dalla corte Carlomagno alla Fossa dei Leoni, da un ladro a un altro ladro.




6. I VECCHI SONO FATTI PER USCIRE A PROPOSITO


Venuta la sera, Valjean uscì di casa; e Cosetta si abbigliò. Si pettinò nel modo che stava meglio, indossò una veste il cui corpetto, avendo ricevuto un colpo di forbici di più, lasciava vedere dalla scollatura l'attacco del collo, ed era quindi, come dicono le ragazze, "un po' indecente". Non era niente affatto indecente, ma la rendeva più vezzosa. Fece tutta quella toletta senza sapere perché.

Voleva forse uscire? no.

Aspettava qualche visita? no.

Sull'imbrunire, discese nel giardino, mentre la Toussaint era occupata nella cucina, che dava sul cortile interno.

Si mise a camminare sotto le ramaglie, scostandole ogni tanto con la mano, perché ce n'erano di molto basse.

Giunse così al sedile. La pietra era ancora là. Si sedette, posando la dolce mano candida su quella pietra come se volesse accarezzarla e ringraziarla.

A un tratto ebbe quell'impressione indefinibile che si prova, anche senza vedere, quando si ha qualcuno in piedi alle nostre spalle. Volse la testa e si alzò.

Era lui.

Era a testa scoperta, e sembrava pallido e smagrito. Si distingueva appena il suo abito nero. Il crepuscolo velava di pallore la sua bella fronte e di tenebre i suoi occhi. Sotto un velo di incomprensibile dolcezza, egli aveva qualche cosa della morte e della notte. Il suo volto era illuminato dal chiarore del giorno che muore e dal pensiero di un'anima che se ne va. Pareva che non fosse ancora il fantasma e non fosse più l'uomo.

Il suo cappello giaceva a qualche passo nel cespuglio.

Cosetta, vicino a svenire, non dette un grido; indietreggiava lentamente, perché si sentiva attratta. Egli non si muoveva. Per un non so che d'ineffabile e di triste che l'avvolgeva, essa sentiva lo sguardo dei suoi occhi che non vedeva.

Indietreggiando, incontrò un albero e vi si appoggiò; senza quell'albero sarebbe caduta. Allora ne ascoltò la voce, quella voce che veramente non aveva mai udito e che si elevava appena sul fruscio delle foglie e mormorava:

- Perdonatemi se sono qua. Ho il cuore gonfio, non potevo più vivere così, e sono venuto. Avete letto quello che misi là, su quel banco? Mi riconoscete un poco? Non abbiate paura di me. E' già da tempo; vi ricordate il giorno che mi guardaste? Fu al Lussemburgo; presso il Gladiatore. E il giorno che mi passaste davanti? Fu il 18 giugno e il 2 luglio; tra poco sarà un anno. Da tanto tempo non vi ho più vista. Chiesi di voi alla noleggiatrice di sedie, e mi disse che non vi vedeva più. Dimoravate in via Ovest al terzo piano verso strada, in una casa nuova, vedete che lo so. Vi seguivo. Che dovevo fare? Poi, siete sparita. Credetti una volta di vedervi passare mentre stavo leggendo i giornali sotto i portici dell'Odeon; corsi; ma no: era una signorina che portava un cappello simile al vostro. La notte, vengo qui. Non temete, non mi vede nessuno. Vengo a guardare da vicino le vostre finestre. Cammino leggermente affinché non mi sentiate, che forse ne avreste paura. L'altra sera ero dietro di voi; voi vi voltaste, e io fuggii. Una volta vi ho udito cantare. Ero felice. Vi spiace forse che io vi senta cantare attraverso le imposte? No, vero?

Vedete, voi siete il mio angelo; lasciatemi venir qui un poco.

Sento che vado incontro alla morte. Se sapeste! vi adoro io!

Perdonatemi! vi parlo, e non so cosa vi dico, forse vi faccio dispiacere. Dite, vi faccio dispiacere?

- O madre mia! - disse lei.

E si piegò come se stesse per morire.

Egli la raccolse che già cadeva, la prese fra le braccia e la strinse forte senza aver coscienza di quello che faceva. La sosteneva, barcollando egli pure. Aveva la testa stordita; dei lampi gli passavano tra le ciglia; le idee svanivano; gli pareva di compiere un atto religioso e di commettere una profanazione.

Del resto non provava il minimo desiderio di quell'incantevole fanciulla che premeva contro il suo petto. Era pazzo d'amore.

Lei gli prese una mano e se la pose sul cuore; ed egli, sentendo la carta che c'era, balbettò:

- Voi dunque mi amate?

Lei rispose con una voce così fioca che era un soffio appena percettibile:

- Taci! lo sai!

E nascose il volto coperto di rossore nel seno del giovane superbo e inebriato.

Egli sedette sul banco, con lei accanto. Non avevano più parole.

Le stelle cominciavano a scintillare. Come fu che le loro labbra s'incontrarono? Com'è che l'uccello canta, che la neve si scioglie, che la rosa si schiude, che maggio fiorisce, che l'alba imbianca dietro gli alberi neri sulla cima delle colline?

Un bacio, e fu tutto.

Tutti e due trasalirono e si guardarono nell'ombra con occhi lucenti.

Non sentivano né la notte fresca né la pietra fredda né la terra umida né l'erba bagnata; si guardavano e avevano il cuore gonfio di pensieri. Si erano presi per mano senza avvedersene.

Lei non gli chiese da che parte fosse entrato e come si trovasse nel giardino; non ci pensò neppure; le pareva così semplice che egli fosse là!

Ogni tanto il ginocchio di Mario toccava quello di Cosetta, e tutti e due rabbrividivano.

Cosetta balbettava a intervalli qualche parola; le tremava l'anima sulle labbra, come una goccia di rugiada sopra un fiore.

Poi, a poco a poco si parlarono, e l'effusione succedette al silenzio, che è pienezza. Sopra le loro teste, la notte era serena e splendida. Quelle due creature, pure come spiriti, si dissero tutto: i loro sogni, le loro ebbrezze, le estasi, le chimere, le debolezze, come s'erano adorati da lontano, come si erano desiderati, la loro disperazione quando avevano cessato di vedersi. Con un'intimità ideale, che già nulla poteva accrescere, si confidarono ciò che avevano di più segreto e di più misterioso, si raccontarono, con una fede candida nelle proprie illusioni, tutto quello che l'amore, la giovinezza e quel resto d'infanzia che era in essi, metteva loro in mente. Quei due cuori si riversarono l'uno nell'altro, sicché dopo un'ora era il giovane che aveva l'anima della fanciulla, e la fanciulla l'anima del giovane; si compenetrarono, s'incatenarono, si abbagliarono.

Quando ebbero finito, quando si furono detto tutto, Cosetta gli posò la testa sulla spalla e gli domandò:

- Come vi chiamate?

- Io mi chiamo Mario, e voi?

Io mi mi chiamo Cosetta.




Libro 6


IL PICCOLO GAVROCHE



1. UNA BRUTTA BURLA DEL VENTO


Dopo il 1823, mentre la bettola di Montfermeil naufragava e andava a poco a poco sprofondando, non già nell'abisso d'una bancarotta, ma nella cloaca dei piccoli debiti, i coniugi Thénardier avevano avuto due altri figlioli, maschi tutti e due. Così erano cinque:

due femmine e tre maschi. Era troppo.

La Thénardier riuscì a sbarazzarsi degli ultimi due, quand'erano ancora in tenera età.

Sbarazzarsi è la parola adatta. Quella donna possedeva soltanto un frammento di natura: fenomeno peraltro di cui abbiamo più di un esempio. Come la marescialla La Mothe-Houndancourt, la Thénardier era madre solo fino alle figlie femmine: là finiva la sua maternità. L'odio per il genere umano cominciava dai suoi maschi.

La sua malvagità verso questi ultimi era enorme, e il suo cuore aveva da quel lato un lugubre dirupo. Come già vedemmo, detestava il maggiore; esecrò gli altri due. Perché? Così. Il più terribile motivo e la più discutibile risposta: Così.

- Non ho bisogno di una nidiata di ragazzi - diceva.

Spieghiamo ora in qual modo giunsero i Thénardier a liberarsi degli ultimi due figli, e persino a cavarne un lucro.

Quella Magnon, di cui abbiamo parlato alcune pagine più su, era la stessa che era riuscita a far assegnare dal vecchio Gillenormand una pensione ai due suoi bambini. Abitava sulla riva dei Celestini, all'angolo di quella vecchia via del Piccolo Muschio, che ha fatto quanto ha potuto per mutare in buon odore la sua cattiva fama. Tutti ricordano la grande epidemia di difterite che desolò, trentacinque anni or sono, i quartieri della Senna a Parigi, e di cui la scienza profittò per sperimentare su larga scala l'efficacia delle insufflazioni di allume, a cui si è così utilmente sostituito oggi l'uso esterno della tintura di iodio. In quell'epidemia, la Magnon perse in un solo giorno, l'uno la mattina, l'altro la sera, i suoi due figlioli, ancora in tenera età. Fu un gran colpo: quei bambini le erano preziosi, rappresentavano ottanta franchi al mese, pagati con grande esattezza, in nome del signor Gillenormand, dal suo uomo d'affari Barge, usciere a riposo, abitante in via Re di Sicilia.

Morti i bambini, era svanita la rendita. La Magnon quindi cercò un espediente. Nella tenebrosa fabbrica del male, di cui essa faceva parte, sanno tutto, mantengono il segreto e si aiutano a vicenda.

Occorrevano due bimbi alla Magnon. La Thénardier li aveva. L'età e il sesso corrispondevano. Buon ripiego per l'una, buon collocamento per l'altra. E così i piccoli Thénardier divennero i piccoli Magnon. La Magnon lasciò la riva dei Celestini e andò ad abitare in via Clocheperce. A Parigi, l'identità che lega un individuo a se stesso si spezza da una via all'altra.

Lo stato civile, non avvertito di niente, non reclamò, e la sostituzione avvenne nel modo più semplice del mondo. Sennonché la Thénardier, per tale prestito di fanciulli, pretese dieci franchi al mese, che la Magnon promise e pagò. E' inutile aggiungere che il vecchio Gillenormand continuò la pensione. Egli andava una volta ogni sei mesi a visitare i bambini, ma non s'accorse del cambio.

- Come vi assomigliano, signore! - gli diceva la Magnon.

Thénardier, per cui erano facili le incarnazioni, colse quell'occasione per diventare Jondrette. Le sue due ragazze e Gavroche s'erano a mala pena accorti d'avere due fratellini. A un certo grado di miseria, si è vinti da una specie d'indifferenza spettrale e si vedono gli esseri come fossero larve. I vostri più prossimi non sono spesso altro per voi se non vaghe forme dell'ombra, appena distinte sul fondo nebuloso della vita e facilmente riconfuse con l'invisibile.

La sera stessa del giorno che aveva consegnato i suoi due figlioli alla Magnon, con la volontà espressa di rinunciarvi per sempre, la Thénardier ebbe o fece mostra di avere uno scrupolo, e disse al marito: - Ma questo è un abbandonare i propri figli! Thénardier, magistrale e flemmatico, cauterizzò lo scrupolo con queste parole:

- Gian Giacomo Rousseau fece di meglio! - Allora, dallo scrupolo, la madre passò all'inquietudine: - Ma se la polizia ci desse delle noie? Di' su, Thénardier, quella che abbiamo fatto è una cosa lecita? - E Thénardier rispose: - Tutto è permesso. Nessuno saprà nulla del resto, trattandosi di ragazzi che non hanno un soldo, nessuno ha interesse a guardare le cose da vicino.

La Magnon era una specie di raffinata del delitto. Vestiva bene, e divideva il suo alloggio, arredato in una maniera affrettata e meschina, con un'esperta ladra inglese francesizzata. Questa inglese naturalizzata parigina, raccomandabile per le ricchissime relazioni e stretta da intimi rapporti con le medaglie della biblioteca e coi diamanti di madamigella Mars, divenne più tardi celebre nei registri giudiziari. La si chiamava Madamigella Miss.

I due piccini passati alla Magnon non ebbero da lagnarsi del cambio. Raccomandati dagli ottanta franchi, erano trattati con riguardo, come tutte le cose che si sfruttano; non mal vestiti, non mal nutriti, erano trattati quasi come "signorini", meglio dalla madre finta che dalla vera. In loro presenza la Magnon faceva la signora e non parlava mai in gergo.

Trascorsero così alcuni anni. Thénardier cominciava a presagir bene, e già gli era accaduto un giorno di dire alla Magnon, venuta a pagargli i dieci franchi del mese: - Bisognerà che il padre pensi alla loro educazione.

Ma d'improvviso quei poveri bimbi, fino allora abbastanza protetti, anche nella loro mala sorte, si trovarono bruscamente gettati nella vita, e costretti a iniziarla.

Una retata in massa di malfattori come quelli della stamberga Jondrette, necessariamente accresciuta da perquisizioni e da carcerazioni ulteriori, è un vero disastro per quella orribile contro-società occulta che vive sotto la società comune; un'avventura di quel genere trascina con sé ogni sorta di crolli in quel cupo mondo. La catastrofe dei Thénardier produsse la catastrofe della Magnon.

Un giorno, poco tempo dopo che la Magnon aveva rimesso a Eponina il biglietto riguardante la via Plumet, la polizia faceva una visita inaspettata in Via Clocheperce, vi arrestò la Magnon insieme a Madamigella Miss, e gli abitanti della casa, tutti sospetti, furono colti nella retata. I due ragazzini, che in quel momento stavano giocando in un cortile interno non si avvidero della razzia; però, quando vollero rientrare in casa, la trovarono vuota e con la porta chiusa. Allora un ciabattino che teneva una baracchetta lì di fronte, li chiamò e consegnò loro un pezzo di carta lasciato dalla "madre" su cui c'era un indirizzo: Signor Barge, esattore, via Re di Sicilia, numero 8. Il ciabattino disse:

- Andate laggiù: è vicino; la prima via a sinistra. Domandate a qualcuno con questa carta.

I due bimbi si avviarono, il maggiore conducendo il minore e tenendo in mano il pezzo di carta che doveva guidarli. Il bambino aveva freddo, e le sue piccole dita intirizzite stringevano poco e tenevano male la carta; così che alla svolta della via Clocheperce un colpo di vento gliela strappò, e siccome annottava, il bambino non poté ritrovarla.

Si misero a girare a caso per le vie.




2. IL PICCOLO GAVROCHE TRAE PROFITTO DA NAPOLEONE IL GRANDE


La primavera a Parigi è molto spesso attraversata da certi venti frizzanti e aspri, dai quali si è, non precisamente agghiacciati, ma gelati. Questi venti, che rattristano le più belle giornate, fanno proprio l'effetto di quegli spifferi d'aria fredda, che per le fessure d'una finestra o d'una porta mal chiusa penetrano in una camera riscaldata. Sembra che la cupa porta dell'inverno sia rimasta socchiusa e che il vento venga di là. Nella primavera del 1832, quando scoppiò in Europa la prima grande epidemia di questo secolo, tali venti furono più rigidi e pungenti che mai. Si era aperta una porta più gelida di quella dell'inverno, la porta del sepolcro. In quei venti si sentiva il soffio del colera.

Dal punto di vista meteorologico, quei venti freddi avevano questo di particolare, che non escludevano una forte tensione elettrica; frequenti temporali, accompagnati da lampi e tuoni, scoppiarono in quel tempo.

Una sera, mentre soffiava un'aspra tramontana, tanto che pareva tornato gennaio e i borghesi s'erano rimessi i mantelli, il piccolo Gavroche, sempre tremando allegramente sotto i suoi cenci, coperto da uno scialle di lana da donna, preso chi sa dove e che gli serviva come sciarpa, se ne stava ritto e quasi estasiato davanti alla bottega d'un parrucchiere, nelle vicinanze dell'Orme- Saint-Gervais. Aveva l'aria di contemplare profondamente una sposina di cera, scollacciata e col capo adorno di fiori d'arancio, che girava nella vetrina, mostrando, tra due lampade, il suo sorriso ai passanti; ma in realtà osservava la bottega, per vedere se gli fosse possibile arraffare un pezzo di sapone, che sarebbe andato a rivendere per un soldo a qualche barbiere del suburbio.

Gli capitava spesso di far colazione con uno di quei pezzi di sapone, e chiamava quella specie di lavoro, nel quale era abile, "far la barba ai barbieri".

Mentre contemplava la sposina e adocchiava il sapone, borbottava tra i denti quanto segue: - Martedì. - No, non martedì. Martedì?- Forse martedì. - Sì, martedì.

Non si è mai saputo a che cosa si riferisse questo monologo. Che se per caso si riferiva all'ultima volta che aveva pranzato, erano così tre giorni, poiché si era al venerdì.

Il barbiere, nella sua bottega riscaldata da una buona stufa, intento a radere un cliente, dava ogni tanto un'occhiata di sbieco a quel nemico, a quel monello intirizzito e sfrontato, che aveva le mani in tasca, ma la mente sguainata.

Mentre Gavroche stava esaminando la sposina, la vetrina, e i "Windsor-soap", due bambini ancora più piccoli di lui, che mostravano uno sette anni, l'altro cinque, girarono timidamente la maniglia a becco d'anitra ed entrarono nella bottega chiedendo non sapremmo che cosa, probabilmente la carità, con un mormorio lamentoso, che somigliava a un gemito più che a una preghiera.

Parlavano tutti e due insieme, ma le loro parole erano inintelligibili, perché il più piccolo aveva la voce interrotta dai singhiozzi, e l'altro batteva i denti per il freddo. Il barbiere si volse infuriato, e senza posare il rasoio, sospingendo il grande con la mano sinistra e il piccolo col ginocchio, li cacciò in strada e richiuse la porta dicendo:

- Venire a raffreddare la gente per niente!

I due fanciulli si rimisero in cammino piangendo.

Intanto era arrivata una nube, e cominciava a piovere. Il piccolo Gavroche corse loro dietro e li interpellò:

- Cosa avete, marmocchi?

- Non sappiamo dove andare a dormire, - rispose il maggiore.

- Questo è tutto? - disse Gavroche. - Che gran cosa! E si piange per questo? Che merli!

E assumendo con la sua superiorità un po' beffarda, un accento d'autorità commossa e di dolce protezione:

- Mocciosi, venite con me.

- Sì, signore, - fece il maggiore.

E i due fanciulletti lo seguirono come avrebbero seguito un arcivescovo. Avevano finito di piangere.

Gavroche fece loro risalire la via Sant'Antonio nella direzione della Bastiglia.

Mentre camminava, lanciò un'occhiata indignata e retrospettiva alla bottega del parrucchiere.

- E' senza cuore, quel baccalà! - borbottò. - E' un inglesaccio.

Una ragazza, vedendoli camminare tutti e tre in fila indiana, con Gavroche alla testa, si diede a ridere sgangheratamente. Quel riso mancava di rispetto al gruppo.

- Buon giorno, signorina Omnibus, - disse Gavroche.

Un momento dopo, tornando con la mente al parrucchiere aggiunse:- Ho sbagliato, bestia; non è un baccalà, è un serpente.

Parrucchiere, andrò a cercare un magnano e ti faro attaccare un campanello alla coda.

Il barbiere l'aveva reso aggressivo. Scavalcando un rigagnolo, apostrofò una portinaia barbuta, degna di incontrare Faust sul Brocken, la quale teneva la scopa in mano.

- Signora, - le disse, - siete uscita col vostro cavallo?

E in pari tempo inzaccherò le scarpe verniciate di un passante.

- Mariuolo! - gridò costui infuriato.

Gavroche alzò il naso dalla sciarpa.

- Con chi ce l'ha il signore?

- Con te.

- L'ufficio è chiuso, - rispose Gavroche. - Non ricevo più reclami.

Intanto, mentre continuava a risalire la via, scorse sotto un portone una mendicante di tredici o quattordici anni, tutta intirizzita, con la gonnella tanto corta che mostrava i ginocchi.

La poverina cominciava a essere troppo grande per vestire a quel modo. Lo sviluppo fa di questi tiri; la gonnella diventa corta proprio quando la nudità diventa indecente.

- Povera ragazza! - esclamò Gavroche. - Non ha neppure le mutande.

Toh, prendi questo, a ogni modo.

E levatosi tutta quella buona lana d'intorno al collo, la gettò sulle spalle scarne e livide della mendicante, dove la sciarpa ridiventò scialle.

La fanciulla lo guardò con aria stupita e ricevette lo scialle in silenzio. A un certo grado di miseria il povero, nel suo stupore, non geme più del male e non ringrazia più del bene.

Ciò fatto:

- Brrr! - esclamò Gavroche, tremando più di san Martino, il quale almeno s'era serbato la metà del suo mantello.

A quel brrr! la pioggia, raddoppiando il suo malumore, divenne rabbiosa. Quei tempacci puniscono le buone azioni.

- Insomma - esclamò il birichino - che vuol dire ciò? Piove di nuovo! Dio buono, se continua in questo modo disdico l'abbonamento.

E s'avviò di nuovo.

- A ogni modo, - riprese volgendo un'occhiata alla mendicante che si raggomitolava sotto lo scialle, - eccone una che ha una scorza famosa!

E guardando il maltempo, gridò:

- Acchiappato!

I due bimbi allungavano il passo per seguirlo. Passando dinanzi a una di quelle fitte reti metalliche che indicano la bottega di un fornaio, poiché si mette il pane come l'oro dietro una cancellata di ferro, Gavroche volgendosi chiese:

- A proposito, marmocchi, abbiamo desinato?

- Signore, - rispose il maggiore, - non mangiamo da stamattina.

- Dunque non avete né padre né madre, - riprese maestosamente il monello.

- Scusate, signore, abbiamo il papà e la mamma, ma non sappiamo dove sono.

- Delle volte e meglio non saperlo, - disse Gavroche che era un pensatore.

- Sono ormai due ore che camminiamo, - riprese il fanciullo.

Abbiamo cercato se c'era qualche cosa negli angoli dei pilastrini, ma non abbiamo trovato nulla.

- Lo so, - disse Gavroche. - Sono i cani che mangiano tutto.

E riprese, dopo una pausa:

- Dunque abbiamo perduto gli autori dei nostri giorni; non sappiamo più che cosa ne abbiamo fatto; questo non va bene, birichini. E' stupido smarrire così delle persone d'età. Sta bene, ma intanto bisogna mangiare.

Del resto, non mosse loro altre domande. Cosa c'era di più naturale del trovarsi senza casa?

Il maggiore dei bimbi, ritornato quasi interamente alla facile spensieratezza infantile, esclamò:

- E' curioso però! La mamma ci aveva promesso di condurci a prendere il bosso benedetto la domenica delle palme!

- Neurs, - rispose Gavroche.

- La mamma, - riprese il bimbo, - è una signora che abita con Madamigella Miss.

- Tanflute, - ribatté Gavroche.

Si era intanto fermato, e da qualche minuto tastava e frugava ogni sorta di cantucci che aveva nei suoi cenci.

Finalmente rialzò la testa con un piglio che voleva essere soltanto soddisfatto, ma che in realtà era trionfante.

- Calmiamoci, marmocchietti: ecco di che cenare tutti e tre.

E da una delle tasche trasse fuori un soldo.

Quindi, senza lasciar tempo ai piccini di meravigliarsi, se li spinse davanti tutti e due nella bottega del fornaio, e mise il suo soldo sul banco gridando:

- Garzone, cinque centesimi di pane.

Il fornaio che era il padrone in persona, prese un pane e un coltello.

- ln tre pezzi, garzone! - riprese Gavroche, e aggiunse con dignità: - Siamo in tre.

Ma vedendo che il panettiere, dopo aver esaminato i tre, aveva preso un pane bigio, egli si cacciò un dito nel naso con un'aspirazione altrettanto imperiosa che se avesse tenuto alla estremità del pollice la presa di tabacco del gran Federico, e scagliò in volto al fornaio questa sdegnosa apostrofe:

- Checsecsà?

Se mai qualcuno fra i nostri lettori francesi fosse indotto a supporre che l'esclamazione di Gavroche fosse una parola russa o polacca, oppure uno di quei gridi selvaggi che gli "Yoways" e i "Botocudos" si lanciano dall'una all'altra riva di un fiume nelle solitudini, noi lo preveniamo, ché si tratta invece di una parola che si dice tutti i giorni in luogo della frase: "Qu'est-ce que c'est que celà?". Che cosa è questo? Il panettiere capì perfettamente e rispose:

- Eh ma... è pane, un ottimo pane di seconda qualità.

- Volete cioè dire che è pane nero schifoso, - riprese Gavroche con voce tranquilla e freddamente sprezzante. Pane bianco, garzone! pane insaponato! ho degli invitati.

Il fornaio non poté trattenersi dal sorridere, e mentre tagliava il pane bianco, li esaminava con fare compassionevole che urtò il monello.

- Ohé, garzone, cos'avete da squadrarci con la tesa?

Messi tutti e tre l'uno sull'altro avrebbero formato una tesa.

Quando il pane fu tagliato, il fornaio ritirò il soldo, e Gavroche disse ai due piccini:

- Macinate.

Essi lo guardarono interdetti.

Gavroche si mise a ridere:

- Ah sì! è vero. Sono così piccoli! non sanno ancora.

E riprese:

- Mangiate.

Nello stesso tempo porgeva a ciascuno un pezzo di pane. E ritenendo che il maggiore, che gli pareva più degno della sua conversazione, meritasse un incoraggiamento speciale e dovesse essere sbarazzato di ogni esitazione e soddisfare il suo appetito, aggiunse dandogli la parte più grossa:

- Cacciati questo nel gozzo.

C'era un pezzo più piccolo degli altri: lo tenne per sé. I poveri ragazzi affamati, compreso Gavroche, si posero ad addentare voracemente il loro pane, ingombrando la bottega del fornaio.

Questi, adesso che era stato pagato, li guardava con malumore.

- Rientriamo nella via - disse Gavroche.

E ripigliarono la direzione della Bastiglia.

Ogni tanto, quando passavano davanti alle botteghe illuminate, il più piccino si fermava a guardare l'ora a un piccolo orologio di piombo, che portava sospeso al collo con un cordoncino.

- E' un vero merlotto, - diceva Gavroche.

Poi, fattosi pensieroso, borbottava tra i denti:

- Non importa; se avessi dei mocciosi, li custodirei un po' meglio.

Mentre finivano il pezzo di pane, e arrivavano all'angolo di quella noiosa via Ballets, in fondo alla quale si scorge lo sportello basso e odioso della Force:

- Guarda, sei tu, Gavroche? - disse qualcuno.

- Guarda, sei tu, Montparnasse? - rispose il birichino.

Quello che aveva abbordato Gavroche era un uomo, e quell'uomo non era altri che Montparnasse travestito, con gli occhiali azzurri, ma riconoscibile per Gavroche.

- Figlio d'un cane! - proseguì il monello - hai una scorza color cataplasma di semi di lino e gli occhiali azzurri come un medico.

Hai dello stile, parola di Gavroche!

- Zitto! - fece Montparnasse. - Abbassa la voce!

E trascinò vivamente Gavroche fuori dalla luce delle botteghe.

I due piccoli li seguirono macchinalmente, tenendosi per mano.

Quando giunsero sotto l'atrio oscuro d'un portone, al coperto dagli sguardi e dalla pioggia, Montparnasse chiese:

- Sai dove vado?

- All'abazia del Mont-à-Regret, - rispose Gavroche.

- Burlone!

E Montparnasse riprese:

- Vado a trovare Babet.

- Ah! - osservò Gavroche. - Lei si chiama Babet?

Montparnasse abbassò la voce:

- Non lei, lui.

- Ah Babet!

- Sì, Babet.

- Io lo credevo sotto catenaccio.

- Ha rotto il catenaccio - rispose Montparnasse.

E narrò rapidamente al monello che quella mattina stessa Babet, trasferito alla Conciergerie, era evaso voltando a sinistra invece che a destra nel "corridoio dell'istruzione".

Gavroche ammirò l'abilità:

- Che dentista! - disse.

Montparnasse aggiunse alcuni particolari sull'evasione di Babet, e terminò dicendo:

- E non basta.

Mentre ascoltava, il monello s'era impossessato d'una canna che l'altro teneva in mano, e avendo macchinalmente tirato la parte superiore, apparve la lama d'un pugnale.

- Ah! - diss'egli, ricacciando prontamente il ferro nel bastone.- Hai portato il tuo gendarme travestito da borghese.

Montparnasse strizzò l'occhio.

- Diamine! - riprese Gavroche. - Vai dunque a far baruffe coi "cognes"?

- Non si sa mai, - rispose Montparnasse con fare noncurante. E' sempre bene aver addosso uno spillo.

Il monello insistette:

- Cosa farai dunque, stanotte?

Montparnasse riprese il tono grave e rispose mangiando le sillabe:

- Qualche cosa.

Poi cambiando discorso, a un tratto:

- A proposito!

- Cosa?

- Una storia di ieri l'altro. Figurati! incontro un borghese che mi regala un sermone e la sua borsa. Io metto in tasca tutto; ebbene, un minuto dopo, frugo dentro, non c'era più niente.

- Tranne il sermone, - fece Gavroche.

- Ma tu dove vai adesso? - riprese Montparnasse.

E l'altro, mostrandogli i due suoi protetti:

- Vado a mettere a letto questi ragazzi.

- Dove, a letto?

- Da me.

- Dove, da te?

- In casa mia.

- Hai un alloggio dunque?

- Sì, ho un alloggio.

- E dove?

- Nell'elefante, - rispose Gavroche.

Benché Montparnasse fosse poco accessibile allo stupore non poté trattenere un'esclamazione:

- Nell'elefante!

- Ebbene sì, nell'elefante, - ribatté il monello. - Checsaà?

Anche questa è un'altra parola della lingua che nessuno scrive e che tutti parlano. Significa: "qu'est-ce-que cela a?". Che ci trovi di strano? La profonda osservazione del monello ridonò la calma e il buon senso a Montparnasse, che parve tornare a migliori sentimenti sull'alloggio di Gavroche.

- Infatti - disse - hai ragione! Sì, l'elefante... Ci si sta bene?

- Benissimo - rispose Gavroche - proprio magnificamente. Non ci sono correnti d'aria come sotto i ponti.

- Come fai ad entrarci?

- Entro.

- C'è dunque un buco?

- Si capisce! Ma non bisogna dirlo. E' fra le gambe davanti; i poliziotti non se ne sono accorti.

- E tu t'arrampichi? Sì, ora capisco.

- In un attimo, cric, crac, è fatto: non c'è più nessuno.

Dopo una pausa, Gavroche aggiunse:

- Per questi piccini avrò una scala.

Montparnasse si mise a ridere.

- Dove diavolo hai preso quei mocciosi?

L'altro rispose con naturalezza:

- Me li ha regalati un parrucchiere.

Intanto Montparnasse era diventato pensieroso.

- Tu mi hai riconosciuto molto facilmente - mormorò.

Tolse di tasca due oggettini, che non erano altro che due cannelli di penna, e se ne introdusse uno in ciascuna narice: gli facevano un naso diverso.

- Ti cambiano la fisionomia - disse Gavroche; - sei meno brutto; dovresti portarli sempre. Montparnasse era un bel giovane, ma il monello era burlone.

- Senza scherzi - chiese Montparnasse - come mi trovi?

Era un altro suono di voce. In un batter d'occhi, Montparnasse era diventato irriconoscibile.

- Oh! facci Pulcinella! - esclamò Gavroche.

I due piccini, che fino allora non avevano ascoltato una parola, intenti come erano a ficcarsi le dita nel naso, all'udire quel nome si avvicinarono e guardarono Montparnasse con un principio di gioia e d'ammirazione.

Sfortunatamente Montparnasse era preoccupato.

Posò la mano sulla spalla di Gavroche, e gli disse accentuando le parole:

- Senti quello che ti dico, ragazzo. Se fossi sulla piazza col mio dog, la mia daga e la mia diga, e voi mi prodigaste dieci soldoni, non mi rifiuterei di lavorare, ma oggi non è martedì grasso.

Questa frase bizzarra produsse sul monello un effetto strano. Si volse lestamente, girò intorno con profonda attenzione i suoi piccoli occhi brillanti, e scorse, alcuni passi più in là una guardia che volgeva loro le spalle. Si lasciò sfuggire un: - ah bene! - che subito represse; quindi stringendo la mano a Montparnasse gli disse:

- Ebbene, buona sera, me ne vado all'elefante coi miei marmocchi.

Se per caso avessi bisogno di me una notte, vieni a cercarmi là.

Non c'è portinaio. Domanderai del signor Gavroche.

- Va bene - rispose l'altro.

E si separarono. Montparnasse si incamminò verso la Grève, e Gavroche verso la Bastiglia. Il bimbo di cinque anni, rimorchiato da suo fratello, che era rimorchiato da Gavroche, volse indietro parecchie volte la testa per vedere "Pulcinella" che s'allontanava.

La frase enigmatica con cui Montparnasse aveva avvertito Gavroche della presenza del poliziotto, non conteneva altro talismano fuorché l'assonanza "dig" ripetuta parecchie volte sotto diverse forme. Questa sigla non pronunciata isolatamente ma frammista abilmente alle parole d'una frase, significa: "Stiamo al'erta, non si può parlare liberamente". - C'era inoltre, nella frase di Montparnasse, una bellezza letteraria che sfuggi al monello, cioè "il mio dog, la mia daga, la mia diga" locuzione del gergo del Tempio, che significa il mio cane, il mio coltello e mia moglie, e che era molto in uso fra gli avventurieri del gran secolo, quando Molière scriveva e Callot disegnava.

Nell'angolo sud-est della piazza della Bastiglia, vicino alla darsena del canale scavato nell'unico fossato della cittadella- prigione, si vedeva ancora vent'anni or sono un monumento bizzarro, già scomparso dalla memoria dei parigini e che pur meritava di lasciarvi qualche traccia, essendo un'idea del "membro dell'Istituto, generale in capo dell'esercito d'Egitto".

Diciamo monumento, benché non fosse più d'un abbozzo. Ma quello stesso abbozzo prodigioso, cadavere grandioso di un'idea napoleonica, che due o tre successivi colpi di vento avevano ogni volta portato via e gettato più lontano da noi, era diventato storico e aveva acquistato un certo carattere definitivo, che contrastava col suo aspetto provvisorio. Era un elefante alto quaranta piedi, costruito in legno e muratura, con sul dorso la sua torre somigliante a una casa, dipinto una volta in verde da un imbianchino qualsiasi, poi dipinto in nero dall'aria, dalla pioggia e dal tempo. In quell'angolo deserto e nudo della piazza, la larga fronte del colosso, la proboscide, i denti, la torre, l'enorme groppa, le quattro zampe simili a colonne disegnavano, di notte, sul cielo stellato, un profilo sorprendente e terribile.

Non si sapeva che cosa volesse significare: pareva un simbolo della forza popolare. Era enigmatico, immenso, cupo; una specie di fantasma potente, visibile e ritto accanto allo spettro invisibile della Bastiglia.

Pochi stranieri visitavano quel monumento, nessun passante lo guardava. Cadeva in rovina; a ogni stagione, si staccavano dei pezzi di vernice dai suoi fianchi, aprendovi delle piaghe orribili. Gli "edili", come si dice in gergo elegante, l'avevano dimenticato fin dal 1814. Giaceva là in quell'angolo, triste, malato, crollante, circondato da una palizzata imputridita, insudiciata ogni momento da cocchieri ubriachi; dei crepacci gli solcavano il ventre, un'assicella gli pendeva dalla coda e in mezzo alle gambe gli cresceva l'erba. E siccome il livello della piazza attorno, in trent'anni, si elevava con quel movimento lento e continuo che rialza insensibilmente il suolo delle grandi città, l'elefante veniva a trovarsi in un avvallamento e pareva che la terra gli si sprofondasse sotto. Era immondo, spregevole, ripugnante e superbo, brutto agli occhi del borghese, malinconico a quelli del pensatore. Aveva qualcosa della lordura che sta per essere spazzata e della maestà che sta per essere decapitata.

Come abbiamo detto, di notte l'aspetto mutava. La notte è il vero ambiente di tutto quello che è ombra. Appena cadeva il crepuscolo, il vecchio elefante si trasfigurava, assumeva un aspetto tranquillo e formidabile nell'immensa serenità delle tenebre.

Appartenendo al passato, apparteneva alla notte, e 1'oscurità si adattava alla sua grandezza.

Quel monumento, rozzo, massiccio, pesante, ruvido, austero e quasi deforme, ma indubbiamente maestoso e improntato a una specie di gravità magnifica e selvaggia, è sparito per lasciar regnare in pace quella specie di gigantesca stufa ornata del suo tubo, che ha sostituito la cupa fortezza a nove torri, press'a poco come la borghesia sostituisce la feudalità. E' ben naturale che una stufa serva di simbolo a un'epoca, la cui potenza sta in una marmitta.

Quest'epoca passerà, già passa; si comincia a comprendere che se può esserci della forza in una caldaia, non può esserci potenza se non nel cervello; che in altri termini, quelle che guidano e trascinano il mondo non sono le locomotive, ma le idee. Attaccate le locomotive alle idee, sta bene; ma non prendete il cavallo per il cavaliere.

Comunque sia, per tornare alla piazza della Bastiglia, l'architetto dell'elefante era riuscito a fare col gesso qualcosa di grande; l'architetto del tubo da stufa è riuscito a fare col bronzo qualche cosa di meschino.

Quel fumaiolo, battezzato col nome sonoro e famoso di colonna di Luglio, quel monumento mancato di una rivoluzione abortita, era ancora avvolto nel 1832 da un'immensa impalcatura, che per conto nostro rimpiangiamo, e chiuso da un vasto recinto di tavole che finiva d'isolare l'elefante.

Fu verso quell'angolo della piazza, a mala pena rischiarato da un lampione lontano, che il monello condusse i due bambini.

Ci si permetta d'interromperci e ricordare che diciamo delle semplici realtà, e che vent'anni fa il tribunale dei minorenni ebbe a giudicare un fanciullo accusato di vagabondaggio e di guasti a un monumento pubblico, perché sorpreso a dormire nell'interno dell'elefante della Bastiglia. Ciò constatato, proseguiamo.

Arrivando presso il colosso, Gavroche capì l'effetto che l'infinitamente grande può produrre sull'infinitamente piccolo, e disse:

- Non abbiate paura, ragazzi!

Poi entrò nel recinto dell'elefante scavalcando la palizzata e aiutò i bambini a scavalcare. I due ragazzi, un po' sgomenti seguivano Gavroche senza parlare, affidandosi a quella provvidenza cenciosa, che aveva dato loro un tozzo di pane e promesso un ricovero.

Distesa a terra lungo la palizzata c'era una scala a mano, che serviva di giorno agli operai del vicino cantiere; Gavroche la sollevò con un vigore singolare e l'appoggiò a una delle gambe anteriori dell'elefante. Verso il punto dove metteva capo la scala si vedeva nel ventre del colosso un buco nero.

Il monello indicò ai suoi ospiti la scala e il buco, e disse loro:

- Salite ed entrate.

I due fratellini si guardarono atterriti.

- Avete paura, mocciosi! - esclamò Gavroche.

E aggiunse:

- Adesso vedrete.

S'avvinghiò al piede rugoso dell'elefante, e in un batter d'occhio, senza degnarsi di adoperare la scala, giunse fino al buco. Entrò come una lucertola che scivola in una fessura, vi si immerse, e un momento dopo i due piccini videro confusamente apparire, come una forma biancastra e livida, la sua testa pallida sull'orlo del buco tenebroso.

- Su via, dunque, salite! - gridò; - vedrete come si sta bene!...

Monta, tu! - aggiunse rivolgendosi al maggiore - ti stenderò la mano.

I due bimbi si spinsero l'un l'altro con la spalla; il monello li intimidiva e rassicurava nello stesso tempo; e poi pioveva molto forte. Il maggiore si arrischiò; l'altro, vedendo che il fratello saliva e che egli rimaneva solo fra le gambe di quell'immensa bestia, sentiva una gran voglia di piangere, ma non osava.

Il più grande saliva, barcollando, i pioli della scala, mentre Gavroche l'incoraggiava a ogni passo con esclamazioni da maestro di scherma agli scolari e da mulattiere ai muli:

- Non aver paura!

- Così!

- Continua! Metti là il piede! Qua la mano! Coraggio!

E quando l'ebbe a tiro, con un moto rapido ed energico 1'afferrò per il braccio e lo tirò a sé, esclamando:

- Inghiottito!

Il bambino aveva varcato il buco.

- Adesso aspettami - disse Gavroche. - Abbiate la bontà di sedervi, signore.

E uscendo dal buco com'era entrato, si lasciò sdrucciolare lungo la gamba dell'elefante con l'agilità di una scimmia, cadde in piedi nell'erba, pigliò alla cintura il bimbo di cinque anni, lo piantò sulla scala, e si mise a salire dietro di 1ui, gridando al maggiore:

- Io lo spingo, tu lo tirerai.

In un momento il piccino fu portato su, spinto, tirato, trascinato, introdotto, ficcato nel buco, senza aver avuto tempo di raccapezzarsi. Gavroche, entrato dopo di lui, respinse con una pedata la scala che cadde nell'erba, e si mise a battere le mani esclamando:

- Eccoci! Viva il generale Lafayette!

Passata quest'esplosione, aggiunse:

- Ragazzi, siete in casa mia.

Gavroche era effettivamente in casa sua.

Oh! inaspettata utilità dell'inutile! carità delle cose grandi!

bontà dei giganti! Quello smisurato monumento, che aveva contenuto un pensiero dell'imperatore, era diventato il rifugio di un monello.

Il bimbo era stato accettato e ospitato dal colosso. I borghesi vestiti a festa che passavano davanti all'elefante della Bastiglia, dicevano volentieri, squadrandolo, con aria sprezzante, coi loro occhi a fior di testa: - A che serve quella roba? - Serviva a salvare dal freddo, dalla brina, dalla grandine, dalla pioggia, a riparare dal vento invernale, a preservare dal sonno nel fango che dà la febbre, e dal sonno nella neve che dà la morte, un piccolo essere senza padre né madre, senza pane né abiti né asilo; serviva a ospitare l'innocente reietto della società; serviva a diminuire la colpa pubblica; era un rifugio aperto a chi trovava tutte le porte chiuse, pareva che il vecchio miserabile mastodonte, invaso dagli insetti e dall'oblio, coperto di verruche, di muffa e di ulceri, cadente, tarlato, abbandonato, condannato, colossale mendicante che invano chiedeva l'elemosina di uno sguardo benevolo in mezzo al crocevia, avesse avuto pietà di quell'altro mendicante, del povero pigmeo senza scarpe ai piedi, senza soffitto sulla testa, che si soffiava sulle dita, vestito di cenci, nutrito di quello che si getta via. Ecco a che cosa serviva l'elefante della Bastiglia. L'idea di Napoleone, sdegnata dagli uomini, era stata ripresa da Dio. Quello che sarebbe stato soltanto illustre, era divenuto augusto. Per realizzare il suo pensiero, all'imperatore sarebbe occorso il porfido, il bronzo, il ferro, l'oro, il marmo: a Dio bastava quel vecchio mucchio di assi, di travi e di gesso. L'imperatore aveva avuto un'idea geniale; in quell'elefante titanico, prodigioso, armato, che doveva tenere alta la proboscide, portare la sua torre e lanciare tutt'intorno delle acque fresche e vivificanti, Napoleone voleva raffigurare il popolo; Dio ne aveva fatto una cosa più grande, vi ospitava un fanciullo.

Il buco per cui era entrato Gavroche era una breccia appena visibile di fuori, nascosta com'era, l'abbiamo detto, sotto il ventre del colosso, e tanto stretta che solo i gatti e i bimbi vi potevano passare.

- Cominciamo - disse il monello - dall'avvertire il portinaio che non siamo in casa.

E muovendosi nelle tenebre con la disinvoltura di chi conosce il proprio appartamento, prese una tavola e chiuse il buco. Poi si mosse di nuovo nell'oscurità, e i bambini sentirono sfriggere lo zolfanello immerso nell'ampollina fosforica. Allora non esisteva ancora il fiammifero, e lo zolfino fosforico Fumade rappresentava il progresso.

Una luce improvvisa fece socchiudere i loro occhi; Gavroche aveva acceso uno di quei pezzetti di corda imbevuti di resina che chiamano sorci di cantina. Quella specie di candela, mandando più fumo che luce, rendeva confusamente visibile l'interno dell'elefante.

I due ospiti di Gavroche si guardarono attorno e provarono qualcosa di simile a quello che proverebbe chi fosse rinchiuso nella grande botte di Heidelberg, o meglio ancora a quello che dovette provare Giona nel biblico ventre della balena. Appariva loro e li avvolgeva uno scheletro gigantesco. In alto, una lunga trave bruna, da cui partivano a intervalli ossature centinate, rappresentava la colonna vertebrale con le costole, donde pendevano come visceri delle stalattiti di gesso, e da una costola all'altra vaste ragnatele formavano dei polverosi diaframmi. Qua e là si vedevano negli angoli grosse macchie nerastre che parevano vive e si spostavano rapidamente con un movimento brusco e spaventato.

I calcinacci caduti dai dorsi sul ventre dell'elefante ne avevano colmato le concavità, in modo che vi si poteva camminare come sopra un impiantito.

Il più piccolo dei due bimbi si strinse contro il fratello dicendo sottovoce:

- Com'è nero!

Questa parola fece scattare Gavroche. L'aspetto pietrificato dei due ragazzi rendeva necessaria una scossa.

- Cosa andate cercando? - esclamò. - Facciamo gli schizzinosi?

facciamo i disgustati? Volete le Tuileries? Se siete due bestie, ditelo. Vi avverto che non appartengo al reggimento degli sciocchi. Cosa siete? i figli di Rothschild?

Uno scossone è buono nella paura; serve a rassicurare. I due bambini si riaccostarono a Gavroche.

Allora questi, paternamente commosso da quella fiducia, passò "dal grave al dolce" e volgendosi al più piccino:

- Bestiolina - gli disse moderando l'ingiuria con una piacevole sfumatura - fuori sì che è nero! Fuori piove e qui no; fuori fa freddo e qui non c'è un filo di vento; fuori c'è tanta gente, e qui non c'è nessuno; fuori non c'è nemmeno la luna, e qui abbiamo la candela, porco cane!

I due fanciulli cominciarono a guardare l'appartamento con meno paura; ma Gavroche non diede loro l'agio della contemplazione.

Li spinse verso quello che siamo lietissimi di poter chiamare il fondo della camera. Là stava il suo letto. Il letto di Gavroche era completo; vale a dire che c'era un materasso, una coperta e un'alcova con le cortine. Il materasso era una stuoia di paglia; la coperta era un largo scampolo di un grosso panno grigio quasi nuovo e molto caldo. Ed ecco che cos'era l'alcova.

Tre pioli abbastanza lunghi, infissi solidamente nel calcinaccio del suolo, vale a dire nel ventre dell'elefante, due avanti, uno indietro, e riuniti alla sommità da una corda, in modo da formare un fascio piramidale, sostenevano una rete di ferro sovrapposta ma così magistralmente applicata e mantenuta per mezzo di fili di ferro da avvolgere interamente i pioli. La rete, fissata tutt'intorno al suolo da una cintura di grosse pietre, in modo da non lasciar passare nulla al di sotto, non era altro che un pezzo delle reti metalliche con cui si rivestono le uccelliere nei serragli. Il letto là sotto era come una gabbia; il tutto somigliava a una tenda di esquimese. La rete sostituiva le cortine. Gavroche spostò un poco le pietre che mantenevano sul davanti la rete; i due lembi della rete, ripiegati l'uno sull'altro, si scostarono.

- Ragazzi, a quattro zampe! - diss'egli.

Fece entrare con precauzione gli ospiti nella gabbia, poi vi si introdusse lui pure strisciando, riaccostò le pietre e chiuse ermeticamente l'apertura.

Si sdraiarono tutti e tre sulla stuoia. Per quanto piccini, nessuno di loro avrebbe potuto stare in piedi nell'alcova.

- Ed ora dormite! Io spengo la candela - disse Gavroche, che aveva sempre la candela in mano.

- Signore, - gli chiese il maggiore dei fratellini, additandogli la rete - cos'è questo?

- Questo - rispose gravemente Gavroche - è per i sorci... Dormite!

Però si credette in dovere d'aggiungere qualche altra parola per l'istruzione di quelle creature in tenera età, e proseguì:

- Sono cose del giardino zoologico, servono alle bestie feroci. Ce n'è un magazzino pieno. Basta salire sopra un muro, arrampicarsi per una finestra e passare sotto un uscio, e se ne ha quanta se ne vuole.

E mentre parlava, ravvolgeva in un lembo della coperta il piccolo, che mormorò:

- Oh! così va bene! è caldo!

Gavroche guardò la coperta con occhio soddisfatto.

- Anche questa viene dal Giardino zoologico - disse; - l'ho tolta alle scimmie.

E mostrando al maggiore la stuoia su cui erano coricati, molto spessa e lavorata bene, aggiunse:

- Questa era della giraffa.

- Le bestie avevano tutte queste cose e io le ho prese; ma non sono andate in collera. Ho detto loro: - sono per l'elefante.

E dopo un altro momento di silenzio aggiunse:

- Basta scavalcare i muri per infischiarsi del governo: ecco!

I due fanciulli contemplavano con un rispetto timido e stupefatto quella creatura intrepida e inventiva, vagabonda, isolata, debole al pari di loro, che aveva qualcosa di miserabile e di onnipotente che a loro pareva soprannaturale, e la cui fisionomia era composta di tutte le smorfie d'un vecchio saltimbanco miste al più ingenuo e più grazioso sorriso.

- Signore - disse timidamente il più grande - dunque, voi non avete paura dei poliziotti?

Gavroche si limitò a rispondere:

- Ragazzo, non si dice poliziotto, si dice "cognes".

Il minore aveva gli occhi aperti, ma non parlava. Siccome si trovava a un'estremità della stuoia, mentre l'altro era nel mezzo, Gavroche gli rincalzò la coperta, come avrebbe potuto fare una madre, e con alcuni cenci rialzò la stuoia sotto la sua testa in modo da formargli un guanciale. Poi rivolgendosi all'altro:

- Vero, eh! che qui si sta bene?

- Oh! sì - rispose il ragazzo guardando Gavroche con l'espressione di un angelo salvato.

I due poveri piccini, tutti bagnati, cominciavano a riscaldarsi.

- Appunto - riprese Gavroche - ma perché piangevate?

E additando il minore al maggiore:

- Per un moccioso come lui, va bene; ma per uno grande come te, è cretino; si ha l'aria di un vitello.

- Diamine - rispose il fanciullo - non avevamo più una casa dove andare.

- Ragazzo! - rispose Gavroche - non si dice casa, si dice "piolle".

- E poi avevamo paura di trovarci così soli di notte.

- Non si dice notte, si dice "sorgue".

- Grazie, signore - disse il fanciullo.

- Ascolta - riprese Gavroche - non bisogna mai più gemere per nulla. Io avrò cura di voi; vedrai che ci divertiremo. D'estate, andremo alla Glacière con Navet, un mio compagno, a fare il bagno nella darsena, e correremo nudi sulle zattere davanti al ponte di Austerlitz per fare arrabbiare le lavandaie. Gridano, s'infuriano; se vedessi come sono curiose! Andremo a vedere l'uomo scheletro; è vivo, sta ai Campi Elisi ed è magro in un modo incredibile, quell'animale! Poi vi condurrò a teatro, a sentire Federico Lemaître. Posso avere i biglietti, conosco degli attori; ho anche recitato una volta in una commedia. Eravamo tutti piccoli così, e correvamo sotto una tela per fare il mare. Vi farò scritturare al mio teatro. Andremo a vedere i selvaggi. Non sono selvaggi veri, quelli! Si mettono le maglie color rosa che fanno delle pieghe e si vedono ai gomiti i rappezzi di filo bianco. Poi, andremo all'Opera; entreremo con la "claque". La "claque" dell'Opera è molto bene assortita, ma non mi farei mica vedere insieme con loro per la strada. Figurati che all'Opera ce n'è di quelli che pagano venti soldi; ma sono gli imbecilli; li chiamano strofinacci. E poi andremo a veder ghigliottinare. Vi farò conoscere il carnefice, il quale abita in via del Marais; si chiama il signor Sanson. Alla sua porta c'è una buca per le lettere. Oh, ci divertiremo magnificamente!

Una goccia di cera, cadutagli in quell'istante sulle dita, lo richiamò alla realtà della vita.

- Diamine! - esclamò - la candela si consuma. Attenti! Io non posso mettere nel bilancio più di un soldo al mese per l'illuminazione. Quando si va a letto si deve dormire; non abbiamo il tempo di leggere i romanzi di Paolo de Kock. Aggiungi che la luce potrebbe passare per le fessure del portone d'entrata e i "cognes" potrebbero vedere!

- E poi - osservò timidamente il più grandicello, l'unico che osava parlare con Gavroche e rispondergli - una favilla potrebbe cadere nella paglia, e bisogna badare a non incendiare la casa.

- Non si dice incendiare la casa - osservò Gavroche-ma "riflauder le bocard".

Il mal tempo infuriava; attraverso il brontolio del tuono, si udiva la pioggia dirotta battere sul dorso del colosso.

- Gliel'abbiamo fatta alla pioggia! - riprese il monello. - Mi diverte sentire scorrere la caraffa giù per le gambe della casa.

L'inverno è un bestione; consuma la mercanzia, spreca fatica, non può bagnarci e s'arrabbia, quel vecchio portatore d'acqua!

A questa allusione al tuono, di cui Gavroche da vero filosofo del secolo diciannovesimo accettava tutte le conseguenze, tenne dietro un gran lampo così abbagliante che qualche poco ne entrò per il crepaccio nel ventre dell'elefante; e quasi nello stesso tempo il tuono brontolò furiosamente. I due piccini mandarono un grido e si sollevarono con tale impeto che poco mancò non rovesciassero la rete; ma Gavroche si volse verso di loro con la sua faccia ardita, e approfittò del tuono per scoppiare a ridere.

- Calma, bambini - non facciamo crollare l'edificio. Alla buon'ora! ecco un bel tuono! non è il brontolio del lampo. Bravo il buon Dio! Porco cane! E' riuscito quasi bene come all'Ambigu.

Ciò detto, rimise a posto la rete, spinse dolcemente i bambini sul capezzale del letto, strinse loro i ginocchi perché si stendessero ben diritti ed esclamò:

- Giacché il buon Dio accende la sua candela, io posso spegnere la mia. Ragazzi, giovanotti miei, bisogna dormire. Il non dormire fa male, o, come si dice nell'alta società, fa puzzare il fiato.

Attorcigliatevi nella coperta, perché ora spengo. Ci siete?

- Sì - mormorò il maggiore. - Mi trovo bene, come se avessi le piume sotto la testa.

- Non si dice testa - gridò Gavroche - si dice "tronche".

I due fratelli si strinsero uno accanto all'altro. Il monello finì di accomodarli sulla stuoia, tirò la coperta fin sulle loro orecchie, poi ripeté per la terza volta l'ingiunzione in lingua ieratica:

- "Pioncez"! dormite!

E spense il moccolo.

Appena spenta la luce, uno strano fracasso cominciò ad agitare la rete metallica sotto la quale stavano coricati i tre ragazzi. Era una moltitudine di sordi sfregamenti che davano un suono metallico, come se delle unghie e dei denti stridessero sul filo di ottone. E tutto questo era accompagnato da ogni specie di acuti stridii.

Il ragazzo di cinque anni, udendo quello strepito sul suo capo, agghiacciato dallo spavento, spinse col gomito il fratello maggiore, ma il fratello maggiore cominciava già a dormire, come gli aveva ordinato Gavroche. Allora il piccino, non potendone più dalla paura, osò interpellare Gavroche, ma con voce sommessa, trattenendo il respiro:

- Signore?

- Eh? - disse il monello che aveva appena chiuso gli occhi.

- Cos'è questo rumore?

- Sono i sorci - rispose Gavroche.

E posò nuovamente la testa sulla stuoia.

Infatti i sorci, che pullulavano a migliaia nella carcassa dell'elefante ed erano quelle macchie nere vive di cui abbiamo parlato, erano stati tenuti a distanza dalla luce della candela:

ma non appena quella caverna, che era come la loro fortezza, fu restituita alla notte, sentendo quella che il buon novelliere Perrault chiama "la carne fresca", si precipitarono in massa sulla tenda di Gavroche, si arrampicarono sino alla sommità, e si misero a morderne le maglie, come se volessero bucare quella zanzariera di nuovo genere.

Intanto il piccino non si addormentava.

- Signore? - riprese.

- Eh! - fece Gavroche.

- Cosa sono i sorci?

- Sono i topi.

Questa risposta rassicurò un poco il bimbo, il quale una volta aveva visto dei topi bianchi e non aveva avuto paura. Tuttavia chiese nuovamente:

- Signore?

- Eh? - replicò Gavroche.

- Perché non avete un gatto?

- Ne ho avuto uno - rispose il monello - ne ho portato uno, ma me l'hanno mangiato.

Questa seconda spiegazione disfece l'opera della prima, e il bimbo ricominciò a tremare. Il dialogo tra lui e Gavroche riprese per la quarta volta.

- Signore?

- Eh?

- Chi è che fu mangiato?

- Il gatto.

- E chi mangiò il gatto?

- I sorci.

- I topi?

- Sì, i sorci.

Il bimbo costernato all'idea di quei sorci che mangiavano i gatti, proseguì:

- Signore, e mangeranno anche noi questi topi?

- Altro che! - rispose Gavroche.

Il terrore del fanciullo era al colmo, ma Gavroche soggiunse:

- Non aver paura, non possono entrare. E poi sono qua io! Ecco, prendi la mia mano, taci e dormi!

Gavroche diede la mano al piccolo il quale se la strinse sul petto e si sentì rassicurato. Il coraggio e la forza si comunicano in modo misterioso. Tutto era ritornato nel silenzio, perché il rumore delle voci aveva spaventato e allontanato i sorci. Questi però dopo pochi secondi ebbero un bel tornare alla carica e strepitare. I tre mocciosi, immersi nel sonno, non sentivano più niente.

Trascorsero le ore della notte. L'immensa piazza della Bastiglia giaceva nell'ombra, un vento invernale misto alla pioggia soffiava a sbuffi, le pattuglie frugavano sotto le porte, nei viali, nei recinti, negli angoli oscuri, in traccia di vagabondi, e passavano silenziosamente davanti all'elefante; il mostro, ritto, immobile, gli occhi aperti nelle tenebre, pareva meditasse quasi soddisfatto della sua buona azione, e riparava dalle intemperie e dagli uomini i tre poveri bimbi addormentati.

Per comprendere quanto segue, bisogna ricordarsi che a quell'epoca il corpo di guardia della Bastiglia stava all'altra estremità della piazza, e quello che accadeva presso l'elefante non poteva né essere visto né udito dalla sentinella.

Verso la fine dell'ora che precede immediatamente lo spuntare del giorno, un uomo sboccò correndo da via Sant'Antonio, attraversò la piazza, girò attorno al grande recinto della colonna di Luglio, e scivolò nella palizzata fin sotto il ventre dell'elefante. Se una luce qualsiasi avesse illuminato quell'uomo, a vederlo così tutto inzuppato, si sarebbe pensato che aveva trascorso la notte sotto la pioggia. Arrivato sotto l'elefante, lanciò un grido strano, che non appartiene a nessuna lingua umana e che soltanto un pappagallo potrebbe imitare; ripeté due volte quel grido, di cui la seguente ortografia dà appunto qualche idea: - Chirichichiù!

Al secondo grido, una voce chiara, fresca e allegra, rispose dall'interno del ventre: - Va bene!

Quasi immediatamente, la tavola che chiudeva il buco si spostò e ne uscì un fanciullo, che scivolò lungo la gamba dell'elefante e andò a cadere agilmente vicino all uomo. Il fanciullo era Gavroche, l'uomo Montparnasse.

Quel grido "chirichichiù", era certamente ciò che il monello aveva voluto dire con le parole: "Domanderai del signor Gavroche".

All'udirlo, s'era svegliato di soprassalto, s'era trascinato carponi fuori della sua alcova, spostando un po' la rete che aveva subito richiusa con cura, poi aveva aperto la botola ed era disceso.

L'uomo e il fanciullo si riconobbero in silenzio, nelle tenebre; Montparnasse si limitò a dire:

- Abbiamo bisogno di te, vieni a darci una mano.

Il monello non chiese altri schiarimenti.

- Eccomi - disse.

Tutti e due si incamminarono verso via Sant'Antonio, da dove era venuto Montparnasse, serpeggiando svelti tra la lunga fila di carretti carichi di erbaggi, che a quell'ora si avviavano al mercato.

Gli ortolani, rannicchiati sui loro veicoli in mezzo alle insalate e ai legumi, sonnolenti e ravvolti nei pastrani fino agli occhi a causa della pioggia, non guardavano neppure quegli strani passanti.




3. LE PERIPEZIE DELL'EVASIONE


Ecco cos'era accaduto quella notte alla Force.

Babet, Gueulemer, Brujon e Thénardier avevano concertato tra loro un'evasione, benché l'ultimo fosse in segreta. Babet aveva già fatto il colpo per proprio conto quella stessa mattina, come si è visto dal racconto di Montparnasse a Gavroche.

Montparnasse doveva aiutarli di fuori.

Brujon, che era stato per un mese in cella di punizione, aveva avuto il tempo, prima di tutto di intrecciarvi una corda, poi di maturarvi un piano. Una volta, quei luoghi severi in cui la disciplina del carcere abbandona il condannato a se stesso, si componeva di quattro muri di pietra, di una volta di pietra, d'un pavimento di pietra, d'un pagliericcio, di un abbaino a grata, d'una porta foderata di ferro, e si chiamavano "burelle". Ma la "burelle" fu ritenuta troppo orribile; adesso questa è fatta di una porta di ferro, d'un abbaino a grata, di un pagliericcio, d'un pavimento di pietra, d'una volta di pietra, di quattro muri di pietra e si chiama "cella di punizione". Verso mezzogiorno vi penetra un po' di luce. L'inconveniente di queste segrete che, come si vede, non sono "burelle", consiste nell'abbandonare ai propri pensieri degli uomini che invece bisognerebbe far lavorare.

Brujon dunque aveva meditato ed era uscito dalla segreta munito di una corda. Siccome lo ritenevano molto pericoloso nel cortile Carlomagno, lo misero nel Fabbricato Nuovo. Qui la prima cosa che trovò fu Gueulemer, e la seconda un chiodo; Gueulemer, vale a dire il delitto, un chiodo, vale a dire la libertà.

Brujon, di cui è tempo che ci formiamo un'idea completa, sotto le apparenze di una complessione molto delicata e un languore profondamente premeditato, era un elegante furfante, intelligente e ladro, che aveva lo sguardo carezzevole e il sorriso atroce. Lo sguardo proveniva dalla volontà, il sorriso dalla natura. I primi studi nella sua arte li aveva rivolti ai tetti; e aveva fatto fare grandi progressi all'industria dei ladri di piombo, i quali spogliano i tetti e strappano le grondaie col metodo detto "della trippa".

Quello che rendeva più favorevole il momento per un tentativo di evasione, era il fatto che i conciatetti proprio allora riparavano una parte delle ardesie della prigione. Il cortile San Bernardo non era così completamente isolato dal cortile Carlomagno e dal cortile San Luigi: c'erano lassù delle impalcature e delle scale a mano, o in altre parole, ponti e scale verso la liberazione.

Il Fabbricato Nuovo, di cui non c'era al mondo nulla di più lesionato e decrepito, costituiva il punto debole della prigione.

I muri erano tanto corrosi che avevano dovuto rivestire con un intavolato le volte dei dormitori, perché se ne staccavano le pietre che cadevano sui prigionieri mentre stavano a letto.

Nonostante quella vetustà, commettevano l'errore di rinchiudere nel Fabbricato Nuovo gli indiziati più inquietanti, di mettervi "i processi importanti" come si dice nel linguaggio carcerario.

Il Fabbricato Nuovo conteneva quattro dormitori sovrapposti e una soffitta che chiamavano Bell'Aria. Una larga canna di camino, probabilmente appartenente a un'antica cucina dei duchi La Force, partiva dal pianterreno, attraversava i quattro piani, tagliava in due tutti i dormitori, nei quali figurava come un pilastro appiattito, e andava a bucare il tetto.

Gueulemer e Brujon erano nello stesso dormitorio; li avevano messi per precauzione nel piano di sotto. Il caso aveva voluto che la spalliera dei loro letti fosse appoggiata alla canna del camino.

Thénardier era invece precisamente sopra di loro, nel locale chiamato Bell'Aria.

Il passante che in via Culture-Sainte-Catherine, oltrepassata la caserma dei pompieri, si ferma davanti al portone del penitenziario, vede un cortile pieno di fiori e di arbusti in casse, in fondo al quale sorge una piccola rotonda bianca rallegrata da persiane verdi: il sogno bucolico di Gian Giacomo.

Non più di dieci anni fa, al di sopra di quella piccola rotonda s'innalzava un muro nero, enorme, orribile, nudo, al quale essa era appoggiata: era il muro di cinta della Force.

Quel muro dietro quella rotonda pareva Milton intravisto dietro Berquin.

Per quanto alto, quel muro era sorpassato da un tetto più nero ancora che si scorgeva al di là, e che era il tetto del Fabbricato Nuovo. Vi si vedevano quattro abbaini muniti di sbarre: erano le finestre del Bell'Aria; e un fumaiolo che bucava il tetto, e che era l'estremità della canna che attraversava i dormitori.

Il Bell'Aria, la sommità dell'edificio, era una specie di vasto magazzino a soppalco, con finestre a triplici sbarre e porte foderate di lamiera, costellate da enormi chiodi. Entrandovi dalla parte nord, si avevano a sinistra i quattro abbaini, e a destra, di fronte agli abbaini, quattro gabbie, quadrate, abbastanza capaci, staccate l'una dall'altra, e separate da stretti corridoi, costruite in muratura fino a una certa altezza e il resto fino al tetto in sbarre di ferro.

Thénardier si trovava in una di queste gabbie dalla notte del 3 febbraio. Non si è mai potuto scoprire in che modo e con quale complicità, fosse riuscito a procurarsi e a nascondere una bottiglia di quel vino inventato, come si dice, da Desrues, che contiene un narcotico e che la banda degli "Addormentatori" ha reso famoso.

In molte prigioni ci sono degli impiegati traditori, mezzo carcerieri e mezzo ladri, che aiutano le evasioni, rendono alla polizia un servizio infedele e rubano sulle spese.

Nella stessa notte, dunque, in cui il piccolo Gavroche aveva raccolto i due bambini erranti, Brujon e Gueulemer, i quali già sapevano che Babet, evaso la mattina stessa, li aspettava nella strada con Montparnasse, si alzarono silenziosamente, e col chiodo trovato da Brujon si misero a forare la canna del camino a cui erano appoggiati i loro letti. I calcinacci, cadendo sul pagliericcio di Brujon, non facevano rumore. Le folate di vento frammiste al brontolio del tuono e che di tanto in tanto scuotevano gli usci sui loro cardini, producevano nella prigione un fracasso orribile e utile. Alcuni detenuti si svegliarono, finsero di riaddormentarsi e lasciarono che Gueulemer e Brujon facessero quel che volevano. Brujon era abile, Gueulemer vigoroso; prima che il minimo rumore giungesse all'orecchio del carceriere coricato nella cella a grata che metteva nel dormitorio, i due formidabili banditi avevano già forato il muro, si erano arrampicati su per il camino, avevano forzato la grata di ferro che chiudeva la apertura superiore ed erano sul tetto. La pioggia e il vento raddoppiavano, il tetto era sdrucciolevole.

- Che buona notte per un'evasione! - disse Brujon.

Un abisso di sei piedi di larghezza e ottanta di profondità li separava dal muro di cinta, e in fondo a quell'abisso si vedeva luccicare nelle tenebre il fucile della sentinella. Legarono per un capo alle sbarre del camino che avevano contorte, la corda intrecciata da Brujon nella segreta, lanciarono l'altro capo al di là del muro di cinta, varcarono d'un salto l'abisso, s'aggrapparono alla cima del muro, vi si posero a cavalcioni, si lasciarono scivolare l'uno dopo l'altro lungo la corda sopra un tetto basso annesso al penitenziario, tirarono a sé la corda, saltarono nel cortile, l'attraversarono, spinsero lo sportellino del portinaio, tirarono il cordone che vi pendeva accanto, aprirono il portone e si trovarono nella via.

Non erano passati tre quarti d'ora dacché s'erano alzati al buio sui loro letti, col chiodo in mano e il progetto in testa.

Pochi minuti dopo, avevano raggiunto Babet e Montparnasse che s'aggiravano nei dintorni.

Nel tirare la corda l'avevano rotta, e ne era rimasto un pezzo attaccato al fumaiolo. Del resto, non avevano subìto nessun danno, ad eccezione della scorticatura delle mani.

Thénardier, quella notte, era prevenuto, senza che si sia potuto sapere come, e non dormiva. La notte era molto buia. Verso l'una del mattino, tra la pioggia e la bufera, vide due ombre passare sul tetto davanti all'abbaino posto di fronte alla sua gabbia. Una di esse si fermò un attimo davanti alla finestra: era Brujon.

Thénardier lo riconobbe e capì. Gli bastava.

Thénardier, segnalato come assassino di professione e detenuto sotto l'imputazione di aggressione notturna a mano armata, era sorvegliato. Una sentinella, che veniva cambiata ogni due ore, passeggiava col fucile carico davanti alla sua gabbia. Il Bell'Aria era illuminato da una lucerna. Inoltre il detenuto aveva ai piedi due ferri del peso di cinquanta libbre. Ogni giorno, alle quattro pomeridiane, un custode accompagnato da due molossi - si faceva ancora così a quell'epoca - entrava nella gabbia, deponeva accanto al letto un pane nero di due libbre, un orcio d'acqua e una scodella piena di un brodo lungo in cui nuotavano alcune fave, controllava le sbarre e scuoteva le inferriate. Quell'uomo coi suoi cani tornava due volte durante la notte.

Thénardier aveva ottenuto il permesso di tenere una specie di cavicchio di ferro, di cui si serviva per sospendere il pane a una fessura della parete, "per preservarlo dai topi", diceva. Siccome lo sorvegliavano, non avevano trovato nessun inconveniente in quel cavicchio. Più tardi però si ricordarono che uno dei guardiani aveva detto: - Sarebbe meglio lasciargli soltanto un cavicchio di legno.

Alle due del mattino vennero a cambiare la sentinella, che era un veterano, e che fu sostituito da un coscritto. Pochi minuti dopo, l'uomo con i cani fece la sua visita, e si ritirò senza aver nulla notato, tranne che il fantaccino era troppo giovane e aveva "l'aria di un contadino". Due ore dopo, alle quattro, quando andarono a sostituire la sentinella, trovarono il coscritto addormentato e steso per terra come una pietra accanto alla gabbia di Thénardier. Questi invece era scomparso. I suoi ferri giacevano spezzati a terra; il palco della gabbia e il tetto sovrastante erano forati, e un'asse del tetto era stata strappata e certamente portata via, poiché non si trovò. Fu trovata nella cella anche una bottiglia mezzo vuota, contenente il resto del vino narcotizzato servito ad addormentare il soldato. La baionetta di quest'ultimo era scomparsa .

Quando la cosa fu scoperta, ritennero Thénardier già al sicuro. La verità è che non si trovava più nel Fabbricato Nuovo, però era ancora in pericolo; la sua evasione non era compiuta.

Giunto sul tetto della prigione, Thénardier aveva trovato il pezzo della corda di Brujon pendente dalla grata superiore del camino; però quel pezzo era troppo corto, sicché egli non aveva potuto evadere al di sopra del muro di cinta, come Brujon e Gueulemer.

Chi dalla via dei Ballets volta in quella del Re di Sicilia incontra quasi subito a destra una sordida incavatura; nel secolo passato vi sorgeva una casa, di cui rimane soltanto il muro di fondo, vero muro di catapecchia, che s'innalza all'altezza di un terzo piano tra i caseggiati vicini. Quella rovina è riconoscibile da due grandi finestre quadrate che vi si vedono ancora, delle quali la più vicina all'angolo di destra è sbarrata da una trave tarlata messa a guisa di puntello. Attraverso quelle finestre si vedeva in altri tempi l'alta e lugubre muraglia, che era un pezzo del muro di cinta della Force.

Il vuoto che la casa demolita ha lasciato sulla via è ora occupato per metà da una palizzata di legno infradiciata e rinforzata da cinque pilastrini di pietra. Nell'interno della palizzata si nasconde un piccolo casotto appoggiato al muro rimasto in piedi.

La palizzata ha una porta che, alcuni anni or sono, si chiudeva con un semplice saliscendi.

Un po' dopo le tre del mattino, Thénardier era già giunto sull'alto di quella rovina.

Come c'era arrivato? Questo non si riuscì mai a capire né a spiegare. I lampi avevano dovuto imbarazzarlo e aiutarlo nello stesso tempo. Si era giovato delle scale e delle impalcature dei conciatetti per raggiungere, di tetto in tetto, di recinto in recinto, di scompartimento in scompartimento, i fabbricati del cortile Carlomagno, poi quelli della corte San Luigi, il muro di cinta, e di là la casa rovinata sulla via Re di Sicilia? Ma in quel tragitto c'erano delle soluzioni di continuità che rendevano la cosa impossibile. Aveva posato l'asse del suo letto come un ponte fra il tetto del Bell'Aria e il muro di cinta, e si era poi messo a strisciare carponi in cima al muro attorno alla prigione fino alla rovina? Ma il muro di cinta della Force formava una linea dentellata e ineguale, saliva e scendeva, si abbassava alla caserma dei pompieri, si rialzava, era intersecato da altri edifici, non aveva la stessa altezza verso la via Pavée, aveva dappertutto linee spezzate e angoli retti.

E poi le sentinelle avrebbero dovuto scorgere la scura sagoma.

Anche in questo modo la via percorsa da Thénardier rimane pressoché inesplicabile; in tutti e due i casi, la fuga era impossibile. Thénardier, illuminato da quella terribile sete di libertà che cambia i precipizi in fossi, i cancelli di ferro in graticciate di vimini, gli sciancati in atleti, i podagrosi in uccelli, la stupidità in istinto, l'istinto in intelligenza e la intelligenza in genio, aveva inventato e improvvisato un terzo metodo? Non si è mai saputo.

Non sempre si possono spiegare i prodigi di una evasione.

L'uomo che evade, ripetiamo, è un ispirato; la misteriosa luce della fuga ha qualcosa della stella e del lampo; lo sforzo verso la liberazione non è meno meraviglioso del volo verso il sublime; e si dice d'un ladro evaso: - Come ha fatto a scalare quel tetto?

- nello stesso modo che si dice di Corneille: - Dove ha trovato questa frase?

Comunque, Thénardier, grondante di sudore, inzuppato di acqua, con gli abiti a brandelli, le mani scorticate, i gomiti insanguinati, i ginocchi laceri, era pervenuto su quello che i fanciulli nel loro linguaggio chiamano "l'a picco" del muro della rovina, ci si era sdraiato sopra e là gli erano venute meno le forze. Una caduta a picco dell'altezza d'un terzo piano lo separava dal selciato della via.

Il pezzo di corda che portava con sé era troppo corto. Stava là aspettando, pallido, sfinito, disperato di quello che aveva sperato prima, ancora nascosto dal buio, e pensava che il giorno stava per spuntare, spaventato dall'idea che fra brevi istanti il vicino orologio di San Paolo avrebbe suonato le quattro, ora in cui sarebbero venuti a dare il cambio alla sentinella e l'avrebbero trovata addormentata sotto il tetto forato. Alla luce dei lampioni guardava con stupore, a una profondità terribile, il suolo bagnato e nero, quel suolo desiderato e spaventoso, che era la sua morte ed era la sua libertà.

Si chiedeva se i suoi tre complici di fuga erano riusciti, se l'avevano aspettato, se gli verrebbero in aiuto, e stava con l'orecchio teso. Ma da quando si trovava lassù, nessuno era passato per la via, tranne una pattuglia. Quasi tutto il passaggio degli ortolani di Montreuil, di Charonne, di Vincennes e di Bercy avviene per via Sant'Antonio.

Suonarono le quattro, e Thénardier trasalì. Pochi minuti dopo scoppiò nella prigione quel tumulto allarmato e confuso, che succede a un'evasione. Giungeva fino a lui il rumore delle porte aperte e richiuse, lo stridere dei cancelli sui cardini, il tumulto del corpo di guardia, i rauchi richiami dei carcerieri, l'urtare dei calci dei fucili sull'acciottolato dei cortili. Si vedevano dalle finestre a grata i lumi salire e scendere nei dormitori; una torcia a vento correva sulla sommità del Fabbricato Nuovo, rischiarando i pompieri, chiamati dalla vicina caserma e di cui si scorgevano gli elmi sotto la pioggia girare su e giù per i tetti. In pari tempo, Thénardier, guardando verso la Bastiglia, vedeva una tinta bianchiccia colorare lugubremente l'estremo orizzonte.

Stava là, sdraiato sotto l'acqua, sopra uno strapiombo di muro largo dieci pollici, con un precipizio a destra e un altro a sinistra, senza potersi muovere, tra le vertigini di una caduta possibile e l'orrore di un arresto certo; e il suo pensiero si muoveva alternativamente, come il battaglio di una campana, tra queste due idee: - Morto se cado; preso se rimango.

In mezzo a quell'angoscia scorse d'improvviso, nella strada ancora completamente buia, un uomo rasentare i muri, venire dalla parte di via Pavée e fermarsi nella cavità, al di sopra della quale egli si trovava, per così dire sospeso. Quell'uomo fu raggiunto da un altro che camminava con le stesse precauzioni, poi da un terzo, poi da un quarto. Quando furono tutti riuniti, uno di loro alzò il saliscendi della porta della palizzata, e tutt'e quattro entrarono nel recinto dov'era il casotto, venendo così a trovarsi precisamente sotto Thénardier. Evidentemente quei quattro individui avevano scelto quel posto per poter discorrere senza essere visti né dai passanti né dalla sentinella, che guardava a pochi passi lo sportello della Force.

Qui bisogna inoltre aggiungere che la pioggia teneva la sentinella bloccata nella sua garitta. Thénardier, non potendo distinguere i volti, porse orecchio alle loro parole con la disperata attenzione di un miserabile che si sente perduto.

Gli passò davanti agli occhi qualcosa che assomigliava alla speranza, allorché udì che parlavano in gergo.

Il primo disse con voce sommessa ma chiara:

- "Décarrons". Cosa "maquillons icigo?". Andiamocene. Che facciamo qui?

Il secondo rispose sempre nel suo gergo:

- Piove in modo da spegnere il fuoco dell'inferno. E poi da un momento all'altro passeranno i poliziotti, e c'è là un soldato che fa la sentinella; ci faremo arrestare "icicaille".

Le parole "icigo" e "icicaille", che significano tutte e due "qui", e che appartengono la prima al gergo delle barriere, la seconda a quello del Tempio, furono per Thénardier due raggi di luce. All'"icigo" riconobbe Brujon, che era un vagabondo delle barriere; allo "icicaille" Babet, che fra i suoi tanti mestieri aveva fatto anche il rigattiere al Tempio.

Adesso soltanto nel quartiere del Tempio si parla ancora l'antico gergo del gran secolo, e Babet era anche l'unico che lo parlasse con purezza. Senza quell'"icicaille", Thénardier non l'avrebbe riconosciuto, perché aveva artefatto la voce.

Intanto un terzo interloquiva:

- Non c'è fretta ancora; aspettiamo un altro poco. Chi ci dice che non abbia bisogno di noi?

A questa, che era lingua e non gergo, Thénardier riconobbe Montparnasse, il quale faceva consistere la sua eleganza nell'intendere tutti i gerghi e non parlarne nessuno.

Il quarto taceva, ma le sue larghe spalle lo denunciavano, e Thénardier non esitò: era Gueulemer.

Brujon replicò quasi impetuosamente, ma sempre sottovoce:

- Cosa dirò mai? Il bettoliere non avrà potuto evadere. Non conosce il trucco, ecco! Strappare la camicia, lacerare le lenzuola per farne una corda, fare dei buchi alle porte, fabbricare delle chiavi false, spezzare le proprie catene, sospendere la corda, camuffarsi, nascondersi: per far tutto questo bisogna essere mariuolo! Il vecchio non avrà potuto; non sa l'arte!

Babet soggiunse, sempre in quel dotto e classico gergo che parlavano Poulailler e Cartouche, e che sta al gergo ardito, nuovo, colorito e arrischiato, che usava Brujon, come la lingua di Racine sta a quella di Andrea Chénier: - Il tuo bettoliere sarà stato colto in fallo. Bisogna essere astuti. Lui è un apprendista.

Si sarà lasciato giocare da un poliziotto. Sta a sentire, Montparnasse, senti quel chiasso nella prigione? Hai visto tutti quei lumi? Va' che è stato riacciuffato. Ne avrà ancora per venti anni. Io non ho paura, non sono un poltrone, lo sapete, ma non c'è più niente da fare; diversamente, finiremo in trappola anche noi.

Non preoccuparti, vieni con noi, andiamoci a bere insieme una bottiglia di vino vecchio.

- Non si lasciano gli amici nell'imbarazzo - borbottò Montparnasse.

- Io ti dico che è stato riacciuffato! - riprese Brujon.

Andiamocene!

Montparnasse non opponeva più che una debole resistenza. Il fatto è che quei quattro uomini, con la fedeltà dei malfattori che non s'abbandonano fra loro, avevano girovagato tutta la notte attorno alla Force, sfidando ogni pericolo, nella speranza di vedere Thénardier apparire alla sommità di qualche muro. Ma la notte, che andava diventando veramente troppo bella, con quel rovescio che aveva spazzato tutte le vie, il freddo che cominciava a vincerli, i vestiti inzuppati, gli abiti fradici d'acqua, le scarpe bucate, il rumore allarmante che era scoppiato nella prigione, le ore trascorse, le pattuglie incontrate, la speranza che svaniva, la paura che ritornava, tutto li spingeva a ritirarsi. Lo stesso Montparnasse che era forse un po' il genero di Thénardier, cominciava a cedere. Un altro momento e sarebbero partiti.

Thénardier anelava su quel muro, come i naufraghi della "Medusa" sulla loro zattera allorché videro la nave già apparsa svanire all'orizzonte.

Non osava chiamarli, perché un grido poteva mandare tutto a monte.

Ebbe un'idea, l'ultima, un barlume. Si tolse di tasca il pezzo della corda di Brujon, che aveva staccato dal fumaiolo del Fabbricato Nuovo, e la gettò nel recinto della palizzata.

La corda cadde ai loro piedi.

- Una corda! - esclamò Babet.

- La mia corda - aggiunse Brujon.

- Il locandiere è lassù! - disse Montparnasse.

Alzarono gli occhi, e Thénardier sporse un po' il capo.

- Presto! - riprese Montparnasse. - Brujon, hai l'altro pezzo di corda?

- Sì.

- Lega i due capi: noi gli getteremo la corda, egli la fisserà al muro e gli basterà per discendere.

Thénardier si arrischiò a parlare:

- Sono intirizzito.

- Ti riscalderemo.

- Non posso più muovermi.

- Ti lascerai sdrucciolare e noi ti riceveremo.

- Ho le mani intorpidite.

- Basta che tu possa legare la corda al muro.

- Non posso.

- Qualcuno di noi deve salire lassù - disse Montparnasse.

- Tre piani! - osservò Brujon.

Lungo il muro, fin dove si trovava Thénardier, serpeggiava un vecchio tubo in muratura, il quale aveva servito a una stufa che si accendeva una volta nel casotto. Quel tubo, già allora guasto e tutto lesionato, è poi caduto, ma se ne vedono ancora le tracce.

Era molto stretto.

- Si potrebbe arrampicarsi di là - disse Montparnasse.

- Per quel tubo! - esclamò Babet. - Un uomo mai! Ci vorrebbe un ragazzo!

- Ci vorrebbe un ragazzo - aggiunse Brujon.

- Aspettate - riprese Montparnasse - ho quel che occorre.

- Dove trovare un monello? - osservò Gueulemer.

Socchiuse adagio la porta della palizzata, si accertò che nessun passante attraversava la via, uscì con cautela, si richiuse dietro la porta, e partì correndo in direzione della Bastiglia.

Trascorsero sette od otto minuti, che a Thénardier parvero mille secoli, e durante i quali Babet, Brujon e Gueulemer non aprirono bocca; finalmente la porta si riaprì e comparve Montparnasse ansante che conduceva Gavroche. La pioggia continuava a tener la via completamente deserta.

Il monello entrò nel recinto e guardò tranquillamente quelle figure di banditi. L'acqua gli sgocciolava giù dai capelli.

Gueulemer gli rivolse la parola:

- Ragazzo, sei un uomo?

Gavroche rispose alzando le spalle:

- Un ragazzo come me è un uomo, e uomini come altri sono ragazzi.

- Il ragazzo ha la lingua lunga! - esclamò Babet.

- Il ragazzo parigino non è fatto di paglia bagnata - aggiunse Brujon.

- Di che avete bisogno? - chiese Gavroche.

Montparnasse rispose:

- Bisogna arrampicarsi su per quel tubo.

- Con questa corda - disse Babet.

- E legarci la corda - continuò Brujon.

- In cima al muro - riprese Babet.

- Alla traversa della finestra - proseguì Brujon.

- E poi? - chiese Gavroche.

- Nient'altro - rispose Gueulemer.

Il monello esaminò la corda, il tubo, il muro, le finestre, e fece con le labbra quell'inesprimibile e sprezzante rumore che significa: - Gran cosa!

- C'è lassù uno che salverai - riprese Montparnasse.

- Acconsenti? - chiese Brujon.

- Che merlo! - rispose il fanciullo, come se la domanda gli sembrasse inaudita; e si cavò le scarpe.

Gueulemer prese Gavroche con una mano, lo depose sul tetto del casotto, le cui tavole imputridite piegavano sotto il peso del ragazzo, e gli porse la corda che Brujon aveva riannodato durante l'assenza di Montparnasse. Il monello s'accostò al tubo, nel quale gli riusciva facile introdursi a mezzo d'una larga fenditura rasente il tetto. Mentre stava per salire, Thénardier, vedendo avvicinarsi la salvezza e la vita, si sporse dall'orlo del muro, mostrando ai primi albori la fronte madida di sudore, i pomelli lividi, il naso affilato, la barba grigia tutta arruffata.

Gavroche lo riconobbe.

- Toh! - disse - è mio padre!... Oh, ma questo non vuol dire.

E tenendo la corda coi denti, cominciò ad arrampicarsi con maestria.

Giunto alla sommità della rovina, si mise a cavalcioni del vecchio muro e legò saldamente la corda alla traversa superiore della finestra.

Un momento dopo Thénardier era nella strada.

Appena toccò il suolo e si sentì fuori pericolo, non fu più né stanco né intirizzito né tremante; le cose terribili da cui usciva svanirono come un fumo, tutta la sua strana e feroce intelligenza si ridestò e si trovò pronta e libera ad andare avanti. Ecco quali furono le prime parole di quell'uomo:

- E ora chi dobbiamo mangiare?

E' inutile spiegare il significato di questa parola orribilmente trasparente, che vuol dire nello stesso tempo uccidere, assassinare e spogliare. Mangiare nel suo significato vero è divorare.

- Raccogliamoci in un angolo - disse Brujon - concludiamo in tre parole e separiamoci subito. C'era un affare che pareva buono in via Plumet, una via deserta, una casa isolata, un vecchio cancello fradicio che mette in un giardino, e due donne sole.

- Ebbene! perché no? - chiese Thénardier.

- Fu incaricata tua figlia, Eponina, d'esaminare la cosa rispose Babet.

- E ha portato un biscotto alla Magnon - aggiunse Gueulemer. Non c'è nulla da fare.

- Mia figlia non è sciocca - osservò Thénardier.

- Tuttavia bisognerà vedere.

- Sì, sì - riprese Brujon - bisognerà vedere.

Pareva intanto che nessuno di quegli uomini si accorgesse più di Gavroche, il quale durante il colloquio s'era seduto sopra uno dei pilastrini di sostegno della palizzata. Aspettò qualche minuto che suo padre si volgesse verso di lui; poi si rimise le scarpe e disse:

- E' finita? Non avete più bisogno di me, voialtri? Eccovi tolti d'impiccio. Ora me ne vado; devo andare a far alzare i miei mocciosi.

E se ne andò.

I cinque uomini uscirono, l'uno dopo l'altro, dalla palizzata.

Quando Gavroche fu scomparso dietro l'angolo della via Ballets, Babet prese in disparte Thénardier:

- Hai osservato quel ragazzo? - gli chiese.

- Quale ragazzo?

- Quello che si è arrampicato al muro e ti ha portato la corda.

- Non troppo.

- Ebbene, non ne sono sicuro, ma mi sembra che sia tuo figlio.

- Toh, - rispose Thénardier, - credi?

E se ne andò.




Libro 7


IL GERGO



1. ORIGINE


Pigrizia è una parola terribile. Essa genera un mondo, la "pègre"; leggete: il furto; e un inferno, la "pégrenne"; leggete: la fame.

Così la pigrizia è madre. Ha un figlio, il furto, e una figlia, la fame. Dove siamo noi ora? Nel gergo.

Che cos'è il gergo? E' in pari tempo la nazione e l'idioma; è il furto sotto le sue due specie: popolo e lingua.

Quando, trentaquattro anni or sono, chi scrive questa grave e triste storia introdusse un ladro che parlava il gergo in un'opera scritta con lo stesso scopo di questa, ci fu sbalordimento e scalpore: - Che! Come! il gergo! Ma il gergo è orribile! Ma è il linguaggio delle ciurme, dei penitenziari, delle prigioni, di tutto ciò che c'è di più abominevole nella società! eccetera, eccetera, eccetera.

Noi non abbiamo mai capito queste obiezioni.

Più tardi due forti romanzieri, di cui l'uno è un profondo analizzatore del cuore umano, l'altro un intrepido amico del popolo, Balzac ed Eugenio Sue, avendo messo in bocca ai banditi la loro lingua naturale, come aveva già fatto nel 1828 l'autore de "L'Ultimo giorno d'un condannato", si sono elevate le stesse proteste. Si è ripetuto: - Che cosa vogliono da noi gli scrittori con questo rivoltante dialetto? Il gergo è odioso! il gergo fa fremere!

Chi lo nega? Verissimo.

Allorché si tratta di sondare una piaga, un pregiudizio o una società, da quando in qua è un torto l'addentrarsi troppo, lo spingersi sino in fondo? Noi avevamo sempre creduto che fosse talvolta un atto di coraggio, o per lo meno un'azione semplice e utile, degna dell'attenzione simpatica che merita il dovere accettato e compiuto. Non tutto esplorare, non tutto studiare, fermarsi a mezza via, perché? Chi si ferma è la sonda, non chi la maneggia.

Certo, andare a cercare nei bassifondi dell'ordine sociale, dove finisce il terreno e comincia la melma, frugare in quei densi flutti, seguire, afferrare e gettare ancor palpitante sul lastrico quell'abietto idioma, che messo così alla luce sgocciola fango, quel vocabolario pustoloso, di cui ciascuna parola sembra un anello immondo d'un mostro prodotto dal limo e dalle tenebre, non è un compito né attraente né facile. Non c'è cosa più lugubre del contemplare così a nudo, alla luce del pensiero, l'orribile brulichio del gergo. Sembra infatti un'orrenda bestia fatta per le tenebre, appena strappata dalla sua cloaca. Pare di vedere un'orrida sterpaglia vivente e irta che trasalisca, si muova, si agiti, ricerchi l'ombra, minacci e guardi. La tal parola sembra un artiglio, la tal frase sembra che si muova come le branchie d'un granchio. E tutto questo vive della schifosa vitalità propria delle cose che si organizzano nella decomposizione.

Ora, da quando in qua l'orrore esclude lo studio? Da quando la malattia scaccia il medico? Vi figurate voi un naturalista che si rifiuti di studiare la vipera, il pipistrello, lo scorpione, la scolopendra, la tarantola, e li respinga nelle tenebre esclamando:

- Oh come sono brutti! - Un pensatore che rifuggisse dal gergo somiglierebbe a un chirurgo che si allontanasse da un'ulcera o da una verruca. Sarebbe come un filologo che esitasse a esaminare un fenomeno della lingua, un filosofo che esitasse a scrutare un fatto dell'umanità. Infatti, dobbiamo pur dirlo a quelli che lo ignorano, il gergo è nello stesso tempo un fenomeno letterario e un prodotto sociale. Che cos'è il gergo propriamente detto? La lingua della miseria.

A questo punto qualcuno può fermarci; può generalizzare il fatto, il che molte volte è una maniera di attenuarlo; può dirci che tutti i mestieri, tutti i gradi della gerarchia sociale e tutte le forme dell'intelligenza hanno il loro gergo. Il mercante che dice:

"Montpellier disponibile, Marsiglia bella qualità"; l'agente di cambio che dice: "riporto, premio, fine corrente", il giocatore che dice: "terzo e tutto, maggioranza di picche", l'usciere delle isole normanne che dice: "l'erede, fermandosi al suo fondo, non può reclamare i frutti di questo fondo durante il sequestro ereditario degli immobili del testatore", il commediografo che dice: "l'hanno soffiato", il comico che dice: "ho fatto forno", il filosofo che dice: "triplicità fenomenale", il frenologo che dice:

"combattività, secretività", il fantaccino che dice: "il mio clarinetto", il cavaliere che dice: "il mio tacchino", il maestro di scherma che dice: "terza, quarta, rompete", lo stampatore che dice: "tirar la branca o la volta"; tutti, stampatore, maestro di scherma, cavaliere, fantaccino, frenologo, comico, commediografo, usciere, giocatore, agente di cambio, mercante, parlano in gergo.

Il pittore che dice: "il mio allievo", il notaio che dice: "il mio aiutante", il parrucchiere che dice: "il mio commesso", parlano in gergo. A tutto rigore appartengono al gergo, tutti questi modi di indicare la destra e la sinistra: per il marinaio "babordo" e "tribordo", per il sacrista "il lato dell'epistola" e "il lato del vangelo". C'è il gergo delle smorfiose come quello delle preziose.

Il palazzo di Rambouillet confinava un po' con la corte dei Miracoli. C'è il gergo delle duchesse. Le cifre diplomatiche sono un gergo; la cancelleria pontificia scrivendo 26 per significare Roma, parla in gergo. I medici del medioevo che per dire carota, rafano e navone dicevano: "opononach, perfroschinum, reptitalmus, dracatholicum angelorum, postmegorum", parlavano in gergo. Una certa scuola critica di vent'anni fa che diceva: - Mezzo Shakespeare è fatto di giochi di parole e bisticci, - parlava in gergo. Il poeta e l'artista che, con significato profondo, qualificassero il signor di Montmorency "un borghese" se egli non è un intenditore di versi e di statue, parlano in gergo.

L'accademico classico che chiama "flora" i fiori, "pomona" i frutti, "Nettuno" il mare, "fiamma" l'amore, "attrattiva" la bellezza, "corsiero" un cavallo, "rosa di Bellona" la coccarda bianca o tricolore, "triangolo di Marte" un cappello a tre punte, l'accademico classico parla in gergo. L'algebra, la medicina, la botanica hanno il loro gergo.

La lingua usata a bordo, quell'ammirabile linguaggio marinaro, così espressivo e così pittoresco, che parlarono Giovanni Bart, Duquesne, Suffren e Duperré, che si frammischia al fischio delle attrezzature, al suono dei portavoce, all'urto delle azze di arrembaggio, al rullio, al vento, alle raffiche, al cannone, è tutto un gergo splendido ed eroico, che sta al gergo feroce della "pègre", come il leone allo sciacallo.

Sta bene. Ma checché si possa dire, questo modo d'intendere la parola gergo è un'estensione che non tutti ammetteranno. Dal canto nostro, conserviamo a questa parola la sua vecchia accezione circoscritta, precisa e determinata, e restringeremo il gergo al gergo. Il vero gergo, il gergo per eccellenza, se queste due parole possono accoppiarsi, l'immemorabile gergo che era un regno, non è altro, ripetiamo, che il laido, inquieto, finto, traditore, velenoso, crudele, losco, vile profondo, fatale linguaggio della miseria. All'estremità di tutte le degradazioni e di tutte le sventure c'è un'ultima miseria, che si rivolta e si decide a entrare in lotta contro l'insieme dei fatti fortunati e dei diritti regnanti: lotta orribile, nella quale essa, ora astuta, ora violenta, malsana e feroce insieme, attacca l'ordine sociale a colpi di spillo col vizio e a colpi di clava col delitto. Per le necessità di questa lotta, la miseria ha inventato una lingua di battaglia che è il gergo.

Far sopravvivere e sostenere al disopra dell'oblio, al disopra dell'abisso, sia pure un solo frammento di una lingua qualsiasi che fu parlata dall'uomo e che andrebbe perduta, vale a dire uno degli elementi, buoni o cattivi, che compongono la civiltà o si aggiungono a essa, vuol dire estendere i dati dell'osservazione sociale, servire la civiltà stessa. Questo servizio, Plauto l'ha reso, volente o nolente, facendo parlare il fenicio a due soldati cartaginesi; Molière l'ha reso, mettendo il levantino e ogni sorta di dialetti in bocca a tanti suoi personaggi. Qui le obiezioni si riaccendono: il fenicio, sta bene! il levantino, sta bene! anche il dialetto, passi! sono linguaggi appartenuti a nazioni o a province; ma il gergo? a che cosa serve conservarlo? a che serve "far galleggiare" il gergo?

Risponderemo con una sola parola. Se la lingua, che è stata parlata da una nazione o da una provincia, è certamente degna di interesse, c'è una cosa ancora più degna di attenzione e di studio, la lingua parlata dalla miseria. E' la lingua che ha parlato in Francia, per esempio, per più di quattro secoli, non una miseria soltanto, ma la miseria, tutta la miseria umana possibile.

E poi, studiare le deformità e le malattie sociali e farle conoscere per poterle guarire, non è, ripetiamo, un lavoro in cui sia permessa la scelta. Lo storico dei costumi e delle idee ha una missione non meno austera dello storico degli avvenimenti.

Quest'ultimo studia la superficie della civiltà, le lotte fra i regnanti, le nascite dei principi, i matrimoni dei re, le battaglie, le assemblee, i grandi uomini pubblici, le rivoluzioni esterne, tutto il difuori; l'altro storico ha l'interno, il fondo, il popolo che lavora, che soffre e aspetta, la donna oppressa, il fanciullo agonizzante, le sorde guerre tra uomo e uomo, le ferocie oscure, i pregiudizi, le iniquità pattuite, i segreti contraccolpi della legge, le segrete evoluzioni delle anime, gli indistinti trasalimenti delle moltitudini, quelli che muoiono di fame, quelli che vanno a piedi scalzi e con le braccia nude, i diseredati, gli orfani, gli infelici e gli infami, tutte le larve che vanno errando nelle tenebre. Col cuore pieno di carità e di severità insieme, come un fratello e come un giudice, gli tocca discendere fino a quelle impenetrabili casematte in cui strisciano alla rinfusa quelli che sanguinano e quelli che colpiscono, quelli che piangono e quelli che maledicono, quelli che digiunano e quelli che divorano, quelli che sopportano il male e quelli che lo fanno.

Questi storici dei cuori e delle anime hanno forse minori doveri degli storici dei fatti esteriori? Ritenete forse che l'Alighieri abbia meno cose da dire di Machiavelli? Il sottosuolo della civiltà, perché più profondo e più tetro, è forse meno importante del disopra? Si conosce bene la montagna quando non si conosce la caverna?

Del resto, diciamolo di passaggio, da qualche frase precedente si potrebbe inferire che tra le due classi di storici ci sia una separazione assoluta che non esiste nella nostra mente. Non c'è buon storico della vita presente, visibile, rumorosa e pubblica dei popoli, che non sia al tempo stesso, in una certa misura, lo storico della loro vita profonda e nascosta; né può essere buono storico dell'interno, chi non sappia essere, quando occorra, storico del di fuori. La storia dei costumi e delle idee penetra in quella degli avvenimenti, e reciprocamente; sono due ordini di fatti diversi che si corrispondono, che si incatenano sempre, e di cui spesso l'uno genera l'altro. Tutte le linee che la Provvidenza traccia alla superficie d'una nazione hanno nel fondo le loro parallele, oscure ma distinte, e tutte le convulsioni del fondo provocano dei sollevamenti alla superficie. Poiché la vera storia si immischia di tutto, anche il vero storico deve conoscere tutto.

L'uomo non è un circolo con un solo centro, ma un'ellisse con due fuochi; i fatti sono un fuoco, le idee l'altro.

Il gergo non è altro che un abito con cui la lingua si traveste quando ha da compiere qualche cattiva azione; essa allora si veste di parole-maschere e di metafore-cenci.

In questo modo diventa orribile.

Si stenta a riconoscerla. E' proprio la lingua francese, la grande lingua umana? Eccola pronta a entrare in scena e a rispondere al delitto, adatta a tutte le parti del repertorio del male. Essa non cammina più, zoppica; zoppica e si appoggia alla gruccia della Corte dei Miracoli, che può metamorfosizzarsi in mazza; essa si chiama "truanderie"; tutti gli spettri, suoi camerieri, l'hanno truccata. Ormai è adatta a tutte le parti, resa losca dal falsario, color verderame dall'avvelenatore, annerita di fuliggine dall'incendiario, imbellettata di rosso dall'assassino.

Quando si ascolta, da parte di gente per bene, alla porta della società, si sorprende il dialogo di quelli che sono di fuori, si distinguono le domande e le risposte; si percepisce, senza comprenderlo, un orribile mormorio che suona quasi come l'accento umano, ma che è più vicino all'urlo che alla parola: è il gergo.

Le parole sono deformi e improntate di non so quale fantastica bestialità. Si crederebbe di sentir parlare le idre.

E' l'inintelligibile nel tenebroso. Stride e sussurra, completando il crepuscolo con l'enigma. La sventura è tenebrosa, il delitto ancora più tenebroso; l'amalgama di queste due tenebre compone il gergo. Oscurità nell'atmosfera, oscurità negli atti, oscurità nelle voci. Spaventosa lingua-rospo che va, viene, saltella, striscia, sbava e si agita mostruosamente in quell'immensa bruma grigia, formata di pioggia, di notte, di fame, di vizio, di menzogna, d'ingiustizia, di nudità, di asfissia e d'inverno, che è il pieno mezzogiorno dei miserabili.

Dobbiamo aver compassione dei dannati. Ahimé! chi sono io che parlo? chi siete voi che m'ascoltate? donde veniamo? Siamo veramente sicuri di non aver commesso nulla prima di conoscere? La terra ha qualche somiglianza con un carcere. Chi sa se l'uomo non è un pregiudicato della giustizia divina?

Esaminate da vicino la vita, e la vedrete fatta in modo che vi si sente da per tutto la punizione.

Siete voi uno di quelli che chiamano felici?

Ebbene, ogni giorno siete triste. Ogni giorno ha il suo gran dispiacere o la sua piccola preoccupazione. Ieri trepidavate per la salute di una persona cara, oggi temete per la vostra, domani sarà una preoccupazione di denaro, domani l'altro la diatriba d'un calunniatore, il giorno appresso la sventura di un amico; inoltre c'è la variazione del tempo, poi qualche cosa di rotto o di perduto, poi un piacere che la coscienza retta vi rimprovera; un'altra volta, sarà l'andamento dei pubblici affari. Senza contare le pene di cuore. E così di seguito. Si dissipa una nube, se ne forma un'altra. C'è appena un giorno su cento, di piena gioia e di piena luce. E siete del piccolo numero dei felici!

Quanto agli altri uomini, su di essi grava la notte stagnante.

Le menti riflessive fanno poco uso di questa locuzione: i felici e gli infelici. In questo mondo, che è un vestibolo di un altro, non ci sono felici. La vera divisione umana è questa: illuminati e tenebrosi.

Diminuire il numero dei tenebrosi e accrescere quello degli illuminati, ecco lo scopo; ed è per ciò che gridiamo: istruzione, scienza! Insegnando a leggere, si accende il fuoco; ogni sillaba compitata è una scintilla.

Del resto chi dice luce, non dice necessariamente gioia. Si soffre anche nella luce; l'eccesso brucia, la fiamma è nemica delle ali.

Ardere senza cessar di volare: ecco il prodigio del genio.

Quando conoscerete e quando amerete, soffrirete ancora. Il giorno spunta tra le lacrime. Gli illuminati piangono, non foss'altro, sui tenebrosi.




2. RADICI


Il gergo e la lingua dei tenebrosi.

Davanti a questo enigmatico dialetto, duttile e ribelle a un tempo, il pensiero è turbato nelle sue più intime latebre e la filosofia sociale è spinta alle sue più dolorose meditazioni. C'è là un castigo visibile: ogni sillaba ha un accento particolare. Le parole della lingua volgare vi appaiono come raggrinzite e indurite dal ferro rovente del carnefice; talune anzi sembrano ancora fumanti. Qualche frase vi fa l'effetto della spalla tatuata di un galeotto inaspettatamente denudata. L'idea rifiuta quasi di lasciarsi esprimere da quei sostantivi pregiudicati. La metafora è talvolta così sfrontata, che si sente che è stata in catene.

Del resto, nonostante e a causa di tutto ciò, questo strano dialetto ha diritto al suo scompartimento in quell'imparziale casellario in cui c'è posto tanto per il centesimo ossidato come per la medaglia d'oro, e che si chiama la letteratura. Il gergo, lo si voglia o no, ha la sua sintassi e la sua poesia; è una lingua. Se dalla deformità di certi vocaboli si comprende che è stata masticata da Mandrin, dallo splendore di certe metonimie si sente che l'ha parlata Villon.

Questo verso così squisito e così celebre:

"Mais où sont les neiges d'antan?" appartiene al gergo. "Antan" - "ante annum" - è una parola del gergo di Thunes, che significava "l'anno passato" o per estensione "un tempo". Trentacinque anni or sono, all'epoca della partenza della grande "catena" del 1827, in una delle segrete di Bicêtre si poteva leggere ancora questa massima, incisa nel muro con un chiodo da un "re" di Thunes condannato alle galere: "Les dabs d'antan trimaient siempre pour la pierre du Coesre"; che significa: "I re di una volta andavano sempre a farsi consacrare".

Nel pensiero di quel re, la consacrazione era il bagno.

La parola "décarade", che esprime la partenza al galoppo di una pesante vettura, è attribuita a Villon, ed è degna di lui; questa parola, che sprizza faville dalle quattro sillabe, riassume in un'onomatopea magistrale tutto l'ammirabile verso di La fontaine:

"Sei forti cavalli tiravano un carro".

Dal punto di vista puramente letterario, pochi studi sarebbero più curiosi e più fecondi di quello del gergo. E' un'intera lingua nella lingua, una specie di escrescenza malaticcia, un innesto malsano che ha prodotto una vegetazione, una pianta parassita che ha le sue radici nel vecchio tronco gallico e il cui fogliame sinistro s'arrampica su tutto il lato della lingua. Questo potrebbe chiamarsi il primo aspetto, l'aspetto volgare del gergo.

Ma per chi studia la lingua come si deve studiare, vale a dire come i geologi studiano la terra, il gergo ha l'aspetto di una vera alluvione. Secondo che si scava più o meno a fondo, sotto lo strato del vecchio francese popolare si trova nel gergo il provenzale, lo spagnolo, l'italiano, il levantino, questa lingua dei porti del Mediterraneo, l'inglese, il tedesco, la lingua romanza, nelle sue tre varietà di lingua romanza francese, romanza italiana e romanza romanza, il latino, e finalmente il basco e il celtico. Formazione profonda e bizzarra, edificio sotterraneo costruito in comune da tutti i miserabili. Ogni razza maledetta vi lasciò il suo sedimento, ogni dolore lasciò cadere la sua pietra, ogni cuore dette il suo sassolino. Una moltitudine di anime cattive, basse o irritate, che attraversarono la vita e svanirono nell'eternità, sono lì quasi intere e in certo modo ancora visibili, sotto la forma di una mostruosa parola.

Si vuole dello spagnolo? L'antico gergo gotico ne è zeppo. Ecco "boffette", schiaffo, che deriva da "bofeton"; "vantane", finestra (più tardi "vanterne"), che viene da "ventana"; "gat", gatto, da "gato"; "acite", olio, da "aceyte". Si vuole dell'italiano? Ecco "spade", che deriva da spada; "carvel", battello, da "caravella".

Si vuole dell'inglese? Ecco "bichot", vescovo, che proviene da "bishop"; "raillie", spia, da "rascal", "rascallion", furfante; "pirlche", astuccio, da "pilcher", fodero. Si vuole del tedesco?

Ecco "caleur", garzone, da "keller"; "hers", padrone, da "herzog" (duca). Si vuole del latino? Ecco "frangir", rompere, da "frangere"; "affurer", rubare, da "fur"; "cadène", catena, da "catena". C'è una parola che figura in tutte le lingue europee con una tal quale potenza e autorità misteriosa, ed è la parola "magnus": la Scozia ne fa il suo "mac" che denota il capo del clan; Mac-Farlane, Mac-Callummore; il gergo ne fa "meck" e più tardi "meg", che significa Dio. Si vuole del basco? Ecco "gahisto", il diavolo, che deriva da "gaiztoa", malvagio; "sorgabon", buona notte, che viene da "gabon", buona sera. Si vuole del celtico? Ecco "blavin", moccichino, che viene da "blavet", acqua zampillante; "ménesse", donna (in cattivo senso), da "meinec", pieno di sassi; "barant", ruscello, da "baranton", fontana; "goffeur", magnano, da "goff", fabbro; la "guédouze", la morte, da "guenn-du", bianca-nera. Si vuole infine della storia?

Il gergo chiama gli scudi i "maltesi", ricordo della moneta in corso sulle galere di Malta.

Oltre le origini filologiche indicate, il gergo ha altre radici ancor più naturali, che derivano, per così dire, dalla mente stessa dell'uomo.

In primo luogo la creazione diretta dei vocaboli. Là sta il mistero delle lingue. Descrivere con parole che hanno non si sa come né perché una figura: ecco il fondo primitivo di ogni linguaggio umano, quel che si potrebbe chiamare il suo granito.

Il gergo sovrabbonda di parole di questo genere, parole immediate, create di getto non si sa dove né da chi, senza etimologie, senza derivazioni; parole solitarie, barbare, talvolta orribili, che hanno una straordinaria potenza di espressione e che vivono: - carnefice, "taule"; foresta, "sabri"; paura, fuga, "ta"; lacché, "larbin"; generale, prefetto, ministro, "pharos"; diavolo, "rabouin". Nulla di più strano di queste parole, che nascondono e che manifestano. Alcune, come per esempio "rabouin", sono nello stesso tempo grottesche e terribili e vi fanno l'effetto di una smorfia ciclopica.

In secondo luogo, la metafora. Abbondare di figure è proprio di una lingua che vuol tutto dire e tutto nascondere. La metafora è un enigma, nel quale si rifugia il ladro che complotta un colpo, il detenuto che concerta una evasione. Nessun idioma è più metaforico del gergo: - "dévisser le coco", torcere il collo; "tortiller", mangiare; "être gerbé", essere giudicato; "un rat", un ladro di pane; "lansquine" per piove, vecchia e impressionante figura, che porta con sé per così dire la propria data, che assomiglia alle lunghe linee oblique disegnate dalla pioggia, alle grosse picche inclinate dei lanzichenecchi, e che riassume in una sola parola la metonimia popolare: "piovono alabarde". A mano a mano che il gergo passa dalla prima alla seconda epoca, le parole si mutano dallo stato selvaggio e primitivo al senso metaforico.

ll diavolo cessa di essere il "rabouin" per diventare il fornaio, quello che inforna. E' un vocabolo più ingegnoso ma meno grande, come Racine dopo Corneille, come Euripide dopo Eschilo. Certe frasi del gergo, che partecipano delle due epoche e accoppiano il carattere barbarico a quello metaforico,somigliano a fantasmagorie. "Les sorgucurs vont sollicer des gails à la lune" (i vagabondi vanno a rubare i cavalli di notte). La frase passa davanti alla mente come un gruppo di spettri; non si sa cosa si veda.

In terzo luogo l'espediente. Il gergo vive sulla lingua, ne usa a capriccio, vi attinge a caso, e spesso, quando sorge il bisogno, si limita a snaturarla in modo sommario e grossolano. Qualche volta, con le parole usuali così deformate, miste con parole di gergo puro, si compongono locuzioni pittoresche, nelle quali si sente il miscuglio dei due elementi accennati di sopra, la creazione diretta e la metafora: "Le cab jaspine, je marronne que la roulotte de Pantin trime dans le sabri"; il cane abbaia, suppongo che la diligenza di Parigi passi per il bosco. "Le dab est sinve, la dabuge est merloussière, la fèe est bative"; il borghese è stupido, la borghesia è furba, la figlia è bella. Il più delle volte il gergo, allo scopo di sviare gli ascoltatori, si limita ad aggiungere indistintamente a tutte le parole della lingua una specie di ignobile coda, una finale in "aille", in "orgue", in "iergue" o in "uche". Così per esempio: "Vousiergue trouvaille bonorgue ce gigotmuche?". Cioè: "Trouvez-Dous ce gigot bon?". Frase rivolta da Cartouche a un carceriere per chiedergli se gli conveniva la somma offertagli per l'evasione. La finale in "mar" fu introdotta solo più recentemente.

Il gergo è l'idioma della corruzione, e perciò presto si corrompe.

Inoltre cerca sempre di nascondersi, e quindi si trasforma non appena si sente compreso. All'opposto di ogni altra vegetazione, ogni raggio di luce uccide in esso tutto ciò che tocca. Cosicché si decompone e ricompone continuamente con un lavoro oscuro e rapido che non si arresta mai, e fa più cammino in dieci anni, che non la lingua in dieci secoli. Così "larton" (pane) diventa "lartif"; "gail" (cavallo) diventa "gaye"; "fertanche" (paglia) fertille eccetera. Il diavolo dapprima è "gahisto", poi "rabouin", poi boulanger (fornaio); il prete è "ratichon", poi "sanglier" (cinghiale), il pugnale è "vingt-deux" (ventidue), poi "surin", poi "lingre"; gli agenti di polizia sono "railles", poi "roussins", poi "rousses", poi "marchands de lacets" (mercanti di lacci), poi "coqueurs", poi "cognes"; il carnefice è "taule", poi "Charlot", poi"tiguer", poi "becquillard". Nel settecento, battersi si diceva "donner du tabac" (dare tabacco), nel secolo diciannovesimo si dice "se chiquer la gueule" (masticarsi la gola); e fra queste due estreme, passarono venti locuzioni diverse. Il linguaggio di Cartouche sarebbe ebraico per Lacenaire.

Tutte le parole di questa lingua sono in perpetua fuga, come gli uomini che le pronunciano.

Tuttavia, ogni tanto, a causa della sua stessa mobilità, l'antico gergo ricompare e ridiventa nuovo; e ha i suoi capoluoghi nei quali si mantiene. Il quartiere del Tempio conservava il gergo del secolo decimosettimo; Bicêtre, quando era prigione, conservava il gergo di Thunes, e vi si udiva la finale in "anche" dei vecchi thumeurs. "Boyanches-tu?" ("bois-tu?", bevi?), il "croyanche" ("il croit"; egli crede). Il moto perpetuo non è affatto una legge.

Se il filosofo riesce a fermare un momento, per osservarla, questa lingua che svapora incessantemente, fa delle dolorose e utili meditazioni. Non c'è studio più efficace, né più fecondo d'insegnamenti; non una metafora, né un'etimologia del gergo che non contenga una lezione. Tra quella gente, "battere" vuol dire "fingere"; si "batte" una malattia; l'astuzia è la loro forza.

Per essi l'idea dell'uomo è inseparabile da quella del buio. La notte si chiama la "sourge" e l'uomo "l'orgue": l'uomo è un derivato della notte.

Hanno preso l'abitudine di considerare la società come un'atmosfera che li uccide, come una forza fatale, e parlano della loro libertà come altri parlerebbero della propria salute. Un uomo arrestato è un "malato", un condannato è un "morto".

La cosa più terribile per il detenuto sepolto fra quattro muri di pietra è una specie di castità glaciale: chiama la segreta il "castus". In quel funebre luogo, la vita esteriore appare sempre sotto l'aspetto più ridente. Mentre il prigioniero ha i ferri ai piedi, credete che pensi forse che coi piedi si cammina? No; egli pensa che coi piedi si balla; così, se riesce a segare i ferri, la sua prima idea è che ora può ballare, e chiama quindi la sega un "bastringue". Un "nome" è un "centro", assimilazione profonda. Il bandito ha due teste, una che discute le sue azioni e lo guida durante la vita, l'altra che gli sta sulle spalle il giorno della morte; e chiama "sorbonne" quella che gli consiglia il delitto, "tronche" quella che lo espia. Quando un uomo non ha più altro che cenci sul corpo e vizi nel cuore, quando è arrivato a quella duplice degradazione materiale e morale che caratterizza nei suoi due significati la parola "gueux", allora è maturo per il delitto; somiglia a un coltello ben affilato, che ha due tagli, lo squallore e la malvagità; perciò il gergo non dice "gueux" ma "réguisé". Cos'è il bagno? Una fornace di dannazione, un inferno; quindi il forzato si chiama "fagot". Infine quale nome danno i malfattori alla prigione? Il "collegio"; parola da cui può uscire un intero sistema penitenziario.

Il ladro ha anche lui la sua carne da cannone, la materia derubabile, voi, io, chiunque passi: il "pantre" (pan, tutti).

Volete sapere dove sono nate la maggior parte delle canzoni da galeotto, quei ritornelli che il dizionario speciale chiama i "lirlonfà"? Sentite:

Nello Chatelet di Parigi c'era un gran sotterraneo oblungo, otto piedi sotto il livello della Senna. Non aveva né finestre né spiragli né alcuna apertura eccetto la porta; gli uomini vi potevano entrare, l'aria no; il soffitto era una volta di pietra, il suolo dieci pollici di fango. Una volta era lastricato, ma sotto lo stillicidio continuo, le lastre si erano imputridite e screpolate. A otto piedi dal suolo, correva dall'una all'altra estremità del sotterraneo una lunga trave massiccia, dalla quale pendevano a intervalli delle catene lunghe tre piedi, terminante ciascuna con un collare. In quel sotterraneo si rinchiudevano i condannati alle galere fino al giorno della partenza per Tolone.

Li spingevano sotto la trave, dove ciascuno trovava l'oscillante catena che lo aspettava nelle tenebre. Le catene, braccia pendenti, e i collari, mani aperte, afferravano per il collo quei miserabili; si ribadivano loro i ferri e si abbandonavano là. La catena, troppo corta, non concedeva loro di sdraiarsi. Rimanevano immobili in quel sotterraneo, in quelle tenebre, sotto quella trave, quasi impiccati, obbligati a sforzi inauditi per raggiungere il pane e l'orcio dell'acqua, con la volta sul capo, il fango fino a mezza gamba, gli escrementi colanti giù per i garretti, affranti dalla stanchezza, con le anche e i ginocchi che si piegavano, aggrappandosi con le mani alla catena per riposarsi, non potendo dormire se non in piedi, risvegliati a ogni minuto dallo strangolamento. Alcuni non si risvegliavano più. Per mangiare facevano risalire col calcagno lungo la tibia fino alla mano il pane, che si gettava loro nel fango. Quanto tempo restavano così? Un mese, due, qualche volta sei; uno ci restò un anno. Era l'anticamera delle galere, e ci si era messi per una lepre rubata al re. E che facevano in quel sepolcro infernale?

Quel che si può fare in un sepolcro, agonizzare, e quel che si può fare in un inferno, cantare; giacché quando la speranza non c'è più, resta il canto. All'avvicinarsi di una galera, nelle acque di Malta, si udiva il canto prima dei remi. Il povero bracconiere Survincet che era passato per la prigione-sotterraneo dello Chatelet, diceva: - Erano le rime che mi sostenevano. - Inutilità della poesia! A che serve la rima? In quel sotterraneo sono nate quasi tutte le canzoni in gergo. Dalla segreta del Grand-Chatelet di Parigi uscì il malinconico ritornello della galera di Montgomery: "Timaloumisaine, timoulamison". La maggior parte di quelle canzoni sono lugubri; alcune sono gaie; una è tenera:

"Icicaille est le théatre (Qui sta il teatro) Du petit dardant" (del piccolo Cupido).

Checché facciate, non riuscirete mai ad annientare quell'eterno avanzo del cuore umano, che è l'amore. In quel mondo di azioni tenebrose, si serba il segreto. Il segreto è la proprietà di tutti; è per quei miserabili l'unità che serve di base all'unione; rompere il segreto vuol dire strappare a ciascun membro di quella comunità qualcosa di lui stesso, perciò, nell'energico linguaggio del gergo, denunciare si dice: "mangiare il boccone"; come se il denunciatore tirasse a sé un po' della sostanza di tutti, e si nutrisse d'un brano della carne di ciascuno.

Che cos'è ricevere uno schiaffo? La metafora volgare risponde:

"Vedere trentasei candele". Qui interviene il gergo e riprende:

candela, "camoufle". Da ciò la lingua comune prende "camouflet" per sinonimo di schiaffo. Così, per una specie di filtrazione dal basso all'alto, e con l'aiuto di quell'incalcolabile traiettoria che è la metafora, il gergo sale dalla caverna all'accademia, e Poulailler che dice: "Accendo la camoufle", fa scrivere a Voltaire: "Langleviel La Beaumelle merita cento camouflets".

Frugando nel gergo, si fa una scoperta a ogni passo. Studiando e approfondendo quello strano idioma, si arriva al misterioso punto d'intersezione della società regolare con la società maledetta.

Il gergo è la parola divenuta forzato.

Sgomenta il pensare come il principio pensante dell'uomo possa essere spinto così in basso, possa esservi trascinato e legato dalle oscure tirannie della fatalità, ed essere incatenato in quel precipizio da misteriosi ceppi.

Oh povera intelligenza dei miserabili!

Ohimé! nessuno si muoverà in aiuto dell'anima umana in quelle tenebre? E' essa destinata ad attendere sempre lo spirito, il liberatore, l'immenso cavaliere dei pegasi e degli ippogrifi, il guerriero color dell'aurora, che discende dall'empireo fra due ali, lo splendido campione dell'avvenire? Chiamerà essa sempre invano in suo soccorso la luminosa lancia dell'ideale? E' essa condannata a sentire, attraverso la densità della voragine, avvicinarsi spaventosamente il male, a intravedere, sempre più vicino, sotto l'acqua obbrobriosa quella testa di drago, quelle fauci che masticano la bava, e quell'ondulazione serpentina di artigli, di rigonfiamenti e di anelli? Deve essa rimanere là, senza un barlume, senza speranza, abbandonata all'avvicinarsi del terribile mostro da cui si sente già confusamente fiutata, scapigliata, rabbrividente, torcendosi le braccia, incatenata per sempre alla roccia delle tenebre, tetra Andromeda candida e nuda nelle tenebre?




3. GERGO CHE PIANGE E GERGO CHE RIDE


Come si vede, l'intero gergo, sia quello di quattrocent'anni or sono che quello di oggi, è improntato di quel cupo spirito simbolico, che dà a tutte le parole ora un'andatura dolente, ora un'aria minacciosa. Vi si sente l'antica selvaggia tristezza dei "truands" della Corte dei Miracoli, che giocavano a carte con certi mazzi speciali, alcuni dei quali ci sono stati conservati.

L'otto di fiori, per esempio, rappresentava otto enormi foglie di trifoglio, specie di fantastica personificazione della foresta; a pie' dell'albero si vedeva un fuoco acceso, sul quale tre lepri facevano arrostire un cacciatore e dietro, sopra un altro fuoco, una pentola fumante, da cui sporgeva la testa d'un cane. Nulla di più lugubre di simili rappresaglie dipinte su un mazzo di carte, contro i roghi su cui bruciavano i contrabbandieri e la caldaia nella quale si facevano bollire i falsi monetari. Le diverse forme, che assumeva il pensiero nel regno del gergo, anche la canzone, anche lo scherno, anche la minaccia, avevano tutte lo stesso carattere d'impotenza e di scoraggiamento. Tutte le canzoni, di cui alcune melodie sono state raccolte, erano umili e lamentose da far piangere. Il "pègre" si chiama il "povero pègre", ed è sempre la lepre che si nasconde, il sorcio che fugge, l'uccello che s'invola. Ardisce appena reclamare e si limita a sospirare; uno dei suoi gemiti è giunto sino a noi: "Non capisco come Dio che è il padre degli uomini, possa torturare i suoi figli e sentirli gridare senza essere lui stesso torturato". Ogni qual volta ha tempo di riflettere, il miserabile si fa piccolo davanti alla legge e meschino in faccia alla società, si prostra, supplica e invoca la pietà; si capisce che sa di aver torto.

Verso la metà del secolo passato avvenne un cambiamento. Le canzoni dei prigionieri, i ritornelli dei ladri assunsero, per così dire, un aspetto insolente e gioviale. Il lamentoso "maluré" fu sostituito dal "lariflà"; in quasi tutte le canzoni delle galere, dei bagni e delle ciurme del settecento si trova una giocondità diabolica ed enigmatica. Vi si ascolta questo ritornello stridulo e saltellante, che si direbbe rischiarato da un luccicore fosforescente, e che sembra lanciato nella foresta da uno spirito folletto che suoni il piffero:

"Mirlababi, surlababo, Mirlibon ribon ribette.

Surlababi, mirlababo, Mirlibon ribon ribo".

Questo si cantava sgozzando un uomo in un sotterraneo o in un angolo di bosco.

Sintomo grave. Nel settecento l'antica malinconia di quelle oscure classi sociali si dissipa. Si mettono a ridere, scherniscono il gran "meg" e il gran "dab". Visto che il re di Francia era un Luigi Quindicesimo, essi lo chiamano "il marchese di Pantin".

Eccoli quasi allegri. Una specie di luce fioca si sviluppa da quei miserabili, come se non sentissero più il peso della coscienza.

Quelle deplorevoli tribù delle tenebre non hanno più soltanto l'audacia disperata delle azioni, ma anche quella noncurante dello spirito. Segno che perdono il sentimento della loro criminosità, e che sentono perfino tra i pensatori e i sognatori non so quali appoggi che essi stessi ignorano. Segno che il furto e il saccheggio cominciano a penetrare anche in certe dottrine e in certi sofismi, così da perdere un po' della loro bruttezza e darne molta ai sofismi e alle dottrine. Segno infine, se non ci sarà nessun ostacolo, di qualche vicino e gravissimo scoppio.

Fermiamoci un momento. Chi accusiamo noi qui? Il secolo decimottavo? No certamente. L'opera del settecento è sana e buona.

Gli enciclopedisti con a capo Diderot, i fisiocrati con a capo Turgot, i filosofi con a capo Voltaire, gli utopisti con a capo Rousseau, sono quattro legioni sacre, a cui dobbiamo l'immenso passo compiuto dall'umanità verso la luce. Sono le quattro avanguardie del genere umano che vanno verso i quattro punti cardinali del progresso, Diderot verso il bello, Turgot verso l'utile, Voltaire verso il vero, Rousseau verso il giusto. Ma accanto e al disotto dei filosofi c'erano i sofisti, vegetazione velenosa mescolata allo sviluppo salutare, cicuta nella foresta vergine. Mentre il carnefice sullo scalone del palazzo di giustizia bruciava le grandi opere liberatrici del secolo, altri autori, oggi dimenticati, pubblicavano con privilegio reale certi scritti stranamente disorganizzatori, letti avidamente dai miserabili. Particolarità degna di nota, alcune di quelle pubblicazioni, protette da un principe, si trovano nella "Biblioteca segreta". Questi fatti, profondi ma ignorati, passavano inosservati. Talvolta il pericolo di un fatto è nella sua stessa oscurità. Fra tutti quegli scrittori, quello che scavò forse allora nelle masse la galleria più malsana, fu Restif de la Bretonne.

Quel lavoro, comune a tutta l'Europa, fece più guasti in Germania che in qualsiasi altro paese. Durante un certo periodo, riassunto da Schiller nel suo famoso dramma "I Masnadieri", in Germania il furto e il saccheggio si erigevano come protesta contro la proprietà e il lavoro: si assimilavano certe idee elementari speciose e false, in apparenza giuste, assurde in realtà; si avviluppavano in quelle idee, starei per dire vi sparivano dentro, prendevano un nome astratto e passavano allo stato di teoria; e in tal modo circolavano nelle folle laboriose, sofferenti e oneste, all'insaputa stessa dei chimici imprudenti che avevano preparato la mistura, all'insaputa delle masse che l'accettavano. Ogni volta che avviene un fenomeno di questo genere, è grave. Il patimento genera la collera; e mentre le classi prosperose si accecano o si addormentano, ciò che è sempre un chiudere gli occhi, l'odio delle classi disgraziate accende la sua torcia a qualche mente astiosa o malformata che fantastica in un angolo, ed essa si mette a esaminare la società. L'esame fatto dall'odio è una cosa terribile!

Di qui, se la disgrazia dei tempi lo vuole, quelle spaventose sommosse, che una volta si dicevano "jacqueries", in confronto alle quali le agitazioni puramente politiche sono giochi fanciulleschi, e che non sono più la lotta dell'oppresso contro l'oppressore ma la rivolta del malessere contro il benessere.

Tutto crolla allora.

Le "jacqueries" sono terremoti di popolo.

A un tale pericolo, forse imminente in Europa sullo scorcio del secolo decimottavo, venne a tagliar la strada la Rivoluzione francese, questo immenso atto di probità.

La Rivoluzione francese, la quale non è altro che l'ideale armato di spada, si rizzò; e con un moto repentino serrò la porta del male e aprì quella del bene.

Essa pose in chiaro il problema, promulgò la verità, scacciò il miasma, risanò il secolo, coronò il popolo.

Si può dire che essa ha creato l'uomo una seconda volta, dandogli una seconda anima, il diritto.

Il secolo diciannovesimo ha ereditato la sua opera e se ne avvantaggia, e oggi la catastrofe sociale che indicavamo poc'anzi è semplicemente impossibile. Cieco chi la denuncia! sciocco chi la teme! La rivoluzione è il vaccino della "jacquerie".

Grazie alla Rivoluzione, le condizioni sociali sono mutate, le malattie feudali e monarchiche non sono più nel nostro sangue, non c'è più medioevo nella nostra costituzione. Non siamo più nei tempi in cui spaventose agitazioni interne facevano irruzione, in cui si udiva sotto i piedi un sordo rumore, in cui appariva alla superficie della civiltà non so qual sollevarsi di gallerie di talpe, in cui il suolo si screpolava, si aprivano le volte delle caverne e si vedevano d'improvviso sbucare da terra delle teste mostruose.

Il senso rivoluzionario è un senso morale. Il sentimento del diritto, sviluppandosi, sviluppa il sentimento del dovere. La legge di tutti è la libertà, che finisce dove comincia la libertà altrui, secondo la mirabile definizione di Robespierre. Dal 1789, tutto quanto il popolo si dilata nell'individuo sublimato; non c'è povero che, avendo il suo diritto, non abbia il suo raggio; il morto-di-fame sente in sé l'onestà della Francia; la dignità del cittadino è un'armatura interna; chi è libero è scrupoloso; chi vota regna. Donde, l'incorruttibilità, donde l'abortire delle malsane cupidigie; quindi, gli occhi eroicamente chini davanti alle tentazioni. Tale è il risanamento rivoluzionario, che nei giorni di liberazione, un 14 luglio, un 10 agosto, non vi è più plebaglia; il primo grido delle folle illuminate e ingrandite è:

"morte ai ladri!". Il progresso è onesto, l'ideale e l'assoluto non fanno i borsaioli. Da chi furono scortati nel '48 i furgoni che contenevano le ricchezze delle Tuileries? Dai cenciaiuoli del sobborgo di Sant'Antonio. Lo straccio montò la guardia al tesoro; la virtù rese splendidi quei cenciosi. In quei furgoni, entro casse appena chiuse e talune anche semiaperte, fra cento scrigni luccicanti, c'era la vecchia corona di Francia, tutta in diamanti, sormontata dal rubino della monarchia che valeva trenta milioni.

Ed essi, a piedi nudi, custodivano quella corona.

Dunque, niente più "jacquerie". Me ne duole per i maneggioni. E' una vecchia paura che già ebbe il suo ultimo effetto, e che ormai in politica non potrebbe più essere adoperata. La grande molla dello spettro rosso è spezzata. Tutti lo sanno, e lo spauracchio non spaventa più nessuno. Gli uccelli vi prendono dimestichezza, gli stercorari vi si posano sopra, e i borghesi ne ridono.




4. I DUE DOVERI: VEGLIARE E SPERARE


Ciò posto, è dissipato ogni pericolo sociale? No certamente.

Niente "jacquerie"; la società può star sicura da quel lato, il sangue non le salirà più alla testa; ma deve preoccuparsi del modo in cui respira; e la tisi sociale si chiama miseria.

Si può morire minato quanto fulminato.

Non ci stancheremo mai di ripeterlo; pensare anzitutto alle moltitudini diseredate e dolorose, sollevarle, provvederle di aria e di luce, amarle, allargare magnificamente il loro orizzonte, prodigar loro l'educazione sotto tutte le forme, porgere l'esempio del lavoro e non mai quello dell'ozio; scemare il peso del fardello individuale, aggiungendo alla nazione lo scopo universale, limitare la povertà senza limitare la ricchezza, creare vasti campi d'attività pubblica e popolare, avere come Briareo cento mani da porgere da ogni lato agli oppressi e ai deboli, impiegare la potenza collettiva nel gran dovere di aprire fabbriche per tutte le braccia, scuole per tutte le attitudini, laboratori per tutte le intelligenze, accrescere il salario, diminuire la fatica, equilibrare il dare e l'avere, vale a dire proporzionare il godimento allo sforzo e il soddisfacimento al bisogno, in una parola, fare in modo che l'organismo sociale sviluppi più luce e più benessere a vantaggio di quelli che soffrono, di quelli che ignorano; tale è il primo obbligo fraterno. Le anime simpatiche non lo dimentichino. Tale è la prima necessità politica. Lo sappiano i cuori egoisti.

E aggiungiamo che tutto ciò è soltanto un principio. Il vero problema è questo: il lavoro non può essere una legge senza essere un diritto.

Non insistiamo; non è qui il luogo.

Se la natura si chiama provvidenza, la società deve chiamarsi previdenza.

Lo sviluppo intellettuale e morale non è meno indispensabile del miglioramento materiale. Il sapere è un viatico, il pensare è una cosa di prima necessità, la verità nutre come il frumento, la ragione, a digiuno di scienza e di saggezza, dimagra. Dobbiamo compiangere, come gli stomachi, le intelligenze che non mangiano.

Se c'è una cosa più straziante di un corpo che agonizza per mancanza di pane, questa è l'anima che muore per fame di luce.

Tutto il progresso tende verso la soluzione. Un giorno avverrà una gran meraviglia; con l'elevarsi del genere umano, gli strati più profondi usciranno naturalmente dalla zona dello squallore, e la miseria scomparirà per un semplice rialzo di livello.

Avrebbe torto chi dubitasse di questa santa soluzione.

E' vero che in questo momento il passato è molto forte e si riprende. Questa reviviscenza d'un cadavere è sorprendente. Eccolo che cammina e avanza; sembra un vincitore. Arriva con la sua legione, le superstizioni, con la sua spada, il dispotismo, con la sua bandiera, l'ignoranza. Da qualche tempo in qua ha guadagnato dieci battaglie. Si avvicina, minaccia, ride, è alle nostre porte.

Dal canto nostro non disperiamo. Disputeremo il terreno su cui sta accampato Annibale.

Noi che abbiamo fede, di che possiamo temere?

Retrocedere è impossibile alle idee come ai fiumi.

Ma quelli che non ne vogliono sapere dell'avvenire, ci pensino.

Dicendo di no al progresso, non condannano l'avvenire, ma se stessi. Si dispongono a una triste malattia: s'inoculano il passato. C'è un solo modo di evitare il domani: morire.

Ora, che la morte del corpo avvenga quanto più tardi possibile, che la morte dell'anima non avvenga mai: ecco quello che vogliamo.

Sì, l'enigma dirà la sua parola, la sfinge parlerà, il problema sarà risolto. Sì, il popolo abbozzato dal secolo decimottavo sarà compiuto dal diciannovesimo.

Idiota chi ne dubita! La futura, la prossima comparsa del benessere universale è un fenomeno divinamente inevitabile.

Immense spinte coordinate regolano i fatti umani e in un dato tempo li conducono tutti allo stato logico, vale a dire all'equilibrio, vale a dire all'equità. Una forza composta di terra e di cielo risulta dall'umanità e la governa, ed è una facitrice di miracoli; le soluzioni meravigliose non sono per lei più difficili delle peripezie straordinarie. Aiutata dalla scienza che viene dall'uomo e dagli avvenimenti che vengono da un Altro, essa non si spaventa molto, nel porre i problemi, di quelle contraddizioni che al volgo sembrano impossibilità. Essa è abile nel far scaturire sia una soluzione dal riavvicinamento delle idee, sia un ammaestramento dal ravvicinamento dei fatti; e tutto possiamo aspettarci da parte di questa misteriosa potenza del progresso, che un bel giorno mette a confronto l'oriente e l'occidente in fondo a un sepolcro e fa dialogare gli imani con Bonaparte nell'interno della grande piramide.

Frattanto nessuna sosta, nessuna esitazione, nessuna pausa nel grandioso cammino delle menti umane. La filosofia sociale è essenzialmente la scienza della pace; essa ha per scopo e deve avere per risultato di disperdere le ire con lo studio degli antagonismi; essa esamina, scruta, analizza, poi ricompone; e procede per via di riduzione, eliminando l'odio da ogni cosa.

Più di una volta si vide una società inabissarsi nel vento che si scatena sugli uomini; la storia è piena di naufragi di popoli e d'imperi; costumi, leggi, religioni, un bel giorno l'uragano passa e porta via tutto. Le civiltà dell'India, della Caldea, della Persia, dell'Assiria, dell'Egitto sparirono l'una dopo l'altra.

Perché? Lo ignoriamo. Quali sono le cause di tali disastri? Non le conosciamo. Avrebbero quelle società potuto salvarsi? C'è stata colpa da parte loro? Si sono ostinate in qualche vizio fatale che le ha perdute? Quanta parte di suicidio ci fu in quelle morti terribili di una nazione e di una razza? Quesiti senza risposta.

L'ombra copre quelle civiltà condannate.

Certamente facevano acqua, giacché affondarono; ma non ne sappiamo nulla di più; ed è con una specie di smarrimento che guardiamo, in fondo a quel mare che si chiama il passato, sotto quelle onde colossali che sono i secoli, naufragare quelle immense navi, Babilonia, Ninive, Tarso, Tebe, Roma, sotto il soffio spaventoso che esce da tutte le bocche delle tenebre. Ma tenebre là; qui luce. Ignoriamo le malattie della civiltà antica, ma conosciamo le infermità della nostra. Su di essa abbiamo il diritto alla luce:

contempliamo le sue bellezze e mettiamo a nudo le sue deformità.

Là dov'è il male, sondiamo, e una volta constatata la sofferenza, lo studio della causa ci condurrà alla scoperta del rimedio. La nostra civiltà, opera di venti secoli, ne è in pari tempo il mostro e il prodigio; val la pena d'essere salvata, e lo sarà.

Soccorrerla è già molto, illuminarla è qualcosa di più ancora.

Tutti gli sforzi della filosofia sociale moderna debbono convergere verso questo scopo; il pensatore oggi ha un gran dovere: fare la diagnosi della civiltà.

Simile diagnosi incoraggia, lo ripetiamo; ed è con l'insistenza nell'incoraggiamento che vogliamo terminare queste poche pagine, austero intermezzo d'un dramma doloroso. Sotto la moralità sociale si sente l'umanità imperitura. Il globo non muore, benché abbia qua e là le sue piaghe, che sono i crateri, e le sue ulcere, che sono le solfatare, e benché, come un vulcano giunto a sazietà, emetta la sua lava. Le malattie dei popoli non uccidono l'uomo.

Tuttavia, tutti quelli che seguono la clinica sociale talora crollano il capo; i più forti, i più teneri, i più logici hanno delle ore di debolezza.

L'avvenire verrà? Ci pare che si possa muovere tale domanda, quando si vede tanta terribile ombra. Tetro incontro degli egoisti e dei miserabili. Negli egoisti: i pregiudizi, le tenebre dell'educazione ricca, la crescente brama dei piaceri, uno sbalordimento di prosperità che assorda, il timore dei patimenti che in taluni giunge sino all'avversione per quelli che soffrono, un soddisfacimento implacabile, l'io così gonfio che chiude l'anima; nei miserabili: la cupidigia, l'invidia, l'odio di vedere gli altri godere, le profonde scosse della bestia umana verso l'appagamento, i cuori pieni di nebbia, la tristezza, il bisogno, la fatalità, l'ignoranza pura e semplice.

Bisogna continuare ad alzare gli occhi verso il cielo? Il punto luminoso che vi si distingue è di quelli che si estinguono?

L'ideale è spaventoso a vedere, così perduto nella immensità, piccolo, isolato, impercettibile, scintillante, ma circondato da tutte quelle nere minacce che gli si ammassano intorno; eppure, non è in pericolo più di una stella tra le fauci delle nuvole.




Libro 8


ESTASI E DESOLAZIONI



1. PIENA LUCE


Il lettore ha compreso che Eponina, avendo riconosciuto l'inquilina della casa di via Plumet, dove l'aveva mandata la Magnon, aveva cominciato con l'allontanare i banditi dalla via Plumet, e poi vi aveva condotto Mario; e che, dopo parecchi giorni di estasi davanti a quel cancello, Mario, trascinato dalla forza che spinge il ferro verso la calamita e l'innamorato verso le pietre di cui è costruita la casa della donna amata, aveva finito con l'introdursi nel giardino di Cosetta, come Romeo in quello di Giulietta. La cosa anzi gli riuscì più facile che a Romeo, il quale era costretto a scalare un muro, mentre a Mario bastò forzare un poco una sbarra del decrepito cancello, che vacillava nei cardini arrugginiti, come i denti dei vecchi. Mario era sottile e passò agevolmente.

Siccome non c'era mai nessuno nella via, e Mario s'introduceva nel giardino soltanto di notte, non correva pericolo di essere visto.

Da quel momento benedetto e santo in cui un bacio fidanzò quelle due anime, Mario ci andò tutte le sere. Se, in quel momento della sua vita, Cosetta si fosse innamorata di un uomo poco scrupoloso e libertino, si sarebbe perduta, perché ci sono delle nature generose che si abbandonano interamente, e Cosetta era una di queste. Cedere è una delle magnanimità della donna. Giunto all'altezza dell'assoluto, all'amore si unisce un non so qual celeste accecamento del pudore. Ma a quanti pericoli correte incontro, o nobili anime! Spesso voi date il cuore, e noi prendiamo il corpo. Vi resta il cuore e voi lo guardate fremendo nell'ombra. L'amore non conosce mezzi termini: o perde, o salva.

Tutto il destino umano è in questo dilemma: rovina o salvezza, e nessuna fatalità lo imposta più inesorabilmente dell'amore.

L'amore è la vita, se non è la morte; è culla, e anche bara. Lo stesso sentimento dice sì e no nel cuore umano. Di tutte le cose fatte da Dio, il cuore umano è quello che emana più luce, e più tenebre.

Dio volle che l'amore incontrato da Cosetta fosse uno di quelli che salvano.

Per tutto il mese di maggio di quell'anno 1832, nel povero giardino selvatico, sotto quella macchia ogni giorno più olezzante e più folta, ci furono, ogni notte, due creature formate di tutte le castità e di tutte le innocenze, riboccanti di tutte le felicità del cielo, più vicine agli angeli che agli uomini, pure, oneste, inebriate, raggianti, che splendevano l'una per l'altra nelle tenebre. A Cosetta pareva che Mario avesse una corona, a Mario che Cosetta avesse un nimbo. Si toccavano, si guardavano, si prendevano le mani, si stringevano l'uno accanto all'altra; ma c'era una distanza che non varcavano mai. Non perché la rispettassero, ma perché l'ignoravano. Mario sentiva una barriera:

la purità di Cosetta, e Cosetta sentiva un sostegno: la lealtà di Mario. Il primo bacio era stato anche l'ultimo; poi Mario non era andato più in là dello sfiorarle con le labbra la mano, o lo scialle, o una ciocca di capelli. Cosetta era per lui un profumo e non una donna, ed egli l'aspirava. Essa non negava nulla, egli nulla domandava.

Cosetta era felice, e Mario era soddisfatto. Vivevano in quell'incantevole stato che si potrebbe chiamare l'incantamento di un'anima per mezzo di un'anima; era il primo ineffabile ardore di due verginità nell'ideale, due cigni incontratisi sulla Jungfrau.

In quel periodo dell'amore, quando la voluttà tace assolutamente sotto l'onnipotenza dell'estasi, Mario, il puro e serafico Mario, sarebbe stato capace di salire le scale della casa di una donna pubblica, anziché sollevare la veste di Cosetta fino all'altezza della caviglia. Una volta, al chiaro di luna, essendosi lei chinata a raccogliere un oggetto da terra, le si aprì un po' il corsetto, lasciando vedere l'attaccatura del seno. Mario volse gli occhi altrove.

Che avveniva fra quelle due creature? Nulla. Si adoravano. La notte, quando stavano là, quel giardino pareva un luogo vivo e sacro. Tutti i fiori intorno si schiudevano e mandavano a essi il loro profumo, ed essi aprivano le anime loro e le spandevano nei fiori. La vegetazione molle e vigorosa trasaliva piena di linfa e di ebbrezza intorno a quei due innamorati, ed essi dicevano delle parole d'amore che facevano fremere le piante. Che cos'erano queste parole? Un soffio e nulla più; ma quel soffio bastava a turbare e commuovere tutta la natura. Magica potenza, che a fatica si potrebbe comprendere, se si leggessero in un libro quei discorsi, destinati a essere trasportati dal vento come un fumo e dispersi tra le foglie. Togliete al mormorio di due amanti quella melodia che nasce dall'anima e lo accompagna come una lira, e non rimane nient'altro che un'ombra che vi fa esclamare: - Come! Non era che questo! - Sì, puerilità, ripetizioni, risa senza motivo, cose inutili, sciocchezze, tutto quanto c'è al mondo di più sublime e di più profondo! Le sole cose che valgono la pena d'essere dette e ascoltate!

L'uomo che non ha mai udito, che non ha mai detto queste sciocchezze, queste meschinità, è un imbecille e un malvagio!

Cosetta disse a Mario:

- Sai...

(Intanto, attraverso quella celeste verginità, senza che all'uno e all'altro fosse possibile dir come, erano arrivati a darsi del tu).

- Sai'? Mi chiamo Eufrasia.

- Eufrasia? Ma no, tu ti chiami Cosetta.

- Oh! Cosetta è un nome molto brutto che mi hanno dato quando ero piccola; ma il mio vero è Eufrasia. Forse, non ti piace Eufrasia?

- Sì... Ma Cosetta non è brutto.

- Forse che ti piace di più di Eufrasia?

- Ma... Sì.

- Allora lo preferisco anch'io. Hai ragione, è grazioso Cosetta.

Chiamami Cosetta.

E il sorriso che vi aggiunse fece di quel dialogo un idillio degno d'un bosco posto nel cielo.

Un'altra volta lei guardandolo fisso esclamò:

- Signore, voi siete bello e gentile, avete ingegno, siete tutt'altro che sciocco e molto più dotto di me; ma io vi sfido su queste parole: io t'amo!

E Mario, trasportato in pieno cielo, credeva di udire una strofa cantata da una stella. Oppure, sentendolo tossire, gli dava un buffettino e diceva:

- Non tossite signore, non voglio che si tossisca in casa mia senza il mio permesso. E' brutto tossire e rendermi inquieta.

Voglio che stia bene, prima di tutto perché se tu non stessi bene, io sarei molto infelice. Cosa vuoi che faccia?

E quelle parole erano semplicemente divine.

Una volta Mario disse a Cosetta:

- Figurati, per qualche tempo ho creduto che tu ti chiamassi Ughetta.

Questo fatto li fece ridere per tutta la sera.

Un'altra volta gli capitò di esclamare:

- Oh! un giorno, al Lussemburgo, mi venne la voglia di finire di fare a pezzi un invalido!

Ma si fermò di colpo e non aggiunse altro, perché avrebbe dovuto parlarle della sua giarrettiera, e questo per lui era impossibile.

C'era là dentro un elemento del tutto ignoto, la carne, innanzi al quale quell'immenso amore innocente arretrava con una specie di sacro terrore.

Mario si figurava così, senz'altro, la vita con Cosetta: andare ogni sera in via Plumet, spostare la vecchia sbarra compiacente del cancello del presidente, sedersi l'uno accanto all'altra, guardare attraverso gli alberi il primo scintillio della notte, far combaciare la piega del ginocchio del suo pantalone con l'ampia veste di Cosetta, accarezzarle l'unghia del pollice, darle del tu, fiutare l'uno dopo l'altra lo stesso fiore per sempre, indefinitamente. Durante quel tempo, le nubi passavano sul loro capo. Ogni soffio di vento porta via più sogni dell'uomo che nubi del cielo.

Però quel casto amore, quasi selvatico, non era assolutamente privo di galanteria. "Fare dei complimenti" a quella che si ama è il primo modo di farle una carezza, è una mezza audacia che fa le sue prove. Il complimento è qualche cosa come il bacio attraverso il velo; la voluttà vi pone la sua dolce punta benché si nasconda.

Per amar meglio, il cuore indietreggia davanti alla voluttà. Le dolci parole di Mario, tutte sature di chimere, erano, per così dire, azzurrate; gli uccelli devono udire di tali parole quando volano dalla parte degli angeli. Eppure vi si mescolava la vita, l'umanità, tutto il positivismo di cui Mario era capace. Erano i colloqui di nascosto, un'effusione lirica, il sonetto misto alla canzone, le gentili iperboli del garrito degli uccelli, tutte le raffinatezze dell'adorazione raccolte in mazzo ed esalanti un sottile profumo celeste, un ineffabile cinguettio da cuore a cuore.

- Oh come sei bella! - mormorava Mario. Io non oso guardarti, e perciò ti contemplo. Tu sei una grazia. Non so quello che provo.

L'orlo della tua veste, quando vedo uscirne la punta della tua scarpetta, mi sconvolge. E poi, che incantevole luce, quando il tuo pensiero si schiude! Tu ragioni stupendamente. Talvolta mi sembra che tu sia un sogno. Parla, io ti ascolto, t'ammiro. O Cosetta, che cosa strana e incantevole! Io sono veramente pazzo.

Voi siete adorabile, signorina. Io studio i tuoi piedi col microscopio e la tua anima col telescopio.

E Cosetta rispondeva:

- Il mio amore per te si è accresciuto in tutto il tempo trascorso da stamane.

Le domande e le risposte in quei dialoghi si succedevano a caso, cadendo sempre però concordemente sull'amore.

Cosetta era tutta semplicità, ingenuità, trasparenza, bianchezza, candore, splendore. Si sarebbe potuto dire di lei che era limpida.

Dava, a chi la vedeva, una sensazione di primavera e di giorno nascente; negli occhi suoi c'era la rugiada. Era una condensazione di luce d'aurora in una forma di donna.

Era naturale che Mario, adorandola, l'ammirasse. Ma la verità è che quella piccola collegiale, di fresco uscita dal convento, discorreva con una penetrazione squisita e diceva di tanto in tanto ogni sorta di parole vere e delicate. Il suo cinguettio era una vera conversazione; non s'ingannava su nulla e vedeva giusto.

La donna sente e parla col tenero istinto del cuore, che è infallibile; nessuno sa dire come una donna cose tenere e profonde insieme. Dolcezza e profondità, ecco tutta la donna; e tutto il cielo.

In tanta pienezza di felicità si sentivano a ogni momento venire lacrime agli occhi. Un insetto schiacciato, una piuma caduta da un nido, un ramo di biancospino spezzato li impietosiva e la loro estasi, dolcemente immersa nella malinconia, pareva non chiedere di meglio che piangere. Il più alto sintomo dell'amore è un intenerimento talora quasi insopportabile.

E nello stesso tempo - tutte queste contraddizioni sono i lampeggiamenti dell'amore - ridevano volentieri, con una incantevole libertà, e con tutta familiarità, che talvolta sembravano due ragazzi. Ma, all'insaputa dei cuori assetati di castità, l'indimenticabile natura è sempre presente, sempre là col suo scopo brutale e sublime; e per quanto sia grande l'innocenza delle anime, anche nel più pudico colloquio a quattr'occhi si sente la misteriosa e adorabile sfumatura che distingue una coppia d'amanti da due amici.

Si idolatravano.

Il permanente e l'immutabile sussistono. Ci amiamo, ci sorridiamo, scherziamo, ci facciamo le moine con la punta delle labbra, ci allacciamo le dita, ci diamo del tu, e tutto questo non impedisce l'eternità. Due innamorati si nascondono nella sera, nel crepuscolo, nell'invisibile, con gli uccelli e con le rose, si affascinano l'un l'altro nell'ombra, mettendo il cuore negli occhi, mormorano, sussurrano, e intanto un immenso ondeggiare di astri riempie l'infinito.




2. LO STORDIMENTO DELLA FELICITA' COMPLETA


Vivevano in un mondo vago, nello smarrimento della felicità. Non si accorgevano neppure del colera che appunto in quel mese decimava Parigi. Si erano scambiate quante più confidenze avevano potuto, ma non si erano spinti gran che più in là del nome. Mario aveva narrato a Cosetta che era orfano, che si chiamava Mario Pontmercy, che era avvocato, che viveva scrivendo qualche cosa per i librai, che suo padre, colonnello, era un eroe e che egli, Mario, s'era guastato col suo ricco nonno. Le aveva anche accennato d'essere barone, ma questo non aveva fatto nessuna impressione a Cosetta. Mario barone? Lei non aveva capito, non sapeva che volesse dire quella parola. Per lei Mario era Mario.

Dal canto suo, essa gli aveva confidato che era stata educata nel convento del Petit-Picpus, che aveva essa pure perduto la madre, che suo padre si chiamava Fauchelevent, che era molto buono e dava molto ai poveri ma che era povero anche lui e si privava di tutto, benché a lei non lasciasse mancar nulla.

Cosa bizzarra in quella specie di sinfonia in cui viveva da quando vedeva Cosetta, il passato anche più recente era diventato per Mario così confuso e lontano, che quanto essa gli narrò lo soddisfece interamente. Non gli passò nemmeno per il capo di parlarle dell'avventura notturna nella catapecchia dei Thénardier, né della ferita col ferro rovente, né dello strano contegno di suo padre. Egli aveva momentaneamente dimenticato ogni cosa; non sapeva la sera quello che aveva fatto la mattina, né dove aveva fatto colazione né con chi aveva parlato; aveva nell'orecchio un canto che lo rendeva sordo a ogni altro pensiero; viveva soltanto nelle ore in cui vedeva Cosetta, e allora, trovandosi nel cielo, era naturale che dimenticasse la terra.

Portavano tutti e due languidamente il peso indefinibile delle voluttà immateriali. Vivono così, quei sonnambuli che sono gli innamorati.

Ahimé!, chi non ha provato tutte queste cose? perché viene l'ora in cui si esce da quell'azzurro? e perché, dopo, continua la vita?

L'amore prende quasi il posto del pensiero; esso è un ardente oblio di tutto il resto. E poi chiedete una logica alle passioni!

Non c'è concatenamento logico assoluto nel cuore umano, più che non vi sia forma geometrica perfetta nella meccanica celeste.

Per Cosetta e per Mario non esisteva più nulla fuorché Mario e Cosetta; l'universo intorno a loro era sprofondato in un abisso.

Vivevano in un minuto d'oro, che non aveva più nulla né avanti né dietro. Era molto se Mario si ricordava che Cosetta aveva un padre. Nel suo cervello c'era l'oblìo prodotto dal barbaglio.

Di che parlavano quegli innamorati? Già lo vedemmo: dei fiori, delle rondini, del sole che tramonta, della luna che spunta, di tutte le cose importanti. S'erano detto tutto, eccetto ogni cosa; il tutto degli innamorati è il nulla. Ma il padre, le cose reali, quel covo, quei banditi, quell'avventura, a che tutto ciò? Ed era proprio certo che quell'incubo fosse esistito? Erano in due, si adoravano, non c'era altro al mondo; tutto il resto non esisteva.

Probabilmente quello svanire dell'inferno dietro di noi è inerente all'arrivo nel paradiso. Forse che abbiamo visto i demoni? ce ne sono forse? forse abbiamo tremato, abbiamo sofferto? Non ne sappiamo più nulla. Una nuvola color rosa copre tutto.

Quelle due creature vivevano, dunque, così, molto in alto, con tutta l'inverosimiglianza che è nella natura; né al nadir né allo zenit, fra l'uomo e il serafino, al di sopra del fango, al di sotto dell'etere, nelle nuvole; appena carne e ossa, anima ed estasi da capo a piedi; già troppo sublimati per camminare sulla terra, ancor troppo carichi d'umanità per scomparire nell'empireo, sospesi come atomi che aspettano la precipitazione; in apparenza fuori del destino; ignari di quella via calpestata che è lo ieri, l'oggi, il domani, attoniti, estasiati, oscillanti, talora abbastanza leggeri per la fuga nell'infinito, quasi già pronti all'eterno volo.

Dormivano svegli in tale ondeggiamento. O splendida letargia della realtà soverchiata dall'ideale!

Per quanto bella fosse Cosetta, Mario talvolta chiudeva gli occhi davanti a lei. Chiudere gli occhi, è il miglior modo di contemplare l'anima.

Non si chiedevano l'un l'altro dove tutto ciò li avrebbe condotti; si consideravano come arrivati. E' una strana pretesa degli uomini volere che l'amore conduca in qualche posto.




3. PRINCIPIO D'OMBRA


Giovanni Valjean non sospettava di nulla.

Cosetta, un po' meno sognatrice di Mario, era gaia, e questo bastava a Valjean per essere felice. I pensieri di Cosetta, le sue tenere preoccupazioni, l'immagine di Mario che le prendeva l'anima, non toglievano nulla alla purezza incomparabile della sua bella fronte casta e sorridente. Era nell'età in cui la vergine porta l'amore, come l'angelo porta il giglio. Valjean dunque viveva tranquillo. E poi, quando due innamorati s'intendono, tutto va a meraviglia, e il terzo qualsiasi che potrebbe turbare il loro amore è mantenuto in una completa oscurità da poche precauzioni, sempre le stesse per tutti. Così, per esempio, mai nessuna obiezione di Cosetta a Valjean. Voleva passeggiare? Sì, papà.

Voleva restare in casa? Benissimo. Voleva passare la serata accanto a Cosetta? Ne era contentissima. E siccome egli si ritirava sempre alle dieci, Mario entrava in giardino soltanto dopo quell'ora, quando dalla via udiva Cosetta aprire la porta a vetri del poggiolo. E' inutile aggiungere che il giovane non si lasciò mai vedere di giorno. Valjean non pensava nemmeno che Mario esistesse. Una sola volta, una mattina, gli capitò di dire a Cosetta: - Guarda, hai le spalle tutte sporche di bianco! - Era Mario che la sera precedente, in un trasporto, l'aveva stretta contro il muro.

La vecchia Toussaint, che si coricava assai per tempo, appena terminate le sue faccende, pensava solo a dormire e ignorava tutto, come Valjean.

Mario non metteva mai piede nella casa. Quando era con Cosetta, per non essere visti né uditi dalla via, si nascondevano in una rientranza vicino al poggiolo, e là, seduti, si contentavano spesso, per sola conversazione, di stringersi le mani venti volte in un minuto, guardando i rami degli alberi. In quei momenti, se a trenta passi da loro fosse scoppiato un fulmine, non se ne sarebbero accorti, tanto i pensieri dell'uno si assorbivano e s'immergevano profondamente in quelli dell'altro.

Purezze limpide. Ore tutte candide e quasi tutte eguali! Tale specie d'amore è una collezione di petali di giglio e di piume di colomba.

Tra loro e la strada si frapponeva tutto il giardino. Ogni qualvolta entrava o usciva, Mario rimetteva a posto accuratamente la sbarra del cancello, in maniera che non vi si potesse scorgere nessuna manomissione.

Di solito se ne andava verso mezzanotte e ritornava da Courfeyrac.

E Courfeyrac diceva a Bahorel:

- Lo crederesti? Adesso Mario torna a casa all'una del mattino.

L'altro rispondeva:

- Che vuoi? In ogni seminarista c'è sempre un petardo.

Talvolta Courfeyrac incrociava le braccia, prendeva un atteggiamento serio, e diceva a Mario:

- Giovanotto, voi vi sviate!

Courfeyrac, uomo pratico, non vedeva di buon occhio quel riflesso su Mario d'un paradiso invisibile; poco dedito alle passioni singolari, se ne impazientiva, e ogni tanto diceva a Mario di rientrare nella realtà.

Una mattina gli fece questa ammonizione:

- Caro mio, tu in questo momento mi fai l'impressione di essere nella luna, regno del sogno, provincia delle illusioni, capitale Bolla di Sapone. Animo, sii buono, come si chiama?

Ma nulla valeva a far "parlare" Mario. Si sarebbe lasciato strappare le unghie, anziché una delle tre sillabe sacre che componevano l'ineffabile nome di Cosetta. Il vero amore è luminoso come l'aurora e silenzioso come la tomba. Per Courfeyrac c'era solo questo di mutato in Mario, che aveva una taciturnità radiosa.

Durante quel dolce mese di maggio Mario e Cosetta conobbero queste immense felicità: bisticciare e darsi del voi, unicamente per darsi meglio del tu dopo; - parlare a lungo e coi minimi particolari di persone che non li interessavano per nulla; una prova di più che in quell'incantevole opera in musica che è l'amore, il libretto non conta quasi niente; - per Mario, ascoltare Cosetta parlare di abiti; - per Cosetta, ascoltare Mario parlare di politica; - sentire, ginocchio contro ginocchio, le vetture passare per via Babilonia; - fissare lo stesso pianeta nello spazio o la stessa lucciola nell'erba; tacere insieme, dolcezza ancor più grande del parlare; eccetera, eccetera.

Frattanto si maturavano parecchie complicazioni.

Una sera, Mario andava all'appuntamento per il boulevard degli Invalidi, e camminava come di solito a capo chino, quando svoltando l'angolo di via Plumet, si sentì dire:

- Buona sera, signor Mario.

Alzò la testa e riconobbe Eponina.

Gli fece uno strano effetto. Dal giorno in cui questa lo aveva condotto in via Plumet, non l'aveva più vista, non aveva più pensato a lei, e l'aveva completamente dimenticata. Non aveva verso di lei che motivi di riconoscenza, le doveva la sua felicità presente, eppure si infastidì di quell'incontro.

E' un errore credere che una passione felice e pura conduca l'uomo a uno stato di perfezione, essa lo conduce soltanto, come abbiamo constatato, a uno stato d'oblio. In tale stato l'uomo dimentica d'essere cattivo, ma dimentica pure d'essere buono. La riconoscenza, il dovere, i ricordi essenziali e importuni svaniscono. In ogni altro momento, Mario sarebbe stato assai diverso con Eponina; ma ora, assorbito da Cosetta, non s'era neppure reso chiaramente conto che quella Eponina si chiamava Eponina Thénardier, che portava un nome scritto nel testamento di suo padre, - quel nome per il quale pochi mesi addietro avrebbe sopportato qualsiasi sacrificio. Noi mostriamo Mario qual era. Il padre stesso svaniva un po' nella sua anima sotto lo splendore del suo amore.

Rispose con qualche imbarazzo:

- Ah! siete voi, Eponina.

- Perché mi date del voi? Vi ho forse fatto qualche cosa?

- No - rispose lui.

Certo, non aveva niente contro di lei: tutt'altro.

Ma sentiva di non poter fare a meno di dar del voi Eponina, ora che dava del tu a Cosetta.

E poiché egli taceva, lei riprese:

- Dite dunque...

Poi s'arrestò. Pareva che le parole mancassero a quella creatura una volta così spensierata e così ardita. Tentò di sorridere, ma non riuscì; riprese:

- Ebbene?...

Poi tacque di nuovo, e restò con gli occhi bassi.

Buona sera, signor Mario, - disse a un tratto bruscamente, e se ne andò.




4. CAB IN INGLESE CORRE, IN GERGO ABBAIA


L'indomani, era il 3 giugno, il 3 giugno 1832, - data che bisogna segnalare a causa dei gravi avvenimenti che in quell'epoca stavano sospesi, come nembi, sull'orizzonte di Parigi, - l'indomani, sull'annottare Mario faceva la stessa via del giorno prima con gli stessi pensieri estatici nel cuore, quando scorse, tra gli alberi del boulevard, Eponina che veniva verso di lui. Due giorni di seguito era troppo. Si voltò bruscamente, lasciò il boulevard, cambiò strada e andò in via Plumet per via Monsieur.

Ne derivò che Eponina gli tenne dietro fino a via Plumet, cosa che non aveva mai fatto. Fino allora si era contentata di vederlo passare sul boulevard senza neppure cercare di incontrarlo; solo il giorno prima aveva tentato di parlargli.

Eponina dunque lo seguì senza che egli se n'accorgesse, e lo vide spostare la sbarra del cancello e scivolare nel giardino.

- Guarda! - disse, - entra in casa.

S'accostò al cancello, ne toccò le sbarre l'una dopo l'altra e trovò facilmente quella smossa da Mario.

Allora mormorò sottovoce, con lugubre accento:

- Ah! questo no, Lisetta.

Sedette sul gradino del cancello, presso la sbarra, come se volesse custodirla. Era proprio il punto dove il cancello raggiungeva il muro vicino; e c'era là un angolo scuro nel quale Eponina spariva interamente.

Restò più di un'ora senza muoversi e quasi senza respirare, in preda ai suoi pensieri.

Verso le dieci uno dei due o tre passanti della via Plumet, un vecchio borghese attardato, che si affrettava in quel luogo deserto e malfamato, rasentando il giardino, e giungendo all'angolo formato dal cancello col muro, udì una voce sorda e minacciosa che mormorava:

- Non mi meraviglio più se viene tutte le sere!

Il passante volse gli occhi attorno, non vide nessuno, non osò guardare in quel cantuccio oscuro, e preso da una gran paura, raddoppiò il passo.

Quel passante fece bene ad affrettarsi, perché qualche momento dopo sei uomini che camminavano separati e a qualche distanza l'uno dall'altro rasente i muri, e che si sarebbero potuti prendere per una pattuglia notturna, entrarono in via Plumet.

Il primo che arrivò al cancello del giardino si fermò ad aspettare gli altri, e un minuto dopo erano riuniti tutti e sei.

Si misero a parlare fra loro sottovoce.

- E' "icicaille" (qui) - disse uno di essi.

- C'è un "cab" (cane) nel giardino? - disse un altro.

- Non so; in ogni caso ho portato una polpetta che gli faremo mangiare.

- Hai del mastice per rompere i vetri?

- Sì.

- Il cancello è vecchio - osservò un quinto con la voce di ventriloquo.

- Tanto meglio - rispose quello che aveva parlato per secondo.

Il sesto, che non aveva ancora aperto bocca, si pose a controllare il cancello, come aveva fatto Eponina un ora prima, afferrando successivamente ciascuna sbarra e scuotendola con precauzione:

arrivò così a quella smossa da Mario. Al momento di afferrare anche quella, una mano uscita improvvisamente dall'ombra gli prese il braccio, mentre un'altra lo respinse per il petto, e una voce rauca gli disse sommessamente:

- C'è un "cab".

In pari tempo una giovane pallida gli si rizzò davanti.

L'uomo provò quella emozione che viene sempre dall'inatteso, ma si erse in modo orribile. Non c'è cosa più terribile delle belve inquiete; il loro aspetto spaventato è terrificante. Egli rinculò balbettando:

- Chi è questa briccona?

- Vostra figlia.

Era infatti Eponina che parlava a Thénardier.

All'apparire della ragazza gli altri cinque, vale a dire Claquesous, Gueulemer, Babet, Montparnasse e Brujon, si erano avvicinati senza rumore, senza fretta, senza dire una parola, con la lentezza sinistra che è propria di quegli uomini della notte.

Tenevano fra le mani alcuni ordigni abominevoli, e Gueulemer portava una di quelle tenaglie curve che i ladri chiamano "fanchons".

- Ebbene, cosa fai qui? Sei pazza? - gridò Thénardier, per quanto si può gridare parlando sommesso. - Come, vieni a impedirci di lavorare?

Eponina si mise a ridere e gli saltò al collo:

- Sono qui perché sono qui, babbuccio mio. Forse che adesso non è lecito sedersi sulle pietre? Siete voi che non ci dovreste essere.

Cosa venite a fare qui se è un "biscotto"? Ho già detto alla Magnon che qui non c'è nulla da fare. Ma abbracciami, dunque, mio buon papà! Quanto tempo che non ti vedo! Sei fuori, dunque?

Thénardier tentò di sbarazzarsi delle braccia d'Eponina, borbottando:

- Va bene, m'hai abbracciato. Sì, sono fuori, non sono più dentro.

Adesso, vattene.

Ma Eponina non lo lasciava e raddoppiava le sue carezze.

- Caro papà, come hai fatto dunque? Devi avere molto spirito per esserti cavato fuori di là! Raccontami. E la mamma? Dov'è la mamma? Dammi notizie della mamma!

Thénardier rispose:

- Sta bene, non so, lasciami; ti dico d'andartene.

- Ma io non me ne voglio andare - riprese Eponina con una smorfietta di bimba viziata. - Mi mandi via, dopo quattro mesi che non ti vedo, quando ho avuto appena il tempo d'abbracciarti.

E tornò ad appendersi al collo del padre.

- Ah, ma insomma, è una cosa stupida! - disse Babet.

- Facciamo presto! - aggiunse Gueulemer. - Potrebbero capitare i poliziotti.

La voce del ventriloquo scandì questi due versi:

"Ma non è il giorno di Capodanno Per vezzeggiare mamma e papà".

Eponina si volse verso i cinque banditi.

- Oh, guarda! E' il signor Brujon. Buona sera, signor Babet. Buona sera, signor Claquesous. Non mi riconoscete forse, signor Gueulemer? Come va, Montparnasse?

- Sì, ti riconoscono! - disse Thénardier. - Ma buon giorno, buona sera e al largo! Lasciaci tranquilli!

- Questa è l'ora delle volpi, non delle galline, - osservò Montparnasse.

- Bada a non tagliarti - esclamò questi. - Ho un coltello.

- Mio piccolo Montparnasse - riprese la fanciulla con voce carezzevole - bisogna aver fiducia nelle persone. Sono la figlia di mio padre. Signor Babet, signor Gueulemer, sono incaricata io di chiarire l'affare.

E' da notare che Eponina non parlava il gergo.

Da quando conosceva Mario, quell'orribile linguaggio le era divenuto impossibile.

Essa strinse nella sua piccola mano, ossuta e debole come quella di uno scheletro, le grossa dita ruvide di Gueulemer e proseguì:

- Sapete bene che non sono una sciocca, e di solito mi prestate fede. Vi ho già reso più di un servizio. Ebbene, ho preso le mie informazioni; vi esporreste inutilmente, credetemi. Vi giuro che non c'è niente da fare in questa casa.

- Ci sono due donne sole - disse Gueulemer.

- No, hanno sgombrato.

- Le candele però sono rimaste! - fece Babet.

E mostrò a Eponina un lume, che brillava attraverso la cima degli alberi nella soffitta del casino. Era quello della Toussaint, che aveva vegliato tardi per distendere della biancheria ad asciugare.

Eponina tentò un ultimo sforzo.

- Ebbene - disse - sono persone molto povere; - una baracca in cui non c'è un soldo.

- Vattene al diavolo! - esclamò Thénardier. - Quando avremo messo sottosopra la casa, la cantina in alto e il solaio in basso, allora ti diremo che cosa c'era dentro, se sono franchi, soldi oppure centesimi.

E le diede una spinta per passare oltre.

- Mio buon amico Montparnasse - riprese Eponina - voi che siete un buon ragazzo, non entrate, ve ne prego!

- Bada dunque, ti taglierai! - rispose Montparnasse.

Thénardier riprese col suo accento decisivo:

- Vattene, figlia, e lascia che gli uomini facciano i loro affari.

Eponina abbandonò la mano di Montparnasse, che aveva ripresa, e disse:

- Anche voi volete entrare in questa casa?

- Un po', - rispose ghignando il ventriloquo.

Allora lei si addossò al cancello, fece fronte ai sei uomini, armati fino ai denti, cui la notte dava delle facce da demoni, e disse con voce ferma e bassa:

- Ebbene, io non voglio.

S'arrestarono stupefatti; tuttavia il ventriloquo continuò il suo ghigno. Lei riprese:

- Amici! ascoltate bene. Bando alle ciarle e badate a quello che dico. Prima di tutto, se voi entrate in questo giardino, se toccate questo cancello, io grido, batto alle porte, sveglio i vicini, chiamo le guardie e vi faccio arrestare tutti.

- E' capace di farlo - disse Thénardier sottovoce a Brujon e al ventriloquo.

Lei scosse il capo e aggiunse:

- Cominciando da mio padre!

Thénardier si avvicinò.

- Non t'accostare, galantuomo! - disse lei.

Egli rinculò borbottando fra i denti: - Ma cos'ha mai? - e aggiunse: - Cagna!

La ragazza scoppiò a ridere in modo terribile.

- Come volete, ma non entrerete. Io non sono figlia d'un cane, perché sono figlia d'un lupo. Voi altri siete in sei; ma che m'importa? Siete uomini; ebbene, io sono una donna. Non mi fate paura, sapete. Vi dico che non entrerete in questa casa, perché questo non mi piace. Se vi avvicinate, abbaio. Ve l'ho già detto, il cane sono io. Io me ne infischio di voi. Mi seccate; andate per la vostra strada. Andate dove volete, ma non venite qui, ve lo proibisco! Voi altri a coltellate, io a colpi di ciabatta: per me è lo stesso, venite avanti!

E mosse un passo verso i banditi, con un viso terribile.

Poi tornò a ridere:

- Perbacco; non ho paura! Quest'estate avrò fame, quest'inverno avrò freddo. Come sono ridicoli questi imbecilli di uomini, che credono di mettere paura a una sgualdrina! Paura di che? Eheee, sì che me la piglio! Perché avete delle stupide ganze, che si nascondono sotto il letto quando fate la voce grossa, eh? Ma io non ho paura di niente.

E fissando gli occhi su Thénardier, aggiunse:

- Nemmeno di te.

Poi girando sui banditi le sue pupille sanguigne di spettro, proseguì:

- Che mi fa a me, se mi raccolgono domani in via Plumet, uccisa a coltellate da mio padre, o se mi trovano fra un anno nelle reti di Saint-Cloud o all'isola dei Cigni, in mezzo a vecchi tappi fradici e cani annegati?

Dovette interrompersi, perché presa da una tosse secca; il respiro le usciva simile a un rantolo dal petto debole ed esile.

Quindi riprese:

- Non ho che da gridare, accorre gente e patatrac! Voi siete sei, ma io sono tutti.

Thénardier fece un passo verso di lei.

- Non t'accostare! - gridò lei.

Quello si fermò e le disse con dolcezza:

- Ebbene, no, non m'avvicinerò, ma non parlare così ad alta voce.

Figlia mia, vuoi dunque impedirci di lavorare? Ma bisogna pure guadagnarci da vivere! Non vuoi dunque più bene a tuo padre?

- Non seccarmi - disse Eponina.

- Eppure dobbiamo vivere, mangiare...

- Crepate.

Ciò detto, si sedette sul gradino del cancello canticchiando:

"Il braccio pienotto, La gamba tornita, E il tempo perduto".

Teneva il gomito sul ginocchio e il mento nella mano, e dondolava il piede con aria d'indifferenza. La veste bucata lasciava vedere le magre clavicole. Il fanale vicino ne illuminava il profilo e l'atteggiamento; e non si poteva vedere niente di più deciso e di più sorprendente.

I sei assassini, interdetti e arrabbiati di essere tenuti in scacco da una fanciulla, si ritirarono nell'ombra del fanale, e tennero consiglio, con delle alzate di spalle umiliate e furiose.

Lei intanto li guardava con aria tranquilla e feroce.

- Essa ha qualche cosa - disse Babet - forse una ragione! Che sia innamorata del cane? Eppure è un peccato mancare il colpo. Due donne e un vecchio che abitano in fondo al cortile; e si vedono molte tendine alle finestre. Il vecchio dev'essere un ebreo. Credo che l'affare sia buono.

- Ebbene - esclamò Montparnasse - entrate voialtri e fate il colpo. Io resterò qui con la ragazza, e se fiata...

E alla luce del lampione fece brillare il coltello che teneva aperto.

Thénardier non diceva una parola e sembrava pronto a tutto quanto si decidesse.

Brujon, che era quasi tenuto in conto di oracolo e che, come sappiamo, aveva "procurato l'affare", non diceva una parola e sembrava pensieroso. Passava per uno che non indietreggiava davanti a niente, ed era noto che solo per bravata aveva un giorno svaligiato un corpo di guardia di poliziotti. Inoltre componeva versi e canzoni, il che gli conferiva una grande autorità.

Babet lo interrogò:

- E tu, Brujon, non dici nulla?

Brujon restò ancora un momento in silenzio, poi crollò il capo in svariate maniere, e finalmente si decise a parlare:

- Vi dirò: stamane ho incontrato due passeri che si battevano; questa sera dò di cozzo in una donna attaccabrighe: tutto questo è brutto. Andiamocene.

E se ne andarono.

Mentre si allontanavano, Montparnasse mormorò:

- Però, se si fosse voluto, io avrei dato il colpo.

Babet rispose:

- Io invece no; non batto una donna.

All'angolo della via si fermarono e si scambiarono, con voce sorda, queste battute enigmatiche:

- Dove andiamo a dormire questa sera?

- Sotto Pantin.

- Hai la chiave del cancello, Thénardier?

- Altro che!

Eponina, che non li perdeva di vista, vedendo che ripigliavano la strada da dove erano venuti, si alzò e si mise a strisciare dietro a essi rasentando i muri e le case. Li seguì così fino al boulevard. Là si separarono e lei vide quei sei uomini immergersi nelle tenebre, in cui parvero dissolversi.




5. COSE DELLA NOTTE


Dopo la partenza dei banditi, via Plumet riprese il suo tranquillo aspetto notturno.

Quanto era accaduto in quella via non avrebbe stupito una foresta.

Le vecchie selve, i boschi cedui, le brughiere, le ramaglie aspramente intrecciate hanno un aspetto cupo; la tremarella selvaggia vi intravede le subitanee apparizioni dell'invisibile; quello che è al disotto dell'uomo vi distingue, attraverso la bruma, quello che è al di là dell'uomo; e le cose da noi viventi ignorate, vi si incontrano nelle tenebre. La natura irta e selvaggia si allarma a certi segni, nei quali si crede di sentire il soprannaturale. Le forze dell'ombra si conoscono e hanno tra loro misteriosi equilibri. I denti e gli artigli temono l'inafferrabile. La brutalità assetata di sangue, i voraci appetiti affamati in cerca di una preda, gli istinti armati di unghie e di mascelle che non hanno altro movente e altro scopo che il ventre, guardano e fiutano con inquietudine l'impassibile sagoma spettrale, vagante sotto un sudario, ritta nella incerta veste rabbrividente, che sembra loro viva di una vita morta e terribile. Quei bruti, che sono soltanto materia, temono confusamente di avere da fare con l'immensa oscurità condensata in un essere ignoto. Una figura nera che attraversi la strada arresta di colpo la bestia selvatica Quello che esce dal cimitero intimidisce e sconcerta quello che esce dalla tana; il feroce ha paura del sinistro; i lupi arretrano davanti a una larva.




6. MARIO RIDIVENTA REALE AL PUNTO DI DARE IL PROPRIO INDIRIZZO A COSETTA


Mentre quella specie di cagna col volto umano montava la guardia al cancello, e i sei malfattori lasciavano il terreno, il cielo non era mai apparso più costellato e più bello, né gli alberi più tremuli e l'odore delle erbe più penetrante; gli uccelli non s'erano mai addormentati tra le fronde con un più dolce mormorio; tutte le armonie della serenità universale non avevano risposto mai meglio alle interiori musiche dell'amore, né Mario era mai stato più innamorato, più felice, più estasiato. Ma aveva trovato Cosetta malinconica. Cosetta aveva pianto, aveva gli occhi rossi.

Era la prima nube in quel mirabile sogno.

Mario le chiese subito:

- Cos'hai?

E lei rispose:

- Ecco.

Quindi sedette sul banco presso il poggiolo, e mentre egli tutto tremante le sedeva vicino, lei proseguì:

- Stamani mio padre mi ha detto di tenermi pronta, perché ha degli affari, e forse dovremo partire.

Mario ebbe un brivido per tutto il corpo.

Quando si è al termine della vita, morire vuol dire partire; quando si è al principio, partire vuol dire morire.

Da sei settimane, Mario, a poco a poco, lentamente, per gradi, prendeva possesso sempre più di Cosetta: possesso ideale, ma intenso.

Come abbiamo già spiegato, nel primo amore si prende l'anima molto prima del corpo; più tardi si prende il corpo molto prima dell'anima, e qualche volta l'anima non si prende affatto; i Faublas e i Prudhomme aggiungono: perché non esiste; ma per fortuna questo sarcasmo è una bestemmia. Mario adunque possedeva Cosetta come gli spiriti sanno possedere; ma l'avvolgeva con tutta l'anima sua, e la stringeva gelosamente con incredibile convinzione. Possedeva di lei il sorriso, il respiro, il profumo, il profondo lampeggiare delle pupille azzurre, la morbidezza della pelle quando le toccava la mano, il grazioso neo al collo e tutti i pensieri. Avevano concordato tra loro di non chiudere mai occhio senza pensarsi a vicenda e avevano mantenuto la parola; cosicché egli possedeva tutti i sogni di Cosetta. Guardava sempre, e talvolta sfiorava con l'alito, i brevi capelli che essa aveva sulla nuca, e dichiarava che non c'era neppure uno di quei capelluzzi che non fosse suo. Contemplava e adorava tutto ciò che essa aveva indosso, il nodo del nastro, i guanti, i manichini, gli stivaletti, come cose sacre di cui egli era il padrone, pensava che era il signore dei graziosi fermagli di tartaruga che lei portava nei capelli; e inoltre per un sordo confuso balbettare della voluttà che cominciava a farsi strada, pensava che non c'era un laccio della veste, una maglia delle calze, una piega del busto che non gli appartenesse. Accanto a Cosetta, si sentiva vicino alla sua proprietà, alla cosa sua, vicino al suo despota e al suo schiavo. Sembrava che avessero mescolato le anime in modo, che se avessero voluto riprenderle, sarebbe loro riuscito impossibile riconoscerle. - Questa è la mia. No, è la mia. T'assicuro che t'inganni; sono io qui. Ciò che prendi per te, sono io. - Mario era qualcosa che faceva parte di Cosetta, e Cosetta era qualcosa che faceva parte di Mario. Egli la sentiva vivere in sé; aver Cosetta, possedere Cosetta non erano per lui cose distinte dal respirare. Fu in mezzo a quella fede, a quella ebbrezza, a quel verginale possesso così straordinario e assoluto, a quella sovranità, che caddero d'improvviso le parole: "dovremo partire", e che la voce severa della realtà gli gridò: - Cosetta non è tua!

Mario si risvegliò. Come già dicemmo, da sei settimane viveva fuori della vita; quella parola, partire! ve lo fece rientrare duramente.

Non trovò una parola da dire. Cosetta sentì solo che la sua mano era fredda e gli chiese:

- Cos'hai?

Egli rispose con voce così sommessa che la fanciulla lo sentiva appena:

- Non ho capito quello che hai detto.

Lei riprese:

- Stamattina mio padre m'ha detto di preparare tutte le mie cosucce e di tenermi pronta; mi darà la sua biancheria per metterla in un baule; è costretto a fare un viaggio; stiamo per partire; bisognerà procurare un baule grande per me e uno piccolo per lui; devo preparare tutto questo di qui a una settimana, e forse andremo in Inghilterra.

- Ma è una cosa mostruosa! - esclamò Mario.

Certo, in quel momento nella mente di Mario, nessun abuso di potere, nessuna violenza, nessuna abominazione dei più terribili tiranni, nessuna azione di Busiride, di Tiberio o di Enrico Ottavo uguagliava in ferocia quella del signor Fauchelevent, che conduceva sua figlia in Inghilterra, perché chiamatovi da alcuni affari.

Chiese con voce fioca:

- Quando partirai?

- Non ha detto quando.

- E quando ritornerai?

- Non ha detto quando.

Mario s'alzò e chiese freddamente:

- Cosetta, ci andrete?

Lei gli volse i suoi begli occhi pieni d'angoscia, e rispose con un certo smarrimento:

- Dove?

- In Inghilterra. Ci andrete?

- Perché mi dai del voi~ - Vi domando se ci andrete.

- Come vuoi che faccia? - disse giungendo le mani.

- Sicché ci andrete?

- Se mio padre ci va.

- Sicché ci andrete.

Cosetta prese la mano di Mario e la strinse senza rispondere.

- Va bene - disse il giovane. - Allora io andrò altrove.

La fanciulla sentì il significato di queste parole più che comprenderle, e impallidì in modo che il suo volto divenne bianco nelle tenebre. Balbettò:

- Che vuoi dire?

Mario la guardò, poi alzando lentamente gli occhi al cielo, rispose:

- Nulla.

Quando chinò lo sguardo, vide che Cosetta gli sorrideva. Il sorriso della donna amata ha una luce che si vede anche di notte.

- Come siamo sciocchi! Mario, ho un'idea.

- Quale?

- Se partiamo noi, parti anche tu! Ti saprò dire dove! Verrai a raggiungermi dove mi troverò!

Ora Mario era un uomo interamente sveglio e ricaduto nella realtà, e perciò disse:

- Partire con voi! Ma sei pazza? Ci vogliono denari, e io non ne ho. Andare in Inghilterra? Ma devo già, non so bene quanto, ma più di dieci luigi a Courfeyrac, un amico che tu non conosci! Ma ho un cappello usato che non vale tre franchi, un abito a cui mancano i bottoni, la camicia lacera, i gomiti sdruciti, le scarpe che lasciano passare l'acqua; e da sei settimane non ci penso più e non te l'ho mai detto. Cosetta, io sono un miserabile! Tu mi vedi soltanto di notte e mi dai l'amore tuo; ma se mi vedessi di giorno non mi daresti un soldo! Andare in Inghilterra! Ma io non ho nemmeno di che pagare il passaporto!

E s'appoggiò a un albero là vicino, con le braccia sul capo, la fronte contro la scorza, senza badare né al legno che gli scorticava la pelle né alla febbre che gli martellava le tempie, immobile, e sul punto di svenire, come la statua della disperazione!

Rimase a lungo così. In quegli abissi, ci si resterebbe per l'eternità. Finalmente si volse, sentendo dietro di sé un lieve mormorio soffocato, dolce e triste.

Era Cosetta che singhiozzava.

Da più di due ore piangeva accanto a Mario che meditava. Egli andò a lei, cadde in ginocchio, e prostrandosi lentamente; le prese la punta del piede che sporgeva dalla gonnella e lo baciò.

Lei lo lasciò fare in silenzio. Ci sono momenti in cui la donna accetta, come una dea triste e rassegnata, la religione dell'amore.

- Non piangere, - diss'egli.

Lei balbettò:

- Poiché forse mi tocca di allontanarmi e tu non puoi venire!

Egli riprese:

- Mi ami?

Lei gli rispose singhiozzando quella parola del paradiso, che non è mai così incantevole come tra le lacrime:

- Ti adoro!

Il giovane proseguì con un tono di voce che era una carezza inesprimibile:

- Non piangere. Dì, fallo per me, non piangere.

- E tu mi ami? - disse lei.

Egli le prese la mano:

- Cosetta, io non ho mai dato la mia parola d'onore a nessuno, perché la mia parola d'onore mi fa paura. Sento che mio padre è qui accanto a me. Ebbene, io ti dò la mia più sacra parola d'onore che se tu te ne andrai, io morirò.

Nel tono di queste parole c'era una malinconia così solenne e tranquilla che Cosetta tremò; sentì il brivido che ci dà una cosa triste e vera.

La commozione le troncò le lacrime.

- Ora ascolta - diss'egli - non aspettarmi domani.

- Perché?

- Aspettami soltanto dopodomani.

- Oh! ma perché?

- Vedrai.

- Un giorno senza vederti! Ma è impossibile.

- Sacrifichiamo un giorno per ottenere forse tutta la vita.

E aggiunse sottovoce per conto suo:

- E' uno che non muta le sue abitudini e che non ha mai ricevuto nessuno, se non di sera.

- Di chi parli? - chiese Cosetta.

- Io? non ho detto nulla.

- Cosa speri dunque?

- Attendi fino a dopodomani.

- E' proprio necessario?

- Sì, Cosetta.

Lei gli prese a due mani la testa, alzandosi sulla punta dei piedi per giungere a lui, e cercando di leggergli negli occhi la sua speranza.

Il giovane riprese:

- Ora che ci penso è necessario che tu conosca il mio indirizzo; può accadere qualche cosa, non si sa mai. Abito presso quel mio amico che si chiama Courfeyrac, in via della Vetreria, 16.

E frugatosi in tasca, cavò fuori un temperino, col quale incise nell'intonaco del muro:

Via della Vetreria, 16.

Intanto Cosetta s'era rimessa a guardarlo negli occhi:

- Dimmi la tua idea! Mario, tu hai un'idea. Dimmela, oh! dimmela, perché io possa passare una buona notte!

- La mia idea è questa, che è impossibile che Dio voglia separarci. Aspettami dopodomani.

- E che farò fino allora? - riprese Cosetta. - Tu sei fuori, cammini, ti muovi! Come sono fortunati gli uomini! lo invece rimango qui, sola! Cosa farai domani sera, dimmelo?

- Farò un tentativo.

- E io intanto pregherò Dio e penserò a te perché tu possa riuscire. Non ti chiedo più nulla, poiché non vuoi; tu sei il mio padrone. Domani passerò la serata a cantare quel coro d'Eurianto che ti piace tanto, e che una volta sei venuto ad ascoltare dietro l'imposta. Ma dopodomani vieni per tempo; t'aspetterò appena notte alle nove precise, ricordati. Mio Dio che brutta cosa che i giorni siano così lunghi! Ricordati, al suono delle nove sarò qui in giardino.

- E io pure.

E senza esserselo detto, spinti dal medesimo pensiero, trascinati dalle correnti elettriche che mettono in continua comunicazione due innamorati, ebbri tutti e due di piacere anche nel dolore, caddero nelle braccia l'una dell'altro, senza accorgersi che le loro labbra si erano unite, mentre gli occhi, estatici e gonfi di lacrime, contemplavano le stelle.

Quando Mario uscì, la via era deserta; era il momento in cui Eponina seguiva i banditi fino sul boulevard.

Mentre meditava col capo appoggiato al tronco dell'albero, un'idea aveva attraversato la mente di Mario; un'idea che egli stesso, ahimé!, giudicava insensata e impossibile. Aveva preso una decisione estrema.




7. CUORE VECCHIO E IL CUORE GIOVANE MESSI A CONFRONTO


Papà Gillenormand aveva a quell'epoca i suoi novantun anni suonati, e abitava ancora con la signorina Gillenormand in via Figlie del Calvario numero 6, nella vecchia casa di sua proprietà.

Come il lettore ricorda, era uno di quei vegliardi all'antica, che aspettano diritti la morte, cui l'età grava senza piegarli, e che neppure il dolore basta a curvarli.

Tuttavia da qualche tempo sua figlia diceva: - Papà va male. Non sgridava più le domestiche, non batteva più con tanto brio il bastone sul pianerottolo della scala, quando Basco tardava ad aprirgli. La rivoluzione di luglio lo aveva esasperato per sei mesi appena; e aveva visto quasi con calma sul "Moniteur" questo accoppiamento di parole: Humblot-Condé Pari di Francia. La verità è che il vecchio era molto abbattuto. Non piegava, non si arrendeva, ciò che non era possibile alla sua natura fisica né a quella morale, ma si sentiva mancare internamente. Da quattro anni aspettava Mario a pie' fermo, è la vera parola, con la convinzione che quel piccolo cattivo arnese verrebbe un giorno o l'altro a bussare alla sua porta; adesso invece, in certe ore tristi, giungeva a dire tra sé che per poco che Mario si facesse ancora aspettare... Non la morte gli riusciva insopportabile, ma il pensiero di non rivedere più Mario. Non rivedere Mario! Questa idea non era entrata, neppure un momento nel suo cervello fino allora: adesso cominciava ad affacciarglisi e lo agghiacciava.

Come sempre accade nei sentimenti naturali e veri, l'assenza non aveva fatto che accrescere il suo affetto di nonno verso il ragazzo ingrato che se n'era andato a quel modo. Proprio nelle notti di dicembre, con dieci gradi sotto zero, si pensa di più al sole. Il signor Gillenormand era, o si credeva, soprattutto incapace di fare un passo, lui il nonno, verso il nipote. - Creperei piuttosto diceva. Non si riconosceva alcun torto; ma pensava a Mario con una profonda tenerezza, e con la muta disperazione di un povero vecchio che va declinando nelle tenebre.

Cominciava a perdere i denti, e questo accresceva la sua tristezza.

Senza neppure confessarlo a se stesso, perché ne sarebbe stato furioso e vergognoso, non aveva mai amato una donna quanto amava Mario.

Aveva fatto collocare nella propria camera, dirimpetto al letto, come la prima cosa che voleva vedere allo svegliarsi, un ritratto dell'altra figlia, quella che era morta, la signora Pontmercy, ritratto che risaliva a quando lei aveva diciotto anni. Lo guardava sempre, e un giorno nell'esaminarlo scappò a dire:

- Vedo che gli rassomiglia.

- A mia sorella? - osservò la signorina Gillenormand - ma sicuro!

Il vecchio aggiunse:

- E anche a lui.

Una volta che se ne stava seduto con le ginocchia strette e gli occhi quasi chiusi in una posa di abbattimento, sua figlia si arrischiò a dirgli:

- Papà, voi ce l'avete sempre tanto?...

E s'interruppe non osando proseguire.

- Con chi? - domandò egli.

- Con quel povero Mario.

Il vecchio sollevò la testa senile, posò il pugno magro e rugoso sul tavolo, e gridò col suo accento più irritato e più vibrante:

- Povero Mario, dite? Quel signore è un mariuolo, un briccone, un vanesio ingrato, senza cuore e senz'anima, un orgoglioso, un malvagio!

E si volse perché sua figlia non vedesse la lacrima che aveva negli occhi.

Tre giorni dopo ruppe il silenzio che durava da quattro ore per dire alla figlia, a bruciapelo:

- Avevo avuto l'onore di pregare la signorina Gillenormand di non parlarmene più.

La zitellona rinunciò a ogni tentativo, facendo questa profonda diagnosi: - Mio padre non ha mai molto amato mia sorella dopo la sua sciocchezza; ora è chiaro che detesta Mario.

"Dopo la sua sciocchezza" voleva dire: dopo che aveva sposato il colonnello.

Del resto, come si è potuto arguire, il tentativo della signorina Gillenormand di sostituire a Mario il suo favorito l'ufficiale dei lancieri, era fallito. Il sostituto Teodulo non era riuscito.

Gillenormand non aveva accettato l'equivoco; il vuoto del cuore non si riempie con un tappabuchi. Dal canto suo, a Teodulo, pur aspirando all'eredità, ripugnava rendersi piacevole. Il vecchio annoiava il lanciere e il lanciere urtava il vecchio. Teodulo era senza dubbio allegro, ma ciarliero; frivolo, ma volgare; buontempone, ma di cattiva compagnia; aveva delle amanti, è vero, e ne parlava molto, ed è anche vero che ne parlava male. Tutte le sue qualità avevano un difetto. Gillenormand era stufo di sentirlo raccontare le banali conquiste che faceva nei dintorni della caserma in via Babilonia. E poi qualche volta si presentava in divisa, con la coccarda tricolore, cosa che lo rendeva semplicemente impossibile. Papà Gillenormand aveva finito col dire a sua figlia: - Ne ho abbastanza del tuo Teodulo: ricevilo tu se vuoi. In tempo di pace non ho gusto per i militari. Non so se alla fine non preferisco gli sciabolatori a quelli che trascinano la sciabola; e tutto sommato, il cozzo delle armi nella battaglia è meno miserabile dello strepito dei foderi sul lastrico. E poi, prendere delle pose da gradasso e stringersi la vita come una donnetta, portare il busto sotto la corazza, significa rendersi due volte ridicolo. Un vero uomo sa tenersi a eguale distanza dalle smargiassate e dalle affettazioni. Né rodomonte né damerino.

Il tuo Teodulo tienilo per te.

Ebbe un bel dirgli la figlia: - Tuttavia è vostro pronipote. Il fatto è che il signor Gillenormand, il quale era nonno fino alle unghie, non era niente affatto prozio.

In fondo, siccome era un uomo di spirito e faceva i paragoni, Teodulo non era servito ad altro che a fargli rimpiangere di più Mario.

Una sera, era il 4 giugno, - e questo non gli impediva di avere un buon fuoco nel suo caminetto - papà Gillenormand aveva congedato la figlia, che s'era messa a cucire nella sua camera tappezzata a scene pastorali, coi piedi sugli alari, mezzo avvolto dal suo vasto paravento a nove spicchi, col gomito sulla tavola su cui ardevano due candele coperte da un paralume verde, sprofondato nel suo seggiolone a ricami, e con un libro in mano, che però non leggeva. Egli era vestito, secondo la sua moda, in "incroyable" e somigliava a un vecchio ritratto di Garat: la qual cosa gli avrebbe fatto correre dietro nelle vie; ma sua figlia, quando egli usciva, lo ricopriva sempre d'un ampio mantello da vescovo che gli nascondeva il vestito di sotto. In casa, tranne che per alzarsi e coricarsi, non portava mai veste da camera, perché "fa sembrar vecchio", diceva.

Stava pensando a Mario con affetto e con amarezza, e come al solito l'amarezza predominava. La sua tenerezza inasprita finiva sempre col ribollire e col mutarsi in sdegno. Era anche arrivato al punto in cui si cerca di prendere il proprio partito e di accettare quello che strazia; stava spiegando a se stesso che ormai non c'era più motivo perché Mario dovesse ritornare, che se avesse voluto l'avrebbe già fatto, che bisognava rinunciarvi; e tentava di abituarsi alla idea che tutto era finito, e che egli sarebbe morto senza rivedere quel "signore". Ma tutta la sua natura si rivoltava, e la sua vecchia paternità non poteva acconsentirvi. - Come! - diceva, ripetendo il suo doloroso ritornello - non ritornerà! - La testa calva gli ricadeva sul petto, e fissava sulle ceneri del focolare uno sguardo incerto, lamentoso e irritato.

Mentre era profondamente immerso in questa meditazione, il suo vecchio servo, Basco, entrò e chiese:

- Il signore può ricevere il signor Mario?

Il vegliardo si raddrizzò a sedere, livido, simile a un cadavere sollevato da una scossa galvanica; tutto il sangue gli era rifluito al cuore. Balbettò:

- Che signor Mario?

- Non lo so - rispose Basco intimidito e sconcertato dall'aspetto del padrone: - non l'ho visto. E' stata Nicoletta a dirmi proprio ora: - C'è un giovanotto, annunciate il signor Mario.

Gillenormand balbettò con voce sommessa:

- Fatelo entrare.

E rimase nello stesso atteggiamento, col capo vacillante e l'occhio fisso all'uscio. Si riaprì: entrò un giovane. Era Mario.

Mario si fermò sulla soglia, come aspettando che gli si dicesse di entrare.

Il suo abbigliamento quasi misero non si scorgeva nella oscurità formata dal paralume: si distingueva però il viso calmo e grave, ma stranamente triste.

Papà Gillenormand, inebetito di stupore e di gioia, rimase alcuni istanti senza distinguere nulla fuorché una luce, come quando si è davanti a un'apparizione. Era sul punto di venir meno; scorgeva Mario attraverso un barbaglio. Era proprio lui, era proprio Mario.

Finalmente! Dopo quattro anni! Lo abbracciò tutto, per così dire, con una sola occhiata. Lo trovò bello, nobile, distinto, cresciuto, uomo fatto, l'atteggiamento conveniente, l'aspetto grazioso. Ebbe voglia di aprirgli le braccia, di chiamarlo, di precipitarsi; le sue viscere erano commosse dalla gioia, le parole affettuose gli gonfiavano e gli traboccavano dal petto; alla fine tutta quella tenerezza s'aprì la strada e gli giunse alle labbra; ma, per quel contrasto che formava il fondo del suo carattere, ne uscì una durezza. Disse bruscamente:

- Cosa venite a fare qui, voi?

Mario rispose con imbarazzo:

- Signore...

Gillenormand avrebbe voluto che il giovane gli si gettasse nelle braccia, e fu scontento di lui e di sé. Sentì che lui era stato brusco e che l'altro era freddo. Era per lui un'insopportabile e irritante ansietà quel sentirsi così tenero e commosso di dentro, e non potersi manifestare al di fuori se non con asprezza. Gli ritornò l'amarezza e interruppe Mario con burbero accento:

- Allora, perché venite?

Quell'"allora" significava: se non venite ad abbracciarmi? Mario guardò il nonno a cui il pallore faceva un volto di marmo.

- Signore...

Il vecchio riprese con voce severa:

- Venite a chiedermi perdono? Avete riconosciuto i vostri torti?

Credeva di porlo sulla via e che il "fanciullo" si sarebbe piegato. Mario rabbrividì: gli si chiedeva di sconfessare suo padre; chinò gli occhi e rispose:

- No, signore.

- E allora - esclamò impetuosamente il vecchio con un dolore pungente e pieno di collera, cosa volete da me?

Mario giunse le mani, mosse un passo innanzi, e con voce debole e tremante disse:

- Signore, abbiate pietà di me.

Quella parola sconvolse il signor Gillenormand; detta più presto l'avrebbe intenerito, ma ora veniva troppo tardi. Il nonno si alzò, appoggiando tutte e due le mani sul bastone, con le labbra bianche, la fronte vacillante, ma dominando con l'alta persona Mario chinato.

- Pietà di voi, signore! E' l'adolescente che domanda pietà al vecchio di novantun anni! Voi entrate nella vita, io ne esco; voi andate a teatro, ai balli, al caffè, al bigliardo, avete dell'ingegno, piacete alle donne, siete un bel giovane, io invece in piena estate sto qui a sputare sui tizzoni; voi siete ricco delle sole vere ricchezze, e io ho tutte le povertà della vecchiaia, l'infermità e l'isolamento; voi avete i vostri trentadue denti, uno stomaco robusto, l'occhio vivo, la forza, l'appetito, la salute, la gioia, una foresta di capelli neri, io invece non ho più nemmeno i capelli bianchi; ho perduto i denti, perdo le gambe, perdo la memoria; ci sono tre nomi di vie che confondo continuamente, la via Charlot, la via Chaume e la via san Claudio; ecco a che punto sono. Voi avete davanti tutto l'avvenire pieno di sole, io comincio a non veder più nulla, tanto mi sprofondo nella notte; voi siete innamorato, già s'intende, io invece non ho nessuno al mondo che mi ami, e venite a chiedermi pietà! Perbacco, questo, Molière l'ha dimenticato! Se è così, signori avvocati che perorate in tribunale, faccio le mie sincere congratulazioni. Siete bei tipi.

E il nonagenario riprese con voce corrucciata e grave:

- Insomma, che volete da me?

- Signore, rispose Mario, so che la mia presenza vi dispiace, ma vengo solo a chiedervi una cosa e poi me ne vado subito.

- Siete uno sciocco! - esclamò il vecchio. - E chi vi dice di andarvene?

Questa era la traduzione delle parole affettuose che aveva in cuore: "Ma domanda dunque perdono! Gettati fra le mie braccia!".

Il signor Gillenormand sentiva che fra pochi istanti Mario l'avrebbe lasciato, che la sua cattiva accoglienza lo respingeva, che la sua durezza lo scacciava, pensava tutto questo, e il suo dolore aumentava; e siccome il dolore in lui volgeva immediatamente in collera, la sua durezza aumentava. Avrebbe voluto che Mario capisse, e vedendo che non capiva montava in furia. Riprese:

- Come! voi mi avete mancato di rispetto, a me, vostro nonno, avete abbandonato la mia casa per andare chi sa dove, avete afflitto vostra zia, siete andato, è più comodo, si capisce, a condurre la vita dello scapolo, a fare il moscardino, a rincasare a qualunque ora, a divertirvi, senza mai darmi segno di vita, a fare dei debiti senza nemmeno dirmi di pagarli, vi siete fatto un fracassone e schiamazzatore, e dopo quattro anni venite in casa mia e non sapete dirmi altro che questo!

Questa maniera violenta di indurre il nipote alla tenerezza ebbe come effetto il silenzio di Mario. Il vecchio incrociò le braccia, gesto che in lui era particolarmente imperioso, e apostrofò Mario con amarezza:

- Finiamola. Avete detto che siete venuto a domandarmi qualche cosa. Ebbene, che cosa? Cosa c'è? Parlate.

- Signore - disse Mario con lo sguardo di chi sente di star per cadere in un precipizio - vengo a chiedervi il permesso di prendere moglie.

Il signor Gillenormand suonò, e Basco socchiuse la porta.

- Chiamate mia figlia.

Un minuto dopo, la porta si riaprì e la signorina Gillenormand vi si affacciò senza entrare. Mario era in piedi, muto con le braccia pendenti, col volto di un accusato, il vecchio passeggiava su e giù per la camera. Egli si volse verso la figlia e le disse:

·- Nulla. E' il signor Mario, dategli il buon giorno. Il signore vuole ammogliarsi, ecco tutto. Ora andatevene.

La sua voce breve e rauca annunciava una strana pienezza di collera. La zia guardò Mario con aria smarrita, parve riconoscerlo appena, non si lasciò sfuggire né un gesto né una sillaba, e al soffio del padre scomparve più presto che non una festuca nell'uragano.

Frattanto papà Gillenormand era tornato a addossarsi al caminetto.

- Ammogliarvi! A ventun anni! Avete bell'e accomodato tutto! Non vi rimane più che un permesso da domandare! una formalità!

Sedetevi, signore. Ebbene, da quando non ho avuto l'onore di vedervi, voi avete avuto una rivoluzione. I giacobini hanno avuto il sopravvento; dovete essere contento. Non siete repubblicano, da quando siete barone? Queste cose voi le accomodate; la repubblica ricopre la baronia. Avete una decorazione del luglio? Avete anche voi preso un po' il Louvre? Qui vicino, in via Sant'Antonio, dirimpetto alla via Nonnains-d'Hyères c'è una palla di cannone incastrata nel muro, al terzo piano d'una casa, con questa iscrizione: 28 luglio 1830.

Andate a vedere; fa un bell'effetto. Oh! fanno delle cose magnifiche i vostri amici! Appunto, non vogliono mettere una fontana al posto del monumento del Duca di Berry? Così, dunque, volete ammogliarvi? Con chi? Si può, senza indiscrezione, chiedervi con chi?

Si fermò un momento, e prima che Mario avesse il tempo di rispondere, riprese con asprezza:

- Dunque avete una posizione, una fortuna assicurata? Quanto guadagnate col vostro mestiere d'avvocato?

- Nulla - disse Mario con una fermezza e una decisione quasi selvaggia.

- Nulla? Non avete per vivere che i mille e duecento franchi che vi do io?

Mario non rispose, e il vecchio proseguì:

- Allora, capisco, è la ragazza che è ricca?

- Come me.

- Come? Non ha dote?

- No.

- Speranze?

- Non credo.

- Completamente nuda! E suo padre cos'è?

- Non lo so.

- E come si chiama?

- Signorina Fauchelevent.

- Fauche... cosa?

- Fauchelevent.

- Psss! - esclamò il vecchio.

- Signore! - gridò Mario.

Gillenormand l'interruppe col tono d'un uomo che parla a se stesso:

- Così, a ventun anni, senza una posizione e con mille e duecento franchi all'anno, la signora baronessa di Pontmercy andrà a comprare due soldi di prezzemolo dall'erbivendola.

- Signore - riprese Mario con lo smarrimento dell'ultima speranza che svaniva - ve ne supplico, ve ne scongiuro, in nome del cielo, a mani giunte, mi getto ai vostri piedi, permettetemi di sposarla.

Il vecchio dette in uno scoppio di risa stridulo e lugubre attraverso il quale tossiva e parlava:

- Ah! ah! ah! voi avete pensato: perdiana! andrò a far visita a quella vecchia parrucca, a quell'assurdo imbecille! Che peccato che non ha i miei venticinque anni! Come gli darei una buona lezione rispettosa! Come farei a meno di lui! Ad ogni modo, gli dirò: vecchio cretino, tu sei anche troppo fortunato di potermi vedere; ho voglia d'ammogliarmi, di sposare la signorina non importa chi, figlia del signor non importa cosa; io non ho scarpe, lei non ha la camicia, la cosa procede bene; io ho voglia di gettare a mare la mia carriera, l'avvenire, la giovinezza, la vita, ho voglia di sprofondare nella miseria con una donna al collo, questa è la mia volontà e tu devi acconsentire! E il vecchio fossile acconsentirà e dirà: Va', ragazzo mio, fa' come vuoi, legati la tua pietra al collo, sposa la tua Pousselevent, Coupelevent... Giammai, signore, giammai!

- Padre mio!

- Giammai!

Dal tono con cui fu pronunciato quel "giammai", Mario perse ogni speranza. Attraversò la camera lentamente, a testa bassa, barcollando, più simile a uno che muore che a uno che se ne va. Il signor Gillenormand lo seguì con l'occhio, e nel momento che la porta si apriva e il giovane stava per uscire, fece quattro passi con la vivacità senile dei vecchi imperiosi e viziati, prese Mario per il bavero, lo ricondusse energicamente nella camera; lo gettò in una poltrona e gli disse:

- Racconta un po', su!

Le parole "padre mio" sfuggite a Mario avevano compiuto quella rivoluzione.

Mario lo guardò tutto smarrito. Il mobile viso del vecchio non esprimeva più altro che una ruvida e ineffabile bonomia, era ridiventato il nonno.

- Animo, su, parla, narrami i tuoi amoretti, ciarla, di' tutto!

Diamine! come sono stupidi i giovanotti!

- Padre mio - replicò Mario.

Il volto del vecchio si rischiarò di uno splendore indicibile.

- Sì, così va bene, chiamami tuo padre e vedrai.

C'era ora qualcosa di così buono, dolce, aperto e paterno in quei modi bruschi, che Mario, in quel passaggio improvviso dallo scoraggiamento alla speranza, ne fu come stordito e inebriato.

Egli era seduto presso la tavola, e la luce delle candele faceva risaltare i suoi abiti, che il nonno esaminava con stupore.

- Ebbene, padre mio... - riprese Mario.

- Ma come! - interruppe Gillenormand - dunque non hai proprio più un soldo? Sei vestito che sembri un ladro.

Rovistò in un cassetto, vi prese una borsa e la pose sul tavolo dicendo:

- Prendi, ecco cento luigi, comprati un cappello.

- Padre mio - proseguì Mario - mio buon padre, se sapeste quanto l'amo! Voi non potete immaginarvelo! La prima volta che la vidi fu al Lussemburgo, dove lei veniva spesso; da principio non vi badavo, poi non so come sia successo, me ne innamorai. Oh come divenni infelice! Finalmente adesso posso vederla tutti i giorni, in casa sua; suo padre non lo sa; figuratevi che stanno per partire; ci vediamo in giardino, di sera; suo padre vuole condurla in Inghilterra, e allora ho detto tra me: andrò a trovare mio nonno e a raccontargli tutto. Prima di tutto io impazzirei, morirei, ne prenderei una malattia, andrei ad annegarmi. Devo assolutamente sposarla se no divento pazzo. Insomma, questa è tutta la verità. Credo di non aver dimenticato nulla. Essa abita in via Plumet, nei dintorni degli Invalidi.

Papà Gillenormand si era seduto radioso vicino a Mario e mentre lo ascoltava, fiutava una larga presa di tabacco. Alla parola via Plumet, egli interruppe l'aspirazione e lasciò cadere sulle ginocchia il resto del tabacco.

- Via Plumet! Hai detto via Plumet!... Vediamo un po'!... Non c'è là vicino una caserma?... Ma sì, è quella. Me ne ha parlato tuo cugino Teodulo, l'ufficiale, il lanciere. Una ragazzetta, mio caro, una ragazzetta!... Ma sì, diamine, via Plumet, quella che si chiamava una volta via Blomet... Ecco che ora mi ricordo. Ne ho già sentito parlare di quella piccina del cancello di via Plumet.

In un giardino. Una Pamela. Non sei di cattivo gusto. Mi dicono che è graziosina. A dirla tra noi, credo che quel baggiano di lanciere l'abbia un po' corteggiata, e non so fin dove abbia spinto le cose. Ma queste cose non interessano. D'altronde non bisogna credergli, si vanta. Mario, trovo benissimo che un giovane come te sia innamorato; è la tua età. Preferisco saperti innamorato anziché giacobino; preferisco saperti invaghito di una gonnella, di venti gonnelle, anziché di Robespierre. Da parte mia, posso assicurarti di non aver mai amato altri sanculotti che le donne. Le belle ragazze sono belle ragazze, che diavolo! a questo non c'è niente da obiettare. La piccina poi ti riceve di nascosto del papà; anche questo è in regola. Ne ho avute anch'io delle storie di questo genere, e più d'una. Sai come si fa? non si prendono le cose con ferocia, non ci si precipita nel tragico; non si conclude col matrimonio e col signor sindaco e la sua sciarpa.

Bisogna semplicemente essere un ragazzo di spirito, avere buon senso. Sdrucciolate, mortali, sposate. Si viene a trovare il nonno, che in fondo è un buon uomo, e che ha sempre qualche rotolo di luigi d'oro in qualche vecchio cassetto, e gli si dice: Nonno, ecco di che si tratta. E il nonno risponde: E' semplicissimo:

bisogna che la gioventù si diverta e la vecchiaia si rassegni. Io sono stato giovane, e anche tu sarai vecchio. Va', ragazzo mio, tu farai lo stesso con tuo nipote. Eccoti duemila franchi. Divertiti, coraggio. Niente di meglio! Così devono andare le cose. Non si sposa mica, ma ciò non vuol dire. Capisci?

Mario, impietrito e impotente a profferire una parola, fece cenno di no col capo.

Il vecchio scoppiò a ridere, strizzò le sue vecchie palpebre, gli batté sul ginocchio, lo fissò con aria misteriosa e gioviale e gli disse col più affettuoso alzar di spalle:

- Bestiolina! Fattene un'amante!

Mario impallidì. Egli non aveva capito nulla di quanto aveva detto il nonno. Quell'imbroglio di via Blomet, di Pamela, di caserma, di lanciere gli era passato davanti come una fantasmagoria: nulla di tutto ciò poteva riferirsi a Cosetta che era un giglio. Il vecchio divagava: ma quella divagazione si era cambiata con una parola che egli aveva capito e che era un'ingiuria mortale per Cosetta. Le parole "fattene un'amante" entrarono nel cuore dell'austero giovane come una spada.

Si alzò, raccolse il cappello che era caduto a terra, e si incamminò con passo fermo e deciso verso la porta. Là si volse, si inchinò profondamente davanti al nonno e raddrizzando la testa disse:

- Cinque anni or sono oltraggiaste mio padre, oggi oltraggiate mia moglie. Non vi domando più nulla, signore. Addio.

Papà Gillenormand, stupefatto, aprì la bocca, stese le braccia, tentò di alzarsi, ma prima che potesse pronunciare una parola, l'uscio era già richiuso, e Mario scomparso.

Il vecchio rimase qualche momento immobile e quasi fulminato, senza poter parlare né respirare, come se una mano gli serrasse la strozza. Finalmente balzò dalla poltrona, corse all'uscio quanto si può correre a novantun anni, l'aprì e gridò:

- Aiuto! aiuto!

Accorsero sua figlia, poi i servi. Egli riprese con un rantolo lamentoso:

- Corretegli dietro! acchiappatelo! Cosa gli ho fatto? E' pazzo!

Va via! Ah mio Dio! ah mio Dio! questa volta non ritornerà più.

Andò alla finestra che guardava nella strada, l'aprì con le mani tremanti, si sporse, mentre Basco e Nicoletta lo mantenevano per di dietro, e gridò:

- Mario! Mario! Mario! Mario!

Ma il giovane già non poteva più udirlo, perché in quello stesso momento svoltava l'angolo di via San Luigi.

Il nonagenario portò due o tre volte le mani alle tempie con un'espressione angosciosa, poi rinculò barcollando, e si abbatté in una poltrona, senza respiro, senza voce e senza lacrime, dimenando il capo e agitando le labbra con aria stupida, con negli occhi e nel cuore qualcosa di cupo e di profondo che somigliava alla notte.




Libro 9


DOVE VANNO?



1. GIOVANNI VALJEAN


In quello stesso giorno, verso le quattro del pomeriggio, Valjean stava seduto solo sul declivio di una delle scarpate solitarie del Campo di Marte. Fosse prudenza, fosse desiderio di meditare, foss'anche per effetto di uno di quegli insensibili cambiamenti di abitudini che si introducono a poco a poco in tutte le esistenze, ora usciva di casa assai di rado con Cosetta. Aveva la sua giacchetta da operaio, un paio di calzoni di tela grigia, e il berretto a larga visiera che gli nascondeva il volto. Adesso viveva calmo e felice per parte di Cosetta, e quello che per un certo tempo lo aveva turbato era svanito; ma da una settimana o due erano sopravvenute delle ansietà di altra natura. Un giorno passeggiando sul boulevard aveva scorto Thénardier. Grazie al travestimento, non era stato riconosciuto; ma da allora, lo aveva rivisto parecchie volte, ed era certo ormai che Thénardier s'aggirava nel quartiere.

Questo era bastato per fargli prendere una grave decisione. La presenza di Thénardier portava con sé tutti i pericoli.

Inoltre, Parigi non era tranquilla; e i torbidi politici offrivano l'inconveniente, per chiunque avesse qualche cosa da nascondere, che la polizia diventava molto inquieta e sospettosa, e che cercando le tracce d'un uomo come Pépin o Morey poteva benissimo scoprire uno come Valjean.

Sotto tutti questi punti di vista, era preoccupato.

Infine un fatto inesplicabile, che lo aveva colpito e dal quale era ancora impressionato, aveva accresciuto il suo allarme. Quella stessa mattina, levatosi per tempo e passeggiando in giardino mentre le imposte di Cosetta erano ancora chiuse, aveva scorto a un tratto queste parole incise nel muro, probabilmente con un chiodo: "Via della Vetreria, 16".

Era una cosa molto recente, le scalfitture bianche risaltavano sul vecchio intonaco annerito dal tempo, e un ciuffo d'ortica ai piedi del muro era coperto di gesso fino e fresco. Probabilmente era stato scritto la notte. Che cos'era? Un indirizzo? un segnale per altri? un avviso per lui? In tutti i casi, era evidente che il giardino era stato violato, che vi penetravano degli sconosciuti.

Si ricordò gli strani incidenti che avevano già allarmato la casa, e la sua mente lavorò su quel canovaccio. Ma si guardò bene dal parlare a Cosetta dell'iscrizione fatta col chiodo sul muro, temendo di spaventarla.

Tutto ben considerato e pesato, Valjean aveva deciso di abbandonare Parigi e anche la Francia, e recarsi in Inghilterra; ne aveva già prevenuto Cosetta, e prima di otto giorni voleva essere già partito.

Stava seduto sulla scarpata del Campo di Marte, ruminando nella mente ogni sorta di pensieri: Thénardier, la polizia, quelle parole scritte sul muro, il viaggio e la difficoltà di procurarsi un passaporto.

In mezzo alle sue preoccupazioni, da un'ombra proiettata dal sole si accorse che qualcuno s'era fermato sulla cresta della scarpata immediatamente dietro di lui. Stava per voltarsi, quando una carta piegata in quattro gli cadde sulle ginocchia come se una mano l'avesse lasciata andare al disopra della sua testa. Prese la carta, la spiegò, e vi lesse queste sole parole, scritte a lettere maiuscole a matita:

"CAMBIATE CASA".

Valjean si alzò in fretta, ma sulla scarpata non c'era più nessuno; si guardò intorno, e scorse un individuo, più grande d'un fanciullo, più piccolo d'un uomo, vestito d'un camiciotto grigio e d'un paio di pantaloni di velluto di cotone grigio, che scavalcava il parapetto e scivolava nel fossato del Campo di Marte.

Valjean tornò subito a casa, tutto pensoso.




2. MARIO


Mario era uscito desolato dalla casa del signor Gillenormand.

C'era entrato con una speranza molto piccola, e ne era uscito con una disperazione immensa.

Del resto, come comprenderanno tutti quelli che hanno studiato i primi effetti del cuore umano, il lanciere, l'ufficiale, il baggiano, il cugino Teodulo non aveva lasciato nessuna, neppure la più piccola ombra nella sua mente. Il poeta drammatico potrebbe apparentemente sperare delle complicazioni da quella rivelazione fatta a bruciapelo dal nonno al nipote; ma ciò che vi guadagnerebbe il dramma, lo perderebbe la verità. Mario era nell'età in cui non si crede mai al male; più tardi viene l'età in cui si crede a tutto.

I sospetti non sono altro che rughe, e la gioventù non ne ha. Ciò che sconvolge Otello non può intaccare Candido. Sospettare di Cosetta! Mario avrebbe commesso più facilmente una moltitudine di delitti che sospettare di Cosetta.

Si mise a girare per le vie, risorsa di quelli che soffrono, senza pensare a nulla di cui potesse poi ricordarsi. Alle due del mattino tornò a casa di Courfeyrac, e si buttò vestito sul suo materasso. Era già giorno chiaro quando si addormentò di quell'orribile sonno pesante che lascia andare e venire le idee nel cervello. Quando si svegliò, vide Courfeyrac, Enjolras, Feuilly e Combeferre, che stavano in piedi in mezzo alla stanza, col cappello in testa, pronti a uscire e molto affaccendati.

Courfeyrac gli chiese:

- Vieni alle esequie del generale Lamarque?

Gli parve che Courfeyrac parlasse cinese.

Uscì qualche tempo dopo di loro, ponendosi in tasca le pistole che Javert gli aveva consegnato nell'avventura del 3 febbraio e che erano rimaste in suo possesso. Erano ancora cariche. Sarebbe difficile dire quale idea oscura gli girasse per la testa nel portarle via.

Vagò tutto il giorno senza sapere dove. Ogni tanto veniva giù la pioggia, senza che lui se ne accorgesse. Comprò da un fornaio un pane da un soldo per il suo pranzo, lo mise in tasca e lo dimenticò. Pare che abbia preso un bagno nella Senna senza averne coscienza. In certi momenti si ha una fornace dentro il cranio, e Mario era in uno di quei momenti. Non sperava più nulla, non temeva più nulla: questo mutamento era avvenuto in lui dal giorno prima. Aspettava la sera con una impazienza febbrile, non aveva più che una idea chiara: alle nove rivedrebbe Cosetta.

Quest'ultima gioia formava tutto il suo avvenire; dopo, l'ombra. A intervalli, continuando a camminare sui boulevard più deserti, gli sembrava di udire in Parigi dei rumori strani; e allora metteva la testa fuori del sogno e diceva: - Si combatte forse?

Sull'imbrunire, alle nove precise, come aveva promesso a Cosetta, era in via Plumet. Avvicinandosi al cancello dimenticò ogni cosa.

Erano quarantott'ore che non vedeva Cosetta e ora l'avrebbe rivista. Ogni altra idea si cancellò; non ebbe più che una gioia inaudita e profonda. Quei minuti in cui si vivono dei secoli interi hanno questo di sovrano e di mirabile: che mentre passano riempiono interamente il cuore.

Mario spostò la sbarra del cancello e si precipitò nel giardino.

Cosetta non c'era dove di solito l'aspettava. Egli attraversò il boschetto e andò verso l'angolo vicino al poggiolo. - Mi aspetta là, - disse. - Ma Cosetta non c'era. Alzò gli occhi e vide che le imposte delle finestre erano chiuse. Fece il giro del giardino, e il giardino era deserto. Allora tornò verso la casa, e reso insensato dall'amore, ebbro, spaventato, esasperato dal dolore e dall'inquietudine, picchiò sulle imposte come un padrone che rientra a ora tarda. Picchiò, picchiò di nuovo, a rischio di veder aprire la finestra e apparire il volto severo del padre a chiedergli: che cosa volete? Questo non era nulla in confronto di quanto intravedeva. Quand'ebbe bussato, alzò la voce e chiamò Cosetta.

- Cosetta! - gridò. - Cosetta! - ripeté con voce imperiosa.

Nessuno rispose. Era finita. Nessuno nel giardino, nessuno nella casa.

Mario fissò gli occhi disperati su quella casa lugubre, nera, silenziosa e più morta d'una tomba. Contemplò il banco di pietra dove aveva passato tante ore deliziose accanto a Cosetta; poi sedette sui gradini del poggiolo, col cuore pieno di dolcezza e di risoluzione, benedisse il suo amore dal fondo dell'anima sua, e pensò che, partita Cosetta, non gli restava che morire.

A un tratto sentì una voce che pareva venisse dalla via e che gridava attraverso gli alberi:

- Signor Mario!

Egli si rizzò.

- Eh?

- Signor Mario, siete lì?

- Sì.

- Signor Mario - riprese la voce - i vostri amici vi aspettano alla barricata della via Chanvrerie.

Quella voce non gli era interamente sconosciuta; somigliava a quella rugginosa e aspra di Eponina. Accorse al cancello, smosse la sbarra movibile, cacciò fuori il capo, e vide qualcuno, che gli parve un giovinetto, immergersi di corsa nell'ombra del crepuscolo.




3. MABEUF


La borsa di Valjean tornò utile a Mabeuf, il quale nella sua austerità infantile e veneranda non accettò il dono degli astri, né ammise che una stella potesse spezzettarsi in monete d'oro. Non sapendo che quello che cadeva dal cielo veniva da Gavroche, portò la borsa al commissario di polizia del rione, come un oggetto perduto messo a disposizione del proprietario. E così la borsa andò realmente perduta, perché non servì a soccorrere Mabeuf, e nessuno, com'è facile immaginare, si presentò a reclamarla.

Del resto Mabeuf continuava a declinare.

Le esperienze sull'indaco non erano meglio riuscite al Giardino zoologico che nel giardino di Austerlitz. Dall'anno precedente doveva i salari alla governante; ora, come già sappiamo, doveva la scadenza della pigione. Il Monte di Pietà aveva venduto le tavole di rame della sua "Flora", e qualche calderaio ne aveva fatto delle casseruole. Sparite le tavole, non potendo più nemmeno completare gli esemplari scompagnati dell'opera che ancora gli rimanevano, aveva ceduto a poco prezzo e come scarti, tavole e testo a un venditore di libri usati; sicché non gli era rimasto più nulla del lavoro di tutta la sua vita. Visse con quel po' di denaro che poté cavarne e quando vide che quella meschina risorsa andava esaurendosi, rinunciò al giardino lasciandolo incolto.

Prima, molto prima, aveva rinunciato alle due uova e al pezzo di carne che mangiava ogni tanto. Il suo pranzo era fatto di pane e patate. Aveva poi venduto i suoi ultimi mobili, poi tutto quanto aveva a doppio: lenzuola, vestiario e coperte, poi gli erbari e le stampe; ma gli rimanevano ancora i suoi libri più preziosi, alcuni dei quali di gran rarità, come "Le tavole storiche della Bibbia", edizione del 1560, la "Concordanza delle Bibbie" di Pietro de Besse, "Le margherite della Margherita" di Giovanni de La Haye con dedica alla regina di Navarra, il libro della "Carica e dignità dell'ambasciatore" di sir de Villiers-Hotman, un "Florilegium rabbinicum" del 1644, un "Tibullo" del 1567, con questa splendida iscrizione: "Venetiis, in aedibus Manutianis", e finalmente un "Diogene Laerzio", stampato a Lione nel 1644, in cui si trovavano le famose varianti del manoscritto 411, secolo tredicesimo, del Vaticano, e quelle dei due manoscritti di Venezia, 393 e 394, così fruttuosamente consultati da Enrico Estienne, e tutti i passi in dialetto dorico che si trovano solo nel manoscritto del dodicesimo secolo della biblioteca di Napoli. Mabeuf non accendeva mai il fuoco nella propria camera, e andava a letto al tramonto per non accendere candele. Pareva che non avesse più vicini; quando usciva di casa lo evitavano, cosa di cui si accorgeva. La miseria di un bambino commuove una madre, quella di un giovane commuove una fanciulla, ma la miseria di un vecchio non interessa nessuno; è il più gelido di tutti gli squallori. Eppure papà Mabeuf non aveva perduto interamente la sua serenità infantile. La sua pupilla acquistava qualche vivacità quando si posava sui libri, e gli spuntava un sorriso quando esaminava il "Diogene Laerzio" che era un esemplare unico. L'armadio a vetri era il solo mobile non assolutamente indispensabile che avesse conservato.

Un giorno mamma Plutarco gli disse:

- No ho più di che comprare da mangiare.

Ciò che essa chiamava pranzo era un pane e quattro o cinque patate.

- Non potete comprarne a credito? - disse Mabeuf.

- Sapete bene che non vogliono darmi nulla.

Egli aprì la libreria, guardò a lungo tutti i suoi libri, l'uno dopo l'altro, come un padre, costretto a decimare i propri figli, li guarderebbe prima di fare la scelta; poi ne prese uno, se lo mise sotto il braccio e uscì. Rientrò due ore dopo, senza più niente sotto il braccio, pose trenta soldi sulla tavola e disse:

- Fate da mangiare.

Da quel momento, mamma Plutarco vide calarsi sul candido volto del vecchio un velo fosco che non si levò mai più.

L'indomani, il giorno appresso, ogni giorno, bisognò ricominciare.

Mabeuf usciva con un libro e rientrava con una moneta d'argento. I mercanti di libri usati, vedendolo costretto a vendere, ricompravano da lui per un franco ciò che egli aveva pagato venti, talora allo stesso libraio. Volume per volume, tutta la biblioteca se ne andava. In certi momenti diceva: Eppure ho ottant'anni! - come se avesse non so quale segreta speranza di chiudere la vita prima dei libri. La sua tristezza cresceva. Tuttavia una volta ebbe una gioia: uscì con un Roberto Estienne che vendette per trentacinque soldi sulla riva Malaquais, e tornò con un Aldo che aveva comprato per due franchi in via Grès.

- Sono in debito di cinque soldi - disse giubilando a mamma Plutarco.

Quel giorno non desinò.

Egli faceva parte della Società degli agricoltori. Qui si venne a sapere della sua miseria, e il presidente si recò a visitarlo. Gli promise di parlare di lui al ministro dell'agricoltura e del commercio, e mantenne la parola.

- Ma come! sicuro, - esclamò il ministro, - lo credo bene! Un vecchio scienziato, un botanico, un uomo inoffensivo! Bisogna fare qualcosa per lui!

L'indomani Mabeuf ricevette un invito a pranzo dal ministro. Egli tutto tremante dalla gioia mostrò la lettera d mamma Plutarco dicendole:

- Siamo salvi!

Nel giorno fissato si recò dal ministro. Ma si accorse che la sua cravatta sgualcita, il suo abito largo a falde quadre e le scarpe lucidate con l'uovo stupivano gli uscieri. Nessuno gli parlò, nemmeno il ministro. Verso le dieci di sera, mentre aspettava ancora una parola, udì la moglie del ministro, una bella signora scollata alla quale non aveva osato avvicinarsi, chiedere a qualcuno: - Chi è quel vecchio signore? Se ne tornò a casa a piedi, a mezzanotte, sotto un'acqua dirotta; aveva venduto un Elzevir per pagare la vettura nell'andata.

Aveva preso l'abitudine di leggere ogni sera, prima di coricarsi, alcune pagine del suo Diogene Laerzio, poiché conosceva abbastanza il greco per gustare i particolari del testo da lui posseduto.

Ormai non gli restava altra gioia. Trascorsero alcune settimane, e a un tratto mamma Plutarco cadde malata. C'è qualcosa di più triste del non aver da comprare il pane dal fornaio, ed è il non aver da comprare le medicine dal farmacista. Una sera il medico ordinò una medicina molto costosa; inoltre l'aggravarsi della malattia rendeva necessaria l'assistenza di un'infermiera. Mabeuf aprì la libreria, ma non c'era più nulla; l'ultimo volume era sparito; non gli rimaneva che il Diogene Laerzio.

Si pose l'esemplare unico sotto il braccio, uscì, si recò a porta San Giacomo, dal successore di Royal, e tornò a casa con cento franchi. Era il 4 giugno 1832. Posò il mucchio degli scudi sul tavolino da notte della vecchia serva e si ritirò nella propria camera senza dire una parola.

L'indomani, allo spuntare del giorno, si sedette in giardino sul pilastro rovesciato, e al di là della siepe si poté vederlo tutta la mattinata, immobile, la fronte china e l'occhio fisso vagamente sulle aiuole bruciate. Ogni tanto pioveva, ma il vecchio pareva che non se ne accorgesse. Nel pomeriggio, dei rumori straordinari scoppiarono in Parigi, che somigliavano a scariche di fucili e a clamori di moltitudine.

Papà Mabeuf alzò la testa, e vedendo al di là della siepe un giardiniere che passava, gli chiese:

- Che cos'è?

L'altro rispose, con la vanga sulle spalle e l'accento più tranquillo:

- E' una sommossa.

- Come! Una sommossa?

- Sì, si battono.

- Eh, questo poi!... - disse il giardiniere.

- Da che parte? - riprese Mabeuf.

- Dalla parte dell'Arsenale.

Il vecchio rientrò in casa, prese il cappello, cercò macchinalmente un libro per metterselo sotto il braccio, non ne trovò e disse: - Ah! è vero! - e se ne andò con aria stravolta.




Libro 10


IL 5 GIUGNO 1832



1. L'ESTERNO DELLA QUESTIONE


Di che cosa si compone la sommossa? Di nulla e di tutto; di un'elettricità che si sviluppa a poco a poco, di una fiamma che si accende subitaneamente, d'una forza vagante, d'un soffio che passa. Questo soffio incontra delle menti che pensano, dei cervelli che fantasticano, delle anime che soffrono, delle passioni che ardono, delle miserie che urlano e le trasporta via con sé.

Dove?

A caso. Attraverso lo Stato, attraverso le leggi, attraverso la prosperità e l'insolenza degli altri.

Le convinzioni irritate, gli entusiasmi inaspriti, le indignazioni commosse, gli istinti bellicosi compressi, i coraggi giovanili esaltati, i generosi accecamenti, la curiosità, il gusto del mutamento, la sete dell'inaspettato, il sentimento che ci fa leggere con piacere l'annuncio d'un nuovo spettacolo e ci fa accogliere con gioia in teatro il fischio del macchinista; gli odi indeterminati, i rancori, i disappunti, le vanità che credono di aver avuto un destino mancato; le angustie, i sogni a vuoto, le ambizioni circondate da salite troppo ripide; tutti quelli che sperano da un crollo un'uscita; e finalmente, nella parte più bassa, la turba, questo fango che prende fuoco; ecco quali sono gli elementi della sommossa.

Quanto c'è di più grande e quanto c'è di più basso; gli esseri che vagano intorno a qualunque cosa, aspettando un'occasione, bohémiens, gente ignota, vagabondi da trivio, quelli che la notte dormono in un luogo deserto senz'altro tetto che le fredde nubi del cielo, quelli che chiedono il pane quotidiano al caso e non al lavoro, gli sconosciuti della miseria e del nulla, le braccia nude, i piedi nudi appartengono alla sommossa.

Chiunque ha nell'anima una segreta rivolta contro un fatto qualsiasi dello Stato, della vita o della sorte, è sul confine della sommossa, e non appena la vede apparire, comincia a fremere e a sentirsi sollevato dal turbine.

La sommossa è una specie di tromba dell'atmosfera sociale, che si forma d'improvviso in certe condizioni di temperatura, e che nei suoi vortici sale, corre, tuona, abbatte, schiaccia, demolisce, schianta e trascina le nature grandi e le meschine, l'uomo forte e la mente debole, il tronco d'albero e il fuscello di paglia.

Guai a chi viene trasportato da essa come a chi viene urtare in essa! Li spezza l'uno contro l'altro.

Esso comunica a coloro