Victor Hugo



I MISERABILI

 

 

 

 

(secondo volume)






PARTE TERZA - MARIO



Libro 1


PARIGI STUDIATA IN GAVROCHE



1. PARVULUS


Parigi ha un fanciullo e la foresta ha un uccello; l'uccello si chiama passerotto, e il fanciullo si chiama monello.

Accoppiate queste due idee che contengono l'una la fornace più ardente e l'altra l'aurora, fate scoccare queste due scintille, Parigi e l'infanzia, e ne viene fuori un piccolo essere che Plauto chiamerebbe "Homunculus".

Questa piccola creatura è allegra. Non mangia tutti i giorni e va ogni sera allo spettacolo, se vuole. Non possiede né camicia, né scarpe, né casa; proprio come le mosche del buon Dio. Conta dai sette ai tredici anni, vive in piccole brigate, batte le strade, dorme a cielo aperto, porta vecchi pantaloni di suo padre che gli calano fino ai talloni, un vecchio cappello di qualche altro padre che gli cade sulle orecchie, una sola bretella di stoffa gialla; corre, sorveglia, mendica, perde tempo, fuma, bestemmia come un turco, frequenta l'osteria, conosce i ladri, da del tu alle prostitute, parla in gergo, canta canzoni oscene, ma non nasconde niente di cattivo nel cuore. Questo perché nell'anima ha una perla, l'innocenza, e le perle non si sciolgono nel fango. Dio vuole che l'uomo sia innocente finché resta fanciullo.

Se si chiedesse all'enorme città: - Chi è costui? - essa risponderebbe: - E' mio figlio.




2. ALCUNI SUOI SEGNI PARTICOLARI.


Il monello di Parigi è il nano della gigantessa.

Non esageriamo; questo cherubino delle chiaviche talvolta possiede una camicia, ma allora ne ha una sola; talvolta ha un paio di scarpe, ma sono senza suole; talvolta ha un tetto e lo ama perché c'è la mamma, ma preferisce la pubblica strada perché ci trova la libertà. Ha i suoi giochi, le sue malizie contro i borghesi, le sue metafore, come questa: essere morto si dice "mangiare il radicchio alla radice"; ha i suoi mestieri, come cercare una vettura pubblica, abbassare il predellino della carrozza, disporre dei pedaggi tra un marciapiede e l'altro quando piove - e questo per loro si chiama fare i "ponti delle arti" - ripetere ad alta voce i discorsi pronunciati dall'autorità a favore del popolo francese; grattare gli interstizi tra le pietre del lastricato; ha una sua moneta che si compone di tutti i pezzettini di rame lavorato che si trovano per la strada, e questa curiosa moneta, chiamata "loques", ha un corso invariabile e ben regolato in quella piccola bohème fanciullesca.

Infine ha anche la sua fauna, che studia accuratamente in tutti gli angoli: il ragno comune, il ragno campagnolo, la testa di morto, il "diavolo" che è un insetto nero che insidia torcendo la coda armata di due artigli. Ha il suo mostro favoloso che porta delle scaglie sul ventre e non è una lucertola, che porta delle pustole sul dorso e non è un rospo, che abita nelle buche delle vecchie calcare e nelle cisterne asciutte, nero, vellutato, vischioso, strisciante, ora lento, ora rapido, che non grida ma guarda, e che è così terribile che nessuno l'ha mai visto; ed egli chiama questo mostro "il sordo". Cercare dei sordi tra i sassi è un enorme divertimento. Un altro divertimento consiste nel sollevare bruscamente un sasso per trovarvi un millepiedi. Ogni quartiere di Parigi è celebre per le scoperte che vi si possono fare. Nel quartiere delle Orsoline ci sono le forfecchie, al Pantheon ci sono i millepiedi e nel Campo di Marte i girini.

Il monello ha i suoi motti di spirito come Talleyrand; non è meno cinico, ma è più onesto. E' dotato di una sua giovialità imprevista, e sbalordisce il bottegaio con le sue folli risate. La sua gamma va dalla commedia alla farsa.

Passa un funerale. Tra quelli che accompagnano il morto, c'è un medico.

- Toh! - esclama il monello. - Da quando in qua i medici vanno essi stessi a consegnare il loro lavoro?

Un altro monello si trova tra la folla. Un uomo grave, con occhiali e ciondoli, si volge indignato esclamando:

- Mascalzone! come ti prendi libertà con mia moglie?

Io, signore? frugatemi addosso - risponde il monello.




3. E' PIACEVOLE


Di sera, grazie ai pochi soldi che riesce sempre a procurarsi, l'"homunculus", entra in un teatro. Varcando la magica soglia, si trasfigura; da monello diventa birichino. I teatri sono una specie di navi rovesciate, con la stiva in alto. Ed è proprio in questa stiva che i birichini si ammucchiano. Il birichino sta al monello come la falena sta alla larva: lo stesso individuo che ha preso il volo e si libra nell'aria. Basta che sia là, con la sua felicità raggiante, con la sua potenza di entusiasmo e di gioia, col suo battimani che rassomiglia a un battito d'ali, e quella stiva stretta, fetida, buia, malsana, schifosa, abominevole diventa un paradiso.

Date a una creatura l'inutile e toglietele il necessario, e voi avrete il monello.

Il monello non è privo di intuito letterario; però, e lo diciamo con rincrescimento, la sua tendenza non ha gusto classico. Egli è per natura poco accademico. Così, per dare un esempio, la popolarità della signorina Mars in quel pubblico di ragazzi chiassosi era condita da una punta d'ironia. Il monello la chiamava signorina "Mosca".

Il monello schiamazza, canzona, schernisce, battaglia, porta cenci come un bambino e rappezzi come un filosofo, pesca nelle chiaviche, va a caccia nelle cloache, estrae la gaiezza dall'immondezzaio, sferza col suo brio la gente ai crocicchi, deride e morde, fischia e canta, acclama e dà la baia, tempera l'alleluia col laralallalà, salmodia tutti i ritmi dal "De profundis" alle canzonette, trova senza cercare, sa quel che ignora, è spartano fino al furto, pazzo fino alla saggezza, lirico fino alla sozzura, si accoccolerebbe sull'Olimpo; si ravvoltola nel letamaio e ne esce coperto di stelle. Il monello di Parigi è Rabelais in piccolo.

Non è contento dei suoi calzoni se non hanno il taschino per l'orologio.

Si meraviglia poco, si spaventa di meno, canzona le superstizioni, sgonfia le esagerazioni, deride i misteri, subsanna ai fantasmi, spoetizza i trampoli, introduce la caricatura anche nell'ingrandimento epico. Non che sia prosaico, tutt'altro; ma alla visione solenne sostituisce la farsa fantasmagorica. Se Adamastor gli apparisse, il monello gli direbbe: - Toh! l'orco!




4. PUO' ESSERE UTILE


Parigi comincia col babbeo e finisce col monello: due specialità che non appartengono a nessuna altra città; l'accettazione passiva che si contenta di guardare e l'iniziativa inesauribile; Prudhomme e Fouillou. Parigi soltanto possiede questi tipi nella sua storia naturale. Tutta la monarchia è nel babbeo; tutta l'anarchia è nel monello.

Questo pallido figlio dei sobborghi parigini vive e si sviluppa, si forma e si "sforma" nella sofferenza, testimone pensoso delle realtà sociali e delle cose umane. Lo si crede spensierato, ma non lo è. Osserva, pronto a ridere ma anche pronto a qualcos'altro.

Chiunque voi siate e anche se vi chiamate Pregiudizio, Abuso, Ignominia, Oppressione, Iniquità, Dispotismo, Ingiustizia, Fanatismo, Tirannide, guardatevi dal monello attonito.

Il piccolo diventerà grande.

Di quale argilla è fatto? di un fango qualunque. Una manata di melma e un soffio, ecco Adamo. Basta che un Dio passi. Un Dio è sempre passato su un monello. La fortuna lavora per questo piccolo essere. Con questa parola fortuna noi intendiamo un po' il caso.

Quel pigmeo impastato a caso nella terra comune, ignorante, volgare, analfabeta, attonito, triviale, sarà un ionio o un beota?

Aspettate, "currit rota", lo spirito di Parigi, questo demone che crea i figli del caso e gli uomini del destino, al contrario del vasaio latino, trasforma una brocca in un'anfora.




5. I SUOI LIMITI


Il monello ama la città, ma ama pure la solitudine, perché ha qualcosa del filosofo. "Urbis amator" come Fusco, "ruris amator" come Flacco.

Vagare pensando, vale a dire gironzolare senza far niente, è un buon impiego del tempo per i filosofi, particolarmente in quella specie di campagna un po' bastarda, piuttosto brutta ma bizzarra e composta di due diversi elementi, che circonda certe grandi città e specialmente Parigi. Osservare il suburbio è come osservare un anfibio. Fine degli alberi e inizio delle case, fine dell'erba e inizio del selciato, fine dei solchi e inizio delle botteghe, fine delle carraie e inizio delle passioni, fine del mormorio divino e inizio del rumore umano; perciò, un interesse straordinario; perciò, in quei luoghi poco attraenti e battezzati tristi dai passanti, le passeggiate apparentemente senza scopo del sognatore.

Chi scrive ha girato per molto tempo nella periferia di Parigi, e questa è per lui una sorgente di profondi ricordi. L'attiravano quei prati rasi, quei sentieri sassosi, quella creta, quell'aspra monotonia dei terreni incolti e dei maggesi, certe primizie degli ortolani scorte d'un tratto in un fondo, quel misto di selvatico e di borghese, quei vasti angoli deserti dove i tamburi delle guarnigioni tengono la loro scuola rumorosa e fanno una specie di balbettio della battaglia, quelle tebaidi di giorno che diventano covi di notte, il mulino sgangherato che gira al vento, i macchinari delle cave, le bettole all'angolo dei cimiteri, il misterioso incanto dei grandi muri malinconici che tagliano immensi terreni incolti inondati dal sole e pieni di farfalle.

Quasi nessuno conosce quei luoghi singolari come la Glacière, la Cunette, lo schifoso muro di Grenelle picchiettato di palle, Montparnasse, la Fosse-aux-Loups, gli Aubiers sull'argine della Marna, Montsouris, la Tombe-Issoire, la Pierre-Plate di Chatillon dove si trova una vecchia cava esaurita che serve soltanto a far spuntare i funghi ed è chiusa a fior di terra da una botola di tavole fradicie. La campagna di Roma è una cosa, i dintorni di Parigi sono un'altra; vedere soltanto campi, case e alberi in quel che ci offre un orizzonte significa restare alla superficie; tutti gli aspetti delle cose sono pensieri di Dio. Il luogo dove una pianura si congiunge a una città è sempre impregnato di una certa insinuante malinconia. La natura e l'umanità vi parlano insieme, e vi appaiono le originalità locali.

Chiunque abbia girato come noi in quelle solitudini attigue ai nostri sobborghi, che potrebbero chiamarsi il limbo di Parigi, avrà intravisto qua e là, nel luogo più deserto, quando meno se l'aspettava, dietro una magra siepe o dietro uno spigolo di muro lugubre, dei ragazzi in gruppo tumultuoso, lividi, inzaccherati, polverosi, cenciosi, furiosi, che giocano a rimbalzello inghirlandati di fiordalisi. Sono tutti piccoli scappati dalle famiglie povere. Il bastione esterno è il loro ambiente respirabile; il suburbio è loro proprietà, e ci stanno a giocare eternamente, e ci cantano ingenuamente il loro repertorio di canzoni oscene. Stanno là, o per meglio dire vivono là, lontani da ogni sguardo, alla dolce luce di maggio o di giugno, inginocchiati attorno a un buco praticato nel terreno, spingendo col pollice delle palline, disputandosi dei centesimi, irresponsabili, liberi, felici; e appena vi scorgono, vi ricordano che esercitano un'industria e che devono guadagnarsi il pane, e corrono per vendervi una vecchia calza di lana piena di scarabei oppure un mazzetto di lillà. L'incontro di quegli strani fanciulli è una cosa incantevole e triste insieme nei dintorni di Parigi.

Talvolta, in quelle frotte di ragazzi ci sono anche delle bambine - sono le sorelle? - quasi adolescenti, magre, febbrili, abbronzate dal sole, il viso lentigginoso, con spighe di segala e rosolacci nei capelli, allegre, selvatiche, coi piedi nudi.

Talvolta siedono in mezzo al grano a mangiar ciliegie e la sera si sentono ridere. Quei gruppi illuminati dalla gran luce del giorno oppure intravisti nei crepuscoli interessano a lungo il pensatore, e queste tristi visioni si frammischiano al suo pensiero.

Parigi centro, il suburbio circonferenza: questa è tutta la terra per quei ragazzi. Non si avventurano mai oltre. Non possono uscire dall'atmosfera parigina come i pesci non possono uscire dall'acqua. Per loro, a due leghe, non c'è più nulla. Là finisce l'universo.




6. UN PO' DI STORIA


Nell'epoca, quasi contemporanea, a cui si riferisce la storia di questo libro, non si vedeva come oggi una guardia municipale a ogni angolo di strada (beneficio che non è il momento di discutere), e i ragazzi vagabondi abbondavano a Parigi. Le statistiche danno una media di duecentosessanta fanciulli raccolti ogni anno dalle pattuglie di polizia nei terreni incolti, nelle case in costruzione e sotto gli archi dei ponti. Uno di quei nidi, rimasto famoso, produsse "le rondinelle del ponte d'Arcole". Del resto, questo è il più disastroso dei sintomi sociali; tutti i delitti dell'uomo hanno origine dal vagabondaggio dei ragazzi.

Bisogna però fare un'eccezione per Parigi, eccezione giusta, nonostante le cose che abbiamo ricordato. Mentre in ogni altra grande città un fanciullo vagabondo è un uomo perduto, mentre quasi dovunque un fanciullo abbandonato a se stesso è in certo modo destinato a una specie di immersione fatale nei vizi pubblici che distruggono in lui l'onestà e la coscienza, il monello parigino, per quanto frusto e intaccato alla superficie, all'interno è ancora intatto. E' magnifico constatare- sfolgora del resto nella splendida probità delle nostre rivoluzioni popolari - che una certa incorruttibilità risulta dall'idea che è nell'aria di Parigi, come dal sale che è nell'acqua dell'oceano.

Respirare l'aria di Parigi preserva l'anima.

Quel che diciamo non toglie nulla a quella stretta al cuore che proviamo ogni qualvolta incontriamo uno di quei fanciulli intorno ai quali pare di vedere ondeggiare i fili della famiglia disfatta.

Nell'attuale civiltà, ancora tanto incompleta, non è una cosa troppo anormale questo dissolversi delle famiglie, che si svuotano nell'ombra senza sapere che ne sarà dei loro figli e che lasciano cadere le loro viscere sulla pubblica via. Di qui, tanti oscuri destini. E questo è quel che si chiama "essere gettati sul lastrico di Parigi" - dal momento che questa cosa triste ha dato origine a una locuzione.

Notiamo di sfuggita che la vecchia monarchia non scoraggiava tale abbandono di fanciulli. Un po' d'Egitto e di Boemia nelle basse sfere faceva comodo a quelle alte ed era utile ai potenti. L'odio contro l'istruzione dei figli del popolo era diventato un dogma; la parola d'ordine era: A che giova una "mezza istruzione"?

Orbene, il fanciullo vagabondo è il corollario del fanciullo ignorante.

Però, talvolta la monarchia aveva bisogno dei fanciulli e allora rastrellava le strade.

Sotto Luigi Quattordicesimo, per non risalire più indietro, il re voleva giustamente creare una flotta. L'idea era buona; ma vediamo il mezzo. Non è possibile una flotta se accanto alla nave a vela, che è in balia dei venti, non c'è la nave che va dove vuole, sia a remi che a motore. Le galere erano allora per la marina quel che sono oggi i rimorchiatori. Era dunque necessario avere delle galere. Ma la galera non si muove senza galeotti; dunque occorrevano i galeotti. Per averne, Colbert faceva condannare alla galera quanta più gente poteva, dagli intendenti di provincia e dai parlamenti; e la magistratura vi si prestava con molta compiacenza. Se un uomo teneva il cappello in testa mentre passava una processione, lo mandavano in galera perché mostrava un atteggiamento ugonotto; se trovavano un fanciullo per strada, di quindici anni e senza casa, lo mandavano alle galere. Gran regno!

gran secolo!

Sotto Luigi Quindicesimo, i fanciulli sparivano da Parigi; la polizia li acciuffava, e non si sapeva per quale uso misterioso.

La gente faceva mostruose congetture sui bagni purpurei del re.

Barbier parlava ingenuamente di queste cose. Talvolta accadeva che gli ufficiali di polizia, non trovando fanciulli abbandonati, afferravano quelli che avevano i genitori. Allora i padri disperati saltavano addosso agli ufficiali. In tal caso interveniva il parlamento e faceva impiccare, chi? gli ufficiali?

no, i padri.




7. IL MONELLO AVREBBE IL SUO POSTO TRA LE CASTE INDIANE


La monelleria parigina forma quasi una casta a sé. Si potrebbe dire che non ci appartiene chi vuole.

La parola "gamin" (monello) fu stampata la prima volta e passò dal linguaggio popolare a quello letterario nel 1834; fece la sua prima apparizione in un opuscolo intitolato "Claudio Gueux". Lo scandalo fu enorme, ma la parola è passata.

Molteplici sono gli elementi che determinano l'importanza dei monelli tra loro. Abbiamo conosciuto e praticato un monello che era molto rispettato e ammirato perché aveva visto cadere un uomo dall'alto delle torri di Notre-Dame; un altro perché era riuscito a entrare in un cortile interno, dove avevano deposto momentaneamente le statue della cupola degli Invalidi, e a rubare un po' di piombo; un terzo perché aveva visto una diligenza che si rovesciava; un altro finalmente perché "conosceva" un soldato che aveva quasi crepato un occhio a un borghese.

Questo spiega l'esclamazione d'un monello parigino, che è un profondo epifonema di cui il volgo ride senza capirlo: - "Dio!

quanto sono sfortunato! non ho visto ancora cadere qualcuno da un quinto piano!".

Certo, è un bel motto, contadinesco questo: - Papà, vostra moglie è morta della sua malattia. Perché non avete chiamato il medico? - Che volete, signore, noialtri poveretti MORIAMO DA NOI STESSI. - Ma se tutta l'indifferenza beffarda del contadino è in questa frase, tutta l'anarchia libera pensatrice del monello dei sobborghi è certamente in quest'altra. Un condannato a morte ascolta il suo confessore, sulla carretta. Un monello di Parigi protesta: - Parla col suo prete! che cappone!

Una certa audacia in materia religiosa dà importanza al monello.

E' importante essere uno "spirito forte".

L'assistere alle esecuzioni capitali costituisce per essi un dovere. L'un l'altro, ridendo, si indicano la ghigliottina, che chiamano con ogni specie di nomignoli: - Fine della zuppa, Brontolona, - la Mamma in cielo, - l'ultimo boccone, eccetera. Per non perdere nulla dello spettacolo, scalano i muri, si issano sui balconi, salgono sugli alberi, si appendono ai cancelli, si aggrappano ai camini. Il monello nasce aggiustatetti come nasce marinaio. Un tetto non gli fa più paura di un albero maestro. Non c'è festa che valga quella della piazza di Grève. Sanson e l'abate Montès sono nomi veramente popolari. Schiamazzano dietro il condannato per incoraggiarlo; e talvolta lo ammirano. Lacenaire, quando era monello,vedendo l'orribile Dautunmorire coraggiosamente, disse questa frase che contiene un avvenire: "Ne ero geloso!". I monelli non conoscono Voltaire, ma conoscono Papavoine. Uniscono nella stessa leggenda i condannati politici e gli assassini. Si ricordano per tradizione dell'ultimo abbigliamento di ognuno; sanno che Tolleron portava un berretto duro da fuochista, Avril un berretto di lontra, Loutrel un berretto duro, sanno che il vecchio Delaporte era calvo e a testa scoperta, che Castaing era roseo e assai bello, che Bories aveva una barbetta romantica, che Jean Martin aveva conservato le bretelle, che Lecouffé e sua madre litigavano tra loro. - Smettetela di litigare per il paniere! disse un monello. Un altro monello, troppo piccolo tra la folla per vedere passare Debacker, scorge un lampione e vi si arrampica. Un gendarme lì accanto aggrotta le ciglia. Lasciatemi salire, signor gendarme, - dice il monello. E per commuovere l'autorità, aggiunge: - Non cadrò! - M'importa poco se cadi! risponde il gendarme.

Nel clan dei monelli conta molto un accidente memorabile. Si è tenuti nella massima considerazione se capita di ferirsi profondamente "fino all'osso".

Il pugno non è un mediocre elemento di rispetto. Una cosa che il monello dice più volentieri è questa: - "Sono fortissimo, sai!".

Essere mancino è una cosa invidiabile; essere strabico è apprezzabile.




8. UNA FACEZIA DELL'ULTIMO RE


D'estate, il monello si trasforma in rana. Al tramonto del sole, quando comincia a cadere la sera, presso i ponti di Austerlitz e di Iena, dall'alto delle zattere dei carboni e dei battelli da lavandaie, si precipita a testa in giù nella Senna con tutte le possibili infrazioni alle leggi del pudore e della polizia.

Intanto le guardie vigilano, e ne risulta una situazione assai drammatica, che ha dato luogo a un grido fraterno e memorabile.

Questo grido fu celebre verso il 1830 ed è un avviso strategico da monello a monello, scandito come un verso omerico, con un tono musicale quasi inesprimibile come la melopea eleusiaca delle Panatenee, e in cui si ritrova l'antico Evoè. Eccolo: Ohé, Titi, ohéee! c'è lo sbirro, prenditi i cenci e vattene! passa per la fogna!".

Talvolta questo moscerino, come si qualifica lui stesso, sa leggere; talvolta sa anche scrivere, ma sa sempre impiastricciare qualcosa. Per non so quale mutuo insegnamento, egli riesce a procurarsi tutti i mezzi che possono essere di pubblica utilità.

Dal 1815 al 1830 imitava il tacchino; dal 1830 al 1848 scarabocchiava una pera sui muri. Una sera d'estate, Luigi Filippo, mentre rientrava a piedi, scorse un monello, non più alto di un granello di pepe che sudava e si rizzava per tracciare col carbone una gigantesca pera sopra uno dei pilastri del cancello di Neuilly; il re, con quella bonomia che gli derivava da Enrico Quarto, aiutò il monello, finì la pera e dette un luigi al monello dicendogli: - "Anche qui sopra c'è la pera!". Il monello ama il chiasso, gli piace un certo clima violento. Esecra i curati, ma per quanto grande sia il suo volterianesimo, se gli capita di dover fare il chierichetto lo fa, e serve decentemente la messa.

Ci sono due cose di cui è il Tantalo e che desidera sempre senza ottenerle mai: rovesciare il governo e farsi ricucire i calzoni.

Il monello perfetto conosce tutte le guardie di Parigi e sa sempre, se ne incontra qualcuna, applicare il nome alla figura. Li enumera sulla punta delle dita, studia i loro costumi, conosce di ognuno le note speciali. Legge nell'anima del poliziotto. Vi dirà senza esitare: - Il tale è "traditore"; quell'altro è "assai cattivo"; quell'altro è "grande"; quell'altro è "ridicolo" (e tutte queste parole hanno sulla sua bocca un significato particolare); questo qui crede che il Ponte Nuovo sia suo e "impedisce alla gente" di passeggiare sul parapetto; quell'altro ha la mania di "tirar le orecchie" eccetera eccetera.




9. LA VECCHIA ANIMA DELLA GALLIA


C'era qualcosa di questi monelli in Poquelin, figlio dei Mercati, e in Beaumarchais. La monelleria è una sfumatura dello spirito gallico. Mista al buon senso, gli dà forza come fa l'alcool col vino; talvolta invece è un difetto. Omero si ripete, sia pure; si potrebbe dire che Voltaire monelleggia. Camillo Desmoulins veniva dal suburbio; Championnet, che derideva i miracoli, era uscito dal lastrico di Parigi e, da piccolo, aveva orinato sotto l'atrio di san Giovanni di Beauvais e di santo Stefano del Monte.

Il monello di Parigi è rispettoso, ironico e insolente; ha brutti denti perché si nutre male, e il suo stomaco soffre; ha però begli occhi perché è spiritoso. Davanti a Jahvé, salterebbe su un sol piede i gradini del paradiso. E' forte a dar calci. E' suscettibile di qualsiasi sviluppo. Gioca nel rigagnolo ma si rialza se si tratta di una sommossa. E' sfrontato davanti alla mitraglia; era un ragazzaccio e diventa un eroe; come il piccolo tebano, scuote la pelle di leone; il tamburino Bara era un monello di Parigi; grida: Avanti! come il cavallo della Scrittura dice:

Va'! - e in un attimo il marmocchio diventa un gigante.

Questo figlio del fango è anche il figlio dell'ideale. Provatevi a misurare l'apertura delle ali che va da Molière a Bara.

Insomma, il monello è una creatura che si diverte perché infelice.




10. ECCE PARIGI, ECCE HOMO


Riassumendo, il monello di Parigi ai nostri giorni, come il greculo di Roma, è il popolo fanciullo che ha sulla fronte la ruga del vecchio mondo.

Il monello è per la nazione una grazia e una malattia. Una malattia che si deve guarire. Come? Con l'istruzione.

L'istruzione risana. L'istruzione illumina.

Tutte le generose irradiazioni sociali provengono dalla scienza, dalle lettere, dalle arti, dall'insegnamento. Formate degli uomini, formate degli uomini! Illuminateli e vi riscalderanno.

Presto o tardi la bella questione dell'istruzione popolare si presenterà con l'irresistibile autorità della verità assoluta; e allora i governanti dovranno scegliere: i ragazzi francesi o i monelli parigini; le fiamme nella luce oppure i fuochi fatui nelle tenebre.

Il monello esprime Parigi, e Parigi esprime il mondo.

Perché Parigi è un tutto, una somma. Parigi è la volta del genere umano. Tutta questa meravigliosa città è una sintesi dei costumi passati e dei presenti. Chi vede Parigi crede di vedere il fondo di tutta la storia, con lembi di cielo e costellazioni negli interstizi. Parigi possiede un Campidoglio, il palazzo municipale, un Partenone, Notre-Dame; un Aventino, il sobborgo sant'Antonio; un Asinarium, la Sorbona; un Pantheon, una via Sacra, il boulevard degli Italiani, una Torre dei venti, la pubblica opinione, e al posto delle Gemonie ha il ridicolo. Tutto quello che esiste altrove si ritrova anche a Parigi. La pescivendola di Dumarsais può replicare all'erbivendola di Euripide, il discobolo Veiano rivive nel funambolo Furioso, il milite Terapontigono prenderebbe a braccetto il granatiere Vedeboncoeur, il rigattiere Damasippo sarebbe felice di trovarsi tra i venditori di cianfrusaglie, Vincennes imprigionerebbe Socrate come l'Agora rinchiuderebbe Diderot, Grimod de la Reynière ha scoperto la bistecca come Curtillo inventò il riccio arrostito, eccetera eccetera.

Che cosa non ha Parigi? Il catino di Trofonio non contiene nulla che non si trovi nel tino di Mesmer; Ergofila risuscita in Cagliostro; il cimitero di san Medardo ha dei miracoli buoni quanto quelli della moschea di Damasco.

Parigi ha un Esopo, Mayeux, e una Canidia, la signorina Lenormand.

Si spaventa, come Delfo, davanti alle sfolgoranti realtà della visione; fa muovere i tavolini come Dodonia i tripodi; mette una donnina sul trono come Roma ci metteva le cortigiane, eccetera.

A parte questo, Parigi è come un buon figliolo. Accetta tutto regalmente; non fa la schifiltosa nei riguardi di Venere; la sua Callipigia è ottentotta; purché rida, perdona; la bruttezza la rallegra ma la deformità la fa ridere, e il vizio la distrae.

Siate un originale e potrete essere un furfante...

Parigi è sinonimo di cosmo. Parigi è Atene, Roma, Sibari, Gerusalemme. Tutte le civiltà e tutte le barbarie più pure vi sono sintetizzate. Se non avesse una ghigliottina se ne dorrebbe.

Un po' di piazza Grève è buono. Che cosa sarebbe quella festa eterna senza un simile condimento? Le nostre leggi hanno saggiamente provveduto e, grazie ad esse, la mannaia cala su questo martedì grasso.




11. BEFFARE, REGNARE


Parigi non ha limite. Nessuna città ha dominato così come lei, che deride quelli che soggioga. "Piacervi, o ateniesi!" esclamava Alessandro. Parigi fa più che la legge, fa la moda; fa più che la moda, fa l'abitudine. Può essere stupida, se vuole; e qualche volta si permette questo lusso; ma allora il mondo è stupido con lei. Poi Parigi si risveglia, si stropiccia gli occhi, esclama:

Che stupida! e scoppia a ridere sotto il naso del genere umano.

Che meravigliosa città! E' strano che si trovino in buona compagnia il grandioso e il burlesco, che tutta quella maestà non sia disturbata da tutta quella parodia, e che la stessa bocca possa soffiare oggi nella tromba del giudizio universale e domani in uno zufolo campestre. Parigi ha una giovialità sovrana. La sua allegrezza è una folgore e il suo scherzo uno scettro. Il suo uragano esce talvolta da una smorfia; le sue esplosioni, le sue giornate epiche, i suoi capolavori, i suoi prodigi, le sue epopee vanno fino in capo al mondo, come pure i suoi spropositi. Il suo riso è una bocca di vulcano che inonda tutta la terra. I suoi lazzi sono faville. Impone ai popoli le sue caricature come i suoi ideali; i più alti monumenti della civiltà umana accettano le sue ironie e prestano la loro eternità alle sue ragazzate. Essa è superba; ha un prodigioso 14 luglio che libera il mondo; fa prestare il giuramento del Gioco della Palla a tutte le nazioni; la sua notte del 4 agosto dissolve in tre ore mille anni di feudalesimo; la sua logica diventa il muscolo della volontà unanime; si moltiplica sotto tutte le forme del sublime; inonda della sua luce Washington, Bolivar, Botzaris, Manin, Lopez, Garibaldi; si trova dovunque spunta l'avvenire: nel 1779 a Boston, nel 1820 a Leon, nel 1848 a Pest, nel 1860 a Palermo; sussurra la parola d'ordine "Libertà" all'orecchio degli abolizionisti americani convenuti sul traghetto di Harper's Ferry, e all'orecchio dei patrioti di Ancona radunati nell'ombra degli Archi, davanti all'albergo Gozzi, in riva al mare...

Questa è Parigi. I fumi dei suoi tetti sono le idee del mondo. E' un mucchio di fango e di pietre, se volete, ma soprattutto, è un essere morale. E' più che grande, immensa. Perché? perché osa.

Osare: ecco il prezzo del progresso.

Tutte le sublimi conquiste sono più o meno premio all'ardimento.

Perché esista la Rivoluzione non basta che Montesquieu la presenti, che Diderot la predichi, che Beaumarchais l'annunci, che Condorcet la calcoli, che Arouet la prepari, che Rousseau la premediti; è necessario che Danton osi affrontarla.

Il grido "Audacia!" è un "fiat lux!". Perché il genere umano progredisca è necessario che alla sommità ci siano delle forti lezioni di coraggio. Gli atti temerari sbalordiscono la storia e sono una delle grandi luci dell'uomo. Anche l'aurora osa, quando si leva. Tentare, sfidare, persistere, perseverare, essere fedele a se stesso, affrontare a viso aperto il destino, stupire la catastrofe con la poca paura che ci fa, ora affrontare la potenza ingiusta ora insultare la vittoria ubriaca, tener saldo, tener testa: ecco l'esempio di cui hanno bisogno i popoli, ecco la luce che li elettrizza. Lo stesso formidabile lampo va dalla fiaccola di Prometeo alla pipa di Cambronne.




12. L'AVVENIRE LATENTE NEL POPOLO


Il popolo parigino, anche quando diventa uomo, resta sempre monello; descrivere il fanciullo è lo stesso che descrivere la città; e perciò noi abbiamo studiato quest'aquila nel suo audace aquilotto.

La razza parigina si rivela soprattutto nei sobborghi; là c'è il puro sangue; là c'è la vera fisionomia; là il popolo lavora e soffre, e la sofferenza e il lavoro sono i due aspetti dell'uomo.

Là vivono innumerevoli esseri ignoti, da cui germogliano i tipi più strani, dallo scaricatore al segatore. "Fex urbis", esclama Cicerone: plebe, folla, popolaccio. Si fa presto a dire simili parole. Sia pure! ma che importa? che fa se vanno a piedi nudi?

Non sanno leggere; peggio per loro! Vorreste abbandonarli per questo? far della loro sventura una maledizione? Ia luce non potrebbe penetrare in quelle masse? Torniamo al nostro grido:

Luce! luce! Chi sa se quei corpi opachi non diventeranno trasparenti! le rivoluzioni non sono forse delle trasfigurazioni?

Filosofi, andate, insegnate, illuminate, accendete, pensate ad alta voce, parlate forte, correte allegramente al gran sole, fraternizzate con le pubbliche piazze, annunciate la buona novella, insegnate l'alfabeto, proclamate i diritti, cantate la Marsigliese, diffondete l'entusiasmo, strappate rami verdi alle querce. Fate dell'idea un turbine. Sappiamo servirci di quel vasto braciere di principi e di virtù, che in certe ore scoppietta, sfavilla e freme. Quei piedi nudi, quelle braccia nude; quei cenci, quell'ignoranza, quelle abiezioni, quelle tenebre possono essere impiegate per la conquista dell'ideale. Guardate nel popolo e scorgerete la verità. Quella vile sabbia che calpestate, gettatela nella fornace, fatela fondere e diventerà uno splendido cristallo col quale Galileo e Newton scopriranno le stelle.




13. IL PICCOLO GAVROCHE


Circa otto o nove anni prima degli avvenimenti che abbiamo raccontato nella seconda parte di questa storia, sul boulevard del Tempio oppure nei dintorni di Château-d'Eau si notava un ragazzo di undici o dodici anni, il quale avrebbe incarnato con sufficiente esattezza il tipo del monello abbozzato precedentemente, se al riso proprio della sua età non avesse unito un cuore assolutamente triste e vuoto. Quel ragazzo indossava bensì un paio di pantaloni da uomo, ma non erano di suo padre, e aveva una camicetta donnesca che non apparteneva a sua madre.

Persone estranee l'avevano vestito di cenci per carità. Eppure aveva un padre e una madre; ma suo padre non pensava a lui e sua madre non lo amava. Era uno di quei ragazzi che meritano più pietà di tutti quelli che, pur avendo padre e madre, sono tuttavia degli orfanelli.

Il ragazzo non si sentiva mai tanto bene come quando stava nella strada. Il selciato gli era meno duro del cuore di sua madre.

I suoi genitori l'avevano gettato sulla strada con una pedata. Ed egli aveva preso subito il volo. Era un ragazzo chiassoso, pallido, svelto, sveglio, beffardo, dall'aria vivace e malaticcia.

Andava, veniva, cantava, giocava, frugava nei rigagnoli, rubava un poco ma allegramente come i gatti e i passeri, rideva quando lo si chiamava galoppino, e andava in collera se lo chiamavano mascalzone. Non aveva né casa, né pane, né fuoco, né amore; ma era allegro perché libero.

Quando questi poveri esseri diventano uomini, quasi sempre il rullo dell'ordine sociale li incontra e li schiaccia; ma finché restano fanciulli sfuggono perché piccini, e il minimo buco li salva.

Eppure, per quanto abbandonato, quel ragazzo poteva dire talvolta, ogni due o tre mesi: - Toh, vado a trovare la mamma! E allora abbandonava il boulevard, il Circo e la Porta Saint-Martin, scendeva verso il fiume, passava i ponti, raggiungeva i sobborghi, arrivava alla Salpêtrière e si fermava. Dove? Precisamente a quel doppio numero 50-52 che il lettore già sa, alla topaia Gorbeau.

A quell'epoca la catapecchia 50-52, abitualmente deserta e sempre col cartello "Affittasi", era, cosa rara, abitata da molti individui che del resto, come sempre accade a Parigi, non avevano alcun rapporto tra loro. Appartenevano tutti alla classe indigente, che comincia dall'ultimo piccolo borghese in strettezze e si prolunga di miseria in miseria nei bassifondi della società fino a quei due esseri ai quali vanno a finire tutte le cose materiali della civiltà: lo spazzino e il stracciarolo.

La "principale inquilina" ai tempi di Giovanni Valjean era morta ed era stata sostituita da un'altra simile. Non so quale filosofo ha detto che le vecchie non mancano mai.

Questa nuova vecchia si chiamava Burgon e non aveva altro di notevole nella sua vita che una dinastia di tre pappagalli che avevano regnato sul suo cuore.

I più miserabili tra gli inquilini di quella topaia erano quattro componenti di una famiglia: padre, madre, e due figlie già abbastanza grandi, tutti e quattro in una sola stamberga.

A prima vista, quella famiglia non offriva nulla di particolare al di fuori della sua estrema miseria. Il padre, prendendo a pigione la casa, aveva detto di chiamarsi Jondrette, e appena messo piede in quella casa aveva detto alla donna che, come la precedente, faceva da portinaia e spazzava le scale: - Buona donna, se per caso qualcuno chiedesse di un polacco, di un italiano o anche di uno spagnolo, sono io.

Questa era la famiglia dell'allegro monello. Egli arrivava e trovava la povertà, la miseria, e, ciò che è più triste, nessun sorriso; il freddo nel focolare e nei cuori. Quando entrava, gli chiedevano: - Da dove vieni? - Rispondeva: - Dalla strada! - Sua madre gli chiedeva: - Che vieni a fare qui?

Questo ragazzo viveva senza affetti come certe pallide erbe che nascono nelle cantine. Non ne soffriva e non se la prendeva con nessuno perché non sapeva che cosa dovessero essere un padre o una madre. D'altronde la madre amava le sue sorelle.

Abbiamo dimenticato di dire che quel piccolo ragazzo veniva chiamato Gavroche. Perché si chiamava Gavroche? Probabilmente perché suo padre si chiamava Jondrette.

Spezzare il filo pare che sia l'istinto di certe famiglie miserabili. La casa occupata dai Jondrette era l'ultima in fondo al corridoio. Quella accanto era occupata da un giovane che si chiamava Mario.

Diciamo adesso chi era Mario.




Libro 2


IL GRAN BORGHESE



1. NOVANT'ANNI E TRENTADUE DENTI


In via Boucherat, in via Normandia e in via Saintonge ci sono ancora dei vecchi che ricordano un buon uomo chiamato Gillenormand e ne parlano con piacere. Questo buon uomo era vecchio quando essi erano giovani. Per quelli che guardano quel vago formicolìo di ombre che si chiama il passato, quella figura non è ancora scomparsa completamente dal labirinto delle vie vicine al Tempio, alle quali, sotto Luigi Quattordicesimo, furono dati i nomi di tutte le province francesi, così come ai giorni nostri sono stati dati i nomi di tutte le capitali europee alle vie del nuovo rione Tivoli: segno, è inutile dirlo, di progresso.

Gillenormand, ancora vivo nel 1831, era uno di quegli uomini divenuti curiosi a vedersi solo perché hanno vissuto a lungo e sembrano strani perché una volta rassomigliavano a tutti e ora non somigliano più a nessuno. Era un vecchio speciale e veramente un uomo d'altri tempi, il vero borghese completo e un po' altero del settecento, che portava la sua buona e vecchia origine borghese con lo stesso sussiego con cui i marchesi portavano il loro marchesato. Aveva oltrepassato i novant'anni, camminava diritto, parlava a voce alta, vedeva bene, beveva forte, mangiava, dormiva e russava. Aveva tutti i suoi trentadue denti. Metteva gli occhiali soltanto per leggere. Era un tipo galante, ma diceva che da una decina d'anni aveva completamente rinunciato alle donne.

Diceva di non poter più piacere; e aggiungeva non già: Sono troppo vecchio! ma: Sono troppo povero! Diceva: Se non mi fossi rovinato...! Infatti aveva una rendita di soli quindicimila franchi. Il suo sogno era un'eredità e centomila franchi di rendita per mantenere delle megere. Come si vede, non apparteneva a quella razza malaticcia di ottuagenari che, come Voltaire, sono stati dei moribondi per tutta la loro vita. La sua non era la longevità del vaso incrinato, anzi egli era stato sempre sano. Di carattere superficiale, impetuoso, facile all'ira, s'infuriava per un nonnulla e delle volte a torto. Quando lo contraddicevano alzava il bastone e percuoteva, come si usava nel gran secolo.

Aveva una figlia di oltre cinquant'anni, nubile, che picchiava quando era in collera e che avrebbe volentieri staffilato; ai suoi occhi la figlia aveva sempre otto anni. Schiaffeggiava i suoi servi, dicendo: Carogna! Una delle sue bestemmie era questa: "Per la pantofolaccia di tutte le pantofolacce!". Aveva dei momenti di calma singolari: si faceva radere ogni giorno da un barbiere pazzo, che a causa della moglie che era bella e civetta, lo detestava perché geloso di lui. Gillenormand ammirava in ogni cosa il proprio discernimento e si dichiarava molto sagace. Ecco uno dei suoi motti: "Ho un certo intuito; sono capace di dire, se una pulce mi morde, da quale donna essa proviene". Le parole che diceva più frequentemente erano: "uomo sensibile" e "natura". Però a quest'ultima parola non dava il gran significato che le ha attribuito la nostra epoca, ma la faceva entrare a modo suo nelle piccole satire di salotto. Perché la civiltà abbia un po' di tutto - diceva - la natura le dà persino dei campioni di barbarie divertente. L'Europa possiede in formato piccolo dei campioni dell'Asia e dell'Africa. Il gatto è una tigre da salotto, la lucertola è un coccodrillo tascabile. Le ballerine dell'Opera sono selvagge bianche che non mangiano gli uomini ma li sgranocchiano oppure, come maghe, li mutano in ostriche e li ingoiano. I cannibali lasciano le ossa, ed esse lasciano i gusci. Questi sono i nostri costumi; noi non divoriamo ma rosicchiamo, non sterminiamo ma graffiamo.




2. A TALE PADRONE TALE CASA


Abitava al Marais, in via Figlie della carità, numero 6, in una casa di sua proprietà. Questa casa è stata demolita e poi riedificata, e probabilmente ha cambiato numero nelle rivoluzioni delle numerazioni che subiscono le strade parigine. Occupava un vecchio e vasto appartamento al primo piano, tra la strada e i giardini, con le pareti coperte fino al soffitto da grandi arazzi di Gobelins e di Beauvais raffiguranti scene pastorali. I disegni del soffitto e dei riquadri erano ripetuti in piccolo sulle poltrone. Il suo letto era circondato da un vasto paravento laccato; alle finestre pendevano ampie e lunghe tendine che formavano grandi pieghe assai magnifiche. Il giardino situato immediatamente sotto le finestre si congiungeva alla finestra d'angolo mediante una scalinata da dodici a quindici gradini, per i quali il vecchio scendeva e saliva con sveltezza. Oltre alla biblioteca attigua alla camera da letto, aveva un salottino al quale teneva molto, assai civettuolo e rivestito d'una bellissima tappezzeria, tutta a gigli e fiori, lavorata sulle galere di Luigi Quattordicesimo, su ordinazione di Vivonne per la sua amante.

Gillenormand l'aveva ereditata da una severissima prozia materna, morta centenaria. Aveva avuto due mogli. Le sue maniere erano un "quid medium" tra quelle del cortigiano, che lui non era mai stato, e quelle del magistrato, che avrebbe potuto essere. Era allegro e sapeva essere lepido quando voleva. In gioventù era stato uno di quegli uomini che sono sempre ingannati dalla moglie e mai dall'amante, perché sono in pari tempo i più noiosi mariti e i più piacevoli amanti. S'intendeva di pittura e aveva in camera un meraviglioso ritratto d'ignoto, fatto da Jordaens, eseguito magistralmente, insieme a una miriade di cianfrusaglie messe così alla rinfusa e come per caso. L'abbigliamento di Gillenormand non apparteneva né al tempo di Luigi Quindicesimo né a quello di Luigi Sedicesimo; era il costume degli uomini del Direttorio, perché sino a quell'epoca s'era creduto giovane e aveva seguito la moda.

Il suo abito era di stoffa leggera di lana, con larghe mostre, le falde a coda di rondine e grossi bottoni di acciaio; portava calzoni corti e scarpe con fibbie. Teneva sempre le mani nei taschini del panciotto e diceva con gravità: - "La rivoluzione francese è un ammasso di mascalzoni".




3. LUCA SPIRITO


A sedici anni, una sera all'Opera, aveva avuto l'onore di essere preso di mira da due bellezze allora già mature e celebri, cantate da Voltaire: la Camargo e la Sallé. Preso tra due fuochi, aveva fatto una eroica ritirata verso una piccola ballerina, sedicenne come lui, la Nahenry, sconosciuta come un gatto e di cui egli s'era innamorato. Abbondava di ricordi. Diceva: - Come era bella la Guimard-Guimardini-Guimardinella, quando la vidi l'ultima volta a Longchamp! - Nella adolescenza aveva portato una veste di Nain- Londrin, della quale parlava volentieri e con trasporto. - Ero vestito, diceva, come un turco del Levante levantino. - La signora Boufflers avendolo visto a caso quando aveva vent'anni, l'aveva qualificato "un pazzo graziosissimo". Si scandalizzava di tutti i nomi che figuravano nella politica o al governo, e li trovava bassi e plebei; si sbellicava dal ridere leggendo i giornali che chiamava "gazzette" o "fogli d'informazione".

Chiamava tutte le cose col loro nome, anche se indecente, e non aveva scrupoli neppure davanti alle donne; diceva delle trivialità, delle oscenità e delle porcherie con aria tranquilla e quasi candida che talvolta riusciva elegante. Era questa la maniera confidenziale del suo secolo. Sarà bene osservare che l'epoca della perifrasi in versi è stata anche l'epoca delle trivialità in prosa.

Suo padrino aveva predetto che sarebbe stato un genio e gli aveva affibbiato questi due nomi significativi: Luca Spirito.




4. ASPIRANTE CENTENARIO


Nell'infanzia aveva avuto vari premi nel collegio di Moulins, sua città natale, ed era stato incoronato dal duca di Nivernois, che lui chiamava il duca di Nevers. Né la Convenzione, né la morte di Luigi Sedicesimo, né Napoleone, né il ritorno dei Borboni avevano potuto cancellare il ricordo di quella incoronazione. Per lui il "duca di Nevers" era il grande personaggio del secolo. Che amabile gran signore - diceva - e che bella figura faceva col suo grande cordone azzurro!

Agli occhi di Gillenormand, Caterina Seconda aveva espiato il delitto della spartizione della Polonia comprando da Bestuchef, per tremila rubli, il segreto dell'elisir d'oro. Su questo argomento si accalorava: - L'elisir d oro, la tintura gialla di Bestuchef, le gocce del generale Lamotte al prezzo di un luigi ogni ampollina di mezza oncia, erano nel secolo diciottesimo il gran rimedio contro le catastrofi amorose, la panacea contro Venere. - Se uno gli avesse detto che l'elisir d'oro non era altro che percloruro di ferro, l'avrebbe fatto esasperare e uscire dai gangheri. Adorava i Borboni e aveva in orrore l'89; non si stancava mai di raccontare che si era salvato sotto il Terrore e come aveva avuto molta allegria e molto spirito per non farsi tagliare la testa. Se a un giovane veniva la voglia di far l'elogio della repubblica in sua presenza, diventava livido e si irritava fino a svenire. Talvolta, alludendo ai suoi novant'anni, diceva: - "Spero di non vedere due novantatré".

Altre volte diceva di voler vivere fino a cento anni.




5. BASCO E NICOLETTA


Aveva certe sue teorie. Eccone una: "Quando un uomo ama appassionatamente le donne e ha una moglie brutta, burbera, legittima, piena di pretese, appollaiata sul codice e gelosa, l'unico modo di trarsi d'impaccio e di stare in pace consiste nel mollare la borsa alla moglie. Questa abdicazione lo rende libero.

Allora la moglie si occupa e si appassiona al denaro, se ne insudicia le mani, chiama mezzadri e addestra fittavoli; convoca avvocati, presiede atti notarili, arringa i legulei, visita gli azzeccagarbugli, segue i processi, stipula i contratti, si sente sovrana, vende, compra, regola, ordina, promette e compromette, lega e scioglie, cede, concede e recede, riordina, disordina, tesaurizza e prodiga; fa delle sciocchezze: Suprema felicità personale che la consola. E mentre il marito la trascura, essa ha la soddisfazione di rovinarlo".

Questa teoria Gillenormand l'aveva applicata a se stesso ed era diventata la sua storia. La seconda moglie aveva amministrato i suoi beni in modo che, quando un bel giorno lui si trovò vedovo, gli restava appena di che vivere, giacché la maggior parte dei suoi capitali erano stati mutati in vitalizio: aveva quindicimila franchi di rendita, di cui tre quarti sarebbero spariti alla morte. Lui non se n'era preoccupato perché non gli importava di lasciare un'eredità. D'altronde aveva visto che i patrimoni subivano delle disavventure, diventavano, per esempio, "beni nazionali"; aveva assistito alle diverse incarnazioni dei prestiti e aveva poca fiducia nel debito pubblico. Abbiamo già detto che la casa di via Figlie della carità gli apparteneva. Aveva due domestici, un uomo e una donna. Quando in casa entrava un servo nuovo, Gillenormand lo ribattezzava. Agli uomini imponeva il nome della loro provincia nativa, come Nimois, Picard, Poitevin.

L'ultimo cameriere era un cinquantacinquenne, grosso, rattrappito e asmatico, incapace di correre per venti passi, ma poiché era nato a Baiona lo chiamava Basco. Quanto alle domestiche, tutte si chiamavano Nicoletta (anche la Magnon di cui parleremo tra poco).

Un giorno si presentò una magnifica cuoca molto emerita, appartenente a un'inclita prosapia di portinai.

- Quanto volete di salario al mese? - le chiese Gillenormand.

- Trenta franchi.

- Come vi chiamate?

- Olimpia.

Ne avrai cinquanta e ti chiamerai Nicoletta.




6. LA MAGNON E I SUOI DUE BAMBINI


Il dolore in Gillenormand si trasformava in collera; era furioso di essere disperato. Aveva tutti i pregiudizi e si permetteva tutte le licenze. Una cosa che, come abbiamo detto, traspariva dal suo profilo esteriore e formava la sua soddisfazione interna era l'ambizione di essere elegante e di godere per questo una fama assicurata che lui chiamava una "fama regale". Questa fama regale gli attirava talvolta delle fortune singolari. Un giorno gli portarono in un cesto di vimini, lungo come un paniere per le ostriche, un neonato bene avvolto nelle fasce, strillante come un demonio e di cui una serva scacciata sei mesi prima gli attribuiva la paternità. Egli aveva allora ottantaquattro anni compiuti. Gran rumore e indignazione nel vicinato. - A chi vorrebbe darla a bere quella sfacciata? - dicevano. - Che audacia! Che terribile calunnia! - Gillenormand invece non si incollerì. Esaminò il maschietto con l'amabile sorriso di chi si sente lusingato dalla calunnia e disse tra sé: - Ebbene! cosa c'è? cosa c'è stato? Vi lasciate sbalordire come tanti ignoranti! Il duca d'Angoulême, bastardo di Carlo Nono, si ammogliò a ottantacinque anni con una pettegola di quindici; queste cose non hanno niente di straordinario. E la Bibbia! Nonostante tutto questo, dichiaro che il signorino non mi appartiene. Però abbiatene cura; non è colpa sua. - Il procedimento era bonario; la donna, che si chiamava Magnon, l'anno seguente gli fece un secondo invio: un altro maschio. Questa volta Gillenormand capitolò. Restituì alla madre i due marmocchi obbligandosi a pagare ottanta franchi al mese per il loro mantenimento a condizione che la detta madre non ricominciasse. Inoltre aggiunse: - Voglio che la madre li tratti bene; andrò a vederli ogni tanto. - E lo fece realmente. Aveva avuto un fratello prete che era stato per trentatré anni rettore dell'accademia di Poitiers ed era morto a settantanove anni. Egli diceva: - "L'ho perduto giovane!".

Gillenormand non lesinava mai l'elemosina e dava volentieri e nobilmente. Era benevolo, brusco, caritatevole, e se fosse stato ricco avrebbe avuto un debole per la magnificenza: voleva che tutte le cose che lo riguardavano fossero fatte con grandiosità, anche le bricconate. Una volta che, per un'eredità, fu derubato da un uomo d'affari in modo troppo lampante e triviale, esclamò solennemente: - E' un modo indecente di agire! Ho vergogna di questa maniera di rubacchiare. Nel nostro secolo tutto è degenerato, anche i ladri! Perbacco, non è così che si ruba a un uomo della mia razza! "Silvae sint consule dignae!".

Abbiamo detto che aveva avuto due mogli; dalla prima aveva avuto una figlia rimasta nubile, e dalla seconda un'altra figlia morta trentenne e che aveva sposato per amore, per caso o per chissà, un soldato che aveva servito nell'esercito della Repubblica e dell'Impero, aveva avuto la croce ad Austerlitz ed era stato promosso colonnello a Waterloo. "E' la vergogna della famiglia", diceva il vecchio borghese. Fiutava molto tabacco e aveva una grazia speciale nel gualcire col rovescio della mano la gala della camicia. Credeva pochissimo in Dio.




7. NON RICEVEVA NESSUNO IN CASA TRANNE LA SERA


Questi era Luca Spirito Gillenormand, il quale non aveva perduto ancora i capelli piuttosto grigi che bianchi, ed era sempre pettinato a "orecchie di cane". Insomma, era un uomo venerando.

Somigliava al secolo diciottesimo: frivolo e grande.

Nei primi anni della Restaurazione, ancor giovane - aveva settantaquattro anni nel 1814 - abitava nel quartiere San Germano, in via Servandoni, vicino a San Sulpizio, e si ritirò al Marais soltanto dopo gli ottant'anni suonati, quando abbandonò la società.

Lasciando la società, s'era murato nelle sue abitudini. La principale e per la quale era irremovibile, consisteva nel tener la porta assolutamente chiusa durante il giorno e di non ricevere mai nessuno prima di sera. Pranzava alle cinque, e poi apriva la porta. Era l'usanza dei suoi tempi e non voleva cambiarla. - Il giorno è canaglia, diceva, e merita soltanto le porte chiuse; le persone rispettabili accendono il loro spirito quando lo zenit accende le stelle. - E si barricava dentro per chiunque, anche se fosse stato il re. Vecchia eleganza del tempo suo!




8. DUE NON FANNO IL PAIO


Delle due figlie di Gillenormand abbiamo parlato or ora. Erano nate con dieci anni di intervallo, s'erano assomigliate pochissimo in gioventù, e tanto per il carattere che per il volto erano state sorelle il meno possibile. La minore era un'anima gentile, portata a tutto ciò che è luce, fiori, versi e musica, sperduta negli spazi gloriosi, entusiasta, aerea, idealmente fidanzata fin dall'infanzia a una eroica figura indeterminata. Anche la maggiore aveva la sua chimera: sognava un fornitore, un grosso appaltatore molto ricco, un marito splendidamente ignorante, un milionario oppure un prefetto; nella sua mente turbinavano i ricevimenti in prefettura, l'usciere in anticamera, i balli ufficiali, le arringhe nel municipio,il sentirsi chiamare "signora prefettessa". In questo modo le due sorelle, quando erano fanciulle, si smarrivano ognuna nel proprio sogno; tutte e due avevano le ali: l'una come un angelo, l'altra come un'oca.

Almeno su questa terra, nessuna ambizione si realizza pienamente; nessun paradiso diventa terrestre nel tempo in cui siamo. La più giovane aveva sposato l'uomo dei suoi sogni, ma era morta; la maggiore non si era maritata.

Al momento in cui fa il suo ingresso nella nostra storia, quest'ultima era una vecchia virtù, una modestia incombustibile, uno dei nasi più appuntiti e una delle menti più ottuse che si possano immaginare. Particolare caratteristico: nessuno, al di fuori dei suoi parenti stretti, conosceva il suo nome. La chiamavano la signorina Gillenormand.

Quanto ad affettazione avrebbe potuto dare parecchi punti a una miss. Era d'un pudore spinto all'eccesso. Aveva un orribile ricordo nella sua vita: un giorno un uomo aveva visto la sua giarrettiera.

L'età aveva accresciuto questo spietato pudore: il suo colletto non era mai abbastanza alto né abbastanza opaco; moltiplicava le spille dove nessuno si sognava di guardare. La caratteristica dell'eccessivo riserbo consiste nel mettere più sentinelle di quel che non richiede la fortezza minacciata.

Eppure, nonostante questi vecchi inspiegabili misteri di innocenza, lei si lasciava volentieri baciare da un ufficiale dei lancieri, suo pronipote, che si chiamava Teodulo.

A dispetto di questo lanciere favorito, l'etichetta: il riserbo, sotto la quale l'abbiamo classificata, le conveniva assolutamente.

Era per così dire un'anima crepuscolare. L'eccessivo riserbo è una mezza virtù e un mezzo vizio.

Al riserbo eccessivo aggiungeva il bigottismo, che è una fodera adatta. Era iscritta alla confraternita della Vergine, metteva il velo bianco in certe feste, biascicava orazioni speciali e si tratteneva per ore intere davanti a un altare barocco in una cappella chiusa a tutti gli altri fedeli, e là lasciava involare la sua anima tra piccole nuvole di marmo e attraverso grandi raggi di legno dorato.

Aveva un'amica di cappella, vecchia nubile come lei, la signorina Vaubois, completamente ebete, al cui confronto la signorina Gillenormand aveva il piacere di essere un'aquila. All'infuori degli "Agnus Dei" e delle "Ave Maria", la Vaubois non aveva altre cognizioni che quelle dei diversi modi di preparare i pasticcetti.

Era perfetta nel suo genere; era l'ermellino della stupidità senza una macchia d'intelligenza.

Dobbiamo dichiarare che la signorina Gillenormand invecchiando aveva piuttosto guadagnato che perduto: cosa frequente nei caratteri passivi. Non era stata mai cattiva: il che è una bontà relativa; e poi, gli anni smussano gli angoli e il tempo addolcisce molte cose. Era triste di una buia tristezza che neanche lei riusciva a spiegarsi. In tutta la sua persona c'era lo stupore di un'esistenza finita senza essere cominciata.

Lei governava la casa paterna. Gillenormand teneva la figlia con sé come Monsignor Benvenuto teneva la sorella. Famiglie siffatte, formate da un vecchio e da una zitellona, non sono rare e hanno sempre l'aspetto commovente di due debolezze che si appoggiano l'una all'altra.

Inoltre, in quella casa, fra quella zitellona e quel vegliardo, c'era un fanciullo, un ragazzo sempre tremante e muto davanti a Gillenormand, il quale gli parlava con tono severo e talvolta alzando il bastone: - "Qua, malcreato! cattivo arnese, avvicinatevi! Rispondete, mariuolo! Lasciatevi vedere, briccone!" eccetera eccetera.

Eppure l'idolatrava.

Era figlio di sua figlia. Lo ritroveremo più avanti.




Libro 3


IL NONNO E IL NIPOTE



1. UN ANTICO SALOTTO


Quando Gillenormand abitava in via Servandoni, frequentava parecchi salotti molto raffinati e nobili, nei quali, benché borghese, era accolto e festeggiato perché aveva due volte dello spirito: prima di tutto quello che aveva veramente e poi quello che gli altri gli attribuivano. Non andava in nessun luogo se non vi predominava. Ci sono persone che vogliono a ogni costo essere influenti e interessare, e dove non possono essere oracoli diventano buffoni. Gillenormand non era di questa specie; il suo dominio nei salotti realisti non toglieva nulla al rispetto che doveva a se stesso. Era dovunque un oracolo e gli accadeva talvolta di tenere testa a De Bonald e persino a Bengy-Puy-Vallée.

Verso il 1817, passava sempre due pomeriggi alla settimana in una casa vicina, in via Férou, dalla baronessa T., egregia e rispettabile dama, il cui marito, sotto Luigi Sedicesimo, era stato ambasciatore di Francia a Berlino. Il barone T., che da vivo si dedicava appassionatamente alle estasi e alle visioni magnetiche, era morto rovinato durante l'emigrazione, lasciando come unico patrimonio alcune memorie assai curiose in dieci volumi manoscritti, rilegati in marocchino rosso e taglio dorato, intorno a Mesmer e al suo tino. La vedova per dignità si era astenuta dal pubblicare quelle memorie, e si manteneva con una piccola rendita salvata non si sa come. Viveva lontana dalla corte - società molto mista, come lei diceva - in un nobile isolamento, dignitoso e povero. Alcuni amici si riunivano due volte alla settimana intorno al suo caminetto vedovile, formando un salotto legittimista puro.

Prendevano il tè e, a seconda del vento che spirava verso l'elegia o verso il ditirambo, emettevano dei gemiti o delle grida d'orrore sul secolo, sulla Costituzione, sui bonapartisti, sul cordone azzurro prostituito fino ai borghesi, sul giacobinismo di Luigi Diciottesimo, e s'intrattenevano sottovoce sulle speranze che faceva concepire "Monsieur", divenuto poi Carlo Decimo.

Vi si accoglievano volentieri le canzoni triviali in cui Napoleone era chiamato Nicola. Alcune duchesse, le più delicate e le più graziose, si estasiavano per strofette come questa rivolta ai "federati":

"Ricaccia nei calzoni il lembo appeso della camicia.

Perché non si dica che i patrioti hanno innalzato bandiera bianca".

Si dilettavano di bisticci, che credevano terribili, con innocenti giochi di parole che supponevano velenosi, con quartine e con distici, come questo sul ministero Desolles, governo moderato di cui facevano parte Decazes e Deserre.

"Per rafforzare il trono scosso alla base bisogna cambiare suolo, terra e casa".

In quel circolo si parodiava la Rivoluzione. Avevano una certa velleità di usare le stesse parole in senso contrario. Così per esempio cantavano il loro piccolo "ça ira": "Ah! ça ira! ça ira! ça ira! i bonapartisti alla lanterna".

Le canzoni sono come la ghigliottina; tagliano indifferentemente oggi una testa e domani un'altra; si tratta soltanto di una piccola variante.

Come certi campanili, il salotto della baronessa T. aveva due galli: uno era Gillenormand e l'altro il conte Lamothe-Valois, del quale si diceva sottovoce con una specie di considerazione:

"Sapete è il Lamothe dell'affare della collana!". Anche i partiti hanno delle singolari amnistie.

Aggiungiamo che nella borghesia le posizioni onorevoli vengono degradate da relazioni troppo facili; bisogna stare attenti a chi viene ammesso. Come c'è dispersione di calore vicino a quelle che hanno freddo, così c'è diminuzione di considerazione a contatto delle persone disprezzate. L'alta società antica invece si metteva al di sopra di questa legge, come di tutte le altre. Marigny, fratello della Pompadour, aveva libero accesso in casa del principe di Soubise...

La considerazione di cui godeva Gillenormand era di buona lega.

Faceva legge perché faceva legge; nonostante la sua leggerezza, e senza togliere nulla alla sua giocondità, aveva un suo modo imponente, dignitoso, cortese e borghesemente altero, a cui si aggiungeva la tarda età. Non ci si accosta ai cent'anni senza effetto, e gli anni finiscono col formare intorno a una testa un arruffio venerabile.

Aveva poi di quelle frasi che sono proprio la scintilla della vecchia roccia. Così, quando il re di Prussia, dopo aver ristabilito sul trono Luigi Diciottesimo, andò a fargli visita sotto il nome di conte Ruppin, fu ricevuto dal discendente di Luigi Quattordicesimo un po' come marchese di Brandeburgo e con la più delicata impertinenza. Gillenormand approvò: - "Tutti i re che non sono re di Francia sono re di provincia".

A un "Te Deum" per l'anniversario del ritorno dei Borboni, vedendo passare Talleyrand, disse: - "Ecco sua eccellenza il Male!".

Di solito Gillenormand era accompagnato dalla figlia, che aveva allora quarant'anni compiuti e ne dimostrava cinquanta, e da un bel ragazzino di sette anni, bianco, roseo, fresco, con gli occhi contenti e fidenti, il quale ogni volta che appariva in quel salotto sentiva tutte le voci ronzargli d'intorno:

- Com'è carino! Che peccato! povero ragazzo!

Era il ragazzo a cui abbiamo accennato poco fa. Lo chiamavano povero ragazzo, perché suo padre era "un brigante della Loira".

Questo brigante della Loira era il genero di Gillenormand, a cui già abbiamo accennato, e che Gillenormand qualificava come la "vergogna della sua famiglia".




2. UNO DEGLI SPETTRI ROSSI DI QUEL TEMPO


A quel tempo chi fosse capitato nel paesino di Vernon e fosse andato a passeggiare sul suo bel ponte monumentale, al quale speriamo che non succeda presto un orribile ponte di ferro, guardando dal parapetto avrebbe potuto vedere un uomo d'una cinquantina d'anni, con un berretto di cuoio, un paio di pantaloni e una giubba di panno grigio alla quale era cucito qualcosa di giallo che era stato un tempo un nastro rosso; portava zoccoli di legno, era abbronzato dal sole, il volto quasi nero e i capelli quasi bianchi; una larga cicatrice dalla fronte alla guancia, curvo, arcuato, invecchiato anzi tempo. Quest'uomo si aggirava quasi ogni giorno con la vanga o con la ronca in mano, in uno di quei recinti che stanno presso il ponte e che costeggiano la riva sinistra della Senna con un fila di terrazze: graziosi recinti fioriti, che se fossero molto più grandi si direbbero giardini, e, se molto più piccoli, mazzi di fiori. Tutti quei recinti mettono a capo da una parte al fiume e dall'altra a una casa. L'uomo in giubba e zoccoli abitava verso il 1817 nel più piccolo di quei recinti e nella più modesta di quelle case. Viveva solo e solitario, nel silenzio e nella povertà, con una donna né giovane né vecchia, né bella né brutta, né contadina né cittadina, che lo serviva. Il quadrato di terra che egli chiamava il suo giardino era famoso nella città per la bellezza dei suoi fiori che lui coltivava e che formavano la sua occupazione A furia di lavoro, di perseveranza, d'attenzione e di secchi d'acqua, era riuscito a creare, dopo il Creatore, certe varietà di tulipani e di dalie che parevano dimenticate dalla natura. Era ingegnoso. D'estate, all'alba, stava tra le sue aiuole, tagliando, sarchiando, innaffiando, camminando in mezzo ai suoi fiori con un'aria di bontà, dolce e triste, talvolta pensoso e immobile per ore intere ad ascoltare il canto d'un uccello su un albero, il cinguettìo di un bambino in una casa, oppure teneva gli occhi fissi alla punta di un filo d'erba con su una goccia di rugiada che il sole faceva risplendere come rubino. La sua tavola era molto magra; beveva più latte che vino. Cedeva davanti a un marmocchio e si lasciava sgridare dalla serva. Era tanto timido da sembrare selvatico; raramente usciva di casa e non vedeva mai nessuno fuorché i poveri che bussavano alla sua porta e quel buon vecchio, l'abate Mabeuf, suo curato. Tuttavia se qualche abitante o qualche forestiero, curioso di vedere i suoi tulipani e le sue rose, suonava alla sua casetta, egli apriva la porta sorridendo.

Era il "brigante della Loira".

Chi avesse letto le memorie militari, le biografie, il "Moniteur" e i bollettini della Grande Armata, sarebbe stato colpito da un nome che vi si incontrava spesso; quello di Giorgio Pontmercy.

Giovanissimo, questo Pontmercy era soldato nel reggimento di Saintonge, che allo scoppio della rivoluzione fece parte dell'esercito del Reno. Infatti gli antichi reggimenti conservarono i loro nomi anche dopo la caduta della monarchia e furono riuniti in brigate soltanto nel 1794. Pontmercy combatté a Spira, a Worms, a Neustadt, a Turkheim, ad Alzey e a Magonza, dove fu uno dei duecento che formarono la retroguardia di Houchard. Fu uno dei dodici che resistettero dietro l'antico bastione di Andernach all'intero corpo del principe d'Assia e non ripiegarono sul grosso dell'esercito se non quando il cannone nemico allargò la breccia. Era sotto Kebler a Marchiennes e alla battaglia di Mont-Palissel, dove ebbe il braccio spezzato da una granata. Poi passò in Italia, e fu uno dei trenta granatieri che difesero con Joubert il col di Tenda; Joubert fu nominato aiutante generale e Pontmercy sottotenente. Era a fianco di Berthier in mezzo alla mitraglia in quella giornata di Lodi che fece dire a Napoleone:

"Berthier artigliere, cavaliere e granatiere". A Novi vide cadere il suo antico generale Joubert nel momento in cui alzando la sciabola gridava avanti. Imbarcato con la sua compagnia per le operazioni di guerra, su una scialuppa armata che andava da Genova a non so quale porticciolo della costa, si trovò circondato da sette o otto navi inglesi. Il comandante genovese voleva buttare a mare i cannoni, nascondere i soldati sotto il ponte e passare per una nave mercantile. Pontmercy fece innalzare il tricolore e passò ardimentosamente sotto i cannoni delle fregate britanniche. Venti leghe più avanti, crescendo d'audacia, con la scialuppa assalì e catturò un grosso trasporto inglese, che recava truppe in Sicilia, così carico di uomini e di cavalli da esserne pieno fino nelle corsie. Nel 1805 apparteneva alla divisione Malher, che tolse Gunzbourg all'arciduca Ferdinando. A Wettingen raccolse tra le braccia sotto la tempesta di palle il colonnello Maupetit, ferito mortalmente alla testa del Nono dragoni. Ad Austerlitz si distinse nella meravigliosa marcia a scaglioni fatta sotto il fuoco nemico, e quando la cavalleria della guardia imperiale russa schiacciò un battaglione del Quarto di linea, egli fu tra quelli che presero la rivincita travolgendo la guardia. L'imperatore gli diede la croce.

Vide far prigionieri successivamente Wurmser a Mantova, Melas ad Alessandria, Mack a Ulma. Fece parte dell'Ottavo corpo della Grande Armata, comandato da Morthier che si impadronì di Amburgo.

Quindi passò nel Cinquantacinquesimo di linea che era l'antico reggimento delle Fiandre, e si trovò a Eylau nel cimitero dove l'eroismo del capitano Luigi Hugo, zio dell'autore di questo libro, solo con la sua compagnia di ottantatré uomini, sostenne per due ore l'attacco dell'esercito nemico.

Pontmercy fu uno dei tre che uscirono vivi da quel cimitero. Fu a Friedland; poi vide Mosca, la Beresina, Lutzen, Bautzen, Dresda, Waschau, Lipsia, Montmirail, Chateau-Thierry Craon, le rive della Marna, quelle dell'Aisne e la formidabile posizione di Laon. Ad Arnay-le-Duc, mentre era capitano, sciabolò dieci cosacchi e salvò non il suo generale ma il suo caporale; e in quell'occasione restò cosi coperto di ferite che dal solo braccio sinistro gli furono estratte ventisette schegge di osso. Otto giorni prima della capitolazione di Parigi aveva quello che nell'antico regime si diceva la doppia mano, vale a dire un'uguale attitudine a manovrare come soldato la sciabola e il fucile, e come ufficiale uno squadrone o un battaglione. Da tale attitudine, perfezionata dall'educazione militare, sono nate certe armi speciali come per esempio i dragoni che sono in pari tempo cavalieri e fantaccini.

Accompagnò Napoleone nell'isola d'Elba. A Waterloo comandava uno squadrone di corazzieri nella brigata Dubois, e fu lui che prese la bandiera al battaglione di Lunebourg, e, tutto coperto di sangue per una sciabolata alla faccia, andò a deporla ai piedi dell'imperatore, che contento gli gridò: - "Sei colonnello, barone e ufficiale della Legion d'onore".

Pontmercy rispose: - "Sire, vi ringrazio per la mia vedova".

Un'ora dopo cadeva nel burrone di Ohain.

E ora chi era questo Giorgio Pontmercy? Era lo stesso brigante della Loira.

Abbiamo già visto qualche episodio della sua storia. Dopo la battaglia di Waterloo, tratto fuori dalla strada affossata di Ohain nel modo che il lettore ricorderà, aveva potuto raggiungere l'esercito e, d'ambulanza in ambulanza, si era trascinato fino agli accampamenti della Loira.

La Restaurazione lo aveva pensionato a mezza paga, poi l'aveva mandato sotto sorveglianza a Vernon. Il re, considerando come non avvenuto tutto quello che era stato fatto durante i Cento giorni, non gli aveva riconosciuto né la qualità di ufficiale della Legion d'onore, né il grado di colonnello, né il titolo di barone. Dal canto suo, egli non lasciava passare occasione di firmare "colonnello barone Pontmercy". Aveva un solo vecchio abito turchino ma non usciva mai di casa senza attaccarvi la rosetta di ufficiale della Legion d'onore. Il procuratore del re lo avvertì che la giustizia avrebbe proceduto contro di lui per "abuso di decorazioni". Quando gli fu portata la notizia, con un amaro sorriso rispose: - Non so se sono io a non capire più il francese o se siete voi a non parlare più il francese; il fatto è che non capisco. - Poi uscì per otto giorno di seguito con la sua rosetta, ma non osarono disturbarlo. Due o tre volte il ministro della guerra e il distretto militare gli scrissero con questo indirizzo:

"Al signor comandante Pontmercy", ma egli respinse le lettere senza aprirle. Nella stessa epoca Napoleone a sant'Elena trattava in egual modo i dispacci diretti da sir Hudson Lowe al "generale Bonaparte". Pontmercy, ci si permetta l'espressione, aveva finito con l'avere in bocca la stessa saliva del suo imperatore.

Anche a Roma ci furono dei soldati cartaginesi prigionieri che si rifiutarono di salutare Flaminio e che avevano un po' dell'anima di Annibale.

Un giorno, incontrando il procuratore del re in una via di Vernon, gli si accostò e gli chiese: - Signor procuratore del re, mi è permesso portare la mia cicatrice?

Non aveva risorse, tranne la meschina mezza paga di caposquadrone.

Aveva preso a pigione a Vernon la più piccola casa che aveva trovato e ci viveva solo. Sotto l'impero, tra due guerre, aveva avuto il tempo per sposare la signorina Gillenormand. Il vecchio borghese, dapprima indignato, aveva finito con l'accondiscendere sospirando e dicendo: - "Ci sono costrette anche le più grandi famiglie".

La signora Pontmercy, donna ammirabile sotto ogni aspetto, beneducata e rara, degna del marito, era morta nel 1815 lasciando un figlio, il quale avrebbe formato la gioia del colonnello nella sua solitudine, se il nonno non lo avesse reclamato imperiosamente dichiarando che, se non gli veniva affidato, lo avrebbe diseredato. Il padre aveva ceduto nell'interesse del bambino, e, non potendo avere il figlio con sé, si era messo ad amare i fiori.

D'altronde, aveva rinunciato a tutto, e si occupava soltanto delle cose innocenti che faceva e delle grandi cose che aveva fatto.

Passava il tempo a coltivare garofanetti e a ricordare Austerlitz.

Gillenormand non aveva nessuna relazione col genero, il quale era ai suoi occhi "un bandito", mentre egli per il colonnello era "un imbecille"; Il vecchio non parlava mai del colonnello, eccettuati i casi in cui voleva accennare burlescamente alla sua "baronia".

Per una espressa convenzione, Pontmercy non doveva mai incontrare suo figlio sotto pena di vederlo scacciato e diseredato. Per i Gillenormand, Pontmercy era un lebbroso, e volevano educare il bambino a loro modo. Forse il colonnello ebbe torto ad accettare quelle condizioni, ma le subì credendo di far bene e di sacrificare soltanto se stesso. L'eredità del nonno era poca cosa, ma quella della signorina Gillenormand era considerevole. Questa zia era molto ricca da parte materna, e l'unico erede era il figlio di sua sorella.

Il fanciullo che si chiamava Mario, sapeva soltanto di avere un padre, e nulla più, perché nessuno gliene parlava mai. Però i bisbigli, le mezze parole e l'ammiccare degli occhi nel salotto in cui era condotto dal nonno, avevano a poco a poco fatto un po' di luce nella mente del fanciullo, il quale aveva finito col capire qualcosa. E siccome per una specie di infiltrazione e di lenta penetrazione assorbiva le idee e le opinioni che formavano, per così dire, la sua atmosfera, giunse a poco a poco a pensare a suo padre con un senso di vergogna e con una stretta al cuore.

Mentre il figlio cresceva così, il colonnello scappava ogni due o tre mesi, andava furtivamente a Parigi come un sorvegliato speciale, e si appostava nella chiesa di San Sulpizio, nell'ora in cui la signorina Gillenormand conduceva Mario alla messa. E là, tremando per la paura che la zia si voltasse, nascosto dietro un pilastro, immobile, senza osare respirare, guardava suo figlio. Il veterano aveva paura della vecchia zitella.

Di qui era nata la sua relazione con l'abate Mabeuf, curato di Vernon. Questo degno sacerdote era fratello d'un fabbriciere di san Sulpizio, il quale parecchie volte aveva notato quell'uomo in contemplazione di quel fanciullo e la cicatrice sulla guancia e la grossa lacrima che gli spuntava sull'occhio. Quell'uomo dall'aspetto così virile e che piangeva come una donna aveva colpito il fabbriciere. Quella figura gli era restata nella memoria. Un giorno, recatosi a Vernon a visitare suo fratello, incontrò sul ponte il colonnello Pontmercy e riconobbe in lui l'uomo di san Sulpizio. Il fabbriciere ne parlò col curato e tutti e due con un pretesto andarono a trovarlo. Seguirono ancora altre visite, e il colonnello dapprima molto reticente finì con l'aprir l'animo alla confidenza. Il curato e il fabbriciere conobbero così tutta la storia e come Pontmercy sacrificava la sua felicità all'avvenire del figliolo. Da allora, il curato prese ad amare e venerare il colonnello, che fece altrettanto col curato. Del resto, non ci sono persone più capaci di capirsi e di amarsi facilmente quanto un vecchio prete e un vecchio soldato, purché siano sinceri e buoni tutti e due. In fondo è lo stesso uomo:

l'uno s'è dedicato alla patria terrena, l'altro alla patria celeste. Non c'è altra differenza.

Due volte all'anno, il primo gennaio e il giorno di san Giorgio, Mario scriveva al padre una letterina doverosa dettatagli dalla zia e che pareva copiata da un formulario. Questo soltanto era tollerato da Gillenormand. E il padre rispondeva con lettere affettuosissime che il nonno cacciava in tasca senza neppure leggere.




3. REQUIESCANT


Tutto quello che Mario conosceva del mondo era il salotto della signora T.; era l'unica apertura attraverso la quale poteva guardare nella vita: apertura molto fosca, abbaino da cui gli veniva più freddo che caldo, più tenebre che luce. Quel fanciullo, che era entrato tutto gioioso e luminoso in quello strano mondo, in breve divenne triste e, contrariamente all'età, divenne anche grave. Circondato da tutte quelle persone imponenti e singolari, si guardava attorno con serio stupore che tutto concorreva ad accrescere in lui. Nel salotto della signora T. c'erano alcune dame vecchie e venerande, che si chiamavano Matan, Noè, Levi e Cambis, le cui vecchie fisionomie e i biblici nomi si confondevano nella mente del fanciullo con l'Antico Testamento che egli imparava a memoria; e quando stavano tutte sedute attorno a un fuoco morente, appena illuminate da una lampada velata di verde con i loro profili severi, i capelli grigi o bianchi, i lunghi abiti di un'altra epoca e che si distinguevano soltanto per le loro tinte lugubri, mentre lasciavano cadere a lunghi intervalli delle parole maestose e aspre, il piccolo Mario le guardava con occhi stupiti, credendo d'avere davanti non donne ma patriarchi e maghi, non creature reali ma fantasmi.

A questi fantasmi si univano parecchi preti e alcuni gentiluomini:

il marchese di Sassenay, segretario particolare della duchessa di Berry; il visconte di Valory, che pubblicava delle odi monorime col nome di Charles-Antoine, il conte d'Amendre, un buon uomo, e il cavaliere di Port-de-Guy, calvo e piuttosto invecchiato, pilastro della biblioteca del Louvre. Quanto ai preti, c'erano:

l'abate Halma, quello stesso a cui il suo collaboratore nella "Foudre", Larose diceva: - "Via, chi è che non ha cinquant'anni?

qualche sbarbatello forse?"; -l'abate Leourneur, predicatore del re, l'abate Frayssinous che non era ancora conte, vescovo, ministro e pari e che portava una vecchia sottana a cui mancavano dei bottoni, e l'abate Keravenant, curato di Saint-Germain-des- Prés; inoltre il nunzio apostolico che era allora monsignor Macchi, arcivescovo di Nisibi, poi cardinale, notevole per il suo lungo naso cogitabondo, e un altro monsignore che era l'abate Palmieri, prelato domestico; e finalmente c'erano due cardinali:

Luzerne e Clermont-Tonnerre. Il cardinale Luzerne era uno scrittore e pochi anni dopo doveva aver l'onore di pubblicare alcuni articoli nel "Conservateur" accanto a quelli di Chateaubriand. Clermont-Tonnerre era arcivescovo di Tolosa e andava spesso in villeggiatura a Parigi presso il nipote che era stato ministro della marina e della guerra. Era un gaio vecchietto che lasciava vedere le calze rosse tirando su la sottana e aveva la specialità di odiare l'Enciclopedia e digiocare appassionatamente al bigliardo...

Era questa l'essenza e la quintessenza della società alta di Parigi. Qui le celebrità anche se legittimiste subivano la quarantena perché nella fama c'è sempre qualcosa d'anarchico; e Chateaubriand, entrando in quel salotto, vi avrebbe prodotto l'effetto del padre Duchesne. Tuttavia alcuni simpatizzanti entravano per una certa tolleranza in quel mondo ortodosso. I salotti nobili di oggi non somigliano a quelli d'allora. L'attuale quartiere di san Germano puzza d'eresia, e adesso i legittimisti sono molto demagoghi, sia detto a loro lode.

La società che frequentava il salotto della signora T. era una società superiore, e quindi il gusto era squisito e sdegnoso sotto una certa vernice di cortesia; le abitudini implicavano ogni sorta di involontarie raffinatezze che rivelavano l'antico regime, sepolto ma ancora vivo. Alcune di quelle abitudini, soprattutto di linguaggio, sembravano bizzarre, e un osservatore superficiale avrebbe preso per provincialesco quel che era antiquato. Una donna si chiamava "signora generalessa", non era del tutto inusitata la "signora colonnella". La graziosa signora Leon, forse in ricordo delle duchesse di Longueville e di Chevreuse, preferiva quell'appellativo al suo titolo di principessa. Anche la marchesa di Créquy s'era chiamata la "signora colonnella".

Fu questo piccolo gruppo aristocratico che inventò alle Tuileries l'astuzia, parlando ai re nell'intimità, di dir sempre "il re" in terza persona e giammai Vostra Maestà, dal momento che tale qualifica era stata insozzata dall'usurpatore.

Là si giudicavano uomini e fatti e si derideva il secolo: il che dispensava dal capirlo. Nel loro stato euforico, si aiutavano l'un l'altro comunicandosi la quantità di luce che avevano, Matusalemme informava Epimenide; il sordo teneva al corrente il cieco...

Tutto questo era armonioso; non c'era nulla di troppo vivo; la parola era appena un soffio, e il giornale d'accordo col salotto sembrava un papiro. C'erano dei giovani, ma erano un po' morti. In anticamera le livree erano vecchiotte. Quei personaggi fuori tempo venivano serviti da domestici dello stesso genere. Tutto aveva l'aria di aver vissuto a lungo e di ostinarsi contro la tomba. Le parole Conservare, Conservazione, Conservatore formavano presso a poco tutto il loro dizionario. "Essere in buon odore": ecco il problema. C'erano infatti degli aromi nelle opinioni di quel venerabile gruppo, e le loro idee odoravano di lavanda. Era un mondo mummificato; i padroni erano imbalsamati e i servi impagliati.

Una degna marchesa, vecchia emigrata e rovinata, pur avendo una sola domestica, continuava a dire: "La mia servitù!".

Che cosa facevano nel salotto della signora T.? Erano "ultra". Le parole "essere ultra" non hanno più senso, benché la cosa non sia forse sparita. Spieghiamole.

Essere "ultra" significa andare al di là; significa combattere lo scettro in nome del trono, la mitra in nome dell'altare; malmenare ciò che si sostiene; tirar calci nel proprio traino; cavillare col rogo sul grado di cottura degli eretici; rimproverare all'idolo la scarsa idolatria; insultare per eccesso di rispetto; trovare che il papa non è abbastanza papista, che il re non è abbastanza monarchico e che la notte non è abbastanza buia; dichiararsi nel nome della bianchezza scontenti dell'alabastro, della neve, del giglio e del cigno; parteggiare fino al punto da diventare nemici; essere tanto favorevoli da riuscire contrari.

Lo spirito ultra caratterizza specialmente la prima fase della Restaurazione.

Non c'è nella storia nulla che somigli a quel quarto d'ora cominciato nel 1814 e conclusosi verso il 1820, quando andò al potere Villèle, il praticone della destra. Quei sei anni furono un momento straordinario, ma anche rumoroso e triste, ridente e fosco, illuminato dalla luce dell'aurora e coperto dalle tenebre delle grandi catastrofi che stavano ancora all'orizzonte e che sprofondavano lentamente nel passato. In mezzo a quella luce e quell'ombra ci fu un piccolo mondo nuovo e vecchio, buffo e triste, giovanile e senile, che si stropicciava gli occhi perché niente somiglia tanto al risveglio quanto il ritorno; un gruppo che guardava la Francia con malumore e che la Francia guardava con ironia; le vie piene di buoni vecchi marchesi come tanti gufi, di uomini rimpatriati che parevano spettri, di bravi e nobili gentiluomini che erano contenti di essere in Francia, e ne piangevano pure, felici di rivedere la Francia e disperati di non ritrovare la loro monarchia; la nobiltà delle crociate che disprezzava la nobiltà dell'Impero, vale a dire la nobiltà della spada; le razze storiche che avevano perduto il senso della storia, i figli dei commilitoni di Carlomagno che sdegnavano i commilitoni di Napoleone. Le spade, come abbiamo già detto, si insultavano a vicenda; quella di fontenoy era ridicola e corrosa dalla ruggine; quella di Marengo era odiosa e nulla più che una sciabola. Il passato remoto misconosceva l'ieri. Non si aveva più il senso né del grande né del ridicolo, e ci fu qualcuno che chiamò Bonaparte Scapin. Quel mondo non esiste più, non ne rimane nulla. Quando a caso ne caviamo fuori qualche personaggio e tentiamo di farlo rivivere col pensiero, ci pare un mondo antidiluviano. Il fatto è che è stato inghiottito esso pure da un diluvio; è sparito sotto due rivoluzioni. Che flutti, le idee!

ricoprono presto tutto quello che devono distruggere e seppellire!

e come formano rapidamente dei vuoti spaventosi!

Tale era l'aspetto dei salotti di quei tempi lontani in cui Martainville aveva più spirito di Voltaire.

Quei salotti avevano una letteratura e una politica propria; credevano in Fiévée, e Agier vi dettava legge; commentavano Colnet, il pubblicista rivenditore di libri vecchi sul lungosenna Malaquais. Napoleone era più che mai l'Orco della Corsica. Più tardi, l'introduzione nella storia del marchese Bonaparte luogotenente generale degli eserciti del re, fu una concessione allo spirito del secolo.

Quei salotti non restarono a lungo puri. Fin dal 1818 cominciarono a spuntarvi dei dottrinari, varietà inquietante, il cui metodo consisteva nell'essere realisti e nello scusarsene, mostrandosi un po' vergognosi di quello di cui gli ultra andavano superbi. Era gente di spirito, sapevano tacere, il loro dogma politico era convenientemente borioso; dovevano quindi riuscire. Facevano, utilmente del resto, grande abuso di cravatte bianche e di abiti abbottonati. Il torto, o la disgrazia del partito dottrinario è stato di creare la gioventù vecchia. Prendevano degli atteggiamenti da sapienti, sognavano di innestare un potere temporale sul principio assoluto ed eccessivo, al liberalismo demolitore opponevano, talvolta con rara intelligenza, un liberalismo conservatore. Dicevano: "Il legittimismo ha reso parecchi servizi: ci ha dato la tradizione, il culto, la religione, il rispetto; è fedele, coraggioso, cavalleresco, affezionato, devoto, e viene a unire, benché a malincuore, le grandezze secolari della monarchia con le nuove grandezze della nazione. Ha il torto di non comprendere la rivoluzione, l'impero, la gloria, la libertà, le idee nuove, le nuove generazioni, il secolo. Ma questo suo torto verso di noi non l'abbiamo forse anche noi verso il passato? La rivoluzione di cui siamo gli eredi deve avere l'intelligenza di tutto. Combattere il realismo è il controsenso del liberalismo. Che orrore! e che accecamento! La Francia rivoluzionaria manca di rispetto alla Francia storica, vale a dire a sua madre, vale a dire a se stessa. Dopo il 5 settembre la nobiltà della monarchia è trattata come dopo l'8 agosto si trattava la nobiltà dell'impero. Furono ingiusti con l'aquila, noi siamo stati ingiusti col giglio. Si vuole sempre proscrivere qualche cosa! E' veramente utile sminuire lo splendore della corona di Luigi Quattordicesimo e dello scudo di Enrico Quarto? Ci facciamo beffe di Vaublanc che cancellava la N dal ponte di Iena. Ma in fondo che cosa faceva? Quello che anche noi facciamo. Bouvines ci appartiene quanto Marengo; i gigli sono nostri come le N; sono il nostro patrimonio. Che giova menomarlo?

Non bisogna rinnegare la patria né del passato né del presente.

Perché non accettare tutta la storia? Perché non amare tutta la Francia?".

In questo modo i dottrinari criticavano e proteggevano il legittimismo, il quale era scontento di essere criticato e furioso di essere protetto.

Gli ultra contrassegnavano la prima epoca della monarchia; le società segrete caratterizzarono la seconda, alla foga tenne dietro l'abilità. E qui terminiamo il nostro schizzo.

Nel corso di questo racconto l'autore, avendo incontrato sul proprio cammino questo curioso periodo di storia contemporanea, ha dovuto darci un'occhiata e tracciare degli strani lineamenti di quella società oggi sconosciuta. Ma lo ha fatto rapidamente, senza nessun pensiero di amarezza e di derisione: ricordi affettuosi e rispettosi, perché riguardano sua madre, lo legano a quel passato.

Del resto bisogna confessare che anche quella piccola società aveva la sua grandezza. Possiamo sorriderne ma non possiamo disprezzarla né odiarla: era la Francia di una volta.

Mario Pontmercy, come tutti i ragazzi, fece degli studi qualunque.

Appena uscito dalle mani della signorina Gillenormand, suo nonno lo affidò a un degno professore della più pura osservanza classica, e così quella giovane anima in boccio passò da una pinzocchera a un pedante. Fece i suoi anni di collegio, poi entrò nella scuola di diritto. Era legittimista, fanatico e austero; amava poco il nonno la cui allegria e il cui cinismo lo urtavano, e pensava al padre con tristezza.

Era un giovane ardente e freddo, nobile, generoso, fiero, religioso, esaltato, dignitoso fino alla durezza, puro fino alla scontrosità.




4. FINE DEL BRIGANTE


Mario terminò gli studi classici quando Gillenormand si ritirò dal mondo. Il vecchio, dato un addio al quartiere san Germano e al salotto della signora T., andò a stabilirsi al Marais nella casa di via delle Figlie del Calvario. Aveva come domestici, oltre al portinaio, quella cameriera Nicoletta che era successa alla Magnon, e quel Basco ansimante e asmatico, di cui abbiamo già parlato.

Nel 1827 Mario, che aveva appena compiuto i diciassette anni, tornando a casa una sera vide che il nonno teneva in mano una lettera.

- Mario, domani partirai per Vernon - disse il nonno.

- Perché?

- Per vedere tuo padre.

Il giovane trasalì; aveva pensato a tutto, fuorché a suo padre.

Non c'era niente di più inatteso per lui, di più sorprendente, e diciamolo pure, di più spiacevole. Era l'allontanamento costretto al riavvicinamento; non era un dispiacere ma una seccatura.

Oltre ai motivi di antipatia politica, Mario era convinto che suo padre, lo sciabolatore, come lo chiamava Gillenormand nei suoi giorni buoni, non lo amasse; era evidente, perché lo aveva abbandonato in mano altrui. E non sentendosi amato, non amava; e pensava che non c'era niente di più semplice.

La sua sorpresa fu tanta che non pensò neppure di interrogare il nonno, che riprese:

- Pare che sia ammalato, ti vuol vedere.

E dopo una pausa aggiunse:

- Andrai domattina. Al largo delle fontane ci deve essere una vettura che parte alle sei e arriva di sera. Prendi quella.

Bisogna far presto.

Poi spiegazzò la lettera e se la mise in tasca. Mario avrebbe potuto partire la sera stessa e trovarsi da suo padre l'indomani mattina, giacché una diligenza di via Bouloi faceva in quell'epoca servizio per Rouen la notte e passava per Vernon. Ma né Mario né Gillenormand pensarono di informarsi.

L'indomani, al tramonto, Mario arrivò a Vernon, mentre cominciavano ad accendersi i lampioni. Chiese al primo passante dove fosse l'abitazione del signor Pontmercy,giacché spiritualmente d'accordo con la Restaurazione, non riconosceva neppure lui il padre come barone e come colonnello.

Gli indicarono la casa. Bussò, e venne ad aprirgli una donna con una lucerna in mano.

- Il signor Pontmercy? - chiese Mario.

La donna restò immobile.

- Abita qui?

La donna accennò di sì col capo.

- Posso parlargli?

Lei fece segno di no.

- Ma io sono suo figlio, e mi aspetta.

- Non vi aspetta più - rispose la donna.

Allora Mario si accorse che lei piangeva.

Gli accennò col dito l'uscio di una sala al piano terreno, ed egli entrò.

In quella stanza, rischiarata da una candela posta sul camino, trovò tre uomini, uno in piedi, un altro in ginocchio e il terzo a terra con la sola camicia, disteso sul pavimento. Quest'ultimo era il colonnello. Gli altri due erano un medico e un prete che pregava.

Il colonnello tre giorni prima era stato colpito da una febbre cerebrale. Al principio della malattia, preso da un triste presentimento, aveva scritto a Gillenormand per domandare di suo figlio. La malattia aveva sempre peggiorato. La sera stessa dell'arrivo di Mario a Vernon il colonnello, in un accesso di delirio, malgrado gli sforzi della domestica, si era alzato dal letto gridando: - Mio figlio non viene! gli vado incontro. Poi, uscito dalla stanza, era caduto a terra nell'anticamera, ed era spirato.

Erano stati chiamati il medico e il curato; ma medico e curato erano giunti troppo tardi; e anche il figlio.

Alla fioca luce della candela si distingueva sulla guancia del colonnello, pallido e disteso, una grossa lacrima cadutagli dall'occhio spento. L'occhio era spento, ma la lacrima non era ancora asciugata, ed era stata causata dal ritardo del figlio.

Mario stette a considerare quell'uomo che vedeva per la prima e per l'ultima volta, il volto venerando e maschio, gli occhi aperti ma senza sguardo, i capelli bianchi, le membra robuste sulle quali si scorgevano qua e là delle linee brune che erano tanti colpi di sciabola, e delle piccole stelle rosse che erano tanti buchi di pallottole. Considerò quel gigantesco sfregio che imprimeva l'eroismo su quel volto in cui Dio aveva impresso la bontà; pensò che quell'uomo era suo padre e che era morto, e rimase freddo.

La tristezza che provava era quella che avrebbe sentito per qualsiasi altro uomo che avesse avuto davanti morto.

Il dolore, un dolore pungente, regnava in quella stanza. La domestica si lamentava in un angolo, il curato pregava e singhiozzava, il medico si asciugava gli occhi; anche il cadavere piangeva.

Il medico, il prete e la donna guardavano Mario attraverso la loro afflizione, senza dire una parola. Era lui l'estraneo. Troppo poco commosso, si sentì vergognoso e imbarazzato dal suo atteggiamento; teneva il cappello in mano e lo lasciò cadere a terra per far credere che il dolore gli toglieva la forza di tenerlo.

Nello stesso tempo provava una specie di rimorso e disprezzava se stesso per il suo comportamento. Ma era colpa sua se non amava più suo padre?

Il colonnello non lasciò nulla, e la vendita dei mobili bastò appena a pagare il funerale. La domestica trovò un pezzo di carta che consegnò a Mario. C'era scritto, di pugno del colonnello:

"Per mio figlio. L'imperatore mi fece barone sul campo di battaglia di Waterloo. Poiché la Restaurazione mi contrasta questo titolo che acquistai col mio sangue, mio figlio lo assumerà e lo porterà. E' inutile aggiungere che ne sarà degno".

A tergo il colonnello aveva aggiunto:

"Nella battaglia di Waterloo un sergente mi salvò la vita. Si chiama Thénardier, e mi fu detto che in questi ultimi tempi aveva una piccola locanda in un villaggio nei dintorni di Parigi, a Chelles o a Montfermeil. Se mio figlio lo incontra, gli faccia tutto il bene possibile".

Mario prese quella carta e la conservò, non per devozione al padre ma per quel vago rispetto della morte e che è sempre così imperioso nel cuore dell'uomo.

Del colonnello non rimase nulla. Gillenormand fece vendere a un rigattiere la spada e l'uniforme; i vicini saccheggiarono il giardino rubando i rari fiori, e le altre piante divennero rovi e sterpi, oppure seccarono.

Mario si trattenne a Vernon solo quarantott'ore. Subito dopo il funerale, tornò a Parigi al suo corso di diritto senza più pensare al padre, come se non fosse mai esistito. In due giorni il colonnello fu sepolto e in tre giorni fu dimenticato.

Mario portava il lutto al cappello. Questo è tutto.




5. COME SIA UTILE ANDARE A MESSA PER DIVENTARE RIVOLUZIONARIO.


Mario aveva conservato le abitudini religiose dell'infanzia. Una domenica andò a sentir messa a san Sulpizio, nella stessa cappella della Madonna dove lo conduceva la zia quand'era piccolo. Poiché quel giorno era distratto e pensoso più del solito, andò a prendere posto dietro un pilastro, e si inginocchiò, senza accorgersene, su una sedia coperta di velluto, sul cui schienale era inciso questo nome: "Mabeuf fabbriciere". La messa era appena cominciata quando si presentò un vecchio che disse a Mario:

- Signore, questo è il mio posto.

Mario si fece da parte premurosamente, e il vecchio occupò la sedia.

Terminata la messa, il vecchio si accostò di nuovo a Mario, che era rimasto pensoso a qualche passo, e gli disse:

- Signore, vi chiedo scusa se poco fa vi ho disturbato e se di nuovo vi disturbo; ma poiché mi avete certamente giudicato un importuno, è bene che mi spieghi.

- E' inutile, signore - rispose Mario.

- Ma no - rispose il vecchio. - Non voglio che abbiate un cattivo concetto di me. Vedete, io ci tengo a quel posto; mi pare che di là si ascolti meglio la messa. Perché? Ve lo dico subito. In quel posto ho visto venire per molti anni, regolarmente, ogni due o tre mesi, un povero padre, il quale non aveva altra occasione e altro modo di vedere suo figlio, impeditone per certi accordi di famiglia. Veniva all'ora in cui sapeva che conducevano suo figlio a messa. Il piccolo non sospettava neppure di avere un padre.

L'uomo se ne stava nascosto dietro il pilastro perché non lo vedessero, guardava fisso suo figlio e piangeva. L'infelice adorava suo figlio. Allora questo angolo fu come santificato, e io presi l'abitudine di venirvi ad ascoltare la messa; lo preferisco alla panca vicino all'altare, nella quale avrei diritto di sedere come fabbriciere. Ho pure conosciuto un poro quel povero signore.

Aveva un suocero, una vecchia zia ricca, dei parenti, non so bene quali, che minacciavano di diseredare il figlio se lui, suo padre, lo vedesse. Ed egli si era sacrificato perché suo figlio fosse un giorno ricco e felice. Lo tenevano lontano per opinioni politiche; certo, io approvo le opinioni politiche, ma ci sono persone che non conoscono limiti. Mio Dio! solo perché uno è stato a Waterloo è un mostro, e non c'è ragione di separare un padre dal proprio figlio. Era un colonnello di Bonaparte. Credo che sia morto.

Abitava a Vernon, dove è parroco mio fratello, e si chiamava Pontmarie o Montpercy. Aveva davvero un bel colpo di sciabola.

- Pontmercy? - chiese Mario impallidendo.

- Appunto, Pontmercy. L'avete forse conosciuto?

- Signore - rispose Mario - era mio padre.

Il vecchio fabbriciere congiunse le mani esclamando:

- Ah, siete voi il piccolo! Sì, è vero, ora siete un uomo. Ebbene, povero figliolo, potete vantarvi di avere avuto un padre che vi ha veramente adorato.

Mario offrì il braccio al vecchio e lo ricondusse a casa.

L'indomani disse a Gillenormand:

- Ho combinato una partita di caccia con alcuni amici.

Permettetemi di assentarmi per tre giorni.

- Quattro - rispose il nonno. - Va pure, divertiti. E strizzando l'occhio disse sottovoce alla figlia: - Qualche amoretto!




6. CHE COSA VUOL DIRE INCONTRARE UN FABBRICIERE


Vedremo più avanti dove andò Mario.

Fu assente per tre giorni; poi tornò a Parigi, andò alla biblioteca della scuola di diritto e chiese la collezione del "Moniteur".

Lesse il "Moniteur", lesse tutte le storie della Repubblica e dell'Impero, il "Memoriale di sant'Elena", tutte le memorie, tutti i bollettini, tutti i giornali e i proclami; divorò tutto. La prima volta che incontrò il nome di suo padre nei bollettini della Grande Armata, ne ebbe la febbre per un'intera settimana. Andò a visitare i generali sotto i quali il padre aveva militato, e tra essi il conte H... Andò a ritrovare il fabbriciere Mabeuf, che gli descrisse la vita del colonnello a Vernon, il suo ritiro, i suoi fiori, la sua solitudine. Mario arrivò a conoscere interamente quell'uomo raro, sublime e mite, quella specie di leone agnello che era stato suo padre.

Intanto, occupato in questi studi che gli prendevano tutto il tempo e tutti i pensieri, non vedeva quasi più i Gillenormand. Si faceva vedere all'ora dei pasti; poi scompariva subito. La zia borbottava, il nonno sorrideva: - E' l'età degli amori! Qualche volta il vecchio aggiungeva: - Perbacco! credevo che fosse un capriccio e invece si tratta, a quanto pare, di una vera passione.

Era infatti una passione. Mario s'era messo ad adorare suo padre.

Nello stesso tempo, avveniva nelle sue idee uno straordinario mutamento. Le fasi di tale mutamento furono numerose e successive; e siccome questa è anche la storia di molti del nostro tempo, crediamo utile seguire queste fasi e accennarle tutte.

La storia su cui aveva messo gli occhi lo spaventava. Il primo effetto fu come un abbagliamento.

Fino a quel giorno la Repubblica e l'Impero erano state per lui delle parole mostruose; la repubblica una ghigliottina nella penombra, l'impero una sciabola nella notte. Ora che ci aveva guardato dentro, dove si aspettava di trovare soltanto un caos di tenebre, con una specie di inaudita sorpresa mista a timore e a gioia, vedeva scintillare degli astri, Mirabeau, Vergniaud, Saint- Just, Robespierre, Camillo Desmoulins, Danton, e sorgere un sole, Napoleone. Non sapeva più dove si trovava. Indietreggiava accecato dalla luce. Ma a poco a poco, passato lo stupore, si abituò a quegli splendori, considerò le azioni senza turbamento, esaminò i personaggi senza terrore; la Rivoluzione e l'Impero si misero luminosamente in prospettiva davanti al suo sguardo visionario; vide ciascuno di quei gruppi di avvenimenti e di uomini riassumersi in due fatti enormi: la Repubblica nella sovranità del diritto civile restituito alle masse, l'Impero nella sovranità dell'idea francese imposta all'Europa; vide scaturire dalla Rivoluzione la grande figura del popolo, dall'Impero la grande figura della Francia; e dichiarò, nella sua coscienza, che tutto questo era stato un bene.

Non crediamo necessario indicare ora le cose che il suo abbagliamento trascurava in quel primo giudizio molto sintetico.

Constatiamo soltanto lo stato di una mente in evoluzione. I progressi non si fanno tutti in una tappa sola. Chiarito questo una volta per sempre, sia per quanto riguarda le cose dette che per quelle che seguiranno, proseguiamo.

Si accorse che fino a quel momento non aveva capito il suo paese come non aveva capito suo padre. Non aveva conosciuto né l'uno né l'altro. Era stata una specie di cecità volontaria. Adesso vedeva; e da un lato ammirava, dall'altro adorava.

Era pieno di rimpianti e di rimorsi e pensava che ormai tutto quello che aveva nell'anima poteva dirlo soltanto a una tomba. Se avesse avuto ancora suo padre! se Dio nella sua misericordia e nella sua bontà, avesse permesso che quel padre fosse ancora vivo, come sarebbe accorso, come si sarebbe precipitato, come avrebbe gridato: - Padre mio, eccomi, sono io! ho lo stesso tuo cuore!

sono tuo figlio! - Come gli avrebbe baciato il capo canuto, inondato di lacrime i capelli, ammirato la cicatrice, stretto le mani adorate, adorato gli abiti, baciato i piedi! Perché suo padre era morto così presto, prima della vecchiaia, prima della giustizia, prima dell'amore del figlio? Mario aveva un continuo singhiozzo nel cuore, che diceva ogni momento: ahimè! Nel medesimo tempo diventava più serio, più grave, più sicuro della sua fede e del suo pensiero. A ogni istante bagliori di verità venivano a completare la sua ragione. C'era in lui come una crescita interiore, sentiva una specie di sviluppo naturale causato da queste due cose: suo padre e la patria.

Tutto gli si apriva come quando si possiede una chiave; si spiegava quello che aveva odiato, comprendeva quello che aveva aborrito; vedeva chiaramente il senso provvidenziale, divino e umano insieme, delle grandi cose che gli avevano insegnato a maledire. Quando pensava alle sue precedenti opinioni, si sdegnava e sorrideva.

Dalla riabilitazione del padre era passato naturalmente alla riabilitazione di Napoleone.

Questa però, dobbiamo notarlo, non avvenne senza fatica.

Fin dall'infanzia l'avevano imbevuto dei pregiudizi del partito del 1814 su Bonaparte. Ma tutti i pregiudizi, gli interessi, gli istinti della Restaurazione tendevano a sfigurare Napoleone. Essa lo esecrava più di Robespierre, e aveva sfruttato con troppa abilità la stanchezza della nazione e l'odio delle madri.

Bonaparte era diventato una specie di mostro favoloso; e per dipingerlo alla fantasia del popolo, che rassomiglia a quella dei fanciulli, il partito del 1814 faceva apparire successivamente tutte le maschere spaventose, da quella che è terribile, pur restando grandiosa fino a quella che è terribile, pur restando grottesca, da Tiberio al baubau. Così parlando di Bonaparte, era lecito singhiozzare e scoppiare dalle risa, purché l'odio tenesse bordone. Queste erano le sole idee che Mario aveva avuto su quell'uomo e che si erano combinate con la tenacia del suo carattere; c'era in lui un piccolo testardo che odiava Napoleone.

Leggendo la storia, studiandola soprattutto nei documenti e nelle fonti primitive, il velo che nascondeva Napoleone agli occhi di Mario a poco a poco si lacerò. Intravide qualcosa di immenso, e sospettò di essersi ingannato fino allora su Bonaparte, come su tutto il resto. Ogni giorno vedeva meglio, e si mise a salire lentamente, dapprima a malincuore, poi inebriato e come attratto da un fascino irresistibile, prima i gradini tenebrosi, poi quelli rischiarati da una luce incerta, infine quelli luminosi e splendidi dell'entusiasmo.

Una notte, solo nella sua cameretta sotto il tetto, al lume della candela, leggeva, con i gomiti appoggiati alla tavola vicino alla finestra. Dallo spazio arrivavano a lui tutti i sogni e si fondevano con i suoi pensieri. Che spettacolo la notte! Si odono rumori sordi che non si sa dove vengano, si vede scintillare come un fuoco Giove che è milleduecento volte più grande della terra, il firmamento nero, le stelle che brillano: uno spettacolo formidabile.

Leggeva i bollettini della Grande Armata, quelle strofe omeriche scritte sul campo di battaglia; vi trovava il nome di suo padre ogni tanto e quello di Napoleone sempre; tutta la grandezza dell'impero gli stava davanti; sentiva una marea gonfiarsi e sollevarsi in lui; talora gli pareva che suo padre gli passasse accanto come un altro; credeva di udire i tamburi, il cannone, le trombe, il passo misurato dei battaglioni, il galoppo sordo e lontano della cavalleria; di tanto in tanto levava gli occhi al cielo e vedeva le colossali costellazioni splendere nelle profondità del firmamento, poi li chinava di nuovo sul libro e vi scorgeva altre cose colossali che ci si agitavano confusamente.

Sentiva un'oppressione al cuore; era fuori di sé, tremante, anelante; a un tratto, senza neppure rendersi conto di quel che accadeva nell'animo suo e a chi obbedisse, si rizzò in piedi, stese le braccia fuori della finestra, guardò fisso l'ombra, il silenzio, l'infinito tenebroso, l'immensità eterna e gridò: - Viva l'imperatore!

Da quel momento, la lotta cessò. L' Orco della Corsica, l'usurpatore, il tiranno, il mostro, l'istrione, l'avvelenatore di Giaffa, il tigre, Bonaparte, tutto svanì cedendo il posto nella sua mente a un incerto e luminoso alone in cui a un'altezza inaccessibile splendeva il pallido fantasma marmoreo di Cesare.

L'imperatore che per suo padre era stato soltanto l'adorato capitano che si ammira e per il quale si sacrifica la vita, fu per lui qualcosa di più: fu il costruttore predestinato della razza francese che succedeva alla razza romana nel dominio dell'universo; fu il prodigioso architetto di un gran crollo, il continuatore di Carlomagno, di Luigi Quattordicesimo, di Enrico Quarto, di Richelieu, del Comitato di salute pubblica, che aveva senza dubbio le sue macchie, le sue colpe e anche il suo delitto, vale a dire che era un uomo, però era augusto nelle colpe, splendido nelle macchie, potente nel delitto. Fu l'uomo predestinato che aveva costretto tutte le nazioni a dire: "La grande nazione"; meglio ancora, fu la stessa incarnazione della Francia, la quale conquistava l'Europa con la spada da lui impugnata e il mondo con la luce da lui diffusa. Mario vide in Bonaparte lo scettro abbagliante che si ergerà sempre sulla frontiera e difenderà l'avvenire. Despota, ma dittatore; despota che risultava da una repubblica e riassumeva una rivoluzione.

Napoleone divenne per lui l'uomo-popolo come Gesù è l'uomo-Dio.

Egli era inebriato della sua conversione e al pari di tutti i neofiti si precipitava nell'adesione e andava oltre. Era il suo carattere: messo su una china gli era quasi impossibile fermarsi.

Il fanatismo per la spada lo vinceva unendosi nella sua mente all'entusiasmo per l'idea. Non s'accorgeva che insieme al genio e confusa con esso ammirava la forza, vale a dire che nei due scompartimenti della sua idolatria collocava da una parte il divino e dall'altra la forza bruta. Sotto parecchi aspetti, cominciava a ingannarsi in un altro modo, ammettendo tutto. C'è una maniera di andare incontro all'errore andando verso la verità.

Aveva una specie di buona fede passionale che accettava tutto in blocco. Nella nuova strada su cui s'era messo, nel giudicare i torti dell'antico regime, come nel misurare la gloria di Napoleone, trascurava le circostanze attenuanti.

Checché ne fosse, aveva compiuto un passo prodigioso; dove una volta aveva visto la caduta della monarchia, vedeva ora l'avvento della Francia. Il suo orientamento era mutato: quello che era stato ponente adesso era levante; ma era stato lui a voltarsi.

Tutte queste rivoluzioni si compivano in lui senza che la sua famiglia se ne accorgesse.

Quando in quel misterioso lavorio perse completamente l'antica scorza di borbonico e di ultra, quando si spogliò della veste d'aristocratico, di giacobino, di legittimista, quando fu completamente rivoluzionario, profondamente democratico e quasi repubblicano, andò da un incisore sulla riva degli Orefici e ordinò biglietti da visita col nome: "Barone Mario Pontmercy".

Era questa una conseguenza logica del mutamento avvenuto in lui:

mutamento nel quale tutto gravitava attorno a suo padre. Però, non conoscendo nessuno e non potendo quindi seminare i suoi biglietti da visita presso i portinai, se li mise in tasca.

Inoltre, a mano a mano che si accostava a suo padre, alla sua memoria e alle cose per le quali egli aveva combattuto per venticinque anni, si allontanava dal nonno. Abbiamo già notato che da molto tempo l'umore di Gillenormand non gli piaceva: tra il giovane grave e il vecchio frivolo c'erano già delle dissonanze.

La giocondità di Geronte urta ed esaspera la malinconie di Werther. Finché avevano avuto in comune le opinioni politiche e le idee, si erano incontrati su quel terreno come su un ponte, ma quando il ponte crollò, ci fu l'abisso tra loro.. Inoltre, Mario sentiva dei moti di ribellione inesprimibile pensando che era stato Gillenormand a strapparlo, per stupidi motivi e senza pietà, al colonnello, privando così il padre del figlio e il figlio del padre.

A forza d'amare il padre, Mario arrivò a odiare il nonno.

Del resto, ripetiamo, nulla trapelava al di fuori. Però Mario era sempre più freddo, laconico durante i pasti, e raramente stava in casa. Se la zia lo rimproverava per questo, rispondeva con molta dolcezza, adducendo come pretesto gli studi, le lezioni, gli esami, le conferenze, eccetera. Il nonno non abbandonava la sua diagnosi infallibile:

- E' innamorato! Me ne intendo.

Ogni tanto Mario faceva qualche assenza.

- Dove va? - domandava la zia.

In uno di quei viaggi sempre molto brevi per ubbidire all'indicazione lasciatagli da suo padre, era andato a Montfermeil a cercare l'antico sergente di Waterloo, il locandiere Thénardier.

Ma costui era fallito, aveva chiuso la locanda e non si sapeva che ne fosse stato. Mario stette quattro giorni fuori casa.

- Si è sviato, certamente! - disse il nonno.

E notarono che sul petto, sotto la camicia, portava un oggetto appeso al collo con un nastro nero.




7. QUALCHE GONNELLA


Abbiamo parlato di un lanciere. Era un pronipote di Gillenormand da parte materna, il quale menava la vita di guarnigione, lontano dalla famiglia e dal focolare domestico. Il sottotenente Teodulo Gillenormand riuniva in sé tutte le doti richieste per essere quello che si dice un bell'ufficiale. Aveva "una vita da signorina", un modo superbo di portare la sciabola, e i baffi arricciati. Andava molto di rado a Parigi, tanto di rado che Mario non l'aveva mai visto, e i due cugini si conoscevano solo di nome.

Teodulo era, come abbiamo già detto, il beniamino della zia Gillenormand, la qualche lo prediligeva perché non lo vedeva mai.

Il non vedere la gente permette di attribuire loro tutte le perfezioni.

Una mattina, la signorina Gillenormand era tornata in camera sua commossa, tanto quanto glielo permetteva la sua placidezza. Mario aveva chiesto di nuovo al nonno il permesso di fare un piccolo viaggio, aggiungendo che contava di partire la sera stessa. - Va' - aveva risposto il nonno e spingendo le sopracciglia in alto verso la fronte aveva aggiunto: - E' recidivo a dormire fuori casa! - La signorina era salita in camera sua molto incuriosita e, facendo le scale, aveva lanciato questa esclamazione: - Strano; - e ancora questa interrogazione:- Ma dove va adesso? - Immaginava qualche avventura amorosa più o meno illecita, una donna nella penombra, un appuntamento, un mistero, e non le sarebbe dispiaciuto di ficcarci il naso. Il fiuto di un mistero rassomiglia alla primizia di uno scandalo, e non è cosa che dispiace alle anime sante. Negli scompartimenti segreti della bigotteria c'è un po' di curiosità per lo scandalo.

Essa era dunque in preda a un confuso desiderio di scoprire una storiella.

Per distrarsi da questa curiosità che la teneva agitata oltre il solito, si era rifugiata nei suoi lavori, si era messa a lavorare uno di quei ricami dell'Impero e della Restaurazione in cui appaiono molte ruote di birocci. Lavoro noioso, burbera lavoratrice. Era da parecchie ore seduta, quando l'uscio si aprì.

Alzò il naso; il sottotenente Teodulo le stava davanti e faceva il saluto militare. Lei lanciò un grido di gioia. Per quanto una donna sia vecchia, scrupolosa, bigotta, zia, ha sempre piacere di vedere entrare nella sua camera un lanciere.

- Tu qui, Teodulo! - esclamò. - Sono di passaggio, - Ma baciami, allora.

- Ecco - rispose Teodulo. - E la baciò.

La zia andò allo scrigno e lo aprì:

- Ti fermi almeno per tutta la settimana?

- No, Zia, riparto stasera.

- E' impossibile.

- Eppure è così.

- Fermati, caro Teodulo, te ne prego.

- Il cuore dice di sì ma la consegna mi dice di no. La cosa è semplice. Cambio guarnigione. Ero a Melun e mi mandano a Gaillon.

Per andare alla nuova guarnigione bisogna passare per Parigi e ho pensato di venire a trovare la zia.

- Questo è per il tuo disturbo - disse e gli mise in mano dieci luigi.

- Volete dire per il mio piacere, zia.

Teodulo la baciò di nuovo, e lei provò il piacere di sentirsi vellicare il collo dalle mostrine della divisa.

- Fai il viaggio a cavallo col reggimento? - domandò.

- No, Zia. Ho chiesto un permesso speciale per vedervi. Il cavallo me lo porta l'attendente, e io vado in diligenza. A proposito, devo domandarvi una cosa.

- Cioè?

- Mio cugino Mario Pontmercy viaggia anche lui?

- Come fai a saperlo? - chiese la zia con la più viva curiosità.

- Appena arrivato, sono corso alla diligenza per prenotare un posto all'interno.

- Ebbene?

- Un viaggiatore era già andato a prenotare un posto sull'imperiale, e ho visto il nome sul registro.

- Ed era?

- Mario Pontmercy.

- Che cattivo soggetto! - esclamò la zia. - Tuo cugino non è un ragazzo ordinato come te. E dire che passerà la notte in diligenza!

- Come me.

- Ma tu lo fai per dovere, lui invece per disordine.

- Perbacco! - esclamò Teodulo.

E qui ci fu un avvenimento straordinario per la signorina Gillenormand: ebbe cioè un'idea. Se fosse stata un uomo si sarebbe picchiato la fronte. E così apostrofò Teodulo:

- Lo sai che tuo cugino non ti conosce?

- Lo so; l'ho visto, ma lui non s'è mai degnato di accorgersi di me.

- Dunque viaggerete insieme?

- Sì, lui sull'imperiale, io dentro.

- Dove va quella diligenza?

- Ad Andelys.

- E Mario va là?

- A meno che non si fermi per via, come faccio io che scendo a Vernon per prendere la vettura che va a Gaillon. Non so nulla dell'itinerario di Mario.

- Mario! che brutto nome! che idea chiamarlo Mario! Tu almeno ti chiami Teodulo.

- Preferirei chiamarmi Alfredo - disse l'ufficiale.

- Sta a sentire, Teodulo.

- Sento, zia.

- Sta attento.

- Sto attento.

- Ci sei?

- Sì.

- Ebbene, Mario fa delle assenze.

- Ebbene!

- Viaggia.

- Oh, oh!

- Dorme fuori casa.

- Ah, ah!

- Vorremmo sapere che cosa c'è sotto.

Teodulo rispose con la calma dell'uomo esperto:

- Qualche gonnella.

E con quel sorriso superficiale che manifesta la certezza, aggiunse:

- Una ragazza.

- E' evidente - aggiunse la zia, cui parve udire parlare il signor Gillenormand e sentì la sua convinzione sorgere da quella parola "ragazza" sottolineata quasi allo stesso modo dal prozio e dal pronipote. Poi riprese:

- Fammi un piacere. Segui un po' Mario. Ti sarà facile. Non ti conosce. E giacché c'è una ragazza, cerca di vederla. Ci scriverai poi la storiella che divertirà molto il nonno.

Teodulo non aveva un gusto eccessivo per queste cose, ma era molto commosso per i dieci luigi e gli pareva di poter continuare ad averne accettando la commissione; perciò disse: