Victor Hugo



I MISERABILI

 

 

(primo volume)






PARTE PRIMA - FANTINA



Libro 1

UN GIUSTO



1. MONSIGNOR MYRIEL


Nel 1815, Carlo Francesco Benvenuto Myriel era Vescovo di Digne. Vecchio settantacinquenne, occupava la sede di Digne dal 1806.

Benché questo particolare non interessi la sostanza del nostro racconto, non è forse inutile, almeno per amor di esattezza, indicare qui le voci che erano corse sul suo conto al momento del suo arrivo in diocesi. Quel che si dice degli uomini, vero o falso che sia, spesso ha nella loro vita, e soprattutto nel loro destino, tanta parte quanto ne ha quello che fanno. Monsignor Myriel era figlio di un Consigliere del Parlamento di Aix. Nobiltà togata. Si diceva che suo padre, destinandolo a succedergli nella carica, l'aveva sposato molto presto a 19 o 20 anni, seguendo un uso assai diffuso nelle famiglie dei parlamentari. Carlo Myriel, nonostante questo matrimonio aveva fatto molto parlare di sé. Era ben fatto nella persona, quantunque di piccola statura, elegante, grazioso, spiritoso; tutta la prima parte della sua vita era stata data al mondo e alle galanterie. Sopravvenne la Rivoluzione, precipitarono gli avvenimenti, e le famiglie parlamentari, decimate, cacciate, perseguitate, si dispersero. Carlo Myriel, fin dai primi giorni della Rivoluzione, emigrò in Italia, dove sua moglie morì di malattia polmonare contratta da lungo tempo. Non avevano figli. Che cosa accadde in seguito nel destino di Monsignor Myriel? Il crollo della vecchia società francese, la rovina della famiglia, le tragiche scene del '93, forse più spaventose per gli emigrati che da lontano le vedevano con l'ingrandimento della paura, fecero nascere in lui idee di rinuncia e di solitudine? Oppure in mezzo a qualcuna di quelle distrazioni e di quegli affetti che occupavano la sua esistenza, fu colto all'improvviso da uno di quei colpi misteriosi e terribili che talvolta, ferendolo al cuore, abbattono l'uomo, che pur non era stato scosso dalle catastrofi pubbliche che lo avevano colpito nella sua esistenza e nella sua fortuna? Nessuno avrebbe potuto dirlo; di lui si sapeva soltanto che, al ritorno dall'Italia, era prete.

Nel 1804 Monsignor Myriel era curato di Brignolles. Era già vecchio e viveva completamente ritirato.

All'epoca dell'incoronazione, andò a Parigi per non so quale faccenduola della sua parrocchia. Tra gli altri personaggi importanti andò a sollecitare per i suoi parrocchiani il cardinale Fesch. Un giorno che l'imperatore era venuto a far visita a suo zio, il degno curato in attesa nell'anticamera si trovò sul passaggio di Sua Maestà. Napoleone, vistosi guardato con una certa curiosità da quel vecchio, si volse e disse bruscamente:

- Chi è quel buon uomo che mi guarda?

Maestà - disse Myriel - voi guardate un buon uomo e io guardo un grande uomo. Ognuno di noi ne può approfittare.

La sera stessa l'Imperatore chiese al Cardinale il nome di quel curato, e poco dopo Myriel restò sorpreso nell'apprendere di essere stato nominato Vescovo di Digne.

Che cosa c'era di vero nelle voci che correvano sulla prima parte della vita di Myriel? Nessuno lo sapeva. Poche famiglie avevano conosciuto la famiglia Myriel prima della Rivoluzione.

Monsignor Myriel dovette subire la sorte di chi capita per la prima volta in una cittadina dove ci sono molte bocche a parlare e pochissime teste a pensare. Dovette subirla quantunque Vescovo e perché Vescovo. Ma i discorsi nei quali si faceva il suo nome non erano in fondo che dicerie; voci, frasi, parole, meno ancora che parole, "palabres" come si dice nell'energico linguaggio del Meridione.

Checché ne fosse, dopo nove anni di episcopato e di residenza a Digne, tutte quelle storielle che da principio formano l'argomento delle conversazioni nelle piccole città e della gente del popolo, erano cadute in un oblio profondo. Nessuno avrebbe osato più parlarne, e neppure ricordarsene.

Monsignor Myriel era arrivato a Digne accompagnato da una vecchia zitella, la signorina Battistina, che era sua sorella e aveva 10 anni meno di lui.

Avevano come factotum una serva della stessa età della signorina Battistina, chiamata mamma Magloire, la quale, dopo di essere stata la perpetua del curato, aveva adesso un doppio titolo di cameriera della signorina e domestica di Monsignore.

La signorina Battistina era alta, pallida, esile dolce, realizzava l'ideale espresso nella parola "rispettabile", perché, a quanto pare è necessario che una donna sia madre per essere venerabile.

Non era mai stata bella. Tutta la sua vita che era stata un seguito di opere buone, aveva finito coi diffondere su di lei una specie di candore e di luce; invecchiando, aveva acquistato quella che si potrebbe chiamare la bellezza della bontà. La magrezza della sua giovinezza era diventata, nella sua maturità, trasparenza; e attraverso quel corpo diafano si poteva scorgere l'angelo. Era un'anima più che una vergine. Il suo corpo sembrava fatto di ombra; e di carne ne aveva tanto quanto basta perché ci sia un sesso; un poco di materia racchiudente uno splendore; grandi occhi sempre abbassati: un pretesto perché un'anima resti sulla terra.

Mamma Magloire era una vecchietta, bianca, grassa, pienotta, affaccendata, sempre ansante, non solo per la sua attività ma anche per l'asma.

Al suo arrivo, Myriel occupò il palazzo episcopale con tutti gli onori voluti dai decreti imperiali, che pongono il Vescovo immediatamente dopo il Maresciallo di campo. Il Sindaco e il Presidente si recarono a fargli la prima visita, e lui a sua volta fece la prima visita al Generale e al Prefetto.

Conclusa l'installazione, la città attese il suo Vescovo all'opera.




2. MONSIGNOR MYRIEL DIVENTA MONSIGNOR BENVENUTO


Il palazzo episcopale di Digne era attiguo all'ospedale. Era un edificio vasto e bello, costruito all'inizio del secolo scorso da Monsignor Enrico Puget, dottore in teologia alla facoltà di Parigi e abate di Simore, il quale era stato vescovo di Digne nel 1712.

Il palazzo era un vero alloggio signorile. Tutto era grandioso:

l'appartamento del Vescovo, i saloni, le camere, il cortile d'onore molto largo con i porticati, secondo la vecchia moda fiorentina, e i giardini con magnifici alberi. Nella sala da pranzo, lunga e maestosa galleria che si trovava a pianterreno e dava sui giardini, Monsignor Enrico Puget il 29 luglio 1714 aveva invitato a un pranzo di cerimonia Monsignor Carlo Brûlart de Genlis, Arcivescovo Principe di Embrun, Antonio de Mesgrigny, cappuccino, vescovo di Grasse, Filippo de Vendôme, Gran Priore di Francia, abate di Santo Onorato di Lérins, Francesco de Beton de Grillon, vescovo-barone di Vence, Cesare de Sabran de Forcalquier, vescovo-signore di Glandève, e Giovanni Suanen, oratoriano, predicatore ordinario del Re, vescovo-signore di Senez. I ritratti di questi sette reverendi personaggi ornavano quella sala e la data memorabile del 29 luglio 1714 era incisa a lettere d'oro su una lapide di marmo bianco.

L'ospedale era un edificio stretto e basso, a un solo piano e con un giardinetto. Tre giorni dopo il suo arrivo, il Vescovo visitò l'ospedale. Terminata la visita pregò il direttore di andare da lui.

- Direttore - gli disse - quanti malati avete in questo momento?

- Monsignore, ventisei.

- Quanti ne ho contati io - disse il Vescovo.

- I letti stanno troppo stretti - soggiunse il direttore.

- L'avevo notato anch'io.

- Le sale sono appena delle camere e difficilmente vi si rinnova l'aria.

- Lo credo bene.

- Inoltre quando c'è un po' di sole, il giardino è troppo piccolo per i convalescenti.

- Lo dicevo anch'io.

- Nelle epidemie non sappiamo cosa fare; e quest'anno abbiamo avuto il tifo, due anni fa la miliare con talvolta cento malati.

- E' quello che pensavo anch'io.

- Che volete, Monsignore! - disse il direttore. - Bisogna rassegnarsi.

Questo dialogo si era svolto nella sala da pranzo del pianterreno.

Il Vescovo stette un momento in silenzio, poi si volse improvvisamente al direttore dell'ospedale.

- Quanti letti credete che possano stare in questa sala? - disse.

- La sala da pranzo di Monsignore? - esclamò il rettore stupefatto.

Il Vescovo esaminava la stanza e pareva che con gli occhi facesse misure e calcoli.

- Ci starebbero almeno 20 letti! - disse quasi tra sé; poi alzando la voce: - Caro direttore, sentite il mio pensiero. C'è evidentemente un errore. Voi siete in ventisei dentro cinque o sei camerette. Noi invece siamo in tre e abbiamo posto per sessanta.

C'è un errore, come vedete. Voi avete preso il mio alloggio e io il vostro. Ridatemi la mia abitazione; questa è la vostra.

L'indomani i ventisei poveri erano alloggiati nell'episcopio e il Vescovo all'ospedale.

Monsignor Myriel non possedeva beni, perché la sua famiglia era stata rovinata dalla Rivoluzione. Sua sorella godeva di una rendita vitalizia di 500 franchi che bastava appena alle sue spese personali. Monsignor Myriel come Vescovo riceveva dallo Stato uno stipendio di 15000 franchi. Il giorno che venne ad abitare nell'ospedale, Monsignor Myriel stabilì una volta per sempre e nella seguente maniera l'uso di questa somma. Trascriviamo qui una nota scritta di suo pugno.


NOTA PER REGOLARE LE SPESE DI CASA


Per il piccolo seminario: 1.500 franchi.

Congregazione della missione: 100 franchi.

Per i lazzaristi di Montdidier: 100 franchi.

Seminario delle missioni estere di Parigi: 200 franchi.

Congregazione dello Spirito Santo: 150 franchi.

Case religiose di Terrasanta: 100 franchi.

Società di carità materna: 300 franchi.

In più, per quella di Arles: 50 franchi.

Opera per il miglioramento delle prigioni: 400 franchi.

Opera per il sollievo e la liberazione dei prigionieri: 500 franchi.

Per la liberazione dei padri prigionieri per debiti: 1.000 franchi.

Supplemento allo stipendio dei poveri maestri delle scuole della diocesi: 2.000 franchi.

Granaio d'abbondanza delle Alte Alpi: 100 franchi.

Congregazione delle dame di Digne, di Manosque e di Sisteron per l'insegnamento gratuito alle ragazze povere: 1500 franchi.

Per i poveri: 6000 franchi.

Spese personali: 1.000 franchi.

TOTALE: 15000 franchi.


Durante il tempo che occupò la sede di Digne, Monsignor Myriel non mutò quasi nulla di queste disposizioni che come abbiamo visto chiamava "regolare le spese di casa".

La signorina Battistina accettò con assoluta sottomissione queste disposizioni. Per la santa donna Monsignore di Digne era il fratello e il vescovo insieme, l'amico secondo la natura e il superiore secondo la Chiesa. Lo amava e lo venerava con tutta semplicità. Quando parlava, lei si inchinava; quando agiva, lo assecondava. Soltanto la perpetua, mamma Magloire, mormorò un po'.

Come abbiamo notato, il vescovo si era riservato appena mille franchi che, aggiunti alla pensione della signorina Battistina, formavano un totale di 1500 franchi all'anno. Con questi 1500 franchi vivevano le due vecchiette e il vescovo.

Quando un curato di villaggio veniva a Digne, il Vescovo trovava modo di tenerlo a pranzo, grazie alla severa economia di mamma Magloire e all'intelligente amministrazione della signorina Battistina.

Un giorno, dopo circa tre mesi che si trovava a Digne il Vescovo disse:

- Con tutto questo, mi trovo alle strette!

- Lo credo bene! - esclamò mamma Magloire. - Monsignore non ha mai richiesto l'indennità dovutagli dal dipartimento per le spese di carrozza in città e per le visite pastorali. Un tempo così usavano i vescovi.

- Già! avete ragione, mamma Magloire - disse il Vescovo.

E reclamò.

Dopo qualche tempo, il Consiglio Generale, prendendo in considerazione la sua richiesta, approvò una somma annua di 3000 franchi sotto la voce: "assegno al Vescovo per spese di carrozza, spese postali e spese di visite pastorali".

La cosa mise in subbuglio la borghesia locale, e in quella occasione un senatore dell'Impero, già membro del Consiglio dei Cinquecento, favorevole al 18 brumaio e che si godeva nei pressi di Digne una magnifica tenuta come dotazione senatoriale, scrisse al Ministro dei Culti, Bigot De Préameneu, una letterina irritata e confidenziale ~a cui trascriviamo questi autentici righi:

"Spese di carrozza? Per far che cosa in una città di meno di 4000 abitanti? Spese postali e visite pastorali? A che pro queste visite? e poi, come viaggiare in carrozza postale in paese di montagna? Non ci sono strade. Ci si va solo a cavallo. Il ponte della Durance a Catheau-Arnoux può appena servire per i carri da buoi. Questi preti sono tutti così avidi e avari. Il nostro poi ha fatto il buon apostolo appena arrivato. Adesso invece fa come gli altri. Ha bisogno della carrozza e della portantina. Ha bisogno del lusso come i vescovi d'un tempo. Oh, tutta questa pretaglia!

Caro conte, le cose non andranno bene, finché l'Imperatore non ci avrà liberati da questi pretonzoli. Abbasso il Papa! (Con Roma mi pare che le cose si imbrogliano). Quanto a me sto soltanto per Cesare. eccetera eccetera".

La cosa invece mise di buon umore mamma Magloire.

- Bene - disse alla signorina Battistina - Monsignore ha cominciato col pensare agli altri, ma poi ha dovuto finire col pensare anche a sé. Ha disposto tutte le sue carità. Ecco finalmente tremila franchi per noi!

La sera stessa il Vescovo scrisse e consegnò a sua sorella una nota redatta in questi termini:


Spese di carrozza e di visite pastorali.

Per il brodo ai malati dell'ospedale: 1500 franchi.

Per la società di carità materna di Aix: 250 franchi.

Per la società di carità materna di Traguignan: 250 franchi.

Per i trovatelli: 500 franchi.

Per gli orfanelli: 500 franchi.

Totale: 3000 franchi.


Questo era il bilancio di Monsignor Myriel.

Quanto ai proventi straordinari di Curia, dispense dalle pubblicazioni, battesimi privati, predicazioni, benedizioni di chiese o di cappelle, matrimoni, eccetera, il Vescovo li esigeva dai ricchi con tanta più asprezza in quanto li dava ai poveri.

Dopo poco tempo affluirono le offerte in danaro. Chi possiede e chi ha bisogno battono alla porta di Monsignor Myriel: gli uni per cercare l'elemosina, gli altri per consegnare. In meno di un anno, il Vescovo divenne il tesoriere di tutte le beneficenze e il cassiere di tutte le miserie. Nelle sue mani passavano somme considerevoli. Ma nulla poté indurlo a mutare qualcosa alle sue abitudini o ad aggiungere al suo necessario il più piccolo superfluo. Anzi poiché c'è sempre più miseria in basso che fratellanza in alto, tutto veniva dato prima di essere ricevuto.

Era come l'acqua su un terreno arido. Per quanto danaro ricevesse, non ne aveva mai abbastanza; e allora si spogliava.

Poiché l'uso vuole che i vescovi pongano i loro nomi di battesimo in testa alle ordinanze e alle lettere pastorali, i poveri del paese, con una specie d'istinto affettuoso, avevano scelto fra i nomi e prenomi del Vescovo, quello che aveva un significato per loro, e lo chiamavano soltanto Monsignor Benvenuto. Noi faremo come loro e lo chiameremo così, spesso. Del resto quell'appellativo gli piaceva. - Quel nome mi piace. Benvenuto corregge monsignore.

Non pretendiamo che il ritratto che ne facciamo sia verosimile; ci limitiamo a dire che è rassomigliante.




3. A BUON VESCOVO DURO EPISCOPATO


Il Vescovo, sebbene avesse convertito la carrozza in elemosine, faceva ugualmente le sue visite pastorali. Diocesi impraticabile quella di Digne. Ci sono poche pianure, molte montagne, pochissime strade, 32 parrocchie, 41 Vicariati e 285 succursali. E' un'impresa visitare tutto questo. Il Vescovo però ci riusciva; andava a piedi quando si trattava di un luogo vicino, in diligenza nella pianura, e a dorso di mulo sulla montagna. Lo accompagnavano le due donne anziane. Quando il viaggio era troppo penoso per loro, andava solo.

Un giorno arrivò a Senez, antica città episcopale, a cavalcioni di un asino. La sua borsa, assai scarsa in quel momento, non gli aveva permesso altro mezzo. Il sindaco della città, andato a riceverlo alla porta del vescovado restò scandalizzato, a vederlo scendere dall'asino. Alcuni borghesi che erano con lui ridevano.

- Signor Sindaco - disse il Vescovo - signori cittadini, mi accorgo che vi siete scandalizzati perché trovate che è troppo superbo per un povero prete servirsi della cavalcatura che fu già di Gesù Cristo. Vi assicuro che l'ho fatto per necessità e non già per vanità.

Nelle visite pastorali era indulgente e affabile, e discorreva più che predicare. Non metteva nessuna virtù su una vetta inaccessibile. Non andava mai a cercare troppo lontano i suoi ragionamenti e i suoi esempi. Agli abitanti di un paese citava l'esempio di un paese vicino. Se mostravano una certa durezza per i bisognosi diceva: - Guardate quelli di Briançon. Hanno concesso ai poveri, alle vedove e ai poveri, il diritto di falciare i loro prati tre giorni prima degli altri. Ricostruiscono gratuitamente le loro case quando sono in rovina. Perciò è un paese benedetto da Dio. Per cento anni non si è avuto neppure un omicidio.

Nei villaggi troppo attaccati al guadagno e al raccolto diceva:

Guardate quelli di Embrun. Se al tempo del raccolto un padre ha i figli al servizio militare e le figlie a servizio in città e lui stesso è ammalato o impedito, il curato lo raccomanda dal pulpito; e la domenica, dopo la messa, tutta la gente del villaggio, uomini, donne e bambini, vanno nel campo del povero uomo a fare il raccolto e gli portano in casa paglia e grano.

Alle famiglie in discordia per motivi di danaro e di eredità diceva: - Guardate i montanari di Devolny, un paese così selvaggio che l'usignolo vi compare una volta ogni cinquant'anni. Ebbene quando in una famiglia muore il padre, i maschi vanno a cercare fortuna e lasciano i beni alle ragazze affinché possano trovare marito.

Nei paesi che avevano tendenza a litigare e i coloni si rovinavano con la carta bollata, diceva: - Guardate quella buona gente della valle di Queyras. Sono tremila anime. Ma è una piccola repubblica.

Non c'è né giudice né uscieri; il Sindaco fa tutto: ripartisce le imposte, tassa ognuno in coscienza, arbitra le questioni gratuitamente, divide i patrimoni senza percepire onorari, emette sentenze gratuitamente. Tutti gli obbediscono perché è un uomo giusto tra uomini semplici. -Nei villaggi dove non c'erano maestri di scuola citava ancora quelli di Queyras: Sapete come fanno? - diceva. - Poiché un paesotto di 12 o 15 famiglie non può sempre dar da vivere a un maestro, hanno dei maestri stipendiati da tutta la valle, i quali percorrono i villaggi e insegnano stando otto giorni qui, dieci giorni là. Questi maestri vanno alle fiere, dove io li ho visti. Si riconoscono dalle penne che portano infilate nel nastro del cappello. Quelli che insegnano soltanto a leggere hanno una penna, quelli che insegnano a leggere e a fare i conti ne hanno due, quelli che insegnano a leggere, a fare i conti e il latino hanno tre penne. Questi ultimi sono considerati dei grandi scienziati. Ma che vergogna essere ignoranti! fate come la gente di Queyras.

Parlava così, grave e paterno, inventando parabole in mancanza di esempi, andando diritto allo scopo con poche frasi e molte immagini come era l'eloquenza di Gesù Cristo, convinto e persuasivo.




4. ALLE PAROLE CORRISPONDONO LE OPERE


Nella conversazione era affabile e gaio. Si metteva alla portata delle due vecchiette che vivevano con lui. Quando rideva, il suo era il riso di un ragazzo.

Mamma Magloire lo chiamava volentieri Vostra Grandezza. Un giorno si alzò dalla poltrona e andò a cercare un libro nella biblioteca.

Il libro si trovava in uno scaffale alto. Il Vescovo, era piccolino e non ci arrivava: - "Mamma Magloire", disse allora, "portatemi una sedia: la mia grandezza non arriva fino a quello scaffale".

Una sua lontana parente, la contessa di Lô, raramente lasciava sfuggire l'occasione di enumerare alla sua presenza quelle che lei chiamava "le speranze" dei suoi tre figli. Aveva molti ascendenti assai vecchi e prossimi a morire e di cui i figli erano i naturali eredi. Il più giovane doveva ereditare da una prozia centomila franchi di rendita; il secondo doveva succedere allo zio nel titolo di Duca; il maggiore doveva succedere all'avo nella dignità di Pari. Il Vescovo ascoltava, di solito in silenzio, quelle innocenti e perdonabili vanterie materne. Una volta però che sembrava sognasse più del solito, mentre la contessa di Lô ripeteva i particolari di tutte quelle successioni e di tutte quelle speranze, questa si interruppe e con una certa impazienza:

- Mio Dio, cugino, che cosa pensate? Penso - disse il Vescovo - a una frase singolare che si trova, mi pare, in Sant'Agostino:

"Ponete la vostra speranza in colui al quale non si succede".

Un'altra volta, ricevendo una partecipazione di morte di un nobile di provincia, nella quale su tutta la pagina si enumeravano, oltre alle dignità del defunto, tutte le qualifiche feudali e nobiliari dei suoi parenti: - Che spalle robuste ha la morte! - esclamò. - Che meraviglioso carico di titoli le si fa portare allegramente!

Gli uomini devono avere abbastanza spirito per far servire la tomba alla loro vanità!

Spesso usava con delicatezza l'ironia, che però aveva quasi sempre un significato serio. Durante una quaresima, un giovane vicario venne a Digne e fu molto eloquente. L'argomento del suo discorso era la carità. Invitò i ricchi a dare ai poveri, per evitare l'inferno, che dipinse quanto più poté spaventoso, e guadagnare il paradiso, che descrisse desiderabile e incantevole. C'era nell'uditorio un ricco mercante, ritirato dagli affari, alquanto usuraio, chiamato Géborand, il quale aveva guadagnato mezzo milione a fabbricare varie specie di stoffe comuni. In tutta la sua vita Géborand non aveva fatto mai la carità a un poveretto.

Però dopo quella predica, si notò che tutte le domeniche dava un soldo alle vecchie mendicanti presso la porta della cattedrale.

Erano in sei a dividersi quel soldo. Un giorno il Vescovo vedendolo fare la carità disse sorridendo a sua sorella: - "Ecco Géborand che si compra il paradiso per un soldo".

Quando si trattava di carità non si scoraggiava neppure davanti a un rifiuto e trovava allora parole che facevano riflettere.

Una volta chiedeva l'elemosina per i poveri in un salotto della città. C'era fra gli altri il marchese de Champtercier, vecchio, ricco, avaro, il quale trovava modo di essere a un tempo ultra- realista e ultra-volterriano. Questi tipi sono esistiti. Arrivato a lui, il Vescovo gli toccò il braccio: - "Marchese, dovete darmi anche voi qualche cosa". - Il marchese si volse e rispose secco: - Monsignore, ho già i miei poveri. "Datemeli!" disse il Vescovo.

Un giorno, in cattedrale, tenne questo discorso:

"Carissimi fratelli, miei buoni amici, ci sono in Francia un milione e trecentoventimila case di contadini che hanno soltanto tre aperture, un milione e centodiciassettemila che hanno due aperture, la porta e una finestra, e infine trecentoquarantaseimila capanne che hanno per apertura soltanto la porta. Questo perché c'è quella che si chiama l'imposta delle porte e delle finestre. Mettete delle povere famiglie, delle vecchie, dei bambini in quei tuguri, e vedrete febbri e malattie!

Ahimè, Dio concede l'aria agli uomini, e la legge gliela vende.

Non accuso la legge, ma benedico Dio. Nell'Isère, nel Var, nelle Alpi Alte e Basse, i contadini non hanno neppure delle carriole e trasportano i concimi a spalla. Non hanno candele, e bruciano pezzi di legno resinosi e pezzi di corda imbevuti di pece. Vivono così in tutto l'Alto Delfinato. Fanno il pane una volta ogni sei mesi, e lo fanno cuocere con lo sterco secco di vacca; d'inverno, per poterlo mangiare, rompono questo pane con l'ascia e lo fanno inzuppare nell'acqua per ventiquattro ore. Fratelli miei! abbiate pietà! Vedete come si soffre intorno a voi".

Nato in Provenza, si era facilmente familiarizzato con tutti i dialetti meridionali: il che piaceva al popolo e aveva contribuito non poco ad aprirgli tutti gli animi. Nella capanna come sulla montagna si trovava come in casa propria. Sapeva dire le più grandi cose nei dialetti più volgari. Parlando tutte le lingue, entrava in tutte le anime.

Del resto trattava allo stesso modo i ricchi e i popolani.

Non condannava mai in fretta e senza tener conto delle circostanze. Diceva: "Vediamo quale strada ha percorso la colpa".

Essendo un "ex-peccatore", come sorridendo si qualificava lui stesso, non aveva le asprezze del rigorismo e professava chiaramente, senza il cipiglio dei virtuosi feroci, una dottrina che si potrebbe riassumere press'a poco così:

"L'uomo porta con sé la carne, che è il suo fardello e la sua tentazione insieme. La trascina e le soccombe.

Deve sorvegliarla, contenerla, reprimerla e non obbedirle che all'estremo delle forze. In tale obbedienza ci può essere anche peccato; ma questo peccato è veniale. E' una caduta, ma una caduta in ginocchio che può tramutarsi in preghiera.

Essere santo è l'eccezione; essere giusto è la regola. Errate, soccombete, peccate, ma siate giusti.

Peccare il meno possibile è la legge dell'uomo. Non peccare affatto è l'ideale dell'angelo. Tutto ciò che è terrestre è soggetto al peccato. Il peccato è una gravitazione".

Quando vedeva che la gente alzava troppo la voce e si indignava troppo presto, diceva sorridendo: - A quanto pare, è un grosso peccato che tutti commettono. Le ipocrisie atterrite si affrettano a protestare e a mettersi al coperto.

Era indulgente con le donne e coi poveri, sui quali grava il peso della società umana. Diceva: - I peccati delle mogli, dei figli, dei servi, dei deboli, dei poveri e degli ignoranti sono colpa dei mariti, dei genitori, dei padroni, dei forti, dei ricchi e dei dotti.

Diceva pure: - Insegnate agli ignoranti quanto più potete. La società ha il torto di non impartire l'istruzione gratuita; è responsabile delle tenebre che produce. Se un'anima è piena d'ombre, pecca; il colpevole non è chi fa il peccato, ma chi produsse l'ombra.

Come si vede, aveva un modo strano e tutto suo di giudicare le cose. Ritengo che lo abbia appreso dal Vangelo.

Un giorno, in una conversazione, sentì parlare di un processo penale in fase istruttoria e che doveva essere giudicato tra giorni. Un miserabile, per amore di una donna e del figlio avuto da lei, non avendo risorse, s'era messo a fabbricare moneta falsa.

I falsari a quell'epoca erano ancora puniti con la pena capitale.

La donna era stata arrestata mentre spacciava la prima moneta falsa. Fu tratta in arresto; ma le prove raccolte erano soltanto contro di lei. Lei sola poteva accusare l'amante e perderlo, confessando; invece negò; insistettero; lei si ostinò a negare.

Allora il Procuratore del Re ebbe una idea; inventò un'infedeltà dell'amante e, con alcuni frammenti di lettere abilmente raffazzonati, riuscì a persuadere la disgraziata di avere una rivale e di essere stata tradita dall'uomo. Esasperata dalla gelosia, la donna denunciò l'amante, confessò ogni cosa e ne dette le prove. L'uomo era perduto. Doveva essere giudicato tra poco ad Aix, insieme con la complice. Esposto il fatto, ognuno esaltava l'abilità del magistrato che, provocando la gelosia, aveva fatto scaturire la verità dalla collera e la giustizia dalla vendetta.

Il Vescovo ascoltò in silenzio; alla fine domandò:

- Dove giudicheranno quell'uomo e quella donna?

- In Corte d'assise.

- E dove sarà giudicato il Procuratore del Re? - insistette.

Accadde a Digne un fatto tragico: un uomo fu condannato a morte per omicidio. Era uno sciagurato, né ignorante né istruito, che aveva fatto l'imbonitore nelle fiere e il pubblico scrivano. Il processo interessò molto la città. Il giorno prima dell'esecuzione, il cappellano delle carceri si ammalò. Occorreva un sacerdote per assistere il condannato nei momenti estremi. Si chiamò il curato. Pare che questi si rifiutasse dicendo: - Non mi riguarda. Non so che farne di questo incarico e del saltimbanco; anch'io sono malato, e poi non è quello il mio posto.

Riferita la cosa al Vescovo, questi disse: - "Il curato ha ragione; quello non è il suo ma il mio posto". - Andò difilato alla prigione, scese nella cella del saltimbanco, lo chiamò per nome, gli prese la mano e gli parlò. Passò tutto il giorno e tutta la notte accanto a lui, trascurando cibo e sonno, pregando Dio per l'anima del condannato e pregando il condannato per l'anima propria. Gli disse le migliori verità, che sono le più semplici.

Gli fu padre, fratello, amico; gli fu Vescovo solo per benedirlo; gli insegnò tutto, rassicurandolo e consolandolo. Quell'uomo andava a morte disperato; la morte era per lui come un abisso.

Ritto e tremante sulla soglia fatale, arretrava inorridito. Non era tanto sciocco da restare indifferente. Il terribile colpo della condanna aveva squarciato qua e là la cinta che ci separa dal mistero delle cose e che noi chiamiamo vita. Guardava fuori del mondo per quelle brecce fatali e non vedeva che tenebre; il Vescovo gli fece balenare una luce.

L'indomani quando vennero a cercare l'infelice, il Vescovo era ancora là. Lo seguì e si mostrò alla folla, rivestito della mantelletta paonazza e con la croce episcopale, accanto a quel miserabile incatenato. Salì con lui sul carro; con lui salì sul patibolo. Il condannato, così triste e abbattuto il giorno avanti, era raggiante; si sentiva l'anima riconciliata e sperava in Dio.

Il Vescovo lo abbracciò e mentre la mannaia stava per cadere disse: - Chi è ucciso dall'uomo, viene resuscitato da Dio. Chi è cacciato dai fratelli, trova il Padre. Pregate, credete, entrate nella vita; il Padre è là. - Quando discese dal patibolo, c'era qualcosa nel suo sguardo che fece dividere il popolo in due ali.

Non si sapeva se ammirare più il suo pallore o la sua serenità. E rientrando nell'umile casa, che scherzosamente chiamava il suo palazzo, disse alla sorella: Vengo da un pontificale.

Poiché le cose più sublimi sono quasi sempre le meno comprese, in città ci furono alcuni che, commentando il contegno del Vescovo, dissero che era una "affettazione". Ma si trattò di una semplice chiacchiera da salotto; il popolo che nelle opere sante non suppone malizia, ne rimase commosso e stupito.

La vista della ghigliottina fu per il Vescovo un colpo. Ci volle del tempo per rimettersi.

Infatti il patibolo, quando ci sta davanti, ha qualcosa di ossessionante. Si può avere una certa indifferenza per la pena capitale, non pronunciarsi, esitare, finché non si è vista una ghigliottina con i propri occhi; ma appena se ne vede una, la scossa è tanto violenta che bisogna decidersi pro o contro. Gli uni ammirano come De Maistre; gli altri esecrano come Beccaria. La ghigliottina è la concretizzazione della legge; si chiama vendetta. Non è neutrale e non tollera che si resti neutrale. Chi la vede rabbrividisce del brivido più misterioso. Tutte le questioni sociali levano attorno a quella mannaia i loro punti interrogativi. Il patibolo non è un palco né una macchina né un congegno inerte, fatto di legno, ferro e corde; pare che sia una specie di essere dotato di non so quale tetra iniziativa. Si direbbe che quel palco veda, che quella macchina senta, che quel congegno comprenda e che quel legno, quel ferro e quelle corde abbiano una volontà. Nella spaventosa allucinazione, in cui la sua presenza immerge l'animo, il patibolo appare terribile e complice di ciò che fa. E' il complice del carnefice, divora, mangia la carne e beve il sangue. E' una specie di mostro fabbricato dal giudice e dal carpentiere, uno spettro che sembra vivere di una vita spaventosa formata di tutta la morte che diede.

Perciò l'impressione fu orribile e profonda. L'indomani dell'esecuzione e ancora per molti giorni, il Vescovo restò abbattuto. Gli era svanita la quasi violenta serenità del funebre istante. Si sentiva ossessionato dal fantasma della giustizia sociale. Lui che di solito provava una gioiosa soddisfazione di tutte le sue azioni, pareva avesse qualcosa da rimproverarsi. A momenti, parlava tra sé e mormorava sottovoce dei lugubri monologhi. Eccone uno udito una sera e raccolto da sua sorella: - "Non lo credevo così mostruoso. E' un male assorbirsi tanto nella legge divina da perdere di vista l'umana. A Dio solo appartiene la morte. Con quale diritto gli uomini osano usare di quella incognita?".

Col tempo queste impressioni si attenuarono e probabilmente svanirono. Però si notò che il Vescovo da quel giorno evitava di passare per il luogo dell'esecuzione.

A qualunque ora si poteva chiamare Myriel, al capezzale dei malati e dei moribondi. Non ignorava che quello era il suo unico dovere e il suo maggiore lavoro. Le famiglie vedove o orfane non avevano neppure bisogno di chiamarlo. Ci andava da sé. Sapeva restare silenzioso per lunghe ore accanto all'uomo che aveva perduto la donna amata e alla madre che aveva perduto il figliolo. E come sapeva il momento di tacere, sapeva anche quello di parlare. O mirabile consolatore! Non cercava di cancellare il dolore con l'oblio, ma di nobilitarlo con la speranza. Diceva: - Badate a come pensate ai morti. Non occupatevi di ciò che imputridisce, ma fissate bene lo sguardo e in fondo al cielo vedrete la luce vivente del vostro diletto morto. - Sapeva che la fede è sana, e cercava di confortare e di calmare l'uomo disperato mostrandogli l'uomo rassegnato, di trasformare il dolore che guarda una fossa insegnandogli il dolore che contempla una stella.




5. MONSIGNOR BENVENUTO FACEVA DURARE TROPPO LE SUE SOTTANE


La vita privata di Myriel era occupata dagli stessi pensieri della sua vita pubblica. A veder da vicino la povertà volontaria in cui viveva il Vescovo di Digne, sarebbe stato uno spettacolo solenne e incantevole.

Come tutti i vecchi e come tutti i pensatori dormiva poco; Però quel sonno era profondo. La mattina passava un'ora in meditazione; poi celebrava messa in cattedrale o nell'oratorio privato. Dopo messa, faceva colazione con pane di segala bagnato nel latte delle sue vacche, e poi si metteva al lavoro.

Un Vescovo è assai occupato. Tutti i giorni deve ricevere il segretario che è un canonico, e quasi tutti i giorni i suoi delegati. Deve controllare le adunanze, concedere privilegi, esaminare un'intera libreria ecclesiastica; uffici e catechismi diocesani, libri di preghiere e simili, scrivere ordinanze, autorizzare predicazioni, mettere d'accordo curati e sindaci, attendere alla corrispondenza ecclesiastica e amministrativa: da una parte lo Stato e dall'altra la Santa Sede. Insomma mille faccende.

Il tempo che gli rimaneva libero dopo queste mille faccende e dopo le funzioni e il breviario, lo dedicava anzitutto ai poveri, ai malati e agli afflitti; quel che gli sopravanzava lo impiegava nel lavoro. Talvolta zappava nel giardino, tal altra leggeva e scriveva; e per queste due occupazioni aveva una sola parola:

"giardinaggio". "La mente è un giardino" diceva.

Pranzava a mezzogiorno, e il pranzo era uguale alla colazione.

Quando il cielo era sereno, usciva verso le due per una passeggiata a piedi in campagna o in città, entrando spesso nei casolari. Lo si vedeva camminare solo, immerso nei suoi pensieri, gli occhi bassi, appoggiato al lungo bastone, col mantello paonazzo imbottito e ben caldo, le calze violacee nelle grosse scarpe, e in testa il cappello a tre punte da cui sporgevano i tre fiocchi dorati, come semi di asparagi.

Dovunque appariva era festa. Si sarebbe detto che il suo passaggio avesse qualcosa di caldo e di luminoso. I fanciulli e i vecchi accorrevano sulla soglia per il vescovo, come per il sole.

Benediceva ed era benedetto. A ogni bisognoso veniva indicata la sua casa.

Si fermava qua e là a parlare coi ragazzi e le fanciulle e sorrideva alle madri. Finché aveva soldi, visitava i poveri; quando non ne aveva, visitava i ricchi.

Siccome faceva durare a lungo le sue sottane e non voleva che se ne accorgessero, usciva per la città coperto dal mantello paonazzo: il che d'estate gli dava alquanto fastidio. Alle otto e mezzo di sera, cenava con la sorella, mentre mamma Magloire serviva a tavola. Non c'era nulla di più frugale di quel pasto. Se però il Vescovo teneva a cena uno dei suoi curati, mamma Magloire ne approfittava per imbandire a monsignore qualche buon pesce di lago o qualche squisita selvaggina dei monti. Ogni curato era un pretesto per un buon pasto, e il Vescovo lasciava fare. Eccetto questi casi, il suo vitto consisteva esclusivamente di legumi cotti nell'acqua e di minestra condita con olio. Perciò in città dicevano: "Quando il Vescovo non fa un banchetto da curato, lo fa da trappista".

Dopo cena, conversava una mezz'ora con la signorina Battistina e con mamma Magloire; poi si ritirava in camera e si rimetteva a scrivere ora su carta libera ora a margine di qualche libro. Era letterato e alquanto dotto. Ha lasciato cinque o sei manoscritti assai curiosi, tra cui una dissertazione sul versetto della Genesi: "In principio lo Spirito di Dio galleggiava sulle acque".

Egli lo confronta con tre testi, la versione araba che dice: "I venti di Dio soffiavano"; Flavio Giuseppe che dice: "Un vento dall'alto si precipitava sulla terra"; e finalmente la parafrasi caldaica di Onkelos che dice: "Un vento che veniva da Dio soffiava sulla superficie delle acque". In un'altra dissertazione esamina le opere teologiche di Hugo, vescovo di Tolemagna, antenato dell'autore di questo libro, e trova che gli si devono attribuire vari opuscoli pubblicati con lo pseudonimo di Barleycourt.

Talvolta durante la lettura, qualunque libro avesse tra le mani, cadeva improvvisamente in profonda meditazione da cui usciva solo per scrivere poche righe sui bordi del libro. Spesso queste note non hanno alcun rapporto col libro. Abbiamo sott'occhio una nota scritta da lui in margine a un volume in quarto, intitolato:

"Corrispondenza di Lord Germain con i generali Clinton e Cornwallis e con gli ammiragli della stazione d'America.

Versailles presso Poinçot libraio, e Parigi presso Tissot libraio, Riva degli Agostini".

Ecco la nota:

"O tu che esisti!

L'Ecclesiaste ti chiama Onnipotente, i Maccabei ti chiamano Creatore, l'Epistola agli Efesini ti chiama Libertà, Baruch ti chiama Immensità, i Salmi ti chiamano Saggezza e Verità, Giovanni Luce, il libro dei Re Signore, L'Esodo Provvidenza, il Levitico Santità, Esdra Giustizia, la Creazione ti chiama Dio, l'uomo Padre, ma Salomone ti chiama Misericordia, e questo è il tuo nome più bello".

Verso le nove di sera, le due donne si ritiravano e salivano nelle loro camere al piano superiore, lasciandolo solo al piano terreno fino al mattino.

E qui è necessario dare una idea esatta della casa del Vescovo di Digne.




6. DA CHI FACEVA CUSTODIRE LA CASA


La casa da lui abitata si componeva, come dicemmo, del pianterreno e di un piano superiore: tre camere nell'uno, tre nell'altro, e al di sopra un granaio. Dietro la casa, c'era un giardino di un quarto di iugero. Le due donne occupavano il piano superiore; il Vescovo l'inferiore. La prima stanza che dava sulla via serviva da sala da pranzo; la seconda da camera da letto, la terza da oratorio. Non si poteva uscire dall'oratorio senza attraversare la camera da letto, né da questa senza passare per la sala da pranzo.

In fondo all'oratorio c'era un'alcova chiusa, con il letto per gli ospiti che il Vescovo offriva ai curati di campagna quando venivano a Digne per i propri affari o per quelli della parrocchia.

La farmacia dell'ospedale, piccola costruzione aggiunta alla casa ed eretta sull'area del giardino, era stata trasformata in cucina e in cantina.

Inoltre in giardino c'era una stalla, già cucina dell'ospedale, dove il Vescovo aveva due vacche. Di tutto il latte che producevano, ogni mattina ne mandava una metà agli ammalati dell'ospedale. "Pago la mia decima", diceva.

La sua camera da letto era molto grande e difficile da scaldarsi nella cattiva stagione. Poiché la legna a Digne costava molto, aveva ricavato con un tramezzo un piccolo scompartimento nella stalla delle vacche, e là passava le serate molto fredde. Lo chiamava il suo salotto d'inverno. In questo salotto d'inverno, come nella sala da pranzo, non c'erano altri mobili che una tavola quadra di un legno bianco e quattro sedie impagliate. Inoltre, la sala da pranzo era adorna di una vecchia credenza color rosa a tempera. Con questa credenza, convenientemente coperta da tovaglie bianche e di scadenti merletti, il Vescovo aveva formato l'altare per il suo oratorio.

Le sue penitenti ricche e le buone donne di Digne spesso si erano tassate per sistemare un bell'altare nuovo nell'oratorio di Monsignore; e ogni volta egli aveva accettato il denaro e lo aveva distribuito ai poveri: - "L'altare più bello, è l'anima di un infelice che, consolato, ringrazia Dio".

Nell'oratorio c'erano due inginocchiatoi di paglia; nella camera da letto c'era un seggiolone anch'esso impagliato. Quando per caso riceveva la visita di sette o otto persone insieme, il Prefetto o il Generale o lo Stato Maggiore del reggimento di guarnigione o alcuni alunni del piccolo seminario, bisognava andare a cercare nella stalla le quattro sedie del salotto d'inverno, nell'oratorio le due sedie inginocchiatoi e il seggiolone nella camera da letto; in questo modo si raccoglievano sino a undici sedie per i visitatori. A ogni nuova visita si sguarniva una stanza. Talvolta accadeva che i visitatori erano in dodici, e allora il Vescovo dissimulava l'imbarazzo della situazione stando in piedi davanti al caminetto se era d'inverno, oppure proponendo un giro nel giardino se era d'estate.

C'era pure un'altra sedia nell'alcova, ma era mezzo spagliata e si sosteneva su tre piedi, cosicché per servirsene bisognava appoggiarla al muro. La signorina Battistina aveva ancora nella sua camera un grande seggiolone di legno, che una volta era dorato e rivestito di una stoffa a fiori; però per collocarlo lì avevano dovuto tirarlo su per la finestra, perché era troppo stretta la scala; e perciò non ci si pensava neppure.

L'ambizione della signorina Battistina sarebbe stata di comprare un mobile da salotto in mogano, a collo di cigno, coperto di velluto giallo a rosoni, e un canapé. Ma sarebbero costati almeno 500 franchi e, accortasi che era riuscita a economizzare 42 franchi e 50 centesimi in cinque anni, aveva finito col rinunciarci. D'altronde chi realizza il proprio ideale?

Niente di più semplice della camera da letto del Vescovo. Una porta a vetri che dava sul giardino; di fronte, un letto di ferro e tendine di rascia verde; nell'ombra del letto, dietro una tenda, c'erano gli arnesi da toletta che tradivano ancora le antiche eleganti abitudini dell'uomo di mondo; due porte: una presso il caminetto dava nell'oratorio, e l'altra vicino alla biblioteca dava nella stanza da pranzo; la biblioteca era un grande armadio a vetri zeppo di libri; il caminetto, di solito senza fuoco, aveva guarniture di legno dipinto a marmo; sul focolare, due alari di ferro, adorni di due vasi a ghirlande e scanalature, un tempo argentati: il che rappresentava una specie di lusso vescovile; sul caminetto, nel posto dove di solito si mette lo specchio, un crocifisso di rame disargentato, fissato su un velluto nero spelato, con una cornice di legno dorato. Presso la porta a vetri un grande tavolo con il calamaio, carico di carte confuse e di grossi volumi. Davanti al tavolo, il seggiolone di paglia. Davanti al letto, un inginocchiatoio preso dall'oratorio. Ai due lati del letto c'erano due ritratti in cornici ovali. Le piccole iscrizioni dorate sul fondo neutro del quadro, vicino alle teste, indicavano che i ritratti rappresentavano l'uno l'abate di Chaliot, vescovo di San Claudio, l'altro l'abate Tourteau, Vicario generale di Agde, abate di Grand-Champ, dell'Ordine dei Cistercensi, nella diocesi di Chartres. Il Vescovo, succedendo in quella camera ai malati dell'ospedale, vi aveva trovato quei due ritratti e ce li aveva lasciati. Erano sacerdoti e probabilmente dei donatori: due motivi perché li rispettasse. Di questi due personaggi sapeva soltanto che erano stati nominati dal re l'uno vescovo e l'altro vicario, nello stesso giorno 27 aprile 1785.

Avendo un giorno mamma Magloire distaccato i quadri per spolverarli, il Vescovo aveva trovato quel particolare, segnato con un inchiostro biancastro su un piccolo rettangolo di una carta ingiallita dal tempo e incollata con quattro ostie dietro il ritratto dell'abate di Grand-Champ.

C'era alla sua finestra una vecchia tenda di lana grossolana che diventò tanto vecchia che, per evitare la spesa di rinnovarla, mamma Magloire fu costretta a farci una grande cucitura nel mezzo.

Questa cucitura formava una croce. Il Vescovo spesso lo faceva notare: - Come sta bene! - diceva.

Tutte le stanze del pianterreno e del primo piano, senza eccezione, erano imbiancate a calce, come si usa nelle caserme e negli ospedali.

Però negli ultimi anni mamma Magloire scoprì, come vedremo più avanti, sotto la carta imbiancata, alcune pitture che ornavano l'appartamento della signorina Battistina. Prima di essere ospedale quella casa era servita per le riunioni municipali, e perciò c'erano quelle decorazioni. Le camere erano pavimentate con mattoni rossi che venivano lavati ogni settimana, e avevano stuoie di paglia ai piedi del letto. Del resto la camera occupata dalle due donne era un modello di pulizia. Era l'unico lusso che il Vescovo permetteva. Egli diceva: "Questo non sottrae nulla ai poveri".

Bisogna però ricordare che di quanto aveva posseduto in gioventù gli erano restate sei posate d'argento e un mestolo, che mamma Magloire con grande soddisfazione vedeva splendere sulla tovaglia grossolana di tela bianca. E siccome noi vogliamo dipingere qui il vescovo di Digne così com'era, dobbiamo aggiungere che più di una volta gli era capitato di dire: "Difficilmente rinuncerei a mangiare senza l'argenteria".

Bisogna aggiungere a questa argenteria due grossi candelieri d'argento massiccio, ereditati da una prozia. Questi candelieri portavano due candele di cera e abitualmente stavano sul caminetto del Vescovo. Quando c'era un invitato a cena, mamma Magloire accendeva le due candele e poneva i candelieri sulla tavola.

Nella camera del Vescovo, in capo al letto, c'era un piccolo armadio a muro, nel quale mamma Magloire ogni sera riponeva le sei posate d'argento e il mestolo. Dobbiamo però aggiungere che non toglieva mai la chiave.

Il giardino un po' guastato dalle costruzioni abbastanza brutte, di cui abbiamo parlato, si componeva di quattro viali incrociati attorno a una cisterna; un altro viale girava attorno al giardino, rasentando il muro bianco che lo cintava. Questi viali formavano quattro quadrati segnati da bossi, in tre dei quali mamma Magloire coltivava i legumi, mentre nel quarto il Vescovo aveva seminato dei fiori. Qua e là c'era qualche albero da frutta. Una volta mamma Magloire, con una specie di dolce malizia, gli disse: - Monsignore voi che sfruttate tutto, avete qui un'aiuola inutile.

Ci andrebbero meglio le insalate che i fiori.

- Vi sbagliate, mamma Magloire, - gli rispose il Vescovo, - Il bello è tanto utile quanto l'utile.

E dopo un attimo di silenzio aggiunse: - Forse anche di più.

Questa aiuola divisa in tre o quattro parti occupava il Vescovo quasi tanto quanto i libri. Volentieri passava un'ora o due a potare, a zappettare, a fare qua e là dei buchi per riporvi dei semi. Non era contrario agli insetti, come ogni giardiniere. Del resto, non aveva pretese da botanico; non cercava affatto di farsi giudice tra Tournefort e il metodo naturale; non parteggiava per Jussieu contro Linneo. Non studiava le piante; amava i fiori.

Rispettava i dotti e più ancora gli ignoranti, e, senza venir meno a questo doppio rispetto, ogni sera d'estate annaffiava i suoi fiori con un annaffiatoio di latta dipinto di verde.

La casa non aveva neppure una porta che potesse chiudersi a chiave. La porta della sala da pranzo che, come abbiamo detto, dava sulla piazza della cattedrale, una volta era munita di serratura e di catenacci come una porta di prigione. Il Vescovo aveva fatto togliere tutte quelle ferramenta, e di notte come di giorno, la porta veniva chiusa soltanto con un nottolino. Chiunque passava, e a qualunque ora, doveva soltanto spingerla. Dapprima, le due donne erano state molto inquiete per quella porta mai chiusa, ma il vescovo di Digne aveva detto loro: - Se vi piace fate mettere dei catenacci alle vostre camere. - Esse avevano finito col condividere la sua fiducia o almeno col regolarsi come se la condividessero. Soltanto mamma Magloire, di tanto in tanto, aveva qualche spavento. Quanto al Vescovo, possiamo conoscere il suo pensiero, espresso o almeno accennato in queste tre righe scritte da lui in margine a una Bibbia: "Ecco la differenza: la porta del medico non deve mai essere chiusa, mentre la porta del prete deve essere sempre aperta ".

Su un altro libro intitolato "Filosofia della medicina" aveva scritto quest'altra nota: "Non sono anch'io un medico come loro?

Ho anch'io i miei malati; prima di tutto ho i loro, che essi chiamano malati; e poi ho anche i miei che io chiamo gli infelici".

Altrove aveva ancora scritto: "Non chiedete il nome a chi vi chiede un ricovero. Ha bisogno di asilo soprattutto colui il cui nome gli è di imbarazzo".

Accadde che un degno curato, non ricordo se era quello di Couloubroux o l'altro di Pompierry, volle un giorno chiedergli, probabilmente istigato da mamma Magloire, se era ben sicuro di non commettere fino a un certo punto una imprudenza, lasciando giorno e notte la porta aperta a disposizione di chiunque, e se infine non temeva che accadesse una disgrazia in una casa così poco custodita. Il Vescovo gli toccò la spalla con dolce gravità e disse: "Nisi Dominus custodierit domum, in vanum vigilant qui custodiunt eam". Poi parlò d'altro.

Diceva volentieri: "C'è il coraggio del prete come c'è il coraggio del colonnello dei dragoni; però", aggiungeva, "il nostro deve essere tranquillo".




7. CRAVATTE


Qui trova posto naturalmente un episodio che non dobbiamo tralasciare, perché è di quelli che fanno veder meglio che uomo fosse il Vescovo di Digne.

Distrutta la banda di Gaspare Bès che aveva infestato le gole di Ollioules, uno dei suoi luogotenenti, Cravatte, si rifugiò sulla montagna. Per qualche tempo si nascose con i suoi banditi, resto della banda di Gaspare Bès, nella contea di Nizza; poi raggiunse il Piemonte, e tutto a un tratto ricomparve in Francia dalla parte di Barcelonnette. Dapprima lo si vide a Jauziers poi a Tuiles. Si nascose nelle caverne del Joug-de-l'Aigle, e di là discendeva verso i casali e i villaggi, per i burroni dell'Ubaye e dell'Ubayette. Osò spingersi fino a Embrun. Una notte penetrò nella cattedrale e saccheggiò la sacrestia. Le sue rapine desolarono il paese. Gli fu messa la polizia alle calcagna, ma inutilmente. Sfuggiva sempre, e talvolta resisteva a mano armata.

Era un furfante audace. In mezzo a tutto questo terrore, arrivò il Vescovo che faceva la visita pastorale. A Chastelar il sindaco gli andò incontro e lo pregò di tornare indietro. Cravatte teneva la montagna fino all'Arche e oltre. C'era pericolo anche ad andare con una scorta. Era inutile esporre a pericolo tre o quattro disgraziati gendarmi.

- Allora, vado senza scorta, - Ma riflettete, Monsignore!

- Ci penso tanto che rifiuto assolutamente le guardie e parto tra un'ora.

- Partire?

- Partire.

- Solo?

- Solo.

- Monsignore, non lo farete!

- Là, sulla montagna, - riprese il Vescovo, - c'è un umile paesino, grande come questo, che io non ho visto da tre anni. Sono buoni amici, pastori tranquilli e onesti. Possiedono una capra sola per ogni trenta che custodiscono. Fanno dei bei cordoni di lana a vari colori e suonano ariette di montagna su piccoli flauti a sei buchi. Hanno bisogno che di tanto in tanto si parli loro di Dio. Cosa direbbero di un vescovo che ha paura? Che cosa direbbero se non ci andassi?

- Ma, Monsignore, i briganti? se incontrate i briganti?

- E' così; ora ci penso, - disse il Vescovo. - Avete ragione.

Potrei incontrarli. Anche loro devono aver bisogno di sentire parlare del buon Dio.

- Monsignore, ma è un branco di lupi!

- Signor sindaco, è proprio di questo branco che Gesù mi fa pastore; chi conosce le vie della Provvidenza?

- Monsignore, vi spoglieranno.

- Non ho niente.

- Vi uccideranno.

- Un vecchio buon uomo di prete che passa biascicando le sue preghiere? Bah! a che pro?

- Dio mio, e se li incontraste?

- Chiederei loro l'elemosina per i miei poveri.

- Monsignore, nel nome del cielo non andateci; non esponete la vostra vita.

- Signor sindaco - disse il Vescovo. - Questo è tutto? Io non sono in questo mondo per conservare la mia vita ma per salvare le anime.

Dovettero lasciarlo fare. Partì accompagnato soltanto da un ragazzo che gli si offrì come guida. La sua ostinazione fece chiasso nel paese e destò molta apprensione. Non volle condurre né la sorella né mamma Magloire. Attraversò la montagna a dorso di mulo, non incontrò nessuno, e arrivò sano e salvo tra i suoi "buoni amici", i pastori. Ci restò quindici giorni, predicando, amministrando, insegnando, ammonendo. Il giorno prima della partenza, decise di cantare pontificalmente un "Te Deum". Ne parlò al curato. Ma come fare? Non c'erano gli abiti episcopali. A sua disposizione c'era soltanto una meschina sacrestia di villaggio con delle vecchie e logore pianete di damasco, gallonate in similoro.

- Non importa - disse il Vescovo. - Signor curato, annunziate ugualmente dal pulpito il nostro "Te Deum". In qualche modo si provvederà.

Si cercò nelle chiese dei dintorni. Tutte le ricchezze di quelle parrocchie messe insieme non sarebbero bastate a vestire convenientemente un cantore della cattedrale. Mentre si stava così imbarazzati, due ignoti a cavallo, che ripartirono immediatamente, portarono e deposero nel presbiterio una grande cassa per il Vescovo. Aperta la cassa si vide che conteneva un piviale dorato, una mitra gemmata, una croce arcivescovile, un magnifico pastorale, tutti gli abiti pontificali rubati un mese avanti nel tesoro di Notre-Dame di Embrun. Nella cassa c'era un biglietto con su scritte queste parole: "Cravatte a Monsignor Benvenuto".

- Lo dicevo io che la cosa si sarebbe aggiustata! - disse il Vescovo. Poi sorridente aggiunse: - A chi si contenta di una cotta da curato, Dio manda una cappa d'arcivescovo.

- Monsignore - mormorò il curato tentennando la testa con un sorriso; - Dio oppure il diavolo?

Il Vescovo fissò il curato e aggiunse con autorità: - Dio.

Quando tornò a Chastelar, lungo la strada, accorsero tutti a guardarlo per curiosità. Ritrovò nel presbiterio di Chastelar mamma Magloire e la signorina Battistina che lo attendevano, e disse a sua sorella:

- Non avevo ragione? Il povero prete è andato tra quei poveri montanari a mani vuote e ritorna a mani piene. Ero partito soltanto con la mia fiducia in Dio e ora porto qui il tesoro di una cattedrale.

La sera, prima di coricarsi, disse ancora: "Non dobbiamo temere mai i ladri e gli assassini che rappresentano dei pericoli esterni, pericoli da poco; temiamo invece noi stessi; i pregiudizi, ecco i ladri; i vizi, ecco gli assassini. I grandi pericoli sono dentro di noi. Che cosa importa chi ci minaccia nella vita o nella borsa? Pensiamo soltanto a chi minaccia la nostra anima".

Poi rivolgendosi alla sorella: "Sorella mia, il prete non deve mai usare precauzioni nei riguardi del prossimo. Ciò che fa il prossimo, Dio lo permette. Limitiamoci a pregare Dio quando crediamo che un pericolo ci minacci. Preghiamolo non per noi, ma perché il nostro fratello non cada in peccato per nostra colpa".

Del resto, gli avvenimenti erano rari nella sua esistenza.

Raccontiamo quelli che sappiamo, ma ordinariamente egli passava la sua vita a fare sempre le stesse cose nella stessa ora. Un mese dell'anno somigliava a un'ora della sua giornata.

Quanto al tesoro della cattedrale di Embrun saremmo imbarazzati se qualcuno volesse saperne qualcosa. Si trattava di cose bellissime e assai tentatrici e assai buone a essere rubate a profitto degli infelici. Rubate esse lo erano già. La metà dell'avventura era finita. Non restava altro da fare che mutare direzione al furto e farle fare un piccolo pezzo di strada verso i poveri. Però noi non affermiamo niente a questo riguardo. Tra le carte del Vescovo si è però trovata una nota abbastanza oscura, che forse si riferisce a questa faccenda e che è così concepita: "Il problema sta nel sapere se ciò debba essere restituito alla cattedrale oppure all'ospedale".




8. FILOSOFIA DOPO AVER BEVUTO


Il senatore, di cui abbiamo parlato più addietro, era un uomo astuto che s'era fatto strada scavalcando sfacciatamente tutti quegli ostacoli che noi chiamiamo coscienza, fede giurata, giustizia, dovere; aveva camminato diritto verso lo scopo, e senza mai allontanarsi neppure una volta dalla sua carriera e dal suo interesse. Era un ex procuratore esaltato dal successo, per niente cattivo, che faceva quanti più favori poteva ai suoi figli, ai suoi generi, ai suoi parenti e anche agli amici, e sceglieva saggiamente della vita il lato buono, le buone occasioni, le buone fortune. Il resto gli pareva abbastanza stupido. Era spiritoso e letterato quanto bastava per ritenersi un discepolo di Epicuro, mentre era forse soltanto un prodotto di Pigault-Lebrun. Rideva volentieri e piacevolmente delle cose infinite ed eterne e delle "ubbie del buon uomo del vescovo". Ne rideva talvolta, con amabile autorità, anche davanti a Monsignor Myriel che l'ascoltava.

Non so in quale cerimonia semiufficiale, il Conte ... (il detto senatore) e Myriel si trovarono a pranzo dal Prefetto. Alla fine della tavola, il senatore un po' allegro ma sempre dignitoso esclamò:

- Perbacco, Monsignore, discutiamo! Un senatore e un vescovo difficilmente si guardano senza una strizzatina d'occhio. Noi siamo due àuguri. Voglio farvi una confessione. Ho già la mia filosofia.

- Avete ragione - rispose il Vescovo. - Chi si fa una filosofia può riposare. Voi state su un letto di porpora, signor senatore.

Il senatore incoraggiato riprese:

- Mostriamoci buoni figlioli.

- E anche buoni diavoli - disse il Vescovo.

- Vi dico che il marchese di Argens, Pirrone, Hobbes e Naigeon non sono affatto dei cialtroni - riprese il senatore. - Nella mia biblioteca ho tutti i miei filosofi in taglio dorato.

- Come voi, signor conte! - interruppe il Vescovo.

Il senatore proseguì:

- Io odio Diderot: è un ideologo, un declamatore e un rivoluzionario che in fondo crede in Dio, ed è più bigotto di Voltaire. Voltaire s'è burlato di Needham e ha avuto torto, perché le anguille di Needham provano che Dio è inutile. Una goccia di aceto in una cucchiaiata di pasta di farina supplisce il "fiat lux". Supponete che la goccia sia più grossa e la cucchiaiata più grande, ed ecco il mondo. L'uomo è l'anguilla. Allora a che pro il Padre Eterno? Monsignore, l'ipotesi Jahvé mi secca. E' buona soltanto a produrre uomini magri che pensano cose profonde.

Abbasso questo gran tutto che m'inquieta! Viva Zero che mi lascia tranquillo! Tra noi, e per vuotare il sacco e anche per confessarmi al mio pastore, vi dico che ho buon senso. Non sono pazzo per il vostro Gesù, che a ogni momento predica la rinuncia e il sacrificio. E' un consiglio d'avaro a dei pezzenti. La rinuncia, perché? il sacrificio, a che scopo? Io non vedo come un lupo può immolarsi per la felicità di un altro lupo. Dunque restiamo nella natura. Noi siamo al vertice, abbiamo la filosofia superiore. A che cosa serve stare in alto se non si vede più in là della punta del naso altrui? Viviamo allegramente. La vita è tutto. Che l'uomo abbia un altro avvenire altrove, lassù, laggiù, dove volete, non ne credo neppure una parola. Ah! mi si raccomanda il sacrificio e la rinuncia; devo badare a tutto quello che faccio; devo rompermi il capo tra il bene e il male, tra il giusto e l'ingiusto, tra il "fas" e il "nefas". Perché? Perché dovrei rendere conto delle mie azioni. Quando? Dopo la mia morte. Che bel sogno! Quando sono morto, furbo chi mi piglierà. Provatevi a fare afferrare un pugno di cenere dalla mano di un'ombra. Diciamo la verità, noi che siamo degli iniziati e che abbiamo sollevato il velo di Iside: Non c'è né bene né male, ma solo vegetazione.

Cerchiamo il reale, scaviamo fino in fondo. Andiamo a fondo, perbacco. Bisogna subodorare la verità, scavare sotto terra e coglierla. Allora essa vi dà delle gioie squisite. Allora diventate forti e ridete. Le mie basi sono salde, Monsignore.

L'immortalità dell'anima è una chimera. Che bella promessa!

Fidatevene. Che fortuna ebbe Adamo! Si è anime, si sarà angeli, si avranno delle ali azzurre attaccate alle spalle. Aiutatemi; non è Tertulliano che dice che i beati andranno da una stella all'altra?

Bene. Saremo i grilli delle stelle. Inoltre vedremo Dio. Bum!

Sciocchezze tutti questi paradisi. Dio è una favola colossale.

Queste cose perbacco non le direi nel "Moniteur", ma le dico sottovoce tra amici. "Inter pocula". Sacrificare la terra al paradiso significa abbandonare la preda per l'ombra. Lasciarmi gabbare dall'infinito! Ma non sono tanto bestia. Io sono niente.

Monsignore, io mi chiamo il conte Niente, senatore. Esistevo prima della mia nascita? No. Esisterò dopo la mia morte? No. Che cosa sono allora? Un pugno di polvere aggregata da un organismo. Che cosa faccio sul mondo? Ho la scelta: soffrire o godere. Dove mi porterà la sofferenza? al nulla. Ma io avrò sofferto. Dove mi porterà la gioia o il piacere? al nulla. Ma io avrò goduto. La mia scelta è fatta. Bisogna mangiare o essere mangiato. Io mangio. E' meglio essere dente che erba. Questa è la mia filosofia. Dopo di che uno spintone e addio; il becchino sta lì; il Pantheon per noialtri e tutto cade nella grande fossa. Fine. "Finis".

Liquidazione totale. Questo è il momento di scomparire. La morte è morta, credetemi. Io rido al pensiero che ci sia qualcuno che abbia qualcosa da dirmi. Invenzioni delle balie. L'orco per i bambini e Jahvé per gli uomini. No, il nostro futuro appartiene alla notte. Dietro la tomba, ci sono soltanto dei nulla eguali.

Voi siete stato Sardanapalo? siete stato Vincenzo de Paoli? fa lo stesso. Questa è la verità. Dunque, vivete innanzitutto. Usate del vostro Io finché ne disponete. A dir la verità, Monsignore, io ho la mia filosofia e ho i miei filosofi. Non mi lascio abbindolare dalle chiacchiere. Però ci vuole pure qualcosa per quelli che sono in basso, per gli straccioni, per i pezzenti, per i miserabili. A costoro si danno a ingoiare tutte le leggende, le chimere, l'anima, l'immortalità, le stelle. Masticano tutto questo. Lo mettono sul loro pane asciutto. Chi non ha niente ha il buon Dio.

E' il meno che si possa dar loro. Non mi oppongo, ma tengo per me Naigeon. Il buon Dio è buono per il popolo.

Il Vescovo batté le mani.

- Questo si chiama parlare! - esclamò. - Cosa eccellente e veramente meravigliosa questo materialismo! Non è cosa per tutti.

Però chi lo ha, non è più uno sciocco; non si lascia più esiliare stupidamente come Catone, né lapidare come Stefano, né bruciare vivo come Giovanna d'Arco. Quelli che sono riusciti a procacciarsi questo meraviglioso materialismo hanno la gioia di sentirsi irresponsabili, di pensare che senza inquietudine possono divorare tutto: le sinecure, le dignità, il potere bene o male acquistato, le palinodie lucrose, gli utili tradimenti, le costose capitolazioni della coscienza; e che scenderanno nella tomba dopo aver fatto la loro digestione. Che piacere! Non lo dico per voi, signor senatore, però non posso non congratularmi con voi.

Voialtri grandi signori avete, come dite, una filosofia fatta apposta per voi, squisita, raffinata, accessibile soltanto ai ricchi, buona per tutte le salse e che condisce meravigliosamente tutti i piaceri della vita. Questa filosofia è molto profonda e viene scavata da speciali investigatori. Però siete generosi, e non trovate nulla di male che la credenza nel buon Dio sia la filosofia del popolo, press'a poco come l'oca con le castagne è per il povero il tacchino con i tartufi.




9. IL FRATELLO DESCRITTO DALLA SORELLA


Per dare un'idea della vita privata del Vescovo di Digne e della maniera con cui quelle due sante donne subordinavano le loro azioni, i loro pensieri e anche i loro istinti di donne facilmente impressionabili, alle abitudini e alle intenzioni del Vescovo, senza che questi si prendesse neppure la briga di parlare per esprimerle, non possiamo far di meglio che trascrivere qui una lettera della signorina Battistina alla viscontessa di Boichevron, sua amica d'infanzia. La lettera è in nostre mani.

"Digne, 16 dicembre 18...

Mia buona signora, non passa giorno senza parlare di voi. E' nostra abitudine; ma c'è una ragione di più. Figuratevi che, spolverando e lavando le volte e i muri, mamma Magloire ha fatto delle scoperte. Adesso le nostre due camere tappezzate con un vecchio parato imbiancato a calce, non farebbero cattiva figura in un castello come il vostro. Mamma Magloire ha stracciato tutta la carta e ci ha trovato sotto qualcosa. La mia stanza, dove non ci sono mobili e di cui ci serviamo per stendere la biancheria dopo il bucato, misura quindici piedi di altezza e diciotto piedi quadrati di larghezza; ha un soffitto che un tempo aveva pitture e dorature come nelle vostre stanze. L'avevano ricoperto con una tela quando la casa diventò un ospedale. C'è poi la zoccolatura di legno che appartiene al tempo delle nostre nonne. Ma bisogna vedere la mia camera! Mamma Magloire ha scoperto, sotto almeno dieci parati incollati l'uno sull'altro, delle pitture che, senza essere buone, sono sopportabili. C'è Telemaco fatto cavaliere da Minerva; eppoi ancora lui nei giardini, di cui mi sfugge il nome.

Insomma quelli dove si recavano le matrone romane per una notte sola. Che dirvi? Ci sono delle romane, dei romani (qui, una parola illeggibile), con tutto il resto. Mamma Magloire ha lavato tutto e, questa estate, riparerà le piccole avarie, rivernicerà tutto, e la mia camera sarà un vero museo. In un angolo del granaio ho trovato anche due mensole di legno di foggia antica. Ci hanno chiesto due scudi di sei franchi per rifare le dorature, ma è meglio dare questo danaro ai poveri. Del resto sono assai brutte, e io preferirei un tavolo rotondo di mogano.

Sono sempre molto contenta. Mio fratello è tanto buono. Dona ai poveri e ai malati tutto quello che ha. Viviamo in mezzo a una grande miseria. Il paese è insopportabile d'inverno, e bisogna pur fare qualcosa per i bisognosi. Noi siamo pressoché provvisti di riscaldamento e di luce, e come vedete non stiamo troppo male.

Mio fratello ha le sue abitudini. Quando ne parla, dice che un Vescovo deve essere così. Figuratevi che la porta di casa non è mai chiusa. Chi vuole, può entrare e si trova subito nella stanza di mio fratello. Egli non teme nulla, neppure di notte. Dice che quello è il suo coraggio. Non vuole che io e mamma Magloire abbiamo qualche timore per lui. Si espone a tutti i pericoli e non vuole che mostriamo di accorgercene. Bisogna saperlo capire.

Esce di casa con la pioggia, cammina sotto l'acqua, viaggia d'inverno, non ha paura della notte, delle strade sospette e dei cattivi incontri. Lo scorso anno se ne è andato da solo in un paese di ladri. Non ha voluto portarci con lui ed è rimasto lassù quindici giorni. Al suo ritorno non aveva sofferto nulla; lo credevamo morto e intanto stava benissimo. Mi ha detto: Ecco come sono stato derubato. Poi ha aperto una valigia piena di tutti i gioielli della cattedrale di Embrun che i ladri gli avevano dato.

Quella volta, al suo ritorno, poiché io ero andata a incontrarlo a due leghe insieme a altri amici, non ho potuto fare a meno di rimproverarlo un pochino; però stetti attenta a parlargli soltanto quando la carrozza faceva rumore, affinché nessuno potesse sentirci. Nei primi tempi dicevo tra me: - E' terribile; nessun pericolo lo ferma. Adesso mi ci sono abituata. Faccio segno a mamma Magloire di non contrariarlo. Egli arrischia come vuole. Io porto via mamma Magloire, rientro nella mia camera, prego per lui e m'addormento. Sono tranquilla perché so bene che se gli accadesse una disgrazia, sarebbe anche la mia fine. Me ne andrei dal buon Dio con mio fratello e col mio Vescovo. Mamma Magloire ha più difficoltà ad abituarsi a quelle che chiamava le sue imprudenze; però adesso ci ha fatto il callo. Noi preghiamo insieme tutte e due; abbiamo paura insieme e ci addormentiamo insieme. Anche se il diavolo entrasse nella casa, lo lasceremmo fare. Dopo tutto, cosa abbiamo da temere? C'è sempre con noi qualcuno che è il più forte. Il diavolo può passare per la nostra casa, ma il buon Dio ci abita dentro.

Questo mi basta. Mio fratello adesso non ha più bisogno nemmeno di dire una parola. Lo capisco senza che parli, e noi ci abbandoniamo alla Provvidenza.

Ecco come bisogna comportarsi con un uomo che ha uno spirito superiore.

Ho interrogato mio fratello per le informazioni che mi chiedete sulla famiglia di Faux. Voi sapete che egli sa e ricorda tutto, perché è sempre un ottimo realista. Si tratta veramente di un'antichissima famiglia normanna della provincia di Caen.

Cinquecento anni fa, ebbero un Raul de Faux e un Tommaso de Faux che erano dei gentiluomini e uno dei quali fu signore di Rochefort. L'ultimo era Guido Stefano Alessandro che fu maestro di campo e non so che cosa nei cavalleggeri di Bretagna. Sua figlia, Maria Luisa, sposò Adriano Carlo de Gramont, figlio del duca Luigi de Gramont, Pari di Francia, colonnello delle Guardie Francesi e generale d'armata. Si scrive Faux, Fauc e Faoucq.

Cara signora, raccomandateci alle preghiere del vostro santo parente, il cardinale. Quanto alla vostra cara Silvania, ha fatto bene a non consumare nello scrivere il poco tempo che rimane con voi; essa sta bene, lavora secondo i vostri desideri e soprattutto vi vuol bene. Questo mi basta. Sono felicissima che si sia ricordata di me per mezzo vostro. La mia salute non è troppo cattiva, però ogni giorno dimagrisco di più. Addio. La carta è finita e son costretta a lasciarvi. Mille auguri.

Battistina.

P. S. La vostra cognata è sempre qui con la sua famiglia. Il vostro nipotino è grazioso. Sapete che ha quasi cinque anni? Ieri ha visto passare un cavallo con le ginocchiere e ha chiesto: - Che cosa ha ai ginocchi? Il ragazzo è tanto gentile. Il suo fratellino trascina per l'appartamento una vecchia scopa come una vettura, dicendo: - Hi!".

Come si vede da questa lettera, le due donne sapevano uniformarsi alla condotta di vita del Vescovo, con quella particolare avvedutezza della donna che capisce l'uomo meglio di quel che l'uomo stesso non si comprenda. Il Vescovo di Digne con la sua aria dolce e candida che non si smentiva mai, faceva talvolta delle cose grandi, ardite e magnifiche senza mostrare neppure d'accorgersene. Esse ne tremavano ma lo lasciavano fare. Se talvolta mamma Magloire cercava di fare qualche osservazione, la faceva prima, ma mai né durante né dopo. Non lo si disturbava neppure con un cenno, durante un'azione già incominciata. In certi momenti, senza che avesse bisogno di dirlo, senza che ne avesse neppure coscienza, tanto era perfetta la sua semplicità, esse sentivano vagamente che agiva come Vescovo e allora diventavano due ombre nella casa. Lo servivano passivamente, e se per servirlo meglio dovevano scomparire, scomparivano. Con una mirabile e istintiva delicatezza sapevano che certe premure possono infastidire. Anche se lo credevano in pericolo, capivano, non dico il suo pensiero, ma il suo carattere fino al punto di non preoccuparsi di lui. Lo affidavano a Dio.

Del resto Battistina diceva che la fine di suo fratello sarebbe stata anche la sua. Mamma Magloire non lo diceva, ma lo sapeva.




10. IL VESCOVO DAVANTI A UNA LUCE IGNOTA


In un'epoca alquanto posteriore alla data della lettera citata, egli fece una cosa che a tutta la città parve più rischiosa ancora del suo viaggio attraverso le montagne dei banditi. Nella campagna presso Digne c'era un uomo che viveva solitario. Questi, e diciamo subito la parola grossa, era stato membro della Convenzione. Si chiamava G.

Si parlava del convenzionale G. nel piccolo mondo di Digne con una specie di orrore. Pensate un po'! Un membro della Convenzione, come ne esistevano al tempo in cui tutti si davano del tu e si chiamavano: cittadini. Quest'uomo era quasi un mostro. Non aveva votato la morte del re ma quasi. Era un quasi regicida. Era stato terribile. Come mai al ritorno dei principi legittimi quest'uomo non era stato tradotto davanti a una corte marziale? Direte: non lo decapitarono, perché ci vuole clemenza. Bene! però un buon esilio a vita, un esempio almeno, eccetera eccetera. Inoltre era un ateo, come tutti quei repubblicani. Ciarle di oche attorno all'avvoltoio.

Ma G. era un avvoltoio? Sì, a giudicarlo dalla fierezza della sua solitudine. Non avendo votato la morte del Re, non era stato compreso nei decreti d'esilio e aveva potuto restare in Francia.

Abitava a tre quarti d'ora dalla città, lontano da ogni abitato e da ogni strada, in non so quale angolo sperduto di una valle molto selvaggia. Si diceva che aveva là una specie di dominio, un buco, un riparo. Niente vicini, neppure dei passanti. Da quando stava in quella valle, era persino scomparso sotto l'erba il sentiero che vi conduceva. Si parlava di quel luogo come della casa del boia.

Tuttavia il Vescovo ci pensava e di tanto in tanto guardava l'orizzonte là dove una macchia d'alberi indicava la valle del vecchio repubblicano, e diceva: - Lì c'è un'anima che vive sola;- e dentro di sé aggiungeva: - Devo visitarlo.

Confessiamo però che questa idea dapprima naturale, dopo un momento di riflessione gli parve proprio strana e impossibile e quasi repellente, giacché in fondo egli condivideva l'impressione generale, e il repubblicano gli ispirava, senza rendersene conto, quel sentimento che è come la frontiera dell'odio e che si esprime così bene con la parola antipatia.

Ma la scabbia dell'agnello deve fare indietreggiare il pastore?

No. Ma che agnello!

Il buon Vescovo era perplesso. Talvolta andava verso quella direzione; poi retrocedeva.

Finalmente un giorno in città si sparse la voce che una specie di giovane mandriano, che serviva il repubblicano G. nel suo tugurio, era venuto a cercare un medico; il vecchio scellerato stava per morire; la paralisi avanzava; e non avrebbe passato la notte.

- Grazie a Dio! - aggiungevano alcuni.

Il Vescovo prese il suo bastone, si mise sulle spalle il mantello a causa della sua sottana troppo consunta, come abbiamo detto, e anche a causa del vento della sera che non doveva tardare a soffiare, e partì.

Il sole declinava ed era quasi all'orizzonte, quando il Vescovo giunse nel luogo scomunicato. Con un certo batticuore capì che si trovava presso la tana. Scavalcò un fossato, attraversò una siepe, passò la cinta, entrò in un orto abbandonato, fece alcuni passi con molta arditezza e tutto a un tratto, in fondo al terreno incolto, dietro un'alta sterpaglia, scoprì la caverna. Era una capanna molto bassa, meschina, piccola e pulita, con un pergolato lungo la facciata. Davanti alla porta, in un vecchio seggiolone a rotelle, c'era un uomo dai capelli bianchi che sorrideva al sole.

Accanto al vecchio, in piedi, stava un ragazzo, il piccolo mandriano, che porgeva al vecchio una tazza di latte.

Mentre il Vescovo li stava osservando il vecchio disse:

- Grazie, non ho bisogno di niente. - E il suo sorriso si distolse dal sole per rivolgersi al ragazzo.

Il Vescovo si fece avanti. Al rumore dei passi, il vecchio volse il capo, e il suo volto espresse tutta la sorpresa che si può avere dopo una lunga vita.

- Da quando sono qui - disse - è la prima volta che qualcuno entra in casa mia. Chi siete, signore?

Il Vescovo rispose:

- Mi chiamo Benvenuto Myriel.

- Benvenuto Myriel! L'ho sentito pronunciare questo nome. Siete voi quello che il popolo chiama Monsignor Benvenuto?

- Sono io.

Il vecchio riprese con un mezzo sorriso: - In questo caso, siete il mio Vescovo?

- Un po'.

- Entrate, signore.

Il convenzionale tese la mano al Vescovo ma il Vescovo non la strinse e si limitò a dire:

- Sono contento di constatare che mi hanno ingannato. Non mi pare che siate malato.

- Signore, sto per guarire - rispose il vecchio.

Fece una pausa e disse:

- Morirò fra tre ore.

Poi riprese:

- Sono un po' medico e so come arriva l'ultima ora. Ieri avevo i piedi gelidi; oggi il freddo è arrivato ai ginocchi; adesso sento che sale fino alla vita. Quando toccherà il cuore mi fermerò. Il sole è bello, non è vero? Mi sono fatto portare fuori per dare un ultimo sguardo alle cose. Potete parlarmi; non mi date fastidio.

Avete fatto bene a venire a vedere un uomo che sta per morire. E' bene che quel momento abbia dei testimoni. Si hanno delle manie; e io avrei voluto arrivare fino all'alba, ma so che ho appena tre ore di vita. Tra poco annotterà; ma che mi importa? E' semplice morire. Per fare questo non c'è bisogno del mattino. Sta bene!

Morirò a cielo scoperto.

Il vecchio si volse al mandriano: - Tu vai a coricarti. L'altra notte hai vegliato, e sei stanco.

Il giovane rientrò nella capanna.

Il vecchio lo seguì con lo sguardo; poi aggiunse, come se parlasse a se stesso:

- Mentre dormirà, io morirò. I due sonni possono stare in compagnia.

Il Vescovo non era commosso come pare che avrebbe potuto esserlo.

Non credeva di sentire Dio in quel modo di morire. E poi, diciamolo francamente, poiché le piccole contraddizioni dei grandi cuori vogliono essere notate come tutto il resto, egli che sapeva scherzare tanto volentieri sulla Sua Grandezza era un po' urtato di non sentirsi chiamare Monsignore ed era quasi tentato di rispondere: cittadino. Gli venne la velleità di ricorrere a quella burbera familiarità così ordinaria nei medici e nei preti, ma che non era abituale in lui. Dopo tutto quell'uomo, quel convenzionale, quel rappresentante del popolo, era stato un potente della terra; e forse per la prima volta in vita sua, il Vescovo fu tentato di mostrarsi severo.

Intanto il repubblicano lo trattava con una modesta affabilità nella quale non era forse difficile discernere l'umiltà che si addice a chi è tanto vicino a ritornare polvere.

Da parte sua, il Vescovo, benché di solito alieno dalla curiosità che riteneva affine all'offesa, non poteva astenersi dal guardare il repubblicano con un'attenzione che, non provenendo da simpatia, gli avrebbe fatto rimordere la coscienza davanti a qualsiasi altro uomo. Un membro della convenzione gli faceva l'effetto di un fuorilegge, fuori anche dalla legge della carità.

Calmo, quasi eretto, la voce sonora, G. era uno di quei grandi ottuagenari che fanno la meraviglia del fisiologo. La rivoluzione ebbe molti di questi uomini proporzionati all'epoca. In quel vegliardo si sentiva l'uomo a tutta prova. Così vicino alla fine, conservava tutti i gesti della salute. Nel suo limpido sguardo, nella voce franca, nel vigoroso moto delle spalle, c'era qualcosa che sconcertava la morte. Azrael, l'angelo maomettano dei sepolcri, sarebbe tornato indietro credendo di aver sbagliato porta. Pareva morire perché voleva morire.

C'era della libertà nella sua agonia. Solo le gambe erano immobili e la morte lo afferrava per di là. I piedi erano inerti e ghiacci, mentre la testa viveva di tutto il vigore della vita e appariva in piena luce. In quel solenne momento G. pareva il re della novella orientale, tutto carne all'insù e tutto marmo all'ingiù. C'era là un sasso, e il Vescovo ci si sedette. L'esordio fu "ex-abrupto".

- Mi congratulo con voi - gli disse con un tono di rimprovero.

Almeno non avete votato la morte del re.

Il repubblicano finse di non badare all'amaro sottinteso nascosto nella parola "almeno"; rispose, ma il suo sorriso era sparito dal suo volto:

- Non felicitatevi troppo con me, signore. Votai per la fine del tiranno.

Era l'accento austero di fronte all'accento severo.

- Che volete dire? - riprese il Vescovo.

- Voglio dire che l'uomo ha un tiranno, l'ignoranza, e io votai per la sua fine. Questo tiranno ha generato i re che sono l'autorità desunta dal falso, mentre la scienza è l'autorità desunta dal vero. L'uomo deve essere governato soltanto dalla scienza.

- E dalla coscienza - aggiunse il Vescovo.

- E' la stessa cosa. La coscienza è la quantità di scienza innata che abbiamo in noi.

Un po' sorpreso, Monsignor Benvenuto ascoltava questo linguaggio tanto nuovo per lui.

Il repubblicano continuò:

- Quanto a Luigi Sedicesimo ho detto di no. Non mi credo in diritto di uccidere un uomo, però sento il dovere di distruggere il male. Votai la fine del tiranno, cioè la fine della prostituzione della donna, la fine della schiavitù dell'uomo, la fine dell'ignoranza del fanciullo. Votai per tutto questo, votando per la repubblica. Votai per la fratellanza, per la concordia, per l'aurora. Ho collaborato alla caduta dei pregiudizi e degli errori, perché dalle loro rovine scaturisce la luce. Abbiamo fatto crollare il mondo antico, e il mondo antico, che era un vaso di miserie, rovesciandosi sul genere umano è diventato un'urna di gioia.

- Gioia mal combinata - disse il Vescovo.

- Dite piuttosto gioia torbida, e oggi, dopo quel fatale ritorno del passato che chiamiamo il 1814, gioia sparita. Ahimè! ne convengo; l'opera fu incompleta. Abbiamo demolito il vecchio regime nel fatto, ma non abbiamo potuto sradicarlo nelle idee. Non basta distruggere gli abusi; bisogna modificare i costumi. Il mulino non c'è più, ma il vento soffia ancora.

- Avete demolito, e demolire può essere utile, ma io diffido di una demolizione in cui si immischi la collera.

- Il diritto ha la sua collera, signor Vescovo, e la collera del diritto è un elemento di progresso. Non importa quel che dicono.

La Rivoluzione francese è il passo più potente del genere umano, dopo l'avvento di Cristo. Incompleta, sia pure, ma sublime. Ha sviluppato tutte le incognite sociali; ha addolcito gli animi, li ha calmati, tranquillizzati, illuminati; ha fatto scorrere fiumi di civiltà sulla terra; è stata un bene. La Rivoluzione francese è stata una sagra della civiltà.

Il Vescovo non poté trattenersi dal mormorare:

- Sì? il Novantatré!

Il repubblicano si drizzò sul seggiolone con una solennità quasi funerea e gridò, come può gridare un moribondo: - Ah! ci siamo! il Novantatré!me l'aspettavo questa grossa parola!per millecinquecento anni si è formata una nuvola, e finalmente dopo quindici secoli si squarcia. Voi fate il processo allo scoppio del fulmine.

Senza forse confessarselo, il Vescovo sentì che in lui qualcosa era colpito; però tenne fermo e rispose:

- Il giudice parla a nome della giustizia, il sacerdote nel nome della pietà che è una giustizia più sublime. Il fulmine non deve ingannarsi.

E guardando fisso il repubblicano, aggiunse: - E Luigi Diciassetesimo?

L'altro stese la mano e afferrò il braccio del Vescovo:

- Luigi Diciassettesimo! Bene. Su chi piangete? Sul fanciullo innocente? Sta bene, anch'io piango con voi! Sul fanciullo regale?

allora vi chiedo di riflettere. Per me, il fratello di Cartouche, ragazzo innocente, appeso per le ascelle in piazza de Grève fino a che non morisse, per il solo delitto di essere stato il fratello di Cartouche, non fa meno pietà del nipote di Luigi Quindicesimo, ragazzo innocente, martoriato nella torre di Temple per il solo delitto di essere stato nipote di Luigi Quindicesimo.

- Signore, non mi piace questo accostamento di nomi disse il Vescovo.

- Cartouche? Luigi Quindicesimo? Per chi dei due vi lamentate?

Seguì un breve silenzio. Il Vescovo quasi si pentiva di essere venuto; eppure provava una vaga e strana commozione.

Il repubblicano riprese:

- Ah! reverendo, a voi non piacciono le crude verità. Cristo invece le amava. Afferrava una verga e spazzava il tempio. La sua sferza scintillante era una rude rivelazione della verità. Quando gridava: "Sinite parvulos", non faceva distinzioni tra i fanciulli: Non si sarebbe peritato di avvicinare il primogenito di Barabba al primogenito di Erode. Signore, l'innocenza si corona da sé; non sa che farne di chiamarsi "altezza". E' augusta nei cenci, come tra i fiordalisi.

- E' vero - disse il Vescovo a bassa voce.

- Insisto - continuò il repubblicano. - Avete nominato Luigi Diciassettesimo. Intendiamoci. Piangiamo su tutti gli innocenti, su tutti i martiri, su tutti i ragazzi, sui poveri come sui nobili? Ci sto. Ma allora, vi ripeto, bisogna risalire più in là del Novantatré, e dobbiamo cominciare a piangere più addietro di Luigi Diciassettesimo. Piangerò con voi sui figli dei re, purché voi piangiate con me sui figli del popolo.

- Piango su tutti - disse il Vescovo.

- Benissimo - esclamò G. - E se la bilancia deve pendere da un lato, lo sia a favore del popolo, che soffre di più da molto tempo.

Ci fu ancora silenzio. Fu il repubblicano a interromperlo. Si sollevò sul gomito, strinse un po' di guancia fra il pollice e l'indice come si fa macchinalmente quando si interroga e si giudica, e interpellò il Vescovo con uno sguardo pieno di tutte le energie dell'agonia. Fu quasi una esplosione.

- Sì, Signore, il popolo soffre da molto tempo. E poi, sentite, voi non siete venuto qui per discutere e per parlarmi di Luigi Diciassettesimo. Io non vi conosco. Da quando sono in paese, sono vissuto rinchiuso, solo, senza mettere un piede fuori, senza vedere alcuno tranne questo ragazzo. Il vostro nome, è vero, arrivò confusamente fino a me e, devo confessarlo, non mal pronunciato; ma questo non significa niente; gli uomini abili hanno tanti modi di darla a credere a quel buon credulone che è il popolo. A proposito, non ho sentito il rumore della vostra carrozza. Certamente l'avete lasciata dietro il bosco, alla svolta della strada. Non vi conosco, dicevo; mi avete detto che siete il Vescovo, ma questo non mi dice niente sulla vostra persona morale.

Insomma, vi ripeterò la mia domanda: Chi siete? Siete un Vescovo, cioè un principe della chiesa, uno di quegli uomini pieni di dorature, di stemmi, di rendite e di grosse prebende, - il vescovado di Digne ha 15000 franchi fissi, 10000 franchi di incerti: in totale 25000, - che hanno cuochi, lacché, la buona tavola, mangiano gallinelle il venerdì, si pavoneggiano con lacché davanti e lacché di dietro in berline di gala, hanno palazzi, e si fanno portare in carrozza nel nome di Gesù Cristo che andava a piedi nudi! Siete un prelato e, come tutti i prelati, avete rendite, palazzi, cavalli, valletti, buona tavola e tutti i piaceri della vita; come tutti gli altri ne godete; sta bene! ma questo dice troppo e dice poco, e non mi illumina sul valore intrinseco ed essenziale della vostra personalità, non mi illumina su voi, che venite con la probabile pretesa di portarmi la saggezza. Con chi parlo dunque? Chi siete?

Il Vescovo abbassò la testa e rispose: - "Vermis sum".

- Un verme di terra in carrozza! - borbottò il repubblicano.

Toccava ora al repubblicano essere umano e al vescovo essere sublime.

Il Vescovo riprese con dolcezza:

- Va bene, signore; però spiegatemi in che modo la mia carrozza, che è là a due passi dietro gli alberi, la mia lauta mensa, le gallinelle che mangio il venerdì, i miei venticinquemila franchi di rendita, il mio palazzo e i miei lacché provano che la pietà non è una virtù, che la clemenza non è un dovere e che il Novantatré non è stato inesorabile.

Il repubblicano si passò la mano sulla fronte come per allontanare una nuvola.

- Prima di rispondervi - disse - vi prego di perdonarmi. Ho avuto torto, signore. Siete in casa mia, siete il mio ospite, e ho quindi il dovere di essere cortese. Voi discutete le mie idee; devo dunque limitarmi a combattere i vostri argomenti. Le vostre ricchezze e i vostri godimenti sono dei vantaggi che ho contro di voi nel dibattito, ma è bene non servirsene. Vi prometto di non farne uso.

- Vi ringrazio - disse il Vescovo.

G. riprese:

- Torniamo alla spiegazione che mi richiedevate. Dove eravamo? che cosa dicevate? E' stato inesorabile il Novantatré?

- Sì, inesorabile - disse il Vescovo. - Che cosa pensate di Marat che batteva le mani alla ghigliottina?

- Che cosa pensate di Bossuet che cantava il "Te Deum" per il massacro degli Ugonotti?

La risposta era dura ma colpiva diritto con la rigidità di una lama di acciaio. Il Vescovo trasalì; non gli venne alcuna risposta, ma era stato urtato da quella maniera di citare Bossuet.

Anche i più nobili spiriti hanno i loro idoli e talvolta si sentono vagamente colpiti dalla mancanza di rispetto per la logica.

Il repubblicano cominciava ad ansare, l'affanno dell'agonia gli mozzava la voce; tuttavia aveva ancora nei suoi occhi una perfetta lucidità di pensiero. E continuò:

- Diciamo ancora qualche parola; lo faccio volentieri. Astraendo dalla Rivoluzione, che nel suo complesso è una immensa affermazione umana, il Novantatré purtroppo è una obiezione. Voi lo trovate inesorabile. Ma l'intera monarchia signore? Carrier è un bandito; ma che nome date a Montrevel? Fouquier-Tinville è un miserabile, ma che pensate di Lamoignon-Baville? Maillard è spaventevole; ma Saulx-Tavannes? Il padre Duchêne è feroce, ma quale epiteto dareste al padre Letellier? Jourdan "tagliatesta" è un mostro, ma sempre meno del marchese di Louvois. Signore, signore, compiango Maria Antonietta, arciduchessa e regina, ma compiango pure quella povera Ugonotta che nel 1685, sotto Luigi il Grande, mentre allattava il suo bambino, fu legata a un palo, nuda fino alla vita, e il bimbo le fu tenuto a distanza; il seno le si gonfiava di latte e il cuore di angoscia; il bambino, affamato e pallido, vedeva quel seno, agonizzava, strillava mentre il boia diceva alla donna, madre e nutrice: abiura! ponendola al bivio tra la morte del figlio e la morte della sua coscienza. Che ne dite di questo supplizio di Tantalo adattato a una madre? Signore, ricordatelo. La Rivoluzione francese ha avuto le sue ragioni. La sua collera sarà assolta dall'avvenire. Il suo risultato è un mondo migliore. Dai suoi più terribili colpi nasce una certezza per il genere umano. Concludo, anzi mi fermo; ho troppo buon gioco. Del resto, muoio.

E volgendo lo sguardo dal Vescovo, il repubblicano completò il suo pensiero con queste tranquille parole:

- Sì, le brutalità del progresso si chiamano rivoluzioni; ma quando sono finite, si riconosce che il genere umano, se è stato trattato male, ha però marciato.

Il repubblicano non sospettava di avere abbattuto una dopo l'altra tutte le trincee interiori del Vescovo. Ce ne restava una e da questa ultima trincea, suprema risorsa della resistenza di Monsignor Benvenuto, uscirono queste parole, in cui riapparve quasi tutta la rudezza dell'inizio:

- Il progresso deve credere in Dio. Il bene non può avere un servitore empio. L'ateo è una cattiva guida del genere umano Il vecchio rappresentante del popolo non rispose. Ebbe un tremito.

Guardò il cielo e una lacrima spuntò lentamente nel suo sguardo.

Quando la pupilla fu piena, la lacrima cadde lungo la guancia livida; e, con lo sguardo perduto nella profondità dei cieli, quasi balbettando sottovoce e parlando a se stesso, disse:

- O ideale! tu solo esisti!

Il Vescovo ebbe una specie d'inesprimibile emozione.

Dopo una pausa, il vegliardo levando un dito verso il cielo, disse: L'infinito esiste. E' là. Se l'infinito non avesse un io, l'io sarebbe il suo limite, non sarebbe infinito. In altri termini, non esisterebbe. Ma esiste. Dunque ha un io. Questo io dell'infinito è Dio.

Il moribondo aveva pronunciato queste ultime parole a voce alta, col fremito dell'estasi, come se vedesse qualcuno. Quand'ebbe finito di parlare, i suoi occhi si chiusero. Era esaurito dallo sforzo. Era evidente che aveva vissuto in un attimo le poche ore di vita che gli restavano. Quel che aveva detto lo aveva accostato a colui che è nella morte. Arrivava l'istante supremo.

Il Vescovo capì che il tempo stringeva e che era venuto lì come sacerdote. Da un'estrema freddezza era passato gradatamente all'estrema commozione; guardò quegli occhi chiusi, prese quella vecchia mano rugosa e gelida, e si chinò sul moribondo:

- Questa è l'ora di Dio. Non credete che sarebbe doloroso se ci fossimo incontrati inutilmente?

Il repubblicano riaprì gli occhi. Una gravità, in cui c'era dell'ombra, si dipinse sul suo volto.

- Monsignore - disse con una lentezza che derivava forse più dalla dignità dell'anima che dalla debolezza delle forze; ho passato la mia vita nella meditazione, nello studio e nella contemplazione.

Avevo sessant'anni quando la Patria mi chiamò e mi ordinò di occuparmi dei suoi affari. Obbedii. C'erano degli abusi e li ho combattuti. C'erano delle tirannie e le ho distrutte; c'erano dei diritti e dei princìpi, e io li proclamai e li confessai. Il territorio era invaso, e io l'ho difeso. La Francia era minacciata, e le ho offerto il mio petto. Non ero ricco e sono povero. Sono stato uno dei padroni dello Stato. I sotterranei del Tesoro erano zeppi di danaro a tal punto che bisognava puntellare i muri perché non crollassero sotto il peso dell'oro e dell'argento. Desinavo in via dell'Albero Secco a ventidue soldi a testa. Aiutai gli oppressi. Consolai i sofferenti. Stracciai le tovaglie dell'altare. E' vero. Ma per curare le ferite della Patria. Ho sempre sostenuto il cammino dell'umanità verso la luce e talvolta ho resistito al progresso senza pietà. All'occasione, ho protetto i miei avversari, voi altri. A Peteghem in Fiandra, dove i re merovingi avevano la loro reggia estiva, c'è l'abbazia di Santa Chiara di Beaulieu, che ho salvata nel 1793. Ho fatto il mio dovere, secondo le mie forze, e tutto il bene che ho potuto.

Dopo, sono stato cacciato, braccato, inseguito, perseguitato, calunniato, deriso, disprezzato, maledetto, proscritto. Da lunghi anni, con i miei capelli bianchi sento che molti si credono in diritto di disprezzarmi, e agli occhi del povero popolo ignorante, ho un volto da dannato; ma, senza odiare alcuno, io accetto l'isolamento dell'odio. Adesso ho ottantasei anni e sto per morire. Che cosa venite a chiedermi?

- La vostra benedizione - disse il Vescovo.

E si inginocchiò.

Quando il Vescovo rialzò il capo, il volto del repubblicano era diventato augusto. Era spirato.

Il Vescovo tornò a casa, profondamente assorto in non so quali pensieri. Passò tutta la notte in preghiera. L'indomani, alcuni curiosi cercarono di parlargli del repubblicano G.; egli si limitò a indicare il cielo. Da quel giorno, raddoppiò la tenerezza e la fraternità per i piccoli e i sofferenti.

Ogni allusione a "quel vecchio scellerato di G." lo faceva cadere in una singolare preoccupazione. Nessuno potrebbe asserire che il passaggio di quello spirito davanti a lui e il riflesso di quella grande coscienza sulla sua non influissero in qualche modo nel suo accostarsi alla perfezione.

Quella "visita pastorale" fu naturalmente un'occasione di mormorio nei piccoli capannelli locali:

"Era forse il posto d'un vescovo il capezzale di un tal moribondo?

Evidentemente non c'era da attendersi una conversione. Tutti quei rivoluzionari sono incorreggibili. Ma allora perché andarci? Che cosa è stato a guardare? Bisogna credere che fosse curioso di vedere un'anima trascinata via dal diavolo".

Un giorno, una vecchia signora, di quella specie impertinente che si ritiene spiritosa, gli rivolse questo frizzo: Monsignore, la gente si chiede quando Vostra Grandezza avrà il berretto rosso. - Oh! ecco un colore troppo violento, - rispose il Vescovo. - Per fortuna quelli che lo disprezzano in un berretto lo venerano in un cappello.




11. UNA RESTRIZIONE


Si ingannerebbe chi da tutto questo concludesse che Monsignor Benvenuto era "un vescovo filosofo" oppure "un curato patriota".

Il suo incontro col repubblicano G. - incontro che si potrebbe quasi chiamare congiunzione, - gli lasciò una specie di stupore che lo rese ancora più mite. Ecco tutto.

Sebbene Monsignor Benvenuto fosse tutt'altro che un politico, è forse opportuno indicare molto brevemente quale fosse il suo atteggiamento negli avvenimenti del tempo, supposto che Monsignor Benvenuto abbia mai sognato di avere un atteggiamento.

Risaliamo dunque ad alcuni anni addietro.

Qualche tempo dopo la nomina di Myriel a Vescovo, l'Imperatore l'aveva fatto barone dell'Impero insieme a molti altri vescovi.

Come si sa, ci fu l'arresto del Papa nella notte tra il 5 e il 6 luglio 1809. In quell'occasione Myriel fu chiamato da Napoleone al sinodo dei vescovi francesi e italiani convocato a Parigi. Questo sinodo si tenne a Notre-Dame e si riunì per la prima volta il 15 giugno 1811 sotto la presidenza del Cardinale Fesch. Myriel fu uno dei novantacinque vescovi che vi presero parte; ma partecipò a una seduta e a tre o quattro adunanze particolari. Vescovo di una diocesi di montagna, abituato a vivere così vicino alla natura, in un ambiente rustico e spoglio, pare che portasse tra quegli eminenti personaggi certe idee che cambiarono il clima dell'assemblea. Se ne tornò subito a Digne. Richiesto su quel repentino ritorno rispose: - "Davo fastidio. L'aria di fuori arrivava loro per mezzo mio. Ad essi facevo l'effetto di una porta aperta".

Un'altra volta disse: - "Che volete! tutti quei monsignori sono dei principi ma io non sono altro che un povero vescovo contadino".

Fatto sta che non era piaciuto. Tra le altre stranezze si dice che una sera, trovandosi in casa di uno dei suoi confratelli più qualificati, si lasciò sfuggire queste parole: - Che belle pendole! che bei tappeti! che belle livree! Tutto questo deve essere molto seccante. Oh! non vorrei aver d'attorno queste cose superflue che mi griderebbero incessantemente all'orecchio: C'è gente che ha fame! c'è gente che ha freddo! ci sono i poveri!

Diciamolo di passaggio, l'odio del lusso non sarebbe un odio intelligente, perché implicherebbe l'odio delle arti. Però tra la gente di chiesa, al di fuori della cerimonia, il lusso è un torto e pare che riveli delle abitudini realmente poco caritatevoli. Un prete ricco è un controsenso. Il prete deve restare vicino ai poveri. Ora è possibile stare a contatto continuamente, notte e giorno, con tutte le miserie, con tutte le sventure, con tutte le indigenze senza possedere una parte di quella santa miseria, come la polvere del lavoro? Immaginate voi un uomo che stia vicino a un braciere senza sentire il caldo? oppure un operaio che lavori continuamente presso una fornace e non abbia né un capello bruciato né un'unghia annerita né una goccia di sudore, né un granello di polvere sul volto? La prima testimonianza della carità del prete, del Vescovo soprattutto, è la povertà.

Indubbiamente il Vescovo di Digne la pensava così.

Non bisogna però credere che su certi punti delicati condividesse quelle che noi chiameremmo "le idee del secolo". Si immischiava poco nelle questioni teologiche del tempo e taceva sulle questioni in cui sono compromessi la Chiesa e lo Stato; ma se avessero insistito, pare che l'avrebbero trovato più ultramontano che gallicano. Poiché facciamo un ritratto e non vogliamo nascondere nulla, siamo costretti ad aggiungere che si mostrò glaciale verso Napoleone in declino. A partire dal 1813 aderì o applaudì a tutte le manifestazioni ostili. Rifiutò di vederlo al suo passaggio, di ritorno dall'isola d'Elba, e non volle ordinare nella sua diocesi pubbliche preghiere per l'imperatore durante i Cento Giorni.

Oltre alla sorella signorina Battistina aveva due fratelli: uno generale e l'altro prefetto. Scriveva spessissimo a tutti e due.

Per qualche tempo fu in broncio col primo perché, avendo un comando in Provenza all'epoca dello sbarco di Cannes, il generale si era messo alla testa di milleduecento uomini e aveva inseguito l'imperatore come se volesse lasciarlo fuggire. La sua corrispondenza fu più affettuosa con l'altro fratello, l'ex- prefetto, un bravo e degno uomo che viveva a Parigi in via Cassette.

Monsignor Benvenuto ebbe dunque anche lui la sua ora di partigianeria, la sua ora di amarezza, la sua nuvola. L'ombra delle passioni del momento passò su quel mite e grande spirito occupato nelle cose eterne. Certamente un tale uomo avrebbe meritato di non avere opinioni politiche. Non si fraintenda il nostro pensiero; noi non confondiamo le così dette "opinioni politiche" con la grande aspirazione al progresso, con la sublime fede patriottica, democratica e umana, che ai nostri giorni deve essere il sostrato di ogni intelligenza generosa. Senza approfondire delle questioni che soltanto indirettamente riguardano il soggetto di questo libro, diciamo semplicemente questo: Sarebbe stato bello che Monsignor Benvenuto non fosse stato realista, che il suo sguardo non si fosse distolto neppure per un istante da quella serena contemplazione in cui si vedono chiaramente risplendere, al di sopra dell'uraganoso sconvolgimento delle cose umane, quelle tre pure luci che sono la verità, la giustizia e la carità. Ora, pur ammettendo che Dio non aveva creato Monsignor Benvenuto per una funzione politica, avremmo compreso e ammirato la protesta nel nome del diritto e della libertà, la fiera opposizione, la resistenza pericolosa e giusta all'onnipotente Napoleone. Ma ciò che ci piace in quelli che salgono ci piace meno in quelli che cadono. Noi amiamo il combattimento finché dura il pericolo, e, in ogni caso, soltanto i combattenti della prima ora hanno il diritto di essere gli sterminatori dell'ultima. Chi non è stato accusatore instancabile durante la prosperità deve tacere davanti alla rovina. Il denunciatore del successo è l'unico legittimo giustiziere della caduta.

Dal canto nostro, quando la Provvidenza interviene e colpisce, la lasciamo fare. Il 1812 comincia a disarmarci. Nel 1813, la vigliacca rottura del silenzio da parte di quel corpo legislativo, già prima taciturno e poi reso ardito dalla catastrofe, doveva muovere a sdegno, ed era un torto applaudirla. Nel 1814, davanti ai marescialli traditori, davanti a quel senato che passava da una vergogna all'altra, che insultava dopo aver divinizzato, davanti a quell'idolatria che si allontanava dall'idolo sputandogli addosso, era un dovere indignarsi; nel 1815, mentre la Francia sentiva il brivido del sinistro avvicinarsi dei supremi disastri che erano già nell'aria, mentre si poteva già distinguere Waterloo aperto davanti a Napoleone, la dolorosa acclamazione dell'esercito e del popolo al condannato dal destino non aveva niente di ridicolo, e, fatta ogni riserva sul despota, un cuore come quello del Vescovo di Digne non avrebbe forse dovuto misconoscere quel che cera di augusto e di commovente, sull'orlo dell'abisso, nello stretto abbraccio tra una grande nazione e un grande uomo.

Fatta questa eccezione, egli era e fu in ogni cosa giusto, veritiero, sincero, equo, intelligente, umile e degno, benefico e benevolo: il che è un altro modo di essere benefico. Era un prete, un saggio e un uomo. Bisogna dir pure che anche nei riguardi dell'opinione politica che gli abbiamo rimproverato e che siamo inclini a giudicare quasi severamente, egli si mostrò tollerante e duttile, forse più di quel che noi non diciamo. Il portinaio del palazzo municipale era stato nominato dall'imperatore. Era un vecchio sottufficiale della vecchia guardia, decorato di Austerlitz, bonapartista come l'aquila. Di tanto in tanto, a quel povero diavolo sfuggivano parole imprudenti che la legge allora qualificava come "discorsi sediziosi".

Dopo che l'effigie dell'imperatore era scomparsa dalla Legione d'onore, egli non si vestiva più "d'ordinanza", come diceva, per non essere costretto a portare la croce. Lui stesso aveva devotamente tolto l'immagine imperiale dalla croce avuta da Napoleone, lasciandoci un vuoto che non aveva voluto colmare con altra cosa. "Piuttosto morire", diceva, "che portare sul mio cuore i tre rospi". Volentieri e a voce alta si beffava di Luigi Diciottesimo. "Se ne vada in Prussia con la sua scozzoneria, il vecchio gottoso dalle uose all'inglese!". Contento di riunire nella stessa imprecazione le due cose che detestava di più: la Prussia e l'Inghilterra. Fece tanto che perse l'impiego. Ridotto sul lastrico, con moglie e figli, il Vescovo lo fece chiamare, lo rimproverò dolcemente e lo nominò svizzero della cattedrale.

Myriel era nella diocesi il vero pastore, l'amico di tutti.

In nove anni, con le sante azioni e le dolci maniere, Monsignor Benvenuto aveva destato nella città di Digne una specie di venerazione tenera e filiale. Il suo stesso atteggiamento nei riguardi di Napoleone era stato accettato e quasi tacitamente perdonato dal popolo, buono e debole gregge che se adorava il suo imperatore, amava però il suo vescovo.




12. SOLITUDINE DI MONSIGNOR BENVENUTO


Attorno a un vescovo c'è quasi sempre una schiera di preti, come intorno a un generale uno sciame di ufficialetti. Sono quelli che l'incantevole San Francesco di Sales chiama non so dove "i preti giovanini". Ogni carriera ha i suoi aspiranti che fanno corteo a quelli già arrivati. Non c'è una potenza senza seguito; non c'è una fortuna senza una corte. Quelli che vanno a caccia di posti s'aggirano sempre attorno alle grandezze presenti. Ogni metropoli ha il suo stato maggiore. Ogni vescovo un tantino influente ha attorno la sua pattuglia di cherubini seminaristi che fanno la ronda, mantengono l'ordine nell'episcopio e montano la guardia al sorriso di monsignore. Per un suddiacono essere gradito al vescovo è come avere il piede nella staffa. E' pur necessario farsi strada. L'apostolato non disdegna il canonicato.

Come altrove ci sono i berretti importanti, così nella chiesa ci sono le grosse mitre. Si tratta di vescovi ben visti in alto, ricchi, con buone rendite, abili, accetti in società, che sanno senza dubbio pregare ma sanno anche sollecitare, poco scrupolosi di far fare anticamera a un'intera diocesi, tratti d'unione tra la sacrestia e la diplomazia, più abati che sacerdoti, più prelati che vescovi. Felici coloro che li accostano! Godendo molto credito, fanno piovere attorno, sugli zelanti e sui favoriti, le grasse prebende, le parrocchie, gli arcidiaconati, le cappellanie e i canonicati, come preludi alle dignità episcopali. Avanzando nella carriera, fanno progredire anche i loro satelliti. Tutto un sistema solare è in marcia. I loro raggi imporporano il loro seguito. La loro prosperità si sbriciola sulle cantonate in piccole promozioni. Quanto più grande è la diocesi del protettore, tanto è migliore la parrocchia per il cliente. E poi c'è sempre Roma. Un vescovo che sa diventare arcivescovo, un arcivescovo che sa diventare cardinale, vi porta come conclavista, e allora potete entrare nella Sacra Rota, avere il pallio, potete diventare cameriere, o anche monsignore e da Eccellenza a Eminenza non c'è che un passo, tra Eminenza e Santità non c'è che la fumata di uno scrutinio. Ogni zucchetto può sognare la tiara. Il prete ai nostri giorni è l'unico uomo che possa regolarmente diventare re. E che re! il re supremo. Che vivaio di aspirazioni è un seminario!

Quanti chierichetti pudibondi, quanti abatini portano sul capo il secchio di latte di Pierina! L'ambizione facilmente si proclama vocazione e forse, in buona fede, chi sa? s'inganna, beata com'è!

Monsignor Benvenuto, umile, povero, semplice, non contava tra le grosse mitre. Questo lo si vedeva dall'assenza completa di giovani preti attorno a lui. Abbiamo visto che a Parigi "non aveva incontrato". Nessuno sognava di legare il proprio avvenire a questo vegliardo solitario. Non c'era ambizione in erba che avesse la pazzia di verdeggiare alla sua ombra. I suoi canonici e i suoi vicari foranei erano dei vecchi alla buona, un po' popolani come lui, murati come lui in quella diocesi che non dava adito al cardinalato, e rassomigliava al loro vescovo, ma con questa differenza: essi erano finiti e lui era arrivato. Si sapeva così bene che era impossibile far carriera vicino a Monsignor Benvenuto che i giovani sacerdoti, ordinati da lui, appena usciti dal seminario si facevano raccomandare agli arcivescovi di Aix o di Auch e si allontanavano al più presto. Questo perché, lo ripetiamo, bisogna avere una spinta. Un santo che vive con un eccesso di abnegazione è una vicinanza pericolosa; potrebbe comunicarvi il contagio di una povertà incurabile, l'anchilosi delle articolazioni utili alla carriera e farvi fare insomma più rinunce di quelle che non desideriate. Tutti fuggono questa virtù scabbiosa. Perciò l'isolamento di Monsignor Benvenuto.

Noi viviamo in una società triste. Riuscire: ecco l'insegnamento che cade a goccia a goccia dalla corruzione sovrastante.

Diciamolo di passaggio, il successo è una cosa assai sporca. La sua falsa somiglianza col merito inganna gli uomini. Per la folla, la riuscita ha quasi lo stesso aspetto della superiorità. Il successo, questo sosia dell'ingegno, ha come credenzona la storia.

Soltanto Giovenale e Tacito se ne ridono. Ai nostri giorni, una filosofia quasi ufficiale si è fatta serva del successo, ne porta la livrea e presta servizio nella sua anticamera. Riuscire: ecco la teoria. La prosperità suppone la capacità. Se vincete alla lotteria, siete abile. Chi trionfa è venerato. Il segreto sta nel nascere fortunato. Abbiate fortuna, e avrete il resto. Siate felici, e sarete ritenuti grandi. Al di fuori di cinque o sei eccezioni gigantesche che sono il lustro di un secolo, l'ammirazione contemporanea è miope e confonde la doratura con l'oro. Essere il primo venuto non guasta, purché si riesca. Il volgare è un vecchio Narciso che adora se stesso e applaude il volgare. Quell'enorme facoltà per la quale si è Mosè, Eschilo, Dante, Michelangelo o Napoleone, la moltitudine l'attribuisce, a prima vista e per acclamazione, a chiunque raggiunge il suo scopo.

Che un notaio si trasformi in deputato; che un falso Corneille scriva Tiridate, che un eunuco arrivi a possedere un harem; che un Prudhomme militare vinca per caso la battaglia decisiva di un'epoca; che un farmacista inventi le suole di cartone per l'armata di Sambre-et-Meuse e si procacci con questo cartone, spacciato per cuoio, quattrocentomila franchi di rendita; che un merciaiuolo sposi l'usura e le faccia generare da sette a otto milioni di cui egli è il padre e lei la madre; che un predicatore diventi vescovo per la sua pronuncia nasale; che un amministratore di una casa signorile, lasciando il servizio, sia così ricco da essere nominato ministro delle finanze: ecco quello che gli uomini chiamano genio, così come chiamano bellezza il grugno di Mousqueton e Maestà il ceffo di Claudio. Essi confondono con le costellazioni dell'abisso le stelle che disegnano nel pantano le zampe delle anitre.




13. CHE COSA CREDEVA


Dal punto di vista dell'ortodossia, non ci è lecito indagare nella vita del Vescovo di Digne. Davanti a un'anima come la sua, sentiamo solo rispetto. La coscienza del giusto deve essere creduta sulla parola. D'altronde, date certe nature, noi ammettiamo ogni sviluppo possibile delle bellezze della virtù umana in una credenza diversa dalla nostra.

Che cosa pensava di questo dogma o di quel mistero? Questi segreti della coscienza sono noti soltanto alla tomba, dove le anime entrano nude. Di una cosa però siamo certi: che in lui le difficoltà della fede non si risolvevano mai in una ipocrisia.

Nessuna corruzione possibile nel diamante. Credeva più che poteva.

"Credo in Patrem", esclamava spesso. Del resto dalle buone opere traeva quel tanto di soddisfazione che basta alla coscienza e che dice sottovoce: Tu sei con Dio. Crediamo però di dover notare che al di fuori e, per così dire al di là della sua fede, il Vescovo aveva un eccesso di amore. Ed è per questo, "quia multum amavit", che era ritenuto vulnerabile dagli "uomini seri", dalle "persone ragionevoli", e dalle "persone gravi": espressioni favorite dal nostro tristo mondo in cui l'egoismo riceve la parola d'ordine dalla pedanteria. Che cosa era questo eccesso di amore? Era una benevolenza serena, che oltrepassava gli uomini, come abbiamo già indicato, e si estendeva fino alle cose. Viveva senza disprezzare.

Era indulgente per la creazione di Dio. Tutti gli uomini, anche i migliori, hanno una durezza istintiva, che tengono in serbo per gli animali. Il Vescovo di Digne non aveva questa durezza, che pure è una caratteristica di molti preti. Non arrivava fino ai bramini, ma pareva che avesse meditato queste parole dell'Ecclesiaste: "Chi sa dove va l'anima degli animali?". La bruttezza dell'aspetto, le deformazioni dell'istinto non lo turbavano e non l'indignavano. Ne restava commosso e quasi intenerito. Pareva che andasse a cercare, pensoso, al di là della vita apparente, la causa, la spiegazione o la scusa. Talora pareva chiedere a Dio delle trasformazioni. Esaminava senza collera e con l'occhio del linguista che decifra un palinsesto, il molto caos che c'è ancora nella natura. Quando era immerso in queste meditazioni, gli sfuggivano talvolta delle strane frasi. Una mattina si trovava in giardino; si credeva solo, ma sua sorella camminava dietro di lui senza essere vista; d'un tratto si fermò e guardò qualcosa per terra; era un grosso ragno, nero, peloso, orribile. La sorella sentì che diceva: Povera bestia, non è colpa sua.

E come non raccontare le puerilità quasi divine della sua bontà?

Puerilità, sia pure; però queste sublimi puerilità appartengono anche a San Francesco d'Assisi e a Marco Aurelio.

Un giorno prese una storta per non schiacciare una formica. Così viveva quel giusto. Talvolta si addormentava nel giardino, e allora era venerabile.

Monsignor Benvenuto, stando a certe storielle sulla sua giovinezza e anche sulla sua maturità, era stato un tempo un uomo passionale, forse violento. La sua mansuetudine universale era più che un istinto di natura il risultato di una grande convinzione filtrata nel suo cuore attraverso la vita e con una lenta successione di pensieri. Perché in un carattere, come in una roccia, si possono fare dei fori con gocce d'acqua. Questi scavi rimangono incancellabili; queste formazioni sono indistruttibili.

Nel 1815, ci pare di averlo detto, toccava i settantacinque anni, ma non ne dimostrava più di sessanta. Non era grosso; era un po' incline alla pinguedine e, per combatterla, faceva volentieri lunghe passeggiate a piedi. Aveva il passo fermo e le spalle poco curve. Da questo particolare non pretendiamo di concludere qualcosa; Gregorio Sedicesimo a ottant'anni era ancora diritto e sorridente. Monsignor Benvenuto aveva quello che il popolo chiama "una bella testa", ma così amabile da far dimenticare la bellezza.

Quando discorreva con quella gaiezza infantile che era una sua prerogativa e di cui noi abbiamo già parlato, si stava a bell'agio vicino a lui e pareva che da tutta la sua persona si irradiasse la gioia. La sua carnagione colorita e fresca, tutti i denti bianchissimi che aveva conservato e che il riso scopriva, gli davano quell'aria aperta e cordiale che fa dire di un uomo: è un buon ragazzo, e di un vecchio: è un buon uomo. Ricorderete che aveva fatto questa impressione a Napoleone. Infatti a chi lo avvicinava o lo vedeva per la prima volta dava l'impressione di un buon uomo. Però se si restava vicino a lui e per poco che lo si vedesse pensieroso, il buon uomo a poco a poco si trasfigurava e assumeva qualcosa di imponente; la sua fronte larga, spaziosa e seria, resa augusta dai capelli bianchi, diventava ancora più augusta per la meditazione; la maestà emanava da quella bontà senza che la bontà cessasse di risplendere; si provava quasi la commozione che avremmo se vedessimo un angelo sorridente aprire lentamente le sue ali senza cessare di sorridere. Il rispetto, un rispetto inesprimibile, vi prendeva a poco a poco, vi saliva al cuore, e sentivate di essere davanti a una di quelle anime forti, sperimentate e indulgenti, in cui il pensiero è così grande che non può essere del tutto comprensibile.

Come abbiamo visto, la preghiera, la celebrazione degli uffici religiosi, le elemosine, la consolazione degli afflitti, la coltivazione di un pezzo di terreno, l'ospitalità, la rinuncia, la continenza, lo studio, il lavoro occupavano ogni giorno della sua vita. "Riempivano" sarebbe proprio la parola, poiché la giornata del vescovo era colma di buoni pensieri, di buone parole, di buone azioni. Tuttavia non era completa se il freddo o la pioggia gli impedivano di andare a passare la sera, quando le donne si erano ritirate, una o due ore nel suo giardino prima di andare a letto.

Pareva che fosse una specie di rito per lui predisporsi al sonno con la meditazione al cospetto dei grandi spettacoli del cielo notturno. Talvolta, quando non dormivano, le due donne lo udivano passeggiare lentamente nei viali anche nelle ore più piccole della notte. Era là, solo con se stesso, raccolto, tranquillo, adorando, paragonando la serenità del suo cuore alla serenità dell'aria, commosso nelle tenebre dai visibili splendori delle costellazioni e dagli invisibili splendori di Dio, aprendo la sua anima ai pensieri che vengono dall'Ignoto. In quei momenti, offrendo il suo cuore nell'ora in cui i fiori notturni spandono il loro profumo, acceso come una lampada nel centro della notte stellata, estatico in mezzo allo splendore universale della creazione, forse neppure lui avrebbe potuto dire quello che accadeva nel suo spirito; sentiva che qualcosa si staccava da lui che qualcosa scendeva dentro di lui. Scambi misteriosi degli abissi dell'anima con gli abissi dell'universo.

Pensava alla grandezza e alla presenza di Dio; allo strano mistero dell'eternità futura; al mistero ancora più strano dell'eternità passata; a tutti gli infiniti che sotto i suoi occhi si approfondivano in tutti i sensi; e senza cercar di capire l'incomprensibile, egli lo contemplava. Non studiava Dio, ma se ne entusiasmava. Meditava su quei meravigliosi incontri di atomi che danno forma alla materia, rivelano le forze ponendole in azione, creano le individualità nell'unità, le proporzioni nello spazio, l'innumerevole nell'infinito e per mezzo della luce producono la bellezza.

Questi incontri si annodano e si sgruppano senza posa; donde la vita e la morte.

Sedeva su una panca di legno addossata a una pergola decrepita e guardava gli astri attraverso gli stentati e rachitici profili dei suoi alberi fruttiferi. Quel quarto di iugero così mal piantato, così ingombro di costruzioni e di tettoie, gli era caro e gli bastava. Che cosa ci voleva di più per questo vegliardo che divideva le ore libere della sua vita, che erano così poche, tra il giardinaggio di giorno e la contemplazione di notte? Quel breve recinto, che aveva il cielo per volta, non era forse bastante per adorare Dio nelle sue opere più incantevoli e più sublimi? Non è forse tutto? e che può desiderarsi di più? Un giardino per passeggiare e l'immensità per riflettere. Ai piedi ciò che si può coltivare e raccogliere, sul capo ciò che si può studiare e meditare. Pochi fiori sulla terra e tutte le stelle nel cielo.




14. CHE COSA PENSAVA


Un'ultima parola.

I particolari da noi descritti potrebbero forse, specialmente nei tempi che corrono, indurre qualcuno ad attribuire al Vescovo di Digne una certa mentalità "panteistica" per usare una frase alla moda, e far supporre, sia a biasimo che a lode, che egli possedesse una di quelle filosofie personali proprie del nostro secolo che sorgono nelle menti solitarie e s'elevano e ingrandiscono fino a sostituire le religioni; per questo insistiamo sul fatto che di quanti conobbero Monsignor Benvenuto nessuno si sarebbe creduto autorizzato a pensare di lui qualcosa di simile. Ciò che illuminava quell'uomo era il cuore. La sua saggezza era fatta della luce che emana di là.

Niente sistemi e molte opere. Le astruse speculazioni fanno venire il capogiro; nulla ci dice che egli si avventurasse nelle apocalissi. L'apostolo può essere ardito, ma il vescovo deve essere timido. Probabilmente si sarebbe fatto scrupolo di approfondire troppo presto certi problemi riservati in qualche modo ai grandi e terribili ingegni.

Nell'atrio dell'enigma c'è un sacro orrore. Le sue fosche porte sono aperte, ma qualcosa ti avverte, o passeggero della vita, che non si entra. Guai a chi vi penetra! I geni, nelle meravigliose profondità dell'astrazione e della speculazione pura, posti per così dire al di sopra dei dommi, propongono le loro idee a Dio. La loro adorazione interroga. Questa è la religione diretta, piena di ansietà e di responsabilità, per chi osa affrontare l'erta.

La meditazione umana non ha limiti. Ha i suoi rischi e pericoli, analizza e scava il suo proprio accecamento. Si potrebbe quasi dire che, per una specie di splendida reazione, ne abbagli la natura, il mondo misterioso che ci circonda restituisce ciò che riceve, ed è probabile che i contemplativi siano contemplati.

Checché ne sia, sulla terra ci sono uomini - sono proprio uomini?

- che scorgono distintamente all'estremo orizzonte del pensiero, le altezze dell'assoluto e hanno la terribile visione della montagna infinita.

Monsignor Benvenuto non apparteneva a questi uomini, non era un genio. Si sarebbe spaventato davanti a quelle sublimità che fecero scivolare nella pazzia alcuni uomini anche grandissimi come Swendenborg e Pascal. Certo, le potenti meditazioni hanno senza dubbio una loro utilità morale, e attraverso queste ardue vie ci si accosta alla perfezione ideale. Lui invece prendeva l'accorciatoia: il Vangelo. Non cercava di dare alla sua pianeta le pieghe del mantello di Elia, non proiettava alcun raggio profetico sul tenebroso rotolio degli avvenimenti, non cercava di condensare in fiamma la luce delle cose, non aveva nulla del profeta e nulla del mago. Quell'anima umile amava: ecco tutto.

E' probabile che estendesse la preghiera fino a un'aspirazione sovrumana; ma la preghiera come l'amore non è mai troppa; e se pregare al di là dei testi fosse una eresia, Santa Teresa e San Girolamo sarebbero eretici.

Si chinava su chi geme e su chi espia. L'universo gli appariva come un'immensa malattia; dovunque sentiva la febbre, dovunque auscultava la sofferenza e, senza cercare di dominare l'enigma, cercava di curare la piaga. Lo spettacolo terribile delle cose create sviluppava in lui la tenerezza; la sua occupazione consisteva nel trovare per sé e ispirare negli altri la migliore maniera di compiangere e di consolare. Ciò che esiste era per questo buono e raro sacerdote un argomento permanente di tristezza consolatrice. Ci sono uomini che lavorano a scavare l'oro; lui lavorava a scavare la pietà. L'universale miseria era la sua miniera. Dovunque il dolore era per lui occasione di continua bontà. "Amatevi gli uni e gli altri"; diceva che per lui era bastante questo precetto, non desiderava niente di più, e in esso consisteva tutta la sua dottrina. Un giorno quel tale che si credeva "filosofo", quel senatore che già abbiamo nominato, disse al vescovo: - Ma osservate lo spettacolo del mondo tutti si fanno guerra; il più forte ha più riuscita. Il vostro 'amatevi gli uni e gli altri' è una stupidità. Monsignor Benvenuto rispose senza discutere: - "Ebbene, se è una stupidità, l'anima ci si deve rinchiudere come la perla nell'ostrica". - Infatti egli vi si chiudeva, ci viveva dentro, ne era pienamente soddisfatto, lasciando da parte le meravigliose questioni che attirano e che spaventano, le insondabili prospettive dell'astrazione, i precipizi della metafisica, tutte quelle profondità che per l'apostolo convergono in Dio e per l'ateo nel nulla: il destino, il bene e il male, la lotta tra gli esseri, la coscienza umana, il pensoso sonnambulismo dell'animale, la trasformazione per mezzo della morte, la ricapitolazione delle esistenze che il sepolcro contiene, l'incomprensibile innesto degli amori successivi sull'io persistente, l'essenza, la sostanza, il Niente e l'Ente, l'anima, la natura, la libertà, la necessità, problemi vertiginosi, sinistri abissi su cui si chinano i giganteschi arcangeli dello spirito umano; abissi formidabili che Lucrezio, Manù, San Paolo e Dante contemplano con quell'occhio folgorante che, fissando l'infinito, pare che vi faccia sbocciare le stelle.

Monsignor Benvenuto era semplicemente un uomo che constatava dal di fuori i problemi misteriosi senza scrutarli, senza aggirarli e senza turbare il suo spirito. Egli aveva nell'anima il grave rispetto dell'ombra.




Libro 2


LA CADUTA



1. LA SERA DI UN GIORNO DI CAMMINO


Ai primi d'ottobre del 1815, circa un'ora prima del tramonto un viandante entrò nella piccola città di Digne. I pochi abitanti che im quel momento si trovavano alle finestre o sulla soglia delle case guardavano quel viandante con una specie d'inquietudine. Era difficile incontrare un passante d'aspetto miserabile. Era un uomo di media statura, tarchiato e robusto, nel vigore dell'età. Poteva avere 46 o 48 anni. Un berretto con visiera di cuoio abbassata nascondeva parzialmente il suo volto bruciato dal sole e dalla calura e grondante di sudore. La camicia gialla di grossa tela, legata al collo da una spilletta d'argento, lasciava vedere il petto villoso; aveva una cravatta ritorta come una fune, pantaloni turchini di fustagno usati e logori, lisi a un ginocchio, bucati all'altro, una vecchia palandrana grigia, sulle spalle uno zaino rimpinzito, bene affibbiato e nuovissimo, in mano un enorme bastone nodoso, i piedi scalzi nelle scarpe chiodate, la testa rasa e la barba lunga.

Il sudore, il calore, il viaggio a piedi, la polvere aggiungevano qualcosa di sordido a quell'insieme cencioso.

I capelli erano rasi ma fitti, perché cominciavano già a spuntare e parevano tagliati non da molto tempo.

Nessuno lo conosceva. Evidentemente era un passante. Da dove veniva? Dal meridione. Forse dalla riviera, perché faceva il suo ingresso in Digne per la stessa strada che, sette mesi prima, aveva visto passare l'imperatore Napoleone che si recava da Cannes a Parigi.

Quell'uomo aveva dovuto camminare tutto il giorno. Sembrava molto affaticato. Alcune donne del vecchio borgo, che fa parte della città bassa, lo avevano visto fermarsi sotto gli alberi del bastione Gassendi e bere alla fontana che si trova all'estremità.

Doveva avere molta sete perché i ragazzi che lo seguivano lo videro fermarsi ancora a bere, duecento passi più avanti, alla fontana della piazza del mercato.

Giunto all'angolo di via Poichevert, girò a sinistra e si diresse verso il municipio. Entrò, e ne uscì un quarto d'ora dopo. Un gendarme stava seduto sul sedile di pietra dove il generale Grouvot salì il 4 marzo per leggere alla folla spaventata di Digne il proclama del Golfo Juan. L'uomo si tolse il berretto e salutò umilmente la guardia.

La guardia, senza rispondere al saluto, lo guardò attentamente, lo seguì per un poco, poi entrò nel municipio.

C'era allora a Digne una bella locanda all'insegna della "Croce di Colbas". Ne era proprietario un tale chiamato Giacomino Labarre, uomo rispettato nella città per la sua parentela con un altro Labarre che a Grenoble aveva la locanda dei "Tre Delfini" e aveva militato nelle guide. Al tempo dello sbarco dell'Imperatore, molte voci erano corse nel paese sulla locanda dei "Tre Delfini".

Si diceva che il generale Bertrand, travestito da carrettiere, l'aveva spesso frequentata nel mese di gennaio e vi aveva distribuito croci al merito a dei soldati e manciate di napoleoni ai borghesi. Il fatto è che l'Imperatore, entrato in Grenoble, aveva rifiutato di prendere alloggio nel palazzo della prefettura, aveva ringraziato il sindaco dicendo: "Vado da un brav'uomo mio conoscente", ed era andato ai "Tre Delfini". Questa gloria del Labarre dei "Tre Delfini" si rifletteva a venticinque leghe di distanza fin sul Labarre della "Croce di Colbas". In città dicevano di lui: "E' il cugino di quello di Grenoble".

L'uomo si diresse verso quell'albergo, che era il migliore della città, entrò nella cucina che s'apriva a pianterreno, sulla strada. Tutti i fornelli erano accesi; un gran fuoco bruciava allegramente nel camino. Il locandiere, che era anche il cuoco, andava continuamente dal focolare alle casseruole, tutto intento a sorvegliare un pranzo squisito per dei carrettieri che si sentivano ridere e parlare in una sala vicina. Chiunque ha viaggiato sa che nessuno banchetta meglio dei carrettieri. Una grossa marmotta, con pernici e galli cedroni, girava su un lungo spiedo davanti al fuoco. Sui fornelli cuocevano due grossi carpioni del lago di Clauzet e una trota del lago di Alloz.

Sentendo aprire la porta e vedendo entrare un nuovo arrivato, il locandiere, senza alzare gli occhi dai fornelli, disse:

- Cosa desidera il signore?

- Mangiare e dormire.

- Niente di più facile - riprese il locandiere. Poi girò la testa, squadrò con un colpo d'occhio il viaggiatore e aggiunse:...pagando, s'intende.

L'uomo tirò fuori dalla tasca della palandrana una grossa borsa di cuoio e rispose:

- Il danaro non mi manca.

·- In questo caso sono a voi - disse il locandiere.

L'uomo rimise la borsa in tasca, si tolse di dosso il sacco, lo posò a terra vicino alla porta, e tenendo il bastone in mano andò a sedersi su uno sgabello basso accanto al fuoco. Digne è in montagna, e le serate di ottobre sono fredde.

Nel suo va e vieni, il locandiere squadrava il viaggiatore.

- Si mangia presto? - domandò l'uomo.

- A momenti - disse il locandiere.

Mentre il nuovo arrivato si scaldava con le spalle al camino, il degno locandiere Giacomino Labarre cavò dalla tasca una matita, poi strappò un lembo d'un vecchio giornale che giaceva dimenticato su un tavolino presso la finestra. Sul margine bianco scrisse una o due righe, piegò senza suggellare e consegnò il pezzo di carta al ragazzo che gli faceva da sguattero e da lacché.

Il locandiere disse una parola all'orecchio del ragazzo e questi partì correndo verso il municipio.

Il viaggiatore non aveva visto nulla di tutto questo. Ancora una volta domandò: - Si mangia presto?

- A momenti - disse il locandiere.

Il ragazzo tornò. Riportava la carta. Il locandiere la spiegò con ansia come uno che attende una risposta. Lesse attentamente, poi scosse la testa e restò un attimo pensieroso. Infine s'avvicinò al viaggiatore, che sembrava sprofondato in pensieri poco sereni.

- Signore - disse - non posso accogliervi.

L'uomo si drizzò sullo sgabello. - Come? Temete che non paghi?

Volete che vi paghi prima? Ho danaro, ve l'ho detto.

- Non è per questo.

- Perché allora?

- Voi avete denaro...

- Sì, disse l'uomo.

- E io non ho camere - disse il locandiere.

L'uomo riprese tranquillamente: - Mettetemi nella stalla.

- Non posso.

- Perché?

- I cavalli l'occupano tutta.

- Ebbene - riprese l'altro - datemi un cantuccio nel granaio. Un po' di paglia. Ci penseremo dopo cena.

- Non posso darvi da cenare.

Questa dichiarazione fatta con un tono misurato ma fermo parve grave al passeggero. Si alzò.

- Ma io muoio di fame. Ho camminato fin da stamattina e ho fatto dodici leghe. Io pago. Voglio mangiare.

- Non ho niente - disse il locandiere.

L'uomo scoppiò a ridere e si volse verso il camino e i fornelli.

- Niente? e tutto questo?

- Tutto questo è già impegnato.

- Per chi?

- Per quei carrettieri.

- Quanti sono?

- Dodici.

- Ma qui c'è da mangiare per venti.

- Hanno ordinato e pagato anticipatamente.

L'uomo si sedette di nuovo e senza alzare la voce disse:

- Sono in locanda, ho fame e ci resto.

Il locandiere allora gli si accostò all'orecchio e con un tono, che lo fece trasalire, disse: - Andatevene.

Il viaggiatore in quel momento era curvo e con la punta ferrata del bastone accostava alcune brage nel fuoco; si volse sorpreso, e aprì la bocca per replicare ma il locandiere lo guardò fisso e sempre a bassa voce aggiunse:

- Via, abbiamo scambiato troppe parole. Volete che vi dica il vostro nome? Vi chiamate Giovanni Valjean. Adesso volete che vi dica chi siete? Vedendovi entrare sono stato in dubbio, e ho mandato a domandare al municipio; ed ecco quel che mi hanno risposto. Sapete leggere? e così dicendo porse allo straniero il pezzo di carta che era corso tra la locanda e il municipio, il municipio e la locanda. L'uomo diede uno sguardo. Il locandiere, dopo un po' di silenzio, riprese - Sono abituato ad essere gentile con tutti; andatevene!

L'uomo abbassò la testa, raccolse lo zaino che aveva deposto a terra, e se ne andò.

Prese la strada provinciale. Andava avanti a caso, rasentando le case come un uomo umiliato e triste. Non si volse mai indietro. Se si fosse voltato, avrebbe visto il locandiere della "Croce di Colbas" sulla soglia di casa, circondato da tutti gli avventori della locanda e da tutti i passanti, che parlavano vivacemente e lo indicavano, e avrebbe indovinato, dagli sguardi di diffidenza e di spavento, che di lì a poco la notizia del suo arrivo sarebbe stato un avvenimento per tutta la città.

Non vide niente di tutto questo. Chi è oppresso non guarda indietro. Sa troppo bene che la cattiva sorte lo segue.

Camminò così per qualche tempo, alla ventura, per strade che non conosceva, dimenticando la fatica come accade nella tristezza.

Tutto a un tratto senti gli stimoli della fame. La notte si avvicinava. Si guardò attorno per vedere se c'era qualche alloggio. La bella locanda era chiusa per lui. Cercava qualche bettola molto umile, qualche bugigattolo assai meschino.

In fondo alla strada s'accese un lume; un ramo di pino, appeso a un gancio di ferro si delineava sul cielo livido del crepuscolo.

Andò in quella direzione.

Si trattava infatti di una osteria: l'osteria di via Chaffaut.

Si fermò un momento e guardò attraverso i vetri l'interno della sala illuminata da una lucernetta posta su una tavola e da un gran fuoco nel camino. C'erano uomini a bere. L'oste si scaldava. La fiamma faceva gorgogliare una marmitta di ferro appesa alla catena.

In questa bettola, che è anche una specie di locanda, si entra per due porte, di cui una dà sulla strada e l'altra si apre su un cortiletto ingombro di concime. Il viaggiatore non osò entrare per la porta della strada. Si introdusse nel cortile, si fermò ancora, poi alzò timidamente il nottolino e spinse la porta.

- Chi c'è? - chiese il padrone.

- Uno che vorrebbe cenare e dormire.

- Benissimo! qui si cena e si dorme.

Entrò. I bevitori si volsero. La lucerna lo rischiarava da una parte, il fuoco dall'altra. Mentre si sbarazzava del sacco, i bevitori stettero a guardarlo.

Il bettoliere disse: - Ecco, il fuoco! La cena cuoce nella pentola. Venite a scaldarvi, amico!

Andò a sedersi vicino al focolare. Allungò i piedi indolenziti dalla fatica. Un buon odore veniva dalla pignatta. Tutto quello che si poteva distinguere del suo volto sotto la visiera del berretto assunse un vago aspetto di benessere, misto a quell'espressione tormentosa che viene dall'abitudine alla sofferenza.

Del resto aveva un profilo maschio, energico e melanconico. La sua fisionomia era davvero strana; da prima sembrava umile poi finiva con l'apparire severa. L'occhio brillava sotto le sopracciglia come sotto un cespuglio. Uno di quelli che stavano seduti attorno a una tavola, era un pescivendolo che prima di entrare nell'osteria di via Chaffaut aveva messo il proprio cavallo nella stalla di Labarre. Caso volle che quella stessa mattina avesse incontrato quel viaggiatore dall'aspetto per niente rassicurante, mentre andava da Bras d'Asse a... (non ricordo il nome ma credo che sia Escloubon). Vedendolo, quell'uomo che pareva già molto stanco gli aveva chiesto di prenderlo in groppa; ma il pescivendolo aveva risposto accelerando il passo. Inoltre, mezz'ora prima, si era frammischiato al gruppo che circondava Giacomino Labarre e aveva narrato a quelli della "Croce di Colbas" il brutto incontro della mattina. Dal suo posto fece un segno impercettibile all'oste che subito si avvicinò; si scambiarono poche parole all'orecchio. Frattanto il viaggiatore era ripiombato nei suoi pensieri. Il bettoliere ritornò verso di lui e, postagli bruscamente la mano sulla spalla, gli disse:

- Vattene di qui.

L'uomo si voltò e rispose dolcemente: - Ah! Voi sapete?

- Sì.

- Mi hanno rimandato dall'altra locanda.

- E ti cacciamo anche da questa.

- Dove volete che vada?

- Altrove.

L'uomo prese il bastone e il sacco, e se ne andò.

Uscendo, alcuni ragazzi, che l'avevano seguito da quando era andato via dalla "Croce di Colbas" e pareva l'aspettassero, gli lanciarono dei sassi. Sdegnato si voltò e li minacciò col bastone.

I ragazzi si dispersero come uno stormo di uccelli. Passò davanti al carcere. Dalla porta pendeva una catenella di ferro attaccata a una campana. Suonò. Lo sportello si apri.

- Signor carceriere - disse levandosi rispettosamente il berretto - vorreste aprirmi e alloggiarmi stanotte?

Una voce rispose:

- La prigione non è un albergo. Fatevi arrestare e vi apriremo.

Lo sportello si rinchiuse.

Entrò in una viuzza con molti giardini, alcuni dei quali, cinti da siepi, davano un tono di gaiezza. Tra quei giardini e quelle siepi scorse una casetta a un solo piano con una finestra illuminata.

Guardò attraverso i vetri come aveva fatto all'osteria. Era una camera grande, imbiancata a calce, con un letto dalla coperta di cotone a disegni stampati, una culla in un angolo, poche sedie di legno e un fucile a due canne appeso al muro. In mezzo alla camera c'era la tavola apparecchiata. Una lucerna di rame rischiarava la tovaglia di tela grossolana, il boccale di stagno lucido come l'argento e pieno di vino, la zuppiera fumante. Vi stava seduto un uomo sulla quarantina dal volto gioviale e aperto che faceva saltellare un bambino sulle ginocchia. Accanto a lui una giovane donna allattava un altro bambino. Padre e figlio ridevano. La madre sorrideva.

Il viaggiatore restò un momento pensoso davanti a quella scena così serena e così dolce. Che cosa sentiva dentro? Lui solo avrebbe potuto dirlo. Probabilmente pensò che quella casa così lieta gli sarebbe stata ospitale e che dove vedeva tanta felicità avrebbe trovato forse un po' di pietà. Batté leggermente sul vetro.

Non lo udirono.

Batté una seconda volta.

Sentì la donna che diceva: - Caro, mi pare che bussino.

- No - rispose il marito.

L'uomo batté un terzo colpo.

Allora il marito si alzò, prese la lucerna e andò ad aprire la porta.

Era un uomo di alta statura, mezzo contadino e mezzo artigiano.

Portava un largo grembiule di cuoio che gli saliva fino alla spalla sinistra e da cui sporgevano un martello, un fazzoletto rosso, una fiaschetta di polvere, e altre cose che stavano nella cintura come in una tasca. Teneva la testa alta come rovesciata; la camicia aperta e ripiegata lasciava vedere il collo taurino, bianco e nudo. Aveva folte sopracciglia, enormi baffi neri, gli occhi a fior di testa, e il grugno di un molosso. Aveva inoltre quell'aspetto inesprimibile di chi sa di essere in casa sua.

- Perdonate, signore - disse il viaggiatore. - Pagando, potrei avere una minestra e un angolo per dormire sotto la tettoia, in giardino? Ditemi: potrei? pagando?

- Chi siete? - domandò il padrone.

- Arrivo ora da Puy-Moisson - rispose l'altro; - ho camminato tutto il giorno per dodici leghe. Potreste? pagando?

- Non direi di no - rispose il contadino; - posso dare alloggio ad un galantuomo che paga. Ma perché non andate alla locanda?

- Non c'è posto.

- Impossibile; non è giorno di fiera né di mercato. Siete stato da Labarre?

- Sì.

- Ebbene?

Il viaggiatore rispose con imbarazzo: - Non so. Non m'ha accolto.

- E dall'altro in via Chaffaut ci siete stato?

L'imbarazzo del passeggero cresceva. Balbettò: - Non m'ha ricevuto neppure lui. - Allora il volto del contadino prese un'aria diffidente. Squadrò il nuovo arrivato e d'un tratto gridò sorpreso: - Sareste forse?...

Poi gli diede un'altra occhiata, indietreggiò di tre passi, depose la lucerna sul tavolo e staccò il fucile dalla parete.

Frattanto alle parole del contadino: "sareste forse?..." sua moglie s'era alzata, aveva stretto tra le braccia i due bambini e s'era rifugiata dietro il marito, col seno ancora scoperto, gli occhi stravolti, guardando lo sconosciuto con spavento e mormorando sottovoce "tsò-maraude" [gattomammone].

Tutto ciò si svolse in meno che non si dica. Dopo aver esaminato ancora quell'uomo come si guarda una vipera, il padrone s'accostò alla porta e gridò: - Vattene.

- Per carità - riprese l'altro; - almeno un bicchiere d'acqua.

- Una fucilata - rispose il contadino.

Poi rinchiuse la porta con violenza e tirò due grossi catenacci.

Un momento dopo venne chiusa anche la finestra e s'udì il rumore di una sbarra di ferro.

Intanto continuava a farsi notte; soffiava il gelido vento delle Alpi. Alla luce del giorno morente il viaggiatore intravide in uno dei giardini ai lati della strada una specie di capannuccia di frasche. Scavalcò una barriera di legno, entrò nel giardino e si accostò alla capanna che aveva un'apertura bassissima che somigliava a quei casotti che i cantonieri si fanno sull'orlo delle strade. Credette infatti che si trattasse di un casotto per cantonieri. Soffriva per il freddo e per la fame, alla fame ormai s'era rassegnato, ma là dentro c'era almeno da ripararsi dal freddo. Si distese bocconi e si trascinò nella capannuccia. Faceva caldo; ci trovò un letto di paglia abbastanza buono sul quale rimase alcuni istanti disteso senza poter fare alcun movimento, tanto era stanco. Poi siccome il sacco che aveva sulle spalle gli dava fastidio ed era d'altronde un guanciale bello e pronto, cominciò a sfibbiare una delle cinghie. In quel momento si udì un ringhio feroce. Alzò gli occhi e vide nell'ombra, nell'apertura della capanna, la testa di un enorme mastino. Si trovava nel giaciglio di un cane. Vigoroso e forte, come era anche lui, s'armò del bastone, si fece scudo del sacco e si trasse fuori non senza allargare gli strappi dei suoi cenci.

Uscì fuori del giardino ma a ritroso, costretto, per tener lontano il cane, a fare col bastone quella manovra che gli schermidori chiamano "mulinello".

Quando, non senza fatica, ebbe ripassato la barriera e si trovò nella via solo, senza asilo, senza riparo, scacciato persino da quel letto di paglia e da quel miserabile canile, si lasciò cadere più che sedere sopra una pietra, e pare che un passante lo sentisse esclamare: Non sono nemmeno un cane!

Si rialzò poco dopo, si rimise in cammino e uscì dalla città, nella speranza di trovare nei campi qualche albero frondoso o qualche mucchio di paglia per mettersi al coperto.

Camminò così per qualche tempo sempre a testa bassa. Quando si sentì lontano da ogni abitazione umana, alzò gli occhi e si guardò intorno. Era in un campo, e aveva davanti una di quelle basse colline, coperte di stoppia tagliata, che dopo il raccolto somigliano a teste rasate. L'orizzonte era fosco; non c'era soltanto l'oscurità della notte; c'erano pure dei nuvoloni bassissimi che parevano poggiare sulla collina e salire a coprire il cielo. Non di meno, essendo imminente il sorgere della luna e durando ancora un ultimo chiarore crepuscolare allo zenit, le nubi formavano nel cielo una specie di volta bianchiccia che riverberava un barlume sulla terra.

La terra dunque era più rischiarata del cielo; il che è d'un effetto assai sinistro. La collina, di piccole proporzioni, si disegnava come un'ombra vaga e livida sull'orizzonte tenebroso.

Tutto questo insieme era orrido, meschino, lugubre e angusto. Nel campo e sulla collina non c'era nulla, tranne un albero deforme che fremendo si torceva a pochi passi dal viaggiatore.

Evidentemente quell'uomo era lungi dal possedere le delicate abitudini di intelletto e di cuore che ci rendono sensibili agli effetti misteriosi delle cose; pure, in quel cielo, in quel colle, in quella pianura e in quell'albero c'era qualcosa di così profondamente desolato, che dopo un momento di immobilità l'uomo se ne tornò indietro bruscamente. Ci sono momenti in cui la natura sembra ostile.

Ritornò sui suoi passi. Nel frattempo le porte di Digne s'erano chiuse. Digne che sostenne vari assedi durante le guerre di religione, nel 1815 aveva ancora le vecchie mura con torri quadrate, le quali furono poi demolite. Passò per una breccia e rientrò in città. Erano circa le otto di sera. Non sapendo la strada, ricominciò ad andare a zonzo. Giunse alla Prefettura e poi al seminario. Passando per la piazza della Cattedrale minacciò la chiesa col pugno.

In un angolo della piazza c'era una tipografia dove si stamparono per la prima volta i proclami dell'Imperatore alla guardia imperiale e all'esercito, dettati da Napoleone stesso e portati dall'isola d'Elba.

Oppresso dalla stanchezza e senza più speranza, si distese sul sedile di pietra vicino alla porta della tipografia.

Una vecchia, che usciva di chiesa, vide nell'ombra l'uomo disteso e gli chiese:

- Che fate amico?

- Lo vedete, buona donna - rispose; - mi corico.

La buona donna, veramente meritevole di questo nome, era la Marchesa di R.

- Su questo sedile? - soggiunse.

- Per dodici anni ho avuto un materasso di legno - riprese l'altro; - oggi ne ho uno di pietra.

- Siete stato soldato?

- Sì, buona donna.

- Perché non andate alla locanda?

- Non ho denari.

- Ahimè! ho quattro soldi soltanto nella borsa - disse la signora R.

- Date pure.

Prese i quattro soldi. La signora continuò:

- Con così poco non potrete alloggiare alla locanda. Avete provato? E' impossibile passare la notte così. Certamente avete freddo e fame. Avrebbero potuto alloggiarvi per carità.

- Ho bussato a tutte le porte.

- Ebbene?

- M'hanno cacciato da per tutto.

La buona donna prese l'uomo per un braccio e gli accennò dall'altro lato della piazza, una casetta bassa di fianco al Vescovado.

- Dite di aver bussato a tutte le porte? - riprese.

- Sì.

- Ma a quella ci avete bussato?

- No.

Ebbene bussate.




2. LA PRUDENZA CONSIGLIATA E' SAGGIA


Quella sera il Vescovo di Digne, fatta la passeggiata in città, s'era trattenuto fino a tardi in camera. Si occupava di un grande lavoro sui "Doveri" che disgraziatamente rimase incompiuto.

Raccoglieva accuratamente quanto è stato detto dai Padri e dai Dottori su questa materia. Il libro era diviso in due parti: la prima sui doveri di tutti e la seconda sui doveri di ciascuno secondo la categoria cui appartiene. Quelli di tutti sono i grandi doveri, che San Matteo divide in quattro classi: doveri verso Dio (Matteo, 6), verso se stessi (Matteo, 5, versetti 29 e 30), verso il prossimo (Matteo, 7, versetto 12) e verso le creature (Matteo, 6, versetti 20, 25). Gli altri doveri il Vescovo li aveva trovati indicati e prescritti altrove: per i sovrani e per i sudditi nella "Lettera ai Romani"; per i magistrati, per le spose, per le madri e per i giovani in San Pietro; per i mariti, per i padri, per i figli e per i servi nella "Lettera agli Efesini"; per i fedeli nella "Lettera agli Ebrei"; per le vergini nella "Lettera ai Corinti". Di tutte queste prescrizioni voleva fare un'armoniosa raccolta da offrire alle anime.

Alle otto lavorava ancora, scrivendo scomodamente su quadrettini di carta, con un grosso volume aperto sulle ginocchia, quando entrò mamma Magloire a prendere l'argenteria dall'armadio accanto al letto. Poco dopo il Vescovo, intuendo che la tavola era pronta e che la sorella l'aspettava, chiuse il libro, s'alzò dal tavolo e passò nella sala da pranzo.

Era una camera oblunga, col camino, con una porta sulla strada e una finestra sul giardino.

Infatti mamma Magloire terminava allora di preparare la tavola e chiacchierava con la signorina Battistina.

C'era una lucerna sulla tavola, accanto al camino, nel quale bruciava un bel fuoco.

E' facile raffigurarsi le due donne che avevano passato la sessantina: mamma Magloire era piccina, grassa e vivace; la signorina Battistina era invece dolce, esile, debole, un po' più alta del fratello con una veste di seta color pulce, come era di moda nel 1806 quando l'aveva comprata a Poitiers e che durava ancora. Per usare una di quelle locuzioni volgari che hanno il merito di esprimere con una sola parola un'idea che a mala pena potrebbe spiegarsi con una pagina, mamma Magloire aveva l'aspetto di una contadina mentre la signorina Battistina quello di una dama. Sui capelli portava una bianca cuffia, aveva una crocetta al collo - il solo gioiello femminile che si trovasse in casa, - un fazzoletto bianchissimo le usciva dall'abito nero di bigello con maniche larghe e corte, portava un grembiule di cotonina a scacchi rossi e verdi legato alla cintura con un nastro verde mentre le pettorina era fissata in alto con due spilli alle due estremità, e finalmente aveva ai piedi grosse scarpe e calze gialle come le portano le marsigliesi. La veste della signorina Battistina era cucita sui modelli del 1806: vita alta, gonna stretta, maniche con spalline, patte e bottoni. I capelli grigi erano nascosti da una parrucca ricciuta detta "alla bebé". Mamma Magloire aveva un aspetto intelligente, vivace e buono; però i due angoli della bocca inegualmente ripiegati e il labbro superiore più grosso dell'inferiore le davano un certo aspetto burbero e imperioso.

Finché Monsignore taceva, essa gli parlava apertamente con un misto di rispetto e di libertà; ma quando parlava Monsignore obbediva passivamente come la signorina.

Quest'ultima poi non parlava neppure, e si limitava a obbedirlo e compiacerlo. Anche in gioventù non era stata bella. Aveva due occhioni azzurri un po' sporgenti e il naso lungo stecchito; ma dal volto e da tutta la persona, traspariva una ineffabile bontà.

Era sempre stata predestinata alla mansuetudine; ma la fede, la carità e la speranza, tre virtù che infondono un dolce calore all'anima, avevano a poco a poco elevato quella mansuetudine fino alla santità. La natura aveva fatto di lei un agnello, la religione un angelo. Povera santa donna! che dolce ricordo smarrito!

In seguito, la signorina Battistina ha raccontato spesso quello che accadde nell'episcopio quella sera; e molte persone ancora in vita oggi ne ricordano i minimi particolari. Quando il Vescovo entrò, mamma Magloire parlava vivacemente con la signorina su un tema che le era familiare e a cui si era abituato anche il Vescovo: si trattava del chiavistello alla porta di ingresso.

Pare che uscita per le provviste della cena, avesse udito ripetere in più luoghi alcune dicerie. Si parlava di un vagabondo d'aspetto sinistro, di un uomo sospetto, che doveva trovarsi in qualche angolo della città, e probabilmente chi si fosse arrischiato a rincasare tardi quella sera avrebbe fatto un cattivo incontro. Si aggiungeva poi che la Polizia non era buona a nulla, perché il Prefetto e il sindaco si vedevano di mal occhio e tentavano di nuocersi facendo nascere qualche pasticcio; toccava quindi alle persone sagge stare attente e bene in guardia; bisognava badare a chiudere, a mettere i catenacci e "serrare a dovere le porte".

Mamma Magloire accentuò deliberatamente questa ultima frase. Ma il Vescovo, che veniva dalla camera dove aveva sentito abbastanza freddo, s'era seduto presso il camino e si riscaldava pensando a tutt'altro. Perciò non badò alla frase ad effetto buttata giù dalla donna. Questa la ripeté. Allora, la signorina Battistina, per accontentare Magloire senza dispiacere il fratello, s'arrischiò timidamente ad aggiungere:

- Sentite, fratello, cosa dice mamma Magloire?

- Ho sentito vagamente qualcosa - rispose il Vescovo.

Poi girando a metà la sedia, appoggiate le mani sulle ginocchia e voltosi alla vecchia perpetua, col suo volto cordiale facilmente giocondo che il fuoco illuminava di sotto in su, disse:

- Vediamo; che c'è? Siamo dunque in grave pericolo?

Mamma Magloire ricominciò la storia, esagerandola un pochino senza accorgersene. Si diceva che uno zingaro, un pezzente, una specie di accattone pericoloso si trovava in città. Era andato a chiedere alloggio a Giacomino Labarre che non aveva voluto accoglierlo. Lo avevano visto dalla parte del bastione Gassendi e poi gironzolare per le vie sul far della notte. Un brutto ceffo.

- Davvero? - disse il Vescovo.

Quel consentire a interrogarla incoraggiò mamma Magloire a cui parve intravedere che il Vescovo non era lontano dall'allarmarsi; perciò con aria trionfale proseguì:

- Sì, Monsignore, proprio così. Stanotte, accadrà qualche grande disgrazia nella città. Lo dicono tutti. E poi, la Polizia è fatta così male. Vivere in un paese di montagna e non avere neanche dei lampioni che rischiarino le vie durante la notte! Quando si va fuori casa, pare di camminare in un forno. Io dico, Monsignore, e la signorina dice con me...

- Io non dico niente - interruppe la sorella. E' ben fatto quel che fa mio fratello.

Mamma Magloire, come se la protesta non fosse avvenuta, continuò:

- Noi diciamo che questa casa non è per niente sicura; se Monsignore me lo permette, corro dal fabbro Paolino Musebois a dirgli che venga a rimettere i catenacci alla porta. Sono pronti; sarà questione di pochi minuti. Sì, Monsignore, vi ripeto che ci vogliono i catenacci almeno per questa notte, perché non c'è cosa più spaventosa di una porta chiusa con un semplice nottolino che il primo passante può aprire di fuori. Tanto più che Monsignore ha l'abitudine di rispondere sempre di entrare; e d'altronde, Dio mio! a notte avanzata, non hanno neppure bisogno di chiedere permesso...

In quel momento si udì alla porta un colpo molto forte.

Avanti - disse il Vescovo.




3. EROISMO E OBBEDIENZA PASSIVA


La porta si aprì.

Si spalancò tutta quanta come se qualcuno la spingesse con energia e decisione.

Un uomo entrò.

Noi già lo conosciamo: era il viaggiatore che poc'anzi abbiamo visto gironzolare in cerca di un asilo. Entrò, fece un passo e si fermò lasciando la porta aperta. Aveva il sacco in spalla, il bastone in mano e negli occhi una espressione rude, ardita, stanca e violenta. La fiamma del caminetto lo illuminava; era orribile.

Un sinistro fantasma. Mamma Magloire non ebbe neppure la forza di emettere un grido; trasalì e restò a bocca aperta.

La signorina Battistina si voltò, scorse l'uomo che entrava, e dallo spavento si rizzò a mezzo sulla sedia; poi volgendo a poco a poco la testa verso il camino, si mise a osservare il fratello, e il suo volto ritornò alla consueta calma e serenità. Il Vescovo fissava l'uomo con occhio tranquillo.

Stava per chiedere al nuovo arrivato cosa desiderasse, quando quest'ultimo, appoggiate le mani sul bastone, girò gli occhi ora sul vecchio ora sulle donne e, senza aspettare che il Vescovo parlasse, disse:

- Ecco, mi chiamo Giovanni Valjean e sono un galeotto. Ho trascorso diciannove anni in galera. Quattro giorni fa mi hanno liberato, e ora vado verso Pontarlier, mia meta. Sono quattro giorni che cammino, da Tolone fin qui, e oggi ho fatto dodici leghe a piedi. Questa sera, arrivando in città, sono entrato in una locanda. Mi hanno mandato via a causa del mio passaporto giallo, che, com'era dovere, avevo mostrato all'ufficio municipale. Sono andato in un'altra locanda, e mi hanno detto:

vattene! Mi sono presentato da questo e da quello, e nessuno mi ha voluto. Sono andato alla prigione e il custode non mi ha aperto.

Sono entrato in un canile e il cane mi ha morso e scacciato come se fosse un uomo. Pareva che sapesse chi sono. Me ne sono andato nei campi, per coricarmi sotto la volta stellata, ma non c'erano le stelle; la pioggia era vicina e ho pensato che non c'è un buon Dio che impedisca di piovere. Alla fine sono rientrato in città per ripararmi almeno nel vano di una porta. Mi ero sdraiato su di un sasso, qua fuori, nella piazza, quando una buona donna, additandomi la vostra casa, mi ha detto: Bussa là; e io ho bussato. Cosa è questa? Una locanda? Ho denaro: centonove franchi e settantacinque centesimi che ho guadagnato in galera col mio lavoro di diciannove anni. Pagherò. Che me ne importa? il danaro ce l'ho! sono stanchissimo. Ho fatto dodici leghe a piedi e ho molta fame. Permettete che mi fermi?

- Mamma Magloire, mettete un'altra posata! - disse il Vescovo.

L'uomo fece tre passi e si accostò al lume sulla tavola; poi come se non avesse capito bene, riprese: - Badate! non è il caso; non avete sentito? sono un galeotto, un forzato e vengo dalla galera.

Trasse di tasca e spiegò un gran foglio di carta gialla: - Ecco il mio passaporto; è giallo, come vedete, serve a farmi cacciare via dovunque vada.

Volete leggere? Io so leggere. Ho imparato in galera, dove c'era una scuola per chi ne aveva voglia. Ecco che cosa hanno scritto sul passaporto: "Giovanni Valjean, forzato liberato, nato a... " questo non vi interessa... "rimase 19 anni in galera, 5 anni per furto con scasso, e 14 per aver tentato 4 volte di fuggire. Uomo pericolosissimo". Ecco! Tutti mi hanno respinto, e voi acconsentite ad accogliermi? E' una locanda questa? Volete darmi da mangiare e da dormire? Avete una stalla?

- Mamma Magloire, mettete le lenzuola di bucato nel letto dell'alcova - disse il Vescovo.

Abbiamo già spiegato di che natura fosse l'obbedienza delle due donne. Mamma Magloire uscì per eseguire gli ordini.

- Signore, sedetevi e riscaldatevi. A momenti, si cena e, mentre mangerete, vi prepareranno il letto.

L'uomo capì. Il suo volto cupo e duro fino allora prese una espressione di stupore, di dubbio, di gioia, e divenne straordinario. Si mise a balbettare come un pazzo:

- Davvero? Voi mi accogliete? Non mi respingete? Un galeotto! e mi chiamate signore e non mi dite vattene cane!, come mi dicono sempre. Credevo che mi aveste cacciato, e perciò vi dissi subito chi sono. Oh! la brava donna che mi disse di venire qui! potrò cenare, avere un letto! un letto con materasso e lenzuola! come tutti gli altri! Sono diciannove anni che non dormo in un letto.

Voi volete proprio che non me ne vada! che brava gente! Del resto ho denaro e pagherò bene. Scusate, signor locandiere, come vi chiamate? Pagherò tutto quello che vorrete. Voi siete un brav'uomo, siete locandiere, non è vero?

- Sono un prete che abita qui - rispose il Vescovo.

- Un prete! - riprese il viaggiatore. - Ah! un bravo prete! ma allora non mi chiedete denaro? un parroco non è vero? il parroco della grande chiesa qui vicino? Toh! che bestia che sono! non avevo badato al vostro zucchetto.

Parlando aveva deposto in un angolo il sacco e il bastone, aveva intascato il passaporto e si era seduto. La signorina Battistina lo squadrava con dolcezza. Egli continuò:

- Siete umano, signor curato, e non mostrate disprezzo. E' una bella cosa un bravo prete! Non avete bisogno che vi paghi, non è vero?

- No - disse il Vescovo. - Tenetevi il vostro denaro. Quanto avete? Non m'avete parlato di centonove franchi?

- E quindici soldi - aggiunse l'uomo.

- Centonove franchi e quindici soldi. Quanto tempo avete impiegato a guadagnare questa somma?

- Diciannove anni.

- Diciannove anni?

Il Vescovo trasse un profondo sospiro. L'altro continuò: - Il mio denaro è ancora intatto. In questi quattro giorni ho speso soltanto venticinque soldi che guadagnai a Grasse, aiutando a scaricare alcuni carri. Poiché siete prete, vi dirò che anche noi avevamo un cappellano. E poi, un giorno vidi un vescovo, un monsignore come lo chiamavano. Era il Vescovo della Majore, a Marsiglia. E' come il curato che sta al di sopra degli altri curati. Perdonatemi, sapete, se mi esprimo male, ma per me sono cose tanto lontane! Capite bene, noialtri...! Disse la messa a un altare in mezzo alla prigione e aveva in testa una cosa a punta, d'oro, che scintillava alla luce del sole. Noi eravamo in fila su tre lati, e in faccia a noi c'erano i cannoni con le micce accese.

Non potevamo udir bene. Parlò, ma era troppo lontano e non potemmo sentire. Ecco cosa è un vescovo.

Mentre lui discorreva, il Vescovo andò a chiudere la porta rimasta spalancata. Intanto rientrò mamma Magloire, portando la posata che depose sulla tavola.

- Mamma Magloire - disse il Vescovo - date a questo uomo il posto più vicino al focolare. - Poi volgendosi all'ospite: - Il vento notturno delle Alpi è assai fastidioso e certamente, signore, voi avete freddo.

Ogni volta che con la sua voce dolcemente grave e cordiale diceva la parola "signore", il volto del viaggiatore si illuminava. Dire signore a un galeotto è come dare un bicchier d'acqua a un naufrago della Medusa. L'ignominia ha sete di considerazione.

- Questa lucerna fa poca luce - riprese il Vescovo.

Mamma Magloire capì e andò nella camera da letto di monsignore a prendere sul camino i due candelieri d'argento, che accese e depose sulla tavola.

- Signor curato, voi siete buono. Non mi disprezzate. Mi ricevete in casa, accendete per me le candele. Eppure non vi ho nascosto da dove vengo e sapete che sono uno sciagurato.

Il Vescovo che gli stava seduto vicino gli toccò la mano leggermente: - Potevate non dirmi chi siete. Questa casa non è mia ma di Gesù Cristo; e quella porta non domanda il nome a chi entra, ma se ha un dolore. Voi soffrite, avete fame e sete; siate il benvenuto! E non ringraziatemi, non dite che vi ricevo in casa mia. Nessuno qui è in casa sua tranne colui che ha bisogno di asilo. Vi dichiaro che siete in casa vostra più di me stesso.

Tutto quello che è qui è vostro. A che serve conoscere il vostro nome? D'altra parte prima ancora che me lo diceste, conoscevo già un altro nome che pure vi appartiene.

L'uomo spalancò gli occhi meravigliato.

- Davvero? Sapevate già come mi chiamo?

- Sì - rispose il Vescovo - vi chiamate fratello mio.

- Sentite, signor curato! - esclamò l'altro. - Quando sono entrato, ero morto di fame ma voi siete così buono che non so più cosa abbia. M'è passata la fame.

Il Vescovo lo guardò e gli chiese:

- Avete patito molto?

- Oh! la casacca rossa, la palla al piede, un tavolaccio per dormire, il caldo, il freddo, il lavoro, la ciurma, le bastonate, la doppia catena per un nonnulla. Insomma la segregazione e la catena sempre, anche se malato. I cani, i cani sono assai più fortunati! Diciannove anni! e ne ho quarantasei. E adesso anche il passaporto giallo.

- Sì - rispose il Vescovo. - Voi venite da un luogo di tristezza.

Ricordatevi però che vi sarà più gioia in cielo per il volto rigato di lacrime di un peccatore pentito che per la veste bianca di cento giusti. Se siete uscito da quel luogo doloroso con pensieri di odio e di collera contro gli uomini, siete degno di pietà; ma se ne uscite con pensieri di benevolenza, di dolcezza e di pace, voi valete più di tutti noi.

Frattanto mamma Magloire aveva servito la cena: una minestra fatta con acqua, pane, olio e sale, un po' di lardo, un pezzo di castrato, alcuni fichi, un po' di cacio fresco e un grosso pane di segala. Aveva aggiunto all'ordinario trattamento una bottiglia di vecchio vino di Mauves. Il volto del Vescovo assunse a un tratto quella espressione di gioia che è propria dei caratteri gioviali:

- A tavola! - disse sorridendo e, come usava quando aveva a cena un estraneo, fece sedere l'uomo alla sua destra. La signorina Battistina, tranquilla e serena, sedette alla sinistra. Il Vescovo recitò il "benedicite", poi servì egli stesso la minestra, come era sua abitudine. L'uomo si mise a mangiare avidamente.

A un tratto il Vescovo disse: - Mi pare che manchi qualcosa su questa tavola.

Infatti mamma Magloire aveva portato soltanto le tre posate assolutamente necessarie, mentre era consuetudine che quando il Vescovo aveva qualche invitato venissero schierate sulla tovaglia, con un ingenuo sfarzo, tutte le sei posate d'argento. Tale gentile parvenza di lusso era una specie di incantevole puerilità in quella casa dolce e severa che innalzava la povertà fino alla dignità.

Mamma Magloire capì l'osservazione, uscì senza dire una parola, e, un momento dopo, le tre posate desiderate dal Vescovo splendevano sulla tovaglia, disposte simmetricamente davanti ai tre convitati.




4. PARTICOLARI SULLE CASCINE DI PONTARLIER


Per dare un'idea di quanto accadde durante quella cena, non c'è di meglio che trascrivere il brano di una lettera della signorina Battistina alla signora di Bois Chevron in cui il dialogo fra il galeotto e il Vescovo viene narrato con minuziosa ingenuità.

"... Quell'uomo non badava a nessuno e mangiava voracemente come un affamato. Però dopo cena, disse: - Signor curato del buon Dio, tutto quello che mi avete dato è già troppo; ma a dir la verità, i carrettieri, che non hanno permesso che mangiassi con loro, pranzano più lautamente di voi.

Sia detto fra noi, l'osservazione mi parve un poco sconveniente.

Mio fratello rispose:

- Ma lavorano più di me.

- No, - rispose l'altro, - hanno più denaro. Voi siete povero, me ne accorgo. Forse non siete nemmeno parroco. Siete parroco almeno?

Ah! se il buon Dio fosse giusto, voi dovreste essere almeno parroco.

- Il buon Dio è più che giusto! - rispose mio fratello.

E un momento dopo aggiunse: - Signor Giovanni Valjean, voi andate a Pontarlier?

- Sì, e con itinerario obbligato. - Così almeno mi parve che rispondesse quell'uomo. Poi continuò:

- Domattina all'alba devo mettermi in cammino. E' duro viaggiare a piedi. Se la notte fa freddo, di giorno fa troppo caldo.

- Andate in un buon paese - riprese mio fratello. - Durante la rivoluzione, quando la mia famiglia fu rovinata, mi rifugiai nella Franca Contea dove vissi qualche tempo col lavoro delle mie mani.

Avevo buona volontà e trovai occupazione. Non si ha che da scegliere. Ci sono cartiere, concerie, distillerie, grosse fabbriche di orologi, di acciaio, di rame e almeno venti ferriere, tra cui quattro, quelle di Lods, di Chatillon, di Audincourt e di Beure, sono assai importanti.

Credo di non ingannarmi e che siano stati questi i nomi citati da mio fratello, il quale si interruppe per rivolgermi la parola:

- Cara sorella, non abbiamo parenti in quella provincia?

Io risposi:

- Ne avevamo; e tra gli altri il signor Lucenet, che era capitano delle porte a Pontarlier sotto il vecchio regime.

- Sì, - riprese mio fratello, - nel '93 non si avevano più parenti, si avevano solo le braccia; e io lavorai. A Pontarlier dove vi recate, signor Valjean, c'è un'industria patriarcale, quella dei formaggi.

Allora mio fratello, incoraggiando l'ospite a mangiare, gli spiegò minuziosamente che cosa fossero le cascine di Pontarlier; disse che si distinguono in due specie: le "grosse cascine" che appartengono ai ricchi, contano da quaranta a cinquanta vacche e producono ogni estate da sette a ottomila formaggi, e le "cascine associate" che appartengono ai poveri e dove i montanari mettono in comune le loro bestie dividendo il prodotto. Tengono a stipendio un formaggiaio, il quale riceve tre volte al giorno il latte dagli associati e ne segna le quantità sopra una doppia taglia. Il lavoro delle cascine comincia sul finire d'aprile, e verso la metà di giugno i formaggiai conducono le vacche in montagna.

L'uomo mangiando si rianimava, e mio fratello gli versava il buon vino di Mauves che lui non beve perché, dice, costa troppo. Dava tutti i particolari con quel suo modo gioviale a voi noto, intercalando di tanto in tanto qualche frase gentile per me.

Più volte ritornò sul discorso del buon mestiere del formaggiaio, come se volesse far capire a quell'uomo che troverebbe un asilo opportuno, senza usare l'asprezza di un consiglio diretto. Una cosa mi colpì.

Vi ho detto chi era il nostro convitato. Orbene, fatta eccezione di poche parole intorno a Gesù profferite appena quello era entrato, né durante la cena né per tutta la sera, mio fratello disse una parola che potesse rivelare all'altro la sua qualità, né si permise alcuna allusione al suo passato. Eppure sembrava una buona occasione per fare un po' di predica, far sentire al galeotto l'autorità vescovile e lasciare in lui la traccia del contatto. Un altro forse, avendo sotto mano quello sciagurato, avrebbe ritenuto opportuno nutrirgli l'anima insieme col corpo e fargli qualche rimprovero condito di morale e di consigli, oppure manifestargli un po' di commiserazione esortandolo a comportarsi meglio in avvenire. Mio fratello invece non gli domandò neppure dove fosse nato né la sua storia. Poiché in quella storia c'era una colpa, pareva che mio fratello evitasse tutto quello che poteva fargliela ricordare, fino al punto che una volta parlando dei montanari di Pontarlier, che fanno "un dolce lavoro vicino al cielo e che", aggiungeva, "sono felici perché innocenti", si fermò di colpo temendo che quella parola sfuggitagli inavvertitamente potesse offendere in qualche modo l'altro. A forza di rifletterci su, credo di avere indovinato quali sentimenti guidassero mio fratello. Senza dubbio, riteneva che quell'uomo, chiamato Giovanni Valjean, avesse troppo presente alla memoria la propria miseria e che il meglio che si poteva fare in quel momento era di distrarlo e fargli credere, anche per un solo momento, di essere un uomo come gli altri, trattandolo appunto come un qualsiasi uomo. Non è questa infatti la carità ben intesa? e non c'è qualcosa di veramente evangelico, mia buona signora, nella delicatezza che si astiene dal sermone, dalla morale e dalle allusioni? E quando un uomo ha un lato doloroso, non è forse meglio non toccarlo? Mi sembra che possa essere stato questo l'intimo pensiero di mio fratello. Ad ogni modo posso dire che se ebbe tutte queste idee, non le rivelò neppure a me; dal principio alla fine si dimostrò lo stesso uomo delle altre sere e cenò con Giovanni Valjean con lo stesso contegno e gli stessi modi che avrebbe avuto cenando con il signor Gedeone Prevost oppure col curato della parrocchia.

Verso la fine, alla frutta, bussarono alla porta: era mamma Gerbaud col suo piccino in braccio. Mio fratello baciò in fronte il fanciullo e mi chiese in prestito undici soldi per darli alla Gerbaud. Frattanto, l'uomo non prestava grande attenzione; non parlava più e sembrava stanchissimo. Partita la buona donna, mio fratello recitò il ringraziamento, poi rivolgendosi a quell'uomo disse: - Dovete avere un gran bisogno di riposare. - Mamma Magloire sparecchiò subito; capì che dovevamo ritirarci per lasciar dormire quel viaggiatore. Quindi ce ne andammo di sopra tutte e due. Però, un momento dopo, mandai giù mamma Magloire a porre sul letto di quell'uomo una pelle di capriolo della Selva Nera che si trovava in camera mia. Le notti sono freddissime, e quella pelliccia tiene caldo. Peccato che sia vecchia e si spelacchi. Mio fratello la comprò quando stava in Germania a Tottlingen, presso le sorgenti del Danubio, insieme al piccolo coltello col manico d'avorio che uso a tavola.

Mamma Magloire tornò di sopra immediatamente; dicemmo le nostre preghiere nella stanza che serve per stendere il bucato, e poi rientrammo ognuna nella propria camera senza scambiare una parola".




5. TRANQUILLITA'


Augurata la buona notte alla sorella, Monsignor Benvenuto prese dalla tavola uno dei candelieri d'argento, consegnò l'altro all'ospite e gli disse:

- Ora, signore, vi accompagno in camera.

Questi lo seguì.

Come abbiamo fatto osservare più addietro, l'abitazione era disposta in modo che per entrare nell'oratorio dove era l'alcova, e per uscirne, bisognava attraversare la camera da letto del Vescovo.

Mentre passavano per questa camera, mamma Magloire chiudeva l'argenteria nell'armadio vicino al letto. Era l'ultima sua cura, ogni sera, prima di andare a letto.

Il Vescovo condusse l'ospite nell'alcova, dove era preparato un letto bianco e pulito. L'uomo posò il candeliere sul tavolino.

- Buona notte - disse il Vescovo. - Domani mattina, prima di partire, berrete una tazza di latte caldo delle nostre mucche.

- Grazie, reverendo! - rispose l'altro.

E aveva appena pronunciato queste pacifiche parole quando d'improvviso fece un movimento strano che avrebbe agghiacciato di terrore le due sante donne se fossero state presenti.

Anche oggi ci è difficile spiegarci che cosa pensasse in quel momento. Voleva dare un avvertimento o lanciare una minaccia oppure ubbidiva a una specie di impulso istintivo e ignoto anche a lui? Si volse bruscamente verso il vecchio, incrociò le braccia e, fissandolo con uno sguardo selvaggio, esclamò con voce rauca.

- Ma insomma, mi alloggiate in casa vostra e così vicino a voi?

Fece una pausa e, con un riso in cui c'era qualcosa di mostruoso, proseguì:

- Avete riflettuto bene? Chi vi assicura che io non abbia commesso assassini?

Il vescovo alzò gli occhi verso il soffitto e rispose:

- Questo riguarda il buon Dio.

Poi, gravemente, muovendo le labbra come chi prega o parli tra sé, alzò due dita della mano destra e benedisse l'altro che non si inchinò, quindi rientrò in camera sua, senza voltarsi indietro e senza guardare intorno.

Quando l'alcova era occupata, una grande tenda di rascia, stesa da una estremità all'altra dell'oratorio, nascondeva l'altare. Il Vescovo, passando, s'inginocchiò dinanzi alla tenda e recitò una breve preghiera. Un momento dopo stava in giardino a passeggiare, pensando, contemplando con l'anima assorta nelle grandi cose misteriose che Dio di notte lascia vedere agli occhi che rimangono aperti.

Quanto al viaggiatore, era davvero tanto stanco che non aveva neppure approfittato delle belle lenzuola bianche. Aveva spento la candela soffiando col naso come fanno i galeotti, e si era buttato vestito sul letto, dove s'era profondamente addormentato.

Suonava mezzanotte, quando il Vescovo rientrò dal giardino. Pochi minuti dopo in quella casetta dormivano tutti.




6. GIOVANNI VALJEAN


Verso la metà della notte Giovanni Valjean si svegliò.

Giovanni Valjean era figlio di poveri contadini della Brie. Nella fanciullezza non aveva imparato a leggere; in gioventù aveva esercitato il mestiere di potatore. Sua madre si chiamava Giovanna Mathieu, suo padre Giovanni Valjean o Valjean, probabilmente un soprannome, una contrazione di "voilà Jean" [ecco Giovanni].

Giovanni Valjean era un carattere pensieroso senza essere triste, come nelle nature affettuose. Però, in definitiva, almeno in apparenza, era un essere abbastanza sonnolento e insignificante.

Ancora giovanissimo aveva perduto il padre e la madre: la madre per una febbre di Malta mal curata, il padre, potatore anche lui, per una caduta da un albero. Gli era rimasta una sorella maggiore di lui, vedova, con sette figli tra maschi e femmine. Questa sorella lo aveva allevato, e finché ebbe marito provvide il fratello minore di alloggio e vitto. Quando il marito le morì, il figlio più grande aveva appena compiuto gli otto anni, mentre Giovanni Valjean aveva compiuto venticinque anni. Egli sostituì il padre di famiglia e sostenne a sua volta la sorella che lo aveva allevato, e lo fece con semplicità, come se adempisse a un dovere, anzi con modi un po' rozzi. La sua gioventù si consumava così in un lavoro rude e mal ripagato. In paese non si sapeva che fosse mai stato fidanzato: non aveva avuto il tempo di innamorarsi.

La sera rientrava stanco e mangiava la sua minestra senza dire una parola. Mamma Giovanna, sua sorella, molte volte mentre lui mangiava, gli toglieva dalla scodella il miglior boccone, un pezzo di carne, una fettina di lardo o il torso di un cavolo per darlo a qualcuno dei figli; e lui lasciava fare e continuava a mangiare curvo sulla tavola, con la testa quasi nella zuppa e con i capelli che gli cadevano intorno alla scodella nascondendogli gli occhi. A Faverolles c'era una fittavola, Maria Claudia, che abitava poco lontano dal casolare dei Valjean, all'altra estremità della via. I ragazzi Valjean, sempre affamati, andavano talvolta, a nome della madre, a farsi prestare da Maria Claudia un boccale di latte che bevevano poi dietro a una siepe o a una svolta del viale, strappandosi il vaso a vicenda e affrettandosi tanto che le ragazzine spandevano il latte sul grembiulino e sul petto. Se avesse saputo di questo contrabbando, la madre avrebbe punito severamente i colpevoli; ma Giovanni Valjean, burbero, pagava a Maria Claudia il boccale di latte, di nascosto della sorella, e così i fanciulli evitavano il castigo.

Nella stagione della potatura, guadagnava ventiquattro soldi al giorno, poi andava come mietitore, come manovale, come garzone di stalla, in una fattoria: s'adoperava come poteva. Anche la sorella lavorava da parte sua; ma come fare con sette bambini? Era una famiglia sfortunata, stretta e soffocata dalla miseria a poco a poco. Sopraggiunse un inverno molto duro. Giovanni rimase senza lavoro e la famiglia senza pane. Senza pane letteralmente; e sette bambini.

Una domenica sera, Maubert Isabeau, panettiere a Faverolles sulla piazza della Chiesa, stava per coricarsi quando sentì battere forte alla vetrina della bottega difesa da una rete. Accorse in tempo per vedere un braccio introdotto attraverso un foro aperto con un pugno nella rete e nel vetro. Il braccio afferrò un pane e lo portò via. Isabeau saltò fuori dalla bottega, inseguì il ladro che fuggiva a gambe levate, e lo raggiunse. Il ladro aveva gettato via il pane ma aveva il braccio ancora sanguinante. Era Giovanni Valjean.

Questo accadeva nel 1795. Valjean fu tradotto in tribunale, accusato di furto con scasso, commesso di notte in una casa abitata. Possedeva un fucile che maneggiava meglio di qualsiasi tiratore ed era un po' cacciatore di frodo. E questo fu un danno per lui. C'è un pregiudizio legittimo contro questa specie dei cacciatori, i quali al pari del contrabbandiere sono assai vicini ai briganti. Eppure, diciamolo di passaggio, c'era un abisso tra queste due razze e gli orribili assassini delle città. I cacciatori vivono nella foresta, i contrabbandieri sui monti e sui mari. Le città producono uomini feroci perché corrotti. I monti, i mari formano uomini selvaggi che sviluppano gli istinti della fierezza, spesso senza distruggere quelli della umanità.

Giovanni Valjean fu dichiarato colpevole. I termini del codice erano chiari. Nella nostra civiltà ci sono momenti tremendi:

quelli in cui la giustizia decide un naufragio. Che istante lugubre, quando la società si allontana e compie l'irreparabile abbandono di un essere ragionevole! Giovanni Valjean fu condannato a cinque anni di galera.

Il 22 aprile 1796, a Parigi, si festeggiava la vittoria di Montenotte, conseguita dal generale in capo dell'esercito d'Italia, che il messaggio del due floreale anno quarto del Direttorio ai Cinquecento chiama Bonaparte. E lo stesso giorno a Bicêtre si formava una grande catena di galeotti, e Giovanni Valjean ne faceva parte. Un vecchio carceriere di quella prigione, che ha ora quasi novant'anni, ricorda ancora quell'infelice che fu incatenato nell'angolo settentrionale del cortile, all'estremità del quarto braccio. Era seduto per terra come tutti gli altri e sembrava non capire nulla del suo stato; ma era orribile. E' probabile che intravedesse tra i vaghi pensieri dell'uomo ignorante di tutto qualcosa di eccessivo. Mentre a colpi di martello gli ribadivano dietro la nuca il collare di ferro, egli piangeva e le lacrime lo soffocavano e gli impedivano di parlare; di tanto in tanto gli riusciva di dire appena: Facevo il potatore a Faverolles. Poi tra i singhiozzi alzava la destra e l'abbassava gradatamente sette volte come se toccasse sette diverse teste di diversa altezza; e da quel gesto si capiva che l'azione commessa da lui era stata fatta per vestire e nutrire sette bambini.

Partì per Lione e ci arrivò dopo ventisette giorni di viaggio, su un carro con la catena al collo. A Tolone, gli misero la casacca rossa. Tutta la sua vita disparve, persino il nome e lui non fu più Giovanni Valjean ma il numero 24601. Che ne fu della sorella?

Che ne fu dei sette bambini? Chi se ne occupò? Che cosa diviene il fogliame del giovane albero segato alla base?

Sempre la stessa storia. Quelle povere creature di Dio, ormai senza appoggio, senza guida, senza asilo, se ne andarono alla ventura, e, chi sa? qualcuno forse per conto proprio e affondarono a poco a poco in quella fredda nebbia in cui si immergono i destini solitari: fosche tenebre, nelle quali, durante il triste cammino del genere umano, scompaiono successivamente tanti disgraziati. Abbandonarono il paese. Il campanile del loro villaggio nativo li dimenticò; li dimenticò il sasso del confine del campo già loro; lo stesso Giovanni Valjean li dimenticò dopo alcuni anni di prigione. Nel suo cuore, dove c'era stata la piaga, restò la cicatrice, e fu tutto. Durante il tempo che passò a Tolone una volta sola udì parlare della sorella, e fu credo verso la fine del quarto anno di prigionia. Non so come gli giungesse questa informazione. Qualcuno che li aveva conosciuti in paese aveva incontrato sua sorella a Parigi, dove dimorava in una meschina viuzza vicino a San Sulpizio, in via Gindre. Aveva allora con sé ancora un figlio, l'ultimo, un maschio. Dove stavano gli altri? Forse non lo sapeva neppure lei. Tutte le mattine andava in una tipografia, in via Sabot numero 3, dove lavorava a piegare e cucire fogli; doveva trovarvisi alle sei del mattino e quindi d'inverno, molto prima che facesse giorno. Nella stessa casa della tipografia c'era una scuola, dove accompagnava il figlioletto di sette anni. Ma siccome doveva porsi al lavoro alle sei e la scuola si apriva soltanto alle sette, il fanciullo doveva rimanere in cortile un'ora ad aspettare l'apertura della scuola. D'inverno, un'ora di notte, all'aperto! Non le permettevano di introdurlo in tipografia, perché dicevano che dava fastidio. Gli operai, passando la mattina, vedevano seduto sul selciato quel povero piccino, cascante dal sonno, spesso addormentato nel buio, rannicchiato e chino sul suo panierino. Quando pioveva, la vecchia portinaia ne aveva pietà e lo raccoglieva nel suo bugigattolo dove non c'era che un lettuccio, un piccolo filatoio e due sedie di legno; lì il fanciullo dormiva in un angolo, stringendo il gatto tra le braccia per sentire meno freddo. Alle sette si apriva la scuola, ed egli entrava. Questo è quello che raccontarono a Giovanni Valjean. Gliene parlarono un giorno, e fu un istante, un lampo, come una finestra che si aprisse improvvisa sul destino di quelle creature da lui amate; poi tutto si rinchiuse e non ne udì più parlare. Non seppe più niente di loro, non li rivide, non li incontrò mai, e nemmeno noi li ritroveremo nel corso di questa dolorosa storia.

Alla fine del quarto anno di prigionia, a Giovanni Valjean toccò il turno di evasione. I compagni l'aiutarono come si usa in quel triste luogo. Fuggì e vagò libero per due giorni nei campi, se può chiamarsi libertà essere inseguito, volgere la testa a ogni istante, trasalire al minimo rumore, aver paura di tutto: del tetto che fuma, dell'uomo che passa, del cane che abbaia, del cavallo che galoppa, dell'ora che suona, del giorno perché ci si vede, della notte perché non ci si vede, della strada, del sentiero, del cespuglio, del sonno. Alla sera del secondo giorno lo riacciuffarono: da trentasei ore non aveva mangiato né dormito.

Per quel nuovo delitto fu condannato a tre anni di prolungamento di pena, e così furono otto. Nel sesto anno, il suo turno di evasione tornò di nuovo, ed egli ne approfittò ma senza portare a termine la fuga. Era mancato all'appello. Tuonò il cannone d'allarme, e la ronda lo trovò di notte nascosto sotto la carena di una nave in costruzione. Oppose resistenza alle guardie che l'arrestarono. Fuga e ribellione: fatti previsti dal codice speciale, che vennero puniti con un aggravamento di cinque anni, due dei quali con doppia catena; e così divennero tredici. Nel decimo anno ritornò il suo turno e ne approfittò ancora senza riuscirvi; altri tre anni per questo nuovo tentativo e furono sedici. Finalmente nel tredicesimo anno tentò un'ultima volta e si fece riacciuffare dopo quattro ore di assenza; altri tre anni per queste quattro ore: totale, diciannove anni. Fu messo in libertà nell'ottobre 1815; vi era entrato nel 1796 per aver spezzato un vetro e rubato un pane.

Facciamo una breve parentesi. E' la seconda volta che l'autore di questo libro nei suoi studi sulla questione penale e sulle condanne fatte dalla legge, si imbatte nel furto di un pane come punto di partenza della rovina di un'esistenza. Claudio Gueux aveva rubato un pane. Giovanni Valjean aveva rubato un pane.

Secondo una statistica inglese, a Londra quattro furti su cinque hanno la fame come movente immediato.

Giovanni Valjean era entrato nella prigione piangendo e fremendo; ne uscì impassibile; era entrato disperato e ne uscì cupo.

Che cosa era accaduto in quell'anima?




7. IL PERCHE' DELLA DISPERAZIONE


Tentiamo di dirlo.

E' pur necessario che la società contempli queste cose perché è lei che le fa.

Valjean, come dicemmo, era un ignorante ma non un imbecille. Il lume naturale era vivido in lui. La sventura, che ha pure la sua luce, accrebbe il poco chiarore che c'era nella sua mente. Sotto il bastone e la catena, nella cella e tra le fatiche, sotto l'ardente sole delle prigioni e sul tavolaccio che gli serviva per dormire, si ripiegò sulla propria coscienza per riflettere. Si costituì al tribunale della coscienza.

E cominciò col giudicare se stesso.

Riconobbe che non era un innocente punito ingiustamente. Confessò a se stesso di aver commesso un'azione indegna e riprovevole; forse quel pane, se lo avesse chiesto, non gli sarebbe stato negato; in ogni caso, sarebbe stato meglio attenderlo sia dalla pietà che dal lavoro; non è sempre un argomento ineccepibile il dire: si può aspettare quando si ha fame? Prima di tutto è assai raro che si muoia letteralmente di fame; inoltre, l'uomo per sua sventura o fortuna, è così fatto che può soffrire a lungo e molto, moralmente e fisicamente, senza morire, e quindi ci vuole pazienza; forse sarebbe stato meglio anche per quei poveri fanciulli; era stata una pazzia, per lui disgraziato e misero, prendere violentemente per il colletto tutta la società e figurarsi di uscire dalla miseria attraverso il furto. In ogni caso, era una pessima porta per uscire dalla miseria quella per cui si entra nell'infamia. Insomma confessò di aver avuto torto.

Poi domandò a se stesso:

Egli solo aveva avuto torto in quella fatale vicenda?

Innanzitutto, non era grave che a lui, lavoratore, fosse mancato il lavoro, che a lui laborioso fosse mancato il pane? Inoltre, commesso e confessato il fallo, la pena non era stata forse eccessiva e crudele? Non c'era stato maggiore abuso da parte della legge nella pena, che da parte del colpevole nel delitto? Non c'era eccesso di pesi in uno dei piatti della bilancia, in quello cioè dell'espiazione? L'eccesso della pena cancellava il delitto?

oppure capovolgeva la situazione, sostituiva la colpa della repressione a quella del delinquente, mutava il colpevole in vittima, il debitore in creditore, e poneva così il diritto proprio dalla parte di colui che l'aveva violato? Quella pena, aggravata dai successivi prolungamenti per i tentativi di evasione, non si risolveva in una specie di attentato del più forte al più debole, in un delitto della società contro l'individuo: delitto che si rinnovava ogni giorno e che durava da diciannove anni?

Si domandò se la società umana aveva il diritto di far pagare ai suoi membri da una parte la sua imprevidenza irragionevole e dall'altra la sua spietata previdenza; e di tenere per sempre un poveretto tra una deficienza e un eccesso: deficienza di lavoro, eccesso di castigo.

Non era eccessivo che la società trattasse così proprio quei suoi membri che sono i meno fortunati nella ripartizione dei beni fatta dal caso, e per conseguenza i più degni di essere compresi? Posti e risolti questi interrogativi, giudicò la società e la condannò.

La condannò al suo odio.

La chiamò responsabile del destino che subiva, e pensò che forse un giorno non avrebbe esitato a chiedergliene conto. Dichiarò a se stesso che non c'era equilibrio tra il danno causato e quello ricevuto; e giunse alla conclusione che il suo castigo se non era un'ingiustizia era indubbiamente una iniquità.

La collera può essere pazza e assurda, l'ira può essere ingiustificata, ma ci sentiamo indignati soltanto quando abbiamo un fondamento di ragione. E Giovanni Valjean era indignato.

Inoltre, la società gli aveva fatto soltanto del male; di lei aveva visto solo quel viso arcigno che chiamano giustizia e che essa mostra a quelli che colpisce. Gli uomini avevano avuto contatti con lui soltanto per maltrattarlo; ogni contatto era stato una ferita. Dopo la sua infanzia, dopo sua madre e dopo sua sorella, non aveva più udito una parola amica, né incontrato uno sguardo benevolo. Di sofferenza in sofferenza arrivò a poco a poco alla convinzione che la vita è una guerra e che in questa guerra lui era il vinto. L'odio era l'unica sua arma e perciò decise di affilarla in galera e di portarla fuori quando sarebbe uscito.

A Tolone c'era una scuola per la ciurma, tenuta dai Fratelli delle Scuole Cristiane, nella quale si insegnavano le cose più elementari a quelli che, tra i poveri condannati, avevano voglia di imparare. Egli fu nel numero degli uomini di buona volontà; andò a scuola a quarant'anni, imparò a leggere, a scrivere e a computare; sentiva che, fortificando l'intelligenza rafforzava il proprio odio. In certi casi, l'istruzione e la luce possono servire come arma al male.

E' triste dirlo: dopo aver giudicato la società che era stata la sua sventura, giudicò la Provvidenza che aveva creato la società; e condannò anche questa.

Così durante i diciannove anni di tortura e di schiavitù, quell'anima si innalzò e discese al tempo stesso: da una parte accolse la luce, dall'altra le tenebre.

Giovanni Valjean, come vedemmo, non era di indole perversa, e quando entrò in prigione era ancora buono. Qui condannò la società e divenne malvagio; condannò la Provvidenza, e comprese che diventava empio.

E' difficile non fermarsi un momento a meditare.

La natura umana può trasformarsi completamente da cima a fondo?

L'uomo creato buono da Dio può diventare cattivo per opera dell'uomo? Può l'anima essere modificata dal destino e diventare cattiva, se il destino è cattivo? Può il cuore, sotto la pressione di una sventura sproporzionata, deformarsi e contrarre laidezze e infermità incurabili, come la colonna vertebrale sotto una volta troppo bassa? Nell'anima umana in genere e in quella di Giovanni Valjean in particolare, non c'era una scintilla primitiva, un elemento divino incorruttibile in questo mondo e immortale nell'altro, che il bene può sviluppare, attizzare, accendere, infiammare, e far risplendere radiosamente e che il male non può spegnere mai completamente?

Domande gravi e oscure, all'ultima delle quali probabilmente qualunque fisiologo avrebbe risposto di no senza esitare, se a Lione, nelle ore di riposo, che per Valjean erano quelle della meditazione, avesse visto seduto sulla manovella di un argano, con le braccia incrociate e con l'estremità della catena appoggiata alla tasca per impedirne lo strascico, quel galeotto serio, tetro, taciturno e pensieroso, quel paria della legge, che guardava l'uomo con collera, quel dannato dalla civiltà che fissava il cielo con occhio severo.

Certo, né vogliamo dissimularlo, il fisiologo osservatore lo avrebbe giudicato un male senza rimedio; forse avrebbe compianto quel malato della legge, ma non avrebbe nemmeno osato tentarne la guarigione; avrebbe distolto lo sguardo dagli abissi di quell'anima, e, come Dante dalla porta dell'Inferno, avrebbe cancellato da quell'esistenza la parola che il dito di Dio scrisse sulla fronte di ogni uomo: "Speranza"!

Questo stato della sua anima, che abbiamo tentato di analizzare, era così chiaro per un Giovanni Valjean come abbiamo cercato di descriverlo per i lettori? Distingueva con sicurezza i molteplici componenti della sua miseria morale, e li aveva ben percepiti via via che si erano andati formando? Poteva quell'uomo, rozzo e illetterato, rendersi chiaramente conto della successione di idee, per cui gradatamente era salito e disceso fino alle lugubri prospettive che da tanti anni sbarravano l'orizzonte del suo intelletto? Aveva proprio coscienza di quanto era accaduto in lui e di quanto vi si agitava? Non oseremmo asserirlo, anzi non lo crediamo. C'era troppa ignoranza in Valjean e quindi, anche dopo tante sventure, molta confusione; talvolta neanche lui sapeva quel che sentiva. Giovanni Valjean viveva nelle tenebre, soffriva nelle tenebre e nelle tenebre odiava, potremmo dire che odiava ciò che aveva davanti. Viveva abitualmente in quell'ombra, andando a tastoni come un cieco o come un sonnambulo. Di tanto in tanto gli veniva improvviso, o dal proprio interno o dal di fuori, uno scatto di collera, un aumento di sofferenza, un lampo rapido e incerto che gli illuminava l'anima e, ai raggi di una luce spaventosa, gli mostrava bruscamente intorno, davanti e di dietro, gli orribili precipizi e le cupe prospettive del suo destino.

Svanito il lampo, tornava la notte, e allora dov'era? Lo ignorava.

La caratteristica di queste pene, nelle quali predomina l'assoluta mancanza di ogni pietà e quindi l'abbrutimento, consiste nel trasformare, a poco a poco e con una specie di stupida trasfigurazione, l'uomo in una bestia selvaggia, e talvolta anche in una bestia feroce. I molteplici e ostinati tentativi di evasione di Giovanni Valjean basterebbero a dimostrare questo strano effetto ottenuto dalla legge sull'animo umano. Giovanni Valjean avrebbe rinnovato, ogni qualvolta se ne fosse presentata l'occasione, quei tentativi di fuga così inutili e stolti, senza riflettere un momento né al risultato né alle esperienze già fatte. Fuggiva impetuosamente, come un lupo che trova aperta la gabbia. L'istinto gli gridava: salvati! La ragione invece gli avrebbe detto: rimani! Ma, dinanzi a una tentazione così violenta, ogni ragionamento scompariva, e restava solo l'istinto; chi agiva era la bestia. Quando veniva riacciuffato, le nuove pene che gli infliggevano servivano soltanto a irritarlo maggiormente.

Non possiamo omettere un particolare; egli era di una forza fisica superiore a quella di qualsiasi galeotto. Al lavoro nel girare un argano o per rallentare una gomena, valeva quattro uomini; talvolta sollevava e sosteneva sulle spalle pesi enormi, e sostituiva quell'ordigno che chiamano martinetto. Una volta, mentre riattavano il balcone del palazzo municipale di Tolone, una delle bellissime cariatidi del Puget che lo sostengono, si staccò e stava per cadere. Ma Giovanni Valjean, che era presente, la puntellò con le spalle e la sostenne finché arrivarono gli operai.

In lui l'agilità superava la forza. Certi galeotti, impenitenti sognatori di fughe, finiscono col fare della forza e della destrezza una vera scienza: la scienza dei muscoli. Tutta una ginnastica misteriosa viene praticata quotidianamente dai prigionieri, da questi eterni invidiosi delle mosche e degli uccelli. Arrampicarsi lungo una verticale e trovare dei punti di appoggio dove si vede appena una sporgenza, era un gioco per Valjean; gli bastava un angolo di muro per spingersi quasi magicamente a un terzo piano con la tensione del dorso e dei garetti, con i gomiti e i calcagni incastrati nelle asperità della pietra; talvolta arrivava così fino al tetto della prigione.

Parlava poco e non rideva mai. Ci voleva un'emozione violenta per strappargli, una o due volte all'anno, quel funebre riso di forzato che è come un' eco del riso di Satana. A vederlo pareva intento a guardare continuamente qualcosa di terribile.

Difatti era sempre assorto.

Attraverso le stentate percezioni di una natura incompleta e di un'intelligenza angustiata, avvertiva confusamente che qualcosa di mostruoso lo opprimeva. Nell'oscura e tetra penombra in cui strisciava, ogni volta che volgeva la testa e tentava di alzare lo sguardo, vedeva, con terrore misto a rabbia, sorgere sopra di sé, erigersi e salire a perdita d'occhio, con orribili sbalzi, uno spaventoso mucchio di cose, di leggi, di pregiudizi, di uomini e di fatti, i cui contorni gli sfuggivano, la cui massa lo spaventava, e che non erano altro che quella prodigiosa piramide chiamata civiltà. Distingueva qua e là, in quell'informe e formicolante cafarnao, ora presso di lui ora lontano, e su ripiani inaccessibili, qualche gruppo, qualche particolare vividamente illuminato: qui l'aguzzino col suo bastone, qua il gendarme con la spada, laggiù l'arcivescovo mitrato, e alla sommità, in una specie di raggiera, l'imperatore coronato e abbagliante. Gli pareva che questi lontani splendori, invece di dissipare la sua notte, la facessero più nera. Leggi, pregiudizi, fatti, uomini e cose, tutto questo andava e veniva sopra di lui, secondo il movimento complicato e misterioso che Dio imprime alla civiltà, e gli camminava addosso e lo schiacciava con una certa tranquillità crudele e con una inesorabile indifferenza. Anime cadute nella più bassa sventura, uomini disgraziati, infelici, perduti nel profondo di quei limbi in cui non si guarda più, i reprobi della legge sentono gravare, con tutto il suo peso sul loro capo, quella società umana così terribile per chi sta fuori e così spaventosa per chi sta sotto.

In questa situazione Giovanni Valjean pensava. Quale poteva essere la natura dei suoi pensieri?

Se il chicco di frumento sotto la mola potesse pensare, penserebbe certamente quel che pensava Giovanni Valjean. Tutte quelle cose, realtà piene di spettri, fantasmagorie piene di realtà, avevano finito col creare in lui uno stato interiore quasi inesprimibile.

A momenti, durante i suoi lavoro forzati, si fermava e si metteva a pensare. La sua ragione, più matura, ma più torbida di un tempo, si ribellava. Tutto quello che gli era accaduto gli pareva impossibile. Diceva tra sé: E' un sogno. Guardava l'aguzzino a pochi passi da lui; l'aguzzino pareva un fantasma; e d'un tratto il fantasma gli dava una bastonata.

La natura visibile esisteva appena per lui. Si potrebbe anzi dire che per Giovanni Valjean non c'erano né il sole, né le belle giornate d'estate, né il cielo radioso, né le fresche albe d'aprile. Non so quale spiraglio di luce illuminava abitualmente la sua anima.

Per riassumere infine quel che è riassumibile e traducibile in risultati positivi, ci limiteremo a constatare che Giovanni Valjean, l'inoffensivo potatore di Faverolles, il terribile galeotto di Tolone, grazie alla trasformazione operata da diciannove anni di prigione, era diventato capace di due specie di cattive azioni: innanzitutto, di una cattiva azione rapida, irriflessiva, piena di stordimento, tutta istintiva, una specie di rappresaglia per il male sofferto; poi, di un'azione grave, seria, discussa e meditata con le idee false che può suggerire una simile sventura. Le sue premeditazioni passavano per le tre fasi successive che soltanto certi caratteri possono percorrere:

ragionamento, volontà, ostinazione. I suoi moventi erano:

l'indignazione abituale, l'amarezza dell'anima, il senso profondo delle iniquità subìte, la reazione anche contro i buoni, gli innocenti e i giusti, se ci sono. Il punto di partenza come il punto di arrivo di tutti i suoi pensieri era l'odio per la legge umana: quell'odio che, se non è fermato nel suo sviluppo da qualche provvidenziale incidente, diventa poi odio della società, odio del genere umano, odio della creazione, e si traduce in un vago, incessante e brutale desiderio di nuocere a un qualunque essere vivente. Come si vede, non senza ragione, il passaporto qualificava Giovanni Valjean uomo pericolosissimo.

Di anno in anno, quell'anima s'era inaridita sempre più lentamente, ma fatalmente. A cuore arido, occhio arido. Quando uscì di prigione, non aveva versato una lacrima da diciannove anni.




8. L'ONDA E L'OMBRA


Un uomo in mare!

Che importa? La nave non si ferma. Il vento soffia, e quel tetro naviglio ha una strada da fare. Va avanti.

L'uomo scompare, riappare, si immerge, riemerge, invoca, tende le braccia e non è sentito. La nave, scossa dall'uragano, attende alle manovre; i marinai e i passeggeri non vedono più il naufrago; la sua povera testa è soltanto un punto nell'enormità delle onde.

Egli lancia grida disperate nel profondo silenzio. Che spettro la nave che se ne va! Egli la guarda e la riguarda freneticamente.

Questa si allontana, si scolora, si impicciolisce. Poco fa stava lì, apparteneva all'equipaggio, andava e veniva sul ponte insieme con gli altri, aveva la sua parte di respiro e di sole, era un vivente. Adesso, cosa è dunque accaduto? E' scivolato, è caduto, è finito.

E' nell'acqua mostruosa. Sotto i piedi ha ciò che fugge e crolla.

I flutti infranti e accresciuti dal vento lo assalgono orrendamente, i sussulti dell'abisso lo trascinano, tutti i cenci dell'acqua si agitano attorno al suo capo, una plebaglia di flutti gli sputa in faccia, confusi baratri lo ingoiano a metà; ogni volta che affonda, intravede precipizi tenebrosi; spaventose vegetazioni ignote lo afferrano, gli tirano i piedi e lo attraggono; sente di diventare abisso, di far parte della schiuma, sente che le onde se lo palleggiano tra loro; beve l'amarezza; l'oceano vile si ostina ad affondarlo, e l'immensità si burla della sua agonia. Pare che tutta quell'acqua sia odio.

Tuttavia egli lotta, cerca di difendersi, cerca di sostenersi fa sforzi, nuota. Lui, povera forza subito esaurita, combatte l'inesauribile.

Dov'è la nave? Laggiù, appena visibile nelle pallide tenebre dell'orizzonte.

Soffiano le raffiche; tutte le schiume lo schiacciano. Alza gli occhi e non vede che livide nubi. Assiste agonizzando alla sterminata demenza del mare, ed è suppliziato da quella demenza.

Sente rumori stranieri all'uomo che sembrano venire dall'al di là della terra e da non si sa quale luogo tremendo.

Ci sono degli uccelli tra le nuvole come ci sono angeli al di sopra delle angosce umane; ma che cosa possono fare per lui?

Volano, cantano, planano, e lui intanto rantola.

Si sente seppellito da questi due infiniti: l'oceano e il cielo; l'uno è una tomba, l'altro è un lenzuolo.

Cade la notte. Da parecchie ore egli nuota e le forze stanno per esaurirsi. La nave, quella cosa lontana, dove c'erano degli uomini, è scomparsa. E' solo nel formidabile vortice crepuscolare; affonda; si irrigidisce; si torce, e sente di sotto i vaghi mostri dell'invisibile. Egli chiama.

Non c'è nessun uomo. Dove è Dio?

Chiama, chiama sempre qualcuno.

Non c'è niente all'orizzonte e niente in cielo.

Invoca il mare, l'onda, l'alga, lo scoglio. Sono sordi. Supplica la tempesta: ma l'imperturbabile tempesta obbedisce solo all'infinito.

Attorno a lui, l'oscurità, la nebbia, la solitudine, il tumulto uraganoso e incosciente, l'indefinito ondeggiare delle acque selvagge. Dentro di lui, l'orrore e la stanchezza. Sotto di lui, l'abisso.

Egli pensa alle tenebrose avventure del suo cadavere nell'ombra senza limite. Il freddo intenso lo paralizza. Le sue mani si contraggono e si chiudono, ma non afferrano nulla. Venti, nubi, turbini, stelle inutili! Che fare? Il disperato stanco si abbandona, decide di morire, si lascia andare, lascia fare al destino; ed ecco che rotola per sempre nelle lugubri profondità della voragine.

O implacabile cammino delle società umane! Perdite d'uomini e di anime per via! Oceano, nel quale cade tutto quello che la legge lascia cadere! Scomparsa sinistra di ogni soccorso! Morte morale!

Il mare è l'inesorabile notte sociale in cui il codice penale getta i suoi condannati. Il mare è l'immensa miseria.

L'anima trascinata in quel gorgo può diventare un cadavere. Chi la risusciterà?




9. NUOVI SOPRUSI


Quando giunse l'ora di uscire dalla prigione, quando sentì risuonare all'orecchio le strane parole: "sei libero"! fu per Giovanni Valjean un momento indicibile e straordinario. Un raggio di viva luce, della vera luce dei viventi, penetrò improvviso in lui ma non tardò a impallidire. Valjean era stato abbagliato dall'idea della libertà. Aveva creduto a una nuova vita, ma ben presto capì che cosa è una libertà garantita dal passaporto giallo.

E poi, quanti altri motivi di amarezza! Aveva calcolato che la somma guadagnata nella lunga prigionia doveva ammontare a centosettantuno franchi. Bisogna però osservare che aveva dimenticato di fare entrare nei suoi calcoli il riposo coatto delle domeniche e delle altre feste, il che in diciannove anni portava una diminuzione di circa ventiquattro franchi. Comunque per le varie trattenute, quella somma si trovò ridotta a centonove franchi e settantacinque centesimi che gli furono consegnati al momento di uscire.

Egli non ne capì nulla e si credette leso; anzi diciamo la parola, derubato.

L'indomani della sua scarcerazione vide a Grasse, davanti alla porta di una distilleria di zagare, alcuni uomini che scaricavano balle. Si offrì e, poiché il lavoro urgeva, fu accettato. Si mise all'opera; era intelligente, robusto e svelto, e fece quanto meglio poté. Il padrone pareva contento. Mentre lavorava passò per caso una guardia che l'osservò e gli chiese i documenti. Dovette esibire il passaporto giallo. Dopo di che, riprese il lavoro. Poco prima aveva chiesto a uno degli operai quanto guadagnava al giorno, e gli era stato risposto: trenta soldi. Venuta la sera, e dovendo partire l'indomani, si presentò al padrone della distilleria e lo pregò di pagarlo. Questi, senza dire una parola, gli consegnò venticinque soldi. Valjean fece qualche rimostranza.

Il padrone gli rispose: "Questo è anche troppo per te!". Valjean insistette, ma l'altro fissandolo negli occhi, disse: "Bada alla prigione!". Anche qui si credette derubato.

La società, lo Stato, diminuendo la sua diaria, l'aveva truffato in grande, adesso l'individuo lo truffava in piccolo.

La scarcerazione non è la libertà. Si esce dalla prigione ma non dalla condanna.

Questo gli era accaduto a Grasse. Abbiamo già visto come fosse stato accolto a Digne.




10. L'UOMO SI SVEGLIA


Suonavano dunque le due del mattino all'orologio della cattedrale, quando Giovanni Valjean si svegliò.

Si svegliò perché il letto era troppo comodo. Da quasi vent'anni non dormiva nel letto, e, quantunque non si fosse spogliato, la sensazione era troppo nuova per non rendergli il sonno inquieto.

Aveva dormito più di quattro ore. La stanchezza gli era passata.

Era uso a non concedere troppo tempo al riposo.

Aprì gli occhi e si guardò attorno nel buio; poi li richiuse per riaddormentarsi.

Dopo un giorno agitato da molte e varie sensazioni e quando si è preoccupati, ci si addormenta la prima volta ma non la seconda, il sonno viene più facilmente che non ritorni. Questo accadde anche a Valjean. Non poté riprendere sonno, e cominciò a pensare.

Si trovava in uno di quei momenti in cui le idee ci si affacciano confuse. Nel suo cervello c'era come un oscuro andirivieni, in cui passavano e s'incrociavano confusamente ricordi antichi e recenti, deformandosi, ingrossandosi smisuratamente, per poi sparire d'improvviso come se si tuffassero in un lago fangoso e agitato.

Molti erano i pensieri che affluivano nella sua mente, ma uno tornava spesso e scacciava tutti gli altri. Questo pensiero vogliamo farlo conoscere subito: era stato colpito dalle sei posate d'argento e dal mestolo, che mamma Magloire aveva collocato sulla tavola. Quelle posate l'ossessionavano. Erano là... a pochi passi. Attraversando la camera vicina per venire dove si trovava, la vecchia perpetua le stava riponendo in un armadio a muro, accanto al letto..., armadio che egli aveva notato, a destra, entrando dalla sala da pranzo... Ed erano massicce; vera argenteria antica... Col mestolo si potevano ottenere almeno duecento franchi, il doppio di quanto aveva guadagnato in diciannove anni. Avrebbe guadagnato di più, se il governo non l'avesse derubato.

La sua mente fu per un'ora intera fra tentennamenti a cui si univa pure un po' di lotta. Suonarono le tre, Valjean riaprì gli occhi, si rizzò bruscamente a sedere, stese il braccio verso il sacco gettato nell'angolo dell'alcova, poi buttò giù le gambe, appoggiò i piedi a terra e, quasi senza saperlo, si trovò seduto sul letto.

Per qualche tempo restò meditabondo in quella posa che avrebbe avuto qualcosa di sinistro per chiunque avesse visto nelle tenebre lui solo sveglio in una casa addormentata. Poi si chinò di colpo, si tolse le scarpe e le posò adagio sulla stuoia accanto al letto; quindi riprese l'atteggiamento meditabondo e ridivenne immobile.

In quella orrida meditazione, le idee che abbiamo accennato agitavano senza tregua il suo cervello, rientravano, ne uscivano, vi rientravano, ed esercitavano una specie di oppressione. E poi pensava pure, senza sapere perché e con la meccanica ostinazione di chi fantastica, a un galeotto di nome Brevet, conosciuto in prigionia e che aveva i pantaloni sostenuti da una sola bretella di cotone. Il disegno a scacchi di quella bretella gli veniva continuamente alla mente.

Restò in quella posizione, e forse ci sarebbe così restato fino all'alba, se l'orologio non avesse suonato il quarto o la mezza ora. Parve che quel colpo gli dicesse: Va!

Si rizzò in piedi, esitò ancora, e si mise a origliare; nella casa tutto taceva; allora andò diritto e a passettini verso la finestra, che si intravedeva appena. La notte non era molto buia; c'era una luna piena, su cui passavano larghe nuvole spinte dal vento; il che produceva di fuori alternative d'ombre e di luci, di eclissi e di chiarori, mentre nell'interno della casa c'era una specie di crepuscolo, che era sufficiente per poter camminare, intermittente a causa delle nubi e simile a quella specie di lividore che penetra nello spiraglio di una cantina davanti a cui vanno e vengono i passanti. Arrivato alla finestra Valjean la esaminò. Era senza grata, dava sul giardino e si chiudeva con un nottolino, come si usava in paese.

L'aprì, ma la richiuse subito perché un vento freddo e pungente entrò bruscamente nella camera. Guardò nel giardino con quell'occhio attento che studia più che guardare. Il giardino era cinto da un muro bianco, molto basso, e facile a scavalcare. In fondo, al di là, distinse le cime di alberi spaziati regolarmente, il che indicava che il muro divideva il giardino da un viale o da una stradetta alberata.

Data questa occhiata, fece il gesto di chi ha preso una decisione; ritornò nell'alcova, riprese il sacco, l'aprì, lo frugò ne cavò fuori qualcosa che depose sul letto; mise nel sacco le scarpe, richiuse il sacco e se lo caricò sulle spalle; si pose il berretto, tirò la visiera sugli occhi, cercò a tentoni il bastone e lo collocò nell'angolo della finestra; poi, riaccostandosi al letto, afferrò risolutamente l'oggetto che aveva deposto e che somigliava a una corta sbarra di ferro acuminata come uno spiedo.

Sarebbe stato difficile distinguere nelle tenebre a che cosa poteva servire quel pezzo di ferro. Era una leva? Era una mazza?

Alla luce del giorno si sarebbe visto che non era altro che una leva da minatore. A quel tempo la usavano talvolta i galeotti per estrarre dei macigni dalle colline attorno a Tolone; e non era quindi raro che avessero a loro disposizione degli utensili da minatore. Quella leva era di ferro massiccio, e terminava nell'estremità inferiore con una punta che serviva a conficcarla nella roccia.

Afferrò la leva con la destra e, trattenendo il respiro, smorzando il passo, si diresse verso la porta della camera vicina che era quella del Vescovo. Giuntovi, la trovò socchiusa. Il Vescovo non l'aveva chiusa.




11. QUELLO CHE FA


Giovanni Valjean stette a origliare. Nessun rumore. Spinse la porta.

La spinse leggermente col dito, con la delicatezza furtiva e inquieta di un gatto che vuole entrare.

La porta s'aprì con un movimento silenzioso e impercettibile.

Aspettò un momento; poi spinse di nuovo la porta con più coraggio.

Questa continuò a cedere in silenzio. L'apertura era abbastanza grande per poter passare; ma presso la porta c'era un tavolino che con lo spigolo dava fastidio e sbarrava l'ingresso.

Giovanni Valjean s'accorse della difficoltà. Bisognava assolutamente allargare l'apertura. Si decise e diede una terza spinta alla porta, più energicamente delle altre due. Ma, questa volta, un cardine un po' arrugginito emise nel buio un suono stridulo e prolungato.

Valjean trasalì. Il cigolio del cardine risuonò nel suo orecchio rimbombante e terribile come la tromba del giudizio universale.

Nelle fantastiche esagerazioni del primo momento gli parve quasi che quel cardine si fosse animato di una vita terribile e che abbaiasse come un cane per allarmare e svegliare i dormienti.

Si fermò, fremente e smarrito, e dalla punta dei piedi ricadde sulle calcagna. Sentì le arterie battere nelle tempie come martelli di fucina e gli sembrò che il fiato gli uscisse dal petto col rumore del vento che esce da una caverna. Gli pareva impossibile che l'orribile cigolìo di quel cardine irritato non avesse svegliato tutta la casa come una scossa di terremoto. La porta, spinta da lui, aveva dato l'allarme, il vegliardo si sarebbe alzato, le due donne avrebbero gridato, da tutte le parti sarebbero accorsi in aiuto; tra un quarto d'ora la città sarebbe a rumore e le guardie in movimento. D'un tratto, si sentì perduto; rimase dov'era, pietrificato come una statua di sale, senza fare un movimento. Passarono dei minuti, la porta si era spalancata.

Guardò nella camera. Nessun movimento. Stette ad ascoltare. Nessun rumore. Lo stridore del cardine arrugginito non aveva svegliato nessuno.

Passato il primo pericolo, c'era ancora in lui uno spaventoso tumulto. Però non indietreggiò. Anche quando si era creduto perduto, non aveva mai indietreggiato. Pensò di concludere presto.

Fece un passo, ed entrò nella camera.

Regnava in quella camera una calma perfetta. Vi si distinguevano qua e là forme confuse e vaghe che di giorno erano carte sparse su di un tavolo, libri aperti, volumi ammucchiati sullo sgabello, un seggiolone carico di vesti, un inginocchiatoio; tutti oggetti che a quell'ora erano angoli tenebrosi e spazi biancastri. Giovanni Valjean avanzò con cautela per non urtare nei mobili. In fondo alla stanza, sentiva il respiro eguale e tranquillo del Vescovo addormentato.

Si fermò di colpo. Si trovava accanto al letto. C'era giunto più presto che non credesse.

Talvolta la natura interpone nelle nostre azioni i suoi fenomeni e i suoi spettacoli, con una specie di opportunità misteriosa e intelligente, come se ci invitasse a riflettere. Da quasi mezz'ora, una grande nuvola copriva il cielo. Nel momento in cui Giovanni Valjean si fermò di fronte al letto, quella nuvola si squarciò come se l'avesse fatto di proposito, e un raggio di luna, attraversando la finestra, venne a illuminare improvvisamente il volto pallido del Vescovo. Dormiva tranquillamente. Era quasi vestito nel suo letto, per le notti fredde delle Basse Alpi; aveva addosso una veste di lana bruna che gli copriva le braccia fino ai polsi. La testa era rovesciata sul guanciale nella posa abbandonata del sonno; fuori del letto pendeva la sua mano ornata dell'anello pastorale e da cui erano uscite tante opere buone e sante azioni. Tutto il volto era illuminato da una vaga espressione di soddisfazione, di speranza e di beatitudine. Più che un sorriso era quasi una irradiazione. Sulla fronte aveva il riflesso inesprimibile di una luce invisibile. L'anima dei giusti, durante il sonno, contempla un cielo misterioso.

Un riflesso di questo cielo splendeva sul Vescovo.

Ed era in pari tempo una trasparenza luminosa, perché quel cielo era dentro di lui; quel cielo era la sua coscienza.

Quando il raggio lunare si sovrappose, per così dire, a quella luminosità interiore, il Vescovo addormentato parve come in una gloria; tuttavia restò dolce e velato da una mezza luce ineffabile. La luna nel cielo, la natura assopita, il giardino senza brezza, la casa così calma, l'ora, il momento, il silenzio aggiungevano un non so che di solenne e di indicibile al venerando riposo di quel saggio e avvolgevano in una specie di aureola maestosa e serena quei capelli bianchi e quegli occhi chiusi, quel volto tutto speranza e tutto confidenza, quella testa di vegliardo e quel sonno di fanciullo.

C'era del divino in quell'uomo così augusto, a sua insaputa.

Giovanni Valjean era invece nell'ombra, con la sua leva di ferro tra le mani, ritto, immobile, impaurito da quel vegliardo luminoso. Non aveva mai visto alcunché di simile. Quella confidenza lo spaventava; nel mondo morale non c'è spettacolo più grande di quello di una coscienza torbida e inquieta, giunta alle soglie di una cattiva azione e contemplante il sonno di un giusto.

Quel sonno, in quella solitudine, e con un vicino come lui, aveva qualcosa di sublime che lui avvertiva vagamente ma imperiosamente.

Nessuno, neanche lui, avrebbe potuto dire che cosa provasse. Per tentare di capirlo bisogna pensare all'estrema violenza messa di fronte alla estrema dolcezza. Neanche sul suo volto si sarebbe potuto distinguere nulla. C'era una specie di stupore selvaggio.

Lui contemplava tutto questo. Ma qual era il suo pensiero? Sarebbe stato impossibile indovinarlo. Era evidente che si sentiva commosso e sconvolto; ma di che natura era quella emozione?

Il suo occhio non si staccava dal vegliardo. L'unica cosa che risultava chiara nel suo atteggiamento e nella sua fisionomia era una strana incertezza. Si sarebbe detto che esitava tra i due abissi: quello nel quale ci si perde e quello nel quale ci si salva. Sembrava disposto a fracassare quel cranio oppure a baciare quella mano.

Dopo alcuni istanti, alzò lentamente il braccio sinistro versa la fronte e si tolse il berretto; poi il braccio ricadde con la stessa lentezza, e Giovanni Valjean rientrò nella sua contemplazione, col berretto nella mano sinistra, con la leva nella destra, con i capelli irti sulla testa selvaggia.

Il Vescovo continuava a dormire in una pace profonda sotto quel terribile sguardo.

Un riflesso lunare rendeva vagamente visibile, al di sopra del camino, il crocifisso che pareva aprire le braccia a entrambi, con una benedizione per l'uno e un perdono per l'altro.

D'un tratto Valjean rimise il berretto e senza guardare il Vescovo avanzò rapidamente lungo il letto, diritto verso l'armadio a muro, che intravedeva vicino al capezzale. Alzò la leva di ferro come per forzare la serratura; c'era la chiave; l'aprì; la prima cosa che gli si presentò fu il canestro con l'argenteria; lo prese; attraversò la camera di corsa senza precauzioni e senza preoccuparsi del rumore; giunse alla porta; rientrò nell'oratorio; aprì la finestra; prese il suo bastone; scavalcò il davanzale; mise l'argenteria nel sacco; gettò il canestro nel giardino; varcò il muro di cinta come una tigre, e fuggì.




12. IL VESCOVO LAVORA


L'indomani, allo spuntar del sole, Monsignor Benvenuto passeggiava in giardino. Mamma Magloire accorse tutta sconvolta.

- Monsignore, Monsignore, - gridò. - Vostra Grandezza sa dov'è il canestro con l'argenteria?

- Sì - disse il Vescovo.

- Sia lodato Dio! Non sapevo che ne fosse accaduto.

Il Vescovo, che aveva raccolto poco prima il canestro in un'aiuola, lo presentò a mamma Magloire.

- Eccolo.

- Ebbene! - disse lei. - Non c'è niente dentro! E l'argenteria?

- Ah! - riprese il Vescovo. - V'interessa l'argenteria? Non so dove sia.

- Gran Dio! E' stata rubata! L'ha rubata l'uomo di ieri sera.

In un batter d'occhio e con tutta l'agilità di vecchia in gamba, mamma Magloire corse nell'oratorio, entrò nell'alcova e ritornò dal Vescovo. Il Vescovo intanto si era curvato a esaminare, sospirando, una pianticella di coclearia che il canestro aveva spezzato cadendo nell'aiuola. Al grido di mamma Magloire si raddrizzò.

- Monsignore! Quell'uomo è partito! L'argenteria è stata rubata.

Parlando così, i suoi occhi si posarono su un angolo del giardino dove si scorgevano le tracce di una scalata.

La cresta del muro aveva ceduto ed era caduta.

- Guardate! se ne è andato di là! E' saltato nel vicolo Cochefilet! Ah! che vergogna! Rubarci l'argenteria!

Il Vescovo restò un istante silenzioso, poi fattosi serio, disse a mamma Magloire dolcemente:

- Prima di tutto, era nostra quell'argenteria?

Mamma Magloire rimase interdetta. Ci fu ancora una pausa, e poi il Vescovo continuò:

- Mamma Magloire, a torto e da troppo tempo tenevo quell'argenteria. Essa apparteneva ai poveri. Chi era quell'uomo?

Evidentemente un povero.

- Gesù! - riprese mamma Magloire. - Non lo dico per me né per la signorina. Per noi è indifferente, ma per Monsignore. Adesso, con che mangerà Monsignore?

Il Vescovo la guardò con aria stupita:

- Ma non ci sono le posate di stagno?

Mamma Magloire alzò le spalle.

- Lo stagno ha un certo odorino!

- Allora posate di ferro.

Mamma Magloire fece una smorfia significativa.

- Il ferro ha un certo sapore.

- Ebbene - disse il Vescovo - delle posate di legno.

Pochi momenti dopo faceva colazione a quella stessa tavola a cui Giovanni Valjean s'era seduto il giorno prima. Mentre mangiava, Monsignor Benvenuto faceva notare scherzosamente, alla sorella che taceva e a mamma Magloire che borbottava tra i denti, che per inzuppare un pezzo di pane in una tazza di latte non c'è bisogno di un cucchiaio o di una forchetta anche di legno.

- Che bella idea! - diceva mamma Magloire camminando su e giù.

Accogliere un uomo simile e metterlo a dormire lì accanto! E che fortuna che si sia accontentato di rubare! Dio mio! quando ci penso, tremo!

Mentre fratello e sorella stavano per alzarsi da tavola, bussarono alla porta.

- Entrate - disse il Vescovo.

La porta si aprì e un gruppo strano e aggressivo apparve sulla soglia. Tre uomini tenevano un quarto per il bavero: i tre erano gendarmi e l'altro era Giovanni Valjean.

Un brigadiere delle guardie, che guidava il gruppo, stava presso la porta. Entrò e andò incontro al Vescovo, facendo il saluto militare.

- Monsignore!... - disse.

A questa parola, Giovanni Valjean, che era tetro e pareva abbattuto, alzò la testa con aria stupefatta:

- Monsignore! - mormorò. - Ma non è il curato?...

- Silenzio! - disse un gendarme. - Monsignor Vescovo.

Frattanto Monsignor Benvenuto s'era avvicinato con quanta sveltezza gli permetteva la sua età.

- Ah! eccovi - esclamò, guardando Giovanni Valjean. - Sono felice di vedervi! Ma come! Vi avevo dato anche i candelieri, che sono d'argento come il resto e da cui potreste ricavare duecento franchi! Perché non li avete portati con voi insieme alle posate?

Giovanni Valjean spalancò gli occhi e guardò il venerando Vescovo con una espressione che non si può descrivere in nessuna lingua.

- Monsignore - disse il brigadiere. - Dunque era vero quel che diceva costui? L'abbiamo incontrato che se ne andava come chi cerca di scappare. L'abbiamo arrestato per indagare. Aveva questa argenteria...

- Non vi ha detto - interruppe il Vescovo sorridendo - che gli era stata donata da un vecchio prete presso il quale aveva passato la notte? Capisco tutto. E voi l'avete portato qui? E' un errore.

- Sicché, possiamo rilasciarlo? - riprese il brigadiere.

- Certo - rispose il Vescovo.

Le guardie lasciarono Giovanni Valjean, che indietreggiò.

- E' proprio vero che mi lasciano libero? - disse con una voce quasi indistinta e come se parlasse nel sonno.

- Sì, ti lasciamo, non lo capisci? - disse una guardia.

- Amico mio, - rispose il Vescovo, - prima che ve ne andiate ecco i vostri candelieri. Prendeteli!

Andò presso il camino, prese i due candelieri d'argento e li portò a Giovanni Valjean. Le due donne lo guardavano fare senza fiatare, senza un gesto, senza uno sguardo che potesse smentire il Vescovo.

Giovanni Valjean tremava tutto. Prese i due candelieri, stupito, come un automa.

- Adesso - disse il Vescovo - andate in pace! A proposito, quando ritornerete, amico mio, è inutile passare per il giardino; potreste sempre entrare e uscire per la porta della strada, che di notte e di giorno è chiusa soltanto con un nottolino.

Poi volgendosi alle guardie:

- Signori, potete ritirarvi. Le guardie se ne andarono. Giovanni Valjean pareva uno che sta per svenire.

Il Vescovo gli si avvicinò e disse sottovoce:

- Non dimenticate mai che mi avete promesso di usare questo denaro per diventare un uomo onesto.

Giovanni Valjean, che non ricordava di aver promesso qualcosa, restò interdetto. Il Vescovo aveva calcato le sue parole, pronunciandole; poi riprese con una certa solennità:

- Giovanni Valjean, fratello mio, voi non appartenete più al male ma al bene. Io compro la vostra anima; la sottraggo ai pensieri neri e allo spirito di perdizione, per donarla a Dio.




13. GERVASINO


Giovanni Valjean uscì dalla città, come se scappasse. Si mise a camminare in fretta per i campi, prendendo le vie e i sentieri che gli si presentavano, senza accorgersi che ogni tanto ritornava sui suoi passi. Vagò così tutta la mattinata, senza mangiare e senza sentir fame. Era in preda a una folla di nuovi sentimenti. Si sentiva una specie di collera, e non sapeva contro chi. Non avrebbe potuto dire se fosse commosso o umiliato. A momenti avvertiva una strana tenerezza che combatteva opponendole la durezza dei suoi ultimi venti anni. Questo stato lo stancava.

Vedeva con inquietudine scuotersi nell'anima sua quella specie di calma spaventosa che l'ingiustizia della sua sventura gli aveva procurata, e si chiedeva che cosa avrebbe potuto sostituirla. In certi momenti avrebbe preferito essere in prigione con le guardie, e che le cose fossero andate diversamente; ne avrebbe risentito di meno. Benché la stagione fosse assai inoltrata, c'era ancora qua e là sulle siepi qualche fiore tardivo il cui profumo, che gli arrivava passando, gli richiamava i ricordi dell'infanzia. Questi ricordi gli erano quasi insopportabili; da tanto tempo non gli erano ritornati alla memoria.

Così, dei pensieri inesprimibili si accumularono nella sua mente per tutta la giornata.

Mentre il sole volgeva al tramonto, allungando l'ombra di ogni sassolino, Valjean stava seduto dietro un cespuglio in una larga spianata rossiccia, interamente deserta. All'orizzonte c'erano le Alpi; neppure il campanile di qualche lontano villaggio. Giovanni Valjean poteva essere a tre leghe da Digne. Un sentiero a pochi passi dal cespuglio attraversava la spianata.

Un rumore giocondo interruppe quella sua meditazione, che avrebbe contribuito non poco a rendere spaventosi i suoi cenci a chi l'avesse incontrato.

Volse il capo e vide venire per il sentiero un piccolo savoiardo di una diecina d'anni, che cantava, con la fionda al fianco e la sua cassetta sulle spalle: uno di quei dolci e gai ragazzi che vanno di paese in paese mostrando le ginocchia per i buchi dei loro pantaloni.

Senza interrompere il canto, il ragazzo di tanto in tanto si soffermava per giocare con alcune monete che aveva in mano:

probabilmente era tutta la sua fortuna. Tra quelle monete c'era anche un pezzo di quaranta soldi.

Il ragazzo si fermò accanto al cespuglio, senza vedere Giovanni Valjean, e fece saltare il suo pugno di monete che fino allora aveva tenuto con molta destrezza sul dorso della mano.

Questa volta però il pezzo da quaranta soldi gli sfuggì e rotolò verso il cespuglio fino a Giovanni Valjean.

Giovanni Valjean ci mise il piede sopra.

Intanto il ragazzo aveva seguito la moneta con l'occhio, e l'aveva visto. Non se ne meravigliò e andò difilato dall'uomo.

Era un luogo completamente solitario. Fin dove poteva spingersi lo sguardo, non c'era anima viva né nella pianura né sul sentiero.

Non si udivano che lievi e deboli gridi di uno stormo d'uccelli di passaggio, che volavano ad una certa altezza. Il ragazzo volgeva le spalle al sole, che gli metteva dei fili d'oro nei capelli e imporporava di luce sanguigna la faccia selvaggia di Valjean.

- Signore, la mia moneta! - disse il piccolo savoiardo, con quella confidenza infantile fatta d'ignoranza e d'innocenza.

- Come ti chiami? - chiese Giovanni Valjean.

- Gervasino - signore.

-Vattene! - disse Valjean.

- Signore, restituitemi la moneta! - riprese il ragazzo.

Valjean abbassò la testa e non rispose.

- La mia moneta, signore! - riprese il ragazzo.

Lo sguardo di Valjean restò fisso a terra.

- La mia moneta! - gridò il ragazzo. - La mia moneta d'argento.

Valjean pareva non sentire. Il ragazzo lo prese per il colletto e lo scosse. Al tempo stesso si sforzava di scostare lo scarpone chiodato posto sul suo tesoro.

- Voglio la mia moneta! la mia moneta di quaranta soldi!

Il ragazzo piangeva. La testa di Valjean si levò. Stava ancora seduto. I suoi occhi erano torbidi. Guardò il ragazzo con una specie di meraviglia, poi allungò la mano verso il suo bastone e con una voce terribile continuò: - Chi è?

- Io, signore! - rispose il ragazzo. - Gervasino! Io! restituitemi i quaranta soldi, per favore! Scostate il piede, signore, per favore!

Poi irritato e quasi minaccioso, così piccolino com'era:

- Non volete alzare il piede? alzate quel piede, vi dico!

- Ah! sei ancora tu! - disse Valjean, e, rizzandosi bruscamente, sempre col piede sulla moneta, aggiunse: - Scappa subito!

Il ragazzo spaventato lo guardò; poi cominciò a tremare dalla testa ai piedi e, dopo alcuni momenti di stupore, si mise a fuggire correndo con tutte le sue forze, senza osare né girarsi né gettare un grido.

Però a una certa distanza fu costretto a fermarsi per l'affanno, e Valjean, pur immerso nel suo fantasticare, sentì che singhiozzava.

Poco dopo, il ragazzo scomparve.

Il sole era tramontato.

Attorno a Valjean cadevano le ombre. Per tutto il giorno non aveva mangiato e probabilmente aveva la febbre.

Da quando il ragazzo era fuggito, era rimasto in piedi e non aveva mutato posa; il respiro gli sollevava il petto a intervalli lunghi e ineguali. Il suo sguardo, fisso davanti, pareva studiasse con profonda attenzione i contorni di un vecchio coccio di maiolica turchina tra l'erba. D'un tratto trasalì. Aveva sentito il freddo della sera. Si calcò il berretto sulla fronte, cercò macchinalmente di stringere e abbottonare la palandrana, fece un passo e si abbassò per riprendere il suo bastone. Si accorse allora della moneta di due franchi, che la pressione dello scarpone aveva quasi conficcato in terra e che splendeva tra i sassi. Provò come una scossa elettrica.

- Che cosa è questo? - disse tra i denti.

Indietreggiò di tre passi; poi si fermò, senza poter staccare lo sguardo dal punto che pochi momenti prima premeva col piede, come se quella cosa lucente nel buio fosse un occhio aperto fisso su di lui.

Dopo alcuni secondi, si lanciò convulso sulla moneta d'argento, la prese e, rialzandosi, si mise a guardare lontano nella pianura verso tutti i punti dell'orizzonte, ritto in piedi e tremante come una fiera spaventata che cerca asilo.

Non scorse nulla. La notte cadeva. La pianura era fredda e sconfinata. Grandi nebbie violacee salivano nella chiarità crepuscolare.

Disse: - Ah! e si mise a camminare a passo svelto in una certa direzione verso dove era scomparso il ragazzo. Dopo un centinaio di passi si fermò, guardò e non vide niente.

Allora gridò con tutte le sue forze: - Gervasino! Gervasino!

Tacque e attese. Nessuno rispose. La campagna era deserta e malinconica. Era in una solitudine immensa. Attorno a lui non c'era che l'ombra, in cui il suo sguardo si perdeva, e il silenzio in cui la sua voce si perdeva.

Una gelida brezza spirava e infondeva alle cose circostanti una specie di lugubre vita. Gli arboscelli scuotevano i loro piccoli rami magri con una furia incredibile. Si sarebbe detto che minacciavano e inseguivano qualcuno.

Riprese a camminare; poi si mise a correre. Di tanto in tanto, si fermava e gridava in quella solitudine, con una voce che era insieme qualcosa di formidabile e di desolato: - Gervasino!

Gervasino!

Certo, se il ragazzo l'avesse udito avrebbe avuto paura e si sarebbe guardato dal farsi vedere. Ma il ragazzo era già molto lontano. Incontrò un prete a cavallo; gli si avvicinò e gli disse:

- Signor curato, avete visto passare un ragazzo?

- No - disse il prete.

- Un tale chiamato Gervasino?

- Non ho visto nessuno.

Trasse di tasca due monete da cinque franchi e le consegnò al prete.

- Signor curato, questo è per i vostri poveri. Signor curato, si tratta di un ragazzetto di circa dieci armi che porta una marmotta, credo, e una ghironda. E' uno di quei savoiardi...

sapete?

- Non l'ho visto.

- Gervasino? Ma non è di questi villaggi? non potreste dirmelo?

- Amico mio, se il ragazzo è come me lo descrivete, deve trattarsi di un straniero. Passano per questi paesi e noi non li conosciamo.

Valjean, con un moto violento, prese altre due monete da cinque franchi e le diede al prete, dicendo:

- Per i vostri poveri.

Poi aggiunse con un certo smarrimento:

- Signor curato, fatemi arrestare. Sono un ladro.

Il prete spronò il cavallo e fuggì spaventato.

Giovanni Valjean si rimise a correre nella direzione di prima.

Fece in tal modo un lungo cammino guardando, chiamando, gridando, senza incontrare alcuno. Due o tre volte corse nella pianura verso qualcosa che gli pareva una creatura distesa o rannicchiata, ma si trattava di cespugli o di sassi sporgenti a fior di terra. Alla fine si fermò all'incrocio di tre sentieri. S'era levata la luna.

Spinse il suo sguardo lontano e chiamò per l'ultima volta: - Gervasino! Gervasino!; ma il suo grido si spense nella nebbia senza suscitare un'eco. Mormorò ancora: Gervasino!, ma con una voce debole e quasi balbuziente. Fu questo il suo ultimo sforzo; a un tratto le gambe gli si piegarono come se una invisibile potenza lo schiacciasse con tutto il peso della sua cattiva coscienza; cadde spossato su di una pietra, con le mani nei capelli e il volto sui ginocchi, e gridò:

- Sono un miserabile!

Allora il suo cuore scoppiò, ed egli si mise a piangere. Era la prima volta che piangeva dopo diciannove anni.

Quando Giovanni Valjean era uscito dalla casa del Vescovo, come abbiamo visto, era come un allucinato e non poteva rendersi conto di quel che accadeva in lui. Si irrigidiva contro l'azione angelica e contro le dolci parole del vegliardo. "Mi avete promesso di diventare un uomo onesto. Compro la vostra anima e la sottraggo allo spirito malvagio per donarla a Dio"; queste parole tornavano insistenti. A quella celeste indulgenza opponeva l'orgoglio che sta in noi come una fortezza del male. Capiva indistintamente che il perdono di quel prete era il più grande assalto e il più formidabile attacco da cui fosse stato mai scosso; che la sua durezza sarebbe diventata definitiva se avesse resistito a quella clemenza; che se cedeva, avrebbe dovuto rinunciare a quell'odio di cui le azioni degli altri uomini gli avevano riempito l'anima per tanti anni e che gli faceva piacere; che questa volta bisognava vincere o essere vinto e che la lotta, una lotta colossale e decisiva, era impegnata tra la sua cattiveria e la bontà di quell'uomo.

Dinanzi a tutta quella luce era come un ubriaco. Mentre camminava così, con gli occhi stravolti, aveva forse una percezione distinta dell'effetto che avrebbe potuto avere in lui la sua avventura a Digne? Sentiva tutti quei misteriosi sussurri che stimolano oppure infastidiscono la mente in certi momenti della vita? Una voce all'orecchio gli diceva che aveva attraversato l'ora solenne del suo destino, che non ci sarebbe stata più via di mezzo per lui; che, se non diventava il migliore tra gli uomini, sarebbe diventato il peggiore; che ormai doveva, per così dire, salire più in alto del Vescovo oppure cadere più in basso del galeotto; che se voleva diventare buono doveva diventare un angelo; che se voleva restare cattivo doveva diventare un mostro.

Anche qui dobbiamo porre gli stessi interrogativi che ci siamo fatti altrove: raccoglieva confusamente qualche ombra di tutto ciò nel suo pensiero? Indubbiamente, la sventura educa l'intelligenza; però dubitiamo che Valjean fosse capace di discernere quello che qui abbiamo accennato. Se pur queste idee giungevano a lui, le intravedeva più che vederle, e riuscivano soltanto a gettarlo in un turbamento insopportabile e quasi doloroso. Uscito da quella cosa deforme e nera che si chiama la galera, il Vescovo gli aveva fatto male all'anima, come una luce troppo viva gli avrebbe fatto male uscendo dalle tenebre. La vita futura, la vita possibile che ormai gli stava dinanzi tutta pura e luminosa, lo riempiva di fremiti e d'ansietà. A dire il vero non sapeva dove si trovasse.

Come un gufo che vede bruscamente il sole, il forzato era stato abbagliato e quasi accecato dalla virtù.

Era certo però che non era più lo stesso uomo, che tutto in lui era mutato, che non aveva più il potere di far sì che il Vescovo non gli avesse parlato e non lo avesse commosso.

In questo stato d'animo aveva incontrato Gervasino e gli aveva rubato i quaranta soldi. Perché? Non avrebbe saputo darne una spiegazione. Era forse un ultimo effetto e quasi lo sforzo supremo dei cattivi pensieri che aveva portato con sé dalla prigione, un rimasuglio d'impulso, un risultato di quello che nella statica si chiama la "forza acquisita". Era questo e forse meno ancora.

Diciamolo semplicemente, non era stato lui, non era stato l'uomo a rubare, era stata la bestia che, per abitudine e per istinto, aveva stupidamente posto il piede su quella moneta, mentre l'intelligenza si batteva tra tanti assalti nuovi e inauditi.

Quando l'intelligenza si risvegliò e vide l'azione commessa dal bruto, Valjean indietreggiò disgustato e lanciò un grido di spavento.

Questo perché - fenomeno strano e possibile soltanto nella situazione in cui si trovava, - rubando quella moneta al ragazzo, aveva commesso un'azione di cui non era più capace.

Checché ne sia, questa ultima cattiva azione ebbe su di lui un effetto decisivo; squarciò bruscamente il caos che c'era nella sua mente e lo dissipò, mise da una parte le dense tenebre e dall'altra la luce, agì sulla sua anima nello stato in cui era, come alcuni reagenti chimici agiscono sopra un composto torbido, facendo precipitare un elemento e chiarificando l'altro.

Da principio, prima ancora di esaminarsi e di riflettere, come chi si sente perduto e cerca di salvarsi, volle cercare il ragazzo per restituirgli il danaro; poi, quando capì che questo era inutile e impossibile, si fermò disperato. Nel momento in cui gridò: - sono un miserabile! - egli si era visto com'era, ed era già tanto staccato da se stesso che gli sembrava di essere nient'altro che un fantasma, e gli pareva di avere davanti a sé, in carne e ossa, col bastone in mano, con la palandrana sulle spalle, col sacco pieno di oggetti rubati, col suo volto deciso e torvo, con i suoi pensieri pieni di progetti abominevoli, l'odioso galeotto Giovanni Valjean.

Già notammo che l'eccesso di sventura l'aveva reso quasi visionario. Questa fu come una visione; egli si vide veramente davanti quel Giovanni Valjean, quella sinistra figura, e fu sul punto di chiedersi chi era quell'uomo, e ne ebbe orrore.

Il suo cervello era in uno di quei momenti violenti e pur spaventosamente calmi in cui la fantasia è così forte che assorbe la realtà. Non si scorgono più gli oggetti d'intorno e si vedono come esterne le immagini della mente.

Si guardò dunque, per così dire, faccia a faccia, e nello stesso tempo, attraverso quella allucinazione, vide in una misteriosa profondità una specie di luce, che dapprima gli parve una fiaccola; poi, fissando più attentamente quella luce, che gli si presentava alla coscienza, riconobbe che aveva forma umana, e che la fiaccola era il Vescovo.

La sua coscienza esaminò i due uomini che aveva di fronte: il Vescovo e Valjean. C'era voluto il primo per mettere in ombra il secondo. Per uno di quei singolari effetti propri di questa specie di estasi, a mano a mano che la sua meditazione si prolungava, il Vescovo si faceva ai suoi occhi più grande e più splendido, mentre Giovanni Valjean si rimpiccioliva e scompariva. A un certo punto fu soltanto un'ombra; poi sparì del tutto; rimase solo il Vescovo che riempì l'anima di quel miserabile d'uno splendore magnifico.

Giovanni Valjean pianse a lungo; pianse a calde lacrime a singhiozzi, con più abbandono di una donna e con più paura di un bambino. E mentre piangeva, si faceva luce nel suo cervello: una luce straordinaria, incantevole e terribile a un tempo. La vita passata, la prima colpa, la lunga espiazione, l'abbrutimento esteriore, la durezza dell'anima, la scarcerazione rallegrata da tanti progetti di vendetta, tutto quello che gli era accaduto nella casa del Vescovo, l'ultima azione commessa, quel furto di due franchi a un ragazzo, delitto tanto più vile e mostruoso perché posteriore al perdono del Vescovo: tutto questo gli tornò alla mente e gli apparve chiaramente in una luce che non aveva mai visto fino allora. Esaminò la sua vita e gli parve orribile; l'anima sua, e gli parve spaventosa. Tuttavia, una dolce luce stava su quella vita e su quell'anima; gli sembrava di vedere Satana in una luce di paradiso.

Per quanto tempo pianse? Che fece dopo aver pianto? Dove andò? Non si seppe mai. Pare certo però che in quella stessa notte, il vetturino che faceva servizio per Grenoble e che arrivava a Digne verso le tre del mattino, passando per via del Vescovado, scorse nell'ombra, davanti alla porta di Monsignor Benvenuto, un uomo inginocchiato sul lastricato in atteggiamento di preghiera.




Libro 3


NELL'ANNO 1817



1. IL 1817


Il 1817 è l'anno che Luigi Diciottesimo, con una certa regale disinvoltura non priva di fierezza, chiamava il ventiduesimo del suo regno. E' l'anno in cui fu celebre Bruguière de Sorsum. Tutte le botteghe di parrucchiere, sperando nella cipria e nel ritorno della pettinatura "uccello regale", erano dipinte d'azzurro e di gigli. Erano i tempi ingenui in cui il Conte Lynch sedeva ogni domenica nel suo scanno di fabbriciere a Saint-Germain-des-Prés, vestito da Pari di Francia, col suo cordone rosso e il naso lungo, e con quella maestà propria dell'uomo che ha compiuto un'azione clamorosa. L'azione clamorosa compiuta dal signor Lynch consisteva nell'avere il 12 marzo 1814 consegnato un po' troppo presto al duca di Angoulême la città di Bordeaux, di cui era sindaco; perciò era stato nominato Pari di Francia. Nel 1811, la moda faceva soffocare i bambini dai quattro ai sei anni sotto immensi berretti di marocchino con grandi ali sulle orecchie, somiglianti a copricapi eschimesi. L'esercito francese era vestito come l'austriaco; i reggimenti si chiamavano legioni e invece dei numeri portavano i nomi dei dipartimenti. Napoleone stava a sant'Elena, e siccome l'Inghilterra gli negava la stoffa nuova si faceva rivoltare gli abiti vecchi. Nel 1817 cantava Pellegrini, danzava la Bigottini, regnava Poiter, non esisteva ancora Odry, e madame Saqui succedeva a Forioso. In Francia c'erano ancora i Prussiani. Delalot era un personaggio. Il legittimismo s'era affermato, tagliando prima la mano e poi la testa a Pleignier, a Carbonneau e a Tolleron. Il principe di Talleyrand, gran ciambellano, e l'abate Louis, designato ministro delle finanze, si guardavano sorridendo come due àuguri: tutti e due il 14 luglio 1790 avevano celebrato la messa della Federazione al Campo di Marte, Talleyrand come vescovo e Louis come diacono. Nel 1817, nei viali laterali del Campo di Marte si vedevano abbandonati a marcire nell'erba, grossi tronchi di legno dipinti di turchino che conservavano ancora tracce di aquile e di api dorate: erano le colonne che due anni prima avevano sostenuto il palco dell'imperatore al Campo di Maggio. Erano qua e là annerite dal fuoco dei bivacchi austriaci attendati vicino al Gros-Caillou; due o tre di quelle colonne erano sparite nei fuochi di quei bivacchi e avevano riscaldato le larghe mani dei "kaiserlicks". Il Campo di Maggio aveva avuto questo di notevole: che era stato tenuto nel mese di giugno e nel Campo di Marte. Nel 1817 due cose erano popolari: il Voltaire-Touquet e le tabacchiere allo "statuto". La più recente emozione parigina era stato il delitto di Dautun, che aveva gettato la testa del proprio fratello nella vasca del Mercato dei fiori. Al ministero della marina cominciavano a fare un'inchiesta su quella fatale fregata "Medusa" che doveva coprire di vergogna Chaumareiz e di gloria Géricault. Il colonnello Selves partiva per l'Egitto per diventare Pascià. Il palazzo delle Terme in via La Harpe serviva di bottega a un bottaio. Sulla piattaforma della torre ottagona del palazzo di Cluny si vedeva ancora il terrazzino di legno che era servito come osservatorio a Messier, astronomo della marina sotto Luigi Sedicesimo. La duchessa di Durazzo leggeva a tre o quattro amici, nel suo salotto con le poltrone di raso celeste, la "Ourika" inedita. Nel Louvre grattavano le N. Il ponte d'Austerlitz cambiava nome e si chiamava Ponte del Giardino del Re: doppio enigma che mascherava in pari tempo il ponte d'Austerlitz e lo zoo. Luigi Diciottesimo, sottolineando Orazio con l'unghia, preoccupato degli eroi che diventavano imperatori e degli zoccolai che diventano delfini, aveva due preoccupazioni: Napoleone e Maturino Bruneau.

L'Accademia francese dava per tema di concorso: "La felicità procurata dallo studio". Bellart era l'eloquenza ufficiale, e nella sua ombra germogliava quel futuro avvocato generale De Broè, preconizzato ai sarcasmi di Paolo Luigi Courier. C'era un falso Chateaubriand chiamato Marchangy, in attesa che comparisse un falso Marchangy chiamato D'Arlincourt. "Chiara d'Alba" e "Malek- Adel" erano capolavori; madame Cottin era proclamata il primo scrittore dell'epoca. L'Istituto radiava dall'elenco accademico Napoleone Bonaparte. Un decreto reale erigeva Angoulême a scuola di marina, perché essendo il duca d'Angoulême grande ammiraglio, era evidente che la città di Angoulême possedesse di diritto tutte le qualità per essere porto di mare; altrimenti si sarebbe fatto torto al principio monarchico.

Nel consiglio dei ministri si agitava la questione se si dovessero tollerare le vignette rappresentanti esercizi acrobatici, che ornavano i manifesti di Franconi e richiamavano i monelli della strada. Paër, l'autore di "Agnese", un buon uomo con un porro sulla faccia quadrata, dirigeva i piccoli concerti privati della marchesa Sassenaye in via Ville-l'Evêque. Tutte le ragazze cantavano lo "Eremita di saint-Avelle" su parole di Edmondo Géraud. Il "Nano giallo" mutava titolo e si chiamava "Specchio".

Il caffè Lemlin parteggiava per l'Imperatore contro il caffè Valois che stava per i Borboni. Si era appena sposato a una principessa di Sicilia il duca di Berry, sul quale Lauvel, nell'ombra, già cominciava a fissare lo sguardo. Da un anno era morta madame De Staël. Le guardie del corpo fischiavano madamigella Mars. I grandi giornali erano tutti piccini: piccolo il formato ma grande la libertà. Il "Constitutionnel" era costituzionale. La "Minerva" chiamava Chateaubriand Chateaubriant e quel t faceva ridere i borghesi alle spalle del grande scrittore. Nei giornali, i giornalisti prostituiti insultavano gli epurati del 1815; David non aveva più ingegno, Arnault non aveva più spirito, Carnot non aveva più probità, Soult non aveva vinto una battaglia, e anche Napoleone non aveva più genio. Ognuno sa quanto sia raro che giungano a destinazione le lettere indirizzate per posta a un esiliato, perché la polizia si fa un religioso dovere d'intercettarle. Il fatto non è nuovo, e già Cartesio se ne lamentava in esilio. Ora, avendo David manifestato in un periodico belga un po' di malumore perché non riceveva le lettere a lui indirizzate, la cosa parve ridicola ai giornali realisti che dileggiavano l'epurato. Bastava dire "regicidi" oppure "votanti", "nemici" oppure "alleati", "Napoleone" oppure "Bonaparte", e due uomini si trovavano separati più che da un abisso. Tutte le persone di buon senso convenivano che l'era delle rivoluzioni era chiusa per sempre da Luigi Diciottesimo, soprannominato "l'immortale autore dello Statuto". Si scolpiva la parola "Redivivus" sul piedistallo che aspettava la statua di Enrico Quarto sul terrapieno del Ponte Nuovo. In via Teresa numero 4, Piet abbozzava il suo conciliabolo per consolidare la monarchia. I capi della destra nelle gravi occasioni dicevano: "Bisogna scrivere a Bacot". Canuel, O'Mahony e De Chappedelaine in certo modo approvati da "Monsieur" [nota] preparavano quella che più tardi doveva chiamarsi "la cospirazione del bordo dell'acqua". La "Epingle noire" complottava anch'essa. Delaverderie si abboccava con Trogoff. Dominava Decazes, mente fino a un certo punto liberale. Chateaubriand ogni mattina, in piedi davanti alla finestra di via San Domenico numero 27, in calzoni lunghi e pantofole, i capelli grigi avvolti in un fazzoletto di Madras, con un'intera batteria da dentista schierata davanti, e gli occhi allo specchio, si curava i denti bellissimi, mentre dettava a Pilorge, suo segretario, delle varianti alla "Monarchia secondo la Costituzione". La critica autorevole preferiva Lafon a Talma. De Féletz firmava con una A., Hoffman con una Z. Carlo Nodier scriveva "Teresa Aubert". Il divorzio era abolito. I licei si chiamavano collegi, e i collegiali, col giglio d'oro al bavero, si picchiavano a proposito del Re di Roma. La polizia segreta del palazzo reale denunciava a Sua Altezza Reale Madame [nota] il ritratto esposto dappertutto del Duca di Orléans, il quale in uniforme di colonnello generale degli Usseri aveva più bell'aspetto che non il duca di Berry in uniforme di colonnello generale dei Dragoni: grave inconveniente! Parigi faceva rindorare a sue spese la cupola degli Invalidi. Gli uomini seri si chiedevano cosa farebbe De Trinquelgue in questa o in quell'occasione. Chausel de Montal, in certe questioni, non era d'accordo con Clausel de Coussergues. De Salaberry era scontento.

L'attore comico Picard, membro dell'Accademia nella quale l'autore comico Molière non aveva potuto entrare, faceva rappresentare "I due Filiberti" all'Odeon, sul cui frontone, nonostante le lettere strappate, si leggeva distintamente: "Teatro dell'Imperatrice". Si parteggiava pro o contro Cugnet de Montarlot. Fabvier era un fazioso; Bavoux un rivoluzionario. Il libraio Pélicier pubblicava un'edizione di Voltaire col titolo: "Opere di Voltaire, dell'Accademia di Francia", e nella sua ingenuità diceva: questo attira i compratori. Era opinione generale che Carlo Loyson era il genio del secolo; l'invidia già cominciava a morderlo: segno di gloria. A lui si affibbiava questo verso:

"Anche quando vola, Loyson fa sentire che ha le zampe".

Per il rifiuto del cardinale Fesch a dimettersi, la diocesi di Lione era amministrata da monsignor De Pins, arcivescovo di Amasia. Una memoria del capitano Dufour, che poi divenne generale, dava il via alla questione della Valle di Dappes tra la Svizzera e la Francia. Saint-Simon ignoto edificava il suo sogno sublime.

Nell'Accademia delle scienze c'era un Fourier celebre che i posteri hanno dimenticato, mentre un Fourier ignoto, di cui l'avvenire si ricorderà, si trovava in non so quale soffitta. Lord Byron cominciava a spuntare; una nota a una poesia di Millevoye l'annunciava alla Francia in questi termini: "un certo lord Baron". L'abate Caron in una piccola riunione di seminaristi nel chiassetto Feuillantines, elogiava un prete sconosciuto che si chiamava Félicité Robert e che poi è stato Lamennais. Un oggetto che fumava e si muoveva nella Senna schiamazzando come un cane che nuota, andava e veniva sotto le finestre delle Tuileries, dal Ponte reale al Ponte Luigi Quindicesimo: era una macchina quasi buona a nulla, una specie di giocattolo, il frutto della fantasia d'un inventore chimerico, un'utopia; era un battello a vapore, e i parigini guardavano indifferenti quell'arnese inutile. Il signor De Vaublanc, che aveva riformato l'Istituto con un colpo di Stato, con un'ordinanza e un'infornata, distinto creatore di parecchi accademici, non poteva arrivare a esserlo anche lui. Il quartiere San Germano e il padiglione Marsan desideravano come prefetto di polizia Delaveau, per la sua devozione. Nell'anfiteatro della scuola di medicina, Dupuytren e Récamier litigavano e si minacciavano coi pugni, a proposito della divinità di Gesù Cristo.

Cuvier, con un occhio al Genesi e l'altro alla natura, si sforzava di compiacere la reazione bigotta mettendo d'accordo i fossili con i testi e facendo adulare Mosè dai mastodonti. Francesco di Neufchateau, che aveva un notevole culto per la memoria di Parmentier, si adoperava in mille modi a far scrivere "parmentiera" invece di "patata"; ma non ci riusciva. L'abate Grégoire, ex vescovo, ex membro della Convenzione, ex senatore, nelle polemiche dei legittimisti era passato allo stato di "infame Grégoire". La locuzione che ora abbiamo adoperata, "passare allo stato di", veniva denunciata da Royer-Collard come neologismo.

Sotto il terzo arco del Ponte di Jena si distingueva ancora, per la sua bianchezza, la pietra nuova che due anni prima aveva turato il foro praticato da Blucher per far saltare il ponte. La giustizia chiamava alla sbarra degli imputati un uomo che vedendo entrare il conte d'Artois in Notre-Dame aveva detto ad alta voce:

"Perbacco! rimpiango il tempo in cui si vedevano Bonaparte e Talma entrare a braccetto al Bal-Sauvage". Discorso sedizioso: sei mesi di prigione.

I traditori se ne andavano a testa alta; uomini che erano passati al nemico alla vigilia d'una battaglia, non nascondevano la ricompensa ricevuta e camminavano impudicamente alla luce del sole nel cinismo delle loro ricchezze e delle dignità; disertori di Ligny e di Quatre-Bras, che nell'ostentazione della loro turpitudine pagata, ostentavano la loro devozione monarchica, dimenticando ciò che in Inghilterra sta scritto sulle pareti interne delle latrine pubbliche: "Per favore, signore, rassettatevi gli abiti prima di uscire!".

Questo, alla rinfusa, tutto quello che si ricorda del 1817, oggi dimenticato. La storia quasi sempre trascura tutti questi particolari, né può fare altrimenti senza perdersi nelle minuzie.

Tuttavia questi episodi, a torto chiamati piccoli giacché non ci sono piccoli avvenimenti nell'umanità né piccole foglie nella foresta - sono utili. Con la fisionomia degli anni si forma la figura del secolo.

In quell'anno 1817, quattro giovani parigini fecero "una bella burla".




NOTA:


1) "Monsieur" e "Madame": così si designavano il fratello e la sorella del re.




2. DOPPIO QUARTETTO


Questi parigini erano: uno di Tolosa, il secondo di Limoges, il terzo di Cahors e il quarto di Montauban. Erano studenti, e chi dice studente dice parigino. Studiare a Parigi vuol dire nascere a Parigi.

Erano giovani insignificanti, come se ne vedono dappertutto:

quattro tipi volgari, né buoni né cattivi, né dotti né ignoranti, né aquile né idioti; belli in quel seducente aprile che si chiama vent'anni. Erano quattro Oscar qualsiasi, poiché in quell'epoca gli Arturi non esistevano ancora. "Bruciate per lui i profumi d'Arabia, Oscar avanza; vado a vederlo", diceva la romanza. Ossian era ancora in voga e l'eleganza era scandinava e caledoniana.

Soltanto più tardi prevalse il genere inglese puro, e Wellington, il primo degli Arturi, aveva appena vinto la battaglia di Waterloo.

Questi Oscar si chiamavano uno Felice Tholomyès di Tolosa, l'altro Listolier di Cahors, il terzo Fameuil di Limoges e l'ultimo Blacheville di Montauban. Naturalmente ognuno aveva la sua amorosa. Blacheville amava Favorita, così chiamata perché era stata in Inghilterra; Listolier adorava Dalia che aveva preso da un fiore il suo nome di battaglia; Fameuil idolatrava Zefina, abbreviazione di Giuseppina; e Tholomyès amava Fantina, soprannominata la bionda per i suoi capelli d'oro.

Favorita, Dalia, Zefina e Fantina erano quattro graziosissime ragazze, profumate e radiose, ancora un po' operaie per non avere interamente abbandonato l'ago, un po' sviate dai facili amori, ma che serbavano ancora in volto qualcosa della serenità del lavoro e nell'anima quel fiore di onestà che nella donna sopravvive alla prima caduta. Una delle quattro era soprannominata la giovane perché minore delle compagne; un'altra era detta vecchia, e questa aveva ventitré anni. Per dir tutto, le prime tre erano più ricche di esperienza, più spensierate, più esperte nel chiasso della vita, che non Fantina, la quale era appena alla sua prima illusione.

Dalia, Zefina e soprattutto Favorita non avrebbero potuto dire altrettanto. Il loro romanzo appena cominciato contava già parecchi capitoli, e l'amoroso che al primo capitolo si chiamava Adolfo, diventava Alfonso al secondo e Gustavo al terzo. La povertà e la civetteria sono due cattive consigliere: l'una brontola, l'altra lusinga; e tutte e due, una di qua e l'altra di là, parlano all'orecchio delle belle ragazze del popolo. Le anime mal custodite danno loro ascolto; donde gli errori che commettono e le pietre che vengono loro scagliate. La gente le opprime di vergogna paragonandole allo splendore di tutto ciò che è immacolato e inaccessibile. Ahimè! se la Jungfrau avesse fame?

Favorita era stata in Inghilterra, e perciò Zefina e Dalia l'ammiravano. Giovanissima ancora, aveva formato casa a parte. Suo padre era un vecchio professore di matematica, celibe, brutale, che parlava con l'accento guascone, e, malgrado l'età avanzata, si recava a far lezioni in casa degli alunni. Questo professore, quand'era giovane, vedendo un giorno la veste d'una cameriera impigliarsi in una ceneriera per caminetto, s'era innamorato di quell'incidente, e ne era nata Favorita. Questa ogni tanto incontrava suo padre che la salutava. Una mattina era entrata in casa sua una vecchia dall'aspetto di beghina e le aveva detto: - Non mi riconoscete signorina? - No. - Sono tua madre. - Dopo di che la vecchia aveva aperto la credenza, aveva mangiato e bevuto, s'era fatto portare un suo materasso e si era installata in casa.

Questa madre, borbottona e bigotta, non parlava mai con Favorita; stava ore intere senza dire una parola; a colazione, a desinare, a cena, mangiava per quattro; e scendeva a conversare in portineria dove diceva male della figlia.

Il trasporto di Dalia per Listolier derivava dall'avere le unghie rosee troppo belle; come si fa a lavorare con simili unghie? La ragazza che vuole conservarsi saggia, non deve aver pietà delle proprie mani. Quanto a Zefina, aveva fatto la conquista di Fameuil per il suo modo birichino e grazioso di dire: "Sissignore".

I giovanotti erano amici, le ragazze erano amiche. Simili amori sono sempre foderati di codeste amicizie.

Saggio e filosofo sono due cose diverse; e la prova è data da questo: che, fatta ogni riserva sull'irregolarità di quelle amicizie, Favorita, Zefina e Dalia erano filosofe, Fantina invece era saggia.

Saggia? chiederà qualcuno. E Tholomyès? Salomone risponderebbe che l'amore fa parte della saggezza. Noi ci contentiamo di notare che l'amore di Fantina era un primo amore, un amore unico e fedele.

Delle quattro era l'unica a cui un solo uomo desse del tu.

Fantina era una di quelle creature che sbocciano, per dir così, dalla fondiglia del popolo. Uscita dalle più impenetrabili oscurità dell'ombra sociale, portava in fronte il marchio dell'anonimo e dell'ignoto. Era nata a Montreuil-sur-Mer. Da quale famiglia? E chi potrebbe dirlo? Non si era mai saputo di suo padre e sua madre. Si chiamava Fantina. Perché Fantina? Non si era mai saputo che avesse altro nome. Quando nacque, esisteva ancora il Direttorio. Non aveva nome di famiglia, perché non aveva famiglia; non aveva nome di battesimo perché allora non c'erano chiese. Si chiamò come piacque al primo passante che l'incontrò piccolina a piedi nudi per le strade. Ricevette un nome come riceveva l'acqua delle nuvole sulla fronte, quando pioveva. La chiamarono Fantina e nessuno ne sapeva di più. Così era venuta al mondo quella creatura. A dieci anni, Fantina abbandonò la città e si mise a servizio di certi fittavoli dei dintorni. A quindici anni andò a Parigi a "cercar fortuna". Era bella, e si mantenne pura più a lungo che poté. Era una graziosa bionda con bei denti; aveva per dote oro e perle: l'oro nei capelli e le perle in bocca.

Lavorò per vivere; e poi per vivere amò, perché anche il cuore ha la sua fame.

E amò Tholomyès.

Per lui era un amoretto, per lei una passione. Le vie del quartiere latino, sempre rumorose per il brulichio degli studenti e delle ragazze, videro l'inizio di quel sogno. Nel labirinto della collina del Pantheon, dove s'annodano e si sciolgono tante avventure, Fantina aveva sfuggito lungamente Tholomyès, ma in maniera da incontrarlo sempre. C'è un modo di evitare che somiglia al cercare. In breve, l'egloga ebbe luogo.

Blacheville, Listolier e Fameuil formavano un gruppo, di cui Tholomyès era il capo: la mente era lui. Tholomyès era il vecchio tipo dello studente anziano. Era ricco, aveva quattromila franchi di rendita, che sono uno splendido scandalo sulla collina di Santa Genoveffa. Era un buontempone di trenta anni, rugoso e sdentato, e gli cominciava la canizie, della quale diceva senza tristezza:

"cranio a trent'anni, ginocchio a quaranta"; digeriva a fatica e aveva un occhio che gli lacrimava. Ma a mano a mano che gli si spegneva la gioventù, accendeva la sua allegria; ai denti sostituiva i lazzi, ai capelli la gioia, alla salute l'ironia, e il suo occhio lacrimoso rideva sempre. La sua gioventù costretta a fare i bagagli molto prima del tempo, batteva in ritirata in buon ordine, scoppiava a ridere e non vi si vedeva altro che fuoco.

Aveva presentato una commedia al Vaudeville che gli era stata rifiutata; scriveva qua e là dei versi qualunque. Inoltre, dubitava di tutto in modo superlativo: il che è una gran forza agli occhi dei deboli. Dunque egli era il capo, perché calvo e perché ironico.

Un giorno Tholomyès tirò gli altri tre in disparte, fece un gesto da oracolo e disse:

- Da circa un anno Fantina, Dalia, Zefina e Favorita ci chiedono di far loro una sorpresa, e noi l'abbiamo solennemente promessa.

Esse ce ne parlano sempre, a me in modo particolare; e come a Napoli le vecchiette gridano a San Gennaro: "Faccia gialluta, fa il miracolo!", così le nostre belle mi dicono sempre: Tholomyès, quando ci farai vedere la tua sorpresa? Allo stesso tempo i nostri genitori ci perseguitano con le lettere. Dunque, seccature da due parti. Mi pare giunto il momento; parliamone.

Dopo di che Tholomyès abbassò la voce e proferì misteriosamente qualcosa di così gioviale che dalle quattro bocche scoppiò improvvisamente un riso clamoroso ed entusiastico, e Blacheville esclamò: Ben! Che magnifica idea!

Un caffeuccio pieno di fumo era lì accanto; ci entrarono; e il resto della loro conferenza si perse nell'ombra.

Il risultato di quella tenebrosa riunione fu una splendida gita di piacere, che ebbe luogo la domenica successiva, a cui i quattro giovani invitarono le quattro ragazze.




3. A QUATTRO A QUATTRO


Oggi difficilmente possiamo immaginare cosa fosse, quarantacinque anni fa, una gita in campagna tra studenti e ragazze. Parigi non ha più gli stessi dintorni; l'aspetto di ciò che potremmo chiamare la vita circumparigina è interamente cambiato in mezzo secolo; dove si andava in carrozza ora si va in treno; dove c'era la barca c'è il battello a vapore, e si parla adesso di Fécamp come allora di Saint-Cloud. La Parigi del 1862 è una città che ha la Francia per sobborgo.

Le quattro coppie fecero tutte le follie campestri allora possibili. S'avvicinavano le vacanze ed era una giornata calma e limpida d'estate. Il giorno prima, Favorita, la sola tra le quattro che sapesse maneggiare la penna, aveva scritto a Tholomyès a nome di tutte: "Ci piacerebbe partire di buon'ora". Perciò si alzarono alle cinque del mattino. Andarono a Saint-Cloud con la diligenza, stettero a guardare la cascata asciutta ed esclamarono:

"dev'essere bella quando c'è acqua". Fecero colazione alla "Testa Nera", dove non c'era ancora stato Castaing; si divertirono nella rotonda del gran bacino; salirono alla lanterna di Diogene; giocarono degli amaretti alla ruletta del Ponte di Sèvres; colsero i fiori a Puteaux; comprarono zufoli di legno a Neuilly; mangiarono pasticcini dappertutto, e furono perfettamente felici.

Le ragazze facevano chiasso e cinguettavano come capinere. Era un delirio. Ogni tanto l'una o l'altra dava un buffetto ai giovanotti. O mattinale ebbrezza della vita! Anni deliziosi! L'ala delle libellule tremola. Chiunque siate, ricordate? Avete mai camminato tra le sterpaglie, scostandone i rami per preservare il volto grazioso che vi seguiva? Avete mai scivolato, ridendo, per un erboso pendio bagnato dalla pioggia, insieme con una donna amata che vi tratteneva per la mano, esclamando: Ah, le mie scarpette nuove! come sono ridotte!

Notiamo subito che a quell'allegra compagnia mancò la lieta contrarietà della pioggia, benché Favorita, al momento della partenza, avesse detto in tono magistrale e materno: "Ragazzi, le lumache passeggiano sui sentieri: segno di pioggia".

Tutte e quattro erano stupendamente belle. Un vecchio poeta classico allora in voga, un ingenuo che aveva un'Eleonora, il cavaliere di Labouisse, passeggiando quel giorno sotto i castagni di Saint-Cloud e vedendole passare verso le dieci del mattino, esclamò: "Ce n'è una di troppo!", e pensava alle Grazie. Favorita, l'amica di Blacheville, quella che aveva ventitré anni, correva innanzi con grosse sottane verdi, saltava i fossi, scavalcando storditamente i cespugli e dirigeva tutta quella allegria col brio d'una giovane faunessa. Zefina e Dalia, che il caso aveva fatto belle, sicché stando vicine s'avvantaggiavano a vicenda e si completavano, non si separavano mai, per il desiderio di comparire più che per l'amicizia, e appoggiate l'una all'altra prendevano delle pose all'inglese. Erano venuti alla luce i primi "keapsakes" [nota] e cominciava a essere di moda la malinconia delle donne, come più tardi il byronismo per gli uomini. I capelli del bel sesso cominciavano a sciogliersi sulle spalle. Zefina e Dalia portavano lunghi riccioli. Listolier e Fameuil, impegnati in una lunga discussione sui loro professori, spiegavano a Fantina la differenza che passava tra Delvincourt e Blondeau.

Blacheville pareva nato apposta per portare in braccio, la domenica, quella cagnetta di Favorita.

Seguiva Tholomyès che dirigeva il gruppo. Era molto allegro ma faceva sentire l'autorità, e nella sua giovialità c'era una certa dittatura. Il suo principale ornamento era un paio di pantaloni a gamba d'elefante con sottopiedi elastici; aveva in mano una robusta canna d'India da duecento franchi, e, poiché si permetteva tutto, portava in bocca una cosa strana che si chiamava sigaro.

Nulla c'era di sacro per lui; osava perfino fumare.

E' meraviglioso quel Tholomyès - dicevano gli altri. - Che pantaloni! che energia!

Fantina poi era la gioia. I suoi denti bianchissimi erano stati creati da Dio per il riso. Portava in mano più che sul capo un cappellino di paglia con lunghi nastri bianchi. I suoi folti capelli biondi, che tendendo a ondeggiare, si scioglievano facilmente e bisognava annodarli continuamente, sembravano fatti per la fuga di Galatea sotto i salici. Le sue labbra rosee cinguettavano in modo incantevole. Gli angoli della bocca deliziosamente rialzati, come negli antichi mascheroni di Erigone, parevano incoraggiare gli audaci; ma le sue lunghe ciglia ombrose si abbassavano discretamente su quel baccano della parte inferiore del viso come per dire: alto là! Tutto il suo abbigliamento aveva un non so che di brioso e di elegante. Portava un vestito di lanetta color viola, scarpette a coturno i cui nastri intrecciavano delle X sulle calze bianche traforate, e quella specie di spencer di mussolina, invenzione marsigliese, il cui nome "canezou"è una corruzione di "quinze aôut" [quindici agosto], espressione in uso nella Cannebière per significare bel tempo, caldo e mezzogiorno.

Splendida di fronte, delicata di profilo, con gli occhi di un azzurro carico, le palpebre grosse, i piedi piccini, i polsi e le caviglie ammirabili, la pelle bianchissima da cui traspariva qua e là l'azzurro serpeggiare delle vene, la guancia fresca e infantile, il collo robusto di Giunone, la nuca forte e flessibile, le spalle che parevano modellate da Costou: ecco Fantina. E sotto quelle stoffe e quei merletti s'indovinava una statua, e in quella statua un'anima.

Fantina era bella e non lo sapeva. I rari sognatori, misteriosi sacerdoti del bello, che silenziosamente confrontano ogni cosa con la perfezione, avrebbero ravvisato in quella piccola operaia, sotto la trasparenza della grazia parigina, la sacra bellezza degli antichi. Quella figlia d'ignoti era di razza. Aveva le due doti della bellezza: lo stile e il ritmo; lo stile che è la forma dell'ideale, il ritmo che ne è il movimento.

Abbiamo detto che Fantina era la gioia, ma era anche il pudore.

Uno che l'avesse studiata attentamente attraverso l'ebbrezza della stagione, dell'età e dell'amore, avrebbe visto sprigionare un'invincibile espressione di ritegno e di modestia. Era un po' stupita, di quel casto stupore che è la sfumatura che separa Psiche da Venere. Aveva le dita candide e affilate della vestale che smuove le ceneri del fuoco sacro con uno spillo d'oro.

Quantunque non avesse negato nulla a Tholomyès, il suo volto nel riposo era supremamente verginale. In certi momenti, una specie di seria dignità quasi austera l'invadeva d'improvviso, ed era cosa strana e conturbante vedere come in lei l'allegria si spegnesse così rapidamente, e la riservatezza succedesse senza transizione alcuna all'espansione. Quella subitanea gravità, talora soverchiamente accentuata, somigliava all'alterezza di una dea. La fronte, il naso, il mento avevano quell'equilibrio di proporzioni.

Nello spazio così caratteristico che separa il naso dal labbro superiore, aveva quella linea graziosa e quasi impercettibile che è il segno misterioso della castità e che rese Barbarossa innamorato d'una Diana trovata negli scavi di Icona. L'amore è una colpa; ma Fantina era l'innocenza che galleggiava sulla colpa.




4. THOLOMYES CANTA UNA CANZONE SPAGNOLA


Quel giorno fu una continua aurora. La natura pareva in vacanza e rideva. I prati di Saint-Cloud profumavano l'aria, il venticello della Senna faceva tremolare le foglie; i rami brancicavano nel vento; le api saccheggiavano i gelsomini, una miriade di farfalle invadeva le achillee, i trifogli e le avene; nell'augusto parco del re di Francia c'era un mucchio di vagabondi: gli uccelli.

Le quattro coppie gioconde splendevano insieme col sole, con i campi, con i fiori e con gli alberi. In quella comunanza paradisiaca, parlando, correndo, danzando, inseguendo farfalle, cogliendo campanule, bagnandosi nelle erbe alte le calze rosa fresche, pazzerelle, ma non cattive, esse accettavano qua e là i baci di tutti; a eccezione di Fantina che amava, ed era sempre trincerata nella sua vaga resistenza di sognatrice e di selvatica.

"Tu, le diceva Favorita, pensi sempre a qualcosa".

Questa è la gioia. Il passaggio delle coppie felici è un solenne appello alla vita e alla natura, e fa scaturire da tutte le cose la carezza e la luce. C'era una volta una fata che creò i prati e gli alberi apposta per gli innamorati, per le loro eterne scappatelle nei boschetti, che ricominciano sempre e dureranno finché ci saranno boschetti e studenti. Per questo, la primavera è popolare tra i pensatori. Il patrizio e l'operaio, il duca, il pari, l'uomo togato, i cortigiani e i cittadini, come si diceva una volta, sono tutti sudditi di quella fata. Si ride, si va in cerca l'uno dell'altro; c'è nell'aria una luce d'apoteosi. Che trasfigurazione opera l'amore! Uno scrivano di notaio diventa un dio. E i piccoli gridi, il rincorrersi sul prato, una vita stretta a volo, quel dialetto che è una melodia, quell'incanto che zampilla dal modo di pronunciare una sillaba, quelle ciliegie strappate da bocca a bocca: tutto questo fiammeggia e passa in una gloria celestiale. Le belle fanciulle fanno un dolce spreco di sé, e tutti ritengono che la cosa non debba mai finire. I filosofi, i poeti, i pittori contemplano queste estasi e non sanno che farne, tanto ne restano abbagliati. La partenza per Citera! esclama Watteau; Lancret, il pittore della plebe, contempla i suoi borghesi rapiti nell'azzurro, Diderot stende le braccia a tutti questi amori, e Urfé vi mescola i suoi druidi.

Dopo colazione, le quattro coppie erano andate a vedere, in quello che allora si chiamava il quadrato del re, una pianta arrivata di fresco dall'India, di cui ora ci sfugge il nome e che attirava a quel tempo tutta Parigi a Saint-Cloud. Era un alberello lungo, bizzarro e grazioso, i cui innumerevoli sottilissimi rami arruffati e senza foglie erano coperti da migliaia di rosette bianche, sicché l'arbusto pareva una capigliatura tempestata di fiori. C'era sempre folla a guardare.

Vista la pianta, Tholomyès gridò: Offro degli asini! Pattuito il prezzo con l'asinaio, tornarono per Vanvres e Issy. A Issy ci fu un incidente. Il parco nazionale, posseduto allora dal fornitore Bourguin, era aperto. Oltrepassarono il cancello, visitarono il fantoccio anacoreta nella grotta, provarono i piccoli misteriosi effetti della famosa stanza degli specchi, trappola lasciva e degna di un satiro diventato milionario o di un Tuccaret mutato in Priapo. Si divertirono poi all'altalena attaccata ai due castagni resi celebri dall'abate Bernis. Mentre dondolavano l'una dopo l'altra le loro belle - e tra le risate generali svolazzavano le vesti - il tolosano Tholomyès, un po' spagnolo, cantava su un motivo malinconico la vecchia canzone "gallega", probabilmente ispirata da qualche bella fanciulla lanciata a tutta velocità sopra un'altalena:

"Soy de Badajoz.

Amor me llama.

Toda mi alma es en mi ojos porque ensenas a tus piernas!" [Traduzione: Sono di Badajoz, l'amore mi chiama. Tutta la mia anima sta nei miei occhi, perché tu mostri le tue gambe].

Soltanto Fantina rinunciò all'altalena.

- Non mi piacciono queste smorfie - mormorò Favorita con asprezza.

Lasciati gli asini, ci fu un altro divertimento; traversarono la Senna in barca, e da Passy giunsero a piedi alla barriera di Etoile. Sappiamo che stavano in piedi dalle cinque del mattino; che importa! Di domenica non c'è stanchezza, diceva Favorita, di domenica la stanchezza fa vacanza. Verso le tre le nostre coppie, stordite dalla contentezza, sdrucciolarono su per le montagne russe: bizzarra costruzione che allora occupava le alture di Beaujon e di cui si scorgeva la sagoma serpentina al di sopra degli alberi dei Campi Elisi.

Ogni tanto Favorita esclamava:

- E la sorpresa? voglio la sorpresa!

Pazienza! - rispondeva Tholomyès.




5. DA BOMBARDA


Lasciate le montagne russe, pensarono al pranzo, e alla fine l'allegra compagnia, un po' stanca, finì nella bettola Bombarda, succursale posta nei Campi Elisi dal famoso trattore Bombarda, di cui si vedeva allora l'insegna in via Rivoli vicino al passaggio Delorme.

Una camera grande ma sporca con un'alcova e un letto in fondo (avevano dovuto accontentarsi di questo per la folla che c'era di domenica all'osteria); due finestre, da cui si potevano vedere, attraverso gli olmi, la riva e il fiume; un magnifico sole d'agosto alle finestre; due tavole: una trionfalmente zeppa di fiori e di cappelli da uomo e da donna, l'altra occupata invece dalle quattro coppie sedute intorno a un festoso ingombro di vivande, di piatti, di bicchieri e di bottiglie; boccali di birra misti a bottiglie di vino, poco ordine sulla mensa e qualche disordine di sotto. "Facevano sotto la tavola un rumore, un calpestio di piedi spaventoso" dice Molière.

Ecco a che punto si trovava, verso le quattro e mezzo pomeridiane, la scampagnata cominciata alle cinque del mattino. Il sole tramontava, e l'appetito si spegneva.

I Campi Elisi, pieni di sole e di folla, non erano che luce e polvere: i due elementi di cui si compone la gloria. I cavalli di Marly, quei marmi nitrenti, si stagliavano in una nuvola d'oro; le carrozze andavano su e giù; un magnifico squadrone di guardie, preceduto dai trombettieri, scendeva il viale Neuilly, e sulla cupola delle Tuileries sventolava la bandiera bianca, che appariva rosa nel sole morente. Piazza della Concordia, ridiventata Piazza Luigi Quindicesimo, era piena di gente contenta, molti portavano il giglio d'argento appeso al nastro bianco damascato che nel 1817 non era completamente scomparso dall'occhiello. Qua e là, in mezzo a crocchi plaudenti, gruppi di ragazze cantavano una canzonetta borbonica allora celebre, destinata a fulminare i Cento Giorni e che aveva per ritornello:

"Rendeteci nostro padre di Gand, rendeteci nostro padre".

Una folla di provinciali indomenicati, talvolta col giglio come i borghesi, era sparpagliata nello spiazzale maggiore e nell'altro detto di Marigny; giocavano agli anelli e correvano sui cavallini di legno della giostra; altri bevevano; alcuni, apprendisti tipografi, portavano un berretto di carta e ridevano clamorosamente. Dovunque allegria. Era un giorno di pace incontestabile e di profonda sicurezza realista; era l'epoca in cui un rapporto segreto e particolare del prefetto di polizia Anglès sui quartieri parigini terminava così: "Tutto considerato, Sire, non c'è nulla da temere da costoro. Sono spensierati e indolenti come gatti. Il popolino delle province è turbolento, quello di Parigi no. Sono uomini piccoli, Sire, e ce ne vorrebbero due insieme per formare uno dei vostri granatieri. Non c'è da temere da parte della plebaglia della capitale. Bisogna notare che la statura è diminuita da cinquant'anni a questa parte e che ora il popolo dei quartieri parigini è più piccolo di prima della rivoluzione. Non è pericoloso. Insomma è canaglia, ma buona".

I prefetti di polizia non credono possibile che un gatto possa mutarsi in leone; eppure questo è un fatto, ed è il miracolo del popolo parigino. D'altronde il gatto, tanto disprezzato dal conte di Anglès, era stimato nelle repubbliche antiche, e vi simboleggiava la libertà; sulla piazza di Corinto c'era il colosso bronzeo d'un gatto che serviva quasi di contrasto alla Minerva del Pireo. L'ingenua Polizia della Restaurazione faceva una descrizione troppo rosea del popolo parigino, il quale non è una "canaglia buona" come si crede. Il parigino sta al francese come l'ateniese al greco. Nessuno dorme meglio di lui, nessuno più di lui è apertamente frivolo e ozioso, nessuno più di lui sembra disposto a dimenticare; però non fidatevi troppo; egli è adatto a ogni specie di indolenza, ma quando è in gioco la gloria, diventa meraviglioso in ogni specie di furia. Dategli una picca e farà il 10 agosto; dategli un fucile e avrete Austerlitz; è il punto d'appoggio di Napoleone e la risorsa di Danton. Si tratta della patria? si arruola. Si tratta della libertà? Alza le barricate.

Attenzione! I suoi capelli pieni di collera sono epici, la sua blusa ha le pieghe di una clamide. All'erta! Trasformerà in forche caudine la prima via Greneta che avrà sottomano. Se suona l'ora del pericolo, quel popolano si innalza, quel piccino si fa grande, il suo sguardo è terribile, il suo soffio diventa tempesta, e da quel debole petto esce tanto vento da scomporre la linea delle Alpi. Grazie al popolano parigino, la rivoluzione inalveata negli eserciti conquista l'Europa. Il canto è la sua gioia: ma, proporzionate la canzone alla sua natura, e vedrete! Finché ha per ritornello la "Carmagnola" si accontenta di abbattere Luigi Sedicesimo; fategli cantare la "Marsigliese" e libererà il mondo.

Chiusa questa nota in margine al rapporto Anglès, torniamo alle nostre quattro coppie. Come abbiamo detto, il pranzo stava per finire.




6. CAREZZE


I discorsi conviviali e i discorsi d'amore non si possono raccogliere; i discorsi d'amore sono nuvole e quelli conviviali fumo.

Fameuil e Dalia canticchiavano; Tholomyès beveva; Zefina rideva, Fantina sorrideva, Listolier soffiava in una trombetta di legno comprata a Saint-Cloud, Favorita guardava teneramente Blacheville e gli diceva:

- Blacheville, ti adoro.

Questa parola provocò una domanda di Blacheville:

- Che cosa faresti Favorita, se non ti amassi più?

- Non dirlo neanche per ridere - esclamò Favorita. - Se tu non mi amassi più ti salterei addosso, ti caccerei le unghie nel viso, ti graffierei, ti butterei in acqua, ti farei arrestare.

Blacheville sorrise con la voluttuosa fatuità di chi è solleticato nell'amor proprio, e Favorita continuò:

- Sì, chiamerei le guardie! e senza ritegno, canaglia!

Blacheville estasiato si riversò sulla sedia chiudendo gli occhi orgogliosamente.

In mezzo a quel chiasso, Dalia, continuando a mangiare, disse sottovoce a Favorita:

- Ma l'adori per davvero il tuo Blacheville?

- Lo detesto - rispose Favorita con lo stesso tono di voce e ripigliando la forchetta: - E' un avaro. Mi piace invece il giovanotto che abita di fronte a me. E' un giovane molto per bene; lo conosci? Si vede che ha la tendenza a diventare un attore. Come mi piacciono gli attori! Appena torna a casa, sua madre dice: Mio Dio, ho perduto la tranquillità; adesso si mette a gridare. Ma non vedi caro, che mi rompi gli orecchi? Difatti, appena entrato in casa, se ne va in certe topaie, in certi bugigattoli bui, quanto più alto può salire, e là si mette a cantare, a declamare a voce così alta che lo si sente da basso. Guadagna già un franco al giorno a scrivere dei pasticci legali presso un avvocato. E' figlio di un ex cantore di San Giacomo di Haut-Pas. Ah! è veramente un giovane a modo! E mi ama tanto che un giorno, vedendomi preparare della pasta per le frittelle, mi disse:

Signorina, se faceste dei tortelli con i vostri guanti, li mangerei. Ci vogliono gli artisti per dire queste cose. Ah, è proprio a modo! Ne sono pazza! Tuttavia, dico a Blacheville che lo adoro. Come so mentire, eh? Come so mentire!

Qui Favorita fece una pausa, poi continuò:

Vedi, Dalia, io sono triste. Ha piovuto tutta l'estate, il vento mi dà ai nervi e non si calma mai; Blacheville è uno spilorcio, e si fatica al mercato per trovare dei piselli; non si sa che mangiare, ed io ho lo "spleen" come dicono gli inglesi; il burro costa caro; e poi, vedi, è un orrore, pranziamo in una camera dove ci sta un letto: è una cosa disgustosa.




7. SAGGEZZA DI THOLOMYES


Mentregliuni cantavano,gli altri chiacchieravano tumultuosamente e tutti in una volta, con un enorme frastuono.

Intervenne Tholomyès.

- Non bisogna parlare a vanvera né troppo in fretta - esclamò.

Dobbiamo meditare, se vogliamo far colpo. La troppa improvvisazione svuota la mente in modo bestiale. La birra che scorre non fa schiuma. Signori, non siate frettolosi! Mescoliamo la maestà alla gozzoviglia, mangiamo con raccoglimento, banchettiamo lentamente. Non abbiamo fretta! Osservate la primavera; se è troppo in anticipo, brucia, vale a dire gela. Lo zelo eccessivo danneggia i peschi e gli albicocchi; lo zelo eccessivo uccide la grazia e la gioia dei buoni pranzi. Non siate zelanti, signori. Grimod de la Reynière è del parere di Talleyrand.

Una sorda ribellione scoppiò nella brigata.

- Tholomyès lasciaci in pace - disse Blacheville.

- Abbasso il tiranno! - esclamò Fameuil.

- Bombarda, buona tavola e baldoria - gridò Listolier.

- La domenica esiste - riprese Fameuil.

- E noi siamo sobri - aggiunse Listolier.

- Tholomyès - disse Blacheville - guarda la mia calma!

- Ne sei il marchese - rispose Tholomyès.

Questo mediocre gioco di parole fece l'effetto di un sasso in un pantano. Il marchese di Mont-calm era un legittimista celebre.

Tutti i ranocchi tacquero.

- Amici, su - grido Tholomyès col tono di chi riprende il comando.

- Non bisogna accogliere con esagerato stupore questo bisticcio caduto dal cielo. Tutto ciò che cade in questo modo non è necessariamente degno di entusiasmo e di rispetto. Il bisticcio è lo sterco dell'ingegno che vola. Il lazzo cade non importa dove; e lo spirito, dopo aver deposta una freddura, si solleva nell'azzurro. Una macchia biancastra che si appiattisce sulla roccia non impedisce al condor di volare. Lungi da me l'intenzione di riprovare il bisticcio. Io l'onoro nella proporzione dei suoi meriti, e basta. Gli esseri più augusti, più sublimi, più incantevoli dell'umanità, e forse anche fuori dell'umanità, usarono giochi di parole. Gesù Cristo ne fece uno su San Pietro, Mosè sopra Isacco, Eschilo su Polinice, Cleopatra su Ottaviano.

Notate che il bisticcio di Cleopatra precedette la battaglia di Azio e che senza di esso nessuno si ricorderebbe della città di Toryna, parola greca che significa mestolo. Ciò posto, torno alla mia esortazione. Fratelli, evitate lo zelo, la confusione babelica, l'eccesso anche nei frizzi, negli scherzi, nell'allegria e nei giochi di parole. Ascoltatemi, perché ho la prudenza di Anfiarao e la calvizie di Cesare. Ci vuole un limite, anche nei rebus. "Est modus in rebus". Ci vuole un limite anche ai pranzi.

Signorine, voi amate i pasticcetti, ma non abusatene; anche nei pasticcetti ci vuole il buon senso e l'arte. La ghiottoneria punisce il ghiottone. Il buon Dio ha incaricato l'indigestione di insegnare la morale agli stomachi. E ricordatevi che ogni nostra passione, anche l'amore, ha uno stomaco che non si deve riempire troppo. In ogni cosa bisogna saper scrivere a tempo la parola "finis"; bisogna contenersi quando è necessario; bisogna tirare il catenaccio sull'appetito, mettere in prigione la fantasia e portarsi alle guardie spontaneamente. Savio è colui che a un dato momento sa eseguire il proprio arresto. Abbiate un po' di fiducia in me! Dal fatto che ho studiato un po' di diritto come è provato dai miei esami; che ho sostenuto una tesi in latino sull'applicazione della tortura a Roma al tempo di Munazio Demente; che a quanto pare sto per diventare dottore, non ne deriva l'assoluta necessità che io sia un imbecille. Vi raccomando la moderazione nei desideri. Quanto è vero che mi chiamo Felice Tholomyès, io parlo bene. Fortunato colui che al momento opportuno sa prendere un partito eroico e abdicare come Silla o come Origene!

Favorita ascoltava attentamente.

- Felice! - disse. - Che bella parola! Questo nome mi piace: viene dal latino e vuol dire Prospero.

Tholomyès proseguì:

- Quiriti, gentlemen, caballeros, amici! Volete preservarvi da ogni stimolo, fare a meno del letto e beffarvi dell'amore? Niente di più facile! Eccovi la ricetta: limonate, esercizi muscolari eccessivi, lavoro forzato; slombatevi, trascinate dei macigni, non dormite, vegliate; ingozzate bevande nitrose e decotti di ninfea, bevete emulsioni di papaveri e di agnocasto; condite il tutto con una dieta rigorosa e sopportate la fame; poi aggiungete dei bagni freddi e lozioni di sali di piombo.

- Preferisco una donna, disse Listolier.

- Diffidate della donna! - riprese Tholomyès. - Guai a chi si abbandona al cuore volubile d'una donna! La donna è perfida e tortuosa; odia il serpente per gelosia di mestiere. Il serpente è per lei come la bottega di fronte.

- Tholomyès, sei ubriaco! - gridò Blacheville.

- Perbacco! - disse Tholomyès.

- Mostrati allegro! - riprese Blacheville.

- Accetto - rispose Tholomyès.

E riempito il bicchiere si alzò:

- Viva il vino! "Nunc te, Bacche, canam!". Perdonatemi signorine, queste parole spagnole. E la prova, senoras, eccovela: quale il popolo, tale il governo... Signore, un consiglio d'amico:

sbagliate vicino, se vi piace. Errare è proprio dell'amore.

L'amore non è fatto per abbrutirsi come una serva inglese che abbia il callo ai ginocchi... Si disse che l'errare è umano, io invece dico che è amoroso. Signore, io vi amo tutte!... Io mi chiamo Felice e non sono felice. Le parole sono menzognere e non bisogna accettare ciecamente le indicazioni che ci danno... Non dico niente di Fantina; è una pensierosa, una meditabonda, una sognatrice, una sensitiva; un fantasma con le forme di una ninfa e il pudore di una monaca... O Fantina, sappilo, io Tholomyès, sono un'illusione! Ma la bionda figlia delle chimere non mi ascolta.

Del resto in lei tutto è freschezza, soavità, gioventù, dolce chiaror mattutino. O Fantina, fanciulla degna di chiamarsi margherita o perla, voi siete una donna del più bell'Oriente...

Tholomyès s'interruppe.

- Prendi fiato - disse Blacheville. E nello stesso tempo secondato da Listolier e da Fameuil, Blacheville intonò, su un'aria lamentosa, una di quelle canzoni da studio di pittori, composta con le parole che vengono a caso, rimate o no, vuote di significato come il fruscio di un albero e il sibilo del vento, nate dal fumo delle pipe e che con esso si dissipano e svaniscono.

Ecco la strofa con cui il gruppo rispose all'arringa di Tholomyès:

"I tacchini diedero danaro a un agente perché monsignor Clermont-Tonnerre fosse fatto papa a san Giovanni.

Ma Clermont non poté esser fatto papa perché non era prete.

Allora l'agente arrabbiato restituì il danaro".

Non era una canzone adatta a calmare l'entusiasmo di Tholomyès, il quale vuotò il bicchiere, lo riempì e riprese:

- Abbasso la saggezza, e dimenticate quello che ho detto. Non mostriamoci né schifiltosi né prudenti né moralisti. Faccio un brindisi all'allegria. Mostriamoci allegri! Completiamo il nostro corso di giurisprudenza con le follie e con i banchetti.

Indigestione e digesto. Viva la creazione! Il mondo è un grosso diamante. Io sono felice. Gli uccelli sono meravigliosi. Che festa dappertutto! Estate, io ti saluto! O Lussemburgo! o georgiche di via Madame e del viale dell'Osservatorio! o semplici soldati sognatori! A me piacerebbero le pampas dell'America, se non avessi le arcate dell'Odeon. La mia anima vola verso le foreste vergini e le savane. Tutto è bello; le mosche ronzano fra i raggi, e uno sternuto del sole generò i colibrì. Baciami, Fantina!

Sbagliò e baciò Favorita.




8. MORTE DI UN CAVALLO


- Si mangia meglio da Edon che da Bombarda - esclamò Zefina.

- Preferisco Bombarda a Edon - dichiarò Blacheville. - C'è più lusso. E' più orientale. Osservate la sala di sotto; ci sono persino gli specchi alle pareti.

- Io preferisco il lusso nel piatto - disse Favorita.

- Osservate i coltelli - continuò Blacheville. - Questi di Bombarda hanno il manico d'argento, quelli di Edon invece l'hanno d'osso; l'argento è più prezioso dell'osso.

- Eccetto per quelli che hanno il mento d'argento - osservò Tholomyès, che in quel momento guardava la cupola degli Invalidi, visibile dalle finestre di Bombarda.

- Tholomyès - disse Fameuil - poco fa Listolier e io abbiamo fatto questione.

- Una discussione è buona ma una lite è migliore - rispose Tholomyès.

- Discutevamo di filosofia.

- E va bene!

- Chi preferisci: Cartesio o Spinoza?

- Désaugiers - disse Tholomyès.

Pronunciata questa sentenza, tornò a bere e proseguì:

- Acconsento a vivere, non tutto è finito sulla terra, perché si può ancora sragionare. Ne ringrazio gli dei immortali. Si mentisce, ma si ride, si afferma, ma si dubita; e l'inaspettato salta fuori dal sillogismo. Questo è bello! Anche quaggiù ci sono degli esseri umani che sanno aprire e chiudere allegramente la scatola a sorpresa del paradosso. Quello che bevete così tranquillamente, signore, è vino di Madera, sappiatelo, delle vigne del Couvel das Freiras che si trova a trecentodiciassette tese sul livello del mare!Stia attento chi beve!

Trecentodiciassette tese! E Bombarda, lo splendido trattore, vi dà queste trecentodiciassette tese per quattro franchi e cinquanta centesimi.

Fameuil interruppe nuovamente:

- Tholomyès, le tue opinioni fanno legge. Qual è il tuo autore preferito?

- Ber...

- Berquin?

- No, Berchoux, disse Tholomyès, e continuò: - Onore a Bombarda!

Sarebbe uguale a Munofide d'Elefanta se potesse procurarmi una ballerina, e a Tigellione di Cheronea se potesse portarmi una etera! Giacché, o signori, c'erano dei Bombarda anche nella Grecia e in Egitto, come ci informa Apuleio. Ahimè, sempre le stesse cose e niente di nuovo. "Nihil sub sole novum", dice Salomone; "amor omnibus idem" dice Virgilio...

Lanciato com'era, Tholomyès difficilmente si sarebbe arrestato, se in quel momento sulla via non fosse caduto un cavallo, che fermò insieme il carro e l'oratore. Era una cavalla della Beauce, magra, vecchia e tutta guidaleschi, che tirava un carro assai pesante.

Giunta davanti a Bombarda, la bestia, spossata e affranta, rifiutò d'andare avanti. Accorse la folla. Il carrettiere, indignato e bestemmiando, aveva appena pronunciato con convenevole energia la sacramentale imprecazione: "Porco cane!" confermata da una spietata frustata, quando la rozza cadde per non rialzarsi più. Al chiasso dei passanti, gli allegri uditori di Tholomyès si volsero, e l'oratore ne approfittò per chiudere la sua allocuzione con questa malinconica strofa:

"Era in questo mondo in cui carri e carrozze hanno ugual destino.

Rozza è vissuta quanto vivono le rozze:

lo spazio di un "porco-cane!".

- Povero cavallo! - sospirò Fantina.

- Si mette a compiangere i cavalli - disse Dalia. - Si può essere più stupidi di così?

In quel momento Favorita, incrociando le braccia e rovesciando la testa, guardò decisamente Tholomyès e disse:

- -A proposito, la sorpresa?

- Appunto. Questo è il momento - rispose Tholomyès. - Signori, è suonata l'ora di fare la sorpresa a queste ragazze.

- Signorine, aspettateci un momento.

- La sorpresa comincia con un bacio - aggiunse Blacheville.

- Sulla fronte - soggiunse Tholomyès.

Ognuno depose gravemente un bacio sulla fronte della propria ragazza; quindi si diressero tutti e quattro in fila verso la porta, col dito in bocca.

Favorita applaudì e disse:

- Già comincio a divertirmi.

Non tardate troppo - mormorò Fantina. - Vi aspettiamo.




9. FINE GIOCONDA DELLA GIOIA


Le ragazze rimaste sole si appoggiarono a due a due ai davanzali delle finestre, chiacchierando, sporgendo la testa e parlando da una finestra all'altra.

Videro uscire i giovanotti dall'osteria. Questi si volsero, fecero dei segni ridendo e sparirono nella calca polverosa che ogni domenica invade i Campi Elisi.

- Tornate presto - gridò Fantina.

- Che cosa ci porteranno? - chiese Zefina.

- Certamente qualcosa di bello - disse Dalia.

- Io voglio che sia d'oro - aggiunse Favorita.

Ben presto furono distratte dal viavai lungo il fiume, che scorgevano tra i rami degli alberi e che le divertiva molto. Era l'ora della partenza delle corriere postali e delle diligenze.

Quasi tutte quelle del sud e dell'ovest passavano per i Campi Elisi; la maggior parte seguiva la riva uscendo dalla parte opposta di Passy. Di tanto in tanto qualche grossa vettura, dipinta di giallo e di nero, rumorosa, stracarica di bauli, di sacchi e di valigie, zeppa di teste, schiacciando il selciato e mutando tutti i ciottoli in tante pietre focaie, si precipitava furiosa attraverso la folla con tutte le scintille di una fucina, lasciando una nuvola di polvere. Quel frastuono piaceva alle ragazze, e Favorita esclamava:

- Che strepito! Pare un mucchio di catene trascinate.

Una di quelle vetture, che non si distingueva bene tra il folto degli olmi, si fermò un momento e poi ripartì al galoppo. Fantina sorpresa disse:

- Strano! Credevo che le diligenze non si fermassero!

Favorita scrollò le spalle:

- Questa Fantina è sorprendente; le sto vicino per curiosità. Si meraviglia delle cose più semplici. Supponi che io sia un viaggiatore: dico alla diligenza: vado avanti a piedi, voi mi raccoglierete passando lungo la riva. La diligenza passa, mi vede, si ferma e io salgo. E' cosa di tutti i giorni. Cara, tu non conosci la vita.

Trascorse del tempo così. D'un tratto Favorita fece un movimento, come chi si risveglia.

- Ma la sorpresa? - disse.

- Appunto - aggiunse Dalia. - La famosa sorpresa?

- E' già tanto che sono andati via! - soggiunse Fantina.

Mentre parlavano, entrò il cameriere che aveva servito a tavola, portando qualcosa che somigliava a una lettera - Che c'è? - chiese Favorita.

- E' una lettera che quei signori hanno lasciato per le signore rispose il cameriere.

- Perché non l'avete portata subito?

- Perché quei signori hanno dato ordine di consegnarla soltanto dopo un'ora.

Favorita prese la lettera.

- Toh! - esclamò. - Non c'è indirizzo, ma c'è scritto:

"Questa è la sorpresa".

L'aprì e lesse (Favorita sapeva leggere):

"Care amorose!

sappiate che abbiamo dei genitori. Voi non sapete bene che cosa siano i genitori. Nel codice civile, puerile e onesto, si chiamano padri e madri. Ora questi genitori gemono, questi vecchi ci chiamano, questi eccellenti uomini e queste ottime donne ci dicono figlioli prodighi, desiderano il nostro ritorno a casa e ci offrono di uccidere per noi il vitello grosso. E noi che siamo virtuosi, obbediamo. Mentre leggerete questa lettera, cinque focosi cavalli ci riporteranno ai nostri padri e alle nostre mamme. Noi ce la svigniamo, come dice Bossuet; partiamo, anzi siamo partiti. Fuggiamo tra le braccia di Lafitte e sulle ali di Caillard. La diligenza di Tolosa ci salva dall'abisso, e l'abisso siete voi, amabili fanciulle. Rientriamo nella società, nel dovere, nell'ordine, di gran trotto, a tre leghe all'ora. E' interesse della patria che diventiamo come tutti gli altri, perfetti padri di famiglia, guardie campestri e consiglieri di stato. Venerateci; noi ci sacrifichiamo. Piangeteci, ma cercateci presto i successori. Se questa lettera vi strappa il cuore, fate altrettanto con essa. Addio. Vi abbiamo rese felici per circa due amni. Non serbateci rancore.

Firmato: Blacheville, Fameuil, Listolier, Felice Tholomyès.

P.S. - Il pranzo è stato pagato".

Le quattro ragazze si guardarono. Favorita fu la prima a rompere il silenzio:

- Come farsa non c'è male! - esclamò.

- E' molto originale - disse Zefina.

- Dev'essere di Blacheville questa idea - riprese Favorita. - E questo mi fa innamorare di lui. Appena partito, eccolo amato. Così va il mondo.

- No - disse Dalia - è un'idea di Tholomyès; si riconosce subito.

- In questo caso - replicò Favorita - morte a Blacheville e viva Tholomyès.

- Viva Tholomyès - gridarono insieme Dalia e Zefina.

E scoppiarono a ridere.

Fantina rise come le altre; ma un'ora dopo, tornata a casa, pianse. Come abbiamo già detto, era il suo primo amore; si era data a Tholomyès come a un marito, e la povera ragazza aveva un figlio.




Libro 4


AFFIDARE SIGNIFICA TALVOLTA ABBANDONARE



1. UNA MADRE CHE NE INCONTRA UN'ALTRA


Nei primi anni del nostro secolo c'era a Montfermeil, presso Parigi, una specie di bettola che oggi non esiste più. Era tenuta da certi Thénardier, marito e moglie, nel vicolo Boulanger.

Inchiodata al muro sopra la porta si vedeva un'insegna su cui era dipinto qualcosa che somigliava a un uomo che porta sulle spalle un altro uomo con grosse spalline dorate da generale e le stellette d'argento; alcune macchie rosse raffiguravano il sangue, il resto del quadro non presentava che fumo, e probabilmente rappresentava una battaglia. Al di sopra si leggeva la leggenda:

"Al sergente di Waterloo".

Non c'era niente di più comune di un carro o di una carretta alla porta di un'osteria. Eppure il veicolo, o meglio, il frammento di veicolo che nel pomeriggio di un giorno primaverile del 1818 ingombrava la via davanti all'osteria del "Sergente di Waterloo", avrebbe attirato certamente l'attenzione di un pittore che fosse passato di là.

Era la parte anteriore d'uno di quei carri in uso nei paesi boscosi, che servono a trasportare tavole e tronchi di alberi.

Questa metà si componeva d'un asse di ferro con un perno nel quale si incastrava un pesante timone e che era sostenuto da due ruote smisurate. L'insieme era rozzo, grossolano, deforme. Pareva l'affusto di un gigantesco cannone. La carreggiata aveva sovrapposto alle ruote, ai cerchi, ai mozzi, all'asse e al timone uno strato di fango. Il legno scompariva sotto la melma e il ferro sotto la ruggine. Dall'asse pendeva una grossa catena, degna di un Golia galeotto, e la catena faceva pensare non già alle travi che era destinata a trasportare ma piuttosto ai mastodonti e ai mammut che avrebbe potuto aggiogare; puzzava di ergastolo, ma di un ergastolo ciclopico e sovrumano; pareva che fosse servita a qualche mostro Omero l'avrebbe adoperata a incatenare Polifemo e Shakespeare Calibano.

Perché quella metà di carro si trovava sulla via? Prima di tutto per ingombrare la strada e poi per finire di arrugginirsi. Una quantità di istituzioni dell'antico ordine sociale si trovano senza ragione alcuna sul nostro cammino.

Il centro della catena di sotto all'asse pendeva molto basso e sull'ansa, come sulla corda di un'altalena, erano sedute insieme, in una posa graziosa, due bambine: una di circa due anni e mezzo, l'altra di diciotto mesi; la più piccina in braccio alla più grande. Un panno abilmente annodato impediva loro di cadere. Una madre, vedendo quella mostruosa catena, aveva esclamato: - Toh! un giocattolo per le mie bambine!

Le due bambine, vestite bene e con una certa ricercatezza, erano raggianti. Parevano due rose in mezzo ai ferrivecchi; gli occhi erano trionfanti e le fresche guance pareva che ridessero. Una aveva i capelli castani, l'altra bruni; i loro volti innocenti erano incantati. ln quei pressi c'era un cespuglio fiorito, il cui profumo per chi non lo sapeva pareva venire dalle bambine. Quella di diciotto mesi mostrava la graziosa pancina nuda con quella casta indecenza che è propria dell'infanzia. Al di sopra e attorno a quelle testine delicate impastate di felicità e immerse nella luce, il gigantesco carro arrugginito, quasi terribile, accozzaglia di spigoli e di curve aspre, si arcuava come l'ingresso di una caverna. A qualche passo di distanza, la madre poco attraente ma simpatica, accoccolata sulla soglia della bettola, dondolava con una lunga cordicella le due bambine e le covava con negli occhi un'espressione animale e celeste insieme che è propria della maternità. A ogni ondulazione gli orribili anelli facevano uno stridio che somigliava a un grido di collera; le bambine si divertivano; il sole morente si univa alla loro allegria; e non c'era nulla di più bello di quel capriccio della sorte che aveva trasformato una catena per titani in un dondolo per cherubini.

Mentre cullava le due bambine, la madre canticchiava con voce stonata una romanza allora celebre:

"Si deve partire! Un guerriero...".

Il canto e la contemplazione delle bambine le impedivano di udire e di vedere quello che accadeva nella strada Qualcuno però le si era avvicinato mentre ricominciava la prima strofa della romanza.

A un tratto sentì una voce molto vicina al suo orecchio che le diceva:

- Come sono belle le vostre bambine!

... "diceva alla bella Imogina"...

rispose la madre continuando la canzone; poi si volse e vide dinanzi a sé, a pochi passi, una donna con un bimbo in braccio e un sacco da viaggio che pareva abbastanza pesante e grande.

Il bimbo di quest'altra donna era una delle più vaghe creature che si possono vedere. Era una bambina di due o tre anni, e avrebbe potuto competere con le altre due per la sua civettuola acconciatura. Aveva una cuffietta di tela con merletti e il giubbino ornato di nastri. Il gonnellino rialzato mostrava la coscia bianca, rotondetta e soda. Era così rosea e prosperosa che invogliava a mordere le mele delle sue guance. Degli occhi non si poteva dire altro che dovevano essere molto grandi e avevano magnifiche ciglia. Dormiva.

Dormiva del sonno d'assoluta fiducia propria della sua età. Le braccia della madre sono fatte di tenerezza, e i bambini vi si addormentano profondamente.

L'aspetto della madre era povero e triste. Vestiva come un'operaia che vuole ridiventare contadina. Era giovane. Era anche bella?

forse. Ma vestita a quel modo non lo mostrava. I capelli, con una bionda ciocca sfuggente, parevano assai folti ma scomparivano austeramente sotto una cuffia da beghina, stretta e allacciata sotto il mento. Chi ha bei denti, li mostra col riso, ma lei non rideva; pareva che i suoi occhi fossero asciutti soltanto da poco.

Era pallida; il suo aspetto era stanco e un po' malandato.

Guardava la bambina addormentata nelle sue braccia con lo sguardo particolare della madre che ha allattato il proprio figlio. Un largo fazzoletto turchino, piegato a scialle, le copriva goffamente le spalle e il busto. Aveva le mani affusolate e picchiettate di macchiette rosse, l'indice indurito e tagliuzzato dall'ago, un mantello bruno di lana, una veste di tela e scarpe grosse. Era Fantina.

Era Fantina. Difficile riconoscerla in quello stato; però esaminandola attentamente, si scorgeva ancora la sua antica bellezza. Aveva la guancia destra solcata da una ruga di malinconia che somigliava a un principio di ironia, La sua toletta, quella toletta aerea tutta mussola e nastri che somigliava a un amalgama di gioia, di follia e di musica, adorna di gingilli e profumata di lillà, era scomparsa come quelle belle gocce di rugiada che splendono al sole come diamanti e poi svaniscono lasciando il ramo annerito.

Dalla "bella burla", erano passati dieci mesi.

Che cosa era accaduto durante quei dieci mesi? E' facile indovinarlo, Dopo l'abbandono, le ristrettezze. Fantina aveva subito perduto di vista Favorita, Zefina e Dalia. Spezzato il legame da parte degli uomini, s'era sciolto anche quello dalla parte delle donne; e le avrebbe stupite chi quindici giorni dopo avesse detto loro che un tempo erano amiche. Fantina era rimasta sola. Partito il padre della sua creatura - queste rotture ahimè sono irrevocabili - s'era trovata completamente sola, con in meno l'abitudine del lavoro e con in più il gusto dei piaceri. Trascinata dalla relazione con Tholomyès a disprezzare il piccolo mestiere che conosceva, ne aveva trascurato gli ambienti, e questi le si erano chiusi. Nessuna risorsa. Sapeva appena leggere, ma non scrivere, perché nella sua fanciullezza le avevano appena insegnato a tracciare il proprio nome; aveva quindi dettato a un pubblico scrivano una lettera per Tholomyès, poi una seconda, poi una terza. Ma questi non aveva risposto. Un giorno Fantina sentì delle donnicciole che guardando la sua bambina dicevano:

- Credete che prendano sul serio quei figli? Alzano le spalle e non ci pensano più.

Allora capì che Tholomyès aveva alzato le spalle pensando a sua figlia, e che non prendeva sul serio quella innocente creatura; e l'anima sua le si fece tetra nei riguardi di quell'uomo. Ma a che partito votarsi? Non sapeva più a chi rivolgersi. Aveva commesso un fallo; ma sappiamo che il fondo della sua natura era tutto pudore e virtù. Capiva vagamente di essere alla vigilia di cadere nella miseria e di scivolare nel peggio. Aveva bisogno di coraggio e ne ebbe, e si fece forte. Pensò di ritornare al suo paese, a Montreuil-sur-mer, dove sperava che qualcuno potesse riconoscerla e darle qualche lavoro. Sì, però bisognava nascondere il fallo commesso; e qui, intravedeva la possibile necessità di una separazione assai più dolorosa della prima. Sentì stringersi il cuore, ma si decise. Come vedremo in appresso, lei aveva l'aspra arditezza della vita. Aveva già rinunciato fermamente a tutti i suoi ornamenti e si era vestita di tela, usando le sue vesti di seta, i suoi nastri, i pizzi e i gingilli per abbellire la figlia:

unica e santa vanità che le restava: Vendette quanto aveva, ricavandone duecento franchi, di cui, dopo aver pagato i suoi debitucci, le restavano soltanto ottanta franchi. E così, in una bella mattina di primavera, a ventidue anni, lasciò Parigi portando la bambina sulle spalle. Chi le avesse viste passare, ne avrebbe avuto compassione. Quella donna non aveva altri al mondo che la bambina, e quella bambina non aveva altro appoggio che la mamma. Fantina aveva lei stessa allattato la bambina; e per questo aveva il petto spossato, e tossiva un poco.

Non avremo più occasione di parlare di Felice Tholomyès; perciò ci limitiamo a dire che, vent'anni dopo, durante il regno di Luigi Filippo, era un grosso avvocato di provincia, influente e ricco, elettore prudente, giurato rigoroso, e sempre amico dei piaceri.

Dopo aver viaggiato di tanto in tanto in diligenza, per riposarsi, e pagando tre o quattro soldi per lega, Fantina si trovava verso mezzogiorno a Montfermeil nel vicolo Boulanger.

Passando davanti alla bettola dei Thénardier era rimasta abbagliata dalle due bambine così giulive sulla loro mostruosa altalena e si era fermata a contemplare quella visione di gioia.

Ci sono delle misteriose attrazioni. Le due bambine furono una di queste attrazioni per quella madre.

Le guardò commossa. La presenza degli angeli è un annuncio di paradiso; e Fantina credette di vedere scritto su quella bettola il misterioso QUI della Provvidenza. Quelle due bambine erano tanto felici! Le guardava e ammirava tanto intenerita che mentre la madre riprendeva fiato tra due versi della canzone, non poté trattenersi dal rivolgerle le parole che abbiamo già riferite:

Come sono belle le vostre bambine!

Le più feroci creature vengono disarmate dalle carezze rivolte ai loro piccoli.

La madre alzò la testa e ringraziò; fece sedere la viandante sul banco accanto alla porta, mentre lei sedeva sulla soglia, e tutte e due cominciarono a discorrere.

- Mi chiamo Thénardier - disse la madre delle due bambine - e questa locanda è nostra.

Poi riprese a cantare tra i denti la sua romanza:

"E un dovere per me cavaliere, e parto per la Palestina".

La signora Thénardier era rossa, cicciuta e angolosa; il tipo della donna-soldato in tutta la sua bruttezza, e, cosa bizzarra, con un'aria leziosa che le veniva dalla lettura di romanzi. Era una smorfiosa marcantonia. Questi sono gli effetti prodotti da certi romanzi su una fantasia da bettoliera. Era ancora giovane, aveva appena trent'anni. Se invece di starsene rannicchiata, si fosse trovata in piedi, la sua alta statura e la sua corporatura di colosso da fiera, avrebbe sin da principio sgomentato la viaggiatrice, ne avrebbe turbato la fiducia e impedito quanto siamo per raccontare. Dal che si deduce che il destino talvolta dipende anche dal fatto che una persona si trovi seduta anziché in piedi.

La viaggiatrice raccontò la sua storia con qualche ritocco. Disse di essere operaia; il marito le era morto; a Parigi le era venuto meno il lavoro e andava a cercarne altrove, nel paese nativo; era partita a piedi la mattina e, sentendosi stanca per la bambina che portava sulle spalle, era salita nella diligenza per Villemomble e da Villemomble era arrivata a piedi a Montfermeil; la piccina aveva camminato per un po', ma s'era subito stancata, e lei aveva dovuto prenderla in braccio, dove il suo tesoro si era addormentato.

Così dicendo diede alla bambina un bacio appassionato che la svegliò. Aprì gli occhi, due grandi occhi azzurri come quelli della madre e guardò. Cosa? Niente e tutto, con lo sguardo serio e talvolta severo dei bambini, che è un mistero della loro luminosa innocenza davanti al crepuscolo delle nostre virtù. Si direbbe che si sentano angeli e ci riconoscano per uomini. Poi la bambina si mise a ridere e, benché la madre la trattenesse, scese a terra con l'irresistibile forza d'un bambino che vuol correre. A un tratto, vedendo le altre due bambine sull'altalena, si fermò e cacciò la lingua in segno di meraviglia.

La Thénardier slacciò le figlie, le fece scendere dalla catena e disse:

- Scherzate tutte e tre.

A quell'età è facile familiarizzare; e un minuto dopo le due Thénardier giocavano con la nuova arrivata a far buchi in terra, divertendosi immensamente.

La nuova arrivata era molto allegra; la bontà della madre è scritta nell'allegria del figlio. S'era armata di uno stecchetto di legno e scavava energicamente un buco adatto a una mosca. Il lavoro del becchino diventa allegro, se fatto da un bambino.

Le due donne continuavano a conversare.


- Come si chiama la vostra bambina?

- Cosetta.


Cosetta, cioè Eufrasia, che era il suo vero nome. Ma da Eufrasia la madre aveva formato Cosetta per quel dolce istinto delle madri e del popolo che cambia una Giuseppina in Nuccia e una Giovanna in Ninetta. E' un genere di derivati che sconcerta tutta la scienza degli etimologisti. Noi abbiamo conosciuto una nonna che da Teodoro era riuscita a cavar fuori un Gnon.

- Quanti anni ha?

- Quasi tre.

- Come la mia primogenita.

Frattanto le piccine si erano raggruppate in una posa di profonda ansietà e di beatitudine perché era sopraggiunto un fatto nuovo:

un grosso verme era sbucato da terra, ed esse ne avevano paura e contentezza in pari tempo.

Le loro tre fronti radiose si toccavano sì che parevano tre teste in una sola aureola.

- Come fanno presto i bambini a fare amicizia! - esclamò mamma Thénardier. - Si direbbero tre sorelle.

Questa parola fu come la scintilla attesa dall'altra madre, la quale prese la Thénardier per una mano, la fissò e le disse:

- Volete tenere la bambina con voi?

La Thénardier fece uno di quei movimenti di sorpresa che non sono né un assenso né un rifiuto.

La madre di Cosetta continuò:

- Io non posso portare con me la mia bambina in paese; il lavoro non lo permette. Con una figlia è difficile trovar lavoro; sono tanto ridicoli in quel paese! E' stato il buon Dio a farmi passare davanti alla vostra locanda. Quando ho visto le vostre bambine così belle, così pulite e così contente, ne sono restata meravigliata e mi sono detta: - Ecco una buona madre. Così, diventeranno tre sorelle. E poi non tarderò a tornare. Volete tenere la mia bambina?

- Bisogna vedere - disse la Thénardier.

- Pagherò sei franchi al mese.

Allora si udì dal fondo della bettola una voce d'uomo:

- Non meno di sette franchi, e sei mesi anticipati.

- Sei per sette quarantadue - soggiunse la Thénardier.

- Li pagherò - rispose la madre.

- E quindici franchi per le prime spese - suggerì l'uomo.

- In tutto cinquantasette franchi - osservò la Thénardier.

E di mezzo alle cifre canticchiava distrattamente:

"Bisogna partire. Un guerriero"...

-Li pagherò - disse la madre. - Possiedo ottanta franchi, e mi resta quanto basta per andare a piedi al mio paese. Laggiù guadagnerò, e appena avrò messo da parte un po' di denaro tornerò a prendere il mio tesoro.

L'uomo riprese:

- La bambina ha un corredo?

- E' mio marito - disse la Thénardier.

- Certo; ha un corredo il mio tesoruccio. Ho capito subito che era vostro marito. E che bel corredo! Una cosa straordinaria, tutto a dozzine, e vesti di seta come una signora. E' qui nel mio sacco.

- Dovete darcelo - replicò l'uomo.

- Diamine! sarebbe bello che lasciassi la mia bambina nuda rispose la madre.

Allora apparve il volto del padrone che disse:

- Sta bene!

Il contratto fu concluso. La madre passò la notte nella locanda, sborsò il denaro e lasciò la figlia; riallacciò il sacco reso più leggero e partì il giorno dopo col proposito di tornare presto.

Simili distacchi avvengono tranquillamente ma sono tanto disperati.

Una vicina dei Thénardier che incontrò quella madre mentre si allontanava, tornò dicendo:

- Ho visto per via una donna che piangeva tanto da straziare l'anima.

Partita la madre di Cosetta, il marito disse alla moglie:

- Con questi quattrini potrò pagare la cambiale da centodieci franchi che scade domani. Mi mancavano appunto cinquanta franchi.

E sai che mi sarebbero capitati gli uscieri e il protesto? Hai teso una buona trappola con le tue piccine.

Senza saperlo - aggiunse la donna.




2. PRIMO ABBOZZO DI DUE LOSCHE FIGURE


Il topolino era troppo piccolo; ma il gatto è contento anche se il topo è magro.

Chi erano i coniugi Thénardier?

Diciamone qualcosa fin d'ora; completeremo il quadro più avanti.

Appartenevano a quella classe bastarda, composta di persone rozze riuscite a qualcosa e di persone intelligenti decadute, che sta tra la cosiddetta classe media e la classe inferiore e possiede i difetti della seconda con quasi tutti i vizi della prima, senza avere lo slancio generoso dell'operaio né l'ordine onesto del borghese.

Erano di quelle nature nane che diventano facilmente mostruose, se per caso le riscalda qualche fuoco sinistro. Nella donna c'era l'istinto del bruto e nell'uomo c'era la stoffa d'un miserabile:

l'uno e l'altra erano enormemente suscettibili allo schifoso progresso nella via del male. Ci sono anime-gamberi, che rinculano continuamente verso le tenebre, che retrocedono invece di avanzare nella vita, adoperando l'esperienza acquisita per accrescere la propria deformità, peggiorando sempre e impregnandosi sempre più di una crescente laidezza. Così erano quell'uomo e quella donna.

Il marito in particolare era imbarazzante per il fisionomista.

Basta guardare certi uomini per diffidarne; si sente che sono tenebrosi. Sono inquieti di dietro e minacciosi davanti; c'è in loro un'incognita, per cui non si può rispondere né di quello che hanno fatto né di quello che faranno. L'ombra nello sguardo li denuncia; basta udirne una parola, vederne un gesto per scorgere foschi segreti nel loro passato e cupi misteri nel loro avvenire.

A sentirlo, Thénardier era stato soldato, anzi sergente; probabilmente aveva fatto la campagna del 1815, dove, a quanto pare, s'era comportato abbastanza coraggiosamente. Vedremo più tardi quanto ci fosse di vero in tutto questo. L'insegna della bettola alludeva a uno dei suoi fatti d'arme; e l'aveva dipinta lui stesso poiché sapeva fare un po' di tutto, ma sempre male.

Era l'epoca in cui l'antico romanzo classico, caduto dalla Scudéry alla Barthélemy-Hadot e dalla Lafayette alla Bournon-Malarme, accendeva le anime innamorate delle portinaie parigine e devastava anche un po' i sobborghi. La signora Thénardier aveva tanta intelligenza quanta ne bastava per leggere quella specie di libri; se ne nutriva e vi annegava quel tanto di cervello che aveva. Da quelle letture le era venuta, ancora giovanissima e anche un po' più tardi, una specie di atteggiamento pensoso nei confronti di suo marito, briccone emerito, ruffiano istruito, ma non in grammatica, grossolano e astuto al tempo stesso, e che in fatto di sentimentalismo leggeva Pigault-Lebrun, e, in "tutto ciò che riguarda il sesso", come diceva nel suo gergo, era triviale e sboccato, senza rimedio. La moglie aveva dodici o quindici anni meno di lui. Più tardi, quando i capelli romanticamente sciolti cominciarono a brizzolarsi, quando dalla Pamela uscì fuori la megera, la Thénardier fu un donnone malvagio, imbevuto di stupidi romanzi. Ma quelle sciocchezze non si leggono impunemente; e il risultato fu che la figlia maggiore ebbe il nome di Eponina, mentre la minore corse il pericolo di chiamarsi Gulnara, e dovette a non so quale incontro col romanzo di Ducray-Dumenil, se poté chiamarsi Azelma.

Del resto, sia detto tra parentesi, non tutto è ridicolo e superficiale in quell'epoca curiosa alla quale alludiamo e che potrebbe chiamarsi l'anarchia dei nomi di battesimo. Accanto all'elemento romanzesco già indicato c'è il sintomo sociale. Oggi non è raro che il garzone bovaro si chiami Arturo, Alfredo o Alfonso e che il visconte, se ci sono ancora dei visconti, si chiami Pietro o Giacomo. Questo spostamento che applica il nome "elegante" al plebeo e il nome campagnolo all'aristocratico non è che un riflesso dell'uguaglianza. L'aura nuova penetrò irresistibilmente in questa come in ogni altra cosa; e sotto quell'apparente discordanza si nasconde una cosa grande e profonda: la Rivoluzione francese.




3. L'ALLODOLA


Per prosperare non basta essere cattivi. La bettola andava male.

Grazie ai cinquantasette franchi della viandante, Thénardier aveva potuto scansare un protesto e far onore alla propria firma. Ma il mese successivo ebbe ancora bisogno di danaro, e la moglie portò a Parigi e impegnò al monte di pietà il corredo di Cosetta per sessanta franchi. E quando questa somma fu consumata, i coniugi Thénardier si abituarono a considerare la ragazzina come se la tenessero per carità, e a trattarla in conseguenza. Siccome questa non aveva più il corredo, la vestirono con vecchie vestine e vecchie camicie delle proprie figlie, vale a dire con dei cenci, e la nutrirono con degli avanzi di tavola: un po' meglio del cane, un po' peggio del gatto. Del resto, il cane e il gatto erano gli abituali commensali di Cosetta, che mangiava sotto la tavola con loro e in una scodella di legno come la loro.

La madre, che come vedremo più tardi s'era stabilita a Montreuil- sur-mer, scriveva o meglio faceva scrivere ogni mese per avere notizie della bambina; e i Thénardier le rispondevano invariabilmente che Cosetta stava meravigliosamente bene.

Trascorso il primo semestre, la madre mandò sette franchi per il settimo mese e continuò regolarmente i suoi invii, mese per mese.

Ma l'anno non era ancora terminato che Thénardier esclamò:- Che bel favore che ci fa! Che ce ne facciamo dei suoi sette franchi?, - e scrisse pretendendone dodici. La madre, convinta che la bambina stava bene e "cresceva bene" accettò e mandò i dodici franchi.

Ci sono nature che non possono amare da una parte senza odiare dall'altra. La Thénardier amava appassionatamente le figliole, ed è per questo che si mise a detestare l'estranea. E' triste pensare che anche l'amore materno possa avere degli aspetti volgari. Per quanto piccolo fosse il posto occupato da Cosetta nella casa, le pareva che anche quello fosse rubato alle sue bambine e che quasi diminuisse loro l'aria che respiravano. Quella donna, come molte altre della sua razza, sentiva il bisogno di distribuire ogni giorno una dose di carezze e una dose di ingiurie. Se non avesse avuto Cosetta, è certo che le sue figlie avrebbero avuto tutto, idolatrate com'erano; ma l'estranea rendeva loro il favore di attirare sopra di sé tutte le busse, cosicché le figlie non ebbero che carezze. Cosetta non poteva fare un passo senza che una gragnuola di castighi violenti e immeritati cadesse sulla sua testa. La povera creatura mite e debole non doveva comprendere nulla né del mondo né di Dio, sempre sgridata, punita, maltrattata e percossa, con a fianco due esseri come lei che vivevano invece in un raggio d'aurora.

Siccome la Thénardier era cattiva con Cosetta, anche Eponina e Azelma furono cattive. A quell'età i bambini sono le copie delle madri, c'è soltanto la differenza del formato che e più piccolo.

Trascorse un anno, e poi un secondo. Nel villaggio dicevano:

- I Thénardier sono brava gente; non sono ricchi, eppure allevano una povera bambina abbandonata.

Credevano che Cosetta fosse stata abbandonata dalla madre.

Frattanto Thénardier, venuto a conoscenza, non sappiamo come, che probabilmente la bambina era bastarda e che la madre non poteva confessarlo, pretese quindici franchi al mese col pretesto che la "creatura" si faceva grande e "mangiava"; anzi, minacciò di rimandarla, scrivendo: - Non stia a seccarmi! se no, le sbatto la sua marmotta nel bel mezzo dei suoi segreti. Mi occorre un aumento. - E la madre pagò i quindici franchi.

D'anno in anno, la fanciulla si fece grande, e anche la sua miseria crebbe.

Finché Cosetta rimase piccina, fu la vittima delle altre due ragazzine; ma appena cominciò a svilupparsi, vale a dire ancor prima dei cinque anni, divenne una servetta di casa. A cinque anni, dirà qualcuno, è inverosimile. Purtroppo, ahimè, è vero. I patimenti sociali cominciano a ogni età. Non abbiamo visto recentemente il processo di un certo Dumolard, un orfanello diventato bandito, che fin dall'età di cinque anni, dicono i documenti ufficiali, essendo solo al mondo, lavorava per vivere e rubava?

Cosetta faceva le piccole commissioni, spazzava le camere, il cortile e la strada, lavava le stoviglie e sollevava anche dei pesi. I Thénardier si credettero autorizzati ad agire in questo modo perché la madre, sempre a Montreuil-sur-mer, cominciò a pagare irregolarmente, rimanendo in ritardo di qualche mese.

Se quella madre fosse ritornata a Montfermeil dopo tre anni non avrebbe più riconosciuto la sua bambina. Cosetta, così fresca e graziosa al suo arrivo in quella casa, ora era magra e pallida e aveva una certa inquietudine. Sorniona! dicevano i Thénardier.

L'ingiustizia l'aveva resa stizzosa, e la miseria brutta. Non le restavano che i suoi begli occhi, che facevano pena, perché grandi com'erano, parevano contenere una maggiore dose di tristezza.

E che strazio d'inverno vedere quella povera bambina sui sei anni, tremante nei suoi vecchi cenci di tela sdrucita, pulire prima di giorno la strada con un'enorme scopa tra le mani arrossate e una lacrima nei grandi occhi.

In paese la chiamavano l'Allodola. Al popolo che ama le immagini era piaciuto appioppare questo nome a quel piccolo essere non più grosso di un uccello, tremante, rabbrividente e spaurito, che ogni mattina era il primo a destarsi nella casa e nel villaggio, e che era sempre nella strada o nei campi prima ancora dell'alba.

Però la povera allodola non cantava mai.




Libro 5


LA DISCESA



1. STORIA DI UN PROGRESSO NELLE CONTERIE


Intanto che cosa era accaduto di quella madre che, stando alla gente di Montfermeil, aveva abbandonato la sua bambina? Dov'era?

Che faceva?

Affidata la piccola Cosetta ai Thénardier, aveva proseguito il suo viaggio ed era arrivata a Montreuil-sur-mer.

Si era, come sappiamo, nel 1818.

Fantina aveva lasciato il paese da una decina d'anni. Montreuil- sur-mer aveva cambiato aspetto. Mentre Fantina scendeva lentamente di miseria in miseria, la città aveva prosperato.

Da circa due anni era accaduto uno di quei fatti industriali che sono i grandi avvenimenti dei piccoli paesi. Questa circostanza è importante e crediamo opportuno svilupparlaomeglio sottolinearla. Da tempo immemorabile l'imitazione delle perline inglesi e delle conterie nere tedesche costituiva l'industria particolare di Montreuil-sur-mer; ma questa industria aveva sempre vegetato per il costo della materia prima che incideva sulla mano d'opera. Invece, quando Fantina tornò in paese, era accaduta una trasformazione inattesa nella produzione degli "articoli neri".

Verso la fine del 1815, uno sconosciuto che era venuto a stabilirsi in città, aveva avuto l'idea di sostituire, in quella fabbricazione, la lacca alla resina, e in particolare per i braccialetti invece di fare i fermagli con pezzi di latta, saldati insieme li incastrava gli uni negli altri. Questo piccolo cambiamento aveva portato una rivoluzione. Infatti aveva diminuito di molto il costo della materia prima, e questo aveva permesso innanzitutto di aumentare il compenso della mano d'opera, con vantaggio del paese, poi di migliorare la fabbricazione con vantaggio del consumatore, e infine di vendere a miglior mercato, pur triplicando gli utili, con vantaggio del produttore. Così una sola idea aveva prodotto tre effetti.

In meno di tre anni, l'inventore di questi metodi si era arricchito, il che era un bene, e aveva anche arricchito gli altri attorno a lui, il che era ancora meglio. Egli non era del luogo; non si sapeva nulla della sua origine, ben poco dei suoi inizi.

Si diceva che era venuto dalla città con pochissimo denaro; tutt'al più con qualche centinaio di franchi. E da questo meschino capitale, messo al servizio di un'idea ingegnosa e fecondato dall'ordine e dalla buona direzione, aveva fatto la sua fortuna e quella del paese.

Al suo arrivo a Montreuil-sur-mer vestiva e si comportava come un operaio.

Pare che mentre, sull'imbrunire di un giorno di dicembre, quell'uomo faceva il suo ingresso nella cittadina di Montreuil- sur-mer, col sacco sulla spalla e un bastone di pruno in mano, fosse scoppiato un grave incendio nel palazzo municipale e che si fosse gettato tra le fiamme salvando, con pericolo della propria vita, due fanciulli figli del capitano di gendarmeria; per questo motivo non gli era stato chiesto il passaporto. Più tardi si conobbe il suo nome, e si seppe che si chiamava "papà Madeleine".




2. MADELEINE


Aveva circa cinquant'anni; era buono e aveva l'aria preoccupata.

Questo è quello che si poteva dire di lui.

Grazie ai rapidi progressi dell'industria fatta rifiorire così meravigliosamente, Montreuil-sur-mer era diventata un considerevole centro d'affari. La Spagna, che consuma molto giaietto nero, faceva ogni anno enormi ordinazioni. La città, per il suo commercio, faceva quasi concorrenza a Londra e a Berlino. I guadagni di Madeleine erano così forti che, fin dal secondo anno, aveva potuto costruire una grande fabbrica con due vasti laboratori: uno per gli uomini e l'altro per le donne. Chiunque aveva fame, poteva presentarsi sicuro di trovare pane e lavoro.

Papà Madeleine agli uomini chiedeva la buona volontà, alle donne la purezza dei costumi. Aveva separato i laboratori per dividere i due sessi, affinché donne e fanciulle potessero mantenersi sagge.

Su questo punto era inflessibile, ed era l'unico su cui si mostrasse quasi intollerante. Però la sua severità era tanto più fondata in quanto che Montreuil-sur-mer era una città di guarnigione e vi abbondavano gli incentivi alla corruzione. Del resto la sua venuta era stata un beneficio, e il suo soggiorno una provvidenza. Prima di lui tutto languiva nel paese; adesso tutti vivevano la vita sana del lavoro. Il denaro che circolava abbondantemente dava moto a tutto e penetrava dappertutto; non si conosceva la disoccupazione né la miseria; non c'era borsa tanto piccina che non avesse un po' di denaro né c'era una casa tanto povera che non avesse un po' di felicità.

Papà Madeleine dava lavoro a tutti, a una sola condizione: Siate un galantuomo! Siate una donna onesta!

In mezzo a tutta questa attività di cui egli era la causa, il perno, papà Madeleine, come già dicemmo, faceva la propria fortuna. Ma, cosa abbastanza strana in un uomo d'affari, pareva che questa non fosse la sua preoccupazione principale e che pensasse molto agli altri e poco a se stesso. Nel 1820, era noto che possedeva la somma di seicentotrentamila franchi depositata presso Laffitte; ma prima di riservarsi quei seicentotrentamila franchi aveva speso più di un milione per la città e per i poveri.

L'ospedale era male attrezzato, e lui l'aveva dotato di dieci letti in più. Montreuil-sur-mer è divisa in città bassa e città alta. Nella parte bassa, dove lui abitava, c'era una sola scuola in una meschina casupola che minacciava di crollare; egli ne aveva costruite due, una per i maschi e l'altra per le femmine; inoltre col denaro proprio dava ai due maestri un sussidio doppio del loro scarso stipendio ufficiale. A chi un giorno se ne meravigliava, rispose: - I primi due funzionari dello Stato sono la nutrice e il maestro elementare. - Aveva fondato a sue spese un asilo infantile: istituzione allora ignota in Francia, e una cassa mutua per gli operai vecchi e inabili. Attorno alla sua manifattura era sorto un nuovo quartiere, nel quale le famiglie più indigenti abbondavano, ed egli vi aveva impiantato una farmacia gratuita.

Nei primi tempi, quando iniziò l'opera, la buona gente disse: E' un uomo in gamba che vuole arricchirsi! - Quando poi videro che arricchiva il paese prima d'ogni altro, la stessa buona gente disse: - E' un ambizioso! - E la cosa pareva tanto più probabile in quanto quell'uomo era religioso e praticava discretamente la chiesa: cosa che allora era vista di buon occhio. Ogni domenica andava regolarmente alla messa. Il deputato del luogo, che temeva dei concorrenti dappertutto, si allarmò per questa devozione. Egli che era stato membro del corpo legislativo durante l'impero, condivideva le opinioni religiose di un padre oratoriano, conosciuto sotto il nome di Fouché duca d'Otranto, di cui era stato creatura e amico. A porte chiuse però, se la rideva di Domineddio. Ma quando vide che il ricco industriale Madeleine andava a messa alle sette, intravide un possibile competitore e decise di fare più di lui: prese per confessore un gesuita e frequentò la messa cantata e i vespri. L'ambizione in quell'epoca era una corsa al campanile nel senso letterale della frase. Anche i poveri trassero la loro parte di vantaggio dalla sua paura, perché l'onorevole deputato dotò anche lui l'ospedale di due nuovi letti; che così diventarono dodici.

Intanto una mattina del 1819, corse per la città la voce che papà Madeleine, su proposta del prefetto e in considerazione dei servizi resi al paese, sarebbe stato nominato sindaco di Montreuil-sur-mer. Quelli che avevano dichiarato che il nuovo venuto era "ambizioso", colsero l'occasione, che tutti si augurano, per poter esclamare: "Che cosa avevamo detto?". Tutta la città fu sottosopra. La voce era fondata, e pochi giorni dopo, la nomina apparve sul "Moniteur". Ma l'indomani, papà Madeleine rifiutò.

In quello stesso anno 1819, i prodotti del nuovo processo da lui inventato figurarono all'esposizione industriale, e il re, in seguito al rapporto della giuria, nominò l'inventore cavaliere della Legion d'onore. Nuovi cicalecci in paese. "Già! Voleva la croce!". Ma papà Madeleine rifiutò anche la croce.

Quell'uomo era proprio un enigma; ma la buona gente se la cavò dicendo: - Dopo tutto, è una specie di avventuriero!

Come abbiamo visto, la città gli doveva molto e i poveri tutto.

Era così utile che avevano dovuto finire con l'onorarlo, così buono che avevano dovuto finire con l'amarlo. I suoi operai in modo particolare lo adoravano, ed egli sopportava questa adorazione con una specie di malinconica gravità. Quando si constatò che era ricco, "le persone della buona società" lo salutarono; nella città si cominciò a chiamarlo il signor Madeleine; ma i suoi operai e i fanciulli seguitarono a chiamarlo papà Madeleine: ed era questa parola a farlo più facilmente sorridere. A mano a mano che saliva, gli inviti crescevano; la "buona società" lo reclamava. I piccoli salotti civettuoli di Montreuil-sur-mer, che pur si sarebbero chiusi in faccia all'artigiano nei primi tempi, adesso spalancavano i loro battenti per l'industriale milionario. Usarono ogni lusinga per attirarlo, ma egli rifiutò sempre.

Neanche questa volta la buona gente si trovò imbarazzata: "E' un ignorante, con poca educazione! Non si sa nemmeno di dove sia. Non saprebbe stare in società. Non è neppure certo che sappia leggere".

Quando l'avevano visto guadagnare denaro, avevano detto: E' un mercante! Quando l'avevano visto prodigare le sue ricchezze, avevano detto: E' un ambizioso! Quando lo avevano visto rifiutare gli onori, avevano detto: E' un avventuriero! Quando finalmente lo videro rifiutare la buona società dissero: E' un ineducato!

Nel 1820, cinque anni dopo il suo arrivo a Montreuil-sur-mer, i servizi resi al paese erano tanti, e il voto dei cittadini fu così unanime che il re lo nominò di nuovo sindaco. Rifiutò ancora; ma il prefetto tenne duro; tutti i notabili andarono a pregarlo di accettare; il popolo affollato nella via lo supplicava, e fu tanta l'insistenza che dovette accondiscendere. Si notò allora che la circostanza che parve soprattutto deciderlo fu l'apostrofe quasi irritata di una vecchia popolana, la quale gli gridò aspramente dalla soglia della porta: "Un buon sindaco è utile. E' lecito ritirarsi quando si può far del bene?".

Fu questa la terza fase della sua ascensione. Papà Madeleine era diventato il signor Madeleine. Il signor Madeleine diventò il signor sindaco.




3. IL DEPOSITO PRESSO LA BANCA LAFFITTE


Nonostante questo, era rimasto lo stesso uomo semplice dei primi giorni. Aveva i capelli grigi, lo sguardo serio, la carnagione abbronzata d'un operaio, il volto pensieroso di un filosofo.

Portava di solito un cappello a larghe tese e una lunga palandrana di grosso panno, abbottonata fino al mento. Adempiva ai suoi doveri di sindaco, ma nel resto viveva solitario. Parlava con poche persone; cercava sempre di sottrarsi alle cortesie; salutava proseguendo il suo cammino; se la svignava sollecitamente; sorrideva per dispensarsi dal discorrere e donava per esimersi dal sorridere. Le donne dicevano di lui: Che bravo orso! Godeva molto a passeggiare per i campi.

Mangiava sempre solo con davanti un libro aperto, che leggeva.

Aveva una piccola biblioteca ben scelta, e amava i libri che sono amici calmi e sicuri. A mano a mano che con le ricchezze crescevano per lui anche le ore libere, ne approfittava per coltivare la sua mente. Da quando stava a Montreuil-sur-mer si notava che il suo linguaggio si faceva sempre più corretto, più elegante e più dolce.

Nelle sue passeggiate portava volentieri un fucile, ma lo usava soltanto raramente; però quando se ne serviva, il tiro era infallibile e spaventava. Non uccideva mai un animale inoffensivo, non mirava mai agli uccelli.

Benché non più giovane, si diceva che avesse una forza sorprendente. Dava volentieri una mano per rialzare un cavallo, per spingere una ruota sprofondata nel fango o per afferrare per le corna un toro infuriato. Aveva sempre le tasche piene di spiccioli quando usciva e vuote quando rientrava. Se attraversava un villaggio, i monelli cenciosi gli correvano festosamente dietro e lo circondavano come un nugolo di moscerini.

Era facile indovinare che in altri tempi aveva dovuto vivere la vita dei campi, perché conosceva ogni specie di utili segreti, che insegnava ai contadini: come distruggere la tignola lavando il granaio e spargendo tra le fessure dell'impalcatura una soluzione di sale comune; come distruggere i punteruoli, applicando l'orvala fiorita ai muri, ai tetti nelle case, dappertutto. Possedeva delle "ricette" per estirpare dai campi la carie, la veccia, il sedanino dei campi, la coda di volpe e tutte le erbe parassite che soffocano il frumento. E sapeva pure purgare dai sorci una conigliera col solo odore di un porcellino di barberia che vi introduceva.

Un giorno vedendo alcuni contadini intenti a svellere ortiche, si fermò a esaminare il mucchio di pianticelle sradicate già secche, e disse: - Sono morte, eppure sarebbero utili se ve ne sapeste servire. Quando l'ortica è giovane la sua foglia è una eccellente verdura; quando è invecchiata ha filamenti e fibre come la canapa e il lino, e la tela di ortiche vale quanto quella di canapa.

L'ortica triturata è buona per il pollame; pestata è buona per i buoi. Il suo seme frammisto al foraggio rende lucido il pelo agli animali, e la sua radice mescolata col sale comune produce un bel colore giallo. E' anche un ottimo fieno che si può falciare due volte all'anno. E di che cosa ha bisogno l'ortica? Di poca terra, di nessuna cura e di nessuna coltivazione. Però il seme cade a mano a mano che matura e ne è difficile il raccolto. Con un po' di fastidio l'ortica riuscirebbe utile, ma la trascurano, diventa nociva, e allora la si svelle. Quanti uomini somigliano all'ortica! - Poi dopo un breve silenzio, aggiunse: - Amici, ricordatevi che non ci sono né erbe cattive né uomini malvagi ma solo pessimi coltivatori.

I fanciulli lo amavano anche perché sapeva fare dei graziosi lavoretti con un po' di paglia e con le noci di cocco.

Entrava sempre in chiesa quando ne vedeva la porta parata a lutto, e accorreva a un funerale come altri accorrono a un battesimo. Per la sua grande bontà si sentiva attratto dalla vedovanza e dalle sventure altrui, si univa agli amici addolorati, alle famiglie in lutto, ai preti che pregano intorno a una bara. Pareva che amasse prendere come argomenti delle sue meditazioni quelle funebri salmodie piene di visioni dell'altro mondo. Con lo sguardo al cielo, con una specie di aspirazione a tutti i misteri dell'infinito, porgeva l'orecchio a quelle malinconiche voci che cantano sulla soglia del tenebroso abisso della morte.

Faceva un gran numero di buone azioni tentando di nasconderle, come altri nascondono le cattive. Penetrava di nascosto nelle case, di sera, e ne saliva furtivamente le scale. Talvolta un povero diavolo, rientrando nella sua stamberga, si accorgeva che durante la sua assenza la porta era stata aperta e talora anche forzata. Il poveretto si infuriava pensando che qualche mascalzone era entrato in casa. Ma appena dentro, la prima cosa che gli cadeva sott'occhio era una moneta d'oro dimenticata sopra un mobile. Il malfattore capitato là era papà Madeleine.

Era affabile e triste. Il popolo diceva: - Ecco un uomo ricco che non ha l'aria superba! Ecco un uomo felice che non ha l'aria di essere contento!

Taluni pretendevano che fosse un personaggio misterioso, e asserivano che nessuno entrava mai nella sua camera da letto, la quale era una vera cella da anacoreta, gremita di clessidre ornate d'ali, di tibie incrociate e di teschi di morto. Queste cose si dicevano con tanta insistenza che alcune giovani, eleganti e maliziose signore di Montreuil-sur-mer un giorno andarono da lui e gli chiesero: - Signor sindaco, fateci vedere la vostra camera. Ci dicono che sia una grotta. - Egli sorrise e le introdusse subito nella "grotta". Furono punite della loro curiosità. Era una camera tappezzata con un parato da pochi soldi e guarnita di mobili di mogano abbastanza brutti. Non notarono altro al di fuori di due candelieri sul caminetto, di forma antiquata e che parevano d'argento, poiché avevano il "bollo di controllo": osservazione caratteristica di una piccola città.

Tuttavia si continuò a ripetere che nessuno poteva penetrare in quella camera e che era una caverna da eremita, una cella, un buco, una tomba.

Si diceva pure che aveva depositato presso la banca Laffitte somme immense, sempre a sua immediata disposizione;sicché, aggiungevano, il signor Madeleine poteva arrivare una mattina da Laffitte, firmare una ricevuta e portarsi via i suoi due o tre milioni in dieci minuti. In realtà questi duce o tre milioni si riducevano,come abbiamo visto, a seicentotrenta o seicentoquarantamila franchi.




4. MADELEINE IN LUTTO


All'inizio del 1831 i giornali annunciarono la morte del vescovo di Digne, Monsignor Myriel, soprannominato Monsignor Benvenuto, morto a ottantadue anni, in odore di santità.

Aggiungeremo una circostanza che i giornali tralasciarono: il vescovo di Digne quando morì era cieco da parecchi anni ed era contento della sua cecità perché gli era vicina la sorella.

Su questa terra infatti, dove nulla è completo, l'essere cieco e amato è una delle forme più stranamente squisite della felicità.

Avere continuamente a fianco una moglie, una figlia, una sorella, una persona cara che è lì perché abbiamo bisogno di lei e perché essa non può stare senza di noi; saperci indispensabile a chi ci è necessario; poter continuamente misurare il suo affetto dalla compagnia che ci dà e pensare: se mi consacra tutto il suo tempo è segno che possiedo tutto il suo cuore; vedere il pensiero invece del volto; toccare con mano la fedeltà di una creatura, nella cecità completa; percepire il fruscio di una veste come un battere d'ali; udirla andare e venire, uscire, rientrare, discorrere, cantare e sapere di essere il centro di quei passi, di quelle parole e di quel canto; manifestare a ogni istante la propria forza di attrazione, sentirsi tanto più potente quanto più infermo e diventare nelle tenebre e a cagione delle tenebre l'astro intorno al quale gravita quell'angelo: ecco una felicità che non ha uguali. La suprema felicità della vita è la convinzione di essere amato: amato per se stesso, o meglio, malgrado se stesso.

Ebbene il cieco ha questa convinzione. In quella grande disgrazia essere servito vuol dire essere accarezzato. Forse gli manca qualcosa? No; non perde la luce chi possiede l'amore. E quale amore! un amore fatto interamente di virtù. Non c'è cecità dove c'è la certezza. L'anima cerca a tentoni un'altra anima, e la trova; e quest'anima ritrovata e sperimentata è una donna. Una mano vi sostiene, è la sua, una bocca sfiora la vostra fronte, è la sua bocca; sentite un alito vicino, è lei. Ottenere tutto da lei, dal culto fino alla pietà; non essere mai abbandonato; avere sempre vicino quella debolezza che vi soccorre; appoggiarvi a quella canna incrollabile; toccar la Provvidenza con le vostre mani e poterla stringere tra le braccia come un dio palpabile, che gioia! Il cuore, questo oscuro fiore celeste, si schiude misteriosamente. Non dareste quelle tenebre per tutta la luce.

L'anima-angelo è sempre lì; s'allontana ma per ritornare; sfuma come il sogno ma ricompare come la realtà. Si sente il calore che s'avvicina: eccola. La serenità, la gioia, l'estasi traboccano; è come uno splendore nella notte. E poi le mille piccole cure, i nonnulla che in quel vuoto diventano cose gigantesche! I più ineffabili accenti della voce femminile sono usati per cullarvi e suppliscono il mondo svanito. Siete accarezzato con l'anima; non vedete nulla ma sentite di essere adorato. E' un paradiso di tenebre.

E da questo paradiso Monsignor Benvenuto era passato all'altro.

L'annuncio della sua morte fu riportato dal giornale di Montreuil- sur-mer. L'indomani si vide Madeleine vestito a lutto e col crespo al cappello.

Quel lutto fu notato e commentato nella città. Parve come uno spiraglio sull'origine di Madeleine. Se ne concluse che avesse qualche parentela col Vescovo di Digne. Porta il lutto del Vescovo di Digne, dissero nei salotti. Questo accrebbe la stima che avevano di lui e gli dette subito una certa considerazione fra la nobiltà di Montreuil-sur-mer. Il microscopico quartiere nobile del luogo pensò di far cessare la quarantena del signor Madeleine, probabile parente di un vescovo. Madeleine s'accorse di aver guadagnato terreno dal maggior numero, di riverenze delle vecchie e dai sorrisi delle giovani. Una sera, una matrona di quella piccola alta società, curiosa per diritto di anzianità, s'arrischiò a chiedergli:

- Il signor sindaco è cugino del defunto vescovo di Digne, non è vero?

- No, signora - disse lui.

- Però ne portate il lutto.

- Sì, perché nella mia gioventù fui lacché nella sua famiglia.

In paese notarono anche che tutte le volte che passava per la città un piccolo savoiardo, di quelli che girano il paese per spazzare i camini, il sindaco lo faceva chiamare, gli chiedeva il suo nome e gli dava del denaro. I piccoli savoiardi se lo raccontavano l'un l'altro, ed è per questo che ne passavano molti.




5. LAMPI INCERTI ALL'ORIZZONTE


Col passare del tempo, tutte le opposizioni erano cessate. Per una specie di legge, che subiscono coloro che salgono su, da principio c'erano state diffamazioni e calunnie contro Madeleine; poi ci furono solo maldicenze; più tardi ci furono soltanto dei motteggi; infine le ostilità svanirono interamente, il rispetto divenne unanime, cordiale, e venne il momento, verso il 1821, che a Montreuil-sur-mer le parole "signor sindaco", erano pronunciate presso a poco con lo stesso accento che a Digne nel 1815 si pronunciavano le parole: "Monsignor Vescovo".

Venivano per consultarlo da dieci leghe lontano. Egli componeva le questioni, impediva le liti, riconciliava i nemici: ognuno lo prendeva a giudice del suo buon diritto. Pareva che avesse per anima il libro della legge naturale. In sei o sette anni, quasi un contagio di venerazione invase a poco a poco tutto il paese.

Però, soltanto uno, in tutta la città e nel circondario si sottrasse assolutamente a questo contagio, e, checché facesse papà Madeleine, restò ribelle, come se una specie di istinto, incorruttibile e imperturbabile, lo tenesse sveglio e inquieto. Si direbbe infatti che certi uomini possiedano un vero istinto animale, puro e integro, come ogni istinto, che crea le simpatie e le antipatie, che separa fatalmente una natura dall'altra, che non esita, non si turba, non tace e non si smentisce mai, chiaro nell'oscurità, infallibile, imperioso, refrattario a tutti i consigli dell'intelligenza e a tutti i solventi della ragione, e che in qualunque modo siano disposti i destini, avverte segretamente l'uomo-cane della presenza dell'uomo-gatto, e l'uomo- volpe della vicinanza dell'uomo-leone.

Spesso quando Madeleine passava per una strada, calmo, affettuoso, tra le benedizioni di tutti, accadeva che un uomo di alta statura, con un soprabito grigio scuro, armato di un grosso bastone e col cappello sugli occhi, si volgesse indietro quand'egli era passato e lo seguisse con lo sguardo finché non fosse sparito, incrociando le braccia, tentennando lentamente il capo e alzando fino al naso le due labbra unite in una specie di smorfia espressiva che potrebbe tradursi così:

- Ma chi è quello? Certamente l'ho visto altrove. Ad ogni modo non mi lascio infinocchiare.

Questo personaggio, grave di una gravità quasi minacciosa, era di quelli che preoccupano chi li guarda anche di sfuggita.

Si chiamava Javert e apparteneva alla polizia.

A Montreuil-sur-mer aveva le funzioni spiacevoli ma utili di ispettore. Non aveva assistito ai primi passi di Madeleine. Doveva il posto che occupava alla protezione di Chabouillet, segretario del ministro conte Anglès, allora prefetto di polizia a Parigi.

Quando Javert giunse a Montreuil-sur-mer la fortuna del grande manifatturiere era già una realtà e papà Madeleine era già diventato il signor Madeleine.

Certi impiegati di polizia hanno una fisionomia speciale, resa più complessa da un'aria di volgarità mista a un'aria di autorità.

Javert aveva quella specie di fisionomia, con in meno la volgarità.

Se le anime fossero visibili, vedremmo distintamente questa strana cosa, che ciascun individuo della specie umana corrisponde a qualche specie della creazione animale, e si potrebbe toccar con mano questa verità appena intravista dal pensatore: che tutti i bruti, dall'ostrica all'aquila, dal porco alla tigre, si trovano nell'uomo, ciascuno in un dato uomo e talvolta anche parecchi contemporaneamente.

Gli animali non sono che le immagini delle nostre virtù e dei nostri vizi vaganti sotto i nostri occhi, i fantasmi visibili delle nostre anime. Dio ce li mostra per farci riflettere.

Sennonché, poiché gli animali sono soltanto ombre, Dio non li ha creati suscettibili di educazione nel senso pieno della parola; a che pro? Alle nostre anime invece, che sono realtà e hanno finalità propria, Dio concesse l'intelligenza, vale a dire la possibilità dell'educazione. L'educazione sociale ben intesa può sempre trarre da un'anima, qualunque essa sia, tutta l'utilità che essa contiene.

Questo però va detto sotto il punto di vista ristretto della vita terrestre apparente, e senza pregiudicare la grave questione dell'esistenza anteriore e ulteriore delle creature che non sono l'uomo. L'io visibile non autorizza il pensatore a negare l'io latente. Fatta questa riserva, proseguiamo.

Ora se si ammette che in ciascun uomo c'è una delle specie animali della creazione, sarà facile dire che cosa fosse l'ufficiale di polizia Javert.

I contadini asturiani sono convinti che in ogni parto di lupa c'è un cane, il quale viene ucciso dalla madre, altrimenti fatto grande divorerebbe gli altri piccoli.

Date un volto umano a quel cane figlio della lupa, e avrete Javert.

Era nato in prigione da una cartomante che aveva il marito in galera. Crescendo negli anni, capì d'essere venuto al mondo fuori della società, e disperò di potervi rientrare. Notò che la società tiene irrimediabilmente lontane due classi di persone: quelle che l'attaccano e quelle che la preservano. Egli non aveva altra scelta se non fra queste due classi; però nello stesso tempo sentiva dentro di sé un fondo di rigidezza, di regolarità e di probità, congiunto a un odio inesprimibile contro la razza degli avventurieri da cui proveniva. Entrò quindi nella Polizia, ed ebbe fortuna. A quarant'anni era ispettore.

In gioventù aveva fatto parte dei guardaciurme del meridione.

Prima di proseguire, intendiamoci bene sull'espressione "volto umano" applicata a Javert.

Il volto umano di Javert consisteva in un naso camuso con due profonde narici, verso le quali salivano due enormi baffi. Si provava un certo malessere la prima volta che si vedevano quelle due foreste e quelle due caverne. Quando Javert rideva, cosa rara e terribile, le sue labbra sottili si scostavano e lasciavano vedere non solo i denti ma anche le gengive; e intorno al naso gli si formava una piega feroce, come sul grugno di una belva. Javert serio era un mastino; quando rideva era una tigre. Nel resto:

cranio piccolo, mascelle grosse, capelli spioventi sulla fronte e sulle sopracciglia, una ruga permanente tra gli occhi come una stella di collera, la bocca serrata e minacciosa, l'aspetto del comando feroce.

C'erano un quest'uomo due sentimenti semplicissimi e relativamente ottimi, ma che egli rendeva quasi cattivi a furia di esagerarli:

il rispetto dell'autorità e l'odio alla ribellione. Per lui, il furto, l'assassinio, tutti i delitti erano altrettante forme di ribellione. Aveva una specie di fede cieca e profonda per chiunque rappresenta una funzione nello Stato, dal primo ministro alla guardia campestre, e ostentava disprezzo, avversione e disgusto verso quelli che anche una volta sola avevano oltrepassato il limite legale del male. Era intransigente e non ammetteva eccezioni. Da un lato diceva: - Il funzionario non può ingannarsi; il magistrato non ha mai torto,e dall'altro diceva: - Costoro sono irreparabilmente perduti; da essi non può venire nulla di buono. - Condivideva pienamente l'opinione di quegli estremisti che attribuiscono alla legge umana non so quale potere di fare, o meglio di constatare i dannati, e che pongono uno Stige in fondo alla società. Era stoico, serio, austero, tristemente pensoso, umile e altero come i fanatici. Il suo sguardo era freddo e penetrante come il succhiello. Tutta la sua vita era compresa in queste due parole: vegliare e sorvegliare. Aveva introdotto la linea retta nella cosa più tortuosa che esista; aveva la coscienza della propria utilità, la religione delle proprie mansioni, ed era spia come altri è prete. Guai a chi gli cadeva nelle grinfie!

Avrebbe arrestato suo padre se l'avesse visto scappare di prigione e avrebbe denunciato sua madre: l'avrebbe fatto con quella specie di soddisfazione interna che ci dà la virtù. Aggiungete una vita di privazioni, l'isolamento, l'abnegazione, la castità, senza mai una distrazione. Era il dovere implacabile, la polizia intesa come gli spartani intendevano Sparta, una sentinella spietata, una onestà feroce e uno spione marmoreo: Bruto in Vidocq.

Tutta la persona di Javert esprimeva l'uomo che spia e si nasconde. La scuola mistica di Giuseppe De Maistre, che in quell'epoca condiva di alta cosmogonia i giornali chiamati "ultra", avrebbe detto che Javert era un simbolo. Non si vedeva la sua fronte che spariva sotto il cappello, non gli occhi che si perdevano sotto le sopracciglia, non il mento che sprofondava nella cravatta, non le mani che erano coperte dalle maniche, e neppure il bastone che portava sotto il soprabito. Ma al momento opportuno si vedeva uscire improvvisamente da tutta quell'ombra come da un'imboscata, una fronte angolosa e stretta, uno sguardo sinistro, un mento minaccioso, due mani enormi e un mostruoso randello.

Negli scarsi momenti d'ozio, benché odiasse i libri, leggeva, sicché non era completamente illetterato, e lo mostrava in una certa enfasi nel parlare.

Non aveva vizi, l'abbiamo detto; quando era contento di sé, si regalava una presa di tabacco; era questo il suo punto di contatto con l'umanità.

Si comprenderà facilmente che Javert era il terrore di tutta quella classe che la statistica ufficiale del Ministero di grazia e di giustizia abbraccia ogni anno sotto la rubrica: "gente senza fissa dimora". Se udivano pronunciare il suo nome, fuggivano; se lo vedevano apparire, rimanevano come pietrificati. Tale era quell'uomo formidabile.

Javert era come un occhio sempre fisso su Madeleine, occhio pieno di sospetti e di congetture. Madeleine alla fine se n'era accorto; ma non diede grande importanza alla cosa. Non fece in proposito neppure una domanda a Javert; non lo cercava, non lo evitava, e sopportava quello sguardo incomodo e quasi opprimente senza mostrare di badarci. Lo trattava come trattava tutti, con disinvoltura e con bontà.

Da alcune parole sfuggite a Javert si capiva che aveva frugato segretamente, con quella curiosità della sua razza, fatta d'istinto e di volontà, tutte le tracce anteriori che papà Madeleine avesse potuto lasciare altrove. Pareva che sapesse qualcosa, e talvolta diceva con parole velate che qualcuno aveva assunto delle informazioni in un certo paese sopra una certa famiglia scomparsa. Anzi un giorno, parlando tra sé, uscì in queste parole: - Credo di tenerlo! - Poi restò tre giorni pensoso, senza parlare; pareva che gli si fosse spezzato il filo che credeva di tenere.

Del resto, ed è questo il correttivo necessario al significato troppo assoluto che potrebbero presentare certe parole, in una creatura umana non ci può essere nulla di veramente infallibile, ed è proprio dell'istinto il poter essere turbato, fuorviato, ingannato; diversamente l'istinto sarebbe superiore all'intelligenza, e la bestia godrebbe di una luce migliore dell'uomo.

Evidentemente Javert era un po' sconcertato dalla completa naturalezza e dalla tranquillità di Madeleine.

Un giorno però parve che il suo strano contegno producesse su Madeleine una certa impressione. Ed ecco in quale occasione.




6. PAPA' FAUCHELEVENT


Passando una mattina per una viuzza non selciata di Montreuil-sur- mer, Madeleine sentì del chiasso. Poco distante vide un gruppo di gente e si avvicinò. Era un vecchio, papà Fauchelevent, rovesciato sotto il proprio carro. Il cavallo era caduto.

Questo Fauchelevent era uno dei rari nemici che aveva ancora Madeleine a quell'epoca. Quando Madeleine era arrivato in paese, Fauchelevent, ex scrivano e contadino alquanto istruito, aveva un piccolo commercio che cominciava ad andar male. Vedendo quel semplice operaio arricchirsi, mentre lui, proprietario, andava a rotoli, ne aveva avuto gelosia, e non si era mai lasciato sfuggire l'occasione di nuocergli. Sopraggiunto il fallimento e ormai vecchio, con soltanto un carro e un cavallo, senza moglie e senza figli, s'era messo a fare il carrettiere per vivere.

Il cavallo aveva le gambe spezzate e non poteva rialzarsi. Il vecchio era caduto tra le ruote, così male che il carro, col pesante carico, gli gravava sul petto sicché l'infelice rantolava lamentosamente. Avevano tentato di liberarlo, ma inutilmente. Uno sforzo disordinato, un aiuto inopportuno, una scossa fuori posto potevano ucciderlo; era impossibile tirarlo fuori senza sollevare il carro dal di sotto. Javert, sopraggiunto al momento della disgrazia, aveva mandato a cercare un martinetto.

Quando arrivò Madeleine, tutti gli fecero largo rispettosamente.

- Aiuto! - gridava il vecchio. - Chi è tanto buono da salvare questo povero vecchio?

Madeleine si volse agli astanti:

- C'è un martinetto?

- Sono andati a cercarne uno - rispose un contadino.

- E quando potremo averlo?

- Sono andati al posto più vicino, in via Flachot, dove c'è un maniscalco. Ma ci vorrà almeno un quarto d'ora.

- Un quarto d'ora! - esclamò Madeleine.

Il giorno prima aveva piovuto, il terreno era diventato molle e cedevole, e il carro affondava nel fango, comprimendo sempre più il petto del vecchio carrettiere. Era evidente che in meno di cinque minuti avrebbe avuto le costole fracassate.

- E' impossibile aspettare un quarto d'ora - disse Madeleine ai contadini che stavano a guardare.

- E come fare?

- Ma non saremo più in tempo! Non vedete che il carro affonda?

- Diavolo!

- Ascoltate - rispose Madeleine; - c'è ancora abbastanza spazio sotto il carro perché un uomo si possa introdurre e sollevarlo col dorso. Basta un mezzo minuto per liberare questo disgraziato.

Animo. C'è qualcuno che abbia coraggio e spalle salde? C'è un premio di cinque luigi d'oro.

Nessuno del gruppo si mosse.

- Dieci luigi - aggiunse Madeleine.

Gli astanti abbassavano gli occhi, e uno di essi esclamò:

- Ci vorrebbe una forza indiavolata! e poi si corre il rischio di rimanere schiacciato.

- Coraggio! - riprese Madeleine. - Venti luigi!

Lo stesso silenzio.

- Non è la buona volontà che manca! - disse una voce.

Madeleine si volse e riconobbe Javert, del quale non s'era accorto arrivando.

Javert continuò:

- Ma la forza. Bisognerebbe essere un uomo formidabile per sollevare sul dorso un carro come questo.

Poi continuò, guardando fisso Madeleine e calcando ogni parola:

- Signor Madeleine, ho conosciuto un uomo solo capace di fare quello che chiedete.

Madeleine trasalì.

L'altro proseguì con un'aria indifferente, ma senza staccargli gli occhi di dosso:

- Era un galeotto.

- Ah - disse Madeleine.

- Della prigione di Tolone.

Madeleine impallidì.

Il carro frattanto continuava ad affondare lentamente, e il vecchio rantolava e gridava:

- Soffoco! Mi rompe le costole! un martinetto! fate qualcosa! Ahi!

Madeleine si guardò attorno:

- Dunque nessuno vuole guadagnarsi venti luigi e salvare la vita a questo povero vecchio?

Nessuno dei presenti si mosse, e Javert riprese:

- Ho conosciuto un solo uomo che potesse far le veci del martinetto, ed era un galeotto.

- Ahi! mi schiaccia! - strillò il vecchio.

Madeleine alzò la testa; incontrò l'occhio di falco sempre fisso su di lui; guardò i contadini immobili, e sorrise mestamente. Poi senza dire una parola, si buttò in ginocchio e si trovò sotto il carro prima che la folla avesse avuto il tempo di gridare.

Ci fu un momento terribile di attesa e di silenzio.

Si vide Madeleine, quasi bocconi sotto quel peso ingente tentare invano per due volte di avvicinare i gomiti ai ginocchi. Gli gridarono:

- Papà Madeleine ritiratevi! - Lo stesso Fauchelevent gli disse:- Signor Madeleine, andatevene! E' inutile, devo proprio morire!

Lasciatemi! vi fate schiacciare anche voi.

Madeleine non rispose.

Gli astanti rabbrividirono. Le ruote continuavano a sprofondare, ed era quasi impossibile che Madeleine potesse ritirarsi di sotto al carro.

Improvvisamente si vide l'enorme massa scuotersi, il carro si alzò lentamente, le ruote uscirono a mezzo il solco, e si udì una voce soffocata che gridava: Presto! aiutate!

Era Madeleine che aveva fatto un ultimo sforzo.

Tutti si precipitarono. L'abnegazione di uno solo aveva infuso coraggio e forza in tutti. Il carro fu sollevato da venti braccia.

Il vecchio Fauchelevent era salvo.

Madeleine si alzò. Era livido, benché grondante di sudore, e aveva gli abiti laceri e sporchi di fango. Tutti piangevano e il vecchio gli baciava le ginocchia e lo chiamava il buon Dio. Lui invece aveva sul volto una certa espressione di sofferenza lieta e celestiale, e guardava tranquillamente Javert che continuava a fissarlo.




7. FAUCHELEVENT GIARDINIERE A PARIGI


Nella caduta Fauchelevent s'era rotto il ginocchio. Papà Madeleine lo fece trasportare nell'infermeria da lui aperta per i suoi operai nel locale della fabbrica e affidata a due suore di carità.

L'indomani, il vecchio trovò sul tavolino da notte un biglietto di mille franchi, con queste parole scritte da papa Madeleine:

"Compro il carro e il cavallo". Il carro era rotto e il cavallo era morto. Fauchelevent guarì ma restò col ginocchio anchilosato.

Madeleine, con le raccomandazioni delle suore e del curato, gli procurò un posto di giardiniere in un convento di monache a Parigi.

Qualche tempo dopo Madeleine diventò sindaco. La prima volta che lo vide con la sciarpa, che gli dava ogni giurisdizione sulla città, Javert provò il fremito di un molosso che fiuta un lupo sotto gli abiti del padrone. Da allora, lo evitò il più possibile.

Quando per ragioni di servizio doveva assolutamente incontrarsi col sindaco e non poteva esimersene, gli parlava con profondo rispetto.

La prosperità creata da papà Madeleine a Montreuil-sur-mer, oltre ai segni visibili da noi indicati, era dimostrata anche da un altro fatto che, quantunque non ugualmente visibile, non per questo è meno espressivo; anzi, non inganna mai. Quando la popolazione soffre, quando il lavoro manca e il commercio languisce, il contribuente non riesce a pagare le imposte e lo Stato spende molto per spese di coazione e di esazione. Invece quando il lavoro abbonda e il paese è ricco e felice, allora l'imposta si paga con facilità e costa poco allo Stato. Si potrebbe dire che la miseria e la ricchezza pubblica hanno un termometro infallibile nelle spese di esazione delle imposte. In sette anni, queste spese a Montreuil-sur-mer erano diminuite di tre quarti. Per questo, Villèle, ministro delle finanze, aveva citato a esempio quel circondario.

Questo era lo stato del paese quando Fantina vi ritornò. Nessuno si ricordava più di lei. Per fortuna, la fabbrica di Madeleine era come un volto amico. Lei si presentò e fu ammessa. Nuova al mestiere, non poteva essere molto abile, e la sua giornata di lavoro non era un gran che. Ma il guadagno le bastava, e lei aveva risolto il problema di vivere.




8. MADAME VICTURNIEN SPENDE TRENTACINQUE FRANCHI PER LA MORALE


Fantina ebbe un momento di gioia quando vide che si guadagnava da vivere. Che grazia di Dio, poter vivere onestamente del proprio lavoro. Le ritornò per davvero l'amore al lavoro. Comprò uno specchio e mirò con gioia la sua gioventù, i bei capelli e i bei denti. Dimenticò molte cose, non pensò più alla sua Cosetta e all'avvenire. Si sentì quasi felice. Prese a pigione una cameretta e la ammobiliò a credito sui guadagni futuri: avanzo delle sue abitudini disordinate.

Non potendo dire d'essere sposata, si astenne scrupolosamente dal parlare della bambina.

Abbiamo visto che da principio pagava esattamente i Thénardier.

Siccome sapeva fare soltanto la firma, era costretta a scrivere per mezzo di un pubblico scrivano.

Scriveva spesso. Questo fu notato; e nella fabbrica si cominciò a dir sottovoce che Fantina "teneva delle corrispondenze" e "aveva certi modi".

Le persone più tenaci nello spiare le azioni altrui sono quelle a cui queste interessano di meno. Perché quel signore viene soltanto sul far della sera? Perché quell'altro, al giovedì, non appende mai la chiave al chiodo? Perché se ne va sempre per i vicoli?

Perché la signora scende sempre dalla carrozza prima di arrivare a casa? Perché manda a comprare della carta per lettere quando ne ha tanta in casa? eccetera eccetera. Ci sono delle persone che per conoscere questi enigmi, che d'altronde sono completamente indifferenti per loro, spendono più denaro, sciupano più tempo e penano più che non ce ne vorrebbe per dieci buone azioni; e fanno questo gratuitamente, per divertimento, senz'altro compenso alla loro curiosità che la curiosità stessa. Sono capaci di pedinare per giorni interi un uomo o una donna, di restare a spiare per ore e ore all'angolo d'una via o sotto un portone, di notte, col freddo e con la pioggia, di corrompere un facchino, di ubriacare un vetturino, di prezzolare una cameriera o di accattivarsi un portinaio. Perché? per niente, per la smania di vedere, di sapere, di conoscere. Semplice smania di chiacchiere. E non di rado quei segreti manifestati, quei misteri resi pubblici, quegli enigmi risolti sono cause di catastrofi, di duelli, di fallimenti, di famiglie rovinate, di esistenze infrante, per la gioia di coloro che hanno "tutto scoperto" senza interesse e per mero istinto.

Cosa triste!

Certe persone sono cattive soltanto per il gusto di parlare. La loro conversazione, chiacchiere di salotti e cicalecci d'anticamera, somiglia a quei camini che consumano troppa legna; hanno bisogno di molto combustibile, e il loro combustibile è il prossimo.

Dunque tennero d'occhio Fantina.

Inoltre più di una era gelosa dei suoi capelli biondi e dei suoi denti bianchi. Si notò che nella fabbrica, in mezzo alle compagne, spesso si volgeva per asciugarsi una lacrima. Erano i momenti in cui pensava alla sua bambina e forse anche all'uomo amato. E' doloroso spezzare i dolorosi legami col passato.

Si notò che scriveva almeno due volte al mese sempre allo stesso indirizzo e che affrancava le lettere. Riuscirono a procurarsi l'indirizzo: "Al signor Thénardier, albergatore a Montfermeil".

All'osteria fecero cantare il pubblico scrivano, vecchio semplicione che non sapeva riempire lo stomaco di vino senza vuotare il sacco dei segreti. In breve, si seppe che Fantina aveva un figlio "che forse doveva essere una bambina". E si trovò subito una megera che fece il viaggio a Montfermeil, parlò con i Thénardier, e al suo ritorno poté dire: - Per trentacinque franchi mi sono sgravata la coscienza! Ho visto la bambina!

La pettegola che fece questo viaggio era una megera, chiamata Victurnien, custode e portinaia delle virtù di tutte. Aveva cinquantasei anni, e alla maschera della vecchiaia aveva aggiunto quella della bruttezza. Aveva la voce tremula e la mente capricciosa. E, cosa meravigliosa, era stata anche giovane. In gioventù, in pieno 1793, aveva sposato un frate, fuggito dal convento col berretto rosso, passando tra i giacobini. Era secca, aspra, angolosa, spinosa, quasi velenosa. Venuta la restaurazione s'era fatta bigotta. Possedeva qualche cosuccia e diceva a tutti di volerla lasciare in eredità a un convento. Fu dunque questa Victurnien che andò a Montfermeil, e tornò dicendo: Ho visto la bambina!

Tutto questo richiese del tempo. Fantina era in fabbrica da oltre un anno, quando una mattina la sorvegliante del laboratorio le consegnò cinquanta franchi a nome del sindaco dicendole che non apparteneva più alla fabbrica, e la invitò, sempre a nome del sindaco, ad abbandonare il paese.

Fu proprio in quello stesso mese che i Thénardier, dopo aver chiesto dodici franchi invece di sette, ne pretesero quindici.

Fantina ne fu atterrita. Non poteva abbandonare la città per il debito della pigione e dei mobili, che i cinquanta franchi non bastavano a soddisfare. Balbettò qualche parola; supplicò; ma la sorvegliante le intimò di uscire immediatamente dalla fabbrica, ove del resto era stata una mediocre operaia. Oppressa dalla vergogna più che dalla disperazione, lasciò la fabbrica e tornò a casa. Dunque, il suo fallo era noto a tutti!

Non ebbe la forza di dire una parola. Qualcuno le consigliò di rivolgersi al sindaco, ma non osò. Il sindaco le dava cinquanta franchi, perché era buono e la scacciava perché era giusto; e lei si sottomise a tale sentenza.




9. TRIONFO DELLA SIGNORA VICTURNIEN


La vedova dunque fu buona a qualcosa. Però Madeleine non sapeva nulla di tutto questo. La vita è piena di casi simili. Madeleine aveva l'abitudine di non entrare quasi mai nel reparto delle donne. Ci aveva messo a capo una vecchia zitella presentatagli dal curato, e riponeva tutta la sua fiducia in quella sorvegliante, donna rispettabile, ferma, equa, integra, ricca di quella carità che consiste nel soccorrere ma non di quella che consiste nel comprendere e nel perdonare. Madeleine s'affidava completamente a lei, perché anche gli uomini migliori spesso sono costretti a delegare la propria autorità. E fu per questa sua onnipotenza, e convinta di far bene, che la sorvegliante processò, giudicò, condannò Fantina, e ne eseguì la sentenza.

Quanto ai cinquanta franchi, li aveva prelevati da una somma che Madeleine le affidava per le elemosine e per i soccorsi alle operaie, e di cui lei non rendeva conto.

Fantina si offrì in città come serva; andò da una casa all'altra, ma nessuno la volle. Non aveva potuto abbandonare la città perché il rigattiere che le aveva venduto i mobili (e che mobili!), le aveva detto: - Se ve ne andate vi faccio arrestare.- E il proprietario a cui doveva la pigione, le aveva detto: Siete giovane e bella, potete pagare. - Fantina divise i cinquanta franchi tra il padrone di casa e il rigattiere, restituì a quest'ultimo tre quarti dei suoi mobili conservando lo stretto necessario, e rimase senza lavoro, senza nulla, col solo letto e con circa cento franchi di debito.

Si mise a cucire grosse camicie per i soldati della guarnigione, guadagnando dodici soldi al giorno, mentre sua figlia gliene costava dieci. Fu allora che cominciò a ritardare i pagamenti ai Thénardier.

Una vecchia che le accendeva la candela alla sera quando rientrava, le insegnò l'arte di vivere nella miseria. Dopo il vivere con poco, viene il vivere con nulla. Solo due camere: la prima è oscura, la seconda è completamente buia.

Fantina imparò come si fa a meno del fuoco d'inverno, come si rinuncia a un uccellino che mangia un centesimo di miglio ogni due giorni, come una gonna si trasforma in coperta e come una coperta si trasforma in gonna, come si risparmia la candela mangiando alla luce della finestra dirimpetto. E' impossibile immaginare ciò che sanno cavar da un soldo certe deboli creature, che sono invecchiate nella miseria e nell'onestà. Diventa alla fine un vero talento; e Fantina seppe acquistare questo sublime talento, e riprese un po' di coraggio.

Verso quell'epoca, essa diceva a una vicina: - Tutto sommato, mi dico: dormendo soltanto cinque ore e occupando tutto il resto a cucire, riuscirò sempre a guadagnarmi il pane. E poi quando si è tristi, si mangia meno. Ebbene! le sofferenze, le inquietudini, un po' di pane da una parte e un po' di dispiaceri dall'altra, mi nutriranno.

In tanta miseria sarebbe stata per lei una strana felicità avere la bambina con sé. Pensò per un momento di farla venire. Ma che!

farle soffrire le sue privazioni! E poi era in debito con i Thénardier; come pagarli? E il viaggio?

La vecchia che le aveva dato quelle che si potrebbero chiamare le lezioni di vita indigente, era una santa donna, di nome Margherita, veramente devota, caritatevole con i poveri e anche con i ricchi, sapeva appena quanto basta per firmare il proprio nome e aveva fede in Dio: che è poi la scienza.

Ci sono in basso molte virtù che un giorno saranno in alto. La nostra vita ha un domani.

Nei primi tempi Fantina non aveva osato mostrarsi in pubblico per vergogna. Camminando per le strade, capiva che tutti si volgevano a guardarla e a indicarsela; tutti l'osservavano e nessuno la salutava; il freddo e l'astioso disprezzo dei passanti penetrava nel suo corpo e nella sua anima come un vento gelido.

Nelle piccole città, un povera disgraziata pare nuda sotto i sarcasmi e la curiosità di tutti; a Parigi almeno nessuno vi conosce, e questa ignoranza vi fa da velo. Oh, come avrebbe desiderato tornare a Parigi! Ma era impossibile.

Dovette abituarsi alla disistima come s'era abituata alla indigenza. Ci si adattò a poco a poco; e dopo due o tre mesi non ebbe più vergogna; ricominciò a uscire come se nulla fosse. Che me n'importa! - diceva.

Andava e veniva, a testa alta, con un amaro sorriso. Si accorse di diventare sfacciata.

La signora Victurnien che talvolta dalla sua finestra la vedeva passare, osservando la miseria di quella creatura "messa a posto" da lei, se ne rallegrava. I malvagi provano dei piaceri tenebrosi.

L'eccessivo lavoro prostrava Fantina; la tosse secca che l'affliggeva aumentò. Talvolta diceva alla vicina Margherita:

Sentite come mi scottano le mani!

Tuttavia, quando con un pettine sdentato si pettinava i bei capelli cadenti come morbida seta, aveva ancora un istante di felice civetteria.




10. CONTINUA IL TRIONFO


Era stata licenziata sul finire dell'inverno. Passò l'estate, e tornò l'inverno. Giornate brevi, minor lavoro. D'inverno, niente calore, niente luce, niente sole; al mattino è già sera; nebbia e crepuscolo, la finestra è grigia, e non ci si vede chiaro. Il cielo è uno spiraglio, tutta la giornata è una cantina, e il sole somiglia a un pitocco. Stagione orribile! L'inverno muta in sasso l'acqua del cielo e il cuore dell'uomo.

I suoi creditori la perseguitavano. Fantina guadagnava troppo poco. I debiti erano cresciuti. I Thénardier mal pagati le scrivevano continuamente delle lettere, che la desolavano per il loro contenuto, e la rovinavano con le spese postali. Un giorno le scrissero che la piccola Cosetta, col freddo che faceva, era quasi nuda, aveva bisogno di una gonna di lana e che era indispensabile mandare almeno dieci franchi per comprarla. Ricevette la lettera e se la spiegazzò tutto il giorno tra le mani. Venuta la sera, entrò in una bottega da parrucchiere all'angolo della strada e si sciolse i bei capelli biondi che le caddero sulle spalle.

- Che bei capelli! - esclamò il parrucchiere.

- Quanto mi dareste?

- Dieci franchi.

- Tagliateli.

Comprò una gonna a maglia e la spedì ai Thénardier.

Quella gonna fece imbestialire i Thénardier, che invece volevano il denaro; diedero la gonna a Eponina, e la povera Allodola continuò a rabbrividire dal freddo.

Fantina pensò: - La mia bambina non sente più freddo; l'ho vestita con i miei capelli, - e nascondeva la testa rapata sotto certe cuffiette rotonde con le quali era ancora graziosa.

Nel suo cuore però avveniva un tenebroso lavorìo. Quando vide che non poteva più pettinarsi, cominciò a odiare tutto quello che la circondava. A lungo aveva condiviso l'universale venerazione per papà Madeleine, ma poi a furia di ripetersi che era stata cacciata da lui, e che era la causa della sua sventura, finì con l'odiare anche lui più di tutti. E quando passava davanti alla fabbrica e gli operai stavano in attesa all'ingresso, fingeva di ridere e di cantare.

Una vecchia operaia, vedendola cantare e ridere a quel modo, disse: - Ecco una ragazza che finirà male!

Per dispetto e con la rabbia nel cuore, si prese un amante, il primo che capitò ma che lei non amava. Era un miserabile, una specie di suonatore ambulante, un ozioso pezzente che la picchiava e che poi l'abbandonò, come lei l'aveva preso, per disgusto.

Lei adorava sua figlia. Quanto più scivolava sulla china e tutto le si ottenebrava intorno, tanto più quel dolce angioletto splendeva in fondo alla sua anima. Diceva tra sé: - Quando sarò ricca, terrò con me la mia Cosetta - e rideva. La tosse non l'abbandonava e sentiva il sudore nella schiena.

Un giorno ebbe dai Thénardier una lettera così concepita: "Cosetta è malata d'una malattia che corre in paese e che viene chiamata la febbre miliare. Ci vogliono medicine assai costose, che ci rovinano e che noi non possiamo comprare. Se prima di otto giorni non ci mandate quaranta franchi, la bambina morirà".

Fantina scoppiò in una sonora risata, dicendo alla sua vecchia vicina: - Stanno freschi! Quaranta franchi; né più né meno! Cioè due napoleoni d'oro. E dove li vado a prendere? Come sono stupidi questi contadini!

Poi uscì sul pianerottolo e rilesse la lettera al lume di un abbaino. Quindi scese e uscì, correndo, saltando e ridendo sempre.

Qualcuno incontrandola le chiese: - Cos'avete per essere così allegra?

- Mi hanno scritto una grossa corbelleria certe persone di campagna. Mi chiedono quaranta franchi! Contadini! Ecco tutto!

Attraversando la piazza, vide molta gente attorno a una carrozza di forma bizzarra e su, ritto in piedi, un tale vestito di rosso perorava. Era un ciarlatano cavadenti girovago che offriva dentiere complete, analgesici, polveri ed elisir.

Fantina si unì alla folla e rise con gli altri di quell'arringa, in cui si mescolavano i riboboli per la canaglia e le frasi gentili per le persone per bene. Il cavadenti vide la bella ragazza che rideva ed esclamò:

- Che bei denti avete, voi, quella bella giovane che ridete laggiù. Se mi vendete le vostre due palette, ve le pago un napoleone d'oro ognuna.

- Cosa? le mie palette?

- Le palette - rispose il cavadenti - sono i denti davanti, i due di sopra.

- Che orrore! - esclamò Fantina.

- Due napoleoni! - borbottò una vecchia sdentata. - Com'è fortunata!

Fantina scappò via, turandosi le orecchie per non sentire la voce rauca dell'uomo che continuava a gridarle: - Pensateci, bella mia, due napoleoni valgono qualcosa. Se vi decidete, venite stasera all'albergo "Tolda d'argento", e mi troverete.

Fantina tornò a casa furibonda. Raccontò la cosa alla sua buona vicina Margherita: - Capite? non è un uomo abominevole? Come mai si lasciano andare in giro simili persone? Strapparmi i denti davanti. Ma diventerei orribile! I capelli ricrescono, ma i denti!... Che mostro! Preferirei buttarmi da un quinto piano a testa in giù. M'ha detto che stasera si troverebbe alla "Tolda d'argento".

- E quanto vi offriva? - chiese Margherita.

- Due napoleoni d'oro.

- Vale a dire quaranta franchi.

- Già, replicò Fantina. Fanno quaranta franchi.

E si rimise al lavoro, tutta meditabonda. Un quarto d'ora dopo, posò la camicia che cuciva e tornò sul pianerottolo a rileggere la lettera dei Thénardier. Rientrando chiese a Margherita, che lavorava accanto a lei:

- Che cos'è una febbre miliare?

- Sì - rispose la vecchia zitella - è una malattia.

- E ci vogliono molte medicine?

- Oh, delle forti medicine.

- E come si contrae questa malattia?

- Arriva da sé.

- E colpisce anche i bambini?

- Principalmente i bambini.

- E si muore?

- Molto facilmente.

Fantina tornò ancora sul pianerottolo a leggere la lettera. La sera uscì, e fu vista dirigersi verso via Parigi, dove si trovavano gli alberghi.

La mattina dopo, Margherita, entrando come sempre nella camera di Fantina sul primo mattino, giacché lavoravano insieme per usare una sola candela in due, trovò Fantina seduta sul letto, pallida, gelida. Non si era coricata; la cuffietta le era caduta sulle ginocchia; la candela, rimasta accesa tutta la notte, era consumata.

Colpita da tanto disordine, Margherita si fermò sulla porta esclamando:

- Dio mio! La candela è consumata! E' accaduta qualche disgrazia!

Poi guardò Fantina, che le volgeva la testa calva.

In una notte era invecchiata di dieci anni.

- Gesù! - fece Margherita. - Cosa avete, Fantina?

- Niente - rispose. - Anzi sono contenta. Mia figlia non morirà più di quell'orribile malattia per mancanza d'aiuto.

E così dicendo, mostrò alla vecchia i due napoleoni d'oro che lucevano sul tavolo.

- Gesù! - disse Margherita. - Ma è un tesoro. E dove avete trovato questi luigi?

- Li ho avuti - rispose Fantina.

E sorrise. La candela, rischiarandole il volto, lasciò scorgere il suo sorriso sanguigno. Una saliva rossastra le insudiciava le labbra e nella bocca aveva un buco nero. I due denti erano strappati.

Mandò i quaranta franchi a Montfermeil.

Ma Cosetta non era ammalata. Si trattava soltanto di un'astuzia dei Thénardier per strapparle un po' di denaro.

Fantina gettò lo specchio dalla finestra. Da tempo aveva lasciato la sua cameretta del secondo piano per rifugiarsi in una soffitta chiusa con un semplice nottolino: una di quelle topaie in cui il soffitto fa angolo col pavimento e vi si urta con la testa a ogni passo. Per andare in fondo alla sua camera, come in fondo al suo destino, il povero deve curvarsi sempre più. Non aveva più il letto; non le restava che un cencio che lei chiamava la sua coperta, un materasso per terra e una sedia spagliata. Una piantina di rose era abbandonata in un angolo, dove s'era seccata.

In un altro angolo c'era un orciolo per l'acqua, la quale d'inverno vi si congelava lasciando a lungo dei cerchi di ghiaccio che indicavano i vari livelli dell'acqua. Come aveva perduto la vergogna, perse anche la civetteria: estrema risorsa. Usciva con la cuffia sudicia e non si acconciava più, sia per mancanza di tempo che per indifferenza; a mano a mano che le si consumavano i talloni tirava giù le calze dentro le scarpe, il che si notava da certe pieghe perpendicolari. Rattoppava il busto vecchio e logoro con brandelli di calicò che si laceravano al più piccolo movimento. I suoi creditori le facevano "scenate" e non la lasciavano in pace; li incontrava per via e perfino sulle scale.

Passava le notti a piangere e a pensare. Aveva gli occhi umidi e lucidi, sentiva un dolore fisso alla spalla sinistra verso la parte superiore della scapola e tossiva molto. Odiava profondamente papà Madeleine e non si lamentava mai. Cuciva diciassette ore al giorno. Ma un appaltatore delle prigioni, facendo lavorare i carcerati, fece d'un tratto abbassare i prezzi, così che la giornata delle libere cucitrici si ridusse a nove soldi. Diciassette ore di lavoro e quarantacinque centesimi di guadagno al giorno! I suoi creditori divennero più spietati che mai. Il rigattiere che s'era ripreso tutti i mobili, le ripeteva continuamente: - Quando mi pagherete, briccona? - Ma buon Dio, che cosa pretendevano da lei? Si sentiva braccata e in lei si sviluppava qualcosa della bestia feroce. Quasi nello stesso tempo, i Thénardier le scrissero che erano stati troppo buoni ad attendere e che volevano subito cento franchi, altrimenti avrebbero messo alla porta la piccola Cosetta, ancora convalescente della grave malattia, abbandonandola al freddo della pubblica via e lasciando che vi crepasse, se ne aveva voglia. - Cento franchi - pensò Fantina. - Ma dove si possono guadagnare cinque franchi al giorno?

- Coraggio! - disse tra sé. - Vendiamo il resto.

E la sventurata divenne una donna pubblica.




11. CHRISTUS NOS LIBERAVIT


Che cos'è questa storia di Fantina? E' la società che compra una schiava.

Da chi la compra? Dalla miseria, dalla fame, dal freddo, dall'isolamento, dalla privazione assoluta. Contratto doloroso:

un'anima per un tozzo di pane. La miseria offre, e la società accetta.

La santa legge di Gesù Cristo governa la nostra società ma non ancora l'ha compenetrata. Si dice che la schiavitù è scomparsa dalla civiltà europea. E' un errore. Esiste ancora, ma pesa soltanto sulla donna e si chiama prostituzione.

Pesa sulla donna, vale a dire sulla grazia, sulla debolezza, sulla bellezza, sulla maternità; ed è una delle maggiori vergogne dell'uomo.

Al punto in cui siamo arrivati in questo dramma doloroso, Fantina non ha più nulla di quello che aveva una volta. Chi la toccasse la sentirebbe gelida. Passa, vi subisce e non vi conosce; è una figura disonorata e severa. La vita e l'ordine sociale le hanno detto l'ultima parola; tutto quello che le potrà accadere è già accaduto; ha sentito tutto, sopportato, provato, sofferto, perduto tutto, ha pianto su tutto. E' rassegnata, di quella rassegnazione che rassomiglia all'indifferenza, come la morte rassomiglia al sonno. Non evita più nulla; non teme più nulla. Se le si rovesciassero addosso tutte le nuvole, se le passasse addosso tutto l'oceano, che le importerebbe? E' una spugna imbevuta.

Così almeno crede; ma è un errore supporre d'aver esaurito tutte le risorse e d'aver toccato il fondo.

Ahimè! che sono tutti questi destini spinti così alla rinfusa?

Dove vanno? Perché sono fatti così?

Chi lo sa, conosce tutte le tenebre.

Ed è uno solo, e si chiama Dio.




12. GLI OZI DEL SIGNOR BAMATABOIS


C'è in tutte le piccole città, e c'era a Montreuil-sur-mer in particolare, una classe di giovanotti che si sgranocchiano millecinquecento franchi di rendita in provincia con la stessa aria con cui i loro simili divorano a Parigi duecentomila franchi di rendita all'anno. Sono individui di una specie neutra:

sciocchi, parassiti, fannulloni, che possiedono un po' di terra, un po' di melensaggine e un po' di spirito. Costoro sarebbero zotici in un salotto, ma si credono dei gentiluomini all'osteria; dicono: i miei prati, i miei boschi, i miei contadini; fischiano le attrici a teatro per mostrare di aver buon gusto, e attaccano brighe con gli ufficiali della guarnigione per farsi credere bellicosi; vanno a caccia, fumano, sbadigliano, bevono, puzzano di tabacco, giocano al biliardo, guardano i viaggiatori che scendono dalla diligenza, vivono al caffè e pranzano alla locanda; hanno un cane che rosicchia gli ossi sotto la tavola e una ganza che porta i piatti; misurano il soldo; esagerano le mode, ammirano la tragedia, disprezzano le donne, portano scarpe vecchie, scimmiottano Londra attraverso Parigi, e Parigi attraverso Pont-à- Mousson, invecchiando inebetiscono; non lavorano, non servono a nulla e non fanno molto male.

Felice Tholomyès, se fosse rimasto nella sua provincia senza mai veder Parigi, sarebbe stato uno di costoro.

Se fossero più ricchi, li chiamerebbero eleganti; se più poveri, li direbbero fannulloni. Ma sono soltanto degli oziosi e fra questi oziosi ci sono degli annoiati, dei noiosi, dei visionari e anche qualche ladro.

Un elegante di quell'epoca portava un gran solino, una grande cravatta, un orologio a ciondolo, tre panciotti sovrapposti di diversi colori, un soprabito color oliva a vita corta e a coda di rondine e con una doppia fila di bottoni d'argento, strettissimi e cuciti fin sulle spalle, un paio di pantaloni color oliva chiaro e ornati alle costure laterali di cordoncini innumerevoli ma sempre dispari, senza però oltrepassare il numero di undici. Aggiungete un paio di scarpe alla scudiera con i ferri ai tacchi, un cappellino alto con la tesa stretta, i capelli arruffati, un'enorme canna in mano, un parlare condito di riboboli, e per di più speroni e baffi. Allora i baffi qualificavano il borghese, e gli speroni i pedoni.

L'elegante di provincia portava speroni più lunghi e baffi più feroci.

Era il tempo delle lotte tra le repubbliche dell'America latina e il re di Spagna, tra Bolivar e Morillo. I cappelli a tesa stretta erano realisti e si chiamavano "morillos", i liberali portavano invece il cappello a tesa larga, detto "bolivar".

Otto o dieci mesi dopo gli avvenimenti che narrammo nelle pagine precedenti, ai primi di gennaio 1823, una sera che aveva nevicato, uno di quegli eleganti, di quegli sfaccendati di quei "benpensanti", poiché portava un "morillo", avvolto in uno di quei grandi mantelli che d'inverno completavano il costume di moda, si divertiva a tormentare una donna in abito da ballo, scollata e con fiori sul capo, dinanzi alla porta del caffè degli ufficiali.

Quell'elegante fumava, perché così era la moda.

Ogni volta che la donna gli passava davanti, le lanciava, con uno sbuffo di fumo, qualche parola spiritosa e divertente, come:- Quanto sei brutta! Va' a nasconderti! Sei sdentata! eccetera eccetera. Questo signore si chiamava Bamatabois. La donna, malinconico spettro addobbato, che camminava avanti e indietro sulla neve, non gli rispondeva e non lo guardava neppure; continuava in silenzio e con tetra regolarità la sua passeggiata che la riconduceva ogni cinque minuti sotto il sarcasmo, come il soldato condannato che torna sotto le verghe. Lo scarso effetto irritò lo sfaccendato che, approfittando del momento in cui lei gli volgeva le spalle, le andò dietro in punta di piedi e, trattenendo il riso, si curvò a raccogliere un pugno di neve, che cacciò d'improvviso nella schiena di lei, sulle spalle ignude. La donna emise un ruggito, si volse, balzò come una pantera e si precipitò sull'uomo cacciandogli le unghie nel viso, con le più orribili parole che da un corpo di guardia possano cadere nel rigagnolo della vita. Quelle ingiurie vomitate con voce resa rauca dall'acquavite, uscivano schifosamente da una bocca a cui mancavano due denti davanti. Era Fantina.

Al chiasso gli ufficiali uscirono dal caffè, i passanti si fermarono, si fece un gran capannello allegro che fischiava e applaudiva intorno a quei due esseri che a stento si potevano riconoscere per un uomo e per una donna. L'uomo si dibatteva col cappello per terra; la donna che percuoteva coi piedi e coi pugni, a testa nuda, urlante, senza denti, senza capelli, livida per la collera, orribile.

D'improvviso si fece largo tra la folla un uomo d'alta statura; afferrò la donna per il corpetto di raso sporco di fango e le disse: - Seguimi!

La donna alzò la testa. La sua voce furiosa si spense immediatamente, i suoi occhi si fecero vitrei, da livida che era divenne pallida, e si mise a tremare di terrore. Aveva riconosciuto Javert.

L'elegante, approfittando dell'incidente, se l'era svignata.




13. ALCUNE QUESTIONI DI ORDINE MUNICIPALE


Javert scostò gli astanti, ruppe il capannello e, trascinandosi dietro quella miserabile, si incamminò a gran passi verso il posto di polizia. La donna lo lasciava fare macchinalmente. Né lui né lei dicevano una parola. La massa degli spettatori al colmo della gioia, li seguiva motteggiando. La suprema miseria, divenuta occasione di oscenità!

Arrivato all'ufficio di polizia, che era una casa a pianterreno riscaldata da una stufa e custodita da un corpo di guardia, con una porta a vetri e una grata che dava sulla via, Javert aprì, entrò con Fantina e richiuse subito, con grave disappunto dei curiosi che si alzarono sulle punte dei piedi e allungarono il collo per vedere attraverso i vetri appannati. La curiosità è una ghiottoneria: vedere vale quanto divorare.

Entrando, Fantina si lasciò cadere in un angolo, immobile, muta, rannicchiata come una cagna impaurita.

Il sergente di guardia collocò sul tavolo una candela accesa.

Javert si sedette, tirò fuori un foglio di carta intestata e si mise a scrivere.

Donne come Fantina vengono completamente abbandonate dalle nostre leggi, alla discrezione della polizia, la quale ne fa ciò che vuole, le punisce come crede e confisca loro quelle due tristi cose che esse chiamano la loro industria e la loro libertà. Javert era impassibile; dal suo volto serio non trapelava alcuna commozione. Eppure egli era gravemente e profondamente preoccupato. Era quello uno dei momenti in cui esercitava senza controllo, ma con tutto lo scrupolo di una coscienza severa, il suo formidabile potere discrezionale. Sentiva che il suo sgabello di commissario di polizia era un tribunale, che giudicava e condannava, e perciò chiamava a raccolta tutte le idee che poteva avere nella mente. Più esaminava l'azione commessa da quella donna, e più si sentiva indignato. Era evidente che aveva assistito a un delitto, che aveva visto sulla pubblica via la società rappresentata da un proprietario, insultata e assalita da una creatura fuori legge. Una prostituta aveva aggredito un cittadino; e lui, Javert, lo aveva visto. Scriveva in silenzio!

Quand'ebbe finito, firmò, piegò la carta e la consegnò al sergente dicendogli. - Prendete tre uomini e conducete questa donna in prigione. - Poi volgendosi a Fantina, aggiunse: - Ne hai per sei mesi.

La disgraziata trasalì.

- Sei mesi! Sei mesi di prigione! - esclamò. - Sei mesi in cui potrò guadagnare soltanto sette soldi al giorno. E che cosa ne sarà della mia Cosetta? La mia creatura! Ma io devo ancora più di cento franchi ai Thénardier, lo sapete, signor ispettore?

Si trascinò sull'impiantito bagnato dalle scarpe fangose di tutti quegli uomini, senza alzarsi e con le mani giunte, trascinandosi sulle ginocchia.

- Signor Javert - disse - vi chiedo grazia. Vi assicuro che non ho avuto torto. Se aveste visto da principio, avreste visto pure, ve lo giuro per il buon Dio, che non avevo torto. E' stato quel signore che non conosco a cacciarmi la neve nella schiena. Hanno forse diritto a ficcarci la neve nella schiena quando passiamo tranquillamente senza far male a nessuno? Questo mi ha irritata.

Sono malata, vedete! E poi era già un pezzetto che mi diceva delle sciocchezze: - Sei brutta! sei sdentata! - Lo so anch'io che sono sdentata. Io non rispondevo; dicevo tra me: è un signore che vuol divertirsi. Ero gentile con lui, non gli dicevo neppure una parola. Allora mi ha messo addosso la neve. Signor Javert, mio buon ispettore! Non c'è nessuno che ha visto e che possa dirvi la verità? Forse ho avuto torto a irritarmi; ma sapete, nel primo impeto, non si è padroni di sé. Abbiamo tutti la nostra sensibilità. E poi una cosa gelida cacciata nella schiena, di sorpresa! Ho fatto male a rovinare il cappello di quel signore; ma perché se n'è andato? gli chiederei perdono. Ah, mio Dio! non mi costerebbe nulla chiedergli scusa. Fatemi la grazia per questa volta, signor Javert! Guardate, voi questo non lo sapete, in prigione si guadagnano soltanto sette soldi; non è colpa del governo; però si guadagnano soltanto sette soldi. E pensare che devo pagare cento franchi, altrimenti mi rimandano la mia bambina.

O Dio! non posso tenerla con me; è così brutto quello che faccio!

La mia Cosetta! Che sarà dell'angioletto della buona Vergine santa, nelle mani del lupo? Vi dico subito: sono i Thénardier, bettolieri, contadini che non sentono ragioni! Vogliono quattrini.

Non mettetemi in prigione. Vedete: si tratta di una povera bambina che verrebbe abbandonata sulla strada nel cuore dell'inverno.

Bisogna aver pietà di quella creatura, signor Javert! Se fosse più grande, si guadagnerebbe il pane; ma a quella età non può. In fondo, non sono una donna cattiva, e non è stata la viltà o la ghiottoneria a far di me quella che sono. Se bevo dell'acquavite è per miseria; non mi piace, ma mi stordisce. Quand'ero più fortunata bastava guardare nei miei armadi per accorgersi che non ero una civettuola disordinata. Avevo la mia biancheria, e tanta!

Abbiate pietà di me, signor Javert!

Parlava così, piegata su se stessa, scossa dai singhiozzi, accecata dalle lacrime, col petto scoperto, torcendosi le mani, tossendo con una tosse secca e breve, balbettando sommessamente con voce d'agonizzante. ll gran dolore è un raggio divino e terribile che trasfigura i miserabili. In quel momento Fantina era diventata bella. Di tanto in tanto si fermava e baciava teneramente il lembo del soprabito del poliziotto. Avrebbe commosso un cuore di granito; ma un cuore di legno non si commuove.

- Coraggio! - disse Javert. - Ti ho ascoltata. Hai detto tutto?

Adesso, vattene. Hai i tuoi sei mesi, e nemmeno il Padre Eterno in persona potrà toglierteli.

A queste solenni parole: "nemmeno il Padre Eterno potrà toglierteli", Fantina capì che la sentenza era pronunciata e si accasciò mormorando:

- Pietà!

Javert volse le spalle. Le guardie l'afferrarono per le braccia.

Da qualche minuto era entrato un uomo a cui nessuno aveva badato; aveva richiuso la porta e vi si era appoggiato. Stava ad ascoltare le disperate preghiere di Fantina.

Appena le guardie misero le mani addosso a quella sciagurata, che non voleva alzarsi, egli fece un passo, uscì dall'ombra e disse:

- Un momento, per favore!

Javert alzò gli occhi e riconobbe Madeleine. Si tolse il cappello e salutò con una specie di goffo malumore.

- Scusate, signor sindaco...

Le parole signor sindaco fecero uno strano effetto su Fantina. Si alzò in piedi di colpo, come uno spettro che sbuchi di sotterra, respinse i soldati con le braccia, andò diritto verso Madeleine prima che potesse essere trattenuta e guardandolo fisso, con aria smarrita, disse: - Ah, sei tu il signor sindaco!

Poi scoppiò a ridere e gli sputò in faccia.

Madeleine si asciugò il viso e disse:

- Ispettore Javert, mettete in libertà questa donna.

Javert si sentì sul punto di impazzire. Provava in quel momento, l'una dopo l'altra e quasi confuse, le più violente emozioni che avesse mai provato in vita sua. Vedere una donna pubblica sputare in faccia al sindaco, era per lui una cosa tanto mostruosa che, anche nella più spaventevole ipotesi, avrebbe considerato come un sacrilegio il supporla possibile. D'altra parte, in fondo al suo pensiero, faceva, in modo confuso, un orribile accostamento tra ciò che era quella donna e ciò che poteva essere quel sindaco, e intravedeva con orrore un non so che di molto semplice in quel prodigioso attentato. Ma quando vide che il sindaco si asciugava tranquillamente il volto e l'udì dire: mettete in libertà questa donna, ebbe come uno stordimento; la parola e il pensiero gli vennero meno; il suo limite di meraviglia era stato sorpassato.

Quelle parole avevano prodotto un effetto strano su Fantina. Alzò il braccio nudo e si aggrappò alla chiave della stufa come chi barcolla; poi guardò intorno e si mise a parlare sottovoce, come a se stessa:

- In libertà! mi lasciano andare. Non devo più subire la prigione per sei mesi. Chi l'ha detto? E' impossibile che l'abbiano detto; ho udito male. Non può essere stato quel mostro del sindaco. Siete stato voi, mio buon signor Javert, a dire di mettermi in libertà?

Oh, sentite, ora vi racconterò tutto e mi lascerete andare. Questo mostro di sindaco, questo briccone di sindaco, è lui la causa di tutto. Pensate, signor Javert, che è stato lui a cacciarmi via per un branco di pettegole che chiacchieravano nella fabbrica. Non è orribile licenziare una povera giovane che fa onestamente il proprio lavoro? Dopo non ho più guadagnato abbastanza; e vennero tutte le disgrazie. Prima di tutto, i signori della polizia dovrebbero impedire agli appaltatori delle prigioni di far torto alla povera gente. Ve lo spiego subito. Voi guadagnate dodici soldi a cucire camicie; d'un tratto la paga scende a nove soldi, e non si può più vivere. Allora... Io avevo la mia piccola Cosetta, e son dovuta diventare una cattiva donna. Adesso capite che è stato questo briccone di sindaco a farmi tutto il male. Ora poi ho calpestato il cappello di quel signore davanti al caffè degli ufficiali; è vero. Ma lui, con la neve, mi aveva rovinata tutta la veste. Noi altre abbiamo soltanto una veste di seta per la sera.

Credete, non ho mai fatto male a nessuno; davvero, signor Javert!

e vedo dappertutto delle donne peggiori di me che sono però più fortunate. Signor Javert, siete stato voi a dire di mettermi in libertà? Informatevi, parlate col mio padrone di casa, adesso che pago regolarmente la pigione, e sentirete che sono onesta. Ah, mio Dio, scusate, non volendo ho toccato la chiave della stufa, e fa fumo.

Madeleine ascoltava con profonda attenzione. Mentre lei parlava aveva frugato nel panciotto, ne aveva cavato la borsa e l'aveva aperta; ma trovandola vuota, l'aveva rimessa in tasca. Chiese a Fantina:

- A quanto ammonta il vostro debito?

- Parlo forse con te?

Poi volgendosi ai soldati:

- Dite, su, voi altri, avete visto come gli ho sputato in faccia?

Ah, vecchio scellerato, tu vieni per farmi paura, ma non ho paura di te. Ho paura del signor Javert, io; ho paura del mio buon signor Javert.

E così dicendo si volse all'ispettore:

- Però, signor ispettore, vedete, bisogna essere giusti. Capisco che voi lo siete. Infatti la cosa è semplice: un uomo che per scherzo mette della neve nella schiena di una donna lo fa per divertire gli ufficiali che pur devono scherzare in qualche modo.

Dopo, sopraggiunto voi, siete obbligato a ristabilire l'ordine, e conducete via la donna che ha torto. Ma poi, riflettendo, siccome siete buono, date ordine di mettermi in libertà, per la mia piccina, si capisce, perché sei mesi di prigione mi impedirebbero di nutrirla. - Però non lo fare più, briccona. - Oh, non lo farò più, signor Javert; d'ora innanzi, qualunque cosa mi facciano non ci baderò. Anche oggi, vedete, ho gridato perché m'ha fatto male, perché non ero preparata alla neve che quel signore mi ha buttato addosso, e anche perché, come ho detto, non mi sento bene, ho la tosse, e ho qui nello stomaco qualcosa che mi brucia sempre; il medico mi ha detto di curarmi. Sentite, toccate, datemi la mano, non abbiate paura; è qui.

Non piangeva più; la sua voce era diventata carezzevole; appoggiava sul petto bianco e delicato la grossa e ruvida mano di Javert, e lo guardava sorridendo.

Poi d'improvviso riordinò le sue vesti, fece ricadere le pieghe della gonna che nel trascinarsi aveva fatto rialzare fin quasi al ginocchio, e s'incamminò verso la porta, dicendo a mezza voce ai soldati con un cenno amichevole del capo:

- Ragazzi, il signor ispettore ha ordinato di rilasciarmi, e io me ne vado.

Pose la mano sul nottolino, e stava per uscire sulla strada.

Fino a quel momento Javert era restato in piedi, immobile, con l'occhio fisso a terra, di traverso in mezzo a quella scena, come una statua fuori posto che attenda chi la collochi in qualche luogo.

Il rumore che fece il nottolino lo risvegliò. Rialzò la testa con un'espressione di sovrana autorità: espressione che è sempre più spaventosa quanto più il potere si trova collocato in basso:

feroce nella belva, atroce nell'uomo da nulla.

- Sergente - gridò - non vedete che quella furfante se ne va? Chi vi ha detto di lasciarla andare?

- Io - disse Madeleine.

Alla voce di Javert, Fantina aveva tremato e aveva lasciato il nottolino come un ladro colto sul fatto lascia sfuggire la preda.

Alla voce di Madeleine si volse, e da quel momento, senza pronunciare una parola, quasi trattenendo il respiro guardò ora Madeleine ora Javert, ora Javert ora Madeleine, a seconda che uno dei due parlava.

Era evidente che Javert era, come suol dirsi, "uscito dai gangheri", se si permetteva di interpellare a quel modo il sergente dopo l'intervento del sindaco a liberare Fantina. Aveva forse dimenticato la presenza del sindaco? Aveva forse concluso che era impossibile che una "autorità" avesse dato un simile ordine, e che senza dubbio il sindaco avesse dovuto dire, senza volerlo, una cosa per un'altra? Oppure, davanti alle enormità di cui da due ore era testimone, pensava che fosse necessario appigliarsi alle estreme decisioni, che fosse ormai tempo che il piccino si facesse grande e lo spione si trasformasse in magistrato e il poliziotto diventasse giudice, e che, in quel caso estremo e prodigioso, in lui, Javert, si personificavano la legge, l'ordine, la morale, il governo e l'intera società?

Checché ne sia, appena Madeleine proferì "io", si vide l'ispettore Javert, pallido, freddo, con le labbra livide, con lo sguardo disperato, e tutto il corpo scosso da un impercettibile tremito, volgersi verso il sindaco e, cosa inaudita, dirgli, con occhi bassi, ma con voce ferma:

- E' impossibile, signor sindaco.

- Come? - chiese Madeleine.

- Questa disgraziata ha insultato un cittadino.

- Ispettore Javert - rispose Madeleine con tono conciliante e calmo; - sentite! Vi conosco per un uomo onesto e non ho difficoltà a spiegarmi con voi. Ecco la verità. Attraversavo la piazza quando voi avete condotto via questa donna; c'erano ancora dei crocchi; mi sono informato, ho saputo tutto. Chi aveva torto e avrebbe dovuto essere tratto in arresto era il cittadino.

- Ma questa miserabile ha pure oltraggiato il sindaco - riprese Javert.

- Questa è una cosa che riguarda me - disse Madeleine. Un'ingiuria fatta a me, appartiene a me e posso farne quel che voglio.

- Chiedo scusa al signor sindaco; ma l'ingiuria è fatta alla giustizia, non a lui.

- Ispettore Javert, la prima giustizia è la coscienza. Ho sentito questa donna e so bene quello che faccio.

- E io, signor sindaco, non capisco quello che vedo.

- Allora accontentatevi di ubbidire.

- Obbedisco al mio dovere, che esige che questa donna abbia sei mesi di prigione.

Madeleine rispose con dolcezza:

- State a sentire; costei non ci starà neppure un giorno.

A queste parole decisive, Javert fissò il sindaco e gli disse sempre con un tono profondamente rispettoso:

- Mi dispiace di dovermi opporre al signor sindaco, per la prima volta in vita mia; ma egli si degnerà di permettermi di fargli osservare che io sono nella sfera delle mie attribuzioni. Se il signor sindaco vuole così, mi limito al fatto del cittadino. Io ero là. Questa donna si è avventata contro il signor Bamatabois, che è elettore e proprietario di quella bella casa a tre piani e con balcone che forma l'angolo della piazza. Insomma, accadono certe cose a questo mondo! Comunque, signor sindaco, si tratta di un fatto di polizia che riguarda me e quindi tengo agli arresti la detta Fantina.

Madeleine incrociò le braccia e disse con tono severo che nessuno mai nella città aveva udito - Il fatto di cui parlate è un fatto di polizia municipale; e ai termini degli articoli nove, undici, quindici e sessantasei del codice di procedura penale, io sono il giudice. Ordino che questa donna sia posta in libertà.

Javert tentò un ultimo sforzo.

- Ma signor sindaco...

- A voi poi ricordo l'ottantuno della legge 13 dicembre 1799 sull'arresto arbitrario.

- Signor sindaco, permettete...

- Basta!

- Però...

-Uscite - disse Madeleine.

Javert ricevette il colpo in piedi, di fronte, in pieno petto, come un soldato russo. Salutò il sindaco profondamente e uscì.

Fantina si scostò e lo guardò stupita mentre gli passava davanti.

Anche lei era in preda a uno strano sconvolgimento. Aveva visto la sua persona, per così dire, disputata tra due potenze opposte; aveva visto lottare sotto i suoi occhi due uomini che tenevano nelle loro mani la sua libertà, la sua vita, l'anima sua, la sua bambina, e uno di essi la traeva verso le tenebre mentre l'altro la riconduceva verso la luce. In questa lotta, attraverso lo spavento che la ingrandiva, quei due uomini le parevano due giganti; uno parlava come il suo buon angelo, l'altro invece come il demonio. L'angelo aveva trionfato; e, cosa che la faceva tremare da capo a piedi, quel liberatore era precisamente l'uomo che lei odiava, quel sindaco che lei aveva creduto per tanto tempo l'autore di tutti i suoi mali; era Madeleine! E la salvava nel momento stesso in cui lo aveva insultato vergognosamente. Si era dunque ingannata? doveva dunque trasformare tutta la sua anima?

Non sapeva, e tremava. Ascoltava smarrita, guardava stravolta, e a ogni parola profferita da Madeleine sentiva dissipare e scomparire dal suo cuore le spaventose tenebre dell'odio e sorgere invece qualcosa di caldo e di ineffabile che era gioia, fiducia, amore.

Uscito Javert, Madeleine si volse verso di lei, e le disse con voce lenta, come un uomo serio che non vuol piangere:

- Vi ho ascoltato. Non sapevo nulla di quanto avete detto; ma credo, sento che è la verità. Ignoravo persino che aveste abbandonato la mia fabbrica. Perché non vi siete rivolta a me?

Orbene; pagherò i vostri debiti e farò venire la vostra bambina, oppure andrete a raggiungerla. Vivrete qui, a Parigi, dove vorrete. M'incarico io della bambina e di voi; non lavorerete più, se vorrete; vi darò tutto il denaro di cui avete bisogno.

Recuperando la gioia, diventerete nuovamente onesta. Anzi, sentite: vi dichiaro fin d'ora che se le cose avvennero come dite, e non ne dubito, voi non avete mai cessato di essere virtuosa e santa. Povera donna!

Per Fantina tutte queste cose erano davvero straordinarie. Avere Cosetta con lei, uscire da quella vita infame, vivere libera, agiata, contenta, onesta, con Cosetta! Guardò stupita l'uomo che le parlava, e poté appena dare sfogo a due o tre singhiozzi: oh, oh, oh! Le gambe le si piegarono, cadde ginocchioni davanti a Madeleine, e prima che questi potesse impedirglielo, gli prese la mano e la baciò. Poi svenne.





Libro 6


JAVERT



1. PRIMO RlPOSO


Madeleine fece trasportare Fantina nell'infermeria che teneva in casa e l'affidò alle due suore che l'adagiarono su un letto. Le venne una gran febbre e, per gran parte della notte, continuò a delirare, a parlare ad alta voce. Alla fine si addormentò.

L'indomani, verso mezzogiorno, Fantina si svegliò, e sentendo un respiro accanto al letto, scostò leggermente la cortina e vide Madeleine ritto che fissava qualcosa al di sopra della testa di lei, con uno sguardo supplichevole, ansioso e angosciato.

S'accorse, voltandosi, che contemplava un crocifisso appeso al muro.

Madeleine era ormai trasfigurato ai suoi occhi; pareva avvolto in un alone; era assorto nella preghiera. Lo guardò a lungo, senza osare interromperlo; poi alla fine gli chiese timidamente:

- Che fate?

Madeleine stava lì da un'ora. Attendeva che Fantina si svegliasse.

Le prese la mano, le tastò il polso e disse:

- Come vi sentite?

- Bene - disse lei. - Ho dormito e credo di star meglio; non sarà nulla.

Ed egli rispondendo alla domanda rivoltagli da principio, come se l'udisse allora, riprese:

- Pregavo il martire di lassù.

E in cuor suo aggiunse: - Per la martire di quaggiù.

Madeleine aveva trascorso la notte e la mattinata a chiedere informazioni. Ora sapeva tutto. Conosceva la storia di Fantina nei suoi dolorosi particolari. Continuò:

- Avete molto sofferto, povera madre! Ma non lagnatevene, perché adesso possedete la dote degli eletti. E' così che gli uomini formano gli angeli. Non è colpa loro; non sanno fare meglio.

Vedete, l'inferno da cui uscite è la prima forma del cielo; bisogna passare di là.

Trasse un profondo sospiro. Lei sorrise con quel sublime sorriso a cui mancavano due denti. In quella stessa notte Javert aveva scritto una lettera, che la mattina imbucò all'ufficio postale di Montreuil-sur-mer. Era diretta a Parigi. "Al signor Chabouillet, segretario del prefetto di polizia". Siccome la scena accaduta al corpo di guardia s'era divulgata, la direzione dell'ufficio postale e alcune persone che videro la lettera prima della partenza e riconobbero nell'indirizzo la scrittura di Javert, ritennero che mandava le sue dimissioni.

Madeleine si affrettò a scrivere ai Thénardier. Fantina doveva loro centoventi franchi. Lui ne mandò trecento, dicendo che si servissero di quella somma e conducessero immediatamente la bambina a Montreuil-sur-mer, dove sua madre malata la reclamava.

Thénardier restò sorpreso. - Perbacco! - disse alla moglie. Non dobbiamo lasciarci sfuggire la bambina. Vedrai che l'allodola diventerà per noi come una mucca. Adesso, capisco. Qualche merlotto ha preso una cotta per la madre.

Rispose con un conto di cinquecento e più franchi, redatto con molta astuzia, nel quale figuravano, per più di trecento franchi, due note incontestabili: una del medico e una del farmacista, che avevano assistito e provveduto di medicinali Eponina e Azelma in due lunghe malattie. Cosetta, come dicemmo, non era mai stata malata. Si trattò di una piccola sostituzione di nomi. Sotto la nota, Thénardier scrisse: "Ricevuto in conto trecento franchi".

Madeleine ne mandò immediatamente altri trecento, scrivendo:

Affrettatevi a condurre Cosetta.

- Perdinci! - disse Thénardier. - Non dobbiamo lasciarci sfuggire la bambina.

Frattanto Fantina non guariva ed era sempre nell'infermeria. Da principio, le suore avevano accolto e curato quella "creatura" con una certa ripugnanza. Chi ha visto i bassorilievi di Reims, ricorda la tumidezza del labbro inferiore delle vergini sagge che guardano le vergini stolte. Questo antico disprezzo delle vestali per le baccanti è uno dei più profondi istinti della dignità femminile; e le suore lo avevano provato raddoppiandolo con la religione. Ma in pochi giorni Fantina le aveva disarmate. Aveva sempre in bocca parole umili e dolci, e commuoveva per il suo affetto materno. Un giorno, le suore la udirono ripetere nel delirio della febbre: - Sono stata una peccatrice, ma quando avrò accanto mia figlia, sarà segno che Dio mi ha perdonato. Quando vivevo nel peccato, non volevo tenere con me Cosetta; non avrei potuto sopportare il suo sguardo attonito e mesto; eppure, per lei facevo il male, ed è per questo che Dio mi perdona. Quando la mia Cosetta sarà qui, sentirò la benedizione del buon Dio. La guarderò e la vista di quell'innocente mi farà bene. Lei non sa nulla! è un angelo, sapete! buone suore; alla sua età le ali non sono ancora cadute.

Madeleine andava a visitarla due volte al giorno, e ogni volta lei gli chiedeva:

- Vedrò presto la mia Cosetta?

- Forse domattina - rispondeva Madeleine. - Arriverà da un momento all'altro. Io l'aspetto.

Il pallido volto della madre diventava raggiante.

- Oh, diceva. Come sarò felice!

Abbiamo già detto che non guariva; anzi pareva che il suo stato peggiorasse di settimana in settimana. Quel pugno di neve soffregato sulla pelle nuda della schiena aveva determinato un arresto improvviso della respirazione, e la malattia che covava da parecchi anni aveva finito col manifestarsi violentemente. Si cominciavano a seguire allora le buone indicazioni di Laennec sullo studio e la cura delle malattie polmonari. Il medico visitò Fantina e scrollò il capo.

- Ebbene? - chiese Madeleine.

- Non desidera vedere una sua figliola? - disse il medico.

- Sì.

- Ebbene, fate presto a farla venire.

Madeleine trasalì.

Fantina gli domandò: - Che ha detto il medico?

Madeleine cercò di sorridere: - Ha detto di far venire al più presto vostra figlia e che così vi rimetterete.

- Ha ragione! - riprese Fantina. - Ma perché i Thénardier trattengono la mia Cosetta? Oh, lei verrà. Finalmente vedo vicina la mia felicità.

Intanto Thénardier non si lasciava "sfuggire di mano" la ragazza, adducendo mille pretesti: che Cosetta era un po' sofferente e non conveniva esporla a un viaggio d'inverno; che c'era un rimasuglio di debitucci dei quali andava raccogliendo le fatture, eccetera.

- Manderò qualcuno a prenderla - disse Madeleine - oppure ci andrò io, se occorre.

Sotto dettatura di Fantina, scrisse questa lettera che poi le fece firmare:

"Signor Thénardier, consegnerete Cosetta al latore. I piccoli debiti vi saranno tutti pagati. Ho l'onore di salutarvi con tutta stima.

Fantina".

In mezzo a questi avvenimenti sopraggiunse un altro incidente.

Abbiamo voglia di tagliare a nostro piacere il misterioso masso di cui si compone la vita: la vena nera del destino riappare sempre.




2. COME JEAN POSSA DIVENTARE CHAMP


Una mattina Madeleine era nel suo gabinetto, intento a sbrigare in anticipo alcuni urgenti affari municipali, nel caso che dovesse risolversi ad andare a Montfermeil, quando gli fu annunciato che l'ispettore di polizia Javert desiderava parlargli. All'udire quel nome, Madeleine non poté trattenere un'impressione sgradevole.

Dopo quanto era accaduto nell'ufficio di polizia, Javert lo aveva evitato più di prima, e Madeleine non lo aveva più rivisto.

- Fate entrare - disse.

Javert entrò.

Madeleine era rimasto seduto presso il camino, con una penna in mano, e con l'occhio su un incartamento, che sfogliava e annotava, e che conteneva alcune contravvenzioni della polizia stradale. Non si scomodò per Javert. Non poteva non pensare alla povera Fantina, e gli conveniva mostrarsi glaciale.

Javert salutò rispettosamente il sindaco che gli volgeva le spalle. Il sindaco non lo guardò e continuò ad annotare le sue carte.

L'altro fece due o tre passi nella stanza, e si fermò senza rompere il silenzio.

Un fisionomista, a cui il carattere di Javert fosse stato familiare, e che avesse da lungo tempo studiato quel selvaggio a servizio della civiltà, quel bizzarro miscuglio di romano, di spartano, di frate e di caporale, quella spia incapace d'una menzogna, quel poliziotto virgineo; un fisionomista che avesse conosciuto la sua segreta e antica avversione per Madeleine, il suo recente conflitto con lui per Fantina, e che lo avesse esaminato in quel momento, avrebbe detto fra sé: Che succede? Per chi avesse conosciuto a fondo quella coscienza retta, chiara, sincera, proba, austera e feroce, sarebbe stato evidente che Javert usciva da una grande crisi interiore. Javert non aveva nulla nell'anima che non si manifestasse anche sul volto. Come tutti gli uomini violenti, era soggetto a mutazioni repentine. Il suo aspetto non era mai stato più straordinario e inaspettato.

Entrando, s'era inchinato a Madeleine con uno sguardo che non conteneva né rancore, né collera, né diffidenza, s'era fermato dietro la sua poltrona, a qualche passo di distanza, ed era rimasto in piedi, in una posa quasi disciplinare, con la rozzezza ingenua e fredda d'un uomo che non fu mai affabile e fu sempre paziente. Aspettava senza dire una parola, senza fare un gesto, Con un'umiltà sincera, con una rassegnazione tranquilla, calmo, serio, col cappello in mano, con gli occhi bassi, e con un contegno a mezzo fra il soldato in presenza del suo ufficiale e il colpevole dinanzi al giudice; aspettava che il sindaco si voltasse. Tutti i sentimenti e tutti i ricordi, che si potevano supporre in lui, erano spariti. Su quel volto impenetrabile e semplice come il granito, si leggeva soltanto una tetra malinconia. In tutta la sua persona si avvertiva l'umiliazione, la fermezza e, per così dire, un abbattimento coraggioso.

Finalmente il sindaco posò la penna e si voltò a metà:

- Ebbene! che c'è? Cos'avete, Javert?

Questi rimase un momento silenzioso come se volesse raccogliersi; poi alzò la voce con una specie di solennità triste, che tuttavia non escludeva la semplicità:

- Signor sindaco, è stato commesso un atto riprovevole.

- Che atto?

- Un subalterno ha mancato di rispetto a un magistrato nel modo più grave. Io vengo a portare questo fatto a vostra conoscenza, com'è mio dovere.

- E chi è questo agente? - chiese Madeleine.

- Io - disse Javert.

- Voi?

- Io.

- E qual è il magistrato che avrebbe motivo di lagnarsi dell'agente?

- Voi, signor sindaco.

Madeleine si drizzò sulla poltrona, e Javert proseguì, con voce severa e sempre con gli occhi bassi.

- Signor sindaco, vengo a pregarvi di chiedere alle competenti autorità la mia destituzione.

Madeleine, meravigliato, aprì la bocca per parlare, ma l'altro l'interruppe.

- Voi direte che avrei potuto dare le mie dimissioni, ma non basta. Dimettersi è cosa onorevole: io invece ho mancato, e debbo essere punito. Debbo essere cacciato.

Dopo una pausa aggiunse:

- Signor sindaco, giorni fa foste ingiustamente severo con me; siatelo oggi con giustizia.

- Ah, e perché? - esclamò Madeleine. - Cos'è tutto questo imbroglio? Cosa vuol dire? Dov'è quest'azione colpevole che avete commesso contro di me? Cosa m'avete fatto? Quali torti avete a mio riguardo? Voi vi accusate, volete essere sostituito...

- Scacciato! - disse Javert.

- Scacciato, sia pure; sta bene. Ma io non ci capisco niente.

- Ora mi comprenderete, signor sindaco.

E qui Javert emise un profondo sospiro; poi ripigliò, sempre freddo e triste:

- Signor sindaco, sei settimane or sono, dopo quanto era accaduto per quella donna, io ero furibondo, e vi denunciai.

- Denunciato!

- Al prefetto di polizia di Parigi.

Madeleine, che pure non rideva più spesso di Javert, si mise a ridere.

- Denunciato come sindaco che usurpa i poteri della polizia?

- Come un vecchio galeotto.

Il sindaco allibì.

Javert, che non aveva alzato gli occhi, continuò:

- Lo credevo. Da molto tempo lo sospettavo. Una somiglianza, alcune informazioni che voi avete fatto assumere a Faverolles, la vostra forza muscolare, l'avventura del vecchio Fauchelevent, la vostra destrezza nel tiro, il modo con cui trascinate leggermente la gamba, che so io, sciocchezze insomma! Fatto sta che vi prendevo per un certo Giovanni Valjean.

- Un certo?... Come avete detto?

- Giovanni Valjean. Un galeotto che avevo visto vent'anni fa a Tolone, quand'ero aiutante guardaciurma. Dimesso dalla prigione, questo Giovanni Valjean, a quanto sembra, rubò in casa d'un vescovo; poi commise un altro furto a mano armata sulla pubblica strada a danno d'un piccolo savoiardo; da otto anni viveva nascosto, non si sa come, ed era ricercato. M'ero immaginato...

Insomma ho commesso quest'azione. La collera mi ci ha spinto, e vi ho denunciato alla prefettura.

Madeleine, che da qualche momento aveva ripreso l'incartamento, ripigliò con tono di perfetta indifferenza:

- E cosa vi hanno risposto?

- Che ero pazzo.

- Ebbene?

- Ebbene, avevano ragione.

- Meno male che lo riconoscete!

- E' pur necessario, dal momento che è stato scoperto il vero Giovanni Valjean.

Madeleine si lasciò sfuggire il foglio che teneva fra le mani; alzò il capo, guardò fisso Javert, e disse con un accento inesprimibile: - Ah!

L'altro proseguì:

- Ecco come stanno le cose, signor sindaco. Pare che nel paese, dalla parte di Ailly-le-Haut-Clocher, vivesse una specie di briccone, chiamato papà Champmathieu. Era poverissimo, e nessuno s'occupava di lui. Nessuno arriva mai a sapere come campa siffatta gente. Recentemente, nello scorso autunno, papà Champmathieu fu arrestato per un furto di mele a danno di... Il nome non importa!

Insomma ci un furto, scalata d'un muro, rami spezzati. Questo Champmathieu fu arrestato che aveva ancora in mano un ramo di mele. Il mariolo fu messo in gabbia. Fin qui, nulla di troppo grave. Ma cosa vuol dire la Provvidenza! La prigione era in cattivo stato, e il giudice istruttore credette opportuno di far trasferire Champmathieu ad Arras, dove sta il carcere mandamentale. In questo carcere c'è un vecchio galeotto, chiamato Brevet, detenuto non so perché, e che per la sua buona condotta è stato nominato guardiano d'una camerata. Ebbene, signor sindaco, Champmathieu era appena arrivato, che Brevet esclama: - Eh! ma io lo conosco! E' un antico forzato. Guardatemi, dunque, galantuomo!

voi siete Giovanni Valjean! Chi è Giovanni Valjean? risponde Champmathieu simulando sorpresa. Eh via! non far l'indiano, dice Brevet, tu sei Giovanni Valjean; eri al bagno di Tolone, vent'anni or sono; ci stavamo insieme. Champmathieu nega. Diamine! si capisce. S'apre un'inchiesta, si va in fondo alla faccenda; ed ecco che cosa si trova. Questo Champmathieu, una trentina di anni fa, faceva il potatore in vari paesi e principalmente a Faverolles. Là si perdono le sue tracce. Molto tempo dopo lo si ritrova in Alvernia; poi a Parigi, dove dice d'aver fatto il carradore e di aver avuto una figlia lavandaia, il che non è provato; poi finalmente in questa provincia. Ora, cosa faceva Giovanni Valjean, prima d'essere condannato per furto? Il potatore. Dove? a Faverolles. Altra circostanza: questo Valjean aveva come nome di battesimo Giovanni, e sua madre aveva il cognome di Mathieu. Ora, cosa c'è di più naturale del supporre che, uscendo di prigione, per nascondersi, abbia adottato il nome della madre e si sia fatto chiamare Jean Mathieu? Egli va un Alvernia, dove il dialetto locale invece di "Jean" pronuncia "Chan", e così viene chiamato Chan Mathieu. L'amico lascia fare, ed eccolo trasformato in Champmathieu. Voi mi seguite, non è vero?

Si assumono informazioni a Faverolles; ma la famiglia di Valjean non c'è più. In quelle classi là, sapete, accade spesso che una famiglia scompaia. Si fanno altre indagini, ma non si trova nulla.

Quella gente, quando non è fango, è polvere. Di più, siccome l'inizio di questa storia risale a trent'anni addietro, non c'è più nessuno a Faverolles che abbia conosciuto Giovanni Valjean. Si assumono informazioni a Tolone, dove ci sono soltanto due galeotti, oltre Brevet, che hanno visto Valjean: sono i due condannati a vita Cochepaille e Chenildieu. Questi vengono fatti uscire di prigione e messi a confronto col preteso Champmathieu.

Non esitano. Per essi, come per Brevet, è Giovanni Valjean. La stessa età, cinquantaquattro anni, la stessa corporatura, lo stesso aspetto, insomma il medesimo uomo; è lui. Proprio allora io mandavo la mia denuncia alla prefettura di Parigi. Mi è stato risposto che ho perduto la testa e che Giovanni Valjean si trova ad Arras nelle mani della giustizia. Figuratevi se la cosa mi abbia stupito! Credevo di tener qui quello stesso Valjean! Scrivo al signor giudice istruttore. Questi mi fa chiamare, mi presenta Champmathieu...

- Ebbene? - interruppe Madeleine.

Javert, con un contegno sempre inalterabile e triste, rispose:

- Signor sindaco, la verità è la verità. Mi dispiace, ma quell'uomo è il vero Giovanni Valjean. Anch'io l'ho riconosciuto.

Madeleine riprese con voce sommessa:

- Ne siete sicuro?

L'altro si mise a ridere, col riso doloroso che sfugge a una profonda convinzione:

- Oh, sicurissimo!

Rimase un momento pensoso, afferrando macchinalmente da una scatoletta di legno posta sul tavolo qualche pizzico di polvere per asciugare l'inchiostro; poi aggiunse:

- Anzi, ora che ho visto il vero Giovanni Valjean, non so capacitarmi come abbia potuto credere diversamente. Ve ne chiedo perdono, signor sindaco.

Nel rivolgere queste parole supplichevoli e gravi a colui che, sei settimane prima, lo aveva umiliato in presenza delle guardie, intimandogli di uscire, Javert, quell'uomo altero, si mostrava a sua insaputa pieno di semplicità e di dignità. Madeleine, per tutta risposta gli fece questa domanda improvvisa:

- E che dice quell'uomo?

- Eh! signor sindaco, è un bel pasticcio il suo. Se è Giovanni Valjean, è recidivo. Scavalcare un muro, spezzare un ramo, cogliere delle mele, per un ragazzo è una birichinata, per un uomo è un delitto, per un galeotto è un crimine. Scalata e furto; ci sono tutti gli estremi. Non si tratta più del giudice correzionale, ma di corte d'assise; non più di pochi giorni di prigione, ma della galera a vita. E poi c'è l'affare del piccolo savoiardo, che spero bene tornerà a galla. Diavolo! ci sarebbe da tremare, non è vero? Sì, per tutti, fuorché per Valjean. Ma costui è un sornione. E anche in questo lo conosco. Un altro, vedendo che la faccenda si mette male, si agiterebbe, griderebbe, si sentirebbe scottato, non vorrebbe essere Giovanni Valjean. Egli invece finge di non capire, ripete sempre: "Io sono Champmathieu", e di lì non esce. Ha l'aria attonita, fa lo scemo; il che, nel suo caso, è molto meglio. Oh! il briccone è astuto! Ma già, è inutile!

ci sono le prove; è stato riconosciuto da quattro persone, e il vecchio briccone verrà condannato. Il giudizio è deferito alle Assise di Arras; e io ci vado come testimone; m'hanno citato.

Madeleine s'era rimesso al suo tavolo, aveva ripreso l'incartamento, e lo sfogliava tranquillamente, leggendo e scrivendo come chi è affaccendato. Si volse a Javert:

- Basta, Javert. Tutto sommato, questi particolari m'interessano molto poco. Perdiamo il tempo, mentre abbiamo molti affari urgenti. Voi, Javert, vi recherete immediatamente dalla vecchia Buseaupied, che vende le erbe laggiù, all'angolo della via Saint- Saulve, e le direte che quereli il carrettiere Pietro Chesnelong.

E' un bruto; poco mancò che non schiacciasse quella donna e suo figlio; merita una punizione. Poi andrete in via Montre-de- Champigny, dal signor Charcellay che si lagna perché una grondaia del vicino, riversando l'acqua piovana in casa sua, ne danneggia le fondamenta. Dopo, costaterete alcune contravvenzioni, che mi vengono denunciate, in via Guibourg alla vedova Doris, e in via Garraud-Blanc alla signora Renée Le Bossé, ed eleverete processo verbale. Ma forse vi do troppo lavoro, e voi dovete assentarvi, vero? Non m'avete detto che dovete recarvi ad Arras per quel processo fra otto o dieci giorni?...

- Molto prima, signor sindaco.

- Quando dunque?

- Credevo d'aver già detto al signor sindaco che il giudizio deve aver luogo domani, e che io parto con la diligenza di questa notte.

Madeleine fece un gesto impercettibile.

- E quanto durerà il processo?

- Non più di un giorno. La sentenza verrà pronunciata domani notte al più tardi. Ma io non aspetterò nemmeno la condanna, che non può mancare. Appena fatta la mia deposizione, ritornerò.

- Va bene! - rispose Madeleine.

E congedò Javert con un cenno della mano.

Ma questi non se ne andò.

- Scusate, signor sindaco! - disse.

- Cosa c'è?

- Signor sindaco, debbo ricordarvi una cosa.

- Quale?

- Che devo essere destituito.

Madeleine si alzò.

- Javert, siete un uomo d'onore, e vi stimo. Ma esagerate la vostra colpa. D'altronde, anche questa volta, si tratta di un'offesa che riguarda me solo. Javert, voi meritate di salire e non di discendere, e io desidero che conserviate il vostro posto.

Javert guardò Madeleine col suo occhio limpido, in fondo al quale pareva di scorgere la sua coscienza poco illuminata, ma rigida e casta, e disse con tono tranquillo:

- Signor sindaco, non posso concedervelo.

- E io vi ripeto - riprese Madeleine - che la cosa riguarda soltanto me.

Javert, senza badare a nulla, continuò:

- Quanto all'esagerare, non esagero affatto. Io ragiono così. Ho sospettato di voi ingiustamente. Ma questo non è nulla; è un nostro diritto sospettare, quantunque sia un abuso sospettare dei nostri superiori. Ma, senza prove, in un accesso di collera, al solo scopo di vendicarmi, ho denunciato voi come un galeotto, voi, un uomo rispettabile, un sindaco, un magistrato! Questo è grave, molto grave. Nella vostra persona ho oltraggiato l'autorità, io, un agente dell'autorità! Se uno dei miei dipendenti avesse fatto quello che ho fatto io, l'avrei dichiarato indegno del servizio, e lo avrei scacciato. Dunque?... Signor sindaco, ancora una parola.

Nella mia vita spesso sono stato severo con gli altri; era giusto; facevo bene. Ora, se non fossi severo con me stesso, tutto quanto ho fatto di giusto diventerebbe ingiusto. Dovrei forse risparmiare me più degli altri? No. Sarei stato buono a punire gli altri e non già me stesso? Ma allora sarei un miserabile! Allora, avrebbero ragione quelli che dicono: che briccone Javert! Signor sindaco, desidero che non mi trattiate con bontà; la vostra bontà già m'ha fatto fare cattivo sangue quando riguardava gli altri; per me, non la voglio. La bontà, che consiste nel dar ragione a una sgualdrina contro un benestante, all'agente di polizia contro il sindaco, a chi sta in basso contro chi sta in alto, io la chiamo bontà cattiva. Ed è con una siffatta bontà che si manda a rotoli la società. Mio Dio! è così facile essere buono; il difficile sta nell'essere giusto. Eh via! Se voi foste stato quello che supponevo, non sarei stato buono con voi, no! L'avreste visto!

Signor sindaco, io devo trattare me stesso come tratterei chiunque altro. Quando perseguitavo i malfattori, quando infierivo contro i furfanti, dicevo spesso a me stesso: - Tu, se zoppichi, se ti colgo in fallo, stai fresco! - Ho zoppicato, mi colgo in fallo, peggio per me! Coraggio! mandato via, destituito, scacciato! così va bene. Ho buone braccia e lavorerò la terra; non importa. Signor sindaco, il bene della polizia esige un esempio, e io chiedo semplicemente la destituzione dell'ispettore Javert.

Tutto ciò era detto con un tono umile, fiero, disperato e convinto, che conferiva una certa grandezza bizzarra a quello strano onest'uomo.

- Vedremo! - disse Madeleine.

E gli stese la mano.

Javert si tirò indietro, dicendo in tono aspro:

- Scusate, signor sindaco, ma questo non è possibile. Un sindaco non stringe la mano ad una spia.

E aggiunse fra i denti:

- Sì, spia. Poiché ho abusato dei miei poteri, non sono altro che uno spione.

Poi salutò profondamente, e si diresse verso la porta; ma giunto all'uscio, si voltò, e sempre con gli occhi bassi:

- Signor sindaco - disse - continuerò il servizio finché non sarò destituito.

E uscì. Madeleine rimase pensoso, ascoltando quel passo fermo e sicuro che s'allontanava lungo il corridoio.




Libro 7


IL PROCESSO CHAMPMATHIEU



1. SUOR SIMPLICIA


Le cose che si leggeranno qui non furono tutte conosciute a Montreuil-sur-mer; ma di quel poco che ne trapelò restò in questa città un tale ricordo, che sarebbe una grave lacuna per questo libro se non le raccontassimo nei loro minimi particolari.

Fra questi particolari il lettore troverà due o tre circostanze inverosimili, che noi conserviamo per rispetto alla verità.

Nel pomeriggio, dopo la visita di Javert, Madeleine andò come al solito a trovare Fantina.

Prima di avvicinarla chiese di suor Simplicia.

Le due suore della carità, che prestavano le loro cure nell'infermeria, si chiamavano: una suor Perpetua e l'altra suor Simplicia.

Suor Perpetua era una contadina qualunque, faceva la suora di carità in modo grossolano, ed era entrata nella casa di Dio come si va in piazza. Era religiosa come si può essere cuoca.

Suor Simplicia invece era bianca d'un candore cereo. Vicino a suor Perpetua, pareva la candela di cera accanto a quella di sego.

Vincenzo de' Paoli ha dipinto in modo sublime la suora di carità nelle seguenti meravigliose parole, in cui egli sposa una grande libertà a una grande servitù:

"Avranno per monastero la casa dei malati, per cella una camera a pigione, per cappella la loro chiesa parrocchiale, per chiostro le vie della città o le sale degli ospedali, per clausura l'obbedienza, per grata il timor di Dio, e per velo la modestia".

Questo ideale era vivente in suor Simplicia. Nessuno avrebbe potuto dire che età avesse; non era mai stata giovane, e pareva che non dovesse invecchiare. Era una persona - non osiamo dire una donna - calma, austera, fredda, di buona compagnia, e che non aveva mai mentito. Era così dolce e fragile; ma era più solida del granito. Toccava gli infermi con mani gentili, sottili e pure.

Nella sua parola c'era, per così dire, del silenzio; diceva appena il necessario, e aveva un tono di voce che sarebbe stato edificante in un confessionale e incantevole in una conversazione.

Questa persona così delicata si compiaceva nell'abito di bigello, trovando in quel ruvido contatto un continuo richiamo al cielo e a Dio. Insistiamo su un particolare. Il carattere distintivo di suor Simplicia e, per dire così, l'accento della sua virtù consisteva nel non aver mai, per interesse o per sbadataggine, detto cosa che non fosse la verità. Era quasi celebre nella sua congregazione per questa sua veracità imperturbabile. L'abate Sicard parla di lei in una lettera al sordo-muto Massieu. Noi tutti, per quanto possiamo essere leali puri e sinceri, abbiamo sempre sul nostro candore la crepa della piccola bugia innocente; lei, no. Ma esistono forse le piccole bugie, le bugie innocenti? La menzogna è l'assoluto del male. E' impossibile mentire un poco; chi mentisce, mentisce per intero. La menzogna è il volto stesso del demonio. Satana ha due nomi: Satana e Menzogna. Così pensava lei, e le azioni erano conformi al pensiero.

Ne risultava quel candore che abbiamo detto: candore che si irradiava fin sulle labbra e sugli occhi. Il suo sorriso era candido e candido lo sguardo. Sul cristallo della sua coscienza non c'era né un ragnatelo, né un granellino di polvere. Entrando nella Regola di san Vincenzo de' Paoli, aveva preso il nome di Simplicia con un intento particolare. Simplicia di Sicilia, com'è noto, fu quella santa che preferì lasciarsi strappare le mammelle, anziché rispondere di essere nata a Segesta, mentre era nata a Siracusa: menzogna che l'avrebbe salvata. Questa patrona conveniva a quell'anima.

Entrando in religione, suor Simplicia aveva due difetti, di cui a poco a poco si emendò: le piacevano le ghiottonerie e amava ricevere lettere. Adesso leggeva soltanto un libro di preghiere in latino, stampato a grossi caratteri. Non intendeva il latino, ma intendeva quel libro.

La pia giovane si era affezionata a Fantina, probabilmente perché sentiva in lei la virtù latente, e si era messa a curarla quasi da sola.

Madeleine chiamò in disparte suor Simplicia, e le raccomandò Fantina con un accento singolare, di cui la suora si ricordò più tardi. Lasciata la suora si avvicinò a Fantina.

Questa aspettava ogni giorno la visita di Madeleine come si aspetta un raggio di calore e di gioia, e diceva alle suore: Sento di vivere soltanto quando il sindaco è qui.

Quel giorno, aveva la febbre alta. Appena vide Madeleine, gli chiese:

- E Cosetta?

Questi rispose sorridendo:

- Presto.

Si mostrò con Fantina come di consueto; solamente si trattenne un'ora invece di mezz'ora, con grande soddisfazione della malata, e fece a tutti mille raccomandazioni perché non le mancasse nulla.

Si notò che ci fu un momento in cui il suo volto si fece molto triste; ma se ne capì la causa, quando si seppe che il medico, chinatoglisi all'orecchio, gli aveva detto: Peggiora assai!

Poi rientrò nell'ufficio municipale. Il messo municipale lo vide esaminare con molta attenzione una carta topografica della Francia, appesa al muro del suo gabinetto, e notare con la matita alcune cifre su un pezzo di carta.




2. PERSPICACIA DI MASTRO SCAUFFLAIRE


Lasciato il municipio, si recò in fondo alla città, da un fiammingo, mastro Scaufflaër, francesizzato in Scaufflaire, che noleggiava cavalli e birocci.

La via più breve per andare da questo Scaufflaire era una strada poco frequentata, nella quale si trovava la canonica della parrocchia a cui apparteneva Madeleine. Il parroco godeva fama di uomo probo, rispettabile e capace di un buon consiglio. Quando Madeleine giunse davanti alla canonica, nella via c'era un solo passante, il quale notò che il sindaco, aveva oltrepassato la canonica, si fermò, restò immobile, quindi tornò indietro fino alla porta che aveva un picchiotto di ferro. Pose vigorosamente la mano sul picchiotto e lo sollevò; poi si fermò di nuovo, rimase sospeso, quasi pensoso, e dopo alcuni secondi, invece di lasciar cadere il picchiotto con forza, lo posò dolcemente e riprese la sua strada con una fretta che prima non aveva avuto.

Madeleine trovò mastro Scaufflaire occupato ad aggiustare una bardatura.

- Mastro Scaufflaire - gli chiese - avete un buon cavallo?

- Signor sindaco - rispose il fiammingo - i miei cavalli sono tutti buoni. Cosa intendete dire per un buon cavallo?

- Intendo dire uno che possa percorrere venti leghe in un giorno.

- Diavolo! - esclamò il fiammingo. - Venti leghe!

- Attaccato ad un biroccio?

- Sì.

- E quanto tempo potrà riposare dopo la corsa?

- Dev'essere in grado di ripartire l'indomani.

- Per rifare la stessa strada?

- Sì.

- Diavolo! diavolo! e sono venti leghe?

Madeleine trasse di tasca il pezzo di carta, su sui aveva tracciate le cifre con la matita, e lo mostrò al fiammingo. Quelle cifre erano 5, 6, 8 e mezzo.

- Osservate - disse - Sono in totale diciannove leghe e mezza; come dire venti.

- Signor sindaco - rispose il fiammingo - ho quel che vi occorre:

il mio cavallino bianco. Dovreste averlo visto qualche volta. E' una bestiola della bassa Normandia, piena di fuoco. Da principio, volevano farne un cavallo da sella; ma recalcitrava e sbatteva in terra chiunque. Lo credevano vizioso, e non sapevano che farne.

Allora l'ho comprato io, e l'ho attaccato al biroccio. Era quello che voleva. E' quieto come una fanciulla e corre come il vento.

Ah! per esempio, non bisognerebbe montargli sul dorso. Non vuol saperne di fare il cavallo da sella. Ognuno ha la sua ambizione:

tirare sì; portare no.

- E sarà buono a fare la corsa?

- Tutte le venti leghe, sempre di gran trotto e in meno di otto ore. Eccovi però a quali condizioni.

- Dite pure.

- Primo... A mezza strada gli concederete un'ora di riposo; gli darete da mangiare, e starete presente quando mangia per impedire che il garzone gli rubi la biada; perché ho notato che nelle locande la biada è assai più spesso bevuta dallo stalliere che mangiata dai cavalli.

- Sorveglieremo.

- Secondo... Il biroccio serve al signor sindaco?

- Sì.

- E il signor sindaco sa guidare?

- Sì.

- Ebbene, il signor sindaco viaggerà solo e senza valigie per non caricare troppo il cavallo.

- D'accordo.

- Ma il signor sindaco, trovandosi solo, dovrà prendersi la briga di sorvegliare lui stesso la biada.

- L'abbiamo già detto.

- Mi darete trenta franchi al giorno, compresi i giorni di riposo.

Neppure un centesimo di meno, e il mantenimento del cavallo a carico del signor sindaco.

Madeleine tirò fuori dalla borsa tre napoleoni d'oro e li mise sul tavolo.

- Eccovi due giorni pagati anticipatamente.

- Quarto. Per una corsa come questa il biroccio sarebbe troppo pesante e stancherebbe il cavallo. Bisognerebbe che il signor sindaco si adattasse a viaggiare col mio piccolo "tilburì".

- Accettato.

- E' leggero, ma è scoperto.

- Non importa.

- Il signor sindaco ha pensato che siamo in inverno?...

Madeleine non rispose, e il fiammingo riprese:

- Che fa molto freddo?

Madeleine continuò a tacere, e mastro Scaufflaire continuò: Che può piovere?

Madeleine alzò la testa e disse:

- Farete trovare il "tilburì" e il cavallo dinanzi alla mia porta, domattina, alle quattro e mezzo.

- Siamo intesi, signor sindaco - rispose Scaufflaire; - poi graffiando con l'unghia del pollice una macchia che si trovava nel legno del tavolo, aggiunse con quell'aria di indifferenza che i fiamminghi sanno così bene accoppiare all'astuzia:

- Appunto! ora che ci penso, il signor sindaco non m'ha ancora detto dove va. Dove va, dunque, il signor sindaco?

Dal principio del dialogo non aveva mai pensato ad altro ma, senza saperne il perché; non aveva osato formulare la domanda.

- Sono robuste le gambe davanti del vostro cavallo? - chiese Madeleine.

- Oh! sì, signor sindaco. Basta soltanto sostenerlo un po' nelle discese. Ce ne sono molte da qui al luogo dove vi recate?

- Non dimenticate di trovarvi alla mia porta alle quattro e mezzo precise del mattino - rispose Madeleine; e uscì.

Il fiammingo restò lì "come una bestia", come egli stesso diceva qualche tempo dopo.

Il sindaco se n'era andato da due o tre minuti, quando si riaprì la porta; era il sindaco.

Aveva sempre lo stesso aspetto impassibile e preoccupato - Signor Scaufflaire - disse - quanto valgono il cavallo e il "tilburì" che mi noleggiate?

- Cioè l'uno attaccato all'altro, signor sindaco - osservò il fiammingo con una grossa risata.

- Ebbene?

- Il signor sindaco vuol forse comprarli?

- No, ma per ogni evento ve li voglio garantire: al ritorno mi restituirete il denaro. Quanto valutate legno e cavallo?

- Cinquecento franchi, signor sindaco.

- Eccoli.

Madeleine depose sul tavolo un biglietto di banca, e uscì e questa volta per non più tornare.

Mastro Scaufflaire si pentì amaramente di non aver detto dieci mila franchi. Del resto, cavallo e "tilburì" insieme ne valevano appena trecento.

Il fiammingo chiamò sua moglie e le narrò l'accaduto. Dove diavolo può andare il signor sindaco? Tennero consiglio.

- Va a Parigi - disse la moglie. - Non credo - rispose il marito.

Madeleine aveva dimenticato sul camino il pezzo di carta su cui stavano segnate le cifre; il fiammingo lo prese e lo studiò.

- Cinque, sei, otto e mezzo; dovrebbero indicare la lunghezza delle tappe. - E volgendosi alla moglie: - Ah! ho trovato! Cioè?

Da qui a Hesdin ci sono cinque leghe, sei da Hesdin a Saint-Pol, e otto e mezza da Saint-Pol ad Arras. Egli va ad Arras.

Frattanto Madeleine era tornato a casa. Al ritorno aveva preso la via più lunga, come se la porta della canonica fosse per lui una tentazione e preferisse evitarla. Era salito nella sua camera e vi si era rinchiuso; cosa semplicissima poiché si coricava volentieri per tempo. Tuttavia la portinaia, che in pari tempo era la sola fantesca di Madeleine, osservò che aveva spento il lume alle otto e mezzo, e lo disse al cassiere che rincasava, aggiungendo:

- E' forse ammalato il signor sindaco? Mi pareva che avesse un'aria un po' strana, oggi.

Il cassiere abitava una camera posta precisamente sotto quella occupata da Madeleine. Senza badare alle parole della portinaia, andò a coricarsi e s'addormentò. Verso mezzanotte si risvegliò d'improvviso, parendogli nel sonno d'udire un rumore sopra il suo capo. Ascoltò. Era un passo che andava e veniva, come se qualcuno camminasse nella camera superiore. Raddoppiò d'attenzione e riconobbe il passo di Madeleine. La cosa gli parve strana, poiché non si udiva mai un rumore nella camera di Madeleine finché non s'alzava. Di lì a poco, sentì come aprire e rinchiudere un armadio; poi sentì smuovere un mobile, ci fu una pausa; poi ricominciarono i passi. Il cassiere si rizzò a sedere, si svegliò completamente, guardò, e attraverso i vetri della propria finestra vide sul muro dirimpetto il riflesso rossastro d'una finestra illuminata. Dalla direzione dei raggi non poteva essere che la finestra della camera di Madeleine. Il riverbero era così tremolante che pareva provenisse da un fuoco acceso anziché da un lume. Siccome poi non vi si disegnava l'ombra dei riquadri a vetri, era evidente che la finestra era spalancata; cosa sorprendente, col freddo che faceva. Il cassiere si riaddormentò; ma dopo un'ora o due, tornò a destarsi: lo stesso passo lento e regolare andava avanti e indietro sopra la sua testa.

Il riflesso luminoso si disegnava ancora sul muro, ma era diventato pallido e uguale come se provenisse da una lucerna o da una candela; e la finestra era sempre spalancata.

Ecco cosa accadeva nella camera di Madeleine.




3. UNA TEMPESTA SOTTO UN CRANIO


Il lettore ha senza dubbio indovinato che Madeleine non era altri che Giovanni Valjean.

Benché abbiamo già guardato nel profondo di quella coscienza, è venuto il momento di scrutarla ancora; ma lo facciamo non senza emozione e terrore. Non c'è cosa che spaventi più di questa specie di contemplazione. L'occhio della mente non può trovare in nessun luogo una luce più abbagliante e tenebre più fonde che nell'uomo; non può fissarsi su nulla che sia più terribile, più involuto, più misterioso e più infinito. C'è uno spettacolo più grandioso del mare, ed è il cielo; c'è uno spettacolo più grandioso del cielo, ed è l'interno dell'anima.

Tessere il poema della coscienza umana, fosse pure a proposito di un sol uomo, dell'infimo tra gli uomini, equivarrebbe a fondere tutte le epopee in una sola e definitiva. La coscienza è il caos delle chimere, delle cupidigie e dei desideri, la fucina dei sogni, l'antro delle idee di cui ci vergogniamo; è il pandemonio dei sofismi, il campo di battaglia delle passioni. Penetrate, in certe ore, nel volto livido d'una creatura umana che medita, e guardate al di là, guardate in quella anima, in quella tenebra.

Sotto il silenzio esteriore, si nascondono là dentro battaglie di giganti come in Omero, mischie di draghi e di idre, e nugoli di fantasmi come in Milton, spirali di visioni come in Dante. Che tetra cosa questo infinito, che ciascun uomo porta in sé, e col quale misura disperatamente le volontà del suo cervello e le azioni della sua vita.

L'Alighieri s'imbatté un giorno in una sinistra porta, dinanzi alla quale esitò. Eccone una aperta davanti a noi, e noi pure titubiamo a varcarne la soglia. Tuttavia, entriamo.

Poco ci rimane da aggiungere a quello che il lettore già sa di quanto accadde a Valjean dopo l'avventura di Gervasino. Da quell'istante, come vedemmo, diventò un altro uomo; fu quello che il Vescovo aveva voluto fare di lui. Più che una trasformazione si trattò di una trasfigurazione.

Riuscì a scomparire, vendette l'argenteria del vescovo, meno i due candelieri che volle serbare come ricordo, passò di città in città, attraversò la Francia, giunse a Montreuil-sur-mer, dove ebbe l'idea che già dicemmo, compì quanto abbiamo narrato, pervenne a rendersi irreperibile e inaccessibile; e stabilito ormai a Montreuil-sur-mer, contento di sentirsi la sua coscienza rattristata dal suo passato e la prima metà della sua esistenza smentita dalla seconda, visse tranquillo, rassicurato, pieno di speranza, preoccupato ormai da due soli pensieri: nascondere il suo nome e santificare la vita; sfuggire agli uomini e ritornare a Dio.

Queste due idee erano così strettamente unite nella sua mente che ne formavano una sola; erano tutte due ugualmente esclusive e imperiose e dominavano le sue più piccole azioni. Di solito, procedevano d'accordo nel dirigere la sua condotta: lo volgevano verso l'ombra; lo rendevano benigno e semplice; gli consigliavano le stesse cose. Però talvolta si trovavano in conflitto; e in questi casi, come abbiamo già veduto, l'uomo, che tutto il territorio di Montreuil-sur-mer chiamava Madeleine, non esitava a sacrificare la prima alla seconda, la sicurezza alla virtù. Così, venendo meno a ogni riserva e a ogni prudenza, aveva conservato i candelieri del Vescovo, aveva portato il lutto per lui, aveva chiamato e interrogato tutti i piccoli savoiardi che passavano, aveva assunto informazioni sulle famiglie di Faverolles, e aveva salvato la vita al vecchio Fauchelevent, malgrado le inquietanti insinuazioni di Javert. Pareva, l'abbiamo già notato, che al pari di tutti quelli che furono saggi, santi e giusti, credesse che il suo primo dovere non fosse quello verso se stesso.

Bisogna dire tuttavia che non s'era mai presentato un caso simile.

Mai le due idee, che governavano lo sventurato di cui raccontiamo i dolori, avevano impegnato fra loro una lotta così seria. Egli lo capì in modo confuso ma profondo, fin dalle prime parole proferite da Javert nel suo gabinetto. Quando udì così stranamente pronunciato quel nome che lui aveva sepolto così profondamente, fu colto da stupore e quasi inebriato della sinistra bizzarria del suo destino, e attraverso quello stupore provò il brivido che precede le grandi scosse. Si curvò come la quercia all'avvicinarsi dell'uragano,come il soldato all'avvicinarsi dell'assalto; sentì arrivare sul suo capo le tenebre gravide di fulmini e di lampi. Mentre ascoltava Javert, gli venne un primo pensiero di andare, di correre, di denunciarsi, di tirar fuori di prigione quel Champmathieu e di porvisi in sua vece; fu un'idea dolorosa e ossessionante, come un'incisione nella carne viva; poi passò, ed egli disse fra sé:Vediamo! vediamo! - Represse quel primo slancio generoso, e rinculò davanti all'eroismo.

Certo, sarebbe stato assai bello che dopo le sante parole del Vescovo, dopo tanti anni di pentimento e di abnegazione, nel corso di una penitenza meravigliosamente iniziata, quell'uomo, anche di fronte a una così terribile peripezia, non avesse esitato un istante, avesse camminato con lo stesso passo verso quel precipizio spalancato, in fondo al quale c'era il cielo; sarebbe stato bello, ma non fu così. Noi dobbiamo narrare le cose che accadevano in quell'anima, e non possiamo dire se non ciò che vi accadde. Dapprima, vinse l'istinto della conservazione; raccolse in fretta le idee; soffocò le emozioni, rifletté al gran pericolo della presenza di Javert, differì ogni decisione con la fermezza dello spavento, distolse la mente da quello che c'era da fare, e riprese la calma come un gladiatore raccoglie lo scudo.

Restò tutto il giorno in questo stato, con una tempesta al di dentro e una profonda tranquillità al di fuori; prese soltanto quelle misure che si potrebbero chiamare "conservative". Nel suo cervello c'era confusione e lotta; il suo turbamento era tale che non percepiva distintamente nessuna idea; non avrebbe potuto dir nulla di se stesso, se non che aveva ricevuto un gran colpo. Si recò, come al solito, al letto di dolore di Fantina, e prolungò la visita per un istinto di bontà, pensando che bisognava agire così e raccomandarla vivamente alle suore nel caso che egli dovesse allontanarsi. Sentì vagamente che forse converrebbe recarsi ad Arras, e, senza essere affatto deciso a tale viaggio, pensò che fuori d'ogni sospetto com'era, non avrebbe corso nessun pericolo assistendo in persona a quanto accadrebbe; e noleggiò il "tilburì" di Scaufflaire per essere pronto a qualunque evento.

Mangiò con sufficiente appetito.

Rientrato nella sua camera, si pose a riflettere.

Esaminò la situazione, e la trovò inaudita; tanto inaudita che nel bel mezzo del suo meditare, per non so quale impulso d'ansietà quasi inesplicabile, s'alzò dalla sedia e mise il paletto alla porta. Temeva che entrasse ancora qualche novità. Si asserragliava contro ogni possibilità.

Un momento dopo, spense il lume, che lo disturbava.

Gli pareva che qualcuno potesse vederlo. Chi?

Ahimè! quello che avrebbe voluto chiudere fuori della porta, era già entrato; quello che avrebbe voluto accecare, lo stava osservando: la sua coscienza.

La sua coscienza, cioè Dio.

Pure, nel primo momento, s'illuse; provò come un senso di sicurezza e di solitudine; chiusa la porta, si credette inafferrabile; spenta la candela, si sentì invisibile. Allora prese possesso di sé; posò i gomiti sul tavolo, appoggiò la testa fra le mani, e cominciò a pensare nelle tenebre.

- A che punto sono? - Sogno forse? - Cosa mi fu detto? E' proprio vero che ho visto Javert e che m'ha parlato in quel modo? - Chi può essere questo Champmathieu? - Dunque mi somiglia? - Possibile?

- Quando penso che ieri ero così tranquillo, così lontano dal sospettare di nulla! - Cosa facevo io dunque ieri a quest'ora? - Che importanza ha questo nuovo incidente? - Come si svolgerà? - Che devo fare?

Ecco in quale tormenta si trovava. Il suo cervello aveva perduto la forza di ritenere le idee, che scorrevano come onde mentre lui si comprimeva la fronte a due mani per arrestarle.

Da quel turbinìo che gli sconvolgeva la volontà e la ragione, e da cui si sforzava di cavar fuori un'evidenza e una decisione, veniva fuori soltanto l'angoscia.

La testa gli bruciava. Andò alla finestra e la spalancò. In cielo non brillava una stella. Tornò a sedersi vicino al tavolo.

Così passò la prima ora.

Tuttavia, a poco a poco, vaghi lineamenti cominciarono a disegnarsi e a fissarsi nella sua meditazione; poté intravedere con la precisione della realtà, non l'insieme della situazione, ma alcuni particolari.

Riconobbe anzitutto che, per quanto la situazione fosse difficile e straordinaria, egli ne era assoluto padrone.

Ma il suo stupore divenne più grande.

Prescindendo dallo scopo severo e religioso che si proponevano le sue azioni, tutto ciò che aveva fatto fino a quel giorno era stato soltanto un buco scavato per seppellirvi il suo nome. Ciò che aveva soprattutto temuto nelle ore di meditazione, durante le notti insonni, era stato l'udir sempre pronunciare quel nome.

Soleva ripetere a se stesso che quella sarebbe stata la fine di tutto; che il giorno in cui quel nome riapparisse, sarebbe svanita intorno a lui la sua nuova esistenza, e forse anche, chi sa?

dentro di lui, la sua anima nuova. Rabbrividiva al solo pensiero che fosse possibile. Certo, se in uno di quegli istanti una voce gli avesse detto che un giorno quel nome suonerebbe all'orecchio, che quel nome odioso, Giovanni Valjean, uscirebbe improvvisamente dalle tenebre per drizzarglisi davanti, che quella luce formidabile, fatta per dissipare il mistero nel quale s'era ravvolto, brillerebbe inaspettatamente sul suo capo; e che quel nome non lo minaccerebbe, che quella luce produrrebbe un'oscurità più fitta, che quel velo squarciato accrescerebbe il mistero, che quel terremoto consoliderebbe il suo edificio, che quel prodigioso incidente avrebbe resa la sua esistenza più chiara e più impenetrabile, e che messo a confronto col fantasma di Giovanni Valjean, il buono e degno borghese signor Madeleine ne uscirebbe più onorato, più tranquillo e più rispettato che mai, - se una voce gli avesse detto tutto questo, egli certamente avrebbe scrollato la testa e ritenuto insensate quelle parole. Ebbene!

tutto ciò era già accaduto; quello strano ammucchiarsi di cose impossibili era un fatto, e Dio aveva permesso che quelle stolte supposizioni diventassero una realtà!

I suoi pensieri cominciavano a rischiararsi. Conosceva sempre meglio la sua posizione.

Gli pareva di svegliarsi da non so quale sonno e di trovarsi a scivolare su un pendio, in mezzo alle tenebre, ritto, preso dai brividi, tentando invano di indietreggiare, sull'orlo estremo d'un precipizio. E vedeva distintamente nelle tenebre un ignoto, uno straniero, che il destino scambiava per lui e spingeva in sua vece nella voragine, la quale, per rinchiudersi aveva bisogno di una preda: o lui o l'altro.

Bastava lasciar fare.

La luce divenne completa, e allora confessò a se stesso: - Nella galera il suo posto era vuoto, e, checché egli facesse, lo aspettava sempre; che il furto perpetrato a danno di Gervasino ce lo riconduceva; che quel posto vuoto lo avrebbe aspettato e attratto fino a che non l'avesse occupato; e che ciò era inevitabile e fatale. - E poi disse: - In quel momento, aveva un supplente; che la sventura era capitata a un certo Champmathieu; e che quanto a lui, presente ormai in prigione nella persona di Champmathieu, presente nella società sotto il nome di Madeleine, non aveva più nulla da temere, purché non impedisse agli uomini di sigillare sul capo di Champmathieu la pietra dell'infamia, la quale, come quella del sepolcro, una volta caduta, non si rialza più.

Tutto questo era così violento e così strano, che d'un tratto avvenne in lui quella specie di turbamento indescrivibile che nessuno prova più di due o tre volte nella vita, una specie di convulsione della coscienza, che rimuove tutto quanto di dubbioso c'è nel cuore, e che è un'amalgama d'ironia, di gioia e di disperazione, e che potrebbe chiamarsi uno scoppio di riso interiore.

Riaccese la candela.

- Ebbene! - disse fra sé. - Di che ho paura? Perché me ne sto qui a pensare? Eccomi salvo! Tutto è finito. Avevo soltanto una porta socchiusa, attraverso la quale il mio passato poteva irrompere nella mia vita; ed ecco che questa porta viene murata, per sempre!

Quel Javert che da tanto tempo m'inquieta; quel formidabile istinto che pareva m'avesse indovinato, e che perdio! m'aveva indovinato davvero, e mi seguiva dappertutto; quell'orribile cane da caccia sempre in agguato contro di me, eccolo sviato, occupato altrove, assolutamente fuori pista! Ora che ha tra le mani il suo Giovanni Valjean è soddisfatto, mi lascerà tranquillo, e fors'anche vorrà andarsene di qua. E tutto questo è avvenuto senza di me, senza che io abbia mosso un dito! Ma dunque! dov'è la sventura in tutto ciò? Perbacco! se qualcuno mi vedesse, crederebbe che mi sia accaduta una catastrofe! Alla fin fine se capita una disgrazia a qualcuno, non è colpa mia! E' stata la Provvidenza a fare tutto; a quanto pare, vuole così. Ho il diritto di scomporre ciò che essa prepara? Che cosa pretendo adesso? Di che m'immischio? E' cosa che non mi riguarda. Come! non sono contento! Ma di che cosa ho bisogno, dunque? La meta a cui aspiro da tanti anni, il sogno delle mie notti, lo scopo delle mie preghiere, la sicurezza, finalmente ce l'ho! Dio lo vuole; e io non posso andare contro la volontà divina. E perché Dio lo vuole?

Perché possa continuare quello che ho cominciato, perché faccia il bene, perché riesca un giorno un grande e incoraggiante esempio, perché si possa dire che finalmente fu concessa un po' di gioia alla pena che subii e alla virtù a cui sono ritornato. Davvero non comprendo perché poc'anzi non abbia osato entrare da quel bravo parroco, a narrargli ogni cosa come a un confessore e a chiedergli consigli. Evidentemente egli pure mi avrebbe parlato così. Dunque è deciso; lasciamo che le cose seguano il loro corso, lasciamo fare al buon Dio.

Parlava così a se stesso, nel fondo della sua coscienza, chino su quello che potrebbe chiamarsi il proprio abisso. Si alzò e si mise a passeggiare per la camera. - Coraggio! - disse - non pensiamoci più. La risoluzione è presa!

Ma non provò nessuna gioia: anzi!

Non si può impedire a un'idea di ritornare alla mente, come non si può impedire al mare di riavvicinarsi alla riva: per il marinaio questo ritorno si chiama marea; per il colpevole, rimorso. Dio muove l'anima come l'oceano.

Pochi momenti dopo, per quanto facesse, dovette riprendere quel tetro dialogo, nel quale lui solo parlava e ascoltava, dicendo ciò che avrebbe voluto tacere, ascoltando ciò che avrebbe voluto udire, cedendo a quella potenza misteriosa che gli diceva: Pensa!- come due mila anni or sono diceva a un altro condannato: Cammina!

Prima di proseguire, e per essere pienamente compresi, insistiamo su un osservazione necessaria.

E' certo che ciascuno di noi parla con se stesso, e non c'è essere pensante che non l'abbia constatato. Si può anzi dire che la parola non è mai un mistero così meraviglioso come quando va, nell'interno dell'uomo, dal pensiero alla coscienza, e torna dalla coscienza al pensiero. E' in questo senso soltanto che vanno intese le parole "disse", "esclamò", adoperate di frequente in questo capitolo. Si dice, si parla, si esclama fra se stessi, senza che il silenzio esterno venga interrotto. C'è un gran tumulto: tutto parla in noi, fuorché la bocca. Le realtà dell'anima sono pur sempre realtà, benché non siano visibili né palpabili.

Egli si chiese dunque a che punto era. S'interrogò su quella "soluzione adottata". Confessò a se stesso che tutto quello che poco prima aveva edificato nella sua mente era mostruoso, e che "lasciar che le cose seguissero il loro corso, lasciar fare al buon Dio", era né più né meno che una cosa orribile. Lasciare che si compisse quell'errore del destino e degli uomini, non impedirlo, approvarlo col silenzio, non far nulla, equivaleva a far tutto! Era l'ultima degradazione dell'indegnità ipocrita! era un delitto basso, vile, abietto, schifoso!

Per la prima volta dopo otto anni, lo sventurato sentiva l'amaro sapore d'un pensiero cattivo e d'una cattiva azione.

E lo sputò con disgusto.

Continuò a interrogarsi. Si chiese severamente cosa avesse inteso dire con le parole: "La mia meta è raggiunta". Dichiarò a se stesso che la sua vita aveva infatti una meta: ma quale?

Nascondere il proprio nome? ingannare la polizia? Ma per così poco aveva fatto quanto aveva fatto? Non aveva altra meta? la grande, la vera? Salvare non la sua persona, ma l'anima sua, ridiventare onesto e buono, essere un giusto? Non era questa la principale, l'unica meta, ciò che aveva sempre voluto, ciò che il Vescovo gli aveva ordinato? Chiudere la porta al suo passato? Ma egli non la chiudeva, gran Dio! la riapriva, commettendo un'azione infame!

Ridiventava un ladro, e il più odioso dei ladri! Rubava a un altro la sua esistenza, la vita, la pace, il suo posto al sole!

Diventava un assassino! uccideva, uccideva moralmente un infelice!

gli infliggeva quell'orribile morte, quella morte a cielo aperto che si chiama la prigione! Denunciarsi, invece, salvare quell'uomo colpito da un tale funesto errore, riprendere il proprio nome, ridiventare per dovere il galeotto Giovanni Valjean: ecco come poteva compiere la sua risurrezione e chiudere per sempre l'inferno da cui usciva. Cadervi in apparenza: ecco il modo d'uscirne in realtà! Questo doveva fare; se no, non aveva fatto nulla! tutta la sua vita era inutile, tutta la sua penitenza perduta. e non gli rimaneva che esclamare: A che è servito?

Sentiva che il Vescovo era là, che il Vescovo era più che mai presente, perché morto, e lo guardava fisso; sentiva che d'ora in poi il sindaco Madeleine, con tutte le sue virtù, gli sarebbe abominevole, e che invece il galeotto Valjean ai suoi occhi sarebbe ammirabile e puro; sentiva che gli uomini vedevano di lui la maschera, ma il Vescovo scorgeva il volto; gli uomini vedevano la vita, il Vescovo la coscienza. Bisognava dunque andare ad Arras, liberare il supposto Valjean e denunciare quello vero!

Ahimè! era il più grave sacrificio, la più dolorosa vittoria, l'ultimo vallo da superare; ma bisognava farlo. Doloroso destino!

Non sarebbe diventato santo agli occhi di Dio, se non fosse diventato infame agli occhi degli uomini.

- Ebbene - disse - prendiamo questa risoluzione! Facciamo il nostro dovere e salviamo quell'uomo!

E senza avvedersene, pronunciò queste parole ad alta voce.

Prese i suoi libri, li verificò e li mise in ordine. Gettò nel fuoco un fascio di cambiali di piccoli commercianti in difficoltà.

Scrisse una lettera, che suggellò, e sulla cui busta qualcuno, che si fosse trovato nella camera in quel momento, avrebbe potuto leggere: "Al signor Laffitte banchiere, via d'Artois, Parigi".

Tolse da un armadio un portafoglio contenente alcuni biglietti di banca e il passaporto di cui si era servito in quello stesso anno per partecipare alle elezioni. Chi l'avesse veduto compiere questi diversi atti ai quali era unita una meditazione così grave, non avrebbe certamente supposto quello che avveniva in lui. Solo, di tanto in tanto, le labbra si muovevano; in qualche altro momento, rialzava la testa e fissava lo sguardo su un punto qualsiasi della parete, quasi ci fosse qualcosa che volesse decifrare o interrogare.

Terminata la lettera a Laffitte, se la mise in tasca assieme al portafoglio, e riprese a camminare.

La sua meditazione non aveva deviato: continuava a vedere chiaramente il suo dovere scritto a lettere luminose, che gli fiammeggiavano davanti agli occhi e si spostavano insieme al suo sguardo: - "Va! dì il tuo nome! denunciati!".

Vedeva pure, come se gli fossero dinanzi nude e con forme sensibili, le sue idee che sino allora erano state la duplice regola della sua vita; nascondere il suo nome e santificare l'anima sua. Per la prima volta gli apparivano assai distinte, e vedeva la differenza che le separava. Riconosceva che una di quelle idee era necessariamente buona, mentre l'altra poteva diventar cattiva; che quella era l'abnegazione, questa la personalità; che l'una diceva il prossimo, l'altra diceva io; che la prima veniva dalla luce, la seconda dalle tenebre.

Queste idee si combattevano, ed egli le vedeva combattere. A mano mano, erano ingrandite dinanzi all'occhio della sua mente, e avevano ora dimensioni colossali. Gli pareva di veder lottare dentro di lui, in quell'infinito di cui parlavamo poco fa, fra tenebre e lampi, una dea e una gigantessa.

Ne era spaventato; ma gli sembrava che l'idea buona prevalesse.

Sentiva d'essere giunto all'altro momento decisivo della sua coscienza e del suo destino; che il Vescovo aveva segnato la prima fase della sua vita nuova, e che Champmathieu ne segnava la seconda. Dopo la grande crisi, la grande prova.

Frattanto la febbre, un momento calmata, gli tornava a poco a poco. Mille pensieri gli attraversavano la mente, ma continuavano a rafforzarlo nella sua decisione.

Per un momento aveva pensato: -Forse s'era troppo accalorato; Champmathieu non era poi interessante e alla fin fine aveva rubato.

Rispose: - Se quell'uomo ha realmente rubato alcune mele, è questione d'un mese di prigione. Ma tra questa e la galera c'è una distanza enorme. E poi chi sa? ha veramente rubato? è provato il furto? Il nome di Valjean l'opprime, e sembra escludere il bisogno delle prove. Non è forse così che agiscono abitualmente i procuratori del re? Lo credono ladro, perché sanno che è un galeotto.

Un altro momento, gli venne l'idea che, dopo essersi denunciato, forse lo avrebbero graziato, in considerazione dell'eroismo della sua azione, della sua vita onorata di sette anni, e di quanto aveva fatto per il paese.

Ma tale supposizione svanì subito; sorrise amaramente, riflettendo che il furto dei quaranta soldi a Gervasino lo rendeva un recidivo, che quel fatto sarebbe tornato certamente a galla, e che, a termine di legge, lo avrebbe reso passibile dei lavori forzati a vita.

Si distolse da ogni illusione, si staccò sempre più dalla terra, e cercò altrove conforto e forza. Disse che doveva compiere il suo dovere, che forse sarebbe più infelice eludendo anziché compiendo il proprio dovere; che se "lasciava fare", se restava a Montreuil- sur-mer, la sua considerazione, la sua buona reputazione, le buone azioni, la deferenza, la venerazione, la carità, la ricchezza, la popolarità, la virtù resterebbero ombrate da un delitto. Quale sapore avrebbero allora tutte quelle sante cose, unite a questa cosa schifosa? Invece, se compiva il sacrificio, al bagno, al palo, alla gogna, al berretto verde, al lavoro senza riposo, alla vergogna senza pietà, andrebbe unita un'idea celestiale!

Infine si persuase che ciò era necessario, che il suo destino era così fatto, che non era in suo potere scomporre i piani composti lassù, che in ogni caso bisognava scegliere: o la virtù di fuori e l'abominio di dentro, o la santità di dentro e l'infamia di fuori.

Nell'agitare tanti lugubri pensieri il coraggio non gli veniva meno, però il cervello si stancava. Suo malgrado, cominciava a pensare ad altro, a cose indifferenti.

Le tempie gli battevano violentemente. Andava su e giù, sempre.

Suonò la mezzanotte, prima alla parrocchia, poi al palazzo municipale. Contò i dodici colpi dei due orologi, paragonò il suono delle due campane; e, per analogia, si ricordò di aver visto, pochi giorni prima, in vendita presso un ferravecchio una campana usata, sulla quale era scritto questo nome: "Antonio Albin di Romainville".

Sentiva freddo: accese un po' di fuoco, ma senza ricordarsi di chiudere la finestra.

Frattanto era ricaduto nel suo stupore. Aveva bisogno di uno sforzo abbastanza grande per ricordare a che cosa pensava prima che battesse mezzanotte. Finalmente ci riuscì.

- Ah sì - disse - avevo deciso di denunciarmi.

E poi, d'un tratto, il pensiero corse a Fantina.

- Appunto! - disse. - E quella povera donna?

E qui scoppiò una nuova crisi.

Fantina, comparsa d'improvviso nella sua meditazione, fu come un raggio di luce inaspettata. Gli parve che ogni cosa intorno mutasse aspetto, ed esclamò:

- Oh! Ma io finora ho considerato soltanto me stesso, ho avuto riguardo soltanto alla mia convenienza! Se mi convenga tacere o denunciarmi, nascondere la persona o salvare l'anima, essere un magistrato spregevole e rispettato oppure un galeotto infame e venerando: io, sempre io, nient'altro che io! Ma, mio Dio, tutto questo è egoismo! Sotto forme diverse, ma pur sempre egoismo! E se pensassi un po' anche agli altri? La prima santità consiste nel pensare agli altri. Vediamo un po', esaminiamo. Prescindendo dalla mia persona, cancellandola, dimenticandola, che ne sarà di tutte queste cose? - Se mi denuncio, mi arrestano, lasciano in libertà Champmathieu, mi rimettono in galera. Va bene; e poi? cosa succede qui? Qui c'è un paese, una città, ci sono delle fabbriche, una industria, degli operai, uomini, donne, vecchi, bambini, tanta povera gente! Tutto questo, l'ho creato io, lo faccio vivere io.

Dovunque c'è un camino che fuma, sono stato io a mettere il tizzone nel fuoco e la carne nella pentola; io ho prodotto l'agiatezza, la circolazione del denaro, il credito; prima della mia venuta, qui non c'era nulla; io ho rimesso su, vivificato, animato, fecondato, stimolato, arricchito tutto il paese. Mancando io, viene a mancare l'anima: se mi allontano, tutto muore. - E quella povera donna che ha sofferto tanto, che ha tanti meriti nella sua caduta, e per la quale, senza volerlo, fui causa di sventura! E quella bambina, che ho promesso a sua madre e che volevo andare a prendere! Non devo forse anche qualcosa a quella donna, in riparazione del male che le ho fatto? Se sparisco, che avviene? La madre muore, e la figlia diventa quel che può. Ecco cosa accadrà, se mi denuncio. Vediamo; e se non mi denunciassi?

Dopo essersi fatta questa domanda, si fermò: ebbe come un momento di esitazione e di turbamento; ma per poco, e rispose con calma:

- Ebbene, quell'uomo va in galera, è vero; ma, diamine! ha rubato!

Io ho un bel ripetermi di no; ha rubato! Io rimango qui e continuo. Fra dieci anni, avrò guadagnato dieci milioni, che spargerò nel paese; non terrò nulla per me; ma che importa? Quello che faccio, non lo faccio per me. La prosperità di tutti continua a crescere, le industrie si riprendono e prosperano, le manifatture e le officine si moltiplicano, le famiglie, cento, mille famiglie, vivono contente; il paese si popola; dove non c'erano che fattorie sorgono villaggi, e sorgono fattorie dove non c'era nulla; la miseria scompare, e con essa la dissolutezza, la prostituzione, il furto, l'omicidio, insomma tutti i vizi e tutti i delitti! E quella povera madre può allevare la sua figliola!

Ecco un intero paese divenuto ricco e onesto!

Eh via! Ero pazzo, ero insensato! come mai potevo pensare a denunciarmi? Bisogna procedere attentamente e non affrettare nulla. Come! solo perché mi piacerebbe fare il grande, il generoso, - melodramma e nulla più! - perché avrei pensato soltanto a me, a me solo, per salvare da una punizione forse un po' esagerata, ma pur sempre giusta, un tale che non so chi sia, evidentemente un ladro, un briccone, dovrei lasciar perire un intero paese, lasciar crepare come cani una povera donna all'ospedale e una povera bimba sul lastrico? Ma questo è un abominio! Senza neppure che la madre abbia potuto rivedere la sua piccina! senza che la bimba abbia conosciuto sua madre! E tutto ciò per quel vecchio briccone d'un ladro di mele, che certo ha meritato la galera per qualche altra cosa, se non per questa!

Begli scrupoli, che salvano un colpevole sacrificando gli innocenti; che salvano un vecchio vagabondo, che alla fine ha pochi anni di vita e che certo non si troverà peggio in prigione che nella sua stamberga, sacrificando un'intera popolazione, donne, madri, fanciulli! E quella povera piccina, quella Cosetta, che ha solo me al mondo, e che certo in questo momento è livida di freddo nel tugurio dei Thénardier! Canaglie anche loro! E io mancherei al mio dovere verso queste povere creature! Andrei a denunciarmi! Commetterei questa sciocchezza inutile. Poniamo il caso al peggio. Supponiamo che in tutto ciò ci sia una cattiva azione da parte mia, e che la coscienza me la rimproveri un giorno; ebbene, se per il vantaggio di tutti mi sobbarco a questi rimorsi che danneggiano me solo, se mi rendo responsabile d'un'azione malvagia che compromette soltanto l'anima mia, questa è vera abnegazione, questa è virtù.

Si alzò, e riprese a camminare, parendogli questa volta di essere contento!

I diamanti si trovano solo nelle viscere della terra, e la verità solo negli abissi del pensiero. Gli sembrò d'essere disceso in questi abissi, e, dopo un lungo tastare nel più fitto delle tenebre, d'aver ritrovato uno di quei diamanti, una di quelle verità, e di tenerla in pugno. A guardarla sentiva gli occhi abbagliati.

- Sì - pensò - è così! Ora sono nel vero: ho la soluzione. Devo pur decidermi a qualche cosa; e ormai la determinazione è definitiva! Lasciamo fare! Ora non devo più vacillare, né retrocedere. E' per l'interesse di tutti, non per il mio. Sono Madeleine e rimango tale. Guai a colui che è Giovanni Valjean! Non sono più io. Io non conosco quell'uomo, non so più chi sia; se c'è qualcuno oggi che si chiama Giovanni Valjean, si arrangi! Non mi riguarda. E' un nome fatale che galleggia nelle tenebre; se si ferma e si abbatte su una testa, peggio per lei!

Si guardò nel piccolo specchio sul camino, e disse:

- Toh! come mi ha sollevato il decidermi! Ora sembro un altro.

Mosse ancora alcuni passi, poi si fermò di scatto:

- Coraggio - disse; - non bisogna più esitare dinanzi a nessuna conseguenza della decisione presa. Ci sono ancora dei fili che mi legano a quel Giovanni Valjean: bisogna spezzarli! In questa stessa camera ci sono degli oggetti che m'accuserebbero, delle cose mute che diventerebbero altrettanti testimoni: devono senz'altro sparire.

Si frugò in tasca, cavò la borsa, l'aprì e ne trasse una piccola chiave.

L'introdusse in una serratura di cui si distingueva appena il buco, nascosto com'era fra le tinte più cupe della carta del parato. Apparve un nascondiglio, una specie d'armadio praticato fra l'angolo della parete e la cappa del camino. In quel nascondiglio c'erano alcuni stracci, un camiciotto di tela turchina, un vecchio paio di pantaloni, un vecchio zaino, e un grosso bastone, ferrato alle due estremità. Chi aveva visto Valjean nell'ottobre 1815 mentre attraversava Digne, avrebbe facilmente riconosciuto tutti i capi di quel miserabile vestiario.

Li aveva conservati, come aveva conservato i candelieri d'argento, per ricordare sempre il suo punto di partenza. Però nascondeva gli oggetti provenienti dalla galera e lasciava vedere i candelieri provenienti dal Vescovo.

Volse uno sguardo furtivo verso la porta, quasi temendo che si aprisse malgrado il catenaccio che la chiudeva; poi con un movimento brusco e con una sola bracciata, senza dare neppure un'occhiata a quelle cose che aveva così religiosamente e con tanto pericolo serbato per tanti anni, afferrò ogni cosa, cenci, sacco, bastone, e buttò tutto nel fuoco.

Rinchiuse l'armadio, e, raddoppiando le precauzioni, ormai inutili dal momento che era vuoto, ne nascose la porta con un grosso mobile che vi spinse dinanzi.

Un momento dopo, la camera e la parete dirimpetto furono illuminate da un grande riflesso rosso e oscillante. Tutto bruciava: il bastone di spino scoppiettava e mandava faville fino in mezzo alla camera.

Il sacco consumandosi insieme agli orribili cenci che conteneva, aveva lasciato sfuggire qualche cosa che brillava nella cenere.

Chi si fosse chinato, avrebbe facilmente riconosciuto una moneta d'argento: il pezzo da due franchi rubato al piccolo savoiardo.

Egli non badava al fuoco, ma camminava avanti e indietro sempre con lo stesso passo.

A un tratto, il suo sguardo cadde sui candelieri d'argento, che il riflesso faceva luccicare vagamente sul camino.

- Guarda - pensò. - Tutto Valjean è ancora là dentro: bisogna distruggere anche questi.

Il fuoco era abbastanza forte per poterli deformare prontamente e farne una specie di verghe irriconoscibili.

Si chinò sul focolare e ci si scaldò un momento, provando un vero benessere. - Che buon calore! - disse.

Rimosse le braci con uno dei candelieri.

Un minuto ancora, e sarebbero finiti nel fuoco, In quell'istante gli parve sentir gridare una voce nel suo interno:

- Giovanni Valjean! Giovanni Valjean!

Gli si rizzarono i capelli e assunse l'aspetto di chi ode una cosa terribile:

- Sì, bene, continua! - diceva la voce. - Porta a termine l'opera tua! fa sparire quei candelieri, distruggi quel ricordo, dimentica il Vescovo, dimentica tutto! rovina Champmathieu, fa pure, benissimo! applaudisci a te stesso! Dunque, è fatto, è deciso, è detto: ecco un uomo, ecco un vecchio che non sa cosa pretendono da lui, che forse non ha fatto nulla, un innocente, la cui sventura sta tutta nel tuo nome, su cui il tuo nome pesa come un delitto, che sarà scambiato per te, sarà condannato, finirà i suoi giorni nell'abiezione e nell'orrore! Bene! E sii invece l'uomo onesto, tu! Resta il signor sindaco, resta onorevole e onorato, arricchisci la città, dà il pane agli indigenti, alleva gli orfani, vivi felice, virtuoso, ammirato; e mentre tu sarai qui nella gioia e nella luce, ci sarà un altro che vestirà la tua casacca rossa, che porterà il tuo nome nell'ignominia, che trascinerà la tua catena in galera! Sì, le cose stanno bene così!

Ah, miserabile!

Il sudore gli scorreva dalla fronte, mentre fissava i candelieri con uno sguardo selvaggio. Ma quello che parlava in lui non aveva finito; e la voce continuò:

- Giovanni Valjean! ci saranno intorno a te molte voci che faranno un grande strepito, che parleranno ad alta voce e che ti benediranno; e ce ne sarà una sola che nessuno potrà udire, ma che ti maledirà nelle tenebre. Ebbene, sappilo, infame! tutte quelle benedizioni ripiomberanno a terra prima di toccare il cielo, e solo la maledizione giungerà fino a Dio!

Quella voce, debolissima da prima, levatasi dal più profondo della sua coscienza, s'era fatta gradatamente rumorosa e formidabile, e ora egli la sentiva all'orecchio. Gli pareva che fosse uscita da lui stesso e che parlasse ora fuori di lui.

Credette di sentire le ultime parole così distintamente, che guardò in giro nella camera con una specie di terrore.

- C'è qualcuno qui? - chiese ad alta voce, tutto sconvolto.

Poi riprese con un riso simile al riso d'un idiota:

- Che imbecille! Non può esserci nessuno.

Qualcuno c'era; ma questo qualcuno non è di quelli che l'occhio umano può vedere.

Posò i candelieri sul camino. E riprese quell'andirivieni monotono e lugubre, che turbava i sogni dell'uomo e lo svegliava di soprassalto.

Quel moto lo sollevava e lo stordiva nello stesso tempo. Nelle gravi occasioni sembra talvolta che ci muoviamo per chiedere consiglio a tutto quello che si può incontrare mutando posto.

Pochi momenti dopo, non sapeva più dove si trovava.

Arretrava ora, con egual terrore, di fronte alle due risoluzioni che, a volta a volta aveva preso. Le due idee che lo consigliavano gli parevano egualmente funeste. - Che fatalità! che caso quel Champmathieu scambiato per lui! Vedersi scagliato nel precipizio proprio da quel mezzo che a prima vista sembrava adoperato dalla Provvidenza per rassicurarlo!

Ci fu un momento in cui si mise a considerare l'avvenire! Gran Dio! denunciarsi, consegnarsi! Vide con un'immensa disperazione tutto ciò che avrebbe dovuto abbandonare, tutto ciò che avrebbe dovuto riprendere. Avrebbe dunque dovuto dare addio a quell'esistenza così buona, così pura, così radiosa, a quel rispetto di tutti, all'onore, alla libertà! Non sarebbe andato più a passeggio per campi, non avrebbe udito più nel mese di maggio il canto degli uccelletti, non avrebbe fatto più l'elemosina ai bimbi! Non avrebbe gustato più la dolcezza degli sguardi di riconoscenza e d'amore fissi su lui! Avrebbe dovuto abbandonare quella casa che aveva fatto edificare, quella camera, quella sua cameretta! In quell'istante, tutto gli pareva incantevole. Non avrebbe letto più i suoi libri, non avrebbe scritto più su quel tavolino di legno bianco! La sua vecchia portinaia, la sua sola fantesca, non gli avrebbe portato più il caffè ogni mattina! E invece di tutto ciò, gran Dio! la ciurma, la gogna, la veste rossa, la catena al piede, la fatica, la cella, un'asse per letto, tutti gli orrori già conosciuti! Alla sua età, dopo essere stato quello che era! Pazienza, se fosse ancora giovane! Ma vecchio, sentirsi dar del tu da chiunque, essere perquisito dal guardaciurrna, ricevere la bastonata dall'aguzzino, tenere i piedi nudi nelle scarpe ferrate! Porgere mattina e sera la gamba al martello del guardiano di ronda che controlla gli anelli! Subire la curiosità degli stranieri, a cui direbbero: "Quello lì, è il famoso Giovanni Valjean che fu sindaco a Montreuil-sur-mer!". La sera, grondante di sudore, oppresso dalla stanchezza, col berretto verde sugli occhi, sotto la sferza del guardiano, risalire a due a due la scala malsicura della prigione galleggiante! Che miseria!

Può dunque il destino divenire malvagio come una persona intelligente, e mostruoso come il cuore umano?

Checché facesse, ricadeva sempre in questo orribile dilemma, che stava in fondo alla sua meditazione: - Restare nel paradiso diventando un demonio! ritornare nell'inferno diventando un angelo!

Che fare, gran Dio, che fare?

La bufera da cui era uscito con tanta fatica, si scatenò di nuovo; le sue idee tornarono a offuscarsi e assunsero quel non so che di attonito e di macchinale che è proprio della disperazione. Quel nome di Romainville gli si presentava di continuo alla mente, insieme a due versi d'una canzone che una volta aveva sentito.

Pensava che Romainville è un piccolo bosco vicino a Parigi, dove gli innamorati vanno a cogliere i lillà nel mese d'aprile.

Barcollava di fuori come di dentro; camminava come un bimbo che fa da solo i primi passi.

Di tanto in tanto, lottando contro la spossatezza, faceva uno sforzo per riprendere la sua intelligenza, e cercava di proporsi un'ultima volta e definitivamente il problema, sul quale era, per così dire, caduto sfinito. - Devo denunciarmi? devo tacere? Ma non riusciva a veder nulla distintamente. Gli aspetti confusi di tutti i ragionamenti abbozzati nella meditazione vacillavano e si sfumavano l'uno dopo l'altro. Sentiva soltanto che a qualunque partito s'appigliava, necessariamente e senza che si potesse sfuggire, qualche cosa sarebbe morto di lui; che tanto a destra come a sinistra, entrava in un sepolcro; subiva un'agonia, l'agonia della sua felicità o l'agonia della sua virtù.

Ahimè! tutte le sue incertezze l'avevano ripreso e non era andato più in là di dove si trovava al principio.

Così quell'anima sventurata si dibatteva nell'angoscia. Mille e ottocento anni prima di questo infelice, l'essere misterioso in cui si riassumono tutte le santità e tutti i dolori dell'umanità aveva egli pure per lungo tempo, mentre gli ulivi fremevano al vento selvaggio dell'infinito, allontanato lo spaventoso calice che gli appariva zeppo d'ombre e traboccante di tenebre, negli abissi pieni di stelle.




4. FORME CHE ASSUME LA SOFFERENZA DURANTE IL SONNO


Erano da poco suonate le tre del mattino, e da cinque ore egli camminava in quel modo quasi senza interruzione, quando si abbandonò sopra una sedia.

Vi si addormentò e fece un sogno.

Come la maggior parte dei sogni, il suo aveva relazione con la situazione solo per un non so che di funesto e di straziante; ma gli fece impressione. Quell'incubo lo colpì tanto che più tardi lo scrisse, e si trova fra le carte che lasciò. Crediamo di dover trascrivere qui letteralmente la sua narrazione.

Comunque si giudichi questo sogno, se l'omettessimo, la storia di quella notte rimarrebbe incompleta: è la tetra avventura d'un'anima ammalata.

Eccolo. Sulla busta si legge questa riga: "Il sogno che feci quella notte".

"Mi trovavo im una campagna. Una vasta landa malinconica, dove non c'era erba. Mi pareva non fosse né giorno né notte.

Passeggiavo con mio fratello, il fratello dei miei anni d'infanzia, quel fratello al quale, devo confessarlo, non penso mai e di cui non mi ricordo quasi più.

Parlavamo insieme e incontravamo dei passanti; parlavamo d'una nostra vicina di una volta, la quale da quando era venuta ad abitare nella nostra strada, lavorava sempre con la finestra aperta; e mentre noi parlavamo, sentivamo freddo a causa di quella finestra aperta.

Nella campagna non c'erano alberi.

Vedemmo un uomo passarci vicino: era nudo, color cenere, e montava un cavallo color terra. L'uomo non aveva capelli: si vedeva il suo cranio, e sul cranio gli si distinguevano le vene: aveva in mano una bacchetta flessibile come un sarmento e pesante come il ferro.

Quel cavaliere passò senza dirci nulla.

Mio fratello mi disse: Prendiamo il sentiero incassato.

C'era un viottolo incassato in cui non si vedeva né sterpaglia né un filo di musco: tutto era color terra, finanche il cielo. Dopo pochi passi, non udii più risposta alle mie parole: e mi accorsi che mio fratello non era più con me.

Entrai in un villaggio che vidi. Pensai che doveva essere Romainville (perché Romainville?)

La prima via nella quale entrai era deserta: entrai in una seconda. Dietro l'angolo delle due vie stava un uomo ritto contro al muro. Gli chiesi: - Che paese è questo? dove sono? L'uomo non rispose. Vidi aperta la porta d'una casa ed entrai.

La prima camera era vuota: entrai in una seconda. Dietro l'uscio di questa seconda camera c'era un uomo ritto contro il muro. Gli chiesi: - Di chi è questa casa? dove sono? - L'uomo non rispose.

La casa aveva un giardino.

Uscii dalla casa ed entrai nel giardino; era deserto. Dietro il primo albero trovai un uomo ritto in piedi e gli chiesi: - Che giardino è questo? dove sono? - L'uomo non rispose.

Vagai nel villaggio e mi accorsi che era una città. Tutte le vie erano deserte, tutte le porte erano aperte. Nessun essere vivente passava per le vie, si muoveva nelle camere o passeggiava nei giardini; ma dietro ogni angolo di muro, dietro ogni porta, dietro ogni albero c'era un uomo ritto in piedi, silenzioso. Non ne vidi mai più d'uno alla volta. Quegli uomini mi guardavano passare.

Uscii dalla città, e incominciai a camminare nei campi.

Dopo qualche tempo mi voltai indietro, e vidi una gran folla che mi seguiva. Riconobbi tutti gli uomini che avevo visto nella città; avevano delle teste strane; pareva che non s'affrettassero, eppure camminavano più rapidamente di me. I loro passi non facevano rumore. In un momento quella folla mi raggiunse e mi circondò. Avevano tutti il volto color terra.

Allora il primo che avevo visto e interrogato, entrando nella città, mi disse: - Dove andate? non sapete che siete morto da tempo?

Aprii la bocca per rispondere, e mi accorsi che non c'era nessuno intorno a me".

Si risvegliò intirizzito. Un vento gelido, com'è sempre il vento della mattina, faceva girare sui cardini i battenti della finestra lasciata aperta; il fuoco era spento; la candela quasi consumata.

Era ancora notte profonda.

S'alzò e s'avvicinò alla finestra. Non c'erano stelle in cielo.

Dalla sua finestra si vedeva il cortile di casa e la strada. Un rumore secco e duro, che risuonò improvviso sul selciato, gli fece abbassare gli occhi.

Vide sotto di sé due stelle rosse, i cui raggi si allungavano, si accorciavano bizzarramente nell'ombra.

E siccome la sua mente era ancora offuscata dalla nebbia dei sogni: - Guarda! - pensò - non ce n'è più in cielo ma sulla terra, ora.

Frattanto lo sbalordimento si dissipava, e un secondo rumore simile al primo lo risvegliò del tutto; guardò e si accorse che le due stelle erano i fanali d'una vettura. Alla luce che proiettavano poté distinguere la forma del veicolo; era un "tilburì" attaccato a un cavallino bianco. E il rumore che aveva sentito era quello degli zoccoli sul selciato.

- Cos'è questa vettura? - disse tra sé. - E chi viene così di buon mattino?

In quel momento bussarono leggermente alla porta della sua camera.

Rabbrividì da capo a piedi, e gridò con voce terribile:

-Chi è?

Udì rispondere:

- Io, signor sindaco.

E riconobbe la voce della vecchia portinaia.

- Ebbene - riprese - cosa volete?

- Signor sindaco, a momenti sono le cinque.

- Che m'importa?

- Ma, signor sindaco, è la vettura.

- Che vettura?

- Il "tilburì".

- Che "tilburì"?

- Ma il signor sindaco non ha dato ordine di mandargli un "tilburì"?

- Io no - rispose.

- Il cocchiere dice che viene per il signor sindaco.

- Che cocchiere?

- Quello di mastro Scaufflaire.

- Scaufflaire!

Questo nome lo fece trasalire, come se gli fosse passato un lampo davanti agli occhi.

- Ah sì - riprese. - Mastro Scaufflaire!

Se la vecchia in quel momento l'avesse potuto vedere, ne sarebbe rimasta spaventata. Seguì un silenzio abbastanza lungo. Egli fissava sbalordito la fiamma della candela e prendeva attorno al moccolo della cera ardente, che appallottolava fra le dita. Dopo aver aspettato un po', la vecchia si azzardò a parlare di nuovo:

- Signor sindaco, cosa devo rispondere?

Dite che va bene; ora scendo.




5. BASTONI TRA LE RUOTE.


A quell'epoca il servizio postale fra Arras e Montreuil-sur-mer si faceva ancora per mezzo di piccole vetture del tempo dell'impero.

Erano calessi a due ruote, imbottiti di cuoio fulvo, sospesi su balestre a pompa, e che avevano soltanto due posti, uno per il corriere postale, l'altro per il viaggiatore. Le ruote erano armate di quei lunghi mozzi offensivi, che tengono lontani gli altri legni, come se ne vedono ancora sulle strade della Germania.

La cassa della corrispondenza, grande e oblunga, era posta di dietro, faceva corpo con la vettura, ed era dipinta di nero, mentre il davanti era giallo.

Questi veicoli, che non somigliano a nessuno di quelli moderni, avevano un non so che di deforme e di gobbo, e quando si vedevano passar lontano e rotolare su qualche strada all'orizzonte, somigliavano a quegli insetti chiamati, credo, termiti, che hanno piccola la parte anteriore del corpo e grossa la posteriore. Del resto, andavano molto veloci. La corriera partiva da Arras ogni notte all'una, dopo il passaggio della diligenza di Parigi, e arrivava a Montreuil-sur-mer poco prima delle cinque.

Quella notte, la corriera scendeva a Montreuil-sur-mer per la strada di Hesdin; a una svolta, mentre entrava in città, urtò un piccolo "tilburì" tirato da un cavallo bianco, che camminava nella direzione opposta, e nel quale c'era una sola persona, un uomo avvolto nel mantello. La ruota del "tilburì" subì un urto abbastanza forte, e il corriere gridò al viaggiatore di fermare; ma questi non ci badò e proseguì la strada a gran trotto.

- Ecco un uomo che ha una fretta del diavolo! - disse il corriere.

L'uomo che si affrettava in tal modo era quello stesso che abbiamo visto dibattersi fra convulsioni degne di pietà.

Dove andava? Non avrebbe potuto dirlo. Perché si affrettava? Non lo sapeva. Andava avanti a caso. Dove? Senza dubbio ad Arras; ma fors'anche altrove. Questa idea gli si affacciava più volte alla mente, e ne trasaliva.

S'immergeva in quelle tenebre come in un gorgo. Qualche cosa lo spingeva, qualche cosa lo attirava. Che cosa accadesse in lui nessuno potrebbe dirlo, ma tutti lo comprenderanno. Chi non è penetrato almeno una volta in vita sua nella tenebrosa caverna dell'ignoto?

Del resto, non aveva stabilito ancora niente, niente deciso, niente fissato, né fatto nulla; nessuno degli atti della sua coscienza era stato definitivo; egli era più che mai come nel primo momento.

Perché andava ad Arras?

Ripeteva a se stesso quello che già s'era detto, quando aveva noleggiato la vettura di Scaufflaire: - che qualunque dovesse essere il risultato, non c'era nessun inconveniente a veder le cose con i propri occhi e giudicarle da sé; - che anzi era prudente, conveniva essere al corrente di quanto sarebbe accaduto; - che non poteva risolvere nulla senza aver osservato e scrutato; - che da lontano tutto sembra una montagna; - che in fin dei conti quando avesse visto quel Champmathieu, un miserabile senza dubbio, probabilmente la coscienza non gli rimorderebbe di lasciarlo andare in galera in sua vece; - che veramente troverebbe là Javert, e i galeotti Brevet, Chenildieu e Cochepaille, che lo avevano conosciuto, ma che ora nessuno di loro lo avrebbe più riconosciuto; - via! che idea! Javert era lontano le mille miglia dal pensarci; - che tutte le supposizioni e tutte le congetture riguardavano quel Champmathieu, e non c'è nulla di più ostinato delle supposizioni e delle congetture; - che non c'era dunque nessun pericolo; che senza dubbio era un brutto momento, ma che ne sarebbe uscito; che tutto considerato, egli aveva in mano il suo destino, per quanto cattivo volesse essere; e lo dominava. E s'aggrappava a questa idea.

In fondo, per dire la verità, avrebbe preferito non andare ad Arras.

Eppure ci andava.

E mentre pensava, sferzava il cavallo, che procedeva con quel buon trotto regolare e sicuro percorrendo due leghe e mezzo all'ora.

A mano a mano che il veicolo avanzava, egli sentiva in sé qualcosa che gli veniva meno.

Allo spuntar del giorno era in aperta campagna, e già abbastanza lontano da Montreuil-sur-mer. Guardò l'orizzonte che s'imbiancava; guardò, senza vederle, tutte le fredde immagini di un'alba invernale che gli passavano davanti agli occhi. Il mattino ha i suoi fantasmi come la sera. Egli non li vedeva ma a sua insaputa e per una specie di compenetrazione quasi fisica, quelle nere sagome d'alberi e di colline aggiungevano un non so che di tetro e di sinistro allo stato violento dell'anima sua.

Ogni qual volta passava davanti a una di quelle case isolate, che costeggiano talvolta le strade maestre, diceva tra sé: Eppure là dentro ci sono delle persone che dormono!

Il trotto del cavallo, i sonagli della bardatura e le ruote producevano insieme un rumore dolce e monotono, che diletta quando siamo allegri, e riesce lugubre quando siamo tristi.

Era giorno chiaro quando giunse a Hesdin. Si fermò davanti a una locanda per lasciar riposare il cavallo e fargli dare la biada.

Il cavallo, come aveva detto Scaufflaire, apparteneva a quella piccola razza dei dintorni di Boulogne, che ha troppa testa, troppa pancia e scarsa incollatura, ma che ha il petto ampio, la groppa larga, le gambe secche e sottili e il piede sicuro; razza brutta, ma robusta e sana. L'eccellente bestia aveva fatto cinque leghe in due ore, e non aveva una goccia di sudore sulla groppa.

Il viaggiatore non era nemmeno disceso dal "tilburì". Lo stalliere che portava la biada si chinò a esaminare la ruota di sinistra.

- Dovete andare lontano così? - chiese costui.

Ed egli, sempre immerso nei suoi pensieri, rispose:

- Perché?

- Venite da lontano? - riprese lo stalliere.

- Da cinque leghe.

- Ah!

- Perché dite: Ah?

Lo stalliere si chinò di nuovo, tacque un momento con l'occhio fisso sulla ruota, quindi si rialzò:

- Perché qui c'è una ruota che se ha fatto cinque leghe, non farà più certamente un quarto di lega ancora.

Egli saltò giù dal "tilburì".

- Cosa dite, amico?

- Dico che è un miracolo se avete fatto cinque leghe senza rotolare voi e il cavallo in qualche fosso lungo la strada.

Osservate.

Infatti la ruota era gravemente danneggiata. L'urto della corriera postale aveva spezzato due raggi, e il mozzo era così guasto che l'incastro non teneva più.

- Amico - disse allo stalliere - c'è un carradore da queste parti?

- Certamente, signore.

- Fatemi il favore d'andarlo a chiamare.

- E' qui a due passi. Eh! mastro Bourgaillard!

Mastro Bourgaillard, il carradore, stava sulla soglia della porta.

Andò a esaminare la ruota e fece la smorfia d'un chirurgo che esamini la frattura d'una gamba.

- Potete aggiustare subito questa ruota?

- Sì, signore.

- Quando potrò partire?

- Domani.

- Domani?

- C'è una buona giornata di lavoro. Forse il signore ha fretta?

- Sì, moltissima. Ho bisogno di partire fra un'ora, al più tardi.

- Impossibile, signore.

- Pagherò quanto volete.

- Impossibile.

- Ebbene, fra due ore.

- Per oggi è impossibile. Bisogna rifare due raggi e un mozzo. Il signore non potrà partire prima di domani.

- L'affare per cui vado non può aspettare fino a domani. Se, invece di accomodare la ruota, la sostituiste con un'altra?

- In che modo?

- Voi siete un carradore?

- Certamente, signore.

- E non avete una ruota da vendermi? Potrei ripartire subito.

- Una ruota di ricambio?

- Sì.

- Non ho una ruota pronta che s'adatti al vostro "tilburì". Due ruote fanno il paio, e non si combinano insieme, così a caso.

- E allora vendetemene un paio.

- Signore, non tutte le ruote vanno bene a tutti i veicoli.

- Provate.

- E' inutile; potrei vendervi soltanto delle ruote da carro. Qui siamo in un piccolo paese.

- Non potreste darmi un biroccio a nolo?

Il carradore, che al primo colpo d'occhio aveva capito che si trattava di un "tilburì" noleggiato, alzò le spalle.

- Già, le trattate bene le vetture che vi danno a nolo! Se anche l'avessi non ve la darei.

- Allora, la vendete?

- Non ne ho.

- Come! nemmeno una carretta? Vedete bene che non sono esigente.

- Noi qui, vedete, siamo in un paesello. Ho là in rimessa, è vero - soggiunse il carraio, - un vecchio calesse che appartiene a un borghese della città, che me l'ha dato in custodia, e se ne serve quasi mai. Ve lo darei a nolo volentieri; cosa mi fa a me?; ma bisognerebbe che il suo padrone non lo vedesse passare; e poi è un veicolo pesante e ci vorrebbero due cavalli.

- Prenderò i cavalli di posta.

- Dove va il signore?

- Ad Arras.

- E il signore vuole arrivare oggi?

- Ma sicuro.

- Prendendo dei cavalli di posta?

- E perché no?

- Per il signore fa lo stesso arrivare alle quattro della notte?

- No, certamente.

- Perché vedete, c'è un'osservazione da fare; prendendo i cavalli di posta... Il signore ha il passaporto?

- Sì.

- Ebbene, se fa uso dei cavalli di posta, il signore non sarà ad Arras prima di domani. Noi siamo su una via secondaria, e i posti di ricambio sono malserviti; i cavalli ora si trovano nei campi.

Comincia la stagione dell'aratura; c'è bisogno di molte bestie da tiro, e si pigliano i cavalli dove si trovano, alla posta come da per tutto. Il signore dovrà aspettare almeno tre o quattro ore a ogni stazione; e poi si va al passo; ci sono molte salite da fare.

- Ebbene, andrò a cavallo; distaccate il biroccio. Mi venderanno almeno una sella qui in paese?

- Senza dubbio; ma il cavallo sopporta la sella?

- E' vero! ora mi ci fate riflettere: non la sopporta.

- Allora...

- Ma troverò in paese un cavallo a nolo?

- Un cavallo per andare ad Arras in una sola tirata?

- Sì.

- Ce ne vorrebbe uno, come se ne trovano in questi paraggi. Prima di tutto bisognerebbe comprarlo, perché qui nessuno vi conosce. Ma non lo trovereste né a vendere né a nolo, né per cinquecento né per mille franchi.

- Come fare?

- Il meglio, per dirvela proprio da galantuomo, è che io vi accomodi la ruota e rimandiate il viaggio a domani.

- Domani sarà troppo tardi.

- Perbacco!

- Non c'è la corriera postale che va ad Arras? Quando passa?

- Questa notte. Le due corriere fanno il servizio di notte, tanto quella che sale, quanto quella che scende.

- Ma diamine! Ci vuole una giornata per accomodare questa ruota?

- E anche una buona giornata!

- E impiegando due operai?

- Impiegandone dieci.

- Se si legassero i raggi con delle funi?

- I raggi sì ma il mozzo no. E poi anche il cerchio è in cattivo stato.

- Non c'è un noleggiatore di vetture in paese?

- No.

- Neppure un altro carradore?

Lo stalliere e il carradore risposero insieme scrollando il capo:

- No.

Egli provò un'immensa gioia.

Era evidente che la Provvidenza s'era messa in mezzo. Era lei che aveva spezzato la ruota del "tilburì" e lo fermava lungo la strada. Non aveva voluto arrendersi a quella specie di prima intimazione; aveva fatto tutti gli sforzi possibili per proseguire il viaggio; aveva esaurito lealmente e scrupolosamente tutti i mezzi; non aveva badato né alla stagione, né alla stanchezza, né alla spesa, e non aveva nulla da rimproverarsi. Se non andava più avanti, non doveva preoccuparsene! Non era colpa sua, non era cosa che riguardasse la sua coscienza, ma solo la Provvidenza.

Respirò. Per la prima volta dopo la visita di Javert, respirò liberamente, a pieni polmoni. Gli parve di sfuggire al pugno di ferro che da venti ore gli opprimeva il cuore.

Gli sembrava che Dio si dichiarasse ora in suo favore.

Disse a se stesso che aveva fatto quanto poteva, e che ormai non gli rimaneva che tornarsene indietro, tranquillamente.

Se la sua conversazione col carradore fosse stata tenuta in una camera d'albergo, non avrebbe avuto testimoni, nessuno l'avrebbe udita, le cose sarebbero rimaste tali e quali, ed è probabile che non avremmo da raccontare nessuno degli avvenimenti che ora verremo esponendo. Ma il dialogo era avvenuto in una strada, e ogni colloquio fatto sulla via produce inevitabilmente un capannello. Ci sono sempre delle persone che non cercano nulla di meglio che fare da spettatori. Mentre egli interrogava il carradore, alcuni passanti s'erano fermati; e un ragazzo a cui nessuno aveva badato, dopo aver prestato orecchio per alcuni minuti, s'era allontanato correndo.

Nel momento in cui il viaggiatore, dopo la deliberazione interiore che abbiamo accennato, si risolveva a tornare indietro, quel ragazzo tornò accompagnato da una vecchia.

- Signore - disse la donna - il mio ragazzo mi dice che desiderate noleggiare un mezzo.

Queste semplici parole, proferite da una vecchia guidata da un fanciullo, gli fecero scorrere il sudore per le reni. Credette di vedere la mano, che l'aveva lasciato, riapparire dietro di lui nell'ombra, pronta a riafferrarlo.

Rispose:

- Sì, buona donna, cerco una vettura a nolo.

E s'affrettò ad aggiungere:

- Ma in paese non se ne trovano.

- Ma no - disse la vecchia.

- Dove dunque? - chiese il carradore.

- Da me.

Egli trasalì. La mano fatale l'aveva ripreso.

Infatti la vecchia teneva sotto una tettoia una specie di carretta fatta di vimini. Il carradore e lo stalliere, desolati di vedersi sfuggire il viaggiatore, intervennero.

- Era un arnese orribile - poggiava direttamente sull'asse - i sedili interni erano sospesi a corregge di cuoio, - ci pioveva dentro, - le ruote erano arrugginite e rose dall'umidità, - non andrebbe più lontano del "tilburì", - una vera carretta! - Il signore faceva male a imbarcarsi lì dentro, - eccetera, eccetera.

Tutto ciò era vero; ma quella cassapanca, quella carretta, quella cosa qualunque aveva due ruote, e poteva andare ad Arras.

Pagò quanto gli chiesero, lasciò il "tilburì" in riparazione presso il carradore per ritrovarlo al ritorno, fece attaccare il cavallo bianco al carrettino, ci salì, e riprese la strada che seguiva dal mattino.

Al momento in cui il veicolo si pose in moto, confessò a se stesso che poco prima aveva provato una certa gioia, pensando che non sarebbe andato dove ora andava. Esaminò quella gioia con una specie di collera, e la trovò assurda. Perché gioire di tornare indietro? Alla fine, faceva quel viaggio liberamente; nessuno ve lo costringeva. Certo non accadrebbe cosa che egli non volesse.

Mentre usciva da Hesdin udì una voce che gli gridava:

- Ferma! ferma! - Fermò con un movimento brusco, nel quale c'era ancora qualcosa di febbrile, di convulso che somigliava alla speranza.

Era il piccolo garzone della vecchia.

- Signore - disse - sono io che vi ho procurato il carrettino.

- Ebbene?

- Non m'avete dato niente.

Egli che dava a tutti e così facilmente, trovò la pretesa esorbitante e quasi odiosa.

- Ah sei tu, mariuolo? - disse. - Ebbene, non avrai niente.

E sferzando il cavallo ripartì a gran trotto.

Aveva perso molto tempo a Hesdin e avrebbe desiderato recuperarlo.

Il cavallino era coraggioso e tirava per due; ma si era nel mese di febbraio, aveva piovuto, e le strade erano cattive. E poi, non si trattava più del "tilburì", ma d'un carrettino duro e molto pesante: e per di più, le salite erano frequenti.

Impiegò quasi quattro ore da Hesdin a Saint-Pol: quattro ore per cinque leghe.

A Saint-Pol si fermò alla prima locanda, fece mettere il cavallo nella stalla, e fedele alla promessa fatta a Scaufflaire, gli si tenne vicino mentre mangiava. Pensava a cose tristi e confuse.

La moglie dell'albergatore entrò nella stalla.

- Il signore non desidera far colazione?

- Toh, è vero - disse - anzi ho buon appetito.

E seguì la donna, che aveva un viso fresco e gioviale.

Questa lo introdusse in una sala terrena, dove c'erano parecchie tavole che avevano per tovaglia una tela cerata.

- Fate presto - riprese - devo ripartire: ho fretta.

Una grossa serva fiamminga gli apparecchiò in fretta una posata.

Guardava quella fantesca con un senso di benessere.

- Ecco cos'avevo! - pensò. - Non avevo fatto colazione.

Lo servirono. Egli afferrò avidamente il pane, e vi dette un morso; poi lo rimise lentamente sulla tavola e non lo toccò più.

Domandò a un carrettiere che mangiava seduto a un'altra tavola:

- Perché qui il pane è così amaro?

Ma il carrettiere era tedesco e non comprese.

Ritornò nella stalla vicino al cavallo.

Un'ora dopo lasciava Saint-Pol, e si dirigeva verso Tinques, che dista solo cinque leghe da Arras.

Cosa fece durante questo tragitto? A che cosa pensò? Come la mattina, guardava passare gli alberi, i tetti di paglia, e il paesaggio, che varia a ogni svolta della strada; è una contemplazione che talvolta basta all'anima e la dispensa quasi dal pensare. Vedere mille cose per la prima e ultima volta: non c'è niente di più malinconico e di più profondo! Il viaggiare è un nascere e un morire ad ogni istante. Forse nella parte più indeterminata della sua mente faceva dei confronti fra quegli orizzonti mutevoli e l'esistenza umana. Tutte le cose della vita sono perpetuamente in fuga davanti a noi. Le ombre e le luci si alternano; a un abbagliamento succede un'eclissi; si guarda, ci si affretta, si stendono le mani per afferrare quello che passa; ogni avvenimento è come una svolta della via; e a un tratto siamo vecchi. Si sente come una scossa, tutto è buio, si discerne una porta tenebrosa, il tetro cavallo della vita che ci trascinava si arresta; e si vede nell'ombra qualcuno, velato e sconosciuto, che lo distacca.

Cadeva il crepuscolo quando i fanciulli che uscivano dalla scuola videro quel viaggiatore entrare in Tinques. Infatti s'era ancora ai giorni corti dell'anno. A Tinques non si fermò. Mentre usciva dal villaggio, uno stradino che inghiaiava la strada, alzò il capo e disse:

- Ecco un cavallo molto stanco.

Infatti la povera bestia andava al passo.

- Andate forse ad Arras? - chiese lo stradino.

- Sì.

- Se andate di questo passo non arriverete presto.

Egli fermò il cavallo e chiese al lavoratore: - Quanto c'è ancora di qui ad Arras?

- Sette buone leghe circa.

- Ma come? La guida postale segna cinque leghe e un quarto.

- Ah! - riprese lo stradino. - Non sapete che la strada è in riparazione? A un quarto d'ora di qui la troverete interrotta e non si può passare.

- Davvero?

- Prenderete a sinistra, per la strada che va a Carency; passerete il fiume, e quando sarete a Camblin, volgerete a destra; è la strada che va da Mont-Saint-Eloy ad Arras.

- Ma si fa notte e potrei smarrirmi.

- Non siete del paese?

- No.

- E per di più sono tutte strade vicinali. Sentite, signore, volete un buon consiglio? Il vostro cavallo è stanco; ritornate a Tinques, c'è una buona locanda. Coricatevi: andrete domani ad Arras.

- Ho bisogno di arrivarci questa sera.

- Questo è diverso. Allora, andate lo stesso alla locanda e prendete un cavallo di rinforzo. Il garzone che accompagnerà il cavallo vi mostrerà la strada.

Seguì il consiglio dello stradino, ritornò, indietro, e mezz'ora dopo ripassava dallo stesso luogo, ma di gran trotto, con un buon cavallo di rinforzo. Uno stalliere, che si attribuiva il titolo di postiglione, stava seduto sulla stanga del carrettino.

Frattanto egli s'accorgeva di aver perduto tempo.

Era proprio notte.

Si cacciarono per vie traverse. La strada divenne spaventosa. Il carrettino balzava da un solco all'altro. Egli disse al postiglione:

- Sempre di trotto e avrai doppia mancia.

In uno scossone si spezzò il bilancino.

- Signore - osservò il postiglione - il bilancino è rotto, e ora non so più come attaccare il mio cavallo. Questa strada è assai cattiva di notte; se tornate a Tinques per dormirci, potremmo trovarci ad Arras domattina per tempo.

Egli rispose: - Hai un pezzo di corda e un coltello?

- Sì, signore.

Tagliò un ramo d'albero e ne formò un bilancino.

Fu un'altra perdita di venti minuti; ma ripartirono di galoppo.

La pianura era tenebrosa. Nebbie basse, brevi e fosche, strisciavano sulle colline e se ne staccavano come se fosse fumo.

Fra le nubi si vedevano dei lucori biancastri. Un gran vento che soffiava dal mare faceva tutt'intorno un rumore come di mobili smossi. Tutto quanto s'intravedeva, aveva aspetti terrificanti.

Quante cose fremono sotto quei vasti respiri della notte!

Il freddo gli entrava nelle ossa; non aveva mangiato dal giorno avanti. Ricordava confusamente dell'altra corsa notturna, otto anni prima, nella gran pianura dei dintorni di Digne; e gli pareva come se fosse stata del giorno prima.

Udendo battere un colpo a un campanile lontano, chiese allo stalliere:

- Che ora è suonata?

- Le sette, signore; saremo ad Arras alle otto: ci restano soltanto tre leghe.

Allora per la prima volta fece questa riflessione (e trovò strano che non gli fosse venuta più presto): - che forse tutta la pena che si dava era inutile; non conosceva neppure l'ora del processo; avrebbe almeno dovuto informarsene; era una stravaganza andare avanti così, senza neppure sapere se servisse a qualche cosa. - Poi abbozzò nella mente alcuni calcoli: ordinariamente le sedute delle corti d'assise cominciavano alle nove del mattino; - quel processo non doveva essere molto lungo;- il furto delle mele sarebbe stata una cosa di poco conto; rimaneva soltanto la questione dell'identità; - quattro o cinque testimoni: poca materia da discorrere per gli avvocati; e al suo arrivo tutto sarebbe già finito!

Il postiglione sferzava i cavalli. Avevano oltrepassato il fiume e lasciato alle spalle Mont-Saint-Eloy.

E la notte si faceva sempre più profonda.




6. SUOR SIMPLICIA ALLA PROVA


In quello stesso momento Fantina era invasa dalla gioia.

Aveva passato una pessima notte: una tosse spaventosa, la febbre raddoppiata: e poi aveva avuto anche dei sogni.

La mattina, alla visita del medico, delirava. Questi si era allarmato e aveva raccomandato di avvertirlo non appena venisse Madeleine.

Tutta la giornata fu triste; parlò poco, e fece delle pieghe al lenzuolo, mormorando sottovoce delle cifre, che forse erano calcoli di distanza. I suoi occhi erano incavati e fissi: parevano quasi spenti, e poi, a tratti, si riaccendevano e brillavano come stelle. Si direbbe che all'avvicinarsi d'una certa ora oscura, la luce del cielo invada gli occhi che sono abbandonati dalla luce della terra.

Ogni volta che suor Simplicia le chiedeva come si sentisse, rispondeva invariabilmente: - Bene. Desidererei vedere il signor Madeleine.

Alcuni mesi prima, quando aveva appena perduto l'ultimo pudore, l'ultima vergogna e l'ultima gioia, Fantina era l'ombra di se stessa, ora ne era lo spettro. Il male fisico aveva completato l'opera del male morale. Quella creatura di soli venticinque anni aveva la fronte rugosa, le guance flosce, il naso affilato, i denti mancanti, il collo spolpato, le clavicole sporgenti, esili le membra, il colorito plumbeo, il colore terreo, e i capelli biondi misti coi grigi. Ahi! come la malattia affretta la vecchiaia!

A mezzogiorno il medico ritornò, prescrisse qualche farmaco, chiese se il signor sindaco fosse venuto nell'infermeria e scrollò la testa.

Madeleine andava di solito a visitare la malata alle tre pomeridiane; ed era esatto, perché anche l'esattezza è una caratteristica della bontà.

Verso le due e mezzo, Fantina cominciò ad agitarsi, e domandò alla monaca più di dieci volte in venti minuti: - Sorella, che ora è?

Suonarono le tre. Al terzo colpo, Fantina si rizzò a sedere, mentre di solito poteva appena muoversi nel letto, e strinse insieme convulsamente le mani scarne e giallognole. La suora l'udì cacciare dal petto uno di quei profondi sospiri, che pare sollevino un peso. Poi Fantina si volse a guardare la porta.

Nessuno entrò; l'uscio non s'aprì.

Restò così un quarto d'ora, con l'occhio fisso all'uscio, immobile e quasi trattenendo il respiro. La suora non osava parlarle.

Suonarono le tre e un quarto alla chiesa vicina, e allora Fantina si abbandonò rovescia sul guanciale.

Non disse nulla, e tornò da capo a far le pieghe col lenzuolo.

Suonò la mezza, poi l'ora, e non venne nessuno. Ogni volta che sentiva suonare l'orologio, Fantina si raddrizzava, volgeva lo sguardo verso l'uscio, e quindi ricadeva sul guanciale.

Si scorgeva chiaramente il suo pensiero, ma essa non proferiva alcun nome, non si lagnava, non accusava. Soltanto tossiva in modo preoccupante. Si sarebbe detto che qualche cosa di fosco calava su di lei. Era livida, aveva le labbra violacee e di tanto in tanto sorrideva.

Suonarono le cinque. Allora la suora l'udì che diceva sommessamente e con dolcezza: - Ma poiché devo andarmene domani, fa male a non venire oggi!

Anche suor Simplicia era sorpresa del ritardo di Madeleine.

Frattanto Fantina guardava la volta della stanza, e pareva voler ricordare qualche cosa. A un tratto si mise a cantare con una voce debole come un soffio.

La monaca stette ad ascoltare. Ecco che cosa cantava Fantina:

"Passeggiando per i sobborghi, - compreremo tante belle cose. I fiordalisi sono azzurri, le rose sono rosee, i fiordalisi sono azzurri e io amo i miei amori.

La Vergine Maria, col suo manto ricamato, m'apparve ieri presso la stufa, e mi disse: - Ecco qui nascosto sotto il mio velo il bimbo che un dì m'hai domandato. - Correte in città comprate la tela, comprate il ditale, comprate il filo.

Passeggiando per i sobborghi, compreremo tante belle cose.

Buona Vergine santa, accanto alla stufa ho messo una culla ricca di trine. Se Dio m'offrisse la più splendida sua stella preferirei sempre il bambino che tu m'hai dato. - Signora, che dobbiamo farne di questa tela? - Fatene un corredo per il mio neonato.

I fiordalisi sono azzurri, la rose sono rosee, i fiordalisi sono azzurri, e io amo i miei amori.

Lavate quella tela. - Dove? - Nel fiume; e, senza sciuparla né macchiarla, fatene una bella vesticciuola col suo giubbettino, che voglio ricamare e coprire di fiori. - Il bimbo non c'è più, signora; che dobbiamo fare? - Fatene un lenzuolo per portarmi a seppellire.

Passeggiando per i sobborghi, compreremo tante belle cose. I fiordalisi sono azzurri, le rose sono rosee; i fiordalisi sono azzurri, e io amo i miei amori".

Era una vecchia canzone da nutrice, con la quale addormentava una volta la sua piccola Cosetta, e che non le era mai tornata alla memoria in cinque anni, dacché non aveva più la sua bambina. La cantava con voce così triste e su un motivo così dolce da muovere al pianto anche una religiosa; e la suora, usa alle cose austere, sentì caderle una lacrima.

L'orologio suonò le sei, ma Fantina non diede segno d'aver udito:

pareva non badasse più a nulla di quanto la circondava.

Suor Simplicia mandò una piccola inserviente dalla portineria della fabbrica, a informarsi se il sindaco era ritornato a casa, e se non contava di salir presto all'infermeria. La ragazza tornò dopo pochi minuti.

Fantina era sempre immobile, e pareva assorta nei propri pensieri.

L'inserviente disse sottovoce a suor Simplicia che il sindaco era partito la mattina stessa, prima delle sei, con quel freddo, in un "tilburì" tirato da un cavallo bianco; era andato solo, senza nemmeno il cocchiere; non si sapeva neppure da che parte si fosse avviato, alcuni dicevano di averlo visto dirigersi verso Arras, mentre altri assicuravano di averlo incontrato sulla via di Parigi: partendo s'era mostrato affabile come sempre, e aveva avvertito la portinaia di non aspettarlo per quella notte.

Mentre le due donne bisbigliavano tra loro con le spalle al letto di Fantina, - la suora interrogava e la servetta faceva delle congetture, - l'ammalata, con la vivacità febbrile di certe malattie organiche, che mescola i movimenti liberi della salute alla spaventosa magrezza della morte, s'era messa ginocchioni sul letto e, con i pugni contratti attaccati alla spalliera e cacciando la testa fuori dalle cortine, ascoltava.

- Voi parlate del signor Madeleine! Perché parlate sottovoce? Cosa fa? Perché non viene?

La sua voce era così aspra e rauca, che le due donne credettero udire una voce d'uomo, e si volsero sbigottite.

- Rispondete dunque! - gridò Fantina.

La servetta balbettò:

- La portinaia m'ha detto che oggi non può venire.

- Figliola mia - disse la suora - state tranquilla, ricoricatevi.

Fantina, senza mutare atteggiamento, riprese con voce alta e con accento imperioso e straziante insieme:

- Non può venire? Perché? Voi sapete perché, ve lo sussurravate tra voi: voglio saperlo.

L'inserviente fu pronta a bisbigliare all'orecchio della religiosa: - Ditele che è occupato nel consiglio municipale.

Suor Simplicia sentì un leggero rossore salirle al volto: la fantesca le suggeriva una menzogna. D'altra parte comprendeva che la verità sarebbe stata per l'ammalata un colpo terribile: cosa grave per lo stato in cui si trovava. Ma quel rossore durò poco; la suora guardò Fantina col suo sguardo calmo e triste, e disse:

- Il signor sindaco è partito.

Fantina si raddrizzò e si sedette sulle calcagna. Una gioia inaudita s'irradiò su quella fisionomia dolorosa.

- Partito! - esclamò. - E' andato a prendere Cosetta!

Poi stese le mani al cielo, e tutto il suo volto divenne ineffabile. Le sue labbra si muovevano; pregava sommessamente.

Terminata la preghiera: - Sorella - disse - torno subito a coricarmi; farò quanto vorrete. Sono stata cattiva poc'anzi, e vi chiedo scusa d'aver parlato così ad alta voce; sta molto male parlare a quel modo, lo so bene, buona suora; ma sentite, sono tanto contenta! Dio è buono, e anche il signor Madeleine è buono; figuratevi che è andato a Montfermeil a prendere la mia Cosetta!

Si ricoricò, aiutò la monaca ad accomodare il guanciale, e baciò una crocetta d'argento, che portava appesa al collo e che le era stata data da suor Simplicia.

- Figliola - disse la suora - adesso procurate di riposare e non parlate più.

Fantina strinse fra le sue mani umidicce la mano della suora, che soffriva a sentirle quel sudore.

- E' partito stamattina per Parigi. Anzi non ha nemmeno bisogno d'andare sin là, perché Montfermeil, venendo da Parigi, rimane un po' sulla sinistra. Vi ricordate ieri quando gli parlavo di Cosetta, come mi rispondeva: "presto, presto"? Vuol farmi una sorpresa, sapete! M'ha fatto firmare una lettera per poterla riprendere ai Thénardier. Non avranno nulla da opporre, vero? e gliela consegneranno ora che sono pagati. L'autorità non permetterebbe che un fanciullo fosse da essi trattenuto quando sono pagati. Suora mia, non mi fate segno che non devo parlare.

Sono tanto, tanto contenta, mi sento benissimo, non ho più nessun male, a momenti vedrò Cosetta: ho anzi molta fame. Sono quasi cinque anni che non la vedo. Non potete immaginare come amo i bambini! E poi, lei sarà tanto graziosa, vedrete! Se sapeste, ha i ditini rosei tanto belli! Adesso avrà delle belle mani; a un anno aveva due manine ridicole, così! - Dev'essere grande, ora: ha sette anni, è una signorina. La chiamo Cosetta, ma il suo nome è Eufrasia. Stamattina guardavo la polvere che c'era là sul camino, e m'è venuta appunto l'idea che avrei visto presto Cosetta. Mio Dio, che peccato stare degli anni senza vedere i propri figli! Si dovrebbe riflettere che la vita non è eterna! Oh, com'è stato buono il signor sindaco ad andare! E' proprio vero che fa molto freddo? Ha preso almeno il mantello? Sarà qui domani, vero? Domani sarà festa per me. Ricordatemi, domattina, buona suora, di mettermi la cuffietta col merletto. Montfermeil è un paese. Ho fatto tutta quella strada a piedi, una volta: e fu lunga per me.

Ma le diligenze vanno così velocemente! Sarà qui domani con Cosetta. Quanto c'è di qui a Montfermeil?

La suora, che non aveva nessuna idea delle distanze, rispose: Oh!

credo anch'io che domani possa essere qui.

- Domani, domani! - esclamò Fantina. - Domani vedrò Cosetta!

Vedete, buona suora del buon Dio, io non sono più malata. Sono pazza di gioia. Se mi dicessero di ballare, ballerei.

Chi l'avesse vista un quarto d'ora prima, non ci avrebbe capito nulla. Adesso lei era rosea, parlava con voce chiara e normale, e tutto il suo volto era un sorriso. Ogni tanto rideva, parlando a se stessa sottovoce. La gioia materna somiglia a quella dei fanciulli.

- Ebbene - riprese la suora - ora che siete contenta, obbeditemi e non parlate più.

Fantina posò il capo sul guanciale e bisbigliò sommesso: - Sì, riposati e sii prudente, perché domani avrai tua figlia. Suor Simplicia ha ragione. Tutti quelli che sono qui hanno ragione.

E poi senza muoversi, senza più volgere il capo, si mise a guardare da per tutto con gli occhi spalancati e con aria giuliva, e non disse più una parola.

La suora richiuse le tendine, sperando che si assopisse.

Fra le sette e le otto venne il medico, il quale non sentendo nessun rumore, credette che la malata dormisse, entrò piano piano e s'avvicinò al letto in punta di piedi. Socchiuse le tendine, e alla luce della lampadina da notte vide i grandi occhi calmi di Fantina che lo guardavano.

Lei disse: - Non la lasceranno dormire in un lettino qui accanto a me?

Il medico suppose che vaneggiasse. Lei continuò: - osservate, c'è tutto lo spazio necessario.

Il medico tirò in disparte suor Simplicia, la quale gli spiegò le cose: che Madeleine s'era allontanato per un giorno o due; che, nel dubbio, non si era creduto di dover disingannare l'ammalata che lo credeva partito per Montfermeil, e che alla fine era possibile che essa avesse indovinato. Il medico approvò.

Quindi si riaccostò al letto di Fantina, la quale riprese:

- Perché, vedete, la mattina quando si risveglierà potrò dare il buon giorno a quella povera gattina, e di notte, io che non dormo, la sentirò dormire. Quel suo piccolo respiro così dolce mi farà bene.

- Datemi la mano - disse il medico.

Essa stese il braccio ed esclamò ridendo:

- Ah, giusto; è vero, voi non sapete che sono guarita. Cosetta arriva domani.

Il medico restò sorpreso. Stava meglio. L'oppressione era minima, il polso aveva ripreso un po' di forza, una specie di vita sopraggiunta a un tratto rianimava quel povero essere sfinito.

- Signor dottore - riprese - vi ha detto la suora che il signor sindaco è andato a prendere la piccola?

Il medico raccomandò il silenzio, e che le si evitasse qualsiasi emozione dolorosa. Prescrisse un infuso di china pura, e un calmante nel caso che nella notte le ritornasse la febbre, e partendo disse alla suora: - Sta meglio, e se il signor sindaco ritornerà domani con la fanciulla, chi sa? Accadono talvolta delle crisi meravigliose, e si sono viste delle grandi gioie arrestare d'improvviso le malattie! So bene che qui si tratta d'un male organico molto avanzato; ma è un gran mistero la vita! Forse la potremmo salvare.




7. IL VIAGGIATORE ARRIVATO PRENDE LE PRECAUZIONI PER RIPARTIRE


Erano circa le otto di sera quando la carretta, che lasciammo lungo la strada, entrò nel portone dell'albergo della Posta di Arras. L'uomo, che abbiamo seguito fino a questo punto, discese, rispose con aria distratta alle premure del personale, rimandò il cavallo di rinforzo, e condusse lui stesso il cavallino bianco alla scuderia; poi spinse la porta d'una sala da biliardo situata a pianterreno, e vi si sedette appoggiando i gomiti sulla tavola.

Aveva impiegato quattordici ore per un viaggio che calcolava di compiere in sei, e si giustificava dicendo che non era colpa sua:

però nel suo intimo non se ne doleva.

Entrò la padrona dell'albergo.

- Il signore dorme qui? desidera cenare?

Egli fece cenno di no.

- Lo stalliere dice che il cavallo del signore è molto stanco.

Allora egli ruppe il silenzio.

- Forse che il cavallo non potrà ripartire domattina?

- Oh, signore! Ha bisogno almeno di due giorni di riposo.

- Non c'è qui la posta dei cavalli?

- Sì, signore.

L'albergatrice lo condusse a quell'ufficio. Egli mostrò il suo passaporto e chiese se era possibile ritornare quella notte stessa a Montreuil-sur-mer con la corriera postale. Il posto vicino al corriere era appunto vuoto; egli lo fissò e pagò.

- Signore - disse l'impiegato - se volete partire, non mancate di trovarvi qui all'una del mattino in punto.

Ciò fatto, uscì dall'albergo e si mise a camminare per la città.

Non conosceva Arras, le vie erano oscure, ed egli camminava a caso; eppure, pareva ostinarsi a non voler chiedere la via ai passanti. Attraversò il fiumicello Crinchon, e si trovò in un dedalo di strette viuzze nelle quali si smarrì. Dopo qualche esitazione, si decise a rivolgersi a un borghese, che passava con una lanterna, non senza essersi prima guardato attorno, quasi temendo che qualcuno udisse la domanda che stava per fare.

- Signore - disse - dov'è per favore il palazzo di giustizia?

- Voi non siete della città, signore? - rispose il cittadino che era abbastanza vecchio. - Ebbene, seguitemi. Vado precisamente dalla parte del palazzo di giustizia, vale a dire verso la prefettura, perché il palazzo di giustizia ora è in riparazione, e i tribunali tengono le udienze nella prefettura.

- E' là - chiese l'altro - che si tengono le sedute?

- Certamente, signore. Vedete, dove ora c'è la prefettura, prima della rivoluzione c'era il vescovado. Monsignor de Conzié, che era vescovo qui nell'82, vi fece fabbricare una gran sala, ed è in questa sala che ora si tengono i dibattiti.

Strada facendo, il cittadino gli disse:

- Se il signore desidera assistere a un processo, è un po' tardi:

ordinariamente le sedute terminano alle sei.

Però, arrivando sulla gran piazza, il cittadino gli mostrò quattro finestroni illuminati sulla facciata d'un vasto edificio oscuro, e disse:

- In verità, signore, siete fortunato, arrivate ancora in tempo.

Vedete quelle quattro finestre? La corte d'assise è là. Ci sono ancora i lumi, dunque l'udienza non è terminata. L'affare sarà andato in lungo, tengono una seduta serale. Si tratta forse di una causa che v'interessa? E' un processo criminale? Siete chiamato come testimone?

Egli rispose:

- Non vengo per nessun processo; ho soltanto bisogno di parlare con un avvocato.

- Allora è un'altra cosa - riprese il cittadino. - Eccovi la porta, signore, dove c'è la sentinella; non vi rimane che salire lo scalone.

Attenendosi a queste indicazioni, pochi minuti dopo si trovò in una sala, dove c'era molta gente; qua e là dei gruppi, nei quali c'erano degli avvocati in toga che chiacchieravano sottovoce.

Ti stringe sempre il cuore vedere all'ingresso delle aule dei tribunali quei crocchi di gente vestita di nero, che bisbiglia sommessamente. E' raro che da tutte quelle parole emergano parole di carità e di commiserazione; quelle che più spesso ne vengono fuori, sono di condanna anticipata. All'osservatore che passa e medita, tutti quei gruppi sembrano tanti foschi alveari, dove delle specie di menti ronzanti costruiscono insieme ogni sorta di tenebrosi edifici.

Quella sala vasta e rischiarata da una sola lampada, era un'antica anticamera del vescovo e serviva come sala dei passi perduti. Una porta a due battenti, in quel momento chiusa la separava dal gran salone ove risiedeva la corte d'assise.

L'oscurità era tale, che egli non temette di rivolgersi al primo avvocato in cui s'imbatté.

- A che punto siamo, signore?

- E' finito - disse l'avvocato.

- Finito!

Ripeté la parola con tale accento, che l'avvocato si volse:

Scusate, signore, siete forse un parente?

- No, non conosco nessuno qui. E c'è stata condanna?

- Sicuro. Non era possibile fare diversamente.

- Ai lavori forzati?...

- A vita.

Egli riprese con voce tanto debole che si sentiva appena:

- Dunque l'identità è stata constatata?

- Che identità rispose l'avvocato. Non c'era nessuna identità da constatare. Il processo era semplice. Quella donna aveva ucciso il proprio figlio, l'infanticidio era provato, la giuria non ha ammesso la premeditazione, ed è stata condannata a vita.

- Dunque si trattava d'una donna? - disse.

- Ma certamente, la giovane Limosin. Di che intendete parlare dunque?

- Di nulla. Ma se è finito, perché mai la sala è ancora illuminata?

- E' per l'altro processo, cominciato circa due ore fa.

- Che processo?

- Oh! anche questo è chiaro. E' una specie di mendicante, un recidivo, un galeotto che ha rubato. Non ricordo più il suo nome; ma è uno che ha una vera faccia da brigante; solo per quella faccia, lo manderei in galera.

- Signore - chiese - ci sarebbe modo d'entrare nella sala?

- Non credo veramente: c'è troppa folla. Però l'udienza è sospesa, molta gente è uscita, e alla ripresa, potrete tentare.

- Da che parte si entra?

- Da quella grande porta là.

L'avvocato lo lasciò. In pochi istanti egli aveva subito, quasi contemporanee, quasi confuse insieme, tutte le emozioni possibili.

Le parole di quell'indifferente gli avevano, volta a volta, trafitto il cuore come spilli gelidi e come lame di fuoco. Quando vide che nulla era finito, respirò; ma non avrebbe potuto dire se quello che provava fosse piacere o dolore.

S'avvicinò a parecchi gruppi e ascoltò quello che dicevano.

Siccome il ruolo della sessione era molto carico, il presidente aveva stabilito per quel giorno due processi brevi e semplici.

Avevano cominciato con l'infanticida; e ora si trattava del forzato, del recidivo. Quell'uomo aveva rubato delle mele, ma il furto non pareva abbastanza provato; era provato invece che era già stato in galera a Tolone; e perciò la cosa prendeva per lui una cattiva piega. Del resto l'interrogatorio dell'imputato e le deposizioni dei testimoni erano terminati; ma rimanevano l'arringa dell'avvocato e la requisitoria del pubblico ministero, per cui la seduta non poteva finire prima di mezzanotte. Era probabile che quell'uomo sarebbe stato condannato; l'avvocato generale era molto bravo - e non mollava i suoi accusati; - era un giovane di spirito che faceva dei versi.

Un usciere stava ritto vicino alla porta che metteva nella sala delle udienze. Chiese all'usciere:

- Signore, si riaprirà presto la porta?

- Non si riapre - disse l'usciere.

- Come! Non devono aprirla quando si riprende l'udienza? Non è forse sospesa?

- La seduta è stata ripresa - rispose l'usciere - ma la porta non si riapre.

- Perché?

- Perché la sala è piena.

- Come! non c'è più posto?

- Nemmeno uno. La porta è chiusa e nessuno può entrare.

Dopo un momento di silenzio, l'usciere soggiunse:

- Ci sono ancora due o tre posti dietro il signor presidente, ma egli vi ammette soltanto i pubblici funzionari.

Ciò detto, l'usciere gli volse le spalle.

Si ritirò a capo chino, attraversò l'anticamera e scese lentamente la scala, quasi esitando a ogni gradino. Probabilmente teneva consiglio con se stesso. Non era ancora terminata la lotta violenta impegnata in lui dal giorno prima, e a ogni istante si trovava di fronte a qualche nuova peripezia. Sul pianerottolo, s'appoggiò con le spalle alla rampa e incrociò le braccia. Poi con un moto repentino si sbottonò l'abito, trasse il portafoglio, ne cavò una matita, lacerò un foglio, e alla luce del fanale, vi scrisse sopra queste parole: "Madeleine, sindaco di Montreuil-sur- mer"; quindi risalì a gran passi la scala, si fece largo tra la folla, andò diritto verso l'usciere e gli rimise il pezzo di carta, dicendogli con tono autorevole: - Portate questo al signor presidente.

L'usciere prese la carta, diede un'occhiata e obbedì.




8. ENTRATA DI FAVORE


Senza saperlo, il sindaco di Montreuil-sur-mer era in certo modo celebre. Da sette anni la fama della sua virtù s'era diffusa nel basso Boulonnais, aveva finito col varcare i confini di quel paesetto e spargersi nei due o tre dipartimenti limitrofi. Oltre al considerevole vantaggio che aveva procurato al capoluogo col ravvivarvi l'industria delle conterie nere, non c'era comune, fra i centoquarantuno che componevano il circondario di Montreuil-sur- mer, che non gli dovesse qualche beneficio. Anzi, quando se n'era presentata l'occasione, aveva saputo aiutare e far prosperare le industrie degli altri circondari: così aveva aiutato col credito e col denaro la fabbrica di merletti a Boulogne, il filatoio meccanico a Frevent, e la teleria idraulica a Bourbes-sur-Canche.

Il nome di Madeleine era pronunciato ovunque con venerazione, e Arras e Douai invidiavano il sindaco al fortunato paesetto di Montreuil-sur-mer.

Il consigliere della corte reale di Douai che presiedeva in quella sessione le assise di Arras, conosceva, come tutti, quel nome così generalmente e profondamente venerato. Quando l'usciere, aprendo discretamente la porta di comunicazione tra la camera del consiglio e la sala delle sedute, si chinò dietro la poltrona del presidente e gli consegnò il pezzo di carta su cui erano scritte le parole che sappiamo, aggiungendo: "Questo signore desidera assistere all'udienza"; il presidente fece un vivo gesto di deferenza, scrisse poche parole a pié del foglio e lo restituì all'usciere, dicendo: - Fate entrare.

Lo sventurato di cui raccontiamo la storia, era rimasto vicino alla porta della sala allo stesso posto e nello stesso atteggiamento in cui l'usciere l'aveva lasciato. In mezzo ai suoi pensieri udì qualcuno che gli diceva: - Signore, volete farmi l'onore di seguirmi? - Era quello stesso usciere che un momento prima gli aveva voltato le spalle, e che ora lo salutava fino a terra. Nello stesso tempo gli rimise la carta. Egli la spiegò, e, trovandosi per caso vicino alla lampada, poté leggere:

"Il presidente della corte d'assise presenta i suoi omaggi al signor Madeleine".

Stropicciò la carta tra le mani, come se quelle poche parole avessero per lui un sapore strano e amaro.

Seguì l'usciere.

Pochi momenti dopo si trovava solo in una specie di salottino rivestito di legno, quasi severo, illuminato da due candele poste sopra una tavola coperta di un tappeto verde. Gli risuonavano ancora all'orecchio le ultime parole dell'usciere che lo aveva lasciato: - Eccovi, signore, nella camera di consiglio; girando la maniglia d'ottone di quella porta, vi troverete nella sala d'udienza dietro la poltrona del signor presidente.

Queste parole si confondevano nella sua mente con un vago ricordo di corridoi stretti e di scale buie per cui era passato.

L'usciere l'aveva lasciato solo. Vedeva che era giunto il momento supremo, e perciò si sforzava di raccogliere le proprie idee, senza riuscirvi. I fili del pensiero si spezzano nel cervello proprio quando si avrebbe più bisogno di rannodarli alle strazianti realtà della vita. Si trovava precisamente nel luogo dove i giudici deliberano e condannano. Guardava con stupida tranquillità quella stanza tranquilla e formidabile dove tante esistenze erano state spezzate, dove fra poco doveva echeggiare il suo nome, e che il suo destino attraversava in quel momento.

Guardava le pareti e poi se stesso; e si stupiva di trovarsi in quella stanza.

Non aveva mangiato da più di ventiquattro ore, e aveva le membra rotte dagli scossoni della carretta; ma non se ne accorgeva; gli pareva di non sentire più nulla.

Si avvicinò a una cornice nera appesa al muro, nella quale si conservava sotto il vetro una vecchia lettera autografa di Gian Nicola Pache, sindaco di Parigi e ministro, che portava, certamente per errore, la data del 9 giugno anno secondo, nella quale lettera Pache comunicava al municipio la nota dei ministri e dei deputati considerati in arresto in casa loro. Se qualcuno avesse potuto vederlo e osservarlo in quel momento, avrebbe supposto che quella lettera gli sembrava molto curiosa, poiché non ne distaccava gli occhi, leggendola due o tre volte. Ma la leggeva senza badarci e senza accorgersene: pensava a Fantina e a Cosetta.

Sempre immerso nei suoi pensieri, si volse, e il suo sguardo cadde sulla maniglia d'ottone della porta che lo separava dall'aula delle assise. Aveva quasi dimenticato quella porta; il suo occhio, calmo dapprima, vi si fermò, si fissò su quella maniglia d'ottone; poi divenne immobile e stravolto, poi a poco a poco si riempì di terrore. Gocce di sudore gli uscivano di tra i capelli e gli scorrevano sulle tempie.

A un certo punto, con un misto d'autorità e di ribellione, fece quel gesto indescrivibile che vuol dire e che esprime così bene:

Perbacco! e chi mi obbliga? Poi si voltò con impeto; si vide davanti alla porta per cui era entrato; vi andò, riaprì e uscì.

Non era più in quella stanza; era fuori in un corridoio, un corridoio lungo, stretto, interrotto da gradini e da porticine, che formavano tante specie di angoli, ed era rischiarato qua e là da certe lampade, che somigliavano a lumicini per malati; e finalmente il corridoio per il quale era venuto. Respirò e tese l'orecchio; non udì alcun rumore né avanti né dietro; e si mise a fuggire come se lo inseguissero.

Quand'ebbe svoltato parecchie volte in quel corridoio, si pose nuovamente a origliare. C'era sempre intorno lo stesso silenzio e la stessa oscurità. Era ansante e barcollava; si appoggiò al muro; ma la pietra era fredda, e il sudore sulla sua fronte era diaccio; si raddrizzò rabbrividendo.

Allora, là, solo, in piedi fra quelle tenebre, tremante di freddo e forse d'altro, si mise a riflettere.

Aveva meditato tutta la notte, aveva meditato tutto il giorno; non sentiva altro che una voce la quale gli ripeteva dentro: ahimè.

Trascorse così un quarto d'ora. Alla fine chinò la testa, sospirò angosciosamente, lasciò cadere giù le braccia e tornò indietro.

Camminava lentamente e come accasciato; pareva come se qualcuno l'avesse raggiunto nella sua fuga e lo costringesse a retrocedere.

Rientrò nella sala del consiglio, e la prima cosa che vide fu la maniglia dell'uscio; quella maniglia, rotonda e di ottone lucente risplendeva ai suoi occhi come una spaventosa stella.

La guardava come una pecora guarderebbe l'occhio di una tigre.

I suoi occhi non se ne potevano staccare.

Ogni tanto faceva un passo che lo avvicinava alla porta.

Se avesse prestato attenzione, avrebbe udito, come una specie di mormorio confuso, il rumore della sala vicina; ma non ascoltava e non sentiva nulla. D'improvviso e senza sapere come, si trovò presso l'uscio; con un moto convulso afferrò la maniglia e la porta si aprì.

Era nella sala d'udienza.




9. IL LUOGO DOVE SI VANNO FORMANDO DELLE CONVINZIONI.


Fece un passo, chiuse meccanicamente l'uscio, e rimase in piedi, esaminando quello che vedeva.

Era una sala abbastanza vasta, appena illuminata, talora rumoreggiante talora silenziosa, dove, in mezzo alla folla, tutto il meccanismo d'un processo criminale si svolgeva con una gravità lugubre e meschina.

A un'estremità della sala, dove lui si trovava, dei giudici dall'aria distratta e dalle toghe sciupate si rodevano le unghie o chiudevano gli occhi; all'altra estremità una moltitudine cenciosa, degli avvocati in pose svariatissime, dei soldati dal viso onesto e rigido; le pareti tutte macchiate, il soffitto sudicio; tavole coperte di tappeti verdi ingialliti dal tempo; porte annerite dal contatto delle mani; appese ai chiodi infitti nella parete, dei lumi da caffè mandavano più fumo che luce; sui tavoli, delle candele su candelieri d'ottone; oscurità, sudiciume, tristezza: eppure quel complesso dava una sensazione austera e augusta, perché vi si sentiva quella gran cosa umana che si chiama legge, e quella gran cosa divina che si chiama giustizia.

Nessuno in quella folla s'accorse di lui. Tutti gli sguardi convergevano verso un solo punto: un banco di legno addossato a una porticina nella parete a sinistra del presidente. Su quel banco, rischiarato da parecchie candele, stava un uomo fra due gendarmi.

Quell'uomo era l'accusato.

Egli non lo cercò; lo vide; i suoi occhi corsero là spontanei, come se già avessero saputo dov'era quel viso.

Credette di vedere se stesso, invecchiato, non propriamente uguale nel volto ma in tutto simile nell'atteggiamento e nell'aspetto, con quei capelli ritti, quella pupilla selvaggia e inquieta, quel camiciotto, così com'era lui il giorno che entrò a Digne pieno di odio, nascondendo nell'anima quello schifoso tesoro di pensieri orribili che aveva impiegato diciannove anni a raccogliere sul suolo della prigione.

Pensò rabbrividendo: - Mio Dio! ridiventerò dunque così?

Quell'uomo dimostrava sessant'anni almeno, e aveva un non so che di rude, di stupido e di spaurito.

Al rumore della porta, si erano fatti da parte per fargli posto, il presidente aveva voltato la testa e, comprendendo che il nuovo arrivato doveva essere il sindaco di Montreuil-sur-mer, lo aveva salutato. L'avvocato generale, che aveva visto Madeleine a Montreuil-sur-mer, dove si era recato più di una volta per ragioni d'ufficio, lo riconobbe e lo salutò anche lui. Ma se ne avvide appena; era in preda a una specie di allucinazione; guardava.

Dei giudici, un cancelliere, dei gendarmi, una moltitudine di teste crudelmente curiose, tutto questo egli lo aveva già visto un'altra volta, ventisette anni prima. Rivedeva quelle cose funeste; erano là, s'agitavano, esistevano; non era più uno sforzo della memoria, un miraggio del pensiero; erano veri gendarmi, veri giudici e una vera moltitudine d'uomini in carne e ossa. Era finita per lui; vedeva riapparire e rivivere attorno a lui tutto quanto la realtà ha di formidabile, gli aspetti mostruosi del suo passato.

Tutto gli stava spalancato davanti.

Ne ebbe terrore, chiuse gli occhi e gridò dal più profondo dell'anima: - Mai!

Per un gioco tragico del destino, che gli sconvolgeva tutte le idee e lo rendeva quasi folle, l'uomo che stava là era un altro se stesso! Quell'uomo, che si stava giudicando, era chiamato da tutti Giovanni Valjean.

Aveva sotto gli occhi una specie di rappresentazione del momento più orribile della sua vita, recitata dal suo spettro.

C'era tutto: lo stesso apparato, la stessa ora notturna, e quasi gli stessi volti dei giudici, delle guardie e degli spettatori.

Unica differenza: al disopra della testa del presidente c'era un crocifisso che non si vedeva nei tribunali all'epoca della sua condanna. Quando lo avevano giudicato, Dio era assente.

Accortosi di aver dietro una sedia, vi si lasciò cadere, atterrito dall'idea che lo potessero scorgere. Appena seduto, profittò di una pila di cartelle che stava sul banco dei giudici, per nascondere il proprio volto a tutta la sala. Così poteva vedere senza essere veduto. A poco a poco si rimise, riacquistò pienamente il senso della realtà, e raggiunse quello stato di calma che permette di ascoltare.

Tra i giurati c'era Bamatabois.

Cercò Javert ma non lo vide, perché il banco dei testimoni gli era nascosto dal tavolo dei cancellieri; e poi, l'abbiamo detto, la sala era appena illuminata.

Nel momento che era entrato, l'avvocato difensore terminava la sua arringa. Il dibattito durava da tre ore, e l'attenzione di tutti era eccitata al più alto grado. Da tre ore, la folla guardava curvarsi a poco a poco, sotto il peso di una terribile verosimiglianza, un uomo, uno sconosciuto, un miserabile qualunque, enormemente stupido o enormemente astuto.

Quell'individuo, come già sappiamo, era un vagabondo colto in un campo mentre portava via un ramo carico di mele mature, in un orto detto "l'orto Pierron". Ora chi era quell'uomo? Si era fatta un'inchiesta; erano stati assunti dei testimoni che avevano deposto concordemente; e dal dibattito era emersa la luce.

L'accusa diceva: - Non abbiamo dinanzi un ladro campestre; abbiamo tra le mani un bandito, un recidivo, un antico galeotto, uno scellerato dei più pericolosi, un malfattore chiamato Giovanni Valjean, che la giustizia ricerca da lungo tempo, e che otto anni or sono, appena uscito dal bagno di Tolone, commise un atto di brigantaggio a mano armata ai danni di un piccolo savoiardo chiamato Gervasino; crimine preveduto dall'articolo 383 del codice penale, per il quale ci riserviamo di procedere ulteriormente, quando la sua identità sarà giudiziariamente acquisita. Ora ha commesso un nuovo furto. E' un caso di recidiva. Condannatelo per il delitto nuovo; più tardi sarà processato per l'antico. Di fronte a questa accusa, di fronte alla unanimità delle testimonianze, l'imputato pareva più che altro stupito. Faceva dei moti e dei gesti che significavano dei no, oppure guardava il soffitto; parlava a fatica, rispondeva impacciato, ma dalla testa ai piedi, tutta la sua persona negava. Pareva un idiota di fronte a tutte quelle intelligenze schierate in battaglia contro di lui, e un estraneo in mezzo a quella società che lo ghermiva. Eppure si trattava per lui dell'avvenire più minaccioso; la verosimiglianza cresceva a ogni minuto, e tutta quella folla già guardava con più ansietà di lui stesso la sentenza piena di calamità che gli pendeva sempre più sul capo. S'intravedeva, oltre il bagno, anche l'eventualità della pena di morte, se l'identità veniva riconosciuta, o se la faccenda Gervasino finiva più tardi con una condanna. Chi era quell'uomo? Donde proveniva la sua apatia? Era imbecillità o astuzia? Comprendeva troppo o non comprendeva nulla?

Questi interrogativi dividevano le opinioni della folla, e forse anche quelle della giuria. In questo processo c'era ciò che spaventa e ciò che imbarazza; il dramma non era soltanto triste, ma anche tenebroso.

Il difensore aveva perorato abbastanza bene, con quel linguaggio di provincia che costituì per lungo tempo l'eloquenza forense usata una volta da tutti gli avvocati, tanto a Parigi che a Romorantin e a Montbrison, ma che oggi, essendo diventata classica, non è più adoperata se non dagli oratori ufficiali del foro, ai quali piace per la sua sonorità grave e la sua andatura maestosa; lingua nella quale un marito si chiama "sposo", una moglie "consorte", Parigi "il centro delle arti e della civiltà", il re "il monarca", il vescovo "un santo pontefice", l'avvocato generale "l'eloquente interprete della pubblica vendetta", l'arringa "gli accenti che udimmo testé", il secolo di Luigi Quattordicesimo "il gran secolo", un teatro "il tempio di Melpomene", la famiglia regnante "l'augusto sangue dei nostri re", un concerto "una solennità musicale", il generale comandante il dipartimento "l'illustre guerriero che eccetera", gli alunni del seminario "questi teneri leviti", gli errori attribuiti ai giornali "l'impostura che distilla il suo veleno nelle colonne di quegli organi", eccetera. L'avvocato dunque aveva cominciato dalle spiegazioni del furto delle mele, - cosa ardua a trattarsi in bello stile; - ma lo stesso Benigno Bossuet, in un'orazione funebre, si trovò nella necessità di far allusione a una gallina, e se la cavò pomposamente. L'avvocato aveva stabilito che il furto delle mele non era materialmente provato; il suo cliente, che nella sua qualità di difensore egli persisteva a chiamare Champmathieu, non era stato visto da nessuno a scalare il muro o spezzare il ramo. Quando l'avevano arrestato era bensì in possesso di quel ramo, ma egli asseriva di averlo trovato per terra e di averlo raccolto. Orbene, dove era la prova del contrario? - Senza dubbio quel ramo era stato spezzato e rubato in seguito a scalata, e poi era stato gettato via dal ladro. - Ma quale circostanza provava che quel ladro era Champmathieu? Una sola, la sua qualità di antico galeotto. L'avvocato non negava che questa qualità disgraziatamente sembrasse ben constatata: l'imputato aveva abitato a Faverolles, vi aveva fatto il potatore; il nome di Champmathieu poteva ben derivare da Jean Mathieu; tutto ciò era vero; e finalmente quattro testimoni riconoscevano positivamente e senza esitare in Champmathieu il galeotto Giovanni Valjean; e a questi indizi, a queste testimonianze, l'avvocato non poteva opporre che la negativa del suo cliente, negativa interessata. Ma supposto pure che costui fosse il galeotto Valjean, era forse provato che era lui il ladro delle mele? Era tutt'al più una presunzione, mai una prova. Era vero, e il difensore "nella sua buona fede" doveva convenirne, che l'imputato aveva "adottato un cattivo sistema di difesa" ostinandosi a negare tutto, il furto e la sua qualità di forzato. Una confessione su quest'ultimo punto certamente gli avrebbe giovato meglio, gli avrebbe conciliato l'indulgenza dei giudici, e l'avvocato gliel'aveva consigliata; ma l'accusato vi si era ostinatamente ricusato, credendosi certo di salvar tutto col non ammettere nulla. Era un torto, è vero; ma non bisognava considerare la sua scarsa intelligenza? Evidentemente quell'uomo era stupido. La lunga sventura del bagno, la lunga miseria fuori, l'avevano abbrutito, eccetera, eccetera. Se si difendeva male, era forse questo un motivo per condannarlo? Quanto al fatto Gervasino, l'avvocato non doveva occuparsene perché non era in causa.

Concludeva supplicando i giurati e la corte, qualora ritenessero provata l'identità di Giovanni Valjean, di applicargli le pene di polizia comminate per la rottura del bando, e non lo spaventevole castigo che colpisce il galeotto recidivo.

Replicò il pubblico ministero, che fu violento e fiorito, come sono abitualmente i rappresentanti della legge.

Si congratulò col difensore della sua "lealtà", dalla quale trasse abilmente partito per aggravare l'imputato di tutte le concessioni che l'avvocato aveva fatte. Questi pareva ammettere che l'accusato fosse Giovanni Valjean, ed egli ne prendeva atto. Dunque quell'uomo era Valjean; era una circostanza acquisita dall'accusa e non poteva più contestarsi. E qui con un'abile antonomasia, risalendo alle origini e alle cause della criminalità, l'avvocato generale tuonò contro la immoralità della scuola romantica, che era allora al suo sorgere sotto il nome di "scuola satanica" decretatole dai critici della "Oriflamme" e della "Quotidienne"; attribuì, non senza verosimiglianza, all'influenza di quella perversa letteratura il delitto di Champmathieu, o piuttosto di Giovanni Valjean. Esaurita questa parte, passò a occuparsi dello stesso Valjean. Chi era Valjean? Descrizione di Valjean; un mostro vomitato eccetera. Il modello di simili descrizioni si trova nel racconto di Teramene, che non giova alla tragedia, ma che rende ogni giorno segnalati servizi all'eloquenza forense. L'uditorio e i giurati ne "rabbrividirono". Terminata la descrizione, l'avvocato generale, con un impeto oratorio destinato a mandare in visibilio, l'indomani mattina, l'entusiasmo del giornale della prefettura, riprese: - Ed è un uomo simile, eccetera, eccetera, eccetera, vagabondo, mendicante, senza mezzi di sussistenza, eccetera, eccetera, avvezzo per la sua vita passata alle azioni criminose e poco emendato dal suo soggiorno al bagno, come lo prova il delitto perpetrato su Gervasino, eccetera, eccetera; - ed è un simile uomo che, colto sulla pubblica via in flagrante delitto di furto, a pochi passi da un muro scavalcato, mentre tiene ancora in mano l'oggetto rubato, nega il flagrante delitto, il furto, la scalata, nega tutto, nega perfino il proprio nome, la propria identità! Oltre alle cento altre prove sulle quali non ci fermeremo, quattro testimoni lo riconoscono: Javert, l'integro ispettore di polizia Javert, e tre antichi compagni d'ignominia, i forzati Brevet, Chenildieu e Cochepaille. E cosa oppone egli a questa sfolgorante unanimità? Nega. Che testardaggine! Voi farete giustizia, signori giurati, eccetera, eccetera.

Mentre l'avvocato generale parlava, l'accusato ascoltava a bocca aperta con meraviglia, a cui si frammischiava un po' di ammirazione. Evidentemente, era sorpreso che un uomo potesse parlare a quel modo. Ogni tanto, nei punti più "energici" della requisitoria, nei momenti in cui l'eloquenza, che non può più contenersi, trabocca in un flusso di epiteti obbrobriosi e si scatena come un uragano sull'imputato, questi tentennava lentamente il capo da destra a sinistra e da sinistra a destra, triste e silenziosa protesta, alla quale s'era limitato fin dall'inizio del dibattito. Due o tre volte gli spettatori più vicini lo udirono ripetere sottovoce: - Ecco cosa vuol dire non aver interrogato il signor Baloup!

L'avvocato generale fece notare ai giurati quell'atteggiamento stupido, evidentemente calcolato, che denotava non la imbecillità, ma l'astuzia, la destrezza, l'abitudine a ingannare la giustizia, e che metteva in chiara luce "la profonda perversità" di quell'uomo. Terminò facendo le sue riserve per l'affare Gervasino, e domandando una condanna severa.

Per il momento si trattava, come sappiamo, dei lavori forzati a vita.

Il difensore si alzò e cominciò col complimentare il "signor avvocato generale" per la sua "ammirabile parola"; poi replicò come meglio poté; ma la sua parola era fiacca; evidentemente gli mancava il terreno sotto i piedi.




10. IL SISTEMA DELLA NEGATIVA


Era l'ora di chiudere la seduta. Il presidente intimò all'accusato di alzarsi, e gli fece la domanda di rito: - Avete qualcosa da aggiungere a vostra difesa?

L'uomo, in piedi, girando tra le mani uno schifoso berretto, parve non aver sentito.

Il presidente ripeté la domanda.

Questa volta l'uomo sentì e parve anche comprendere. Fece un movimento come chi si risveglia, girò intorno gli occhi, guardò il pubblico, i gendarmi, il suo avvocato, i giurati, la corte, posò il suo enorme pugno sullo steccato di legno davanti al suo banco, guardò nuovamente, e poi d'improvviso, fissando gli occhi sull'avvocato generale, cominciò a parlare. Fu come un'eruzione.

Dal modo con cui gli sfuggivano di bocca le parole, incoerenti, impetuose, cozzanti, alla rinfusa, pareva che s'affollassero per uscire tutte in una volta. Disse:

- Ho da dir questo. Ho fatto il carraio a Parigi, e precisamente presso il signor Baloup. E' un mestiere duro. A fare i carri, si lavora sempre all'aria aperta, nei cortili, o sotto una tettoia quando il padrone è buono; mai in locali chiusi, perché ci vuole molto spazio, vedete. D'inverno si soffre tanto il freddo, che ci si picchia sulle braccia per prendere calore; ma i padroni non vogliono, dicono che si perde tempo. Maneggiare il ferro quando c'è il ghiaccio nelle vie, è terribile. L'uomo si consuma presto in questo mestiere, diventa vecchio mentre è ancora giovane. A quarant'anni è un uomo finito. Io ne avevo cinquantatré e soffrivo molto. E poi sono così cattivi gli operai! Quando un poveretto non è più giovane, lo chiamano vecchio asino, vecchia talpa! Io non guadagnavo più di trenta soldi al giorno; i padroni profittavano della mia età per pagarmi quanto meno potevano. Inoltre avevo una figlia che faceva la lavandaia al fiume; guadagnava qualche cosa anche lei, e tra tutt'e due si tirava avanti. Essa pure stentava.

Tutto il giorno in una tinozza sino alla cintola, con l'acqua, con la neve, col vento che ti taglia la faccia. Quando gela, fa lo stesso: bisogna lavare. Ci sono delle famiglie che hanno poca biancheria, e aspettano il ritorno: se non si lavasse, si perderebbe la clientela. Le tavole sono mal connesse e lasciano filtrare l'acqua da tutte le parti: le sottane s'inzuppano di acqua, di sopra e di sotto, e l'umidità penetra. Ha lavato pure al lavatoio dei Fanciulli Rossi, dove l'acqua arriva coi rubinetti.

Non si sta nella tinozza: si lava sotto il rubinetto e si risciacqua dietro nella vasca. Siccome è chiuso, si ha meno freddo. Ma c'è un vapore d'acqua calda che è terribile e che rovina gli occhi. Tornava a casa alle sette di sera, e si coricava subito; era tanto stanca. Suo marito la batteva. E' morta. Non siamo stati molto fortunati. Era una brava figliola, che non andava a ballare, e viveva tranquillamente. Mi ricordo che un martedì grasso era già a letto alle otto. Ecco. Vi ho detto la verità. Informatevi pure. Eh sì! informarsi! che bestia sono!

Parigi è una voragine! Chi può conoscere papà Champmathieu? Perciò vi nomino il signor Baloup: domandate al signor Baloup. Dopo di ciò, non so cosa vogliate da me.

Tacque e rimase in piedi. Aveva parlato rapidamente, con voce alta, aspra, rauca, rugginosa, con una specie d'ingenuità iraconda e selvaggia. S'era interrotto una volta, per salutare qualcuno nella folla. Quella specie di affermazioni che parevano lanciate fuori a caso, gli venivano come singhiozzi, e le sottolineava col gesto d'uno spaccalegna che stia fendendo un tronco. Quand'ebbe finito, l'uditorio scoppiò a ridere. Egli guardò il pubblico, e vedendo che rideva, senza capire, si mise a ridere anche lui.

Era una spettacolo sinistro.

Il presidente, uomo attento e benevolo, alzò la voce.

Egli ricordò ai "signori giurati" che "il Baloup, antico maestro carpentiere, presso il quale l'imputato diceva di aver lavorato, era stato citato inutilmente; era fallito, e non s'era potuto rintracciare". Poi, rivolgendosi all'accusato, lo esortò ad ascoltare bene quanto stava per dire, e aggiunse: - Voi vi trovate in una posizione nella quale è necessario riflettere bene. I più gravi sospetti pesano su di voi, e possono produrre delle conseguenze estreme. Imputato, nel vostro interesse vi interrogo un'ultima volta; spiegatevi chiaramente su questi due fatti: In primo luogo, avete sì o no scavalcato il muro del giardino Pierron, spezzato il ramo e rubato le mele, vale a dire commesso il delitto di furto con scalata? Secondo, siete sì o no l'ex galeotto Giovanni Valjean?

L'accusato scosse la testa con aria d'intelligenza, come un uomo che ha compreso bene e che sa cosa deve rispondere. Aprì la bocca, si volse verso il presidente e disse:

- Prima di tutto...

Poi guardò il berretto, guardò il soffitto e tacque.

- Accusato - riprese l'avvocato generale con voce severa badate bene. Voi non rispondete a nulla di ciò che vi si chiede, ma il vostro turbamento vi condanna: è evidente che non vi chiamate Champmathieu, che siete il galeotto Valjean, nascosto da principio sotto il nome di Mathieu, quello di vostra madre, che siete stato nell'Alvernia, che siete nato a Faverolles, dove avete fatto il potatore. E' evidente che avete rubato, in seguito a scalata, le mele nell'orto di Pierron. I signori giurati sapranno apprezzare i fatti.

L'accusato, che aveva finito col sedersi, appena l'avvocato generale ebbe terminato si rialzò impetuosamente ed esclamò:

- Voi siete molto cattivo, voi! Ecco quello che volevo dire. Prima non mi riusciva. Non ho rubato; sono un uomo che non mangia tutti i giorni. Venivo da Ailly, camminavo nel paese dopo un acquazzone che aveva resa gialla la campagna, e gli stagni traboccavano, e spuntavano tra le sabbie solo piccoli fili d'erba sull'orlo della strada. Ho trovato per terra un ramo su cui c'erano delle mele, e l'ho raccolto senza sapere che mi avrebbe portato dei guai. Sono tre mesi che mi trovo in prigione e mi portano avanti e indietro.

Dopo di ciò non so cosa dire: parlano contro di me e mi dicono:

rispondete! Il gendarme, che è un buon figliolo, mi spinge il gomito, e mi dice sottovoce: rispondi dunque. Io non sono buono a spiegarmi, io; non ho fatto studi, sono un pover'uomo. Ecco quello di cui avete il torto di non persuadervi. Non ho rubato: ho raccolto per terra degli oggetti che ci ho trovato. Voi dite Giovanni Valjean, Giovanni Mathieu! Io non conosco queste persone.

Sono contadini. Ho lavorato presso il signor Baloup, bastione dell'Ospedale, e mi chiamo Champmathieu. Siete bravi se mi dite dove sono nato: io non lo so. Non tutti hanno una casa per venire al mondo; sarebbe troppo comodo! Credo che mio padre e mia madre vivessero per le strade, ma non lo so. Quand'ero fanciullo mi chiamavano Piccolo, adesso mi dicono Vecchio: eccovi i miei nomi di battesimo, e pigliatela come volete. Sono stato nell'Alvernia, sono stato a Faverolles: sicuro. Ebbene? Forse che non si può essere stati anche in galera? Vi dico che non ho rubato, che sono papà Champmathieu, che ho lavorato presso il signor Baloup, presso il quale ho avuto domicilio. Mi annoiate con tutte le vostre sciocchezze! Perché dunque sono tutti così accaniti contro di me?

L'avvocato generale, che era rimasto in piedi, si rivolse al presidente:

- Signor presidente, di fronte alle negazioni confuse ma abilissime dell'accusato, che vorrebbe farsi credere un idiota, ma senza riuscirci - lo preveniamo - noi domandiamo che, piaccia a voi e alla corte, di far comparire nuovamente in questa sala i condannati Brevet, Cochepaille e Chenildieu e l'ispettore di polizia Javert, per interpellarli un'ultima volta sull'identità dell'accusato col galeotto Giovanni Valjean.

- Faccio osservare al signor avvocato generale - rispose il presidente - che l'ispettore di polizia Javert, richiamato alle sue funzioni nel capoluogo d'un vicino circondario, appena terminata la sua deposizione ha abbandonato l'udienza e anche la città, e che noi gliene abbiamo concesso l'autorizzazione, previo consenso del signor avvocato generale e del difensore dell'accusato.

- E' vero, signor presidente - ripigliò l'avvocato generale. In assenza del signor Javert, mi credo in dovere di ricordare ai signori giurati quanto egli disse qui poche ore fa. Javert è un uomo meritatamente stimato, che con la sua stretta e scrupolosa probità assolve con onore delle funzioni importanti, benché secondarie. Eccovi le parole della sua deposizione:

- "Non ho bisogno di presunzioni morali, né di prove materiali per smentire l'atteggiamento dell'accusato. Lo riconosco perfettamente. Costui non si chiama Champmathieu, ma è un antico galeotto molto cattivo e assai temuto, di nome Giovanni Valjean, che al termine della sua pena fu messo in libertà molto a malincuore. Subì diciannove anni di lavori forzati per furto qualificato, e tentò di evadere cinque o sei volte. Oltre l'affare Gervasino e il furto Pierron, lo sospetto colpevole anche di un altro furto a danno di Sua Grandezza il defunto Vescovo di Digne.

Lo vedevo spesso, quando ero aiutante guardaciurma nel bagno di Tolone, e ripeto che lo riconosco perfettamente".

Questa dichiarazione così precisa parve produrre una viva impressione sul pubblico e sui giurati. L'avvocato generale terminò con l'insistere perché, in mancanza di Javert, fossero esaminati di nuovo e solennemente interpellati i tre testimoni Brevet, Chenildieu e Cochepaille.

Il presidente trasmise un ordine a un usciere, e un momento dopo si aprì la porta della sala dei testimoni. L'usciere, accompagnato da un gendarme pronto a prestargli man forte, introdusse il condannato Brevet. Il pubblico era silenzioso e tutti i cuori palpitavano come se avessero un'anima sola.

L'ex galeotto Brevet portava la divisa nera e grigia in uso nelle carceri centrali, dimostrava una sessantina d'anni, e aveva l'aspetto d'un uomo d'affari e l'aria d'un briccone: due qualità che talvolta si trovano unite. Nella prigione, dove nuovi delitti l'avevano ricondotto, era diventato una specie di guardiano; era un uomo di cui i capi dicevano: Cerca di rendersi utile. I cappellani davano buoni rapporti sulle sue abitudini religiose.

Non bisogna dimenticare che questo accadeva sotto la Restaurazione.

- Brevet -disse il presidente - voi avete subìto una pena infamante e quindi non potete prestare giuramento.

Brevet chinò gli occhi.

- Tuttavia - riprese il presidente - quando la pietà divina lo permette, può rimanere un sentimento d'onore e d'equità anche nell'uomo che la legge ha degradato; a tale sentimento io faccio appello in questo istante decisivo. Se esiste ancora in voi, come spero, prima di rispondermi riflettete; considerate da una parte quest'uomo che una vostra parola può perdere, dall'altra la giustizia che una vostra parola può illuminare. L'istante è solenne, e siete sempre in tempo di ritrattarvi, se credete d'esservi ingannato. Imputato, alzatevi. Brevet, esaminate bene l'imputato, interrogate la memoria, e diteci secondo il vostro cuore e la vostra coscienza, se persistete a riconoscere in quell'uomo il vostro antico compagno di galera Giovanni Valjean.

Brevet guardò l'accusato, poi si volse alla corte:

- Sì, signor presidente. Sono io che l'ho riconosciuto per primo e persisto. Quell'uomo è Giovanni Valjean, entrato nel bagno a Tolone nel 1796 ed uscito nel 1815. Io fui liberato l'anno dopo.

Se adesso ha l'aria d'uno stupido, sarà forse l'età che l'ha abbrutito; ma al bagno era un volpone. Lo riconosco decisamente.

- Andate a sedervi - disse il presidente. - Imputato rimanete in piedi.

Fu introdotto Chenildieu, condannato a vita, come lo dimostravano la casacca rossa e il berretto verde, e che subiva la pena nel bagno di Tolone, donde l'avevano tratto fuori per quel processo.

Era un omiciattolo di circa cinquant'anni, vivo, rugoso, macilento, giallo, sfrontato, febbrile, che aveva nelle membra e in tutta la persona una debolezza malaticcia, e nello sguardo una forza immensa. I suoi compagni di bagno l'avevano soprannominato "Je-nie-Dieu" (io nego Dio).

Il presidente gli rivolse press'a poco le stesse parole che a Brevet. Quando gli ricordò che la sua infamia gli toglieva il diritto di giurare, Chenildieu alzò la testa, fissando la folla.

Il presidente lo invitò a riflettere, e gli chiese, come a Brevet, se persisteva nel riconoscere l'imputato.

Chenildieu scoppiò a ridere.

- Diamine, se lo riconosco! Siamo stati attaccati cinque anni alla stessa catena. Tieni il broncio, amico?

- Andate a sedere - gli disse il presidente.

L'usciere introdusse Cochepaille. Quest'altro condannato a vita, venuto dall'ergastolo e vestito di rosso come Chenildieu era un contadino di Lourdes, un mezzo orso dei Pirenei. Custodiva le mandrie sulla montagna, e da pastore era diventato brigante. Era selvaggio quanto l'imputato e pareva più stupido ancora: era uno di quegli esseri sfortunati che la natura abbozza come bestie feroci e che la società definisce come galeotti.

Il presidente tentò di incitarlo con alcune parole patetiche e gravi, e gli chiese, come agli altri due, se persisteva senza esitazione e senza turbamento a riconoscere l'uomo che gli stava davanti.

- E' Giovanni Valjean - rispose Cochepaille; - anzi lo chiamavamo Giovanni il "Cric" (martinetto), tanto era forte!

Ogni affermazione di quei tre uomini, evidentemente sinceri e in buona fede, aveva sollevato nel pubblico un mormorio di cattivo augurio per l'imputato, mormorio che andava crescendo e si prolungava sempre più ogni volta che una nuova dichiarazione si aggiungeva alle precedenti. L'imputato poi li aveva ascoltati con quel volto stupito che, secondo l'accusa, era il suo principale mezzo di difesa. Alla prima deposizione, i gendarmi che gli stavano vicino l'udirono borbottare fra i denti: - Ma veh!

sentilo! - Dopo la seconda, disse un po' più alto, e quasi con aria soddisfatta: - Buono! - Alla terza esclamò: - Famoso!

Il presidente l'interpellò:

- Imputato, avete sentito. Cosa potete dire?

Egli rispose:

- lo dico: Famoso!

Il pubblico scoppiò in uno strepito, al quale pareva quasi volessero associarsi i giurati. Evidentemente quell'uomo era perduto.

- Usciere - disse il presidente - fate fare silenzio. Ora chiuderò il dibattito.

In quell'istante ci fu un po' di movimento proprio vicino al presidente, e si udì una voce gridare:

- Brevet, Chenildieu, Cochepaille! - guardate da questa parte.

Quanti udirono quella voce si sentirono agghiacciare, tanto era lamentevole e terribile; e tutti gli sguardi si volsero verso il punto da cui veniva. Uno degli spettatori privilegiati seduti dietro la corte s'era alzato, aveva superato la piccola transenna che separava il tribunale dal pretorio e stava ritto in mezzo alla sala. Il presidente, l'avvocato generale, Bamatabois, venti persone lo riconobbero ed esclamarono contemporaneamente:

Il signor Madeleine!




11. CHAMPMATHIEU SEMPRE PIU' MERAVIGLIATO


Infatti era lui. La lampada posta sul tavolo del cancelliere gli illuminava il volto. Teneva in mano il cappello, il soprabito era abbottonato con cura, e nel suo abbigliamento non si notava nessun disordine. Era molto pallido e dominato da un leggero tremito; i suoi capelli, ancora grigi al suo arrivo ad Arras, erano diventati interamente bianchi, in un'ora che era là.

Tutte le teste si drizzarono. L'emozione fu indescrivibile. Ci fu nell'uditorio un momento di esitazione. La voce era stata così straziante, e l'uomo che era là sembrava così calmo, che da principio non capirono nulla e si domandavano l'un l'altro chi avesse gridato. Non potevano persuadersi che quell'uomo così tranquillo avesse lanciato quel terribile grido.

Ma l'indecisione durò pochi istanti. Prima che il presidente e l'avvocato generale avessero potuto dire una parola, prima che i gendarmi e gli uscieri avessero potuto fare un gesto, l'uomo che tutti in quel momento chiamavano Madeleine s'era avanzato verso i testimoni Cochepaille, Brevet e Chenildieu.

- Non mi riconoscete? - chiese loro.

Rimasero tutt'e tre sconcertati, e col capo accennarono che non lo conoscevano; Cochepaille, intimidito, fece il saluto militare.

Allora Madeleine rivolgendosi ai giurati e alla corte aggiunse con voce calma:

- Signori giurati, fate mettere in libertà l'accusato. Signor presidente, fatemi arrestare. L'uomo che cercate non è lui, ma io.

Sono io Giovanni Valjean.

Non s'udiva un respiro. Alla prima emozione di meraviglia era seguito un silenzio sepolcrale. Si sentiva nella sala quella specie di terrore religioso che invade la folla quando avviene qualche cosa di grande.

Frattanto il presidente, col volto improntato a simpatia e a tristezza, aveva scambiato un rapido segno coll'avvocato generale e poche parole sottovoce coi giudici, quindi si rivolse al pubblico, e chiese con un tono che fu da tutti compreso:

- C'è qui presente qualche medico?

L'avvocato generale prese la parola: - Signori giurati, l'incidente così strano e inaspettato che viene a turbare l'udienza, ci ispira un sentimento che non abbiamo bisogno di esprimere. Voi conoscete tutti, almeno per fama, l'onorevole signor Madeleine, sindaco di Montreuil-sur-mer. Se fra gli astanti si trova un medico, noi ci uniamo al signor presidente per pregarlo di assistere il signor Madeleine e di ricondurlo a casa.

Madeleine non lasciò finire l'avvocato generale, ma l'interruppe con tono mansueto e autorevole insieme. Ecco le parole da lui pronunciate, eccole letteralmente, quali furono scritte subito dopo l'udienza da uno dei testimoni della scena, quali risuonano ancora nella memoria di quelli che le udirono circa quarant'anni fa.

- Vi ringrazio, signor avvocato generale, ma io non sono pazzo, e lo vedrete subito. Voi eravate in procinto di commettere un grave errore; rilasciate quell'uomo; io non faccio che compiere un dovere; sono io l'infelice condannato. Sono io il solo che ci veda chiaro in questa faccenda, e vi dico la verità. Dio, che è lassù, lo vede, e ciò basta. Potete arrestarmi; sono qui. Eppure ho fatto quanto ho potuto: mi sono nascosto sotto un altro nome, sono diventato ricco, sono diventato sindaco, ho voluto rientrare nella società delle persone oneste. Ma pare che questo non sia possibile. Ci sono inoltre delle cose che non posso narrare; non starò a raccontarvi la mia vita; ma un giorno si saprà tutto. Ho rubato a monsignor Vescovo, è vero, ho rubato al piccolo Gervasino, è vero: avete ragione di dire che Giovanni Valjean è uno sciagurato pericoloso. Ma forse la colpa non è tutta sua.

Ascoltate, signori giudici; un uomo caduto in basso come me non ha da prendersela con la Provvidenza, né ha da dare consigli alla società; ma, credetemi, l'infamia dalla quale ho tentato d'uscire è una cosa nociva. La galera forma il galeotto. Tenetene conto, se vi pare. Prima dell'ergastolo io ero un povero contadino pochissimo intelligente, una specie d'idiota: l'ergastolo mi ha cambiato. Ero stupido e divenni malvagio, ero un ciocco e divenni un tizzone. Più tardi l'indulgenza e la bontà mi hanno salvato, come la severità mi aveva perduto. Ma scusate, non potete comprendere quel che vi dico. Troverete in casa mia, fra le ceneri del caminetto, la moneta di due franchi, che rubai sette anni or sono al piccolo Gervasino. Non ho più nulla da aggiungere.

Arrestatemi. Mio Dio! il signor avvocato generale scuote il capo, voi dite che Madeleine è impazzito, e non mi prestate fede! E' una cosa affliggente. Allora almeno non condannate quell'uomo! Come! e costoro non mi riconoscono! Vorrei che fosse qui Javert. Egli sì mi riconoscerebbe!

Nulla potrebbe esprimere quanta benevola e cupa malinconia ci fosse nel tono di queste parole.

Si rivolse ai tre galeotti:

- Io invece vi riconosco, io! Brevet, vi ricordate?...

S'interruppe, esitò un momento, poi disse:

- Ti ricordi di quelle bretelle a maglia, a scacchi, che portavi nel bagno?

Brevet ebbe come una scossa e l'osservò da capo a piedi con aria spaventata. Egli continuò:

- Tu, Chenildieu, che ti sei dato da te stesso il soprannome di "Je-nie-Dieu" (io nego Dio), tu hai nella spalla destra una profonda cicatrice, perché un giorno ti sei disteso sopra un braciere ardente, nella speranza di cancellare le tre lettere T.

F. P., che tuttavia si vedono ancora. E' vero? Rispondi.

- E' vero - disse Chenildieu.

- E tu, Cochepaille, hai nel braccio sinistro, presso l'articolazione interna del gomito, una data in lettere azzurre incisa bruciandovi sopra della polvere. E' la data dello sbarco dell'imperatore a Cannes, "1 marzo 1815". Tira su la manica.

Cochepaille rialzò la manica, e tutti gli sguardi si chinarono intorno a lui sul suo braccio nudo. Un gendarme avvicinò un lume; la data c'era.

Allora lo sventurato si rivolse al pubblico e ai giudici con un sorriso, da cui quelli che lo videro si sentono ancora straziati pensandoci. Era un sorriso di trionfo e di disperazione. Vedete bene - disse - che sono io Giovanni Valjean.

Nella sala non c'erano più né giudici, né accusatori, né gendarmi; non c'erano che occhi fissi e cuori commossi. Nessuno si ricordava della parte che rappresentava, l'avvocato generale dimenticava che stava là per accusare, il presidente per presiedere, il difensore per difendere. Cosa sorprendente, non fu mossa nessuna interrogazione, non intervenne alcuna autorità. La nota caratteristica degli spettacoli sublimi è di conquistare tutte le anime, e trasformare tutti i testimoni in spettatori. Nessuno forse si rendeva conto di ciò che provava; nessuno, certo, diceva a se stesso di veder risplendere una gran luce; ma tutti internamente si sentivano abbagliati.

Era evidente che avevano sotto gli occhi Giovanni Valjean. E lo spettacolo era radioso. L'apparire di quell'uomo era bastato per inondare di luce quell'avventura così volgare pochi momenti prima.

Senza bisogno di nessuna spiegazione, per una specie di rivelazione, tutta quella folla comprese di colpo quella semplice e magnifica storia d'un uomo che si denunciava perché un altro non fosse condannato in sua vece. Gli accessori, le esitazioni, le piccole resistenze possibili, si smarrirono in quel grande e splendido fatto.

Impressione che passò presto, ma che in quel momento, fu irresistibile.

- Non voglio disturbare più oltre l'udienza - riprese Giovanni Valjean - e poiché nessuno m'arresta, me ne vado: ho parecchie cose da fare. Il signor avvocato generale sa chi sono, sa dove vado, e mi farà arrestare quando vorrà.

Si diresse verso la porta d'uscita. Non una voce si alzò, non un braccio si mosse per impedirglielo. Si fecero da parte per lasciarlo passare. In quell'istante egli possedeva quel non so che di divino, che induce le moltitudini a indietreggiare e ad allinearsi davanti a un uomo. Traversò la folla a passi lenti. Non si seppe mai chi aprisse la porta, ma è certo che quando vi giunse era spalancata. Giunto sull'uscio, si volse e disse:

- Signor avvocato generale, resto a vostra disposizione.

Poi rivolgendosi al pubblico:

- Voi tutti mi trovate degno di pietà, vero? Mio Dio! quando penso a quello che sono stato capace di fare, mi sento invece degno d'invidia. Tuttavia, avrei preferito che tutto questo non accadesse!

Uscì, e la porta si richiuse com'era stata aperta, poiché quelli che fanno certe cose sovrane, sono sempre sicuri di essere serviti da qualcuno nella folla.

Meno d'un'ora dopo, il verdetto dei giurati dichiarava innocente l'imputato Champmathieu; e costui, messo subito in libertà, se ne andava stupefatto, credendo tutti gli uomini pazzi, e senza capire nulla di quanto aveva visto.




Libro 8


CONTRACCOLPO



1. IN QUALE SPECCHIO MADELEINE SI GUARDA I CAPELLI


Il giorno cominciava a spuntare. Fantina aveva passato una notte di febbre e d'insonnia, ma ricca di immagini ridenti; verso il mattino s'addormentò. Suor Simplicia, che l'aveva vegliata, approfittò di quel sonno per andare a preparare una nuova pozione di china. Si trovava da pochi istanti nel laboratorio dell'infermeria, curva sulle droghe e sulle ampolle, e guardando molto da vicino, per via di quella bruma che il crepuscolo spande su tutti gli oggetti, quando d'improvviso, alzando il capo, dette un piccolo grido. Madeleine le stava davanti. Era entrato silenziosamente.

- Siete voi, signor sindaco! - esclamò.

Questi rispose sottovoce:

- Come sta quella povera donna?

- In questo momento non c'è male. Ma purtroppo siamo stati molto inquieti.

Gli spiegò quant'era accaduto: Fantina era stata molto male il giorno avanti; ora stava meglio, perché credeva che il signor sindaco fosse andato a Montfermeil a prendere sua figlia. La suora non osò interrogarlo, ma dal suo contegno si accorse che non veniva certamente di là.

- Va bene - diss'egli - avete fatto benissimo a non disilluderla.

- Sì - rispose la suora - ma ora che vi vedrà, signor sindaco, e non vedrà la bambina, che cosa le diremo?

Egli stette un momento pensoso.

- Dio ci ispirerà - disse.

- Però non dovremmo mentire - mormorò a mezza voce la suora.

Nella camera s'era fatto giorno chiaro, e la luce batteva diritto sul volto di Madeleine. Il caso volle che la suora alzasse gli occhi:

- Mio Dio! - esclamò - che vi è dunque accaduto, signore? I vostri capelli sono tutti bianchi.

- Bianchi! - diss'egli.

Suor Simplicia non aveva specchio; frugò in una borsa chirurgica e ne trasse uno specchietto di cui si serviva il medico dell'infermeria per constatare se un agonizzante avesse cessato di respirare. Madeleine prese lo specchio, guardò i suoi capelli, ed esclamò: - Toh!

Pronunciò questa parola con indifferenza, come se pensasse a tutt'altro.

La suora si sentì agghiacciare da un qualche cosa d'ignoto che intravedeva in tutto quello. Egli chiese:

- Posso vederla?

- Il signor sindaco non farà venire la piccina? - disse la suora, osando appena rischiare una domanda.

- Senza dubbio; ma ci vogliono due o tre giorni almeno.

- Se fino allora Fantina non vedesse il signor sindaco - rispose timidamente la suora - non saprebbe che è tornato e sarebbe più facile farla pazientare; all'arrivo della bimba, essa naturalmente crederebbe che il signor sindaco è arrivato con sua figlia. Così non ci sarebbe bisogno di dire una bugia.

Madeleine parve riflettere un momento, quindi rispose con la sua gravità tranquilla:

- No, sorella, devo vederla. Forse ho fretta.

La suora non fece caso alla parola "forse", che dava un senso scuro e strano alle parole del sindaco; rispose abbassando gli occhi e la voce rispettosamente:

- In questo caso, lei riposa; però il signor sindaco può entrare.

Egli fece qualche osservazione per una porta che chiudeva male, e che stridendo poteva risvegliare l'ammalata, poi entrò nella camera di Fantina, s'accostò al letto e scostò le cortine. Lei dormiva. Il respiro le usciva dal petto con quel rumore tragico che è proprio di quella specie di malattia, e che strazia le madri quando vegliano la notte presso il figliolo condannato e addormentato. Ma quel respiro affannoso turbava appena una certa ineffabile serenità sparsa sul suo volto, che la trasfigurava nel sonno. Il suo pallore era divenuto candore, e le guance erano vermiglie; le lunghe ciglia bionde, l'unica bellezza che le fosse rimasta della sua verginità e della sua giovinezza, palpitavano benché abbassate. Tutta la sua persona trepidava per non so quale spiegamento di ali pronte a distendersi e a sollevarla e che si sentivano fremere ma non si vedevano. A vederla così, non si sarebbe mai potuto credere di esser davanti a un'inferma in condizioni quasi disperate. Sembrava più sul punto di volar via che di morire.

Quando la mano s'allunga per distaccare un fiore, il ramo rabbrividisce, e sembra che sfugga e si offra insieme. Il corpo umano ha un trasalimento simile, quando arriva l'istante in cui le misteriose dita della morte stanno per coglierne l'anima.

Madeleine restò per qualche tempo immobile accanto al letto, guardando ora la malata ora il crocifisso, come faceva due mesi prima, il giorno che era andato a visitarla la prima volta in quell'asilo. Erano di nuovo là tutti e due nella stessa posa; l'una dormiva, l'altro pregava; sennonché ora, a distanza di due mesi, lei aveva i capelli grigi e lui li aveva bianchi.

La suora non era entrata con lui. Egli se ne stava in piedi presso il letto, col dito sulla bocca, come se nella camera ci fosse qualcuno a cui imporre silenzio.

Essa aprì gli occhi, lo vide, e disse tranquillamente con un sorriso:

E Cosetta?




2. FANTINA FELICE


Non ebbe né un moto di sorpresa, né un moto di gioia, era tutta una gioia. Questa semplice domanda: "E Cosetta?" fu fatta con una fede così profonda, con tanta certezza, con una assenza così completa d'ogni inquietudine e d'ogni dubbio che egli non trovò una parola. Fantina continuò:

- Lo sapevo che eravate qui: dormivo, ma vi vedevo. E' molto tempo che vi vedo; vi ho seguito con gli occhi tutta la notte. Eravate in una gloria, ed eravate circondato da ogni sorta di figure celesti.

Egli alzò gli occhi al crocefisso. Lei riprese:

- Ma ditemi dunque, dov'è Cosetta? Perché non me l'avete messa qui sul letto per il momento in cui mi sarei svegliata?

Egli rispose macchinalmente qualche cosa, che più tardi non riuscì mai a ricordare. Per fortuna il medico, avvertito, era arrivato, e venne in aiuto di Madeleine.

- Figliola, calmatevi - disse il medico. - La vostra piccina è di là.

Gli occhi di Fantina brillarono e le illuminarono il volto:

congiunse le mani con un'espressione che conteneva quanto di più violento e di più dolce può avere una preghiera.

- Ah! - esclamò. - Portatemela!

Commovente illusione della madre! Per lei Cosetta era sempre il bimbo che si porta.

- Non ancora - riprese il medico; - non in questo momento: avete ancora un po' di febbre, e la vista della piccina vi agiterebbe e vi farebbe male. Bisogna guarire.

Essa lo interruppe con impeto.

- Ma io sono guarita! vi dico che sono guarita! Che asino, questo dottore! Insomma voglio vedere mia figlia, io!

- Vedete come vi agitate? - riprese il medico. - Fino a che sarete così, non permetterò mai che vi conducano qui la bambina. Non basta vederla, bisogna vivere per lei. Quando sarete ragionevole, ve la condurrò io stesso.

La povera malata curvò la testa.

- Signor dottore, vi domando perdono, vi domando sinceramente perdono. Una volta non avrei parlato come ho parlato ora; ho tanto sofferto che talvolta non so più quello che dico. Capisco, voi temete la commozione; aspetterò quando vorrete, ma vi giuro che non m'avrebbe fatto male vedere mia figlia. Io la vedo, non la perdo di vista da ieri sera. Credete, se ora me la portassero, mi metterei a parlare con dolcezza; ecco tutto. Non è una cosa naturale che io desideri di vedere la mia piccina, che siete andati a cercare espressamente a Montfermeil? Non sono in collera; lo so che sto per essere felice. Tutta la notte ho visto cose candide e persone che mi sorridevano. Il signor dottore mi porterà la mia Cosetta quando vorrà. Non ho più febbre, giacché sono guarita; sento benissimo che non ho nessun male; ma farò come se fossi malata, e non mi muoverò per far piacere alle suore. Quando vedranno che sono tranquilla, diranno: - Bisogna darle la sua Cosetta.

Madeleine s'era seduto su una sedia accanto al letto. Lei si rivolse verso di lui; si sforzava visibilmente di sembrare calma e "molto buona", come diceva in quell'indebolimento prodotto dalla malattia, che somiglia all'infanzia, affinché, scorgendola così quieta, non avessero più difficoltà a condurle Cosetta. Nondimeno, benché si contenesse, non poteva astenersi dal rivolgere a Madeleine mille domande.

- Avete fatto buon viaggio, signor sindaco? Come siete stato buono d'andarmela a prendere! Ditemi soltanto com'è. Non ha sofferto lungo la strada? Ahimè! non mi riconoscerà più! Dopo tanto tempo mi avrà dimenticata, povera piccina! I fanciulli non hanno memoria; sono come gli uccelli; oggi vedono una cosa, domani ne vedono un'altra e non ci pensano più. Aveva almeno la biancheria pulita? La vestivano decentemente, i Thénardier? Come la nutrivano? Oh! se sapeste quanto soffrivo a farmi tutte queste domande, al tempo della mia miseria! Ma ora tutto è passato; sono contenta! Come vorrei vederla! Signor sindaco, l'avete trovata bella? Vero che è bella la mia figliola? Avete patito molto freddo nella diligenza, vero? Non si potrebbe condurmela qui anche solo per un momento? La porterebbero via subito subito. Dite! Voi che siete il padrone, se voleste!

Egli le prese la mano: - Cosetta è bella - disse, - Cosetta sta bene e la vedrete presto; ma calmatevi. Voi parlate troppo, e poi mettete fuori le braccia, e questo vi fa tossire.

Infatti, dei colpi di tosse interrompevano Fantina quasi a ogni parola.

Essa non si lamentò, temendo di aver compromesso, con qualche lagnanza troppo appassionata, la fiducia che voleva ispirare; e si mise a parlare di cose indifferenti.

- E' abbastanza graziosa, vero, Montfermeil? D'estate ci si vanno a fare delle gite di piacere. E i Thénardier fanno buoni affari?

Non è un paese di molto traffico. E' una specie di bettola quella loro locanda.

Madeleine le teneva sempre la mano e la osservava con ansietà; era evidente che era venuto per dirle delle cose, dinanzi alle quali la sua mente esitava. Terminata la visita, il medico s'era ritirato, ed era rimasta con loro soltanto suor Simplicia.

D'improvviso, in mezzo a quel silenzio, Fantina esclamò: - La sento, mio Dio, la sento!

Stese il braccio perché si tacesse intorno a lei, trattenne il respiro e si mise ad ascoltare estatica.

Per uno di quei casi che capitano sempre e pare che facciano parte della misteriosa preparazione dei lugubri avvenimenti, si trovava in quel momento giù nel cortile un fanciullo che giocava, il figlio della portinaia o d'un'operaia qualunque. La bimba, giacché era una bambina, andava, veniva, correva per riscaldarsi, rideva e cantava ad alta voce. Ahimè! a che cosa non si frammischiano i giochi dei bambini! Era quella la ragazzina che Fantina udiva cantare.

- Ah! - riprese - è la mia Cosetta! riconosco la sua voce!

La bimba se ne andò com'era venuta, la voce si spense. Fantina prestò orecchio ancora per qualche tempo; poi il volto le si rannuvolò, e Madeleine l'udì mormorare sommessamente: - Com'è cattivo quel medico a non lasciarmi vedere mia figlia! Ha una brutta faccia quell'uomo!

Ma le sue idee giulive ripresero il sopravvento, e lei continuò a parlare fra sé col capo sul guanciale: - Come saremo felici! Prima di tutto avremo un piccolo giardino, il signor Madeleine me l'ha promesso; e la mia piccola giocherà nel giardino. Adesso conoscerà l'alfabeto; la farò compitare. Correrà sull'erba, e io la guarderò. E poi farà la sua prima comunione. Appunto! quand'è che farà la prima comunione?

E si mise a contare con le dita.

- ... Uno, due, tre, quattro..., ha sette anni. Fra cinque anni.

Porterà un velo bianco, le calze traforate e avrà l'aria d'una donnina. Ah, buona suora, voi non sapete come sono sciocca: ecco che penso alla prima comunione di mia figlia!

E si mise a ridere.

Egli aveva abbandonato la mano di Fantina. Ascoltava quelle parole come si ascolta il soffiar del vento, con gli occhi chini a terra e la mente immersa in meditazione profonda. D'improvviso essa tacque; e questo gli fece alzare macchinalmente la testa.

L'aspetto di Fantina era diventato spaventoso.

Non parlava più, non respirava più; s'era alzata a sedere sul letto; la magra spalla usciva dalla camicia, il volto, un momento prima radioso, era livido; sembrava fissasse gli occhi, dilatati dal terrore, su qualche cosa di formidabile, di fronte a lei, all'altra estremità della camera.

- Mio Dio! - esclamò.

- Cos'avete Fantina?

Lei non rispose, non tolse lo sguardo da quel qualunque oggetto che le pareva di vedere, ma gli toccò con una mano il braccio e con l'altra gli fece segno di voltarsi indietro.

Madeleine si volse e vide Javert.




3. JAVERT CONTENTO


Ecco cos'era accaduto.

Suonavano le dodici e mezzo di notte quando Madeleine uscì dalle aule delle assise di Arras. Rientrò nell'albergo appena in tempo per ripartire con la corriera postale, nella quale già sappiamo che aveva fissato il posto. Arrivò a Montreuil-sur-mer un po' prima delle sei del mattino, e la sua prima cura fu di mandare per posta la sua lettera a Laffitte, e poi di entrare nell'infermeria per vedere Fantina.

Intanto, appena egli aveva lasciato la sala d'udienza, l'avvocato generale, rinvenuto dalla prima sorpresa, pigliò la parola per deplorare l'atto di pazzia dell'onorevole sindaco di Montreuil- sur-mer, per dichiarare che le sue convinzioni non erano per nulla modificate da quel bizzarro incidente che si sarebbe chiarito più tardi, e per chiedere intanto la condanna di Champmathieu, il quale evidentemente era il vero Giovanni Valjean. La persistenza dell'avvocato generale era in visibile contraddizione col sentimento di tutti, del pubblico, della corte e dei giurati. Il difensore ebbe a durar poca fatica per confutare quell'arringa, e per stabilire che, in seguito alle rivelazioni di Madeleine, vale a dire del vero Giovanni Valjean, la fisionomia del processo era rovesciata da capo a fondo, e che i giurati avevano davanti soltanto un innocente. L'avvocato ne trasse fuori alcuni epifonemi, disgraziatamente poco nuovi, sugli errori giudiziari, eccetera, eccetera. Il presidente nel suo riassunto si unì al difensore e i giurati in pochi minuti assolsero Champmathieu.

Ma all'avvocato generale occorreva un Giovanni Valjean, e non avendo Champmathieu, prese Madeleine.

Immediatamente dopo la liberazione di Champmathieu, l'avvocato generale si rinchiuse col presidente e conferirono "sulla necessità d'impadronirsi della persona del sindaco di Montreuil- sur-mer". Questa frase, nella quale ci sono molti "di", è del signor avvocato generale, scritta tutta di suo pugno nella minuta della sua relazione al procuratore generale. Passata la prima emozione, il presidente fece poche obiezioni: la giustizia doveva seguire il suo corso. E poi, per dir tutto, benché il presidente fosse buono e intelligente, era un realista convinto e ardente e l'aveva urtato il fatto che il sindaco di Montreuil-sur-mer, parlando dello sbarco di Cannes, avesse detto "l'imperatore" e non "Bonaparte".

L'ordirle d'arresto fu emesso; l'avvocato generale lo spedì a Montreuil-sur-mer a mezzo d'un corriere speciale, e ne affidò l'esecuzione all'ispettore di polizia Javert.

Egli stava alzandosi dal letto, quando il corriere gli consegnò il mandato d'arresto.

Il corriere, che era anche lui della polizia, in poche parole mise Javert al corrente di quant'era accaduto ad Arras. L'ordine d'arresto, firmato dall'avvocato generale, era così concepito:

"L'ispettore Javert arresterà il signor Madeleine, sindaco di Montreuil-sur-mer, che nell'udienza di quest'oggi è stato riconosciuto come l'antico galeotto Giovanni Valjean".

Chi non avesse conosciuto Javert e lo avesse visto entrare nell'anticamera dell'infermeria, non avrebbe indovinato nulla di quello che accadeva e avrebbe supposto in lui un'aria normale. Era freddo, calmo, grave, aveva i capelli grigi ben lisci sulle tempie, e aveva salito le scale con la consueta lentezza. Ma chi l'avesse conosciuto a fondo, esaminandolo attentamente avrebbe rabbrividito. La fibbia del suo collare di cuoio era sull'orecchio sinistro anziché sulla nuca; indizio di una agitazione inaudita.

Javert era un carattere completo, che non tollerava mai nessuna piega né al suo dovere né alla sua divisa, metodico con gli scellerati, rigido coi bottoni del proprio abito.

Per avere allacciato male il collare, doveva provare una di quelle commozioni che si potrebbero chiamare terremoti interiori.

Era venuto con tutta semplicità, aveva requisito al posto vicino un caporale e quattro soldati, li aveva lasciati nel cortile, e s'era fatto indicare la camera di Fantina dalla portinaia, che non ebbe nessuna diffidenza, abituata com'era a vedere gente armata chiedere del signor sindaco.

Giunto in quella camera, Javert girò la maniglia, spinse la porta con la delicatezza di un'infermiera o d'una spia, ed entrò.

A parlare più esattamente, non entrò. Rimase ritto tra la porta socchiusa, col capello in capo, e la mano sinistra nell'abito abbottonato fino al petto. Nella piega del gomito si poteva distinguere il pomo di piombo dell'enorme bastone che spariva dietro di lui.

Rimase così circa un minuto, senza che nessuno si accorgesse della sua presenza. Poi a un tratto Fantina alzò gli occhi, lo vide e fece rivolgere Madeleine.

Nel momento in cui lo sguardo di Madeleine incontrò lo sguardo di Javert, questi, senza un atto, senza un gesto, senza avvicinarsi, divenne spaventevole. Nessun sentimento umano riesce a rendersi terribile come la gioia.

Era il viso del demonio che ha ritrovato il suo dannato.

La certezza di tener finalmente fra le mani Giovanni Valjean gli fece comparire sul volto tutto ciò che aveva nell'anima. Il fondo rimosso salì alla superficie. L'umiliazione d'aver smarrito per un momento la traccia, e d'essersi fuorviato dietro Champmathieu, spariva sotto l'orgoglio di aver indovinato fin da principio, e d'aver avuto per così lungo tempo l'istinto giusto. La gioia di Javert scoppiò nel suo contegno imperioso; la deformità del trionfo si diffuse su quella fronte piccina. Sulla sua fronte si dispiegava tutto l'orrore che può manifestare una fisionomia soddisfatta.

In quel minuto Javert toccava il cielo. Senza rendersene conto, ma con una confusa intuizione della sua necessità e del suo successo, Javert personificava la giustizia, la luce e la verità nella loro celeste funzione di schiacciare il male. Dietro e intorno a sé, per una estensione infinita, aveva l'autorità, la ragione, la cosa giudicata, la coscienza legale, la vendetta pubblica, tutte le stelle; egli proteggeva l'ordine, faceva scoppiare la folgore dalla legge, vendicava la società, prestava man forte all'assoluto; si ergeva in una aureola, e c'era nella sua vittoria un resto di sfida e di lotta; ritto, altero, sfolgorante, dispiegava in pieno azzurro empireo la bestialità sovrumana d'un arcangelo feroce; il formidabile riflesso dell'azione che compiva rendeva visibile nel suo pugno contratto il vago fiammeggiamento della spada sociale; felice e indignato, teneva sotto il proprio tallone il delitto, il vizio, la ribellione, la perdizione, l'inferno; egli splendeva, sterminava, sorrideva; e in quel mostruoso san Michele c'era una grandezza incontestabile. Quel Javert spaventevole non aveva niente di ignobile.

La probità, la sincerità, il candore, la convinzione, l'idea del dovere, sono tutte cose che, se s'ingannano, possono diventare orribili, ma anche orribili restano grandi; la loro maestà, inerente alla coscienza umana, persiste anche nell'orrore; sono virtù affette da un vizio: l'errore. La spietata onesta gioia d'un fanatico in piena atrocità, conserva non so quale splendore lugubremente venerabile. Senza rendersene conto, nella sua formidabile gioia Javert era da compiangere come tutti gli ignoranti che trionfano. Non c'era niente di così doloroso e terribile come quel volto, su cui era visibile quella che si potrebbe chiamare tutta la parte cattiva della bontà.




4. L'AUTORITA' RIPRENDE I SUOI DIRITTI


Fantina non aveva più visto Javert dal giorno in cui il sindaco l'aveva strappata a quell'uomo. Nel suo cervello malato non si rese conto di nulla; solo, ebbe la certezza che veniva a riprenderla. Non poté sopportare quel volto spaventoso, si sentì morire, si nascose la faccia tra le mani gridando angosciosamente:

- Signor Madeleine, salvatemi!

Giovanni Valjean - d'ora innanzi non lo chiameremo altrimenti s'era alzato. Disse a fantina con la sua voce più dolce e più calma:

- State tranquilla; non è per voi che è venuto.

Poi, volgendosi a Javert, soggiunse:

- So cosa volete.

Javert rispose:

- Fate presto!

Nell'inflessione di voce che accompagnò queste parole ci fu un certo che di feroce e di frenetico. Egli non pronunciò "fate presto" distintamente, ma ne formò un solo suono che nessuna ortografia potrebbe rappresentare; non era più una parola umana, ma un ruggito.

Non agì come al solito, non entrò in materia, non esibì il mandato di cattura. Per lui Valjean era come un combattente misterioso e inafferrabile, un lottatore tenebroso, che egli stringeva da cinque anni senza poterlo rovesciare; e quell'arresto non era il principio, ma la fine. Si limitò a ripetere:

- Fate presto!

E così parlando non fece un passo; ma lanciò su Valjean quello sguardo che scagliava come un arpione e col quale soleva attirare violentemente i miserabili.

Era lo sguardo che due mesi prima Fantina aveva sentito penetrare fin nel midollo delle sue ossa.

Al grido di Javert essa aveva riaperto gli occhi; ma il signor sindaco era là: che poteva temere?

Javert s'avanzò in mezzo alla camera e gridò:

- Insomma! ti decidi a venire?

La sventurata si guardò intorno. Non c'era nessuno, tranne la suora e il sindaco.

A chi poteva essere indirizzato quel "tu" così schietto? A lei sola; e ne rabbrividì.

Ma allora vide una cosa inaudita, tanto inaudita, che mai nulla di simile le era apparso nei più foschi deliri della febbre.

Vide la spia Javert afferrare per il bavero il sindaco, e vide il sindaco curvare la testa. Le parve che il mondo crollasse.

Infatti Javert aveva preso Valjean per il bavero.

- Signor sindaco! - gridò Fantina.

Javert scoppiò a ridere, di quell'orribile riso che gli metteva a nudo i denti scalzati.

- Non ci sono più signori sindaci qui!

Giovanni Valjean non tentò di allontanare la mano che gli stringeva il bavero; disse:

- Javert...

Ma questi l'interruppe:

- Chiamami signor ispettore.

- Signore - riprese Valjean - vorrei dirvi una parola a quattr'occhi.

- Parla a alta voce, parla ad alta voce - rispose Javert. - Con me si parla a voce alta!

Valjean continuò sommessamente:

- Ho da farvi una preghiera...

- Ti dico di parlare ad alta voce.

- Ma è cosa che dovete sentire voi solo...

- Che cosa importa a me? Io non ascolto!

Valjean si volse verso di lui, e gli disse rapidamente e a voce bassissima:

- Accordatemi tre giorni! Tre giorni per andare a prendere la figlia di questa povera infelice! Pagherò tutto quello che ci vorrà. E voi m'accompagnerete se così vi piace.

- Vuoi scherzare! - gridò Javert. - Davvero, non ti credevo così stupido! Mi domandi tre giorni per scappare! e dici che è per andare a prendere la figlia di questa sgualdrina! Ah! ah! bella!

Questa sì che è bella!

Fantina fu presa da un fremito:

- Mia figlia! - esclamò. - Andare a prendere mia figlia! Dunque non è qui! Suora, rispondetemi, dov'è Cosetta? Io voglio mia figlia! signor Madeleine, signor sindaco!

Javert batté il piede.

- Quest'altra adesso! Vuoi tacere, briccona! Maledetto paese dove i galeotti sono sindaci, e le prostitute sono curate come contesse! Oh, ma tutto ciò finirà! Era proprio tempo! E abbrancando la cravatta, la camicia e il bavero di Valjean, guardò fisso Fantina e aggiunse:

- Ti dico che non ci sono più signori Madeleine, che non ci sono più signori sindaci! C'è un ladro, un brigante, un galeotto chiamato Giovanni Valjean! ed è questo, e lo tengo! Ecco cosa c'è!

Fantina si rizzò con impeto, appoggiandosi sulle braccia rigide e sulle mani, guardò Valjean, guardò Javert, guardò la suora, aprì la bocca come per parlare; ma un rantolo le uscì dal profondo della gola, i denti sbatterono, stese le braccia con angoscia, aprendo convulsamente le mani, annaspando come chi annega; poi d'un tratto si abbatté sul capezzale. La testa urtò contro la spalliera e ricadde sul petto, la bocca spalancata, gli occhi aperti e spenti.

Era morta.

Valjean posò la sua mano su quella che lo teneva e l'aprì come avrebbe aperto la mano d'un fanciullo. Poi disse a Javert:

- Avete ucciso questa donna.

- Finiamola! - gridò Javert furioso. - Non sono qui per sentir ragioni. Risparmiamo tutte queste chiacchiere; la guardia è giù.

Andiamo subito, o le manette!

In un angolo della camera c'era un vecchio letto in pessimo stato, che serviva talvolta alle suore quando vegliavano. Valjean andò verso il letto, in un batter d'occhio smontò la spalliera assai malconcia, cosa facile per muscoli come i suoi, impugnò come una mazza la spranga principale e guardò Javert, che rinculò verso la porta.

Valjean, con la sbarra di ferro in mano, mosse lentamente verso il letto di Fantina. Appena vi giunse, si volse e disse a Javert con una voce che si sentiva appena:

- Non vi consiglio di disturbarmi in questo momento.

Questo è certo: Javert tremava.

Ebbe l'idea di andare a chiamare i soldati, ma Valjean poteva approfittare di quel momento per fuggire. Rimase dunque al suo posto, impugnò il randello dalla parte meno grossa, e si addossò allo stipite della porta senza perdere mai d'occhio Valjean.

Questi appoggiò il gomito sulla spalliera anteriore del letto e la fronte nella mano, e si mise a contemplare Fantina distesa immobile. Rimase così assorto, muto, senza pensare evidentemente più a nessuna cosa di questa vita. Nel suo volto e nel suo atteggiamento non c'era che una inesprimibile pietà. Dopo pochi istanti di quella meditazione si chinò verso Fantina e le parlò sommesso.

Che le disse? Che poteva dire quel reprobo a quella morta? Che parole furono le sue? Nessuno sulla terra le udì. La morta le intese? Ci sono delle illusioni commoventi, che forse sono sublimi realtà. E' certo però, che suor Simplicia, unico testimonio di quanto accadeva, ha spesso raccontato che mentre Valjean parlava all'orecchio di Fantina, lei vide distintamente spuntare un ineffabile sorriso su quelle pallide labbra e in quelle pupille vaghe, piene dello stupore della tomba.

Valjean prese fra le sue mani la testa di Fantina e l'accomodò sul guanciale, come avrebbe fatto una madre col proprio figliolo, le riallacciò la camicia, e fece rientrare i capelli sotto la cuffia.

Poi, le chiuse gli occhi.

Il viso di Fantina sembrava in quel momento stranamente illuminato.

Morire è entrare nella gran luce.

La mano di Fantina pendeva fuori del letto. Valjean si inginocchiò davanti a quella mano, la sollevò dolcemente e la baciò.

Poi si rizzò, si volse a Javert, e disse:

Ora, sono a vostra disposizione.




5. UNA TOMBA CONVENIENTE


Javert chiuse Valjean nella prigione della città.

L'arresto di Madeleine produsse in Montreuil-sur-mer una impressione o a dir meglio una commozione straordinaria. E ci dispiace di non poter nascondere che a queste sole parole: "era un galeotto", quasi tutti l'abbandonarono. In meno di due ore tutto il bene fatto da lui fu dimenticato; egli fu soltanto un galeotto.

E' giusto dire però che non erano ancora noti i particolari del fatto di Arras. Tutto il giorno, in ogni angolo della città, si sentivano dialoghi come questo:

- Non lo sapete? Era un forzato liberato! - Chi? - Il sindaco. Eh!

il signor Madeleine? - Sì - Proprio? - Non si chiama Madeleine, ha un nome curioso, Béjan, Bojean. - Ah, mio Dio! L'hanno arrestato.

- Arrestato! - L'hanno messo qui nella prigione della città, aspettano di tradurlo altrove! - E dove lo porteranno? - Deve essere giudicato alle assise, per un atto di brigantaggio che ha commesso una volta - Ebbene! lo pensavo. Quell'uomo era troppo buono, troppo perfetto, troppo dolce. Rifiutò la decorazione, dava dei soldi a tutti i piccoli mascalzoni che incontrava. Ho sempre sospettato che là sotto si nascondesse qualche brutta storia.

I "salotti" specialmente largheggiarono assai in questo senso. Una vecchia signora, abbonata al "Drapeau blanc", fece questa riflessione, di cui è quasi impossibile misurare tutta la profondità:

- Non me ne dispiace. Così impareranno i bonapartisti!

In questo modo svanì a Montreuil-sur-mer quel fantasma che s'era chiamato Madeleine. Tre o quattro persone soltanto in tutta la città restarono fedeli alla sua memoria, tra cui la vecchia portinaia che l'aveva servito.

La sera di quello stesso giorno, la degna donna stava seduta in portineria, ancora tutta spaventata, riflettendo tristemente. La casa era rimasta chiusa tutto il giorno, la porta principale era sbarrata, la via era deserta. In casa c'erano soltanto le due suore, suor Perpetua e suor Simplicia, che vegliavano il cadavere di Fantina.

Verso l'ora in cui Madeleine era solito rincasare, la buona portinaia si alzò meccanicamente, tolse da un cassetto la chiave della camera di Madeleine e la candela di cui egli si serviva ogni sera per salire le scale; appese la chiave al chiodo da cui egli soleva pigliarla, e si collocò vicino alla candela, come se 1o aspettasse; tornò quindi a sedersi e a pensare. La povera buona vecchia aveva fatto quei preparativi inconsciamente.

Dopo poco più di due ore, la vecchia uscendo dal suo fantasticare, esclamò: - Guarda! buon Gesù! e io che ho attaccata la chiave al chiodo!

In quel momento lo sportello di vetro della portineria si aprì, una mano passò per l'apertura, prese la chiave e la bugia ed accese la candela alla fiamma di quella che già bruciava.

La portinaia alzò gli occhi e rimase a bocca aperta, con un grido nella strozza che riuscì a trattenere.

Conosceva quella mano, quel braccio, quella manica di soprabito.

Era Madeleine.

- Mio Dio, signor sindaco - esclamò - vi credevo....

E s'interruppe perché la fine della frase avrebbe mancato di rispetto al principio: per lei Valjean era sempre il signor sindaco.

Egli compì il pensiero della donna:

- In prigione - disse. - C'ero; ma ho spezzato una sbarra alla finestra, mi sono lasciato cadere dall'alto di un tetto, ed eccomi qui. Salgo nella mia camera. Andatemi a chiamare suor Simplicia, che certamente sarà presso quella povera donna.

La vecchia obbedì in tutta fretta.

Egli non le fece nessuna raccomandazione; era sicuro che quella donna gli avrebbe fatto la guardia meglio che non avrebbe potuto lui stesso.

Non si è mai saputo come avesse potuto penetrare nel cortile senza farsi aprire il portone. Aveva, è vero, e portava sempre con sé una piccola chiave, che apriva una porticina laterale, ma avevano dovuto perquisirlo e quindi togliergli la chiave. Questa circostanza non venne mai chiarita.

Salì le scale che conducevano alla sua camera. Arrivato, posò la bugia sull'ultimo scalino, aprì, senza far rumore, la sua porta, poi tornò a prendere la candela e rientrò.

La precauzione era utile; ricordiamo che la sua finestra poteva essere vista dalla via.

Dette un'occhiata in giro, sulla tavola, sulla sedia, sul letto che da tre giorni non era disfatto. Non rimaneva più nessuna traccia del disordine della penultima notte, perché la portinaia aveva "rifatta la camera". Sennonché, questa aveva raccolto tra le ceneri e deposto pulitamente sul tavolo le due estremità ferrate del bastone e la moneta di due franchi annerita dal fuoco.

Prese un foglio di carta e scrisse: "Ecco le due punte del mio bastone ferrato e la moneta di due franchi rubata a Gervasino, di cui ho parlato alla corte d'assise"; e posò sul foglio la moneta e i due pezzi di ferro, in modo che potessero attirare prima d'ogni altra cosa gli sguardi di chi fosse entrato nella camera. Tolse quindi da un armadio una vecchia camicia, la lacerò, ne fece delle strisce in cui avvolse i candelieri d'argento. Del resto, non aveva né fretta né agitazione, e mentre era occupato ad avvolgere i candelieri del Vescovo, dava qualche morso a un pezzo di pane nero, probabilmente il pane della prigione, che aveva portato via scappando.

Questo è stato constatato dalle briciole di pane nero, che furono trovate sul pavimento della camera quando più tardi la giustizia vi fece una perquisizione.

S'udirono battere due colpi alla porta.

- Avanti - diss'egli.

Era suor Simplicia.

Era pallida, aveva gli occhi rossi, e la candela che portava le tremava in mano. Le violenze del destino hanno questo di particolare, che per quanto perfetti o insensibili possiamo essere, tirano fuori dal fondo delle viscere la natura umana, e la costringono a riapparire di fuori. Nelle emozioni di quel giorno la suora era diventata donna: aveva pianto e tremava.

Valjean terminava allora di scrivere alcune righe su un foglio, che porse alla suora dicendo: - Suora, rimetterete questo al signor curato.

Siccome il foglio era aperto, questa ci dette un'occhiata.

- Potete leggere - disse Valjean.

La suora lesse: "Prego il signor curato di curare tutto quello che lascio qui. Egli si compiacerà di prelevare le spese del mio processo e del funerale per la donna che è morta oggi. Il resto è per i poveri".

La suora tentò di parlare, ma poté appena balbettare qualche suono confuso. Alla fine riuscì a dire:

- Il signor sindaco non desidera vedere un'ultima volta quella povera infelice?

- No - rispose - m'inseguono; potrebbero arrestarmi nella sua camera: ne sarebbe turbata.

Finiva appena, quando udì un gran rumore sulle scale. Era uno strepito di passi che salivano, e la vecchia portinaia che gridava con la sua voce più alta e più acuta:

- Mio buon signore, vi giuro in nome del buon Dio che non è entrato nessuno, né in tutto il giorno, né in tutta la sera, e che non mi sono mai allontanata dalla porta!

Un uomo rispose:

- Eppure in quella stanza c'è un lume.

Riconobbero la voce di Javert.

La camera era disposta in modo che la porta aprendosi copriva l'angolo delle pareti a destra. Valjean spense la sua candela e si gettò in quell'angolo.

Suor Simplicia cadde in ginocchio vicino alla tavola.

La porta s'aprì. Ed entrò Javert.

S'udiva nel corridoio il mormorare sommesso di parecchi uomini e le proteste della portinaia.

La suora non alzò gli occhi: pregava.

La candela accesa sul camino mandava poca luce.

Javert, vedendo la suora, si fermò confuso.

Ricorderemo che il fondo del carattere di Javert, il suo elemento, il suo ambiente respirabile, era la venerazione di ogni autorità.

Egli era tutto d'un pezzo, e non ammetteva né obiezioni né restrizioni. Ben inteso che per lui l'autorità ecclesiastica era la prima tra tutte. Egli era religioso; superficiale e corretto su questo come su ogni altro punto. Ai suoi occhi un sacerdote era una mente che non s'inganna, una suora era una creatura che non pecca mai. Erano anime murate in questo mondo con un'unica porta che s'apriva soltanto per concedere il passo alla verità.

Vedendo la suora, il suo primo moto fu di ritirarsi.

Ma c'era pure un altro dovere, che lo dominava e lo spingeva imperiosamente in senso contrario. Il suo secondo movimento fu di rimanere e d'arrischiare almeno una domanda.

Aveva dinanzi quella suor Simplicia, che non aveva mai detto una menzogna in vita sua. Javert lo sapeva e la venerava in particolar modo per tale motivo.

- Suora - le disse - siete sola in questa camera?

Ci fu un attimo terribile, durante il quale la portinaia si sentì venir meno. La suora alzò gli occhi e rispose:

- Sì.

- Sicché - riprese Javert - perdonate se insisto, ma è il mio dovere, non avete visto questa sera una persona, un uomo? E' evaso, lo cerchiamo; quel tale Giovanni Valjean non lo avete visto?

La suora rispose:

- No.

Essa mentì: mentì due volte di seguito, l'una sull'altra, senza esitare, rapidamente, come chi si sacrifica.

- Scusate - disse Javert - e si ritirò salutandola profondamente.

O santa vergine, da molti anni voi non appartenete più a questo mondo, e avete raggiunto in seno alla luce le vostre sorelle, le vergini, i vostri fratelli, gli angeli. Di quella menzogna spero che sia tenuto conto in paradiso!

La risposta della suora fu per Javert qualche cosa di così decisivo, che non badò neppure alla stranezza di quella candela appena spenta, che fumava ancora sulla tavola.

Un'ora dopo un uomo, camminando attraverso gli alberi e la nebbia, si allontanava rapidamente da Montreuil-sur-mer nella direzione di Parigi. Quell'uomo era Giovanni Valjean. Sulla testimonianza di due o tre carrettieri che l'incontrarono, fu notato che portava un involto e che era vestito d'un camiciotto. Dove aveva preso quel camiciotto? Non si seppe mai. Però pochi giorni prima nell'infermeria della fabbrica era morto un vecchio operaio, non lasciando altro che il suo camiciotto. Forse era quello.

Un'ultima parola intorno a Fantina.

Noi abbiamo tutti una madre, la terra; e a questa madre Fantina fu restituita.

Il curato credette bene, e forse fece bene, di riservare per i poveri quanto più gli fu possibile di ciò che gli aveva lasciato Valjean. Tutto considerato, di che si trattava alla fine? Di un galeotto e di una prostituta. Quindi semplificò quanto poté il seppellimento di Fantina e lo ridusse a quello stretto necessario che si chiama la fossa comune.

Fantina fu dunque sepolta nella parte gratuita del cimitero, quella che è di tutti e di nessuno, dove si smarriscono i poveri.

Per fortuna, Dio sa dove trovare le anime. Fantina venne deposta nelle tenebre, fra tutte le altre ossa; subì la promiscuità delle ceneri. Gettata nella fossa comune, la sua tomba somigliò al suo letto.




PARTE SECONDA - COSETTA



Libro 1


WATERLOO



1. CHE COSA Sl TROVA VENENDO A NIVELLES


In un bel mattino di maggio dello scorso anno (1861) un viandante - colui che narra questa storia - veniva da Nivelles e si dirigeva verso La Hulpe. Andava a piedi, seguendo una larga strada selciata e fiancheggiata da due filari d'alberi, serpeggiante su colline che sollevano la via e la lasciano ricadere, formando così come delle onde enormi. Aveva già oltrepassato Lillois e Bois-Seigneur- Isaac. Vedeva a occidente il campanile d'ardesia di Braine- l'Alleud, che ha la forma di un vaso capovolto. Si era appena lasciato dietro un bosco sopra un'altura, e, all'angolo di una scorciatoia, presso una specie di forca tarlata con l'iscrizione:

"Antica barriera numero 4", un'osteria sulla cui facciata era scritto: "Ai quattro venti. Echabeau, caffè privato".

A mezzo quarto di lega oltre la bettola, giunse in fondo a una valletta, in cui c'è dell'acqua che passa sotto un ponticello della via. La macchia d'alberi, poco densa ma verdissima, riempie la valletta da un lato della strada, mentre dall'altro si dirada per i prati, e se ne va bellamente e con un certo disordine verso Braine-l'Alleud.

A destra, sulla strada, c'era una locanda, con un carro a quattro ruote davanti alla porta, un gran fascio di pertiche per luppoli, un aratro, un mucchio di sterpi secchi vicino a una siepe verde, della calce che fumava in una buca quadrata, e una scala a pioli appoggiata a una tettoia con pareti di paglia. Una giovanetta sarchiava in un campo, dove il vento faceva svolazzare un gran manifesto giallo, probabilmente l'avviso di uno spettacolo foraneo di qualche kermesse. Dall'angolo della locanda, accanto a una pozza in cui navigava una flottiglia di anitre, un sentiero sassoso s'internava fra le sterpaglie. Il viandante vi entrò.

Fatti un centinaio di passi, dopo aver costeggiato un muro del quattrocento sormontato da un pignone appuntito a mattoni incrociati, si trovò davanti a una gran porta di pietra, centinata, con le imposte rettilinee, nel grave stile Luigi Quattordicesimo e con due piatti medaglioni laterali. La faccia severa che la dominava era tagliata da un muro perpendicolare che toccava quasi la porta formando un brusco angolo retto. Sul prato davanti alla porta giacevano tre erpici, attraverso i quali spuntavano alla rinfusa tutti i fiori di maggio. La porta era chiusa, e la sua chiusura consisteva in due battenti decrepiti, ornati di un vecchio martello arrugginito.

Il sole era festoso; le piante avevano quel dolce fremito di maggio, che sembra prodotto più dai nidi che dal vento. Un bravo uccellino, probabilmente innamorato, nascosto in un grande albero gorgheggiava perdutamente.

Il viandante si chinò a osservare nella pietra a sinistra, in basso allo stipite della porta, una larga cavità circolare somigliante all'alveolo di una sfera. In quel momento la porta si aprì e uscì una contadina, che vide il viandante e s'accorse che guardava.

- Quello l'ha fatto una palla francese - disse.

Quindi soggiunse:

- E quel buco più su, nella porta, vicino a un chiodo, lo ha fatto un biscaglino, che non ha trapassato il legno.

- Come si chiama questo luogo? - chiese il viandante.

- Hougomont - rispose la contadina.

Il viandante si raddrizzò, mosse alcuni passi e andò a guardare al di là delle siepi. Vide all'orizzonte, attraverso gli alberi, una specie di monticello, e su di esso qualcosa che, da lontano, somigliava a un leone.

Si trovava sul campo di battaglia di Waterloo.




2. HOUGOMONT


Hougomont fu un luogo funebre, il primo ostacolo, la prima resistenza che incontrò a Waterloo quel grande spaccalegna dell'Europa che si chiamava Napoleone; fu il primo nodo sotto il colpo di scure.

Era un castello e ora è una fattoria. Il maniero di Hougomont, per l'antiquario "Hugomons", fu edificato da Hugo, signore di Somerel, quello stesso che dotò la sesta cappellania dell'abazia di Villers.

Il viandante spinse la porta, e rasentando nell'androne un vecchio calesse, penetrò nel cortile. La prima cosa che lo colpì fu una porta del cinquecento, che simula un'arcata, giacché tutto attorno a essa è caduto. L'aspetto monumentale delle volte nasce dallo stato di rovina. In un muro vicino a quest'arco si apre un'altra porta con serrature del tempo di Enrico Quarto, che lascia vedere gli alberi di un orto. Accanto alla porta un immondezzaio, delle zappe e delle pale, alcuni carretti, un vecchio pozzo con la sua sponda e la carrucola di ferro, un puledro che salta, un tacchino che fa la ruota, una cappella sormontata da un piccolo campanile, un pero in fiore appoggiato al muro della cappella: questo è il cortile, la cui conquista fu un sogno di Napoleone. Forse, se avesse potuto impadronirsene, quel lembo di terra gli avrebbe dato il mondo. Alcune galline razzolavano nel terreno. Si ode un brontolio; è un grosso cane che mostra i denti e che sostituisce gli inglesi.

Gli inglesi qui fecero meraviglie. Le quattro compagnie delle guardie di Cooke resistettero per sette ore all'accanimento di un esercito.

La pianta geometrica di Hougomont, fabbricati e recinti compresi, forma una specie di rettangolo irregolare, a cui sia stato mozzato uno degli angoli. In quest'angolo si trova la porta meridionale, che quel muro protegge e domina. Hougomont ha due porte: la meridionale che è quella del castello, e la settentrionale, che è quella della fattoria. Napoleone spedì contro Hougomont suo fratello Girolamo; le divisioni Guilleminot, Foy e Bachelu vi dettero di cozzo, quasi tutto il corpo di Reille fu adoperato senza riuscire; e i cannoni di Kellermann esaurirono le loro munizioni contro quell'eroico lembo di muro. La brigata Bauduin fu sufficiente a forzare la posizione dal nord, e la brigata Soye a mezzogiorno poté intaccarla, ma non prenderla.

Gli edifici rurali chiudono il cortile a sud. Un pezzo della porta settentrionale, fracassata dai francesi, pende ancora aggrappato al muro: sono quattro tavole inchiodate su due traverse, nelle quali si distinguono le tacche dell'assalto. La porta settentrionale, sfondata dai francesi e alla quale si è messo un pezzo nuovo per sostenere quello che pende dal muro, è socchiusa in fondo al cortile: è una porta quadrata praticata in un muro, di pietra sotto e sopra a mattoni, che chiude il cortile a nord. E' un semplice portone come se ne vedono in tutte le fattorie, con due larghi battenti di rozze tavole, che dà sui prati. Il suo ingresso fu contrastato furiosamente; e per lungo tempo si videro sopra i suoi stipiti moltissime impronte di mani insanguinate. Qui fu ucciso Bauduin.

L'uragano della battaglia si sente ancora in questo cortile; l'orrore vi è visibile; il disordine della mischia ci si è pietrificato, vive, muore, sembra di ieri. I muri sono agonizzanti, le pietre cadenti, le brecce urlanti; i fori sono le piaghe; gli alberi chini e frementi pare che si sforzino di fuggire.

Questo cortile nel 1815 conteneva molti altri fabbricati, che vennero poi abbattuti, e che formavano allora delle sporgenze degli angoli e dei gomiti di squadra.

Gli inglesi vi si erano asserragliati; i francesi vi penetrarono ma non poterono mantenere le posizioni. Di fianco alla cappella si erge rovinosa, e potremmo dire sventrata, un'ala del castello, unico rudere che resti del castello di Hougomont.

Il castello servì come torrione e la cappella come ridotta. Ci fu una carneficina. I francesi presi di mira da tutte le parti, da dietro i muri, dall'alto dei granai, dal basso delle cantine, da tutte le finestre, da tutti gli spigoli, da tutte le connessure delle pietre, ammucchiarono fascine e appiccarono il fuoco ai muri e agli uomini. Alla mitraglia rispose l'incendio.

Nell'ala rovinata, attraverso le finestre munite di sbarre di ferro, s'intravedono le camere smantellate di un fabbricato in mattoni, nelle quali le guardie inglesi stavano in agguato. La scala a chiocciola, tutta crepe dal pianterreno fino al tetto, sembra l'interno di una conchiglia rotta. Gli inglesi assediati nella scala, che aveva due piani, stavano raggruppati sugli scalini superiori, e avevano abbattuto quelli inferiori. Sono grandi lastre di pietra azzurrognola che ora giacciono ammucchiate fra le ortiche. Una decina di scalini, sul primo dei quali è incisa la forma di un tridente, sono ancora infissi nel muro, inaccessibili, solidi nei loro alveoli: il resto della scala somiglia a una mascella sdentata. Ci sono là accanto due vecchi alberi: uno è morto, l'altro, benché ferito al pedale, rinverdisce ad aprile, e dal 1815 in poi s'è messo a spingere i rami attraverso la scala.

Nella cappella ci fu un massacro. L'interno, ora tranquillo, ha un aspetto strano. Dopo quella carneficina non vi si è più celebrata la messa; però l'altare è rimasto: un altare di legno grossolano, addossato a un fondo di pietra grezza. Quattro pareti imbiancate a calce, una porta dirimpetto all'altare, due piccole finestre centinate, sulla porta un gran crocifisso di legno, sul crocifisso uno spiraglio quadrato, tappato con un fascio di fieno, in un angolo a terra una vecchia invetriata tutta rotta; ecco la cappella. Una statua di legno che rappresenta Sant'Anna, del Quattrocento, è inchiodata vicino all'altare; una palla portò via la testa al Bambin Gesù. I francesi, per poco padroni della cappella, poi sloggiati, l'incendiarono. Le fiamme avvolsero questa catapecchia, che divenne una fornace; bruciò la porta, bruciò il pavimento che era di legno; ma non bruciò il crocifisso.

Il fuoco gli rose i piedi, di cui rimangono soltanto i monconi anneriti, poi si fermò. Miracolo, dicono quelli del paese. Il Bambin Gesù, decapitato, non fu fortunato come il Cristo.

I muri sono coperti d'iscrizioni. Vicino ai piedi del crocifisso si legge questo nome: Henquinez, poi questi altri: "Conde de rio Major, Marques y Marquesa de Almagro (Habana)".

Ci sono nomi francesi seguiti da punti d'esclamazione, segni di collera. Nel 1849 i muri furono nuovamente imbiancati, perché le nazioni vi si insultavano a vicenda.

Alla porta della cappella fu raccolto un cadavere che teneva in mano una scure; era il sottotenente Legros.

Uscendo di là, a sinistra si vede un pozzo. Nel cortile ce ne sono due. Si chiede: perché questo non ha né secchio né carrucola?

Perché non vi si attinge più acqua. E perché non vi si attinge più acqua? Perché è pieno di scheletri.

L'ultimo che tirò acqua da quel pozzo si chiamava Guglielmo Van Kylsom, ed era un contadino dimorante a Hougomont, e faceva il giardiniere. Il 18 giugno 1815 la sua famiglia fuggì e si nascose nel bosco.

Tutte queste disgraziate popolazioni disperse si rifugiarono per più giorni e più notti nella foresta che circonda l'abazia di Villers, dove alcuni ruderi tuttora riconoscibili, come vecchi tronchi d'alberi mezzo bruciati, indicano oggi il posto di quei vecchi bivacchi trepidanti in fondo alle macchie.

Guglielmo Van Kilsom rimase a Hougomont per "custodire il castello", e si nascose in una cantina.

Gli inglesi lo scovarono, lo strapparono dal suo nascondiglio, e a piattonate costrinsero quel poveretto spaventato a servirli.

Avevano sete ed egli portava loro da bere, attingendo l'acqua da quel pozzo. Molti vi bevvero l'ultimo loro sorso, e il pozzo che dissetò tanti morti, doveva poi morire anch'esso.

Dopo la battaglia si ebbe fretta di seppellire i cadaveri. La morte ha un modo tutto suo di intorbidire la vittoria; alla gloria, fa seguire la peste; il tifo è un accessorio del trionfo.

Quel pozzo era profondo, e ne fecero un sepolcro gettandovi trecento morti, forse con troppa fretta. Erano morti tutti? La leggenda dice di no: pare che la notte successiva si udissero uscire dal pozzo voci fioche invocanti aiuto.

Questo pozzo è situato in mezzo al cortile. Tre muriccioli di pietra e di mattoni, piegati come i telai di un paravento, e formanti come una torricella quadrata, lo circondano da tre lati:

il quarto è aperto e di là si attingeva l'acqua. Il muro in fondo ha una specie di occhio di bue informe, forse un buco d'obice. La torricella aveva un tetto, di cui rimangono solo le travi.

L'armatura di sostegno del muro a destra ha la forma d'una croce.

Chinandosi, l'occhio si perde in un profondo cilindro di mattoni pieno di tenebre. Tutto intorno al pozzo, la base dei muri sparisce sotto le ortiche.

Questo pozzo non ha per copertura la larga lastra di pietra turchina che si trova in tutti i pozzi del Belgio. La pietra azzurra è sostituita da una traversa, a cui s'appoggiano cinque o sei difformi pezzi di legno che somigliano a ossa gigantesche. Non c'è più né secchio, né catena, né carrucola, ma c'è ancora la tinozza di pietra che serviva per risciacquare. Ora vi si ferma l'acqua piovana, e ogni tanto un uccello delle vicine foreste viene a bere e vola via.

Tra quelle rovine c'è ancora una casa abitata, la casa colonica, la cui porta dà sul cortile. Vicino a una bella toppa gotica, c'è una maniglia di ferro a forma di trifoglio messa di sbieco. Il tenente annoverese Wilda aveva afferrato quella maniglia per rifugiarsi nella casa, quando uno zappatore francese con un colpo di scure gli troncò la mano.

La famiglia che abita la casa ha per nonno l'antico giardiniere Van Kylsom, morto da lungo tempo. Una donna coi capelli grigi vi dice: - Io c'ero: avevo tre anni. Mia sorella più grande aveva paura e piangeva. Ci condussero nel bosco; io era in braccio a mia madre. Di tanto in tanto si buttavano con l'orecchio a terra per sentire. Io imitavo il cannone facendo "bum, bum".

Una porta del cortile, a sinistra, come dicemmo, mette nell'orto.

Anche l'orto è terribile.

E' diviso in tre parti, e si potrebbe quasi dire in tre atti. La prima parte è un giardino, la seconda l'orto, la terza un boschetto. Queste tre parti hanno una cinta comune; sul lato dell'ingresso ci sono i fabbricati del castello e della fattoria, a sinistra una siepe, a destra e in fondo due muri: quello di destra è fatto di mattoni, l'altro di sassi. Si entra dapprima nel giardino che è in leggero pendio, piantato d'uva spina, ingombro di vegetazioni selvatiche, chiuso da una monumentale muratura in pietra da taglio, con balaustri a doppia èntasi. Era un giardino signorile in quel primo stile francese che ha preceduto Lenotre; oggi rovine e rovi. I pilastri sono sormontati da globi, che sembrano palle di pietra. Si contano ancora quarantatré balaustri ritti sui loro plinti; gli altri giacciono nell'erba. Quasi tutti recano delle scalfitture di fucilate. Un balaustro rotto è posato sul parapetto come una gamba spezzata.

Fu in questo giardino, più basso dell'orto, che sei volteggiatori della Prima Compagnia, essendovi entrati e non potendo più uscire, attorniati e stretti come un orso nella fossa, accettarono la lotta contro due compagnie di annoveresi, una delle quali armata di carabine. Gli annoveresi, schierati lungo la balaustrata, facevano fuoco dall'alto, e i volteggiatori, rispondendo dal basso, in sei contro duecento, intrepidi, senz'altro riparo fuorché i cespugli d'uva spina, misero un quarto d'ora a morire.

Saliti pochi scalini, dal giardino si passa nell'orto propriamente detto. Qui, mille e cinquecento uomini caddero in meno d'un'ora.

Il muro sembra pronto a ricominciare la battaglia. Vi si vedono ancora le trentotto feritoie apertevi dagli inglesi ad altezze irregolari. Davanti alla sesta ci sono due tombe inglesi di granito. Le feritoie si trovano soltanto nel muro meridionale, perché l'attacco principale veniva da quel lato. Questo muro è mascherato al di fuori da una gran siepe verde. Arrivando, i francesi credettero che l'unico intoppo fosse la siepe, e la varcarono; ma trovarono il muro, cioè un ostacolo e un'imboscata, dietro il muro le guardie inglesi e le trentotto feritoie che mandavano fuoco tutte insieme, una tempesta di mitraglia e di palle. La brigata Soye vi si infranse contro. Così ebbe inizio Waterloo.

Tuttavia l'orto fu preso. In mancanza di scale, i francesi si arrampicarono con le mani. Si batterono a corpo a corpo sotto gli alberi, e tutta quest'erba fu bagnata di sangue. Un battaglione di Nassau, di settecento uomini, restò fulminato. All'esterno il muro, contro il quale furono puntate le due batterie di Kellermann, è roso dalla mitraglia.

Quest'orto fiorisce quanto un altro al mese di maggio. Ha i suoi ranuncoli e le sue pratoline, l'erba vi cresce alta, i cavalli dell'aratro vi pascolano; delle corde di crine, che servono per spandere il bucato, tese da un albero all'altro, fanno piegare il capo ai passanti; si cammina sul terreno incolto, e i piedi affondano nelle buche scavate dalle talpe. In mezzo all'erba si vede un tronco d'albero sradicato, abbattuto, verdeggiante; vi si appoggiò il maggiore Blakman per spirare. Sotto un grande albero vicino cadde il generale Duplat, appartenente a una famiglia francese emigrata dopo la revoca dell'editto di Nantes. Là vicino s'incurva verso terra un vecchio melo ammalato, bendato con paglia e creta. Quasi tutti i meli sono cadenti per vecchiaia, e non ce n'è uno che non abbia la sua palla o il suo biscaglino. Gli scheletri degli alberi morti abbondano in quest'orto. I corvi volano tra i rami, ma in fondo c'è un bosco pieno di violette.

Bauduin ucciso, Foy ferito, l'incendio, il massacro, la carneficina, un torrente di sangue inglese, di sangue tedesco e di sangue francese furiosamente mescolati, un pozzo colmo di cadaveri, il reggimento di Nassau e quello di Brunswick distrutti, Duplat e Blakman uccisi, le guardie inglesi mutilate, venti battaglioni francesi decimati sui quaranta del corpo di Reille, tremila uomini nel solo casolare di Hougomont sciabolati, tagliati a pezzi, scannati, fucilati, bruciati; e tutto questo perché oggi un contadino possa dire a un visitatore: "Signore, datemi tre franchi, e se volete, vi spiegherò la faccenda di Waterloo".




3. 18 GIUGNO 1815


Valendoci del diritto del narratore, torniamo indietro, al 1815, e anche un po' più in là dell'epoca m cui comincia l'azione da noi raccontata nella prima parte di questo libro.

Se nella notte dal 17 al 18 giugno 1815 non avesse piovuto, l'avvenire dell'Europa sarebbe stato diverso. Poche gocce di acqua di più o di meno hanno deciso della sorte di Napoleone. Bastò un po' di pioggia alla Provvidenza perché Waterloo distruggesse Austerlitz; e una nuvola che attraversò il cielo fuori stagione bastò a far crollare un mondo.

La battaglia di Waterloo poté cominciare soltanto alle undici e mezzo; il che diede a Blücher il tempo di arrivare. Perché? Perché la terra era bagnata. Si dovette aspettare che si rassodasse un po' per poter usare dell'artiglieria.

Napoleone era ufficiale d'artiglieria, e ne soffriva. In fondo a quel prodigioso capitano c'era l'uomo che nel rapporto al Direttorio su Aboukir diceva: "Uno dei nostri proiettili ha ucciso sei uomini". Tutti i suoi piani di battaglia sono fatti per il proiettile. Far convergere l'artiglieria sopra un punto dato, era per lui la chiave della vittoria. Trattava la strategia del generale nemico come una cittadella e la batteva in breccia.

Schiacciava il lato debole con la mitraglia; annodava e snodava le battaglie col cannone. Il tiro del cannone faceva parte del suo genio. Sfondare i quadrati, frantumare i reggimenti, spezzare le linee, schiacciare e disperdere le masse, il problema per lui stava tutto nel battere, battere, e battere ancora senza posa; e questo lavoro lo affidava al cannone. Metodo formidabile che, unito al genio, rese invincibile per quindici anni quel cupo atleta del pugilato della guerra.

Il 18 giugno 1815 contava tanto più sull'artiglieria, in quanto aveva il vantaggio del numero. Wellington contava solo centocinquantanove bocche da fuoco; egli ne contava duecentoquaranta.

Supponete che il terreno fosse stato asciutto e l'artiglieria avesse potuto muoversi, l'azione sarebbe cominciata alle sei del mattino e sarebbe stata vinta e finita alle due, tre ore prima del sopraggiungere dei prussiani.

Quanti errori sono imputabili a Napoleone nella perdita di quella battaglia? Il naufragio è imputabile al pilota?

All'evidente decadenza fisica di Napoleone si aggiungeva forse in quell'epoca una certa fiacchezza interna? Vent'anni di guerra avevano consumato la lama come la guaina, l'anima come il corpo?

Il veterano si faceva fastidiosamente sentire nel capitano? In una parola, quel genio si eclissava forse, come hanno creduto molti storici? Dava in frenesie per mascherare a se stesso la propria debolezza? Cominciava a oscillare traviato da pensieri avventurosi? Oppure, cosa gravissima in un generale, diventava inconscio del pericolo? In quella classe di grandi uomini materiali, che si potrebbero chiamare i giganti dell'azione, c'è un'età per la miopia del genio? La vecchiaia non intacca i geni dell'ideale: per Dante e per Michelangelo invecchiare è crescere; per Annibale e per Bonaparte sarebbe invece diminuire? Aveva Napoleone perduto il senso diretto della vittoria? Era giunto a non vedere più lo scoglio, a non indovinare lo stratagemma, a non discernere l'orlo crollante degli abissi? Gli veniva a mancare il fiuto delle catastrofi? Egli che una volta conosceva tutte le vie del trionfo, e che dall'alto del suo carro fulmineo le indicava con dito sovrano, era preso ora da un così sinistro sbalordimento da guidare nei precipizi la tumultuosa muta delle sue legioni? A quarantasei anni era forse colpito da una suprema pazzia? e quel titanico auriga del destino era forse nient'altro che un gigantesco rompicollo? Noi non lo crediamo.

Per confessione di tutti, il suo piano di battaglia era un capolavoro. Muovere diritto al centro della linea degli alleati, fare una breccia nel nemico, tagliarlo in due, spingere la metà inglese sopra Hal, la metà prussiana su Tongres, fare di Wellington e di Blucker due tronconi, prendere Mont-Saint-Jean, impadronirsi di Bruxelles, buttare il tedesco nel Reno e l'inglese in mare; questo era, per Napoleone, lo svolgimento di quella battaglia. Al resto avrebbe pensato dopo.

E' inutile dire che non pretendiamo di scrivere la storia di Waterloo; una delle scene generatrici del dramma che raccontiamo si rannoda a quella giornata; ma la storia di essa non entra nel nostro tema. D'altronde questa storia è già scritta, e assai magistralmente, da una parte da Napoleone, e dall'altra da un'intera pleiade di storici. Dal canto nostro, lasciamo gli storici alle prese tra loro; noi siamo soltanto un testimone a distanza, un passante nella pianura, un investigatore chino su quella terra impastata di carne umana, che prende forse le apparenze per realtà; noi non abbiamo il diritto di affrontare, in nome della scienza, un cumulo di fatti, nei quali ci sono senza dubbio dei miraggi; non abbiamo né l'esperienza militare, né la competenza strategica che autorizzano un sistema; a nostro avviso, a Waterloo un concatenarsi di casi fortuiti domina i due capitani; e quando si tratta di quel misterioso accusato che è il destino, giudichiamo come il popolo che è un giudice senza malizia.




4. A.


Chi volesse raffigurarsi chiaramente la battaglia di Waterloo non ha da far altro che tracciare con la mente un A maiuscolo sul terreno. La gamba sinistra dell'A è la strada di Nivelles, la destra è quella di Genappe, la linea trasversale è la via incassata da Ohain a Braine-l'Alleud. Il vertice dell'A è Mont- Saint-Jean, dov'è Wellington; la punta inferiore sinistra è Hougomont, dove si trova Reille con Girolamo Bonaparte; e la punta inferiore destra è la Belle-Alliance, dov'è Napoleone. Un po' al di sotto del punto in cui la linea trasversale dell'A incontra e taglia la gamba destra, si trova la Haie-Sainte. In mezzo a questa linea trasversale è il posto preciso in cui fu detta l'ultima parola della battaglia. Là si è collocato il leone, simbolo involontario del supremo eroismo della guardia imperiale.

Il triangolo compreso tra il vertice dell'A, le due gambe e la linea trasversale, forma la spianata di Mont-Saint-Jean; la battaglia consistette nella contesa di quella spianata.

Le ali delle due armate si stendevano a destra e a sinistra delle due strade di Genappe e di Nivelles; d'Erlon di fronte a Picton, Reille di fronte a Hill.

Dietro il vertice dell'A, dietro cioè la spianata di Mont-Saint- Jean, sta la foresta di Soignes.

Quanto alla pianura, figuriamoci un vasto terreno ondulato, in cui ogni rialzo domina quello che segue, e tutte le ondulazioni salgono verso Mont-Saint-Jean e fanno capo alla foresta.

Due eserciti nemici su un campo di battaglia sono come due gladiatori: è una lotta a corpo a corpo, in cui ciascuno cerca di far cedere l'altro. Si aggrappano a tutto. Un cespuglio è un punto d'appoggio, uno spigolo di muro è un sostegno; un reggimento cede per mancanza d'una bicocca a cui addossarsi; una depressione nella pianura, un'ondulazione di terreno, un sentiero trasversale, una macchia, un burrone, possono fermare il tallone di quel colosso che si chiama un esercito, e impedirgli di indietreggiare. Chi abbandona il campo è battuto. Quindi la necessità, per il capo responsabile, d'esaminare la più piccola macchia d'alberi, di scrutare la minima accidentalità del terreno.

I due generali avevano studiato attentamente la pianura di Mont- Saint-Jean, chiamata ora di Waterloo. Wellington, con sagace previdenza, l'aveva esaminata fin dall'anno precedente, come campo eventuale d'una grande battaglia. Su quel terreno e per tale duello, Wellington il 18 giugno 1815 aveva il lato buono, Napoleone il cattivo. L'esercito inglese era in alto, quello francese in basso.

E' quasi un di più descrivere qui la figura di Napoleone, a cavallo, col canocchiale in mano, sull'altura di Rossomme, all'alba del 18 giugno 1815. Prima che sia disegnato, tutti lo hanno già visto. Il profilo calmo sotto il piccolo cappello della scuola di Brienne, l'uniforme verde col risvolto bianco che nasconde la placca, il cappotto grigio che nasconde le spalline, i calzoni di pelle, il cavallo bianco con la gualdrappa di porpora, adorna agli angoli di N coronate e di aquile, gli stivali alla scudiera sulle calze di seta, gli speroni d'argento, la spada di Marengo: questa raffigurazione dell'ultimo imperatore sta negli occhi di tutti, acclamata dagli uni, severamente giudicata dagli altri.

Per molto tempo questa immagine è stata sempre nella luce; e questo dipendeva da una certa fascinosa leggenda che la maggior parte degli eroi creano attorno a sé e che vela sempre, più o meno a lungo, la verità. Oggi però la storia e la luce si vanno formando.

Quella luce, che si chiama storia, è spietata; ha questo di strano e di divino che, per quanto sia luce e appunto perché luce, stende spesso dell'ombra dove non si vedevano che raggi. Dello stesso uomo essa forma due immagini diverse, di cui l'una combatte l'altra e la condanna, e le tenebre del despota lottano col fulgore del guerriero. Di qui una misura più equa nell'apprezzamento definitivo dei popoli. Babilonia violata sminuisce Alessandro,Roma incatenata sminuisce Cesare, Gerusalemme distrutta sminuisce Tito. La tirannia tien dietro al tiranno, ed è una sventura per un uomo lasciare dietro di sé una tenebra che ha la sua forma.




5. IL "QUID OBSCURUM" DELLE BATTAGLIE


Tutti conoscono la prima fase di questa battaglia; avvio confuso, incerto, esitante, minaccioso per entrambi gli eserciti, ma per gli inglesi più che per i francesi.

Aveva piovuto tutta la notte; il terreno era come sconvolto dai rovesci; l'acqua s'era accumulata negli incavi della pianura come in tante tinozze. In certi punti i traini ne avevano fino al mozzo; i sottopancia dei cavalli sgocciolavano fango liquido; e se le biade e le segale rovesciate da quelle file di carriaggi in marcia non avessero colmato i solchi e formato una lettiera sotto le ruote, ogni movimento, soprattutto negli avvallamenti dalla parte di Papelotte, sarebbe stato impossibile.

La battaglia cominciò tardi. Abbiamo già detto che Napoleone aveva l'abitudine di tenere tutta l'artiglieria sotto mano come una pistola, prendendo di mira ora l'uno ora l'altro punto della battaglia. Aveva voluto aspettare che le batterie potessero muoversi e galoppare liberamente; e per questo occorreva che il sole venisse ad asciugare il terreno. Ma il sole non comparve. Non era più l'appuntamento di Austerlitz. Quando venne sparato il primo colpo di cannone, il generale inglese Corville guardò l'orologio e vide che erano le undici e trentacinque.

L'azione fu impegnata con furia dall'ala sinistra francese sopra Hougomont, con più furia forse che l'imperatore non desiderasse.

In pari tempo, Napoleone attaccò il centro lanciando la brigata Quiot sopra la Haie-Sainte, e Ney spinse l'ala destra francese contro la sinistra inglese che s'appoggiava a Papelotte.

L'attacco a Hougomont, era un po' simulato. Il piano consisteva nell'attirarvi Wellington e farlo propendere a sinistra; e sarebbe riuscito, se le quattro compagnie di guardie inglesi e i coraggiosi belgi della divisione Perponcher non avessero saldamente tenuto la posizione; e Wellington, invece di ammassarvi le sue truppe, poté limitarsi a spedire colà come rinforzo quattro compagnie di guardie e un battaglione di Brunswick.

L'attacco dell'ala destra francese su Papelotte era un attacco a fondo. Sbaragliare la sinistra degli inglesi, tagliare la strada di Bruxelles, sbarrare eventualmente il passaggio ai prussiani, impadronirsi di Mont-Saint-Jean, spingere Wellington sopra Hougomont, quindi sopra Braine-l'Alleud poi sopra Hal: niente di più chiaro. A parte alcuni incidenti, la mossa riuscì. Papelotte fu presa, la Haie-Sainte conquistata.

Circostanza degna di nota; nella fanteria degli inglesi, specialmente nella brigata Kempt, c'erano molte reclute. Questi soldati novizi di fronte ai nostri formidabili fantaccini, furono valorosi; benché inesperti, se la cavarono intrepidamente, facendo soprattutto un eccellente servizio di cacciatori. Il soldato cacciatore, un po' abbandonato a se stesso, diventa per così dire il proprio generale. Quelle reclute mostrarono un po' dell'iniziativa e della furia francese, e si batterono con slancio. Questo dispiacque a Wellington.

Dopo la presa della Haie-Sainte, la battaglia fu incerta.

In quella giornata, da mezzogiorno alle quattro, c'è un intervallo oscuro; il luogo della battaglia resta quasi indistinto, diventa cupo come la mischia. Vi si fa buio; e in quella bruma si scorgono vaste fluttuazioni, un miraggio vertiginoso, tutto l'armamentario di guerra pressoché sconosciuto oggi, i "colbak" a fiamma, le grosse tasche penzoloni, le bandoliere incrociate, le giberne per granate, i "dolman" degli ussari, gli stivali rossi a mille pieghe, i pesanti berretti inghirlandati di cordoni, la fanteria quasi nera di Brunswick mista alla fanteria scarlatta d'Inghilterra, i soldati inglesi con grossi cuscinetti bianchi rotondi al posto delle spalline, i cavalleggeri annoveresi coi loro caschi oblunghi di cuoio con strisce d'ottone e criniere rosse, gli scozzesi dai ginocchi nudi e dalle gonne a scacchi, le grandi uose bianche dei nostri granatieri; quadri insomma, non linee strategiche, quel che ci vuole per Salvator Rosa, non quello che occorre a Gribeauval.

In una battaglia c'è sempre una certa dose di burrasca: "quid obscurum, quid divinum". In quelle confusioni ogni storico traccia un po' la linea che gli piace. Qualunque sia il piano dei generali, il cozzo delle masse armate ha dei riflussi incalcolabili; durante l'azione i piani dei due capi si compenetrano e si deformano a vicenda. Un certo punto del campo di battaglia divora più combattenti di un altro, come i terreni più o meno spugnosi assorbono, più o meno presto, l'acqua che vi si getta; e in quel punto si è costretti a riversare più soldati che non si vorrebbe. Spese impreviste. La linea di battaglia fluttua e serpeggia come un filo, le strisce di sangue scorrono illogicamente, le fronti degli eserciti ondeggiano, i reggimenti rientrando o sporgendo formano capi e golfi, tutti quegli scogli si agitano continuamente gli uni dinanzi agli altri; dov'era la fanteria arriva l'artiglieria, dov'era l'artiglieria accorre la cavalleria; i battaglioni son nuvoli di fumo. In quel punto c'era qualche cosa; la cercate, è sparita. I vuoti si spostano; le masse oscure avanzano e retrocedono, una specie di vento sepolcrale spinge, respinge, gonfia, disperde quelle tragiche moltitudini.

Cos'è una mischia? è un'oscillazione. L'immobilità d'un piano matematico esprime un minuto e non una giornata. Per descrivere una battaglia ci vogliono quegli artisti potenti che hanno il caos nel pennello, Rembrandt vale più di Van Der Meulen, il quale, esatto a mezzogiorno, alle tre mentisce. La geometria inganna; soltanto l'uragano è veritiero. E per questo Folard ha diritto di contraddire Polibio. Aggiungiamo che c'è sempre un certo momento in cui la battaglia degenera in combattimento, si particolarizza e si frantuma in innumerevoli fatti episodici, che, per valerci d'una frase dello stesso Napoleone, "appartengono alla biografia dei reggimenti più che alla storia dell'esercito". In questo caso lo storico ha evidentemente il diritto di riassumere. Egli può cogliere solo i contorni principali della lotta; e non c'è narratore, per quanto coscienzioso sia, che possa disegnare in modo assoluto la forma di quell'orribile nuvola che è una battaglia.

Questa verità comune a tutti i grandi scontri armati è particolar modo applicabile a Waterloo.

Tuttavia nel pomeriggio, a un certo punto, la battaglia si precisò.




6. LE QUATTRO POMERIDIANE


Verso le quattro, la situazione dell'esercito inglese era molto grave. Il principe d'Orange comandava il centro, Hill l'ala destra, Picton la sinistra. Il principe d'Orange, smarrito ma intrepido, gridava agli olandesi e ai belgi: "Nassau! Brunswick!

Non si va mai indietro!". Hill, indebolito, veniva ad appoggiarsi a Wellington; Picton era morto. Mentre gli inglesi strappavano ai francesi la bandiera del Centocinquesimo di linea, questi uccidevano agli inglesi il generale Picton con una palla nella testa. Per Wellington la battaglia aveva due punti d'appoggio, Hougomont e la Haie-Sainte; Hougomont resisteva ancora, ma era in fiamme; la Haie-Sainte era perduta. Del battaglione tedesco che l'aveva difesa sopravvivevano solo quarantadue persone; tutti gli ufficiali, meno cinque, erano morti o prigionieri. Tremila uomini s'erano massacrati in quel casolare. Un sergente delle guardie inglesi, il primo pugile d'Inghilterra, che dai suoi compagni d'arme era creduto invulnerabile, era stato ucciso da un piccolo tamburino francese. Barring era stato sloggiato, Alten sciabolato.

Parecchie bandiere perdute, tra cui una della divisione Alten e una del battaglione Lunebourg portata da un principe della famiglia Deux-Ponts. Gli scozzesi grigi non esistevano più; i dragoni pesanti di Ponsonby erano tagliati a pezzi. Quella valorosa cavalleria aveva ceduto all'urto dei lancieri di Bro e dei corazzieri di Travers; di mille e duecento cavalli ne rimanevano seicento; dei tre tenenti-colonnelli due erano a terra, Hamilton ferito, Mater ucciso. Ponsonby era caduto, trapassato da sette colpi di lancia. Gordon era morto, March era morto. Due divisioni, la quinta e la sesta, erano distrutte.

Hougomont pericolante, la Haie-Sainte perduta, rimaneva un posto solo, il centro, che teneva fermo. Wellington lo rinforzò chiamandovi Hill che era a Merbe-Braine, e Chassé che si trovava a Braine-l'Alleud.

Il centro dell'esercito inglese, un po' concavo, molto denso e compatto, occupava una posizione fortissima: l'altipiano di Mont- Saint-Jean, col villaggio dietro, e dinanzi il pendio, che era allora molto aspro. S'appoggiava a quella robusta casa di pietra che allora era un bene demaniale e che si trova proprio all'intersecazione delle strade; era una costruzione del secolo decimosesto, tanto solida, che le palle di cannone rimbalzavano senza scalfirla. Tutt'intorno alla spianata, gli inglesi avevano qua e là tagliato le siepi, formato delle feritoie fra i biancospini e nascosto le bocche dei cannoni in mezzo ai rami, di modo che le loro artiglierie erano mimetizzate sotto le macchie.

Questo lavoro cartaginese, incontestabilmente autorizzato dalla guerra che ammette l'insidia, era così ben fatto che Naxo, spedito dall'imperatore alle nove del mattino per la ricognizione delle batterie nemiche, non si era accorto di nulla, e al ritorno aveva detto a Napoleone che non c'erano ostacoli al di fuori delle due barricate che chiudevano le strade di Nivelles e di Genappe. Erano i giorni in cui la messe è alta, e un battaglione della brigata Kempt, il Novantacinquesimo, armato di carabine, stava appiattato sull'orlo della spianata, nascosto nel frumento.

Assicurato e rafforzato in tal modo, il centro dell'esercito anglo-olandese occupava una buona posizione.

Il pericolo era rappresentato dalla foresta di Soignes, allora contigua al campo di battaglia, e intersecata dagli stagni di Groenendael e di Boitsfort. Un esercito non avrebbe potuto indietreggiare in essa senza dissolversi; i reggimenti vi si sarebbero disgregati subito, e l'artiglieria si sarebbe perduta nel terreno paludoso. Secondo l'opinione di parecchi intenditori che però a dir vero è contrastata da altri, la ritirata da quella parte sarebbe stata uno sbaraglio.

Wellington rinforzò il centro con una brigata di Chassé sottratta all'ala destra, e una brigata di Wincke sottratta all'ala sinistra, più la divisione Clinton. Ai suoi inglesi, ai reggimenti di Halkett, alla brigata Mitchell, alle guardie di Maitland, dette per appoggio e rinforzo la fanteria di Brunswick il contingente di Nassau, gli annoveresi di Kielmansegge e i tedeschi di Ompteda.

Così ebbe sotto mano ventisei battaglioni.

L'ala destra, come dice Charras, ripiegò dietro il centro.

Un'enorme batteria era mascherata da sacchi di terra, dove si trova quello che chiamano oggi il museo di Waterloo. Inoltre Wellington teneva in un avvallamento i dragoni della guardia di Somerset, cioè mille e quattrocento cavalli. Era l'altra metà di quella cavalleria inglese così meritatamente famosa. Distrutto Ponsonby, rimaneva Somerset.

La batteria, che se fosse stata terminata sarebbe stata quasi una ridotta, era collocata dietro il muro bassissimo d'un giardino, mimetizzato in fretta da sacchi di sabbia e da zolle erbose. Ma il lavoro non era terminato, era mancato il tempo per la palizzata.

Wellington, inquieto ma impassibile, era a cavallo e restò tutto il giorno in quell'atteggiamento, un po' più avanti del vecchio mulino di Mont-Saint-Jean che esiste ancora, sotto un olmo che più tardi un inglese, vandalo entusiasta, comprò per 200 franchi, fece segare e portar via. Wellington mostrò una freddezza eroica. Le palle gli piovevano attorno. L'aiutante di campo Gordon fu ucciso al suo fianco. Lord Hill, mostrandogli una granata che scoppiava, gli chiese: - Milord, quali sono le vostre istruzioni, e quali ordini ci lasciate, nel caso che vi faceste ammazzare? - "Di fare come me" - rispose Wellington. E a Clinton disse laconicamente: - "Resistete fino all'ultimo uomo".- Evidentemente la battaglia andava male, e Wellington gridava ai suoi antichi compagni d'arme di Talavera, di Vitoria e di Salamanca: - "Ragazzi, c'è qualcuno che possa pensare di cedere? Pensate alla vecchia Inghilterra!".

Verso le quattro la linea inglese ripiegò. Tutto a un tratto sul crinale dell'altipiano non si videro che i cacciatori e l'artiglieria; il rimanente disparve; i reggimenti, cacciati dai cannoni e dagli obici francesi, ripiegarono dove il terreno ancor oggi è intersecato dal sentiero che porta alla fattoria di Mont- Saint-Jean; ci fu un movimento di ritirata, la linea di battaglia degli inglesi sparì; Wellington indietreggiò. Comincia la ritirata! - gridò Napoleone.




7. NAPOLEONE DI BUON UMORE


Benché malato e tormentato a cavallo da un fastidio locale, l'imperatore non era mai stato di buon umore come quel giorno. Fin dalla mattina, il suo volto impenetrabile sorrideva. Il 18 giugno 1815 quell'anima profonda, mascherata di marmo, era ciecamente radiosa, e l'uomo che era stato fosco ad Austerlitz divenne allegro a Waterloo. I più grandi predestinati hanno questi controsensi. Le nostre gioie sono ombre. Il supremo sorriso appartiene a Dio.

"Ridet Caesar, Pompeius flebit", dicevano i militi della legione Fulminante. Pompeo questa volta non doveva piangere; ma è certo che Cesare rideva.

Fin dalla vigilia, a un'ora di notte, sotto l'uragano e la pioggia, esplorando a cavallo con Bertrand le colline presso Rossomme, e contento di vedere la lunga linea dei bivacchi inglesi che illuminavano tutto l'orizzonte da Frischemont a Braine- l'Alleud, gli era sembrato che il destino, col quale aveva fissato l'appuntamento su quel campo di Waterloo, fosse puntuale. Aveva fermato il cavallo, ed era rimasto qualche tempo immobile a guardare i lampi, ad ascoltare il tuono, e si era udito quel fatalista lanciare nelle tenebre queste parole misteriose: "Siamo d'accordo". Napoleone s'ingannava: non erano più d'accordo.

Non s'era concesso un minuto di sonno; tutti gl'istanti di quella notte erano stati per lui contrassegnati da una gioia. Aveva percorso tutta la linea della gran guardia, fermandosi qua e là a parlare con le sentinelle. Alle due e mezzo, vicino al bosco di Hougomont, udendo il passo d'una colonna in marcia, e credendo per un momento che Wellington si ritirasse, aveva detto a Bertrand: - "E' la retroguardia nemica che si mette in moto per togliere il campo. Farò prigionieri i seimila inglesi sbarcati a Ostenda". - Parlava con espansione, aveva ritrovato quel brio dello sbarco del primo marzo quando additava al gran maresciallo il contadino entusiasta del golfo Juan, dicendo: "Ebbene, Bertrand, ecco già un rinforzo!" - Nella notte dal 17 al 19 giugno egli beffava Wellington. - "Quell'inglesino ha bisogno d'una lezione" - diceva.

La pioggia raddoppiava, e mentre l'imperatore parlava, si udiva il rombo del tuono.

Alle tre e mezzo del mattino, aveva perduto un'illusione; alcuni ufficiali mandati in esplorazione gli avevano annunciato che il nemico non faceva nessun movimento. Non c'era neppure un fuoco di bivacco spento; l'esercito inglese dormiva. Sulla terra silenzio profondo; solo il cielo rumoreggiava. Alle quattro, alcuni esploratori gli avevano condotto dinanzi un contadino che aveva fatto da guida a una brigata di cavalleria inglese, probabilmente la brigata Vivian, che andava a prendere posizione nel villaggio di Ohain, all'estrema sinistra. Alle cinque, due disertori belgi gli avevano riferito di avere abbandonato poco prima il loro reggimento e che l'esercito inglese attendeva la battaglia. - "Tanto meglio",aveva esclamato Napoleone,"preferisco sbaragliarli anziché inseguirli".

Al mattino, aveva messo piede a terra nel fango, all'angolo in declivio della strada di Plancenoit, s'era fatto portare dalla masseria di Rossomme una tavola da cucina, una sedia rustica e un fascio di paglia per tappeto, e aveva spiegato sulla tavola la carta del campo di battaglia, dicendo a Joult: - Che bello scacchiere!

A seguito delle piogge della notte i convogli di viveri, incagliati lungo le strade sfondate, la mattina, non avevano potuto arrivare, e i soldati, che non avevano dormito, erano bagnati e digiuni; ma questo non aveva impedito a Napoleone di gridare giovialmente a Ney: "Abbiamo novanta probabilità, di vittoria!". Alle otto avevano recato la colazione, alla quale l'imperatore aveva invitato parecchi generali. Mentre mangiavano, avendo qualcuno raccontato che due giorni prima Wellington era intervenuto alla festa da ballo della duchessa di Somerset a Bruxelles, Soult, rude uomo di guerra con una faccia d'arcivescovo, aveva detto: "Oggi c'è il ballo!". L'imperatore aveva canzonato Ney che diceva: "Wellington non sarà tanto sciocco da aspettare vostra maestà". Era quello il suo modo di fare.

"Scherzava volentieri", dice Fleury de Chaboulon. "Il fondo del suo carattere era il buonumore", dice Gourgaud. "Abbondava nei frizzi, piuttosto bizzarri che spiritosi", osserva Beniamino Constant. Vale la pena insistere su questi frizzi d'un gigante. Fu lui che diede ai suoi granatieri il soprannome di "brontoloni"; li pizzicava alle orecchie, tirava loro i baffi. "L'imperatore ci faceva sempre degli scherzi"; è la frase d'uno di essi. Durante il misterioso viaggio dall'isola d'Elba in Francia, la nave da guerra francese "Zeffiro", avendo incontrato il 27 febbraio in alto mare la "Incostante", su cui stava nascosto Napoleone, e avendo chiesto alla "Incostante" notizie di Napoleone, l'imperatore, che in quel momento aveva ancora al cappello la coccarda bianca amaranto con le api, da lui adottata nell'isola d'Elba, aveva preso ridendo il portavoce e aveva risposto lui stesso: "L'imperatore sta bene".

Chi scherza in questo modo è familiare con gli eventi. Durante la colazione di Waterloo, aveva avuto parecchi di questi momenti di buonumore. Finito di mangiare, era rimasto assorto per un quarto d'ora; poi aveva dettato l'ordine della battaglia a due generali, seduto su un mucchio di paglia con una penna in mano e un foglio di carta sulle ginocchia. Alle nove, nel momento in cui l'esercito francese, scaglionato e messo in movimento su cinque colonne, s'era schierato, con le divisioni su due linee, l'artiglieria fra le brigate, le musiche in testa che suonavano la carica, e il rullar dei tamburi e lo squillar delle trombe, l'imperatore, vedendo quelle masse potenti, vaste, allegre, quell'ondeggiare di elmi di sciabole e di baionette all'orizzonte, commosso aveva esclamato a due riprese: Magnifico! magnifico!

Dalle nove alle dieci e mezzo, cosa che pare incredibile, tutto l'esercito aveva preso posizione e s'era schierato su sei linee, formando, per ripetere l'espressione dell'imperatore, la "figura di sei V". Poco dopo la formazione del fronte di battaglia, in mezzo a quel profondo silenzio di inizio di temporale che precede le mischie, vedendo sfilare le tre batterie da dodici distaccate per suo ordine dai tre corpi di d'Erlon, di Reille e di Lobau e destinate a iniziare l'azione battendo Mont-Saint-Jean all'incrocio delle strade di Nivelles e di Genappe, l'imperatore aveva detto a Naxo, picchiandogli sulla spalla:

- "Ecco ventiquattro belle ragazze, generale!".

Sicuro dell'esito, aveva incoraggiato con un sorriso, mentre gli passava dinanzi, la compagnia di zappatori del primo corpo, da lui destinata a barricarsi nel villaggio di Mont-Saint-Jean non appena fosse preso. Tutta quella serenità era stata interrotta soltanto da una parola d'altera commiserazione, quando vedendo sulla sinistra, in un luogo dove ora giace una grande tomba, raggrupparsi coi suoi superbi cavalli quei meravigliosi scozzesi grigi, egli aveva detto: - "Peccato!".

Quindi, risalito a cavallo, s'era portato avanti Rossomme e aveva scelto come osservatorio uno stretto poggio erboso a destra della strada da Genappe a Bruxelles, che fu la sua seconda stazione durante la battaglia. La terza, quella delle sette di sera, formidabile, posta tra la Belle-Alliance e la Haie-Sainte, era un monticello abbastanza elevato che esiste ancora, e dietro al quale, in un avvallamento della pianura, era ammassata la guardia.

Intorno a quel poggio le palle di cannone rimbalzavano sul ciottolato della strada, fino a Napoleone. Come a Brienne, le palle e le granate gli fischiavano sulla testa. Quasi nel posto dove erano i piedi del suo cavallo, vennero raccolte delle palle di cannone, delle vecchie lame di sciabole e dei proiettili informi corrosi dalla ruggine. "Scabra rubigine".

Pochi anni or sono venne disseppellito un obice da sessanta, ancora carico, la cui miccia si era spezzata rasente la bomba. Fu in quest'ultimo posto che l'imperatore disse alla sua guida Lacoste, un contadino ostile e spaventato, legato alla sella d'un ussero, che si voltava in là a ogni scarica, tentando ripararsi dietro a Napoleone: - "Imbecille, è una vergogna! Ti farai ammazzare nella schiena!". Proprio chi scrive queste linee ha trovato nel friabile pendio di quel poggio, scavando nella sabbia, gli avanzi del collo d'una bomba, disgregati da un'ossidazione di quarantasei anni, e dei pezzi di ferro che si rompevano fra le dita come cannucce di sambuco.

Nessuno ignora che le ondulazioni del terreno su cui ebbe luogo lo scontro fra Napoleone e Wellington, non sono più come erano il 18 giugno 1815. Prendendo da quel campo funebre la terra per erigergli un monumento, gli hanno tolto il suo naturale rilievo, e la storia, sconcertata, non ci si raccapezza più. Per glorificarlo, l'hanno sfigurato. Wellington, rivedendo Waterloo due anni dopo, esclamò: - "Mi hanno cambiato il campo di battaglia". Là dove oggi si erge la grande piramide di terra sormontata da un leone, c'era un crinale che dalla strada di Nivelles si abbassava in un pendìo praticabile, ma che dalla parte di Genappe era quasi una scarpata, il cui livello si può misurare oggi ancora dall'altezza dei due monticoli delle due grandi sepolture fiancheggianti la strada da Genappe a Bruxelles; quella inglese a sinistra, la tedesca a destra. Non c'è una tomba francese; ma tutta quella pianura è per la Francia un solo sepolcro. Grazie alle migliaia e migliaia di carrettate di terra adoperate per quella collinetta di centocinquanta piedi di altezza e d'un mezzo migliaio di piedi di circuito, si può accedere all'altipiano di Mont-Saint-Jean per un declivio dolce; ma il giorno della battaglia era erto e scosceso, specialmente dal lato della Haie-Sainte. Questo versante era tanto ripido che i cannoni inglesi non vedevano sotto di sé la fattoria posta in fondo alla valletta e che fu il centro della battaglia. Il 18 giugno 1815 le piogge avevano fatto franare ancor più la scarpata; alla salita si aggiungeva il fango, e non soltanto bisognava arrampicarsi, ma anche inzaccherarsi. Lungo la cresta della spianata correva una specie di fosso, di cui era impossibile indovinare l'esistenza osservando da lontano.

Cos'era quel fossato? Braine-l'Alleud è un villaggio del Belgio e Ohain un altro. Questi due villaggi, nascosti tutti e due nelle pieghe del terreno, sono congiunti da una strada di circa una lega e mezzo, che attraversa una pianura ondulata, e spesso entra e affonda fra le colline come un solco, cosicché in alcuni punti quella strada è come un greto. Nel 1815, come oggi, quella strada tagliava la cresta della spianata di Mont-Saint-Jean fra le due strade di Genappe e di Nivelles; con la differenza che oggi corre a livello col piano, allora invece era incassata. Le due scarpate che la fiancheggiavano furono asportate per erigere il monumento.

Questa strada, nella maggior parte del suo percorso, era ed è ancora una trincea, qualche volta profonda fino a dodici piedi, i cui pendii troppo scoscesi franavano qua e là, principalmente d'inverno sotto gli acquazzoni. Vi accadevano anche delle disgrazie. All'entrata di Braine-l'Alleud la strada era così stretta, che un passante fu stritolato da un carro, come lo prova la croce di pietra eretta vicino al cimitero, la quale reca il nome del morto, "Signor Bernard Debrye mercante a Bruxelles", e la data della disgrazia, "febbraio 1637". Sulla spianata poi di Mont- Saint-Jean era così profonda, che nel 1783 un contadino, Matteo Nicaise, rimase sepolto da un franamento della scarpata, come attestava un'altra croce di pietra, la cui parte superiore è sparita; ma il piedestallo rovesciato è visibile anche oggidì sul pendio erboso a sinistra della strada fra la Haie-Sainte e la fattoria di Mont-Saint-Jean.

Quella via affossata che nulla faceva presentire e che costeggiava la cresta di Mont-Saint-Jean, quel fossato in cima alla scarpata, quel solco nascosto nel terreno, era invisibile, vale a dire terribile in un giorno di battaglia.




8. L'IMPERATORE FA UNA DOMANDA ALLA GUIDA LACOSTE


Dunque, la mattina di Waterloo, Napoleone era contento.

E aveva ragione; il piano di battaglia da lui concepito, come abbiamo constatato, era meraviglioso.

Una volta impegnata la battaglia, le sue svariatissime peripezie, la resistenza di Hougomont, la resistenza della Haie-Sainte, Bauduin ucciso, Foy messo fuori combattimento, il muro inaspettato contro cui era andata a infrangersi la brigata Soye, la fatale balordaggine di Guilleminot, che non aveva né petardi, né barili di polvere, lo sprofondare delle artiglierie nel fango, le quindici bocche da fuoco senza scorta rovesciate da Uxbridge in una strada affossata, lo scarso effetto delle bombe che, cadendo nelle linee inglesi, si affossavano nel terreno ammollito dalle piogge e vi producevano soltanto dei vulcani di melma, di modo che la mitraglia si mutava in zacchere, la inanità della diversione di Piré su Braine-l'Alleud, tutti quei quindici squadroni di cavalleria quasi annientati, l'ala destra inglese poco molestata, la sinistra non abbastanza battuta, lo strano malinteso di Ney che ammassava, invece di scaglionarle, le quattro divisioni del primo corpo esponendole così alla mitraglia con una profondità di ventisette file e su fronti di duecento uomini, gli spaventosi vuoti aperti dalle palle in quelle masse, le colonne d'assalto disunite, l'inattesa rivelazione della batteria posta obliquamente sul loro fianco, Bougeois, Donzelot e Durutte compromessi, Quiot respinto, il luogotenente Vieux, un ercole uscito dal politecnico, ferito mentre sfondava a colpi di scure la porta della Haie-Sainte sotto il fuoco della barricata inglese che sbarrava la strada da Genappe a Bruxelles, la divisione Marcognet colta in mezzo tra la fanteria e la cavalleria, fucilata a bruciapelo da Best e Pack nascosti nel frumento, sciabolata da Ponsonby; la sua batteria di sette pezzi inchiodata; il principe di Sassonia-Weimar che prende e mantiene Frischemont e Smohain, contro gli sforzi del conte d'Erlon; la bandiera del Centocinquesimo e quella del Quarantacinquesimo prese dal nemico; quell'ussero nero di Prussia arrestato dagli esploratori della colonna volante di trecento cacciatori, che battevano la campagna tra Wavre e Plancenoit; le notizie allarmanti recate da quel prigioniero; il ritardo di Grouchy, i mille e cinquecento uomini uccisi in meno di un'ora nell'orto d'Hougomont, i mille e ottocento caduti in minor tempo ancora intorno alla Haie-Sainte; tutti questi burrascosi incidenti, passando dinanzi a Napoleone come le nebbie della battaglia, avevano appena turbato il suo sguardo, e non avevano oscurato quel volto imperiale della certezza. Napoleone era abituato a guardare in faccia la guerra; egli non faceva mai l'addizione dolorosa dei particolari; a lui importavano poco le cifre, purché in totale sommassero vittoria. Che gli inizi fuorviassero, non se ne allarmava, poiché si credeva padrone e possessore della fine. Sapeva aspettare, considerando se stesso fuori questione, e trattava col destino da pari a pari. Pareva dicesse alla sorte: - Tu non oserai.

Composto in parti eguali di luce e d'ombra, Napoleone si sentiva protetto nel bene, tollerato nel male. Aveva, o credeva di avere una connivenza, e quasi potrebbe dirsi una complicità, degli avvenimenti, equivalente all'invulnerabilità degli antichi.

Eppure, quando nel proprio passato si trovano la Beresina, Lipsia e fontainebleau, pare che si potrebbe diffidare di Waterloo. Un misterioso aggrottar di ciglia diventa visibile in fondo al cielo.

Quando Wellington indietreggiò, Napoleone trasalì.Vide d'improvviso la spianata di Mont-Saint-Jean sguarnirsi e sparire la fronte dell'esercito inglese, il quale si raccoglieva ma s'allontanava. L'imperatore si alzò a mezzo sulle staffe, e gli passò negli occhi il lampo della vittoria.

Wellington sospinto nella foresta di Soignes e distruggerlo significava che la Francia abbatteva definitivamente l'Inghilterra; erano vendicate Crécy, Poitiers, Malplaquet e Ramillies; l'uomo di Marengo cancellava Azincourt.

Allora l'imperatore, meditando la terribile peripezia, girò un'ultima volta il suo cannocchiale su tutti i punti del campo di battaglia. La sua guardia, dietro di lui con l'arma al piede, l'osservava dal basso con una specie d'ammirazione religiosa. Egli pensava; esaminava i versanti, notava i declivi, scrutava le macchie d'alberi, i campi di biade, i sentieri; pareva volesse numerare ogni cespuglio. Guardò un po' fisso le barricate inglesi nelle due strade formate da due larghe abbattute d'alberi: quella via di Genappe, al di sopra della Haie-Sainte, provvista di due cannoni, i soli di tutta l'artiglieria inglese che dominassero il fondo del campo di battaglia, e quella della via Nivelles su cui scintillavano le baionette olandesi della brigata Chassé. Presso la barricata notò la vecchia cappella di san Nicola dipinta di bianco, situata all'angolo della via traversale che va a Braine- l'Alleud. Si chinò a parlare sottovoce alla guida Lacoste; e la guida fece col capo un cenno negativo, probabilmente perfido.

L'imperatore si drizzò e si pose a riflettere.

Wellington aveva indietreggiato: non rimaneva più che completare quella ritirata con una disfatta completa.

Volgendosi repentinamente, Napoleone spedì una staffetta a briglia sciolta a Parigi per annunciare che la battaglia era vinta.

Napoleone ero uno di quei geni che scagliano il fulmine.

Aveva trovato il suo fulmine.

Diede ordine ai corazzieri di Malhaud di prendere d'assalto la spianata di Mont-Saint-Jean.




9. L'INASPETTATO


Erano tremila cinquecento, e formavano un fronte d'un quarto di lega: erano uomini giganteschi su cavalli colossali. Erano ventisei squadroni, e avevano dietro di sé per appoggiarli la divisione di Lefebvre-Desnouettes, i centosei gendarmi scelti, i cacciatori della guardia, mille cento novantasette uomini, e gli ottocento ottanta lancieri della guardia. Portavano il casco senza criniera e la corazza di ferro battuto, con pistole di arcione nelle fonde e la lunga sciabola. La mattina tutto l'esercito li aveva ammirati, quando alle nove, mentre le trombe squillavano e le musiche suonavano il "Vegliamo alla salvezza dell'impero", erano andati in densa colonna, con una delle loro batterie sul fianco e l'altra nel centro, a schierarsi su due file tra la strada di Genappe e Frischemont, e a prendere la loro posizione in quella potente seconda linea, così sapientemente composta da Napoleone, la quale, con i corazzieri di Kellermann all'estrema sinistra e all'estrema destra quelli di Milhaud, aveva, per così dire, due ali di ferro.

L'aiutante di campo Bernard recò loro l'ordine di Napoleone. Ney, sguainata la spada, si mise alla loro testa, e gli enormi squadroni si misero in moto.

Fu uno spettacolo formidabile.

Tutta quella cavalleria, con le sciabole sguainate, con gli stendardi e le trombe al vento, formata in colonne per divisioni, con un movimento uniforme e come un sol uomo, con la precisione d'un ariete di bronzo che apre una breccia, allo squillare delle trombe, discese la collina della Belle-Alliance, si calò nella formidabile bassura dove già tanti uomini erano caduti, disparve nel fumo, poi, uscendo da quell'ombra, ricomparve dall'altra parte della valle, sempre compatta e serrata, salendo a gran trotto, attraverso una nube di mitraglia che gli scoppiava addosso, la spaventosa china di fango della spianata di Mont-Saint-Jean.

Salivano gravi, minacciosi, imperturbabili, e negli intervalli dell'artiglieria e della moschetteria si udiva quel calpestio colossale. Erano due divisioni, quindi due colonne; la divisione Wathier teneva la destra, quella di Delord la sinistra. Da lontano parevano due sterminati serpenti d'acciaio che s'allungavano verso la cresta della spianata. Il loro passaggio sul campo di battaglia fu come un prodigio.

Non s'era mai più visto nulla di simile, da quando la cavalleria pesante aveva preso d'assalto la grande ridotta della Moscova; mancava Murat, ma c'era Ney. Pareva che quella massa si fosse trasformata in un mostro e avesse un'anima sola. Ogni squadrone ondulava e si gonfiava come un anello del polipo. Si scorgevano, attraverso un immenso fumo che si squarciava qua e là. Era una confusione di elmi, di grida, di sciabole, uno sgroppare tempestoso di cavalli tra il tuono del cannone e la fanfara, un tumulto disciplinato e terribile, e al di sopra, le corazze simili alle scaglie dell'idra.

Sembrano racconti d'un'altra età. Qualche cosa di somigliante a questa visione appariva senza dubbio nelle antiche epopee orfiche che cantavano gli uomini-cavallo, gli antichi centauri, quei titani dal volto umano e dal petto equino, che al galoppo scalarono l'Olimpo, orribili, invulnerabili, sublimi; dei e bestie insieme.

Per una bizzarra coincidenza numerica, ventisei battaglioni dovevano contenere l'urto di quei ventisei squadroni. Dietro la cresta della spianata, all'ombra della batteria mascherata, la fanteria inglese, disposta in tredici quadrati di due battaglioni ciascuno, e su due linee, sette quadrati nella prima, sei nella seconda, col calcio del fucile alla spalla e la mira verso quello che stava per arrivare, calma, silenziosa, immobile, aspettava.

Essa non vedeva i corazzieri, e i corazzieri non la vedevano.

Sentiva salire quella marea di uomini, sentiva ingrossare il rumore dei tremila cavalli, il battere alternato e simmetrico degli zoccoli al gran trotto, lo sfregamento delle corazze, il tintinnio delle sciabole, e una specie di gran vento selvaggio. Ci fu un momento di silenzio terribile; poi, a un tratto, una lunga fila di braccia levate brandenti le sciabole apparve di sopra la cresta, e i caschi, e le trombe, e gli stendardi, e tremila teste coi baffi grigi, che gridavano: "viva l'imperatore!". Tutta la cavalleria irruppe sulla spianata, e fu come l'arrivo d'un terremoto.

D'improvviso, cosa tragica, alla sinistra degli inglesi, alla nostra destra, la testa della colonna dei corazzieri s'impennò con un clamore tremendo. Pervenuti al culmine della cresta, sfrenati, furibondi, dati alla loro corsa sterminatrice sui quadrati e sui cannoni, i corazzieri avevano scorto fra loro e gli inglesi un fossato, una fossa. Era la strada incassata di Ohain.

Il momento fu spaventoso. Il burrone era là, inatteso, spalancato, a picco sotto i piedi dei cavalli, profondo due tese fra la doppia scarpata. La seconda fila vi spinse la prima, e la terza vi spinse la seconda; i cavalli si rizzavano, si rigettavano indietro, cadevano sulla groppa, sdrucciolavano coi quattro piedi all'aria, pestando e mandando sotto sopra i cavalieri. Non c'era possibilità di retrocedere, tutta la colonna non era più che un proiettile, la forza acquisita per schiacciare gli inglesi schiacciò i francesi; il burrone inesorabile non poteva superarsi se non dopo colmato; cavalli e cavalieri vi precipitarono alla rinfusa, schiacciandosi gli uni gli altri, formando una carne sola in quel gorgo; e quando il fossato fu pieno d'uomini vivi, il resto vi camminò sopra e passò. Quasi un terzo della brigata Dubois rovinò in quell'abisso.

Una tradizione locale, che evidentemente esagera, dice che duemila cavalli e mille e cinquecento uomini furono sepolti nella via incassata di Ohain: verosimilmente, questa cifra comprende tutti gli altri cadaveri che vi furono buttati l'indomani della battaglia.

Notiamo di passaggio che quella brigata Dubois, così funestamente provata, un'ora prima, in una carica a parte, aveva preso la bandiera dei battaglione di Lunebourg.

Napoleone, prima di ordinare quella carica ai corazzieri di Milhaud, aveva scrutato il terreno, ma non aveva potuto vedere quella via incassata che non formava nemmeno una ruga sulla superficie della spianata. Pure, avvertito e messo in guardia dalla cappella bianca che ne segna l'angolo sulla strada di Nivelles, aveva fatto, probabilmente nell'eventualità d'un ostacolo, una domanda alla guida Lacoste, e la guida aveva risposto di no. Si potrebbe quasi dire che da quel segno di testa d'un contadino è nata la catastrofe di Napoleone.

Altre fatalità dovevano sorgere ancora.

Era possibile che Napoleone vincesse quella battaglia? Noi rispondiamo di no. Perché? A causa di Wellington? di Blücher? No.

A causa di Dio.

Bonaparte vincitore a Waterloo non entrava più nella legge del secolo decimonono. Un'altra serie di fatti si maturava, nei quali non c'era più posto per Napoleone. La cattiva volontà degli avvenimenti si era annunciata già da lungo tempo.

Era tempo che quell'uomo ingombrante cadesse.

Il soverchiante suo peso nel destino umano turbava l'equilibrio.

Egli contava da solo più che il gruppo universale. Questi pletorici di tutta la vitalità umana concentrata in una testa, questo accentrarsi del mondo nel cervello d'un uomo, se durassero, sarebbero esiziali alla civiltà. Per la incorruttibile equità suprema era venuto il momento di avvisare. Probabilmente i principi e gli elementi, da cui dipendono le gravitazioni regolari nell'ordine morale come nell'ordine fisico, si lagnavano. Il sangue che fuma, l'ingorgo dei cimiteri, le lacrime delle madri sono requisitorie terribili. Quando la terra soffre per un sovraccarico, ci sono misteriosi gemiti dell'ombra, che l'abisso intende.

Napoleone era stato denunciato nell'infinito, e la sua caduta era decisa.

Egli riusciva incomodo a Dio.

Waterloo non è una battaglia, ma un cambiamento di fronte dell'universo.




10. LA SPIANATA DI MONT-SAINT-JEAN


Contemporaneamente al fosso s'era smascherata la batteria.

Sessanta cannoni e i tredici quadrati fulminarono a bruciapelo i corazzieri. L'intrepido generale Delord fece il saluto militare alla batteria nemica.

Tutta l'artiglieria volante inglese era rientrata a galoppo nei quadrati. I corazzieri non ebbero nemmeno un momento di sosta. Il disastro della strada incassata li aveva decimati ma non scoraggiati; erano di quegli uomini, che, diminuiti di numero, ingrandiscono di cuore.

Solo la colonna Wathier aveva sofferto del disastro, la colonna Delord, che Ney quasi presago dell'agguato aveva fatto piegare a sinistra, era giunta intatta.

I corazzieri si precipitarono sui quadrilateri inglesi.

Ventre a terra, a briglia sciolta, con la sciabola fra i denti e le pistole in pugno; tale fu l'assalto.

Nelle battaglie ci sono dei momenti in cui l'anima indurisce l'uomo fino a cambiare il soldato in statua, e tutta quella carne diventa granito. I battaglioni inglesi, disperatamente assaliti, non si mossero. Allora fu una cosa spaventosa.

Le fronti dei quadrati inglesi furono attaccate tutte in una volta. Un turbine frenetico le avvolse. Quella fredda fanteria rimase impassibile. La prima fila con i ginocchi a terra riceveva i corazzieri sulle baionette, la seconda li fucilava; dietro la seconda, i cannonieri caricavano i pezzi, poi la fronte del quadrato si apriva, lasciava passare un'eruzione di mitraglia e si chiudeva. I corazzieri rispondevano con lo schiacciamento. I loro grandi cavalli si impennavano, saltavano al di sopra delle file e delle baionette, e piombavano, giganteschi, in mezzo a quei quattro muri viventi. Le palle dei cannoni facevano dei vuoti fra i corazzieri; questi facevano delle brecce nei quadrati. Intere file d'uomini sparivano schiacciati dai cavalli, e le baionette si sprofondavano nel ventre di quei centauri; donde una deformità di ferite che non si è vista forse in nessun altro caso. I quadrati, attaccati da quella cavalleria forsennata, si restringevano senza cedere. Inesauribili nella mitraglia, facevano fuoco in mezzo agli assalitori. L'aspetto del combattimento era mostruoso; i quadrati non erano più battaglioni, ma crateri; i corazzieri non erano più una cavalleria, ma una tempesta; ogni quadrato era un vulcano assalito da un nube; la lava combatteva contro il fulmine.

Il quadrato all'estrema destra, il più esposto perché allo scoperto, rimase pressoché distrutto fin dai primi scontri. Era formato dal Settantacinquesimo reggimento degli "hinglanders".

Mentre si scannavano attorno a lui, il suonatore di cornamusa, al centro, seduto su un tamburo e con l'otre sotto il braccio, suonava le arie delle sue montagne, chinando in una distrazione profonda gli occhi malinconici pieni del riflesso delle foreste e dei laghi. Quegli scozzesi morivano pensando al Ben Lothian, come i greci ricordando Argo. La sciabola d'un corazziere tagliando d'un sol colpo l'otre e il braccio che lo sosteneva fece cessare il canto e uccise il cantore.

I corazzieri, relativamente poco numerosi, decimati dalla catastrofe del burrone, avevano a fronte pressoché tutto l'esercito inglese; ma si moltiplicavano, e ciascun uomo ne valeva dieci. Alcuni battaglioni annoveresi, intanto, cedettero.

Wellington li vide e pensò alla sua cavalleria. Se Napoleone in quel momento avesse pensato alla sua fanteria, avrebbe vinto la battaglia. Questa dimenticanza fu il suo grande errore fatale.

D'improvviso, i corazzieri, da assalitori, si sentirono assaliti:

la cavalleria inglese correva alle loro spalle. Davanti avevano i quadrati, a tergo Somerset, vale a dire i mille e quattrocento dragoni. Somerset inoltre aveva alla sua destra Dornberg coi cavalleggeri tedeschi, e alla sinistra Trip coi carabinieri belgi.

I corazzieri, attaccati di fianco e di sopra, davanti e di dietro, dovettero far fronte da tutte le parti. Ma che importava? Essi erano un turbine; il loro valore divenne inesprimibile.

Di più avevano alle spalle la batteria che tuonava sempre. Ci voleva questo perché questi uomini rimanessero feriti alle spalle.

Nella collezione del museo di Waterloo si trova una delle loro corazze forata da un pezzo di mitraglia al posto della scapola sinistra. Contro simili francesi non ci volevano quegli inglesi.

Non fu più una mischia, ma un'ombra, una furia, un impeto vertiginoso d'anime e di coraggi, un uragano di spade lampeggianti. In un istante, i mille e quattrocento dragoni della guardia furono ridotti a ottocento; Fuller, il loro tenente colonnello, cadde morto. Ney accorse coi lancieri e i cacciatori di Lefebvre-Desnouettes. La spianata di Mont-Saint-Jean fu presa, tolta e ripresa di nuovo. I corazzieri lasciavano la cavalleria nemica per ritornare alla fanteria; o per dir meglio, in quella formidabile tregenda tutti si battevano senza mai lasciarsi l'un l'altro. I quadrati resistevano sempre. Ci furono dodici assalti; Ney ebbe quattro cavalli uccisi sotto di sé, e la metà dei corazzieri rimase sulla spianata. Quella lotta durò due ore.

L'esercito inglese ne rimase profondamente scosso. Non c'è dubbio che, se non fossero stati decimati nel loro primo impiego dal disastro della strada incassata, i corazzieri avrebbero sbaragliato il centro e deciso la vittoria. Quella meravigliosa cavalleria pietrificò Clinton, che pure aveva visto Talavera e Badajoz. Wellington, vinto per tre quarti, ammirava eroicamente e mormorava sottovoce: sublime!

I corazzieri annientarono sette quadrati su tredici, presero o misero a tacere sessanta pezzi d'artiglieria, e tolsero ai reggimenti inglesi sei bandiere, che tre corazzieri e tre cacciatori della guardia andarono a portare all'imperatore davanti alla fattoria della Belle-Alliance.

La posizione di Wellington era peggiorata. Quella strana battaglia somigliava a un duello fra due feriti che, pur combattendo e resistendo sempre, perdono tutto il sangue. Quale dei due cadrà per primo?

La lotta sulla spianata continuava.

Nessuno può dire fin dove siano arrivati i corazzieri. E' certo però che l'indomani della battaglia, un corazziere e il suo cavallo furono trovati morti nella basculla per la pesa delle vetture a Mont-Saint-Jean, proprio nel punto in cui s'incrociano e s'incontrano le quattro strade di Nivelles, di Genappe, di La Hulpe e di Bruxelles. Quel cavaliere aveva dunque attraversato le linee inglesi. Uno degli uomini che rialzarono quel cadavere vive ancora a Mont-Saint-Jean e si chiama Dehaze; a quell'epoca aveva diciotto anni. Wellington sentiva di cedere terreno; la crisi era prossima.

I corazzieri non erano riusciti nel loro intento, nel senso cioè che il centro non era sfondato. Occupando tutti la spianata, nessuno la possedeva, e tutto sommato restava per la maggior parte nelle mani degli inglesi. Wellington teneva il villaggio e la parte superiore della spianata; Ney non occupava che la cresta e il pendio. Sembrava che le due parti avessero messo radice in quel funebre terreno.

Ma l'indebolimento degli inglesi pareva oramai senza rimedio.

L'emorragia del loro esercito era orribile. Kempt, all'ala sinistra, chiedeva rinforzi. - "Non ce ne sono", rispose Wellington, "si faccia ammazzare". E quasi nello stesso momento, singolare coincidenza che dipinge l'esaurimento dei due eserciti, Ney domandava della fanteria a Napoleone, il quale esclamava: - "Fanteria? E dove vuole che la pigli? Vuol forse che la fabbrichi?".

Tuttavia l'esercito inglese era il più malconcio. Gli assalti furiosi di quei grandi squadroni con le corazze di ferro e i pettorali d'acciaio avevano maciullato la sua fanteria. Pochi uomini intorno a una bandiera indicavano il posto d'un reggimento; il tal battaglione non era più comandato che da un capitano o da un tenente; la divisione Alten, già tanto maltrattata alla Haie- Sainte, era quasi distrutta; gli intrepidi belgi della brigata Van Kluze tappezzavano le segali lungo la strada di Nivelles; non rimaneva quasi più nulla di quei granatieri olandesi, che nel 1811, frammisti alle nostre fila combattevano Wellington in Spagna, e che nel 1815 uniti agli inglesi combattevano Napoleone.

Considerevoli erano le perdite di ufficiali. Lord Uxbridge aveva il ginocchio fratturato e l'indomani fece seppellire la sua gamba.

Se da parte francese, in quella battaglia erano fuori combattimento dei corazzieri, Delord, Lheritier, Colbert, Dnop, Travers e Blancard, dalla parte inglese Alten e Barne erano feriti, Delancey, Van Meeren e Ompteda erano uccisi, tutto lo stato maggiore di Wellington era decimato, e l'Inghilterra aveva la parte peggiore in quel sanguinoso equilibrio. Il Secondo reggimento delle guardie a piedi aveva perduto cinque tenenti- colonnelli, quattro capitani e tre alfieri; il primo battaglione del Trentesimo fanteria aveva perduto ventiquattro ufficiali e cento dodici soldati, il Settantanovesimo montanari aveva ventiquattro ufficiali feriti e diciotto morti, e quattrocento cinquanta soldati uccisi. Gli ussari annoveresi di Cumberland, un intero reggimento col proprio colonnello Hacke, che in seguito venne sottoposto a processo e degradato, aveva voltato le spalle alla battaglia, ed erano in fuga nella foresta di Soignes, spargendo il disordine fino a Bruxelles. I traini, i carri di munizioni, i bagagli, i furgoni carichi di feriti, vedendo che i francesi guadagnavano terreno e s'avvicinavano alla foresta, vi si precipitavano, e gli olandesi sciabolati dalla cavalleria francese gridavano: "Allarmi!". Da Vert-Coucou fino a Groenendael, su una lunghezza di quasi due leghe nella direzione di Bruxelles, c'era, al dire di testimoni ancora viventi, un ingombro di fuggiaschi. Il panico fu tale che raggiunse il principe di Condé a Malines e Luigi Diciottesimo a Gand. Ad eccezione della debole riserva scaglionata dietro l'autoambulanza posta nella fattoria di Mont- Saint-Jean e delle brigate Vivian e Vandeleur che fiancheggiavano l'ala sinistra, Wellington non aveva più cavalleria. Molte batterie giacevano smontate. Questi particolari sono confessati da Siborne: e Pringle, esagerando il disastro, giunge a dire che l'esercito anglo-olandese era ridotto a trentaquattro mila uomini.

Il duca di ferro rimaneva calmo, ma le sue labbra erano impallidite. Il commissario austriaco Vincent e il commissario spagnolo Alava, che assistevano alla battaglia nello stato maggiore inglese, credettero il duca perduto. Alle cinque, Wellington tirò fuori l'orologio, e fu udito mormorare queste oscure parole: "Blücher o la notte".

Fu in quel momento che una linea lontana di baionette scintillò sulle alture dalla parte di Frischemont.

Ed eccoci allo scioglimento di questo gigantesco dramma.




11. UNA CATTIVA GUIDA A NAPOLEONE E UNA BUONA GUIDA A BÜELOW


E' noto il doloroso errore di Napoleone; sperava che arrivasse Grouchy e invece sopraggiungeva Blücher: la morte invece della vita.

Il destino ha di queste svolte; si aspetta il trono del mondo e si scorge Sant'Elena.

Se il piccolo pastore che serviva di guida a Bülow, luogotenente di Blücher, gli avesse consigliato di sboccare dalla foresta al di sopra di Frischemont, piuttosto che al di sotto di Plancenoit, forse la forma del secolo decimonono sarebbe stata diversa.

Napoleone avrebbe guadagnato la battaglia di Waterloo. Per qualunque altra strada, che non fosse stata quella al di sotto di Plancenoit, l'esercito prussiano sarebbe incappato in un burrone invalicabile per l'artiglieria, e Bülow non sarebbe arrivato.

Ora, se egli avesse tardato soltanto un'ora di più, è un generale prussiano, Muffling, che lo dichiara, Blücher non avrebbe più trovato Wellington sul terreno: "la battaglia era perduta".

Come si vede, era tempo che arrivasse Bülow. Del resto era assai in ritardo. Aveva bivaccato a Dion-le-Mont, e s'era messo in marcia fin dall'alba. Ma le strade erano impraticabili, le sue divisioni s'erano incagliate nel fango, e le ruote dei carri sprofondavano nei solchi sino ai mozzi. Inoltre aveva dovuto passare la Dyle sullo stretto ponte di Wavre; e siccome i francesi avevano incendiato la via che conduce al ponte, i cassoni e i traini dell'artiglieria, non potendo passare tra due file di case in fiamme, avevano dovuto aspettare che l'incendio fosse spento. A mezzogiorno l'avanguardia di Bülow non aveva ancora potuto toccare Chapelle-Saint-Lambert.

Se l'azione fosse incominciata due ore più presto, sarebbe finita alle quattro, e Blücher sarebbe arrivato a battaglia già vinta da Napoleone. Sono così questi immensi casi, proporzionati a un infinito che ci sfugge.

Fin da mezzogiorno l'imperatore, scorgendo per primo col suo cannocchiale qualche cosa all'estremo orizzonte che attirava la sua attenzione, disse: - Vedo laggiù una nube che mi pare siano truppe. - Poi domandò al duca di Dalmazia: - Soult, che cosa vedete voi nella direzione di Chapelle-Saint-Lambert? - E il maresciallo, puntando il suo binocolo, rispose: - Quattro o cinque mila uomini, sire: senza dubbio Grouchy. - Tuttavia quell'oggetto si manteneva immobile nella nebbia. Tutti i binocoli dello stato maggiore, l'uno dopo l'altro, studiarono "la nube" segnalata dall'imperatore, e ci fu chi disse: Sono colonne che fanno alt; ma la maggior parte ritennero che fossero alberi. La verità è che quella nube non si muoveva. Napoleone distaccò, in ricognizione verso quel punto dubbioso, la divisione di cavalleria leggera di Domon.

Bülow infatti non s'era mosso. La sua avanguardia era debolissima e non poteva far nulla. Doveva aspettare il grosso del suo corpo d'armata, e aveva istruzione di concentrarsi prima d'entrare in linea. Ma alle cinque, vedendo il pericolo di Wellington, Blücher diede l'ordine a Bülow di attaccare, pronunciando queste famose parole: "Bisogna dare un po' d'aria all'esercito inglese".

Poco dopo, le divisioni Losthin, Hiller, Hicke e Ryssel si spiegavano in battaglia di fronte al corpo di Lobau, la cavalleria del principe Guglielmo di Prussia sboccava dal bosco di Parigi, Plancenoit era in fiamme, e le palle dei cannoni prussiani cominciavano a piovere fino tra le file della guardia di riserva dietro a Napoleone.




12. LA GUARDIA


Il resto è noto: l'irrompere d'un terzo esercito, la battaglia spostata, ottantasei bocche da fuoco che tuonano d'improvviso, Pirch che sopraggiunge con Bülow, la cavalleria di Zieten guidata da Blücher in persona, i francesi respinti, Marcognet spazzato dall'altipiano d'Ohain, Durutte sloggiato da Papelotte, Donzelot e Quiot costretti a rinculare, Lobau preso di fianco, una nuova battaglia che al cader della notte impegna i nostri reggimenti già decimati, tutto l'esercito inglese che ripiglia l'offensiva e si spinge innanzi, l'enorme vuoto prodotto nelle schiere francesi dalla mitraglia inglese e dalla mitraglia prussiana che s'aiutano fra loro, lo sterminio, il disastro sulla fronte, il disastro sul fianco, e la guardia che entra in lizza sotto quel crollo spaventoso.

Intuendo di andare incontro alla morte, la guardia gridò: - viva l'imperatore! - La storia non ricorda cosa più commovente di questa agonia che scoppia in acclamazioni.

Per tutto il giorno il cielo era sempre stato coperto.

D'improvviso, in quel momento, ed erano già le otto di sera, le nubi all'orizzonte si squarciarono e lasciarono passare, attraverso gli olmi della strada di Nivelles, il grande sinistro bagliore del sole al tramonto. Ad Austerlitz invece lo avevano visto sorgere.

In quella scena finale, ogni battaglione della guardia era comandato da un generale; Friant, Michel, Roguet, Harlet Mallet, Poret de Morvan erano là. Quando gli alti copricapi dei granatieri della guardia, con la larga piastra di metallo con l'aquila, comparvero, simmetrici, allineati, tranquilli, fra le nebbie della mischia, i nemici sentirono il rispetto per la Francia; sembrò di vedere venti vittorie entrare sul campo di battaglia con le bandiere spiegate, e quelli che erano vincitori, credendosi vinti, rincularono. Ma Wellington gridò: "In piedi, guardie, e mirate dritto!". Il reggimento rosso delle guardie inglesi steso a terra dietro le siepi si levò, un nugolo di mitraglia crivellò la bandiera tricolore che sventolava intorno alle nostre aquile, tutti si precipitarono, e cominciò l'estrema carneficina. La guardia imperiale sentì nell'ombra che l'esercito intorno cedeva, sentì la vasta agitazione della rotta, udì il "si salvi chi può", sostituito al "viva l'imperatore!", e con la fuga a tergo continuò ad avanzare, sempre fulminata, morendo sempre più a ogni passo che muoveva. Non ci furono né trepidi, né timidi; in quella truppa un soldato era un eroe quanto il generale; nessuno mancò al suicidio.

Ney, disperato, grande di tutta la grandezza della morte accettata, nella tormenta si esponeva a tutti i colpi. Gli fu ucciso il quinto cavallo. Sudato, con gli occhi fiammeggianti, la schiuma alle labbra, l'uniforme sbottonata, una delle spalline tagliata a metà da una sciabolata, la piastra che portava la grand'aquila ammaccata da una palla, insanguinato, inzaccherato, magnifico, con la spada spezzata in mano, gridava:- "Venite a vedere come un maresciallo di Francia muore sul campo di battaglia!". Ma fu tutto inutile: non morì. Era sdegnato e inferocito, e muoveva a Drouet d'Erlon questa domanda: - "Non ti fai forse ammazzare, tu?". In mezzo a tutta quella artiglieria che schiacciava un pugno d'uomini, gridava: "Non c'è dunque nulla per me! Oh! vorrei che tutte quelle palle inglesi mi entrassero nel ventre!" - Disgraziato, tu eri destinato alle palle francesi!




13. LA CATASTROFE


La rotta dietro la guardia fu lugubre.

L'esercito cedette repentinamente da tutte le parti nello stesso tempo, da Hougomont, dalla Haie-Sainte, da Papelotte, da Plancenoit. Il grido: Tradimento! fu seguito dal grido: Si salvi chi può! Un esercito che si sbanda somiglia a un disgelo. Tutto piega, si screpola, scricchiola, vacilla, rotola, cade, si urta, si affretta, si precipita; sfacelo incredibile. Ney si fa dare un cavallo, salta sopra, e senza cappello, senza cravatta, senza spada, si mette di traverso alla strada di Bruxelles e arresta inglesi e francesi alla rinfusa. Si sforza di trattenere l'esercito, lo richiama, lo insulta, si aggrappa alla disfatta. Ma i soldati lo sorpassano, lo sfuggono gridando: - "Viva il maresciallo Ney!". Due reggimenti di Durutte vanno e vengono spaventati e come sballottati tra le sciabole degli ulani e le fucilate delle brigate di Kempt, di Best, di Pack e di Rylandt. La peggiore delle mischie è la rotta: gli amici si uccidono tra loro per fuggire, e gli squadroni e i battaglioni si disperdono e si frantumano gli uni contro gli altri, enorme schiuma della battaglia. Lobau a un'estremità e Reille all'altra sono trascinati dalla corrente. Invano Napoleone forma delle muraglie con quanto gli rimane della guardia, invano sacrifica in un ultimo sforzo i suoi squadroni di servizio. Quiot indietreggia davanti a Vivian.

Kellermann davanti a Vandeleur, Lobau davanti a Bülow, Morand davanti a Pirch, Domon e Subervic davanti al principe Guglielmo di Prussia. Guyot, che ha condotto alla carica gli squadroni dell'imperatore, cade sotto i piedi dei dragoni inglesi. Napoleone corre a galoppo lungo le file dei fuggitivi, li arringa, incita, minaccia, supplica. Tutte quelle bocche che alla mattina gridavano: viva l'imperatore! ora rimangono attonite; è molto se lo riconoscono. La cavalleria prussiana, giunta di fresco, si slancia, vola, sciabolando, tagliando, tritando, uccidendo, sterminando. Le salmerie si precipitano, i cannoni tacciono; i soldati addetti ai traini staccano i cassoni e ne prendono i cavalli per mettersi in salvo, e i traini rovesciati con le ruote in aria ingombrano la strada e diventano occasioni di massacri. Ci si schiaccia, ci si calpesta, si cammina sui morti e sui vivi. Le braccia non sanno più quello che fanno. Una moltitudine vertiginosa affolla le strade, i sentieri, i ponti, le pianure, le colline, le valli, i boschi, tutti ingombri della fuga di quaranta mila uomini. Grida, disperazione, sacchi e fucili gettati nei campi a grano, il passo aperto a colpi di spada; non più compagni, non più ufficiali, non più generali, ma solo uno spavento inesprimibile. Zieten che sciabola la Francia a suo piacere; i leoni divenuti caprioli: ecco che cosa fu quella fuga.

A Genappe ci fu un tentativo di arresto, di far fronte, di riordinarsi. Lobau riunì trecento uomini e fece barricare l'entrata del villaggio. Ma alla prima scarica della mitraglia prussiana tutti ripresero la fuga, e Lobau fu fatto prigioniero.

Ancora oggi si vede la traccia di quella scarica di mitraglia sul vecchio muro d'una casupola di mattoni a destra della strada, pochi passi prima d'entrare in Genappe. I prussiani irruppero nel villaggio furibondi per aver trionfato con così poca fatica. La caccia fu mostruosa: Blücher ordinò lo sterminio. Roguet aveva dato quel lugubre esempio di minacciare di morte qualunque granatiere francese che gli conducesse prigioniero un prussiano.

Blücher sorpassò Roguet. Il generale della giovane guardia, Duhesme, addossato alla porta d'una locanda di Genappe, cedette la spada a un ussaro della Morte, il quale la prese e uccise il prigioniero. La vittoria terminò con l'assassinio dei vinti.

Dobbiamo punire, poiché siamo la storia; il vecchio Blücher si disonorò. Quella ferocia portò al colmo il disastro. La rotta disperata attraversò Genappe, attraversò Quatre-Bras, Gosselies, Frasnes, Charleroi, Thuin, e si fermò solo alla frontiera. Ahimè!

chi fuggiva in tal modo? La grande armata.

Quella vertigine, quel terrore, quella rovinosa scomparsa del più alto coraggio che abbia mai fatto meravigliare la storia, non ebbero dunque un motivo? Sì; l'ombra d'una mano enorme si proietta su Waterloo. E' la giornata del destino data dalla forza che è superiore all'uomo. Donde il piegarsi spaventato delle teste; tutte quelle grandi anime che consegnano la spada. Quelli che avevano vinto l'Europa caddero rovesciati perché non avevano più niente da fare né da dire, perché sentivano nelle tenebre una presenza terribile. "Hoc erat in fatis". Quel giorno, la prospettiva del genere umano si cambiò. Waterloo è il cardine del secolo decimonono. Per l'avvento del gran secolo era necessaria la scomparsa del grand'uomo; e se ne incaricò uno, a cui non si replica. Così si spiega il timor panico degli eroi. Nella battaglia di Waterloo ci fu più che una nube, ci fu una meteora.

Dio è passato di là.

Al cader della notte, in un campo presso Genappe, Bernard e Bertrand afferrarono per le falde dell'abito e trattennero un uomo torvo, pensieroso, sinistro, il quale, trascinato sin là dalla corrente dei fuggiaschi, aveva messo piede a terra, infilate sotto il braccio le briglie del cavallo, e con l'occhio smarrito, se ne tornava solo verso Waterloo. Era Napoleone che tentava ancora di andare avanti, immenso sonnambulo di quel sogno svanito.




14. L'ULTIMO QUADRATO


Alcuni quadrati della guardia, immobili nella corrente della rotta come rocce nell'acqua che scorre, tennero testa fino a notte.

Veniva la notte, veniva la morte. Aspettarono quella duplice ombra e, incrollabili, si fecero avvolgere da essa. Ogni reggimento, isolato dagli altri e senza più nessun legame con l'esercito sbaragliato da ogni parte, moriva per proprio conto. Per compiere quell'ultimo atto avevano preso posizione, gli uni sulle alture di Rossomme, gli altri nel piano di Mont-Saint-Jean. Là, abbandonati, vinti, terribili, quei tetri quadrati avevano un'agonia formidabile. Ulma, Wagram, Jena, Friedland morivano con loro.

Al crepuscolo, verso le nove della sera, ai piedi della spianata di Mont-Saint-Jean ne rimaneva uno, il quale continuava a lottare in quella valle funesta, a pié di quel pendio su cui erano saliti i corazzieri, invaso ora dalle masse inglesi, sotto i fuochi convergenti dell'artiglieria nemica vittoriosa, sotto una terribile tempesta di proiettili. Era comandato da un oscuro ufficiale di nome Cambronne. A ogni carica il quadrato scemava e contrattaccava. Alla mitraglia replicava con la fucileria, restringendo continuamente le sue quattro ali. Da lontano i fuggiaschi, fermandosi un momento ansimanti, ascoltavano nelle tenebre quel cupo rombo decrescente.

Quando questa legione si trovò ridotta a un pugno di uomini, quando la loro bandiera non fu più che un cencio, quando i fucili per mancanza di munizioni non furono più che bastoni, quando il mucchio dei cadaveri superò il numero dei viventi, ci fu tra i vincitori una specie di terrore sacro attorno a quei sublimi moribondi, e l'artiglieria inglese, riprendendo fiato, tacque. Fu come una breve tregua. Quei combattenti avevano intorno come un formicolio di spettri, le sagome degli uomini a cavallo, il profilo nero dei cannoni, il cielo bianco, scorto attraverso le ruote e gli affusti; la colossale testa di morto che gli eroi intravedono sempre fra mezzo al fumo nello sfondo della battaglia, avanzava su di loro e li guardava. Fra le ombre crepuscolari udirono ricaricare i pezzi; le micce accese, simili a occhi di tigre nella notte, formavano un cerchio intorno alle loro teste; tutte le micce delle batterie nemiche si avvicinarono ai cannoni.

E allora commosso, tenendo il minuto sospeso sopra quegli uomini, un generale inglese, secondo gli uni Colville, secondo gli altri Maitland, gridò loro: - Bravi francesi, arrendetevi! - Cambronne rispose: - Merda!




15. CAMBRONNE


Il lettore vuol essere rispettato; non gli si può ripetere la parola forse più bella che un francese abbia mai pronunciato. E' vietato deporre il sublime nella storia.

A nostro rischio e pericolo, vogliamo violare questa proibizione.

Dunque, fra tutti quei giganti ci fu un titano, Cambronne.

Dire quella parola e poi morire; c'è nulla di più grande? Infatti voler la morte è morire, e non fu colpa di quell'uomo se sopravvisse alla mitraglia.

Chi ha vinto la battaglia di Waterloo non è stato Napoleone sbaragliato, non Wellington che alle quattro cedeva e alle cinque disperava, non Blücher che non s'è battuto; l'uomo che ha vinto la battaglia di Waterloo è Cambronne. Fulminare con una simile parola la folgore che vi uccide, è vincere.

Dare quella risposta alla catastrofe, parlar così al destino, dare quella base al leone futuro, scagliare quella risposta alla pioggia della notte, al muro traditore di Hougomont, alla strada incassata d'Ohain, al ritardo di Grouchy, al sopraggiungere di Blücher, essere l'ironia nel sepolcro, fare in modo da restare in piedi dopo essere caduto, affogare in due sillabe la coalizione europea, offrire ai re le latrine già note dei Cesari, far dell'ultima delle parole la prima frammischiandovi lo splendore della Francia, chiudere insolentemente Waterloo col martedì grasso, completare Leonida con Rabelais, riassumere quella vittoria in una parola suprema che è impossibile pronunciare, perdere il terreno e guadagnare per sé la storia, far ridere del nemico dopo quella carneficina, ecco un risultato immenso.

Questo insulto al fulmine raggiunge la grandezza eschilea.

La parola di Cambronne fa l'effetto d'una frattura: è la frattura interna di un petto, è l'eccesso dell'agonia che esplode. Chi vinse? Wellington? No, perché senza Blücher era perduto. Blücher?

No, perché se Wellington non avesse cominciato, Blücher non avrebbe potuto finire. Questo Cambronne, questo passante dell'ultim'ora, questo soldato ignoto, questa parte infinitamente piccola della guerra, sente che c'è una menzogna, una menzogna in una catastrofe - due cose strazianti,- e nel momento che scoppia dalla rabbia, gli si offre quella derisione, la vita! Come non sentirsi stomacare?

Sono là tutti i re dell'Europa, i generali fortunati, i Giovi tonanti; hanno centomila soldati vittoriosi, e dietro i centomila un milione; hanno i loro cannoni con le gole spalancate e le micce accese; hanno sotto il tallone la guardia imperiale e la grande armata, hanno schiacciato Napoleone, e non resta più che Cambronne, e non c'è più che questo verme di terra per protestare.

Ebbene, protesterà. Allora cerca una parola come si cerca una spada; gli sale una schiuma alla bocca, e quella schiuma è la parola. Di fronte a quella vittoria prodigiosa e mediocre, di fronte a quella vittoria senza vittoriosi, quel disperato si riprende; ne subisce l'enormità, ma ne constata la vacuità; fa più che sputarvi sopra; oppresso dal numero, dalla forza, dalla materia, egli trova un'espressione alla sua anima, l'escremento.

Lo ripetiamo: dire, fare, trovare tutto questo, significa essere vincitore.

Il genio dei giorni di gloria in quel momento fatale entrò in quello sconosciuto. Cambronne trova la parola di Waterloo per ispirazione del soffio dall'alto, come Rouget de l'Isle trova la "Marsigliese". Un effluvio dell'uragano divino si distacca e passa attraverso questi uomini; essi trasaliscono, e l'uno canta il canto supremo, l'altro lancia il terribile grido. Quella parola del titanico sprezzo, Cambronne non la scaglia soltanto all'Europa in nome dell'impero, che sarebbe ancor poco, ma la scaglia al passato in nome della Rivoluzione. Noi l'intendiamo e riconosciamo in Cambronne la vecchia anima dei giganti. Ci pare sia Danton che parli o Kleber che ruggisca. Alla parola di Cambronne la voce inglese rispose: - Fuoco! Le batterie lampeggiarono, la collina tremò, da tutte quelle bocche di bronzo uscì un ultimo spaventoso vomito di mitraglia. Un vasto fumo rotolò vagamente imbiancato dal sorgere della luna; e quando il fumo si dissipò non c'era più nulla. Quel formidabile avanzo era annientato; la guardia era morta. Le quattro ali della ridotta vivente giacevano a terra, e appena si distingueva qua e là un movimento tra i cadaveri. Così le legioni francesi, più grandi delle romane, spirarono a Mont- Saint-Jean, sulla terra bagnata di pioggia e di sangue, nei campi oscuri, nel luogo dove ai nostri giorni Giuseppe, che fa il servizio della posta di Nivelles, passa ogni mattina alle quattro, zufolando e sferzando allegramente il cavallo.




16. "QUOT LIBRAS IN DUCE?"


La battaglia di Waterloo è un enigma: essa è altrettanto oscura per quelli che la vinsero, quanto per chi la perse. Per Napoleone, è un timor panico; Blücher non ci vede che fuoco; Wellington non ne capisce nulla. Esaminate le relazioni. I bollettini confusi, i commenti ingarbugliati. Gli uni balbettano, gli altri farfugliano.

Jomini divide la battaglia di Waterloo in quattro momenti; Muffling la divide in tre atti. Charras, dal quale però discordiamo per alcuni punti, è il solo che abbia colto col suo sguardo fiero i tratti caratteristici di quella catastrofe del genio umano in lotta col fato divino. Tutti gli altri storici rimangono in certo modo abbagliati; e in quell'abbagliamento camminano a tentoni. Giornata sfolgorante infatti, crollo della monarchia militare, che con sommo stupore dei re, ha trascinato con sé tutti i regni; caduta della forza, sconfitta della guerra.

In quell'avvenimento, improntato a necessità sovrumana, la parte degli uomini si riduce a nulla.

Togliendo Waterloo a Wellington e a Blücher, si toglie qualche cosa all'Inghilterra o alla Germania? No. Né l'illustre Inghilterra, né l'augusta Germania sono in questione nel problema di Waterloo. Grazie al cielo, la grandezza dei popoli è indipendente dalle lugubri vicende della spada. Né la Germania, né l'Inghilterra, né la Francia stanno in una guaina. In quell'epoca, mentre Waterloo non era che un cozzar di spade, la Germania al di sopra di Blücher aveva Goethe, e l'Inghilterra al di sopra di Wellington aveva Byron. Un vasto sorgere d'idee è la prerogativa del nostro secolo, e in quell'aurora l'Inghilterra e la Germania hanno il loro magnifico splendore. Esse sono maestose perché pensano. L'innalzamento di livello che arrecano alla civiltà è un loro merito intrinseco, che deriva da esse e non da un accidente.

La loro cresciuta grandezza nel secolo decimonono non ha origine da Waterloo. Soltanto i popoli barbari ingrossano improvvisamente dopo una vittoria; è la vanità passeggera dei torrenti gonfiati da un temporale. I popoli civili, soprattutto in questi tempi, non s'innalzano né si abbassano per la buona o la cattiva fortuna d'un capitano. Il loro peso specifico sul genere umano risulta da qualcosa di più di un combattimento. Grazie a Dio, il loro onore, la loro dignità, la loro luce, il loro genio non sono numeri, che gli eroi e i conquistatori, questi giocatori, possano mettere nella lotteria delle battaglie. Spesso una battaglia perduta è un progresso conquistato. Meno gloria e più libertà. Quando tace il tamburo, la ragione prende la parola. Si gioca a chi perde vince.

Parliamo dunque di Waterloo freddamente da ambo le parti. Rendiamo al caso ciò che è del caso, e a Dio ciò che è di Dio. Cos'è Waterloo? una vittoria? No; un terno al lotto. Terno guadagnato dall'Europa, pagato dalla Francia. Non valeva la pena di mettere là un leone.

Waterloo del resto è il più strano scontro che ci sia nella storia. Napoleone e Wellington non sono nemici, ma contrari. Dio, che ama le antitesi, non ha mai stabilito un più sorprendente contrasto né un confronto più straordinario. Da un lato la precisione, la previdenza, la geometria, la prudenza, la ritirata assicurata, le riserve preparate, un pertinace sangue freddo, una logica imperturbabile, la strategia che profitta del terreno, la tattica che equilibra i battaglioni, la strage regolata col piombino, la guerra regolata con l'orologio alla mano, nulla lasciato volontariamente al caso, il vecchio coraggio classico, la correttezza assoluta; dall'altra l'intuizione, la divinazione, la singolarità militare, l'istinto sovrumano, il colpo d'occhio fulmineo, un non so che che guarda come l'aquila e colpisce come la folgore, un'arte prodigiosa sotto una sprezzante impetuosità, tutti i misteri d'un'anima profonda la familiarità col destino, il fiume, il piano, il colle, il bosco costretti in certo modo a obbedire, il despota che tiranneggia perfino il campo di battaglia, la fede nella stella che s'unisce alla scienza strategica e l'ingrandisce, ma l'intorbida. Wellington era il Barrême della guerra, Napoleone ne era il Michelangelo; e quella volta il genio fu vinto dal calcolo.

D'ambo le parti si aspettava qualcuno, ma fu il calcolatore esatto che riuscì. Napoleone aspettava Grouchy, che non venne; Wellington aspettava Blücher, che venne.

Wellington è la guerra classica che prende la sua rivincita.

Bonaparte, nei suoi primordi, l'aveva incontrata in Italia e superbamente battuta. La vecchia civetta era fuggita davanti al giovane avvoltoio. L'antica tattica era stata non solo fulminata, ma scandalizzata. Cos'era quel Corso di ventisei anni, che cosa significava quello splendido ignorante che, avendo tutto contro di sé e nulla a favore, senza viveri, senza munizioni, senza cannoni, senza scarpe; quasi senza esercito, con un pugno di uomini di fronte a intere masse, si precipitava contro l'Europa coalizzata e riportava assurdamente delle vittorie in condizioni impossibili?

Da dove usciva quel forsennato fulmineo che, quasi senza riprendere fiato e con lo stesso pugno di combattenti, polverizzava uno dopo l'altro i cinque eserciti dell'imperatore di Germania, rovesciando Baulieu su Alvinzi, Wurmser su Beaulieu, Mélas su Wurmser, Mack su Mélas? Cos'era quel novellino della guerra che aveva la sfrontatezza d'un astro? La scuola accademica militare lo scomunicava fuggendo. Da ciò un implacabile rancore del vecchio cesarismo contro il nuovo, della sciabola corretta contro la spada scintillante, dello scacchiere contro il genio. Il 18 giugno 1815 quel rancore ebbe l'ultima parola, e sopra Lodi, Montebello, Montenotte, Mantova, Marengo, Arcole, scrisse Waterloo. Trionfo della mediocrità, così gradito al maggior numero. Il destino acconsentì a quell'ironia, e Napoleone al suo declino si ritrovò davanti Wurmser giovane.

Basta infatti incanutire i capelli di Wellington per ritrovare Wurmser.

Waterloo è una battaglia di prim'ordine guadagnata da un capitano di second'ordine.

Ciò che si deve ammirare a Waterloo è l'Inghilterra, è la fermezza, la risolutezza inglese, il sangue inglese; ciò che l'Inghilterra ebbe di superbo a Waterloo, e non gliene spiaccia, fu se stessa; non il suo capitano, ma il suo esercito.

Wellington, bizzarramente ingrato, in una lettera a lord Bathurst dichiara che il suo esercito, l'esercito che combatté il 18 giugno 1815, era "detestabile". Che ne pensa la tetra confusione di ossa sepolte sotto i solchi di Waterloo?

L'Inghilterra fu troppo modesta di fronte a Wellington. Con l'ingrandire tanto il generale si rimpicciolisce la nazione.

Wellington è un eroe come un altro. Quegli scozzesi grigi, quegli "horse-guards", quei reggimenti di Maitland e di Mitchell, quella fanteria di Pack e di Kempt, quella cavalleria di Posonby e di Somerset, quegli "highlanders" che suonavano la cornamusa sotto la mitraglia, quei battaglioni di Rylandt, quelle reclute allora giunte che sapevano appena maneggiare il fucile e che tennero testa alle vecchie bande d'Essling e di Rivoli; ecco che cosa fu grande. Wellington fu tenace, ecco il suo merito, e noi non glielo lesiniamo; ma l'ultimo dei suoi fantaccini fu saldo al pari di lui. Il soldato di ferro vale quanto il duca di ferro. Quanto a noi, tutta la nostra glorificazione al soldato inglese, all'esercito, al popolo inglese. Se c'è un trofeo, è dovuto all'Inghilterra. La colonna di Waterloo sarebbe giusta se sollevasse alle nubi la statua d'un popolo, anziché quella d'un uomo.

Ma la grande Inghilterra si irriterà di quello che diciamo qui.

Dopo il suo 1688 e il nostro 1789, essa ha ancora l'illusione feudale, e crede nell'eredità e nella gerarchia. Quel popolo, a nessuno secondo in potenza e in gloria, ha stima di sé come nazione, non come popolo; in quanto è popolo si subordina volentieri, e scambia un lord per una testa. Operaio si lascia spezzare, soldato si lascia bastonare. Tutti ricordano come alla battaglia d'Inkermann un sergente, che a quanto sembra aveva salvato l'esercito, non poté essere menzionato da lord Raglan, perché la gerarchia militare inglese non permette di citare in un rapporto un eroe che sia al di sotto del grado d'ufficiale.

Quello che ammiriamo soprattutto, in uno scontro come quello di Waterloo, è la prodigiosa abilità del caso. Pioggia notturna, muro di Hougomont, strada incassata d'Ohain, Grouchy sordo al cannone, una guida a Napoleone che l'inganna, una guida a Bülow che lo illumina; tutto questo cataclisma è condotto meravigliosamente.

Bisogna confessare che, in complesso, a Waterloo ci fu più massacro che battaglia.

Di tutte le battaglie in campo aperto, Waterloo è quella che presentò la fronte meno estesa in proporzione del numero dei combattenti; Napoleone tre quarti di lega, Wellington mezza lega; e settantaduemila combattenti da ciascuna parte. Da tale densità derivò la carneficina.

Si è fatto questo calcolo e stabilita questa proporzione: perdita d'uomini: ad Austerlitz: francesi, quattordici per cento; russi, trenta per cento; austriaci, quarantaquattro per cento; a Wagram:

francesi, tredici per cento; austriaci, quattordici; alla Moscova:

francesi, trentasette; russi, quarantaquattro; a Bautzen:

francesi, tredici per cento; russi e prussiani, quattordici; a Waterloo: francesi, cinquantasei per cento; alleati, trentuno.

Totaleper Waterloo: quarantuno per cento: centoquarantaquattromila combattenti, sessantamila morti.

Il campo di Waterloo oggi ha la calma che appartiene alla terra, impassibile sostegno dell'uomo, e somiglia a tutte le altre pianure.

Però di notte da quella pianura s'innalza una specie di bruma fantastica; e se qualche viaggiatore, passando di là, osserva, ascolta, medita, come Virgilio nella funesta pianura di Filippi, l'allucinazione della catastrofe l'assale. Il terribile 18 giugno rivive; sparisce la falsa collina-monumento, sfuma quel leone qualunque, e il campo di battaglia riprende la sua realtà: schiere di fanteria ondeggiano nella pianura, galoppi furiosi attraversano l'orizzonte; il sognatore spaventato vede balenar le sciabole, scintillare le baionette, fiammeggiare le bombe, incrociarsi mostruosamente i fulmini; sente, come un rantolo in fondo a una tomba, il vago clamore della fantastica battaglia; quelle ombre, sono i granatieri; quel luccichio, sono i corazzieri; quello scheletro è Napoleone; quell'altro scheletro è Wellington. Tutto questo non esiste più, eppure cozza e combatte ancora; e i burroni si tingono di rosso, e gli alberi fremono, la furia arriva fino al cielo, e nelle tenebre tutte quelle alture selvagge, Mont-Saint- Jean, Hougomont, Frischemont, Papelotte e Plancenoit, appaiono confusamente coronate da un turbine di spettri che si sterminano tra loro.




17. WATERLOO FU UN BENE?


C'è una scuola liberale molto rispettabile che non odia Waterloo.

Noi non vi apparteniamo. Per noi, Waterloo non è che la data stupefatta della libertà. Che una simile aquila nasca da un tale uovo, è senza dubbio una cosa inaspettata. Se guardiamo da un punto di vista superiore la questione, Waterloo è intenzionalmente una vittoria controrivoluzionaria. E' l'Europa contro la Francia, e Pietroburgo, Berlino e Vienna contro Parigi, lo "statu quo" contro l'iniziativa, il 14 luglio 1789 assalito attraverso il 20 marzo 1815, lo sforzo delle monarchie contro l'indomabile rivolta francese. Spegnere finalmente questo vasto popolo in eruzione da ventisei anni, ecco il sogno. Solidarietà dei Brunswick, dei Nassau, dei Romanoff, degli Hoenzollern, degli Asburgo coi Borboni. Waterloo porta in groppa il diritto divino. E' vero che, se l'impero era stato dispotico, la realtà, per naturale reazione di cose, doveva per forza essere liberale: ed è anche vero che con sommo dispiacere dei vincitori, da Waterloo è uscito un sistema costituzionale. E ciò perché la rivoluzione non può essere veramente vinta; essendo provvidenziale e assolutamente fatale, essa ricompare sempre, prima di Waterloo in Bonaparte che abbatte i vecchi troni, dopo Waterloo in Luigi Diciottesimo che proclama e subisce la Costituzione. Bonaparte mette un postiglione sul trono di Napoli e un sergente sul trono di Svezia, adoperando la disuguaglianza per dimostrare l'uguaglianza; Luigi Diciottesimo a Saint-Ouen firma la dichiarazione dei diritti dell'uomo. Volete comprendere cosa sia la rivoluzione? chiamatela Progresso; volete sapere che cosa è il progresso? chiamatelo Domani. Il Domani fa irresistibilmente il suo lavoro, e lo fa sin da oggi. Giunge sempre allo scopo, in modo inaspettato. Usa Wellington per trasformare in oratore Foy che era un soldato. Foy cade a Hougomont e si rialza alla tribuna. Così cammina il progresso. Per questo operaio non ci sono arnesi inutili; egli adatta al suo lavoro divino, senza sconcertarsi, l'uomo che scavalcò le Alpi e quel buon vecchio malato barcollante del padre Elysée; si serve del podagroso come del conquistatore: del conquistatore al di fuori, del podagroso al di dentro. Waterloo, mettendo fine alla demolizione dei troni europei mediante la spada, ha avuto questo unico risultato di far proseguire il lavoro rivoluzionario da un altro lato. Gli sciabolatori hanno finito: ora tocca ai pensatori.

Il secolo che Waterloo voleva fermare, è passato sopra e ha continuato la sua via. Quella sinistra vittoria fu vinta dalla libertà.

Insomma, chi incontestabilmente trionfò a Waterloo, chi sorrideva dietro Wellington, chi gli portò tutti i bastoni di maresciallo dell'Europa, compreso, si dice, quello di maresciallo di Francia, chi fece correre allegramente le carrettate piene di ossa per innalzare la collina del leone, chi scrisse trionfalmente su quel piedistallo la data: "18 giugno 1815", chi incoraggiava Blücher a sciabolare i fuggenti, chi dall'alto della spianata di Mont-Saint- Jean si chinava sulla Francia come sopra una preda, era la controrivoluzione. Fu lei che proferì la parola infame di smembramento. Ma giunta a Parigi, vide da vicino il cratere, sentì che quella cenere le bruciava i piedi, e allora mutò parere, e tornò al balletto della Costituzione.

In Waterloo dobbiamo vedere soltanto quello che c'è. Niente libertà intenzionale. La controrivoluzione era involontariamente liberale, allo stesso modo che, per un fenomeno corrispondente, Napoleone era involontariamente rivoluzionario.

Il 18 giugno 1815, Robespierre a cavallo fu disarcionato.




18. RECRUDESCENZA DEL DIRITTO DIVINO


Finita la dittatura, un intero sistema europeo crollò. L'impero scomparve in un'ombra simile a quella in cui spirò il mondo romano. Si vide un precipizio, come ai tempi dei barbari. Se non che la barbarie del 1815, che va chiamata col suo meschino soprannome di controrivoluzione, aveva il fiato corto; ben presto perse il respiro e s'impuntò. L'impero fu pianto, dobbiamo confessarlo, e pianto da occhi eroici. Se la gloria è nella spada che diventa scettro, l'impero fu la personificazione della gloria.

Aveva diffuso sulla terra tutta la luce che si può avere dalla tirannia; luce tetra; diciamo anzi, luce oscura. Paragonata alla vera luce, è tenebra: eppure lo sparire di quella tenebra fece l'effetto d'un'eclisse.

Luigi Diciottesimo rientrò a Parigi. Le carole dell'8 luglio oscurarono gli entusiasmi del 20 marzo. Il Corso divenne l'antitesi del Bearnese. La bandiera della cupola delle Tuileries fu bianca. L'esilio troneggiò. La tavola d'abete di Hartwel fu collocata davanti al seggiolone adorno di gigli di Luigi Quattordicesimo. Si parlò di Bouvines e di fontenoy come fossero di ieri, visto che Austerlitz era invecchiata. L'altare e il trono fraternizzarono maestosamente. Sulla Francia e sul continente si stabilì una delle forme più contestate della salvezza della società nel secolo decimonono. L'Europa adottò la coccarda bianca.

Trestaillon divenne celebre. La divisa "non pluribus impar" ricomparve sulla facciata della caserma del Quai d'Orsay fra i raggi di pietra che rappresentano un sole. Dove c'era stata la guardia imperiale ci furono le livree rosse. L'arco del carosello, sopraccarico di vittorie mal sopportate, smarrito in mezzo a tutte quelle novità, e forse un po' vergognoso di Marengo e di Arcole, si tolse d'imbarazzo con la statua del duca d'Angoulême. Il cimitero della Maddalena, formidabile fossa comune del '93, fu ornato di marmo e di diaspro, perché nella sua polvere c'erano le ossa di Luigi Sedicesimo e di Maria Antonietta. Nel fossato di Vincennes, un cippo funerario sorse a ricordare che il duca d'Enghien morì nello stesso mese dell'incoronazione di Napoleone.

Il Papa Pio Settimo, che aveva fatto quella consacrazione così vicina a quella morte, benedisse tranquillamente la caduta, come aveva benedetto l'elevazione. Ci fu a Schoenbrun una piccola ombra di quattro anni, che si ritenne sedizioso chiamare re di Roma. E queste cose si fecero, e quei re ripresero il loro trono, e il padrone dell'Europa fu rinchiuso in una gabbia, e l'antico regime divenne il nuovo, e tutta l'ombra e tutta la luce della terra mutarono di posto, perché nel pomeriggio d'un giorno d'estate un pastore disse a un prussiano in un bosco: - passate di qui e non di là.

Il 1815 fu una specie di lugubre aprile. Le vecchie realtà malsane e velenose si coprirono di nuove parvenze. La menzogna sposò l'89, il diritto divino si mascherò con una Carta; le finzioni si fecero costituzionali; i pregiudizi, le superstizioni, e gli occulti propositi, con in cuore l'articolo 14, si verniciarono di liberalismo. Mutamento di pelle dei serpenti..

Napoleone aveva in pari tempo reso l'uomo più grande e più piccolo. Sotto quel regno della materia splendida, l'ideale aveva ricevuto il nome strano di ideologia. Grave imprudenza di un grand'uomo, deridere l'avvenire. Tuttavia i popoli, questa carne da cannone tanto innamorata del cannoniere, lo cercavano con gli occhi. Dov'è? Che fa? Napoleone è morto, diceva un passante a un invalido di Marengo e di Waterloo. "Lui, morto!" esclamò quel soldato, "si vede proprio che non lo conoscete!". La fantasia deificava quell'uomo abbattuto. Dopo Waterloo, il fondo dell'Europa fu tenebroso: restò un enorme vuoto con la scomparsa di Napoleone.

I re si misero in quel vuoto. La vecchia Europa ne approfittò per riformarsi. Ci fu una Santa Alleanza: Bella-AIleanza aveva già detto il capo fatale di Waterloo.

In presenza e di fronte a quell'antica Europa rifatta, si sbozzarono i lineamenti d'una nuova Francia. L'avvenire, deriso dall'imperatore, fece il suo ingresso, e portava sulla fronte la stella della libertà. Gli occhi ardenti delle nuove generazioni si volsero verso di lui. Cosa strana, s'innamorarono nello stesso tempo di quell'avvenire, la Libertà, e di quel passato, Napoleone.

La disfatta aveva ingrandito il vinto: Bonaparte caduto pareva più alto di Napoleone in piedi. Quelli che avevano trionfato ebbero paura. L'Inghilterra lo fece custodire da Hudson Lowe, e la Francia lo fece spiare da Montchenu. Le sue braccia incrociate divennero l'inquietudine dei troni. Alessandro lo chiamava: la mia insonnia. Questo spavento proveniva dalla carica di rivoluzione che c'era in lui; e questo spiega e scusa il liberalismo bonapartista. Quel fantasma faceva tremare il vecchio mondo, e i re regnarono angustiati, con quello scoglio di Sant' Elena all'orizzonte.

Mentre Napoleone agonizzava a Longwood, i sessantamila uomini caduti sul campo di Waterloo imputridivano tranquillamente, e qualche cosa della loro pace si diffuse nel mondo. Il congresso di Vienna fece i trattati del 1815, e l'Europa diede a tutto ciò il nome di restaurazione.

Ecco che cosa fu Waterloo.

Ma che importa all'infinito? Tutta quella tempesta, quella caligine, quella guerra, e poi quella pace, tutta quell'ombra non turbò un istante lo splendore dell'occhio immenso, davanti al quale un insetto che salta sui fili d'erba uguaglia l'aquila che vola di campanile in campanile sino alle torri di Notre-Dame.




19. IL CAMPO DI BATTAGLIA DURANTE LA NOTTE


Ritorniamo su quel fatale campo di battaglia; è una necessità di questo libro.

Il 18 giugno 1815 c'era il plenilunio; la sua luce favorì l'inseguimento di Blücher, denunciò le tracce dei fuggitivi, dette quella massa disastrosa in preda all'accanimento della cavalleria prussiana, e contribuì al massacro. Nelle catastrofi si hanno talvolta queste tragiche compiacenze della notte.

Dopo l'ultimo colpo di cannone, la spianata di Mont-Saint-Jean rimase deserta.

Gli inglesi occuparono l'accampamento dei francesi, poiché coricarsi nel letto del vinto è il modo consueto di constatare la vittoria; e stabilirono i loro bivacchi al di là di Rossomme. I prussiani, lanciati all'inseguimento dei fuggitivi, si spinsero più avanti. Wellington andò nel villaggio di Waterloo a redigere il suo rapporto a lord Bathurst.

Se il "sic vos non vobis" fu mai applicabile, lo è certamente al villaggio di Waterloo, il quale non fece nulla e rimase a mezza lega dall'azione. Mont-Saint-Jean fu cannoneggiato, Hougomont, Papelotte e Plancenoit furono incendiati, la Haie-Sainte fu presa d'assalto, la Belle-Alliance vide abbracciarsi i due vincitori; ebbene, tutti questi nomi sono appena noti; e Waterloo, che non ebbe parte nella battaglia, ne ottenne tutti gli onori.

Noi non siamo di quelli che adulano la guerra e, quando se ne presenta l'occasione, le diciamo le sue verità. La guerra ha bellezze spaventose che non abbiamo nascosto; ma ha pure, bisogna convenirne, alcune bruttezze; fra le quali una delle più sorprendenti è il pronto spogliamento dei morti dopo la vittoria.

L'alba che segue una battaglia sorge sempre sopra cadaveri ignudi.

Chi fa questo? Chi insudicia in tal modo il trionfo? A chi appartiene quella mano schifosa che si insinua furtivamente nelle tasche della vittoria? Chi sono questi ladri che compiono i loro colpi protetti dalla gloria? Alcuni filosofi, tra questi Voltaire, affermano che sono precisamente quelli che la formano. Sono gli stessi, dicono, e non altri; quelli che sono in piedi spogliano quelli che caddero, l'eroe del giorno è il vampiro della notte. Si ha pure il diritto, diamine! di spogliare il cadavere di chi è stato ucciso da noi. Noi però non lo crediamo; ci sembra impossibile che la stessa mano possa cogliere l'alloro e rubare le scarpe a un morto.

Di solito, questo è certo, dietro i vincitori vanno i ladri; ma bisogna mettere fuori causa i soldati, soprattutto quelli dei tempi nostri.

Ogni esercito ha dietro di sé una coda, ed è a questa che si deve rivolgere l'accusa. Degli esseri pipistrelli, mezzo briganti e mezzo servi, tutte le specie di vampiri generati da quel crepuscolo che si chiama la guerra, gente che porta la divisa ma non combatte, dei falsi malati, degli sciancati temibili, dei bettolieri equivoci che trottano su piccoli carri, talvolta con la moglie, e rubano quel che rivendono, dei mendicanti che si offrono per guida agli ufficiali, dei guitti, dei predoni, gli eserciti in marcia di una volta - non parliamo del tempo presente - si tiravano dietro tutto questo. E nessun esercito e nessuna nazione era responsabile di quegli esseri, che parlavano italiano e seguivano i tedeschi, parlavano francese e seguivano gli inglesi.

E fu proprio uno di questi miserabili, predone spagnolo che parlava francese, che uccise a tradimento il marchese di Fervacques, ingannato dal suo accento piccardo tanto da prenderlo per uno dei nostri, derubandolo poi sullo stesso campo di battaglia, la notte successiva alla vittoria di Cerisole. Dal saccheggio nasceva il saccomanno. La detestabile massima del "vivere a spese del nemico" produceva questa lebbra, che poteva guarirsi solo con una severa disciplina. Ci sono riputazioni che traggono in inganno; non sempre si sa perché certi generali, grandi del resto, ottennero tanta popolarità. Turenne era adorato dai suoi soldati perché tollerava il saccheggio: il male permesso fa parte della bontà; e Turenne era tanto buono che lasciò mettere a ferro e a fuoco il Palatinato. Gli eserciti avevano un seguito più o meno numeroso di predoni, secondo che il capo era più o meno severo. Hoche e Marceaux non avevano predoni; Wellington, gli rendiamo giustizia volentieri, ne aveva pochi.

Tuttavia, nella notte dal 18 al 19 giugno i morti vennero spogliati. Wellington fu rigido: ordinò di passare per le armi chiunque fosse colto in flagrante. Ma la rapina è tenace; e mentre da una parte del campo di battaglia si fucilavano i ladri, dall'altra si rubava.

La luna proiettava su quella pianura una luce sinistra.

Verso la mezzanotte un uomo gironzolava, o meglio strisciava dalla parte della via incassata d'Ohain. Secondo ogni apparenza, era uno di quegli esseri che abbiamo caratterizzato poc'anzi, né inglese né francese, né contadino né soldato, non un uomo ma una larva attratta dall'odore dei cadaveri, che aveva il furto per vittoria e veniva a svaligiare Waterloo. Vestiva un camiciotto che somigliava a un cappotto, era inquieto e audace, andava avanti e si voltava indietro. Chi era quell'uomo? Probabilmente la notte ne sapeva sul suo conto più del giorno. Non aveva sacco, ma delle vaste tasche sotto il cappotto. Ogni tanto si fermava, scrutava la pianura come per vedere se nessuno lo osservasse, poi si chinava rapidamente, smuoveva a terra qualche cosa di immobile e di silenzioso; quindi si rialzava e si allontanava. Il suo strisciare, il suo contegno, il gesto rapido e misterioso, lo rendevano somigliante a quelle larve crepuscolari che frequentano le rovine, e che le antiche leggende normanne chiamano i Viatori.

La sua sagoma somigliava all'ombra che producono certi trampolieri notturni nelle paludi.

Un occhio che avesse scrutato attentamente nella nebbia, avrebbe notato, a qualche distanza, fermo e come nascosto dietro la casupola che forma, sulla strada maestra di Nivelles, l'angolo della strada che da Mont-Saint-Jean conduce a Braine-l'Alleud, una specie di piccolo furgone da vivandiere col coperchio di vimini incatramati, attaccato a una rozza affamata, che brucava le ortiche attraverso il morso, e avrebbe scorto nel furgone una specie di donna seduta in mezzo a casse ed involti. Forse fra quel furgone e quel vagabondo c'era un legame.

Il cielo era sereno: non una nube allo zenith. Che importa se la terra è rossa? la luna resta bianca; tanta è l'indifferenza del cielo. Nei prati, rami d'albero, spezzati dalla mitraglia e non caduti ma trattenuti dalla scorza, dondolavano dolcemente al vento della notte. Un soffio, quasi un respiro, agitava i cespugli; c'erano nell'erba dei brividi come di anime che volassero via dalla terra.

Si udiva confusamente in lontananza l'andirivieni delle pattuglie e delle ronde del campo inglese.

Hougomont e la Haie-Sainte continuavano a bruciare, formando, una e est, l'altra a ovest, due grosse fiamme, alle quali s'univa, come una collana di rubini, il cordone di fuoco dei bivacchi inglesi spiegati in immenso semicerchio sulle colline dell'orizzonte.

Abbiamo già descritto la catastrofe della strada d'Ohain. Il cuore si spaventa a pensare quale fu la morte di tanti valorosi.

Se c'è qualche cosa di terribile, se esiste una realtà che oltrepassi l'immaginazione, è questa: vivere, vedere il sole, possedere la pienezza della forza virile, aver la salute e la gioia, ridere gagliardamente, correre verso la gloria che si ha dinanzi abbagliante, sentirsi in petto un polmone che respira, un cuore che batte, una volontà che ragiona, parlare, pensare, sperare, amare, avere una madre, una moglie, dei bimbi, avere la luce, e d'improvviso, nel tempo di un grido, in meno di un minuto, precipitare in un abisso, cadere, rotolare, schiacciare, essere schiacciato, scorgere le spighe del frumento, i fiori, le foglie, i rami, e non potersi aggrappare a nulla, sentire la sciabola inutile, avere degli uomini di sotto, dei cavalli di sopra, dibattersi invano, con le ossa rotte da un calcio non visto, sentire un tallone che ti fa schizzare fuori gli occhi, mordere con rabbia il ferro d'un cavallo, soffocare, urlare, torcersi, trovarsi là sotto, e pensare: un momento fa ero un essere vivente!

Là dove aveva rantolato quel lacrimevole disastro, ora tutto era silenzio. La strada incassata era colma di cavalli e di cavalieri ammonticchiati in modo inestricabile. Groviglio terribile: non c'erano più scarpate; i cadaveri livellavano la via con la pianura e arrivavano all'orlo come uno staio di orzo ben misurato. Un mucchio di morti al di sopra e un fiume di sangue al di sotto, ecco cos'era quella via la sera del 18 giugno 1815. Il sangue scorreva fin sulla strada di Nivelles, dove si travasava in una larga pozza, davanti all'abbattuta di alberi che sbarrava la strada in un posto che mostrano ancora oggi. Il lettore si ricorderà che la catastrofe dei corazzieri era accaduta dal lato opposto, verso la strada di Genappe. Lo spessore dello strato dei cadaveri era proporzionato alla profondità della via avvallata, e perciò verso il mezzo, dove questa diventava piana, e dove era passata la divisione Delord, lo strato dei morti era sottile.

Il vagabondo notturno che abbiamo fatto intravedere andava da quel lato. Egli frugava in quell'immensa tomba, osservava, passava una specie di rivista degli estinti; e camminava nel sangue.

D'improvviso si fermò.

Qualche passo innanzi, nella strada incassata, dove terminava il mucchio di cadaveri, una mano aperta, su cui batteva un raggio lunare, usciva di sotto all'ammasso degli uomini e dei cavalli.

Quella mano aveva al dito qualche cosa che brillava: un anello d'oro.

L'uomo si curvò, stette un momento rannicchiato e, quando si rialzò, la mano non aveva più l'anello.

Veramente non si rialzò; rimase nell'atteggiamento d'una specie di bestia selvaggia spaventata, con le spalle rivolte ai cadaveri, scrutando l'orizzonte, in ginocchio, con tutta la parte superiore del corpo appoggiata ai due indici puntati a terra, con la testa sollevata al di sopra del lembo della via. Le quattro zampe dello sciacallo convengono a certe azioni.

Poi, con decisione si rizzò.

Nello stesso tempo fu preso da un sussulto: sentì che lo trattenevano di dietro.

Si volse; era la mano aperta che s'era richiusa afferrando la falda del suo cappotto.

Un uomo onesto avrebbe avuto paura: quello invece si mise a ridere.

- Toh! è il morto, - disse. - Preferisco un fantasma a un gendarme.

Frattanto la mano s'era indebolita e lo aveva rilasciato. Nella tomba lo sforzo si esaurisce subito.

- Insomma, - riprese il predone, - è vivo questo morto? Vediamo un po'.

Si chinò di nuovo, rovistò nel mucchio, scostò gli ostacoli, prese la mano, afferrò il braccio, liberò la testa, tirò il corpo, e pochi momenti dopo trascinava nell'ombra della strada avvallata un uomo esanime, o per lo meno svenuto. Era un corazziere, un ufficiale, e anche d'un grado elevato; una grossa spallina d'oro usciva di sotto la corazza. Non aveva più il casco, e un gran colpo di sciabola gli sfregiava il viso, su cui non si vedeva altro che sangue. Del resto, non pareva che avesse alcun membro rotto, e per un caso fortunato, se qui è possibile questa parola, i morti si erano puntellati sopra di lui, in modo da impedire che rimanesse schiacciato. Gli occhi erano chiusi.

Sulla corazza aveva la croce d'argento della legion d'onore.

Il predone gliela strappò e la fece scomparire in una delle tasche che teneva sotto il cappotto.

Poi gli toccò il taschino, e sentendovi un orologio, lo prese; quindi frugò il panciotto, vi trovò una borsa e la intascò.

Mentre prestava questo soccorso al moribondo, l'ufficiale aprì gli occhi e disse con fioca voce:

- Grazie.

I movimenti bruschi dell'uomo che lo maneggiava, la freschezza della notte, l'aria più libera che respirava, lo avevano ridestato dal suo letargo.

Il predone, senza rispondere, alzò la testa. Si udiva un rumore di passi nella pianura, probabilmente qualche pattuglia che s'avvicinava.

L'ufficiale mormorò, con voce ancora agonizzante:

- Chi ha vinto la battaglia?

- Gli inglesi, - rispose l'altro.

L'ufficiale riprese:

- Cercate nelle mie tasche. Ci troverete una borsa ed un orologio; prendeteli.

Già era stato fatto.

Finse di eseguire quello che gli chiedeva, e disse:

- Non c'è niente.

- Mi hanno derubato, - riprese l'ufficiale, - Mi dispiace:

sarebbero stati per voi.

I passi della pattuglia diventavano sempre più distinti.

- Ecco che si avvicinano - osservò il vagabondo facendo un passo per allontanarsi.

L'ufficiale, sollevando faticosamente il braccio, lo trattenne.

- Voi m'avete salvato la vita. Chi siete?

L'altro rispose in fretta e sottovoce:

- Appartenevo come voi all'esercito francese. Devo lasciarvi, perché se mi cogliessero, sarei fucilato. Vi ho salvato la vita:

ora levatevi d'impaccio come potete.

- Qual è il vostro grado?

- Sergente.

- Come vi chiamate?

- Thénardier.

- Non dimenticherò mai questo nome, - disse l'ufficiale. - E voi ricordatevi del mio: mi chiamo Pontmercy.




Libro 2


IL VASCELLO "ORION"



1. IL NUMERO 24601 DIVENTA IL NUMERO 9430


Giovanni Valjean era stato riacciuffato.

Il lettore non ce ne vorrà se sorvoleremo rapidamente su alcuni particolari dolorosi. Ci limitiamo a trascrivere due cronache pubblicate dai giornali dell'epoca, alcuni mesi dopo i fatti sorprendenti di Montreuil-sur-mer.

Questi articoli sono un po' sommari; ma bisogna ricordarsi che a quel tempo non esisteva la "Gazzetta dei Tribunali".

Il primo è tolto dal "Drapeau blanc" e porta la data del 25 luglio 1823.

"Un circondario del Pas-de-Calais è stato teatro d'un avvenimento poco comune. Un uomo che non era del luogo, chiamato Madeleine, da alcuni anni aveva fatto rivivere, grazie a nuovi procedimenti, un'antica industria locale, la fabbricazione del jais e delle conterie nere, facendo la propria fortuna e, bisogna confessarlo, quella del circondario. In riconoscimento dei suoi meriti era stato nominato sindaco. Ora la polizia ha scoperto che questo Madeleine non era che un galeotto latitante, di nome Giovanni Valjean, condannato nel 1796 per furto. Egli è stato rimandato al penitenziario. Pare che prima del suo arresto fosse riuscito a ritirare dalla banca Laffitte una somma di più di mezzo milione depositata, e che a quanto si dice avrebbe guadagnato col suo commercio nel modo più legittimo. Non si è potuto sapere dove Valjean abbia nascosto questa somma rientrando nel penitenziario di Tolone".

Il secondo articolo, un po' più circostanziato, è tolto dal "Journal de Paris" della stessa data:

"Un ex galeotto liberato, di nome Giovanni Valjean, comparve davanti alla Corte d'assise del Varo in circostanze degne di nota.

Questo scellerato era riuscito a ingannare la vigilanza della polizia, cambiando nome, e aveva potuto farsi nominare sindaco in una delle nostre piccole città del nord, dove aveva creato un commercio abbastanza considerevole. Ma finalmente fu smascherato e arrestato, grazie allo zelo instancabile della regia Procura.

Aveva per concubina una pubblica prostituta, che morì di spavento vedendolo arrestare. Questo miserabile, dotato d'una forza erculea, era riuscito a evadere; ma tre o quattro giorni dopo la sua fuga, la polizia poté acciuffarlo nuovamente a Parigi, mentre saliva in una delle piccole vetture che fanno il percorso dalla capitale al villaggio di Montfermeil (Senna e Oise). Si dice che avesse profittato di quei tre o quattro giorni di libertà per ritirare una somma considerevole depositata presso una delle nostre principali banche, somma che si fa' ammontare dai seicento ai settecento mila franchi. Secondo l'atto d'accusa, egli avrebbe nascosto questo denaro in un luogo noto a lui solo, e che non si è riusciti a scovare. Comunque, il suddetto Giovanni Valjean è stato tradotto davanti alle assise del dipartimento del Varo, accusato di rapina a mano armata sulla pubblica strada, commessa, otto anni or sono, a danno d'uno di quegli onesti fanciulli, i quali, come disse il patriarca di Ferney in versi immortali, arrivano ogni anno dalla Savoia, e con mano leggera sbarazzano i lunghi tubi ostruiti dalla fuliggine.

Questo bandito ha rinunciato alla difesa. L'abile ed eloquente pubblico ministero ha provato che il furto fu commesso m complicità con altri, e Valjean formava parte d'una banda di ladri del Meridione. In conseguenza, è stato dichiarato colpevole e condannato alla pena di morte. Egli ha ricusato di ricorrere in cassazione; ma il re, nella sua clemenza, si è degnato di commutarne la pena nei lavori forzati a vita, e Giovanni Valjean è stato immediatamente spedito al penitenziario di Tolone".

I lettori non hanno dimenticato che Valjean a Montreuil sur-mer aveva abitudini religiose. Alcuni giornali, tra cui il "Constitutionnel", presentarono quella commutazione di pena come un trionfo del partito clericale.

Valjean nel penitenziario cambiò numero: si chiamò 9430.

Del resto, lo diciamo subito per non ritornare più su questo argomento, la prosperità di Montreuil-sur-mer scomparve con Madeleine; tutto quello che lui aveva preveduto nella sua notte di angoscia e di esitazioni si realizzò, e mancato lui, venne a "mancare l'anima". Dopo la sua rovina, si fece a Montreuil-sur-mer quella ripartizione egoistica di tutte le grandi esistenze tramontate, quel fatale spezzettamento d'ogni prosperità, che si verifica nella società umana ove passa inosservato, e che la storia ha notato una volta sola, perché avvenne dopo la morte d'Alessandro. I luogotenenti si coronano re, i capifabbrica s'improvvisano industriali. Nacquero rivalità e invidie. I vasti laboratori di Madeleine furono chiusi, i fabbricati caddero in rovina, gli operai si dispersero. Gli uni cambiarono paese, gli altri mestiere. Da allora si lavorò su piccola scala, anziché in grande; per lucro e non per il bene pubblico. Non ci fu più nessun centro; concorrenza e accanimento dovunque. Madeleine dominava e dirigeva tutto; caduto lui, ognuno pensò per sé, lo spirito di lotta successe allo spirito di organizzazione, l'asprezza alla cordialità, l'odio dell'uno contro l'altro alla benevolenza del fondatore verso tutti; le fila aggruppate da Madeleine si confusero e si ruppero, furono adulterati i metodi, avviliti i prodotti, bandita la fiducia; gli sbocchi diminuirono, ci furono meno ordinazioni; i salari ribassarono, gli opifici si chiusero, e sopraggiunsero i fallimenti. Per i poveri non ci fu più nulla.

Tutto svanì.

Anche lo Stato si accorse che qualcuno ne aveva sofferto un danno enorme. Meno di quattro anni dopo la sentenza della corte d'assise, che aveva constatato l'identità di Madeleine e di Giovanni Valjean, le spese per la riscossione delle tasse erano raddoppiate; e Villèle lo faceva osservare in parlamento nel mese di febbraio del 1827.




2. NEL QUALE SI LEGGERANNO DUE VERSI CHE FORSE SONO DEL DIAVOLO


Prima di procedere, è opportuno narrare un po' minutamente un fatto strano, che forse ha qualche coincidenza con alcune congetture del pubblico ministero.

Nel paese di Montfermeil c'è una superstizione antichissima, tanto più curiosa e preziosa, in quanto una superstizione nei dintorni di Parigi è come un aloe in Siberia. Noi siamo di quelli che rispettano tutto ciò che somiglia a una pianta rara. Ecco dunque qual è la superstizione di Montfermeil. Da tempo immemorabile si crede che il diavolo abbia scelto la foresta per nascondervi i suoi tesori. Le donnicciole affermano che non di rado, verso il tramonto, accade d'incontrare nei luoghi più solitari del bosco un uomo nero, che sembra un carrettiere o un taglialegna, calzato di zoccoli e coi pantaloni e una camiciola di seta, che è facile riconoscere perché, invece d'un berretto o d'un cappello, porta sulla testa due immense corna; la qual cosa rende infatti molto agevole la sua identificazione. Quest'uomo è quasi sempre occupato a scavare una buca. Ci sono tre modi di approfittare del suo incontro. Il primo è di avvicinarlo e di parlargli. Allora si vede che è semplicemente un contadino, che sembra nero perché comincia il crepuscolo, che non scava nessuna buca, ma taglia l'erba per le sue vacche, e che quello che si era pigliato per un paio di corna non è altro che un bidente da letame, che egli porta sul dorso, e i cui rebbi, grazie al crepuscolo, sembrano uscirgli dalla testa.

Allora si torna a casa e si muore entro la settimana. Il secondo modo consiste nel tenerlo d'occhio, nell'aspettare che abbia scavato la buca, che l'abbia richiusa e si sia allontanato; poi si corre subito alla buca, la si riapre e se ne toglie il tesoro che necessariamente l'uomo nero vi aveva deposto. In questo caso si muore entro un mese. Il terzo modo consiste nel non parlare con l'uomo nero, nel non guardarlo e nel darsela a gambe; allora si muore entro l anno.

Siccome tutt'e tre i metodi hanno i loro inconvenienti, generalmente viene adottato il secondo, che offre almeno grande vantaggio, come quello di possedere un tesoro, sia pure solo per un mese. A quanto si assicura dunque, gli arditi, che tentano tutti i rischi, hanno molto spesso riaperto le buche scavate dall'uomo nero e tentato di derubare il diavolo. Pare che l'operazione sia mediocre, almeno stando alla tradizione e, in particolare, ai due versi enigmatici in latino barbaro lasciati su questo argomento da un monaco normanno, un po' stregone, chiamato Trifone. Questo monaco è sepolto nell'abbazia di Saint-Georges di Bocherville vicino a Rouen, e sulla sua tomba nascono dei rospi.

Chi scava fa degli sforzi enormi, perché di solito quelle fosse sono molto profonde; suda, fruga, lavora tutta la notte poiché è un'operazione che si fa di notte; bagna di sudore la camicia, consuma la candela, intacca la zappa, e quando finalmente arriva in fondo alla buca, quando mette la mano sul "tesoro", che cosa trova? che cos'è il tesoro del diavolo? Un soldo, talvolta uno scudo, un sasso, uno scheletro, un cadavere sanguinante, talvolta uno spettro piegato in quattro come un foglio di carta in un portafoglio, talvolta nulla. E' quanto sembra vogliano annunciare ai curiosi indiscreti i due versi di Trifone: "Fodit, et in fossa thesauros condit opaca, As, nummos, lapides, cadaver, simulacra, nihilque".

Pare che oggi vi si trovi pure ora una fiaschetta di polvere e delle palle da fucile, ora un mazzo di carte unto e bruciacchiato, che evidentemente è servito al diavolo. Trifone non registra queste due ultime cose, visto che viveva nel dodicesimo secolo, e non pare che il diavolo abbia avuto lo spirito d'inventare la polvere prima di Ruggero Bacone, né le carte da gioco prima di Carlo Sesto.

Del resto chi gioca con quelle carte è sicuro di perdere tutto ciò che possiede, e la polvere che sta nella fiaschetta ha la proprietà di far scoppiare il fucile in faccia a chi ne fa uso.

Ora, poco tempo dopo l'epoca in cui parve al pubblico ministero che l'ex-galeotto Giovanni Valjean, nei pochi giorni della sua evasione, avesse gironzolato nei dintorni di Montfermeil, in questo villaggio fu notato che un certo Boulatruelle, un vecchio stradino, faceva "certe pratiche" nel bosco. Nel paese credevano di sapere che Boulatruelle fosse stato in galera; egli era sottoposto a speciale sorveglianza di polizia e siccome non trovava lavoro in nessun luogo, il governo io impiegava, con una paga inferiore alla normale, come stradino sulla scorciatoia da Gagny a Lagny.

Questo Boulatruelle era un uomo guardato di mal occhio dalla gente del luogo, troppo rispettoso, troppo umile, sempre pronto a far scappellate a tutti, e tremante e sorridente davanti ai gendarmi, probabilmente affiliato a qualche banda, sospettato d'imboscarsi nell'ombra dei cespugli al cader della notte. Aveva in suo favore una sola qualità, quella di essere un ubriacone.

Ecco dunque cosa credevano di aver osservato.

Da qualche tempo Boulatruelle smetteva molto più presto il suo lavoro sulla strada, e se ne andava nella foresta con la zappa. Lo incontravano verso sera nelle radure più solitarie, nelle macchie più selvagge, con l'aria di cercare qualcosa, talvolta occupato a scavare qualche buca. Le donnicciole che passavano, lo prendevano da principio per Belzebù; poi, riconoscendo Boulatruelle, non ne rimanevano per niente rassicurate. Pareva che quegli incontri contrariassero di molto lo stradino, ed era evidente che tentava di nascondersi, e che in quello che faceva c'era un mistero.

Nel villaggio dicevano: - E' chiaro che il diavolo ha fatto qualche apparizione. Boulatruelle l'ha visto e cerca: ed è un mariuolo capace di strappare il gruzzolo del diavolo. - I più saccenti poi aggiungevano: - Sarà Boulatruelle che la farà al diavolo, o il diavolo a Boulatruelle? - Le vecchie si facevano molti segni di croce.

Frattanto Boulatruelle smise le sue pratiche nel bosco, riprese regolarmente il suo lavoro di stradino, e non se ne parlò più.

Tuttavia alcuni erano rimasti curiosi della cosa pensando che probabilmente si trattava non già dei favolosi tesori della leggenda, ma di qualche buon bottino più serio e più palpabile dei biglietti di banca del diavolo, e che lo stradino ne avesse scoperto il segreto solo a metà. I più "curiosi" erano il maestro di scuola e il bettoliere Thénardier, che era l'amico di tutti e non aveva sdegnato di far lega con Boulatruelle. - E' stato in galera? - diceva. - Eh, mio Dio! non si sa mai chi c'è, né chi ci sarà.

Una sera, il maestro di scuola sosteneva che in altri tempi la giustizia si sarebbe preoccupata di ciò che Boulatruelle andava a fare nel bosco, che lo avrebbero costretto a parlare, che al bisogno gli avrebbero dato la tortura, e che certamente costui non avrebbe resistito, per esempio, alla prova dell'acqua.

Sottoponiamolo invece a quella del vino - disse Thénardier.

Ci si misero in quattro per ubriacare il vecchio stradino: ma costui bevve enormemente e parlò poco, combinando con arte ammirabile e in proporzioni magistrali la sete d'un crapulone con la discrezione d'un giudice. Tuttavia, a forza di tornare alla carica, di riaccostare e di spremere le poche parole oscure che gli sfuggivano, ecco quanto Thénardier e il maestro di scuola credettero di capire:

Boulatruelle una mattina, recandosi sul far del giorno al lavoro, fu sorpreso di vedere, in un cantuccio del bosco, sotto un cespuglio, una pala e una zappa, "come per dire nascoste".

Tuttavia ritenne che fossero probabilmente la pala e la zappa di papà Six-Fours, il portatore d'acqua, e non ci pensò più. Ma la sera dello stesso giorno vide, senza esser visto, perché nascosto da una grossa pianta, abbandonare la strada e andare nel folto della foresta "un tale che non era del paese, e che egli, Boulatruelle, conosceva benissimo". Traduzione di Thénardier: "un compagno di galera". Boulatruelle però si rifiutò ostinatamente di dirne il nome. "Quel tale" portava un involto che conteneva qualche cosa di quadrato, una grande scatola o un cofanetto.

Sorpresa di Boulatruelle; al quale però l'idea di tener dietro a "quel tale" venne soltanto dopo sette o otto minuti. Ma era troppo tardi; l'individuo si trovava già nel folto del bosco, la notte era sopraggiunta e non poté raggiungerlo. Allora decise di sorvegliare il limite della foresta. "Splendeva la luna". Due o tre ore dopo Boulatruelle vide uscire dal bosco ceduo l'individuo, il quale non portava più una cassetta, ma una pala e una zappa.

Boulatruelle lo lasciò passare senza sentire il desiderio di parlargli, perché l'altro era tre volte più forte di lui e armato di una zappa, e riconoscendolo e vedendosi riconosciuto probabilmente l'avrebbe ammazzato. Commovente effusione di due vecchi compagni che si ritrovano! Ma la pala e la zappa furono per Boulatruelle un raggio di luce. Andò subito al cespuglio del mattino e non trovandoci né zappa né badile, concluse che l'individuo, entrato nel bosco, vi aveva scavato una fossa con la zappa, ci aveva messo dentro lo scrigno, e l'aveva richiusa col badile. Ora la cassa era troppo piccola per contenere un cadavere; dunque c'era dentro del denaro. Da ciò le sue ricerche.

Boulatruelle aveva esplorato, scandagliato e frugato tutta la foresta, scavato ovunque la terra gli era parsa smossa di fresco; ma invano.

Egli non poté "snidare" nulla; e nessuno a Montfermeil ci pensò più. Ci furono soltanto alcune brave comari che dissero: - State certi che lo stradino di Gagny non ha fatto mica tutto quel tramestio per nulla; sicuramente è venuto il diavolo.




3. LA CATENA AVEVA SUBITO UN LAVORO PREPARATORIO PER ROMPERSI COSI' A COLPI DI MARTELLO


Verso la fine d'ottobre dello stesso anno 1823, gli abitanti di Tolone videro entrare nel loro porto, per riparare alcune avarie subite in una burrasca, il vascello "Orion", che è stato poi destinato a Brest come nave-scuola, e che allora faceva parte della squadra del Mediterraneo.

Quella nave, zoppicante com'era, poiché il mare l'aveva malmenata, richiamò l'attenzione al suo ingresso nel porto. Portava non so più quale bandiera, che le procurò un saluto regolamentare di undici colpi di cannone, a cui si rispose colpo per colpo; totale, ventidue. Si è fatto il calcolo che tra salve, cortesie reali e militari, scambi di rumorose gentilezze, segnali di cortesia, formalità di rade e di cittadelle, levate e tramonti di sole salutati ogni giorno da tutte le fortezze e da tutte le navi da guerra, aperture e chiusure di porti, eccetera, eccetera, la società civile tira a salve, in tutto il mondo, ogni ventiquattr'ore, centocinquantamila colpi di cannone inutili. In ragione di sei franchi al colpo, sono novecentomila franchi al giorno, ossia trecento milioni all'anno che se ne vanno in fumo. E si tratta soltanto d'un accessorio. Intanto i poveri muoiono di fame.

L'anno 1823 era quello che la restaurazione chiamò " l'epoca della guerra di Spagna".

Quella guerra conteneva molti avvenimenti in uno solo, e molte cose singolari. Un importante affare di famiglia per la Casa Borbone; il ramo di Francia che soccorre quello di Madrid; un apparente ritorno alle nostre tradizioni nazionali, che era più un atto di servilismo e di soggezione ai governi del Nord; il duca d'Angoulême, soprannominato dalla stampa liberale "l'eroe di Andujar", che, in un atteggiamento trionfale, un po' in contrasto con la sua fisionomia pacifica, reprime il vecchio terrorismo chimerico dei liberali; i "sanculotti" risuscitati sotto il nome di "descamisados", con grande spavento delle vecchie dame; i monarchici che osteggiano il progresso chiamandolo anarchia; la teoria dell'89 improvvisamente interrotta dalle trincee; un alto là! intimato dall'Europa all'idea francese che fa il suo giro del mondo; a fianco del figlio di Francia, il principe di Carignano, poi Carlo Alberto, che si arruola come volontario con le spalline di lana rossa di granatiere, in quella crociata dei re contro i popoli; i soldati dell'impero che si rimettono in campagna, ma dopo otto anni di riposo, invecchiati, tristi e con la coccarda bianca; la bandiera tricolore sventolata in terra straniera da un pugno eroico di francesi, come trent'anni prima aveva sventolato a Coblenza la bandiera bianca; i monaci sparsi tra i nostri soldati; lo spirito di libertà e di novità richiamato alla ragione dalle baionette; i principi domati a colpi di cannone; la Francia che disfa con le armi quanto aveva fatto col suo spirito; i capitani nemici venduti, i soldati esitanti, le fortezze assediate coi milioni; nessun pericolo militare, però possibili esplosioni come in tutte le miniere sorprese e invase; poco sangue versato, poco onore conquistato, la vergogna per alcuni e la gloria per nessuno; ecco che cosa fu quella guerra, fatta da principi che discendevano da Luigi Quattordicesimo, e condotta da generali che uscivano da Napoleone. Essa ebbe la triste sorte di non ricordare né la grande guerra, né la grande politica.

Alcuni fatti d'arme furono seri; tra gli altri, la presa del Trocadero fu una bella azione militare; ma in definitiva, ripetiamo, le trombe di quella guerra davano un suono falso, l'insieme era sospetto, e la storia approva la Francia nelle sue ripugnanze ad accogliere quel falso trionfo. Apparve evidente che certi ufficiali spagnoli incaricati della resistenza cedettero assai facilmente; dalla vittoria nacque l'idea di corruzione; parve che si fossero guadagnati i generali più che le battaglie, e i soldati vincitori rimpatriavano umiliati. Fu infatti una guerra poco onorevole, e nelle pieghe della bandiera si poté leggere:

"Banca di Francia".

I soldati della guerra del 1808 i quali avevano fatto formidabilmente crollare Saragozza, nel 1829 aggrottavano le sopracciglia dinanzi al facile schiudersi delle fortezze, e si diedero a rimpiangere Palafox. E' carattere della Francia preferire di aver a che fare con Rostopchine più che con Ballesteros.

Da un punto di vista ancor più grave e sul quale conviene insistere, quella guerra, che urtava lo spirito militare francese, indignava lo spirito democratico. Era una campagna d'oppressione, nella quale la meta del soldato francese, figlio della democrazia, era di aggiogare un altro popolo. Orribile controsenso! La Francia è destinata a risvegliare l'anima dei popoli, non a soffocarla.

Dal 1792 in poi, tutte le rivoluzioni d'Europa sono la Rivoluzione francese: la libertà s'irradia dalla Francia. E' un fenomeno solare, ed è cieco chi non lo vede! L'ha detto Bonaparte.

La guerra del 1823, attentato contro la generosa nazione spagnola, era dunque al tempo stesso un attentato contro la Rivoluzione francese. Ed era la Francia che commetteva questa mostruosa azione; con la violenza; infatti, tranne le guerre liberatrici, tutto quello che fanno gli eserciti, lo fanno con la violenza. Le parole "obbedienza passiva" lo dimostrano. Un esercito è uno strano capolavoro di combinazioni, in cui la forza risulta da una somma enorme di impotenze. Così si spiega la guerra fatta dall'umanità all'umanità, malgrado l'umanità.

Quanto ai Borboni, la guerra del 1823 fu loro fatale. La ritennero un trionfo, e non si accorsero del pericolo che si nasconde nel far uccidere un'idea da una consegna. Nella loro ingenuità s'ingannarono al punto da introdurre nella loro restaurazione, come elemento di forza, l'immensa debolezza che deriva da un crimine. Lo spirito del tranello entrò nella loro politica. Nel 1823 germogliò il 1830. La guerra di Spagna, nei loro piani, divenne un argomento a favore dei colpi di forza e delle avventure di diritto divino. Poiché la Francia aveva ristabilito "el rey neto" in Spagna, poteva benissimo ristabilire il re assoluto in casa propria. Caddero nel formidabile errore di scambiare l'obbedienza del soldato col consenso della nazione. Questa fiducia perde i troni. Non bisogna mai addormentarsi né all'ombra d'un "manzanilla", né all'ombra di un esercito.

Ritorniamo alla nave "Orion".

Durante le operazioni dell'esercito comandato dal principe generalissimo, una squadra navale incrociava nel Mediterraneo.

Abbiamo già detto che l'"Orion" faceva parte di quella squadra e che fu ricondotto in seguito ad avarie nel porto di Tolone.

La presenza d'una nave da guerra in un porto preoccupa e attira la folla. E questo a motivo della sua grandezza, perché alla folla piace ciò che è grande.

Una nave di linea è composta di quanto c'è di più pesante e di più leggero, perché ha da fare nelle stesso tempo con i tre stati della materia, il solido, il liquido e il fluido, e deve lottare contro tutti e tre; ha undici artigli di ferro per afferrare il granito in fondo al mare, e più ali e più antenne di qualunque insetto per prendere il vento fra le nubi. Dalle bocche dei suoi centoventi cannoni manda fuori il respiro come da trombe enormi, e risponde con fierezza alla folgore. L'Oceano cerca di smarrirlo nella spaventosa uniformità delle sue onde; ma il vascello ha un'anima, una bussola, che lo consiglia e gli indica sempre il nord. Nelle notti tenebrose, i suoi fanali fanno le veci delle stelle. Così al vento esso oppone le gomene e la tela, all'acqua il legno, alla roccia il ferro, il rame e il piombo, all'ombra la luce, all'immensità un ago.

Chi vuol formarsi un'idea di tutte quelle gigantesche proporzioni che messe insieme costituiscono un vascello di linea, deve entrare in una delle cale coperte, a sei piani, dei porti di Brest o di Tolone. Le navi in lavorazione sono là per così dire sotto una capanna. Quella trave colossale è un pennone; quella grossa colonna di legno coricata a terra, di cui non si scorgono le estremità, è l'albero maestro. Misurandolo dalle radici nella stiva fino alla sua cima tra le nuvole, è lungo sessanta tese, con tre piedi di diametro alla base. L'albero maestro inglese è duecentodiciassette piedi al di sopra della linea d'immersione. La marina dei nostri padri usava le gomene, la nostra le catene. Il solo mucchio di catene d'una nave da cento cannoni ha quattro piedi d'altezza, venti di larghezza, otto di profondità. E quanto legname ci vuole per costruire una nave? Tremila metri cubi. E' una foresta galleggiante.

E tuttavia, si noti bene, qui parliamo soltanto della nave militare di quarant'anni or sono, della semplice nave a vela. Il vapore, che allora era nell'infanzia, aggiunse più tardi nuovi miracoli a quel prodigio che si chiama la nave da guerra. Oggi, per esempio, una nave a elica, è una macchina sorprendente, mossa da una velatura di tremila metri quadrati di superficie, e da un caldaia della forza di duemila cinquecento cavalli.

Ma senza parlare di queste meraviglie moderne, l'antica nave di Cristoforo Colombo e di Ruyter è uno dei grandi capolavori dell'uomo. Essa è inesauribile di forze quanto l'infinito dei venti, immagazzina il vento nella sua vela, si muove precisa nell'immensa distesa delle onde, galleggia e regna.

Eppure viene il momento in cui una raffica spezza come un fuscello di paglia quel pennone lungo sessanta piedi; in cui il vento piega come un giunco quell'albero alto quattrocento piedi; quell'ancora che pesa diecimila libbre si contorce nelle fauci di un'onda, come l'amo d'un pescatore nella mascella di un luccio; quei mostruosi cannoni mandano inutili lamentosi ruggiti, che l'uragano disperde nel vuoto e nelle tenebre, e tutta quella potenza e quella maestà s'inabissano in una potenza e una maestà superiori.

Ogni volta che lo spiegamento di un'immensa forza si allea a un'immensa debolezza, l'uomo è indotto alla meditazione. Perciò nei porti abbondano i curiosi, senza che ne sappiano spiegare il perché, intorno a quelle meravigliose macchine di guerra e di navigazione.

Ogni giorno dunque, dalla mattina alla sera, i moli e le banchine del porto di Tolone erano coperti di oziosi e di fannulloni, che avevano come unica occupazione di guardare l'"Orion".

Questo vascello era malandato da molto tempo. Nelle anteriori navigazioni, densi strati di conchiglie si erano accumulati sulla sua carena, in modo da rallentarne per metà il cammino; l'anno prima l'avevano tratto a secco per raschiare quelle conchiglie; dopo di che aveva ripreso il mare. Ma l'operazione aveva danneggiato i bulloni della carena. All'altezza delle Baleari, la bordatura aveva ceduto e s'era aperta; e siccome allora il fasciame non si faceva di lamiera, la nave aveva fatto acqua. Poi era sopraggiunto un forte colpo di vento che aveva sfondato a babordo il tagliamare e un boccaporto, e danneggiato le parasartie di trinchetto. In conseguenza di queste avarie l'"Orion" aveva raggiunto Tolone.

Era ormeggiato vicino all'arsenale, dove lo riparavano e l'armavano. La chiglia a tribordo non era danneggiata; però avevano schiodato qua e là alcuni fasciami, secondo l'uso, per dar aria alla carcassa.

Una mattina la folla che lo contemplava assistette a un accidente.

L'equipaggio era occupato ad ammainare le vele, quando il gabbiere incaricato di afferrare la bugna superiore della grande vela di tribordo perse l'equilibrio. La folla raccolta sulla riva dell'arsenale lanciò un grido vedendolo barcollare; la testa trascinò il corpo, l'uomo girò intorno al pennone con le braccia distese verso l'abisso, afferrò a volo una corda, prima con una mano poi con l'altra, e vi rimase sospeso. Aveva di sotto il mare e una profondità vertiginosa; la scossa della sua caduta aveva impresso alla corda una violenta ondulazione d'altalena, cosicché l'uomo penzolava di qua e di là in cima a quella corda come la pietra d'una fionda.

Per soccorrerlo bisognava esporsi a un pericolo spaventoso.

Nessuno dei marinai, tutti pescatori della costa arruolati di recente, osava avventurarvisi. Intanto lo sventurato gabbiere si stancava; non si poteva discernere l'angoscia sul suo volto, ma da tutte le membra traspariva lo sfinimento. Le braccia pendevano in un orribile stiramento; e ogni sforzo che egli faceva per risalire serviva soltanto ad aumentare le oscillazioni della corda. Non gridava per paura di scemare le proprie forze. Tutti s'aspettavano che da un minuto all'altro si lasciasse sfuggire di mano quel canapo, e ogni tanto tutte le teste si volgevano in là per non vederlo passare. Ci sono momenti in cui un pezzo di corda, una pertica, un ramo d'albero è la vita, ed è una cosa spaventevole vedere un essere vivente staccarsene e cadere come un frutto maturo.

D'improvviso si vide un uomo arrampicarsi su per l'attrezzatura con l'agilità d'un gatto. Il suo vestito rosso lo qualificava per galeotto, e il berretto verde dimostrava che era condannato a vita. Quando giunse all'altezza della coffa, un colpo di vento gli portò via il berretto, lasciando vedere una testa interamente canuta; era dunque un vecchio.

Infatti un galeotto, che si trovava a bordo occupato nei lavori con una squadra di compagni, fin dal primo momento era corso dall'ufficiale di servizio, e in mezzo al turbamento e all'esitazione dell'equipaggio, mentre tutti i marinai tremavano e indietreggiavano, gli aveva domandato di rischiare la propria vita per salvare il gabbiere. A un cenno affermativo dell'ufficiale, con un colpo di martello aveva spezzato la catena saldata all'anello dei suoi piedi, aveva preso una corda e si era lanciato tra le sartie. Nessuno in quel momento badò alla facilità con cui quella catena era stata spezzata; se ne ricordarono solo più tardi.

In un batter d'occhi fu sul pennone: qui si fermò pochi secondi, e pareva lo misurasse con lo sguardo. Quei secondi mentre il vento dondolava il gabbiere all'estremità d'un filo sembravano secoli a quelli che guardavano. Finalmente il galeotto alzò gli occhi al cielo e fece un passo innanzi. La folla respirò. Fu visto percorrere correndo il pennone. Arrivato alla punta, legò un capo della corda che aveva portato, lasciando l'altro penzolone; quindi si mise a scendere con le mani lungo quella corda; e allora l'angoscia divenne inesprimibile: invece di un uomo sospeso sul precipizio, se ne videro due.

Si sarebbe detto un ragno che andasse a cogliere una mosca; se non che in questo caso il ragno recava la vita e non la morte.

Diecimila sguardi erano fissi su quel gruppo; non un grido, non una parola; lo stesso fremito faceva aggrottare tutte le fronti; e tutte le bocche trattenevano il fiato, quasi temessero d'aggiungere il minimo soffio al vento che scuoteva quei due miserabili.

Intanto il galeotto era riuscito a calarsi presso il marinaio.

Non c'era da perdere tempo; un minuto di più, e l'uomo, stanco e disperato, si sarebbe lasciato cadere nell'abisso. Il galeotto lo legò solidamente con la corda, alla quale si teneva fermo con una mano, mentre lavorava con l'altra. Finalmente fu visto risalire sul pennone e issarvi il marinaio; ve lo sostenne per un momento per lasciargli riprendere un po' le forze, quindi, presolo fra le braccia, camminando sul pennone, lo portò fino al cappelletto, e di là nella coffa, dove lo lasciò tra le mani dei suoi compagni.

In quel momento la folla scoppiò in applausi; ci furono dei vecchi uomini di ciurma che piansero; le donne s'abbracciavano sulla banchina; e s'udirono tutte le voci a gridare con una commozione quasi furiosa: "Graziate quell'uomo!".

Questi frattanto s'era creduto in dovere di scendere immediatamente per raggiungere la sua squadra, e, per arrivare più presto, scivolò giù per l'attrezzatura, e si mise a correre sopra un pennone inferiore. Tutti gli occhi lo seguivano. A un certo punto, si temette per lui: sia che fosse stanco, sia che l'avesse preso il capogiro, parve a tutti che esitasse e barcollasse. A un tratto la folla dette un gran grido. Il galeotto era caduto in mare.

La caduta era pericolosa. La fregata "Algesiras" era ancorata presso l'"Orion", e il povero galeotto, cadendo tra le due navi, poteva essere scivolato sotto l'una o l'altra. Quattro marinai si buttarono prontamente in una barca; la folla li incoraggiava, e l'ansietà era di nuovo in tutti i cuori. L'uomo non era tornato a galla; era sparito nel mare, come se fosse caduto in una botte d'olio. Si tuffarono, scandagliarono; inutile. Cercarono fino a terra, ma non trovarono nessun corpo.

L'indomani il giornale di Tolone pubblicava queste poche righe:

"17 novembre 1823. - Ieri un galeotto, che era addetto ai lavori a bordo dell''Orion', cadde in mare tornando dall'aver salvato un marinaio, e s'annegò. Non si è potuto ritrovare il suo cadavere.

Si suppone che sia rimasto impigliato sotto le palafitte della punta dell'arsenale. Quell'uomo era iscritto con il numero 9430, e si chiamava Giovanni Valjean".




Libro 3


COMPIMENTO DELLA PROMESSA FATTA ALLA MORTA



1. LA QUESTIONE DELL'ACQUA A MONTFERMEIL


Montfermeil è situata tra Livry e Chelles, sull'orlo meridionale dell'altopiano che separa l'Ourcq dalla Marna. Attualmente è una borgata abbastanza grossa, adorna tutto l'anno di ville bianche e, la domenica, di borghesi allegri. Nel 1823 non c'erano a Montfermeil né tante case bianche, né tanti borghesi soddisfatti.

Era soltanto un villaggio nei boschi. C'erano, è vero, qua e là alcuni villini di campagna del secolo passato, riconoscibili dall'aspetto signorile, dai balconi di ferro battuto e dalle lunghe finestre i cui piccoli vetri disegnavano tutte le gradazioni del verde sul bianco degli scuri chiusi. Ma Montfermeil non per questo cessava d'essere un villaggio. I mercanti di stoffe ritirati dagli affari e gli amanti della villeggiatura non l'avevano ancora scoperta. Era un luogo pacifico e grazioso, che non si trovava su una strada importante; vi si viveva a buon mercato la vita contadinesca così abbondante e così facile. Solo che l'acqua vi era rara a causa dell'altezza dell'altopiano.

Bisognava andarla a cercare abbastanza lontano. La parte del villaggio che sta dal lato di Gagny attingeva l'acqua nei magnifici stagni che si trovano nel bosco; l'altra parte, che circonda la chiesa e sta verso Chelles, trovava acqua potabile a una piccola sorgente a mezza costa, presso la strada di Chelles, lontano un quarto d'ora da Montfermeil.

Era perciò una preoccupazione enorme per ogni famiglia provvedersi d'acqua. Le case più ricche, l'aristocrazia del luogo, compresa la bettola dei Thénardier, pagavano un centesimo al secchio a un pover'uomo addetto al trasporto dell'acqua e che guadagnava circa otto soldi al giorno; però quest'uomo lavorava soltanto fino alle sette d'estate e alle cinque d'inverno; cosicché quando sopraggiungeva la notte e le porte a pian terreno erano chiuse, chi non aveva acqua da bere doveva andarsela a pigliare, oppure farne a meno.

Ed era questo il terrore di quella povera creatura che forse il lettore non ha dimenticato: la piccola Cosetta. Ricordiamo che Cosetta era doppiamente utile ai Thénardier, i quali si facevano pagare dalla madre e servire dalla figlia. Così quando la madre smise di pagare, e abbiamo letto i perché nei precedenti capitoli, i Thénardier tennero Cosetta, la quale sostituì una serva. E come serva, doveva andare lei a prendere l'acqua. Per questo la bambina, che si spaventava molto all'idea di andare alla sorgente di notte, stava attenta perché in casa non mancasse mai l'acqua.

Il Natale del 1823 a Montfermeil fu più bello del consueto. Il principio dell'inverno era stato mite, e non s'era ancora visto né gelata né neve. Alcuni giocolieri venuti da Parigi avevano ottenuto il permesso dal sindaco d'erigere le loro baracche sulla via principale del villaggio, e con uguale permesso una banda di merciaiuoli ambulanti avevano installate le loro botteghe provvisorie sulla piazza della chiesa e fino nel vicolo del Fornaio, dove si trovava, il lettore forse se ne ricorda, la bettola dei Thénardier. Tutto questo riempiva le locande e le osterie e dava vita rumorosa e allegra a quel paese così quieto.

Dobbiamo anche dire, per essere storici fedeli, che tra le curiosità messe in mostra sulla piazza c'era un serraglio, nel quale alcuni antipatici pagliacci, venuti non si sa da dove e coperti di cenci, facevano vedere nel 1823 agli abitanti di Montfermeil uno di quegli orribili avvoltoi del Brasile, che il nostro museo reale possiede soltanto dal 1845, e che hanno l'occhio somigliante a una coccarda tricolore. Questo uccello è chiamato dai naturalisti "Caracara Polyborus", e appartiene all'ordine degli apicidi e alla famiglia degli avvoltoi. Alcuni vecchi soldati bonapartisti del villaggio andavano a vedere con venerazione quell'uccello, del quale i ciarlatani asserivano che la coccarda tricolore era un fenomeno unico, creato espressamente dal buon Dio per il loro serraglio.

Proprio la sera di Natale, parecchi uomini, tra carrettieri e merciaiuoli ambulanti, stavano seduti e bevevano a una tavola su cui ardevano quattro o cinque candele, nella sala a pianterreno della bettola di Thénardier. La sala somigliava a tutte le sale di osteria; tavole, brocche di stagno, bottiglie, bevitori e fumatori, poca luce e molto strepito. Però la data del 1823 era contrassegnata dai due oggetti, allora di moda fra la classe media e che stavano sopra una tavola; e cioè un caleidoscopio e una lampada di latta marezzata. La Thénardier sorvegliava la cena che cuoceva davanti a un bel focolare; il marito beveva con gli ospiti e parlava di politica.

Ma oltre le conversazioni politiche, che avevano per argomento principale la guerra di Spagna e il duca d'Angoulême, si udivano nel chiasso delle parentesi come queste:

- Dalle parti di Nanterre e di Suresne il vino è stato abbondante:

chi calcolava su dieci botti ne ha avuto dodici. L'uva al torchio ha dato molto mosto. - Ma non sarà stata mica molto matura? - In quei paesi non bisogna mai vendemmiare ad uva matura, se no il vino, appena venuta la primavera, inacidisce. E' dunque un vino leggero? - Sono vini ancora più leggeri di quelli che si fanno da queste parti. Bisogna vendemmiare quando l'uva è ancora acerba.

Eccetera...

Oppure era un mugnaio che esclamava:

- Siamo forse responsabili noi di quello che c'è nei sacchi? Noi ci troviamo una quantità di piccoli semi, che non possiamo pigliarci il divertimento di mondare, e che quindi passano sotto la macina; c'è la zizzania, il loglio, la nepitella, la veccia, la canapuccia, la coda di topo e una quantità d'altre porcherie, per non parlare dei sassolini, che abbondano in certi frumenti, specialmente in quelli bretoni. Non ci trovo nessun gusto, io, a macinare i grani bretoni, come al segatore d'assi non piace segare le travi che contengono chiodi. Immaginate quanta cattiva polvere si ha nel prodotto. E poi si lamentano della farina! Hanno torto:

se la farina è cattiva non è colpa nostra.

Nello spazio tra due finestre, un falciatore seduto con un proprietario, che contrattava il prezzo per il taglio del prato nella successiva primavera, diceva:

- Non è male che l'erba sia bagnata; si taglia meglio. La rugiada è utile, signore. Ma non si tratta di questo: quell'erba, la vostra erba, è giovane, è difficile ancora. E' troppo tenera, si piega troppo sotto la falce. Eccetera...

Cosetta era al suo solito posto, seduta sulla traversa della tavola di cucina presso il camino. Era coperta di cenci, coi piedi nudi negli zoccoli, e alla luce del fuoco lavorava delle calze di lana destinate alle piccole Thénardier. Un gattino giocava sotto le sedie. Da una camera vicina si sentivano due fresche voci di bimbe che ridevano e chiacchieravano: erano Eponina e Azelma.

Nell'angolo del camino, uno staffile era appeso a un chiodo. In mezzo al rumore dell'osteria, di tanto in tanto si udivano le grida d'un ragazzino dimenticato in qualche cantuccio della casa.

Era un bambino che la Thénardier aveva messo al mondo in uno degli inverni precedenti - "senza sapere perché, diceva lei; effetto del freddo" - e che allora contava poco più di tre anni. La madre lo aveva allattato, ma non l'amava. Quando il gridare ostinato del marmocchio diventava troppo importuno, Thénardier le diceva: - Tuo figlio strilla, va dunque a vedere cos'ha. Oh! rispondeva la madre, mi annoia! - E il piccino abbandonato continuava a strillare nelle tenebre.




2. DUE RITRATTI CHE SI COMPLETANO


In questo libro i Thénardier finora si sono visti soltanto di profilo; è tempo di girare intorno a questa coppia e di osservarla sotto tutti gli aspetti.

Il marito aveva appena compiuto i cinquant'anni, la moglie toccava i quaranta, che è la cinquantina delle donne, cosicché c'era equilibrio d'età.

Forse i lettori hanno conservato qualche ricordo della prima comparsa di questa Thénardier, alta, bionda, rossa, grassa, carnosa, tarchiata, enorme e agile; apparteneva, come già dicemmo, alla specie di quei rozzi colossi femminili, che nelle fiere s'inarcano e sostengono delle lastre di pietra appese alla capigliatura. In casa lei faceva tutto, i letti, le camere, il bucato, la cucina, la pioggia, il bel tempo, il diavolo. La sua fantesca era Cosetta: un topolino al servizio d'un elefante. Al suono della sua voce tutti tremavano, i vetri, i mobili, le persone. Il suo largo volto, crivellato di macchiette rosse pareva un colabrodo. Aveva anche la barba, e somigliava perfettamente a un facchino di piazza vestito da prostituta. Bestemmiava come un turco e si vantava di rompere una noce con un pugno. Senza i romanzi che aveva letto e che ogni tanto facevano riapparire in modo bizzarro la donnina allegra sotto l'orca, a nessuno mai sarebbe passato per la testa di chiamarla donna. Era, per così dire, il prodotto dell'innesto d'una sgualdrina su una ciana. Chi la sentiva parlare, diceva: è un gendarme; chi la vedeva bere, diceva: è un carrettiere; chi la vedeva trattar Cosetta, diceva: è un boia. Quando era in riposo, le sporgeva un dente dalla bocca.

Thénardier era un uomo piccolo, magro, pallido, angoloso, ossuto, sparuto, che pareva malato e stava benissimo. Di qui cominciava la sua furberia. Sorrideva abitualmente per precauzione, ed era cortese press'a poco con tutti, anche col mendicante a cui negava un centesimo. Aveva lo sguardo d'una faina e l'aspetto d'un letterato: somigliava molto ai ritratti dell'abate Delille. La sua galanteria consisteva nel bere coi carrettieri. Nessuno era mai riuscito a ubriacarlo. Fumava una grossa pipa. Portava un camiciotto, e di sotto un vecchio abito nero. Aveva delle pretese di letterato e di materialista. Pronunciava spesso, per dar forza a tutto quello che diceva, i nomi di Voltaire, di Raynal, di Parny e, cosa bizzarra, di sant'Agostino. Affermava d'avere "un sistema". Era però un briccone matricolato. Un "ladrosòfo". Esiste anche questa varietà. Già sappiamo che pretendeva di aver militato; raccontava con qualche lusso di particolari che a Waterloo, essendo sergente in un Sesto o un Nono leggero qualunque, solo contro uno squadrone di usseri della Morte, avevo coperto col suo corpo e salvato attraverso la mitraglia "un generale gravemente ferito". Da questo proveniva per la sua facciata la fiammeggiante insegna e, per la sua locanda, nel paese, il nome di "osteria del sergente di Waterloo". Era liberale, classico e bonapartista. Aveva sottoscritto a favore del campo d'Asile. Si diceva nel villaggio che avesse studiato per essere prete.

Noi crediamo che avesse studiato in Olanda per essere locandiere.

Questo furfante camaleontico, era, con ogni probabilità, un fiammingo di Lilla in Fiandra, francese a Parigi, belga a Bruxelles, comodamente a cavallo su due frontiere. La sua prodezza a Waterloo la conosciamo, e, come si vede, la esagerava un po'. Il flusso e il riflusso, il meandro, l'avventura era l'elemento della sua esistenza. La coscienza lacera comporta una vita scucita; e, con ogni probabilità, nell'epoca burrascosa del 18 giugno 1815, Thénardier apparteneva a quella specie di cantinieri saccomanni, di cui abbiamo parlato, che battevano la campagna, vendendo agli uni, rubando agli altri, e che si trascinavano tutta la famiglia, marito, moglie e figli, su qualche carrettella sgangherata, seguendo le truppe in marcia, allo scopo d'attaccarsi all'esercito vittorioso. Finita la campagna, trovandosi provvisto, come diceva, di "quibus", era andato a metter su osteria a Montfermeil.

Questi "quibus", provenienti dalle borse, dagli orologi, dagli anelli d'oro e dalle croci d'argento che aveva raccolto al tempo della messe nei solchi seminati di cadaveri, non sommavano a un totale vistoso e non avevano fatto prosperare gran che quel vivandiere promosso oste.

Thénardier aveva nel gesto quel non so che di rettilineo, che unito a una bestemmia ricorda la caserma, e unito a un segno di croce ricorda il seminario. Era un bravo parlatore e si lasciava credere dotto. Però il maestro di scuola aveva notato che commetteva errori di pronuncia. Faceva il conto agli avventori con una certa superiorità, ma occhi esperti ci trovavano talvolta degli errori d'ortografia. Era sornione, ghiottone, scioperato e abile, e non sdegnava le sue fantesche; motivo per cui sua moglie non ne voleva più. La gigantessa era gelosa; le pareva che quell'omiciattolo magro e giallo dovesse essere oggetto della cupidigia universale.

Thénardier, soprattutto astuto e misurato, era un briccone di razza moderata. E' la verità peggiore, perché vi s'immischia l'ipocrisia.

Non che all'occasione non fosse capace di andare in collera almeno quanto sua moglie; ma gli accadeva di rado. E siccome aveva in sé una profonda fornace di odio, siccome era di quelle persone che si vendicano perpetuamente, che accusano tutti coloro che passano davanti a loro di tutto quello che cade loro addosso, e sono sempre pronti a scagliare sul primo che capita, come una legittima accusa, tutte le delusioni, i fallimenti e la calamità della loro vita, siccome nei momenti di collera tutto questo lievito fermentava in lui e gli ribolliva nella bocca e negli occhi, allora era spaventevole. Guai a chi si trovava esposto a quel furore!

Oltre a tutte le altre qualità, Thénardier era attento e penetrante, silenzioso e ciarliero, secondo l'occasione, e sempre con molta intelligenza. Aveva qualcosa dello sguardo dei marinai abituati a strizzare gli occhi nel cannocchiale. Era un uomo di Stato.

Chi capitava per la prima volta nella bettola, vedendo la moglie, diceva: Ecco il padrone di casa. Errore. Lei non era nemmeno la padrona. L'unico padrone era il marito. Lei eseguiva; lui creava e dirigeva ogni cosa per una specie d'influsso magnetico invisibile e continuo. Gli bastava una parola, talvolta un segno, perché la gigantessa ubbidisse. Il marito era per la moglie, e senza che lei se ne rendesse conto, qualcosa come un essere speciale e sovrano.

Lei aveva le virtù della sua posizione; se anche avesse dissentito dal "signor Thénardier" su qualche particolare, ipotesi del resto inammissibile, non avrebbe mai dato torto pubblicamente al marito, e non avrebbe mai commesso "in presenza degli estranei" quell'errore, in cui cadono così frequentemente le mogli e che in linguaggio parlamentare si chiama scoprire la corona. Quantunque il loro accordo avesse per risultato soltanto il male, nella sommissione della Thénardier c'era della contemplazione. Quella carnosa e rumorosa montagna si muoveva sotto il dito mignolo di quel fragile despota. Era il gran fenomeno universale della materia che adora lo spirito, osservato dal lato nano e grottesco, giacché certe bruttezze hanno la loro ragion d'essere nelle profondità stesse delle bellezze eterne. C'era in Thénardier qualcosa d'ignoto; donde il suo impero assoluto su quella donna, la quale in certi momenti lo vedeva come un lume acceso, in certi altri lo sentiva come un artiglio.

Quella donna era una creatura terribile, la quale non amava che i suoi figlioli e non temeva che suo marito. Era una madre perché era un mammifero. Del resto, la sua maternità si fermava alle figliole; non si estendeva, come vedremo, sino ai maschi.

Il marito poi, non aveva che un pensiero: arricchirsi.

Non ci riusciva. Mancava un teatro adatto a quel grande talento.

Thénardier a Montfermeil si rovinava, se la rovina è possibile a chi non ha nulla. In Svizzera o nei Pirenei quel pitocco sarebbe diventato milionario. Ma il locandiere deve brucare dove la sorte lo lega.

S'intende che la parola locandiere è qui usata in senso ristretto, e che non si estende a una classe intera.

Proprio in quell'anno 1823 Thénardier aveva circa mille e cinquecento franchi di debiti vergognosi, che lo mettevano in pensiero.

A parte l'ingiustizia ostinata del destino verso di lui, era uno degli uomini che intendevano meglio, con maggior profondità e nel senso più moderno, quella che è una virtù per i popoli barbari e una merce per i popoli civili, vale a dire l'ospitalità. Era inoltre un abilissimo cacciatore di frodo, famoso per il suo colpo infallibile. Aveva un certo riso freddo e calmo, di cui conveniva però diffidare.

Le sue teorie di albergatore talvolta scaturivano da lui a sprazzi. Aveva certi aforismi professionali che inculcava nella mente della moglie: "Il dovere dell'albergatore, le diceva un giorno sottovoce e con foga, è di vendere al primo che capita la pietanza, il riposo, la luce, il fuoco, le lenzuola sudicie, la serva, le pulci e il sorriso; di fermare i passanti, di vuotare le borse piccole e alleggerire onestamente le grosse; di accogliere rispettosamente le famiglie in viaggio, derubando il marito, spennacchiando la moglie, ripulendo il figlio; di attribuire un valore alla finestra aperta, alla finestra chiusa, al cantuccio del focolare, alla poltrona, alla sedia, allo sgabello, al letto di piume, al materasso, al fascio di paglia; di sapere quanto l'immagine consumi lo specchio, e di tariffare anche questo, e, per cinquecentomila diavoli, di far pagare tutto al viaggiatore, anche le mosche ingoiate dal suo cane!"..

Quell'uomo e quella donna erano lo sposalizio dell'astuzia e della rabbia: coppia schifosa e terribile.

Mentre il marito ruminava e combinava, la moglie non pensava ai creditori lontani, non si curava né del ieri né del domani, e viveva con trasporto l'attimo fuggente.

Tali erano quei due individui. E Cosetta, in mezzo a loro, ne subiva la doppia pressione, come una creatura che fosse nello stesso tempo schiacciata da una mola e lacerata da una tenaglia.

L'uomo e la donna avevano un metodo diverso. Se Cosetta era tempestata di busse, la cosa veniva dalla moglie, e se camminava a piedi nudi d'inverno questo veniva dal marito.

Cosetta saliva, scendeva, lavava, spazzava, fregava, puliva, correva, si dimenava, ansava, trascinava degli oggetti pesanti e così piccina com'era, faceva le grosse fatiche. Nessuna pietà; una padrona feroce, un padrone velenoso. La bettola dei Thénardier era come una rete, nella quale la ragazzina si trovava avvinta e tremava. L'ideale dell'oppressione veniva realizzato in quella sinistra familiarità. Era qualche cosa come la mosca per i ragni.

La povera piccina taceva.

Quando si trovano così fin dall'alba, piccine, nude, fra gli uomini, cosa accade in queste anime che hanno appena lasciato Dio?




3. VINO PER GLI UOMINI E ACQUA PER I CAVALLI


Erano arrivati quattro nuovi viaggiatori.

Cosetta era immersa in tristi pensieri. Infatti, pur avendo solo otto anni, aveva già tanto patito, che meditava con l'aria tetra di una vecchia.

Aveva una palpebra livida per un pugno datole dalla Thénardier, la quale ogni tanto diceva: - Com'è brutta con quella pesca sull'occhio!

Cosetta dunque pensava che era notte, assai notte, che aveva dovuto inaspettatamente riempire le brocche e le caraffe nelle camere dei nuovi ospiti, e che quindi in casa non c'era più acqua.

Si rassicurava un poco pensando che non si beveva molta acqua in casa Thénardier. Non mancavano gli assetati, ma si trattava di quella sete che si rivolge più volentieri al boccale che alla brocca. Chi avesse domandato un bicchier d'acqua in mezzo a tutti quei bicchieri di vino, sarebbe passato per un selvaggio agli occhi di tutti quegli uomini. Tuttavia ci fu un momento in cui la bambina tremò vedendo la Thénardier alzare il coperchio d'una casseruola che bolliva sul fornello, poi prendere un bicchiere, avvicinarsi avidamente al rubinetto e girarlo. La bambina aveva alzato la testa e seguiva tutti quei movimenti. Un magro filo d'acqua colò dal rubinetto, e riempì a mezzo il bicchiere. - Toh!

- disse la locandiera, non c'è più acqua! Poi tacque un momento.

La piccina tratteneva il respiro.

- E via! questa basterà - riprese la Thénardier esaminando il bicchiere pieno solo a metà.

Cosetta riprese il suo lavoro, ma per un buon quarto d'ora sentì il cuore balzarle come un grosso fiocco nel petto.

Contava i minuti e avrebbe voluto essere già all'indomani mattina.

Ogni tanto uno dei bevitori guardava nella strada ed esclamava:- E' buio come in un forno! - oppure: - Bisogna essere un gatto per andare in giro a quest'ora senza lanterna!

E Cosetta trasaliva.

D'improvviso entrò uno dei merciaiuoli ambulanti, che era alloggiato nella locanda, e disse con voce aspra:

- Non hanno dato da bere al mio cavallo.

- Ma sì, certamente, - rispose la Thénardier.

- E io vi dico di no, - riprese il mercante.

Cosetta era uscita di sotto alla tavola.

- Oh, sì, signore! - disse, - il cavallo ha bevuto, ha bevuto nel secchio, nel secchio pieno; e sono stata proprio io che gli ho portato da bere, e gli ho anche parlato.

Non era vero: Cosetta mentiva.

- Ecco qui una che è grossa come un pugno e dice le bugie grosse come la casa, - esclamò il mercante. - Ti dico che non ha bevuto, piccola briccona! Quando non ha bevuto, ha un modo di soffiare che io conosco bene.

Cosetta insistette, aggiungendo con voce arrochita dall'angoscia e che appena s'udiva:

- E ha bevuto molto!

- Via! - riprese il mercante incollerito; - basta con le ciarle!

si dia da bere al cavallo e la si finisca!

Cosetta ritornò sotto la tavola.

- Infatti, è giusto - disse la Thénardier; - se la bestia non ha bevuto, deve bere.

Poi guardandosi intorno:

- Ebbene, dove s'è cacciata quell'altra?

Si chinò e vide Cosetta rannicchiata sotto la tavola all'estremità opposta, quasi sotto i piedi dei bevitori.

- Vuoi venir fuori? - gridò l'ostessa.

Cosetta uscì da quella specie di buco in cui s'era nascosta, e l'altra riprese:

- Signorina Cane-senza-nome, va a dar da bere a quel cavallo.

- Ma, signora, - rispose Cosetta con voce fioca, - non c'è più acqua.

Al che l'altra spalancò la porta di strada:

- Ebbene, va a cercarne!

Cosetta chinò la testa e andò a prendere un secchio vuoto, che giaceva nell'angolo del camino.

Il secchio era più grande di lei; sì che avrebbe potuto sedervisi dentro e starci comodamente.

La Thénardier ritornò al suo fornello, e assaggiò con un cucchiaio di legno quello che c'era nella casseruola, borbottando:

- Alla fontana ce n'è dell'acqua. La gran difficoltà! Avrei forse fatto meglio a stacciare le cipolle.

Poi frugò in un cassetto, dove c'erano dei soldi, del pepe e delle cipolline.

- Prendi, signorina Rospo, - aggiunse; - al ritorno comprerai dal panettiere un pane grosso. Eccoti quindici soldi.

Cosetta aveva una saccoccia laterale al grembiule; prese la moneta senza dire una parola e la mise in quella saccoccia.

Poi rimase immobile, col secchio tra le mani, davanti alla porta aperta; pareva aspettasse qualcuno in aiuto.

- Va dunque! - gridò la Thénardier.

Cosetta uscì, e la porta si richiuse.




4. ENTRA IN SCENA UNA BAMBOLA


Il lettore ricorderà che la fila delle baracche all'aria aperta si prolungava dalla chiesa fino alla bettola dei Thénardier. In attesa del passaggio dei borghesi che dovevano andare alla messa di mezzanotte, quelle baracche erano tutte illuminate da candele che ardevano in imbuti di carta, ciò che produceva "un effetto magico", come diceva il maestro di scuola di Montfermeil, allora seduto a tavola da Thénardier. In compenso, in cielo non si vedeva neppure una stella.

L'ultima di quelle baracche, posta precisamente dirimpetto alla porta della bettola, era una rivendita di giocattoli, tutta rilucente di canutiglie, di conterie e di magnifici lavori in latta. In prima fila sul davanti, sopra uno sfondo di tovaglioli bianchi, il mercante aveva collocato un'immensa bambola alta quasi due piedi, con una veste di velo rosa e delle spighe d'oro in testa, con i capelli veri e gli occhi di smalto. Quella meraviglia era stata esposta tutto il giorno all'ammirazione dei passanti al di sotto dei dieci anni, senza che si trovasse a Montfermeil una madre abbastanza ricca o abbastanza prodiga per farne un dono alla propria figlia. Eponina e Azelma avevano passato delle ore a contemplarla, e anche Cosetta aveva osato guardarla, benché solo furtivamente.

Per quanto fosse triste e oppressa, Cosetta appena uscì col secchio tra le mani, non poté astenersi dall'alzare gli occhi su quella sorprendente bambola, sulla signora, come essa la chiamava.

La povera piccina si fermò incantata. Non l'aveva ancora vista da vicino. Quella bottega le pareva un palazzo; quella bambola non era una bambola, ma un'apparizione. Erano la gioia, lo splendore, la ricchezza, la felicità che si mostravano in una specie di luce chimerica a quella sventurata creaturina, così profondamente immersa in una miseria funebre e fredda. Essa misurava, con l'ingenua e malinconica sagacia della fanciullezza, l'abisso che la separava da quella bambola, e diceva tra sé che bisognava essere regina o almeno principessa per possedere una "cosa" simile. Esaminava quella bella veste rosa, quei bei capelli ben lisciati, e pensava: Come dev'essere felice quella bambola! I suoi occhi non sapevano staccarsi da quella fantastica bottega; più guardava, più ne restava abbagliata e le pareva di scorgere il paradiso. Dietro la grande bambola ce n'erano delle altre più piccine, che a lei sembravano fate e geni; e il mercante che passeggiava avanti e indietro in fondo alla bottega le faceva un po' l'effetto del Padre Eterno.

In quell'adorazione dimenticava tutto, finanche la commissione di cui era incaricata. D'improvviso, la voce aspra della Thénardier la richiamò alla realtà: - Come, pettegola, sei ancora qui!

Aspetta, che adesso vengo io! Domando un po', cosa diavolo fa là ferma! Mostriciattolo, va!

La locandiera, gettando uno sguardo nella strada, aveva visto Cosetta in estasi.

La fanciulla fuggì portando il secchio e facendo i passi più lunghi che poteva.




5. LA PICCINA SOLA SOLA


Siccome l'osteria dei Thénardier si trovava nella parte del villaggio vicino alla chiesa, Cosetta doveva andare ad attingere l'acqua alla sorgente del bosco dalla parte di Chelles.

Non guardò più nessuna mercanzia. Finché fu nel vicolo del Fornaio e nelle vicinanze della chiesa, le botteghe illuminate rischiaravano la via; ma ben presto scomparve l'ultima luce dell'ultima baracca, e la povera bimba si trovò nelle tenebre.

Essa vi si immerse. Se non che, vinta com'era da una certa emozione, camminando agitava più che poteva il manico del secchio:

faceva così un rumore che le teneva compagnia.

Più avanzava, più l'oscurità si faceva fitta. Non c'era più nessuno nelle vie. Incontrò una donna, la quale si voltò scorgendola passare, e rimase immobile borbottando tra i denti:- Dove mai può andare quella bambina? Sarà forse un piccolo lupo mannaro.-Poi, riconoscendo Cosetta, disse: - Toh! è l'Allodola!

La piccina attraversò così il labirinto delle vie tortuose e deserte che segnano la fine del villaggio verso Chelles. Finché vide delle case, o anche soltanto dei muri ai due lati della strada, procedette con sufficiente coraggio. Di tanto in tanto vedeva un lume di candela tra le fessure di un'imposta; era luce, era vita, erano persone che si trovavano là dentro, e questo la rassicurava. Tuttavia, a misura che avanzava, rallentava macchinalmente il passo; e quand'ebbe attraversato lo spigolo dell'ultima casa, Cosetta si fermò. Procedere oltre l'ultima bottega era stato difficile, andar più lontano dell'ultima casa diventava impossibile. Posò il secchio, si cacciò la mano nei capelli, e si mise a grattarsi lentamente la testa, gesto naturale dei fanciulli spaventati e dubbiosi. Non si trattava più di Montfermeil, ma dei campi: aveva dinanzi la landa nera e deserta.

Guardò disperatamente quelle tenebre in cui non c'erano più uomini, in cui c'erano delle bestie, forse degli spettri. Guardò lontano e sentì le bestie che camminavano sull'erba, e vide distintamente i fantasmi che s'agitavano fra gli alberi. Allora, fatta audace dalla paura, riprese il secchio: - Ebbene, le dirò che alla fontana non c'è più acqua! disse; - e rientrò decisa in paese.

Ma aveva appena percorso cento passi che si fermò di nuovo, e tornò a grattarsi la testa. Adesso la Thénardier le appariva, orribile, con la sua bocca di iena e gli occhi accesi di collera.

La bimba diede uno sguardo pietoso davanti e uno indietro. Che fare? dove andare? Davanti l'immagine della Thénardier, dietro tutti i fantasmi della notte e dei boschi. Fu la Thénardier a farla indietreggiare. Riprese la via della sorgente e si mise a correre. Uscì dal villaggio correndo, e correndo entrò nel bosco, senza guardare né ascoltare nulla. Non rallentò la corsa, se non quando le venne meno il respiro; ma non interruppe il cammino.

Andava avanti tutta trasognata.

E mentre correva, le veniva da piangere.

Il brivido notturno della foresta l'avvolgeva completamente. Non pensava più, non vedeva più nulla. L'immensità della notte si schierava davanti a quella piccola creatura; da una parte tutta l'ombra, dall'altra un atomo.

Dalla soglia del bosco alla fontana non c'erano che sette o otto minuti di cammino, per una strada che Cosetta conosceva benissimo per averla percorsa molte volte di giorno. Cosa strana, essa non si smarrì. Un resto d'istinto la guidava vagamente; non voltava gli occhi né a destra né a sinistra per timore di vedere qualche cosa fra i rami o fra i cespugli. Così giunse alla sorgente.

Era una stretta vasca naturale, scavata dall'acqua in un suolo argilloso, profonda circa due piedi, col fondo coperto da grosse pietre, e circondata di muschio e di quelle grandi erbe a disegni in rilievo, che chiamano gorgiere di Enrico Quarto. Ne scaturiva un ruscelletto, con un piccolo mormorio tranquillo.

Cosetta non si trattenne nemmeno il tempo di riprendere fiato.

Benché la notte fosse oscurissima, abituata com'era a venire a quella fontana, con la mano sinistra cercò nelle tenebre una piccola quercia protesa sulla sorgente, che ordinariamente le serviva di punto d'appoggio; afferrò un ramo, vi si sospese, si chinò e immerse il secchio nell'acqua. Provava in quel momento una commozione così violenta, che le sue forze ne venivano triplicate.

Non si accorse che mentre era curva a quel modo, la saccoccia del suo grembiulino si vuotava nella sorgente e la moneta da quindici soldi cadeva nell'acqua. Cosetta non la vide, né la udì cadere.

Ritirò il secchio quasi pieno e lo posò sull'erba.

Ciò fatto, s'accorse che era sfinita dalla stanchezza. Avrebbe voluto tornare subito indietro, ma lo sforzo fatto non le faceva muovere un passo, e fu obbligata a sedersi. Si lasciò cadere sull'erba e vi restò rannicchiata.

Chiuse gli occhi, poi li riaprì, senza sapere perché, ma senza poter fare diversamente.

L'acqua muovendosi nel secchio accanto a lei formava dei cerchi che somigliavano a serpenti di fuoco bianco.

Sopra la sua testa il cielo era coperto di grosse nubi nere che parevano falde di fumo. Sembrava che la tragica maschera dell'ombra si chinasse confusamente su quella bimba.

Giove tramontava nella profondità degli spazi.

La piccina guardava con occhio smarrito quella grossa stella, che non conosceva e che le faceva paura. Infatti il pianeta era in quel momento vicinissimo all'orizzonte e attraversava un denso strato di nebbia che gli dava un'orribile tinta rossastra; la nebbia, lugubremente imporporata, ingrandiva l'astro. Si sarebbe detto una piaga luminosa.

Dalla pianura spirava un vento freddo; e il bosco era tenebroso, senza alcun fruscio di foglie, senza alcuno di quei vaghi e freschi barlumi dell'estate. Grandi ramaglie vi si drizzavano con forme spaventose; dei cespugli stentati e deformi sibilavano nelle radure. Le alte erbe si torcevano sotto la brezza come bisce, i pruni s'agitavano come grandi braccia armate di artigli che cercassero di afferrare la preda. Alcune eriche secche, cacciate dal vento, passavano rapidamente, e pareva che sfuggissero spaventate dinanzi a qualche cosa che stesse per arrivare. Da tutte le parti il bosco si stendeva lugubremente.

Le tenebre danno le vertigini. L'uomo ha bisogno di luce, e chi s'immerge nelle tenebre si sente stringere il cuore. Quando l'occhio vede nero, la mente vede torbido. Nell'eclisse, nella notte, nell'opacità fuligginosa anche i più coraggiosi provano dell'ansietà. Nessuno cammina di notte nella foresta senza un tremito. Le ombre e gli alberi sono densità formidabili. Una realtà chimerica appare nella profondità indistinta. Si vede a qualche passo di distanza delinearsi l'inconcepibile con una chiarezza spettrale. Si vede ondeggiare, nello spazio o nel proprio cervello, qualcosa di vago e di inafferrabile come i sogni dei fiori addormentati. Si scorgono atteggiamenti selvaggi all'orizzonte. Si aspirano gli effluvi del grande vuoto tenebroso.

Si ha paura e voglia di guardare indietro. Le cavità della notte, le cose divenute truci, i taciturni profili, che si dissipano a mano a mano che ci avviciniamo, gli scapigliamenti confusi, i cespugli irritati, le livide pozze, il riflesso del lugubre nel funebre, l'immensità sepolcrale del silenzio, gli esseri ignoti possibili, certe curve misteriose di rami, certi spaventosi tronchi di alberi, dei lunghi ciuffi d'erbe frementi: contro tutto questo non c'è difesa. Non c'è coraggio che non trasalisca, che non senta l'avvicinarsi dell'agonia. Qualche cosa di nauseante ci opprime, come se l'anima si amalgamasse con l'ombra: e questa penetrazione delle tenebre è inesprimibilmente sinistra in un fanciullo.

Le foreste sono apocalissi; e sotto la loro volta mostruosa il battito d'ali d'una piccola anima ha il rumore d'agonia.

Senza rendersi conto di quello che provava, Cosetta si sentiva afferrare da quell'enormità nera della natura. Non la vinceva soltanto il terrore, ma qualche cosa ancor più terribile del terrore. Rabbrividiva. Mancano le espressioni per dire la stranezza di quel brivido che l'agghiacciava fino in fondo al cuore. Gli occhi erano diventati selvaggi. Le pareva di sentire che forse non avrebbe potuto fare a meno di tornare là alla stessa ora l'indomani.

Allora, per una specie d'istinto, per togliersi da quello stato eccezionale che non comprendeva ma che la spaventava, si mise a numerare ad alta voce uno, due, tre, quattro, fino a dieci; e quand'ebbe finito ricominciò. Recuperò così la percezione vera delle cose che la circondavano. Sentì freddo alle mani, bagnate attingendo l'acqua, e si alzò. Le era ritornata la paura, una paura naturale e irresistibile. Non ebbe più che un pensiero, fuggire, fuggire a gambe levate attraverso il bosco, attraverso i campi, fino alle case, fino alle finestre, fino alle candele accese. Il suo sguardo cadde sul secchio che aveva davanti. Era tale lo spavento che le ispirava la Thénardier, che non osò fuggire senza l'acqua. Afferrò il manico a due mani, ma fece fatica a sollevare il secchio.

Fece così una dozzina di passi; ma il secchio era pieno, era pesante, e dovette posarlo di nuovo a terra. Respirò un istante, poi lo riprese e tornò a camminare, questa volta un po' più a lungo. Dovette fermarsi di nuovo. Riposò alcuni secondi, e si mosse ancora. Camminava chinata innanzi, la testa bassa come una vecchia, tenendo e irrigidendo le scarne braccia al peso del secchio. Il manico di ferro finiva d'intorpidire e d'intirizzire le piccole mani. Di tanto in tanto era costretta a fermarsi, e a ogni fermata, l'acqua fredda che traboccava dal secchio le cadeva sulle gambe nude. Questo avveniva in fondo a un bosco, di notte, d'inverno, lontano da ogni sguardo umano; ed era una ragazzina di otto anni. Dio solo vedeva in quel momento quella triste scena.

E certo, ahimè! anche sua madre. Perché certe cose fanno aprire gli occhi ai morti nella loro tomba.

Respirava con una specie di rantolo doloroso; i singhiozzi le serravano la gola, ma non osava piangere, tant'era la paura della Thénardier, anche lontana. Era abituata a immaginarsela sempre presente.

Intanto, così com'era non poteva fare molta strada, e procedeva assai lentamente. Per quanto si sforzasse di diminuire la durata delle fermate e di camminare più a lungo possibile fra l'una e l'altra, pensava angosciosamente che doveva impiegare più di un'ora per ritornare a Montfermeil, e che la Thénardier l'avrebbe battuta. Quest'angoscia s'univa allo spavento di trovarsi sola nel bosco di notte. Era oppressa dalla stanchezza e non era uscita ancora dalla foresta. Arrivata vicino a un vecchio castagno che conosceva, fece un'ultima fermata più lunga delle altre per riposarsi bene; poi, raccolte tutte le forze, riprese il secchio e si rimise in cammino coraggiosamente. Tuttavia la povera creatura disperata non poté astenersi dall'esclamare: - Ah! mio Dio, mio Dio!

In quel momento, sentì che il secchio non pesava più. Una mano, che le parve enorme, aveva afferrato il manico e lo sollevava vigorosamente. Alzò la testa e vide una gran forma nera, alta e diritta, che le camminava accanto nel buio. Era un uomo che l'aveva raggiunta di dietro, senza che lei se ne avvedesse, e aveva afferrato il manico del secchio senza dire una parola. Ci sono degli istinti per tutti i casi della vita. La bimba non ebbe paura.




6. NEL QUALE FORSE SI DIMOSTRA L'INTELLIGENZA DI BOULATRUELLE


Nel pomeriggio di quello stesso giorno di Natale del 1823, un uomo passeggiò abbastanza a lungo nella parte più deserta del boulevard dell'Ospedale. Quell'uomo aveva l'aria di uno che cerchi un alloggio, e pareva fermarsi di preferenza alle più modeste case di quella periferia rovinata del quartiere San Marcello.

Vedremo più avanti che quell'uomo aveva infatti preso in affitto una camera in quel rione solitario.

Tanto nel vestito come nella persona, quell'uomo realizzava il tipo di ciò che potrebbe chiamarsi il mendicante di buona società, l'estrema miseria congiunta alla maggior pulitezza: unione abbastanza rara, che ispira ai cuori intelligenti un duplice rispetto, quello dovuto alla povertà e quello dovuto al contegno dignitoso. Portava un cappello tondo molto vecchio e molto spazzolato, un soprabito frusto fino alla trama di grosso panno giallo, colore che non era troppo bizzarro a quell'epoca, un gran panciotto di forma secolare, calzoni neri diventati bigi sulle ginocchia, calze di lana nera, e grosse scarpe con fibbie di ottone. Si sarebbe detto un antico precettore di buona famiglia, tornato dall'emigrazione. Dai capelli tutti bianchi, dalla fronte rugosa, dalle labbra livide, dal volto in cui tutto spirava accasciamento e stanchezza della vita, c'era da dargli molto più di sessant'anni; mentre dal passo fermo, benché lento, dal vigore singolare impresso in tutti i suoi movimenti, gli si sarebbero dati appena cinquanta. Le rughe della fronte erano ben delineate e avrebbero prevenuto in suo favore chi l'avesse osservato con attenzione. Le labbra si contraevano in una piega strana, che pareva severa ed era umile. In fondo al suo sguardo c'era non so che lugubre serenità. Con la mano sinistra portava un piccolo involto annodato in un fazzoletto, e con la destra si appoggiava a un bastone tagliato in una siepe. Il bastone non era brutto, era stato lavorato con una certa cura, i nodi erano stati ben adattati e con la ceralacca gli era stato fatto come un pomo di corallo; era un randello e sembrava una mazza da passeggio.

Su quel boulevard ci sono pochi passanti, specialmente d'inverno; ma pareva che quell'uomo, pur senza affettazione, li evitasse anziché cercarli.

A quel tempo Luigi Diciottesimo andava quasi ogni giorno a Croisy- le-Roi. Era una delle sue passeggiate preferite; e quasi invariabilmente verso le due si vedeva la carrozza reale col suo seguito passare velocemente sul boulevard dell'Ospedale.

La cosa serviva da orologio alle donnette del quartiere, che dicevano: - Sono le due; eccolo che ritorna alle Tuileries.

E gli uni accorrevano, gli altri si mettevano in fila perché dove passa un re c'è sempre chiasso. Del resto, l'apparizione e la sparizione di Luigi Diciottesimo facevano un certo effetto nelle vie di Parigi; erano rapide, ma maestose. Quel re impotente aveva il gusto del gran galoppo; non potendo camminare, voleva correre; quello sciancato si sarebbe fatto volentieri trasportare dal lampo. Passava tranquillo e severo, in mezzo alle sciabole sguainate. La sua berlina massiccia, tutta dorata, con grandi gigli dipinti sui riquadri, passava rumorosamente, lasciando appena il tempo di dare un'occhiata. In fondo, nell'angolo a destra, su cuscini foderati di raso bianco, si vedeva un volto largo, serio e vermiglio, una fronte da poco incipriata, con la pettinatura all'"uccello reale", un occhio fiero, severo e fine, un sorriso da letterato, due grosse spalline a cordoni sventolanti sopra un abito borghese, il Toson d'oro, la croce di San Luigi, la croce della Legion d'onore, la piastra d'argento dello Spirito Santo, un gran ventre, e un grosso cordone azzurro; era il re.

Fuori Parigi teneva il cappello a piume bianche sui ginocchi stretti in alti gambali all'inglese, ma rientrando in città se lo metteva in testa e salutava di rado. Guardava con freddezza il popolo, che lo ricambiava con altrettanta freddezza. Quando apparve la prima volta nel quartiere San Marcello, tutto il successo che ne ottenne fu questa frase d'un popolano al suo compagno: - Vedi quell'omaccione? è il governo.

Il passaggio immancabile del re alla stessa ora era dunque l'avvenimento quotidiano del boulevard dell'Ospedale.

Il passante dal soprabito giallo non era evidentemente del quartiere, e probabilmente neppure di Parigi, poiché ignorava tale circostanza; e quando alle due la carrozza del re, circondata da uno squadrone di guardie del corpo coi galloni d'argento, svoltato l'angolo della Salpêtrière, sboccò sul boulevard, egli parve sorpreso e quasi spaventato. Non c'era che lui nel viale laterale, e benché si ritirasse dietro lo spigolo d'un muro di cinta, questo non impedì al duca d'Havré di scorgerlo. Il duca, che, come capitano delle guardie di servizio, stava seduto nella carrozza dirimpetto al re disse a Sua Maestà: - E' un uomo che ha una cera abbastanza brutta. Anche alcuni agenti di polizia, che sorvegliavano il passaggio del re, lo notarono, e uno di essi ebbe l'ordine di seguirlo. Ma questi s'internò nei vicoli deserti del sobborgo; e poiché il giorno cominciava a declinare, l'agente ne perse le tracce, come risulta da un rapporto inviato la sera stessa al signor conte Anglès, ministro di Stato e prefetto di polizia.

Quando ebbe sviato il poliziotto, l'uomo dal soprabito giallo raddoppiò il passo, non senza voltarsi indietro parecchie volte per accertarsi di non essere seguito. Alle quattro e un quarto, vale a dire a notte fatta, passando davanti al teatro di Porta San Martino, dove quella sera si davano "I due galeotti", fu colpito dal manifesto, illuminato dalle lampade del teatro. Benché avesse fretta si fermò a leggerlo. Un momento dopo era nel vicolo Planchette ed entrava nel "Piatto di stagno", dov'era allora l'ufficio delle vetture di Lagny. La vettura partiva alle quattro e mezzo. I cavalli erano già attaccati, e i viaggiatori, alla chiamata del vetturino, s'affrettavano a montare per l'alta scaletta di ferro del veicolo.

L'uomo domandò:

- C'è un posto?

- Uno solo, vicino a me, a cassetta - rispose il vetturino.

- Lo prendo.

- Salite.

Prima di partire però il vetturino, avendo dato un'occhiata al vestire dimesso e alla tenuità del bagaglio del nuovo viaggiatore, si fece pagare.

- Andate sino a Lagny? - gli chiese.

- Sì, - rispose l'altro.

E pagò fino a Lagny.

Partirono. Quand'ebbero oltrepassato la barriera, il vetturino cercò d'attaccare discorso, ma visto che il viaggiatore rispondeva solo a monosillabi, si mise a fischiettare e a bestemmiare contro i cavalli.

Quindi si avvolse nel mantello perché faceva freddo. L'altro pareva che non ci badasse neppure. Attraversarono così Gournay e Neuilly-sur-Marne.

Verso le sei giunsero a Chelles, dove il vetturino si fermò, perché i cavalli prendessero respiro, davanti alla locanda dei carrettieri che occupa gli antichi edifici dell'abbazia reale.

- Scendo qui, - disse l'uomo.

Prese l'involto e il bastone, e saltò giù dalla carrozza.

Un momento dopo era scomparso.

Non era entrato nell'albergo.

Né la vettura, quando dopo pochi minuti ripartì per Lagny, lo raggiunse sulla strada maestra di Chelles.

Il vetturino si volse ai viaggiatori dell'interno e disse:

- Quell'uomo non è del paese perché non lo conosco. Pare che non abbia un soldo, eppure non ci tiene al danaro; paga sino a Lagny e si ferma a Chelles. E' già notte; tutte le case sono chiuse, non entra nella locanda, e non lo si vede più. Si direbbe che è sprofondato sotto terra.

L'uomo non era per nulla sprofondato, ma aveva percorso in fretta nelle tenebre la via maestra di Chelles; quindi, prima d'arrivare alla chiesa, aveva piegato a sinistra per la strada vicinale di Montfermeil, come uno che conoscesse il paese e vi fosse già venuto.

Seguì quel sentiero a passo svelto. Laddove questo sentiero s'immette sull'antica strada alberata che va da Gagny a Lagny, udendo venir dei passanti, si nascose precipitosamente in un fosso, dove attese che i passanti si fossero allontanati. Del resto, la precauzione era quasi superflua, perché, come abbiamo già detto, era una notte decembrina molto buia, e si vedevano appena due o tre stelle nel cielo.

A quel crocicchio comincia la salita della collina. L'uomo non ritornò sulla strada di Montfermeil, ma piegando più a destra, attraverso i campi, raggiunse rapidamente il bosco.

Allora rallentò il passo, e si mise a osservare accuratamente tutti gli alberi, procedendo a passo a passo, come se cercasse e seguisse una via misteriosa nota a lui solo. Ci fu un momento in cui parve smarrirsi e si fermò indeciso. Finalmente, sempre a tentoni, arrivò ad una radura dove c'era un mucchio di grosse pietre biancastre. Vi si diresse in fretta e le esaminò con attenzione attraverso la bruma notturna, come se le passasse in rivista. A qualche passo di distanza dal cumulo di sassi c'era un grosso albero, coperto di quelle escrescenze che sono le verruche della vegetazione; ci si avvicinò e passò la mano sulla scorza del tronco, come se cercasse di riconoscere e di contare tutte le verruche.

Dirimpetto a quell'albero, che era un frassino, c'era un castagno malato per una scorzatura, sulla quale a mo' di benda avevano inchiodato una fascia di zinco. Egli si alzò sulla punta dei piedi a toccare il metallo.

Poi si mise per qualche tempo a calpestare leggermente il terreno fra gli alberi e i sassi, come per assicurarsi che non fosse stato smosso di fresco.

Quindi si orientò e riprese il cammino nel bosco.

Questi era l'uomo che aveva incontrato Cosetta.

Camminando nel bosco ceduo in direzione di Montfermeil, aveva scorto quella piccola ombra che si muoveva gemendo, che deponeva a terra un fardello, lo riprendeva e si rimetteva in cammino.

Avvicinatosi, aveva constatato che era una fanciulla carica d'un enorme secchio. Allora l'aveva raggiunta e aveva preso in silenzio il manico del secchio.




7. COSETTA NELLE TENEBRE A FIANCO DELLO SCONOSCIUTO


Cosetta, l'abbiamo visto, non ebbe paura.

L'uomo le rivolse la parola, parlandole con voce grave e quasi bassa:

- E' molto pesante per voi quello che portate, piccina mia.

Cosetta alzò la testa e rispose:

- Sì, signore.

- Datelo a me - riprese l'altro - ve lo porterò io.

Cosetta lasciò il secchio; e l'uomo le si pose accanto, dicendo tra i denti:

- E' pesante davvero. - Poi aggiunse:

- Piccina, quanti anni hai?

- Otto, signore.

- E vieni da lontano con questo secchio?

- Dalla fontana che è nel bosco.

- E devi andare molto lontano?

- Un buon quarto d'ora da qui.

L'uomo rimase un momento silenzioso, poi disse a un tratto:

- Hai la mamma?

- Non lo so - rispose la bimba.

E prima che l'uomo avesse tempo di riprendere la parola, aggiunse:

- Credo di no. Gli altri l'hanno, ma io non l'ho. - E dopo una pausa riprese:

- Credo di non averla avuta mai.

L'uomo si fermò, posò il secchio a terra, si chinò e, mettendo le mani sulle spalle della fanciulla, si sforzò di vederla e distinguerne il volto nell'oscurità.

Il visetto magro e piccino di Cosetta si disegnava vagamente al barlume livido del cielo.

- Come ti chiami? - le disse.

- Cosetta.

L'uomo sentì come una scossa elettrica. La guardò di nuovo; poi tolse le mani dalle spalle della piccina, riprese il secchio e si rimise in cammino.

Dopo un momento chiese:

- Piccina, dove abiti?

- A Montfermeil, non so se lo conoscete.

- E andiamo là?

- Sì, signore.

Egli tacque ancora, poi ricominciò:

- Chi dunque t'ha mandato a quest'ora a prendere l'acqua nel bosco?

- La signora Thénardier.

L'altro continuò con un tono di voce che si sforzava di rendere indifferente, ma in cui tuttavia c'era un tremito singolare:

- E che cosa fa la tua signora Thénardier?

- E' la mia padrona, - rispose la bimba. - Tiene la locanda.

- La locanda? - disse l'uomo. - Ebbene, ci alloggerò questa notte.

Accompagnami.

- Andiamo, - rispose la ragazzetta.

L'uomo camminava abbastanza rapidamente. Cosetta gli teneva dietro senza fatica; non sentiva più la stanchezza. Di tanto in tanto alzava gli occhi verso di lui con una certa tranquillità e con un certo abbandono inesprimibili. Non le avevano mai insegnato a rivolgersi alla Provvidenza e a pregare; eppure sentiva in sé qualche cosa che somigliava alla speranza, alla gioia, e che si sollevava verso il cielo.

Dopo un po' di silenzio, l'uomo riprese:

- La signora Thénardier non ha una serva?

- No, signore.

- Sei tu sola?

- Sì, signore.

E qui una nuova pausa, interrotta da Cosetta:

- Cioè, ci sono due ragazzine.

- Che ragazzine?

- Ponina e Zelma.

La bambina semplificava così i nomi romantici cari alla Thénardier.

- Chi sono Ponina e Zelma?

- Sono le signorine della signora Thénardier, come chi dicesse le sue figliole.

- E cosa fanno?

- Oh! - disse la fanciulla. - Hanno delle belle bambole, delle cose in cui c'è dell'oro, con tanti ornamenti, e giocano e si divertono.

- Tutto il giorno?

- Sì, signore.

- E tu?

- Io? Io lavoro.

- Tutto il giorno?

La piccola alzò i suoi grandi occhi in cui c'era una lacrima che non si vedeva a causa del buio, e rispose lentamente:

- Sì, signore.

E dopo un intervallo di silenzio, proseguì:

- Qualche volta, quando ho finito il lavoro e me lo permettono, mi diverto anch'io.

- E come ti diverti tu?

- Come posso. Mi lasciano in pace. Ma io non ho molti giocattoli.

Ponina e Zelma non vogliono che giochi con le loro bambole. Ho soltanto una piccola sciabola di piombo, che non è più lunga di così.

E mostrava il suo dito mignolo.

- E che non taglia?

- Oh sì, signore - disse la bimba; - taglia l'insalata e le teste delle mosche.

Giunsero nel villaggio. Cosetta guidò lo straniero attraverso le vie. Passarono davanti al panettiere; ma essa non pensò al pane che doveva comprare. L'uomo aveva cessato d'interrogarla e se ne stava in un cupo silenzio. Quand'ebbero oltrepassato la chiesa, vedendo tutte quelle botteghe all'aria aperta, domandò a Cosetta:

- C'è dunque la fiera qui?

- No, signore, è Natale.

Mentre si avvicinavano alla locanda, Cosetta gli toccò timidamente il braccio:

- Signore?

- Che vuoi, bambina mia?

- Siamo vicino a casa.

- Ebbene?

- Volete ora lasciarmi riprendere il secchio?

- Perché?

- Perché se la signora s'accorge che me l'hanno portato, mi batte.

L'uomo le restituì il secchio. Un momento dopo erano alla porta della bettola.




8. INCONVENIENTI DELL'OSPlTARE UN POVERO CHE FORSE E' RICCO


Cosetta non poté non dare un'occhiata di traverso alla grande bambola ancora in mostra presso il venditore di giocattoli; poi bussò. La porta s'aprì, e apparve la Thénardier con una candela in mano.

- Ah, sei tu, piccola pezzente! Grazie a Dio ce n'hai messo del tempo! Avrà giocato lungo la strada, la briccona!

- Signora, - disse Cosetta tutta tremante, - ecco un signore che vuole alloggiare qui.

La Thénardier trasformò il viso arcigno in un'amabile smorfia cambiamento a vista che è proprio degli albergatori - e cercò avidamente con l'occhio il nuovo ospite.

- E' il signore? - chiese.

- Sì, signora, - rispose l'uomo portando la mano al cappello.

I viaggiatori ricchi non sono così gentili. Quel gesto e l'esame delle vesti e del bagaglio del forestiero, che la locandiera seppe fare con un'occhiata, fecero svanire la smorfia amabile e fecero riapparire il viso arcigno. Riprese seccamente:

- Entrate, galantuomo.

Il "galantuomo" entrò. Lei gli diede un secondo sguardo, esaminando specialmente l'abito completamente liso e il cappello ur po' sformato; poi, con uno scrollar di testa, un arricciar di naso e uno strizzar d'occhi, consultò il marito che, continuando a bere con i carrettieri, rispose agitando impercettibilmente l'indice e gonfiando le labbra. Allora la Thénardier esclamò:

- A proposito, brav'uomo, mi rincresce molto, ma non ho più posto.

- Mettetemi dove volete, nel fienile o nella stalla e pagherò come se avessi una camera.

- Due franchi.

- Due franchi, va bene.

- Va bene.

- Due franchi - disse sottovoce un carrettiere alla Thénardier;- ma se si paga un franco solo.

- Per lui ce ne vogliono due, - rispose l'altra con lo stesso tono. - Ai poveri non dò alloggio a minor prezzo.

- E' vero, - aggiunse il marito con dolcezza, - alloggiare gente simile porta danno alla casa.

Frattanto l'uomo, deposto sopra una panca l'involto e il bastone, s'era seduto davanti a una tavola, sulla quale Cosetta si affrettò a mettere una bottiglia di vino e un bicchiere. Il mercante che aveva chiesto il secchio d'acqua, era andato a portarlo egli stesso al cavallo, e Cosetta, ritornata al suo posto sotto la tavola, aveva ripreso la calza.

L'uomo, bagnate appena le labbra nel bicchiere di vino, esaminava la bambina con una strana attenzione.

Cosetta era brutta; forse, felice, sarebbe stata graziosa. Abbiamo già abbozzato questa piccola e triste figura. Cosetta era magra e pallida; aveva quasi otto anni e gliene avreste dati appena sei. I suoi grandi occhi, immersi in una specie d'ombra profonda, erano quasi spenti a furia di pianto; gli angoli della bocca avevano quella piega dell'angoscia abituale che si osserva nei condannati e negli infermi senza speranza; le mani erano coperte di geloni, come aveva sospettato sua madre; e il fuoco che in quel momento la rischiarava, faceva risaltare gli zigomi e rendeva terribilmente evidente la sua magrezza. Siccome tremava sempre di freddo, aveva preso l'abitudine di stringere i ginocchi l'uno contro l'altro.

Tutto il suo abbigliamento si riduceva a un cencio, che faceva pietà d'estate e faceva orrore d'inverno. Non aveva addosso che una tela a brandelli; non il minimo straccio di lana. Qua e là si vedeva la pelle, sulla quale si distinguevano da per tutto delle macchie bluastre e nere, che segnavano i punti dove la Thénardier l'aveva colpita. Le gambe nude erano rosse e gracili; le clavicole incavate da far pietà. Tutta la persona, il portamento, l'atteggiamento, il suono della voce, gli intervalli tra una parola e l'altra, lo sguardo, il silenzio, il minimo gesto, esprimevano e traducevano un solo pensiero: il timore.

Il timore era diffuso su di lei, sicché ne era, per così dire, coperta: il timore le faceva tenere i gomiti stretti alle anche e i calcagni ritirati sotto la veste, le faceva occupare meno posto possibile. Questo timore era diventato una sua abitudine fisica, le lasciava appena il respiro necessario, senza variazione possibile fuorché in aumento. In fondo alla sua pupilla c'era un angolo attonito dove s'annidava il terrore.

La paura era tale che al suo ritorno, così bagnata com'era, Cosetta non aveva osato asciugarsi al fuoco, e aveva ripreso silenziosamente il lavoro.

L'espressione degli occhi di quella bambina di otto anni era di solito così cupa e talvolta così tragica, che in certi momenti pareva che stesse diventando un'idiota o un demonio.

Abbiamo già detto che non aveva mai saputo cosa fosse la preghiera; non aveva mai posto piede in una chiesa. - Ho forse il tempo io? - diceva l'ostessa.

L'uomo dall'abito giallo non toglieva gli occhi da Cosetta.

D'improvviso la Thénardier esclamò:

- Appunto! e il pane?

La piccina, come faceva sempre quando la Thénardier alzava la voce, uscì subito di sotto la tavola.

Si era dimenticata del pane. Allora ricorse all'espediente dei ragazzi sempre impauriti: mentire.

- Signora, dal panettiere era chiuso.

- Bisognava bussare.

- Ho bussato, signora.

- Ebbene?

- Non ha aperto.

- Domani saprò se e vero - disse la Thénardier; - e se hai detto la bugia, ti farò fare un bel ballo. Intanto restituiscimi i quindici soldi.

Cosetta mise la mano nel grembiulino e diventò verde. La moneta non c'era più.

- Dunque, - riprese la bettoliera, - mi hai sentita?

La fanciulla rovesciò la taschina, ma non c'era nulla. Che ne era stato di quella moneta? La disgraziata piccina non trovò una parola: era pietrificata.

- Me l'hai forse perduta, la moneta di quindici soldi - ringhiò la Thénardier - o vuoi rubarmela?

Al tempo stesso allungò la mano verso lo staffile appeso al camino.

Quel gesto formidabile infuse a Cosetta la forza di gridare:

- Perdono! signora! signora! non lo farò più!

La Thénardier staccò lo staffile.

Frattanto l'uomo dall'abito giallo aveva frugato nel taschino del suo panciotto senza che nessuno se ne avvedesse. Del resto, gli altri viaggiatori bevevano o giocavano a carte senza badare a nulla.

Cosetta si rannicchiava con angoscia nell'angolo del camino, cercando di raggomitolarsi e di nascondere le sue povere membra seminude. La donna alzò il braccio.

- Perdono, signora - disse l'uomo. - Un momento fa ho visto qualche cosa cadere dalla tasca del grembiule di quella piccina e rotolare per terra. Forse era la moneta.

E nello stesso tempo si chinò e parve cercasse per terra.

- Eccola appunto - soggiunse rialzandosi.

E porse alla Thénardier una moneta d'argento.

- Sì, è questa - rispose la donna.

Non era quella, perché era un franco; ma essa ci vedeva un guadagno. Intascò quindi la moneta, limitandosi a lanciare uno sguardo feroce alla fanciulla e a dirle: - Bada però che non ti accada mai più!

Cosetta rientrò in quello che la Thénardier chiamava il suo "canile". I suoi grandi occhi, fissi sul viaggiatore sconosciuto, cominciarono ad assumere un'espressione che non avevano mai avuta; non era altro che un ingenuo stupore, ma vi mescolava una specie di stupita fiducia.

- A proposito, volete cenare? - chiese la Thénardier al viaggiatore.

Ma costui non rispose; pareva immerso in profondi pensieri.

- Chi è quest'uomo? - borbottò tra i denti. - Uno schifoso pitocco, che non ha un soldo per cenare. Mi pagherà almeno l'alloggio? E' una bella fortuna che non abbia pensato a rubarsi il denaro trovato a terra.

Frattanto, apertosi un uscio, erano entrate Eponina e Azelma.

Erano veramente due belle bambine, piuttosto borghesi che contadine, molto graziose, l'una con le sue trecce castane ben lucide, l'altra con le sue lunghe ciocche nere che le cadevano sulle spalle; tutte e due vispe, pulite, pienotte, fresche, sane da rallegrare lo sguardo. Portavano abiti adatti a preservarle dal freddo; ma l'arte materna aveva fatto sì che lo spessore delle stoffe non togliesse nulla alla grazia dell'abbigliamento; le precauzioni contro l'inverno non cancellavano la primavera. Le due piccole irradiavano luce. Pareva regnassero; nel vestito, nell'allegria, nel chiasso che facevano c'era qualcosa di imperioso. Quando entrarono, la Thénardier disse loro con un tono di rimprovero che conteneva dell'adorazione: - Ah, finalmente, siete qui voialtre!

Poi le attirò una dopo l'altra fra le sue ginocchia, lisciando loro i capelli, riannodando i nastri; e le lasciò andare con quel dolce modo di spingere che è proprio delle madri, esclamando: - Come sono infagottate!

Queste andarono a sedersi nell'angolo del camino. Avevano una bambola che giravano e rigiravano sulle ginocchia con ogni sorta di cinguettio giocondo. Ogni tanto Cosetta alzava gli occhi dalla calza e le guardava giocare con aria lugubre.

Eponina e Azelma non la guardavano: per loro, era come un cane.

Tutte e tre le ragazzine, che non sommavano ventiquattro anni, rappresentavano già tutta la società umana; da una parte l'invidia, dall'altra il disprezzo.

La bambola delle sorelle Thénardier era molto sciupata, vecchia e tutta rotta, ma non per questo sembrava meno meravigliosa a Cosetta, che in vita sua non aveva mai posseduto una bambola, una vera bambola.

A un tratto la Thénardier, che continuava a muoversi su e giù per la casa, s'accorse che Cosetta stava distratta, e che invece di lavorare badava alle bambine che giocavano.

- Ah, ti ho colta! - gridò. - E' così che lavori! Adesso ti farò lavorare io a staffilate.

Il forestiero, senza alzarsi, le si volse e disse, con un sorriso quasi timido:

- Signora, via, lasciatela giocare!

Da parte di qualsiasi viaggiatore che avesse cenato con un pezzo di cosciotto e due bottiglie di vino e non avesse avuto l'aspetto d'un ripugnante pitocco, un simile desiderio sarebbe stato un ordine. Ma che un uomo con quel cappello si permettesse d'avere un desiderio, che un uomo con un simile abito si permettesse di avere una volontà, questo la Thénardier non credette di dover tollerare; perciò rispose con asprezza.

- Se mangia, deve anche lavorare; io non la mantengo a ufo.

- E cosa fa dunque? - riprese il forestiero con quella voce cortese che faceva un così strano contrasto col suo vestito da mendicante e le sue spalle da facchino.

Lei si degnò di rispondere:

- Le calze, per servirvi; calze per le mie piccine che non ne hanno quasi più, e fra poco dovranno andare a piedi nudi.

L'uomo guardò i poveri piedi rossi di Cosetta e continuò:

- Quando potrà finire quel paio di calze?

- Ne ha ancora per tre o quattro giornate buone, quella pigraccia.

- E quanto potrà valere quel paio di calze quando sarà finito?

La Thénardier gli volse un'occhiata sprezzante:

- Almeno trenta soldi.

- Le cedereste per cinque franchi?

- Perdio! - esclamò con una grossa risata un carrettiere che ascoltava. - Cinque franchi! Lo credo bene, diavolo!

Thénardier credette di dover prendere la parola.

- Sì, signore, se tale è il vostro desiderio, vi cederemo per cinque franchi quel paio di calze. E' nostra abitudine non rifiutar mai niente ai viaggiatori.

- Bisognerebbe pagare subito, - disse la moglie con il suo fare breve e perentorio.

- Io compro quel paio di calze - rispose l'uomo; e tirando di tasca uno scudo, lo posò sulla tavola aggiungendo: - E lo pago.

Poi volgendosi a Cosetta:

- Ora il tuo lavoro mi appartiene: gioca, piccina.

Il carrettiere restò commosso dalla moneta da cinque franchi, che piantò là il bicchiere e accorse.

- E' proprio vero - esclamò esaminandola. - E' un vero scudo! E non è mica falso.

Thénardier s'avvicinò e si cacciò silenziosamente lo scudo nel taschino.

La donna non aveva niente da rispondere: si morse le labbra, e il suo viso assunse un'espressione di odio.

Intanto Cosetta, che tremava, si arrischiò a domandare:

- Signora, è proprio vero? posso giocare?

- Gioca! - rispose la Thénardier con voce terribile.

- Grazie, signora, - disse la bambina.

E mentre la bocca ringraziava la padrona, tutta la piccola anima ringraziava il viaggiatore.

Thénardier s'era rimesso a bere. Sua moglie gli chiese all'orecchio:

- Chi può essere quell'uomo vestito di giallo?

- Ho visto - rispose olimpicamente Thénardier - dei milionari che portavano abiti come quelli.

Cosetta aveva lasciato la calza; ma non era uscita dal suo posto, perché usava sempre muoversi meno che poteva; aveva preso da una scatola, che era dietro a lei, alcuni vecchi cenci e la sua piccola sciabola di piombo.

Eponina e Azelma non facevano attenzione a quanto accadeva; avevano eseguito un'operazione molto importante: s'erano impadronite del gatto, buttando a terra la bambola, ed Eponina, che era la maggiore, lo fasciava, malgrado i suoi miagolii e i suoi contorcimenti, con una quantità di vesti e di cenci rossi e azzurri. E mentre attendeva a quel grave e difficile lavoro, diceva alla sorella, con quel dolce e adorabile linguaggio dei fanciulli, la cui grazia, simile allo splendore delle ali delle farfalle, scompare quando si tenta di fissarla sulla carta:

- Vedi, sorellina, questa bambola è più divertente dell'altra. Si muove, grida, ed è calda. Vedi, sorellina, giocheremo con questa.

Sarà la mia bambina, e io sarò una signora; verrò a farti visita, tu la guarderai; e a poco a poco t'accorgerai dei suoi baffi, e ne sarai stupita; e poi vedrai le sue orecchie e poi vedrai la sua coda, e ne sarai stupita. E tu mi dirai: - Ah mio Dio! - E io ti dirò: - Sì signora, è una bambina fatta cosi.- Le bambine adesso sono così.

Azelma ascoltava Eponina con ammirazione.

Frattanto i bevitori s'erano messi a cantare una canzone oscena, e ridevano in modo da far tremare il soffitto; Thénardier li incoraggiava e li accompagnava.

Come tutto serve agli uccelli per fare il nido, così i bambini fanno una bambola con qualsiasi cosa. Mentre Eponina e Azelma fasciavano il gatto, dal canto suo Cosetta aveva fasciato la sciabola, poi se l'era coricata fra le braccia, e cantava dolcemente per addormentarla.

La bambola è uno dei più imperiosi bisogni e nello stesso tempo uno dei più graziosi istinti dell'infanzia femminile. Curare, vestire, ornare, acconciare, svestire, rivestire, insegnare, sgridare un pochino, cullare, accarezzare, addormentare e figurarsi che una cosa sia una persona, in questo è racchiuso tutto l'avvenire della donna. Mentre pensa e ciarla, mentre prepara piccoli corredi e piccole fasce, mentre parla di vesticciole, di corpettini e di giubbetti, la bambina diventa giovanetta, la giovanetta diventa signorina, la signorina diventa donna: il primo figlio è la continuazione dell'ultima bambola.

Una bambina senza bambola è quasi altrettanto infelice e addirittura impossibile quanto una donna senza figli.

Cosetta dunque s'era formata una bambola con la sciabola.

Da parte sua, la Thénardier s'era avvicinata all'uomo in giallo.- Mio marito ha ragione, - pensava. - Forse è il signor Laffitte.

Ci sono dei ricchi burloni!

Sedette alla tavola del forestiero.

- Signore... - disse.

Alla parola "signore" l'uomo si voltò. Fino a quel momento colei l'aveva chiamato solo brav'uomo e galantuomo.

- Vedete, signore, - proseguì con la sua aria melliflua, più ripugnante della sua aria feroce, - sono contenta che la fanciulla giochi, non mi oppongo; ma questo va bene per una volta, perché voi siete generoso. Vedete, essa non ha niente, e deve pur lavorare.

- Non è vostra dunque quella bambina? - chiese l'uomo.

- Ah mio Dio! no, signore. E' una piccola mendicante che abbiamo raccolto così, per carità; una piccola idiota che deve avere dell'acqua nella testa; vedete che ha la testa grossa. Facciamo per lei quello che possiamo, giacché non siamo ricchi neppure noi.

Scriviamo inutilmente al suo paese; sono ormai sei mesi che non ci rispondono più. Bisogna supporre che sua madre sia morta.

- Ah! - rispose l'uomo, ricadendo nella sua meditazione.

- Non era un gran che di buono quella madre, - aggiunse l'altra,- se ha abbandonato così sua figlia.

Durante questo dialogo, Cosetta, come se un istinto l'avesse avvertita che si parlava di lei, non perse d'occhio la Thénardier:

udiva confusamente, e capiva qua e là qualche parola.

Frattanto i bevitori, tutti per tre quarti ubriachi, ripetevano con raddoppiata allegria il loro immondo ritornello. Era una birbonata molto ardita, nella quale erano mischiati la Vergine e il Bambino Gesù. La locandiera andò a prender parte alle risa generali. Cosetta, sotto la tavola, guardava il fuoco che si riverberava nel suo occhio fisso; s'era messa a cullare di nuovo quella specie di bambino in fasce che aveva formato, cantando sottovoce: - Mia madre è morta! mia madre è morta! mia madre è morta!

Dietro nuove insistenze dell'ostessa, l'uomo giallo, "il milionario", acconsentì a cenare.

- Che desidera il signore?

- Un pezzo di pane e un po' di formaggio, - rispose.

- Insomma è proprio un pitocco, - pensò lei.

Gli ubriachi continuavano a cantare la loro canzone, e la bimba sotto la tavola cantava anch'essa la sua.

D'improvviso Cosetta s'interruppe. Nel voltarsi, aveva visto che la bambola, lasciata dalle piccole Thénardier per prendere il gatto, giaceva a terra a pochi passi dalla tavola di cucina.

Allora essa lasciò cadere a terra la sciabola fasciata che le bastava soltanto a metà, e girò lentamente gli occhi intorno alla sala. La padrona parlava sommessamente col marito e contava dei soldi. Ponina e Zelma giocavano col gatto, i viaggiatori mangiavano, bevevano o cantavano, e nessuno la guardava. Non aveva un minuto da perdere. Uscì di sotto la tavola strisciando con i ginocchi e le mani, si assicurò di nuovo che nessuno la osservasse, poi si buttò sulla bambola e la prese. Un momento dopo era al suo posto, seduta, immobile, ma volta in modo da non far vedere la bambola che teneva tra le braccia. La felicità di giocare con una bambola era per lei così rara, che assumeva tutta la violenza d'una voluttà.

Nessuno l'aveva vista, tranne lo sconosciuto che mangiava lentamente la sua magra cena.

Questa gioia durò circa un quarto d'ora.

Ma per quante precauzioni usasse Cosetta, non si accorgeva che un piede della bambola era scoperto, e che il fuoco del camino lo illuminava vivamente. Quel piede roseo illuminato, che si staccava dall'ombra, colpì lo sguardo d'Azelma, che disse a Eponina: - Guarda, sorella!

Le due fanciulle si fermarono stupefatte: Cosetta aveva osato prendere la bambola!

Eponina s'alzò senza abbandonare il gatto, si avvicinò alla madre e si mise a tirarle la sottana.

- Ma lasciami dunque, - disse la madre. - Cosa vuoi?

- Mamma, guarda! - disse la bambina.

E accennò col dito Cosetta che, tutta immersa nella gioia del possesso, non vedeva e non sentiva più nulla.

Il viso della Thénardier assunse quell'espressione particolare, che risulta dal terribile mescolato ai nonnulla della vita, e che fa chiamar "megere" le donne di quella specie.

Questa volta, l'orgoglio ferito esasperava la sua collera. Cosetta aveva varcato i limiti, Cosetta aveva attentato alla bambola delle "signorine".

Non diverso sarebbe stato il viso di una zarina, che avesse visto un "mugik" provare il gran cordone azzurro del suo imperiale figliolo.

Con la voce resa rauca dall'indignazione, gridò:

- Cosetta!

La bimba trasalì come se la terra avesse tremato sotto i suoi piedi, e si volse.

- Cosetta! - ripeté la Thénardier.

Cosetta prese la bambola e la posò dolcemente a terra con una specie d'adorazione e di disperazione insieme. Quindi, senza lasciarla con gli occhi, congiunse le mani, e, orribile a dirsi per una bambina di quell'età, se le torse; poi le lacrime, che nessuna delle emozioni della giornata aveva potuto strapparle, né la corsa nel bosco, né il peso del secchio d'acqua, né la perdita della moneta, né la minaccia dello staffile, e nemmeno le oscure parole che aveva udito pronunciare dalla Thénardier, le lacrime scorsero.

Essa scoppiò in singhiozzi.

Intanto il viaggiatore s'era alzato.

- Cosa c'è dunque? - chiese alla bettoliera.

- Non vedete - rispose questa, accennando col dito il corpo del delitto che giaceva ai piedi di Cosetta.

- Ebbene, cosa? - riprese l'altro.

- Quella pezzente, - rispose la Thénardier, - ha osato toccare la bambola delle mie bambine!

- Tanto chiasso per questo! - disse l'uomo. - Ebbene? Quand'anche giocasse con quella bambola?

- L'ha toccata con le sue mani sudicie! - continuò l'ostessa, con le sue orribili mani!

Qui Cosetta raddoppiò i singhiozzi.

- Vuoi tacere? - grido la Thénardier.

L'uomo andò difilato alla porta, l'aprì e uscì.

Appena egli fu fuori, la bettoliera profittò della sua assenza per allungare a Cosetta un gran calcio sotto la tavola che fece gridar forte la piccina.

La porta si riaprì, l'uomo ricomparve portando a due mani la bambola meravigliosa, di cui abbiamo parlato, e che dal mattino aveva attirato l'ammirazione di tutti i marmocchi del villaggio.

La posò ai piedi di Cosetta, dicendo:

- Prendi, questa è per te.

Bisogna supporre che da più di un'ora che era là avesse confusamente notato, in mezzo alla sua meditazione, quella bottega di giocattoli, così splendidamente illuminata con lampioni a candele, che si scorgeva come una luminaria attraverso la vetrata dell'osteria.

Cosetta alzò gli occhi, vide avvicinarsi l'uomo con quella bambola come avrebbe visto sorgere il sole; udì quelle parole incredibili:

"è per te", guardò la bambola; poi rinculò lentamente, e andò a nascondersi sotto la tavola, proprio in fondo, nell'angolo del muro.

Non piangeva più; non gridava; pareva non osasse nemmeno respirare.

La Thénardier, Eponina, Azelma, erano tante statue; gli stessi bevitori adesso tacevano; in tutta l'osteria s'era formato un silenzio solenne.

Muta e pietrificata, la Thénardier riprendeva le sue congetture:- Chi è quel vecchio? Un povero? Un milionario? O forse l'uno e l'altro, cioè un ladro.

Il volto di Thénardier presentava quella ruga espressiva che accentua la faccia umana ogni qual volta l'istinto dominante vi appare in tutta la sua potenza bestiale. Osservava a volta a volta la bambina e il viaggiatore, e pareva fiutasse quell'uomo come avrebbe fiutato un sacchetto di denaro. Si avvicinò alla moglie, e le disse sottovoce:

- Quella roba costa almeno trenta franchi. Non facciamo bestialità. In ginocchio davanti a quell'uomo!

Le nature rozze hanno questo in comune con quelle ingenue, che non conoscono transizioni.

- Ebbene, Cosetta, - disse la Thénardier con la voce che voleva essere dolce e che era tutta impastata del miele acre delle donne cattive, - perché non prendi la tua bambola?

Cosetta si arrischiò a uscire dal nascondiglio.

- Piccina mia, - continuò la donna con fare carezzevole, - il signore ti regala una bambola; prendila, è tua.

La fanciulla contemplava la bambola meravigliosa con una specie di terrore. Aveva ancora il volto inondato di lacrime; ma i suoi occhi, come il cielo al crepuscolo del mattino, cominciavano a riempirsi di straordinari lampi di gioia. Quel che provava in quel momento somigliava un po' a quanto avrebbe provato se d'improvviso le avessero detto: - Piccina, voi siete la regina di Francia.

Le pareva che se avesse osato toccare quella bambola, ne sarebbe uscito il fulmine. Il che fino a un certo punto era vero perché pensava che la Thénardier l'avrebbe sgridata e battuta. Tuttavia l'attrazione trionfò. Finì con l'avvicinarsi mormorare timidamente, volgendosi alla bettoliera:

- Posso, signora?

Non c'è espressione atta a descrivere quell'aria di disperazione, di spavento e di rapimento insieme.

- Ma certo! - rispose la Thénardier - è tua; il signore te la dona.

- E' vero, signore? - riprese la bambina. - E' proprio vero? E' la mia dama?

Il forestiero pareva che avesse gli occhi pieni di lacrime, e che fosse a quel punto di commozione in cui si evita di parlare per non piangere. Fece cenno di sì col capo a Cosetta e le pose nella piccola mano la mano della "dama".

La piccina ritirò premurosamente la mano, come se quella della dama le scottasse, e si mise a guardare il pavimento. Abbiamo l'obbligo di aggiungere che in quel momento cacciò fuori una lingua smisurata. A un tratto si volse e afferrò con forza la bambola.

- La chiamerò Caterina, - disse.

Fu un momento bizzarro quello in cui gli stracci di Cosetta incontrarono e si confusero con i nastri e le fresche mussoline rosa della bambola.

- Signora, - riprese la piccina, - posso metterla sopra una sedia?

- Sì, piccina mia, - rispose la Thénardier.

Toccava ora a Eponina e Azelma di guardare Cosetta con invidia.

Questa posò Caterina sopra una sedia, sedette a terra dinanzi a lei, e restò immobile in atto di contemplazione, senza dire una parola.

- Gioca dunque, Cosetta - disse il forestiero.

- Oh, sì. Gioco! - rispose la bimba.

Quel forestiero, quello sconosciuto che aveva l'aria d'una visita della Provvidenza a Cosetta, era quanto la Thénardier odiava di più al mondo in quel momento. Eppure doveva contenersi. Ma le emozioni erano troppe, sebbene, nel desiderio d'imitare il marito in tutte le sue azioni, fosse abituata alla dissimulazione. Si affrettò a mandare a letto le sue bambine; poi chiese all'uomo giallo il permesso di far coricare anche Cosetta, - "la quale si è affaticata molto quest'oggi" aggiunse in tono materno. Cosetta si ritirò portandosi Caterina fra le braccia.

Ogni tanto la Thénardier andava all'altra estremità della sala, dove stava il marito, "per sollevarsi un po' il cuore", diceva, e scambiava con lui delle frasi tanto più furiose, in quanto non osava ripeterle ad alta voce.

- Vecchio imbecille! Cos'ha dunque nello stomaco costui? Venire qui a disturbarci! Pretendere che quel mostriciattolo giochi! e regalarle delle bambole! Regalare delle bambole di quaranta franchi a quella cagna, che venderei per quaranta soldi! Manca poco che non le dica vostra maestà, come alla duchessa di Berry!

Ma c'è buon senso? E' dunque arrabbiato, quel vecchio misterioso?

- E perché? - rispondeva Thénardier. - La cosa è semplicissima, dal momento che gli fa piacere! Tu ti diverti a far lavorare la piccina, egli invece si diverte a farla giocare. E' nel suo diritto. Un viaggiatore, quando paga, può fare quello che vuole.

Se quel vecchio è un filantropo, che te ne importa? E se è imbecille, non ti riguarda. Di che t'immischi, se ha il suo denaro?

Linguaggio da padrone e logica d'albergatore, che non ammettevano replica.

Il forestiero aveva appoggiato i gomiti sulla tavola e ripreso il suo atteggiamento pensoso. Tutti gli altri viaggiatori, merciai e carrettieri, s'erano un po' scostati, non cantavano più e lo guardavano a distanza con una specie di rispettoso timore.

Quell'individuo vestito così meschinamente, che tirava di tasca gli scudi con tanta facilità, e regalava bambole gigantesche a piccole sudicione in zoccoli, era certo un uomo magnifico e formidabile.

Trascorsero alcune ore. La messa di mezzanotte era terminata, la campana aveva cessato di suonare, i bevitori erano partiti, l'osteria era chiusa, la sala terrena deserta, il fuoco spento, lo straniero era sempre allo stesso posto e nel medesimo atteggiamento. Solo ogni tanto cambiava il gomito a cui s'appoggiava: nient'altro. Non aveva detto una parola da che non c'era più Cosetta.

I Thénardier soli erano rimasti nella sala, per convenienza e per curiosità. - Ha forse intenzione di passare la notte così?

borbottava la moglie. - Quando suonarono le due del mattino essa si dichiarò vinta, e disse al marito: - Io vado a letto: fa quello che vuoi. - L'oste sedette a una tavola in un angolo, accese una candela e si mise a leggere il "Courrier Français".

Passò così più di un'ora. II degno bettoliere aveva letto almeno tre volte il "Courrier Français", dalla data del giornale al nome dello stampatore. Il forestiero non si muoveva.

Thénardier s'agitò, tossì, sputò, si soffiò il naso, fece scricchiolare la sedia; ma l'uomo non fece nessun movimento. Dorme forse? - pensò l'oste. L'uomo non dormiva, ma nulla poteva svegliarlo.

Finalmente Thénardier si tolse il berretto, si avvicinò pian piano e s'arrischiò a dire:

- Il signore non va a riposare?

"Non va a letto" gli sarebbe parso troppo familiare e triviale.

"Riposare" sapeva di lusso ed era rispettoso. Le parole di questa specie hanno la misteriosa e ammirabile facoltà d'ingrossare l'indomani mattina la cifra del conto. Una camera dove si va a letto costa un franco, una camera dove si va a riposare ne costa venti.

- E' vero, - disse il forestiero, - avete ragione. Dov'è la scuderia?

- Condurrò io il signore, - fece Thénardier con un sorriso.

Prese una candela, mentre l'uomo raccoglieva il suo pacchetto e il bastone, e lo condusse in una camera al primo piano, che era d'un raro splendore, tutta ammobiliata in mogano, con un letto a barca e le cortine di calicò rosso.

- Cos'è questo? - chiese il viaggiatore.

- E' la nostra camera nuziale, - rispose l'oste. Ora mia moglie e io ne occupiamo un'altra, e qui non si entra che tre o quattro volte all'anno.

- Per me la stalla era lo stesso, - disse l'altro bruscamente.

Thénardier finse di non intendere questa risposta poco gentile.

Accese due candele nuove che stavano sul camino. Nel focolare ardeva un buon fuoco. Sul camino c'era pure, sotto una campana di vetro, un cappellino femminile in fili d'argento e fiori d'arancio.

- E quello cos'è? - riprese lo straniero.

- Signore - rispose l'oste - è il cappellino nuziale di mia moglie.

Il viaggiatore guardò l'oggetto con uno sguardo che pareva dicesse: - C'è stato dunque un momento in cui quel mostro era una vergine.

Del resto Thénardier mentiva. Prendendo a pigione quella catapecchia per farne una bettola, aveva trovato quella camera così guarnita, e aveva comprato i mobili e tenuto anche i fiori d'arancio, calcolando che sarebbero serviti a gettare su sua moglie un'ombra graziosa, dalla quale sarebbe risultata per la casa quella che gli inglesi chiamano rispettabilità.

Quando il viaggiatore si volse, l'oste era scomparso. S'era eclissato silenziosamente, senza osare dare la buona notte, non volendo trattare con una cordialità irrispettosa un uomo che si proponeva di scorticare principescamente l'indomani mattina.

Il bettoliere si ritirò nella propria camera. Sua moglie era coricata, ma non dormiva, e quando udì il passo del marito, si volse e gli disse:

- Sai? Domani butto Cosetta fuori della porta.

Thénardier rispose freddamente:

- Come corri tu!

Non scambiarono altre parole, e pochi momenti dopo la loro candela era spenta.

Dal canto suo il viaggiatore aveva deposto in un angolo il bastone e l'involto, e dopo la partenza dell'oste sedette su una poltrona e rimase qualche tempo pensieroso. Poi si levò le scarpe, spense una candela, prese l'altra, aprì la porta e uscì dalla camera, guardandosi intorno come chi cerca qualcosa. Attraversando il corridoio, giunse alla scala, dove udì un piccolo rumore molto dolce, che pareva il respiro d'un fanciullo. Guidato da quel rumore, giunse a una specie d'incavo triangolare praticato sotto la scala o meglio formato dalla scala stessa e che non era altro se non un sottoscala. Là, fra ogni specie di vecchi panieri e vecchi cocci, fra polvere e ragnatele, c'era un letto, se pure si può chiamare letto un pagliericcio tanto bucato da lasciar vedere la paglia, e una coperta tanto bucherellata da lasciar vedere il pagliericcio. Non aveva lenzuola, ed era posato sul nudo pavimento. In quel letto dormiva Cosetta.

L'uomo s'accostò e stette a guardarla.

La bambina dormiva profondamente, tutta vestita. D'inverno non si spogliava per sentir meno freddo.

Si teneva stretta la bambola, i cui occhi aperti brillavano nel buio. Di tanto in tanto mandava un sospiro come se fosse vicina a svegliarsi, e stringeva quasi convulsamente la bambola tra le braccia. Vicino al letto c'era un solo zoccolo.

Una porta aperta lasciava vedere una camera abbastanza grande, oscura. Il forestiero vi entrò. Nel fondo, attraverso una porta a vetri, si vedevano due lettini gemelli, candidissimi: erano quelli d'Azelma e d'Eponina, e dietro a quei letti spariva a metà una culla di vimini senza cortine, nella quale dormiva il maschietto che aveva strillato tutta la sera.

Il viaggiatore suppose che quella camera comunicasse con quella dei coniugi Thénardier e stava per ritirarsi, quando il suo sguardo cadde sul camino, uno di quegli immensi camini di locanda, nei quali c'è sempre un fuoco così piccolo, quando c'è, e che sono così freddi a vedere. In quello non c'era fuoco, non c'era neppure cenere; tuttavia quello che c'era attirò l'attenzione del viaggiatore. Erano due scarpette di bimba, di forma civettuola e di diversa grandezza, che gli fecero ricordare la graziosa e immemorabile consuetudine dei fanciulli di porre le loro scarpe sul focolare la sera di Natale, ad aspettare nelle tenebre qualche splendido dono della buona fata. Eponina e Azelma s'erano ben guardate dal mancarvi, e ognuna aveva posto una scarpa nel camino.

Il viaggiatore si chinò.

La fata, cioè la madre, aveva già fatto la sua visita, e si vedeva brillare in ciascuna calzatura un bella moneta di dieci soldi nuova di zecca.

L'uomo si rialzò e stava per allontanarsi, quando scorse in fondo, nell'angolo più buio del focolare, un altro oggetto. Guardò e riconobbe uno zoccolo, un orribile zoccolo di legno assai grossolano, mezzo rotto e tutto coperto di cenere e di mota disseccata. Era lo zoccolo di Cosetta, la quale, con quella commovente fiducia dei fanciulli che non si scoraggiano mai, anche se restano sempre delusi, aveva messo anche il suo zoccolo nel camino.

E' sublime e dolce la speranza im una bambina che non ha conosciuto se non la disperazione.

Il forestiero si frugò nel panciotto, si chinò e mise nello zoccolo di Cosetta un luigi d'oro.

Quindi tornò in punta di piedi in camera sua.




9. THENARDIER ALL'OPERA


L'indomani mattina, due ore almeno prima dell'alba, Thénardier, seduto a una tavola nella sala terrena dell'osteria, con la penna in mano, al lume d'una candela, compilava il conto del viaggiatore dal soprabito giallo.

La moglie in piedi, mezzo china su di lui, gli teneva dietro con l'occhio. Non dicevano una parola. C'era da un lato una profonda meditazione, dall'altro quell'ammirazione religiosa con cui vediamo sorgere e svilupparsi una meraviglia dello spirito umano.

S'udiva un solo rumore nella casa, quello della Allodola che scopava la scala.

Dopo un buon quarto d'ora e alcune raschiature, l'oste produsse questo capolavoro:

Conto del signore del numero 1.

Cena Franchi 3 Camera Franchi 10 Candele Franchi 5 Fuoco Franchi 4 Servizio Franchi 1 Totale Franchi 23.

Invece di servizio c'era scritto "servizzio".

- Ventitré franchi! - esclamò la moglie con un entusiasmo misto a qualche esitazione.

Come tutti i grandi artisti, Thénardier non era contento.

- Puh! - fece.

Era l'accento di Castelreagh quando al congresso di Vienna redigeva il conto che doveva pagare la Francia.

- Thénardier, hai ragione, ci paga il giusto, - mormorò la donna che pensava alla bambola data a Cosetta in presenza delle sue bambine. - E' giusto, ma è troppo. Non vorrà pagare.

Il marito col suo freddo riso rispose:

- Pagherà.

Quel riso era l'espressione suprema della certezza e dell'autorità. Quello che era stato detto così doveva essere. La donna non insistette. Si mise a riordinare le tavole, mentre il marito camminava in lungo e in largo nella sala. Un momento dopo aggiunse:

- E non ho mille e cinquecento franchi di debito io?

E andò a sedere nell'angolo del camino, meditando, coi piedi sulle ceneri calde.

- Appunto! - riprese la moglie. - Non dimenticare che oggi caccio via Cosetta. Quel mostro mi rode il cuore, con la sua bambola!

Preferirei sposare Luigi Diciottesimo, anziché tenermela in casa un giorno di più.

Il marito accese la pipa, e rispose tra uno sbuffo e l'altro di fumo:

- Consegnerai il conto a quell'uomo.

Quindi uscì.

Era appena fuori della sala che entrò il viaggiatore.

Thénardier riapparve immediatamente dopo di lui e si fermò sull'uscio socchiuso, visibile soltanto alla moglie.

L'uomo giallo portava in mano il suo bastone e l'involto.

- Già alzato! - disse l'albergatrice. - Il signore vuol forse già lasciarci?

E parlando, girava con aria imbarazzata il conto e vi faceva delle pieghe con le unghie. Il suo viso duro aveva una sfumatura insolita: la timidezza e lo scrupolo.

Presentare un conto simile a un uomo che aveva l'aspetto così manifesto d'un "povero", le pareva una cosa difficile.

Il viaggiatore, che sembrava preoccupato e distratto, rispose:

- Sì, signora, me ne vado.

- Il signore, - riprese lei, - non aveva degli affari a Montfermeil?

- No, sono soltanto di passaggio. - Poi soggiunse: - Quanto vi debbo, signora?

Lei, senza rispondere, gli presentò la carta piegata.

L'uomo la spiegò e la guardò, ma la sua attenzione era visibilmente rivolta altrove.

- Signora, - riprese, - fate buoni affari qui a Montfermeil?

- Così, così, signore, - rispose la Thénardier meravigliata di non veder nessun'altra esplosione.

Quindi proseguì in tono elegiaco e lamentevole:

- Ah! signore, i tempi sono difficili! e poi, abbiamo così pochi borghesi in questi luoghi! E' tutta gente da nulla, vedete. Se non ci capitasse di tempo in tempo qualche viaggiatore ricco e generoso come il signore!... Abbiamo tante spese... Vedete, quella piccina ci costa un occhio della testa!

- Quale piccina?

- Eh! la piccina, sapete, Cosetta, l'Allodola, come la chiamano qui.

- Ah! - disse l'uomo.

E lei continuò:

- Come sono asini questi contadini coi loro soprannomi! Essa somiglia a un pipistrello più che a un'allodola. Vedete, signore, noi non domandiamo la carità, ma non possiamo farla. Non si guadagna niente, e ci sono tante cose da pagare, la patente, le imposte, la tassa sulle porte e finestre. Il signore sa che il governo prende tanto denaro che è uno spavento. E poi ho le mie figlie, e non posso mantenere i figlioli altrui.

L'uomo, con quella voce che si sforzava di rendere indifferente, ma nella quale c'era un certo tremito, riprese:

- E se qualcuno ve ne liberasse?

- Di chi? di Cosetta?

- Sì.

La faccia rossa e feroce della bettoliera s'irradiò d'una gioia ributtante.

- Ah signore! buon signore! prendetela, tenetela, portatela via, inzuccheratela, fatela coi tartufi, bevetela, mangiatela, e che la buona e santa Vergine e tutti i santi vi benedicano!

- Siamo intesi dunque.

- Davvero? Ve la portate via?

- La porto via. Subito. Chiamatela.

- E frattanto - continuò l'uomo - pago il mio conto. Quanto fa?

Diede un'occhiata alla carta, e non poté trattenere un gesto di sorpresa: - Ventitré franchi!

Guardò la bettoliera e ripeté:

- Ventitré franchi?

C'era nella pronuncia di queste due parole così ripetute, l'accento che separa il punto esclamativo da quello interrogativo.

La donna, che frattanto aveva avuto il tempo di prepararsi allo scontro, rispose con sicurezza:

- Eh, sicuro, signore, sono ventitré franchi.

Il forestiero pose sulla tavola cinque scudi e disse:

- Andate a prendere la piccina.

In quel momento Thénardier avanzò fino in mezzo alla sala, dicendo:

- Il signore deve ventisei soldi.

- Ventisei soldi! - esclamò la moglie.

- Venti per la camera - riprese freddamente il bettoliere - e sei per la cena. Quanto alla piccina, ho bisogno di parlarne un po' col signore. Moglie, lasciaci soli.

Costei provò una di quelle vertigini che danno i lampi imprevisti del genio. Sentì che il grande attore entrava in scena, e uscì senza replicare.

Appena soli, l'oste offrì una sedia al viaggiatore, che sedette.

Egli invece rimase in piedi e il suo viso assunse una singolare espressione di bonomia e di semplicità.

- Sentite, signore - disse, - ora vi spiego... La verità è che l'adoro, io, quella bambina.

Il forestiero lo guardò fisso:

- Quale bambina?

Thénardier continuò:

- E' strano! ci si affeziona! Cos'è tutto quel denaro? riprendete dunque i vostri scudi. E' una bambina che adoro.

- Chi? - chiese il forestiero.

- Eh! la nostra piccola Cosetta! Voi volete portarla via? Ebbene, vi parlo francamente, come è vero che siete un galantuomo, non posso accettarlo. Sentirei la mancanza di quella figliola. L'ho vista piccina piccina. E' vero che ci costa molto denaro, è vero che ho pagato più di quattrocento franchi in medicinali in una sola delle sue malattie! Ma bisogna pur far qualche cosa per il buon Dio. Essa non ha né padre né madre, e io l'ho allevata; ho un pezzo di pane per lei e per me. Insomma ci tengo a quella piccina.

Capirete, ci si affeziona; io sono un buon diavolo, non ragiono, voglio bene alla piccola; mia moglie è un po' impetuosa, ma le vuol bene anche lei. Credete, è come una figlia, e io ho bisogno di sentirla cinguettare per la casa.

Il forestiero lo guardava sempre fisso. Egli continuò:

- Perdonate, scusate, signore, ma non si dà una figlia al primo che capita. Non ho forse ragione? Del resto, non dico... voi siete ricco, avete l'aspetto d'una bravissima persona. E se si trattasse della sua fortuna?... ma bisognerebbe sapere. Capite? Supponiamo che la lasciassi andare, che mi sacrificassi; non vorrei perderla di vista; vorrei sapere dove va e presso chi si trova, per andarla a visitare ogni tanto, e perché sapesse che il suo buon papà che l'ha allevata è sempre là, veglia su di lei. Insomma certe cose non sono possibili: non conosco nemmeno il vostro nome. Se voi la conduceste via, direi: ebbene, dov'è andata l'Allodola?

Bisognerebbe almeno vedere il più meschino pezzo di carta, un briciolo di passaporto, diamine!

Lo straniero senza mai cessare di fissarlo con quello sguardo che penetra, per così dire, fino in fondo alla coscienza, gli rispose con un tono grave e deciso:

- Signor Thénardier, non si prende un passaporto per venire qui a cinque leghe da Parigi. Se porto via Cosetta, la porto via, questo è tutto. Voi non saprete il mio nome, non saprete la mia dimora, non saprete dove andrà Cosetta, ed è mia intenzione che in vita sua non vi veda mai più. Io spezzo il filo che la tiene legata al piede, ed essa se ne va. Vi conviene? Un sì o un no.

Come i demoni e i geni riconoscono da certi segni la presenza d'un Dio superiore, così Thénardier comprese che aveva a che fare con uno molto forte. Fu come un'intuizione; lo capì con una prontezza chiara e sagace. La sera prima, pur bevendo con i carrettieri e fumando e cantando canzoni scollacciate, aveva osservato continuamente il forestiero, spiandolo come un gatto e studiandolo come un matematico. Lo aveva spiato per proprio conto, per piacere e per istinto, e anche come se fosse pagato per questo. Non gli era sfuggito un gesto né un moto dell'uomo dal soprabito giallo.

Prima ancora che lo sconosciuto avesse manifestato così chiaramente il suo interesse per Cosetta, egli l'aveva indovinato, aveva sorpreso gli sguardi profondi di quel vecchio che tornavano sempre alla bambina. Donde tale interessamento? Chi era quell'uomo? perché, con tanto denaro in tasca, vestiva così miseramente? Erano domande che si faceva senza poter rispondere, che lo irritavano, e alle quali aveva pensato tutta la notte. Non poteva essere il padre di Cosetta. Un nonno forse? Ma in tal caso, perché non si era fatto conoscere subito? Quando si ha un diritto lo si fa valere. E allora chi era? Thénardier si perdeva in supposizioni, e intravedeva tutto senza distinguere nulla.

Comunque, cominciando la conversazione con quell'uomo, sicuro che in tutto quello ci fosse un segreto, sicuro che quell'uomo avesse interesse a restare nell'ombra, egli si sentiva forte; ma alla risposta chiara e decisa del forestiero, quando vide che quel personaggio misterioso era misterioso in un modo così semplice, Thénardier si sentì debole. Non si aspettava nulla di simile.

Tutte le sue congetture andarono allo sbaraglio. Raccolse le idee e misurò tutto in un attimo. Thénardier era uno di quegli uomini che giudicano con un'occhiata una situazione: giudicò che era il momento di marciar dritto e rapido; fece come i grandi capitani nel momento decisivo che essi soli sanno discernere: rivelò improvvisamente le sue batterie.

- Signore, - disse, - mi occorrono mille e cinquecento franchi.

Il forestiero prese dalla saccoccia un vecchio portafoglio di pelle nera, lo aprì e ne trasse tre biglietti di banca, che pose sul tavolo: quindi appoggiato su quei biglietti il suo largo pollice, disse al bettoliere:

- Fate venire Cosetta.

Mentre accadevano queste cose, che faceva Cosetta?

Appena sveglia, era corsa al suo zoccoletto e vi aveva trovato la moneta d'oro. Non era un napoleone, ma una moneta di venti franchi coniata di recente dalla Restaurazione, la cui effigie aveva la piccola coda alla prussiana al posto della corona d'alloro. La bimba ne restò abbagliata; il suo destino cominciava a inebriarla.

Non sapeva cosa fosse una moneta d'oro, giacché non ne aveva mai viste, ma la nascose subito in tasca come se l'avesse rubata.

Sentiva però che era proprio sua e indovinava da che parte le veniva. Provava una specie di gioia piena di paura. Era contenta, ma soprattutto attonita. Quelle cose così magnifiche, così belle, non le parevano realtà; la bambola le faceva paura, la moneta d'oro lo stesso; e tremava confusamente davanti a quella magnificenza. Soltanto il forestiero non la intimoriva, anzi la rassicurava. Fin dalla sera precedente, tra i suoi stupori, tra il sonno, la sua piccola mente infantile pensava a quell'uomo, che aveva l'aspetto d'un povero vecchio così triste e che era così buono e così ricco. Da quando lo aveva incontrato nel bosco, tutto per lei era cambiato. Meno fortunata della più piccola rondinella del cielo, Cosetta non aveva mai saputo cosa fosse il rifugiarsi sotto un'ala, all'ombra della madre. Da cinque anni, vale a dire fin dove poteva risalire la sua memoria, la meschinella non aveva fatto altro che tremare e rabbrividire, era sempre rimasta esposta senza riparo al vento della sventura. Ora le pareva d'essere coperta. Prima la sua anima aveva freddo; adesso invece, si sentiva riscaldata. Non aveva più tanta paura dei Thénardier; non era più sola; c'era là qualcuno.

S'era messa subito al lavoro di tutte le mattine. Ma quel luigi che portava addosso, nella stessa taschina del grembiule da cui la sera prima era caduta la moneta di quindici soldi, le cagionava delle distrazioni. Non osava toccarla, ma restava talvolta fino a cinque minuti a contemplarla, e, dobbiamo confessarlo, cacciando fuori la lingua. Mentre scopava la scala, si fermava, e dimenticando la scopa e il mondo intero, rimaneva là immobile a rimirare quella stella che brillava in fondo alla sua tasca.

La Thénardier la raggiunse mentre era assorta in una di quelle contemplazioni.

Era andata a cercarla per ordine del marito. Cosa inaudita, non le diede neppure uno scappellotto, non le lanciò nessuna ingiuria, ma le disse quasi dolcemente:

- Cosetta, vieni subito.

Un momento dopo la bambina entrava nella sala al pian terreno.

Lo straniero prese l'involto che aveva portato e lo slegò.

Conteneva un vestitino di lana, un grembialetto, un corpetto di fustagno, una sottana, uno scialletto, un paio di calze di lana, un paio di scarpette, insomma un abbigliamento completo, tutto in nero, per una ragazzina di otto anni.

- Figliola mia, - disse lo sconosciuto, - prendi questa roba e va a vestirti subito.

Spuntava il giorno quando gli abitanti di Montfermeil che cominciavano ad aprire le porte, videro passare per via Parigi un vecchio poveramente vestito che conduceva per mano una ragazzina in lutto con nelle braccia una grande bambola vestita di rosa. Si dirigevano verso Livry. Era il nostro uomo con Cosetta.

Nessuno conosceva l'uomo, e molti non riconobbero Cosetta, perché non era più coperta di cenci.

Cosetta se ne andava. Con chi? non lo sapeva. Dove? lo ignorava.

Una sola cosa comprendeva, cioè che abbandonava l'osteria dei Thénardier. Nessuno aveva pensato a dirle addio, né lei disse addio a nessuno. Usciva da quella casa odiata e odiando.

Povera creatura affettuosa, il cui cuore fino a quel momento era stato sempre compresso!

Cosetta camminava gravemente, spalancando gli occhi e mirando il cielo. Aveva messo la moneta d'oro nel grembiule nuovo. Ogni tanto si chinava e le dava un'occhiata: poi guardava l'uomo, e le pareva quasi di trovarsi vicino al buon Dio.




10. CHI CERCA IL MEGLIO PUO' TROVARE IL PEGGIO


Secondo il solito, la Thénardier aveva lasciato fare al marito, in attesa di grandi avvenimenti. Quando il forestiero e Cosetta furono partiti, l'oste lasciò correre un buon quarto d'ora, poi la prese in disparte e le mostrò i mille e cinquecento franchi.

- Questo è tutto? - disse lei.

Era la prima volta, dal principio del loro matrimonio, che osava criticare un atto del marito.

Il colpo andò a segno.

- Infatti hai ragione - rispose - sono un imbecille. Dammi il cappello.

Piegò i tre biglietti di banca, se li mise in tasca e uscì di casa in tutta fretta. Da principio sbagliò direzione, piegando a destra. Alcuni vicini lo misero sulla traccia: l'Allodola e il suo compagno erano stati visti in direzione di Livry. Egli seguì questa indicazione, camminando a lunghi passi e parlando tra sé.

- Evidentemente quell'uomo è un milionario vestito di giallo, e io sono un animale. Egli ha dato prima un franco, poi cinque, poi cinquanta, poi mille e cinquecento, sempre con la stessa facilità.

Ne avrebbe dati quindicimila. Ma lo raggiungerò.

E poi quell'involto di vesti già preparate per la bambina, era una cosa strana; c'erano dei misteri là sotto. E i misteri, quando capitano tra le mani, non bisogna lasciarseli sfuggire. I segreti dei ricchi sono spugne imbevute di oro: bisogna sapere spremere.

Tutte queste idee gli turbinavano nel cervello. - Sono un animale - diceva.

Chi esce da Montfermeil e svolta all'angolo della strada che porta a Livry, la vede distendersi molto lontana sulla spianata.

Arrivato a quel punto, calcolò che avrebbe dovuto vedere l'uomo e la piccina; ma per quanto spingesse lo sguardo sin dove poteva giungere, non vide nulla. S'informò di nuovo, ma intanto perdeva tempo. Alcuni viandanti dissero che l'uomo e la bambina s'erano incamminati verso il bosco dalla parte di Gagny. Egli s'affrettò in quella direzione.

Avevano qualche vantaggio su di lui, ma una bambina cammina adagio, ed egli andava svelto: e poi conosceva bene il paese.

A un tratto si fermò e si batté la fronte, come un uomo che ha dimenticato l'essenziale e che è pronto a tornare indietro.

- Avrei potuto prendere il fucile - disse fra sé.

Thénardier era uno di quei caratteri doppi, che talvolta, a nostra insaputa, passano in mezzo a noi, e che spariscono senza essere stati conosciuti, perché il destino ne ha mostrato un lato solo.

La sorte di molti uomini è di vivere così, mezzo sconosciuti.

Thénardier aveva tutto quanto occorreva per farne non diciamo per essere, - in una situazione calma e piana, quello che si chiama un onesto negoziante, un buon borghese. Ma nello stesso tempo, date certe circostanze, se certe scosse arrivavano a sollevare il fondo della sua natura, aveva tutto quanto ci voleva per essere uno scellerato. Era un bottegaio nel quale c'era qualcosa del mostro.

In certi momenti Satana doveva andare ad accoccolarsi in qualche angolo del bugigattolo di Thénardier e meditare davanti a quello schifoso capolavoro.

Dopo un momento d'esitazione pensò:

- Ma no! Avrebbero il tempo di sfuggirmi!

E continuò la sua strada andando diritto, a passi veloci, quasi con aria di certezza, con la sagacia della volpe sulle tracce d'uno stormo di pernici.

Infatti, quand'ebbe oltrepassato gli stagni e attraversato obliquamente la radura a destra del viale di Bellevue, mentre arrivava in quel viale erboso che fa quasi il giro della collina e ricopre la volta dell'antico acquedotto dell'abbazia di Chelles, vide spuntare da un cespuglio il cappello su cui aveva già formato tante congetture, quello cioè dello sconosciuto. Il cespuglio era basso; e Thénardier s'accorse che l'uomo e Cosetta erano seduti.

Non si vedeva la bambina per la sua piccolezza, ma si scorgeva la testa della bambola.

Non s'ingannava. Infatti l'uomo era seduto là per lasciar riposare un po' Cosetta. Il bettoliere girò intorno al cespuglio e si mostrò inaspettatamente agli sguardi di quelli che cercava.

- Perdonate, signore, scusate - disse tutto ansante - ma vi riporto i vostri mille e cinquecento franchi.

E porse allo straniero i tre biglietti di banca.

L'uomo alzò gli occhi:

- Che vuol dire questo?

Thénardier rispose rispettosamente:

- Signore, vuol dire che riprendo Cosetta.

La bambina rabbrividì e si strinse al vecchio.

Questi, guardando Thénardier nel bianco degli occhi e sillabando le parole:

- Voi ri-pren-de-te Co-set-ta?

- Sì, signore, la riprendo. Vi dirò, ho riflettuto, e in realtà non ho il diritto di cedervela. Io sono un galantuomo, vedete.

Questa piccina non appartiene a me, ma a sua madre. E' stata lei che me l'ha affidata, e io non posso restituirla che a lei. Mi direte forse che è morta? Ebbene, in questo caso, posso consegnare la piccola soltanto a una persona che mi porti uno scritto firmato dalla madre, in cui si dichiari che debbo consegnarla a tale persona. La cosa è chiara.

L'uomo, senza rispondere, mise la mano in tasca, e Thénardier vide ricomparire il portafoglio con i biglietti di banca.

Ebbe un fremito di gioia.

- Bene - pensò - teniamoci su! Ora tenta di ricomprarmi. Prima di aprire il portafoglio il viaggiatore dette un'occhiata attorno. Il luogo era assolutamente deserto. Non si vedeva anima viva nel bosco e nella valle. Allora aprì il portafoglio e ne trasse, non la manata di biglietti di banca come s'aspettava il bettoliere, ma un semplice pezzo di carta che spiegò e gli presentò aperto dicendo:

- Avete ragione. Leggete.

Thénardier prese la carta e lesse:

"Montreuil-sur-mer, 25 maggio 1825.

Signor Thénardier, Consegnerete Cosetta al latore. I piccoli debiti vi saranno pagati. Ho l'onore di salutarvi con tutta la stima.

Fantina".

- Conoscete questa firma? - riprese l'uomo.

Era proprio la firma di Fantina; Thénardier la riconobbe. Non c'era niente da osservare. Provò due violenti dispetti: quello di dover rinunciare alla sperata corruzione, e quello di vedersi vinto. L'uomo aggiunse:

- Potete conservare questa carta per vostro discarico.

L'oste ripiegò in buon ordine, borbottando fra i denti:

- Questa firma è imitata abbastanza bene. Infine, sia pure!

Poi tentò uno sforzo disperato, dicendo:

- Va bene, signore, poiché voi siete la persona... Ma bisogna pagarmi "i piccoli debiti", e mi si deve molto.

L'uomo si rizzò in piedi, e mentre con dei buffetti ripuliva dalla polvere la sua manica spelata, rispose:

- Signor Thénardier, in gennaio la madre calcolava di dovervi centoventi franchi; voi le avete mandato in febbraio un conto di cinquecento franchi, ne avete ricevuti trecento alla fine di febbraio e trecento al principio di marzo. Da allora sono scorsi nove mesi, che al prezzo convenuto di quindici franchi assommano a centotrentacinque. Ne avete ricevuti prima cento di più; rimangono dunque trentacinque franchi a vostro credito. Ed io ve ne ho dati poco fa mille e cinquecento.

Thénardier provò la rabbia d'un lupo che si sente morso e afferrato dai denti d'acciaio della tagliola.

- Chi è questo diavolo d'uomo? - pensò tra sé.

E fece quello che fa il lupo; diede una strappata. L'audacia gli era già riuscita una volta.

- Signor-di-cui-non-so-il-nome, - disse risolutamente e mettendo da parte i modi rispettosi. - Mi darete mille scudi o riprendo Cosetta.

Lo straniero disse tranquillamente:

- Vieni, Cosetta.

E porse la mano sinistra alla bimba, mentre con la destra raccoglieva da terra il bastone.

Thénardier notò la grossezza del randello e la solitudine del luogo.

E restò immobile e interdetto, mentre l'uomo e la ragazzina s'addentravano nel bosco.

Mentre si allontanavano, l'oste guardava quelle spalle larghe e un po' arcuate e quei grossi pugni. Poi i suoi occhi, abbassandosi, caddero sulle sue braccia meschine e le magre mani. - Devo essere proprio una bestia - pensò - se non ho preso il fucile andando a caccia!

Tuttavia non smise di seguirli.

- Voglio sapere dove va - disse tra sé; e si mise a seguirli da lontano. Gli restavano fra le mani due cose: un'ironia, cioè il pezzo di carta firmato da Fantina, e una consolazione, cioè i mille e cinquecento franchi.

L'uomo conduceva Cosetta nella direzione di Livry e di Bondy.

Camminava lentamente, con la testa china, in atteggiamento pensoso e triste. L'inverno aveva reso il bosco molto rado, sicché Thénardier non li perdeva di vista, quantunque si tenesse molto lontano. Lo sconosciuto, che di tanto in tanto si volgeva indietro a guardare se era seguito, a un tratto scorse Thénardier e si gettò con Cosetta in un bosco ceduo, dove potevano sparire entrambi. - Perbacco - disse l'oste e raddoppiò il passo.

La densità della macchia l'aveva costretto ad avvicinarsi. Quando si vide nel più folto, l'uomo si volse, e l'oste per quanto cercasse di nascondersi dietro i rami, non poté evitare d'essere visto. L'uomo gli lanciò uno sguardo fulminante, poi crollò il capo e si rimise in cammino. L'altro tornò a seguirlo. Fecero così due o trecento passi; poi l'uomo si volse di nuovo repentinamente e vide ancora l'oste; ma questa volta lo guardò in modo così cupo, che Thénardier stimò "inutile" andare più oltre. Thénardier tornò indietro.




11. RICOMPARE IL NUMERO 9430 E COSETTA LO VINCE ALLA LOTTERIA


Giovanni Valjean non era morto.

Quando cadde in mare, o piuttosto quando ci si buttò, non aveva le catene, come già vedemmo. Nuotò sott'acqua fin presso a una nave ancorata e alla quale era legata una barca. Trovò il modo di nascondersi in quella barca fino a sera. Venuta la notte, si gettò di nuovo a nuoto e raggiunse la costa a breve distanza del capo Brun, dove, non mancandogli il danaro, poté procurarsi degli abiti. Una bettola nei dintorni di Balaguier procurava allora il vestiario ai forzati evasi. Era un commercio lucroso. Poi seguì un itinerario oscuro e tortuoso, come tutti quei tristi evasi, che cercano di ingannare la sorveglianza della legge e la fatalità sociale. Trovò un primo asilo a Pradeaux vicino a Beausset; poi si diresse verso il Grand-Villard presso Briançon, nelle Alte Alpi.

Fuga inquieta e alla cieca, cammino da talpe, le cui diramazioni rimangono ignote. Più tardi si poté riconoscere qualche traccia del suo passaggio nell'Ain, nel territorio di Civrieux, nei Pirenei, ad Accons nel luogo denominato la Grange-de-Doumecq, presso il casale di Chavailles, e nei dintorni di Périgueux, a Brunies, nel cantone della Chapelle-Gonaguet. Finalmente giunse a Parigi; e l'abbiamo visto a Montfermeil.

Ricorderemo che già al tempo della sua precedente evasione, aveva fatto, a Montfermeil o nei dintorni, una gita misteriosa di cui la giustizia aveva avuto qualche sentore.

Del resto, lo credevano morto. Questo rendeva più fitte le tenebre che s'erano formate attorno a lui. A Parigi gli capitò sott'occhi uno dei giornali che registravano il fatto; e si sentì rassicurato e quasi in pace, come se fosse veramente morto.

La sera stessa del giorno in cui aveva strappato Cosetta alle unghie di Thénardier, Valjean rientrava a Parigi con la bambina, sul far della notte, dalla parte della barriera Monceaux. Qui salì su una vettura, si fece portare alla spianata dell'Osservatorio, dove scese, pagò il cocchiere, prese per mano Cosetta, e tutti e due, nella notte oscura, per le vie deserte dei pressi dell'Ourcine e della Glacière, si diressero verso il boulevard dell'Ospedale.

La giornata era stata strana e piena di emozioni per Cosetta; avevano mangiato dietro qualche siepe un po' di pane e di formaggio comprati in qualche bettola isolata; avevano spesso cambiato vettura; avevano percorso dei tratti di strada a piedi, senza che la bambina si lamentasse; ma era stanca, e Valjean se ne avvide dalla mano che essa tirava di più camminando. Allora egli se la prese sulle spalle. Cosetta, senza mai abbandonare Caterina, posò la testa sulla spalla di Giovanni Valjean e s'addormentò.




Libro 4


LA TOPAIA GORBEAU



1. MASTRO GORBEAU


Il passante solitario che si arrischiava, quarant'anni fa, nella zona deserta della Salpêtrière, e risaliva il boulevard fino alla barriera d'Italia, arrivava in certi punti dove si sarebbe potuto dire che Parigi spariva. Non era la solitudine, perché c'erano passanti; non era la campagna, perché c'erano case e vie; non la città, perché le vie avevano le carreggiate come le strade maestre e vi spuntava l'erba; non il villaggio, perché le case erano troppo alte. Cos'era dunque? Un luogo abitato dove non c'era nessuno, un luogo deserto dove si trovava qualcuno, un boulevard della grande città, una via di Parigi, più selvaggia d'una foresta durante la notte, più tetra d'un cimitero durante il giorno.

Era il vecchio rione del Mercato dei cavalli.

E se il passante si arrischiava al di là dei quattro muri cadenti del Mercato dei cavalli, se oltrepassava anche la via Petit- Banquier, dopo aver lasciato a destra un cortile circondato da alte muraglie, poi un prato ingombro di mucchi di tanno simili a capanne di giganteschi castori, poi un campo cintato e ingombro di legnami da costruzione con mucchi di tronchi, di segatura e di trucioli, dall'alto dei quali abbaiava un grosso cane; poi un muro lungo, basso e rovinato, con una porticina scura e triste, coperto di musco che alla primavera si riempiva di fiori; poi, nella parte più deserta, un'orribile costruzione decrepita, sulla quale stava scritto a grosse lettere: "Vietata l'affissione", quell'ardito passante raggiungeva l'angolo della via delle Vigne san Marcello, località poco conosciuta. Là, presso un'officina e tra due muri di giardini, sorgeva a quell'epoca una topaia, che a tutta prima pareva piccola come una capanna e che in realtà era grande quanto una cattedrale. Verso la pubblica via si presentava di fianco, dalla parte del displuvio; donde la sua apparente esiguità. Quasi tutta la casa era nascosta; non si vedeva che la porta e una finestra.

Quella topaia aveva un solo piano.

Esaminandola, si era colpiti da un particolare: la porta non poteva essere stata se non la porta di una catapecchia, mentre la finestra, se fosse stata praticata in un muro di pietra lavorata anziché di sassi, avrebbe potuto essere la finestra di un palazzo.

La porta era un insieme di assi tarlate, unite grossolanamente con traverse simili a ciocchi male squadrati. Immetteva immediatamente in una ripida scala, dai gradini alti sporchi di fango, di gesso e di polvere, larga quanto la porta, e dalla strada la si vedeva salire dritta come una scala a mano e sparire nell'ombra fra due muri. La parte più alta del vano informe chiuso da quella porta era mascherata da una tavola, nella quale avevano praticato con la sega un'apertura triangolare, che faceva da finestrino e da sportello quando la porta era chiusa. Nell'interno della porta, un pennello intinto nell'inchiostro aveva tracciato in due colpi il numero 52 e al di sopra del finestrino lo stesso pennello aveva scarabocchiato il numero 50. Questo faceva esitare. Dove ci troviamo? L'esterno della porta dice: numero 50; l'interno risponde: no, 52. Alcuni cenci color polvere pendevano come tendine dall'apertura triangolare.

La finestra era larga, abbastanza alta, con persiane e una invetriata a grandi riquadri; però quei grossi vetri avevano delle ferite svariate, nascoste e tradite in pari tempo da una ingegnosa fasciatura di carta, e le persiane, sgangherate e sconnesse, minacciavano i passanti più che difendere gli abitanti. Le stecche orizzontali qua e là mancavano ed erano sostituite da assicelle inchiodate perpendicolarmente, sicché quelle che erano persiane finivano per diventare imposte.

Quella porta dall'immondo aspetto e quella finestra d'apparenza onesta benché sgangherata, viste così nella stessa casa, facevano l'effetto di due mendicanti male accoppiati, che vadano insieme e camminino a fianco a fianco, con due aspetti diversi sotto gli stessi cenci, e dei quali uno fu sempre un pezzente e l'altro fu una volta un gentiluomo.

La scala conduceva a un corpo di fabbrica molto vasto, che pareva una gran tettoia adattata ad abitazione. Tutto il fabbricato aveva per tubo intestinale un lungo corridoio, sul quale a destra e a sinistra si aprivano degli scompartimenti di diverse dimensioni, abitabili e piuttosto simili a bottegucce che a celle. Queste stanze guardavano sul circostante terreno incolto. Il tutto era oscuro,ripugnante,scolorato,malinconico, sepolcrale, attraversato qua e là da una luce fredda o dal vento gelido, a seconda che le fessure si trovavano nel tetto o negli usci. Una caratteristica interessante e pittoresca di questo genere di abitazioni è l'enormità dei ragnateli.

A sinistra della porta d'ingresso, sul boulevard, ad altezza d'uomo, un finestrino murato formava una nicchia quadrata piena di sassi che i ragazzi vi gettavano passando.

Una parte di questo fabbricato è stata recentemente demolita, ma quanto ne rimane basta a dare un'idea di quello che fu. L'intera costruzione non conta più d'un centinaio d'anni; ma cento anni sono la giovinezza d'una chiesa e la vecchiaia di una casa. Pare che l'abitazione dell'uomo partecipi della sua breve esistenza, e quella di Dio della sua eternità.

I postini chiamavano quella catapecchia il numero 50-52; ma nel rione era conosciuta col nome di topaia Gorbeau.

Ecco da dove le derivava tale denominazione.

I raccoglitori di piccoli fatti, che fanno collezione di aneddoti e con uno spillo appuntano nella memoria le date fugaci, sanno che verso il 1770 c'erano a Parigi due procuratori addetti allo Chatelet, chiamati l'uno Corbeau (corvo), l'altro Renard (volpe), due nomi previsti da La fontaine. L'occasione era troppo bella perché tutta la classe forense non facesse grandi risate, per i corridoi del Palazzo di giustizia:

"Mastro Corvo, appollaiato su un incartamento processuale, teneva nel becco un atto esecutorio; Messer Volpe, allettato dall'odore, gli tenne press'a poco questo discorso:

Oh, buongiorno!" eccetera, eccetera.

I due onesti legulei, vessati dagli epigrammi e disturbati nella gravità del portamento dagli scoppi di risa che li seguivano, decisero di sbarazzarsi dei propri nomi e di rivolgersi al re. La domanda fu presentata a Luigi Quindicesimo il giorno stesso in cui il nunzio pontificio da una parte e il cardinale La Roche-Aymon dall'altra, tutti e due devotamente inginocchiati, calzarono, ciascuno una pianella, in presenza del re, i piedi nudi della Dubarry che si levava. Il re, che rideva e continuava a ridere, passò allegramente dai due prelati ai due procuratori, e fece grazia dei loro nomi, o quasi, ai due azzeccagarbugli. Con decreto reale fu permesso a Corbeau di aggiungere una coda alla sua iniziale e di chiamarsi Gorbeau. Meno fortunato, Renard ottenne solo di mettere una P dinanzi alla sua R, e di chiamarsi Prenard, sicché il nuovo nome non gli si conveniva meno dell'antico.

Ora, secondo la tradizione locale, questo messer Gorbeau era proprietario del casamento segnato coi numeri 50-52 sul boulevard dell'Ospedale. Fu anche l'autore della finestra monumentale.

Donde a quella casa il nome di topaia Gorbeau.

Dirimpetto al numero 50-52 sorge, fra gli alberi del boulevard, un grande olmo per tre quarti morto, quasi di faccia si apre la via della barriera Gobelins, via allora senza case non lastricata, fiancheggiata da alberi rachitici, verde o fangosa secondo la stagione, che metteva capo direttamente al muro di cinta della città. Dai tetti d'una vicina fabbrica si espande a sbuffi un odore di solfato.

La barriera era là vicina, e nel 1823 il muro di cinta esisteva ancora.

Anche la barriera destava nella mente immagini funeste. Era la via per Bicêtre. Durante l'Impero e la Restaurazione, di là rientravano in Parigi i condannati a morte, il giorno dell'esecuzione. Là fu commesso, nel 1829, quel misterioso assassinio detto "della barriera di fontainebleau", di cui la giustizia non poté scoprire gli autori; funebre problema che non fu mai sciolto, spaventoso enigma che non venne mai chiarito.

Pochi passi più in là, si trova la fatale via Croulebarbe, nella quale Ulbach, al rumore del tuono, come in un melodramma pugnalò la capraia d'lvry. Pochi passi ancora, e si giunge agli abominevoli olmi capitozzati della barriera San Giacomo, espediente dei filantropi pel nascondere il patibolo a quella piazza di Grève meschina e vergognosa, degna d'una società bottegaia e borghese, che rinculò davanti alla pena di morte non osando né abolirla con magnanimità, né mantenerla con autorità.

Prescindendo dalla piazza San Giacomo, che era come predestinata e che è sempre stata orribile, il punto più tetro di quel tetro boulevard era forse, trentasette anni or sono, il luogo, così poco attraente anche ai nostri giorni, dove sorgeva la topaia 50-52.

Solo 25 anni più tardi sono cominciate a sorgere le case borghesi.

Ma allora il luogo era tetro. Dai pensieri lugubri che ispirava, si sentiva di trovarsi fra la Salpêtrière di cui si scorgeva la cupola, e Bicêtre di cui si toccava la barriera, vale a dire tra la follia della donna e quella dell'uomo. Fin dove si poteva spingere lo sguardo, non si vedevano che i macelli, il muro di cinta e le facciate di poche fabbriche somiglianti a caserme o a conventi; dappertutto catapecchie e calcinacci, muri vecchi neri come drappi funebri o muri nuovi bianchi come sudari: dappertutto filari d'alberi paralleli, fabbriche allineate, costruzioni volgari, lunghe strade gelide e la tristezza lugubre degli angoli retti. Non una ondulazione nel terreno, non un capriccio architettonico, non una piega. Era un complesso glaciale, regolare, orribile. Non c'è cosa che stringa tanto il cuore quanto la simmetria. La simmetria è noiosa, e la noia è la base stessa del lutto. La disperazione sbadiglia. Possiamo pensare qualche cosa di più orribile d'un inferno in cui si soffre: è un inferno in cui ci si annoia. Se tale inferno esistesse, quella parte del boulevard dell'Ospedale ne avrebbe potuto essere il viale d'entrata.

Però sul far della notte, quando il chiarore scompare, soprattutto d'inverno, allorché la brezza crepuscolare strappa agli olmi le ultime foglie rossicce, quando l'oscurità è profonda e senza stelle, quando la luna e il vento praticano dei buchi tra le nubi, quel boulevard diventava a un tratto spaventevole. Le linee rette si sprofondavano e si perdevano nelle tenebre, come tronconi dell'infinito. Il passante non poteva astenersi dal pensare alle innumerevoli tradizioni patibolari del posto. La solitudine di quel luogo, dov'erano stati commessi tanti delitti, aveva qualcosa d'orribile; si credeva di presentire degli agguati in quella oscurità; tutte le forme confuse dell'ombra parevano sospette, e i vuoti quadrati che si scorgevano tra albero e albero parevano fossi. Di giorno, quel luogo era brutto, di sera lugubre, di notte sinistro.

D'estate, verso il crepuscolo, si vedevano qua e là sedute sotto gli olmi, sopra panchette di legno fradicie di pioggia, alcune vecchie che mendicavano volentieri. Del resto, quel rione, che pareva piuttosto invecchiato che antico, tendeva fin da allora a trasformarsi; fin da quell'epoca chi voleva vederlo doveva affrettarsi perché ogni giorno qualche particolare scompariva.

Oggi la stazione della ferrovia d'Orléans è là da vent'anni, accanto al vecchio sobborgo e lo modifica. Dovunque, alla periferia di una capitale, si pianta una stazione ferroviaria, si ha la morte d'un sobborgo e la nascita d'una città. Sembra che intorno a quei grandi centri del movimento umano, al rotolar di quelle potenti macchine, al soffio di quei mostruosi cavalli della civiltà che divorano carbone e vomitano fuoco, la terra, piena di germi, tremi e si apra per inghiottire le antiche dimore degli uomini e per farne sorgere delle altre. Le case vecchie crollano, sorgono le nuove.

Da quando la stazione d'Orléans ha invaso il terreno della Salpêtrière, le antiche viuzze che costeggiano i fossati di San Vittore e il Giardino zoologico, si scuotono, violentemente attraversate, tre o quattro volte al giorno, dalle correnti di diligenze, di omnibus e di vetture, che, in un dato tempo, fanno indietreggiare le case a destra e a sinistra. Ci sono cose che sembrano strane a dirsi ma che sono rigorosamente esatte e come è vero asserire che il sole nelle grandi città fa vegetare e crescere le facciate delle case esposte a mezzogiorno, così è certo che il frequente passaggio delle vetture allarga le vie. I sintomi di una vita novella sono evidenti. In quel vecchio quartiere provinciale, dagli angoli più selvatici, il lastrico fa capolino, i marciapiedi cominciano ad allinearsi e a distendersi, anche dove non ci sono ancora passeggeri. Una mattina, mattina memorabile, del luglio 1845, vi si videro fermare le nere caldaie del bitume; quel giorno si poté dire che la civiltà era arrivata in via dell'Ourcine, e che Parigi era penetrata nel sobborgo San Marcello.




2. NIDO PER UN GUFO E UNA CAPINERA


Giovanni Valjean si fermò davanti alla topaia Gorbeau. Come gli uccelli selvatici, aveva scelto un luogo deserto per fare il suo nido.

Frugò nel taschino del panciotto, ne trasse una chiave, aprì la porta, entrò, poi la richiuse con cura, e salì la scala sempre con Cosetta.

Quando fu in cima, trasse una seconda chiave, con cui aprì un'altra porta. La stanza, nella quale entrò e che richiuse immediatamente, era una specie di stamberga abbastanza grande, ammobigliata con un materasso disteso per terra, una tavola e alcune sedie. In un angolo, c'era una stufa accesa, di cui si vedeva risplendere la brace. Il lampione del boulevard rischiarava vagamente quel povero interno. In fondo c'era uno stanzino con una brandina, su cui Valjean depose la bambina, senza che questa si svegliasse.

Batté l'acciarino e accese una candela, l'una e l'altro già preparati sulla tavola, e, come la sera precedente, si mise a contemplare Cosetta con uno sguardo estatico, nel quale l'espressione della bontà e della commozione giungeva quasi allo smarrimento. La piccina, con la tranquilla fiducia che si accompagna soltanto con la massima forza e con l'estrema debolezza, s'era addormentata senza sapere con chi fosse, e continuava a dormire senza sapere dove si trovasse.

Egli si chinò a baciare la mano della bambina. Nove mesi prima aveva baciato la mano della madre, che si era appena addormentata.

Lo stesso sentimento doloroso, religioso, straziante, gli inondava il cuore. E s'inginocchiò vicino al letto di Cosetta.

Era giorno alto e la ragazza dormiva ancora.

Un pallido raggio del sole di dicembre attraversava la vetrata della stamberga e disegnava sul pavimento lunghe strisce d'ombra e di luce. A un tratto un carro da tagliapietra, troppo carico, passando sul boulevard, scosse la catapecchia come un brontolio di temporale, e la fece tremare da cima a fondo.

- Sì, signora! - gridò Cosetta, svegliata di soprassalto, eccomi, eccomi!

E si gettò giù dal letto con le palpebre ancora mezzo chiuse dalla pesantezza del sonno, stendendo il braccio verso l'angolo del muro.

- Ah! mio Dio! e la scopa? - disse.

Intanto aprì interamente gli occhi e vide il volto sorridente di Valjean.

- Ah, è vero! - disse. - Buongiorno, signore.

I fanciulli accettano subito e si familiarizzano con la gioia e la felicità, perché essi stessi sono naturalmente felicità e gioia.

Cosetta vide Caterina ai piedi del letto, se ne impadronì subito, e, pur giocando, faceva cento domande a Valjean. Dov'era? Era grande Parigi? E la signora Thénardier era molto lontana? E non sarebbe ritornata? eccetera eccetera. - A un tratto esclamò:- Come è bello qui!

Era un'orribile stanzaccia; ma ci si sentiva libera.

- Devo scopare? - domandò infine.

- Gioca, - rispose Valjean.

Così trascorse la giornata. Cosetta, senza preoccuparsi di capire nulla, era indicibilmente felice tra quella bambola e quel vecchio.




3. DUE SVENTURE UNITE FORMANO UNA FELICITA'


L'indomani, allo spuntar del giorno, Valjean era di nuovo vicino al letto di Cosetta. Aspettò così, immobile, e la guardò svegliarsi.

Qualche cosa di nuovo gli entrava nell'anima.

Egli non aveva mai amato. Da venticinque anni era solo al mondo.

Non era mai stato padre, né amante, né marito, né amico. Nella prigione era stato cattivo, tetro, casto, ignorante e selvaggio.

Il cuore del vecchio galeotto era pieno di vergini sentimenti. Sua sorella e i figli di lei gli avevano lasciato soltanto un vago e lontano ricordo, che poi era quasi svanito interamente. Aveva fatto ogni sforzo per ritrovarli, e non riuscendovi li aveva dimenticati. Così è la natura umana. Le altre tenere emozioni della sua giovinezza, se mai ne aveva provate, erano cadute in un abisso.

Quando vide Cosetta, quando l'ebbe presa, portata via e liberata, sentì commuoversi le viscere; e tutta la potenza di affetti e di passioni che c'era in lui si risvegliò e si concentrò sulla bambina. Avvicinandosi al letto dove lei dormiva, tremava di gioia; provava angosce materne, e non capiva che cosa fossero, poiché è una cosa molto oscura e molto dolce il grande e strano movimento del cuore che si mette ad amare.

Povero vecchio cuore così giovane!

Se non che, avendo egli cinquantacinque anni e Cosetta soltanto otto, tutto l'amore che avrebbe potuto provare nella durata della vita si disciolse in una specie di luce ineffabile.

Era la seconda apparizione candida che incontrava; il vescovo aveva fatto spuntare sul suo orizzonte l'alba della virtù, Cosetta gli faceva sorgere l'alba dell'amore.

I primi giorni trascorsero in questo incantamento.

Da parte sua anche Cosetta, povera piccola, senza saperlo diventava un'altra. Era così piccina quando la madre l'aveva abbandonata, che più non se ne ricordava. Come tutti i bambini, che al pari dei giovani tralci si avviticchiano a qualunque cosa, essa aveva tentato d'amare, ma non c'era riuscita; i Thénardier, le loro figlie e altri bimbi, tutti l'avevano respinta. Aveva amato il cane, ma era morto: dopo, più niente e nessuno aveva voluto saperne di lei. Triste a dire, abbiamo già accennato che a otto anni aveva il cuore freddo. Non era colpa sua, non era la facoltà di amare che le mancava, ma ahimè! la possibilità. Così, fin dal primo giorno, con tutta l'anima e con tutte le forze si mise ad amare quel vecchio. Provava quello che non aveva mai provato, un senso di espansione.

Il vecchio non le sembrava vecchio, e neppure povero; essa trovava Valjean bello, come trovava graziosa la stamberga.

Sono effetti d'aurora, d'infanzia, di gioventù, di gioia. La novità del luogo e della vita vi contribuisce pure in qualche modo. Non c'è niente di più grazioso del vivido riflesso della felicità in una soffitta; e noi tutti nel nostro passato abbiamo una stamberga azzurra.

La natura e cinquant'anni di differenza avevano messo fra Valjean e Cosetta una profonda separazione; ma il destino la colmò, unendo bruscamente con la sua irresistibile potenza quelle due esistenze divelte, diverse per l'età, simili per il dolore. L'una infatti completava l'altro; l'istinto di Cosetta cercava un padre come l'istinto di Valjean cercava un figlio. Incontrarsi e riconoscersi fu un attimo solo. Nel momento misterioso in cui le loro mani si toccarono, le anime si unirono. Quando le due anime si videro, si riconobbero l'una necessaria all'altra, e si abbracciarono strettamente.

Prendendo le parole nel senso più comprensivo e più assoluto, si potrebbe dire che, separati da tutto per mezzo di muri sepolcrali, Valjean era il Vedovo come Cosetta era l'Orfana, e questa situazione fece sì che Giovanni Valjean divenisse in un modo celestiale il padre di Cosetta.

E, a dir vero, l'impressione prodotta nella bambina dalla mano di Valjean, quando nel bosco di Chelles aveva preso la sua nell'oscurità, non era stata un'illusione, ma una realtà.

L'intervento di quell'uomo nel destino di quella bimba era stato un intervento di Dio.

Del resto, Valjean aveva scelto benissimo il proprio asilo, e vi si trovava in una sicurezza che poteva sembrare completa.

La camera con lo stanzino era quella con la finestra sul boulevard, e non c'era quindi da temere gli sguardi dei vicini, né di lato né di faccia.

Al pianterreno del numero 50-52, una specie di tettoia in rovina, serviva di rimessa ad alcuni ortolani, e non aveva nessuna comunicazione col piano superiore, da cui era diviso mediante il pavimento che non aveva né botole né scale, e che era come il diaframma della casa. Il primo piano conteneva, come abbiamo detto, parecchie stanze e alcuni granai, di cui uno solo era abitato da una vecchia che faceva a Valjean le faccende di casa; tutto il resto era disabitato.

Questa vecchia appunto, ornata del titolo di "principale- inquilina", ma in realtà incaricata delle funzioni di portinaia, gli aveva appigionato quell'alloggio nel giorno di Natale. Egli le si era dichiarato come un possidente rovinato dai Buoni di Spagna che veniva ad abitare colà con la sua nipotina. Aveva pagato sei mesi anticipati e aveva incaricato la vecchia di ammobiliare la camera e lo stanzino come si è visto. Era stata lei che aveva acceso la stufa e preparato ogni cosa la sera del loro arrivo.

Passarono settimane, durante le quali quei due esseri condussero un'esistenza felice in quella miserabile stamberga.

Cosetta cominciava fin dall'alba a ridere, a ciarlare e a cantare.

I bimbi hanno i loro canti del mattino come gli uccelli.

Accadeva talvolta che Valjean le prendesse una mano rossa e screpolata dai geloni e gliela baciasse; allora la poverina, avvezza a essere battuta, non sapeva cosa volesse dire quella novità, e ne era tutta vergognosa.

In certi momenti si faceva seria e si metteva a considerare la sua vestina nera. Non portava più cenci, ma il lutto; uscita dalla miseria, entrava nella vita.

Valjean s'era messo a insegnarle a leggere. Talvolta, mentre faceva compitare la fanciulla, rifletteva che nel bagno aveva imparato a leggere con l'idea di fare il male, e che questa idea era andata a finire nell'insegnare a leggere a una bambina. Allora il vecchio galeotto sorrideva col sorriso pensoso degli angeli.

Egli avvertiva in tutto quello una predisposizione dell'alto, una volontà di qualcuno che non è l'uomo, e si smarriva nella sua meditazione. Le idee buone hanno i loro abissi come le cattive.

Insegnare a leggere a Cosetta e lasciarla giocare, era questa press'a poco la vita di Valjean. Inoltre le parlava di sua madre e la faceva pregare.

Lei lo chiamava "papà", e non sapeva altro di lui.

Valjean passava ore a contemplarla, mentre vestiva e spogliava la bambola, e a sentirla cinguettare. Ormai la vita gli sembrava molto interessante, gli uomini buoni e giusti; non rimproverava nella sua mente più niente a nessuno, e non vedeva nessuna ragione perché non dovesse vivere anzi a lungo, ora che quella piccina lo amava. Si vedeva davanti tutto un avvenire illuminato da Cosetta come da una incantevole luce. I migliori non sono esenti da qualche pensiero egoistico. In certi momenti egli pensava con una certa gioia che Cosetta era brutta.

Si tratta di una opinione puramente personale, ma per esprimere interamente il nostro pensiero, diciamo che al punto in cui era Valjean quando cominciò ad amare Cosetta, per noi non è provato che egli non avesse bisogno di quell'aiuto per perseverare nel bene. Aveva visto sotto nuovi aspetti la malvagità degli uomini e la miseria della società, aspetti incompleti che mostravano soltanto un lato della verità, la sorte della donna riassunta in Fantina, l'autorità pubblica personificata in Javert; era ritornato in prigione, ma questa volta per aver compiuto il bene; nuovi dolori l'avevano amareggiato; la stanchezza e la nausea tornavano ad assalirlo; lo stesso ricordo del Vescovo subiva forse ogni tanto qualche eclisse, salvo ricomparire più tardi trionfante e luminoso, ma alla fine anche quel sacro ricordo s'indeboliva.

Chi sa se Valjean non era alla vigilia di scoraggiarsi e di ricadere? Amò e ridivenne forte. Ahimè! non era meno barcollante di Cosetta. Egli la protesse, essa lo rinvigorì. Per lui, essa poté procedere nella vita; per lei, egli poté perseverare nella virtù. Egli fu il sostegno di quella piccola, e lei il suo punto d'appoggio. O mistero insondabile e divino degli equilibri del destino!




4. OSSERVAZIONI DELLA PRINCIPALE-INQUILINA


Per prudenza Valjean non uscì mai di giorno; ma ogni sera, verso il crepuscolo, andava a passeggiare per un'ora o due, talora solo, talora con Cosetta, cercando i viali laterali più deserti del boulevard o entrando nelle chiese, al cader della notte. Andava volentieri a San Medardo, che è la chiesa più vicina. Quando non la conduceva con sé, la bambina rimaneva con la vecchia; ma uscire con Valjean era la gioia di Cosetta. Preferiva un'ora con lui agli incantevoli colloqui con Caterina. Egli camminava tenendola per mano e parlandole dolcemente.

Si accorse che Cosetta era molto allegra.

La vecchia accudiva alla casa e alla cucina e andava per la spesa.

Vivevano sobriamente, tenendo sempre un po' di fuoco, ma come gente di scarsi mezzi. Valjean non aveva modificato in nulla l'arredamento del primo giorno; aveva fatto soltanto sostituire con una porta piena quella a vetri della stanzetta di Cosetta.

Portava sempre il suo soprabito giallo, i suoi calzoni neri, e il suo vecchio cappello. Per via lo pigliavano per un mendicante, e accadeva talvolta che qualche buona donna, volgendosi indietro, gli desse un soldo, che lui accettava salutando profondamente.

Talora gli accadeva pure d'incontrare qualche poveretto che domandava la carità; allora egli guardava intorno se nessuno lo vedesse, s'avvicinava furtivamente al poveretto, gli metteva in mano una moneta, molte volte d'argento, e si allontanava rapidamente. La cosa aveva i suoi inconvenienti: si cominciava a conoscerlo nel quartiere col nome di "mendicante che fa l'elemosina".

La principale-inquilina, vecchia arcigna, che aveva verso il prossimo l'attenzione degli invidiosi, osservava molto Giovanni Valjean senza che egli se l'immaginasse. Era un po' sorda, il che la rendeva ciarliera. Di tutto il suo passato le rimanevano soltanto due denti, uno di sopra, l'altro di sotto, che essa batteva di continuo l'uno contro l'altro.

Aveva interrogato Cosetta, la quale, nulla sapendo, non aveva potuto rispondere altro se non che veniva da Montfermeil. Una mattina, la spiona scorse Valjean entrare, con un fare che le parve non ordinario, in uno dei locali disabitati della catapecchia. Gli tenne dietro col passo d'una vecchia gatta, e poté osservarlo, senza essere vista, attraverso una fessura della porta che era proprio di fronte, benché egli, per maggior precauzione, volgesse le spalle. La vecchia lo vide frugarsi in tasca, prendervi un agoraio, un paio di forbici e del filo, poi scucire la fodera d'una falda del soprabito, cavarne fuori un pezzetto di carta giallastra e aprirla. Riconobbe con spavento che era un biglietto da mille: il secondo o il terzo che vedeva da che era al mondo. Fuggì atterrita.

Un momento dopo Valjean l'abbordò pregandola di andargli a cambiare quel biglietto e aggiungendo che era il semestre della sua rendita, riscosso il giorno prima. - Dove? - pensò la vecchia.

- Ieri è uscito di casa soltanto alle sei di sera, e certamente le banche a quell'ora non sono aperte. - E andò per il cambio, facendo le sue congetture; di modo che quel biglietto di mille franchi, commentato e moltiplicato, diede campo ad un gran numero di conversazioni sbalordite fra le comari della via Vigne di San Marcello.

In uno dei giorni seguenti avvenne che Valjean, in maniche di camicia, si mise a segare delle assi nel corridoio. La vecchia stava rassettando la camera, ed era sola perché Cosetta era tutta intenta ad ammirare il legno che veniva segato. Vedendo il soprabito appeso a un chiodo, si mise a osservarlo. La fodera era stata ricucita; ma la buona donna, palpando accuratamente, credette di sentire nelle falde e negli orli un'imbottitura di carta. Altri biglietti da mille?

Notò inoltre che nelle tasche c'era ogni sorta di cose; non solo gli aghi, le forbici e il filo che aveva già notato, ma anche un grosso portafoglio, un coltello molto grande, e varie parrucche di diverso colore; circostanza questa abbastanza sospetta. Ogni tasca di quel soprabito pareva essere una specie di rimedio per avvenimenti inaspettati.

Gli abitanti della topaia arrivarono così agli ultimi giorni dell'inverno.




5. UNO SCUDO CHE CADE A TERRA FA RUMORE


Valjean faceva volentieri la carità a un poverello, che era solito starsene accosciato sul parapetto di un pozzo otturato, vicino a San Medardo; non gli passava mai davanti senza dargli qualche soldo; talvolta gli parlava. Gli invidiosi dicevano di quel mendicante che "apparteneva alla polizia". Era un vecchio scaccino, che contava settantacinque anni e biascicava sempre orazioni.

Una sera Valjean passando di là senza Cosetta, lo vide al suo solito posto sotto il fanale appena acceso; come al solito, pareva che pregasse ed era tutto curvo. Valjean gli andò vicino e gli pose in mano la solita elemosina. Il mendicante alzò a un tratto gli occhi, lo guardò fisso, poi chinò subito la testa. Quel moto fu come un lampo; Valjean trasalì. Gli parve di aver intravisto, alla luce del fanale, non già il volto placido e compunto dello scaccino, ma una fisionomia spaventosa e conosciuta; provò l'impressione che sentirebbe chi si trovasse d'improvviso a faccia a faccia con una tigre. Rinculò atterrito e pietrificato, non osando né respirare, né parlare, né restare, né fuggire, esaminando il mendicante che aveva piegato il capo coperto d'un cencio e pareva ignorare la sua presenza. In quello strano momento un istinto, forse il misterioso istinto della propria conservazione, fece sì che Valjean non pronunciasse una parola. Il mendicante aveva la stessa corporatura, gli stessi cenci, la stessa apparenza degli altri giorni.

- Eh! via!... - disse fra sé Valjean, - sono pazzo! ho sognato! è impossibile! - E tornò a casa profondamente turbato.

Osava appena confessare a se stesso che il volto che gli era parso vedere era quello di Javert.

La notte, pensandoci su, si pentì di non aver interrogato quell'uomo per costringerlo a sollevare la testa una seconda volta.

L'indomani sull'imbrunire vi ritornò e trovò il mendicante ai solito posto. - Buona sera, buon vecchio, - disse risolutamente porgendogli un soldo. - L'altro alzò la testa e rispose con voce lamentevole: - Grazie, mio buon signore. - Era proprio l'antico scaccino.

Valjean si sentì completamente rassicurato, e si mise a ridere pensando: - Come diavolo ho fatto a vedere in quel momento Javert?

Forse ho le traveggole adesso? - E non ci pensò più.

Alcuni giorni dopo, verso le otto di sera se ne stava in camera e faceva compitare Cosetta ad alta voce, quando udì aprire e poi richiudere la porta di casa. La cosa gli parve strana, perché la vecchia, la sola persona che dimorava con lui in quella catapecchia, si coricava sempre sull'annottare per non consumare le candele. Valjean fece cenno alla fanciulla di tacere. Sentì che qualcuno saliva le scale; a tutto rigore, poteva essere la vecchia, la quale, sentendosi poco bene, si era forse recata alla farmacia. Stette ad origliare. Il passo era pesante e pareva d'un uomo; però la vecchia portava grosse scarpe, e niente come il passo d'una vecchia somiglia a quello d'un uomo. Ad ogni modo egli spense il lume.

Aveva mandato Cosetta a letto, dicendole sottovoce: - Coricati adagio adagio! - e mentre le baciava la fronte il passo s'era fermato. Valjean rimase nelle tenebre, silenzioso, immobile, volgendo le spalle alla porta, seduto sulla sedia da cui non s'era mosso, trattenendo ii respiro. Dopo un'attesa abbastanza lunga, non udendo più nulla, si voltò senza far rumore, alzò gli occhi verso l'uscio e vide, per il buco della toppa, una luce che formava una specie di funesta stella in mezzo al nero della porta e del muro. Evidentemente c'era là qualcuno ad ascoltare, con la candela in mano.

Passarono alcuni minuti; poi la luce s'allontanò. Sennonché, non sentì più rumore di passi; e questo sembrava indicare che chi era venuto ad ascoltare alla porta si era levato le scarpe.

Valjean si buttò vestito sul letto e non poté chiudere occhio tutta la notte.

Allo spuntar del giorno, mentre si assopiva per la stanchezza, fu risvegliato dallo stridere che fece nell'aprirsi la porta d'una delle stanze in fondo al corridoio; poi distinse lo stesso passo d'uomo che aveva salito le scale la sera prima. Il passo s'avvicinava. Si gettò dal letto e applicò l'occhio al buco abbastanza grande della serratura, sperando di vedere al passaggio quella qualsiasi persona che s'era introdotta in casa di notte e aveva origliato alla sua porta. Era infatti un uomo, che passò ma senza fermarsi davanti alla porta di Valjean. Il corridoio era ancora troppo oscuro per poterne distinguere il volto; ma quando giunse sulla scala, un raggio di luce proveniente dalla strada lo fece risaltare come un profilo disegnato, e Valjean poté scorgerlo benissimo di tergo. Era un uomo di alta statura, con un soprabito lungo e un grosso randello sotto il braccio. Era la sagoma formidabile di Javert.

Valjean poteva tentare di rivederlo dalla finestra che dava sul boulevard; ma bisognava aprirla, e non osò.

Evidentemente quell'uomo era entrato con una chiave e come in casa propria. Chi gli aveva dato quella chiave, e cosa significava tutto ciò?

Quando la vecchia, alle sette del mattino, venne per il servizio, Valjean le lanciò un'occhiata penetrante, ma non le rivolse nessuna domanda. La vecchia aveva il solito aspetto.

Mentre spazzava, uscì a dire:

- Il signore ha forse sentito entrare qualcuno questa notte?

A quell'epoca e su quel boulevard, alle otto di sera era già notte fatta.

- A proposito, è vero, - rispose con l'accento più naturale. Chi era?

- E' un nuovo inquilino qui della casa, - rispose la vecchia.

- Che si chiama?

- Non lo so bene; Dumont, Daumont o un nome simile.

- E chi è questo Dumont?

La vecchia lo fissò coi suoi occhietti di faina e rispose:

- Un possidente come voi.

In quelle parole essa forse non mise nessuna intenzione, ma Valjean credette di scorgerne una.

Uscita che fu la vecchia, egli fece un rotolo di un centinaio di franchi che teneva in un armadio e se lo mise in tasca. Benché usasse ogni cautela in questa operazione perché nessuno lo sentisse maneggiar danaro, pure uno scudo gli sfuggì di mano e rotolò rumorosamente sul suolo.

All'imbrunire, discese e guardò attentamente da tutti i lati sul boulevard. Non vide nessuno. Pareva completamente deserto. Però qualcuno si può nascondere dietro gli alberi.

Risalì, e disse a Cosetta:

- Vieni.

La prese per mano e uscirono tutti e due.




Libro 5


A CACCIA SCURA UNA MUTA SILENZIOSA.



1. I ZIGZAG DELLA STRATEGIA


Qui, per le pagine che seguono, e per altre che verranno più tardi, è necessaria un'osservazione.

Già da molti anni l'autore di questo libro, obbligato a malincuore a parlar di se stesso, è assente da Parigi, la quale da quando egli la lasciò s'è trasformata; è sorta una città nuova che gli è in certo modo sconosciuta. Non ha bisogno di dire quanto ami Parigi, la città natale del suo spirito. Ma in seguito alle demolizioni e alle ricostruzioni, la Parigi della sua gioventù, la città che egli conserva religiosamente nella sua memoria, è a quest'ora una Parigi d'altri tempi. Gli sia permesso parlarne come se tuttavia esistesse. E' possibile che là dove l'autore condurrà i lettori dicendo: "Nella tal via c'è la tal casa", non ci sia più né casa né via. Chi vorrà prendersene la briga, farà la verifica.

Dal canto suo ignora la nuova Parigi, e scrive con l'antica sotto gli occhi, con un'illusione che gli è preziosa. Gli è dolce pensare che dietro di lui resti qualche cosa di ciò che vedeva quando era nel suo paese, e che non tutto è svanito. Finché si va e si viene nel paese natio, ci sembra che quelle vie ci siano indifferenti, che quelle finestre, quei tetti e quelle porte non rappresentino nulla per noi, che quei muri ci siano estranei, che quegli alberi siano come gli altri, che le case in cui non entriamo ci siano inutili, che il lastrico sul quale passeggiamo non sia che pietra. Ma più tardi, quando ne siamo lontani, ci accorgiamo che quelle vie ci sono care, che di quei tetti, di quelle finestre, di quelle porte sentiamo la mancanza, che quei muri ci sono necessari, che quegli alberi sono i nostri prediletti, che quelle case in cui non entravamo ci erano familiari, che abbiamo lasciato su quelle strade una parte delle nostre viscere, del nostro sangue e del nostro cuore. Tutti quei luoghi che non vediamo più, che forse non rivedremo mai, e di cui abbiamo serbato il ricordo, acquistano un fascino doloroso, ci tornano alla memoria con la malinconia di un'apparizione, ci rendono visibile la terra santa, e sono, per così dire, la forma stessa della patria; e li amiamo, e li evochiamo quali sono, quali erano, e ci ostiniamo e non vogliamo cambiarvi nulla, poiché alla figura della patria ci si tiene come al viso della propria madre.

Ci sia dunque permesso di parlare del passato al presente. Ciò detto, preghiamo il lettore di tenerne conto, e proseguiamo.

Giovanni Valjean aveva lasciato subito il boulevard e s'era messo per le vie, tracciando più linee spezzate che poteva, e tornando talvolta sui propri passi per assicurarsi di non esser seguito.

E' la manovra del cervo braccato, la quale, con le orme al contrario, sui terreni che conservano le orme, ha fra gli altri vantaggi quello di trarre in inganno i cacciatori e i cani. Questa manovra dai cacciatori viene chiamata "finto ritorno".

Era una notte di plenilunio. Questo non dispiacque a Valjean. La luna, ancora molto vicina all'orizzonte, tagliava nelle vie grosse fette di luce e d'ombra. Valjean poteva scivolare lungo le case e i muri del lato oscuro e osservare quello illuminato. Ma forse non rifletteva abbastanza che non poteva tener d'occhio il lato tenebroso. Tuttavia, in tutti i vicoli deserti nei dintorni di via Poliveau, si ritenne sicuro che nessuno lo seguiva.

Cosetta camminava senza far domande. I patimenti dei primi otto anni di vita avevano dato al suo carattere qualcosa di passivo; e d'altronde, ed è questa un'osservazione sulla quale avremo più d'una occasione di tornare, era abituata, senza rendersene conto, alle stranezze del buon vecchio e alle bizzarrie del suo destino.

E poi, Cosetta si sentiva sicura, poiché era con lui.

Valjean non sapeva meglio della fanciulla dove andasse. Fidava in Dio, come lei fidava in lui. Gli sembrava che anche lui fosse tenuto per mano da qualcuno più grande di lui; credeva di sentirsi guidato da un essere invisibile. Del resto non aveva nessuna idea prestabilita, nessun piano, nessun progetto. Non era nemmeno assolutamente sicuro che fosse Javert, ma questi non sapeva che lui era Valjean. Non era travestito? non lo credevano morto?

Tuttavia da alcuni giorni accadevano certe cose che cominciavano a parergli strane, e questo gli bastava: era deciso a non metter più piede nella topaia Gorbeau. Come l'animale scacciato dalla tana, cercava un buco per nascondersi finché non ne avesse trovato uno per alloggiare.

Percorse parecchi svariati labirinti nel quartiere Mouffetard, già immerso nel sonno come se fosse ancora sotto la disciplina del medio evo e sotto la legge del coprifuoco; combinò in diversi modi, con una strategia sapiente, la via Censier e la via Copeau, la via Battoir-Saint-Victor e quella Puits-l'Hermite. C'erano delle locande in quelle vie, ma lui non ci entrava perché non trovava quella che gli paresse conveniente. Era sicuro che se, per caso, qualcuno si era messo a seguirlo, aveva perduto le tracce.

Mentre suonavano le undici a Santo Stefano del Monte, egli attraversava la via Pontoise, passando davanti al commissariato di polizia al numero 14. Un momento dopo, l'istinto di cui parlavamo più su, lo fece voltare; e allora, grazie alla lanterna dell'ufficio che li tradì, vide distintamente tre uomini, che lo seguivano molto da vicino, passare successivamente sotto quella lanterna nella parte oscura della via. Uno di essi entrò nell'andito del commissariato. Quello che camminava avanti gli parve decisamente sospetto.

- Vieni, piccina, - disse a Cosetta, - e si affrettò a lasciare via Pontoise.

Fece un circuito, girando attorno al Passaggio dei Patriarchi che era chiuso per l'ora tarda, percorse a gran passi la via Spada di Legno e quella della Balestra, e si cacciò nella via delle Poste.

Qui c'era un crocicchio, dove oggi sorge il collegio Rollin, e dove termina via Nuova Santa Genoveffa.

(Ricordiamo che via Nuova Santa Genoveffa è una strada vecchia, e che non passa una corriera postale ogni dieci anni per via delle Poste, la quale nel tredicesimo secolo era abitata da vasai, e il cui vero nome sarebbe via dei Vasi).

Giunto in quel crocicchio, che era bene illuminato dalla luna, Valjean si nascose sotto una porta, pensando che se quegli uomini ancora lo seguivano, avrebbe potuto vederli quando attraversavano quello spazio luminoso.

Infatti non erano scorsi tre minuti che quelli comparvero. Erano quattro, tutti di alta statura, con lungo soprabito scuro, cappello rotondo e un grosso randello. Non erano tanto inquietanti per l'alta statura e i grossi pugni quanto per la loro sinistra marcia nelle tenebre. Parevano quattro spettri mascherati da borghesi.

Si fermarono in crocchio in mezzo al crocevia, come per consultarsi. Parevano indecisi. Quello che sembrava il capo si volse accennando con la destra la direzione presa da Valjean, mentre un altro pareva indicasse con qualche ostinazione la direzione contraria. Nel momento che il primo si voltò, la luna gli illuminò la faccia, e Valjean riconobbe perfettamente Javert.




2. FORTUNA CHE SUL PONTE D'AUSTERLITZ PASSINO I CARRI


Se ogni incertezza era cessata per Valjean, fortunatamente continuava ancora in quegli uomini. Egli approfittò della loro esitazione; era tempo guadagnato per lui, perduto per essi. Uscì di sotto alla porta dove s'era appiattato, e si diresse per via delle Poste verso il Giardino zoologico. Siccome Cosetta cominciava a stancarsi, la prese in braccio e la portò. Non c'era un passante, e non avevano acceso i fanali a motivo della luna.

Raddoppiò il passo.

In breve, arrivò alla fabbrica di stoviglie Goblet, sulla facciata della quale al chiaro di luna si leggeva distintamente l'antica iscrizione:

"Questa è la fabbrica di Goblet figlio; Venite a scegliere brocche e boccali, Vasi da fiori e mattoni e mattonelle.

A chiunque il Cuore vende Quadrelli".

Si lasciò dietro via della Chiave, poi fontana San Vittore, rasentò il Giardino zoologico per le vie basse e giunse alla riva.

Là si guardò indietro; la riva era deserta, le vie deserte, nessuno lo seguiva; respirò.

Giunse al ponte d'Austerlitz.

A quell'epoca si pagava ancora il pedaggio.

Si presentò all'ufficio del gabelliere e dette un soldo.

- Sono due soldi, - disse l'invalido del ponte. - Voi portate una bambina che può camminare; dovete pagare per due.

Pagò, contrariato che il suo passaggio avesse dato luogo a un'osservazione. Chi fugge deve andare senza intoppi.

Un grosso carro, che attraversava la Senna contemporaneamente e che al pari di lui si recava sulla riva destra, gli fu utile, perché gli permise di percorrere tutto il ponte nella sua ombra.

Verso la metà del ponte, Cosetta sentendo i piedi intorpiditi, desiderò camminare, ed egli la posò a terra e la riprese per mano.

Varcato il ponte, scorse di fronte, un po' a destra, alcuni cantieri, e vi si diresse. Ma per giungervi bisognava avventurarsi allo scoperto per uno spazio abbastanza vasto e illuminato. Non esitò: credeva di essere fuori pericolo, di aver fatto smarrire la traccia a quelli che lo seguivano. Ricercato sì, ma seguito no.

Fra due cantieri cinti da muri si apriva una viuzza, la via Chemin-Vert-Saint-Antoine, stretta, buia e che sembrava fatta apposta per lui. Prima di entrarvi si guardò indietro.

Dal punto dov'era vedeva il ponte d'Austerlitz in tutta la sua lunghezza.

In quel momento quattro ombre vi ponevano sopra il piede.

Volgevano le spalle al Giardino zoologico e si dirigevano verso la riva destra.

Erano i quattro uomini di poco prima.

Valjean sentì il brivido della bestia ripresa.

Gli rimaneva una speranza, che quegli uomini non fossero ancora arrivati sul ponte, quindi non l'avessero visto, mentre, tenendo per mano Cosetta, aveva attraversato il grande spiazzo illuminato.

In tal caso, cacciandosi nella viuzza che aveva dinanzi, se riusciva a raggiungere i cantieri, gli orti, i campi e i terreni incolti, poteva sfuggire.

Gli parve di potersi fidare di quella viuzza silenziosa, e vi entrò.




3. LA PIANTA DI PARIGI NEL 1727


Dopo circa duecento passi giunse in un luogo dove la strada biforcava, dividendosi in due rami, di cui l'uno piegava a sinistra, l'altro a destra. Valjean aveva davanti due diramazioni di una Y. Quale scegliere?

Piegò a destra senza esitare.

Perché?

Perché il braccio sinistro andava verso il sobborgo, vale a dire verso i luoghi abitati, e il destro verso la campagna, cioè verso i luoghi deserti.

Però essi non camminavano più con la stessa rapidità. Il passo di Cosetta rallentava quello di Valjean, il quale la riprese in braccio. Cosetta appoggiava la testa sulla spalla del vecchio e non diceva una parola.

Di tanto in tanto si volgeva indietro e guardava, avendo cura di tenersi sempre dalla parte buia della via. Il tratto percorso era diritto. Le due o tre prime volte che guardò non vide nulla. Il silenzio era profondo. Continuò il cammino un po' rassicurato. Ma a un certo momento, essendosi voltato d'un tratto gli parve di vedere, nella parte della via per la quale era passato poco prima, lontano nell'oscurità, qualcosa che si muovesse.

Si precipitò più che camminare, sperando di trovare un vicolo laterale, fuggire di là e disperdere di nuovo la traccia.

Arrivò a un muro, che non gli impedì di proseguire. Era un muricciolo fiancheggiante una viuzza trasversale, nella quale andava a metter capo la via nella quale egli era entrato.

Qui pure bisognava decidere se piegare a destra o a sinistra.

Guardò a destra. Da quella parte la via si prolungava per poco tra costruzioni che erano tettoie o granai, poi terminava in vicolo cieco, e si vedeva distintamente il fondo dell'angiporto: un gran muro bianco.

Guardò a sinistra. Da quel lato la viuzza era aperta e, dopo circa duecento passi, metteva in una via di cui era l'affluente: da quella parte era la salvezza.

Ma mentre Valjean stava per voltare a sinistra per cercar di raggiungere la via che distingueva all'estremità del vicolo, scorse, sull'angolo formato dal vicolo e dalla via verso la quale voleva dirigersi, una specie di statua nera, immobile.

Era qualcuno, un uomo che era stato messo evidentemente là di guardia e che aspettava sbarrando il passaggio.

Valjean indietreggiò.

Il punto di Parigi in cui si trovava Valjean, messo fra il sobborgo Sant'Antonio e la Rapée, è uno di quelli che i lavori recenti hanno trasformato da cima a fondo e che sono stati secondo gli uni imbruttiti, secondo gli altri trasfigurati. I terreni coltivati, i cantieri e i vecchi caseggiati sono scomparsi, e al loro posto ci sono grandi vie, arene, circhi, ippodromi, stazioni ferroviarie e la prigione Mazas: il progresso, come si vede, e il suo correttivo.

Mezzo secolo fa, nella lingua usuale del popolo tutta fatta di tradizioni e che si ostina a chiamare l'Istituto "Le Quattro Nazioni" e l'Opera Comica "Feydeau", il luogo preciso dove era giunto Valjean si chiamava il "Petit-Picpus". Porta San Giacomo, Porta Parigi, barriera dei Sergenti, i Porcherons, la Galiote, i Celestini, i Cappuccini, il Mail, la Bourbe, l'Albero di Cracovia, la Piccola Polonia, e il Petit-Picpus sono tutti nomi della vecchia Parigi che sopravvivono nella nuova. La memoria del popolo galleggia su questi relitti del passato.

Il Petit-Picpus, che del resto è esistito a malapena e che non fu mai più dell'abbozzo d'un quartiere, aveva quasi l'aspetto monacale d'una città spagnola. Le strade erano poco selciate, scarse le abitazioni, e ad eccezione delle due o tre vie di cui stiamo per parlare, era tutto muraglie e solitudine. Non una bottega né una vettura; appena qua e là qualche finestra illuminata da una candela; e alle dieci di sera tutti i lumi erano spenti. C'erano giardini, conventi, cantieri, orti, poche case basse e muri di cinta alti come le case.

Così era il rione nel secolo scorso. La Rivoluzione l'aveva già reso assai malconcio: l'aveva demolito, sforacchiato, bucato, vi aveva stabilito dei depositi di macerie. Trent'anni fa, questo quartiere scompariva per la costruzione di nuovi edifici. Oggi è tutto scomparso. Il Petit-Picpus, che non si trova in nessuna pianta attuale, è abbastanza chiaramente indicato nella pianta del 1727, pubblicata a Parigi da "Dionigi Thierry, in via San Giacomo dirimpetto alla via del Plâtre", e a Lione da "Giovanni Girin in via Mercière, alla Prudence". Nel Petit-Picpus si trovava quello che abbiamo chiamato Y di vie, formato da via del Chemin-Vert- Saint-Antoine, che si divaricava in due bracci, assumendo a sinistra il nome di vicolo Picpus e a destra quello di via Polonceau. I due bracci della Y erano riuniti alla sommità, come da una sbarra, da un chiassetto chiamato via Droit-Mur. La via Polonceau terminava lì, mentre il vicolo Picpus l'oltrepassava, risalendo verso il mercato Lenoir. Chi, venendo dalla Senna, arrivava all'estremità della via Polonceau, aveva a sinistra la via Droit-Mur, che piegava bruscamente ad angolo retto, davanti al muro di questa via, e a destra un suo prolungamento mozzo, senza uscita, chiamato Angiporto Genrot.

Là si trovava Giovanni Valjean.

Come abbiamo detto, scorgendo la sagoma nera in vedetta all'angolo tra la via Droit-Mur e il vicolo Picpus, indietreggiò. Non c'era dubbio: quel fantasma lo appostava. Che fare?

Non era più in tempo per retrocedere. Quello che aveva visto un momento prima muoversi nell'ombra, a qualche distanza dietro a lui, era certamente Javert con la sua squadra, già probabilmente arrivato al principio della via in fondo alla quale era lui, Valjean, e pratico, a quel che pareva, di quel piccolo labirinto, aveva preso le sue precauzioni, mandando uno dei suoi uomini a guardarne lo sbocco. Tutte queste congetture, che tanto assomigliavano all'evidenza, turbinarono subito, come un pugno di polvere che si leva a un'improvvisa ventata, nella mente rattristata di Valjean. Esaminò l'angiporto Genrot: barriera insormontabile; esaminò il piccolo Picpus: una sentinella. Vedeva la tetr