Victor Hugo
I MISERABILI
(primo volume)
PARTE PRIMA - FANTINA
Libro 1
UN GIUSTO
1. MONSIGNOR MYRIEL
Nel 1815, Carlo Francesco Benvenuto Myriel era Vescovo di Digne. Vecchio settantacinquenne, occupava la sede di Digne dal 1806.
Benché questo particolare non interessi la sostanza del nostro racconto, non è forse inutile, almeno per amor di esattezza, indicare qui le voci che erano corse sul suo conto al momento del suo arrivo in diocesi. Quel che si dice degli uomini, vero o falso che sia, spesso ha nella loro vita, e soprattutto nel loro destino, tanta parte quanto ne ha quello che fanno. Monsignor Myriel era figlio di un Consigliere del Parlamento di Aix. Nobiltà togata. Si diceva che suo padre, destinandolo a succedergli nella carica, l'aveva sposato molto presto a 19 o 20 anni, seguendo un uso assai diffuso nelle famiglie dei parlamentari. Carlo Myriel, nonostante questo matrimonio aveva fatto molto parlare di sé. Era ben fatto nella persona, quantunque di piccola statura, elegante, grazioso, spiritoso; tutta la prima parte della sua vita era stata data al mondo e alle galanterie. Sopravvenne la Rivoluzione, precipitarono gli avvenimenti, e le famiglie parlamentari, decimate, cacciate, perseguitate, si dispersero. Carlo Myriel, fin dai primi giorni della Rivoluzione, emigrò in Italia, dove sua moglie morì di malattia polmonare contratta da lungo tempo. Non avevano figli. Che cosa accadde in seguito nel destino di Monsignor Myriel? Il crollo della vecchia società francese, la rovina della famiglia, le tragiche scene del '93, forse più spaventose per gli emigrati che da lontano le vedevano con l'ingrandimento della paura, fecero nascere in lui idee di rinuncia e di solitudine? Oppure in mezzo a qualcuna di quelle distrazioni e di quegli affetti che occupavano la sua esistenza, fu colto all'improvviso da uno di quei colpi misteriosi e terribili che talvolta, ferendolo al cuore, abbattono l'uomo, che pur non era stato scosso dalle catastrofi pubbliche che lo avevano colpito nella sua esistenza e nella sua fortuna? Nessuno avrebbe potuto dirlo; di lui si sapeva soltanto che, al ritorno dall'Italia, era prete.
Nel 1804 Monsignor Myriel era curato di Brignolles. Era già vecchio e viveva completamente ritirato.
All'epoca dell'incoronazione, andò a Parigi per non so quale faccenduola della sua parrocchia. Tra gli altri personaggi importanti andò a sollecitare per i suoi parrocchiani il cardinale Fesch. Un giorno che l'imperatore era venuto a far visita a suo zio, il degno curato in attesa nell'anticamera si trovò sul passaggio di Sua Maestà. Napoleone, vistosi guardato con una certa curiosità da quel vecchio, si volse e disse bruscamente:
- Chi è quel buon uomo che mi guarda?
Maestà - disse Myriel - voi guardate un buon uomo e io guardo un grande uomo. Ognuno di noi ne può approfittare.
La sera stessa l'Imperatore chiese al Cardinale il nome di quel curato, e poco dopo Myriel restò sorpreso nell'apprendere di essere stato nominato Vescovo di Digne.
Che cosa c'era di vero nelle voci che correvano sulla prima parte della vita di Myriel? Nessuno lo sapeva. Poche famiglie avevano conosciuto la famiglia Myriel prima della Rivoluzione.
Monsignor Myriel dovette subire la sorte di chi capita per la prima volta in una cittadina dove ci sono molte bocche a parlare e pochissime teste a pensare. Dovette subirla quantunque Vescovo e perché Vescovo. Ma i discorsi nei quali si faceva il suo nome non erano in fondo che dicerie; voci, frasi, parole, meno ancora che parole, "palabres" come si dice nell'energico linguaggio del Meridione.
Checché ne fosse, dopo nove anni di episcopato e di residenza a Digne, tutte quelle storielle che da principio formano l'argomento delle conversazioni nelle piccole città e della gente del popolo, erano cadute in un oblio profondo. Nessuno avrebbe osato più parlarne, e neppure ricordarsene.
Monsignor Myriel era arrivato a Digne accompagnato da una vecchia zitella, la signorina Battistina, che era sua sorella e aveva 10 anni meno di lui.
Avevano come factotum una serva della stessa età della signorina Battistina, chiamata mamma Magloire, la quale, dopo di essere stata la perpetua del curato, aveva adesso un doppio titolo di cameriera della signorina e domestica di Monsignore.
La signorina Battistina era alta, pallida, esile dolce, realizzava l'ideale espresso nella parola "rispettabile", perché, a quanto pare è necessario che una donna sia madre per essere venerabile.
Non era mai stata bella. Tutta la sua vita che era stata un seguito di opere buone, aveva finito coi diffondere su di lei una specie di candore e di luce; invecchiando, aveva acquistato quella che si potrebbe chiamare la bellezza della bontà. La magrezza della sua giovinezza era diventata, nella sua maturità, trasparenza; e attraverso quel corpo diafano si poteva scorgere l'angelo. Era un'anima più che una vergine. Il suo corpo sembrava fatto di ombra; e di carne ne aveva tanto quanto basta perché ci sia un sesso; un poco di materia racchiudente uno splendore; grandi occhi sempre abbassati: un pretesto perché un'anima resti sulla terra.
Mamma Magloire era una vecchietta, bianca, grassa, pienotta, affaccendata, sempre ansante, non solo per la sua attività ma anche per l'asma.
Al suo arrivo, Myriel occupò il palazzo episcopale con tutti gli onori voluti dai decreti imperiali, che pongono il Vescovo immediatamente dopo il Maresciallo di campo. Il Sindaco e il Presidente si recarono a fargli la prima visita, e lui a sua volta fece la prima visita al Generale e al Prefetto.
Conclusa l'installazione, la città attese il suo Vescovo all'opera.
2. MONSIGNOR MYRIEL DIVENTA MONSIGNOR BENVENUTO
Il palazzo episcopale di Digne era attiguo all'ospedale. Era un edificio vasto e bello, costruito all'inizio del secolo scorso da Monsignor Enrico Puget, dottore in teologia alla facoltà di Parigi e abate di Simore, il quale era stato vescovo di Digne nel 1712.
Il palazzo era un vero alloggio signorile. Tutto era grandioso:
l'appartamento del Vescovo, i saloni, le camere, il cortile d'onore molto largo con i porticati, secondo la vecchia moda fiorentina, e i giardini con magnifici alberi. Nella sala da pranzo, lunga e maestosa galleria che si trovava a pianterreno e dava sui giardini, Monsignor Enrico Puget il 29 luglio 1714 aveva invitato a un pranzo di cerimonia Monsignor Carlo Brûlart de Genlis, Arcivescovo Principe di Embrun, Antonio de Mesgrigny, cappuccino, vescovo di Grasse, Filippo de Vendôme, Gran Priore di Francia, abate di Santo Onorato di Lérins, Francesco de Beton de Grillon, vescovo-barone di Vence, Cesare de Sabran de Forcalquier, vescovo-signore di Glandève, e Giovanni Suanen, oratoriano, predicatore ordinario del Re, vescovo-signore di Senez. I ritratti di questi sette reverendi personaggi ornavano quella sala e la data memorabile del 29 luglio 1714 era incisa a lettere d'oro su una lapide di marmo bianco.
L'ospedale era un edificio stretto e basso, a un solo piano e con un giardinetto. Tre giorni dopo il suo arrivo, il Vescovo visitò l'ospedale. Terminata la visita pregò il direttore di andare da lui.
- Direttore - gli disse - quanti malati avete in questo momento?
- Monsignore, ventisei.
- Quanti ne ho contati io - disse il Vescovo.
- I letti stanno troppo stretti - soggiunse il direttore.
- L'avevo notato anch'io.
- Le sale sono appena delle camere e difficilmente vi si rinnova l'aria.
- Lo credo bene.
- Inoltre quando c'è un po' di sole, il giardino è troppo piccolo per i convalescenti.
- Lo dicevo anch'io.
- Nelle epidemie non sappiamo cosa fare; e quest'anno abbiamo avuto il tifo, due anni fa la miliare con talvolta cento malati.
- E' quello che pensavo anch'io.
- Che volete, Monsignore! - disse il direttore. - Bisogna rassegnarsi.
Questo dialogo si era svolto nella sala da pranzo del pianterreno.
Il Vescovo stette un momento in silenzio, poi si volse improvvisamente al direttore dell'ospedale.
- Quanti letti credete che possano stare in questa sala? - disse.
- La sala da pranzo di Monsignore? - esclamò il rettore stupefatto.
Il Vescovo esaminava la stanza e pareva che con gli occhi facesse misure e calcoli.
- Ci starebbero almeno 20 letti! - disse quasi tra sé; poi alzando la voce: - Caro direttore, sentite il mio pensiero. C'è evidentemente un errore. Voi siete in ventisei dentro cinque o sei camerette. Noi invece siamo in tre e abbiamo posto per sessanta.
C'è un errore, come vedete. Voi avete preso il mio alloggio e io il vostro. Ridatemi la mia abitazione; questa è la vostra.
L'indomani i ventisei poveri erano alloggiati nell'episcopio e il Vescovo all'ospedale.
Monsignor Myriel non possedeva beni, perché la sua famiglia era stata rovinata dalla Rivoluzione. Sua sorella godeva di una rendita vitalizia di 500 franchi che bastava appena alle sue spese personali. Monsignor Myriel come Vescovo riceveva dallo Stato uno stipendio di 15000 franchi. Il giorno che venne ad abitare nell'ospedale, Monsignor Myriel stabilì una volta per sempre e nella seguente maniera l'uso di questa somma. Trascriviamo qui una nota scritta di suo pugno.
NOTA PER REGOLARE LE SPESE DI CASA
Per il piccolo seminario: 1.500 franchi.
Congregazione della missione: 100 franchi.
Per i lazzaristi di Montdidier: 100 franchi.
Seminario delle missioni estere di Parigi: 200 franchi.
Congregazione dello Spirito Santo: 150 franchi.
Case religiose di Terrasanta: 100 franchi.
Società di carità materna: 300 franchi.
In più, per quella di Arles: 50 franchi.
Opera per il miglioramento delle prigioni: 400 franchi.
Opera per il sollievo e la liberazione dei prigionieri: 500 franchi.
Per la liberazione dei padri prigionieri per debiti: 1.000 franchi.
Supplemento allo stipendio dei poveri maestri delle scuole della diocesi: 2.000 franchi.
Granaio d'abbondanza delle Alte Alpi: 100 franchi.
Congregazione delle dame di Digne, di Manosque e di Sisteron per l'insegnamento gratuito alle ragazze povere: 1500 franchi.
Per i poveri: 6000 franchi.
Spese personali: 1.000 franchi.
TOTALE: 15000 franchi.
Durante il tempo che occupò la sede di Digne, Monsignor Myriel non mutò quasi nulla di queste disposizioni che come abbiamo visto chiamava "regolare le spese di casa".
La signorina Battistina accettò con assoluta sottomissione queste disposizioni. Per la santa donna Monsignore di Digne era il fratello e il vescovo insieme, l'amico secondo la natura e il superiore secondo la Chiesa. Lo amava e lo venerava con tutta semplicità. Quando parlava, lei si inchinava; quando agiva, lo assecondava. Soltanto la perpetua, mamma Magloire, mormorò un po'.
Come abbiamo notato, il vescovo si era riservato appena mille franchi che, aggiunti alla pensione della signorina Battistina, formavano un totale di 1500 franchi all'anno. Con questi 1500 franchi vivevano le due vecchiette e il vescovo.
Quando un curato di villaggio veniva a Digne, il Vescovo trovava modo di tenerlo a pranzo, grazie alla severa economia di mamma Magloire e all'intelligente amministrazione della signorina Battistina.
Un giorno, dopo circa tre mesi che si trovava a Digne il Vescovo disse:
- Con tutto questo, mi trovo alle strette!
- Lo credo bene! - esclamò mamma Magloire. - Monsignore non ha mai richiesto l'indennità dovutagli dal dipartimento per le spese di carrozza in città e per le visite pastorali. Un tempo così usavano i vescovi.
- Già! avete ragione, mamma Magloire - disse il Vescovo.
E reclamò.
Dopo qualche tempo, il Consiglio Generale, prendendo in considerazione la sua richiesta, approvò una somma annua di 3000 franchi sotto la voce: "assegno al Vescovo per spese di carrozza, spese postali e spese di visite pastorali".
La cosa mise in subbuglio la borghesia locale, e in quella occasione un senatore dell'Impero, già membro del Consiglio dei Cinquecento, favorevole al 18 brumaio e che si godeva nei pressi di Digne una magnifica tenuta come dotazione senatoriale, scrisse al Ministro dei Culti, Bigot De Préameneu, una letterina irritata e confidenziale ~a cui trascriviamo questi autentici righi:
"Spese di carrozza? Per far che cosa in una città di meno di 4000 abitanti? Spese postali e visite pastorali? A che pro queste visite? e poi, come viaggiare in carrozza postale in paese di montagna? Non ci sono strade. Ci si va solo a cavallo. Il ponte della Durance a Catheau-Arnoux può appena servire per i carri da buoi. Questi preti sono tutti così avidi e avari. Il nostro poi ha fatto il buon apostolo appena arrivato. Adesso invece fa come gli altri. Ha bisogno della carrozza e della portantina. Ha bisogno del lusso come i vescovi d'un tempo. Oh, tutta questa pretaglia!
Caro conte, le cose non andranno bene, finché l'Imperatore non ci avrà liberati da questi pretonzoli. Abbasso il Papa! (Con Roma mi pare che le cose si imbrogliano). Quanto a me sto soltanto per Cesare. eccetera eccetera".
La cosa invece mise di buon umore mamma Magloire.
- Bene - disse alla signorina Battistina - Monsignore ha cominciato col pensare agli altri, ma poi ha dovuto finire col pensare anche a sé. Ha disposto tutte le sue carità. Ecco finalmente tremila franchi per noi!
La sera stessa il Vescovo scrisse e consegnò a sua sorella una nota redatta in questi termini:
Spese di carrozza e di visite pastorali.
Per il brodo ai malati dell'ospedale: 1500 franchi.
Per la società di carità materna di Aix: 250 franchi.
Per la società di carità materna di Traguignan: 250 franchi.
Per i trovatelli: 500 franchi.
Per gli orfanelli: 500 franchi.
Totale: 3000 franchi.
Questo era il bilancio di Monsignor Myriel.
Quanto ai proventi straordinari di Curia, dispense dalle pubblicazioni, battesimi privati, predicazioni, benedizioni di chiese o di cappelle, matrimoni, eccetera, il Vescovo li esigeva dai ricchi con tanta più asprezza in quanto li dava ai poveri.
Dopo poco tempo affluirono le offerte in danaro. Chi possiede e chi ha bisogno battono alla porta di Monsignor Myriel: gli uni per cercare l'elemosina, gli altri per consegnare. In meno di un anno, il Vescovo divenne il tesoriere di tutte le beneficenze e il cassiere di tutte le miserie. Nelle sue mani passavano somme considerevoli. Ma nulla poté indurlo a mutare qualcosa alle sue abitudini o ad aggiungere al suo necessario il più piccolo superfluo. Anzi poiché c'è sempre più miseria in basso che fratellanza in alto, tutto veniva dato prima di essere ricevuto.
Era come l'acqua su un terreno arido. Per quanto danaro ricevesse, non ne aveva mai abbastanza; e allora si spogliava.
Poiché l'uso vuole che i vescovi pongano i loro nomi di battesimo in testa alle ordinanze e alle lettere pastorali, i poveri del paese, con una specie d'istinto affettuoso, avevano scelto fra i nomi e prenomi del Vescovo, quello che aveva un significato per loro, e lo chiamavano soltanto Monsignor Benvenuto. Noi faremo come loro e lo chiameremo così, spesso. Del resto quell'appellativo gli piaceva. - Quel nome mi piace. Benvenuto corregge monsignore.
Non pretendiamo che il ritratto che ne facciamo sia verosimile; ci limitiamo a dire che è rassomigliante.
3. A BUON VESCOVO DURO EPISCOPATO
Il Vescovo, sebbene avesse convertito la carrozza in elemosine, faceva ugualmente le sue visite pastorali. Diocesi impraticabile quella di Digne. Ci sono poche pianure, molte montagne, pochissime strade, 32 parrocchie, 41 Vicariati e 285 succursali. E' un'impresa visitare tutto questo. Il Vescovo però ci riusciva; andava a piedi quando si trattava di un luogo vicino, in diligenza nella pianura, e a dorso di mulo sulla montagna. Lo accompagnavano le due donne anziane. Quando il viaggio era troppo penoso per loro, andava solo.
Un giorno arrivò a Senez, antica città episcopale, a cavalcioni di un asino. La sua borsa, assai scarsa in quel momento, non gli aveva permesso altro mezzo. Il sindaco della città, andato a riceverlo alla porta del vescovado restò scandalizzato, a vederlo scendere dall'asino. Alcuni borghesi che erano con lui ridevano.
- Signor Sindaco - disse il Vescovo - signori cittadini, mi accorgo che vi siete scandalizzati perché trovate che è troppo superbo per un povero prete servirsi della cavalcatura che fu già di Gesù Cristo. Vi assicuro che l'ho fatto per necessità e non già per vanità.
Nelle visite pastorali era indulgente e affabile, e discorreva più che predicare. Non metteva nessuna virtù su una vetta inaccessibile. Non andava mai a cercare troppo lontano i suoi ragionamenti e i suoi esempi. Agli abitanti di un paese citava l'esempio di un paese vicino. Se mostravano una certa durezza per i bisognosi diceva: - Guardate quelli di Briançon. Hanno concesso ai poveri, alle vedove e ai poveri, il diritto di falciare i loro prati tre giorni prima degli altri. Ricostruiscono gratuitamente le loro case quando sono in rovina. Perciò è un paese benedetto da Dio. Per cento anni non si è avuto neppure un omicidio.
Nei villaggi troppo attaccati al guadagno e al raccolto diceva:
Guardate quelli di Embrun. Se al tempo del raccolto un padre ha i figli al servizio militare e le figlie a servizio in città e lui stesso è ammalato o impedito, il curato lo raccomanda dal pulpito; e la domenica, dopo la messa, tutta la gente del villaggio, uomini, donne e bambini, vanno nel campo del povero uomo a fare il raccolto e gli portano in casa paglia e grano.
Alle famiglie in discordia per motivi di danaro e di eredità diceva: - Guardate i montanari di Devolny, un paese così selvaggio che l'usignolo vi compare una volta ogni cinquant'anni. Ebbene quando in una famiglia muore il padre, i maschi vanno a cercare fortuna e lasciano i beni alle ragazze affinché possano trovare marito.
Nei paesi che avevano tendenza a litigare e i coloni si rovinavano con la carta bollata, diceva: - Guardate quella buona gente della valle di Queyras. Sono tremila anime. Ma è una piccola repubblica.
Non c'è né giudice né uscieri; il Sindaco fa tutto: ripartisce le imposte, tassa ognuno in coscienza, arbitra le questioni gratuitamente, divide i patrimoni senza percepire onorari, emette sentenze gratuitamente. Tutti gli obbediscono perché è un uomo giusto tra uomini semplici. -Nei villaggi dove non c'erano maestri di scuola citava ancora quelli di Queyras: Sapete come fanno? - diceva. - Poiché un paesotto di 12 o 15 famiglie non può sempre dar da vivere a un maestro, hanno dei maestri stipendiati da tutta la valle, i quali percorrono i villaggi e insegnano stando otto giorni qui, dieci giorni là. Questi maestri vanno alle fiere, dove io li ho visti. Si riconoscono dalle penne che portano infilate nel nastro del cappello. Quelli che insegnano soltanto a leggere hanno una penna, quelli che insegnano a leggere e a fare i conti ne hanno due, quelli che insegnano a leggere, a fare i conti e il latino hanno tre penne. Questi ultimi sono considerati dei grandi scienziati. Ma che vergogna essere ignoranti! fate come la gente di Queyras.
Parlava così, grave e paterno, inventando parabole in mancanza di esempi, andando diritto allo scopo con poche frasi e molte immagini come era l'eloquenza di Gesù Cristo, convinto e persuasivo.
4. ALLE PAROLE CORRISPONDONO LE OPERE
Nella conversazione era affabile e gaio. Si metteva alla portata delle due vecchiette che vivevano con lui. Quando rideva, il suo era il riso di un ragazzo.
Mamma Magloire lo chiamava volentieri Vostra Grandezza. Un giorno si alzò dalla poltrona e andò a cercare un libro nella biblioteca.
Il libro si trovava in uno scaffale alto. Il Vescovo, era piccolino e non ci arrivava: - "Mamma Magloire", disse allora, "portatemi una sedia: la mia grandezza non arriva fino a quello scaffale".
Una sua lontana parente, la contessa di Lô, raramente lasciava sfuggire l'occasione di enumerare alla sua presenza quelle che lei chiamava "le speranze" dei suoi tre figli. Aveva molti ascendenti assai vecchi e prossimi a morire e di cui i figli erano i naturali eredi. Il più giovane doveva ereditare da una prozia centomila franchi di rendita; il secondo doveva succedere allo zio nel titolo di Duca; il maggiore doveva succedere all'avo nella dignità di Pari. Il Vescovo ascoltava, di solito in silenzio, quelle innocenti e perdonabili vanterie materne. Una volta però che sembrava sognasse più del solito, mentre la contessa di Lô ripeteva i particolari di tutte quelle successioni e di tutte quelle speranze, questa si interruppe e con una certa impazienza:
- Mio Dio, cugino, che cosa pensate? Penso - disse il Vescovo - a una frase singolare che si trova, mi pare, in Sant'Agostino:
"Ponete la vostra speranza in colui al quale non si succede".
Un'altra volta, ricevendo una partecipazione di morte di un nobile di provincia, nella quale su tutta la pagina si enumeravano, oltre alle dignità del defunto, tutte le qualifiche feudali e nobiliari dei suoi parenti: - Che spalle robuste ha la morte! - esclamò. - Che meraviglioso carico di titoli le si fa portare allegramente!
Gli uomini devono avere abbastanza spirito per far servire la tomba alla loro vanità!
Spesso usava con delicatezza l'ironia, che però aveva quasi sempre un significato serio. Durante una quaresima, un giovane vicario venne a Digne e fu molto eloquente. L'argomento del suo discorso era la carità. Invitò i ricchi a dare ai poveri, per evitare l'inferno, che dipinse quanto più poté spaventoso, e guadagnare il paradiso, che descrisse desiderabile e incantevole. C'era nell'uditorio un ricco mercante, ritirato dagli affari, alquanto usuraio, chiamato Géborand, il quale aveva guadagnato mezzo milione a fabbricare varie specie di stoffe comuni. In tutta la sua vita Géborand non aveva fatto mai la carità a un poveretto.
Però dopo quella predica, si notò che tutte le domeniche dava un soldo alle vecchie mendicanti presso la porta della cattedrale.
Erano in sei a dividersi quel soldo. Un giorno il Vescovo vedendolo fare la carità disse sorridendo a sua sorella: - "Ecco Géborand che si compra il paradiso per un soldo".
Quando si trattava di carità non si scoraggiava neppure davanti a un rifiuto e trovava allora parole che facevano riflettere.
Una volta chiedeva l'elemosina per i poveri in un salotto della città. C'era fra gli altri il marchese de Champtercier, vecchio, ricco, avaro, il quale trovava modo di essere a un tempo ultra- realista e ultra-volterriano. Questi tipi sono esistiti. Arrivato a lui, il Vescovo gli toccò il braccio: - "Marchese, dovete darmi anche voi qualche cosa". - Il marchese si volse e rispose secco: - Monsignore, ho già i miei poveri. "Datemeli!" disse il Vescovo.
Un giorno, in cattedrale, tenne questo discorso:
"Carissimi fratelli, miei buoni amici, ci sono in Francia un milione e trecentoventimila case di contadini che hanno soltanto tre aperture, un milione e centodiciassettemila che hanno due aperture, la porta e una finestra, e infine trecentoquarantaseimila capanne che hanno per apertura soltanto la porta. Questo perché c'è quella che si chiama l'imposta delle porte e delle finestre. Mettete delle povere famiglie, delle vecchie, dei bambini in quei tuguri, e vedrete febbri e malattie!
Ahimè, Dio concede l'aria agli uomini, e la legge gliela vende.
Non accuso la legge, ma benedico Dio. Nell'Isère, nel Var, nelle Alpi Alte e Basse, i contadini non hanno neppure delle carriole e trasportano i concimi a spalla. Non hanno candele, e bruciano pezzi di legno resinosi e pezzi di corda imbevuti di pece. Vivono così in tutto l'Alto Delfinato. Fanno il pane una volta ogni sei mesi, e lo fanno cuocere con lo sterco secco di vacca; d'inverno, per poterlo mangiare, rompono questo pane con l'ascia e lo fanno inzuppare nell'acqua per ventiquattro ore. Fratelli miei! abbiate pietà! Vedete come si soffre intorno a voi".
Nato in Provenza, si era facilmente familiarizzato con tutti i dialetti meridionali: il che piaceva al popolo e aveva contribuito non poco ad aprirgli tutti gli animi. Nella capanna come sulla montagna si trovava come in casa propria. Sapeva dire le più grandi cose nei dialetti più volgari. Parlando tutte le lingue, entrava in tutte le anime.
Del resto trattava allo stesso modo i ricchi e i popolani.
Non condannava mai in fretta e senza tener conto delle circostanze. Diceva: "Vediamo quale strada ha percorso la colpa".
Essendo un "ex-peccatore", come sorridendo si qualificava lui stesso, non aveva le asprezze del rigorismo e professava chiaramente, senza il cipiglio dei virtuosi feroci, una dottrina che si potrebbe riassumere press'a poco così:
"L'uomo porta con sé la carne, che è il suo fardello e la sua tentazione insieme. La trascina e le soccombe.
Deve sorvegliarla, contenerla, reprimerla e non obbedirle che all'estremo delle forze. In tale obbedienza ci può essere anche peccato; ma questo peccato è veniale. E' una caduta, ma una caduta in ginocchio che può tramutarsi in preghiera.
Essere santo è l'eccezione; essere giusto è la regola. Errate, soccombete, peccate, ma siate giusti.
Peccare il meno possibile è la legge dell'uomo. Non peccare affatto è l'ideale dell'angelo. Tutto ciò che è terrestre è soggetto al peccato. Il peccato è una gravitazione".
Quando vedeva che la gente alzava troppo la voce e si indignava troppo presto, diceva sorridendo: - A quanto pare, è un grosso peccato che tutti commettono. Le ipocrisie atterrite si affrettano a protestare e a mettersi al coperto.
Era indulgente con le donne e coi poveri, sui quali grava il peso della società umana. Diceva: - I peccati delle mogli, dei figli, dei servi, dei deboli, dei poveri e degli ignoranti sono colpa dei mariti, dei genitori, dei padroni, dei forti, dei ricchi e dei dotti.
Diceva pure: - Insegnate agli ignoranti quanto più potete. La società ha il torto di non impartire l'istruzione gratuita; è responsabile delle tenebre che produce. Se un'anima è piena d'ombre, pecca; il colpevole non è chi fa il peccato, ma chi produsse l'ombra.
Come si vede, aveva un modo strano e tutto suo di giudicare le cose. Ritengo che lo abbia appreso dal Vangelo.
Un giorno, in una conversazione, sentì parlare di un processo penale in fase istruttoria e che doveva essere giudicato tra giorni. Un miserabile, per amore di una donna e del figlio avuto da lei, non avendo risorse, s'era messo a fabbricare moneta falsa.
I falsari a quell'epoca erano ancora puniti con la pena capitale.
La donna era stata arrestata mentre spacciava la prima moneta falsa. Fu tratta in arresto; ma le prove raccolte erano soltanto contro di lei. Lei sola poteva accusare l'amante e perderlo, confessando; invece negò; insistettero; lei si ostinò a negare.
Allora il Procuratore del Re ebbe una idea; inventò un'infedeltà dell'amante e, con alcuni frammenti di lettere abilmente raffazzonati, riuscì a persuadere la disgraziata di avere una rivale e di essere stata tradita dall'uomo. Esasperata dalla gelosia, la donna denunciò l'amante, confessò ogni cosa e ne dette le prove. L'uomo era perduto. Doveva essere giudicato tra poco ad Aix, insieme con la complice. Esposto il fatto, ognuno esaltava l'abilità del magistrato che, provocando la gelosia, aveva fatto scaturire la verità dalla collera e la giustizia dalla vendetta.
Il Vescovo ascoltò in silenzio; alla fine domandò:
- Dove giudicheranno quell'uomo e quella donna?
- In Corte d'assise.
- E dove sarà giudicato il Procuratore del Re? - insistette.
Accadde a Digne un fatto tragico: un uomo fu condannato a morte per omicidio. Era uno sciagurato, né ignorante né istruito, che aveva fatto l'imbonitore nelle fiere e il pubblico scrivano. Il processo interessò molto la città. Il giorno prima dell'esecuzione, il cappellano delle carceri si ammalò. Occorreva un sacerdote per assistere il condannato nei momenti estremi. Si chiamò il curato. Pare che questi si rifiutasse dicendo: - Non mi riguarda. Non so che farne di questo incarico e del saltimbanco; anch'io sono malato, e poi non è quello il mio posto.
Riferita la cosa al Vescovo, questi disse: - "Il curato ha ragione; quello non è il suo ma il mio posto". - Andò difilato alla prigione, scese nella cella del saltimbanco, lo chiamò per nome, gli prese la mano e gli parlò. Passò tutto il giorno e tutta la notte accanto a lui, trascurando cibo e sonno, pregando Dio per l'anima del condannato e pregando il condannato per l'anima propria. Gli disse le migliori verità, che sono le più semplici.
Gli fu padre, fratello, amico; gli fu Vescovo solo per benedirlo; gli insegnò tutto, rassicurandolo e consolandolo. Quell'uomo andava a morte disperato; la morte era per lui come un abisso.
Ritto e tremante sulla soglia fatale, arretrava inorridito. Non era tanto sciocco da restare indifferente. Il terribile colpo della condanna aveva squarciato qua e là la cinta che ci separa dal mistero delle cose e che noi chiamiamo vita. Guardava fuori del mondo per quelle brecce fatali e non vedeva che tenebre; il Vescovo gli fece balenare una luce.
L'indomani quando vennero a cercare l'infelice, il Vescovo era ancora là. Lo seguì e si mostrò alla folla, rivestito della mantelletta paonazza e con la croce episcopale, accanto a quel miserabile incatenato. Salì con lui sul carro; con lui salì sul patibolo. Il condannato, così triste e abbattuto il giorno avanti, era raggiante; si sentiva l'anima riconciliata e sperava in Dio.
Il Vescovo lo abbracciò e mentre la mannaia stava per cadere disse: - Chi è ucciso dall'uomo, viene resuscitato da Dio. Chi è cacciato dai fratelli, trova il Padre. Pregate, credete, entrate nella vita; il Padre è là. - Quando discese dal patibolo, c'era qualcosa nel suo sguardo che fece dividere il popolo in due ali.
Non si sapeva se ammirare più il suo pallore o la sua serenità. E rientrando nell'umile casa, che scherzosamente chiamava il suo palazzo, disse alla sorella: Vengo da un pontificale.
Poiché le cose più sublimi sono quasi sempre le meno comprese, in città ci furono alcuni che, commentando il contegno del Vescovo, dissero che era una "affettazione". Ma si trattò di una semplice chiacchiera da salotto; il popolo che nelle opere sante non suppone malizia, ne rimase commosso e stupito.
La vista della ghigliottina fu per il Vescovo un colpo. Ci volle del tempo per rimettersi.
Infatti il patibolo, quando ci sta davanti, ha qualcosa di ossessionante. Si può avere una certa indifferenza per la pena capitale, non pronunciarsi, esitare, finché non si è vista una ghigliottina con i propri occhi; ma appena se ne vede una, la scossa è tanto violenta che bisogna decidersi pro o contro. Gli uni ammirano come De Maistre; gli altri esecrano come Beccaria. La ghigliottina è la concretizzazione della legge; si chiama vendetta. Non è neutrale e non tollera che si resti neutrale. Chi la vede rabbrividisce del brivido più misterioso. Tutte le questioni sociali levano attorno a quella mannaia i loro punti interrogativi. Il patibolo non è un palco né una macchina né un congegno inerte, fatto di legno, ferro e corde; pare che sia una specie di essere dotato di non so quale tetra iniziativa. Si direbbe che quel palco veda, che quella macchina senta, che quel congegno comprenda e che quel legno, quel ferro e quelle corde abbiano una volontà. Nella spaventosa allucinazione, in cui la sua presenza immerge l'animo, il patibolo appare terribile e complice di ciò che fa. E' il complice del carnefice, divora, mangia la carne e beve il sangue. E' una specie di mostro fabbricato dal giudice e dal carpentiere, uno spettro che sembra vivere di una vita spaventosa formata di tutta la morte che diede.
Perciò l'impressione fu orribile e profonda. L'indomani dell'esecuzione e ancora per molti giorni, il Vescovo restò abbattuto. Gli era svanita la quasi violenta serenità del funebre istante. Si sentiva ossessionato dal fantasma della giustizia sociale. Lui che di solito provava una gioiosa soddisfazione di tutte le sue azioni, pareva avesse qualcosa da rimproverarsi. A momenti, parlava tra sé e mormorava sottovoce dei lugubri monologhi. Eccone uno udito una sera e raccolto da sua sorella: - "Non lo credevo così mostruoso. E' un male assorbirsi tanto nella legge divina da perdere di vista l'umana. A Dio solo appartiene la morte. Con quale diritto gli uomini osano usare di quella incognita?".
Col tempo queste impressioni si attenuarono e probabilmente svanirono. Però si notò che il Vescovo da quel giorno evitava di passare per il luogo dell'esecuzione.
A qualunque ora si poteva chiamare Myriel, al capezzale dei malati e dei moribondi. Non ignorava che quello era il suo unico dovere e il suo maggiore lavoro. Le famiglie vedove o orfane non avevano neppure bisogno di chiamarlo. Ci andava da sé. Sapeva restare silenzioso per lunghe ore accanto all'uomo che aveva perduto la donna amata e alla madre che aveva perduto il figliolo. E come sapeva il momento di tacere, sapeva anche quello di parlare. O mirabile consolatore! Non cercava di cancellare il dolore con l'oblio, ma di nobilitarlo con la speranza. Diceva: - Badate a come pensate ai morti. Non occupatevi di ciò che imputridisce, ma fissate bene lo sguardo e in fondo al cielo vedrete la luce vivente del vostro diletto morto. - Sapeva che la fede è sana, e cercava di confortare e di calmare l'uomo disperato mostrandogli l'uomo rassegnato, di trasformare il dolore che guarda una fossa insegnandogli il dolore che contempla una stella.
5. MONSIGNOR BENVENUTO FACEVA DURARE TROPPO LE SUE SOTTANE
La vita privata di Myriel era occupata dagli stessi pensieri della sua vita pubblica. A veder da vicino la povertà volontaria in cui viveva il Vescovo di Digne, sarebbe stato uno spettacolo solenne e incantevole.
Come tutti i vecchi e come tutti i pensatori dormiva poco; Però quel sonno era profondo. La mattina passava un'ora in meditazione; poi celebrava messa in cattedrale o nell'oratorio privato. Dopo messa, faceva colazione con pane di segala bagnato nel latte delle sue vacche, e poi si metteva al lavoro.
Un Vescovo è assai occupato. Tutti i giorni deve ricevere il segretario che è un canonico, e quasi tutti i giorni i suoi delegati. Deve controllare le adunanze, concedere privilegi, esaminare un'intera libreria ecclesiastica; uffici e catechismi diocesani, libri di preghiere e simili, scrivere ordinanze, autorizzare predicazioni, mettere d'accordo curati e sindaci, attendere alla corrispondenza ecclesiastica e amministrativa: da una parte lo Stato e dall'altra la Santa Sede. Insomma mille faccende.
Il tempo che gli rimaneva libero dopo queste mille faccende e dopo le funzioni e il breviario, lo dedicava anzitutto ai poveri, ai malati e agli afflitti; quel che gli sopravanzava lo impiegava nel lavoro. Talvolta zappava nel giardino, tal altra leggeva e scriveva; e per queste due occupazioni aveva una sola parola:
"giardinaggio". "La mente è un giardino" diceva.
Pranzava a mezzogiorno, e il pranzo era uguale alla colazione.
Quando il cielo era sereno, usciva verso le due per una passeggiata a piedi in campagna o in città, entrando spesso nei casolari. Lo si vedeva camminare solo, immerso nei suoi pensieri, gli occhi bassi, appoggiato al lungo bastone, col mantello paonazzo imbottito e ben caldo, le calze violacee nelle grosse scarpe, e in testa il cappello a tre punte da cui sporgevano i tre fiocchi dorati, come semi di asparagi.
Dovunque appariva era festa. Si sarebbe detto che il suo passaggio avesse qualcosa di caldo e di luminoso. I fanciulli e i vecchi accorrevano sulla soglia per il vescovo, come per il sole.
Benediceva ed era benedetto. A ogni bisognoso veniva indicata la sua casa.
Si fermava qua e là a parlare coi ragazzi e le fanciulle e sorrideva alle madri. Finché aveva soldi, visitava i poveri; quando non ne aveva, visitava i ricchi.
Siccome faceva durare a lungo le sue sottane e non voleva che se ne accorgessero, usciva per la città coperto dal mantello paonazzo: il che d'estate gli dava alquanto fastidio. Alle otto e mezzo di sera, cenava con la sorella, mentre mamma Magloire serviva a tavola. Non c'era nulla di più frugale di quel pasto. Se però il Vescovo teneva a cena uno dei suoi curati, mamma Magloire ne approfittava per imbandire a monsignore qualche buon pesce di lago o qualche squisita selvaggina dei monti. Ogni curato era un pretesto per un buon pasto, e il Vescovo lasciava fare. Eccetto questi casi, il suo vitto consisteva esclusivamente di legumi cotti nell'acqua e di minestra condita con olio. Perciò in città dicevano: "Quando il Vescovo non fa un banchetto da curato, lo fa da trappista".
Dopo cena, conversava una mezz'ora con la signorina Battistina e con mamma Magloire; poi si ritirava in camera e si rimetteva a scrivere ora su carta libera ora a margine di qualche libro. Era letterato e alquanto dotto. Ha lasciato cinque o sei manoscritti assai curiosi, tra cui una dissertazione sul versetto della Genesi: "In principio lo Spirito di Dio galleggiava sulle acque".
Egli lo confronta con tre testi, la versione araba che dice: "I venti di Dio soffiavano"; Flavio Giuseppe che dice: "Un vento dall'alto si precipitava sulla terra"; e finalmente la parafrasi caldaica di Onkelos che dice: "Un vento che veniva da Dio soffiava sulla superficie delle acque". In un'altra dissertazione esamina le opere teologiche di Hugo, vescovo di Tolemagna, antenato dell'autore di questo libro, e trova che gli si devono attribuire vari opuscoli pubblicati con lo pseudonimo di Barleycourt.
Talvolta durante la lettura, qualunque libro avesse tra le mani, cadeva improvvisamente in profonda meditazione da cui usciva solo per scrivere poche righe sui bordi del libro. Spesso queste note non hanno alcun rapporto col libro. Abbiamo sott'occhio una nota scritta da lui in margine a un volume in quarto, intitolato:
"Corrispondenza di Lord Germain con i generali Clinton e Cornwallis e con gli ammiragli della stazione d'America.
Versailles presso Poinçot libraio, e Parigi presso Tissot libraio, Riva degli Agostini".
Ecco la nota:
"O tu che esisti!
L'Ecclesiaste ti chiama Onnipotente, i Maccabei ti chiamano Creatore, l'Epistola agli Efesini ti chiama Libertà, Baruch ti chiama Immensità, i Salmi ti chiamano Saggezza e Verità, Giovanni Luce, il libro dei Re Signore, L'Esodo Provvidenza, il Levitico Santità, Esdra Giustizia, la Creazione ti chiama Dio, l'uomo Padre, ma Salomone ti chiama Misericordia, e questo è il tuo nome più bello".
Verso le nove di sera, le due donne si ritiravano e salivano nelle loro camere al piano superiore, lasciandolo solo al piano terreno fino al mattino.
E qui è necessario dare una idea esatta della casa del Vescovo di Digne.
6. DA CHI FACEVA CUSTODIRE LA CASA
La casa da lui abitata si componeva, come dicemmo, del pianterreno e di un piano superiore: tre camere nell'uno, tre nell'altro, e al di sopra un granaio. Dietro la casa, c'era un giardino di un quarto di iugero. Le due donne occupavano il piano superiore; il Vescovo l'inferiore. La prima stanza che dava sulla via serviva da sala da pranzo; la seconda da camera da letto, la terza da oratorio. Non si poteva uscire dall'oratorio senza attraversare la camera da letto, né da questa senza passare per la sala da pranzo.
In fondo all'oratorio c'era un'alcova chiusa, con il letto per gli ospiti che il Vescovo offriva ai curati di campagna quando venivano a Digne per i propri affari o per quelli della parrocchia.
La farmacia dell'ospedale, piccola costruzione aggiunta alla casa ed eretta sull'area del giardino, era stata trasformata in cucina e in cantina.
Inoltre in giardino c'era una stalla, già cucina dell'ospedale, dove il Vescovo aveva due vacche. Di tutto il latte che producevano, ogni mattina ne mandava una metà agli ammalati dell'ospedale. "Pago la mia decima", diceva.
La sua camera da letto era molto grande e difficile da scaldarsi nella cattiva stagione. Poiché la legna a Digne costava molto, aveva ricavato con un tramezzo un piccolo scompartimento nella stalla delle vacche, e là passava le serate molto fredde. Lo chiamava il suo salotto d'inverno. In questo salotto d'inverno, come nella sala da pranzo, non c'erano altri mobili che una tavola quadra di un legno bianco e quattro sedie impagliate. Inoltre, la sala da pranzo era adorna di una vecchia credenza color rosa a tempera. Con questa credenza, convenientemente coperta da tovaglie bianche e di scadenti merletti, il Vescovo aveva formato l'altare per il suo oratorio.
Le sue penitenti ricche e le buone donne di Digne spesso si erano tassate per sistemare un bell'altare nuovo nell'oratorio di Monsignore; e ogni volta egli aveva accettato il denaro e lo aveva distribuito ai poveri: - "L'altare più bello, è l'anima di un infelice che, consolato, ringrazia Dio".
Nell'oratorio c'erano due inginocchiatoi di paglia; nella camera da letto c'era un seggiolone anch'esso impagliato. Quando per caso riceveva la visita di sette o otto persone insieme, il Prefetto o il Generale o lo Stato Maggiore del reggimento di guarnigione o alcuni alunni del piccolo seminario, bisognava andare a cercare nella stalla le quattro sedie del salotto d'inverno, nell'oratorio le due sedie inginocchiatoi e il seggiolone nella camera da letto; in questo modo si raccoglievano sino a undici sedie per i visitatori. A ogni nuova visita si sguarniva una stanza. Talvolta accadeva che i visitatori erano in dodici, e allora il Vescovo dissimulava l'imbarazzo della situazione stando in piedi davanti al caminetto se era d'inverno, oppure proponendo un giro nel giardino se era d'estate.
C'era pure un'altra sedia nell'alcova, ma era mezzo spagliata e si sosteneva su tre piedi, cosicché per servirsene bisognava appoggiarla al muro. La signorina Battistina aveva ancora nella sua camera un grande seggiolone di legno, che una volta era dorato e rivestito di una stoffa a fiori; però per collocarlo lì avevano dovuto tirarlo su per la finestra, perché era troppo stretta la scala; e perciò non ci si pensava neppure.
L'ambizione della signorina Battistina sarebbe stata di comprare un mobile da salotto in mogano, a collo di cigno, coperto di velluto giallo a rosoni, e un canapé. Ma sarebbero costati almeno 500 franchi e, accortasi che era riuscita a economizzare 42 franchi e 50 centesimi in cinque anni, aveva finito col rinunciarci. D'altronde chi realizza il proprio ideale?
Niente di più semplice della camera da letto del Vescovo. Una porta a vetri che dava sul giardino; di fronte, un letto di ferro e tendine di rascia verde; nell'ombra del letto, dietro una tenda, c'erano gli arnesi da toletta che tradivano ancora le antiche eleganti abitudini dell'uomo di mondo; due porte: una presso il caminetto dava nell'oratorio, e l'altra vicino alla biblioteca dava nella stanza da pranzo; la biblioteca era un grande armadio a vetri zeppo di libri; il caminetto, di solito senza fuoco, aveva guarniture di legno dipinto a marmo; sul focolare, due alari di ferro, adorni di due vasi a ghirlande e scanalature, un tempo argentati: il che rappresentava una specie di lusso vescovile; sul caminetto, nel posto dove di solito si mette lo specchio, un crocifisso di rame disargentato, fissato su un velluto nero spelato, con una cornice di legno dorato. Presso la porta a vetri un grande tavolo con il calamaio, carico di carte confuse e di grossi volumi. Davanti al tavolo, il seggiolone di paglia. Davanti al letto, un inginocchiatoio preso dall'oratorio. Ai due lati del letto c'erano due ritratti in cornici ovali. Le piccole iscrizioni dorate sul fondo neutro del quadro, vicino alle teste, indicavano che i ritratti rappresentavano l'uno l'abate di Chaliot, vescovo di San Claudio, l'altro l'abate Tourteau, Vicario generale di Agde, abate di Grand-Champ, dell'Ordine dei Cistercensi, nella diocesi di Chartres. Il Vescovo, succedendo in quella camera ai malati dell'ospedale, vi aveva trovato quei due ritratti e ce li aveva lasciati. Erano sacerdoti e probabilmente dei donatori: due motivi perché li rispettasse. Di questi due personaggi sapeva soltanto che erano stati nominati dal re l'uno vescovo e l'altro vicario, nello stesso giorno 27 aprile 1785.
Avendo un giorno mamma Magloire distaccato i quadri per spolverarli, il Vescovo aveva trovato quel particolare, segnato con un inchiostro biancastro su un piccolo rettangolo di una carta ingiallita dal tempo e incollata con quattro ostie dietro il ritratto dell'abate di Grand-Champ.
C'era alla sua finestra una vecchia tenda di lana grossolana che diventò tanto vecchia che, per evitare la spesa di rinnovarla, mamma Magloire fu costretta a farci una grande cucitura nel mezzo.
Questa cucitura formava una croce. Il Vescovo spesso lo faceva notare: - Come sta bene! - diceva.
Tutte le stanze del pianterreno e del primo piano, senza eccezione, erano imbiancate a calce, come si usa nelle caserme e negli ospedali.
Però negli ultimi anni mamma Magloire scoprì, come vedremo più avanti, sotto la carta imbiancata, alcune pitture che ornavano l'appartamento della signorina Battistina. Prima di essere ospedale quella casa era servita per le riunioni municipali, e perciò c'erano quelle decorazioni. Le camere erano pavimentate con mattoni rossi che venivano lavati ogni settimana, e avevano stuoie di paglia ai piedi del letto. Del resto la camera occupata dalle due donne era un modello di pulizia. Era l'unico lusso che il Vescovo permetteva. Egli diceva: "Questo non sottrae nulla ai poveri".
Bisogna però ricordare che di quanto aveva posseduto in gioventù gli erano restate sei posate d'argento e un mestolo, che mamma Magloire con grande soddisfazione vedeva splendere sulla tovaglia grossolana di tela bianca. E siccome noi vogliamo dipingere qui il vescovo di Digne così com'era, dobbiamo aggiungere che più di una volta gli era capitato di dire: "Difficilmente rinuncerei a mangiare senza l'argenteria".
Bisogna aggiungere a questa argenteria due grossi candelieri d'argento massiccio, ereditati da una prozia. Questi candelieri portavano due candele di cera e abitualmente stavano sul caminetto del Vescovo. Quando c'era un invitato a cena, mamma Magloire accendeva le due candele e poneva i candelieri sulla tavola.
Nella camera del Vescovo, in capo al letto, c'era un piccolo armadio a muro, nel quale mamma Magloire ogni sera riponeva le sei posate d'argento e il mestolo. Dobbiamo però aggiungere che non toglieva mai la chiave.
Il giardino un po' guastato dalle costruzioni abbastanza brutte, di cui abbiamo parlato, si componeva di quattro viali incrociati attorno a una cisterna; un altro viale girava attorno al giardino, rasentando il muro bianco che lo cintava. Questi viali formavano quattro quadrati segnati da bossi, in tre dei quali mamma Magloire coltivava i legumi, mentre nel quarto il Vescovo aveva seminato dei fiori. Qua e là c'era qualche albero da frutta. Una volta mamma Magloire, con una specie di dolce malizia, gli disse: - Monsignore voi che sfruttate tutto, avete qui un'aiuola inutile.
Ci andrebbero meglio le insalate che i fiori.
- Vi sbagliate, mamma Magloire, - gli rispose il Vescovo, - Il bello è tanto utile quanto l'utile.
E dopo un attimo di silenzio aggiunse: - Forse anche di più.
Questa aiuola divisa in tre o quattro parti occupava il Vescovo quasi tanto quanto i libri. Volentieri passava un'ora o due a potare, a zappettare, a fare qua e là dei buchi per riporvi dei semi. Non era contrario agli insetti, come ogni giardiniere. Del resto, non aveva pretese da botanico; non cercava affatto di farsi giudice tra Tournefort e il metodo naturale; non parteggiava per Jussieu contro Linneo. Non studiava le piante; amava i fiori.
Rispettava i dotti e più ancora gli ignoranti, e, senza venir meno a questo doppio rispetto, ogni sera d'estate annaffiava i suoi fiori con un annaffiatoio di latta dipinto di verde.
La casa non aveva neppure una porta che potesse chiudersi a chiave. La porta della sala da pranzo che, come abbiamo detto, dava sulla piazza della cattedrale, una volta era munita di serratura e di catenacci come una porta di prigione. Il Vescovo aveva fatto togliere tutte quelle ferramenta, e di notte come di giorno, la porta veniva chiusa soltanto con un nottolino. Chiunque passava, e a qualunque ora, doveva soltanto spingerla. Dapprima, le due donne erano state molto inquiete per quella porta mai chiusa, ma il vescovo di Digne aveva detto loro: - Se vi piace fate mettere dei catenacci alle vostre camere. - Esse avevano finito col condividere la sua fiducia o almeno col regolarsi come se la condividessero. Soltanto mamma Magloire, di tanto in tanto, aveva qualche spavento. Quanto al Vescovo, possiamo conoscere il suo pensiero, espresso o almeno accennato in queste tre righe scritte da lui in margine a una Bibbia: "Ecco la differenza: la porta del medico non deve mai essere chiusa, mentre la porta del prete deve essere sempre aperta ".
Su un altro libro intitolato "Filosofia della medicina" aveva scritto quest'altra nota: "Non sono anch'io un medico come loro?
Ho anch'io i miei malati; prima di tutto ho i loro, che essi chiamano malati; e poi ho anche i miei che io chiamo gli infelici".
Altrove aveva ancora scritto: "Non chiedete il nome a chi vi chiede un ricovero. Ha bisogno di asilo soprattutto colui il cui nome gli è di imbarazzo".
Accadde che un degno curato, non ricordo se era quello di Couloubroux o l'altro di Pompierry, volle un giorno chiedergli, probabilmente istigato da mamma Magloire, se era ben sicuro di non commettere fino a un certo punto una imprudenza, lasciando giorno e notte la porta aperta a disposizione di chiunque, e se infine non temeva che accadesse una disgrazia in una casa così poco custodita. Il Vescovo gli toccò la spalla con dolce gravità e disse: "Nisi Dominus custodierit domum, in vanum vigilant qui custodiunt eam". Poi parlò d'altro.
Diceva volentieri: "C'è il coraggio del prete come c'è il coraggio del colonnello dei dragoni; però", aggiungeva, "il nostro deve essere tranquillo".
7. CRAVATTE
Qui trova posto naturalmente un episodio che non dobbiamo tralasciare, perché è di quelli che fanno veder meglio che uomo fosse il Vescovo di Digne.
Distrutta la banda di Gaspare Bès che aveva infestato le gole di Ollioules, uno dei suoi luogotenenti, Cravatte, si rifugiò sulla montagna. Per qualche tempo si nascose con i suoi banditi, resto della banda di Gaspare Bès, nella contea di Nizza; poi raggiunse il Piemonte, e tutto a un tratto ricomparve in Francia dalla parte di Barcelonnette. Dapprima lo si vide a Jauziers poi a Tuiles. Si nascose nelle caverne del Joug-de-l'Aigle, e di là discendeva verso i casali e i villaggi, per i burroni dell'Ubaye e dell'Ubayette. Osò spingersi fino a Embrun. Una notte penetrò nella cattedrale e saccheggiò la sacrestia. Le sue rapine desolarono il paese. Gli fu messa la polizia alle calcagna, ma inutilmente. Sfuggiva sempre, e talvolta resisteva a mano armata.
Era un furfante audace. In mezzo a tutto questo terrore, arrivò il Vescovo che faceva la visita pastorale. A Chastelar il sindaco gli andò incontro e lo pregò di tornare indietro. Cravatte teneva la montagna fino all'Arche e oltre. C'era pericolo anche ad andare con una scorta. Era inutile esporre a pericolo tre o quattro disgraziati gendarmi.
- Allora, vado senza scorta, - Ma riflettete, Monsignore!
- Ci penso tanto che rifiuto assolutamente le guardie e parto tra un'ora.
- Partire?
- Partire.
- Solo?
- Solo.
- Monsignore, non lo farete!
- Là, sulla montagna, - riprese il Vescovo, - c'è un umile paesino, grande come questo, che io non ho visto da tre anni. Sono buoni amici, pastori tranquilli e onesti. Possiedono una capra sola per ogni trenta che custodiscono. Fanno dei bei cordoni di lana a vari colori e suonano ariette di montagna su piccoli flauti a sei buchi. Hanno bisogno che di tanto in tanto si parli loro di Dio. Cosa direbbero di un vescovo che ha paura? Che cosa direbbero se non ci andassi?
- Ma, Monsignore, i briganti? se incontrate i briganti?
- E' così; ora ci penso, - disse il Vescovo. - Avete ragione.
Potrei incontrarli. Anche loro devono aver bisogno di sentire parlare del buon Dio.
- Monsignore, ma è un branco di lupi!
- Signor sindaco, è proprio di questo branco che Gesù mi fa pastore; chi conosce le vie della Provvidenza?
- Monsignore, vi spoglieranno.
- Non ho niente.
- Vi uccideranno.
- Un vecchio buon uomo di prete che passa biascicando le sue preghiere? Bah! a che pro?
- Dio mio, e se li incontraste?
- Chiederei loro l'elemosina per i miei poveri.
- Monsignore, nel nome del cielo non andateci; non esponete la vostra vita.
- Signor sindaco - disse il Vescovo. - Questo è tutto? Io non sono in questo mondo per conservare la mia vita ma per salvare le anime.
Dovettero lasciarlo fare. Partì accompagnato soltanto da un ragazzo che gli si offrì come guida. La sua ostinazione fece chiasso nel paese e destò molta apprensione. Non volle condurre né la sorella né mamma Magloire. Attraversò la montagna a dorso di mulo, non incontrò nessuno, e arrivò sano e salvo tra i suoi "buoni amici", i pastori. Ci restò quindici giorni, predicando, amministrando, insegnando, ammonendo. Il giorno prima della partenza, decise di cantare pontificalmente un "Te Deum". Ne parlò al curato. Ma come fare? Non c'erano gli abiti episcopali. A sua disposizione c'era soltanto una meschina sacrestia di villaggio con delle vecchie e logore pianete di damasco, gallonate in similoro.
- Non importa - disse il Vescovo. - Signor curato, annunziate ugualmente dal pulpito il nostro "Te Deum". In qualche modo si provvederà.
Si cercò nelle chiese dei dintorni. Tutte le ricchezze di quelle parrocchie messe insieme non sarebbero bastate a vestire convenientemente un cantore della cattedrale. Mentre si stava così imbarazzati, due ignoti a cavallo, che ripartirono immediatamente, portarono e deposero nel presbiterio una grande cassa per il Vescovo. Aperta la cassa si vide che conteneva un piviale dorato, una mitra gemmata, una croce arcivescovile, un magnifico pastorale, tutti gli abiti pontificali rubati un mese avanti nel tesoro di Notre-Dame di Embrun. Nella cassa c'era un biglietto con su scritte queste parole: "Cravatte a Monsignor Benvenuto".
- Lo dicevo io che la cosa si sarebbe aggiustata! - disse il Vescovo. Poi sorridente aggiunse: - A chi si contenta di una cotta da curato, Dio manda una cappa d'arcivescovo.
- Monsignore - mormorò il curato tentennando la testa con un sorriso; - Dio oppure il diavolo?
Il Vescovo fissò il curato e aggiunse con autorità: - Dio.
Quando tornò a Chastelar, lungo la strada, accorsero tutti a guardarlo per curiosità. Ritrovò nel presbiterio di Chastelar mamma Magloire e la signorina Battistina che lo attendevano, e disse a sua sorella:
- Non avevo ragione? Il povero prete è andato tra quei poveri montanari a mani vuote e ritorna a mani piene. Ero partito soltanto con la mia fiducia in Dio e ora porto qui il tesoro di una cattedrale.
La sera, prima di coricarsi, disse ancora: "Non dobbiamo temere mai i ladri e gli assassini che rappresentano dei pericoli esterni, pericoli da poco; temiamo invece noi stessi; i pregiudizi, ecco i ladri; i vizi, ecco gli assassini. I grandi pericoli sono dentro di noi. Che cosa importa chi ci minaccia nella vita o nella borsa? Pensiamo soltanto a chi minaccia la nostra anima".
Poi rivolgendosi alla sorella: "Sorella mia, il prete non deve mai usare precauzioni nei riguardi del prossimo. Ciò che fa il prossimo, Dio lo permette. Limitiamoci a pregare Dio quando crediamo che un pericolo ci minacci. Preghiamolo non per noi, ma perché il nostro fratello non cada in peccato per nostra colpa".
Del resto, gli avvenimenti erano rari nella sua esistenza.
Raccontiamo quelli che sappiamo, ma ordinariamente egli passava la sua vita a fare sempre le stesse cose nella stessa ora. Un mese dell'anno somigliava a un'ora della sua giornata.
Quanto al tesoro della cattedrale di Embrun saremmo imbarazzati se qualcuno volesse saperne qualcosa. Si trattava di cose bellissime e assai tentatrici e assai buone a essere rubate a profitto degli infelici. Rubate esse lo erano già. La metà dell'avventura era finita. Non restava altro da fare che mutare direzione al furto e farle fare un piccolo pezzo di strada verso i poveri. Però noi non affermiamo niente a questo riguardo. Tra le carte del Vescovo si è però trovata una nota abbastanza oscura, che forse si riferisce a questa faccenda e che è così concepita: "Il problema sta nel sapere se ciò debba essere restituito alla cattedrale oppure all'ospedale".
8. FILOSOFIA DOPO AVER BEVUTO
Il senatore, di cui abbiamo parlato più addietro, era un uomo astuto che s'era fatto strada scavalcando sfacciatamente tutti quegli ostacoli che noi chiamiamo coscienza, fede giurata, giustizia, dovere; aveva camminato diritto verso lo scopo, e senza mai allontanarsi neppure una volta dalla sua carriera e dal suo interesse. Era un ex procuratore esaltato dal successo, per niente cattivo, che faceva quanti più favori poteva ai suoi figli, ai suoi generi, ai suoi parenti e anche agli amici, e sceglieva saggiamente della vita il lato buono, le buone occasioni, le buone fortune. Il resto gli pareva abbastanza stupido. Era spiritoso e letterato quanto bastava per ritenersi un discepolo di Epicuro, mentre era forse soltanto un prodotto di Pigault-Lebrun. Rideva volentieri e piacevolmente delle cose infinite ed eterne e delle "ubbie del buon uomo del vescovo". Ne rideva talvolta, con amabile autorità, anche davanti a Monsignor Myriel che l'ascoltava.
Non so in quale cerimonia semiufficiale, il Conte ... (il detto senatore) e Myriel si trovarono a pranzo dal Prefetto. Alla fine della tavola, il senatore un po' allegro ma sempre dignitoso esclamò:
- Perbacco, Monsignore, discutiamo! Un senatore e un vescovo difficilmente si guardano senza una strizzatina d'occhio. Noi siamo due àuguri. Voglio farvi una confessione. Ho già la mia filosofia.
- Avete ragione - rispose il Vescovo. - Chi si fa una filosofia può riposare. Voi state su un letto di porpora, signor senatore.
Il senatore incoraggiato riprese:
- Mostriamoci buoni figlioli.
- E anche buoni diavoli - disse il Vescovo.
- Vi dico che il marchese di Argens, Pirrone, Hobbes e Naigeon non sono affatto dei cialtroni - riprese il senatore. - Nella mia biblioteca ho tutti i miei filosofi in taglio dorato.
- Come voi, signor conte! - interruppe il Vescovo.
Il senatore proseguì:
- Io odio Diderot: è un ideologo, un declamatore e un rivoluzionario che in fondo crede in Dio, ed è più bigotto di Voltaire. Voltaire s'è burlato di Needham e ha avuto torto, perché le anguille di Needham provano che Dio è inutile. Una goccia di aceto in una cucchiaiata di pasta di farina supplisce il "fiat lux". Supponete che la goccia sia più grossa e la cucchiaiata più grande, ed ecco il mondo. L'uomo è l'anguilla. Allora a che pro il Padre Eterno? Monsignore, l'ipotesi Jahvé mi secca. E' buona soltanto a produrre uomini magri che pensano cose profonde.
Abbasso questo gran tutto che m'inquieta! Viva Zero che mi lascia tranquillo! Tra noi, e per vuotare il sacco e anche per confessarmi al mio pastore, vi dico che ho buon senso. Non sono pazzo per il vostro Gesù, che a ogni momento predica la rinuncia e il sacrificio. E' un consiglio d'avaro a dei pezzenti. La rinuncia, perché? il sacrificio, a che scopo? Io non vedo come un lupo può immolarsi per la felicità di un altro lupo. Dunque restiamo nella natura. Noi siamo al vertice, abbiamo la filosofia superiore. A che cosa serve stare in alto se non si vede più in là della punta del naso altrui? Viviamo allegramente. La vita è tutto. Che l'uomo abbia un altro avvenire altrove, lassù, laggiù, dove volete, non ne credo neppure una parola. Ah! mi si raccomanda il sacrificio e la rinuncia; devo badare a tutto quello che faccio; devo rompermi il capo tra il bene e il male, tra il giusto e l'ingiusto, tra il "fas" e il "nefas". Perché? Perché dovrei rendere conto delle mie azioni. Quando? Dopo la mia morte. Che bel sogno! Quando sono morto, furbo chi mi piglierà. Provatevi a fare afferrare un pugno di cenere dalla mano di un'ombra. Diciamo la verità, noi che siamo degli iniziati e che abbiamo sollevato il velo di Iside: Non c'è né bene né male, ma solo vegetazione.
Cerchiamo il reale, scaviamo fino in fondo. Andiamo a fondo, perbacco. Bisogna subodorare la verità, scavare sotto terra e coglierla. Allora essa vi dà delle gioie squisite. Allora diventate forti e ridete. Le mie basi sono salde, Monsignore.
L'immortalità dell'anima è una chimera. Che bella promessa!
Fidatevene. Che fortuna ebbe Adamo! Si è anime, si sarà angeli, si avranno delle ali azzurre attaccate alle spalle. Aiutatemi; non è Tertulliano che dice che i beati andranno da una stella all'altra?
Bene. Saremo i grilli delle stelle. Inoltre vedremo Dio. Bum!
Sciocchezze tutti questi paradisi. Dio è una favola colossale.
Queste cose perbacco non le direi nel "Moniteur", ma le dico sottovoce tra amici. "Inter pocula". Sacrificare la terra al paradiso significa abbandonare la preda per l'ombra. Lasciarmi gabbare dall'infinito! Ma non sono tanto bestia. Io sono niente.
Monsignore, io mi chiamo il conte Niente, senatore. Esistevo prima della mia nascita? No. Esisterò dopo la mia morte? No. Che cosa sono allora? Un pugno di polvere aggregata da un organismo. Che cosa faccio sul mondo? Ho la scelta: soffrire o godere. Dove mi porterà la sofferenza? al nulla. Ma io avrò sofferto. Dove mi porterà la gioia o il piacere? al nulla. Ma io avrò goduto. La mia scelta è fatta. Bisogna mangiare o essere mangiato. Io mangio. E' meglio essere dente che erba. Questa è la mia filosofia. Dopo di che uno spintone e addio; il becchino sta lì; il Pantheon per noialtri e tutto cade nella grande fossa. Fine. "Finis".
Liquidazione totale. Questo è il momento di scomparire. La morte è morta, credetemi. Io rido al pensiero che ci sia qualcuno che abbia qualcosa da dirmi. Invenzioni delle balie. L'orco per i bambini e Jahvé per gli uomini. No, il nostro futuro appartiene alla notte. Dietro la tomba, ci sono soltanto dei nulla eguali.
Voi siete stato Sardanapalo? siete stato Vincenzo de Paoli? fa lo stesso. Questa è la verità. Dunque, vivete innanzitutto. Usate del vostro Io finché ne disponete. A dir la verità, Monsignore, io ho la mia filosofia e ho i miei filosofi. Non mi lascio abbindolare dalle chiacchiere. Però ci vuole pure qualcosa per quelli che sono in basso, per gli straccioni, per i pezzenti, per i miserabili. A costoro si danno a ingoiare tutte le leggende, le chimere, l'anima, l'immortalità, le stelle. Masticano tutto questo. Lo mettono sul loro pane asciutto. Chi non ha niente ha il buon Dio.
E' il meno che si possa dar loro. Non mi oppongo, ma tengo per me Naigeon. Il buon Dio è buono per il popolo.
Il Vescovo batté le mani.
- Questo si chiama parlare! - esclamò. - Cosa eccellente e veramente meravigliosa questo materialismo! Non è cosa per tutti.
Però chi lo ha, non è più uno sciocco; non si lascia più esiliare stupidamente come Catone, né lapidare come Stefano, né bruciare vivo come Giovanna d'Arco. Quelli che sono riusciti a procacciarsi questo meraviglioso materialismo hanno la gioia di sentirsi irresponsabili, di pensare che senza inquietudine possono divorare tutto: le sinecure, le dignità, il potere bene o male acquistato, le palinodie lucrose, gli utili tradimenti, le costose capitolazioni della coscienza; e che scenderanno nella tomba dopo aver fatto la loro digestione. Che piacere! Non lo dico per voi, signor senatore, però non posso non congratularmi con voi.
Voialtri grandi signori avete, come dite, una filosofia fatta apposta per voi, squisita, raffinata, accessibile soltanto ai ricchi, buona per tutte le salse e che condisce meravigliosamente tutti i piaceri della vita. Questa filosofia è molto profonda e viene scavata da speciali investigatori. Però siete generosi, e non trovate nulla di male che la credenza nel buon Dio sia la filosofia del popolo, press'a poco come l'oca con le castagne è per il povero il tacchino con i tartufi.
9. IL FRATELLO DESCRITTO DALLA SORELLA
Per dare un'idea della vita privata del Vescovo di Digne e della maniera con cui quelle due sante donne subordinavano le loro azioni, i loro pensieri e anche i loro istinti di donne facilmente impressionabili, alle abitudini e alle intenzioni del Vescovo, senza che questi si prendesse neppure la briga di parlare per esprimerle, non possiamo far di meglio che trascrivere qui una lettera della signorina Battistina alla viscontessa di Boichevron, sua amica d'infanzia. La lettera è in nostre mani.
"Digne, 16 dicembre 18...
Mia buona signora, non passa giorno senza parlare di voi. E' nostra abitudine; ma c'è una ragione di più. Figuratevi che, spolverando e lavando le volte e i muri, mamma Magloire ha fatto delle scoperte. Adesso le nostre due camere tappezzate con un vecchio parato imbiancato a calce, non farebbero cattiva figura in un castello come il vostro. Mamma Magloire ha stracciato tutta la carta e ci ha trovato sotto qualcosa. La mia stanza, dove non ci sono mobili e di cui ci serviamo per stendere la biancheria dopo il bucato, misura quindici piedi di altezza e diciotto piedi quadrati di larghezza; ha un soffitto che un tempo aveva pitture e dorature come nelle vostre stanze. L'avevano ricoperto con una tela quando la casa diventò un ospedale. C'è poi la zoccolatura di legno che appartiene al tempo delle nostre nonne. Ma bisogna vedere la mia camera! Mamma Magloire ha scoperto, sotto almeno dieci parati incollati l'uno sull'altro, delle pitture che, senza essere buone, sono sopportabili. C'è Telemaco fatto cavaliere da Minerva; eppoi ancora lui nei giardini, di cui mi sfugge il nome.
Insomma quelli dove si recavano le matrone romane per una notte sola. Che dirvi? Ci sono delle romane, dei romani (qui, una parola illeggibile), con tutto il resto. Mamma Magloire ha lavato tutto e, questa estate, riparerà le piccole avarie, rivernicerà tutto, e la mia camera sarà un vero museo. In un angolo del granaio ho trovato anche due mensole di legno di foggia antica. Ci hanno chiesto due scudi di sei franchi per rifare le dorature, ma è meglio dare questo danaro ai poveri. Del resto sono assai brutte, e io preferirei un tavolo rotondo di mogano.
Sono sempre molto contenta. Mio fratello è tanto buono. Dona ai poveri e ai malati tutto quello che ha. Viviamo in mezzo a una grande miseria. Il paese è insopportabile d'inverno, e bisogna pur fare qualcosa per i bisognosi. Noi siamo pressoché provvisti di riscaldamento e di luce, e come vedete non stiamo troppo male.
Mio fratello ha le sue abitudini. Quando ne parla, dice che un Vescovo deve essere così. Figuratevi che la porta di casa non è mai chiusa. Chi vuole, può entrare e si trova subito nella stanza di mio fratello. Egli non teme nulla, neppure di notte. Dice che quello è il suo coraggio. Non vuole che io e mamma Magloire abbiamo qualche timore per lui. Si espone a tutti i pericoli e non vuole che mostriamo di accorgercene. Bisogna saperlo capire.
Esce di casa con la pioggia, cammina sotto l'acqua, viaggia d'inverno, non ha paura della notte, delle strade sospette e dei cattivi incontri. Lo scorso anno se ne è andato da solo in un paese di ladri. Non ha voluto portarci con lui ed è rimasto lassù quindici giorni. Al suo ritorno non aveva sofferto nulla; lo credevamo morto e intanto stava benissimo. Mi ha detto: Ecco come sono stato derubato. Poi ha aperto una valigia piena di tutti i gioielli della cattedrale di Embrun che i ladri gli avevano dato.
Quella volta, al suo ritorno, poiché io ero andata a incontrarlo a due leghe insieme a altri amici, non ho potuto fare a meno di rimproverarlo un pochino; però stetti attenta a parlargli soltanto quando la carrozza faceva rumore, affinché nessuno potesse sentirci. Nei primi tempi dicevo tra me: - E' terribile; nessun pericolo lo ferma. Adesso mi ci sono abituata. Faccio segno a mamma Magloire di non contrariarlo. Egli arrischia come vuole. Io porto via mamma Magloire, rientro nella mia camera, prego per lui e m'addormento. Sono tranquilla perché so bene che se gli accadesse una disgrazia, sarebbe anche la mia fine. Me ne andrei dal buon Dio con mio fratello e col mio Vescovo. Mamma Magloire ha più difficoltà ad abituarsi a quelle che chiamava le sue imprudenze; però adesso ci ha fatto il callo. Noi preghiamo insieme tutte e due; abbiamo paura insieme e ci addormentiamo insieme. Anche se il diavolo entrasse nella casa, lo lasceremmo fare. Dopo tutto, cosa abbiamo da temere? C'è sempre con noi qualcuno che è il più forte. Il diavolo può passare per la nostra casa, ma il buon Dio ci abita dentro.
Questo mi basta. Mio fratello adesso non ha più bisogno nemmeno di dire una parola. Lo capisco senza che parli, e noi ci abbandoniamo alla Provvidenza.
Ecco come bisogna comportarsi con un uomo che ha uno spirito superiore.
Ho interrogato mio fratello per le informazioni che mi chiedete sulla famiglia di Faux. Voi sapete che egli sa e ricorda tutto, perché è sempre un ottimo realista. Si tratta veramente di un'antichissima famiglia normanna della provincia di Caen.
Cinquecento anni fa, ebbero un Raul de Faux e un Tommaso de Faux che erano dei gentiluomini e uno dei quali fu signore di Rochefort. L'ultimo era Guido Stefano Alessandro che fu maestro di campo e non so che cosa nei cavalleggeri di Bretagna. Sua figlia, Maria Luisa, sposò Adriano Carlo de Gramont, figlio del duca Luigi de Gramont, Pari di Francia, colonnello delle Guardie Francesi e generale d'armata. Si scrive Faux, Fauc e Faoucq.
Cara signora, raccomandateci alle preghiere del vostro santo parente, il cardinale. Quanto alla vostra cara Silvania, ha fatto bene a non consumare nello scrivere il poco tempo che rimane con voi; essa sta bene, lavora secondo i vostri desideri e soprattutto vi vuol bene. Questo mi basta. Sono felicissima che si sia ricordata di me per mezzo vostro. La mia salute non è troppo cattiva, però ogni giorno dimagrisco di più. Addio. La carta è finita e son costretta a lasciarvi. Mille auguri.
Battistina.
P. S. La vostra cognata è sempre qui con la sua famiglia. Il vostro nipotino è grazioso. Sapete che ha quasi cinque anni? Ieri ha visto passare un cavallo con le ginocchiere e ha chiesto: - Che cosa ha ai ginocchi? Il ragazzo è tanto gentile. Il suo fratellino trascina per l'appartamento una vecchia scopa come una vettura, dicendo: - Hi!".
Come si vede da questa lettera, le due donne sapevano uniformarsi alla condotta di vita del Vescovo, con quella particolare avvedutezza della donna che capisce l'uomo meglio di quel che l'uomo stesso non si comprenda. Il Vescovo di Digne con la sua aria dolce e candida che non si smentiva mai, faceva talvolta delle cose grandi, ardite e magnifiche senza mostrare neppure d'accorgersene. Esse ne tremavano ma lo lasciavano fare. Se talvolta mamma Magloire cercava di fare qualche osservazione, la faceva prima, ma mai né durante né dopo. Non lo si disturbava neppure con un cenno, durante un'azione già incominciata. In certi momenti, senza che avesse bisogno di dirlo, senza che ne avesse neppure coscienza, tanto era perfetta la sua semplicità, esse sentivano vagamente che agiva come Vescovo e allora diventavano due ombre nella casa. Lo servivano passivamente, e se per servirlo meglio dovevano scomparire, scomparivano. Con una mirabile e istintiva delicatezza sapevano che certe premure possono infastidire. Anche se lo credevano in pericolo, capivano, non dico il suo pensiero, ma il suo carattere fino al punto di non preoccuparsi di lui. Lo affidavano a Dio.
Del resto Battistina diceva che la fine di suo fratello sarebbe stata anche la sua. Mamma Magloire non lo diceva, ma lo sapeva.
10. IL VESCOVO DAVANTI A UNA LUCE IGNOTA
In un'epoca alquanto posteriore alla data della lettera citata, egli fece una cosa che a tutta la città parve più rischiosa ancora del suo viaggio attraverso le montagne dei banditi. Nella campagna presso Digne c'era un uomo che viveva solitario. Questi, e diciamo subito la parola grossa, era stato membro della Convenzione. Si chiamava G.
Si parlava del convenzionale G. nel piccolo mondo di Digne con una specie di orrore. Pensate un po'! Un membro della Convenzione, come ne esistevano al tempo in cui tutti si davano del tu e si chiamavano: cittadini. Quest'uomo era quasi un mostro. Non aveva votato la morte del re ma quasi. Era un quasi regicida. Era stato terribile. Come mai al ritorno dei principi legittimi quest'uomo non era stato tradotto davanti a una corte marziale? Direte: non lo decapitarono, perché ci vuole clemenza. Bene! però un buon esilio a vita, un esempio almeno, eccetera eccetera. Inoltre era un ateo, come tutti quei repubblicani. Ciarle di oche attorno all'avvoltoio.
Ma G. era un avvoltoio? Sì, a giudicarlo dalla fierezza della sua solitudine. Non avendo votato la morte del Re, non era stato compreso nei decreti d'esilio e aveva potuto restare in Francia.
Abitava a tre quarti d'ora dalla città, lontano da ogni abitato e da ogni strada, in non so quale angolo sperduto di una valle molto selvaggia. Si diceva che aveva là una specie di dominio, un buco, un riparo. Niente vicini, neppure dei passanti. Da quando stava in quella valle, era persino scomparso sotto l'erba il sentiero che vi conduceva. Si parlava di quel luogo come della casa del boia.
Tuttavia il Vescovo ci pensava e di tanto in tanto guardava l'orizzonte là dove una macchia d'alberi indicava la valle del vecchio repubblicano, e diceva: - Lì c'è un'anima che vive sola;- e dentro di sé aggiungeva: - Devo visitarlo.
Confessiamo però che questa idea dapprima naturale, dopo un momento di riflessione gli parve proprio strana e impossibile e quasi repellente, giacché in fondo egli condivideva l'impressione generale, e il repubblicano gli ispirava, senza rendersene conto, quel sentimento che è come la frontiera dell'odio e che si esprime così bene con la parola antipatia.
Ma la scabbia dell'agnello deve fare indietreggiare il pastore?
No. Ma che agnello!
Il buon Vescovo era perplesso. Talvolta andava verso quella direzione; poi retrocedeva.
Finalmente un giorno in città si sparse la voce che una specie di giovane mandriano, che serviva il repubblicano G. nel suo tugurio, era venuto a cercare un medico; il vecchio scellerato stava per morire; la paralisi avanzava; e non avrebbe passato la notte.
- Grazie a Dio! - aggiungevano alcuni.
Il Vescovo prese il suo bastone, si mise sulle spalle il mantello a causa della sua sottana troppo consunta, come abbiamo detto, e anche a causa del vento della sera che non doveva tardare a soffiare, e partì.
Il sole declinava ed era quasi all'orizzonte, quando il Vescovo giunse nel luogo scomunicato. Con un certo batticuore capì che si trovava presso la tana. Scavalcò un fossato, attraversò una siepe, passò la cinta, entrò in un orto abbandonato, fece alcuni passi con molta arditezza e tutto a un tratto, in fondo al terreno incolto, dietro un'alta sterpaglia, scoprì la caverna. Era una capanna molto bassa, meschina, piccola e pulita, con un pergolato lungo la facciata. Davanti alla porta, in un vecchio seggiolone a rotelle, c'era un uomo dai capelli bianchi che sorrideva al sole.
Accanto al vecchio, in piedi, stava un ragazzo, il piccolo mandriano, che porgeva al vecchio una tazza di latte.
Mentre il Vescovo li stava osservando il vecchio disse:
- Grazie, non ho bisogno di niente. - E il suo sorriso si distolse dal sole per rivolgersi al ragazzo.
Il Vescovo si fece avanti. Al rumore dei passi, il vecchio volse il capo, e il suo volto espresse tutta la sorpresa che si può avere dopo una lunga vita.
- Da quando sono qui - disse - è la prima volta che qualcuno entra in casa mia. Chi siete, signore?
Il Vescovo rispose:
- Mi chiamo Benvenuto Myriel.
- Benvenuto Myriel! L'ho sentito pronunciare questo nome. Siete voi quello che il popolo chiama Monsignor Benvenuto?
- Sono io.
Il vecchio riprese con un mezzo sorriso: - In questo caso, siete il mio Vescovo?
- Un po'.
- Entrate, signore.
Il convenzionale tese la mano al Vescovo ma il Vescovo non la strinse e si limitò a dire:
- Sono contento di constatare che mi hanno ingannato. Non mi pare che siate malato.
- Signore, sto per guarire - rispose il vecchio.
Fece una pausa e disse:
- Morirò fra tre ore.
Poi riprese:
- Sono un po' medico e so come arriva l'ultima ora. Ieri avevo i piedi gelidi; oggi il freddo è arrivato ai ginocchi; adesso sento che sale fino alla vita. Quando toccherà il cuore mi fermerò. Il sole è bello, non è vero? Mi sono fatto portare fuori per dare un ultimo sguardo alle cose. Potete parlarmi; non mi date fastidio.
Avete fatto bene a venire a vedere un uomo che sta per morire. E' bene che quel momento abbia dei testimoni. Si hanno delle manie; e io avrei voluto arrivare fino all'alba, ma so che ho appena tre ore di vita. Tra poco annotterà; ma che mi importa? E' semplice morire. Per fare questo non c'è bisogno del mattino. Sta bene!
Morirò a cielo scoperto.
Il vecchio si volse al mandriano: - Tu vai a coricarti. L'altra notte hai vegliato, e sei stanco.
Il giovane rientrò nella capanna.
Il vecchio lo seguì con lo sguardo; poi aggiunse, come se parlasse a se stesso:
- Mentre dormirà, io morirò. I due sonni possono stare in compagnia.
Il Vescovo non era commosso come pare che avrebbe potuto esserlo.
Non credeva di sentire Dio in quel modo di morire. E poi, diciamolo francamente, poiché le piccole contraddizioni dei grandi cuori vogliono essere notate come tutto il resto, egli che sapeva scherzare tanto volentieri sulla Sua Grandezza era un po' urtato di non sentirsi chiamare Monsignore ed era quasi tentato di rispondere: cittadino. Gli venne la velleità di ricorrere a quella burbera familiarità così ordinaria nei medici e nei preti, ma che non era abituale in lui. Dopo tutto quell'uomo, quel convenzionale, quel rappresentante del popolo, era stato un potente della terra; e forse per la prima volta in vita sua, il Vescovo fu tentato di mostrarsi severo.
Intanto il repubblicano lo trattava con una modesta affabilità nella quale non era forse difficile discernere l'umiltà che si addice a chi è tanto vicino a ritornare polvere.
Da parte sua, il Vescovo, benché di solito alieno dalla curiosità che riteneva affine all'offesa, non poteva astenersi dal guardare il repubblicano con un'attenzione che, non provenendo da simpatia, gli avrebbe fatto rimordere la coscienza davanti a qualsiasi altro uomo. Un membro della convenzione gli faceva l'effetto di un fuorilegge, fuori anche dalla legge della carità.
Calmo, quasi eretto, la voce sonora, G. era uno di quei grandi ottuagenari che fanno la meraviglia del fisiologo. La rivoluzione ebbe molti di questi uomini proporzionati all'epoca. In quel vegliardo si sentiva l'uomo a tutta prova. Così vicino alla fine, conservava tutti i gesti della salute. Nel suo limpido sguardo, nella voce franca, nel vigoroso moto delle spalle, c'era qualcosa che sconcertava la morte. Azrael, l'angelo maomettano dei sepolcri, sarebbe tornato indietro credendo di aver sbagliato porta. Pareva morire perché voleva morire.
C'era della libertà nella sua agonia. Solo le gambe erano immobili e la morte lo afferrava per di là. I piedi erano inerti e ghiacci, mentre la testa viveva di tutto il vigore della vita e appariva in piena luce. In quel solenne momento G. pareva il re della novella orientale, tutto carne all'insù e tutto marmo all'ingiù. C'era là un sasso, e il Vescovo ci si sedette. L'esordio fu "ex-abrupto".
- Mi congratulo con voi - gli disse con un tono di rimprovero.
Almeno non avete votato la morte del re.
Il repubblicano finse di non badare all'amaro sottinteso nascosto nella parola "almeno"; rispose, ma il suo sorriso era sparito dal suo volto:
- Non felicitatevi troppo con me, signore. Votai per la fine del tiranno.
Era l'accento austero di fronte all'accento severo.
- Che volete dire? - riprese il Vescovo.
- Voglio dire che l'uomo ha un tiranno, l'ignoranza, e io votai per la sua fine. Questo tiranno ha generato i re che sono l'autorità desunta dal falso, mentre la scienza è l'autorità desunta dal vero. L'uomo deve essere governato soltanto dalla scienza.
- E dalla coscienza - aggiunse il Vescovo.
- E' la stessa cosa. La coscienza è la quantità di scienza innata che abbiamo in noi.
Un po' sorpreso, Monsignor Benvenuto ascoltava questo linguaggio tanto nuovo per lui.
Il repubblicano continuò:
- Quanto a Luigi Sedicesimo ho detto di no. Non mi credo in diritto di uccidere un uomo, però sento il dovere di distruggere il male. Votai la fine del tiranno, cioè la fine della prostituzione della donna, la fine della schiavitù dell'uomo, la fine dell'ignoranza del fanciullo. Votai per tutto questo, votando per la repubblica. Votai per la fratellanza, per la concordia, per l'aurora. Ho collaborato alla caduta dei pregiudizi e degli errori, perché dalle loro rovine scaturisce la luce. Abbiamo fatto crollare il mondo antico, e il mondo antico, che era un vaso di miserie, rovesciandosi sul genere umano è diventato un'urna di gioia.
- Gioia mal combinata - disse il Vescovo.
- Dite piuttosto gioia torbida, e oggi, dopo quel fatale ritorno del passato che chiamiamo il 1814, gioia sparita. Ahimè! ne convengo; l'opera fu incompleta. Abbiamo demolito il vecchio regime nel fatto, ma non abbiamo potuto sradicarlo nelle idee. Non basta distruggere gli abusi; bisogna modificare i costumi. Il mulino non c'è più, ma il vento soffia ancora.
- Avete demolito, e demolire può essere utile, ma io diffido di una demolizione in cui si immischi la collera.
- Il diritto ha la sua collera, signor Vescovo, e la collera del diritto è un elemento di progresso. Non importa quel che dicono.
La Rivoluzione francese è il passo più potente del genere umano, dopo l'avvento di Cristo. Incompleta, sia pure, ma sublime. Ha sviluppato tutte le incognite sociali; ha addolcito gli animi, li ha calmati, tranquillizzati, illuminati; ha fatto scorrere fiumi di civiltà sulla terra; è stata un bene. La Rivoluzione francese è stata una sagra della civiltà.
Il Vescovo non poté trattenersi dal mormorare:
- Sì? il Novantatré!
Il repubblicano si drizzò sul seggiolone con una solennità quasi funerea e gridò, come può gridare un moribondo: - Ah! ci siamo! il Novantatré!me l'aspettavo questa grossa parola!per millecinquecento anni si è formata una nuvola, e finalmente dopo quindici secoli si squarcia. Voi fate il processo allo scoppio del fulmine.
Senza forse confessarselo, il Vescovo sentì che in lui qualcosa era colpito; però tenne fermo e rispose:
- Il giudice parla a nome della giustizia, il sacerdote nel nome della pietà che è una giustizia più sublime. Il fulmine non deve ingannarsi.
E guardando fisso il repubblicano, aggiunse: - E Luigi Diciassetesimo?
L'altro stese la mano e afferrò il braccio del Vescovo:
- Luigi Diciassettesimo! Bene. Su chi piangete? Sul fanciullo innocente? Sta bene, anch'io piango con voi! Sul fanciullo regale?
allora vi chiedo di riflettere. Per me, il fratello di Cartouche, ragazzo innocente, appeso per le ascelle in piazza de Grève fino a che non morisse, per il solo delitto di essere stato il fratello di Cartouche, non fa meno pietà del nipote di Luigi Quindicesimo, ragazzo innocente, martoriato nella torre di Temple per il solo delitto di essere stato nipote di Luigi Quindicesimo.
- Signore, non mi piace questo accostamento di nomi disse il Vescovo.
- Cartouche? Luigi Quindicesimo? Per chi dei due vi lamentate?
Seguì un breve silenzio. Il Vescovo quasi si pentiva di essere venuto; eppure provava una vaga e strana commozione.
Il repubblicano riprese:
- Ah! reverendo, a voi non piacciono le crude verità. Cristo invece le amava. Afferrava una verga e spazzava il tempio. La sua sferza scintillante era una rude rivelazione della verità. Quando gridava: "Sinite parvulos", non faceva distinzioni tra i fanciulli: Non si sarebbe peritato di avvicinare il primogenito di Barabba al primogenito di Erode. Signore, l'innocenza si corona da sé; non sa che farne di chiamarsi "altezza". E' augusta nei cenci, come tra i fiordalisi.
- E' vero - disse il Vescovo a bassa voce.
- Insisto - continuò il repubblicano. - Avete nominato Luigi Diciassettesimo. Intendiamoci. Piangiamo su tutti gli innocenti, su tutti i martiri, su tutti i ragazzi, sui poveri come sui nobili? Ci sto. Ma allora, vi ripeto, bisogna risalire più in là del Novantatré, e dobbiamo cominciare a piangere più addietro di Luigi Diciassettesimo. Piangerò con voi sui figli dei re, purché voi piangiate con me sui figli del popolo.
- Piango su tutti - disse il Vescovo.
- Benissimo - esclamò G. - E se la bilancia deve pendere da un lato, lo sia a favore del popolo, che soffre di più da molto tempo.
Ci fu ancora silenzio. Fu il repubblicano a interromperlo. Si sollevò sul gomito, strinse un po' di guancia fra il pollice e l'indice come si fa macchinalmente quando si interroga e si giudica, e interpellò il Vescovo con uno sguardo pieno di tutte le energie dell'agonia. Fu quasi una esplosione.
- Sì, Signore, il popolo soffre da molto tempo. E poi, sentite, voi non siete venuto qui per discutere e per parlarmi di Luigi Diciassettesimo. Io non vi conosco. Da quando sono in paese, sono vissuto rinchiuso, solo, senza mettere un piede fuori, senza vedere alcuno tranne questo ragazzo. Il vostro nome, è vero, arrivò confusamente fino a me e, devo confessarlo, non mal pronunciato; ma questo non significa niente; gli uomini abili hanno tanti modi di darla a credere a quel buon credulone che è il popolo. A proposito, non ho sentito il rumore della vostra carrozza. Certamente l'avete lasciata dietro il bosco, alla svolta della strada. Non vi conosco, dicevo; mi avete detto che siete il Vescovo, ma questo non mi dice niente sulla vostra persona morale.
Insomma, vi ripeterò la mia domanda: Chi siete? Siete un Vescovo, cioè un principe della chiesa, uno di quegli uomini pieni di dorature, di stemmi, di rendite e di grosse prebende, - il vescovado di Digne ha 15000 franchi fissi, 10000 franchi di incerti: in totale 25000, - che hanno cuochi, lacché, la buona tavola, mangiano gallinelle il venerdì, si pavoneggiano con lacché davanti e lacché di dietro in berline di gala, hanno palazzi, e si fanno portare in carrozza nel nome di Gesù Cristo che andava a piedi nudi! Siete un prelato e, come tutti i prelati, avete rendite, palazzi, cavalli, valletti, buona tavola e tutti i piaceri della vita; come tutti gli altri ne godete; sta bene! ma questo dice troppo e dice poco, e non mi illumina sul valore intrinseco ed essenziale della vostra personalità, non mi illumina su voi, che venite con la probabile pretesa di portarmi la saggezza. Con chi parlo dunque? Chi siete?
Il Vescovo abbassò la testa e rispose: - "Vermis sum".
- Un verme di terra in carrozza! - borbottò il repubblicano.
Toccava ora al repubblicano essere umano e al vescovo essere sublime.
Il Vescovo riprese con dolcezza:
- Va bene, signore; però spiegatemi in che modo la mia carrozza, che è là a due passi dietro gli alberi, la mia lauta mensa, le gallinelle che mangio il venerdì, i miei venticinquemila franchi di rendita, il mio palazzo e i miei lacché provano che la pietà non è una virtù, che la clemenza non è un dovere e che il Novantatré non è stato inesorabile.
Il repubblicano si passò la mano sulla fronte come per allontanare una nuvola.
- Prima di rispondervi - disse - vi prego di perdonarmi. Ho avuto torto, signore. Siete in casa mia, siete il mio ospite, e ho quindi il dovere di essere cortese. Voi discutete le mie idee; devo dunque limitarmi a combattere i vostri argomenti. Le vostre ricchezze e i vostri godimenti sono dei vantaggi che ho contro di voi nel dibattito, ma è bene non servirsene. Vi prometto di non farne uso.
- Vi ringrazio - disse il Vescovo.
G. riprese:
- Torniamo alla spiegazione che mi richiedevate. Dove eravamo? che cosa dicevate? E' stato inesorabile il Novantatré?
- Sì, inesorabile - disse il Vescovo. - Che cosa pensate di Marat che batteva le mani alla ghigliottina?
- Che cosa pensate di Bossuet che cantava il "Te Deum" per il massacro degli Ugonotti?
La risposta era dura ma colpiva diritto con la rigidità di una lama di acciaio. Il Vescovo trasalì; non gli venne alcuna risposta, ma era stato urtato da quella maniera di citare Bossuet.
Anche i più nobili spiriti hanno i loro idoli e talvolta si sentono vagamente colpiti dalla mancanza di rispetto per la logica.
Il repubblicano cominciava ad ansare, l'affanno dell'agonia gli mozzava la voce; tuttavia aveva ancora nei suoi occhi una perfetta lucidità di pensiero. E continuò:
- Diciamo ancora qualche parola; lo faccio volentieri. Astraendo dalla Rivoluzione, che nel suo complesso è una immensa affermazione umana, il Novantatré purtroppo è una obiezione. Voi lo trovate inesorabile. Ma l'intera monarchia signore? Carrier è un bandito; ma che nome date a Montrevel? Fouquier-Tinville è un miserabile, ma che pensate di Lamoignon-Baville? Maillard è spaventevole; ma Saulx-Tavannes? Il padre Duchêne è feroce, ma quale epiteto dareste al padre Letellier? Jourdan "tagliatesta" è un mostro, ma sempre meno del marchese di Louvois. Signore, signore, compiango Maria Antonietta, arciduchessa e regina, ma compiango pure quella povera Ugonotta che nel 1685, sotto Luigi il Grande, mentre allattava il suo bambino, fu legata a un palo, nuda fino alla vita, e il bimbo le fu tenuto a distanza; il seno le si gonfiava di latte e il cuore di angoscia; il bambino, affamato e pallido, vedeva quel seno, agonizzava, strillava mentre il boia diceva alla donna, madre e nutrice: abiura! ponendola al bivio tra la morte del figlio e la morte della sua coscienza. Che ne dite di questo supplizio di Tantalo adattato a una madre? Signore, ricordatelo. La Rivoluzione francese ha avuto le sue ragioni. La sua collera sarà assolta dall'avvenire. Il suo risultato è un mondo migliore. Dai suoi più terribili colpi nasce una certezza per il genere umano. Concludo, anzi mi fermo; ho troppo buon gioco. Del resto, muoio.
E volgendo lo sguardo dal Vescovo, il repubblicano completò il suo pensiero con queste tranquille parole:
- Sì, le brutalità del progresso si chiamano rivoluzioni; ma quando sono finite, si riconosce che il genere umano, se è stato trattato male, ha però marciato.
Il repubblicano non sospettava di avere abbattuto una dopo l'altra tutte le trincee interiori del Vescovo. Ce ne restava una e da questa ultima trincea, suprema risorsa della resistenza di Monsignor Benvenuto, uscirono queste parole, in cui riapparve quasi tutta la rudezza dell'inizio:
- Il progresso deve credere in Dio. Il bene non può avere un servitore empio. L'ateo è una cattiva guida del genere umano Il vecchio rappresentante del popolo non rispose. Ebbe un tremito.
Guardò il cielo e una lacrima spuntò lentamente nel suo sguardo.
Quando la pupilla fu piena, la lacrima cadde lungo la guancia livida; e, con lo sguardo perduto nella profondità dei cieli, quasi balbettando sottovoce e parlando a se stesso, disse:
- O ideale! tu solo esisti!
Il Vescovo ebbe una specie d'inesprimibile emozione.
Dopo una pausa, il vegliardo levando un dito verso il cielo, disse: L'infinito esiste. E' là. Se l'infinito non avesse un io, l'io sarebbe il suo limite, non sarebbe infinito. In altri termini, non esisterebbe. Ma esiste. Dunque ha un io. Questo io dell'infinito è Dio.
Il moribondo aveva pronunciato queste ultime parole a voce alta, col fremito dell'estasi, come se vedesse qualcuno. Quand'ebbe finito di parlare, i suoi occhi si chiusero. Era esaurito dallo sforzo. Era evidente che aveva vissuto in un attimo le poche ore di vita che gli restavano. Quel che aveva detto lo aveva accostato a colui che è nella morte. Arrivava l'istante supremo.
Il Vescovo capì che il tempo stringeva e che era venuto lì come sacerdote. Da un'estrema freddezza era passato gradatamente all'estrema commozione; guardò quegli occhi chiusi, prese quella vecchia mano rugosa e gelida, e si chinò sul moribondo:
- Questa è l'ora di Dio. Non credete che sarebbe doloroso se ci fossimo incontrati inutilmente?
Il repubblicano riaprì gli occhi. Una gravità, in cui c'era dell'ombra, si dipinse sul suo volto.
- Monsignore - disse con una lentezza che derivava forse più dalla dignità dell'anima che dalla debolezza delle forze; ho passato la mia vita nella meditazione, nello studio e nella contemplazione.
Avevo sessant'anni quando la Patria mi chiamò e mi ordinò di occuparmi dei suoi affari. Obbedii. C'erano degli abusi e li ho combattuti. C'erano delle tirannie e le ho distrutte; c'erano dei diritti e dei princìpi, e io li proclamai e li confessai. Il territorio era invaso, e io l'ho difeso. La Francia era minacciata, e le ho offerto il mio petto. Non ero ricco e sono povero. Sono stato uno dei padroni dello Stato. I sotterranei del Tesoro erano zeppi di danaro a tal punto che bisognava puntellare i muri perché non crollassero sotto il peso dell'oro e dell'argento. Desinavo in via dell'Albero Secco a ventidue soldi a testa. Aiutai gli oppressi. Consolai i sofferenti. Stracciai le tovaglie dell'altare. E' vero. Ma per curare le ferite della Patria. Ho sempre sostenuto il cammino dell'umanità verso la luce e talvolta ho resistito al progresso senza pietà. All'occasione, ho protetto i miei avversari, voi altri. A Peteghem in Fiandra, dove i re merovingi avevano la loro reggia estiva, c'è l'abbazia di Santa Chiara di Beaulieu, che ho salvata nel 1793. Ho fatto il mio dovere, secondo le mie forze, e tutto il bene che ho potuto.
Dopo, sono stato cacciato, braccato, inseguito, perseguitato, calunniato, deriso, disprezzato, maledetto, proscritto. Da lunghi anni, con i miei capelli bianchi sento che molti si credono in diritto di disprezzarmi, e agli occhi del povero popolo ignorante, ho un volto da dannato; ma, senza odiare alcuno, io accetto l'isolamento dell'odio. Adesso ho ottantasei anni e sto per morire. Che cosa venite a chiedermi?
- La vostra benedizione - disse il Vescovo.
E si inginocchiò.
Quando il Vescovo rialzò il capo, il volto del repubblicano era diventato augusto. Era spirato.
Il Vescovo tornò a casa, profondamente assorto in non so quali pensieri. Passò tutta la notte in preghiera. L'indomani, alcuni curiosi cercarono di parlargli del repubblicano G.; egli si limitò a indicare il cielo. Da quel giorno, raddoppiò la tenerezza e la fraternità per i piccoli e i sofferenti.
Ogni allusione a "quel vecchio scellerato di G." lo faceva cadere in una singolare preoccupazione. Nessuno potrebbe asserire che il passaggio di quello spirito davanti a lui e il riflesso di quella grande coscienza sulla sua non influissero in qualche modo nel suo accostarsi alla perfezione.
Quella "visita pastorale" fu naturalmente un'occasione di mormorio nei piccoli capannelli locali:
"Era forse il posto d'un vescovo il capezzale di un tal moribondo?
Evidentemente non c'era da attendersi una conversione. Tutti quei rivoluzionari sono incorreggibili. Ma allora perché andarci? Che cosa è stato a guardare? Bisogna credere che fosse curioso di vedere un'anima trascinata via dal diavolo".
Un giorno, una vecchia signora, di quella specie impertinente che si ritiene spiritosa, gli rivolse questo frizzo: Monsignore, la gente si chiede quando Vostra Grandezza avrà il berretto rosso. - Oh! ecco un colore troppo violento, - rispose il Vescovo. - Per fortuna quelli che lo disprezzano in un berretto lo venerano in un cappello.
11. UNA RESTRIZIONE
Si ingannerebbe chi da tutto questo concludesse che Monsignor Benvenuto era "un vescovo filosofo" oppure "un curato patriota".
Il suo incontro col repubblicano G. - incontro che si potrebbe quasi chiamare congiunzione, - gli lasciò una specie di stupore che lo rese ancora più mite. Ecco tutto.
Sebbene Monsignor Benvenuto fosse tutt'altro che un politico, è forse opportuno indicare molto brevemente quale fosse il suo atteggiamento negli avvenimenti del tempo, supposto che Monsignor Benvenuto abbia mai sognato di avere un atteggiamento.
Risaliamo dunque ad alcuni anni addietro.
Qualche tempo dopo la nomina di Myriel a Vescovo, l'Imperatore l'aveva fatto barone dell'Impero insieme a molti altri vescovi.
Come si sa, ci fu l'arresto del Papa nella notte tra il 5 e il 6 luglio 1809. In quell'occasione Myriel fu chiamato da Napoleone al sinodo dei vescovi francesi e italiani convocato a Parigi. Questo sinodo si tenne a Notre-Dame e si riunì per la prima volta il 15 giugno 1811 sotto la presidenza del Cardinale Fesch. Myriel fu uno dei novantacinque vescovi che vi presero parte; ma partecipò a una seduta e a tre o quattro adunanze particolari. Vescovo di una diocesi di montagna, abituato a vivere così vicino alla natura, in un ambiente rustico e spoglio, pare che portasse tra quegli eminenti personaggi certe idee che cambiarono il clima dell'assemblea. Se ne tornò subito a Digne. Richiesto su quel repentino ritorno rispose: - "Davo fastidio. L'aria di fuori arrivava loro per mezzo mio. Ad essi facevo l'effetto di una porta aperta".
Un'altra volta disse: - "Che volete! tutti quei monsignori sono dei principi ma io non sono altro che un povero vescovo contadino".
Fatto sta che non era piaciuto. Tra le altre stranezze si dice che una sera, trovandosi in casa di uno dei suoi confratelli più qualificati, si lasciò sfuggire queste parole: - Che belle pendole! che bei tappeti! che belle livree! Tutto questo deve essere molto seccante. Oh! non vorrei aver d'attorno queste cose superflue che mi griderebbero incessantemente all'orecchio: C'è gente che ha fame! c'è gente che ha freddo! ci sono i poveri!
Diciamolo di passaggio, l'odio del lusso non sarebbe un odio intelligente, perché implicherebbe l'odio delle arti. Però tra la gente di chiesa, al di fuori della cerimonia, il lusso è un torto e pare che riveli delle abitudini realmente poco caritatevoli. Un prete ricco è un controsenso. Il prete deve restare vicino ai poveri. Ora è possibile stare a contatto continuamente, notte e giorno, con tutte le miserie, con tutte le sventure, con tutte le indigenze senza possedere una parte di quella santa miseria, come la polvere del lavoro? Immaginate voi un uomo che stia vicino a un braciere senza sentire il caldo? oppure un operaio che lavori continuamente presso una fornace e non abbia né un capello bruciato né un'unghia annerita né una goccia di sudore, né un granello di polvere sul volto? La prima testimonianza della carità del prete, del Vescovo soprattutto, è la povertà.
Indubbiamente il Vescovo di Digne la pensava così.
Non bisogna però credere che su certi punti delicati condividesse quelle che noi chiameremmo "le idee del secolo". Si immischiava poco nelle questioni teologiche del tempo e taceva sulle questioni in cui sono compromessi la Chiesa e lo Stato; ma se avessero insistito, pare che l'avrebbero trovato più ultramontano che gallicano. Poiché facciamo un ritratto e non vogliamo nascondere nulla, siamo costretti ad aggiungere che si mostrò glaciale verso Napoleone in declino. A partire dal 1813 aderì o applaudì a tutte le manifestazioni ostili. Rifiutò di vederlo al suo passaggio, di ritorno dall'isola d'Elba, e non volle ordinare nella sua diocesi pubbliche preghiere per l'imperatore durante i Cento Giorni.
Oltre alla sorella signorina Battistina aveva due fratelli: uno generale e l'altro prefetto. Scriveva spessissimo a tutti e due.
Per qualche tempo fu in broncio col primo perché, avendo un comando in Provenza all'epoca dello sbarco di Cannes, il generale si era messo alla testa di milleduecento uomini e aveva inseguito l'imperatore come se volesse lasciarlo fuggire. La sua corrispondenza fu più affettuosa con l'altro fratello, l'ex- prefetto, un bravo e degno uomo che viveva a Parigi in via Cassette.
Monsignor Benvenuto ebbe dunque anche lui la sua ora di partigianeria, la sua ora di amarezza, la sua nuvola. L'ombra delle passioni del momento passò su quel mite e grande spirito occupato nelle cose eterne. Certamente un tale uomo avrebbe meritato di non avere opinioni politiche. Non si fraintenda il nostro pensiero; noi non confondiamo le così dette "opinioni politiche" con la grande aspirazione al progresso, con la sublime fede patriottica, democratica e umana, che ai nostri giorni deve essere il sostrato di ogni intelligenza generosa. Senza approfondire delle questioni che soltanto indirettamente riguardano il soggetto di questo libro, diciamo semplicemente questo: Sarebbe stato bello che Monsignor Benvenuto non fosse stato realista, che il suo sguardo non si fosse distolto neppure per un istante da quella serena contemplazione in cui si vedono chiaramente risplendere, al di sopra dell'uraganoso sconvolgimento delle cose umane, quelle tre pure luci che sono la verità, la giustizia e la carità. Ora, pur ammettendo che Dio non aveva creato Monsignor Benvenuto per una funzione politica, avremmo compreso e ammirato la protesta nel nome del diritto e della libertà, la fiera opposizione, la resistenza pericolosa e giusta all'onnipotente Napoleone. Ma ciò che ci piace in quelli che salgono ci piace meno in quelli che cadono. Noi amiamo il combattimento finché dura il pericolo, e, in ogni caso, soltanto i combattenti della prima ora hanno il diritto di essere gli sterminatori dell'ultima. Chi non è stato accusatore instancabile durante la prosperità deve tacere davanti alla rovina. Il denunciatore del successo è l'unico legittimo giustiziere della caduta.
Dal canto nostro, quando la Provvidenza interviene e colpisce, la lasciamo fare. Il 1812 comincia a disarmarci. Nel 1813, la vigliacca rottura del silenzio da parte di quel corpo legislativo, già prima taciturno e poi reso ardito dalla catastrofe, doveva muovere a sdegno, ed era un torto applaudirla. Nel 1814, davanti ai marescialli traditori, davanti a quel senato che passava da una vergogna all'altra, che insultava dopo aver divinizzato, davanti a quell'idolatria che si allontanava dall'idolo sputandogli addosso, era un dovere indignarsi; nel 1815, mentre la Francia sentiva il brivido del sinistro avvicinarsi dei supremi disastri che erano già nell'aria, mentre si poteva già distinguere Waterloo aperto davanti a Napoleone, la dolorosa acclamazione dell'esercito e del popolo al condannato dal destino non aveva niente di ridicolo, e, fatta ogni riserva sul despota, un cuore come quello del Vescovo di Digne non avrebbe forse dovuto misconoscere quel che cera di augusto e di commovente, sull'orlo dell'abisso, nello stretto abbraccio tra una grande nazione e un grande uomo.
Fatta questa eccezione, egli era e fu in ogni cosa giusto, veritiero, sincero, equo, intelligente, umile e degno, benefico e benevolo: il che è un altro modo di essere benefico. Era un prete, un saggio e un uomo. Bisogna dir pure che anche nei riguardi dell'opinione politica che gli abbiamo rimproverato e che siamo inclini a giudicare quasi severamente, egli si mostrò tollerante e duttile, forse più di quel che noi non diciamo. Il portinaio del palazzo municipale era stato nominato dall'imperatore. Era un vecchio sottufficiale della vecchia guardia, decorato di Austerlitz, bonapartista come l'aquila. Di tanto in tanto, a quel povero diavolo sfuggivano parole imprudenti che la legge allora qualificava come "discorsi sediziosi".
Dopo che l'effigie dell'imperatore era scomparsa dalla Legione d'onore, egli non si vestiva più "d'ordinanza", come diceva, per non essere costretto a portare la croce. Lui stesso aveva devotamente tolto l'immagine imperiale dalla croce avuta da Napoleone, lasciandoci un vuoto che non aveva voluto colmare con altra cosa. "Piuttosto morire", diceva, "che portare sul mio cuore i tre rospi". Volentieri e a voce alta si beffava di Luigi Diciottesimo. "Se ne vada in Prussia con la sua scozzoneria, il vecchio gottoso dalle uose all'inglese!". Contento di riunire nella stessa imprecazione le due cose che detestava di più: la Prussia e l'Inghilterra. Fece tanto che perse l'impiego. Ridotto sul lastrico, con moglie e figli, il Vescovo lo fece chiamare, lo rimproverò dolcemente e lo nominò svizzero della cattedrale.
Myriel era nella diocesi il vero pastore, l'amico di tutti.
In nove anni, con le sante azioni e le dolci maniere, Monsignor Benvenuto aveva destato nella città di Digne una specie di venerazione tenera e filiale. Il suo stesso atteggiamento nei riguardi di Napoleone era stato accettato e quasi tacitamente perdonato dal popolo, buono e debole gregge che se adorava il suo imperatore, amava però il suo vescovo.
12. SOLITUDINE DI MONSIGNOR BENVENUTO
Attorno a un vescovo c'è quasi sempre una schiera di preti, come intorno a un generale uno sciame di ufficialetti. Sono quelli che l'incantevole San Francesco di Sales chiama non so dove "i preti giovanini". Ogni carriera ha i suoi aspiranti che fanno corteo a quelli già arrivati. Non c'è una potenza senza seguito; non c'è una fortuna senza una corte. Quelli che vanno a caccia di posti s'aggirano sempre attorno alle grandezze presenti. Ogni metropoli ha il suo stato maggiore. Ogni vescovo un tantino influente ha attorno la sua pattuglia di cherubini seminaristi che fanno la ronda, mantengono l'ordine nell'episcopio e montano la guardia al sorriso di monsignore. Per un suddiacono essere gradito al vescovo è come avere il piede nella staffa. E' pur necessario farsi strada. L'apostolato non disdegna il canonicato.
Come altrove ci sono i berretti importanti, così nella chiesa ci sono le grosse mitre. Si tratta di vescovi ben visti in alto, ricchi, con buone rendite, abili, accetti in società, che sanno senza dubbio pregare ma sanno anche sollecitare, poco scrupolosi di far fare anticamera a un'intera diocesi, tratti d'unione tra la sacrestia e la diplomazia, più abati che sacerdoti, più prelati che vescovi. Felici coloro che li accostano! Godendo molto credito, fanno piovere attorno, sugli zelanti e sui favoriti, le grasse prebende, le parrocchie, gli arcidiaconati, le cappellanie e i canonicati, come preludi alle dignità episcopali. Avanzando nella carriera, fanno progredire anche i loro satelliti. Tutto un sistema solare è in marcia. I loro raggi imporporano il loro seguito. La loro prosperità si sbriciola sulle cantonate in piccole promozioni. Quanto più grande è la diocesi del protettore, tanto è migliore la parrocchia per il cliente. E poi c'è sempre Roma. Un vescovo che sa diventare arcivescovo, un arcivescovo che sa diventare cardinale, vi porta come conclavista, e allora potete entrare nella Sacra Rota, avere il pallio, potete diventare cameriere, o anche monsignore e da Eccellenza a Eminenza non c'è che un passo, tra Eminenza e Santità non c'è che la fumata di uno scrutinio. Ogni zucchetto può sognare la tiara. Il prete ai nostri giorni è l'unico uomo che possa regolarmente diventare re. E che re! il re supremo. Che vivaio di aspirazioni è un seminario!
Quanti chierichetti pudibondi, quanti abatini portano sul capo il secchio di latte di Pierina! L'ambizione facilmente si proclama vocazione e forse, in buona fede, chi sa? s'inganna, beata com'è!
Monsignor Benvenuto, umile, povero, semplice, non contava tra le grosse mitre. Questo lo si vedeva dall'assenza completa di giovani preti attorno a lui. Abbiamo visto che a Parigi "non aveva incontrato". Nessuno sognava di legare il proprio avvenire a questo vegliardo solitario. Non c'era ambizione in erba che avesse la pazzia di verdeggiare alla sua ombra. I suoi canonici e i suoi vicari foranei erano dei vecchi alla buona, un po' popolani come lui, murati come lui in quella diocesi che non dava adito al cardinalato, e rassomigliava al loro vescovo, ma con questa differenza: essi erano finiti e lui era arrivato. Si sapeva così bene che era impossibile far carriera vicino a Monsignor Benvenuto che i giovani sacerdoti, ordinati da lui, appena usciti dal seminario si facevano raccomandare agli arcivescovi di Aix o di Auch e si allontanavano al più presto. Questo perché, lo ripetiamo, bisogna avere una spinta. Un santo che vive con un eccesso di abnegazione è una vicinanza pericolosa; potrebbe comunicarvi il contagio di una povertà incurabile, l'anchilosi delle articolazioni utili alla carriera e farvi fare insomma più rinunce di quelle che non desideriate. Tutti fuggono questa virtù scabbiosa. Perciò l'isolamento di Monsignor Benvenuto.
Noi viviamo in una società triste. Riuscire: ecco l'insegnamento che cade a goccia a goccia dalla corruzione sovrastante.
Diciamolo di passaggio, il successo è una cosa assai sporca. La sua falsa somiglianza col merito inganna gli uomini. Per la folla, la riuscita ha quasi lo stesso aspetto della superiorità. Il successo, questo sosia dell'ingegno, ha come credenzona la storia.
Soltanto Giovenale e Tacito se ne ridono. Ai nostri giorni, una filosofia quasi ufficiale si è fatta serva del successo, ne porta la livrea e presta servizio nella sua anticamera. Riuscire: ecco la teoria. La prosperità suppone la capacità. Se vincete alla lotteria, siete abile. Chi trionfa è venerato. Il segreto sta nel nascere fortunato. Abbiate fortuna, e avrete il resto. Siate felici, e sarete ritenuti grandi. Al di fuori di cinque o sei eccezioni gigantesche che sono il lustro di un secolo, l'ammirazione contemporanea è miope e confonde la doratura con l'oro. Essere il primo venuto non guasta, purché si riesca. Il volgare è un vecchio Narciso che adora se stesso e applaude il volgare. Quell'enorme facoltà per la quale si è Mosè, Eschilo, Dante, Michelangelo o Napoleone, la moltitudine l'attribuisce, a prima vista e per acclamazione, a chiunque raggiunge il suo scopo.
Che un notaio si trasformi in deputato; che un falso Corneille scriva Tiridate, che un eunuco arrivi a possedere un harem; che un Prudhomme militare vinca per caso la battaglia decisiva di un'epoca; che un farmacista inventi le suole di cartone per l'armata di Sambre-et-Meuse e si procacci con questo cartone, spacciato per cuoio, quattrocentomila franchi di rendita; che un merciaiuolo sposi l'usura e le faccia generare da sette a otto milioni di cui egli è il padre e lei la madre; che un predicatore diventi vescovo per la sua pronuncia nasale; che un amministratore di una casa signorile, lasciando il servizio, sia così ricco da essere nominato ministro delle finanze: ecco quello che gli uomini chiamano genio, così come chiamano bellezza il grugno di Mousqueton e Maestà il ceffo di Claudio. Essi confondono con le costellazioni dell'abisso le stelle che disegnano nel pantano le zampe delle anitre.
13. CHE COSA CREDEVA
Dal punto di vista dell'ortodossia, non ci è lecito indagare nella vita del Vescovo di Digne. Davanti a un'anima come la sua, sentiamo solo rispetto. La coscienza del giusto deve essere creduta sulla parola. D'altronde, date certe nature, noi ammettiamo ogni sviluppo possibile delle bellezze della virtù umana in una credenza diversa dalla nostra.
Che cosa pensava di questo dogma o di quel mistero? Questi segreti della coscienza sono noti soltanto alla tomba, dove le anime entrano nude. Di una cosa però siamo certi: che in lui le difficoltà della fede non si risolvevano mai in una ipocrisia.
Nessuna corruzione possibile nel diamante. Credeva più che poteva.
"Credo in Patrem", esclamava spesso. Del resto dalle buone opere traeva quel tanto di soddisfazione che basta alla coscienza e che dice sottovoce: Tu sei con Dio. Crediamo però di dover notare che al di fuori e, per così dire al di là della sua fede, il Vescovo aveva un eccesso di amore. Ed è per questo, "quia multum amavit", che era ritenuto vulnerabile dagli "uomini seri", dalle "persone ragionevoli", e dalle "persone gravi": espressioni favorite dal nostro tristo mondo in cui l'egoismo riceve la parola d'ordine dalla pedanteria. Che cosa era questo eccesso di amore? Era una benevolenza serena, che oltrepassava gli uomini, come abbiamo già indicato, e si estendeva fino alle cose. Viveva senza disprezzare.
Era indulgente per la creazione di Dio. Tutti gli uomini, anche i migliori, hanno una durezza istintiva, che tengono in serbo per gli animali. Il Vescovo di Digne non aveva questa durezza, che pure è una caratteristica di molti preti. Non arrivava fino ai bramini, ma pareva che avesse meditato queste parole dell'Ecclesiaste: "Chi sa dove va l'anima degli animali?". La bruttezza dell'aspetto, le deformazioni dell'istinto non lo turbavano e non l'indignavano. Ne restava commosso e quasi intenerito. Pareva che andasse a cercare, pensoso, al di là della vita apparente, la causa, la spiegazione o la scusa. Talora pareva chiedere a Dio delle trasformazioni. Esaminava senza collera e con l'occhio del linguista che decifra un palinsesto, il molto caos che c'è ancora nella natura. Quando era immerso in queste meditazioni, gli sfuggivano talvolta delle strane frasi. Una mattina si trovava in giardino; si credeva solo, ma sua sorella camminava dietro di lui senza essere vista; d'un tratto si fermò e guardò qualcosa per terra; era un grosso ragno, nero, peloso, orribile. La sorella sentì che diceva: Povera bestia, non è colpa sua.
E come non raccontare le puerilità quasi divine della sua bontà?
Puerilità, sia pure; però queste sublimi puerilità appartengono anche a San Francesco d'Assisi e a Marco Aurelio.
Un giorno prese una storta per non schiacciare una formica. Così viveva quel giusto. Talvolta si addormentava nel giardino, e allora era venerabile.
Monsignor Benvenuto, stando a certe storielle sulla sua giovinezza e anche sulla sua maturità, era stato un tempo un uomo passionale, forse violento. La sua mansuetudine universale era più che un istinto di natura il risultato di una grande convinzione filtrata nel suo cuore attraverso la vita e con una lenta successione di pensieri. Perché in un carattere, come in una roccia, si possono fare dei fori con gocce d'acqua. Questi scavi rimangono incancellabili; queste formazioni sono indistruttibili.
Nel 1815, ci pare di averlo detto, toccava i settantacinque anni, ma non ne dimostrava più di sessanta. Non era grosso; era un po' incline alla pinguedine e, per combatterla, faceva volentieri lunghe passeggiate a piedi. Aveva il passo fermo e le spalle poco curve. Da questo particolare non pretendiamo di concludere qualcosa; Gregorio Sedicesimo a ottant'anni era ancora diritto e sorridente. Monsignor Benvenuto aveva quello che il popolo chiama "una bella testa", ma così amabile da far dimenticare la bellezza.
Quando discorreva con quella gaiezza infantile che era una sua prerogativa e di cui noi abbiamo già parlato, si stava a bell'agio vicino a lui e pareva che da tutta la sua persona si irradiasse la gioia. La sua carnagione colorita e fresca, tutti i denti bianchissimi che aveva conservato e che il riso scopriva, gli davano quell'aria aperta e cordiale che fa dire di un uomo: è un buon ragazzo, e di un vecchio: è un buon uomo. Ricorderete che aveva fatto questa impressione a Napoleone. Infatti a chi lo avvicinava o lo vedeva per la prima volta dava l'impressione di un buon uomo. Però se si restava vicino a lui e per poco che lo si vedesse pensieroso, il buon uomo a poco a poco si trasfigurava e assumeva qualcosa di imponente; la sua fronte larga, spaziosa e seria, resa augusta dai capelli bianchi, diventava ancora più augusta per la meditazione; la maestà emanava da quella bontà senza che la bontà cessasse di risplendere; si provava quasi la commozione che avremmo se vedessimo un angelo sorridente aprire lentamente le sue ali senza cessare di sorridere. Il rispetto, un rispetto inesprimibile, vi prendeva a poco a poco, vi saliva al cuore, e sentivate di essere davanti a una di quelle anime forti, sperimentate e indulgenti, in cui il pensiero è così grande che non può essere del tutto comprensibile.
Come abbiamo visto, la preghiera, la celebrazione degli uffici religiosi, le elemosine, la consolazione degli afflitti, la coltivazione di un pezzo di terreno, l'ospitalità, la rinuncia, la continenza, lo studio, il lavoro occupavano ogni giorno della sua vita. "Riempivano" sarebbe proprio la parola, poiché la giornata del vescovo era colma di buoni pensieri, di buone parole, di buone azioni. Tuttavia non era completa se il freddo o la pioggia gli impedivano di andare a passare la sera, quando le donne si erano ritirate, una o due ore nel suo giardino prima di andare a letto.
Pareva che fosse una specie di rito per lui predisporsi al sonno con la meditazione al cospetto dei grandi spettacoli del cielo notturno. Talvolta, quando non dormivano, le due donne lo udivano passeggiare lentamente nei viali anche nelle ore più piccole della notte. Era là, solo con se stesso, raccolto, tranquillo, adorando, pa