Victor Hugo
L'ULTIMO GIORNO DI
UN CONDANNATO
INTRODUZIONE
Victor Hugo nacque il 26 febbraio 1802 a Besançon. Suo padre, Leopold- Sigisberg Hugo, generale dell'esercito napoleonico, seguì in Italia e in Spagna Giuseppe Bonaparte, e i figli e la moglie, Sofia Trebuchet, gli furono accanto nei suoi spostamenti. La Restaurazione pose fine a questo vagabondare.
Dal 1815 al 1818, Victor visse a Parigi nel convitto Cordier dove il padre avrebbe voluto preparasse gli esami per essere ammesso all'Ecole Polytechnique. Egli uscì invece dall'Istituto ben convinto di dedicarsi alla letteratura e nel 1819 fondò con il fratello Abel "Le Conservateur Littéraire". Nel 1822 i suoi primi scritti di intonazione monarchica e cattolica "Odes et poesies diverses", gli fruttarono dal re Luigi Diciottesimo una pensione di 1000 franchi che fu accresciuta nel 1823 per la pubblicazione di "Han d'Island". Lo stesso anno sposò Adele Foucher. Da questo matrimonio nacquero cinque figli.
Sono di questi anni i suoi primi contatti con i circoli romantici parigini, primo fra tutti quello di Jacques Nodier alla Biblioteca dell'Arsenal, è del 1827 il "Cromwell", il dramma la cui prefazione è considerata giustamente il manifesto delle nuove teorie romantiche.
Delle tre unità aristoteliche egli mantiene la sola unità di azione che considera unica condizione necessaria per un'opera drammatica, proclama la necessità di riportare l'arte alla verità, parla di imitazione della natura, di introduzione della storia nel dramma, di verso espressivo, vario, pieghevole.
Nel 1830, poiché il "Cromwell" era un dramma di troppo vasta mole per essere rappresentato, sulla base delle teorie esposte, portò sulle scene l'"Hernani". Fu la battaglia decisiva e Victor Hugo fu riconosciuto capo della nuova scuola romantica. Gli scritti si susseguirono allora numerosi: opere drammatiche ("Marion Delorme" 1831; "Le Roi s'amuse" 1832; "Lucrece Borgia", "Maria Tudor", "Ruy Blas", 1838; un romanzo ("Nôtre Dame de Paris"), 4 volumi di versi ("Les feuilles d'automne" 1831; "Le chats du Crepuscule" 1835; "Les Voix Interieures" 1837; "Les Rayon et les ombres" 1840), e nel 1841 divenne membro dell'Accademia Francese.
Due avvenimenti interruppero nel 1843 per un decennio la sua attività letteraria: la morte di sua figlia Léopoldine e l'insuccesso del dramma "Les Burgraves", che determinò la sua rinuncia al teatro.
Nel 1845 venne nominato da Luigi Filippo Pari di Francia, nel 1848 deputato all'Assemblea Costituente, dove fu uno dei più fieri avversari del presidente Luigi Bonaparte. Ma il colpo di stato del 1851 segnò per lui l'inizio dell'esilio, di quell'esilio che doveva durare fino al 4 settembre 1870. Furono letterariamente anni molto fecondi: nel 1853 pubblicò "Les chatiments", aspra satira contro Napoleone, nel 1856 "Les contemplations", nel 1859 la prima serie della "Légende des Siecles" (il seguito uscirà nel 1877 e nel 1883), nel 1862 "I Miserabili".
Rientrò a Parigi dopo il crollo del Secondo Impero, entrò nel Senato nel 1876 e morì il 22 maggio 1884. Le sue esequie furono un'apoteosi; la sua salma fu lasciata per una notte sotto l'Arco di Trionfo dei Campi Elisi e vegliata da dodici poeti.
Bicêtre
1.
Condannato a morte!
Sono cinque settimane che io vivo con questo pensiero: sempre solo con esso, sempre agghiacciato dalla sua presenza, sempre curvo sotto il suo peso!
Un tempo, poiché mi sembra siano passati anni e non settimane, io ero un uomo come tutti gli altri: ogni giorno, ogni ora, ogni minuto aveva le sue fantasie: e il mio spirito, giovane e ricco, si divertiva a snodarmele davanti l'una dopo l'altra senza alcun ordine o regola ricamando di arabeschi infiniti il tessuto di questa misera vita.
Erano ragazze, splendide cappe d'arcivescovo, vinte battaglie e teatri illuminati e sonori; e ragazze ancora e solitarie passeggiate, di notte, sotto le larghe braccia dei castagni... Era sempre festa nella mia immaginazione: potevo sempre pensare a quel che volevo, ero libero!
Ora, invece, sono carcerato.
Il mio corpo è in catene in una cella e l'anima è prigioniera d'una idea: un'orribile, atroce, implacabile idea: non ho più che un pensiero, che una convinzione, che una certezza: condannato a morte!
Qualsiasi cosa io faccia questo pensiero infernale è sempre lì, solo e geloso ai miei fianchi come uno spettro di piombo che mi toglie ogni distrazione, con gli occhi sempre fissi nei miei, sempre pronto a scuotermi con le sue mani di ghiaccio non appena voglia girare la testa od abbassare le palpebre. Si insinua in tutte le maniere là dove cerca di fuggirlo il mio spirito, si mischia come un orribile ritornello a tutte le parole che mi rivolgono, mi assedia quando sono sveglio, spia il mio sonno agitato e infine come un orribile coltello mi appare nei sogni. Allora mi sveglio di colpo, e balzando a sedere spaventato da tale visione esclamo: «Ah, non era che un sogno!».
Ebbene, prima ancora che i miei occhi pesanti abbian potuto aprirsi abbastanza per contemplare questo spaventoso pensiero scritto nell'orribile realtà che mi circonda, sul viscido e trasudante pavimento della cella, nel pallido lume della lucerna, nella tela grossolana dei vestiti, sulla tetra figura del soldato di guardia la cui giberna luccica al di là dello spioncino, mi sembra che una voce mi abbia mormorato all'orecchio: «Condannato a morte!».
2.
Fu una bella mattina d'agosto
Erano tre giorni che il mio processo era iniziato: tre giorni che il mio nome e il mio delitto richiamavano ogni mattino un nugolo di spettatori che venivano a calare sui banchi delle udienze come corvi intorno a un cadavere, tre giorni che tutta quella fantasmagoria di giudici, di testimoni, di avvocati, di procuratori del re mi passava e ripassava davanti, alle volte grottesca e alle volte spaventosa, e sempre ad ogni modo cupa e terribile. Durante le due prime notti, piene di inquietudini e di terrori, non avevo potuto dormire; la terza, alla fine, dormii di noia e fatica. A mezzanotte, infatti, lasciati i giurati riuniti per deliberare, mi avevano riportato sulla paglia della prigione e immediatamente ero piombato in un profondissimo sonno d'oblio: dopo molti e molti giorni erano quelle le prime ore di riposo.
Quando mi vennero a svegliare ero ancora nel più profondo del sonno.
Questa volta non bastarono davvero né i passi pesanti e le suole chiodate del secondino né il tintinnio del suo mazzo di chiavi né il rauco cigolìo del catenaccio: per farmi uscire dal letargo in cui ero caduto ci volle la sua voce rude al mio orecchio e la sua mano pesante sul mio braccio: «Alzatevi, su!».
Mi alzai intontito e mi misi a sedere sul letto.
In quel momento, dalla stretta ed alta finestra della celia vidi sul soffitto del corridoio vicino, solo cielo che mi fu dato intravedere, quel riflesso dorato in cui degli occhi abituati alle tenebre di una prigione sanno così bene riconoscere il sole.
Io amo il sole.
«E' una bella giornata», dissi al secondino. Egli restò un momento senza rispondermi, come se non sapesse se valesse la pena di spendere una parola; poi con qualche sforzo mormorò bruscamente: «Può darsi».
Restai immobile, coi sensi non ancora ben svegli, la bocca sorridente, l'occhio fisso su quel dolce riverbero che chiazzava il soffitto.
«Ecco una bella giornata» ripetei.
«Sì, mi rispose quello, bisogna andare».
Queste poche parole, come l'ostacolo che interrompe il volo di 'un insetto, mi rigettarono violentemente nella realtà: improvvisamente rividi, come nel chiarore di un lampo, la cupa sala del tribunale, il tavolo a ferro di cavallo dei giudici, i tre ordini di testimoni dalle facce un poco ebeti, i due gendarmi ai capi del mio banco, l'agitarsi delle toghe nere, il formicolare delle teste della folla, in fondo, nell'ombra, e il loro arrestarsi su di me, lo sguardo fisso di quei dodici giurati che avevano vegliato mentre io dormivo...
Mi alzai: mi battevano i denti e mi tremavano le mani; e al primo passo che feci traballai come un facchino troppo carico.
Tuttavia seguii il carceriere.
I due gendarmi mi aspettavano sulla soglia della cella: rimessemi le manette ne chiusero con cura la piccola complicata serratura mentre io li lasciavo fare.
Nell'attraversare un cortile interno l'aria viva del mattino mi rianimò. Alzai la testa: il cielo era azzurro, e i raggi del sole, rotti dai lunghi camini, disegnavano delle grandi zone di luce sulla cima dei tristi ed alti muri della prigione: era bello davvero.
Salimmo per una scala a chiocciola; percorremmo un corridoio, poi un altro, poi ancora un terzo; alla fine si aprì una piccola porta e una aria calda e piena di brusio mi investì in viso: era il soffio della folla nella sala del processo.
Entrai.
Alla mia vista ci fu un rumore di armi e di voci e si spostarono rumorosamente le panche. Le ringhiere di legno scricchiolarono; e mentre attraversavo la lunga sala tra due file di pubblico a stento trattenuto dai soldati, mi sembrò di essere come il centro al quale si attaccassero i fili che facevano muovere tutte quelle facce curiose e protese. Proprio in quel momento mi accorsi di essere senza ferri; ma non riuscii più a ricordarmi né dove né quando me li avessero tolti.
Poi si fece un grande silenzio: ero giunto al mio posto. Nel momento in cui il tumulto cessò tra la folla, cessò anche nelle mie idee: e di colpo compresi chiaramente ciò che non avevo fatto che intravvedere confusamente fino ad allora: che il momento decisivo, cioè, era arrivato, e che io ero là per ascoltare la mia sentenza.
Non so come, ma quest'idea non mi fece terrore. Le finestre erano aperte, e l'aria e il brusio della città arrivavano liberamente da fuori; la sala era chiara come per un giorno di nozze e gli allegri raggi del sole tracciavano qua e là la figura luminosa delle finestre, ora allungata sul pavimento, ora stesa sui tavoli, ora rotta nell'angolo del muro. I giudici, in fondo alla sala, avevano l'aria soddisfatta: per la gioia, probabilmente, di aver quasi finito. Il viso del presidente, dolcemente rischiarato dal riflesso di un vetro, aveva qualcosa di calmo e di buono; e un giovane assessore, gualcendo il collarino, discorreva quasi allegramente con una graziosa signora in cappellino rosa che se ne stava dietro di lui.
Solo i giurati sembravano pallidi e abbattuti: ma era, come sembrava, per la fatica di aver vegliato tutta la notte: qualcuno infatti sbadigliava, e niente faceva sospettare in loro degli uomini che stessero per pronunciare una sentenza di morte: nell'aspetto di quei buoni borghesi io non leggevo che una gran voglia di dormire.
Di fronte a me una finestra era completamente spalancata: sentivo ridere delle fioraie sulla strada; e sul davanzale, un piccolo fiore giallo tutto pieno di sole giocava con il vento in una crepa. Come avrebbe mai potuto nascere un'idea sinistra in mezzo a immagini tanto piacevoli?
Inondato di aria e di sole non mi fu possibile pensare ad altro che alla libertà: la speranza mi brillava nel cuore come il giorno all'intorno e, tranquillo, aspettavo la sentenza come si aspettano la liberazione e la vita.
Nel frattempo, atteso già da un poco, era giunto il mio avvocato.
Preso alfine il suo posto si piegò verso di me con un sorriso.
- Io spero - mi disse.
- Non è vero?! - risposi allegro e sorridendo anch'io.
- Sì- riprese - non so ancora niente della loro motivazione ma certo hanno dovuto escludere la premeditazione; e allora non saranno, di sicuro, che i lavori forzati.
- Ma cosa dite mai?! - replicai indignato - piuttosto cento volte la morte!
Sì, la morte!
E del resto, mi ripeteva una voce da dentro, cosa rischio a dire questo? Si è mai pronunciata sentenza di morte se non a mezzanotte, al lume delle torce, in una sala tetra e nera durante una fredda e piovosa notte d'inverno? Nel mese di agosto, alle otto del mattino, con una così bella giornata e questi buoni giurati, suvvia, è impossibile! E i miei occhi tornavano a fissarsi sul piccolo fiore giallo che tremava al sole.
D'improvviso il presidente, che non aspettava che l'avvocato, mi invitò ad alzarmi. I soldati presentarono le armi e come per una scossa elettrica tutta l'assemblea fu in piedi nello stesso istante.
Una figura scialba e insignificante sistemata in un tavolo al di sotto del tribunale (il segretario, io penso) prese allora la parola e lesse il verdetto che i giurati avevano pronunciato durante la mia assenza.
Un sudore freddo uscì da ogni parte del mio corpo e mi dovetti appoggiare al muro per non cadere.
- Avvocato- chiese il presidente- avete qualcosa da dire sull'applicazione della pena?
Io, avrei avuto tutto da dire, io; ma non mi venne niente, e la lingua mi rimase incollata al palato.
Si alzò allora il mio difensore.
Capii che cercava di attenuare la dichiarazione della giuria e di far sostituire alla pena richiesta quell'altra che io ero così indignato di vedergli sperare.
Bisogna che l'indignazione fosse ben forte per farsi strada attraverso le mille emozioni che si contendevano la mia attenzione: volli infatti ripetere ad alta voce quel che gli avevo già detto: - Piuttosto la morte!- ma mi mancò il fiato; e non potei far altro che fermarlo bruscamente per il braccio gridando con forza convulsa: - No!- Il procuratore generale ribatté all'avvocato, e io lo ascoltai con soddisfazione insensata; e poi i giudici uscirono, poi rientrarono, e il presidente mi lesse la sentenza.
- Condannato a morte, disse la folla; e mentre mi portavano fuori, tutta quella gente si rovesciò sui miei passi con il fragore di un edificio che crolla.
Camminavo ebbro e intontito: dentro di me era avvenuta una rivoluzione: fino alla condanna a morte mi ero sentito respirare, palpitare, vivere in mezzo a tutti gli altri, ora invece distinguevo chiaramente come un abisso tra me e il mondo. Niente mi appariva più sotto lo stesso aspetto di prima. Quelle ampie e luminose finestre, quel bel sole, quel cielo sereno, quel fiore grazioso, tutto era pallido e bianco come un sudario; e quegli uomini, quelle donne, quei bambini che si accalcavano al mio passaggio mi sembravano fantasmi.
In fondo alla scala mi aspettava una nera e sudicia vettura. Al momento di salirvi guardai per caso nella piazza: - Un condannato a morte! - gridavano i passanti correndo verso la vettura; e attraverso la nube, che mi sembrava essersi frapposta tra me e le cose, distinsi due ragazze che mi seguivano con gli occhi avidi: - Bene, disse la più giovane battendo le mani, sarà tra sei settimane.
3.
Condannato a morte!
Ebbene, perché no? Gli "uomini", mi ricordo di aver letto in non so più che libro dove non c'era che quello di buono, "gli uomini sono tutti dei condannati a morte con delle dilazioni indefinite". Che c'è dunque di così cambiato nella mia situazione?
Dal momento in cui è stata pronunciata la mia condanna quanta gente è morta che si preparava a una lunga vita! Quanti mi hanno preceduto, che, giovani, liberi e sani contavano di andare a vedere rotolare la mia testa, il tale giorno, in «place de Grève!» Quanti forse mi precederanno di quelli che ora camminano e respirano all'aperto ed entrano ed escono quando vogliono!
E poi, che cosa ha mai, dunque, di così desiderabile la vita per me?
La giornata piena di tristezza e il pane nero della prigione, la razione di brodaglia sorbita nella tinozza dei galeotti, l'essere strapazzato, io, che ho avuto una educazione raffinata, l'essere svillaneggiato da secondini e guardia-ciurma, non vedere essere umano che mi creda degno di una parola, trasalire senza posa per quel che ho fatto, e quel che mi faranno: ecco qua, più o meno, i soli beni che il boia mi possa ormai togliere.
Ah! ma non importa: è orribile ugualmente!
4.
La vettura nera mi trasportò qui, in questa odiosa «Bicêtre»
Visto da lontano l'edificio ha qualcosa di maestoso: si stende all'orizzonte, davanti a una collina, e, da distante, conserva ancora un po' del suo antico splendore, un'aria da castello reale. Ma a mano a mano che ci si avvicina al palazzo diventa sempre più una catapecchia: i muri in rovina feriscono la vista, e un non so che di squallido e laido ne deturpa tanto la facciata regale che si direbbe che i muri siano rosi come da una lebbra; niente più imposte né vetri, ma robuste inferriate a cui si aggrappa qualche pallida e macilenta figura di un galeotto o di un pazzo. E' la vita vista da vicino.
5.
Appena arrivato, delle mani di ferro si impadronirono di me. Si moltiplicarono le precauzioni:
niente coltello e niente forchetta per mangiare; e la camicia di forza, una specie di sacco di telacanapa, imprigionò le mie braccia: si rispondeva infatti della mia vita. Avevo ricorso in cassazione e si poteva avere sulle spalle questa noiosa faccenda per sei o sette settimane: l'importante era dunque di conservarmi sano e salvo per la «place de Grève».
I primi giorni mi trattarono con una dolcezza che mi riusciva terribile: gli sguardi di un carceriere, si voglia o no, puzzano sempre di cadavere. Per fortuna, però, dopo solo poco tempo l'abitudine riprese il sopravvento, e mi confusero con gli altri prigionieri in una comune brutalità senza più usarmi quelle insolite e così diverse cortesie che continuamente rimettevano il boia davanti ai miei occhi. Né questo, del resto, fu il solo miglioramento: la mia giovinezza, la mia docilità, le cure del cappellano della prigione e soprattutto qualche parola in latino rivolta al carceriere senza che quello ne abbia mai capito niente, mi aprirono ben presto la passeggiata con gli altri detenuti una volta alla settimana e fecero sparire la camicia in cui ero immobilizzato. Infine, dopo molte esitazioni, mi diedero persino della carta da scrivere, l'inchiostro, una penna e una lucerna.
E ancora, tutte le domeniche, dopo la Messa, mi si lascia nel cortile durante la ricreazione, dove, per forza, discorro con i detenuti. Sono buona gente, poveretti.
Mi raccontano le loro «carovane»: cose da far rabbrividire, se non sapessi che si vantano; e mi insegnano a parlare in gergo, a «batter l'incudine», come dicono. E' tutta una lingua fiorita sulla lingua normale, come una specie di nauseante escrescenza, come un bubbone.
Qualche volta però c'è in essa anche un'energia singolare, un che di orribilmente pittoresco: «c'è del vino sul solco» (del sangue sul cammino), essi dicono, oppure «sposare la vedova» (essere impiccato), come se la corda della forca fosse vedova di tutti gli impiccati. La testa di un ladro, poi, ha due nomi: «la Sorbona» quando medita, studia ed elabora il «colpo»; il «ceppo» quando il boia la taglia.
Altre volte si tratta di spirito di farsa: «un fazzoletto di vimini» è il paniere del cenciaiolo, «la bugiarda» è la lingua; ma soprattutto, sempre, in ogni momento sono parole bizzarre, misteriose, sordide e laide, nate chissà dove: il «taule» (il boia), la «cone» (la morte), il «cartello» (la piazza delle esecuzioni): un linguaggio da rospi che ti avvolge come una ragnatela. Quando si sente parlare questa lingua, si ha l'impressione di qualcosa di sporco e di lurido, di un mucchio di stracci che si vorrebbe togliere di mezzo al più presto possibile.
Ma almeno questi uomini mi compiangono. E sono i soli. I carcerieri, i secondini, i guardiani discorrono e ridono; e parlano di me, davanti a me, come di una cosa.
6.
Mi son detto: dal momento che ho la possibilità di scrivere, perché non farlo? Già! ma che scrivere, poi? Chiuso tra quattro mura di pietra nude e fredde, senza libertà di movimento, senza orizzonte per i miei occhi, tutto il giorno occupato, per unica distrazione, a seguire macchinalmente il lentissimo corso del riquadro biancastro che lo spioncino della porta disegna sul viscido muro di fronte, sempre solo con un'unica idea, con l'idea del delitto e della pena, dell'assassinio e della morte, potrei forse avere qualcosa da dire, io, che non ho più niente da fare in questo mondo? E che troverei in questo cervello inaridito e vuoto che valga la pena di essere scritto?
E perché no, poi? Se tutto, intorno a me, è monotono e senza colore, non ho forse, dentro, una tempesta, una lotta, una tragedia? Questa idea fissa che mi possiede non mi si presenta forse ad ogni ora, in ogni istante, sotto un nuovo aspetto, sempre più odiosa e spietata a mano a mano che si avvicina il mio ultimo istante? Perché mai tenterò di dire a me stesso tutto ciò che io provo di violento e di strano nella disperata situazione in cui sono? Certo la materia è abbondante e, per breve che sia ormai la mia vita, ci sarà bene con le angosce, i terrori e le torture che ancora la devono certo riempire, di che usare questa penna e svuotare questo calamaio! Del resto il solo mezzo per soffrire meno è proprio osservare le proprie angosce; e il dipingerle, dunque, in qualche modo mi distrarrà. E poi, quello che scriverò potrebbe anche non essere inutile, forse. Questo diario delle mie sofferenze, redatto ora per ora, minuto per minuto, supplizio per supplizio, se avrò la forza di condurlo fino al momento in cui mi sarà «fisicamente» impossibile continuare, questa storia, necessariamente interrotta ma il più possibilmente completa delle mie sensazioni, non potrà forse contenere un grande e profondo insegnamento?
Non ci sarà dunque in questo processo verbale di un pensiero in agonia, in questa progressione sempre crescente di dolori, in questa specie di autopsia intellettuale di un condannato a morte, più di una lezione per coloro che tranquillamente condannano? Forse questa lettura renderà loro la mano meno facile quando si tratterà di gettare qualche altra volta una testa che pensa, la testa di un uomo, su quella che loro chiamano la bilancia della giustizia? Possibile che non abbiano mai pensato, i disgraziati, alla lenta successione di torture che nasconde la formula spiccia di una condanna a morte? Non si siano mai fermati a riflettere, anche solo per un istante, intorno all'idea acutamente dolorosa che nella testa che loro tagliano c'è un'intelligenza: un'intelligenza che aveva contato sulla vita, un'anima che non si è affatto preparata a morire ? No. Loro non vedono in tutto questo che la caduta a piombo di un coltello a mezza luna e pensano di certo che il condannato non ha niente davanti a sé, niente dietro di sé.
Questi fogli li disinganneranno: pubblicati forse un giorno, fermeranno infine la loro attenzione per qualche istante sulle sofferenze dello spirito: poiché infatti sono queste che loro non sospettano, né immaginano affatto. Loro godono, trionfanti di poter uccidere senza quasi far male; come se proprio di questo si trattasse!
Cos'è mai, infatti, il dolore fisico paragonato a quello morale?
Oh, l'orrore e la pietà delle leggi fatte in un simile modo! Ma verrà il giorno in cui... e forse queste memorie, ultime confidenti di un miserabile, vi avranno contribuito.
A meno che, dopo la mia morte, il vento non giochi nel cortile con questi pezzi di carta imbrattati di fango o che essi abbiano a marcire sotto la pioggia incollati sui vetri rotti di qualche finestra di un carceriere.
7.
Che quello che qui scrivo possa un giorno essere utile ad altri, o possa fermare il giudice sul punto di giudicare, o salvare dei disgraziati, innocenti o colpevoli, dall'agonia alla quale io sono condannato, in fondo, che mi interessa?
Quando la mia testa sarà stata tagliata che m'importa, suvvia, che non se ne taglino altre? Posso io dunque aver pensato davvero a simili follie? Abbattere il patibolo dopo esservi salito! Bel guadagno ne ricaverei!
Ah, il sole, la primavera, i prati pieni di fiori, gli uccelli che si svegliano al mattino, le nuvole, gli alberi, la natura, la libertà, la vita, tutto questo non è più per me! Ah, sono io che mi devo salvare, sono io!
E' mai possibile che ciò non si possa, che io debba morire domani, oggi stesso magari, che le cose stiano proprio ineluttabilmente così?
Mio Dio che terribile idea; da spaccarsi la testa contro il muro della prigione.
8.
Vediamo, dunque, cosa mi resta.
Tre giorni di dilazione dopo la condanna per il ricorso in cassazione.
Otto giorni d'oblio negli uffici della corte d'Assise, dopo di che, le «pratiche», come essi dicono, sono inviate al ministro.
Quindici giorni di attesa presso il ministro che non sa nemmeno che esistono, ma che tuttavia si suppone le trasmetta, dopo attento esame, alla Corte di cassazione.
Là, classificazione, numerazione,registrazione;poiché la ghigliottina è affollata, si sa, ed ognuno deve passare quando è il suo turno.
Quindici giorni per vigilare che non abbia un trattamento di privilegio!
Infine la corte si riunisce, in genere al giovedì: rigetta venti ricorsi in massa e rinvia il tutto al ministro; questi la rinvia al procuratore generale, il procuratore generale al boia. Tre giorni. La mattina del quarto, il sostituto del procuratore generale si dice, mettendosi la cravatta:
- Bisogna pure che questo affare finisca!...
Allora se il vice cancelliere non ha qualche pranzo da amici che lo tenga impegnato, l'ordine di esecuzione è abbozzato, redatto, messo in bella copia e spedito; e l'indomani mattina all'alba nella «place de Grève» si sente martellare un carpentiere e agli incroci urlare a piena voce i banditori arrochiti. In tutto sei settimane: la ragazzina aveva ragione. Ora, ecco sono almeno cinque settimane, forse sei (non ho il coraggio di contare) che mi trovo in quest'orribile posto, e mi sembra che tre giorni fa fosse giovedì.
9.
Devo fare testamento.
Ma a che pro? Io sono condannato alle spese: e tutto quello che possiedo basterà appena appena: la ghigliottina è infatti molto cara, a quel che sembra.
Lascio dunque una madre, una moglie e una figlia.
Una bimbetta di tre anni, dolce, rosea e delicata, con due grandi occhi neri e dei lunghi capelli castani: quando la vidi l'ultima volta aveva due anni e un mese.
E così, dopo la mia morte, tre donne senza figlio, senza marito, senza padre: tre orfane di specie diversa, tre vedove per colpa della legge.
Ammetto benissimo che io sia stato giustamente punito: ma queste innocenti che hanno mai fatto? Perché mai vengono disonorate e mandate tranquillamente in rovina? Perché vuole così la giustizia? Del resto non è per la mia povera vecchia mamma che mi preoccupo: ha settantaquattro anni e certo morirà di crepacuore. O se riuscirà ancora a vivere un po', purché abbia fino alla fine un poco di cenere calda dentro il suo scaldino, non dirà mai niente.
Né più mi preoccupa mia moglie che, malaticcia e debole com'è sempre stata, sicuramente anche lei morrà.
A meno che non impazzisca. Si dice che questo faccia vivere; ma l'intelligenza, almeno, non soffre: dorme; e in fin dei conti è come se fosse morta.
Ma mia figlia, la mia bimba, la mia povera piccola Maria, che a quest'ora ride e gioca e canta e non pensa a niente, è lei, è lei che mi fa male.
10.
Ecco dunque qui la mia cella.
Otto piedi quadrati. Quattro muri di pietra viva che si appoggiano ad angolo retto su un pavimento sopraelevato di un gradino rispetto al corridoio esterno.
A destra della porta, entrando, una specie di nicchia che forma una parodia di alcova. Ci si butta una bracciata di paglia e si pensa che il prigioniero possa dormirvi e riposare, vestito com'è, estate e inverno, di un paio di calzoni di tela e di una casacca di traliccio.
Sopra la testa, al posto del cielo, una nera volta ogiva, è così che si chiama, da cui le ragnatele pendono come se fossero stracci.
Per il resto né finestra né spiragli: solo una porta tutta coperta di ferro, al centro della quale, c'è una piccolissima apertura difesa da una inferriata che il carceriere, di notte, può chiudere.
Di fuori un corridoio piuttosto lungo, rischiarato e aerato da strette feritoie ricavate nell'alto del muro e diviso come tanti scompartimenti comunicanti tra loro per mezzo di bassissime porte:
ognuno di questi scompartimenti serve, per così dire, da anticamera a una cella come la mia. E' in queste celle che si mettono i forzati condannati alla segregazione per indisciplina, ma le tre prime sono riservate ai condannati a morte poiché essendo più vicine al corpo di guardia, sono più comode per i secondini.
Queste celle sono tutto quello che resta dell'antico castello di Bicêtre, costruito nel quindicesimo secolo dal cardinale di Winchester, lo stesso che fece bruciare Giovanna d'Arco. Così almeno ho sentito dire da alcuni «curiosi» che sono venuti a vedermi l'altro giorno nella mia tana, e che mi guardavano da lontano come una bestia da serraglio. Il secondino ci ha guadagnato cento soldi.
Mi dimenticavo di dire, poi, che alla porta c'è una sentinella, notte e giorno, e che i miei occhi non possono alzarsi verso lo spioncino senza incontrare i suoi sempre fissi, sbarrati su di me. E l'aria e la luce del giorno si possono appena immaginare in questa botte di pietra.
11.
Poiché il giorno ancora non appare, che fare della notte? Mi è venuta un'idea: mi sono alzato ed ho portato in giro la mia lampada sui quattro muri della cella: sono tutti coperti di frasi, di disegni, di figure bizzarre, di nomi che si accavallano l'uno sull'altro: a carbone, a matita, col gesso, lettere nere, bianche, grigie, spesso profonde incisioni nel sasso, e qua e là, a volte, dei caratteri rossastri che si direbbero scritti col sangue. Certo se non avessi ben altro cui pensare sarebbe interessante davvero questo strano libro che si sfoglia ai miei occhi, pagina per pagina, su ogni pietra della prigione. Mi piacerebbe ricomporre in un tutto questi frammenti di pensiero sparsi sulla muraglia, e ritrovare un uomo sotto ogni nome e ridonare senso e vita a queste iscrizioni mutilate e smembrate, a queste parole troncate, corpi senza testa, come quelli che le hanno scritte. Sopra il mio letto ci sono due cuori fiammeggianti, trapassati da una freccia, e sotto: «Amore per tutta la vita». Il disgraziato, per la verità, non prendeva un impegno troppo lungo.
Di fianco una specie di cappello a tre punte con una piccola figura disegnata sotto grossolanamente e le parole: «Viva l'imperatore!».
Ancora due cuori fiammeggianti e questa iscrizione, strana in una prigione: «Io amo e adoro Mathieu Dauvin. Jacques».
Sul muro di fronte si legge questo nome: «Papavoine»; e il P maiuscolo è tutto arabescato e abbellito con cura.
Il ritornello di una canzone oscena.
Un cappello frigio inciso profondamente nella pietra e queste parole sotto: «Bories - La Repubblica»: era uno dei quattro sottufficiali della Rochelle. Povero giovane! Quanto sono odiose le cosiddette necessità politiche! Per una idea, per un sogno, per un'astrazione, questa orribile realtà che si chiama ghigliottina! Ed io che mi lamento, io, miserabile, che ho commesso un vero delitto, che ho versato del sangue!
Ma non continuerò nella mia ricerca: ecco che ho visto, disegnato in bianco, nell'angolo di un muro un'immagine spaventosa, la figura del palco che, a quest'ora, può darsi si rizzi proprio per me.
Per poco la lampada non mi è caduta di mano.
12.
Sono corso precipitosamente a sedermi sulla paglia con la testa tra le ginocchia. Poi, svanita poco per volta la mia paura di bimbo, mi ha ripreso una strana curiosità di continuare la lettura del muro.
Vicino al nome di Papavoine ho strappato un'enorme ragnatela tesa nell'angolo e sono apparsi quattro o cinque nomi perfettamente leggibili insieme ad alcuni altri di cui non resta che una lievissima traccia: «Dautun, 1815. Poulain, 1818. Jean Martin, 1821. Castaing, 1823.».
Ho letto questi nomi e mi sono venuti in mente lugubri ricordi:
Dautun, quello che aveva tagliato a pezzi il fratello e che di notte andava in giro per Parigi gettando la testa in una fontana e il tronco in una fogna; Poulain, quello che aveva assassinato sua moglie; Jean Martin, colui che sparò un colpo di pistola a suo padre mentre il povero vecchio stava aprendo una finestra; Castaing, il medico che aveva avvelenato l'amico e che, curandolo durante l'ultima malattia che gli aveva procurato, invece di medicine gli somministrava di nuovo veleno; e Papavoine, l'orribile pazzo che uccideva i bambini a colpi di coltello in testa!
Ecco, mi dicevo, e un brivido di febbre mi correva per la schiena, ecco gli ospiti che mi hanno preceduto in questa cella. E' qua, sullo stesso pavimento su cui sono io, che quei sanguinari assassini hanno pensato i loro ultimi pensieri; è intorno a questi muri, in questo stretto quadrato che si sono aggirati come belve inferocite.
E come si sono succeduti a brevi intervalli: si direbbe quasi che la cella non si vuoti mai ed abbian lasciato il posto caldo. A me lo hanno lasciato. E anch'io andrò a raggiungerli al cimitero di Clamart dove l'erba cresce così bene!
Io non sono né visionario né superstizioso; ed è anche probabile che queste idee mi dessero un po' di febbre; ad ogni modo, il fatto è che mentre ero preso da queste immaginazioni tutt'a un tratto mi sembrò che questi terribili nomi fossero scritti con il fuoco sul nero del muro; un tintinnio sempre più precipitoso mi risuonò nelle orecchie, un bagliore rosso mi riempì gli occhi... e mi sembrò che la prigione fosse piena di uomini, strani uomini che portavano la loro testa con la sinistra, e la portavano per la bocca poiché non aveva capelli.
Tutti, tranne il parricida, mi mostravano il pugno.
Con orrore chiusi gli occhi; e tutta la scena allora mi parve ancora più chiara.
Sogno, visione o realtà, sarei impazzito se una brusca impressione non mi avesse risvegliato in tempo. Stavo quasi per cadere riverso quando sentii strisciare sui miei piedi nudi un ventre freddo e dei piedi vellutati: era il ragno che avevo disturbato e che fuggiva.
Questo mi ha risvegliato dall'incubo.
Gli spaventosi spettri! Ma no, era una nebbia, una immaginazione del mio cervello vuoto ed esaltato; chimere alla Macbeth! I morti sono morti; questi sopra tutto.
Essi son ben incatenati nella tomba, e quella non è una prigione da cui si possa evadere!
Ma come può allora essere che io abbia avuto così tanta paura? La porta del sepolcro non si apre dal di dentro!
13.
Alcuni giorni fa ho visto una cosa disgustosa. Era appena giorno, e la prigione era piena di rumori. Si sentivano aprire e chiudere le pesanti porte, stridere i chiavistelli e le catene di ferro, tintinnare i mazzi di chiavi appesi alla cintura dei secondini, e tremare le scale dall'alto in basso sotto il peso di passi precipitosi e voci che si chiamavano da un capo all'altro dei lunghi corridoi.
I miei vicini di cella, i forzati in segregazione, erano più allegri del solito. Tutta Bicêtre pareva ridere, cantare, correre, danzare.
Io, solo muto in tutto quel fracasso, solo immobile in quel tumulto, attento e stupito, ascoltavo.
Passò un secondino. Mi azzardai a chiamarlo e a chiedergli se in prigione era festa.
- In un certo senso, sì! - mi rispose. - E' oggi, infatti, che si ferrano i forzati che devono partire per Tolone: se volete vedere avrete da divertirvi.
Per la verità uno spettacolo, per odioso che fosse, era una vera fortuna per un recluso solitario: e accettai il divertimento.
Prese le solite precauzioni per assicurarsi di me, il guardiano mi portò in un'altra piccolissima cella completamente vuota e con una finestra chiusa da sbarre: ma una vera finestra, ad ogni modo, ad altezza d'uomo, e attraverso cui, realmente, si poteva vedere il cielo.
- Ecco - mi disse - da qui vedrete e sentirete e sarete solo nella vostra stanza come il re nel suo palco.
Poi uscì e chiuse su di me serrature, catenacci e chiavistelli.
La finestra dava su di un ampio cortile ai lati del quale si alzava come una muraglia un grande edificio a sei piani in pietra viva.
Niente di più squallido, di più nudo, di più miserabile che la vista di quella quadruplice facciata forata da una moltitudine di inferriate alle quali si tenevano incollati dal basso in alto una folla di visi pallidi e magri, schiacciati gli uni sopra gli altri come le pietre di un muro e tutti incorniciati, per così dire, nei riquadri delle sbarre di ferro. Erano i prigionieri, gli spettatori della cerimonia che aspettavano di diventare attori a loro volta, e sembravano anime in pena agli spiragli del purgatorio che danno sull'inferno.
Tutti guardavano in silenzio il cortile ancora vuoto e aspettavano; qua e là, tra le figure pallide e dolenti brillavano degli occhi vivi e pungenti, come di fuoco.
Il quadrato delle prigioni che formano il cortile non si chiude su se stesso: uno dei quattro bracci dell'edificio, infatti, è interrotto nel centro e non si riattacca al successivo che tramite un cancello che si apre su di un secondo cortile più piccolo del primo e come quello recintato da muri nerastri. Tutt'intorno al cortile principale, addossati al muro, corrono dei sedili di pietra e nel mezzo si innalza un palo di ferro ricurvo destinato a sostenere una lanterna.
Suonò mezzogiorno. Un grande portone nascosto da una rientranza si aprì di colpo, e con un sordo rumore di ferraglie entrò pesantemente un carretto scortato da alcuni soldati sporchi ed unti, in divisa blu con spalline rosse e bandoliere gialle: la ciurma e le catene.
Nello stesso istante come se quel rumore avesse risvegliato tutti i rumori della prigione, gli spettatori delle finestre, fino ad allora silenziosi ed immobili, scoppiarono in grida di gioia, in canzoni e in minacce miste a scrosci di risa strazianti. Su ogni viso c'era una smorfia: i pugni protesi fuori dalle sbarre, tutti urlanti a piena voce, tutti con gli occhi iniettati di sangue. Sembravano demoni.
Gli aguzzini, tra i quali si potevano distinguere, per i vestiti borghesi e la loro paura, alcuni curiosi venuti da Parigi, si misero intanto tranquillamente al loro lavoro: uno di essi salì sul carro e cominciò a lanciare ai compagni le catene, i collari da viaggio e i pacchi di pantaloni di tela; poi si divisero tra loro le varie incombenze; gli uni andarono a stendere in un angolo del cortile le lunghe catene che chiamavano nel loro gergo gli spaghi; gli altri spiegarono sull'acciottolato i taffetas, le camicie e i pantaloni, mentre i più abili andavano esaminando a uno a uno, sotto l'occhio del loro capitano, un vecchio basso e atticciato, i collari di ferro che provavano infine facendoli tintinnare sui sassi. Il tutto tra le acclamazioni ironiche dei prigionieri, la cui voce non era dominata che dalle risate sguaiate dei forzati per i quali si facevano tutti quei preparativi e che si vedevano, in fondo, alle finestre della vecchia prigione che dà sul cortile più piccolo.
Quando infine si terminò, un signore tutto ricamato d'argento che chiamavano signor ispettore diede un ordine al direttore della prigione; e un attimo dopo due o tre porte basse vomitarono quasi contemporaneamente, in un turbine impetuoso, un nugolo di uomini laidi, urlanti e cenciosi: i forzati.
A quella vista, raddoppiamento di gioia alle finestre. E alcuni di loro, i grandi nomi del bagno, furono addirittura salutati da acclamazioni e applausi che loro ricevevano con una specie di fiera modestia.
La maggior parte dei forzati aveva una specie di cappelli intrecciati dalle loro stesse mani con la paglia della cella, sempre in una forma strana, affinché, nei paesi dove si sarebbe passati, il cappello facesse notare la testa: e quelli erano ancor più applauditi. Uno, soprattutto, suscitò particolari manifestazioni di entusiasmo: un giovanotto di diciassette anni con un viso di ragazza che usciva allora dalla cella dove era stato segregato per otto giorni; del suo materasso di paglia si era fatto un vestito che lo copriva dalla testa ai piedi ed entrò nel cortile facendo la ruota su se stesso con l'agilità di un serpente. Era un saltimbanco condannato per furto, e al suo apparire ci fu uno scoppio di applausi e di grida di gioia. La società aveva un bell'essere là, rappresentata dalle guardie e dai curiosi spaventati: il delitto le sghignazzava in faccia, e di quell'orribile castigo ne faceva una festa di famiglia.
Intanto, a mano a mano che i forzati arrivavano, venivano spinti, tra due file di guardia-ciurma, nel cortiletto con la cancellata per la visita medica. Era là che tutti quanti facevano un ultimo disperato tentativo per evitare il viaggio allegando qualche misera scusa: gli occhi malati, la gamba sozza, la mano mutilata o che altro so io; quasi sempre, però erano trovati buoni per il bagno ed allora, in pochi momenti, si rassegnavano tranquillamente, dimenticando in un minuto la pretesa infermità di tutta la vita.
Dopo un po' il cancello del piccolo cortile si aprì, un guardiano fece l'appello in ordine alfabetico e tutti i forzati ad uno ad uno uscirono e si andarono a mettere in piedi in un angolo del cortile vicino ad un compagno assegnato dal caso della lettera iniziale: così, di colpo, ognuno si vide realmente ridotto da solo con se stesso, ognuno con la propria catena per sé, fianco a fianco con uno sconosciuto; poiché, se per caso qualcuno aveva un amico, la catena lo separava.
Quando ne furono usciti una trentina il cancello fu rinchiuso di nuovo; un guardiano li allineò con il suo bastone, gettò davanti a ognuno una camicia e dei pantaloni di tela grossolana, fece un segno, e tutti cominciarono a svestirsi.
Proprio in quel momento un nuovo accidente inatteso venne a mutare l'umiliazione in tortura. Fino ad allora, infatti, il tempo era stato abbastanza buono, e il vento d'ottobre benché raffreddasse l'aria, di tanto in tanto apriva qua e là nelle brume grigiastre del cielo qualche spiraglio, da cui cadeva un raggio di sole. Ma non appena i forzati si furono spogliati dei loro cenci, nel momento in cui si offrivano nudi e in piedi alla vista sospettosa dei secondini e agli sguardi dei curiosi che giravano loro intorno per esaminare le spalle, il cielo si oscurò, e sulle loro teste scoperte, sulle povere membra nude, sui loro miseri stracci sparsi sull'acciottolato, improvviso, a torrenti, scrosciò un freddo acquazzone autunnale.
In un batter d'occhio, mentre i curiosi di Parigi correvano a ripararsi sotto le tettoie delle porte, lo spiazzo fu vuoto di tutti coloro che non erano guardiani e galeotti.
Intanto la pioggia cadeva a fiotti e non si vedevano più, nel cortile, che i forzati nudi e grondanti sul selciato sommerso. Un cupo silenzio era seguito alle loro rumorose bravate: tremavano e battevano i denti, le loro gambe magre e i ginocchi si urtavano insieme; e faceva una tale pena veder mettere sulle loro membra illividite quelle camicie inzuppate, quelle vesti, quei pantaloni gocciolanti di pioggia ché la nudità sarebbe sembrata addirittura migliore.
Uno solo, un vecchio, aveva conservata qualche allegria e andava gridando, mentre si asciugava con la camicia bagnata, che quello non era nel programma. Poi cominciò a ridere mostrando i pugni.
Quand'ebbero indossati gli abiti da viaggio, li portarono in squadre di venti o trenta nell'altro angolo dello spiazzo dove c'erano i cordoni allungati per terra.
Sono, questi cordoni, delle lunghe e robuste catene interrotte trasversalmente ogni due piedi da un'altra catena più corta alle cui estremità è attaccato un collare quadrato che si apre per mezzo di una cerniera applicata ad uno degli angoli e che, per tutto il viaggio, si chiude nell'angolo opposto con un bullone di ferro ribadito sul collo del galeotto. Quando sono stesi sembrano delle grandi lische di pesce.
I secondini fecero dunque sedere i forzati nel fango, sull'acciottolato bagnato, e si misero a provare loro i collari; poi due fabbri della ciurma, armati di piccoli incudini, con grandi colpi di mazza glieli ribatterono a freddo. E' un momento terribile, in cui anche i più arditi impallidiscono: ogni colpo di martello, infatti, vibrato sull'incudine appoggiata alle loro schiene fa rimbalzare il mento e un minimo movimento all'indietro farebbe loro saltare il cranio come un guscio di noce.
Dopo quest'operazione diventarono taciturni; non si sentiva più che il tintinnare delle catene e, ogni tanto, un grido e il colpo sordo del bastone del guardia-ciurma sulle membra dei recalcitranti; qualcuno, allora, piangeva, ma i vecchi tremavano e si mordevano le labbra. Io li guardavo e avevo terrore di tutti quei profili sinistri nelle loro cornici di ferro.
E così, pensavo, dopo la visita del medico la visita dei secondini; dopo la visita dei secondini, la ferratura. Tre atti per questo spettacolo orribile...
A un tratto riapparve un raggio di sole: e sembrò che il fuoco entrasse in tutti quei cervelli. I forzati si rialzarono immediatamente come in un moto convulso; i cinque cordoni si presero per mano e in un momento formarono un gran cerchio intorno al palo della lanterna. Cantavano una canzone del bagno, una romanza in gergo, su di un'aria ora triste e ora allegra e furiosa; ogni tanto si sentivano delle grida acute e degli scoppi di risa stridule e ansanti mischiarsi a misteriose parole; poi delle acclamazioni furibonde; e le catene che si urtavano fra loro in cadenza facevano da orchestra a quel canto più rauco del loro rumore.
A un certo punto portarono in mezzo allo spiazzo una grande tinozza dove galleggiavano non so che erbe in una specie di liquido sudicio e fumante e i guardia-ciurma, rotta la danza dei forzati a colpi di bastone, ve li portarono e li fecero mangiare.
Terminato, e gettato per terra i resti della broda e del pane nero, ricominciarono a ballare e cantare: il giorno della ferratura e la notte seguente, infatti, è loro concessa questa libertà.
Io, intanto, me ne stavo a guardare questo strano spettacolo con una curiosità così avida, così ansiosa ed attenta, che mi ero completamente dimenticato di me stesso, e una profonda pietà mi commoveva fin nelle più intime fibre e piangevo quando li sentivo ridere in quella maniera.
All'improvviso, attraverso la fantasticheria in cui ero caduto, vidi il girotondo urlante fermarsi di colpo e ammutolire; poi tutti gli occhi si girarono verso la finestra dov'ero io. - Il condannato! il condannato! - gridarono tutti mostrandomi a dito; e le esplosioni di gioia raddoppiarono ancora.
Restai agghiacciato.
Io non so in che modo mi avessero mai conosciuto.
- Buongiorno! Buona sera! mi gridavano sghignazzando atrocemente, e uno dei più giovani, faccia livida e tirata, condannato a vita ai lavori forzati mi guardò con aria d'invidia dicendo: - Fortunato!
Sarà "tosato"! Addio camerata!
Io non so dire quello che provai! Effettivamente ero loro camerata, la Grève è sorella di Tolone; anzi, ero addirittura più in basso di loro, ed erano essi che mi facevano onore. Fremevo.
Ma già, loro camerata! E di lì a qualche giorno avrei anche potuto essere, io, uno spettacolo per loro.
Ero rimasto alla finestra immobile, rattrappito, paralizzato; ma quando vidi quei cinque cordoni avanzare e rotolare verso di me con delle parole di un'infernale cordialità; quando, sentii il tumultuoso fracasso delle loro catene, dei loro clamori, dei loro passi ai piedi del muro, mi sembrò che quel nugolo di demoni stesse per scalare la mia miserabile cella e, tirato fuori un gran grido, mi lanciai sulla porta con tutta la violenza di cui ero capace. Ma non c'era modo di fuggire: i catenacci erano tirati dal di fuori. Picchiai e gridai con rabbia. Poi mi sembrò di sentire ancora più da vicino le spaventose voci dei forzati. Credetti di vedere già le loro teste odiose apparire ai bordi della finestra, gettai un altro grido d'angoscia e caddi svenuto
14.
Quando rinvenni era notte. Ero disteso su di un giaciglio e una lanterna che vacillava al soffitto mi fece intravedere altri giacigli allineati ai due lati del mio. Capii che mi avevano portato in infermeria.
Rimasi sveglio per qualche minuto, ma senza pensieri e senza ricordi, immerso nella gioia di essere in un letto. In altri tempi, quel letto d'ospedale e di prigione mi avrebbe certamente fatto indietreggiare per il disgusto e la pietà, ma ora non ero più lo stesso uomo: le lenzuola erano ruvide e grigie, è vero, la coperta leggera e bucata; e attraverso il materasso si sentiva il pagliericcio; ma che importa! le mie membra potevano sgranchirsi come volevano tra quelle lenzuola grigie; sotto quella coperta, per leggera che fosse, sentivo sparire a poco a poco quell'orribile freddo dentro al midollo delle ossa al quale mi ero abituato! E mi riaddormentai.
Era appena l'alba quando mi svegliò un gran fracasso che veniva da fuori; il mio letto era vicino alla finestra e mi alzai a sedere per vedere che cosa fosse.
La finestra dava sul cortile più grande di Bicêtre; era pieno di gente. Due file di veterani, a fatica, tenevano sgombro nel mezzo un passaggio che lo attraversava da un capo all'altro. Tra queste due siepi di soldati marciavano lentamente, sobbalzando a ogni sasso, cinque lunghi carri carichi d'uomini: erano i forzati che partivano.
I carri erano scoperti, e ogni cordone ne occupava uno. I forzati erano seduti ai due lati, addossati gli uni agli altri, separati dalla catena comune che si snodava nel senso della lunghezza e sull'estremità della quale, in piedi, con il fucile spianato, teneva il piede una guardia. Si sentivano tintinnare i loro ferri e, ad ogni scossa della vettura, si vedevano sobbalzare le teste e ballare le gambe penzoloni.
Una pioggia fine e penetrante rendeva freddissima l'aria e incollava loro sulle ginocchia i pantaloni di tela da grigi diventati neri. Le loro lunghe barbe, i corti capelli, gocciolavano; i loro visi erano lividi; li si vedeva rabbrividire e i loro denti battevano dall'ira e dal freddo. Per il resto, non un movimento era possibile. Una volta attaccati a quella catena non si è più che una particella di quel tutto odioso che si chiama il cordone e che si muove come un unico uomo. L'intelligenza deve abdicare, il collare del bagno la condanna a morte; e l'animale stesso non deve più avere bisogni o desideri che ad ore fisse.
Così, immobili, la maggior parte mezzi nudi, teste scoperte e piedi penzoloni, essi cominciavano il loro viaggio di venticinque giorni, vestiti con gli stessi vestiti sia per il sole a piombo di luglio, sia per le fredde piogge di novembre come se si volesse incaricare anche il cielo di fare la sua parte di boia.
Tra la folla ed i carri, intanto, si era intavolato non so quale orribile dialogo: ingiurie da una parte, bravate dall'altra, imprecazioni da tutt'e due; ma, a un segnale del capitano vidi piovere a caso nei carri colpi di bastone sulle spalle o sulle teste, e tutto ritornò subito in quella specie di calma esteriore che chiamano "ordine". Ma gli occhi erano pieni di vendetta e i pugni di quei miserabili si stringevano sulle ginocchia.
I cinque carri, scortati da gendarmi a cavallo e da guardie a piedi sparirono infine sotto l'alto portone a volta di Bicêtre seguiti da un sesto nel quale traballavano alla rinfusa le pentole, le gavette di rame e le catene di ricambio.
Qualche guardia-ciurma che si era attardata in cantina uscì di corsa per raggiungere la sua squadra. La folla si allontanò. E tutto lo spettacolo svanì come una fantasmagoria. Si sentì diminuire a poco a poco nell'aria il sordo rumore delle ruote e degli zoccoli dei cavalli sulla via acciottolata di fontainebleau, gli schiocchi di frusta, il tintinnio delle catene e le urla della gente che augurava disgrazie al viaggio dei galeotti; poi più niente.
E quello per loro non era che l'inizio!
Cosa mi diceva dunque l'avvocato? L'ergastolo! Ah, ma sì, piuttosto il palco che il bagno, piuttosto il nulla che l'inferno, piuttosto dare la mia testa al coltello di Guillottin che al collare della ciurma!
L'ergastolo, mio Dio!
15.
Sfortunatamente non ero malato. Il giorno dopo dovetti uscire dall'infermeria e mi ringhiottì la cella. Non ammalato! Effettivamente sono giovane, sano e forte. Il sangue circola liberamente nelle mie vene, tutte le mie membra obbediscono ad ogni mio capriccio, sono robusto di corpo e di spirito, fatto per una lunga vita: sì, tutto questo è vero; e tuttavia ho una malattia mortale, una malattia fatta dalle mani degli uomini.
Da quando sono uscito dall'infermeria mi ha preso un'idea pungente, una idea da rendermi folle, che avrei forse potuto fuggire se qualcuno mi avesse un po' favorito. Quei medici, quelle suore di carità sembravano avere interesse per me: morire così giovane e di una simile morte! Si sarebbe detto che mi compiangessero tanto si affollavano intorno al mio letto. Bah! curiosità! E poi, questa gente che guarisce, ti guarisce sì da una febbre, ma non certo da una sentenza di morte.
E sarebbe loro tuttavia così facile! Una porta aperta! Che cosa mai costerebbe loro?
Mah! Più nessuna speranza, ormai! Il mio ricorso sarà respinto, poiché tutto è in regola: i testimoni hanno ben testimoniato, i difensori hanno ben difeso, i giudici hanno ben giudicato. Io non ci sono più, a meno che... No, pazzie! Più nessuna speranza! Il ricorso è una corda che vi tiene sospesi sopra l'abisso e che si sente scricchiolare ad ogni momento finché si spezza. E' come se il coltello della ghigliottina impiegasse sei settimane a cadere.
E se io avessi la grazia? Avere la grazia! E da chi? e perché? e come?
E' impossibile che mi si faccia la grazia. I precedenti come dicono loro.
Non mi restano più che tre passi da fare: Bicêtre, la Conciergerie, la Grève.
16.
Durante le poche ore passate all'infermeria mi ero seduto vicino ad una finestra, al sole finalmente riapparso, o meglio, a prendere del sole tutto quello che mi lasciavano le sbarre dell'inferriata.
Me ne stavo là, con la testa pensante tra le mani che la reggevano a stento, i gomiti sulle ginocchia e i piedi sui pioli della sedia, poiché lo scoramento mi fa incurvare e ripiegare su me stesso come se non avessi più ossa nelle membra né muscoli nella carne.
L'odore di chiuso della prigione mi soffocava più che mai e, con ancora nelle orecchie tutto quel fracasso delle catene dei galeotti, sentivo una grande stanchezza. Mi sembrava che il buon Dio avrebbe ben dovuto aver pietà di me ed inviarmi almeno un piccolo uccello a cantare un po' con me, là in faccia sul bordo del tetto.
Non so se sia stato il buon Dio che mi ha esaudito, ma, quasi in quello stesso istante, sentii levarsi sotto la finestra una voce: non quella di un uccello, ma molto di meglio: la voce pura, fresca, vellutata di una fanciulla di quindici anni. Alzai la testa come di soprassalto ascoltando avidamente la canzone che cantava. Era un'aria lenta e malinconica, una specie di nenia triste e lamentosa. Ecco:
In via del Maglio è stato Che sono stato preso Ahimè, Da tre brutti sbirri, Ahimè poveretto,
Non so dire quanto fu amaro il mio disappunto. La voce continuò:
Che mi hanno morsicato, Poveretto me.
Che mi hanno morsicato, Ahimè.
M'hanno messe le manette, Ahimè poveretto, e il Ruffiano è arrivato, Poveretto me.
Nella strada trovo un ladro Ahimè poveretto.
C'era un ladro del quartiere Poveretto me.
Era un ladro del quartiere.
Ahimè.
- Vai a dire alla mia donna Ahimè poveretto, Che m'hanno messo sotto chiave Poveretto me.
La mia donna tutta in rabbia Ahimè poveretto M'ha gridato:
Cos'hai dunque combinato?
Poveretto me.
Cos'hai dunque combinato?
Ahimè.
- Ho cavato sangue a un uomo Ahimè poveretto, E i denari gli ho pigliato, Poveretto me.
I denari e l'orologio Ahimè poveretto.
E le fibbie delle scarpe.
Poveretto me.
La mia donna va a Versailles Ahimè poveretto.
Ed ai piedi del Gran Re, Poveretto me.
Una supplica depone Ahimè poveretto Perch'io sia liberato.
Poveretto me.
Perch'io sia liberato, Ahimè.
Ah! se infine uscirò fuori, Ahimè poveretto, Farò bella la mia donna, Poveretto me.
Le farò portare dei nastri Ahimè poveretto E scarpine tutte d'oro, Ahimè.
Ma il Gran Re che monta in bestia, Disse: - Pel berretto mio, Poveretto me.
Gli farò ballare un ballo Ahimè poveretto Senza ch'abbia a toccar terra Poveretto me.
Non ne sentii e non avrei potuto sentirne di più. Il senso a metà compreso e a metà nascosto di quell'orribile lamento, quella lotta del bandito con le guardie, quel quadro che incontra e che manda alla sua donna quello spaventoso messaggio: "ho cavato sangue a un uomo e m'hanno messo sotto chiave"; quella donna che corre a Versailles con una supplica, e quel "Gran Re" che s'indigna e minaccia il colpevole di fargli fare un "ballo senza ch'abbia a toccar terra..."; e tutto questo cantato sull'aria più dolce e dalla più dolce voce che abbia mai ascoltato l'orecchio di un uomo!...
Sono rimasto ferito, agghiacciato, disfatto. Era una cosa ripugnante che tutte quelle mostruose parole uscissero da una così fresca bocca di rosa: era come la bava di una lumaca su di un fiore.
Io non saprei dire quello che provavo: ero ferito e accarezzato nello stesso tempo: il gergo della caverna e della galera, questo linguaggio insanguinato e grottesco, questo lurido dialetto unito a una voce di fanciulla, grazioso passaggio dalla voce di bimba alla voce di donna!
Tutte quelle sporche e deformi parole, cantate e ritmate, armoniose!
Ah! che cosa infame è la prigione! c'è un veleno che rovina ogni cosa:
tutto diventa laido, perfino la canzone di una fanciulla di quindici anni! Vi potete trovare un uccello, ha il fango sulle ali, vi cogliete un fiore grazioso, l'aspirate: puzza.
17.
Oh! se evadessi, come correrei per i campi!
No, non bisognerebbe correre: attira l'attenzione e mette sospetto. Al contrario, camminare lentamente, a testa alta, cantando. Cercare di avere qualche pastrano bleu a righe rosse che andrebbe così bene, dal momento che tutti gli ortolani dei dintorni lo portano così. Dalle parti di Arcueil conosco una forra vicino a uno stagno dove, quand'ero in collegio, andavo con i miei compagni a pescare le rane tutti i giovedì. E' là che mi potrei nascondere fino a sera. Scesa la notte, riprenderei la mia corsa. Andrei a Vincennes. No, il fiume me lo impedirebbe. Andrei ad Arpajon. Sarebbe stato meglio prendere dalla parte di Saint-Germain, ed andare a Le Havre, ed imbarcarmi per l'Inghilterra. Non importa! Arrivo a Longjumeau. Passa un gendarme; mi chiede la carta d'identità... sono perduto!
Ah! disgraziato sognatore, rompi dunque prima di tutto il muro spesso tre piedi che ti imprigiona! La morte! La morte!
Quando io penso che, ancora bambinello, sono venuto qui a Bicêtre, a vederne i profondissimi pozzi ed i folli.
18.
Mentre scrivevo queste cose la lucerna è andata impallidendo, si è fatto giorno, e l'orologio della chiesa ha suonato le sei.
Che cosa vuol dire tutto questo? Il secondino di guardia è entrato nella mia cella, si è tolto il cappello, mi ha salutato, si è scusato di disturbarmi, e mi ha chiesto, addolcendo come meglio poteva la voce, cosa desiderassi mangiare...
Un brivido mi è corso lungo la schiena: che sia per quest'oggi?
19.
E' per quest'oggi.
Il direttore della prigione in persona è appena venuto a farmi visita.
Mi ha chiesto in cosa mi potesse essere utile, ha espresso la speranza che io non abbia avuto a lamentarmi di lui o dei suoi inferiori, si è informato con interesse della mia salute e di come avessi passato la notte; e lasciandomi, mi ha chiamato, "signore"!
E' per quest'oggi!
20.
Non crede, questo carceriere, che io abbia a lamentarmi di lui e dei suoi secondini. E ha ragione. Avrei torto, infatti, a lamentarmi; loro hanno fatto il loro mestiere: mi hanno ben custodito; e all'arrivo e alla partenza sono stati gentili; non devo dunque essere contento?
Questo buon carceriere, con il suo sorriso benigno, le sue parole carezzevoli, il suo occhio che lusinga e che spia, con le sue grosse e larghe mani, è la prigione incarnata, è Bicêtre fatto uomo. Tutto è prigione intorno a me: ritrovo la prigione sotto tutte le forme, sotto forma umana come sotto forma di sbarre e catenacci. Questo muro è la prigione in pietra; questa porta è la prigione in legno; questi secondini sono la prigione in carne ed ossa! La prigione è una specie di essere orribile, completo, indivisibile, mezzo edificio e mezzo uomo. E io sono sua preda: essa mi cova e mi nasconde nelle sue pieghe, mi rinserra tra i suoi muri di granito, mi incatena dietro le sue serrature di ferro e mi sorveglia con gli occhi dei suoi secondini.
Ah! miserabile! Che cosa sto per diventare? Che cosa vogliono fare di me?
21.
Sono calmo, finalmente. Tutto è finito, completamente finito; e sono uscito dall'orribile ansia in cui mi aveva gettato la visita del direttore: poiché, lo confesso, speravo ancora. Ora, grazie a Dio, non spero più.
Ecco come sono andate le cose.
Nel momento in cui suonavano le sei e mezzo - no, le sette meno un quarto - la porta della cella si è aperta di nuovo; ed è entrato un vecchio con la testa tutta bianca, vestito con un lungo soprabito scuro.
Era un prete; non però il cappellano della prigione.
Egli si è seduto di fronte a me con un sorriso benevolo; poi ha scosso la testa e alzato gli occhi al cielo, cioè, alla volta della cella. Io capii.
- Figlio mio - mi disse - siete preparato?
- Preparato, no - risposi - ma sono pronto.
Poi mi si confuse la vista, un sudore freddo mi uscì da tutte le membra, mi sentii gonfiare le tempie; le orecchie si riempirono di un ronzio confuso.
Intanto che vacillavo sulla sedia come assopito, il buon vecchio parlava. Almeno, così mi è parso, e mi sembra anche di ricordarmi di aver visto muoversi le sue labbra, agitarsi le sue mani e, ogni tanto, brillare i suoi occhi.
All'improvviso la porta si è aperta una seconda volta strappandoci di colpo con il rumore dei chiavistelli, me al mio stupore, lui ai suoi discorsi, e una specie di signore in abito nero, accompagnato dal direttore della prigione, si è presentato salutandomi profondamente.
Aveva, sul viso, qualcosa della tristezza ufficiale degli impiegati delle pompe funebri e teneva nelle mani un rotolo di carta.
- Signore, mi disse con un sorriso di cortesia, io sono l'usciere della corte reale di Parigi. Ho l'onore di recarvi un messaggio da parte del signor procuratore generale.
La prima scossa era passata; e mi aveva ripreso tutta la mia presenza di spirito.
- E' il signor procuratore generale che ha chiesto così insistentemente la mia testa, gli risposi, è dunque un grande onore che lui ora mi scriva! Spero, ad ogni modo, che la mia morte gli abbia a fare molto piacere, poiché davvero mi sarebbe duro pensare che lui l'abbia chiesta con tanto ardore mentre, in fondo, gli è indifferente.
Gli ho detto così, e poi ho ripreso con voce ferma:
- Orsù, signore, leggete!
Egli allora si è messo a leggermi un lungo testo, cantando alla fine di ogni riga ed esitando a metà di ogni parola; era il rigetto del mio ricorso.
- La sentenza sarà eseguita quest'oggi in «place de Grève»- ha aggiunto quando ha finito, senza alzare gli occhi dalla sua carta piena di timbri. - Partiremo alle sette e mezzo precise per la Conciergerie. Mio caro signore, avrete l'estrema bontà di seguirmi?
Da qualche minuto io non lo ascoltavo più. Il direttore parlava con il prete; lui aveva l'occhio fisso alla sua carta; guardai la porta che era rimasta socchiusa... - Ah! Miserabili! quattro gendarmi nel corridoio!
L'usciere ha ripetuto la sua domanda, guardandomi questa volta.
- Quando vorrete, gli ho risposto. A vostra disposizione!
Egli mi ha salutato dicendomi:
- Avrò l'onore di venirvi a cercare tra una mezz'ora.
Allora mi hanno lasciato solo.
Un mezzo per fuggire, mio Dio! un mezzo qualsiasi! Bisogna che io evada! Bisogna! Immediatamente. Dalle porte, dalle finestre, dal tetto! Quand'anche dovessi lasciare dei brandelli di carne attaccati alle travi.
Maledizione! Ci vorrebbero dei mesi per forare questo muro con degli arnesi adatti, e io non ho né un chiodo né un'ora.
Dalla Conciergerie
22.
Eccomi dunque "trasferito", come dice il processo verbale.
Ma il viaggio vale la pena di essere raccontato.
Suonavano le sette e mezzo quando l'usciere si è presentato di nuovo sulla soglia della mia cella. - Signore, mi ha detto, vi aspetto.
Ahimè! non era solo. Mi sono alzato e ho fatto un passo: mi è sembrato che non ne avrei potuto fare un altro, tanto avevo la testa pesante e deboli le gambe. Tuttavia mi sono rimesso e ho continuato con un portamento abbastanza sicuro. Prima di uscire dalla stanza le ho dato un ultimo sguardo. L'amavo la mia cella. Poi l'ho lasciata vuota e aperta; e questo le dava un aspetto assai singolare.
Del resto non lo sarà per lungo tempo: per questa sera si aspetta qualcuno, dicevano i secondini, un condannato che la corte d'Assise sta preparando a quest'ora.
All'angolo del corridoio ci ha raggiunto il cappellano.
All'uscita della prigione il direttore mi ha preso affettuosamente le mani e ha rinforzato la mia scorta di altre quattro guardie. Davanti alla porta dell'infermeria un vecchio moribondo mi ha gridato: - Arrivederci!
Poi siamo arrivati in cortile. Ho respirato a pieni polmoni l'aria fresca, ma per poco: una vettura con i cavalli già pronti aspettava nel primo cortile; la stessa vettura che mi aveva portato; una specie di lungo "cabriolet" diviso in due da una grata trasversale di così fitti fili di ferro da sembrare fatta a maglia. Le due parti hanno ciascuna una porta, una davanti, l'altra di dietro. Il tutto così sudicio, così nero, così polveroso che il carro funebre dei morti, al confronto, è una carrozza di gala.
Prima di seppellirmi in quella tomba a due ruote ho lanciato uno di quegli sguardi disperati davanti ai quali sembra che debbano crollare anche i muri. Il cortile, una specie di piccola piazza alberata, era ancora più pieno di gente che per i forzati. Già, la folla!
Come il giorno della partenza dei "cordoni" cadeva una pioggia autunnale, una pioggia fine e gelida che cade ancora adesso mentre scrivo, che cadrà certamente tutto il giorno, che durerà più di me.
Le strade erano impraticabili, il cortile pieno d'acqua e di fango, e vedendo quella folla in tutta quella poltiglia ne ebbi un po' piacere.
Siamo saliti: l'usciere e un gendarme nello scompartimento davanti; il prete, io e un gendarme di dietro; altri quattro gendarmi intorno alla vettura. Così, senza il cocchiere, otto uomini per uno solo.
Mentre salivo, una vecchia con gli occhi grigi diceva: - Questo mi piace ancora di più della catena. - Capii: è uno spettacolo che si abbraccia più facilmente con un solo colpo d'occhio, non c'è che un uomo, e su quest'unico uomo tanta miseria quanta su tutti i forzati messi insieme; è meno diluito; è un liquore concentrato e ben più gustoso.
Uno spettacolo così bello e così comodo! Niente che distragga l'attenzione.
La vettura si è mossa. Passando sotto la volta del portone ha fatto un sordo rumore, poi è uscita nel viale, e i pesanti battenti di Bicêtre si sono chiusi dietro di essa. Io mi sentivo trasportare quasi stordito, come un uomo caduto in letargo che non può gridare né muoversi e che si sente sotterrare; e vagamente, lontano, al di là di una nebbia, ascoltavo i sonagli attaccati ai cavalli tinnire in maniera cadenzata come se singhiozzassero, sferragliare le ruote sul selciato o suonare la tromba cambiando via, il galoppo sonoro dei gendarmi intorno al carriaggio, gli schiocchi di frusta del postiglione. E mi sembrava tutto ciò, come un vento impetuoso che mi rapisse. Attraverso la grata di uno spioncino aperto davanti a me, i miei occhi si erano fissati meccanicamente sull'iscrizione disegnata a grandi lettere sul portone di Bicêtre: «Ricovero di Vecchiaia». Toh, mi dicevo, sembra ci sia della gente che invecchia dentro là. E, come si fa nel dormiveglia, rigiravo in tutti i sensi quell'idea nella mia mente intorpidita dal dolore. All'improvviso, il carriaggio, passando dal viale nella strada provinciale, ha cambiato la visuale del finestrino. Le torri di Nôtre-Dame sono venute a inquadrarvisi, azzurrine e mezzo nascoste nella nebbia di Parigi. Subito è cambiato anche il punto di vista della mia mente. Ero diventato una macchina come la vettura; all'idea di Bicêtre è seguita l'idea di Nôtre-Dame.
Quelli che saranno sulla torre dove c'è la bandiera vedranno bene, mi sono detto sorridendo scioccamente.
Credo sia stato proprio in quel momento che il prete ha ripreso a parlarmi. Io l'ho lasciato dire pazientemente: avevo già nelle orecchie il rumore delle ruote, lo scalpitìo dei cavalli, lo schiocco del postiglione; non era che un rumore di più.
Ascoltavo in silenzio quel fluire di parole monotone che assopivano i miei pensieri come il mormorio di una fontana e che mi passavano davanti, sempre diverse e sempre le stesse, come gli olmi della strada, quando la voce breve e sgraziata dell'usciere seduto davanti è venuta a scuotermi improvvisamente.
- Ebbene! signor abate - diceva con un tono quasi allegro niente di nuovo?
Era verso il prete che egli si rivolgeva dicendo così. Il cappellano, che mi guardava senza interruzione e che era assordato dalla carrozza non ha risposto.
- Accidenti - ha risposto l'usciere alzando la voce per farsi sentire al di sopra del rumore delle ruote - maledetta vettura! Maledetta davvero!
Poi ha continuato: - Senza dubbio, sono le scosse; non ci si sente.
Che cosa dunque volevo dire? Ditemi, per piacere, cosa volevo dire, signor abate? Ah! sapete la grande notizia di Parigi, quest'oggi?
Sono trasalito come se parlasse di me.
- No- ha detto il prete, che finalmente aveva sentito - non ho avuto il tempo di leggere i giornali, questa mattina. La vedrò questa sera. Quando sono occupato tutto il giorno come oggi, raccomando al portinaio di conservarmi i giornali, e li leggo quando torno.
- Bah! - ha ripreso l'usciere - è impossibile che non la conosciate.
La notizia di Parigi! La notizia di questa mattina!
Allora ho preso la parola: - Credo di saperla io.
L'usciere m'ha guardato.
- Voi! veramente!? E in tal caso, che ne dite ?
- Siete curioso! - gli ho detto.
- Perché, signore? - ha replicato l'usciere. - Ognuno ha la sua opinione politica, e io vi stimo troppo per credere che voi non abbiate la vostra. Per quello che mi riguarda, io sono senz'altro del parere di ristabilire la guardia nazionale; ero sergente della mia compagnia e, vi assicuro era una cosa molto piacevole.
L'ho interrotto.
- Io non credevo che si trattasse di questo.
- E di che cosa dunque? Voi dicevate di sapere la notizia...
- Ma io parlavo di un'altra, di cui pure si occupa oggi Parigi.
L'imbecille non ha compreso; la sua curiosità si è risvegliata.
- Un'altra notizia? Dove diavolo avete potuto sentire delle notizie ?
E quale, di grazia, caro signore? Voi sapete di cosa si tratti, signor abate? Siete più al corrente di me? Di grazia, raccontatemi la faccenda. Di cosa si tratta? Vedete, a me piacciono le notizie; le racconto al signor presidente e lui si diverte.
E mille altre storie; si girava alternativamente verso il prete e verso di me e io non rispondevo che alzando le spalle.
- Ebbene! - mi ha detto alla fine - a cosa dunque pensate?
- Penso, gli ho risposto, che questa sera non penserò più.
- Ah! è questo! - ha replicato - andiamo, siete troppo triste!
Il signor Castaing discorreva piacevolmente.
E poi dopo un silenzio:
- Io ho condotto il signor Papavoine: aveva il suo berretto di lontra e fumava il suo sigaro. Quanto ai giovanotti de la Rochelle, non parlavano che tra di loro. Ma parlavano.
Ha fatto ancora una pausa ed ha continuato.
- Dei pazzi! degli entusiasti; avevano l'aria di disprezzare tutti quanti. Ma per quel che vi riguarda, veramente, vi trovo troppo preoccupato, giovanotto.
- Giovanotto! - gli ho detto - sono più vecchio io di voi; ogni quarto d'ora che passa mi invecchia di un anno.
Lui si è girato, mi ha guardato qualche minuto con inebetito stupore, poi si è messo a sghignazzare sconciamente.
- Andiamo, voi volete ridere, più vecchio di me! Potrei essere vostro nonno!
- Non voglio ridere affatto - gli ho risposto gravemente.
Lui allora ha aperto la tabacchiera.
- Prendete, caro signore, non offendetevi, una presa di tabacco e non serbatemi rancore.
- Non abbiate paura: non avrò molto tempo per essere in collera con voi.
In quel momento la tabacchiera che mi tendeva era vicino alla grata che ci separava; un sobbalzo della vettura ve l'ha fatta urtare violentemente, ed essa è caduta, completamente aperta, sui piedi del gendarme.
- Maledetta grata! - ha esclamato l'usciere.
Poi si è girato verso di me.
- Ebbene! non sono sfortunato? Ecco che ho perduto tutto il tabacco!
- Eh! Io perdo più di voi - gli ho risposto sorridendo.
Egli ha cercato di raccogliere il tabacco, borbottando tra i denti:
- Più di me! Si fa presto a dirlo. Niente tabacco fino a Parigi! E' terribile.
Il cappellano, allora, gli ha detto qualche parola per consolarlo, e io non so se fossi preoccupato, ma certo mi è sembrato che fosse il seguito dell'esortazione di cui io avevo avuto il principio. A poco a poco la conversazione si è intavolata tra il prete e l'usciere; li ho lasciati parlare per conto loro e mi sono messo a pensare per conto mio.
Nell'avvicinarmi alle porte ero sempre preoccupato, senza dubbio, ma mi è parso che Parigi risuonasse più rumorosa del solito.
La vettura si è fermata un attimo davanti al dazio e gli agenti l'hanno ispezionata. Se si fosse trattato di un montone o di un bue da portare al macello si sarebbe dovuto dare loro una borsa d'argento; ma una testa d'uomo non paga balzelli. E siamo passati.
Superato il viale, la carrozza si è infilata al gran trotto in quelle vecchie vie tortuose del quartiere Saint-Marceau e del centro che serpeggiano e si tagliano tra loro come le infinite gallerie di un formicaio; sul selciato di quelle vie strette il rotolìo è diventato così rapido e fragoroso che non sentivo più niente dei rumori che venivano dal di fuori. Quando gettavo gli occhi attraverso la piccola inferriata, mi sembrava che la folla dei passanti si fermasse per guardare la vettura e che dei branchi di ragazzi le corressero dietro; e mi è sembrato anche di vedere ogni tanto, qua e là agli incroci, un uomo o una vecchia cenciosi, a volte tutti e due insieme, con in mano un mazzo di fogli stampati che i passanti si disputavano aprendo la bocca come per un grande urlo.
Suonavano le otto e mezzo all'orologio del Tribunale quando siamo arrivati nel cortile della "Conciergerie". La vista di quel grande scalone, di quelle guardie sinistre mi ha agghiacciato.
Quando la vettura si è fermata ho creduto che stessero per fermarsi anche i battiti del mio cuore.
Ho raccolto le mie forze; la porta si è aperta con la rapidità del lampo, sono saltato giù dalla prigione semovente e mi sono frettolosamente infilato sotto la volta tra due file di soldati. Sul passaggio si era già formata una folla.
23.
Finché ho camminato per i corridoi pubblici del Palazzo di Giustizia mi sono quasi sentito libero e a mio agio; ma ogni mia risolutezza mi ha lasciato quando mi hanno aperto davanti delle basse porte, delle scale segrete, dei passaggi interni, dei lunghi corridoi sordi e senz'aria dove non entrano che quelli che condannano o quelli che sono condannati.
L'usciere mi accompagnava sempre; il prete, invece, mi aveva lasciato per tornare di lì a due ore.
Alla fine mi hanno portato nello studio del direttore, nelle cui mani l'usciere mi ha consegnato. Un cambio di guardia.
Il direttore l'ha pregato di aspettare un istante dicendogli che doveva consegnargli della selvaggina perché la portasse a Bicêtre col ritorno del carriaggio. Senza dubbio il condannato di oggi, quello che deve dormire questa sera sul mucchio di paglia che io non ho avuto tempo di usare.
- Molto bene - ha detto l'usciere al direttore - aspetto senz'altro un momento, così faremo i due processi verbali contemporaneamente; la cosa si mette bene.
Mentre si aspettava, mi hanno messo in un piccolo locale vicino a quello del direttore. Là, ben chiuso, sono stato lasciato solo.
Non so a che cosa pensassi, né da quanto tempo fossi lì, quando un improvviso e violento scoppio di risa mi ha scosso dal mio fantasticare. Ho alzato gli occhi trasalendo. Non ero più solo nella cella: c'era un uomo con me, un uomo di una cinquantina d'anni, di media statura; rugoso, curvo e quasi tutto grigio; atticciato, con uno sguardo torbido negli occhi grigi e un riso amaro sul volto; sporco, sbrindellato, mezzo nudo, disgustoso al solo vederlo.
Sembrava che la porta si fosse aperta, lo avesse vomitato, e si fosse rinchiusa senza che io mi fossi accorto di niente.
Se la morte potesse venire così!
Ci siamo guardati fissamente per qualche secondo, l'uomo ed io; lui prolungando il suo riso che sembrava un rantolo; io mezzo meravigliato e mezzo atterrito.
Alla fine gli ho chiesto:
- Chi siete?
- Amena domanda! - egli ha risposto. - Un "friauche".
- Un "friauche"! che significa ciò?
Questa questione ha raddoppiata la sua allegria.
- Ciò vuol dire - gridò in mezzo a uno scoppio di risa - che tra sei settimane il «taule» giocherà al «paniere» con la mia «Sorbona» come farà tra sei ore col tuo «ceppo». Ah! Ah! sembra che tu capisca, ora!
Effettivamente ero pallido, e i capelli mi si rizza