Guy de Maupassant
UNA VITA
Capitolo 1
Giovanna, fatte le valigie, si avvicinò alla finestra: che insistenza, la pioggia!
L'acquazzone aveva battuto per tutta la notte sul lastricato e sui tetti. Il cielo basso, carico d'acqua, sembrava rompersi e vuotarsi sopra la terra; e spappolarla, la terra, fonderla come zucchero. Passavano raffiche piene d'un calore pesante. Il mugghiare dei ruscelli straripati riempiva le strade deserte là dove le case bevevano l'umidità come spugne; l'umidità che invade gli interni e fa sudare i muri dalla cantina al solaio.
Giovanna era appena uscita di convento; ormai liberata per sempre, pronta a cogliere tutte le gioie della vita che sognava da così gran tempo. Ora temeva che suo padre esitasse a partire se il cielo non si schiariva, e interrogava l'orizzonte senza sosta, fin dal mattino. Poi, non appena si accorse che aveva dimenticato di mettere il suo calendario nella borsa da viaggio, staccò dal muro il piccolo cartone diviso per mesi, che aveva in mezzo a un ghirigoro la data dell'anno in corso, 1819, in cifre dorate; e cancellò con la matita le prime quattro colonne radiando ciascun nome di santo fino al 2 maggio: giorno della sua uscita dal convento.
"Giannetta!" chiamò una voce, dietro la porta.
"Entra, papà." E comparve il papà.
Il barone Simone Giacomo Le Perthuis des Vauds era un gentiluomo dell'altro secolo: un po' maniaco, ma buono. Discepolo entusiasta di Gian Giacomo Rousseau, aveva vere tenerezze d'amante per campi, boschi e bestie. Aristocratico di nascita, odiava per istinto il Novantatré; ma, filosofo per temperamento e liberale per educazione, perseguiva la tirannia d'un odio inoffensivo, declamatorio. La bontà era la sua grande forza e la sua grande debolezza: una bontà che non aveva abbastanza braccia per accarezzare, stringere, donare: una bontà da creatore, diffusa e senza resistenza, simile al torpore d'un nervo della volontà, a una lacuna dell'energia, quasi un vizio. Uomo teorico, egli meditava tutto un piano d'educazione per sua figlia, volendola felice, retta e sensibile.
Giovanna era rimasta in casa fino ai dodici anni: poi, malgrado le lacrime materne, l'avevano chiusa in convitto. Lui l'aveva voluta al Sacro Cuore, in clausura, ignorata e ignorante di tutto; affinché gliela rendessero casta a diciassette anni quando l'avrebbe temprata egli stesso in una specie di bagno di poesia ragionevole, aprendo quell'anima, istruendo quell'ignoranza ponendola davanti davanti all'amore semplice, alle tenerezze naturali delle bestie, alle leggi serene della vita.
Usciva intanto dal chiuso, raggiante, piena di vivacità e di desiderio, pronta a tutte le gioie, a tutti i casi piacevoli che il suo spirito aveva già percorso nell'ozio dei giorni, nella lunghezza delle notti, nella solitudine delle speranze. Sembrava un ritratto del Veronese; coi capelli d'un biondo lucente che si sarebbe detto un po' scolorito sulla sua carne ombrata come da una leggera peluria, di una specie di pallido velluto che era il sole a svelare, lambendolo. I suoi occhi erano azzurri, di quell'azzurro opaco degli occhi di certe statuette di porcellana olandese. Aveva anche un piccolo neo sull'aletta sinistra delle narici; un altro a destra, sul mento, dove si arricciavano alcuni peli così somiglianti alla sua pelle che si distinguevano appena.
Alta, col petto maturo, ondeggiava un poco nel corpo. La sua voce chiara sembrava talvolta troppo acuta; ma il suo riso schietto diffondeva tutt'intorno la gioia. Spesso, con un gesto consueto, portava le mani alle tempie come per lisciarsi i capelli.
Ora Giovanna corse incontro a suo padre, e lo abbracciò:
"Bene, si parte?" Egli sorrise, scosse i capelli che portava assai lunghi, già bianchi, e accennò la finestra.
"Partire con un tempo simile?" "Oh, papà" pregava carezzevole e tenera. "Farà bello dopo mezzogiorno. Andiamo, andiamo!" "Ma tua madre certamente non..." "Sì, sì. Vuole. Me ne incarico io." "Be', se riesci a convincere mamma..." Giovanna si precipitò verso la camera della baronessa; perché aveva atteso il giorno della partenza con un orgasmo sempre più forte. Dopo la sua entrata al Sacro Cuore, non aveva più lasciato Rouen, non permettendole il padre alcuna distrazione prima dei diciassette anni fissati. Due volte soltanto l'avevano portata un paio di settimane a Parigi, ma Parigi era ancora una città e lei sognava soltanto la campagna. Ora andava a passare l'estate nella tenuta dei "Pioppi", vecchio castello di famiglia situato sulla scogliera presso Yport, e si riprometteva una gioia infinita da quella vita libera sul mare. Era anche stabilito che le si sarebbe fatto dono di questo castello dove avrebbe abitato da sposa. E la pioggia che cadeva senza sosta dalla sera prima le dava il primo vero dispiacere della sua vita.
Di lì a poco usciva di corsa dalla camera di sua madre gridando per tutta la casa:
"Papà, papà! Fa attaccare! Mamma è contenta, è contenta!" Continuava il mal tempo. Sembrava anzi che raddoppiasse la pioggia quando il calesse si fermò davanti alla porta.
Giovanna metteva il piede sul montante e la baronessa scendeva le scale fra il marito e una robusta cameriera che la sostenevano.
Rosalìa, la cameriera vigorosa come un giovanotto, una normanna del paese di Caux, dimostrava almeno vent'anni benché non ne avesse più di diciotto. In famiglia la trattavano un po' come una seconda figlia, perché era stata la sorella di latte della padroncina. La sua mansione principale era di guidare i passi della signora divenuta enorme da qualche anno, in seguito a un'ipertrofia di cuore della quale la poveretta si lamentava ormai senza requie.
Quando la baronessa raggiunse ansimando la scalinata del vecchio palazzo, guardò nel cortile dove l'acqua scorreva a ruscelli e sostenne che, veramente, non era ragionevole partire.
Il marito, sempre sorridente, intervenne:
"Ma non siete voi, madama Adelaide, che avete dato il permesso?" Poiché aveva questo nome pomposo, lui la chiamava sempre "madama Adelaide" con una certa aria di rispetto un po' motteggiante.
Quindi lei riprese a muoversi e salì con fatica sulla carrozza facendone piegare le molle. Il barone si sedette al suo fianco; Giovanna e Rosalìa presero posto sul seggiolino di fronte.
La cuoca Liduina portò un mucchio di mantelli da mettere sulle ginocchia, poi due panieri da nascondere sotto le gambe, e si arrampicò fino a papà Simone, a cassetta, e qui si avviluppò in un'ampia coperta che la nascose quasi del tutto. Il portiere e sua moglie vennero a salutare chiudendo poi lo sportello, ricevettero le ultime raccomandazioni per le valigie che dovevano seguire in un carro: e si partì.
Simone, il cocchiere, con la testa abbassata, il dorso curvo sotto la pioggia, scompariva nel suo soprabito a triplice collaretto. La burrasca batteva i vetri, inondava la strada. Al trotto dei due cavalli, la berlina scese veloce lungo il ciglio, costeggiò la linea delle grandi navi i cui pennoni e cordami si alzavano tristi nel cielo piovoso simili ad alberi spogli, e si inoltrò sul bastione del monte Riboudet. Le praterie furono oltrepassate; e man mano un salice fradicio, coi rami cascanti in un abbandono cadaverico, si incideva forte attraverso un turbine d'acqua. I ferri dei cavalli scalpicciavano e le quattro ruote lanciavano girandole di fango.
Tutti tacevano: anche gli spiriti parevano in ammollo come la terra. Mammina, riversata all'indietro, appoggiò la testa e chiuse gli occhi; il barone osservava con occhio malinconico la campagna monotona così flagellata; Rosalìa, un pacchetto sulle ginocchia, sognava con la fantasticheria quasi animale della gente del popolo. Ma Giovanna, sotto la pioggia tiepida, si sentiva rivivere come una pianta che dal chiuso viene portata alla luce, e l'intensità della sua gioia era una specie di fogliame che riparasse il suo cuore dalla tristezza. Benché non parlasse, aveva voglia di cantare, di stendere fuori la mano per riempirla d'acqua da bere, e gioiva di essere portata via al gran trotto, seguendo la desolazione del paesaggio, sentendosi, in mezzo a quell'inondazione, al coperto.
Sotto la pioggia incessante le groppe lucenti delle due bestie esalavano un vapore come d'acqua bollente. La baronessa, a poco a poco, si era addormentata. La sua faccia incorniciata da sei riccioli regolari e pendenti si ripiegò mollemente sostenuta da tre ampi giri di pappagorgia le cui ultime ondulazioni si perdevano nel pieno mare del seno. La testa si sollevava ad ogni respiro ma ricadeva subito in giù; le guance si gonfiavano quando, fra le labbra socchiuse, passava un sonoro russìo. Il marito si piegò verso di lei e insinuò pian piano un piccolo portafogli di cuoio fra le mani incrociate sul gran ventre. La signora al contatto si sveglia, guarda l'oggetto con uno sguardo assente, con l'ebetudine dei sonni interrotti: monete d'oro, biglietti di banca vanno qua e là per il calesse. Si sveglia del tutto; la gaiezza della figliola esplode in uno scoppio di risa; il barone raccoglie il denaro e lo rimette in grembo alla dama.
"Amica mia, ecco ciò che rimane della fattoria di Életot. L'ho venduta per i restauri dei "Pioppi": ai "Pioppi", d'ora in poi, resteremo molto più spesso." La signora contò seimila quattrocento franchi; e se li mise in tasca tranquilla.
Era la nona fattoria delle trentuno ereditate dai vecchi. Adesso possedevano ancora circa ventimila "lire" di terreni, che, bene amministrati, avrebbero reso facilmente trentamila franchi l'anno.
Poiché essi vivevano senza sfarzo, questa rendita avrebbe potuto bastare; ma c'era in casa un buco senza fondo, sempre aperto, e cioè la bontà che prosciugava il danaro nelle loro mani come il sole prosciuga l'acqua degli stagni. Colava, fuggiva, spariva...
In che modo? Nessuno sapeva. Uno dei due diceva a un certo momento: "Non so come sia, ma oggi mi ci sono andati cento franchi senza aver fatto una spesa importante". Questo di dare era d'altronde, per loro, una delle grandi felicità della vita: e si intendevano, su questo punto, magnificamente.
"E' dunque bello adesso il mio castello?" chiedeva intanto Giovanna. Egli rispose allegro:
"Bambina: vedrai." Diminuiva a poco a poco la violenza dell'uragano; non fu più che una specie di nebbia, una fine polvere di pioggia che volteggiava.
L'arco delle nuvole sembrava alzarsi e impallidire: poi, improvvisamente, un lungo raggio di sole obliquo scese sulle praterie attraverso uno strappo invisibile. Rotte le nubi, il fondo azzurro del firmamento apparve, lo squarcio si ingrandì come un velo che si sbrindelli, e un cielo puro d'un azzurro fresco e profondo si stese tutto sul mondo. Un soffio dolce e vivace passò come un sospiro felice sulla terra, e costeggiando boschi e giardini si udiva talvolta il canto d'un uccellino che si asciugava le piume.
Scendeva la sera. Tutti dormivano, ora, nella vettura: meno Giovanna. Ci si fermò due volte: per lasciar riposare i cavalli, per dar loro acqua ed avena.
Il sole era tramontato. Suonavano campane lontane. In un villaggetto si accese qualche fanale: si accese un formicolìo di stelle nel cielo. Case illuminate apparivano qua e là, di quando in quando: ma, improvvisamente, sorse la luna, rossa, enorme, come intorpidita dal sonno, dietro la collina, tra i rami dei pini.
L'aria era così tiepida che i vetri potevano restare abbassati.
Ora Giovanna si riposava, esaurita dai sogni, sazia di visioni felici. Talvolta l'intorpidimento d'una posizione prolungata le faceva riaprire gli occhi, e allora guardava fuori, nella notte luminosa, e vedeva passare gli alberi d'una fattoria o anche mucche sdraiate in un campo, qua e là, che alzavano il muso.
Cercava una posizione nuova, provava a riprendere un sogno appena cominciato, ma il rotolìo della vettura le riempiva gli orecchi, le affaticava il pensiero, così che riabbassava le palpebre, stanche le membra, lo spirito stanco.
La vettura si ferma. Uomini, donne davanti agli sportelli, con lanterne. Arrivati! Giovanna salta giù prontamente, destata come di soprassalto. Un mezzadro fa luce al papà e a Rosalìa che portano quasi di peso la povera baronessa estenuata, tutta un lamento: "Ah mio Dio! oh miei poveri figlioli!". E non vuol bere, non vuol mangiare, non vuol saperne di nulla: si corica e si addormenta, di colpo.
Padre e figlia mangiano soli. Si guardano, si sorridono, si prendono le mani attraverso la tavola, e, invasi entrambi da una gioia infantile, decidono di visitare il castello. Una di quelle vaste dimore normanne, di pietra bianca divenuta grigia, un po' castello, un po' fattoria, con tanto spazio da alloggiare tutta una stirpe: un immenso vestibolo che divide la casa in due parti e l'attraversa da una parte all'altra aprendo le sue grandi porte sui lati: una vasta scalinata che sembra allargare questo atrio e lascia vuoto il centro unendo al primo piano le sue due rampe a mo' di ponte. Al piano terreno, a destra, si entra nel salone immenso, tutto tappezzerie a foglie in cui uccellini allegri svolazzano. L'arredo in tappezzeria a mezzo punto non è che una rappresentazione delle favole di La fontaine: e Giovanna ha un sussulto di piacere ritrovando una poltrona, amata fin da piccina, con la storia della Volpe e della Cicogna. Di fianco al salone si aprono la biblioteca zeppa di vecchi libri e due altre stanze inutilizzate; a sinistra la sala da pranzo col tavolo nuovo, e poi guardaroba, credenza, cucina, un piccolo appartamento col bagno.
Un corridoio taglia per il lungo tutto questo piano: dieci porte di dieci camere si allineano su questa sfilata. In fondo, a destra, ecco l'appartamento di lei. Padre e figlia ci entrarono.
Egli l'aveva fatto rimettere a nuovo impiegando soltanto mobili e parati rimasti per lungo tempo in solaio.
Vecchie tappezzerie di tipo fiammingo popolavano questo luogo di personaggi molto curiosi. Ma appena scorse il suo letto, la fanciulla lanciò un grido di gioia. Ai quattro lati, quattro grandi uccelli di quercia, neri e lucenti di cera, reggevano il letto e sembrava ne fossero i custodi; i fianchi simulavano due larghe ghirlande di fiori e frutta scolpiti; quattro colonne finemente scanalate terminavano in capitelli corinzi e sollevavano una cornice formata da un intreccio di amorini e di rose. Letto monumentale, eppure grazioso, malgrado la severità del legno annerito dal tempo. Lo strapuntino e l'arco del cielo scintillavano come due firmamenti. Erano di seta antica il cui azzurro, densissimo, si costellava di grandi gigli ricamati in oro.
Dopo aver molto ammirato il suo letto Giovanna sollevò il lume ed esaminò le tappezzerie per capirne bene il soggetto. Un giovin signore e una giovane dama vestita di verde, di rosa, di giallo, nel modo più stravagante, parlano sotto un albero turchino su cui maturano candidi frutti. Un grosso coniglio dello stesso colore mangia un po' di erba grigia. Al di sopra dei due personaggi, in una lontananza convenzionale, cinque casine tonde, acuminate, e più in alto, quasi nel cielo, un bel mulino a vento, tutto rosso.
Si insinuano per tutta questa rappresentazione grandi ramificazioni di fiori.
Gli altri due pannelli somigliano al primo; eccetto per il fatto che si vedono uscire dalle case quattro omuncoli vestiti alla fiamminga aprendo le braccia al cielo con meraviglia e grande collera. Poi viene il dramma. Accanto al coniglio che bruca, il giovanotto steso a terra sembra morto, nell'ultimo pannello. La dama lo guarda e si trapassa il petto con una spada: e in cima all'albero i frutti diventano neri. Che vuol dire ciò? Giovanna rinuncia a capire; ma poi scopre in un angolo una bestiolina microscopica che il coniglio, se vivo, potrebbe mangiarsi come un filo d'erba: ed è invece un leone. Allora comprende: la leggenda di Piramo e di Tisbe! E quantunque sorrida della semplicità del disegno, si sente felice di essere mescolata a questa avventura d'amore che parlerà al suo cuore di care speranze e farà librare ogni notte, sopra il suo sonno, quell'antica leggendaria mollezza.
Tutto il resto dei mobili riunisce gli stili più vari: mobili che ogni generazione lascia dietro di sé e fanno d'ogni vecchia casa una specie di museo dove si mischia un poco di tutto. Un superbo cassettone Luigi Quattordici, tutto corazzato di rame splendente, è fiancheggiato da due poltrone Luigi Quindici ancora coperte della loro seta a mazzetti. Ecco un armadio di legno di rosa di fronte al camino che presenta una pendola dell'Impero, sotto il suo globo rotondo, e questa pendola è un'arnia di bronzo sorretta da quattro colonnine di marmo al di sopra d'un giardino dai fiori dorati. Il sottile pendolo esce dall'alveare per una lunga fessura e fa dondolare eternamente su quel giardino una piccola ape dalle ali di smalto. E il quadrante di maiolica dipinta è incastrato nel fianco dell'alveare.
La pendola scatta. Le undici. Il barone abbraccia sua figlia; si ritira poi in camera sua. Giovanna va a letto, non senza rammarico. Accarezza con un ultimo sguardo la stanza, e spegne il lume. Il letto si appoggia al muro con la sola testata, e sulla sinistra ha una finestra da cui entra un fascio di raggi che si allarga, a terra, in una bella chiazza lunare. Riflessi sono rimbalzati sui muri: riflessi che accarezzano dolcemente gli immobili amori di Tisbe e di Piramo. Dall'altra finestra, di fronte ai suoi piedi, Giovanna scorge un grande albero tutto inondato da una luce tenue. Si gira verso il piano, chiude gli occhi, ma poi li riapre. Crede di sentirsi ancora scossa dai sobbalzi della vettura che sembra riprodurre o continuare il suo rotolio in quella testolina. Tuttavia resta immobile sperando di favorire il sonno; ma ormai tutto il suo corpo è invaso dall'irrequietezza del suo spirito, qualcosa come uno spasimo alle gambe, un'agitazione febbrile, che cresce, cresce. Allora si alza e, a piedi nudi, a braccia nude, con la sua lunga camicia che le dà un aspetto di fantasma, attraversa la macchia di luce sul pavimento, apre la finestra, guarda nella chiarore della notte, riconosce come in pieno giorno il paesaggio amato fin dalla più tenera infanzia. Ha di fronte a sé un largo piano erboso, giallo come il burro, sotto la luce notturna: due alberi giganti si ergono ai lati davanti al castello (a sud un tiglio, un platano a nord): in fondo alla verde distesa un piccolo fitto bosco segna il limite della tenuta che ha per difensori, durante gli uragani, quei grandi antichi olmi in cinque file, quegli alberi enormi, contorti, rasati, logorati, tagliati in discesa come un tetto dagli scatenati venti del mare. Questa specie di parco è limitato a destra e a sinistra da due lunghi viali di pioppi smisurati, chiamati "popoli" in Normandia, che separano la residenza padronale da due fattorie attigue (questa occupata dai Couillard, l'altra dalla famiglia Martin), e sono questi "popoli" che hanno dato il nome al castello. Al di là dei pioppi si stende un vasto piano incolto, cosparso di canne, dove la brezza giorno e notte fischia e galoppa: poi, di colpo, la spiaggia si imbatte in una costiera scoscesa di cento metri, bianca e diritta che bagna il piede nel mare.
Giovanna guarda lontano la lunga superficie ondulata dei flutti che sembrano dormire sotto le stelle. In quella calma di sole assente tutti i profumi della terra si diffondono intorno: il gelsomino arrampicato ai balconi esala il suo alito penetrante che si mischia all'odore molto più lieve delle foglie che nascono:
lente ventate portano il sentore forte dell'aria salina e dell'umore vischioso delle alghe: e la fanciulla si abbandona alla gioia di respirare e il riposo della campagna la calma come un bagno fresco. Tutti gli animali che si svegliano quando arriva la sera e nascondono la loro oscura esistenza nella tranquillità della notte, riempiono la semioscurità di un'agitazione silenziosa. Grandi uccelli muti fuggono per l'aria come macchie, come ombre: ronzii di insetti invisibili sfiorano gli orecchi:
corse mute traversano l'erba piena di rugiada o la sabbia dei sentieri deserti: solo qualche rospo malinconico manda alla luna il suo verso breve e monotono. Il cuore di Giovanna sembra che si allarghi pieno di mormorii proprio come quella notte chiara, formicola di mille desideri vagabondi simili a quegli animali notturni il cui fremito la circonda tutta; come un'affinità la unisce a quella poesia vivente, e sul molle candore notturno si sente tutta percorsa da brividi sovrumani, palpiti di speranze inafferrabili, qualcosa come un soffio di felicità. Comincia a sognare d'amore...
L'amore! Da due anni la riempie con l'ansia del suo dolce muto avvicinarsi. Ormai è libera di amare e le rimane soltanto da incontrare "lui". Come, come sarà? Non sa, non si chiede. "Egli" sarà "lui": ecco tutto. Sa soltanto che lo adorerà con tutta l'anima e che lui le risponderà con passione. Nelle notti simili a questa passeggeranno sotto il pulviscolo luminoso delle stelle e andranno così, con la mano nella mano, stretti stretti, sentendo il calore delle loro spalle, mescolando il loro amore alla limpidezza soave delle notti d'estate, talmente uniti che per sola forza di tenerezza penetreranno senza fatica nei loro pensieri più nascosti: e ciò continuerà all'infinito nella serenità d'un affetto indicibile. Le sembra di averlo lì, di sentirlo contro il suo petto, e bruscamente un vago brivido di sensualità l'attraversa dai piedi ai capelli. Stringe le braccia al seno con un movimento incosciente come per spegnere il sogno, mentre sulle sue labbra tese verso l'ignoto passa qualcosa che la fa quasi svenire come se il soffio della primavera le avesse dato un bacio d'amore.
D'un tratto, laggiù, sulla strada dietro il castello, sente un calpestìo nella notte, e in uno slancio dell'anima esaltata, in un trasporto di fede nell'impossibile, nei casi della provvidenza, nei presentimenti divini, nelle combinazioni della sorte, Giovanna pensa a lui che cammina sulla strada dietro il castello. Dio, fosse lui! Ansiosa, ascolta quel passo; con la certezza che egli si fermerà al cancello chiedendo ospitalità. Ma no, il viandante è passato, e lei è triste come dopo un crudele disinganno. Poi ancora sorride della sua follia, comprende l'esaltazione del suo spirito, lascia, calma, navigare il suo spirito in una fantasticheria più ragionevole, cerca di penetrare l'avvenire architettando la sua stessa esistenza. Con lui vivrà qui dentro, in questo castello tranquillo che domina il mare. Avrà due figlioli: il maschio per lui, per sé la mimmina. E già li vede correre sull'erba, tra il platano e il tiglio, seguiti dagli sguardi estatici della madre e del padre che si scambiano occhiate piene di passione al di sopra delle due testoline. Così fantastica a lungo mentre la luna compie il suo cammino nel cielo fino a scomparire nel mare. L'aria è più fresca. Impallidisce l'orizzonte, a oriente. Canta un gallo nella fattoria di destra:
altri rispondono dalla fattoria di sinistra. Voci rauche che sembrano venire da molto lontano, attraverso i muri dei pollai; e già le stelle spariscono nell'immenso arco del cielo albeggiante.
Un piccolo grido di uccello. Escono dalle foglie mormorii timidi timidi, si fanno più arditi, diventano più vibranti, più allegri, di ramo in ramo, di albero in albero. E lei è già in piena luce.
Alza la testa china sulla cavità delle palme, richiude gli occhi abbagliata da quello splendore di aurora. Una montagna di nubi purpuree, nascoste in parte dietro il gran viale dei pioppi, getta bagliori di sangue sulla terra così risvegliata. Appare a poco a poco l'immenso globo fiammeggiante, rompendo le splendide nuvole, crivellando di fuoco gli alberi, i piani, l'oceano, tutto l'orizzonte. E Giovanna è folle, è felice. Una gioia delirante, un intenerimento infinito dinanzi al fulgore delle cose inonda il cuore, e il cuore viene meno. E' il suo sole! E' la sua aurora! E' il principio della sua vita! E' la nascita delle sue speranze!
Tende le braccia verso lo spazio radioso col desiderio di abbracciare il sole volendo parlare e gridare qualcosa di divino come quel prorompere del giorno, ma resta inerte, paralizzata in un entusiasmo impotente. Allora posa la fronte sulle mani, sente i suoi occhi pieni di lacrime, e piange, piange: piange e gode il suo pianto.
Quando rialza la testa, il grande spettacolo del giorno nascente è già finito. Si sente esaurita, infreddolita, un po' fiacca, e senza chiudere la finestra si stende sul letto, sogna ancora qualche minuto, si addormenta così profondamente che alle nove non sente la chiamata del padre e non si sveglia che quando egli è qui, nella stanza.
Il padre voleva mostrarle gli abbellimenti del castello, del "suo" castello. La facciata che dava sull'interno dei terreni era separata dalla strada da un vasto cortile disseminato di meli: la strada, detta vicinale, che passava fra i muri dei contadini e raggiungeva, una mezza lega più lontano, la grande strada dall'Havre a Fécamp. Una viale diritto raggiungeva la scalinata partendo dall'orlo del bosco. I locali di servizio, piccoli fabbricati in rocce marine, coperti di stoppie, si allineavano ai due lati del cortile, lungo i fossati delle due fattorie.
I tetti erano nuovi, le serramenta erano state rifatte, i muri riparati, le camere ritappezzate, tutto l'interno ridipinto. E il vecchio scuro castello portava, come macchie, le imposte fresche di un bianco argenteo e le sue recenti intonacature sulla grande faccia grigiastra. L'altra facciata, quella su cui si apriva la finestra di Giovanna, guardava il mare lontano, sopra al boschetto e alla muraglia di olmi rosi dal vento.
Padre e figliola visitarono tutto, senza tralasciare nemmeno gli angoletti; passeggiarono lentamente nel viale dei pioppi che chiudevano quel che si chiamava "il parco". L'erba era spuntata sotto gli alberi stendendovi il suo verde tappeto, e in fondo il boschetto grazioso arruffava i suoi sentieruoli tortuosi, separati come da tramezzi di fogliame. Una lepre schizzò bruscamente (Giovanna ne fu impaurita) e se la batté fra le canne marine, verso la spiaggia.
Dopo colazione, poiché la signora Adelaide, ancora estenuata, avvertì che andava a riposarsi, il barone propose di scendere fino a Yport. Partirono padre e figlia attraversando subito il piccolo villaggio di Etouvent dove si trovavano i "Pioppi" (tre contadini li salutarono come se li avessero sempre conosciuti), poi entrarono nei boschi in discesa che si abbassavano fino al mare seguendo una vallata tortuosa. Ed ecco Yport. La strada inclinata, con un ruscello nel mezzo e mucchi di rifiuti dinanzi alle porte, esalava un acuto odore di salamoia. Donne sulle soglie che raccomodavano i loro poveri cenci guardarono quella coppia passare. Reti brunastre, dove erano rimaste scaglie lucenti simili a pagliuzze d'argento, si asciugavano contro le porte delle casupole da cui uscivano gli odori delle famiglie numerose brulicanti in una camera sola. Qualche colombo passeggiava sull'orlo del ruscello in cerca del cibo. Giovanna si interessava a tutto; tutto le sembrava curioso e nuovo come una scena di teatro. Ma improvvisamente, svoltato un muro, scorse il mare, d'un blu opaco e liscio che si stendeva a perdita d'occhio.
Si fermarono sulla spiaggia, a guardare. Passavano al largo vele bianche come ali di uccelli: la scogliera, enorme, a destra o a sinistra: una specie di promontorio chiudeva la vista da un lato mentre dall'altro la linea della costa si prolungava indefinitamente fino a non essere più che una linea, Un segno appena segnato. Appariva un porto, altre case, in una delle spaccature più prossime, e le tre piccole ondicine che guarnivano il mare di frangette schiumose rotolavano sui sassolini con un leggero mormorìo. Le barche paesane, tirate a secco sul pendìo del ghiareto, riposavano su un fianco offrendo al sole le loro guance rotonde spalmate di pece. I pescatori le stavano preparando per la marea della sera.
Un marinaio si avvicinò presentando i suoi pesci, e Giovanna acquistò un grosso rombo che voleva portare ai "Pioppi" lei stessa. Allora l'uomo offrì i suoi servigi per le passeggiatine in barca, ripetendo il suo nome spiccatamente, in modo da farlo entrar bene in mente ai signori.
"Lastique, Peppino Lastique." Il barone promise di non dimenticarlo. Poi padre e figliuola ripresero la via del castello; e siccome il grosso pesce affaticava Giovanna, gli passò nelle branchie il bastone paterno, e ciascuno ebbe la sua estremità. Così essi andavano allegri risalendo la costa, chiacchierando come due ragazzi, la fronte al vento, gli occhi brillanti, mentre il rombo affaticava il loro braccio, a poco a poco, spazzando l'erba con la coda grassa.
Capitolo 2
Una esistenza piacevole e libera cominciò per Giovanna. Leggeva, sognava, girellava, sola sola, nei dintorni, o vagava lenta lungo le strade, con lo spirito perduto dietro le sue fantasticherie, oppure scendeva sgambettando per le piccole valli tortuose le cui groppe portavano, come una cappa d'oro, un vello di fiori di giunco. Il loro odore dolce e penetrante, esasperato dal calore, la inebriava come un vino profumato, così che lei cullava il suo spirito al sussurro lontano delle ondicine che rotolavano sulla spiaggia, anzi a quest'ultima ondata. La stanchezza a volte la faceva cadere sull'erba fitta di un pendìo: a volte, quando scopriva di colpo dopo una svolta, in un'insenatura, un triangolo di mare turchino, scintillante al sole e con una vela all'orizzonte, allora Giovanna provava una gioia disordinata, come al misterioso avvicinarsi di una felicità librata su lei. L'amore della solitudine la afferrava nella dolcezza del fresco paese, nella calma del morbido orizzonte, e restava così a lungo seduta in cima alle alture che i piccoli conigli selvatici venivano a saltellarle tra i piedi.
Spesso si metteva anche a correre sulla scogliera sferzata dall'aria della costa, tutta vibrante della gioia squisita di potersi muovere come i pesci nell'acqua, come le rondini nell'aria. Ovunque seminava ricordi come si getta il seme sulla terra; ricordi le cui radici resistono fino alla morte; e le sembrava di gettare in quei luoghi anche un po' del suo cuore. Poi cominciò a bagnarsi con passione. Nuotava a perdita d'occhio, forte e ardita com'era, senza coscienza del pericolo. Si sentiva bene in quell'acqua fredda, limpida e azzurra che la portava con sé, la cullava. Quand'era lontana dalla spiaggia, si metteva supina, le braccia incrociate sul petto, gli occhi perduti nell'azzurro fondo del cielo rapidamente attraversato dal volo di una rondine, dal biancore di un uccello marino. Non si udiva più alcun rumore, se non il mormorìo lontano della risacca o un vago bisbiglio della terra che sembrava scivolasse nell'ondulazione dei flussi: ma confuso, pressoché inafferrabile. Poi Giovanna si sollevava e in un impeto di gioia gettava grida acute sbattendo l'acqua con tutte e due le mani. Se si avventurava troppo lontano, una barca veniva a cercarla. Rientrava al castello pallida per la fame, ma leggera, ilare, snella, il sorriso sulle labbra, la perfetta letizia negli occhi.
Intanto il barone meditava grandi imprese agricole, voleva fare esperimenti, seguire il progresso, provare nuovi strumenti, acclimatare piante straniere, e passava buona parte della giornata a discutere coi contadini che scrollavano la testa un po' increduli. Spesso andava anche per mare, coi marinai d'Yport.
Quando ebbe visitato le grotte, le fontane e le guglie dei dintorni egli volle pescare come un semplice marinaio.
Nei giorni di brezza, quando la vela piena di vento fa correre sul dorso delle onde il guscio gonfio delle barche che trascinano fino in fondo al mare la gran lenza sfuggente che le schiere degli sgombri inseguono, egli teneva fra le dita tremanti per l'ansia la cordicella che si sente vibrare appena un pesce preso si dibatte.
Partiva al chiaro di luna per alzare le reti calate alla vigilia; amava sentir scricchiolare l'albero della nave, respirare le raffiche fischianti e fresche della notte; e dopo aver lungamente bordeggiato per ritrovare i gavitelli dirigendosi verso una cresta di roccia, verso la cima di un campanile o verso il faro di Fécamp, godeva a restare immobile sotto i raggi del sole che si levava e faceva brillare sul ponte del battello la groppa viscida delle larghe razze a ventaglio o il ventre grasso dei rombi.
A tavola egli raccontava con entusiasmo le sue passeggiate, e mammina in compenso gli narrava quante volte aveva percorso il gran viale dei pioppi, quello di destra, confinante con la fattoria dei Couillard, non avendo l'altro abbastanza sole. Poiché le avevano raccomandato di "far del moto" si accaniva a camminare.
Appena il fresco della notte si era dissipato, scendeva appoggiata al braccio di Rosalìa, avvolta in un mantello e due scialli, la testa riparata da un cappellino nero che riparava a sua volta una rossa cuffietta. Allora, trascinando il piede sinistro, un po' più pesante, e dopo aver seguito per tutta la lunghezza del viale, l'uno all'andata, l'altro al ritorno, due solchi polverosi dove l'erba era morta, la poveretta ricominciava senza fine l'interminabile viaggio in linea retta dall'angolo del castello fino ai primi arbusti del boschetto. Aveva fatto collocare una panchetta a ciascuna estremità di questa pista e ogni cinque minuti si arrestava dicendo all'infinita pazienza di colei che la reggeva:
"Ora sediamoci, figliola, perché sono un po' stanchetta." E a ogni fermata lasciava su una panca prima la cuffietta rossa, poi uno scialle, poi l'altro scialle, poi il cappellino, poi il mantello, e tutto ciò formava ai due capi del viale due grossi mucchi di indumenti che Rosalìa riportava sul braccio libero quando si rientrava per la colazione.
Nel pomeriggio la baronessa ricominciava, con passo più molle, con riposi più lunghi, sonnecchiando anche un po' di tanto in tanto su una sedia a sdraio che le portavano lì fuori. Questo lei lo chiamava fare "il suo esercizio", così come diceva "la mia ipertrofia". Erano passati dieci anni da quando un medico chiamato d'urgenza perché soffriva di soffocazioni aveva parlato di ipertrofia: dopo di allora questa parola, di cui non capiva nemmeno il significato, si era conficcata nella sua testa. Da ostinata, voleva che il barone e Giovanna e Rosalìa le tastassero il cuore, che nessuno più udiva tanto era sepolto sotto la gonfiezza del seno, ma rifiutava con energia di lasciarsi visitare da un nuovo medico per la paura che le scoprissero altri malanni, e parlava della "sua ipertrofia" in ogni occasione e così spesso da sembrare che questo male fosse una sua particolarità, le appartenesse come una cosa unica, sulla quale gli altri non avevano nessun diritto. E il barone diceva "l'ipertrofia della mamma", come avrebbe detto "il vestito", "il cappello", "l'ombrello". E pensare che era stata graziosa da giovane, e più sottile di una canna. Dopo aver ballato fra le braccia di tutte le uniformi dell'Impero, aveva letto "Corinna" che le aveva fatto versare tante lacrime, e le era rimasto come il sigillo di questo romanzo. Man mano che la sua figura si era ingrossata, la sua anima aveva acquistato slanci più poetici, e quando l'obesità l'aveva inchiodata su una poltrona, il suo pensiero cominciò a vagabondare attraverso avventure tenere di cui si credette l'eroina. Oh, ne aveva sempre delle preferite da richiamare nei suoi sogni; come una scatoletta musicale che, a girare la manovella, ripete sempre la stessa canzone. Tutte le romanze in cui si parla di prigionieri e di rondinelle le inumidivano gli occhi, e poi amava anche certe canzoni libertine di Béranger per i rimpianti che esprimono. Spesso restava immobile ore e ore, lontana nelle sue fantasticherie, e i "Pioppi" le piacevano infinitamente perché quasi facevano da scenario ai romanzi della sua anima, ricordandole, e per i boschi dei dintorni e per la landa deserta e per la vicinanza del mare, le storie di Walter Scott che da qualche mese andava leggendo. Nelle giornate di pioggia restava chiusa nella sua stanza a far passare ciò che chiamava le sue "reliquie", ed erano le sue vecchie lettere, quelle di suo padre e di sua madre, quelle del barone quando erano fidanzati: altre ancora. Le aveva chiuse tutte in uno stipetto di mogano che aveva agli angoli altrettante sfingi di rame e diceva con un'inflessione di voce particolare:
"Rosalìa, figliola mia, portami il cassettino dei 'ricordi.'" La ragazza apriva lo stipetto, toglieva il cassetto, lo posava sulla sedia davanti alla sua padrona che si metteva a leggere lentamente, a una a una, queste lettere care, lasciandovi cader sopra, di quando in quando, una lacrimuccia.
Qualche volta Giovanna rimpiazzava Rosalìa e faceva lei passeggiare mammina che le raccontava i suoi ricordi d'infanzia.
La fanciulla si ritrovava in quelle storie d'altri tempi tutta stupita di quella comunanza di pensieri, di quell'affinità di desideri, perché ciascun cuore si immagina di aver trasalito prima d'ogni altro sotto una folla di sensazioni che hanno fatto battere i cuori delle prime creature come faranno palpitare ancora il cuore dell'ultimo uomo, il cuore dell'ultima donna. La lentezza del passo seguiva la lentezza del racconto, interrotto talvolta per qualche attimo dall'affanno della narratrice e allora il pensiero della figliuola, saltando al di là delle avventure cominciate, si slanciava verso l'avvenire, verso le speranze e la gioia.
Un pomeriggio, mentre si riposavano sulla panchetta videro tutt'a un tratto, dal fondo del viale, avvicinarsi un gran prete. Egli salutò di lontano, assunse un'aria sorridente, salutò ancora quando fu a tre passi e gridò: "Ebbene, signora baronessa, come si sta?". Era il parroco del paese.
Mammina, nata nel secolo dei filosofi, allevata da un padre poco credente, ai tempi della Rivoluzione, non frequentava molto la chiesa; benché amasse i preti per un istinto religioso di donna.
Ora aveva totalmente dimenticato l'abate Picot, il suo curato, e arrossì al primo vederlo, poi si scusò di non averlo avvertito della riapertura del castello. Ma il buon uomo non sembrava affatto scontento, e continuava a interessarsi a Giovanna, a farle i complimenti per il suo aspetto fiorente, poi si sedette, appoggiò il cappello sulle ginocchia e si asciugò la fronte imperlata. Siccome era molto grosso, acceso e tutto sudato, si tirava fuori dalla tasca continuamente un fazzolettone enorme a quadretti, imbevuto già di sudore, e se lo passava sul volto, sul collo; ma appena la tela umida era rientrata nelle profondità della sua veste, nuove gocce spuntavano sulla sua pelle, nuove gocce cadevano sulla sottana raccolta sul ventre, e fermavano in piccole macchie circolari la danza aerea della polvere. Era gaio, un vero prete di campagna, tollerante, chiacchierone, un brav'uomo, tanto è vero che ora raccontava le sue storie, parlava della gente del paese, senza neppure mostrare che le sue due parrocchiane non si erano ancor fatte vedere alle funzioni. Ma in verità la baronessa aveva già messo d'accordo la sua indolenza con la sua fede confusa e Giovanna era troppo felice di essersi liberata dal convento dove l'avevano saturata di pratiche religiose.
Ed ecco il barone. La sua religione panteista lo lasciava indifferente ai dogmi. Fu cortese col parroco che conosceva da lungo tempo, e lo trattenne a pranzo. E il parroco seppe piacere, grazie a quella specie d'astuzia incosciente che la cura di anime dà anche agli uomini più mediocri chiamati per caso a esercitare un potere sui propri simili. Quanto alla baronessa, lo trattava con ogni riguardo, attirata forse da una di quelle simpatie che avvicinano tutti coloro che si somigliano fisicamente, piacendo all'obesità della dama la figura sanguigna e il fiato corto della reverenda pinguedine.
Alla frutta egli ebbe una vivacità di curato d'ottimo umore, quell'abbandono confidenziale che si ha nel finire degli allegri conviti. D'un tratto gridò come se un'idea felice gli avesse attraversato il cervello: "Ma io ho un parrocchiano, il signor visconte di Lamare! Bisogna bene che ve lo presenti!" La baronessa che aveva sulla punta delle dita tutta l'araldica della provincia, scattò:
"Appartiene alla famiglia di Lamare dell'Eure?" "Sì, signora baronessa" rispose il prete con un inchino. "E' figlio del visconte Giovanni di Lamare che morì l'anno passato." Allora la dama che adorava la nobiltà fece un mucchio di domande, e così seppe che, pagati i debiti del padre, il giovanotto aveva venduto il castello di famiglia per ridursi in un piccolo appartamento in una delle tre fattorie che possedeva ancora a Etouvent. Questi beni rappresentavano in tutto cinque o seimila "lire" di rendita, ma il visconte era economo e saggio e contava di vivere semplicemente due o tre anni in quel luogo modesto per metter da parte tanto da permettergli di figurare in società, ammogliarsi bene, senza far debiti, senza ipotecare le sue fattorie.
"E' un simpatico ragazzo" aggiunse il curato "e così ordinato e così quieto! Ma non si diverte molto in questi paesi..." "Conducetelo da noi" disse il barone. "Qua si potrà distrarre qualche volta..." E si passò ad altro argomento. Dopo aver preso il caffè nel salone, il prete chiese il permesso di fare un giro in giardino, essendo abituato a muoversi un po' dopo i pasti. Il barone volle seguirlo, e camminarono su e giù lungo la facciata del castello.
Le loro ombre, l'una magra, l'altra grossa e come coperta da un fungo, andavano e venivano, ora avanti, ora indietro, secondo che camminassero verso la luna o le volgessero il dorso. Il parroco masticava una specie di sigaretta che aveva tirato fuori dalla tasca, e ne spiegò l'utilità col parlar franco dei campagnoli:
"E' per facilitare i rutti. Io ho le digestioni piuttosto pesanti..." Poi, improvvisamente, guardando il cielo dove nuotava l'astro lunare:
"Non ci si sazia mai di quello spettacolo là!" E rientrò in casa per congedarsi dalle signore.
Capitolo 3
La domenica seguente la baronessa e Giovanna, per deferenza verso il curato, andarono a messa. Dopo la funzione lo attesero per invitarlo a colazione per il giovedì.
Egli uscì dalla sagrestia accompagnato da un giovane alto, elegante, che gli dava il braccio con confidenza; e appena vide le due signore fece un gesto di lieta sorpresa.
"Come giungono a proposito! Signora baronessa, signorina Giovanna, permettete, permettete che vi presenti il vostro vicino. Il visconte di Lamare." Il visconte si inchinò, espresse il suo antico desiderio di conoscere le signore, si mise a parlare con disinvoltura, da uomo di mondo, da uomo che sa il fatto suo. Egli aveva nella fisonomia quel non so che d'attraente che seduce le donne ed è estremamente antipatico agli uomini. I suoi capelli bruni, arricciati ombreggiavano una fronte liscia e abbronzata e due grandi sopracciglia così regolari da parere artificiali rendevano teneri e profondi i suoi occhi scuri il cui bianco aveva una delicata sfumatura azzurrina. Ciglia fitte e lunghe davano al suo sguardo l'eloquenza della passione, quella stessa che nei salotti turba un poco la dama bella e superba e fa voltare per la strada la ragazza del popolo in giro col suo paniere. Il fascino languido di quell'occhio illudeva di una profondità di pensiero e dava importanza anche alle più comuni parolette. La barba lucida e fine occultava una mascella un po' forte.
Nuovi complimenti, nuove cerimonie e il gruppo si sciolse. Due giorni dopo il signor di Lamare fece la sua prima visita ai "Pioppi".
Giunse mentre si discuteva su una panchina messa a prova fin dal mattino sotto il gran platano di contro alle finestre del salone.
Il barone voleva che sotto il tiglio si mettesse un'altra panchina: per simmetria. Nemica della simmetria, interveniva mammina opponendosi. E il visitatore le diede ragione.
Poi il visitatore parlò del paese che chiamò "pittoresco" in grazia dei tanti "punti" incantevoli che gli aveva offerto nelle sue passeggiate solitarie. Di quando in quando i suoi occhi incontravano gli occhi di Giovanna, come per caso, e Giovanna provava una sensazione strana sotto quello sguardo rapido, subito distolto, in cui spuntava una blandizia ammirativa, una simpatia già vivace.
Il signor di Lamare padre, morto l'anno prima, aveva appunto conosciuto un intimo amico del signor Cultaux, padre della baronessa: e la scoperta di questa conoscenza portò a una conversazione interminabile di matrimoni, date, parentele. La dama faceva sforzi di memoria prodigiosi per fissare le ascendenze e le discendenze di altre famiglie muovendosi assai bene, senza perdersi nel labirinto complicato delle genealogie.
"Dite, visconte, avete mai sentito parlare dei Saunoy-Varfleur? Il figlio maggiore, Gontrano, aveva sposato una signorina de Coursil, una Coursil-Courville, e il minore una delle mie cugine, la signorina de la Roche-Aubert che era parente dei Crisange. Ora il signor Crisange era intimo di mio padre e deve aver conosciuto anche il vostro." "Sì, signora baronessa. Non è quel signor Crisange che emigrò, e il suo figliolo è andato in rovina?" "Proprio lui. Aveva chiesto in matrimonio mia zia dopo la morte di suo marito, il conte d'Éretry; ma la zia non volle saperne perché... perché tabaccava. A proposito, sapete che cosa è avvenuto dei Viloise? Hanno lasciato la Turenna verso il 1813 in seguito a rovesci di fortuna, e non ne ho più sentito parlare." "Credo che il vecchio marchese sia morto in seguito a una caduta da cavallo, lasciando una figliuola maritata con un inglese, e l'altra con un certo Bassolle, un commerciante, dicono, ricco, che pare l'avesse sedotta..." Ritornavano nella loro memoria nomi imparati nell'infanzia dalle conversazioni dei vecchi, e i matrimoni di queste famiglie loro pari assumevano attraverso il ricordo l'importanza di grandi avvenimenti pubblici. Trattavano di gente mai vista come se la conoscessero a fondo; e poiché altrove quelle persone parlavano di loro nello stesso modo e linguaggio, baronessa e visconte sentivano di lontano quelle quasi amicizie, quelle quasi alleanze, per il solo fatto di appartenere alla stessa casta, di equivalersi nel sangue.
Il barone, un po' selvatico per natura e, per educazione, in disaccordo continuo con le credenze e i pregiudizi di casta, non conosceva le famiglie dei dintorni e ne chiese al visconte. Il visconte rispose nello stesso modo con cui avrebbe dichiarato che non c'erano molti conigli intorno: non c'era molta nobiltà nei dintorni. Diede particolari. Tre sole famiglie in una cerchia relativamente vicina: il marchese di Coutelier, una specie di capo dell'aristocrazia normanna: il visconte e la viscontessa di Briseville, di nobilissima stirpe, ma che vivevano per conto loro:
il conte di Fourville, una specie di orco, di cui si sussurrava che avesse fatto morire la moglie. Costui viveva da cacciatore nel suo castello della Vrillette, costruito sopra uno stagno. Poi c'erano i nuovi ricchi (quelli che si intendono fra loro) che avevano acquistato terreni, chi qua, chi là. Il visconte non li conosceva.
Si congedò, e il suo ultimo sguardo fu per Giovanna: come se le avesse rivolto un addio particolare, un più affettuoso e dolce saluto. La baronessa lo trovò simpatico e sopra tutto "molto distinto". Il barone ammise che era un giovanotto "molto educato".
La settimana dopo egli sedette per la prima volta a mensa. Da quel giorno egli tornò tutti i giorni.
Giungeva in genere verso le quattro del pomeriggio, andava incontro a mammina nel "suo viale", le offriva il braccio per aiutarla nel "suo esercizio". Se Giovanna era in casa, era lei che sosteneva la baronessa dall'altra parte, e tutt'e tre camminavano lentamente da un capo all'altro del viale, andando e ritornando senza tregua. Quasi mai egli rivolgeva la parola a Giovanna, ma i suoi occhi che sembravano di velluto nero incontravano spesso quelli di lei che si sarebbero detti di agata azzurra.
Ma poi c'erano le gite a Yport col barone. Una sera che si trovavano sulla spiaggia si fece avanti papà Lastique con la pipa.
Senza pipa papà Lastique sarebbe parso un papà Lastique senza naso.
"Signor barone, con questo vento si potrebbe andare domani fino a Étretat e ritornare senza fatica." Giovanna giungeva le mani.
"Papà, papà! Se tu volessi!" "Volete venire?" disse il barone al visconte. "Andiamo a far colazione a Étretat?" Fu un'escursione decisa. Giovanna in piedi all'aurora: Giovanna che aspettava il padre più lento a vestirsi: Giovanna che camminava al suo fianco sulla rugiada e attraversava la pianura e il bosco tutto vibrante di canti di uccelli. E il visconte e papà Lastique erano seduti qua, sopra un argano!
Al momento della partenza ci fu bisogno di due marinai di rinforzo, i quali, appoggiando le spalle al fasciame della barca, spingevano sì a tutta forza, ma avanzavano a fatica sulla piattaforma del ghiareto. Lastique faceva rotolare sotto la chiglia un cilindro di legno unto di grasso e poi riprendeva il suo posto modulando con voce strascicata il suo interminabile "ohé op!" per regolare lo sforzo comune. Improvvisamente, quando avvertì la discesa, la barca prese l'avvio e sdrucciolò sui ciottoli tondi con un gran sibilo di stoffa che si lacera. Poi si fermò tra la spuma delle prime ondicine come a permettere a ciascuno di sedersi dentro finché i due marinai rimasti a terra le diedero l'ultima spinta. Una brezza leggera e costante che veniva dal largo sfiorava e increspava la superficie dell'acqua. La vela fu issata, si arrotondò un poco e la barca filò tranquillamente, cullata appena dal mare.
Come si erano già allontanati! Ecco il cielo abbassarsi all'orizzonte, confuso già con l'oceano. Ecco, verso terra, l'alta scogliera diritta che stende una grande ombra ai suoi piedi, tutta frastagliata dai pendii erbosi zuppi di sole. Vele brune escono laggiù dalla bianca scogliera di Fécamp; una roccia di strana forma, laggiù uno scoglio rotondo e forato da parte a parte, prende a poco a poco l'aspetto di un enorme elefante che tuffi la sua proboscide nelle onde, ed è la piccola porta di Étretat.
Giovanna, tenendosi in bilico, un po' stordita dal dondolio delle onde, guardava lontano lontano e le sembrava che al mondo ci fossero tre sole cose belle: la luce, l'acqua, lo spazio. Non parlava, e nessun altro parlava. Papà Lastique teneva la barra e la scotta, ma di quando in quando beveva un sorso da una bottiglia nascosta sotto la panca, e fumava senza tregua in quel suo moncherino di pipa che sembrava inestinguibile. La pipa di Lastique! Ne usciva sempre un sottile filo azzurrognolo mentre la stessa spira di fumo sfuggiva a lui dall'angolo della bocca: né mai lo si vedeva occupato col suo fornello di terra, più nero dell'ebano, per accenderlo o per ricaricarlo di tabacco. Solo qualche volta egli avvicinava la mano alla pipa, se la toglieva di bocca, e dallo stesso angolo donde usciva la spira azzurrognola lanciava il suo sputo nero al mare.
Il barone, seduto sul davanti, faceva da marinaio e sorvegliava la vela. Giovanna e il visconte erano vicini, entrambi un poco turbati. Una forza ignota faceva così che i loro occhi si incontrassero, che li alzassero allo stesso momento, come avvertiti da un'affinità di pensiero, perché ondeggiava già fra di loro quel senso di tenerezza vaga e sottile che nasce così presto fra due giovani quando lei è graziosa e lui non è brutto. Forse si sentivano felici l'uno accanto all'altra, perché si pensavano.
Il sole saliva come per contemplare da un più alto cielo il vasto mare che gli si stendeva lì sotto; ma il mare ebbe come una civetteria e si avvolse in una bruma leggera che lo velava ai raggi del sole. Era una nebbietta trasparente, bassa, dorata, che non nascondeva nulla, ma che rendeva più soavi le cose lontane. Il sole incalzava, il sole scioglieva la bella nuvola splendente: il sole era al colmo della sua forza; ed ecco svanire la caligine, ecco il mare liscio come un cristallo splendere di luce. "Com'è bello!" sussurrò Giovanna commossa.
"Sì, sì, è bello" rispose il visconte.
La serena chiarezza di quella mattinata risvegliava come un'eco nei cuori.
E subito si scorsero le grandi arcate di Étretat simili a due gambe della scogliera che camminassero nel mare così alte da far arco ai bastimenti; mentre una guglia di roccia bianca e acuminata si ergeva davanti alla prima. Toccarono terra, e fu il barone che scese per primo per trattener la barca a riva tirando una corda, e fu il visconte che prese nelle sue braccia Giovanna per deporla a terra senza che avesse a bagnarsi i piedini: e i due giovani risalirono insieme l'erto banco di ciottoli, l'uno vicino all'altra, commossi, stupiti di quel rapido contatto, udendo ciò che papà Lastique diceva al barone:
"C'è da farne una bella coppia, e... senza perdere tempo." La colazione, in una piccola locanda della spiaggia, fu deliziosa.
L'oceano, paralizzando voce e pensiero li aveva fatti silenziosi:
ora la tavola li mutava in ciarlieri. Erano tutti come scolaretti in vacanza. Una gaiezza interminabile saliva fino a loro dalle cose più semplici. Ecco papà Lastique che prima di sedersi a tavola nasconde la sua pipa: e la nasconde, ancora fumante, nel suo berretto e ne ride! Il suo naso rosso attira una mosca che viene a posarvisi sopra, e quando egli la scaccia con un gesto troppo lento per poterla afferrare, ecco la mosca posarsi su una tenda di mussolina che porta i segni delle sue sorelline, e di lì adocchiare avidamente il lucido naso e tornar subito dopo a installarvisi. A ogni viaggio dell'insetto scoppiavano pazze risate; ma l'ilarità fu smodata quando il vecchio si infastidì del solletico: "Ma è maledettamente ostinata!" e Giovanna e il visconte si torcevano, con le lacrime agli occhi, soffocavano, tenevano il tovagliolo alla bocca. Giovanna disse dopo il caffè:
"Se andassimo a far due passi?" Il visconte si alzò. Il barone preferiva la siesta sul ghiareto, e disse ai "ragazzi" che andassero pure, tornassero pure fra un'ora. E i "ragazzi" via tra le poche capanne del borgo, verso un piccolo castello che somigliava a una gran fattoria, verso una vallata che si scopriva e si allargava tutta per loro. Il dondolìo del mare li aveva illanguiditi turbando il loro normale equilibrio, l'aria salina li aveva affamati, la colazione storditi, la contentezza snervati, e ora si sentivano forse un po' matti, con una gran voglia di correre, di qua, di là, per i campi.
Giovanna poi con quei ronzii alle orecchie era tutta agitata da sensazioni rapide e nuove.
Un sole scottante li investiva come quelle messi mature che si piegavano sotto il calore. Le cavallette si sgolavano, numerose come i fili d'erba, gettando ovunque, tra il grano, tra la segala, tra i giunchi marini delle rive, il loro grido stridulo e secco.
Nessun'altra voce saliva sotto il cielo torrido, d'un azzurro così terso e ingiallito come se dovesse improvvisamente mutarsi in rosso scarlatto, simile ai metalli avvicinati troppo a un braciere.
Finalmente apparve la linea di un boschetto; e andarono verso il boschetto. Vi conduceva uno stretto viale, incassato fra due scarpate, e così folto di alberi e fronde che non vi entrava raggio di sole. Una frescura umida li penetrò improvvisamente, di quell'umidità che fa accapponare la pelle e va nei polmoni. La delicatezza vellutata del muschio sostituiva l'erba non nata per mancanza di luce e di aria libera.
"Guardate, oh, guardate! Non potremmo sederci un poco laggiù?" Erano morti due alberi, sì che approfittando del vuoto nel fogliame, come di una lacerazione nel verde, cadeva là un fascio di sole; e questo sole scaldando quell'angolino, aveva risvegliato i germi delle erbe, quelli del lichene e della radicchiella, e faceva sbocciare dei fiorellini bianchi, fini come la nebbia, e digitali simili a fusi. Farfalle, api, tozzi calabroni, zanzare interminabili simili a scheletri di mosche, mille insetti volanti, animali del buon Dio rosei e maculati, bestioline infernali dai riflessi verdastri, bestioline nere con le corna popolavano questo pozzo splendido e caldo scavato nell'ombra gelida di un intrico di fronde.
Sedettero. Avevano la testa in ombra e i piedi al sole e guardavano tutta questa vita minuta e brulicante che era nata da un raggio di sole. Giovanna ripeteva intenerita:
"Come si sta bene qui! La campagna, oh, è pur bella! Ci sono dei momenti che vorrei essere una mosca o una farfalla per potermi nascondere in un fiore..." Parlarono a lungo di sé, delle loro abitudini, dei loro gusti, col tono basso, intimo e grave con cui ci si confida a vicenda. Egli si mostrava già disgustato del mondo, stanco di una vita futile giacché era sempre la stessa cosa e non ci si trovava niente di genuino, niente di schietto. Il mondo! Oh sì, avrebbe voluto conoscerlo; ma era già convinta che non valesse la bella campagna.
E più i loro cuori si avvicinavano, più si chiamavano cerimoniosamente "signorina" e "signore"; più i loro sguardi si sorridevano e si intrecciavano, più sembrava che una bontà nuova li prendesse, un affetto per tutte le cose, un interesse per le cose di cui non si erano curati, a cui non avevano fatto attenzione.
Tornarono indietro. Il barone non c'era ancora perché era andato a piedi fino alla Chambre-aux-Demoiselles, una grotta sospesa in una cresta della scogliera; e lo aspettarono al piccolo albergo. Egli non tornò che alle cinque del pomeriggio dopo una lunga passeggiata sulla costiera.
Risalirono in barca. Andava molle la barca col vento in poppa, senza la più piccola scossa, e non sembrava neppure che avanzasse.
Giungeva la brezza a soffi lenti e tiepidi che sollevavano per un momento la vela e la lasciavano poi ricadere lungo l'albero, floscia. L'onda opaca sembrava morta. Il sole, un po' fiacco, seguendo il suo cammino circolare, si avvicinava all'acqua dolcemente. Il languore del mare faceva ancora tacita ogni cosa.
Giovanna si scosse.
"Come mi piacerebbe viaggiare!" "Sì, sì" rispose il visconte. "Ma viaggiar soli è triste.
Bisognerebbe essere in due. Per comunicarsi le proprie impressioni..." "E' vero. Però io amo passeggiare sola. Si sta così bene soli quando si sogna!" "Si può sognare anche in due..." Giovanna abbassò gli occhi perché egli l'aveva guardata un po' a lungo. Era un'illusione? Forse. E fissò l'orizzonte come per veder più lontano.
"Vorrei andare in Italia... o in Grecia... Oh sì, in Grecia...
anche in Corsica! La Corsica! Dev'essere bella... selvaggia." Egli preferiva la Svizzera per i suoi "châlets" e per i suoi laghi.
"Oh no! Io amerei i paesi nuovi come la Corsica o i paesi molto vecchi e pieni di ricordi come la Grecia. Dev'essere così dolce ritrovare le tracce dei popoli di cui sappiamo la storia fin dall'infanzia, vedere i luoghi dove si sono compiuti i grandi eventi!" "Io mi sento attirato dall'Inghilterra. E' un paese molto istruttivo." Allora percorsero tutto l'universo discutendo i pregi e le bellezze di ogni paese, dal polo all'equatore, estasiati all'idea di luoghi immaginari, di costumi inverosimili di popoli come i cinesi e i lapponi, e finirono col concludere che il più bel paese del mondo è la Francia. La Francia, sì, col suo clima temperato, fresco d'estate e mite d'inverno, con le sue campagne opulente, le sue verdi foreste, i suoi grandi fiumi calmi, e un culto delle belle arti che non era esistito mai in nessuna parte del mondo dopo i grandi secoli di Atene. E poi rimasero zitti.
Il sole si era fatto più basso, e sanguinava: una larga striscia luminosa, una via splendente correva sull'acqua, allacciando l'orizzonte all'umile scia. Cessava l'ultima bava: si appianavano le increspature delle onde: la vela era immobile, rossa. Una calma infinita sembrava intorpidisse lo spazio, fasciasse di silenzio questo incontro dei due elementi; e l'acqua, fidanzata mostruosa, curvando sotto il cielo il suo ventre lucido e liquido, aspettava l'amante di fuoco, che doveva piombare su lei. Egli accelerò la caduta. Era divenuto tutto di porpora, come per la voluttà dell'amplesso. Ecco, ha toccato il segno: ma l'acqua a poco a poco lo inghiotte.
Accorse allora dall'orizzonte un vento blando e leggero e un brivido piegò il seno mobile dell'acqua come se l'astro inghiottito avesse esalato un sospiro. Nell'atto che papà Lastique afferrò i remi, gli altri si accorsero della fosforescenza del mare. Giovanna e il visconte, l'uno vicino all'altra, guardavano, guardavano insieme i mobili splendori che la barca lasciava dietro di sé. Non sognavano più, ma si perdevano in una muta e vaga contemplazione aspirando la sera in un dolce vellutato benessere:
e siccome lei teneva una mano abbandonata sulla panchina, un dito di lui si avvicinò come per caso, sfiorando la pelle, e lei non si mosse, colpita, felice, confusa di quel contatto leggero.
La sera, quando fu rientrata nella sua stanza, si trovò così stranamente commossa, così intenerita, che tutto le dava come una voglia di piangere. Guardò la sua pendola, pensò che la piccola ape batteva come un cuore (un cuore amico), che sarebbe stata la testimone della sua vita, che avrebbe accompagnato le sue ansie e le sue gioie con quel ticchettìo regolare, e fermò l'insetto dorato per mettergli un bacio sulle ali. Avrebbe abbracciato non importa che. Ricordò di aver nascosto in fondo a un cassetto una bambola: la pescò fuori, la salutò, le fece festa come a un'amica adorata, la serrò al petto, le baciò le guance dipinte, le baciò i capelli di stoppa. Poi la tenne fra le braccia, e sognò. Era proprio "lui" lo sposo annunziato da mille voci segrete che la Provvidenza conduceva così sulla sua via? Era quello l'essere creato per lei, l'uomo a cui consacrare la vita? Erano essi, lui e lei, i due predestinati le cui tenerezze incontrandosi dovevano stringersi unirsi, confondersi, e generare l'"amore"? No, non sentiva ancora quegli slanci tumultuosi di tutto il suo essere, quei rapimenti folli, quel profondo sconvolgimento che era o credeva fosse la vera passione, ma le sembrava di cominciare ad amare perché talvolta si sentiva come mancare pensando a lui, e non cessava mai di pensarlo. La presenza di lui l'agitava, arrossiva e impallidiva ogni qualvolta incontrava il suo sguardo, rabbrividiva vedendolo parlare...
Quasi non dormì quella notte. Poi, di giorno in giorno, il tormentoso desiderio di amare la invase sempre più, sempre più.
Interrogava sempre se stessa, chiedeva ai petali delle margherite, consultava le nuvole, gettava in aria monete.
"Fatti bella domattina" le disse una sera suo padre.
"Perché, papà?" Era un segreto.
E il giorno dopo, quando scese tutta ilare e fresca in veste chiara, trovò sulla tavola del salone tante scatole di confetti, e su una sedia un gran mazzo di fiori. Proprio in quel momento un carro entrò nel cortile, e vi si leggeva su un fianco: "Lerat, pasticcere a Fécamp. Servizi per nozze", e Liduina aiutata dalla sguattera tirava fuori da uno sportello aperto dietro il veicolo grandi ceste piatte che odoravano di buono.
Comparve il visconte. I suoi pantaloni erano tesi e tenuti fermi sotto piccole scarpe verniciate che facevano risaltare la estrema piccolezza del piede. La sua lunga "redingote", serrata alla vita, lasciava uscire dallo sparato i ricami della camicia, e una cravatta di seta a più giri lo obbligava a tener alta la sua bella testa bruna che aveva quasi il suggello della distinzione. Aveva un'aria diversa dal solito, quel non so che di particolare che un abbigliamento nuovo dà subito ai volti più noti. Stupita, lo guardava come se non lo avesse mai visto prima di allora e lo trovava straordinariamente gentile: gran signore dalla testa ai piedi.
"Ebbene, siete pronta, madrina?" egli disse tutto sorridente, inchinandosi.
"Ma perché? Ma che c'è?" "Saprai fra poco" disse il barone.
S'avanzò la vettura, e apparve la baronessa in gran gala al braccio di Rosalìa, la quale sembrò talmente rapita dall'eleganza del signor di Lamare che il barone fece osservare all'amico:
"Vedete dunque che anche la nostra cameriera vi trova di suo gusto". Il visconte arrossì fino agli orecchi, finse di non aver sentito, presentò a Giovanna il mazzo di fiori, e Giovanna lo tenne, imbambolata. Poi salirono tutt'e quattro in vettura, e ci fu anche la dichiarazione della cuoca Liduina avanzatasi per recare alla baronessa un brodo freddo ristoratore:
"Davvero, signora, che si direbbe uno sposalizio!" Quando furono a Yport, scesero e camminarono a piedi, e man mano che avanzavano nel cuore del villaggio, i marinai uscivano dalle casupole tutti vestiti a nuovo (lo si vedeva dalle pieghe degli abiti), salutavano, stringevano la mano al barone, seguivano il gruppo come in processione. Il visconte aveva offerto il braccio a Giovanna; e camminavano in testa aprendo il corteo.
Dirimpetto alla chiesa si arrestarono. Comparve la grande croce d'argento sostenuta da un chierichetto, e dietro veniva un altro ragazzo metà bianco e metà rosso che portava il secchiello dell'acqua benedetta con dentro l'"asperges". Ed ecco i tre vecchi cantori (uno zoppica), poi quello dei fagotto, poi il curato il cui ventre aguzzo solleva la stola dorata: e dà il buon giorno con un sorriso e un cenno del capo. Poi con gli occhi appena socchiusi, le labbra che biascicavano, il tricorno tirato sul naso, il buon parroco seguì il suo stato maggiore in cotta dirigendosi verso la spiaggia, dove una folla attendeva circondando festosamente una barchetta nuova, inghirlandata.
Albero, vela cordame, erano allacciati in lunghi nastri che garrivano al vento, e c'era scritto a poppa: GIOVANNA: il suo nome a lettere d'oro.
Papà Lastique, capitano della barca costruita a spese del barone, si fece incontro al corteo e, nello stesso tempo tutti gli uomini insieme si scoprirono il capo e una turba di devoti incappucciati dentro neri mantelli a grandi pieghe si inginocchiò in cerchio davanti alla croce. Il curato, fra i due chierichetti, avanzò verso un fianco della barca, mentre dall'altra parte i tre vecchi cantori in bianca tonaca, mento peloso, aria grave, occhi sul libro del cantofermo, tuonavano a gola piena nel chiaro mattino: e ogni volta che riprendevano fiato lo strumento proseguiva da solo il suo mugghio, così che il suonatore nella gonfiezza delle guance piene di vento, stringeva gli occhietti sino a farli scomparire quasi del tutto. Il mare, immobile e trasparente, sembrava assistere grave al battesimo della sua navicella sollevando deboli ondicine non più alte di un dito, con sul ghiareto un piccolo raspare come di rastrello. E i grandi gabbiani passavano ad ali tese, balenanti, descrivendo curve bianche nel cielo turchino, fuggivano, tornavano, roteavano ancora sulla folla inginocchiata, come per vedere che cosa mai si facesse. Il canto cessò dopo un "amen" durato ben cinque minuti, e il prete con voce strozzata biascicò alcune parole latine delle quali non si distinguevano che le finali sonore. In ultimo fece il giro della barca, aspergendola tutta di acqua santa, poi venne la volta degli "oremus" borbottati sotto la tolda di fronte al padrino e alla madrina che restavano zitti, immobili, la mano nella mano, lui con la sua gravità di bel giovane, lei con la gola stretta da un nodo improvviso, così che le battevano i denti per l'emozione e il tremore. Ecco: il sogno che la preoccupava da tanto tempo assumeva come improvvisamente, in quella specie di allucinazione, apparenze reali. Avevano parlato di nozze, e un prete era lì e benediceva: uomini in cotta salmodiavano: chi si sposava? Ebbe come una scossa nervosa alle dita: il palpito del suo cuore era giunto correndo lungo le vene fino al cuore di lui, del vicino? Indovinava? Capiva? Egli pure invaso da quella specie di ebbrezza amorosa? O lo sapeva per esperienza che nessuna donna poteva resistergli, a lui? Allora Giovanna si accorse che egli le stringeva la mano dolcissimamente, poi un poco più forte, più forte ancora, oh Dio, fino a farle male, fino a spezzarle le dita. E senza che la sua persona avesse un sussulto, senza che nessuno se ne accorgesse, egli disse, sì, certo, certo, egli disse così, distintamente:
"Oh Giovanna, se voi voleste! Questo sarebbe il nostro fidanzamento..." Abbassò la testa con un moto lentissimo che forse voleva dire "sì". E il prete che diffondeva ancora acqua santa, gliene spruzzò sulle dita.
Era fatto. Le donne si rialzavano. Il ritorno fu uno scompiglio.
Nelle mani del chierichetto la lunga croce aveva perduto la sua dignità, correva, oscillava, si sbandava da destra a sinistra o si curvava in avanti fin quasi a cadergli sul naso. Il parroco, che non pregava più, galoppava anche lui dietro gli altri; i cantori e quello del fagotto scomparvero in un vicoletto per svestirsi più in fretta, e i marinai si affrettavano a gruppi a causa di quel pensiero piacevole che metteva nella loro testa come un odore di cucina, riempiva la bocca di saliva, scendeva fin nei meandri del ventre facendovi brontolar le budella. Era così che si allungavano le gambe verso il buon pasto dei "Pioppi".
La grande tavola era stata portata nel cortile, lì, sotto i meli.
Sessanta persone vi presero posto, marinai, contadini, e la baronessa sfolgorava al centro avendo ai lati i due parroci, quello d'Yport e questo dei "Pioppi" e di fronte il suo nobile sposo fra sindaco e sindachessa, una campagnola magra, già vecchia, che dispensava salutini a destra e a sinistra. La sindachessa aveva un viso stretto e tutto chiuso nella gran cuffia normanna, una vera testa di gallina dalla cresta bianca, dagli occhi tondi e sempre stupefatti: mangiava a colpi rapidi come beccasse col naso nel piatto.
Giovanna navigava nella gioia, accanto al padrino. Non vedeva più nulla. Non sapeva più nulla. Taceva, con la testa confusa nella felicità.
"Qual è il vostro nome?" gli chiese.
"Giuliano. Non lo sapevate?" Ma lei non rispose, e pensò: "Quante volte ripeterò questo nome!".
A colazione terminata, i signori lasciarono libero il cortile ai marinai e passarono all'altro lato del castello. La baronessa si mise a fare il suo "esercizio", appoggiata al barone, scortata dai suoi due curati, e Giovanna e Giuliano si spinsero fino al boschetto, penetrarono nei piccoli viottoli ombrosi.
Egli le afferrò le mani, all'improvviso.
"Dite, dite, volete essere mia moglie?" Giovanna abbassa la testa.
"Dite, vi prego, rispondete!" Giovanna alza gli occhi su lui, con infinita dolcezza. In quello sguardo egli ha la risposta.
Capitolo 4
Una mattina il barone entrò in camera di Giovanna prima ancora che si fosse alzata. Sedette ai piedi del letto.
"Il signor visconte di Lamare ci ha chiesto la tua mano." Quasi nascose la faccia sotto il lenzuolo.
"Ci siamo riservati di rispondere." Ansimava e il papà aveva sulle labbra un fine sorriso. Diceva:
"Non abbiamo voluto far nulla senza parlartene. Tua madre ed io non siamo contrari, ma non credere che ti si voglia obbligare. Tu sei molto più ricca di lui: ma il denaro non conta quando si tratta della felicità di una vita. Egli non ha più nessuno. Se tu lo sposassi, sarebbe un figliolo che entrerebbe nella nostra famiglia, mentre con un altro saresti tu, figliola nostra, che andresti fra estranei. Il giovane ci piace. Piace a te?" Giovanna divenne rossa fino alla punta dei capelli, in quel balbettìo:
"Io... sono contenta, papà." Papà la guardò in fondo agli occhi, con sulle labbra un fine sorriso.
"Ne dubitavo un poco, madamigella." Restò fino a sera mezzo ubriaca, senza sapere quello che faceva, scambiando macchinalmente gli oggetti, con le gambe rotte dalla fatica senza aver camminato. Verso le sei era seduta sotto il platano con mammina, ed ecco il visconte. Il suo cuore batteva sempre più forte, sempre più da pazzo. E lui invece si avvicinava senza emozione, afferrava la mano della baronessa e la baciava, afferrava quest'altra mano tremante e la baciava: ma questo fu un lungo bacio, pieno di tenerezza e di riconoscenza. Cominciò il fidanzamento, come una stagione ebbra di luce. Parlavano soli negli angoli del salone oppure sul rialzo del muro in fondo al boschetto, davanti alla landa selvaggia. Talvolta passeggiavano su e giù nel viale della mamma, lui sempre parlando di avvenire, lei con gli occhi abbassati sulla traccia polverosa del piede materno.
Decisa la cosa, se ne volle affrettare il compimento e così si fissò la cerimonia fra sei settimane, il I5 agosto e poi gli sposi sarebbero partiti per il viaggio di nozze senza indugio. Giovanna fu consultata sul paese da visitare in quella occasione. E la preferenza fu per la Corsica. In Italia non sarebbero stati così soli!
Ora essi attendevano il grande momento senza un'ansia troppo vivace, ma avviluppati, trascinati da una tenerezza deliziosa, assaporando la grazia squisita delle carezze insignificanti, delle strette di mano, delle dita premute, degli sguardi sempre più appassionati, sempre più lunghi, oh, così lunghi che le stesse anime vi sembravano confuse ed anche vagamente tormentati dal desiderio indeciso delle grandi strette. Fu stabilito che non avrebbero invitato nessuno al matrimonio, fuorché la zia Lisetta, la sorella della baronessa, che viveva come in pensione in un convento di Versailles.
La storia di questa Lisetta era un po' triste. Dopo la morte del padre, la baronessa avrebbe voluta tenerla con sé, ma la vecchia zitella, perseguitata dall'idea di recar disturbo a questo e a quello, convinta di essere inutile e importuna, si era ritirata in una di quelle case di preghiera che ospitano le persone stanche, sole al mondo. Di quando in quando veniva a passare uno o due mesi in famiglia. Era una donnina che parlava poco, si vedeva ancor meno, appariva solo all'ora dei pasti per risalire subito nella sua stanza dove restava chiusa ore e ore, sempre la stessa, con quell'aria di vecchia, benché non avesse che quarantadue anni, con quegli occhi malinconici e miti Non era mai stata tenuta in nessun conto dalla famiglia: bambina, non l'avevano mai accarezzata perché non era né graziosa né allegra, e lei era rimasta tranquilla e serena in disparte: a diciotto e a vent'anni non aveva trovato nessuno che si occupasse un poco di lei. Era qualcosa come un'ombra o un oggetto familiare, un mobile vivente che si è abituati a veder tutti i giorni, ma di cui non ci si occupa mai. Sua sorella, per un'abitudine presa nella casa paterna, la considerava come un essere incompleto, insignificante, banale, né gli altri la trattavano con maggior riguardo, ma con quella familiarità spiccia che nasconde una specie di bontà mista a disprezzo. Si chiamava Lisa, ma questo nome lezioso e giovanile non le era piaciuto, e quando i parenti si accorsero che non si maritava, che non si sarebbe mai maritata, allora Lisa scomparve e sorse Lisetta. Nacque Giovanna, e lei diventò "zia Lisetta":
parente umilissima, ordinatissima, di una timidezza spaventevole:
timida perfino con gli intimi, perfino con la sorella e il cognato, che pur le volevano bene, benché fosse anche questo un affetto vago che confinava con la tenerezza indifferente, la compassione inconscia, la tenerezza istintiva. Qualche volta la baronessa quando parlava di cose lontane fissava una data così:
"Fu al tempo del colpo di testa di Lisetta". Non si diceva di più, e questo "colpo di testa" restava come avvolto nella nebbia. La verità è che Lisa una sera (aveva allora vent'anni) aveva tentato di annegarsi senza che se ne sapesse il perché, non essendovi mai stato nulla, nella sua vita, nei suoi modi, che potesse far presagire di queste follie. Salvatala a stento, i suoi genitori indignati, levate al cielo le braccia, invece di cercare le cause dell'atto inconsulto si erano accontentati di parlare del "colpo di testa" come parlavano dell'incidente capitato al cavallo che si era non molto prima fracassato una gamba in un fossato, e l'avevano dovuto ammazzare. Dopo di allora Lisa (poi Lisetta) fu considerata un debolissimo spirito, tanto che il dolce disprezzo che ispirava ai congiunti passò a poco a poco nel cuore di tutti.
Quanto alla piccola Giovanna, con quel senso di naturale divinazione che è dei ragazzi, non si occupava di lei, non entrava nella sua camera, non ne era affatto curiosa, lasciando che la cameriera Rosalìa vi facesse un po' d'ordine in fretta, poiché era la sola che sapesse veramente dove fosse questo trascurabilissimo vano. Quando la zia Lisetta si affacciava in sala da pranzo, la "piccina" andava per abitudine a offrirle la fronte, e nient'altro. Se qualcuno voleva parlarle, mandavano un servo a cercarla: se non la vedevano, nessuno si occupava di lei, nessuno pensava o avrebbe pensato mai di inquietarsi, di chiedere: "Come mai stamattina non si è vista Lisetta?". Non occupava un posto, era di quegli esseri che restano sconosciuti anche ai loro congiunti, come inesplorati, inspiegati: scompaiono, muoiono, e nessuno sente un vuoto, una mancanza in famiglia, perché ci sono pure esseri che non sanno entrare nell'esistenza, nelle abitudini e neppure nell'amore dei familiari con cui dividono la vita. Si diceva: "zia Lisetta", e non risvegliava nello spirito di chi pronunciava queste due parole nessun particolare sentimento come se si fosse nominata la caffettiera o la zuccheriera. Camminava sempre a passettini affrettati e leggeri, non faceva rumore, non urtava mai niente, era come se comunicasse agli oggetti la facoltà di non rendere alcun suono. Le sue mani sembravano fatte di una specie di bambagia, tanta era la leggerezza, tanta la delicatezza con cui toccava e adoperava una cosa.
Arrivò verso la metà di giugno tutta sconvolta dall'idea di quel matrimonio, e con una gran quantità di regali, che erano di lei, di Lisetta, e passarono perciò inosservati. Arrivò, e il giorno dopo non si sapeva più che ci fosse. Eppure si vedeva bene che era eccitata, che si agitava in lei una grande emozione, che i suoi occhi non lasciavano mai i promessi sposi, che si occupava del corredo con un'energia singolare, con un'attività sempre più mossa, più febbrile, lavorando come una semplice operaia nella sua stanza dove nessuno andava a vederla. Eccola, di quando in quando, mostrare alla baronessa fazzolettini a cui aveva fatto l'orlo, tovaglioli a cui aveva fatto la cifra.
"Va bene, Adelaide? Così?" "Non t'affaticare tanto mia povera Lisetta" rispondeva mammina esaminando distrattamente la stoffa.
Una sera, verso la fine del mese, dopo una giornata di pesante calura, la luna si levò in una di quelle notti chiare e tiepide che turbano, inteneriscono, esaltano, sembrano risvegliare una poesia segreta dell'anima. La dolce brezza dei campi entrava nel salone tranquillo. La baronessa e il marito giocavano a carte, svogliatamente, nel cerchio di luce della lampada familiare; la zia Lisetta lavorava a maglia lì accanto; e i due giovani, appoggiati alla finestra aperta, guardavano il giardino pieno di luce. Il platano e il tiglio spandevano le loro ombre sul prato erboso che si stendeva innanzi alla villa, pallido e luminoso fino al boschetto tutto nero. Attratta dal fascino di quella luce vaporosa che sembrava avvolgere alberi e pietre, Giovanna chiese il permesso di fare una passeggiata sull'erba, lì fuori.
"Andate pure, figlioli miei." Uscirono mentre ricominciava la partita, e camminarono lentamente sul gran prato bianco di luna, fino al piccolo bosco laggiù in fondo. Le ore passavano senza che la coppia pensasse a rientrare, e la baronessa era stanca e voleva andare a dormire. Chi richiamava i due innamorati? Il barone, sulla vetrata, percorse d'un colpo d'occhio il vasto giardino dove le due ombre erravano labili nella luce.
"Lasciamoli, cara. Si sta così bene qui fuori! Ecco: li aspetta Lisetta. Vero, Lisetta?" "Certo, li aspetterò" rispose con voce timida lei, alzando gli occhi con una certa inquietudine.
Rimasta sola, la zia Lisetta si alzò, lasciò sulla poltrona il lavoro incominciato, il gomitolo e il ferro da calza, si appoggiò alla finestra per contemplare la notte incantevole. I due fidanzati camminavano sempre attraverso il prato, dal boschetto alla scalinata, dalla scalinata al boschetto, e non parlavano più, ma si stringevano la mano, come in un oblìo di sé, come fusi nella poesia visibile che esalava dalla terra. Lei, improvvisamente, scorse nel vano della finestra il profilo della zitella disegnato dalla chiarità della lampada.
"Guarda, guarda! Lisetta ci osserva." "Si, zia Lisetta ci osserva" disse lui alzando la testa e con quella voce indifferente che parla senza pensiero.
E ancora sogni e passi lenti e tenerezze sotto la luna. La rugiada copriva l'erba; gl'innamorati ebbero un primo brivido di freddo.
"Rientriamo" disse Giovanna.
La zia Lisetta si era rimessa a lavorare: la sua fronte era china sulla maglia: le dita magre tremavano un poco come se fossero stanche.
Giovanna si avvicinò.
"Zia Lisetta, andiamo a dormire?" La zitella alzò gli occhi: erano gonfi come se avessero pianto.
Gl'innamorati non se ne avvidero; egli si avvide piuttosto che le scarpette di Giovanna erano bagnate di guazza.
"Non avete mica freddo ai vostri cari piedini?" A questo punto le mani della zia Lisetta furono scosse da un tremito così forte che le sfuggì il suo lavoro, il gomitolo della lana rotolò lontano sul pavimento, e la poveretta nascose la faccia tra le mani e scoppiò in un pianto convulso davanti ai due fidanzati che la guardavano immobili, senza capire.
"Ma che hai, zia Lisetta?" chiese Giovanna che le si era inginocchiata davanti e tentava di scostarle le braccia. "Che hai, che hai?" Allora la poveretta balbettò con la voce molle di lacrime, con tutta la persona contratta:
"Giovanna, Giovanna, egli t'ha domandato... t'ha domandato... "Non avete freddo... ai vostri cari piedini..." A me... non me le hanno dette mai queste cose... Mai a me... mai a me..." Giovanna era sorpresa e impietosita; eppure aveva voglia di ridere. Era buffa infatti l'idea di un innamorato che avesse di queste tenerezze per zia Lisetta e il visconte si era voltato dall'altra parte a nascondere la sua ilarità. Ma la zia si levò di colpo, lasciò la sua lana sul pavimento, il lavoro sulla poltrona, e fuggì via senza lampada, su per le scale buie, cercando la sua stanza a tentoni.
"Povera zia!" "Dev'essere un po' matta, stasera." Si tenevano per mano senza decidersi a separarsi, e così, dolcemente, dolcissimamente, si scambiarono il primo bacio davanti alla poltrona lasciata vuota proprio allora dalla povera zia. E il giorno dopo non pensavano già più a quelle lacrime.
Le due settimane che precedettero il matrimonio lasciarono Giovanna tranquilla e serena e come stanca di dolci emozioni.
Nemmeno il mattino del giorno decisivo si fermò un poco a riflettere. Provava soltanto una grande sensazione di vuoto come se tutto il suo corpo, la sua carne, il suo sangue le si fossero fusi sotto la pelle: si accorse, toccando gli oggetti, che le sue dita tremavano. In chiesa riprese il dominio di sé: e si era già alla funzione.
Sposa! Era sposa! La successione delle cose, dei movimenti, degli avvenimenti di quella mattina le parevano un sogno, un gran sogno, come nei momenti in cui tutto sembra cambiato intorno a noi, i gesti stessi hanno un significato diverso, le ore stesse non sanno compiere il giro ordinario. Si sentiva stordita, sbalordita. Solo il giorno prima nulla c'era di diverso, di modificato nella sua esistenza; c'era, sì, la speranza costante della sua vita diventata più prossima, quasi palpabile. Addormentarsi fanciulla:
svegliarsi donna. Era donna! Aveva dunque superato la barriera che sembra nascondere l'avvenire con tutte le sue gioie, con tutto il suo bene sognato, e sentiva che davanti a lei c'era una porta aperta: da questa porta entrava nell'"Atteso".
La cerimonia finiva. Si passò nella sagrestia quasi vuota, ché non avevano invitato nessuno. Quando apparvero sulla porta della chiesa, un fragore inumano fece sobbalzare la povera sposina, e la baronessa gettò un alto grido: era una salva di fucilate tirate dai contadini e le detonazioni non cessarono più fino ai "Pioppi".
Una colazione era stata preparata per la famiglia, per due curati, quello dei castellani e quello d'Yport, per i testimoni scelti tra i più grossi coltivatori dei dintorni. Il barone, la baronessa, la zia Lisetta, il sindaco e l'abate Picot, aspettando di mettersi a tavola, percorrevano in su e in giù il viale della mamma, mentre in quello di faccia l'altro prete leggeva il breviario camminando a gran passi. Giungeva, dall'altra parte del castello, la clamorosa allegria dei contadini che bevevano il sidro sotto i meli. Tutto il paese vestito a festa riempiva il cortile. I giovanotti e le ragazze si rincorrevano.
In quel momento Giovanna e Giuliano attraversavano il boschetto, salivano sull'argine e, muti, insieme, guardarono il mare. Benché si fosse a mezzo agosto, faceva un po' fresco; soffiava il vento del nord; un gran sole splendeva incandescente nel cielo tutto turchino. E per trovare un riparo attraversarono la landa girando a sinistra, puntando alla vallata ondulata e boscosa che scendeva giù verso Yport. Raggiunto il bosco, nessuna ventata li importunò più, e lasciarono il viale per internarsi in uno stretto sentiero, sotto il fogliame. Lì dentro si poteva appena camminare, così, l'uno dietro l'altro: allora sentì un braccio che le scivolava lentamente intorno alla vita. Ansimava senza parole, il respiro mozzo, il cuore convulso. I capelli erano toccati, accarezzati dai rami più bassi: bisognava chinarsi per passare. Giovanna colse una foglia: due bestioline del buon Dio, simili a fragili conchiglie rosse, vi si rannicchiavano sopra. E la sposina disse con innocenza, un po' rassicurata:
"Un matrimonio. Guardate." Lui le sfiorò l'orecchio con la bocca.
"Sarete mia moglie, stasera." Quantunque avesse imparato molte cose nella sua vita fra i campi, non pensava ancora che alla poesia dell'amore, e fu sorpresa. Sua moglie? Non lo era forse di già? Allora egli si mise ad abbracciarla dandole dei piccoli baci rapidi sulle tempie e sul collo, là dove si arricciano i primi capelli. Colpita ogni volta da quei baci di uomo a cui non era avvezza, rovesciava dall'altra parte il capo, d'istinto, per evitare una carezza che pur la rapiva. Eccoli dunque al confine del bosco. Si fermò come impressionata di essere lì. Che avrebbero detto di loro?
"Torniamo indietro" pregò.
Egli ritirò il braccio che le cingeva la vita e, voltandosi entrambi, si trovarono faccia a faccia, vicini, oh così prossimi che ognuno sentiva sul proprio volto l'alito dell'altro: e si guardarono, si cercarono negli occhi, dentro gli occhi, là dentro, dove l'ignoto dell'essere è impenetrabile; si esaminarono in una muta ostinata domanda. Che saranno mai l'uno per l'altra? Quale sarà la vita che cominciano insieme? Quali gioie, quali felicità e disinganni si riserbano reciprocamente nella lunga indissolubile comunanza del matrimonio? E sembrò loro che si vedessero per la prima volta in questo momento. Poi Giuliano, posando le mani sulle spalle di sua moglie, le diede un bacio sulla bocca così profondo come lei non ne aveva mai ricevuti. Questo bacio discese, penetrò nelle sue vene, nelle sue midolla, e ne sentì una scossa misteriosa; così misteriosa che respinse con forza il suo sposo e poco mancò non cadesse riversa in quell'appassionato smarrimento.
"Su, su... torniamo indietro..." Senza rispondere, egli le prese le mani e le tenne strette dentro le sue. Né parlarono più fino a casa. Il resto del pomeriggio parve interminabile. E si giunse al banchetto che era notte.
Fu un banchetto semplice e breve, contrariamente agli usi normanni. Una specie di disagio paralizzava i convitati. Solo i due preti, il sindaco e i quattro fittavoli mostrarono un po' di quell'allegria grossolana che nelle feste nuziali è di prammatica.
Il riso sembrava spento: lo rianimò un'arguzia del sindaco. Poi venne il caffè, ed erano circa le nove. Fuori, sotto i meli del primo cortile, incominciava il ballo campestre. Dalla finestra aperta si vedeva tutta la festa con quei suoi lampioncini appesi ai rami che davano alle foglie certe sfumature di un color verde grigio. Villani e villanelle danzavano in tondo urlando un'aria di danza selvaggia che i suonatori (due violini, un clarino) accompagnavano un po' debolmente accoccolati sul palco lassù, che era una modesta tavola di cucina. Il canto disordinato copriva talvolta il suono degli strumenti, e la debole musica, lacerata da quelle voci scatenate, sembrava cadere a brani dal cielo, a piccoli frammenti di poche povere note disperse. Due grandi barili circondati da torce fiammeggianti versavano da bere alla folla:
due serve non facevano che risciacquare coppe e bicchieri in una conca, per metterli, ancora sgocciolanti, sotto i rubinetti da cui colava il filo rosso del vino o il filo dorato del sidro. E i ballerini assetati, i vecchi tranquilli, le ragazze pazze, sudate, si pigiavano, tendevano le braccia per afferrare a turno un recipiente qualsiasi e versarsi a gran sorsi nella gola il liquido preferito, rovesciando il capo all'indietro. Ciascuno si avvicinava alla tavola dov'erano pane, burro, salsicce, formaggio e inghiottiva di quando in quando un boccone, e quella festa sana e veemente sotto il soffitto delle foglie illuminate metteva anche nei taciturni convitati della sala il desiderio di ballare, di bere alle grosse botti e mangiare una fetta di pane, burro, formaggio, una cipolla cruda.
"Perbacco!" gridò il sindaco che batteva il tempo col coltello "Così va bene! E' come chi dicesse le nozze di Ganascia!" Corse un sussulto di risa soffocate. Ma l'abate Picot, nemico naturale dell'autorità civile, corresse:
"Volete dire le nozze di Cana?" "No, no, signor curato" si intestardiva quell'altro per non accettare la lezione "so quel che mi dico: quando dico Ganascia è Ganascia!" Si alzarono da tavola, si unirono un po' alla gazzarra. Poi, ritiratisi gl'invitati, il barone e la baronessa ebbero fra loro, sottovoce, una specie di battibecco. La signora Adelaide, più ansante che mai, sembrava rifiutare quel che il marito le chiedeva.
"No, amico mio" disse infine quasi ad alta voce. " Non posso. Non posso. Non saprei da che parte incominciare..." Allora il barone la lasciò bruscamente e si avvicinò alla figliola.
"Vuoi fare un giro con me, bimba mia?" "Come vuoi, papà" rispose lei tutta commossa.
Appena furono sulla porta a mare li assalì un venticello frizzante, uno di quei venti freddi d'estate che fan già presagire l'autunno. Le nuvole galoppavano per il cielo ora velando ora scoprendo le stelle. Il padre stringeva contro di sé il braccio della fanciulla serrandole pure la mano in un tenerissimo fremito.
Sembrava indeciso, turbato. Infine si decise.
"Bimba mia, mi assumo adesso una parte difficile, una parte che veramente toccava a tua madre, ma siccome lei non vuole, bisogna bene che prenda il suo posto. Ignoro ciò che tu sai della vita. Ci sono misteri che si nascondono gelosamente alla gioventù e specialmente alle fanciulle che debbono conservare la purezza dell'anima e restare illibate finché noi le rimettiamo nelle braccia dell'uomo che deve difendere la loro felicità. Sta a lui, sta a lui togliere quel velo teso sul dolce mistero della vita. Ma le fanciulle, se nessun sospetto le ha ancora sfiorate, spesso si rivoltano davanti alla realtà un po' brutale nascosta dietro i loro sogni. Ferite nell'anima, ferite anche nel corpo, talvolta rifiutano allo sposo ciò che la legge gli accorda come un diritto assoluto. La legge umana... la legge naturale... Basta, non posso dirti di più. Ma non dimenticare questo, soltanto questo: tu appartieni interamente al tuo sposo." Che cosa veramente sapeva lei? Che cosa indovinava? Aveva cominciato a tremare oppressa da una malinconia snervante e dolorosa come un presentimento.
Una sorpresa li fermò sulla porta della sala, quando rientrarono.
La signora Adelaide singhiozzava sul petto di lui, dello sposo. I suoi singulti, le sue lacrime veementi, come risospinti da un mantice di fucina sembrava le uscissero nello stesso tempo dal naso, dalla bocca, dagli occhi; e lo sposo, interdetto, confuso, scontento, sosteneva la grossa signora che gli si abbandonava fra le braccia per raccomandargli la sua cara, la sua buona, la sua diletta la sua adorata figliola. Accorse il barone.
"Non fate scene, non v'intenerite, no, no, ve ne prego..." E così staccò la moglie dal giovane e la fece sedere su una poltrona per darle modo di asciugarsi le lacrime.
"Andiamo, piccina mia" disse egli rivolto a Giovanna. "Abbraccia alla svelta tua madre, e va' a coricarti." Giovanna stava quasi per piangere anche lei: abbracciò i suoi genitori e fuggì.
Zia Lisetta si era già ritirata nella sua stanza. Il barone e la baronessa rimasero soli con Giuliano. Erano così confusi tutt'e tre che non sapevano spiccicare parola, i due uomini in abito nero, in piedi, con gli occhi smarriti, la signora abbattuta sulla poltrona con un resto di singhiozzi nella gola. Siccome questo imbarazzo diventava intollerabile il barone cominciò a parlare del viaggio che i giovani sposi dovevano intraprendere dopo pochissimi giorni.
Intanto Giovanna, nella sua camera, si lasciava spogliare da Rosalìa che piangeva dirottamente. Queste povere mani di Rosalìa erravano a caso, non trovavano più né gli spilli né i nastri e sembrava davvero più commossa della sua padroncina. Ma come poteva pensare Giovanna alle lacrime della sua cameriera? Le sembrava di essere entrata in un altro mondo, partita da un'altra terra, separata da tutto ciò che aveva conosciuto e prediletto. Ecco, d'un tratto, l'esistenza sconvolta! Le venne perfino un'idea strana: suo marito... lo amava? Ed ecco anche, di colpo, il suo sposo apparirgli come un estraneo: ma sì, ma sì, lo conosceva appena! Tre mesi prima non sapeva nemmeno che esistesse. Allora non sapeva nemmeno che esistesse, e adesso era sua moglie. Perché?
Perché cader così presto nel matrimonio come in una buca aperta sotto i piedi?
Scivolò rapida nel letto, e il contatto delle lenzuola la fece rabbrividire e aumentò questa sensazione di freddo, di tristezza, di solitudine che le gravava da due ore sull'anima. Rosalìa se ne andò, sempre singhiozzando, e Giovanna attese. Attendeva ansiosa, col cuore convulso, non sapeva bene che cosa, qualcosa come di divino, o anche ciò che le aveva annunziato confusamente suo padre, quella rivelazione misteriosa di ciò che è il gran segreto d'amore.
Furon battuti tre colpi leggeri, senza che lei avesse udito un passo su per la scala. Trasalì spaventata e non rispose. Fu bussato ancora, un po' più forte: e poi la serratura che stride.
Nascose la testa sotto il lenzuolo, come se stesse per entrare un ladro. Quelle scarpe che scricchiolano sul pavimento... qualcuno che tocca il suo letto... Allora, in un sussulto nervoso, gettò un piccolo grido, e fu così che scoprì la testa e vide Giuliano in piedi, davanti, lui che guardava e rideva.
"Che paura m'avete fatto!" "Forse non m'aspettavate?" Non rispose. Egli era ancora vestito da cerimonia, in gran tenuta, con la sua faccia seria di bel giovane, e lei sentì una grande vergogna di essere a letto in presenza di un uomo così irreprensibile. Non sapevano più che cosa dire, che cosa fare: non osavano nemmeno guardarsi in quel momento così decisivo da cui dipende l'intima felicità della vita. Egli forse intuiva vagamente qual pericolo offra, e quanta docile padronanza di se stessi, quale astuta tenerezza sia necessaria per non ferire nessuno di quegli istintivi pudori, delle infinite delicatezze di un'anima vergine e nutrita di sogni. Allora, dolcemente, le prese una mano e gliela baciò; poi si inginocchiò ai piedi del letto come davanti a un altare.
"Mi amerete?" Tutta rassicurata, Giovanna sollevò sul guanciale il suo capo come aureolato d'un soffio di trine.
"Ma io vi amo già, amico mio." Egli prese in bocca le dita affusolate di sua moglie, e quell'impedimento di carne mutò la sua voce.
"Volete dimostrarmi che mi amate?" Rispose lei, di nuovo turbata, senza capire quel che si diceva, ricordandosi delle parole paterne:
"Sono tutta vostra, amico mio." Egli le coprì il polso di baci umidi e, raddrizzatosi pian piano, si accostò alla faccia di lei che ricominciava a nasconderla.
Improvvisamente, stendendo un braccio in avanti, al di sopra del letto, abbracciò sua moglie attraverso le lenzuola, mentre, introdotto l'altro braccio sotto il cuscino, le sollevava il docile capo.
"Allora, allora" domandò a voce bassa, molto bassa "volete farmi un posticino accanto a voi?" Ebbe paura, una paura istintiva, e balbettò:
"Oh non ancora, no, vi prego!" Egli sembrò sconcertato, anche un po' urtato. Riprese con un tono ancora supplichevole, ma brusco:
"Perché più tardi? Prima o poi, non sarà la stessa cosa?" Giovanna si sentì come punta da queste parole e tuttavia ripeté sottomessa e rassegnata:
"Sono vostra, amico mio..." Allora egli scomparve nell'attiguo spogliatoio e la sposina intese distintamente quei movimenti di lui, quel fruscio di abiti tolti di dosso, il tintinnio del denaro nelle tasche, le scarpe posate per terra. D'un tratto egli attraversò rapidamente la stanza, in mutande e calzini, per andare a posare l'orologio sul caminetto:
tornò correndo nella stanzetta vicina, si agitò ancora un poco, e Giovanna si volse di colpo dall'altra parte, chiudendo gli occhi, quando lo sentì avvicinarsi. Egli arriva, egli arriva! Si scosse di soprassalto, come per buttarsi a terra, quando sentì scivolare contro la sua gamba un'altra gamba fredda e pelosa, e con la faccia tra le mani, smarrita, sconvolta, decisa a gridare di paura e di sgomento, si rannicchiò sulla sponda del letto. Subito egli la prese fra le braccia, benché gli voltasse le spalle, baciandole avido il collo e le trine fluttuanti dell'acconciatura notturna e il colletto ricamato e il tessuto della camicia. Non si muoveva irrigidita in un'orribile ansietà, sentendo una mano greve cercarle il seno nascosto, premuto coi gomiti. Ansimava sconvolta sotto quel contatto brutale e voleva fuggire, correre per la casa, rinchiudersi in un luogo qualsiasi ma lontana da lui, da quell'uomo. Egli non si muoveva più e Giovanna sentiva il calore di lui sul suo dorso: allora il suo spavento si calmò di nuovo e pensò improvvisamente che non le restava che voltarsi per abbracciarlo.
"Non volete dunque essere la mia mogliettina?" "E non lo sono forse?" rispose lei attraverso le dita.
"Ma no, cara" disse egli con una sfumatura di cattivo umore. "Via, non vi burlate di me..." Giovanna si senti tutta agitata da quel tono di malcontento e si voltò subito a lui come per domandargli perdono. E lui l'afferrò per la vita, rabbiosamente, affamato di lei, le percorse tutta la faccia e tutto il collo di baci rapidi, folli, mordenti, stordendola di carezze, e poi ancora il collo, la bocca, la gola.
Aveva aperto le mani e rimaneva inerte sotto gli sforzi di lui, non sapendo quel che egli facesse, né quel che facesse lei stessa, in un turbamento di spirito che non lasciava comprendere nulla. Ma una sofferenza acuta la straziò tutt'a un tratto, e si mise a gemere e a torcersi fra le braccia di lui che la faceva sua con violenza.
Che avvenne poi? Non ricordò, perché aveva perduto la testa: le parve soltanto che egli le coprisse le labbra di baci riconoscenti, fitti fitti, piccoli piccoli. Doveva averle anche parlato ed lei, forse, risposto. Poi egli fece altri tentativi che lei respinse con spavento; e siccome si dibatteva, incontrò sul petto di lui quel pelo ruvido che aveva già sentito sulla gamba e si trasse indietro con orrore. Stanco di sollecitarla per nulla, egli rimase immobile, supino. Allora Giovanna si pensò e si sentì disperata fin nel profondo dell'anima, nel disinganno di un'ebbrezza sognata così diversa, di una cara attesa distrutta, di una felicità perduta per sempre: "Ecco, ecco ciò che egli chiama essere sua moglie: è questo, è questo!". E rimase così lungo tempo, angosciata, gli occhi erranti sulle tappezzerie della stanza, sulla vecchia leggenda d'amore che aveva avvolto e riempito il suo nido. Ma poiché Giuliano taceva e non si muoveva, girò lentamente lo sguardo verso di lui e si accorse sì, che dormiva! Dormiva, la bocca socchiusa, il viso calmo... Dormiva!
Quasi non poteva credere a questo: era indignata: si sentiva oltraggiata dal quel sonno più che dalla crudeltà, più che dalla brutalità. Eccola trattata come la prima venuta giacché egli poteva dormire in una notte simile! Oh Dio ciò che c'era stato fra loro non aveva dunque nulla di straordinario per lui? Sì, sì, avrebbe preferito essere picchiata, violentata ancora, macchiata di carezze odiose, sì, sì, fino a perderne i sensi! E rimase immobile, appoggiata su un gomito, piegata verso di lui, ascoltando fra quelle labbra il passaggio del soffio leggero che somigliava alla volgarità del russìo...
Venne il giorno, cupo in principio, poi chiaro, poi rosa, e poi sfavillante. Giuliano apri gli occhi, sbadigliò, guardò sua moglie e sorrise.
"Hai dormito bene, mia cara?" Si accorse che le dava del tu e lo guardò stupefatta.
"Ma sì. E... voi?" "Oh! Io benissimo." Si volse verso di lei, la abbracciò, e si mise a ragionare tranquillo, manifestando i suoi progetti per l'avvenire, con strane idee, idee di "economia": e questa parola ripetuta più e più volte stupì la sposina. Lo ascoltava senza afferrar bene il senso delle parole, lo guardava, pensava a mille cose rapide che passavano e sfioravano appena il suo spirito.
Suonarono le otto.
"Suvvia, bisogna alzarsi" egli disse. "Saremmo ridicoli se restassimo a letto fino a tardi." Scese dal letto per primo. E quando fu vestito, aiutò premuroso sua moglie in tutti i più minuti particolari della sua eleganza e non permise che chiamasse Rosalìa.
"D'ora innanzi" egli disse fermandola al momento di uscir dalla stanza "fra noi soli ci si potrà dare del tu. Davanti ai tuoi genitori è meglio attendere ancora. Il tu sarà naturalissimo al ritorno dal viaggio di nozze. Va bene?" Non si fece vedere che all'ora di colazione. E la giornata passò come sempre: come se non ci fosse nulla di nuovo. Non c'era, in casa, che un uomo di più.
Capitolo 5
Ecco, quattro giorni dopo, la berlina che deve portarli a Marsiglia.
Passata l'angoscia della prima sera, Giovanna si era abituata al contatto di Giuliano, e alle tenerezze e ai baci e all'amore, benché la sua ripugnanza nei rapporti più intimi non fosse per nulla diminuita. Ma lo trovava bello, lo amava, e ritornava gaia e felice.
Gli addii furono brevi, senza tristezza. Solo la baronessa sembrava un poco commossa; e al momento della partenza mise nelle mani della figliola una gran borsa che pesava come se ci fosse dentro del piombo.
"Per le tue piccole spese di sposina..." Giovanna intascò, e i cavalli partirono.
"Quanto ti ha dato tua madre?" egli le chiese poi, verso sera.
Non ci pensava più, e rovesciò in grembo la borsa. Un fiotto d'oro si sparse: duemila franchi. Giovanna batté le mani puerilmente.
"Farò delle pazzie!" disse nascondendo il suo oro.
Dopo otto giorni di viaggio arrivano, con un orribile caldo, a Marsiglia e l'indomani il "Re Luigi", il piccolo piroscafo che andava a Napoli passando da Ajaccio, li portava verso la Corsica.
La Corsica! La macchia! I briganti! Le montagne! La patria di Napoleone! Giovanna credeva di uscire dalla realtà per entrare, così desta, in un sogno.
L'uno accanto all'altra, sul ponte della nave, guardavano perdersi lontano le spiagge della Provenza. Il mare, immobile: d'un azzurro carico, come rappreso nella luce calante dal sole: il cielo, infinito, sotto il cielo di un turchino quasi esagerato, insolente.
"Ricordi la nostra passeggiata nella barca di papà Lastique?" Invece di rispondere, egli si chinò di furia a baciarle un orecchio.
Le ruote del vapore sbattevano l'acqua rompendone il sonno pesante e la lunga traccia schiumosa, una lunga pallida scia dove l'acqua mossa spumeggiava come champagne, prolungava fino a perdita d'occhio il solco del naviglio, dirittissimo. D'un tratto, lì davanti, a pochi metri balza un pesce dall'acqua, un delfino, vi rituffa la testa, scompare. Giovanna, sorpresa, ebbe paura, gettò un grido, si abbandonò sul petto di lui. Rise del suo spavento e guardò ansiosa se l'animale ricomparisse. Ed eccolo, dopo un minuto, scattare ancora come un grosso giocattolo meccanico:
ricadde e uscì un'altra volta: e furono due, tre, sei delfini che parevano saltellare intorno al pesante piroscafo e quasi scortare quel loro mostruoso fratello, quel pesce di legno dalle pinne di ferro, ora a destra, ora a sinistra, o tutt'insieme, o l'uno dopo l'altro, in un giuoco, in un rincorrersi allegro, slanciandosi in aria con la gran curva di un salto e ricadendo in fila nei tuffi.
Giovanna batteva le mani entusiasta, trasaliva a ogni apparizione di quegli enormi agili nuotatori, il suo cuore balzava come quei delfini in una pazza allegria di bambino. Scomparvero. Si videro ancora una volta, lontani, lontani, in alto mare: poi niente. E questa scomparsa, per un momento almeno, dispiacque.
Veniva la sera; una sera calma, radiosa, piena di chiarore, di pace serena. Non un fremito nell'aria o sull'acqua e questo riposo illimitato del mare e del cielo si stendeva sulle anime stanche, che non trasalivano più. Il sole calava là mollemente, verso l'Africa invisibile, verso la terra infuocata di cui si avvertivano quasi gli ardori; e una specie di fresca carezza sfiorava le fronti dopo che il sole era tramontato e scomparso, e non era nemmeno un soffio, ma una parvenza di brezza.
Giovanna e Giuliano non vollero scendere in cabina, là dove si sentiva l'orribile odore del piroscafo: si stesero fianco a fianco sul ponte, sotto i loro mantelli, e dormirono. Giuliano dormiva; lei rimaneva a occhi aperti, agitata dal senso d'ignoto del viaggio, cullata dalla monotonia delle ruote, guardando passar sul suo capo legioni di stelle, stelle così chiare, di una luce così acuta, così scintillante e come inumidita in quel puro cielo d'estate.
Si assopì verso il mattino. Ma la svegliarono voci e rumori:
erano i marinai che cantavano e rifacevano bella la nave. Scosse suo marito, lo obbligò ad alzarsi, mentre beveva esaltata quel sapore di bruma salina che le penetrava fin nell'estremità delle dita. Quanto mare! Non altro che mare! Pure, là in fondo, sembrava che qualcosa di grigio si posasse sulle onde, qualcosa di ancora confuso nell'alba nascente, qualcosa come un agglomeramento di nuvole strane, tutte sporgenze e frastagli. A poco a poco, nel cielo sempre più chiaro, i contorni si svelano, si eleva come una grande linea di montagne cornute e bizzarre: la Corsica! E' proprio la Corsica avvolta in una specie di velo leggero. Dietro le sorge il sole disegnando i rilievi delle creste in ombre nere e compatte, poi le vette si incendiano e il resto dell'isola rimane come annebbiata di vapore.
Apparve il capitano sul ponte, un vecchio ometto disseccato, indurito, rattrappito dai crudi venti salmastri.
"Lo sentite questo odore?" disse a Giovanna con una voce arrochita da trent'anni di comando, logorata dalle grida lanciate nelle burrasche.
Sentiva infatti un odore singolare di piante; un aroma selvaggio.
"E' la Corsica che fiorisce così, è il suo profumo di donna bella.
La riconoscerei a cinque miglia di distanza dopo vent'anni. Io sono corso. Si dice che laggiù, a Sant'Elena, Egli parli sempre dell'odore del suo paese. E' della mia famiglia." E il capitano si levò il cappello per salutare la Corsica: e salutò laggiù, attraverso l'oceano, colui che apparteneva alla sua famiglia: il grande imperatore prigioniero.
Giovanna fu così commossa che si sentì le lacrime agli occhi.
"Le sanguinarie" annunziò poi l'uomo di mare col braccio teso verso l'orizzonte. Giuliano e Giovanna guardavano lontano lontano (lui la stringeva alla vita) per scoprire il punto indicato. E finalmente scorsero alcune rocce in forma di piramide che la nave girò con destrezza entrando in un golfo immenso e tranquillo, tutto contornato di cime. Il capitano indicò i più bassi pendii che parevano coperti di muschio: "Le macchie". Man mano che si avanzava il cerchio dei monti sembrava chiudersi dietro la nave che navigava lenta in un azzurro così trasparente che non se ne vedeva il fondo. E la città apparve di colpo, in fondo al golfo, ai piedi delle montagne, lambita dal mare.
Alcuni piccoli bastimenti italiani ancorati nel porto. Quattro o cinque barche venivano intorno al "Re Luigi" per prenderne i passeggeri. Giuliano riuniva i bagagli; domandò sottovoce a sua moglie:
"Bastano venti soldi per il facchino, no?" Da otto giorni Giuliano faceva continuamente la stessa domanda, e Giovanna ne soffriva quasi ogni volta. Rispose con un'ombra d'impazienza:
"Quando si è sicuri di non dare abbastanza, si dà troppo." Egli discuteva sempre con tutti, coi padroni e coi camerieri degli alberghi, coi fiaccherai, coi venditori di ogni genere, e quando aveva a forza d'astuzia ottenuto anche un piccolo ribasso diceva a Giovanna: "Non mi piace d'essere derubato" e si fregava le mani. E lei tremava tutte le volte che gli presentavano i conti, già sicura delle osservazioni che egli avrebbe fatto su tutto, umiliata per quel piccolo mercanteggiare, infiammata fino ai capelli sotto lo sguardo sprezzante dei camerieri che seguivano con la coda dell'occhio il suo sposo tenendo nel palmo della mano la mancia meschina. E ora anche una discussione col barcaiolo che li portava a terra.
Il primo albero che vide fu una palma.
Si fermarono in un grande albergo vuoto all'angolo d'uno spiazzo, e si fecero portare la colazione. Dopo colazione, mentre