Antoine-François Prévost



MANON LESCAUT

 

 

 

 

AVVERTIMENTO DELL'AUTORE DELLE MEMORIE DI UN UOMO DI QUALITA'


Sebbene potessi far rientrare nelle mie Memorie le avventure del cavaliere des Grieux, mi è sembrato che, in mancanza di un legame stretto, il lettore avrebbe trovato maggior soddisfazione nel leggerle separatamente. Un racconto così lungo avrebbe interrotto per troppo tempo il filo della mia storia. Lungi da me l'idea d'essere, in questa opera, uno scrittore esatto; tuttavia non ignoro che una narrazione deve talvolta essere alleggerita di una quantità di circostanze che la renderebbero pesante e impacciata. E' il precetto di Orazio:

"Ut jam nunc dicat jam debentia dici Pleraque differat ac praesens in tempus omittat".


Non è neppure necessario un parere tanto autorevole per provare una verità tanto semplice, poiché il buon senso è la prima fonte di questo genere di regole.


Se il pubblico ha trovato qualcosa di gradevole, e di interessante nella storia della mia vita, gli oso promettere che non sarà insoddisfatto di questa aggiunta. Nel comportamento del signor des Grieux vedrà un esempio terribile della forza delle passioni. Il mio compito è di descrivere un giovane sconsiderato che rifiuta d'essere felice per precipitarsi di sua spontanea volontà in tremende sventure; che, possedendo tutte le qualità di cui si compone il merito più fulgente, preferisce, per sua libera scelta, una vita oscura ed errabonda a tutti i vantaggi della ricchezza e della natura; che prevede le sue disgrazie ma non fa niente per evitarle; che le sente e ne è affranto, ma rifiuta i rimedi che continuamente gli si presentano, e che, a qualsiasi istante, potrebbero mettervi fine; un carattere, insomma, ambiguo, un miscuglio di virtù e di vizi, un perpetuo contrasto di buoni sentimenti e di cattive azioni. Ecco lo sfondo del quadro che presenterò ai miei lettori. Le persone di buon senso non considereranno un'opera di questo genere come un divertimento inutile. Oltre al piacere di una lettura gradevole, ci troveranno pochi avvenimenti che non possano servire a migliorare i costumi e, a mio parere, si rende al pubblico un grande servizio, se lo si istruisce divertendolo.


Riflettendo sui precetti della morale, ci si stupisce nel vederli insieme lodati e trascurati, e ci si chiede la ragione di questa bizzarria del cuore umano, che gli fa apprezzare idee di bene e di perfezione, dalle quali nella pratica si allontana continuamente. Per esempio, se persone di una certa sensibilità ed educazione esaminassero qual è il soggetto più comune delle loro conversazioni, o anche delle loro fantasticherie solitarie, noterebbero facilmente che quasi sempre vertono su qualche considerazione morale. I momenti più dolci della vita sono quelli che si passano soli o con un amico, intrattenendosi a cuore aperto sulle attrattive della virtù, sulle dolcezze dell'amicizia, sui mezzi per raggiungere la felicità, sulle debolezze della natura che ce ne allontanano, e sui rimedi che le possono guarire. Orazio e Boileau ritengono che l'intrattenersi in questo modo costituisce uno degli aspetti più belli che servono a comporre l'immagine di una vita felice. Come può dunque accadere che poi si ricada tanto facilmente da così alte speculazioni e ci si ritrovi tanto presto al livello dei comuni mortali? Mi sbaglierò, o la ragione che sto per darne potrà spiegare questa contraddizione delle nostre idee e della nostra condotta: poiché tutti i precetti della morale non sono che principi vaghi e generali, è molto difficile applicarli in maniera specifica ai comportamenti e alle azioni particolari. Facciamo un esempio. Le anime ben nate sentono che la dolcezza e l'umanità sono virtù amabili e tendono a praticarle; ma quando se ne presenta l'occasione restano sovente come in sospeso. E' veramente quella l'occasione? Come si fa a sapere in qual misura sono da praticare? Non ci si sbaglierà sull'oggetto? Cento difficoltà ci bloccano. Si teme di farsi gabbare volendo essere generosi e liberali, di passare per deboli facendosi vedere troppo teneri o troppo sensibili: in poche parole, di eccedere o di non adempiere abbastanza a quei doveri che sono racchiusi in maniera troppo oscura nei concetti generali di umanità e di dolcezza. In una tale incertezza, solo l'esperienza e l'esempio possono determinare in maniera ragionevole l'inclinazione del cuore. Ma l'esperienza non è un lusso che chiunque si possa concedere: essa dipende dalle diverse situazioni in cui la sorte ci ha posti. Resta dunque soltanto l'esempio che nell'esercizio della virtù può servire da regola a una quantità di persone. Opere come questa possono essere di grande utilità appunto per lettori di questo genere, per lo meno quando sono scritte da una persona d'onore e di buon senso. Ogni fatto che vi è riferito è un grado in più di luce, un ammaestramento che supplisce l'esperienza; ogni avventura è un modello al quale ci si può adeguare; basta solo adattarlo alle circostanze in cui ci si trova. L'opera nel suo complesso è un trattato di morale trasformata piacevolmente in azione.


Forse un lettore severo si adombrerà vedendomi riprendere la penna alla mia età, per scrivere casi di fortuna e d'amore: ma se la riflessione che ho fatto è giusta, essa mi giustifica; se è falsa, il mio errore sarà la mia scusa.




PRIMA PARTE


Devo far risalire il lettore a quel tempo della mia vita in cui incontrai per la prima volta il cavaliere des Grieux. Fu circa sei mesi prima della mia partenza per la Spagna. Sebbene uscissi raramente dalla mia solitudine, per compiacere mia figlia intraprendevo a volte diversi viaggetti, che abbreviavo per quanto possibile. Un giorno tornavo da Rouen dove mi aveva pregato di andare a sollecitare una pratica pendente al Parlamento di Normandia riguardo la successione di certe terre che le spettavano da parte del mio nonno materno.


Rimessomi in cammino per Evreux dove dormii la prima notte, arrivai l'indomani all'ora di cena a Pacy che ne dista cinque o sei leghe.


Entrando in paese fui sorpreso nel vedere tutti gli abitanti in fermento. Uscivano precipitosamente dalle loro case per correre a frotte verso la porta di una misera locanda dinanzi alla quale sostavano due carrette coperte. Dai cavalli ancora attaccati e visibilmente fumanti di fatica e di caldo, si deduceva che erano arrivate da poco. Mi fermai un momento per sapere la ragione di quel trambusto, ma non riuscii a cavare un gran che da quella calca di curiosi che non prestava alcuna attenzione alle mie domande e continuava ad avvicinarsi alla locanda tra le spinte e la confusione.


Quando infine comparve sulla soglia una guardia cinta da una bandoliera e con un moschetto in spalla, le feci segno con la mano di venire verso di me, e la pregai di spiegarmi la ragione di quel tumulto.


"Non è niente, signore" mi disse, "sono solo una dozzina di prostitute che io e i miei compagni conduciamo fino a Le Havre-de-Grâce, dove le faremo imbarcare per l'America. Ce ne sono alcune belline e questo forse eccita la curiosità di questi bravi contadini".


Dopo tale spiegazione me ne sarei andato, se non m'avessero trattenuto le esclamazioni di una vecchia che usciva dalla locanda giungendo le mani e gridando che era una cosa da barbari, una cosa che faceva orrore e compassione.


"Di che si tratta?" le domandai.


"Ah, signore, entrate" rispose, "e guardate se non è uno spettacolo che spezza il cuore!".


Spinto dalla curiosità, scesi dal cavallo che consegnai al mio servitore. Entrai a fatica facendomi strada tra la folla, e vidi infatti uno spettacolo piuttosto commovente. Tra le dodici ragazze incatenate sei per sei alla vita, ce n'era una dall'aspetto e dal viso così poco conformi alla sua condizione, che in qualunque altra circostanza l'avrei scambiata per una giovane di alto rango. La sua tristezza e la sporcizia delle sue vesti non riuscivano a imbruttirla ed essa mi ispirò rispetto e pietà. Per quanto la catena glielo permetteva, cercava di girarsi per sottrarre il viso agli occhi degli spettatori. Lo sforzo per celarsi era così naturale, che pareva nascere da un sentimento di pudore. Giacché le sei guardie che accompagnavano quel gruppo sciagurato erano anch'esse nella stanza, presi il loro capo in disparte e gli domandai qualche spiegazione sulla sorte di quella bella fanciulla. Quello che mi poté dire fu assai vago.


"L'abbiamo tirata fuori dall'Hôpital", mi disse, "per ordine del Luogotenente generale di polizia. Non c'è ragione di credere che ci sia stata rinchiusa per le sue buone azioni. L'ho interrogata diverse volte per strada, ma si ostina a non rispondere. Tuttavia, anche se non ho ricevuto l'ordine di trattarla meglio delle altre, ho sempre qualche riguardo per lei, perché mi sembra che valga più delle sue compagne. Ecco un giovanotto" soggiunse l'uomo, "che potrebbe informarvi su di lei meglio di me. L'ha seguita da Parigi senza smettere quasi mai di piangere. Certo non può essere che suo fratello o il suo amante".


Mi girai verso l'angolo della stanza dove il giovanotto era seduto.


Sembrava immerso in profondi pensieri. Non ho mai visto una più viva immagine del dolore. Era vestito con grande semplicità, ma si riconosce al primo sguardo una persona istruita e di nobili natali. Mi avvicinai a lui. Si alzò; e io colsi nei suoi occhi, nel suo aspetto e in ogni gesto un'aria così nobile e distinta che spontaneamente mi sentii spinto a volergli bene. "Non vorrei disturbarvi" gli dissi sedendomi accanto a lui, "ma volete soddisfare la mia curiosità di conoscere quella bella creatura, che non mi sembra nata per la triste condizione in cui la vedo?" Mi rispose civilmente che non poteva farmi sapere chi lei fosse senza farmi sapere chi fosse lui stesso, e che aveva seri motivi per conservare l'incognito.


"Posso dirvi però, e questi miserabili lo sanno bene", proseguì indicando le guardie, "che l'amo di una passione tanto violenta da essere il più infelice degli uomini. A Parigi ho tentato di tutto per ottenere la sua libertà. Preghiere, astuzia, forza: tutto è stato inutile. Ho preso la decisione di seguirla, dovesse pure andare in capo al mondo. Mi imbarcherò con lei, andrò in America. Ma la cosa più disumana è che quei vili furfanti" aggiunse parlando delle guardie, "non vogliono più permettermi di andarle vicino. La mia intenzione era di assalirli di sorpresa a poche leghe da Parigi, e a questo fine mi ero procurato quattro compagni che mi avevano promesso il loro aiuto in cambio di una somma ingente. Quei traditori mi hanno lasciato solo al momento di passare ai fatti e sono scappati col mio denaro.


L'impossibilità di riuscire con la forza, mi ha fatto arrendere.


Offrendo una ricompensa, ho proposto alle guardie di permettermi almeno di seguirli. Il desiderio di guadagno li ha fatti acconsentire.


Hanno voluto essere pagati ogni volta che mi hanno concesso la libertà di parlare alla mia amante. In poco tempo la mia borsa si è vuotata, e ora che sono senza un soldo, hanno la crudeltà di respingermi brutalmente ogni volta che faccio un passo verso di lei. Solo un momento fa, per aver osato avvicinarmi malgrado le loro minacce, hanno avuto l'insolenza di colpirmi con la punta del fucile. Per soddisfare la loro avidità e poter continuare la strada almeno a piedi, sono obbligato a vendere qui un ronzino sul quale ho cavalcato finora".


Sebbene avesse l'aria di fare questo racconto con una certa tranquillità, nel finirlo versò qualche lacrima. La sua storia mi parve delle più straordinarie e commoventi.


"Non vi spingo" gli dissi, "a rivelarmi i vostri segreti, ma se posso esservi di qualche aiuto, vi propongo volentieri i miei servigi".


"Ahimè!" riprese. "Non vedo alcun barlume di speranza: devo sottostare a tutta la crudeltà del mio destino. Andrò in America. Laggiù, almeno, sarò libero con colei che amo. Ho scritto a uno dei miei amici che mi farà avere qualche aiuto all'Havre de Grâce. Il mio solo problema è di arrivare fin là, e di procurare a quella povera creatura - parlando guardava tristemente la sua amante - un po' di sollievo lungo il cammino".


"Ebbene" gli dissi, "porrò fine io alle vostre pene. Ecco qui un po' di denaro che vi prego d'accettare. Mi dispiace non potervi aiutare altrimenti".


Gli diedi quattro luigi d'oro, senza che le guardie se ne accorgessero, poiché pensavo che se avessero saputo di quella somma, avrebbero aumentato il prezzo dei loro servigi. Mi venne pure l'idea di trattare con essi perché concedessero al giovane amante la libertà di parlare continuamente alla sua amica fino all'Havre. Feci segno al capo di avvicinarsi e gli feci la proposta. Malgrado la sua sfrontatezza, sembrò vergognarsi.


"Signore", rispose con aria imbarazzata, "non è che noi rifiutassimo di lasciarlo parlare con quella ragazza, ma vorrebbe stare di continuo vicino a lei, e questo ci disturba. E' giusto perciò che ci paghi per il fastidio che ci dà".


"Vediamo un po'", gli dissi, "quanto vorreste per non provare questo fastidio?".


Ebbe l'audacia di chiedermi due luigi. Glieli diedi immediatamente.


"Ma state attenti" aggiunsi, "a non combinare qualche altra bricconata, perché lascerò il mio indirizzo a questo giovanotto affinché me ne tenga informato, e siate certi che potrò farvi punire".


Il tutto mi costò sei luigi d'oro, ma il garbo e la viva riconoscenza con cui il giovane sconosciuto mi ringraziò finirono col persuadermi che era un uomo dabbene e che meritava la mia generosità. Prima d'uscire dissi qualche parola alla sua amante. Essa mi rispose con tale dolce modestia e con tanta grazia, che nell'andarmene non potei fare a meno di fare mille riflessioni sul carattere incomprensibile delle donne.


Tornato alla mia solitudine, non potei avere nessuna notizia sul seguito di quella storia. Passarono circa due anni che me la fecero dimenticare completamente, finché il caso non mi offrì di nuovo l'occasione di conoscerne a fondo tutte le circostanze.


Giungevo da Londra a Calais col mio amico, il marchese di... Prendemmo alloggio, se ben ricordo, al Lion d'or dove alcuni impegni ci costrinsero a passare l'intera giornata e la notte seguente. Nel pomeriggio, mentre camminavo per le vie della città, mi parve di scorgere quello stesso giovanotto che avevo incontrato a Pacy. Era molto male in arnese, e parecchio più pallido di quando l'avevo incontrato la prima volta. Portava sul braccio una vecchia sacca, poiché era appena arrivato in città. Lo riconobbi tuttavia immediatamente per quella sua fisionomia troppo bella per non essere facilmente riconoscibile .


"Bisogna che avviciniamo quel giovane", dissi al marchese.


Quando mi ebbe a sua volta riconosciuto, la sua gioia fu più viva di quanto non si possa esprimere.


"Ah, signore!" esclamò baciandomi la mano, "posso ancora una volta dimostrarvi la mia eterna riconoscenza".


Gli domandai da dove venisse. Mi rispose che arrivava per mare dall'Havre-de-Grâce, dov'era arrivato poco prima dall'America.


"Non mi sembrate in floride condizioni economiche", gli dissi. "Andate al Lion d'or dove ho preso alloggio. Vi raggiungerò fra poco".


Ci tornai infatti poco dopo, impaziente di sapere i particolari della sua sventurata storia e le circostanze del suo viaggio in America. Fui pieno di premure per lui e diedi ordine in albergo che non gli lasciassero mancare nulla. Non attese le mie sollecitazioni per raccontarmi la storia della sua vita.


"Signore", mi disse quando fu nella mia stanza, "vi comportate con me così nobilmente che se avessi per voi qualche segreto me ne vorrei come di una bassa ingratitudine. Non solo vi voglio far conoscere le mie sventure e i miei dolori, ma pure le mie sregolatezze e le mie debolezze più vergognose. Sono certo che pur condannandomi, non potrete fare a meno di compiangermi".


A questo punto devo avvertire il lettore che scrissi la sua storia subito dopo averla ascoltata, e quindi si può essere certi che nulla è più fedele e più esatto del mio racconto. Fedele, dico, fin nel riferire le riflessioni e i sentimenti che il giovane esprimeva con il più gran garbo del mondo.


Ecco dunque il suo racconto, cui non aggiungerò niente che lui stesso non mi abbia detto.


Avevo diciassette anni e terminavo gli studi di filosofia ad Amiens dove mi avevano mandato i miei genitori, i quali appartengono a una delle migliori famiglie di P... Conducevo una vita così saggia e morigerata che i miei maestri mi proponevano come esempio agli altri collegiali. Non che facessi sforzi straordinari per meritare questo apprezzamento, ma per natura sono di temperamento dolce e tranquillo:

mi dedicavo agli studi per inclinazione, e veniva considerata virtù la mia naturale avversione per il vizio. La mia nascita, la riuscita negli studi e alcune buone qualità naturali mi avevano fatto conoscere e stimare da tutte le persone perbene della città. Nelle mie prove pubbliche riscossi un'approvazione così generale che il vescovo, il quale vi assisteva, mi propose di intraprendere la carriera ecclesiastica nella quale, diceva, mi sarei certamente distinto più che nell'Ordine di Malta al quale mi destinavano i miei genitori. Già mi facevano portare la croce con il nome di cavaliere des Grieux. Col sopraggiungere delle vacanze, mi accingevo a tornare da mio padre che mi aveva promesso di mandarmi presto all'Accademia. La sola cosa che mi dispiacesse nel lasciare Amiens era separarmi da un amico al quale mi aveva sempre legato un tenero affetto. Aveva qualche anno più di me ed eravamo stati educati insieme, ma date le modestissime condizioni della sua famiglia era costretto a prendere gli ordini. Restava perciò ad Amiens dopo la mia partenza per fare gli studi che convengono a questo stato. Aveva mille buone qualità. Nel seguito della mia storia ne conoscerete le migliori, in particolar modo lo zelo e la generosità nell'amicizia che superano i più celebri esempi dell'antichità. Se avessi seguito allora i suoi consigli, sarei sempre stato buono e felice; se avessi almeno approfittato del suo aiuto nel precipizio in cui mi hanno trascinato le mie passioni, avrei salvato qualcosa dal naufragio della mia fortuna e della mia reputazione. Ma delle sue premure egli non ha colto altro frutto che il dispiacere di vederle vane e, a volte, duramente ricompensate da un ingrato che se ne sentiva offeso e che le considerava fastidiose.


Avevo fissato il momento della mia partenza da Amiens. Ahimè! Perché non lo fissai un giorno prima! Avrei portato da mio padre tutta la mia innocenza. La vigilia del giorno in cui pensavo di lasciare la città, mentre passeggiavo col mio amico, che si chiamava Tiberge, vedemmo arrivare la diligenza d'Arras e la seguimmo fino all'albergo dove fanno sosta le vetture. Non avevamo altre ragioni per farlo oltre alla curiosità. Ne discesero alcune donne che subito si ritirarono. Ne rimase solo una, giovanissima, che si fermò sola nel cortile, mentre un uomo d'età avanzata, che sembrava servirle da guida, si affaccendava per farle tirar fuori dai panieri la sua roba. Mi parve così carina che io, che non avevo mai pensato alla differenza dei sessi, né forse avevo mai guardato una ragazza con un po' d'attenzione, io, dico, di cui tutti ammiravano la saggezza e il ritegno, mi trovai di colpo acceso d'amore fino all'esaltazione. Per natura avevo il difetto d'esser timido e di lasciarmi sconcertare facilmente, ma in quel momento, ben lungi dal farmi trattenere da quella debolezza, mi avvicinai verso la padrona del mio cuore. Sebbene fosse ancor più giovane di me, accolse i garbati complimenti che le feci, senza dimostrare imbarazzo. Le chiesi che cosa la portasse ad Amiens, e se ci conoscesse qualcuno. Mi rispose con semplicità che c'era stata mandata dai suoi genitori per farsi monaca. Appena insinuatosi nel mio cuore, l'amore mi rendeva così lucido da farmi considerare quel progetto come un colpo mortale per i miei desideri.


Le parlai in un modo che le fece capire ciò che sentivo, poiché era molto più esperta di me.


La mandavano in convento contro la sua volontà e probabilmente per mettere un freno alla sua inclinazione al piacere, che si era già manifestata ed è poi stata la causa di tutte le sue sventure e delle mie. Lottai contro le crudeli intenzioni dei suoi genitori con tutte le ragioni che il mio amore nascente e la mia eloquenza scolastica furono in grado di suggerirmi. Lei non manifestò né severità, né sdegno. Dopo un momento di silenzio, mi disse che prevedeva fin troppo bene che sarebbe stata infelice, ma che questa era evidentemente la volontà del cielo, dato che non le lasciava alcun mezzo per evitarla.


La dolcezza del suo sguardo, una deliziosa aria di tristezza nel pronunciare quelle parole, o meglio l'influsso del mio destino che mi trascinava alla rovina, non mi permisero di esitare un istante sulla risposta. Le assicurai che se voleva fare assegnamento sul mio onore e sulla tenerezza infinita che già mi ispirava, avrei dedicato la mia vita a liberarla dalla tirannia dei suoi genitori e a renderla felice.


Ripensandoci, mi sono chiesto mille volte con stupore da dove mi venisse tanto ardire e tanta facilità nell'esprimermi, ma l'amore non sarebbe considerato una divinità, se non operasse comunemente dei miracoli. Aggiunsi mille cose convincenti. La mia bella sconosciuta sapeva bene che alla mia età non si inganna; mi confessò che se intravedevo la possibilità di renderla libera, si sarebbe considerata nei miei confronti debitrice di qualcosa di più caro della vita. Le risposi che ero pronto a intraprendere qualunque cosa, ma poiché non ero abbastanza esperto per immaginare su due piedi i mezzi per servirla, mi attenni a questa assicurazione generica che non poteva esserci di grande aiuto. Nel frattempo il suo vecchio Argo era venuto a raggiungerci e le mie speranze sarebbero svanite se la sua presenza di spirito non avesse sopperito alla pochezza del mio. All'arrivo della guida mi stupii che mi facesse passare per suo cugino e, senza apparire affatto imbarazzata, mi dicesse che avendo avuto la fortuna di incontrarmi ad Amiens, rimandava all'indomani la sua entrata in convento per avere il piacere di cenare con me. Entrai perfettamente nel gioco. Le proposi di prendere alloggio in una locanda, il cui padrone, stabilitosi ad Amiens dopo essere stato a lungo cocchiere di mio padre, era completamente a mia disposizione. Fui io stesso ad accompagnarcela, mentre il vecchio accompagnatore aveva l'aria di borbottare qualcosa e il mio amico Tiberge, che non capiva niente di quella scena, mi seguiva senza aprir bocca. Egli non aveva sentito la nostra conversazione perché passeggiava per il cortile mentre io parlavo d'amore alla mia bella amica. Temendo la sua ponderatezza, mi sbarazzai di lui pregandolo di incaricarsi di una commissione. In questo modo, giunto all'albergo, ebbi il piacere di intrattenermi da solo con la regina del mio cuore. Mi accorsi ben presto di essere meno bambino di quanto credessi. Il mio cuore si aprì a mille sentimenti di piacere, di cui non avevo mai avuto idea. Un dolce calore mi si diffuse per le vene. Ero in uno stato d'esaltazione che per un po' mi fece mancare la voce e che riusciva a esprimersi solo attraverso gli occhi. Madamigella Manon Lescaut, come mi disse di chiamarsi, parve molto soddisfatta dell'effetto delle sue grazie. Credetti di capire che non era meno emozionata di me. Mi confessò che mi trovava simpatico e che sarebbe stata felice di dovermi la sua libertà. Volle sapere chi fossi e questo fece aumentare il suo affetto per me; era di origini modeste e si sentì lusingata di aver fatto la conquista di un ragazzo come me. Parlammo insieme del modo per riuscire a unirci. Dopo aver ben riflettuto, non trovammo altra via che la fuga. Bisognava eludere la vigilanza dell'accompagnatore che era uomo da non sottovalutare, anche se era soltanto un domestico. Decidemmo che avrei fatto preparare una carrozza di posta durante la notte e che sarei venuto alla locanda di buon mattino, prima che egli si svegliasse.


Saremmo fuggiti in segreto per andare direttamente a Parigi dove, appena arrivati, ci saremmo sposati. Io avevo circa cinquanta scudi frutto delle mie piccole economie, lei ne aveva circa il doppio. Come fanciulli senza esperienza ci immaginavamo che questa somma non sarebbe mai finita e facemmo uguale assegnamento sul successo dei nostri altri progetti.


Dopo aver cenato con più piacere di quanto mai ne avessi provato prima, me ne andai per mettere in esecuzione il nostro progetto. Il che fu facile in quanto, avendo avuto l'intenzione di tornare da mio padre l'indomani, il mio scarso bagaglio era già pronto. Non ebbi perciò nessuna difficoltà a far trasportare il mio baule e a fissare una carrozza per le cinque del mattino, ora in cui le porte della città dovevano essere aperte. Ma incontrai un ostacolo che non avevo previsto, e che per poco non mandò all'aria il mio progetto.


Tiberge, sebbene avesse solo tre anni più di me, era un ragazzo assai maturo e si comportava in maniera molto giudiziosa. Nutriva per me un immenso affetto. La vista di una fanciulla bella come madamigella Manon, la mia premura nell'accompagnarla e la sollecitudine con cui mi ero sbarazzato di lui, gli fecero nascere qualche sospetto sul mio amore. Non aveva osato tornare all'albergo dove m'aveva lasciato per timore che il suo ritorno mi offendesse, ma era andato ad aspettarmi a casa dove lo trovai al mio arrivo, nonostante fossero le dieci di sera. La sua presenza mi contrariò e si accorse subito dell'imbarazzo in cui mi metteva.


"Sono certo", mi disse con franchezza, "che state meditando un progetto che volete nascondermi. Lo capisco dalla vostra faccia".


Gli risposi con una certa ruvidezza che non ero obbligato a rendergli conto di tutti i miei progetti.


"No", riprese, "ma mi avete sempre trattato da amico e questo è un titolo che presume un po' di fiducia e di sincerità".


Insisté tanto e così a lungo perché gli svelassi il mio segreto che, non avendogli mai nascosto nulla, gli confidai tutta la mia passione.


Egli accolse la mia confidenza con un'evidente scontentezza che mi fece fremere. Mi pentii soprattutto dell'imprudenza con cui gli avevo svelato il progetto della mia fuga. Mi disse che mi era troppo amico per non opporcisi con tutti i mezzi in suo potere. Prima di tutto mi avrebbe fatto presente tutto ciò che secondo lui poteva distogliermi dal mio progetto. Se poi io non fossi tornato sopra quella mia disgraziata decisione, avrebbe avvertito certe persone in grado di farlo. A tal proposito mi fece una predica che durò più di un quarto d'ora e concluse rinnovando la minaccia di denunciarmi, se non gli davo la mia parola d'onore di comportarmi con più ragionevolezza e buon senso. Ero disperato per essermi tradito in maniera così poco opportuna. Tuttavia, poiché da due o tre ore l'amore mi aveva aperto gli occhi in modo straordinario, notai che non gli avevo svelato che intendevo realizzare il mio progetto l'indomani, e presi la decisione di ingannarlo ricorrendo a un equivoco.


"Tiberge", gli dissi, "finora vi ho creduto un amico, e ho voluto mettervi alla prova con la mia confidenza. E' vero che amo, non vi ho ingannato, ma, per quanto concerne la fuga, non è un'impresa da organizzare alla leggera. Venite a prendermi domani alle nove, vi farò vedere, se sarà possibile, la mia amante, e giudicherete voi se merita questo passo".


Mi lasciò solo dopo mille proteste d'amicizia. Passai la notte a mettere in ordine le mie cose e recatomi allo spuntar del giorno alla locanda di madamigella Manon, la trovai che m'aspettava. Era affacciata alla finestra che dava sulla strada, e avendomi scorto, venne ad aprirmi di persona. Uscimmo senza far rumore. La liberai del suo bagaglio che era costituito dai suoi soli abiti. La carrozza era pronta a partire e ci allontanammo immediatamente dalla città.


Riferirò in seguito che cosa fece Tiberge quando si rese conto che l'avevo ingannato. Non per questo il suo zelo diminuì di ardore.


Vedrete anzi a quali eccessi lo spinse e quante lacrime dovrei versare pensando a come è stato ricompensato.


Affrettammo talmente il viaggio che arrivammo a Saint-Denis prima di notte. Avevo corso a cavallo accanto alla carrozza, il che non ci aveva permesso di parlare se non quando si cambiavano i cavalli, ma quando ci vedemmo così vicini a Parigi, cioè quasi al sicuro, prendemmo un po' di tempo per ristorarci dato che non avevamo mangiato niente dalla nostra partenza da Amiens.


Per quanto grande fosse la mia passione per Manon, lei mi seppe convincere che la sua per me non era meno grande. Nelle nostre effusioni eravamo così poco riservati, che non avevamo la pazienza di aspettare di essere soli. I locandieri e i postiglioni ci guardavano ammirati e notai che erano stupiti nel vedere due giovani della nostra età che sembravano amarsi alla follia. I nostri progetti di matrimonio furono dimenticati a Saint-Denis; frodammo i diritti della Chiesa e ci ritrovammo sposati senza nemmeno esserci stati a pensare. Certo, con la mia natura affettuosa e costante, sarei stato felice per tutta la vita, se Manon mi fosse stata fedele. Più la conoscevo, più scoprivo in lei qualità nuove e attraenti. Intelligenza, cuore, dolcezza e bellezza formavano una catena così forte e deliziosa che avrei trovato tutta la mia felicità nel non liberarmene mai. Terribile cambiamento!

Quello che fa la mia disperazione, avrebbe potuto fare la mia felicità. Mi ritrovo a essere il più infelice di tutti gli uomini proprio per quella costanza da cui dovevo attendermi la più dolce delle sorti e le più perfette ricompense dell'amore.


Pigliammo un appartamento ammobiliato a Parigi. Si trovava nella via V... e per mia disgrazia accanto alla casa del signor di B... celebre appaltatore delle imposte. Trascorsero tre settimane durante le quali ero stato così assorbito dalla mia passione che non avevo pensato molto alla mia famiglia e al dolore inflitto a mio padre con la mia assenza. Tuttavia, poiché non c'era ombra di dissolutezza nel mio comportamento e pure Manon era piena di riserbo, la tranquillità della nostra vita contribuì a farmi ricordare il mio dovere. Decisi di riconciliarmi, se possibile, con mio padre. La mia amante aveva tante attrattive che ero sicuro gli sarebbe piaciuta, se avessi trovato il modo di fargli conoscere la sua assennatezza e i suoi meriti: in poche parole mi illusi di ottenere da lui il permesso di sposarla, poiché ormai non speravo più di poterlo fare senza il suo consenso. Comunicai il mio progetto a Manon e le feci capire che oltre ai motivi dell'amore e del dovere, anche quello della necessità aveva la sua parte, dato che le nostre risorse erano seriamente intaccate e io cominciavo a ricredermi sul fatto che fossero inesauribili. Manon accolse con freddezza la mia proposta. Tuttavia, poiché le sue obiezioni erano dettate soltanto dal suo affetto e dal timore di perdermi, nel caso che mio padre non avesse approvato il nostro progetto dopo aver conosciuto il luogo del nostro rifugio, non sospettai minimamente il colpo terribile che stava per essermi inferto. All'obiezione della necessità, rispose che ci restava di che vivere per qualche settimana, e che in seguito avrebbe cercato un aiuto nell'affetto di certi parenti ai quali avrebbe scritto in provincia. Addolcì il suo rifiuto con carezze tenere e appassionate e io, che vivevo soltanto per lei e non diffidavo minimamente del suo cuore, approvai tutte le sue risposte e tutte le sue decisioni. Le avevo lasciato disporre della nostra borsa e delle nostre spese quotidiane. Poco tempo dopo mi accorsi che la nostra tavola era più ricca e che si era comprata dei vestiti molto costosi. Sapendo che dovevano rimanerci appena dodici o quindici doppie, le espressi il mio stupore per questo apparente aumento della nostra sostanza. Ridendo mi pregò di non preoccuparmi.


"Non vi avevo promesso", mi disse, "di trovare qualche risorsa?" L'amavo con troppo candore per allarmarmi facilmente.


Un giorno che ero uscito nel pomeriggio avvertendola che sarei rimasto fuori più a lungo del solito, fui stupito che al mio ritorno mi facessero aspettare due o tre minuti davanti alla porta. Avevamo al nostro servizio una domestica che aveva all'incirca la nostra età.


Quando venne ad aprirmi, le chiesi perché avesse tardato tanto. Mi rispose con imbarazzo che non aveva udito bussare. Avevo bussato una volta sola.


"Ma se non avete udito", le dissi, "perché allora siete venuta ad aprirmi?".


La domanda la sconcertò a tal punto che non avendo abbastanza presenza di spirito per rispondervi, si mise a piangere assicurandomi che non era colpa sua e che la signora le aveva proibito di aprire la porta finché il signor di B.. . non fosse uscito dall'altra scala che dava sul salotto. Rimasi così turbato che mi mancò la forza di entrare nell'appartamento. Decisi di scendere col pretesto di una commissione, e ordinai alla ragazzetta di dire alla sua padrona che sarei tornato subito, ma di non farle sapere che mi aveva parlato del signor di B...


La mia costernazione fu talmente grande che scendendo le scale versai qualche lacrima, senza ancora sapere da quale sentimento sgorgasse.


Entrai nel primo caffè, e sedutomi a un tavolo, mi presi la testa fra le mani per poter pensare a ciò che accadeva nel mio cuore. Non osavo ricordare ciò che avevo udito poco prima. Volevo considerarlo come frutto dell'immaginazione e due o tre volte fui sul punto di tornare a casa, come se non ci avessi fatto caso. Mi sembrava talmente impossibile che Manon potesse tradirmi, che sospettandola temevo di offenderla. Io l'adoravo: questo era certo. Non le avevo dato più prove d'amore di quante ne avessi ricevute da lei; perché avrei dovuto accusarla di essere meno sincera e meno costante di me? Quale ragione avrebbe avuto d'ingannarmi? Soltanto tre ore prima mi aveva colmato delle sue carezze e aveva accolto le mie piena di slancio.


"No, no", ripresi, "non è possibile che Manon mi tradisca. Non ignora che io vivo solo per lei. Sa fin troppo bene che l'adoro. Non è questo un motivo per odiarmi".


Ciò nonostante non sapevo come spiegarmi la visita e l'uscita furtiva del signor di B... Ricordavo pure le piccole spese di Manon, che mi sembravano eccessive per i nostri mezzi attuali. Tutto questo lasciava subodorare la generosità di un nuovo amante. E la fiducia che aveva manifestato in quegli aiuti economici di cui non sapevo niente! Mi era difficile interpretare tutti questi misteri nel modo favorevole che il mio cuore avrebbe desiderato. D'altro lato, da quando eravamo a Parigi, non l'avevo mai persa di vista. Commissioni, passeggiate, svaghi, eravamo sempre stati l'uno accanto all'altra; mio Dio! Un istante di separazione ci avrebbe sicuramente addolorati troppo.


Dovevamo dirci continuamente che ci amavamo, sennò saremmo morti d'inquietudine. Non riuscivo perciò a immaginare un solo momento in cui Manon avesse potuto occuparsi d'altri che me. Alla fine credetti di aver trovato la chiave di quell'enigma. Il signor di B. .., dicevo tra me, è un uomo che tratta grossi affari e ha molte relazioni; i parenti di Manon si saranno serviti di lui per farle avere un po' di denaro. Forse gliene ha già dato e oggi è venuto a portargliene dell'altro. Si è divertita a nascondermelo per farmi una gradita sorpresa. Forse me ne avrebbe parlato se fossi entrato come al solito, invece di venire qui a tormentarmi. O almeno non me lo nasconderà, quando sarò io a parlargliene.


Quest'idea mi convinse a tal punto che ebbe il potere di attenuare notevolmente la mia tristezza. Ritornai immediatamente a casa. Come al solito abbracciai teneramente Manon e lei mi accolse benissimo. Fui tentato dapprima di svelarle le mie supposizioni, che consideravo più che mai fondate. Mi trattenni nella speranza che mi prevenisse, raccontandomi tutto quello che era capitato.


Venne servita la cena. Mi misi a tavola con aria molto allegra, ma, al chiarore della candela posta in mezzo a noi, mi sembrò di scorgere una certa tristezza sul volto e negli occhi della mia cara amante. Questo pensiero rattristò anche me. Notai che i suoi sguardi si posavano su di me in un modo diverso dal solito. Non riuscivo a capire se fosse per amore o per compassione, anche se mi sembrava un sentimento dolce e languido. La guardavo con la stessa sua intensità e forse era altrettanto difficile per lei giudicare dai miei sguardi il mio stato d'animo. Non pensavamo né a parlare né a mangiare. Alla fine vidi scendere le lacrime dai suoi begli occhi: perfide lacrime!

"Ah, mio Dio!" esclamai, "voi piangete, mia cara Manon. Siete tanto addolorata da piangere, e non mi dite una sola parola delle vostre pene".


Non mi rispose che con qualche sospiro che aumentò la mia inquietudine. Mi alzai tremante. La scongiurai con tutta l'insistenza dell'amore perché mi rivelasse la ragione del suo pianto. Piansi anch'io, asciugando le sue lacrime; ero più morto che vivo. Un barbaro si sarebbe commosso davanti alle mie manifestazioni di dolore e di timore. Mentre ero tutto preso da lei, sentii il rumore di molte persone che salivano le scale. Bussarono piano alla porta. Manon mi dette un bacio e strappandosi alle mie braccia, entrò rapidamente nel salottino di cui si chiuse la porta alle spalle. Mi immaginai che, essendo un po' in disordine, volesse nascondersi agli occhi degli estranei che avevano bussato.


Andai ad aprire di persona. Avevo appena aperto che mi vidi afferrare da tre uomini, nei quali riconobbi i servitori di mio padre. Non mi trattarono brutalmente, ma due di loro mi presero per le braccia, mentre il terzo mi frugò nelle tasche da cui tirò fuori un coltellino, l'unica arma che avessi su di me. Mi chiesero scusa della necessità in cui si trovavano di mancarmi di rispetto; mi dissero che agivano su ordine di mio padre e che mio fratello maggiore mi aspettava giù in una carrozza. Ero così turbato che mi lasciai portare via senza resistere e senza rispondere. Mio fratello mi stava in effetti aspettando. Mi misero nella carrozza accanto a lui e il cocchiere, che aveva ricevuto i suoi ordini, ci condusse a gran trotto fino a Saint- Denis. Mio fratello mi abbracciò teneramente, ma non aprì bocca, di modo che io ebbi tutto il tempo per pensare alla mia disavventura.


In un primo momento tutto mi sembrò così oscuro che non era possibile fare la minima congettura. Ero stato tradito crudelmente. Ma da chi?

Il primo a venirmi in mente fu Tiberge. "Traditore!" dicevo, "la pagherai con la vita, se i miei sospetti sono fondati".


Ma poi riflettei che non sapeva dove abitavo e che di conseguenza non potevano averlo saputo da lui. Accusare Manon: il mio cuore non avrebbe mai osato. Quella profonda tristezza che sembrava accasciarla, le lacrime, il tenero bacio che m'aveva dato mentre se ne andava, mi apparivano come un enigma, ma mi sentivo indotto a spiegarli come un presentimento della nostra comune sventura e, mentre mi disperavo per quell'incidente che mi strappava da lei, ero tanto credulo da immaginarmi che lei fosse da compiangere ancor più di me. La mia meditazione mi indusse a concludere che qualche persona di mia conoscenza mi aveva scoperto per le vie di Parigi e aveva avvertito mio padre. Tale pensiero mi consolò. Contavo di cavarmela con qualche rimprovero o con qualche punizione che mi avrebbe inflitto l'autorità paterna. Decisi di sopportarli con pazienza e di promettere tutto quello che si fosse preteso da me, perché mi fosse più facile tornare rapidamente a Parigi e andare a restituire la vita e la gioia alla mia cara Manon.


Arrivammo presto a Saint-Denis. Sorpreso dal mio silenzio, mio fratello s'immaginò che fosse effetto del timore. Si mise quindi a confortarmi assicurandomi che non avevo niente da temere dalla severità di mio padre, purché fossi disposto a rientrare senza recalcitrare sulla via del dovere e a meritare l'affetto che nutriva per me. Mi fece passare la notte a Saint-Denis, con la precauzione di far dormire i tre servitori nella mia camera. Mi addolorò profondamente ritrovarmi nella stessa locanda in cui mi ero fermato con Manon nel viaggio da Amiens a Parigi. Il padrone e i domestici mi riconobbero e subito indovinarono come stessero realmente le cose.


Sentii il padrone che diceva:

"Ah, è quel bel ragazzo che un mese fa era passato di qui con una bella signorina della quale era tanto innamorato. Com'era graziosa!

Come si accarezzavano, poveri ragazzi! Perbacco, peccato che li abbiano separati".


Io facevo finta di non sentire e mi facevo vedere il meno possibile.


A Saint-Denis mio fratello aveva un calesse a due posti sul quale partimmo di prima mattina e arrivammo a casa l'indomani. Egli s'incontrò con mio padre prima di me per predisporlo favorevolmente nei miei confronti, e gli fece sapere con quanta docilità mi fossi lasciato portare via, sicché venni accolto meno duramente di quanto non avessi previsto. Mio padre si limitò a farmi qualche generico rimprovero per la colpa commessa assentandomi senza il suo permesso.


Quanto alla mia amica, mi disse che avevo ben meritato quello che mi era successo essendomi fidato di una sconosciuta. Aggiunse che si era fatta un'idea migliore della mia prudenza, ma che tuttavia sperava che quella piccola disavventura mi avrebbe reso più giudizioso. Io presi quelle parole solo nel senso che si accordava con le mie idee.


Ringraziai mio padre perché aveva la bontà di perdonarmi e gli promisi di tenere una condotta più sottomessa e meno disordinata. In fondo al cuore trionfavo, dato che dal modo in cui si mettevano le cose, non dubitavo che sarei riuscito a scappare di casa anche prima che finisse la notte.


Ci mettemmo a tavola per cenare; mi lanciarono qualche frizzo per la mia conquista di Amiens e per la mia fuga con quell'amante fedele.


Incassai senza avermene a male. Ero perfino lieto che mi fosse consentito parlare di ciò che mi occupava di continuo la mente. Ma qualche parola buttata lì da mio padre mi fece tendere l'orecchio con la massima attenzione. Parlò di perfidia e di favore interessato reso dal signor di B... Sentendogli pronunciare quel nome, rimasi perplesso e lo pregai umilmente di spiegarsi meglio. Egli si volse verso mio fratello per chiedergli se non mi avesse raccontato tutta la storia.


Mio fratello gli rispose che durante il viaggio gli ero parso così tranquillo che non aveva creduto necessario quel rimedio per guarirmi dalla mia follia. Osservai che mio padre era in forse se terminare la sua spiegazione. Lo supplicai con tanta insistenza che mi accontentò, o meglio mi assassinò crudelmente col più orribile di tutti i racconti.


Prima di tutto mi domandò se ero sempre stato così ingenuo da credere che la mia amica mi amasse. Gli risposi arditamente di esserne così certo che nulla avrebbe potuto farmene dubitare.


E sullo stesso tono derise in mille modi quella che chiamava la mia dabbenaggine e la mia credulità. Alla fine, visto che io restavo in silenzio, proseguì dicendo che, stando al calcolo che poteva fare del tempo, da quando ero partito da Amiens Manon mi aveva amato per circa dodici giorni, poiché, soggiunse:

"Ah! ah! ah!" esclamò lui ridendo sonoramente, "questa è davvero eccellente. Sei un gran credulone e mi piace che tu nutra di questi sentimenti. E' un gran peccato, mio povero cavaliere, farti entrare nell'Ordine di Malta, dato che hai tanta attitudine a diventare un marito comodo e paziente.


Io so che sei partito da Amiens il 28 del mese scorso; siamo al 29 di questo mese. Sono undici giorni che il signor di B... mi ha scritto.


Suppongo che gliene siano voluti otto per stringere una stretta amicizia con la tua amante; cosicché, se si tolgono diciotto giorni dai trentuno che ci sono tra il 28 di un mese e il 29 del successivo, ne restano dodici: poco più, poco meno".


E a questo punto ricominciarono gli scoppi di risa. Io ascoltavo con il cuore così stretto che temevo di non poter resistere fino alla fine di quella triste commedia.


"Sappi dunque", riprese mio padre, "poiché lo ignori, che il signor di B... ha conquistato il cuore della tua principessa, dato che è chiaro che si fa beffe di me quando pretende di persuadermi che se te l'ha tolta è per zelo disinteressato nei miei confronti. Proprio da un uomo come lui, che tra l'altro non mi conosce, c'è da aspettarsi sentimenti così nobili! Ha saputo da lei che sei mio figlio e, per liberarsi dal fastidio della tua presenza, mi ha informato del luogo dove abitavi, del disordine della tua vita, facendomi capire che ci volevano le maniere forti per impadronirsi di te. Si è offerto di facilitarmi i mezzi per prenderti in trappola e, infatti, è grazie alle sue istruzioni e a quelle della tua amica, che tuo fratello ha trovato il momento per coglierti alla sprovvista. Ora rallegrati della durata del tuo trionfo. Tu sai vincere molto rapidamente, cavaliere, ma non sai conservare le tue conquiste".


Non ebbi la forza di sostenere più a lungo un discorso del quale ogni parola mi trafiggeva il cuore. Mi alzai da tavola e non avevo ancora fatto quattro passi per uscire dalla sala che caddi sul pavimento privo di sensi. Mi rianimarono soccorrendomi prontamente. Aprii gli occhi per versare un fiume di lacrime e la bocca per proferire i più tristi lamenti, e i più commoventi. Mio padre, che mi ha sempre amato teneramente si adoperò con tutto il suo affetto per consolarmi. Io l'ascoltavo, ma non lo sentivo. Mi gettai alle sue ginocchia, lo scongiurai a mani giunte di lasciarmi tornare a Parigi per pugnalare B...


"No", dicevo, "non ha conquistato il cuore di Manon, le ha fatto violenza, l'ha sedotta con un sortilegio o con un veleno, l'ha costretta brutalmente. Manon mi ama, lo so bene! L'avrà minacciata col pugnale in mano per costringerla ad abbandonarmi. Che cosa non avrà fatto per rapirmi un'amante così adorabile! Oh, Dio! Dio! E' mai possibile che Manon mi abbia tradito o che abbia cessato di amarmi?" Poiché dicevo continuamente di voler tornare subito a Parigi e mi alzavo ogni minuto per farlo, mio padre si rese conto che, nello stato d'agitazione in cui mi trovavo, nulla avrebbe potuto trattenermi. Mi condusse in una camera ai piani superiori dove mi lasciò con due domestici affinché mi guardassero a vista. Ero completamente fuori di me. Avrei dato mille vite per essere a Parigi soltanto un quarto d'ora. Capii che, avendo manifestato con tanta chiarezza le mie intenzioni, non mi avrebbero lasciato uscire facilmente dalla camera.


Misurai con gli occhi l'altezza delle finestre. Non vedendo nessuna possibilità di uscire da quella camera, mi rivolsi con fare suadente ai due domestici. Con mille giuramenti mi impegnai a fare un giorno la loro fortuna, se avessero consentito la mia fuga. Insistei, li blandii, li minacciai, ma fu un altro tentativo inutile. Allora persi ogni speranza. Decisi di morire, e mi buttai sul letto col proposito di non lasciarlo finché avessi vita. Passai la notte e l'indomani in quelle condizioni. Rifiutai il cibo che mi portarono il giorno dopo.


Mio padre venne a trovarmi nel pomeriggio e fu tanto buono da lenire il mio dolore con le più dolci consolazioni. Mi ordinò in maniera così risoluta di mangiare qualcosa, che ubbidii per rispetto ai suoi ordini.


Trascorsero alcuni giorni durante i quali non mangiai nulla se non alla sua presenza e per ubbidienza. Egli continuava ad addurmi tutti gli argomenti che potevano riportarmi alla ragione e ispirarmi disprezzo per l'infedele Manon. Certo non la stimavo più; come avrei potuto stimare la più volubile e la più perfida di tutte le creature?

Ma in fondo al mio cuore c'era sempre la sua immagine scolpita, i tratti incantevoli del suo viso. Lo sentivo bene.


"Posso morire", dicevo, "anzi dovrei, dopo tanta vergogna e tanto dolore, ma anche se soffrissi mille morti non potrei dimenticare l'ingrata Manon".


Mio padre si meravigliava nel vedermi sempre così profondamente prostrato. Conosceva i miei principi d'onore e, convinto che il tradimento mi dovesse ispirare disprezzo per Manon, s'immaginò che la mia costanza non nascesse tanto da quella particolare passione, quanto da un'inclinazione più generale per le donne. Questa idea gli si radicò talmente in testa che, ubbidendo soltanto al suo tenero affetto, un giorno venne a parlarmene apertamente.


"Cavaliere", mi disse, "finora avevo avuto l'intenzione di farti portare la Croce di Malta; ma a quel che vedo le tue inclinazioni sono ben diverse. Ti piacciono le belle donne: sono del parere di cercartene una di tuo gusto. E ora naturalmente dimmi cosa ne pensi".


Gli risposi che non facevo più distinzione fra le donne e che, dopo la sventura che mi era capitata, le detestavo tutte allo stesso modo.


"Te ne cercherò una", riprese mio padre sorridendo, "che somiglierà a Manon e che sarà più fedele".


"Ah, se volete essere buono con me", gli dissi, "è lei che dovete ridarmi. Potete essere sicuro, mio caro padre, che non mi ha tradito, non è capace di una tale bassezza. Quel perfido B... ci ha ingannati, voi, lei e me... Se sapeste com'è tenera e sincera, se la conosceste, anche voi l'amereste".


"Siete un bambino", replicò mio padre. "Come potete essere cieco a questo punto, dopo quello che vi ho raccontato di lei? E' stata proprio lei a consegnarvi a vostro fratello. Dovreste dimenticarne perfino il nome, e profittare, se siete ragionevole, della mia indulgenza per voi".


M'accorgevo fin troppo bene che aveva ragione. Era forse un impulso involontario che mi faceva prendere le difese della mia infedele?

"Ahimè!" ripresi dopo un momento di silenzio, "è fin troppo vero che sono la vittima sciagurata della più nera perfidia. Sì!" continuai, versando lacrime di rabbia, "è chiaro che sono soltanto un bambino.


Era proprio facile ingannare il mio candore, ma io so quel che devo fare per vendicarmi".


Mio padre volle sapere quale fosse il mio piano.


"Andrò a Parigi", gli dissi, "appiccherò il fuoco alla casa di B... e lo brucerò vivo con la perfida Manon".


Il mio furore fece ridere mio padre e servì soltanto a farmi sorvegliare più strettamente nella mia prigione. Ci trascorsi sei mesi interi e durante il primo mese le mie disposizioni d'animo non cambiarono molto. Tutti i miei sentimenti erano un perpetuo alternarsi di odio e d'amore, di speranza o di disperazione, a seconda dell'aspetto sotto il quale Manon si presentava alla mia mente. Ora non vedevo in lei che la più amabile di tutte le fanciulle e languivo dal desiderio di rivederla; ora me la rappresentavo come un'amante perfida e vile, e facevo mille giuramenti di cercarla soltanto per punirla.


Mi diedero dei libri che servirono a far ritrovare alla mia anima un po' di tranquillità. Rilessi tutti i miei autori. Allargai le mie conoscenze e mi appassionai allo studio. Vedrete di quale utilità mi fu in seguito. Grazie all'amore che mi illuminava, mi apparvero chiari numerosi passi di Orazio e di Virgilio che prima mi erano sembrati oscuri. Scrissi un commento sul quarto libro dell'Eneide che è destinato a vedere la luce, e mi lusingo che il pubblico ne sarà soddisfatto.


"Ahimè!" dicevo mentre lo componevo, "alla fedele Didone ci sarebbe voluto un cuore come il mio".


Un giorno Tiberge venne a trovarmi nella mia prigione. Mi sorprese lo slancio con cui mi abbracciò. Del suo affetto non avevo ancora avuto prove che avrebbero potuto farmelo considerare diversamente da una semplice amicizia di collegio, come quelle che nascono tra ragazzi più o meno della stessa età. Lo trovai così cambiato e così maturo dopo quei cinque o sei mesi in cui non l'avevo visto, che il suo volto e il tono dei suoi discorsi mi incussero un certo rispetto. Mi parlò da consigliere assennato, più che da compagno di scuola. Deplorò l'errore in cui ero caduto. Si rallegrò della guarigione che credeva a buon punto e mi incitò a trarre profitto da quell'errore di gioventù per aprire gli occhi sulla vanità dei piaceri.


Io lo guardavo con stupore, e lui se ne accorse.


"Mio caro cavaliere", mi disse, "non vi dico niente che non sia assolutamente vero e di cui non mi sia convinto dopo maturo esame. La mia inclinazione al piacere era pari alla vostra, ma il Cielo mi aveva fatto amare pure la virtù. Mi sono servito della ragione per mettere a confronto i frutti dell'uno e dell'altra e non mi ci è voluto tanto per scoprirne le differenze. L'aiuto del Cielo è venuto a sostegno delle mie riflessioni. Ho concepito per il mondo un disprezzo senza eguali. Sapreste indovinare che cosa mi trattiene", aggiunse, "e che cosa mi impedisce di rifugiarmi nella solitudine? Soltanto la tenera amicizia che nutro per voi. Conosco il valore del vostro cuore e della vostra mente: non c'è niente di cui non potreste essere capace. Il veleno del piacere vi ha fatto allontanare dalla retta via. Che perdita per la virtù! La vostra fuga da Amiens mi ha suscitato tanto dolore, che da allora non ho assaporato un solo momento di tranquillità. Giudicatelo voi stesso da ciò che mi ha fatto fare".


Mi raccontò che, dopo essersi accorto che l'avevo ingannato e che ero partito con la mia amante, era salito a cavallo per seguirmi, ma non gli era stato possibile raggiungermi, poiché io avevo quattro o cinque ore di vantaggio su di lui. Ciò nonostante era giunto a Saint-Denis una mezz'ora dopo la mia partenza e, sicuro com'era che mi sarei fermato a Parigi, ci aveva trascorso sei settimane a cercarmi inutilmente; andava ovunque avesse una probabilità di incontrarmi e, infine, un giorno, aveva riconosciuto la mia amante alla Comédie. Era lì, vestita in maniera tanto sfarzosa, che si era immaginato dovesse quella fortuna a un nuovo amante. Aveva seguito la sua carrozza fino a casa dove aveva saputo da un domestico che era mantenuta dalla generosità del signor di B...


"Non mi fermai. Tornai l'indomani per sapere da lei stessa che cosa ne era stato di voi. Quando mi sentì parlare di voi, mi lasciò bruscamente, e così fui costretto a tornare in provincia senza ulteriori chiarimenti. E fu qui che venni a sapere della vostra avventura e della profonda desolazione di cui è stata la causa. Non sono venuto a trovarvi prima di avere la certezza che foste più tranquillo".


"Allora avete visto Manon?" gli risposi sospirando. "Ahimè, siete più felice di me, che sono condannato a non rivederla mai più".


Mi rimproverò per quel sospiro che rivelava la persistenza dei miei sentimenti per lei. Lusingò così abilmente la bontà del mio carattere e le mie inclinazioni, che fin da quella prima visita fece nascere in me un forte desiderio di rinunciare come lui a tutti i piaceri del mondo per abbracciare la carriera ecclesiastica.


L'idea mi piacque talmente che, quando mi ritrovai solo, non mi occupai d'altro. Mi ricordai i discorsi del vescovo d'Amiens, che mi aveva dato lo stesso consiglio, e i lieti presagi formulati per me, se mi fossi deciso a fare quella scelta. A quelle considerazioni si aggiunse il mio sentimento religioso.


"Condurrò una vita semplice e cristiana", dicevo, "mi occuperò dello studio e della religione, che non mi consentiranno di pensare ai pericolosi piaceri dell'amore. Disprezzerò ciò che ammirano i comuni mortali, e, poiché so bene che il mio cuore desidererà soltanto ciò che stima, le mie inquietudini non saranno più numerose dei miei desideri".


Progettai in anticipo un programma di vita tranquilla e solitaria. Ne facevano parte una casa isolata con un boschetto e un ruscello d'acqua pura in fondo al giardino; una biblioteca composta di libri scelti; pochi amici virtuosi e assennati, una tavola decorosa, ma frugale e parca. Ci aggiungevo un rapporto epistolare con un amico che avrebbe abitato a Parigi e m'avrebbe tenuto al corrente delle notizie del mondo, non tanto per soddisfare la mia curiosità quanto per divertirmi del folle agitarsi degli uomini.


"Non sarò forse felice?" aggiungevo. "Tutte le mie aspirazioni non sarebbero soddisfatte?" Certo, questo progetto assecondava perfettamente le mie aspirazioni, ma, alla fine di un piano così pieno di buon senso, sentivo che il mio cuore aspettava ancora qualcosa, e che, per non aver niente da desiderare nella più piacevole solitudine, bisognava starci con Manon.


Intanto Tiberge continuava a venire spesso a trovarmi, sempre per quello scopo che mi aveva suggerito e io colsi l'occasione per parlarne con mio padre. Egli mi dichiarò che era sua intenzione lasciare i suoi figli liberi nella scelta del loro stato e che, comunque avessi voluto disporre di me, egli si riservava solo il diritto di aiutarmi con i suoi consigli. Me ne diede alcuni pieni di buon senso, che non miravamo tanto a farmi desistere dal mio progetto quanto dal farmelo abbracciare con cognizione di causa. Si avvicinava intanto l'inizio del nuovo anno scolastico.


Mi misi d'accordo con Tiberge per entrare insieme al seminario di Saint-Sulpice, lui per terminare gli studi di teologia, io per iniziarli. I suoi meriti ben noti al vescovo della diocesi gli valsero da parte di quel prelato un beneficio considerevole prima della nostra partenza.


Mio padre, che mi credeva completamente guarito della mia passione, non fece nessuna difficoltà a lasciarmi partire. Arrivammo a Parigi.


L'abito ecclesiastico prese il posto della Croce di Malta e il nome di abate des Grieux quello di cavaliere.


Mi dedicai allo studio con tanto zelo che feci progressi straordinari in pochi mesi. Ci passavo una parte della notte e non perdevo un solo minuto della giornata. La mia reputazione si fece tale che tutti già si rallegravano per le cariche che avrei ottenuto di sicuro e, senza averlo sollecitato, il mio nome fu iscritto sul foglio dei benefici.


Non per questo trascuravo le pratiche religiose, anzi le adempivo tutte con fervore. Tiberge era soddisfatto di ciò che considerava opera sua, e parecchie volte l'ho visto piangere, rallegrandosi di quella che chiamava la mia conversione. Che le conversioni umane siano soggette a cambiamento non mi ha mai stupito: una passione le fa nascere, un'altra le può distruggere. Ma quando penso alla santità di quelle che mi avevano condotto a Saint-Sulpice e alla gioia interiore che nel metterle in pratica il Cielo mi faceva provare, sono atterrito dalla facilità con cui ho potuto venirvi meno. Se è vero che la forza dell'aiuto celeste è in ogni momento pari a quella delle passioni, mi si spieghi allora per quale funesto influsso ci si trovi di colpo trascinati lontano dal proprio dovere, senza essere capaci della minima resistenza e senza provare il minimo rimorso. Io mi credevo completamente liberato dalle debolezze dell'amore. Mi pareva che avrei preferito la lettura di una pagina di Sant'Agostino, o un quarto d'ora di meditazione cristiana, a tutti i piaceri dei sensi, ivi compresi quelli che Manon avrebbe potuto offrirmi: e ciò nonostante un attimo sciagurato mi fece ripiombare nel precipizio, e la mia caduta fu tanto più irreparabile in quanto, ritrovandomi di colpo nello stesso abisso da cui ero uscito, i nuovi disordini in cui caddi mi trascinarono ben più in basso.


Avevo trascorso circa un anno a Parigi senza chiedere notizie di Manon. All'inizio, vincere me stesso mi era costato molto, ma i consigli sempre presenti di Tiberge e le sue stesse riflessioni mi avevano aiutato a conseguire quella vittoria. Gli ultimi mesi erano trascorsi così tranquillamente che credevo d'essere sul punto di dimenticare per sempre quell'incantevole e perfida creatura. Giunse il tempo in cui, dovendo sostenere una prova pubblica nella scuola di teologia, feci pregare diverse persone ragguardevoli perché mi onorassero della loro presenza. Il mio nome si diffuse così in tutti i quartieri di Parigi. Arrivò fino all'orecchio della mia infedele.


Essa, sentendolo preceduto dal titolo di abate, non lo riconobbe con certezza, ma un residuo di curiosità, oppure qualche pentimento per avermi tradito (non sono mai riuscito a individuare quale dei due sentimenti) suscitò il suo interesse. Venne alla Sorbona con alcune altre dame, assistette alla mia prova, e certo non le fu difficile riconoscermi.


Io non ebbi il minimo sentore di quella visita. E' noto che ci sono in questi luoghi dei salottini particolari per le signore, dove stanno nascoste dietro una grata. Tornai a Saint-Sulpice, coperto di gloria e carico di lodi. Erano le sei di sera. Poco dopo il mio ritorno, vennero ad avvertirmi che una signora chiedeva di vedermi. Andai immediatamente in parlatorio. Mio Dio! Che apparizione sorprendente!

Ci trovai Manon. Era lei, ma più brillante e affascinante di quanto non l'avessi mai vista. Aveva allora diciotto anni. Le sue grazie superavano tutto quello che si può descrivere. Aveva un aspetto così fine, così dolce, così attraente! L'aspetto stesso dell'amore. Tutta la sua figura mi parve un incanto.


Nel vederla rimasi interdetto e, non potendo indovinare quale fosse lo scopo della sua visita, aspettavo tremante, con gli occhi bassi, che si spiegasse. Per un po' il suo imbarazzo fu uguale al mio. Ma, vedendo che continuavo a tacere, si mise la mano davanti agli occhi per nascondere qualche lacrima. Con voce timida mi disse che capiva di aver meritato il mio odio con la sua infedeltà, ma che, se avevo davvero provato amore per lei, c'era stata da parte mia molta insensibilità nel lasciare passare due anni senza mai preoccuparmi della sua sorte e che ne dimostravo ancora, continuando a tacere mentre lei mi stava di fronte in quello stato. E' impossibile descrivere il subbuglio del mio animo nel sentirla parlare.


Si sedette. Io restai in piedi, girato a metà, senza osare guardarla direttamente. Più volte cominciai a risponderle, ma non ebbi la forza di continuare. Alla fine feci uno sforzo per esclamare dolorosamente:

"Perfida Manon! ah! perfida! perfida!" Piangendo calde lacrime, mi ripeté che non pretendeva di giustificare la sua perfidia.


"Che pretendete allora?" esclamai ancora.


"Pretendo di morire", rispose, "se non mi ridate il vostro cuore, senza il quale vivere mi è impossibile".


"Chiedimi allora la vita, infedele!" ripresi versando a mia volta lacrime che mi sforzavo invano di trattenere. "Chiedimi la vita che è l'unica cosa che mi resta da sacrificarti, giacché il mio cuore non ha mai cessato di appartenerti".


Avevo appena finito queste ultime parole, che lei si alzò impetuosamente per venire ad abbracciarmi. Mi colmò di mille carezze appassionate. Mi chiamò con tutti i nomi che inventa l'amore per esprimere la più viva tenerezza. Io rispondevo come intorpidito. Quale cambiamento, davvero, dal tranquillo stato d'animo di un momento prima ai tumultuosi sentimenti che sentivo nascere! Ne ero spaventato.


Rabbrividivo come accade quando ci si trova di notte in una campagna deserta: si ha l'impressione di essere trasportati in un nuovo ordine di cose. Si è colti da un orrore segreto, dal quale ci si riprende dopo avere a lungo scrutato i dintorni.


Ci sedemmo l'uno vicino all'altra. Presi le sue mani fra le mie.


"Ah, Manon!" le dissi guardandola con occhi tristi, "non m'aspettavo il nero tradimento col quale avete ripagato il mio amore. Era ben facile per voi ingannare un cuore del quale eravate la sovrana assoluta e che riponeva la sua felicità nel piacervi e nell'ubbidirvi.


Ditemi ora se ne avete trovato un altro tenero e sottomesso come il mio. No, no, la natura non ne ha creato un altro della stessa tempra.


Ditemi almeno se qualche volta l'avete rimpianto. Che assegnamento posso fare io su questo ritorno di bontà che oggi vi riconduce a me per consolarlo? Vedo fin troppo bene che siete più incantevole che mai, ma, in nome di tutte le pene che ho sofferto per voi, mia bella Manon, ditemi se sarete più fedele".


Mi rispose cose tanto commoventi sul suo pentimento e s'impegnò a essermi fedele con tante promesse e tanti giuramenti, che è impossibile dire come mi intenerì.


"Cara Manon!" le dissi con un miscuglio profano di espressioni amorose e teologiche. "Tu sei troppo adorabile per una creatura e il mio cuore è rapito da un'ebbrezza vittoriosa. Tutto quello che si dice della libertà a Saint-Sulpice è una chimera. Per te perderò la mia fortuna, la mia reputazione, lo prevedo. Leggo il mio destino nei tuoi begli occhi, ma di quali perdite non sarei consolato dal tuo amore? I favori della fortuna mi lasciano indifferente, la gloria mi sembra fumo, tutti i miei progetti di vita ecclesiastica erano folli fantasie, ogni bene diverso da quello che spero con te è un bene spregevole, poiché non resisterebbe neppure un momento nel mio cuore davanti a uno solo dei tuoi sguardi". Promettendole un perdono generale delle sue colpe, volli peraltro sapere in che modo si era lasciata sedurre da B... Mi raccontò che nel vederla alla finestra si era innamorato di lei, che le aveva fatto una dichiarazione da appaltatore generale, dicendole in una lettera che il pagamento sarebbe stato proporzionale ai favori ricevuti. Dapprima lei aveva capitolato senz'altro scopo che quello di estorcergli una somma ragguardevole che potesse servire a farci vivere comodamente, ma poi l'aveva abbagliata con promesse così munifiche che a poco a poco si era lasciata vincere. Io però dovevo giudicare i suoi rimorsi dal dolore di cui mi aveva lasciato scorgere i segni la sera della nostra separazione. Nonostante il lusso nel quale l'aveva fatta vivere, non era mai stata felice con lui, non solo perché non trovava in lui - mi disse - la delicatezza dei miei sentimenti e il garbo dei miei modi, ma perché anche in mezzo ai piaceri che lui continuamente le procurava, essa portava in fondo al cuore il ricordo del mio amore e il rimorso della sua infedeltà.


Mi parlò di Tiberge e della grande vergogna che le aveva procurato la sua visita.


"Una pugnalata al cuore", aggiunse, "mi avrebbe rimescolato di meno il sangue. Gli voltai le spalle non potendo sopportare la sua presenza".


Continuò a raccontarmi come aveva saputo del mio soggiorno a Parigi, del cambiamento del mio stato, delle mie prove alla Sorbona. Mi assicurò che durante la discussione era stata terribilmente agitata, che aveva fatto fatica non solo a trattenere le lacrime, ma pure i gemiti e le grida che più di una volta erano stati sul punto di erompere. Infine mi disse che era uscita per ultima per nascondere il suo turbamento e che, seguendo solo lo slancio del cuore e il suo desiderio impetuoso, era venuta direttamente al Seminario con l'intenzione di morirci, se non m'avesse trovato disposto a perdonarla.


Dove trovare un barbaro che un pentimento così vivo e fremente non avrebbe commosso! Quanto a me confesso che per Manon avrei sacrificato tutti i vescovadi della Cristianità. Le chiesi come pensava di sistemare i nostri affari. Mi disse che bisognava uscire immediatamente dal Seminario e rimandare ogni decisione a quando fossimo in luogo più sicuro. Accettai tutte le sue volontà senza replicare. Essa salì nella sua carrozza per andare ad aspettarmi all'angolo della strada. Io sgattaiolai via un minuto dopo senza che il portinaio mi vedesse. Salii con lei in carrozza. Passammo dal rigattiere dove ripresi galloni e spada. Manon provvide alle spese, perché io ero senza un soldo e, nel timore che trovassi qualche ostacolo nell'uscire da Saint-Sulpice, non aveva voluto che tornassi neppure per un minuto in camera mia a prendere il denaro. D'altronde il mio peculio era molto modesto mentre, grazie alla liberalità di B..., lei era abbastanza ricca da poter disprezzare simili piccolezze.


Mentre eravamo ancora dal rigattiere, discutemmo sulla scelta da farsi. Per far ancor più valere ai miei occhi il fatto che mi sacrificava B..., decise di rompere definitivamente ogni rapporto con lui.


"Voglio lasciargli i mobili", mi disse, "sono suoi, ma porterò via, com'è giusto, i gioielli e circa sessantamila franchi che in due anni sono riuscita a ottenere da lui. Non gli ho concesso nessun diritto su di me", aggiunse, "perciò possiamo restare senza paura a Parigi e prendere una casa comoda dove vivremo felici insieme".


Le feci presente che se non c'era pericolo per lei, ce n'era molto per me, che prima o poi sarei stato certamente riconosciuto e continuamente esposto all'infelicità che già m'era toccata. Manon mi fece capire che le sarebbe dispiaciuto lasciare Parigi. Avevo una tale paura di addolorarla che ero pronto a sfidare qualunque rischio pur di compiacerla. Trovammo tuttavia un ragionevole accomodamento affittando una casa in un qualche villaggio nei dintorni di Parigi, da dove ci sarebbe stato facile andare in città, quando il piacere o il bisogno l'avessero richiesto. Scegliemmo Chaillot che non è lontano. Manon andò subito a casa, mentre io andai ad aspettarla alla porta secondaria del giardino delle Tuileries.


Tornò un'ora dopo in una carrozza da nolo con una ragazza che era al suo servizio e alcuni bauli che contenevano i suoi abiti e tutto ciò che possedeva di prezioso.


Non ci volle molto per arrivare a Chaillot. La prima notte prendemmo alloggio in una locanda, in modo da avere il tempo di cercare una casa o per lo meno un appartamento comodo. Subito, il giorno dopo, ne trovammo uno di nostro gradimento.


La mia felicità mi sembrò allora assicurata in modo irrevocabile.


Manon era la dolcezza, la compiacenza in persona. Aveva per me attenzioni tanto delicate che mi credetti largamente ripagato di tutti i dolori sofferti. Con quel po' d'esperienza che ci eravamo fatti, ragionammo sulla solidità del nostro patrimonio. I sessantamila franchi, che costituivano il grosso delle nostre ricchezze, non erano una somma che potesse durare per l'intero corso di una lunga vita.


D'altronde non eravamo disposti a ridurre troppo le nostre spese. La parsimonia non era la principale virtù di Manon e neppure la mia. Le proposi perciò questo piano:

"Con sessantamila franchi", le dissi, "ci possiamo mantenere per dieci anni. Se continuiamo a vivere a Chaillot, mille scudi all'anno ci basteranno per condurre una vita decorosa, ma semplice. Avremo delle spese solo per mantenere una carrozza e per gli spettacoli e i divertimenti di Parigi. Sapremo regolarci. A voi piace l'opera; ci andremo due volte alla settimana. Quanto al gioco ci limiteremo in modo che le nostre perdite non superino mai le due doppie. E' impossibile che in dieci anni non succeda niente di nuovo, mio padre è anziano, può morire. Erediterò qualcosa e non avremo più niente da temere".


Quel programma non sarebbe stato più folle di tutti quelli escogitati in vita mia, se fossimo stati abbastanza giudiziosi da attenerci a esso con costanza. Ma le nostre buone risoluzioni non durarono più di un mese. La passione di Manon era il divertimento; la mia, era lei. A ogni istante spuntavano nuove occasioni per spendere e, invece di rammaricarmi per le somme profuse, fui il primo a procurarle tutto quello che pensavo le facesse piacere. Anche la casa di Chaillot cominciava a pesarle. L'inverno si avvicinava, tutti tornavano in città, la campagna si faceva deserta. Mi propose di riprendere una casa a Parigi; io non acconsentii, ma per accontentarla almeno in parte, le dissi che potevamo affittare un appartamento ammobiliato per passarci la notte quando ci fosse capitato di lasciare troppo tardi la compagnia con la quale ci riunivamo più volte alla settimana. Infatti il pretesto che adduceva per abbandonare Chaillot era la scomodità di dover tornare a casa tardi. E così ci ritrovammo con due alloggi, uno in città e l'altro in campagna. Il cambiamento dissestò le nostre finanze, dando origine a due incidenti che provocarono la nostra rovina.


Manon aveva un fratello che era guardia del corpo. Disgraziatamente abitava a Parigi nella nostra stessa strada. Riconobbe la sorella vedendola alla finestra. Immediatamente accorse da noi. Era un uomo brutale e senza princìpi d'onore. Entrò nella nostra camera bestemmiando orribilmente e poiché conosceva in parte le avventure della sorella, la subissò di ingiurie e di rimproveri. Io ero uscito un momento prima, il che fu certamente una fortuna per lui o per me, che non ero per nulla disposto a tollerare un affronto. Tornai a casa dopo che se n'era già andato. Dalla tristezza di Manon dedussi che era accaduto qualcosa di insolito. Mi raccontò la scenata subita e le minacce brutali del fratello. Fu tale la mia collera che sarei corso immediatamente a vendicarla, se le sue lacrime non mi avessero trattenuto.


Mentre parlavamo di questo incidente, la guardia del corpo rientrò nella camera dove eravamo, senza farsi annunciare. Non l'avrei accolto tanto garbatamente se l'avessi conosciuto; ma dopo averci salutato con aria sorridente, ebbe il tempo di dire a Manon che veniva a chiederle scusa per il suo accesso di collera. Aveva creduto che conducesse una vita sregolata e questa idea aveva scatenato la sua ira. Ma poi s'era informato su chi fossi da uno dei nostri domestici e aveva saputo sul mio conto cose tanto lusinghiere che desiderava vivere in buoni rapporti con noi.


Anche se era abbastanza strano e disdicevole che avesse chiesto simili informazioni a un mio servitore, accolsi con cortesia il suo complimento pensando di far piacere a Manon che sembrava contenta di vederlo disposto alla riconciliazione. Lo invitammo a cena. In poco tempo familiarizzò con noi a tal punto che avendoci sentito parlare del nostro ritorno a Chaillot, ci volle assolutamente tenere compagnia. Dovemmo fargli posto nella nostra carrozza.


Fu una vera presa di possesso, perché si abituò a vederci con tanto piacere, che ben presto la nostra casa fu la sua e si può dire che diventò padrone di tutto quello che ci apparteneva. Mi chiamava suo fratello e, col pretesto della confidenza fraterna, cominciò a invitare tutti i suoi amici nella casa di Chaillot, facendoli mangiare a nostre spese. Sempre a nostre spese, si fece fare vestiti magnifici e ci costrinse a pagare tutti i suoi debiti. Io chiusi gli occhi su questa tirannia per non dispiacere a Manon. Feci perfino finta di non accorgermi che ogni tanto le estorceva somme ragguardevoli. E' vero che era un gran giocatore e che aveva l'onestà di restituirgliene una parte quando la fortuna lo favoriva, ma il nostro patrimonio era troppo modesto per sopperire a lungo a spese così smodate. Stavo per provocare una spiegazione con lui per liberarmi da quella seccatura, quando un funesto avvenimento me ne risparmiò il fastidio per procurarcene un altro che ci rovinò irreparabilmente.


Un giorno eravamo rimasti a dormire a Parigi, come ci capitava molto spesso. La mattina, la domestica, che in questi casi rimaneva a Chaillot, venne ad avvertirmi che durante la notte la casa aveva preso fuoco e che era stato molto difficile spegnerlo. Le chiesi se i nostri mobili erano stati danneggiati e mi rispose che non aveva potuto assicurarsene per la gran confusione creata dalla folla di gente accorsa in aiuto.


Tremai per i nostri soldi che erano rinchiusi in una cassetta. Corsi a Chaillot: vana premura, la cassetta era già scomparsa. Mi resi conto allora che si può amare il denaro senza essere avari. Quella perdita mi addolorò a tal punto che credetti di perdere la ragione. Di colpo capii a quali altre disgrazie ero esposto.


L'indigenza era il male minore. Conoscevo Manon; per esperienza sapevo fin troppo bene che se mi era fedele e affezionata nella buona sorte, non bisognava contare su di lei nella miseria. Amava troppo l'abbondanza e i piaceri per sacrificarmeli.


"La perderò!" esclamai. "Infelice cavaliere! perderai ancora tutto ciò che ami".


Questo pensiero mi sconvolse talmente che per qualche istante fui in dubbio se non fosse meglio porre fine ai miei mali con la morte. Ciò nonostante mi rimase abbastanza presenza di spirito da considerare prima se non mi restasse una via d'uscita. Il Cielo mi ispirò un'idea che placò la mia disperazione.


Pensai che non sarebbe stato impossibile nascondere la nostra perdita a Manon e che, ingegnandomi, o aiutato dalla fortuna, avrei potuto mantenerla con decoro senza farle sentire le privazioni.


"Ho fatto il conto", dicevo per consolarmi, "che i nostri sessantamila scudi ci sarebbero bastati per dieci anni; supponiamo che i dieci anni siano passati e che nella mia famiglia non sia sopravvenuto nessuno dei cambiamenti sperati. Quale soluzione adotterei? Non lo so esattamente, ma chi mi impedisce di fare oggi quello che farei domani?

Quante persone vivono a Parigi, che non hanno né la mia intelligenza, né le mie doti naturali, e tuttavia devono il sostentamento alle loro capacità, grandi o piccole che siano? La Provvidenza", aggiungevo riflettendo sulle diverse condizioni della vita, "non ha disposto le cose con grande saggezza? La maggior parte dei grandi e dei ricchi sono degli imbecilli: questo è chiaro per chi conosca un po' il mondo.


Nella qual cosa c'è una giustizia ammirevole. Se avessero insieme intelligenza e ricchezza, sarebbero troppo fortunati, e il resto degli uomini troppo miserabili. Le qualità del corpo e dell'anima sono accordate a questi ultimi, come mezzi per tirarsi fuori dalla miseria e dalla povertà. C'è chi partecipa della ricchezza dei grandi e li imbroglia servendo i loro piaceri: altri si mettono al servizio della loro istruzione cercando di farne persone colte e civili. A onor del vero è raro che ci riescano, ma non è questo lo scopo della saggezza divina: essi ricavano anche in questo caso un utile dalle loro cure, vivendo alle spalle di quelli che educano; e, comunque la si voglia considerare, la stupidità dei ricchi e dei potenti è un'ottima fonte di guadagno per la gente modesta".


Tali pensieri mi tranquillizzarono un po' il cuore e la mente. Decisi di andare in primo luogo a consultare il signor Lescaut, fratello di Manon. Egli conosceva perfettamente Parigi e non mi erano mancate le occasioni per capire che le sue entrate più sicure non gli venivano né dal suo patrimonio, né dalla paga del re. Mi restavano appena venti doppie che per caso m'ero ritrovato in tasca. Gli feci vedere la mia borsa, spiegandogli la mia disgrazia e i miei timori, e gli domandai se per me non ci fosse un'alternativa tra il morire di fame e lo spaccarmi la testa dalla disperazione. Mi rispose che spaccarsi la testa era il rimedio degli sciocchi. Quanto a morire di fame, c'era tanta gente intelligente che si riduceva a quel partito, quando non voleva ricorrere alle proprie capacità. Spettava a me decidere di che cosa fossi capace; lui mi assicurava aiuto e consigli in ogni mia iniziativa.


"Tutto questo è molto vago, signor Lescaut", gli dissi, "le mie necessità richiederebbero un aiuto più immediato. Che cosa volete che dica a Manon?".


"A proposito di Manon", riprese, "di che cosa vi preoccupate? Non c'è sempre modo con lei di metter fine alle vostre preoccupazioni quando lo desiderate? Una ragazza come lei ci dovrebbe mantenere tutti: voi, se stessa e me".


Non mi diede il modo di rispondergli come quell'impertinenza meritava, continuando a dirmi che mi assicurava prima di sera mille scudi da dividere fra noi, se avessi seguito il suo consiglio. Lui conosceva un signore così liberale in materia di piaceri, che certamente avrebbe speso senza esitare mille scudi per passare una notte con una fanciulla come Manon. Lo interruppi.


"Avevo un'opinione migliore di voi", risposi, "mi ero immaginato che l'amicizia che mi avete accordato fosse dettata da un sentimento per vostra sorella ben diverso da quello che manifestate ora".


Mi confessò con impudenza che non aveva mai pensato diversamente e che non si sarebbe riconciliato con sua sorella, la quale aveva violato una volta per tutte le leggi dell'onore, sia pure per l'uomo da lui più stimato, se non nella speranza di trarre profitto dalla sua condotta scostumata.


Fu facile capire che fino a quel momento eravamo stati il suo zimbello. Malgrado il turbamento che quelle parole avevano suscitato in me, per il bisogno che avevo del suo aiuto, fui costretto a rispondere ridendo che sarei ricorso al suo consiglio solo in ultima istanza e lo pregai di suggerirmi qualche altra soluzione. Mi propose di approfittare della mia giovinezza, dell'aspetto attraente che la natura mi aveva concesso, per stringere relazione con qualche signora vecchia e generosa. Non trovai di mio gradimento neppure quel progetto che mi avrebbe reso infedele a Manon. Gli parlai del gioco come del mezzo più facile e che meglio conveniva alla mia situazione. Mi disse che il gioco, per la verità, poteva essere una soluzione, ma che bisognava precisare: cominciare a giocare semplicemente, con le normali probabilità di vincere, era il vero modo per rovinarmi completamente; pretendere di far ricorso da solo, senza alcun sostegno, ai mezzi usati da un uomo abile per correggere la fortuna, era un mestiere troppo pericoloso; c'era una terza via, quella dell'associazione, ma temeva che per la mia giovinezza i soci mi giudicassero privo delle qualità necessarie per far parte della loro lega. Mi promise peraltro di intervenire a mio favore e, cosa che non mi sarei aspettata da lui, si offrì di darmi un po' di denaro nel caso in cui ne avessi avuto bisogno. La sola grazia che gli chiesi per il momento fu di non dire niente a Manon della perdita che avevo subito e dell'argomento della nostra conversazione.


Uscii di casa sua ancor meno soddisfatto di quando vi ero entrato. Mi pentii persino di avergli confidato il mio segreto. Avrei ottenuto lo stesso aiuto anche senza aprirmi con lui e il mio terrore era che venisse meno alla promessa di non rivelare nulla a Manon. Con i sentimenti che aveva manifestato, c'era anche motivo di temere che progettasse di trarre profitto da lei portandomela via, o quanto meno consigliandola di lasciarmi per legarsi a un amante più ricco e più fortunato. Mi abbandonai a mille riflessioni il cui solo risultato fu quello di tormentarmi e di rinnovare la disperazione del mattino. Mi venne più volte l'idea di scrivere a mio padre fingendo un'altra conversione per ottenere da lui un po' di denaro, ma subito mi ricordai che, nonostante la sua bontà, per la mia prima colpa mi aveva tenuto rinchiuso sei mesi in una stretta prigione; ero sicuro che dopo uno scandalo come quello che doveva aver sollevato la mia fuga da Saint-Sulpice, mi avrebbe trattato anche più severamente. Alla fine, da quel groviglio di idee, ne spuntò una che di colpo mi rimise l'animo in pace e che mi stupii di non aver avuto prima. Ricorrere al mio amico Tiberge! In lui ero sicuro di ritrovare sempre la stessa premura e la stessa amicizia. Niente è più bello, né fa più onore alla virtù, della fiducia con la quale ci si rivolge alle persone la cui probità ci è ben nota. Si sa che non si corrono rischi. Anche se non sono sempre in grado di aiutarci, si è certi che ne avremo almeno bontà e compassione. Il cuore che si chiude con tanta cura agli altri uomini, alla loro presenza si apre con naturalezza come un fiore sboccia alla luce del sole, da cui non si aspetta che un dolce e benefico raggio.


Mi sembrò che essermi ricordato così a proposito di Tiberge fosse un effetto della protezione del Cielo, e decisi di fare in modo di incontrarlo prima di sera. Tornai immediatamente a casa per scrivergli due righe e fissargli un luogo adatto al nostro incontro. Allo stato attuale delle cose gli dissi che il favore più grande che mi poteva fare era di mantenere il silenzio e la discrezione. La gioia e la speranza di vederlo cancellarono le tracce dell'affanno che Manon avrebbe sicuramente scorto sul mio viso. Le parlai dell'incidente di Chaillot come di una sciocchezza che non doveva allarmarla e, poiché Parigi era il posto al mondo in cui preferiva stare, non le dispiacque sentirmi dire che era opportuno restarci fin quando a Chaillot non fossero stati riparati i leggeri danni dell'incendio. Un'ora dopo ricevetti la risposta di Tiberge che mi prometteva di venire all'appuntamento. Vi corsi impaziente. Mi vergognavo un po' di comparire davanti a un amico, la cui sola presenza avrebbe costituito un rimprovero per le mie sregolatezze, ma mi diedero coraggio la consapevolezza della sua bontà e il pensiero di Manon.


L'avevo pregato di trovarsi nel giardino del Palais-Royal. Era arrivato prima di me e appena mi vide venne ad abbracciarmi. Mi tenne stretto a lungo fra le braccia e mi sentii il viso bagnato dalle sue lacrime. Gli dissi che ero molto confuso nel presentarmi a lui, e come fossi cosciente della mia viva ingratitudine. In primo luogo lo scongiuravo di dirmi se mi era ancora concesso di considerarlo un amico, dopo aver così giustamente meritato di perdere la sua stima e il suo affetto. Con spontaneo calore mi disse che per nulla al mondo avrebbe rinunciato al titolo d'amico; le mie stesse disgrazie e, se glielo lasciavo dire, i miei errori e le mie sregolatezze, avevano raddoppiato la sua tenerezza per me. Ma il suo affetto non era dissociato da quel vivissimo dolore che si prova per una persona cara quando è sull'orlo della rovina e non la si può aiutare.


Ci sedemmo su una panchina.


"Ahimè", gli dissi con un sospiro che nasceva dal profondo del cuore, "la vostra compassione, mio caro Tiberge, dev'essere immensa, se mi assicurate che è uguale alle mie pene. Mi vergogno a lasciarvele vedere, perché confesso che non posso vantarmi della causa; ma l'effetto è tanto triste che non c'è bisogno di volermi bene come voi per esserne commossi".


Mi chiese in segno d'amicizia di raccontargli senza reticenze quel che mi era successo dopo che me n'ero andato da Saint-Sulpice. Lo accontentai e, invece d'alterare in qualche parte la verità, o diminuire le mie colpe per renderle più scusabili, gli parlai della mia passione con tutta la forza che m'ispirava. Gliela descrissi come uno di quei colpi particolari del destino che si accanisce a rovinare un disgraziato e contro cui la virtù non può difendersi proprio come la saggezza non è stata capace di prevederli.


Gli dipinsi vivacemente le mie inquietudini, i miei timori, la disperazione in cui mi dibattevo due ore prima di vederlo e quella in cui sarei ricaduto se i miei amici mi avessero abbandonato così spietatamente come mi aveva abbandonato la fortuna: insomma, tanto commossi il buon Tiberge che la sua compassione non fu meno forte delle mie pene.


Non si stancava di abbracciarmi e di esortarmi ad aver coraggio e consolarmi; ma poiché continuava a pensare che mi dovessi separare da Manon, gli feci intendere chiaramente che per me la più grande delle disgrazie era proprio quella separazione e che ero disposto a sopportare non soltanto la miseria più nera, ma pure la morte più terribile, prima di accettare un rimedio più insopportabile di tutti i miei mali insieme.


"Allora spiegatemi", mi disse, "che genere d'aiuto posso darvi se recalcitrate davanti a tutte le mie proposte?" Non osavo dirgli che era del suo denaro che avevo bisogno. Ciò nonostante alla fine capì e rimase per un momento incerto con l'aria di chi esiti.


"Non crediate", riprese subito, "che io stia qui a esitare perché la mia amicizia e la mia sollecitudine per voi si sono raffreddate, ma a quale alternativa mi costringete se devo rifiutarvi il solo aiuto che volete accettare oppure venir meno ai miei doveri accordandovelo? Non significa condividere i vostri disordini, se vi aiuto a perseverarci?

Tuttavia", proseguì dopo una breve riflessione, "suppongo che lo stato terribile, in cui vi getta la miseria, non vi lasci sufficiente libertà per scegliere la soluzione migliore; ci vuole tranquillità d'animo per apprezzare la saggezza e la verità. Troverò il modo di farvi avere un po' di denaro. Ma permettetemi, mio caro cavaliere", aggiunse mentre mi abbracciava, "di mettervi una sola condizione:

ditemi dove abitate e accettate almeno che tenti di ricondurvi alla virtù. So che la amate e che da lei vi tiene lontano solo la violenza della vostra passione".


Gli accordai sinceramente tutto ciò che desiderava e lo pregai di compiangere la perfida sorte che non mi faceva profittare dei consigli di un amico tanto virtuoso.


Mi condusse immediatamente da un banchiere di sua conoscenza, che mi anticipò sulla sua firma cento doppie in denaro contante. Ho già detto che non era ricco. Il suo beneficio era di mille franchi, ma, poiché quello era il primo anno che ne disponeva, non aveva ancora potuto riscuoterne nemmeno una parte: mi faceva perciò un anticipo sulle sue rendite future.


Misurai appieno la sua generosità. Ne fui commosso al punto di deplorare l'accecamento di un amore fatale che mi faceva violare ogni dovere. Per qualche momento, la virtù ebbe tanta forza da insorgere nel mio cuore contro la mia passione e, almeno in quell'istante di luce, intravidi la vergogna e l'indegnità delle mie catene. Ma la lotta fu lieve e durò poco. La vista di Manon mi avrebbe fatto precipitare dal cielo e, ritrovandomi accanto a lei, mi stupii d'aver potuto per un istante considerare vergognoso un sentimento così giustificato per un oggetto tanto incantevole.


Manon era una creatura dal carattere non comune. Mai fanciulla fu meno attaccata di lei al denaro e ciò nonostante non poteva stare un momento in pace nel timore che le venisse a mancare. Aveva bisogno di piaceri e di svaghi. Non avrebbe mai voluto toccare un soldo, se ci si fosse potuti divertire senza spendere. Non chiedeva nemmeno a quanto ammontassero le nostre sostanze, purché potesse passare piacevolmente le giornate. Non era né troppo dedita al gioco, né portata ad amare le spese sontuose, di modo che accontentarla era facile, se ogni giorno si inventavano svaghi di suo gradimento; ma il divertimento le era talmente necessario, che, quando le mancava, non si poteva fare nessun assegnamento sul suo umore e sulle sue disposizioni d'animo. Sebbene mi amasse teneramente e ammettesse volentieri che ero il solo a farle apprezzare fino in fondo le dolcezze dell'amore, ero quasi certo che il suo amore non avrebbe resistito a certi timori. Mediocremente ricco, mi avrebbe preferito a tutta la terra, ma non mettevo in dubbio che mi avrebbe abbandonato per qualche nuovo B..., quando non mi fosse rimasto da offrirle altro che la mia costanza e la mia fedeltà.


Decisi quindi di limitare le mie spese personali tanto da esser sempre in grado di provvedere alle sue, e di privarmi di mille cose necessarie piuttosto che ridurle sia pure il superfluo. La carrozza mi spaventava più di tutto il resto, perché non vedevo come avrei potuto mantenere cavalli e cocchiere. Confidai la mia preoccupazione al signor Lescaut. Non gli avevo nascosto di aver avuto cento doppie da un amico. Mi ripeté che se volevo tentare la fortuna al gioco, non disperava di farmi ammettere dietro sua raccomandazione in quella Lega di Cavalieri d'Industria, sacrificando di buona grazia un centinaio di franchi per rabbonire i soci.


Per quanto mi ripugnasse barare, mi lasciai trascinare dalla necessità.


Il signor Lescaut mi presentò quella sera stessa come un suo parente; disse che tanto più ero disposto a riuscire in quanto avevo bisogno dei più grandi favori della fortuna. Peraltro, per far sapere che la mia miseria non era quella di un uomo di bassa condizione, disse che avevo intenzione di offrir loro la cena. L'invito fu accettato e la cena che offrii fu sontuosa. Si intrattennero a lungo sul mio aspetto gradevole e sulle mie buone disposizioni. Assicurarono che da me si poteva sperare molto perché, grazie alla mia faccia di galantuomo, nessuno avrebbe sospettato i miei imbrogli. Alla fine ringraziarono il signor Lescaut d'aver procurato all'Ordine un novizio con i miei meriti e incaricarono uno dei cavalieri di darmi per qualche giorno le istruzioni necessarie. Il principale teatro delle mie imprese doveva essere l'Hôtel de Transylvanie, dove c'era un tavolo di faraone in una sala e diversi altri giochi di carte e di dadi nella galleria. Quella casa da gioco era a profitto del Principe di R... che a quel tempo risiedeva a Clagny, e la maggior parte dei suoi ufficiali faceva parte del nostro gruppo. Dovrò dirlo per la mia vergogna? In poco tempo, trassi gran profitto dalle lezioni del mio maestro. Diventai soprattutto abilissimo nel cambiare le carte, nel togliere dal gioco quelle che non mi servivano e, grazie anche ai miei lunghi polsini, baravo con sufficiente disinvoltura da ingannare i più esperti e rovinare senza dare troppo nell'occhio molti onesti giocatori.


Per questa straordinaria destrezza, la mia fortuna progredì così in fretta che in poche settimane mi ritrovai somme considerevoli, oltre a quelle che spartivo lealmente con i miei soci. Allora non ebbi più paura di raccontare a Manon la nostra perdita di Chaillot e, per consolarla della triste notizia che le davo, affittai una casa ammobiliata dove andammo ad abitare sotto il segno dell'opulenza e della tranquillità.


Durante quel periodo, Tiberge aveva continuato a farmi spesso visita.


Le sue prediche non finivano mai. Ricominciava senza posa a farmi presenti i torti che facevo alla mia coscienza, al mio onore e al mio avvenire. Io accoglievo amichevolmente i suoi consigli e, anche se non ero affatto disposto a seguirli, gli ero grato del suo zelo, perché sapevo cosa lo ispirava. A volte lo canzonavo gentilmente anche davanti a Manon e lo esortavo a non avere più scrupoli della maggior parte dei vescovi e degli altri preti che sanno conciliare benissimo un'amante con un beneficio.


"Guardate", gli dicevo mostrandogli gli occhi della mia amica, "e ditemi se ci sono errori che una causa così bella non giustifichi".


Egli prendeva pazienza e la mantenne anche piuttosto a lungo. Ma quando vide che le mie ricchezze crescevano e che, non solo gli avevo restituito le sue cento doppie, ma che, dopo aver affittato una nuova casa e migliorato il mio tenore di vita, mi immergevo sempre più nei piaceri, mutò completamente atteggiamento. Deplorò la mia pervicacia, mi minacciò dei castighi celesti e mi predisse una parte delle disgrazie che accaddero puntualmente poco tempo dopo.


"E' impossibile", mi disse, "che le ricchezze con le quali alimentate i vostri disordini vi siano venute da onesti guadagni. Ve le siete procacciate ingiustamente, e allo stesso modo vi saranno tolte. La più tremenda punizione di Dio sarebbe quella di farvele godere tranquillamente. Tutti i miei consigli", aggiunse, "sono stati inutili, ed è fin troppo evidente che fra poco vi risulteranno fastidiosi. Addio, amico debole e ingrato. Possano i vostri criminali piaceri svanire come un'ombra! Possano la vostra fortuna e il vostro denaro dissiparsi senza scampo, e possiate rimanere solo e nudo per toccare con mano la vanità dei beni che vi hanno inebriato! Allora mi ritroverete disposto ad amarvi e a servirvi, ma oggi io spezzo ogni legame con voi e detesto la vita che conducete".


Fu in camera mia, davanti a Manon, che mi fece questa predica apostolica. Si alzò per andarsene. Lo volli trattenere, ma Manon mi fermò dicendo che era un pazzo e bisognava lasciarlo uscire .


Il suo discorso tuttavia mi fece un certo effetto. Sottolineo così le diverse occasioni in cui il mio cuore si sentì di nuovo spinto al bene, perché devo a questo ricordo una parte della mia forza nelle circostanze più sventurate della mia vita. Le carezze di Manon dissiparono in un momento il dispiacere che quella scena mi aveva causato.


Continuammo a condurre una vita fatta tutta di piacere e d'amore.


L'accrescersi della ricchezza raddoppiò il nostro affetto. Venere, e la Fortuna, non avevano schiavi più felici e più innamorati. Mio Dio!

Perché chiamare il mondo una valle di lacrime, se ci si possono godere tali piaceri! Ma, ahimè! Il loro difetto è di passare troppo presto.


Quale altra felicità ci si potrebbe proporre, se la loro natura fosse di durare sempre? I nostri subirono la norma, e cioè di durare poco e di essere seguiti da rimpianti amari. Al gioco avevo vinto somme tanto ragguardevoli che pensavo di investire una parte del mio denaro. I miei domestici non ignoravano i miei successi, specialmente il mio cameriere e la ragazza al servizio di Manon, davanti ai quali parlavamo senza reticenze. La ragazza era graziosa e il mio cameriere ne era innamorato. Avevano a che fare con padroni giovani e indulgenti, e pensarono di poterli ingannare facilmente. Fecero il loro piano e disgraziatamente per noi lo attuarono talmente bene da ridurci in uno stato dal quale non è più stato possibile sollevarci.


Una sera, dopo aver cenato dal signor Lescaut, tornammo a casa all'incirca verso mezzanotte. Chiamammo entrambi i nostri camerieri, ma non comparvero né l'una né l'altro. Ci dissero che non li avevano visti a casa dalle otto e che erano usciti dopo aver fatto portar via alcune casse ubbidendo agli ordini che, dicevano, io avevo dato.


Presentii una parte della verità, ma tutti i miei sospetti furono superati da ciò che vidi entrando in camera. La serratura del mio stipo era stata forzata e il mio denaro era stato portato via, e così tutti gli abiti. Mentre riflettevo da solo su questa disgrazia, Manon mi venne a dire tutta spaventata che nelle sue stanze avevano fatto la stessa razzia.


Il colpo mi parve tanto crudele che solo con un terribile sforzo della ragione riuscii a non abbandonarmi ai pianti e ai lamenti. Il timore di comunicare la mia disperazione a Manon mi fece ostentare un viso tranquillo. Le dissi scherzando che mi sarei rifatto con qualche gonzo all'Hôtel de Transylvanie. Tuttavia mi parve così sconvolta dalla nostra disgrazia che la sua tristezza riuscì a deprimermi molto di più di quanto la mia finta gioia non l'avesse sollevata.


"Siamo perduti", mi disse con le lacrime agli occhi. Invano mi sforzai di consolarla con le mie carezze. Le mie stesse lacrime tradivano la mia disperazione e l'angoscia. E in realtà la nostra rovina era totale: non ci restava nemmeno una camicia.


Decisi di mandare a cercare immediatamente il signor Lescaut, che mi consigliò di andare immediatamente dal luogotenente di polizia e dal gran prevosto di Parigi.


Ci andai. Ma fu soltanto per mia maggior sventura, perché non solo quel passo, e gli altri che feci fare ai due ufficiali di giustizia, non ebbero alcun risultato, ma diedi anche a Lescaut il tempo di parlare con sua sorella e di suggerirle in mia assenza un'orribile decisione. Le parlò del signor di G... M.... un vecchio libertino che pagava profumatamente i piaceri, e le fece balenare tanti vantaggi a mettersi con lui, che sconvolta com'era dalla nostra disgrazia, accettò tutto quello che lui consigliava.


Quel bel contratto fu stipulato prima del mio ritorno e l'attuazione fu rimandata al giorno dopo, quando Lescaut avesse avvertito il signor di G... M... Lo trovai ad aspettarmi a casa; Manon invece si era ritirata nelle sue stanze dopo aver dato ordine a un domestico di dirmi che, avendo bisogno di un po' di riposo, mi pregava di lasciarla sola per quella notte.


Lescaut mi lasciò dopo avermi offerto qualche doppia che accettai.


Erano quasi le quattro quando andai a letto e, avendo riflettuto a lungo sul come rifarmi un patrimonio, mi addormentai così tardi che potei svegliarmi solo verso le undici o mezzogiorno. Mi alzai prontamente per andare a informarmi dello stato di Manon. Mi dissero che era uscita un'ora prima con suo fratello, il quale era venuto a prenderla con una carrozza da noleggio. Sebbene una tale passeggiata con Lescaut mi sembrasse misteriosa, mi sforzai di allontanare i sospetti. Lasciai passare qualche ora dedicandomi alla lettura. Alla fine, incapace di continuare a controllare la mia inquietudine, cominciai a misurare a gran passi le nostre stanze. Nella camera di Manon scorsi sulla tavola una lettera sigillata. Era indirizzata a me e la scrittura era di suo pugno. L'aprii rabbrividendo mortalmente.


Diceva così:

"Ti giuro, mio caro cavaliere, che sei l'idolo del mio cuore e non ci sei che tu al mondo che io possa amare come ti amo; ma non vedi, anima mia, che nello stato in cui siamo ridotti la fedeltà è una virtù ben sciocca? Credi che si riesca a essere davvero teneri quando manca il pane? La fame potrebbe indurmi a qualche errore fatale: un giorno, convinta di sospirare d'amore, esalerei l'ultimo respiro. Ti adoro, credimi, ma per un po' di tempo lascia che mi occupi io della nostra fortuna. Guai a chi cadrà nelle mie reti! Io lavoro per rendere il mio cavaliere ricco e felice. Mio fratello ti darà notizie della tua Manon e ti dirà che ha pianto per doverti lasciare".


Dopo questa lettura rimasi in uno stato difficile a descrivere, perché ancor oggi ignoro quali sentimenti mi sconvolgessero. Fu una di quelle situazioni uniche nel loro genere e che non assomigliano a nessun'altra; è impossibile spiegarle agli altri perché non ne hanno idea. A fatica si chiariscono a se stessi, poiché essendo le sole della loro specie, non si ricollegano a niente nella memoria e non si possono confrontare a nessun sentimento già noto. Comunque, qualunque fosse la loro natura, è certo che c'entravano dolore, sdegno, gelosia e vergogna. Felice me se non ci fosse entrato, in misura ancor più grande, l'amore!

"Mi ama! Voglio crederlo", esclamai. "Ma non dovrebbe essere un mostro per odiarmi? Quali diritti si possono avere su un cuore che io non abbia sul suo? Che cosa mi resta da fare per lei, dopo tutto quello che le ho sacrificato? Eppure mi abbandona, e l'ingrata si crede al riparo dai miei rimproveri dicendo che continua ad amarmi! Ha paura della fame; santo Iddio! Che volgarità di sentimenti e come ricambia male la mia delicatezza. Non ne ho avuto paura, io che mi espongo così volentieri per lei rinunciando alla mia fortuna e alle dolcezze della casa paterna; io che mi sono ridotto allo stretto indispensabile per accontentare le sue fantasie e i suoi capricci. Mi adora, dice! Se tu mi adorassi, ingrata, so bene a chi avresti chiesto consiglio; almeno non mi avresti abbandonato senza dirmi addio. A me si deve chiedere quali pene crudeli si provino separandosi da quello che si adora.


Bisognerebbe essere fuori di senno per esporvisi volontariamente!" I miei lamenti furono interrotti da una visita che non mi aspettavo.


Quella di Lescaut.


"Furfante!" gli dissi mettendo mano alla spada. "Dov'è Manon? Che cosa ne hai fatto?" Il gesto lo spaventò. Mi rispose che se era così che lo ricevevo, quando lui veniva a darmi spiegazioni sul più grosso favore che mi avesse mai fatto, se ne sarebbe andato e non avrebbe mai più messo piede in casa mia. Corsi alla porta della camera e la chiusi con cura.


"Non credere di potermi gabbare ancora una volta e di ingannarmi con delle frottole", dissi voltandomi. "O mi fai ritrovare Manon, o ci rimetterai la pelle".


"Eh, come v'infiammate!" replicò. "Vengo proprio per questa ragione.


Per annunciarvi una felicità alla quale non pensate e per la quale riconoscerete forse di essermi debitore".


Volli che si spiegasse immediatamente.


Mi raccontò che Manon non potendo sopportare lo spettro della miseria e soprattutto l'idea di dover cambiare di colpo il nostro tenore di vita, l'aveva pregato di farle conoscere il signor di G... M... che aveva fama di essere un uomo generoso. Si guardò bene dal dirmi che era stato su suo consiglio e che prima di condurcela le aveva spianato la strada.


"L'ho accompagnata stamattina", proseguì, "e quell'uomo dabbene è rimasto talmente incantato dalle sue grazie, che subito l'ha invitata a tenergli compagnia nella sua casa di campagna, dov'è andato a trascorrere qualche giorno. Io", soggiunse Lescaut, "che ho capito immediatamente quale vantaggio potesse rappresentare per voi, gli ho fatto abilmente intendere che Manon aveva subito grosse perdite e ho solleticato talmente la sua generosità che ha cominciato col regalarle duecento pistole. Gli ho detto che per il momento poteva bastare, ma che in futuro mia sorella avrebbe dovuto sostenere molte spese, poiché doveva mantenere un giovane fratello che era rimasto a nostro carico dopo la morte dei nostri genitori, e se la credeva degna della sua stima, non l'avrebbe fatta soffrire a causa di quel povero ragazzo che considerava come la metà di se stessa. Questo racconto l'ha commosso, e si è impegnato ad affittare una casa comoda per voi e Manon, giacché il povero fratellino da compiangere siete proprio voi. Ha promesso di ammobiliarla decorosamente e di darvi ogni mese quattrocento brave lireche, se non erro,alla fine dell'anno faranno quattromilaottocento lire. Prima di partire per la campagna ha dato ordine al suo intendente di cercare una casa e di tenerla pronta per il suo ritorno. Rivedrete allora Manon che mi ha incaricato di abbracciarvi mille volte da parte sua e di assicurarvi che vi ama più che mai".


Mi sedetti riflettendo sulla bizzarria del mio destino. Ero agitato da sentimenti contraddittori e di conseguenza in uno stato di incertezza così indefinita, che restai a lungo senza rispondere alle innumerevoli domande che Lescaut mi faceva l'una dietro l'altra. Fu a quel punto che la virtù e l'onore mi fecero sentire le spine del rimorso e che volsi lo sguardo sospirando verso Amiens, verso la casa di mio padre, verso Saint-Sulpice e verso tutti i luoghi in cui ero vissuto nell'innocenza. Quale immenso spazio mi separava da quello stato felice! Non lo vedevo più che da lontano, come un'ombra che ancora attirava i miei rimpianti e i miei desideri, ma che era troppo debole per stimolare i miei sforzi.


Per quale fatalità, mi dicevo, sono diventato così colpevole? L'amore è una passione innocente, come ha fatto a mutarsi per me in una fonte di miserie e di dissolutezze? Chi mi impediva di vivere tranquillo e virtuoso con Manon? Perché non la sposai prima di ottenere che fosse mia? Mio padre, che mi amava così teneramente, non vi avrebbe consentito, se lo avessi sollecitato con oneste richieste? Ah, le avrebbe voluto bene pure lui come a una figlia diletta, ben degna di essere la moglie di suo figlio; io sarei felice con l'amore di Manon, con l'affetto di mio padre, con la stima della gente onesta, con i beni della fortuna, e la tranquillità della virtù. Funesto destino!

Quale infame parte mi vengono a proporre? Come potrei dividere... Ma si può tergiversare, se Manon ha deciso così e se, rifiutandomi, la perdo?

"Signor Lescaut", esclamai chiudendo gli occhi come per allontanare pensieri così dolorosi, "se la vostra intenzione era di essermi utile, ve ne ringrazio. Forse avreste potuto scegliere una via più onesta, ma è cosa fatta, vero? Non pensiamo ad altro che ad approfittare delle vostre premure e ad attuare il vostro piano".


Lescaut, messo in imbarazzo dalla mia collera e poi dal mio silenzio, fu felicissimo di vedermi prendere una decisione ben diversa da quella che per un momento aveva temuto. Era tutt'altro che coraggioso, e ne ebbi in seguito prove ancor più convincenti.


"Sì, sì", si affrettò a rispondermi, "è un ottimo servizio che vi ho reso, e vedrete che ne trarrete maggior vantaggio di quello che pensate".


Ci accordammo per prevenire i sospetti che potevano nascere nel signor di G... M... vedendomi più alto, e forse più vecchio di quanto s'immaginava. Non trovammo altra soluzione che assumere dinnanzi a lui un'aria sempliciotta e provinciale, e fargli credere che avevo intenzione di entrare nella carriera ecclesiastica, ragion per cui ogni giorno mi recavo in collegio. Decidemmo pure che, la prima volta in cui fossi stato ammesso in sua presenza, mi sarei vestito molto dimessamente.


Tornò in città cinque o sei giorni dopo. Lui stesso condusse Manon nella casa che il suo intendente si era dato premura di tener pronta.


Manon fece subito avvertire suo fratello e quando questi mi ebbe annunciato il suo ritorno, ci recammo entrambi da Manon. Il vecchio amante era già uscito.


Nonostante la rassegnazione con cui mi ero assoggettato alla sua volontà, nel rivederla il mio cuore si sentì ribellare. Le sembrai triste e malinconico. La felicità di ritrovarla non riusciva a vincere del tutto il dolore per la sua infedeltà. Lei invece sembrava fuori di sé dalla gioia di rivedermi. Mi rimproverò la mia freddezza, al che io non potei trattenermi dal chiamarla perfida e infedele, accompagnando le mie parole con altrettanti sospiri.


Dapprima lei si fece gioco della mia ingenuità, ma, quando vide che continuavo a fissarla tristemente e con quale dolore sopportavo un cambiamento tanto contrario al mio carattere e ai miei desideri, si ritirò sola nel suo salotto. Poco dopo la seguii e la trovai in lacrime. Le chiesi perché piangesse.


"E' facile capirlo", mi disse. "Come vuoi che io possa vivere, se il vedermi riesce soltanto a irritarti e a rattristarti? Da un'ora che sei qui non mi hai fatto una sola carezza, e hai accolto le mie con la degnazione del Gran Sultano nel Serraglio".


"Ascoltatemi, Manon", le risposi abbracciandola, "non posso nascondervi che il mio cuore è mortalmente ferito. Non parlo dell'ansia in cui mi ha gettato la vostra fuga imprevista, né della crudeltà che avete dimostrato abbandonandomi senza una parola di conforto dopo aver passato la notte in un letto che non era il mio.


L'incanto della vostra presenza mi farebbe dimenticare ben altro. Ma credete che io possa pensare senza sospiri e senza lacrime", e così dicendo già piangevo, "alla triste e sciagurata vita che volete farmi condurre in questa casa? Lasciamo stare la mia nascita e il mio onore:

sono ragioni troppo fragili per opporsi a un amore come il mio. Ma non immaginate come questo stesso amore soffra nel vedersi così mal ripagato, per non dire trattato così crudelmente da un'amante dura e ingrata?" Essa mi interruppe.


"Ascoltatemi cavaliere; è inutile tormentarmi con rimproveri che mi trafiggono il cuore quando vengono da voi. Vedo quello che vi ferisce.


Avevo sperato che accettaste il piano che avevo fatto per risollevare la nostra fortuna e, se avevo cominciato ad attuarlo senza la vostra partecipazione, era per riguardo alla vostra delicatezza; ma poiché non l'approvate, ci rinuncio".


Soggiunse che mi chiedeva solo un po' di pazienza per il resto della giornata: aveva già avuto duecento pistole dal suo vecchio amante e per quella sera le aveva promesso una bella collana di perle con altri gioielli, e inoltre la metà della pensione annua che le aveva assegnato.


"Lasciatemi soltanto il tempo di ricevere questi regali", mi disse.


"Vi giuro che non avrà avuto la soddisfazione di passare con me una sola notte, perché finora sono riuscita a rimandarlo al nostro ritorno in città. E' vero che mi ha baciat