Verne



L'ISOLA MISTERIOSA

 

 

 

 

PARTE PRIMA


I NAUFRAGHI DELL'ARIA




CAPITOLO 1



- Risaliamo?

- No! Anzi, scendiamo!

- Peggio, signor Cyrus. Cadiamo.

- Vivaddio! Giù della zavorra!

- E' l'ultimo sacco che si vuota.

- Il pallone si innalza?

- No.

- Mi pare di sentire uno sciacquio d'onde...

- Abbiamo il mare di sotto.

- Sarà a centocinquanta metri da noi!

Allora una voce fortissima ordinò:

- Fuori tutto quello che pesa... tutto!... E ci aiuti Iddio!

Queste, le parole che risuonavano nell'aria, al di sopra di quello sterminato deserto d'acque che è il Pacifico, alle quattro del pomeriggio del 23 marzo 1865. Nessuno, certamente, ha dimenticato il terribile vento di nord-est che si scatenò nel pieno dell'equinozio di quell'anno, durante il quale il barometro precipitò settecentodieci millimetri. Fu un ininterrotto uragano che imperversò dal 18 al 26 marzo seminando la rovina in America, in Europa, in Asia, lungo una fascia di milleottocento miglia dal trentacinquesimo parallelo nord al quarantesimo parallelo sud. Città travolte, foreste sradicate, coste assalite e sommerse da montagne d'acqua, navi buttate a fracassarsi contro gli scogli, territori interi spazzati da trombe d'acqua e di vento e migliaia e migliaia di persone schiacciate sulla terra o inghiottite dai mari: questi gli effetti dello spaventoso uragano.

Ora, mentre tante catastrofi stavano succedendo sulla terra e sul mare, un dramma non meno terribile si svolgeva nell'aria agitata. Un pallone, portato via come una palla in cima a una tromba d'aria e ghermito nel suo vortice, correva per lo spazio con una velocità di centosettanta chilometri all'ora, girando su sé stesso come una trottola gigantesca. Sotto il grosso pallone oscillava una navicella che ospitava cinque passeggeri, appena visibili dentro le nebbie fuligginose e piovose che pesavano dal cielo buio sul mare.

Da dove veniva quell'aerostato, vero giocattolo in balia della paurosa tempesta? Da qual punto del mondo si era lanciato? Certo, non era partito durante l'uragano; poiché l'uragano imperversava già da cinque giorni, bisognava concludere che quel pallone veniva da assai lontano perché non aveva percorso meno di duemila miglia ogni ventiquattr'ore.

Comunque, i passeggeri non avevano potuto avere a loro disposizione alcun mezzo per conoscere la strada percorsa dalla loro partenza, poiché mancava loro qualsiasi punto di riferimento. Si poteva, anzi, stabilire questo fatto curioso: che, travolti dalla violenza della tempesta, essi non la subivano. Essi si spostavano, giravano su loro stessi senza avvertire per nulla quella rotazione e nemmeno i loro spostamenti in linea orizzontale. I loro occhi non potevano forare le spesse nebbie che si addensavano sotto la navicella. Non c'era che nebbia attorno a loro: una nebbia così opaca, che non avrebbero saputo dire nemmeno se era giorno o notte. Nessun riflesso di luce lontana, nessun rumore di terra abitata, nessuno scroscio d'onda era mai giunto sino alle loro orecchie, tanto si erano tenuti alti. Soltanto, la loro repentina caduta aveva dato loro coscienza dei pericoli che correvano sopra i flutti oceanici.

Intanto il pallone, alleggerito di tutti gli oggetti pesanti, come le munizioni, le armi e le provviste, era rimbalzato verso l'alto, fino a millecinquecento metri. I passeggeri, accertato che avevano il mare di sotto, trovando che era assai meno pericoloso restare in alto che in basso, non avevano esitato a buttare anche le cose più utili, e cercavano di non perdere nemmeno un atomo di quel fluido che era come l'anima del loro apparecchio e che era quello che li sosteneva nell'aria.

La notte trascorse in mezzo a inquietudini che sarebbero riuscite mortali a spiriti meno energici. Poi il giorno riapparve e, con la luce, l'uragano parve accennare a moderarsi un poco. Con l'alba del 24 marzo infatti, sembrò che la furia degli elementi un poco si placasse.

Le nubi risalivano verso il cielo, il vento, da tempestoso che era stato, diventò la «forte brezza» dei marinai.

Verso le undici la parte bassa dell'atmosfera si era notevolmente ripulita e presentava quell'aspetto di umido nitore che si vede, e anzi si sente, dopo il passaggio dei fortunali. L'uragano non sembrava essersi allontanato, ma piuttosto dissolto nell'aria, forse, schiantatasi la tromba marina, si era frazionato in temporali carichi di elettricità.

Nonostante questo, proprio intorno alle undici, il pallone riprese a scendere; pareva, anzi, che a poco a poco, si sgonfiasse, che il suo involucro si allungasse e assumesse una forma ovoidale.

A mezzogiorno, infatti l'aerostato filava a soli seicento metri al di sopra del mare. Stazzava circa millesettecento metri cubi e, in grazia a questo suo eccezionale volume, aveva potuto mantenersi a lungo nell'aria sia raggiungendo altissime quote, sia percorrendo una fortissima distanza.

In tanto frangente, i passeggeri lanciarono gli ultimi oggetti che ancora rappresentavano un peso, i pochi viveri che avevano conservato, perfino i minuscoli oggetti che avevano nelle loro tasche. Ma era chiaro che l'aerostato non poteva mantenersi in alto e che il gas sfuggiva da qualche lacerazione. In poche parole, erano perduti!

Non c'era infatti né un continente, né un'isola sotto di loro: il più piccolo punto dove atterrare, nemmeno un metro quadrato solido in cui la loro ancora potesse afferrarsi. Non c'era che il mare infinito, i cui flutti agitavano con incredibile violenza. Non c'era che l'Oceano sterminato, la sterminata pianura liquida flagellata spietatamente dall'uragano che dall'alto della navicella, doveva apparire ai passeggeri come una folle cavalcata di onde furibonde impennacchiate di candida schiuma. Non una terra, non in vista. Bisognava allora fermare a tutti i costi il movimento di discesa per impedire che l'aerostato venisse travolto dalle onde. I passeggeri della navicella mettevano in opera tutti i mezzi per tentarlo; ma, nonostante i loro sforzi, il pallone continuava ad abbassarsi, filando sempre, portato dal vento, verso sud-ovest.

Quale situazione per quei disgraziati! Ormai, non erano più padroni del loro mezzo di locomozione, e ogni loro tentativo era infruttuoso.

L'involucro del pallone si sgonfiava sempre più, il gas ne sfuggiva inesorabilmente, un'ora dopo mezzogiorno, la navicella non era più che a duecento metri sopra l'Oceano.

Impossibile fermare o tamponare la fuga di gas che sfuggiva da una lacerazione dell'involucro; e anche liberando la navicella di tutto quanto essa conteneva, i passeggeri non avrebbero fatto altro che prolungare di poco la loro agonia, di ritardare di poco la catastrofe; se qualche terra non appariva prima di notte, passeggeri, navicella e pallone sarebbero inesorabilmente finiti nel mare.

La sola manovra che si potesse fare in siffatte circostanze, venne fatta.

Evidentemente, i passeggeri erano uomini energici, che sapevano guardare la morte in faccia. Erano decisi a lottare sino all'ultimo minuto a fare di tutto per ritardare la caduta. La navicella era una specie di grande cassa di vimini e non si sarebbe certo mai riusciti a farla galleggiare.

Alle due, il pallone si trovava a centoventi metri dal pelo dell'acqua. In quel momento, una maschia voce echeggiò, e le risposero voci non meno virili.

- E' stato gettato tutto?

- No! Ci sono ancora diecimila franchi in oro.

Un attimo dopo, un sacco precipitava nelle onde.

- Ci solleviamo?

- Un po'; ma non tarderemo a riprendere la caduta.

- Che cosa c'è ancora da buttar fuori?

- Niente.

- Sì. La navicella.

- Attacchiamoci alle corde, e a mare la navicella!

Era, in realtà, il solo, estremo mezzo per alleggerire l'aerostato. Le corde che legavano la navicella all'involucro furono tagliate, e il pallone balzò fulmineo nell'aria a un'altezza di seicento metri. I cinque passeggeri si erano issati sulla rete di corde che avvolgeva l'involucro e si tenevano afferrati alle maglie guardando l'abisso.

Balzato così in alto, l'aerostato vi si tenne per qualche tempo, ma poi, fatalmente, ricominciò a discendere. La fuga del gas non si era fermata, ed era impossibile procedere a una riparazione. Tutto quello che i passeggeri avevano potuto fare, era stato fatto. Oramai non c'era più alcun mezzo umano di salvezza. Non restava che affidarsi a Dio.

Alle quattro, il pallone era ridisceso a centocinquanta metri dall'onde... Improvvisamente, si udì un latrato. Fra i cinque passeggeri c'era anche un cane, che si teneva aggrappato alle corde, accanto al suo padrone.

- Top ha visto qualche cosa - gridò uno dei cinque.

E, subito, una voce gridò:

- Terra! Terra!

Il pallone, che il vento continuava a trascinare verso sud-ovest, aveva già coperto, dall'alba, una distanza notevolissima, di centinaia di miglia; e ora una terra abbastanza alta si profilava lontana, sul mare. Ma, per raggiungerla, c'erano ancora trenta miglia da fare; c'era ancora una lunga ora da trascorrere, sempre che non s'andasse alla deriva. Un'ora! Ma il pallone non si sarebbe svuotato del tutto prima che questa ora finisse?

Ecco la terribile domanda. Sì, tutti i passeggeri vedevano distintamente quella strisciolina scura che bisognava raggiungere a tutti i costi. Non sapevano che terra fosse, se isola o continente:

sapevano soltanto, e assai vagamente, verso quale parte dell'emisfero l'uragano li aveva trascinati. Ma quella terra, abitata o deserta che fosse, ospitale o inospitale, bisognava raggiungerla.

Ora, alle quattro, era chiaro che il pallone non poteva ormai più sostenersi. Radeva ormai la superficie del mare, e già le creste spumose delle grandi onde avevano lambito più volte le corde che strascicavano in basso, e l'aerostato non si risollevava ormai più che per ricadere in giù, come un grande uccello ferito alle ali.

Mezz'ora più tardi, la terra non era più che a un sol miglio; ma il pallone, sfatto, floscio, spiegazzato malamente, non conservava che un poco di gas nella sua parte superiore. I passeggeri aggrappati alle corde, pesavano troppo, e presto semituffati nelle acque, furono schiaffeggiati dalle onde. Fu allora che l'involucro si piegò a forma di saccoccia, e il vento, facendo forza su quel viluppo, lo spinse contro la costa. Oramai la terra agognata non era più che a poche centinaia di metri; ma, all'improvviso, quattro urla echeggiarono, angosciose. L'aerostato, per qualche misteriosa ragione, ribalzava verso l'alto, percosso da un formidabile colpo di mare, e raggiungeva in un baleno i cinquecento metri di altezza, come se fosse stato alleggerito di un'altra parte del suo peso. Lassù, preso in una forte ondata di vento, cominciò a filare parallelamente alla costa; ma pochi minuti dopo ripiombava verso terra e, rapidamente, si afflosciava sulla spiaggia, lontano dalle onde.

I passeggeri, aiutandosi l'un l'altro, si liberarono dalle corde e saltarono sulla sabbia. Il pallone, liberato da quel peso, fu riafferrato dal vento che lo succhiò di nuovo in alto e lo portò, come un grande uccello ferito che ancora avesse trovato un poco di forza, chissà dove.

La navicella, però, aveva ospitato Cinque passeggeri e un cane; e sulla spiaggia non c'erano che quattro persone. Evidentemente, il quinto passeggero era stato strappato via dal colpo di mare che aveva percosso l'aerostato, e la sua scomparsa aveva provocato il balzo all'insù del pallone poco prima che toccasse terra.

Appena i quattro naufraghi - con quale altro nome potremmo chiamarli?

- ebbero messo piede a terra, accortisi che mancava un loro compagno, gridarono:

Forse, tenta di raggiungere a nuoto la riva. Salviamolo! Salviamolo!




CAPITOLO 2


Non erano né degli aeronauti di professione, né dei dilettanti di spedizioni aeree quelli che l'uragano aveva gettato su quella costa.

Erano dei prigionieri di guerra, che l'audacia aveva spinto alla fuga in straordinarie circostanze. Cento volte, avrebbero dovuto perire!

Cento volte il loro pallone strappato avrebbe dovuto precipitarli nell'Oceano! Ma il cielo li destinava a una sorte stranissima, e il 20 marzo dopo aver lasciato Richmond, assediata dalle truppe del generale Ulisse Grant, si trovavano a sette mila miglia da quella città, capitale della Virginia, principale piazzaforte dei separatisti durante la terribile guerra di Secessione. Il loro viaggio aereo era durato cinque giorni.

Ed ecco in quali strane circostanze era avvenuta la fuga di quei prigionieri, fuga che doveva concludersi con la catastrofe che abbiamo raccontato.

In quello stesso anno, nel febbraio del 1865, in uno di quei colpi di mano che il generale Grant tentava, inutilmente, per impadronirsi di Richmond, molti dei suoi ufficiali caddero prigionieri e furono rinchiusi dentro la città. Fra questi prigionieri, uno dei più distinti apparteneva allo Stato maggiore federale, e si chiamava Cyrus Smith.

Cyrus Smith, originario del Massachussets, era un ingegnere, uno scienziato autentico, cui il governo dell'Unione aveva affidato, durante la guerra, la direzione delle ferrovie: e si sa di quale importanza strategica furono esse nella guerra. Vero tipo di Americano del nord, magro, ossuto, sui quarantacinque anni, aveva corti capelli e la barba quasi grigia. La sua era una di quelle belle teste «numismatiche» che sembrano fatte per essere incise nelle medaglie.

Occhi ardenti, bocca seria, la sua era la tipica fisionomia dello scienziato della Scuola militare. Era uno di quegli ingegneri che hanno voluto cominciare a lavorare col piccone e il martello: come quei generali che hanno voluto cominciare a fare i semplici soldati.

Per questo, insieme con l'ingegnosità dello spirito, possedeva una grande abilità di manovale, e vantava dei muscoli eccezionali.

Uomo d'azione e uomo di pensiero al tempo stesso, agiva senza alcuno sforzo, mosso da una potente vitalità e da una fervida tenacia, che sfidavano tutte le sfortune. Coltissimo, praticissimo, sempre perfettamente padrone di sé, egli possedeva nella forma più completa e al più alto grado tre qualità fondamentali della energia umana:

l'operosità dello spirito e della mano, l'ardore dei desideri, e la potenza della volontà. E la sua divisa avrebbe potuto essere quella di Guglielmo di Orange «Non ho bisogno di oprare per agire, né di riuscire per perseverare».

Nello stesso tempo, Cyrus Smith era il coraggio personificato. Aveva preso parte a tutte le battaglie della guerra di Secessione. Dopo aver cominciato fra i volontari dell'Illinois agli ordini di Ulisse Grant, si era battuto a Paducah, a Belmont, a Pittsburg-Landing; all'assedio di Corinto, a Port-Gibson, a Chattanoga, a Wilderness, sul Potomak; e dovunque era stato un soldato valoroso di quel generale che diceva:

«Io non conto mai i miei morti». Cento volte, Cyrus Smith avrebbe dovuto essere nel numero di quelli che il fierissimo generale non usava contare; ma in tutte quelle battaglie la fortuna lo aveva assistito fino al giorno in cui, ferito, era stato fatto prigioniero sul campo di battaglia di Richmond.

Insieme a lui, un altro personaggio importante cadeva nelle mani dei sudisti. Era nientemeno che Gedeone Spilett, cronista del "New York Herald", che aveva avuto l'incarico dal suo giornale di seguire e riferire le vicende della guerra con gli eserciti del Nord. Gedeone Spilett apparteneva alla famiglia di quei sorprendenti cronisti inglesi o americani dalla quale erano usciti Stanley e altri, che non arretrano davanti a nulla pur di carpire un'informazione e trasmetterla nel più breve tempo possibile al loro giornale. I giornali dell'Unione sono delle vere e proprie potenze, e i loro inviati speciali delle autorità con le quali bisogna fare i conti.

Ora, Gedeone Spilett era uno dei più ragguardevoli di questi inviati speciali. Uomo d'alti meriti, pieno di energia, pronto a tutto, fertile di idee, conoscitore di tutti i Paesi del mondo, soldato e artista, ardente nei consigli, risoluto nell'azione, indifferente alle fatiche e ai pericoli quando si trattava di conoscere qualche cosa di utile per sé stesso e il suo giornale, vero eroe della curiosità, dell'informazione, dell'inedito, dell'ignoto, dell'impossibile, egli era uno di quegli intrepidi osservatori che scrivono sotto il fischiar delle pallottole, fanno la cronaca sotto le granate, e per i quali ogni pericolo rappresenta una fortuna.

Anche egli era stato a tutte le battaglie, in prima fila, rivoltella nella destra, taccuino nella sinistra, e la sua penna non tremava sotto la mitraglia. Egli non usava stancare incessantemente i fili del telegrafo, come fanno coloro che non hanno niente da dire; ma ognuna delle sue note, brevi, chiare, precise, gettava piena luce sopra un punto importante. Inoltre, non gli mancava una punta di umorismo. Fu lui che, dopo la battaglia del Fiume Nero, volendo a tutti i costi mantenere la precedenza allo sportello dell'ufficio telegrafico per annunciare al suo giornale il risultato dello scontro, telegrafò per due lunghe ore i primi capitoli della Bibbia. La faccenda costò duemila dollari al "New York Herald", ma il "New York Herald" fu il primo a conoscere e a pubblicare la notizia sulla battaglia.

Gedeone Spilett era d'alta statura, sui quarant'anni, con grossi favoriti biondo-rossicci che gli inquadravano il viso. Il suo occhio era calmo, vivo e mobilissimo: era l'occhio di chi è abituato a cogliere in un baleno tutti i particolari di un paesaggio o di una scena. Solidamente costruito, egli aveva affrontato tutti i climi della terra, temprandovisi come una sbarra di acciaio nell'acqua fredda.

Da dieci anni, era il redattore viaggiante titolare del "New York Herald", che si arricchiva delle sue cronache e dei suoi disegni, poiché lo Spilett maneggiava altrettanto bene la penna e la matita.

Quando fu preso, stava tracciando sul suo taccuino la descrizione e il disegno generale della battaglia. Le ultime parole tracciate sul suo taccuino furono: «Un sudista mi sta mirando e...». Ma Gedeone Spilett se l'era cavata, come sempre, senza la più piccola scalfittura.

Lo Smith e lo Spilett, che non si conoscevano se non di fama, erano stati portati tutt'e due a Richmond. L'ingegnere guarì rapidamente della sua ferita, e fu durante la sua convalescenza che strinse amicizia col cronista. I due uomini si piacquero e si apprezzarono a vicenda. E presto la loro vita non ebbe che un solo scopo: fuggire, raggiungere l'armata di Grant, riprendere le armi per l'unità federale.

I due Americani erano dunque decisi ad approfittare di tutte le occasioni, ma, per quanto fossero stati lasciati liberi nella città, Richmond era così meticolosamente vigilata che un'evasione poteva considerarsi come impossibile.

Intanto Cyrus Smith era stato raggiunto da un suo servitore che gli era devoto per la vita e per la morte. Era un negro, nato nelle proprietà dell'ingegnere da genitori schiavi, ma da lungo tempo reso libero da Cyrus Smith, abolizionista per ragionamento e per sentimento. Lo schiavo divenuto libero non aveva voluto abbandonare il suo padrone. Sarebbe morto volentieri per lui, tanto lo amava. Era un giovanotto sui trent'anni, gagliardo, agile, svelto, intelligente, dolce e calmo, talvolta ingenuo, sempre sorridente, servizievole e buono. Si chiamava Nabuccodonosor, ma non rispondeva che all'abbreviativo familiare di Nab.

Quando Nab seppe che il suo padrone era stato fatto prigioniero, lasciò il Massachussets senza esitare, arrivò davanti a Richmond, e, a forza di astuzia e di abilità, riuscì a penetrare nella città assediata. Ed è inutile descrivere il piacere di Cyrus nel rivedere il suo Nab e la gioia del negro nel trovare il suo padrone.

Ma se Nab era stato rapido nel penetrare in Richmond, assai più difficilmente se ne sarebbe potuto uscire, poiché i sudisti vigilavano da vicino tutti i prigionieri federali. Bisognava dunque aspettare un'occasione eccezionale per tentare, con qualche probabilità di successo, un'evasione: e tale occasione non solo non si presentava, ma era difficilissimo aiutarla a presentarsi.

Intanto Grant continuava le sue energiche operazioni, La vittoria di Petersburg gli era stata fieramente contesa; le sue forze, riunite a quelle di Butler, non riuscivano a conseguire risultati notevoli davanti a Richmond, e nulla lasciava pensare che la liberazione dei prigionieri potesse avverarsi sollecitamente. Il cronista, al quale la prigionia non consentiva più nessuna raccolta di notizie interessanti, non resisteva più e non aveva che un'idea: uscire da Richmond, a tutti i costi. Molte volte, anzi, tentò la fuga; ma sempre fu fermato da insormontabili ostacoli.

Continuando quell'assedio, però, se ansiosi erano i prigionieri di evadere per correre a raggiungere l'armata di Grant, non meno ansiosi di evadere erano alcuni degli stessi assediati che anelavano di ricongiungersi all'armata separatista. Fra questi, un certo Jonathan Forster, sudista arrabbiato. Infatti, se i prigionieri federali non potevano uscire dalla città, i sudisti non lo potevano nemmeno loro poiché l'armata del Nord li accerchiava. Il governatore di Richmond già da molto tempo non poteva più comunicare col generale Lee, mentre sarebbe stato del più alto interesse strategico fargli conoscere la situazione della città e orientarlo sulla sollecita marcia delle sue truppe. Jonathan Forster ebbe allora l'idea di innalzarsi in un pallone per traversare le linee degli assedianti e giungere al campo dei separatisti. Il governatore autorizzò l'impresa ardimentosa; un aerostato fu fabbricato e messo a disposizione del Forster che doveva essere accompagnato da cinque compagni, bene armati e ben provvisti di viveri. La partenza del pallone fu fissata per la notte del 18 marzo:

col favore del vento di nord-ovest, gli aeronauti contavano di raggiungere il campo del generale Lee in poche ore. Senonché, quella notte, il vento di nord-ovest non fu una brezza favorevole: era una furia che annunciava l' uragano. E infatti, ben presto la bufera assunse tali proporzioni, che la partenza del Forster dovette essere rinviata: era impossibile rischiare l'aerostato e la vita di coloro che vi sarebbero saliti in mezzo all' infuriare di quella tempesta. Il pallone, già gonfiato, era là, sulla piazza maggiore di Richmond, pronto a partire alla prima caduta del vento; e l'impazienza dei cittadini diventava sempre maggiore davanti all' ostinato imperversare del maltempo. Il 18 e il 19 trascorsero infatti senza che alcun mutamento si verificasse; era anzi difficile trattenere solidamente al suolo il pallone che gli impeti del vento tentavano di strappare via a ogni momento. La mattina del 20 l'uragano era sempre violento, e ogni idea di partenza fu provvisoriamente abbandonata.

Proprio quel giorno, Cyrus Smith venne avvicinato, in una via di Richmond, da un uomo che non conosceva. Era un marinaio chiamato Pencroff, sui trentacinque anni, vigorosissimo, abbronzatissimo, dalla faccia bonacciona. Era un Americano del Nord, che aveva corso per tutti i mari del globo, al quale erano capitate tutte le avventure che possono capitare, quaggiù, a una creatura umana. A questo va aggiunto, che Pencroff era uomo pieno di iniziative, pronto a tutto rischiare e che nulla al mondo avrebbe potuto stupire. Sul principio di quell'anno, Pencroff era capitato a Richmond con un giovinetto quindicenne della Nuova Jersey, Harbert Brown. Harbert era figlio del capitano di Pencroff, era rimasto orfano, e il rude marinaio gli voleva bene come se fosse il suo proprio figlio. Sopravvenuto l'assedio, non aveva potuto più lasciare la città, con suo grande dispetto, e non aveva avuto più che un'idea - anche lui!- quella di fuggire con ogni mezzo possibile. Egli conosceva di fama l'ingegnere Cyrus Smith, sapeva con quale impazienza quell'uomo audacissimo mordeva il freno, e, quel giorno, non esitò a fermarlo e a dirgli senz'altro preambolo:

- Signor Smith, non ne avete abbastanza di Richmond?

L'ingegnere guardò fissamente lo sconosciuto che continuò a voce bassa:

- Signor Smith, volete fuggire?

- Quando? - rispose vivacemente l'ingegnere; ma è lecito aggiungere che quella parola gli sfuggisse dalle labbra perché non aveva ancora «soppesato» l'uomo che gli faceva siffatta proposta. Dopo aver, però, esaminato quella schietta e leale faccia di marinaio, fu sicuro di avere davanti a sé un brav'uomo, e gli chiese:

- Chi siete voi?

Pencroff si presentò.

Va bene - fece Smith. - E con qual mezzo dovremmo fuggire?

- Con questo fannullone d'aerostato che pare stia proprio aspettandoci.

Il marinaio aveva appena dette queste parole, che l'ingegnere lo afferrò di slancio per un braccio e se lo strascinò dietro, fino nella sua stanza. Qui, Pencroff spiegò il suo progetto. Non si sarebbe arrischiato che la vita, nell'impresa. L'uragano era nel pieno della sua violenza; ma un ingegnere accorto e ardimentoso come Cyrus Smith avrebbe ben saputo guidare un aerostato. Se Pencroff avesse conosciuto le manovre, non avrebbe esitato a fuggire, con Harbert, s'intende. Ne aveva viste ben altre, lui, e non si lasciava certo sgomentare da una tempesta.

Cyrus Smith era stato ad ascoltarlo senza parole, ma i suoi occhi brillavano. Ecco, finalmente, l'occasione propizia. E Smith non era uomo da lasciarsela sfuggire. Il progetto non era che pericoloso, dunque era realizzabile. Durante la notte, nonostante la sorveglianza, non era difficile avvicinarsi al pallone, salire nella navicella, tagliare le gomene, partire. Certo, si rischiava di finire ammazzati; ma si poteva anche riuscire, e senza quella tempesta... Già, ma senza quella tempesta, il pallone sarebbe già partito con i sudisti, e, con esso, l'occasione tanto attesa.

- Ma io non sono solo... - osservò Cyrus Smith.

- Quante persone vorreste condurre con voi?

- Due: il mio amico Spilett e il mio servo Nab.

- Fanno tre; e, con me e Harbert, cinque. Il pallone doveva trasportarne sei...

- Il conto torna. Partiremo.

Quando il giornalista fu informato del temerario progetto, l'approvò senza la più piccola riserva; si meravigliò solo che un'idea così semplice non gli fosse già balenata nel cervello. Quanto a Nab, egli avrebbe seguito il suo padrone dappertutto.

- Allora, a questa sera - disse Pencroff. - Ci troveremo in quei paraggi come curiosi e...

- Sì. Alle dieci precise confermò Smith. - E voglia il cielo che l'uragano non si plachi prima di quell'ora.

Pencroff tornò nel suo alloggio, dove il giovinetto Harbert lo aspettava. Il ragazzo conosceva già il piano del marinaio, e attendeva con ansia il risultato del suo colloquio col famoso ingegnere.

La sera, l'uragano non si era placato, e Jonathan Forster e i suoi compagni non pensavano certamente a una imminente partenza. Tutta la giornata trascorse sotto la furia della bufera; e Smith temeva che quelle raffiche furibonde non finissero per lacerare il pallone trattenuto a terra da solide gomene. Per lunghe ore ronzò sulla piazza quasi deserta, intorno all'aerostato, come sorvegliandolo. Pencroff, dal canto suo, fece altrettanto, le mani in tasca, sbadigliando come un ozioso e disoccupato che non sa come ammazzare il tempo. Cadde la sera, la notte si fece profonda e buia. Cadeva la pioggia mescolata alla neve; faceva freddo, una nebbia pesante pareva avesse inghiottito Richmond. Si sarebbe detto che la furia del vento avesse stabilito una specie di tregua fra assedianti e assediati: anche i cannoni, infatti, tacevano davanti alla fragorosa violenza dell'uragano. Le strade della città erano deserte, e, con quel tempo così spaventoso, erano state tolte perfino le sentinelle di guardia al pallone. Tutto favoriva insomma la partenza dei prigionieri; e se non fosse stato quell'orribile tempo...

- Maledetto uragano! - brontolava Pencroff fermandosi con un pugno sulla testa il cappello che il vento voleva strappargli via. - Beh, vedremo di cavarcela lo stesso...

Alle nove e mezzo Cyrus Smith e i suoi due compagni giungevano, da opposte direzioni, sulla piazza che, spenti dal vento i fanali a gas, era immersa nella più profonda oscurità. Non si vedeva nemmeno l'enorme aerostato tutto schiacciato contro il suolo.

I cinque prigionieri si incontrarono vicino alla navicella. Nessuno li aveva visti e, tanta era l'oscurità, durarono fatica loro stessi a vedersi. Senza dire una parola, salirono sulla navicella mentre Pencroff, dietro ordine dell'ingegnere, tagliava uno dopo l'altro i cavi che trattenevano il pallone. Tagliato il penultimo il marinaio raggiunse i suoi compagni. L'ingegnere era sul punto di spezzare l'ultimo ormeggio quando un cane piombò all'improvviso nella navicella. Era Top, il cane di Smith che, rotta la sua catena, aveva inseguito e raggiunto il padrone. L'ingegnere esitò. Temeva in un eccesso di peso e stava per ributtare a terra il cane, ma Pencroff gli disse:

- Per uno di più...- Così dicendo tagliò risoluto l'ultimo cavo e il pallone rapito dal vento scattava in aria e spariva nella notte dopo avere abbattuto con la navicella due comignoli che aveva incontrato nel suo slancio.

L'uragano si scatenava allora con spaventosa violenza. L'ingegnere per tutta la notte mantenne l'aerostato assai alto; e quando sorse il giorno un denso strato di nebbia copriva la terra. Fu soltanto dopo cinque giorni di viaggio che un'improvvisa schiarita lasciò vedere lo sconfinato mare al disotto del pallone che il vento continuava a spingere con tremenda velocità.

Abbiamo visto come di quei cinque uomini partiti il 20 marzo, quattro fossero stati gettati, il 24, sopra una spiaggia deserta a più di seimila miglia dalla città di Richmond.

Ma colui che mancava, colui che i quattro scampati stavano ansiosamente cercando, era il loro capo naturale, l'ingegnere Cyrus Smith.




CAPITOLO 3


L'ingegnere era stato strappato via da un colpo di mare, e ii suo cane lo aveva voluto seguire precipitandosi dietro di lui come per aiutarlo.

- Andiamo - gridò il giornalista. E tutti e quattro, Gedeone Spilett, Harbert, Pencroff e Nab, dimenticando stanchezza e fatica, cominciarono affannosamente le loro ricerche. Il povero Nab piangeva di rabbia e di disperazione al pensiero di aver perduto quello che aveva di più caro al mondo. Ma non erano trascorsi più di due minuti fra l'attimo in cui l'ingegnere era stato strappato via dalle onde e il momento in cui i suoi compagni erano giunti sulla spiaggia: si poteva dunque sperare di arrivare in tempo a salvarlo.

- Cerchiamolo! Cerchiamolo! - gridava Nab.

- Sì, Nab - gli disse Gedeone Spilett. - Stai sicuro che lo troveremo.

- Vivo?

- Vivo!

- Sa almeno nuotare? - chiese Pencroff.

- Sì - rispose Nab. - E poi Top è con lui...

Ma il marinaio, sentendo i ruggiti dell'infuriato mare, scosse la testa dubbioso. L'ingegnere era scomparso a circa un mezzo miglio di distanza dal punto dove i naufraghi erano venuti a cadere col pallone.

Se egli avesse potuto raggiungere il punto più vicino della costa avrebbe toccato terra a mezzo miglio di distanza. Erano quasi le sei di sera, la nebbia saliva, la notte si annunciava assai buia. I naufraghi camminavano verso nord seguendo la costa di quella terra su cui il caso li aveva buttati: terra ignota di cui non potevano nemmeno supporre la posizione geografica. Camminavano sopra una terra sabbiosa che pareva sprovvista d'ogni specie di vegetazione, assai ineguale, scabra, rotta qua e là da piccoli pantani che rendevano arduo il cammino. Da quei brevi specchi d'acqua immobile scattavano su in lento volo degli uccellacci che il buio della notte subito inghiottiva.

Altri invece prillavano via in interi stormi che facevano pensare a nuvole cacciate dal vento. Pencroff credette di riconoscere in essi dei gabbiani le cui strida acute si udivano tra i ruggiti del mare.

Tratto tratto i naufraghi si fermavano, lanciavano delle grida e poi sostavano muti ad ascoltare se qualche grido rispondesse dall'Oceano.

Pensavano che, se fossero stati vicini al punto dove l'ingegnere aveva raggiunto la terra, i latrati di Top avrebbero risposto ai loro appelli qualora l'ingegnere non fosse stato in condizioni di poter lanciare un grido. Ma non si udiva che lo schianto delle onde contro la riva e il gruppo di uomini riprendeva il suo cammino.

Dopo venti minuti di ricerche i naufraghi furono fermati all'improvviso da una schiumante striscia di onde. La terra finiva. Si trovavano sull'estremità di una punta rocciosa contro la quale il mare si rompeva con furore.

- E' un promontorio - osservò il marinaio - bisogna che noi ritorniamo, tenendoci verso la destra; raggiungeremo così la terra ferma.

- Ma se egli fosse là!... - gridò Nab mostrando l'Oceano su cui biancheggiavano, nelle tenebre, le schiume delle onde.

- Chiamiamo ancora!

Tutti, unendo le loro voci, lanciarono alte grida; ma nessuno rispose.

Attesero un attimo di quiete, gridarono ancora una volta, non rispose che il silenzio. I naufraghi tornarono allora verso terra seguendo la costa opposta del promontorio. Anche qui il suolo era sabbioso e sparso di pietre; ma Pencroff notò che il terreno saliva e pensò che doveva raggiungere a poco a poco un'alta scarpata che si profilava confusamente nell'ombra della notte. Qui gli uccelli erano rari, il mare appariva meno agitato, le onde più tranquille, s'udiva appena il mormorio del risucchio. Questo lato del promontorio doveva senza dubbio formare una specie di baia semicircolare protetta dalla violenza della tempesta che infuriava al largo.

Ma, seguendo quella direzione, s'andava verso il sud e ci si allontanava da quel tratto di costa sul quale l'ingegnere avrebbe potuto metter piede. Dopo un cammino di un miglio e mezzo la costa non presentava alcuna svolta che consentisse di tornare verso il nord.

Eppure bisognava bene che quel promontorio di cui si era girata la punta si unisse alla terra ferma; e i naufraghi, quantunque sfatti dalla fatica, procedevano coraggiosamente sperando di trovare a ogni passo qualche angolo brusco che li rimettesse nella direzione primitiva. Senonché dopo circa due miglia di strada faticosa si videro ancora una volta fermati dal mare sopra una punta rocciosa.

- Siamo sopra un isolotto - esclamò Pencroff - e noi l'abbiamo traversato da una estremità all'altra!

Il marinaio aveva detto il vero. I naufraghi erano stati gettati non sopra un continente e nemmeno sopra un'isola vera e propria, ma sopra un isolotto che non misurava più di due miglia di lunghezza. Questo isolotto arido pietroso senza vegetazione, squallido rifugio di gabbiani, faceva forse parte di un arcipelago più importante? Chissà!

I passeggeri, quando dalla loro navicella lo videro attraverso le nebbie non avevano certo potuto esaminarlo con cura. Ma Pencroff, con i suoi occhi di marinaio abituati a vedere nelle tenebre, credette a un certo punto di distinguere verso occidente delle masse confuse che potevano annunciare una costa montagnosa. Senonché ormai era notte, non si poteva pensare ad abbandonare l'isolotto accerchiato dal mare e bisognava rinviare all'indomani le ricerche dell'ingegnere che non aveva risposto purtroppo a nessuna delle invocazioni lanciate nella notte dai suoi compagni.

- Ma il silenzio di Cyrus non prova niente - osservò il giornalista. - Potrebbe essere svenuto, ferito, impossibilitato per il momento a rispondere. Non bisogna disperare.

E propose di accendere nell'isolotto un fuoco che potesse servire da punto d'orientamento all'ingegnere. Ma invano cercarono legna o sterpi secchi: non c'era che sabbia e pietrame. Facile immaginare il dolore di Nab e dei suoi compagni, che erano così strettamente uniti all'ingegnere. Bisognava convenire che erano impotenti a portargli alcun soccorso e che era necessario attendere il giorno. E allora, o l'ingegnere aveva potuto salvarsi con le sole sue forze e aveva già trovato rifugio sopra un altro punto dell'isolotto, oppure era perduto per sempre.

Furono ore lunghe e penose. Il freddo era acuto e tormentava dolorosamente, ma i naufraghi non se ne accorgevano nemmeno, né pensarono di concedersi un minuto di riposo. Dimenticando le loro pene fisiche, il pensiero fisso al loro capo, sperando sempre, andavano e venivano sull'arido isolotto, frugando, chiamando, cercando, tornando sempre verso la punta settentrionale dove pareva loro di trovarsi più vicini al luogo dove si era perduto Cyrus Smith, restando in ascolto se venisse qualche grido lontano nella notte. A un certo punto, un grido di Nab parve riprodursi in un'eco; Harbert se ne avvide, lo fece notare a Pencroff, e aggiunse:

- Questo proverebbe che dovrebbe esserci verso occidente una costa abbastanza vicina.

Il marinaio ne convenne. D'altro lato, egli aveva intravisto qualche cosa, nel buio, verso quella parte; i suoi occhi non potevano ingannarsi; sì, doveva esserci una terra verso occidente.

Quella eco lontana fu la sola risposta che pervenisse alle orecchie dei naufraghi.

Intanto il cielo a poco a poco si puliva delle nuvole. Verso la mezzanotte qualche stella apparve e, se l'ingegnere fosse stato con loro, avrebbe fatto osservare ai suoi compagni che non erano già più le stelle dell'emisfero boreale. Infatti, non si vedeva la stella polare, le costellazioni zenitali non erano quelle che si vedevano sui cieli settentrionali dell'America, la Croce del Sud splendeva sul polo australe del globo.

La notte trascorse così. Verso le cinque del mattino, il cielo cominciò a impallidire. Ancor buio era l'orizzonte, ma poi, con l'alba, una nebbia pesante si stese sul mare e rapidamente: non ci si vedeva a venti passi di distanza. Era un motivo di nuove angosce per i naufraghi che avevano atteso la luce del giorno con tutta ansia e adesso non scorgevano assolutamente nulla.

- Non importa - disse Pencroff, - se non vedo la costa, la sento... E là... là, ne sono sicuro come sono sicuro di non essere più a Richmond.

Ma quella nebbia non poteva tardar troppo a sollevarsi, non era che una nebbia del bel tempo, e il calore del sole l'avrebbe presto dissolta. Verso le sei, infatti, cominciò a farsi trasparente; presto, l'intero isolotto si scoprì agli occhi dei naufraghi, poi il mare, infinito verso oriente, ma chiuso verso occidente da una costa alta e diruta. Sì! La terra era là! Là la salvezza sicura, almeno per qualche tempo. Fra l'isolotto e quella costa correva un braccio di mare, largo mezzo miglio ma tormentato da una corrente fortissima. Eppure, uno dei naufraghi, non ascoltando che il proprio cuore, si buttò nell'acqua senza dire una sola parola. Era Nab. Egli aveva fretta di essere su quella costa e di spingersi verso nord. Nessuno avrebbe potuto trattenerlo. Invano, infatti, Pencroff cercò di richiamarlo. E allora il giornalista si accinse a seguire il negro. Ma il marinaio lo fermò:

- Che volete fare? Buttarvi anche voi a nuoto verso la costa?

- Sì.

- Aspettate, date ascolto a me. Nab basterà, se mai, a soccorrere l'ingegnere. Se ci avventuriamo tutti in questo braccio di mare, la corrente potrebbe portarci verso il largo. Ora, se non m'inganno, si tratta di una corrente provocata dall'alta marea. Guardate, adesso la marea accenna a scendere. Un po' di pazienza, e, quando il mare sarà basso, troveremo probabilmente un passaggio guadabile.

- Sì, avete ragione - ammise Spilett. - E' meglio che ci separiamo il meno possibile.

Intanto Nab lottava con ostinatezza gagliarda contro la corrente, cercando di attraversarla in senso obliquo. Si vedevano le sue spalle nere emergere dall'acqua a ogni colpo di braccia; andava sì alla deriva, ma si avvicinava sempre più alla costa. Gli ci volle più di mezz'ora per superare quel mezzo miglio d'acqua, e quando raggiunse la costa si trovava a parecchie centinaia di metri più in là dal punto dell'isolotto dove si era lanciato a nuoto. A terra, Nab si trovò subito davanti a una muraglia di granito. Si scosse vigorosamente, poi, correndo, sparì agli occhi dei compagni svoltando dietro una punta rocciosa che si protendeva nel mare in direzione nord.

I suoi compagni lo avevano seguito con trepidazione e, quando lo perdettero di vista, cominciarono a esaminare quella terra dove tra breve si sarebbero trasferiti in cerca di un rifugio, sostenendosi con qualche arsella. Come colazione, era piuttosto magra; ma bisognava rassegnarsi...

La costa che si vedeva di fronte formava una vasta baia conchiusa verso sud da una punta assai acuta, senza alcun segno di vegetazione e dall'apparenza selvaggia. Verso settentrione, invece, la baia, aprendosi, formava un litorale meno scabro, che correva da sud-ovest a nord-est e terminava in un capo affilato. Fra quei due punti estremi sui quali s'appoggiava l'arco della baia, potevano correre circa otto miglia. Proprio davanti all'isolotto, quella terra mostrava, in primo piano, una spiaggia sabbiosa disseminata di rocce nerastre che la calante marea veniva a una a una discoprendo. In secondo piano, s'alzava una cortina granitica, tagliata a picco, incoronata da una cresta capricciosa alta un centinaio di metri sul mare, lunga circa tre miglia e che finiva con una specie di pane tagliato con tanta precisione che pareva opera umana anziché naturale. Nessun albero, in quel paesaggio desolato che ricordava quello che domina la città del Capo di Buona Speranza, naturalmente in proporzioni ridotte. Ma, verso destra, dall'isolotto, si potevano scorgere, al di là di quella specie di pan tagliato, le masse confuse di grandi alberi che si prolungavano a perdita d'occhio. Era una vista che rallegrava lo spirito, attristato dalla asprezza di quelle aride muraglie e di quelle spiagge desolate. E finalmente, sul fondo, in direzione nord-ovest, a oltre sette miglia, splendeva una cima bianca che i raggi del sole facevano brillare. Era un cappuccio di neve stesa sopra un monte lontano. Ma chissà se quella terra era un'isola oppure un continente! Vedendo certi cumuli di rocce contorte e sconvolte, non era difficile arguire che si trattasse di terreni vulcanici. Spilett, Pencroff e Harbert guardavano con attenzione quella terra sulla quale si accingevano a trasferirsi, sulla quale, forse, avrebbero dovuto vivere per anni e anni, e aspettarvi la fine, se essa non si trovava sopra qualche rotta marina...

- Pencroff - mormorò Harbert. - Che cosa ne pensi?

- Mah! - gli rispose il marinaio. - C'è del buono e del cattivo, come in tutte le cose di questo mondo. Vedremo. Intanto, però, la bassa marea comincia. Credo che fra tre ore potremo tentare il guado. Quando saremo di là, cercheremo di cavarcela e di trovare l'ingegnere Smith.

Pencroff non si era ingannato nelle sue previsioni. Tre ore dopo, col mare basso, quasi tutto il letto del canale, formato da sabbia, emergeva e non restava più fra l'isolotto e la terra ignota che uno strettissimo tratto di mare da traversare. Alle dieci, Spilett e i suoi compagni si spogliarono, si assicurarono i loro abiti in un fagotto sopra le teste e si avventurarono in quel breve tratto di mare, profondo poco più di un metro e mezzo. Il solo Harbert, ancora piccolo, dovette nuotare, e lo fece mirabilmente. In pochi minuti furono, senza fatica, sull'opposto litorale dove, asciugatisi al sole e rivestiti i loro abiti, si sedettero a deliberare sul da farsi.




CAPITOLO 4


Subito il giornalista disse a Pencroff di aspettarlo in quello stesso punto dove avevano toccato terra, e, senza il più piccolo indugio, risalì la costa seguendo la stessa strada che aveva poco prima seguito il negro Nab, sparendo presto dietro un angolo di terra. Harbert avrebbe voluto accompagnarlo, ma Pencroff lo aveva trattenuto, dicendogli:

- Resta, figliolo. Dobbiamo preparare un accampamento e vedere se non ci è possibile trovare qualche cosa da mettere sotto i denti: qualche cosa di più sostanzioso delle arselle di ieri. Anche i nostri amici avranno bisogno di rifocillarsi, quando torneranno. Andiamo: al lavoro!

- Eccomi pronto, Pencroff.

- Vedrai che qualche cosa combineremo. Procediamo con metodo. Siamo stanchi, abbiamo fame e abbiamo freddo. Bisogna dunque trovare un ricovero, del cibo e del fuoco. La foresta ha del legno, i nidi avranno delle uova; non ci resta che trovarci una casa.

- Andrò io a cercare una grotta dentro queste rocce, e finirò pure per trovare qualche bel buco dove potremo rifugiarci!

- Ecco. Andiamo, ragazzo.

Si misero in cammino ai piedi della enorme muraglia granitica, sulla spiaggia che la bassa marea aveva scoperto per largo tratto. Andavano però verso sud, perché Pencroff aveva osservato che, a un centinaio di metri al di sotto del punto dove erano arrivati, la costa presentava una specie di taglio che, secondo il marinaio, doveva essere la foce di un fiume o di un ruscello. Ora, se era importante trovare dell'acqua da bere, era anche possibile che la corrente avesse portato Smith proprio verso quella foce. La muraglia di granito, che si innalzava, come s'è detto, di un centinaio di metri, era compatta e nemmeno alla sua base, che pur veniva lambita dalle onde, presentava la più piccola incrinatura. Era, insomma, una specie di muraglione a picco liscio e durissimo, sulla cui sommità roteavano miriadi di uccelli acquatici, tutt'altro che spaventati dalla presenza di quegli uomini che vedevano certo per la prima volta. Pencroff riconobbe in mezzo a essi due o tre specie di gabbiani, e pensò che con un sol colpo di fucile se ne sarebbe potuto abbattere molti; ma per sparare un colpo di fucile, è necessario un fucile, e i due uomini non l'avevano. D'altra parte, si sa che i gabbiani non sono affatto buoni da mangiare e nemmeno le loro uova sono gradevoli al gusto.

Intanto, Harbert, che si era allontanato di qualche passo verso sinistra, scoprì delle rocce rivestite di alghe in mezzo alle quali innumerevoli erano certe conchiglie a doppia valva abbastanza solleticanti per gente affamata. Chiamò subito Pencroff, che si affrettò a raggiungerlo.

- Perbacco! - gridò il marinaio. - Ma sono delle arselle!

- Non direi - osservò Harbert che le aveva esaminate con attenzione. - Le direi piuttosto dei litodomi.

- Si mangiano?

- Benissimo.

- E allora, facciamo colazione con questi signori.

Ci si poteva fidare di Harbert, ferratissimo in storia naturale, che aveva, per volontà del padre, seguito i corsi dell'Università di Boston i cui professori avevano subito preso a ben volere quel giovinetto studioso e appassionato. La sua profonda conoscenza di siffatta disciplina doveva, anzi, tornare di grande utilità anche in avvenire.

Questi litodomi erano dei molluschi cosiddetti perforatori perché si scavano dei buchi dentro la pietra e hanno la conchiglia arrotondata verso le estremità.

Pencroff e Harbert ne fecero una scorpacciata, come se fossero ostriche, e non dovettero nemmeno lamentarsi per la mancanza di pepe perché il sapore di quei molluschi era già assai pepato per conto suo.

Calmato un poco l'appetito, bisognava pensare a trovare dell'acqua da bere. Raccolta un'ampia provvista di quei molluschi, Pencroff e Harbert si misero in cammino e duecento passi più in là arrivarono a quella spaccatura della costa dove il marinaio aveva supposto la foce di un corso di acqua. La sua supposizione era stata infatti esatta. Vi trovarono una specie di fiume che si cacciava dentro la spaccatura della muraglia di granito e, mezzo miglio più in su, spariva dentro un bosco.

- Harbert! Guarda. Qui, l'acqua; là, il bosco. Adesso non ci manca che la casa.

Era un'acqua limpida e, in quell'ora di bassa marea, dolce. Invano però Harbert cercò intorno una grotta, un rifugio qualunque: la muraglia di granito permaneva liscia e compatta. Però, proprio alla foce di quel corso di acqua, a seguito di alcune frane, si erano formate non delle grotte, ma come dei mucchi di rocce. Pencroff e Harbert si cacciarono per i sentieri di sabbia che correvano in mezzo a quella convulsione rocciosa, sfiorando pinnacoli che si reggevano per miracoli di equilibrio naturale, e duravano fatica a reggere contro il vento che si infilava rabbioso e violento dentro quei camminamenti sabbiosi che formavano come un labirinto in mezzo alle rocce.

- Fermiamoci - disse Pencroff. - Potremo utilizzare, per ora, uno di questi roccioni che presenti qualche cavità. Certo, se fosse qui l'ingegnere, egli saprebbe sfruttare assai meglio queste rocce...

- Tornerà presto - affermò Harbert. - Ma quando torna, deve trovare qui una dimora abbastanza abitabile. Del resto, la renderemo abitabile, se riusciremo a costruire una specie di focolare, in una di queste cavità, e a lasciarvi un'apertura perché il fumo possa uscirne.

- Ce la faremo, ragazzo mio. E prima di tutto, andiamo a raccogliere un poco di combustibile; penso che il bosco ce lo fornirà; e ci fornirà anche dei grossi legni per turare convenientemente la nostra grotta e sbarrare il passo a questo vento del diavolo.

Risalirono allora la sponda sinistra del corso d'acqua, notando che la corrente era assai forte e si portava dietro dei tronchi d'alberi.

Certo, durante l'alta marea, quelle acque dovevano essere risospinte all' indietro per un lungo tratto: e Pencroff pensò che si sarebbe potuto utilizzare benissimo quel movimento di flusso e riflusso per trasportare degli oggetti pesanti.

Dopo aver camminato per un quarto d'ora, il marinaio e il ragazzo arrivarono dove il corso d'acqua descriveva una brusca giravolta e si tuffava dentro una foresta di alberi stupendi, ancor ricchi di fogliame nonostante la stagione. Si trattava di conifere, e Harbert, il piccolo naturalista, riconobbe subito la famiglia alla quale appartenevano quelle conifere dal gradito profumo, e poi mostrò a Pencroff alcuni alti ciuffi di pini marittimi dal largo ombrello.

Camminando sotto quegli alberi, sotto le alte erbe, il marinaio sentì scricchiolare e crepitare sotto i suoi passi delle legne secche.

- Ragazzo - fece Pencroff, - io non conosco il nome di questi alberi, ma so di poterli catalogare nel genere della «legna da ardere»: ed è quello che, per ora, ci interessa.

- Facciamone subito una buona provvista - gli rispose Harbert, mettendosi senz'altro all'opera.

La raccolta fu facile. Non occorreva nemmeno rompere dei rami o strapparli dagli alberi, tanta era la quantità di legna secca che giaceva in terra. Il combustibile, insomma, non mancava; quello che mancava era un mezzo di trasporto. Secca com'era, quella legna doveva ardere con estrema facilità e rapidità; sarebbe quindi stato necessario portarne una forte provvista alla grotta, e il carico di due uomini era ben lungi dal bastare.

- Non preoccuparti, ragazzo - fece Pencroff - troveremo bene un mezzo per trasportare questo combustibile. Ci si arrangia sempre. Certo, se avessimo una carretta o una barca, la cosa sarebbe fin troppo facile.

- Ma abbiamo il fiume - esclamò Harbert.

- Ecco. Il fiume sarà per noi la strada che cammina per conto suo, e i traini di legname non sono stati inventati per nulla.

- Però, in questo momento, questa nostra strada d'acqua corre in una direzione proprio opposta alla nostra. C'è l'alta marea, e il corso d'acqua retrocede.

- Aspettiamo la bassa marea; e penserà quest'acqua a portarci il combustibile alla grotta.

E subito, tutt'e due, cominciarono a portare verso la sponda del fiume grossi fasci di legna secca. Poi, con dei tronchi abbastanza grossi legati insieme con robuste liane secche, costruirono una specie di zattera sulla quale accumularono ordinatamente la legna raccolta. In poco più di un'ora, il carico era completo, e il traino, assicurato alla sponda, aspettava la bassa marea per prendere il via e lasciarsi portare dalla corrente.

C'erano alcune ore da aspettare e venne a tutti e due il pensiero di impiegarle salendo fin sopra la muraglia di granito per esaminare di lassù la terra sconosciuta sulla quale avevano posto il piede. A un centinaio di metri più in là, la muraglia scendeva dolcemente, come a formare una scalinata naturale. Harbert e Pencroff la salirono agevolmente e in pochi minuti furono sulla sommità della gradinata granitica di dove potevano contemplare lo sterminato Oceano. Con ansiosa emozione scrutarono tutta la costa settentrionale, sulla quale erano scesi col pallone. Là, Cyrus Smith era scomparso, e là i loro occhi cercarono se qualche rottame dell'aerostato non fosse per avventura rimasto a galleggiare sulle acque; ma il mare non era che un infinito deserto d'acqua, e deserta appariva la costa. Non vi si scorgevano nemmeno Nab e il giornalista. Ma, forse, in quel momento, l'uno e l'altro stavano cercando ed esplorando in qualche altra parte della costa...

- Eppure, qualche cosa mi dice - esclamò Harbert - che un uomo come l'ingegnere non ha potuto annegare come l'ultimo venuto. Egli deve aver raggiunto qualche altro punto della costa. Non lo credi, Pencroff?

Il marinaio scosse la testa con tristezza; egli non aveva troppe speranze di rivedere Cyrus Smith; ma non voleva distruggere le speranze del ragazzo, e gli rispose:

- Senza dubbio, figliolo; il nostro ingegnere è uomo da cavarsi d'impiccio dove tutti gli altri uomini sarebbero fritti.

Verso occidente, si vedeva svettare la montagna con la sua cima coperta di neve. Larghe masse boscose l'ammantavano sino a una certa altezza, e dove il bosco finiva, spaziava una vasta prateria disseminata di ciuffi di alberi. Laggiù, qua e là, si vedeva anche scintillare l'acqua del fiume che certo doveva scendere dalla montagna.

- Chissà se siamo sopra un'isola! - mormorò pensoso Pencroff.

- Comunque, dovrebbe essere un'isola assai grande.

- Per quanto grande sia, sarebbe sempre un'isola...

La questione non poteva essere risolta in quel momento. Bastava constatare che, isola o continente, quella terra era abbastanza fertile, piacevole come paesaggio, varia nei suoi prodotti.

- Bisogna ringraziare la Provvidenza - disse Pencroff - che, in fondo, ci ha assistito nel nostro disastro.

- Sia dunque lodato Iddio - gli fece Harbert, il cui giovane cuore era pieno di riconoscenza per il Creatore.

Poi ripresero la strada del ritorno, seguendo la cresta meridionale della muraglia, orlata da un festone di rocce capricciose dalle quali, al passare dei due uomini, scattavano a volo stormi di uccelli.

- Ma non sono dei gabbiani - esclamò Harbert.

- E allora, che uccelli sono? Sembrerebbero dei piccioni!

- E difatti, sono dei colombi selvatici o colombi di roccia gli rispose Harbert. - Li riconosco benissimo dalla doppia banda nera che traversa le loro ali, dalla macchia di piume bianche sul dorso, e dal colore blu-cinerino delle loro piume. E, sai, il colombo di roccia è ottimo da mangiare: di conseguenza ottime devono essere le loro uova.

Ora, per poche che ne abbiano lasciate nei loro nidi...

- Ah, non lasceremo loro il tempo di schiudersi, se non in tante belle frittate.

- Già; ma e come le farai le frittate? Con che cosa?

- Hai ragione; non sono abbastanza mago per questo. Ma non importa; ci accontenteremo di uova alla coque e di uova sode. Le più dure me le papperò io.

Nelle anfrattuosità di quelle rocce, in certi buchi annidati nelle pieghe della pietra, trovarono molte uova e ne raccolsero alcune dozzine che conservarono accuratamente nel largo fazzoletto del marinaio. Quindi, scesero verso il corso d'acqua. Quando arrivarono sulla sponda, era un'ora del pomeriggio, e la bassa marea già cominciava. Bisognava approfittare del riflusso per avviare verso le grotte il carico di legna. Pencroff non voleva che quella zattera andasse sulla corrente senza direzione, e, d'altro canto, non osava imbarcarsi su quel fragile mezzo natante in mezzo a un fiume rapinoso, ma un marinaio non è mai in imbarazzo, quando si tratta di cavi e di gomene, e Pencroff, in un battibaleno, formò una grossa e lunga corda intrecciando insieme delle tenacissime liane, l'assicurò alla poppa della zattera e ne tenne un capo nelle mani, mentre Harbert, aiutandosi con una lunga pertica, manteneva l'imbarcazione nella corrente.

La cosa riuscì alla perfezione. Il grosso carico di legna, frenato dalla lunga corda vegetale tenuta nel pugno fermo del marinaio, seguiva docilmente il filo della corrente. La riva del fiume era pianeggiante, non c'era pericolo di urti che avrebbero messo a repentaglio il carico, e in poco meno di due ore, la zattera veniva fermata a pochi passi di distanza dalle grotte.




CAPITOLO 5


Scaricato il legno, Pencroff si dette subito da fare per rendere abitabile la grotta scelta come abitazione, ostruendo le aperture con sabbia, pietre, rami intrecciati saldamente e terra bagnata per evitare il passaggio dei venti. Venne lasciata una sola via libera, una specie di condotto, per il fumo. Nell'interno, la grotta era suddivisa in tre o quattro camere, se si potevano definire in tal modo certe tane delle quali una fiera si sarebbe disdegnosamente accontentata. Ma ci si stava al riparo, ci si poteva stare in piedi, almeno nella più grande, che era al centro della grotta. Il suolo era coperto da una sabbia finissima. Insomma, in attesa di meglio, ci si poteva arrangiare abbastanza bene.

Pencroff e Harbert lavoravano di buzzo buono, e parlavano.

- Non credi, Pencroff, che i nostri compagni avranno trovato una casa migliore di questa nostra?

- Può darsi; ma, nel dubbio, non astenerti dal lavoro. Meglio due corde sull'arco che nemmeno una corda.

- Pur che riportino l'ingegnere Smith, e non avremo più nulla da chiedere al Cielo.

- Sì... Che uomo, l'ingegnere! Non se ne trovava un altro...

- Trovava?!... Ma allora tu disperi di rivederlo?

- Dio me ne guardi.

Intanto, il lavoro era finito, e Pencroff se ne dichiarò soddisfattissimo.

- Ecco - disse. - Ora i nostri compagni possono tornare; troveranno un rifugio sufficiente.

Restava da costruire il focolare e preparare la cena. Una cosa semplice e facile, in fondo. In fondo a una specie di corridoio scavato fra le rocce, nella grotta, sotto l'apertura che era stata lasciata apposta per l'uscita del fumo, furono collocate delle grosse pietre rotonde e piatte. C'era anche questo di buono: quel calore che non se ne sarebbe uscito insieme col fumo dall'apertura, sarebbe bastato ad assicurare alla «casa» una temperatura conveniente. In una delle «camere» venne ammassata la provvista di legna, e poi il marinaio dispose sulle pietre del focolare improvvisato dei grossi ceppi mescolati a legna minuta. Fu a questo punto che Harbert gli domandò se avesse degli zolfanelli.

- Perbacco - gli rispose Pencroff. - E aggiungo, per fortuna; perché senza zolfanelli o senza esca, saremmo in un brutto impiccio.

- Non potremmo fare del fuoco come i selvaggi, strofinando energicamente due pezzi di legno uno contro l'altro? - Provaci, provaci, figliolo, e vedremo se ce la fai prima a ottenere il fuoco o a romperti le braccia.

- Eppure, è un metodo assai in uso nelle isole del Pacifico.

- Non dico di no; ma bisogna concludere che quei selvaggi sanno come si fa, oppure usano del legno particolare, perché io l'ho provato cento volte, e non ci sono mai riuscito. No; preferisco gli zolfanelli. Dove sono, a proposito?

Pencroff cercò la scatola per tutte le tasche della giacca e dei pantaloni, ma, con sua grande sorpresa, non la trovava.

- Ecco una cosa maledettamente seccante - brontolò. - La scatola deve essermi caduta dalla tasca, e non me ne sono accorto. Tu, Harbert, non hai uno zolfanello o qualche cosa da accendere?

- No, Pencroff!

Il marinaio uscì dalla grotta grattandosi la testa energicamente e, con Harbert, si dette a cercare ansiosamente nei dintorni, sulla sabbia, se per caso si trovasse la sua scatola preziosa. Era una scatola di rame, e difficilmente avrebbe potuto sfuggire ai loro occhi.

- Sei sicuro, Pencroff, di non aver buttato fuori dalla navicella anche quella scatola?

- Oh, me ne sono guardato bene. Soltanto, capirai, con tutti quegli scossoni che abbiamo subito, è facile che un oggetto così piccolo si sia smarrito. Anche la mia pipa, vedi, è sparita. Maledizione! Dove può mai essersi cacciata quella diabolica scatola?

- Guarda, il mare sta ritirandosi. Andiamo sul posto dove abbiamo preso terra.

Era assai poco probabile trovare la scatola su quella sabbia dove le onde avevano dovuto farla rotolare chissà dove, ma non si poteva trascurare neanche la più piccola possibilità. Corsero dunque su quel punto della costa, e là frugarono con cura minuziosa in ogni anfratto, in ogni buco, in ogni angolo, ma senza trovar niente. Evidentemente, se la scatola era caduta su quella sabbia, doveva poi essere finita in mare. Era una perdita gravissima, nelle loro circostanze:

irreparabile, anzi, e Pencroff non nascondeva il suo cruccio e il suo dispetto. Harbert cercò di confortarlo dicendogli che, se anche l'avessero trovata, quella scatola avrebbe ormai contenuto degli zolfanelli inservibili, inzuppati d'acqua di mare; ma il marinaio protestò: la sua scatola era assolutamente impenetrabile, aveva una chiusura ermetica.

- Beh, Pencroff, troveremo certamente qualche altro mezzo per procurarci del fuoco. E poi, Spilett o l'ingegnere avranno bene in tasca degli zolfanelli.

- Sì, ma intanto siamo senza fuoco, e al loro ritorno troveranno una ben malinconica cena che li aspetta. E poi, Nab e l'ingegnere non fumano, e perché vuoi che abbiano degli zolfanelli in tasca? E quanto a Spilett, quello avrà conservato senza dubbio il suo taccuino, ma non la sua scatola di zolfanelli.

Harbert non rispose. Era sicuro che si sarebbe potuto ottenere del fuoco anche senza quella famosa scatola. Pencroff invece, per quanto non fosse uomo da perdersi d'animo, non era altrettanto sicuro.

Comunque, intanto non c'era che una cosa da fare: aspettare il ritorno di Nab e di Spilett. Addio però cena con le uova sode! Bisognava accontentarsi di carne cruda: e la cosa, francamente, non era gran che allettante. A buon conto, prima di tornare alla grotta, fecero una nuova e abbondante provvista di litodomi. Lungo la strada del ritorno, Pencroff camminava a testa bassa, cercando sempre per terra la sua scatola, fermandosi a frugare sotto i ciuffi d'erba, sotto i sassi, lungo la riva del fiume. Alle cinque erano a «casa», e anche qui, dentro la vasta grotta e le sue «stanze» e i' suoi corridoi, fu cercato minuziosamente. Finalmente, decisero di sospendere quelle ricerche evidentemente inutili.

Un'ora dopo, proprio mentre il sole stava scendendo a occidente, dietro gli altipiani di quella terra, Harbert, che stava passeggiando sulla sabbia, vide Spilett e Nab che stavano tornando. Erano soli!...

Il giovinetto sentì stringersi il cuore. Ah, il marinaio non si era dunque ingannato: l'ingegnere Smith non era stato trovato!

Il giornalista, appena arrivato, si sedette sopra un sasso senza profferire parola. Sfatto di stanchezza e di fame, non aveva più la forza di parlare. Quanto a Nab, i suoi occhi pesti e arrossati dicevano quanto avesse pianto e, come fu davanti alla grotta, ricominciò a piangere.

Spilett fece poi il racconto di tutte le ricerche fatte. Insieme con Nab egli aveva percorso la costa per un tratto di otto miglia, e cioè era andato assai più in là dal punto dove era avvenuta la prima caduta dell'aerostato,caduta che aveva provocatolascomparsa dell'ingegnere. Ma la costa era deserta e non si era trovata alcuna traccia, alcuna impronta, né un sasso rimosso di fresco, né il segno di un piede umano sulla sabbia. Era evidente, anche, che nessun abitante frequentava quella zona costiera. E, corre la costa, deserto era il mare. Forse, in quel deserto d'acqua, a qualche centinaio di metri dalla riva, l'ingegnere aveva trovato la morte e la tomba!

A queste parole Nab si alzò di scatto e con voce convulsa e decisa gridò:

- No! No! Egli non è morto! No! No! Lui?!... Ma via... Qualsiasi altro, forse... Ma lui, no! Lui, non è possibile. Egli è un uomo che sa difendersi contro tutto e contro tutti...

Poi, disfatto dall'angoscia e dalla stanchezza, si lasciò cadere a terra, dicendo:

- Non ne posso più!...

Harbert gli si avvicinò:

- Coraggio, Nab. Lo troveremo, vedrai. Dio ce lo restituirà. Ma, adesso, dovete aver fame; mangiate, ve ne prego; mangiate qualche cosa.

Così dicendo, offriva al negro una manciata di conchiglie, una magra e povera cena, in verità! Nab, per quanto fosse digiuno da molto tempo, ricusò. No, senza il suo diletto padrone, egli non voleva vivere.

Gedeone Spilett, invece, divorò una grande quantità di quei molluschi, poi si sdraiò sulla sabbia, contro una roccia, estenuato ma calmo.

Harbert gli si avvicinò e gli disse:

- Signore, noi abbiamo trovato un rifugio dove starete meglio di qui.

Sta scendendo la notte. Venite a riposarvi. Domani vedremo...

Il giornalista si alzò e, guidato dal giovinetto, si avviò verso le grotte. A un tratto Pencroff lo fermò e gli chiese, con l'aria più naturale di questo mondo:

- A proposito, signor Spilett, non avreste uno zolfanello?

Il giornalista si frugò nelle tasche, non ci trovò niente, e rispose:

- Ne avevo, sì; ma ho dovuto buttar via tutto...

Il marinaio rivolse la stessa domanda a Nab, e n'ebbe la stessa risposta.

- Maledizione! - esclamò allora Pencroff fra i denti. Ma il giornalista lo sentì e gli chiese:

- Nemmeno uno zolfanello?

- Nemmeno uno, e, per conseguenza, nemmeno un briciolo di fuoco.

- Ah, se ci fosse qui il mio padrone - esclamò Nab - saprebbe ottenere il fuoco anche senza zolfanelli!

I quattro naufraghi si guardarono in viso preoccupati e perplessi. Poi Harbert ruppe quell'inquieto silenzio e disse:

- Signor Spilett, voi siete un accanito fumatore, dovete sempre avere degli zolfanelli dispersi in qualche tasca. Forse, non avete cercato bene. Cercate ancora! Un solo zolfanello basterebbe...

Il giornalista frugò accuratamente tutte le tasche della giacca, del panciotto, dei pantaloni, e finalmente, con grande gioia di Pencroff, sentì un piccolo sottilissimo legno tra la stoffa e la fodera del panciotto. Doveva essere uno zolfanello; ma era l'unico, ed era necessario estrarlo con grandissima cautela per non strappar via quel poco di fosforo.

- Volete lasciar fare a me? - chiese Harbert.

E, con molta leggerezza e abilità, il giovinetto riuscì a estrarre, da quel nascondiglio, la fragile asticciola di legno, quel misero e preziosissimo pezzo di legno, che rappresentava, per i naufraghi, un vero e proprio tesoro.

- Uno zolfanello! - esclamò Pencroff. - Ma è come se ne avessimo un carico intero.

Prese in consegna il prezioso zolfanello e, seguito dai suoi compagni, entrò nella grotta. Bisognava ora servirsi di quel legnetto con grande sicurezza e cautela, non sciuparlo. Pencroff si assicurò anzitutto che fosse ben secco, poi, guardandosi in giro, disse: - Mi occorre un po' di carta.

Spilett stette un poco soprappensiero, poi, sospirando, strappò un foglio dal suo taccuino, e lo diede al marinaio che si era già inginocchiato davanti al focolare, e vi aveva collocato accuratamente alcune manciate di erbe secche. Ciò fatto piegò il foglio in forma di imbuto, come fanno i fumatori di pipa per difendere la fiamma dal forte soffio del vento, e lo cacciò sotto le foglie secche. Si trattava ora di accendere quell'unico zolfanello. Pencroff sospirò, prese un ciottolo ben asciutto, vi sfregò contro piano piano lo zolfanello; ma la fiamma non sprizzò. Il marinaio aveva tenuto lo zolfanello troppo leggero, timoroso di rovinare la capocchia di fosforo.

- No! - fece. - Sento che non ci riuscirò mai... Non posso... Non voglio...

Si alzò, pregò Harbert di far lui. Il ragazzo non era mai stato così emozionato in tutta la sua vita. Il cuore gli batteva forte forte.

Prese lo zolfanello, lo fregò con vivacità sul ciottolo, si udì un lieve crepitio, e una piccola fiamma azzurrina spiccò in cima all'asticciola di legno. Harbert girò allora lo zolfanello in modo da alimentare quella fiammella, poi la introdusse dolcemente dentro l'imbuto di carta che si infiammò in un baleno, e pochi secondi dopo le erbe secche prendevano fuoco, la fiamma divampava alta e consolatrice, attaccava la legna accumulata sul focolare.

- Ah! - esclamò Pencroff. - Non sono mai stato così commosso!

Il focolare funzionava alla perfezione. Il fumo saliva per l'apertura, e un gradevolissimo calore si spandeva nella grotta.

Ora, sarebbe però stato necessario conservare quel fuoco, non lasciarlo spegnere mai, tenere sempre la bragia sotto la cenere; ma, insomma, tutto si sarebbe risolto con un poco di perseveranza e di pazienza.

Intanto, il marinaio provvide a preparare una cena che fosse un poco più invitante di quei molluschi, e Harbert portò due dozzine di uova di piccione. Spilett, seduto un poco in disparte, guardava quei preparativi e taceva. Tre pensieri lo tormentavano. Cyrus viveva ancora? E se viveva, dove poteva mai trovarsi? E, se era sopravvissuto alla catastrofe, come mai non era riuscito a dar segni della sua presenza? Quanto a Nab, sdraiato sulla sabbia,piangeva silenziosamente: egli non era ormai più che un corpo senz'anima...

Pencroff, che conosceva cinquantadue maniere di cuocere le uova, non aveva molta scelta, in quel momento. Dovette accontentarsi di seppellirle dentro la cenere calda e lasciarle cuocere così. Dopo qualche minuto, erano pronte, e il marinaio invitò i compagni a quella cena. La prima cena su quella ignota terra! Ma quelle uova erano squisite, e, poiché l'uovo contiene tutti gli elementi indispensabili al nutrimento dell'uomo, i naufraghi ne risentirono subito un grande beneficio.

Ah! se ci fossero stati tutti! Se uno non fosse mancato! Se i cinque prigionieri evasi da Richmond fossero stati tutti là, sotto quel cumulo di rocce, davanti a quella fiammata crepitante, su quella sabbia asciutta, avrebbero dovuto veramente ringraziare il cielo! Ma il più ingegnoso di loro, il più dotto, quello che era il loro capo, Cyrus Smith, mancava... e forse il suo corpo non aveva nemmeno potuto avere una sepoltura!... Così trascorse quella giornata del 25 marzo.

Intanto, era scesa la notte, si udiva, fuori, fischiare e gemere il vento, e rompersi il mare contro la riva. I ciottoli, sulla sabbia, percossi e spinti dall'onda, fragorosamente rotolavano.

Il giornalista si era ritirato in fondo a un corridoio oscuro, dopo aver tracciato sul suo taccuino sommariamente gli avvenimenti della giornata, ed era riuscito ad addormentarsi. Harbert, data la giovanissima età, lo aveva preceduto nel sonno. Il marinaio, steso davanti al fuoco, dormiva con un occhio aperto preoccupato com'era che il suo fuoco si spegnesse. Uno solo dei naufraghi non dormì: era l'inconsolabile, il disperato Nab che, nonostante tutte le preghiere dei compagni, per quanto durò la notte, girò su e giù per la costa chiamando il suo padrone!




CAPITOLO 6


L'inventario di quanto possedevano quei naufraghi gettati dal caso sopra quella costa che pareva disabitata, è presto fatto. Essi non possedevano nulla, all'infuori degli abiti che indossavano al momento della catastrofe Va fatta eccezione, tuttavia, per il taccuino e un orologio di Spilett, conservati evidentemente per distrazione. Non avevano nemmeno un'arma, nemmeno un utensile, nemmeno un temperino.

Dalla navicella, all'ordine gettato dall'ingegnere, era stato buttato proprio tutto. Gli eroi immaginari di Daniel de Foe e di altri romanzieri, non erano stati gettati sopra isole squallide e deserte in condizioni tanto disastrose. Essi traevano delle risorse abbondanti dalla loro nave incagliata sugli scogli o fracassata contro la costa, oppure trovavano di che provvedere ai primi bisogni della loro nuova esistenza in qualche grosso rottame che il mare buttava sulla costa.

Insomma, non si trovavano così totalmente disarmati in faccia alla natura. I nostri naufraghi non avevano nulla: e dal nulla, bisognava arrivare a tutto!

E almeno, se Cyrus Smith fosse stato con loro! Almeno se l'ingegnere avesse potuto mettere la sua scienza, il suo spirito inventivo al servizio di quella loro situazione disperata! Allora, forse, tutto non sarebbe stato perduto! Purtroppo, non si poteva più sperare di rivedere Cyrus Smith. I naufraghi non dovevano attendere altro aiuto se non dalle loro proprie forze e da quella Provvidenza che non abbandona gli uomini di fede.

Ma, prima di tutto, dovevano essi fermarsi su quel punto della costa senza cercare di sapere a qual continente apparteneva, se era abitata oppure la costa deserta di un'isola disabitata? Era una questione importante da risolvere, e senza indugio, perché dalla sua soluzione dipendevano le misure da prendere. Ma, prima di intraprendere qualsiasi esplorazione, seguendo il consiglio di Pencroff, risolsero di attendere qualche giorno. Bisognava preparare una scorta di viveri e procurarsi del cibo un poco più nutriente di qualche uovo e di un po' di molluschi. Gli esploratori, dovendo sopportare dure fatiche, sprovvisti di un comodo rifugio dove riposare la notte, dovevano, anzitutto, pensare al modo di rifocillare le proprie forze abbondantemente. Intanto, quella grotta offriva un rifugio sufficiente; il fuoco era acceso, bastava conservare la bragia, uova e litodomi non facevano difetto. Chissà che non ci fosse modo di uccidere qualcuno di quei colombi di roccia che volavano a stormi di centinaia sulla sommità della muraglia! Magari a colpi di bastone o a sassate... E perché gli alberi della foresta non dovevano dare qualche frutto nutriente e gustoso? E infine l'acqua dolce era là; a portata di mano. Tutto sommato, fu deciso di restare per qualche giorno nella grotta, a prepararvi una esplorazione accurata sia lungo la costa sia nell'interno.

Questo progetto piaceva soprattutto a Nab che, sempre più chiuso nelle sue idee, nei suoi presentimenti, non aveva alcuna fretta di abbandonare quel posto, teatro della catastrofe. Egli non credeva, non poteva, non voleva credere che l'ingegnere fosse perduto; non gli pareva possibile che un simile uomo fosse finito in quel modo banale, portato via da un colpo di mare, annegato miseramente nei flutti a qualche centinaio di passi dalla costa! Fin che le onde non avessero buttato sulla spiaggia il suo corpo; fino a che lui, Nab, non l'avesse visto coi suoi propri occhi, toccato con le mani, il cadavere del suo padrone, egli non avrebbe creduto alla sua morte. E questa idea si radicò sempre più nel suo cervello, diventò certezza segreta, assoluta. Forse, era un'affettuosa illusione; ma il marinaio non ebbe il coraggio di opporvisi. Per Pencroff, non c'era più speranza:

l'ingegnere era perito nel mare; ma con Nab, non voleva discutere, non si poteva discutere. Era come il cane che non può lasciare il posto dove il padrone è caduto, e il suo dolore era tale che probabilmente non sarebbe sopravvissuto.

Quel mattino del 26 marzo, fin dall'alba, Nab aveva ripreso lungo la costa le sue ricerche, spingendosi verso settentrione, ed era tornato in quel punto dove, presumibilmente, il mare si era rinchiuso sopra l'ingegnere.

Come tutta colazione, quel giorno non c'erano, come la sera precedente, che delle uova e dei litodomi. Ma Harbert aveva trovato del sale depositato nelle cavità delle rocce per evaporazione, e quella sostanza minerale giunse graditissima. Finita la colazione, Pencroff chiese al giornalista se voleva accompagnarli nella foresta, perché lui e Harbert avevano deciso di farvi una escursione. Ma poi, tutto ben ponderato, era meglio, anzi necessario che qualcuno restasse alla grotta per custodire il prezioso fuoco e anche per il caso che Nab avesse bisogno di soccorso. Il giornalista, dunque, restò.

- E noi, Harbert - disse il marinaio - andiamo a caccia. Troveremo delle munizioni lungo il cammino, e il nostro fucile ce lo taglieremo nella foresta.

Al momento di partire, però, Harbert fece osservare che, in mancanza di esca, sarebbe stato prudente tener pronto una sostanza che potesse sostituirla.

- Quale?

- Un pezzo di tela bruciacchiata. In caso di bisogno, essa potrà servirci da esca.

Il marinaio trovò la cosa giustissima; ma si rendeva necessario sacrificare un pezzo di fazzoletto. Poiché il sacrificio valeva la pena di esser compiuto, il fazzoletto a quadretti di Pencroff fu subito ridotto di proporzioni, e una larga striscia diventò uno straccetto bruciacchiato. Quella specie di miccia fu allora collocata dentro una nicchietta sassosa, al riparo d'ogni vento e d'ogni umidità.

Erano le nove del mattino, il tempo era nuvoloso, il vento soffiava da sud est, e Harbert e Pencroff si misero in cammino, volgendosi a guardare tratto tratto il fil di fumo che usciva dalla loro grotta.

Giunti nella foresta, Pencroff tagliò due solidi rami che trasformò in ottimi randelli dalla punta affilata contro un grosso sasso. Ah, se si fosse avuto un coltello!... I due cacciatori cominciarono ad avanzare fra le alte erbe, seguendo la riva del fiume. A un certo punto, il fiume faceva una brusca svolta verso sud ovest, restringendosi un poco, e le sue rive formavano un letto incassato coperto da una duplice arcata di rami fronzuti. Per non smarrire la strada, Pencroff decise di seguire il corso del fiume; ma la sponda presentava qua e là degli ostacoli notevoli: rami che scendevano fino al pelo dell'acqua, liane intrecciate tenacemente che bisognava rompere a colpi di bastone. Ogni tanto Harbert, con l'agilità di un gatto, si cacciava dentro il folto e spariva, ma il marinaio lo chiamava subito, ansioso e preoccupato, e infine lo pregò di non allontanarsi più.

Anche la foresta, come la costa, era immune d'ogni traccia di piede umano. Pencroff ci vide però impronte di quadrupedi, segni di passaggio recente di animali, dei quali tuttavia non seppe precisare la specie. Anche Harbert, come il marinaio, pensò che doveva trattarsi di qualche grossa fiera, con la quale si sarebbe presto o tardi dovuto fare i conti. Ma nemmeno un albero portava i segni di una scure, in nessun angolo v'erano tracce di un fuoco anche lontano nel tempo. Ma, del resto, questa solitudine era forse da benedirsi, perché la presenza di uomini su quella terra selvaggia in pieno Pacifico non sarebbe stata certo che una pericolosa presenza.

Pencroff e Harbert non si scambiavano che qualche rara parola, perché le difficoltà del cammino erano numerose e gravi: tanto gravi che, dopo un'ora di strada, non avevano fatto che un miglio. Fino allora, la caccia era stata infruttuosa; e pure molti erano gli uccelli che si sentivano cantare sugli alberi e si vedevano volare di ramo in ramo; ma la presenza di quei due uomini pareva che li avesse resi improvvisamente diffidenti. Fra gli altri, a un certo punto, Harbert vide un uccello dal becco acuto e lungo che somigliava a un grosso martin pescatore, ma con le piume assai più scure e d'uno splendore quasi metallico.

- Dovrebb'essere un jacamar - disse, cercando di avvicinarsi a quel volatile.

- Ben venga questo jacamar, se ha la buona idea di lasciarsi mettere arrosto - osservò Pencroff.

Proprio in quell'attimo, Harbert lanciava con molta destrezza un sasso che colpiva l'uccello a un'ala: questo però non bastò ad abbatterlo, perché la bestia, per quanto ferita, filò via nel folto, correndo sulle sue zampe.

- Sono stato maldestro! - si rammaricò il giovinetto.

- No, ragazzo. Tu hai tirato giusto, e non so chi sarebbe riuscito a colpire quell'uccello come lo hai colpito tu. Ma lasciamolo perdere e non sviamoci. Lo troveremo un altro giorno.

Continuarono nella loro esplorazione. Gli alberi erano sempre più stupendi, invano il marinaio cercava tra essi qualcuno di quei preziosi palmizi così utili e provvidenziali per i frutti che offrono all'uomo. Qui non si vedevano che conifere: pini e abeti, alti, certuni, fino a cinquanta metri. A un certo punto, però, un fitto volo di uccelli non molto grandi e dalle bellissime piume, venne a sciamare sui rami bassi degli alberi intorno ai due esploratori.

- Sono dei «curucus» - osservò Harbert.

- Preferirei che fossero delle galline faraone - disse Pencroff.- Ma si possono almeno mangiare?

- Sono buonissimi, e dalla carne assai delicata. Nota poi che si lasciano avvicinare senza troppa diffidenza. Scommetto che li potremo uccidere a colpi di bastone.

Scivolando cautamente fra tronco e tronco, il marinaio e il ragazzo arrivarono sotto una pianta i cui rami bassi erano pieni di quegli uccelli che aspettavano al loro passaggio mosche e farfalle per ghermirle e mangiarle. I due cacciatori, giunti a tiro, si alzarono bruscamente e usando i loro bastoni come falci, spazzarono via delle intere file di uccelli che non pensavano affatto a volar via e si lasciarono così stupidamente abbattere. Quando si decisero a prendere il volo, un centinaio di vittime giaceva sull'erba.

- Bene! - fece Pencroff. - Questa è selvaggina adatta a cacciatori come noi. Potevamo prenderli anche con le mani!

Il marinaio infilò per i becchi quegli uccelli, come allodole, sopra un giunco flessibile, e poi fu ripreso il cammino. Lo scopo principale di quella esplorazione era quello di procurare la maggior quantità possibile di cibo agli abitanti della grotta. Ora, lo scopo non era ancora stato raggiunto a pieno, e il marinaio che scrutava con attenzione ogni angolo e ogni ciuffo d'alberi, lanciava maledizioni contro quegli animali che si vedevano correre e sparire dentro il folto. Ah, se almeno ci fosse stato il cane Top! Ma anche Top era scomparso insieme col suo padrone.

Verso le tre del pomeriggio, altri grossi voli di uccelli furono avvistati sopra gli alberi e su cespugli di ginepro; e all'improvviso si udì nella foresta un vero e proprio suono di tromba. Quella specie di fanfara, era il canto di quegli uccelli, nei quali Harbert riconobbe subito dei «tetras» dalle piume giallo-brune e dalla coda bruna. Pencroff decise che bisognava assolutamente catturare almeno uno di quei grossi gallinacei, così buoni da mangiare. Ma la cosa era tutt'altro che facile, perché quegli uccelli non si lasciavano avvicinare. Infatti, dopo alcuni tentativi infruttuosi, il marinaio si fermò e disse:

- Dal momento che non si possono uccidere al volo, cerchiamo di prenderli con la lenza.

- Come delle carpe? - rispose ridendo Harbert.

- Ecco: come delle carpe - rispose serio serio il marinaio.

Pencroff aveva trovato nell'erbe alcuni nidi di tetras con due o tre uova ciascuno. Non toccò quei nidi, ai quali dovevano certamente tornare i rispettivi titolari; ma intorno a essi pensò di tendere le sue insidie. Trasse così Harbert in disparte, e preparò i suoi ingegnosi ordigni, mentre il ragazzo lo guardava attentissimo, ma poco fiducioso nell'esito di quella nuova «pesca».

Il marinaio costrusse le sue lenze con delle sottili liane attaccate l'una all'altra e lunghe cinque o sei metri; alle estremità di ogni liana venne assicurato un grosso spino ricurvo, tratto da arbusti di acacia; e come esca, vennero usati dei grossi vermi rossi. Preparati i suoi strumenti, Pencroff, scivolando tra l'erba, tornò verso i nidi, vi assicurò vicino un capo della sua lenza, e, tenendo l'altro capo in mano, si appiattò con Harbert in un nascondiglio erboso. Cominciò allora la paziente attesa. Harbert era sempre meno fiducioso nel successo dell'impresa. Dopo circa una mezz'ora, ecco i tetras tornare verso i loro nidi, proprio come Pencroff aveva pensato. Tornavano a coppie, si vedevano saltellare intorno ai nidi sbeccucciando nell'erba, senza accorgersi affatto della vicinanza dei due cacciatori, che, del resto, erano assai ben nascosti, e avevano avuto cura di collocarsi sottovento. Anche il ragazzo adesso si era appassionato a quel nuovo genere di caccia o di pesca che dir si voglia, e come Pencroff, tratteneva perfino il respiro, incantato a guardare avidamente quegli uccelli che passavano fra amo e amo mostrando di non accorgersene nemmeno. Fu allora che Pencroff diede una leggera scossa alla lenza; il movimento si propagò a tutta la fila degli ami, e i vermi si agitarono come se fossero ancora vivi. La cosa parve attirare l'attenzione dei tetras che, senz'altro, si buttarono contro quei vermi e li attaccarono a colpi di becco. Tre uccelli, i più voraci, inghiottirono insieme verme e amo; Pencroff diede uno strappo alla lenza, tirò la corda di liane, e un furioso dibattersi d'ali indicò che gli uccelli erano presi!Evviva! gridò il marmalo precipitandosi verso la selvaggina.

Harbert aveva battuto le mani. Era la prima volta che vedeva prendere degli uccelli con la lenza; ma il marinaio, modestamente, lo assicurò che non era alle sue prime armi, e che, del resto, non era lui l'inventore di quell'ingegnoso sistema di cattura.

- Ma, ridotti come siamo, ragazzo mio, bisogna prepararci a vederne di ben altre.

Con i tetras penzoloni sulle spalle, i due esploratori, felici di non tornare a mani vuote, ripresero la strada del ritorno, seguendo a ritroso il corso del fiume. Alle sei di sera, piuttosto stanchi del lungo cammino, rientravano nella grotta.




CAPITOLO 7


Gedeone Spilett se ne stava immobile sulla spiaggia, a braccia conserte, e guardava il mare all'orizzonte del quale si scorgeva una grossa nuvola nera salire sotto la spinta di un forte vento, indizio di una non lontana bufera.

Harbert entrò nella grotta, mentre Pencroff si avvicinava al giornalista che, tutto preso dai suoi pensieri, non lo vide venire.

- Avremo una pessima notte, signor Spilett - disse il marinaio.Si prepara una pioggia e un vento da far impazzire di gioia le procellarie.

Spilett si volse, vide Pencroff e bruscamente gli domandò:

- Secondo voi, a quale distanza dalla costa abbiamo ricevuto quel colpo di mare che ha portato via il nostro compagno?

Il marinaio, che non si aspettava una domanda siffatta, rifletté un poco, poi rispose:

- A quattrocento metri, al massimo.

- E allora Cyrus Smith sarebbe scomparso a quattrocento metri dalla costa?

- Press'a poco.

- E anche il suo cane?

- Anche il suo cane.

- Quello che mi stupisce è che, ammettendo che l'ingegnere sia perito abbia trovato la morte anche Top, e non si trovi qui sulla costa né il corpo dell'uno né quello dell'altro.

- Non c'è troppo da stupirsene, con un mare così agitato. Può darsi che le correnti abbiano portato i corpi lontano dalla costa.

- E voi pensate proprio che l'ingegnere sia perito nel mare?

- Lo penso.

- Per conto mio, fatto tanto di cappello alla vostra esperienza in materia, trovo che questa doppia scomparsa di Smith e del suo cane ha qualche cosa di inspiegabile e di inverosimile.

- Vorrei pensarlo anch'io, signor Spilett; ma, purtroppo, la mia convinzione e' un altra.

Ciò detto, Pencroff entrò nella grotta, dove scoppiettava un allegro fuoco che illuminava le pareti rocciose del rifugio. Senza indugio, il marinaio si accinse a preparare la cena. Desideroso di offrire ai suoi compagni un piatto un poco sostanzioso, spiumò due tetras, li infilò sopra una bacchetta e li fece arrostire davanti alla vigorosa fiamma del focolare.

Alle sette di sera Nab non era ancora tornato. Pencroff era molto inquieto per questa assenza; temeva che fosse capitato qualche brutto incidente al povero negro o che la disperazione gli avesse suggerito qualche gesto insano. Harbert invece, dal ritardo del negro, traeva riflessioni d'altra natura: per lui, se Nab non tornava era perché gli si era presentata qualche nuova circostanza che lo aveva consigliato a continuare nelle sue ricerche e a ritardare il suo ritorno: ora, questa nuova circostanza non poteva che essere favorevole. Infatti perché mai Nab non sarebbe rientrato se una nuova speranza non lo tratteneva fuori? Forse, aveva trovato qualche indizio, un'impronta sulla sabbia, un rottame indicatore... Forse, in quello stesso momento, stava seguendo una buona pista... Forse, era già accanto al suo padrone...

Così pensava il giovinetto, e i suoi pensieri, a un certo punto, espose ai compagni, che lo lasciarono dire in silenzio. Soltanto il giornalista ebbe un cenno di consenso. Pencroff sosteneva invece che Nab, avendo spinto le sue ricerche più al di là della zona percorsa il giorno prima, non poteva essere di ritorno ancora. Harbert, in preda ai suoi presentimenti, avrebbe voluto uscire e andare incontro al negro; ma Pencroff gli dimostrò che, con l'oscurità che era scesa e con quel tempo minaccioso, la sua sarebbe stata una camminata inutile e non sarebbe mai riuscito a rintracciare Nab. Era meglio aspettarlo nella grotta.

Se l'indomani Nab non fosse stato ancora di ritorno, allora anche Pencroff si sarebbe unito ad Harbert per andare in cerca di Nab.

Anche Spilett diede ragione al marinaio, e Harbert si arrese; ma due grosse lacrime silenziose gli scesero dagli occhi: tanto che il giornalista non poté trattenersi e abbracciò il generoso ragazzo.

Intanto, fuori, il tempo si era messo decisamente al brutto. Un vento di formidabile violenza spazzava la costa, il mare ruggiva contro gli scogli e la pioggia precipitava in rovesci terribili, mescolata a nuvole di sabbia sollevate dalle raffiche incessanti. Anche il fumo del focolare, respinto dal vento, si abbatteva all'indietro e si perdeva nella grotta, rendendola quasi inabitabile. E così, non appena gli uccelli furono pronti, Pencroff spense il fuoco e seppellì la bragia sotto la cenere.

Alle otto Nab non era ancora tornato; ma si poteva anche pensare che, sorpreso dall'uragano, avesse cercato rifugio in qualche altro buco roccioso per aspettare la fine del rovescio o, almeno, il ritorno del sole. Sempre più impossibile, comunque, uscire per andargli incontro.

I tetras arrostiti erano eccellenti, e tutti li gustarono volentieri; Pencroff e Harbert, poi, stanchi della lunga camminata, fecero a essi un onore eccezionale. Finita la cena, ognuno si ritirò nel suo cantuccio, e Harbert fu il primo a cedere al sonno, disteso accanto al marinaio, davanti al focolare.

Fuori, intanto, con l'avanzare della notte, l'uragano si faceva sempre più violento. Per fortuna, l'ammasso di rocce che proteggeva la grotta era tale da costituire una barriera insormontabile, per le raffiche.

Eppure, qualche volta, sotto l'impeto delle ventate, qualcuno di quei graniti ciclopici pareva perfino che tremasse, e Pencroff, che ogni tanto appoggiava la sua mano sopra la parete della grotta, avvertiva come dei brividi misteriosi. Dominava allora le sue inquietudini, pensando che quelle masse rocciose non correvano alcun pericolo, anche se sentiva delle pietre staccarsi e rotolare fragorosamente sulla spiaggia. Due volte, il marinaio si alzò e venne fino all'apertura della grotta a guardare lo spettacolo pauroso dell'uragano; e tutt'e due le volte si rassicurò, e tornò a distendersi tranquillo davanti al focolare. Nonostante il fragore orrendo della bufera, Harbert dormiva profondamente, e anche Pencroff finì per lasciarsi prendere dal sonno.

Soltanto Spilett restava sveglio, tormentato dall'inquietudine. Egli si pentiva di non aver accompagnato Nab. Sperava ancora, i presentimenti che avevano agitato il giovinetto erano ora passati nel suo cuore. Perché mai Nab non era tornato? E si voltava e si rivoltava nel suo cantuccio, sulla sabbia, prestando appena appena orecchio alle furie degli elementi. Frattanto i suoi occhi, appesantiti dalla fatica, si chiudevano, ma poi qualche improvviso pensiero glieli riapriva.

Potevano essere le due del mattino, quando Pencroff si sentì svegliato bruscamente: il giornalista era curvo su di lui e gli diceva:

- Pencroff!... Ascoltate!... Ascoltate!...

Il marinaio ascoltò, ma non udì altro che gli urli del vento e i ruggiti del mare.

- Il vento - disse.

- No - gli sussurrò Spilett. - Mi è parso di sentire....

- Che cosa?

- I latrati di un cane...

- Di un cane!?... - esclamò Pencroff balzando in piedi emozionato.

- Sì... dei latrati...

- Ma non è possibile. Nel fracasso della tempesta...

- Ascoltate... ascoltate...

Il marinaio stette in ascolto e, difatti, in un attimo di calma, gli parve di udire un latrato.

- Avete sentito?

- Sì... sì...

- E' Top... Non può essere che Top - gridò Harbert che si era svegliato, e tutti e tre si lanciarono verso l'apertura della grotta.

La furia del vento era tale che durarono fatica a uscire. Finalmente, riuscirono a sbucare all'aperto, ma non poterono restare in piedi che appoggiandosi contro le rocce. Guardavano, ma non potevano parlare. Il buio era fittissimo; mare, cielo e terra tutto era fuso in una eguale tenebra profonda. Per qualche minuto, tutti e tre stettero in ascolto, schiacciati dal vento, sotto la pioggia, accecati da turbini di sabbia; poi ancora sentirono quei latrati lontani. Sì, non poteva essere che Top. Ma dove era mai? E chi lo accompagnava? Doveva essere solo, perché se Nab fosse stato con lui, si sarebbe affrettato a correre verso la grotta.

A un certo punto, Pencroff strinse una mano del giornalista, come per dirgli «aspettate», e rientrò nella grotta; e poco dopo ne uscì con un grosso legno infiammato che buttò nelle tenebre davanti a sé, accompagnando il gesto con dei fischi acutissimi. A quei fischi, i latrati ripresero, più vicini, sempre più vicini, e alla fine un cane piombò in mezzo a loro e corse dentro la grotta. Pencroff, Spilett e Harbert lo seguirono, buttarono legna secca sul fuoco, un'altra fiamma crepitò e divampò illuminando l'antro... Sì, era Top, il magnifico anglo-normanno dell'ingegnere, velocissimo e gagliardo, finissimo di fiuto e resistente. Ma era solo! Né l'ingegnere, né il negro lo seguivano!

Ma come mai il suo istinto aveva potuto condurlo fino alla grotta che egli non conosceva? E in una notte così buia e tempestosa, per giunta?

Particolare ancora più misterioso, Top non appariva né stanco né disfatto e nemmeno insudiciato di mota o di sabbia.

Harbert se lo era preso vicino e lo accarezzava; il cane si lasciava fare e fregava il suo muso contro il braccio del ragazzo.

- Se si è trovato il cane, troveremo anche il padrone - affermò il giornalista.

- Dio lo voglia! - esclamò Harbert. - Andiamo. Top ci guiderà.

Questa volta, nemmeno Pencroff fece la più piccola obiezione. L'arrivo di Top poteva dare una smentita alle sue pessimistiche congetture.

- Andiamo - disse con risolutezza.

Coperta con cura la bragia, il marinaio, seguito da Harbert e dal giornalista, uscì nella notte dietro il cane che pareva esortare gli uomini ad affrettarsi con i suoi brevi latrati.

La tempesta aveva allora raggiunto il suo acme. La luna, che si era fatta in quei giorni, non riusciva a filtrare nemmeno un fil di luce traverso le nuvole. Arduo era tenere una direzione precisa, ed era meglio lasciarsi condurre da Top. Spilett e Harbert camminavano dietro il cane, il marinaio chiudeva la marcia. Non si poteva parlare, la pioggia non era forte perché veniva polverizzata in aria dall'uragano, ma la furia dell'uragano terribile. Ma una circostanza si presentò, favorevolissima, per i tre temerari: e cioè, il vento, soffiando da sud-est, li spingeva; quei turbini di sabbia che, se li avessero investiti di fronte, non avrebbero loro permesso di procedere, li ricevevano nella schiena e in tal modo la loro marcia non era per nulla ostacolata dalla tempesta, ed era anzi assai più veloce di quanto non avessero immaginato e sperato. D'altro campo, un'ardente speranza spronava i loro passi; questa volta non andavano più all'avventura; essi sentivano con certezza che Nab aveva trovato il suo padrone e aveva mandato alla grotta il fedelissimo e intelligentissimo Top. L'unico dubbio angoscioso era se avrebbero trovato ancor vivo l'ingegnere...

Dopo un primo tratto di cammino, si fermarono un attimo a riprender fiato contro una parete rocciosa che li proteggeva dall'uragano. In quel punto, potevano parlare, udirsi. Harbert aveva pronunciato il nome di Cyrus Smith, e Top aveva subito abbaiato come se avesse voluto assicurare i tre compagni che il suo padrone era salvo.

- Top, Top... - disse Harbert, - tu vuoi dire che il tuo padrone è salvo, vero?

Top tornò ad abbaiare come se volesse rispondere all'affannosa domanda del ragazzo.

Fu ripresa la marcia. Erano le due e mezzo del mattino. L'alta marea cominciava a farsi sentire, e, spinta dal vento, minacciava di essere fortissima. Le grandi onde si spaccavano fragorose contro gli scogli.

Come ebbero lasciato la parete rocciosa che li difendeva, i tre uomini furono assaliti dalla furia del vento. Curvi, spinti dalla bufera, camminavano di buon passo seguendo Top, rabbrividendo per il freddo acuto che sentivano. Ma nessuno dei tre si lamentava: erano decisi a seguire l'intelligente cane fin dove esso li avrebbe condotti.

Verso le cinque, cominciò a balenare la luce del giorno. Qualche sfumatura grigiastra ruppe le tenebre a oriente, poi una linea rossa disegnò vivacemente l'orizzonte, mentre, a occidente, emersero dal buio la costa rocciosa e il mare. Alle sei, era giorno fatto. Si vedevano le nuvole correre rapide in alto, cacciate dal vento. In quel momento, Pencroff e i suoi compagni erano a circa sei miglia dalla grotta. Camminavano sopra un greto pianeggiante, limitato al largo da una linea di rocce semisommerse dal mare, gonfio per l'alta marea. Dall'altro lato, una fila di dune irregolari dava al paesaggio un aspetto squallido e triste. Qua e là due o tre alberi svettavano malinconicamente nel vento, rami e fronde tese disperatamente verso occidente. Più lontano, nereggiava la foresta.

A un certo punto, Top diede dei segni evidenti di agitazione. Correva avanti, poi tornava verso Pencroff agitando la coda e emettendo dei guaiti ansiosi: pareva che volesse stimolarli a far presto, ancora più presto. Guidato dal suo infallibile istinto, aveva lasciato la costa e correva verso le dune. Lo seguirono; il luogo era deserto. I monticelli sabbiosi si estendevano a perdita d'occhio, come una Svizzera in miniatura. In quel labirinto di collinette microscopiche tutti si sarebbero smarriti; ma Top andava con sicurezza, e li portò davanti a una specie di anfrattuosità scavata dentro una duna più alta. Qui, Top si fermò e abbaiò forte. Spilett, Harbert e Pencroff entrarono nella grotta: e dentro trovarono Nab inginocchiato accanto a un corpo disteso sopra un letto d'erbe.

Era il corpo dell'ingegnere Cyrus Smith.




CAPITOLO 8


Nab non si mosse. Il marinaio gli chiese:

- Vivo?

Il negro non rispose. Spilett e Pencroff impallidirono, Harbert congiunse le mani e restò immobile. Era evidente che il povero negro, assorto nel suo dolore, non aveva visto i suoi compagni né inteso la domanda del marinaio. Il giornalista si inginocchiò accanto al corpo dell'ingegnere, e gli posò l'orecchio sul petto. Trascorse un minuto, che parve un secolo; alla fine Spilett si raddrizzò e disse:

- Vive!

Anche Pencroff si inginocchiò accanto all'immobile corpo di Smith, anche il suo orecchio avvertì qualche battito lieve e un sottile soffio che uscì dalle labbra chiuse dell'ingegnere. A un cenno del marinaio, Harbert si precipitò fuori, per cercare dell'acqua. A cento passi dalla duna, trovò un ruscello d'acqua limpida e pura; non avendo nulla con cui raccogliere un poco di quell'acqua, si limitò a immergevi il suo fazzoletto, e poi tornò di corsa alla duna. Ma quel fazzoletto inzuppato d'acqua bastò: Spilett lo appoggiò contro le labbra dell'ingegnere, e quelle molecole d'acqua fresca operarono subito il miracolo... Un lungo sospiro sfuggì dal petto dell'ingegnere e le sue labbra si mossero come se pronunciassero qualche parola.

- Lo salveremo! - fece il giornalista.

Nab, a quelle parole, aveva ripreso animo. Svestì cautamente il suo padrone per vedere se avesse riportato qualche ferita; ma né il torso, né la testa, né le membra portavano il segno di contusioni, e nemmeno di escoriature: e il fatto era veramente miracoloso, perché il corpo di Smith aveva dovuto rotolare sulla costa, in mezzo alle rocce.

Perfino le mani erano intatte; e non si riusciva a capire come mai l'ingegnere non recasse i segni degli sforzi disperati che aveva dovuto compiere per raggiungere la linea degli scogli.

Ma la spiegazione di questo mistero doveva venire più tardi. Quando l'ingegnere avesse potuto parlare, avrebbe raccontato tutte le sue vicende. Per il momento si trattava di richiamarlo in vita, e lo si sarebbe più agevolmente ottenuto con delle energiche frizioni. Il che fu subito fatto con fulmineo profitto. Riscaldato da quel massaggio, infatti, l'ingegnere mosse un poco le braccia, respirò più regolarmente. Era estenuato di stanchezza e di debolezza: e, certamente, senza l'arrivo tempestivo dei suoi compagni, non si sarebbe risvegliato mai più.

- L'avevi creduto morto, il tuo padrone, vero? - chiese il marinaio a Nab.

- Sì, morto; e se Top non vi avesse trovati, io avrei seppellito il mio padrone e sarei morto accanto a lui.

Ecco a che cosa si doveva la vita di Cyrus Smith!

Nab raccontò poi le sue vicende. Dopo aver lasciato la grotta, era risalito lungo la costa, in direzione nord e cercato a lungo sulla spiaggia qualche piccolo indizio che lo mettesse sulla buona strada.

Aveva scrutato soprattutto quella parte di spiaggia che l'alta marea non copriva perché, altrove, il flusso e il riflusso dovevano aver cancellato ogni traccia sulla sabbia. Nab non sperava ormai più di trovare il suo padrone vivo; ma andava alla ricerca del cadavere del suo adorato padrone perché voleva seppellirlo con le sue mani. Dopo lunghe e vane ricerche, lasciata quella costa, si era spinto ancora verso nord, pensando che forse la corrente poteva aver spinto il corpo più lontano.

- Per altre due miglia - raccontò il negro - risalii la costa, visitai, uno per uno, tutti gli scogli emersi per la bassa marea, e già disperavo di trovar qualcosa, quando, verso le cinque di sera, vidi l'impronte di un passo.

- Impronte di un passo?

- Sì.

- E queste impronte cominciavano proprio alla fila di scogli?

- No, cominciavano al limite della marea, perché da questo limite agli scogli dovevano essere state cancellate.

- Continua, Nab - lo stimolò Spilett.

- Quando vidi quelle impronte, mi parve di impazzire. Erano riconoscibilissime, e si dirigevano verso le dune. Le seguii per un quarto di miglio, correndo, ma attentissimo a non perderle. Cinque minuti dopo, quando già scendeva la notte, sentii il latrato di un cane. Era Top, e fu Top che mi guidò qui, dentro questa specie di grotta, accanto al mio padrone.

Nab finì descrivendo il suo dolore trovando il corpo inanimato dell'ingegnere. Aveva cercato di sentire in quel corpo un segno di vita, ma tutti i suoi sforzi erano stati inutili, e si era persuaso che non gli restava ormai più che rendere gli estremi onori a colui che egli aveva adorato. Poi aveva pensato ai suoi compagni. C'era Top; non ci si poteva forse fidare della intelligenza e dell'istinto di quel bravo animale? Nab disse allora, a voce forte, due o tre volte, il nome del giornalista, come quello dei compagni di Smith che l'ingegnere conosceva da maggior tempo; quindi gli mostrò la direzione da prendere; e il cane subito si lanciò abbaiando verso il sud...

I compagni di Nab avevano ascoltato il suo racconto con intensa attenzione. Ma c'era qualche cosa che non si riusciva a spiegare: e cioè come mai l'ingegnere, dopo gli sforzi che aveva dovuto fare per sfuggire al mare, traversando la scogliera, non avesse la più piccola graffiatura addosso; e altrettanto misterioso come fosse riuscito a raggiungere, nelle condizioni nelle quali si trovava, quella grotta scavata nelle dune.

- Non sei stato tu - chiese il giornalista a Nab - a portare il corpo dell'ingegnere fino a qui?

- No, no.

- Bisogna concludere che l'ingegnere ci è arrivato da solo.

- Sì, bisogna concludere così - ammise Spilett. - Ma è incredibile.

La spiegazione del mistero non la si sarebbe potuta avere che dalla bocca dello stesso ingegnere. Bisognava allora attendere che potesse parlare. Per fortuna, però, la vita rifluiva in Cyrus Smith rapidamente; il massaggio aveva ristabilito la circolazione nel sangue. L'ingegnere tornò a muovere le braccia, poi la testa, poi qualche incerta parola sfuggì dalle sue labbra. Nab, curvo su di lui, lo chiamava, ma l'ingegnere pareva non lo sentisse e i suoi occhi si mantenevano ostinatamente chiusi. Evidentemente, i sensi non si erano ancora risvegliati in lui.

Pencroff si rammaricava di non poter fare un po' di fuoco. Avesse almeno portato con sé la striscia del suo fazzoletto bruciacchiata!

Avrebbe potuto facilmente ottenere del fuoco, battendo una contro l'altra due pietre accanto a quella specie di miccia. Quanto alle tasche dell'ingegnere, erano assolutamente vuote, tranne quella del suo panciotto che conteneva l'orologio. Bisognava trasportare subito l'ingegnere alla grotta: tutti furono dello stesso avviso.

Intanto, però, le cure prodigate a Cyrus Smith dovevano restituirlo alla vita più rapidamente di quanto nessuno sperasse. L'acqua con cui gli si umettavano le labbra lo rianimava a poco a poco.

Pencroff ebbe a un certo punto l'idea di mescolare a quell'acqua un poco di sugo della carne di tetras, che egli si era portato con sé.

Harbert corse alla spiaggia, e ne portò due grandi conchiglie che aveva riempito d'acqua dolce al ruscello; Pencroff vi stemperò il sugo, e quel liquido denso e scuro venne introdotto cautamente nella bocca di Smith, che parve berlo con avidità.

Allora aprì gli occhi. Nab e il giornalista erano curvi su di lui.

- Padrone! Padrone! - mormorò il negro.

L'ingegnere lo udì. Riconobbe Nab e Spilett, poi il marinaio e Harbert, e, alzata faticosamente una mano, strinse le loro mani, a una a una, mollemente. E infine, qualche parola sfuggì dalle sue labbra, parole che, evidentemente, aveva già dovuto pronunciare e che indicavano quali pensieri tormentavano allora il suo spirito. Questa volta, tutti le intesero, le compresero:

- Isola o continente? - aveva sussurrato.

- Ah! - esclamò Pencroff. - Noi ce ne infischiamo, signor ingegnere, dal momento che siete vivo. Isola o continente? Lo vedremo dopo.

L'ingegnere fece un debole cenno di assenso, e parve addormentarsi.

Rispettarono quel sonno, e il giornalista dispose subito perché lo si potesse trasportare senza indugio alla grotta nelle condizioni migliori. Nab, Pencroff e Harbert si diressero verso una duna vicina, alla sommità della quale sorgevano alcuni alberi magri. Andando, il marinaio ripeteva fra sé le parole mormorate dall'ingegnere:

- Isola o continente? Pensare a queste cose quando non si ha più che un poco di respiro! Che sorta di uomo!

Giunti sulla duna, i tre, senz'altro utensile che le loro braccia, strapparono i rami maggiori di uno di quegli alberi, e, con quei rami, formarono una specie di barella coperta di foglie e di erbe; e dopo tre quarti d'ora, verso le dieci, erano di ritorno. In quel momento, Cyrus Smith si risvegliava e si guardava intorno. Le sue guance avevano ripreso un po' di colore; riuscì a sollevarsi sul gomito.

- Cyrus - gli chiese Spilett. - Potete ascoltarmi senza fatica?

- Sì.

- Io credo che il signor ingegnere vi sentirà anche meglio intervenne Pencroff - se riassaggia ancora un poco di questo specie di brodo freddo.

E offrì a Smith l'acqua nella quale era stato sciolto il sugo di tetras, e dove il marinaio aveva mescolato, questa volta, anche qualche pezettino di carne. Cyrus Smith masticò quei bocconi di carne lentamente, mentre gli altri si dividevano i resti di quella poca carne che giudiziosamente Pencroff aveva portato con sé.

- La colazione è magra - osservò il marinaio, - ma ci aspetta una colazione migliore nella nostra grotta. Signor Cyrus, dovete sapere che, laggiù, verso sud, noi abbiamo una casa con delle stanze, dei letti, un focolare e, nella dispensa, qualche dozzina di uova di colombi di roccia e degli uccelli che il nostro Harbert chiama coucourus. La barella è pronta, e quando ve la sentite, noi siamo qui per portarvi a casa.

- Grazie, amico mio - gli rispose l'ingegnere. - Ancora un'ora o due, e potremo partire... Intanto, ditemi, Spilett.

Il giornalista fece allora il racconto di tutto quello che era avvenuto dalla caduta del pallone, fino alla disperazione di Nab, alla sua partenza dalla grotta, alla comparsa di Top.

- Ma...- chiese perplesso l'ingegnere, - non siete stati voi a portarmi qui?

- No.

- A che distanza è questa grotta dalle scogliere?

- A circa un mezzo miglio - disse Pencroff; - e se vi meravigliate voi, anche noi siamo stupiti, e non poco.

- Già - mormorò Cyrus Smith, che si era ripreso notevolmente. La cosa è veramente singolare.

- Non potete dirci che cosa vi è successo dopo che quel colpo di mare vi strappò dalla navicella? Cyrus Smith si concentrò per ricordare; ma sapeva ben poco. Strappato via dal pallone, era affondato in mare; tornato a galla, aveva sentito qualcosa aggirarsi accanto a lui, era il suo fedele Top, lanciatosi in acqua per soccorrerlo. Alzando gli occhi, non aveva più visto il pallone, che, alleggerito dal suo peso, era balzato in alto con la velocità di una freccia. Vistosi in mare, a una distanza di un buon mezzo miglio dalla costa, tentò di nuotare con energia, aiutato da Top che lo reggeva per la giacca coi denti; poi una fortissima corrente lo prese, lo trascinò verso il nord. Dopo una mezz'ora di sforzi, si era abbandonato insieme con Top alle onde e...

da quel momento non ricordava più niente.

- Eppure, bisogna bene che siate stato gettato sulla costa osservò Pencroff. - E bisogna che abbiate avuto la forza di trascinarvi sin qui, dal momento che Nab vi ha trovato.

- Già... bisogna pure...- disse pensoso Cyrus. - Ma... non avete visto impronte di passi sulla sabbia?

- Nessuna - gli rispose Spilett. - Ma, d'altro canto, se ci fosse un salvatore, perché mai vi avrebbe abbandonato poi, solo, in questa grotta?

- Anche questo è giusto, Spilett. Nab - aggiunse l'ingegnere volgendosi verso il suo fedelissimo negro, - non sei stato tu a...

magari durante un momento di abbandono, di incoscienza... Ma no, è assurdo... Ci sono ancora delle impronte sulla sabbia?

- Sì, padrone - lo assicurò Nab. - Proprio contro questa duna, sul rovescio, in un punto riparato dal vento e dal mare... Le altre sono state cancellate dal mare.

- Pencroff - pregò l'ingegnere. - Usatemi la cortesia di prendere una delle mie scarpe e di controllare se vanno bene in quelle impronte.

Pencroff e Harbert, guidati dal negro, uscirono a eseguire quel controllo, mentre Cyrus Smith diceva al giornalista:

- Ci sono delle cose misteriose.

- Veramente misteriose.

- Per adesso, lasciamole stare. Cercheremo di spiegarle più tardi.

Pochi minuti dopo Pencroff rientrava nella grotta. Non c'era possibilità di dubbio; le scarpe dell'ingegnere si adattavano esattamente a quelle impronte. Segno evidente che era stato lo stesso ingegnere a lasciarvele.

- E va bene - concluse Cyrus. - Quegli attimi di incoscienza che io volevo mettere in conto a Nab, li ho avuti io. Avrò camminato come un sonnambulo, senza aver coscienza di quello che facevo; e sarà stato Top, nel suo istinto, a guidarmi in questo sicuro rifugio. Top, vieni qua! vieni, Top!

Il magnifico animale balzò verso il padrone abbaiando e cercando di lambirgli il viso teneramente...

In realtà, non c'era altro modo per spiegare la cosa...

Verso mezzogiorno, Cyrus Smith, con uno sforzo energico della sua volontà, si alzò in piedi; ma dovette appoggiarsi al marinaio per non cadere. Venne recata la barella, Cyrus Smith vi si stese; e Pencroff e Nab reggendo il carico prezioso, tutti si misero in cammino verso la grotta. C'erano otto miglia da fare; ma non si poteva andare in fretta, sarebbe stato necessario sostare ogni tanto, era insomma necessario contare sopra sei ore di cammino per arrivare alla meta.

Il vento era sempre violento, ma non pioveva più. Lungo la strada, l'ingegnere, appoggiato al gomito, osservava la costa e quella terra ignota. Non parlava, ma scrutava con attenzione terra, foresta, sabbia, roccia; poi, dopo due ore, la stanchezza ebbe su di lui il sopravvento, e si addormentò profondamente.

Alle cinque e mezzo la comitiva arrivò presso la grotta; tutti si fermarono, la barella fu deposta sulla sabbia. Cyrus Smith dormiva sempre.

Pencroff, con suo sommo stupore, intanto si guardava intorno: la spaventosa tempesta aveva cambiato la faccia al luogo. Nuovi ammmassamenti di rocce si erano formati, e il mare doveva essere giunto, con le sue ondate furenti, fino lì, perché tutto appariva sconvolto caoticamente. Davanti all'ingresso della loro grotta, poi, il terreno era addirittura scavato, sconquassato, irriconoscibile.

Il marinaio ebbe come un presentimento drammatico, e si precipitò nella grotta. Quasi subito ne usciva, e sostava immobile, le braccia penzoloni, guardando angosciato i suoi compagni...

Il fuoco era spento; le ceneri ridotte a fanghiglia; la striscia di fazzoletto bruciacchiata, scomparsa... Il mare aveva fatto irruzione fino in fondo alla grotta e vi aveva tutto distrutto.




CAPITOLO 9


Quando Spilett, Harbert e Nab seppero dell'accaduto, non si turbarono come Pencroff avrebbe creduto. Per lui, il disastro era gravissimo. Ma Nab, felice di aver ritrovato, e sano e salvo, il suo padrone, non lo ascoltò nemmeno; e Spilett disse al marinaio:

- Vi assicuro, Pencroff, che non me ne importa proprio un gran che.

- Ma lo sapete che non abbiamo più fuoco?

- Peuh...

- E neanche un mezzo per riaccenderlo?

- Pazienza.

- Ma, signor Spilett...

- Non è qui, con noi, Cyrus Smith? Non è qui, vivo e sano? E allora state sicuro che troverà bene il modo di procurarci del fuoco.

- Con che cosa?

- Con niente.

Che cosa poteva rispondere Pencroff? Niente, perché, in fondo, divideva egli pure la fiducia dei compagni nell'ingegnere. Per loro, l'ingegnere era un piccolo mondo, un concentrato di tutta la scienza e di tutta la intelligenza umana. Trovarsi in un'isola deserta con Cyrus Smith era come trovarsi in una grande città americana senza di lui.

Con lui, non sarebbe mancato niente; con lui, era inutile disperare.

Se fossero venuti a dire a quei naufraghi che una eruzione vulcanica stava per distruggere quella terra, che quella terra stava per sprofondare negli abissi dell'Oceano, essi avrebbero tranquillamente risposto:

- C'è qui Cyrus, andate a dirlo a lui.

Intanto, però, l'ingegnere dormiva profondamente, in preda a una prostrazione provocata dai disagi di quel lungo trasporto, e non si poteva ricorrere a lui. La cena allora doveva necessariamente essere fredda e magra. Finita la carne di tetras, portati via dal mare i couroucus, non c'era che... rinviare a miglior occasione il pranzo.

Così, prima di tutto, venne portato l'ingegnere dentro la grotta, nel punto meglio riparato, e disteso sopra una cuccetta di alghe secche.

La notte era scesa, e, con la notte, un freddo acuto che, penetrando per le fessure della grotta sconvolta dai marosi, tormentava i naufraghi. Anche l'ingegnere si sarebbe trovato assai male, se i suoi compagni, levatisi le giacche, non l'avessero sollecitamente coperto.

Per tutta cena, quella sera ci si dovette accontentare dei soliti litodomi abbondantemente raccolti sulla spiaggia da Harbert e da Nab.

Ma Harbert, ai molluschi, aggiunse una certa quantità di alghe commestibili che aveva trovato sopra alcune alte scogliere: erano alghe gelatinose assai ricche di elementi nutritivi. Il giornalista e i suoi compagni le gustarono, dopo i molluschi, e le trovarono abbastanza buone.

- E' proprio tempo - osservò il marinaio - che l'ingegnere venga in nostro aiuto.

Nel frattempo, il freddo si era fatto pungente, e non c'era alcun mezzo , per difendersene. Il marinaio cercò tutti i modi possibili per accendere un po' di fuoco, e Nab l'aiutò del suo meglio. Aveva trovato delle erbe secche e, sfregando energicamente due pietre, riuscì a ottenere delle scintille; ma le erbe secche non erano sufficientemente infiammabili, e non si accesero. Insomma, quel procedimento fallì.

Pencroff tentò allora di fregare due pezzi di legno, all'usanza dei selvaggi. Certo, i movimenti che Nab e il marinaio impressero ai due legni, se non bastarono a produrre il fuoco, sarebbero bastati a far bollire una intera caldaia. Ma, quanto a fuoco, il risultato fu nulla.

I due pezzi di legno si riscaldarono: i due operatori ancora di più; e questo fu tutto.

Dopo un'ora di quella erculea fatica, Pencroff, tutto bagnato di sudore, buttò via i due legni, e brontolò:

- Quando verranno a dirmi che i selvaggi accendono il fuoco in questa maniera, farà caldo anche d'inverno. Accenderei piuttosto le mie braccia, fregandole l'una contro l'altra. Ii marinaio sbagliava, nel negare l'efficacia di quel procedimento. I selvaggi ottengono veramente il fuoco; ma i loro movimenti sono rapidissimi, e poi non tutte le qualità di legno servono allo scopo; e infine c'è il «colpo», ossia il gesto preciso; ed è probabile che Pencroff non l'avesse...

Comunque, il cattivo umore del marinaio non fu di lunga durata. I due pezzi di legno buttati via da lui, erano stati raccolti da Harbert che si era accinto vigorosamente all'impresa.

- Frega, frega, figliolo - lo esortò ridendo Pencroff.

- Sì, frego; ma non ho altro scopo che di riscaldarmi un poco; e presto avrò caldo come te, Pencroff.

E difatti, fu così. Quanto al fuoco, bisognò rinunciarvi, per quella notte. Spilett ripeté per la ventesima volta che al fuoco avrebbe senz'altro provveduto l'ingegnere; e, in attesa, si stese sulla sabbia, in un angolo della grotta, e ben presto tutti lo imitarono.

Top dormiva accucciato ai piedi del suo padrone.

L'indomani, 28 marzo, svegliandosi che erano le otto del mattino, Cyrus Smith si vide intorno i suoi compagni che aspettavano il suo risveglio, e subito chiese: - Isola o continente?

Era, come si vede, la sua idea fissa.

- Signor Cyrus - gli rispose Pencroff. - Non ne sappiamo proprio nulla.

- Non lo sapete ancora?

- Oh, ma lo sapremo presto - aggiunse il marinaio. - Basterà che voi ci guidate un poco per questo paese.

- Credo che sarò in condizioni di farlo - disse l'ingegnere alzandosi e tenendosi dritto in piedi senza troppo sforzo.

- Ecco una bella cosa! - esclamò Pencroff.

- Piuttosto - aggiunse Cyrus Smith, - sento che sto per morire di fame. Amici miei, un po' di cibo, per piacere. Penso che avrete un po' di fuoco.

A queste parole fece seguito un desolato silenzio di tutti; poi il marinaio, sospirando, disse:

- Ahimè, signor Cyrus, non abbiamo neanche un po' di fuoco; o, meglio, non ne abbiamo pi.

E gli raccontò quello che era accaduto il giorno prima, divertendo l'ingegnere con la storia dell'unico zolfanello e dei suoi disperati e vani tentativi per procurare del fuoco secondo l'uso dei selvaggi.

- Beh, vedremo - fece l'ingegnere; - se non potremo procurarci qu