Jules Verne
VENTIMILA
LEGHE
SOTTO
I MARI
PARTE PRIMA
1
Uno scoglio sfuggente.
Il 1866 fu un anno particolare, caratterizzato da uno strano misterioso avvenimento che certamente nessuno avrà dimenticato.
A parte le dicerie che mettevano in agitazione le popolazioni della costa ed eccitavano l'opinione pubblica nelle zone continentali, la gente di mare ne era particolarmente scossa.
Commercianti, armatori, comandanti di navi, piloti europei e americani, ufficiali delle marine militari di tutti i paesi e, infine, i governi dei diversi Stati dei due continenti, si preoccuparono profondamente del fenomeno.
Da qualche tempo parecchie navi, incrociando in alto mare, si erano imbattute in una "massa enorme", qualcosa di oblungo, fatto a fuso, a volte fosforescente e molto più grande e più veloce di una balena.
Le varie relazioni nei giornali di bordo concordavano quasi esattamente riguardo alla struttura dell'oggetto o del bizzarro essere che fosse, sulla sua straordinaria agilità di movimenti, sulla sua velocità, e sulla particolare vitalità di cui appariva dotato.
Se si trattava di un cetaceo, era assai più grande di quelli che la scienza aveva fino ad allora classificato: i più famosi naturalisti non avrebbero mai potuto ammettere l'esistenza di un simile mostro, se non nel caso che l'avessero visto con i loro propri occhi.
Calcolando una media delle diverse osservazioni, respingendo le caute valutazioni che attribuivano alla "cosa" una lunghezza di sessanta metri e anche quelle evidentemente esagerate che la descrivevano larga trecento e lunga quasi un chilometro, si poteva affermare che quel mastodontico essere superava di parecchio le dimensioni stabilite dagli ittiologi, sempre che il mostro esistesse veramente.
Ma indubbiamente esisteva: il fenomeno di per sé stesso non si poteva più confutare e, poiché la mente umana di solito è attratta da tutto ciò che è straordinario, è facile comprendere l'emozione prodotta in tutto il mondo da quella soprannaturale apparizione.
Nelle nazioni tradizionalmente più severe, come l'Inghilterra, l'America, la Germania, il caso suscitò viva preoccupazione, ma in molti altri paesi venne preso alla leggera e messo in ridicolo.
Nei grandi centri il mostro divenne l'argomento di moda: se ne scherzava nei caffè-concerto, i giornali ne facevano oggetto di burle nella rubrica umoristica, nei teatri se ne cantavano le straordinarie qualità.
I giornali, a corto di notizie, riportarono a galla vecchie storie di mostri.
Allora nelle società e nelle pubblicazioni scientifiche scoppiò una polemica interminabile tra quelli che credevano al fenomeno e gli increduli.
La questione accese gli spiriti, i giornalisti di parte scientifica in lotta con gli umoristi versarono fiumi d'inchiostro.
La battaglia continuò per sei mesi con alterna fortuna ed esito incerto.
Ma a poco a poco l'umorismo sconfisse la scienza e la faccenda del mostro si concluse tra le risate universali.
Così nei primi mesi dell'anno 1867 l'argomento sembrava ormai dimenticato, quando accaddero altri strani fatti che vennero ben presto a conoscenza del pubblico.
Allora il fenomeno apparve sotto una luce nuova: non si trattava più di un problema scientifico da risolvere, bensì di un pericolo serio e reale dal quale bisognava difendersi.
La questione assumeva così un aspetto ben diverso e il mostro ridiventò isola, roccia, scoglio.
Uno strano scoglio sfuggente che non si poteva né misurare né raggiungere.
Il 5 marzo 1867 la "Moravian" della "Montreal Ocean Company", in navigazione notturna urtò con la fiancata contro uno scoglio che non era indicato in nessuna carta nautica.
Data la violenza dell'urto la nave, che sotto la spinta combinata del vento e dei suoi quattrocento cavalli vapore procedeva a tredici nodi all'ora, sarebbe certo colata a picco con i suoi duecentotrentasette passeggeri se lo scafo non avesse dimostrato una resistenza a tutta prova.
Il fatto era accaduto verso le cinque del mattino, quando cominciavano ad apparire le prime luci.
Gli ufficiali di guardia si erano precipitati a esaminare l'oceano con scrupolosa attenzione, ma non avevano visto nulla, se non un forte risucchio a circa seicento metri di distanza, come se in quel punto l'acqua fosse fortemente agitata.
Immediatamente era stato eseguito il rilevamento e la "Moravian" aveva continuato la sua rotta senza apparenti danni.
Aveva urtato contro una roccia sommersa o contro qualche grosso relitto?
Impossibile dirlo.
Rientrata in porto si riscontrò che una parte della chiglia era stata strappata.
Il fatto, per quanto molto grave, sarebbe forse stato presto dimenticato come molti altri di quel genere se qualche tempo dopo non ne fosse accaduto uno analogo nelle medesime condizioni.
Ma, sia a causa della nazionalità della nave vittima dell'infortunio, sia per la reputazione della compagnia armatrice, la "Cunard", la cosa ebbe una risonanza enorme.
Era il 13 aprile, con mare calmo e brezza leggera.
La "Scotia" si trovava a 15 gradi e 12 primi di longitudine e a 45 gradi e 37 primi di latitudine, navigando alla velocità di tredici nodi, sotto la spinta dei suoi mille cavalli vapore.
Alle sedici e diciassette, mentre i passeggeri erano riuniti a prendere il tè nel salone principale, fu sentito un colpo non molto forte contro la chiglia della nave.
La "Scotia" non aveva urtato, ma era stata urtata e da qualcosa che era più tagliente o più perforante che contundente.
La collisione era sembrata così leggera che nessuno a bordo si sarebbe allarmato se i marinai di sottocoperta non fossero risaliti sul ponte gridando:- Affondiamo! Affondiamo!
Il panico si diffuse tra i passeggeri, ma il comandante Anderson riuscì a rassicurarli, spiegando che la "Scotia", protetta da ben sette compartimenti stagni, poteva affrontare senza gravi conseguenze un'eventuale falla.
Quindi si recò personalmente nella stiva dove accertò che già il quinto compartimento era stato invaso dall'acqua; la rapidità con cui era stato inondato dimostrava che la falla era rilevante.
Fortunatamente le caldaie non si trovavano in quel settore.
Il comandante diede immediatamente l'ordine di fermare le macchine e mandò un marinaio ad accertare l'entità del danno.
Si seppe così che nella carena esisteva una falla larga circa due metri.
Una via d'acqua di tale ampiezza non poteva certo venire tappata con i mezzi di bordo e la "Scotia" fu costretta a proseguire il suo viaggio con le ruote semisommerse.
Pur trovandosi a sole trecento miglia da Capo Clear, attraccò al molo della Compagnia a Liverpool con un ritardo di tre giorni.
Sbarcati i passeggeri, gli ingegneri esaminarono la nave.
Ciò che videro li sorprese: due metri e mezzo sotto la linea di galleggiamento, si apriva una fessura a forma di triangolo isoscele i cui bordi si presentavano tagliati nettamente, tanto da sembrare opera di uno strumento meccanico.
Bisognava quindi dedurre che l'oggetto perforante fosse fatto di un metallo speciale e che, dopo esser stato lanciato con incredibile forza, al punto di squarciare una lamiera di quattro centimetri di spessore, si fosse ritirato da sé con un movimento all'indietro assolutamente inspiegabile, tanto rapidamente che la manovra di retromarcia non aveva lasciato alcun segno sui bordi della falla.
Quest'ultimo strepitoso episodio appassionò di nuovo l'opinione pubblica.
Da quel momento tutti gli infortuni navali non provocati da una causa ben chiara vennero attribuiti al "mostro" e su quel fantastico essere si scaricarono le responsabilità di tutti i naufragi il cui numero, purtroppo, era in aumento.
Sulle tremila navi che ogni anno vanno perdute, duecento scompaiono senza lasciare traccia, e il mostro fu accusato di averle trascinate a picco, oltre che di aver reso pericolose le linee di navigazione tra i vari continenti.
E nuovamente la stampa si scatenò, chiedendo fermamente che i mari fossero una buona volta liberati dal misterioso cetaceo.
2
Il pro e il contro.
Nel periodo in cui questi avvenimenti accadevano, ero appena rientrato da un'esplorazione scientifica nelle terre selvagge del Nebraska, negli Stati Uniti.
Era stato il governo di Parigi che mi aveva aggregato a quella spedizione, nella mia qualità di professore aggiunto al Museo di Storia Naturale.
Dopo aver passato sei mesi nel Nebraska ero arrivato a New York verso la fine di marzo carico di preziosi reperti e, poiché la mia partenza per la Francia era stata fissata per i primi di maggio, impiegavo l'attesa classificando le mie raccolte minerali, botaniche e zoologiche.
Fu allora che si verificò l'incidente della "Scotia".
Ero al corrente della questione che era sulla bocca di tutti e appassionava il mondo intero.
Avevo letto e riletto tutti i giornali americani ed europei che avevano dibattuto la questione, senza riuscire a farmi un'opinione precisa.
Quel mistero mi incuriosiva e, trovandomi nell'impossibilità di formarmi un chiaro giudizio non parteggiavo per nessuno.
Del resto che ci fosse qualcosa di vero non poteva più essere messo in dubbio.
Al mio arrivo a New York, le discussioni erano incandescenti; l'ipotesi di un'isola vagante, di uno scoglio inafferrabile, che era stata sostenuta da alcuni incompetenti, era stata scartata.
Era evidente che, a meno che quello scoglio non racchiudesse in sé un motore, non gli sarebbe stato possibile spostarsi a una velocità così prodigiosa.
Contemporaneamente, e per lo stesso motivo, fu respinta l'ipotesi che si trattasse di un enorme relitto.
Perciò restavano all'interrogativo due sole risposte possibili, risposte che crearono due partiti ben distinti con seguaci accaniti: si fronteggiavano, da una parte, coloro che sostenevano si trattasse di un mostro eccezionale e, dall'altra, quelli che asserivano che fosse un battello sottomarino fornito di una forza motrice di grande potenza.
Ma quest'ultima ipotesi, in sé e per sé accettabile, non poté più essere sostenuta in seguito alle ricerche intraprese in tutto il mondo.
Non era possibile che un privato cittadino avesse a propria disposizione un simile ordigno meccanico: dove e quando l'avrebbe fatto costruire e come avrebbe potuto tenere segreta una costruzione di quel tipo?Solo un governo poteva possedere una macchina con una simile capacità di distruzione e, in tempi disastrosi in cui l'uomo si ingegna a moltiplicare la potenza delle proprie forze belliche, non era impossibile che una nazione, all'insaputa delle altre, fosse riuscita a realizzare quel formidabile ordigno.
Dopo le mitragliatrici, le torpedini, dopo le torpedini altri ordigni segreti e così di seguito in un'allucinante progressione di invenzioni volte a distruggere il mondo intero.
Ma anche l'ipotesi di una nuova macchina da guerra cadde di fronte alle dichiarazioni dei governi della cui buona fede non si poteva dubitare, essendo la cosa di 'interesse comune, dato che ne soffrivano i commerci e le comunicazioni transoceanici.
Inoltre, come si poteva ammettere che la costruzione di un simile battello sottomarino fosse passata inosservata?
Se in casi come questo conservare il segreto è difficilissimo per un privato, è assolutamente impossibile per uno Stato, i cui movimenti sono accuratamente sorvegliati dalle potenze straniere.
Perciò, dopo tutte le indagini fatte in Inghilterra, in Francia, in Russia, in Germania, in Italia, in Spagna, in America e perfino in Turchia, l'ipotesi di una nave da guerra sottomarina fu definitivamente scartata.
E così ritornò a galla l'ipotesi del mostro, nonostante le continue punzecchiature con cui veniva colpita da parte della stampa, e, imboccata questa via, fu lasciata briglia sciolta alla fantasia e si arrivò alle immagini più assurde di un'ittiologia mitica Appena ero arrivato a New York, molte persone mi avevano consultato in proposito, dato che tempo prima avevo pubblicato in Francia uno studio in due volumi intitolato: "Misteri dei grandi abissi marini".
Il lavoro, che incontrò il favore degli specialisti, faceva di me un luminare di questa parte molto oscura della storia naturale.
Quando mi fu chiesta la mia opinione, tentai, pur non potendo negare la realtà dei fatti, di rinchiudermi in un prudente silenzio, ma, dopo non molto, in seguito a incessanti pressioni, "l'esimio professor Pierre Aronnax del Museo di Parigi" fu obbligato dal "New York Herald" a esprimere un'ipotesi qualsiasi.
Visto che non potevo rimanere zitto, parlai chiaramente, trattando il problema sotto tutti i suoi aspetti, politici e scientifici, in un nutrito articolo che apparve in un numero di aprile, di cui do qui un estratto.
"Dopo aver esaminato, una per una, le diverse ipotesi fin qui formulate e avendo potuto respingere ogni altra supposizione, non mi resta che ammettere l'esistenza di un animale marino di una potenza e di una grandezza fuori del comune.
Le grandi profondità degli oceani ci sono sconosciute: nessuna sonda ha mai potuto raggiungerle.
Che succede in questi abissi remoti?
Quali esseri abitano e hanno la possibilità di sopravvivere a venticinque o a trenta chilometri sotto la superficie del mare?
Si può a malapena procedere per ipotesi.
Ciononostante, la soluzione del problema che mi è stato sottoposto può assumere la forma di un dilemma: o conosciamo tutte le specie di esseri viventi che popolano il nostro pianeta o non le conosciamo.
Se non le conoscessimo tutte, se in ittiologia la natura avesse ancora dei segreti per noi, niente sarebbe più accettabile che ammettere l'esistenza di pesci o di cetacei di specie o di genere nuovi, costituiti essenzialmente di esseri che vivono sul fondo, in quegli abissi marini irraggiungibili da qualsiasi sonda, e che per un fattore qualsiasi, anche, se si vuole, per una fantasia o per un capriccio, a lunghi intervalli risalgono verso la superficie degli oceani.
Se, invece, noi conosciamo tutte le specie viventi, si deve necessariamente ricercare l'animale in questione fra gli esseri marini già catalogati e, in tal caso, io propenderei ad ammettere l'esistenza di un narvalo gigante.
Il narvalo normale, o cetaceo artico, raggiunge abbastanza spesso la lunghezza di venti metri.
Quintuplicate, decuplicate questa dimensione, fornite il cetaceo di cui parliamo di una forza proporzionata alla sua misura, accrescetene adeguatamente le capacità offensive e otterrete proprio l'animale in questione:avrà le dimensioni rilevate dagli ufficiali della "Shannon", il corno necessario per perforare la "Scotia" e la potenza richiesta per squarciare la chiglia di qualsiasi piroscafo.
Come si sa, il narvalo è dotato di una specie di spada d'avorio, di un'alabarda, come preferiscono chiamarla alcuni naturalisti, che sarebbe semplicemente il suo dente principale e che ha la durezza dell'acciaio.
Alcuni di questi denti sono stati trovati nei corpi delle balene, che i narvali attaccano con successo, altri sono stati estratti, non senza fatica, dal fasciame di vascelli che ne erano stati trapassati da parte a parte, come un barile da un trapano.
Il museo della facoltà di medicina di Parigi possiede uno di questi denti: è lungo due metri e venticinque centimetri e, alla base, è largo quarantotto centimetri.
Ipotizzate allora quest'arma dieci volte più forte e l'animale dieci volte più robusto, lanciatelo a una velocità di venti miglia all'ora, moltiplicate la sua massa per la sua velocità e otterrete una forza d'urto capace di produrre i danni in questione.
Perciò, fintanto che non si avranno maggiori informazioni, opterei per un narvalo di dimensioni colossali, munito non più di una semplice alabarda, ma di uno sperone vero e proprio, come le navi rompighiaccio, di cui avrebbe anche la massa e la forza di spinta.
Ecco come spiegherei questo fenomeno che sembra inesplicabile, a meno che, a dispetto di quanto si è visto e intravisto, sentito e riferito, ci sia sfuggito qualche particolare importante, ciò che non è da escludere.
Quest'ultima frase era una vigliaccheria da parte mia: l'avevo scritta per cautelare la mia dignità di studioso e non porgere troppo il fianco al sarcasmo degli americani che, quando ci si mettono, sanno far risaltare il lato ridicolo di ogni cosa.
Così, ammettendo la possibilità del dubbio, mi ero riservato una scappatoia.
Il mio articolo causò vivaci commenti, riscotendo vasta eco e raccogliendo anche un certo numero di sostenitori.
Le discussioni si allargarono sulla natura del fenomeno, ma già nessuno contestava più l'esistenza di un essere prodigioso.
Mentre alcuni videro il problema sotto il punto di vista puramente scientifico, altri, più pratici, soprattutto in America e in Inghilterra, posero l'accento sul come liberare i mari da quell'essere pericoloso per poter ridare un tranquillo ritmo alle comunicazioni transoceaniche.
Specialmente i giornali di carattere industriale e commerciale trattarono la questione sotto questo aspetto: tutte le testate legate alle compagnie di assicurazione, che minacciavano di elevare il tasso dei loro premi, furono unanimi su questo punto.
Gli Stati Uniti, dove il potere della stampa è assai elevato, furono i primi a scendere in campo e a New York si cominciò a preparare una spedizione per dare la caccia al narvalo.
Una fregata fra le più moderne, l'"Abraham Lincoln", fu armata per prendere il mare al più presto e gli arsenali si spalancarono davanti al comandante Farragut, che ebbe mano libera per preparare la nave nel modo più idoneo.
Ma, come capita sempre nella vita, proprio dal momento in cui fu presa la decisione di dare la caccia al mostro, questo scomparve:per due mesi filati non se ne sentì più parlare e nessuna nave lo incontrò più.
Sembrava quasi che il cetaceo fosse a conoscenza del progetto tramato a suo danno.
Se n'era tanto parlato, perfino attraverso il cavo transatlantico, che i burloni si divertivano a raccontare come l'intelligente mostro avesse intercettato qualche dispaccio da cui ora traeva vantaggio.
Perciò, la fregata attrezzata per una lunga campagna, con a bordo tutti i più moderni congegni per la caccia alle balene, dondolava in porto, non sapendo dove dirigersi.
L'impazienza cresceva di ora in ora, le speranze cadevano.
Ma ecco che il 3 luglio arrivò la notizia che un vapore della linea San Francisco-Sciangai aveva avvistato il cetaceo nella parte settentrionale del Pacifico, circa tre settimane prima.
La notizia provocò uno scoppio di frenetica attività e al comandante Farragut furono concesse solamente ventiquattro ore per salpare.
I viveri erano imbarcati, le stive erano stracolme di carbone, l'equipaggio era al completo.
Non c'era che da accendere le caldaie, portarle all'ebollizione e salpare.
Non sarebbe stata ammessa neppure qualche ora di ritardo.
Ma il comandante Farragut non chiedeva di meglio che partire.
Tre ore prima che l'"Abraham Lincoln" si staccasse dal molo dove era ormeggiata a Brooklyn, mi arrivò telegraficamente un dispaccio così redatto: "Signor Aronnax.
professore al Museum di Parigi.
Albergo Fifth Avenue.
New York.
Signore, desiderate unirvi alla spedizione dell'"Abraham Lincoln", il governo degli Stati Uniti sarà lieto che la Francia sia da voi rappresentata in questa impresa.
Il comandante Farragut ha una cabina a vostra disposizione.
Molto cordialmente, il vostro J.B.
HOBSON.
Segretario della Marina.
3
Come il signore desidera.
Un attimo prima che arrivasse il dispaccio del signor J.B.
Hobson, a tutto avrei potuto pensare fuorché ad inseguire il narvalo, tre secondi dopo averlo letto, compresi che l'unico scopo della mia vita era di partire alla caccia del mostro per liberare il mondo dalla sua inquietante presenza.
E pensare che ero appena tornato da un viaggio faticoso, pericoloso e che avevo una grande necessità di riposo.
Il mio unico desiderio sarebbe stato di rivedere la mia patria, i miei amici, il mio appartamentino al Giardino Botanico e le mie care e preziose collezioni.
Ma niente, in quel momento, poteva trattenermi.
Dimenticai tutto: fatiche, amici e collezioni, accettando, senza riflettere oltre, l'offerta del governo americano.
D'altra parte, pensai, tutte le strade portano a Roma.
Chissà che il narvalo non possa essere così gentile da condurmi in Francia.
Quel degno animale si lascerà catturare nei mari europei soltanto per farmi un favore personale e io potrò portare non meno di mezzo metro della sua alabarda d'avorio al Museo di storia naturale.
Ma, intanto, bisognava che andassi a cercare quel benedetto cetaceo nel Pacifico settentrionale, vale a dire che, per ritornare in Francia, avrei dovuto prendere la strada opposta.
- Conseil! - gridai con impazienza.
Conseil era il mio domestico, un giovanotto fedele che mi accompagnava in tutti i miei viaggi.
Era un tranquillo fiammingo a cui volevo bene e che ricambiava tutto il mio affetto.
Per natura flemmatico, pignolo per principio, zelante per abitudine, non si stupiva mai delle sorprese della vita ed era abile in tutti i lavori che gli spettavano.
E, a dispetto del suo nome, non dava mai né consigli né suggerimenti, nemmeno quando gli veniva richiesto.
Conseil era con me da dieci anni e mi aveva seguito in ogni luogo in cui la scienza mi aveva condotto.
Mai una volta si era lamentato per la lunghezza o la fatica del viaggio, mai aveva avuto esitazioni a preparare la propria valigia per un paese qualsiasi, Cina o Congo, per quanto lontano fosse: andava da una parte o dall'altra senza chiedere nessuna spiegazione.
Inoltre aveva una costituzione robusta che sfidava ogni malattia; tutto muscoli, ma senza nervi, nemmeno una traccia di nervi, in senso astratto, si capisce.
Era un uomo di trent'anni e la sua età stava a quella del suo padrone nella proporzione di tre a quattro.
Una maniera come un'altra per dire che io ho dieci anni di più.
Conseil, però, aveva un difetto: formalista irriducibile, non mi si rivolgeva mai senza chiamarmi "Signore" in maniera che in certe occasioni era perfino irritante.
- Conseil! - tornai a gridare, cominciando in maniera frettolosa a fare i preparativi per la partenza.
E' vero che ero sicuro della devozione del domestico che non si era mai chiesto se gli convenisse o no seguirmi nei miei viaggi, ma questa volta si trattava di una spedizione che poteva prolungarsi all'infinito, di un'impresa rischiosa alla caccia di un essere che era in grado di colare a picco una fregata con la chiglia di quercia.
C'era di che riflettere, anche per l'uomo più impassibile del mondo.
Che cosa mi avrebbe risposto Conseil?- Conseil! - urlai per la terza volta.
E Conseil apparve.
- Il signore ha chiamato?
- domandò entrando.
- Sì, amico mio.
Preparati e preparami: partiamo tra due ore.
- Come il signore desidera - rispose Conseil impassibile.
- Non c'è un minuto da perdere.
Metti nel baule tutti i miei utensili, abiti, camicie e calzature, senza contarli, ma mettine più che puoi. Sbrigati!
- E la raccolta del signore?
- osservò Conseil.
- Ce ne occuperemo dopo.
- E gli esemplari rari?- Me li conserveranno in albergo.
- E il "babirussa" vivo del signore?- Sarà nutrito anche in nostra assenza.
Darò l'ordine che ci spediscano in Francia tutte le nostre carabattole.
- Non torniamo a Parigi, allora?
- domandò Conseil.
- Sì, certo - risposi evasivamente.
- Ma facendo una digressione.
- Come il signore desidera.
- Oh, non sarà gran cosa.
Un percorso un po' meno diretto, ecco tutto.
- Benissimo, signore - rispose Conseil tranquillamente.
- Si tratta di un mostro, lo sai, del famoso narvalo - dissi.
Ne libereremo i mari.
L'autore di un'opera in due volumi, "Misteri dei grandi abissi marini", non può rispondere negativamente all'invito di salpare con il comandante Farragut.
E' una missione gloriosa, ma anche pericolosa.
Non si sa come andrà a finire: non si può immaginare come reagisca quel tipo di bestia.
Ma ci andremo lo stesso.
Abbiamo un comandante che sa il fatto suo.
- Quello che farà il signore lo farò anch'io - si limitò a rispondere Conseil.
- Pensaci bene.
E poiché non voglio nasconderti nulla, ti avverto che questo è uno di quei viaggi da cui non sempre si ritorna.
- Come gradirà il signore.
Un quarto d'ora dopo i bagagli erano pronti.
Conseil li aveva preparati in un battibaleno e io ero sicuro che non aveva dimenticato niente, poiché teneva in ordine camicie e abiti con la cura meticolosa con cui classificava uccelli o mammiferi.
L'ascensore dell'albergo ci scaricò nel vestibolo al pianoterra.
Regolai il conto, diedi ordine di spedire a Parigi tutti gli involti degli animali impagliati e di piante disseccate, lasciai una somma per il mantenimento del "babirussa" e, tallonato da Conseil, saltai sulla prima vettura che trovai.
Una corsa veloce e arrivammo alla passerella dell'"Abraham Lincoln", dai cui comignoli scaturivano torrenti di fumo nero.
Un marinaio di coperta mi condusse sul cassero, dove mi trovai di fronte a un ufficiale dall'aspetto simpatico, che mi tese la mano.
- Il professor Pierre Aronnax?- In persona - risposi.
- Il comandante Farragut?- Sono io.
Siate il benvenuto, professore.
La vostra cabina vi aspetta.
Lo lasciai intento alle manovre per la partenza e mi feci condurre nell'alloggio destinatomi che era situato a poppa e si apriva sul quadrato ufficiali.
- Qui staremo benissimo dissi soddisfatto a Conseil.
- Bene quanto un paguro bernardo nel guscio di una conchiglia - fu la risposta di Conseil.
Di fronte a tanta condiscendenza, non mi restava che lasciare Conseil a disfare i bagagli e risalire sul ponte per osservare i preparativi per la partenza.
Proprio in quel momento, il comandante Farragut faceva mollare gli ultimi ormeggi che trattenevano l'"Abraham Lincoln" al molo di Brooklyn.
Se fossi arrivato con un ritardo di un quarto d'ora, e forse anche meno, la fregata sarebbe partita senza di me e avrei perduto l'opportunità di partecipare a quella spedizione eccezionale e quasi inverosimile il cui resoconto, benché sia veritiero troverà senz'altro parecchi increduli.
Il comandante Farragut non voleva perdere nemmeno un'ora per raggiungere i mari nei quali era stata segnalata la presenza del narvalo.
Chiamò il direttore di macchina.
- Siamo già in pressione?- Sissignore.
- Avanti! - comandò.
L'ordine fu trasmesso in sala macchine, i fuochisti azionarono la ruota della messa in moto, il vapore fischiò, precipitandosi nei cassetti di distribuzione che si erano aperti.
Gemettero i lunghi pistoni orizzontali e spinsero le bielle dell'albero di trasmissione.
Le pale dell'elica batterono i flutti con una velocità sempre crescente e l'"Abraham Lincoln" cominciò a fendere maestosamente le acque in mezzo a un centinaio di ferry-boat e di bettoline carichi di spettatori che le facevano corona.
I moli di Brooklyn e di tutta la parte di New York che costeggia la sponda est erano stipati di curiosi.
Tre possenti urrà risuonarono in cadenza successiva, scanditi da cinquecentomila voci.
Migliaia di fazzoletti sventolavano al di sopra di quella massa compatta, salutando l'"Abraham Lincoln" fino al suo arrivo nelle acque dell'Hudson, alla punta di quella penisola che forma la città di New York.
Allora la fregata, seguendo la stupenda costa del New Jersey costellata di ville, passò sotto i forti che la salutarono con salve di artiglieria.
La fregata rispose issando e ammainando per tre volte la bandiera americana.
4
Ned Land.
Il comandante Farragut era un ottimo marinaio, degno della nave che comandava e di cui era l'anima.
Nessun dubbio lo sfiorava per ciò che riguardava l'esistenza del cetaceo e non permetteva che a bordo si discutesse sull'argomento.
Ne era convinto così come certe contadine credono nell'esistenza delle streghe, per fede, cioè, non per ragionamento.
Il mostro esisteva ed egli l'avrebbe ucciso per liberarne i mari: l'aveva giurato.
Si sentiva come una specie di cavaliere che va a battersi con un terribile drago.
O il comandante Farragut avrebbe ammazzato il narvalo o il narvalo avrebbe ammazzato il comandante Farragut: non c'era altra scelta.
Gli ufficiali di bordo erano tutti dell'opinione del comandante.
Era uno spasso sentirli parlare, discutere, calcolare quali fossero le possibilità di incontrare il mostro, le migliori condizioni per avvistarlo nella vasta distesa dell'oceano.
Più di uno si sottoponeva volontariamente a un turno di guardia straordinario sulle crocette dell'albero di maestra, mansione che avrebbero stramaledetto in qualsiasi altra occasione.
Fino a che il sole percorreva il suo arco sull'orizzonte, tutta l'alberatura formicolava di marinai ai quali sembrava che le tavole del ponte bruciassero sotto i piedi.
Eppure l'"Abraham Lincoln" non fendeva ancora con la prora le insidiose acque del Pacifico.
L'equipaggio non chiedeva di meglio che incontrare il narvalo, arpionarlo, issarlo a bordo e farlo a pezzi.
Tutti scrutavano il mare con attenzione scrupolosa, tanto più che il comandante Farragut aveva accennato a un paio di migliaia di dollari riservati a chiunque, ufficiale, marinaio o mozzo, avesse avvistato l'animale.
Naturalmente anch'io tenevo gli occhi ben aperti e non permettevo a nessuno di sostituirmi durante i miei turni di vedetta.
Unico tra tutti Conseil, con la solita indifferenza, sembrava trascurare il problema che tanto ci appassionava, stonando nell'eccitata atmosfera di bordo.
Il comandante Farragut aveva provveduto veramente ad attrezzare la nave di tutti gli strumenti adatti alla cattura del cetaceo.
A bordo c'erano arnesi di ogni genere: dall'arpione a mano alle frecce uncinate, ai proiettili esplosivi delle spingarde.
A prua faceva bella mostra di sé un cannone.
Era di fabbricazione americana e poteva lanciare un proiettile conico di quattro chili fino a sedici chilometri di distanza.
Sull'"Abraham Lincoln" non mancavano certo le armi per la distruzione del mostro.
Ma c'era ancora di meglio: Ned Land, il re dei fiocinieri.
Ned Land era un canadese di eccezionale bravura che non aveva rivali nel suo pericoloso mestiere.
Prontezza di riflessi e sangue freddo, audacia e astuzia erano le qualità che lo distinguevano e soltanto una balena enormemente scaltra o un capodoglio straordinariamente abile avrebbero potuto sfuggire alla sua fiocina.
Ned Land era sulla quarantina, alto oltre un metro e novanta, solidamente costruito; era poco comunicativo, qualche volta violento e facile alla collera quando veniva contrariato.
Il comandante Farragut aveva avuto buon fiuto nell'ingaggiarlo nel proprio equipaggio: per la sua mira e la sua forza valeva da solo il resto della ciurma.
Non saprei descriverlo meglio che paragonandolo a un incrocio fra un telescopio e un cannone costantemente carico.
Chi dice canadese dice francese.
E per quanto poco comunicativo fosse, devo riconoscere che Ned Land mi dimostrò immediatamente una certa simpatia.
Sono certo che era la mia nazionalità a distinguermi ai suoi occhi.
Per lui era una buona occasione di parlare e per me di ascoltare la lingua che è ancora usata in alcune province canadesi.
La sua famiglia era originaria di Quebec e costituiva già una stirpe di coraggiosi pescatori all'epoca in cui la città apparteneva alla Francia.
A poco a poco, Ned Land prese un certo gusto a parlare e a me piaceva ascoltare il racconto delle sue avventure nei mari polari.
Mi narrava le sue spedizioni di caccia e le sue lotte in una forma semplice e poetica.
Mi soffermo su questo coraggioso compagno così come lo conosco ora, poiché siamo diventati veramente amici, uniti da quel legame indistruttibile che nasce e si rafforza nei momenti più difficili.
Caro Ned! Vorrei vivere ancora cent'anni per potermi ricordare più a lungo di te! Ma qual era l'opinione di Ned Land in merito al mostro?
Devo confessare che egli non ci credeva affatto e che era il solo a bordo ad avere un'opinione diversa dalla convinzione generale, tanto che evitava perfino di trattare l'argomento.
Nella splendida serata del 30 luglio, più di tre settimane dopo la nostra partenza, la fregata si trovava all'altezza di Capo Blanc, a trenta miglia dalle coste della Patagonia.
Avevamo sorpassato il Tropico del Capricorno e ci avvicinavamo allo Stretto di Magellano: entro una settimana l'"Abraham Lincoln" sarebbe penetrata nel Pacifico.
Seduti sul cassero io e Ned Land parlavamo del più e del meno, quando il discorso cadde sui misteri racchiusi nelle profondità dell'oceano e che mai occhio umano aveva potuto sondare.
Di lì al narvalo gigante il passo fu breve e io accennai alcune ipotesi sulle possibilità di successo o di insuccesso della nostra spedizione.
Poi, notando che Ned mi lasciava parlare senza fare commenti, lo stuzzicai direttamente.
- Perché, Ned, avete l'aria di non credere all'esistenza del cetaceo che stiamo cercando?
- gli chiesi.
- Avete qualche ragione particolare per dubitarne?Il fiociniere mi fissò per alcuni istanti prima di rispondermi, poi, con un gesto che gli era consueto, si batté la fronte con la mano socchiudendo gli occhi e rispose:- Può darsi, signor Aronnax.
- Non vi capisco proprio - dissi.
- Siete un baleniere di professione, perciò abituato ai grandi mammiferi marini.
Dovrebbe riuscirvi facile immaginare questo cetaceo enorme e accettare l'ipotesi che esista.
Secondo me dovreste essere l'ultimo a mettere in dubbio l'esistenza di un narvalo gigante.
- Ecco dove vi sbagliate, professore - ribatté Ned.- Che il profano possa attribuire poteri straordinari alle comete si può capire, ma non è ammissibile che vi credano l'astronomo e il geologo.
Ciò vale anche per i balenieri.
Ho cacciato una quantità di cetacei, ne ho arpionati e uccisi un gran numero, ma, per quanto grossi e combattivi fossero, né le loro code né i loro denti avrebbero potuto sfondare o intaccare le lastre di ferro di un piroscafo.
- Eppure sapete che alcuni bastimenti sono stati trapassati da parte a parte dal narvalo.
- Navi di legno, chissà, potrebbe anche essere.
Però io non ho mai visto niente di simile e fino a prova contraria nego che le balene, i capodogli o altri cetacei possano causare danni di tale portata.
- Sentite Ned...
- No, professore, no.
Tutto quello che volete eccetto questo.
Non potrebbe essere un polpo gigantesco?- E' ancora meno verosimile.
Il polpo non è che un mollusco e il nome stesso di questa specie sta a indicare la poca consistenza della loro carne.
Quand'anche fosse lungo duecento metri, il polpo, che non appartiene alla famiglia dei vertebrati, sarebbe del tutto inoffensivo contro navi quali la "Scotia" o l'"Abraham Lincoln".
Per forza di cose bisogna rigettare nel mondo delle leggende le prodezze delle piovre o di altri mostri di questo genere.
- Allora, signor naturalista - riprese Ned Land con un tono abbastanza malizioso - persistete a credere nell'esistenza di un enorme cetaceo?- Sì, Ned, e lo ripeto con una convinzione che si appoggia sulla logica dei fatti.
Credo nell'esistenza di un mammifero con un organismo possente, appartenente alla famiglia dei vertebrati come le balene, i capodogli e i delfini, e munito di un dente corneo e con una capacità di perforazione assolutamente formidabile.
- Sarà - disse il ramponiere scotendo la testa, per nulla persuaso.
- Tenete presente - ripresi - che se un animale con simili caratteristiche esiste, se abita nelle profondità marine, se scende nelle cavità dell'oceano che si sprofondano a parecchie miglia dalla superficie dell'acqua, per forza di cose deve avere un organismo la cui solidità sorpassi ogni immaginazione.
- Perché?- Perché è necessaria una forza incalcolabile per vivere nelle profondità dell'acqua e resistere alla sua pressione.
- Davvero?- fece Ned ammiccando.
- Davvero, caro il mio ramponiere.
A provarlo bastano alcune cifre.
- Oh, le cifre! - ribatté Ned sprezzante.
- Si fa quel che si vuole con le cifre.
- Sì, negli affari, ma non in matematica.
Supponiamo che la pressione di un'atmosfera sia rappresentata dalla pressione di una colonna d'acqua alta circa dieci metri, anche se in realtà la colonna di acqua dovrebbe essere minore, trattandosi di acqua marina che ha una densità superiore a quella dolce.
Quando voi vi tuffate, quante volte mettete sopra di voi dieci metri d'acqua, tante il vostro corpo sopporta una pressione uguale a quella di una atmosfera, più di un chilogrammo per ogni centimetro quadrato della sua superficie.
A quasi cento metri questa pressione è di dieci atmosfere e di cento atmosfere a circa mille metri.
Sapreste dirmi quanti centimetri quadrati misura la vostra pelle?- Non ne ho la minima idea, professore.
- Circa diciassettemila.
- Accidenti! - E poiché la pressione atmosferica supera il chilogrammo per centimetro quadrato, i vostri diciassettemila centimetri quadrati sopportano una pressione di oltre diciassettemila chilogrammi.
- E io neanche me ne accorgo.
- Non potreste accorgervene.
E se non venite schiacciato da tale pressione è perché l'aria penetra nel vostro corpo con una pressione uguale.
Ma in acqua è un altro paio di maniche.
- Ora capisco - disse Ned che si era fatto più attento.
- E' perché l'acqua mi circonda e non penetra dentro di me.
- Proprio così.
Pensate dunque quale pressione dovreste sopportare se scendeste a una profondità di mille metri: quasi un milione e ottocentomila chilogrammi.
Insomma, sareste schiacciato come se vi trovaste sotto un torchio idraulico.
- Eh, caspita!
- Ora, amico mio, un vertebrato lungo molte centinaia di metri e grosso in proporzione, e quindi con una superficie di milioni di centimetri quadrati, scendendo in profondità dovrà sopportare una pressione calcolabile solo in miliardi di chilogrammi. Potete quindi immaginare quale debba essere la mole della sua ossatura e la potenza del suo organismo.
- Dovrebbe essere rivestito di lamine d'acciaio spesse trenta centimetri come le navi corazzate - disse il canadese.
- Esattamente, Ned, e potete ben immaginare che razza di danni può produrre una simile massa lanciata con la velocità di un treno contro la chiglia di una nave.
- Certo...
sì, può essere - rispose il canadese, un po' scosso dalle cifre.
Ma non siete ancora convinto?- Solo di un dato, signor naturalista: che per vivere sul fondo marino un animale dovrebbe possedere la forza straordinaria che voi dite.
Ma se non esistesse, ramponiere cocciuto, come si spiegherebbe il fatto capitato alla "Scotia"?- Potrebbe anche essere...
-Be'?- Una frottola, ecco - concluse il testardo canadese.
5
A tutto vapore.
Per un lungo periodo il viaggio dell'"Abraham Lincoln" continuò senza particolari incidenti, tuttavia si presentò un'occasione che mise in rilievo la meravigliosa abilità di Ned Land, dimostrando quanto egli meritasse la nostra fiducia.
Al largo delle isole Malvine, incrociammo alcuni balenieri americani che ci comunicarono di non avere nessuna notizia sul narvalo.
Ma uno di loro, il comandante della "Monroe", avendo saputo che Ned Land era imbarcato sull'"Abraham Lincoln", richiese il suo aiuto per cacciare una balena appena avvistata.
Il comandante Farragut, ben felice di poter vedere all'opera il famoso ramponiere, lo autorizzò a trasbordare sulla "Monroe".
E il destino fu talmente favorevole al nostro canadese che, anziché una balena, ne arpionò due, colpendo la seconda dritto al cuore, con un doppio lancio effettuato nel giro di pochissimi minuti.
Se il mostro si fosse trovato faccia a faccia con l'arpione di Ned Land, io sicuramente non avrei scommesso per il mostro.
La fregata seguì la costa sud-est dell'America a una velocità prodigiosa e presto raggiungemmo l'imboccatura dello Stretto di Magellano, ma il comandante Farragut non volle percorrere lo stretto e manovrò in maniera da doppiare Capo Horn.
L'equipaggio gli dette ragione all'unanimità, poiché non era probabile incontrare il narvalo in un passaggio angusto: una buona parte dei marinai sosteneva addirittura che il mostro fosse troppo grosso per potervi penetrare.
Doppiato Capo Horn, la parola d'ordine dei marinai fu: "Occhi bene aperti".
E li aprirono a dismisura, occhi e binocoli, anche, e con la prospettiva dei duemila dollari non si risparmiarono certo: notte e giorno si scrutava attentamente la superficie delle acque.
Superato il Tropico del Capricorno e l'Equatore, la fregata virò risolutamente verso ovest, facendo rotta verso i mari centrali del Pacifico.
Il comandante Farragut pensava con ragione che fosse meglio dirigere la prua verso le acque profonde e allontanarsi dai continenti e dalle isole, ai quali sembrava che l'animale evitasse di avvicinarsi "probabilmente perché non vi era abbastanza acqua per lui", come affermava il nostromo.
Finalmente arrivammo sul teatro delle prime apparizioni del mostro.
Per tre mesi - tre mesi in cui ogni giorno durava un secolo l'"Abraham Lincoln" perlustrò tutti i mari settentrionali del Pacifico, rincorrendo segnalazioni di balene, facendo bruschi cambiamenti di rotta, virando improvvisamente, fermandosi di scatto, andando a tutto vapore.
E non tralasciò di esplorare ogni angolo delle coste del Giappone e di quelle americane.
Niente!
Nient'altro che l'immensità deserta dell'oceano!
Niente che potesse nemmeno lontanamente assomigliare a un narvalo colossale né a un'isola sottomarina né a un gigantesco relitto né a uno scoglio fluttuante né a qualsiasi altra cosa che avesse del sovrannaturale.
La conseguenza di ciò era prevedibile: lo scoraggiamento cominciò a impadronirsi degli animi e aperse la strada all'incredulità.
A bordo regnava un nuovo sentimento formato per tre decimi di vergogna e per gli altri sette di rabbia.
Ci si sentiva mortificati per essersi lasciati illudere da una fantasticheria ma anche furiosi.
Le montagne di ragionamenti ammassate per un anno crollavano di colpo e ognuno non sognava che di recuperare nel tempo dei pasti e del sonno quello così stupidamente perduto.
Con la naturale tendenza dello spirito umano a spostarsi da un estremo all'altro, da un eccesso d'entusiasmo si passò a un eccesso di pessimismo e quelli che erano stati i più caldi sostenitori dell'impresa ne divennero i più accaniti detrattori.
La reazione salì dai mozzi e dalla ciurma raggiungendo il quadrato ufficiali e, senza una risoluta presa di posizione del comandante Farragut, la fregata avrebbe indubbiamente ripreso la rotta di ritorno.
Tuttavia non si poteva prolungare all'infinito quell'inutile ricerca.
La fregata non aveva nulla da rimproverarsi, avendo fatto tutto il proprio dovere: mai un equipaggio della marina degli Stati Uniti aveva dimostrato più zelo e più dedizione al dovere.
L'insuccesso non avrebbe potuto essergli imputato.
La logica voleva che si smettesse con le ricerche.
Un rapporto in questo senso fu presentato al comandante, ma egli tenne duro.
I marinai non nascosero il loro malcontento e di conseguenza il servizio ne soffrì: non che ci fosse un ammutinamento a bordo, ma il comportamento degli uomini era tale che a un certo punto il comandante Farragut giudicò opportuno imitare Cristoforo Colombo, chiedendo ancora tre soli giorni di pazienza.
Se alla fine del terzo giorno il mostro non fosse apparso, l'uomo al timone avrebbe cambiato direzione e l'"Abraham Lincoln" avrebbe fatto rotta verso l'Atlantico.
Il patto fu concluso il 2 novembre ed ebbe come risultato di ripristinare l'accuratezza del servizio di bordo.
L'oceano fu scrutato ancora una volta con attenzione e poiché ciascuno voleva dare quell'ultima occhiata con cui riassumere tutti i ricordi delle speranze perdute, i cannocchiali ripresero la loro attività febbrile: era l'ultima sfida al narvalo gigante, il quale, se esisteva, non avrebbe potuto esimersi dal rispondere a una simile "ingiunzione a comparire".
Passarono due giorni.
L'"Abraham Lincoln" navigava a piccola velocità, impiegando mille trucchi per risvegliare l'attenzione e stimolare l'indifferenza della bestia, nel caso si trovasse da quelle parti.
Enormi pezzi di lardo furono lanciati in mare con vivissima soddisfazione dei pescecani.
Ogni tanto la fregata si fermava mentre le scialuppe si irradiavano da tutte le parti, non tralasciando di esplorare il più piccolo tratto di mare.
Ma la sera del 4 novembre arrivò senza che il mistero fosse svelato.
A mezzogiorno dell'indomani, 5 novembre, scadeva il tempo dell'impegno, dopo di che il comandante Farragut, fedele alla parola data, avrebbe dovuto ordinare di invertire la rotta e abbandonare definitivamente le acque settentrionali dell'Oceano Pacifico.
Quel giorno la fregata si trovava a 31 gradi e 15primi di latitudine nord e a 136 gradi e 42 primi di longitudine est e le isole del Giappone erano a meno di duecento miglia sottovento.
La notte si avvicinava: la campana di bordo aveva appena battuto le otto.
Grosse nuvole creavano un velo intorno alla luna nel suo primo quarto.
Il mare si frangeva dolcemente contro la carena della nave.
Me ne stavo a prua, con accanto Conseil che guardava davanti a sé.
L'equipaggio, aggrappato ai cavi di sostegno degli alberi della nave, fissava l'orizzonte che si andava oscurando a poco a poco.
Gli ufficiali aggiustavano i loro binocoli, scrutando nelle tenebre crescenti.
A volte l'oscurità dell'oceano si accendeva sotto un raggio che la luna saettava attraverso le frange di due nuvole.
Poi ogni traccia luminosa fu inghiottita dalle tenebre.
Nel silenzio risuonò a un tratto la voce di Ned Land che gridava:- Ehi! Sottovento, in quella direzione!
A quel grido tutto l'equipaggio si precipitò verso il fiociniere.
Comandante, ufficiali, marinai e mozzi e perfino gli ufficiali di macchina lasciarono il loro posto.
La fregata, avendo il comandante dato l'ordine di fermare le macchine, procedeva solo per il suo abbrivo.
L'oscurità era profonda e io mi domandavo come avesse potuto il canadese vedere qualcosa, per quanto buoni fossero i suoi occhi, e che cosa avesse visto.
Il cuore mi batteva a un ritmo vertiginoso.
Ned Land non si era sbagliato e, un po' alla volta, tutti scorgemmo l'oggetto che ci indicava con la mano.
Il mare appariva come illuminato da sotto la superficie dell'acqua, ma non era un semplice fenomeno di fosforescenza: su questo non ci si poteva sbagliare.
Era il mostro che, immerso per qualche metro, proiettava quel chiarore intenso e inspiegabile di cui parlavano i rapporti di tanti comandanti di navi e che solo un organo di eccezionale potenza poteva emettere.
La luminescenza disegnava sul mare un grande ovale al cui centro sembrava bruciare un falò che andava gradatamente attenuandosi verso le estremità.
- Può essere un agglomerato di piccoli animali marini fosforescenti - osservò un ufficiale.
- No, no - dissi io.
- Non potrebbero produrre una luce di tale intensità. E indubbiamente è di origine elettrica... Guardate! Si sta spostando, si muove in avanti... Attenzione! Ci viene addosso!
Un coro di grida si levò dal ponte.
- Silenzio! - ordinò il comandante Farragut.
- Barra al vento! Tutta! Macchine indietro a tutta forza!
I marinai si precipitarono al timone, gli ufficiali di macchina sparirono sottocoperta e di lì a un istante l'"Abraham Lincoln", virando a babordo, descrisse un semicerchio.
- A dritta! Macchine avanti! - ordinò il comandante.
Gli ordini furono subito eseguiti e la fregata si allontanò rapidamente dalla sorgente luminosa.
O meglio, tentò di allontanarsi, perché quell'essere straordinario le si stava avvicinando a velocità molto superiore.
Avevamo il cuore in gola.
Lo stupore, più che la paura, ci rendeva muti.
L'animale guadagnava spazio senza sforzo.
Doppiò la fregata che in quel momento faceva i quattordici nodi e l'avviluppò nei suoi luminosi riflessi come in una ragnatela scintillante, poi si allontanò di due o tre miglia, lasciando una scia di luce.
All'improvviso, dall'oscuro limite dell'orizzonte dove si era portato per prendere lo slancio, il mostro si scagliò contro l'"Abraham Lincoln" a velocità spaventosa, fermandosi bruscamente ad alcuni metri dalla fiancata.
La luce sparì, non come se il mostro si fosse immerso nella profondità dell'oceano, poiché non vi fu alcun abbassamento della luminosità, ma di scatto, come se qualcuno avesse girato la chiavetta di un commutatore.
E subito riapparve all'altro bordo, senza che si potesse capire se doppiando la nave o scivolando sotto la chiglia.
A ogni istante poteva causare una collisione che sarebbe stata fatale.
Ma non pensavo al pericolo, sbalordito com'ero dalle manovre della fregata la quale, anziché attaccare, fuggiva: l'inseguitrice era ora l'inseguita.
Lo feci osservare al comandante Farragut il cui viso, di solito così impassibile, era improntato a un indefinibile sbigottimento.
- Signor Aronnax, non so quale essere formidabile ho di fronte e non voglio rischiare imprudentemente la mia fregata con questa oscurità - disse.
- Non sappiamo come attaccare l'ignoto e come difendercene.
Aspettiamo il giorno e forse le parti s'invertiranno.
- Non avete dubbi, comandante, sulla natura dell'animale?- No, professore: è un narvalo gigantesco e per di più dotato di energia elettrica.
- E se avesse anche il potere di folgorare a distanza, sarebbe il più terribile e pericoloso animale fra quelli creati.
Bisogna agire con molta prudenza.
Durante la notte tutto l'equipaggio vegliò: nessuno pensò di andare a dormire.
L'"Abraham Lincoln", non potendo competere in velocità col mostro, aveva ridotto l'andatura.
Da parte sua, il narvalo sembrava volerne seguire l'esempio e si lasciava cullare dalle onde, apparentemente risoluto a non abbandonare il campo.
Verso mezzanotte, però, scomparve o, più precisamente, si spense come un'enorme lampada.
Fuggito?
Era il nostro timore, non la speranza.
Ma circa un'ora dopo si sentì un fischio assordante, come prodotto da una colonna d'acqua lanciata con estrema violenza.
Il comandante Farragut, Ned Land e io eravamo sul cassero e frugavamo con lo sguardo ansioso la profondità delle tenebre.
- Sicuramente avrete sentito spesso il soffio delle balene disse il comandante a Land.
- Molto spesso, signore, ma mai di balene come questa che mi frutta duemila dollari solo per averla avvistata.
- Naturalmente avete diritto al premio.
Ma dite: questo non è il rumore che producono le balene quando sfiatano?- Identico, signore, ma questo è molto più forte.
Non c'è dubbio:si tratta di un cetaceo.
Col vostro permesso, signore, domattina presto andrò a fare due chiacchiere con lui.
- Se vorrà ascoltarvi, caro Ned - disse il comandante con aria piuttosto scettica.
- Lasciate che gli arrivi alla distanza giusta e dovrà ascoltarmi per forza.
- Ma per questo - osservò il comandante - dovrei mettervi a disposizione una baleniera.
- Naturalmente.
- Mettendo a repentaglio la vita dei miei uomini.
- E la mia - rispose il ramponiere pacato.
L'ovale luminoso riapparve verso le due del mattino a circa cinque miglia dalla fregata.
Nonostante la distanza e il rumore del vento e delle onde, si sentivano distintamente i formidabili colpi di coda dell'animale e il suo respiro affannoso.
Sembrava che quando l'enorme narvalo veniva in superficie per respirare, l'aria si ingolfasse nei suoi polmoni come il vapore nei cilindri di una macchina da duemila cavalli.
Hum!, pensai. Una balena che ha la forza di una carica di cavalleria dovrebbe essere proprio un grazioso animaletto.
Restammo in stato d'allerta fino all'alba, preparandoci al combattimento.
Tutta l'attrezzatura per la pesca fu disposta sul ponte.
Il secondo fece caricare cannoncini che potevano lanciare gli arpioni a un miglio di distanza e alcune lunghe colubrine con proiettili esplosivi, micidiali anche per gli animali più resistenti.
Ned Land si era accontentato di affilare il suo arpione, un'arma che nelle sue mani diventava terribile.
Alle sei, l'alba cominciò ad annunciarsi e con le prime luci dell'aurora scomparve la luminescenza del narvalo.
Alle sette era giorno, ma una spessa coltre di nebbia velava l'orizzonte e nemmeno con i migliori binocoli si riusciva a trapassarla.
Alle otto, la nebbia cominciò a sfrangiarsi in pesanti nubi le cui volute si alzarono a poco a poco.
L'orizzonte si allargava, la visibilità diventava sempre migliore.
D'un tratto, proprio come il giorno precedente, si udì la voce di Ned Land.
- Il nostro amico a poppa! - gridò il fiociniere.
Tutti gli sguardi si diressero verso il punto indicato.
Là, a un miglio e mezzo dalla fregata, un lungo corpo nerastro emergeva di un metro dal pelo dell'acqua.
La coda, che si agitava violentemente, produceva un rumore assordante: mai muscoli caudali avevano battuto il mare con tanta violenza.
Un'immensa scia, bianca e turbinosa, segnava il passaggio dell'animale, descrivendo una curva allungata.
La fregata si avvicinò al cetaceo e così potei esaminarlo con tutta tranquillità.
I rapporti della "Shannon" e dell'"Helvetia" ne avevano un po' esagerato le dimensioni, poiché a mio avviso la sua lunghezza non doveva superare i novanta metri; per quanto riguarda la larghezza, mi era difficile poterla definire, non essendo l'animale completamente emerso, però il corpo mi sembrava molto ben proporzionato.
Mentre lo osservavo, due enormi getti di vapore e di acqua scaturirono dai suoi sfiatatoi salendo fino a 40 metri di altezza, dandomi un'idea della sua grande potenza di respirazione.
Stabilii definitivamente che doveva appartenere alla branca dei vertebrati, classe dei mammiferi, sottoclasse dei monodelfini, gruppo dei pisciformi, ordine dei cetacei, famiglia...
A questo punto non potevo ancora pronunciarmi.
L'ordine dei cetacei comprende infatti tre famiglie: balene, capodogli e delfini, ed è in quest'ultima che sono classificati i narvali.
Ognuna di queste famiglie si suddivide in generi, specie o varietà.
Tutte cose che non potevo ancora stabilire, ma forse, con l'aiuto del Cielo e del comandante Farragut, ci sarei arrivato.
L'equipaggio attendeva con impazienza gli ordini del comandante il quale, dopo aver osservato attentamente il mostro, fece chiamare il direttore di macchina.
- Siamo in pressione?
- gli domandò quando l'ebbe di fronte.
- Sì, signore.
- Bene.
Forzate, a tutto vapore.
Tre urrà accolsero quell'ordine: l'ora del combattimento era sonata.
Furono sufficienti alcuni secondi perché i comignoli della fregata vomitassero vortici di fumo nero e il ponte fremesse per le vibrazioni delle macchine.
L'"Abraham Lincoln", spinta in avanti dalla forza della sua elica, puntava dritta sull'animale, il quale si lasciò accostare fino a una mezza gomena, poi, come disdegnando di tuffarsi, cominciò a muoversi, mantenendo la distanza.
L'inseguimento si prolungò per circa tre quarti d'ora, senza che la fregata riuscisse a guadagnare un metro sul cetaceo.
Era evidente che, a quell'andatura, non l'avremmo mai raggiunto.
Il comandante Farragut si torceva con rabbia la lunga barba.
- Ned Land! - chiamò.
Il canadese accorse.
- E allora, signor Land, siete ancora del parere di mettere le scialuppe in mare?
- domandò il comandante.
- No, signore - rispose il ramponiere.
- Quella bestiaccia non si lascerà raggiungere che quando lo vorrà.
Col vostro permesso, vado ad appostarmi e, se per caso arrivassimo a tiro, l'arpionerò.
- Andate pure, Ned.
- Farragut si rivolse al direttore di macchina: - Forzate la pressione - ordinò.
Ned Land andò ad appostarsi a prua mentre le caldaie venivano portate oltre il limite di sicurezza: avrebbero potuto scoppiare da un momento all'altro; l'elica faceva quarantatre giri al minuto e il vapore fondeva le valvole.
L'"Abraham Lincoln" navigava a una velocità di oltre diciotto miglia l'ora.
Ma quel maledetto animale aumentò a sua volta la propria andatura e dopo un'ora la distanza non era diminuita.
Era umiliante per una delle più veloci navi della marina militare degli Stati Uniti.
Una rabbia sorda serpeggiava tra l'equipaggio che agitava i pugni contro il mostro, lanciando insulti e imprecazioni, mentre il comandante non si limitava più a torcersi la barba: ora se la mordeva.
Quanto al narvalo, appariva del tutto indifferente.
- Abbiamo raggiunto il massimo della pressione?
- domandò il comandante al direttore di macchina.
- Sì, signore.
- Le valvole?- A sei atmosfere e mezzo.
- Portatele a dieci.
Mi rivolsi al mio buon domestico, che mi stava vicino.
- Sai che probabilmente salteremo in aria, Conseil?- Come il signore desidera.
Confesso che non mi dispiaceva di correre quel rischio pur di effettuare un ultimo tentativo.
Il carbone veniva ingolfato nei forni, i ventilatori mandavano turbini d'aria sui bracieri.
La velocità dell'"Abraham Lincoln" aumentò ancora.
Gli alberi tremavano fin nelle scasse e i fiotti di fumo stentavano a farsi strada attraverso i comignoli diventati stretti.
Il solcometro fu gettato per la seconda volta.
- Diciannove miglia e tre decimi, comandante.
- Forzare ancora.
In sala macchine si obbedì e il manometro superò le dieci atmosfere.
Ma evidentemente anche il mostro "forzò" e prese a filare alla medesima andatura.
Di tanto in tanto si lasciava avvicinare e Ned Land, che era appostato con l'arpione in mano, gridava:- Eccolo! Ci siamo!
Poi, quando era pronto per il lancio, il narvalo si allontanava a una velocità che non doveva essere inferiore ai trenta nodi.
Una volta, come se volesse deriderci, giunse a girare attorno alla nave, strappando a tutti un grido di rabbia.
A mezzogiorno, dato che la situazione non era cambiata, il comandante Farragut decise di usare mezzi più drastici.
- Così quella bestia è più veloce dell'"Abraham Lincoln", eh?disse.
- Vediamo allora se riesce a distanziare anche i proiettili corazzati.
Il cannone fu immediatamente caricato.
Il colpo partì, ma il proiettile passò a circa un metro sopra il narvalo, che si trovava a mezzo miglio da noi.
- Un puntatore più abile! - comandò Farragut.
Cinquecento dollari a chi riuscirà a forare quel bestione d'inferno!
Un vecchio cannoniere dalla barba grigia, con l'occhio tranquillo e l'espressione flemmatica, si avvicinò al pezzo, lo brandeggiò e mirò a lungo.
Risonò una forte detonazione cui si confusero gli evviva dell'equipaggio.
La palla raggiunse il bersaglio, scivolò sul dorso curvo della bestia e andò a perdersi in mare a due miglia di distanza.
- Maledizione! - imprecò il vecchio cannoniere.
Quell'accidente lì deve essere blindato con piastre da dieci centimetri!
La caccia ricominciò e il signor Farragut, piegandosi verso di me, mi disse:
- Lo inseguirò fino a far scoppiare le caldaie!
L'unica speranza era che l'animale si stancasse e che non avesse la resistenza di una macchina a vapore.
Ma era un pio desiderio.
Le ore trascorrevano senza che desse segno di stanchezza.
L'"Abraham Lincoln" lottava con un'infaticabile tenacia: sono sicuro che in quello sciagurato 6 novembre non percorse meno di cinquecento chilometri.
Ma arrivò la notte e avvolse con le sue ombre l'oceano.
A quel punto, ero convinto che la nostra spedizione fosse finita e che non avremmo mai più rivisto il fantastico animale.
Mi sbagliavo: verso le undici, la luce riapparve a tre miglia sopravvento alla fregata, limpida e intensa come la notte precedente.
Il narvalo sembrava immobile.
Forse, stanco della giornata, dormiva, lasciandosi cullare dal movimento delle onde?
Era un'occasione che il comandante Farragut decise di prendere al volo.
Brevi e secchi ordini.
La fregata proseguì a piccola velocità, avanzando con prudenza per non svegliare la preda.
Ned Land riprese il suo appostamento presso l'albero di bompresso.
La fregata procedette silenziosa, fermò le macchine a due gomene di distanza dal mostro e proseguì col solo abbrivo.
Sul ponte il silenzio era assoluto.
Ora eravamo a meno di trenta metri dalla fonte di luce, il cui chiarore aumentava progressivamente davanti ai nostri occhi.
In quel momento mi trovavo sul cassero e vedevo davanti a me Ned Land, che si reggeva con una mano ad una corda, mentre con l'altra brandiva il suo terribile arpione: appena sette metri lo separavano dall'animale immobile.
Improvvisamente il suo braccio scattò e il rampone fu lanciato:udii il colpo sonoro che fece urtando contro un corpo solido.
Il chiarore elettrico si spense di botto e due enormi colonne d'acqua si abbatterono sul ponte della fregata, scorrendo come torrenti da una parte all'altra, travolgendo uomini, schiantando le manovre fisse e quelle correnti.
Il sussulto spaventoso della nave mi sbalzò dal cassero e, senza neppure avere il tempo di tentare di reggermi, mi ritrovai in mare.
6
Una balena di specie sconosciuta.
Benché sorpreso dall'inatteso scossone e dal tuffo, mantenni il netto controllo delle mie sensazioni.
All'inizio fui trascinato molto in profondità, ma sono un buon nuotatore e non persi la testa: due vigorosi colpi di tallone mi riportarono in superficie.
La mia prima preoccupazione fu di cercare con gli occhi la fregata.
Si erano accorti, a bordo, della mia scomparsa?L'"Abraham Lincoln" avrebbe virato di bordo?
Il comandante Farragut avrebbe messo in mare una scialuppa?
Avevo qualche speranza di essere salvato?Le tenebre erano profonde, ma riuscii a intravedere una massa scura che si allontanava verso est e le cui luci di posizione si andavano rapidamente sbiadendo.
Mi sentii perduto.
Presi a urlare, nuotando in direzione dell'"Abraham Lincoln" con foga disperata.
Gli indumenti che l'acqua mi incollava al corpo mi impacciavano i movimenti.
Perdevo forza, affogavo...
- Aiuto!
Fu l'ultima invocazione che riuscii a lanciare.
La bocca mi si riempì d'acqua e, dibattendomi convulsamente, fui trascinato nell'abisso.
All'improvviso mi sentii afferrare da una forte mano e trarre in superficie, dove mi giunsero all'orecchio parole incredibili.
- Se il signore vuole avere la cortesia di appoggiarsi alla mia spalla, potrà nuotare più agevolmente.
- Tu, Conseil! - esclamai.
- Sei tu!
- Sì, signore, agli ordini del signore.
- L'urto ha scagliato in mare anche te?- No, signore.
Ma sono al servizio del signore e l'ho seguito.
Per lui era una cosa del tutto naturale.
- E la nave?- Credo che il signore farebbe bene a non contarci - rispose Conseil.
- Al momento del tuffo, signore, ho udito un timoniere gridare che le eliche e il timone erano spezzati.
- Spezzati?- Sì, signore: dal dente corneo del mostro.
Credo sia l'unica avaria che l'"Abraham Lincoln" abbia subito, signore, e ora, sfortunatamente per il signore e per me, non è più in grado di governare.
- Allora siamo perduti.
- Penso di sì, signore - rispose con flemma Conseil.
- Però, signore, abbiamo ancora qualche ora davanti a noi prima di morire, e in qualche ora molte cose possono succedere, signore.
L'imperturbabile sangue freddo di Conseil mi ridiede coraggio.
Nuotai con maggior vigore, ma stentavo a tenermi a galla a causa del peso degli indumenti.
Conseil se ne accorse.
- Se il signore permette, interverrei con un'incisione - disse.
Fece scivolare la lama di un coltello sotto i miei abiti e li tagliò dall'alto in basso con un colpo rapido.
Poi me ne liberò, mentre io nuotavo sostenendo tutti e due.
Infine ci scambiammo i compiti.
Non per questo la nostra situazione era meno terribile.
Forse la nostra scomparsa non era stata notata e in ogni caso la fregata non era in condizioni di virare per venire alla nostra ricerca, essendo rimasta senza timone: potevamo contare soltanto sulle sue scialuppe.
Conseil espose con freddezza quell'ipotesi e organizzò il suo piano di conseguenza.
Ci trovammo subito d'accordo: la nostra unica speranza di salvezza era di essere raccolti dalle scialuppe dell'"Abraham Lincoln", quindi dovevamo prepararci ad attendere per un tempo assai lungo.
Fu deciso, per risparmiare le nostre forze, di dividere la fatica:mentre uno di noi due, steso sul dorso, sarebbe rimasto immobile con le gambe stese e le braccia allargate a croce, l'altro nuotando l'avrebbe spinto avanti.
I ruoli si sarebbero scambiati non oltre i dieci minuti e, alternandoci in questa maniera, potevamo nuotare qualche ora in più, magari fino allo spuntare del giorno.
L'incontro tra la fregata e il cetaceo era avvenuto verso le undici, quindi dovevamo calcolare otto ore di nuoto circa prima del sorgere del sole.
Impresa fattibile, a rigor di logica, se ci davamo il cambio Il mare, molto tranquillo, non ci stancava affatto.
Qualche volta cercavo con lo sguardo di perforare le tenebre, ma sembrava che fossimo piombati in un bagno di mercurio.
La stanchezza si fece sentire verso l'una del mattino e i muscoli si indurirono a causa dei crampi.
Conseil dovette sostenermi e la speranza della nostra salvezza era riposta solo in lui.
Ma ben presto lo sentii ansimare: il suo respiro diventava sempre più corto e affannoso.
Capii che non avrebbe potuto più resistere a lungo.
- Lasciami! - gli ordinai.
- No, signore, mai - replicò.
- Annegherò io prima del signore.
Dopo un po', la luna fece capolino attraverso le frange di una grossa nuvola che il vento stava trasportando verso est e la superficie dell'oceano baluginava sotto i suoi raggi.
Ciò mi sembrò di buon augurio: alzai la testa, scrutai tutti i punti dell'orizzonte e riuscii a scorgere la fregata.
Era a circa cinque miglia da noi e ormai non era altro che una massa oscura, appena percettibile.
Ma di imbarcazioni nemmeno un segno.
Avrei voluto gridare, ma a che sarebbe servito a una distanza simile?Tentai, ma dalle mie labbra gonfie non uscì alcun suono.
Conseil articolò qualche parola e lo sentii ripetere a più riprese:- Aiuto! Aiuto!
Smettemmo per un momento di nuotare per ascoltare meglio e, nel ronzio pulsante che mi invadeva le orecchie, mi sembrò che una voce rispondesse al grido di Conseil.
- Hai sentito? - mormorai.
- Sì, signore.
Conseil lanciò un secondo grido e questa volta non ci fu dubbio:una voce umana rispondeva al richiamo.
Era la voce di uno sventurato come noi, sbalzato in mare dallo scontro con il narvalo?
O proveniva dalla scialuppa che la fregata aveva mandato alla nostra ricerca e che l'ombra nascondeva?Raccolsi tutte le mie forze per sostenere Conseil che, appoggiandosi sulla mia spalla, si sollevò con un colpo di reni fuori dall'acqua per poi ricadere spossato.
- Che cos'hai visto?- Ho visto...
- balbettò Conseil.
- ...
Ma non parliamone.
Conserviamo tutte le nostre forze.
Allora - non so nemmeno io perché - per la prima volta mi tornò alla mente l'immagine del mostro.
Ma quella voce?Nel frattempo, Conseil continuava a trascinarmi.
Ogni tanto alzava la testa e lanciava un grido di richiamo cui ogni volta rispondeva una voce sempre più vicina.
Io ero intontito e allo stremo delle forze e le mie dita si aprirono: sotto la mano non avevo più alcun punto d'appoggio, la bocca, convulsamente aperta, si riempiva d'acqua salata, il freddo m'intorpidiva.
Alzai la testa per l'ultima volta e affondai...
Nello sprofondare, urtai contro una superficie dura e l'abbrancai.
Poi sentii che qualcuno mi afferrava, che mi riportava in superficie.
I miei polmoni si sgonfiarono e svenni.
Penso di essere rinvenuto abbastanza presto, non foss'altro che per i vigorosi massaggi che scaldavano il mio corpo.
Socchiusi gli occhi.
- Conseil - mormorai.
- Il signore ha suonato?In quel momento, all'ultimo chiarore della luna che s'inabissava all'orizzonte, scorsi una figura che non era quella di Conseil, anche se mi era ugualmente familiare.
- Ned!
- In persona, professore, e sempre alla caccia del premio scherzò il canadese.
- Siete finito fuori bordo in seguito allo scontro con il mostro?- Sì, professore, ma sono stato così fortunato da finire proprio sull'isolotto galleggiante.
- Un isolotto?- Be', non proprio un'isola: il narvalo.
- Come dite?
Spiegatevi meglio.
- Non potrei, professore: l'unica cosa che ho capito è il motivo per cui il mio rampone non ha potuto attraversarne la pelle e si è smussato.
Questa cotenna, professore, è di lastre d'acciaio.
Le parole del canadese produssero un cambiamento repentino nel mio spirito.
Mi spostai velocemente verso la sommità dell'essere o dell'oggetto che ci serviva da rifugio e lo saggiai con un piede.
Non c'era dubbio: si trattava di un corpo duro e impenetrabile, non certo di quella massa molle che costituisce il corpo dei grandi mammiferi marini.
Non c'era dubbio: ci trovavamo sul ponte di una specie di natante sottomarino che, a quanto potevo giudicare, aveva la forma di un immenso pesce d'acciaio.
- Ma allora - dissi - deve contenere un motore e un equipaggio per guidarlo.
- Certamente - rispose il fiociniere.
- Ma mi trovo qui da più di tre ore e non ho notato alcun segno di vita.
- Non si è mosso?- No: si lascia semplicemente cullare dalle onde.
- Eppure sappiamo che può raggiungere un'elevata velocità per arrivare alla quale sono necessari una macchina e uomini per farla funzionare.
Bisogna concludere che...
siamo salvi.
- Mah! - fece Ned.
In quell'istante, si sentì ribollire dalla parte posteriore del congegno, il cui sistema di propulsione, evidentemente a elica, si mise in movimento.
Facemmo appena in tempo ad aggrapparci alla parte superiore, che emergeva dalla superficie non più di ottanta centimetri.
Per fortuna la sua velocità non era eccessiva.
- Fino a che naviga in superficie va tutto bene - commentò Ned Land.
- Ma se gli salta il ticchio di immergersi, non scommetterei un dollaro per la nostra pelle.
Bisognava tentare di metterci in comunicazione con chi si trovava all'interno del natante.
Cercai un'apertura, una botola, un passaggio qualsiasi su quella superficie: le linee dei bulloni che tenevano unite le piastre di ferro s'intersecavano regolarmente e uniformemente.
Per di più la luna era scomparsa, lasciandoci in un'oscurità profonda.
Bisognava attendere il giorno per trovare l'apertura e poter penetrare nel sottomarino.
Per il momento la nostra salvezza dipendeva unicamente dal timoniere misterioso che pilotava quell'ancora più misterioso natante.
Se si fosse immerso per noi sarebbe stata la fine.
Le speranze di essere salvati dal comandante Farragut erano già scomparse da tempo, anche perché il battello seguiva una rotta diametralmente opposta a quella della fregata.
La velocità era relativamente moderata, sulle dodici miglia l'ora, e l'elica girava con regolarità facendo ribollire l'oceano per un vasto tratto.
Verso le quattro la velocità dell'ordigno a cui eravamo aggrappati crebbe.
Le onde ci piombavano addosso come frustate e dovevamo fare enormi sforzi per non essere trascinati via.
Per fortuna, Ned era attaccato a un anello da ormeggio, che era fissato sulla parte culminante della schiena del mostro, e io e Conseil, a nostra volta, ci tenevamo attaccati al canadese.
E anche quella lunga notte ebbe fine.
Le emozioni di allora mi impediscono di ricordare esattamente tutti i particolari di quelle ore, ma uno è rimasto impresso nella mia memoria: durante certi momenti in cui il mare e il vento erano più calmi, mi sembrava di sentire una specie di musica sommessa, prodotta da uno strumento lontano, sotto le onde.
Spuntò il giorno, e ci trovammo avvolti nella foschia del mattino che ci causò un altro periodo di ansia.
Quando finalmente la nebbia si alzò, potei esaminare l'involucro che formava la parte superiore del battello.
Era una specie di piattaforma orizzontale, quasi impercettibilmente incurvata.
- Ehi, ehi, accidenti al diavolo! - urlò Ned Land sferrando calci alle lastre che rivestivano il battello.
- Aprite!
Ma era difficile farsi sentire con l'assordante fragore dell'elica e fu necessario pazientare finché il motore si fermò.
Poco dopo sentimmo un forte sferragliare proveniente dall'interno e un'intera piastra si sollevò, apparve un uomo, gettò un grido e scomparve.
Qualche minuto dopo comparvero otto robusti uomini con il viso coperto, in apparenza muti, che ci afferrarono e ci trascinarono nell'interno del misterioso ordigno.
7
"Mobilis in mobile".
L'aggressione si era svolta con la massima celerità.
Né io né i miei compagni avemmo il tempo di reagire.
Non so cosa provassero loro nel sentirsi trascinare in quella specie di prigione galleggiante, ma, per mio conto, sentii un brivido gelido percorrermi la schiena.
Con chi avevamo a che fare?
Senza dubbio con qualche pirata di nuovo tipo che sfruttava i mari in quel modo.
Non appena il pannello d'acciaio si fu richiuso su di noi, ci trovammo avvolti in un'oscurità profonda.
Avevo gli occhi ancora abbagliati dalla luce esterna e non riuscii a distinguere nulla.
Sentii sotto i piedi nudi i gradini di una scaletta di ferro.
Ned Land e Conseil erano dietro di me.
In fondo alla scaletta una porta si aprì e immediatamente si richiuse su di noi con sordo rumore.
Eravamo soli.
Dove?
Intorno il buio era assoluto.
Ned Land, furioso per l'accoglienza riservataci, diede sfogo alla sua indignazione.
- Corpo di mille diavoli! - gridava.
- Questa gente in fatto di ospitalità può andare a scuola dai cannibali. E forse lo sono, cannibali. Non me ne stupirei per niente. Ma non mi lascerò mangiare senza difendermi, eh, no!
- Calma, amico Ned, calma - mormorò placidamente Conseil. Non prendetevela prima del tempo: non siamo ancora stati infilati nello spiedo.
- Nel forno però ci siamo già - ribatté il canadese.
- Per fortuna ho sempre con me il mio coltello da baleniere e, per quanto buio faccia qui dentro, ci vedrò sempre abbastanza per servirmene.
Il primo di quei banditi che mi tocca...
- Non agitatevi - l'interruppi.
- Non compromettete la nostra situazione con gesti d'inutile violenza.
Può darsi che ci stiano ascoltando.
Tentiamo, piuttosto, di scoprire dove siamo.
Mi mossi a tastoni finché, dopo cinque passi, incontrai una parete di ferro, formata di lamiere imbullonate, poi, spostandomi, andai a sbattere contro un tavolo di legno, attorno al quale erano sistemati parecchi sgabelli.
Il pavimento della nostra prigione era ricoperto da uno spesso strato di materiale che attutiva il rumore dei passi.
Le pareti nude non rivelavano traccia di porte o di finestre.
Conseil, che aveva seguito la parete in senso inverso, mi raggiunse e insieme tornammo al centro della cabina che doveva essere lunga sette metri e larga tre.
Quanto all'altezza, Ned Land, nonostante la sua alta statura, non poté misurarla.
Già una mezz'ora era trascorsa senza che succedesse nulla per cambiare la nostra situazione, quando, dall'estrema oscurità, passammo istantaneamente a una luce violenta.
La nostra prigione s'illuminò, o meglio, si riempì di una luce talmente sfolgorante che, all'inizio, ci fu impossibile sopportarla.
Dalla sua chiarezza e intensità, riconobbi l'illuminazione elettrica, che il battello sottomarino diffondeva attorno a sé.
Dopo aver istintivamente chiuso gli occhi, li riaprii e vidi che la luce proveniva da un mezzo globo smerigliato appeso al soffitto.
- Meno male, ora ci si vede! - esclamò Ned Land che, col coltello in pugno, si teneva sulla difensiva.
- Sì - gli risposi - ma non per questo la situazione è meno oscura.
- Il signore abbia la compiacenza di pazientare - disse l'imperturbabile Conseil.
La luce mi permetteva, ora, di esaminare la cabina in tutti i suoi particolari: non conteneva che un tavolo e cinque sgabelli.
La porta, invisibile, doveva essere chiusa ermeticamente.
Nessun rumore arrivava ai nostri orecchi.
Si stava navigando sulla superficie dell'oceano o nelle sue profondità?
Era impossibile farsene un'idea.
Se avevano acceso il globo luminoso doveva esserci una ragione, e io speravo che qualcuno dell'equipaggio non avrebbe tardato a comparire: quando si vuole dimenticare qualcuno, non gli si accende la luce.
Non mi sbagliavo affatto.
Un rumore di chiavistello e la porta si aprì.
Apparvero due uomini vigorosi.
Uno era basso di statura, ma molto muscoloso, con le spalle larghe, le membra massicce, una folta chioma nera, lo sguardo vivo e penetrante.
In tutta la sua persona si notava quella vivacità tipicamente meridionale che caratterizza i popoli latini.
Il secondo sconosciuto merita una descrizione più particolareggiata.
Il suo aspetto rispecchiava senza ombra di dubbio le sue qualità predominanti: la fiducia in sé stesso, la calma, l'energia e il coraggio.
La testa si stagliava nobilmente sulle larghe spalle, gli occhi erano neri e penetranti, la carnagione piuttosto pallida.
Era di età indefinibile: avrebbe potuto avere trentacinque anni come cinquanta.
Mi sentii involontariamente rassicurato dalla sua presenza e ne trassi buoni auspici per il nostro futuro.
I due sconosciuti portavano berretti di pelliccia di lontra marina, calzavano stivali da marinaio di pelle di foca, indossavano vestiti di un tessuto particolare, molto aderenti, che pure consentivano una grande libertà di movimento.
Il più alto dei due, che era evidentemente il capo, ci stava esaminando con grande attenzione, senza pronunciare parola.
Poi, rivolgendosi al suo compagno, l'intrattenne in una lingua che non avevo mai sentito.
Era un linguaggio sonoro e armonioso, le cui vocali sembravano suscettibili di una grande diversità d'accento.
L'altro rispose scuotendo la testa e brontolando alcune parole del tutto incomprensibili.
Poi, con lo sguardo, sembrò volermi interrogare.
Gli dissi in francese che non capivo la sua lingua, ma mi parve che non conoscesse questo idioma: la situazione cominciava a diventare imbarazzante.
- Il signore dovrebbe provare a riferire quanto ci è accaduto intervenne Conseil.
- Può darsi che questi signori arrivino a capirci qualcosa.
Cominciai il racconto delle nostre avventure, senza saltare un particolare, pronunciando distintamente ogni parola.
Poi presentai me stesso e i miei compagni con le dovute regole.
L'uomo dagli occhi dolci e calmi mi ascoltò tranquillamente e perfino con attenzione.
Ma niente nella sua espressione lasciò trapelare che avesse compreso il mio discorso e, quando ebbi finito, non pronunciò una sola parola.
Avevamo ancora la risorsa di parlare in inglese, poteva darsi che s arrivasse a intendersi in quella lingua che è quasi universale.
Conoscevo anche il tedesco in maniera sufficiente per leggerlo non per parlarlo.
Ma l'importante era farci comprendere.
- Coraggio, tocca a voi - dissi al canadese.
- Sfoderate il miglior inglese che mai anglosassone abbia parlato e speriamo che siate più fortunato di me.
Ned non si fece pregare e attaccò un discorso il cui succo era uguale al mio, ma la forma diversa.
Protestò con veemenza per essere stato imprigionato contro le norme dei diritti dell'uomo, chiese in nome di quale legge ci tenessero ancora rinchiusi, minacciò di denunciare quelli che ci trattenevano ingiustamente, si dimenò, gesticolò, gridò e, alla fine, fece capire con un gesto molto espressivo che stavamo morendo di fame.
Con sua grande meraviglia, il fiociniere fu compreso quanto me:gli sconosciuti non batterono ciglio.
Non sapevo più che pesci prendere quando Conseil suggerì:- Se il signore mi autorizza, ripeterò il discorso in tedesco.
- Tu sai il tedesco?- Come ogni fiammingo, se al signore non dispiace.
- Figurati! Coraggio, attacca.
Conseil raccontò per la terza volta, col suo solito tono pacato, le nostre disavventure ma ottenendo il medesimo esito.
Ridotto alla disperazione, raccolsi tutti i miei ricordi di scuola e cominciai a parlare in latino.
Stesso risultato.
Fallito anche quest'ultimo tentativo, i due sconosciuti si scambiarono ancora qualche parola nel loro incomprensibile linguaggio e si ritirarono, senza farci nemmeno uno di quei gesti rassicuranti che vengono compresi in ogni parte del mondo.
La porta si richiuse.
- E' un'infamia! - scoppiò per l'ennesima volta Ned Land. Noi si parla in francese, in inglese, in tedesco e persino in latino e quelli nemmeno si degnano di darci un segno di risposta.
- Calmatevi, Ned - dissi al focoso ramponiere.
- Non risolve nulla andare in collera.
- Ma non vi rendete conto, professore, che finiremo col morire di fame in questa gabbia di ferro?- Be' - disse da buon filosofo Conseil - per morire di fame occorre tempo.
- Non disperiamoci, amici miei - dissi.
Probabilmente tutti ci siamo già trovati in situazioni peggiori.
Abbiate pazienza e aspettate prima di formulare giudizi sul comandante e sull'equipaggio di questo battello.
- La mia opinione è già chiara - rispose Ned Land.
- Si tratta semplicemente di banditi.
- E di che nazione?- Del paese dei mascalzoni.
- Mio caro Ned, questo paese non è ancora stato chiaramente segnato sul mappamondo.
- Non me ne importa un bel niente.
Ho fame e voglio da mangiare.
In quel momento, la porta si aprì ed entrò un cameriere che ci portava biancheria e vestiti da marinaio, fatti di quella stoffa che non ero riuscito a riconoscere.
Mentre io e i miei compagni ci stavamo rivestendo, il domestico, che si comportava come se fosse stato sordomuto, aveva apparecchiato la tavola e disposto tre coperti.
- Finalmente qualcosa che promette bene - osservò Conseil.
- Che cosa volete che si mangi, qui?
- ribatté il fiociniere ancora stizzito.
- Fegato di tartaruga, filetto di pescecane o bistecche di balena.
- Staremo a vedere.
Alcuni piatti ricoperti dalla loro campana d'argento furono posati simmetricamente sulla tovaglia e noi prendemmo posto a tavola.
Il pane e il vino brillavano per la loro assenza e l'acqua, benché fosse limpida e fresca, non riusciva troppo gradita a Ned Land.
Tra le vivande che ci furono servite riconobbi diverse qualità di pesci cucinati accuratamente, ma di altre, peraltro eccellenti, non avrei nemmeno saputo dire se appartenessero al regno animale o a quello vegetale.
Su ogni pezzo del servizio era incisa la lettera N circondata da un motto "Mobilis in mobile", quanto mai adatto a quel battello sottomarino.
La lettera N era senza dubbio l'iniziale del nome dell'enigmatico personaggio che comandava negli abissi marini.
Ned e Conseil non si perdevano in simili ragionamenti, impegnati com'erano a ingozzarsi, e io non tardai a imitarli.
Appariva evidente che se pur i nostri ospiti intendevano disfarsi di noi, non ci avrebbero lasciati morire d'inedia.
Soddisfatto l'appetito, la spossatezza si fece più greve.
- Ora mi farei un buon sonno, se il signore permette - disse Conseil.
- E io pure - disse Ned Land.
Si stesero sul tappeto della cabina e di lì a pochi minuti erano profondamente addormentati.
Per me prendere sonno fu assai meno facile: troppi pensieri mi turbinavano nella mente, troppi problemi richiedevano una soluzione, troppe immagini si presentavano alla mia fantasia.
Dove eravamo?
Quale misteriosa potenza ci teneva segregati?
Sentivo, o forse credevo di sentire, il battello affondare nei più cupi abissi dell'oceano e un'ansia tremenda mi opprimeva.
Intravedevo tutto un mondo di animali sconosciuti di cui il battello sottomarino sembrava far parte, movendosi in esso come un gigantesco cetaceo d'acciaio...
Poi la mente mi si calmò, l'immaginazione sfumò in una vaga sonnolenza e allora anch'io piombai in un sonno profondo.
8
Le furie del canadese.
Ignoro la durata di quel sonno, ma dovette essere molto lungo dato che ci ristorò completamente.
Fui il primo a svegliarmi.
I miei compagni dormivano ancora e giacevano sul pavimento come masse inerti.
Nel frattempo niente era cambiato nella nostra cella.
La prigione era rimasta prigione e i prigionieri prigionieri, solo che durante il nostro sonno qualcuno aveva sparecchiato.
Cominciavo a chiedermi seriamente se eravamo destinati a vivere per sempre in quella cella.
Ned e Conseil si svegliarono di lì a poco quasi contemporaneamente, si strofinarono gli occhi, si stirarono e in un attimo furono in piedi.
- Il signore ha riposato bene?
- fu la prima frase che Conseil pronunciò.
- Benissimo, e voi?- Anche noi, grazie - rispose Ned Land.
- Soltanto non ho nessuna idea di che ora sia.
Non sarà per caso ora di cena?- Ora di cena, mio caro amico?
Dite almeno ora di pranzo, poiché certo siamo nel giorno dopo a quello della nostra cattura.
Questo vorrebbe dire che abbiamo dormito circa ventiquattro ore rilevò Conseil.
- E' la mia opinione.
- Non vi contraddico replicò Ned Land - ma pranzo o cena, il cameriere sarebbe il benvenuto, che porti l'uno o l'altra.
- L'uno "e" l'altra - aggiunse Conseil.
- Giusto: se abbiamo dormito ventiquattro ore, abbiamo diritto a due pasti e, per conto mio, mi sento di fare onore a tutt'e due.
- Stiamo calmi, Ned - intervenni.
- E' evidente che questi sconosciuti non hanno intenzione di farci morire di fame, altrimenti il pasto che ci hanno portato ieri non avrebbe avuto senso.
- A meno che non ci mettano all'ingrasso.
- Perché vi ostinate a pensare che siamo caduti in mano di cannibali, Ned?- Una volta non vuol dire abitudine rispose con serietà il canadese.
- Chissà da quanto tempo questa gente è senza carne fresca e, in questo caso, tre individui sani e di buona costituzione come me, il signor professore e il suo domestico...
- Levatevi simili idee dalla testa, caro Land - replicai.
- E non partite da certe supposizioni per scagliarvi contro i nostri ospiti, altrimenti potreste aggravare la situazione.
- In ogni caso - disse il fiociniere - non ci vedo più dalla fame, e, pranzo o cena, il pasto non arriva.
- Bisogna adeguarsi al regolamento di bordo - dissi.
- Inoltre ho l'impressione che il nostro stomaco sia avanti rispetto all'orologio del cuciniere.
- In tal caso bisogna regolarlo - intervenne placidamente Conseil.
- Ci siete tutto voi, in questa risposta, amico Conseil - disse l'impaziente canadese.
- Non vi ammalerete mai né di fegato né di nevrastenia.
Sareste capace di morire piuttosto che chiedere da mangiare.
- D'altra parte a che cosa servirebbe?- Servirebbe a lamentarsi, sarebbe uno sfogo.
E se questi pirati...
e dico pirati per rispetto verso il professore che non vuole che li chiami cannibali...
se questi pirati pensano di potermi trattenere in questa prigione dove soffoco, senza avere un saggio delle imprecazioni con cui so colorire le mie lagnanze, si sbagliano.
Signor Aronnax, credete che ci terranno ancora per molto tempo in questa botte di ferro?- Per essere sincero, ne so meno di voi, amico mio.
- Fate per lo meno un'ipotesi.
- Il caso ci ha resi partecipi di un segreto molto, molto importante.
Ora, se l'equipaggio di questo battello sottomarino ha interesse a conservarlo e se questo interesse è più importante dl noi tre, non darei un soldo bucato per le nostre vite.
In caso contrario, alla prima occasione il mostro che ci ha inghiottito ci restituirà al mondo da cui siamo venuti.
A meno che non ci arruolino fra l'equipaggio, tenendoci così...
- Fino al momento - m'interruppe Ned Land - in cui qualche fregata più veloce dell'"Abraham Lincoln" s'impadronirà di questo covo di furfanti, ci catturerà con l'equipaggio e ci farà respirare per l'ultima volta impiccati sul pennone più alto dell'albero maestro.
- Ragionamento molto sensato, caro Land - osservai - ma, da quanto mi risulta, non ci hanno ancora fatto proposte di questo genere.
Perciò è inutile discutere sulle decisioni da prendere in quel caso.
Ve lo ripeto, aspettiamo, atteniamoci alle circostanze e non tentiamo niente, poiché non c'è niente da fare.
- Al contrario, caro professore - rispose Ned Land, che non intendeva arrendersi.
- Bisogna fare qualcosa.
- E che, dunque?- Fuggire.
- E' molto difficile scappare da una prigione terrestre, figuriamoci da una sottomarina.
Mi sembra assolutamente impossibile.
- Coraggio, amico mio - intervenne Conseil.
- Che cosa rispondete al professore?
Non posso credere che un americano possa rimanere senza nessuna soluzione.
Il ramponiere, visibilmente imbarazzato, taceva.
Nelle condizioni in cui il caso ci aveva cacciato la fuga era proprio impossibile Ma un canadese è mezzo francese e Ned Land lo dimostrò con la sua risposta.
- Be', professore - disse dopo qualche istante di riflessione sapete ciò che devono fare le persone che non possono fuggire di prigione?- Io no.
- E' semplice, bisogna che facciano in modo di restarci.
- Eh, direi! - esclamò Conseil.
- E' sempre meglio essere dentro che sopra o sotto.
- Ma dopo aver buttato fuori carcerieri, secondini e guardiani completò Ned Land.
- Che cosa?
Pensate seriamente a impadronirvi del battello?- Molto seriamente.
- Ma è impossibile.
- Perché impossibile, professore?
Potrebbe presentarsi l'occasione favorevole e in quel caso nessuno potrebbe impedirci di approfittarne.
Se non ci sono che una ventina di uomini a bordo di questo aggeggio, non saranno in grado di fermare due francesi e un canadese.
Era preferibile accettare l'affermazione del ramponiere che mettersi a discutere.
Così mi limitai a rispondere:- Aspettiamo che l'occasione si presenti e allora vedremo.
Ma fino a quel momento, fate in modo di frenare la vostra impazienza.
L'unica speranza è nell'astuzia e lasciarsi trasportare dai nervi può significare trascurare le circostanze favorevoli.
Promettete perciò che accetterete la situazione senza lasciarvi trascinare dall'ira.
- Lo prometto, professore - rispose Ned Land con un tono poco tranquillizzante.
- Non dirò una sola parolaccia e nessun gesto tradirà le mie intenzioni, nemmeno se la regolarità dei pasti lascerà molto a desiderare.
- Bene: ricordate che ho la vostra parola, Ned.
La conversazione si interruppe e ognuno si mise a riflettere per proprio conto.
Confesso che, nonostante la sicurezza del canadese, non mi facevo molte illusioni.
Non credevo nelle circostanze favorevoli di cui Ned aveva parlato.
Per essere manovrato con tanta sicurezza, il battello sottomarino doveva avere un equipaggio numeroso e, di conseguenza, la lotta sarebbe stata impari.
Inoltre bisognava che fossimo liberi per poter agire e noi non lo eravamo.
Non riuscivo a immaginare nessun sistema per fuggire da quella cella di ferro ermeticamente chiusa.
E se il comandante aveva un segreto da difendere, difficilmente ci avrebbe lasciati del tutto liberi a bordo.
Probabilmente si sarebbe sbarazzato di noi o ci avrebbe abbandonati in qualche angolo della terra.
Tutte le ipotesi potevano rivelarsi esatte.
Bisognava essere un fiociniere per sperare di riconquistare con la forza la libertà.
Potevo quasi sentire i pensieri di Ned Land, sempre più bellicosi con il passare del tempo.
Mi sembrava di sentire le sue imprecazioni strozzate nella gola e vedevo i suoi gesti diventare di nuovo minacciosi.
Si alzava, girava come una bestia in gabbia, batteva i muri con i piedi e con i pugni.
Intanto il tempo passava e la fame si faceva sentire, il cameriere non compariva e c'era da pensare che si fossero davvero dimenticati di noi, ammesso che avessero avuto ancora delle buone intenzioni nei nostri confronti.
L'umore di Ned Land, tormentato dai crampi allo stomaco, andava sempre peggiorando e temevo una sua esplosione non appena si fosse trovato davanti uno degli uomini del battello.
La collera del canadese aumentò nelle due ore successive:chiamava, gridava, ma inutilmente.
I muri d'acciaio erano sordi.
Non sentivo nessun rumore all'interno del battello, che sembrava dormire.
Doveva essere fermo, visto che non si sentiva il vibrare della chiglia sotto la spinta dell'elica.
Probabilmente eravamo nel profondo dell'oceano, lontanissimi dalla terra.
Quel silenzio era spaventoso.
E quanto al nostro isolamento in quella cella, non avevo il coraggio di pensare quanto sarebbe potuto durare.
La speranza che avevo accarezzato dopo il primo incontro con i due uomini - che io ritenevo fossero il comandante e il suo secondo - si andava spegnendo a poco a poco.
La dolcezza dello sguardo di quell'uomo, l'espressione sincera della sua fisionomia, la nobiltà dei suoi atteggiamenti sparivano dal mio ricordo.
Ora rivedevo il misterioso personaggio come doveva essere in realtà: crudele e spietato.
Lo sentivo fuori dell'umanità, inaccessibile a ogni sentimento di pietà, implacabile nemico dei suoi simili...
Ma era possibile che quell'uomo volesse lasciarci morire d'inedia, chiusi in quella prigione, abbandonati all'orribile supplizio della fame?Fu un pensiero terribile che invase il mio spirito con intensità drammatica, mentre mi sentivo afferrare da un terrore incontrollato.
Conseil si manteneva calmo, Ned Land ruggiva come un leone in gabbia.
In quel momento ci giunse un rumore dall'esterno, alcuni passi risuonarono sul metallo, la porta si aprì e comparve il cameriere.
Prima che potessi fare un movimento per impedirglielo, il canadese si era precipitato sul disgraziato, l'aveva gettato a terra e lo stringeva alla gola.
Il cameriere soffocava sotto la stretta della sua mano.
Conseil cercava già di strappare la vittima mezzo soffocata dalle mani del fiociniere e io stavo per unire i miei sforzi ai suoi quando, improvvisamente, fui inchiodato al mio posto da queste parole pronunciate in francese:- Calmatevi, Ned Land, e voi; professore, ascoltatemi.
9
Il signore delle acque.
Era il comandante che parlava.
Ned Land lasciò la presa, alzandosi di scatto.
Il cameriere malconcio uscì barcollando a un cenno del suo capo e tanta era la soggezione che ne aveva che non azzardò un solo gesto di risentimento contro il canadese.
Io, del tutto attonito, e Conseil, per una volta tanto interessato, aspettavamo in silenzio il seguito della scena.
Appoggiato al bordo del tavolo e con le braccia conserte, lo sconosciuto ci osservava con profonda attenzione.
Sembrava che esitasse a parlare e si sarebbe detto pentito per essersi lasciato sfuggire quella frase in francese.
Dopo alcuni istanti di un silenzio che nessuno osò rompere, disse con voce calma e sicura:- Signori, io parlo il francese, l'inglese, il tedesco e il latino.
Perciò avrei potuto rispondervi già dal nostro primo incontro, ma ho voluto prima conoscervi e riflettere.
Dal vostro racconto ho appreso chi siete e ora so che il caso mi ha fatto incontrare il professor Aronnax, incaricato di storia naturale del Museo di Parigi, in viaggio per una missione scientifica; Conseil, il suo domestico, e Ned Land, di origine canadese, fiociniere a bordo della fregata "Abraham Lincoln", della marina da guerra degli Stati Uniti.
M'inchinai in segno di assenso.
Non mi era stata rivolta nessuna domanda, quindi non era necessario che parlassi.
Quell'uomo strano si esprimeva con assoluta padronanza della lingua e senza inflessioni particolari, usava senza esitare le parole giuste e la scioltezza del suo linguaggio era notevole.
Tuttavia io ero sicuro di non aver di fronte un compatriota.
Egli riprese a parlare.
- Avrete certo pensato che ho tardato parecchio a farvi questa seconda visita.
Il fatto è che, una volta conosciuta la vostra identità, ho voluto riflettere per stabilire come comportarmi nei vostri confronti.
Ho esitato molto.
Una disgraziata circostanza vi ha condotto alla presenza di un uomo che ha rotto ogni rapporto con il resto dell'umanità.
Avete portato lo scompiglio nella mia esistenza...
- Involontariamente l'interruppi.
- Involontariamente?
- ripeté lo sconosciuto con voce un po' alterata.
- E' involontariamente che l'"Abraham Lincoln" mi sta dando la caccia per tutti i mari?
E' forse involontariamente che voi vi siete imbarcato a bordo di quella fregata?
I vostri proiettili sono rimbalzati sulla chiglia della mia nave, Ned Land l'ha colpita con il suo arpione: tutto questo involontariamente?Intuivo in queste parole un'irritazione trattenuta, ma per tutte quelle recriminazioni avevo una risposta.
- Voi ignorate certo le discussioni che si sono accese sul vostro conto in Europa e in America.
Non sapete che alcuni incidenti causati da collisioni con il vostro mezzo sottomarino hanno scosso l'opinione pubblica.
Vi risparmio il resoconto delle infinite ipotesi con cui si è cercato di spiegare lo strano fenomeno di cui voi soltanto conoscete il segreto.
Vi dico soltanto che, inseguendovi fino alla parte più settentrionale del Pacifico, l'"Abraham Lincoln" credeva di dare la caccia a un enorme mostro marino da cui bisognava liberare i mari a qualsiasi costo.
Un sorrisetto sfiorò le labbra del comandante che replicò tranquillamente:- E avreste il coraggio di affermare, professor Aronnax, che la vostra fregata non avrebbe inseguito e cannoneggiato il mio battello sottomarino se avesse saputo che non si trattava di un mostro?Quella domanda mi mise in imbarazzo, poiché sapevo che il comandante Farragut non avrebbe avuto esitazioni: avrebbe ritenuto suo dovere distruggere un ordigno come quello, esattamente come se fosse stato un gigantesco narvalo.
- Ammetterete dunque, professore - riprese lo sconosciuto - che ho tutti i motivi per trattarvi come nemici.
Non risposi: a che serve discutere un argomento di quel genere, quando si è in potere di chi può distruggere i migliori argomenti?- Ho molto esitato - riprese il comandante.
- Nulla mi obbligava a darvi ospitalità e se avessi dovuto separarmi da voi, non avrei avuto nessun motivo per rivedervi.
Vi avrei riportato sulla piattaforma di questo battello e mi sarei immerso nella profondità del mare, dimenticando persino la vostra esistenza.
Sarebbe stato mio diritto.
- Può darsi che questo sia il diritto di un selvaggio replicai.
Non di un uomo civile.
- Effettivamente io non sono quello che voi definite un uomo civile - ribatté vivacemente il comandante.
Ho rotto i ponti con la società intera per motivi che riguardano solamente me stesso.
Non obbedisco affatto alle vostre regole e vi invito a non invocarle mai in mia presenza per nessun motivo.
Aveva parlato seccamente, mentre un lampo di collera e di sdegno gli si accendeva negli occhi: intravidi nella vita di quell'uomo un passato formidabile.
Dopo un lungo silenzio il comandante riprese:- Come dicevo, ho esitato molto e, alla fine, ho pensato che il mio interesse potesse accordarsi a quella pietà naturale cui ogni essere umano ha diritto.
Voi resterete qui a bordo, dato che la fatalità vi ci ha gettati.
In cambio della relativa libertà che godrete, vi imporrò una sola condizione che vi impegnerete a rispettare sulla vostra parola d'onore.
- Credete sia una condizione accettabile per un uomo onesto?domandai.
- Certo, signore.
E' possibile che avvenimenti imprevisti mi obblighino a chiudervi in cabina per qualche ora o per qualche giorno, secondo i casi.
Poiché desidero evitare ogni violenza, mi attendo da voi, in tali frangenti, un'obbedienza assoluta.
Questo vi libera da ogni responsabilità, poiché sarà mia cura mettervi nell'impossibilità di vedere cose che non debbono essere viste.
Accettate questa condizione?C'era da pensare che a bordo succedessero delle cose per lo meno singolari di cui soltanto chi si fosse posto fuori delle leggi umane potesse essere a conoscenza.
Fra le sorprese che l'avvenire mi riservava, quella non avrebbe dovuto essere la minore.
- D'accordo - risposi.
- Vorrei rivolgervi qualche domanda, signore.
- Dite pure.
- Avete detto che saremo del tutto liberi a bordo?- Certo.
- Vorrei sapere che cosa intendete per libertà.
- La libertà di andare, venire, vedere e anche di osservare tutto ciò che succede qui, salvo nelle particolari circostanze di cui ho parlato prima: la medesima libertà di cui godiamo noi stessi, io e i miei compagni.
Era evidente che su questo punto non ci capivamo affatto.
- Scusate, signore - ripresi - ma questa libertà non è altro che quella che ha un prigioniero di percorrere la propria prigione.
- Dovrà bastarvi.
- E così dovremmo rinunciare per sempre a rivedere la nostra patria, i nostri parenti e i nostri amici?- Sì, signore.
Ma rinunciare a riprendere quegli insopportabili obblighi della terra, che gli uomini credono sia libertà, può darsi non vi riesca così penoso come voi ora supponete.
- Per essere chiari - intervenne Ned Land - io non darò mai la mia parola di non tentare di fuggire.
- Non chiedo affatto la vostra parola, signor Land - rispose freddamente il comandante.
- Voi abusate di questi eventi a noi sfavorevoli! - esclamai in tono d'accusa.
- Questa è crudeltà!
- No, signore, è clemenza. Vi ho fatto prigionieri dopo un combattimento. Vi salvo, quando mi basterebbe una sola parola per ributtarvi negli abissi dell'oceano. Siete stati voi ad attaccarmi.Voi siete riusciti a sorprendere un segreto che nessun uomo al mondo aveva il diritto di scoprire, il segreto di tutta la mia esistenza. E voi credete che possa rimandarvi su quella terra dove non si deve più sapere che esisto? No, mai! Trattenendovi non è a voi che penso, ma a me stesso.
Quelle parole indicavano da parte del comandante una presa di posizione contro la quale nessun ragionamento avrebbe potuto prevalere.
- In parole povere - ripresi - ci lasciate semplicemente la scelta fra la prigionia e la morte.
- Precisamente.
- Amici miei - dissi rivolto ai compagni - stando così le cose, non c'è niente d'aggiungere.
Ma nessuna parola d'onore ci terrà legati.
- Nessuna, infatti - precisò il comandante.
Poi, con voce meno dura, riprese: - Ora permettetemi di concludere.
Vi conosco bene, signor Aronnax.
Almeno voi, se non i vostri compagni, non potrete rimpiangere tanto il caso che vi ha legato al mio destino.
Troverete, fra i libri che servono per i miei studi preferiti, il volume che avete pubblicato sui misteri dei grandi fondali sottomarini.
L'ho letto e riletto.
Voi avete spinto la vostra opera tanto lontano quanto lo permetteva la scienza odierna.
Ma, a partire da oggi, voi entrate in un elemento nuovo, vedrete ciò che nessun uomo ha ancora visto, tranne me e il mio equipaggio, che per il mondo non contiamo più, e un nuovo universo, grazie a me, sta per svelarvi i suoi ultimi segreti.
Non posso negare che le ultime parole del comandante facessero su di me una viva impressione.
In quel momento ero preso dalla mia passione e avevo dimenticato che la contemplazione di cose sia pur sublimi non poteva valere la libertà perduta.
Inoltre, speravo nel futuro per dare un taglio netto a quella situazione.
- Anche se avete rotto con l'umanità intera, voglio credere che non abbiate rinnegato tutti i sentimenti umani dissi.
- Noi siamo dei naufraghi che voi avete caritatevolmente accolto a bordo, e non lo dimenticheremo.
Quanto a me, non disconosco che, anche se l'interesse della scienza non arriva a pareggiare il desiderio di libertà, ciò che il nostro incontro mi promette mi compenserà in parte...
A questo punto pensai che il comandante mi avrebbe teso la mano per suggellare il patto, ma non lo fece e mi dispiacque per lui.
- Un'ultima domanda - soggiunsi, vedendo che quell'uomo inesplicabile accennava a ritirarsi.
- Dite, professore.
- Con quale nome posso chiamarvi?- Per voi sono semplicemente il capitano Nemo - rispose.
- E voi e i vostri compagni siete, per me, solamente dei passeggeri del Nautilus.
Chiamò un cameriere, gli diede degli ordini in quella lingua che non riuscivo a classificare, poi, rivolgendosi verso il canadese e Conseil, disse:- Il pranzo è pronto nella vostra cabina: quest'uomo vi farà strada.
- Ecco una cosa da non rifiutare - osservò Ned.
Lui e Conseil poterono finalmente uscire da quella cella dove eravamo rinchiusi da più di trenta ore.
- Anche il vostro pranzo è servito, professore disse il comandante.
- Se permettete, vi faccio strada.
- Vi seguo, signore.
Oltre la porta, percorremmo una specie di corridoio illuminato elettricamente, simile alle corsie della navi.
Dopo una decina di metri, davanti a noi si aprì una seconda porta.
Dava in una sala da pranzo arredata e ammobiliata con un gusto severo.
Al centro della stanza vi era una tavola riccamente imbandita: il capitano Nemo mi indicò il posto che mi era stato destinato.
- Sedete e non fate complimenti - disse.
- Dovete rifarvi della fame arretrata.
Il pranzo si componeva di un certo numero di piatti di cui soltanto il mare aveva fornito il contenuto e di altre pietanze di cui ignoravo la natura e la provenienza.
Confesserò che erano eccellenti e che, benché avessero un gusto particolare, mi ci abituai facilmente.
Quegli insoliti alimenti mi sembrarono ricchi di fosforo, così che pensai fossero anch'essi di origine marina.
Il capitano Nemo mi guardava.
E sebbene non gli avessi chiesto nulla, mi informò, come se avesse letto nel mio pensiero.
- Per la maggior parte questi cibi vi sono sconosciuti - spiegò ma potete mangiarli tranquillamente: sono sani e nutrienti.
Da molto tempo ho rinunciato agli alimenti terrestri e non ne ho risentito affatto.
Anche il mio equipaggio, che è formato da persone robuste, si nutre così e non se ne trova male.
- Tutti questi cibi sono prodotti del mare?
domandai.
- Certo, il mare sopperisce a tutti i nostri bisogni.
Guardai il capitano Nemo con un certo sbalordimento e replicai:- Mi rendo conto che le vostre reti debbano fornire dell'eccellente pesce per la tavola di bordo, ma non comprendo perché non vi compaia nemmeno un pezzetto di carne, per piccolo che sia.
- Non faccio mai uso di carne di animali terrestri rispose il capitano Nemo.
- Però quella è carne - dissi indicando un piatto che era appena stato servito.
- Non è altro che filetto di tartaruga marina.
Ed ecco qui anche del fegato di delfino che voi scambiereste facilmente per stufato di maiale.
Il mio cuoco è abile ed eccelle nel conservare i vari prodotti dell'oceano.
Assaggiate tutti questi piatti e vi accorgerete che non hanno rivali al mondo.
E io li assaggiai più per curiosità che per golosità, mentre il comandante mi incantava con i suoi inverosimili racconti.
- Ma il mare, signor Aronnax - continuò - non si limita a darmi tutto il cibo e le bevande necessarie: mi fornisce anche il vestiario.
La stoffa che portate addosso è tessuta con il bisso di certi molluschi.
I profumi che troverete nella vostra cabina sono fabbricati distillando piante marine.
Tutto mi proviene dal mare e ad esso un giorno tutto ritornerà.
- Amate molto il mare, comandante?- Certo che lo amo.
Il mare è tutto.
Copre i sette decimi della superficie del globo e la sua aria è pura e sana.
E' l'immenso deserto dove l'uomo non è mai solo, poiché la vita pulsa tutt'intorno a lui.
Il capitano Nemo si interruppe d'un colpo, forse pentito di essersi lasciato trascinare dall'entusiasmo oltre la sua abituale riservatezza.
Si alzò e per qualche tempo passeggiò nervosamente, poi si calmò e la sua espressione riprese l'abituale impassibilità.
-E ora, signor professore - disse volgendosi verso di me - se desiderate visitare il Nautilus, sono a vostra disposizione.
10
Il Nautilus.
Il capitano Nemo si avviò e io lo seguii.
Una doppia porta posta in fondo alla sala si aprì ed entrai in una camera di dimensioni uguali a quella che avevamo appena lasciato.
Era la biblioteca.
In enormi scaffali di palissandro nero con fregi di bronzo erano allineati in gran numero alcuni volumi rilegati tutti nello stesso modo.
Guardavo sbalordito e ammirato quell'organizzatissima biblioteca sottomarina e non riuscivo a credere ai miei occhi.
Mi rivolsi al mio ospite, che aveva preso posto su un comodo divano.
- Ecco una biblioteca che formerebbe il vanto di parecchi palazzi sulla terra, capitano - dissi.
- Mi stupisce molto il fatto che siate riuscito a portarla con voi nelle profondità dei mari.
- Dove si potrebbe trovare una maggiore solitudine e un maggior silenzio, professore?
- replicò il capitano Nemo.
- Forse che la sala di lettura del vostro Museo vi offre altrettanta tranquillità?- No, signore, e devo aggiungere che è ben misera cosa rispetto alla vostra.
Qui ci saranno almeno sei o settemila volumi...
- Dodicimila, per la precisione.
Sono i soli legami che mi uniscono ancora alla terra.
Ma il mondo finì per me il giorno in cui il Nautilus si immerse per la prima volta sotto la superficie del mare.
Quel giorno acquistai i miei ultimi volumi, le ultime riviste, gli ultimi giornali.
Da quel momento preferisco credere che l'umanità non abbia più né pensato né scritto.
Naturalmente tutti questi libri sono a vostra disposizione, professore: potete consultarli liberamente.
Ringraziai il capitano Nemo e mi avvicinai agli scaffali in cui si allineavano libri di scienze, di filosofia e di letteratura, scritti in tutte le lingue.
Notai che tutti quei volumi erano classificati per materia, ma non per lingua, e quella mescolanza provava che il comandante del Nautilus doveva saper leggere correntemente i libri in qualsiasi lingua fossero scritti.
Notai i capolavori dei più grandi maestri antichi e moderni, quanto di meglio l'umanità aveva prodotto nel romanzo, nella poesia e nel campo della storia e della scienza.
Predominavano però le opere scientifiche; i libri di meccanica, di balistica, idrografia, geografia e geologia vi occupavano un posto non meno importante delle opere di storia naturale, ed era evidente che costituivano la lettura preferita del capitano Nemo.
Fra le opere di Joseph Bertrand, il libro intitolato "I Fondatori dell'Astronomia" mi fornì un'indicazione; sapevo che era stato pubblicato nel 1865, e ne dedussi che il varo del Nautilus non doveva essere anteriore a quella data.
Dunque, non erano trascorsi più di tre anni da quando il capitano Nemo aveva iniziato la sua crociera sottomarina.
- Vi ringrazio per avermi messo a disposizione questa biblioteca, signore - dissi.
- Vi sono dei tesori di scienza e ne approfitterò.
- Questa sala non serve solo come biblioteca disse il capitano Nemo.
- E' anche un salone per fumatori.
- Ma si fuma a bordo?- Certamente.
- Questo mi fa pensare che abbiate conservato buone relazioni con l'Avana.
- Per niente - rispose il capitano Nemo.
- Gradite questo sigaro, signor Aronnax, e se siete un intenditore, ne sarete soddisfatto, anche se non viene dall'Avana.
Accettai il sigaro che mi era offerto, la cui forma ricordava gli avana, ma sembrava fabbricato con foglie d'oro.
L'accesi a un piccolo braciere sostenuto da un elegante piede di bronzo e aspirai le prime boccate con la voluttà di un fumatore che non fuma da due giorni.
- E' eccellente - osservai - ma non è tabacco.
- Infatti - confermò il comandante.
- Si tratta di una specie di alga ricca di nicotina che il mare mi fornisce, ma non troppo abbondantemente.
Rimpiangete gli avana, signore?- Da questo momento, comandante, li disprezzo.
- Fumate, allora, a vostro agio, senza pensare all'origine di questi sigari.
Quindi il mio ospite aprì una porta che si trovava di fronte a quella da cui eravamo entrati in biblioteca e passammo in un vastissimo salone splendidamente rischiarato.
Era un ampio quadrilatero dagli angoli smussati, lungo dieci metri, largo sei e alto cinque.
Il soffitto luminoso, ornato di piccoli arabeschi, emanava una luce chiara e soffusa su tutte le meraviglie contenute in quel museo.
Poiché si trattata realmente di un museo, in cui una persona di buon gusto e prodiga aveva riunito tutti i tesori della natura e dell'arte, in quella confusione artistica che distingue lo studio di un pittore.
Ornavano le pareti, ricoperte con una stupenda e severa tappezzeria, una trentina di quadri di grandi maestri.
Alcune copie di ottima fattura, in marmo o in bronzo, delle più belle statue dell'antichità classica, erano disposte su dei piedistalli negli angoli del salone.
Ero letteralmente stupefatto.
Proprio come mi aveva predetto il comandante del Nautilus.
- Vogliate scusare, professore, se vi ricevo senza cerimonie e in questo disordine - disse il comandante.
- Non tento di conoscere la vostra vera identità dissi - ma sono sicuro che siete un artista.
- Semplicemente un amatore, professore.
Un tempo mi divertivo a collezionare le bellezze create dalle mani dell'uomo.
Ero un gran cercatore, e frugando in ogni luogo ho potuto riunire qualche oggetto di gran valore: sono gli ultimi ricordi di un mondo che per me non esiste più.
Il comandante tacque e fu come se si fosse perduto in un suo sogno lontano.
Io lo osservavo tentando di analizzare la sua fisionomia.
Stava appoggiato a un prezioso tavolo intarsiato e non mi vedeva più, sembrava aver totalmente dimenticato la mia presenza.
Rispettai quel suo silenzio e ripresi a esaminare gli oggetti meravigliosi riuniti nel salone.
Oltre alle opere d'arte, c'era anche un vero e proprio museo di storia naturale che occupava una zona assai ampia.
Il capitano Nemo aveva dovuto spendere milioni per acquistare tutte quelle meraviglie e mi stavo chiedendo a quale fonte potesse attingere per soddisfare così la sua passione di collezionista, quando fui interrotto da queste parole:- Vedo che state ammirando le mie conchiglie, professore.
Possono veramente interessare un naturalista, ma per me hanno un fascino in più, poiché le ho raccolte tutte di mia mano e non c'è stato mare del globo che sia sfuggito alle mie ricerche.
- Comprendo benissimo, comandante, quale piacere possiate provare ritrovandovi in mezzo a tali ricchezze, ma non voglio consumare la mia ammirazione per esse, altrimenti non me ne resterà più per la nave che le contiene.
Non voglio scoprire segreti che appartengono solo a voi, tuttavia confesso che questo Nautilus, la forza motrice che vi è rinchiusa, gli apparecchi che permettono di sfruttarla...
tutto ciò eccita al più alto grado la mia curiosità.
Vedo appesi ai muri di questa sala degli strumenti il cui scopo mi è ignoto.
Potrei conoscerlo?- Signor Aronnax - rispose il capitano Nemo - vi ho già detto che sareste stato libero a bordo e quindi nessuna parte del Nautilus vi è proibita.
Potrete visitarlo accuratamente e io avrò il piacere di farvi da cicerone.
- Non so come ringraziarvi, signore, ma non abuserò della vostra compiac