Emile Zola



GERMINALE

 

 

 

 

PARTE PRIMA

 

 

Capitolo primo

 

In mezzo all'aperta pianura, sotto un cielo senza stelle, nero d'un nero d'inchiostro, un uomo percorreva, solo, la strada maestra tra Marchiennes e Montsou; dieci chilometri di massicciata che si lanciava in linea retta attraverso campi di barbabietole. Quasi non vedeva dove metteva i piedi; e dell'immenso orizzonte piatto che lo circondava aveva solo sentore per le raffiche del vento di marzo: vaste raffiche che spazzavano la pianura come un mare; gelate da leghe e leghe di palude e di landa sulle quali erano passate. Non un profilo d'alberi sul cielo; diritta come un molo, la strada si protendeva in un buio impenetrabile allo sguardo.

Partito verso le due da Marchiennes, l'uomo camminava a passi affrettati, rabbrividendo sotto la giacchetta logora di cotone e le brache di velluto; impacciato da un pacco avvolto in un fazzolettone a quadri che si stringeva contro e mutava spesso di fianco per ficcare in tasca le mani intirizzite che la sferza del vento scorticava. Nel suo capo vuoto di operaio senza lavoro e senza tetto rimuginava un unico pensiero: la speranza che col sorgere dell'alba il freddo si farebbe sentir meno.

Camminava così da un'ora quando, a due chilometri da Montsou, scorse a sinistra, come sospesi a mezz'aria, rosseggiare tre fuochi, simili a bracieri che ardessero all'aperto. Subito esitò; poi, tant'è, non poté resistere alla tentazione di scaldarsi un momento le mani.

Il sentiero incassato che prese gli sottrasse i fuochi alla vista. Ora l'uomo aveva a destra una palizzata, una specie di paratia di grosse tavole che costeggiava una strada ferrata; a sinistra un argine erboso oltre il quale si distinguevano in confuso dei tetti: una borgata di case basse, uniformi.

Un duecento passi più in là, a una svolta, i fuochi ricomparvero; più vicini questa volta; ma, non fosse stato il vapore che li annebbiava, si sarebbero detti delle lune, e apparivano così alti sul cielo grigio da lasciare incerti di che si trattasse. L'uomo se lo chiedeva, quando un altro spettacolo lo arrestò. Era, a livello del suolo, una macchia massiccia, un tozzo agglomerato di edifizi, di dove si slanciava il camino d'una fabbrica. Vaghi bagliori uscivano dalle sudice finestre; fuori, cinque o sei smorte lanterne appese a travature annerite lasciavano intravedere di scorcio una fila di enormi cavalletti. E da quella apparizione fantastica, immersa nella notte e nel fumo, non saliva che un suono; il respiro lungo e affannoso d'uno scappamento che non si riusciva a vedere.

Ah, una miniera! Presentarsi? per sentirsi dire di no? L'uomo si sentì riprendere dall'avvilimento. Invece di dirigersi verso il fabbricato, si decise a salire sul terrapieno, sul quale ardevano, in bracieri di ghisa, i tre fuochi che aveva avvistati per primi e che servivano a far luce agli operai nel loro lavoro e a riscaldarli.

I terrazzieri dovevano aver finito il turno da poco, perché stavano sgombrando lo sterro. Già i manovali avviavano i trenini sulle rotaie che correvano sui cavalletti e presso ogni fuoco si scorgevano ombre umane occupate a ribaltare berline.

- Buon giorno, - fece, avvicinandosi a uno dei bracieri.

Colui che aveva salutato voltava le spalle al fuoco; era un carrettiere; un vecchio vestito d'un maglione violetto, con in capo un berretto di pelo di coniglio; il suo cavallo, un grande cavallo fulvo, aspettava, fermo come un macigno, che si scaricassero i sei vagoncini che aveva trainato sin lì. Il manovale addetto alla manovra di scarico, un ragazzone di pelo rosso, sfiancato, non mostrava fretta: manovrava la leva così fiaccamente che pareva dormisse. E qui in alto il vento soffiava più impetuoso che mai; una tramontana ghiacciata che investiva con la violenza d'una falciata.

Il vecchio rese il saluto.

Vi fu una pausa. Avvedendosi dello sguardo diffidente dell'altro, il nuovo venuto si affrettò a presentarsi - Mi chiamo Stefano Lantier, meccanico... Non ci sarebbe lavoro per me, qui?

Ora, in luce, mostrava ventun anno; bell'uomo, bruno, piuttosto smilzo ma d'aspetto robusto.

Rassicurato, il carrettiere scosse il capo:

-Da meccanico, no... Ancora ieri se ne sono presentati due inutilmente. No, no.

Lasciata passare una raffica che mozzava le parole in bocca, Stefano, indicando la macchia scura del fabbricato lì sotto:

-E' una miniera, non è vero?

Questa volta, a impedire all'altro di rispondere, fu un impeto di tosse che lo strangolò. Quando poté sputare, lo sputo lasciò sul terreno imporporato dal braciere una chiazza nerastra.

- Sì, una miniera; il Voreux. Ed ecco, là, le case operaie... - e tendeva il braccio a indicare nella notte la borgata di cui l'altro aveva intravisto i tetti.

S'era finito di scaricare; da sé, senza che il carrettiere avesse neanche da schioccare la frusta, il grosso cavallo fulvo ripartì, camminando tra le rotaie e trainando pesantemente la berlina vuota, il pelo arruffato sotto una nuova raffica; mentre il vecchio gli si metteva dietro, armeggiando a fatica le gambe irrigidite dai reumatismi.

Ormai, agli occhi del giovane, il Voreux aveva perso il suo aspetto fantastico. Indugiandosi a scaldarsi le mani scorticate dal freddo, ora Stefano riconosceva la tettoia incatramata del capannone della cernita, il castello del pozzo, lo stanzone del macchinario per l'estrazione, la torretta quadra della pompa di eduzione. La miniera, pigiata a quel modo in una piega del terreno, coi suoi tozzi fabbricati in mattone, col camino che ne sporgeva come un corno minaccioso; aveva l'aria malvagia d'un animale ingordo, appiattato lì per divorare gli uomini. Contemplandola, pensava a sé; all'esistenza di vagabondo che da otto giorni menava in cerca di lavoro; si rivedeva nelle Officine delle Ferrovie dove lavorava, il giorno che aveva schiaffeggiato il suo capo. Scacciato da Lilla, scacciato dappertutto, il sabato prima era arrivato a Marchiennes, attrattovi dalla speranza di trovar lavoro in quelle ferriere; ma nulla: né alle ferriere, né da Sonneville. La domenica l'aveva passata nascosto tra le cataste di legname d'una fabbrica di carri, donde poc'anzi - quella stessa notte alle due - un sorvegliante l'aveva scoperto e scacciato. Non aveva più un soldo né un cantuccio di pane: a che seguitare a battere le strade, senza una meta, senza neppure un luogo dove ripararsi dalla tramontana?

Sì, ora la vedeva bene; era proprio una miniera. Le rade lanterne rischiaravano il locale delle macchine: l'improvviso schiudersi d'una porta gli aveva permesso di intravedere, in un lampo accecante, i fuochi delle caldaie. Ora si spiegava tutto; anche lo scappamento della pompa, quel lungo affannoso soffio incessante che si sarebbe detto la respirazione strozzata del mostro.

L'addetto allo scarico dei vagoncini, occupato a schermirsi dal freddo, non aveva neanche alzato gli occhi su Stefano; e questi già si chinava a raccattare da terra l'involto cadutogli e si disponeva ad andarsene, quando una tosse stizzosa gli annunciò il carrettiere di ritorno. A poco a poco si vide il vecchio emergere dall'ombra, seguìto dal cavallo fulvo che trainava altre sei berline colme.

- Ci sono delle fabbriche a Montsou?

Il vecchio sputò nero, poi rispose con una voce che il vento lasciava appena udire:

- Oh mica sono le fabbriche che mancano! Bisognava essere qui tre o quattr'anni or sono! Tutte le fabbriche lavoravano; non si trovavano uomini; non s'era mai guadagnato tanto... Ed ecco che ora si ricomincia a stringere la cintola... Uno strazio da queste parti! si licenziano le maestranze, le fabbriche chiudono una dopo l'altra... La colpa non sarà forse sua; ma perché mai l'Imperatore va a battersi in America? Senza contare che le bestie muoiono di colera, tale e quale come i cristiani.

Toccato questo tasto, tutti e due, a frasi smozzicate per via del vento che portava via le parole di bocca, presero a lamentarsi.

Stefano raccontava tutti i passi che da una settimana faceva inutilmente per trovare lavoro: bisognava dunque crepar di fame? presto per le strade non si vedrebbero che accattoni. Il vecchio gli dava ragione; sì, non poteva che finir male; non era permesso, perdìo, gettare tanti cristiani sul lastrico.

- La carne compare di rado, in tavola!

- Ma si avesse almeno del pane!

- Giusto, del pane, almeno!

A stento si udivano a vicenda; il lugubre ululato delle raffiche strappava le parole di bocca.

Alzando la voce e volgendosi verso mezzodì:

-Ecco, è lì Montsou... - E indicando via via col braccio le località che nominava, immerse nel buio:

-A Montsou, lo zuccherificio Fauvelle lavora ancora; ma quello di Hoton ha già ridotto il personale; che tengano duro, non c'è quasi altro che i mulini Dutilleul e la corderia Bleuze per canapi da miniera. A nord poi, - e il vecchio si rivolse nella nuova direzione, e abbracciò d'un gesto vago mezzo orizzonte, - i cantieri Sonneville non hanno ricevuto due terzi delle ordinazioni degli anni precedenti; due soli, dei tre altiforni delle ferriere di Marchiennes, sono accesi; infine, nelle vetrerie Gagebois, si minaccia lo sciopero perché corre voce d'una riduzione di paga. Noi qui, finora si tira avanti, - concluse. - Nondimeno l'estrazione del carbone è scemata. E guardate, in faccia a noi, la Victoire; anche lì sono rimaste in funzione solo due batterie di forni a coke.

Sputò, riattaccò il cavallo assonnato alle berline scariche e ripartì dietro a lui.

V'era appena giunto, e ora, il paese, il giovinotto lo conosceva meglio che se lo abitasse da tempo. Quel buio, il braccio teso del vecchio lo aveva popolato di grandi miserie; di quelle miserie, senza rendersene conto, Stefano sentiva ovunque intorno a sé la presenza. Non era un annuncio di fame che il vento di marzo lanciava attraverso la campagna spoglia? Le raffiche, sempre più rabbiose, parevano recar seco con la cessazione d'ogni lavoro la carestia; e, con la carestia, la morte di chi sa quanta gente. E Stefano frugava con lo sguardo le tenebre tutt'intorno, come sforzandosi a penetrarle, disputato tra il desiderio e la paura di vedere ciò che nascondevano.

Nella notte che celava nel suo grembo ogni cosa, non scorgeva che le fonderie e i gasometri laggiù, lontanissimi. In queste, cento ciminiere a coppia si allineavano di sbieco, simili a ribalte di lumi rossi; mentre le due torri, a sinistra, ardevano contro il cielo d'una luce turchina come torce gigantesche. Spettacolo che stringeva il cuore come quello d'un incendio. Altri astri non si affacciavano al minaccioso orizzonte che i fuochi notturni delle terre dell'antracite e del ferro.

- Siete mica belga, per caso?

Era il carrettiere che gli ricompariva alle spalle. I carrelli stavolta erano solo tre. Scaricherebbe intanto questi; un guasto alla cabina d'estrazione, la rottura d'una madrevite, sospendeva il lavoro per un buon quarto d'ora.

Infatti, sotto il terrapieno, s'era fatto silenzio; i vagoncini non scrollavano più col loro continuo rullio i cavalletti del binario; e dalla miniera non veniva più che, affievolito, il battere d'un martello su una lamiera.

- No, sono del Mezzodì.

Felice dell'interruzione, il manovale, vuotati i carrelli, s'era seduto per terra; in tutto il tempo, senza uscire dal suo scontroso mutismo, aveva appena alzato sul carrettiere uno sguardo spento, quasi a rinfacciargli la sua loquacità. Insolita, a dire il vero, nel vecchio; bisognava che la fisionomia dello sconosciuto gli fosse andata a genio o che l'avesse preso una di quelle smanie di confidenza per le quali a volte i vecchi parlano ad alta voce da soli.

- Io sono di Montsou. Bonnemort, mi chiamo.

- Buonamorte! E' un soprannome? - chiese Stefano, stupito.

Il vecchio fu felice dell'osservazione. Ridacchiando esultante: - Proprio così... Tre volte m'hanno tirato fuori di lì in fin di vita, - e indicava il Voreux. - Una volta senza più un pelo che non fosse strinato; un'altra con della terra persino nel gozzo; la terza gonfio d'acqua come un rospo. Allora, visto che di morire non volevo saperne, per celia m'hanno messo nome Bonnemort.

E ci rise sopra a suo agio; un ridere che somigliava al cigolio d'una carrucola male oliata e che finì per procacciargli un nuovo attacco di tosse.

Adesso, bene in luce, il vecchio mostrava un testone seminato di radi capelli bianchi, un viso rincagnato, livido, chiazzato di macchie vinose. Basso di statura, aveva un collo di toro, le gambe a roncola, mani tozze in cima a lunghe braccia che quando ciondolavano toccavano i ginocchi. Si sarebbe detto del resto, anche lui come il suo cavallo, di pietra; come il cavallo immobile sulle zampe, non pareva accorgersi né del freddo né dell'ululo del vento. Finito che ebbe di tossire, con un raschio profondo, come volesse con lo sputo divellere anche le viscere, scaracchiò, costellando il terreno di un'altra chiazza d'inchiostro.

- E' da tanto tempo che lavorate nella miniera?

Bonnemort allargò espressivamente le braccia:

-Oh, da tanto, sì! Non avevo otto anni quando sono sceso in miniera! giusto qui, al Voreux, e adesso, ne ho cinquantotto... Fate il conto... Sono passato per tutti i mestieri; manovale prima, poi spingicarichi, appena ne ho avuto la forza; quindi, per diciott'anni staccatore... In seguito, per colpa di queste maledette gambe, mi hanno messo coi terrazzieri a rinterrare, a riparare i guasti, finché è venuto il momento che si è dovuto tirarmi di là dentro, per via che il medico ha detto che, se no, ci restavo.

Allora, è ormai da cinque anni, m'hanno impiegato al traino dei vagoncini... Eh, che ne dite? Mica male, cinquant'anni di miniera, di cui quarantacinque all'ombra!

Tizzi accesi che ogni tanto traboccavano dal braciere, gli mettevano sul livore del viso bagliori di sangue.

- Stattene a casa, mi dicono. Ma io non ci sento da quest'orecchio! Non sono allocco al punto che credono! Due anni tirerò bene avanti; e raggiunti i sessanta, avrò diritto ai miei centottanta franchi di pensione. Se dessi loro retta, non ne toccherei che centocinquanta.

Volponi loro! Ma io non ci casco! Del resto sono ancora robusto, non fossero le gambe. E' l'acqua, capite, che mi è entrata nella pelle, a forza di docciature. Certi giorni non posso muovere un piede senza urlare.

Lo interruppe un nuovo impeto di tosse.

- Ed è l'acqua che vi dà questa tosse?

Il vecchio negò col capo; mai più! E, quando poté parlare:

-No, no.

E' un'infreddatura che mi sono buscata il mese scorso. Non sapevo che cosa fosse tossire! e ora non faccio altro... E il curioso è che sputo, che sputo... Nuovo raschio violento in gola, seguìto dal solito scaracchio.

- Sangue, mica? - s'arrischiò Stefano a chiedere.

A tutto suo agio Bonnemort s'asciugò la bocca col dorso della mano.

- Mai più! E' carbone... Ne ho, dentro, di carbone, tanto da riscaldarmi per il resto dei miei giorni... Eppure, sono cinque anni ormai che di polvere di carbone non ne mangio. Si vede che senza saperlo ne avevo immagazzinato una buona provvista. Bah! il carbone purifica! allunga la vita!

Ci fu un silenzio. Dalla miniera giungevano i colpi cadenzati del martello; il vento fischiava e il suo lagno arrivava dalle profondità della notte come un grido di fame e di morte.

Nel bagliore delle fiamme, strapazzate dal vento, ora il vecchio a bassa voce rimasticava antichi ricordi. Ah non era certo da poco che lui e i suoi lavoravano alla miniera! Era da quando la Compagnia era stata fondata, ch'essi in famiglia lavoravano nella miniera di Montsou; da un bel po', vale a dire da centosei anni, ormai. Anzi, era stato il padre di suo padre, Guglielmo Maheu, ragazzino quindicenne a quel tempo, che aveva scoperto il carbone a Réquillart; e Réquillart, una miniera ormai sfruttata, laggiù presso lo zuccherificio Fauvelle, era stato il primo pozzo della Compagnia. Tutto il paese poteva testimoniarlo; tanto è vero che il giacimento scoperto là, si chiamava ancora col nome di suo nonno: giacimento Guglielmo. Un nonno che lui non aveva conosciuto: un omaccione, per quel che si raccontava, forte come un toro, morto a settant'anni, di vecchiaia. Dopo di lui suo padre, Nicola Maheu detto il Rosso, a quarant'anni appena, nel Voreux ci aveva lasciato la pelle; la miniera si stava allora scavando: una frana lo aveva schiacciato; di lui non s'era più trovato né traccia di sangue né un osso: bevuto! Più tardi v'erano rimasti due suoi zii e tre suoi fratelli. Lui, Vincenzo Maheu, poteva chiamarsi ancora fortunato, che, a parte le gambe male in sesto, aveva portato via, si può dire, la ghirba sana. Ma, d'altronde, che fare? Lavorare bisognava. E quel mestiere che si passavano di padre in figlio, non era un mestiere al pari d'un altro? Adesso era la volta di suo figlio, Ognissanti Maheu, di crepare lì dentro; e col figlio, i nipoti, l'intera famiglia; alloggiata lì in faccia, nelle case operaie.

Centosei anni di miniera, i nipoti dopo i nonni, sempre a servizio dello stesso padrone. Quanti borghesi, è vero?, non avrebbero saputo contare altrettanto bene la storia della loro famiglia!

- E passi, finché c'è da mangiare! - commentò Stefano di nuovo.

- E' quel che dico anch'io: finché c'è pane, si può tirare avanti.

E il vecchio s'indugiò a guardare la borgata operaia che s'andava punteggiando di lumi. Al campanile di Montsou suonarono le quattro; il freddo si acuiva.

- E' ricca la Compagnia? - Stefano domandò.

Il vecchio alzò le spalle, poi le lasciò ricadere come gliele accasciasse una valanga di scudi.

- Oh sì, oh sì... Non forse tanto quanto quella qui vicino, di Anzin.

Ma ricca, comunque, a milioni e milioni. Da non poterli contare.

Diciannove pozzi, di cui tredici per l'estrazione; il Voreux, la Vittoria, Crèvecoeur, Mirou, Saint-Thomas, Madeleine, Feutry-Cantel, e altri ancora, e sei per l'eduzione e l'aerazione, come sarebbe Réquillart... Diecimila operai; concessioni che s'estendono su sessantasette comuni; cinquemila tonnellate al giorno di estrazione, una ferrovia che allaccia insieme tutte le miniere; e poi opifici, fabbriche... Ah, sì! ah sì! del denaro ce n'è!

S'udì un rotolar di carrelli sulle rotaie: il cavallo drizzò le orecchie. Il guasto alla cabina doveva essere stato riparato: i manovali avevano ripreso a lavorare. Nel riattaccare per il viaggio di ritorno, il vecchio aggiunse sottovoce, come indirizzandosi al cavallo:

- Non prendere mica l'abitudine di cianciare, battifiacca della malora! Se il signor Hennebeau sapesse in che perdi il tempo!

Stefano, con gli occhi al buio, sovrappensiero: - E' di codesto Hennebeau la miniera?

- No. Lui non è che il direttore generale. E' pagato come noi.

Il giovane, accennando con un largo gesto intorno:

-E tutto questo, allora, a chi appartiene?

Strangolato da un nuovo attacco di tosse, Bonnemort non poté rispondere. Solo quando ebbe sputato e si fu asciugato dalle labbra la bava nerastra, disse, nel vento che rinforzava:

- Che? a chi appartiene tutto questo?... E chi lo sa! A della gente che sta da quelle parti! - e indicava vagamente con la mano un punto perso nel buio, la località lontana e da lui mai vista, dove abitava la famiglia per la quale i Maheu, di padre in figlio, si sfiancavano da oltre un secolo nella miniera. La sua voce aveva preso un tono di timore riverenziale, quasi parlasse del tabernacolo inaccessibile in cui si nascondeva il dio infingardo e satollo al quale tutti loro s'immolavano senza averlo mai visto.

Ancora una volta, senza nesso apparente:

-Almeno di pane, ci si potesse saziare! - Stefano tornò a dire.

- Sì, si avesse almeno tutti i giorni del pane! Sarebbe già bello!

Da sé il cavallo s'era avviato; il carrettiere gli tenne dietro strascicando faticosamente le gambe.

Presso la leva, il manovale non aveva dato segno d'udire; raggomitolato in sé come un riccio, il mento tra le ginocchia, fissava nel vuoto i grossi occhi spenti.

Stefano s'era rimesso sottobraccio l'involto, ma non si decideva ancora ad andarsene. Il riverbero del braciere gli scottava il petto, mentre le raffiche gli gelavano la schiena. Non gli converrebbe, a ogni buon conto, presentarsi nella miniera? Il vecchio poteva aver parlato senza sapere; e poi lui non si adattava a qualunque lavoro? Dove andare d'altronde, che fare in quel paese affamato dalla disoccupazione? crepare dietro un muro come un cane randagio? Eppure qualche cosa lo faceva esitare: la paura che gli incuteva il Voreux, in mezzo a quella piatta pianura inghiottita dalla notte. A ogni raffica, il respiro del vento pareva farsi più vasto come se l'orizzonte da cui sfociava s'andasse allargando. Non barlume d'alba in cielo; solo gli altiforni e i gasometri fiammeggiavano insanguinando il buio senza diradarlo. E in fondo alla sua buca il Voreux s'accucciava sempre di più, simile a una bestia in agguato; e il suo respiro si faceva sempre più faticoso e più lungo come lo appesantisse la digestione di tutta quella carne umana da smaltire

 

 

Capitolo secondo

 

In mezzo a campi di grano e barbabietola, la borgata operaia dei Duecentoquaranta dormiva nella notte nera. Vagamente si distinguevano i suoi quattro vasti isolati di piccole abitazioni addossate; isolati geometrici, paralleli, evocanti la caserma e l'ospedale; separati da tre spaziosi viali, spartiti in tanti orticelli eguali. E sullo spiazzo deserto non s'udiva che il lagno delle raffiche nei graticci divelti degli steccati.

In casa Maheu, al numero 16 del secondo isolato, nulla si muoveva.

Nell'unica stanza al primo piano regnava un buio pesto che pareva schiacciare del suo peso il sonno dei vivi che vi si indovinavano ammucchiati; a bocca aperta, atterrati dalla stanchezza. Nonostante il freddo intenso del di fuori, l'aria appesantita conservava un calore animale; quel soffoco che si respira nelle stanze, per bene tenute che siano, e che sa di bestiame umano.

Suonarono le quattro al cucù della sala a pianterreno. Nulla ancora si mosse; sibili di respiri esili cui tenevano bordone due ronfi sonori.

La prima ad alzarsi fu Caterina. Sebbene stanca morta, la ragazza aveva udito al piano di sotto scoccare le ore e per abitudine le aveva contate, pur senza ancora trovare la forza di scuotersi del tutto il sonno di dosso. Buttate le gambe fuori delle coperte, cercò a tastoni la candela; e, strofinato un fiammifero, l'accese. Ma a tirarsi su non ce la faceva; la testa pesante, cedendo al bisogno invincibile di ricadere sul cuscino, le ciondolava da una spalla all'altra.

Ora la candela rischiarava la camera; una stanza quadra, con due finestre, occupata da tre letti. C'era un armadio, una tavola, due vecchie seggiole di noce, che staccavano sull'ocra chiaro delle pareti. Nient'altro: dei vestiti appesi a un chiodo, una brocca posata per terra, presso una ciotola grezza che serviva da catino. Nel letto di sinistra Zaccaria, il primogenito di ventun anno, era coricato col fratello Gianlino, che ne compiva undici; in quello di destra due marmocchi, Leonora ed Enrico, la prima di sei, il secondo di quattro anni, dormivano abbracciati; mentre Caterina divideva il terzo con la sorella Alzira, così poco sviluppata per i suoi nove anni che la ragazza non ne avrebbe neppure avvertita la vicinanza, non fosse stata la gobba della piccola malata che le sfondava le costole. Per la porta a vetri aperta, si vedeva il pianerottolo; specie di corridoio, dove il padre e la madre occupavano il quarto letto, contro il quale avevano dovuto sistemare la cuna dell'ultima nata, Estella, di appena tre mesi.

Caterina faceva sforzi disperati per vincere la sonnolenza. Si stirava, si ficcava le dita nella selva di capelli rossicci che le cadevano arruffati sulla fronte e sulla nuca. Mingherlina per i suoi quindici anni, di sé, fuori dalla stretta guaina della camicia, non lasciava vedere che i piedi infreddoliti e le braccia delicate, d'un biancore latteo che contrastava con la tinta smorta del viso, già sciupato dal quotidiano lavarsi con sapone scadente.

Un ultimo sbadiglio le spalancò la bocca, un po' grande, su dei bellissimi denti che smagliavano sul rosa anemico delle gengive; mentre gli occhi grigi prendevano un'espressione di pianto, un'espressione affranta, che pareva gonfiare di fatica tutta la sua nudità.

Dal pianerottolo giunse un grugnito; la voce impastoiata di Maheu che borbottava: - Perdìo, è ora!... Hai acceso tu, Caterina?

- Sì, padre. E' suonato ora, da basso.

- Spicciati dunque, fannullona! Se ieri sera avessi smesso prima, di ballare, ci avresti svegliato da un po'... Bella vita che si fa!

E seguitò a brontolare; ma, riguadagnato dal sonno, la lingua gli si ingarbugliò, i rimproveri cessarono: riprese a russare.

La giovinetta in camicia s'aggirava sull'ammattonato della stanza a piedi scalzi. Nel passare davanti al letto di Enrico e di Leonora ricondusse sui due le coperte che n'erano scivolate; annientati dal sonno dell'infanzia, quelli seguitarono a dormire. Alzira aveva aperto gli occhi; e, zitta zitta, s'era rigirata per occupare il posto lasciato caldo dalla sorella.

- Su dunque, Zaccaria! e tu, Gianlino, andiamo! - ripeteva Caterina, ritta davanti ai fratelli che non si muovevano, il naso ficcato nel cuscino.

Dovette afferrare il maggiore per le spalle e scuoterlo; poi, mentre egli masticava ingiurie, si decise a scoprirli, strappando loro le coperte di dosso. Vedendoli dibattersi a gambe nude, li trovò buffi e rise.

- Non far la stupida, piantala! - borbottò Zaccaria di malumore, quando si fu rizzato a sedere. - Non mi vanno, a me, gli scherzi... Dire, santo Dio, che bisogna alzarsi!

Era magro, dinoccolato, con un viso lungo, seminato di radi peli, i capelli biondicci e il colorito anemico, comune a tutta la famiglia.

Non per pudore, ma per non prendere freddo, abbassò la camicia che gli era risalita sul ventre.

- E' suonato da basso, - ripeteva Caterina. - Andiamo, saltate giù. Se no, il babbo... Gianlino che s'era raggomitolato su se stesso, richiuse gli occhi, dicendo: - Vatti a fare... Io dormo.

Di nuovo lei rise, d'un riso di buona figliola. Gianlino era così piccolo, mingherlino, con le articolazioni ingrossate dei linfatici, che lei non durò fatica a toglierlo di peso dal letto. Lui si divincolava, mentre il viso scialbo e grinzoso di scimmia, bucato dagli occhi verdi, impallidiva di rabbia impotente. Senza parlare, la morse a un seno.

- Mascalzone! - mormorò lei trattenendo un grido; e lo depose in terra.

Alzira, zitta zitta, il mento ficcato sotto le coperte, seguiva coi suoi occhi svegli d'inferma ogni movimento della sorella e dei fratelli, occupati ora a vestirsi. Una disputa s'accese a proposito del catino; i due maschi respinsero a spintoni la sorella, trovando che impiegava troppo tempo a lavarsi. Le camicie svolazzando scoprivano ciò ch'erano destinate a nascondere, mentre, gonfi ancora di sonno, tutti e tre facevano pipì con la placida disinvoltura d'una covata di cuccioli cresciuti insieme.

Caterina fu la prima a essere pronta. Infilò le brache da minatore, il camiciotto di tela, annodò intorno alla crocchia la cuffia turchina. Negli abiti puliti del lunedì, l'avresti detta un maschio, non avesse denunziato il suo vero sesso un lieve molleggiare delle anche.

- Quando rincasa il vecchio, - osservò maligno Zaccaria, - avrà piacere a vedere il letto sossopra. Ma non dubitare, gli dirò io chi deve ringraziare.

Il vecchio era il nonno: Bonnemort, che, lavorando di notte, si coricava di giorno; sicché la cuccia non faceva mai a tempo a freddarsi; dopo l'uno, v'entrava l'altro, a russare.

Senza dargli risposta, Caterina tirava su le coperte, le rincalzava.

Ormai dei rumori giungevano attraverso i muri dell'appartamento attiguo. In quelle case che la Compagnia aveva fatto per economia costruire in mattoni, le pareti erano così sottili che un respiro le attraversava. Si viveva gomito a gomito; e la vita intima d'ognuno non aveva segreti neppure per i bambini. Ora, s'era prima udito un passo pesante per la scala che ne vibrava; quindi l'abbandonarsi d'un corpo in qualcosa di soffice, seguìto d'un rifiato di sollievo.

- Benone! - commentò Caterina. - Ecco Levaque che scende, e Bouteloup che prende il suo posto nel letto della moglie.

Gianlino sghignazzò e persino negli occhi di Alzira passò un lampo di malizia. Ogni mattino li metteva di buon umore il trio dei vicini: un operaio di turno di giorno ne alloggiava un altro di turno di notte: combinazione che garantiva alla Levaque un marito di notte e uno di giorno.

- Filomena tossisce, - riprese Caterina che tendeva l'orecchio.

Dei Levaque, Filomena era la figlia maggiore; una spilungona di diciannove anni, l'amante di Zaccaria, il quale le aveva già fatto due figlioli; così cagionevole di petto che, non avendo mai potuto lavorare in fondo alla miniera, l'avevano messa alla cernita del carbone.

- Beh! Filomena! - chiosò Zaccaria. - Lei se ne impipa, lei se la dorme! E' da sporcacciona dormire sino alle sei!

Si stava infilando le brache, quando, attraversato da un'idea, aprì la finestra. Fuori, nel buio, il borgo operaio si svegliava; le imposte chiuse si punteggiavano di lumi. Ed ecco scoppiare un nuovo battibecco: Zaccaria si sporgeva a curiosare se, dalla casa dei Pierron, lì in faccia, uscisse Danseart, il sorvegliante del Voreux, che si diceva se la facesse con la Pierron; mentre la sorella gli gridava che già dal sabato il marito aveva preso servizio di giorno, per cui, evidentemente, Danseart non poteva aver dormito quella notte con l'amante. Tutti e due si riscaldavano a sostenere ciascuno l'esattezza delle sue informazioni; e intanto l'aria dell'esterno entrava a ventate nella camera, finché Estella, raggiunta nella culla da quel gelo, scoppiò in lacrime e strilli.

Quel pianto destò di colpo Maheu. Che aveva addosso da riaddormentarsi a quel modo, come un buono a nulla? E sacramentava con tanta energia che più nessuno nella stanza fiatava.

Gianlino e Zaccaria finirono di lavarsi con infastidita lentezza. Nonostante il baccano, i due marmocchi, Eleonora ed Enrico, uno nelle braccia dell'altro, non s'erano mossi e si continuava a udire il loro piccolo respiro.

- Caterina, porta di qua la candela! - gridò Maheu.

Finendo di abbottonarsi, la ragazza obbedì, lasciando che i fratelli cercassero i loro abiti alla poca luce che veniva dalla porta.

Mentre suo padre saltava giù dal letto, lei scese a tastoni, in calzerotti di lana come stava; e in sala accese un'altra candela per preparare il caffè. Sotto la credenza erano schierati tutti gli zoccoli della famiglia.

- Vuoi piantarla, malanno! - gridò Maheu a Estella che non la smetteva di strillare.

Basso di statura come il vecchio Bonnemort, gli somigliava per quanto un grasso può somigliare a un magro; lo stesso testone, la stessa faccia piatta e livida sotto i capelli biondicci tagliati corti.

L'armeggiare delle sue lunghe braccia nerborute sopra la culla, spaventava la bambina che berciava sempre di più.

- Lasciala gridare; intanto non c'è verso di chetarla, lo sai! - disse la moglie allungandosi nel letto ormai tutto per sé. Anche lei adesso s'era svegliata; e si lagnava di non poter dormire in pace una notte intera. Che non avrebbero potuto andare al lavoro senza romperle ogni volta il sonno? Ficcata sotto le coperte, non lasciava vedere che il lungo viso dai tratti marcati, d'una bellezza massiccia, già sciupata a trentanove anni dalla sua vita disagiata e da sette gravidanze. Indolente, con gli occhi al soffitto, prese a discorrere, mentre il suo uomo si vestiva. Ora né lei né lui avvertivano più gli strilli della bambina che si strangolava a gridare.

- Sai che mi trovo già a secco? E non siamo che a lunedì! Ancora sei giorni per arrivare alla quindicina. Così non si può andare avanti. Fra tutti portate in casa nove franchi. Come vuoi che ce la faccia?

Siamo in dieci bocche.

- Nove franchi! - protestò Maheu. - Io e Zaccaria, tre: sono già sei. Caterina e il vecchio due: fanno quattro. Quattro e sei: dieci. E un franco Gianlino, fa undici!

- E sia: undici. Ma le domeniche non le conti? E i giorni che non si lavora? In media, non sono mai più di nove franchi al giorno.

Il marito non rispose: cercava in terra la cinghia. Rialzandosi:

-Va' là, non lamentiamoci! Io sono ancora in gamba. Quanti a quarant'anni passano alla manutenzione!

- Va bene, caro; ma con questo il pane resta quello che è. Come me l'aggiusto oggi? Non hai niente, tu?

- Due soldi, ho.

- Tienli per il tuo gotto di birra... Mio Dio, come rimedio? Sei giorni sono lunghi a passare! Con Maigrat siamo in debito di sessanta franchi. Ieri l'altro mi ha messo alla porta. Andrò lo stesso a vedere; ma se si ostina... E la donna seguitò con voce querula il suo lagno; immobile, chiudeva ogni tanto gli occhi alla luce smorta della candela. Diceva della dispensa vuota, dei marmocchi che le chiedevano da mangiare; del caffè esaurito, dell'acqua che provocava delle coliche, delle interminabili giornate passate a ingannar la fame con foglie di cavolo lesse. A poco a poco aveva dovuto alzar la voce per soverchiare gli strilli di Estella. Solo quando questi divennero assordanti, Maheu diede segno d'udirli; fuori di sé, afferrò l'urlante fagottino e lo buttò sul letto della madre.

- Tieni, - e l'ira lo faceva tartagliare, - prendila tu, se no la strozzo. Maledetta bambina! Tetta, non le manca nulla, a lei; e protesta più forte degli altri!

Già Estella s'era attaccata al capezzolo; ricoverata sotto la coperta, calmata dal calduccio del letto, già non lasciava più udire che il piccolo succhio ingordo delle labbra.

Maheu, in capo a un silenzio:

- Quei signori della Piolaine non t'avevano detto che ti facessi vedere?

Lei torse la bocca: c'era poco da sperarne.

- Sì, li ho incontrati per strada. Vanno in giro a portare dei vestiti ai bambini poveri. Insomma, stamattina andrò da loro. Mi porterò Leonora ed Enrico. Mi dessero anche solo uno scudo... Una pausa. Maheu era pronto. Restò un momento lì irresoluto; poi con voce sorda: - Che cosa posso farci io? E' com'è; aggiustati per la minestra... A parlarne non si rimedia, meglio andare al lavoro.

- Hai ragione. Spegni la candela: non m'occorre, per vedere di che colore sono i miei pensieri... Già Zaccaria e Gianlino scendevano; il padre li imitò e la scala scricchiolò sotto i passi pesanti, attutiti dai calzerotti di lana. Alle loro spalle, lo stanzino e la camera ricaddero nel buio. Ora i piccoli dormivano e anche Alzira aveva calato le palpebre sugli occhi. Solo la madre restò a fissare il buio a occhi aperti, mentre Estella appesa alla mammella cascante lasciava sfuggire un borbottio di gattino sazio.

Da basso, Caterina s'era anzitutto preoccupata d'accendere il fuoco nella stufa; una stufa di ghisa con un fornello a graticola al centro e due ai lati, nei quali bruciava giorno e notte del carbon fossile. La Compagnia passava mensilmente a ogni famiglia otto quintali di scaglietta, carbone duro che veniva raccattato nei cunicoli. Siccome s'accendeva con difficoltà, la ragazza ogni sera lo copriva; e così il mattino dopo non aveva che da scuotere la cenere e da aggiungere qualche pezzetto di carbone tenero.

Quindi, messo il bricco al fuoco venne a dare un'occhiata a ciò che restava nella credenza.

La stanza assai ampia (occupava l'intero pianterreno) era tenuta con estrema pulizia. Intonacata di verde chiaro, aveva il pavimento lavato a sguazzo e cosparso di sabbia bianca. Con la credenza di abete verniciato, la ammobiliava una tavola e delle seggiole dello stesso legno. Alle pareti, stampe a colori chiassosi - i ritratti dell'imperatore e dell'imperatrice regalati dalla Compagnia; guerrieri e santi dorati - contrastavano con la nudità dell'ambiente. Completava l'arredamento una scatola, sulla credenza, di cartone rosso e l'orologio a cucù, dal quadrante dipinto a vivaci colori che riempiva del suo tic-tac il vuoto del soffitto. Presso la porta che dava sulla scala, un altra se ne apriva per la quale si scendeva in cantina. A dispetto della pulizia che vi regnava, ammorbava l'aria - un'aria costantemente appesantita dal sentore del carbon fossile - il tanfo di soffritto di cipolla che vi persisteva dal giorno prima.

Davanti alla credenza aperta, ora Caterina rifletteva. Nell'armadio non restava che un pezzo di pane, del formaggio molle da tavola e solo più un'ombra di burro; bisognava ricavarne quattro pagnottelle da portarsi sul lavoro. La ragazza si decise: affettò il pane; una fetta la coprì di formaggio, l'altra la spalmò parsimoniosamente di burro: il primo panino era fatto. Un momento dopo tutte e quattro le pagnottelle s'allineavano sul tavolo; dalla più grossa destinata al babbo, alla più piccola destinata a Gianlino.

Per quanto assorta in apparenza nella bisogna, Caterina aveva certo continuato a ruminare in mente le chiacchiere di Zaccaria su Pierron e la moglie, perché a un certo punto schiuse a mezzo la porta d'ingresso e gettò un'occhiata fuori. Il vento seguitava a soffiare; luci sempre più numerose correvano dietro le facciate basse delle case; la sveglia animava il borgo. Già porte sbattevano chiudendosi, nere file d'operai s'allontanavano nel buio.

Era ben sciocca, lei, a star lì a prender freddo; certo, Pierron se la dormiva placido sino alle sei. Era ancora in contemplazione della casa, quando la porta di là degli orti s'aperse; la sua curiosità s'acuì, ma a uscire fu la piccola dei Pierron: Lidia, che si recava al lavoro.

Il traboccare del bricco la fece voltare. Chiuse la porta, accorse: l'acqua bollente spandendosi minacciava di spegnere il fuoco. Caffè non ce n'era più, bisognò utilizzare i fondigli rimasti il giorno prima. Addolcì quell'acqua tinta con zucchero grezzo. Giusto a tempo, suo padre e i fratelli scendevano.

- Capperi! - commentò Zaccaria. - Ecco un caffè che non ci agiterà i nervi!

Conciliante, Maheu spallucciò:

-Bah, caldo lo è. E' già qualche cosa.

Gianlino, raccolte le briciole di pane dal tavolo, le buttò nella tazza. Mesciuto che ebbe a tutti, Caterina, versò il caffè che avanzava nelle fiaschette di latta. Tutti e quattro, in piedi, trangugiavano in fretta al fumoso chiarore della candela.

- Siamo pronti, alla fine! Si direbbe che viviamo di rendita! - disse il padre.

Per la porta rimasta aperta, giunse dal piano di sopra la voce della Maheu:

- Il pane prendetelo tutto, - gridava. - Ho un po' di vermicelli, per i bambini.

- Va bene, sì, - rispose Caterina.

Aveva ricoperto il fuoco e messo su un canto del fornello un resto di zuppa: il nonno, al ritorno dal lavoro, la troverebbe calda.

Ciascuno prese di sotto la credenza il suo paio di zoccoli; mise la fiaschetta a tracolla, ficcò tra veste e camicia, sulla schiena, l'involto del pane. Uscirono; ultima, la ragazza, che soffiò sulla candela e chiuse la porta a chiave. La casa ripiombò nel buio.

- Toh, si parte a tempo, - osservò un uomo che stava chiudendo la porta accanto. Era Levaque, col figlio Berto, un monelluccio dodicenne, grande amico di Gianlino. Caterina, dallo stupore, soffocò una risatina all'orecchio di Zaccaria. Cosicché, Bouteloup non aspettava neanche più, per prendere il suo posto nel letto coniugale, che il marito fosse uscito.

Ormai nelle case i lumi si spegnevano. Ancora lo sbattere, nel chiudersi, d'una porta; poi tutto ricadde nel silenzio. Finalmente a loro agio nei letti, donne e bambini riattaccarono a dormire. E dal villaggio spento al Voreux che ansimava, fu, sotto le raffiche del vento, un lento sfilar di ombre: minatori che s'avviavano al lavoro, curve le spalle donde l'involto delle provviste sporgeva come una gobba, conserte sul petto le braccia che, così sfaccendate, li impacciavano.

Nella leggera tenuta di tela battevano i denti dal freddo; senza affrettarsi per questo di più; sbandandosi lungo tutta la strada con un pesticcìo di mandria

 

 

Capitolo terzo

 

Stefano s'era alfine deciso e, sceso dal terrapieno, era entrato nel Voreux.

Ma tutti quelli ai quali si rivolgeva per sapere se ci fosse lavoro, scuotevano il capo: il sorvegliante non poteva tardare; chiedesse a lui. Lo lasciarono libero di muoversi a piacer suo tra le costruzioni male illuminate, piene di vani bui, in un groviglio di piani e di sale che disorientava.

Salita una scala buia mezzo crollata, Stefano s'era trovato su una passerella traballante; aveva quindi attraversato il capannone della cernita, immerso in un buio così fitto che, per non sbattere contro qualche ostacolo, aveva dovuto procedere a tastoni. Improvvisamente gli si pararono davanti, bucando le tenebre, due occhi gialli, enormi: era nella ricevitoria, sotto il castello, all'imboccatura stessa del pozzo.

Un caposquadra, papà Richomme, un omaccione dalla faccia di gendarme bonario sbarrata da baffoni grigi, stava giusto dirigendosi verso l'ufficio del ricevitore. Anche a lui Stefano ripeté la domanda:

-Ci sarebbe mica bisogno d'un operaio, che s'adatterebbe a qualunque lavoro? - L'altro stava per dir di no; ma si riprese, e come gli altri rispose allontanandosi:

-Aspettate Danseart, il sorvegliante: è lui che comanda.

Nel locale quattro grandi lampade a riflettore investivano di luce il pozzo, illuminando a giorno le scale di ferro, le leve dei segnali e dei cardini, i panconi di guida su cui scivolavano le due gabbie. Il resto della vasta sala, simile a una navata di chiesa, spariva, popolato di grandi ombre scintillanti. Solo la lampisteria splendeva in fondo, mentre nell'ufficio del ricevitore la fioca lampada pareva una stelluzza prossima a spegnersi. Si cominciava a estrarre; e sulle lastre di ghisa era un rintronare continuo, un rullare incessante di berline, un correre di operai che le spingevano curvando la schiena, tra l'agitarsi e lo strepitare di tutti quegli ordigni al buio.

Un momento Stefano restò fermo dov'era, assordato e come cieco. D'ogni parte entravano correnti d'aria, ghiacciandolo. Per sottrarvisi, e attirato dalla macchina di cui ora vedeva luccicare gli ottoni e l'acciaio, le si accostò.

Era installata in alto a una distanza di venticinque metri dal pozzo; e poggiava così saldamente sulla sua base di mattoni che, pur andando a tutto vapore e sviluppando una forza di quattrocento cavalli, lo scorrere dell'enorme biella, che da una parte emergeva e dall'altra si sprofondava silenziosa come olio, non comunicava alle pareti la minima vibrazione. Il macchinista, ritto alla sbarra di comando, tendeva l'orecchio ai segnali a soneria, senza lasciare un attimo dell'occhio la tabella indicatrice sulla quale il pozzo era raffigurato coi suoi piani di carico, da uno spaccato verticale percorso da piombini - che rappresentavano le gabbie - appesi a funicelle. E, a ogni partenza, e per tutto il tempo che la macchina era in moto, le pulegge, le due immense ruote di cinque metri di raggio, ai cui mozzi i due cavi di acciaio si avvolgevano e si svolgevano in senso contrario, giravano con tale velocità da non apparire più all'occhio che come mulinelli di polvere grigia.

- Attenzione! - gridarono tre manovali che trascinavano una scala altissima. Per poco Stefano non v'era rimasto schiacciato sotto. I suoi occhi si andavano abituando al buio; adesso vedeva scorrere i cavi - trenta metri e più di treccia d'acciaio - che arrivati di volata nel castello, passavano lassù sulle pulegge fisse, per scendere quindi a picco nel pozzo, attaccati alle gabbie. Portava le pulegge un'alta armatura di ferro, simile a quella che regge le campane.

Il rapido scorrere del cavo, quel continuo andirivieni d'un filo enormemente pesante che, con la velocità di dieci metri al secondo, arrivava a sollevare dodicimila chili, si compiva con la leggerezza d'un volo d'uccello, senza un rumore, senza un urto.

- Attento, sacradìo! - Erano i due di prima che con la scala andavano a verificare la puleggia di sinistra.

Intontito da tutto quel trambusto, Stefano tornò nella ricevitoria.

Quel turbinare di ordigni sul suo capo lo sconcertava. Rabbrividendo nelle correnti d'aria, le orecchie intronate dal rotolare dei vagoncini, osservò la manovra delle gabbie. Presso il pozzo, il segnale funzionava: un pesante martello mosso da una leva che una corda, tirata dal fondo, lasciava ricadere su una specie di incudine. Un colpo per fermare, due per far discendere il cavo, tre per farlo risalire: era un battere incessante come di mazze ferrate che dominava il tumulto, accompagnato da uno squillare di soneria: frastuono che l'operaio preposto alla manovra accresceva lanciando a pieni polmoni gli ordini al macchinista, attraverso un portavoce.

In mezzo a tutto quel fracasso, le gabbie aggallavano e risprofondavano, si vuotavano e si riempivano, senza che Stefano capisse gran che in quel complicato lavoro. Una cosa sola gli era chiara: che il pozzo inghiottiva gli uomini a bocconi di venti e di trenta con tanta disinvoltura che del loro passare non pareva neanche avvedersi.

La discesa degli operai nel ventre della terra s'iniziava alle quattro. Arrivavano nella «baracca» a piedi scalzi, la lampada in mano; e a gruppetti qua e là aspettavano per imbarcarsi d'essere in numero sufficiente.

Col balzo silenzioso dell'animale notturno che scatta dalla sua tana, la gabbia di ferro emergeva nel buio, si calava sui paletti, portando in ciascuno dei suoi quattro scomparti orizzontali due berline colme di carbone. Ai pianerottoli corrispondenti ai quattro scomparti, dei braccianti tiravano fuori le berline, le sostituivano con altre vuote o riempite in anticipo di legname da rivestimento. Ed era nelle berline vuote che gli operai si pigiavano in cinque per ciascuna, così da raggiungere in un solo viaggio il numero di quaranta quando trovavano tutte le berline sgombre.

Compiuto il carico, un ordine partiva dal portavoce, un boato sordo e inintelligibile; mentre veniva tirata quattro volte la corda che annunciava giù nel pozzo l'arrivo di quel carico di carne umana. Quindi, con un leggero sobbalzo, la gabbia si tuffava in silenzio, piombava giù come un ciottolo nell'acqua, lasciandosi dietro, unica scia, lo scorrere e il vibrare del cavo.

- E' profondo? - s'informò Stefano da un minatore, che, con occhi di sonno, aspettava il suo turno.

- Cinquecentocinquantaquattro metri, - rispose quello. - Ma attraversa quattro livelli; il primo, a trecento metri.

Tacquero tutti e due, gli occhi al cavo che risaliva.

- E se si spezza?

- Ah, se si spezza... - e l'altro finì la frase col gesto.

Era giunto il suo turno; la gabbia era riapparsa con la consueta leggerezza di sughero che aggalla. Con altri compagni, quello si accosciò nella berlina vuota; la gabbia si rituffò per riemergere di nuovo in capo a quattro minuti appena, e inghiottire un nuovo carico d'uomini.

E d'uomini, a questo modo, nel corso d'una mezz'ora il pozzo ne divorò! Con più o meno ingordigia, a seconda della profondità del livello cui erano destinati; ma senza arrestarsi un momento, con la fame che sempre si rinnova d'un buzzo capace di digerire un popolo intero. Il budello si riempiva, si riempiva senza che dal suo buio venisse segno di vita; mentre la gabbia seguitava a sorgere dal vuoto sempre nello stesso silenzio vorace.

Stefano, a forza di aspettare, fu ripreso dal malessere che già aveva provato sul terrapieno. Perché ostinarsi? Il sorvegliante che attendeva lo congederebbe come avevano fatto gli altri. E una specie di vaga paura improvvisamente lo decise; venne via di là; e fuori non rallentò il passo che davanti al reparto delle caldaie, attratto dal calore che ne usciva. La porta spalancata lasciava vedere sette caldaie a due fornelli. In mezzo a una bianca nebbia, nel fischio delle fughe di vapore acqueo, un fuochista stava caricando uno dei fornelli, il cui riverbero si faceva sentire fin sulla soglia. Il giovinotto s'avvicinava per approfittarne, quando incrociò una nuova squadra di operai in arrivo. Erano i Maheu con Levaque. Scorgendo in testa Caterina: «tant'è, - si disse, - ha un'aria così affabile questo ragazzo; potrebbe portarmi fortuna. Perché non azzardare un'ultima domanda?» - Scusate, camerata, non ci sarebbe bisogno, che sappiate, d'un operaio che s'adatterebbe a qualunque lavoro?

Trasalendo alla voce che usciva così inaspettatamente dall'ombra, la ragazza lo guardò interdetta. Rispose per lei il padre, che aveva udito la domanda, e che s'intrattenne un momento con lo sconosciuto. No, di lavoranti non s'aveva bisogno. Poveraccio però, Maheu si disse, per le strade, in questi tempi, in cerca di lavoro... E raggiungendo gli altri commentò:

-Eh! a ciascuno di noi potrebbe ben capitare lo stesso... Non lagniamoci. Non tutti, come noi, possono schiattar di lavoro.

Il gruppetto s'avviò diritto alla «baracca»: uno stanzone imbiancato alla meglio, con tutto intorno alla parete degli armadi chiusi da lucchetti. Al centro s'arroventava una specie di stufa di ferro mancante di sportello: talmente rimpinzata di carbon fossile che dei tizzoni ne traboccavano crepitando sul pavimento di terra battuta. Altra illuminazione non c'era che quel braciere, i cui riflessi sanguigni tremolavano lungo i sudici zoccoli di legno, s'allungavano sin sul soffitto che la polvere di antracite anneriva.

Nel momento che vi arrivavano i Maheu, nell'aria surriscaldata dello stanzone scoppiavano delle risate. Una trentina d'operai, con la schiena rivolta alla fiamma, se la stavano arrostendo con evidente soddisfazione. Prima di raggiungere il loro posto, tutti venivano lì a fare una buona provvista di caldo, per sfidare con più coraggio l'umidità del pozzo. Ma quel mattino il divertimento era doppio: si dava la berta alla Mouquette, una spingicarichi diciottenne, una pasta di figliola, solo un po' troppo esuberante di tette e di deretano. Abitava a Réquillart col padre, il vecchio Mouque, stalliere; e col fratello Mouquet, manovale come lei al Voreux; ma i tre lavorando a ore diverse, la ragazza veniva alla miniera da sola; e d'estate in mezzo al grano, contro un muro d'inverno, si sollazzava con l'amoroso che ogni settimana era un altro. Tutta la maestranza maschile del Voreux era passata fra le sue braccia; una vera messa comune tra colleghi, senza alcuna conseguenza.

Una volta che a Mouquette avevano rinfacciato di essersi obliata con un chiodaiolo di Marchiennes, era mancato poco che dalla rabbia la ragazza schiattasse: aveva troppo rispetto di sé, lei; vorrebbe perdere un braccio il giorno che qualcuno potesse vantarsi di averla vista con altri che con uno delle miniere.

- Non sei più con Chaval, allora? - le diceva un minatore ridacchiando.

- Ti sei presa quel piccolino lì, allora? Ma a quello lì, gli ci vorrebbe una scala! Vi ho visti, dietro Réquillart; tanto è vero che posso dirti che lui, per sposarti, era salito su un paracarro.

Mouquette di rimando, senza prendersela:

-E con ciò? Che te ne fa a te? Non ti si è mica scomodato perché tu lo aiutassi a salire!

Trivialità bonacciona che scatenò un nuovo scoppio di risa e fece sussultare le schiene degli uomini che s'arrostivano intorno alla stufa; mentre la ragazza portava a spasso in mezzo a loro l'indecenza del suo costume provocante, ma al tempo stesso grottesco, per via di quella esuberanza di ciccia, spinta quasi alla deformità.

Senonché, come già a suscitarla, fu ora Mouquette a spegnere tutta quella ilarità, annunziando a Maheu che Fiorenza, la grande Fiorenza, non verrebbe più; il giorno prima l'avevano trovata nel suo letto stecchita; chi diceva per una «caduta» del cuore, chi a causa d'un litro di grappa bevuto a garganella.

- Giusto oggi! E come rimedio così sui due piedi con una spingicarichi di meno su due che ne avevo? - si disperò Maheu. - Ma è una vera disdetta! - (Maheu - in società con lui Zaccaria, Levaque e Chaval - lavoravano a cottimo). - Con Caterina sola, non ce la faccio! - Ma ecco si batte la fronte:

-Ah! ci sarebbe quel giovinotto di poco fa che cercava lavoro!

Danseart passava per l'appunto davanti alla baracca. Maheu gli espose il caso e chiese che l'autorizzasse ad assumere l'operaio: la Compagnia non aveva appunto in programma di sostituire alle ragazze dei maschi, sull'esempio della miniera di Anzin? Il sorvegliante ebbe dapprima un sorrisetto: quel progetto d'escludere le donne a pro degli uomini ripugnava di solito ai minatori, preoccupati di impiegare le figlie e poco curanti delle conseguenze che derivavano alla salute e alla moralità delle ragazze.

Solo dopo aver esitato un po' acconsentì, riservandosi però di far ratificare la sua decisione da Négrel, l'ingegnere.

- Be', - fece Zaccaria, - chi sa dov'è a quest'ora, quello là!

- L'ho visto che si fermava presso le caldaie, - disse Caterina.

- E allora vallo a chiamare, spìcciati! - la incitò il padre.

La ragazza uscì di corsa, facendosi largo tra una frotta di operai che, cedendo ad altri il posto intorno alla stufa, salivano al pozzo.

Imitandoli Gianlino, senza attendere il padre, andò anche lui a munirsi della sua lampada; e uscì dalla baracca insieme a Berto, un ragazzo più sviluppato di corpo che di cervello, e a Lidia, una mingherlina appena decenne.

Precedendoli su per la scala buia, la Mouquette ora strillava, trattando i due ragazzi di sudici mocciosi e minacciandoli di ceffoni se seguitavano a pizzicottarla.

Stefano era ancora infatti nel locale delle macchine, e stava discorrendo col fuochista, occupato ad alimentare i forni. Lo tratteneva lì la ripugnanza che provava a riaffrontare il gelo della notte. Ma s'era ormai deciso a partire, quando sentì una mano posarglisi sulla spalla: Caterina.

- Si è trovato qualche cosa da farvi fare. Venite.

Alla prima non capì. Poi, lo invase una tale esultanza che dalla gratitudine afferrò ambe le mani della ragazza e le strinse con forza.

- Grazie, camerata... Ah voi siete davvero un bravo giovinotto, non c'è che dire!

Nel rosso riverbero dei forni, Caterina lo guardò ridendo dell'equivoco. La divertiva il fatto che, poco sviluppata com'era e col mazzocchio nascosto dalla cuffia, lui la scambiasse per un maschio. Stefano pure rideva; di contentezza; e un momento restarono tutti e due lì a guardarsi, con le guance accese e gli occhi ridenti.

Rientrando nella baracca, trovarono Maheu che, accosciato davanti alla cassetta dove li riponeva, stava cavandosi gli zoccoli e i calzerotti di lana. In quattro parole i due uomini s'accordarono: un franco e mezzo di paga giornaliera; il lavoro era faticoso, ma vi si faceva presto la mano. Quanto alle scarpe, tenesse quelle che aveva; e gli prestò un berretto usato e un copricapo di cuoio destinato a salvaguardare l'integrità del cranio: precauzione che il padre e i figli disdegnavano.

Dalla cassetta prese gli utensili tra i quali c'era giusto il badile di Fiorenza; quindi vi chiuse dentro, con gli zoccoli e le calze che s'era tolti, anche l'involto di Stefano.

A questo punto accorgendosi che Chaval non s'era ancora visto, sbottò: - Che sta mai facendo per non essere ancora qui, quel porco di Chaval? Qualch'altra sgualdrina da ribaltare su un mucchio di pietre! Siamo già in ritardo di mezz'ora, quest'oggi!

Lo scatto tirò dal suo trasognamento Zaccaria, che con Levaque stava placidamente arrostendosi le spalle presso la stufa.

- E' Chaval che aspetti? E' arrivato prima di noi! è già nel pozzo da un po'!

- Come! e aspetti adesso a dirlo? Andiamo, andiamo, spicciamoci!

Caterina smise di scaldarsi le mani per seguirli. Stefano le lasciò il passo e le tenne dietro su per le scale.

Ripassò così per un dedalo di scale e di corridoi bui, dove il calpestio dei piedi scalzi si avvertiva appena. Ed ecco fiammeggiare di nuovo con tutti i suoi lumi la lampisteria: una stanza vetrata tappezzata tutto attorno di rastrelliere sovrapposte cui erano appese centinaia di lampade Davy, collaudate e ripulite dal giorno prima, e tutte accese come i ceri d'una cappella. Allo sportello, ogni operaio ritirava la sua, contrassegnata col punzone del proprio numero; la esaminava, la chiudeva lui stesso; mentre il marcatempo segnava l'ora sul registro. Maheu dovette intervenire perché una lampada fosse assegnata al suo nuovo spingicarichi. E non era finita: ultima precauzione, gli operai dovevano sfilare davanti a un verificatore il quale si assicurava che tutte le lampade fossero chiuse a dovere.

- Diancine! non fa caldo, qui, - sussurrò Caterina, colta da un brivido. Stefano si limitò a scuotere il capo. Ecco che si trovava di nuovo davanti al pozzo, al centro del vasto locale spazzato da correnti d'aria.

Certo, la sua risoluzione era presa: eppure, in mezzo a quel rintronare di berline, tra i colpi sordi dei segnali, lo strozzato muggire del portavoce, davanti a quell'incessante saettare sul suo capo di cavi che le pulegge avvolgevano e svolgevano con pazza velocità, tant'è una specie di sgomento lo prendeva alla gola. Le gabbie sprofondavano, affioravano, come di soppiatto, senza tregua inabissavano uomini, che la nera fauce pareva bevesse. Lui pure ora, nella fauce, ingoierebbe: il suo turno era venuto. Intirizzito taceva; e quel silenzio tradiva così bene lo stato di eccitazione nervosa in cui si trovava, che Zaccaria e Levaque, ridacchiando, se lo indicavano a vicenda: né l'uno né l'altro infatti approvava l'assunzione dello sconosciuto; e, meno che mai, il secondo, offeso che non lo si fosse consultato. Sicché Caterina rifiatò di sollievo a udire il padre dare al giovinotto delle spiegazioni: - Vedete, sopra la gabbia c'è un dispositivo per ovviare agli eventuali guasti; una specie di paracadute: dei ramponi di ferro che, se mai il cavo si spezzasse, si incastrano nelle guide. Non già che ogni rischio sia escluso!... Sì, il pozzo è diviso in tre scomparti, separati da paratie verticali; al centro, quello delle gabbie, a sinistra il bugigattolo delle scale a pioli... E interrompendosi e smorzando la voce: - Ma che diavolo si fa qui, sacradìo! è lecito farci crepare di freddo a questo modo?

Il capo-squadra Richomme, che si disponeva a scendere pur lui, la lampada a fiamma libera agganciata al cuoio del berretto, lo udì:

- Non farti sentire, non ti fidare! - mormorò paterno; era stato minatore anche lui e per gli antichi colleghi gli restava una grande comprensione. - Del resto per le manovre ci vuole il suo tempo... Ecco, ci siamo. Suvvia, imbàrcati.

La gabbia era aggallata; rivestita di bandone e d'una fitta rete metallica attendeva, a piombo sui cardini. Maheu, Zaccaria, Levaque e Caterina presero posto nella berlina di fondo; e siccome ogni veicolo doveva bastare per cinque, Stefano vi si introdusse a sua volta; ma evidentemente qualcuno dei passeggeri ci teneva a star comodo, perché il giovane dovette pigiarsi vicino alla ragazza; che in quella ristrettezza di spazio era costretta a puntargli un gomito nel ventre.

La lampada lo impacciava; lo consigliarono di appuntarla a un'asola della giacca; ma non udì e continuò a tenerla goffamente in mano.

Sopra e sotto di loro si seguitava a imbarcarsi: un'infornata di bestiame alla rinfusa. «Perché non si parte? che succede?» A Stefano pareva di attendere un anno. Finalmente una scossa lo fece sussultare: tutto andò a picco, gli oggetti intorno presero il volo; mentre lui provava il capogiro di chi cade, un rimescolìo nelle viscere. La penosa sensazione durò finché si fu in luce: il tempo per le gabbie di attraversare, tra un vorticare di armature, i due piani della ricevitoria. Poi, una volta piombato nel buio della miniera, non fu più che uno stordimento che ottundeva ogni altra sensazione.

- Eccoci in viaggio, - disse placidamente Maheu.

Tutti intorno erano come a casa loro. Lui, certi momenti, si domandava se si scendeva o si saliva. A tratti avveniva che ci si credesse fermi ed era quando la gabbia filava a piombo senza toccare le guide; poi eccola improvvisamente vibrar tutta, i panconi di guida mettersi a ballare. «Ci siamo! la catastrofe!» pensava Stefano. Incollava, per rendersi conto, la fronte alla griglia, ma senza riuscire a scorgere la parete del pozzo. Anche nell'interno era molto se si distingueva il groviglio dei corpi. Solo la lampada a fiamma libera di Richomme brillava, nell'altra berlina, di viva luce.

Maheu seguitava a metterlo al corrente:

-Questo scompartimento qui, ha quattro metri di diametro. Il rivestimento avrebbe bisogno di essere rifatto; perde acqua da tutte le parti... Ecco, si arriva al primo livello, sentite?

S'udiva strepito d'acqua che cade; e Stefano si stava appunto chiedendo di che si trattasse. Era stato da principio come l'avvisaglia d'un acquazzone: un rimbalzar di goccioloni sul tetto della gabbia; ma ora la pioggia cadeva a rovescio, ruscellava sulle pareti, si tramutava in diluvio. Doveva esserci qualche fessura sul tetto, perché già un filo d'acqua gli colava lungo le spalle, gli arrivava alla pelle.

Si sprofondava nel buio e nell'umidità, in un freddo che diventava glaciale, quando vi fu come un lampo: s'attraversava una zona illuminata; si ebbe appena la visione d'una caverna dove forme umane si agitavano in una luce accecante, che già tutto ripiombava nel buio.

- E' il primo piano di carico, - spiegò Maheu. - Siamo a trecentoventi. Guardate come si fila! - e, dicendo, alzava la lampada e ne faceva cader la luce sul pancone di guida; emergendo essa sola dal buio, la massiccia trave fuggiva con la rapidità della rotaia sotto il treno lanciato. Altri tre livelli passarono in un barbaglio di luci. Nel buio la pioggia strepitava. - Si scende ben fondi! - mormorò Stefano. Nella posizione in cui si trovava e dalla quale la timidezza gli impediva di togliersi, col gomito di Caterina puntato nel ventre, gli pareva che quella caduta durasse da ore. La ragazza non apriva bocca; ma aderendogli contro gli comunicava un po' del proprio calore.

Quando alfine la gabbia si arrestò - si era a cinquecentocinquantaquattro metri di profondità - Stefano si stupì a sentirsi dire che la discesa era durata esattamente un minuto. Lo scatto dei cardini che si incastravano, il sentire sotto di sé il terreno solido, gli fu di tale sollievo che prese celiando a dare del tu a Caterina:

-Che ci hai sotto la pelle, per essere così caldo?... E verifica un po' se il gomito ce l'hai ancora a posto, perché mi sembra d'averlo nella pancia.

Allora anche lei non si tenne. Ma come! era cieco a scambiarla per un maschio?

- Direi piuttosto che ce l'hai nell'occhio, il mio gomito! - e partì in una risata, che lo lasciò interdetto.

La gabbia si vuotava; gli operai attraversarono il piano di carico: uno stanzone ricavato nella roccia, con la volta in muratura, che tre grandi lampade a fiamma libera rischiaravano. Spinte a braccia, le berline cariche rotolavano sul pavimento di lastre di ghisa. Le pareti tramandavano un sentore di cantina, una frescura pizzicante di salnitro, nella quale passavano a tratti buffate di caldo, provenienti dalla vicina scuderia. Quattro gallerie vi si aprivano spalancate come bocche.

- Di qui, - disse Maheu a Stefano. - Non siamo giunti ancora; ci restano da fare due chilometri buoni.

Gli operai si separavano, a gruppi si dileguavano in fondo ai neri budelli. Una quindicina prese per la galleria di sinistra: Caterina in testa con Zaccaria e Levaque; dietro, Maheu; Stefano, in coda. Era una bella galleria di carriaggio, tagliata contro vena in una roccia solida che solo qua e là era occorso armare di muro. Procedevano per uno, in silenzio, senz'altra compagnia che la fiammella della lampada; avanti, sempre avanti.

Stefano a ogni passo incespicava, inciampava nelle rotaie. Da un po' ora, tendeva inquieto l'orecchio a un sordo rumore che si faceva via via più minaccioso e che pareva venire dalle viscere della terra: un lontano rombo di tempesta. Il fragore d'una frana che stava per precipitare su di loro, per schiacciarli, l'enorme massa di terra che li divideva dalla luce del giorno? Un bagliore bucò la tenebra, la roccia vibrò; Stefano, sull'esempio degli altri, s'addossò alla parete e si vide passare rasente un cavallone bianco. Trainava una fila di vagoncini; sul primo, Berto che guidava; spingeva l'ultimo coi pugni Gianlino, correndogli dietro a piedi scalzi.

Rimessosi in cammino, giunsero a un bivio dove altre due gallerie s'aprivano e dove il gruppo si sdoppiò. La galleria per la quale presero era tappezzata di legname; sostegni di quercia puntellavano la volta, vestivano la roccia franosa di fitte armature, che lasciavano intravedere negli interstizi qui lastre di schisto pagliettate di mica, là grezzi massi di arenaria, scuri e rugosi.

Senza tregua passavano tonitruando, s'incrociavano, treni di berline piene, di berline vuote; e il loro tuono se lo portavano via al trotto fantasmi d'animali che si penava nell'ombra a distinguere. Su un doppio binario di scambio, nero serpente in letargo, un treno era fermo; il cavallo di traino starnutì; così solo, si distinse dal buio col quale celava tutt'uno, simile a un blocco staccatosi dalla volta.

Sportelli d'aerazione s'aprivano sbattendo, si richiudevano adagio. E via via che si procedeva, la galleria si faceva più angusta, la volta ineguale si abbassava, costringendo a curvarsi ogni momento.

Stefano prese una tremenda zuccata; se non si spaccò il cranio, fu in grazia del berretto di cuoio. Eppure spiava dinanzi a sé, per imitarlo, ogni movimento di Maheu, il cui profilo si staccava nero sul chiarore della lampada. Come Maheu, anche gli altri dovevano, di quella volta, conoscere l'armatura in ogni dettaglio, la roccia in ogni sua sporgenza, perché non capitava mai che vi battessero contro del capo. Al giovane, impacciava il passo anche il suolo scivoloso, che più si procedeva più s'inzuppava d'acqua. Ogni tanto gli toccava guadare veri acquitrini che solo il diguazzare delle scarpe nella fanghiglia rivelava.

Ma la cosa cui era meno preparato erano i bruschi cambiamenti di temperatura. In fondo al pozzo, l'aria era viva; e nella galleria di carriaggio, per la quale s'incanalava tutta l'aria della miniera, soffiava un vento gelato che, nelle strozzature, pigliava la violenza d'una bufera. Via via poi che ci si addentrava negli altri camminamenti, dove arrivava solo, e razionata, l'aria immessa, il vento cadeva e cresceva il caldo: un caldo soffocante, greve come piombo.

Nello svoltare a destra per imboccare una nuova galleria, Maheu ruppe il lungo silenzio; senza volgersi:

-La vena Guglielmo! - disse a Stefano.

Era il massiccio in cui si trovava il loro cantiere. Pochi passi sul nuovo camminamento bastarono perché Stefano si trovasse col capo e i gomiti indolenziti. Il tetto in pendio s'abbassava al punto che per tratti di venti, trenta metri gli toccava avanzare piegato in due. L'acqua arrivava alle caviglie. Si percorsero in queste condizioni duecento metri; quand'ecco davanti a lui Levaque, Zaccaria e Caterina sparire: come assunti. Restava Maheu solo, dei quattro; che:

- Si sale, - avvertì. - Appendete la lampada a un'asola e tenetevi al piedritto, - e sparì a sua volta. Stefano gli si mise dietro. Si trovò in un pozzetto aperto nella vena; era riservato ai minatori e serviva tutte le gallerie secondarie del quartiere. Era alto quanto il filone sessanta centimetri appena. Per buona fortuna che il giovane era smilzo, perché, nuovo a quell'esercizio, si tirava su con un dispendio di forze sproporzionato al profitto; aggrappandosi ai puntelli di sostegno, avanzava a furia di braccia, appiattendo spalle e fianchi più che poteva. Quindici metri più in su, s'incontrò la prima galleria secondaria; ma bisognò proseguire, il cantiere di abbattimento di Maheu e dei suoi era al sesto: «all'inferno», com'essi dicevano; e le gallerie secondarie si scaglionavano una sull'altra di quindici in quindici metri; non la si finiva più di salire attraverso quella fessura che acciaccava la schiena e il petto. Stefano rantolava; era come se il peso delle rocce lo stritolasse; ma più dello sforzo che gli strappava i polsi e contundeva le gambe, soffriva della mancanza d'aria: sembrava che il sangue gli bucasse la pelle.

Vagamente, in una delle gallerie che attraversarono, scorse due esseri - o bestie? - che, curvi, spingevano delle berline: erano Lidia e la Mouquette già al lavoro. E lui doveva arrampicarsi due piani più su ancora! I goccioloni di sudore gli impedivano la vista; disperava di raggiungere gli altri, che, essi sì, scivolavano via spediti come niente fosse.

Lo accolse la voce di Caterina:

- Coraggio, ci siamo! - C'erano infatti. Ma, mentre Stefano metteva piede nel cantiere, dal fondo un'altra voce gridò:

-Ebbene! che faccenda è questa? ci si infischia degli altri, eh! Io che ho due chilometri da fare per venire, sono qui da un'ora!

Era Chaval che protestava; un giovanotto alto, magro, sui venticinque, ossuto, dal viso maschio. Scorgendo la nuova recluta, chiese, con un tono tra stupito e sprezzante:

-Che novità è questa? - E ragguagliato da Maheu, commentò tra i denti:

-Sicché gli uomini portano via il pane alle ragazze!

Nello sguardo che i due si scambiarono, si lesse uno di quegli odi istintivi che divampano all'improvviso. Stefano aveva avvertito nelle parole una offesa ma lì per lì non ne afferrò il motivo.

Nel silenzio che si fece, tutti si misero al lavoro. Finalmente le maestranze erano al loro posto; a ogni livello, in fondo a ogni cunicolo, il lavoro riprendeva.

Il pozzo vorace aveva inghiottito la sua quotidiana razione d'uomini - poco meno di settecento operai - che a quest'ora nell'immenso formicaio attendevano al loro lavoro, scavando d'ogni parte la terra, crivellandola di buchi, tarlandola come un vecchio legno. E dai più profondi strati della miniera, a incollare l'orecchio alla roccia, si sarebbe potuto udire, nel pesante silenzio, il brusìo di tutti quegli insetti umani in moto, dal veloce scorrere del cavo che alzava e calava la gabbia d'estrazione, sino al morso degli utensili che in fondo ai cantieri d'abbattimento intaccavano il carbone.

Volgendosi, Stefano si trovò di nuovo pigiato contro Caterina; ma questa volta ne indovinò la forma nascente del seno; ed ecco si spiegò il tepore che la sua vicinanza gli aveva comunicato.

- Sei dunque una ragazza? - mormorò stupefatto.

Lei, d'un'aria gaia, senza arrossire:

-Ma certo! Ce n'hai messo però del tempo!

 

Capitolo quarto

 

I quattro minatori s'erano allungati uno sopra l'altro, per tutta l'altezza del fronte di attacco. Divisi da assiti agganciati tra loro, che trattenevano il carbone via via che cadeva, accudivano ciascuno a quattro metri circa di filone; e il filone era così sottile - in quel punto raggiungeva appena i cinquanta centimetri - che, schiacciati tra muro e tetto, dovevano trascinarsi sui ginocchi e sui gomiti né potevano muoversi senza acciaccarsi le spalle.

Sicché, per intaccare il minerale, erano costretti a star sdraiati su un fianco, a storcere il collo e maneggiare di sbieco la corta piccozza da minatore.

In basso, aveva preso posto Zaccaria; sopra di lui, Levaque e Chaval; in alto, Maheu. Cominciavano col demolire a colpi di piccozza lo strato di schisto; quindi, praticate due intaccature verticali nel filone, staccavano il masso, facendovi leva dall'alto con un cuneo di ferro. Il carbone, grasso, si frantumava e i rottami rotolavano lungo il ventre e le cosce dell'operaio. Quando, trattenuto dall'assito, il carbone aveva fatto mucchio ai suoi piedi, lo scavatore spariva, come murato nella stretta fenditura.

Chi stava peggio, era Maheu. Là in alto, la temperatura saliva sino a trentacinque gradi; l'aria non circolava e la sua mancanza diventava alla lunga mortale. Per vederci, aveva dovuto appendere a un chiodo, vicinissima alla testa, la lampada; che, scaldandogli il cranio, finiva di arroventargli il sangue. Supplizio che aggravava ancora l'umidità. La roccia sopra di lui, a pochi centimetri dal viso, trasudava acqua che in goccioloni rapidi e continui cadeva, con una specie di ritmo ostinato, sempre nello stesso punto. Lui aveva un bel torcere il collo, rovesciare la nuca; senza tregua i goccioloni lo colpivano in faccia, vi si schiacciavano schioccando. In capo a un quarto d'ora n'era inzuppato; e, madido per conto suo di sudore, fumava come un cencio nella conca del bucato.

Stamane poi una goccia gli si accaniva contro l'occhio; bestemmiava; ma, ostinandosi, seguitava lo stesso a menar colpi che lo facevano sobbalzare tra le due pareti di roccia, simile a un moscerino che le pagine d'un libro minacciano di spiaccicare.

I quattro non si scambiavano parola. Dal loro affannarsi non usciva altra voce che, attutito e come lontano, quel battere irregolare delle piccozze.

Nell'aria morta, i rumori prendevano un suono sordo, senza eco. E il buio che regnava intorno, inspessito dalla polvere di carbone e appesantito dal gas che opprimeva le palpebre, era d'una compattezza che i lucignoli delle lampade incappucciati di rete metallica, riuscivano solo a forare di punti rossastri. Non si distingueva nulla; lo scavo s'apriva, saliva su a mo' di un ampio camino, piatto e obliquo, in cui si fosse andata accumulando la fuliggine di dieci inverni.

Delle forme spettrali che vi si agitavano, il vago barlume lasciava ora indovinare la curva d'un'anca, ora un braccio nodoso, ora una faccia accesa e come insanguinata. A volte, nello staccarsi, vi balenava, con le sue sfaccettature e i suoi spigoli luccicanti di cristalli, un blocco di carbone. Tutto quindi ripiombava nella notte; animata solo dai sordi colpi, dall'ansimare dei petti, dai sospiri o dai sagrati che l'incomoda posizione e la fatica, in quell'aria pesa e sotto quel continuo stillicidio, strappavano agli scavatori.

Zaccaria, che la sbornia del giorno prima infiacchiva, smise presto di battere col pretesto d'un rivestimento urgente da fare: occupazione che gli permetteva di obliarsi a fischiettare sottovoce, lo sguardo perso nell'ombra. Alle spalle degli scavatori, c'erano infatti già quasi tre metri di roccia sfruttata, che, avari del loro tempo e incuranti del rischio, ancora non si erano preoccupati di puntellare.

- Ehi, tu, l'aristocratico! - gridò il giovane a Stefano, - passami un po' di tavole!

Stefano, cui Caterina stava insegnando a maneggiare il badile, andò a quel che della catasta era rimasto dal giorno prima (ogni mattina, di solito, la catasta veniva rifornita di assi bell'e pronte, tagliate su misura).

E vedendo il nuovo spingicarichi venire avanti traballando sul carbone, con le braccia impacciate da quattro assicelle di quercia:

- Spìcciati dunque, battifiacca! - lo incitò.

Avuto l'occorrente, Zaccaria praticò con la piccozza un'intaccatura nel tetto, un'altra nel muro in corrispondenza della prima e v'inserì quindi per i due capi l'asse. Nel pomeriggio i terrazzieri utilizzavano lo sterro lasciato dai compagni in fondo al cunicolo per interrare le parti sfruttate del giacimento, seppellendo le armature di legno che vi trovavano e lasciando solo il passaggio superiore e inferiore libero per il carriaggio.

Maheu smise di sbuffare. Finalmente aveva avuto ragione del blocco che stava demolendo. S'asciugò con la manica il viso grondante e solo ora si volse a guardare che mai Zaccaria fosse salito a fare alle sue spalle.

- Lascia, lascia! - disse. - Si vedrà poi, dopo colazione. Meglio, ora, darci dentro e scavare; dobbiamo spicciare più berline che si può..

- Ma crolla! C'è già una fenditura, non vedi? Temo che frani.

Il padre spallucciò. Macché franare! E se mai? non sarebbe la prima volta! si caverebbero d'impiccio egualmente. Finì per stizzirsi e rispedì il figlio al suo posto di scavatore.

Tutti stavano, del resto, prendendosi un po' di riposo. Levaque, senza essersi mosso dalla sua posizione di lavoro, bestemmiava contemplandosi il pollice, che la caduta d'un pezzo d'arenaria gli aveva scorticato a sangue. Chaval, per mettersi più a suo agio, si cavava a furia la camicia di dosso, restando a torso nudo. Erano già neri di carbone, coperti d'un minuto pulviscolo che il sudore trasformava sulla pelle in chiazze e rivoletti.

Fu Maheu a riprendere a battere; più in basso, ora, il capo a filo della roccia. Adesso la goccia gli cadeva sulla fronte, con una ostinazione che pareva volesse trivellargli il cranio.

- Non ci far caso! - diceva intanto Caterina a Stefano. - E' la loro abitudine, di alzare la voce! - e da buona figliola, riprese la sua lezione: ogni vagoncino usciva alla luce come partiva di lì, contrassegnato da un gettone che all'ufficio ricevitore permetteva di iscriverlo in conto del cantiere di abbattimento; per cui bisognava badare che il vagoncino fosse ben colmo e di buon minerale, per non incorrere nel rischio che venisse rifiutato.

Nell'oscurità, cui gli occhi s'andavano abituando, Stefano distingueva ora il viso della ragazza; ancora risparmiato dal carbone, era d'un pallore anemico. Che età poteva avere? A giudicare dalla gracilità, Stefano non le avrebbe dato più di dodici anni; ma capiva bene che doveva averne di più. La sua disinvoltura di maschio, quell'ingenua sfrontatezza, lo mettevano in soggezione. Non gli piaceva; aveva un'aria troppo sbarazzina quel viso infarinato di "pierrot", chiuso alle tempie dalla cuffia; ma, ciò che più lo stupiva, era la forza di cui la ragazza dava prova: una forza nervosa che s'accompagnava a una grande destrezza. A riempire il carrello faceva prima di lui, maneggiando il badile con perizia e sveltezza; lo avviava quindi sino al piano inclinato, con una spinta lenta ma continua e senza strappi; e senza difficoltà lo accompagnava, scivolando come niente fosse, sotto la bassa volta; mentre lui, per farlo, trafelava, s'incagliava, ogni po' deragliava.

Non già che il compito fosse facile. Il piano inclinato distava dal cantiere una sessantina di metri; e il passaggio - che ancora gli sterratori non avevano allargato - era un vero budello, schiacciato sotto una volta ineguale, tutta bozze e sporgenze. In certi punti il vagoncino carico passava appena; e il conducente doveva allora accucciarsi, spingere piegato sulle ginocchia se non voleva spaccarsi il cranio. In più, il rivestimento già cedeva; grucce che non resistevano al peso, i puntelli si spezzavano a metà, s'incrinavano di lunghe fenditure. Bisognava stare attenti a non ferirsi contro quegli spunzoni; e sotto quell'incombere della volta, che schiantava col suo peso travi di quercia massicci, si strisciava ventre a terra, col terrore di essere da un momento all'altro stritolati.

- Di nuovo! - scattò Caterina in una risata.

Il carrello, nel punto più difficile, era uscito dal binario. Dove le rotaie nel terreno cedevole si piegavano, Stefano non riusciva a mantenervi il veicolo. Sacramentava, si arrabbiava, s'accaniva a rimettere le ruote sulla via giusta, senza riuscirvi per quanti sforzi facesse.

- Aspetta dunque! Se ti arrabbi, è solo peggio!

Lesta, già Caterina s'era insinuata rinculoni sotto il vagoncino; e d'uno sforzo di reni, ora lo sollevava, lo rimetteva a posto. Un peso di sette quintali! Stupito, vergognoso, lui balbettava delle scuse.

La ragazza dovette mostrargli come bisognava divaricare le gambe, puntare i piedi contro il paramento da ambo i lati del cunicolo, per trovarvi un solido punto di appoggio. Il corpo doveva piegarsi, le braccia irrigidirsi, in modo da far forza con le spalle, coi fianchi, con ogni muscolo. Per imparare a non esser da meno, lui durante un viaggio la guardò fare: la ragazza filava via, piegata in due, protendendo il deretano, i pugni così vicini a terra che pareva camminasse carponi, come la scimmietta che si produce nel circo.

Sudava, ansimava, le sue giunture scricchiolavano; ma, resa indifferente dalla abitudine che vi aveva fatto, non emetteva un lagno; si sarebbe detto che vivere piegati in due a quel modo, fosse sorte comune di tutta l'umanità... A fare altrettanto, lui non arrivava; le scarpe lo impacciavano; l'avanzare a quel modo, a testa bassa, gli fiaccava le reni. In capo a qualche minuto, quella posizione diventava un supplizio; al punto che era costretto a mettersi in ginocchio per raddrizzarsi un momento e riprender fiato.

Poi, al piano inclinato, ricominciavano le difficoltà. Caterina gli insegnò ad agganciare in un batter d'occhio la berlina.

In cima e in fondo al piano, che serviva tutti i cantieri di coltivazione compresi fra un livello e l'altro, stava un ragazzo addetto alla manovra: il frenatore in alto, il ricevitore in basso. Due monellacci, d'un'età tra i dodici e i quindici, che si lanciavano a vicenda delle oscenità, e ai quali bisognava urlare di peggio per richiamarne l'attenzione. Quando s'otteneva lo scopo, al presentarsi d'una berlina da far risalire, il ricevi-carichi lanciava il segnale; la spingi-carrelli agganciava il suo colmo; che, col peso, rimontava l'altro, non appena il frenatore gli dava il via. Nella galleria in fondo si formavano i trenini che i cavalli si incaricavano di trainare sino al pozzo.

Dalla cima al piano inclinato - che, lungo un centinaio di metri e rivestito interamente di legno, risonava come un gigantesco portavoce - adesso Caterina chiamava:

-Ohè, bastardi maledetti!

Non venne risposta: i due se la dovevano dormire. A tutti i ripiani il traffico s'arrestò. Nel silenzio, una sottile voce di bimba lanciò: - Uno dei due è sulla Mouquette, scommetto!

La frase suscitò uno scoppio di ilarità; tutte le spingi-carichi si spanciavano.

- Chi è? - chiese Stefano a Caterina.

- Che ha gridato così? la piccola Lidia; una cosina che sa il fatto suo e che coi suoi braccini di bambola fa filare il carrello, come non potrebbe meglio una donna fatta. Quanto alla Mouquette, ha ragione la Lidia! oh quella è capacissima di farsela con tutti e due i ragazzi a un tempo.

Invece di laggiù la voce del ricevi-carichi arrivò. Certo, un sorvegliante ch'era venuto a passare. Nei nove ripiani il traffico riprese, non si udì più che il richiamo alternato dei due manovali, lo sbuffare delle spingi-carichi che arrivavano, sfiatate, al piano inclinato, fumanti come giumente troppo cariche.

Era allora, alla vista di quelle ragazze abbrivate carponi dietro il vagoncino, le reni arcuate, le anche che minacciavano di schiantare i calzoncini da maschio, che la foia si accendeva nei maschi e un vento di bestialità soffiava nella miniera.

E, di ritorno da ciascun viaggio, Stefano ritrovava l'aria soffocante del cantiere, piena del sordo, cadenzato rumore delle piccozze, del penoso ansare dei minatori che s'accanivano al lavoro.

Tutti e quattro s'erano messi nudi; e, interamente coperti di polvere che il sudore appiccicava alla pelle, facevano ormai tutt'uno col carbone. C'era stato anzi un momento che s'era dovuto soccorrere Maheu che rantolava e rimuovere, per liberarlo, le assi che arginavano il carbone.

Zaccaria e Levaque sacramentavano contro il filone che, dicevano, diventava sempre più faticoso estrarre: ciò che avrebbe reso disastroso il lavoro a cottimo. Chaval ogni tanto si metteva sulla schiena e dava sfogo al suo malumore investendo di male parole Stefano, la cui presenza manifestamente gli dava sui nervi: - Battifiacca della malora! un giovanotto che non ha la forza d'una ragazza! Lo riempi sì o no quel carrello? Ah! ti risparmi, eh? Sta' all'occhio, sacradìo, che se ci rifiutano un carico, il mezzo franco di ritenuta lo trattengo a te!

Il giovane evitava di rispondere; gli premeva troppo non perdere il posto, se posto si poteva chiamare quel supplizio da galeotto; per cui s'acconciava a obbedire, per brutali che fossero i modi di chi lo comandava. Ma non ne poteva più; aveva i piedi scorticati, le membra spezzate, il torace come stretto in una morsa di ferro.

Per fortuna, il cantiere si disponeva a far colazione: erano le dieci. Per saperlo, Maheu non ebbe bisogno di guardare l'orologio; il buio che regnava lì dentro, per fitto che fosse, non lo faceva sgarrare di cinque minuti. I quattro si rivestirono; e, scesi dallo scavo, si accosciarono sui calcagni; i gomiti stretti ai fianchi, nella posizione consueta a minatori che, anche fuori della miniera, non hanno bisogno, per sedersi, né di pavimento, né d'altro. E ciascuno, tirato fuori il suo pacchetto, come compiendo un rito, prese a sbocconcellare e a masticare la spessa fetta di pane, lasciando cadere a tratti qualche breve commento sul lavoro della mattinata.

Caterina, che non s'era seduta, finì per raggiungere Stefano che s'era allungato in disparte, le gambe attraverso le rotaie, il dorso appoggiato all'armatura di legno; in un punto in cui il terreno era abbastanza asciutto.

- Non mangi tu? - gli chiese con la bocca piena, la ragazza. Ma, dicendo, si sovvenne d'averlo trovato a errare nella notte, e intuendo che non aveva un soldo e neanche, forse, un pezzo di pane:

-Vuoi favorire? - si affrettò a soggiungere. E siccome lui si schermiva asserendo di non aver fame con un tremito nella voce che lo smentiva: - Ah, non ti giovi! ma ho morso di qui, sai, io; tu attacca dall'altra parte, - e già della fettona di pane imburrato ne aveva fatto due.

Prendendo quella che la ragazza gli porgeva, Stefano dovette fare uno sforzo per non inghiottirla tutta in una volta. Appoggiò i gomiti sulle cosce per non lasciar vedere che le braccia gli tremavano. Con la tranquilla disinvoltura della buona compagna, già Caterina gli si era allungata accanto, bocconi, il mento in una mano, nell'altra il pane che sbocconcellava adagio. Deposte in terra in mezzo a loro, le lampade li rischiaravano.

Caterina lo osservò un momento in silenzio: con quel viso affilato, i baffetti neri, doveva trovarlo bello. Guardandolo, sorrideva vagamente di piacere.

- Sicché eri meccanico in ferrovia, e ti hanno licenziato... E perché mai?

- Perché ho schiaffeggiato il mio capo.

Schiaffeggiare un superiore! Una cosa che sconvolgeva tutte le idee di gerarchia, di obbedienza passiva che la ragazza aveva succhiato col latte materno.

- Davvero?!

- Devo dire che avevo bevuto, - spiegò lui. - Quando bevo, non so più quello che mi faccio. Mi ammazzerei e ammazzerei il primo che vedo. Sì, bastano due cicchetti per mettermi addosso idee sanguinarie. Dopo, sto male per due giorni di fila.

Lei, facendosi seria:

-Ma non bisogna bere!

- Oh, va' là che lo so! mi conosco! - e scoteva il capo.

Lo detestava, l'alcool. Ultimo di una razza di ubriaconi che l'alcool aveva impregnato sino alle midolla e portato alla rovina, scontava ora la tremenda eredità: una goccia di acquavite bastava ad avvelenarlo.

Inghiottito un boccone:

-E' per via di mia madre che mi rincresce d'aver perso il posto, - aggiunse. - Mia madre non è davvero nell'agiatezza, e qualche soldo ogni tanto glielo mandavo.

- Dove l'hai tua madre?

- E' a Parigi. Lavandaia, in via della Goccia d'oro.

Una pausa. Quando ci pensava, a queste cose, all'eredità che gli covava nel sangue, alla minaccia che incombeva sulla sua salute e sulla sua gioventù, negli occhi gli passava lo sgomento. Restò un istante come smarrito a fissare il buio. Si rivedeva bambino, presso la madre che, ancora bella e nel pieno delle forze, era stata piantata dal marito; poi ripresa, dopo che s'era sposata con un altro; la rivedeva vivere tra quei due uomini che se la disputavano, avviarsi con essi alla rovina, tra il vino e la sporcizia. Rivedeva la strada in tutti i suoi dettagli; la bottega ingombra di biancheria sporca, la casa appestata da fiati vinosi, echeggiante di schiaffi da slogar le mascelle. Come parlando a se stesso: - Ora, - fece, - non è con la paga di un franco e mezzo che la potrò aiutare... Morirà di fame, è certo -. Scrollò con disperazione le spalle e rimise i denti nella fetta di pane.

Caterina, che sturava la borraccia, gli offrì da bere: - Oh questo non ti può far male! è caffè. Ci si strozza, a masticare a secco!

A lui pareva d'aver già abusato mangiandole metà della colazione e rifiutò. Ma l'altra insisteva con tanta buona grazia! - Ebbene, berrò io per prima, visto che sei così gentile... Ma ora non puoi più rifiutare; mi offenderesti... - e gli porgeva la fiaschetta.

Per farlo, si era alzata sui ginocchi. Vista così da presso e, rischiarata in pieno dalla lampada, la ragazza, ora, gli appariva graziosa. «Come ho potuto trovarla brutta?» Stefano si chiedeva.

Adesso che la polvere di carbone lo scuriva, il giovinotto trovava a quel volto una strana attrattiva. I denti, nella bocca un po' grande, scintillavano bianchissimi; gli occhi, come dilatati, avevano i riflessi verdognoli degli occhi dei gatti. Sfuggita alla cuffia, una ciocca di capelli le vellicava l'orecchio, facendola ridere. In quel momento, di anni, si poteva ben dargliene quattordici; non pareva più la ragazzetta di prima.

- Se è per farti piacere... - e Stefano, bevuto un sorso, le rendeva la fiaschetta. Lei la portò alla bocca; ma per tendergliela di nuovo; - si fa a mezzo, - dicendo. Il passare del recipiente da una bocca all'altra li divertiva. Ed ecco, il giovinotto si chiese se non fosse il momento di attirarla a sé, di baciarla sulla bocca. Lo tentavano ora quelle labbra tumide, d'un rosa che il nero del carbone avvivava. Ma lei lo intimidiva, non osava: a Lilla, più che donne di strada e della peggior specie non aveva praticato; con un'operaia, una ragazza di famiglia, si trovava impacciato. Riprendendo a mordere il suo pane: - Indovino, che hai quattordici anni?

Lei quasi si risentì.

- Quattordici? Quindici, ne ho! E' vero che sono mingherlina... Ma qui in miniera stentiamo a svilupparci, noi ragazze... Allora lui cominciò a interrogarla; né sfrontata né timida, Caterina rispondeva alle sue domande senza reticenze. Il giovane presto si rese conto di non aver nulla da insegnare a quella ragazza; ma insieme sentiva che ragazza era ancora, bambina anzi nel corpo; sessualmente immatura per colpa certo dell'ambiente malsano in cui viveva e dell'esistenza faticosa che menava. Nella speranza di metterla in imbarazzo, lui riportò il discorso su Mouquette. Ah ne combinava di belle, quella lì! e sul conto di Mouquette Caterina gliene raccontò di crude e di cotte, con la più grande naturalezza, divertendocisi un mondo.

- E tu non ce l'hai un amoroso?

- No; ma l'avrò bene prima o poi. Mi rincresce dare dei dispiaceri a mia madre, ma prima o poi... Lo disse curvando le spalle e rabbrividendo un niente negli abiti bagnati di sudore; il viso prese l'espressione docile e rassegnata della creatura che è pronta a subire uomini e cose.

- Vivendo in questa promiscuità, se ne trovano, è vero, dei galanti?

- Come no?

- E poi, non si fa del male a nessuno... Il parroco non l'ha da sapere.

- Oh, del parroco non me ne do pensiero, me ne infischio... L'Uomo nero, piuttosto, mi fa paura... - Come, l'Uomo nero?

- Il vecchio minatore che anche da morto bazzica la miniera e strangola le ragazze che sgarrano.

Che si pigliasse gioco di lui?

- Tu credi a queste frottole? Sei ingenua a questo punto?

- Oh, so leggere e scrivere, io... E' una cosa che serve, un po' d'istruzione. Ancora al tempo dei miei genitori, si veniva su analfabeti.

«E' carina davvero; tanto! - si diceva Stefano. - Le lascio finire il suo pane, poi l'attiro e la bacio su codeste sue labbra color di rosa».

Era la decisione del timido; un proposito di violenza che lo faceva tartagliare. Quegli abiti maschili su quel corpicino di femmina, quel camiciotto, quelle brachette, lo eccitavano e al tempo stesso lo intimidivano.

Inghiottito l'ultimo boccone, bevve alla fiaschetta, quindi gliela porse perché la vuotasse. Il momento era venuto di mettere in atto il suo proposito; e Stefano gettava un'occhiata sospettosa laggiù verso il gruppo dei minatori, quando un'ombra ostruì il cunicolo: Chaval.

Di là, l'uomo restò un momento a guardarli. Poi venne avanti; e, assicuratosi che Maheu non lo vedeva, afferrò Caterina, che non s'era mossa da sedere, per le spalle, le rovesciò il capo tranquillamente come se Stefano neanche esistesse, la marchiò in bocca d'un bacio brutale come un morso: il bacio della gelosia, imperioso come una presa di possesso. La ragazza si ribellò:

-Oh lasciami, sai!

Tenendole fermo il capo, lui la fissava in fondo agli occhi. Sul viso annerito dell'uomo, cui il naso dava un'aria rapace, fiammeggiavano rossi la barba e i mustacchi. Finché mollò la presa e s'allontanò senza dir parola.

Stefano era allibito alla scena. Che stupido, lui, ad averci pensato tanto! Baciarla ormai non poteva più: lei avrebbe creduto che gliene desse il coraggio l'esempio dell'altro. Si sentì profondamente mortificato nel suo amor proprio.

- Ah, - commentò sottovoce, - era dunque una bugia! Ce l'hai, vedo, l'amoroso!

- Ma che amoroso! ti giuro! - protestò lei. - Non c'è nulla fra noi. Fa così, a volte, per scherzo... Non è neppure di queste parti; ci è arrivato qui sei mesi fa da Pas-de-Calais.

S'erano intanto alzati; il lavoro riprendeva.

La freddezza che in Stefano era sottentrata, addolorò Caterina. Certo, in cuor suo la ragazza trovava Stefano preferibile a Chaval. Avrebbe voluto mostrarsi gentile, consolarlo: e non sapeva come. Le offrì l'occasione di distrarlo almeno, la meraviglia con cui il giovanotto notava che la fiamma della lampada era adesso turchina e che bruciava in un alone pallido. Affettuosa sussurrò:

-Vieni che ti faccio vedere una cosa! - E condottolo in fondo al cantiere, gli indicò nel carbone un crepaccio. Un leggero gorgoglìo ne sfuggiva, simile allo zufolo d'un uccello. - Mettici la mano... Pare vento, senti? E' il grisù!

Una cosa così innocente, il grisù? il terribile gas che poteva da un momento all'altro far saltare una miniera? Del suo stupore, lei rideva. - Ce n'ha da essere parecchio oggi, nell'aria! è per via del grisù che la fiamma prende questa tinta!

Dall'alto venne la voce irritata di Maheu:

-Ebbene, quando la finite di cianciare, fannulloni?

I due si affrettarono ai carrelli e misero mano alle pale. Colmati che li ebbero, ingobbendosi sotto la bassa volta, li spinsero sino al piano inclinato. Già al secondo viaggio, erano zuppi di sudore e con le giunture dolenti.

I minatori s'erano rimessi a scavare. Spesso, per non prender freddo, capitava abbreviassero il pasto; che, consumato in silenzio e al buio con quella voracità, pesava poi sullo stomaco come piombo. Distesi sul fianco, adesso maneggiavano la piccozza con più accanimento di prima, decisi a spicciare più lavoro possibile. Assillati dal bisogno di guadagnare, se pure a costo di tanta fatica, all'infuori di quello, non vedevano più altro. Lo stillicidio cui erano esposti, l'umidità che gonfiava le loro giunture, i crampi che dava loro la posizione cui erano costretti, la notte in cui erano immersi e che li sbiancava come piante allevate in cantina, tutto questo non lo avvertivano più. Eppure più le ore passavano, più l'aria si guastava, scaldata dalle lampade fumose, dai fiati malsani, resa irrespirabile dal grisù che aggravava le palpebre, le impigliava come una ragnatela; e che solo l'aerazione notturna avrebbe dissipato. Ma che importava? Seppelliti sotterra, nel loro buco di talpe, senza più aria nei polmoni arsi, essi seguitavano a battere, a battere

 

 

Capitolo quinto

 

Maheu, senza consultare l'orologio - l'aveva, togliendolo, lasciato nella giacca - smise di battere per dire:

-A momenti è il tocco. Hai finito, Zaccaria?

Da un po' il giovane s'era messo a puntellare la roccia. Ma più che lavorare era rimasto sul dorso, lo sguardo vago, a pensare alla partita di calcio del giorno prima. Alla voce del padre si riscosse:

- Sì, mi pare che ora basti. Domani si vedrà, - e tornò a riprendere il suo posto nello scavo.

Sull'esempio di Maheu, anche Levaque e Chaval avevano deposto la piccozza. Ci fu una tregua. Asciugandosi col braccio nudo la faccia guardavano il tetto di schisto crepato di fenditure. Il discorso cadde, al solito, sul lavoro.

- Ci voleva anche questa, - mormorò Chaval, - che ci toccasse un terreno che frana... Il cottimo di questo non tiene conto!

- Farabutti! - borbottò Levaque. - Non cercano altro che metterci nel sacco.

Zaccaria rise. Poco gli importava a lui, del lavoro e del resto; ma lo divertiva sentir sparlare della Compagnia.

Pacato, Maheu osservò che bisognava farsi una ragione; prevedere di che natura sarebbe il terreno, un terreno che ogni venti metri cambiava, era impossibile. Poi, come gli altri due seguitavano a inveire contro i dirigenti, guardandosi intorno inquieto:

-Zitti! ora basta!

- Hai ragione, - disse Levaque, smorzando a sua volta la voce. - Farsi udire, non è igienico.

Anche lì a quella profondità, li ossessionava il terrore delle spie, quasi che anche il filone fosse provvisto d'orecchie.

Chaval invece alzò, come a sfida, la voce:

-Ciò non toglie che se quel porco di Danseart s'arrischia ancora a parlarmi sul tono dell'altra volta, un mattone nel ventre non glielo leva nessuno... Non gli impedisco mica, io, di pagarsi le bionde che hanno la pelle fina... A questa, Zaccaria si smascellò dalle risa. La tresca del sorvegliante con la Pierron era nella miniera un argomento inesauribile di frizzi. Anche Caterina, laggiù, s'appoggiò al badile per ridere più a suo agio; poi, in due parole mise Stefano al corrente; mentre Maheu, assalito da una paura che non dissimulava più:

-Insomma, piantala! - intimò a Chaval. - Se vuoi attirarti dei guai, aspetta a farlo quando sei solo!

Non aveva finito di dire, che dalla galleria sovrastante giunse un suono di passi. Ed ecco, lì in alto, comparire l'ingegnere della miniera, il piccolo Négrel, come le maestranze lo chiamavano: accompagnato da Danseart, il sorvegliante.

- Ve lo dicevo? - bisbigliò Maheu. - Qualcuno c'è sempre che sbuca dalla terra.

Paolo Négrel, nipote di Hennebeau, era uno scapolo sui ventisei, snello e prestante, dai capelli crespi e i baffetti castani. Il naso appuntito, la vivacità dello sguardo gli davano l'aria d'un simpatico furetto. Scettico e intelligente, s'imponeva agli operai coi suoi modi secchi e recisi. Era vestito come loro, sporco come loro di carbone; e, per guadagnarsene la stima, mostrava un coraggio a tutta prova; sempre il primo a passare nei punti più rischiosi, a farsi avanti se avveniva una frana o uno scoppio di grisù.

- E' qui, vero, Danseart? - lo si udì chiedere di lassù.

Il sorvegliante, un belga grasso, dal naso carnoso:

-Sissignore, - rispose con esagerato servilismo:

-eccolo là, l'uomo che è stato assunto stamattina.

Tutti e due s'erano lasciati scivolare in mezzo al cantiere. Stefano si venne a presentare. Négrel gli alzò in viso la lampada, lo considerò un attimo, senza rivolgergli domande. - Sta bene, - disse alfine. - Però mi piace poco che si raccattino sconosciuti per la strada... Che sia l'ultima volta!

E senza ascoltare le spiegazioni che gli davano, - necessità di lavoro, intenzione della Compagnia di sostituire nel carriaggio personale maschile a quello femminile - prese a esaminare il tetto, mentre i minatori ripigliavano a scavare.

Quand'eccolo gridare:

-Dite dunque, Maheu, ve ne stropicciate voi della vita! Finirete per restarci tutti quanti qui sotto, nome d'un cane!

L'interpellato, con tono sicuro di sé:

-Oh è solido!

- Come! solido! Ma se la roccia cede già! e voi m'avete l'aria di credere d'aver fatto già troppo a piantare un paletto ogni due metri e più! Ah siete tutti gli stessi, voialtri! vi lascereste crollare il mondo sul capo piuttosto che interrompere lo scavo e impiegare nel rivestimento il tempo che ci vuole!... Vi prego di puntellare qui immediatamente. Il doppio ne occorre, di paletti! capite?

E vedendoli nicchiare, discutere, udendoli dire che della loro incolumità erano da sé buoni giudici, andò in furia:

- Andiamo! andiamo! come se rimanendoci, foste voi a sopportarne le conseguenze! Sì, eh? Niente affatto! Sarà la Compagnia a sopportarle, con le pensioni che dovrà pagarvi, a voi o alle vostre donne... Vi conosco, ripeto: dareste la pelle per spicciare due berline di più.

Dominando l'ira che gli bolliva dentro, Maheu, con voce ancora pacata: - Se ci pagassero a sufficienza, i rivestimenti li faremmo meglio.

L'ingegnere spallucciò, ma non rispose. Solo quando fu sceso dal cantiere, lanciò di là sotto:

-Vi resta un'ora; mettetevici tutti.

Intanto vi avverto che infliggo al cantiere tre franchi di ammenda.

Alla frase rispose da parte dei minatori un sordo brontolìo. Solo il sentimento della subordinazione li tratteneva; quella specie di gerarchia militare che, dal manovale al sorvegliante, li curvava tutti sotto lo stesso giogo. Ciò malgrado, e sebbene Maheu li tenesse a freno con lo sguardo, Chaval e Levaque ebbero un gesto di rabbia e Zaccaria alzò a scherno le spalle. Ma il più sdegnato era forse Stefano. Dacché si trovava in fondo a quell'inferno, sentiva maturare in sé uno spirito di ribellione. Guardò Caterina rassegnata, la sua schiena curva. Era mai possibile che ci si ammazzasse a sfacchinare in quel modo, in quel buio di tomba, senza guadagnare neppure i pochi soldi del pane quotidiano?

Négrel intanto stava allontanandosi con Danseart, che non aveva cessato di approvarlo con continui dondolii del capo. Nella galleria le loro voci si alzarono di nuovo: s'erano fermati a esaminare com'era stato rivestito il tratto che spettava ai minatori di armare - un tratto di dieci metri alle spalle di ogni cantiere.

- Quando vi dico che se ne infischiano! - strillava l'ingegnere. - E voi, nome d'un cane, che cos'è che sorvegliate?

- Ma sì, ma sì, - l'altro balbettava. - Gliel'ho cantato in musica! Ho la gola secca a forza di ripeter sempre le stesse cose!

- Maheu! Maheu! - chiamò imperioso Négrel.

Tutti scesero dal cantiere, mentre Négrel seguitava: - Guardate qui, è puntellare questo? Sta in piedi per miracolo! Ecco qui una traversa che scappa già dai quadri, tanto si è avuto fretta di spicciarsi... Perdìo! ora capisco perché la manutenzione ci costa un occhio del capo. Ma per voialtri, purché il rivestimento duri finché ne siete responsabili, non è vero? E poi tutto crolla e la Compagnia è costretta a tenere un esercito d'operai per le riparazioni! E laggiù? guardate un po', se non sembra fatto per dispetto!

Chaval volle parlare, ma lui non lo lasciò: - No, lo conosco il vostro ritornello... Che vi si paghi di più, eh? Ebbene vi prevengo che finirete per costringere la direzione a fare una cosa: sì, vi si pagherà il rivestimento a parte, e il compenso per berlina verrà ridotto in proporzione. Vedremo se ci guadagnerete... Intanto rifate subito tutto questo rivestimento. Domani passo a verificare.

La minaccia produsse tanta impressione che poté allontanarsi senza che alcuno ribattesse. Danseart, così servile con l'ingegnere, restò indietro di qualche passo, per dire fuori dei denti:

-Mi fate dare dei cicchetti, voialtri... Ma con me non saranno solo tre franchi di multa che vi toccheranno! State all'erta!

Allontanato che si fu il sorvegliante, Maheu esplose:

-Dio santo!

quel che non è giusto, non è giusto. A me piace che si conservi la calma perché è il solo modo d'intendersi; ma alla fine vi farebbero uscire dai gangheri... Avete sentito? la berlina pagata meno e il rivestimento a parte! ancora una trovata per diminuirci quel poco! Dio santo benedetto!

Cercava su chi sfogarsi. Vedendo Stefano e la figlia con le braccia ciondoloni:

-Vi spicciate voi due a darmi l'occorrente? Cosa state lì a guardare? Finisce che vi prendo a calci.

Stefano andò a caricarsi, punto offeso da quella rudezza; era per conto suo così inferocito contro i capi che trovava i minatori troppo remissivi. Dal canto loro Levaque e Chaval s'erano sfogati in parolacce. Tutti ora, compreso Zaccaria, ci davano dentro ad armare.

Per quasi mezz'ora non s'udì che il gemere dei paletti conficcati a colpi di mazza. Sbuffavano in silenzio, irritati contro la roccia che, potendo, avrebbero ributtato su d'una spallonata.

- Mi pare che basti, adesso! - disse finalmente Maheu, trafelato e schiumante di rabbia. - Il tocco e mezzo... Oh una bella giornata! non si ricaverà mezzo scudo!... Io pianto lì, ne ho fin sopra i capelli! - E sebbene ci fosse ancora una mezz'ora di lavoro, si rivestì.

Gli altri lo imitarono. Non ci si potevano più vedere, nel cantiere. E siccome Caterina aveva ripreso a spingere la berlina, la richiamarono, irritati dal suo zelo:

-Anche il carbone, se avesse i piedi, farebbe come noi -. E i sei partirono coi loro arnesi sottobraccio: rifacendo la strada del mattino, avevano due chilometri da percorrere, per arrivare al pozzo.

Mentre gli altri si spicciavano a scender giù, Caterina e Stefano rimasero indietro, trattenuti in una galleria secondaria dalla piccola Lidia che aveva fermato la berlina per farli passare. Angustiata, la ragazza raccontò che la Mouquette un'ora prima era stata presa da una emorragia al naso e l'aveva piantata per andarsi a fare delle abluzioni; ma doveva essere una cosa seria, perché ancora non era tornata. Confidata la sua pena, mentre i due si allontanavano, la piccina riprese a spingere il carico; sfiancata, infangata, irrigidendo i braccini e le gambe d'insetto, simile a una formichetta impegnata a trascinare un peso sproporzionato alle sue forze.

Stefano e Caterina, coricati sul dorso, ora si calavano giù per il pozzetto, aderendo più che potevano con le spalle al suolo, per non scorticarsi contro la volta; e filavano così veloci sulla rocca levigata da tutti i deretani del quartiere, che dovevano ogni tanto afferrarsi al rivestimento «perché», dicevano scherzando, «le chiappe non pigliassero fuoco».

Ma, per quanto s'affrettassero, quando giunsero in fondo non scorsero più nessuno dei camerati. Forse erano già laggiù, dove la galleria faceva gomito: dovevano essere quelli delle loro lampade, i punti rossi che vi si vedevano sparire. Allora, la momentanea eccitazione che li aveva tenuti allegri sin allora, cadde; non avvertirono più che la stanchezza; lei davanti, lui dietro, si rimisero pesantemente in cammino.

Al poco chiarore delle lampade che moccolavano, Stefano distingueva davanti a sé Caterina come in una nebbia. Il pensiero che era una ragazza gli dava una specie di disagio; si diceva ch'era ben sciocco a non abbracciarla; e più sciocco ancora perché glielo aveva impedito il ricordo dell'altro. Certo, lei gli aveva mentito: Chaval era il suo amante e ogni mucchio di scaglietta gli era buono per godersela: a capire che era così, non bastava quel molleggiare delle anche? Taceva, piccato senza ragione contro di lei, come se la ragazza gli avesse fatto le corna.

Nonostante l'ostilità di quel silenzio, lei invece tutti i momenti gli si volgeva, lo avvertiva degli inciampi, pareva invitarlo a mostrarsi gentile. Erano tutti e due, in quel momento, così soli e sperduti! perché almeno non scherzare insieme da buoni amici?

Finalmente sbucarono nella galleria di carriaggio: per l'irresolutezza di lui, fu un sollievo; lo sguardo della ragazza invece si attristò: del rimpianto di un'ora di gioia perduta per sempre.

Adesso, intorno a essi, rumoreggiava la vita sotterranea: viavai di caposquadra, incrociarsi di treni trainati da cavalli al trotto, brillare di lampade nel buio come stelle nella notte. Dovevano appiattarsi contro la roccia per lasciare il passo ad ombre: uomini ed animali di cui ricevevano l'alito in faccia. Gianlino che correva a piedi scalzi dietro il suo treno, gridò loro una malignità che, nel fracasso del traino, non udirono.

I due seguitavano a camminare, anche lei ora in silenzio; mentre lui, non riconoscendo il percorso fatto al mattino, si chiedeva dove mai diavolo la ragazza lo conducesse a perdersi. Ma ciò di cui più soffriva era il freddo: un freddo che lo aveva colto all'uscita dal cantiere, che andava crescendo e del quale tremava quanto più si avvicinava al pozzo. Nelle stretture, l'aria riprendeva la sua violenza di bufera. Il giovane disperava ormai di giungere, quand'ecco si trovò nella stanza di livello.

Chaval gli lanciò un'occhiata sospettosa. Con lui erano gli altri; madidi di sudore nella corrente gelata, smaltivano nel mutismo il malumore. Arrivati troppo presto, non avrebbero potuto risalire che fra mezz'ora; tanto più che c'era un cavallo da calar giù, operazione che richiedeva un'infinità di precauzioni. In un fragore di ferraglia si scaricavano ancora berline; le gabbie sparivano su per il nero budello, tra l'acqua che ne cadeva a dirotto e che, riempiendo lo smaltitoio melmoso ch'era sotto il pozzo, accresceva l'umidità intorno.

Con gli abiti fradici di pulviscolo d'acqua, uomini s'affaccendavano senza posa intorno al pozzo; tiravano corde di segnali, manovravano leve. Le tre lampade a fiamma libera immergevano l'ambiente in una luce rossastra, agitavano sulle pareti ombre gigantesche, dandogli l'apparenza d'una tana di briganti; d'una fucina di banditi, piantata in prossimità d'un torrente.

Maheu fece un ultimo tentativo; s'avvicinò a Pierron, di servizio dalle sei:

-Suvvia, se vuoi puoi bene lasciarci risalire -. Ma l'addetto al carico, un aitante giovanotto d'aspetto mite, intervenne spaventato:

-Impossibile, chiedi al caposquadra... Mi buscherei una multa.

Smozzicando bestemmie, dovettero rassegnarsi.

Caterina, chinandosi all'orecchio di Stefano:

-Vieni a vedere la scuderia: sentirai, c'è un altro stare!

Per svignarsela, dovettero darsi l'aria di girellare: l'accesso alla scuderia era vietato. S'apriva a sinistra, in fondo a una corta galleria. Larga venticinque metri e alta quattro, ricavata nella roccia, con la volta in mattoni, la scuderia poteva alloggiare venti cavalli. Vi si stava bene infatti, in quel tepore animale, in quel sentore di paglia rinnovata di fresco. L'unica lampada vi spandeva un chiarore discreto, una luce calma.

I cavalli alla mangiatoia volgevano il capo, sgranando occhi umani per rimettersi tosto a macinare, a tutto loro agio, l'avena, come dei lavoratori ben pasciuti e in salute, benvoluti da tutti.

Caterina stava leggendo ad alta voce il nome degli animali sulle placche di zinco inchiodate sopra le mangiatoie, quando, all'improvviso sorgere di un corpo di sulla paglia, soffocò un grido.

Era la Mouquette che, disturbata nel sonno, balzava su dal suo improvvisato giaciglio.

Era un'abitudine che la ragazza aveva preso: nei lunedì in cui si risentiva troppo delle baldorie del giorno prima, si procurava da sé, assestandosi un pugno sul naso, un'emorragia; e col pretesto d'andare in cerca d'acqua per arrestarla, piantava il lavoro e veniva a schiacciare un sonnellino sulla paglia, nel caldo della scuderia. Il padre, d'una grande condiscendenza per la figlia, tollerava la cosa, a rischio d'aver delle seccature.

In quella, eccolo per l'appunto entrare. Tozzo, calvo, col viso solcato da rughe, papà Mouque s'era però conservato in carne - fatto raro in un vecchio minatore cinquantenne. Dacché l'avevano messo alla scuderia, masticava tabacco con un impegno da farsi sanguinare le gengive.

Vedendo altri due con la figlia, montò in furia:

-Che ci fate qui dentro, voialtri? Aria! aria! filate. E in due con un uomo! sgualdrine! E sulla mia paglia! Non avete altro posto per fare le vostre sudicerie?

Mouquette, divertita, si teneva la pancia. Ma Stefano, a disagio, s'avviò all'uscita, mentre Caterina gli sorrideva.

Di ritorno, trovarono Gianlino e Berto ch'erano arrivati allora col loro treno di berline e aspettavano di caricarle. Nell'attesa, Caterina si avvicinò ad accarezzare il cavallo di traino e intanto lo presentava al compagno. Era Battaglia, quello lì, il più anziano della miniera; un cavallo bianco con dieci anni di servizio a quella profondità. Da dieci anni, Battaglia viveva in quel buco, senza aver rivisto il sole; occupando nella scuderia sempre lo stesso posto, percorrendo, nell'adempimento del suo dovere, sempre le stesse gallerie. Ben pasciuto, lustro di pelo, bonario, vi conduceva una vita di saggio, al riparo dai rischi di lassù. Del resto, a vivere al buio, s'era fatto malizioso. La galleria in cui lavorava aveva finito per diventargli così familiare, che spingeva da sé col muso gli sportelli d'aerazione e chinava la testa, per non urtarci contro, nei punti in cui la volta s'abbassava troppo. Senza dubbio aveva contato i viaggi che gli spettavano, perché, raggiunto quel numero, non c'era verso di fargliene fare uno di più: bisognava ricondurlo alla mangiatoia. Ormai invecchiava e la limpidità del suo sguardo si velava a volte di malinconia. Chi sa che nel suo testone confuso non rivedesse vagamente il mulino dov'era nato; un mulino nei pressi di Marchiennes, affacciato sulla Scarpe, circondato di verzura, battuto sempre dal vento. Un mulino sul quale, altissima, ardeva una lampada; immensa; che la sua memoria di bestia stentava ormai a ricordar bene. E la testa ciondolante, le vecchie zampe prese da un tremito, Battaglia si sforzava, senza riuscirvi, di ricordare il sole.

Quattro colpi di martello annunziavano che si calava il nuovo cavallo: momento emozionante, perché non era raro che nel tragitto la bestia morisse di spavento. Già nella rete in cui lo imbracavano, l'animale si dibatteva atterrito; quando poi, sollevato, si sentiva mancar la terra di sotto, s'impietriva e senza un fremito sotto il corto pelo spariva nel pozzo, l'occhio fisso e dilatato dallo spavento.

Questo qui era troppo grosso per passare tra i panconi di guida; e, nell'agganciarlo sotto la gabbia, gli si era dovuto piegare e fermare la testa sul fianco. La gabbia, calata per precauzione con più lentezza del solito, mise tre minuti a compiere il tragitto. Ritardo che acuì l'impazienza dell'attesa: che si faceva? si lasciava l'animale sospeso in aria a mezza strada, nel buio? Finalmente, il cavallo comparve, nella sua immobilità di macigno, l'occhio fisso, dilatato di stupore. Era un cavallo baio, d'appena tre anni, e si chiamava Trombetta.

Babbo Mouque, incaricato di riceverlo, si fece avanti: - Attenzione! Tiratelo giù, ma senza ancora slegarlo.

Poco dopo Trombetta era coricato sul pavimento di ghisa. Seguitava a non muoversi, come fosse ancora sotto l'incubo dell'interminabile budello nero che lo aveva ingoiato; e adesso, di questo piano di carico pieno di frastuono.

Si cominciava a slegarlo, quando Battaglia, staccato in quel momento dal traino, allungò, ad annusarlo, il collo. Quindi s'accostò al nuovo compagno piovutogli in quel modo dal cielo.

I presenti, divertiti, fecero cerchio intorno. Ebbene, sa di buono eh, vecchio Battaglia, il nuovo collega? Sordo ai frizzi, Battaglia si animava. Certo avvertiva nel compagno il buon odore dell'aria aperta, l'odore, che lui aveva scordato, dell'erba al sole. Ed eccolo tutto a un tratto partire in un sonoro nitrito, in una specie di fanfara di gioia, che si sarebbe detto velasse, come un singhiozzo, un sentimento di pietà. C'era in quel nitrito il benvenuto al nuovo compagno, il rimpianto dell'aperto e del sole, ma anche della commiserazione per il nuovo prigioniero che non risalirebbe alla luce che morto.

- Ah che bel tipo, Battaglia! - gridavano gli operai, messi in allegria dalle prodezze del loro beniamino. - Eccolo lì a discorrere coll'amico.

Neanche adesso che l'avevano slegato, Trombetta si muoveva. Restava sul fianco, strangolato dallo spavento, come se si sentisse ancora preso nella rete. Ci volle una scudisciata per farlo alzare: solo ora, balzò sugli zoccoli, stordito, il corpo percorso da un lungo brivido. E babbo Mouque condusse i due, che già se l'intendevano, verso la scuderia.

- Suvvia, si è a tiro adesso? - chiese Maheu.

Non ancora: si dovevano vuotare le gabbie e, del resto, all'uscita mancavano dieci minuti.

Poco alla volta i cantieri si vuotavano, le maestranze affluivano. Ai piedi del pozzo c'era già in attesa una cinquantina d'uomini, zuppi e tremanti, minacciati d'ogni parte dalle correnti d'aria. La piccola Lidia s'ebbe in faccia a tutti uno schiaffo dal padre (chi l'avrebbe detto così manesco quel Pierron, giudicandolo al viso?), perché era venuta via prima dell'ora. Zaccaria, di nascosto, allungava manate alla Mouquette, col pretesto di riscaldarsi.

Ma intorno il malcontento si diffondeva. Chaval e Levaque riferivano la minaccia dell'ingegnere, di scemare il compenso della berlina e di pagare il rivestimento a parte. La notizia venne accolta da esclamazioni; incuranti, le voci si alzavano di tono. Ben presto nella piccola folla che si pigiava laggiù a poco meno di seicento metri dal suolo, tra quegli uomini sporchi di carbone e intirizziti dall'attesa, si delineò una rivolta: accusarono la Compagnia di far perire una metà di loro in fondo alla miniera e di mettere alla fame l'altra metà.

Stefano ascoltava fremendo.

- Sbrighiamoci! sbrighiamoci! - ripeteva impaziente Richomme per affrettare lo scarico. Prima si risaliva, meglio. Da quel brav'uomo che era, finora aveva fatto finta di non udire per non vedersi costretto ad appioppare multe. Ma il coro delle proteste a un certo punto divenne tale che non poté più fare il sordo. Ora alle sue spalle si gridava che «così non poteva durare, che un bel giorno la bottega salterebbe».

- Tu che hai la testa sul collo, - disse a Maheu, - falli dunque tacere. Quando non si è i più forti, bisogna bene essere i più giudiziosi.

Ma Maheu che s'era andato calmando e già si inquietava anche lui di ciò che udiva intorno, non ebbe bisogno di intervenire. Già il vocìo era caduto da sé: Négrel e Danseart, di ritorno dal loro giro di ispezione, sbucavano, anch'essi trafelati, da una galleria.

Per l'abitudine alla disciplina, automaticamente la folla s'aprì e fece ala; e l'ingegnere passò senza dir motto. Prese posto in una berlina, in un'altra il sorvegliante; fu tirata cinque volte la corda: «ciccia di riguardo» come chiamavano quel segnale gli operai. E la gabbia s'involò, in mezzo a un cupo silenzio

 

 

Capitolo sesto

 

Nella gabbia che lo riportava alla luce, pigiato fra gli altri quattro, Stefano si decise: sfidando la fame, riaffronterebbe la strada. Meglio crepar subito che ridiscendere in quell'inferno, a non guadagnare neppure il necessario per il pane. Al suo fianco ora non c'era più Caterina: stivata con gli altri lì sopra, la ragazza non gli comunicava più con la sua vicinanza il buon tepore che lo intorpidiva.

Meglio non pensare più a sciocchezze, venir via di lì. Aveva abbastanza istruzione, lui, per non rassegnarsi a vivere come quel gregge di pecore: finirebbe prima o poi per strozzare qualche capo.

Quando si sentì come accecare. Il risalire era stato così rapido che la luce lo intontì; sbatteva le palpebre in tutto quel chiaro, cui i suoi occhi s'erano già divezzati. Ciò non gli tolse di sentir con sollievo la gabbia fissarsi sui cardini. Uno scaricatore apriva le porte, gli operai saltavano dalle berline.

- Di', Mouquet, si va allora stasera al Vulcano? - bisbigliò Zaccaria all'orecchio dell'amico. (Il Vulcano era un caffè-concerto di Montsou). Mouquet assentì strizzando l'occhio e un ridere silenzioso gli fendette in due la faccia. Piccolo e traverso come il padre, il ragazzo aveva l'aria del menimpippo che non pensa che all'oggi. Vedendosi passar vicino la sorella, le appioppò una manatona sul culo, in segno d'amor fraterno.

Adesso Stefano stentava a riconoscere la ricevitoria: spoglio e sporco, alla terrea luce che vi penetrava per le finestre nere di carbone, il vasto locale aveva perso l'aspetto che all'ambigua luce della lanterna lo aveva tanto impressionato. Solo la macchina coi suoi ottoni vi riluceva in fondo; i cavi d'acciaio, spalmati di lubrificante, scorrevano simili a nastri inzuppati d'inchiostro; le pulegge lassù, la possente armatura che le portava, le gabbie, le berline, tutto quello sfoggio di metallo non faceva che accrescere, col suo grigiore agghiacciante di vecchia ferraglia, la tetraggine dello stanzone. Senza tregua, il rullìo delle berline scrollava il pavimento di ghisa; mentre, da tutto quel rimestìo di carbon fossile, si diffondeva nell'aria un fine pulviscolo che anneriva il suolo, le pareti e fin le ultime travature del castello.

Chaval, ch'era andato a dare un'occhiata al quadro dei gettoni, nello sgabuzzino a vetri del ricevitore, tornò dai compagni furibondo. Due delle berline erano state rifiutate, una perché deficiente di carico, l'altra perché di materiale scadente.

- Non mancava che questo! che ci trattenessero ancora due franchi! Ecco che cosa si guadagna ad assumere dei fannulloni che delle braccia si servono come il porco della coda!

E la sguardataccia che, dicendo, lanciò a Stefano non lasciò dubbio a chi alludeva. Il giovane fu tentato di rispondere a suon di pugni. Ma a che pro? visto che partiva. E nella sua decisione si confermò definitivamente.

- Non si può far bene dal primo giorno, - osservò Maheu, conciliante.- Domani farà meglio.

Non per questo la notizia della ritenuta causò minore irritazione; un'irritazione che cercava su chi sfogarsi. Levaque nel restituire la lampada, se la prese col lampista che, a sentir lui, trascurava di pulirla. Non si calmarono un po' che nella baracca, al caldo della stufa che vi ardeva ancora.

Un caldo, anzi, eccessivo; troppo alimentata, la stufa era rovente; e il suo riverbero insanguinava le pareti, avvampando l'aria dello stanzone senza finestre. Standone a distanza, tutti a quel fuoco si scaldavano con mugolii di gioia, prima la schiena che fumava come zuppa appena scodellata; poi, il ventre. La Mouquette, per farsi asciugare la camicia, aveva come niente fosse calato le brachette. E siccome i ragazzi le davano la berta, eccola lei,