Emile Zola



I MISTERI DI MARSIGLIA

 

 

 

 

PARTE PRIMA

 

Capitolo 1 - COME BIANCA DI CAZALIS FUGGI' CON FILIPPO CAYOL

Verso la fine del maggio 184... un uomo sulla trentina camminava frettoloso per una stradicciola del quartiere San Giuseppe, vicino alle Aygalades. Aveva affidato il suo cavallo al garzone d'una fattoria vicina e si dirigeva verso una gran casa quadrata, costruita solidamente, una specie di castello campagnolo come ve ne sono tanti sulle colline della Provenza.

L'uomo fece un giro per star lontano dal castello e andò a sedere in fondo ad un bosco di pini che si stendeva dietro a quella casa.

Là, scostando i rami, inquieto e smanioso, pareva interrogare con lo sguardo i sentieri del bosco, come se aspettasse con impazienza qualcuno. Di tanto in tanto si alzava, faceva alcuni passi e sedeva di nuovo fremendo.

Quell'uomo, alto di statura e di strano aspetto, aveva delle lunghe fedine nere. Nel suo viso di forma allungata, improntato di lineamenti energici, c'era una specie di bellezza violenta. Ma improvvisamente l'espressione dei suoi occhi si addolcì e le labbra carnose si atteggiarono a un sorriso di tenerezza. Una giovinetta era uscita dal castello, e curvandosi come se si volesse nascondere, correva verso il bosco di pini.

Affannata, rossa nel volto, arrivò sotto gli alberi. Aveva sedici anni appena. La sua fisionomia sorrideva con espressione di gioia e di spavento fra i nastri azzurri del suo cappello di paglia. Le cadevano per le spalle i capelli biondi, e le mani sottili appoggiate al seno tentavano di calmare i battiti del cuore.

- Quanto vi fate aspettare, Bianca! - le disse il giovane. - Non speravo più di vedervi.

E la fece sedere accanto a sé sul musco verde.

- Scusatemi, Filippo, - rispose la fanciulla. - Mio zio è andato a Aix a comprare una tenuta ed io non riuscivo a levarmi d'intorno la governante.

Ella si abbandonò nelle braccia dell'uomo amato e cominciò fra loro due una di quelle ingenue e tenere conversazioni che fanno gli innamorati. Bianca era una bambina grande che si divertiva con l'amante come avrebbe fatto con la bambola. Filippo, ardente e silenzioso, la stringeva e la guardava concentrando dentro di sé tutti i trasporti dell'ambizione e della passione.

Mentre erano là, dimenticando il mondo intiero, videro, alzando la testa, dei contadini che passavano per il sentiero vicino e li guardavano ridendo. Bianca, atterrita, si staccò dal suo amante.

- Sono perduta! - disse, pallidissima. - Quegli uomini diranno tutto a mio zio. Ah! per carità, Filippo, salvatemi!

A quel grido il giovanotto si alzò ad un tratto.

- Se volete che vi salvi, - rispose egli con fuoco, - bisogna che veniate con me. Venite, fuggiamo insieme. Domani vostro zio consentirà al nostro matrimonio... I nostri sentimenti saranno soddisfatti per sempre.

- Fuggire... fuggire, - ripeteva la fanciulla. - Ma me ne manca il coraggio... Sono troppo debole, troppo timida...

- Ti darò animo io, Bianca. Noi vivremo una vita d'amore.

Senza capire, senza rispondere, Bianca lasciò cadere la testa sulla spalla di Filippo.

- Ho paura... ho paura d'andare in convento, - ripigliò a voce bassa. - Mi sposerai? mi vorrai sempre bene? Io t'amo... vedi...sono ai tuoi ginocchi.

Chiudendo gli occhi, abbandonandosi interamente, Bianca scese la collina a lunghi passi appoggiata al braccio di Filippo.

Allontanandosi dalla casa ch'essa abbandonava le dette un'ultima occhiata e provò una stretta al cuore che le inumidì gli occhi di grosse lacrime.

Era bastato un momento di oblio per gettarla fiduciosa nelle braccia del giovanotto. Bianca amava Filippo coi primi ardori del suo sangue giovane, con tutte le follie della sua inesperienza.

Fuggiva come una collegiale, volenterosa, senza riflettere a nessuna delle terribili conseguenze di quella fuga. E Filippo la portava via, inebbriato dalla sua vittoria, fremente nel sentirla camminare e respirare al suo fianco.

Avrebbe prima voluto correre a Marsiglia in cerca d'una vettura di piazza. Ma ebbe paura di lasciarla sola sulla strada maestra, e preferì andare a piedi con lei fino alla casa di campagna dove abitava sua madre. Erano distanti una buona lega da quella casa situata nel quartiere di San Giusto.

Filippo dovette abbandonare il cavallo e i due amanti si misero coraggiosamente in cammino. Traversarono prati, terre lavorate, boschi di pini, campi, camminando sempre solleciti. Il sole ardente spiegava davanti a loro larghe estensioni di luce.

Correvano nel tepido ambiente, spinti dalla follia che mordeva il loro cuore. Quando passavano, i contadini alzavano la testa e li guardavano sorpresi.

Impiegarono appena un'ora per giungere alla casa della madre di Filippo. Bianca, sfinita, sedette sopra una panchina di pietra accanto alla porta, mentre il giovanotto andò su per allontanare gli importuni. Ritornò e fece salire Bianca nella propria camera.

Aveva pregato Ayasse, un giardiniere che quel giorno lavorava per sua madre, d'andargli a prendere una carrozza a Marsiglia.

Tutti e due avevano addosso la febbre della fuga. Aspettando la carrozza stavano muti ed ansiosi. Filippo aveva fatto sedere Bianca sopra uno sgabello, e in ginocchio davanti a lei la guardava lungamente e la rassicurava baciandole con tenerezza le mani ch'essa gli abbandonava.

- Tu non puoi stare con questo vestito leggero, - le disse finalmente. - Ti vuoi vestire da uomo?

Bianca sorrise. L'idea del travestimento le faceva provare una gioia da fanciullo.

- Mio fratello è piccolo, - continuò Filippo, - ti metterai i suoi vestiti.

Fu una festa. La fanciulla s'infilò i calzoni ridendo. La sua mancanza di garbo era graziosissima, e Filippo baciava avidamente il rossore delle gote di lei. Quando fu vestita pareva un piccolo uomo, un birichino di dodici anni. Durò gran fatica a far entrare tutti i capelli dentro il cappello, e le mani del suo amante tremavano aiutandola a imprigionare i ricci ribelli.

Finalmente Ayasse tornò con la carrozza. Egli consentì ad ospitare i fuggitivi in casa sua a San Barnaba. Filippo prese tutti i denari che possedeva, e tutti e tre montarono nella carrozza lasciandola poi al ponte del Garetto, per andare a piedi fino a casa del giardiniere.

Era giunto il crepuscolo. Dal cielo pallido si abbassavano ombre trasparenti, e acri odori si alzavano dalla terra ancora calda degli ultimi raggi del sole. Allora un vago timore assalì Bianca.

Quando, al cominciar della notte, nelle voluttà della sera, si trovò sola fra le braccia dell'amante, si risvegliò il suo pudore spaventato e la colse un brivido, come se l'avesse assalita un male sconosciuto. Si abbandonava tutta, felice e impaurita d'essere a quel modo padroneggiata dalla passione di Filippo. Si sentiva mancare, voleva guadagnar tempo.

- Senti, - ella disse, - scriverò all'abate Chastanier mio confessore... Andrà da mio zio per ottenere da lui che mi perdoni e si decida a lasciarci sposare... Mi pare che tremerò meno quando sarò tua moglie.

Filippo sorrise della tenera ingenuità delle ultime parole di lei.

- Scrivi all'abate Chastanier, - le rispose. - Io farò sapere a mio fratello dove siamo. Verrà domani e andrà a portare la tua lettera.

Poi la notte cominciò ad essere calda e voluttuosa. Bianca divenne sposa di Filippo. S'era data da sé, senza un grido di resistenza, e peccava per ignoranza come Filippo peccava per passione e per ambizione. Ah! la tenera e terribile notte, che doveva portare agli amanti tanta miseria e tutta una vita di dolori e di rimorsi!Fu così che Bianca di Cazalis fuggì con Filippo Cayol, in una serena sera di maggio.

 

Capitolo 2 -NEL QUALE SI FA CONOSCENZA DEL PROTAGONISTA MARIO CAYOL

Mario Cayol, fratello dell'amante di Bianca, aveva circa venticinque anni. Era piccolo, magro, d'aspetto d'uomo da poco Il suo viso giallo, con due occhi neri lunghi e socchiusi, era animato di quando in quando da un buon sorriso di rassegnazione e di sacrifizio. Camminava un po' curvo, con delle esitazioni e delle timidezze da fanciullo. E quando l'odio per il male e l'amore della giustizia gli facevano alzar la testa diventava quasi un bel giovane.

S'era preso in famiglia tutte le parti penose, lasciando suo fratello seguire i propri istinti ambiziosi ed appassionati.

Accanto a lui si faceva piccino, diceva spesso d'essere brutto e di voler restare qual era: aggiungeva che Filippo era scusabile se gli piaceva di far pompa della sua alta statura e della maschia bellezza del suo viso. D'altronde, quando l'occasione si presentava, si mostrava severo per quel focoso fanciullone che gli era maggiore d'età e che pure egli trattava con paternali e tenerezze da babbo.

La loro madre, rimasta vedova, non era ricca. Viveva a stento con gli avanzi della dote diminuitale dal marito in speculazioni commerciali. Tali avanzi, depositati presso un banchiere, le rendevano un piccolo assegno che le bastò per allevare i suoi due figli. Ma, quando i due fanciulli furono divenuti grandi, essa mostrò loro le mani vuote, e fece loro vedere quali e quante fossero le difficoltà della vita. I due fratelli, gettati così in mezzo alla lotta per l'esistenza, spinti da differenti temperamenti, presero due strade diverse.

Filippo, che agognava la libertà e le ricchezze, non si poté piegare al lavoro. Voleva arrivare ad acciuffare la fortuna con un colpo solo, e sognava di fare un ricco matrimonio. Secondo lui, quello era un mezzo eccellente per avere una bella entrata e una bella donna. Perciò visse, per dir così, nella strada, si mise a fare l'innamorato, e anche un po' lo scapato. Provava una gioia indicibile a passeggiare per Marsiglia la sua strana eleganza, i suoi vestiti di taglio originale, le sue occhiate e le paroline d'amore. La madre e il fratello lo guastavano cercando di soddisfare ogni suo capriccio. Filippo era però di buona fede; adorava le donne e gli pareva naturale l'essere un giorno amato e rapito da una ragazza nobile, ricca e bella.

Mario, mentre il fratello metteva in mostra la sua bellezza, era entrato come commesso nello studio del signor Martelly, armatore, in via della Darsena. Si sentiva benone nascosto nell'oscurità di quello studio: tutta la sua ambizione consisteva nel guadagnarsi una modesta agiatezza, vivendo pacifico ed ignorato. Provava delle voluttà segrete sovvenendo ai bisogni della madre e del fratello.

I denari guadagnati gli erano cari perché poteva regalarli, e far con essi felici i parenti, gustando la felicità intima del sacrifizio. Aveva preso nella vita la buona strada, il sentiero penoso che conduce alla pace, alla gioia, alla dignità.

Mario usciva di casa per andare allo studio, quando gli fu recapitata la lettera di suo fratello che gli annunziava la fuga con la signorina di Cazalis. Provò una dolorosa sorpresa, e misurò a colpo d'occhio l'abisso in fondo al quale s'erano gettati i due amanti.

Senza metter tempo in mezzo andò a San Barnaba. Davanti alla casa del giardiniere Ayasse vi era un pergolato: due grossi gelsi tagliati a ombrello stendevano i loro nodosi rami proiettando in terra la loro ombra; Mario trovò sotto la pergola Filippo, che guardava amorosamente Bianca di Cazalis seduta accanto a lui. La fanciulla, già stanca, era immersa nel sordo rimorso di quanto avevano fatto.

Il colloquio fu penoso, pieno d'angoscia e di vergogna. Filippo si alzò.

- Tu mi biasimi? - domandò a suo fratello stendendogli la mano.

- Sì, ti biasimo, - rispose vivamente Mario. - Tu hai commessa una cattiva azione. L'orgoglio e la passione ti hanno perduto. Non hai saputo riflettere alle disgrazie che tirerai addosso a te e ai tuoi.

Filippo fece un atto di sdegno.

- Tu hai paura, - disse con amarezza. - Io non ho calcolato. Amavo Bianca, Bianca amava me. Le ho detto vuoi venire con me? Essa è venuta. Ecco la nostra storia Non siamo colpevoli né l'uno né l'altra.

- Perché vuoi mentire? - rispose Mario ancor più severo. - Tu non sei un ragazzo. Sai bene ch'era tuo dovere difendere codesta fanciulla contro se stessa. Dovevi fermarla sull'orlo della colpa:

impedirle di seguirti. Non mi parlare di passione: conosco la sola passione del dovere e della giustizia.

Filippo sorrideva sdegnosamente e strinse Bianca al suo petto.

- Povero Mario, - disse, - sei un buon ragazzo... ma non hai mai amato, non sai che cosa sia la febbre dell'amore. Ecco la mia difesa.

E si lasciò baciare da Bianca che si stringeva a lui rabbrividendo. La povera fanciulla sentiva già di non avere altra speranza che in lui. S'era data a lui, gli apparteneva. E l'amava oramai come una schiava innamorata e paurosa.

Mario, disperato, capì che non avrebbe ottenuto nulla parlando saviamente ai due amanti. Proponendosi di agire per conto proprio, volle essere informato di tutte le circostanze della malaugurata avventura. Filippo rispose con docilità alle domande del fratello.

- Conosco Bianca da quasi otto mesi. La vidi la prima volta in una festa pubblica. Sorrideva a tutti e mi parve che rivolgesse a me il suo sorriso. Da quel giorno l'ho amata e ho cercato tutte le occasioni per avvicinarmi a lei e per parlarle.

- Non le hai mai scritto? - domandò Mario.

- Sì, parecchie volte.

- Dove sono le tue lettere?

- Le ha bruciate... Ogni volta che le scrivevo compravo un mazzo di fiori da Pina, la fioraia del corso San Luigi, e mettevo la lettera in mezzo ai fiori. Margherita, la lattaia, portava i fiori a Bianca.

- E alle tue lettere non ricevevi risposta?

- Da principio Bianca rifiutò i fiori. Poi li accettò, e finì per rispondermi. Ero pazzo d'amore. Sognavo di sposarla e di amarla eternamente.

Mario alzò le spalle. Condusse Filippo a qualche passo di distanza e continuò la conversazione con maggior durezza di tono.

- Sei un imbecille o un bugiardo, - gli disse con calma. - Sai che il signor di Cazalis, deputato, milionario, onnipotente in Marsiglia, non avrebbe dato sua nipote a Filippo Cayol, povero, senza titoli, e per colmo di volgarità anche repubblicano.

Confessa che tu hai calcolato sullo scandalo della fuga per forzare la mano allo zio di Bianca.

- E se fosse vero! Bianca mi vuol bene ed io non ho fatto violenza alla sua volontà. Essa mi ha scelto per marito liberamente.

- Sì, sì, lo so. Tu lo ripeti troppo spesso perché io non sappia quanto debba credere alle tue parole. Ma non hai pensato alla collera del signor di Cazalis che ricadrà terribile su te e sulla tua famiglia. Conosco l'uomo; stasera avrà fatto mostra del suo orgoglio oltraggiato per tutta Marsiglia. La miglior cosa sarebbe di riaccompagnare la fanciulla a San Giuseppe.

- No... non voglio e non posso farlo... Bianca non oserebbe più ritornare a casa sua. Era in campagna da una settimana; la vedevo due volte al giorno in un boschetto di pini. Suo zio non sapeva nulla e il colpo deve essere stato forte per lui... In questo momento non ci possiamo presentare.

- Bene! senti... Dammi la lettera per l'abate Chastanier. Parlerò con questo prete... Se occorre, andrò con lui dal signor Cazalis.

Dobbiamo impedire lo scandalo. Ho una missione da compiere...quella di redimere la tua colpa. Giurami che tu non lascerai questa casa ed aspetterai qui i miei ordini.

- Ti prometto di aspettare, se non sarò minacciato da alcun pericolo.

Mario aveva preso la mano di Filippo e lo guardava lealmente in faccia.

- Ama quella fanciulla, - gli disse con voce commossa indicandogli Bianca, - tu non riparerai mai l'ingiuria fattale.

Stava per allontanarsi quando si avvicinò la signorina di Cazalis.

Aveva le mani giunte; supplicante, soffocava le lacrime.

- Signore, - balbettò, - se vedete mio zio, ditegli che gli voglio bene... Non so spiegarmi quanto è accaduto... vorrei rimanere moglie di Filippo e tornare con lui a casa nostra.

Mario s'inchinò leggermente.

- Sperate, - le disse.

E se n'andò commosso e turbato, sapendo di aver mentito perché era follia lo sperare.

 

Capitolo 3 - VI SONO DEI SERVI ANCHE NELLA CHIESA

Mario, arrivando a Marsiglia, si diresse verso la chiesa di San Vittore, alla quale era addetto l'abate Chastanier. San Vittore è una delle più antiche chiese di Marsiglia: i suoi muri neri, alti, merlati, la fanno parere una fortezza. Il rozzo popolo del porto ha per essa una particolare venerazione.

Il giovane trovò l'abate Chastanier in sagrestia. Quel prete era un vecchio grande, col viso lungo, emaciato, pallido come di cera; gli occhi suoi avevano l'immobilità del dolore e della miseria.

Tornava da un funerale e si toglieva lentamente la cotta.

La sua storia era breve e dolorosa. Figlio di contadini, buono ed ingenuo come un bambino, era stato ordinato prete per contentare il pio desiderio della madre. Facendosi prete aveva voluto compiere un atto di umiltà, di sacrifizio assoluto. Credeva, nella sua grande semplicità, che un ministro di Dio dovesse rinchiudersi nell'infinito dell'amore divino, rinunciare alle ambizioni ed agli intrighi di questo mondo, vivere in un santuario, perdonando i peccati con una mano e facendo l'elemosina con l'altra.

Povero abate! come dovette capire che i semplici di spirito sono buoni soltanto a soffrire e a rimanere nell'ombra! Imparò presto che l'ambizione è una virtù sacerdotale, e che i giovani preti amano spesso Dio per i favori mondani elargiti dalla Chiesa. Vide tutti i suoi compagni di seminario arrabattarsi con i denti e le unghie.

Fu testimonio delle lotte intime, degli intrighi segreti che fanno di una diocesi un piccolo regno turbolento. E siccome restava in ginocchio umilmente, e non procurava di dar nel genio alle signore; siccome non chiedeva nulla e la sua pietà pareva stupida, gli buttarono davanti una parrocchia miserabile come si butta un osso ad un cane.

Restò per quarant'anni in un meschino villaggio fra Aubagne e Cassis. La sua chiesa era simile ad un granaio sbiancata con la calce, completamente disadorna: d'inverno quando il vento rompeva qualche vetro delle finestre, il buon Dio stava al freddo per parecchie settimane, perché il povero curato non sempre possedeva i pochi soldi necessari per far rimettere il vetro. Ma egli non si lamentava mai e viveva in pace nella miseria e la solitudine. Anzi provava delle gioie intense nel soffrire e nel sentirsi fratello dei miserabili della sua parrocchia.

Aveva sessant'anni quando una delle sue sorelle, operaia a Marsiglia, infermò. Gli scrisse e lo supplicò di andare da lei. Il vecchio prete si sacrificò fino al punto di chiedere al vescovo un posticino in qualche chiesa della città. Glielo fecero aspettare per parecchi mesi e finalmente lo chiamarono a San Vittore. Doveva farvi, per così dire, tutte le fatiche grosse; tutte le faccende di poca comparsa e poco profitto. Pregava sui feretri dei poveri e li accompagnava al camposanto, e quando ve n'era bisogno, faceva anche da sagrestano.

Allora cominciò veramente a soffrire. Fin quando era rimasto nel suo deserto, gli era concesso di esser semplice, povero e vecchio a suo agio. Ora sentiva che gli attribuivano a colpa la povertà e la vecchiaia, la semplicità e la dolcezza. Sentì strapparsi il cuore quando si persuase che nella chiesa c'erano dei servitori.

Vedeva d'esser trattato con aria di canzonatura e con compassione.

Chinava di più la testa, si faceva più umile, piangendo nel sentire scossa la propria fede dalle parole e dagli atti dei preti mondani dai quali era circondato.

Fortunatamente aveva per sé le buone ore della sera. Curava la sorella e si consolava dedicandosi a lei. Procurava mille piccole soddisfazioni alla povera inferma. Poi aveva provato un'altra allegrezza: il signor di Cazalis, avendo poca fiducia nei preti giovani, lo aveva scelto per confessore di sua nipote. Il vecchio prete non confessava quasi mai. La proposta del deputato lo commosse fino alle lacrime, ed egli interrogò ed amò Bianca come sua figlia.

Mario gli porse la lettera della fanciulla e studiò sul suo viso le emozioni che in lui quella lettera suscitava. Vide espresso nella fisonomia del prete un dolore intenso. Però il prete non parve esprimere lo stupore prodotto da una inattesa notizia e Mario pensò che Bianca, confessandosi, gli avesse parlato delle relazioni esistenti fra lei e Filippo.

- Avete fatto bene a contare su di me - disse l'abate Chastanier a Mario. - Ma io sono molto debole e punto abile. Avrei dovuto mostrare maggiore energia.

Le mani e la testa del povero prete avevano il triste tremolio della vecchiaia.

- Sono a vostra disposizione, - continuò; - che cosa posso fare per aiutare la sventurata fanciulla?

- Signore, io sono il fratello del pazzo giovanotto fuggito con la signorina di Cazalis, ed ho giurato di riparare la colpa ed impedire uno scandalo. Unitevi a me... L'onore della ragazza è perduto se lo zio si rivolge alla giustizia. Andate a trovarlo, tentate di calmarne la collera e ditegli che sua nipote gli sarà resa.

- Perché non l'avete condotta con voi? Conosco il carattere violento del signor di Cazalis. Vorrà esser sicuro di quanto prometto.

- E' appunto tale violenza che ha spaventato mio fratello... Ma ora non è tempo di ragionare. Siamo sotto la pressione dei fatti compiuti. Sono indignato quanto voi credetelo, e capisco la cattiva azione di mio fratello. Ma per carità, facciamo presto.

- Va bene, - disse semplicemente l'abate, - verrò dove volete voi.

S'vviarono per il bastione della Corderia e giunsero al corso Bonaparte, dove era la casa del deputato. Il signor di Cazalis, il giorno dopo il ratto, era tornato a Marsiglia, agitato da una terribile collera e disperato.

L'abate Chastanier fece fermare Mario sulla porta.

- Non salite, - gli disse. - La vostra visita potrebbe essere presa come un insulto. Lasciatemi fare ed aspettatemi qui.

Per una buona ora Mario passeggiò sul marciapiede con la febbre addosso. Avrebbe voluto salire, spiegare da sé come stavano le cose, domandare perdono in nome di Filippo. Mentre che in quella casa si preparava la disgrazia della sua famiglia, doveva restarsene lì, ozioso, provare tutte le angosce dell'aspettativa.

Finalmente l'abate scese. Aveva pianto; i suoi occhi erano umidi, gli tremavano le labbra.

- Il signor di Cazalis non vuole ascoltar ragioni, - disse con voce tremante. - L'ho trovato accecato dalla collera. E stato già dal procuratore del Re.

E il povero prete non diceva con quali duri rimproveri era stato accolto dal signor di Cazalis che, sfogando l'ira contro di lui, l'accusava nei suoi trasporti di aver dato cattivi consigli alla nipote. Aveva chinato le spalle; s'era messo quasi in ginocchio, senza difender se stesso, chiedendo pietà per gli altri.

- Ditemi tutto! - esclamò Mario disperato.

- Pare che il contadino presso il quale vostro fratello lasciò il cavallo abbia aiutato il signor di Cazalis nelle sue indagini.

Fino da stamattina è stata presentata querela e sono state fatte delle perquisizioni a casa vostra, in via Santa, e nella casa di campagna di vostra madre, nel quartiere di San Giusto.

- Mio Dio, mio Dio! - esclamò Mario.

- Il signor di Cazalis giura di annientare la vostra famiglia.

Invano ho tentato di richiamarlo a più umani propositi. Parla di fare arrestare vostra madre.

- Mia madre! e perché?

- Pretende ch'essa sia complice, ed abbia aiutato vostro fratello a rapire la signorina Bianca.

- Come si fa a provare che tutto ciò è falso? Ah, disgraziato Filippo! Nostra madre ne morirà!

Mario si mise a piangere tenendo le mani giunte dinanzi agli occhi. L'abate Chastanier contemplava quella disperazione teneramente impietosito. Indovinava la bontà e la rettitudine del povero giovanotto che piangeva a quel modo in mezzo alla strada.

- Andiamo... via, - gli disse, - fatevi coraggio, figliolo mio.

- Avete ragione, - rispose Mario, - devo avere coraggio.

Stamattina sono stato vile, avrei dovuto strappare la giovanetta dalle braccia di Filippo e ricondurla a suo zio. Una voce mi diceva di compiere tale atto di giustizia ed ora sono punito per non averle dato ascolto... Mi hanno parlato d'amore, di passione, di matrimonio, e mi sono lasciato intenerire.

Stettero un momento silenziosi.

- Sentite, - disse Mario ad un tratto, - venite con me. Noi due avremo la forza di separarli.

- Volentieri, - rispose l'abate.

E senza neppur pensare a prendere una carrozza, s'avviarono per la via del Breteuil, la riva del Canale, la riva Napoleone e la Cannebière. Camminavano a lunghi passi, senza parlare.

Arrivati al corso San Luigi li fece voltare indietro il suono di una voce giovanile. Era Pina, la fioraia, che chiamava Mario.

Giuseppina Cougourdan, chiamata familiarmente col diminutivo di Pina, era una di quelle buone figliole di Marsiglia, piccole e grassotte, che hanno conservato la delicata purezza del tipo greco. La sua testa rotonda era appoggiata a un paio di spalle inclinate; il suo viso pallido, fra le trecce dei suoi capelli neri, aveva un'espressione di sdegnosa canzonatura; nei suoi grandi occhi scuri si leggeva un'energia appassionata, raddolcita di quando in quando da un sorriso. Poteva avere dai ventidue ai ventiquattro anni.

A quindici anni era rimasta orfana, avendo a carico un fratello di dieci anni. Continuando coraggiosamente il mestiere di sua madre, tre giorni dopo che gliel'avevano sotterrata, si era installata in un'edicola del corso San Luigi facendo e vendendo dei mazzi di fiori e sospirando.

La piccola fioraia diventò presto la simpatia di tutta Marsiglia.

Ebbe la popolarità della gioventù e della grazia. Dicevano che i suoi fiori sapevano più odore di quelli delle altre fioraie. I vagheggini le si presentarono a file: essa vendette loro le sue rose, le sue viole, i suoi garofani e nulla più. Così poté tirar su suo fratello e farlo entrare a diciotto anni al servizio di un capo facchino.

I due giovani abitavano in piazza dell'Ova, nel centro del quartiere del popolo. Il fratello Cadet era un pezzo di giovanotto che lavorava al porto: Pina, imbellita e diventata donna, aveva l'andatura vivace e il garbo grazioso delle marsigliesi.

Conosceva i Cayol per aver loro venduto dei fiori e parlava con essi con la tenera familiarità che ispirano l'aria tepida e il dolce idioma della Provenza. Per dire tutto, Filippo, negli ultimi tempi, le aveva comprato tante rose che essa aveva finito per provare un leggero brivido quando lo vedeva. Il giovanotto, innamorato per istinto, rideva con lei, la guardava in modo da farla arrossire, le indirizzava pur anco un principio di dichiarazione, tanto per non perdere l'abitudine di fare all'amore. E la povera ragazza, dopo avere fino allora trattato male gli innamorati, aveva finito col lasciarsi prendere a quella pania. La notte sognava Filippo e domandava a se stessa con angoscia dove andavano a finire tutti i fiori che gli vendeva.

Mario, avvicinandosi a lei, la trovò rossa e turbata. Si nascondeva a metà dietro i suoi mazzi di fiori. Era adorabile e fresca come una rosa, in mezzo alle gale della sua cuffietta di trina.

- Signor Mario, - diss'ella con voce esitante, - è vero quanto sento dire qui intorno da stamani in poi? Vostro fratello è fuggito con una signorina?

- Chi lo ha detto? - rispose Mario vivacemente.

- Ma... tutti... è una voce ch'è in giro.

E siccome il giovanotto pareva turbato e non rispondeva:

- M'avevano detto che il signor Filippo era uno scapato, aggiunse Pina con una tal quale amarezza. - Diceva sempre paroline troppo melate per esser vere.

Aveva voglia di piangere e si sforzava a trattenere le lacrime.

Poi, con dolorosa rassegnazione e con intonazione più dolce:

- Vedo bene che siete afflitto, - ella disse. - Se avete bisogno di me venite a cercarmi.

Mario la guardò in faccia e gli parve d'indovinare le angoscie di quel cuore.

- Siete una brava figliola! - esclamò; - vi ringrazio e forse accetterò la vostra offerta.

Le strinse la mano con forza, come a un camerata, e corse a raggiungere l'abate Chastanier che l'aspettava sul marciapiede.

- Non abbiamo tempo da perdere, - gli disse. - La notizia dell'avventura corre già per Marsiglia... Pigliamo una carrozza.

Era già notte quando arrivarono a San Barnaba. Trovarono la moglie del giardiniere Ayasse, sola, che faceva la calza in una sala bassa. Quella donna disse loro tranquillamente che il signore e la signorina avevano avuto paura ed erano partiti a piedi dalla parte di Aix. Aggiunse che avevano condotto seco suo figlio per servir loro di guida nelle colline.

Così era svanita l'ultima speranza. Mario, avvilito, torno a Marsiglia senza ascoltare le parole di consolazione dell'abate Chastanier. Pensava alle fatali conseguenze della pazzia di Filippo: si ribellava contro le disgrazie che stavano per colpire la sua famiglia.

- Figlio mio, - gli disse il prete lasciandolo, - io non sono che un pover'uomo. Disponete di me. Intanto vado a pregare Dio.

 

Capitolo 4 - COME IL SIGNOR DI CAZALIS VENDICO' IL DISONORE Dl SUA NIPOTE

Gli amanti erano fuggiti di mercoledì. Il venerdì seguente tutta Marsiglia lo sapeva: le comari chiacchierando sulla porta di casa, infrangiavano il racconto dell'avventura con commenti drammatici:

l'aristocrazia era indignata, la borghesia ne faceva le matte risate. Il signor di Cazalis, nell'impeto della collera, non aveva trascurato nulla per far più rumore, sicché la fuga di sua nipote parve uno scandalo orribile.

La gente che la sapeva lunga capiva facilmente i motivi di tanta collera. Il signor di Cazalis, deputato dell'opposizione, era stato eletto a Marsiglia da una maggioranza composta di alcuni liberali, di preti e di nobili. Affezionato al legittimismo, portando uno dei più antichi nomi della Provenza, s'inchinava umilmente all'onnipotenza della Chiesa e aveva provato profonda ripugnanza nel lusingare i liberali ed accettare i loro voti. Essi erano per lui dei servi, dei miserabili che si sarebbero dovuti fustigare sulla piazza pubblica. Il suo orgoglio indomabile soffriva al solo pensiero di discendere fino a loro.

Pur tuttavia gli era stato necessario chinare la testa. I liberali fecero cascar dall'alto il loro concorso all'elezione; ci fu un momento nel quale, fingendosi di sdegnare il loro aiuto, essi parlarono di buttare all'aria gli accordi ed eleggere uno dei loro. Il signor di Cazalis, costretto dalle circostanze, rinchiuse tutto l'odio suo in fondo al cuore promettendosi di vendicarsi un giorno o l'altro.

Accaddero allora dei pasticci senza nome: il clero si mise all'opera; si carpirono voti a destra e a sinistra, e in grazia di mille salamelecchi e di mille promesse, fu eletto il signor di Cazalis.

Ora gli cadeva nelle mani Filippo Cayol, uno dei capi del partito liberale; finalmente poteva sfogare la sua rabbia contro uno di quei miserabili che avevano messa a prezzo la sua elezione. Questo la doveva pagare per tutti: la sua famiglia doveva essere rovinata e ridotta alla disperazione: lui cacciato in prigione e precipitato dalle alte regioni del suo sogno d'amore sulla paglia di un carcere.

Come! un borghesuccio aveva osato di farsi amare dalla nipote di un Cazalis! L'aveva condotta seco e ora correvano tutt'e due per le strade come due ragazzi che hanno fatto forca alla scuola.

Bisognava mettere in evidenza un simile scandalo. Un uomo da nulla avrebbe potuto forse preferire di lasciare la faccenda in tacere, e nascondere quanto più era possibile la deplorevole avventura; ma un Cazalis, un deputato, un milionario, aveva tanta autorità e tanto orgoglio per far sapere a tutti senza arrossire la vergogna dei suoi.

Che cosa gli importava dell'onore d'una fanciulla! Tutti potevano sapere che Bianca di Cazalis era stata l'amante di Filippo Cayol, ma nessuno doveva poter dire ch'era sua moglie, e s'era incanagliata sposando un povero diavolo senza titolo. L'orgoglio esigeva che la fanciulla restasse disonorata e il suo disonore fosse bandito per le vie di Marsiglia.

Il signor di Cazalis fece affiggere alle cantonate degli avvisi nei quali prometteva diecimila franchi di ricompensa a chi gli riportasse la nipote e il seduttore. Così si fa quando si perde un buon cane da caccia.

Nel ceto aristocratico lo scandalo si diffuse con maggior violenza. Il signor di Cazalis, infuriato, andava dapertutto.

Metteva a profitto l'autorità dei suoi amici, i preti ed i nobili.

Come tutore di Bianca, orfana, della quale amministrava il patrimonio, sollecitava le indagini della giustizia e preparava un processo criminale. Si sarebbe detto che volesse dare la più grande pubblicità allo spettacolo gratuito che stava per incominciare.

Uno dei primi provvedimenti presi da lui fu l'arresto della madre di Filippo Cayol. Quando le si presentò il procuratore del re, la povera signora rispose a tutte le domande che non sapeva dove si trovasse suo figlio. Il turbamento, le angoscie, i suoi timori di madre, che la fecero parlare sconnessamente, furono ritenuti prove della sua complicità. L'arrestarono come ostaggio, sperando forse che il figliolo correrebbe per liberarla.

Alla notizia dell'arresto della madre, Mario diventò come pazzo.

Sapeva che essa era di malferma salute; se l'immaginava con terrore nel fondo di un carcere nudo e gelato, dove sarebbe morta e torturata da tutte le angoscie del dolore e della disperazione.

Per un momento Mario stesso fu molestato. Le sue risposte precise e la cauzione che il suo principale, l'armatore Martelly, offrì per lui, lo salvarono dalla prigione. Voleva esser libero per adoperarsi in pro della sua famiglia.

A poco a poco i fatti si delinearono chiaramente nel suo retto spirito. Era stato atterrito sul principio dalla colpabilità di Filippo e non aveva saputo scorgere se non l'errore irreparabile del fratello. Ma si ribellò al rigore del signor di Cazalis e contro lo scandalo da lui provocato. Aveva veduto i fuggiaschi:

sapeva che Bianca seguiva volontariamente Filippo, e s'indignava sentendo accusato il fratello di ratto. Le parolone gli ferivano continuamente l'orecchio: chiamavano suo fratello scellerato ed infame; non era risparmiata neppur sua madre. Per amore della verità fu costretto a difendere gli amanti e a prendere le parti dei colpevoli contro la giustizia. I lamenti rumorosi del signor di Cazalis lo offendevano. Diceva che il vero dolore è muto, e che non si mette in piazza una faccenda nella quale e compromesso l'onore di una ragazza. Lo diceva non per desiderio di salvare il fratello dalla punizione, ma perché la sua delicatezza era ferita nel vedere tanta pubblicità, data alla vergogna di una fanciulla.

Sapeva come dovesse interpretare la collera del signor di Cazalis, che in Filippo voleva colpire più il repubblicano che il seduttore.

Perciò di tanto in tanto Mario si sentiva soffocato dall'ira.

Insultavano la sua famiglia, imprigionavano sua madre, davano la caccia a suo fratello come ad una bestia feroce, trascinavano nel fango le persone a lui più care accusandole con passione e con malafede. Allora si ribellò. L'amante ambizioso che fuggiva con una fanciulla ricca non era il solo colpevole: ma lo era altrettanto chi metteva a soqquadro Marsiglia e stava per far uso della propria onnipotenza a soddisfazione del proprio orgoglio.

Giacché la giustizia si incaricava di punire il primo colpevole, Mario giurò di punire prima o poi anche il secondo, e intanto di opporsi ai suoi progetti cercando di controbilanciare le sue influenze d'uomo ricco e titolato.

Spiegò quindi una febbrile energia e si dedicò tutto a salvare il fratello e la madre. Il male era che non poteva sapere dove fosse Filippo. Due giorni dopo la fuga aveva ricevuto una lettera nella quale il fuggitivo lo supplicava di mandargli mille franchi per le spese di viaggio. La lettera era datata da Lambesc.

Filippo vi aveva trovato ospitalità per qualche giorno in casa del signor di Girousse, vecchio amico della sua famiglia. Il signor di Girousse, figlio di un membro del parlamento d'Aix, era nato in tempo di piena rivoluzione. Aveva respirato dal primo istante di vita l'aria infocata del 1789 e aveva conservato sempre un po' di febbre repubblicana nel sangue. Non si trovava punto a modo suo nel suo palazzo sul corso d'Aix: gli pareva che la nobiltà di quella città fosse smisuratamente orgogliosa, deplorabilmente fannullona, e giudicandola severamente preferiva viverne lontano.

Il suo amore per la logica gli aveva fatto accettare il progresso fatale dei tempi, e stendeva la mano al popolo, adattandosi volentieri alle nuove tendenze della società moderna. Aveva anche pensato di fondare un'officina rinunciando al titolo di conte per quello d'industriale, parendogli che non esistesse altra nobiltà oltre quella dell'ingegno e del lavoro. Volendo vivere solo, lontano dai suoi pari, abitava quasi tutto l'anno in una tenuta di sua proprietà presso la piccola città di Lambesc, dove aveva accolto i fuggenti.

Mario fu spaventato dalla richiesta di Filippo. I suoi risparmi non arrivavano a seicento franchi. Si mise in giro e cercò due giorni per trovare il resto della somma.

Una mattina, mentre si disperava, vide entrare Pina nella sua stanza. Aveva confidato la sua pena alla ragazza che egli incontrava per tutto dopo la fuga di Filippo. Essa gli domandava continuamente notizie del fratello e le premeva particolarmente di sapere se la fanciulla era sempre con lui.

Pina mise sulla tavola cinquecento franchi.

- Ecco, - ella disse facendosi rossa. - Me li renderete in seguito. Li avevo messi da parte per pagare il cambio a mio fratello.

Mario non voleva accettarli.

- Mi fate perdere il tempo, - gli disse la ragazza adorabilmente burbera. - Torno a vendere i fiori. Se volete verrò a domandarvi notizie tutte le mattine.

E fuggì via.

Mario mandò i mille franchi. Poi non seppe più nulla, rimase senza sapere nuova per quindici giorni. Soltanto sapeva che cercavano Filippo accanitamente: non voleva credere alle storielle grottesche o terribili che andavano in giro. Provava abbastanza terrore, senza badare alle chiacchiere della città. Non aveva mai sofferto tanto. L'ansietà teneva continuamente teso l'animo suo; il più piccolo rumore lo spaventava; ascoltava tutto come se gli dovessero sempre dare una brutta notizia. Seppe che Filippo, andato a Tolone, aveva corso rischio di essere arrestato. Dicevano che i fuggitivi erano ritornati ad Aix: là si perdevano le loro tracce. Avevano tentato di passare i confini? erano rimasti nascosti fra le colline? Non si sapeva.

Mario era inquieto anche perché costretto a trascurare il suo lavoro nello studio dell'armatore Martelly. Se non si fosse sentito inchiodato dal dovere al suo posto, sarebbe corso in aiuto di Filippo adoperandosi personalmente per la sua salvezza. Ma non ardiva lasciare un'azienda nella quale c'era bisogno di lui. Il signor Martelly gli dimostrava un affetto paterno. Vedovo da qualche tempo, vivendo con una sorella di ventitré anni, considerava Mario come suo figlio.

Il giorno dopo lo scandalo l'armatore aveva chiamato Mario nel suo gabinetto e gli aveva detto:

- Amico mio, questa è una brutta faccenda. Vostro fratello è rovinato. Non saremo mai da tanto di poterlo salvare dalle terribili conseguenze del suo sproposito!

Il signor Martelly apparteneva al partito liberale e vi si faceva notare per una asprezza di opinioni tutta meridionale. Aveva avuto dei battibecchi col signor di Cazalis e conosceva l'umore della bestia. La sua probità, le sue grandi ricchezze lo mettevano al disopra di ogni attacco; ma sentiva la fierezza del vero liberalismo, e riponeva il suo orgoglio nel non far mai uso della propria potenza. Consigliò a Mario di starsene tranquillo aspettando gli eventi: lo avrebbe aiutato in tutti i modi a lotta incominciata.

Mario, arso dalla febbre, stava per domandargli un congedo quando Pina corse da lui una mattina piangente:

- Il signor Filippo è stato arrestato, - esclamò singhiozzando, l'hanno trovato con la signorina in una casupola del quartiere dei Trois-bons-Dieux, a una lega da Aix.

E quando Mario, turbato, correva giù per le scale per farsi confermare la notizia, che era vera, Pina, cogli occhi ancora pieni di lacrime, sorrise e disse a voce bassa:

- Almeno non è più con la signorina.

 

Capitolo 5 - NEL QUALE BIANCA FA SEI LEGHE A PIEDI E VEDE PASSARE UNA PROCESSIONE

Bianca e Filippo lasciarono la casa del giardiniere Ayasse verso le sette e mezzo di sera. Durante la giornata avevano visto passar dei gendarmi: si sentivano dire che la sera li avrebbero arrestati, e la paura li cacciò dal loro primo rifugio. Filippo si mise addosso una casacca da contadino. Bianca prese in prestito dalla moglie del giardiniere un vestito da ragazza popolana, d'indiana rosso a fiorellini, e un grembiule nero; si coprì le spalle e il seno con un fazzolettone giallo a quadretti, e si mise in capo un cappello di paglia grossolana. Il figliolo d'Ayasse, Vittorio, ragazzo di quindici anni, li accompagnò attraverso i campi fino alla strada di Aix.

La serata era tepida. Dalla terra s'alzavano delle vampate calde che smorzavano il fresco dell'aria che spirava di tanto in tanto dal Mediterraneo. Dalla parte del tramonto l'orizzonte pareva rischiarato ancora dal chiarore d'un incendio; il rimanente del cielo, di un azzurro violaceo, impallidiva a poco a poco, e le stelle brillavano ad una ad una, simili ai lumi tremolanti di una città lontana.

I fuggitivi camminavano lesti, con la testa bassa, senza scambiar parola. Avevano fretta di trovarsi nel deserto delle colline.

Finché traversarono il contado di Marsiglia incontrarono poca gente che guardavano con diffidenza. Poi si allargò dinanzi a loro la vasta campagna e videro soltanto dei pastori silenziosi ed immobili, in mezzo ai loro armenti, sui margini dei sentieri.

Continuarono a camminare nell'ombra, nel silenzio malinconico della notte. Sentivano intorno dei sospiri indefiniti: i sassi ruzzolavano sotto i loro piedi con un rumore che li inquietava. La campagna addormentata si stendeva tutta nera nella monotonia delle tenebre. Bianca, spaventata, si stringeva a Filippo, affrettando i suoi piccoli passi per non rimanere indietro, e sospirava rammentandosi le sue notti tranquille di fanciulla.

Poi bisognò oltrepassare le colline, le gole profonde. Intorno a Marsiglia le strade sono facili e quasi piane: ma internandosi dentro terra s'incontrano delle catene di roccie che dividono il centro della Provenza in tante ristrette e sterili valli. Lande incolte, collinette sassose seminate di tisici cespugli di timo e di spigo, si presentavano nella loro cupa desolazione agli occhi dei fuggitivi. La strada saliva e scendeva sui fianchi delle colline; qualche frammento di roccia la ingombrava: la campagna pareva, sotto la serenità azzurrognola del cielo, un mare di ciottoli, un oceano di pietra colpito da eterna immobilità in pieno uragano.

Vittorio camminava avanti fischiando un'arietta provenzale, e saltando sui sassi coll'agilità di un camoscio: era cresciuto in quel deserto e ne conosceva tutti i cantucci reconditi. Bianca e Filippo lo seguivano penosamente: il giovanotto portava quasi di peso la ragazza i cui piedi erano maculati dai sassi aguzzi. Essa non si lamentava e quando il suo innamorato la guardava nell'ombra trasparente, gli sorrideva con dolce tristezza.

Avevano passato Septème quando Bianca spossata si lasciò andare in terra. La luna che spuntava lentamente illuminò il suo volto pallido, bagnato di lacrime. Filippo si chinò su di lei.

- Tu piangi, - le disse, - tu soffri, povera fanciulla amata...Ah! quanto sono stato vile tenendoti con me, non è vero?

- Non dite così, Filippo. Io piango perché sono una ragazza disgraziata. Vedete... posso appena camminare. Sarebbe stato meglio inginocchiarsi davanti a mio zio e pregarlo a mani giunte.

Essa fece uno sforzo, si rialzò, e continuarono il viaggio per quella campagna ardente. Non era più la scappata allegra d'una coppia innamorata: era una fuga tetra, piena di ansia, la fuga di due colpevoli silenziosi e rabbrividiti.

Traversarono il territorio di Gardaune, lottando per cinque ore contro gli ostacoli della strada. Finalmente si decisero a scendere sulla strada maestra d'Aix e camminarono più liberamente.

La polvere li accecava.

Quando furono in cima all'erta dell'Arco congedarono Vittorio.

Bianca aveva fatto sei leghe a piedi, fra i sassi, in meno di sei ore: sedutasi sopra una panchina di pietra, alla porta della città, dichiarò di non potere andare più avanti. Filippo, che temeva di essere arrestato restando a Aix, andò in cerca di una carrozza: trovò una donna sopra un carretto che consentì di prenderlo su insieme a Bianca, e accompagnarli a Lambesc, dove essa andava.

Bianca, nonostante le scosse, si addormentò profondamente e non si svegliò fino alla porta di Lambesc. Il sonno l'aveva calmata; si sentiva più tranquilla e più forte. I due amanti scesero dal carretto. Era l'alba, un'alba fresca e raggiante che li riempì di speranza. Tutti i fantasmi della notte erano svaniti: i fuggiaschi avevano dimenticate le rocce di Septème e camminavano l'uno accanto all'altra, sull'erba umida, inebriati di gioventù e d'amore.

Non avendo trovato il signor di Girousse, a cui Filippo aveva risoluto di chiedere ospitalità, andarono all'albergo. Finalmente godettero una giornata di pace, in una camera appartata, tutti assorti nella loro passione. La sera l'albergatore, credendoli fratello e sorella, voleva rifare due letti. Bianca sorrise. Aveva il coraggio della sua tenerezza.

- Rifate un letto solo, - ella disse, - questo signore è mio marito.

Il giorno seguente Filippo andò a far visita al signor di Girousse ch'era tornato. Gli raccontò tutto e gli domandò un consiglio.

- Perbacco, - esclamò il vecchio nobile, - il vostro caso è serio.

Voi sapete che siete un plebeo, amico mio: cent'anni fa il signor di Cazalis vi avrebbe fatto impiccare per aver toccato sua nipote:

ora vi potrà far mettere in prigione. State sicuro che lo farà.

- Ma che cosa debbo fare intanto?

- Che cosa dovete fare? Rendere la fanciulla allo zio e passare il confine il più presto possibile.

- Sapete bene che non lo farò mai.

- Allora aspettate tranquillamente d'essere arrestato; non posso consigliarvi altro.

Il signor di Girousse, con la sua amichevole severità, era il più buon cuore di questo mondo. Quando Filippo, confuso per la freddezza dell'accoglienza ricevuta, stava per andarsene, lo richiamò e prendendogli la mano gli disse:

- Sarebbe mio dovere di farvi arrestare. Appartengo alla nobiltà da voi oltraggiata... Sentite... dall'altra parte di Lambesc devo avere una casetta disabitata della quale vi darò la chiave.

Andatevi a nascondere là, ma non mi dite che vi andate. Se no vi mando i gendarmi.

Così i due innamorati restarono per otto giorni a Lambesc. Vissero ritirati, in una pace turbata a momenti da subitanei spaventi.

Filippo aveva ricevuti i mille franchi di Mario: Bianca diventava una donnina di casa e i due amanti mangiavano con gran delizia nel medesimo piatto.

Tale nuova esistenza pareva un sogno alla fanciulla. A momenti non sapeva più perché ella fosse l'amante di Filippo: qualche volta si ribellava e avrebbe voluto tornare a casa dello zio; ma non osava dirlo.

Era l'ottavario del Corpus Domini. Un giorno, nel pomeriggio, Bianca affacciandosi alla finestra vide passare una processione.

S'inginocchiò a mani giunte. Le parve di vedersi, vestita di bianco, fra le ragazze che cantavano, e si sentì strappare il cuore.

Quella stessa sera Filippo ricevette un biglietto anonimo.

L'avvertivano che il giorno dopo sarebbe arrestato. Credette di riconoscere il carattere del signor di Girousse. Ricominciò più faticosa e più dolorosa la fuga.

 

Capitolo 6 - LA CACCIA AGLI INNAMORATI

Fu una corsa a dirotto senza tregua né riposo, uno spavento continuo. Spinti a destra e a sinistra dal loro stesso terrore, credendo continuamente di sentirsi dietro dei cavalli al galoppo, passando la notte per le strade e il giorno a tremare nelle camere sporche degli alberghi, i fuggiaschi traversarono più volte la Provenza, andando avanti e tornando indietro, non sapendo dove trovare un rifugio sconosciuto, in fondo a qualche deserto.

Lasciando Lambesc una terribile notte di scirocco, andarono verso Avignone. Avevano preso a nolo una carrettella: il vento accecava il cavallo. Bianca tremava, mal coperta dal suo vestito di indiana. Per colmo di disgrazia credettero di vedere da lontano, a una porta della città, i gendarmi che squadravano in viso tutti i passanti. Spaventati, tornarono indietro e ritornarono a Lambesc, traversandolo soltanto.

Giunti a Aix non ardirono di rimanervi e decisero di arrivare al confine a qualunque costo. Si sarebbero procurati un passaporto per mettersi in salvo. Filippo, che conosceva un farmacista a Tolone, pensò di passare per quella città. Sperava che l'amico potesse agevolargli la fuga.

Il farmacista, un giovanotto grasso e prosperoso che si chiamava Jourdan, li ricevette benissimo. Li nascose in camera sua e disse che andava subito a procurar loro un passaporto.

Era appena uscito quando due gendarmi si presentarono.

Bianca stette per svenire. Pallida, seduta in un canto, tratteneva a stento i singhiozzi. Filippo domandò ai gendarmi, con voce soffocata, che cosa desideravano.

- Siete voi il signor Jourdan? - domandò uno di essi con un'asprezza di cattivo augurio.

- No... il signor Jourdan è uscito, ma tornerà presto.

- Va bene, - disse secco il gendarme.

E si mise a sedere. I due poveri innamorati non osavano guardarsi in viso: si sentivano mancare le forze alla presenza di quegli uomini che, senza dubbio, erano andati per cercarli. Il loro supplizio durò una buona mezz'ora. Finalmente Jourdan ritornò.

Impallidì vedendo i gendarmi e rispose alle loro domande straordinariamente confuso.

- Abbiate la gentilezza di venir con noi, - disse uno dei gendarmi.

- Perché? - egli domandò, - che cosa ho fatto?

- Siete accusato di aver rubato al gioco, iersera in un circolo.

Darete le vostre spiegazioni al giudice d'istruzione.

Jourdan rabbrividì. Rimase come fulminato e seguì, con la docilità di un fanciullo, i gendarmi che se n'andarono senza neppure accorgersi dello spavento di Bianca e di Filippo.

La storia del Jourdan fece allora gran chiasso in Tolone. Ma nessuno seppe nulla del dramma violento ch'era accaduto in casa sua, il giorno del suo arresto.

Quel dramma scoraggiò Filippo. Capì d'essere troppo debole per sfuggire alla polizia che lo cercava. Non sperando più d'avere il passaporto bisognava rinunciare a passare il confine. D'altronde si accorgeva che Bianca cominciava a stancarsi. Decise perciò d'avvicinarsi a Marsiglia ed aspettare nei dintorni della città, che la collera del signor di Cazalis si fosse calmata. Come tutti quelli che non hanno più speranza, si faceva di tanto in tanto delle lusinghe di perdono e di felicità.

Filippo aveva ad Aix un parente, di nome Isnard, che teneva bottega di merciaio. Non sapendo più a quale porta bussare, i fuggiaschi tornarono a Aix per chiedere a Isnard la chiave d'uno dei suoi capannotti. Erano perseguitati dalla fatalità: non trovarono il merciaio in casa e furono costretti ad andare a nascondersi in una stanzetta di una vecchia casa del corso Sestio, da una cugina del fattore del signor di Girousse. Quella donna non voleva riceverli, temendo di dover pagare il fio della complice ospitalità: cedette alle promesse di Filippo che la assicurò di fare esentare suo figlio dal servizio militare. Il giovanotto era senza dubbio in un momento di speranza; gli pareva già di esser nipote d'un deputato e faceva generosamente uso dell'onnipotenza dello zio.

La sera, Isnard andò a trovare gli amanti e dette loro la chiave d'un capanno che possedeva nella pianura di Puyricard. Ne possedeva altri due; uno al Tholonet, l'altro nel quartiere dei Trois-bons-Dieux. Le chiavi di questi ultimi erano nascoste sotto grosse pietre delle quali egli dette indicazioni bastanti.

Consigliò i fuggiaschi a non dormire per due notti sotto lo stesso tetto e promise loro di fare quanto poteva per fare perdere le tracce della fuga alla polizia.

Gli amanti partirono per la strada che passa per l'Hopital.

Il capanno di Isnard era situato a destra di Puyricard, fra il villaggio e la strada di Venelles. Era un meschino edifizio di pietre e calcina coperto di tegole rosse; formato da un solo ambiente, una specie di scuderia sporca. In terra c'erano degli avanzi di paglia e dal soffitto pendevano abbondanti ragnateli.

Fortunatamente gli amanti avevano una coperta. Raccolsero la poca paglia in un canto, stesero la coperta e si distesero lì sopra, in mezzo alle acute esalazioni dell'umidità.

Il giorno dopo lo passarono nel letto secco del torrente della Touloubre. Verso sera ritornarono sulla strada di Venelles, fecero un giro per star lontani da Aix, e giunsero al Tholonet.

Arrivarono alle undici alla casupola del merciaio ch'era sotto la chiesa dei gesuiti.

Quel luogo era un po' meno brutto. C'erano due stanze, una cucina ed una stanza da desinare, nella quale vi era un letto di cinghie; sui muri erano incollate delle caricature ritagliate dallo Charivari e dai travicelli imbiancati con il gesso pendevano delle reste di cipolle. I due amanti potevano credersi in un palazzo.

Svegliandosi, furono presi di nuovo dalla paura: passarono le colline e rimasero tutta la giornata nascosti nella gola degli Infernets. A quel tempo i precipizi di Jaumegarde non avevano perduto il loro tetro orrore: il canale Zola non aveva peranco forato la montagna, e nessuno si avventurava in quel funebre imbuto formato da rupi rossastre. In fondo a quel deserto Bianca e Filippo gustarono una profonda pace e si riposarono lungo tempo presso una fonte che scorre, chiara e gorgogliante, da un ammasso di pietre gigantesche.

Ricominciò col cader della notte il pensiero crudele del cercar da dormire. Bianca faceva molta fatica a camminare ancora; i suoi piedi rovinati sanguinavano. Filippo capì che non era possibile condurla più lontano. La sorresse e salirono lentamente sull'altipiano che domina gli Infernets. Là si stendono lande incolte, vasti campi di ciottoli, terreni indefiniti scavati qua e là da cave di pietra abbandonate. Nulla di più stranamente selvaggio di quegli orizzonti brulli, punteggiati qua e là da una vegetazione bassa e di tinta oscura: le rocce escono fuori dalla terra magra come membra contratte: la pianura pare colpita dalla morte durante le convulsioni di una spaventosa agonia.

Filippo sperava di trovare una caverna, una tana. Ebbe la fortuna di trovare uno di quei casotti nei quali stanno rimpiattati i cacciatori, ad aspettare gli uccelli di passo. Sfondò l'uscio senza scrupoli di coscienza, e fece sedere Bianca sopra una panca.

Poi andò a raccogliere una gran quantità di timo: l'altipiano è coperto dell'umile pianticella il cui odore acuto s'eleva da tutte le colline della Provenza. Portato il timo nel casotto, lo stese formandone una specie di materasso sul quale posò la coperta. Il letto era fatto. E i due amanti si dettero il bacio della sera su quel miserabile giaciglio. Quanti dolci patimenti, quanta amara voluttà conteneva quel bacio! Si baciarono con tutta la foga della passione e la collera della disperazione.

L'amore di Filippo si era convertito in rabbia. Obbligato a fuggire senza tregua, minacciato dal vedere svaniti i suoi sogni e da un'implacabile punizione, il giovanotto diventava cattivo e si sfogava stringendo Bianca fra le braccia, come se volesse soffocarla. Quella fanciulla che gli si dava tutta era per lui una vendetta; la trattava come un padrone irritato, la opprimeva sotto i suoi baci, affrettandosi di dar soddisfazione al proprio cuore, mentre era libero ancora. Il suo orgoglio ingigantiva in una gioia infinita. Egli, figlio del popolo, stringeva al seno una figlia di quegli uomini potenti e superbi le carrozze dei quali gli avevano schizzato qualche volta il fango nel viso. Si ricordava le leggende del paese, le vessazioni dei patrizi, il martirio del popolo, tutte le vigliaccherie dei suoi padri vittime dei crudeli capricci dei nobili. Allora soffocava Bianca con una carezza più rude. Aveva finito per provare un piacere maligno facendola correre sui ciottoli delle strade. L'angoscia e la stanchezza dell'amante gliela facevano parere più cara e più eccitante.

L'avrebbe amata meno in una sala, in piena tranquillità. E quando, la sera, essa gli cadeva accanto, spossata dalla fatica, l'amava furiosamente.

Avevano passato una notte da pazzi fra le sporcizie del capanno di Puyricard. Distesi sulla paglia, fra le ragnatele, erano separati dal mondo. Li circondava il gran silenzio del cielo addormentato.

Potevano amarsi liberamente, senza tremare, ed erano tutti assorti nel loro amore. Filippo non avrebbe cambiata quella cuccia con un letto reale, e s'inorgogliva pensando di tenere una discendente dei Cazalis in una scuderia. Il giorno dopo e i seguenti quanta amara soddisfazione provava tirandosi dietro la fanciulla per i deserti di Jaumegarde! La trascinava con le delicate attenzioni di un padre e le violenze della bestia feroce.

Filippo non poté dormire nel casotto: l'odore forte del timo sul quale giaceva gli dava alla testa. Sognò che il signor di Cazalis lo accoglieva teneramente e che lo eleggevano deputato invece dello zio. E di tanto in tanto sentiva i sospiri di Bianca che gli sonnecchiava accanto, agitata.

La fanciulla s'era ridotta a considerare quella fuga come un sogno pieno di ardenti piaceri. Restava inebetita tutto il giorno; sorrideva tristemente, senza lamentarsi. L'inesperienza l'aveva fatta consentire alla fuga, e la debolezza di carattere non le permetteva di mostrare la volontà di tornare. Apparteneva corpo ed anima a quell'uomo che la portava in braccio: soltanto desiderava di non camminare più e continuava a sperare che lo zio la lasciasse maritare quando gli fosse passata la collera All'alba i fuggiaschi abbandonarono il letto di timo. I loro abiti cominciavano a cadere a brandelli e avevano le scarpe sfondate. Al fresco della mattina, in mezzo ai profumi selvatici di quella solitudine, dimenticarono per un'ora le loro miserie, e dissero ridendo d'avere una fame terribile.

Allora Filippo, fatta rientrare Bianca nel casotto, corse al Tholonet a cercare da mangiare. Gli ci volle una buona mezz'ora per arrivare. Quando tornò trovò Bianca spaventata: aveva visto passare dei lupi.

Apparecchiarono la tavola sopra una larga pietra. Parevano una coppia di zingari che facessero colazione all'aria aperta. Dopo mangiato andarono al centro dell'altipiano e vi passarono la giornata, gustandovi le ore forse più dolci del loro amore.

Ma tornò la sera, li riprese il timore, e non vollero passare una seconda nottata in quel deserto. L'aria tepida e pura delle colline li aveva confortati di speranza e di dolci pensieri.

- Sei stanca, povera creatura? - domandò Filippo.

- Oh! sì, - rispose Bianca.

- Senti... facciamo l'ultima gita. Andiamo al capanno di Isnard al quartiere dei Trois-bons-Dieux, e stiamo là fin quando tuo zio ci perdoni o ci faccia arrestare.

- Mio zio ci perdonerà.

- Non oso sperarlo... In tutti i modi, io non voglio più fuggire e tu hai bisogno di riposarti. Vieni. Cammineremo adagio.

Traversarono l'altipiano allontanandosi dagli Infernets, lasciando sulla destra il castello di San Marco che vedevano sull'altura.

Dopo un'ora erano arrivati.

La casupola di Isnard era sulla collina a sinistra della strada di Vauvenargues, al di là del burrone di Repentance. Era una casupola a due piani: a terreno c'era una stanza con un tavolino zoppo e tre seggiole non impagliate. Una scala portava alla stanza superiore, specie di granaio completamente nudo, dove gli amanti trovarono soltanto un vecchio materasso sopra un mucchio di fieno.

Isnard aveva messo caritatevolmente un lenzuolo sul materasso.

Era intenzione di Filippo di andare il giorno seguente ad Aix per informarsi sulle intenzioni del signor di Cazalis. Capiva di non poter restare più lungamente nascosto. Si coricò quasi calmato dalle buone parole di Bianca che giudicava l'accaduto con le sue speranze di fanciulla.

Gli amanti battevano la campagna da venti giorni. Da venti giorni la gendarmeria percorreva il paese, seguiva le loro tracce, poi le perdeva, e le ritrovava aiutata da qualche vago indizio. Il ritardo rinfocolava l'ira del signor di Cazalis: il suo orgoglio era irritato da ogni nuova difficoltà. A Lambesc i gendarmi erano giunti qualche ora troppo tardi: a Tolone si erano accorti del passaggio dei fuggiaschi quando erano già ritornati a Aix:

scappavano da per tutto come per miracolo. Il deputato aveva finito con l'accusare la polizia di cattiva volontà.

Lo assicurarono che gli amanti si trovavano nei dintorni di Aix e che sarebbero arrestati. Corse ad Aix e volle assistere alle indagini.

Quella donna del corso Sestio che li aveva alloggiati per qualche ora, si spaventò. Per non essere accusata di complicità, raccontò quanto sapeva, e disse che dovevano essere nascosti in uno dei capanni di Isnard.

Questi, interrogato, negò senza turbarsi. Dichiarò di non aver veduto, da qualche mese, il suo parente Cayol. Ciò accadeva precisamente quando Bianca e Filippo si rifugiavano nella casupola del quartiere dei Trois-bons-Dieux. Il merciaio non li poté avvertire. Il giorno dopo alle cinque un commissario di polizia picchiava alla sua porta e gli annunziava che si sarebbe fatta una perquisizione in casa sua e nei suoi tre immobili.

Il signor di Cazalis rimase a Aix dichiarando che aveva paura di uccidere il seduttore della nipote, se gli fosse capitato di trovarsi faccia a faccia con lui. Gli agenti incaricati di visitare il capanno di Puyricard lo trovarono vuoto. Isnard s'offrì di accompagnare due gendarmi al Tholonet; sapendo di fare una passeggiata inutile. Un commissario accompagnato da altri due gendarmi, andò ai Trois-bonsDieux. Aveva condotto seco anche un fabbro, giacché Isnard aveva risposto vagamente che la chiave era nascosta sotto una pietra.

Erano circa le sei quando il commissario giunse alla casupola. Le aperture erano tutte chiuse, non si sentiva alcun rumore. Si avanzò e, a voce alta, picchiando col pugno l'uscio di legno gridò:

- Aprite, in nome della legge!

Gli rispose soltanto l'eco. Nessuno si mosse. Dopo qualche minuto il commissario, rivoltosi al fabbro, gli ordinò:

- Aprite l'uscio.

Il fabbro si mise all'opera. Si udì nel silenzio lo stridere dei grimaldelli. Allora l'imposta di una finestra s'aprì con violenza, e alla luce bionda del sole nascente, apparve Filippo Cayol sdegnoso e irritato, col collo e le braccia nude.

- Che cosa volete? - diss'egli appoggiandosi coi gomiti sul parapetto della finestra.

Al primo colpo battuto dal commissario i due amanti s'erano svegliati. Seduti tutt'e due sul materasso, rabbrividiti, avevano ascoltato ansiosi il rumore delle voci.

Il grido «in nome della legge» che suona terribile all'orecchio dei colpevoli, aveva colpito Filippo. S'era alzato fremendo, smarrito, non sapendo dove battere il capo. La fanciulla accovacciata, rinvolta nel lenzuolo, con gli occhi ancora sonnolenti, piangeva di vergogna e di disperazione.

Filippo capiva che tutto era finito: non gli restava che arrendersi. E sentiva salirsi al cuore una sorda reazione. Svaniti i suoi sogni, non sarebbe più marito di Bianca: aveva rapito un'ereditiera per farsi cacciare in prigione: la catastrofe gli procurava il carcere in cambio della felice esistenza sognata. Fu assalito da un pensiero vile: pensò a lasciar lì la fanciulla e fuggire dalla parte di Vauvenargues: lo avrebbe potuto buttandosi dalla finestra di dietro. Si chinò verso Bianca e balbettando, a voce sommessa, le disse quel suo progetto. La fanciulla, soffocata dai singhiozzi, non lo capì, non lo udì. Egli si accorse con angoscia ch'essa non era in grado di proteggere la sua fuga.

Udì in quel momento il rumore dei grimaldelli introdotti nella serratura. Il dramma, avvenuto in quella camera nuda, non era durato più di un minuto.

Filippo si sentì perduto: gli ridette coraggio l'orgoglio ferito.

Se fosse stato armato si sarebbe difeso. Poi, disse a se stesso che non era un rapitore, che Bianca lo aveva volontariamente seguito, e la vergogna non era per lui. Allora aprì l'imposta con rabbia, domandando che cosa si volesse da lui.

- Aprite, - ordinò il commissario, - vi diremo dopo quel che si vuole.

Filippo scese ed aprì la porta.

- Siete voi il signor Filippo Cayol? - domandò il commissario.

- Sì, - rispose il giovanotto con forza.

- Allora vi arresto come imputato di ratto. Avete rapito una minore di sedici anni che deve essere nascosta con voi.

Filippo sorrise.

- La signorina Bianca di Cazalis è su, - egli disse, - e potrà dichiarare se ha subìto violenza da parte mia. Non so come possiate parlare di ratto. Oggi stesso dovevo andare a buttarmi ai ginocchi del signor di Cazalis per domandargli la mano di sua nipote.

Bianca era scesa, pallida e rabbrividita, dopo essersi vestita in fretta.

- Signorina, - le disse il commissario, - ho l'ordine di accompagnarvi da vostro zio che vi aspetta a Aix piangendo.

- Ho un gran rimorso d'aver fatto dispiacere a mio zio, rispose Bianca con voce ferma, - ma non si può accusare il signor Cayol, che io ho seguìto di mia volontà.

E rivolgendosi al giovanotto, commossa, e con le lagrime agli occhi:

- Sperate, Filippo, - continuò, - vi amo e supplicherò mio zio di esser buono con noi. Forse saremo separati soltanto per pochi giorni.

Filippo la guardava tristemente, scotendo la testa.

- Siete una bambina paurosa e debole, - le rispose lentamente.

Poi aggiunse con tono aspro:

- Ricordatevi solamente che appartenete a me... Se mi abbandonate, a qualunque ora della vostra vita mi troverete in voi, sentirete sempre scottare sulle vostre labbra i miei baci, e quello sarà il vostro castigo.

Essa piangeva.

- Vogliatemi bene quanto ve ne voglio io, - aggiunse Filippo con voce più dolce.

Il commissario fece montare Bianca in una vettura che aveva mandato a prendere e la ricondusse a Aix, mentre i due gendarmi portavano via Filippo e andavano a metterlo sotto chiavistello nelle prigioni di quella città.

 

Capitolo 7 - NEL QUALE BIANCA IMITA L'ESEMPIO DI SAN PIETRO

La notizia dell'arresto non arrivò a Marsiglia prima del giorno seguente. Fu un avvenimento. Nel pomeriggio era stato veduto il signor di Cazalis passare in carrozza per la Cannebière insieme alla nipote. Chiacchiere se ne facevano senza fine: tutti parlavano dell'atteggiamento trionfante del deputato; della confusione e del rossore di Bianca. Il signor di Cazalis era uomo da portare a spasso la fanciulla per tutta Marsiglia per far sapere alla popolazione che essa era ricaduta nelle sue mani e che la sua stirpe non si sarebbe incanaglita.

Mario, avvisato da Pina, corse per la città tutta la giornata. La voce pubblica gli confermò la notizia: poté sapere tutti i particolari dell'arresto. L'accaduto in poche ore era diventato leggenda: i bottegai, i bighelloni, lo raccontavano come fosse stato una meravigliosa avventura accaduta un secolo prima.

Il giovane, stanco di sentir ripetute tante fandonie, corse al suo studio, con la testa in pezzi, non sapendo a qual partito appigliarsi.

Disgraziatamente il signor Martelly doveva stare assente fino alla sera del giorno seguente. Mario sentiva la necessità di fare qualche cosa subito. I suoi timori dei primi momenti si erano calmati: aveva riflettuto che suo fratello non poteva essere accusato di ratto, e Bianca lo avrebbe difeso. Concluse ingenuamente col credere che fosse suo dovere andare dal signor di Cazalis per domandargli la mano della nipote a nome di suo fratello.

La mattina dopo si vestì tutto di nero e scendeva le scale quando Pina gli si presentò, secondo il solito. La povera ragazza impallidì quando Mario le disse lo scopo per il quale usciva di casa.

- Mi permettete di accompagnarvi? - gli domandò con voce supplichevole. - Aspetterò giù la risposta della signorina e di suo zio.

Pina seguì Mario. Arrivato al corso Bonaparte il giovane entrò risoluto in casa del deputato e si fece annunziare.

La collera che accecava il signor di Cazalis era svanita. Era vendicato. Stava per provare la sua onnipotenza schiacciando un detestato repubblicano. Intanto desiderava di gustare la gioia crudele di prendersi gioco della sua preda. Epperò dette ordine di fare entrare il signor Mario Cayol, da cui s'aspettava lacrime e suppliche.

Il giovanotto lo trovò in piedi, in mezzo ad una gran sala, in attitudine altera. Si inoltrò verso di lui e senza lasciargli tempo di parlare, gli disse con voce calma e cortese:

- Signore, ho l'onore di domandarvi, in nome di mio fratello Filippo Cayol, la mano della signorina Bianca di Cazalis, vostra nipote.

Il deputato rimase di stucco. Non poté neppure arrabbiarsi, tanto gli parve grottesca la richiesta di Mario. Tirandosi un passo indietro, guardando il giovane in faccia e ridendo sdegnosamente, rispose:

- Siete matto, signor mio... So che siete un giovane onesto e laborioso ed in grazia di questo non vi faccio mettere alla porta... Vostro fratello è uno scellerato, un briccone, e sarà punito come si merita. Che cosa volete da me?

A Mario, sentendo insultare il fratello, venne una voglia matta di pigliare a pugni il nobile insultatore. Si contenne e continuò, con voce che cominciava a tremare per l'emozione:

- Ve l'ho detto: vengo qui per offrire alla signorina di Cazalis l'unica riparazione possibile, il matrimonio che laverà l'ingiuria che le è stata fatta.

- Noi siamo superiori all'ingiuria, - esclamò il deputato con disprezzo. - La vergogna per una Cazalis non consiste nell'essere stata l'amante d'un Filippo Cayol - sarebbe un'onta per lei l'imparentarsi con gente come voi.

- La gente come noi ha altri princìpi in fatto d'onore... Però, io non insisto... il solo dovere mi imponeva l'offerta da voi rifiutata. Permettetemi di aggiungere soltanto che vostra nipote accetterebbe senza dubbio tale offerta, se io avessi l'onore di rivolgermi a lei.

- Credete? - disse il signor di Cazalis con aria beffarda.

Suonò e dette l'ordine di fare scendere subito la nipote. Bianca comparve pallida, con gli occhi rossi, annientata dalle emozioni troppo violente. Vedendo Mario rabbrividì.

- Signorina, - le disse freddamente lo zio, - il signore domanda la vostra mano in nome dell'infame che non voglio nominare in presenza vostra. Ditegli quello che mi avete detto ieri.

Bianca esitò. Non osava guardare Mario. Con gli occhi addosso allo zio, tremando da capo a piedi, mormorò con voce debole e incerta:

- Vi dicevo ch'ero stata portata via per forza e che farò di tutto perché sia punito l'odioso attentato del quale sono stata vittima.

Tali parole furono dette come una lezioncina imparata a mente.

Come san Pietro, Bianca rinnegava il suo dio.

Il signor di Cazalis non aveva perduto tempo. Quando ebbe nelle mani la nipote fece pesare tutta la sua caparbietà e il suo orgoglio sopra di lei. Essa sola poteva fargli vincere la partita.

Era necessario che essa mentisse, e soffocasse gli impulsi del cuore; che fosse uno strumento compiacente e passivo nelle sue mani.

Le parlò per quattr'ore con parole compassate e pungenti. Ma non commise lo sbaglio di arrabbiarsi. Parlò con schiacciante alterigia, rammentando l'antichità della stirpe, mettendone in evidenza la potenza e le ricchezze. Fece da una parte un'abile pittura di un matrimonio diseguale, volgare e ridicolo; dall'altra le mostrò le nobili gioie di un matrimonio ricco ed illustre.

Attaccò la fanciulla dal lato della vanità, la stancò, la oppresse, la inebetì, la rese quale la voleva, docile e inerte.

Terminato il lungo colloquio, il lungo martirio, Bianca era vinta.

Forse le parole opprimenti di suo zio avevano fatto ribellare il suo sangue di patrizia al ricordo delle brutali carezze di Filippo; forse si erano risvegliate in lei le visioni dell'adolescenza, sentendo parlare di abiti ricchissimi, di onori d'ogni specie, di delicatezze mondane. D'altronde aveva la testa troppo malata e il cuore troppo vile per resistere a quella volontà terribile. Ciascuna frase del signor di Cazalis la colpiva, la schiacciava, le metteva addosso una dolorosa ansietà.

Non si sentiva più forza di volontà. Aveva amato e seguìto Filippo per debolezza, ora per debolezza si rivoltava contro di lui: era sempre la stessa anima timida. Accettò tutto, promise tutto. Aveva furia di sottrarsi al peso oppressivo delle paternali dello zio.

Quando Mario le sentì fare la strana dichiarazione rimase stupito, spaventato. Si ricordava il contegno della fanciulla in casa del giardiniere Ayasse; gli pareva di vederla attaccata al collo di Filippo, espansiva, fidente, amorosa.

- Ah, signorina! - esclamò con amarezza, - l'attentato odioso del quale siete stata vittima vi indignava molto meno il giorno in cui mi avete pregato a mani giunte d'implorare il perdono e il consenso di vostro zio... Avete considerato che la vostra bugia sarà causa della rovina dell'uomo che forse amate ancora e che è vostro sposo?

Atterrita, colle labbra chiuse, guardando vagamente davanti a sé, Bianca balbettò:

- Non so che cosa vogliate dire... Io non dico bugie... Ho ceduto alla forza... Quell'uomo mi ha oltraggiata, e mio zio vendicherà l'onore della nostra famiglia.

Mario s'era impettito: la collera generosa ch'egli provava lo faceva parere più grande, e la giustizia e la verità imbellivano la sua faccia scarna. Si guardò intorno e fatto un gesto sprezzante, disse pacatamente:

- E sono in casa dei Cazalis, in casa dei discendenti della illustre famiglia, onor di Provenza...! Non sapevo che la menzogna abitasse in questa casa, e non mi aspettavo di trovarvi ospiti la calunnia e la viltà... Oh! mi starete a sentire fino alla fine.

Voglio sbattere la mia dignità di staffiere sulla faccia indegna dei miei padroni.

Poi, voltandosi al deputato, e indicando Bianca tremante:

- Questa fanciulla è innocente, - continuò, - e le perdono la sua debolezza... Ma voi, signore, siete un uomo accorto, e salvate l'onore delle fanciulle facendone delle bugiarde col cuore vile...Se ora mi offriste la mano della signorina Bianca di Cazalis per mio fratello la rifiuterei, perché non ho mai mentito, non ho mai commessa una cattiva azione, e mi vergognerei di imparentarmi con della gente come voi.

Il signor di Cazalis fu avvilito dalla sfuriata del giovanotto. Al primo insulto aveva chiamato un gran diavolo di servitore che stava pronto sulla porta. Avendogli fatto cenno di mandar fuori Mario, questi ripigliò con terribile slancio:

- Se quest'uomo fa un passo mi metto a urlare che mi assassinano... Lasciatemi passare... Un giorno forse vi potrò sputare sulla faccia, davanti a tutti, le verità che vi ho dette ora in questa sala.

E se n'andò, con passo lento e deciso. Non pensava più alla colpa di Filippo; suo fratello diventava per lui una vittima che voleva salvare e vendicare a qualunque costo. La più piccola menzogna, la minima ingiustizia, provocavano una tempesta in quell'anima piena di rettitudine. Lo scandalo provocato dal signor di Cazalis dopo la fuga gli aveva fatto prendere le difese dei fuggitivi: ora che Bianca mentiva e il deputato calunniava, avrebbe voluto essere onnipotente per dire la verità in mezzo alla strada.

Trovò sul marciapiede Pina inquietissima.

- Dunque? - gli domandò la ragazza appena lo vide.

- Dunque! - rispose Mario, - sono miserabili mentitori e pazzi orgogliosi.

Pina tirò il fiato: il sangue le salì alle gote.

- Allora, - essa ripigliò, - Filippo non sposa la signorina?

- La signorina, - disse Mario sorridendo amaramente,- pretende che Filippo sia uno scellerato che l'ha rapita per forza... Mio fratello è rovinato!

Pina non capiva. Abbassò la testa domandando a se stessa come faceva la signorina a dare dello scellerato al suo amante. Pensava che a lei non sarebbe parso vero di farsi rapire da Filippo, anche con la forza. La collera di Mario la consolava: il matrimonio era andato in fumo.

- Vostro fratello è rovinato! - mormorò essa con una grazia affettuosa. - Oh! lo salverò io... noi lo salveremo.

 

Capitolo 8 - VASO DI FERRO E VASO DI TERRA

Quando la sera Mario raccontò al signor Martelly la scena avuta col signor di Cazalis, l'armatore gli disse tentennando il capo:

- Non so che cosa consigliarvi, mio buon amico. Non ardisco togliervi ogni speranza; ma siatene pur sicuro, sarete vinto. E' vostro dovere tentare la lotta ed io vi seconderò come posso. Però confessiamo che siamo deboli e disarmati, di fronte ad un avversario che ha per alleati il clero e la nobiltà. Marsiglia ed Aix non voglion bene alla monarchia di luglio, e sono devote a un deputato dell'opposizione che fa guerra accanita al signor Thiers.

Aiuteranno il signor di Cazalis nella sua vendetta: parlo ben inteso dei pezzi grossi, il popolo ci aiuterebbe se ci potesse aiutare. Miglior cosa di tutte sarebbe aver dalla nostra qualche prete influente. Non conoscete nessun prete che sia nelle buone grazie di monsignor vescovo?

Mario rispose che conosceva l'abate Chastanier, un povero galantuomo, senza voce in capitolo.

- Non importa, andate a trovarlo, - replicò l'armatore. - La borghesia non ci può essere utile; la nobiltà ci metterebbe alla porta. Resta la Chiesa. Bisogna rivolgersi a lei. Mettetevi all'opera e da parte mia farò quanto posso.

Mario andò a San Vittore il giorno seguente. L'abate Chastanier lo accolse con pauroso imbarazzo.

- Non chiedete nulla a me, - rispose alle prime parole del giovine. - S'è saputo ch'io m'ero già occupato di questa faccenda e mi son toccati severi rimproveri... ve l'ho detto, sono un pover'uomo e non posso che pregare Iddio.

L'umiltà del vecchio commosse Mario. Stava per andarsene quando il prete lo trattenne e gli disse a voce sommessa:

- Sentite; qui c'è uno che vi potrebbe essere utile, l'abate Donadei. Dicono che sia nelle buone grazie di monsignore. E' un prete forestiero, un italiano, credo, ed ha saputo in pochi mesi farsi voler bene da tutti...

L'abate Chastanier s'interruppe, esitante, come se domandasse un parere a se medesimo. Il brav'uomo pensava che stava per compromettersi terribilmente, ma non poteva resistere al piacere di rendere un servigio.

- Volete che vi accompagni da lui? - domandò a un tratto.

Mario, avendo osservata la breve esitazione, tentò di rifiutare:

ma il vecchio tenne duro: non pensava più alla propria tranquillità, bensì a contentare il suo cuore.

- Venite, - egli disse, - l'abate Donadei sta di casa a due passi sul boulevard della Corderia.

Dopo qualche minuto l'abate Chastanier si fermò davanti a una casetta di un piano, una di quelle casette chiuse, misteriose, che sanno odore di confessionario.

- Sta qui, - disse a Mario.

Una vecchia serva aprì e li fece entrare in una piccola stanza, parata di scuro, che pareva un austero salottino.

L'abate Donadei li ricevette con garbata disinvoltura. Il suo viso pallido, nel quale l'astuzia si combinava con la malignità, non espresse alcuna sorpresa. Mise avanti delle seggiole con un gesto pigro, mezzo inchinevole, mezzo sorridente, facendo gli onori di casa come una signora farebbe gli onori del suo salotto.

Vestiva una lunga sottana nera non stretta alla cintola. In quel severo costume aveva delle mosse da civettuola; un paio di manine bianche e morbide uscivano dalle maniche larghe, e la sua faccia rasa appariva morbida e fresca in mezzo ai ricci castagni dei suoi capelli. Poteva avere circa trent'anni.

Seduto in una poltrona ascoltò, con sorridente gravità, le parole di Mario. Gli fece ripetere i particolari più scabrosi della fuga di Filippo e di Bianca: pareva che quella parte del racconto destasse in lui molta curiosità.

L'abate Donadei era nato a Roma: aveva uno zio cardinale. Un bel giorno lo zio l'aveva mandato improvvisamente in Francia, non si sa bene per qual motivo. Arrivando, il bell'abate fu obbligato a entrare nel piccolo seminario d'Aix come professore di lingue viventi. Tale condizione infima lo umiliò talmente da farlo ammalare.

Il cardinale si commosse e raccomandò il nipote al vescovo di Marsiglia. Soddisfatta l'ambizione, il Donadei fu guarito. Entrò a San Vittore e, come diceva ingenuamente l'abate Chastanier, seppe farsi amare da tutti in pochi mesi La sua carezzevole indole italiana, la sua faccia graziosa e rosea lo facevano parere un Gesù bambino a tutte le pinzochere della parrocchia. Faceva furore specie dal pulpito: il suo accento straniero dava una strana attrattiva ai suoi sermoni, e quando allargava le braccia, sapeva far tremolare le mani in modo da far piangere l'uditorio.

Era nato per intrigare.

Usò ed abusò della raccomandazione di suo zio al vescovo di Marsiglia. Diventò presto una potenza, potenza occulta che lavorava alla chetichella sotto terra, e apriva degli abissi sulla strada di coloro dei quali voleva sbarazzarsi. Divenuto membro di un circolo religioso onnipotente a Marsiglia, a forza di buona grazia, sorridendo e piegando la schiena, impose la propria volontà ai colleghi e si mise alla testa del partito. Si mischiò in qualunque avvenimento; mise lo zampino in tutti gli affari: fu lui che aiutò il signor di Cazalis a diventar deputato, ed aspettava qualche buona occasione per farsi pagare dall'eletto i servigi resigli. Il suo progetto era di adoperarsi prima in pro della gente ricca: più tardi, meritata la loro riconoscenza, faceva conto di adoperar loro per far ricco sé.

Interrogò Mario con compiacenza; parve disposto ad aiutarlo, tanta fu la sua attenzione, e la simpatia dimostratagli nell'accoglierlo. Il giovanotto si lasciò sedurre da quella graziosa amabilità di modi, e gli aprì l'animo suo; gli disse i propri progetti, gli confessò che soltanto il clero poteva salvare suo fratello. Finalmente lo pregò di aiutarlo presso Monsignore.

L'abate Donadei si alzò e con tono di canzonatura austera:

- Signore, - disse, - il mio carattere sacro mi proibisce di mischiarmi in questa deplorabile e scandalosa faccenda. Troppo spesso i nemici della Chiesa accusano i sacerdoti di uscire dalle loro sagrestie. Non posso far altro che domandare a Dio il perdono di vostro fratello.

Anche Mario, costernato, s'era alzato in piedi. Capiva che il Donadei lo aveva messo in mezzo. Ma voleva mantenersi riservato e calmo.

- Vi ringrazio, - rispose. - Le preghiere sono un'elemosina molto grata per gli infelici. Chiedete a Dio che gli uomini ci facciano giustizia.

E s'avviò per uscire seguìto dall'abate Chastanier che camminava a capo basso. Donadei aveva ostentato di non vederlo neppure.

Sul limitare il bel prete, ripigliando la sua graziosa disinvoltura, trattenne Mario per un momento.

- Voi siete impiegato dal signor Martelly, se non sbaglio? - gli domandò.

- Sì, signore, - rispose sorpreso il giovine.

- E' un gran galantuomo. Ma so che non è dei nostri Tuttavia l'ho in grande stima. Sua sorella, la signorina Clara, che ho l'onore di confessare, è una delle nostre migliori parrocchiane.

Mario lo guardava non sapendo che cosa rispondere e Donadei aggiunse arrossendo lievemente:

- E' una signorina molto graziosa, di una esemplare bontà.

Salutò con squisita cortesia, poi chiuse la porta senza rumore.

L'abate Chastanier e Mario, rimasti soli sul marciapiede, si guardarono in faccia: il giovanotto non poté trattenersi da alzar le spalle. Il vecchio prete era mortificato dal vedere un ministro di Dio che recitava a quel modo una parte in commedia. Si volse verso il compagno e gli disse esitando:

- Amico mio, non bisogna pigliarsela con Dio se i suoi ministri non sono sempre quali dovrebbero essere. Questo giovanotto è soltanto colpevole di ambizione...

E continuo un bel pezzo scusando il Donadei. Mario lo guardava commosso da tanta bontà, e suo malgrado metteva a confronto il povero vecchio con l'abate potente, i cui sorrisi dettavano legge alla diocesi. Pensò allora che la Chiesa non ama di eguale amore i suoi figli, e che, come tutte le madri, dà dei vizi ai visini color di rosa e trascura le anime affettuose che si sacrificano nell'ombra.

I due visitatori s'allontanavano quando una carrozza si fermo davanti alla casetta chiusa e misteriosa. Mario vide scendere dalla carrozza il signor di Cazalis, e il deputato entrò difilato dal Donadei.

- Guardate! - esclamò il giovine, - sono persuaso che il sacro carattere di quel prete non gli impedirà di cooperare alla vendetta del signor di Cazalis.

Gli venne la tentazione di tornare indietro e rientrare in quella casa dove facevano fare una parte tanto brutta a Dio. Poi si calmò, ringraziò l'abate Chastanier e si allontanò, pensando con dolore che l'ultima porta di scampo, quella della quale l'alto clero tiene la chiave, si era chiusa per lui.

Il giorno seguente il signor Martelly gli riferì i risultati di un tentativo fatto verso il primo notaio di Marsiglia, il signor Douglas, uomo pio, divenuto in meno di otto anni una vera potenza per mezzo della sua ricca clientela e delle generose elemosine. Il suo nome era rispettato ed amato. Si parlava con ammirazione delle virtù di questo integro lavoratore che viveva frugalmente: tutti avevano illimitata fiducia nella sua onestà e nella sua intelligente attività.

Il signor Martelly si era servito di lui per investire alcuni capitali. Sperava che qualora il Douglas volesse aiutare Mario, una parte del clero sarebbe stata per lui! Andò dal notaio e gli chiese aiuto. Douglas parve molto imbarazzato e balbettò una risposta evasiva, dicendosi sovraccaricato d'affari e impotente a lottare contro il signor di Cazalis.

- Non ho insistito - disse il signor Martelly a Mario, - essendomi parso di capire che il vostro avversario vi aveva prevenuto. Pure mi sorprende che il Douglas, l'uomo probo, si sia lasciato legar le mani... Intanto, mio buon amico, credo che la partita sia veramente perduta.

Mario corse per un mese giù e su per Marsiglia tentando di procurarsi l'appoggio di alcune persone influenti. Fu ricevuto da tutti freddamente, con una cortesia canzonatoria. Il signor Martelly non fu più fortunato. Il deputato s'era accaparrato clero e nobiltà. La borghesia e i negozianti ridevano sotto i baffi, senza voler far nulla, per paura di compromettersi. Il popolo metteva in burletta il signor di Cazalis e sua nipote, non potendo altrimenti giovare a Filippo Cayol.

Passavano i giorni; l'istruttoria del processo criminale procedeva speditamente. Mario era sempre solo, come il primo giorno, per difendere il fratello dall'ira del signor di Cazalis e dalle bugie compiacenti di Bianca. Gli restava però sempre fedele Pina, le cui chiacchiere appassionate procuravano a Filippo le calorose simpatie di tutte le ragazze del popolo.

Una mattina Mario seppe che suo fratello e il giardiniere Ayasse erano rinviati alla corte d'Assise, il primo come imputato di ratto, il secondo come complice di quel reato. La signora Cayol era stata messa in libertà per mancanza delle prove necessarie a comprenderla nell'accusa.

Mario corse ad abbracciare la madre. La povera donna aveva molto sofferto durante la prigionia: la sua malferma salute era gravemente compromessa. Alcuni giorni dopo essere uscita di carcere, spirò tranquilla nelle braccia del figlio che giurò singhiozzando di vendicarne la morte.

Il suo trasporto funebre fu occasione di dimostrazioni popolari.

La madre di Filippo fu accompagnata al cimitero di San Carlo da un immenso corteggio di popolane che non si riguardavano punto dall'accusare a voce alta il signor di Cazalis. Mancò poco che quelle donne non andassero a tirar sassate nelle finestre del deputato.

Tornando dal cimitero, Mario si sentì solo nel suo quartierino di via Santa, e cominciò a piangere dirottamente. Il pianto lo sollevò, e gli parve di vedere chiaramente delineata dinanzi a sé la via da percorrere. Le disgrazie dalle quali era oppresso ingigantivano in lui l'amore del vero e l'odio contro le ingiustizie. Sentiva che tutta la sua vita sarebbe consacrata ad un santo scopo.

Non poteva più far nulla a Marsiglia. La scena del dramma cambiava. L'azione doveva svolgersi a Aix, secondo le peripezie del processo. Voleva trovarsi sul luogo per seguirne le fasi e profittare degli eventuali incidenti. Domandò al principale un congedo d'un mese che il signor Martelly si affrettò ad accordargli.

Il giorno della partenza trovò Pina alla diligenza.

- Vengo a Aix con voi, - gli disse la ragazza senza scomporsi.

- Ma è una pazzia! non siete ricca abbastanza per sacrificarvi a questo modo... E i vostri fiori chi li venderà?

- Oh! ho messo al mio posto una mia amica, che sta sul mio pianerottolo in piazza dell'Ova... Ho pensato... posso esser utile a qualche cosa... mi sono messa l'abito delle feste ed eccomi qui.

- Vi ringrazio, - rispose Mario commosso.

 

Capitolo 9 - NEL QUALE IL SIGNOR DI GIROUSSE FA DEI PETTEGOLEZZI

Ad Aix Mario andò a casa di Isnard che stava in via d'Italia. Il merciaio non era stato molestato. Sdegnavano una vittima di tanto poca importanza.

Pina andò diritta dal custode delle carceri, suo zio da parte di madre. La ragazza aveva già fatto il suo piano. S'era portata con sé un bel mazzo di rose che fu accolto con molta festa. Il suo bel sorriso, le sue festose belle maniere, la fecero diventare in due ore la simpatia dello zio, ch'era vedovo con due bambine, delle quali Pina fu subito la seconda mamma.

Il processo doveva cominciare ai primi della settimana seguente.

Mario non osando più fare alcun passo aspettava con ansietà il principio dei dibattimenti. A momenti aveva ancora la debolezza di sperare, di far conto sopra un verdetto assolutorio.

Passeggiando sul Corso, incontrò una sera il signor di Girousse, venuto da Lambesc per assistere al processo di Filippo. Il vecchio gentiluomo lo prese per un braccio e, senza aprire bocca, lo portò al suo palazzo.

Mario sorrideva delle maniere burbere ed originali del conte.

- Dunque! - disse questi, - non mi invitate neppure a rendervi un servizio, a difendervi contro Cazalis? Va bene... siete intelligente. Capite che io non posso far nulla contro questa nobiltà vana e testarda alla quale appartengo. Vostro fratello l'ha fatta grossa!

Il signor di Girousse camminava a lunghi passi nel salone. A un tratto si piantò dritto davanti a Mario.

- Ascoltate la nostra storia, - disse a voce alta. - Siamo, in questa città, una cinquantina di messeri come me, che viviamo per conto nostro, rifugiati in un passato morto per sempre. Ci chiamiamo i migliori di Provenza e stiamo qui senza far nulla, a grattarci i ginocchi... Ma siamo dei gentiluomini, dei cuori cavallereschi, che aspettano devotamente il ritorno dei loro principi legittimi. Eh! aspetteremo un bel pezzo; tanto che la solitudine e la pigrizia ci avranno ucciso prima che un principe legittimo ricompaia. Se siamo di buona vista vedremo come procedono gli avvenimenti. Noi diciamo ai fatti: - non andrete più avanti,- e i fatti ci passano tranquillamente addosso e ci schiacciano. Vado sulle furie quando vedo che siamo di una testardaggine tanto ridicola quanto eroica. Dire che siamo quasi tutti ricchi, che potremmo essere quasi tutti industriali intelligenti e lavorare per il bene del paese, e invece preferiamo ammuffire in fondo ai nostri palazzi come dei vecchi avanzi d'un altro tempo!

Riprese fiato e continuò con più forza:

- E siamo orgogliosi della nostra esistenza inutile. Non lavoriamo per disprezzo al lavoro. Abbiamo un santo orrore per il popolo che ha le mani nere! Ah vostro fratello ha toccato una delle nostre figliole! Gli faremo vedere s'è del nostro stesso sangue. Faremo lega tutt'insieme per dare una lezione ai villani e cavar loro la voglia di farsi voler bene dalle nostre figlie.

Qualche prete potente ci seconderà... essi sono fatalmente legati alla nostra causa... Sarà una bella campagna per la nostra vanità.

Dopo un momento di silenzio il signor di Girousse riprese con aria beffarda:

- La nostra vanità ha patito qualche volta serie avarie! Qualche anno prima della mia nascita, nel palazzo vicino al mio, avvenne un dramma terribile. Il signor d'Entrecasteaux, presidente del parlamento, assassinò sua moglie nel letto; le tagliò la gola con un rasoio, spinto, dicono, da una passione che voleva soddisfare anche a costo di un delitto.

Il rasoio fu ritrovato venticinque giorni dopo in fondo al giardino: si trovarono nel pozzo anche i gioielli della vittima gettati là dall'assassino per far credere che il delitto fosse stato commesso da altri a scopo di rapina. Il presidente d'Entrecasteaux fuggì e si rifugiò in Portogallo dove morì miseramente. Il parlamento lo condannò in contumacia ad essere arruotato... Vedete che abbiamo i nostri scellerati anche noi ed il popolo non ha ragione di invidiarci. Questa vile condotta d'uno dei nostri dette un colpo terribile alla nostra autorità. Un romanziere potrebbe scrivere un libro commovente narrando la sanguinosa e lugubre storia. E sappiamo anche piegar la schiena,- continuò il signor di Girousse rimettendosi a camminare. Quando Fouché, il regicida, allora duca d'Otranto, fu esiliato per poco tempo verso il 1810 nella nostra città, tutta la nostra nobiltà andò a leccargli le scarpe. Mi ricordo un aneddoto che mostra a quale bassa servilità eravamo discesi. Il primo gennaio del 1811 facevamo a spinte per andare ad augurare il buon anno al vecchio convenzionale. Nella sala di ricevimento parlavano del freddo rigido che faceva, e uno dei visitatori esprimeva qualche inquietudine sulla sorte degli oliveti. - Che cosa c'importa degli oliveti! - esclamò uno dei nobili personaggi purché il signor duca stia bene! - Ecco come siamo fatti, mio caro: umili con i potenti, alteri con i deboli. Vi sono delle eccezioni, ma rare. Vedrete che vostro fratello sarà condannato. Il nostro orgoglio che si abbassa davanti a un Fouché, non si abbasserà davanti a un Cayol! E' logico. Buonanotte.

Il conte congedò Mario a quel modo. Parlando, s'era inasprito da sé e temeva che la collera finisse per fargli dire delle sciocchezze.

Il giorno dopo, Mario lo incontrò di nuovo, e il conte lo condusse un'altra volta al suo palazzo. Aveva in mano un giornale nel quale erano stampati i nomi dei giurati che dovevano giudicare Filippo.

Picchiò il giornale col dito, con forza, esclamando:

- Ecco gli uomini che condanneranno vostro fratello. Volete che vi racconti qualche storiella sul loro conto? Vi dirò delle cose curiose ed istruttive.

Il signor di Girousse s'era messo a sedere e scorreva con gli occhi il giornale alzando le spalle.

- E' un giurì coi fiocchi, scelto bene, un'assemblea di persone ricche e premurose di servire la causa del signor di Cazalis. Sono tutti più o meno fabbricieri di chiese, più o meno frequentatori dei salotti della nobiltà. Hanno tutti per amici degli uomini che passano la mattinata in chiesa e spogliano i loro clienti durante il resto della giornata.

Poi nominò i giurati a uno a uno e parlò della gente che essi frequentavano con violento sdegno.

- Humbert, - egli diceva, - fratello d'un negoziante di Marsiglia, negoziante d'olio, tenuto in gran credito, che tutti i poveri diavoli salutano con tanto di scappellata. Vent'anni or sono suo padre era un povero commesso; adesso i figli sono milionari in grazia della sua abilità. Un anno vendette anticipatamente una grande quantità d'olio, a prezzo corrente. Poche settimane dopo, il freddo guastò gli oliveti, la raccolta andò a male, ed egli sarebbe stato rovinato se non ingannava i clienti. Preferì l'ingannare all'esser povero. Mentre i suoi colleghi consegnavano della buona mercanzia a scapito, comprò tutti gli olii guasti e rancidi che poté trovare e fece le promesse consegne. I clienti si lamentarono, strepitarono. Rispose a sangue freddo ch'egli aveva mantenute le promesse e non potevano pretender nulla di più. E il colpo era fatto. E tutta Marsiglia conosce questa storia e non ha sufficienti scappellature per l'uomo abile.

Gautier... altro negoziante di Marsiglia. Ha un nipote, Paolo Bertrand, scroccone all'ingrosso. Questo Bertrand era in società con un tale Aubert, di New York che gli mandava dei carichi di mercanzia da vendersi a Marsiglia. Facevano a metà dei guadagni.

Il Bertrand guadagnava bene ingannando il socio ad ogni divisione degli utili. Un giorno capita una crisi commerciale e la società subisce delle perdite. Bertrand continua ad accettare le mercanzie che gli arrivano, ma si rifiuta di pagare le tratte che l'Aubert tira sopra di lui, dicendo che gli affari vanno male ed è dissestato. Le tratte tornano di nuovo e sono nuovamente respinte, aggravate di spese enormi. Bertrand dichiara con tutta pace che non vuol pagare; che non è obbligato a rimanere socio di Aubert eternamente, e non deve nulla a nessuno. Le tratte vanno e vengono e finalmente il negoziante di New York, indignato e sorpreso, è costretto a pagarle. Costretto a far causa per procura, Aubert ha perduto la lite intentata al Bertrand per rifacimento di danni; mi assicurano che in quest'affare abbia perduto due buoni terzi del suo patrimonio, un milione e duecentomila franchi. Bertrand è rimasto il più onesto uomo del mondo; fa parte di tutte le società e di parecchie congregazioni; è invidiato e onorato.

Dutailly... mercante di grano. Una volta accadde a uno dei suoi generi, Giorgio Fouque, una disgrazia della quale gli amici si affrettarono a nascondere lo scandalo. Il Fouque faceva in modo di trovar sempre avariati i carichi di grano che i bastimenti gli portavano. Le società d'assicurazione pagavano il danno standosene alla stima d'un perito. Stanche di pagare sempre, le società incaricarono della stima un onesto fornaio. Il Fouque andò subito a fargli visita e, parlando del più e del meno, gli fece scivolare in mano qualche moneta d'oro. Il fornaio lasciò andare in terra le monete e con una pedata le fece saltare in mezzo alla stanza, nella quale c'erano parecchie altre persone. Il Fouque non ha perduto il suo credito.

Delorme... abita in una città vicina a Marsiglia. S'è ritirato dal commercio da un pezzo. Sentite l'infamia commessa da suo cugino Mille. Trent'anni or sono la madre di Mille aveva una bottega di mercerie. Quando si ritirò dal commercio, cedette la bottega a un suo commesso, giovanotto attivo ed intelligente da lei considerato come un figliolo. Il giovanotto, chiamato Michel, pagò presto il prezzo della bottega ed aumentò talmente la sua clientela che gli convenne cercare un socio. Scelse un giovanotto di Marsiglia, Giovanni Martin, che aveva qualche soldo e pareva uomo onesto e lavoratore. Michel offriva al socio un affare sicuro. Da principio tutto andò a meraviglia. I guadagni aumentavano ogni anno e i due soci intascavano delle belle somme. Ma Giovanni Martin, attaccato ai quattrini e bramoso di farsi ricco, finì col dirsi che guadagnerebbe il doppio restando solo. Ma il restar solo non era facile; Michel era il suo benefattore ed era amico del proprietario dello stabile, il figlio della signora Mille. Se questi fosse stato onesto, il Martin non poteva riuscire nel suo indegno progetto. Andò a fargli visita e trovò in lui il briccone del quale aveva bisogno. Gli offrì di fare un nuovo contratto d'affitto a suo nome, contro il pagamento di una bella somma; raddoppio, triplicò l'offerta. Il Mille, avaro e ignorante, vendette la propria coscienza al maggior prezzo possibile. Fu concluso il contratto. Allora Giovanni Martin recitò la parte d'ipocrita in faccia al Michel; gli disse che voleva rompere il contratto di società per andare a metter bottega in un altro luogo; gli disse perfino quale locale aveva preso in affitto. Il Michel, sorpreso, non potendo supporre l'infamia della quale era vittima, gli disse che era libero di ritirarsi e la società fu sciolta. Poco tempo dopo, terminando il contratto d'affitto del Michel, Giovanni Martin col suo nuovo contratto in mano, mise trionfalmente alla porta il suo benefattore. Il Michel, diventato quasi matto per quel tradimento, andò a metter bottega più lontano, ma avendo perduta la clientela, consumò quanto era riuscito a metter da parte in trent'anni di penoso lavoro. E' morto paralitico, soffrendo atroci patimenti, gridando che il Martin e il Mille erano miserabili traditori e chiedendo vendetta ai suoi figlioli. Oggi i suoi figlioli lavorano, sudando sangue, per farsi una posizione. Il Mille è imparentato con le principali famiglie della città, i suoi figlioli sono ricchi, e vivono pacificamente riveriti e stimati da tutti.

Faivre... sua madre aveva sposato in seconde nozze un tale Chabran, armatore e scontista. Lo Chabran scrisse un giorno ai molti suoi creditori, portando a pretesto delle speculazioni mal riuscite, ch'era obbligato a sospendere i pagamenti. Alcuni consentirono ad accordargli una proroga, la maggioranza voleva fare gli atti. Allora lo Chabran si mise a fianco due giovanotti, in qualità d'impiegati, e durante otto giorni insegnò loro la lezione. Quando li ebbe bene ammaestrati, andò a far visita ai suoi creditori, l'uno dopo l'altro, accompagnato da quei due, lamentandosi ed invocando pietà per i suoi due figlioli, laceri e senza pane... Lo stratagemma riuscì benone; i creditori lacerarono i loro titoli di credito. Il giorno dopo, lo Chabran era alla Borsa, più tranquillo e più insolente che mai. Un mezzano, che non sapeva nulla della faccenda, andò a proporgli di scontare tre lettere di cambio firmate dai negozianti che, il giorno prima, gli avevano condonato il debito.

"Non faccio affari, disse egli con alterigia, con gente simile." Oggi lo Chabran si è ritirato dagli affari; sta in villa e dà tutte le domeniche pranzi succulenti.

Gerominot... Il presidente del circolo dove passa la serata è uno strozzino dei peggiori. Ha guadagnato un milioncino con la sua industria ed ha potuto maritare la figliola a un pezzo grosso del ceto bancario. Il suo vero nome è Pertigny. Ma dopo aver fallito, guadagnando trecentomila lire nel fallimento, si fa chiamare Felix. Questo briccone fallì la prima volta quarant'anni or sono e comprò una casa, dando ai creditori il quindici per cento. Dieci anni dopo fallì una seconda volta e poté comprare una villa, dando ai creditori il dieci per cento. Quindici anni or sono fallì per la terza volta per trecentomila franchi ed offrì il cinque per cento. I creditori rifiutarono ed egli provò che quanto possedeva era roba di sua moglie e non dette un soldo a nessuno.

Mario era scorato e fece un gesto di disgusto quasi per interrompere quella serie di abominazioni.

- Non mi credete forse? - ripigliò il terribile conte. - Siete un ingenuo... Non ho finito e voglio che mi ascoltiate sino alla fine.

Il signor di Girousse era in vena di beffare terribilmente. Le sue parole alte e stridenti, cadevano come frustate sulle persone delle quali raccontava le disgustose storie. Nominò i giurati a uno a uno, analizzò la loro vita e quella delle loro famiglie, mettendone in vista le vergogne e le miserie. Ne risparmiò appena qualcuno. Poi si piantò in atteggiamento violento davanti a Mario e continuò:

- Avreste forse l'ingenuità di credere che tutti questi milionari, questi nuovi ricchi, queste persone potenti che oggi vi dominano e vi schiacciano, siano santi, giusti, di vita illibata? Essi fanno pompa, particolarmente a Marsiglia, della loro vanità e della loro insolenza; sono diventati devoti e bacchettoni: hanno ingannato perfino i galantuomini che li salutano e li stimano. In una parola formano da loro un'aristocrazia; il loro passato si dimentica; si vede solo la loro ricchezza e la loro probità di fresca data.

Bene! io strappo le maschere! Sentite: questo ha fatto fortuna ingannando un amico; quell'altro facendo il mercante di carne umana; quello vendendo la moglie e la figliola; quello speculando sulla miseria dei creditori; quell'altro ricomprando per un tozzo di pane le azioni di una società della quale era direttore, dopo averle screditate; questo affondando un bastimento carico di sassi, invece che di mercanzia, e facendosi indennizzare del carico perduto dalle società di assicurazioni; quest'altro, socio di commercio sulla parola, ricusandosi di dividere i rischi di un'operazione pericolosa; questo, figurando di fallire due o tre volte e vivendo poi come una persona per bene; questo vendendo per vino acqua di campeggio o sangue di bove; questo accaparrando i carichi di grano in mare nei tempi di carestia; questo frodando l'erario in grande, tentando di corrompere gli impiegati; quest'altro mettendo sulle cambiali le firme false di parenti o d'amici che, il giorno della scadenza, pagano e stanno zitti piuttosto che mandare in galera il falsario; questo dando fuoco da sé alla sua officina o ai suoi bastimenti assicurati al di sopra del valore reale; questo, buttando sul fuoco le cambiali strappate dalle mani del creditore il giorno del pagamento; questo, giocando alla Borsa con la ferma intenzione di non pagare, il che non impedisce d'arricchire, otto giorni dopo, alle spese di qualche imbecille...

Al signor di Girousse mancò il fiato. Tacque per un pezzo lasciando calmare la sua furia. Poi quando le sue labbra si mossero di nuovo, sorrise meno amaramente:

- Io sono un po' misantropo, - disse affettuosamente a Mario che lo aveva ascoltato con dolore e sorpresa, - vedo tutto nero.

L'ozio al quale mi condanna il mio titolo, mi ha lasciato tempo di studiare le vergogne di questo paese. Sappiate che fra noi vi sono anche dei galantuomini. Per disgrazia hanno paura dei bricconi o li disprezzano.

Mario s'accomiatò dal signor di Girousse, turbato da quanto aveva ascoltato. Prevedeva che suo fratello sarebbe condannato senza pietà. Il giorno seguente dovevano cominciare i dibattimenti.

 

Capitolo 10 - UN PROCESSO SCANDALOSO

Tutta Aix era in moto. Lo scandalo fa un gran rumore nelle piccole città tranquille, dove la curiosità degli sfaccendati non ha tutti i giorni un nuovo scopo. Si parlava solamente di Filippo e di Bianca: si raccontavano per la strada le avventure degli amanti; si diceva forte che l'accusato era condannato in anticipo, avendo il signor di Cazalis, direttamente o per mezzo di amici, richiesto il voto di condanna a ciascun giurato.

Il clero d'Aix spalleggiava il deputato; però molto debolmente:

c'erano nel clero uomini ai quali ripugnava di cooperare ad una ingiustizia. Alcuni preti obbedirono alle pressioni venute dal circolo religioso di Marsiglia del quale l'abate Donadei era, per così dire, il padrone. Quei preti tentarono con visite e con abili mezzi termini di legare le mani alla magistratura, e riuscirono a persuadere i giurati che le ragioni del signor di Cazalis erano sacrosante.

La nobiltà li aiutò con molta efficacia. Essa credeva suo debito di onore lo schiacciare Filippo Cayol. Lo considerava come un nemico personale, che aveva osato attentare alla dignità d'un casato dei loro, e l'aveva in quel modo insultato. Si sarebbe creduto che i nemici fossero alle porte della città vedendo quei conti e quei marchesi affaccendarsi, arrabbiarsi, stringersi in lega fra loro. Si trattava invece soltanto di far condannare un povero diavolo colpevole di amore e di ambizione.

Anche Filippo aveva amici e difensori. Il popolo parteggiava apertamente per lui. Il basso ceto biasimava la sua condotta, riprovava i mezzi impiegati; diceva che avrebbe fatto meglio a voler bene a una sua pari e sposarla; ma, condannandone gli atti, lo difendevano clamorosamente contro l'orgoglio e l'odio del signor di Cazalis. Si sapeva in città che Bianca, interrogata dal giudice istruttore, aveva rinnegato il suo amore; e le ragazze del popolo, vere provenzali, coraggiose e pronte al sacrifizio, la trattavano con insultante disprezzo, chiamandola "la rinnegata".

Attribuivano motivi vergognosi alla condotta di lei, e non si trattenevano dal gridar forte la loro opinione in piazza, nel linguaggio energico della gente di strada.

Tanto fracasso faceva danno a Filippo. La città intera sapeva il segreto del dramma che doveva rappresentarsi. Quelli ai quali premeva di far condannare l'accusato non si davano neppure la pena di nascondere le loro pratiche, tanto erano sicuri del trionfo:

quelli che avrebbero voluto salvarlo, sentendosi deboli e senza armi, si consolavano urlando, contenti di far dispetto ai potenti che non speravano di vincere.

Il signor di Cazalis aveva, senza vergogna, trascinato ad Aix la nipote. Per i primi giorni si levò il gusto di farla passeggiare sul Corso.

Protestava a quel modo contro l'idea di disonore che la moltitudine attaccava alla fuga della ragazza: pareva volesse dire a tutti: "Vedete che un plebeo non sa disonorare una Cazalis. Mia nipote vi è ancora superiore del suo titolo e delle sue ricchezze".

Ma le passeggiate non poterono seguitare molto. La folla fu irritata da quel contegno: Bianca fu insultata; mancò poco che non pigliassero zio e nipote a sassate. Le donne si mostrarono particolarmente accanite: non riuscivano a capire come la fanciulla non fosse colpevole ed avesse soltanto obbedito ad una ferrea volontà!

Bianca, dinanzi alla collera popolare, tremava. Abbassava gli occhi per non vedere quelle donne che le buttavano addosso delle occhiate di fuoco. Sentiva dietro di sé gesti di disprezzo, parole orribili delle quali non capiva il significato; le si piegavano le ginocchia e si appoggiava allo zio per non cadere. Pallida, convulsa, rientrò un giorno in casa dichiarando che non sarebbe più andata fuori.

La povera fanciulla s'accorse che sarebbe divenuta madre.

Finalmente si aprirono i dibattimenti. Le porte del Palazzo di Giustizia furono assediate fino dalla mattina presto, da gruppi che si erano formati in piazza dei Predicatori, gesticolando, parlando a voce alta. Si bisticciavano a proposito del risultato probabile del processo, discutendo la colpabilità di Filippo, il contegno del signor di Cazalis e di Bianca.

La sala delle Assise si riempì lentamente. Avevano aggiunto qualche fila di sedie per le persone con biglietto di invito, eppure ve n'erano tante che la maggior parte dovette restare in piedi. c'erano i principali della nobiltà, avvocati, impiegati, tutte le persone notabili d'Aix. Nessun accusato aveva mai avuto un tale uditorio. Quando furono aperte le porte per lasciar libero ingresso al popolo minuto, soli pochi curiosi poterono trovare posto. Gli altri si dovettero contentare di occupare i corridoi sino alla gradinata del palazzo. Da quella folla salivano su di tanto in tanto del mormorii e degli urli, il rumore dei quali, penetrando nella sala e spandendovisi, turbava la tranquilla maestà del luogo.

La tribuna era stata invasa dalle signore. Formavano lassù una massa compatta di volti ansiosi e sorridenti. Quelle che erano in prima fila si sventolavano, si spenzolavano, abbandonavano le loro mani inguantate sul velluto rosso della balaustrata. Indietro, nella penombra, si vedevano delle file di facce color di rosa, ma non si scorgevano i corpi ai quali appartenevano, perduti in mezzo alle trine, ai nastri, alle stoffe. E da quella folla chiacchierina e pronta ad arrossire uscivano delle risatine perlate, delle paroline sussurrate, dei piccoli gridi acuti.

Quando fu fatto entrare Filippo Cayol, scese un gran silenzio. Le signore se lo mangiavano con gli occhi; alcune puntarono sopra di lui dei cannocchiali da teatro, esaminandolo da capo a piedi. Il giovanotto, i cui energici lineamenti accusavano la violenza dei desideri, ebbe un grande successo. Alle donne, andate per giudicare del buon gusto di Bianca, la fanciulla parve meno colpevole quando ebbero veduto l'alta statura e lo sguardo aperto del suo amante.

Il contegno di Filippo fu calmo e dignitoso. Era vestito tutto di nero. Pareva non accorgersi della presenza dei due gendarmi che aveva accanto; e si alzava e si metteva a sedere con il garbo dell'uomo bene educato. Di tanto in tanto guardava la folla tranquillamente ma senza spavalderia. Si voltò parecchie volte verso la tribuna, ed ogni volta, suo malgrado, sorrise: sentiva anche lì il bisogno d'amare e il desiderio di piacere.

Fu letto l'atto d'accusa.

Era terribile per l'accusato. I fatti accaduti vi erano interpretati abilmente e severamente, secondo le deposizioni del signor di Cazalis e di sua nipote. Diceva l'atto che Filippo aveva sedotto Bianca servendosi di cattivi romanzi: si trattava realmente di due libri della signora de Genlis, roba da bambini.

L'accusa, accettando la versione di Bianca, diceva inoltre che la fanciulla era stata rapita violentemente; ch'essa per resistere si era attaccata ad un mandorlo, e che durante tutta la fuga il seduttore aveva dovuto ricorrere alle intimidazioni per farsi seguire dalla sua vittima. Il fatto più grave era asserito sulla fede di una affermativa della signorina di Cazalis: essa pretendeva di non avere mai scritto lettere a Filippo, e che le due lettere presentate dall'imputato le erano state fatte scrivere da lui, a Lambesc, con la data di molti giorni prima per misura di precauzione.

Terminata la lettura dell'atto d'accusa, la sala si riempì del rumoroso mormorio delle conversazioni particolari. Ognuno era andato lì sapendo la storia del fatto a suo modo, ed ognuno discuteva a mezza voce il racconto ufficiale. La folla rimasta fuori strillava. Il presidente minacciò di far sgombrare la sala e a poco a poco poté ottenere un po' di silenzio.

Cominciò allora l'interrogatorio di Filippo Cayol.

Quando il presidente gli ebbe rivolte le solite domande e gli ebbe ripetuti i motivi dell'accusa che pesava sopra di lui, Filippo senza rispondere disse a chiara voce:

- Sono accusato di essere stato rapito da una ragazza.

Tali parole fecero sorridere tutti gli spettatori. Le signore nascondevano il viso dietro il ventaglio per ridere senza farsi scorgere. Per quanto potesse parere insulsa ed assurda, la risposta di Filippo esprimeva esattamente la verità. Il presidente fece osservare con ragione, che non s'era mai veduto un uomo di trent'anni rapito da una fanciulla di sedici.

- Non si è neppur mai visto, - rispose tranquillo Filippo, - una fanciulla di sedici anni che percorre le strade maestre, traversa la città, incontra centinaia di persone, e non pensa a chiedere aiuto al primo che passa per essere liberata dal suo seduttore, dal suo carceriere.

E si mise a dimostrare l'impossibilità materiale delle violenze e delle intimidazioni delle quali era accusato. A qualunque ora del giorno Bianca sarebbe stata libera di lasciarlo, di domandare aiuto e soccorso; lo aveva seguìto perché gli voleva bene ed aveva consentito alla fuga. Filippo dimostrò grande affezione per la fanciulla, e molto rispetto per il signor di Cazalis. Confessò i propri torti e chiese semplicemente che non gli facessero far la figura di seduttore indegno.

L'udienza fu rimandata al domani per l'interrogatorio dei testimoni. La sera, la città era agitata: le signore parlavano di Filippo con ostentata indignazione; gli uomini di senno lo trattavano con minore severità; il popolo lo difendeva con energia.

Il giorno dopo la folla assalì più numerosa e più rumorosa le porte del Palazzo di Giustizia. I testimoni erano quasi tutti a carico. Il signor di Girousse non era stato citato: temevano la sua brusca franchezza; d'altronde egli avrebbe dovuto piuttosto essere arrestato come complice. Lo stesso Mario andò a pregarlo di non compromettersi, temendo egli pure l'animo violento del vecchio conte, che poteva fare gran danno con una delle sue tirate.

Un solo testimone depose in favore di Filippo: l'albergatore di Lambesc, il quale dichiarò che Bianca dava al suo compagno il nome di marito. Tale deposizione fu come cancellata da quelle degli altri testimoni. La lattaia Margherita si confuse e disse di non ricordarsi di aver portato le lettere della signorina di Cazalis all'imputato. A questo modo ogni testimonio serviva il signor di Cazalis o per paura, o per imbecillità, o per mancanza di memoria.

Una terza udienza fu necessaria per le arringhe. L'avvocato di Filippo lo difese con dignitosa semplicità. Non cercò di scusare quanto c'era di colpa nella condotta di lui; lo dipinse come uomo appassionato ed ambizioso, che si era lasciato sviare da speranze di ricchezze e d'amore. Ma provò nel tempo stesso che l'accusato non poteva essere condannato per ratto, e che l'accaduto escludeva di per se stesso ogni sospetto di violenza e d'intimidazione.

La requisitoria del procuratore del Re fu terribile. Si credeva che sarebbe stato meno severo, e le sue accuse energiche produssero un effetto disastroso. Il giurì pronunziò un verdetto affermativo. Filippo Cayol fu condannato a cinque anni di reclusione e alla berlina sopra una piazza di Marsiglia. Il giardiniere Ayasse fu punito con qualche mese di prigione.

Nella sala si udì un mormorio indefinito: fuori la folla rumoreggiava.

 

Capitolo 11 - NEL QUALE BIANCA E PINA SI TROVANO FACCIA A FACCIA

Bianca aveva assistito alla condanna di Filippo, nascosta in fondo alla tribuna. Era là, per ordine dello zio, che voleva soffocare in essa qualunque resto di affetto, mostrandole l'amante fra due gendarmi, come un ladro. Una vecchia parente si era incaricata di accompagnarla a quell'edificante spettacolo.

Mentre le due donne stavano aspettando, sulla scalinata del palazzo di giustizia, la loro carrozza, furono bruscamente separate dalla folla che si precipitava fuori da tutte le uscite.

Bianca, spinta in mezzo alla piazza dei Predicatori, fu riconosciuta dalle mercatine che cominciarono a insultarla e farle l'urlata.

- E' lei, è lei, - gridavano - la rinnegata! la rinnegata!

La povera fanciulla, smarrita, non sapendo dove rifugiarsi si sentiva morire di vergogna e di paura, quando una ragazza si fece largo in mezzo al gruppo che la circondava e andò a mettersele accanto.

Era Pina.

Anche la fioraia aveva assistito alla condanna di Filippo. Per tre ore di seguito aveva provate tutte le angosce del timore e della speranza: la requisitoria del procuratore generale l'aveva atterrita e s'era messa a piangere sentendo pronunciare la sentenza.

Usciva dal palazzo irritata, in uno stato di esaltazione terribile, quando udì le grida delle mercatine. Capì che Bianca era là, e che essa si sarebbe potuta vendicare ingiuriandola; e corse con i pugni serrati e la bocca piena d'insulti. Bianca era, secondo lei, la vera colpevole: aveva mentito, e commesso uno spergiuro ed una viltà. A quest'idea tutto il suo sangue plebeo le saliva alla testa e la spingeva a urlare e a percuotere.

E si precipitò, allontanando la folla, per prendersi la sua parte di vendetta.

Ma quando fu davanti a Bianca, quando la vide pallida di spavento, quella fanciulla tremante e debole le fece compassione. Le parve tanto piccina, tanto carina, d'una fragilità tanto delicata, che sentì nascersi in cuore una generosa idea di perdono. E, respinte con un gesto violento le donne che mostravano i pugni alla signorina, alzando la testa, a voce alta, gridò:

- Non vi vergognate? cento contro una! Dio non ha bisogno delle vostre urlate per castigarla... lasciateci passare.

Aveva preso Bianca per la mano e stava imperterrita, davanti alla folla che mormorava e che si stringeva