Antoine Galland



MILLE E UNA NOTTE

 

 

 

 

MILLE E UNA NOTTE

 

Le cronache dei Sassanidi, antichi re di Persia, che avevano esteso il loro impero nelle Indie, nelle grandi e piccole isole che dipendono da esse, e molto più oltre, al di là del Gange fino alla Cina, dicono che c'era una volta un re di quella potente dinastia che era il miglior principe del suo tempo. Tanto egli si faceva amare dai suoi sudditi, per la sua saggezza e la sua prudenza, quanto era temuto dai popoli vicini, per la fama del suo valore e la reputazione delle sue truppe combattive e ben disciplinate. Aveva due figli: il maggiore, di nome Shahriar, degno erede di suo padre, ne aveva tutte le virtù: il più giovane, di nome Shahzenan, non valeva meno del fratello.

Dopo un regno tanto lungo quanto glorioso, questo re morì e Shahriar salì al trono. Shahzenan, escluso da ogni eredità per le leggi dell'impero, e costretto a vivere come un privato, invece di essere insofferente verso la fortuna del fratello, mise tutta la sua buona volontà per piacergli. Non faticò molto a riuscirvi. Shahriar, che aveva una simpatia naturale per quel principe, fu incantato dalla sua docilità e, in un impeto di amicizia, volendo dividere con lui i suoi Stati, gli regalò il regno della Grande Tartaria. Shahzenan ne prese ben presto possesso e stabilì la sua residenza a Samarcanda, che ne era la capitale.

Erano già passati dieci anni da quando i due re si erano separati, quando Shahriar, volendo ardentemente rivedere il fratello, decise di mandargli un ambasciatore che lo invitasse a fargli visita. Per questa ambasciata scelse il suo primo visir che partì con un seguito degno del suo grado e agì con la massima diligenza possibile. Quando fu nelle vicinanze di Samarcanda, Shahzenan, avvertito del suo arrivo, gli andò incontro con i più alti dignitari della sua corte che, per rendere più onore al ministro del sultano, si erano tutti vestiti sfarzosamente. Il re di Tartaria lo ricevette con grandi dimostrazioni di gioia e, prima di tutto, gli chiese notizie del fratello. Il visir accontentò la sua curiosità ed narrò il motivo della sua ambasciata.

Shahzenan ne fu commosso.

- Saggio visir, - disse, - mio fratello il sultano mi fa troppo onore e non poteva propormi niente che mi fosse più gradito. Se egli vuole vedermi, io sono animato dallo stesso desiderio. Il tempo, che non ha affatto indebolito la sua amicizia, non ha ugualmente raffreddata la mia. Il mio regno è tranquillo, e vi chiedo solo dieci giorni per mettermi in condizione di partire con voi. Perciò, non è necessario che entriate in città per così breve tempo. Vi prego di fermarvi qui e di farvi alzare le vostre tende. Vado a dar ordine di portare rinfreschi in abbondanza per voi e per tutte le persone del vostro seguito.

Questo venne eseguito immediatamente: il re era appena rientrato a Samarcanda, quando il visir vide arrivare una prodigiosa quantità di ogni specie di provviste, accompagnate da squisitezze e da doni di grandissimo pregio.

Frattanto Shahzenan, preparandosi a partire, regolò gli affari più urgenti, istituì un consiglio che governasse il regno durante la sua assenza e nominò capo di questo consiglio un ministro del quale conosceva la saggezza e nel quale aveva piena fiducia. Dopo dieci giorni, essendo pronti i suoi equipaggi, disse addio alla regina sua moglie, uscì sul far della notte da Samarcanda e, seguito dagli ufficiali che dovevano partecipare al viaggio, andò al padiglione reale che aveva fatto innalzare vicino alle tende del visir. Si intrattenne con lui fino a mezzanotte. Poi, volendo abbracciare ancora una volta la regina che amava molto, ritornò solo al suo palazzo. Andò dritto all'appartamento di quella principessa che, non aspettandosi di rivederlo, aveva ricevuto nel suo letto uno degli ultimi ufficiali della corte. Erano coricati già da molto tempo e dormivano tutti e due di un sonno profondo.

Il re entrò senza far rumore, pregustando il piacere di sorprendere col suo ritorno una sposa dalla quale si credeva teneramente amato. Ma quale fu il suo stupore quando, alla luce delle fiaccole che durante la notte non si spegnevano mai negli appartamenti dei principi e delle principesse, vide un uomo nello sue braccia! Restò paralizzato per qualche istante, non sapendo se doveva credere a ciò che vedeva. Ma, non potendo dubitarne, si disse: "Come! sono appena fuori del mio palazzo, sono ancora sotto le mura di Samarcanda e si osa oltraggiarmi! Ah! perfida! il vostro crimine non resterà impunito.

Come re devo punire i misfatti commessi nei miei Stati; come sposo offeso devo immolarvi al mio giusto risentimento". Infine, quel disgraziato principe, cedendo al suo primo impulso, sguainò la spada, si avvicinò al letto e con un sol colpo fece passare i colpevoli dal sonno alla morte. Poi, prendendoli l'uno dopo l'altra, li gettò da una finestra in un fossato che circondava il palazzo.

Dopo essersi così vendicato, uscì dalla città come vi era entrato e si ritirò nel suo padiglione. Appena arrivato, senza dire a nessuno ciò che aveva fatto, ordinò di levare le tende e di partire. In poco tempo tutto fu pronto, e non era ancora giorno quando si misero in cammino al suono dei timpani e di molti altri strumenti che suscitarono la gioia di tutti tranne che del re. Quel principe, sempre pensando all'infedeltà della regina, era in preda a una terribile malinconia che non lo lasciò per tutto il viaggio.

Quando arrivò nelle vicinanze della capitale delle Indie, vide venirgli incontro il sultano (1) Shahriar con tutta la sua corte. Che gioia provarono quei principi rivedendosi! Misero entrambi il piede a terra per abbracciarsi, e dopo essersi scambiati mille testimonianze di tenerezza, risalirono a cavallo ed entrarono in città fra le acclamazioni di una sterminata folla di popolo. Il sultano guidò il re suo fratello fino al palazzo che aveva fatto preparare per lui. Questo palazzo comunicava con il suo attraverso un giardino comune. Era un edificio magnifico, tanto più che era destinato alle feste e ai divertimenti della corte, e ne avevano ancora aumentato la bellezza con nuovi arredamenti.

Shahriar lasciò il re di Tartaria per dargli il tempo di andare al bagno e di cambiarsi d'abito. Ma, appena seppe che ne era uscito, andò di nuovo da lui. Si sedettero su un divano e, poiché i cortigiani si tenevano rispettosamente a distanza, i due principi cominciarono a parlare di tutto quello che due fratelli, uniti ancora più dall'amicizia che dal sangue, hanno da dirsi dopo una lunga separazione. Arrivata l'ora di cena, mangiarono insieme; e dopo il pasto ripresero la chiacchierata che durò finché Shahriar, accorgendosi che la notte era molto inoltrata, si ritirò per lasciar riposare il fratello.

Lo sfortunato Shahzenan si coricò: ma, se la presenza del sultano suo fratello era stata capace di allontanare per un po' le sue pene, queste si risvegliarono allora con violenza. Invece di godersi il riposo di cui aveva bisogno, non fece altro che richiamare alla memoria le più crudeli riflessioni. Tutte le circostanze dell'infedeltà della regina si ripresentavano così vivamente alla sua mente da farlo uscire di sé. Infine, non potendo dormire si alzò e, abbandonandosi interamente a pensieri tanto tristi, sul suo viso apparve un'ombra di tristezza che il sultano non mancò di notare. "Che cosa ha dunque il sultano di Tartaria? - si diceva. - Chi può causare questo dolore che gli vedo in viso? Forse ha motivo di lamentarsi della mia accoglienza? No: l'ho ricevuto come un fratello che amo, e su questo punto non ho niente da rimproverami. Forse rimpiange di essere lontano dai suoi Stati o dalla regina sua moglie. Ah! se è questa la ragione del suo tormento, è necessario che gli offra subito i doni che gli ho destinato, perché possa partire quando vuole per ritornare a Samarcanda". Infatti, fin dal giorno dopo, gli inviò una parte di quei doni, costituiti da tutto quello che le Indie producono di più raro, di più ricco e di più singolare. Non tralasciava, però, di cercare di divertirlo ogni giorno con nuovi piaceri; ma le feste più belle, invece di rallegrarlo, riuscivano solo ad accrescere le sue pene.

Un giorno Shahriar aveva ordinato una grande caccia, a due giorni di distanza dalla capitale, in un paese in cui si trovano soprattutto molti cervi. Shahzenan lo pregò di dispensarlo dall'accompagnarlo, dicendogli che lo stato della sua salute non gli permetteva di essere della partita. Il sultano non volle forzarlo, lo lasciò libero e partì con tutta la sua corte per quel divertimento. Dopo la sua partenza, il re della Grande Tartaria, vedendosi solo, si chiuse nel suo appartamento e si sedette vicino a una finestra che si affacciava sul giardino. Quel bel posto e il cinguettio di un'infinità di uccelli che ne avevano fatto il loro rifugio, gli avrebbero procurato piacere, se fosse stato capace di provarlo: ma, sempre straziato dal funesto ricordo dell'infame azione della regina, fissava i suoi occhi sul giardino meno spesso di quanto li alzava al cielo per lamentarsi del suo infelice destino.

Tuttavia, anche se in preda ai suoi tormenti, vide ugualmente un oggetto che attirò tutta la sua attenzione. All'improvviso si aprì una porta segreta del palazzo del sultano e ne uscirono venti donne in mezzo alle quali camminava la sultana (2) con un'aria che la faceva distinguere facilmente. Questa principessa, credendo che il re della Grande Tartaria fosse anch'egli alla caccia, si spinse decisamente fin sotto la finestra dell'appartamento di quel principe, che, volendo osservarla per curiosità, si sistemò in modo da poter vedere tutto senza essere visto. Notò che le persone che accompagnavano la sultana, per bandire ogni ritegno, si scoprirono il viso, fino ad allora coperto, e si tolsero le lunghe vesti che indossavano sopra altre più corte. Il suo stupore fu immenso quando vide che in quella compagnia.

che gli era sembrata tutta composta da donne, c'erano dieci negri, ognuno dei quali prese la propria amante. La sultana, per parte sua, non restò a lungo senza amante: batté le mani gridando: "Masud, Masud!" e subito un altro negro scese dalla cima di un albero e corse verso di lei con molta premura.

Il pudore non mi permette di raccontare tutto ciò che avvenne tra quelle donne e quei negri, ed è un particolare che non serve descrivere. Basta dire che Shahzenan ne vide abbastanza per giudicare che suo fratello non era meno da compiangere di lui. I piaceri di quella comitiva amorosa durarono fino a mezzanotte. Si bagnarono tutti insieme in una grande vasca che costituiva uno dei principali ornamenti del giardino; dopo di che, avendo indossato di nuovo i loro vestiti rientrarono attraverso la porta segreta nel palazzo del sultano, e Masud che era venuto dall'esterno scalando il muro del giardino, se ne ritornò per la stessa strada.

Poiché tutte queste cose erano successe sotto gli occhi del re della Grande Tartaria, esse gli diedero modo di fare un'infinità di considerazioni. "Come sbagliavo, - diceva, - credendo che la mia disgrazia fosse così singolare! E' sicuramente l'inevitabile destino di tutti i mariti, poiché il sultano mio fratello, il sovrano di tanti Stati, il più grande principe del mondo, non ha potuto evitarlo.

Stando così le cose, quale debolezza è la mia di lasciarmi consumare dal dolore! Certamente il ricordo di una disgrazia così comune, ormai non turberà più il mio riposo". Infatti, da quel momento, smise di tormentarsi, e poiché non aveva voluto cenare per osservare tutta la scena che si svolgeva sotto le due finestre, ordinò di servire, mangiò con appetito migliore di quanto non aveva fatto dalla sua partenza da Samarcanda, e ascoltò anche con un certo piacere un grazioso concerto per voci e strumenti con il quale fu accompagnato il pranzo.

Il giorno dopo fu di ottimo umore, e quando seppe che il sultano era di ritorno, gli andò incontro e gli fece i suoi complimenti con aria allegra. Shahriar non fece, in un primo momento, attenzione a quel cambiamento; pensò solo a lamentarsi cortesemente del rifiuto di Shahzenan ad accompagnarlo alla caccia; e, senza dargli il tempo di rispondere ai suoi rimproveri, gli parlò del gran numero di cervi e di altri animali che aveva preso, e infine del piacere che aveva provato.

Shahzenan, dopo averlo attentamente ascoltato, prese a sua volta la parola. Non avendo più dispiaceri che gli impedivano di far mostra di tutto il suo spirito, disse mille cose piacevoli e divertenti.

Il sultano, che si era aspettato di trovarlo nello stesso stato in cui l'aveva lasciato, fu felice di vederlo così allegro.

- Fratello mio, - gli disse, - rendo grazie al cielo del felice cambiamento che si è prodotto in voi durante la mia assenza; ne sono proprio contento, ma devo rivolgervi una preghiera e vi scongiuro di accordarmi ciò che sto per chiedervi.

- Che cosa potrei rifiutarvi? - rispose il re di Tartaria. Voi potete tutto su Shahzenan. Parlate: sono impaziente di sapere che cosa desiderate da me.

- Da quando siete alla mia corte, - riprese Shahriar, - vi ho visto immerso in una cupa malinconia che inutilmente ho cercato di dissipare con ogni specie di divertimenti. Ho immaginato che il vostro dolore derivasse dal fatto di essere lontano dai vostri Stati; ho anche creduto che dipendesse in buona parte dall'amore, e che forse la regina di Samarcanda, che avete dovuto scegliere di perfetta bellezza, ne fosse la causa. Non so se mi sono ingannato nella mia ipotesi: ma vi confesso che proprio per questa ragione non ho voluto importunarvi su questo argomento, temendo di dispiacervi. Tuttavia, senza che io vi abbia contribuito in nessun modo, vi trovo al mio ritorno del miglior umore possibile e con l'animo completamente sgombro da quella nera inquietudine che ne turbava tutta l'allegria. Ditemi, di grazia, perché eravate così triste e perché ora non lo siete più.

A questo discorso, il re della Grande Tartaria restò per un momento pensieroso, come se stesse cercando di rispondervi. Infine replicò con queste parole:

- Voi siete il mio sultano e il mio padrone, ma dispensatemi, ve ne supplico, dal darvi la soddisfazione che mi chiedete.

- No, fratello mio, - replicò il sultano, - dovete accordarmela: la desidero, non rifiutatemela. - Shahzenan non poté resistere alle insistenze di Shahriar.

- Ebbene, fratello, - gli disse, - vi accontenterò poiché me lo chiedete. - Allora gli raccontò l'infedeltà della regina di Samarcanda; e, quando ebbe finito il racconto, aggiunse: Ecco la ragione della mia tristezza; giudicate se avevo torto di abbandonarmici.

- Oh, fratello mio, - esclamò il sultano, con un tono che manifestava quanto fosse preso dal dolore del re di Tartaria, che orribile storia mi avete raccontato! Con quanta impazienza l'ho ascoltata fino in fondo! Vi lodo per aver punito i traditori che vi hanno fatto un così grave oltraggio. Non vi si potrebbe rimproverare la vostra azione: è giusta e, quanto a me, confesso che al vostro posto sarei forse stato più severo di voi. Non mi sarei accontentato di togliere la vita a una sola donna, credo che ne avrei sacrificato più di mille alla mia rabbia. Non sono affatto stupito del vostro dolore: la causa era troppo viva e troppo mortificante per non lasciarvisi andare. O cielo!

che avventura! No, credo che non sia mai successo a nessuno niente di simile di ciò che è capitato a voi. Ma, insomma, bisogna lodare Dio per avervi dato una certa consolazione; e poiché non dubito che essa sia ben fondata, abbiate ancora la cortesia di farmela conoscere, e confidatevi interamente.

Shahzenan su questo punto fece maggiori difficoltà di prima, a causa dell'interesse che suo fratello vi aveva; ma dovette cedere alle sue nuove insistenze.

- Poiché lo volete assolutamente, - gli disse, - vi ubbidirò. Ho paura che la mia ubbidienza vi procuri maggior dolore di quanto ne ho avuto io; ma dovete prendervela soltanto con voi stesso, poiché proprio voi mi costringete a rivelarvi una cosa che vorrei seppellire in un eterno oblio.

- Quanto mi dite, - interruppe Shahriar, - altro non fa se non eccitare la mia curiosità; affrettatevi a rivelarmi questo segreto, di qualunque genere esso sia.

Il re di Tartaria, non potendo più sottrarsi, raccontò con tutti i particolari quello che aveva visto sul travestimento dei negri, sulle dissolutezze della sultana e delle sue ancelle, e non dimenticò Masud.

- Dopo essere stato testimone di queste infamie, - aggiunse, pensai che tutte le donne vi fossero portate per natura e che non potessero resistere alla loro inclinazione. Giunto a questa conclusione, mi sembrò una gran debolezza per un uomo quella di far dipendere il proprio riposo dalla loro fedeltà. Questa riflessione mi spinse a farne molte altre, e alla fine, pensai che la cosa migliore che potessi prendere era quella di consolarmi. Mi è costato fatica, ma ci sono riuscito; e, se date retta a me, seguirete il mio esempio.

Sebbene questo consiglio fosse giudizioso, il sultano non riuscì ad apprezzarlo. Diventò persino furioso.

- Come! - disse, - la sultana delle Indie è capace di prostituirsi in un modo così indegno! No, fratello mio, aggiunse,- non posso credere a quello che mi dite, se non lo vedo con i miei propri occhi. I vostri devono avervi ingannato; la cosa è abbastanza importante da meritare che me ne assicuri personalmente.

- Fratello, - rispose Shahzenan, - se volete esserne testimone, non è molto difficile. Dovete soltanto organizzare delle altre giornate di caccia: quando saremo fuori città con la vostra corte e la mia, ci fermeremo sotto i nostri padiglioni e la notte torneremo soli nel mio appartamento. Sono sicuro che il giorno dopo vedrete quello che ho visto io.

Il sultano approvò lo stratagemma e immediatamente ordinò una nuova caccia in modo che quello stesso giorno i padiglioni furono innalzati nel luogo stabilito.

Il giorno dopo i due principi partirono con tutto il loro seguito.

Arrivarono dove si dovevano accampare e vi restarono fino al cader della notte. Allora Shahriar chiamò il suo gran visir e, senza svelargli il suo piano, gli ordinò di prendere il suo posto durante la sua assenza e di non permettere a nessuno di uscire dal campo per nessuna ragione. Appena ebbe dato quest'ordine, il re della Grande Tartaria e lui salirono a cavallo, passarono in incognito attraverso il campo, rientrarono in città e andarono al palazzo dove risiedeva Shahzenan. Si coricarono e il giorno dopo, di buon mattino, andarono a sistemarsi alla stessa finestra dalla quale il re di Tartaria aveva visto la scena dei negri. Per un po' di tempo si godettero il fresco, non essendo ancora sorto il sole e, mentre chiacchieravano, giravano spesso gli occhi verso la porta segreta. Finalmente questa si aprì e, per dirla in breve, apparve la sultana con le sue ancelle e i dieci negri travestiti; ella chiamò Masud e il sultano vide più di quanto serviva per essere pienamente convinto della sua vergogna e della sua disgrazia.

- Oh Dio! - esclamò, - che cosa indegna! che orrore! La sposa di un sovrano come me può essere capace di simile infamia? Dopo questo, quale principe oserà vantarsi di essere perfettamente felice? Ah!

fratello mio, - continuò abbracciando il re di Tartaria, - rinunciamo tutti e due al mondo, la buona fede ne è bandita; se da una parte esso lusinga, dall'altra tradisce. Abbandoniamo i nostri Stati e tutto lo sfarzo che ci circonda. Andiamo in regni stranieri a trascinare una vita oscura e a nascondere la nostra disgrazia.

Shahzenan non approvava questa risoluzione, ma non osò ostacolarla vedendo il furore di cui era preda Shahriar.

- Fratello, - gli disse, - non ho altra volontà fuorché la vostra; sono pronto a seguirvi dove vorrete. Ma promettetemi che, se riusciamo ad incontrare qualcuno più disgraziato di noi, torneremo.

- Ve lo prometto, - rispose il sultano, - ma dubito molto di trovare qualcuno che possa esserlo.

- Quanto a questo non sono della vostra opinione, - replicò il re di Tartaria; - forse non viaggeremo neppure a lungo.

Dicendo ciò, uscirono segretamente dal palazzo e presero una strada diversa da quella da dove erano venuti. Camminarono finché ci fu abbastanza luce per andare avanti, e passarono la prima notte sotto gli alberi. Allo spuntare del giorno si alzarono e ripresero il cammino finché non arrivarono a una bella prateria in riva al mare, dove, ogni tanto, spuntavano grandi alberi molto fronzuti. Si sedettero sotto uno di questi alberi per riposarsi e prendere il fresco. L'infedeltà delle principesse loro mogli fu l'argomento della loro conversazione.

Dopo un po' di tempo che si intrattenevano così, sentirono non molto lontano un orribile rumore che veniva dalla parte del mare e un grido spaventoso che li riempì di paura. Allora il mare si aprì e ne venne fuori una specie di grossa colonna nera che sembrava perdersi fra le nuvole. Questa visione raddoppiò il loro terrore; si alzarono di scatto e si arrampicarono sull'albero che sembrò loro più adatto a nasconderli. Ci erano appena saliti quando, guardando verso il punto da dove veniva il rumore e dove il mare si era aperto, notarono che la colonna nera avanzava verso la riva fendendo l'acqua. In un primo momento non riuscirono a capire di che cosa si trattasse, ma ne furono ben presto informati.

Era uno di quei geni maligni, malefici e nemici mortali degli uomini.

Era nero e disgustoso, aveva la forma di un gigante di altezza prodigiosa e portava in testa una gran cassa di vetro. chiusa da quattro serrature di acciaio sottile. Si addentrò nella prateria dove spuntava l'albero sul quale stavano i due principi che, conoscendo l'estremo pericolo nel quale si trovavano, si ritennero perduti.

Intanto il genio si sedette vicino alla cassa e, dopo averla aperta con quattro chiavi che portava legate alla cintura, ne fece uscire una dama vestita molto riccamente, di statura maestosa e di perfetta bellezza. Il mostro la fece sedere accanto a sé e, guardandola con amore, disse:

- Signora, perfetta più di tutte le signore ammirate per la loro bellezza, creatura affascinante, voi che ho rapito nel giorno delle vostre nozze e che da allora ho sempre amato con tanta perseveranza, permettetemi di dormire qualche minuto vicino a voi; il sonno da cui sono oppresso mi ha spinto a venire in questo posto per riposare un po'.

Dicendo queste parole, lasciò cadere la sua grossa testa sulle ginocchia della dama; poi, dopo aver allungato i piedi che arrivavano fino al mare, non tardò ad addormentarsi, e quasi subito cominciò a russare in un modo tale da far rimbombare la riva.

La dama alzò per caso gli occhi e, scorgendo i principi in cima all'albero, fece cenno con la mano di scendere senza rumore. Il loro terrore fu enorme quando si videro scoperti. Supplicarono la dama, con altri cenni, di dispensarli dall'ubbidirla. Ma lei, dopo aver tolto dolcemente dalle sue ginocchia la testa del genio ed averla poggiata leggermente a terra, si alzò e disse loro a bassa voce, ma animata:

- Scendete, è assolutamente necessario che veniate da me. - Essi tentarono inutilmente di farle capire ancora con i loro gesti che avevano paura del genio. - Scendete dunque, - replicò la dama con lo stesso tono, - se non vi affrettate ad ubbidirmi, lo sveglierò, e io stessa gli chiederò la vostra morte.

Queste parole spaventarono tanto i principi, che essi cominciarono a scendere con tutte le precauzioni possibili per non svegliare il genio. Appena a terra, la dama li prese per mano e, allontanatasi uno po' sotto gli alberi, fece loro liberamente una proposta molto audace.

All'inizio essi rifiutarono, ma la dama li costrinse con nuove minacce ad accettarla. Dopo aver ottenuto da loro quello che desiderava, avendo notato che ognuno dei due portava un anello al dito, glieli chiese. Appena li ebbe tra le mani, andò a prendere una scatola dal pacco che conteneva i suoi oggetti personali; ne tirò fuori un filo nel quale erano infilati altri anelli di ogni tipo e, mostrandoli ai principi, disse:

- Sapete che cosa significano questi gioielli?

- No, - risposero, - ma sta a voi farcelo sapere.

- Sono, - riprese la dama, - gli anelli di tutti gli uomini ai quali ho concesso i miei favori. Ce ne sono novantotto ben contati e li conservo per ricordarmi di loro. Vi ho chiesto i vostri per lo stesso motivo e per arrivare a cento anelli. Così dunque fino a oggi ho avuto cento amanti, - aggiunse, nonostante la vigilanza e le precauzioni di quest'orribile genio che non mi lascia mai. Ha un bel chiudermi in questa cassa di vetro e tenermi nascosta in fondo al mare, inganno ugualmente i suoi accorgimenti. Vedete che, quando una donna ha stabilito qualcosa, non c'è marito o amante che possa impedirglielo.

Gli uomini farebbero meglio a non costringere le donne, sarebbe il solo mezzo per renderle virtuose.

Dopo aver pronunciato queste parole, la dama infilò i loro anelli nello stesso filo dov'erano gli altri. Poi si sedette come prima, sollevò la testa del genio che non si svegliò affatto, se la rimise sulle ginocchia e fece segno ai principi di ritirarsi.

Essi ripresero il cammino da dove erano venuti; e, appena ebbero perso di vista la dama e il genio, Shahriar disse a Shahzenan:

- Ebbene, fratello mio, che pensate dell'avventura che ci è capitata?

Il genio non ha forse un'amante molto fedele? E non siete d'accordo con me sul fatto che niente è paragonabile alla malizia delle donne?

- Sì, fratello, - rispose il re della Grande Tartaria. - E dovete anche convenire che il genio è più da compiangere e più disgraziato di noi. Perciò, visto che abbiamo trovato quel che cercavamo, torniamo nei nostri Stati, e questo non ci impedisca di sposarci. Quanto a me so con quale mezzo pretenderò che la fedeltà dovutami mi sia inviolabilmente conservata. Ora non voglio spiegarmi su questo punto, ma un giorno ne avrete notizia e sono sicuro che seguirete il mio esempio.

Il sultano fu del parere del fratello e, continuando a camminare, arrivarono al campo sul finire della notte, tre giorni dopo esserne partiti.

Diffusasi la notizia del ritorno del sultano, i cortigiani andarono di prima mattina davanti al suo padiglione. Egli li fece entrare, li ricevette con aria più sorridente del solito, e fece a tutti dei complimenti. Fatto ciò, dopo aver dichiarato di non voler proseguire, ordinò loro di salire a cavallo, e in poco tempo ritornò a palazzo.

Appena arrivato, corse nell'appartamento della sultana. La fece legare sotto i suoi occhi e la consegnò al gran visir, con l'ordine di farla strangolare: cosa che il ministro del sultano eseguì senza informarsi sul crimine da lei commesso. Il principe irritato non si accontentò di questo. Con le proprie mani tagliò la testa a tutte le ancelle della sultana. Dopo questo rigoroso castigo, convinto che non esistesse una sola donna onesta, per prevenire le infedeltà di quelle che avrebbero preso nel futuro, decise di sposarne una ogni notte e di farla strangolare il giorno dopo. Essendosi imposta quella legge crudele, giurò di metterla in atto subito dopo la partenza del re di Tartaria, che si congedò ben presto da lui e si mise in viaggio, carico di magnifici doni.

Partito Shahzenan, Shahriar non mancò di ordinare al suo gran visir di portargli la figlia di uno dei suoi generali di armata. Il visir ubbidì: il sultano si coricò con lei e il giorno dopo, riconsegnandola nelle mani del visir per farla morire, gli ordinò di cercargliene un'altra per la notte seguente. Sebbene il visir sentisse una grande ripugnanza a seguire quegli ordini, poiché doveva cieca ubbidienza al sultano suo padrone, era costretto a sottomettervisi. Gli portò perciò la figlia di un ufficiale subalterno, e anche questa fu fatta morire il giorno dopo. Poi, toccò alla figlia di un borghese della capitale; insomma ogni giorno c'era una ragazza maritata e una sposa morta.

L'eco di questa inumanità senza pari provocò generale costernazione nella città. Si sentivano solo grida e lamenti. Qui c'era un padre in lacrime che si disperava per la perdita della figlia; là c'erano madri affettuose che, temendo la stessa sorte per le loro, facevano risuonare in anticipo l'aria con i loro gemiti. Così, invece delle lodi e delle benedizioni che il sultano si era attirato fino a quel momento, tutti i suoi sudditi altro non facevano se non imprecare contro di lui.

Il gran visir che, come si è già detto, era suo malgrado il ministro di una così orribile ingiustizia, aveva due figlie: la maggiore si chiamava Sherazad (3) e la più giovane Dinarzad (4), Quest'ultima non mancava di pregi, ma l'altra era dotata di un coraggio superiore al suo sesso, di una grande intelligenza unita ad una meravigliosa sottigliezza d'ingegno. Era molto istruita e aveva una memoria così prodigiosa, che non le era sfuggito niente di quanto aveva letto. Si era applicata con successo alla filosofia, alla medicina, alla storia e alle arti; componeva versi meglio dei più famosi poeti del suo tempo. Oltre a questo, era di straordinaria bellezza, e una fortissima virtù coronava tutte queste belle qualità.

Il visir amava appassionatamente una figlia così degna del suo affetto. Un giorno, mentre stavano conversando, lei gli disse:

- Padre mio, devo chiedervi una grazia; vi supplico umilmente di accordarmela.

- Non ve la rifiuterò. - rispose il visir, - purché sia giusta e ragionevole.

- Per essere giusta, - replicò Sherazad, - non può esserlo di più, e lo potrete giudicare dal motivo che mi spinge a chiedervela. Ho in mente di fermare il corso di questa barbarie che il sultano esercita sulle famiglie di questa città. Voglio dissipare la giusta paura che provano tante madri all'idea di perdere le proprie figlie in un modo così funesto.

- La vostra intenzione è molto lodevole, figlia mia, - disse il visir, - ma il male al quale volete porre rimedio mi sembra senza scampo.

Come credete di venirne a capo?

- Padre mio, - replicò Sherazad, - poiché, il sultano celebra ogni giorno un nuovo matrimonio con la vostra mediazione, vi scongiuro per il tenero affetto che avete per me, di procurarmi l'onore del suo letto. - Il visir non riuscì ad ascoltare questo discorso senza provare orrore.

- Oh Dio! - interruppe con impeto, - avete perso la ragione, figlia mia? Potete rivolgermi una preghiera così pericolosa? Voi sapete che il sultano ha giurato sulla propria anima di coricarsi con la stessa donna una sola notte e di farla uccidere il giorno dopo; e volete che io gli proponga di sposarvi? Avete pensato bene a che cosa vi espone il vostro zelo indiscreto?

- Sì, padre mio, - rispose la virtuosa fanciulla, - conosco tutto il pericolo al quale vado incontro, e non potrebbe spaventarmi. Se muoio, la mia morte sarà gloriosa; e, se riesco nella mia impresa, renderò un importante servigio alla mia patria.

- No, no, - disse il visir, - qualunque cosa possiate dirmi per indurmi a permettervi di gettarvi in quest'orribile pericolo, non pensate che io vi acconsenta. Quando il sultano mi ordinerà di affondarvi il pugnale nel seno, ahimè! dovrò ubbidirgli. Che triste compito per un padre! Ah! se non temete la morte, temete almeno di procurarmi il mortale dolore di vedere la mia mano colorata dal vostro sangue.

- Ancora una volta, padre mio, - disse Sherazad, - vi prego di accordarmi la grazia che vi chiedo.

- La vostra ostinazione, - replicò il visir, - provoca la mia collera.

Perché voler correre spontaneamente verso la vostra rovina? Chi non prevede la fine di un'impresa pericolosa, non saprebbe uscirne felicemente.

- Padre mio, - disse allora Sherazad, - non dispiacetevi, di grazia, se insisto nei miei sentimenti. D'altronde, perdonatemi se oso dirvelo, voi vi opponete inutilmente: quand'anche la tenerezza paterna rifiutasse di esaudire la mia preghiera, andrei io stessa a presentarmi al sultano.

Infine il padre, messo alle strette dalla fermezza della figlia, si arrese alle sue insistenze; e, sebbene molto addolorato per non essere riuscito a dissuaderla da una così funesta decisione, andò immediatamente a trovare Shahriar per annunciargli che la notte seguente gli avrebbe condotto Sherazad.

Il sultano fu molto stupito del sacrificio che il suo gran visir gli faceva.

- Come avete potuto, - gli disse, - decidervi a darmi la vostra propria figlia?

- Sire - gli rispose il visir, - ella si è offerta spontaneamente. Il triste destino che l'aspetta non è riuscito a spaventarla, e, alla sua vita, preferisce l'onore di essere per una sola notte la sposa di Vostra Maestà.

- Ma non vi illudete, visir, - riprese il sultano, - domani, riconsegnando Sherazad nelle vostre mani, pretendo che le togliate la vita. Se non lo farete, vi giuro che farò morire anche voi.

- Sire, - replicò il visir, - il mio cuore gemerà certamente ubbidendovi. Ma la natura avrà un bel protestare: sebbene padre. vi garantisco un braccio fedele. - Shahriar accettò l'offerta del suo ministro e gli disse che poteva portargli la figlia quando avesse voluto.

Il gran visir andò a portare la notizia a Sherazad che l'accolse con tanta gioia come se fosse stata la più piacevole del mondo. Ringraziò il padre di averle fatto questo gran favore e, vedendolo prostrato dal dolore, per consolarlo gli disse che sperava che lui non si sarebbe pentito di averla maritata al sultano e che, anzi, avrebbe avuto motivo di rallegrarsene per il resto della sua vita.

Da quel momento la fanciulla pensò solo a prepararsi a comparire davanti al sultano. Ma, prima di partire, chiamò in disparte la sorella Dinarzad, e le disse:

- Cara sorella, ho bisogno del vostro aiuto in una faccenda importantissima; vi prego di non rifiutarmelo. Mio padre sta per portarmi dal sultano per essere sua sposa. Non vi spaventate per questa notizia. Ascoltatemi soltanto con pazienza. Appena sarò davanti al sultano, lo supplicherò di permettermi che voi dormiate nella camera nuziale, affinché io goda per questa notte della vostra compagnia. Se, come spero, riuscirò ad ottenere questa grazia, ricordatevi di svegliarmi domani mattina, un'ora prima dell'alba, e di rivolgermi queste parole: "Sorella mia, se non state dormendo, vi supplico, mentre aspettiamo l'alba che spunterà fra poco, di raccontarmi uno di quei bei racconti che voi conoscete". Comincerò subito a raccontarvene uno e, con questo mezzo, spero di liberare tutto il popolo dalla costernazione in cui si trova. Dinarzad rispose alla sorella che avrebbe fatto con piacere quello che le chiedeva.

Arrivata l'ora di coricarsi, il gran visir portò Sherazad a palazzo e si ritirò dopo averla introdotta nell'appartamento del sultano. Appena il principe fu solo con lei, le ordinò di scoprirsi il viso e la trovò così bella che ne rimase incantato. Ma, accorgendosi che stava piangendo, gliene chiese il motivo.

- Sire, - rispose Sherazad, - ho una sorella che amo teneramente come ne sono riamata. Desidererei che lei passasse la notte in questa camera per vederla e dirle addio ancora una volta. Volete accordarmi la consolazione di darle quest'ultima testimonianza della mia amicizia?

Shahriar acconsentì e mandò a chiamare Dinarzad che venne sollecitamente. Il sultano si coricò con Sherazad su un palco molto alto alla moda dei sovrani d'Oriente, e Dinarzad in un letto che le avevano preparato ai piedi del palco.

Un'ora prima dell'alba, Dinarzad, che si era svegliata, non dimenticò di fare quello che le aveva raccomandato la sorella.

- Cara sorella, - esclamò, - se non dormite, vi supplico, mentre aspettiamo l'alba che spunterà fra poco, di raccontarmi uno di quei bei racconti che voi conoscete. Ahimè! forse sarà l'ultima volta che avrò questo piacere.

Sherazad, invece di rispondere alla sorella, si rivolse al sultano e gli disse:

- Sire, Vostra Maestà vuol permettermi di dare questa soddisfazione a mia sorella?

- Molto volentieri, - rispose il sultano. Allora Sherazad disse alla sorella di ascoltare e poi, rivolgendo la parola a Shahriar, cominciò a raccontare così.

 

 

 

NOTE:

  1. Questa parola araba significa imperatore o signore: tale titolo viene dato a quasi tutti i sovrani dell'Oriente.
  2. Il titolo di sultana viene dato a tutte le mogli dei sovrani d'Oriente. Tuttavia quando si dice semplicemente sultana, si intende la favorita.
  3. Sherazad, "figlia della luna". I popoli orientali, essendo per la maggior parte nomadi, fanno spesso dell'astro viaggiatore delle notti l'oggetto dei loro più graziosi e poetici confronti: quando essi parlano delle loro amanti in genere, le immagini, le allegorie e le idee prese alla bella e ridente natura che è sotto i loro occhi, formano la parte principale della loro poesia.
  4. Dinarzad, "preziosa come l'oro".

 

 

 

PRIMA NOTTE

 

IL MERCANTE E IL GENIO

Sire, c'era una volta un mercante che possedeva molti beni, sia in poderi, sia in mercanzie e denaro contante. Egli aveva molti commessi, fattori e schiavi; ogni tanto, era costretto a compiere viaggi per incontrarsi con i suoi corrispondenti. Un giorno che un affare importante lo chiamava in una località alquanto lontana da quella in cui abitava, salì a cavallo e partì portando con sé una valigia nella quale aveva messo una piccola provvista di biscotti e di datteri, dovendo attraversare un paese deserto, dove non avrebbe trovato di che vivere. Arrivò senza incidenti dove doveva sbrigare i suoi affari e, compiuta la cosa che lo aveva richiamato in quel posto, risalì a cavallo per fare ritorno a casa.

Il quarto giorno di viaggio, si sentì così tanto oppresso dall'ardore del sole che deviò dalla sua strada per andare a rinfrescarsi sotto degli alberi che aveva visto nella campagna. Ai piedi di una grande albero di noce, trovò una fontana dalla quale sgorgava un'acqua chiarissima e corrente. Scese a terra, legò il cavallo a un ramo dell'albero e si sedette vicino alla fontana, dopo aver tirato fuori dalla valigia qualche dattero e qualche biscotto. Mangiando i datteri ne gettava i noccioli a destra e a sinistra. Finito il frugale pasto, da buon musulmano quale era, si lavò mani, viso e piedi e recitò la preghiera (1).

Non l'aveva ancora terminata ed era ancora in ginocchio, quando vide apparire un genio tutto canuto per la vecchiaia e di enorme grandezza, che, avanzando verso di lui con la spada in pugno, gli disse con un terribile tono di voce:

- Alzati affinché io ti uccida come tu hai ucciso mio figlio.

Accompagnò queste parole con un grido spaventoso. Il mercante, atterrito dall'orribile aspetto del mostro e dalle parole che gli aveva rivolte, gli rispose tremando:

- Ahimè! mio buon signore, di quale delitto posso essere colpevole verso di voi, per meritare che voi mi togliate la vita?

- Io voglio, - riprese il genio, - ucciderti come tu hai ucciso mio figlio.

- Oh! buon Dio! - replicò il mercante, - come avrei potuto uccidere vostro figlio? Non lo conosco neppure e non l'ho mai visto.

- Arrivando qui, - replicò il genio, - non ti sei forse seduto? Non hai tirato dei datteri fuori dalla tua valigia e, mangiandoli non hai gettato i noccioli a destra e a sinistra?

- Ho fatto quanto voi dite, - rispose il mercante, - non posso negarlo.

- Stando così le cose, - riprese il genio, - ti dico che hai ucciso mio figlio, ed ecco in che modo: mentre tu gettavi i noccioli passava mio figlio, ne ha ricevuto uno nell'occhio ed è morto. Perciò debbo ucciderti.

- Ah! monsignore, perdono! - esclamò il mercante.

- Nessun perdono, - rispose il genio, - nessuna misericordia. Non è giusto uccidere colui che ha ucciso?

- Sono d'accordo con voi, - disse il mercante, - ma certamente non ho ucciso vostro figlio e, anche se così fosse, l'avrei fatto solo molto innocentemente. Perciò vi supplico di perdonarmi e di risparmiare la mia vita.

- No, no! - disse il genio insistendo nella sua decisione, devo ucciderti, poiché tu hai ucciso mio figlio.

A queste parole, afferrò il mercante per il braccio, lo gettò con la faccia terra e alzò la spada per tagliargli la testa.

Intanto il mercante, tutto in lacrime e protestando la sua innocenza, rimpiangeva la moglie e i figli, e diceva le cose più commoventi del mondo. Il genio, sempre con la spada sollevata, ebbe la pazienza di aspettare che il disgraziato avesse finito di lamentarsi, ma non ne fu per nulla impietosito.

- Tutti questi rimpianti sono superflui, - esclamò, - Anche se le tue lacrime fossero di sangue, questo non mi impedirebbe di ucciderti come tu hai ucciso mio figlio.

- Come! - replicò il mercante, - niente riesce a commuovervi? Volete assolutamente togliere la vita a un povero innocente?

- Sì, - replicò il genio, - lo voglio.

Così dicendo...

A questo punto, Sherazad, accorgendosi che era giorno e sapendo che il sultano si alzava di buon mattino per recitare le sue preghiere e tenere consiglio, smise di parlare.

- Buon Dio! sorella mia, - disse allora Dinarzad, - che racconto meraviglioso!

- Il seguito è ancora più stupefacente, - rispose Sherazad, - e sareste d'accordo con me, se il sultano volesse lasciarmi vivere ancora per oggi e darmi il permesso di raccontarvelo la prossima notte.

Shahriar, che aveva ascoltato con piacere Sherazad, disse tra sé:

"Aspetterò fino a domani; la farò pur sempre morire, ma dopo aver ascoltato la fine del suo racconto". Avendo dunque stabilito di non far morire Sherazad per quel giorno, si alzò per recitare le sue preghiere e andare al consiglio.

Intanto il gran visir viveva una crudele inquietudine. Invece di gustare la dolcezza del sonno, aveva passato la notte a sospirare e a compiangere la sorte della figlia della quale egli doveva essere il carnefice. Ma se in questa triste attesa temeva la vista del sultano, fu piacevolmente stupito quando vide il principe entrare in consiglio senza dargli il funesto ordine che aspettava.

Il sultano, com'era sua abitudine, passò la giornata a regolare gli affari del suo impero e, quando scese la notte, si coricò di nuovo con Sherazad. Il giorno dopo, prima del sorgere del sole, Dinarzad non dimenticò di rivolgersi alla sorella e dirle:

- Cara sorella, se non dormite, vi supplico, mentre aspettiamo l'alba che spunterà tra poco, di continuare il racconto di ieri.- ll sultano non aspettò che Sherazad gli chiedesse il permesso.

- Finite il racconto del genio e del mercante, - le disse, sono curioso di sentirne la fine.

Sherazad prese allora la parola, e continuò il suo racconto così.

 

 

 

NOTE:

  1. L'abluzione prima della preghiera è prescritta nella religione musulmana.

 

 

 

SECONDA NOTTE

 

Quando il mercante vide che il genio stava per tagliargli la testa lanciò un alto grido e gli disse:

- Fermatevi, ancora una parola, di grazia; abbiate la bontà di concedermi una dilazione, datemi il tempo di andare a dire addio a mia moglie e ai miei figli e di dividere fra loro i miei beni con un testamento che non ho ancora fatto, affinché non debbano ricorrere a qualche processo dopo la mia morte. Appena fatto questo, tornerò subito in questo stesso luogo per sottomettermi a tutto ciò che vorrete ordinarmi.

- Ma, - disse il genio, - se ti concedo la dilazione che mi chiedi ho paura che tu non ritorni più.

- Se volete credere al mio giuramento, - rispose il mercante, giuro sul gran Dio del cielo e della terra che non mancherò di venire a cercarvi qui.

- Quanto la vuoi lunga questa dilazione? - chiese il genio.

- Vi chiedo un anno di tempo, - rispose il mercante, - non me ne occorre meno per mettere in ordine i miei affari e per dispormi a rinunciare senza rimpianti al piacere di vivere. Perciò vi prometto che a un anno da domani verrò senza fallo sotto quest'albero per rimettermi nelle vostre mani.

- Prendi Dio a testimone della promessa che mi fai? - riprese il genio.

- Sì, - rispose il mercante, - lo prendo ancora una volta a testimone, e potete fidarvi del mio giuramento.

A queste parole, il genio lo lasciò vicino alla fontana e scomparve.

Il mercante, rimessosi dallo spavento, risalì a cavallo e riprese il cammino. Ma, se da un lato era contento per essersi sottratto a un così grave pericolo, dall'altro era in preda a una mortale tristezza, quando pensava al fatale giuramento che aveva fatto. Quando arrivò a casa, la moglie e i figli lo accolsero con tutte le dimostrazioni di una gioia perfetta; ma il mercante, invece di abbracciarli nello stesso modo, si mise a piangere così amaramente, da lasciar loro capire che gli era successo qualcosa di straordinario. La moglie gli chiese il motivo delle sue lacrime e del vivo dolore che egli manifestava.

- Ci rallegriamo, - diceva, - del vostro ritorno e, però, ci preoccupate per lo stato in cui vi vediamo. Spiegateci, vi prego, la ragione della vostra tristezza.

- Ahimè! - rispose il marito, - perché mi trovo in condizione diversa dalla vostra? Ho solo un anno di vita.

Allora raccontò loro quello che era successo fra lui e il genio, e li informò che aveva dato la parola di ritornare allo scadere di un anno per ricevere la morte dalla sua mano.

Quando sentirono questa triste notizia, cominciarono tutti a disperarsi. La moglie lanciava grida pietose, battendosi il viso e strappandosi i capelli; i figli, sciogliendosi in lacrime. facevano risuonare la casa dei loro gemiti; e il padre, cedendo alla forza del sangue, mescolava le sue lacrime ai loro pianti. In poche parole, era lo spettacolo più commovente del mondo.

Fin dal giorno dopo, il mercante pensò a mettere in ordine i suoi affari e, prima di ogni cosa, si diede da fare per pagare i suoi debiti. Fece regali agli amici e grandi elemosine ai poveri; liberò i suoi schiavi di tutti e due i sessi; divise i suoi beni tra i figli, nominò dei tutori per quelli non ancora maggiorenni e, restituendo alla moglie tutto ciò che le apparteneva, secondo il contratto di matrimonio, la favorì con tutto quello che poteva donarle secondo le leggi.

Infine, l'anno passò ed egli dovette partire. Fece i bagagli, mettendovi dentro il lenzuolo nel quale doveva essere sepolto, ma non si è mai visto dolore più vivo del suo quando volle dire addio alla moglie e ai figli. Essi non potevano risolversi a perderlo, volevano accompagnarlo tutti e andare a morire con lui. Tuttavia, poiché bisognava farsi forza e lasciare persone così care, disse:

- Figli miei, separandomi da voi ubbidisco all'ordine di Dio:

sottomettetevi con coraggio a questa necessità, e pensate che il destino dell'uomo è di morire.

Dette queste parole, si strappò alle grida e ai rimpianti della famiglia, partì e arrivò, nello stesso posto dove aveva visto il genio, esattamente nel giorno in cui aveva promesso di esserci. Mise subito piede a terra e si sedette sull'orlo della vasca, aspettando il genio con tutta la tristezza che si può immaginare.

Mentre languiva in una attesa tanto crudele, apparve un buon vecchio che trascinava una cerva con una corda. Questi gli si avvicinò, si salutarono e il vecchio gli disse:

- Fratello mio, si può sapere per quale motivo siete venuto in questo posto deserto, dove si trovano solo spiriti maligni e dove non si è mai sicuri? Vedendo questi begli alberi, lo si crederebbe abitato; invece è una solitudine totale e è pericoloso fermarcisi a lungo.

Il mercante soddisfece la curiosità del vecchio e gli raccontò l'avventura che lo costringeva a trovarsi in quel posto. Il vecchio lo ascoltò con stupore e, prendendo la parola, esclamò:

- E' la cosa più straordinaria del mondo, e voi siete legato dal giuramento più inviolabile! Voglio essere testimone del vostro incontro col genio - aggiunse.

Detto ciò si sedette vicino al mercante e, mentre conversavano fra di loro...

- Ma vedo che l'alba è spuntata, - disse Sherazad riprendendosi.- Quella che rimane è la parte più bella del racconto.

Il sultano, deciso ad ascoltarne la fine, lasciò Sherazad ancora in vita per quel giorno.

 

 

 

TERZA NOTTE

 

La notte seguente, Dinarzad rivolse alla sorella la stessa preghiera delle due precedenti.

- Cara sorella, - le disse, - se non dormite, vi supplico di raccontarmi uno di quei bei racconti che voi conoscete.

Ma il sultano disse che voleva ascoltare il seguito di quello del mercante e del genio. Perciò Sherazad riprese così:

Sire, mentre il mercante e il vecchio con la cerva chiacchieravano arrivò un altro vecchio, seguito da due cani neri. Avanzò fino a loro e li salutò chiedendo che cosa facessero in quel posto. Il vecchio della cerva lo informò dell'avventura del mercante e del genio, di quanto era successo fra i due e del giuramento del mercante. Aggiunse che quello era il giorno stabilito dalla promessa, e che egli era deciso a rimanere in quel posto per vedere che cosa sarebbe successo.

Il secondo vecchio, trovando anche lui la cosa degna della sua curiosità prese la stessa decisione. Si sedette vicino agli altri e aveva appena cominciato a prender parte alla loro conversazione, quando arrivò un terzo vecchio che, rivolgendosi ai primi due, chiese loro per quale motivo il mercante che era in loro compagnia sembrasse tanto triste. Gliene dissero il motivo, e gli sembrò cosi straordinario che anche lui volle assistere a quello sarebbe successo fra il genio e il mercante. Perciò si sedette insieme agli altri.

Dopo un po' videro nella campagna una fitta nube, come un turbine di polvere sollevato dal vento. Questa nube avanzò fino a loro e, dissipandosi di colpo, mostrò loro il genio che, senza salutarli, si avvinò al mercante con la spada in pugno e, afferrandolo per il braccio, gli disse:

- Alzati affinché io ti uccida come tu hai ucciso mio figlio.

Il mercante e i tre vecchi, spaventati, si misero a piangere e a far risuonare l'aria delle loro grida...

A questo punto Sherazad, scorgendo l'alba, interruppe il suo racconto, che aveva così tanto acceso la curiosità del sultano da indurre il principe, che voleva assolutamente conoscerne la fine, a rinviare ancora una volta al giorno dopo la morte della sultana.

Non si può esprimere la gioia del gran visir, quando vide che il sultano non gli ordinava di far morire Sherazad. La sua famiglia, la corte, tutti ne furono generalmente stupefatti.

 

 

 

STORIA DI SINDBAD IL MARINAIO

 

Sotto il regno del califfo Harun-al-Rashid, viveva a Bagdad un povero facchino di nome Hindbad. Un giorno di gran caldo, mentre trasportava un pesantissimo carico da una parte all'altra della città, si sentì molto stanco per la strada già percorsa. Poiché gliene restava da fare ancora molta, arrivato in una via dove soffiava un dolce venticello e il cui acciottolato era bagnato di acqua di rose, non potendo desiderare un vento più favorevole per riposarsi a riprender nuove forze, posò il suo carico in terra e vi si sedette sopra, vicino a una grande casa.

Presto si rallegrò di essersi fermato in quel posto: infatti, il suo odorato fu piacevolmente colpito da uno squisito profumo di legno di aloe e di altri aromi, che usciva dalle finestre di quel palazzo e che, mescolandosi all'odore dell'acqua di rose, contribuiva a profumare l'aria. A parte questo, sentì venire dall'interno un concerto di diversi strumenti accompagnati dall'armonioso cinguettio di un gran numero di usignoli e di altri uccelli tipici del clima di Bagdad. Questa graziosa melodia e l'odore che emanava il fumo di molte qualità di carni gli fecero giudicare che vi si stesse svolgendo un festino e che ci si divertisse. Volle sapere chi abitava in quella casa che non conosceva bene, non avendo avuto modo di passare spesso per la via. Per soddisfare la sua curiosità, si avvicinò ad alcuni domestici, magnificamente vestiti, che stavano sulla porta e a uno di loro chiese chi fosse il padrone del palazzo.

- Eh! come! - gli rispose il domestico, - abitate a Bagdad e ignorate che questa è la casa del signor Sindbad il marinaio, di quel famoso viaggiatore che ha percorso tutti i mari su cui splende il sole?

Il facchino, che aveva sentito parlare delle ricchezze di Sindbad, non poté fare a meno di invidiare un uomo la cui condizione gli sembrava tanto felice quanto trovava deplorevole la sua. Con l'animo inasprito dai suoi pensieri, alzò gli occhi al cielo, e disse a voce abbastanza alta da essere udito:

- Potente creatore di tutte le cose, considerate la differenza che esiste tra Sindbad e me; io sopporto tutti i giorni mille fatiche e mille pene, e devo affannarmi per nutrire me e la mia famiglia con del cattivo pane d'orzo; mentre il fortunato Sindbad spende a profusione immense ricchezze e conduce una vita piena di delizie. Che cosa ha fatto per ottenere da voi un destino così felice?

Dette queste parole, batté il piede a terra, come un uomo interamente posseduto dal suo dolore e dalla sua disperazione.

Era ancora in preda ai suoi tristi pensieri, quando vide uscire dal palazzo un servo che gli si avvicinò e che, prendendolo per un braccio, gli disse:

- Venite, seguitemi; il signor Sindbad, mio padrone, vuole parlarvi.

Hindbad fu non poco stupito della cortesia che gli riservavano. Dopo il discorso che aveva fatto, aveva ragione di temere che Sindbad lo mandasse a chiamare per fargli una cattiva accoglienza; perciò cercò di scusarsi, dicendo che non poteva abbandonare il suo carico in mezzo alla strada. Ma il servo di Sindbad gli assicurò che ne avrebbero avuto cura, e lo incitò tanto a eseguire l'ordine ricevuto, che il facchino fu costretto a cedere alle sue insistenze.

Il servo lo introdusse in un salone, dove c'erano molte persone riunite intorno a una tavola imbandita con ogni specie di cibi delicati. Al posto d'onore, si vedeva un personaggio serio, di bell'aspetto e venerando per una lunga barba bianca; dietro di lui, c'era in piedi una folla di ufficiali e di domestici molto premurosi nel servirlo. Questo personaggio era Sindbad. Il facchino, ancora più turbato vedendo tante persone e un banchetto così sontuoso, salutò tremante la compagnia. Sindbad gli disse di avvicinarsi e, dopo averlo fatto sedere alla sua destra, gli servì lui stesso da mangiare, e gli fece dare da bere un eccellente vino di cui la dispensa era abbondantemente fornita.

Verso la fine del pranzo, Sindbad, notando che i suoi convitati non mangiavano più, prese la parola e, rivolgendosi a Hindbad da fratello, secondo il costume degli Arabi quando si parlano familiarmente, gli chiese come si chiamava e quale era la sua professione.

- Signore, - rispose quello, - mi chiamo Hindbad.

- Sono molto contento di vedervi, - riprese Sindbad, - e vi assicuro che anche la compagnia vi vede con piacere; ma desidererei sapere da voi stesso quello che poco fa dicevate in strada.

Sindbad, prima di mettersi a tavola, aveva sentito tutto il suo discorso dalla finestra; proprio questa ragione l'aveva spinto a farlo chiamare.

A questa domanda, Hindbad, pieno di confusione, abbassò la testa e rispose:

- Signore, vi confesso che la mia stanchezza mi aveva messo di cattivo umore, e mi è sfuggita qualche parola indiscreta che vi supplico di perdonarmi.

- Oh! non crediate, - riprese Sindbad, - che io sia tanto ingiusto da portarne rancore. Mi immedesimo con la vostra situazione e, invece di rimproverarvi per le vostre critiche, vi compiango. Ma devo togliervi da un errore in cui mi sembrate caduto nei miei confronti. Voi vi immaginate senza dubbio che io abbia ottenuto senza pena e senza fatica tutte le comodità e il riposo di cui vedete che io godo:

disingannatevi. Sono arrivato a uno stato così felice solo dopo aver sopportato per parecchi anni tutte le pene del corpo e dello spirito che l'immaginazione può concepire. Sì, signori, - aggiunse rivolgendosi a tutta la compagnia, - posso assicurarvi che queste fatiche sono così straordinarie da essere capaci di togliere agli uomini più avidi di ricchezze il fatale desiderio di attraversare i mari per conquistarle. Forse avete sentito parlare solo confusamente delle mie singolari avventure, e dei pericoli che ho corso sul mare durante i miei sette viaggi; e, poiché se ne presenta l'occasione, ve ne farò un fedele racconto: credo che non vi dispiacerà ascoltarlo.

Poiché Sindbad voleva raccontare la sua storia soprattutto a causa del facchino, prima di cominciarla ordinò di far portare nel posto indicato da Hindbad il carico che aveva lasciato in strada. Fatto ciò, parlò in questi termini.

 

 

 

PRIMO VIAGGIO DI SINDBAD IL MARINAIO

 

Avevo ereditato dalla mia famiglia dei beni notevoli, ma ne sperperai la maggior parte nelle sregolatezze della mia gioventù. Tuttavia, mi ripresi dal mio accecamento e, tornando alla ragione, capii che le ricchezze erano effimere e che, quando si amministravano male come facevo io, se ne vedeva presto la fine. Pensai inoltre che consumavo infelicemente in una vita sregolata il tempo, che è la cosa più preziosa del mondo. Considerai ancora che essere poveri in vecchiaia era la più grande e la più deplorevole di tutte le miserie. Mi ricordai di quelle parole del grande Salomone, che un tempo avevo sentito dire da mio padre: "E' meno increscioso essere nella tomba che non nella miseria".

Colpito da tutte queste riflessioni, riunii ciò che rimaneva del mio patrimonio e vendetti all'incanto, in pieno mercato, tutti i miei mobili. Poi feci amicizia con alcuni mercanti che praticavano il commercio marittimo e consultai quelli che mi sembrarono capaci di darmi buoni consigli. Insomma, decisi di far fruttare il poco denaro che mi restava; e, appena presa questa decisione, non tardai a metterla in pratica. Andai a Bassora (1), dove mi imbarcai, con parecchi mercanti, su un vascello che avevamo equipaggiato a nostre spese.

Facemmo vela e prendemmo la rotta delle Indie orientali, attraverso il golfo Persico, formato a destra dalle coste dell'Arabia Felice, e a sinistra da quelle persiane, e la cui larghezza massima è di settanta leghe, secondo l'opinione comune. Fuori da questo golfo, il mare di Levante, lo stesso di quello delle Indie, è molto grande: è limitato, da una parte, dalle coste dell'Abissinia, e si estende per quattromilacinquecento leghe fino alle isole di Vakvak. All'inizio soffrii il cosiddetto mal di mare; ma la mia salute si ristabilì in poco tempo, e da allora non sono stato più soggetto a questo inconveniente.

Durante della nostra navigazione, approdammo in diverse isole, e vi vendemmo o vi barattammo le nostre merci. Un giorno, mentre eravamo in navigazione, ci colse la bonaccia proprio di fronte a un'isoletta a pelo d'acqua, che per la sua vegetazione assomigliava a una prateria.

Il capitano fece ammainare le vele e diede il permesso di sbarcare ai membri dell'equipaggio che vollero scendere a terra. Ma, mentre ci divertivamo a bere, a mangiare e a ristorarci della stanchezza del viaggio, improvvisamente l'isola si mise a tremare e ci impresse una rude scossa.

Sulla nave si resero conto del terremoto dell'isola e ci gridarono di rimbarcarci subito, altrimenti saremmo tutti morti, perché quello che scambiavamo per un'isola era il dorso di una balena. I più diligenti si precipitarono nella scialuppa, altri si gettarono a nuoto. Quanto a me, ero ancora sull'isola, o meglio sulla balena, quando questa si immerse, ed ebbi appena il tempo di aggrapparmi a un pezzo di legno che avevamo portato dalla nave per accendere il fuoco. Intanto il capitano, dopo aver accolto a bordo le persone della scialuppa e quelle che si erano gettate a nuoto, volle approfittare di un vento favorevole che si era alzato; fece spiegare le vele e mi tolse così la speranza di raggiungere la nave.

Restai dunque in balìa delle onde, spinto ora di qua ora di là; lottai contro di esse per salvare la mia vita, per tutto il resto del giorno e della notte seguente. Il giorno dopo non avevo più forza e disperavo di sfuggire alla morte, quando fortunatamente un'ondata mi gettò contro un'isola. La riva era alta e scoscesa, e avrei faticato molto a salirvi, se qualche radice d'albero, che la fortuna sembrava aver conservato in quel punto per la mia salvezza, non me ne avesse dato il modo. Mi distesi a terra, dove restai mezzo morto finché non fu giorno fatto e spuntò il sole.

Allora, anche se ero molto debole per aver lottato con il mare e per non aver toccato cibo dal giorno prima, mi trascinai lo stesso alla ricerca di erbe commestibili. Ne trovai qualcuna, ed ebbi la fortuna di trovare una fonte di acqua molto buona, che contribuì non poco a rimettermi in sesto. Riprese le forze, mi inoltrai nell'isola, camminando senza seguire una strada precisa. Entrai in una bella pianura dove vidi da lontano un cavallo che pascolava. Diressi i miei passi da quella parte, incerto fra la paura e la gioia, ignorando se andavo incontro alla mia rovina piuttosto che a un'occasione di mettere in salvo la mia vita. Avvicinandomi, notai che si trattava di una giumenta legata a un paletto. La sua bellezza attirò la mia attenzione; ma, mentre guardavo, sentii venire da sotto terra la voce di un uomo. Un attimo dopo l'uomo comparve, venne verso di me e mi chiese chi fossi. Gli raccontai la mia avventura; dopo di che, prendendomi per mano, mi fece entrare in una grotta dove c'erano altre persone che non furono meno stupite nel vedermi di quanto non lo fossi io di trovarle in quel posto.

Mangiai un po' del cibo che mi offrirono; poi, avendo chiesto loro che cosa facessero in un posto che mi sembrava tanto deserto, risposero di essere palafrenieri del re Mihragio, sovrano di quell'isola; che ogni anno, nella stessa stagione avevano l'abitudine di portare in quel posto le giumente del re, di legarle nel modo che avevo visto per farle fecondare da un cavallo marino che usciva dal mare. Il cavallo marino, dopo averle fecondate, si preparava a divorarle; ma essi lo impedivano con le loro grida e lo costringevano a rientrare in mare; poi, una volta pregne le giumente, le riportavano via e i cavalli che nascevano da esse erano destinati al re e chiamati cavalli marini.

Aggiunsero che dovevano partire il giorno dopo e che, se fossi arrivato un giorno più tardi, sarei infallibilmente morto, perché le case erano lontane e mi sarebbe stato impossibile arrivarci senza guida.

Mentre mi raccontavano tutto questo il cavallo marino uscì dal mare come essi mi avevano detto, si gettò sulla cavalla, la fecondò e poi fece per mangiarla; ma, al gran rumore fatto dai palafrenieri, lasciò la presa e si rituffò in mare.

Il giorno dopo ripresero la strada della capitale dell'isola con le giumente, e io li accompagnai. Al nostro arrivo, il re Mihragio, al quale fui presentato, mi chiese chi fossi e per quale avventura mi trovassi nei suoi Stati. Appena ebbi soddisfatto in pieno la sua curiosità, mi disse che era commosso dalla mia sventura.

Nello stesso tempo, ordinò che avessero cura di me e chi mi rifornissero di tutte le cose di cui avevo bisogno. L'ordine fu eseguito in modo tale che ebbi motivo di lodare la sua generosità e l'accortezza dei suoi ufficiali.

Essendo mercante, frequentavo le persone della mia professione.

Ricercavo in particolare quelli stranieri, sia per sapere notizie da Bagdad sia per trovare qualcuno con il quale potervi tornare, perché la capitale del re Mihragio è posta in riva al mare ed ha un bel porto, dove tutti i giorni approdano navi dalle diverse parti del mondo. Cercavo anche la compagnia dei saggi delle Indie, e mi piaceva stare ad ascoltarli, ma questo non mi impediva di fare regolarmente la mia corte al re, né di intrattenermi con governatori e con piccoli re, suoi tributari, addetti alla sua persona. Questi mi facevano mille domande sul mio paese - e da parte mia, volendo conoscere i costumi e le leggi dei loro Stati, chiedevo loro tutto quello che mi sembrava meritare la mia curiosità.

Fa parte del regno di re Mihragio un'isola che porta il nome di Cassel. Mi avevano assicurato che tutte le notti vi si sentiva un suono di timpani; il che ha fatto nascere presso i marinai la credenza che Deggial vi abbia stabilito la sua casa (2).

Mi venne voglia di assistere a questa meraviglia e, durante il mio viaggio, vidi pesci lunghi cento e duecento cubiti, che fanno più paura che male.

Sono così timidi che basta battere su delle tavole per metterli in fuga. Notai altri pesci lunghi appena un cubito, con la testa simile a quella dei gufi.

Al mio ritorno, mentre un giorno mi trovavo al porto, approdò una nave. Appena gettata l'ancora, cominciarono a scaricare le merci; e i mercanti ai quali appartenevano le facevano trasportare nei magazzini.

Girando gli occhi su qualche collo e sulla scritta che attestava a chi appartenevano, vi vidi sopra il mio nome. Dopo averle attentamente esaminate, non ebbi più dubbi che si trattava di quelli che avevo fatto caricare sul vascello sul quale mi ero imbarcato a Bassora.

Riconobbi anche il capitano, ma, essendo convinto che egli mi credeva morto, mi avvicinai a lui e gli chiesi di chi erano i colli che io vedevo.

- Avevo a bordo, - mi rispose, - un mercante di Bagdad, di nome Sindbad. Un giorno, mentre a quanto sembrava eravamo vicino a un'isola, egli scese a terra con parecchi altri passeggeri. Ma quella pretesa isola era invece una balena di enorme grandezza, che si era addormentata a pelo d'acqua. Appena questa si sentì riscaldata dal fuoco che avevano acceso sul suo dorso per cucinare, cominciò a muoversi e a immergersi nel mare. La maggior parte delle persone che si trovavano sopra annegarono, e lo sventurato Sindbad fu fra questi.

Questi colli erano suoi e ho stabilito di venderli finché non incontrerò qualcuno della sua famiglia al quale poter rendere valore e guadagno.

- Capitano, - gli dissi allora, - io sono quel Sindbad che credevate morto e che non lo è: questi colli appartengono a me e contengono le mie merci.

Quando il capitano del veliero mi sentì parlare così, esclamò:

- Gran Dio! Di chi fidarsi oggi. Non c'è più buona fede fra gli uomini. Ho visto morire Sindbad con i miei propri occhi, anche i passeggeri che erano a bordo della mia nave l'hanno visto come me, e voi osate dire di essere Sindbad? Che audacia! Dall'aspetto sembrate un uomo onesto, però dite una menzogna tanto orribile, per impossessarvi di un bene che non vi appartiene.

- Abbiate pazienza, - replicai al capitano, - fatemi la grazia di ascoltare ciò che devo dirvi.

- Ebbene, - egli riprese, - che direte? Parlate, vi ascolto.

Io gli raccontai in che modo mi ero salvato, e grazie a quale avventura avevo incontrato i palafrenieri del re Mihragio che mi avevano portato alla sua corte.

Il mio discorso lo scosse, ma presto si convinse che non ero un impostore, perché arrivarono alcuni passeggieri della sua nave che mi riconobbero e mi fecero grandi feste, manifestandomi la gioia che provavano rivedendomi. Infine, mi riconobbe anche lui, e gettandomisi al collo mi disse:

- Dio sia lodato, per avervi fatto salvare felicemente da un così grave pericolo! Non posso dimostrarvi come vorrei il piacere che provo. Ecco la vostra merce, prendetela, è vostra, fatene quello che volete.

Lo ringraziai, lodai la sua onestà e, per riconoscerla, lo pregai di accettare qualche collo; ma lui rifiutò.

Scelsi quanto c'era di più prezioso dei miei colli, ne feci dono al re Mihragio. Poiché questo principe conosceva la disgrazia accadutami mi chiese dove avessi preso oggetti così rari. Gli raccontai per quale caso li avessi ritrovati, ebbe la bontà di rallegrarsene, accettò il mio dono e me lo ricambiò con altri molto più considerevoli. Fatto ciò presi congedo da lui e mi rimbarcai sullo stesso veliero. Ma, prima di imbarcarmi, scambiai le merci che mi restavano con altre del paese.

Portai con me legno di aloe e di sandalo, canfora, noce moscata, chiodo di garofano, pepe e zenzero. Passammo per parecchie isole, e infine approdammo a Bassora, da dove arrivai in questa città con circa centomila zecchini. La mia famiglia mi accolse e io la rividi con tutto l'entusiasmo che può provocare un'amicizia viva e sincera.

Comprai degli schiavi di ambo i sessi, belle terre, e costruii una grossa casa. Così mi stabilii, deciso a dimenticare le pene sofferte e a godermi i piaceri della vita.

A questo punto Sindbad smise di parlare e ordinò ai suonatori di ricominciare i loro concerti, che avevano interrotto durante il racconto della sua storia. Si continuò a bere e a mangiare fino a sera, e quando fu ora di ritirarsi, Sindbad si fece portare una borsa con cento zecchini e la diede al facchino.

- Prendete, Hindbad, - gli disse, - tornate a casa e venite domani per sentire il seguito delle mia avventure.

Il facchino si ritirò, molto confuso dell'onore e del dono ricevuti.

Il racconto che ne fece a casa fu molto apprezzato dalla moglie e dai figli, che non mancarono di ringraziare Iddio del bene che la Provvidenza faceva loro per mezzo di Sindbad.

Il giorno dopo, Hindbad si vestì più decentemente del giorno prima e ritornò nella casa del generoso viaggiatore che lo accolse con aria sorridente e con mille affettuosità. Appena furono arrivati tutti i convitati, fu servito il pranzo e rimasero a tavola molto a lungo.

Dopo pranzo, Sindbad prese la parola e, rivolgendosi alla compagnia, disse:

- Signori, vi prego di darmi ascolto e di avere la compiacenza di ascoltare le avventure del mio secondo viaggio; esse sono più degne della vostra attenzione di quelle capitatemi durante il primo.

Tutti fecero silenzio, e Sindbad cominciò a parlare in questi termini.

 

 

 

NOTE:

  1. O Bassora. Città dell'Asia vicina alla confluenza del Tigri e dell'Eufrate, fondata per ordine di Omar, terzo califfo, nel 636.
  2. Deggial o l'Anticristo. I maomettani credono, come i cristiani, che l'Anticristo verrà a pervertire gli uomini alla fine del mondo; ma essi credono, inoltre, che egli avrà soltanto un occhio e un sopracciglio, che conquisterà tutta la terra eccettuata la Mecca, Medina, Tarso e Gerusalemme, che saranno preservate da angeli incaricati della loro guardia; infine essi sentono che sarà vinto da Gesù Cristo il quale verrà a combatterlo.

 

 

 

 SECONDO VIAGGIO DI SINDBAD IL MARINAIO

 

Dopo il mio primo viaggio, avevo stabilito di passare tranquillamente il resto dei miei giorni a Bagdad, come ho avuto l'onore di dirvi ieri. Ma non restai a lungo senza annoiarmi di una vita oziosa e mi tornò il desiderio di viaggiare e di riprendere il commercio marittimo. Comprai delle merci adatte al traffico che avevo in mente, e partii una seconda volta con altri mercanti la cui onestà mi era nota. Ci imbarcammo su una buona nave e, dopo esserci raccomandati a Dio, iniziammo la nostra navigazione.

Andammo di isola in isola facendo baratti molto vantaggiosi. Un giorno, scendemmo in una di queste isole, dove crescevano parecchie qualità di alberi da frutto, ma così deserta che non vi vedemmo nessuna abitazione e nemmeno nessun essere vivente. Andammo a prendere un po' d'aria nelle praterie e lungo i ruscelli che la bagnavano.

Mentre alcuni si divertivano a cogliere fiori e altri frutti, io presi le mie provviste e il vino che avevo portato con me, e mi sedetti vicino a una fonte, che scorreva tra grandi alberi che formavano una bell'ombra. Feci un pasto abbastanza buono con quello che avevo, dopo di che il sonno venne ad impadronirsi dei miei sensi. Non posso dirvi se dormii a lungo; ma, quando mi svegliai, non vidi più la nave all'ancora.

Questo fatto mi stupì molto: mi alzai, guardai da ogni parte e non vidi uno solo dei mercanti che erano sbarcati con me nell'isola. Vidi solo un veliero in navigazione, ma tanto lontano che poco dopo lo persi di vista.

Vi lascio immaginare le riflessioni che feci vedendomi in un così triste stato. Credetti di morire di dolore. Lanciai grida spaventose, mi battei la testa e mi gettai a terra. dove restai a lungo sprofondato in una confusione di pensieri, uno più triste dell'altro.

Mi rimproverai cento volte di non essermi accontentato del mio primo viaggio, che avrebbe dovuto farmi perdere per sempre il desiderio di farne altri. Ma tutti i miei rimpianti erano inutili e il mio pentimento fuori tempo.

Alla fine, mi rassegnai alla volontà di Dio e, senza sapere che cosa sarebbe stato di me, salii su un grosso albero, da dove guardai da ogni parte per vedere se non scoprivo qualcosa che potesse darmi qualche speranza. Volgendo gli occhi sul mare, altro non vidi se non acqua e cielo; ma, avendo visto, dalla parte della terra, qualche cosa di bianco, scesi dall'albero e, portando con me i viveri che mi restavano, mi incamminai verso quella macchia bianca, che era così lontana che non riuscivo a distinguere bene che cosa fosse.

Quando fui a una ragionevole distanza da essa, notai che si trattava di una palla bianca, di altezza e grandezza prodigiosa. Appena vi fui vicino, la toccai e notai che era tenerissima. Le girai intorno, per vedere se ci fosse qualche apertura; non ne vidi nessuna e mi sembrò impossibile salirci sopra, tanto era liscia. Poteva avere una circonferenza di cinquanta passi.

Il sole stava quasi per tramontare. All'improvviso l'aria si oscurò come se fosse stata coperta da una spessa nuvola. Ma, se fui stupito da questa oscurità, lo fui molto di più quando mi accorsi che era provocata da un uccello di grandezza e di grossezza straordinaria, che volando avanzava verso di me. Mi ricordai di un uccello chiamato "roc" (1), di cui avevo spesso sentito parlare dai marinai, e capii che la grossa palla, da me tanto ammirata, doveva essere un uovo di quell'uccello. Infatti, egli si precipitò e vi si posò sopra come per covarlo. Vedendolo arrivare mi ero stretto fortemente all'uovo, in modo che mi trovai davanti una zampa dell'uccello, e questa zampa era grossa come un grosso tronco d'albero. Mi ci attaccai saldamente con la tela del mio turbante, nella speranza che il "roc", quando il giorno dopo avesse ripreso il suo volo, mi portasse fuori da quell'isola deserta. Infatti, dopo aver passato la notte in questa posizione, appena fece giorno l'uccello prese il volo e mi sollevò tanto in alto che non vedevo più la terra; poi scese all'improvviso con una tale velocità da confondermi. Quando il "roc" si posò ed io mi vidi a terra, slegai rapidamente il nodo che mi teneva attaccato al suo piede. Avevo appena finito di sciogliermi, quando l'uccello afferrò con il becco un serpente di inaudita lunghezza e subito volò via.

Il posto in cui mi lasciò era una valle molto profonda, circondata da ogni lato da montagne così alte che si perdevano nelle nuvole, e tanto scoscese che non c'era nessun sentiero per il quale si potesse salire.

Fu un nuovo imbarazzo per me; e, paragonando questo luogo all'isola deserta che avevo lasciato, capii che con il cambio non avevo guadagnato niente.

Camminando in quella valle, notai che era disseminata di diamanti; ce n'erano alcuni di eccezionale grandezza. Provai un gran piacere a vederli, ma presto vidi da lontano degli oggetti che fecero svanire di molto questo piacere e che non riuscii a guardare senza terrore. Si trattava di un gran numero di serpenti, così grossi e così lunghi che non ce n'era uno solo che non avrebbe potuto inghiottire un elefante.

Durante il giorno, si ritiravano nei loro antri, dove si nascondevano a causa del "roc", loro nemico, e uscivano di notte.

Passai la giornata passeggiando nella valle e riposandomi ogni tanto nei posti più comodi. Intanto il sole tramontò e, sul far della notte, mi ritirai in una grotta nella quale pensai di essere al sicuro. Ne chiusi l'ingresso, che era basso e stretto, con una pietra abbastanza grossa da proteggermi dai serpenti, ma non tanto da impedire che entrasse un po' di luce. Cenai con una parte delle mie provviste, al sibilo dei serpenti che cominciavano a comparire. La loro orribile voce mi causò un estremo spavento e non mi permise, come potete immaginare, di passare la notte molto tranquillamente. Venuto il giorno, i serpenti si ritirarono. Allora uscii tremando dalla grotta, e posso dire che camminai a lungo sopra i diamanti senza averne il minimo desiderio. Alla fine mi sedetti; e, nonostante l'inquietudine che mi agitava poiché non avevo chiuso occhio per tutta la notte, mi addormentai dopo aver fatto ancora un pasto con le mie provviste. Ma mi ero appena assopito, quando un oggetto, caduto vicino a me con gran fracasso, mi svegliò. Era un grosso pezzo di carne fresca; e nello stesso momento ne vidi rotolare parecchi altri in diversi punti dall'alto della montagna.

Avevo sempre considerato un racconto inventato di sana pianta quello che avevo sentito dire molte volte dai marinai e da altre persone sulla valle dei diamanti, e sulla scaltrezza a cui ricorrevano alcuni mercanti per ricavarne quelle pietre preziose. Riscontrai bene che mi avevano detto la verità. Infatti, quei mercanti andavano nelle vicinanze di quella valle nel periodo in cui le aquile partoriscono i loro piccoli; essi tagliano la carne e la gettano a grossi pezzi nella valle; i diamanti sulla punta dei quali essi cadono vi si attaccano.

Le aquile, che in quel paese sono più forti che altrove, si avventano su quei pezzi di carne e li portano nei loro nidi, in cima alle montagne, per usarli come pasto per i loro aquilotti. Allora i mercanti, correndo verso i nidi, con le loro grida costringono le aquile ad allontanarsi, e prendono i diamanti che trovano attaccati ai pezzi di carne. Si servono di quest'astuzia perché non hanno altro modo di prendere i diamanti da questa valle, che è un precipizio nei quale sarebbe impossibile scendere.

Fino a quel momento avevo giudicato impossibile uscire da questo abisso che consideravo come la mia tomba, ma cambiai opinione, e quanto avevo visto mi diede modo d'immaginare il mezzo per salvarmi la vita.

Cominciai con l'ammucchiare i più grossi diamanti che si offrivano ai miei occhi, e ne riempii il sacco di cuoio che mi era servito per le mie provviste. Poi presi il pezzo di carne che mi sembrò più lungo; me lo legai strettamente intorno al corpo con la tela del mio turbante; e, in questa posizione, mi stesi ventre a terra, con la borsa di cuoio attaccata alla cintura in modo che non potesse cadere.

Appena mi fui messo in questa posizione le aquile vennero ad impossessarsi ognuna di un pezzo di carne che portarono via; una delle più potenti, avendomi sollevato insieme con il pezzo di carne da cui ero avvolto, mi portò in cima alla montagna fino al suo nido. I mercanti non mancarono di gridare per spaventare le aquile; e, quando le ebbero costrette a lasciare la preda, uno di loro mi si avvicinò, ma quando mi vide fu colto dalla paura. Tuttavia si rassicurò e, invece di informarsi per quale circostanza mi trovassi in quel posto, cominciò a gridare chiedendomi perché gli rubavo oggetti di sua proprietà:

- Mi parlerete con più umanità, - gli dissi, - quando mi avrete conosciuto meglio. Consolatevi, - aggiunsi, - ho dei diamanti per voi e per me più di quanti ne possono avere tutti gli altri mercanti riuniti insieme. Se ne hanno è soltanto per caso, ma ho scelto io stesso in fondo alla valle, quelli che porto in questa borsa che vedete.

Dicendo questo gliela mostrai. Non avevo ancora finito di parlare che gli altri mercanti, avendomi visto, si raggrupparono intorno a me, molto stupiti di vedermi, e con il racconto della mia storia aumentai la loro meraviglia. Essi non ammirarono tanto lo stratagemma che avevo immaginato per salvarmi, quanto il mio coraggio nel tentarlo.

Mi portarono all'alloggio in cui abitavano tutti insieme; e là, avendo aperto la mia borsa alla loro presenza, furono stupefatti della grandezza dei miei diamanti, e ammisero che in tutte le corti dove erano stati, non ne avevano visto uno solo che potesse reggerne il confronto. Io pregai il mercante al quale apparteneva il nido in cui ero stato trasportato, (infatti ogni mercante aveva il suo nido), di sceglierne quanti ne voleva per sé. Egli si accontentò di prendere uno solo, e anche dei meno grossi; e poiché lo sollecitavo ad accettarne altri senza temere di farmi torto, mi disse:

- No, sono molto soddisfatto di questo che è abbastanza prezioso da risparmiarmi la pena di fare d'ora in poi altri viaggi per consolidare il mio piccolo patrimonio.

Passai la notte con quei mercanti, ai quali raccontai una seconda volta la mia storia, per accontentare quelli che non l'avevano ancora sentita. Non potevo calmare la mia gioia quando riflettevo sul fatto che ero fuori dal pericolo di cui vi ho parlato. Mi sembrava che lo stato in cui mi trovavo fosse un sogno, e non potevo credere di non avere più niente da temere.

Erano passati già parecchi giorni da quando i mercanti avevano cominciato a gettare i loro pezzi di carne nella valle e, poiché ognuno sembrava contento dei diamanti toccatigli, il giorno dopo partimmo tutti insieme, e attraversammo alte montagne dove c'erano serpenti di prodigiosa lunghezza, che avemmo la fortuna di evitare.

Raggiungemmo il porto più vicino, da dove passammo nell'isola di Roha, dove cresce l'albero da cui si estrae la canfora, che è così grosso e così frondoso che sotto di esso possono facilmente stare all'ombra cento uomini. Il liquido da cui si forma la canfora cola da un buco praticato sull'alto dell'albero e si raccoglie in un vaso in cui prende consistenza e diventa quello che è chiamato canfora. Una volta estratto il liquido, l'albero si secca e muore.

Nella stessa isola vi sono dei rinoceronti, che sono animali più piccoli dell'elefante e più grandi del bufalo, hanno un corno sul naso, lungo circa un cubito: questo corno è solido e tagliato nel mezzo da un'estremità all'altra. Sopra questo corno si vedono delle linee bianche che rappresentano il viso di un uomo. Il rinoceronte si batte con l'elefante, lo trafigge col suo corno sotto il ventre, lo solleva e lo porta sopra la testa; ma, poiché il sangue e il grasso dell'elefante gli colano sugli occhi e lo accecano, cade a terra e, cosa che vi stupirà, arriva il "roc" li solleva entrambi tra i suoi artigli e li porta via per nutrire i suoi piccoli.

Passo sotto silenzio parecchie altre singolarità di quest'isola, per paura di annoiarvi. Vi barattai qualcuno dei miei diamanti con buone mercanzie. Poi andammo in altre isole, e infine, dopo aver toccato parecchie città commerciali di terra ferma, sbarcammo a Bassora, da dove andai a Bagdad. Prima di tutto vi feci grandi elemosine ai poveri, e mi godetti onorevolmente il resto delle immense ricchezze che avevo portato e guadagnato con tante fatiche.

Così Sindbad raccontò il suo secondo viaggio. Fece dare ancora cento zecchini a Hindbad invitandolo a tornare il giorno dopo per ascoltare il racconto del terzo viaggio. I convitati tornarono a casa e, il giorno dopo, tornarono alla stessa ora, così come il facchino, che aveva già quasi dimenticato la sua miseria passata. Si misero a tavola e, dopo pranzo, Sindbad, avendo chiesto ascolto, fece in questo modo il racconto particolareggiato del suo terzo viaggio.

 

 

 

NOTE:

  1. Marco Polo, nei suoi viaggi, e il padre Martini, nella sua storia della Cina, parlano di questo uccello e dicono che esso solleva l'elefante e il rinoceronte (Nota dell'edizione del 1745).

 

 

 

TERZO VIAGGIO DI SINDBAD IL MARINAIO

 

In poco tempo persi, disse, fra le dolcezze della vita che conducevo, il ricordo dei pericoli che avevo corso nei miei due viaggi; ma, essendo nel fiore degli anni, mi annoiai di vivere nell'inerzia, e, stordendomi con i nuovi pericoli che volevo affrontare, partii da Bagdad con ricche mercanzie del paese che feci trasportare a Bassora.

Là, mi imbarcai ancora con altri mercanti. Facemmo una lunga navigazione e approdammo in diversi porti dove effettuammo un considerevole commercio.

Un giorno, mentre eravamo in mare aperto, fummo colpiti da una terribile tempesta che ci fece smarrire la rotta. Essa continuò per parecchi giorni, e ci spinse davanti al porto di un'isola dove il capitano avrebbe volentieri evitato di entrare; ma fummo costretti ad andarvi a gettare l'ancora. Una volta ammainate le vele, il capitano ci disse:

- Quest'isola e qualche altra vicina sono abitate da selvaggi tutti pelosi, che verranno ad assalirci. Anche se sono dei nani, la nostra disgrazia ci costringe a non opporre la minima resistenza, perché sono più numerosi delle cavallette e, se ci capitasse di ucciderne qualcuno, si getterebbero tutti su di noi e ci massacrerebbero.

Il discorso del capitano gettò tutto l'equipaggio in una grande costernazione, e presto verificammo che quello che ci aveva appena detto era purtroppo vero. Vedemmo apparire un'innumerevole moltitudine di selvaggi mostruosi, con tutto il corpo coperto da una peluria rossa e alti appena due piedi. Si gettarono a nuoto, in poco tempo circondarono il nostro veliero. Avvicinandosi ci parlavano, ma non capivamo il loro linguaggio. Si afferrarono ai bordi e alle corde della nave, e si arrampicarono da ogni lato sulla coperta, con tanta agilità e tanta rapidità, che sembrava non posassero neanche i piedi.

Li vedemmo fare questa manovra con il terrore che potete immaginare, senza osare metterci sulla difensiva, né dire loro una sola parola per cercare di distoglierli dal loro piano, che immaginavo funesto.

Infatti, spiegarono le vele, tagliarono il cavo dell'ancora senza prendersi la pena di tirarlo a bordo e, dopo aver fatto avvicinare a terra il veliero ci fecero sbarcare tutti. Poi portarono la nave in un'altra isola da dove erano venuti. Tutti i viaggiatori evitavano con cura quella dove ci trovavamo in quel momento, per il motivo che ora saprete; ma bisognò accettare con pazienza la nostra sventura.

Ci allontanammo dalla riva e, avanzando nell'isola, trovammo qualche frutto e delle erbe che mangiammo per prolungare l'ultimo momento della nostra vita quanto più possibile; infatti ci attendevamo tutti una morte sicura. Camminando, vedemmo piuttosto lontano da noi un grande edificio, verso il quale ci incamminammo. Era un palazzo ben costruito e molto alto, che aveva una porta di ebano a due battenti, che aprimmo spingendola. Entrammo nel cortile e vedemmo di fronte un vasto appartamento con un vestibolo dove, da un lato, c'era un mucchio di ossa umane e, dall'altro un'infinità di spiedi da arrosto. A questo spettacolo tremammo e, stanchi per aver camminato tanto, ci mancarono le gambe; cademmo a terra in preda a un mortale terrore e vi restammo a lungo immobili.

Il sole stava per tramontare e, mentre eravamo nello stato pietoso di cui vi ho detto, la porta dell'appartamento si aprì con molto fracasso, e subito ne vedemmo uscire un'orribile figura di uomo negro, alto come una palma. Aveva in mezzo alla fronte un solo occhio, rosso e ardente come un carbone acceso; i denti superiori, che erano molto lunghi e aguzzi, gli uscivano dalla bocca, che non era spaccata meno di quella di un cavallo, e il labbro inferiore gli scendeva sul petto.

Le sue orecchie assomigliavano a quelle di un elefante e gli coprivano le spalle. Aveva le unghie adunche e lunghe come gli artigli dei più grandi uccelli. Alla vista di un gigante così spaventoso, perdemmo tutti conoscenza e restammo come morti.

Alla fine tornammo in noi e lo vedemmo seduto sotto il vestibolo che ci esaminava tutti con il suo occhio. Quando ci ebbe ben considerati avanzò verso di noi e, avvicinandosi, tese la mano verso di me, mi prese per la nuca, e mi girò da ogni parte, come un macellaio che maneggi una testa di montone. Dopo avermi guardato ben bene, vedendomi così magro da essere ridotto pelle e ossa, mi lasciò. Prese gli altri uno per uno, li esaminò nello stesso modo e, poiché il capitano era il più grasso di tutto l'equipaggio, lo afferrò in una mano, come io avrei preso un passero, e gli passò uno spiedo attraverso il corpo; poi, dopo aver acceso un gran fuoco, lo fece arrostire e se lo mangiò per cena nell'appartamento in cui si era ritirato. Concluso il pasto ritornò sotto il vestibolo dove si coricò e si addormentò russando più fragorosamente del tuono. Il suo sonno durò fino alla mattina dopo.

Quanto a noi, non ci fu possibile gustare la dolcezza del riposo e passammo la notte in preda alla più crudele inquietudine da cui si possa essere agitati. Spuntato il giorno, li gigante si svegliò, si alzò, e uscì lasciandoci nel palazzo.

Quando lo credemmo lontano, rompemmo il triste silenzio che avevamo mantenuto per tutta la notte e, lamentandoci tutti, l'uno con l'altro, facemmo risuonare il palazzo di pianti e gemiti. Sebbene fossimo piuttosto numerosi e avessimo un solo nemico, in un primo momento non ci venne l'idea di liberarci di lui uccidendolo. Questa impresa, sebbene difficilissima da compiere, era tuttavia quella che avremmo dovuto naturalmente intraprendere.

Esaminammo parecchie altre soluzioni, ma non ci decidemmo per nessuna; e, sottomettendoci al volere di Dio sulla nostra sorte, passammo la giornata a percorrere l'isola, nutrendoci di frutti e di piante come il giorno prima. Verso sera, cercammo qualche posto per metterci al riparo; ma non ne trovammo nessuno, e fummo costretti nostro malgrado a ritornare al palazzo.

Il gigante non mancò di tornarci e di cenare ancora con uno dei nostri compagni; poi si addormentò e russò fino a giorno: dopo di che uscì e ci lasciò come aveva già fatto. La nostra condizione ci sembrò così orribile che parecchi nostri compagni furono sul punto di andare a buttarsi in mare, piuttosto che aspettare una morte così spaventosa e questi ultimi incitavano gli altri a seguire il loro consiglio. Ma uno della compagnia, prendendo allora la parola, disse:

- Ci è proibito darci noi stessi la morte, e, anche se fosse permesso, non è più ragionevole pensare al modo di disfarci del barbaro che ci destina a una morte tanto funesta?

Poiché mi era venuto in mente un piano per disfarci di lui, lo comunicai ai miei compagni che lo approvarono.

- Fratelli, - dissi allora, - sapete che lungo il mare c'è molto legno. Date retta a me: costruiamo parecchie zattere che ci possano portare tutti e, quando saranno finite, le lasceremo sulla costa finché riterremo arrivato il momento di servircene. Intanto metteremo in atto il piano che vi ho proposto per liberarci del gigante; se riesce, potremo aspettare qui pazientemente che passi qualche veliero che ci porti via da quest'isola fatale; se invece il nostro colpo fallisce, raggiungeremo prontamente le nostre zattere e ci metteremo in mare. Ammetto che, esponendoci al furore delle onde su così fragili imbarcazioni, corriamo il rischio di morire; ma, visto che dobbiamo morire, non è più dolce lasciarci seppellire in mare anziché nelle viscere di questo mostro che ha già divorato due nostri compagni?

Il mio parere fu apprezzato da tutti, e costruimmo delle zattere capaci di portare ognuna tre persone.

Ritornammo al palazzo sul finire del giorno e, poco dopo di noi arrivò il gigante. Dovemmo rassegnarci a vedere arrostire un altro nostro compagno. Ma infine, ecco in che modo ci vendicammo della crudeltà del gigante. Terminata la sua detestabile cena, si coricò supino e si addormentò (1). Appena lo sentimmo russare secondo la sua abitudine, nove fra i più arditi di noi e io prendemmo ognuno uno spiedo, ne mettemmo la punta sul fuoco per farla arroventare, e poi gliela affondammo tutti insieme nell'occhio e glielo cavammo.

Il dolore che sentì il gigante gli fece lanciare un grido spaventoso.

Si alzò bruscamente e allungò le mani da ogni parte, per afferrare qualcuno di noi, e sacrificarlo alla sua rabbia; ma avemmo il tempo di allontanarci da lui e di gettarci ventre a terra, dove non poteva incontrarci sotto i suoi piedi. Dopo averci cercato inutilmente, trovò a tastoni la porta e uscì urlando spaventosamente.

Uscimmo dal palazzo dietro al gigante e andammo in riva al mare, nel punto dove si trovavano le nostre zattere. Le mettemmo per prima cosa in mare e aspettammo l'alba per salirci su, nel caso avessimo visto il gigante venire verso di noi, guidato da qualcuno della sua stessa razza; ma ci illudevamo che, se non fosse apparso al sorgere del sole, e se non avessimo sentito più le sue grida, questo sarebbe stato un segno della sua morte e, in quel caso, ci proponevano di restare nell'isola e di non avventurarci nelle nostre zattere. Ma, non appena fu giorno, vedemmo il nostro crudele nemico, accompagnato da due giganti quasi della sua stessa statura che lo conducevano e da un numero piuttosto notevole di altri che camminavano davanti a lui a passi precipitosi.

A questa vista, non esitammo un minuto a gettarci sulle nostre zattere e cominciammo ad allontanarci dalla riva a forza di remi. I giganti, che se ne accorsero, si munirono di grosse pietre, corsero sulla riva, entrando perfino nell'acqua fino alla cintola, e ce le lanciarono con tanta abilità che, eccettuata la zattera sulla quale mi trovavo io, tutte le altre furono spezzate, e gli uomini che vi si trovavano sopra annegarono. Io e i miei due compagni, poiché remavamo con tutte le nostre forze, ci trovammo più avanti degli altri, e fuori del tiro delle pietre.

Quando fummo in mare aperto, diventammo un giocattolo per il vento e per le onde che ci gettavano da un lato o dall'altro, e passammo quel giorno e la notte seguente in preda a una crudele incertezza sul nostro destino. Ma il giorno dopo avemmo la fortuna di essere spinti contro un'isola dove ci salvammo con molta gioia. Vi trovammo eccellenti frutti che ci furono di grande aiuto per riacquistare le forze che avevamo perdute.

Verso sera, ci addormentammo in riva al mare, ma fummo svegliati dal rumore che un serpente, lungo come una palma, produceva con le sue scaglie, strisciando contro la terra. Si trovò così vicino a noi, che inghiottì uno dei miei camerati, nonostante le grida e gli sforzi che questi fece per liberarsi del serpente, il quale, scotendolo a varie riprese, lo schiacciò contro la terra e finì d'ingoiarlo. L'altro mio compagno e io ci mettemmo subito in fuga; e, sebbene fossimo piuttosto lontani, sentimmo, poco tempo dopo, un rumore che ci fece capire che il serpente stava vomitando le ossa dello sventurato che aveva sorpreso. Infatti, il giorno dopo, le vedemmo con orrore.

- O Dio! - esclamai allora, - a che cosa siamo esposti! Ieri ci rallegravamo di aver messo in salvo le nostre vite dalla crudeltà di un gigante e dal furore delle acque, ed eccoci caduti in un pericolo non meno terribile.

Passeggiando, notammo un grosso albero molto alto, sul quale decidemmo di passare la notte, per metterci al riparo. Mangiammo ancora dei frutti come il giorno prima e, alla fine della giornata, salimmo sull'albero. Presto sentimmo il serpente, che venne sibilando fino ai piedi del nostro albero. Si sollevò contro il tronco, e trovando il mio camerata, che era più in basso di me, lo inghiottì in un solo colpo e si allontanò.

Io restai sull'albero fino a giorno, poi ne discesi più morto che vivo. Infatti, non potevo aspettarmi una sorte diversa da quella dei miei due compagni, e questo pensiero mi faceva rabbrividire di orrore.

Mossi qualche passo per andare a gettarmi in mare; ma, poiché è dolce vivere il più a lungo possibile, resistetti a questo moto di disperazione e mi sottomisi alla volontà di Dio, che dispone a suo gradimento della nostra vita.

Non mancai, tuttavia, di ammucchiare una grande quantità di pezzetti di legno, di rovi e di spine secche. Ne feci parecchie fascine che legai insieme dopo averne fatto un gran mucchio intorno all'albero, e ne legai in alto qualcuna di traverso per ripararmi la testa. Fatto questo, sul far della notte, mi chiusi in questo cerchio con la triste consolazione di non aver trascurato niente per difendermi dal crudele destino che mi minacciava. Il serpente non mancò di ritornare e di girare intorno all'albero, cercando di divorarmi; ma non ci riuscì, grazie al baluardo che mi ero fabbricato, e usò invano, fino a giorno, la tattica di un gatto che assedia un sorcio in una tana, e non riesce a forzarla. Finalmente, all'alba, si ritirò: ma non osai uscire dal mio fortino finché non apparve il sole.

Mi sentii così stanco per il lavoro che avevo fatto, avevo sopportato tanto a lungo l'alito appestato del serpente che, sembrandomi la morte preferibile a questo orrore, mi allontanai dall'albero; e, senza ricordarmi della mia rassegnazione del giorno prima, corsi verso il mare con il proposito di precipitarmici a testa in giù. Ma Dio fu commosso della mia disperazione: nel momento stesso in cui stavo per gettarmi in mare, vidi una nave parecchio lontana dalla riva. Gridai con tutte le mie forze per farmi sentire, e spiegai la tela del mio turbante per farmi notare. Il mio gesto non fu inutile; tutto l'equipaggio mi vide e il capitano mi mandò la scialuppa. Quando fui a bordo, i mercanti e i marinai mi chiesero con molta sollecitudine per quale avventura mi ero trovato in quell'isola deserta, e, quando ebbi loro raccontato tutto ciò che mi era capitato, i più anziani mi dissero di aver sentito più volte parlare dei giganti che abitavano in quell'isola, che avevano assicurato loro trattarsi di antropofagi che mangiavano gli uomini sia crudi sia arrostiti. Quanto ai serpenti, aggiunsero che in quell'isola ce n'erano in abbondanza: si nascondevano durante il giorno e si mostravano di notte. Dopo avermi dimostrato la loro gioia per essere sfuggito a tanti pericoli, non dubitando che avessi bisogno di mangiare si affrettarono ad offrirmi un banchetto con quanto avevano di meglio, e il capitano, notando che il mio vestito era tutto a pezzi, ebbe la generosità di farmene donare uno dei suoi.

Navigammo per qualche tempo; toccammo parecchie isole, e infine approdammo a quella di Salahita, da dove si importa il sandalo, legno molto usato in medicina. Entrammo nel porto e vi gettammo l'ancora. I mercanti cominciarono a fare sbarcare le loro merci, per venderle o barattarle. Nel frattempo, il capitano mi chiamò e mi disse:

- Fratello, ho in deposito delle merci che appartenevano a un mercante che ha navigato per qualche tempo sulla mia nave. Poiché questo mercante è morto, io le faccio valutare, per renderne conto ai suoi eredi, quando ne incontrerò qualcuno. - I colli di cui intendeva parlare erano già in coperta. Me li mostrò, dicendo: - Ecco le merci di cui si tratta: spero che vogliate incaricarvi di venderle, e del ricavato terrete qualcosa per voi per ripagarvi della pena che vi prenderete.

Acconsentii, ringraziandolo dell'occasione che mi offriva di non restare in ozio.

Lo scrivano della nave registrò tutti i colli con i nomi dei mercanti ai quali appartenevano. Quando chiese al comandante sotto quale nome doveva registrare quelli affidati a me, rispose:

- Sotto il nome di Sindbad il marinaio.

Non riuscii a sentire il mio nome senza commozione; e, osservando il capitano, lo riconobbi per quello che, durante il mio secondo viaggio, mi aveva abbandonato nell'isola dove mi ero addormentato in riva a un ruscello, e che si era rimesso in navigazione senza aspettarmi o farmi cercare. Non l'avevo riconosciuto subito, a causa del cambiamento che si era verificato in lui da quando non l'avevo visto.

Quanto a lui, che mi credeva morto, non bisogna meravigliarsi se non mi riconobbe.

- Capitano, - gli dissi, - il mercante a cui appartenevano questi colli si chiamava Sindbad?

- Sì, - mi rispose, - si chiamava così; era di Bagdad e si era imbarcato sul mio vascello a Bassora. Un giorno in cui eravamo scesi in un'isola per prendere dell'acqua e ristorarci un po', non so per quale equivoco ripresi il mare senza far caso che non si era imbarcato insieme con gli altri mercanti. I mercanti e io ce ne accorgemmo solo quattro ore dopo. Avevamo il vento in poppa e così favorevole, che ci fu impossibile virare di bordo per andare a riprenderlo.

- Lo credete dunque morto? - ripresi.

- Sicuramente, - replicò.

- Ebbene, capitano, - gli dissi, - aprite gli occhi e riconoscete quel Sindbad che lasciaste in quell'isola deserta. Mi addormentai in riva a un ruscello e, quando mi svegliai, non vidi più nessuno dell'equipaggio.

A queste parole, il capitano si mise ad osservarmi.

Dopo avermi considerato molto attentamente, finalmente mi riconobbe.

- Dio sia lodato! - esclamò abbracciandomi. - Sono felice che la fortuna abbia riparato il mio errore. Eccovi le vostre merci, che ho sempre avuto cura di conservare e di far fruttare in tutti i porti in cui sono approdato. Ve le rendo col profitto che ne ho ricavato.

Le presi, dimostrando al capitano tutta la riconoscenza che gli dovevo.

Dall'isola di Salahita andammo in un'altra, dove mi fornii di chiodi di garofano, di cannella e di altre spezie. Quando ci fummo allontanati, vedemmo una testuggine lunga e larga venti cubiti, notammo anche un pesce che aveva qualche rassomiglianza con una vacca, produce latte e la sua pelle è così dura che è usata di solito per fare scudi. Ne vidi un altro che aveva il muso e il colore di un cammello. Finalmente, dopo una lunga navigazione, arrivai a Bassora, e da qui ritornai in questa città di Bagdad, con tante ricchezze da ignorare la quantità. Ne diedi ancora una considerevole parte ai poveri, e aggiunsi altre grandi terre a quelle che avevo già acquistato.

Così Sindbad terminò la storia del suo terzo viaggio. Poi regalò altri cento zecchini a Hindbad, invitandolo al pranzo del giorno dopo e ad ascoltare il racconto del quarto viaggio. Hindbad e la compagnia si ritirarono; e, il giorno dopo, Sindbad prese la parola sul finire del pranzo e continuò il racconto delle sue avventure.

 

 

 

NOTE:

  1. Probabilmente l'autore arabo ha tratto questo racconto dall'Odissea di Omero (nota dell'edizione del 1745).

 

 

 

QUARTO VIAGGIO DI SINDBAD IL MARINAIO

 

I piaceri e i divertimenti, disse, ai quali mi diedi dopo il mio terzo viaggio, non esercitarono su di me un fascino abbastanza forte da convincermi a non viaggiare più. Mi lasciai trascinare ancora dalla mia passione di trafficare e di vedere cose nuove. Misi dunque in ordine i miei affari e, dopo aver fatto una scorta di merci da vendere nei luoghi dove avevo intenzione di andare, partii. Presi la strada della Persia, di cui attraversai parecchie province, e arrivai a un porto di mare dove mi imbarcai. Ci mettemmo in navigazione e, avevamo già toccato parecchi porti di terra ferma e alcune isole orientali, quando un giorno in cui facevamo un lungo tragitto, fummo sorpresi da un vento contrario che costrinse il capitano a far ammainare le vele e a dare tutti gli ordini necessari per prevenire il pericolo da cui eravamo minacciati. Ma tutte le nostre precauzioni furono inutili; la manovra non riuscì bene, le vele furono strappate in mille pezzi e il vascello, non potendo più essere governato, urtò contro gli scogli, e si spezzò in modo che un gran numero di mercanti e di marinai annegarono e il carico andò perduto.

Io ebbi la fortuna, insieme con parecchi altri mercanti e marinai, di afferrarmi a una tavola. Fummo tutti trascinati da una corrente verso un'isola posta davanti a noi. Vi trovammo frutta e acqua di fonte che servirono a rimetterci in forze. Vi riposammo anche la notte, nel punto in cui il mare ci aveva gettati, senza aver preso nessuna decisione sul da farsi. L'abbattimento che sentivamo per la nostra disgrazia ci aveva, infatti, impedito di pensarvi.

Il giorno dopo, appena il sole fu sorto, ci allontanammo dalla riva:

e, avanzando nell'isola, vi vedemmo delle abitazioni verso le quali ci incamminammo. Al nostro arrivo, ci vennero incontro un gran numero di negri; ci circondarono, e ci afferrarono, fecero di noi una specie di spartizione, e poi ci portarono nelle loro case.

Cinque dei miei camerati e io fummo portati nello stesso posto. Ci fecero prima sedere e ci servirono una specie di erba, invitandoci a cenni a mangiarla. I miei compagni, senza riflettere sul fatto che quelli che la offrivano non ne mangiavano, consultarono soltanto la loro fame, che era imperiosa, e si gettarono con avidità su quei cibi.

Io, presentendo un inganno, non volli neppure assaggiarne, e me ne trovai bene. Infatti, poco tempo dopo, mi accorsi che i miei compagni erano impazziti e mi parlavano senza sapere che cosa dicevano.

Poi mi servirono del riso preparato con olio di cocco e i miei compagni che non ragionavano più, ne mangiarono in abbondanza. Ne mangiai anch'io, ma pochissimo. I negri ci avevano per prima cosa offerto quell'erba per turbarci la mente, e toglierci così il dolore che doveva provocare in noi la triste conoscenza della nostra sorte, e ci davano del riso per ingrassarci. Essendo antropofagi, la loro intenzione era di mangiarci quando saremmo diventati grassi. E' quanto capitò ai miei compagni che ignoravano il loro destino, avendo perduto il buon senso. Poiché io avevo conservato il mio, capirete bene, signori, se, invece d'ingrassare come gli altri, diventai ancora più magro di quello che ero. La paura della morte, di cui ero continuamente preda, trasformava in veleno tutti gli alimenti che ingerivo. Caddi in un languore che mi fu molto salutare; infatti i negri, dopo aver ucciso e mangiato i miei compagni, si fermarono; e vedendomi secco, scarnito, malato, rimandarono la mia morte ad un altro momento.

Nel frattempo, avevo molta libertà, ed essi poco si curavano di quello che facevo. Questo mi diede modo di allontanarmi un giorno dalle abitazioni dei negri e di fuggire. Un vecchio, che mi vide e intuì il mio piano, mi gridò con tutta la sua forza di tornare indietro, ma, invece di ubbidirgli, raddoppiai il mio passo e presto fui fuori dalla sua visuale. In quel momento, nelle abitazioni non c'era nessuno tranne quel vecchio: tutti gli altri negri si erano assentati e dovevano tornare solo sul finire del giorno, come avevano l'abitudine di fare abbastanza spesso. Perciò, sicuro che quando avessero saputo della mia fuga, non avrebbero fatto più in tempo a corrermi dietro, camminai fino a notte. Allora mi fermai, per riposarmi un po' e mangiare un po' di cibo che avevo portato con me. Ma presto ripresi il cammino, e continuai a camminare per sette giorni, evitando i posti che mi sembravano abitati. Vivevo di noci di cocco, che mi davano nello stesso tempo da bere e da mangiare.

L'ottavo giorno, arrivai vicino al mare; improvvisamente vidi delle persone bianche come me, intente a cogliere del pepe, che in quel punto cresceva in grande abbondanza. La loro occupazione mi fu di buon augurio, non feci nessuna difficoltà ad avvicinarmi a loro ed essi mi vennero incontro. Appena mi videro, mi chiesero in arabo chi fossi e da dove venissi. Felice di udirli parlare con me, soddisfeci volentieri la loro curiosità, raccontando in che modo avevo fatto naufragio ed ero venuto in quell'isola, dove ero caduto nelle mani dei negri.

- Ma questi negri, - mi dissero, - mangiano gli uomini! Per quale miracolo siete sfuggito alla loro crudeltà?

Feci loro lo stesso racconto che avete udito, e furono estremamente stupiti.

Rimasi con loro finché non ebbero raccolto tutto il pepe che vollero:

dopo di che, mi fecero imbarcare sul bastimento che li aveva portati e andammo in un'altra isola, dalla quale erano venuti. Mi presentarono al loro re che era un buon principe. Egli ebbe la pazienza di ascoltare il racconto della mia avventura, che lo meravigliò. Poi, mi fece dare degli abiti e ordinò che ci si prendesse cura di me.

L'isola in cui mi trovavo era molto popolosa e ricca di ogni specie di cose, e nella città dove abitava il re, vi si faceva un gran commercio. Questo piacevole asilo cominciò a consolarmi della mia sventura e le bontà che quel generoso principe aveva per me completarono la mia gioia. Infatti nessuno era da lui più benvoluto di me e perciò non c'era nessuno, né alla sua corte né in città che non cercasse l'occasione di farmi piacere. Perciò in breve tempo fui considerato come se fossi un nativo dell'isola piuttosto che uno straniero.

Notai una cosa che mi sembrò molto straordinaria: tutti, perfino il re, montavano a cavallo senza briglia né staffe. Questo mi spinse a prendermi la libertà di chiedere un giorno perché Sua Maestà non si servisse di questa comodità. Egli mi rispose che gli stavo parlando di cose di cui, nei suoi Stati, ignoravano l'uso.

Andai subito da un operaio e gli feci costruire il fusto di una sella sul modello che gli fornii. Finito il fusto della sella, lo guarnii io stesso di borra e cuoio, e lo ornai con un ricamo d'oro. Poi mi rivolsi a un fabbro ferraio che mi costruì un morso, della forma che gli mostrai, e delle staffe.

Quando queste cose furono in perfetto stato, andai ad offrirle al re.

Le provai io stesso su uno dei suoi cavalli, poi vi montò il principe, e fu così soddisfatto di quest'invenzione, che mi manifestò la sua gioia con grande elargizioni. Non potei evitare di fare parecchie selle per i suoi ministri e per i principali ufficiali di corte, i quali mi fecero tutti dei doni che in poco tempo mi arricchirono. Ne feci anche per le persone più qualificate della città, il che mi procurò una grande reputazione e mi fece stimare da tutti.

Poiché ero sempre molto assiduo col re, un giorno questi mi disse:

- Sindbad, ti voglio bene, e so che tutti i miei sudditi che ti conoscono ti hanno caro come me. Devo rivolgerti una preghiera e tu devi accordarmi quanto sto per chiederti.

- Sire, - gli risposi, - non c'è niente che io non sia pronto a fare per dimostrare la mia ubbidienza alla Vostra Maestà; ella ha su di me un potere assoluto.

- Io voglio darti moglie, - replicò il re, - affinché il matrimonio ti trattenga nei miei Stati, e non ti faccia pensare più alla tua patria.

Poiché non osavo resistere alla volontà del principe, egli mi diede in moglie una dama della sua corte, nobile, bella, saggia e ricca. Dopo le cerimonie nuziali, mi stabilii in casa della dama, con la quale vissi per qualche tempo in perfetta armonia. Tuttavia non ero troppo contento del mio stato. Il mio piano era di fuggire alla prima occasione e di ritornare a Bagdad: infatti la mia sistemazione, per vantaggiosa che fosse, non poteva farmela dimenticare.

Ero in preda a questi sentimenti, quando la moglie di un mio vicino, con il quale avevo stretto un'amicizia molto intima, cadde malata e morì. Andai da lui per consolarlo: e, trovandolo immerso nel più vivo dolore, gli dissi avvicinandomi:

- Dio vi conservi e vi conceda lunga vita!

- Ahimè! - mi rispose, - come volete che io ottenga la grazia che mi augurate? Mi resta una sola ora di vita.

- Oh! - ripresi io, - non vi mettete in testa un pensiero tanto funesto; spero che questo non accada e di avere il piacere di vedervi ancora per molto tempo.

- Io spero, - egli replicò, - che la vostra vita duri a lungo; quanto a me, i miei affari sono sistemati, e vi informo che oggi mi seppelliranno insieme con mia moglie. Questo è il costume che i nostri antenati hanno stabilito in quest'isola, e che hanno inviolabilmente mantenuto: il marito vivo viene sepolto con la moglie morta e la moglie viva con il marito morto. Niente può salvarmi; tutti subiscono questa legge.

Mentre egli mi parlava di questa strana barbarie, la cui notizia mi spaventò crudelmente, i parenti, gli amici e i vicini arrivarono in folla per assistere ai funerali. Rivestirono il cadavere della moglie con i suoi abiti più ricchi, come nel giorno delle nozze, e lo ornarono con tutti i suoi gioielli.

Poi la misero in una bara scoperta, e il convoglio si mise in cammino.

Il marito era alla testa del corteo funebre, e seguiva il corpo della moglie. Presero il sentiero di un'alta montagna; e, arrivati, sollevarono una grossa pietra che copriva la bocca di un profondo pozzo, e vi calarono il cadavere senza togliergli niente dei suoi vestiti e dei suoi gioielli. Fatto questo, il marito abbracciò i parenti e gli amici e si lasciò mettere senza resistenza in una bara, con una brocca d'acqua e sette pagnottelle accanto; poi lo calarono nello stesso modo con cui avevano calato la moglie. La montagna si estendeva in lunghezza e limitava il mare, e il pozzo era molto profondo. Finita la cerimonia, rimisero la pietra a posto.

Non c'è bisogno, signori, di dirvi che fui un tristissimo testimone di quei funerali. Tutte le altre persone che vi assistettero non sembrarono quasi colpite, essendo abituate a vedere così spesso la stessa cosa. Io non potei trattenermi dal dire al re quello che pensavo a questo proposito.

- Sire, - gli dissi, - non mi stupirò mai abbastanza dello strano costume, in uso nei vostri Stati, di seppellire i vivi con i morti. Io ho viaggiato molto, ho frequentato persone di un'infinità di nazioni, e non ho mai sentito parlare di una legge tanto crudele.

- Che cosa vuoi! - mi rispose il re. - E' una legge comune, Sindbad, e io stesso vi sono soggetto: sarò sepolto vivo con la regina, mia sposa, se morirà per prima.

- Ma, Sire, - gli dissi, - posso osare di chiedere a Vostra Maestà se gli stranieri sono costretti ad osservare questo costume?

- Certamente - replicò il re, sorridendo per il motivo della mia domanda; - quando sono sposati in quest'isola, non ne sono esenti.

Me ne tornai tristemente a casa con questa risposta. La paura che mia moglie morisse prima di me e mi seppellissero vivo con lei mi faceva fare delle riflessioni molto mortificanti. Tuttavia, che rimedio trovare per questo male? Dovetti pazientare e rimettermi alla volontà di Dio. Nondimeno, alla minima indisposizione di mia moglie, tremavo.

Ma ahimè! presto provai il massimo terrore. Lei cadde ammalata seriamente e morì in pochi giorni.

Giudicate il mio dolore! Essere sepolto vivo non mi sembrava una fine meno deplorevole di quella di essere divorato dagli antropofagi:

tuttavia bisognava sottostarvi. Il re, accompagnato da tutta la sua corte, volle onorare il convoglio funebre con la sua presenza. e le persone più importanti della città mi fecero anch'esse l'onore di assistere alla mia sepoltura.

Quando tutto fu pronto per la cerimonia deposero il corpo di mia moglie in una bara, con tutti i suoi gioielli e i suoi abiti più ricchi. Il corteo cominciò a sfilare. Come secondo attore di quella pietosa tragedia, io seguivo immediatamente la bara di mia moglie, con gli occhi pieni di lacrime, e deplorando la mia sorte disgraziata.

Prima di arrivare alla montagna, volli fare un tentativo sugli animi degli spettatori. Mi rivolsi prima di tutto al re, poi a quelli che si trovavano intorno a me; e, inchinandomi davanti ai loro occhi fino terra per baciare l'orlo delle loro vesti, li supplicai di avere compassione di me.

- Considerate, - dicevo, - che sono uno straniero il quale non deve essere sottomesso a una legge così rigorosa, e che nel mio paese ho un'altra moglie e dei figli. - Ebbi un bel pronunciare queste parole in tono commovente, nessuno ne fu intenerito: anzi, si affrettarono a calare il corpo di mia moglie nel pozzo, e un momento dopo calarono anche me, in un'altra bara scoperta, con una brocca piena d'acqua e sette pagnotte. Infine, terminata questa cerimonia così funesta per me, rimisero la pietra sulla bocca del pozzo, nonostante l'eccesso del mio dolore e le mie grida pietose.

Man mano che mi avvicinavo al fondo, scoprivo, grazie alla poca luce che veniva dall'alto, la disposizione di quel luogo sotterraneo. Era una vastissima grotta che poteva avere una profondità di cinquanta cubiti. Presto sentii un tanfo che si sprigionava da un'infinità di cadaveri ammucchiati a destra e a sinistra. Mi sembrò anche di sentire qualcuno degli ultimi sepolti emettere gli estremi sospiri. Tuttavia, arrivato al fondo, uscii prontamente dalla bara e mi allontanai dai cadaveri turandomi il naso. Mi gettai a terra dove restai a lungo immerso in un mare di lacrime. Allora, riflettendo sul mio destino, dicevo:

- E' vero che Dio dispone di noi secondo i decreti della sua provvidenza. Ma, povero Sindbad, non è colpa tua se ti vedi ridotto a morire di una morte così strana! Ah! se Dio avesse voluto farti morire in qualcuno dei naufragi ai quali sei scampato! Ora non dovresti morire con una morte così lenta e così terribile in tutte le sue circostanze. Ma te lo sei attirato con la tua maledetta avarizia. Ah!

infelice! dovevi piuttosto restare a casa e goderti tranquillamente i frutti delle tue fatiche!

Queste erano le inutili lamentele delle quali facevo risuonare la grotta, battendomi la testa e lo stomaco per la rabbia e la disperazione, e abbandonandomi interamente ai pensieri più desolanti.

Tuttavia (riuscirò a dirvelo?), invece di invocare la morte in mio aiuto, per miserabile che io fossi, l'amore della vita si fece ancora sentire in me e mi spinse a prolungare i miei giorni. Andai a tentoni, turandomi il naso, a prendere il pane e l'acqua che erano nella mia bara, e ne mangiai.

Sebbene l'oscurità che regnava nella grotta fosse tanto fitta da non riuscire a distinguere il giorno dalla notte, trovai ugualmente la mia bara; e mi sembrò che la grotta fosse più spaziosa e più piena di cadaveri di quanto non mi era sembrata in un primo momento. Vissi qualche giorno del mio pane e della mia acqua; ma infine, non avendone più, mi preparai a morire.

Aspettavo solo la morte, quando sentii sollevare la pietra. Calarono un cadavere e una persona vivente. Il morto era un uomo. E' naturale prendere estreme risoluzioni, quando si è agli ultimi estremi. Mentre calavano la donna, mi avvicinai al punto in cui doveva essere deposta la sua bara; e, quando vidi che stavano ricoprendo la bocca del pozzo, diedi sulla testa di quella sventurata due o tre colpi con un grande osso di cui mi ero fornito. Ella svenne, o forse la ammazzai; e, poiché facevo questa azione inumana solo per approfittare del pane e dell'acqua che erano nella sua bara, ebbi provviste per qualche giorno. Poi calarono ancora una donna morta e un uomo vivo, uccisi l'uomo nello stesso modo e poiché, per mia fortuna, in quel periodo ci fu in città una specie di epidemia, non mancavo di viveri, ricorrendo sempre alla stessa astuzia.

Un giorno in cui avevo appena spedito al creatore un'altra donna, sentii un respiro e un suono di passi. Avanzai verso il punto da dove veniva il rumore; avvicinandomi sentii respirare più forte, e mi sembrò d'intravedere una forma in fuga. Seguii questa specie di ombra, che di tanto in tanto si fermava e, fuggendo, continuava ad ansimare, a mano a mano che mi avvicinavo. La seguii così a lungo e mi spinsi così lontano, che infine vidi una luce che assomigliava a una stella.

Continuai ad avanzare verso quella luce, perdendola qualche volta di vista, secondo gli ostacoli che me la nascondevano, ma ritrovandola sempre; e, alla fine, scoprii che veniva da una breccia nella roccia, abbastanza larga da potervi passare.

A questa scoperta mi fermai un po' per rimettermi dallo stato di turbamento nel quale avevo proceduto; poi, dopo essermi spinto fino alla breccia, vi passai e mi trovai in riva al mare. Immaginate l'eccesso della mia gioia: fu tale che feci fatica a convincermi che non era un sogno. Quando fui convinto che si trattava di una cosa reale e quando i miei sensi si furono ristabiliti nel loro assetto ordinario, capii che la forma ansimante che avevo seguito era un animale uscito dal mare, che aveva l'abitudine di entrare nella grotta per nutrirsi di cadaveri.

Esaminai la montagna e notai che era posta fra la città e il mare senza nessun sentiero di comunicazione, perché era talmente scoscesa, che la natura non l'aveva resa praticabile. Mi prosternai sulla riva per ringraziare Iddio della grazia che mi aveva fatto. Poi rientrai nella grotta, per andare a prendere del pane, e tornai a mangiarlo alla luce del giorno, con appetito migliore di quanto avessi fatto dal momento in cui mi avevano sepolto in quel posto tenebroso.

Vi ritornai ancora, e andai a raccogliere a tentoni nelle bare tutti i diamanti, i rubini, le perle, i braccialetti d'oro e infine tutte le ricche stoffe che trovai a portata di mano: trasportai tutto in riva al mare. Ne feci diversi pacchi, che subito legai con le corde che erano servite a calare le bare, e di cui c'era gran quantità. Li lasciai sulla riva, aspettando una buona occasione, senza temere che la pioggia li rovinasse, perché non era la stagione.

Dopo due o tre giorni, vidi una nave che era appena uscita dal porto e che passò proprio vicino al posto in cui ero io. Feci segno con la tela del mio turbante e gridai con tutta la mia forza per farmi sentire. Mi sentirono, staccarono la scialuppa per venirmi a prendere.

Alle domande dei marinai, che mi chiesero per quale avventura mi trovavo in quel posto, risposi che due giorni prima mi ero salvato da un naufragio insiem