Jules Michelet



LA STREGA

 

 

 

 

INTRODUZIONE


Sprenger afferma (prima del 1500): "Si deve dire l'ERESIA DELLE STREGHE, non degli stregoni; questi contano poco". E un altro, sotto Luigi Tredicesimo: "Per uno stregone diecimila streghe".


"Natura le ha fatte streghe." E' il genio proprio alla Donna, e il suo temperamento. Nasce Fata. Per il normale ricorso dell'esaltazione, è Sibilla. Per l'amore è Maga. Per acume, malizia (capricciosa spesso e benefica), è Strega, e dà la sorte, almeno lenisce, inganna i mali.


Ogni popolo primitivo ha il medesimoo principio; lo vediamo dai viaggi. L'uomo caccia e lotta. La donna gioca d'ingegno, immagina; genera sogni e dei. Dei giorni è VEGGENTE; possiede le ali infinite del desiderio e del sogno. Per meglio valutare i tempi, osserva il cielo. Ma alla terra non offre meno cuore. Gli occhi chini sui teneri fiori, giovane e fiore anch'essa, ne fa conoscenza personale. Donna, chiede loro di guarire chi ama.


Semplice e commovente inizio di religioni e scienze. Più avanti tutto si separa; vedremo sorgere lo specialista, ciarlatano, astrologo o profeta, negromante, prete, medico. Ma in principio, la Donna è tutto.


Una religione potente e vitale, come il paganesimo greco,ha inizio dalla sibilla, termine nella strega. La prima, vergine bella, in pieno sole, lo cullò, gli diede incanto e aureola. Più tardi, decaduto, malato, nelle tenebre medievali, tra le lande e i boschi, la strega lo riparò, dalla sua coraggiosa pietà gli venne il nutrimento, di cui continuò a vivere. Ecco che, per le religioni, la donna è madre, amorosa custode e nutrice fedele. Gli dèi sono come gli uomini; le nascono e muoiono in grembo.


Quanto la fedeltà le costa! Regine, magi di Persia, Circe maliarda, sublime Sibilla, che siete ormai? che barbara metamorfosi. Quella che, dal trono d'Oriente, insegnò le virtù delle piante e il cammino delle stelle che, al tripode di Delfi, splendida del dio di luce, porgeva oracoli al mondo prostrato, questa, mille anni più tardi, la si caccia come fosse una bestia selvaggia, è inseguita agli angoli delle strade, umiliata, straziata, lapidata, piegata sui carboni ardenti.


Non bastano i roghi al clero, né al popolo le villanie né i sassi al fanciullo, contro la disgraziata. Il poeta (fanciullo anch'esso) la lapida con un'altra pietra, ancora più crudele per una donna. Suppone, chissà perché?, che fosse sempre laida e vecchia. Alla parola Strega, appaiono le orrende vecchie di Macbeth. Ma i crudeli processi mostrano il contrario. Molte morirono proprio perché giovani e belle.


La Sibilla prediva la sorte, la Strega la fa. Ecco la grande, autentica differenza. Lei chiama, cospira, opera il destino. Non è l'antica Cassandra che tanto bene conosceva l'avvenire, lo lamentava, l'attendeva. Lei lo crea. Più di Circe, di Medea, possiede la verga del miracolo naturale, e per sostegno e sorella ha la natura. Tratti del Prometeo moderno son già suoi. Con lei ha inizio l'industria, specialmente l'industria sovrana, che guarisce, rinnova l'uomo. Al contrario della sibilla, che sembrava osservare l'aurora, lei osserva il tramonto: ma è proprio il grigio tramonto ad offrire (come sulle vette delle Alpi) molto prima dell'aurora, un'alba precoce del giorno.


Il prete intuisce tutto il pericolo, il nemico; la temibile rivalità è in lei, che lui mostra di disprezzare, la sacerdotessa della natura.


Dagli dèi antichi, ha fatto degli dèi. Accanto al Satana del passato, vediamo nascere in lei un Satana del futuro.


Il solo medico del popolo, per mille anni, fu la Strega. Gli imperatori, i re, i papi, i baroni più ricchi avevano qualche dottore di Salerno, qualche Moro, qualche Ebreo, ma la gente di ogni condizione, e si può dire tutti, non consultava che la SAGA o SAGGIA DONNA. Se non guariva, la insultavano, la dicevano strega. Ma in genere, per rispetto e paura insieme, la chiamavano BUONADONNA o BELLADONNA, dal nome che si dava alle fate.


Le capitò quel che ancora capita alla sua pianta prediletta, la Belladonna, e a benefici altri veleni che usava, antidoti dei grandi flagelli del medioevo. Il bambino, il passante ignaro, maledice quest'erbe grigie senza conoscerle. I loro colori ambigui lo colmano di terrore. Arretra, passa alla larga. Eppure non sono che "Consolanti" (Solanee), che somministrate con discrezione, hanno guarito spesso, calmato tanti mali.


Potete trovarle nei luoghi più sinistri, isolati, infidi, tra macerie e rovine. Anche in questo somigliano a chi le usava. Dove avrebbe potuto vivere, se non tra le lande selvagge, l'infelice, così perseguitata, la maledetta, la proscritta, l'avvelenatrice che guariva, salvava? La promessa del Diavolo e del Male incarnato, che ha fatto tanto bene, ad ascoltare il gran medico del Rinascimento. Quando Paracelso, a Basilea nel 1527, bruciò tutta la medicina, dichiarò di non sapere nulla, oltre a quanto imparato dalle streghe.


Meritavano una ricompensa. L'ebbero. Le si pagò in torture, in roghi.


Si scovarono tormenti appositi, si inventarono sofferenze. Venivano condotte a giudizio in massa, e condannate per una parola. Mai si fu tanto prodighi di vite umane. Per non parlare della Spagna, classica terra dei roghi, dove non c'è Moro né Ebreo senza strega, se ne ardono settemila a Trèviri, non so quante a Tolosa, a Ginevra cinquecento in tre mesi (1513), ottocento a Würtzburg, quasi in una infornata, millecinquecento a Bamberga (due minuscoli vescovadi). Ferdinando Secondo in persona il bigotto, il crudele imperatore della guerra dei trent'anni, fu costretto a sorvegliare i suoi zelanti vescovi. Non avrebbero risparmiato un solo suddito. Nella lista di Würtzburg trovo uno stregone di undici anni che andava a scuola, una strega di quindici, a Baiona due di diciassette, dannatamente graziose.


Si noti che in certe epoche, al solo nome di strega, l'odio uccide a caso. Le gelosie femminili, le brame maschili, si appropriano di un'arma tanto comoda. E' ricca? STREGA. E' graziosa? STREGA. Vedremo la Murguy, una piccola accattona, segnare a morte del marchio tremendo la fronte della grandama, troppo bella, la castellana di Lancinena.


Le imputate, se possono, prevengono la tortura e si uccidono. Remy, l'insigne giudice di Lorena, che ne bruciò ottocento, di questo terrore è orgoglioso. "La mia giustizia è tanto buona" dice "che sedici, arrestate l'altro giorno, non attesero, si strozzarono prima." Sulla lunga strada della mia "Histoire", nei trent'anni che le ho dedicato, questa orribile letteratura di streghe mi è passata e ripassata spesso tra le mani. Prima ho esaurito i manuali dell'Inquisizione, le asinerie dei domenicani ("Flagelli", "Martelli", "Formicai", "Fustigazioni", "Lanterne", eccetera, sono i titoli dei loro libri). Poi ho letto i parlamentari, i giudici laici che a quei monaci si sostituiscono, e pur nutrendo disprezzo per loro, quasi li eguagliano in idiozia. Ne accenno altrove. Qui noto soltanto che, dal l300 al 1600, e oltre, la giustizia è identica. Eccettuata una breve parentesi nel parlamento di Parigi, sempre ed ovunque è la stessa feroce demenza. L'ingegno non conta. L'acuto De Lancre, magistrato bordolese del regno di Enrico Quarto, all'avanguardia in politica, quando si tratta di streghe precipita al livello di un Nider, d'uno Sprenger, degli stupidi monaci del Quattordicesimo secolo.


E' stupefacente vedere quei tempi tanto vari, quegli uomini di culture diverse non riuscire ad andare avanti. Poi si capisce bene che gli uni e gli altri furono impediti, di più, accecati, che il veleno del loro principio li rese ubriachi e selvaggi. Questo principio è il dogma di una radicale ingiustizia: "Tutti perduti, per uno solo, non solo puniti, ma degni d'esserlo, GUASTI A PRIORI E CORROTTI, morti a Dio ancor prima di nascere. Il poppante è un dannato".


Chi lo dice? Tutti, persino Bossuet. Un importante dottore di Roma, Spina, Maestro del Santo Palazzo, formula il concetto con precisione:

"Perché Dio permette che gli innocenti muoiano? Agisce secondo giustizia. Se non morissero dei peccati commessi, morirebbero comunque per la colpa originale" (De Strigibus, pagina 9).


Questa enormità ha due conseguenze, in giustizia e in logica. Il giudice è sempre sicuro del fatto suo; chi gli compare davanti, non c'è dubbio, è colpevole, e, se si difende, ancora di più. La giustizia non deve faticare, rompersi la testa, per distinguere il vero dal falso. Si parte sempre da un partito preso. Il logico, lo scolastico non sottopone l'anima ad analisi, rendersi conto delle sfumature che vive non è affar suo, ne ignora la complessità, i contrasti intimi e i conflitti. Non ha bisogno, come noi, di spiegarsi come possa cadere a poco a poco nel vizio. Quanto riderebbe, scuotendo la testa, di finezze e cautele così, se fosse in grado di capirle! Quanta grazia gli darebbe allora il dondolìo delle orecchie superbe che agghindano il suo vuoto cranio!

Soprattutto quando si tratta del PATTO DIABOLICO, dello spaventoso contratto dove, per il misero guadagno di un giorno, l'anima si vende al supplizio eterno, noi, noi cercheremmo di ricostruire il cammino maledetto, la terribile successione di sventure e delitti che la sprofondarono. Il Nostro, se ne preoccupa? Per lui l'anima e il diavolo sono nati l'una per l'altro, tanto che alla prima tentazione, per un capriccio, una "voglia", un pensiero che passa, quella non esitò a gettarsi nell'orrido estremo.


Neppure i nostri moderni hanno granché indagato la cronologia morale della stregoneria. Si soffermano troppo sui rapporti del medioevo con l'antichità. Rapporti reali, ma vaghi, di poco peso. La vecchia Maga, la Veggente celtica e germanica non sono ancora la vera Strega. Le innocenti Sabasie (da Bacco Sabasio), piccolo sabba campestre che continuò nel medioevo, niente hanno a che fare con la Messa nera del Quattordicesimo secolo, la grande solenne sfida a Gesù. Queste creazioni terribili non hanno proceduto sul lungo filo della tradizione. Uscirono dall'orrore del tempo.


A quando risale la Strega? rispondo senza esitare: "Ai tempi negati alla speranza".


Alla profonda disperazione prodotta dal mondo della Chiesa. Senza esitare dichiaro: "La Strega è il suo delitto".


Non mi soffermo neppure un attimo sulle sue melliflue spiegazioni, che fingono di attenuare: "Debole, leggera era la creatura, facile alle tentazioni. La concupiscenza l'ha indotta al male". Come, nella miseria, nella carestia di quei tempi, come poteva quella passione traviare sino al furore diabolico? Se la donna innamorata, abbandonata e gelosa, se la ragazza scacciata dalla matrigna o la madre picchiata dal figlio (vecchi soggetti di leggende), se hanno potuto cadere in tentazione e invocare lo spirito maligno, tutto questo non è la Strega. Che queste povere creature invochino Satana, non vuol dire che lui le accetti. Sono ancora lontane, ben lontane dall'essere pronte per lui. Non hanno l'odio di Dio.


Per capire un po' meglio, leggete gli odiosi registri che ci restano dell'Inquisizione, non negli estratti dl Llorente, Lamothe-Langon, eccetera, ma quel che resta degli originali di Tolosa. Leggeteli così come sono, nella loro tetra aridità, tanto spaventosa e feroce.


Bastano poche pagine, per sentirsi agghiacciare. Vi prende un freddo crudele. La morte, la morte, la morte si avverte in ogni riga. Siete ormai nella bara, o in una piccola cella di pietra dai muri ammuffiti.


I più fortunati vengono messi a morte. L'orrore, è l'"in pace". Questa parola ricorre all'infinito, come una campana d'infamia che suoni e risuoni, per desolare i morti vivi, sempre la stessa parola: MURATI.


Orrendo meccanismo per annientare e schiacciare, crudele torchio per spezzare l'anima. Un giro di vite dopo l'altro, strangolata, scricchiolante, schizzò dalla macchina e cadde nel mondo ignoto.


Quando appare, la Strega non ha padre né madre, non ha figli, marito, né famiglia. E' un mostro, un aerolito, non si sa da dove venga. Chi oserebbe, Dio, avvicinarla?

Dove vive? dove non è possibile, nei boschi di rovi, sulla landa, dove la spina, il cardo intrecciati, impediscono il passaggio. La notte, sotto qualche vecchio dolmen. Se viene scoperta, è l'orrore della gente a tenerla ancora isolata: è come circondata da un cerchio di fuoco.


Tuttavia, è difficile credervi, è ancora una donna. Proprio questa tremenda vita preme e tende la sua molla di donna, l'elettricità femminile. Eccole due facoltà:

L'ILLUMINISMO DELLA FOLLIA LUCIDA che, nelle sue sfumature, è poesia, seconda vista, acume sottile, la parola ingenua e astuta, soprattutto la capacità di credere in tutte le proprie bugie. Facoltà ignota allo stregone maschio. Con lui, nulla avrebbe avuto inizio.


Da questo dono un altro: il potere sublime di CONCEPIRE IN SOLITUDINE, la partenogenesi che i nostri fisiologi ammettono adesso nelle femmine di parecchie specie per la fecondità del corpo, e che non è più infondata per le concezioni dello spirito.


Sola, concepì e generò. Chi? Un altro se stessa, che le somiglia da confondersi.


Figlio dell'odio, concepito d'amore. Poiché senza l'amore, non si crea nulla. Tremante, così bene si riconosce in questo bambino, si compiace talmente in quest'idolo, che immediatamente lo colloca sull'altare, gli rende onore e gli si immola, si concede vittima e viva ostia.


Molto spesso lo dirà al giudice lei stessa: "Non temo che questo:

soffrire troppo poco per lui" (Lancre).


Conoscete l'esordio del fanciullo? Una tremenda risata. Non ha forse motivo di essere allegro, sulla sua libera prateria, lontano dalle segrete spagnole e dai "murati" di Tolosa? Il suo "in pace" è niente di meno che il mondo. Va e viene, vagabonda. Sono per lui la foresta sconfinata, la landa dai vasti orizzonti. Tutta la terra è sua, ricca nel cerchio che la circonda. La strega gli dice con amore: "Mio Robin", dal nome del valoroso bandito, l'allegro Robin Hood, che visse sotto le verdi foreste. Le piace anche chiamarlo "Fiorente", "Boschetto", "Germoglio". Sono i luoghi preferiti dal monello. Appena visto un cespuglio, vi saltò la scuola.


Meraviglia che al primo colpo la strega abbia davvero fatto un essere.


Che ha tutto l'aspetto della realtà. L'hanno visto e sentito. Chiunque può descriverlo.


Osservate invece l'impotenza della Chiesa. I suoi angeli sono smorti, paiono sfumati, diafani. Lo sguardo li attraversa.


Anche con i demoni rubati ai rabbini, la laida legione rancorosa, eccetera, non raggiunse il realismo di terrore che voleva. Ben più che terribili, sono figure grottesche; svolazzano come pagliacci.


Tutt'altro esce satana dal ventre ardente della Strega, vivace, agguerrito ed armato.


Per quanta paura faccia, bisogna convenire che, senza di lui, saremmo morti di noia. Tanti flagelli colpiscono quei tempi, ma la monotonia è ancora il più pesante. Quando si cerca di far parlare le Tre Persone tra loro, come a Milton venne la sfortunata idea, la noia arriva al sublime. Dall'una all'altra, è un SI' eterno. Dagli angeli ai santi, il medesimoo SI'. Questi, nelle loro leggende, graziosissime all'inizio, hanno tutti un insulso odore di parenti, e l'uno con l'altro, ed ognuno con Gesù. Tutti cugini. Dio ci guardi dal vivere in un paese dove i visi degli uomini, tutti desolatamente simili, hanno questa identità melensa di convento o sacrestia.


Invece il figlio della Strega, ragazzo in gamba, sa rispondere a tono.


Risponde a Gesù. Sono sicuro che lo distrae, oppresso com'è dai suoi santi insipidi.


Questi prediletti, i figli del padrone, non si scaldano troppo, contemplano e sognano; ATTENDONO attendendo, sicuri di avere un giorno la loro parte di Eletti. Quel poco di attivo che hanno è rinchiuso nel risicato cerchio dell'IMITAZIONE (questa parola è tutto il medioevo).


Lui, il maledetto bastardo, la cui parte non è che la frusta, non ci pensa proprio di attendere. Va in cerca e non si ferma mai. Si dà da fare, dalla terra al cielo. E' molto curioso, fruga, penetra, tocca, e ficca il naso dappertutto. Del "Consummatum est" se ne frega, si prende gioco. Non fa che ripetere: "Più in là" e "Avanti".


Del resto, è di bocca buona. Raccatta tutti gli scarti; il cielo getta, lui raccoglie. Ad esempio, la Chiesa ha scartato la Natura, come impura e sospetta. Satana la prende al volo, se ne ammanta. Non solo, la coltiva e la sfrutta, ne fa fiorire arti, accettando il titolo con cui vogliono marchiarlo, PRINCIPE DEL MONDO.


Avevano detto imprudenti: "Guai a chi ride". Cedendo a priori a Satana una parte troppo bella, il monopolio del riso, e proclamandolo "divertente". Meglio, "necessario".


Poiché ridere è una funzione essenziale della nostra natura. Come trascinare la vita, senza poter ridere, almeno tra i dolori?

La Chiesa, che non vede nella vita che una prova, non si preoccupa di prolungarla. Sua medicina è la rassegnazione, l'attesa e la speranza della morte. Vasto campo per Satana. Eccolo medico, guaritore dei viventi. Meglio, consolatore; ha la compiacenza di mostrarci i nostri morti, di evocare le ombre amate.


La Chiesa scarta un'altra cosetta, la Logica, la libera Ragione.


Ghiotto boccone che l'ALTRO addenta con avidità.


Aveva costruito con calce e cemento un piccolo "in pace" stretto, dal soffitto basso, rischiarato da una luce cieca, da una certa fessura.


Si chiamava "la Scuola". Ci lasciavano qualche chierico e gli dicevano: "Sii libero". Diventavano tutti dei buoni a nulla. Trecento, quattrocento anni confermano la paralisi. Il punto di Abelardo è esattamente quello di Occam.


E' curioso che si cerchi proprio là l'origine del Rinascimento.


Arrivò, ma come? per l'impresa satanica di quanti hanno sbrecciato il soffitto, per lo sforzo dei dannati che volevano vedere il cielo. E soprattutto avvenne, lontano dalla scuola e dai dotti, a saltare la scuola nei boschi, dove Satana insegnò alla Strega e al pastore.


Istruzione rischiosa al massimo, ma erano proprio i rischi ad esaltare l'amor curioso, lo sfrenato desiderio di vedere e sapere. Là iniziarono le male scienze, la farmacia proibita dei veleni, e la maledetta anatomia. Il pastore, spia delle stelle, osservando il cielo, portava là le sue colpevoli ricette, i suoi esperimenti sugli animali. La Strega sottraeva e portava dal cimitero vicino un corpo; e per la prima volta (rischiando il rogo) si poteva ossevare questo miracolo di Dio "che scioccamente si nasconde, invece di comprenderlo" (come ha detto così bene il Serres).


L'unico dottore ammesso là da Satana, Paracelso, vi ha notato un terzo, che penetrava alle volte nell'assemblea sinistra, portandovi la chirurgia. Era il chirurgo di quei tempi di bontà, il boia, l'uomo dalla mano ardita, capace di usare il ferro, che rompeva le ossa e sapeva aggiustarle, ammazzava e talvolta salvava, appendeva fino a un certo punto.


L'università criminale della strega, del pastore, del boia, negli esperimenti loro, che furono sacrilegi, animò l'altra, costrinse la rivale a studiare. Poiché ognuno voleva vivere. Tutto è dovuto alla strega; avrebbero voltato per sempre le spalle al medico altrimenti. A forza la Chiesa subì, permise quei crimini. Dovette riconoscere che esistono veleni buoni (Grillandus). Messa con le spalle al muro, lasciò sezionare in pubblico. Nel 1306, l'italiano Mondino apre e seziona una donna; una nel 1315. Rivelazione sacra. Scoperta d'un mondo (non c'è confronto con Cristoforo Colombo). Gli sciocchi rabbrividirono, sbraitarono. E i saggi caddero in ginocchio.


Con vittorie così, Satana non aveva certo paura di morire. La Chiesa da sola non sarebbe mai riuscita a distruggerlo. I roghi fecero fiasco, ma non una certa politica.


Divisero astutamente il regno di Satana. Contro sua figlia, la Strega, sua sposa, armarono suo figlio, il Medico.


La Chiesa, che odiava profondamente, con tutto il cuore, costui, per estinguere la Strega gli assicurò lo stesso il monopolio. Nel Quattordicesimo secolo dichiara, che se la donna osa guarire, SENZA AVER STUDIATO, è strega e muoia.


Ma come poteva studiare in pubblico? Figuratevi che scena ridicola, orribile, se la povera selvaggia avesse osato entrare a scuola. Che baldoria, che allegria! Ai fuochi di San Giovanni, bruciavano gatti in catene. Che festa per la bella gioventù dei testoni e degli abatini, la strega arrosto urlante, legata a quell'inferno di miagolii.


Assisteremo fino in fondo al tramontare di Satana. Un pietoso spettacolo. Lo vedremo pacificato, diventare "un buon vecchio". Gli rubano, lo spogliano, tanto che delle due maschere che portava al sabba, la più immonda se la prende Tartufo.


Il suo spirito è dappertutto. Ma lui, lui, perdendo la Strega, perdeva tutto. Gli stregoni furono dei noiosi.


Ora che l'hanno spinto così in rovina, si rendono ben conto di quello che hanno fatto? Non era un attore necessario, un rotella indispensabile alla grande macchina religiosa, ormai un po' ansimante?

Ogni organismo sano è doppio, ha due facce. Come la vita. E' un certo equilibrio tra due forze, contrarie, simmetriche, ma diseguali: quella inferiore bilancia, reagisce all'altra. La superiore si spazientisce e vuole sopprimerla. Sbaglia.


Quando Colbert (1672), senza tante complimenti, licenziò Satana proibendo ai giudici di ricevere i processi di stregoneria, l'ostinato parlamento normanno, nella sua buona logica normanna, indicò i pericoli di una simile decisione. Il Diavolo è un dogma, né più né meno, legato a tutti gli altri. Colpire l'eterno sconfitto, non è colpire il vincitore? Aver dubbi sulle azioni del primo porta ad averne su quelle del secondo, sui miracoli compiuti proprio per combattere il Diavolo. Le colonne del Cielo hanno le loro fondamenta nell'abisso. L'incauto che smuove queste fondamenta infernali rischia di aprire crepe nel Paradiso.


Colbert non ascoltò. Aveva altro da fare. Ma il Diavolo forse sentì. E questo lo consola molto. Nei lavoretti con cui si guadagna il pane (spiritismo o tavolini che ballano), si rassegna, pensando che almeno non muore solo.




LIBRO PRIMO


1. LA MORTE DEGLI DEI



Alcuni autori affermano che, poco prima della vittoria del cristianesimo, una voce misteriosa percorreva le rive dell'Egeo, dicendo: "Il gran Pan è morto".


L'antico dio universale della natura non c'era più. Che gioia! Si pensava che, morta la natura, fosse morta la tentazione. Tanto a lungo sconvolta dalla tempesta, l'anima umana sta dunque per trovare riposo.


Si trattava della fine dell'antico culto, semplicemente, della sua disfatta, dell'eclissi delle vecchie forme religiose? Per niente.


Consultando i primi documenti cristiani, ad ogni riga si incontra la speranza che la Natura scompaia, la vita si spenga, che si giunga finalmente alla fine del mondo. Basta con gli dèi della vita, troppo a lungo ne hanno fatta durare l'illusione. Tutto muore, crolla, affonda.


Il Tutto diviene il nulla: "Il gran Pan è morto".


Che gli dèi dovessero morire non era una novità. Molti antichi culti si fondano proprio sull'idea della morte degli dèi. Osiride muore, Adone muore, d'accordo, per resuscitare. Persino in teatro, in quei drammi che si rappresentavano solo per le feste degli dèi, Eschilo li avverte, senza mezzi termini, per bocca di Prometeo, che un giorno devono morire. Ma come? Sconfitti, e sottomessi ai Titani, alle potenze antiche della Natura.


Ma ora è tutto diverso. I primi cristiani, in generale e in particolare, per il passato, per l'avvenire, maledicono la Natura in sé. La condannano tutta intera, vedono il male farsi carne, addirittura, il demonio in un fiore (1). Vengano dunque, meglio prima che poi, gli angeli che sterminarono le città del mar Morto, l'abbiano vinta, rivoltino come un guanto la vana figura del mondo, liberino finalmente i santi da questa lunga tentazione.


Il Vangelo dice: "Il giorno avanza". I Padri dicono: "Fra poco". Il crollo dell'impero e l'invasione dei barbari fanno sperare a Sant'Agostino che presto non resterà altra città che la Città di Dio.


Ma com'è duro a morire, questo mondo, e testardo nel vivere. Come Ezechia, chiede una proroga, ventiquattr'ore. D'accordo, concesse, fino al mille. Ma poi, non un giorno di più.


E' proprio sicuro, come hanno detto e ridetto, che gli dèi antichi fossero finiti, morti di noia anche loro, stanchi di vivere? che, scoraggiati, abbiano come dato le dimissioni? che al cristianesimo sia bastato soffiare su queste ombre vuote?

Questi dèi, li mettono in mostra a Roma, li fanno vedere in Campidoglio, dove sono stati ammessi solo dopo morti, a patto di abdicare cioè a quanto avevano di forza locale, di rinnegare la loro patria, smettendo di essere i geni delle nazioni, non rappresentandole più. Per accoglierli, infatti, Roma aveva fatto subire loro una dura operazione, li aveva snervati, scoloriti. Questi grandi dèi centralizzati si erano trasformati, nella loro vita ufficiale, in grigi funzionari dell'impero romano. Quest'aristocrazia olimpica, decadendo, non aveva per niente trascinato la folla degli dèi indigeni, la massa degli dèi ancora padroni dell'immensità delle campagne, boschi, montagne, delle sorgenti, intimamente amalgamati alla vita della contrada. Questi dèi, annidati nel cuore delle querce, nel fragore delle acque profonde, non potevano venirne cacciati.


Chi lo dice? La Chiesa. E si contraddice volgarmente. Ne proclama la morte, e s'indigna che vivano. Secolo dopo secolo, dalla voce minacciosa dei concili (2), intima loro di morire. Vivono, allora?

"Sono dei demoni..." Allora vivono. Non potendo venirne a capo, consente al popolo innocente di vestirli, mascherarli. Con la leggenda, lui li battezza, li impone proprio alla Chiesa. Ma si sono convertiti, almeno? Non ancora. Vengono sorpresi ad insistere, sornioni, nella loro natura pagana.


Dove vivono? Nel deserto, sulla landa, nella foresta? Sì, ma soprattutto nella casa. Resistono nell'intimità più profonda delle abitudini domestiche. La donna li custodisce e li nasconde sotto il suo tetto, e persino nel letto. Il meglio del mondo (meglio del tempio) l'hanno qui, il focolare.


Nessuna rivoluzione è mai stata violenta come quella di Teodosio.


Nell'antichità non c'è traccia di uguale proscrizione di culti. La Persia, adoratrice del fuoco, nella sua eroica purezza, offese sì gli dei senza veli, ma li lasciò in vita. Favorì molto gli ebrei, li protesse, li impiegò. La Grecia, figlia della luce, si burlò degli dei misteriosi, i Cabiri panciuti, ma li tollerò, li assunse come operai, tanto da farne il suo Vulcano. Roma, nella sua maestà, oltre all'Etruria, accolse gli dei rustici del vecchio contadino italiano.


Perseguitò i druidi solo in quanto pericolosa resistenza nazionale.


Il cristianesimo vincitore volle, si illuse di uccidere il nemico.


Mettendo al bando la logica, rase al suolo la scuola, e sterminò fisicamente i filosofi che vennero massacrati sotto Valente. Abbatté e depredò il tempio, infranse le immagini. La nuova novella avrebbe potuto favorire la famiglia, se non avessero annientato il padre in san Giuseppe, se avessero dato valore alla madre come educatrice, madre morale di Gesù. Strada fertile, che subito abbandonarono per l'ambizione di una sublime purezza sterile.


Il cristianesimo prese dunque la strada solitaria sulla quale il mondo marciava per conto suo, il celibato, invano combattuto dalle leggi degli imperatori. Precipitò lungo questo pendio con il monachesimo.


Ma l'uomo nel deserto, fu solo? Gli tenne compagnia il demonio, tentazioni comprese. Niente da fare, gli toccò ricreare società, città di solitari. Sappiamo delle tetre città di monaci che sorsero in Tebaide. Che spirito sfrenato, selvaggio, le abitò. Sappiamo delle loro discese omicide ad Alessandria. Dicevano di essere sconvolti, incalzati dal demonio, e non mentivano.


Un vuoto enorme s'era creato nel mondo. Chi lo riempiva? I cristiani lo dicono, il demonio, ovunque il demonio: UBIQUE DAEMON (3).


La Grecia, come tutti i popoli, aveva avuto i suoi "energumeni" sconvolti, posseduti dagli spiriti. E' un rapporto tutto esteriore, una somiglianza apparente che non somiglia affatto. I nostri non sono spiriti qualsiasi. Sono i neri figli dell'abisso, ideale di perversità. Da allora, ovunque si vedono vagare questi poveri afflitti, che si odiano, hanno orrore di sé. Provate a pensare cosa vuol dire sentirsi doppio, aver fede in quest'ALTRO, quest'ospite crudele che va e viene, si aggira in voi, vi fa andare dove vuole, nei deserti, negli abissi. La magrezza, la debolezza crescono. E più questo miserabile corpo è debole, più il demonio lo agita.


Specialmente la donna è abitata, gonfia, impregnata di questi tiranni.


La riempiono d'"aura" infernale, vi scatenano tuoni e fulmini, allegramente, per capriccio, la fanno peccare, la disperano.


Non soltanto noi, purtroppo, tutta la natura diventa demoniaca. C'è il diavolo in un fiore, quanti nella buia foresta! La luce, che credevamo tanto pura, è piena dei figli della notte. Il cielo pieno d'inferno.


Bestemmia! La stella divina del mattino, che brillando sublime ha più di una volta illuminato Socrate, Archimede o Platone, cos'è ormai? Un diavolo, il gran diavolo LUCIFERO. La sera, è il diavolo VENERE a indurmi in tentazione, con le sue molli e dolci trasparenze.


Non mi stupisce che questa società diventi terribile e furiosa.


Indignata di sentirsi tanto debole contro i demoni, li perseguita ovunque, nei templi, sugli altari dell'antico culto prima, poi nei martiri pagani. Basta banchetti; possono essere riunioni idolatre.


Anche la famiglia è sospetta; l'abitudine potrebbe riunirla attorno agli antichi lari. Perché poi una famiglia? L'Impero è un impero di monaci.


Ma l'individuo, l'uomo solo e muto, lui guarda ancora il cielo, e negli astri ritrova e onora i suoi antichi dèi. "E' colpevole delle carestie" dice l'imperatore Teodosio "e di tutti i flagelli dell'Impero". Parola tremenda, che scaglia contro il pagano innocuo la cieca rabbia del popolo. La legge scatena alla cieca tutta la furia contro la legge.


Dèi antichi, nella tomba! Dèi dell'amore, della vita, della luce, spegnetevi. Indossate il cappuccio da monaco. Vergini, diventate religiose. Mogli, abbandonate i mariti; o, se badate alla casa, siate per loro fredde sorelle.


Ma è possibile? chi avrà il soffio abbastanza potente da spegnere in un solo colpo la lampada ardente di Dio? Questo temerario tentativo di empia pietà potrà fare miracoli singolari, mostrosi. Colpevoli, tremate.


Si ripete più volte, nel medioevo, la triste storia della Fidanzata di Corinto. Raccontata tanto tempo prima da Flegone, il liberto di Adriano, la ritroviamo nel Dodicesimo secolo, nel Sedicesimo, come se fosse il radicale rimprovero, l'indomabile richiamo della Natura.


"Un giovane ateniese va a Corinto, da chi gli promise la figlia. E' rimasto pagano, e non sa che la famiglia in cui credeva di entrare è diventata cristiana. Arriva molto tardi. Tutto dorme, tranne la madre, che gli serve il pasto dell'ospitalità, e lo lascia dormire. E' molto stanco. Appena si addormenta, una figura entra nella camera: una ragazza, vestita, velata di bianco; porta sulla fronte una fascia nera e oro. Lo vede. Stupita, solleva la mano bianca: 'Sono dunque già tanto straniera in questa casa?... Ah, povera reclusa... Ma, ho vergogna, e me ne vado. Riposa.' 'Rimani, graziosa fanciulla, ecco Cerere, Bacco, e con te, l'Amore. Non aver paura, non impallidire.' 'No, stammi lontano. Non sono più della gioia. Per un voto di mia madre malata, la gioventù e la vita sono in catene per sempre. Gli dèi sono fuggiti. E gli unici sacrifici sono vittime umane.' 'Come, sei tu? tu, mia fidanzata diletta, che mi fosti data fin dall'infanzia? Il giuramento dei nostri padri ci unì per sempre nella benedizione del cielo. Vergine, sii mia.' 'No, amico, no, non io. Avrai la mia sorellina. Se gemo nella fredda prigione, tu, nelle sue braccia, pensa a me; io mi consumo e non penso che a te, e la terra mi coprirà.' 'No, lo giuro su questa fiamma; è la fiaccola d'Imene. Verrai con me da mio padre. Rimani, mia amata.' Come dono di nozze, lui offre una coppa d'oro. Lei la sua catena; ma preferisce alla coppa una ciocca dei suoi capelli.


E' l'ora degli spiriti; lei beve, dalle sue labbra pallide, il cupo vino color del sangue. Poi beve lui, avidamente. E invoca l'Amore.


Lei, il povero cuore se ne andava, resisteva ancora. Ma lui si dispera, e si getta in lacrime sul letto. Allora, lei gli si getta accanto: 'Come mi fa male vederti soffrire. Ma se tu mi toccassi, ne saresti atterrito. Bianca come la neve, fredda come il ghiaccio, ah, è questa la tua fidanzata.' 'Ti scalderò io. Vieni. Quando uscirai dalla tomba...' Si scambiano sospiri e baci. 'Non senti come brucio?' L'Amore li stringe e li unisce. Le lacrime si intrecciano al piacere.


Lei beve, avida, il fuoco della sua bocca; la passione amorosa accende il sangue gelato, ma il cuore non batte nel petto.


La madre era là, ascoltava. Dolci promesse, crisi di pianto e piacere.


'Sss. Il canto del gallo. A domani, di notte.' Poi, addio, baci su baci.


La madre entra, indignata. Cosa vede? Sua figlia. Lui la nascondeva, l'avvolgeva. Ma lei si libera, s'alza dal letto al soffitto: 'Madre, madre, mi invidiate dunque la bella notte, mi cacciate da questo tepore. Non vi basta avermi avvolta nel sudario, e portata precoce alla tomba? Una forza ha tolto la pietra. I vostri preti, ebbero un bel bisbigliare sulla fossa. Che possono il sale e l'acqua, dove arde la gioventù? La terra non gela l'amore. Avete promesso; vengo a chiedere il mio bene.


Ah, amico, tu devi morire. Languiresti, appassiresti qui. Ho i tuoi capelli; saranno bianchi domani (4). Madre, un'ultima preghiera.


Aprite l'oscura prigione, alzate un rogo, che l'amante abbia il riposo delle fiamme. Splenda la scintilla e s'arrossi la cenere. Andremo dai nostri antichi dèi.'"




NOTE:


1) Confessione di San Cipriano, in MURATORI, "Rerum italicarum scriptores", capitolo 1, pagina 293 e 545. A. MAURY, "Magie", pagina 435.


2) Vedi MANSI, BALUZE; i concili di Arles, pagina 442, Tours, pagina 557, Leptines pagina 743; i "Capitolari", eccetera. Anche GERSON, verso il 1400.


3) Vedi le Vite dei Padri del deserto, e gli autori citati da MAURY, "Magie", pagina 317. Nel Quarto secolo, i Messaliani, credendosi tutti pieni di demoni, si soffiavano il naso e sputavano in continuazione, facevano sforzi incredibili per espettorarli.


4) Qui ho soppresso una parola scioccante. Goethe, tanto nobile di forma, non lo è tanto di spirito. Rovina la storia meravigliosa, macchia il greco di un'orribile idea slava. Al momento delle lacrime, fa della ragazza un vampiro. Viene perché ha sete di sangue per succhiare il sangue dal cuore di lui. E freddamente le fa dire questa cosa empia e immonda: "Quando l'avrò esaurito, PASSERO' AD ALTRI; la giovinezza soccomberà al mio furore".


Il medioevo traveste di grottesco questa tradizione per farci paura del "Diavolo Venere". La sua statua riceve un anello, un giovane imprudente glielo mette al dito. Lei lo stringe, lo tiene come fidanzata, e, la notte, gli viene nel letto a reclamarne i diritti.


Per disfarsi della sposa infernale, ci vuole un esorcismo. (S. Hibb., parte terza, capitolo 3, pagina 174). Stessa storia nei "fabliaux", ma applicata stupidamente alla Vergine. Lutero riprende la tradizione antica, se la memoria non mi inganna, nei suoi "Discorsi a tavola", ma da grossolano, fa sentire il cadavere. Lo spagnolo Del Rio la trasporta dalla Grecia in Brabante. La fidanzata muore poco prima delle nozze. Suonano le campane a morto. Il fidanzato disperato vaga per la campagna. Sente un lamento. E' proprio lei, che vaga per la brughiera. "Non vedi", gli dice, "chi mi guida?" "No". L'afferra, la solleva, la porta a casa. La storia rischiava di diventare troppo tenera e struggente. Questo duro inquisitore, Del Rio, ne spezza il filo. "Levato il velo," dice "ecco un tronco coperto dalla pelle di un cadavere". Il giudice Le Loyer pur ben poco sensibile, ci restituisce la storia primitiva.


E' l'ultimo di questi tristi narratori. La storia diventa inutile.


Comincia il nostro tempo, e la Fidanzata ha vinto. La Natura sepolta ritorna, non più furtiva, ma padrona della casa.




2. PERCHE' IL MEDIOEVO DISPERO'



"Siate come bambini appena nati" ("quasi modo geniti infantes"); siate umili, semplici per l'innocenza del cuore, per la serenità, dimenticate le discordie, siate pacifici, nelle mani di Gesù.


E' l'amabile consiglio della Chiesa a questo mondo in tempesta, il giorno dopo la grande caduta. In altre parole: "Vulcani, macerie, ceneri, lava, germogliate. Campi bruciati, copritevi di fiori".


Qualcosa prometteva, veramente, la pace che rigenera: tutte le scuole erano finite, la via logica abbandonata. Un metodo infinitamente semplice dispensava dal ragionamento, dava a tutti un comodo pendìo, bastava seguirlo. Se il credo non era chiaro, la vita era tutta tracciata sul sentiero della leggenda. La prima parola, l'ultima, fu la stessa: IMITAZIONE.


"IMITATE, tutto andrà bene. Ripetete e copiate". Ma è proprio questa la strada della vera INFANZIA, che vivifica il cuore dell'uomo, gli fa ritrovare le sorgenti fresche e fertili? A prima vista in questo mondo, che si atteggia a giovane e fanciullo, vedo solo attributi di vecchiaia, pignoleria, servilismo, impotenza. Cos'è questa letteratura di fronte ai monumenti altissimi dei greci e degli ebrei? Anche di fronte al genio romano? E' come il crollo letterario dell'India, dal bramanesimo al buddismo; un verboso vaniloquio dopo l'alta ispirazione. I libri copiano i libri, le chiese le chiese, finché non basta più. Ci si deruba a vicenda. Con i marmi sradicati a Ravenna, si decora Aquisgrana. Tutta la società è così. Il vescovo re di una città, il barbaro re di una tribù, copiano i magistrati romani. I nostri monaci, che crediamo originali, nel loro monastero non fanno che ripetere la "villa" (dice benissimo Chateaubriand). Non passa loro neppure per la testa di creare una società nuova, né di fecondare l'antica. Copisti dei monaci orientali, vorrebbero innanzi tutto che i loro servitori fossero anch'essi piccoli monaci contadini, un popolo sterile. E' malgrado loro che la famiglia si ricrea, ricrea il mondo.


Quando vediamo questi vecchi invecchiare così in fretta, quando, in un secolo, dal saggio monaco san Benedetto si cade al pedante Benedetto di Aniane, capiamo bene che quella gente non ebbe responsabilità della grande creazione popolare che fiorì sulle rovine: parlo delle Vite dei Santi. Le scrissero i monaci, ma le faceva il popolo. Questa giovane vegetazione può far nascere fiori e frutti dalle crepe del vecchio rudere romano, diventato un monastero, ma non ne discende in linea diretta. Ha radici profonde nella terra; il popolo ve la semina, e la famiglia ve la coltiva, tutti vi mettono mano, gli uomini, le donne e i bambini. La vita precaria, inquieta, di quei tempi violenti, rendeva queste povere tribù piene di immaginazione, le portava a credere nei propri sogni, che le rassicuravano. Sogni strani, pieni di miracoli, di follie assurde e seducenti.


Queste famiglie, isolate nella foresta, sulla montagna (come ancora vivono in Tirolo e nelle "Hautes-Alpes"), scendendo un giorno la settimana, non mancavano nel deserto di allucinazioni. Un bambino aveva visto questo, una donna aveva sognato quello. Nasceva un santo nuovo di zecca. La storia faceva il giro della campagna, come una nenia, rimata alla meglio. La cantavano e ballavano la sera sotto la quercia della fontana. Il prete, che arrivava la domenica a officiare nella cappella dei boschi, trovava questo canto leggendario già su tutte le bocche. Pensava: "Dopo tutto, la storia è bella, edificante... Fa onore alla Chiesa. VOX POPULI, VOX DEI... Ma come l'avranno trovata?" Gli portavano testimoni di cui ci si poteva fidare, inconfutabili: l'albero, la pietra, che hanno visto l'apparizione, il miracolo. Che dire?

Riportata all'abbazia, la leggenda incontrerà un monaco, "buono a nulla", solo a scrivere, curioso, credulone, in tutte le cose meravigliose. Scrive questa, la ricama con la sua scialba retorica, la rovina un po'. Ma eccola registrata e consacrata, la leggono al refettorio, ben presto in chiesa. Copiata, gonfiata, ornata di orpelli spesso grotteschi, attraverserà i secoli, fino a prender posto con onore nella Leggenda Aurea.


Anche oggi, a leggere queste belle storie, ad ascoltare le semplici, ingenue e severe melodie in cui queste popolazioni rurali hanno messo tutto il loro giovane cuore, non si può non cogliere un grande respiro, e ci commuove il pensiero della loro sorte.


Avevano preso alla lettera il toccante consiglio della Chiesa: "Siate come bambini appena nati". Ma lo misero in pratica nel senso più lontano dal pensiero originale. Il cristianesimo aveva temuto, odiato la Natura, loro l'amarono, la giudicarono innocente, arrivarono a santificarla mescolandola alla leggenda.


Gli animali che la Bibbia, brutale, chiama i "villosi", di cui il monaco diffida, temendo di trovarvi dei demoni, fanno parte di queste belle storie nel modo più commovente (esempio, la cerva che scalda, consola Genoveffa di Brabante).


Anche al di là della vita leggendaria, nell'esistenza comune, gli umili amici del focolare, gli aiutanti coraggiosi del lavoro, risalgono nella stima dell'uomo. Hanno il loro diritto (1). Hanno le loro feste. Se, nella bontà infinita di Dio, c'è posto per i più piccoli, se la sua misericordia sembra prediligerli, perché, dice il popolo dei campi, perché il mio asino non potrebbe entrare in chiesa?

Ha dei difetti, d'accordo, mi somiglia ancora di più. Lavora sodo, ma ha la testa dura, è riottoso, testardo, insomma, è tutto me.


Ne nascono feste stupende, le più belle del medioevo, degli Innocenti, dei Matti, dell'Asino. E' il popolo stesso che, nell'asino, trasporta la sua immagine, si presenta all'altare, sudicio, ridicolo, umiliato. Spettacolo commovente. Condotto da Balaam, entra solenne tra la Sibilla e Virgilio (2), a rendere testimonianza. Se un tempo s'impennò a Balaam, è perché s'era visto davanti la spada della legge antica. Ma ormai la Legge non c'è più, e il mondo della Grazia sembra aprire le porte agli ultimi, ai semplici. Il popolo, innocente, ci crede. Ecco, la sublime ballata con cui diceva all'asino, come a se stesso:

"In ginocchio, e di' Amen Basta con l'erba e il fieno Lascia le vecchie cose, e va ..........


Il nuovo travolge il vecchio La verità mette in fuga l'ombra La luce scaccia la notte (3)." Che faccia tosta! Vi chiedevano proprio questo, bambini sfrenati, ribelli, dicendovi d'essere bambini? Vi offrivano latte. Voi bevete vino. Vi guidavano con dolcezza, briglia alla mano, per lo stretto sentiero. Timorosi, mansueti, il vostro passo era esitante. Tutt'a un tratto, la briglia è sciolta. Il percorso, lo coprite con un solo balzo.


Ah, che imprudenza lasciarvi creare i vostri santi, alzare l'altare, adornarlo, riempirlo, coprirlo di fiori. Lo si riconosce appena.


Quello che appare, è l'antica eresia condannata dalla Chiesa, l'"innocenza della natura"; che dico, un'eresia nuova, che non finirà domani: l'"indipendenza dell'uomo".


Ascoltate e obbedite:

Divieto di inventare, di creare. Basta leggende, basta santi nuovi. Ne abbiamo a sufficienza. Divieto di innovare nel culto con nuovi canti; l'ispirazione è vietata. Gli eventuali martiri nuovi devono restare nella tomba, con modestia, ed aspettare di essere riconosciuti dalla Chiesa. Al clero, ai monaci è fatto divieto di dare ai coloni, ai servi, la tonsura che li rende liberi. Ecco lo spirito meschino, spaurito, della Chiesa carolingia (2). Si rimangia la parola, fa marcia indietro, dice ai bambini: "Siate vecchi".


Che tracollo! Ma è serio? Ci avevano detto: "Siate giovani". Il prete non è più il popolo. Ha inizio un divorzio eterno, un abisso di separazione. Il prete, signore e principe, canterà sotto una cappa d'oro, nella lingua sovrana del grande impero che non c'è più. Noi, gregge addolorato, perduta la lingua dell'uomo, la sola che Dio voglia ascoltare, che possiamo fare, se non muggire e belare, con l'innocente compagno che non ci disprezza, che d'inverno nella stalla ci scalda, ci copre col suo mantello? Vivremo con i muti, e saremo muti.


In verità, abbiamo meno bisogno d'andare in chiesa. Ma lei ci tiene legati. Pretende che torniamo a sentire ciò che non capiamo più.


Una nebbia infinita, una fitta nebbia grigio piombo, ha avvolto da allora questo mondo. Per quanto tempo, per l'amor di Dio? Per mille lunghissimi terribili anni. Per dieci secoli interi, un languore ignoto a tutte le epoche precedenti ha attanagliato il medioevo, anche in parte gli ultimi tempi, in uno stato a metà tra la veglia e il sonno, sotto il dominio di un fenomeno desolante, intollerabile, lo spasmo da noia, lo sbadiglio.


L'instancabile campana suona alla solita ora, e si sbadiglia; un canto nasale ripete il vecchio latino, e si sbadiglia. E' tutto previsto; da questo mondo non ci si aspetta niente. Le cose saranno sempre uguali.


La noia certa di domani fa sbadigliare sin da oggi, e la prospettiva dei giorni, degli anni di noia che verranno, pesa già da ora, sottrae gusto alla vita. Dal cervello allo stomaco, dallo stomaco alla bocca, l'automatico e fatale spasmo distende le mascelle, senza fine o rimedio. Vera e propria malattia che la devota Bretagna confessa, incolpandone, d'accordo, la malizia del Diavolo. Se ne sta nascosto nei boschi, dicono i contadini bretoni; a chi passa e guarda le bestie canta vespri e offici d'ogni sorta, e lo fa sbadigliare a morte (5).


Essere vecchio è essere debole. Quando i saraceni, i normanni ci minacciano, che ne sarà di noi, se il popolo resta vecchio? Carlomagno piange, la Chiesa piange. Confessa che le reliquie, contro questi diavoli barbari, non proteggono più l'altare (6). Non bisognerebbe far ricorso al braccio del bambino ribelle che si stava per legare, al braccio del piccolo gigante che si voleva immobilizzare? Movimento contraddittorio che riempie il Nono secolo. Frenano, scatenano il popolo. Lo temono e lo invocano. Insieme a lui, grazie a lui, alla svelta, erigono porte, tetti che fermeranno i barbari, ripareranno i preti e i santi, fuggiti dalle loro chiese.


Nonostante il Calvo imperatore, che proibisce di costruire, sul monte s'alza una torre. Il fuggiasco vi giunge. "Fatemi entrare in nome di Dio, almeno la mia donna e i miei bambini. Io mi accamperò con le mie bestie nella cinta esterna." La torre gli ricambia la fiducia, e lui sente di essere un uomo. Lei lo ripara. Lui la difende, protegge il suo protettore.


Prima i piccoli, per fame, si davano servi ai grandi. Ma adesso è tutto diverso. Lui si dà "vassallo", che vuol dire bravo e valoroso (7).


Si dà e non si dà. Si riserva di dir di no. "Andrò più lontano. La terra è grande. Anch'io, come chiunque altro, posso farmi laggiù la mia torre. Se ho difeso da fuori, saprò guardarmi da dentro." E' la grande, nobile origine del mondo feudale. L'uomo della torre accoglieva i vassalli, ma dicendo loro: "Te ne andrai quando vorrai, ed io ti aiuterò, se ne avrai bisogno; a tal punto che, se ti metti nei guai, scenderò da cavallo". E' proprio la formula antica (8).


Ma un mattino, che vedo? La vista mi gioca brutti scherzi? Il signore della vallata cavalca all'intorno, pianta picchetti inviolabili, ed anche invisibili confini. "Cosa vuol dire? Non capisco." Vuol dire che la signoria è chiusa: "II signore la tiene sotto chiave, dal cielo alla terra".


Orrore. In virtù di quale diritto questo "vassus" (cioè valente) d'ora in poi è sequestrato? Diranno che "vassus" può anche voler dire SCHIAVO.


Come "servus", che significava "servitore" (spesso d'alto livello, un conte o principe imperiali), per il debole vorrà dire "servo" miserabile la cui vita non vale uno scudo.


Da questa maledetta rete, vengono catturati. Laggiù, però, sulla sua terra, c'è un uomo, che sostiene che la sua terra è libera, è un "allodio", un "feudo del sole". Si siede su un cippo, si rincalza il cappello, guarda passare il signore, guarda passare l'imperatore (9).


"Va' per la tua strada, passa, imperatore, tu sei fermo sul tuo cavallo, io son fermo sul mio cippo, anche di più. Tu passi, io non passo. Perché io sono la Libertà." Ma non ho il coraggio di dire cosa accade di quest'uomo. L'aria gli si fa pesante attorno, e respira sempre meno. Sembra incantato. Non può più muoversi. Sembra paralizzato. Anche le sue bestie dimagriscono, sembra che gli abbiano gettato un malocchio. I suoi servitori muoiono di fame. La sua terra non produce più. Gli spiriti di notte la spogliano.


Resiste: "In casa propria il pover'uomo è re." Ma non lo lasciano in pace. Viene citato, e deve rispondere alla corte imperiale. Ci va, fantasma del vecchio mondo, di cui nessuno sa più nulla. "Cos'è?" dicono i giovani. "Come, non è signore, non è servo.


Allora non è niente?" "Chi sono? Sono colui che costruì la prima torre, che vi difese, colui che, lasciata la torre, andò al ponte, armato di coraggio, ad attendere i pagani normanni. E non basta, ho arginato i fiumi, ho coltivato l'alluvione, io ho creato la terra, come Dio che la trasse dalle acque. Da questa terra, chi mi caccerà?" "No, amico," dice il vicino, "non ti cacceremo via. La coltiverai, questa terra... ma non come credi. Ricorda, buonuomo, che ancor giovane e sventato (sono passati cinquant'anni) sposasti Giacomina, servetta di mio padre. Ricorda il detto: 'Chi monta la mia pollastra è un mio pollo.' Fai parte del mio pollaio. Slega la cintura, getta la spada. Fin d'ora, sei servo mio." Non ho inventato nulla. Questa spaventosa storia ricorre fino alla nausea nel medioevo. Ah, che spada l'ha trafitto; ho tagliato, ho saltato, poiché a rievocarlo, ogni volta lo stesso acciaio, la stessa punta trapassa acuta il cuore.


Uno, ad un affronto così, fu preso da tanto furore, da non riuscire a dire una parola. Come Orlando tradito. Tutto il sangue gli ribollì, gli salì in gola. Gli occhi mandavano fiamme. La bocca muta, di una tremenda eloquenza, impallidì tutta l'assemblea. Arretrarono. Era morto. Le vene erano scoppiate. Le arterie schizzavano il rosso sangue sulle fronti dei suoi assassini (10).


L'insicurezza della condizione, l'orrenda china scivolosa per cui l'uomo libero diventa "vassallo" il vassallo "servitore" e il servitore "servo" è il terrore del medioevo, e la base della sua disperazione. Non c'è scampo. Chi fa un passo è perduto. Sradicato diventa un relitto, una preda da caccia, servo o morto. La terra viscida trattiene il piede, immobilizza chi passa. L'aria contagiosa lo uccide, lo rende cioè di "manomorta", un morto, un nulla, una bestia, un'anima da due scudi, due scudi ne pagheranno l'assassinio.


Questi sono i due grandi caratteri generali, esteriori, della miseria del medioevo, che lo consegnarono al Diavolo. Guardiamo ora dentro, il fondo dei costumi, esploriamo l'interno.




NOTE:


1) Vedi J. GRIMM, "Rechtsalterthümer", e le mie "Origines du Droit".


2) E' il rituale di Rouen. Vedi DUCANGE, alla voce "Festum"; CARPENTIER, alla "Kalendae"; e MARTENE, capitolo 3, pagina 110. La Sibilla era coronata, seguita da ebrei e gentili, da Mosè, i profeti, Nabucodonosor, eccetera. Fin dall'inizio, e di secolo in secolo, dal Settimo al Sedicesimo, la Chiesa prova a bandire le grandi feste popolari dell'Asino, degli Innocenti, dei Bambini, dei Matti. Non ci riesce fino all'avvento dello spirito moderno.


3) Vetustatem novitas / Umbram fugat clantas / Noctem lux eliminat. (Ibidem).


4) Vedi i "Capitolari".


5) Un illustrissimo bretone, ultimo uomo del medioevo, che fu però mio amico, nel viaggio a vuoto che fece per convertire Roma, ricevette offerte clamorose. "Che volete?" diceva il papa. "Questo:

essere dispensato dal breviario... M'annoio a morte." Nota 6. E' la celebre confessione d'Incmaro.


7) Differenza sentita troppo poco, troppo poco notata da quanti hanno parlato di "accomandazione personale", eccetera.


8) GRIMM, "Rechtlalterthümer" e le mie "Origines du Droit".


9) GRIMM, alla voce "Allodio".


10) Accadde al conte d'Avesnes, quando la sua terra libera fu dichiarata un semplice feudo, e lui, il semplice vassallo, l'uomo del conte di Hainaut.


Leggere la tremenda storia del gran cancelliere di Fiandra, primo magistrato di Bruges, anche lui, non di meno, reclamato come servo.


GUALTERIUS, "Scriptores rerum francicarum", capitolo 13, pagina 334.




3. IL DIAVOLETTO DEL FOCOLARE



I primi secoli del medioevo, che videro sorgere le leggende, hanno il carattere di un sogno. La gente dei campi, tutta devota alla Chiesa, tenera di spirito (le leggende lo testimoniano), è, saremmo portati a pensare, perfettamente innocente. E', almeno sembra, il tempo del buon Dio. Eppure i "Penitenziari", che elencano i peccati più comuni, parlano di porcherie strane, singolari, sotto il segno di Satana.


Era l'effetto di due cause, della perfetta ignoranza, e della coabitazione, che mescolava i parenti stretti. Sembra che quasi non conoscessero la nostra morale. La loro, malgrado i divieti, rammentava quella dei patriarchi,dell'alta antichità, che considera libertinaggio il matrimonio con l'estranea, e non consente che la parente. Più famiglie alleate ne facevano una. Ancora non osavano disperdere le abitazioni nei deserti intorno, si limitavano a coltivare la periferia di un palazzo merovingio o di un monastero, e ogni sera si rifugiavano con le loro bestie sotto il tetto d'una grande "villa". Ne derivano inconvenienti analoghi all'antico "ergastolum" dove s'ammucchiavano gli schiavi. Molte di queste comunità sopravvissero nel medioevo e oltre. Il signore non si preoccupava troppo delle conseguenze. Considerava una famiglia sola questa tribù, questa massa di gente "che si alza e si corica insieme", "che mangia a un pane e a un piatto".


In questa babele, per la donna si aveva ben poca considerazione.


Occupava un posto di poco rilievo. Se la Vergine, la donna ideale, si elevava nei secoli, la donna reale contava pochissimo presso queste masse rurali, questo miscuglio di uomini e greggi. Miserabile fatalità d'una condizione che solo la separazione delle abitazioni riuscì a cambiare, quando presero abbastanza coraggio da vivere per conto proprio, in frazione, o coltivare terre fertili un po' distanti e costruire capanne nelle radure delle foreste. Il focolare isolato creò la vera famiglia. Il nido fece l'uccello. Da allora, non erano più cose, ma anime. La donna era nata.


Momento molto commovente. Eccola A CASA SUA. Può essere pura e santa, finalmente, la povera creatura. Può concepire un pensiero, e sola, filando, sognare, mentre lui è nel bosco. Questa misera capanna, umida, piena di fessure, dove d'inverno soffia il vento, però, è silenziosa. Ha certi angoli oscuri dove la donna annida i propri sogni.


Ora, lei ha. Ha qualcosa di suo. Il "fuso", il "letto", il "comò", ecco tutto, dice la vecchia ballata (1). Poi verrà il tavolo, la panca, o due sgabelli. Povera spoglia casa. Ma un'anima l'arreda. Il fuoco la rallegra; il bosso benedetto protegge il letto, e qualche volta gli mettono accanto un grazioso mazzetto di verbena. La signora di questo palazzo fila, seduta sulla porta, guardando qualche pecora.


Non si può ancora comprare una mucca, ma verrà, c'è tempo, se Dio benedice la casa. Il bosco, un po' di pascoIo, qualche ape sulla landa, ecco la vita. Si coltiva ancora poco grano: un raccolto lontano è un raccolto insicuro. Questa vita poverissima, è però meno dura per la donna; non si logora, non si rovina, come accadrà con la grande agricoltura. Ha anche maggior tempo libero. Non giudicatela dalla letteratura volgare dei "noëls" e dei "fabliaux", dalle sciocche risate e dai racconti osceni che verranno poi. Lei è sola. Non ha vicine. L'orrenda vita malsana delle nere piccole città chiuse, lo spiarsi a vicenda, il pettegolezzo meschino, pericoloso, non esiste ancora. Nessuna vecchia viene la sera, quando il vicolo si fa buio, a tentare la giovane, a dirle che c'è chi muore d'amore per lei. Lei ha solo i sogni per amici, non chiacchiera che con le bestie o l'albero della foresta.


Le parlano; sappiamo di che. Risvegliano in lei quello che le diceva sua madre, sua nonna, cose arcane che, nei secoli, son passate di donna in donna. E' l'innocente ricordo degli antichi spiriti della contrada, toccante religione di famiglia che, nella coabitazione chiassosa e caotica, fu senza dubbio debole, ma RITORNA e frequenta la capanna solitaria.


Mondo strano, delicato, di fate, folletti, quel che ci vuole per un'anima femminile. Quando la grande creazione della leggenda dei santi si spegne e appassisce, questa leggenda più antica, e di ben altra poesia, viene a far parte della loro vita, regna segreta, dolce.


E' il tesoro della donna che la culla e l'accarezza. Anche la fata è donna, lo specchio fantastico in cui guardarsi più bella.


Che furono le fate? Si dice che, regine delle Gallie, fiere e bizzarre, all'arrivo di Cristo e apostoli, furono impertinenti, gli voltarono le spalle. In Bretagna, stavano ballando, e continuarono.


Ecco il perché della crudele condanna. Devono vivere fino al giorno del giudizio (2). Molte ridotte alle dimensioni del coniglio, del topo. Come le "Kowring-gwans" (le fate nane), che, di notte, intorno a vecchie pietre druidiche, vi avvolgono nelle loro danze. Come la bella regina Mab, che ha fatto di un guscio di noce un cocchio regale. Sono un po' capricciose, e a volte di cattivo umore. Ma non c'è da meravigliarsi, dato il loro triste destino. Per piccole e lunatiche che siano, hanno un cuore, bisogno d'essere amate. Sono buone, sono brutte e piene di fantasia. Quando nasce un bambino, scendono dal camino, gli danno la dote e gli fanno la sorte. Apprezzano le brave filatrici, filano esse stesse divinamente. Si dice: "filare come una fata".


I "Racconti di fate", spogliati degli orpelli ridicoli con cui gli ultimi redattori li hanno conciati, sono il cuore del popolo. Segnano un'epoca poetica, tra il comunismo grossolano della "villa" primitiva, e la licenza dell'epoca in cui una borghesia nascente compose i nostri cinici "fabliaux".


Questi racconti hanno una parte storica, ricordano le grandi carestie (negli orchi, ecc.). Ma in genere volano ben più alti d'ogni storia, sulle ali dell'"Uccello azzurro", in un'eterna poesia, esprimono i nostri desideri, sempre gli stessi, l'immutabile storia del cuore.


Ricorre frequente il desiderio del povero servo, di respirare, riposare, di trovare un tesoro che porrà fine alle sue miserie. Più spesso, per una nobile aspirazione, questo tesoro è anche un'anima, un tesoro d'amore addormentato (nella "Bella addormentata nel bosco"); ma una maschera nasconde spesso, per una fatale malìa, l'incantevole personaggio. Ecco, la trilogia commovente, il meraviglioso CRESCENDO di "Enrichetto dal ciuffo", "Pelle d'asino", "La bella e la bestia".


L'amore non si disgusta. Sotto questi mostri ricerca, conquista la bellezza nascosta. L'ultimo di questi racconti raggiunge il sublime, credo che tutti leggendo abbiano pianto.


Esprimono una passione verissima, molto sincera, l'amore infelice, disperato, che spesso la natura crudele fa nascere tra povere anime di condizione troppo diversa, il dolore della contadina che non può farsi bella per essere amata dal cavaliere, i sospiri soffocati del servo quando, al lavoro nei campi, vede, su un cavallo bianco, passare un fulmine troppo abbagliante, la bella, l'adorata castellana. E', come in Oriente, il malinconico idillio degli amori impossibili tra la Rosa e l'Usignolo. Tuttavia, la differenza è grande: l'uccello e il fiore sono belli, persino eguali per bellezza. Invece qui l'essere inferiore, tanto inferiore, si batte il petto: "Sono brutto, sono un mostro". Quanti pianti. Nello stesso tempo, con l'eroismo della volontà, per l'immensità del desiderio, supera in impeto l'Oriente, strappa il vuoto involucro. Ama finché non viene amato, questo mostro, e diventa bello.


C'è un'immensa tenerezza. Quest'anima incantata non pensa soltanto a sé. Pensa anche a salvare tutta la natura e la società. Tutte le vittime d'allora, il bambino picchiato dalla matrigna, la sorella minore disprezzata, maltrattata dalle maggiori, sono i suoi prediletti. La sua compassione raggiunge persino la signora del castello, la compiange d'essere in potere del feroce barone ("Barbablù"). E' tenera con gli animali, li consola d'essere ancora animali. Finirà anche questo, bisogna aver pazienza. Verrà il giorno del riscatto, per le loro anime prigioniere, saranno libere, amabili, amate. E' l'altra faccia di "Pelle d'asino" e d'altri racconti analoghi. Questo soprattutto rivela, senza alcun dubbio, un cuore di donna. L'uomo rude che lavora i campi è piuttosto duro con le sue bestie. Ma la donna non le vede bestie. Ha gli occhi di un bambino.


Tutto è umano, tutto è spirito. Tutto il mondo è nobile. Che amabile incanto. Umile com'è, si crede brutta, e ha dato la sua bellezza, la sua grazia a tutta la natura.


E' proprio tanto brutta, la donnetta del servo, che nutre in questo modo la sua fantasia sognante? L'ho già detto, bada alla casa, fila guardando le bestie, va in mezzo al bosco, e raccoglie un po' di legna. Non fa ancora lavori pesanti, non c'entra con la brutta contadina, prodotto della grande coltura del grano, che non c'è ancora. Non c'entra con la grassa borghese, pesante e annoiata, delle città, che ha ispirato tanti grassi racconti ai nostri antenati. Lei non ha sicurezza, è timida, dolce, si sente nelle mani di Dio. Vede sul monte l'oscuro e minaccioso castello che può portarle mille disgrazie. Teme, onora suo marito. Servo per gli altri, per lei è re.


Gli lascia il meglio, vive di niente. E' agile e piccola, come le sante in chiesa. La poverissima alimentazione deve generare creature sottili, ma esistenze precarie. Altissima mortalità infantile. Queste pallide rose sono fasci di nervi. Ne verrà fuori più avanti la danza epilettica del Quattordicesimo secolo. Adesso, siamo intorno al Dodicesimo, questa condizione di semidigiuno comporta due debolezze:

di notte, il sonnambulismo; di giorno, illusioni, fantasie, e il dono del pianto.


Questa donna, candida e innocente, ha un segreto però, l'abbiamo detto, che non confessa in chiesa. Si porta chiuso nel cuore il ricordo, la pietà dei poveri vecchi dèi (3) decaduti a spiriti. Questi spiriti, non crediate che non soffrano. Annidati nelle pietre, nel cuore delle querce, d'inverno stanno proprio male. Amano il caldo.


Girano attorno alle case. Ne hanno visti nelle stalle a scaldarsi con le bestie. Senza più incenso, né vittime, ogni tanto pigliano un po' di latte. La donna di casa, economa, non lo toglie al marito, lo prende dal suo, e, la sera, lascia un po' di panna.


Questi spiriti, che ormai vengono soltanto di notte, banditi dal giorno, lo rimpiangono, e sono avidi di luci. La notte, lei osa, timida, portare un povero lumino alla grande quercia, dove abitano, alla misteriosa fontana che specchierà, raddoppierà la fiamma, rallegrando i tristi proscritti.


Dio, se venisse scoperta. Suo marito è un uomo prudente, e ha molto timore della chiesa. La picchierebbe, non c'è dubbio. Il prete li combatte senza requie, e li scaccia dovunque. Eppure potrebbero lasciarli abitare le querce. Che male fanno nella foresta? Ma no, di concilio in concilio, li perseguitano. Certi giorni, il prete va proprio alla quercia, e con la preghiera, l'acqua benedetta, dà la caccia agli spiriti.


Che farebbero se non trovassero un'anima pietosa? Ma lei li protegge.


Brava cristiana com'è, gli tiene un posto in cuore. Solo a loro può confidare quelle cosette naturali, innocenti nella casta sposa, ma che le verrebbero rimproverate dalla Chiesa. Sono i confidenti, i confessori di questi toccanti segreti femminili. Lei pensa a loro quando mette sul fuoco il ceppo sacro. E' Natale, ma anche l'antica festa degli spiriti del Nord, la "festa della notte più lunga".


Oppure, la "vigilia della notte di maggio", il "pervigilium" di Maia, quando si pianta l'albero. Oppure il fuoco di San Giovanni, la vera festa della vita, dei fiori e dei risvegli d'amore. Soprattutto se non ha bambini, si sente in dovere d'amare queste feste, ed esserne devota. Un voto alla Vergine forse non avrebbe efficacia. Maria non c'entra. Preferisce rivolgersi, a bassa voce, al vecchio genio, adorato un tempo come dio rustico, e che quella certa chiesa locale ha la bontà di fare santo (4). Così il letto, la culla, i misteri più dolci di un'anima tenera e casta, tutto va agli antichi dei.


Gli spiriti non sono ingrati. Un mattino, si sveglia, e, senza far nulla, trova la casa in ordine. E' confusa e si segna, non dice niente. Quando l'uomo esce, si interroga, ma invano. Dev'essere stato uno spirito. "Cos'è? e com'è? Ah, quanto mi piacerebbe vederlo. Ma ho paura. Dicono che si muore a vedere uno spirito... Ma, la culla si muove, e dondola da sola. Rimane a bocca aperta, ed ecco che sente una vocina, dolcissima, bassa bassa, tanto che le sembra dentro di sé:

"Mia cara e carissima padrona, se mi piace cullare il vostro bambino, è perché sono anch'io un bambino". Il cuore le batte forte, ma è un po' più tranquilla. L'innocenza della culla rende innocente anche questo spirito; dev'essere buono, gentile, almeno tollerato da Dio.


Ora, non è più sola. Ne sente la presenza, distintamente, e neppure molto lontana. Lui le sfiora la veste; lei lo sente al fruscio. Non fa che girarle attorno, è chiaro che non può lasciarla. Va nella stalla, eccolo. E l'altro giorno se ne stava, le sembra, nella ciotola del burro (5).


Che peccato non poterlo acchiappare e guardare. Una volta, di sorpresa, muovendo la brace, le è parso di vederlo rotolarsi, il monello, nelle scintille. Un'altra, l'ha quasi preso in una rosa. E lavora, il piccolino, scopa per terra, mette in ordine, e le risparmia un sacco di fatiche.


Ma ha i suoi difetti. E' senza criterio, audace, e, se gli dessero corda, potrebbe alzar la cresta. Osserva, ascolta troppo. Qualche volta al mattino ripete quella parolina che lei aveva detto a bassa voce, quasi tra sé, a letto, dopo aver spento la luce. Lei sa che è molto indiscreto, troppo curioso. Sentirsi seguita dappertutto la mette a disagio, se ne lamenta e le fa piacere. Qualche volta lo scaccia, lo minaccia, finché crede d'essere sola e si mette il cuore in pace. Ma ecco una carezza, un soffio leggero come una piuma d'uccello. Era sotto una foglia. Ride. La sua voce gentile, senza scherno, esprime il piacere che ha provato a sorprendere la sua pudica padrona. Eccola davvero furiosa. Ma il briccone: "No, bellezza, tesoro, via che non sei arrabbiata".


Lei si vergogna, non osa più aprire bocca. Ma capisce allora di amarlo troppo. Ne ha scrupolo, e l'ama ancora di più. La notte, l'è sembrato di sentirlo nel letto, s'era infilato dentro. Ha avuto paura, ha pregato Dio, s'è stretta al marito. Che può fare? Non ha il coraggio di dirlo in Chiesa. Lo dice al marito, che dapprima ride e non ci crede. Confessa allora un po' di più, che questo folletto è un monello, a volte troppo temerario. "E allora? è così piccolo." Lui stesso la tranquillizza.


Dobbiamo star tranquilli noi, noi che vediamo meglio? Lei è ancora del tutto innocente. Le farebbe orrore imitare la grandama lassù, che, di fronte al marito, ha una corte di amanti, e il suo paggio. Comunque, diciamolo, il folletto ha già fatto molta strada. Non c'è paggio meno compromettente di quello che si nasconde in una rosa. E in questo, ha dell'amante. Quanto mai invadente, piccolo com'è, si infila ovunque.


Si infila addirittura nel cuore del marito, gli fa la corte, gli entra nella manica. Bada ai suoi attrezzi, gli lavora il giardino, e la sera, per ricompensa, dietro al bimbo e al gatto, si rintana nel camino. Ne sentono la vocina, sembra quella del grillo, ma non lo vedono bene; bisogna che un tenue chiarore rischiari una certa fessura dove gli piace stare. Allora vedono, credono di vedere, un musetto sottile. Gli dicono: "Ehi, piccoletto, t'abbiamo visto".


Eppure, sentono in chiesa che bisogna diffidare degli spiriti, che quello che si crede innocente, guizza come un soffio leggero, potrebbe essere un demone. Non ci possono credere. La sua statura lo fa pensare innocente. Da quando c'è lui, va tutto per il meglio. Il marito ci tiene quanto la moglie, e forse anche di più. Vede che il folletto monello fa la felicità della casa.




NOTE:


1) Tre passi dal lato della panca, / E tre passi dal lato del letto. / Tre passi dal lato del comò, / E tre passi. Tornate qui. (Vecchia ballata del Maestro di danza).


2) Alfred MAURY ha raccolto testi di ogni epoca in due dotte opere, "Les fées (1843) e "La Magie (1800). Vedere anche, per il nord, la "Deutsche Mythologie" di GRIMM.


3) Che fedeltà commovente. Nonostante la persecuzione del Quinto secolo, i contadini si portavano dietro, in piccoli poveri pupazzi ,di panno o farina, gli dèi di quelle grandi religioni, Giove, Minerva, Venere. Diana rimase inviolata sino in fondo alla Germania (vedi Grimm). Nell'Ottavo secolo, gli dèi sono ancora in circolazione. In certe piccole capanne si sacrifica, si prendono gli auspici, eccetera.


("Indiculus paganiarum", Concilio di Leptines nell'Hainaut). I Capitolari minacciano invano di morte. Nel Dodicesimo secolo, Burcardo di Worms, ricordando i divieti, ne testimonia l'inutilità. Nel 1389, la Sorbona condanna ancora le tracce di paganesimo e, verso il 1400, Gerson ("Contra Astrologos") ricorda come cosa attuale questa ostinata superstizione.


4) A. MAURY, "Magie", pagina 159.


5) E' uno dei nascondigli preferiti dal piccolo ghiottone. Gli svizzeri, che conoscono i suoi gusti, gli fanno ancor oggi dei regali di latte. Lo chiamano "troll" (briccone); i tedeschi, "kobold", "nix"; i francesi, "follet", "goblin", "lutin"; gli inglesi, "puck", "robin good fellow". Shakespeare dice che alle servette dormiglione fa il piacere di pizzicarle a sangue per svegliarle.




4. TENTAZIONI



Ho taciuto in questo quadro le ombre terribili del tempo che l'avrebbero crudelmente oscurato. Mi riferisco soprattutto all'incertezza nel futuro in cui viveva la famiglia rurale; all'attesa, al timore quotidiano dell'angheria che poteva, da un momento all'altro, piombare a capriccio dal castello.


Il regime feudale aveva proprio le due qualità che fanno un inferno:

primo, la FISSITA' ESTREMA, l'uomo era inchiodato alla terra e l'emigrazione impossibile; secondo, una grandissima INSICUREZZA.


Gli storici ottimisti che parlano tanto di canoni fissi, contratti, di esenzioni acquistate, dimenticano la scarsità di garanzie che regnava.


Bisogna pagare tutto al signore, ma lui può prendere tutto il resto.


Questo si chiama, chiaro e tondo, DIRITTO DI PRENSIONE. Lavora, lavora buonuomo. Mentre tu sei nei campi, la banda tanto temuta di lassù può calare sulla tua casa, portar via ciò che vuole, "per il servizio del signore".


Guardatelo, quest'uomo; com'è scuro in volto, com'è chino sul solco.


Ed è sempre così, a testa bassa, col cuore stretto, sembra che attenda qualche brutta notizia.


Teme un brutto tiro? No, ma è assillato da due pensieri, due artigli gli straziano il cuore. "In che stato troverò stasera la mia casa?" "Ah, se la terra smossa mi facesse vedere un tesoro, se il buon demone mi facesse trovare di che riscattarci".


Sembra certo che a questo appello (come il genio etrusco che saltò fuori un giorno da sotto l'aratro nei panni di un bambino), un nano, uno gnomo, uscisse spesso piccolo piccolo dalla terra, si alzasse in piedi sul solco, dicendo: "Mi hai chiamato?". Ma il pover'uomo, confuso, non voleva più niente. Sbiancava, si segnava, e allora tutto spariva.


Ma poi, non si pentiva? Non diceva tra sé: "Stupido che non sei altro, sarai sempre un disgraziato"? Credo proprio di sì. Ma credo anche che una barriera d'orrore invalicabile paralizzasse l'uomo. Non credo proprio, come piacerebbe ai monaci che ci hanno raccontato la stregoneria, che il Patto con Satana fosse un colpo di testa avventato, di un innamorato, un ingordo. Il buon senso, la natura ci fanno capire che era l'ultima risorsa, venuta meno ogni altra speranza, che vi arrivavano sotto la tremenda pressione delle infamie e delle miserie.


"Ma" dicono "l'epoca di San Luigi, che proibisce le guerre private tra signori, dovette alleviare moltissimo queste grandi miserie." Sono convinto proprio del contrario. Negli ottanta, cent'anni che dividono questo divieto dalle guerre con gli inglesi (1240 -1340), i signori, privati del passatempo abituale, non potendo più incendiare, saccheggiare la terra del vicino, si sfogarono sui loro vassalli.


Questa pace fu una guerra per loro.


A leggere dei signori ecclesiastici, dei signori monaci, eccetera, nel "Journal" di Eudes Rigault (pubblicato di recente) viene da rabbrividire. E' lo schifoso affresco di una furia scatenata, barbara.


I signori monaci si gettavano soprattutto sui conventi femminili.


L'austero Rigault, confessore del re santo, arcivescovo di Rouen, conduce personalmente un'inchiesta sulla condizione della Normandia.


Ogni sera arriva in un monastero. Ovunque, questi monaci vivono la gran vita feudale, armati, ubriachi, duellano, si scatenano cacciando per tutti i campi coltivati; abbracciano le religiose in un miscuglio caotico, ovunque le mettono incinte.


Questo, la Chiesa. E allora i signori laici? Come erano dentro quelle cupe torri, guardate con tanto terrore dalla vallata? Due racconti, che sono senza dubbio due storie, "Barbablù" e "Griselda", ce ne parlano un po'. Cos'era per i suoi vassalli, per i servi, quel cultore di torture, che trattava così la sua famiglia? Lo sappiamo dal solo che fu processato, e quanto tardi, nel Quindicesimo secolo: Gilles de Retz, predone di bambini.


Il Front-de-Boeuf di Walter Scott, i signori dei melodrammi e dei romanzi, sono dei poveracci di fronte a queste orribili realtà. Anche il Templare di "Ivanhoe" diventa una creatura debole e molto artificiale. L'autore non ha avuto il coraggio di affrontare la nauseabonda realtà del celibato del Tempio, e di colui che regnava dentro il castello. Vi ammettevano poche donne, erano bocche improduttive. I romanzi di cavalleria dicono proprio il contrario della verità. La letteratura esprime spesso, si sa, l'assoluto rovescio della realtà (esempio, l'insulso teatro d'egloghe alla Florian negli anni del Terrore).


Le stanze di questi castelli, quelli che ancora si possono vedere, parlano più di tutti i libri. Uomini d'arme, paggi, valletti, ammucchiati di notte sotto un paio di bassi soffitti, di giorno immobili sui merli, sugli spalti stretti, nella noia più desolante, respiravano, vivevano soltanto nelle scorribande per la vallata; non più scorribande di guerra sulle terre vicine, ma di caccia, e di caccia all'uomo, intendo dire angherie senza fine, infamie alle famiglie dei servi. Il signore sapeva benissimo che una simile massa d'uomini senza donne non se ne sarebbe stata tranquilla se non scatenandola ogni tanto.


L'odiosa idea di un inferno dove Dio impiega qualche anima scellerata, le più colpevoli, per torturare le più innocenti, che lui stesso gli lascia perché si divaghino; questo bel dogma del medioevo diventava realtà in tutto e per tutto. L'uomo sentiva l'assenza di Dio. Ogni razzia era la prova del regno di Satana, convinceva che bisognava rivolgersi a lui.


Lassù ridono, scherzano. "Le serve erano troppo brutte." Non si tratta di bellezza. Il piacere era l'offesa, picchiare e far piangere. Ancora nel Diciassettesimo secolo le nobildonne ridevano a crepapelle a sentire il duca di Lorena raccontare come i suoi uomini, in villaggi tranquilli, cacciavano, tormentavano tutte le donne, e anche le vecchie.


Lo sfregio colpiva maggiormente, è facile crederlo, le famiglie agiate, relativamente ragguardevoli, che c'erano tra i servi; le famiglie dei servi maggiori, che già nel Dodicesimo secolo vediamo alla testa del villaggio. La nobiltà le odiava, le derideva, le desolava. Non perdonava loro la nascente dignità morale. Faceva pagare alle mogli, alle figlie, l'onestà e la saggezza. Non avevano il diritto d'essere rispettate. Il loro onore non era di loro proprietà.


SERVE DI CORPO, questa parola crudele le raggiungeva senza tregua.


I posteri faranno difficoltà a credere che, presso i popoli cristiani, la legge abbia realizzato quello cui non arrivò mai nella schiavitù antica, abbia messo per scritto come diritto l'offesa più sanguinosa capace di straziare il cuore dell'uomo.


Il signore ecclesiastico, e il signore laico, hanno questo sporco diritto. In una parrocchia nei dintorni di Bourges il curato, signore, pretendeva esplicitamente l'iniziazione della sposa, ma in pratica tendeva a vendere al marito per denaro la verginità della moglie (1).


E' troppo facile credere, come hanno fatto, che quest'offesa fosse formale, mai reale. Il prezzo fissato in certi paesi, per esserne esentati, superava di gran lunga le possibilità di quasi tutti i contadini. In Scozia, ad esempio, volevano "diverse mucche".


Un'enormità, impossibile. Quindi la poveretta era in balìa. Del resto, i fori del Béarn affermano a chiare lettere che il diritto veniva riscosso in natura: "Il primogenito del contadino è presunto figlio del signore, poiché può essere opera sua" (2).


Tutte le leggi feudali, anche senza citare quella, obbligano la sposa a salire al castello, a portarvi le "pietanze di matrimonio". Com'è odioso obbligarla ad avventurarsi così, esporre la povera creatura all'arbitrio di quell'orda di scapoli, impudenti e scatenati.


Ricostruiamo la vergognosa scena. Il giovane sposo accompagna al castello la sposa. Figuratevi le risate dei cavalieri, valletti, i lazzi dei paggi intorno a questi disgraziati. "La presenza della castellana li terrà a freno?". Neanche un po'. La dama, che i romanzi vogliono farci credere tanto delicata (3), ma che comandava gli uomini in assenza del marito, giudicava, puniva, che ordinava torture, che teneva legato lo stesso marito con i feudi che della sua dote, questa dama non era affatto tenera, specie con una serva, che forse era bella. Poiché aveva, alla luce del sole, secondo l'uso del tempo, il suo cavaliere e il suo paggio, non le dispiaceva legittimare le proprie libertà con le libertà del marito.


Non si opporrà alla farsa, allo svago che si prendono su quest'uomo tremante che vuole riscattare sua moglie. Prima mercanteggiano, si divertono a torturare il "contadino avaro", gli succhiano fino all'ultima goccia di sangue. Perché accanirsi tanto? Lui, vestito come si deve, onesto, perbene, è qualcuno nel villaggio. Lei è gaia, casta, pura, lei lo ama, ha paura e piange. I suoi begli occhi chiedono grazia. Ecco perché.


Il poveretto offre inutilmente tutto quello che ha, anche la dote.


Troppo poco. Questa ingiusta rigidità, ad un certo punto, lo esaspera.


"Il suo vicino non ha pagato niente." L'insolente, discute! Allora tutta la massa lo circonda, gridano; piovono bastonate e scopate. Lo spintonano, fanno cadere. Gli dicono:

"Villano geloso, lugubre villano, non la mangiamo la tua donna, stasera te la renderemo, e per colmo d'onore, grossa. Ringrazia, eccovi nobili. Il tuo primo figlio sarà barone." Si affacciano tutti alla finestra, a guardare questa figura grottesca, di morto in abito da nozze. Le risate lo inseguono, e la rumorosa canaglia, fino all'ultimo sguattero, dà la caccia al "cornuto". (4) Quest'uomo sarebbe crepato, se non sperasse nel demonio. Torna a casa solo. E' vuota, questa casa desolata? No, vi trova compagnia. Nel camino, siede Satana.


Ma presto ritorna, la poverina, pallida e disfatta, ah, in che stato.


Si getta in ginocchio e gli chiede perdono. Allora il cuore dell'uomo scoppia. Le getta le braccia al collo. Piange, singhiozza, ruggisce che ne trema la casa.


Ma con lei torna Dio. Per quanto abbia sofferto, lei è pura, innocente e santa. Satana non avrà niente per oggi. Il Patto non è ancora maturo.


I nostri "fabliaux" ridicoli, i nostri racconti assurdi, immaginano che in questa mortale offesa e in tutte quelle che verranno la donna stia dalla parte di chi la offende, contro suo marito. Dovremmo credere che, trattata con brutalità, e spossata a gravidanze, sia felice ed estasiata. Del tutto inverosimile. E' vero che la qualità, la cortesia, l'eleganza, potrebbero affascinarla. Ma quelli non fanno nessuno sforzo. Se qualcuno, per una serva, avesse filato l'amor perfetto, l'avrebbero ben preso ridicolizzato. Tutta la banda, il cappellano, il dispensiere, fino ai valletti, era convinta di onorarla oltraggiandola. L'ultimo paggio si credeva un gran signore, a guarnire l'amore di volgarità e botte.


Un giorno che la povera donna, in assenza del marito, ne aveva ancora subite, ravviandosi i lunghi capelli, piangeva e diceva ad alta voce:

"Santini di legno, che serve fargli voti? Sono sordi? Troppo vecchi?

Perché non ho uno spirito protettore, forte, potente (cattivo, non importa)? Li vedo, di pietra, sulla porta della chiesa. Che ci fanno?

Perché non vanno a casa loro, al castello, a prendersi, a bruciare quei peccatori? Ah, la forza, la potenza, chi potrà darmela? Mi darei io in cambio. Povera me, che darei io? Cos'ho io per darmi?

Nient'altro. Al diavolo il corpo, al diavolo l'anima, ormai è cenere.


Invece del folletto che non serve a niente, vorrei un grande, forte e potente spirito." "Mia cara padrona, se sono piccolo e non cresco, è colpa vostra.


D'altronde, se fossi grande, non m'avreste voluto, non m'avreste tollerato, e neppure vostro marito. M'avreste fatto cacciare dai vostri preti e dalla loro acqua benedetta. Sarò forte, se lo volete.


Padrona, gli spiriti non sono grandi né piccoli, forti né deboli. Se si vuole, il più piccolo diventa un gigante." "Come?" "Niente di più semplice. Per fare uno spirito gigante, bisogna soltanto fargli un regalo." "Quale?" "Una gentile anima di donna." "Ah, mascalzone, chi sei insomma? E cosa vuoi?" "Quello che si regala ogni giorno. Vorreste esser meglio della signora lassù? Lei ha impegnato la sua anima al marito, all'amante, ma la offre ancora intera al paggio, un bamboccio, uno sciocchino. Io sono molto di più di un paggio per voi; sono di più di un servitore. In quante cosette vi ha servito il piccoletto. Non arrossite, non arrabbiatevi. Fatemi dire soltanto che vi sto sempre attorno, e forse già dentro. Come potrei conoscere altrimenti i vostri pensieri, persino quello che tenete nascosto a voi stessa. Chi sono io? La vostra piccola anima che, senza far complimenti, parla alla grande.


Noi siamo inseparabili. Siete sicura di sapere da quanto tempo stiamo insieme? Mille anni. Stavo con vostra madre, con la madre di lei, coi vostri avi. Io sono il genio del focolare." "Tentatore. Ma cosa vuoi fare tu?" "Dunque, tuo marito sarà ricco, tu potente, e avranno timore di te." "Ma, non capisco più niente, ma allora sei il demone dei tesori nascosti?" "Perché demone, se faccio un'opera giusta, di bontà e pietà? Dio non può essere dappertutto, non può lavorare sempre. Ogni tanto gli piace riposare, e lascia noi, noi altri geni, a sbrigare le piccole faccende, a rimediare alle distrazioni della sua provvidenza, alle dimenticanze della sua giustizia.


L'esempio è vostro marito. Povero, meritevole lavoratore, si ammazza di fatica e non guadagna niente. Dio non ha avuto ancora il tempo di pensarci. Io sono un po' geloso, ma gli voglio bene, al mio bravo ospite. Mi spiace per lui. Non ne può più, sta per crollare. Morirà come i vostri bambini, già morti di miseria. L'inverno scorso è stato malato. E il prossimo?" Allora, lei si nascose il volto tra le mani, pianse, due, tre ore, anche di più. Quando non ebbe più lacrime (ma in petto ansimava ancora) lui le disse: "Non voglio niente. Soltanto, vi prego, salviamolo".


Lei non aveva promesso niente, ma da allora fu sua.




NOTE:


1) L. LAURIERE, capitolo 2, pagina 100, alla voce "Marquette". MlCHELET, "Origines du droit", pagina 264.


2) Quando pubblicai le mie "Origines", nel 1837, non conoscevo quest'opera (pubblicata nel 1842).


3) Tale delicatezza viene fuori nel trattamento che queste signore volevano infliggere con le loro mani a Giovanni di Meung, loro poeta, autore del "Roman de la Rose" (1300 circa).


4) Cosa c'è di più allegro dei nostri antichi racconti? Peccato che non siano molto vari. Non hanno che tre comiche: la disperazione del "cornuto",gli strilli del "bastonato",le smorfie dell'"impiccato". Ci si diverte al primo, si ride (da piangere) al secondo, al terzo, l'allegria è all'apice, ci si tiene la pancia.


Notate che i tre ne fanno uno. E' sempre l'inferiore, il debole che si attacca senza alcun timore; chi non può difendersi.




5. POSSESSO



L'epoca tremenda è l'epoca dell'oro. Chiamo così i tempi duri dell'avvento dell'oro. E' l'anno 1300, sotto il regno del re bello, forse d'oro o di ferro anche lui, che non disse mai una parola, gran re; si pensò avesse un demone muto, ma di braccia robuste, tanto forti da bruciare il Tempio, tanto lunghe da arrivare a Roma e, con un guanto di ferro, mollare il primo schiaffo al papa.


L'oro diventa allora il gran papa, il gran dio. Il motivo c'è. Il movimento è cominciato in Europa con la crociata. Si guardano solo le ricchezze con le ali, capaci di muoversi, le ricchezze degli scambi rapidi. Il re, per colpire a distanza, vuole soltanto oro. L'armata dell'oro, l'armata del fisco, dilaga per tutto il paese. Il signore, che ha portato con sé un sogno dall'Oriente, non fa che desiderarne le meraviglie, armi damaschinate, tappeti, spezie, cavalli preziosi. Ci vuole oro. Quando il servo porta il grano, lo respinge col piede. "Non basta; voglio oro." Quel giorno il mondo è cambiato. Prima, fra tanti mali, c'era, una sicurezza innocente. Buon'annata, mal'annata, il tributo era legato al corso della natura e alla quantità del raccolto. Se il signore diceva:

"E' poco", si rispondeva: "Monsignore, Dio non ha dato di più".


Ma con l'oro, perdinci, come si fa? Non abbiamo un esercito per prenderlo alle città delle Fiandre. Dove scavare la terra per sottrarle il suo tesoro? Ah, se ci guidasse lo spirito dei tesori nascosti (1).


Mentre tutti disperano, la donna del folletto sta già seduta sui suoi sacchi di grano nel paese vicino. Sola. Gli altri, in paese, ancora discutono.


Vende al prezzo che vuole. Ma, anche quando arrivano gli altri, va tutto a lei. Con lei nessuno mercanteggia. Suo marito, prima della scadenza, porta il tributo in buona moneta sonante all'olmo feudale.


Tutti dicono: "Sorprendente. Ma ha il diavolo in corpo!" Ridono, ma lei no. E' triste, ha paura. Macché pregare la sera.


L'agitano strani pruriti, che le turbano il sonno. Le appaiono strane figure. Quello spirito così piccolo, tanto caro, sembra farla da padrone, aver preso coraggio. E' inquieta, indignata, vuole alzarsi.


Rimane a letto, ma si lamenta, le pare di essere in potere altrui, pensa "Non son più padrona di me".


"Finalmente" dice il signore "un contadino ragionevole, che paga in anticipo. Mi piaci. Sai contare?" "Un po'." "Bene, terrai tu il conto di tutta questa gente. Ogni sabato, seduto sotto l'olmo, riscuoterai il loro denaro. La domenica, prima della messa, lo porterai al castello." Che cambiamento! Alla donna batte forte il cuore quando, sabato, vede il suo povero contadino, questo servo, sedere da piccolo signore all'ombra del signore. L'uomo è un po' stordito. Ma poi si abitua; si dà un po' di tono. Non c'è niente da ridere. Il signore vuole che lo rispettino. Quando è salito al castello, e gli invidiosi hanno accennato a ridere, a fargli qualche scherzo: "Vedete quel merlo?" ha detto il signore, "non vedete la corda, ma è pronta. Il primo che lo tocca, lo sbatto là, lungo e disteso." Le parole corrono, di bocca in bocca. E stendono intorno a loro come una cortina di terrore. Tutti gli fanno tanto di cappello. Ma si fanno da parte, quando passano, cambiano strada. Per evitarli, prendono le vie traverse, a occhi bassi, piegando la schiena. La novità prima li rende fieri, presto tristi. Sono soli, in comune. Lei, arguta com'è, s'accorge benissimo dell'odio ostile di quelli del castello, dell'odio panico di quelli del villaggio. Si sente tra due fuochi, in un tremendo isolamento. L'unico riparo è il signore, anzi il denaro che gli danno; ma per trovarlo, questo denaro, per torchiare la lentezza del contadino, vincere l'inerzia che oppone, per tirar fuori qualcosa anche a chi non ha niente, quante pressioni, quante minacce ci vogliono, quanta durezza. Il buonuomo non era fatto per questo. Lei lo guida, lo incalza, gli dice: "Dovete essere duro; crudele, se occorre.


Colpite. Se no mancherete i termini. E allora, siamo perduti".


Questo la tortura di giorno. Piccolezze in confronto ai supplizi notturni. Ha come perso il sonno. Si alza, gira. Su e giù per la casa.


Tutto è calmo; eppure, com'è diversa la casa. Ha perduto la sua dolcezza, non è più tranquilla, innocente. Cos'ha da brontolare quel gatto sul camino, che finge di dormire e mi schiaccia l'occhio verde?

La capra, dalla lunga barba, ideale personaggio sinistro, ne sa ben di più di quel che non dica. E questa mucca, che alla luna intravedo nella stalla, perché m'ha guardato di traverso? Tutto questo non è naturale.


Rabbrividisce e torna accanto al marito. "Beato lui. Che sonno profondo. Per me, è finita, non dormo più; non dormirò mai più." Ma alla lunga le forze le vengono meno. Quanto soffre allora! L'ospite importuno le sta attaccato, esigente, la fa da padrone. La tratta in malo modo; se lei lo allontana un momento col segno della croce o qualche preghiera, lui torna in altri panni. "Indietro, demonio, come osi? Sono un'anima cristiana. No, questo non puoi farlo." Allora lui prende, per vendicarsi, cento orribili forme: viscido serpente, striscia sul suo petto; rospo, le saltella sul ventre; o, pipistrello dall'acuto becco, le coglie dalla bocca atterrita baci mostruosi. Cosa vuole? spingerla all'estremo, farla cedere, vinta, sfinita, strapparle un sì. Ma lei ancora resiste. Si ostina a dire di no. Si rassegna alle lotte crudeli di ogni notte, al martirio infinito di questa desolante battaglia.


"Fino a che punto uno Spirito può farsi anche corpo? Gli assalti, i tentativi che fa, hanno una realtà? Peccherebbe nella carne lei, subendo l'invasione di lui che le gira intorno? Sarebbe un reale adulterio?" Sottile astuzia con la quale lui fiacca a volte, snerva la resistenza di lei. "Se non sono che un soffio, un filo di fumo, un vento leggero (come dicono molti dottori), di cosa avete paura, anima timida, e che c'entra vostro marito?" Ecco cosa affligge le anime, per tutto il medioevo: un mare di questioni che noi chiameremmo vuote, puramente scolastiche, agitano, spaventano, torturano, si mutano in visioni, a volte in controversie diaboliche, in crudeli dialoghi interiori. Il demonio, per quanto negli indemoniati sia furioso, resta sempre uno spirito, finché dura l'impero romano, e ancora all'epoca di san Martino, nel Quinto secolo.


All'invasione dei barbari, si barbarizza e prende corpo. Così bene da divertirsi a rompere a sassate la campana del convento di san Benedetto. Sempre di più e con più forza danno corpo al diavolo, per spaventare i violenti invasori dei beni ecclesiastici; inculcano quest'idea, che lui tormenterà i peccatori, non soltanto da anima ad anima, ma nella carne loro del corpo, che patiranno supplizi materiali, non fiamme ideali, sentiranno per davvero quei dolori raffinati, dei carboni ardenti, della graticola o dello spiedo rovente.


L'idea dei diavoli torturatori, che infliggono alle anime dei morti torture fisiche, fu, per la Chiesa, una miniera d'oro. I vivi, spezzati dal dolore, dalla pietà, si chiedevano: "Si potrebbe, da un mondo all'altro, riscattarle, queste povere anime? applicargli l'espiazione per ammenda e composizione che si pratica sulla terra?" Questo ponte tra i due mondi fu Cluny, che, appena nato (verso il 900), divenne subito uno degli ordini più ricchi.


Finché era Dio a punire, a CALARE LA SUA MANO, o a colpire con la SPADA DELL'ANGELO (secondo la nobile forma antica), l'orrore era minore; la mano era severa, quella di un giudice, ma pur sempre di un padre. L'angelo colpendo restava senza macchia, specchiato come la sua spada. Cambia tutto quando all'esecuzione pensano demoni immondi. Essi non seguono affatto l'esempio dell'angelo, che bruciò Sodoma, ma ne uscì subito. Loro ci rimangono, e l'inferno che portano è una sodoma spaventosa dove questi spiriti, più luridi dei peccatori che gli affidano, traggono dalle torture odiosi godimenti. E' l'insegnamento delle ingenue sculture esposte alle porte delle chiese. Vi imparavano la schifosa lezione delle voluttà del dolore. Col pretesto dei supplizi, i diavoli soddisfano sulle loro vittime i desideri più vomitevoli. Concezione immorale (e profondamente colpevole), di una pretesa giustizia, che favorisce il peggiore, accresce la sua perversità, dandogli una vittima, e corrompe lo stesso demonio.


Tempi crudeli. Che cielo nero e basso, lo sentite?, pesante sul capo dell'uomo. I poveri bambini, fin dalla prima età, riempiti di queste orrende idee, tremano nella culla. La vergine senza macchia, innocente, si sente dannata dal piacere che le infligge lo Spirito. La donna, nel letto coniugale, martire dei suoi assalti, resiste, eppure ci sono momenti in cui se lo sente dentro. Orrore che conoscono quelli che hanno il verme solitario. Sentirsi una vita doppia, distinguere i movimenti del mostro, a volte agitato, a volte dolcemente molle, sinuoso, che agita ancora di più, da credere di stare in mezzo al mare. Allora, si corre impazziti, pieni di orrore di sé, si vuole scappare, morire.


Anche quando il demonio non infieriva, la donna, che iniziava ad essere invasa, vagava soffocata dalla malinconia. Perché ormai non ha via d'uscita. Lui entrava invincibile come una lurida nuvola di smog.


E' il principe dei venti, delle tempeste, e, allo stesso modo, delle tempeste interiori. Lo vediamo grossolanamente, energicamente espresso sotto il portale di Strasburgo. In testa al coro delle "Vergini folli", loro capo, la donna scellerata che le trascina nell'abisso è piena, gonfia del demonio, che abominevole rigurgita, le sgorga da sotto le gonne, nero filo di fumo spesso.


Questo gonfiore è una faccia crudele del POSSESSO, un supplizio e un orgoglio. Porta il ventre in avanti, l'orgogliosa di Strasburgo, rovescia indietro la testa. Trionfa della sua pienezza, contenta di essere un mostro.


Non lo è ancora, la donna che seguiamo. Ma già è gonfia di lui e della sua superbia, della sua nuova fortuna. Non poggia più i piedi in terra. Grossa e bella, con tutto ciò, va per la via a testa alta, sdegnosa e spietata. La temono, odiano, l'ammirano.


La nostra signora di paese dice, con lo sguardo e il portamento:

"Dovrei essere io la Signora. Che ci fa quella lassù, la spudorata, la fiaccona, in mezzo a tutti quegli uomini, quando il marito è lontano?" La rivalità si stabilisce. Il villaggio, che la detesta, ne va fiero.


"Se la castellana è barona, costei è regina... più che regina, non osano dire che...". Bellezza tremenda e fantastica, crudele d'orgoglio e di dolore. C'è il demonio, in persona, nei suoi occhi.


C'è e non c'è ancora. Lei è LEI, e resta LEI. Non è del demonio né di Dio. Il demonio può invaderla finché vuole, girare in lei come filo d'aria. E non ha ancora niente. Perché non ha la volontà. Lei è POSSEDUTA, INDIAVOLATA, e non appartiene al Diavolo. A volte la sottopone a sevizie orribili, e non ci guadagna nulla. Le mette in seno, in ventre, dentro alle viscere, un carbone di fuoco. Lei salta sù, si torce, ma dice ancora: "No, carnefice, io resterò io".


"Bada, ti prenderò a frustate selvagge di vipera, ti spezzerò da farti andar via piangendo, aprendo il cielo a urla." La notte dopo, non viene. Al mattino (è domenica), l'uomo è salito al castello. Torna stravolto. Il signore ha detto: "Un ruscello che scorre goccia a goccia non fa girare il mulino. Tu mi porti uno scudo alla volta, non mi serve a niente. Partirò tra quindici giorni. Il re marcia sulla Fiandra, ed io non ho neanche un cavallo da battaglia. Il mio zoppica, dopo il torneo. Arrangiati, ho bisogno di cento franchi".


"Ma, monsignore, come faccio?" "Metti a sacco tutto il paese, se vuoi.


Ti darò abbastanza uomini. Di' ai tuoi bifolchi che sono perduti se il denaro non arriva, e tu per primo, tu sei morto. Sono stufo di te. Hai un cuore di femmina; sei un pusillanime, un indolente. Creperai, la pagherai la tua debolezza, la tua vigliaccheria. Bada, basta un niente perché tu non scenda, perché io ti tenga qui. E' domenica; che risate laggiù, se ti vedessero sgambettare, appeso ai miei merli." Il poveraccio racconta tutto alla moglie, non ha speranze, si appresta a morire, raccomanda l'anima a Dio. Lei, ugualmente terrorizzata, non può coricarsi né dormire. Che fare? Come rimpiange di aver respinto lo spirito! Se tornasse! Al mattino, il marito si alza, e lei crolla sfinita sul letto. Quando sente un peso, gravarle sul petto; ansima, pensa di soffocare. Il peso scende, le opprime il ventre, ed ecco che si sente, alle braccia, come due mani d'acciaio. "Tu mi hai desiderato. Eccomi. Allora, ribelle, finalmente, finalmente ce l'ho, la tua anima?" "Ma, messere, è mia? Il mio povero marito! Voi l'amavate. L'avete detto. Prometteste." "Tuo marito? te ne sei scordata? sei sicura di avergli sempre serbato la volontà? La tua anima, te la chiedo per bontà, ma ce l'ho già." "No, messere" insiste in un ritorno di fierezza, anche in un momento di bisogno così grande, "no, messere, quest'anima è mia, di mio marito, del sacramento." "Ah, piccola, piccola sciocchina. Incorreggibile. Anche oggi, che sei alle strette, lotti ancora. L'ho vista, la conosco la tua anima, per filo e per segno, e molto meglio di te. Giorno per giorno ho visto le tue prime resistenze, t'ho visto soffrire e disperare. T'ho visto perderti d'animo quando hai detto a mezza voce: 'Nessuno è tenuto all'impossibile.' Poi ho visto la tua rassegnazione. Ne hai prese un po', e non hai gridato molto. Se ho chiesto la tua anima, io, è perché l'hai già perduta.


Ormai tuo marito muore. Cosa bisogna fare? Io ho pietà di voi. Sei mia..., ma voglio di più, e ho bisogno che tu ceda, voglio il tuo consenso, e la tua volontà. Altrimenti lui morirà." Lei rispose, con un filo di voce, nel sonno: "Ecco, il mio corpo e la mia carne miserabile, per salvare il mio povero marito, prendeteli. Ma il mio cuore no. Nessuno l'ha mai avuto, ed io non posso darlo".


Poi attese, rassegnata. Lui le lanciò due parole: "Ricordale. Sono la tua salvezza". Ed ecco, dei brividi la scossero, si sentì con orrore impalata da una lancia di fuoco, inondata da un fiume di ghiaccio.


Scoppiò in un grande grido. Si trovò nelle braccia del marito stupefatto, che inondò di lacrime.


Si divincolò violentemente, si alzò, avendo paura di dimenticare quelle due parole così necessarie. Suo marito era spaventato a morte.


Perché lei nemmeno lo vedeva, ma trafiggeva le pareti con lo sguardo di Medea. Mai fu più bella. Nell'occhio nero, e bianco e giallo, brillava una luce che non ardiva guardare, un getto sulfureo di vulcano.


Si avviò decisa in città. La prima parola era "verde". Vide pendere dalla porta di un mercante una veste verde (colore del Principe del mondo). Una vecchia veste che, su di lei, fu giovane, abbagliò. Si diresse, senza chieder niente a nessuno, dritta alla porta di un ebreo, e batté un gran colpo. Aprono con precauzione. Questo povero ebreo, seduto per terra, s'era coperto di cenere. "Mio caro, ho bisogno di cento franchi." "Ma signora, dove li trovo? Il principe- vescovo della città, per farmi dire dov'è il mio oro, m'ha fatto strappare i denti (2). Vedete come mi sanguina la bocca." "Lo so, lo so. Ma vengo a cercare, proprio da te, come distruggere il tuo vescovo. Umiliato il papa, il vescovo non durerà molto. Chi lo dice?

"Toledo (3)." Lui stava a testa bassa. Lei disse, e soffiò. Aveva un'anima intera, e il diavolo per giunta. Un calore prodigioso riempì la stanza. Anche lui sentì un torrente di fuoco "Signora" disse guardandola da sotto, "signora, povero rovinato come sono, avevo qualche soldo da parte per nutrire i miei poveri bambini." "Non te ne pentirai, ebreo. Sto per farti la GRANDE PROMESSA, di cui si muore. Quello che mi darai, lo riavrai in otto giorni, e presto, al mattino. Te lo giuro, è la tua GRANDE PROMESSA, e la mia più grande, 'Toledo.'"


Era passato un anno. Lei era in pieno rigoglio. Si faceva tutta d'oro.


Meravigliava il suo fascino. Tutti ammiravano, obbedivano. Per un miracolo del Diavolo, l'ebreo, divenuto generoso, al minimo segno prestava. Da sola, manteneva il castello, col suo credito in città, e col terrore al villaggio, con le sue brusche estorsioni. La vittoriosa veste verde andava e veniva, sempre più nuova e bella. Anche lei assumeva una colossale bellezza di trionfo e insolenza. Un fenomeno soprannaturale, spaventava. Tutti dicevano: "Alla sua età, cresce!" Ma ecco la novità: ritorna il signore. La dama, che da tempo non ardiva scendere per non vedere in faccia quella di sotto, ha inforcato il suo cavallo bianco. Gli va incontro, intorno ha tutta la sua gente, ferma e saluta lo sposo.


Prima di tutto dice: "Quanto vi ho atteso! Come avete potuto lasciare la sposa fedele tanto a lungo vedova a languire? Bene, passi, però non posso farvi posto questa sera, se non mi concedete un regalo." "Chiedete, chiedete bellezza," risponde il cavaliere ridendo. "Ma presto. Ho fretta di abbracciarvi, mia dama. Come vi siete fatta bella!" Lei gli parlò all'orecchio, e non si sa cosa gli disse. Prima di salire al castello, il buon signore scese davanti alla chiesa del villaggio, entrò. Sotto il portico, alla testa dei notabili, vede una signora che non riconosce, ma la saluta riverente. Senza pari in fierezza, portava molto più alto di tutte le teste degli uomini il sublime cono dell'epoca, il trionfante cappello del diavolo. Lo chiamavano spesso così per il doppio corno che lo adornava. La vera signora arrossì, eclissata, e passò piccola piccola. Poi, indignata, a bassa voce: "Eccola, eccola la vostra serva. E' finita. Tutto è a rovescio. Gli asini insultano i cavalli." All'uscita, l'ardito paggio, il favorito, estrae dalla cintura un pugnale affilato, e rapido, d'un sol colpo, le taglia la bella veste verde alle reni (4). Per poco non svenne. La folla rimase interdetta.


Ma capì quando vide tutta la casa del signore darle la caccia. Rapidi e spietati fischiavano, grandinavano i colpi di frusta. Fugge, ma non molto veloce; è già un po' pesante. Dopo appena venti passi, inciampa.


La sua migliore amica le ha messo sulla strada una pietra per farla cadere. Ridono. Lei, a quattro zampe, grida. Ma i paggi spietati la tirano su a colpi di frusta. I nobili e graziosi levrieri danno una mano e mordono dove si sente di più. Arriva infine, sconvolta, in questo tremendo corteo, alla porta di casa. Chiusa. Con i piedi, con le mani, batte, grida: "Amico mio. Presto, presto, apritemi". Era esposta là, come la povera civetta che si inchioda all'ingresso della fattoria. E i colpi, in pieno, cadevano. Dentro, silenzio. Non c'era, il marito? oppure, ricco e tremante, aveva paura della canea, del saccheggio della casa?

Soffrì tante pene contro quella porta, botte, sonore frustate, che si accasciò, svenne. Sulla fredda pietra della soglia, si trovò seduta, nuda, mezza morta, a coprirsi la carne sanguinante quasi solo con le ciocche dei suoi lunghi capelli. Qualcuno del castello disse: "Basta.


Non si vuole che muoia".


La lasciano. Si nasconde. Ma vede in spirito il gran gala del castello. Il signore, un po' stordito, diceva: "Mi dispiace". Il cappellano, dolcemente: "Se questa donna è indiavolata, come si dice, monsignore, avete il dovere di fronte ai vostri bravi vassalli, a tutto il paese, di darla alla Santa Chiesa. E' spaventoso vedere, dopo queste storie del Tempio e del Papa, i progressi del demonio. Contro di lui non c'è che il fuoco". Allora, un domenicano: "Vostra Eccellenza ha parlato egregiamente. La diavoleria è l'eresia per eccellenza. Come l'eretico, l'indiavolato dev'essere bruciato. Ma molti nostri buoni padri non si fidano più neanche del fuoco. Saggi, vogliono prima di tutto che l'anima venga a lungo purgata, provata, domata dai digiuni; che non bruci nell'orgoglio, che non trionfi sul rogo. Signora, la vostra pietà è tanto grande, avete tanta carità, prendetevi voi la pena di lavorare quella là, mettendola per qualche anno "in pace" in una bella fossa di cui voi soltanto avrete la chiave; potreste, con l'assiduità della punizione, fare del bene alla sua anima, svergognare il diavolo, e consegnarla, umile e mansueta, nelle mani della Chiesa".




NOTE :


1) I demoni assillano il mondo per tutto il medioevo. Ma Satana non acquista il suo carattere definitivo prima del Tredicesimo secolo.


"I patti" dice A. Maury "sono molto rari prima di quest'epoca".


D'accordo. Come patteggiare con chi veramente non c'è ancora? Nessuno dei contraenti era pronto per il contratto. Perché la volontà giunga all'orrendo estremo di vendersi per l'eternità, BISOGNA CHE ABBIA DISPERATO. Non è il disgraziato che arriva a disperare; è il MISERABILE che conosce a fondo la propria miseria, ne soffre ancora di più e non ha speranza di sottrarvisi. Il miserablle, in questo senso, è l'uomo del Quattordicesimo secolo, da cui si vuole l'impossibile (tributi in denaro). In questo capitolo e nel successivo ho segnalato le situazioni, i sentimenti, i progressi nella disperazione che possono condurre al patto mostruoso, e, ben di più del semplice patto, alla tremenda condizione della STREGA. Titolo abusato, ma realtà rara allora non da meno di un matrimonio, e una specie di pontificato. Per facilità di esposizione ho concatenato i dettagli di questa delicata analisi a un sottlle filo dl finzione. Tanto, la cornice conta poco.


L'essenziale è essere pienamente convinti che queste cose non vennero (come piaceva far credere) "dalla leggerezza umana", "dall'incostanza della natura decaduta", "dalle tentazioni occasionali della concupiscenza". Ci volle la pressione fatale di un'epoca di ferro, quella delle necessità atroci; che persino l'inferno potesse apparire un rifugio, un asilo, contro l'inferno di quaggiù.


2) Metodo molto diffuso per costringere gli ebrei a contribuire.


Il re Giovanni Senza Terra ne fece spesso uso.


3) Toledo dev'essere stata la città santa degli stregoni, un'infinità in Spagna. I loro rapporti con i mori, tanto civili, con gli ebrei, molto sapienti, e padroni allora della Spagna (come agenti del fisco reale), aveva dato agli stregoni una cultura più elevata, e formavano a Toledo una specie di università. Nel Sedicesimo secolo l'avevano cristianizzata, trasformata, ridotta alla magia bianca. Vedi la "Déposition de sorcier Achard, sieur de Beaumont, médecin en Poitou"; LANCRE, "Incrédulité" pagina 781.


4) E' il grande e crudele oltraggio che troviamo in uso a quei tempi. E', nelle leggi gallesi e anglosassoni, la pena dell'impudicizia. GRIMM, pagina 679, pagina 711; STERNHOOK, pagina 19, pagina 326; DUCANGE, capitolo 4, pagina 52; MICHELET, "Origines" pagina 286, pagina 389. Più tardi lo stesso affronto viene indegnamente inflitto alle donne oneste, alle borghesi già orgogliose, che la nobiltà vuole umiliare. Sappiamo dell'agguato in cui il tiranno Hagenbach fece cadere le Signore onorate dell'alta borghesia alsaziana, probabilmente per mettere in ridicolo la loro ricca e regale tenuta, tutta di seta ed oro. Ho citato anche nelle mie "Origines" (pagina 250) lo strano diritto che il signore di Pacé, in Angiò, reclama sulle donne "graziose" (oneste) del circondario. Devono portargli al castello quattro denari, un cappello di rose, e danzare con i suoi servitori. Visita molto pericolosa, c'era da temere un affronto, quello d'Hagenbach ad esempio. Pa obbligarle si aggiunge la minaccia che le ribelli, denudate, verranno pungolate con uno spuntone marchiato delle armi del signore.




6. IL PATTO



Non mancava che la vittima. Si sapeva che il regalo più tenero che si potesse farle, era offrirgliela. Avrebbe affettuosamente apprezzata l'attenzione di chi le avesse offerto questo presente d'amore, messo nelle mani questo infelice corpo sanguinante.


Ma la preda sentì il cacciatore: qualche minuto ancora, e se la sarebbero portata via, l'avrebbero chiusa per sempre, imprigionata sotto la pietra. Si coprì di uno straccio che trovo nella stalla, mise le ali ai piedi, per così dire, e, prima di mezzanotte, fu già a qualche lega di distanza, lontano dalle strade, su una landa abbandonata, tutta e solo cardi e rovi. Era ai bordi di una foresta, dove, al chiarore di una ambigua luna, raccolse qualche ghianda, che inghiottì, come una bestia. Dei secoli erano passati dal giorno; una metamorfosi era avvenuta in lei. La bella, la regina di paese non c'era più; la sua anima mutata mutava anche il suo comportamento. Era come un cinghiale su queste ghiande, o come una scimmia, accovacciata.


Rimuginava pensieri per niente umani, quando sente o crede di sentire un grido di civetta, poi una selvaggia risata. Ha paura, ma forse è la ghiandaia burlona che imita tutte le voci; sono i suoi soliti scherzi.


La risata riprende. Da dove viene? Non vede nulla. Si direbbe che esca da una vecchia quercia.


Ma sente distintamente: "Eccoti qua finalmente. Non sei venuta volentieri. E non saresti venuta, se non avessi toccato il fondo del tuo ultimo bisogno. Hai avuto bisogno, l'orgogliosa, di correre sotto la frusta, gridare, di chiedere pietà, di essere schernita, perduta, senza riparo, respinta da tuo marito. Dove saresti se, stasera, non avessi avuto la bontà di farti vedere l'"in pace" che ti preparavano nella torre? E' tardi, molto tardi, che vieni a me, e quando t'hanno chiamata "la vecchia". Giovane, non sei stata molto buona con me, col tuo piccolo folletto che ero, così premuroso nel servirti. Tocca a te ora (se ti voglio) servirmi e baciarmi i piedi.


Fosti mia dalla nascita per la tua malizia contenuta, per il tuo fascino diabolico. Ti ero amante e marito. Il tuo t'ha chiuso la porta. Io no. Io non chiudo la mia. Ti accolgo nei miei possedimenti, sulle mie libere praterie, nelle mie foreste. Che me ne viene? non sei nelle mie mani già da tanto? non t'ho invasa, posseduta, riempita della mia fiamma? Ho cambiato, sostituito il tuo sangue. Non c'è vena del tuo corpo in cui io non circoli. Neanche tu puoi sapere quanto mi sei sposa. Ma le nostre nozze non hanno ancora avuto tutti i crismi.


Ho dei princìpi, io, degli scrupoli. Siamo una cosa sola per sempre!" "Messere, nello stato in cui mi trovo, che posso dire? Oh, se l'ho sentito, fin troppo bene, che da tempo voi siete tutto il mio destino.


Mi avete maliziosamente accarezzata, esaudita, arricchita, per precipitarmi. Ieri, quando il nero levriero morse la mia povera nudità, i suoi denti bruciavano. Ho detto: è lui. La sera, quando quella Erodiade insozzò, atterrì la tavola, qualcuno si metteva in mezzo a far promettere il mio sangue. Voi." "Sì, ma sono io che t'ho salvata e t'ho fatta venire qui. Io ho fatto tutto, lo hai capito. Io t'ho perduta. E perché? Perché ti voglio tutta per me. Francamente, tuo marito mi annoiava. Tu temporeggiavi, mercanteggiavi. Io sono abituato altrimenti. Tutto o niente. Ecco perché ti ho un po' lavorata, messa in riga, ti ho cotta. al punto giusto, ti ho maturata per me. Vedi come sono raffinato. Io non prendo, come si crede, le tante anime sciocche che si darebbero.


Voglio anime elette, condite come si deve di furore e disperazione.


Vedi, non posso negarlo, come sei oggi, mi piaci; sei molto più bella; un'anima attraente. Ah, da quando ti amo. Ma oggi ho fame di te.


Farò le cose in grande. Non sono di quei mariti che fanno gli avari con la loro donna. Se non volessi che essere ricca, lo saresti all'istante. Se non volessi che essere regina, prendere il p