Marchese De Sade
JUSTINE
O
GLI INFORTUNI DELLA VIRTU'
Il trionfo della filosofia sarebbe di gettare luce sull'oscurità delle vie adoperate dalla provvidenza per raggiungere i fini che essa si propone sull'uomo, e da ciò tracciare qualche linea di condotta che possa far capire a questo sventurato individuo bipede (continuamente sballottato dai capricci dell'essere che, come si dice, lo guida con tanto dispotismo) il modo in cui si devono interpretare le decisioni prese nei suoi confronti da questa provvidenza e la strada che si deve seguire per prevenire i capricci bizzarri di quella fatalità alla quale si danno venti nomi diversi senza essere ancora riusciti a definirla compiutamente.
Se infatti, basandoci sulle nostre convenzioni sociali e senza mai deviare da quella venerazione che ci inculcarono nei loro confronti fin dalla più tenera età, disgraziatamente capita che, per la malvagità degli altri, non abbiamo tuttavia incontrato altro che spine, mentre i malvagi non raccoglievano che rose, uomini privi di un fondo di virtù tanto sperimentata da porsi al di sopra delle considerazioni derivate da tali tristi circostanze, non penseranno forse che sia più vantaggioso abbandonarsi alla corrente anziché resisterle, non diranno forse che la virtù per quanto bella sia, quando disgraziatamente diventa troppo debole per lottare contro il vizio, diventa il peggior partito che si possa prendere e che in un secolo completamente corrotto la cosa più sicura è fare come tutti gli altri? Un po' più smaliziati se si vuole, e abusando dei lumi acquisiti, non diranno forse con l'angelo Jesrad di "Zadig" che non c'è alcun male da cui non nasca un bene, non aggiungeranno a questo di loro iniziativa che, essendo la somma dei mali uguale a quella dei beni nella struttura imperfetta di questo mondo malvagio, è essenziale per il mantenimento dell'equilibrio che ci siano tanti buoni quanti sono i cattivi, e che di conseguenza diventa indifferente al piano generale che il tale o il talaltro sia di preferenza buono o cattivo; e, se la sfortuna perseguita la virtù e la prosperità accompagna quasi sempre il vizio, risultando la cosa indifferente dal punto di vista della natura, è infinitamente meglio porsi dalla parte dei malvagi che prosperano, che non tra i virtuosi che vanno in rovina? E' dunque importante prevenire tali pericolosi sofismi della filosofia, essenziale mostrare come gli esempi della virtù sventurata proposti a un'anima corrotta nella quale tuttavia restano ancora alcuni buoni principi, possano ricondurre quest'anima al bene con altrettanta efficacia che se le fossero state offerte, sempre sul cammino della virtù, le palme più brillanti e le più lusinghiere ricompense. E' senza dubbio crudele dubbio dover dipingere tutte le sventure che opprimono una donna dolce e sensibile, amante al sommo grado della virtù, e d'altro canto la fortuna più sfacciata in quella che la disprezza per tutta la vita; ma, se dalla rappresentazione dei due spettacoli scaturisse un bene, ci si potrà forse rimproverare di averli mostrati al pubblico? Si potranno avere dei rimorsi per avere stabilito un fatto, dal quale risulterà per il saggio che legge con profitto la lezione così utile della sottomissione agli ordini della provvidenza, una parziale rivelazione dei suoi più segreti enigmi e l'avvertimento fatale che spesso è per ricondurci ai nostri doveri che il cielo colpisce accanto a noi proprio quegli esseri che meglio sembravano avere adempiuto ai propri?
Tali sono i sentimenti che ci mettono la penna in mano, ed è in considerazione della loro buona fede che chiediamo ai nostri lettori un po' d'attenzione e di interesse per le disgrazie della triste e sventurata Justine.
La contessa di Lorsange era una di quelle sacerdotesse di Venere la cui fortuna è il risultato di un fisico incantevole, di una condotta molto licenziosa e di parecchia scaltrezza, e i cui titoli, per quanto pomposi siano, si trovano soltanto negli archivi di Citera, forgiati dall'impertinenza che li fa propri e avallati dalla sciocca credulità che li attribuisce. Bruna, piena di vitalità, un corpo ben fatto, occhi neri con un'espressione prodigiosa, spiritosa e soprattutto con quello scetticismo alla moda che, aggiungendo un po' di sale alle passioni, fa ricercare con molta più attenzione la donna in cui lo si avverte; costei aveva ricevuto nondimeno la più brillante educazione che si potesse immaginare; figlia di un grosso commerciante di via Saint- Honoré, era stata educata con una sorella più giovane di lei di tre anni in uno dei migliori conventi di Parigi, dove, fino all'età di quindici anni, nessun consiglio, nessun maestro, nessun buon libro, nessun talento le era stato negato. A quell'epoca, fatidica per la virtù di una fanciulla, tutto le venne a mancare da un giorno all'altro. Una spaventosa bancarotta precipitò suo padre in una situazione talmente crudele che tutto quello che egli poté fare per scampare a una sorte funesta, fu di recarsi immediatamente in Inghilterra, lasciando le figlie alla moglie che morì di dolore otto giorni dopo la partenza del marito. I pochi parenti rimasti stabilirono ciò che avrebbero fatto delle fanciulle, e poiché la loro eredità ammontava a circa cento scudi ciascuna, la decisione fu di aprire loro la porta, di dar loro ciò che gli spettava e di renderle padrone delle proprie azioni. La signora di Lorsange, che si chiamava allora Juliette e il cui carattere e personalità erano in sostanza quasi formati come a trent'anni, età che aveva all'epoca della storia che raccontiamo, non apparve sensibile che al piacere di essere libera, senza riflettere neppure un istante sui crudeli rovesci che spezzavano le sue catene. Quanto a Justine, sua sorella, che stava allora per compiere dodici anni, dal carattere cupo e malinconico, dotata di una tenerezza, di una sensibilità sorprendenti, non avendo al posto dell'indole e dell'astuzia della sorella che un'ingenuità, un candore, una buona fede che dovevano farla cadere in tante trappole, sentì tutto l'orrore della sua situazione. Questa giovinetta aveva una fisionomia completamente differente da quella di Juliette; quanto grandi erano l'artificio, il gusto per l'intrigo, e la civetteria che si scorgevano nei tratti dell'una, altrettanto evidenti erano il pudore, la delicatezza e la timidezza che si ammiravano nell'altra. Un'aria verginale, grandi occhi azzurri pieni d'interesse, una pelle splendente, una figura fine e flessibile, un tono di voce commovente, denti d'avorio e bei capelli biondi, tale è il ritratto di questa secondogenita affascinante, le cui grazie ingenue e i tratti deliziosi hanno un tocco troppo fine e delicato per poter essere descritti compiutamente da un pennello che si proponesse di riprodurli.
Furono date ventiquattr'ore a entrambe per andarsene dal convento, lasciando loro la cura di provvedere a se stesse con i cento scudi dove esse avessero voluto. Juliette, felice di essere padrona di se stessa, volle per un momento asciugare le lacrime di Justine, ma, vedendo che non ci sarebbe riuscita, si mise a rimproverarla invece di consolarla, le disse che era una sciocca e che con l'età e con il fisico che avevano, non c'erano esempi di giovani che morissero di fame; le ricordò la figlia di una loro vicina, che scappata dalla casa paterna, era attualmente mantenuta nel lusso da un appaltatore di imposte ed era molto ricca a Parigi. Justine ebbe orrore di questo esempio pernicioso, disse che avrebbe preferito morire piuttosto che seguirla e rifiutò con fermezza di andare ad abitare con sua sorella non appena la vide decisa al genere di vita abominevole di cui le faceva l'elogio.
Le due sorelle si separarono dunque senza alcuna promessa di rivedersi dal momento che i loro propositi erano così differenti.
Juliette che, come sosteneva, stava per diventare una gran dama, avrebbe forse acconsentito a rivedere una fanciulla le cui inclinazioni "virtuose" e meschine l'avrebbero disonorata, e dal lato suo Justine avrebbe voluto rischiare i suoi buoni costumi in compagnia di una creatura perversa che stava per diventare vittima della crapula e del pubblico vizio? Ciascuna dunque si arrangiò a modo suo e lasciò il convento fin dall'indomani così com'era stato stabilito.
Justine che da bambina era stata vezzeggiata dalla sarta di sua madre, pensò che quella donna sarebbe stata sensibile al suo destino; andò a trovarla, le raccontò la sua disgraziata situazione, le chiese lavoro e ne fu duramente respinta...
"Oh, cielo!" disse questa povera creatura, "è proprio necessario che il primo passo che faccio nel mondo mi conduca subito ai dispiaceri... questa donna un tempo mi voleva bene, perché dunque oggi mi respinge?... Ahimé, il fatto è che sono orfana e povera...
che non ho più risorse a questo mondo e che non si stimano le persone se non in funzione degli aiuti o dei benefici che ci si immagina di ottenere da loro." Justine, vedendo ciò, andò a trovare il curato della sua parrocchia, gli chiese alcuni consigli, ma il caritatevole ecclesiastico le rispose in modo equivoco che la parrocchia era sovraffollata, che era impossibile che lei potesse usufruire delle elemosine, che, se tuttavia avesse voluto servirlo, l'avrebbe alloggiata volentieri da lui; ma, siccome nel dire queste parole il santo uomo le aveva passato la mano sotto il mento dandole un bacio un po' troppo mondano per un uomo di chiesa, Justine, che aveva capito tutto, si ritrasse di scatto, dicendogli:
"Signore, io non vi chiedo né l'elemosina, né un posto da serva, da troppo poco tempo ho lasciato uno stato al di sopra di quello che può far chiedere con insistenza queste due grazie, per essere già ridotta a tanto; io vi chiedo i consigli di cui la mia giovinezza e la mia sventura hanno bisogno, e voi volete farmeli comprare con un delitto..." Il curato, furioso per queste parole, apre la porta, la caccia brutalmente, e Justine respinta per la seconda volta fin dal primo giorno in cui è condannata alla solitudine, entra in una casa dove vede un cartello, affitta una piccola camera ammobiliata, la paga in anticipo e si abbandona, se non altro a suo agio, alla disperazione che le ispirano la sua situazione e la crudeltà di quei pochi individui con cui la sua cattiva stella l'ha già costretta ad avere a che fare.
Il lettore ci consentirà di abbandonarla per qualche tempo in questo oscuro rifugio, per ritornare a Juliette e per conoscere nel modo più breve possibile come dal semplice stato dal quale la vediamo emergere, essa diventi in quindici anni una donna titolata, che possiede più di trentamila franchi di rendita, gioielli bellissimi, due o tre case sia in campagna che a Parigi, e, per il momento, il cuore, la ricchezza e la fiducia del signore di Corville, consigliere di Stato, uomo che godeva allora del più grande prestigio e in procinto di entrare nel ministero... Il cammino fu spinoso... non se ne può dubitare, è con il tirocinio più umiliante e più duro che quelle signorine fanno la loro strada, e qualcuna che oggi è nel letto di un principe, forse porta ancora sul suo corpo i segni umilianti della brutalità di quei libertini depravati, nelle cui mani la gettarono i suoi primi passi, la sua giovinezza e la sua inesperienza.
Uscendo dal convento, Juliette andò dritta e filata a trovare una donna di cui le aveva parlato un'amica del suo ambiente che aveva preso una brutta strada, e di cui aveva conservato l'indirizzo; ci arriva sfacciatamente col suo pacchetto sotto il braccio, un vestito di poco conto in disordine, la più graziosa figura del mondo e l'aria di una scolaretta, racconta la sua storia a quella donna, la supplica di proteggerla come aveva fatto qualche anno prima con la sua vecchia amica.
"Quanti anni avete, bambina mia?" le chiede la signora Du Buisson.
"Quindici tra qualche giorno, signora." "E mai nessuno..." "Oh no, signora, ve lo giuro." "Ma il fatto è che talvolta in questi conventi un cappellano...
una suora, una compagna... ho bisogno di prove sicure." "Non sta che a voi procurarvele, signora..." E la Du Buisson, inforcati un paio di occhiali e verificata l'esatta situazione delle cose, dice a Juliette:
"Ebbene, bambina mia, non avete che da rimanere qui, molta sottomissione ai miei consigli, una buona dose di compiacenza per i miei clienti, pulizia, economia, sincerità con me, buoni rapporti con le vostre compagne e furbizia con gli uomini, nel giro di qualche anno vi metterò in condizione di ritirarvi in una camera con un cassettone, una specchiera, una domestica, e l'arte che avrete acquisito da me vi darà modo di procurarvi il resto." La Du Buisson s'impadronì del pacchetto di Juliette, le chiese se non avesse denaro e, avendo quest'ultima confessato candidamente di avere cento scudi, la cara mammina se ne appropriò assicurando alla sua giovane allieva che avrebbe investito quel gruzzolo a suo profitto, ma che non occorreva che una giovinetta avesse del denaro... era un mezzo per far del male e, in un secolo così corrotto, una giovane saggia e bennata doveva evitare con cura tutto ciò che avrebbe potuto farla cadere in qualche trappola.
Terminato il sermone, la nuova venuta fu presentata alle sue compagne, le indicarono la sua stanza nella casa e dall'indomani, le sue primizie furono in vendita; in quattro mesi, la stessa merce venne successivamente venduta a ottanta persone che la pagarono tutte come nuova, e solo alla fine di questo spinoso noviziato Juliette ebbe il diploma di suora conversa. Da quel momento fu realmente considerata come giovane della casa e ne condivise le libidinose fatiche... ulteriore noviziato; se nel primo, eccettuata qualche deroga, Juliette aveva servito la natura, ne dimenticò le leggi nel secondo: stranezze criminali, turpi piaceri, sorde e abiette dissolutezze, gusti scandalosi e bizzarri, originalità umilianti, e tutto questo frutto, da un lato, del desiderio di godere senza mettere a repentaglio la sua salute, e, dall'altro, di una dannosa sazietà che, fiaccando l'immaginazione, non le permette più di schiudersi se non agli eccessi, e di appagarsi se non di dissoluzioni... Juliette corruppe interamente i suoi costumi in questa seconda scuola e le vittorie che vide conquistate dal vizio degradarono completamente la sua anima; si accorse che, nata per il crimine, doveva almeno far le cose in grande e rinunciare a languire in uno stato subalterno che, facendole commettere le stesse colpe e avvilendola nello stesso modo, non le procurava nemmeno lontanamente lo stesso profitto. Piacque a un vecchio signore assai dissoluto che inizialmente l'aveva fatta venire solo per l'avventura di un quarto d'ora, ebbe l'arte di farsi mantenere splendidamente e comparve infine agli spettacoli, alle passeggiate al fianco dei notabili dell'ordine di Citera; la si guardò, la si citò, la si invidiò e la briccona fu così abile che nel giro di quattro anni rovinò tre uomini, il più povero dei quali aveva centomila scudi di rendita. Non ci fu bisogno d'altro per farsi una reputazione; la cecità della gente di mondo è tale, che, più una di queste disgraziate ha dimostrato la sua disonestà, più si è invogliati a entrare a far parte della schiera dei suoi spasimanti; pare che il grado del suo avvilimento e della sua corruzione diventi la misura dei sentimenti che si osa ostentare nei suoi confronti.
Juliette stava per compiere vent'anni quando un certo conte di Lorsange, gentiluomo angioino di circa quarant'anni, si innamorò a tal punto di lei, che decise di darle il suo nome non essendo abbastanza ricco per mantenerla; le assegnò dodicimila franchi di rendita, le assicurò il resto della fortuna che ammontava a otto, se fosse morto prima di lei, le diede una casa, dei servitori, un blasone, e una tale reputazione in società che in due o tre anni essa arrivò a far dimenticare i suoi esordi. Fu a questo punto che la sciagurata Juliette, dimenticando tutti i sentimenti della sua nascita onesta e della sua buona educazione, traviata da cattive letture e da cattivi consigli, ansiosa di godere da sola, di avere un nome, e nessuna catena, osò abbandonarsi al criminoso pensiero di abbreviare i giorni di suo marito. Disgraziatamente essa concepì ed eseguì questo progetto con sufficiente segretezza tanto da mettersi al sicuro da ogni possibilità di incriminazione e da seppellire, con il marito che la ostacolava, tutte le tracce del suo abominevole delitto.
Tornata libera e contessa, la signora di Lorsange riprese le sue antiche abitudini, ma, credendosi ormai qualcuno nella società, ci mise un po' più di decenza; non era più una giovane mantenuta, ma una ricca vedova che offriva graziose cenette, in casa della quale tutta la città e tutta la corte erano fin troppo liete di essere ammesse, e che cionondimeno si faceva portare a letto per duecento luigi e si vendeva per cinquecento al mese. Fino a ventisei anni fece ancora brillanti conquiste, rovinò tre ambasciatori, quattro appaltatori di imposte, due vescovi e tre cavalieri dell'ordine del re, e, dal momento che è raro fermarsi dopo un primo delitto, soprattutto quando è andato a buon porto, Juliette, la sciagurata e colpevole Juliette, si macchiò di due nuovi crimini simili al primo, l'uno per derubare uno dei suoi amanti che le aveva affidato all'insaputa della famiglia una somma considerevole che la signora di Lorsange poté mettere al sicuro grazie a quest'odioso delitto; l'altro per avere più rapidamente un legato di centomila franchi, che uno dei suoi adoratori aveva registrato nel testamento in suo favore a nome di una terza persona che le avrebbe poi restituito la somma dietro una piccola ricompensa. A questi orrori, la signora di Lorsange aggiunse due o tre infanticidi; la paura di rovinare la sua bella figura, il desiderio di nascondere un doppio intrigo, tutto le fece prendere la decisione di abortire più volte, e questi delitti, ignorati come gli altri, non impedirono a questa creatura scaltra e ambiziosa di trovare ogni giorno nuove vittime e di ingrossare continuamente il patrimonio accumulando delitti su delitti. E' purtroppo vero che la prosperità può accompagnare il crimine e che proprio nel disordine e nella corruzione più meditata, tutto ciò che gli uomini chiamano felicità può indorare il corso della vita; ma che questa crudele e fatale verità non allarmi, che l'altra verità, di cui stiamo adesso per fornire un terribile esempio, della sventura che al contrario perseguita ovunque la virtù, non tormenti ulteriormente il cuore delle persone oneste. La fortuna che accompagna il crimine è solo apparente; a prescindere dalla provvidenza che deve necessariamente punire tali successi, il colpevole nutre in fondo al cuore un verme che, rodendolo senza tregua, gli impedisce di gioire di questo barlume di felicità che lo circonda e gli lascia invece il ricordo straziante dei delitti che gliel'hanno procurata. Riguardo alla sventura che tormenta la virtù, lo sfortunato perseguitato dalla sorte ha la sua coscienza per consolazione, e le gioie segrete che gli derivano dalla sua purezza lo compensano ben presto dell'ingiustizia degli uomini.
Tale era dunque la situazione della signora di Lorsange quando il signore di Corville, uomo di cinquant'anni e che godeva del credito che abbiamo descritto qui sopra, decise di sacrificarsi completamente per questa donna e di legarla saldamente a sé. Fosse cautela, fosse abilità, fosse saggezza da parte della signora di Lorsange, egli c'era riuscito e già da quattro anni viveva con lei come se fosse sua moglie legittima, quando l'acquisto di una bellissima proprietà nei pressi di Montargis li convinse a trascorrerci qualche mese dell'estate. Una sera del mese di giugno in cui, approfittando del bel tempo, erano andati a piedi fino alla città; troppo stanchi per poter ritornare al castello allo stesso modo, erano entrati nell'albergo dove si ferma la diligenza di Lione, per mandare di qui un uomo a cavallo che cercasse una vettura al castello; si riposavano in una sala bassa e fresca che guardava sul cortile quando la diligenza di cui abbiamo appena parlato giunse alla locanda. E' un divertimento naturale guardare i viaggiatori; non c'è nessuno che in un attimo di ozio non pensi di occuparlo con una distrazione del genere quando essa gli si presenti. La signora di Lorsange si alzò, il suo amante la seguì e videro entrare nell'albergo la comitiva di viaggiatori. Sembrava che non ci fosse più nessuno nella vettura quando un cavaliere della gendarmeria, scendendo dall'imperiale, ricevette tra le braccia, da uno dei suoi compagni ugualmente rannicchiati nello stesso posto, una giovane di circa ventisei o ventisette anni, avvolta in una mantelletta di cotone sdruscita e legata come una criminale. Al grido d'orrore e di sorpresa che sfuggì alla signora di Lorsange, la fanciulla si volse e lasciò vedere dei tratti così dolci e così delicati, una figura così esile e aggraziata, che il signore di Corville e la sua amante non poterono trattenersi dal provare interesse per questa miserabile creatura. Il signore di Corville si avvicina e chiede a uno dei cavalieri che cosa avesse fatto quella sventurata.
"In fede mia, signore," risponde il gendarme, "la si accusa di tre o quattro delitti molto gravi; si tratta di furto, di assassinio e incendio, ma vi confesso che il mio compagno e io non abbiamo mai scortato un criminale con altrettanta ripugnanza; è la creatura più dolce e, sembra, la più onesta..." "Ah, ah," disse il signore di Corville, "non potrebbe essere una di quelle solite cantonate che capitano nei tribunali di provincia? Dove è stato commesso il delitto?".
"In una locanda a tre leghe da Lione; è a Lione che è stata giudicata, va a Parigi per la conferma della sentenza e tornerà a Lione per essere giustiziata." La signora di Lorsange che si era avvicinata e aveva udito il racconto, manifestò a bassa voce al signore di Corville il suo desiderio di sentire dalla bocca di quella giovane la storia delle sue disgrazie e il signore di Corville che aveva anch'egli lo stesso desiderio, ne fece richiesta ai sorveglianti di quella giovane, facendosi riconoscere da loro; essi non si opposero, si decise che bisognava passare la notte a Montargis, si chiese un appartamento comodo vicino al quale ce ne fosse uno per i cavalieri. Il signore di Corville rispose della prigioniera, la slegarono, essa passò nell'appartamento del signore di Corville e della signora di Lorsange, le guardie cenarono e si coricarono lì vicino, e, dopo che fu fatto prendere un po' di cibo a quella sventurata, la signora di Lorsange, che non si poteva trattenere dal provare il più vivo interesse per lei e che senza dubbio diceva a se stessa: "Questa povera creatura, forse innocente, è trattata come una criminale, mentre tutto si svolge felicemente intorno a me, a me che sono sicuramente molto più criminale di lei", la signora di Lorsange, dico, non appena vide quella giovane un po' rinfrancata, un po' consolata dalle carezze che le si facevano e dall'interesse che le si mostrava, la persuase a raccontare in seguito a quali fatti lei che aveva un'aria così onesta e così saggia, si trovasse in una situazione tanto tragica.
"Raccontarvi la storia della mia vita, signora," disse la bella sventurata rivolgendosi alla contessa, "significa offrirvi l'esempio più sorprendente delle sventure alle quali va soggetta l'innocenza. Significa accusare la provvidenza, lamentarsene, compiere quasi un crimine e io non oso..." Delle lacrime sgorgarono allora copiose dagli occhi di quella povera giovane. Dopo aver dato loro corso per un un attimo, cominciò dunque il suo racconto con queste parole:
"Permettetemi di nascondere il mio nome; la mia nascita, signora, senza essere illustre, è onesta. Io non ero destinata all'umiliazione da cui proviene la maggior parte delle mie disgrazie. Persi i miei genitori giovanissima, credetti con quel poco che mi avevano lasciato di potermi aspettare una sistemazione onesta, e, rifiutando costantemente quelle che non lo erano, consumai senza accorgermene il poco che mi era toccato; più diventavo povera, più ero disprezzata; più avevo bisogno di aiuto, meno speravo di ottenerlo o più me ne erano offerti di indegni e ignominiosi. Di tutte le sofferenze che provai in questa disgraziata situazione, di tutte le proposte orribili che mi furono fatte, vi citerò solo quanto mi capitò in casa del signor Dubourg, uno dei più ricchi finanzieri della capitale. Mi avevano indirizzato a lui come a uno degli uomini il cui prestigio e la cui ricchezza potevano senza dubbio addolcire la mia sorte, ma chi mi aveva dato questo consiglio, o voleva ingannarmi, o non conosceva la durezza d'animo di quest'uomo e la depravazione dei suoi costumi. Dopo aver aspettato due ore in anticamera, infine mi si fece entrare; il signor Dubourg, uomo di circa quarantacinque anni, si era appena alzato dal letto, avvolto in una veste da camera svolazzante che nascondeva appena il suo disordine; stavano per pettinarlo, fece uscire il suo cameriere e mi chiese che cosa volessi da lui.
- Ahimé, signore, - gli risposi - sono una povera orfanella che non ha ancora compiuto quattordici anni e che conosce già tutte le sfumature della sventura. - Allora gli raccontai le mie disgrazie, la difficoltà di trovare una sistemazione, la sfortuna che avevo avuto di consumare quel poco che possedevo nel cercarne una, i rifiuti subiti, la stessa difficoltà di trovar lavoro o in una bottega o anche a domicilio, e la speranza che lui mi potesse aiutare a trovare i mezzi per vivere.
Dopo avermi ascoltata con una certa attenzione, il signor Dubourg mi chiese se ero sempre stata onesta.
- Non sarei né così povera né così inguaiata, signore, - gli risposi - se avessi voluto smettere di esserlo.
- Bambina mia, - mi disse a questo punto - e a che titolo pretendete che l'opulenza vi venga in aiuto, se voi non la servite in nulla?
- Servire, signore, non chiedo che questo.
- I servizi di una bambina come voi sono poco utili in una casa, non intendo parlare di questo, non avete né l'età né il fisico per fare il tipo di lavoro che mi chiedete, ma potete con un rigorismo meno ridicolo aspirare a una sistemazione onorevole presso tutti i libertini. Ed è proprio là che dovete tendere; questa virtù di cui fate tutto questo sfoggio, non serve a niente nel mondo, avete un bel metterla in mostra, non ne ricaverete un fico secco. Gente come noi che fa già tanto quando fa l'elemosina, vale a dire una delle cose cui meno ci dedichiamo e che più ci ripugna, vuole essere compensata del danaro che sborsa di tasca propria, e che cosa può offrire una giovinetta come voi per sdebitarsi di questi aiuti, se non l'abbandono più totale a tutto ciò che si ritenga di esigere da lei?
- Oh, signore, non ci sono più dunque né carità, né sentimenti onesti nel cuore degli uomini?
- Molto pochi, bambina mia, molto pochi. Ci si è ravveduti dalla mania di fare favori gratuitamente agli altri; l'amor proprio ne era forse per un attimo lusingato, ma, dal momento che niente è così chimerico e così fugace come i suoi piaceri, se ne sono voluti dei più concreti e si è capito che con una fanciulla come voi per esempio, sarebbe infinitamente meglio avere in cambio del proprio aiuto tutti i godimenti che può dare il libertinaggio, piuttosto che inorgoglirsi di averle fatto l'elemosina. La reputazione di un uomo liberale, caritatevole, generoso non vale, secondo me, la più piccola delle sensazioni derivanti dal godimento che potete darmi, ragion per cui, d'accordo con quasi tutte le persone che hanno le mie inclinazioni e la mia stessa età, voi riterrete giusto, bambina mia, che io vi aiuti in misura proporzionale alla vostra obbedienza nei confronti di tutto ciò che deciderò di chiedervi.
- Che durezza, signore, che durezza! Credete che il cielo non vi punirà?
- Sappi, piccola novizia, che il cielo è la cosa che meno ci interessa al mondo; che quel che noi facciamo sulla terra, gli piaccia o no, è la cosa che ci preoccupa meno al mondo; troppo sicuri del suo limitato potere sugli uomini, noi lo affrontiamo ogni giorno senza tremare e le nostre passioni non hanno un vero fascino per noi, se non quando trasgrediscono integralmente le sue intenzioni o almeno quelle che gli stolti ci assicurano essere le sue intenzioni, ma che sono in fin dei conti soltanto l'illusoria catena la cui impostura ha voluto legare le persone più forti.
- Eh, signore, con tali principi, è necessario dunque che lo sventurato perisca.
- Che importanza ha? Ci sono più sudditi del necessario in Francia; il governo che vede le cose in grande, si interessa molto poco dei singoli individui, purché la macchina vada avanti.
- Ma credete che dei fanciulli rispettino i loro padri quando ne sono maltrattati?
- A che serve, a un padre che ha troppi figli, l'amore di quelli che non gli sono di nessun aiuto?
- Sarebbe dunque meglio che fossimo soffocati nel nascere.
- Press'a poco, ma lasciamo da parte questa politica di cui tu non devi capire niente. Perché lamentarsi della sorte che non dipende se non da noi di dominare?
- A che prezzo, giusto cielo!
- Al prezzo di una chimera, di una cosa che ha solo il valore che il vostro orgoglio le attribuisce... Ma lasciamo da parte anche questo problema e occupiamoci di quel che ci riguarda in questo momento. Voi date una grande importanza a questa chimera, vero, e io molto poca, ragion per cui ve la lascio; i doveri che vi imporrò e per i quali riceverete una retribuzione equa, senza essere eccessiva, saranno di tutt'altro tipo. Vi metterò con la mia governante, la servirete e ogni mattina davanti a me, sia questa donna sia il mio cameriere vi sottoporranno...
Oh signora, come spiegarvi questa esecrabile proposta? troppo umiliata nel sentirmela fare, stordita, per così dire, nel momento in cui si pronunciavano le parole... troppo vergognosa per ripeterle, la vostra bontà vorrà supplirvi... il crudele mi aveva citato i sommi sacerdoti, e io dovevo esserne la vittima...
- Ecco tutto ciò che posso fare per voi, bambina mia, - continuò quest'uomo rozzo alzandosi con indecenza - e ancora per questa cerimonia, sempre molto lunga e molto spinosa, vi prometto di mantenervi solo due anni. Ne avete quattordici; a sedici sarete libera di cercare fortuna altrove, e fino a quel momento sarete vestita, nutrita e riceverete un luigi al mese. E' molto conveniente, non ho mai dato tanto a quella che rimpiazzerete; è pur vero che non aveva come voi questa virtù intatta alla quale date gran peso e che io stimo, come vedete, circa cinquanta scudi all'anno, somma superiore a quanto riscuoteva quella che vi ha preceduto. Rifletteteci bene dunque, pensate soprattutto alla situazione di miseria dalla quale vi prendo, considerate che nel disgraziato paese dove siete è necessario che quelli che non hanno di che vivere soffrano per guadagnarselo, che voi soffrirete come loro, ne convengo, ma guadagnerete molto di più della maggior parte delle persone che si trovano nelle vostre condizioni.
Le indegne proposte di quel mostro avevano eccitato le sue passioni, mi afferrò brutalmente per il bavero del vestito e mi disse che, questa prima volta, mi avrebbe mostrato lui stesso di che cosa si trattava... Ma la mia sventura mi diede coraggio e forze, riuscii a svincolarmi da lui, e slanciandomi verso la porta:
- Uomo odioso, - gli dissi fuggendo - possa il cielo che tu offendi così crudelmente punirti un giorno come meriti per la tua abominevole barbarie; tu non sei degno né delle ricchezze di cui fai un così sporco uso, né dell'aria stessa che respiri in un mondo insozzato dalla tua ferocia.
Ritornai mestamente a casa, tutta assorta in questi pensieri tristi e cupi, prodotto fatale della crudeltà e della corruzione degli uomini, quando un raggio di fortuna sembrò brillare per un istante ai miei occhi. La donna da cui abitavo e che conosceva le mie disgrazie, mi venne a dire che aveva finalmente trovato una casa dove mi avrebbero accolto con piacere purché mi comportassi bene.
- Oh cielo, signora, - le risposi abbracciandola con trasporto - è la condizione che porrei io stessa, figuratevi se non l'accetto con piacere.
L'uomo che dovevo servire era un vecchio usuraio che si diceva si fosse arricchito non soltanto prestando su pegno, ma pure derubando impunemente gli altri ogni volta che riteneva di poterlo fare senza rischi. Abitava in via Quincampoix, al primo piano, con una vecchia amante che chiamava moglie e che era malvagia almeno quanto lui.
- Sofia, - mi disse quell'avaro - o Sofia, - era il nome che mi ero data per nascondere il mio - la prima virtù necessaria in questa casa è l'onestà... se mai rubaste qui la decima parte di un denaro, io vi farei appendere per il collo, sapete, Sofia, ma appendere fino a che non possiate più scamparne. Se mia moglie e io godiamo di un po' di benessere nella nostra vecchiaia, è a causa del nostro lavoro indefesso e della nostra assoluta sobrietà... Mangiate molto, bambina mia?
- Qualche oncia di pane al giorno, signore, - gli risposi - dell'acqua e un po' di minestra quando sono così fortunata da trovarne.
- Minestra, perbacco, minestra... Guardate, amica mia, - disse il vecchio avaro alla sua donna - gemete dei progressi del lusso. E' quasi un anno che questa cerca lavoro, è un anno che questa muore di fame, e vuole mangiare minestra. A stento lo facciamo noi, una volta ogni domenica, noi che lavoriamo come forzati da quarant'anni. Avrete tre once di pane al giorno, figlia mia, una mezza bottiglia d'acqua di fonte, un vecchio vestito di mia moglie ogni diciotto mesi per farvi le sottane e tre scudi di paga alla fine dell'anno se siamo contenti dei vostri servizi, se la vostra parsimonia corrisponde alla nostra e se, con ordine e oculatezza, riuscite a far prosperare un po' la casa. Il servizio a casa nostra è cosa da poco, siete sola, si tratta di lucidare e pulire tre volte alla settimana quest'appartamento di sei stanze, di rifare il letto di mia moglie e il mio, di rispondere alla porta, di incipriare la mia parrucca, di pettinare mia moglie, di curare il cane, il gatto e il pappagallo, di badare alla cucina, di lavare le stoviglie usate e anche quelle non usate, di aiutare mia moglie quando ci prepara un boccone da mangiare, e di impiegare il resto del giorno a cucire biancheria, calze, cuffie e a fare altri piccoli lavori domestici. Vedete che non è niente, Sofia, vi resterà molto tempo per voi, vi permetteremo di usarlo nel vostro interesse e di cucire anche la biancheria per il vostro uso personale e i vestiti di cui avrete bisogno.
Immaginate certamente, signora, che bisognava essere nella situazione di miseria in cui mi trovavo per accettare un simile posto; non solo c'era infinitamente più lavoro di quanto la mia età e le mie forze mi consentissero, ma era mai possibile che riuscissi a vivere con ciò che mi si offriva? Tuttavia mi guardai bene dal fare la difficile e venni assunta la sera stessa.
Se la crudele situazione in cui mi trovo, signora, mi consentisse di pensare a divertirvi per un istante mentre devo pensare solo a commuovere la vostra anima in mio favore, oso credere che vi farei ridere nel raccontarvi tutti gli episodi di avarizia dei quali fui testimone in quella casa; tuttavia una così grave catastrofe mi attendeva fin dal secondo anno delle mie avventure, che mi è molto difficile, quando ci penso, offrirvi qualche dettaglio divertente prima di intrattenervi su quelle terribili disgrazie. Dovete sapere tuttavia, signora, che non si accendevano mai lumi in quella casa; l'appartamento del padrone e della padrona, fortunatamente posto di fronte al riverbero della strada, li dispensava dall'aver bisogno d'altro aiuto e mai nessun'altra luce serviva loro per andare a letto. Non usavano affatto biancheria, c'era nelle maniche del vestito del signore, come in quelle dell'abito della signora, un vecchio paio di polsini cuciti alla stoffa e che lavavo tutti i sabati sera affinché fossero in ordine la domenica; niente tovaglie, niente tovaglioli e tutto questo per evitare il bucato, attività domestica molto costosa, sosteneva il signore Du Harpin, il mio rispettabile padrone. Non si beveva mai vino da lui, l'acqua fresca era, diceva la signora Du Harpin, la bevanda naturale di cui si erano serviti i primi uomini, e la sola che ci consigli la natura; ogni volta che si affettava del pane, si metteva sotto un cesto per raccogliere ciò che cadeva, ci si aggiungevano poi metodicamente tutte le altre briciole che si facevano durante i pasti, e tutto questo veniva fritto la domenica con un po' di burro rancido come il piatto forte del giorno di riposo. Non bisognava mai battere gli abiti né i mobili, per paura di consumarli, ma spolverarli leggermente con un piumino; le scarpe del signore e della signora erano rinforzate con lamine di ferro ed entrambi i consorti conservavano ancora con venerazione il paio che gli era servito il giorno delle nozze; tuttavia un servizio ancora più bizzarro era quello a cui mi sottoponevano con regolarità una volta la settimana. C'era nell'appartamento un ripostiglio abbastanza grande i cui muri non erano tappezzati; bisognava che con un coltello io andassi a raschiare una certa quantità di gesso dai muri, che passavo subito in un setaccio fine, e ciò che ricavavo da questa operazione diventava la cipria con la quale acconciavo ogni mattina la parrucca del signore e la crocchia della signora. Piacesse a Dio che queste meschinità fossero state le sole alle quali si abbandonavano questi esseri volgari; se non c'è nulla di più naturale del desiderio di conservare i propri beni, non si può dire che lo sia altrettanto la voglia di accrescerli con quelli degli altri e non ci volle molto per accorgermi che era proprio in questo modo che il signore Du Harpin era diventato così ricco. Abitava sopra di noi una persona molto agiata, che possedeva molti bei gioielli e i cui beni, per il fatto di essere vicini di casa o forse perché li aveva avuti tra le mani, erano ben noti al mio padrone. Spesso lo sentii recriminare con sua moglie su una certa scatola d'oro del valore di trenta o quaranta luigi, di cui sarebbe diventato certamente il proprietario, diceva, se il suo procuratore fosse stato un po' più furbo; per consolarsi di aver dovuto rendere quella scatola, l'onesto signore Du Harpin progettò infine di rubarla e fui io a essere incaricata dell'affare.
Dopo avermi fatto un gran discorso sulla scarsa importanza del furto, sull'utilità stessa che aveva nella società perché ne ristabiliva l'equilibrio rotto dalla disparità delle ricchezze, il signore Du Harpin mi consegnò una chiave falsa, mi assicurò che era quella dell'appartamento del vicino, che avrei trovato la scatola in uno stipo aperto, che avrei potuto prenderla senza alcun pericolo e che per un servizio così importante si sarebbe fatto carico di corrispondermi nel giro di due anni uno scudo in più sul mio salario.
- Oh signore, - gridai - è possibile che un padrone osi corrompere a tal punto un domestico? chi mi impedisce di rivolgere contro di voi le armi che mi mettete in mano e quali argomenti potreste obiettarmi se vi derubassi in base ai vostri stessi principi?
Il signore Du Harpin, molto stupito della mia risposta, non osando insistere, ma serbando un rancore segreto, mi disse che faceva così per mettermi alla prova, che ero molto fortunata di aver resistito a quella proposta insidiosa da parte sua e che sarei finita sulla forca se avessi accettato. Mi accontentai di questa risposta, ma mi resi conto fin da allora delle disgrazie che mi sarebbero toccate in seguito a tale proposta, e dell'errore che avevo commesso nel rispondere in modo così categorico. Comunque sia, non si sarebbe potuta trovare una via di mezzo: o commettere risolutamente il crimine di cui mi si parlava, o rifiutare con altrettanta durezza la proposta; con una maggiore esperienza avrei lasciato la casa immediatamente, ma era scritto nel libro del mio destino che ogni azione onesta suggeritami dal mio carattere, avrebbe dovuto essere pagata con la sventura, dovevo dunque subire la mia sorte senza potervi sfuggire.
Il signore Du Harpin lasciò passare quasi un mese, vale a dire press'a poco il periodo del compimento del secondo anno di soggiorno a casa sua, senza dire parola e senza lasciar trapelare il minimo risentimento per il rifiuto che gli avevo opposto, quando una sera, appena finiti i miei lavori, essendomi ritirata nella mia camera per godermi qualche ora di riposo, sentii all'improvviso sfondare la porta verso l'interno e vidi non senza spavento il signore Du Harpin che conduceva un commissario e quattro soldati del corpo di guardia verso il mio letto.
- Fate il vostro dovere, signore, - disse all'uomo della giustizia - questa disgraziata mi ha rubato un diamante del valore di mille scudi, lo troverete nella sua camera o su di lei, è inevitabile.
- Io avervi derubato, signore, - dissi buttandomi giù dal letto tutta tremante - io, signore? Ah, chi sa più di voi quanto una simile azione mi ripugni e quanto sia impossibile che io l'abbia commessa!
Ma il signore Du Harpin facendo molto rumore, perché le mie parole non fossero udite, gridò che si procedesse alla perquisizione, e il disgraziato anello fu trovato in uno dei miei materassi. Di fronte a prove così inoppugnabili non potevo replicare, fui immediatamente afferrata, incatenata e condotta ignominiosamente nella prigione del palazzo di giustizia, senza che mi fosse permesso di pronunciare una sola parola di ciò che potevo dire in mia difesa.
Il processo di una sventurata che non ha né un nome né appoggi, è presto fatto in Francia. Si crede che la virtù sia incompatibile con la miseria, e la sventura nei nostri tribunali è una prova decisiva contro l'accusato; un'ingiusta prevenzione fa credere che colui che avrebbe dovuto commettere il crimine, l'abbia veramente commesso, i sentimenti si misurano in base alla condizione in cui ci si trova, e, nel caso che titoli o fortuna non provino che siete una persona onesta, ne viene immediatamente dimostrata l'impossibilità che voi siate appunto una persona onesta. Ebbi un bel difendermi, ebbi un bel fornire i migliori elementi di prova all'avvocato d'ufficio che mi avevano assegnato sul momento, il mio padrone mi accusava, il diamante era stato trovato nella mia camera, era chiaro che l'avevo rubato. Quando volli parlare dell'orribile proposta del signore Du Harpin e provare che la disgrazia che mi toccava non era che la conseguenza della sua vendetta e del desiderio di disfarsi di una creatura che, essendo in possesso del suo segreto, diventava automaticamente padrona della sua reputazione, tacciarono questa denuncia di diffamazione e mi dissero che il signore Du Harpin era conosciuto da quarant'anni come un uomo integro e incapace di simili orrori; pertanto mi vidi sul punto di pagare con la vita il rifiuto di partecipare a un delitto, quando un avvenimento inatteso mi fece riconquistare la libertà, ma mi rigettò anche nelle sventure che mi aspettavano ancora nel mondo.
Una donna di quarant'anni che si faceva chiamare Dubois, famosa per delitti di ogni sorta, si trovava anche lei alla vigilia dell'esecuzione capitale, almeno più meritata della mia, dal momento che i suoi delitti erano accertati, mentre dei miei non se ne era trovato neppure uno. Avevo ispirato a quella donna una specie di simpatia; una sera, pochi giorni prima che entrambe dovessimo essere giustiziate, mi disse di non andare a letto, ma di stare vicino a lei senza dar nell'occhio, il più vicino possibile alle porte della prigione.
- Tra mezzanotte e l'una, - proseguì quella miserabile fortunata - il fuoco invaderà l'edificio... è il risultato dei miei piani, forse qualcuno morirà bruciato, poco importa, sicuramente noi ci salveremo; tre uomini, miei complici e amici, si uniranno a noi e io ti garantisco la libertà.
La mano del cielo che aveva punito in me l'innocenza, si mise al servizio del crimine nella mia protettrice, il fuoco divampò, l'incendio fu orribile, dieci persone morirono carbonizzate, ma noi ci salvammo; lo stesso giorno raggiungemmo la capanna di un bracconiere della foresta di Bondy, un tipo di furfante di specie diversa, ma intimo amico dei componenti della nostra banda.
- Eccoti libera, mia cara Sofia, - mi disse allora la Dubois - puoi scegliere adesso il tipo di vita che ti piace, ma se posso darti un consiglio, rinuncia alla pratica della virtù, che, come vedi, non ti è mai riuscita; uno scrupolo inopportuno ti ha condotta ai piedi del patibolo, un delitto odioso ti salva; pensa a che cosa serve il bene nel mondo, e se vale la pena di immolarsi per esso. Tu sei giovane e graziosa, farò la tua fortuna a Bruxelles se vuoi; io vado là, è la mia città; nel giro di due anni ti farò raggiungere l'apice, ma ti avverto che non ti condurrò alla fortuna attraverso la porta stretta della virtù; bisogna fare alla tua età più di un mestiere e servirsi di più di un intrigo, se si vuole percorrere in fretta la propria strada...
Tu mi capisci, Sofia... tu mi capisci, decidi dunque in fretta, perché dobbiamo fuggire, non possiamo stare qui al sicuro se non per poche ore.
- Oh, signora, - dissi alla mia benefattrice - ho grandi obblighi nei vostri confronti, mi avete salvato la vita, sono senza dubbio disperata di non doverla che a un delitto e potete essere più che certa che, se avessi dovuto parteciparvi, avrei preferito morire piuttosto che commetterlo. So molto bene quali pericoli ho corso per essermi abbandonata ai sentimenti onesti che sempre sbocceranno nel mio cuore, ma quali che siano le spine della virtù, le preferirò sempre ai falsi splendori della prosperità, pericolosi benefici che accompagnano per un attimo il delitto. Ho in me una fede religiosa che grazie al cielo non mi abbandonerà mai. Se la provvidenza mi rende penoso il corso della vita, lo fa per ricompensarmi più ampiamente in un mondo migliore; questa speranza mi consola, addolcisce i miei dolori, placa le mie lacrime, mi fortifica nell'avversità e mi fa affrontare tutti i mali che la provvidenza deciderà di inviarmi. Questa gioia si spegnerebbe subito nel mio cuore, se lo macchiassi con il delitto, e assieme alla paura di conseguenze ancora più terribili in questo mondo, avrei di fronte a me lo spettacolo spaventoso dei patimenti che la giustizia celeste riserva nell'aldilà a quelli che la offendono.
- Ecco dei sistemi assurdi che ti porteranno presto all'ospizio dei poveri, figlia mia - disse la Dubois aggrottando le sopracciglia. - Credimi, lascia perdere la giustizia celeste, i tuoi patimenti o le tue ricompense future, tutto questo è bene dimenticarlo quando si esce da scuola, oppure rischia di far morire di fame quelli che hanno la follia di crederci, una volta che ne sono usciti. La durezza dei ricchi legittima la disonestà dei poveri, bambina mia; che la loro borsa si apra ai nostri bisogni, che l'umanità regni nei loro cuori, e le virtù potranno abitare nei nostri; ma, finché la nostra disgrazia, la nostra pazienza nel sopportarla, la nostra buona fede, la nostra sottomissione non serviranno che a rinforzare le nostre catene, i nostri delitti diventeranno opera loro e saremmo molto ingenui se dovessimo rifiutarceli per ridurre anche di poco il peso del giogo che ci impongono. La natura ci ha fatto nascere tutti uguali, Sofia; se la sorte si diverte a mescolare le carte di questo primo disegno delle leggi generali, sta a noi correggerne i capricci, e riparare con la nostra avvedutezza le usurpazioni dei più forti...
Mi piace sentirli, questi ricchi, questi giudici, questi magistrati, mi piace vederli predicare a noi la virtù; guarda quant'è difficile astenersi dal furto, quando si ha tre volte più del necessario, per vivere, quant'è difficile non architettare mai omicidi, quando si è circondati solo da adulatori e da schiavi sottomessi, quanto è faticoso in verità essere temperanti e sobri, quando si è inebriati dalla voluttà e circondati dai cibi più succulenti, quanta fatica fanno quelle persone a essere sincere, visto che non hanno alcun interesse per mentire. Ma noi, Sofia, noi che questa provvidenza barbara di cui hai la follia di fare il tuo idolo, ha condannato a strisciare sulla terra come il serpente nell'erba, noi che siamo guardati con disprezzo, perché siamo poveri, che siamo umiliati perché siamo deboli, noi che, infine, non incontriamo sulla terra che fiele e rovi, tu vuoi forse che ci asteniamo dal delitto, quando solo la sua mano ci apre la porta della vita, ci nutre, ci conserva, o ci impedisce di perderla; tu vuoi che noi, eternamente sottomessi e umiliati, mentre quella classe che ci opprime ha per sé tutti i favori della fortuna, tu vuoi che noi abbiamo soltanto la fatica, l'abbattimento e il dolore, il bisogno e le lacrime, il marchio d'infamia e il patibolo! No, no, Sofia, no! O questa provvidenza che tu vagheggi non è fatta che per metterci in condizione di essere disprezzati, oppure non sono queste le sue intenzioni...
Conoscila meglio, Sofia, conoscila meglio e convinciti che, giacché essa ci obbliga a vivere in condizioni tali da rendere il male necessario e ci lascia, al tempo stesso, la possibilità di esercitarlo, questo male serve le sue leggi quanto il bene, ed essa dà vantaggi tanto all'uno quanto all'altro. Lo stato in cui ci crea è l'uguaglianza, chi lo sconvolge non è più colpevole di chi cerca di ristabilirlo, entrambi agiscono in funzione degli impulsi ricevuti, entrambi li devono seguire, mettersi una benda sugli occhi e gioirne.
Lo riconosco, se mai fui scossa lo fui per le arti di questa donna astuta, ma una voce più forte della sua combatteva i suoi sofismi nel mio cuore; l'ascoltai e dichiarai per l'ultima volta che ero decisa a non lasciarmi corrompere in alcun modo.
- Ebbene, - mi disse la Dubois, - fai quello che vuoi, ti abbandono alla tua cattiva sorte; ma se ti fai impiccare, come dovrà inevitabilmente succedere, vista la fatalità per cui il crimine resta generalmente impunito e la virtù invece è inevitabilmente condannata, ricordati almeno di non parlare mai di noi.
Mentre discorrevamo, i tre compagni della Dubois bevevano col bracconiere, e poiché il vino fa comunemente dimenticare al malfattore i suoi delitti e lo spinge spesso a rinnovarli sull'orlo stesso del baratro da dove è appena sfuggito, questi scellerati non mi videro decisa a salvarmi dalle loro mani senza provare contemporaneamente il desiderio di divertirsi a mie spese.
I loro principi, i loro costumi, l'oscuro locale in cui ci trovavamo, quella specie di sicurezza di cui parevano godere, la loro ubriachezza, la mia età, la mia innocenza e la mia figura, tutto li incoraggiò. Si alzarono dal tavolo, tennero consiglio tra di loro, consultarono la Dubois, tutte mosse, queste, il cui mistero mi faceva rabbrividire di terrore, e il risultato fu infine che, prima di andarmene, io dovessi decidermi a passare per le mani di tutti e quattro, o di buon grado o con la forza; se avessi consentito alle loro voglie, ciascuno mi avrebbe dato uno scudo per andare dove volevo, visto che rifiutavo di seguirli; se bisognava invece usare la forza per convincermi, la cosa si sarebbe fatta lo stesso, ma, affinché il segreto fosse conservato, l'ultimo dei quattro che avesse goduto di me, mi avrebbe conficcato un coltello nel petto e mi avrebbero sotterrata subito ai piedi di un albero. Vi lascio pensare, signora, che effetto mi fece quell'orribile proposta; mi gettai ai piedi della Dubois, la scongiurai di essere una seconda volta la mia protettrice, ma la scellerata non fece che ridere della spaventosa situazione in cui mi trovavo e a cui non dava alcun peso.
- Oh, perbacco, - disse - che sfortuna è la tua, obbligata come sei a sottometterti alle voglie di quattro fusti come questi! Ci sono diecimila donne a Parigi, figlia mia, che darebbero molti begli scudi per essere al tuo posto in questo momento... Ascolta, - aggiunse tuttavia dopo un momento di riflessione - ho abbastanza autorità su questi balordi per ottenere la tua grazia, se vuoi rendertene degna.
- Ahimé, signora, che cosa devo fare? - gridai in lacrime. Datemi degli ordini, sono pronta.
- Seguirci, essere nostra complice e commettere gli stessi misfatti senza la minima ripugnanza, a questo prezzo ti garantisco il resto.
Non ritenni di dover esitare; accettando andavo incontro a nuovi pericoli, ne convengo, ma erano meno imminenti di questi, potevo ancora evitarli, mentre niente poteva liberarmi da quelli che mi minacciavano.
- Andrò dovunque, signora, - risposi alla Dubois, - andrò dovunque volete, ve lo prometto, salvatemi dalla furia di questi uomini e non vi lascerò mai.
- Ragazzi, - disse la Dubois ai quattro banditi - questa giovane è della banda, io ve la accolgo e insedio; vi impedisco di usarle violenza, non disgustiamola fin dal primo giorno del mestiere che facciamo; vi rendete conto che la sua età e il suo aspetto possono esserci utili, serviamoci di lei per i nostri interessi, e non sacrifichiamola ai nostri piaceri...
Ma le passioni raggiungono negli uomini un tale grado che nessuna voce riesce a dissuaderli; le persone con cui dovevo aver a che fare, non erano in grado d'intendere ragione; schierandosi tutti e quattro insieme davanti a me in uno stato tale da non potermi più illudere sulla mia salvezza, dichiararono unanimemente alla Dubois che, quand'anche il patibolo fosse lì vicino, bisognava che diventassi loro vittima.
- Prima a me - disse uno di loro afferrandomi con le braccia.
- E con quale diritto vorresti essere il primo? disse un secondo, spingendo indietro il compagno e strappandomi brutalmente dalle sue mani.
- Perbacco, questo non accadrà che dopo di me - disse un terzo.
E infiammandosi la disputa, i nostri quattro campioni si prendono per i capelli, si rovesciano, si picchiano, si rotolano per terra, e io, troppo felice di vederli in una situazione che mi offre l'occasione per scappare, mentre la Dubois era occupata a dividerli, mi metto a correre, guadagno la foresta e in un momento perdo di vista la casa.
- Essere supremo, - dissi gettandomi in ginocchio, quando pensai di essere definitivamente in salvo - essere supremo, mio vero protettore e mia guida, abbi pietà della mia miseria; tu vedi la mia debolezza e la mia innocenza, tu vedi con quale fiducia ripongo in te ogni mia speranza; degnati di strapparmi ai pericoli che mi perseguitano, o, con una morte meno ignominiosa di quella a cui sono appena sfuggita, richiamami, quanto meno, al più presto verso di te.
La preghiera è la più dolce delle consolazioni per le persone infelici; dopo aver pregato, esse diventano più forti. Mi alzai piena di coraggio, e, dato che cominciava a imbrunire, mi addentrai in un bosco ceduo per passarci la notte con minor rischio; la sicurezza che credevo di aver raggiunto, l'abbattimento in cui mi trovavo, quel po' di gioia che avevo appena gustato, tutto contribuì a farmi passare una notte serena, e il sole era già molto alto quando i miei occhi si riaprirono alla luce. Quello del risveglio è il momento più duro per gli infelici; il riposo dei sensi, la tranquillità della mente, l'oblio momentaneo dei propri mali, tutto li riporta al pensiero della sventura con più forza, tutto gliene rende il peso ancora più gravoso.
Ebbene, mi dissi, è dunque vero che ci sono delle creature umane a cui la natura riserva il destino delle bestie feroci! Nascoste nella loro tana, dovendo fuggire gli uomini non diversamente dalle bestie feroci, che differenza c'è allora tra loro e me? Vale dunque la pena nascere per un così triste destino? E le mie lacrime sgorgarono abbondanti mentre facevo queste tristi riflessioni. Avevo appena finito, quando sentii un rumore vicino a me; per un momento credetti che fosse qualche bestia, a poco a poco distinsi le voci di due uomini.
- Vieni, amico mio, vieni, - disse uno dei due - staremo a meraviglia qui; la crudele e fatale presenza di mia madre non mi impedirà perlomeno di gustare un momento con te i piaceri che mi sono tanto cari...
"Giusto cielo, signora," disse Sofia interrompendosi, "è mai possibile che la sorte mi abbia sempre posta in situazioni così critiche da rendere tanto difficile al mio pudore di udirle o di descriverle?... Questo crimine orribile che oltraggia nello stesso tempo la natura e le leggi, questo misfatto spaventoso su cui la mano di Dio si è abbattuta tante volte, questa infamia, per dirla in breve, così nuova per me da non riuscire a concepirla se non a stento, la vidi consumare sotto i miei occhi, con tutte le impurità perverse, con tutti gli atti più raccapriccianti che potesse immaginare la depravazione più consumata.
Uno di questi uomini, quello che dominava l'altro, aveva ventiquattro anni, aveva un soprabito verde ed era vestito abbastanza convenientemente da far credere che la sua condizione fosse onesta; l'altro sembrava un giovane domestico della sua casa, di circa diciassette o diciotto anni e con un corpo molto bello. La scena fu lunga e scandalosa, e il tempo impiegato mi sembrò tanto più crudele, in quanto io non osavo muovermi per paura di essere scoperta.
Infine i criminali attori che la recitavano, senza dubbio sazi, si alzarono per riprendere la strada che doveva condurli a casa, sennonché il padrone si avvicinò al cespuglio che mi nascondeva per soddisfare un bisogno. La mia cuffia alta mi tradì, egli mi vide:
- Gelsomino, - disse al suo giovane Adone - siamo scoperti, mio caro... una fanciulla, una profana ha scorto i nostri misteri; avvicinati, tiriamo fuori questa sgualdrina di qua e vediamo che cosa fa in questo posto.
Risparmiai loro la fatica di aiutarmi a uscire dal mio rifugio, districandomi subito da me e gettandomi ai loro piedi:
- Oh signori, - gridai tendendo le braccia verso di loro - abbiate compassione di una disgraziata la cui sorte è più da compiangere di quanto non pensiate; ci sono ben poche sventure che possono stare alla pari delle mie; voglia il cielo che la situazione nella quale mi avete trovato non vi faccia nascere alcun sospetto su di me, essa è frutto della mia miseria più che dei miei torti; invece di accrescere i mali che mi affliggono, vogliate diminuirli aiutandomi nel trovare i mezzi per sfuggire alla miseria che mi perseguita.
Il signore di Bressac, così si chiamava il giovane nelle cui mani ero caduta, molto portato nella mente al libertinaggio, non era fornito di una dose molto abbondante di sensibilità nel cuore.
Disgraziatamente è fin troppo comune constatare come la dissolutezza dei sensi spenga del tutto la compassione nell'uomo; il suo effetto abituale è di indurire; sia che la maggior parte delle deviazioni indotte dalla dissolutezza generi una sorta di apatia nell'anima, sia che la scossa violenta che imprime alla massa dei nervi diminuisca la possibilità di percepirne i movimenti, accade sempre che un vizioso di professione sia raramente un uomo compassionevole. Ma a questa crudeltà connaturata nel tipo di persone di cui tratteggio il carattere, si aggiungeva ancora nel signore di Bressac un disgusto così marcato per il nostro sesso, un odio così inveterato per tutto ciò che lo caratterizza, da rendere estremamente difficile ogni mio tentativo di suscitare nel suo animo i sentimenti con cui volevo commuoverlo.
- Che cosa fai là insomma, tortorella dei boschi, mi disse molto duramente per tutta risposta quell'uomo che volevo intenerire... - di' la verità, hai visto quello che è successo tra questo giovane e me, vero?
- Io, no, signore, - gridai subito, non credendo di fare alcun male mascherando la verità - siate ben certo che io non ho visto se non delle cose molto semplici; vi ho visto, signore e anche voi, seduti tutti e due nell'erba, ho creduto di capire che chiacchieravate un momento, non mi sono accorta d'altro.
- Voglio crederlo, - rispose il signore di Bressac - e ciò per tua tranquillità, perché se dovessi pensare che tu abbia potuto vedere altro, non usciresti mai da questo bosco... Suvvia, Gelsomino, è presto, abbiamo il tempo di sentire le avventure di questa sgualdrina; che ce le racconti subito, poi la legheremo a quella grossa quercia e proveremo i nostri coltelli da caccia sul suo corpo.
I giovani si sedettero, mi ordinarono di mettermi vicino a loro e là raccontai ingenuamente tutto quello che mi era capitato da quando ero al mondo.
- Su, Gelsomino, - disse il signore di Bressac alzandosi quando ebbi finito - siamo giusti almeno una volta nella nostra vita, mio caro; l'imparziale Temi ha condannato questa sgualdrina, non consentiamo che le sentenze della dea siano così crudelmente disattese e facciamo subire alla criminale la pena a cui era stata condannata; non è un delitto quello che stiamo per compiere, è una virtù, amico mio, è un ristabilire l'ordine morale delle cose, e dal momento che abbiamo la disgrazia di modificarlo talvolta, restauriamolo coraggiosamente almeno quando se ne presenta l'occasione.
E i crudeli, dopo avermi sollevata dal posto in cui mi trovavo, mi trascinavano già verso l'albero stabilito, senza lasciarsi commuovere né dai miei gemiti né dalle mie lacrime.
- Leghiamola in questo modo - disse Bressac al suo cameriere, premendo il mio ventre contro l'albero.
Le loro giarrettiere, i loro fazzoletti, tutto servì e in un attimo fui legata così stretta che mi diventò impossibile muovere uno qualsiasi dei miei membri; terminata questa operazione, gli scellerati strapparono la mia gonna, sollevarono la mia camicia sulle spalle, e, una volta posto mano ai loro coltelli da caccia, credetti che stessero per fare a pezzi tutte le parti posteriori che la loro brutalità aveva messo a nudo.
- Basta così, - disse Bressac, senza che io avessi ricevuto ancora un sol colpo - basta così perché ci conosca, perché veda che cosa possiamo farle e perché la teniamo in nostro potere. Sofia, - continuò strappando i miei lacci - rivestitevi, siate discreta e seguiteci; se vi fidate di me, non avrete modo di pentirvene, bambina mia, mia madre ha bisogno di una seconda cameriera, vi presenterò a lei... sulla fede dei vostri racconti io le risponderò della vostra condotta, ma se abusaste della mia bontà, o tradiste la mia fiducia, guardate bene quest'albero che doveva servirvi da letto di morte, ricordatevi che si trova a una lega dal castello dove vi conduco e che alla più lieve colpa vi sarete immediatamente ricondotta...
Già rivestita, a stento trovavo le parole per ringraziare il mio benefattore, mi gettai ai suoi piedi... abbracciai le sue ginocchia, gli feci tutte le promesse immaginabili che mi sarei comportata bene, ma insensibile tanto alla mia gioia che al mio dolore:
- Andiamo, - disse il signore di Bressac - sarà la vostra condotta a parlare per voi e solo quella deciderà del vostro destino.
Ci incamminammo, Gelsomino e il suo padrone chiacchieravano insieme, e io li seguivo umilmente senza far parola; in un'oretta arrivammo al castello della contessa di Bressac e la magnificenza dell'insieme mi fece capire che qualsiasi posto avessi occupato in quella casa, sarebbe stato senza dubbio più lucroso per me di quello di prima governante in casa del signore e della signora Du Harpin. Mi fecero aspettare in un'anticamera dove Gelsomino mi apparecchiò un ottimo pranzetto; in questo tempo il signore di Bressac salì da sua madre, le parlò di me e mezz'ora dopo venne lui stesso a cercarmi per presentarmi a lei.
La signora di Bressac era una donna di quarantacinque anni, ancora molto bella e, all'apparenza, molto buona e soprattutto molto umana, per quanto mostrasse un po' di severità nei suoi principi e nelle sue idee; era vedova da due anni di un uomo di gran casato, che l'aveva sposata senz'altra ricchezza che il bel nome che le dava; tutti i beni pertanto che poteva sperare il giovane conte di Bressac dipendevano dalla madre, dato che ciò che aveva avuto da suo padre gli dava a stento di che mantenersi. La signora di Bressac vi aggiungeva una pensione considerevole, troppo lontana, comunque, dal bastare alle spese ingenti quanto irregolari di suo figlio; c'erano almeno sessantamila franchi di rendita in quella casa, e il signore di Bressac non aveva né fratelli né sorelle; non si era mai riusciti a farlo entrare nell'esercito; tutto ciò che lo allontanava dai suoi piaceri preferiti era così insopportabile per lui, da rendere del tutto impossibile ogni tentativo di imporgli qualsiasi genere di costrizione. La contessa e suo figlio trascorrevano tre mesi all'anno in questa proprietà e il resto dell'anno lo passavano a Parigi, e questi tre mesi nei quali pretendeva che suo figlio stesse con lei, costituivano già un'intollerabile tortura per un uomo che non lasciava mai il luogo dei suoi piaceri senza cadere nella più nera disperazione.
Il marchese di Bressac mi ordinò di raccontare a sua madre le stesse cose che avevo detto a lui, e, quando ebbi finito il mio racconto:
- Il vostro candore e la vostra purezza, - mi disse la signora di Bressac - non mi permettono di dubitare della vostra innocenza.
Non prenderò altre informazioni su di voi se non per sapere se voi siete in effetti, come mi dite, la figlia dell'uomo che indicate; se è così, ho conosciuto vostro padre, e questa sarà un'ulteriore ragione per interessarmi più a fondo a voi. Quanto alla vostra faccenda presso i Du Harpin, mi incarico di sistemarla con un paio di visite al cancelliere, mio amico da sempre; è l'uomo più integro che ci sia in Francia; basterà dimostrargli la vostra innocenza per annullare quanto è stato fatto contro di voi e perché possiate ricomparire senza alcun timore a Parigi... Ma riflettete bene, Sofia, che tutto quello che vi prometto in questo momento ha come prezzo una condotta irreprensibile; così vedrete che la riconoscenza che esigo da voi, tornerà sempre a vostro vantaggio.
Mi gettai ai piedi della signora di Bressac, le giurai che non le avrei mai dato ragione di essere scontenta di me e da quel momento presi servizio nella casa come seconda cameriera. Dopo tre giorni le informazioni che la signora di Bressac aveva richiesto a Parigi arrivarono come meglio potevo desiderarle, e tutte le idee di sventura svanirono infine dalla mia mente per essere rimpiazzate dalla speranza delle più dolci consolazioni che mi fosse permesso aspettare; ma non era scritto nel cielo che la povera Sofia dovesse mai essere felice e, se poteva godere casualmente dei momenti di tranquillità, ciò accadeva solo per renderle più amari quegli orrori che ne sarebbero immancabilmente derivati.
Appena fummo a Parigi, la signora di Bressac si affrettò a darsi da fare per me. Il primo presidente volle vedermi, ascoltò le mie disgrazie con interesse, la disonestà dei Du Harpin venne riconosciuta dopo un'inchiesta approfondita, ci si convinse che, se avevo approfittato dell'incendio delle prigioni del palazzo di giustizia, almeno non ci avevo preso parte attiva e tutto il procedimento fu annullato (mi assicurarono) senza che i magistrati che se ne occupavano ritenessero di dover espletare ulteriori formalità.
E' facile immaginare da quale affezione fui presa per la signora di Bressac in seguito alla sua iniziativa; anche se non avesse mai avuto per me ogni sorta di gentilezze, come potevano simili azioni non legarmi a una protettrice così preziosa? Tuttavia non era certo nelle intenzioni del giovane marchese di Bressac che io mi affezionassi in tal modo a sua madre; a parte i disordini odiosi del tipo che vi ho descritto, nei quali questo giovane si buttava alla cieca molto più a Parigi che in campagna, non impiegai molto tempo ad accorgermi che egli detestava sommamente la contessa. E' pur vero che quest'ultima faceva di tutto per mettere fine alle sue scappate o per contrariarlo, ma poiché ci metteva forse un po' troppo rigore, il giovane, reso più risoluto dagli effetti di questa severità, ci si abbandonava con maggiore ardore, e l'unica cosa che la povera contessa otteneva dalle sue persecuzioni era di farsi odiare in sommo grado.
- Non pensate, - mi diceva molto spesso il marchese - che mia madre agisca di sua iniziativa in tutto ciò che vi riguarda; credete, Sofia, che, se io non insistessi a ogni occasione, lei non si ricorderebbe quasi dei piaceri che ha promesso di farvi; essa vi fa notare tutti i suoi passi, mentre questi sono stati fatti soltanto perché gliel'ho ricordato io. Oso dirlo, è dunque a me solo che dovete riconoscenza, e quella che esigo da voi deve apparirvi ancora più disinteressata, dato che voi ne sapete abbastanza per essere ben sicura che, per quanto graziosa voi possiate essere, non aspiro certo ai vostri favori... No, Sofia, no, i servigi che aspetto da voi sono di tutt'altro genere, e quando sarete ben convinta di quanto ho fatto per voi, spero di trovare nel vostro cuore tutto ciò che sono in diritto di attendermi...
Questi discorsi mi sembravano così oscuri, che non sapevo come rispondervi; lo facevo dunque del tutto a caso e forse con troppa facilità.
E' questo il momento di farvi sapere, signora, l'unico torto effettivo che io abbia avuto da rimproverarmi nella mia vita...
che dico un torto, una stravaganza che non ebbe mai niente di uguale... Ma almeno non è un delitto, è un semplice errore che ha punito solo me e del quale non mi sembra che la mano imparziale del cielo avrebbe dovuto servirsi per precipitarmi nell'abisso che si apriva a poco a poco sotto i miei piedi. Mi era stato impossibile vedere il marchese di Bressac senza sentirmi attratta verso di lui da un moto di tenerezza che niente poteva vincere in me. Per quante riflessioni facessi sulla sua avversione per le donne, sulla depravazione dei suoi gusti, sulle distanze morali che ci separavano, niente, niente al mondo poteva spegnere questa passione nascente, e, se il marchese mi avesse chiesto la vita, gliel'avrei sacrificata mille volte, credendo ancora di non far niente per lui. Egli era lontano dal sospettare i sentimenti che tenevo così accuratamente nascosti nel mio cuore... era lontano, l'ingrato, dal capire la causa delle lacrime che versava ogni giorno la sventurata Sofia sui vergognosi disordini che lo perdevano, ma non poteva non sospettare il mio desiderio di prevenire ciò che gli avrebbe fatto piacere, non era possibile che non si accorgesse delle mie premure... Troppo cieche senza dubbio, esse andavano fino al punto di servire ai suoi stessi disordini, finché almeno la decenza me lo permetteva, e di nasconderli sempre a sua madre. Questo mio atteggiamento mi aveva in qualche modo guadagnato la sua fiducia, e tutto quanto mi giungeva da lui mi era così prezioso, mi accecavo talmente su quel poco che mi offriva il suo cuore, che ebbi talvolta l'orgoglio di credere di non essergli indifferente, ma quanto presto l'eccesso delle sue sregolatezze finiva col disilludermi! Esse erano tali che non solo la casa era piena di domestici di quell'esecrabile razza, ma prezzolava anche fuori una folla di cattivi soggetti, presso i quali andava, o che venivano quotidianamente da lui, e poiché questo piacere oltre a essere odioso non è uno dei meno costosi, il marchese si rovinava prodigiosamente. Mi prendevo talvolta la libertà di mostrargli gli inconvenienti della sua condotta; mi ascoltava senza ripugnanza, poi finiva col dirmi che era impossibile liberarsi dal tipo di vizio che lo dominava, e che, riprodotto sotto mille aspetti, esso si articolava a seconda delle varie età in sottospecie di vario genere, che, col modificare ogni dieci anni le sensazioni a esso connesse, vi trattenevano fino alla tomba quelli che avevano avuto la disgrazia di rendergli omaggio... Ma, se provavo a parlargli di sua madre e dei dolori che le dava, non osservavo che dispetto, stizza, irritazione e impazienza di vedere così a lungo e in tali mani un bene che avrebbe dovuto già appartenergli, l'astio più inveterato contro questa madre rispettabile e la ribellione più aperta contro i sentimenti più naturali. Sarebbe dunque vero che, quando si è arrivati a trasgredire così formalmente nei propri gusti le leggi di quest'istituzione sacra, il seguito inevitabile del primo delitto consiste nel commettere con odiosa facilità e impunemente tutti gli altri?
A volte mi servivo delle risorse della religione; quasi sempre consolata da questa, tentavo di trasferire le sue dolcezze nell'anima di quel perverso, quasi convinta di poterlo accattivare con questi legami, se mai fossi riuscita a fargliene condividere le bellezze. Ma il marchese non mi lasciò usare a lungo tali argomenti con lui; nemico dichiarato dei nostri santi misteri, schernitore accanito della purezza dei nostri dogmi, negatore radicale dell'esistenza di un essere supremo, il signore di Bressac invece di lasciarsi convertire da me, cercava piuttosto di corrompermi.
- Tutte le religioni partono da un principio falso, Sofia, - mi diceva - tutte danno per scontato il culto di un essere creatore; ora, se questo mondo eterno, come tutti gli altri in mezzo ai quali si muove nelle pianure infinite dello spazio, non ha mai avuto inizio e non deve avere mai fine, se tutti i prodotti della natura sono l'effetto di leggi che regolano anche lui, se il suo continuo agire e reagire implica che il moto è parte fondamentale della sua essenza, che cosa diventa il motore che voi gli attribuite gratuitamente? Credilo pure, Sofia, questo dio di cui tu postuli l'esistenza, non è che il frutto dell'ignoranza da una parte e della tirannia dall'altra; quando il più forte volle incatenare il più debole, lo persuase che un dio santificava le catene con le quali lo schiacciava, e quest'ultimo, abbrutito dalla sua miseria, finì col credere tutto ciò che l'altro voleva fargli credere. Tutte le religioni, nate da questa prima favola, devono dunque essere additate al disprezzo quanto quella, non ne esiste una sola che non porti su di sé i segni dell'impostura e della stupidità; in tutti i misteri che fanno fremere la ragione, io non vedo se non dogmi che oltraggiano la natura e cerimonie grottesche che ispirano solo la derisione. Non appena gli occhi mi si aprirono, Sofia, detestai questi orrori, mi feci una legge di calpestarli sotto i piedi, un giuramento di non ritornarci per il resto della mia vita; imitami se vuoi farti riconoscere come un essere ragionevole.
- Oh signore, - risposi al marchese - voi privereste una sventurata della più dolce delle speranze se le toglieste questa religione che la consola; fermamente attaccata a quanto essa insegna, assolutamente convinta che tutti i colpi che le sono inferti sono il frutto del libertinaggio e delle passioni, dovrei dunque sacrificare a dei sofismi che mi fanno inorridire, l'idea più dolce della mia vita?
Aggiungevo a questo mille altri argomenti dettati dalla mia ragione, scaturiti dal mio cuore, ma il marchese non faceva che ridere, e i suoi principi capziosi, alimentati da un'eloquenza più energica, sostenuti da letture che disgraziatamente io non avevo mai fatto, demolivano sempre tutti i miei. La signora di Bressac, ricca di virtù e di pietà, non ignorava che il figlio era solito difendere i suoi errori con tutti i paradossi dell'incredulità; se ne lamentava sovente con me, e, dal momento che si degnava di trovare un maggior buon senso in me che nelle altre donne che la circondavano, amava confidarmi le sue pene.
Nel frattempo il figlio si comportava sempre peggio con lei; era arrivato al punto di non nascondersi più, non soltanto aveva messo intorno a sua madre tutta quella canaglia pericolosa che serviva ai suoi piaceri, ma aveva spinto l'insolenza fino a dichiararle davanti a me, che, se si fosse azzardata a contrastare ancora i suoi piaceri, l'avrebbe convinta della loro bellezza abbandonandosi a essi davanti ai suoi stessi occhi. Piangevo su questi propositi e su questa condotta, mi sforzavo di ricavarne dal profondo di me stessa gli argomenti per soffocare nel mio cuore questa disgraziata passione che lo divorava... ma è forse l'amore una malattia da cui si possa guarire? Tutto quanto cercavo di opporgli non faceva che attizzare più vivamente la sua fiamma, e il perfido Bressac non mi appariva mai così attraente come quando trovavo riunito davanti ai miei occhi quello che avrebbe dovuto spingermi a odiarlo.
Erano ormai quattro anni che abitavo in quella casa, sempre afflitta dagli stessi dolori, sempre consolata dalle stesse dolcezze, quando lo spaventoso motivo delle lusinghe del marchese mi fu infine rivelato in tutto il suo orrore. Eravamo allora in campagna, ero sola presso la contessa; la sua prima cameriera aveva ottenuto di rimanere a Parigi d'estate per qualche affare di suo marito. Una sera, pochi istanti dopo essere uscita dalla stanza della mia padrona, mentre prendevo aria su un balcone della mia camera, visto che per il gran caldo non riuscivo a decidermi ad andare a letto, all'improvviso il marchese bussa alla porta e mi prega di lasciarlo parlare con me per una parte della notte...
Ahimé, ogni istante che mi accordava il crudele autore dei miei mali, mi sembrava troppo prezioso perché osassi rifiutarne alcuno; entra, chiude accuratamente la porta e, gettandosi presso di me in una poltrona:
- Ascoltami, Sofia, - mi dice con un po' di imbarazzo - ho da confidarti delle cose della massima importanza, comincia a giurarmi che non rivelerai mai niente di quanto sto per dirti.
- Oh, signore, potete credermi capace di abusare della vostra fiducia?
- Tu non sai che cosa rischieresti, se mi dimostrassi di essermi sbagliato nell'accordartela.
- Il più grande dei miei dolori sarebbe di averla perduta; non c'è bisogno d'altre minacce.
- Ebbene, Sofia... ho deciso di attentare alla vita di mia madre, ed è la tua mano che ho scelto per questa bisogna.
- Io, signore, - gridai indietreggiando per l'orrore. - Oh cielo, come possono esservi venuti in mente due progetti di questo genere? Prendete la mia vita, io sono vostra, disponetene, ve la devo, ma non pensate mai di ottenere da me che io mi presti a un delitto la cui sola idea è insostenibile per il mio cuore.
- Ascolta, Sofia, - mi disse il signore di Bressac riportandomi indietro con calma - ho ben fatto conto della tua ripugnanza, ma, dal momento che tu sei intelligente, mi sono illuso di vincerla mostrandoti che questo delitto che trovi così enorme, non è in fondo se non una cosa molto semplice. Due delitti si offrono qui ai tuoi occhi poco filosofici, la distruzione del proprio simile e il male che si aggiunge a questa distruzione dato che questo simile è nostra madre. Quanto alla distruzione del proprio simile, stanne certa, Sofia, essa è puramente illusoria, il potere di distruggere non è accordato all'uomo, egli ha tutt'al più quello di mutare le forme, ma non quello di annientarle; ora, ogni forma è uguale agli occhi della natura, niente si perde nel crogiolo immenso in cui si compiono le sue modificazioni, tutte le porzioni di materia che vi si gettano si rinnovano continuamente sotto altre forme, e, quali che siano le nostre possibilità di incidere su tali processi, nessuna l'offende direttamente, nessuna saprebbe oltraggiarla; le nostre distruzioni rinvigoriscono il suo potere, conservano la sua energia, ma nessuna la diminuisce. Eh, che importa alla natura sempre creatrice che questa massa di carne la quale oggi costituisce una donna, domani si riproduca sotto forma di mille insetti differenti? Oseresti forse dire che costruire un individuo come noi costi alla natura uno sforzo maggiore di quello necessario per dare la vita a un vermiciattolo, e che essa debba di conseguenza parteciparvi con maggiore interesse? Ora, se il grado di attaccamento o piuttosto di indifferenza è lo stesso, che cosa può importarle se in seguito a quello che chiamate il delitto di un uomo, un altro sia mutato in mosca o in lattuga? Quando mi sarà stata provata la sublimità della nostra specie, quando mi verrà dimostrato che essa è talmente importante per la natura che le sue leggi ne vengono offese qualora essa sia distrutta, allora io potrò credere che questa distruzione è un delitto; ma, quando lo studio più attento della natura mi avrà provato che tutto ciò che vegeta su questo globo, anche l'organismo più imperfetto che abbia creato, ha un uguale valore ai suoi occhi, non ammetterò mai che la trasformazione di tale organismo in mille altri possa in qualche modo infrangere le sue leggi; mi dirò: tutti gli uomini, tutte le piante, tutti gli animali, crescendo, vegetando, distruggendosi con gli stessi mezzi senza mai andare incontro a una morte reale, ma a una semplice variazione in ciò che si modifica, tutti, dico, spingendosi, distruggendosi, procreando indifferentemente, appaiono un istante sotto una forma e l'istante dopo sotto un'altra e possono perciò, a seconda dei desideri dell'essere che vuole o che ha il potere di modificarli, cambiare migliaia di volte al giorno, senza che una sola legge della natura ne venga minimamente offesa. Ma l'essere che io prendo di mira è mia madre, è l'essere che mi ha portato nel suo seno. Ebbene, sarà questa inutile considerazione a fermarmi, e che titolo avrà lei per riuscirci? Pensava forse a me, quella madre, quando la sua libidine le fece concepire il feto dal quale sono derivato? Le devo forse della riconoscenza per essersi preoccupata solo del suo piacere? Del resto non è il sangue della madre che forma il fanciullo, ma solo quello del padre; il seno della femmina fruttifica, conserva, elabora, ma non produce niente, ecco il pensiero che mai mi avrebbe fatto attentare ai giorni di mio padre, mentre considero una cosa molto semplice spezzare il filo della vita di mia madre. Se è dunque possibile che il cuore del bambino possa commuoversi giustamente per qualche sentimento di gratitudine verso la madre, ciò non può accadere se non in ragione delle sue azioni nei nostri confronti fin dal momento in cui siamo in età di approfittarne. Se lei ne ha fatte di buone, la possiamo o, forse anche, la dobbiamo amare; se invece non ne ha compiute che di malvagie, svincolati da ogni rispetto nei confronti delle leggi di natura, non soltanto non le dobbiamo più niente, ma tutto ci impone di disfarcene per quella forza potente dell'egoismo che impegna naturalmente e invincibilmente l'uomo a sbarazzarsi di quanto gli nuoce.
- Oh, signore, - risposi tutta spaventata al marchese - l'indifferenza che voi attribuite alla natura non è di nuovo che il prodotto delle vostre passioni; vogliate per un istante ascoltare il vostro cuore invece di loro, e vedrete che esso condannerà gli imperiosi ragionamenti del vostro libertinaggio.
Questo cuore, al cui tribunale vi rinvio, non è forse il santuario dove la natura che oltraggiate vuole che la si ascolti e che la si rispetti? Se essa gli ispira l'orrore più grande che si possa immaginare per il delitto che meditate, non convenite forse con me che esso è condannabile? Mi obietterete che il fuoco delle passioni distrugge in un istante questo orrore, ma voi non sarete più tanto tranquillo quando rinascerà, quando si farà sentire attraverso la voce imperiosa dei rimorsi. Maggiore è la vostra sensibilità, più il loro dominio sarà straziante per voi... ogni giorno, in ogni minuto, la vedrete davanti ai vostri occhi, la madre tenera che la vostra barbara mano avrà precipitato nella tomba, sentirete la sua voce querula pronunciare ancora il dolce nome che era la delizia della vostra infanzia... apparirà nelle vostre ore di insonnia, vi tormenterà nei sogni, aprirà con le mani insanguinate le piaghe con cui l'avrete straziata; non un momento felice splenderà da quel momento per voi sulla terra, tutti i vostri piaceri saranno avvelenati, tutte le vostre idee si confonderanno, una mano celeste della quale misconoscete il potere, vendicherà la vita che avrete distrutto, avvelenando la vostra, e, senza avere gioito dei vostri misfatti, perirete nel rimpianto mortale di avere osato compierli.
Piangevo mentre pronunciavo queste ultime parole, mi precipitai alle ginocchia del marchese, lo scongiurai in nome di quanto aveva di più caro, di dimenticare un traviamento infame che gli giurai di tener nascosto per tutta la vita, ma non conoscevo il cuore che cercavo di intenerire. Per quanto vigore potesse ancora avere questo cuore, il delitto ne aveva definitivamente spento ogni palpito, e le passioni con tutta la loro forza vi facevano regnare soltanto il crimine. Il marchese si alzò freddamente.
- Vedo che mi sono sbagliato, Sofia, - mi disse - ne sono forse tanto dispiaciuto per voi come per me; non importa, troverò altri mezzi e voi avrete perso molta della mia considerazione, senza che la vostra padrona abbia guadagnato niente.
Questa minaccia cambiò tutte le mie idee; non accettando il delitto che mi si proponeva, rischiavo molto per me e la mia padrona ne sarebbe comunque morta; accettando di essere complice, mi mettevo al riparo del corruccio del mio giovane padrone, e certamente salvavo sua madre. Questo pensiero, balenatomi alla mente in un istante, mi fece cambiare atteggiamento di colpo, ma poiché un ripensamento tanto repentino avrebbe potuto apparire sospetto, rimandai a lungo la mia sconfitta, diedi più volte al marchese l'occasione di ripetermi i suoi sofismi, assunsi a poco a poco l'aria di non sapere cosa rispondervi, il marchese mi credette vinta, legittimai la mia debolezza con la potenza delle sue arti, alla fine ebbi l'aria d'accettare tutto, il marchese mi saltò al collo... Quanto questo impulso mi avrebbe colmato di gioia, se quei barbari progetti non avessero distrutto tutti i sentimenti che il mio debole cuore aveva osato concepire per lui... se fosse stato possibile che io l'amassi ancora...
- Tu sei la prima donna che abbraccio, - mi disse il marchese - e, in verità, è con tutta l'anima... sei deliziosa, bambina mia; un raggio di filosofia è dunque penetrato nel tuo spirito; come era possibile che questa affascinante testolina restasse tanto a lungo nelle tenebre?
E nello stesso tempo ci mettemmo d'accordo sul nostro progetto:
affinché il marchese cascasse meglio nella rete, avevo sempre mantenuto una certa aria di ripugnanza ogni volta che precisava il suo progetto o mi spiegava i mezzi per portarlo a termine il più presto possibile, e fu proprio questa finzione, del tutto lecita nella mia infelice situazione, che riuscì a ingannarlo meglio d'ogni altra cosa. Ci mettemmo d'accordo che nel giro di due o tre giorni al massimo, scegliendo il momento in cui mi sarebbe stato più facile farlo, avrei versato di nascosto il contenuto di un pacchetto di veleno datomi dal marchese nella tazza di cioccolata che la contessa aveva l'abitudine di prendere ogni mattina; il marchese si rese garante di ogni conseguenza che avrebbe potuto derivarmi, e mi promise duemila scudi di rendita da consumarsi o presso di lui, o nel luogo dove mi sarebbe sembrato opportuno vivere per il resto dei miei giorni; mi firmò quanto aveva promesso, senza specificare il motivo per cui mi veniva concesso tale favore, e ci separammo.
Capitò intanto qualcosa di troppo singolare, di troppo capace di farvi comprendere il carattere dell'uomo atroce con cui avevo a che fare, perché io non debba interrompere il racconto che aspettate senza dubbio da me, sulla fine della crudele avventura per cui mi ero tanto impegnata. Due giorni dopo il nostro colloquio, il marchese ricevette la notizia che uno zio sulla cui successione non contava assolutamente, gli aveva appena lasciato morendo ottantamila franchi di rendita. Oh cielo, mi dissi nell'apprenderlo, è dunque così che la giustizia celeste punisce l'intenzione di concepire dei misfatti? Ho pensato di perdere la vita per aver rifiutato un misfatto molto meno grave di questo, ed ecco quest'uomo al culmine della fortuna per averne concepito uno atroce. Tuttavia, pentendomi immediatamente di questa bestemmia contro la provvidenza, mi buttai in ginocchio, chiesi perdono a Dio e mi illusi che questa eredità inattesa avrebbe almeno fatto cambiare i progetti del marchese... Quale errore, gran Dio!
- Oh mia cara Sofia, - mi disse il signore di Bressac accorrendo la stessa sera nella mia camera - come piovono le fortune su di me! Te l'ho detto venti volte, non c'è niente di meglio che concepire un crimine perché giunga subito la fortuna, sembra che la sua strada si schiuda facilmente solo agli scellerati. Ottanta e sessanta, bambina mia, ecco centoquarantamila franchi di rendita che serviranno ai miei piaceri.
- Che cosa dite, signore, - risposi con uno stupore attenuato dalle circostanze di cui ero prigioniera - questa fortuna inattesa non vi spinge ad aspettare con pazienza la morte che volete affrettare?
- Aspettare, non aspetterò due minuti, bambina mia: non pensi che ho ventotto anni e che è molto duro attendere alla mia età? Che questo non cambi niente nei nostri progetti, te ne supplico, e ci sia data finalmente la consolazione di portarli a termine, prima del nostro ritorno a Parigi... Fa' in modo che accada domani, dopodomani al più tardi, sono impaziente di darti in contanti un quarto della tua rendita e di farti entrare in possesso del totale.
Feci del mio meglio per mascherare l'orrore che mi ispirava questo accanimento nel delitto, ripresi il mio atteggiamento della vigilia, ma tutti i miei sentimenti finirono per spegnersi, mi convinsi che a uno scellerato così indurito io non dovessi più che sentimenti di orrore.
Niente di più imbarazzante della mia posizione; se non avessi portato a termine il progetto, il marchese si sarebbe presto reso conto che lo prendevo in giro; se avessi avvertito la signora di Bressac, qualsiasi partito le avesse fatto prendere la rivelazione del delitto, il giovane si sarebbe visto ugualmente ingannato e avrebbe preso in quattro e quattr'otto decisioni ben più radicali, tali da affrettare la morte della madre e, nello stesso tempo, da espormi alle sue vendette. Mi restava la strada della giustizia, ma per niente al mondo avrei consentito a prenderla; decisi dunque, qualsiasi cosa potesse accadere, di avvertire la contessa; di tutte le soluzioni possibili questa mi parve la migliore e a essa mi affidai totalmente.
- Signora, - le dissi l'indomani del mio ultimo colloquio col marchese - ho da rivelarvi qualcosa della massima importanza, ma, per quanto vi tocchi da vicino, sono decisa al silenzio, se non mi date prima la vostra parola d'onore di non manifestare al signore vostro figlio alcun risentimento per ciò che ha l'audacia di progettare; farete il necessario, signora, prenderete la decisione più giusta, ma non direte parola, vogliate promettermelo, oppure non dico nulla.
La signora di Bressac, nella convinzione che si trattasse di qualcuna delle solite stravaganze del figlio, s'impegnò nel giuramento che esigevo, e allora le rivelai tutto. La sventurata madre si sciolse in lacrime apprendendo questa infamia.
- Lo scellerato, - gridò - che cosa ho mai fatto che non fosse per il suo bene? Se ho voluto prevenire i suoi vizi o distoglierlo da essi, quale altro motivo se non la sua felicità e la sua tranquillità potevano spingermi a tanto rigore? A chi deve questa eredità che gli è appena capitata, se non alle mie cure? Se glielo nascondevo, era per delicatezza. Il mostro! Oh, Sofia, dammi le prove della bassezza del suo progetto, mettimi in grado di non poterne più dubitare, ho bisogno di tutto quello che possa finire di spegnere nel mio cuore i sentimenti della natura.
E allora feci vedere alla contessa il pacchetto di veleno che mi aveva affidato; ne facemmo inghiottire una leggera dose a un cane che rinchiudemmo con cura in una stanza e che morì nel giro di due ore in preda a orribili convulsioni. La contessa, non potendo più dubitare, decise immediatamente sul da farsi, mi ordinò di darle il resto del veleno e scrisse subito tramite un corriere al duca di Sonzeval, suo parente, di recarsi in segreto dal ministro, di spiegargli la nefandezza di cui stava per essere vittima, di munirsi di un mandato per suo figlio, di raggiungerla nelle sue terre con questo mandato e con un ufficiale di polizia, e di liberarla il più presto possibile dal mostro che cospirava contro la sua vita... Ma era scritto nel cielo che questo abominevole delitto fosse portato a termine e che la virtù umiliata dovesse cedere alla violenza della scelleratezza.
Lo sventurato cane sul quale avevamo fatto il nostro esperimento fece scoprire tutto al marchese. Lo sentì guaire; sapendo che era amato da sua madre, chiese con sollecitudine che cosa avesse e dove era andato. Coloro ai quali si rivolse, essendo all'oscuro di tutto, non gli seppero dire niente. Da quel momento senza dubbio formulò dei sospetti; non disse parola, ma lo vidi inquieto, agitato, e in guardia per tutto il giorno. Ne feci parte alla contessa, ma non c'era da esitare, tutto ciò che si poteva fare era di convincere il corriere a partire il più presto possibile e di nascondere il motivo della sua missione. La contessa annunciò al figlio che mandava a dire in gran fretta a Parigi al duca di Sonzeval di prendere subito in mano la questione dell'eredità dello zio, perché, se qualcuno non compariva all'istante, c'era da temere un processo; aggiunse che pregava il duca di venire a renderle conto di tutto per decidersi essa stessa a partire con il figlio nel caso in cui la situazione lo avesse richiesto. Il marchese, troppo buon fisionomista per non scorgere l'imbarazzo nel viso di sua madre, e, nello stesso tempo, per non osservare un po' di confusione nel mio, finse di credere a tutto, ma si mise più saldamente in guardia. Con il pretesto di una passeggiata con i suoi favoriti, si allontana dal castello, aspetta il corriere in un luogo dove avrebbe comunque dovuto passare. L'uomo, che stava più dalla sua parte che da quella della madre, non fece alcuna difficoltà a consegnargli i dispacci e il marchese, convinto di quello che chiamava senza dubbio il mio tradimento, dà cento luigi al corriere con l'ordine di non ricomparire mai più nella casa, e ci fa ritorno con la rabbia nel cuore. Ma, trattenendosi nondimeno alla meglio, mi viene incontro, mi vezzeggia come al solito, mi chiede se la cosa si farà domani, mi fa osservare che è essenziale che accada prima che arrivi il duca, e si corica tranquillo e senza manifestare niente. Se questo disgraziato delitto fu portato a termine come il marchese mi comunicò in seguito, non poté accadere se non nel modo che sto per raccontarvi... La signora prese la sua cioccolata il giorno dopo secondo le sue abitudini, e poiché era passata solo attraverso le mie mani, sono sicurissima che non vi fosse stato mescolato niente; ma il marchese entrò verso le dieci del mattino nella cucina, e trovando il cuoco da solo, gli ordinò di andare immediatamente a cercargli delle pesche in giardino. Il cuoco protestò che gli era impossibile lasciare le sue pentole, il marchese insistette nella sua fantasia di voler subito mangiare delle pesche e disse che avrebbe badato lui ai fornelli. Il cuoco esce, il marchese esamina tutti i piatti del pranzo e versa molto probabilmente sui cardi che piacevano tanto alla signora, il fatale veleno che doveva troncare il filo dei suoi giorni. Si pranza, la contessa mangia senza dubbio quel cibo funesto ed ecco compiuto il delitto. Non vi racconto tutto questo se non in base a dei sospetti; il signore di Bressac mi assicurò nel disgraziato seguito di questa avventura, che il suo progetto era stato portato a termine, e le mie supposizioni mi hanno fatto pensare che questo sia stato l'unico mezzo con cui egli è riuscito nei suoi intenti. Ma lasciamo da parte queste orribili congetture e veniamo al modo crudele con cui fui punita per non aver voluto partecipare a quell'orrore e per averlo svelato... Appena ebbe finito di mangiare, il marchese mi abbordò:
- Ascolta, Sofia, - mi disse con tutta la flemma di un atteggiamento apparentemente tranquillo - ho trovato un mezzo più sicuro di quello che ti ho proposto per venire a capo dei miei progetti, ma tutto questo merita di essere studiato più a fondo; non mi fido più di venire tanto spesso nella tua camera, temo gli occhi di tutti; trovati alle cinque precise all'angolo del parco, ti prenderò con me e andremo insieme a fare una lunga passeggiata durante la quale ti spiegherò tutto.
Confesso che, sia perché lo volesse la provvidenza, sia per un eccesso di candore e di cecità da parte mia, niente mi annunciava la terribile sventura che mi sarebbe capitata; mi credevo talmente sicura del segreto e delle manovre della contessa, che non avrei mai immaginato che il marchese sarebbe stato in grado di scoprirli. C'era tuttavia un po' di disagio in me:
"Lo spergiuro è virtù quando si promise il delitto" ha detto uno dei nostri poeti tragici, ma lo spergiuro è sempre odioso per l'anima delicata e sensibile che si trova costretta a farvi ricorso; il mio ruolo mi imbarazzava, ma non durò a lungo.
Gli odiosi disegni del marchese, nel darmi nuovi motivi di dolore, finirono col tranquillizzarmi su quelli. Venne verso di me con l'aria più allegra e più gioviale del mondo, ed entrammo nella foresta senza far altro che ridere e scherzare com'era sua abitudine con me. Quando tentavo di portare la conversazione sull'argomento per cui mi aveva chiesto di incontrarlo, mi diceva sempre di aspettare, poiché temeva che ci osservassero e che non fossimo ancora al sicuro. A poco a poco ci avvicinammo a quel cespuglio e a quella grande quercia, dove mi aveva incontrato la prima volta; non potei fare a meno di inorridire rivedendo quei luoghi, la mia imprudenza e l'orrore della mia sorte sembrarono presentarsi allora ai miei occhi in tutta la loro gravità; voi potete immaginare come aumentò la mia paura, quando vidi ai piedi della funesta quercia, dove avevo già subito un trattamento così terribile, due dei giovani favoriti del marchese che passavano per quelli che amava di più. Quando ci avvicinammo, essi si alzarono e gettarono sull'erba delle corde, dei nerbi di bue e altri strumenti che mi misero addosso una grande paura.
Allora il marchese, non usando con me che gli epiteti più grossolani e più orribili:
- C... - mi disse senza che i giovani potessero ancora sentirlo - riconosci questo cespuglio dal quale ti ho tratta fuori come una bestia selvatica per ridonarti la vita che avevi meritato di perdere? Riconosci quell'albero, al quale minacciai di ricondurti se mi avessi mai dato occasione di pentirmi della mia bontà?
Perché hai accettato i servizi che ti ho chiesto contro mia madre, se avevi in mente di tradirmi, e come hai potuto immaginare di servire la virtù rischiando la libertà di colui al quale dovevi la vita? Posta di necessità fra due delitti, perché hai scelto il più abominevole? Dovevi rifiutare quanto ti chiedevo, e non accettarlo per tradirmi.
Allora il marchese mi raccontò quello che aveva fatto per intercettare i dispacci del corriere e quali erano stati i sospetti che l'avevano messo in guardia.
- Che cosa hai fatto con la tua falsità, indegna creatura?
continuò. - Hai rischiato la vita senza salvare quella di mia madre, il colpo è fatto e al mio ritorno spero di assistere al definitivo coronamento dei miei successi. Ma bisogna che ti punisca, bisogna che tu impari che il sentiero della virtù non è sempre il migliore e che ci sono al mondo delle situazioni per cui la complicità in un delitto è preferibile alla delazione dello stesso. Conoscendomi come dovevi conoscermi, come hai osato prenderti gioco di me? Ti sei forse immaginata che il sentimento della pietà, che non ho mai ammesso nel mio cuore se non allo scopo di soddisfare i miei piaceri, o che qualche principio religioso che ho sempre calpestato, sarebbero stati capaci di trattenermi?... o forse hai pensato di far leva sulle tue grazie?
aggiunse col tono della più crudele canzonatura... Ebbene, ti dimostrerò che queste grazie, tanto scoperte quanto possono esserlo, serviranno ad attizzare meglio la mia vendetta.
E senza darmi il tempo di rispondere, senza manifestare la minima emozione per il torrente di lacrime di cui mi vedeva inondata, avendomi afferrata di forza per il braccio e trascinandomi verso i suoi accoliti:
- Eccola, - disse loro - quella che ha voluto avvelenare mia madre e che forse ha già commesso l'odioso delitto per tante che siano state le mie cure nel prevenirlo; sarebbe forse stato meglio metterla nelle mani della giustizia, ma avrebbe perso la vita, e io voglio lasciargliela perché debba più a lungo soffrire; spogliatela subito e legatela con il ventre contro quest'albero, che io la castighi come merita.
L'ordine fu eseguito immediatamente, mi misero un fazzoletto in bocca, mi fecero abbracciare strettamente l'albero, mi legarono per le spalle e per le gambe, lasciando il resto del corpo senza lacci, affinché nulla potesse ripararlo dai colpi che stava per ricevere. Il marchese, straordinariamente eccitato, s'impadronì di un nerbo di bue; prima di colpire, il crudele, volle osservare il mio volto; si sarebbe detto che nutrisse i suoi occhi delle mie lacrime e dei segni di dolore e di terrore che si imprimevano sulla mia fisionomia... Passò quindi dietro di me a circa tre piedi di distanza, e mi sentii immediatamente colpita con tutte le forze che gli era possibile metterci, dal centro della schiena fino alle parti molli delle gambe. Il mio carnefice si fermò un istante, toccò brutalmente con le sue mani tutte le parti che aveva appena martoriato... non so che cosa disse a bassa voce a uno dei suoi accoliti, ma immediatamente mi si coprì la testa con un fazzoletto per cui non mi fu più possibile seguire i loro movimenti; accaddero dunque diverse cose dietro di me, prima che si ripetessero le sanguinose scene alle quali ero ancora destinata... - Sì, bene, è così - disse il marchese prima di colpirmi, e appena questa parola, della quale non capivo niente, venne pronunciata, i colpi ricominciarono con maggior violenza; si fece ancora una pausa, le mani ritornarono una seconda volta sulle parti lacerate, si parlò ancora a bassa voce... Uno dei giovani disse a voce alta: - Non sto meglio in questa posizione?... - e queste nuove parole, alle quali il marchese rispose soltanto: - Più vicino, più vicino -, furono seguite da un terzo attacco ancora più violento degli altri, durante il quale Bressac disse a due o tre riprese consecutive [queste] parole, accompagnate da spaventose bestemmie: - Andatevene dunque, andatevene dunque tutti e due, non vedete che la voglio ammazzare io qui con le mie mani?
- Queste parole pronunciate con un tono di voce sempre più eccitato misero fine all'insigne supplizio, si parlò ancora per qualche minuto a bassa voce, percepii altri movimenti, e sentii allentarsi le mie corde. Infine il mio sangue, che vidi sparso sull'erba, mi fece capire lo stato in cui dovevo essere; il marchese era solo, i suoi accoliti erano scomparsi...
- Ebbene, baldracca, - mi disse guardandomi con quella specie di disgusto che segue il delirio delle passioni - non trovi che la virtù è un po' costosa, e duemila scudi di rendita non valevano cento colpi di nerbo di bue?...
Mi lasciai cadere ai piedi dell'albero, ero prossima a svenire...
Lo scellerato, non ancora soddisfatto degli orrori cui si era appena lasciato andare, crudelmente eccitato dalla vista delle mie sofferenze, mi calpestò per terra e mi tenne sotto i suoi piedi fino al punto di soffocarmi.
- Sono fin troppo buono a salvarti la vita, ripeté due o tre volte - stai attenta almeno all'uso che farai delle mie nuove bontà...
Allora mi ordinò di alzarmi e di riprendere i miei panni, e colandomi il sangue da ogni parte, affinché i miei abiti, i soli che mi restavano, non ne restassero macchiati, raccolsi meccanicamente dell'erba per asciugarmi. Nel frattempo, egli camminava avanti e indietro lasciandomi fare, più occupato delle sue idee che di me. Il gonfiore delle mie carni, il sangue che colava ancora, i crudeli dolori che mi tormentavano, tutto mi rese quasi impossibile l'operazione di rivestirmi, e mai l'uomo feroce con cui avevo a che fare, mai il mostro che mi aveva ridotto in quelle condizioni, lui per il quale avrei dato la mia vita soltanto qualche giorno prima, mai il più lieve sentimento di pietà lo spinse anche solo ad aiutarmi; quando fui pronta, mi si avvicinò.
- Andate dove volete, - mi disse - dovrebbe restarvi del danaro nel borsellino, non ve lo porto via, ma guardatevi bene dal ritornare da me o a Parigi o in campagna. Tra poco tutti vi considereranno, ve ne avverto, l'assassina di mia madre; se respira ancora, farò in modo che porti quest'idea nella tomba; tutta la casa lo saprà; vi denuncerò alla giustizia. Parigi diventa dunque per voi tanto più inabitabile in quanto il vostro primo processo che credevate concluso, è stato solamente sospeso, ve ne avverto. Vi è stato detto che tutto era finito, ma vi hanno ingannata; la sentenza non è stata cassata; vi lasciavano in questa situazione per vedere come vi sareste comportata. Avete dunque ora due processi invece di uno; e al posto del vile usuraio come parte avversa, un uomo ricco e potente, deciso a inseguirvi fino all'inferno, se con querele calunniatrici oserete mai abusare della vita che voglio lasciarvi.
- Oh signore, - risposi - quali che siano state le crudeltà che avete usato nei miei confronti, non temete nulla di quello che io possa fare; ho creduto di dover agire contro di voi, quando si trattava della vita di vostra madre, ma non prenderò mai più altre iniziative, quando si tratterà solo della sventurata Sofia. Addio, signore, possano i vostri delitti rendervi felice nella stessa misura in cui mi fanno soffrire le vostre crudeltà, e qualunque sia la sorte che il cielo vi riserva, finché esso vorrà prolungare i giorni della mia miserevole vita, io li impiegherò nel pregare per voi.
Il marchese alzò la testa, non poté impedirsi di osservarmi mentre dicevo queste parole, e, poiché mi vide coperta di lacrime e malferma sulle gambe, nella paura senza dubbio di commuoversi, il crudele si allontanò e non guardò più dalla mia parte. Non appena scomparve, mi lasciai cadere a terra e mi diedi tutta al mio dolore, feci risuonare l'aria con i miei gemiti e bagnai l'erba con le mie lacrime:
- O mio Dio, - gridai - voi l'avete voluto, era nella vostra volontà che l'innocente diventasse ancora una volta preda del colpevole; disponete di me, Signore, sono ancora ben lontana dai mali che avete sofferto per noi; possano quelli che io sopporto nel glorificarvi, rendermi degna un giorno della ricompensa che promettete al debole che non guarda che a voi nelle sue tribolazioni e che vi glorifica nelle sue pene!
Calava la notte, non ero in condizione di allontanarmi, potevo reggermi a stento; mi ricordai del cespuglio dove avevo trascorso la notte quattro anni prima in una situazione senza dubbio molto meno dolorosa, mi trascinai come potei ed essendomi coricata nello stesso posto, tormentata dalle mie ferite ancora sanguinanti, oppressa dai mali dello spirito e dalle afflizioni del cuore, passai la notte più crudele che si possa immaginare. Poiché il vigore della mia età e la robustezza del mio fisico mi avevano restituito un po' di forza al sorgere del sole, troppo atterrita dalla vicinanza di quel crudele castello, me ne allontanai prontamente, lasciai la foresta e, decisa a raggiungere comunque le prime abitazioni che mi si presentassero, entrai nel borgo di Claye distante circa sei leghe da Parigi. Domandai della casa del chirurgo, me la indicarono; lo pregai di medicarmi e gli dissi che, fuggendo per una storia d'amore dalla casa di mia madre a Parigi, ero disgraziatamente incappata in quella foresta di Bondy, dove degli scellerati mi avevano ridotta come vedeva; mi curò a patto che sporgessi denuncia presso il cancelliere del villaggio; acconsentii; verosimilmente si fecero delle ricerche di cui non sentii mai parlare, e il chirurgo, che aveva voluto che alloggiassi da lui fino alla guarigione, si diede tanto da fare che prima di un mese fui completamente ristabilita.
Non appena il mio stato mi permise di prendere aria, la mia prima preoccupazione fu di trovare nel villaggio qualche giovane abbastanza accorta e intelligente per andare al castello di Bressac a informarsi di quanto era successo dopo la mia partenza.
La curiosità non era il solo motivo che mi spingeva a far questo; quella curiosità, forse pericolosa, sarebbe stata sicuramente inopportuna, ma il poco denaro che avevo guadagnato presso la contessa era rimasto nella mia camera, avevo appena sei luigi con me e al castello quasi trenta. Non immaginavo che il marchese fosse tanto crudele da rifiutarmi quello di cui ero legittima proprietaria ed ero convinta che, passato il primo furore, non mi avrebbe fatto una seconda ingiustizia; scrissi la lettera più commovente di cui fui capace... Ahimé, lo era fin troppo, il mio triste cuore vi parlava forse ancora mio malgrado in favore di quel mostro; gli nascosi con cura il luogo in cui abitavo, lo supplicai di restituirmi i miei abiti e il poco denaro che si poteva trovare nella mia stanza. Una contadina di venti o venticinque anni, molto vivace e molto intelligente, mi promette di incaricarsi della missiva e di raccogliere di nascosto un numero sufficiente di informazioni, tali da soddisfarmi al suo ritorno sui diversi argomenti di cui l'avverto che le avrei chiesto notizia; le raccomando espressamente di tacere il luogo da dove viene, di non parlare di me in alcun modo, di dire che la lettera le era stata consegnata da un uomo che l'aveva portata da più di quindici leghe di distanza. Giannetta, era il nome della mia messaggera, partì e ventiquattr'ore dopo mi riportò la risposta. E' essenziale, signora, che voi sappiate che cosa era successo a casa del marchese di Bressac, prima ancora di mostrarvi il biglietto che ne avevo ricevuto.
La contessa di Bressac, caduta gravemente ammalata il giorno stesso della mia partenza dal castello, era morta repentinamente la notte stessa. Nessuno era venuto da Parigi al castello e il marchese sosteneva fra le lacrime più amare (il furbo!), che la madre era stata avvelenata da una cameriera che era poi fuggita il giorno stesso e che si chiamava Sofia; si facevano delle ricerche su questa cameriera e l'intenzione era di farla morire sul patibolo, se mai l'avessero trovata. Per il resto, in seguito a questa eredità, il marchese si trovava ora molto più ricco di quanto non avesse creduto, e i forzieri e le gemme della signora di Bressac (tutte cose queste delle quali si sapeva ben poco) avevano fruttato al marchese più di seicentomila franchi in oggetti preziosi o in denaro liquido, senza contare naturalmente le rendite derivanti dai beni immobili. Sebbene ostentasse il più vivo dolore, il signore di Bressac faceva molta fatica, si diceva, a nascondere la sua gioia, e i parenti, convocati per l'autopsia pretesa dal marchese, dopo aver compianto la sorte della sventurata contessa e giurato di vendicarla se quella che aveva commesso il delitto fosse mai caduta nelle loro mani, avevano lasciato il giovane in pieno e pacifico possesso del frutto delle sue scelleratezze. Il signore di Bressac aveva parlato lui stesso con Giannetta, le aveva fatto diverse domande alle quali la giovane aveva risposto con tanta fermezza e tanta franchezza che si era deciso a scriverle una risposta, senza insistere più a lungo nel suo interrogatorio.
"Eccola", questa fatale lettera," disse Sofia togliendola fuori da una tasca, "eccola, signora; essa è necessaria talvolta al mio cuore e la conserverò fino al mio ultimo respiro; leggetela se riuscite a farlo senza inorridire." La signora di Lorsange, avendo preso il biglietto dalle mani della nostra bella avventuriera, vi lesse le seguenti parole:
"Una scellerata, capace di aver avvelenato mia madre, ha l'ardire di scrivermi dopo questo esecrabile delitto. L'unica cosa che riesce a far bene è di tener nascosto il suo rifugio; essa può stare certa che, se la scoprono, non le daranno sicuramente pace.
Che cosa osa reclamare... come osa parlare di denaro e di abiti?
Il valore di quanto ha potuto lasciare equivale forse a quello dei furti che ha commesso, o durante il suo soggiorno nella casa, o quando ha consumato il suo ultimo delitto? Che eviti una seconda richiesta simile a questa, perché la si avverte che la prossima volta il latore verrà trattenuto fino a quando il luogo che nasconde la colpevole non sarà conosciuto dalla giustizia." "Continuate, mia cara bambina" disse la signora di Lorsange restituendo il biglietto a Sofia. "Ecco delle azioni che fanno orrore... Navigare nell'oro e rifiutare a una disgraziata che non ha voluto partecipare a un delitto quanto ha legittimamente guadagnato, è un'infamia senza pari." "Ahimé, signora," continuò Sofia riprendendo il seguito della sua storia, "rimasi due giorni a piangere su questa sciagurata lettera; e piangevo molto di più per le azioni orribili che vi erano descritte che per il rifiuto in essa contenuto. Eccomi dunque colpevole, gridai, eccomi una seconda volta denunciata alla giustizia per aver troppo rispettato le sue leggi... E sia, non me ne pento; qualsiasi cosa possa capitarmi, io non avrò da soffrire né dolori morali né rimorsi finché la mia anima resterà pura e finché il mio unico torto sarà quello di ascoltare i sentimenti di giustizia e di virtù che non mi abbandoneranno mai.
Mi era tuttavia impossibile credere che le ricerche di cui il marchese mi minacciava fossero reali; erano così poco verosimili, era così pericoloso per lui farmi comparire davanti a un tribunale, che immaginai che nel proprio intimo egli dovesse essere molto più spaventato della mia presenza vicino a lui, se mai la scoprisse, di quanto non dovevo io tremare delle sue minacce. Questi pensieri mi convinsero a restare nel luogo dove mi trovavo, e a sistemarmici, se potevo, fino a quando le mie risorse, un pochino accresciute, mi permettessero di partire. Il signor Rodin, era il nome del chirurgo presso il quale abitavo, mi propose lui stesso di rimanere al suo servizio. Era un uomo di trentacinque anni, con un carattere duro, brusco, brutale, ma che godeva in tutto il paese di un'eccellente reputazione; tutto preso dalle sue occupazioni, non avendo nessuna donna presso di sé, era ben contento, al suo ritorno, di trovarne una che prendesse cura della sua casa e della sua persona; mi offriva duecento franchi all'anno e qualche briciola sui suoi profitti, e io accettai tutte le sue condizioni. Il signor Rodin conosceva fin troppo bene il mio fisico per ignorare che non avevo mai