SIGMUND FREUD
INTRODUZIONE ALLA PSICOANALISI
Volume primo
Ciò che presento qui al pubblico come "Introduzione alla psicoanalisi" non vuole in alcun modo entrare in competizione con le già esistenti esposizioni generali di questo ramo del sapere (1). Si tratta della fedele riproduzione di lezioni da me tenute nei due semestri invernali 1915-16 e 1916-17 dinanzi a un uditorio composto da medici e profani di entrambi i sessi.
Tutte le particolarità destinate a sorprendere i lettori di questo libro si spiegano con le condizioni in cui esso ebbe origine. Non era possibile conservare nell'esposizione la fredda calma di una dissertazione scientifica; l'oratore dovette anzi proporsi di non lasciar ristagnare l'attenzione degli ascoltatori dato che le lezioni duravano quasi due ore. Per motivi contingenti si rese inevitabile ripetere la trattazione di uno stesso argomento, affrontandolo per esempio una prima volta in rapporto all'interpretazione dei sogni e poi ancora in rapporto ai problemi delle nevrosi. La disposizione della materia fece anche sì che alcuni temi importanti, come ad esempio quello dell'inconscio, non potessero venire trattati esaurientemente in un unico punto, ma dovessero essere ripresi e abbandonati varie volte, nell'attesa che si presentasse una nuova occasione per aggiungere qualcosa alla loro conoscenza .
Chi ha familiarità con la letteratura psicoanalitica troverà in questa "Introduzione" poche cose di cui non potrebbe venire a conoscenza da altre pubblicazioni assai più particolareggiate.
Pure, un bisogno di compiutezza e di sintesi ha costretto l'autore ad avvalersi per alcuni punti (l'etiologia dell'angoscia, le fantasie isteriche) anche di materiale finora non divulgato.
FREUD
Vienna, primavera 1917
NOTE:
Signore e Signori, non so quanto ognuno di voi sappia sulla psicoanalisi dalle sue letture o per sentito dire. Sono comunque obbligato dalla formulazione letterale del programma annunciato "Introduzione elementare alla psicoanalisi" - a trattarvi come se non ne sapeste nulla e aveste bisogno di una prima informazione.
Posso, tuttavia, presupporre quanto meno che voi sappiate che la psicoanalisi è un procedimento per il trattamento medico delle malattie nervose, e quindi darvi subito un esempio di come in questo campo parecchie cose procedano in modo diverso, spesso addirittura opposto, che altrove nella medicina. Altrove, quando sottoponiamo un malato a una tecnica medica a lui nuova, siamo soliti svalutargliene gli inconvenienti e fargli rassicuranti promesse circa i risultati del trattamento. Ritengo che ne abbiamo il diritto, perché con questa condotta aumentiamo le probabilità di successo. Quando invece prendiamo un nevrotico in trattamento psicoanalitico, ci comportiamo diversamente. Gli prospettiamo le difficoltà del metodo, la sua lunga durata, gli sforzi e i sacrifici che esso costa e, per quanto concerne il risultato, diciamo di non poterglielo promettere con certezza, che esso dipende dal suo comportamento, dalla sua comprensione, dalla sua docilità, dalla sua perseveranza. Per comportarci in modo apparentemente così assurdo, abbiamo naturalmente i nostri buoni motivi, di cui forse in seguito potrete rendervi conto.
Non abbiatevene dunque a male se all'inizio vi tratterò in modo simile a questi malati nevrotici. In fondo, vi sconsiglio di venire ad ascoltarmi la prossima volta. In accordo con tale intento, vi prospetterò le imperfezioni inevitabilmente connesse con l'insegnamento della psicoanalisi e le difficoltà che si oppongono all'acquisizione da parte vostra di un giudizio personale in proposito. Vi mostrerò come tutto l'indirizzo della vostra precedente formazione e tutte le vostre abitudini mentali debbano inevitabilmente rendervi avversari della psicoanalisi, e quanto resti da superare in voi stessi per aver ragione di questa avversione istintiva. Non posso naturalmente predirvi quale profitto per la comprensione della psicoanalisi trarrete dalle mie comunicazioni, ma vi assicuro che il loro ascolto non potrà insegnarvi a intraprendere un'indagine o a eseguire un trattamento psicoanalitico. Se poi tra voi dovesse trovarsi qualcuno che non si sentisse soddisfatto di un simile contatto fuggevole con la psicoanalisi ma volesse entrare con essa in una relazione durevole, non solo lo sconsiglierei, ma lo metterei in guardia in modo specifico. Allo stato attuale delle cose egli si distruggerebbe, con una simile scelta professionale, ogni probabilità di successo universitario e, se entrasse nella vita come medico praticante, si troverebbe in una società che non comprende i suoi sforzi, considera con diffidenza e ostilità chi li compie e gli sguinzaglia contro tutti gli spiriti maligni che covano in lei. Forse proprio i fenomeni concomitanti della guerra che infuria oggi in Europa possono darvi un'idea di quanto questi spiriti maligni siano numerosi.
C'è tuttavia un buon numero di persone per le quali tutto ciò che può diventare un nuovo elemento di conoscenza mantiene, nonostante questi inconvenienti, le sue attrattive. Se alcuni di voi sono di questa tempra e vorranno ripresentarsi qui la prossima volta, non curandosi dei miei ammonimenti, saranno i benvenuti. Tutti, però, avete il diritto di apprendere in cosa consistano le difficoltà della psicoanalisi cui ho accennato.
Comincerò con le difficoltà dell'insegnamento, dell'addestramento nella psicoanalisi. Nell'insegnamento della medicina siete stati abituati a vedere. Vedete il preparato anatomico, il precipitato nella reazione chimica, l'accorciamento del muscolo come risultato della stimolazione dei suoi nervi. Più tardi viene presentato ai vostri sensi l'ammalato, i sintomi del suo male, gli esiti del processo morboso, in numerosi casi persino gli agenti della malattia allo stato puro. Nelle discipline chirurgiche siete testimoni degli interventi con i quali si presta aiuto al malato, e potete tentarne voi stessi l'esecuzione. Anche nella psichiatria la presentazione del malato, con la sua mimica alterata, il suo modo di parlare e il suo comportamento, vi forniscono una quantità di osservazioni che lasciano in voi impressioni profonde. Così il docente di medicina svolge prevalentemente la parte di una guida e di un commentatore che vi accompagna attraverso un museo mentre voi ottenete il contatto immediato con gli oggetti e siete certi che la vostra convinzione dell'esistenza dei nuovi fatti sia frutto della vostra percezione.
Purtroppo tutto va diversamente nella psicoanalisi. Nel trattamento analitico non si procede a nient'altro che a uno scambio di parole tra l'analizzato e il medico. Il paziente parla, racconta di esperienze passate e di impressioni presenti, si lamenta, ammette i propri desideri e impulsi emotivi. Il medico ascolta, cerca di dare un indirizzo ai processi di pensiero del paziente, lo esorta, sospinge la sua attenzione verso determinate direzioni, gli fornisce alcuni schiarimenti e osserva le reazioni di comprensione o di rifiuto che in tal modo suscita nel malato. I parenti incolti dei nostri malati, inoltre, cui fa impressione solo ciò che si può vedere e toccare- di preferenza azioni come quelle che si vedono al cinematografo, - non trascurano mai di esternare i loro dubbi che "soltanto con dei discorsi si possa concludere qualcosa contro la malattia". Naturalmente questo è un modo di pensare tanto ristretto quanto incoerente. Si tratta di quelle stesse persone che sono sicurissime che i sintomi dei malati "non sono altro che immaginazioni".
Originariamente le parole erano magie e, ancora oggi, la parola ha conservato molto del suo antico potere magico. Con le parole un uomo può rendere felice l'altro o spingerlo alla disperazione, con le parole l'insegnante trasmette il suo sapere agli allievi, con le parole l'oratore trascina con sé l'uditorio e ne determina i giudizi e le decisioni. Le parole suscitano affetti e sono il mezzo comune con il quale gli uomini si influenzano tra loro. Non sottovaluteremo quindi l'uso delle parole nella psicoterapia e saremo soddisfatti se ci verrà data l'occasione di ascoltare le parole che si scambiano l'analista e il suo paziente.
Ma nemmeno questo ci è possibile. Il colloquio nel quale consiste il trattamento psicoanalitico non ammette alcun ascoltatore, non si presta a dimostrazioni. E' vero che anche un nevrastenico o un isterico può essere presentato agli studenti, in una lezione di psichiatria, ma allora racconta le sue pene e i suoi sintomi, nient'altro. Le comunicazioni dl cui l'analisi ha bisogno, egli le fa solo a condizione che esista un particolare legame emotivo con il medico; ammutolirebbe non appena notasse un solo testimone a lui indifferente. Queste comunicazioni riguardano infatti la parte più intima della sua vita psichica, tutto ciò che, come persona socialmente autonoma, egli deve nascondere di fronte ad altri, e inoltre tutto ciò che, come personalità unitaria, non vuole confessare a sé stesso.
Voi non potete dunque essere presenti come ascoltatori a un trattamento psicoanalitico. Potete soltanto sentirne parlare, e farete conoscenza con la psicoanalisi - in senso stretto - solo per sentito dire. Con questo insegnamento, per così dire di seconda mano, venite a trovarvi in condizioni del tutto insolite ai fini della formazione di un giudizio. Quest'ultimo dipenderà evidentemente, per la maggior parte, dalla fede che potete prestare all'informatore.
Supponete per un attimo di non esservi recati a una lezione di psichiatria, ma di storia, e che il relatore vi parli della vita e delle imprese militari di Alessandro Magno. Che motivi avreste per credere alla veridicità delle sue comunicazioni? A tutta prima la situazione sembra essere ancora più sfavorevole che nel caso della psicoanalisi, poiché il professore di storia non ha preso più parte di voi alle spedizioni di Alessandro; lo psicoanalista, almeno, vi parla di cose in cui egli stesso ha svolto una funzione. Ma allora si tratta di sapere ciò che conferisce credibilità allo storico. Egli può rimandarvi ai resoconti di antichi scrittori, che furono contemporanei o almeno più vicini nel tempo agli avvenimenti in questione, ossia ai libri di Diodoro, Plutarco, Arriano, e altri, può mostrarvi riproduzioni delle monete e delle statue del re che si sono conservate e farvi passare di mano in mano una fotografia del mosaico pompeiano della battaglia di Isso. A rigore, però, tutti questi documenti dimostrano soltanto che già generazioni precedenti hanno creduto all'esistenza di Alessandro e alla realtà delle sue gesta; e a questo punto la vostra critica potrebbe ricominciare da capo. Essa troverà allora che non tutto quanto è stato riferito su Alessandro è degno di fede o è accertabile nei particolari; eppure non posso credere che per questo lascerete l'aula dubitando della realtà di Alessandro Magno. La vostra decisione sarà determinata principalmente da due considerazioni: in primo luogo che il relatore non ha alcun motivo pensabile per spacciare per vero davanti a voi ciò che egli stesso non ritiene tale, e, in secondo luogo, che tutti i libri di storia reperibili espongono gli avvenimenti in modo pressappoco simile. Se poi vi addentrerete nell'esame delle fonti più antiche, prenderete in considerazione gli stessi fattori, cioè i possibili motivi degli informatori e la concordanza delle testimonianze. Nel caso di Alessandro, l'esito dell'esame sarà senz'altro rassicurante; sarà probabilmente diverso se si tratta di personalità come Mosè o Nembrod. Quanto invece ai dubbi che potrete sollevare circa la credibilità del vostro informatore psicoanalitico, avrete in seguito l'opportunità di individuarli con sufficiente chiarezza.
Ora avete il diritto di domandare: se non esiste alcuna convalida oggettiva della psicoanalisi e alcuna possibilità di dimostrarne l'attendibilità, come si può mai apprenderla e convincersi della verità delle sue affermazioni? Questo apprendimento, effettivamente, non è facile, e infatti non sono molte le persone che hanno appreso la psicoanalisi come si deve. Eppure una via d'accesso esiste, naturalmente. La psicoanalisi si impara innanzitutto su sé stessi, mediante lo studio della propria personalità. Ciò non coincide perfettamente con quello che si usa definire autosservazione, ma, all'occorrenza, può essere compreso in essa. Esiste tutta una serie di fenomeni psichici molto frequenti e universalmente noti che, dopo un certo addestramento tecnico, possono essere fatti oggetto di analisi in noi stessi. In tal modo ci si riesce a persuadere della realtà dei processi descritti dalla psicoanalisi e dell'esattezza delle sue concezioni. Comunque, al progredire su questa strada sono posti determinati limiti. Si progredisce molto di più se ci si fa analizzare da un analista esperto, se si esperimentano gli effetti dell'analisi sul proprioIo cogliendo simultaneamente l'opportunità di carpire al proprio analista le più sottili regole tecniche del procedimento. Quest'ottimo metodo, naturalmente, è accessibile sempre soltanto a una persona per volta, mai a un intero corso.
Di una seconda difficoltà nel vostro rapporto con la psicoanalisi non posso più ritenere responsabile quest'ultima, ma voi stessi, miei ascoltatori, almeno quelli di voi che finora si sono occupati di studi di medicina. La vostra precedente formazione ha dato alla vostra attività intellettuale un determinato indirizzo, che conduce lontano dalla psicoanalisi. Siete stati addestrati a dare un fondamento anatomico alle funzioni dell'organismo e ai suoi disturbi, a spiegarli chimicamente e fisicamente e a concepirli biologicamente, mentre neanche un briciolo del vostro interesse è stato indirizzato verso la vita psichica, nella quale pure culminano le prestazioni di questo organismo meravigliosamente complesso. Perciò vi è rimasto estraneo il modo di pensare psicologico in generale, essendovi voi abituati a considerarlo con diffidenza, a contestargli il carattere di scientificità e a lasciarlo ai profani, ai poeti, ai filosofi della natura e ai mistici. Questa limitazione costituisce certamente un danno per la vostra attività medica, dal momento che il malato, come sempre avviene nei rapporti umani, vi mostrerà dapprima la sua facciata psicologica, e io temo che sarete costretti, per castigo, a lasciare una parte dell'influsso terapeutico al quale aspirate ai medici dilettanti, ai guaritori empirici e ai mistici, tutta gente che voi disprezzate.
Non mi è ignota la scusante che si può invocare per questa lacuna della vostra preparazione. Manca una scienza ausiliaria filosofica che possa soccorrervi nei vostri intenti medici. Né la filosofia speculativa né la psicologia descrittiva o la cosiddetta psicologia sperimentale connessa alla fisiologia degli organi di senso, così come vengono insegnate nelle scuole, sono in grado di dirvi qualcosa di utile sulla relazione tra il corporeo e lo psichico nonché di fornirvi la chiave per la comprensione di un eventuale disturbo delle funzioni psichiche. Nell'ambito della medicina, la psichiatria si occupa bensì di descrivere i disturbi psichici osservabili e di raggrupparli in determinati quadri clinici, ma nei loro momenti di sincerità gli stessi psichiatri dubitano che le loro esposizioni puramente descrittive meritino il nome di scienza. I sintomi che compongono questi quadri morbosi sono sconosciuti per quanto riguarda la loro origine, il loro meccanismo e i loro reciproci legami, a essi non corrisponde alcuna dimostrabile alterazione dell'organo anatomico della psiche, oppure vi corrispondono alterazioni dalle quali non si può trarre alcun chiarimento. Questi disturbi psichici sono accessibili a un influsso terapeutico solo quando possono venir riconosciuti come effetti collaterali di una qualsiasi altra affezione organica Ecco la lacuna che la psicoanalisi si sforza di colmare. Essa vuole dare alla psichiatria il fondamento psicologico che le manca; spera di scoprire il terreno comune sulla cui base divenga comprensibile la convergenza del disturbo fisico con quello psichico. A questo scopo deve tenersi libera da ogni ipotesi preconcetta di natura anatomica, chimica o fisiologica a essa estranea, e deve operare esclusivamente con concetti ausiliari di natura meramente psicologica; appunto per questo, temo che in un primo tempo vi apparirà peregrina.
Per ciò che riguarda un'ultima difficoltà, non voglio rendere corresponsabili voi, la vostra precedente formazione o il vostro atteggiamento mentale. Con due delle sue affermazioni la psicoanalisi offende il mondo intero e se ne attira l'avversione; una di esse urta contro un pregiudizio intellettuale, l'altra contro un pregiudizio estetico-morale. Dobbiamo stare attenti a non trascurare troppo questi pregiudizi: essi sono potenti, sono sedimenti di evoluzioni utili, o addirittura necessarie, dell'umanità. Vengono mantenuti in vita da forze affettive e la lotta contro di essi è una lotta difficile.
La prima di queste sgradevoli affermazioni della psicoanalisi è che i processi psichici sono di per sé inconsci e che di tutta la vita psichica sono consce soltanto alcune parti e alcune azioni singole. Tenete presente che, al contrario, noi siamo abituati a identificare lo psichico con il cosciente. La coscienza è da noi ritenuta addirittura la caratteristica che definisce lo psichico, la psicologia la dottrina dei contenuti della coscienza. Anzi, questa equiparazione ci sembra talmente ovvia che crediamo di avvertire come un palese controsenso ogni sua contestazione; tuttavia la psicoanalisi non può fare a meno di sollevare questa contestazione, né può accettare l'identità di cosciente e psichico. Secondo la sua definizione, lo psichico consiste in processi quali il sentire, il pensare, il volere ed essa deve sostenere che esiste un pensiero inconscio e un volere di cui si è inconsapevoli. Con questo si è però giocata fin dall'inizio la simpatia di tutti gli amici della sobrietà scientifica e si è attirata il sospetto di essere una fantasiosa dottrina occulta, che vorrebbe costruire al buio e pescare nel torbido. Voi naturalmente, miei ascoltatori, non potete ancora capire con quale diritto io possa tacciare di pregiudizio una proposizione di natura così astratta come "lo psichico è il cosciente"; né potete indovinare per quale strada si sia giunti al disconoscimento dell'inconscio, ammesso che esso esista, e quale vantaggio sia potuto risultare da questo disconoscimento. La questione se si debba far coincidere lo psichico con il cosciente o estenderlo al di là di esso, suona come una vuota disputa verbale; e tuttavia posso assicurarvi che, con l'ammissione di processi psichici inconsci, si è aperto un nuovo, decisivo orientamento nel mondo e nella scienza.
Non può non esservi altrettanto nascosta l'intima connessione che collega questa prima audacia della psicoanalisi alla seconda, di cui sto per parlarvi. Quest'altra proposizione, che la psicoanalisi rivendica come una delle proprie scoperte, afferma che alcuni moti pulsionali, i quali non possono essere chiamati che sessuali, sia in senso stretto che in senso più lato, hanno una grandissima parte, finora non apprezzata a sufficienza, nella determinazione delle malattie nervose e mentali. Afferma inoltre che questi stessi impulsi sessuali forniscono un contributo che non va sottovalutato alle più alte creazioni culturali, artistiche e sociali dello spirito umano.
Stando alla mia esperienza, l'avversione per questo risultato della ricerca psicoanalitica è il più importante motivo della resistenza che essa ha incontrato. Volete sapere come ce lo spieghiamo? Noi riteniamo che la civiltà si sia formata sotto l'urgenza delle necessità vitali a spese del soddisfacimento delle pulsioni, e che essa venga in gran parte continuamente ricreata "ex novo", quando il singolo, che fa il suo primo ingresso nella comunità umana, ripete il sacrificio del soddisfacimento delle pulsioni a favore della società. Tra le forze pulsionali così impiegate, quelle degli impulsi sessuali hanno un ruolo importante; in questo processo esse vengono sublimate, ossia distolte dalle loro mete sessuali e rivolte a mete socialmente superiori, non più sessuali. Questa costruzione però è labile, le pulsioni sessuali sono domate a fatica, in ciascun individuo che debba associarsi all'opera di civilizzazione sussiste il pericolo che le sue pulsioni sessuali si rifiutino di essere impiegate in questo modo. La società crede che non vi sia minaccia più forte alla sua civiltà di quella che deriverebbe dalla liberazione delle pulsioni sessuali e dal loro ritorno alle mete originarie. La società non ama quindi che le si rammenti questa instabile componente del suo fondamento, non ha alcun interesse che venga riconosciuta la forza delle pulsioni sessuali e resa esplicita l'importanza della vita sessuale per il singolo; anzi, con intento educativo, ha seguito la via di distogliere l'attenzione da tutto questo campo. Perciò essa non tollera il risultato della ricerca psicoanalitica che abbiamo testé menzionato, preferirebbe di gran lunga stigmatizzarlo come esteticamente ributtante e moralmente riprovevole o come qualcosa di pericoloso. Ma queste obiezioni non intaccano per nulla quello che pretende di essere il risultato oggettivo di un lavoro scientifico. La contestazione deve essere portata sul piano intellettuale, se vuol farsi sentire. Ora, l'inclinazione a ritenere non vero quello che non piace è propria della natura umana, per cui è facile trovare argomenti che si pongono in contrasto con ciò. La società fa quindi diventare non vero ciò che è spiacevole, contesta le verità della psicoanalisi con argomenti logici e obiettivi, ma scaturiti da fonti affettive, e, trasformandole in pregiudizi, mantiene salde queste obiezioni contro ogni tentativo di confutazione.
Noi tuttavia possiamo affermare, Signore e Signori, che formulando questa proposizione controversa non abbiamo seguìto assolutamente alcun partito preso. Abbiamo inteso soltanto dare espressione a un dato di fatto che ritenevamo di aver stabilito grazie a un lavoro faticoso. Inoltre reclamiamo il diritto di respingere incondizionatamente l'ingerenza di considerazioni pratiche nel lavoro scientifico, ancor prima di aver indagato se il timore che vuol dettarci queste considerazioni sia giustificato o meno.
Queste, dunque, sono alcune delle difficoltà che incontrerete nell'occuparvi di psicoanalisi. Forse sono più che sufficienti per un inizio. Se siete in grado di superare l'impressione che vi hanno fatto, potremo andare avanti.
Signore e Signori, non cominciamo con postulati, ma con un'indagine. Come oggetto di essa scegliamo alcuni fenomeni che sono molto frequenti, molto noti e tenuti in assai poco conto, fenomeni che non hanno nulla a che vedere con le malattie, in quanto possono venir osservati in ogni persona sana. Si tratta dei cosiddetti "atti mancati" cui tutti vanno soggetti. Ciò accade per esempio quando si vuol dire una cosa e al suo posto se ne dice un'altra (LAPSUS VERBALE), o quando succede lo stesso nello scrivere, sia che ci se ne renda conto o no; oppure quando si legge in un foglio stampato o in un manoscritto qualcosa di diverso da quello che vi è scritto (LAPSUS DI LETTERA); o, analogamente, quando si ode in modo errato qualcosa che viene detto (LAPSUS DI ASCOLTO), ovviamente senza l'intervento di una perturbazione organica delle facoltà uditive. Un'altra serie di fenomeni di tal genere ha per base una DIMENTICANZA, non permanente però, ma soltanto temporanea; per esempio, quando non si sa trovare un NOME, che pure si conosce e si riconosce regolarmente, o quando si dimentica di attuare un proposito, di cui più tardi ci si ricorda e che quindi si era dimenticato solo per un determinato momento. In una terza serie viene meno questa condizione di temporaneità, per esempio nello smarrire, quando qualcuno colloca un oggetto in un luogo qualunque e non riesce più a ritrovarlo, o nel caso del tutto analogo del perdere. Ci troviamo qui in presenza di un tipo di dimenticanza che viene trattato diversamente da altre dimenticanze: di esso ci si meraviglia o ci si adira, invece di trovarlo comprensibile. A ciò si riconnettono determinati ERRORI, nei quali compare nuovamente la temporaneità, come quando per un certo periodo si crede qualcosa che pure, prima e dopo, si sa essere differente, e una quantità di fenomeni simili dai nomi diversi.
Tutti questi sono accadimenti la cui natura profondamente affine è testimoniata [in tedesco] dal prefisso comune "ver"; quasi tutti sono irrilevanti, i più assai fuggevoli e privi di significato per la vita degli uomini. Solo di rado uno di essi, come ad esempio la perdita di un oggetto, assume una certa importanza pratica. Per questo gli atti mancati suscitano scarsa attenzione, provocano deboli affetti e così via.
Su questi fenomeni intendo dunque richiamare ora la vostra attenzione. Ma voi mi obietterete infastiditi: "Ci sono tanti grandiosi enigmi nel vasto universo, come in quello più ristretto della vita psichica; tanti fenomeni prodigiosi nel campo dei disturbi psichici, che esigono e meritano un chiarimento, che sembra veramente arbitrario sciupare lavoro e attenzione per simili inezie. Se Lei potesse farci comprendere come mai un uomo sano d'occhi e d'orecchi possa vedere e udire in pieno giorno cose che non esistono, perché un altro improvvisamente si creda perseguitato da persone che fino a quel momento gli erano carissime, o sostenga con le motivazioni più sottili opinioni deliranti che perfino un bambino troverebbe assurde, allora sì avremmo una certa considerazione per la psicoanalisi; ma se questa non sa far altro che indurci a ricercare perché alla fine di un banchetto un oratore dica una parola per un'altra o perché una massaia abbia smarrito la chiave di casa sua, e simili futilità, allora troveremo il modo di impiegare meglio il nostro tempo e il nostro interesse".
Io vi risponderei: Un momento, Signore e Signori! A parer mio la vostra critica non è sulla via giusta. La psicoanalisi, è vero, non può vantarsi di non essersi mai occupata di inezie. Al contrario, la sua materia di osservazione è costituita abitualmente da quei fatti poco appariscenti che le altre scienze mettono da parte come troppo insignificanti: dai rimasugli, per così dire, del mondo dei fenomeni. Ma nella vostra critica non confondete forse la vastità dei problemi con la vistosità degli indizi? Non ci sono cose importantissime, che in determinate condizioni e in determinati momenti possono tradirsi solo tramite indizi estremamente lievi? Potrei citarvi con facilità parecchie di queste situazioni. Da quali minuscoli indizi deducete - mi rivolgo a voi giovanotti - di aver conquistato la simpatia di una signorina? Aspettate per questo un'esplicita dichiarazione d'amore, un abbraccio appassionato, oppure non vi basta forse uno sguardo, che altri difficilmente noterebbero, un movimento fugace, il prolungarsi per un secondo di una stretta di mano? E se, in qualità di agenti investigatori, partecipate alle indagini su un assassinio, vi aspettate davvero di trovare che l'assassino abbia lasciato sul luogo del delitto la sua fotografia con tanto di indirizzo accluso, oppure non vi accontentate necessariamente di tracce relativamente lievi e non molto perspicue della persona ricercata? Non sottovalutiamo quindi i piccoli indizi; forse, a partire da essi, sarà possibile trovarsi sulle tracce di qualcosa di più grande. Del resto, io penso come voi che i grandi problemi del mondo e della scienza hanno diritto per primi al nostro interesse. Ma il più delle volte serve ben poco formulare il preciso proposito di dedicarsi senz'altro all'investigazione di questo o quel grande problema. Spesso, poi, non si sa in che direzione procedere. Nel lavoro scientifico è più promettente affrontare il materiale che ci sta di fronte, per la cui indagine si apre uno spiraglio. Se lo si fa con scrupolo, senza ipotesi o aspettative preconcette, e se si ha fortuna, anche da un lavoro così privo di pretese può scaturire l'appiglio allo studio dei grandi problemi, grazie al nesso che lega tutto con tutto, anche il piccolo col grande.
Così parlerei dunque per tenere avvinto il vostro interesse al problema degli atti mancati, apparentemente così futili, delle persone sane.
Avviciniamo ora una persona qualsiasi, cui la psicoanalisi sia estranea, e chiediamole che spiegazioni si dà di tali fenomeni. A tutta prima essa risponderà certamente: "Oh, non sono cose che val la pena di spiegare, si tratta di piccoli eventi casuali". Che cosa intende con ciò? Vuole forse affermare che accadono cose così insignificanti da rimanere al di fuori dell'universale concatenazione degli eventi e che, come ci sono, potrebbero altrettanto bene non esserci? Chi spezza così il determinismo naturale in un singolo punto, manda all'aria l'intera concezione scientifica del mondo. Gli si può far osservare che perfino la concezione religiosa del mondo è più conseguente giacché dichiara espressamente che nemmeno un passero cade dal tetto senza uno specifico volere di Dio. Penso che il nostro amico non vorrà trarre la conclusione che discende dalla sua prima risposta; cambierà rotta e dirà che, se studiasse queste cose, troverebbe certamente qualche spiegazione; che si tratta di piccole deviazioni funzionali, imprecisioni della prestazione psichica, e che si potrebbe indicare che cos'è che le determina. Una persona che di solito sa parlare correttamente può incorrere in lapsus verbali: 1) quando è leggermente indisposta e affaticata; 2) quando è eccitata; 3) quando è assorbita eccessivamente da altre cose. E' facile trovare conferma a queste affermazioni. I lapsus verbali, in realtà, si presentano con particolare frequenza quando si è affaticati, si ha mal di testa o se incombe un'emicrania. In queste stesse condizioni si verificano facilmente le dimenticanze di nomi propri. Alcune persone sono abituate a riconoscere l'avvicinarsi dell'emicrania da questo loro dimenticare i nomi propri. Anche quando si è eccitati si scambiano spesso le parole - nonché le cose: "si prende una cosa per l'altra ". - La dimenticanza di propositi e tante altre azioni non intenzionali si presentano quando si è distratti, ossia propriamente parlando, quando si è concentrati su qualcos'altro. Un noto esempio di questa distrazione è il Professore del [settimanale umoristico] "Fogli volanti", che dimentica l'ombrello e scambia il suo cappello con quello di un altro perché pensa ai problemi che tratterà nel prossimo libro. Esempi di come si possano dimenticare propositi e promesse, perché nel frattempo qualche avvenimento ci ha intensamente assorbiti, ognuno di noi può ricavarli dalla propria esperienza.
Questo pare del tutto plausibile e sembra anche essere immune da contraddizioni. Forse non è molto interessante o non è quello che ci eravamo aspettati. Guardiamo più da vicino queste spiegazioni degli atti mancati. Le condizioni del manifestarsi di questi fenomeni, che ci vengono indicate, non sono tutte della stessa natura. Indisposizione e disturbo circolatorio danno una giustificazione fisiologica della menomazione della funzione normale; eccitamento, affaticamento, distrazione sono fattori di altro genere, che si potrebbero chiamare psicofisiologici. Questi ultimi si lasciano facilmente tradurre in teoria. Sia l'affaticamento che la distrazione, e forse anche l'eccitazione generale, provocano il ripartirsi dell'attenzione, il che può avere come conseguenza che all'atto m questione si rivolga troppo poca attenzione. E' allora particolarmente facile che questo atto venga disturbato, eseguito in modo impreciso. Un lieve malessere o modificazioni nell'afflusso di sangue all'organo nervoso centrale possono provocare lo stesso effetto poiché influenzano in maniera analoga il fattore determinante, che è il ripartirsi dell'attenzione. Si tratterebbe quindi, in tutti i casi, degli effetti di un disturbo dell'attenzione provocato o da cause organiche o da cause psichiche.
Non sembra che ne venga fuori gran che di promettente ai fini del nostro interesse per la psicoanalisi. Potremmo sentirci tentati ancora una volta di abbandonare l'argomento. Ciò non di meno, se esaminiamo più da vicino i fatti, non tutto torna in questa teoria degli atti mancati basata sull'attenzione o, perlomeno, non tutto ciò che osserviamo ne consegue con naturalezza. Scopriamo che queste azioni mancate e queste dimenticanze si presentano anche in persone che non sono affaticate, distratte o eccitate, ma si trovano nel loro stato normale da ogni punto di vista, a meno che, proprio in conseguenza dell'atto mancato, non si voglia attribuire a posteriori alle persone in questione un'eccitazione che esse però non sono disposte ad ammettere. Le cose possono anche non essere così semplici, tali cioè che l'esecuzione di un atto sia garantita dall'aumentare dell'attenzione rivoltagli e sia compromessa dal diminuire della stessa. Vi è un gran numero di azioni che vengono compiute del tutto automaticamente, con scarsissima attenzione, e tuttavia con assoluta sicurezza. Chi va a passeggio quasi senza sapere dove sta andando, tiene tuttavia la direzione giusta e arriva alla meta senza perdersi. Perlomeno, di regola, le cose vanno così. Il pianista esperto tocca i tasti giusti senza pensarci. Naturalmente, una volta tanto può anche sbagliare, ma se l'automaticità di chi suona aumentasse il rischio di sbagliare, proprio il virtuoso, per il quale suonare è diventato perfettamente automatico a causa del grande esercizio, sarebbe esposto in massimo grado a questo rischio. Al contrario, noi vediamo che molti compiti vengono eseguiti con particolare sicurezza allorché non sono oggetto di un'attenzione particolarmente intensa, e che la disavventura dell'atto mancato tende a verificarsi proprio quando si tiene in modo particolare a una corretta esecuzione; quando dunque la necessaria attenzione non è certamente stata sviata. Si può dire allora che esso è effetto della "eccitazione", ma non comprendiamo perché l'eccitazione non aumenti piuttosto l'attenzione rivolta a ciò che si intende fare con tanto interesse. Il fatto che qualcuno in un discorso importante o in una comunicazione orale dica con un lapsus verbale il contrario di ciò che intende dire, è difficilmente spiegabile in base alla teoria psicofisiologica o dell'attenzione.
In concomitanza con gli atti mancati, inoltre, si verificano tanti piccoli fenomeni collaterali che non si riescono a capire e che non ci sono resi più accessibili dalle spiegazioni finora prese in considerazione. Se, per esempio, abbiamo temporaneamente dimenticato un nome, ce ne adiriamo, vogliamo assolutamente ricordarlo, e non riusciamo a desistere da questo tentativo.
Perché chi è adirato riesce così raramente a volgere la sua attenzione, come tuttavia vorrebbe, sulla parola che, come egli dice, gli sta "sulla punta della lingua" e che riconosce subito quando viene pronunciata in sua presenza? Oppure, si verificano casi in cui gli atti mancati si moltiplicano, si concatenano, si sostituiscono tra loro. La prima volta si è dimenticato un appuntamento; la volta successiva, proprio nell'intenzione di non dimenticarlo, risulta che erroneamente si è preso nota di un'ora diversa. Cerchiamo di ricordare una parola dimenticata per vie traverse, e, ciò facendo, ci sfugge un secondo nome che avrebbe potuto esserci di aiuto nella ricerca del primo. Se si insegue ora questo secondo nome, ce ne sfugge un terzo, e così via. Lo stesso può avvenire, com'è noto, nel caso di errori di stampa, che sono senz'altro da considerarsi atti mancati del compositore. Un ostinato errore di stampa di questo tipo si sarebbe insinuato una volta in un giornale socialdemocratico. Nel resoconto di una certa cerimonia si poteva leggere: "Tra i presenti si notava anche Sua Altezza il Kornprinz [principe del grano (Korn)]". Il giorno seguente si fece un tentativo di correzione. Il giornale si scusò e scrisse: "Naturalmente si intendeva dire il Knorprinz [principe del bernoccolo (Knorr)]" (1). In questi casi si parla volentieri del diavoletto degli errori di stampa, dello spirito maligno della cassetta tipografica, e simili; espressioni che, in ogni caso, vanno ben al di là di una teoria psicofisiologica dell'errore di stampa.
Non so, inoltre, se vi sia noto che il lapsus verbale può essere provocato, o per così dire prodotto, mediante suggestione. Un aneddoto narra in proposito: Una volta che a un novellino della scena era stata affidata nella Pulzella d'Orléans [di Schiller] l'importante parte di annunciare al re che "der Connétable schickt sein Schwert zuruck" [il conestabile manda indietro la sua spada], uno degli attori principali si permise lo scherzo di suggerire ripetutamente durante le prove al timido principiante, invece delle parole del testo, "der Komfortabel schickt sein Pferd zuruck " [il vetturino manda indietro il suo cavallo]; ebbene, costui raggiunse il suo intento. Alla rappresentazione il poveretto debuttò veramente col secondo annuncio, benché ne fosse stato messo sufficientemente in guardia, o forse proprio per questo.
Tutte queste particolarità degli atti mancati non vengono certo chiarite dalla teoria del ritiro di attenzione. Ma non per questo tale teoria è necessariamente errata. Forse le manca qualcosa, un'integrazione, per diventare del tutto soddisfacente. Ma ci sono anche alcuni atti mancati che si prestano a essere considerati sotto un altro aspetto.
Scegliamo tra gli atti mancati il lapsus verbale, come il più adatto per i nostri intenti; potremmo scegliere allo stesso scopo il lapsus di scrittura o quello di lettura. A questo punto dobbiamo pur dirci, una buona volta, che finora ci siamo chiesti soltanto quando, in quali condizioni, si commettano lapsus verbali, ed è solo a questo che abbiamo ricevuto risposta. Ma possiamo volgere il nostro interesse anche in un'altra direzione e voler sapere perché si commetta il lapsus proprio in quel certo modo e non in un altro; e possiamo prendere in esame ciò che risulta da un lapsus verbale. Come vedete, finché non si risponde a questa domanda, finché non si chiarisce l'effetto del lapsus verbale, il fenomeno rimane accidentale per quanto riguarda la sua componente psicologica, anche se può aver trovato una spiegazione fisiologica. Quando mi succede di commettere un lapsus verbale, potrei evidentemente commetterlo in infiniti modi; al posto di una data parola giusta dirne una tra mille altre, far subire innumerevoli deformazioni alla parola giusta. Ora, c'è un qualche cosa che in determinate circostanze, tra tutti i modi possibili, mi induce a commettere il lapsus proprio in un certo modo, oppure ciò è affidato al caso, a una scelta arbitraria, per cui a questo interrogativo non è possibile dare alcuna spiegazione ragionevole?
Due autori, Meringer e Mayer (un filologo e uno psichiatra) hanno appunto fatto, nel 1895, il tentativo di affrontare questo aspetto del problema del lapsus verbale. Essi hanno raccolto esempi e li hanno illustrati, dapprima, da punti di vista puramente descrittivi. E' ovvio che ciò non fornisce ancora una spiegazione, ma può indicare la via che consente di trovarla. Essi suddividono le deformazioni subite dal discorso a causa dei lapsus in scambi, presonanze, risonanze, commistioni(contaminazioni)e rimpiazzamenti (sostituzioni). Vi citerò alcuni esempi tratti da questi gruppi principali. Un caso di scambio si ha quando si dice:
"la Milo di Venere" invece che: "la Venere di Milo" (inversione nell'ordine delle parole); una presonanza: "Mi sentivo il pesso...
petto oppresso"; una risonanza sarebbe il noto infelice brindisi:
"ich fordere Sic auf, auf das Wohl unseres Chefs aufzustossen " ["vi invito a 'ruttare' alla salute del nostro capo", invece di 'brindare' (anzustossen)]. Queste tre forme di lapsus verbale non sono veramente frequenti. Troverete invece un numero di gran lunga superiore di esempi nei quali il lapsus deriva da una contrazione o da una commistione. Per esempio, nel caso di un signore che abbordi una signorina per strada con le parole: "Se permette, signorina, vorrei invultarla" Nella parola composta, oltre all'invitare si è evidentemente inserito anche l'insultare. ( Tra parentesi, il giovanotto non avrà avuto molto successo con la signorina). Come sostituzione, Meringer e Mayer citano il caso in cui uno dica: "ripongo i preparati nella 'cassetta delle lettere (Briefkasten)'" anzichénella"cassettad'incubazione (Brutkasten)".
Il tentativo di spiegazione che i due autori fondano sulla loro raccolta di esempi è del tutto insufficiente. Essi pensano che i suoni e le sillabe di una parola abbiano una diversa valenza e che l'innervazione dell'elemento ad alta valenza possa avere un'influenza perturbatrice su quella dell'elemento a valenza inferiore. In questo essi si basano evidentemente sulle presonanze e risonanze, di per se stesse non tanto frequenti; per altri effetti dei lapsus verbali, queste elettività fonetiche, ammesso pure che esistano, non sono nemmeno da considerare. Comunque, i casi più frequenti di lapsus verbale sono quelli in cui al posto di una parola se ne pronuncia un'altra molto simile, e per molti questa somiglianza è spiegazione sufficiente del lapsus. Per esempio, un professore nella sua prolusione: "E' per me una noia - (gioia) - descrivere i meriti del mio stimato predecessore".
Oppure un altro professore: "Nel caso del genitale femminile, nonostante molte tentazioni... pardon, tentativi...". La forma più comune, e anche la più vistosa, di lapsus verbale è tuttavia quella in cui si dice l'esatto contrario di ciò che si intendeva dire. In questo caso ci si allontana molto dalle relazioni tra i suoni e dagli effetti della somiglianza e, in compenso, ci si può appellare al fatto che gli opposti hanno tra loro una forte affinità concettuale e sono particolarmente vicini l'uno all'altro nell'associazione psicologica. Ci sono esempi storici di questo genere: Un presidente del nostro Parlamento APRl' una volta la seduta con le parole: "Signori, registro la presenza del numero legale e dichiaro quindi CHIUSA la seduta".
La stessa azione insidiosa che si nasconde nel rapporto di contrarietà è esercitata da qualsiasi altra comune associazione, e può far capolino in momenti assolutamente inopportuni. Così si racconta, per esempio, che durante i festeggiamenti in occasione del matrimonio di un figlio di Hermann Helmholtz con una figlia del noto inventore e grande industriale Werner Siemens, era stato dato l'incarico di tenere il discorso ufficiale al famoso fisiologo Du Bois-Reymond. Egli concluse il suo brindisi, che certamente fu brillantissimo, con le parole: "Evviva quindi la nuova ditta Siemens e... Halske!". Questo era naturalmente il nome della vecchia ditta e l'accostamento dei due nomi doveva essere altrettanto familiare ai berlinesi quanto "Riedel und Beutel" ai viennesi.
Alle relazioni tra i suoni e alla somiglianza tra le parole dobbiamo quindi aggiungere anche l'influenza delle associazioni verbali. Ma non basta. In una serie di casi la spiegazione del lapsus non sembra essere possibile se prima non abbiamo preso in considerazione ciò che era stato detto, o anche solo pensato, in una frase precedente. Dunque, nuovamente, un caso di risonanza, come quello messo in rilievo da Meringer, ma di origine più lontana. - Devo confessare che, nel complesso, ho l'impressione che ora ci siamo allontanati più che mai dalla comprensione di quell'atto mancato che è il lapsus verbale.
Spero comunque di non sbagliarmi se affermo che durante l'indagine appena condotta noi tutti abbiamo ricavato una nuova impressione dagli esempi di lapsus verbale, sulla quale potrebbe valere la pena di soffermarsi. Abbiamo esaminato le condizioni più generali nelle quali un lapsus verbale ha luogo, quindi le influenze che determinano il tipo di deformazione provocata dal lapsus, ma finora non abbiamo preso in considerazione l'effetto del lapsus considerato in sé stesso, indipendentemente dalla sua origine. Se ci decidiamo a far questo, dobbiamo finalmente trovare il coraggio di dire che in alcuni degli esempi anche il risultato del lapsus ha un senso. Che cosa vuol dire "ha un senso"? Ebbene, vuol dire che l'effetto del lapsus in quanto tale ha forse il diritto di essere considerato un atto psichico pienamente valido, perseguente un proprio fine, espressione di un contenuto e di un significato.
Finora abbiamo sempre parlato di atti mancati, ma adesso ci sembra che talvolta l'atto mancato sia di per se stesso un'azione del tutto normale che si è messa al posto di un'altra azione attesa o progettata.
Questo senso proprio dell'atto mancato appare in alcuni casi tangibile e inequivocabile. Se il presidente con le prime parole che pronuncia chiude la seduta del Parlamento, invece di aprirla, noi, in base alla nostra conoscenza delle circostanze nelle quali avvenne il lapsus, siamo inclini a ritenere che questo atto mancato abbia un senso. Il presidente non si aspetta niente di buono dalla seduta e sarebbe lieto di poterla interrompere subito.
Indicare questo senso, interpretare questo lapsus, non presenta per noi alcuna difficoltà. Oppure, se una signora chiede a un'altra in tono che sembra di apprezzamento: "Questo nuovo cappellino così grazioso, suppongo l'abbia pasticciato ['aufgepatzt', deformazione di 'aufgeputzt' (guarnito)] Lei stessa", non c'è considerazione scientifica che possa impedirci di scorgere in questo lapsus l'espressione di un giudizio: "Questo cappellino è un pasticcio". Oppure, se una signora nota per la sua energia, racconta: "Mio marito ha chiesto al dottore che dieta deve seguire, ma il dottore gli ha detto che non ha bisogno di una dieta, che può mangiare e bere quel che voglio", ancora una volta questo lapsus è l'espressione inconfondibile di un programma ben preciso che la signora ha in mente.
Signore e Signori, se dovesse risultare che non solo pochi casi di lapsus verbale e di atti mancati in genere hanno un senso, ma che ciò accade per un buon numero di essi, questo senso, di cui finora non si è ancora parlato, diventerà inevitabilmente per noi la cosa di maggior interesse e legittimamente relegherà sullo sfondo ogni altra considerazione. Possiamo pertanto lasciare da parte tutti i fattori fisiologici e psicofisiologici e dedicarci a indagini puramente psicologiche sul senso, cioè sul significato, sull'intenzione, dell'atto mancato. Non trascureremo dunque l'opportunità di esaminare da questo punto di vista il materiale piuttosto abbondante fornitoci dall'osservazione.
Ma, prima di mettere in atto questo proponimento, vorrei invitarvi a seguire con me un'altra traccia. E' avvenuto ripetutamente che un poeta si sia servito del lapsus verbale o di un altro atto mancato come mezzo di rappresentazione poetica. Questo fatto è sufficiente da solo a dimostrarci che egli considera l'atto mancato, ad esempio il lapsus verbale, qualcosa che ha un senso, tant'è che lo produce intenzionalmente. Non accade certo che il poeta commetta per caso un lapsus di scrittura e lo lasci poi sussistere nel suo personaggio sotto forma di lapsus verbale. Con il lapsus, egli vuol farci comprendere qualcosa e noi possiamo verificare di che cosa si tratti, forse un'allusione al fatto che il personaggio in questione è distratto o affaticato o sta per avere un'emicrania. Naturalmente, non intendiamo esagerare l'importanza dell'uso significativo del lapsus da parte del poeta.
E' vero che i lapsus potrebbero essere privi di senso, essere cioè eventi psichici casuali, oppure avere un senso solo in casi molto rari; e il poeta manterrebbe il diritto di spiritualizzarli, dotandoli di senso per servirsene secondo i suoi scopi. Ma non ci sarebbe neanche da meravigliarsi se in fatto di lapsus avessimo da apprendere più dal poeta che dal filologo o dallo psichiatra.
Un esempio di lapsus di questo genere si trova nel "Wallenstein" ("I Piccolomini", atto 1, scena 5). Nella scena precedente Max Piccolomini ha perorato appassionatamente la causa del duca [Wallenstein], esaltando i benefici della pace quali gli si erano rivelati mentre aveva accompagnato al campo la figlia di Wallenstein. Egli lascia la scena mentre suo padre [Ottavio] e il messaggero della Corte, Questenberg, sono costernati. La scena quinta continua:
QUESTENBERG:
Ahi noi! Stanno così le cose?
Amico, e noi lasciamo che con questa illusione Egli se ne vada, e non lo richiamiamo subito Per aprirgli gli occhi All'istante?
OTTAVIO (tornando in sé da profonda meditazione):
A me ora li ha aperti, E ora vedo più di quanto mi piaccia.
QUESTENBERG: Che avete, amico?
OTTAVIO: Maledetto questo viaggio!
QUESTENBERG: Come mai? Di che si tratta?
OTTAVIO: venite! Io devo Tosto seguire la traccia infausta, Vedere coi miei occhi... Venite (vuole condurlo via con sé).
QUESTENBERG: Che dunque? Per dove?
OTTAVIO (impaziente): Da lei!
QUESTENBERG: Da...
OTTAVIO (si corregge): Dal duca! Andiamo!
Ottavio voleva dire "da lui", dal duca, ma commette un lapsus e dicendo "da lei" rivela, almeno a noi, di aver riconosciuto molto bene ciò che ha indotto il giovane guerriero a desiderare ardentemente la pace.
Un esempio ancora più suggestivo è stato scoperto da Otto Rank in Shakespeare. Si trova nel "Mercante di Venezia", nella famosa scena della scelta fra i tre scrigni da parte del fortunato pretendente, e forse non posso fare nulla di meglio che leggervi qui la breve esposizione di Rank.
"Un lapsus verbale avente una sottile motivazione poetica e utilizzato con una tecnica brillante, che al pari di quello segnalato da Freud nel 'Wallenstein' mostra che i poeti ben conoscono il meccanismo e il senso di questi atti mancati e presuppongono che anche gli spettatori li comprendano, si trova nel 'Mercante di Venezia' (atto 3, scena 2) di Shakespeare.
Porzia, vincolata dalla volontà del padre a scegliere lo sposo che a sorte le assegnerà, è finora sfuggita a tutti i pretendenti a lei sgraditi grazie al favore del caso. Avendo finalmente trovato in Bassanio il pretendente che veramente essa ama, deve temere che anche lui sbagli la sorte. Preferirebbe dirgli che anche in tal caso egli potrà essere certo del suo amore, ma ne è impedita dal giuramento compiuto. Di fronte a questo conflitto interiore, il poeta le fa dire al pretendente gradito:
Attendete, vi prego; un giorno o due ancora 'Prima di osare: ché, se la scelta errate, Io vi perdo; perciò indugiate.
Un che mi dice (MA NON E' L'AMORE), Che perdervi non voglio..
... Potrei guidarvi A sceglier giusto, ma verrei meno al voto; Ciò non voglio; potreste dunque perdermi.
E ciò facendo, pentire mi fareste Di non aver mancato al voto. Oh, gli occhi vostri Che nel guardarmi così mi divisero!
META' SON VOSTRA, L'ALTRA META' E' VOSTRA,...
MIA, VOLEVO DIRE; ma se mia, anche vostra, E così tutta vostra'.
Proprio quel che essa vorrebbe soltanto lievemente accennargli, perché anzi dovrebbe tacerglielo del tutto, che essa cioè già prima del responso della sorte è tutta sua e lo ama, il poeta lo fa erompere apertamente nel lapsus verbale con ammirevole finezza psicologica, e riesce in tal modo a calmare con questo artifizio l'insopportabile incertezza dell'amante così come la partecipe tensione dello spettatore circa l'esito della scelta".
Osservate ancora con quanta finezza Porzia alla fine riconcilia le due affermazioni contenute nel lapsus verbale, come risolve la contraddizione tra esse, e come alla fin fine dà ragione al lapsus:
"...ma se mia, anche vostra, E così tutta vostra".
Occasionalmente, anche un pensatore estraneo alla medicina ha scoperto con una sua notazione il senso di un atto mancato e ha prevenuto i nostri sforzi per spiegare questo fenomeno. Voi tutti conoscete l'arguto scrittore satirico Lichtenberg (1742-99), di cui Goethe disse: "Dove fa uno scherzo, è nascosto un problema".
Ora, di tanto in tanto, attraverso lo scherzo viene alla luce anche la soluzione del problema. Nelle sue "Idee spiritose e satiriche" Lichtenberg annota la frase: "Leggeva sempre 'Agamemnon' invece di 'angenommen' [accettato], tanta era la sua dimestichezza con Omero". Questa è davvero la teoria del lapsus di lettura.
La prossima volta esamineremo se possiamo trovarci d'accordo con i poeti sulla concezione degli atti mancati.
NOTE:
Lezione 3 - GLI ATTI MANCATI (CONTINUAZIONE)
Signore e Signori, la volta scorsa eravamo giunti a considerare l'atto mancato non in rapporto alla prestazione progettata e da esso disturbata ma in sé e per sé; abbiamo avuto l'impressione che in certi casi esso possa tradire un senso suo proprio, e ci siamo detti che, se fosse possibile confermare su più vasta scala che l'atto mancato ha un senso, quest'ultimo acquisterebbe subito ai nostri occhi un interesse più grande che non l'indagine delle circostanze nelle quali l'atto mancato si verifica.
Mettiamoci ancora una volta d'accordo su ciò che vogliamo intendere per "senso" di un processo psichico. Nient'altro che l'intenzione alla quale esso serve e la sua posizione in una serie psichica. Per la maggior parte delle nostre indagini possiamo sostituire "senso" anche con "intenzione" o con "tendenza". Era dunque solo un'ingannevole apparenza o un'esaltazione poetica dell'atto mancato, l'aver creduto di riconoscervi un'intenzione?
Restiamo fedeli agli esempi di lapsus verbale e passiamone in rassegna un numero piuttosto considerevole. Troveremo intere categorie di casi nei quali l'intenzione, il senso del lapsus, è assolutamente palese. Anzitutto quelli in cui, al posto di ciò che si intendeva dire, subentra il contrario. Il presidente dice nel discorso di apertura: "Dichiaro chiusa la seduta". Ciò è senz'altro inequivocabile. Senso e intenzione del suo lapsus è che vuol chiudere la seduta. "Il destino gliela fa", si vorrebbe citare al riguardo; non abbiamo che da prenderlo alla lettera. Non interrompetemi adesso con l'obiezione che ciò non è possibile, che sappiamo bene che egli non voleva chiudere la seduta, ma aprirla, e che lui stesso, da noi or ora riconosciuto come suprema istanza, può confermare di aver voluto aprirla. Ciò facendo, dimenticate che abbiamo convenuto di considerare l'atto mancato dapprima per sé stesso; solo più avanti si parlerà del suo rapporto con l'intenzione che esso perturba. Altrimenti vi rendete responsabili di un errore logico, con il quale non fate altro che eludere il problema che stiamo trattando, ciò che in inglese si chiama "begging the question".
In altri casi, in cui non si è sbagliato dicendo l'esatto contrario, nel lapsus può ugualmente manifestarsi un senso opposto. "E' per me una noia descrivere i meriti del mio predecessore". Noia non è il contrario di gioia, ma è un'aperta confessione, in netto contrasto con la situazione nella quale l'oratore dovrebbe parlare.
In altri casi ancora il lapsus verbale aggiunge semplicemente un secondo senso a quello intenzionale. La frase suona allora come una contrazione, un'abbreviazione, una condensazione di più frasi.
Così la signora energica: "Egli può mangiare e bere quel che VOGLIO". E' proprio come se avesse detto: "Egli può mangiare e bere quel che vuole, ma cosa ha mai da volere lui? Sono io che voglio per lui". I lapsus verbali danno spesso l'impressione di abbreviazioni di questo genere. Quando, ad esempio, un professore di anatomia, dopo la sua lezione sulla cavità nasale, chiede se gli ascoltatori hanno veramente capito e, malgrado tutti in coro rispondano di sì, prosegue: "Non credo, perché le persone che capiscono la cavità nasale si possono contare su UN DITO...
pardon, sulle dita di una mano", il discorso abbreviato ha pure il suo senso: esso dice che vi è una sola persona che comprende quell'argomento.
A questi gruppi di casi, nei quali lo stesso atto mancato mette in luce il proprio senso, fanno riscontro altri esempi nei quali il risultato del lapsus verbale non ha alcun senso e che quindi contraddicono decisamente le nostre aspettative. Il fatto che accada molto sovente di storpiare con un lapsus verbale un nome proprio o di emettere successioni di suoni insoliti, sembra già decidere in senso negativo il problema se tutte le azioni mancate abbiano significato. Tuttavia, esaminando tali esempi più da vicino, ci si accorge che una comprensione di queste deformazioni è tutt'altro che impossibile, anzi che la differenza tra questi casi più oscuri e quelli perspicui di prima non è poi così grande.
Un signore, interrogato sullo stato di salute del suo cavallo, risponde: "Bah! TRI... tirerà avanti forse ancora un mese".
Interrogato su che cosa volesse dire in realtà, egli spiega di aver pensato che era una TRISTE faccenda, e che lo scontrarsi di TIRERA' e TRISTE aveva prodotto quel TRI (Meringer e Mayer).
Un altro discorre di certi procedimenti, che biasima, e prosegue:
"Ma poi alcuni fatti vennero in LURCHE..." Dietro richiesta, conferma che voleva designare quei procedimenti come "porcherie".
LUCE e PORCHERIE insieme hanno dato luogo allo strano LURCHE (Meringer e Mayer).
Richiamatevi al caso del giovanotto che voleva INVULTARE la signorina sconosciuta. Ci eravamo presi la libertà di scomporre questa formazione verbale in INVITARE e INSULTARE, e ci sentivamo sicuri di questa interpretazione, senza richiederne conferma. Da questi esempi vedete che anche tali casi più oscuri di lapsus verbale si possono spiegare con la convergenza, l'interferenza, di due diversi propositi verbali; le differenze sorgono solo dal fatto che qualche volta un'intenzione prende completamente il posto dell'altra (la sostituisce), come nei lapsus in cui viene detto il contrario di quel che s'intendeva dire, mentre altre volte deve accontentarsi di deformarla o di modificarla, così che ne risultano formazioni miste, le quali appaiono in se stesse più o meno dotate di senso.
Riteniamo a questo punto di aver afferrato il segreto di un gran numero dl lapsus verbali. Se ci atteniamo a questa intuizione potremo comprendere altri gruppi di lapsus di cui finora non siamo ancora riusciti a scoprire l'enigma. Nel caso della deformazione di nomi, ad esempio, non possiamo supporre che si tratti sempre della competizione tra due nomi simili e tuttavia differenti. Per contro, la seconda intenzione non è difficile da indovinare. La deformazione di un nome al di fuori del lapsus viene usata abbastanza di frequente; essa cerca di rendere il nome cacofonico o tale che rammenti qualcosa di ignobile, ed è un noto modo (o malomodo) di ingiuriare la gente, al quale l'uomo civile impara presto a rinunciare, per quanto a malincuore. Egli se lo permette ancora spesso come "motto di spirito", di livello, a dire il vero, molto basso. Per citare solo un esempio brutto e volgare di questa deformazione di nomi, ricordo che di questi tempi si è trasformato il nome del presidente della Repubblica francese Poincaré in "Schweinskarré" [costoletta di maiale]. Viene quindi spontaneo supporre anche nel lapsus una simile intenzione ingiuriosa, la quale si afferma nella deformazione del nome. Analoghe spiegazioni s'impongono, a proseguimento della nostra concezione, per certi casi di lapsus a effetto comico o assurdo. "Vi invito a 'ruttare' alla salute del nostro capo". Qui un'atmosfera di festa viene turbata inaspettatamente dall'irruzione di una parola che risveglia un'idea disgustosa, e, a giudicare da altre frasi simili, ingiuriose e offensive, difficilmente possiamo evitare di supporre che cerchi di esprimersi una tendenza in netto contrasto con l'ossequiosità ostentata, che vuol dire all'incirca: "Ma non credeteci, non faccio sul serio, me ne infischio di questo tizio", e simili cose. Lo stesso vale anche per lapsus che rendono sconvenienti e oscene parole innocenti, come "apopò" per "à propos" [a proposito], oppure "Eischeissweibchen" [femminuccia- caca-uova] per "Eiweissscheibchen" [dischetto d'albume] (Meringer e Mayer.) Riscontriamo in molti individui tale tendenza a deformare intenzionalmente parole innocenti in oscene, per trarne un certo piacere; la cosa passa per spiritosa, mentre in realtà dovremmo prima informarci dalla persona che ha pronunciato una parola del genere se davvero l'ha fatto con l'intenzione di dire una battuta di spirito, o se invece le è sfuggita come lapsus verbale.
Orbene, con ciò avremmo risolto con uno sforzo relativamente esiguo l'enigma degli atti mancati! Essi non sono eventi casuali, bensì atti psichici seri, aventi un loro proprio senso, che sorgono per l'azione congiunta, o meglio per l'azione contrapposta, di due diverse intenzioni. Ma a questo punto, prima che ci sia lecito gioire per questo primo risultato del nostro lavoro, posso anche capire che vogliate rovesciarmi addosso una quantità di domande che hanno diritto a una risposta, e una miriade di dubbi che devo risolvere. E non sarò certo io a volervi spingere a decisioni affrettate. Consideriamo con calma ogni cosa per ordine, un punto dopo l'altro.
Che volete dunque dirmi? Se ritengo che questa spiegazione valga per tutti i casi di lapsus verbale o solo per un certo numero? Se questa stessa concezione possa essere estesa anche alle molte altre specie di atti mancati, ai lapsus di lettura, di scrittura, alle dimenticanze, alle sbadataggini, agli smarrimenti eccetera?
Che importanza possono ancora avere i fattori dell'affaticamento, dell'eccitazione, della distrazione, o la perturbazione dell'attenzione, considerata la natura psichica degli atti mancati? Inoltre, appare chiaramente che delle due tendenze in competizione negli atti mancati, l'una è sempre palese, l'altra invece non sempre. Che cosa dobbiamo fare allora per scoprire quest'ultima e, quando crediamo di averla scoperta, per dimostrare che non è soltanto verosimile, ma proprio vera? Avete ancora qualche domanda? Se no, continuerò io. Vi ricordo che gli atti mancati non ci importano molto per sé stessi, che dal loro studio volevamo solo apprendere qualcosa di utile per la psicoanalisi.
Perciò pongo l'interrogativo: che specie di intenzioni o tendenze sono queste, che possono in tal modo perturbare le altre, e quali relazioni esistono tra le tendenze perturbatrici e quelle perturbate? Così, non appena risolto il problema, il nostro lavoro ricomincia da capo.
Avete chiesto: è questa la spiegazione di tutti i casi di lapsus verbale? Sono molto propenso a crederlo, e la ragione è che ogni volta che si esamina un caso di lapsus verbale si può trovare una soluzione di questo genere. D'altra parte, direte, non è dimostrabile che un lapsus non possa verificarsi senza questo meccanismo. E sia pure, per noi ciò è indifferente dal punto di vista teorico, poiché le conclusioni che vogliamo trarre per l'introduzione alla psicoanalisi rimangono valide anche se solo una minoranza di casi di lapsus - e non è certo questo il caso dovesse rientrare nella nostra concezione. Alla domanda successiva, se ci sia lecito estendere agli altri tipi di atti mancati quanto ci è risultato per il lapsus verbale, voglio rispondere in anticipo di sì. Ve ne convincerete da voi stessi quando ci volgeremo a prendere in esame esempi di lapsus di scrittura, di sbadataggini e così via. Tuttavia, per ragioni tecniche, vi propongo di rinviare questo lavoro a quando avremo trattato ancora più a fondo il lapsus verbale stesso.
Una risposta più circostanziata merita la domanda sul significato che possono avere ancora per noi, una volta ammesso questo meccanismo psichico del lapsus verbale, i fattori messi in primo piano dai vari autori, cioè i disturbi circolatori, l'affaticamento, l'eccitazione, la distrazione e la teoria della perturbazione dell'attenzione. Notate bene, noi non contestiamo questi fattori. In genere non succede molto spesso che la psicoanalisi contesti qualcosa che viene asserito da altri; di solito essa vi aggiunge soltanto qualcosa di nuovo e, all'occasione, capita effettivamente che questo qualcosa, fin qui trascurato e aggiuntosi solo ora, sia proprio l'essenziale. In rapporto al verificarsi del lapsus verbale va senz'altro riconosciuta l'influenza delle disposizioni fisiologiche provocate da un leggero malessere, da disturbi circolatori, da stati di esaurimento; l'esperienza quotidiana e personale può persuadervi di questo. Ma con ciò si spiegano ben poche cose. Prima di tutto non si tratta di condizioni necessarie per il prodursi dell'atto mancato. Il lapsus è altrettanto possibile in piena salute e nello stato normale. Questi fattori somatici hanno quindi solo il valore di facilitare e favorire il particolare meccanismo psichico del lapsus verbale. Per descrivere questo rapporto mi sono servito una volta di un paragone, che ora ripeterò, perché non so sostituirlo con uno migliore. Supponete che in una notte oscura io passi per un luogo solitario, che lì venga assalito da un furfante, il quale mi porti via l'orologio e il borsellino e che, non avendo visto bene in viso il rapinatore, io presenti lagnanza al più vicino commissariato di polizia con le parole: "La solitudine e l'oscurità mi hanno derubato poco fa dei miei oggetti di valore".
Al che il commissario di polizia può dirmi: "Dalle sue parole sembra che Lei segua a torto una concezione estremamente meccanicistica. Esponiamo piuttosto la situazione così: 'protetto dall'oscurità, favorito dalla solitudine, un ignoto rapinatore Le ha sottratto i suoi oggetti di valore'. Nel suo caso mi sembra che la cosa più importante da fare sia rintracciare il ladro. Forse potremo poi riprendere la refurtiva".
I fattori psicofisiologici, come l'eccitazione, la distrazione, la perturbazione dell'attenzione, contribuiscono evidentemente ben poco a spiegarci l'accaduto. Sono solo modi di dire, paraventi dietro ai quali non dobbiamo aver paura di dare un'occhiata. Il problema che si pone è piuttosto questo: che cosa è stato evocato dall'eccitamento, dalla particolare deviazione dell'attenzione? Si aggiunga l'importanza che dobbiamo riconoscere alle influenze fonetiche, alle affinità tra le parole e alle associazioni che usualmente traggono origine dalle parole. Anch'esse facilitano il lapsus verbale mostrandogli le vie che può seguire. Ma se ho davanti a me una via, diventa per questo automatico che io la percorra? Ho bisogno altresì di un motivo che mi induca a farlo; e non basta, occorre una forza che mi porti avanti su questa via.
Queste relazioni tra suoni e tra parole sono quindi anch'esse, come le disposizioni somatiche, solo fattori che favoriscono il lapsus verbale e non possono darne la spiegazione vera e propria.
Pensate un momento: il mio discorso non viene disturbato, nella stragrande maggioranza dei casi, né dal fatto che le parole da me usate ne rievocano altre per affinità fonetiche né dal fatto che sono intimamente legate ai loro contrari o che da esse provengono associazioni consuete. Si potrebbe ancora, con il filosofo Wundt, trovare la scappatoia che il lapsus verbale si verifica quando, in seguito a spossatezza fisica, le tendenze associative prendono il sopravvento sull'intenzione del discorso. Ciò sarebbe anche convincente, se non fosse contraddetto dall'esperienza, la quale attesta che c'è tutta una serie di casi in cui sono assenti i fattori somatici che favoriscono il lapsus, mentre in altri casi mancano quelli associativi.
Particolarmente interessante per me è la vostra successiva domanda: in che modo vengano accertate le due tendenze che interferiscono tra loro. E' probabile che non riusciate a immaginare quanto questa domanda sia gravida di conseguenze.
Ovviamente una delle due (la tendenza perturbata) è sempre indubbia: la persona che incorre nell'atto mancato la conosce e la ammette. E' solo l'altra, la tendenza perturbatrice che può dare adito a dubbi e a perplessità. Ora, abbiamo già sentito, e voi non lo avete certamente dimenticato, che quest'altra tendenza in moltissimi casi è altrettanto palese. Essa viene denunciata dall'effetto del lapsus verbale, purché abbiamo il coraggio di riconoscere a questo effetto una sua validità. Nel caso del presidente che dice per sbaglio il contrario, è chiaro che egli intende aprire la seduta, ma è altrettanto chiaro che vorrebbe anche chiuderla. Ciò è talmente evidente che non resta più niente da interpretare. Ma negli altri casi, quelli in cui la tendenza perturbatrice si limita a deformare quella originaria senza esprimersi del tutto, come si risale dalla deformazione alla tendenza perturbatrice?
Per una prima categoria di casi in modo molto semplice e sicuro ossia allo stesso modo in cui si determina la tendenza perturbata.
Quest'ultima ce la facciamo comunicare direttamente da colui che ha parlato; dopo il lapsus egli riproduce subito il tenore della frase che originariamente si proponeva di pronunciare: "Tri..., no, tirerà avanti forse ancora un mese". Ora, la tendenza deformante ce la facciamo dire ugualmente da lui. "Perché - gli chiediamo - prima ha detto TRI..?" Egli risponde: "Volevo dire:
questa è una TRISTE faccenda." E allo stesso modo, nell'altro caso del lapsus "lurche", il soggetto vi conferma di aver voluto dire dapprima: "E' una porcheria", ma di essersi poi moderato e di aver ripiegato su un'altra affermazione. Dunque, l'accertamento della tendenza deformante è riuscito qui in modo altrettanto sicuro di quello della tendenza deformata. Non a caso ho portato qui esempi la cui comunicazione e soluzione non provengono né da me né da qualcuno dei miei seguaci. Comunque, in entrambi questi casi, era necessario fare qualcosa per ottenere la soluzione. Si dovette chiedere a colui che aveva parlato perché si fosse sbagliato in quel modo, che cosa sapesse dire sul proprio lapsus. Altrimenti costui avrebbe forse sorvolato sul suo lapsus senza volerlo chiarire. Interrogato, invece, fornì la prima spiegazione che gli venne in mente. E ora osservate come questo piccolo intervento e il suo risultato siano già una psicoanalisi e il modello di ogni indagine psicoanalitica che condurremo in seguito.
Sono troppo diffidente se nutro il sospetto che al momento stesso in cui la psicoanalisi vi compare dinanzi, fa capolino in voi anche la resistenza contro di essa? Non vi viene voglia di obiettarmi che l'informazione della persona interrogata che ha commesso il lapsus non è pienamente probante? Naturalmente pensate - costui desidera aderire all'invito di chiarire il lapsus, e così dice la prima cosa che gli passa per il capo e che gli sembra idonea a fornire la spiegazione richiesta. Con ciò non è affatto dimostrato che il lapsus sia realmente avvenuto così. Potrebbe essersi verificato in quel modo, ma anche in un modo diverso. Alla persona in questione sarebbe potuta venire in mente qualche altra spiegazione, altrettanto adatta, se non di più.
E' sorprendente quanto poco rispetto abbiate, in fondo, per un fatto psichico! Immaginatevi che qualcuno abbia intrapreso l'analisi chimica di una certa sostanza e che a proposito di una sua componente abbia accertato che essa ha un determinato peso, tanti e tali milligrammi. Da questa quantità di cui si conosce il peso si possono trarre conclusioni precise. Credete ora che a un chimico verrebbe mai in mente di trovare da ridire su queste conclusioni col pretesto che la sostanza isolata avrebbe potuto avere anche un altro peso? Ognuno si inchina davanti al fatto che il peso era proprio quello e nessun altro e su di esso costruisce fiduciosamente le sue ulteriori conclusioni. Solo quando vi trovate dinanzi al fatto psichico che all'interrogato è venuta in mente una determinata idea, solo allora ne mettete in dubbio la validità e dite che gli sarebbe anche potuto venire in mente qualcos'altro! Avete l'illusione che esista una libertà psichica e non vi piace rinunciarci. Mi dispiace, ma su questo punto il mio parere è in netto contrasto con il vostro.
Non insisterete oltre a questo proposito, ma solo per riprendere la resistenza a un altro livello. E continuate: "Comprendiamo che la tecnica specifica della psicoanalisi consiste nel farsi dire dagli analizzati la soluzione dei loro problemi. Prendiamo ora un altro esempio, quello nel quale l'oratore invita l'assemblea a 'ruttare' alla salute del capo. Lei dice che in questo caso l'intenzione perturbatrice è quella dell'ingiuria: è questa che si oppone all'espressione di ossequio. Ma si tratta di una pura e semplice interpretazione da parte sua, basata su osservazioni che non hanno nulla a che fare con il lapsus verbale. Se interroga a questo riguardo l'autore del lapsus, egli non confermerà di aver nutrito il proposito di pronunciare un'ingiuria, anzi lo contesterà energicamente. Perché non rinuncia alla sua interpretazione indimostrabile, di fronte a questa chiara protesta?".
Sì, questa volta la forza del vostro argomento non è da poco. Mi sembra di vedere lo sconosciuto oratore: è probabilmente un assistente del capo festeggiato, forse già libero docente, un giovane cui si dischiudono le migliori prospettive. Faccio pressione su di lui per sapere se non ha avvertito in sé qualcosa che possa essersi opposto all'invito di rendere ossequio al capo.
Ma qui tocco un bel tasto! Egli si spazientisce e mi investe improvvisamente: "Ma la smetta una buona volta con i suoi interrogatori, altrimenti mi fa arrabbiare. Mi rovinerà l'intera carriera con i suoi sospetti. Ho detto 'aufstossen' [ruttare] al posto di 'anstossen' [brindare], semplicemente perché già due volte in precedenza ho pronunciato 'auf' nella stessa frase. E' quel che Meringer chiama una risonanza e non c'è nient'altro da sofisticare. Capito? Basta!". Hmm! Ecco una reazione sorprendente, una smentita indubbiamente energica. Vedo che non c'è niente da fare con il giovanotto, ma penso anche tra me che egli tradisce un forte interesse personale a che il suo atto mancato non abbia alcun senso. Forse anche voi non troverete giusto che egli si faccia subito così brusco per un'indagine puramente teorica, ma in definitiva - penserete - dovrà pur sapere che cosa voleva dire e che cosa no.
Deve davvero saperlo? Forse la domanda è ancora aperta.
Adesso, però, credete di tenermi in pugno. "Dunque questa è la Sua tecnica", vi sento dire. "Quando chi ha commesso un lapsus lo commenta in modo che a Lei va bene, costui diventa, a Suo dire, l'autorità suprema che decide in merito. 'Il destino gliela fa'.
Quando invece ciò che dice non Le garba, allora Lei afferma tutt'a un tratto che costui non vale nulla, che non è necessario prestargli fede".
Devo dire che avete ragione. Tuttavia, vi posso presentare un caso simile nel quale le cose si svolgono in modo altrettanto assurdo.
Quando un accusato ammette un'azione davanti al giudice, il giudice crede alla confessione; ma quando non la ammette, il giudice non gli crede. Se le cose andassero diversamente, non ci sarebbe alcuna amministrazione della giustizia e, malgrado errori occasionali, dovete pur ritenere valido questo sistema.
"Allora, Lei è il giudice e colui che ha commesso un lapsus verbale un accusato che Le sta dinanzi? Un lapsus è dunque un reato?''.
Forse non è necessario rifiutare quest'analogia. Ma notate soltanto a quali profonde divergenze siamo giunti esaminando un po' in profondità i problemi, apparentemente così innocui, degli atti mancati. Sono divergenze che per il momento siamo ben lungi dal poter appianare. Vi propongo un temporaneo compromesso, sulla base del paragone del giudice e dell'accusato. Voi dovete accordarmi che il senso di un atto mancato non lascia adito ad alcun dubbio quando è l'analizzato stesso a fornircelo. Io, per contro, converrò con voi che una dimostrazione diretta del significato da noi supposto non è raggiungibile quando l'analizzato rifiuta di darci l'informazione e quando, beninteso, non è in grado di farlo. Allora, come nel caso dell'amministrazione della giustizia, siamo costretti a rifarci agli indizi, i quali talvolta rendono più verosimili le nostre risoluzioni, talaltra meno. In tribunale, per ragioni pratiche, si deve condannare anche su prove indiziarie. Per noi una simile necessità non esiste; ma nemmeno siamo costretti a rinunciare all'utilizzazione di tali indizi. Sarebbe un errore credere che una scienza sia costituita esclusivamente da un certo numero di tesi rigorosamente dimostrate, e ingiusto pretenderlo. Solo uno spirito smanioso di autorità, che ha il bisogno di sostituire il suo catechismo religioso con un altro catechismo, sia pure scientifico, solleva questa esigenza. La scienza ha nel suo catechismo solo poche proposizioni apodittiche; per il resto, essa è costituita di affermazioni che ha spinto fino a certi gradi di probabilità. Indizio di mentalità scientifica è proprio il sapersi accontentare di queste approssimazioni alla certezza, e l'essere capaci di proseguire il lavoro costruttivo nonostante la mancanza di conferme assolute.
Ma, nel caso che la dichiarazione dell'analizzato non chiarisca essa stessa il senso dell'atto mancato, donde traiamo i punti di appoggio per le nostre interpretazioni, gli indizi per la nostra dimostrazione? Da diverse parti. Innanzitutto dall'analogia con fenomeni che si pongono al di fuori degli atti mancati, ad esempio quando affermiamo che la deformazione dei nomi sotto forma di lapsus verbale ha lo stesso significato spregiativo del loro intenzionale storpiamento. Poi dalla situazione psichica nella quale l'atto mancato si verifica, dalla nostra conoscenza del carattere della persona che incorre nell'azione mancata, nonché delle impressioni che hanno colpito in precedenza questa persona, alle quali essa con tale atto mancato probabilmente reagisce. Di norma avviene che noi procediamo all'interpretazione dell'atto mancato sulla base di criteri generali, sicché essa dapprima è solo un'ipotesi, una proposta di interpretazione, di cui poi ci procuriamo conferma attraverso l'esame della situazione psichica.
Talvolta dobbiamo anche aspettare il prodursi di avvenimenti, che si sono per così dire annunciati attraverso l'atto mancato, per trovare conferma alla nostra ipotesi.
Dovendo limitarmi al campo del lapsus verbale, non mi è facile addurvi le prove di quanto ho detto finora, benché anche qui non manchino alcuni buoni esempi. Il giovanotto che vorrebbe INVULTARE una signorina è certamente un timido; la signora il cui marito può mangiare e bere ciò che lei vuole, mi è nota come una di quelle donne volitive che tengono saldamente le redini della casa.
Oppure, prendete il seguente esempio: In un'assemblea generale della "Concordia'', un giovane membro tiene un violento discorso d'opposizione, nel corso del quale apostrofa la direzione dell'Associazione come i signori del "prestito" (Vorschuss), mettendo insieme a quanto pare presidenza (Vorstand) e comitato (Ausschuss). Noi supporremo che contro la sua opposizione si agitasse in lui una tendenza perturbatrice, che potesse appoggiarsi su qualcosa avente a che fare con un prestito. In effetti, apprendiamo dal nostro informatore che l'oratore era costantemente in difficoltà finanziarie e aveva presentato proprio in quel periodo una richiesta di prestito. Quale intenzione perturbatrice possiamo dunque davvero inserire il pensiero:
"Mòderati nella tua opposizione, si tratta delle stesse persone che devono concederti il prestito".
Sono in grado, d'altra parte, di presentarvi una vasta gamma di prove indiziarie del genere se, dal lapsus verbale, passiamo al vasto campo degli altri atti mancati.
Se qualcuno dimentica un nome proprio che normalmente gli è familiare, oppure se, nonostante ogni sforzo, riesce a tenerlo a mente solo con difficoltà, ci viene spontaneo supporre che egli abbia qualcosa contro il portatore di tale nome, tanto che non gli piace pensare a lui. La situazione psichica nella quale subentra questo atto mancato è ulteriormente chiarita dai seguenti esempi.
"Un signor Y s'innamora senza successo di una signora che poco dopo sposa un signor X. Sebbene il signor Y conosca il signor X già da parecchio tempo, e sia anzi in rapporti d'affari con lui, continua a dimenticarne il nome tanto da essere costretto più volte, per sbrigare la sua corrispondenza con il signor X, a rivolgersi ad altri. Evidentemente il signor Y non vuol saper nulla del suo fortunato rivale: "di lui non fia memoria" (1).
Oppure: Una signora chiede al suo medico notizie di una comune conoscente, nominandola però con il suo nome di ragazza poiché ha dimenticato il nome che essa ha acquistato con il matrimonio. La signora ammette poi che non approvava questo matrimonio e che il marito di questa amica le era antipatico (2).
In contesti differenti avremo ancora alcune cose da dire sulla dimenticanza di nomi; adesso ci interessa principalmente la situazione psichica nella quale si verifica la dimenticanza.
La dimenticanza di propositi, in linea generale, può essere ricondotta a una corrente contraria, che non vuole eseguire il proposito. Ma non siamo solo noi psicoanalisti a pensarla così: è la concezione generale alla quale aderiscono tutti nella vita e che solo in teoria viene sconfessata. Il protettore che si scusa con il suo protetto per aver dimenticato una certa richiesta non trova giustificazione agli occhi di quest'ultimo. Il protetto pensa subito: "Non gliene importa nulla. Lo ha promesso, ma in realtà non vuol farlo". Per questo, in certe circostanze dell'esistenza la dimenticanza è vietata, e non sembra più sussistere differenza alcuna tra la concezione popolare e quella psicoanalitica di questi atti. Immaginatevi una padrona di casa che riceva il suo ospite con le parole: ''Come! è venuto oggi?
Avevo dimenticato completamente di averla invitata per oggi".
Oppure il giovanotto che dovesse confessare all'amata di aver dimenticato l'appuntamento fissato la volta precedente. Certamente egli non lo confesserà, e preferirà inventare lì per lì i più inverosimili contrattempi che l'hanno trattenuto e che successivamente l'hanno messo nell'impossibilità di dargliene notizia. Che nella vita militare la scusa di aver dimenticato qualcosa non serva a nulla e non salvi dalla punizione lo sappiamo tutti; né la cosa può sembrarci ingiusta. In questo caso, a un tratto, tutti si trovano d'accordo nel ritenere che un determinato atto mancato abbia un senso, e quale sia questo senso.
Perché tutti costoro non sono abbastanza coerenti da estendere questa concezione, ammettendola senza riserve anche per gli altri atti mancati? Anche per questo, com'è ovvio, esiste una risposta.
Se il significato di questa dimenticanza di propositi è così poco dubbio anche per i profani, tanto meno vi stupirete nell'apprendere che i poeti utilizzano nello stesso senso questi atti mancati. Chi di voi ha visto o letto "Cesare e Cleopatra", di Bernard Shaw, si ricorderà che Cesare, sul punto di partire, nell'ultima scena, è perseguitato dall'idea di essersi proposto di fare qualcosa che in quel momento non riesce a ricordare. Alla fine vien fuori che cos'era: prendere congedo da Cleopatra. Questo piccolo artificio del poeta intende attribuire al grande Cesare una superiorità (nei confronti della regina) che egli in realtà non possedeva e alla quale non aspirava affatto. Dalle fonti storiche si ricava che Cesare fece venire con sé a Roma Cleopatra, e che ivi lei si trovava con il suo piccolo Cesarione quando Cesare fu assassinato ed essa perciò costretta a fuggire dalla città.
I casi di dimenticanza di propositi sono in genere così chiari da essere di scarsa utilità per il nostro intento di trarre degli indizi dalla loro situazione psichica circa il significato dell'atto mancato. Rivolgiamoci perciò a un tipo particolarmente ambiguo e oscuro di azioni mancate, ossia alla perdita e allo smarrimento di oggetti. Che nel perdere, accidente percepito spesso così dolorosamente, siamo implicati noi stessi, con un'intenzione, non vi parrà certo credibile. Eppure abbondano osservazioni come questa. Un giovanotto perde la sua matita, che gli era stata molto cara. Il giorno prima aveva ricevuto da suo cognato una lettera, che terminava con le parole: "Per ora non ho né la voglia né il tempo di soccorrere la tua leggerezza e pigrizia" (3). Ma la matita era proprio un regalo di questo cognato. Senza tale coincidenza, non potremmo naturalmente affermare che ci fosse in questa perdita l'intenzione di disfarsi dell'oggetto. Simili casi sono assai frequenti. Si perdono oggetti quando ci si è inimicati con il loro donatore e non si vuole più pensare a lui, o anche quando non ci piacciono più e ci si vuol creare un pretesto per sostituirli con altri migliori. Alla stessa intenzione, diretta contro l'oggetto, serve naturalmente anche lasciarli cadere, spezzarli, romperli. Si può ritenere un caso che uno scolaro perda, rovini, rompa, proprio prima del suo compleanno, gli oggetti di suo uso personale, per esempio la cartella di scuola o l'orologio?
Chi ha provato un certo numero di volte la pena di non saper ritrovare qualcosa che egli stesso ha riposto, non sarà disposto a credere che anche nello smarrire vi sia il concorso di un'intenzione. E tuttavia non sono affatto rari gli esempi in cui le circostanze che compaiono nello smarrimento indicano una tendenza a eliminare l'oggetto, temporaneamente o permanentemente.
Forse il miglior esempio di questo genere è il seguente.
Un uomo piuttosto giovane mi racconta: "Alcuni anni fa ci furono malintesi nel mio matrimonio. Trovavo mia moglie troppo fredda e, sebbene ne riconoscessi le eccellenti qualità, vivevamo l'uno accanto all'altra senza tenerezza. Un giorno lei portò a casa da una passeggiata un libro che aveva comprato perché poteva interessarmi. La ringraziai di questo segno di 'attenzione', promisi di leggere il libro, lo misi da parte e non lo trovai più.
Passarono così dei mesi: ogni tanto mi ricordavo del libro scomparso e tentavo di ritrovarlo, ma invano. Circa sei mesi dopo si ammalò la mia diletta madre, che non abitava con noi. Mia moglie abbandonò casa nostra per andare a curare la suocera. Le condizioni dell'ammalata divennero gravi dando occasione a mia moglie di mostrare i suoi lati migliori. Una sera ritornai a casa pieno di ammirazione e di gratitudine per quanto mia moglie faceva. Mi avvicinai alla mia scrivania e, senza un'intenzione determinata ma con sicurezza sonnambolica, aprii un determinato cassetto nel quale vidi per prima cosa il libro smarrito e per tanto tempo cercato". Col venir meno del motivo ebbe fine anche lo smarrimento dell'oggetto.
Signore e Signori, potrei accrescere all'infinito questa raccolta di esempi. Ma non voglio farlo qui. Nella mia "Psicopatologia della vita quotidiana" (apparsa per la prima volta nel 1901) troverete in ogni caso una ricchissima casistica per lo studio degli atti mancati (4). Tutti questi esempi danno sempre lo stesso risultato: essi vi rendono verosimile il fatto che gli atti mancati abbiano un senso e vi mostrano come dalle circostanze concomitanti si possa rintracciare o confermare questo senso. Oggi voglio essere più breve, dato che il nostro intento è soltanto quello di trarre dallo studio di questi fenomeni una preparazione alla psicoanalisi. Devo solo esaminare più da vicino due gruppi di osservazioni: gli atti mancati accumulati e combinati, e i casi in cui le nostre interpretazioni sono corroborate dagli eventi che sopravvengono successivamente.
Gli atti mancati accumulati e combinati sono certamente il fior fiore della loro specie. Se ci importasse solo dimostrare che gli atti mancati possono avere un senso, ci saremmo limitati a essi sin dall'inizio poiché il loro senso è inconfondibile anche per una mente ottusa e riesce a imporsi al giudizio più critico.
L'accumularsi delle manifestazioni rivela una pertinacia quale non si presenta quasi mai negli eventi casuali, mentre ben si addice a un proposito. Infine, lo scambio reciproco tra singoli tipi di atti mancati ci mostra che l'importante e l'essenziale dell'atto non è la sua forma o i mezzi che utilizza, bensì il proposito al quale esso serve e che deve essere raggiunto per le vie più svariate. Per questo voglio presentarvi un esempio di dimenticanza ripetuta. Ernest Jones racconta che una volta, per motivi a lui ignoti, aveva lasciato sulla scrivania una lettera per alcuni giorni. Infine si decise a spedirla, ma se la vide ritornare indietro dal "Dead Letter Office" perché aveva dimenticato di scrivere l'indirizzo. Dopo aver messo l'indirizzo, la portò alla posta, ma questa volta senza francobollo. Allora dovette finalmente confessare a sé stesso la propria riluttanza a spedire la lettera.
In un altro caso, una sbadataggine si combina con uno smarrimento.
Una signora fa un viaggio a Roma in compagnia di suo cognato, un celebre artista. Questi è molto festeggiato dalla comunità tedesca di Roma e riceve in dono, fra l'altro, un'antica medaglia d'oro.
La signora è dispiaciuta del fatto che il cognato non sappia apprezzare quel bell'esemplare come meriterebbe. Arriva sua sorella a darle il cambio, ed essa riparte; giunta a casa, scopre nel disfare i bauli di avere portato con sé - come, non lo sa - quella medaglia. Ne dà subito comunicazione per lettera al cognato, annunciandogli che gli avrebbe rispedito a Roma il giorno dopo l'oggetto rapito. Il giorno dopo però la medaglia risulta così abilmente smarrita da essere introvabile e quindi non spedibile, e allora si fa luce nella signora l'intuizione del significato della sua "distrazione", vale a dire il suo desiderio di tenere quell'oggetto per sé (5).
Vi ho già riferito precedentemente un esempio di combinazione di una dimenticanza con un errore, come uno dimentichi una prima volta un appuntamento, e la seconda volta, propostosi di non dimenticarlo assolutamente, si presenti a un'ora diversa da quella convenuta. Un caso del tutto analogo mi è stato raccontato, per sua propria esperienza, da un amico, che oltre a interessi scientifici coltiva anche interessi letterari. "Alcuni anni fa - così dice - accettai di essere eletto nel comitato di una certa associazione letteraria, perché presumevo che questa società potesse un giorno essermi d'aiuto per ottenere una rappresentazione del mio dramma teatrale, e partecipai regolarmente, sebbene senza grande interesse, alle sedute che avevano luogo ogni venerdì. Alcuni mesi fa ottenni la promessa da parte di un teatro di F. che la mia opera sarebbe stata rappresentata, e da allora mi accade regolarmente di dimenticare le sedute di quell'associazione. Quando lessi il vostro scritto su queste cose, mi vergognai della mia dimenticanza, mi rimproverai di agire con bassezza nel mancare alle sedute ora che quella gente non mi serviva più, e decisi di non mancare assolutamente il venerdì successivo. Mi ricordai ripetute volte di questo proponimento, finché lo eseguii e venni a trovarmi davanti alla porta della sala delle sedute. Con mio stupore la trovai chiusa, la seduta era terminata da un pezzo. Infatti mi ero sbagliato nel giorno; eravamo già di sabato!".
Sarebbe divertente continuare con simili osservazioni, ma sarà meglio procedere. Desidero che gettiate uno sguardo su quei casi nei quali la nostra interpretazione deve attendere conferma dal futuro. La condizione principale di questi casi è, ovviamente, che la situazione psichica di quel momento ci sia sconosciuta o non sia accertabile. Allora la nostra interpretazione ha solo il valore di un'ipotesi, cui noi stessi non vogliamo attribuire troppo peso. Più tardi però si verifica qualcosa che ci dimostra come già allora la nostra interpretazione fosse giustificata. Fui una volta ospite di una coppia di novelli sposi e udii la giovane moglie narrare ridendo ciò che le era capitato da ultimo. Il giorno dopo il ritorno dal viaggio di nozze era andata a trovare la sorella nubile per uscire con lei a far compere come nei tempi passati, mentre il marito andava per gli affari suoi. Tutt'a un tratto aveva notato un signore dall'altra parte della strada e aveva gridato alla sorella urtandole il braccio: "Guarda lì il signor L". Aveva dimenticato che questo signore era da alcune settimane il suo legittimo consorte. Sentii freddo a questo racconto, ma non ebbi il coraggio di trarne le conseguenze. Mi ricordai di nuovo di questo episodio anni dopo, quando quel matrimonio ebbe esito infelicissimo.
Alphonse Maeder racconta di una signora che, il giorno prima del suo matrimonio, aveva dimenticato di provare il suo abito da sposa e, con disperazione della sarta, se ne rammentò solo a tarda sera.
Egli mette in rapporto con questa dimenticanza il fatto che, poco tempo dopo, essa era già divorziata dal marito. Conosco una signora, ora divorziata da suo marito, che negli atti di amministrazione del suo patrimonio spesso firmava i documenti col cognome di ragazza, molti anni prima di riassumerlo effettivamente. - So di altre donne che durante il viaggio di nozze hanno perso la fede nuziale, e so anche che lo svolgimento del matrimonio ha conferito significato a questo fatto. - E ora un altro esempio clamoroso, con esito migliore. Di un famoso chimico tedesco si racconta che il suo matrimonio non ebbe luogo, dato che aveva dimenticato l'ora dello sposalizio e invece che in chiesa si era recato in laboratorio. Fu così saggio da accontentarsi di quest'unico tentativo e morì celibe in tarda età.
Forse anche a voi è venuta l'idea che in questi esempi le azioni mancate abbiano preso il posto degli "omina" o presagi degli antichi. Ed effettivamente alcuni "omina" non erano altro che atti mancati, per esempio se si trattava di qualcuno che inciampava o cadeva a terra. E' anche vero che altri "omina" avevano il carattere dell'accadere oggettivo, non dell'agire soggettivo. Ma voi non potete credere quanto sia difficile talvolta decidere, di fronte a un certo avvenimento, se esso appartenga all'uno o all'altro gruppo, tanto spesso il fare sa mascherarsi da esperienza passiva.
Ognuno di noi, che abbia alle sue spalle un'esperienza di vita piuttosto lunga, probabilmente ammetterà che avrebbe risparmiato a sé stesso molte delusioni e dolorose sorprese, se avesse trovato il coraggio e la decisione di interpretare come presagi i piccoli atti mancati sperimentati nei contatti umani, e se avesse saputo avvalersene come segni di intenzioni ancora tenute segrete. Questa è perlopiù una cosa che non osiamo fare; avremmo l'impressione di ridiventare superstiziosi attraverso la via indiretta della scienza. Non tutti i presagi, inoltre, si avverano; ma apprenderete dalle nostre teorie che non c'è bisogno che si avverino proprio tutti.
NOTE:
Lezione 4 - GLI ATTI MANCATI (CONCLUSIONE)
Signore e Signori, che gli atti mancati abbiano un senso è dunque un'affermazione che possiamo presentare come risultato delle indagini sinora svolte e prendere come base per le nostre ulteriori ricerche. Faccio ancora una volta rilevare che noi non affermiamo - né per i nostri fini abbiamo bisogno di farlo - che ogni singolo atto mancato ha un senso, benché io sia convinto che ciò è probabile. Per noi è sufficiente dimostrare la relativa frequenza di tale senso nelle diverse forme di atto mancato.
Queste varie forme, del resto, si comportano diversamente a tale riguardo. Nei lapsus verbali, di scrittura eccetera, possono presentarsi casi con motivazione puramente fisiologica; nei tipi basati sulla dimenticanza (dimenticanza di nomi e di propositi, smarrimenti eccetera) non posso credere che la ragione sia la stessa; molto probabilmente ci sono casi di perdita in cui bisogna ammettere la mancanza d'intenzione. Insomma, gli errori che capitano nella vita rientrano solo fino a un certo punto nello schema da me proposto. Vogliate tenere presenti queste restrizioni, quando d'ora innanzi procederemo dall'affermazione che gli atti mancati sono atti psichici e hanno origine dall'interferenza di due intenzioni.
E' questo il primo risultato della psicoanalisi. Dell'esistenza di tali interferenze e della possibilità che ne conseguano fenomeni di questa natura, la psicologia finora non sapeva nulla. Noi abbiamo ampliato il campo dei fenomeni psichici in misura considerevolissima e abbiamo acquisito alla psicologia fenomeni che prima non erano ritenuti di sua pertinenza.
Soffermiamoci ancora un momento sull'affermazione che gli atti mancati sono "atti psichici". Contiene essa qualcosa di più rispetto all'altra nostra asserzione, ossia che essi hanno un senso? Non lo credo; è piuttosto più indefinita ed equivoca. Tutto ciò che si può osservare nella vita psichica verrà designato per il momento come fenomeno psichico. Il problema diventerà quindi quello di appurare se la singola espressione psichica è scaturita direttamente da influenze somatiche, organiche, materiali, nel qual caso la sua indagine non spetta alla psicologia, oppure se essa deriva in primo luogo da altri processi psichici, dietro ai quali ha pertanto inizio, in qualche punto, la serie delle influenze organiche. E' quest'ultima situazione che abbiamo in mente quando designiamo un fenomeno come processo psichico, e per questo è più appropriato esprimere la nostra asserzione nella forma: il fenomeno è dotato di senso, ha un senso. Per "senso" noi intendiamo significato, intenzione, tendenza e posizione in un concatenarsi di eventi psichici.
Oltre agli atti mancati, ci sono numerosi altri fenomeni, ad essi assai prossimi, per i quali però questo nome non si adatta più.
Sono le cosiddette azioni casuali e sintomatiche. Esse pure sono qualcosa di immotivato, di non appariscente e irrilevante ma, oltre a ciò, hanno un più chiaro carattere di superfluità. Dalle azioni mancate le distingue l'assenza di un'altra intenzione, con la quale si scontrino e che da esse venga disturbata. D'altra parte, sconfinano insensibilmente nei gesti e nei movimenti che noi consideriamo espressione dei moti dell'animo. In queste azioni casuali rientrano tutte quelle operazioni che noi eseguiamo come per gioco, apparentemente senza scopo, sul nostro abbigliamento, su parti del nostro corpo, su oggetti che abbiamo a portata di mano, come pure l'omissione delle stesse e, inoltre, le melodie che canticchiamo tra noi. Il mio parere è che tutti questi fenomeni sono dotati di senso e interpretabili allo stesso modo delle azioni mancate, che essi sono piccoli indizi di altri processi psichici più importanti, e dunque atti psichici pienamente validi. Tuttavia non intendo soffermarmi su questo ulteriore ampliamento del campo dei fenomeni psichici, tornerò invece agli atti mancati, che permettono di elaborare con chiarezza di gran lunga maggiore interrogativi importanti per la psicoanalisi.
I quesiti più interessanti, che abbiamo posto a proposito degli atti mancati e cui non abbiamo ancora dato risposta, sono probabilmente i seguenti: abbiamo asserito che gli atti mancati sono il risultato dell'interferenza di due diverse intenzioni, l'una delle quali può essere detta perturbata, l'altra perturbatrice. Mentre le intenzioni perturbate non danno adito a ulteriori quesiti, a proposito delle altre vogliamo sapere, in primo luogo, che specie di intenzioni siano queste, che si presentano come un elemento di disturbo per altre intenzioni e, in secondo luogo, come si comportino le intenzioni perturbatrici rispetto a quelle perturbate.
Permettetemi di prendere nuovamente il lapsus verbale come rappresentante dell'intera categoria e di rispondere prima alla seconda domanda.
Nel lapsus verbale l'intenzione perturbatrice può essere correlata contenutisticamente con quella perturbata; in questo caso contiene una contraddizione nei suoi riguardi, una rettifica o un'integrazione di essa. Oppure, ed è questo il caso più oscuro e più interessante, l'intenzione perturbatrice non ha niente a che fare con l'intenzione perturbata quanto al contenuto.
Le testimonianze per la prima delle due relazioni possiamo trovarle senza fatica negli esempi a noi già noti e in altri simili. Quasi in tutti i casi di lapsus verbale in cui viene detto l'opposto, l'intenzione perturbatrice esprime il contrario di quella perturbata, e l'atto mancato è la rappresentazione del conflitto tra due aspirazioni inconciliabili: "Io dichiaro aperta la seduta, ma preferirei averla già chiusa", è il senso del lapsus del presidente. Un giornale politico, che è stato accusato di venalità, si difende in un articolo che deve culminare nelle parole: "I nostri lettori ci faranno testimonianza che noi abbiamo sempre difeso il bene pubblico nel modo più DISINTERESSATO". ll redattore incaricato di redigere la difesa scrive: "nel modo più INTERESSATO". Cioè egli pensa: "E' così che devo scrivere, ma so che non è vero". Un rappresentante del popolo, che invita a dire all'imperatore la verità senza riserve ("rückhaltlos"), certamente ha dato ascolto a una voce del suo intimo che, spaventatasi di tanta audacia, con un lapsus verbale ha trasformato il "senza riserve" in "senza spina dorsale (rückgratlos)".
Negli esempi a voi noti, che danno l'impressione di contrazioni e abbreviazioni, si tratta di rettifiche, aggiunte o continuazioni, con le quali una seconda tendenza si fa valere accanto alla prima.
"Alcuni fatti vennero in luce... Ma dillo piuttosto chiaro e tondo che erano PORCHERIE; quindi: alcuni fatti vennero in LURCHE". "Le persone che capiscono questo argomento si possono contare SULLE DITA DI UNA MANO...
Ma no, in realtà, c'è uno solo che lo capisce, quindi: si possono contare SU UN DITO". Oppure: "Mio marito può mangiare e bere quel che vuole. Ma, lo sapete, io non tollero che egli voglia qualcosa; quindi: può mangiare e bere ciò che VOGLIO". In tutti questi casi, dunque, il lapsus verbale scaturisce dal contenuto dell'intenzione disturbata stessa o si riallaccia ad esso.
L'altro tipo di relazione tra le due intenzioni interferenti suscita una strana impressione. Se l'intenzione perturbatrice non ha nulla a che fare con il contenuto dell'intenzione perturbata, da dove viene dunque e da che cosa dipende il fatto che si riveli come elemento di disturbo proprio in quel punto? L'osservazione, che è la sola a poter dare una risposta, permette di riconoscere che l'elemento di disturbo proviene da una sequenza di pensieri che aveva occupato poco prima la mente della persona in questione e che ora, indipendentemente dal fatto che abbia trovato o meno espressione nel discorso, produce un effetto differito. Essa va quindi effettivamente definita come una risonanza, ma non necessariamente come una risonanza di parole pronunciate. Anche qui non manca una connessione associativa tra ciò che perturba e ciò che è perturbato, ma essa non è data nel contenuto, bensì prodotta artificialmente, spesso in grazia di collegamenti molto forzati.
Ascoltate in proposito un semplice esempio, che ho osservato io stesso. Un giorno incontro nelle nostre belle Dolomiti due signore viennesi camuffate da escursioniste. Le accompagno un pezzo e parliamo delle gioie ma anche delle fatiche dell'escursionismo; una delle signore ammette che questa maniera di passare la giornata ha molti aspetti sgradevoli. "E' proprio vero - dice - che non è per niente gradevole marciare tutto il giorno sotto il sole con la blusa e la camicia bagnate di sudore". A un certo punto di questa frase incappa in una lieve esitazione. Poi continua: "Ma quando poi si arriva a casa e ci si può cambiare..." soltanto che invece di "Haus" [casa], dice "Hose" [mutande]. Non abbiamo analizzato questo lapsus, ma penso che possiate facilmente comprenderlo. La signora evidentemente aveva avuto l'intenzione di fare un elenco più completo della biancheria dicendo: blusa, camicia e mutande. Ma si trattenne dal nominare queste ultime per motivi di decenza. Ora nella frase successiva, del tutto indipendente quanto a contenuto, la parola non pronunciata emerse come distorsione della parola dal suono simile "nach Hause" (a casa).
Ora tuttavia possiamo rivolgerci al quesito principale, da tempo tenuto in serbo: che genere di intenzioni siano queste, che si manifestano m modo insolito come elementi di disturbo di altre intenzioni. Orbene ce ne sono evidentemente di diversissimo tipo, ma di esse vogliamo trovare il fattore comune. Se esaminiamo a questo scopo una serie di esempi, distingueremo subito tre gruppi.
Al primo gruppo appartengono i casi in cui la tendenza perturbatrice è nota a colui che parla e inoltre è stata da lui avvertita prima del lapsus. Così, nel lapsus "lurche", l'autore non soltanto ammette di aver formulato il giudizio di "porcherie" sui procedimenti in questione, ma anche di aver avuto l'intenzione, dalla quale poi si è ritratto, di dare a questo giudizio espressione verbale. Un secondo gruppo è costituito da altri casi, nei quali la tendenza perturbatrice viene ugualmente riconosciuta come propria da colui che parla; tuttavia costui non sa nulla del fatto che essa era attiva in lui proprio poco prima del lapsus. Egli accetta quindi la nostra interpretazione del suo lapsus, ma ne rimane in certa misura meravigliato. E' forse più facile trovare esempi di questo comportamento in altri atti mancati che non nel lapsus verbale. In un terzo gruppo l'interpretazione della tendenza perturbatrice viene respinta energicamente da colui che parla; non soltanto egli contesta che tale tendenza fosse viva in lui prima del lapsus, ma afferma addirittura che gli è completamente estranea. Rammentatevi l'esempio del "ruttare" e la smentita addirittura scortese che mi sono attirato dalla persona in questione per aver scoperto l'intenzione perturbatrice. Voi sapete che non abbiamo ancora raggiunto un accordo circa il modo di concepire questi casi. Per parte mia sarei incline a non dare alcuna importanza alla contestazione dell'autore del brindisi e mi atterrei irremovibilmente alla mia interpretazione, mentre voi, penso, siete sotto l'impressione della sua protesta e vi domandate se non si debba rinunciare all'interpretazione di tali atti mancati e attribuire loro il valore di atti puramente fisiologici nel senso preanalitico. Posso immaginare che cosa vi spaventi. La mia interpretazione implica l'ipotesi che in colui che parla possano esternarsi intenzioni di cui egli stesso non sa nulla, ma che io sono in grado di inferire sulla base di indizi. Dinanzi a una supposizione così nuova e densa di conseguenze voi vi fermate. Lo comprendo, e fin qui vi dò ragione. Ma mettiamo in chiaro questo punto: se volete applicare in modo coerente la concezione degli atti mancati corroborata da esempi così numerosi, dovete decidervi ad accettare questa sorprendente ipotesi. Se non ci riuscirete, dovrete anche rinunciare alla comprensione degli atti mancati che avete appena acquisito.
Soffermiamoci ancora su ciò che unisce i tre gruppi, ossia su ciò che accomuna i tre meccanismi di lapsus verbale. Per fortuna quest'elemento è inconfondibile. Nei primi due gruppi la tendenza perturbatrice viene ammessa dall'autore del lapsus; nel primo va aggiunto anche che essa è annunciata immediatamente prima del lapsus. In entrambi i casi però, ESSA E' STATA RICACCIATA INDIETRO. COLUI CHE PARLA SI E' DECISO A NON TRADURLA IN PAROLE, E ALLORA INCORRE NEL LAPSUS VERBALE; ALLORA, CIOE', LA TENDENZA RESPINTA SI TRADUCE IN PAROLE CONTRO LA SUA VOLONTA', O MODIFICANDO L'ESPRESSIONE DELL'INTENZIONE CUI EGLI CONSENTE, O COMBINANDOSI CON ESSA, O PRENDENDONE ADDIRITTURA IL POSTO. E' questo, pertanto, il meccanismo del lapsus verbale.
Dal mio punto di vista posso mettere in perfetto accordo con il meccanismo qui descritto anche ciò che avviene nel nostro terzo gruppo. Occorre solo che ammetta che questi tre gruppi si differenziano per la diversa portata della spinta che ricaccia indietro l'intenzione. Nel primo l'intenzione è presente ed è avvertita da chi parla prima che egli si esprima; solo in un secondo momento essa subisce la ripulsa, per cui si rifà con il lapsus. Nel secondo gruppo la ripulsa ha una portata maggiore; l'intenzione non è già più avvertibile prima dell'espressione verbale. Strano davvero che questo non le impedisca affatto di divenire una delle cause del lapsus! Ma questo comportamento ci facilita la spiegazione di ciò che ha luogo nel terzo gruppo. Avrò l'ardire di supporre che nell'atto mancato può esprimersi anche una tendenza che è respinta da lungo, forse da lunghissimo tempo, tendenza non avvertita che quindi può essere direttamente sconfessata da chi parla. Ma anche lasciando da parte il problema del terzo gruppo, le osservazioni sugli altri casi impongono la conclusione che LA REPRESSIONE DELL'INTENZIONE CHE SI PRESENTA DI DIRE QUALCOSA E' LA CONDIZIONE INDISPENSABILE PERCHE' SI VERIFICHI UN LAPSUS VERBALE.
Possiamo ora affermare di aver fatto ulteriori progressi nella conoscenza degli atti mancati. Non solo sappiamo che essi sono atti psichici nei quali si può riconoscere un senso e un'intenzione, non solo che hanno origine dall'interferenza di due diverse intenzioni, ma anche che una di queste intenzioni, per giungere a esprimersi attraverso la perturbazione dell'altra, dev'essere stata in certo modo trattenuta dall'attuarsi Dev'essere stata perturbata essa stessa, prima di diventare perturbatrice Con ciò, naturalmente, non abbiamo ancora raggiunto una spiegazione completa dei fenomeni che chiamiamo atti mancati. Vediamo subito sorgere altri quesiti e, nell'insieme, sospettiamo che quanto più procederemo nella comprensione, tanto più numerosi si presenteranno gli spunti per nuovi interrogativi. Possiamo chiedere, per esempio, perché le cose non vadano molto più semplicemente. Se esiste l'intenzione di ricacciare indietro una certa tendenza invece che di attuarla, la spinta all'indietro dovrebbe riuscire in modo tale che appunto nulla di quella tendenza giunga a esprimersi; oppure essa potrebbe anche non riuscire, e in tal modo la tendenza respinta procurarsi piena espressione. Gli atti mancati, però, sono risultati di compromesso; essi significano una mezza riuscita e un mezzo fallimento per ognuna delle due intenzioni: l'intenzione messa in pericolo non viene né completamente repressa né - a prescindere da singoli casi - giunge a imporsi del tutto indenne. Possiamo immaginare che debbano esistere particolari condizioni perché si verifichino questi risultati di interferenza o di compromesso, ma non possiamo nemmeno sospettare di che specie possano essere. E non credo che potremo scoprire questi rapporti a noi sconosciuti attraverso un ulteriore approfondimento dello studio degli atti mancati. Sarà piuttosto necessario esplorare prima altri oscuri campi della vita psichica; solo le analogie che ci si faranno innanzi potranno darci il coraggio di formulare le ipotesi che sono necessarie per una spiegazione più approfondita degli atti mancati. E ancora un punto. Anche il lavorare sulla base di piccoli indizi, come usiamo costantemente fare in questo campo, comporta determinati pericoli . C'è una malattia psichica, la "paranoia combinatoria", nella quale l'impiego di tali piccoli indizi viene effettuato in modo illimitato - e io naturalmente non mi farò garante che le inferenze costruite su questo fondamento siano sempre corrette. Da questi pericoli può preservarci solo l'ampia base che sapremo dare alle nostre osservazioni. il ripetersi di impressioni analoghe nei più diversi campi della vita psichica.
Abbandoneremo dunque qui l'analisi degli atti mancati. Ma una cosa devo ancora raccomandarvi: vogliate tenere a mente, come modello, il metodo adottato per trattare questi fenomeni. Da questo esempio potete scorgere quali siano gli intenti della nostra psicologia.
Noi non vogliamo semplicemente descrivere e classificare i fenomeni, ma concepirli come indizi di un gioco di forze che si svolge nella psiche, come l'espressione di tendenze orientate verso un fine, che operano insieme o l'una contro l'altra. Ciò che ci sforziamo di raggiungere è una CONCEZIONE DINAMICA dei fenomeni psichici. Nella nostra concezione i fenomeni percepiti vanno posti in secondo piano rispetto alle tendenze, che pure sono soltanto ipotetiche.
Rinunciando, quindi, ad approfondire ulteriormente gli atti mancati, possiamo tuttavia dare ancora una scorsa all'estensione di questo ambito, nel quale ritroveremo cose note e scopriremo qualcosa di nuovo. Ci atteniamo in questo alla partizione già stabilita all'inizio degli atti mancati in tre gruppi: il lapsus verbale con le forme a esso affini dei lapsus di scrittura, di lettura e di ascolto; la dimenticanza, con le sue suddivisioni a seconda dell'oggetto dimenticato (nomi propri, parole straniere, propositi, impressioni); e la sbadataggine, lo smarrire, il perdere. Gli errori, fintantoché rientrano nella nostra disamina, si riallacciano in parte alle dimenticanze, in parte alle sbadataggini.
Abbiamo ancora qualcosa da aggiungere a proposito del LAPSUS VERBALE, pur avendone già parlato piuttosto diffusamente. Al lapsus verbale si riallacciano fenomeni affettivi minori, che non sono del tutto privi di interesse. Nessuno ammette volentieri di aver commesso un lapsus verbale; inoltre spesso il proprio lapsus sfugge, quello di un altro mai. In un certo senso il lapsus verbale è anche contagioso; non è affatto facile parlare dei lapsus verbali senza incorrervi a propria volta. Le forme più banali di lapsus verbale, quelle cioè che non hanno alcun particolare chiarimento da fornire circa processi psichici nascosti, non sono difficili da comprendere per quanto riguarda la loro motivazione. Se, ad esempio, una certa persona pronuncia come breve una vocale lunga, in seguito a una perturbazione che colpisce questa parola per un qualsiasi motivo, subito dopo allungherà una vocale breve e, nel compensare il primo lapsus, ne commetterà un secondo. Allo stesso modo, se si pronuncia in modo impreciso e sbadato un dittongo, per esempio un "oi" come un "ai", si cercherà di porvi rimedio modificando un "ai" susseguente in "oi". In entrambi i casi sembra essere determinante un riguardo verso l'ascoltatore, il quale non deve credere che a chi parla sia indifferente il modo in cui tratta la lingua materna: la seconda deformazione, quella compensatoria, ha precisamente l'intento di far notare all'ascoltatore la prima deformazione, e di assicurargli che essa non è sfuggita nemmeno a chi parla. I casi più frequenti, più semplici e banali di lapsus verbale consistono in contrazioni e presonanze, che si manifestano in punti insignificanti del discorso. In una frase piuttosto lunga, ad esempio, si può commettere un lapsus anticipando l'ultima parola di quel che s'intende dire. Ciò dà l'impressione di una certa impazienza di finire la frase e attesta, in generale, una certa riluttanza a profferire questa frase o il discorso nel suo insieme. Giungiamo così a casi limite, nei quali le differenze tra la concezione psicoanalitica e la comune concezione fisiologica del lapsus verbale si confondono. Noi supponiamo che in questi casi sia presente una tendenza a disturbare l'intenzione del discorso; ma essa può solo manifestare la sua presenza e non ciò a cui mira. La perturbazione che essa provoca segue poi influssi fonetici o attrazioni associative di un tipo o dell'altro, e può essere concepita come sviamento dell'attenzione dall'intento del discorso. Ma né questa perturbazione dell'attenzione né il fatto che siano diventate operanti le inclinazioni associative colgono l'essenza del processo che, nonostante tutto, è data ancora una volta dall'esistenza a cui si allude di un'intenzione che perturba l'intento del discorso; solo che la natura dell'intenzione perturbatrice questa volta non può essere ricavata dai suoi effetti, come è possibile in tutti i casi di lapsus verbale più spiccatamente caratterizzati.
Passando al LAPSUS DI SCRITTURA, dobbiamo dire che esso collima a tal punto con il lapsus verbale che non abbiamo da aspettarci alcuna novità. Forse ci sarà concessa una breve esemplificazione.
I piccoli lapsus di scrittura tanto diffusi, le contrazioni, le anticipazioni di parole successive, specialmente dell'ultima, rinviano ancora una volta a una generale svogliatezza di scrivere e a impazienza di finire. Effetti più accentuati di lapsus di scrittura permettono di riconoscere natura e intenzione della tendenza perturbatrice. In generale, quando si trova un lapsus in una lettera, è segno che c'era qualcosa che non andava nello scrivente; che cosa si agitasse in lui, non sempre lo si può determinare. Spesso il lapsus di scrittura viene altrettanto poco notato da colui che lo commette quanto il lapsus verbale. Degna di nota è poi la seguente osservazione: ci sono persone che hanno l'abitudine di rileggere per intero ogni lettera prima di spedirla; altri normalmente non lo fanno, ma quando eccezionalmente ciò accade, hanno sempre modo di scoprire, e di correggere, un lapsus vistoso. Come si spiega tutto questo? Sembra quasi che queste persone sappiano di aver sbagliato nel redigere la lettera. Dobbiamo veramente crederlo?
All'importanza pratica del lapsus di scrittura si ricollega un interessante problema. Vi ricorderete forse del caso di quell'assassino, H., abile nel procurarsi da istituti scientifici colture di microbi patogeni estremamente pericolosi, spacciandosi per batteriologo, per poi adoperare queste colture per togliere di mezzo in tale modernissimo modo i suoi conoscenti. Accadde che quest'uomo lamentò una volta presso la direzione di uno di tali istituti l'inefficacia delle colture speditegli, ma nel farlo commise un lapsus di scrittura: al posto delle parole "nei miei esperimenti su topi (Mausen) o cavie (Meerschweillchen)", scrisse chiaramente la frase: "nei miei esperimenti su uomini (Menschen)".
Questo lapsus diede nell'occhio anche ai medici dell'istituto, ma essi, per quanto ne so, non ne trassero alcuna conclusione. Ora, voi che ne pensate? Non avrebbero dovuto piuttosto accogliere il lapsus come una confessione e promuovere un'indagine, con la quale si sarebbe tempestivamente posto fine alle malefatte di quell'uomo? Forse che in questo caso l'ignoranza della nostra concezione degli atti mancati non è divenuta la causa di un'omissione importante dal punto di vista pratico? Per quanto mi riguarda, un tale lapsus di scrittura mi sarebbe certamente apparso molto sospetto; ma qualcosa di importante si frappone alla sua utilizzazione come confessione. La cosa non è così semplice.
Il lapsus di scrittura è sicuramente un indizio, ma non sarebbe stato sufficiente di per sé solo ad avviare un'inchiesta. E' vero che il lapsus dice che l'uomo è occupato dal pensiero di provocare un'infezione in altre persone, ma non permette di decidere se questo pensiero abbia il valore di un chiaro proposito nocivo o quello di una fantasia senza importanza dal punto di vista pratico. E' persino possibile che l'uomo che ha commesso un simile lapsus di scrittura rinneghi, adducendo motivazioni soggettive perfettamente legittime, questa fantasia, o la respinga come qualcosa che gli è completamente estraneo. Quando, più avanti, prenderemo in esame le differenze tra realtà psichica e realtà materiale, potrete comprendere ancora meglio queste eventualità.
Ma questo è di nuovo un caso in cui un atto mancato ha assunto successivamente un'importanza insospettata.
Nel LAPSUS DI LETTURA ci imbattiamo in una situazione psichica che si differenzia nettamente da quella del lapsus verbale e di scrittura. Una delle due tendenze tra loro in concorrenza è qui sostituita da una stimolazione sensoria ed è forse perciò meno resistente. Ciò che si ha da leggere non è una produzione della propria vita psichica come, per esempio, ciò che ci si propone di scrivere. Per questo, nella gran maggioranza dei casi, il lapsus di lettura consiste in una completa sostituzione. Si sostituisce la parola da leggere con un'altra, senza che debba esistere necessariamente un rapporto di contenuto tra il testo e il risultato del lapsus, il quale si basa di regola su una somiglianza di parole. L'esempio di Lichtenberg: "Agamemnon" al posto di "angenommen" è il migliore di questo gruppo. Se si vuol riconoscere la tendenza perturbatrice che ha provocato il lapsus, si deve lasciare completamente da parte il testo letto in modo errato e si può introdurre l'indagine psicoanalitica con due interrogativi: qual è la prima idea che si presenta in rapporto al risultato del lapsus, e in quale situazione è avvenuto il lapsus?
Talvolta la conoscenza di quest'ultima basta da sola a chiarire il lapsus. Per esempio, un tale vaga per una città sconosciuta, spinto da un certo bisogno, e su una grande insegna a un primo piano legge la dicitura "Reparto gabinetti". Ha appena il tempo di meravigliarsi del fatto che l'insegna sia situata così in alto, prima di scoprire che, a essere esatti, c'è scritto "Reparto giovinetti". In altri casi proprio il lapsus di lettura che non ha nulla a che fare col contenuto del testo, richiede un'analisi particolareggiata che non è possibile eseguire senza pratica della tecnica psicoanalitica e senza fiducia in essa. Ma generalmente è piuttosto facile procurarsi la spiegazione di un lapsus di lettura: come nel caso di "Agamemnon", la parola sostituita rivela immediatamente la cerchia di pensieri dalla quale proviene la per