SIGMUND FREUD
INTRODUZIONE ALLA PSICOANALISI
Volume secondo
Lezione 16 - PSICOANALISI E PSICHIATRIA
Signore e Signori, sono lieto di rivedervi in questo nuovo anno accademico, disposti a continuare le nostre discussioni. Lo scorso anno vi ho esposto come la psicoanalisi affronta il problema degli atti mancati e del sogno; quest'anno vorrei iniziarvi alla comprensione dei fenomeni nevrotici che, come ben presto scoprirete, hanno molti punti in comune coi primi due. Ma vi dico subito che questa volta non posso concedervi di assumere nei miei confronti la stessa posizione dello scorso anno. Allora ebbi cura di non fare alcun passo senza assicurarmi prima del vostro consenso, e perciò discussi parecchio con voi, mi assoggettai alle vostre obiezioni, riconobbi insomma che voi e il vostro "sano buon senso" eravate l'istanza decisiva. Ora questo non è più possibile per una semplice ragione. In quanto fenomeni, gli atti mancati e i sogni non vi erano estranei; si può dire che ne avevate tanta esperienza quanto me o che vi era altrettanto facile procurarvela.
L'ambito delle manifestazioni nevrotiche vi è invece estraneo: a meno che non siate medici voi stessi, non avete altro accesso a questi fenomeni che attraverso le mie parole; e a che serve saper giudicare se non si ha familiarità con il materiale sul quale il giudizio va espresso?
Non vorrei però che intendeste questo mio annuncio nel senso che io mi riprometta di tenere lezioni dogmatiche ed esiga la vostra fede incondizionata. Fraintendendomi in questo modo, mi fareste un grave torto. Non è mia intenzione convincere nessuno; voglio solo dare suggerimenti e scuotere pregiudizi. Se, mancandovi la conoscenza dei fatti, non siete in grado di esprimere un giudizio, astenetevi tanto dal credere quanto dal respingere. Ascoltate, e lasciate agire su di voi ciò che apprenderete da me. Le convinzioni non si acquistano tanto facilmente, oppure, se raggiunte senza fatica, alla prima occasione si rivelano prive di valore e incapaci di resistere alle obiezioni. Soltanto chi, come me, per molti anni ha lavorato sullo stesso materiale e ha così vissuto di persona le medesime, nuove e sorprendenti esperienze, ha diritto di dichiararsi convinto. Ma comunque, a che giovano nel campo intellettuale le subitanee convinzioni, le fulminee conversioni, gli istantanei rifiuti? Non vi accorgete che il "coup de foudre", l'amore a prima vista, proviene da un campo totalmente diverso, che è quello affettivo? Nemmeno dai nostri pazienti noi pretendiamo che vengano in cura già convinti della validità della psicoanalisi o dichiarandosi suoi seguaci. Spesso anzi questo ce li rende sospetti. Un benevolo scetticismo è l'atteggiamento più desiderabile. Cercate dunque anche voi di lasciare che la concezione psicoanalitica vi cresca dentro a poco a poco, accanto a quella popolare o psichiatrica, fino a che giunga il momento in cui queste due concezioni possano influenzarsi a vicenda, commisurarsi, e unitamente portarvi a una conclusione.
D'altra parte, non dovete pensare neppure per un istante che ciò che io vi presento come la concezione psicoanalitica sia un sistema speculativo. Al contrario, si tratta di un materiale empirico, o espressione diretta dell'osservazione o risultato di una rielaborazione di quest'ultima. Se questa rielaborazione sia stata compiuta in misura sufficiente e in modo legittimo, risulterà dall'ulteriore progresso della scienza; comunque, essendo trascorsi quasi due decenni e mezzo ed essendo io alquanto avanzato negli anni, mi è lecito dichiarare senza vanteria che è stato necessario un lavoro in profondità particolarmente duro e intenso per mettere insieme queste osservazioni. Ho sovente avuto l'impressione che i nostri oppositori rifuggissero dal prendere in debita considerazione questa origine delle nostre affermazioni, come se pensassero che si tratta di idee aventi un fondamento puramente soggettivo alle quali chiunque altro può opporre ciò che più gli aggrada. Questo atteggiamento dei miei oppositori non mi è del tutto comprensibile. Forse dipende dal fatto che di solito chi è medico entra così poco in contatto con i nevrotici, ascolta così distrattamente ciò che hanno da dire, che si preclude ogni possibilità di ricavare qualcosa di valido dalle loro comunicazioni e quindi di eseguire su di essi approfondite osservazioni. Colgo quest'occasione per dirvi che nel corso delle mie lezioni polemizzerò assai poco, soprattutto con persone singole. Non ho mai potuto convincermi della verità del detto che la contesa è la madre di tutte le cose. Ritengo che esso provenga dalla sofistica greca e che, come questa, abbia il difetto di sopravvalutare la dialettica. A me sembra, al contrario, che la cosiddetta polemica scientifica sia nel complesso sommamente sterile, a prescindere dal fatto che quasi sempre viene condotta su un piano troppo personale. Fino a pochi anni fa potevo vantarmi anch'io di essermi imbarcato una sola volta in una regolare disputa scientifica con un ricercatore (Löwenfeld) di Monaco). La conclusione fu che diventammo amici e che lo siamo rimasti fino a oggi. Però per lungo tempo non ho ripetuto il tentativo, perché non ero sicuro che ne sarebbe sortito il medesimo risultato.
Vi parrà certamente che un simile rifiuto delle discussioni per iscritto indichi quanto io sia inaccessibile alle obiezioni e ostinato, o, per esprimersi nel benevolo gergo degli scienziati, "testardo come un mulo''. Lasciate che vi dica che se un giorno avrete acquisito una convinzione con così duro lavoro, anche a voi spetterà un certo diritto di tenervi saldi a essa con una buona dose di tenacia. Posso inoltre far valere il fatto che nel corso dei miei lavori ho modificato, mutato, sostituito i miei punti di vista su alcuni aspetti importanti, cosa di cui, naturalmente, ho dato ogni volta pubbliche comunicazioni. E il risultato di questa franchezza? Gli uni non hanno preso, semplicemente, conoscenza dei miei ripensamenti e mi criticano ancor oggi per enunciazioni che da tempo non hanno più per me lo stesso significato; gli altri mi rinfacciano proprio quei mutamenti e mi dichiarano per conseguenza indegno di fiducia. Già! Chi ha mutato qualche volta di opinione non merita assolutamente fiducia, essendo probabile che sbagli anche nelle sue ultime affermazioni! Chi invece si attiene imperturbabile a quanto una volta ha dichiarato, o non se ne lascia dissuadere abbastanza velocemente, costui lo chiamano cocciuto e testardo. Di fronte a questi attacchi contraddittori della critica, che altro si può fare se non rimanere quelli che si è e comportarsi secondo il proprio discernimento? Io sono risoluto a fare così e non mi lascio distogliere dal mettere a punto e limare ogni mia teoria nel modo in cui lo richiede la mia progressiva esperienza. Nelle vedute fondamentali non ho finora trovato nulla da mutare e spero che le cose resteranno così anche in seguito.
Devo dunque illustrarvi come la psicoanalisi spiega i fenomeni della nevrosi A questo proposito, mi viene spontaneo riallacciarmi ai fenomeni già trattati, sia per analogia che per contrasto.
Comincio con un'azione sintomatica che vedo compiere da molte persone nelle mie ore di consultazione. L'analista non sa davvero che fare con coloro che gli fanno visita in studio per sciorinargli dinanzi in un quarto d'ora gli affanni di tutta la loro vita. Poiché la sua conoscenza è più profonda gli è difficile dare un parere e impartire un consiglio come farebbe un altro medico: "Lei non ha niente", e: "Ricorra a una leggera cura idroterapica". Uno dei miei colleghi, alla domanda che cosa facesse con i pazienti che venivano a consultarlo, rispose con un'alzata di spalle: "impongo loro una multa di tante e tante corone per l'inutile spreco di tempo". Nessuna meraviglia quindi se anche nel caso di psicoanalisti molto occupati le ore di consultazione non sono di solito molto vivaci. Io ho fatto raddoppiare e rinforzare con un rivestimento di feltro la porta semplice tra la mia sala d'attesa e il gabinetto di consultazione e trattamento. Lo scopo di questo piccolo espediente non può essere dubbio per nessuno. Ebbene, mi capita continuamente di chiamare qualcuno che sta in sala d'attesa nel mio gabinetto, e che costui tralasci di chiudere la porta dietro di sé e quasi sempre lasci aperte entrambe le porte. Non appena me ne accorgo, insisto in tono piuttosto scortese che colui o colei che è entrato torni indietro a riparare all'omissione anche se si tratta di un signore elegante o di una signora molto distinta. Questo dà l'impressione di una pedanteria inutile. Qualche volta ho anche fatto una brutta figura, poiché si trattava di una di quelle persone che non possono afferrare una maniglia e sperano che qualche accompagnatore risparmi loro questo contatto. Ma nella maggioranza dei casi avevo ragione, poiché chi si comporta così, chi lascia aperta la porta tra la sala d'attesa e il gabinetto di consultazione del medico è un maleducato e merita di venir accolto scortesemente. Ascoltate il resto prima di giudicare. Questa negligenza del paziente si verifica infatti soltanto quando si è trovato solo nella sala d'attesa e quindi lascia dietro di sé una stanza vuota, mai quando degli estranei hanno aspettato insieme con lui. In tal caso egli comprende molto bene che è nel suo interesse non venir ascoltato mentre parla con il medico e non trascura mai di chiudere accuratamente entrambe le porte.
Pertanto l'omissione del paziente è determinata da qualcosa che non è né casuale né priva di senso, e neppure è mai irrilevante, poiché vedremo che illumina il rapporto fra colui che entra e il medico. Il paziente appartiene alla grande massa di coloro che esigono autorità terrena, che vogliono venire abbagliati, intimoriti. Forse mi ha fatto chiedere per telefono a che ora potesse essere ricevuto più facilmente, poiché era preparato a una ressa di gente in cerca di aiuto, pressappoco come davanti a una filiale di Julius Meinl. Ora entra in una sala d'attesa vuota, per di più arredata con estrema modestia, e ne è scosso. Deve far scontare al medico l'eccessivo e superfluo rispetto di cui intendeva farlo oggetto, e allora... omette di chiudere la porta tra la sala d'attesa e il gabinetto di consultazione. Come volesse dire al medico: "Ah, ma qui non c'è nessuno e probabilmente non verrà nessuno per tutto il tempo che starò qui". Se fin dall'inizio non si mettesse un freno alla sua arroganza con un severo rimbrotto, quest'individuo si comporterebbe molto sgarbatamente e irrispettosamente anche durante il colloquio.
Facendo l'analisi di questa piccola azione sintomatica non trovate nulla che non vi sia già noto: c'è l'asserzione che essa non è casuale, bensì ha un motivo, un senso e un'intenzione; che fa parte di un contesto psichico dimostrabile e che, attraverso un piccolo indizio, ci dà notizia di un processo psichico più importante; ma, più di ogni altra cosa, che il processo così indicato è sconosciuto alla coscienza di colui che lo compie; infatti nessuno dei pazienti che avevano lasciato aperte entrambe le porte sarebbe in grado di ammettere che con questo gesto voleva mostrarmi la sua disistima. Qualcuno di loro ricorderebbe probabilmente un suo moto di disappunto all'entrare nella sala d'attesa vuota, ma il nesso tra questa impressione e la successiva azione sintomatica è sicuramente rimasto ignoto alla sua coscienza.
Accanto a questa piccola analisi di un'azione sintomatica trova ora il suo posto un'osservazione fatta su una malata. La scelgo sia perché è fresca nella mia memoria, sia perché si lascia esporre in forma relativamente breve, per quanto ogni esposizione di questo tipo richieda un certo numero di dettagli.
Un giovane ufficiale tornato a casa per una breve licenza mi prega di prendere in cura la suocera che, pur essendo nelle più felici condizioni, amareggia la vita a sé e ai suoi con un'idea assurda.
Faccio la conoscenza di una signora di cinquantatré anni, ben conservata, di natura cordiale e semplice, che senza riluttanza mi fa il seguente racconto. Essa vive in campagna, felicemente sposata, con il marito che dirige una grande fabbrica. Non sa lodare abbastanza l'amorevole sollecitudine del marito. Matrimonio d'amore che dura da trent'anni, e da allora mai un turbamento, un dissenso o un motivo di gelosia. I loro due figli sposati bene; il marito e padre non vuole ancora mettersi a riposo per senso del dovere. Un anno prima - fatto incredibile e a lei stessa incomprensibile - prestò immediatamente fede a una lettera anonima che incolpava il suo eccellente marito di avere una relazione amorosa con una ragazza; da allora la sua felicità è distrutta! Lo svolgimento più particolareggiato dei fatti fu pressappoco il seguente. Essa aveva una cameriera, con la quale forse parlava troppo spesso di cose intime. Questa ragazza ne perseguitava un'altra con un'inimicizia addirittura astiosa, poiché costei aveva fatto più strada nella vita sebbene non fosse di estrazione migliore della sua. Invece di andare a servizio, la ragazza si era procurata un'istruzione commerciale, era entrata nella fabbrica e, in seguito a carenza di personale per gli arruolamenti del tempo di guerra, aveva raggiunto una buona posizione. Ora abitava nella fabbrica stessa, aveva contatti con tutti i signori e veniva chiamata addirittura "signorina". Quella rimasta indietro nella vita era naturalmente pronta a dire tutto il male possibile dell'antica compagna di scuola. Un giorno la nostra signora discorreva con la cameriera a proposito di un vecchio signore che era stato loro ospite, del quale si sapeva che non viveva con la moglie ma intratteneva una relazione con un'altra donna. Non sa come avvenne che improvvisamente dichiarò: "La cosa più terribile per me sarebbe venire a sapere che anche il mio caro marito ha una relazione". Il giorno seguente ricevette per posta una lettera anonima che, con scrittura alterata, le dava la notizia, diciamo così, evocata. Essa dedusse - probabilmente a ragione - che la lettera fosse opera della cameriera cattiva, poiché quale amante del marito la lettera indicava proprio quella signorina che la cameriera perseguitava con il suo odio. Tuttavia, per quanto intuisse subito l'intrigo e avesse avuto sufficienti esempi nel luogo dove abitava di quanta poca fede meritassero queste vili denunce, questa lettera immantinente la buttò a terra. Cadde in preda a una terribile agitazione e mandò subito a chiamare il marito per fargli i più violenti rimproveri. Il marito respinse l'accusa ridendo e fece la cosa migliore che c'era da fare: chiamò il medico di famiglia e della fabbrica, il quale fece anche lui del suo meglio per calmare l'infelice signora. Pienamente ragionevole fu anche il loro ulteriore modo di procedere: la cameriera venne licenziata, ma non la presunta rivale. La paziente poté essere tranquillizzata varie volte da allora, al punto da non credere più al contenuto della lettera anonima, ma mai fino in fondo e mai per lungo tempo. Era sufficiente udir pronunciare il nome della signorina o incontrarla per strada perché in lei si scatenasse un accesso di diffidenza, di dolore e di rimproveri.
Questa è dunque la storia della malattia di questa brava signora.
Non occorreva molta esperienza psichiatrica per capire che essa, al contrario di altri nervosi, presentava il suo caso, se mai, in forma troppo mitigata; dunque dissimulava, come diciamo noi, e non aveva mai cessato del tutto di prestar fede all'accusa della lettera anonima.
Qual è la posizione dello psichiatra di fronte a un simile caso clinico? Sappiamo già come si comporta di fronte all'azione sintomatica del paziente che non chiude le porte della sala d'attesa. Dichiara che si tratta di un evento casuale privo di interesse psicologico, del quale non vale la pena di occuparsi. Ma questo atteggiamento non può essere mantenuto nei riguardi della malattia della moglie gelosa. Mentre l'azione sintomatica sembra qualcosa di irrilevante, il sintomo si impone invece come qualcosa di importante. Esso è collegato a una intensa sofferenza soggettiva, minaccia oggettivamente la convivenza di una famiglia; richiama dunque innegabilmente l'interesse psichiatrico. Lo psichiatra cerca anzitutto di caratterizzare il sintomo con una qualità essenziale. L'idea con cui questa donna si tormenta non può esser definita assurda in sé: avviene senz'altro che mariti anziani intrattengano relazioni amorose con delle ragazze giovani.
Ma c'è qui qualcos'altro di assurdo e incomprensibile. La paziente non ha alcun'altra ragione, all'infuori dell'affermazione della lettera anonima, per credere che il suo coniuge, affettuoso e fedele, appartenga a questa categoria, del resto non rara, di mariti. Essa sa che questo scritto non prova nulla ed è in grado di spiegarsene in modo soddisfacente la provenienza; dovrebbe quindi anche poter dire a sé stessa che non ha alcun motivo per essere gelosa, e se lo dice anche, ma ciononostante soffre ugualmente, come se riconoscesse pienamente fondata la sua gelosia. Idee di questa specie, che sono inaccessibili ad argomenti logici e basati sulla realtà, si è convenuto di chiamarle IDEE DELIRANTI.
La buona signora soffre dunque di un DELIRIO DI GELOSIA. Questa è senza dubbio la caratteristica essenziale del caso clinico descritto.
Dopo questo primo punto fermo, il nostro interesse psichiatrico si desterà ancora più vivo. Se un'idea delirante non può essere eliminata mettendola in rapporto con la realtà, ovviamente non trarrà origine dalla realtà stessa. Da dove proviene allora? Le idee deliranti possono avere i contenuti più diversi: perché nel nostro caso il contenuto del delirio è proprio la gelosia? In quali persone si formano le idee deliranti e, in particolare, i deliri di gelosia? E' qui che vorremmo sapere qualcosa dallo psichiatra, ma proprio qui egli ci pianta in asso. Lo psichiatra prende comunque in considerazione soltanto uno dei nostri interrogativi. Farà indagini sulla storia familiare di questa donna e forse ci fornirà la risposta: "Le idee deliranti sorgono in quelle persone nella cui famiglia si sono verificati ripetutamente disturbi psichici di questo o di altro tipo".
Insomma, se la donna ha sviluppato un'idea delirante, vi era predisposta per trasmissione ereditaria. Questo è già qualcosa, ma è tutto quanto vogliamo sapere? E' tutto ciò che ha concorso a causare la malattia? Dovremmo contentarci di ritenere che sia indifferente, arbitrario o inspiegabile che si sia sviluppato un delirio di gelosia invece di un qualsivoglia altro delirio? E la proclamata asserzione della predominanza dell'influsso ereditario sarà da intendersi anche in senso negativo, cioè che non importa quali esperienze abbiano toccato quest'anima, destinata a produrre prima o poi un delirio? Voi vorrete sapere perché la psichiatria scientifica rifugga dal darci altre spiegazioni. Ma vi rispondo:
"briccone chi dà più di ciò che ha". Lo psichiatra non conosce appunto alcuna strada che faccia progredire la spiegazione di un caso come questo. Deve accontentarsi di questa diagnosi e, circa il decorso ulteriore, di una prognosi che è incerta nonostante la ricca esperienza di cui dispone.
Ma la psicoanalisi può fare di più? Certo. Spero anzi di mostrarvi che perfino in un caso così difficilmente penetrabile essa può scoprire qualcosa che permette di fare un primo passo. Vi prego di osservare, per cominciare, un dettaglio poco appariscente, cioè che la paziente ha di fatto provocato la lettera anonima che costituisce ora il sostegno della sua idea delirante, avendo dichiarato il giorno prima di fronte a quell'intrigante che se suo marito avesse avuto una relazione amorosa con una giovane, questa sarebbe stata per lei la peggiore delle disgrazie. E' stata lei, in questo modo, a suggerire alla cameriera l'idea di spedirle la lettera anonima. L'idea delirante acquista così una certa indipendenza dalla lettera; è già stata presente prima nell'ammalata in forma di timore (o di desiderio?). Aggiungete inoltre ciò che due sole sedute di analisi hanno apportato ancora in fatto di ulteriori piccoli indizi. La paziente manifestò un forte rifiuto quando, dopo la narrazione della sua storia, venne invitata a comunicare i suoi ulteriori pensieri, idee e ricordi.
Affermava che non le veniva in mente nulla, che aveva già detto tutto, e in capo a due sedute il tentativo dovette realmente venire interrotto, dal momento che la paziente dichiarò di sentirsi già guarita e di essere sicura che l'idea morbosa non le sarebbe tornata. Questo, naturalmente, lo disse solo per resistenza e per timore di proseguire l'analisi. In queste due sedute si era tuttavia lasciata sfuggire alcune osservazioni che permettevano, anzi rendevano ineluttabile, una determinata interpretazione; e questa interpretazione getta viva luce sulla genesi del suo delirio di gelosia. Era lei a essersi intensamente innamorata di un giovane, di quello stesso suo genero che l'aveva spinta a consultarmi in cerca di guarigione. Di questo innamoramento non sapeva nulla, o forse appena un poco; dato il rapporto di parentela, era facile a questa inclinazione amorosa mascherarsi da innocente affetto. Dopo tutte le esperienze da noi fatte con altri pazienti, non ci sarà difficile immedesimarci nella vita psichica di questa seria signora di cinquantatré anni, brava madre di famiglia. Un tale innamoramento, essendo qualcosa di mostruoso, di impossibile, non poteva diventare cosciente; tuttavia continuò a sussistere e, in forma inconscia, esercitò una forte pressione. Qualcosa doveva uscirne, un qualche rimedio doveva venir cercato, e il sollievo più immediato lo offrì certamente il meccanismo di spostamento, il quale è regolarmente implicato nella genesi della gelosia delirante. Se non fosse solo dei, donna anziana, a essersi innamorata di un uomo giovane, ma se anche il suo anziano marito intrattenesse una relazione amorosa con una ragazza, allora avrebbe avuto la coscienza sgravata dal peso dell'infedeltà. La fantasia dell'infedeltà del marito era quindi un impiastro refrigerante sulla sua bruciante ferita. Il proprio amore non le era divenuto cosciente, ma l'immagine riflessa di quest'ultimo, che le arrecava tali vantaggi, divenne cosciente in forma ossessiva e delirante. Tutti gli argomenti contrari non potevano naturalmente avere effetto alcuno, poiché si dirigevano soltanto contro l'immagine riflessa, non contro quella originale, che aveva ceduto all'altra la propria intensità e si trovava inviolabilmente nascosta nell'inconscio .
Mettiamo ora insieme ciò che un breve e difficoltoso sforzo di tipo psicoanalitico ha fornito per la comprensione di questo caso (supposto, naturalmente, che le nostre scoperte siano state effettuate in modo corretto, cosa che non posso sottoporre qui al vostro giudizio). Innanzitutto, l'idea delirante non è più qualcosa di assurdo e di incomprensibile: è dotata di senso, è ben fondata, rientra nel contesto di un'esperienza vissuta con intensità affettiva dall'ammalata. In secondo luogo essa è necessaria come reazione a un processo psichico inconscio di cui siamo venuti a conoscenza attraverso altri indizi, e deve proprio a questa connessione il suo carattere delirante, la sua refrattarietà agli attacchi della logica e della realtà. E' persino qualcosa di desiderato, una sorta di consolazione. In terzo luogo, il fatto che il delirio sia proprio di gelosia, e non di altro tipo, è determinato in modo inequivocabile dalle esperienze che la signora ha vissuto prima della malattia.
Rammenterete certamente che proprio il giorno prima essa aveva dichiarato alla ragazza intrigante che la cosa più terribile per lei sarebbe stata che suo marito le diventasse infedele. Non vi sfuggiranno nemmeno le due significative analogie con l'azione sintomatica da noi analizzata in precedenza: cioè la spiegazione del suo senso o intenzione, e il riferimento a un elemento inconscio implicito nella situazione.
Con ciò non si è naturalmente risposto a tutti gli interrogativi che potremmo formulare prendendo spunto da questo caso clinico. Al contrario, esso è fitto di ulteriori problemi, alcuni, in generale, non ancora risolvibili, e altri che non si lasciarono risolvere a causa di specifiche circostanze sfavorevoli. Perché, ad esempio, questa signora, che ha una vita coniugale felice, cade in preda a una infatuazione per il genero, e perché il sollievo, che sarebbe stato possibile anche in altri modi, ha luogo in forma di un tale rispecchiamento, di una proiezione del proprio stato sul marito? Non pensate che siano domande oziose o stravaganti.
Abbiamo già a disposizione parecchio materiale per una possibile risposta. La signora si trova nell'età critica, che porta un'improvvisa e indesiderata crescita dei bisogni sessuali femminili; già questo potrebbe bastare. Oppure potremmo aggiungere che il suo buono e fedele consorte non è più in possesso da alcuni anni di quella efficienza sessuale di cui la ben conservata signora avrebbe bisogno per il proprio soddisfacimento.
L'esperienza ci ha permesso di costatare che proprio uomini in questa situazione, la cui fedeltà è quindi ovvia, si distinguono per la particolare tenerezza con cui trattano le proprie mogli e per un'insolita indulgenza verso i loro disturbi nervosi. O, ancora, non è irrilevante che sia proprio il giovane marito di una figlia a essere divenuto l'oggetto di questo innamoramento patogeno. Il forte legame erotico che ogni madre ha con la figlia e che in ultima analisi risale alla costituzione sessuale della madre, trova spesso in tale trasformazione il suo proseguimento.
Mi sia consentito rammentarvi a questo proposito che fin dai tempi più remoti il rapporto tra suocera e genero è stato considerato dagli uomini particolarmente scabroso, e che presso i primitivi ha dato origine a potentissimi tabù e misure cautelative (1). Il rapporto eccede spesso, sia in senso positivo che negativo, la misura compatibile con la civile convivenza. Orbene, quale di questi tre fattori abbia agito nel nostro caso, se due di essi o tutti e tre insieme, non sono in grado di dirvi; ma soltanto perché non mi fu permesso di continuare l'analisi del caso oltre la seconda seduta.
Mi rendo conto adesso, Signori, di aver parlato di una quantità di cose che non siete ancora preparati a capire. L'ho fatto perché mi premeva il confronto fra psichiatria e psicoanalisi. Così adesso posso farvi una domanda: avete notato qualche contraddizione fra le due? La psichiatria non impiega i metodi tecnici della psicoanalisi, non mette nulla in relazione col contenuto dell'idea delirante, e nel rimandare all'ereditarietà ci fornisce un'etiologia generalissima e lontana, invece di cominciare con l'indicare le cause più specifiche e prossime del delirio. Ma con ciò si pone in contraddizione e in contrasto con la psicoanalisi?
Non si tratta piuttosto di un complemento reciproco? Davvero il fattore ereditario contraddice l'importanza dell'esperienza vissuta, o entrambi questi elementi non si combinano piuttosto nel modo più efficace? Converrete con me che nella natura del lavoro psichiatrico non c'è nulla che dovrebbe opporsi all'indagine psicoanalitica. Dunque sono gli psichiatri che si oppongono alla psicoanalisi, non la psichiatria. La psicoanalisi sta alla psichiatria all'incirca come l'istologia all'anatomia:
quest'ultima studia le forme esterne degli organi, l'altra la loro configurazione a partire dai tessuti e dalle particelle elementari. Una contraddizione tra queste due specie di indagine, di cui una è la prosecuzione dell'altra, è difficile da concepire.
Come sapete, l'anatomia è oggi ritenuta da noi il fondamento della medicina scientifica, ma ci fu un tempo nel quale era vietato sezionare cadaveri umani per conoscere l'interna struttura del corpo così com'è oggi considerato uno scandalo esercitare la psicoanalisi per esplorare gli intimi ingranaggi della vita psichica. Ed è prevedibile che in un tempo non troppo lontano apparirà evidente che una psichiatria scientificamente approfondita non è possibile senza una buona conoscenza dei processi più profondi, inconsci, della vita psichica.
Comunque la molto avversata psicoanalisi ha forse anche tra di voi degli amici che sarebbero lieti che essa potesse legittimarsi anche sotto l'altro profilo, quello dell'efficacia terapeutica.
Voi sapete che la nostra terapia psichiatrica non è finora in grado di incidere sulle idee deliranti. Può forse farlo la psicoanalisi, grazie alla sua penetrazione nel meccanismo di questi sintomi? No, signori miei, non può farlo; contro queste sofferenze - almeno per il momento - è altrettanto impotente quanto ogni altra terapia. Vero è che noi possiamo comprendere che cosa è avvenuto nel malato, ma non abbiamo alcun mezzo per farlo comprendere all'ammalato stesso. Avete sentito infatti che non ho potuto proseguire l'analisi di questa idea delirante oltre i primi inizi. Sarà per questo da respingere l'analisi dei casi del genere, perché rimane infruttuosa? Non lo credo affatto. Noi abbiamo il diritto, anzi il dovere, di condurre la ricerca senza preoccuparci di un utile immediato. Alla fine - dove e quando non sappiamo - ogni pezzettino di conoscenza si trasformerà in potere, anche in potere terapeutico. Seppure si dimostrasse inefficace per ogni altra forma di malattia nervosa e psichica come per le idee deliranti, la psicoanalisi rimarrebbe tuttavia pienamente giustificata quale strumento insostituibile della ricerca scientifica. E' vero che in tal caso non giungeremmo a poterla esercitare: il materiale umano su cui ci sforziamo di apprendere, che ha una sua vita, una sua volontà, e ha bisogno di motivi propri per cooperare nel lavoro, ci volterebbe le spalle. Comunque lasciate che vi dica, a mo' di conclusione, che esistono gruppi vastissimi di disturbi nervosi nei quali il passaggio da una miglior comprensione al potere terapeutico è effettivamente avvenuto, e che in queste malattie, altrimenti difficilmente accessibili, noi otteniamo, in determinate condizioni, successi che nulla hanno da invidiare agli altri successi ottenuti nell'ambito della medicina interna.
NOTE:
Lezione 17 - IL SENSO DEI SINTOMI
Signore e Signori, nella lezione precedente vi ho spiegato che la psichiatria clinica si cura poco della forma esteriore e del contenuto del singolo sintomo, e che la psicoanalisi è partita invece proprio da lì e ha stabilito innanzitutto che il sintomo è dotato di senso ed è connesso con l'esperienza vissuta del paziente. Il significato dei sintomi nevrotici fu scoperto per la prima volta da Josef Breuer attraverso lo studio e la felice guarigione di un caso di isteria (1880-82), divenuto da allora famoso. Va detto che Pierre Janet ha fornito, in modo indipendente, la medesima dimostrazione; al ricercatore francese spetta persino la priorità di pubblicazione, poiché Breuer ha pubblicato la propria osservazione solo più di un decennio dopo (1893-95), durante la sua collaborazione con me. Del resto, può esserci abbastanza indifferente da chi provenga questa scoperta, poiché, come sapete, ogni scoperta viene fatta più di una volta e mai tutta quanta insieme; e, a parte questo, il successo non va di pari passo con il merito. L'America non ha preso il nome da Colombo. Prima di Breuer e di Janet il grande psichiatra Leuret aveva già espresso l'opinione che doveva essere possibile trovare un senso perfino nei deliri dei malati di mente, purché si riuscisse a tradurli. Confesso che per lungo tempo fui disposto a riconoscere i grandi meriti di Janet per la spiegazione dei sintomi nevrotici, perché egli li concepiva come manifestazioni di "idées inconscientes" che dominano gli ammalati. Dopo d'allora però Janet si è espresso con eccessiva cautela, quasi volesse far intendere che l'inconscio non è per lui nient'altro che un modo di dire, un espediente, "une façon de parler", che, nominandolo, non ha pensato a nulla di reale. Da allora non comprendo più le argomentazioni di Janet, ma ritengo che egli abbia inutilmente rinunciato a buona parte del suo merito.
I sintomi nevrotici hanno dunque un loro senso, come gli atti mancati, come i sogni, e al pari di questi hanno un nesso con la vita delle persone che li manifestano. Vorrei ora farvi comprendere meglio, mediante alcuni esempi, questa importante scoperta. Che le cose stiano così sempre e in tutti i casi, posso solo sostenerlo, non dimostrarlo. Chiunque vorrà mettersi sulle tracce di esperienze in merito, potrà convincersene. Tuttavia, per certe ragioni, non attingerò questi esempi dall'isteria ma da un'altra singolarissima nevrosi a essa sostanzialmente molto vicina, sulla quale ho da dirvi alcune parole introduttive.
Questa nevrosi, la cosiddetta nevrosi ossessiva, non è così popolare come la notissima isteria; non è, se così posso esprimermi, altrettanto invadente e chiassosa, si comporta più come una faccenda privata dell'ammalato, rinuncia quasi completamente a manifestazioni somatiche e produce tutti i suoi sintomi nell'ambito psichico. La nevrosi ossessiva e l'isteria sono le forme di malattia nevrotica sul cui studio si è basata m un primo tempo la psicoanalisi, e nel cui trattamento, inoltre, la nostra terapia celebra i suoi trionfi. Ma la nevrosi ossessiva, alla quale manca quell'enigmatico salto dallo psichico al somatico, ci è in effetti divenuta, grazie agli sforzi della psicoanalisi, più trasparente e più familiare dell'isteria, e abbiamo rilevato che essa mette in evidenza, in forma di gran lunga più spiccata, determinate caratteristiche estreme della natura delle nevrosi.
La nevrosi ossessiva si manifesta in questi modi: gli ammalati sono assorbiti da pensieri per i quali in effetti non hanno interesse, avvertono in sé impulsi che appaiono loro stranissimi, e sono indotti ad azioni il cui compimento non procura loro alcuna gioia, ma la cui omissione riesce loro assolutamente impossibile.
I PENSIERI (rappresentazioni ossessive) possono essere in sé privi di senso, oppure soltanto indifferenti per il malato; spesso sono completamente sciocchi, e in tutti i casi sono l'esito di una estenuante attività mentale, che prostra l'ammalato e alla quale egli si dedica assai malvolentieri. Contro la sua volontà, egli è costretto a rimuginare e a lambiccarsi il cervello, come se questo fosse il compito più importante della sua vita. Gli impulsi che l'ammalato avverte in sé possono anche apparire infantili e assurdi; ma perlopiù hanno un contenuto quanto mai terrificante, per esempio tentazioni a commettere gravi delitti, così che l'ammalato non solo li rinnega come estranei, ma fugge atterrito dinanzi a essi e cerca di salvaguardarsi dalla loro esecuzione con divieti, rinunce e limitazioni della propria libertà. Con ciò gli impulsi non giungono mai, nemmeno una volta sola, fino all'esecuzione; finisce sempre che fuga e cautele hanno la meglio.
Ciò che l'ammalato esegue realmente - le cosiddette azioni ossessive - è molto innocuo, certamente insignificante; si tratta perlopiù di ripetizioni, complicazioni cerimoniali di attività della vita ordinaria, ma attraverso le quali certe operazioni necessarie come l'andare a letto, il lavarsi, il vestirsi, l'andare a passeggio, diventano compiti estremamente lunghi e quasi irrisolvibili. Le rappresentazioni, gli impulsi e le azioni morbose non si combinano affatto nelle medesime proporzioni in ogni singola forma e caso di nevrosi ossessiva; al contrario, vige la regola che l'uno o l'altro di questi fattori domini il quadro e dia il nome alla malattia; tuttavia ciò che accomuna tutte queste forme è sufficientemente inconfondibile.
E' questa certamente una pazza malattia. Credo che la più sbrigliata fantasia psichiatrica non sarebbe riuscita a costruire qualcosa di simile, e se non si potesse averla sott'occhio tutti i giorni nessuno si risolverebbe a crederci. Tuttavia non pensate di giovare in alcun modo all'ammalato esortandolo a cambiare strada, a non occuparsi più dei suoi sciocchi pensieri e a fare qualcosa di sensato invece di quei giochetti. Anche lui lo vorrebbe, poiché capisce perfettamente, condivide il vostro giudizio sui suoi sintomi ossessivi, anzi è lui ad anticiparvelo. Soltanto che non può fare altrimenti; ciò che è posto in atto nella nevrosi ossessiva è sostenuto da un'energia per la quale ci manca probabilmente ogni termine di paragone nella vita psichica normale. L'unica cosa che può fare è spostare, scambiare, al posto di un'idea sciocca metterne un'altra in qualche modo attenuata, procedere da una precauzione o proibizione a un'altra, al posto di un cerimoniale eseguirne uno diverso. Può spostare la coazione, ma non eliminarla. La possibilità di spostare tutti i sintomi, rendendoli molto diversi da come si configuravano originariamente è un carattere fondamentale della sua malattia. Inoltre appare con evidenza che nel suo stato i contrari (polarità) dei quali è intessuta la vita psichica, emergono differenziati in modo particolarmente netto. Accanto alla coazione a contenuto positivo o negativo, nel campo intellettuale s'insinua il DUBBIO che a poco a poco corrode anche ciò che abitualmente è più certo. Il tutto sfocia in una sempre crescente indecisione, mancanza di energia, limitazione della libertà. Eppure il nevrotico ossessivo era in origine un carattere tendenzialmente molto energico, spesso straordinariamente volitivo, e di regola intellettualmente dotato al di sopra della media. Perlopiù ha raggiunto un soddisfacente livello di sviluppo etico, è iperscrupoloso. corretto più dell'ordinario. Potete immaginarvi come occorra un bel po' di lavoro prima di raccapezzarsi passabilmente in questa babele contraddittoria di tratti caratteriali e sintomi morbosi. Per ora non aspiriamo ad altro che a comprendere e a interpretare alcuni sintomi di questa malattia.
Forse, nel quadro delle nostre discussioni, vorrete prima sapere qual è l'atteggiamento della psichiatria contemporanea verso i problemi della nevrosi ossessiva. Si tratta però di un ben misero argomento. La psichiatria dà un nome alle diverse ossessioni, ma non dice nient'altro su di esse. In compenso, sottolinea il fatto che coloro che presentano tali sintomi sono dei "degenerati". E' una magra soddisfazione, in effetti questo è un giudizio di valore, una condanna invece che una spiegazione. E' come se ci venisse chiesto di pensare che negli individui che escono dalla normalità compaiono appunto ogni sorta di stranezze. Ora, siamo d'accordo che le persone che sviluppano tali sintomi debbano per natura essere un pò' diverse dagli altri uomini. Ma vorremmo domandare: sono essi più "degenerati" di altri nervosi, per esempio degli isterici o degli psicotici? Ancora una volta la caratterizzazione è evidentemente troppo generica. Anzi, si può dubitare persino che sia giustificata, quando vediamo che questi sintomi compaiono anche in uomini eminenti, di capacità particolarmente elevate e importanti per la collettività. Di solito grazie alla loro discrezione e alla inattendibilità dei loro biografi, veniamo a sapere ben poco di intimo sui grandi uomini che costituiscono i nostri modelli; tuttavia può accadere che uno di essi sia un vero fanatico della verità, come Émile Zola, e in tal caso apprendiamo da lui di quante singolari abitudini ossessive abbia sofferto nella sua vita (1).
La psichiatria ha escogitato qui la scappatoia di parlare di "dégénérés supérieurs" [degenerati superiori]. Sia pure, ma attraverso la psicoanalisi noi abbiamo fatto l'esperienza che questi strani sintomi ossessivi possono essere eliminati durevolmente, non meno di altri mali e anche in altri uomini che degenerati non sono. Io stesso ci sono riuscito più di una volta.
Voglio comunicarvi solo due esempi di analisi di un sintomo ossessivo: il primo è tratto da una vecchia osservazione e non saprei sostituirlo con uno migliore; del secondo sono invece venuto in possesso recentemente. Mi limito a un numero così esiguo, poiché in una simile esposizione bisogna per forza essere molto circostanziati e addentrarsi in tutti i dettagli.
Una signora vicina ai trent'anni, che soffriva delle più gravi manifestazioni ossessive e che forse avrei potuto aiutare se un caso maligno non avesse reso vano il mio lavoro - forse ve ne parlerò ancora, - durante il giorno eseguiva più volte, tra le altre, una singolare azione ossessiva. Correva dalla sua camera in una camera attigua, lì si metteva in un certo posto presso il tavolo che era al centro, suonava alla cameriera, le dava un incarico qualsiasi o la lasciava andare senza dirle niente e quindi correva nuovamente indietro. Ebbene, pur non essendo questo certamente un grave sintomo di sofferenza, suscitò non a torto la nostra curiosità. La spiegazione si presentò in modo indubbio e ineccepibile, senz'ombra di concorso del medico. Non so infatti come mi sarebbe stato possibile pervenire a una supposizione qualsiasi o a una proposta di interpretazione circa il senso di questa azione ossessiva. Ogni volta che avevo chiesto alla paziente: "Perché fa questo? Che senso ha?", essa aveva risposto:
"Non lo so". Ma un giorno, dopo che ero riuscito a debellare una enorme e fondamentale sua perplessità, improvvisamente le balenò la risposta e raccontò quanto si connetteva all'azione ossessiva.
Più di dieci anni prima aveva sposato un uomo di gran lunga più anziano di lei, il quale durante la prima notte di nozze si era rivelato impotente. Era corso, quella notte, innumerevoli volte dalla propria camera in quella di lei, per ripetere il tentativo, ma ogni volta senza successo. Al mattino aveva detto indispettito:
"C'è da vergognarsi davanti alla cameriera, quando rifarà il letto"; e aveva afferrato una bottiglia di inchiostro rosso, che si trovava per caso nella camera, ne aveva versato il contenuto sul lenzuolo, ma non proprio nel posto in cui tale macchia avrebbe dovuto trovarsi. All'inizio non capivo che cosa questo ricordo avesse a che fare con l'azione ossessiva in questione, poiché trovavo una concordanza soltanto nel ripetuto correre da una stanza all'altra e forse anche nella comparsa della cameriera.
Allora la paziente mi condusse al tavolo che si trovava nella seconda stanza e mi fece vedere una grande macchia sulla tovaglia.
Spiegò anche che si metteva presso il tavolo in una posizione tale che la ragazza accorsa non poteva non vedere la macchia. Ora non c'erano più dubbi sulla stretta relazione tra la scena successiva alla notte nuziale e l'attuale azione ossessiva, anche se restavano da imparare ancora parecchie cose.
Risulta evidente innanzitutto che la paziente si identifica con suo marito; ne recita la parte imitando il suo correre da una stanza all'altra. Poi, per continuare il confronto, è da rilevare che essa sostituisce il letto e il lenzuolo con il tavolo e la tovaglia. Ciò potrebbe sembrare arbitrario, ma non per niente abbiamo studiato il simbolismo onirico: anche in sogno compare molto spesso un tavolo che va interpretato come letto; il tavolo e il letto insieme rappresentano il matrimonio, ragion per cui l'uno sta facilmente per l'altro.
La dimostrazione che l'azione ossessiva della signora ha un senso l'avremmo già: essa sembra essere una raffigurazione, una ripetizione di quell'altra scena significativa. Ma nulla ci obbliga a fermarci a questa apparenza; se indaghiamo più dettagliatamente la relazione tra le due scene, probabilmente otteniamo chiarimenti su qualcosa che va più in là, sul proposito dell'azione ossessiva. Il suo nocciolo è palesemente la chiamata della cameriera, sotto i cui occhi la signora mette la macchia, in contrapposto all'osservazione del marito che ci sarebbe da vergognarsi di fronte alla cameriera. Dunque il marito, la cui parte essa impersona, non ha di che vergognarsi di fronte alla cameriera e di conseguenza la macchia è al posto giusto. Vediamo quindi che essa non ha semplicemente ripetuto la scena, ma l'ha proseguita correggendola, rettificandola. Ma, nel far ciò, corregge anche l'altro aspetto che quella notte fu così penoso e rese necessario l'espediente dell'inchiostro rosso, l'impotenza.
L'azione ossessiva dice dunque: "No, non è vero, egli non aveva da vergognarsi di fronte alla cameriera, non era impotente"; l'azione, alla maniera di un sogno, rappresenta questo desiderio come appagato nel presente, serve alla tendenza di innalzare il marito al di sopra dello scacco subìto in passato.
Con ciò si accorda tutto quanto potrei ancora raccontarvi a proposito di questa signora, o, più precisamente, tutto quanto sappiamo ancora di lei indica che questa interpretazione dell'azione ossessiva, di per sé incomprensibile, è quella giusta.
Da anni la donna vive separata dal marito e lotta con il proposito di ottenere lo scioglimento legale del matrimonio. Ma in realtà non si è affatto liberata di lui: è costretta a rimanergli fedele, si ritira completamente dal mondo per non cadere in tentazione, scusa ed eleva nella sua fantasia la natura del marito. Anzi, il segreto più profondo della sua malattia è che, grazie a essa, la paziente protegge il marito dalle maldicenze, giustifica la loro separazione materiale e consente a lui di condurre una comoda vita per conto suo. Così l'analisi di un'innocua azione ossessiva conduce direttamente al nocciolo di una malattia, ma nello stesso tempo ci rivela una parte non trascurabile del segreto della nevrosi ossessiva in generale. Vi intrattengo volentieri su questo esempio poiché in esso si trovano riunite diverse condizioni che non sempre possiamo pretendere di riscontrare. L'interpretazione del sintomo fu qui trovata dalla paziente tutt'a un tratto, senza la guida o l'intervento dell'analista, e fu compiuta mediante il riferimento a un episodio che non apparteneva, come accade di solito, a un periodo dimenticato dell'infanzia, ma che si era verificato nell'età matura dell'ammalata e si era serbato indelebile nel suo ricordo. Tutte le obiezioni che normalmente la critica è solita muovere contro le nostre interpretazioni di sintomi, non fanno presa in questo caso specifico. Ma è ovvio che non sempre possiamo essere così fortunati.
Una cosa ancora. Non vi siete accorti come questa insignificante azione ossessiva ci ha introdotti nelle faccende più intime della paziente? Che cos'ha, una donna, di più intimo da raccontare della storia della sua prima notte di nozze? e il fatto che ci siamo imbattuti proprio nell'intimità della sua vita sessuale dovrebbe essere casuale e privo di ulteriore significato? Vero è che ciò potrebbe essere la conseguenza della scelta che ho fatto in questo caso. Ma non affrettiamoci a giudicare e volgiamoci piuttosto al secondo esempio, di tutt’altro genere: è un campione di una specie molto frequente, cioè un cerimoniale del coricarsi.
Una ragazza diciannovenne, molto sviluppata e dotata, figlia unica di genitori ai quali è superiore per istruzione e prontezza intellettuale, è stata da bambina indocile e prepotente e, nel corso degli ultimi anni, senza apparente causa esterna, è diventata nevrotica. E' assai irritabile, specie nei confronti della madre, sempre insoddisfatta, depressa, incline all'indecisione e al dubbio e, infine, confessa di non poter più camminare da sola nelle piazze o nelle strade troppo larghe. Non ci occuperemo molto del suo complicato stato patologico, che esige almeno due diagnosi - agorafobìa e nevrosi ossessiva - ma ci soffermeremo soltanto sul fatto che questa ragazza ha sviluppato anche un cerimoniale del coricarsi, col quale fa soffrire i suoi genitori. Si può dire che, in un certo senso, ogni individuo normale ha il suo cerimoniale del coricarsi o tiene all'attuazione di certe condizioni, senza il cui adempimento stenta ad addormentarsi; ciascuno imprime cioè al passaggio dalla veglia allo stato di sonno determinate forme, che ripete ogni sera nell'identico modo. Ma tutto ciò che l'individuo sano richiede come condizione del sonno può essere compreso razionalmente e, quando le circostanze esterne rendono necessario un cambiamento, egli si adatta facilmente e senza perdere tempo. Il cerimoniale patologico è invece inflessibile, sa imporsi a costo dei più grandi sacrifici, si ammanta anch'esso di una motivazione razionale e, a un'osservazione superficiale, sembra discostarsi dal cerimoniale normale solo per una certa esagerata meticolosità.
Se lo si osserva più da vicino, però, si può notare che lo schermo è insufficiente, che il cerimoniale implica regole che esorbitano notevolmente dalla motivazione razionale e altre che addirittura la contraddicono. La nostra paziente adduce come motivo delle sue precauzioni notturne il fatto che per dormire ha bisogno di tranquillità e deve eliminare tutte le fonti di rumore. Per ottenere il suo scopo fa due generi di cose. Il grande orologio della sua camera viene fermato, tutti gli altri orologi vengono allontanati dalla stanza, ed essa non tollera nemmeno il suo piccolo orologio da polso dentro il comodino. I vasi da fiori e gli altri vasi vengono riuniti sopra la scrivania in modo che durante la notte non possano cadere, rompersi e disturbarla nel sonno. Sa che questi provvedimenti possono trovare una giustificazione soltanto apparente nella necessità di quiete; il ticchettio del piccolo orologio non si udrebbe neanche se rimanesse sopra il comodino, e noi tutti abbiamo esperienza del fatto che il ticchettio regolare di un orologio a pendolo non costituisce mai un disturbo per il sonno, ma ha piuttosto un effetto soporifero. Essa ammette anche che il timore che i vasi da fiori e gli altri vasi, se lasciati al loro posto, cadano per terra da soli e si rompano, durante la notte, manca di ogni verosimiglianza. Per le altre disposizioni del cerimoniale essa rinuncia a far riferimento alla necessità di quiete. Anzi, l'esigenza che la porta tra la sua camera e la stanza da letto dei genitori rimanga semiaperta - del che si assicura spingendo tra i battenti diversi oggetti - sembra al contrario predisporre una fonte di rumori che potrebbero disturbarla. I provvedimenti più importanti riguardano però il letto stesso. Il cuscino a capo del letto non può toccare la testata di legno; il piccolo guanciale per la testa deve assolutamente essere posto sopra questo cuscino in modo tale da formare un rombo; essa poi poggia il capo esattamente sulla diagonale del rombo. Il piumino ("Duchent", come diciamo in Austria), prima di essere steso sul letto, deve essere scosso in modo tale che la parte inferiore diventi ben rigonfia; ma poi essa non trascura di distribuire di nuovo, schiacciandolo, l'accumulo di piume.
Permettetemi di sorvolare sulle altre particolarità, che spesso sono quisquilie, di questo cerimoniale; esse non ci insegnerebbero nulla di nuovo e ci porterebbero troppo lontano dal nostro intento. Ma non dimenticate che tutto questo non si svolge in modo così semplice. E' sempre presente la preoccupazione che non tutto sia stato fatto come si deve; bisogna controllare, ripetere, il dubbio prende di mira ora l'una, ora l'altra delle misure di sicurezza, e il risultato è che passano una o due ore durante le quali la ragazza non può dormire e non lascia dormire i genitori intimoriti.
L'analisi di questi tormenti non procedette in modo così semplice come quella dell'azione ossessiva della nostra precedente paziente. Dovetti accennare varie cose alla ragazza e fare proposte di interpretazione, che essa ogni volta rifiutava con un "no" deciso o accoglieva con dubbio sdegnoso. A questa prima reazione di rifiuto seguì tuttavia un periodo nel quale essa prendeva sul serio le possibilità prospettatele, raccoglieva associazioni in proposito, produceva ricordi, stabiliva connessioni, finché arrivò ad accettare per suo conto tutte le interpretazioni. Nella misura in cui questo avveniva, essa smetteva anche di attuare i suoi provvedimenti ossessivi e già prima della fine del trattamento aveva rinunciato all'intero cerimoniale. Dovete sapere inoltre che la pratica analitica, così come viene esercitata oggi da noi, esclude assolutamente il trattamento sistematico del singolo sintomo fino al suo definitivo chiarimento. Al contrario, siamo costretti ad abbandonare di continuo un tema, su cui siamo certi di tornare partendo da altre connessioni. L'interpretazione del sintomo, che ora vi comunicherò, è quindi una sintesi di risultati la cui scoperta, interrotta da altri lavori, abbraccia un periodo di settimane e di mesi.
La nostra paziente impara gradatamente a comprendere che aveva bandito l'orologio dal suo equipaggiamento notturno perché simbolo del genitale femminile. L'orologio, del quale conosciamo anche altre interpretazioni simboliche, perviene a rappresentare il genitale perché è in relazione con processi periodici e intervalli uguali. Una donna può vantarsi, per esempio, che le sue mestruazioni sono regolari come un orologio. L'angoscia della nostra paziente si rivolgeva però particolarmente al fatto di venir disturbata nel sonno dal ticchettio dell'orologio. Il ticchettio dell'orologio può essere paragonato al palpito della clitoride nell'eccitamento sessuale. Effettivamente la ragazza era stata svegliata più volte nel sonno da questa sensazione, per lei penosa, e ora questa paura di un'erezione si esprimeva nel precetto che imponeva di allontanare durante la notte dalla sua vicinanza gli orologi che funzionavano. I vasi da fiori e gli altri vasi, come del resto tutti i recipienti, sono simboli femminili. La precauzione che non abbiano a cadere e a rompersi durante la notte non manca dunque di un suo senso. Ci è nota l'usanza assai diffusa di rompere un vaso o un piatto in occasione di un fidanzamento: ciascuno dei presenti si impossessa di un coccio, ciò che può esser considerato rinuncia ai propri diritti sulla futura sposa, diritti che derivano da un ordinamento matrimoniale che ha preceduto la monogamia. In rapporto a questa parte del suo cerimoniale la ragazza fornì anche un ricordo e parecchie associazioni. Una volta, da bambina, era caduta con un vaso di vetro o di terracotta, si era tagliata le dita, che avevano sanguinato abbondantemente. Quando crebbe e venne a conoscenza dei fatti riguardanti i rapporti sessuali, si insinuò in lei l'idea angosciosa che durante la prima notte nuziale non avrebbe sanguinato e non avrebbe dimostrato di essere vergine. Le sue precauzioni intese a far sì che non si rompano i vasi significano quindi il rifiuto dell'intero complesso che fa capo alla verginità e alla perdita di sangue durante il primo rapporto:
il rifiuto, parimenti, della paura di sanguinare e di quella opposta, di non sanguinare. Queste misure avevano solo lontanamente a che fare con la prevenzione del rumore, alla quale essa le subordinava.
Un giorno essa indovinò il significato centrale del suo cerimoniale quando improvvisamente comprese il senso della norma per cui il cuscino non doveva toccare la testata del letto. Il cuscino, essa disse, era sempre stato per lei una donna e la testata di legno verticale un uomo. Essa voleva dunque tenere separati - in forma magica, possiamo aggiungere noi - uomo e donna, cioè dividere tra loro i genitori, non lasciarli giungere al rapporto coniugale. In anni anteriori, prima di istituire il cerimoniale, aveva cercato di raggiungere lo stesso scopo in maniera più diretta. Aveva simulato paura, o sfruttato un'esistente inclinazione alla paura, affinché la porta di comunicazione tra la camera dei genitori e la sua stanza non venisse chiusa. Questa imposizione era stata conservata nel suo cerimoniale successivo. In tal modo aveva l'opportunità di spiare i genitori, ma nello sfruttare tale opportunità si buscò una volta un'insonnia che durò per dei mesi. Non contenta di disturbare in tal modo i genitori, ottenne poi di tanto in tanto di poter dormire nel letto matrimoniale stesso, fra padre e madre.
"Cuscino" e "testata di legno" non potevano così realmente congiungersi. Infine, quando fu tanto cresciuta che il suo corpo non poteva più trovare comodamente posto tra i genitori, ottenne, mediante cosciente simulazione di angoscia, che la madre scambiasse di posto con lei e le cedesse quello presso il padre.
Questa situazione divenne senza dubbio il punto di partenza di fantasie di cui nel cerimoniale si coglie l'effetto ritardato.
Se il cuscino era una donna, anche lo scuotere il piumino fino a che tutte le piume fossero in basso e vi producessero un rigonfiamento aveva un senso. Significava rendere incinta la donna; ma essa non trascurava poi di far sparire questa gravidanza, poiché per anni era vissuta nel timore che i rapporti fra i genitori avessero per conseguenza un altro figlio e quindi un concorrente per lei. D'altra parte, se il cuscino era una donna (la madre), il guancialino non poteva rappresentare che la figlia.
Perché questo guanciale doveva essere posto a rombo e la sua testa venire a posarsi proprio sulla linea mediana? Fu facile rammentarle che il rombo è l'emblema, scribacchiato su tutti i muri, del genitale femminile aperto. Lei stessa assumeva quindi la parte dell'uomo, del padre, e con la sua testa sostituiva il membro virile (vedi il simbolismo della decapitazione per l'evirazione).
Guarda un po', direte voi, che volgarità passerebbero per la testa di una casta fanciulla! Lo ammetto, ma non dimenticate che queste cose io non le ho create, ma solarnente interpretate. Anche un cerimoniale del coricarsi di questo tipo è cosa ben strana, e voi non potete disconoscere la corrispondenza fra il cerimoniale e le fantasie forniteci dall'interpretazione. Per me, tuttavia, ha più importanza che voi notiate che nel cerimoniale non si è depositata una unica fantasia ma un numero considerevole di fantasie che certamente hanno da qualche parte il loro punto nodale; e che notiate inoltre come le norme del cerimoniale riproducano, ora positivamente ora negativamente, i desideri sessuali, e servano in parte a farne le veci e in parte a difendersene. Dall'analisi di questo cerimoniale si potrebbe ricavare anche di più se si riuscisse a collegarlo in modo corretto agli altri sintomi dell'ammalata. Ma la nostra strada non ci porta fin lì.
Accontentatevi dell'accenno che questa ragazza è caduta in preda a un attaccamento erotico al padre, i cui inizi risalgono agli anni dell'infanzia. Forse è anche per questo che essa si comporta in modo così ostile nei confronti della madre. Inoltre non possiamo trascurare il fatto che l'analisi di questo sintomo ci ha condotti ancora una volta alla vita sessuale dell'ammalata. Forse ce ne meraviglieremo tanto meno quanto più sovente saremo giunti a penetrare ll significato e l'intenzione dei sintomi nevrotici.
In tal modo vi ho dunque mostrato in base a due esempi che i sintomi nevrotici hanno un senso, come gli atti mancati e come i sogni, e che sono in intima relazione con le esperienze dei pazienti. Posso aspettarmi che voi prestiate fede a questo principio importantissimo sulla base di due esempi? No. Ma potete pretendere da me che vi porti ancora tanti altri esempi, finché vi dichiariate convinti? Ancora una volta no, poiché, data la minuziosità con cui tratto ogni singolo caso, sarei costretto a dedicare un corso semestrale di cinque ore settimanali alla definizione di questo singolo punto della teoria delle nevrosi. Mi accontento quindi di avervi dato un saggio delle prove in favore della mia asserzione, e per il resto vi rimando alle comunicazioni di altri autori, alle classiche interpretazioni di sintomi nel primo caso di Breuer (isteria),alle impressionanti chiarificazioni di sintomi totalmente oscuri nella cosiddetta "dementia praecox", fornite da C. G. Jung al tempo in cui questo ricercatore era soltanto uno psicoanalista e non voleva ancora essere un profeta, e a tutti i lavori che da allora hanno riempito le nostre rivlste. Tali indagini non ci fanno difetto. L'analisi, l'interpretazione, la traduzione dei sintomi nevrotici, hanno attirato a tal punto gli psicoanalisti che essi trascurarono in un primo tempo gli altri problemi della nevrosi.
Chi di voi si sottoporrà a una simile fatica, sarà certo fortemente impressionato dalla massa di materiale probativo. Ma si imbatterà anche in una difficoltà.
Il senso di un sintomo deriva, come abbiamo appreso, da una relazione con le esperienze del malato.Quantopiù individualizzata è la forma del sintomo, tanto più possiamo sperare di riuscire a stabilire questa connessione. Sarà allora nostro compito, semplicemente, di rintracciare, per un'idea senza senso e per un'azione senza scopo, quella situazione passata nella quale l'idea era giustificata e l'azione rispondeva a un fine.
L'azione ossessiva della nostra paziente che correva al tavolo e suonava alla cameriera costituisce il modello perfetto di questa specie di sintomi.
Ci sono però, e anche molto spesso, sintomi a carattere completamente diverso. Li si deve denominare sintomi "tipici" della malattia; sono pressappoco uguali in tutti i casi, in essi le differenze individuali scompaiono, o quanto meno si riducono a tal punto che diventa difficile metterli in rapporto con l'esperienza individuale dell'ammalato e riferirli a singole situazioni vissute. Rivolgendo di nuovo la nostra attenzione alla nevrosi ossessiva, ecco che il cerimoniale del coricarsi della nostra seconda paziente ha già in sé molto di tipico, benché nel contempo abbia un numero sufficiente di tratti individuali da rendere possibile un'interpretazione, per così dire, "storica".
Comunque, tutti gli individui afflitti da nevrosi ossessiva possiedono la tendenza a ripetere, a ritmare le loro operazioni e a isolarle da altre. La maggior parte di essi lava troppo. I malati che soffrono di agorafobia (topofobia, paura dello spazio) - fobia che non ascriviamo più alla nevrosi ossessiva ma che designiamo come "isteria d'angoscia"- ripetono nel loro quadro clinico, spesso con estenuante monotonia, gli stessi tratti: hanno paura degli spazi chiusi, di grandi piazze aperte, di strade e viali che si perdono in lontananza. Si ritengono protetti se un conoscente li accompagna o se una vettura li segue eccetera.
Tuttavia, su questo sfondo omogeneo, i singoli malati apportano le loro condizioni individuali, i loro umori, vorremmo dire, che in alcuni casi si contraddicono decisamente tra loro. L'uno teme soltanto le strade strette, l'altro soloquelle ampie, uno può uscire solamente quando per strada c'è poca gente, l'altro quando ce n'è molta.
Anche l'isteria, pur con tutta la sua ricchezza di tratti individuali, ha un numero notevole di sintomi comuni, tipici, che sembrano opporsi a una facile derivazione storica. Non dimentichiamo che, per la formulazione della diagnosi, noi ci orientiamo proprio su questi sintomi tipici. Tanto è vero che, se in un caso di isteria abbiamo ricondotto un sintomo tipico e un'esperienza o a una catena di esperienze simili (per esempio un vomito isterico a un susseguirsi di impressioni di disgusto), non sapremo che pensare quando, in un altro caso di vomito, l'analisi ci rivela una serie di presunte impressioni determinanti che sono di natura completamente diversa. Ci parrà allora che gli isterici producano il vomito per ragioni sconosciute, e che i motivi occasionali, storici, forniti dall'analisi, siano soltanto, quando per caso si presentano, pretesti utilizzati da questa necessità interna.
Eccoci pervenuti alla rattristante scoperta che siamo sì in grado di spiegare in modo soddisfacente il senso dei sintomi nevrotici individuali mettendoli in relazione con le esperienze dei pazienti, ma che nel caso dei molto più frequenti sintomi tipici la nostra arte ci abbandona. A ciò si aggiunga che non vi ho ancora rese note tutte le difficoltà che emergono quando si tratta di effettuare in modo coerente l'interpretazione storica dei sintomi. Né voglio farlo, poiché è vero che non ho l'intenzione di mascherarvi né di nascondervi nulla, ma neppure posso creare in voi disorientamento e confusione proprio all'inizio dei nostri studi comuni. E' vero che abbiamo fatto soltanto il primo passo verso la comprensione del significato dei sintomi, ma vogliamo tenerci saldi a quanto abbiamo acquisito e spingerci passo passo alla conquista di ciò che ancora non abbiamo compreso. Cercherò perciò di consolarvi con la considerazione che in sostanza una differenza fondamentale tra l'una e l'altra specie di sintomi non è ipotizzabile. Se i sintomi individuali dipendono in forma così inconfondibile dall'esperienza del malato, resta possibile che i sintomi tipici risalgano a un'esperienza che è tipica in sé, comune a tutti gli uomini. Altri tratti regolarmente ricorrenti nella nevrosi, come le ripetizioni o i dubbi nella nevrosi ossessiva, possono essere reazioni generali, imposte agli ammalati dalla natura del mutamento patologico. In breve, non abbiamo alcun motivo di scoraggiarci prematuramente; vedremo che cosa ci riserverà il futuro.
Anche nella teoria del sogno ci troviamo di fronte a una difficoltà del tutto simile. Non ho potuto trattarla nelle nostre precedenti discussioni sul sogno. Il contenuto manifesto dei sogni presenta naturalmente un'estrema varietà e diversità individuale, e noi abbiamo mostrato estesamente che cosa si ricava da questo contenuto per mezzo dell'analisi. Ma, accanto a questi, ci sono sogni che vengono anch'essi chiamati "tipici", sogni che ricorrono in tutti gli uomini allo stesso modo, sogni dal contenuto uniforme, i quali oppongono le medesime difficoltà all'interpretazione. Si tratta dei sogni di cadere, volare, fluttuare, nuotare, essere impediti, essere nudi e certi altri sogni angosciosi, che nelle singole persone danno luogo ora a questa, ora a quella interpretazione, senza che la loro monotonia e il loro tipico ricorrere vi trovino una spiegazione. Anche in questi sogni osserviamo, tuttavia, che lo sfondo comune viene ravvivato da aggiunte che variano da individuo a individuo, ed è probabile che riusciremo a inserirli senza sforzo, e anzi estendendo le nostre conoscenze, nella visione della vita onirica che abbiamo ricavato dagli altri sogni.
NOTE:
Lezione 18 - LA FISSAZIONE AL TRAUMA; L'INCONSCIO
Signore e Signori, la volta scorsa dissi che avremmo proseguito il nostro lavoro tenendo presenti non i nostri dubbi ma le nostre scoperte. Ci restano ancora da discutere due fra le più interessanti conseguenze delle due analisi che abbiamo preso come esempio.
Esaminiamo la prima di queste conseguenze. Entrambe le pazienti ci danno l'impressione di essere "fissate" a un determinato periodo del loro passato, di non sapersene liberare, di essere perciò estraniate dal presente e dal futuro. Esse sono rinchiuse nella loro malattia come in epoche precedenti si usava ritirarsi in un chiostro per portarvi a compimento un difficile destino. Nel caso della nostra prima paziente è stata l'unione con il marito, cui in realtà ha rinunciato, a esserle fatale. Attraverso i suoi sintomi essa continua il processo a suo marito; abbiamo imparato il significato delle voci che perorano la causa di lui, lo scusano, lo innalzano, lamentano la sua perdita. Benché essa sia giovane e desiderabile per altri uomini, ha preso tutte le precauzioni reali e immaginarie (magiche) per restargli fedele. Non si mostra a occhi estranei, trascura il proprio aspetto, ha inoltre difficoltà ad alzarsi dalla poltrona in cui è seduta, rifiuta di firmare col proprio nome, non può fare un regalo a nessuno, con la scusa che nessuno deve avere qualcosa da lei.
Nel caso della nostra seconda paziente, la giovinetta, il medesimo effetto per la sua vita è esercitato da un attaccamento erotico al padre instauratosi negli anni precedenti la pubertà. Essa ha anche tratto per sé la conclusione che non può sposarsi finché è così ammalata. E' lecito supporre che si sia ammalata così per non doversi sposare e per rimanere accanto al padre.
Non possiamo respingere la questione del perché, per quale via e in forza di quali motivi si giunga a un atteggiamento così sorprendente e svantaggioso nei confronti dell'esistenza, nell'ipotesi che questo modo di atteggiarsi sia un carattere generale delle nevrosi e non una peculiarità di queste due malate.
In effetti, esso è un tratto generale, molto importante dal punto di vista pratico, di ogni nevrosi. La prima paziente isterica di Breuer era fissata in modo analogo all'epoca in cui aveva assistito il proprio padre gravemente ammalato: da allora, nonostante si sia ristabilita, sotto un certo aspetto ha chiuso con la vita; è rimasta sana ed efficiente, ma ha evitato il normale destino della donna. L'analisi ci permette di scoprire che ognuno dei nostri pazienti si è riportato indietro, nei sintomi della malattia e attraverso le conseguenze che da essi derivano, a un determinato periodo del suo passato. Nella maggioranza dei casi il paziente ha scelto a questo scopo addirittura una fase molto remota della sua vita, un periodo della sua infanzia e perfino, per quanto ciò possa suonare ridicolo, della sua esistenza come lattante.
L'analogia più vicina a questo comportamento dei nostri nervosi è offerta dalle malattie che proprio ora la guerra fa insorgere con particolare frequenza, le cosiddette nevrosi traumatiche. Casi simili si presentavano naturalmente anche prima della guerra, in seguito a scontri ferroviari e ad altri spaventosi rischi mortali.
Ma le nevrosi traumatiche non sono sostanzialmente la stessa cosa delle nevrosi spontanee che siamo soliti indagare e curare analiticamente; finora non siamo nemmeno riusciti a ricondurle nel nostro quadro teorico e io spero di potervi spiegare un giorno da che cosa dipenda questa limitazione. In un punto però possiamo rilevare una completa concordanza. Le nevrosi traumatiche offrono chiari indizi che alla loro base c'è una fissazione al momento dell'incidente traumatico. Nei loro sogni questi ammalati ripetono regolarmente la situazione traumatica; dove compaiono attacchi di tipo isterico, che permettono un'analisi, si viene a scoprire che l'attacco corrisponde a una trasposizione completa nella situazione anzidetta. E' come se questi ammalati non fossero venuti a capo della situazione traumatica, come se questa stesse dinanzi a loro quale compito attuale non sormontato; e noi prendiamo molto sul serio questa concezione: essa ci indica la via verso una considerazione, diciamo così, economica dei processi psichici. Anzi l'espressione "traumatico" non ha altro senso se non questo, economico. Con essa noi designiamo un'esperienza che nei limiti di un breve lasso di tempo apporta alla vita psichica un incremento di stimoli talmente forte che la sua liquidazione o elaborazione nel modo usuale non riesce, donde è giocoforza che ne discendano disturbi permanenti nell'economia energetica della psiche.
Questa analogia ci induce nella tentazione di designare come traumatiche anche quelle esperienze alle quali i nostri nervosi sembrano fissati. Ci sarebbe in tal modo prospettata una semplice condizione determinante per l'insorgere della malattia nevrotica.
La nevrosi sarebbe da equipararsi a una malattia traumatica e insorgerebbe per l'incapacità di risolvere un'esperienza che ha una tonalità affettiva eccessiva. Tale era in realtà anche la prima formula con la quale Breuer e io, nel 1893-95, demmo il resoconto teorico delle nostre nuove osservazioni. Un caso come quello della nostra prima paziente, la giovane donna separata dal marito, rientra molto bene in questa concezione. Essa non ha superato l'inattuabilità del suo matrimonio ed è rimasta attaccata a questo trauma. Ma già il nostro secondo caso, quello della fanciulla vittima di una fissazione verso il padre, ci mostra che la formula non è sufficientemente ampia. Da una parte, un tale innamoramento della bambina per il padre è qualcosa di così comune e così frequentemente superato che la designazione "traumatico", se venisse qui applicata, perderebbe ogni consistenza; d'altra parte, la storia dell'ammalata ci insegna che questa prima fissazione erotica fu superata apparentemente senza conseguenze e solo parecchi anni più tardi fece di nuovo apparizione nei sintomi della nevrosi ossessiva. Qui dunque s'intravedono complicazioni, una più ricca gamma di condizioni che determinano l'insorgere della malattia; ma presentiamo anche che non si deve abbandonare come erroneo il punto di vista traumatico, che potrà inserirsi e subordinarsi in qualche altro contesto.
Qui interrompiamo di nuovo il cammino che abbiamo intrapreso. Per il momento esso non conduce più avanti, e noi abbiamo ogni sorta di altre cose da apprendere prima di ritrovarne il giusto proseguimento. Aggiungiamo solo, riguardo al tema della fissazione a una determinata fase del passato, che una simile evenienza si estende molto al di là della nevrosi. Ogni nevrosi contiene una fissazione di questo genere, ma non ogni fissazione conduce alla nevrosi, coincide con la nevrosi o si instaura tramite la nevrosi.
Un tipico modello di fissazione affettiva a qualcosa di passato è il lutto, che implica in verità il più completo distacco dal presente e dal futuro. Il lutto si differenzia però nettamente dalla nevrosi anche per il profano. Ci sono, per contro, nevrosi che possono essere definite come una forma patologica di lutto.
Accade anche che, a causa di un evento traumatico che scuote quelli che erano stati fino ad allora i fondamenti della sua esistenza, un individuo subisca una tale scossa da perdere ogni interesse per il presente e il futuro e da rimanere assorbito psichicamente dal passato in maniera durevole; non per questo però lo sventurato è destinato a diventare nevrotico. Non sopravvaluteremo quindi questo tratto nel caratterizzare la nevrosi, per quanto regolarmente presente e per quanto importante possa essere di solito.
Veniamo ora al secondo risultato delle nostre analisi, che non richiederà alcuna riserva successiva. Abbiamo riferito, a proposito della nostra prima paziente, come essa eseguisse una insensata azione ossessiva e raccontasse, in riferimento a essa, un ricordo intimo della sua vita passata; in seguito abbiamo anche esaminato questo collegamento tra azione e ricordo e indovinato di qui l'intenzione dell'azione ossessiva. Abbiamo però completamente tralasciato un fattore che merita tutta la nostra attenzione. Per quanto continuasse a ripetere l'azione ossessiva, la paziente non sapeva affatto che così facendo si riallacciava all'esperienza da lei vissuta. La connessione tra le due le rimaneva nascosta, e doveva rispondere, conformemente al vero, di non conoscere l'impulso che la spingeva a comportarsi così. Poi, sotto l'influsso della cura, accadde improvvisamente che essa scoprì quel nesso e poté comunicarlo. Continuava tuttavia a non sapere nulla dell'intenzione alla quale ubbidiva eseguendo l'azione ossessiva, l'intenzione cioè di correggere un brano penoso del suo passato e di mettere su un piano più alto l'uomo da lei amato.
Occorse un bel po' di tempo e costò molta fatica farle comprendere e indurla a convenire con me che solo un motivo del genere poteva essere stato la forza propulsiva della sua azione ossessiva.
La connessione con la scena avvenuta dopo la disgraziata notte nuziale, e il tenero motivo dell'ammalata, danno insieme ciò che abbiamo chiamato il "senso" dell'azione ossessiva. Ma mentre eseguiva l'azione ossessiva questo senso le era rimasto ignoto in entrambe le direzioni: sia "da che cosa" che "per che cosa". In lei avevano quindi agito certi processi psichici, di cui l'azione ossessiva era appunto l'effetto; essa aveva percepito l'effetto secondo la disposizione psichica normale, ma nessuna cognizione delle premesse psichiche di questo effetto era giunta alla sua coscienza. Essa si era comportata in tutto e per tutto come quell'individuo cui Bernheim durante l'ipnosi impartì l'ordine di aprire un ombrello cinque minuti dopo il risveglio, nella sala dell'ospedale: destatosi, costui eseguì l'istruzione, ma non seppe addurre alcun motivo per quanto aveva fatto. E' una situazione di questo genere che noi abbiamo presente quando parliamo di processi psichici inconsci. Possiamo sfidare chiunque a rendere conto di questo stato di cose in un modo scientificamente più corretto, e se qualcuno ci riuscirà, rinunceremo volentieri all'ipotesi che esistano processi psichici inconsci. Fino a quel momento ci atterremo però a questa ipotesi e, se qualcuno vuole obiettarci che quell'inconscio non è niente di reale dal punto di vista scientifico, che è un espediente, "une façon de parler", dobbiamo respingere questa obiezione con una rassegnata alzata di spalle, come davanti a qualcosa di incomprensibile. Come se potesse non essere reale una cosa da cui hanno origine effetti tanto tangibilmente reali come un'azione ossessiva!
La stessa cosa, in fondo, riscontriamo nella nostra seconda paziente. Essa si è creata una regola, che il cuscino non debba toccare la testata del letto, e deve seguire questa regola, ma non sa da dove essa provenga, che cosa significhi e a quali motivi debba il suo potere. Il fatto che lei stessa la consideri una cosa irrilevante ovvero si impunti, si infuri contro di essa, si proponga di trasgredirla, non fa differenza ai fini dell'esecuzione. Essa deve venir osservata e invano lei si chiede perché. Si deve pur riconoscere che questi sintomi della nevrosi ossessiva, queste rappresentazioni e impulsi che emergono non si sa da dove, che si mostrano talmente refrattari a ogni influsso della psiche, pur normalissima per altri aspetti, da dare agli ammalati stessi l'impressione di essere ospiti strapotenti venuti da un mondo estraneo, esseri immortali che si sono mescolati alla folla dei mortali, si deve pur riconoscere, dicevo, che questi sintomi contengono il più chiaro accenno a una particolare sfera della vita psichica, separata dal resto. Da questi sintomi una strada, che non si può non imboccare, porta alla convinzione che nella psiche esista l'inconscio ed è proprio per questo che la psichiatria clinica, la quale conosce soltanto una psicologia della coscienza, non sa che altro fare dei sintomi, se non spacciarli per indizi di un particolare tipo di degenerazione.
Naturalmente le idee ossessive e gli impulsi ossessivi sono in sé stessi tanto poco inconsci, quanto poco l'esecuzione delle azioni ossessive sfugge alla percezione conscia. Non sarebbero diventati sintomi, se non si fossero spinti fino alla coscienza. Tuttavia le loro premesse psichiche, che deduciamo mediante l'analisi, le connessioni in cui li inseriamo mediante l'interpretazione, sono inconsce, almeno fintantoché non le abbiamo rese coscienti all'ammalato attraverso il lavoro dell'analisi.
Aggiungete, ora, che questo stato di cose costatato nei nostri due casi trova conferma in tutti i sintomi di tutte le malattie nevrotiche, che il senso dei sintomi è sempre e ovunque sconosciuto all'ammalato, che l'analisi mostra regolarmente come questi sintomi siano le propaggini di processi inconsci, i quali però, poste svariate condizioni favorevoli, possono essere resi consci; capirete così che noi in psicoanalisi non possiamo fare a meno dello psichismo inconscio e siamo avvezzi a operare con esso come con qualcosa di sensorialmente tangibile. Ma forse comprenderete anche quanto poco capaci di formarsi un giudizio su questa questione siano tutti gli altri, tutti coloro che conoscono l'inconscio soltanto come un concetto, che non hanno mai analizzato, mai interpretato sogni o ricavato dai sintomi nevrotici un senso e un'intenzione. Per dirlo ancora una volta in vista dei nostri scopi: la possibilità di dare un senso ai sintomi nevrotici mediante l'interpretazione analitica è una prova irrefutabile dell'esistenza - o, se preferite, della necessità dell'ipotesi - dei processi psichici inconsci.
Questo però non è tutto. Grazie a una seconda scoperta di Breuer, che mi sembra persino più ricca di significato dell'altra e che egli non condivide con nessuno, apprendiamo ancora di più sulla relazione tra l'inconscio e i sintomi nevrotici. Non solo, di norma, il senso dei sintomi è inconscio; esiste anche un rapporto di intercambiabilità fra questa inconsapevolezza e la possibilità di esistenza dei sintomi stessi. Capirete subito che cosa voglio dire. Affermo, con Breuer, che ogniqualvolta ci imbattiamo in un sintomo possiamo inferire che nell'ammalato esistono determinati processi inconsci, i quali contengono appunto il senso del sintomo. Ma è anche necessario che questo senso sia inconscio, affinché il sintomo si instauri. Processi consci non danno luogo a sintomi; non appena i processi inconsci in gioco sono divenuti consci, il sintomo scompare. Ravvisate qui tutt'a un tratto una via di accesso alla terapia, un modo per fare scomparire i sintomi. In questo modo Breuer guarì effettivamente la sua paziente isterica, ossia la liberò dai suoi sintomi; egli trovò una tecnica per farle affiorare alla coscienza i processi inconsci che contenevano il senso del sintomo, e i sintomi scomparvero.
Questa scoperta di Breuer non fu il risultato di una speculazione bensì di una fortunata osservazione, resa possibile dalla cooperazione dell'ammalata. Non sforzatevi adesso inutilmente di comprenderla riconducendola a qualcos'altro che già vi è noto, ma ravvisate piuttosto in essa un nuovo dato di fatto fondamentale, con l'aiuto del quale molte altre cose diventeranno intelligibili.
Permettetemi perciò di ripetervi la stessa cosa in altra forma.
La formazione del sintomo è un sostituto di qualcos'altro che non ha avuto luogo. Certi processi psichici avrebbero normalmente dovuto svilupparsi fino al punto che la coscienza ne avesse cognizione. Ciò non è accaduto e dai processi interrotti, in qualche modo perturbati, che hanno dovuto rimanere inconsci, è scaturito il sintomo. E' dunque avvenuto qualcosa di analogo a uno scambio; se si riesce a farlo recedere, la terapia dei sintomi nevrotici ha ottenuto il suo scopo.
La scoperta di Breuer è ancor oggi la base della terapia psicoanalitica. La tesi che i sintomi scompaiono quando si sono rese coscienti le loro determinanti inconsce è stata confermata da tutte le ulteriori ricerche benché quando si intraprende il tentativo di applicare questa teoria nella pratica si incontrino le più sorprendenti e inattese complicazioni. La nostra terapia opera trasformando in conscio ciò che è inconscio, e sortisce qualche effetto solo nella misura in cui è in condizioni di effettuare questa trasformazione.
Debbo ora fare rapidamente una piccola digressione, affinché non corriate il pericolo di immaginarvi questo lavoro terapeutico come qualcosa di troppo facile. Secondo quanto abbiamo sinora esposto, la nevrosi sarebbe la conseguenza di una specie di ignoranza, del non conoscere processi psichici di cui si dovrebbe avere nozione.
Ciò costituirebbe un forte avvicinamento alle note dottrine socratiche secondo le quali persino i vizi si basano sull'ignoranza. Ebbene, al medico esperto nell'analisi sarà di solito molto facile indovinare quali impulsi psichici sono rimasti inconsci al singolo paziente. Non dovrebbe quindi nemmeno riuscirgli difficile guarire l'ammalato perché, comunicandogli quel che sa, lo libera dalla sua ignoranza. In tal modo si eliminerebbe perlomeno una parte del senso inconscio dei sintomi; dell'altra parte, del nesso dei sintomi con le esperienze dell'ammalato, il medico, per la verità, non può indovinare molto:
poiché non conosce queste esperienze, deve aspettare che l'ammalato le rammenti e gliele racconti. Anche per questo tuttavia si può trovare, in alcuni casi, un surrogato. Ci si può informare presso i congiunti dell'ammalato delle esperienze vissute da quest'ultimo, e costoro saranno spesso in grado di riconoscere tra di esse quelle che hanno avuto un effetto traumatizzante e forse di riferire perfino episodi di cui l'ammalato non sa nulla, perché hanno avuto luogo nei primissimi anni della sua vita. Combinando questi due procedimenti, si avrebbe dunque la prospettiva di porre rimedio in breve tempo e con poca fatica all'ignoranza patogena dell'ammalato.
Magari le cose stessero così! Su questo punto abbiamo fatto esperienze alle quali all'inizio non eravamo preparati. Tra sapere e sapere passa differenza; ci sono tipi diversi di sapere, che non sono affatto psicologicamente equivalenti: "Il y a fagots et fagots" [Ci sono fascine e fascine], come dice Molière. Il sapere del medico non è lo stesso di quello dell'ammalato e non può avere gli stessi effetti. Se il medico trasmette il suo sapere all'ammalato come semplice comunicazione, ciò non ha alcun risultato. Ma no, sarebbe inesatto dire così; pur non eliminando i sintomi, ottiene il risultato di mettere in moto l'analisi, di cui spesso le manifestazioni di opposizione sono i primi segni.
L'ammalato sa quindi qualcosa che fino a quel momento non sapeva, il senso del suo sintomo; eppure non lo conosce più di prima.
Apprendiamo così che non si tratta solo di una specie di ignoranza. Occorrerà un certo approfondimento delle nostre conoscenze psicologiche, per mostrarci in che consistano le differenze. Ma la nostra tesi, che i sintomi svaniscono con la conoscenza del loro significato, rimane comunque esatta. Bisogna solo aggiungere che la conoscenza deve basarsi su un cambiamento interiore dell'ammalato, quale può essere provocato soltanto da un lavorio psichico avente un fine determinato. Ci troviamo qui di fronte a problemi che presto confluiranno a costituire una dinamica della formazione del sintomo.
Signori, ora devo farvi una domanda: ciò che vi dico, non vi riesce troppo oscuro e complicato? non vi confondo ricapitolando e rettificando così spesso le mie affermazioni, avviando ragionamenti e lasciandoli poi cadere? Se fosse così, dovrebbe dispiacermi. Ma io ho una forte avversione per le semplificazioni fatte a spese dell'aderenza alla verità, non mi rincresce affatto che riceviate una piena impressione della multilateralità e della complessità dell'argomento, e penso anche che non ci sia nulla di male se su ogni punto vi dico più di quanto possiate al momento mettere a profitto. So che ogni ascoltatore e lettore mentalmente riassesta, abbrevia, semplifica ciò che gli viene presentato e ne estrae quello che vuol ritenere. Fino a un certo punto è senz'altro vero che quanto più è abbondante ciò che si ha a disposizione, tanto più è quel che rimane. Lasciatemi sperare che, nonostante tutti gli elementi accessori, abbiate afferrato chiaramente l'essenziale di quanto vi ho esposto riguardo al senso dei sintomi, all'inconscio e alla loro relazione. Senza dubbio avete anche capito che nel nostro sforzo ulteriore seguiremo due direzioni: in primo luogo per apprendere come gli uomini si ammalino, come possano giungere all'atteggiamento nevrotico verso la vita - il che è un problema clinico - e, in secondo luogo, per sapere come dalle condizioni determinanti la nevrosi si sviluppino i sintomi patologici, il che rimane un problema di dinamica psichica. Per questi due problemi dovrà ben esserci da qualche parte un punto di convergenza.
Non voglio oggi procedere oltre; tuttavia, poiché il nostro tempo non è ancora scaduto, intendo richiamare la vostra attenzione su un altro carattere delle nostre due analisi, il cui pieno apprezzamento, ancora una volta, potrà aver luogo solo più tardi:
sulle lacune mnestiche o amnesie. Avete visto che il compito del trattamento psicoanalitico può essere espresso nella formula:
rendere cosciente tutto ciò che è inconscio in modo patogeno.
Forse vi stupirà ora apprendere che questa formula si può anche sostituire con l'altra: riempire tutte le lacune mnestiche dell'ammalato, abolire le sue amnesie. Una cosa equivale all'altra. Alle amnesie del nevrotico viene quindi attribuito un nesso importante con l'insorgere dei suoi sintomi. Tuttavia, se prendete in considerazione il caso della nostra prima analisi, non troverete giustificata questa valutazione dell'amnesia. L'ammalata non ha dimenticato la scena dalla quale prende le mosse la sua azione ossessiva, al contrario, ne ha conservato un vivido ricordo e neanche, nell'insorgere di questo sintomo, è entrato in gioco qualcos'altro che è stato dimenticato. Meno chiara, eppure in complesso analoga, è la situazione nel caso della nostra seconda paziente, la fanciulla col cerimoniale ossessivo. Anche lei, a ben vedere non ha dimenticato il suo comportamento dei primi anni, il fatto che insisteva perché la porta tra la camera da letto dei genitori e la propria rimanesse aperta, e che cacciava la madre dal suo posto nel letto matrimoniale; se ne ricorda molto distintamente, seppure esitando e controvoglia. La sola cosa che salta agli occhi è che la prima paziente, pur nell'eseguire innumerevoli volte la sua azione ossessiva, non una sola volta si è accorta della somiglianza di questa con l'esperienza vissuta dopo la prima notte nuziale, e che questo ricordo non si è presentato nemmeno allorché fu invitata con domande dirette a cercare i motivi dell'azione ossessiva. Lo stesso vale per la ragazza, nel cui caso, per di più, il cerimoniale e i suoi spunti si riferiscono a una situazione che si ripete, identica, tutte le sere. In entrambi i casi non esiste alcuna amnesia vera e propria, alcuna perdita di memoria, ma è interrotto un nesso che dovrebbe provocare la riproduzione, il riaffiorare del ricordo.
Una simile perturbazione della memoria è sufficiente per la nevrosi ossessiva; per l'isteria è diverso. Quest'ultima nevrosi è caratterizzata perlopiù da amnesie davvero straordinarie. Di solito, nell'analizzare ogni singolo sintomo isterico, si viene condotti a un'intera catena di impressioni vissute che, al loro ricomparire, vengono espressamente designate come fino ad allora dimenticate. Questa catena risale, da una parte, fino ai primissimi anni di vita, così che l'amnesia isterica può essere riconosciuta come una diretta continuazione dell'amnesia infantile, la quale nasconde alle persone normali gli inizi della loro vita psichica. Dall'altra parte, apprendiamo con stupore che anche le più recenti esperienze dei malati possono essere soggette a dimenticanza; in particolare sono state corrose, se non del tutto divorate dall'amnesia, le occasioni in cui la malattia è scoppiata o si è intensificata. Dal quadro complessivo di un ricordo recente di questo genere, importanti particolari sono invariabilmente spariti o sono stati sostituiti da falsificazioni della memoria. Anzi, si verifica con quasi uguale regolarità che determinati ricordi relativi a episodi recenti, ricordi che sono stati così a lungo trattenuti e hanno provocato lacune considerevoli nella connessione dei fatti, affiorino soltanto poco prima della conclusione di un'analisi.
Tali menomazioni della facoltà mnemonica sono, come si è detto, caratteristiche dell'isteria, nella quale si presentano come sintomi anche stati (gli attacchi isterici) che non necessariamente lasciano traccia nel ricordo. Se nella nevrosi ossessiva le cose stanno diversamente, allora potete concludere che ciò che è in gioco nelle amnesie isteriche è una caratteristica psicologica dell'alterazione che ha luogo nell'isteria, e non una caratteristica universale delle nevrosi in genere. L'importanza di questa differenza troverà un limite nella seguente considerazione. Come "senso" di un sintomo abbiamo inteso contemporaneamente due cose: il suo "da che cosa", e il suo "verso che cosa" o "per che cosa", ossia le impressioni e gli episodi da cui trae origine, e gli intenti cui serve. I1 "da che cosa" del sintomo si risolve quindi in impressioni che sono venute dall'esterno, le quali una volta furono necessariamente coscienti e da allora possono essere diventate inconsce per dimenticanza. Il "per che cosa" del sintomo, la sua tendenza, è invece ogni volta un processo endopsichico, che può anche all'inizio essere divenuto cosciente, ma che può, con altrettanta probabilità, non essere mai stato cosciente ed essere rimasto nell'inconscio da sempre. Non è molto importante se l'amnesia ha colpito anche il "da che cosa", le esperienze sulle quali si fonda il sintomo, come avviene nell'isteria; è il "verso che cosa", la tendenza del sintomo, la quale può essere stata inconscia fin dall'inizio, che ne prova la dipendenza dall'inconscio, e non meno saldamente nella nevrosi ossessiva che nell'isteria.
Con questo risalto dato all'inconscio nella vita psichica abbiamo però risvegliato gli spiriti più maligni della critica contro la psicoanalisi. Non meravigliatevene, né crediate che la resistenza contro di noi derivi solo dalla comprensibile difficoltà dell'inconscio o dalla relativa inaccessibilità delle esperienze che ne provano l'esistenza. A mio parere la sua origine è più profonda. Nel corso dei tempi l'umanità ha dovuto sopportare due grandi mortificazioni che la scienza ha recato al suo ingenuo amore di sé. La prima, quando apprese che la nostra terra non è il centro dell'universo, bensì una minuscola particella di un sistema cosmico che, quanto a grandezza, è difficilmente immaginabile.
Questa scoperta è associata per noi al nome di Copernico, benché già la scienza alessandrina avesse proclamato qualcosa di simile.
La seconda mortificazione si è verificata poi, quando la ricerca biologica annientò la pretesa posizione di privilegio dell'uomo nella creazione, gli dimostrò la sua provenienza dal regno animale e l'inestirpabilità della sua natura animale. Questo sovvertimento di valori è stato compiuto ai nostri giorni sotto l'influsso di Charles Darwin, di Wallace e dei loro precursori, non senza la più violenta opposizione dei loro contemporanei. Ma la terza e più scottante mortificazione, la megalomania dell'uomo è destinata a subirla da parte dell'odierna indagine psicologica, la quale ha l'intenzione di dimostrare all'Io che non solo egli non è padrone in casa propria, ma deve fare assegnamento su scarse notizie riguardo a quello che avviene inconsciamente nella sua psiche.
Anche questo richiamo a guardarsi dentro non siamo stati noi psicoanalisti né i primi né i soli a proporlo, ma sembra che tocchi a noi sostenerlo nel modo più energico e corroborarlo con un materiale empirico che tocca da vicino tutti quanti gli uomini.
Di qui la generale ribellione contro la nostra scienza, l'inosservanza di ogni norma di urbanità accademica e lo svincolarsi degli oppositori da tutti i freni della logica imparziale. A ciò si aggiunga ancora che ci è toccato turbare la pace di questo mondo anche in altro modo, come presto udrete.
Lezione 19 - RESISTENZA E RIMOZIONE
Signore e Signori, per progredire nella comprensione delle nevrosi abbiamo bisogno di nuove osservazioni tratte dall'esperienza; ce ne sono due, entrambe molto singolari e che a suo tempo sembrarono assai sorprendenti. Ad ambedue, per la verità, siete preparati dalle nostre discussioni dell'anno scorso.
In primo luogo: quando ci accingiamo a far guarire un ammalato, a liberarlo dai suoi sintomi morbosi, egli ci oppone una resistenza violenta, tenace e persistente per tutta la durata del trattamento. E' questo un fatto talmente strano che non dobbiamo aspettarci che sia facilmente creduto. E' meglio non dire nulla di questo ai congiunti dell'ammalato, poiché costoro penseranno sempre e comunque che si tratti di una scusa da parte nostra per giustificare la durata o l'insuccesso della cura. Anche l'ammalato produce tutti i fenomeni di questa resistenza senza riconoscerla come tale, ed è già un buon risultato se riusciamo a indurlo ad adottare la nostra concezione e a tenerne conto. Pensate un po':
l'ammalato, che soffre tanto per i suoi sintomi, facendo soffrire nel contempo le persone che gli sono vicine, che è disposto a sostenere tanti sacrifici di tempo, denaro, fatica e autodisciplina per esserne liberato, proprio lui, l'ammalato, opporrebbe resistenza al suo soccorritore, quasi facesse l'interesse della sua malattia. Come suona inverosimile questa affermazione! Eppure è così; e se qualcuno ci fa osservare questa inverosimiglianza, non abbiamo che da rispondere che non mancano analogie in proposito, e che chiunque si sia recato dal dentista in preda a un insopportabile mal di denti sa di avergli trattenuto il braccio quando vedeva avvicinare la tenaglia al dente malato.
La resistenza dei malati è di moltissime specie, estremamente scaltra, spesso difficile da riconoscere, proteiforme nelle sue manifestazioni. Bisogna che il medico sia diffidente e stia in guardia contro di essa.
Nella terapia psicoanalitica noi applichiamo la tecnica che vi è nota dall'interpretazione dei sogni. Imponiamo all'ammalato di mettersi in uno stato di tranquilla autosservazione, di non darsi pensiero di nulla, e di riferire tutte le percezioni interiori che può avere in tal modo: sentimenti, pensieri, ricordi, nella successione in cui affiorano in lui. Nello stesso tempo lo mettiamo espressamente in guardia dal cedere a un qualsiasi motivo che possa indurlo a operare una scelta o un'esclusione tra ciò che gli passa per la mente, con la scusa che "è troppo sgradevole o indiscreto per dirlo", ovvero "è irrilevante, non c'entra, oppure non ha senso, non c'è bisogno di dirlo". Gli raccomandiamo vivamente di seguire sempre soltanto la superficie della sua coscienza, di tralasciare ogni critica, qualsiasi essa sia, contro ciò che trova, e gli confidiamo che il successo del trattamento, ma soprattutto la sua durata, dipende dalla scrupolosità con la quale egli osserverà questa regola tecnica fondamentale dell'analisi. Sappiamo già dalla tecnica dell'interpretazione dei sogni che proprio quelle associazioni contro le quali si sollevano le perplessità e le obiezioni da noi enumerate, contengono invariabilmente il materiale che conduce alla scoperta dell'inconscio.
Stabilendo questa regola tecnica fondamentale, otteniamo in primo luogo che essa diventi il bersaglio contro cui si accanisce la resistenza. L'ammalato cerca in tutti i modi di svincolarsi da quanto essa stabilisce. Ora afferma che non gli viene in mente nulla, ora che le idee che si affollano in lui sono talmente numerose che non riesce a coglierne nessuna con precisione. Poi osserviamo con fastidio e stupore che cede ora a questa ora a quella obiezione critica; si tradisce, infatti, per le lunghe pause che intercala fra i suoi discorsi. Dopo, confessa che questa cosa non può dirla, che se ne vergogna, e lascia che questo motivo prevalga sulla sua promessa. Oppure dice che gli è venuto in mente qualcosa, che riguarda però un'altra persona e non lui stesso e che pertanto va escluso dalla comunicazione. Oppure, che ciò che gli viene in mente all'istante è troppo irrilevante, troppo sciocco e insensato: non è possibile che io intendessi farlo addentrare in simili pensieri; e così prosegue in innumerevoli variazioni, contro le quali non resta che spiegare che "dire tutto" significa realmente "dire tutto".
Difficilmente si trova un malato che non faccia il tentativo di riservare per sé un qualche settore per impedirne l'accesso alla cura. Un paziente, che non potrei fare a meno di annoverare tra i più intelligenti, tacque a questo modo per settimane intere una relazione intima e, invitato a rendere conto di questa violazione della regola, che è sacra, si difese sostenendo di aver creduto che quella storia fosse una sua faccenda privata. Naturalmente la cura analitica non tollera alcun diritto di asilo di questo genere. Supponiamo che in una città come Vienna si decretasse in via d'eccezione che nessuno potesse essere arrestato in una certa piazza, come il Hohe Markt, o nella chiesa di Santo Stefano, e si volesse poi catturare un determinato malfattore: l'unico posto ove saremmo sicuri di trovarlo sarebbe quell'asilo. Una volta mi risolvetti a concedere a un personaggio, la cui efficienza sul lavoro era oggettivamente molto importante, il diritto di fare un'eccezione del genere poiché egli era sotto un giuramento d'ufficio che gli proibiva di comunicare determinate cose ad altri. Per la verità egli fu contento del risultato, ma io no e mi proposi di non ripetere un tentativo terapeutico in simili condizioni.
I malati di nevrosi ossessiva sono abilissimi nel rendere quasi inservibile la regola tecnica con l'applicarvi la loro iperscrupolosità e i loro dubbi. I malati di isteria d'angoscia riescono talvolta a portarla all'assurdo, producendo solo associazioni che sono talmente lontane da quel che si cerca da non portare alcun contributo all'analisi. Ma non intendo rendervi partecipi dei modi in cui vanno affrontate queste difficoltà tecniche. Basti dire che alla fine, con la risolutezza e la perseveranza, si riesce a far sì che la resistenza obbedisca, entro certi limiti, alla regola tecnica fondamentale; e allora essa si riversa su un altro settore.
La resistenza si presenta adesso come resistenza INTELLETTUALE, combatte argomentando, si impadronisce delle difficoltà e delle inverosimiglianze che un ingegno normale, ma non informato, trova nelle dottrine analitiche. Ci tocca ora udire da questa singola voce tutte le critiche e le obiezioni che formano il coro assordante della letteratura scientifica. E' anche per questo che nulla di ciò che ci viene gridato dall'esterno ci giunge ignoto.
E' una vera tempesta in un bicchier d'acqua. Comunque il paziente è disposto a discutere, ci sollecita continuamente a informarlo, a istruirlo, a contraddirlo, a guidarlo in letture che possano approfondire la sua cultura. E' disposto a diventare un seguace della psicoanalisi, a condizione che l'analisi lo risparmi personalmente. Tuttavia noi riconosciamo in questa brama di sapere una resistenza, una deviazione dai nostri compiti specifici, e la respingiamo. Dalla resistenza del nevrotico ossessivo dobbiamo aspettarci una tattica particolare. Egli lascia spesso che l'analisi prosegua indisturbata per la sua strada, col risultato di illuminare vieppiù gli enigmi del suo male; alla fine, però, ci meravigliamo che a questo chiarimento non corrisponda alcun progresso pratico, alcuna attenuazione dei sintomi. Giungiamo allora a scoprire che la resistenza si è ritirata sulla posizione di dubbio propria della nevrosi ossessiva, e di qui ci tiene testa con successo. L'ammalato si è detto all'incirca: "Sì, tutto questo è bello, interessante, e lo continuo anche volentieri. Se fosse vero, cambierebbe radicalmente la mia malattia. Ma io non credo che sia vero, e finché non lo credo non ha niente a che fare con la mia malattia". Le cose possono procedere a lungo così, finché alla fine ci imbattiamo in questa sua riserva mentale, e allora scoppia la battaglia decisiva.
Le resistenze intellettuali non sono le peggiori; su di esse si riesce sempre ad avere il sopravvento. Il paziente però, pur rimanendo entro l'ambito dell'analisi, sa anche creare resistenze il cui superamento è tra i compiti tecnici più difficili. Invece di ricordare, egli ripete quegli atteggiamenti e impulsi emotivi della sua vita passata che, tramite la cosiddetta ''traslazione'', possono essere impiegati per resistere al medico e alla cura. Se si tratta di un uomo, di solito egli attinge questo materiale dai rapporti col padre, al cui posto fa subentrare il medico, e in tal modo riesce a fabbricarsi delle resistenze dalla propria aspirazione all'indipendenza personale e intellettuale, dalla propria ambizione (che trovò il suo primo traguardo nell'uguagliare il padre o nel superarlo), dalla propria riluttanza ad addossarsi una seconda volta nella vita l'onere della gratitudine. Così, si riceve a tratti l'impressione che nel malato l'intenzione di mettere il medico dalla parte del torto, di fargli percepire la sua impotenza, di trionfare su di lui, abbia completamente sostituito ogni migliore intenzione di mettere fine alla malattia. Le donne sanno sfruttare magistralmente ai fini della resistenza una traslazione affettuosa, di tonalità erotica, sul medico. Se questa inclinazione raggiunge una certa intensità, si spegne ogni interesse per la situazione attuale della cura, viene meno ogni obbligo da esse assunto nell'intraprenderla, e l'immancabile gelosia e irritazione per il rifiuto inevitabile, anche se avanzato con ogni riguardo da parte del medico, sono destinate a guastare l'accordo personale con lui e a eliminare una delle più potenti forze propulsive dell'analisi.
Le resistenze di questo tipo non debbono venir condannate unilateralmente. Esse contengono tanta parte del materiale più importante del passato dell'ammalato, e lo riproducono in modo talmente convincente che diventano uno fra i migliori sostegni dell'analisi, se un'abile tecnica sa dar loro il giusto indirizzo.
Nondimeno, rimane degno di nota che questo materiale a tutta prima si pone sempre al servizio della resistenza e mostra anzitutto la sua facciata ostile al trattamento. Si può anche dire che, per opporsi ai mutamenti da noi richiesti, vengono mobilitate particolarità del carattere, atteggiamenti dell'Io. Apprendiamo qui come queste particolarità del carattere si siano configurate in rapporto alle condizioni che hanno determinato la nevrosi e in reazione alle esigenze da essa poste; e si discernono tratti di questo carattere che altrimenti non potrebbero manifestarsi, o almeno non lo potrebbero in questa misura, e che si possono definire tratti latenti. Non dovete neanche farvi l'idea che noi scorgiamo nel manifestarsi di queste resistenze un'imprevista minaccia per l'influsso esercitato dall'analisi. No, noi sappiamo che queste resistenze devono venire alla luce; siamo scontenti solo se non riusciamo a suscitarle in forma abbastanza distinta e non possiamo chiarirle all'ammalato. Anzi, comprendiamo alla fin fine che il superamento di queste resistenze è la funzione essenziale dell'analisi ed è l'unica parte del nostro lavoro che ci dà la sicurezza di essere riusciti a ottenere nel malato qualche risultato.
Aggiungete ancora che l'ammalato sfrutta tutti gli accidenti che si verificano durante il trattamento per disturbarlo, che utilizza come motivo per allentare i suoi sforzi ogni diversione esterna, ogni dichiarazione di persona autorevole a lui nota e ostile all'analisi, una malattia organica casuale o una malattia che complichi la nevrosi, perfino ogni miglioramento del suo stato, e avrete così ottenuto un quadro approssimativo, e pur sempre incompleto, delle forme e dei mezzi della resistenza nella lotta contro la quale si svolge ogni analisi. Mi sono dilungato su questo punto con tanti particolari, perché occorre dire che questa esperienza, che abbiamo fatto con la resistenza opposta dai nevrotici all'eliminazione dei loro sintomi, è diventata la base della nostra concezione dinamica delle nevrosi. Originariamente Breuer e io stesso abbiamo esercitato la psicoterapia con il mezzo dell'ipnosi; la prima paziente di Breuer era stata curata esclusivamente sotto influsso ipnotico, e in un primo tempo anch'io seguii il metodo di Breuer. Confesso che il lavoro procedeva più facilmente e piacevolmente, oltre che in tempo molto più breve; ma gli esiti erano capricciosi e instabili, perciò alla fine abbandonai l'ipnosi. E allora capii che una comprensione della dinamica di queste affezioni non era possibile finché ci si serviva dell'ipnosi. Questo stato riusciva a sottrarre alla percezione del medico proprio l'esistenza della resistenza. La respingeva indietro, sgombrando un certo campo per il lavoro analitico e ammassandola ai confini di esso, col risultato che la resistenza diventava impenetrabile, più o meno come il dubbio della nevrosi ossessiva. Perciò potei anche affermare che la psicoanalisi vera e propria ha avuto inizio con la rinuncia all'aiuto dell'ipnosi.
Proprio perché il riconoscimento della resistenza è diventato così importante, non sarà fuori luogo avanzare un cauto dubbio, se non sia cioè avventato supporre l'esistenza stessa delle resistenze.
Forse ci sono realmente casi di nevrosi ove i motivi per cui le associazioni si rifiutano di presentarsi sono altri; forse gli argomenti contro i nostri presupposti meritano davvero una valutazione di merito e abbiamo torto a mettere comodamente in disparte, tacciandola di resistenza, la critica intellettuale degli analizzati. Sissignori, ma noi non siamo giunti alla leggera a formarci questo giudizio. Abbiamo avuto occasione di osservare uno per uno questi pazienti critici, all'apparizione e dopo la scomparsa di una resistenza. Questa, infatti, nel corso di un trattamento, cambia costantemente la sua intensità; cresce sempre quando ci si accosta a un nuovo argomento, tocca il massimo al culmine della sua elaborazione e ricade quando il tema è esaurito.
Inoltre, se non siamo incorsi in particolari goffaggini tecniche, non ci troviamo mai a fronteggiare tutta quanta la resistenza che un paziente può esplicare. Abbiamo quindi raggiunto il convincimento che uno stesso individuo dimette e riassume il suo atteggiamento critico innumerevoli volte nel corso dell'analisi.
Se stiamo per rendergli cosciente un nuovo e per lui particolarmente penoso frammento del materiale inconscio, egli è estremamente critico; se prima aveva capito e accettato molte cose, ora queste acquisizioni sono come cancellate; nella sua smania di opposizione a ogni costo, egli può offrire il ritratto perfetto di un deficiente affettivo. Non appena siamo riusciti a fargli superare questa nuova resistenza, egli riacquista la sua perspicacia e la sua comprensione. La sua critica non è dunque una funzione indipendente e come tale meritevole di rispetto: essa è al servizio dei suoi atteggiamenti affettivi e viene diretta dalla sua resistenza. Se qualcosa non gli va genio, egli può opporvisi con molto acume e apparire assai critico; se invece qualcosa rientra nelle sue preferenze, può mostrarsi un credulone. Forse noi tutti non siamo molto diversi; l'analizzato mostra così chiaramente questa dipendenza dell'intelletto dalla vita affettiva solo perché nell'analisi noi lo mettiamo tanto alle strette.
Concludendo, qual è la nostra risposta all'osservazione che l'ammalato lotta così energicamente contro l'eliminazione dei suoi sintomi e contro il ristabilimento di un normale decorso dei suoi processi psichici? Noi diciamo che in quel punto ci è capitato di avvertire potenti forze che si oppongono a un mutamento della sua condizione: devono essere quelle stesse forze che a suo tempo hanno provocato questa condizione. Nella formazione dei sintomi deve essere avvenuto qualcosa, che noi ora possiamo ricostruire in base a quanto abbiamo sperimentato nella risoluzione dei sintomi stessi. Sappiamo già dall'osservazione di Breuer che l'esistenza del sintomo presuppone che un qualche processo psichico non sia stato portato a termine in modo normale e tale da consentirgli di diventare cosciente. Il sintomo è un sostituto di ciò che in quel punto non ha avuto luogo. Sappiamo ora in quale punto dobbiamo localizzare l'azione della forza a cui abbiamo accennato. Deve essersi trattato di una violenta opposizione a che il processo psichico messo in questione penetrasse fino alla coscienza, per questo esso rimase inconscio. Come tale, ebbe il potere di formare un sintomo. La stessa opposizione si solleva di nuovo durante la cura analitica, contro lo sforzo di rendere cosciente ciò che è inconscio. E' quel che avvertiamo come resistenza. Al processo patogeno che ci viene dimostrato dalla resistenza abbiamo dato il nome di RIMOZIONE.
Di questo processo di rimozione dobbiamo ora farci un'idea più precisa. Esso è la condizione preliminare per la formazione del sintomo, ma è anche qualcosa per cui non abbiamo paragoni.
Prendiamo come termine di riferimento un impulso, un processo psichico tendente a convertirsi in azione. Come sappiamo, possiamo respingerlo mediante ciò che chiamiamo riprovazione o condanna: in quel momento gli viene sottratta l'energia della quale dispone, diviene impotente, ma può continuare a sussistere come ricordo:
l'intero processo attraverso il quale si prende una decisione nei suoi riguardi si svolge con la consapevolezza dell'Io. Accadrebbe tutt'altro nel caso che lo stesso impulso venisse sottoposto [anziché a condanna] a rimozione: manterrebbe la sua energia e non ne rimarrebbe alcun ricordo; inoltre il processo di rimozione si effettuerebbe all'insaputa dell'Io. Col paragone suddetto non ci avviciniamo peraltro all'essenza della rimozione.
Le sole rappresentazioni teoriche che si sono mostrate utili a fissare in una forma più precisa il concetto di rimozione sono le seguenti. Anzitutto è necessario procedere dal senso puramente descrittivo della parola "inconscio" al senso sistematico di questa stessa parola, ossia va detto che il fatto che un processo psichico sia conscio o inconscio è soltanto uno dei suoi attributi e non necessariamente un attributo privo di ambiguità. Se un processo psichico è rimasto inconscio, questa esclusione dalla coscienza è forse solo un indizio del destino che ha subìto, e non il destino stesso. Per raffigurarci concretamente questa eventualità supponiamo che ogni processo psichico - si deve ammettere qui un'eccezione, che menzioneremo più tardi - esista dapprima in uno stadio o fase inconscia e che solo da questa passi alla fase conscia, pressappoco come un'immagine fotografica dapprima è una negativa e poi diventa una vera figura attraverso la riproduzione positiva. Non ogni negativa, tuttavia, deve necessariamente diventare una positiva; allo stesso modo non è necessario che ogni processo psichico inconscio si trasformi in un processo cosciente. Ci esprimeremo meglio dicendo che il singolo processo appartiene dapprima al sistema psichico dell'inconscio e poi, se si verificano certe condizioni, può passare nel sistema di ciò che è cosciente.
La rappresentazione più rozza di questi sistemi - e cioè la rappresentazione spaziale - è per noi la più comoda. Paragoniamo quindi il sistema dell'inconscio a una grande anticamera, in cui gli impulsi psichici giostrano come singole entità. Comunica con questa anticamera una seconda stanza più stretta, una specie di salotto, in cui risiede anche la coscienza. Ma sulla soglia tra i due vani svolge le proprie mansioni un guardiano, che esamina, censura i singoli impulsi psichici e non li ammette nel salotto se non gli vanno a genio. Comprenderete subito che non fa molta differenza se il guardiano respinge un impulso non appena esso compare sulla soglia, o se lo caccia via dopo che è entrato nel salotto. E' solo questione del grado della sua vigilanza e della sua tempestività nel riconoscimento. L'attenerci a questa immagine ci permette ora un ulteriore ampliamento della nostra nomenclatura. Gli impulsi nell'anticamera dell'inconscio sono sottratti allo sguardo della coscienza, che infatti si trova nell'altra stanza: inizialmente essi sono destinati a restare inconsci. Se si sono già spinti fino alla soglia e sono stati rimandati indietro dal guardiano, ciò significa che sono inammissibili alla coscienza. In tal caso li chiamiamo RIMOSSI. Ma anche gli impulsi che il guardiano ha ammesso oltre la soglia non sono per questo diventati necessariamente coscienti; lo possono diventare solo se riescono ad attirare su di sé lo sguardo della coscienza. A buon diritto chiamiamo perciò questo secondo vano il sistema del PRECONSCIO. In questo sistema il diventare cosciente mantiene soltanto il senso descrittivo. Incorrere nella rimozione significa invece, per ogni singolo impulso, che il guardiano non gli consente di penetrare dal sistema dell'inconscio in quello del preconscio. E' lo stesso guardiano con cui facciamo conoscenza sotto forma di resistenza quando cerchiamo di eliminare la rimozione mediante il trattamento analitico.
Ora so bene che direte che queste rappresentazioni sono tanto rozze quanto fantastiche e del tutto inammissibili in un'esposizione scientifica. Lo so che sono rozze; anzi, ancora di più, so che sono inesatte e se non mi sbaglio di molto, ho già pronto un sostituto migliore. Se continueranno a sembrarvi fantastiche anche in seguito, non lo so. Per il momento sono rappresentazioni ausiliarie, come l'omino di Ampère che nuota nel circuito elettrico, e non sono da disprezzare, in quanto sono utili per capire i dati dell'osservazione. Vorrei assicurarvi che queste rozze ipotesi dei due vani, del guardiano sulla soglia tra di essi e della coscienza come spettatrice all'estremità della seconda sala, hanno pur tuttavia un significato in quanto approssimazioni molto vicine al reale stato dei fatti. Vorrei anche sentirvi ammettere che le nostre designazioni di "inconscio", "preconscio" e "conscio" sono assai meno pregiudizievoli e più facilmente giustificabili di altri termini che sono stati proposti o sono entrati nell'uso, come "subconscio", "paraconscio", "intraconscio" e simili.
Ciò acquisterà in significato ai miei occhi se mi farete osservare che una sistemazione dell'apparato psichico, quale quella da me qui supposta per spiegare i sintomi nevrotici, si regge solo se è universalmente valida e quindi dà informazioni anche sulla funzione normale. Giustissimo. Non possiamo ora approfondire questo ragionamento, ma il nostro interesse per la psicologia della formazione dei sintomi è destinato ad aumentare straordinariamente se esiste la prospettiva di ricavare dallo studio delle condizioni patologiche informazioni relative al normale accadere psichico, che è così ben celato.
Non riconoscete, del resto, l'elemento su cui si basano le nostre ipotesi dei due sistemi, del loro rapporto reciproco e con la coscienza? Il guardiano tra l'inconscio e il preconscio non è nient'altro che la censura, alla quale, come scoprimmo, è soggetta la conformazione del sogno manifesto. I residui diurni, che abbiamo visto essere i suggeritori del sogno, erano materiale preconscio che aveva subìto durante la notte, nello stato di sonno, l'influsso di impulsi di desiderio inconsci e rimossi, e in comunanza con essi, grazie alla loro energia, aveva potuto formare il sogno latente. Sotto il dominio del sistema inconscio questo materiale aveva subìto una rielaborazione - la condensazione e lo spostamento - quale è sconosciuta o ammessa solo eccezionalmente nella vita psichica normale, ossia nel sistema preconscio. Questa diversità del modo di operare costituì per noi la caratteristica dei due sistemi; mentre il rapporto che il preconscio ha con la coscienza valse per noi solo come segno dell'appartenenza a uno dei due sistemi. Ebbene, il sogno non è più un fenomeno patologico; esso può presentarsi in tutte le persone sane che soggiacciono alle condizioni dello stato di sonno. Questa ipotesi sulla struttura dell'apparato psichico, che ci permette di comprendere nello stesso tempo la formazione dei sogni e quella dei sintomi nevrotici, ha un diritto incontrovertibile a essere presa in considerazione anche per la vita psichica normale.
Questo è quanto vogliamo dire per ora sulla rimozione. Essa, però è solo la condizione preliminare per la formazione dei sintomi.
Come sappiamo, il sintomo è un sostituto di qualcosa che fu impedito dalla rimozione. Tuttavia, dalla rimozione alla comprensione di questa struttura sostitutiva la strada è ancora lunga. Guardando il problema dall'altro lato, la presenza della rimozione solleva i seguenti interrogativi: quale specie di impulsi psichici soggiacciono alla rimozione? da quali forze viene essa attuata? per quali motivi? In proposito abbiamo finora accertato una sola cosa. Nell'indagine sulla rcsistenza abbiamo appreso che essa ha origine da forze dell'Io, da particolarità note e latenti del carattere. Sono queste, pertanto, che hanno provveduto anche alla rimozione o che, perlomeno, hanno concorso ad attuarla. Tutto il resto ci è ancora sconosciuto.
A questo punto ci viene in aiuto il secondo dato attinto dall'esperienza e che avevo annunciato. Cioè, sulla base dell'analisi possiamo indicare, in via del tutto generale, quale sia l'intenzione dei sintomi nevrotici. Anche qui non c'è niente di nuovo per voi. Ve l'ho già mostrato in due casi di nevrosi. Ma, a dire il vero, che significano due casi? Avete il diritto di pretendere che ve ne vengano mostrati duecento, infiniti. C'è solo una cosa: che evidentemente non posso farlo. Qui deve subentrare ancora una volta la vostra esperienza personale ovvero la fede, che in questo punto può appellarsi alle unanimi dichiarazioni di tutti gli psicoanalisti.
Vi ricorderete che nei due casi, i cui sintomi sottoponemmo a un'accurata indagine, l'analisi ci iniziò agli aspetti più intimi della vita sessuale delle malate in questione. Nel primo caso, inoltre, riconoscemmo con particolare chiarezza l'intenzione o tendenza del sintomo esaminato; forse nel secondo caso essa era un po' nascosta per una complicazione che sarà menzionata più tardi.
Ebbene, le stesse cose che abbiamo visto in quegli esempi, ce le mostrerebbero tutti gli altri casi che sottoponessimo ad analisi.
Ogni volta verremmo portati dall'analisi a individuare le esperienze sessuali e i desideri sessuali dell'ammalato e ogni volta dovremmo costatare che i suoi sintomi servono alla stessa intenzione. Tale intenzione si rivela essere il soddisfacimento di desideri sessuali: i sintomi servono al soddisfacimento sessuale degli ammalati, sono un sostituto di questo soddisfacimento che a loro manca nella vita.
Pensate all'azione ossessiva della nostra prima paziente. La donna sente la mancanza del marito intensamente amato, con il quale non può condividere l'esistenza per via delle deficienze e debolezze da lui mostrate. Essa deve rimanergli fedele, non può mettere nessun altro al suo posto. Il suo sintomo ossessivo le dà ciò che brama, innalza il marito, rinnega e corregge le sue debolezze, soprattutto la sua impotenza. Questo sintomo è fondamentalmente l'appagamento di un desiderio, p