Ernst Theodor Amadeus Hoffmann
RACCONTI
L'uomo della sabbia
Natanaele e Lotario,
Penso che siate tutti molto inquieti, dato che da molto, molto tempo non scrivo. La mamma mi terrà sicuramente il broncio e Clara crederà, forse, che io viva qui tra feste e banchetti, dimentico della soave immagine del mio angelo, così profondamente impressa nel mio cuore. Ma non è così. Ogni giorno e ogni ora penso a tutti voi e nei miei sogni passa la cara figura della mia soave piccola Clara, che mi sorrise dolce dai chiari occhi, proprio così come allora quando entravo a casa vostra.
Ah! ma come avrei potuto scrivervi, in quell'affranta condizione dello spirito, che sconvolgeva tutti i miei pensieri? Qualcosa di spaventoso è entrato nella mia vita! Presentimenti oscuri di minaccia da parte di un destino crudele gravano sulla mia testa, simili a nuvole nere, che nessun raggio di sole amico può penetrare.
Devo ben dirti che cosa mi è successo: lo devo e lo capisco; ma che io vi pensi ed ecco una folle risata scoppia irrefrenabile in me.
O mio carissimo Lotario! come devo cominciare, per farti anche solo in parte comprendere e sentire che quello che giorni fa mi è successo ha poi davvero spezzato nel modo più ostile la mia vita! Fossi tu qui, potresti constatare tu stesso di persona: così, invece, mi riterrai, ne sono sicuro, uno squilibrato visionario.
Insomma, la cosa spaventosa che mi è capitata e alla cui mortale impronta io mi sforzo inutilmente di sfuggire, non consiste in altro se non in questo: alcuni giorni fa, precisamente il 30 ottobre, a mezzogiorno, un venditore di barometri è entrato nella mia stanza e mi ha offerto la sua merce. Io non gli ho comprato niente, l'ho minacciato anzi di gettarlo dalle scale, ragion per cui egli se n'è andato da solo.
Tu immagini subito che solo ragioni particolarissime e intimamente e profondamente radicate nella mia vita, possono aver dato un significato all'accaduto, anzi che proprio la persona di quello sciagurato mercante deve avere avuto una simile nemica influenza su di me.
E così è infatti. Chiamo a raccolta tutta la mia forza per concentrarmi e per raccontarti con calma e pazienza tanti episodi del tempo della mia infanzia, cosicché tu possa, in ognuno di essi e in quello che ora mi succede, vedere chiaramente come in limpide immagini. Mentre mi preparo a raccontare, sento Clara e te, che dite:
"Ma queste sono vere fanciullaggini!".
Oh, sì, ridete, vi prego, ridete di tutto cuore di me! Ve ne prego proprio! Ma, buon Dio!, a me si rizzano i capelli in testa e è come se vi supplicassi di ridere di me in preda a una folle disperazione, simile a Francesco Moor con il suo servo Daniele.
Ma vengo ai fatti.
Io e le mie sorelle, eccettuato il tempo di pranzo, vedevamo molto poco nostro padre durante il giorno. Egli doveva essere molto occupato con il suo impiego. Dopo la cena, che secondo l'uso antico era alle sette, andavamo tutti con la mamma nella stanza di lavoro del babbo e ci sedevamo intorno a una tavola rotonda. Il babbo fumava e poi si beveva un grosso bicchiere di birra. Spesso ci raccontava storie meravigliose e si accalorava tanto, che nel raccontare gli cadeva giù la pipa e io dovevo sempre riattaccarvi il fuoco con della carta accesa, ciò che per me costituiva ogni volta un divertimento di prim'ordine. Ma spesso ci dava anche in mano libri illustrati e se ne stava muto e rigido nella sua poltrona, soffiando intorno a sé nuvole di fumo così dense, che noi sembravamo nuotare nella nebbia. La mamma era molto triste in sere così e l'orologio batteva appena le nove, che ci diceva: "Via, bambini, a letto, a letto! Ecco arriva l'uomo della sabbia, io l'ho già capito". E veramente io sentivo ogni volta come un passo pesante e lento che faceva rumore sulla scala: quello doveva essere l'uomo della sabbia.
Un giorno questo fracasso e questo avanzare furono per me particolarmente spaventosi e mentre la mamma ci portava via, io le chiesi: "Mammina, ma chi è il cattivo uomo della sabbia, che ci porta via da papà?". "Bambino mio - rispose mia madre - non esiste nessun uomo della sabbia; quando io dico che viene l'uomo della sabbia, voglio solo dire che voi avete sonno e non potete tenere gli occhi aperti, proprio come se qualcuno vi avesse messo dentro della sabbia". La risposta della mamma non mi accontentò: anzi nel mio animo infantile si andò sviluppando l'idea che la mamma avesse negato l'esistenza dell'uomo della sabbia, per non farci spaventare; io però lo sentivo sempre venire su dalla scala. Pieno di un'intensa curiosità di conoscere qualcosa di più intorno a questo famoso uomo della sabbia e alle sue relazioni con noi bambini, interrogai alla fine la vecchia governante della mia sorella minore: che razza di uomo era dunque quest'uomo della sabbia? "O sciocchino! - rispose costei - ma non lo sai ancora? E' un uomo cattivo che viene dai bambini che non vogliono andare a letto e getta loro negli occhi manate di sabbia, finché questi non schizzano fuori sanguinanti dalla testa: allora butta gli occhi in un sacco e li porta, quando la luna splende a metà, da mangiare ai suoi piccoli; loro stanno là in un nido e hanno becchi adunchi come i gufi e beccano dal sacco gli occhietti dei bambini che non sono stati saggi". Allora in me si dipinse terrificante la figura dell'uomo della sabbia e quando a sera sentivo rumore di passi sulla scala tremavo di paura e di orrore. La mamma poteva soltanto strapparmi un grido che mi usciva alla deriva tra le lagrime: "L'uomo della sabbia! L'uomo della sabbia!". Poi scappavo via nella stanza da letto e per tutta la notte la terribile visione dell'uomo della sabbia mi tormentava.
Ero già diventato abbastanza grande per capire che le cose, riguardo all'uomo della sabbia e al suo nido di gufi sotto la luna che splende a metà, non dovevano essere proprio così come me le aveva raccontate la governante. Eppure l'uomo della sabbia restava tuttavia per me un orrendo fantasma, e terrore e raccapriccio si impadronivano di me, quando lo sentivo, non solo salire le scale, ma aprire violentemente la porta della camera di mio padre ed entrare. Per molto tempo non veniva, poi tornava più volte di seguito. Anni e anni durò in me questo terrore e mai mi riuscì di abituarmi alla ripugnante apparizione, mai impallidì in me la figura dell'uomo della sabbia. I suoi rapporti con mio padre iniziarono a preoccupare sempre più la mia fantasia, ma un invincibile senso di vergogna mi tratteneva dal chiederne a mio padre, mentre d'altra parte il desiderio di penetrare il mistero, di vedere il fiabesco uomo della sabbia aumentava con gli anni sempre più in me.
L'uomo della sabbia mi aveva messo sulla via del meraviglioso, dell'avventuroso, che di per sé si annida con tanta facilità in ogni animo infantile. Non mi piaceva leggere o ascoltare che le storie di streghe, coboldi, nani, eccetera, ma sopra a tutte quante stava ancor sempre l'uomo della sabbia, che io nelle forme più stravaganti e ripugnanti disegnavo dappertutto, su tavoli, armadi, pareti, con il gesso o con il carbone.
Quando ebbi dieci anni, mia madre mi sistemò, togliendomi dalla camera dei bambini, in una cameretta che dava sul corridoio, non lontano dallo studio di mio padre: anche allora appena suonavano le nove e lo sconosciuto si annunciava in casa con bacano, noi dovevamo allontanarci in fretta. Dalla mia cameretta io sentivo il suo entrare dal babbo e poi, quasi subito, mi sembrava che uno strano fumo odoroso si diffondesse per la casa. Sempre più forte si fece in me la curiosità e la decisione di fare in qualsiasi modo la conoscenza dell'uomo della sabbia. Spesso strisciavo veloce nel corridoio, quando la mamma era passata, senza però riuscire a capire niente attraverso questo spionaggio, perché quando ormai ero riuscito a raggiungere il posto da dove mi sarebbe stato possibile vederlo, ogni volta l'uomo della sabbia era già sparito dietro la porta. Alla fine, spinto da un impulso al quale non fui capace di resistere, decisi di nascondermi proprio nella camera di mio padre e di aspettare là l'uomo della sabbia. Dal silenzio di mio padre e dalla tristezza di mia madre, mi accorsi che quella sera l'uomo della sabbia sarebbe venuto. Finsi allora una grande stanchezza e prima che suonassero le nove lasciai la stanza e mi nascosi in fondo ad un angolo stretto e buio, vicino alla porta.
La porta di casa scricchiolò, dal pianerottolo si mossero verso la scala passi lenti e pesanti e minacciosi. La mamma mi passò in fretta davanti con le mie sorelle. Piano piano aprii la porta della camera di mio padre: egli sedeva com'era sua abitudine, muto e assente, con le spalle girate alla porta e non si accorse di me. In un attimo fui dentro, dietro la tenda appesa sul davanti di un armadio aperto, messo vicino alla porta, in cui stavano gli abiti di mio padre.
Più vicini, sempre più vicini minacciavano i passi: qualcuno tossì, si raschiò la gola in modo strano e mugolò. Il cuore mi tremava per la paura e per l'attesa. Ecco, proprio davanti alla porta, un passo brusco, poi un colpo violento sulla maniglia e la porta si aprì rumorosamente di schianto. Mi faccio animo con violenza e guardo fuori circospetto: l'uomo della sabbia sta in piedi in mezzo alla camera, davanti a mio padre, la luce chiara dei candelieri gli brucia in viso. L'uomo della sabbia, il temibile uomo della sabbia è il vecchio avvocato Coppelius, che a volte viene a pranzo da noi!
Ma la figura più orribile e rivoltante non avrebbe potuto suscitare in me terrore più profondo di questo Coppelius, per l'appunto.
Immaginati un omaccio con larghe spalle e grossa testa informe, viso terreo, sopracciglia grigie e cespugliose, sotto le quali lampeggiano due occhi verdi come quelli dei gatti e penetranti, naso grosso e pronunciato, che scende sopra il labbro superiore. La brutta bocca si torce spesso in un ghigno bieco; sulle guance gli si vedono due macchie color vino e una strana voce sibilante striscia tra due file di denti stretti.
Coppelius compariva sempre in abito grigio cenere di taglio antiquato, giacca simile per forma e per colore, uguali pantaloni, calze nere e scarpe con piccole fibbie di perle. La piccola parrucca copriva a fatica il cocuzzolo, i finti riccioli svolazzavano al di sopra delle rosse e grosse orecchie e una larga sacca di capelli pendeva rigida di traverso sul collo, cosicché era possibile intravedere la fibbia d'argento, che fermava la cravatta avvolta in molti giri. Tutto il suo aspetto era spiacevole e ripugnante; ma soprattutto le sue manacce pelose e ossute eccitavano in noi bambini il disgusto più intenso, tanto che non potevamo più soffrire quello che lui aveva toccato. Coppelius, che l'aveva notato, provava ora un maligno piacere nel toccare, con questo e quel pretesto, ora un pezzetto di torta, ora un frutto dolce che la mamma ci aveva messo di nascosto sul piatto, così che noi, con le lacrime agli occhi, non potevamo più gustare per lo schifo e la ripugnanza la ghiottoneria, dalla quale avremmo potuto trarre tanto godimento. E faceva lo stesso, quando nei giorni di festa il babbo ci versava un bicchierino di buon vino. Veloce stendeva la sua manaccia sui nostri bicchieri o fingeva addirittura di portarli alle livide labbra.
E la sua risata era proprio diabolica, poiché noi non potevamo che esprimere in silenziosi singhiozzi la nostra rabbia. Ci chiamava continuamente "piccoli animali": a noi non era permesso in sua presenza farci sentire con il minimo suono, ma esecravamo quell'uomo odioso e nemico, che guastava le nostre più piccole gioie con vera premeditazione e con piena coscienza.
La mamma aveva l'aria di odiare proprio come noi questo sinistro Coppelius, poiché non appena egli si faceva vedere, la sua allegria, il suo umore gaio e sereno si trasformavano in triste e tetra serietà. Il babbo si comportava con lui come se fosse un personaggio importante, le cui scortesie conveniva sopportare con indulgenza, che doveva comunque essere ricevuto con buon umore. Egli aveva solo bisogno di accennarlo appena appena, e i piatti preferiti erano cucinati e venivano fatti arrivare dalla cantina vini rari.
Quando dunque io vidi questo Coppelius, si fece strada nella mia anima la convinzione raccapricciante e spaventosa che nessun altro in verità, all'infuori di lui, poteva essere l'uomo della sabbia; ma costui non era più ormai per me lo spauracchio della storia della vecchia governante, che porta gli occhi dei bambini al suo nido di gufi, alla luce della luna, perché essi ne facciano il loro cibo, oh! no!, ma un odioso stregone, un essere mostruoso simile a uno spirito malefico che dovunque arriva porta dolore, miseria, rovina temporanea ed eterna.
Rimasi impietrito in una specie di rigido incantamento. A rischio di venire scoperto e, come prevedevo chiaramente, punito con ogni severità, me ne stetti lì in piedi, sporgendo in avanti la testa a spiare. Mio padre accolse festosamente Coppelius. "Su, al lavoro!", gridò costui con voce rauca e stridente, e scagliò lontano il soprabito. Mio padre, silenzioso e cupo, si tolse la sua veste da camera e tutti e due indossarono lunghi camici neri. Notai di sfuggita il posto, dal quale essi li avevano tolti. Mio padre aprì il battente dell'armadio a muro e io vidi allora che quello che per tanto tempo avevo pensato che fosse tale, non era un armadio a muro, ma più che altro una cavità nera in cui stava un piccolo focolare. Coppelius vi si avvicinò ed una fiamma azzurra si levò scoppiettando dal fornello. Mio Dio! Quando il mio vecchio babbo si chinò a sua volta sul fuoco, egli apparve completamente trasformato! Lo spasimo di un crudele dolore sembrava aver deformato i suoi tratti onesti e miti in un'odiosa immagine diabolica. Assomigliava a Coppelius. Costui brandì la tenaglia incandescente e sollevò, togliendole dal denso fumo, masse rosseggianti, che cominciò poi a martellare con ogni cura. A me sembrava che tutt'intorno diventassero visibili volti umani, ma privi degli occhi; profonde, orride cavità nei visi invece degli occhi.
"Qui, datemi occhi, datemi occhi!" gridò Coppelius, con voce bassa e minacciosa. Io me ne uscii in un grido, attanagliato da un terrore selvaggio e precipitai fuori dal mio nascondiglio, cadendo sul pavimento. Allora Coppelius mi afferrò: "Piccolo animale! Piccolo animale!" belò digrignando i denti: mi tirò su e mi gettò sul fornello, così che già le fiamme cominciavano a lambire i miei capelli. "Adesso sì che abbiamo occhi, occhi, un bel paio di occhi di bambino!" Così soffiava Coppelius, prendendo dal fuoco un pugno di granelli infocati per seminarmeli negli occhi. Allora mio padre alzò supplichevole le mani e gridò: "Maestro, lascia gli occhi al mio Natanaele, lasciaglieli!". Coppelius fece risuonare la sua risata e poi gridò: "Tenga pure il giovanotto i suoi occhi per lacrimare nel mondo, quanto gli è stato assegnato! Ma diamo un po' un'occhiata al meccanismo delle mani e dei piedi". E, detto questo, mi afferrò con tale violenza, che mi scricchiolarono le giunture e prese a svitarmi piedi e mani, costringendoli ora in questa, ora di nuovo in quest'altra posizione. "Non stanno bene in nessun modo! E' proprio uguale a prima! Il vecchio sapeva il fatto suo!" andava sibilando fra i denti Coppelius; ma tutto intorno a me diventò buio e nero, un crampo improvviso mi attraversò i nervi e le ossa, non sentii più niente.
Un dolce e tiepido soffio mi sfiorò il volto e fu come se mi svegliassi da sonno di morte: mia madre stava china su di me:
"E' ancora qui l'uomo della sabbia?" chiesi a fatica. "No, bambino mio, è via, lontano lontano da qui e non ti può più fare male!". Così parlò mia madre e baciò e accarezzò il suo povero bimbo salvato.
Ma perché continuare a stancarti, mio carissimo Lotario? A che scopo continuare a dilungarmi in prolissi particolari su di un unico fatto, quando resta ancora tanto da raccontare? Insomma: io ero stato scoperto nel mio spionaggio e malmenato da Coppelius. Il terrore, la paura mi avevano procurato un'altissima febbre nervosa a causa della quale rimasi infermo per molte settimane.
"E' ancora qui l'uomo della sabbia?". Queste furono le prime parole sensate che io pronunciai, e furono appunto il segno della mia guarigione e della mia salvezza.
Ma devo raccontarti ancora un solo, il più spaventoso momento della mia adolescenza e poi tu sarai convinto che non dipende da difetto dei miei occhi, se tutto mi appare adesso incolore; ma davvero un destino oscuro ha steso sopra la mia vita un fosco velo di nuvole, che strapperò forse soltanto morendo.
Poteva essere passato un anno, quando noi sedevamo una sera, secondo l'antica immutata abitudine, intorno alla tavola rotonda. Il babbo era molto felice e ci raccontava numerosi e divertenti particolari di viaggi, che egli aveva compiuto nella sua gioventù. Ed ecco che allo scoccare delle nove, improvvisamente, sentimmo la porta di casa scricchiolare sui cardini e lenti, pesantissimi passi salire minacciando dall'ingresso su per le scale. "Coppelius!" disse mia madre impallidendo. "Sì, è Coppelius!" ripeté mio padre con voce stanca e spezzata. Dagli occhi di mia madre caddero a fiotti le lacrime. "Ma, babbo, babbo!, deve proprio essere così?!". "E' l'ultima volta rispose lui. - E' l'ultima volta che viene nella mia casa, questo te lo prometto! Adesso va', va' via con i bambini. Andate, andate a letto! Buona notte!".
Io mi sentii come schiacciato tra pietre fredde e pesanti, mi si mozzò il respiro. Mentre me ne restavo lì immobile, la mamma mi prese per un braccio: "Vieni, Natanaele, ma vieni dunque!". Mi lasciai portar via:
entrai nella mia stanza. "Stai calmo e tranquillo, mettiti a letto e dormi, dormi!" mi gridò dietro mia madre.
Ma non potevo chiudere gli occhi, tormentato com'ero nell'intimo da un'indescrivibile ansia. L'odiato, l'orrido Coppelius mi stava davanti, con i suoi occhi scintillanti e mi rideva in faccia biecamente; invano tentavo di liberarmi dalla sua immagine.
Poteva essere mezzanotte, quando risuonò un colpo spaventoso, simile a quello dell'artiglieria in azione. L'intera casa tremò minacciosamente, qualcuno passò rumoreggiando davanti alla mia porta; il portone d'ingresso venne sbattuto con rumore di catenacci.
"Questo è Coppelius!" gridai terrorizzato e saltai dal letto. Era tutto un acuto urlìo senza conforto doloroso. Mi precipitai nella stanza di mio padre, la porta era aperta, un fumo soffocante mi assalì: la ragazza di servizio gridava: "Ah! il signore! il signore!".
Sul pavimento, davanti al fuoco fumante giaceva mio padre, morto, il suo viso ustionato era nero e orrendamente contorto; intorno a lui, vicino a mia madre svenuta, mugolavano e si lamentavano le mie sorelle. "Coppelius, satana scellerato, tu hai assassinato mio padre!" gridai e persi i sensi.
Quando due giorni dopo mio padre fu composto nella bara, i tratti del suo viso erano di nuovo miti e dolci come lo erano stati nella sua vita. E un senso di conforto entrò nella mia anima, perché il suo legame con il diabolico Coppelius non aveva potuto trascinarlo nell'eterna rovina.
L'esplosione aveva risvegliato i vicini, l'accaduto fu presto pubblicamente noto e venne a conoscenza dell'autorità, che voleva citare in giudizio Coppelius. Ma egli era sparito dalla nostra città, senza lasciare nessuna traccia di sé.
Quando io ti dico ora, o mio carissimo amico, che il venditore di barometri era proprio lo scellerato Coppelius, tu non puoi disapprovarmi se interpreto la nemica apparizione come apportatrice di gravi mali. Egli era vestito diversamente, ma l'aspetto di Coppelius e i tratti del suo viso sono troppo profondamente e intimamente impressi nel mio animo perché sia possibile un errore. Qui egli si spaccia adesso per un meccanico piemontese e si fa chiamare Giuseppe Coppola.
Io sono fermamente deciso ad incontrarmi con lui, e, accada quel che accada, a vendicare la morte di mio padre.
Non dire niente alla mamma, riguardo all'apparizione dell'orrendo demonio. Saluta la mia amata, la mia soave Clara, a lei scriverò in una condizione d'animo più tranquilla. Addio!...
Clara a Natanaele
E' vero, sì, che tu da molto tempo non mi scrivi, ma io voglio pensare di essere ancora viva nel tuo ricordo e nel tuo affetto. Perché a me era certo vivacemente rivolto il tuo pensiero, quando volendo spedire la tua ultima lettera a Lotario, invece che a lui, la indirizzasti a me. Tutta gioiosa io lacerai la busta e, subito, le prime parole mi fecero capire l'errore. "O mio carissimo Lotario...". Veramente a questo punto io non avrei dovuto continuare la lettura e consegnare invece la lettera a mio fratello.
Ma io (tu stesso me l'hai a volte rinfacciato stuzzicandomi per gioco) ho un temperamento femminile tanto cauto e tranquillo, che, come più o meno ogni donna, minacci pure la casa rovina, per prima cosa davanti all'imminente distruzione farei scomparire dalle tendine della finestra una piega falsa. Eppure, ad onta della mia abituale calma, ti assicuro che l'inizio della tua lettera mi ha profondamente scosso.
O mio amatissimo Natanaele! Ma come è possibile che nella tua vita sia entrato qualcosa di tanto orribile!
La tua descrizione del sinistro Coppelius è terrificante!
Continuai dunque a leggere. E venni così a conoscenza, allora per la prima volta, dell'orribile, violenta, morte che ti ha tolto il tuo vecchio padre. Lotario, a cui feci notare le singolari circostanze di quella morte, cercò di ricondurmi alla calma, ma gli riuscì male.
Il fatale venditore di barometri Giuseppe Coppola mi perseguitava a ogni passo e quasi mi vergogno di confessare che aveva perfino il potere di turbare il mio sonno, di solito così tranquillo.
Ma presto, anzi proprio il giorno dopo, tutto aveva già preso in me un altro aspetto.
Non essere dunque in collera con me, amico mio che così profondamente amo, se Lotario ti accennerà che, malgrado il tuo strano presentimento che Coppelius è qui per farti del male, io conservo il mio umore sereno e spensierato.
E ora voglio confessare, solo a te, che secondo me tutto il terribile e lo spaventoso di cui tu parli non accade che nell'interno del tuo animo; il mondo esterno e la sua realtà vera hanno in tutto questo ben poca parte. Il vecchio Coppelius era sicuramente un individuo sinistro, ma era appunto il fatto che vi odiasse, a suscitare in voi bambini quella estrema ripugnanza. Nel tuo infantile sentire lo spaventoso uomo della sabbia della favola si riallacciava naturalmente al vecchio Coppelius che, anche se tu non avessi creduto all'esistenza dell'uomo della sabbia, sarebbe sempre rimasto per te uno spirito maligno particolarmente dannoso ai bambini, assimilabile ad uno spirito cattivo. Lo spiacevole e faticoso lavoro notturno con tuo padre, non consisteva tuttavia in altro, se non in ricerche alchimistiche che i due praticavano in segreto e che tua madre non poteva vedere di buon occhio, poiché in primo luogo erano senza dubbio causa di grande inutile dispendio di denaro: e poi, come succede a tutti quelli che si danno a simili occupazioni, distoglievano dalla famiglia lo spirito e il sentimento di tuo padre, essendo egli tutto preso dall'ingannevole impulso a raggiungere una superiore conoscenza. Certamente tuo padre ha dovuto la sua tragica morte a una disattenzione e Coppelius non ne è colpevole.
Crederai che ieri ho interrogato il nostro versatissimo vicino, il farmacista, per sapere da lui se nel corso di ricerche e di esperimenti chimici siano possibili improvvise esplosioni? Egli mi ha detto: "Eh! ma certamente!" e mi ha descritto a modo suo, molto prolissamente e circonstanziatamente, come questo possa succedere, aggiungendo tanti e tali nomi dal suono strano, che io non li ho proprio potuti trattenere. Ecco che a questo punto tu ti senti molto maldisposto verso la tua Clara e dici: "In quel freddo animo non passa e non si agita nessun raggio del Misterioso, di quel che spesso afferra e circonda l'uomo con invisibili braccia: lei vede solo la variopinta superficie del mondo e si rallegra come il più ingenuo bambino del bel frutto rilucente d'oro, dentro al quale sta nascosto il veleno letale".
O mio amatissimo Natanaele! Ma non credi tu dunque che anche in nature serene, spregiudicate, spensierate possa abitare il presentimento di un oscuro potere, che tende con tutte le forze a rovinarci nell'interno stesso della nostra anima? Considera dunque con indulgenza il fatto che io, pur non essendo che una fanciulla, osi spiegare in qualche modo quello che io davvero credo di simili lotte interne.
Ecco però che, al momento buono, non riesco a trovare le parole adatte e tu riderai di me non perché le mie teorie siano assurde, ma perché te le esprimo in un modo così maldestro!...
Se esiste un oscuro potere, con modalità e con intento davvero nemico e traditore pone nell'interno del nostro animo un filo, per mezzo del quale ci lega poi strettamente e ci trascina su un pericoloso e rovinoso cammino, che altrimenti noi non avremmo mai intrapreso, se esiste un simile oscuro potere, esso deve necessariamente foggiarsi in noi simile a noi stessi, anzi diventare noi stessi, poiché solo cosi noi crediamo nella sua esistenza ed assegnamo ad esso un posto, il posto che gli serve appunto per portare a termine il suo misterioso lavoro. Ma se noi avremo animo saldo e rafforzato dalla serenità della vita, e tale che sempre riconosca nel suo vero essere ogni influsso estraneo e ostile e cammini con passo tranquillo sulla via che per inclinazione e vocazione abbiamo intrapreso, allora questo spiacevole potere si aggirerà in inutili cerchi intorno alla figura che deve costituire il nostro proprio specchio.
E' anche certo, come aggiungeva Lotario, che l'oscuro potere fisico, una volta che noi ci siamo dati completamente a lui, spesso spinge a forza nel mondo interno del nostro animo forme estranee, simili a quelle che manda sul nostro cammino il mondo esterno, così che noi stessi suscitiamo da soli quello spirito che poi immaginiamo che ci parli da quelle forme. E' questo il fantasma del nostro proprio Io, la cui intima parentela e la cui profonda influenza sul nostro animo ci sprofonda nell'inferno o ci inebria alle altezze del Cielo.
Tu lo vedi, mio amato Natanaele; io e Lotario ci siamo pronunciati sulla sostanza o natura di quell'oscura forza o violenza e a me tutto sembra adesso ordinato e profondo, adesso che, non senza fatica, sono andata esponendo il più e il più importante.
Le ultime parole di Lotario io non le capisco troppo bene, riesco appena ad intuire quello che lui intende con esse, eppure, sento, sono convinta che tutto è vero.
Ti prego, scaccia lontano dal tuo spirito e per sempre l'odioso avvocato Coppelius e il venditore di barometri Giuseppe Coppola! Sii convinto che niente possono su di te queste estranee apparizioni, che solo il fatto che tu creda a esse e alla loro potenza nemica, può rendertele in realtà nocive. Se da ogni riga della tua lettera non parlasse alto la profonda eccitazione del tuo animo scosso e il tuo stato non mi addolorasse nel più profondo dell'anima, potrei davvero scherzare a proposito dell'avvocato - uomo della sabbia - venditore di barometri Coppelius.
Sii sereno, sereno! Voglio apparire accanto a te come il tuo angelo protettore e con limpido riso mettere in fuga l'odioso Coppelius, se egli si permettesse di introdursi nei tuoi sogni. Io non temo né lui né le sue manacce ossute, dovesse egli come avvocato guastarmi una ghiottoneria o come uomo della sabbia gli occhi.
Eternamente tua....
Natanaele a Lotario,
Mi è dispiaciuto veramente molto che Clara abbia letto la mia ultima a te, avendo aperto la lettera, certo per sbadataggine mia erroneamente a lei indirizzata. Mi ha scritto una profonda, filosofica lettera nella quale distesamente mi dimostra come Coppelius e Coppola esistano solo in me e siano fantasmi del mio Io, che se ne vanno immediatamente in polvere, nel momento stesso in cui io li riconosca come tali. In realtà nessuno crederebbe mai che quello stesso spirito che spesso sorride come un caro e dolce sogno da quegli occhi puri e chiari di bambina, possa poi saper sillogizzare e filosofare tanto magistralmente. Nella sua lettera lei cita te. Penso quindi di essere stato oggetto di vostre comuni discussioni e forse tu le hai letto anche trattati di logica, onde lei potesse far bella mostra delle varie teorie e ordinatamente raggrupparle. Ti prego, lascia stare!
D'altra parte è forse proprio vero che il venditore di barometri Giuseppe Coppola non è neppure per sogno il vecchio avvocato Coppelius. Io seguo le lezioni del professore di fisica, da poco arrivato qui, che come il celebre naturalista si chiama Spallanzani ed è di origine italiana. Egli conosce Coppola già da molti anni e, d'altra parte, dalla sua pronuncia si capisce subito che costui è un piemontese. Coppelius era invece un tedesco e, a quanto mi risulta, non un onesto tedesco. Eppure non riesco a sentirmi completamente tranquillo. Tu e Clara potete pensare finché volete che io sia un tenebroso sognatore, ma io non posso liberarmi dall'impressione che esercita su di me il maledetto volto di Coppelius. Sono contento che lui, come so da Spallanzani, si sia allontanato dalla città. Questo professore è uno strano tipo di nottolone. E' un ometto tondo, con zigomi piuttosto sporgenti, naso sottile, bocca dalle labbra arricciate, occhi piccoli e penetranti.
Lo vedrai meglio, che non in questa mia descrizione, se guardi il ritratto di Cagliostro fatto da Chodowiecki e riprodotto non so più su quale almanacco berlinese. Giorni fa salivo le scale di casa sua quando mi accorsi che nonostante una tenda tirata sopra una porta a vetri era rimasto da un lato un piccolo spiraglio. Non so neppure io come mi sia venuta la curiosità di guardarvi attraverso.
Una signorina alta, molto snella e dalla figura armoniosamente proporzionata, vestita elegantemente, sedeva nella stanza davanti ad un tavolino, su cui si appoggiava con entrambe le braccia, congiungendo le mani. Sedeva di fronte alla porta, per cui io potevo vedere interamente il suo viso d'angelo. Essa sembrava non accorgersi di me e i suoi occhi avevano un che di fisso, direi quasi che non avevano vista. Ebbi l'impressione che dormisse ad occhi aperti. Provai un senso di disagio e mi allontanai silenziosamente per entrare nella sala di lezione, situata lì vicino. Venni poi a sapere che la figura da me scorta è la figlia di Spallanzani, Olimpia, che il padre in modo incomprensibile e crudele tiene rinchiusa: a nessuno è permesso di avvicinarsi a lei. Probabilmente esistono delle circostanze determinanti: forse la ragazza è deficiente o qualcosa di simile. Ma chi sa perché ti scrivo tutto questo. Devi sapere che tra quattordici giorni sarò tra voi. Devo proprio rivedere il mio dolce, il mio caro angelo, la mia Clara. In un soffio scomparirà quel malumore che ha tentato di impadronirsi di me, dopo la fatale altamente filosofica sua lettera. Per questo appunto neppure questa volta le scrivo. Mille saluti...
Niente potrà sembrare più strano e più fantastico di quello che capitò al mio povero amico lo studente Natanaele, e che io, o cortese lettore, inizio a raccontarti.
Hai già vissuto tu, o molto benevolo, una simile esperienza? Furono mai il tuo cuore, la tua mente, i tuoi pensieri in simile misura traboccanti, che ogni altra cosa veniva da essi scacciata? Qualcosa in te fermentava, ribolliva il tuo sangue, divenuto ardore cocente, e scorreva a fiotti violenti nelle tue vene e colorava più intensamente le tue guance. Il tuo sguardo diventava strano, nuovo, quasi volesse afferrare nello spazio deserto figure negate ad ogni altra vista e le tue parole si scioglievano in oscuri sospiri. Ti interrogavano allora gli amici: "Ma che vi accade egregio amico? Che avete, caro?". E tu a voler descrivere l'interno mondo di immagini con i colori più vivi e ardenti e ombre e luci, ad affaticarti a trovare parole che ti aiutassero almeno a cominciare. Ma tutto il meraviglioso, il magnifico, il terribile, l'allegro, il raccapricciante, che era successo in te, ti si presentava tutto contemporaneamente e voleva essere espresso nella prima parola; avresti voluto colpire tutto in un colpo, come una scarica elettrica. E tuttavia ogni parola, ogni tuo potere espressivo ti sembrava incolore, annebbiato e morto. Cercavi, cercavi di nuovo e balbettavi, sillabavi a fatica, mentre le fredde, incomprensive frasi degli amici entravano a spegnere l'interna fiamma, simili a soffio di vento gelato, finché essa non si spegneva. Ma se tu avessi invece, così come opera un avveduto pittore, dato inizio al tuo lavoro con pochi tocchi, tracciando l'abbozzo della tua immagine interiore, allora saresti poi venuto apportando alla scena sempre più vivi e caldi colori, con fatica non pesante, e la vivente folla delle multiformi molteplici figure avrebbe trascinato gli amici, che, come te, avrebbero visto se stessi in mezzo a quella scena, scaturita dal tuo sentimento.
Nessuno (a te, benevolo lettore, devo confessarlo) mi ha chiesto fino ad ora la storia dello studente Natanaele, ma tu sai bene che io faccio parte di quella strana razza degli autori, ai quali, quando essi portino in sé qualcosa di simile a quello che prima ho descritto, nasce nell'animo la convinzione che ognuno, anzi il mondo intero, chieda loro, avvicinandosi: "Ma di che cosa si tratta dunque? Raccontateci tutto, carissimo!".
Qualcosa mi spingeva dunque con violenza a raccontarti la vita dello studente Natanaele, che si svolse sotto il peso del destino. Quello che in essa vi fu di fantastico, di straordinario, riempì tutta la mia anima, ma appunto per questo e perché dovevo subito renderti, o lettore, disposto ad ascoltare e a sopportare una storia che ha dell'insolito, mi tormentai per trovare alla storia di Natanaele un inizio significativo, originale, captatore di attenzione.
"C'era una volta...": l'inizio più bello di ogni favola era troppo freddo.
"Nella piccola città di provincia di ... viveva...": ecco, questo era già meglio, almeno dava subito il tono.
Oppure entrare subito "in medias res". "'Ma vada al diavolo!' gridò, mentre ira e terrore gli davano un aspetto selvaggio, lo studente Natanaele, quando il venditore di barometri Giuseppe Coppola...".
Avevo anzi già incominciato cosi, quando mi sembrò di scorgere nell'aspetto selvaggio dello studente Natanaele qualcosa di grottesco. Ma la sua storia non è certo una farsa.
Insomma nessun discorso mi si presentò alla mente, che riflettesse il benché minimo splendore coloristico del mio quadro interiore.
Decisi di non cominciare proprio. Tu, benevolo lettore, considera le tre lettere che l'amico Lotario mi ha gentilmente comunicato, come abbozzo del quadro, al quale, raccontando, io mi sforzerò ora di apportare colori e ancora colori. Mi succederà forse, come a un buon ritrattista, di mettere insieme alcune figure, che tu troverai somiglianti anche senza conoscerne l'originale, tanto che crederai di aver visto quei personaggi con i tuoi propri occhi. In seguito crederai, forse, o lettore, che non c'è niente di più meraviglioso e di più pazzo della vita reale e che al poeta è concesso soltanto di raccoglierla come riflesso in uno specchio oscuro.
Perché sia più chiaro quello che subito fin dall'inizio è necessario sapere, resta da aggiungere al contenuto di queste lettere, che dopo la morte del padre di Natanaele, Clara e Lotario, figli di un lontano parente morto anche lui, lasciandoli orfani, erano stati raccolti in casa della madre di Natanaele. Clara e Natanaele sentirono uno per l'altra una forte inclinazione, contro la quale nessuno avrebbe potuto opporsi. Erano quindi fidanzati quando Natanaele lasciò la città per andare a proseguire i suoi studi a G. Da qui appunto egli scrive le sue ultime lettere e qui segue i corsi del celebre professore di fisica Spallanzani.
Ora io potrei di buon animo continuare il cammino del mio racconto, ma in questo istante l'immagine di Clara è così viva davanti ai miei occhi che non mi è possibile distoglierne lo sguardo, come sempre è successo quando, sorridendo dolcemente, lei mi ha fissato. Clara non poteva certo essere stimata una bellezza: era questa l'opinione di tutti quelli che per il loro ufficio devono intendersi di bellezza. E tuttavia gli architetti avrebbero lodato le pure proporzioni della sua figura, i pittori avrebbero trovato il suo collo, le sue spalle, il suo petto forse troppo casti, ma si sarebbero certo innamorati dei suoi meravigliosi capelli da Maddalena e soprattutto li avrebbe estasiati il suo colorito alla Battoni. Un pittore, un tipo veramente dotato di fantasia, paragonò un giorno gli occhi di Clara a un lago di Ruesdael, in cui si rispecchi il puro azzurro di un cielo senza nubi, la verde distesa di una foresta, i fiori e l'intera variopinta serena vita di un lussureggiante paesaggio. Poeti e maestri dell'arte del dire vanno ancora più là: "ma che lago, ma che specchio! Possiamo guardare questa fanciulla senza che dal suo aspetto si sprigionino verso di noi canti meravigliosi e suoni, così che ogni cosa in noi si risveglia?.... Che se poi non diamo inizio a un canto davvero eccelso, la colpa è della nostra pochezza, e il lieve sorriso di Clara lo dice chiaramente, che sfiora le sue labbra quando incominciamo a snocciolarle qualcosa che dovrebbe equivalere a una canzone, mentre invece si alternano tra loro solo pochi toni e scombinati....".
Le cose stanno così. Clara aveva la fantasia di un bambino sereno, francamente semplice, infantile, un animo profondamente femminile, un intelletto limpido e acuto. Le persone nebulose e ondeggianti non avevano con lei buon gioco, poiché senza molto parlare, che questo non si addiceva alla silenziosa natura di Clara, il suo limpido sguardo diceva loro insieme a quel sorrisetto ironico: "Miei cari amici, come potete dunque convincermi che quel vostro mondo di ombre trapassanti io debba considerarlo mondo di figure vere, dotate di vita e di movimento?".
Per questo Clara era considerata da alcuni fredda, priva di sentimento, prosaica; altri che della vita avevano una concezione solare e insieme profonda, amavano quella fanciulla piena di sentimento, comprensiva, infantile, ma nessuno la amava quanto Natanaele, che pure spiritualmente viveva nel mondo della scienza e dell'arte.
Clara era affezionata con tutta la sua anima al suo fidanzato, e le prime nubi solcarono la sua vita, quando dovette allontanarsi da lei. Con che rapimento volava tra le sue braccia, quando, come le sue ultime lettere a Lotario mostravano, egli rientrava nella sua città nativa, nella stanza di sua madre!...
Accadde come Natanaele aveva previsto: nell'istante in cui rivide Clara, non pensò più né all'avvocato Coppelius né alla troppo ragionevole lettera di Clara; ogni malinteso tra loro era sparito.
Eppure non a torto Natanaele aveva scritto a Lotario che il sinistro venditore di barometri Coppola era entrato nella sua vita per portarvi il Male. Tutti ebbero questa impressione: fin dai primi giorni Natanaele si mostrò così diverso, così completamente mutato in tutte le espressioni del suo carattere, immerso in un cupo fantasticare: presto si comportò in modo strano, che nessuno gli conosceva. Tutti le cose della vita erano diventate per lui sogno e presentimento, continuamente diceva che ogni uomo, pur credendosi libero, non serve in realtà che a oscure potenze, al loro crudele gioco, e invano ci si oppone: è giocoforza adattarsi umilmente a ciò che il destino ci ha imposto. Giunse perfino ad affermare che è da pazzi il credere in una libera arbitraria creazione artistica o scientifica: poiché l'esaltazione o estasi nella quale soltanto ci è possibile creare, non proviene dal nostro mondo interno, ma da un superiore principio che sta fuori di noi.
A Clara questo mistico farneticare era sgradevole al massimo, ma sembrava che vano riuscisse il suo opporsi. Solo quando Natanaele volle dimostrarle che Coppelius era il principio del male, che si era impossessato di lui quando aveva guardato attraverso il vetro da dietro la tendina e che, entrando nella sua vita, questo principio del male avrebbe distrutto la sua felicità amorosa in modo spaventoso, soltanto allora Clara si fece molto seria e disse: "Sì! Natanaele, hai ragione! Coppelius è un principio del male, un principio nemico. Egli può di sicuro avere su di te l'azione spaventosa di una potenza diabolica che entrasse sensibilmente nella tua vita, ma solo nel caso che tu non lo bandisca dalla tua mente e dal tuo sentimento. Finché tu credi in lui, anche lui esiste e agisce, la tua fede nella sua esistenza è la sua sola forza.
Natanaele, molto irritato che Clara volesse stabilire l'esistenza dell'essere demoniaco solo nel suo mondo interiore, voleva attaccare l'intera teoria mistica dei demoni e delle potenze del male. Clara lo interruppe, a sua volta irritata, senza per altro opporgli una teoria equivalente a non minore irritazione di lui. Egli era dell'opinione che certe fredde e negative disposizioni d'animo si precludessero da sole la via alla comprensione di simili profondi misteri, ma, non rendendosi conto che con questo egli annoverava Clara tra quelle nature inferiori, niente tralasciò per iniziarla ai misteri. Di prima mattina, quando Clara aiutava a preparare la colazione, egli le sedeva accanto e le leggeva ogni specie di libri di mistica, tanto che un giorno Clara dovette pregarlo: "Ma caro Natanaele, se io adesso volessi prendermela con il cattivo principio che in questo momento agisce sul mio caffè? Poiché se, come pretendi tu, lasciassi stare ogni cosa e ti guardassi negli occhi mentre leggi, il caffè mi si rovescerebbe sul fuoco e tutti voi stamattina non avreste nessuna colazione".
Natanaele chiuse con violenza il libro e se ne andò di corsa a chiudersi nella sua camera, pieno di malumore.
Prima egli componeva con una notevole forza espressiva vivaci racconti dall'atmosfera gaia, che Clara ascoltava con intimo piacere: ora le sue poesie erano cupe, incomprensibili, informi, così che anche quando Clara gli risparmiava le sue osservazioni, egli aveva tuttavia la sensazione di quanto poco esse si accordassero con il suo mondo interiore.
D'altra parte niente era altrettanto letale per Clara della noia. Subito nel suo sguardo e nei suoi discorsi si manifestava una invincibile sonnolenza spirituale. E le poesie di Natanaele erano in realtà molto noiose. Il suo malcontento per la freddezza di Clara andò intanto sempre più aumentando, mentre da parte sua Clara non poté superare il suo malumore per le cupe, oscure produzioni di Natanaele, così che senza rendersene conto, essi andarono allontanandosi spiritualmente l'uno dall'altra.
La figura dell'odioso Coppelius, come Natanaele stesso era costretto a confessare a se stesso, era impallidita nella sua fantasia e spesso gli costava fatica dipingerlo a vivi colori nelle poesie, dove lo faceva apparire come "ba-bau" del destino.
Volle infine un giorno esprimere in poesia il presentimento che Coppelius dovesse distruggere il suo amore felice. Rappresentò se stesso e Clara legati da più profondo affetto, ma di tanto in tanto nella loro vita entrava una nera manaccia e afferrava e ne strappava via una gioia, che in essa era nata. Finalmente, quando già stavano davanti all'altare nuziale, ecco che appare spaventoso Coppelius e tocca i puri occhi di Clara ed essi balzano sul petto di Natanaele simili a scintille sanguinose annerendo e bruciando. E Coppelius lo afferra, lo getta in un ardente cerchio di fiamme, che si avvolge a spirale con la rapidità del turbine, lo trascina via in un infocato risucchio. Risuona un muggito simile a quello dell'uragano che furioso flagella le onde del mare schiumose, quando si alzano dritti neri giganti dalla bianca testa in una lotta rabbiosa. Attraverso il selvaggio boato egli sente la voce di Clara: "Ma non li riconosci? Coppelius ti ha ingannato, non erano i miei occhi che bruciavano così sul tuo petto, erano gocce di sangue scaturite dal tuo stesso cuore; io li ho ancora i miei occhi, ma guardami ti prego!". Natanaele pensa:
"E' Clara e io sono suo in eterno!". E il suo pensiero afferra con forza violenta il cerchio di fuoco, così da farlo cessare: nel nero gorgo il mugghiare di prima si spegne in un sordo brontolìo. Natanaele fissa i suoi occhi negli occhi di Clara e è la morte che da essi guarda a lui sorridendo amorosa.
Mentre andava mettendo questo argomento in versi, Natanaele era freddo e tranquillo, si fermava a correggere e a limare e poiché si era sottoposto alle leggi della rima e del metro non si stancò finché tutto non fu disposto in un insieme armonioso e dal ritmo fluente. Ma quando ebbe finito e lesse da solo la poesia ad alta voce, raccapriccio e selvaggio terrore si impadronirono di lui e gridò: "Chi parla con questa terrificante voce?". Tuttavia ogni cosa gli sembrò di nuovo ben presto come una ben riuscita creazione poetica che - pensò - avrebbe potuto riscaldare la freddezza di Clara; non gli venne in mente che senza scopo avrebbe esaltato l'animo di Clara e che a nient'altro avrebbe potuto portare una tale lettura se non ad angoscia di raccapriccianti immagini, annunciatrici di una sorte orrenda, che avrebbe distrutto il loro amore. Clara era molto serena mentre essi sedevano insieme nel giardino della mamma: Natanaele da tre giorni - quelli appunto nei quali era stato occupato a scrivere il suo poema - non l'aveva tormentata con sogni e presentimenti. E poiché egli parlava ora di cose allegre in tono vivace e spensierato come una volta, Clara disse: "Ora finalmente ti ho di nuovo per me! Vedi che abbiamo cacciato lontano l'orrendo Coppelius?". Ed ecco che a queste parole ritornò in mente a Natanaele la poesia, che aveva in tasca e che aveva deciso di leggerle. Tirò fuori i fogli e diede inizio alla sua lettura. Clara, prevedendo una delle solite noiose cose, e rassegnandocisi, cominciò a lavorare tranquillamente a maglia. Ma poiché l'oscurità delle nubi si incupiva alzandosi sempre più nera sulla visione, lei lasciò cadere il suo lavoro e fissò in viso Natanaele. La poesia lo trascinava irresistibilmente, l'interna fiamma colorava di un rosso vivo le sue guance, dagli occhi gli sgorgavano lacrime. Finì e con un lamento carico di profonda languidezza sospirò, afferrando la mano di Clara, come disfatto in un dolore senza conforto: "Ahimè, Clara! Clara!". Clara lo attirò sul suo petto e disse piano, ma con grande lentezza e serietà: "Natanaele, mio tanto amato Natanaele, getta quella folle, quella assurda, quella delirante fiaba sul fuoco!".
Molto crucciato Natanaele si alzò in piedi e, respingendo da sé Clara, gridò: "Ma vattene, dannato automa senza vita!". E corse via: Clara, offesa a morte, scoppiò a piangere amaramente: "Mai, non mi ha amato mai perché non mi capisce!" singhiozzava ad alta voce. Lotario entrò in quell'istante nel pergolato: Clara fu costretta a raccontargli l'accaduto. Egli amava con tutta l'anima sua sorella e ogni parola della sua lamentosa accusa gettò una scintilla nel suo animo e il malumore che da tempo nutriva contro il sognatore Natanaele si accese fino a diventare ira selvaggia.
Corse da Natanaele, gli rinfacciò con dure parole la sua assurda condotta verso sua sorella. Un "fantastico delirante imbecille" venne ricambiato con un "miserabile volgare uomo mediocre". Il duello era inevitabile. Decisero di battersi alla sciabola secondo il locale costume studentesco il giorno dopo dietro il giardino. Si aggiravano muti e scuri in viso, ma Clara aveva sentito la lite violenta e vide all'alba il maestro di scherma portare le sciabole. Capì quello che volevano fare. Arrivati sul luogo della lotta, Lotario e Natanaele si tolsero in un tetro silenzio i soprabiti e nell'ardore dei loro occhi c'era tutto il desiderio sanguinoso di lotta; già stavano per lanciarsi uno contro l'altro, quando arrivò impetuosamente Clara dalla porticina del giardino. Singhiozzando gridò forte: "Mi fate orrore! Selvaggi e pazzi che siete! Colpite subito me, finitemi, prima di assalirvi a vicenda! Come potrei vivere più a lungo nel mondo, quando l'amato avesse assassinato il fratello o il fratello l'amato?".
Lotario lasciò cadere l'arma e in silenzio fissò gli occhi a terra; ma nell'animo di Natanaele, nell'affanno dilaniante del cuore, rinacque tutto l'amore nell'intensità dei più bei giorni della loro splendida giovinezza. L'arma assassina cadde dalla sua mano, si gettò ai piedi di Clara: "Mi potrai mai perdonare, mia unica, mia adorata Clara?".
"Puoi perdonarmi, fratello Lotario?".
Lotario fu commosso dal profondo dolore del suo amico. Piangendo le tre creature riappacificate si abbracciarono e si giurarono a vicenda di separarsi in eterno amore e fedeltà.
Per Natanaele fu come se il grave peso che lo prostrava fosse caduto via lontano da lui, anzi come se avesse redento il suo animo, opponendo resistenza all'oscuro potere che lo teneva prigioniero, e che minacciava di portare alla rovina tutto il suo essere. Egli passò ancora tre giorni felici tra i suoi cari e fece poi ritorno a G., dove avrebbe dovuto restare ancora per un anno; dopo di che, finiti gli studi, sarebbe ritornato per sempre nella sua città nativa.
Alla madre era stato taciuto tutto quello che riguardava la riapparizione di Coppelius, perché certo non senza terrore ne avrebbe potuto rivivere il ricordo, lei che come Natanaele lo riteneva colpevole della morte di suo marito.
Grande fu lo stupore di Natanaele, quando, diretto alla sua abitazione a G., vide che l'intera casa era stata distrutta dal fuoco e dallo scantinato emergevano ormai soltanto i muri nudi e bruciacchiati. Per quanto il fuoco fosse divampato dal laboratorio del farmacista, che abitava al piano inferiore, per cui la casa aveva incominciato a bruciare dal basso in alto, un valoroso e gagliardo amico aveva potuto, ancora per tempo, penetrare nella stanza di Natanaele situata al piano superiore, e portare in salvo manoscritti e strumenti. Il tutto era stato trasportato, senza aver subito nessun danno, in un'altra casa dove era stata fissata una stanza, che subito Natanaele occupò. Non fece nessuna attenzione al fatto che veniva così ad abitare proprio di fronte al professor Spallanzani e non gli sembrò neppure fuori dell'ordinario notare che dalla sua finestra egli guardava appunto nella stanza, in cui spesso sedeva solitaria Olimpia, in modo che la figura di lei era chiaramente riconoscibile, benché i tratti del viso rimanessero imprecisi e confusi. Alla fine dovette tuttavia accorgersi che Olimpia sedeva per ore intere nella stessa posizione, quella appunto nella quale l'aveva scorta un giorno attraverso la porta a vetri: non occupata in nessun tipo di lavoro, sedeva davanti a un tavolino e alzava proprio verso di lui il suo sguardo strano: Natanaele doveva confessare a se stesso di non aver mai visto una figura più bella, ma poiché Clara viveva sempre nel suo cuore, la rigida dura Olimpia gli rimaneva assolutamente indifferente e solo di tanto in tanto alzava gli occhi dal trattato che aveva davanti per guardare di sfuggita quella bella statua; e questo era tutto.
Egli stava appunto scrivendo a Clara, quando bussarono piano alla porta: alla sua risposta aprirono e fece capolino il sinistro Coppola. Natanaele si sentì tremare internamente: ma riflettendo a quello che Spallanzani gli aveva detto a proposito del suo corregionale Coppola e a quello che egli aveva solennemente promesso alla fidanzata circa l'uomo della sabbia Coppelius - si vergognò della sua infantile paura dei fantasmi, raccolse tutta la sua forza e parlò nel modo più soave e placido che trovò: "Non compro nessun barometro, amico mio, vada pure!". Ma a questo punto Coppelius entrò completamente nella stanza e parlò con voce rauca, contraendo la brutta e larga bocca in un odioso riso, mentre i piccoli occhi brillavano penetranti dal di sotto delle lunghe e grigie sopracciglia. "Eh! non barometri, non barometri! Ho anche belli occhi, belli occhi!" Terrorizzato Natanaele gridò: "Ma siete pazzo! Ma come potete avere occhi? Occhi?.... Occhi?....". E intanto Coppola aveva messo da parte i suoi barometri e frugava nelle tasche del suo vestito togliendone occhiali e occhialini. "Ecco, ecco occhiali da mettere sul naso, questi sono miei occhi, belli occhi...". E così dicendo andava estraendo in numero sempre più grande gli occhiali: ci fu allora sulla tavola uno strano, mai visto scintillìo. Mille occhi guardavano in su e accennavano tormentosi e lancinanti, fissandosi poi rigidi e freddi su Natanaele. E lui non poteva distogliere lo sguardo dalla tavola e Coppola continuava a disporvi nuovi numerosi occhiali e sempre più selvaggi balzavano da essi e si incrociavano gli sguardi fiammeggianti, scagliando verso il petto di Natanaele i loro raggi rossoazzurri. Vinto da un terrore selvaggio, egli gridò: "Fermati, fermati ti dico, uomo temibile!" e afferrò saldamente il braccio di Coppola, per trattenerlo, mentre ancora andava arraffando nelle tasche e ne toglieva, malgrado che la tavola ne fosse già interamente ricoperta, altri occhiali. Coppola si liberò dalla stretta, ridendo con il suo riso sordo e rauco e mentre diceva: "Ah niente per lei, ma qui essere belle lenti", aveva riunito in poche manate tutte le paia d'occhiali, le aveva rificcate nelle tasche e da una tasca laterale del soprabito estraeva una quantità di grossi o di piccoli canocchiali. Spariti che furono gli occhiali, Natanaele diventò tranquillo e pensando a Clara riconobbe che lo spettro spaventoso era uscito solo dal mondo del suo Io e che Coppola era un onorato meccanico e ottico e in nessun modo poteva essere un fantasma o il dannato sosia di Coppelius. Per di più le lenti che Coppola andava ora disponendo sulla tavola non avevano niente di speciale o almeno niente di così fantomatico come gli occhiali e nell'intenzione di rimettere a posto le cose, Natanaele decise di comprare qualcosa a Coppelius. Scelse un piccolo binocolo tascabile molto ben lavorato e guardò fuori dalla finestra per provarlo. Nella sua vita non aveva ancora mai avuto una lente che avvicinasse gli oggetti agli occhi tanto netti, chiari e precisi nei contorni. Senza volerlo il suo sguardo si posò sulla stanza di fronte. Olimpia sedeva come al solito davanti al tavolino, con le braccia appoggiate alle mani congiunte. Allora per la prima volta Natanaele vide il bellissimo volto di Olimpia. Solo gli occhi gli sembrarono stranamente rigidi e morti. Ma poiché egli guardò sempre più acutamente attraverso le lenti, gli sembrò che dagli occhi di Olimpia scaturissero umidi raggi lunari; sempre più vivi e fiammeggianti si facevano gli sguardi e fu come se allora per la prima volta si fosse accesa in essi la luce della vista. Natanaele rimase alla finestra incantato, perduto nella contemplazione della celeste bellezza di Olimpia. Un tossicchiare e un raschiarsi in gola lo risvegliarono da una specie di profondo sonno. Coppola stava dietro di lui. "Tre zecchini, tre ducati". Natanaele aveva completamente dimenticato l'ottico, pagò in fretta la somma richiesta. "Non è vero? Belle lenti, belle lenti!" interrogò Coppola con la sua sinistra rauca voce e il bieco sorriso. "Sì, sì, sì" rispose Natanaele seccato. "Addio, caro amico".
Coppola lasciò la stanza, non senza lanciare su Natanaele molte strane occhiate.
"E va bene" pensò Natanaele, "ride di me perché senza dubbio gli ho pagato troppo caro il piccolo binocolo... Pagato troppo caro...".
Ma mentre pronunciava a bassa voce queste parole, gli sembrò che un raccapricciante sospiro di morte echeggiasse nella stanza e gli si mozzò il respiro per l'interna ansia. Lui, proprio lui aveva sospirato in quel modo e lo aveva anche notato. "Clara disse a se stesso - ha proprio ragione di ritenermi uno stupido visionario: eppure è pazzesco, ah! purtroppo più che pazzesco, che lo stupido pensiero di aver pagato troppo caro a Coppola il suo binocolo mi angusti ancora in modo tanto strano. Non riesco a capirne il motivo". Andò a risedersi al suo tavolo per finire la lettera a Clara, ma un'occhiata alla finestra lo convinse che Olimpia sedeva ancora là e saltò su come spinto da un'irresistibile violenza, in un attimo afferrò il binocolo di Coppola e non poté staccarsi dalla seducente visione di Olimpia, fino al momento in cui il suo amico, anzi fratello, Sigismondo non lo chiamò in basso per la lezione del professor Spallanzani.
La tendina sulla misteriosa porta a vetri era accuratamente tirata e gli fu così impossibile vedere da lì Olimpia come del resto durante i giorni che seguirono, nonostante che egli non abbandonasse che raramente la finestra della sua stanza e continuamente guardasse attraverso il binocolo di Coppola. Il terzo giorno le finestre vennero coperte. In preda alla disperazione, spinto dalla nostalgia e da un desiderio ardente, egli uscì fuori dalla città. La figura di Olimpia si librava qua e là nell'aria davanti a lui, usciva da un cespuglio, lo guardava con grandi occhi raggianti da un trasparente ruscello.
L'immagine di Clara era completamente scomparsa dal suo animo: a Olimpia era rivolto ogni suo pensiero e così si lamentava con altissima voce lamentosa: "Ahimè! Mia stella d'amore, eccelsa, meravigliosa! Sei dunque nata soltanto per sparire subito di nuovo e abbandonarmi in una più tenebrosa, in una più disperata notte?".
Più tardi quando si diresse alla sua abitazione per rientrarvi, si accorse che nella casa di Spallanzani c'era una rumorosa agitazione.
Le porte erano aperte, venivano portati ogni tipo di mobili, le finestre del primo piano erano state tolte, le domestiche affaccendate spazzavano e toglievano la polvere, girando su e giù con grandi spazzoloni, tappezzieri e falegnami picchiavano e martellavano attivamente.
Natanaele si fermò sbalordito sulla strada. Lo raggiunse ridendo Sigismondo, e gli chiese: "Ebbene, che ne dici del nostro vecchio Spallanzani?". Natanaele lo assicurò che non ne diceva proprio niente perché niente sapeva del professore, anzi si stava appunto meravigliando del fatto che la casa di solito buia e tranquilla, fosse invasa da un folle agitarsi, come se si trattasse di un albergo.
Allora seppe da Sigismondo che Spallanzani voleva dare l'indomani una grande festa da ballo a cui era invitata mezza università. "La voce comune è che Spallanzani mostrerà domani per la prima volta in pubblico la sua figliola, che così a lungo e con tanta paura ha sottratto alla vista umana" aggiunse.
Natanaele trovò un biglietto d'invito e, con il cuore che gli batteva forte, all'ora stabilita andò dal professore, quando già le carrozze arrivavano e partivano e le luci scintillavano nelle sale addobbate.
La società degli invitati era numerosa e brillante.
Olimpia appariva vestita con magnificenza e buon gusto. Ognuno era costretto ad ammirare il suo viso armoniosamente conformato alla sua figura. La linea della sua schiena era in verità leggermente strana nella sua curva, e strana era la sottigliezza della sua vita di vespa:
ma questo era forse da attribuirsi a un busto allacciato troppo stretto. Nel suo passo, nelle sue posizioni c'era qualcosa di misurato e di rigido, che a molti riusciva sgradevole: se ne dava tuttavia come causa la soggezione che la società le incuteva. Cominciò il concerto. Olimpia eseguì al piano uno spartito con grande perfezione e si produsse in un'Aria, un pezzo di bravura con una voce limpida, forse un po' troppo cristallina, che faceva pensare al suono di una campanella di vetro. Natanaele ne era entusiasta: sedeva nell'ultima fila e non gli era quasi possibile scorgere il volto di Olimpia a causa della luce accecante dei ceri. Inosservato, tolse dalla tasca il binocolo di Coppola e guardò nella direzione della bella Olimpia. Ed ecco che improvvisamente egli fu cosciente che verso di lui si rivolgevano pieni di una profonda nostalgia i suoi sguardi e che ogni gradazione del canto si convertiva in uno sguardo d'amore che penetrava, incendiandolo, il suo essere. I virtuosismi canori, i gorgheggi artificiosi, le "roulades" suonarono alle orecchie di Natanaele come il celestiale giubilo dell'animo trasfigurato dall'amore e quando alla fine, terminata la cadenza, il lungo trillo risuonò con forte eco nella sala, quasi come afferrato da ardenti braccia, egli non poté contenersi e fu costretto dal dolore e dall'estasi ad esclamare ad altissima voce: "Olimpia!". Tutti si volsero a guardarlo e molti risero. Soltanto l'organista del duomo fece un viso ancora più scuro del solito e disse: "Be'! be'!...".
Il concerto era finito, incominciò il ballo. "Ballare con lei! Con lei!...", questa era in quel momento la mèta di tutti i desideri di Natanaele, di tutto il tendere della sua volontà. Ma come osare di pretendere a lei, la regina della festa? Eppure!... Lui stesso non seppe mai come accadde che all'inizio delle danze egli si trovasse vicinissimo a Olimpia, ancora non richiesta, e che, capace solo di balbettare poche parole, egli le afferrasse una mano.
Fredda come ghiaccio era la mano di Olimpia: egli si sentì attraversare e sconvolgere da un raccapricciante gelido brivido di morte; fissò negli occhi Olimpia e da essi arrivarono ai suoi in risposta degli amorosi, nostalgici raggi e fu come se in quel preciso istante nella fredda mano cominciasse a battere il polso e ad ardere l'impetuosa e vitale corrente del sangue. E nell'animo di Natanaele divenne ancora più rovente il desiderio amoroso: prese tra le braccia la bella Olimpia ed entrò con lei nelle danze. Egli aveva sempre pensato di ballare seguendo la giusta cadenza, ma a giudicare dalla particolarissima fermezza ritmica con la quale ballava Olimpia, egli dovette ben presto convincersi che a lui mancava ed era sempre mancata ogni misura e cadenza. Non volle più ballare con nessun'altra signorina e avrebbe semplicemente assassinato all'istante tutti coloro che si avvicinavano ad Olimpia per invitarla a ballare. Ma questo, con suo grande stupore capitò solo due volte, e dopo ogni danza Olimpia sarebbe sempre rimasta a sedere, se egli non avesse mancato di chiedere sempre a lei di ballare. Se Natanaele avesse potuto vedere qualcosa che non fosse la bella Olimpia, non sarebbe certo stato possibile evitare fatali litigi e arrabbiature; poiché vagava per la sala un riso silenzioso e a fatica compresso, e chiunque se ne sarebbe accorto, dato che i giovani in questo o in quell'angolo della sala non si curavano di nasconderlo, perseguitando la bella Olimpia con strani sguardi, di cui non si riusciva a capire la causa. Ma surriscaldato dalle danze e dal molto vino bevuto, Natanaele aveva messo da parte ogni senso di pudore e di ritegno, in genere molto vigile in lui.
Seduto accanto ad Olimpia, le andava parlando un linguaggio d'amore intensamente infiammato e pieno di estasi, che nessuno, né lui né Olimpia, poteva capire. O forse lei sì, poiché lo fissava immobile, emettendo un sospiro dopo l'altro: "Ahimè! Ah! Ahimè!", a cui Natanaele così rispondeva: "O splendida, o celeste donna! O raggio sorto dal promesso Aldilà dell'Amore! O animo profondo, in cui si rispecchia l'intero mio Essere!" e altre frasi dello stesso tipo, ma Olimpia non faceva che sospirare di nuovo: "Ah! Ahimè!...". Il professor Spallanzani passò alcune volte davanti alle due felici creature e mentre guardava sua figlia, uno strano sorriso gli appariva in volto. Di colpo sembrò a Natanaele che ogni cosa nell'abitazione del professore diventasse notevolmente più buia. Guardò intorno a sé e con suo non piccolo stupore si accorse che nella sala ardevano e stavano per finire gli ultimi due ceri. Da molto tempo ormai erano finite le danze. "Separazione! Separazione!" gridò in preda a una disperazione selvaggia, baciò la mano di Olimpia, si chinò sulla sua bocca: labbra fredde come ghiaccio incontrarono le sue ardenti. Come allora, quando aveva toccato la gelida mano di Olimpia, anche ora si sentì afferrato da un brivido interno e la leggenda della fidanzata morta gli attraversò come un lampo lo spirito; ma Olimpia lo aveva stretto forte a sé e nel bacio le sue labbra parvero riscaldarsi e vivere. Il professor Spallanzani passeggiava lentamente su e giù per la vuota sala e i suoi passi rintronavano per l'eco proprio dei luoghi vuoti, mentre la sua figura intorno alla quale giocavano grandi ombre informi e incostanti assumeva un terrificante aspetto di fantasma.
"Mi ami, mi ami, Olimpia?, Solo questa parola: mi ami?" sussurrava Natanaele: ma Olimpia sospirò alzandosi in piedi: "Ah! Ah!...". "Sì, mia pura, mia splendida stella d'amore, disse Natanaele - tu sei nata per me e in eterno illuminerai il mondo interno della mia anima!".
"Ahimè! Ah!" replicava Olimpia, continuando a camminare. Natanaele la seguì: intanto erano arrivati davanti al professore. "Lei si è intrattenuto con mia figlia in modo straordinariamente vivace stasera - disse costui sorridendo: - ebbene, mio caro signor Natanaele, se lei trova piacere nel conversare con questa sciocchina, le sue visite saranno bene accolte".
Natanaele prese congedo, portandosi via nel cuore un intero raggiante splendore.
La festa data da Spallanzani fu l'argomento delle conversazioni nei giorni che seguirono. Nonostante che il professore avesse fatto di tutto per sembrare ospite brillante, le teste matte si ingegnavano a raccontare ogni specie di strane sconvenienti cose che sarebbero successe durante la festa e soprattutto i commenti ricadevano su Olimpia, muta, rigida come una morta, che l'opinione generale volle supporre, ad onta del suo bell'aspetto, deficiente, e per questo appunto, si diceva, Spallanzani l'aveva tenuta per tanto tempo nascosta. Natanaele venne a conoscenza di quelle chiacchiere, il che non mancò di irritarlo, ma egli tuttavia rimase zitto, pensando: "A che scopo avvertirei dunque questi giovanotti che solo il loro ottuso spirito impedisce a loro di riconoscere la profondità e la bellezza dell'animo di Olimpia?".
"Fammi un favore, fratello, - gli disse un giorno Sigismondo - e dimmi come hai fatto a perdere il tuo tempo a guardare quella pupattola di legno là di fronte, tu che sei una persona intelligente?".
Natanaele voleva arrabbiarsi, ma rifletté un attimo e rispose: "Dimmi piuttosto tu, Sigismondo, come ha potuto sfuggire al tuo occhio, che sa abbracciare acutamente ogni cosa bella, e al tuo puro senso della bellezza la celestiale attrattiva d'amore che emana da Olimpia? Eppure io ringrazio il Cielo di non averti come rivale, altrimenti fra noi avrebbe dovuto scorrere del sangue".
Sigismondo capì chiaramente quali fossero le condizioni d'animo dell'amico, girò con abilità intorno al discorso e, dopo avere detto che in amore non è mai opportuno giudicare l'oggetto, aggiunse:
"Tuttavia è per lo meno strano che molti di noi sono più o meno della stessa opinione riguardo a Olimpia. Ci sembra, non avertela a male, fratello, stranamente rigida e priva di anima. La sua figura è regolare e così pure il suo viso, nessuno lo vorrebbe negare. Potrebbe anche passare per bella, se il suo sguardo non fosse così privo del raggio vitale, direi quasi privo della vista. Il suo passo è stranamente misurato e ogni suo movimento sembra stabilito da un congegno di ruote. Il suo suonare il piano, il suo cantare hanno la spiacevole cadenza veramente priva di ogni spiritualità delle macchine sonore e lo stesso si può dire della sua maniera di ballare. Insomma questa Olimpia ci è proprio antipatica in tutti i suoi aspetti e non vorremmo aver niente a che fare con lei: abbiamo l'impressione che agisca soltanto all'apparenza come una creatura vivente e che in lei si nasconda un insieme particolarissimo di cose". Natanaele non volle abbandonarsi all'amarezza del sentimento che si impadronì di lui a queste parole di Sigismondo; dominò il suo malumore e disse semplicemente con grande serietà di tono: "Può darsi che a voi, gente fredda e prosaica, Olimpia riesca spiacevole. Soltanto ad un animo poetico una simile natura può rivelarsi. Soltanto a me arriva il suo sguardo amoroso e a me irradia pensieri e sentimenti, soltanto nell'amore di Olimpia io ritrovo tutto me stesso. A voi dà fastidio che non si diverta in piatte conversazioni, a somiglianza di altri spiriti superficiali. Dice poche parole, è vero, ma queste poche parole sono il vero e proprio geroglifico di un mondo interno pieno d'amore e di conoscenza superiore della vita spirituale nell'intuizione dell'eterno aldilà. Ma per questo voi non avete nessun senso e ogni parola è inutile".
"Che Dio ti protegga, fratello!" rispose Sigismondo molto dolcemente, anzi con una certa malinconia. "Ma a me sembra che tu sia su una cattiva strada. Tu puoi contare su di me, se tutto... No, non posso dire di più".
Natanaele senti che il freddo prosaico Sigismondo si comportava con lui in modo molto leale e strinse quindi con sincera cordialità la mano che gli offriva. Egli aveva completamente dimenticato che al mondo esisteva una Clara, che aveva un tempo amata... sua madre, Lotario... tutti erano spariti dalla sua memoria: viveva soltanto per Olimpia. Da lei si tratteneva per ore ed ore, fantasticando ad alta voce del suo amore, della simpatia divenuta calore e necessità di vita, di psichiche affinità elettive, il che Olimpia ascoltava con religioso rispetto.
Nelle più remote profondità del suo tavolo da lavoro Natanaele andò a cercare tutto quello che in altri tempi era andato scrivendo. Poesie, fantasie, visioni, romanzi, racconti erano ogni giorno ampliati e ornati da sonetti, stanze, canzoni che si involavano verso azzurre lontananze e tutti per ore intere senza stancarsi mai li leggeva, uno dopo l'altro, a Olimpia. Mai prima di allora aveva avuto una simile stupenda ascoltatrice: non ricamava né lavorava a maglia, non guardava fuori dalla finestra né dava da mangiare a nessun uccellino, non giocava con nessun cagnolino, tenendoselo in grembo, né con gattini preferiti, non avvolgeva intorno alle sue dita strisce di carta o qualche altra cosa del genere e non aveva bisogno di nascondere con una leggera tossettina forzata uno sbadiglio. Insomma per ore e ore sedeva con lo sguardo immutabilmente fisso sull'amato, senza muoversi né agitarsi, mentre il suo sguardo si faceva sempre più ardente e vivo. Soltanto quando Natanaele si alzava e le baciava la mano oppure la bocca, essa diceva: "Ah! Ah!" e poi: "Buona notte, mio caro!".
"O splendido, o profondo animo - gridava Natanaele nella sua stanza - solo da te, da te sola io sono veramente compreso!". E trasaliva per intimo trasporto di entusiasmo, quando rifletteva a quale meravigliosa armonia e consonanza diventasse ogni giorno sempre più manifesta tra lui e Olimpia, tra i loro spiriti, e gli sembrava anzi che dal più profondo del suo proprio animo Olimpia avesse parlato a lui delle sue opere e dei suoi doni poetici in generale, che la sua voce avesse risuonato nel suo stesso animo... Il che era del resto possibilissimo, poiché Olimpia non pronunciava mai altre parole all'infuori di quelle più sopra riferite. Che se poi a Natanaele veniva di pensare all'assoluta passività e laconicità di Olimpia in momenti di chiara e fredda lucidità, egli diceva: "Ma che cosa sono le parole?... Parole!... Lo sguardo dei suoi occhi divini dice di più di qualsiasi linguaggio terreno. E come potrebbe una creatura del cielo adattarsi a quel ristretto cerchio che le necessità meschine della terra hanno prodotto?". Il professor Spallanzani sembrava molto soddisfatto della relazione di sua figlia con Natanaele, a cui egli concedeva ogni specie di inequivocabili segni della sua benevolenza e del suo favore e quando finalmente Natanaele osò accennare a un legame con Olimpia il viso del professore si aprì a un largo sorriso ed egli disse: "Io lascio a mia figlia libera scelta".
Incoraggiato da quelle parole, con il desiderio che gli bruciava nel cuore, Natanaele decise di scongiurare Olimpia subito il giorno dopo perché con chiare parole gli dicesse quello che inequivocabilmente da lungo tempo gli diceva il suo puro sguardo d'amore: di voler essere sua per sempre. Si mise a ricercare l'anello che la madre gli aveva dato separandosi da lui, per offrirlo ad Olimpia come simbolo della sua dedizione, della sua vita, che lei aveva fatto germogliare e fiorire. Lettere di Clara e di Lotario gli capitarono tra le mani nella sua ricerca, le scostò indifferente, trovò l'anello, lo mise in tasca e corse da Olimpia. Già sulle scale, sul pianerottolo sentì un chiasso insolito e strano, che sembrava arrivasse dallo studio del professore. Un pestare... Uno scricchiolare... Un dar colpi... Un battere contro la porta, frammisto a imprecazioni e bestemmie....
"Lascia andare!... Lascia andare!... Infame!... Scellerato!... Per questo devo averci messo anima e corpo?... Ah! Ah! Ah!... Non era questa la nostra scommessa!... Io, io ho fatto gli occhi!... Io, il congegno d'orologeria!... Povero scemo tu e il tuo congegno di orologeria! Maledetto cane di un volgarissimo orologiaio, levati dai piedi!... Satana!... Fermati!... Diabolica bestia!... Fermati!... Vattene!... Lascia andare!...".
Erano le voci di Spallanzani e dell'orrendo Coppelius, che in quel modo stridevano e infuriavano una contro l'altra. Preso da un'ansia senza nome, Natanaele si precipitò impetuosamente nella stanza. Il professore si era impadronito, stringendola per le spalle, di una figura femminile, mentre l'italiano Coppola la teneva fortemente per i piedi, e l'uno e l'altro la tiravano e la strascinavano qua e là, contendendosene al colmo dell'ira il possesso. Pieno di profondo terrore Natanaele fece un salto all'indietro quando vide che la figura di donna era Olimpia: in preda a un selvaggio fuoco d'ira, egli volle strappare l'amata ai due uomini infuriati, ma in quello stesso istante Coppola si girò e riuscì con gigantesca forza a rigirare tra le mani del professore la figura e a strappargliela via: poi con la figura stessa lo colpì in un modo così terribile, che egli barcollò all'indietro e cadde su un tavolo pieno di fiale, di alambicchi, di bottiglie e di recipienti cilindrici di vetro: tutte le suppellettili andarono con fracasso in mille pezzi. Intanto Coppola si era gettato sulle spalle la figura ed era corso via, facendo risuonare orribilmente la sua risata, scendeva veloce giù per le scale e i piedi della figura, che penzolavano raccapriccianti sugli scalini, facevano un rumore come di pezzi di legno.
Muto, irrigidito se ne stava in piedi Natanaele: troppo bene aveva visto che il viso di cera di Olimpia era diventato pallido come quello di un cadavere e non aveva più occhi: al loro posto due nere cavità. Essa era una bambola senza vita.
Spallanzani si rigirò sul pavimento: i frammenti di vetro avevano tagliuzzato la testa il petto e le braccia e il sangue usciva a fiotti come da getti di sorgente. Ma raccolse disperatamente tutte le sue forze: "Corrigli dietro, corrigli dietro!... Che cosa stai li ad aspettare! Coppelius, Coppelius mi ha rubato il mio più bell'automa!... Venti anni ci ho lavorato, ci ho messo anima e corpo... il congegno d'orologeria... la parola... il movimento... mio... gli occhi, gli occhi li ha rubati a te... Dannato, scellerato... Corrigli dietro!... Vammi a prendere Olimpia: qui!... Eccoti gli occhi!...".
Allora Natanaele si accorse che sul pavimento giacevano due occhi sanguinolenti, che lo fissarono. Spallanzani li afferrò con la mano ferita e glieli gettò addosso ed essi lo colpirono al petto.
Ed ecco che il delirio lo afferrò con crampi infuocati e penetrò in lui sconvolgendo intelligenza e sensi. "Oh! Oh! Oh! Cerchio di fuoco, cerchio di fuoco, muoviti in tondo. allegro, allegro! Su, pupa di legno, gira, gira pupa di legno!" disse e si gettò sul professore. Lo avrebbe strozzato, se il fracasso non avesse attirato molte persone che entrarono con impeto, strapparono via l'infuriato Natanaele, lo alzarono su, salvando così il professore, che venne subito legato.
Sigismondo, che pure era un giovane robusto, non riuscì a tenere a freno l'infuriato amico, che continuava a gridare: "Gira, gira, pupa di legno!" e andava sferrando colpi intorno a sé con i pugni stretti.
Alla fine le forze riunite di parecchie persone riuscirono ad avere il sopravvento su di lui: fu gettato a terra, legato. Le sue parole sfumarono in uno spaventoso bestiale muggito. E mentre smaniava in questo modo, assalito da una feroce, raccapricciante follia, fu portato al manicomio.
Prima di continuare, o benevolo lettore, il racconto di quanto successe in seguito all'infelice Natanaele, posso dirti, se mai tu prendi una qualche parte alla sorte dell'abile meccanico e costruttore di automi Spallanzani, che egli guarì completamente dalle sue ferite.
Fu obbligato a lasciare l'università, poiché la storia di Natanaele aveva suscitato un forte scalpore e l'opinione generale riteneva un imperdonabile inganno l'aver introdotto di contrabbando, con la frode, nei salotti dabbene (Olimpia li aveva frequentati con trasporto) invece di una persona viva una bambola di legno.
I giuristi lo definivano un inganno raffinato e tanto più difficile da punire, in quanto era stato rivolto contro l'intera società del posto e organizzato in modo tale che nessuno (se si eccettuano alcuni intelligentissimi studenti) se ne era accorto, nonostante che tutti ora rinsavissero e accennassero a una quantità di fatti che a loro erano sembrati sospetti. Questi ultimi tuttavia non portavano a nessun risultato concreto. Come poteva infatti sembrare sospetto a qualcuno il fatto che Olimpia, secondo la testimonianza di un elegante frequentatore di tè, avesse contro ogni abitudine e usanza più spesso starnutito che sbadigliato? L'elegante era del parere che si fosse trattato più che altro del sollevarsi che faceva il meccanismo nascosto, scricchiolando nell'interno in modo percepibile. Il professore di poesia e di eloquenza tirò una presa, richiuse con un colpetto la tabacchiera, si raschiò la gola e disse con solennità:
"Stimatissimi Signori e Signore, ma dunque loro non notano dove sta il veleno dell'argomento? Il tutto è un'allegoria, una metafora continuata! Loro mi capiscono benissimo! 'Sapienti sat!'".
Ma molti onorevolissimi signori non si accontentarono di questo. La storia dell'automa li aveva colpiti profondamente e nei loro animi si insinuò davvero un abominevole senso di sospetto e di sfiducia nei confronti di ogni figura umana. Per potere essere pienamente convinti di non amare una bambola di legno, ma una fanciulla viva, molti innamorati pretesero che l'amata cantasse e ballasse con vivacità, che ricamasse e lavorasse a maglia, mentre essi le leggevano qualcosa, che giocasse con il cagnolino, e via dicendo, ma soprattutto che non stesse solo ad ascoltare in silenzio, ma che parlasse e i suoi discorsi fossero una manifestazione del suo pensiero e del suo sentimento. Il legame d'amore di molti si fece attraverso questa esperienza più saldo e allo stesso tempo più divertente; al contrario altri si andarono a poco a poco separando. "Davvero non è possibile farsi garanti di nessuno" dicevano questo e quello. Ai tè si sbadigliava incredibilmente, ma non si starnutiva mai per non incorrere in sospetti.
Spallanzani, come è stato detto, dovette andarsene per sfuggire alla persecuzione giuridica, avendo con frode introdotto tra la società degli uomini un automa. Coppola era scomparso anche lui.
Natanaele si risvegliò, come se avesse dormito un profondissimo sogno spaventoso, aprì gli occhi e sentì che un indescrivibile sentimento di benessere gli penetrava nel corpo, con soave divino calore. Egli giaceva nella sua stanza, nella sua casa paterna. Clara era china su di lui e non lontano stavano in piedi la madre e Lotario.
"Finalmente, oh finalmente, mio caro, mio amato Natanaele! Ecco che tu sei guarito da una grave malattia e sei di nuovo mio!". Così disse con tutta la sua anima Clara e strinse a sé in un abbraccio Natanaele. A lui sgorgarono chiare, brucianti per la intensa commozione e per la gioia estasiata, le lacrime e a voce bassa e profonda disse in un lamento: "Clara! mia Clara!".
Sigismondo, rimasto vicino all'amico con fedele costanza nel momento del bisogno, entrò nella stanza. Natanaele gli porse la mano: "Tu non mi hai abbandonato fratello fedele!".
Ogni traccia del folle delirio era sparita e ben presto Natanaele ricuperò le sue forze, grazie alle assidue cure della madre, della fidanzata, degli amici. La gioia era tornata intanto a visitare la casa, poiché un vecchio zio avaro, da cui nessuno aveva mai sperato niente, era morto e aveva lasciato erede la mamma, di una non piccola sostanza e di un podere sito in una ridente contrada, non lontano dalla città.
Là erano appunto diretti Natanaele, sua madre, Clara, che egli aveva ora in animo di sposare, e Lotario. Natanaele era diventato mite e dolce come non mai e per la prima volta egli stava rendendosi conto della purezza e della bellezza celestiali dell'animo di Clara. Nessuno, neppure con il minimo accenno, gli ricordava il passato.
Solo quando Sigismondo prese congedo da lui, Natanaele gli disse: "Per Dio!, amico, io me ne andavo su una cattiva strada, ma un angelo mi ha riportato in tempo sul sentiero della luce. Oh! sì! Era Clara!...".
Sigismondo non lo lasciò continuare, per il timore che sopravvenissero in lui ricordi troppo vivi e troppo brucianti, ad agitare intimamente la sua anima.
Era dunque arrivato il tempo in cui queste quattro felici creature si dirigevano verso il piccolo podere. Era mezzogiorno ed essi passeggiavano per le strade della città. Avevano fatto molti acquisti:
la torre del municipio gettava sulla piazza del mercato una lunga ombra gigantesca. "Sentite!" disse Clara. "Saliamo su in cima e guardiamo tutto all'intorno fino ai monti lontani!". Detto fatto.
Tutti e due, Clara e Natanaele, salirono sulla torre: la madre andò a casa con la domestica, e Lotario, che non si sentiva disposto ad arrampicarsi per tanti gradini, disse che li avrebbe aspettati in basso.
I due innamorati se ne stettero a braccetto sul più alto ripiano della torre e guardarono giù, lontano, nella direzione delle foreste che sfumavano nella nebbia e dietro alle quali la catena montuosa si ergeva simile a una città di giganti. "Ma guarda dunque quel piccolo cespuglio dalla forma così strana, che sembra muovere incontro a noi a passo di marcia!" disse Clara. Natanaele con gesto meccanico, prese dal taschino il binocolo di Coppelius. Guardò di lato. Clara stava dritta davanti alla lente. Qualcosa, come un opprimente stringimento, lo prese ai polsi e si arrestò nelle vene: pallido, livido come un morto sbarrò gli occhi fissi sul viso di Clara, ma di colpo gli rotearono gli occhi e mandarono fiamme e piovvero correnti di fuoco, ruggì spaventevolmente, e fu il raccapricciante ruggito di una bestia che ha avvertito vicino a sé il fuoco. Saltò alto nell'aria, ridendo intanto orrendamente e gridando con voce tagliente: "Gira, gira, pupa di legno!", afferrò con forza strapotente Clara e volle scagliarla di sotto. Ma Clara in disperata ansia di morte si aggrappò saldamente al parapetto. Lotario sentì l'imperversante smaniare, sentì il grido d'angoscia di Clara, un orribile presentimento gli attraversò l'anima, salì di corsa la scala. La porta della seconda rampa di scale era chiusa. Più lacerante risuonò l'urlo di Clara. Pazzo d'ira e di paura, si scagliò contro la porta che alla fine cedette e si spalancò. Più lievi intanto si erano fatte e più stanche le grida di richiamo di Clara. "Aiuto! Aiuto! Salvatemi!" Moriva la voce nell'aria.
"E' perduta, assassinata da quel pazzo!" gridava Lotario. Anche la porta dell'ultimo ripiano era chiusa. La disperazione gli diede una forza da gigante; scardinò la porta. Buon Dio! Clara ondeggiava al di sopra del parapetto, stretta da Natanaele impazzito e con una sola mano si aggrappava ancora all'asta di ferro. Rapido come il lampo Lotario prese la sorella. La riportò a terra e nello stesso istante abbatté con un pugno sulla faccia Natanaele, che cadde, lasciando libera la sua preda mortale.
Lotario corse giù dalla torre, portando nelle braccia la sorella svenuta. Era salva.
Ora Natanaele smaniava solo nella galleria e faceva alti salti e gridava: "Gira, cerchio di fuoco!". Accorsero gli uomini, chiamati dal selvaggio urlìo: tra loro spiccava la gigantesca figura dell'avvocato Coppelius, che proprio in quel momento era giunto in città, e si era trovato a passare sulla piazza del mercato.
La gente voleva salire sulla torre per riportare alla calma il forsennato, ma Coppelius rise e disse: "Ah! Ah!, ma aspettate solo un momento: verrà giù lui da solo!". E come gli altri guardò in su.
Natanaele si fermò impietrito, si chinò verso la piazza, si accorse della presenza di Coppelius, e incominciò a gridare, che ne rimbombava l'aria tutt'intorno: "Eh! belli occhi, belli occhi!" e saltò al di là del parapetto.
Quando Natanaele, con la testa fracassata giacque sul selciato, Coppelius era sparito tra la folla.
Molti anni dopo, alcuni sostengono di avere visto Clara, le mani nelle mani di un simpatico tipo di uomo, seduta davanti a una bella villa, mentre intorno a lei giocavano due bambini.
Se ne dovrebbe dunque dedurre che Clara trovò ancora quella tranquilla gioia casalinga che si addiceva al suo carattere sereno e amante della vita, e che mai Natanaele, con il suo intimo squilibrio spirituale, avrebbe potuto essere per lei un buon compagno.
Non lontano dalle rive del Baltico sorge il castello ereditario della famiglia dei Baroni di R..., chiamato R... sitten.
La regione è selvaggia e deserta: spunta appena qua e là un ciuffo d'erba dal terreno formato da sabbie mobili e, al posto del parco, che in genere rallegra, circondandola, una signorile dimora, dalla parte di terra si chiude intorno ai nudi muri un bosco di pini dall'apparenza stentata, il cui eterno oscuro lutto sembra disprezzare il variopinto manto primaverile: non risuona in esso il cinguettio gaio degli uccellini, che si svegliano a nuova gioia, ma soltanto e sempre il funebre gracchiare dei corvi e lo squittìo stridente dei gabbiani che annunciano la tempesta.
A un quarto d'ora di distanza il paesaggio cambia completamente. Come per un tocco magico, il viaggiatore è trasportato in campi fiorenti, fra terreni coltivati e prati lussureggianti, e scorge il ricco e grande villaggio, con la spaziosa casa dell'ispettore aziendale.
Vicino a un piacevole boschetto di ontani si vedono le fondamenta di un grande castello, che uno degli antichi signori aveva intenzione di costruire.
I suoi successori ed eredi, che abitavano sempre nei propri possedimenti di Curlandia, lasciarono la costruzione interrotta e anche il barone Roderico di R..., che pure aveva di nuovo preso ad abitare nel castello ereditario, non ebbe nessun desiderio di continuare nella costruzione, poiché ben si addiceva al suo carattere tenebroso e misantropo il soggiorno nel vecchio castello solitario.
Fece restaurare come meglio si poteva la cadente costruzione e si rinchiuse là dentro in compagnia di un accigliato e melanconico intendente e di una servitù non numerosa. Al villaggio non lo vedevano che raramente, mentre invece passeggiava spesso o cavalcava in su e in giù sulla spiaggia del mare e qualcuno pretendeva di averlo visto da lontano parlare alle onde e ascoltare il rombo e il mormorio del riflusso, come se percepisse le voci di risposta dello spirito del mare.
In cima alla torre di guardia aveva fatto installare un osservatorio, provvisto di telescopi, anzi di un completo apparato astronomico. Da lassù osservava durante il giorno, fissando l'obbiettivo sul mare, le navi, che simili a uccelli marini dalle bianche ali passavano spesso volando sul lontano orizzonte. Lassù passava le notti chiare e stellate, facendo studi di astronomia o, come si pretendeva di sapere, di astrologia, nei quali lo assisteva sempre il vecchio intendente.
Finché fu in vita fu voce comune che si fosse dato alle scienze occulte, alla cosiddetta magia nera e che appunto un'operazione mancata, causa di grave dispiacere a una famiglia principesca, lo avesse cacciato di Curlandia. Il più piccolo accenno al suo soggiorno laggiù lo riempiva di terrore: ma di tutto quello che era accaduto e aveva distrutto la sua vita, egli riteneva colpevoli i suoi avi e solo loro, che avevano abbandonato il castello, culla della loro razza. Per vincolare saldamente, almeno per il futuro, il capo della casa al luogo d'origine, destinò questo ad essere bene di maggiorasco.
Il sovrano diede tanto più volentieri il suo consenso, in quanto il paese si trovava così a riavere una famiglia ricca di virtù cavalleresche, della quale alcuni rami si erano già trapiantati all'estero.
Tuttavia né il figlio di Roderico, Uberto, né l'attuale Signore, chiamato Roderico come il nonno, abitavano volentieri al castello e tutti e due se ne restavano in Curlandia. Si poteva dedurre che, di animo più allegro e amante della vita brillante di quanto non lo fosse stato il loro tenebroso antenato, avessero in antipatia la raccapricciante solitudine di quel soggiorno.
Il barone Roderico aveva concesso a due vecchie sorelle di suo padre, zitelle, che con la loro magra rendita vivevano poveramente, di abitare e di vivere sul fondo. Esse avevano fissato la loro dimora, in compagnia di una vecchia cameriera, nelle piccole e calde stanze del corpo laterale del castello, e oltre a loro e al cuoco, che occupava un grande locale al pianterreno vicino alla cucina, ormai non si aggirava nelle sale e nelle alte stanze del corpo centrale che un vecchio cacciatore, che provvedeva anche al servizio personale del castellano. Il resto della servitù abitava al villaggio, presso l'ispettore.
Solo in autunno inoltrato, quando cominciava a cadere la prima neve e avevano inizio le cacce al lupo e al cinghiale, il deserto e abbandonato castello ritornava a vivere.
Arrivava allora dalla Curlandia il barone Roderico con la sua sposa, accompagnato da parenti e amici e da un ricco seguito di cacciatori.
La nobiltà dei dintorni e anche amici della città vicina, amanti della caccia, si ritrovavano qui, così che a fatica l'edificio centrale e le ali riuscivano ad accogliere la fiumana degli ospiti. In tutte le stufe e in tutti i camini cigolavano fiammate ben nutrite e attizzate, dall'alba fino a notte scricchiolavano gli spiedi, volavano su e giù per le scale cento allegre persone, signori e servi, lontano risuonavano tintinnio di boccali e allegre canzoni di caccia, vicino si sentiva il passo cadenzato delle coppie che ballavano seguendo la rumorosa musica; dovunque gioioso frastuono e risate. Tanto che durante quattro o cinque settimane il castello somigliava più a un lussuoso albergo, posto su una strada maestra molto frequentata, che alla casa di un nobile Signore.
Il barone Roderico occupava il suo tempo in seri affari nella misura in cui questo era possibile, compiendo i suoi doveri di feudatario, in disparte dalla vorticosa vita dei suoi ospiti. E mentre si faceva rendere esatto conto dei proventi delle sue rendite, ascoltava ogni proposta di qualsiasi miglioramento e le piccole liti fra sottoposti, sforzandosi di portare dovunque l'ordine, di eliminare ogni ingiustizia o illegalità per quanto gli fosse possibile. Lo assisteva con onestà in queste funzioni il vecchio avvocato V., procuratore e notaio, per eredità trasmessa di padre in figlio, della Casa di R... e giustiziere dei beni terrieri della regione di P... Otto giorni prima del prefissato arrivo del barone l'avvocato V. era solito andare a R...sitten. Anche nell'anno 179... era venuto il tempo in cui il vecchio V. avrebbe dovuto partire per il castello di R...
Per quanto il settantenne vegliardo si sentisse ancora pieno di vita e di forza, doveva pur tuttavia pensare che l'aiuto di qualcuno nel disbrigo degli affari gli avrebbe fatto comodo.
Fu così che in tono di scherzo mi disse un giorno:
"Cugino! (Aveva l'abitudine di chiamarmi così - benché in realtà io fossi un suo bisnipote - per il fatto che portavo il suo stesso nome). Sai che cosa pensavo? Se tu ti facessi fischiare una volta un po' di vento di mare nelle orecchie e venissi con me al Castello di R...? Tanto più che tu sei in grado di assistermi validamente nel mio lavoro a volte pesante e potresti anche cimentarti una buona volta con la selvaggia vita del cacciatore. E provare che sai passare le tue mattinate a portare a termine un ornato protocollo e sai poi guardare fisso negli occhi scintillanti anche l'altro ostinato animale, si tratti di un peloso raccapricciante lupo o di uno zannuto cinghiale, e forse, chi sa, ammazzarlo con un buon colpo di fucile".
Troppe cose meravigliose avevo sentito sull'allegra stagione delle caccie a R...sitten, ero troppo affezionato con tutta l'anima al mio vecchio e delizioso prozio, per non essere ben contento che egli volesse portarmi con sé questa volta. Già abbastanza esercitato a sbrigare il genere d'affari che diceva lui, promisi di liberarlo con valorosa diligenza da ogni fatica e da ogni preoccupazione.
Il giorno seguente, avvolti in buone pellicce, sedevamo in carrozza in viaggio verso R...sitten, avanzando attraverso una fitta tempesta di neve, annunciatrice del vicino inverno.
Durante il viaggio lo zio mi raccontò molte strane cose riguardo all barone Roderico, fondatore del maggiorasco, che, senza tener conto della sua giovanissima età, lo aveva nominato giustiziere e suo esecutore testamentario. Parlò del carattere selvaggio e violento del vecchio barone, che tutti i membri della famiglia sembravano avere ereditato, tanto che l'attuale signore del maggiorasco, conosciuto da lui come un giovanetto di animo dolce, anzi quasi debole, si andava facendo di anno in anno sempre più violento e selvaggio, come se fosse a sua volta preso da quella eredità. Mi consigliò di comportarmi in modo franco e disinvolto, se volevo acquistare la stima del barone, e arrivò infine a parlarmi dell'abitazione, che una volta per tutte egli si era scelto al castello in vista dei suoi soggiorni, perché calda, comoda e posta in disparte. così che, non appena l'avessimo voluto, avremmo potuto sfuggire al folle frastuono della spensierata società degli ospiti. Nell'ala laterale del castello erano pronte per lui ogni volta due camerette, addobbate con caldi tappeti, proprio vicino alla grande Sala di Giustizia. Di fronte, nel lato opposto, abitavano le due vecchie baronesse.
Finalmente, dopo un viaggio rapido ma disastroso, arrivammo a notte tarda a R. Attraversammo il villaggio: era per l'appunto domenica e la casa dell'ispettore del feudo era illuminata da cima a fondo e risuonava di un'allegra musica da ballo. Anche nel paese musica e canzoni. Tanto più raccapricciante fu la solitudine deserta, in mezzo alla quale proseguimmo il nostro cammino. Il vento del nord ululava sopra le nostre teste in tono tagliente di lamento e come se li avesse svegliati dal profondo sonno di un incantesimo, lo seguivano gemendo i pini, piegati nella tempesta, in sordo urlìo lamentoso.
Dalla superficie bianca del terreno si alzavano le mura nere e squallide del castello: ci fermammo davanti alla porta sbarrata, ma a niente servì che noi gridassimo, che il cocchiere schioccasse la frusta e martellasse la porta di colpi ripetuti: nessuna luce appariva alle finestre.
Il mio vecchio zio fece allora sentire la sua forte voce rimbombante:
"Francesco! Francesco! Ma dove vi siete cacciato? Al diavolo! Ma muovetevi! Stiamo gelando qui davanti a questa porta! Che diavolo, muovetevi!".
Un cane si mise a uggiolare, apparve in una bassa sala una luce incerta e vacillante, che attraversò molte finestre: si fece sentire un rumore di chiavi e le pesanti porte cigolarono sui loro cardini.
"Oh! siate il benvenuto, mille volte il benvenuto, signor Giustiziere! Ma che ne dite, ecco un tempo abbastanza triste!".
Cosi parlò il vecchio Francesco, sollevando la lanterna, in modo che tutta la luce cadesse sul suo viso rugoso, al quale si sforzava di dare un'espressione gioviale.
La vettura entrò nel cortile, scendemmo e io vidi allora distintamente la figura del vecchio servitore, sepolto in una larga livrea alla moda antica, stranamente guarnita da galloni intrecciati. Due riccioli grigi scendevano su una fronte larga e bassa, mentre la parte inferiore del viso aveva il sano colore abbronzato del cacciatore e ad onta dei muscoli del viso, che stranamente stirati formavano una maschera bizzarra, un'espressione di bonomia un po' ingenua e melensa appariva nei suoi occhi e si rivelava soprattutto nella bocca, a salvare tutto il resto.
"E così, mio vecchio Francesco, - disse mio zio scuotendo sul pavimento della grande sala la neve che copriva la sua pelliccia- e così è tutto pronto? Le tappezzerie della mia stanza sono state spazzolate a dovere, i letti sono stati montati, avete scopato e pulito con ogni cura ieri e oggi?".
"No, signor Giustiziere, - rispose Francesco con molta calma, no, tutto questo non è stato fatto".
"Oh! Signore Iddio! - esclamò il prozio. - Eppure ho ben scritto a tempo e arrivo proprio alla data fissata! Sono sicuro che le camere sono fredde gelate!".
"Si, signor Giustiziere! - riprese Francesco, occupato a tagliare accuratamente con l'aiuto di una forbice un enorme lucignolo, che si era formato all'estremità della candela e schiacciandolo poi sotto i piedi. - Vedete: avremmo perso inutilmente il nostro tempo a scaldarle e a che cosa ci sarebbe servito, dal momento che il vento e la neve entrano trionfalmente attraverso i vetri rotti, e che...".
"Cosa?! - esclamò mio zio interrompendolo e aprendo a metà la pelliccia per incrociare meglio le braccia - Cosa? I vetri delle finestre sono rotti e voi, l'intendente della casa, non li avete fatti riparare?".
"No, signor Giustiziere, - continuò il vecchio con la stessa calma - perché non è tanto facile entrare, a causa dei rottami e delle pietre che sono nelle camere".
"Come??! Per mille milioni di diavoli, ma come succede che nella mia camera ci sono pietre e calcinacci?" gridò mio zio.
"Che tutti i vostri desideri siano esauditi, mio giovane signore! - esclamò Francesco, inchinandosi cortesemente mentre io starnutivo, e subito aggiunse: - Si tratta delle pietre e del gesso del muro maestro, caduto nella grande scossa".
"Insomma avete avuto un terremoto?" gridò mio zio irritato.
"Oh no, signor Giustiziere, - riprese il vecchio sorridendo con tutto il volto - ma tre giorni fa è crollata con rumore spaventoso, la volta della Sala delle Udienze".
"Che il diavolo si porti allo stesso modo...". Violento e irritabile per natura, mio zio stava per lasciarsi sfuggire una grossa bestemmia, ma sollevando con la mano destra il berretto di volpe, si trattenne e scoppiando a ridere si rivolse a me:
"Davvero è meglio che non facciamo più domande, per non correre il rischio di venire a sapere tra poco qualcosa di ben peggio o addirittura di sentirci crollare addosso l'intero castello!". "Ma - continuò, rivolgendosi ora al servitore - ma, Francesco, non potevate essere tanto accorto da farmi preparare e scaldare un altro appartamento? Non potevate mettere su in fretta una sala per le Udienze?".
"Tutto questo è stato fatto" - disse il vecchio Francesco, accennando amichevolmente alla scala e cominciando a salire i gradini.
"Ma guardate un po' questo bel tipo!" esclamò mio zio, incamminandosi dietro a lui.
Ce ne andammo attraverso lunghi e alti corridoi a volta; la luce oscillante di Francesco gettava nella spessa tenebra uno strano chiarore. Spesso apparivano, come ondeggianti nell'aria, colonne, capitelli e archi dipinti con vari colori; gigantesche passavano accanto a noi le nostre ombre e i curiosi quadri alle pareti, sulla superficie dei quali esse scivolavano, sembravano tremare e venir meno, mentre le loro voci sussurravano nell'eco minacciosa dei nostri passi: "Non ci svegliate, non ci svegliate! Non svegliate il folle popolo dell'incantesimo, che qui dorme nelle vecchie pietre!...". Alla fine, dopo aver attraversato una serie di gelide e oscure stanze, Francesco aprì la porta di una sala in cui la fiamma che si alzava dal camino ci salutò con il suo crepitare familiare.
Subito mi sentii a mio agio, ma lo zio si fermò nel centro della sala, si guardò intorno e disse con un che di grave e quasi di solenne nella voce:
"E' qui dunque che sarà resa giustizia?".
Francesco, alzando alta la sua fiaccola in modo da rischiarare un candido spazio di muro, dove un tempo senza dubbio c'era stata una porta, disse con voce opaca e dolorosa:
"E' già stata resa giustizia qui!".
"Ma che cosa vi viene in mente, vecchio?" esclamò mio zio, sbarazzandosi della pelliccia e avvicinandosi al fuoco.
"M'è venuto senza pensarci," disse Francesco: accese qualche candela e aprì la porta della stanza vicina, che aveva preparato per riceverci.
In pochi istanti una tavola servita stava davanti al camino: il vecchio servitore portò vivande ben cucinate, alle quali facemmo onore, e una grande tazza di punch, preparato nella classica maniera del Nord.
Mio zio, stanco del viaggio, se ne andò a letto non appena finita la cena. La novità, la singolarità del luogo, lo stesso punch, avevano troppo eccitato il mio spirito, perché io potessi pensare a dormire. Francesco sparecchiò la tavola, ravvivò il fuoco e mi lasciò solo, inchinandosi cordialmente.
Ed ecco che io sedevo ora solitario nell'alta e vasta sala.
La neve aveva smesso di cadere, la tempesta di muggire e il disco della luna brillava attraverso le larghe bifore, in tutti gli angoli della strana costruzione in cui non giungeva il chiarore della mia candela e della fiamma del camino, a rischiararli magicamente. I muri e il soffitto, come spesso nei vecchi castelli, erano decorati al modo antico con pitture fantastiche e dorati arabeschi. Nel centro di enormi quadri di cacce al lupo e all'orso, avanzavano in rilievo figure di uomini e di animali, scolpite nel legno e dipinte a vari colori, alle quali l'incerto tremolante chiarore della fiamma e la luce lunare conferivano una strana verità. Tra un quadro e l'altro erano stati sistemati ritratti in grandezza naturale di antichi baroni in costume da caccia. Tutto aveva l'uniforme tinta scura che dà il tempo; così che più bianco e più nudo ne risultava lo spazio tra le due porte, che portavano alle stanze attigue. Realizzai ben presto che anche in quel punto aveva dovuto esserci in passato una porta poi murata e che per questo quel muro fresco e non ancora dipinto né ornato da intagli risaltava così.
Chi non sa con quanta misteriosa forza un soggiorno in luogo insolito e avventuroso sia capace di afferrare il nostro spirito, quando anche la più passiva delle fantasie si sveglia... in una valle chiusa fra strane pareti di roccia... fra le tenebrose mura di una chiesa..., e ha il presentimento di qualcosa mai sperimentato altrimenti? Aggiungo che avevo appena vent'anni e avevo bevuto svariati bicchieri di buon punch: nessuno faticherà a credere che molto strana e nuova era la disposizione del mio animo quella sera nella grande sala dei Baroni. Sarà bene immaginarsi anche il quieto silenzio della notte, nel quale, simili alle note di un potente organo suonato dagli spiriti, risuonavano il sordo mormorio del mare e il bizzarro sibilo del vento notturno... le nuvole che passavano, che spesso chiare e scintillanti assomigliavano a giganti che passassero strisciando a spiare attraverso le scricchiolanti finestre ad arco acuto... Insomma, io dovetti in realtà sentire nel leggero brivido che mi scosse tutto, che un mondo ignoto e straniero stava ora per nascere visibile e percepibile ai sensi. Ma questo senso era simile a quel gelo sottile, che ci prende nel leggere un racconto di fantasmi scritto con forza vivace e che si prova con tanto piacere.
Mi venne in mente allora che non avrei potuto trovare disposizione migliore per leggere il libro che io, come chiunque altro a quel tempo che fosse in qualche modo affezionato al Romantico, portavo in tasca. Si trattava del "Visionario" di Schiller. Lessi e rilessi e mi scaldai sempre più la fantasia. Giunsi al punto, che colpisce il lettore con potentissimo fascino, della festa di nozze nella casa del Conte di V... Proprio nel momento in cui fa il suo ingresso l'insanguinata figura di Jeronimo, la porta che dava sull'anticamera si spalancò con un colpo violento. Saltai in piedi spaventato e il libro mi cadde a terra dalle mani. Ma ecco che nello stesso istante tutto ritorna tranquillo e io mi vergogno del mio infantile terrore!
"Può darsi che sia stato il vento a sbattere quella porta... non è niente, meno che niente. La mia surriscaldata fantasia trasforma ogni apparizione naturale in fantomatica". Così tranquillizzato, riprendo il mio libro da terra e mi sistemo di nuovo nella poltrona.
Ecco che qualcuno avanza lentamente, attraversa la sala a passi leggeri e misurati e intanto sospira e ansima e in questo sospiro, in questo ansimare c'è l'espressione della più profonda sofferenza umana, del più sconfortato cordoglio...
"Ah! ma forse è una bestia malata e rimasta chiusa dentro al piano inferiore. E' noto del resto che la notte produce simili inganni acustici, avvicinando ogni suono lontano... non è il caso di lasciarsi scuotere da un tale raccapricciante effetto...".
Mi calmo di nuovo con questi ragionamenti: ma ora qualcuno gratta, mentre si sentono sospiri più forti, più profondi, come emessi nello spaventevole terrore dell'ansia di morte, laggiù, vicino a quel muro recente.
"Sì, sì, è una povera bestia rimasta chiusa dentro: adesso mi metto a chiamare forte, a pestare in modo adatto il piede sul pavimento e subito tutto tornerà nel silenzio oppure l'animale si farà sentire da sotto con il verso che è proprio alla sua specie".
Così penso, ma il sangue mi si rapprende nelle vene, un freddo sudore si sparge sulla mia fronte, rimango irrigidito nella poltrona incapace di alzarmi e ancora meno di emettere un suono. Finalmente il sinistro grattare ha fine... si fanno sentire di nuovo i passi... Ho l'impressione che la vita si risvegli in me, mi alzo, avanzo due o tre passi ed ecco che una corrente di aria gelida s'infiltra e attraversa la sala e nello stesso istante la luna getta la sua chiara luce sulla figura di un uomo pesante e quasi orribile di aspetto e, come se la sua voce ammonitrice mormorasse attraverso lo strepito più forte delle onde del mare e il più rintronante ululare del vento notturno, sento chiaramente queste parole:
"Non un passo più in là, non un passo più in là o cadrai nello spaventoso orrore del mondo dei morti!".
La porta si richiude con lo stesso violento colpo di prima. Ascolto distintamente i passi nell'anticamera... qualcuno scende le scale... la grande porta del Castello viene aperta con fracasso e poi richiusa... sembra che qualcuno faccia uscire un cavallo dalla scuderia e dopo un breve intervallo ve lo riporti di nuovo... poi tutto si fa tranquillo!...
Nello stesso istante sentii mio zio agitarsi nella stanza accanto, sospirare e lamentarsi paurosamente, il che mi ridiede tutta la mia presenza di spirito e afferrato il candeliere mi affrettai ad accorrere presso di lui.
Sembrava che il vecchio lottasse con un brutto sogno: "Si svegli! Si svegli!" gridai, a voce alta, mentre lo scuotevo dolcemente per una mano e facevo cadere tutta la luce del candeliere sul suo viso. Mio zio si svegliò con un grido sordo, aprì gli occhi e mi guardò con amichevole affettuosa espressione:
"Hai fatto bene, cugino, a svegliarmi! Eh! sì! avevo un brutto sogno - disse - e la colpa è semplicemente di queste stanze e della sala, che mi costringono a pensare al tempo passato e a molte cose strane che vi sono accadute. Ma adesso vogliamo proprio addormentarci e dormire bene".
Così dicendo il vecchio si rificcò sotto le coperte e sembrò addormentarsi di colpo.
Quando ebbi spento le candele e fui nel mio letto, sentii che egli pregava a bassa voce.
Il giorno dopo iniziò il lavoro.
L'ispettore del feudo venne con i suoi conti e arrivarono tutti quelli che dovevano discutere qualche lite o qualche questione da regolare.
Nel pomeriggio lo zio andò, portandomi con sé, a presentare i suoi omaggi nelle dovute forme alle vecchie baronesse nella loro abitazione. Francesco ci annunciò, aspettammo alcuni istanti e una nonnina sessantenne curva, vestita di seta colorata, che si dava il titolo di dama di compagnia delle Loro Grazie, ci introdusse nel santuario. Qui fummo ricevuti con il più comico e stravagante dei cerimoniali dalle vecchie dame, mascherate secondo la più tramontata e bizzarra moda: io eccitai in modo del tutto particolare la loro stupita ammirazione, quando mio zio mi ebbe presentato con molto umorismo come un avvocato venuto ad assisterlo. Lessi allora in modo molto esplicito sui loro volti che esse ritenevano la mia giovane età causa di grave danno ai dipendenti e alle cose della Casa di R...
In complesso tutta la visita alle due vecchie Signore ebbe in sé qualcosa di ridicolo, ma i brividi della passata notte serpeggiavano ancora gelati dentro di me, mi sentivo come sconvolto da un ignoto potere o piuttosto era come se avessi ormai sfiorato il cerchio, per oltrepassare il quale e precipitare nell'abisso bastava soltanto un passo, come se il chiamare a raccolta tutte le mie intime energie potesse proteggermi dal terrore, che può degenerare in insanabile follia. Fu così che anche le vecchie baronesse con le loro acconciature strane e alte come torri, con i loro vestiti di stoffa bizzarra, inghirlandati di variopinti fiori e nastri, invece di sembrarmi ridicole, mi sembrarono paurose e simili a fantasmi. Mi costrinsi a leggere nei loro volti gialli e avvizziti, nei loro occhi infossati e scintillanti, ad ascoltare nel cattivo francese che veniva fuori russando dalle punte aguzze dei loro nasi, che le vecchie vivevano almeno in buona armonia con l'indefinibile essere vagante simile a spettro nel castello, e che forse esse stesse si davano a pratiche misteriose e terrificanti.
Il mio prozio, sempre gioviale e disposto allo scherzo, impigliò le vecchie con la sua ironia in una conversazione talmente complicata, che in altre condizioni di spirito non avrei saputo come trattenere le risate che mi salivano prorompenti. Ma come ho detto le baronesse erano e restavano sinistramente spettrali e lo zio, che aveva avuto l'intenzione di procurarmi uno spasso speciale, mi lanciava spesso occhiate stupite. Quando ci ritrovammo finalmente soli a tavola nelle nostre stanze, egli scoppiò a dire:
"Ma in nome del cielo, cugino, dimmi una buona volta che cosa ti prende? Non ridi, non parli, non mangi, non bevi!... Stai male o che cosa ti succede?... o ti manca qualcosa?...".
Non esitai allora a raccontargli per filo e per segno tutto quello che di orribile e di spaventoso avevo visto e sentito nella notte precedente. Non omisi niente, neppure, soprattutto, che avevo bevuto molto punch e letto il "Visionario" di Schiller.
"Penso insomma - aggiunsi - perché soltanto così la cosa diventa credibile, che la mia fantasia surriscaldata si sia messa al lavoro per crearmi tutte queste apparizioni, esistenti solo tra le pareti del mio cervello".
Credevo che a questo punto lo zio si sarebbe abbandonato a una serie di pazze e punzecchianti canzonature a proposito dei miei spettri, ma egli diventò molto serio, fissò gli occhi a terra, sollevando poi la testa al soffitto con rapida mossa e disse, guardandomi con l'acceso sguardo dei suoi occhi:
"Non conosco il tuo libro, cugino! ma non ad esso né allo spirito del punch tu devi quell'apparizione spettrale. Sappi che io ho sognato quello che ti è successo. Come te ero seduto (in sogno, si capisce...) nella poltrona vicino al camino, ma quello che si è fatto conoscere da te attraverso suoni, tutto questo io l'ho visto, percependolo con l'occhio interiore. Sì, io vidi il mostro ripugnante entrare e strisciare come privo di forze fino alla porta murata, grattare nella sua disperazione senza conforto la parete, tanto che il sangue sprizzò da sotto le unghie spezzate, scendere poi, far uscire dalla stalla un cavallo e riportarvelo. Hai sentito tu il gallo che cantava in un lontano cortile del villaggio? In quel momento tu mi hai svegliato e io ho potuto opporre resistenza al malvagio fantasma del mostruoso uomo, che vorrebbe ancora orrendamente guastare la serenità della vita".
Il vecchio si fermò e io non volli interrogarlo ancora, ben sapendo che mi avrebbe detto tutto, quando lo avesse ritenuto opportuno.
Dopo un attimo di silenzio, durante il quale egli rimase tutto raccolto in riflessione profonda, il vecchio continuò:
"Cugino, hai abbastanza coraggio per affrontare stanotte con me ancora una volta quella apparizione?".
Naturalmente lo assicurai che mi sentivo già completamente rinvigorito, e pronto.
"Allora - continuò - la prossima notte veglieremo insieme. Una voce in me mi dice che non tanto la potenza del mio spirito, quanto il mio coraggio, fondato su una incrollabile fiducia, deve togliere forza al cattivo spirito e che non un'impresa delittuosa, ma una pia e valorosa azione è scacciare, rischiando la vita, il mostro malvagio che vuole allontanare i figli dalla casa ereditaria dei padri. Ma no, neppure di rischio è il caso di parlare, poiché con un'intenzione così salda e giusta, con una fiducia così pia, un uomo è e resta eroe vittorioso... E tuttavia dovesse la volontà del Signore lasciarmi oltraggiare dalla potenza del male, annuncerai tu, cugino, che io ho dovuto soccombere in una lotta onesta e cristiana contro un'anima infernale, che qui si aggira con la sua distruttrice natura. Quanto a te: tieniti lontano: a te non può succedere nulla!".
Il giorno era passato tra svariate occupazioni che ci avevano distratto, ed era arrivata la sera.
Francesco aveva preparato la cena come il giorno prima e ci aveva portato il punch: la luna piena brillava tra le nuvole scintillanti, le onde del mare rumoreggiavano e il vento della notte ululava e scuoteva i vetri delle bifore.
Costringevamo noi stessi, benché agitati nel più intimo, a conversare di cose indifferenti. Lo zio aveva messo sulla tavola il suo orologio. Suonò mezzanotte. Con fracasso pauroso si spalancò la porta e come la notte prima si avanzarono leggeri e lenti i passi, quasi sfiorassero appena il suolo, attraverso la sala. Si sentì l'ansare e il sospirare.
Il vecchio era impallidito, ma gli occhi brillavano di insolito fuoco; si alzò dalla poltrona, si raddrizzò in tutta la sua alta statura, il braccio sinistro appoggiato alla persona e il destro steso davanti a sé verso il centro della sala e così rimase, simile nell'aspetto a un eroe che comanda.
Intanto i gemiti e i sospiri erano venuti aumentando di intensità ed erano sempre più chiaramente percepibili; qualcuno incominciava ora a grattare qua e là vicino alla porta in modo ancora più ripugnante e orribile della notte precedente.
Il vecchio allora mosse dritto verso la porta murata a passi fermi, così che ne rintronò il pavimento. E là, proprio nel punto in cui con sempre più folle e veemente violenza qualcuno grattava, si fermò, calmo, e disse con voce forte e solenne, come io mai gli avevo sentito:
"Daniele! Daniele! Che cosa fai qui a quest'ora?".
Un grido raccapricciante, orrendo, si alzò e qualcosa cadde con un tonfo sordo, simile a quello di un fardello lasciato cadere in terra.
"Cerca grazia e misericordia davanti al trono dell'Altissimo: è là, il tuo posto! Esci dalla vita, alla quale mai più puoi appartenere!".
Così gridò il vecchio con voce ancora più potente e fu come se un gemito leggero passasse per l'aria e morisse nel mormorio della tempesta che si andava alzando.
Mio zio si avvicinò alla porta della sala e la richiuse sbattendola con tanto fracasso che tutta l'anticamera deserta ne rimandò l'eco.
Nella sua parola, nei suoi gesti rimase qualcosa di soprannaturale, che mi riempì di un tremito profondo.
Quando tornò a sedersi nella sua poltrona il suo sguardo sembrava trasfigurato; congiunse le mani e pregò internamente.
Potevano essere passati così alcuni minuti ed ecco che con quella sua voce piana, che egli sapeva così bene far penetrare nel cuore, mi interrogò:
"E così, cugino?".
Sconvolto dal raccapriccio, dal terrore, dalla paura, da un sacro senso di timoroso rispetto e dall'amore, caddi in ginocchio e bagnai di lacrime cocenti la mano che mi tendeva.
Il vecchio mi abbracciò e stringendomi affettuosamente a sé, mi disse con tenerezza:
"E adesso andiamo tranquilli al santo riposo, cugino caro!".
E fu proprio così. E poiché nella notte successiva e in quelle che seguirono non successe niente di straordinario, ritrovammo la serenità di un tempo a tutto vantaggio delle vecchie baronesse, che, rimanendo in realtà alquanto spettrali, con la loro bizzarra personalità evocavano ormai solo più uno spettro divertente, che il vecchio prozio sapeva eccitare nel modo più buffo. Finalmente, erano passati diversi giorni, arrivò il barone con la sua consorte e un numeroso seguito di cacciatori: gli ospiti invitati si riunirono e si iniziò nel castello, divenuto di colpo vivente, la rumorosa e selvaggia agitazione, descritta più sopra.
Entrando, subito dopo il suo arrivo, nelle nostre stanze, il barone sembrò stranamente sorpreso del nostro cambiamento di residenza, lanciò una fosca occhiata alla porta murata e si passò la mano sulla fronte, come se volesse scacciarne un brutto ricordo.
Il prozio parlò del crollo della sala d'udienza e il barone deplorò che Francesco non ci avesse sistemati meglio e con molta bontà invitò il vecchio avvocato a farsi dare tutto quello che avrebbe potuto contribuire al suo benessere nel nuovo alloggio, troppo inferiore al suo abituale. Il comportamento del barone nei riguardi di mio zio non era soltanto cordiale, ma aveva anche un certo rispetto filiale, come se gli fosse legato da vincoli di parentela.
Ma fu questa