Franz Kafka
RACCONTI
IL FUOCHISTA
Un frammento
(1913)
Quando il sedicenne Carlo Rossmann, mandato in America dai suoipoveri genitori dopo che una domestica lo aveva sedotto e gliaveva messo al mondo un figlio, a bordo della nave che avanzava apiccola forza entrò nel porto di New York, pensò che la statuadella Libertà, già da un pezzo visibile, splendesse sotto una lucepiù intensa. Il braccio che brandisce la spada sembrava essersiappena alzato, intorno alla figura spiravano fresche correnti.
"Com'è alta!" fece tra sé, mentre la folla dei facchini, chepassavano sempre più numerosi, sebbene lui non volesse muoversi,finiva con lo spingerlo contro il parapetto.
Un giovane, che aveva appena conosciuto durante il viaggio, glidisse, dirigendosi verso l'uscita: "E lei non ha voglia discendere?". "Certo, sono pronto!" fece Carlo ridendo, e sia pervantarsi, sia perché era un ragazzo robusto, si caricò la valigiain spalla. Ma nel seguire con lo sguardo il suo conoscente, che siallontanava facendo oscillare il bastone, si accorse, consgomento, che aveva dimenticato l'ombrello in basso. Pregò infretta il conoscente, che non nascose la sua contrarietà, diaspettare un attimo vicino alla sua valigia, si guardò intorno perorientarsi in seguito e corse via. Arrivato in basso, ebbe lasgradita sorpresa di trovare chiuso un corridoio che gli avrebbeabbreviato di parecchio la strada: il provvedimento dipendevasicuramente dallo sbarco generale. Fu allora costretto a cercarsila strada tra un'infinità di camerini e di scalette disposti unodopo l'altro, corridoi a zigzag, una sala ammobiliata da una solascrivania, e alla fine, poco esperto com'era di quel percorsofatto soltanto un paio di volte in mezzo alla gente, si smarrì.
Non passava più nessuno; sulla sua testa sentiva lo scalpiccìo dimigliaia di piedi, lontano gli arrivava l'ultimo ansito dellemacchine: perplesso, senza troppo riflettere, cominciò a picchiarecontro una porticina che si trovò vicino.
"E' aperto!" gridarono dall'interno. Carlo, con un respiro disollievo, spinse la porta. "Ma perché picchia in quel modo?"chiese una specie di gigante, appena lo ebbe visto. Nella strettacabina, dove si stipavano un letto, un armadio, una sedia e ilgigante, arrivava, attraverso un piccolo passaggio, una luceavara, come se fosse l'avanzo di quello che avevano adoperato inalto. "Mi sono smarrito", disse Carlo. "Durante il viaggio non mene ero accorto: ma questa nave non finisce più!". "Eh già, haragione", disse l'uomo con un certo orgoglio, senza smettere diarmeggiare intorno a una valigetta, di cui premeva il coperchioper far scattare la serratura. "Ma entri!" proseguì, "non vorràrestare fuori!". "Non disturbo?" chiese Carlo. "Ma che dice?". "E'tedesco lei?" chiese ancora, diffidente, Carlo, che aveva sentitodei pericoli ai quali è esposto chi arriva in America, soprattuttoda parte degli irlandesi. "Proprio così, proprio così", dissel'uomo. Carlo esitò ancora. Allora l'altro, con gesto improvviso,afferrata la maniglia, tirò dentro Carlo e gli chiuse dietrol'uscio. "Non mi va che mi si guardi dal corridoio", disseriprendendo ad armeggiare intorno alla valigia, "ognuno che passaguarda dentro, si finisce col perdere la pazienza". "Ma se nelcorridoio non c'è nessuno!" disse Carlo, che era finito contro illetto. "Sì, adesso!" disse l'uomo. "E non è di adesso che siparla?" pensò il ragazzo. "E' difficile intendersi con costui".
"Si sieda sul letto, starà più comodo", disse l'uomo. Carlostrisciò nella cuccetta come meglio poté, ridendo per il vanotentativo di entrarci con un salto. Ma appena seduto gridò: "Bontàdivina, la mia valigia!". "E dov'è?". "In coperta, un conoscenteme la sta guardando". "Come si chiama?". Da una tasca segreta chela madre, in occasione del viaggio, gli aveva cucito nella giacca,tirò fuori un biglietto da visita. "Butterbaum, FrancescoButterbaum". "Ci tiene molto, alla sua valigia?". "Certo!". "Eallora perché l'ha affidata a un estraneo?". "Avevo dimenticatol'ombrello e sono corso a riprenderlo, non volevo portarmi dietrola valigia. Poi, mi sono perso". "E' solo? Non l'accompagnanessuno?". "Solo". Forse farei bene ad affidarmi a quest'uomo,pensò Carlo a questo punto. Dove trovare, su due piedi, un amicomigliore? "E ora ha perduto anche la valigia. Sull'ombrello,facciamoci una croce". L'uomo sedette sulla sedia, come se lafaccenda di Carlo cominciasse a interessarlo. "Ma io non credo chela valigia sia perduta". "Beato chi ha fede", disse l'uomograttandosi i capelli neri e fitti, tagliati corti. "Ma su unanave ci sono tanti costumi quanti i porti che si toccano. AdAmburgo il suo signor Butterbaum avrebbe, forse, guardato lavaligia, qui, invece, credo che lei non troverà più ombra nédell'uno né dell'altra". "Bisogna pure che vada a dare un'occhiatalassù", disse Carlo guardandosi intorno per cercare l'uscita.
"Stia fermo!" disse l'uomo e con una manata sul petto, piuttostobrusca, lo ributtò indietro. "E perché?" chiese Carlo con stizza.
"Perché sarebbe assurdo", disse l'uomo. "Tra un istante vado viapure io, ce ne andiamo insieme. Se la valigia è stata rubata,tutto è inutile, se invece l'uomo l'ha abbandonata, la troveremopiù facilmente quando la nave sarà vuota. Lo stesso per il suoombrello". "Lei è pratico della nave?" chiese Carlo condiffidenza, come se l'idea, in sé ragionevole, che la valigia sisarebbe trovata meglio a nave vuota, nascondesse un inganno. "Sonoun fuochista", disse l'uomo. "Lei è un fuochista?" chiese Carlo intono gioioso, come a una splendida, imprevista notizia; e,appoggiandosi sui gomiti, si sporse per vedere meglio l'uomo.
"Davanti alla cabina dove dormivo con gli slovacchi c'era unosportellino attraverso il quale si poteva guardare nella sala-macchine". "Lavoravo proprio là", disse il fuochista. "La tecnicaè stata sempre la mia passione", disse Carlo come parlando tra sé.
"Un giorno sarei sicuramente diventato ingegnere, se non fossidovuto partire per l'America". "E perché dovette partire?". "Eh, èuna storia!" fece Carlo, e con un gesto volle allontanarequell'argomento da sé. Guardò sorridendo il fuochista, come perchiedergli scusa se non si confidava con lui. "Ci sarà stata unaragione", disse il fuochista, non si capiva se per sollecitare orespingere il racconto di quella ragione. "Potrei anche diventarefuochista", disse Carlo. "Ai miei genitori non importa più nientedi quello che farò". "Il mio posto è libero", disse il fuochista,e, come gustando la sicurezza che gli veniva da queste parole,mise le mani in tasca e allungò le gambe fino a raggiungere illetto, coi suoi calzoni spiegazzati, di una stoffa grigio-ferroche sembrava cuoio. Carlo dovette stringersi ancora di più controla parete. "Lascia la nave?". "Sì, stasera ce la battiamo".
"Perché, non le piace?". "Quello che conta sono i fatti, non ciòpiace o non piace. Ma poi, in fondo, ha ragione lei, non mi piace.
Spero che non penserà sul serio di diventare fuochista, anche se èfacile che lo diventi proprio per questo. Per me, lo sconsiglio.
Se voleva studiare in Europa, perché non fa lo stesso qui? Leuniversità americane sono infinitamente migliori di quelleeuropee". "Lo credo", disse Carlo, "ma non ho mezzi per studiare.
Ho letto, non so dove, di un ragazzo che di giorno lavorava in unnegozio e di notte studiava, diventò dottore, poi sindaco, ma perquesto ci vuole una bella costanza, no? Io ho paura di non averla.
Devo aggiungere che non ero uno scolaro d'eccezione, e lasciare lascuola non mi dispiacque troppo. Magari le scuole, qui, sonoancora più severe. L'inglese lo conosco poco o niente. Aggiunga laprevenzione che c'è per gli stranieri". "L'ha già notato? Beh,allora andiamo bene, vedo che ci capiamo. Siamo a bordo di unanave tedesca, di proprietà della Hamburg-America-Linie: perché cisono così pochi tedeschi? Perché il capo-macchinista, un certoSchubal, è un rumeno! Roba da non credere. Quel miserabile ha ilcoraggio di perseguitare noi tedeschi, su una nave tedesca! Nonpensi", gli mancò il fiato e dovette farsi aria con la mano, "nonpensi che io mi lamento tanto per fare. So che lei non ha nessunainfluenza, che è un povero ragazzo. Ma il troppo stroppia!" Conciò si mise a dare pugni sul tavolo, senza distogliere lo sguardoda Carlo. "Sono stato imbarcato su una quantità di navi", e quielencò, d'un fiato, venti nomi, finché a Carlo girò la testa, "emi sono distinto, ho avuto elogi, lavoravo come piaceva ai mieicapitani, per anni rimasi sulla stessa nave a vela", si alzò, comese quello fosse stato il momento più significativo della sua vita,"e qui, su questa carretta, dove tutto funziona a puntino, dovenon serve spreco di cervello, qui non valgo niente, sono didisturbo al signor Schubal, sono un pelandrone, merito di esserecacciato via, mi danno la paga per carità. Lei ci capisce niente?
Io no". "Non dovrebbe farsi trattare così!" disse Carlo convivacità. Si sentiva a suo agio su quel letto, in un'atmosferacosì familiare, che quasi aveva dimenticato di trovarsi sulletavole malferme di una nave, sulle coste di un continentesconosciuto. "E' andato dal capitano? Si è fatto sentire?". "Vadavia, per carità! Non la voglio più con me. Non ascolta quello chedico, e mi dà consigli. Come potrei andare dal capitano?". Sirimise a sedere, come per un'improvvisa stanchezza, tenendo ilvolto tra le mani.
"Non saprei cosa consigliarle di meglio", disse Carlo tra sé.
Pensò che avrebbe fatto meglio ad andare a prendere la suavaligia, invece di stare lì a dare consigli considerati sciocchi.
Nel consegnargli la valigia, suo padre gli aveva chiesto in tonoscherzoso: "Quanto ti durerà?"; e ora quell'oggetto tanto caro eraforse perso sul serio. Lo consolò l'idea che suo padre non avrebbepotuto sapere niente, nemmeno se avesse chiesto informazioni. Lacompagnia di navigazione poteva solo dire che era arrivato a NewYork. Si rammaricò invece di non avere adoperato niente di quantoera nella valigia, sebbene avesse bisogno da un pezzo, peresempio, di cambiarsi la camicia. Aveva fatto economie inutili:
mentre, all'inizio della carriera, era bene che si presentasse inordine, bello pulito, avrebbe dovuto farsi vedere con una camiciasporca. Non fosse stato per questo, la perdita della valigia nonsarebbe stata troppo grave, perché l'abito che indossava eramigliore di quello che era nella valigia, un capo da strapazzo,che la mamma aveva rammendato poco prima della partenza. Gli vennein mente che nella valigia c'era anche un pezzo di salame diVerona, regalo supplementare della mamma, appena assaggiato,perché durante la traversata aveva avuto scarso appetito e lazuppa distribuita sul ponte gli era stata più che sufficiente. Maora gli sarebbe piaciuto avere il salame, per offrirlo alfuochista: basta una piccolezza per conquistare gente simile,aveva imparato Carlo da suo padre, il quale con qualche sigarettaconquistava i piccoli impiegati con cui trattava. La sola cosa cheCarlo poteva offrire era il denaro, ma per il momento, specie sela valigia era andata perduta, non voleva toccarlo. Tornò apensare alla valigia: non poteva darsi pace che durante il viaggiol'avesse sorvegliata con tanta attenzione, fino a perderci ilsonno, per farsela poi portare via in quel modo. Si ricordò dellecinque notti in cui lo assillò l'idea che il piccolo slovacco, duecuccette a sinistra dopo la sua, puntasse la valigia. Lo slovaccoaspettava che Carlo, vinto dalla stanchezza, si appisolasse unattimo, per tirare a sé la valigia con un lungo bastone che gliserviva per giocare o fare esercizi. Alla luce del giorno avevauna faccia innocente, ma scesa la notte si alzava ogni tanto asedere sul suo giaciglio e fissava con uno sguardo triste lavaligia di Carlo. Carlo l'aveva notato perché c'era semprequalcuno che, con l'inquietudine propria dell'emigrante,trasgredendo al regolamento, accendeva un lumino, cercando didecifrare il prospetto incomprensibile di un'agenzia di viaggio.
Se la luce era vicina, Carlo poteva appisolarsi un momento, se eralontana o era buio completo doveva tenere gli occhi aperti. Unacosì dura vigilanza lo aveva sfinito, e forse non era servita aniente. Ma se una volta si imbatteva in quel Butterbaum...
A questo punto, nel silenzio assoluto che si era stabilito, sisentì, lontana, una successione di lievi e rapidi colpi, comeprodotti da piedi infantili. Il rumore diventò più forte. Era ungruppo di persone che si avvicinava. Dovevano avanzare in filaindiana, vista la strettezza del corridoio, e ogni tanto sisentiva un tintinnìo, come di armi. Carlo, sul punto diabbandonarsi a un sonno che lo liberasse da ogni preoccupazioneper la valigia e lo slovacco, si alzò di soprassalto e scosse ilfuochista: il corteo sembrava ormai giunto davanti alla porta. "E'la banda di bordo", disse il fuochista. "Hanno suonato e vanno afare i bagagli. E' finito tutto, possiamo andare, Venga!". PreseCarlo per mano, afferrò ancora un quadretto con l'immagine dellaMadonna appeso sopra la cuccetta, se lo ficcò nella tasca interna,afferrò la valigia e lasciò svelto la cabina.
"Ora vado in amministrazione e canterò a quei signori quello cheho in corpo. I passeggeri sono sbarcati, non è più il caso diavere riguardi". Il fuochista, camminando, continuava a ripeterequest'intenzione più o meno con le stesse parole; provò anche aschiacciare una pantegana che gli aveva traversato la strada,riuscendo solo a farla infilare più in fretta nel suo buco. Avevagambe lunghe ma pesanti, lente a muoversi.
Attraversarono un reparto della cucina dove alcune ragazze con igrembiuli sudici - forse li sporcavano di proposito -rigovernavano, vicino a grandi mastelli. Il fuochista chiamò unacerta Lina, le mise un braccio attorno alla vita e se la portòdietro per un tratto, mentre quella, civettuola, gli si stringevaal braccio. "E' il momento della paga, vieni anche tu?" chiese.
"Perché debbo scomodarmi? Portami tu i soldi", rispose quella, glisgusciò di sotto il braccio e corse via. "Dove hai incontrato quelbel figliolo?" chiese poi, senza aspettare risposta. Le ragazze,che avevano interrotto il lavoro, risero tutte insieme.
Continuarono a camminare, finché non arrivarono davanti a unaporta, sormontata da un palchetto con minuscole cariatidi dorate.
Un lusso insolito, per una nave. Carlo si accorse di non esseremai passato da quelle parti, forse riservate, durante latraversata, ai passeggeri di prima e seconda classe, e accessibilia tutti solo adesso, prima che la nave venisse sottoposta allapulizia generale; come sembrò evidente alla vista di alcuni uominicon la granata sulle spalle, che salutarono il fuochista. Carlo fuimpressionato dalle proporzioni dell'insieme, nel traponte avevapotuto vedere ben poco. Lungo i corridoi correvano i fili dellacorrente elettrica, un campanello trillava senza sosta.
Il fuochista picchiò rispettosamente, e quando sentì dire:
"Avanti!" invitò con un gesto il compagno ad entrare, senzatimore. Carlo entrò, fermandosi vicino alla porta. Dalle trefinestre della sala vedeva le onde del mare: scorgendo quelgioioso movimento, il cuore gli batté più forte, come se nonavesse visto il mare per cinque giorni di fila. Grandi naviincrociavano le loro rotte, oscillando appena sotto la spintadelle onde; a socchiudere gli occhi, sembrava che l'oscillazionedipendesse dalla loro mole. In cima agli alberi fremevano, tesi alvento, lunghi e sottili vessilli. Da una nave da guerrarisuonarono colpi a salve. Una corazzata passò a breve distanza,corrucciata nel suo mantello d'acciaio, coi cannoni che sembravanocullati dalla marcia uniforme e sicura. Visti dalla porta, ivaporini e le barche che sciamavano tra le navi sembravanolontanissimi. Ma dietro tutto questo, New York fissava Carlo conle centomila finestre dei suoi grattacieli. In quella sala unopoteva sapere dove si trovava.
Intorno a un tavolo rotondo sedevano tre signori: un ufficiale dimarina in uniforme blu, e due funzionari portuali americani, indivise nere. Sul tavolo erano mucchi di documenti che l'ufficialescorreva, tenendo la penna in mano, e poi porgeva agli altri, iquali ora leggevano, ora prendevano appunti, ora riponevano ifogli nelle loro cartelle; ogni tanto uno dei due, che continuavaa fare un piccolo verso con i denti, dettava qualche parola alcollega.
Vicino a una finestra, girando le spalle alla porta, un ominosedeva a una scrivania, consultando certi grandi registriallineati su una solida tavola fissata alla parete all'altezzadella sua testa. Aveva vicino una cassetta di sicurezza aperta, e,a quanto pareva, vuota.
La seconda finestra era sgombra e offriva una vista incantevole.
Vicino alla terza parlottavano due uomini. Uno, in divisa, siappoggiava al davanzale, giocando con l'elsa della spada. L'altro,in abiti civili, era girato, con le mani sui fianchi, verso lafinestra e muovendosi scopriva ogni tanto un po' dei nastrini chedecoravano il petto dell'ufficiale; il bastoncino di bambù chestringeva nella destra, sporgeva in fuori come una spada. Carlonon ebbe tempo di guardare bene ogni cosa. Si avvicinò un commessoe chiese al fuochista cosa voleva, guardandolo come se, a entrarelì dentro, avesse perpetrato una sconvenienza. Il fuochista, avoce altrettanto bassa, rispose che voleva parlare con ilcassiere-capo. Il commesso abbozzò un gesto, come per respingerela domanda; tuttavia, in punta di piedi, andò dal signore deiregistri, disegnando una gran curva per evitare il tavolo rotondo.
Il signore sembrò sbalordito alle parole del commesso, si giròverso l'uomo che chiedeva di parlargli e agitò in segno didiniego, le mani sia verso il fuochista, sia, per sicurezza, versoil commesso. Questi ritornò dal fuochista e, col tono di chi fauna confidenza, mormorò: "Esca immediatamente!"Il fuochista guardò Carlo, quasi lì fosse il suo cuore, nel qualeconfidare, muto, le sue pene. Carlo, senza porre tempo in mezzo,attraversò di corsa la sala, sfiorando la sedia dell'ufficiale:
subito il commesso lo inseguì, curvo, le braccia pronte allapresa, quasi avesse da catturare un insetto: ma Carlo arrivò primaal tavolo del cassiere e si aggrappò al suo bordo, nel caso che ilcommesso volesse provare a tirarlo via.
L'incidente produsse una certa agitazione. L'ufficiale vicino altavolo saltò in piedi, i due funzionari portuali rimasero aosservare tranquilli ma attenti, i signori vicino alla finestra siaccostarono, mentre il commesso, consapevole di non essere più alsuo posto in mezzo ai potenti, si faceva indietro. Accanto allaporta, il fuochista aspettava fremente il momento in cui ci fossestato bisogno del suo aiuto.
Il cassiere-capo descrisse, sulla sua poltroncina, un ampio giroverso destra. Incurante di scoprire il suo segreto agli occhi diquei signori, Carlo frugò nella tasca interna, tirò fuori ilpassaporto e lo posò, aperto, sul tavolo, per evitare unapresentazione. Il cassiere non sembrò dare importanza aldocumento, che allontanò con due dita. Carlo, quasi avessecompiuto una formalità indispensabile, rimise il passaporto intasca.
"Mi permetto di dire", cominciò, "che il fuochista è stato, forse,trattato ingiustamente. Un certo Schubal ce l'ha con lui. Hanavigato con onore, su molte navi, che può elencarvi tutte, è unbuon lavoratore, appassionato del mestiere; non si capisce perchéproprio su questa nave, dove il lavoro non è poi tanto pesante,rispetto a quello dei velieri, per esempio, dovrebbe aver datocattiva prova. Solo una calunnia può impedirgli di farsi strada,privandolo di quei riconoscimenti che non gli sarebbero altrimentimancati. Questo è il quadro generale, i particolari li esporràlui". Carlo aveva parlato a tutti i presenti perché, visto chetutti stavano in ascolto, poteva sperare giustizia più da loro chedal cassiere. Aveva avuto, poi, l'accortezza di non dire checonosceva il fuochista solo da poco. In ogni modo, avrebbe parlatomolto meglio, se non fosse stato confuso dal viso rosso delsignore con il bastoncino di bambù che, dal punto in cui sitrovava, vedeva per la prima volta.
"E' la verità, parola per parola", disse il fuochista, prima chequalcuno avesse pensato a interrogarlo, prima, anzi, che sifossero girati a guardarlo. La precipitazione del fuochistaavrebbe potuto essere un grave errore, se il signore con ledecorazioni, nel quale all'improvviso Carlo riconobbe ilcomandante, non avesse dato a vedere di voler ascoltare ilfuochista. Tesa la mano, gridò: "Venga qua, lei!" con una voce chesi sarebbe potuta battere con il martello, tanto era dura. Oratutto dipendeva da come il fuochista si sarebbe comportato, perchéCarlo non aveva nessun dubbio sulla giustizia della sua causa.
Nell'occasione, per fortuna, il fuochista rivelò la sua praticadel mondo. Con calma e decisione esemplari, tirò fuori dallavaligetta un plico e un taccuino; quindi, ignorando il cassiere,andò dritto dal comandante e spiegò sul davanzale i documenti. Alcassiere non rimase altro che alzarsi e avvicinarsi. "Quest'uomo èun famoso attaccabrighe", spiegò, "passa più tempo inamministrazione che in sala-macchine. Ha fatto disperarequell'ottima pasta di Schubal. Mi ascolti bene!" disse rivolto alfuochista. "Lei ora esagera. Dica quante volte è stato cacciatovia dall'ufficio paga, per le sue assurde pretese! Dica quantevolte è corso da me alla cassa! Quante volte non le hanno ripetutoche il suo diretto superiore è Schubal, che lei deve trattare solocon lui? Come osa presentarsi qui, quando c'è il signorcomandante? Non si vergogna di importunare anche lui, non haritegno a mandare avanti questo ragazzo perché ripeta le sueinsulse accuse? Lui, poi, non lo conosco, lo vedo per la primavolta sulla nave!"Carlo si trattenne a stento dal saltargli addosso. Ma ilcomandante disse: "Sentiamo quest'uomo ancora una volta. LoSchubal mi sta prendendo, da qualche tempo, un po' la mano: conquesto non voglio dire niente in suo favore, intendiamoci!" Leultime parole erano rivolte al fuochista. Era evidente che nonpoteva prendere subito le sue parti, ma le cose si mettevano bene.
Il fuochista cominciò a spiegare le sue ragioni, e subito simostrò all'altezza della situazione, chiamando lo Schubal"signore". Carlo gongolava, vicino allo scrittoio abbandonato dalcassiere, e per la gioia continuava a premere il piatto di unabilancetta per le lettere. - Il signor Schubal è ingiusto! Ilsignor Schubal protegge gli stranieri! Il signor Schubal avevaespulso il fuochista dalla sala-macchine e l'aveva mandato apulire i cessi, mansione non certo di pertinenza di un fuochista!
- A un certo momento vennero manifestati dei dubbi sulla periziadel signor Schubal, che doveva essere più apparente che reale.
Carlo fissava con uno sguardo affettuoso, da collega, ilcomandante, perché non si lasciasse influenzare sfavorevolmente dacerte espressioni poco corrette del fuochista. Da tanti discorsi,però, non emergeva niente di concreto, e se anche il comandantecontinuava a guardare davanti a sé, mostrandosi deciso adascoltare, questa volta, il fuochista fino alla fine, gli altrisignori diventarono impazienti. La voce del fuochista, bruttosegno!, non dominò più, incontrastata, nella sala. Il signore inborghese cominciò ad agitare il bastoncino di bambù e a darecolpetti sul pavimento. Gli altri signori cominciarono a guardarsiintorno, distratti. I funzionari portuali, che avevano fretta,tornarono alle loro pratiche e ricominciarono, sia pure senzatroppo impegno, a esaminarle, l'ufficiale si riavvicinò al tavoloe il cassiere capo, che credeva di avere partita vinta, tiròironicamente un profondo sospiro. Unico a non distrarsi sembravail commesso; il quale accennava a Carlo con la testa come perdirgli qualche cosa, certo provando nel suo cuore le pene delpover'uomo alla mercé dei superiori.
Davanti alle finestre continuava a trascorrere la vita del porto.
Passò una chiatta, perfettamente equilibrata col suo immensocarico di botti, e oscurò, per un momento, la sala; i battelli amotore - che ora Carlo, se avesse avuto tempo, avrebbe potutovedere da vicino - scivolavano via rombanti, sotto le manidell'uomo dritto vicino al timone; dalle acque agitate emergevanostrani oggetti che poi le onde coprivano, sottraendoli allosguardo meravigliato; le barche dei transatlantici avanzavanosotto l'energica spinta dei marinai: i passeggeri sedevanoimmobili, anche se con aria preoccupata, al posto loro assegnato,solo qualcuno girava il capo per seguire il cambiamento discenario. Si assisteva a un movimento senza fine, a un'agitazioneche dall'elemento inquieto si trasferiva sui poveri uomini e sulleloro opere.
Tutto ciò spingeva a sbrigarsi, a essere chiari e precisi. Cosafaceva, invece, il fuochista? Coperto di sudore, incapace ditenere, tanto le mani gli tremavano, le carte spiegate suldavanzale, continuava a parlare. Le accuse contro Schubal glifacevano ressa nella testa; una sola, secondo lui, sarebbe statasufficiente per annichilire il rivale; purtroppo al comandantearrivava soltanto un balbettio quasi incomprensibile. Il signorecon il bastoncino di bambù da un pezzo fischiettava guardando ilsoffitto, i funzionari portuali avevano richiamato al loro tavolol'ufficiale e non mostravano l'intenzione di lasciarlo, ilcassiere si tratteneva dall'intervenire solo perché il comandanteera tanto calmo, il commesso, sull'attenti, aspettava da unmomento all'altro un ordine del comandante.
Carlo capì che non poteva più rimanere passivo. Si avvicinò pianoal gruppo, pensando rapidamente a come affrontare la situazione.
Non c'era più tempo, ancora un momento e potevano volare viadall'ufficio. Il comandante doveva essere un buon uomo, e forseaveva una ragione particolare per sembrare come un superioreimparziale: ma non si poteva poi approfittare troppo, come appuntostava facendo il fuochista, nella sua ira.
Carlo disse al fuochista: "Parli in modo più semplice, più chiaro,il signor comandante non capirà niente, se lei continua in questomodo. Lei crede che il signor comandante sappia il cognome omagari il nome di tutti i macchinisti e di tutti gli aiuti; leicrede che, quando ne nomina uno, il signor comandante capiscasubito di chi si tratta? Ordini bene i motivi di reclamo, dicaprima i più gravi poi, via via, gli altri, forse non dovrà nemmenoarrivare alla fine. A me ha sempre raccontato tutto con tantachiarezza!" Se in America è consentito rubare valige, ogni tantosarà anche permessa qualche bugia, pensò per scusarsi.
Se almeno il suo discorso avesse potuto servire! Ma non era troppotardi? Il fuochista si interruppe appena sentì la voce conosciuta,ma con la vista offuscata dalle lacrime per l'onore offeso, per lespaventose rievocazioni, per l'angoscia presente, non poté nemmenoriconoscere Carlo. Come poteva a quel punto, Carlo leggerenell'animo dell'uomo sconcertato, parlare in altro modo, se da unaparte pensava di avere esposto tutto quanto aveva da dire senzanessun successo e dall'altra gli sembrava che, sebbene non avesseancora detto niente, non poteva pretendere da quei signori diascoltare tutto da capo? E proprio ora interviene Carlo, il suounico sostenitore, per dargli buoni consigli, ma riesce solo afargli capire che tutto, tutto è perduto.
"Se mi fossi fatto avanti prima, invece di guardare dallafinestra", si disse Carlo. Chinò la testa davanti al fuochista elasciò cadere le braccia, per significare che non sperava niente.
Ma il fuochista capì male, immaginando che Carlo, con quel gesto,intendesse rimproverare se stesso. Per dissuaderlo, prese un tonolitigioso, finendo col rovinare ogni cosa. Questo, quando isignori al tavolo rotondo già da un pezzo mostravano la loroinsofferenza per l'inutile rumore che li disturbava nel lorolavoro, quando il cassiere-capo cominciava a non capacitarsi dellapazienza del comandante e era ormai vicino a esplodere, quando ilcommesso, tornato nel campo dei suoi padroni, misurava ilfuochista con sguardi rabbiosi, quando il signore con ilbastoncino di bambù, al quale il comandante riservava ogni tantoun'occhiata amichevole, indifferente, anzi seccato nei confrontidel fuochista, alzava in silenzio lo sguardo su Carlo e loriabbassava su un'agenda che aveva tolto di tasca.
"Va bene, va bene", disse Carlo, che faticava a contenere lafiumana di parole riversata ora su di lui, e gli rivolse unsorriso amichevole, senza badare al tono litigioso. "Lei haragione, ragionissima, non ne ho mai dubitato". Per timore chefinisse col dare qualche colpo, avrebbe voluto tenergli ferme lemani o, meglio ancora, avrebbe voluto spingerlo in un angolo persussurargli qualche parola, e invitarlo alla calma. Ma ilfuochista era, ormai, fuori di sé. Carlo fu in un certo qual modoconsolato dall'idea che, in caso estremo, con la forza delladisperazione, il fuochista poteva tenere a bada i sette uominipresenti. D'altronde, sullo scrittoio c'era un quadro di comandopieno di pulsanti: sarebbe bastato schiacciarli con una mano perfare insorgere la nave, coi suoi corridoi pieni di gente ostile.
A questo punto, il signore con il bastoncino di bambù, che si erasempre mostrato indifferente, si avvicinò a Carlo e chiese convoce non forte, ma chiara abbastanza per essere sentita sopra legrida del fuochista: "Come si chiama, lei?" Quasi avesseaspettato, dietro la porta, la domanda del signore, qualcunopicchiò. Il commesso, guardato il comandante e avuto un cenno diassenso, andò ad aprire. Apparve un uomo di statura media, conindosso una vecchia giubba di colore antiquato, che proprio non losi sarebbe preso per un macchinista. Era... Schubal. Se Carlo nonl'avesse capito dalla soddisfazione apparsa negli occhi di tutti,se ne sarebbe accorto con spavento, dal movimento del fuochista:
il quale allungò le braccia e strinse i pugni con tanta passione,da far credere che era disposto a giocare il tutto per tutto. Neipugni aveva tutta la sua forza, anche quella che ora lo teneva inpiedi.
Ecco là il nemico, felice e contento nell'abito della festa, unacartella sotto il braccio, con dentro, forse, il ruolino-paga e illibretto di lavoro del fuochista, che guardava uno dopo l'altro ipresenti, con il proposito evidente di saggiarne l'umore. Queisette dovevano essere tutti dalla sua parte: anche se ilcomandante aveva avuto, prima, qualche cosa da obiettare (ma forseera stato solo un pretesto), dopo la rabbia che gli aveva fattoprendere il fuochista non poteva dire più niente contro Schubal.
Nei confronti di un tipo come il fuochista, non c'era punizioneabbastanza severa; se Schubal meritava un rimprovero, era di nonessere riuscito ancora a vincere la tracotanza del fuochista,arrivata al punto da portarlo davanti al comandante.
Ma forse c'era ancora una speranza. Un contraddittorio tra Schubale il fuochista avrebbe avuto risultati positivi. Un guizzo dellasua malvagità doveva bastare per scoprirla intera a quei signori:
ci avrebbe pensato Carlo. Conosceva abbastanza l'intelligenza, ledebolezze, gli umori di ognuno e, da questo punto di vista, iltempo passato fino a quel momento non era andato perso. Se ilfuochista si fosse comportato a dovere! Purtroppo, si vedeva cheera inadatto alla lotta. Avrebbe potuto spaccare a pugni la testaodiosa di Schubal, se glielo avessero consegnato: ma da solo nonavrebbe mai fatto i due passi che lo separavano da quello. PerchéCarlo non aveva previsto un'eventualità così facile: che Schubal,cioè, sarebbe venuto, se non di sua iniziativa, almeno chiamatodal comandante? Perché, strada facendo, non aveva discusso colfuochista un preciso piano di guerra, invece di infilarsi, senzala minima preparazione, nella prima porta capitata davanti? Ilfuochista avrebbe potuto ancora parlare, dire di sì e di no,ammesso che ci fosse stato un contraddittorio? Se ne stava là agambe larghe, le ginocchia tremanti, la testa alta, con l'aria chegli passava a fatica attraverso la bocca spalancata, quasi che nonavesse più polmoni.
Carlo, in ogni modo, si sentiva forte e lucido come prima non eramai stato. L'avessero visto i suoi genitori, mentre difendeva unagiusta causa davanti a personaggi importanti! Non aveva ancoravinto, ma si preparava ad affrontare la battaglia decisiva. Sisarebbero ricreduti sul suo conto? Lo avrebbero lodato, facendolosedere tra di loro? Lo avrebbero guardato una volta - una volta! -negli occhi nei quali c'era tanta devozione per loro? Domandedifficili, poste in un momento poco opportuno.
"Sono qui, perché credo che il fuochista mi accusi di non so qualidisonestà. Una ragazza della cucina mi ha detto di averlo vistodirigersi da questa parte. Signor comandante e loro tutti signoriqui presenti, mi dichiaro pronto a confutare ogni capod'imputazione sulla base dei miei documenti e, se sarà il caso,attraverso l'ascolto di testimoni imparziali, in nessun modosubornati, in attesa dietro la porta". Così Schubal. Era undiscorso chiaro, da uomo che si rispetta: dalle mutate espressionidei presenti si sarebbe potuto credere che questi tornavano asentire, dopo parecchio tempo, suoni umani. Tuttavia, non vedevanoche il bel discorso aveva le sue magagne. Perché la prima parolache si era presentata alla mente di Schubal era "disonestà"? Sidoveva imperniare l'accusa su questo punto, invece che sulleparzialità nei confronti dei connazionali? Era bastato che unaragazza della cucina avesse visto il fuochista avviarsi versol'ufficio, perché Schubal capisse subito tutto? O non era stato unsenso di colpa, a dargli quella sensibilità? Aveva portato subitodei testimoni; e aveva avuto il coraggio di definirli nonsubornati! Era un imbroglio, solo un imbroglio! Come potevano queisignori accettare tutto questo e giudicarlo onesto? Perché avevalasciato passare tanto tempo tra l'annuncio della ragazza e il suoarrivo? Perché voleva che il fuochista stancasse tanto i signorida far perdere loro la capacità, temuta più di ogni altra cosa, diun retto giudizio. Sebbene si trovasse da un pezzo dietro laporta, non aveva picchiato proprio nel momento in cui la domandainopinata di quel signore poteva fargli sperare che il fuochistaera spacciato?
Tutto ciò era chiaro, mostrato anzi, anche se non di proposito,dallo stesso Schubal: ma quei signori avevano bisogno di vederloin modo diverso, più immediato. Bisognava scuoterli. Su via,Carlo, svelto, approfitta ora del tuo tempo, prima che entrino itestimoni e confondano tutto!
In questo momento il comandante accennò di no con il capo aSchubal e questi, visto che il suo turno sembrava rinviato diqualche minuto, si fece da parte, cominciando con il commesso unaconversazione a mezza voce, illustrata da occhiate in direzione diCarlo e del fuochista, e da gesti eloquenti. Sembrava provare lasua grande orazione.
"Voleva chiedere qualche cosa al ragazzo, signor Giacomo?" disseil comandante, nel silenzio generale, al signore con il bastoncinodi bambù.
"Proprio così", disse quello, ringraziando per l'attenzione con unlieve inchino. E ancora una volta chiese a Carlo: "Come si chiamalei?"Carlo convinto che, nell'interesse di quello che gli stava acuore, era bene liberarsi presto da quell'ostinato, non sipresentò, come era sua abitudine, mostrando il passaporto, madisse in fretta: "Carlo Rossmann".
"Ma no!" fece il signore chiamato Giacomo; e indietreggiò,sorridendo incredulo. Anche il comandante, l'ufficiale, ilcassiere, persino il commesso sembrarono sbalorditi nel sentire ilnome di Carlo. Solo i funzionari portuali e Schubal rimaseroindifferenti.
"Ma no!" ripeté il signor Giacomo, muovendo con un fare quasicerimonioso verso Carlo. "Se è così, io sono tuo zio, Carlo, e tusei il mio caro nipote. Me lo diceva il cuore, tutto il tempo!"disse al comandante, prima che abbracciasse e baciasse Carlo, cherimase immobile e senza parole.
"E lei come si chiama?" chiese Carlo, cortese ma freddo, quando sisentì libero. Cercò di pesare le conseguenze che il fatto nuovopoteva avere per il fuochista; per il momento, Schubal non potevaricavare nessun vantaggio dalla faccenda.
"Ma si rende conto, caro ragazzo, della sua fortuna?" disse ilcomandante, come se la domanda di Carlo avesse leso la dignità delsignor Giacomo. Questi, intanto, si era girato contro la finestra,e si passava un fazzoletto sul viso alterato dalla commozione. "Lapersona che si è presentata come suo zio, è il senatore EdoardoGiacomo. L'aspetta, contro ogni sua aspettativa, una brillantecarriera. Si renda dunque conto di questo, anche se non le èfacile, e sia bravo!""Io ho uno zio Giacomo in America", disse Carlo volgendosi alcomandante, "ma, se ho ben capito, il senatore si chiama Giacomodi cognome".
"Precisamente", disse il comandante aspettando il seguito.
"Ma mio zio Giacomo, fratello di mia madre, si chiama Giacomo pernome di battesimo, ma il suo cognome, naturalmente, dovrebbeessere uguale a quello di mia madre, che da ragazza era unaBendelmayer".
"Signori!" esclamò il senatore allontanandosi tutto allegro, alladichiarazione di Carlo, dalla finestra. Tutti, tranne i funzionaridel porto, scoppiarono a ridere, con più o meno calore.
"Non mi è sembrato di aver detto cose tanto ridicole", pensòCarlo.
"Signori!" ripeté il senatore. "Contro la mia e la lorointenzione, assistono a una piccola scena di famiglia. Non possoquindi fare a meno di fornire loro una spiegazione perché, aquanto mi risulta, solo il comandante" - e la citazione provocòuno scambio reciproco di inchini - "è al corrente di tutto".
"Da ora in poi dovrò stare attento a ogni parola che dirò", sidisse Carlo; e fu facile quando, con un'occhiata, si accorse chela vita cominciava a rifluire nel corpo del fuochista.
"Dall'inizio, molto indietro nel tempo, del mio soggiornoamericano - scusate questo: 'soggiorno', tanto poco appropriatoper il cittadino americano che io sono, con tutta l'anima - daquell'inizio dunque io ho troncato ogni rapporto con i mieiparenti europei, per ragioni che qui non c'entrano e che mi famale toccare. Non posso pensare al momento in cui dovrò, forse,raccontarle al mio nipotino, perché temo di essere costretto aparlargli chiaro dei suoi genitori e sulla loro cerchia".
"E' mio zio, non c'è dubbio", si disse Carlo prestando l'orecchio.
"Forse ha cambiato nome".
"I genitori dunque, e diciamo pure la parola, visto checorrisponde ai fatti, si sono sbarazzati di questo figliolo comesi butta fuori di casa un gatto che disturba. Non cerco attenuantiper quello che ha commesso mio nipote: si tratta di una colpa che,solo a nominarla, si scusa da sé".
"Mica male", pensò Carlo. "Ma non voglio che lo racconti a tutti.
Del resto, non può nemmeno saperlo. Come ci sarebbe riuscito?""A riferire le cose come andarono", continuò lo zio che, puntatoil bastoncino contro il pavimento, si piegava avanti e indietro,riuscendo a togliere ogni accento di gravità alle sue parole,"venne sedotto da una donna di servizio, una certa GiovannaBrummer, che aveva allora un trentacinque anni. Con la parolasedotto non vorrei dispiacere a mio nipote, ma è difficile trovareun'espressione più adatta".
Carlo, che si era avvicinato allo zio, si girò per leggere sulvolto dei presenti l'impressione prodotta dal racconto. Nessunorideva, tutti ascoltavano seri e composti; dopo tutto, non si ridedel nipote di un senatore alla prima occasione. Se qualcunoguardava Carlo con un sorriso, sia pure accennato, questi era ilfuochista: bisognava essere lieti di questo segno di vita econsiderarlo con indulgenza, visto che Carlo aveva fatto misterisu circostanze poi rese pubbliche!
"Ora questa Brummer", continuò lo zio, "ebbe un figlio da mionipote, un bel maschietto al quale venne dato il nome di Giacomo:
la mia modesta persona, sia pure attraverso gli accenni di mionipote, dovette produrre una grande impressione sulla donna. Unavera fortuna. Per non dover pagare gli alimenti o per evitare diessere coinvolti in uno scandalo - ripeto che non conosco le leggidi laggiù né le condizioni della famiglia - i genitori dunquespediscono in America il mio nipotino, scandalosamente sprovvistodi tutto, come vedete. Il ragazzo, non fosse stato per uno di queiprodigi che ancora succedono in America, sarebbe rimastoabbandonato a se stesso, rovinandosi in qualche vicolo di NewYork, se la donna di servizio, in una lettera a me diretta e dopolunghi giri arrivata nelle mie mani solo l'altro ieri, non miavesse raccontato tutta la storia, non dimenticando di descrivermimio nipote e dandomi il nome della nave. Se avessi in animo,signori, di trattenerli ancora, potrei leggere alcuni passi dellalettera" - e così dicendo tirò fuori di tasca e agitò due grandifogli coperti di una fitta scrittura. "Sono sicuro che farebbeloro un certo effetto, la lettera è piena di un'ingenua, gentilefurberia e di un grande affetto per il padre del bambino. Ma nonvoglio trattenerli più di quanto è necessario per spiegare la cosané voglio offendere sentimenti che mio nipote forse prova ancora:
se lui vorrà, potrà leggere, per sua istruzione, la lettera, nellacamera tranquilla che già lo aspetta".
Carlo non sentiva più niente per quella ragazza. Nella nebbia diun passato che si faceva sempre più incerto, la vedeva seduta incucina, i gomiti appoggiati sul piano della credenza. Se luientrava a prendere un bicchiere d'acqua per il babbo o farequalcosa per la mamma, non lo abbandonava con gli occhi. A volte,di fianco alla credenza, in posizione scomoda, scriveva unalettera e sembrava ispirarsi al volto di Carlo; altre volte tenevauna mano sugli occhi, e non c'era modo di farsi ascoltare. Oppure,nella cameretta vicino alla cucina, pregava inginocchiata davantia un crocifisso di legno: Carlo, vedendola attraverso l'usciosocchiuso, provava una specie di vergogna. Oppure correva per lacucina e, se Carlo le impediva di passare, balzava indietro,ridendo come una strega. Oppure chiudeva la porta dopo che Carloera entrato e stringeva la maniglia finché lui non chiedeva diandarsene. A volte prendeva una cosa di cui lui non sapeva chefare e gliela premeva, in silenzio, nelle mani. Una volta, infine,disse: "Carlo!" quindi, con buffe smorfie e sospiri, lo portò,tutto stupito, nella cameretta, chiudendo a chiave la porta. Loabbracciò fino a togliergli il respiro, e, continuando achiedergli di spogliarla, gli tolse tutti i panni di dosso; poi,come in preda a una frenesia, lo mise a letto quasi volesse averlotutto per sé, accarezzarlo e cullarlo fino alla fine del mondo.
"Carlo, Carlo mio!" esclamava come lo considerasse una cosa sua enon si stancasse di ripeterlo. Ma lui non vedeva niente, avevasolo un gran caldo, sotto il mucchio di coperte che lo copriva. Ladonna gli si stese vicino e gli chiese di rivelarle certi segreti.
Al suo silenzio, non si capiva se per scherzo o sul serio, siarrabbiò, lo scosse, volle sentirgli il cuore, gli offerse ilpetto perché lui facesse lo stesso, senza però convincerlo,premette il ventre nudo contro il suo, frugò tra le sue gambe inmodo così ripugnante che Carlo prese a battere la testa suicuscini, poi gli dette alcune spinte con il ventre... Lui ebbel'impressione che la donna fosse diventata una parte di sé, forseper questo lo prese un terribile bisogno di soccorso. Tornòpiangente nel proprio letto, dopo che quella gli ebbe ripetutomille volte arrivederci. Questo era stato tutto, ma lo zio erariuscito a farne un caso straordinario. La cuoca, dunque, avevapensato a lui, e aveva avvertito lo zio del suo arrivo. Era statagentile, un giorno le avrebbe mostrato la sua riconoscenza.
"E ora", esclamò il senatore, "voglio sentirti dire chiaro e tondose sono o no tuo zio".
"Sei mio zio", disse Carlo, baciandogli la mano e ricevendo unbacio sulla fronte. "Sono felice di averti incontrato, ma sbaglise credi che i genitori parlano sempre male di te. Il tuo discorsoconteneva qualche altra inesattezza: le cose, voglio dire, nonandarono come hai raccontato. Di qui, si capisce, non puoi avereun'idea esatta di tutto; se poi i signori hanno saputo particolarinon proprio precisi, pazienza, la faccenda non può avere per lorogrande importanza".
"Ben detto!" disse il senatore. Portò Carlo davanti al comandante,che manifestava apertamente la sua simpatia, e chiese: "Non ho unnipote in gamba?""Sono felice", disse il comandante inchinandosi come fanno solo lepersone che hanno avuto un'educazione militare, "di averconosciuto suo nipote, signor senatore. E' un onore per la mianave, che un simile incontro sia avvenuto a bordo. Il viaggiosottocoperta fu duro, ma come sapere chi si trasporta? Facciamodel nostro meglio per rendere tollerabile il viaggio sottocoperta- facciamo molto di più, va detto, delle società americane - mapurtroppo non siamo ancora riusciti a trasformare questo viaggioin quel che si dice un piacere".
"Non mi ha rovinato", disse Carlo.
"Non l'ha rovinato!" ripeté con una risata il senatore.
"Ho paura solo di aver perso la mia valigia...". A questo punto siricordò di quello che era successo e di quello che ancora restavada fare. Nel girare lo sguardo, vide che i presenti, sempre ailoro posti, lo fissavano muti, per il rispetto e lo stupore. Soloi visi severi e soddisfatti dei funzionari del porto lasciaronotrasparire rammarico per essere arrivati così fa sproposito:
l'orologio che si erano messo davanti sembrava contare più diquanto succedeva o sarebbe successo nella sala.
Il primo a congratularsi dopo il comandante, fu, guarda caso, ilfuochista. "Mi complimento di cuore", disse stringendo la mano aCarlo, quasi con l'aria di dare la sua approvazione. Era sul puntodi rivolgere le stesse parole al senatore, ma questi, come se ilfuochista abusasse dei suoi diritti, fece un passo indietro; el'altro desistette.
A questo punto, tutti si resero conto di quanto dovevano fare,creando una gran confusione. Carlo ricevette le congratulazioni diSchubal, e le accettò ringraziando. Quando la calma fu tornata, sifecero avanti i funzionari del porto e dissero due parole ininglese, che suonarono molto ridicole.
Il senatore, per assaporare fino in fondo la sua gioia, continuavaa rievocare fatti quasi insignificanti, tra l'indulgenza, anzi,tra l'interesse generale. Riferì che, in previsione di un impiegoimmediato, aveva copiato sul taccuino i più caratteristici segnidi riconoscimento di Carlo, ricordati nella lettera della cuoca.
Durante la chiacchierata interminabile del fuochista, tanto perpassare il tempo, aveva cercato di riferire le note della cuoca,non certo precise come quelle di un poliziotto, all'aspetto diCarlo.
"E così ho trovato mio nipote!" concluse con un tono che parevasollecitare altre congratulazioni.
"E ora, che succederà del fuochista?" chiese Carlo, passando sopral'ultimo racconto dello zio. Nella posizione in cui era, credevadi poter dire tutto quello che pensava.
"Il fuochista avrà quel che si merita," disse il senatore, "quelloche il comandante ritiene giusto. Del fuochista ne abbiamo ormaitutti, i signori qui presenti saranno d'accordo, fin sopra icapelli".
"Non è questo che conta, quando si tratta di rendere giustizia",disse Carlo. Parlava tra lo zio e il comandante, e questaposizione gli dava forse la sicurezza di avere in mano lafaccenda.
Il fuochista non sembrava sperare più niente. Aveva infilato lemani sotto la cintola, che i suoi movimenti avevano scopertoinsieme con un pezzo di camicia a righe. Non gliene importava:
aveva raccontato tutte le sue pene, vedessero pure i quattrostracci che portava addosso, prima di buttarlo fuori. Pensò che arendergli quest'ultimo servizio sarebbero stati il commesso eSchubal, le due persone di rango più basso nella sala. Schubalsarebbe stato in pace, non si sarebbe più disperato, come avevaegregiamente detto il cassiere. Il comandante avrebbe potutoingaggiare una quantità di rumeni, ovunque si sarebbe parlatorumeno e forse tutto sarebbe veramente andato meglio. Non cisarebbe più stato un fuochista a fare chiasso alla cassa, anche seci si sarebbe ricordati volentieri della sua ultima protestapoiché, come aveva spiegato il senatore, essa era statal'occasione per il riconoscimento del nipote. Il ragazzo avevacercato, in precedenza, di essergli utile e si era quindi più chesdebitato per il servizio che lui gli aveva reso; il fuochista nonpensava nemmeno di chiedergli qualche altra cosa. In fin deiconti, anche se era nipote di un senatore, non era ancoracomandante: l'ordine fatale doveva uscire dalla bocca delcomandante. Coerentemente con le sue idee, il fuochista cercava dinon guardare dalla parte di Carlo, ma, purtroppo, in quella salapiena di nemici, i suoi occhi non avevano altro luogo sul qualeposarsi.
"Non fraintendere", disse il senatore a Carlo. "Può darsi che siauna questione di giustizia; ma si tratta anche di disciplina. Pertutte e due le ragioni, ma specie per l'ultima, la pratica è dicompetenza del comandante".
"Proprio così!" mormorò il fuochista. Chi notò e capì, sorrisestupito.
"Per di più, il comandante, per causa nostra, ha perso moltotempo, ora che con l'arrivo a New York ha più da fare. Dobbiamoandare via subito, non vorrei che un nostro intervento, del restoinutile, nella lite di due macchinisti, finisse col creare unputiferio. Capisco il tuo modo di agire, caro nipote, ma proprioper questo mi sento autorizzato a portarti subito via".
"Le faccio calare in mare una barca", disse il comandante senzaobiettare niente, con meraviglia di Carlo, alle parole dello zio,che in fondo si era quasi umiliato. Il cassiere si precipitò alloscrittoio e telefonò l'ordine del comandante al nostromo.
"Il tempo stringe", disse Carlo tra sé, "ma non posso fare niente,se non voglio offendere tutti. Non posso lasciare lo zio appena miha trovato. Il comandante è gentile, non di più. La sua gentilezzafinisce dove comincia la disciplina, lo zio ha visto giusto. ConSchubal non voglio parlare, mi dispiace persino di avergli dato lamano. Gli altri non contano niente".
Rimuginando nella testa questi pensieri, si avvicinò piano alfuochista, gli sfilò la destra dalla cintola, e giocherellando conle dita, la tenne tra le sue. "Perché non dici niente?" chiese.
"Perché ingoi tutto?"Il fuochista corrugò la fronte, nello sforzo di esprimere quantoaveva in animo, e intanto guardava la sua mano tra quelle diCarlo.
"So bene che ti hanno trattato come nessuno, su questa nave".
Carlo teneva le sue dita infilate tra quelle del fuochista, equesto si guardava intorno con gli occhi lucidi, come se nessunopotesse rimproverargli il piacere che provava.
"Invece ti devi difendere, dire sì e no, altrimenti la gente nonsaprà la verità. Prometti che mi darai retta, perché ho paura dinon poterti più aiutare". Carlo piangeva, baciando la manoscrepolata del fuochista, questa pendeva inerte, e lui la premevacontro il viso, come un tesoro che si è costretti ad abbandonare.
A questo punto lo zio senatore gli si avvicinò e lo allontanò congarbo.
"Il fuochista, a quanto pare, ti ha incantato", disse guardando,con aria d'intesa, il comandante, al di sopra della testa diCarlo. "Ti sentivi abbandonato e hai incontrato il fuochista, oragli sei grato di questo, bravo. Ma non esagerare, fallo per me,comincia a capire la tua nuova posizione".
Dietro la porta si alzò un gran baccano, si sentirono grida,qualcuno fu spinto brutalmente contro l'uscio. Irruppe dentro unmarinaio, con l'aria stralunata, un grembiule da donna intornoalla vita. "C'è gente di là!" gridò continuando a tirare gomitate,quasi dovesse ancora farsi largo. Quando fu tornato in sé e vollesalutare il comandante, si accorse del grembiule. Se lo strappò didosso, lo gettò per terra e gridò: "E' una vergogna, mi hannomesso addosso un grembiule!"; quindi sbatté i tacchi e salutò.
Qualcuno provò a ridere, ma il comandante disse severo: "Davveroun bello scherzo. Chi c'è di fuori?""I miei testimoni", disse Schubal facendosi avanti. "Faccio lescuse più profonde per la loro condotta. Quando i marinai arrivanoin porto, certe volte diventano matti".
"Li faccia subito entrare!" ordinò il comandante; e volgendosiverso il senatore disse in modo cortese ma sbrigativo: "Abbia labontà, illustre signor senatore, di seguire con suo nipote questomarinaio, che li accompagnerà fino al battello. Non serve che leripeta che la sua personale conoscenza ha rappresentato per me unonore e un piacere. Mi auguro di riprendere presto laconversazione sulle condizioni della marina americana; speriamo,chissà, di essere interrotti nello stesso modo piacevole di oggi".
"Per ora, questo nipote mi è sufficiente", disse ridendo lo zio.
"La ringrazio di cuore per la sua gentilezza. Non è da escludereche, in occasione del nostro viaggio in Europa", e strinseaffettuosamente Carlo a sé, "possiamo intrattenerci più a lungo".
"Ne sarei molto lieto", disse il comandante. I due si strinsero lamano, Carlo poté appena porgere la sua, in silenzio, alcomandante, perché questi aveva già rivolto l'attenzione su unaquindicina di uomini entrati, un po' cerimoniosi, marumorosamente, nella sala, sotto la guida di Schubal. Il marinaiochiese al senatore il permesso di precederli, aprì la strada e lifece uscire senza difficoltà, tra la gente che si inchinava.
Sembrava che quegli uomini dall'aspetto bonario considerassero lalite tra Schubal e il fuochista una faccenda ridicola, che talerimaneva davanti al comandante. Carlo notò Lina, la ragazza dicucina, che lo salutò ammiccando allegra, mentre si allacciava ilgrembiule buttato via dal marinaio.
Lasciato l'ufficio, girarono in un breve corridoio e finironodavanti a uno sportellone. Una scaletta scendeva in una barca giàpronta. La loro guida saltò in barca, i marinai si alzarono esalutarono. Il senatore stava invitando Carlo, fermo sul primogradino, a fare attenzione nella discesa, quando il ragazzoscoppiò in un gran pianto. Lo zio gli mise una mano sotto ilmento, lo abbracciò e accarezzò. Scendendo adagio un gradino dopol'altro, arrivarono abbracciati nella barca, dove il senatorescelse per Carlo un buon posto davanti a sé; quindi, a un suocenno, i marinai si staccarono dalla nave e cominciarono a vogaredi lena. Si erano appena allontanati, quando Carlo riconobbe sulfianco della nave le tre finestre della cassa, nelle quali sistipavano, salutando calorosamente, i testimoni di Schubal. Lo zioli salutò a sua volta, un marinaio riuscì a lanciare loro un baciocon la mano, senza interrompere il ritmo della voga. Era come senon ci fosse più nessun fuochista. Carlo fissò negli occhi lo zio,di cui sfiorava le ginocchia, chiedendosi se quell'uomo gliavrebbe mai potuto sostituire il fuochista. Ma lo zio distolse losguardo e cominciò a guardare le onde, sulle quali la barcaavanzava oscillando.
LA CONDANNA
Una storia
(1916)
Per F.
Era una mattinata domenicale nel momento più bello dellaprimavera. Il giovane commerciante Giorgio Bendemann sedeva nellasua stanza, al primo piano di una di quelle case basse e fragili,allineate in lunga serie sulla riva del fiume, distinte tra loroquasi soltanto per l'altezza e il colore. Aveva appena finito unalettera per un amico d'infanzia, che viveva all'estero; la chiuselentamente, quasi giocherellando, quindi, con i gomiti appoggiatisulla scrivania, si fermò a guardare fuori della finestra ilfiume, il ponte e le colline della sponda opposta, coperte ditenero verde.
Meditava sul fatto che quest'amico, insoddisfatto per la sua vitain famiglia, parecchi anni prima era letteralmente fuggito inRussia. Il commercio che esercitava a Pietroburgo, dopo un ottimoinizio, da un pezzo languiva, come si lamentava l'amico durante lesue visite, che avvenivano sempre più di rado. Il suo affaticarsiall'estero era dunque senza ragione; una gran barba, di foggiaesotica, non riusciva a nascondere le fattezze note sinodall'infanzia, mentre il colorito giallastro sembrava rivelare unamalattia latente. Raccontava di non avere rapporti con la coloniadei connazionali, mentre scarse relazioni aveva con la gente delposto; era ormai rassegnato a restare scapolo.
Cosa scrivere a un uomo simile, che, evidentemente, avevasbagliato strada? Uno lo poteva compiangere, ma come aiutarlo? Glisi doveva forse consigliare di tornare in famiglia, di trasferirela sua esistenza in patria, di riprendere le vecchie amicizie - efin qui non si sarebbero incontrati ostacoli - e per il restoaffidarsi all'aiuto degli amici? Ma fare questo significavasemplicemente dirgli - e con quanto più riguardo gli fosse statodetto, tanto più sarebbe stato offensivo per lui - che i suoitentativi erano stati un fallimento, che era ormai tempo diabbandonarli, che doveva rientrare nel suo paese, lasciando che lagente lo fissasse stupita, come uno tornato per sempre; chesoltanto i suoi amici avevano capito qualche cosa, mentre lui eraun bambinone, al quale conveniva dare retta a quelli rimasti acasa e che avevano avuto successo nella vita. E poi, si potevaessere sicuri che la pena così inflitta sarebbe servita a qualchecosa? Forse non si sarebbe riusciti neppure a farlo tornare acasa, pensò, ricordandosi che quello ammetteva di non capire piùil modo di vivere del suo paese. Sarebbe, così, rimastoall'estero, amareggiato da tutti quei consigli e ancora piùlontano di prima dagli amici. Se poi avesse seguito i consigli e,arrivato in patria, non avesse potuto risollevarsi, per colpa nondegli amici, naturalmente, ma delle circostanze, se non fossestato capace di adattarsi agli altri né di fare a meno di loro, sesi fosse sentito umiliato, se avesse finito col non avere più népatria né amici, non sarebbe stato meglio, per lui, continuare arestare all'estero? Se le cose stavano in quel modo, si potevadavvero pensare che nel suo paese sarebbe riuscito a spuntarla?
Per queste ragioni, se voleva continuare a corrispondere ancoracon lui, non poteva informarlo a fondo delle sue cose, comeavrebbe fatto, senza timore, anche con il più lontano fra iconoscenti. L'amico non tornava in patria da più di tre anni, conla magra scusa dell'instabilità della situazione politica russache, a quanto diceva, non avrebbe consentito la minima assenza aun piccolo commerciante come lui, mentre centinaia di migliaia dirussi giravano tranquillamente per il mondo. Durante quei treanni, molte cose erano cambiate per Giorgio. L'amico aveva saputodella morte della madre di Giorgio, avvenuta due anni prima, e dicome Giorgio, da allora, viveva insieme al vecchio padre.
L'aridità delle sue condoglianze si poteva spiegare solo con ilfatto che, da lontano, il dolore per un simile evento diventainconcepibile. Da allora Giorgio aveva cominciato a mettere piùimpegno sia nel lavoro, sia in parecchie altre cose. Forse suopadre, finché la madre era viva, gli aveva impedito un'attivitàindipendente, perché voleva essere solo a dirigere gli affari;forse dopo la morte della moglie, sebbene continuasse a occuparsidegli affari, si era fatto più discreto; forse, e questo sembravail caso più probabile, avevano influito circostanze fortunate;comunque in quei due anni la ditta si era sviluppata in modoimprevisto, avevano dovuto raddoppiare il personale, il girod'affari si era quintuplicato e sarebbe certo ancora aumentato.
L'amico, però, di quei mutamenti non sapeva nulla. In passato,aveva cercato di convincere Giorgio a emigrare in Russia, perl'ultima volta doveva averlo fatto nella lettera di condoglianze,dilungandosi nei particolari su quali prospettive si aprivano,specialmente per il commercio di Giorgio, lì a Pietroburgo. Lecifre erano insignificanti, tuttavia, in confronto al girod'affari ormai raggiunto dalla ditta di Giorgio. E questi non siera mai sentito di raccontare all'amico dei suoi successi; se loavesse fatto con tanto ritardo, la cosa sarebbe parsa moltostrana.
Si era quindi limitato a parlare solo di avvenimentiinsignificanti, confusamente, come si affacciano alla memorianella quiete di una domenica. Voleva lasciare intatta l'idea chel'amico si era fatto della sua città natale e alla quale si eraormai abituato, durante quella lunga assenza. Era successo, così,a distanza di tempo, che Giorgio annunciasse all'amico, in trelettere piuttosto distanti tra loro, il fidanzamento di un tizioqualunque con una ragazza altrettanto qualunque; finché l'amico,senza che Giorgio lo volesse, cominciò a interessarsi a quel fattocurioso.
Giorgio preferiva scrivergli queste cose piuttosto checonfessargli di essersi fidanzato, un mese prima, lui stesso conuna signorina Frieda Brandenfeld, ragazza di famiglia agiata. Conla fidanzata parlava spesso dell'amico e del carattere tuttoparticolare della loro corrispondenza. "Così non verrà al nostromatrimonio", diceva la ragazza. "Ma io ho il diritto di conosceretutti i tuoi amici!" "Non voglio disturbarlo", rispondeva Giorgio.
"Cerca di capirmi; probabilmente verrebbe, almeno lo suppongo, maconvinto di subire un danno e si sentirebbe a disagio; forse miinvidierebbe, per ripartire poi solo, scontento e incapace disuperare questa sua scontentezza. Solo... sai che significa?" "Vabene, ma non può darsi che venga a sapere lo stesso del nostromatrimonio?" "Questo non saprei impedirlo, anche se, dato il suogenere di vita, la cosa mi sembra improbabile". "Se questi sonogli amici che hai, Giorgio, non avresti neppure dovutofidanzarti". "In questo caso è una colpa che abbiamo in due; maneppure vorrei che fosse diversamente". E quando lei, ansimandosotto i suoi baci, disse ancora: "Eppure è una cosa che midispiace molto", Giorgio pensò di poter scrivere tutto, senzapericolo, all'amico. "Così sono fatto e così deve prendermi", sidisse, "in fondo non posso inventare una persona più adatta aessergli amica di quanto sono io".
Nella lunga lettera che aveva scritta in quella mattinatadomenicale, Giorgio annunciava all'amico l'avvenuto fidanzamentocon queste parole: "Ho riservato per ultimo la novità più bella.
Mi sono fidanzato con la signorina Frieda Brandenfeld, una ragazzadi famiglia agiata, stabilitasi qui parecchio dopo la tuapartenza, e che quindi non puoi conoscere. Ti palerò in seguitopiù a lungo della mia fidanzata, per oggi ti basti sapere che sonomolto felice, che l'unico cambiamento avvenuto nella nostraamicizia è che tu avrai in me, invece di un amico qualsiasi , unamico felice. Nella mia fidanzata, che ti manda i suoi saluti eche ti scriverà di persona, avrai un'amica sincera, cosa non dapoco, per uno scapolo. So che molte ragioni ti impediscono difarci una visita, ma non credi che il mio matrimonio potrebberappresentare una buona occasione per dare un calcio a tutti gliostacoli? In ogni modo, comunque sia, non fare complimenti eregolati come meglio credi".
Con questa lettera in mano, il viso rivolto alla finestra, Giorgiorimase a lungo seduto alla scrivania. Passò per la strada unconoscente e lo salutò, lui gli rispose appena, con un sorrisoassente.
Infine mise la lettera in tasca e, uscendo dalla sua camera,attraverso un breve corridoio, entrò in quella di suo padre, dovenon era stato da mesi. Non ce n'era del resto alcuna necessità,perché vedeva sempre il padre in ufficio, a mezzogiorno mangiavanoinsieme in un ristorante e la sera ognuno cenava dove voleva, perritrovarsi poi, col proprio giornale, nel salotto; a meno cheGiorgio non fosse con gli amici, come succedeva quasi sempre, onon visitasse la fidanzata. Giorgio notò con stupore come lastanza del padre fosse buia, anche in quella mattina piena disole. L'ombra gettata dall'alto muro sul fondo dello strettocortile arrivava dunque fin là! Il padre sedeva vicino allafinestra, in un angolo ornato di vari ricordi della mogliedefunta, e leggeva il giornale tenendolo un po' spostato da unaparte per un difetto della vista. Sul tavolo c'erano gli avanzidella colazione, che sembrava appena toccata.
"Ah, Giorgio!" disse, e gli si fece incontro. La pesante vestagliasi aprì, i lembi gli svolazzarono intorno. "Mio padre è ancora ungigante," si disse Giorgio.
"Ma che buio insopportabile fa qui dentro!" disse poi.
"Eh sì, è proprio buio", rispose il padre.
"E tieni anche la finestra chiusa?""Preferisco così".
"Fuori fa un bel caldo", disse Giorgio, come per riprendere ildiscorso di prima; e si sedette.
Il padre portò via il vassoio della colazione e lo posò su di uncassettone.
"Volevo dirti", continuò Giorgio, seguendo con aria distratta imovimenti del vecchio, "che mi sono deciso ad annunciare il miofidanzamento a Pietroburgo". Sfilò appena la lettera fuori dellatasca e la rimise dentro.
"A Pietroburgo?" chiese il padre.
"Ma sì, al mio amico", fece Giorgio, cercando gli occhi del padre.
In ufficio è completamente diverso, pensò, guarda come siedesolennemente, a braccia conserte.
"Già, al tuo amico", disse il padre, scandendo le parole.
"Sai pure che prima gli volevo tacere il mio fidanzamento. Perriguardo, non per altro. Sai anche tu che ha un caratteredifficile. Potrà saperlo da altri, mi dicevo, anche se, data lavita solitaria che conduce, la cosa sia poco probabile; questo nonposso impedirlo: in ogni modo, non sarà da me che lo saprà".
"E ora hai cambiato idea?" chiese il padre, posando il grossogiornale sul davanzale e sul giornale gli occhiali, che poi coprìcon la mano.
"Sì, ci ho ripensato. Se mi è veramente amico, mi dissi, il miofidanzamento sarà una gioia anche per lui. Per questo, non ho piùesitato ad annunciarglielo. Te lo volevo dire prima di imbucare lalettera".
"Giorgio", disse il padre allargando la bocca priva di denti,"ascolta. Sei venuto da me per questa faccenda, per consigliarticon me. Questo ti fa onore, senza dubbio: ma se non mi dici tuttala verità, non conta nulla, anzi è peggio di nulla. Non vogliotoccare argomenti che esulano dal nostro discorso. Dopo la mortedella nostra cara mamma, sono accadute cose poco belle. Forseverrà il tempo di parlare anche di queste, e prima che non sicreda. Nella ditta mi sfuggono parecchie cose, forse non perché mele nascondono - non voglio neppure pensare che me le nascondano -ma ormai non mi bastano le forze, la memoria mi tradisce e nonriesco più a tenere dietro a tutto. Cosa vuoi, la natura segue ilsuo corso; ma devo anche dire che la morte della mamma mi hacolpito molto più di te. In ogni modo, visto che parliamo diquesta faccenda, della lettera, Giorgio, cerca di non ingannarmi.
E' una piccolezza, proprio una cosa da nulla, dunque noningannarmi. Hai davvero questo amico a Pietroburgo?"Giorgio si alzò, imbarazzato. "Lasciamo stare i miei amici. Milleamici non potrebbero sostituire mio padre. Sai cosa penso? Che nonti riguardi abbastanza. La vecchiaia ha i suoi diritti. Nelladitta mi sei indispensabile, lo sai bene, ma se dovessepregiudicare la tua salute, la chiuderei domani stesso, persempre. Così non va. Dobbiamo pensare a un altro genere di vita,per te, completamente diverso. Te ne stai qui al buio, quando insalotto avresti tutta la luce che vuoi. Tocchi appena lacolazione, invece di nutrirti come si deve. Siedi vicino allafinestra chiusa, quando l'aria ti farebbe così bene. No, babbo!
Andrò a chiamare il dottore e seguiremo le sue prescrizioni.
Scambieremo le camere, tu andrai in quella davanti, io verrò qui.
Per te non sarà un cambiamento, porteremo di là tutte le tue cose.
Ma c'è tempo per questo, ora rimettiti un po' a letto, hai bisognoassoluto di riposo. Vieni, ti aiuterò a svestirti, vedrai che ciriesco. O vuoi andare subito nella camera davanti a stendertiprovvisoriamente sul mio letto? Sarebbe la cosa migliore".
Giorgio era vicinissimo a suo padre, che aveva lasciato cadere sulpetto la testa dagli ispidi capelli bianchi.
"Giorgio!" disse il padre piano, senza muoversi.
Giorgio gli si inginocchiò davanti e vide su quel viso stanco,negli angoli degli occhi, le pupille dilatate che lo fissavano.
"Tu non hai nessun amico a Pietroburgo. Sei sempre stato unburlone e non hai risparmiato neppure me. Come potresti avere unamico proprio là! Non ci posso credere".
"Ma ricordati, babbo", disse Giorgio alzando il vecchio dallapoltrona e togliendogli, mentre si reggeva malfermo sulle gambe,la vestaglia, "saranno ora quasi tre anni che il mio amico venne atrovarci. Mi ricordo che non lo avevi trovato molto simpatico. Unpaio di volte, almeno, ti nascosi la sua presenza, mentre era incamera mia. Capivo la tua avversione, il mio amico è piuttosto unoriginale. Ma poi finisti con l'intenderti benissimo con lui. Ioero orgoglioso che tu rimanessi ad ascoltarlo, lo approvassi, glifacessi domande. Se ci ripensi, te ne ricorderai di sicuro.
Raccontava storie incredibili sulla rivoluzione russa. Peresempio, di aver visto, in occasione di un viaggio d'affari aKiev, durante un tumulto, un prete incidersi una croce nel palmodella mano, quindi alzare la mano e invocare la folla. Tu stessoripetesti poi la storia, diverse volte".
Intanto Giorgio era riuscito a far sedere di nuovo il vecchio, atogliergli con garbo le mutande di lana, che portava su quelle dilino, e anche a sfilargli le calze. Nel vedere che la biancherianon era troppo pulita, si rimproverò di averlo trascurato. Sarebbestato suo dovere sorvegliare anche il cambio della biancheria. Conla fidanzata non aveva ancora parlato di come avrebbe sistematosuo padre, ma insomma era tacitamente stabilito che sarebberimasto solo nella vecchia casa. A questo punto, decise risolutoche suo padre sarebbe andato da lui, nel nuovo appartamento. Aguardare le cose come stavano, forse quelle cure sarebbero stateprodigate troppo tardi.
Sollevò il padre sulle braccia e lo portò a letto. Mentre faceva ipochi passi che lo separavano dal letto, con orrore si accorse cheil padre giocherellava con la catena dell'orologio, contro il suopetto. Non gli fu facile sdraiarlo, tanta era la forza con cui siaggrappava alla catena.
Ma appena fu a letto, tutto sembrò a posto. Il vecchio si coprì dasolo e tirò la coperta fin sopra le spalle. Poi alzò gli occhi suGiorgio, senza nessuna ostilità.
"Ti ricordi di lui, ora, non è vero?" chiese Giorgio,incoraggiandolo con un movimento del capo.
"Sono coperto bene?" chiese il padre, quasi non potesse vedere sei piedi erano ben coperti.
"Ti piace stare a letto, eh?" fece Giorgio, accomodandogli lacoperta.
"Sono coperto bene?" chiese ancora il padre, come se desse moltaimportanza alla risposta.
"Stai tranquillo, sei coperto bene".
"No!" gridò il vecchio con tanta forza che la risposta si incontròquasi con la domanda. Respinse la coperta con un impeto tale che,per un attimo, si spiegò tutta per aria, e si alzò in piedi sulletto. Con una mano sfiorava il soffitto. "Volevi coprirmi, lo so,tesoro mio, ma coperto ancora non sono. Anche se questo fossel'ultimo resto di energia, è abbastanza, troppo per te. Certo checonosco il tuo amico. Sarebbe stato un figlio come mi piaceva. Perquesto tu lo hai ingannato per anni. Che altra ragione potevaesserci? Credi che non ho pianto per lui? Ecco perché ti chiudinel tuo studio, nessuno deve disturbarti, il direttore èoccupato... Solo per poter scrivere le tue false lettere inRussia. Fortunatamente, nessuno deve insegnare al padre aconoscere il proprio figlio. Quando credevi di averlo messo aterra, di tenerlo al punto da posare il sedere su di lui, senzache lui facesse un movimento, ecco allora che il mio signor figliodecide di sposarsi!"Giorgio alzò lo sguardo verso quell'immagine da incubo. L'amico diPietroburgo, che il padre, d'un tratto, mostrava di conosceretanto bene, occupò il suo animo come mai, prima, era accaduto. Lovedeva sperduto nell'immensa Russia. Lo vedeva sulla porta delnegozio vuoto, saccheggiato. In piedi tra gli scaffali fracassati,le merci fatte a pezzi, i bracci dei lumi a gas penzolanti. Perchése n'era dovuto andare tanto lontano?
"Ma guardami dunque!" gridò il padre, e Giorgio, senza rendersiben conto di quello che faceva faceva, corse smarrito per nonperdere nulla, verso il letto, ma si arrestò a mezza strada.
"Perché quella ha alzato le sottane", cominciò il padre con voceflautata, "perché quell'oca schifosa ha fatto così", e perrappresentare la scena si tirò su la camicia fino a mostrare lacicatrice di guerra che aveva sulla coscia, "perché ha alzato lesottane così, così, così, le sei andato dietro; e per sfogarti conlei senza fastidi, hai profanato la memoria di tua madre, traditol'amico e costretto tuo padre a letto, perché non si potesse piùmuovere. E invece si muove, sì o no?". In piedi, senza nessunsostegno, prese a sgambettare. La coscienza del suo acume lorendeva raggiante.
Giorgio stava in un angolo, il più lontano possibile dal padre.
Parecchio tempo prima aveva deciso di osservare bene tutto, pernon essere colto alla sprovvista, alle spalle o dall'alto. Siricordò del proposito, da un pezzo dimenticato, e lo dimenticò dinuovo, come succede quando si vuole passare un filo troppo cortonella cruna di un ago.
"Però il tuo amico non è ancora tradito!" gridò il padre, dandoforza alle sue parole con l'indice mosso in segno di diniego. "Iosono stato il suo difensore qui".
"Commediante!" non poté trattenersi dal gridare Giorgio, ma sirese subito conto dell'errore e con gli occhi sbarrati si morse,troppo tardi, la lingua, fino a piegarsi per il dolore.
"Ma sì, certo che ho recitato la commedia! Commedia! E' proprio laparola giusta! Quale altra consolazione restava al vecchio padrevedovo? Dimmi - e per l'attimo della risposta cerca di essereancora il mio figliolo - che altro mi rimaneva, in quella camerasul dietro, perseguitato dal personale infedele, vecchio come sonofino alle ossa? Mio figlio girava trionfante per il mondo,concludeva affari che io avevo preparato, faceva salti di gioiadal piacere, e passava poi davanti a suo padre con il voltocompunto del galantuomo! Credi forse che non ti abbia amato, ioche ti ho messo al mondo?"Ora si piegherà in avanti, pensava Giorgio, ah se cadesse e sifracassasse! Quest'ultima parola gli passò per il capo con laviolenza di una frustata.
Il padre si piegò in avanti, ma non cadde. Visto che Giorgio nonsi avvicinava, come si era aspettato, si raddrizzò di nuovo.
"Resta dove sei, non ho bisogno di te! Tu pensi di avere ancora laforza di venire fin qui, che ti trattieni solo perché così vuoi.
Attento a non sbagliarti. Io sono ancora il più forte, e diparecchio. Da solo, forse sarei stato costretto a cedere, ma lamamma mi ha dato la sua forza, con il tuo amico ho strettoun'ottima amicizia e la tua clientela l'ho qui in tasca!""Ha le tasche persino nella camicia!" si disse Giorgio; e conquesta osservazione credette di rendere il padre ridicolo davantial mondo intero. Ma lo pensò solo per un istante, perchédimenticava sempre tutto.
"Attaccati pure alla tua ragazza e fatti avanti! Penso io aspazzartela via dal fianco, e non sai come!"Giorgio fece delle smorfie, come se non ci credesse. Il padre fecesolo un segno con la testa verso il figlio, a conferma dellaverità di quanto aveva detto.
"Come mi hai divertito, poco fa, quando sei venuto a chiedermi sedovevi scrivere del fidanzamento al tuo amico. Ma quello sa tutto,caro il mio babbeo, quello sa tutto! Gli ho scritto io, visto chehai dimenticato di portarmi via l'occorrente per scrivere. Perquesto sono anni che non viene, sa tutto cento volte meglio di te,appallottola le tue lettere, senza averle lette, con la sinistra,mentre con la destra tiene le mie e se le legge".
Per l'entusiasmo, agitava il braccio sopra la testa. "Sa tuttomille volte meglio di te!" gridò.
"Diecimila volte!" disse Giorgio, per deridere il padre; ma nellasua bocca l'espressione assunse un'inflessione profondamenteseria.
"Da anni mi aspettavo questa domanda da parte tua! Credi chem'importi qualche cosa? Credi che legga i giornali? Toh!" e gettòa Giorgio un foglio di giornale finito, chi sa come, nel letto. Unvecchio giornale, con un titolo completamente sconosciuto.
"Ce ne hai messo del tempo, per diventare maturo! La mamma hadovuto morire, non ha potuto vedere il gran giorno; il tuo amicosta crepando nella sua Russia, già tre anni fa era giallo dabuttar via, quanto a me, vedi in che condizioni sono ridotto. Haigli occhi per vederlo!""Allora mi hai spiato!" gridò Giorgio.
In tono di compatimento, come tra sé, il padre si limitò arispondere: "Non volevi, forse, dirlo prima? Ora non è più ilcaso".
Poi, con più forza: "Ora saprai dunque che cosa esiste al mondooltre a te, finora sapevi soltanto di te. Certo, eri un bambinoinnocente, ma ancora più certo è che eri una creatura diabolica!
Per questo sappi: io ti condanno a morte per annegamento!"Giorgio si sentì cacciato dalla camera, nelle orecchie il rumoredel padre che si lasciava cadere sul letto. Lungo le scale, chescese di corsa, quasi si trattasse di un piano inclinato, urtòcontro la donna di servizio, che saliva a riordinare le camere.
"Gesù!" gridò la donna coprendosi il volto col grembiule; maGiorgio era sparito.
Si precipitò fuori dal portone, attraversò le rotaie del tram,irresistibilmente attirato dall'acqua. Strinse il parapetto, comeun affamato il cibo. Lo superò con uno slancio, daquell'eccellente atleta che era stato da giovane, con orgoglio deigenitori. Mentre le mani via via allentavano la presa, intravidetra le sbarre della ringhiera un autobus, che avrebbe facilmentecoperto il rumore della sua caduta, gridò piano: "Cari genitori,pure vi ho sempre amati!" e si lasciò cadere giù.
In quel momento il ponte era percorso da un trafficointerminabile.
LA METAMORFOSI
(1916)
1.
Gregorio Samsa, svegliandosi un mattino da sogni agitati, si trovòtrasformato, nel suo letto, in un enorme insetto immondo. Giacevasulla schiena, dura come una corazza e, sollevando un po' latesta, vide un addome arcuato, scuro, attraversato da numerosenervature. La coperta, in equilibrio sulla sua punta, minacciavadi cadere da un momento all'altro; mentre le numerose zampe,pietosamente sottili rispetto alla sua mole, gli ondeggiavanoconfusamente davanti agli occhi.
"Che mi è successo?" pensò. Non era un sogno. La sua camera, unavera camera per esseri umani, anche se un po' piccola, stava benferma e tranquilla tra le sue quattro note pareti. Sopra iltavolo, su cui era sparso un campionario di tessuti - Samsa eracommesso viaggiatore - era appesa un'immagine ritagliata, nonmolto tempo prima, da una rivista illustrata e collocata in unagraziosa cornice dorata. Raffigurava una donna che, in boa eberretto di pelle, sedeva ben dritta con il busto, alzando versol'osservatore un pesante manicotto di pelliccia in cui scomparivatutto l'avambraccio.
Lo sguardo di Gregorio passò allora alla finestra e il cielocoperto - si sentivano gocce di pioggia picchiettare sulla lamieradel davanzale - finì d'immalinconirlo. "Se dormissi ancora un po',e dimenticassi tutte queste stupidaggini?" pensò; ma la cosa eraimpossibile, perché abituato a dormire sul fianco destro, e nellostato in cui si trovava, non era in grado di assumere quellaposizione. Per quanta forza impiegasse nel cercare di buttarsisulla destra, ricadeva sempre sul dorso. Provò cento volte, chiusegli occhi per non vedere le sue zampine annaspanti e smise soloquando cominciò a sentire sul fianco un dolore leggero, sordo, maiprovato prima.
"Dio mio!" pensò, "che professione faticosa mi sono scelta! Tuttii santi giorni in viaggio. Le preoccupazioni sono maggiori diquando lavoravamo in proprio, in più c'è il tormento delviaggiare: l'affanno delle coincidenze, i pasti irregolari,cattivi, i rapporti con gli uomini sempre mutevoli, instabili, chenon arrivano mai a diventare duraturi, cordiali. Vada tutto aldiavolo!" Sentì un lieve prurito sul ventre; restando supino sitirò adagio verso il capezzale, per poter alzare meglio la testa,e trovò il punto che prudeva coperto da macchioline bianche che lolasciarono perplesso; provò a sfiorare il punto con una zampa, mala ritirò subito, perché il contatto gli provocò un brivido.
Scivolò di nuovo nella posizione di prima. "Queste alzatacce",pensò, "finiscono col rimbecillire. L'uomo deve avere il suosonno. Certi colleghi vivono come le donne di un harem. Se unamattina mi succede, per esempio, di rientrare in albergo pertrascrivere le commissioni ricevute, quei signori si sono appenaseduti per la prima colazione. Ci provassi io, col mio principale:
che volo farei! D'altra parte, chi sa se non sarebbe una fortuna.
Non fosse per i genitori, mi sarei licenziato da un pezzo, sareiandato dal principale e gli avrei detto quello che penso, dalla aalla zeta! Sarebbe dovuto cadere dallo scrittoio! Che strano modo,poi, di sedere sullo scrittoio e parlare da lì agli impiegati,specie se si considera che, sordo com'è, quelli devono andargliproprio sotto il naso. Ma non è detta l'ultima parola: appena avròmesso da parte tanto denaro da pagargli il debito dei mieigenitori, - forse occorrono ancora cinque o sei anni, - lo faròsenz'altro. Allora ci sarà il grande distacco. Ma intanto mi devoalzare, il treno parte alle cinque".
Diede un'occhiata alla sveglia, che ticchettava sul cassettone.
"Dio del cielo!" pensò. Erano le sei e mezzo, e le lancetteproseguivano tranquillamente il loro cammino, anzi la mezza eragià passata, erano ormai i tre quarti. Che la sveglia non avessesuonato? Dal letto si vedeva che era stata messa regolarmentesulle quattro; aveva senza dubbio suonato: possibile che avessecontinuato a dormire con quel suono che scuoteva i mobili? Nonaveva avuto un sonno tranquillo, ma forse per questo aveva dormitopiù pesantemente. Che avrebbe fatto? Il treno successivo partivaalle sette; per riuscire a prenderlo, avrebbe dovuto correre comeun matto, e il campionario non era ancora pronto, mentre lui, poi,non si sentiva troppo fresco e in forze. E anche se fosse riuscitoa prendere il treno, un rimprovero del principale era ormaiinevitabile: il fattorino lo aveva aspettato al treno delle cinquee da un pezzo doveva aver riferito sulla sua assenza. Era unacreatura del principale, senza volontà né cervello. E se si fossedato malato? Sarebbe stato molto penoso e sospetto, perché incinque anni di servizio non era ancora stato malato nemmeno unavolta. Il principale sarebbe venuto con il medico della mutua,avrebbe rimproverato ai genitori la pigrizia del figlio e tagliatocorto a tutte le obiezioni, rimettendosi al medico, per il quale,come si sa, esistono solo individui sanissimi, ma poltroni. E nelsuo caso avrebbe poi avuto tutti i torti? Non fosse stato per unacerta sonnolenza, inspiegabile dopo un riposo così lungo, Gregoriosi sentiva proprio bene, provava perfino un ottimo appetito.
Mentre pensava rapidamente a tutto questo, senza potersi deciderea lasciare il letto, la sveglia suonò le sei e tre quarti. Nellostesso tempo, qualcuno picchiò con cautela alla porta vicino alcapezzale. "Gregorio!" chiamava una voce, quella della mamma.
"Sono le sei e tre quarti. Non volevi partire?".
La voce soave! Gregorio si spaventò quando sentì la propriarisposta. La voce, senza dubbio, era la sua di prima: ma ad essasi mischiava un pigolio lamentoso, incontenibile, che lasciavacapire le parole solo in un primo momento, ma subito ne alterava isuoni a un punto tale, da far dubitare di aver inteso bene.
Gregorio avrebbe voluto dare una lunga risposta e spiegare tutto,ma, in quelle condizioni, si limitò a dire: "Sì, sì, grazie,mamma, sto già alzandomi". Attraverso la porta, la voce non dovésembrare diversa dal solito, perché la mamma fu tranquillizzatadalla spiegazione e si allontanò ciabattando. Ma quel brevedialogo aveva rivelato anche agli altri membri della famiglia cheGregorio, fatto insolito, era ancora in casa. Infatti ecco ilpadre picchiare piano, ma col pugno, a una delle porte laterali.
"Gregorio, Gregorio!" gridò. "Che c'è?". E dopo un po' ripetéancora, con voce più bassa: "Gregorio, Gregorio!".
Attraverso l'altra porta laterale, la sorella chiese piano:
"Gregorio, non ti senti bene? Hai bisogno di qualche cosa?".
Gregorio rispose a entrambi: "Sono già pronto!" sforzandosi direndere la sua voce normale con un'attenta pronuncia e lunghepause tra una parola e l'altra. Il padre tornò alla sua colazione,ma la sorella sussurrò: "Gregorio, apri, ti scongiuro!".
Ma Gregorio non ci pensò nemmeno, ad aprire, e si rallegrò anzidell'abitudine, presa durante i suoi viaggi, di chiudersi, lanotte, in camera, anche a casa.
Voleva alzarsi tranquillo e indisturbato, vestirsi, soprattuttofare colazione, e poi pensare al resto, perché si rendeva contoche, se fosse rimasto a meditare a letto, non sarebbe mai arrivatoa una conclusione ragionevole. Si ricordò che altre volte avevasentito, a letto, un leggero dolore, forse provocato da unaposizione scomoda, che poi, appena alzato, si era rivelato fruttod'immaginazione; e ora era curioso di vedere come le fantasiedella mattinata si sarebbero a poco a poco dileguate. Era convintoche il cambiamento di voce fosse soltanto il preavviso di un forteraffreddore, malattia professionale dei commessi viaggiatori.
Buttare via la coperta fu una cosa da nulla: gli bastò gonfiarsiun poco e quella cadde da sola. Ma dopo cominciarono ledifficoltà, specialmente perché era così grosso. Avrebbe avutobisogno di braccia e di mani, per alzarsi; invece aveva soltantotutte quelle zampine in perpetuo movimento, che non riusciva adominare. Se provava a piegarne una, gli capitava, al contrario,di allungarla; quando riusciva infine a fare con essa ciò chevoleva, le altre, quasi fossero senza controllo, si muovevano conun'altissima e dolorosa intensità. "Via, via, inutile restare aletto!" si disse Gregorio.
Dapprima cercò di uscire dal letto con la parte inferiore delcorpo, ma questa parte, che non aveva ancora visto e che nonpoteva immaginare bene, era troppo difficile da muovere.
Esasperato per la lentezza dell'operazione, raccolse tutte le sueforze e si slanciò in avanti, ma, avendo calcolato male ladistanza, picchiò contro il fondo del letto. Un dolore cocente gliinsegnò che la parte inferiore del suo corpo era, per il momento,la più sensibile.
Cercò allora di portare fuori prima il tronco, e giròprudentemente la testa verso l'orlo del letto. Questa manovrariuscì e la massa del corpo, nonostante la mole e il peso,accompagnò lentamente il movimento della testa. Quando però lasporse fuori dal letto, ebbe paura a spingersi ancora avanti: sefosse caduto così, infatti, si sarebbe fracassato la testa, a menodi un miracolo. In quel momento, non voleva proprio perdere ilcontrollo di sé; preferiva piuttosto restare a letto.
Ma quando, dopo altrettanta fatica, si ritrovò ansimante nellaposizione di partenza e vide le zampine agitarsi le une contro lealtre in modo, se possibile, ancora più rabbioso, di fronteall'impossibilità di mettere ordine e calma in quella confusione,si disse ancora una volta che non poteva assolutamente restare aletto e che la cosa più ragionevole era quella di sacrificare ognicosa alla speranza, sia pure minima, di alzarsi. Nello stessotempo, si disse che una calma, tranquilla riflessione era megliodi una decisione disperata. In quei momenti, di solito, glicapitava di fissare la finestra, ma questa volta la foschiamattutina, che nascondeva perfino le case all'altro lato dellastretta strada, poté ben poco sul suo umore. "Già le sette", sidisse a un nuovo segnale della sveglia, "già le sette e ancora unanebbia così". Per un po' rimase immobile, respirando appena, comese aspettasse dall'immobilità assoluta il ritorno alla vitanormale.
Ma poi si disse: "Prima delle sette e un quarto, devo averlasciato il letto ad ogni costo. Nel frattempo, sarà di certovenuto qualcuno della ditta a chiedere notizie, perché apronoprima delle sette. Si accinse a buttarsi fuori del letto di uncolpo solo, con tutto il corpo. Se si lasciava cadere in questomodo, la testa, che nella caduta avrebbe cercato di teneresollevata, sarebbe rimasta illesa. La schiena sembrava dura:
cadendo sul tappeto, non le sarebbe successo niente. Soprattuttotemeva il rumore che avrebbe prodotto, l'apprensione, se non lospavento, che avrebbe destato dietro le porte. Ma bisognavacorrere questo rischio.
Quando Gregorio ebbe una metà del corpo fuori del letto - il nuovosistema era più un gioco che una fatica, bastava dondolarsi conpiccole scosse - pensò quanto tutto sarebbe stato semplice sequalcuno lo avesse aiutato. Due persone robuste come il padre e ladomestica sarebbero bastate; passate le braccia sotto la suaschiena arcuata, così da farlo sgusciare dal letto, bastava che sifossero chinati con il carico e avessero aspettato, tranquilli,che lui si rovesciasse sul pavimento, dove le zampine, c'era dasperare, si sarebbero dimostrate utili. Ma a parte il fatto che leporte erano chiuse, avrebbe fatto bene a chiedere aiuto? A questopensiero, nonostante le difficoltà, non poté trattenere unsorriso.
La sua manovra era tanto avanzata che, con una oscillazione piùenergica, avrebbe definitivamente perso l'equilibrio; dovevadunque decidersi, perché entro cinque minuti sarebbe scaduto ilquarto. In quel momento suonò il campanello d'ingresso. "E'qualcuno della ditta", si disse; e si sentì agghiacciare, mentrele zampine ballavano ancor più velocemente. Per un momento, non sisentì niente. "Non aprono", si disse Gregorio, in preda a unasperanza irragionevole. Poi, come sempre, naturalmente, ladomestica andò con il suo passo pesante alla porta e aprì. AGregorio bastò sentire la prima parola di saluto del visitatore,per capire di chi si trattava: il procuratore in persona. Maperché Gregorio era condannato a lavorare in una ditta dove laminima mancanza faceva nascere i più gravi sospetti? Gli impiegatierano dunque tutti dei mascalzoni? Non poteva esserci tra loro unapersona fidata, devota, che, per avere sottratto qualche ora alladitta, impazziva dal rimorso, fino a non essere più in grado dialzarsi dal letto? Non bastava mandare un garzone, se eraindispensabile mandare qualcuno; doveva venire il procuratore inpersona, per mostrare a tutta la famiglia, che era assolutamenteinnocente, che le indagini su un caso tanto sospetto potevanovenire affidate solo alla sua intelligenza? Più per l'agitazionein cui questi pensieri lo avevano messo che di proposito, Gregoriosi slanciò, con tutte le sue forze, fuori dal letto. Il tonfo fusonoro, ma non quanto temeva. Il tappeto aveva attutito la caduta,poi la schiena era più elastica di quanto Gregorio pensasse. Nonaveva, però, sollevato abbastanza la testa, che aveva picchiatosul pavimento. Pieno di stizza e di dolore, la girò e la strofinòsul tappeto.
"Là dentro è caduto qualche cosa" disse il procuratore nellacamera di sinistra. Gregorio si chiese se un giorno non sarebbepotuto capitare anche al procuratore, quello che stava accadendo alui; in sé, la cosa poteva essere anche possibile. Ma quasi perribattere duramente a questa ipotesi, nella stanza vicina ilprocuratore fece alcuni passi risoluti, facendo scricchiolare lescarpe di vernice. Dalla camera di destra, la sorella sussurrò,per avvertire Gregorio: "Gregorio, c'è il procuratore!".
"Lo so", mormorò Gregorio, senza tuttavia alzare la voce tanto dafarsi udire dalla sorella.
"Gregorio", disse il padre dalla stanza di sinistra, "il signorprocuratore è venuto a sentire perché non sei partito con il trenodell'alba. Noi non sappiamo cosa dirgli, del resto vuole parlarepersonalmente con te. Apri la porta, avrà certo la bontà discusare il disordine della camera".
"Buon giorno, signor Samsa!" lo interruppe in tono cordiale, ilprocuratore.
"Non sta bene!" diceva la madre al procuratore, mentre il padrecontinuava a parlare accanto alla porta. "Mi creda, signorprocuratore, non sta bene! Altrimenti, come avrebbe potuto perdereil treno? Quel ragazzo pensa solo alla ditta. Quasi mi arrabbio, avedere che la sera non esce mai; è in città otto giorni, e èrimasto sempre in casa. Siede a tavola con noi e legge tranquilloil giornale o studia l'orario ferroviario. Per distrarsi, glibastano i suoi lavori di intaglio. In due o tre sere, per esempio,ha intagliato una piccola cornice: rimarrà meravigliato nel vederequanto è graziosa; è appesa nella camera, la vedrà non appenaGregorio avrà aperto. Del resto, sono contenta che lei sia qui,signor procuratore: da soli, non saremmo riusciti a convincereGregorio a aprire la porta, è così testardo, e di sicuro non stabene, sebbene stamattina presto lo abbia negato".
"Vengo subito", disse Gregorio lento e circospetto; ma non simosse, per non perdere una parola del dialogo.
"Neanche io, signora, posso spiegarmi la cosa in altro modo",disse il procuratore. "Speriamo non sia niente di grave. D'altraparte, debbo dire che noi, uomini d'affari, per nostra fortuna edisgrazia, come si vuole, dobbiamo spesso trascurare un leggeromalessere, per seguire le nostre faccende".
"Allora, può entrare il signor procuratore?" chiese il padreimpaziente, picchiando ancora alla porta. "No", disse Gregorio.
Nella stanza di sinistra subentrò un silenzio penoso, in quella didestra la sorella cominciò a singhiozzare.
Perché la sorella non andava con gli altri? Si era certo alzata inquel momento e non aveva cominciato a vestirsi. E perché piangeva?
Perché lui non si alzava e non faceva entrare il procuratore,perché rischiava di perdere il posto, perché in questo caso ilprincipale avrebbe ripreso a perseguitare i genitori con i vecchicrediti? Per ora queste preoccupazioni erano davvero fuori luogo.
Gregorio era sempre lì e non pensava affatto di abbandonare lafamiglia. Giaceva sul tappeto e nessuno, nel vederlo in quellacondizione, avrebbe potuto pretendere sul serio che facesseentrare il procuratore. Non potevano licenziarlo in tronco per unapiccola scortesia, che si sarebbe potuta facilmente giustificarein seguito. Gregorio pensò che sarebbe stato molto più ragionevolese lo avessero lasciato in pace, invece di disturbarlo con piantie consigli. Ma si rese anche conto che si comportavano così perchénon sapevano cosa pensare, e li scusò.
"Signor Samsa!" disse il procuratore, alzando la voce. "Chesuccede dunque? Si barrica nella sua stanza, risponde soltanto condei sì e dei no, procura ai suoi genitori grosse, inutilipreoccupazioni e trascura, sia detto di sfuggita, i suoi doveriprofessionali in maniera veramente inaudita. Le parlo in nome deisuoi genitori e del suo principale, la prego formalmente dirispondere subito e chiaro. Sono molto, molto stupito. Credevo diconoscerla come un uomo tranquillo, ragionevole, e ora sembraimprovvisamente che lei abbia intenzione di mettersi a fare lostravagante. Il principale, stamattina, ha accennato a unaspiegazione per la sua assenza, a un certo incasso consegnatolepoco tempo fa, ma io ho dato la mia parola d'onore che tra i duefatti non c'era nessun rapporto. La sua ostinazioneincomprensibile mi ha fatto passare la voglia di intercedereancora per lei. Immagino saprà che la sua posizione non è moltosolida. Avevo intenzione di raccontarle ogni cosa a quattr'occhi,ma poiché lei mi fa perdere tempo senza inutilmente, non capiscoperché non debbano essere informati anche i suoi genitori. Il suolavoro, in questi ultimi tempi, ha lasciato molto a desiderare. Lastagione non è favorevole, d'accordo, ai grossi affari; ma nonesiste una stagione in cui non se ne combina nessuno, signorSamsa, non deve esistere".
"Signor procuratore!" gridò Gregorio fuori di sé, dimenticando,per l'agitazione, tutto il resto. "Apro immediatamente. Un leggeromalessere, un po' di vertigine, mi hanno impedito di alzarmi. Sonoancora a letto, ma sarò subito a posto. Mi alzo subito. Un momentodi pazienza! Non sto ancora come speravo, ma va già meglio. Chi siaspettava una cosa simile, così all'improvviso? Ieri sera stavobenissimo, i miei genitori lo sanno, o, per essere precisi,proprio ieri sera sentii qualcosina. Mi si doveva vedere in viso.
Perché non ho avvertito la ditta? Uno spera sempre che ilmalessere passi, senza bisogno di restare a casa. Signorprocuratore! Abbia riguardo per i miei genitori. Tutti irimproveri che lei mi ha fatto sono infondati: nessuno ne ha maifatto parola con me. Forse non ha letto le ultime ordinazioni cheho spedito. Del resto, posso ancora partire col treno delle otto,qualche ora di riposo è bastata per rimettermi. Non si trattenga,signor procuratore, io stesso sarò subito in ditta, abbia la bontàdi dirlo al principale, presentandogli i miei omaggi!"Mentre buttava fuori a precipizio tutte queste parole, senzasapere quello che diceva, Gregorio si era avvicinato agevolmenteal cassettone, grazie alla pratica fatta sul letto, e cercava didrizzarsi appoggiandosi al mobile. Voleva aprire la porta, farsivedere, parlare con il procuratore; era ansioso di sapere che cosaavrebbero detto, vedendolo, quegli stessi che ora si affannavanotanto a cercarlo. Se si fossero spaventati, allora poteva staretranquillo, era libero da ogni responsabilità. Se invece nonavessero dato a vedere nulla, anche in questo caso non avrebbeavuto ragione di inquietarsi e, se faceva in fretta, poteva esserein stazione per le otto. Scivolò diverse volte contro la lisciasuperficie del mobile, poi, con un ultimo slancio, riuscì araddrizzarsi: ai dolori all'addome non faceva più caso, percocenti che fossero. Si lasciò andare contro la spalliera di unasedia vicina e ad essa si aggrappò con le sue zampine. Ora avevaraggiunto il dominio di sé. Rimase, in silenzio, ad ascoltare ilprocuratore.
"Loro hanno capito qualcosa?" chiedeva il procuratore ai genitori.
"Non ci starà prendendo in giro?".
"Per l'amor di Dio!" gridò la madre tra le lacrime. "Forse stamalissimo, e noi lo tormentiamo. Grete! Grete!" chiamò. "Sì,mamma", rispose la sorella dall'altra parte; si parlavanoattraverso la camera di Gregorio. "Corri subito dal dottore.
Gregorio sta male. Svelta, dal dottore. Hai sentito come parla?".
"Era la voce di un animale", disse il procuratore, in tonosingolarmente basso, rispetto alle grida della madre.
"Anna, Anna!" gridò il babbo, attraverso l'anticamera, indirezione della cucina, e batté le mani. "Vada subito a chiamareun fabbro!".
In un gran fruscio di gonne le due ragazze corsero attraversol'anticamera - come aveva fatto, la sorella, a vestirsi tanto infretta? - e spalancarono la porta d'ingresso. Non si sentìrichiuderla; dovevano avere lasciato la porta aperta, come succedenelle case in cui è avvenuta una grave disgrazia.
Gregorio, intanto, era molto più calmo. Dunque, le sue parole nonerano più comprensibili, sebbene a lui fossero sembrate abbastanzachiare, anzi più chiare di prima, forse perché ci aveva fattol'orecchio. Ma allora gli altri dovevano avere capito che qualcosanon andava, e lo avrebbero aiutato. La fermezza e la risolutezzacon cui erano stati presi i primi provvedimenti gli avevano fattobene. Si sentiva di nuovo compreso nella cerchia umana;dall'intervento del medico e del fabbro insieme, senza troppodistinguere, sperava imprevisti, meravigliosi risultati.
Per avere una voce quanto più chiara possibile nelle prossime,decisive conversazioni, tossicchiò, raschiandosi la gola, ma condiscrezione, perché era probabile - da solo non si sentiva didirlo con certezza - che essa non suonasse come una tosse umana.
Nella stanza accanto, non si sentiva più niente. Forse i genitorierano seduti accanto al tavolo col procuratore, e parlavano sottovoce, forse stavano con l'orecchio incollato alla porta, inascolto.
Pian pianino, Gregorio si spinse fino alla porta, tenendosiaggrappato alla sedia. Abbandonata la sedia, si lasciò andare,dritto, contro la porta - le estremità delle sue zampine eranoleggermente vischiose - e si concesse un attimo di riposo. Poi simise a girare, con la bocca, la chiave nella toppa. Visto,purtroppo, che non aveva denti, come avrebbe potuto stringere lachiave? Gli venne in mente che disponeva di robustissime mascelle:
con il loro aiuto, riuscì a girare la chiave, senza accorgersi diessersi, in qualche modo, ferito, se non quando dalla bocca unliquido scuro cominciò a colare sulla chiave, gocciolando poi sulpavimento. "Sentite!" disse il procuratore nella stanza accanto.
"Sta girando la chiave". Queste parole furono, per Gregorio, digrande incoraggiamento, tutti avrebbero dovuto incitarlo, anche ilbabbo e la mamma: "Forza Gregorio!" avrebbero dovuto gridare: "Nonmollare, dacci sotto con la serratura!" Gli sembrava di vederlimentre, pieni d'ansia, seguivano i suoi sforzi. Fece appello atutte le sue energie e si accanì frenetico sulla chiave.
Accompagnava i progressi della chiave con una specie di danzaintorno alla serratura: reggendosi con la bocca, a seconda delbisogno, restava sospeso alla chiave o vi gravava sopra con tuttoil suo peso. Il secco rumore di uno scatto, lo fece trasalire. Conun respiro di sollievo, si disse: "Non ho avuto bisogno delfabbro", e posò la testa sulla maniglia, per tirare a sé l'uscio.
La porta, a questo punto, era aperta; ma Gregorio ancora non sivedeva. Doveva girare adagio, facendo molta attenzione, intornoall'imposta aperta, se proprio sulla soglia non voleva caderemalamente sulla schiena. Stava appunto compiendo, con grandecautela, questa manovra, quando sentì il procuratore emettere un"Oh!" che sembrò il sibilo del vento. Poi lo vide portare una manocontro la bocca spalancata - stava davanti agli altri - eindietreggiare lentamente, quasi fosse spinto, con pressionecostante, da una forza invisibile. La madre, ancora coi capellisciolti e arruffati, nonostante la presenza del procuratore,guardò a mani giunte il padre, fece due passi verso Gregorio, poisi afflosciò a terra in mezzo alle sottane che le si allargavanointorno, sprofondando il viso nel seno. Il padre strinse i pugnicon aria minacciosa, quasi volesse ricacciare Gregorio nella suastanza, poi si guardò intorno smarrito, si mise le mani davantiagli occhi, e scoppiò in singhiozzi.
Gregorio non entrò nella stanza. Appoggiato all'imposta rimastachiusa, e mostrando solo metà del corpo, fissava i presenti con latesta piegata da una parte. Intanto, si era fatto molto piùchiaro; dalla finestra si vedeva benissimo un pezzo del lungofabbricato di fronte, un ospedale di colore grigioferro, con lesue finestre tutte uguali ritagliate sulla facciata. La pioggianon aveva smesso di cadere, c'erano ancora grosse gocce bendistinte che finivano a terra una per una. Piatti, vasetti,tazzine e altre cose coprivano ancora il tavolo; per il padre, laprima colazione era il pasto più importante della giornata e luilo faceva durare ore, leggendo diversi giornali. Sulla parete difronte era appesa una fotografia di Gregorio, quando era militare:
in uniforme di tenente, la mano sulla sciabola, sorrideva felice eincuteva, insieme, rispetto. Attraverso la porta dell'anticamera equella dell'ingresso, si vedeva il pianerottolo e un primo pezzodi scale.
"Ora", disse Gregorio, consapevole di essere il solo ad avereconservato la calma, "mi vesto subito, metto in ordine ilcampionario e parto. Volete farmi partire? Vede bene, signorprocuratore, che non sono un testardo e che mi piace lavorare:
viaggiare è faticoso, ma che farei se non viaggiassi? Dove va,ora, signor procuratore? In ditta? Ah sì? Riferirà tutto per filoe per segno? Una persona, a un certo punto, può essere incapace dilavorare, ma proprio allora gli altri dovrebbero ricordarsi dicome ha sempre lavorato; pensare che in seguito, eliminati gliostacoli, lavorerà con impegno e attenzione ancora maggiori. Leisa quali obblighi ho verso il principale. Inoltre devo pensare aimiei genitori e a mia sorella. Sono nei guai ma me la caverò. Lei,per favore, non mi renda la cosa più difficile di quanto è. Inditta, mi difenda! Il viaggiatore non è amato, lo so. Pensano cheguadagni un sacco di quattrini e che faccia una bella vita.
Purtroppo non ho argomenti per confutare questo pregiudizio. Malei, signor procuratore, lei sa meglio degli altri come stanno lecose; in confidenza, anzi, lo sa anche meglio del principale, che,considerata la sua posizione, può essere portato a giudicare maleun impiegato. Lei sa che il viaggiatore, standosene lontano pertutto l'anno dalla ditta, è facile vittima di pettegolezzi, dicasi fortuiti, di lagnanze ingiustificate, e che non puòdifendersi perché, in genere, ignora tutto; e quando è di ritorno,stanchissimo, da un giro, sperimenta sulla sua pelle leconseguenze di cause ormai impossibili da ricostruire. Signorprocuratore, non se ne vada senza avermi prima, in qualche modo,tranquillizzato che mi darà almeno un po' di ragione!"Ma già alle prime parole il procuratore si era girato, econsiderava Gregorio, scuotendo le spalle, con la faccia scura.
Senza smettere di guardarlo, a poco a poco, quasi che gli fossevietato di lasciare la stanza, si avvicinò alla porta. Messo unpiede in anticamera, ritrasse l'altro con fulminea rapidità dalsalotto, come se il pavimento scottasse; poi fece con la destra ungran gesto verso la scala, come se da quella parte lo aspettasseuna liberazione soprannaturale.
Gregorio comprese che non poteva lasciarlo andare in quel modo, segli stava a cuore il posto nella ditta. Ma i genitori non sapevanovedere altrettanto chiaro. Con il passare del tempo, si eranoconvinti che Gregorio era sistemato per tutta la vita; in quelmomento, poi, il loro smarrimento era così grande, che non eranocerto in grado di prevedere nulla. Gregorio, lui, immaginava cosasarebbe successo. Dovevano fermare il procuratore, calmarlo,convincerlo, infine conquistarlo: ne andava del futuro di Gregorioe della sua famiglia! Se almeno ci fosse stata la sorella: leicapiva, aveva già pianto quando ancora Gregorio se ne stava nellasua stanza, tranquillamente coricato sulla schiena. Ilprocuratore, che aveva un debole per il gentil sesso, le avrebbecertamente dato ascolto; lei avrebbe chiuso la porta di casa e inanticamera lo avrebbe convinto che il suo spavento erairragionevole. Ma la sorella non c'era e Gregorio se la dovevacavare da solo. Senza pensare a come avrebbe potuto spostarsi,nelle condizioni in cui era, né se il suo discorso era statocompreso - probabilmente no - abbandonò il suo sostegno e siaffacciò oltre la soglia per raggiungere il procuratore, mentrequello si aggrappava in modo grottesco alla balaustra delle scale;ma perse l'equilibrio e, con un debole grido, cadde sulle zampine.
Immediatamente, e fu la prima volta, nella mattinata, provò unaspecie di benessere fisico. Notò con soddisfazione che le zampine,con qualcosa di solido sotto, obbedivano a meraviglia, fremevanoaddirittura dal desiderio di portarlo dove voleva: e così pensòche la guarigione da tutti i suoi mali era imminente. Mentre tuttofremente per la voglia di muoversi, rimaneva sul pavimento,proprio di fronte a sua madre, questa, che sembrava esanime, saltòd'un tratto in piedi, spalancò le braccia allargando le dita egridò: "Aiuto, per l'amor di Dio, aiuto!".
A giudicare dal suo capo chino, sembrava che volesse guardareGregorio; cominciò, invece, a indietreggiare a precipizio, senzapensare alla tavola ancora apparecchiata, la urtò, vi si sedettesopra, come avrebbe fatto una persona distratta; e non sembròneppure accorgersi che dalla grande caffettiera rovesciata unrivolo di caffè cominciò a scorrere sul tappeto.
"Mamma, mamma", disse piano Gregorio, alzando gli occhi. Avevadimenticato il procuratore; ma, alla vista del caffè che scorreva,non poté impedirsi di far scattare più volte le mascelle a vuoto.
La mamma gettò un altro grido, lasciò di corsa il tavolo e caddetra le braccia del padre, che le era corso incontro. Ma Gregorionon aveva più tempo per i genitori: il procuratore era sulla scalae, con il mento sulla ringhiera, guardava per l'ultima voltaall'indietro. Gregorio prese la rincorsa, per cercare diraggiungerlo, ma il procuratore dovette intuire qualche cosa,perché con un salto superò diversi gradini e scomparve con un"Uh!" che risuonò per le scale. La fuga del procuratore,purtroppo, fece perdere la testa anche al padre, fino ad alloraabbastanza calmo. Invece di inseguire il procuratore o almeno dilasciare che Gregorio lo inseguisse, afferrò con la destra ilbastone, lasciato dal visitatore su una sedia con il cappotto e ilcappello, prese con la sinistra un giornale dal tavolo, quindi,battendo i piedi e agitando bastone e giornale, prese a spingereGregorio nella sua camera. Non servì nessuna preghiera, che delresto non era neppure capita; mentre i movimenti supplichevolidella testa servirono solo a rendere più violento il battere deipiedi. Nonostante il freddo, la madre aveva spalancato unafinestra e, sporgendosi quanto più poteva, si stringeva il visotra le mani. Tra la sala e il pianerottolo delle scale ci fu unaforte corrente d'aria, le tende delle finestre volarono in alto, igiornali sul tavolo frusciarono e alcuni fogli volarono sulpavimento. Senza pietà il padre continuava a incalzare Gregorio,emettendo sibili da selvaggio. Gregorio, che non aveva nessunapratica della marcia indietro, procedeva molto adagio. Se si fossepotuto girare, avrebbe raggiunto subito la camera, ma, perdendotempo con quella manovra, temeva di spazientire il padre, mentre,d'altra parte, aveva paura per un colpo di bastone, che sarebbestato fatale per la sua schiena o per la sua testa. Ma presto nongli restò altro da fare: con spavento si accorse che,indietreggiando, non sapeva mantenere la direzione. Continuando alanciare al babbo occhiate piene di angoscia, cominciò a eseguirela conversione con la maggiore rapidità possibile, e cioè conestrema lentezza. Forse il padre capì la sua buona volontà perchéinvece di disturbarlo, si mise a dirigere, da lontano, ilmovimento, aiutandolo anzi, ogni tanto, con la punta del bastone.
Se soltanto avesse smesso con quel sibilo intollerabile! AGregorio gli faceva proprio perdere la ragione. Si era quasicompletamente girato quando, frastornato da quel rumore, siconfuse, e ricominciò a girare in senso opposto. In ogni modo,quando fu arrivato di fronte alla porta aperta, si accorse che ilsuo corpo era troppo grosso per passare. Nello stato d'animo incui si trovava, il padre non pensò neppure, naturalmente, adaprire l'altra imposta. La sua idea fissa era di ricacciare subitoGregorio in camera, non si sarebbe rassegnato ai lunghipreparativi necessari a quello per passare, dritto, dall'altraparte. Come se non ci fosse nessun ostacolo, incalzava Gregoriofacendo più baccano che mai, la sua voce sembrava moltiplicata permille. Ora c'era poco da scherzare; e Gregorio rischiò il tuttoper tutto. Ma nello slancio ribaltò, rimanendo incastrato sulfianco e producendosi una lunga escoriazione, mentre la biancasuperficie della porta si sporcava di umori e di sangue. Da solo,non sarebbe più stato capace di muoversi: le sue zampine, da unaparte si agitavano inutili nell'aria, dall'altra erano schiacciatedolorosamente contro il pavimento. In quel momento il padre glidiede il colpo di grazia di grazia e lui, con un gran volo,perdendo sangue abbondantemente, finì nella sua camera. La portavenne chiusa con il bastone, e infine tutto fu silenzio.
2.
Solo all'imbrunire Gregorio si svegliò dal suo sonno pesante,simile a uno svenimento. Si sarebbe svegliato di lì a poco anchesenza rumori, si sentiva abbastanza riposato e in forze; ebbel'impressione di essere stato svegliato da un passo furtivo e daun cauto richiudersi della porta dell'anticamera. La luce dellelampade elettriche della strada rischiarava qualche punto delsoffitto e le parti superiori dei mobili, ma il pavimento restavaal buio. Agitando goffamente le antenne, che a questo puntocominciò ad apprezzare, si trascinò fino alla porta, per rendersiconto di quanto era successo dall'altra parte. Il fianco sinistrogli dava l'impressione di essere un'unica, dolorosa cicatrice, euna fila di zampine non lo reggeva. Un arto era rimasto gravementeferito negli incidenti della mattinata - era gi