Heinrich von Kleist



I RACCONTI

 

 

 

 

MICHELE KOHLHAAS


(Da una vecchia cronaca) Lungo le rive della Havel viveva, verso la metà del sedicesimo secolo, un mercante di cavalli, chiamato Michele Kohlhaas, figlio di un maestro di scuola: uno degli uomini più onesti e insieme più spaventosi del suo tempo. Quest'uomo fuori dell'ordinario sarebbe potuto passare fino al suo trentesimo anno come il modello del buon cittadino. Aveva una fattoria, in un villaggio che porta ancora oggi il suo nome, e ci viveva pacificamente, con i frutti del suo lavoro; i bambini che sua moglie gli aveva dato li tirava su nel timore di Dio, laboriosi e leali; non c'era uno dei suoi vicini che non avesse provato i benefici della sua generosità, o della sua giustizia; il mondo, in breve, avrebbe dovuto benedirne la memoria, se non avesse ecceduto in una virtù. Il senso di giustizia, infatti, fece di lui un brigante e un assassino.


Un giorno egli era diretto oltre il confine, con un branco di cavalli giovani, tutti lucidi e ben pasciuti, e rifletteva per l'appunto su come avrebbe impiegato il guadagno che sperava di ricavarne nei mercati (un po', da buon massaro, lo avrebbe investito, perché fruttasse a sua volta, ma un po', anche, se lo sarebbe goduto all'istante), quando arrivò all'Elba, e qui si imbatté, nei pressi di un maestoso castello, in territorio sassone, in una barriera che prima di allora non aveva mai trovato su quella strada. Fermò i cavalli, mentre proprio in quel momento si scatenava un acquazzone, e chiamò il cantoniere, che non tardò, con viso burbero, ad affacciarsi alla finestra. Il mercante di cavalli gli disse di aprire.


"Che novità è questa?", chiese, quando il gabelliere, dopo un bel po' di tempo, uscì dalla casa.


"Privilegio signorile", rispose questi, armeggiando con la serratura per aprire, "concesso al barone Venceslao di Tronka".


"Ah", fece Kohlhaas, "il barone si chiama Venceslao?", e rimirò il castello, che dominava i campi con i suoi merli scintillanti. "E' morto il vecchio signore?".


"Morto, gli ha preso un colpo", rispose il gabelliere, e alzò l'albero che faceva da sbarra.


"Hm, peccato!", aggiunse Kohlhaas. "Un degno signore, il vecchio, che aveva piacere a intrattenersi con la gente, e tutte le volte che poteva dava una mano ai traffici e ai commerci; una volta fece costruire un argine di pietre perché, là dietro, dove la strada sbocca nel villaggio, una delle mie cavalle si era spezzata una gamba.


Dunque, quanto devo?", domandò; e cominciò a tirare fuori con fatica, da sotto il mantello sbattuto dal vento, i soldi che il gabelliere gli aveva chiesto.


"Sì, vecchio mio", aggiunse ancora, dal momento che quello brontolava "Svelto! Svelto!", e imprecava contro il maltempo: "Se l'albero se ne fosse rimasto nel bosco, sarebbe stato meglio, per me e per voi". E, così dicendo, gli diede il denaro e fece per proseguire. Ma non era nemmeno arrivato sotto la stanga, che già un'altra voce gli urlava dietro "Alto là, sensale!", dalla torre di guardia; e lui vide il castaldo sbattere una finestra e precipitarsi verso di lui.


"Be', che novità è questa?", si domandò Kohlhaas fra sé, fermandosi con i suoi cavalli. Il castaldo arrivò, allacciandosi ancora il panciotto sulla figura corpulenta, e, piantato di traverso contro le raffiche di vento, chiese il lasciapassare. "Lasciapassare?", chiese Kohlhaas. E disse, un po' confuso, che, per quanto ne sapesse, non l'aveva: ma se solo avessero voluto descrivergli, bontà divina, che specie di roba era, quel lasciapassare, magari poteva anche darsi che per caso lo avesse.


Il castaldo, guardandolo storto, replicò che, senza un permesso scritto del sovrano, a nessun sensale era permesso di superare il confine con i suoi cavalli. Il sensale assicurò che per diciassette volte, nel corso della sua vita, aveva passato il confine senza un permesso simile; e che lui conosceva perfettamente tutte le disposizioni sovrane che riguardavano la sua attività; non poteva trattarsi, dunque, che di un errore; pregava, perciò, che volessero ripensarci, e non trattenerlo ancora laggiù senza ragione, visto che la sua giornata di viaggio era assai lunga. Ma il castaldo ribatté che la diciottesima non l'avrebbe fatta franca, che proprio per questo era stata recentemente emanata quella nuova ordinanza, e che, se non si fosse procurato lì per lì il lasciapassare, avrebbe dovuto ritornarsene di dove era venuto. Il mercante, che cominciava a irritarsi per quelle estorsioni illegali, scese, dopo una breve riflessione, da cavallo, lo affidò a un servo, e disse che ne avrebbe parlato di persona con il barone di Tronka. E salì infatti al castello; il castaldo gli andò dietro, borbottando di affaristi spilorci e di giusti salassi; e, misurandosi a vicenda con lo sguardo, i due entrarono insieme nella sala.


Il barone stava bevendo in mezzo a un'allegra brigata di amici, e una facezia aveva appena fatto esplodere fra loro un'interminabile risata, quando Kohlhaas gli si avvicinò per fargli le sue rimostranze. Il barone gli chiese che cosa volesse; i cavalieri, quando videro lo sconosciuto, ammutolirono; ma non appena questi ebbe iniziato a esporre le sue richieste, riguardo ai cavalli, tutta la brigata saltò su, gridando "Cavalli? Dove sono?", e corse alle finestre per guardarli. Quando videro quella splendida mandria, scesero di corsa, su proposta del barone, nel cortile; la pioggia era cessata; il castaldo, il fattore, i servi si radunarono intorno a loro, e tutti passarono in rassegna gli animali. Uno lodava il sauro fulvo con la macchia bianca, a un altro piaceva il baio, il terzo accarezzava il pomellato a macchie gialle e nere; e tutti dicevano che quei cavalli sembravano dei cervi, e in tutto il paese non se ne allevavano di più belli. Kohlhaas ribatté allegramente che i cavalli non erano migliori dei cavalieri che li avrebbero montati; e li invitò a comperare. Il barone, molto attirato dal poderoso stallone sauro, gli chiese il prezzo; il fattore gli consigliò di acquistare un paio di morelli che pensava di poter utilizzare nei lavori agricoli, perché cavalli ce n'erano pochi; ma, quando il sensale tirò fuori i prezzi, i cavalieri li trovarono troppo cari, e il barone disse che, se pretendeva tanto per quelle bestie, doveva cavalcare fino alla Tavola Rotonda, e andare alla ricerca di Re Artù.


Kohlhaas, vedendo il castaldo e il fattore bisbigliare tra loro, e lanciare ai morelli delle occhiate eloquenti, fece, per un oscuro presentimento, di tutto, perché si tenessero quei due animali. Disse al barone: "Signore, i morelli li ho acquistati sei mesi fa, per venticinque fiorini d'oro; datemene trenta, e li avrete". Due cavalieri che stavano vicino al barone dissero apertamente che i cavalli li valevano sicuramente; ma il barone dichiarò che era disposto a spendere per il sauro, casomai, non per i morelli, e fece per andarsene. Allora Kohlhaas disse che forse avrebbe concluso un affare con lui la prossima volta, quando fosse ripassato con i suoi cavallucci, fece al barone i suoi rispetti, e afferrò le briglie della sua cavalcatura, per ripartire. Ma in quel momento il castaldo uscì dal crocchio, dicendo che senza un lasciapassare, l'aveva sentito, non avrebbe potuto andarsene.


Kohlhaas si girò, e chiese al barone se fosse proprio vera quella faccenda, che rovinava tutta la sua attività. Il barone rispose, con aria imbarazzata, allontanandosi: "Sì, Kohlhaas, devi procurarti il lasciapassare. Parlane con il castaldo, e va' per la tua via".


Kohlhaas gli assicurò che non aveva nessuna intenzione di eludere le ordinanze sull'esportazione dei cavalli, qualsiasi fossero, promise che, passando da Dresda, sarebbe andato a prendere il lasciapassare alla Cancelleria, e lo pregò di lasciarlo passare solo per quella volta, visto che non aveva saputo proprio niente di una richiesta di quel genere.


"E va bene!", disse il barone, mentre il temporale, proprio in quel momento, riprendeva, e il vento sibilando gli passava da parte a parte le membra rinsecchite. "Lasciate andare questo poveraccio. Venite!", disse rivolto ai cavalieri, si girò e si accinse a rientrare al castello. Il castaldo, rivolto al barone, disse che il mercante doveva almeno lasciare un pegno, per essere certi che andasse a ritirare il documento. Il barone si fermò di nuovo, sotto il portone del castello.


Kohlhaas chiese quale valore, in denaro o in oggetti, dovesse lasciare, come pegno per i morelli. Il fattore, masticando le parole nella barba, disse che poteva lasciare per l'appunto i morelli.


"Sicuro", disse il castaldo; "è la cosa più conveniente; quando ha ritirato il lasciapassare, può venire a riprenderseli in qualsiasi momento".


Kohlhaas, sconcertato da una richiesta così sfacciata, disse al barone, che si stringeva addosso intirizzito il giustacuore, che i morelli li voleva vendere. Ma questi, mentre in quell'attimo una raffica lanciava attraverso il portone uno scroscio di pioggia mista a grandine, gridò, per mettere fine alla cosa: "Se non vuol mollare i cavalli, ributtatelo al di là dello sbarramento", e se ne andò. Il sensale, rendendosi conto che doveva pur cedere alla violenza, decise di accogliere la richiesta, visto che non gli rimaneva altro da fare; sciolse i morelli, e li portò in una stalla indicatagli dal castaldo.


Lasciò con le bestie un servo, gli diede del denaro, gli raccomandò di tenere ben d'occhio i cavalli fino al suo ritorno, e proseguì, con il resto della mandria, il suo viaggio verso Lipsia, dove voleva andare alla fiera; rimuginando, incerto, fra sé e sé, se forse, alla fine, in Sassonia non potesse essere stato emanato un tale ordine, per proteggere qualche nuovo allevamento di cavalli.


A Dresda, dove possedeva, nei sobborghi, una casa con alcune stalle, perché quella era la base dei suoi commerci sui mercati minori della regione, andò subito, appena arrivato, alla Cancelleria; e qui venne a sapere dai consiglieri, alcuni dei quali conosceva, che, come aveva sospettato, in realtà, fin dal primo momento, la storia del lasciapassare era inventata di sana pianta. Kohlhaas, dopo che i consiglieri, controvoglia, gli ebbero rilasciato, su sua richiesta, una dichiarazione scritta che ne attestava l'infondatezza, sorrise allo scherzo dell'allampanato barone, anche se non capiva ancora bene a che cosa avesse potuto mirare; e, venduto con soddisfazione, poche settimane dopo, il branco di cavalli che aveva con sé, senza portarsi ormai dietro più amarezza se non quella sulla generale miseria del mondo, fece ritorno al castello di Tronka.


Il castaldo, al quale mostrò la dichiarazione, non aggiunse parola sull'argomento; e quando il sensale gli chiese se ora poteva riavere i cavalli, rispose che scendesse, e andasse a prenderseli. Ma già attraversando il cortile Kohlhaas ebbe la spiacevole sorpresa di venire a sapere che il suo servo, solo pochi giorni dopo essere stato lasciato nel castello, per il suo contegno sconveniente, a quanto dicevano, era stato bastonato e cacciato via. Al ragazzo che gli aveva dato la notizia Kohlhaas chiese che cosa avesse fatto, e chi si fosse occupato, nel frattempo, dei cavalli; al che il ragazzo rispose di non saperlo, mentre apriva davanti a lui, che aveva già il cuore pieno di presentimenti, la stalla in cui si trovavano. Quale fu però il suo stupore, quando, al posto dei suoi due morelli lucidi e ben pasciuti, vide un paio di allampanati e smagriti ronzini; ossa che sarebbero potute servire per appenderci i panni, pelo e criniere intrecciate, che nessuno aveva pulito e rigovernato: il vero ritratto dello squallore nel regno animale! Kohlhaas, al quale le bestie nitrirono, con un debole movimento, era al culmine dell'indignazione, e chiese che cosa fosse successo ai suoi poveri cavalli. Il ragazzo, che stava al suo fianco, rispose che no, alle bestie non era successa nessuna disgrazia, e avevano sempre ricevuto la loro razione di biada, ma dato che era appunto il tempo del raccolto, e mancavano animali da tiro, erano stati adoperati un po' nei campi. Kohlhaas inveì contro quell'infame sopruso, di certo progettato con cura, ma, sentendosi impotente, ingoiò la sua rabbia, e stava già preparandosi visto che non gli rimaneva altro, ad andarsene con i suoi cavalli da quel covo di briganti, quando comparve il castaldo, richiamato dal battibecco, e chiese che cosa stava accadendo. "Che cosa succede?", rispose Kohlhaas. "Chi ha dato al barone di Tronka e alla sua gente il permesso di servirsi per il lavoro dei campi dei miei morelli, che avevo lasciato presso di lui? - Era umano", aggiunse, "comportarsi così?". E provò a scuotere gli animali esausti con un colpo di frusta, facendogli vedere che non si muovevano nemmeno. Il castaldo, dopo averlo squadrato per un po', con aria di sfida, replicò: "Vedi un po' il tanghero! Come se non dovesse ringraziare Iddio, il villano, che i suoi ronzini sono ancora vivi. E chi avrebbe dovuto prendersene cura", chiese, "dopo che il suo servo se n'era scappato? Non era stato forse giusto che i cavalli si guadagnassero sui campi il foraggio che avevano ricevuto?". E chiuse il discorso dicendo che la smettesse di fare storie, o avrebbe chiamato i cani, e con essi avrebbe saputo come riportare la calma nel cortile.


Al mercante batteva il cuore contro la giacca. Faceva fatica a non buttare quell'ignobile grassone in mezzo al letame e a non calpestare col piede la sua faccia di bronzo. Ma il suo senso di giustizia, che era come la bilancia dell'orafo, oscillava ancora; davanti al tribunale del suo cuore, non era ancora sicuro che il suo avversario fosse colpevole; e, mentre ingoiando gli insulti si avvicinava ai cavalli e, soppesando in silenzio le circostanze, ravviava alle bestie la criniera, chiese a voce bassa per quale mancanza il suo servo fosse stato allontanato dal castello. "Perché quella lenza si è messo a fare il gradasso, qui nel cortile!", rispose il castaldo. "Perché si è rifiutato di accettare un cambio di stalla di cui non si poteva fare a meno, e pretendeva che i cavalli di due gentiluomini arrivati al castello di Tronka passassero la notte sulla strada maestra, per amore dei suoi ronzini!".


Kohlhaas avrebbe dato il valore dei cavalli per avere a portata di mano il suo servo, e poter confrontare il suo racconto con quello che usciva dalla boccaccia del castellano. Era sempre là in piedi, districando i crini arruffati dei morelli, e riflettendo sul da farsi, nella situazione in cui si trovava, quando la scena cambiò di colpo, e il barone Venceslao di Tronka, con una frotta di cavalieri, di servi e di cani, tornando dalla caccia alla lepre entrò nel piazzale del castello. Il castaldo, quando gli venne chiesto che cosa fosse successo, prese subito la parola, e, mentre i cani, vedendo il forestiero, scatenavano contro di lui dei latrati d'inferno, e i cavalieri a loro volta gridavano per farli star zitti, riferì al suo padrone, mettendo il fatto nella luce peggiore, che specie di rivolta avesse messo su quel cavallaro, perché si erano fatti lavorare un po' i suoi morelli. E disse, fra risate di scherno, che rifiutava di riconoscere i cavalli come suoi.


"NON SONO i miei cavalli, signore illustrissimo!", gridò Kohlhaas.


"Non sono i CAVALLI che valevano trenta fiorini d'oro! Voglio riavere i miei cavalli sani e ben nutriti!".


Il barone per un attimo impallidì, e disse, scendendo di sella: "Se mastro Bertoldo non vuole riprendersi i cavalli che li lasci pure qui.


Vieni qua, Guntiero!", gridò. "Gianni! Venite qua!", e intanto si spazzolava con la mano la polvere dai pantaloni. "Portate del vino!", gridò ancora, quando fu sulla soglia con i cavalieri; ed entrò in casa. Kohlhaas disse che avrebbe preferito chiamare lo scortichino, e portare i suoi cavalli al macello, piuttosto che riportarseli nella sua stalla a Pontekohlhaas così come erano. Lasciò le bestie sul piazzale, senza occuparsene più, saltò sul suo baio, assicurando che avrebbe saputo farsi giustizia, e se ne andò.


Correva già, a spron battuto, sulla strada di Dresda; ma, ripensando al suo servo, e alle accuse che avevano mosso contro di lui al castello, si mise al passo; e, prima di averne fatti mille, girò il cavallo, e, per interrogare innanzi tutto il suo servo, cosa che gli sembrava prudente e giusta, girò verso Pontekohlhaas. Perché un sentimento di giustizia, al quale era ben conosciuto l'ordine imperfetto delle cose umane, lo rendeva propenso, malgrado le offese subite, se soltanto il suo servo avesse commesso una colpa qualsiasi, come diceva il castaldo, a rassegnarsi, come se fosse stata una giusta conseguenza, alla perdita dei cavalli. Ma se, di contro, gli diceva un sentimento non meno imperioso, un sentimento che metteva in lui radici sempre più profonde, man mano che egli continuava nella sua cavalcata, e, dovunque entrasse, sentiva parlare delle ingiustizie quotidianamente commesse al castello di Tronka, a danno dei viaggiatori: se l'intera storia, come tutte le apparenze facevano credere, non era altro che una macchinazione, allora egli aveva, di fronte al mondo, il dovere di procurarsi, con tutte le sue forze, soddisfazione per l'offesa subita, e ai suoi concittadini sicurezza contro offese future.


Non appena, arrivato a Pontekohlhaas, ebbe abbracciato Lisabetta, la sua fedele moglie, e baciato i suoi figli, che gli facevano festa intorno alle ginocchia, chiese subito di Ersiano, il capo della servitù: se ne era saputo qualcosa? "Già, Michele carissimo, proprio Ersiano!", disse Lisabetta. "Pensa un po', quel poveraccio, saranno quindici giorni, arriva qui tutto pesto da far pietà; no, ti dico, così conciato da non riuscire neppure a respirare. Lo mettiamo a letto, dove non fa che sputare sangue, e a forza di domande veniamo a sapere una storia che nessuno capisce. Che è stato lasciato indietro da te a Castel Tronka, con dei cavalli che non hanno lasciato passare; che l'hanno costretto, con i maltrattamenti più vergognosi, a lasciare il castello; e che non ha potuto portarsi via i cavalli".


"Ah sì?", disse Kohlhaas, togliendosi il mantello. "E si è già rimesso?".


"Metà e metà; ma sputa ancora sangue", rispose lei. "Volevo mandare subito un servo a Castel Tronka, perché si prendesse cura dei cavalli, fino al tuo ritorno. Perché Ersiano si è sempre dimostrato così sincero con noi, e così fedele, sì, più di tutti gli altri servi, che non mi è nemmeno venuto in mente di dubitare del suo racconto, confermato da tanti particolari; e di credere, per esempio, che avesse perso i cavalli in un altro modo. Ma lui mi scongiurò di non pretendere da nessuno di metter piede in quel covo di briganti, e di rinunciare alle bestie, se non volevo, per loro, sacrificare degli uomini".


"E' ancora a letto?", domandò Kohlhaas, liberandosi della sciarpa.


"E' già da qualche giorno che ha ricominciato a uscire nel cortile.


Insomma, vedrai", continuò Lisabetta, "che è proprio tutto come lui ha detto, e che questa faccenda è una delle angherie che, da un po' di tempo, quelli di Castel Tronka si permettono contro i forestieri".


"Prima di tutto vedrò coi miei occhi", replicò Kohlhaas. "Fallo venire un po' qua, Lisabetta, se è in piedi!". E con queste parole si sedette, mentre la donna, molto contenta che la prendesse così calma, andò a chiamare il servo.


"Che cosa hai combinato a Castel Tronka?", gli domandò Kohlhaas, quando Lisabetta rientrò con lui nella stanza. "Non sono troppo contento di te".


Il servo, il cui viso pallido si coprì di macchie rosse, a queste parole, restò per un po' in silenzio, e poi rispose: "Avete ragione, padrone! Perché la miccia che, per volontà di Dio, avevo con me, per dare fuoco a quel covo di briganti da cui ero stato scacciato, la buttai, quando sentii piangere un bambino nel castello, nelle acque dell'Elba, e pensai: possa ridurlo in cenere la folgore divina! Io non lo farò".


Impressionato, Kohlhaas disse: "E in che modo ti sei fatto cacciare da Castel Tronka?". E Ersiano: "Con un tiro mancino, padrone!". E si asciugò il sudore dalla fronte.


"Ma cosa fatta capo ha. Non volevo che rovinassero i cavalli nel lavoro dei campi; ho detto che erano giovani, che non erano ancora mai stati aggiogati".


Kohlhaas, cercando di nascondere il suo turbamento, rispose che qui non aveva detto tutta la verità, perché all'inizio della primavera scorsa i cavalli, qualche volta, erano stati messi al tiro. "Al castello", continuò, "dove, in fondo, eri una specie di ospite, avresti dovuto farti vedere compiacente, almeno qualche volta, quando c'era proprio bisogno, per portare alla svelta il raccolto al coperto".


"E' quello che ho fatto, padrone", disse Ersiano. "Ho pensato, visto che mi guardavano male, che i morelli non sarebbero morti per questo.


La mattina del terzo giorno li attaccai, e portai dentro tre carichi di grano".


Kohlhaas, al quale il cuore stava per scoppiare, chinò gli occhi a terra, e commentò: "Di questo non mi hanno detto niente, Ersiano!".


Ersiano lo assicurò che era andata così. "La mia poca compiacenza è stata questa: che non volli più riaggiogarli a mezzogiorno, quando i cavalli non avevano neppure finito la biada. E quando il castaldo e il fattore mi proposero, in cambio, il foraggio, e mi dissero di mettere in tasca il denaro che voi mi avevate lasciato per il mantenimento delle bestie, io risposi 'vi faccio vedere io,' gli girai le spalle, e me ne andai".


"Ma non è stato per questa poca compiacenza", disse Kohlhaas, "che ti hanno scacciato da Castel Tronka".


"Dio ne guardi!", gridò il servo. "Per un'azione che grida vendetta a Dio. Perché quella sera portarono nella stalla i cavalli di due cavalieri, arrivati a Castel Tronka, e i miei vennero legati fuori, alla porta della stalla. E quando levai i morelli di mano al castaldo, che ce li legava personalmente, e gli chiesi dove dovevano stare, adesso, le mie bestie, lui mi indicò un porcile, fatto di assi e di tavole, accostato al muro di cinta.


"Vuoi dire", lo interruppe Kohlhaas, "che era un così brutto riparo, per dei cavalli, che assomigliava più a un porcile che a una stalla".


"Era un porcile, padrone", rispose Ersiano "Un porcile vero e proprio, dove i maiali correvano avanti e indietro, e io non potevo stare in piedi".


"Forse non c'era nessun altro posto, dove mettere al riparo i morelli", replicò Kohlhaas. "In un certo senso i cavalli degli ospiti avevano la precedenza".


"Lo spazio", continuò il servo, abbassando la voce, "era poco. In tutto allora c'erano sette cavalieri che alloggiavano al castello. Se foste stato voi, avreste fatto stringere un po' i cavalli. Dissi che mi sarei cercato una stalla da affittare nel villaggio; ma il castaldo mi rispose che i morelli non doveva perderli d'occhio, e non mi azzardassi a portarli via dal cortile".


"Hm", fece Kohlhaas; "e tu che hai risposto?".


"Dato che il fattore disse che i due ospiti avrebbero passato soltanto la notte, e il mattino dopo avrebbero proseguito, rinchiusi i cavalli nel porcile. Ma il giorno seguente passò, e non partirono; e quando venne il terzo giorno, dissero che i signori si sarebbero trattenuti al castello per qualche settimana".


"Alla fin fine non si stava poi così male nel porcile, come ti era sembrato quando ci avevi messo il naso la prima volta", disse Kohlhaas.


"E' vero", rispose il servo. "Quando l'ebbi spazzato un po', il posto poteva andare. Ho dato due soldi alla sguattera, perché andasse a mettere i maiali da qualche altra parte. E il giorno dopo mi preoccupai anche che le bestie potessero stare in piedi; alla prima luce dell'alba, tolsi le tavole del soffitto, e ce le rimisi la sera.


Così allungavano il collo, come le oche, sopra il tetto, e si guardavano intorno, cercando Pontekohlhaas, o qualche altro posto, dove stare meglio di là".


"Ma insomma", domandò Kohlhaas, "per quale motivo ti hanno cacciato via?".


"Padrone, ve lo dico io", rispose il servo. "Perché volevano liberarsi di me. Perché, finché c'ero io, non potevano sfiancare del tutto i cavalli. Da tutte le parti mi guardavano in cagnesco, in cortile, nei locali della servitù. E dato che io pensavo, mi storcete la bocca? vi si sloghino le mascelle!, hanno preso il primo pretesto che gli è venuto a tiro, e mi hanno buttato fuori".


"Ma il motivo!", gridò Kohlhaas. "Avranno pur avuto qualche motivo!".


"Oh, sicuro", rispose Ersiano, "un motivo giustissimo. La sera del secondo giorno che avevo passato nel porcile, presi i cavalli, che si erano tutti insudiciati, e volevo portarli allo stagno. E quando sono giù, sotto il portone principale, e sto per girare, sento il castaldo e il fattore, con servi, cani e randelli, precipitarsi dietro di me dalle stanze della servitù, gridando: 'Ferma, furfante! Ferma, pendaglio da forca!', come se fossero invasati. Il guardaportone mi sbarra la strada; io chiedo a lui, e a quel mucchio di forsennati che mi corrono dietro, che cosa succede. 'che cosa succede?' risponde il castaldo, e prende per le briglie i miei due morelli. 'Dove vuole andarsene, questo, coi cavalli?'. E mi agguanta per la camicia. 'Dove voglio andarmene, dico io? Fulmini del cielo! Allo stagno me ne voglio andare. Ma pensate che io...?'. 'Allo stagno?', grida il castaldo. 'Ti insegno io a fare il bagno sulla strada maestra, imbroglione, dalla parte di Pontekohlhaas!' E con un colpo vigliacco a tradimento lui e il fattore, che mi aveva preso per una gamba, mi tirano giù da cavallo, e finisco nel fango lungo disteso. Morte e dannazione!, grido: ma se i finimenti e le coperte sono nella stalla, e c'è anche il mio fagotto della biancheria! Ma lui e i servi, mentre il fattore si porta via i cavalli, mi danno tutti addosso, coi calci, e le fruste e i randelli, finché cado, mezzo morto, al di là del portone. E visto che io grido: Briganti! Dove mi portate i cavalli?, e mi tiro su, 'Fuori di qui!', urla il castaldo; 'Dai, Cesare! Dai, Bracco!', si sente gridare, e: 'Dai, Lupo!'; e mi piomba addosso una muta di una dozzina di cani, e più. Allora io prendo, non so che cosa, un palo doveva essere, dalla staccionata, e tre cani li stendo giù vicino a me, morti stecchiti; ma il dolore per i morsi e i tagli, che fanno spavento a vedersi, mi costringe a indietreggiare; e allora, fiuu!, sibila un fischio, i cani rientrano, il portone chiude i battenti, mettono il catenaccio: e io cado svenuto sulla strada".


Kohlhaas, pallido in viso, fece ancora, con malizia un po' forzata: "Ma proprio non te la volevi filare, Ersiano?". E poiché lui, paonazzo, fissava per terra, davanti a sé: "Via, confessa", continuò, "non ti piaceva stare nel porcile, pensavi che nella stalla di Pontekohlhaas si sta meglio".


"Tuoni e fulmini!", gridò Ersiano. "Non ho forse lasciato laggiù, nel porcile, le coperte e i finimenti, e un fagotto di biancheria? E non mi sarei messo in tasca i tre fiorini imperiali che avevo nascosto dietro la mangiatoia, nel fazzoletto di seta rossa? Per tutti i diavoli dell'inferno! Quando parlate così, mi viene voglia di riaccendere subito quella miccia che ho buttato via!".


"Su, su!", disse il mercante. "Non intendevo offenderti. Quello che hai detto, guarda, lo credo parola per parola. E se qualcuno lo mette in dubbio, sono pronto a prenderci su l'ostia consacrata. Mi dispiace che, per servirmi, non ti sia andata meglio. Vai, Ersiano, vattene a letto, fatti dare un fiasco di vino, e consolati: ti sarà fatta giustizia!".


E, così dicendo, si alzò, fece un elenco delle cose che il suo sottoposto aveva lasciato nel porcile, ne specificò il valore, gli chiese, anche, quanto valutasse le spese per la cura, e lo congedò, dopo avergli dato, ancora una volta, la mano.


Poi raccontò a Lisabetta, sua moglie, per filo e per segno, come erano andate le cose, e cosa c'era sotto, e le dichiarò di essere fermamente intenzionato a ricorrere alla pubblica giustizia; ed ebbe la gioia di vedere che lei lo incoraggiava con tutta l'anima nel suo proposito.


Lei disse, infatti, che molti altri viaggiatori, forse meno pazienti di lui, sarebbero passati per quel castello, che sarebbe stata un'opera benedetta mettere un freno a tali disordini, e che ci avrebbe pensato lei a mettere insieme la somma necessaria per affrontare le spese del processo. Kohlhaas la chiamò la sua brava moglie, passò felicemente con lei e con i suoi figli quel giorno e quello seguente, e, non appena gli affari gliene diedero modo, si mise in viaggio per Dresda, per portare in giudizio la sua querela.


Qui, con l'aiuto di un avvocato che conosceva, stese un ricorso, nel quale, dopo una descrizione dettagliata del sopruso compiuto dal barone Venceslao di Tronka, contro lui stesso, e contro il suo servo Ersiano, chiedeva che il colpevole fosse punito secondo la legge, che i cavalli fossero riportati nelle condizioni originarie, e che fossero risarciti i danni che sia egli, sia il suo servo, avevano subìto da tutto ciò. La causa, infatti, era chiara. La circostanza che i cavalli fossero stati trattenuti in modo illegittimo gettava su tutto il resto una luce decisiva; e, anche se si fosse voluto supporre che i cavalli si fossero ammalati per puro caso, la richiesta del sensale di riaverli indietro in buona salute sarebbe stata comunque giustificata.


E, mentre Kohlhaas si guardava intorno nella città di residenza del principe, non gli mancarono amici che gli promisero di sostenere a spada tratta le sue ragioni; il suo commercio di cavalli, molto esteso, la conoscenza e l'onestà con cui lo portava avanti, gli aveva procurato la benevolenza degli uomini più importanti del paese. Più volte egli sedette allegramente a tavola, in casa del suo avvocato, che era a sua volta una persona in vista; depositò presso di lui una somma per far fronte alle spese processuali, e, passate poche settimane, completamente tranquillizzato da quello riguardo all'esito della causa, se ne tornò a Pontekohlhaas da Lisabetta, sua moglie.


Eppure i mesi passarono, e l'anno era quasi finito, senza che egli ricevesse dalla Sassonia neanche una dichiarazione sulla querela da lui intentata, per non parlare della sentenza. Dopo aver inoltrato più volte ripetuti solleciti al tribunale, egli scrisse al suo avvocato una lettera confidenziale, in cui gli chiedeva la causa di un ritardo così eccessivo; e venne a sapere che, per un intervento molto altolocato, presso il tribunale di Dresda, la sua querela era stata definitivamente cassata. Quando il mercante riscrisse, sbalordito, chiedendone le ragioni, questi gli comunicò che il barone Venceslao di Tronka era parente di due nobiluomini, Enzo e Corrado di Tronka, che facevano parte del seguito personale del principe, coppiere l'uno, e l'altro addirittura camerlengo. E gli consigliava di mettere da parte ogni sforzo, dal punto di vista legale, e cercare solo di tornare in possesso dei suoi cavalli, rimasti nel castello di Tronka; gli faceva capire, infatti, che il barone, che al momento soggiornava nella capitale, sembrava aver dato disposizione alla sua gente di consegnargli i cavalli; e concludeva pregandolo, se non voleva accontentarsi di una simile soluzione, di dispensare almeno lui da ogni ulteriore incarico.


Kohlhaas, in quel periodo, si trovava per l'appunto a Brandeburgo, dove il prefetto Enrico di Geusau, della cui giurisdizione faceva parte anche Pontekohlhaas, era in quel momento impegnato a organizzare un certo numero di istituti per l'assistenza ai poveri e agli ammalati, grazie a un lascito sostanzioso che era toccato alla città.


E soprattutto si dava da fare per adattare ad uso degli infermi una fonte minerale che scaturiva in un villaggio della regione, e dalle cui virtù salutari ci si riprometteva molto di più di quanto il futuro poi mantenesse. Poiché Kohlhaas l'aveva conosciuto e frequentato, durante il periodo in cui aveva soggiornato presso la corte, questi permise a Ersiano, il capo dei servi, al quale, da quei brutti giorni al castello di Tronka, era rimasto un dolore al petto, ogni volta che respirava, di sperimentare l'efficacia della piccola fonte medicamentosa, nella quale era stato costruito un recinto coperto.


Accadde che, proprio mentre Kohlhaas riceveva, dalle mani di un messaggero, mandato da sua moglie, la lettera scoraggiante del suo avvocato di Dresda, il prefetto fosse presente, per dare alcune disposizioni, vicino a bordo della vasca nella quale il mercante aveva fatto adagiare Ersiano. Il prefetto, che, parlando con il medico, aveva notato che Kohlhaas faceva cadere una lacrima sulla lettera che aveva ricevuto e aperto, gli si avvicinò, con fare gentile e premuroso, e gli chiese quale sventura lo avesse colpito. E quando il mercante, senza rispondere, gli tese la lettera, quell'uomo per bene, che era al corrente della ributtante ingiustizia commessa contro di lui al castello di Tronka, per le cui conseguenze Ersiano appunto soffriva, e avrebbe sofferto forse per tutta la vita, gli batté sulla spalla, e gli disse di non perdersi d'animo: l'avrebbe aiutato lui a ottenere soddisfazione! Quella sera, quando il mercante, dietro suo ordine, andò da lui al castello, questi gli disse di stendere soltanto una supplica all'Elettore del Brandeburgo, con una breve esposizione dell'accaduto, di allegarvi la lettera dell'avvocato, e di invocare la protezione del principe, a causa della violenza che si erano permessi contro di lui in territorio sassone. Egli promise di rimettere la petizione, che avrebbe aggiunto a un altro plico, già pronto, nelle mani dell'Elettore: il quale da parte sua, senza fallo, se le circostanze lo consentivano, sarebbe intervenuto presso il principe Elettore di Sassonia. Un passo simile sarebbe stato più che sufficiente a fargli ottenere giustizia presso il tribunale di Dresda, a dispetto delle arti del barone e delle sue conoscenze. Kohlhaas, vivamente rallegrato, ringraziò di tutto cuore il prefetto per quella nuova dimostrazione della sua benevolenza; aggiunse che gli dispiaceva solo di non essersi rivolto fin dall'inizio a Berlino, per trattare la sua faccenda, senza compiere a Dresda passi di alcun tipo; e, dopo aver redatto nella Cancelleria del tribunale cittadino la sua lagnanza, seguendo fedelmente le istruzioni, e averla consegnata al prefetto, fece, più tranquillizzato che mai sull'esito della sua causa, ritorno a Pontekohlhaas. Ma già poche settimane dopo, per mezzo di un magistrato che andava a Potsdam per seguire alcune faccende del prefetto, ebbe il cruccio di sapere che il principe Elettore aveva rimesso la supplica al suo cancelliere, il conte Kallheim, e questi non si era direttamente rivolto alla corte di Dresda, come sembrava opportuno, per l'inchiesta e la punizione del sopruso, bensì al barone di Tronka, per avere innanzitutto da lui maggiori informazioni. Il magistrato, che, nella sua carrozza, che aveva fermato davanti all'abitazione di Kohlhaas, sembrava aver avuto l'incarico di fare al mercante quella comunicazione, alla sua stupefatta domanda come mai si fosse proceduto in quel modo, non seppe dare una risposta soddisfacente. Aggiunse solo che il prefetto gli faceva dire di avere pazienza; sembrava avere molta fretta di proseguire il suo viaggio, e solo alla fine del breve colloquio, da alcune parole buttate là, Kohlhaas indovinò che il conte Kallheim era imparentato con la casa dei Tronka.


Kohlhaas, al quale non davano più gioia né l'allevamento dei cavalli, né la casa e la fattoria, e quasi neppure la moglie e i figli, tenne duro, pieno di cupi presentimenti per il futuro, fino alla luna successiva; e, proprio come si aspettava, passato quel periodo, Ersiano, al quale le cure termali avevano procurato un po' di sollievo, ritornò da Brandeburgo, con una lettera del prefetto, che accompagnava un lungo scritto. In essa il prefetto si diceva spiacente di non poter fare niente per la sua causa; gli inviava una risoluzione della Cancelleria di Stato, che gli era stata rimessa; e gli consigliava di andare a riprendersi i cavalli che erano rimasti nel castello di Tronka, e per il resto lasciare le cose come stavano.


La risoluzione suonava: "Egli era, secondo il rapporto del tribunale di Dresda, un querelante ozioso; il barone presso il quale egli aveva lasciato i cavalli non li tratteneva in nessun modo; che mandasse qualcuno a riprenderli al castello, o almeno facesse sapere al barone dove avrebbe dovuto mandarglieli; ma in ogni caso risparmiasse alla Cancelleria di Stato simili beghe fastidiose".


Kohlhaas, per il quale non era questione di cavalli - avrebbe provato lo stesso dolore se si fosse trattato di due cani Kohlhaas ribollì di furore, quando ricevette la lettera. Ogni volta che nel cortile si faceva sentire un rumore, guardava, nell'attesa più odiosa che gli avesse mai agitato il petto, verso il viottolo dell'ingresso, se mai comparissero gli uomini del barone, per riportargli, forse addirittura con le sue scuse, i cavalli sfiniti dalla fame e dalla fatica; era la prima volta che la sua anima, così ben temprata alla scuola della vita, si aspettava qualcosa che non corrispondeva completamente ai suoi sentimenti. Ma già poco tempo dopo sentì dire, da un conoscente che era passato per quella strada, che al castello di Tronka i suoi cavalli continuavano come prima, come tutti gli altri cavalli del barone, a essere adoperati nel lavoro dei campi; e, attraverso il dolore di scorgere il mondo in un simile stato di mostruoso disordine, batté con forza l'intima gioia di vedere ormai l'ordine nel suo cuore.


Invitò a casa sua un balivo, suo vicino, che da tempo accarezzava il progetto di ingrandire i suoi possedimenti, acquistando i terreni confinanti; e, quando questi si fu accomodato, gli chiese quanto sarebbe stato disposto a dargli per le sue proprietà in Sassonia e nel Brandeburgo; tutto compreso, casa e podere, beni mobili e immobili.


Lisabetta, sua moglie, sbiancò a queste parole. Si girò, tirò su il figlio più piccolo, che dietro di lei si trastullava per terra, e, sfiorando le guance rosse del fanciullo, che giocava con le sue collane, lanciò sul mercante, e su un foglio che questi teneva in mano, degli sguardi nei quali era dipinta la morte. Il balivo gli chiese, osservandolo con stupore, che cosa gli avesse fatto venire di colpo in mente un'idea così strana. Ma egli rispose, con tutta l'allegria che riuscì a imporre a se stesso, che l'idea di vendere la sua masseria sulle rive della Havel non era completamente nuova. Non avevano forse già più volte fatto trattative sull'argomento? Quanto alla casa nei sobborghi di Dresda, quella non era, in confronto, che un accessorio, del quale non metteva conto parlare. In breve, se voleva fare la sua volontà, e prendersi tutti e due i terreni, egli era pronto a concludere il relativo contratto. E aggiunse, con un tono scherzoso alquanto sforzato, che Pontekohlhaas non era poi il mondo; che potevano esserci degli scopi in confronto ai quali dirigere, da buon padre di famiglia, l'azienda domestica era una cosa secondaria e poco onorevole; che, in breve, la sua anima, doveva dirgli, era rivolta a cose grandi, delle quali, forse, avrebbe presto sentito parlare.


Tranquillizzato da queste parole, il balivo disse allegramente, rivolto alla donna, che baciava e ribaciava il bambino: "Non pretenderà mica il pagamento immediato?", posò sulla tavola cappello e bastone, che teneva fra le ginocchia, e prese il foglio che il mercante aveva in mano, per leggerlo tutto. Kohlhaas, facendosi più vicino, gli spiegò che si trattava di un ipotetico contratto di acquisto, a nome suo, con una scadenza di quattro settimane; gli mostrò che non vi mancava niente, se non le firme, e l'indicazione delle somme, cioè il prezzo d'acquisto da un lato, e dall'altro la penale, cioè la somma che egli si impegnava a pagare se, entro le quattro settimane, si fosse tirato indietro; e lo invitò ancora una volta, allegramente, a fare un'offerta, assicurando che le sue pretese erano modeste, e non avrebbe fatto difficoltà. La donna andava avanti e indietro per la stanza; il petto le ansimava, tanto che il fazzoletto, che il bambino aveva tirato per gioco, stava per caderle del tutto dalla spalla. Il balivo disse di non essere in nessun modo in grado di giudicare il valore della proprietà di Dresda; al che Kohlhaas rispose, porgendogli alcune lettere che erano state scambiate al tempo dell'acquisto, che la valutava cento fiorini d'oro; anche se da quelle carte risultasse che gli era costata quasi la metà in più.


Il balivo rilesse ancora una volta il contratto di acquisto; e vedendo che, stranamente, includeva anche da parte sua la facoltà di recedere, disse, già a metà deciso, che però non sapeva che farsene degli stalloni che si trovavano nelle sue stalle; ma poiché Kohlhaas replicò che non intendeva affatto disfarsene, e voleva anche tenere per sé alcune armi, che erano appese nell'armeria, questi allora esitò, esitò ancora, e alla fine ripeté un'offerta che gli aveva già fatto, mezzo per scherzo, mezzo sul serio, poco tempo prima, durante una passeggiata, e che era ridicola, rispetto al valore dei possedimenti.


Kohlhaas spinse verso di lui la penna e l'inchiostro, perché scrivesse; e quando il balivo, non credendo ai suoi occhi, gli chiese ancora una volta se faceva sul serio, e il mercante gli ebbe risposto, un po' risentito, se credeva forse che si stesse prendendo gioco di lui, questi prese sì in mano la penna, con espressione pensierosa, e cominciò a scrivere; ma cancellò il punto nel quale si parlava della penale che il venditore avrebbe pagato, se si fosse pentito, si impegnò a versare, a titolo di prestito, cento fiorini d'oro, garantiti da un'ipoteca sul possedimento di Dresda che, con quella somma, egli non intendeva affatto comprare, e lasciò al mercante piena libertà, per due mesi, di recedere dal negozio. Il mercante, toccato da questo modo di agire, gli strinse calorosamente la mano; e, dopo che si furono accordati sul punto, che era una delle condizioni principali, che un quarto del prezzo di acquisto sarebbe stato pagato subito in contanti, e il resto, entro tre mesi, presso la banca di Amburgo, egli gridò che si portasse del vino, per festeggiare un affare così felicemente concluso. Disse a una ragazza, che era entrata con le bottiglie, che Sternbald, il garzone, gli sellasse il sauro, spiegando che doveva andare nella capitale, dove aveva da fare; e lasciò capire che in poco tempo, quando fosse tornato, avrebbe parlato a cuore aperto di quello che, per il momento, doveva tenere per sé.


Poi, riempiendo i bicchieri, chiese dei Polacchi e dei Turchi, che proprio allora erano in guerra, trascinò il balivo in una serie di ipotesi politiche sulla questione, brindò ancora una volta, alla fine, alla felice conclusione del loro affare, e lo congedò.


Quando il balivo ebbe lasciato la stanza, Lisabetta gli cadde in ginocchio davanti. "Se hai ancora nel cuore", gridò, "me, e i bambini che ti ho partorito, se non ne siamo già stati banditi, ormai, per un qualche motivo, che io non so: dimmi che cosa significano questi orribili preparativi!".


"Moglie carissima", disse Kohlhaas, "niente che, finché le cose stanno così, ti debba impensierire. Ho ricevuto una risoluzione, in cui mi si dice che la mia querela contro il barone Venceslao di Tronka è una bega oziosa. E poiché deve trattarsi di un malinteso, ho deciso di presentare ancora una volta la mia querela, personalmente al principe Elettore.


"E perché vuoi vendere la casa?", gridò lei, alzandosi, con il viso sconvolto.


Il mercante la strinse teneramente al petto, e rispose: "Perché in un paese, mia carissima Lisabetta, in cui non mi vogliono proteggere nei miei diritti, io non voglio restare.


Meglio essere un cane, se devo essere preso a calci, che un uomo! Sono sicuro che in questo mia moglie la pensa come me".


"Chi ti dice", chiese lei con violenza, "che non ti proteggeranno nei tuoi diritti? Se ti presenti al sovrano umilmente, come ti si addice, con la tua supplica, chi ti dice che sarà messa da parte, o che ti risponderanno rifiutandosi di ascoltarti?".


"Ebbene", rispose Kohlhaas, "se in questo il mio timore è infondato, neanche la mia casa, per adesso, è venduta. Il sovrano, lo so, è giusto; e se solo riesco, attraverso tutti quelli che lo circondano, ad arrivare fino alla sua persona, non dubito di ottenere giustizia, e di tornare felicemente, ancor prima che sia finita la settimana, a te e alle mie vecchie occupazioni. E che da allora in poi io possa", aggiunse, baciandola, "restare sempre con te, fino alla fine dei miei giorni! Ma è consigliabile", continuò, "che io sia pronto a ogni eventualità; per questo desideravo che tu, per qualche tempo, se è possibile, ti allontanassi, e andassi con i bambini a Schwerin, da tua zia, alla quale del resto già da un pezzo volevi far visita".


"Come", gridò la donna, "devo andare a Schwerin? Passare il confine con i bambini, e andare a Schwerin da mia zia?". E l'orrore le soffocò la voce.


"Proprio così", rispose Kohlhaas, "e subito, se è possibile, affinché, nei passi che intendo fare per la mia causa, io non sia disturbato da alcun riguardo".


"Oh, ti capisco!", gridò lei. "Adesso non hai più bisogno di niente, se non di armi e di cavalli; tutto il resto, se lo prenda chi vuole!".


E con queste parole si girò, si buttò su una sedia e pianse.


"Lisabetta carissima", disse Kohlhaas, turbato, "che fai? Dio mi ha benedetto, dandomi una moglie, dei figli e dei beni; devo oggi, per la prima volta, desiderare che non fosse così?...". E si sedette affettuosamente vicino a lei, che, a quelle parole, gli aveva gettato le braccia al collo, arrossendo. "Dimmi tu", disse, scostandole i riccioli dalla fronte, "che devo fare? Devo tirarmi indietro? Devo andare a Castel Tronka, e pregare il cavaliere che mi restituisca i cavalli, saltarci su, e portarteli qui?".


Lisabetta non osò dire "Sì! Sì! Sì!"... scosse il capo piangendo, si strinse forte a lui, e gli coprì il petto di baci ardenti. "E dunque", gridò Kohlhaas, "se tu senti che, perché io possa continuare la mia attività, mi deve essere resa giustizia, concedimi anche la libertà che mi è necessaria per procurarmela!". E dicendo queste parole si alzò, e disse al garzone, che veniva ad avvertirlo che il sauro era sellato, che l'indomani dovevano essere attaccati i bai, per portare sua moglie a Schwerin.


Lisabetta disse che le era venuta un'idea! Si alzò in piedi, si asciugò gli occhi pieni di lacrime, e chiese al marito, che si era seduto a uno scrittoio, se voleva dare a lei la supplica, e lasciare andare lei, al posto suo, a Berlino, a porgerla al principe. Kohlhaas, commosso, per più di una ragione, dalla proposta inattesa, se l'attirò sulle ginocchia, e disse: "Moglie carissima, non è possibile! Il principe ha molta gente intorno; chi gli si avvicina si espone a numerose situazioni spiacevoli". Lisabetta obiettò che c'erano mille circostanze in cui per una donna sarebbe stato più facile avvicinarsi a lui, che non per un uomo. "Dammi la supplica", ripeté; "e se non vuoi altro, se non essere sicuro che finisca nelle sue mani, ti do la mia parola: la riceverà!".


Kohlhaas, che del suo coraggio, come della sua prudenza, aveva avuto più di una prova, le chiese come pensasse di comportarsi; e lei, guardando davanti a sé, con gli occhi bassi per la vergogna, rispose che il castaldo del palazzo del principe Elettore, tempo prima, quando era in servizio a Schwerin, aveva chiesto la sua mano; adesso era ormai sposato, e aveva numerosi figli; ma non l'aveva ancora del tutto dimenticata; insomma, lasciasse a lei di approfittare di questa circostanza, e di alcune altre che sarebbe stato troppo lungo descrivere. Kohlhaas la baciò con grande gioia, disse che accettava la sua proposta, le spiegò che non serviva altro che procurarsi alloggio presso la moglie del castaldo, per potersi avvicinare al principe nel suo stesso palazzo, le diede la supplica, fece aggiogare i bai, e la lasciò partire, ben equipaggiata, con Sternbald, il suo fedele servo.


Quel viaggio fu però, fra tutti i passi infruttuosi che aveva fatto per la sua causa, il più infelice. Dopo pochi giorni, infatti, Sternbald rientrava già nel cortile, guidando, al passo, la carrozza, nella quale era adagiata la donna, con una pericolosa contusione al petto. Kohlhaas, che, pallido, si avvicinò alla vettura, non riuscì a ottenere una spiegazione coerente di quello che aveva causato la disgrazia. Il castaldo, a quanto disse il servo, non era in casa; e dunque erano stati costretti a scendere in una locanda che si trovava nelle vicinanze del palazzo; il mattino dopo Lisabetta aveva lasciato la locanda, ordinando al servo di restare presso i cavalli, ed era tornata soltanto a sera, in quello stato. Sembrava che si fosse spinta con troppa foga verso la persona del sovrano, e, senza sua colpa, solo per lo zelo brutale di una delle guardie che lo circondavano, avesse ricevuto sul petto un colpo, con l'asta di una lancia. Almeno, così riferirono le persone che, verso sera, la riportarono, priva di sensi, nella locanda; perché lei stessa, impedita dagli sbocchi di sangue, poco poteva parlare. La supplica le era stata poi ritirata da un cavaliere. Sternbald disse che egli avrebbe voluto saltare subito su un cavallo e portargli la notizia del disgraziato incidente; ma lei, malgrado le rimostranze del chirurgo che era stato chiamato, aveva insistito per essere riportata, senza farsi precedere dalla notizia, da suo marito a Pontekohlhaas.


Kohlhaas la portò, ridotta in fin di vita dal viaggio, su un letto, dove, tra sforzi dolorosi per respirare, visse ancora qualche giorno.


Si cercò inutilmente di farla tornare in sé, per trarre qualche conclusione su quanto era accaduto; ma lei restava distesa, con gli occhi fissi, e già spenti, e non rispondeva. Solo poco prima di morire riprese i sensi, ancora una volta. Infatti, mentre un sacerdote di religione luterana (fede che stava allora prendendo piede, e alla quale, seguendo l'esempio del marito, si era convertita), in piedi vicino al suo letto, le leggeva, con voce alta, commossa e solenne, un capitolo della Bibbia, lei lo guardò, d'improvviso, con espressione cupa, gli prese, come se in quel punto non ci fosse niente da leggerle, la Bibbia di mano, la sfogliò a lungo, come se vi cercasse qualcosa, e a Kohlhaas, che stava seduto vicino al suo letto, mostrò con l'indice il versetto: "Perdona ai tuoi nemici, e fai del bene anche a coloro che ti odiano". Gli strinse allora la mano, guardandolo con tutta l'anima, e morì. "Così non mi perdoni mai Iddio, come io perdonerò al barone!", pensò Kohlhaas, la baciò, mentre gli scorrevano copiose le lacrime, le chiuse gli occhi, e lasciò la stanza.


Prese i cento fiorini d'oro che il balivo gli aveva già versato, per le stalle di Dresda, e diede disposizioni per un funerale che non sembrava destinato a lei, ma a una principessa: una bara di quercia con pesanti ornamenti metallici, cuscini di seta con nappe d'oro e d'argento, e una fossa profonda otto braccia, rivestita di pietre e di calce. Egli stesso, con il figlio più piccolo in braccio, restò in piedi accanto alla cripta, a sorvegliare il lavoro. Venuto il giorno del funerale, la salma, bianca come la neve, fu esposta in una sala che egli aveva fatto tappezzare di drappi neri. Il sacerdote aveva appena finito una commovente orazione accanto alla bara, quando gli fu consegnata la risoluzione sovrana, in risposta alla supplica che era stata consegnata dalla defunta: doveva andare a prendere i cavalli al castello di Tronka, e, sotto pena di essere messo in prigione, non presentare ulteriori ricorsi sull'argomento. Kohlhaas mise in tasca la lettera, e ordinò di mettere la bara sul carro. Non appena fu alzato il tumulo, piantata in cima la croce, e congedati gli ospiti che avevano accompagnato la salma, egli si gettò ancora una volta sul letto di lei, ora deserto, e subito si preparò a intraprendere la vendetta.


Si sedette, e stese un'ordinanza, nella quale condannava, in virtù del suo innato potere, il barone Venceslao di Tronka a riportare a Pontekohlhaas, entro tre giorni dal ricevimento, i morelli che gli aveva sottratto, e sfiancato nel lavoro dei campi, e a ingrassarli di persona nelle sue stalle. Gli inviò l'intimazione con un messo a cavallo, al quale diede istruzioni, non appena consegnato il documento, di tornare di gran carriera a Pontekohlhaas. Poiché i tre giorni passarono senza che fossero consegnati i cavalli, mandò a chiamare Ersiano; gli confidò che cosa aveva intimato al barone, riguardo all'ingrasso degli animali, e gli chiese due cose: era disposto ad andare con lui a cavallo a Castel Tronka, a prendere il barone, e poi, quando l'avessero portato là, se si fosse dimostrato pigro nell'adempiere all'ordinanza, nelle stalle di Pontekohlhaas, ad adoperare la frusta? E poiché Ersiano, non appena l'ebbe capito, "Padrone, oggi stesso!", gridò esultante, e, lanciando in aria il berretto, lo assicurò che si sarebbe fatto intrecciare uno staffile a dieci nodi, per insegnargli a strigliare! Kohlhaas vendette la casa, spedì i bambini, ben sistemati in una carrozza, oltre confine, radunò, sul far della notte, anche gli altri servi, sette di numero, ognuno dei quali gli era fedele come oro puro, li armò, li fece salire a cavallo, e si mosse verso il castello di Tronka.


E già al calare della terza notte irrompeva, con questo piccolo drappello, travolgendo il gabelliere e il portiere, che stavano chiacchierando sotto il portone, nel castello; e, mentre di colpo tutte le baracche, all'interno del muro di cinta, si incendiavano e crepitavano, infiammate dalle torce che vi erano state lanciate, ed Ersiano, su per la scala a chiocciola, correva nella torre di guardia, e si avventava, con fendenti di taglio e di punta, contro il castaldo e l'amministratore, che, mezzo svestiti, erano seduti a tavola a giocare, Kohlhaas si precipitava nel castello alla ricerca del barone Venceslao. Così scende dal cielo l'Angelo del Giudizio; e il barone, che per l'appunto, fra grandi risate, stava leggendo alla brigata di giovani amici che era con lui l'ordinanza che il mercante di cavalli gli aveva fatto recapitare, non appena ne ebbe sentita la voce, nel cortile del castello, divenuto, d'improvviso, bianco come un cadavere: "Fratelli, salvatevi!", urlò a quei signori, e sparì. Kohlhaas, che, entrando nella sala, aveva preso per il collo un barone Giovanni di Tronka, che gli veniva contro, e l'aveva scaraventato nell'angolo, così da farne schizzare sulle pietre il cervello, mentre i servi sopraffacevano e disperdevano gli altri cavalieri, che avevano messo mano alle armi, chiese dove fosse il barone Venceslao di Tronka. E, poiché quegli uomini, storditi, non lo sapevano, dopo aver sfondato con un calcio le porte di due stanze che davano nelle ali del castello, e percorso in tutte le direzioni il vasto edificio, senza trovare nessuno, scese imprecando nel cortile, per far presidiare le uscite.


Intanto, raggiunto dal fuoco delle baracche, anche il castello era ormai in fiamme, con tutti gli edifici attigui, sprigionando contro il cielo un fumo spesso, e, mentre Sternbald, con tre servi indaffarati, portava giù tutto ciò che non era intrasportabile o attaccato ai muri, e lo ammassava in mezzo ai cavalli, come buon bottino, dalle finestre spalancate della torre di guardia volavano giù, con giubilo di Ersiano, i cadaveri del castaldo e del fattore, con mogli e figli.


Kohlhaas, al quale, mentre scendeva la scala del castello, si era gettata ai piedi la vecchia economa, tormentata dalla gotta, che aveva il governo della casa, le chiese, fermandosi sul gradino, dove fosse il barone Venceslao di Tronka; e poiché lei, con voce debole e tremante, gli disse in risposta che credeva che fosse fuggito nella cappella, chiamò due servi con le torce, fece scardinare, in mancanza di chiavi, l'ingresso con leve di ferro e con le asce, rovesciò le panche e gli altari, ma, con suo rabbioso dolore, non trovò il barone.


Accadde che un giovane garzone, che apparteneva alla servitù del castello, nel momento in cui Kohlhaas ritornava dalla cappella, accorresse per tirare fuori da una grande stalla in pietra, minacciata dalle fiamme, gli stalloni da battaglia del barone. Kohlhaas, che proprio in quel momento, in una piccola rimessa coperta di paglia, vide i suoi due morelli, chiese al servo perché non mettesse in salvo i morelli; e poiché questi, infilando la chiave nella porta della grande stalla, rispose che ormai la rimessa era in fiamme, Kohlhaas gettò la chiave, dopo averla strappata con violenza dalla porta della stalla, al di là del muro, spinse, con una grandinata di piattonate, il servo fin dentro la baracca in fiamme, e lo costrinse, tra le orribili risate degli astanti, a salvare i morelli. Tuttavia, quando il garzone pallido di terrore, pochi istanti prima che la rimessa crollasse dietro di lui, ne uscì con i cavalli alla cavezza, non trovò più Kohlhaas; e quando raggiunse i servi sul piazzale del castello, e chiese al mercante, che più volte gli voltò le spalle, che cosa dovesse fare, adesso, con quelle bestie, questi d'un tratto levò il piede, con una mossa così terribile, che, se il calcio l'avesse raggiunto, sarebbe stata la sua morte, montò, senza rispondergli, il suo baio, si piantò sotto il portone del castello, e aspettò, mentre i servi continuavano ad affaccendarsi, in silenzio, il giorno.


Quando giunse il mattino, tutto il castello, tranne le mura, era in cenere, e non vi si trovava più nessuno, se non Kohlhaas e i suoi sette servi. Egli scese da cavallo, e setacciò ancora una volta, alla chiara luce del sole, che ora ne illuminava ogni angolo, l'intero posto, e poiché, per quanto difficile gli fosse ammetterlo, dovette convincersi che l'impresa contro il castello era fallita, inviò, con il cuore oppresso dalla pena e dal dolore, Ersiano e alcuni servi a cercare informazioni sulla direzione che il barone aveva preso nella sua fuga.


Soprattutto lo preoccupava un ricco educandato per fanciulle nobili, chiamato Erlabrunn, che sorgeva sulle rive della Molda, e la cui badessa, Antonia di Tronka, era conosciuta nella regione come una donna pia, benefica e santa; poiché all'infelice Kohlhaas pareva fin troppo probabile che il barone, privo com'era di tutto il necessario, si fosse rifugiato in quell'istituto, dato che che la badessa era sua zia carnale, e l'aveva allevato nella prima infanzia. Kohlhaas, dopo essersi informato su questa circostanza, salì alla torre del corpo di guardia, al cui interno aveva ancora una stanza abitabile, e scrisse quello che lui chiamò "Bando Kohlhaasiano", nel quale intimava al paese di non prestare nessun aiuto al barone Venceslao di Tronka, contro il quale egli era sceso in giusta guerra, e anzi faceva obbligo a ogni abitante, non esclusi i suoi parenti e amici, sotto pena di morte, e dell'immancabile incenerimento di tutto quello che si potesse chiamare proprietà, di consegnarlo nelle sue mani.


Egli diffuse quella dichiarazione nella contrada, per mezzo di viaggiatori e forestieri, e ne diede anche una copia al suo servo Waldmann, con il preciso incarico di consegnarla a Erlabrunn, nelle mani di donna Antonia. Subito dopo, trattò con alcuni servi del castello di Tronka, che erano scontenti del barone, e, attirati dalla speranza di bottino, volevano entrare al suo servizio; li armò, alla maniera dei fanti, di daga e balestra, e li istruì a tenersi in groppa dietro gli uomini a cavallo; poi, quando ebbe venduto tutto quello che la sua gente aveva predato, e distribuito fra loro il ricavato, riposò alcune ore, sotto il portone del castello, dai suoi tristi impegni.


Verso mezzogiorno arrivò Ersiano, e gli confermò quello che il suo cuore, sempre propenso ai più cupi presentimenti, gli aveva già detto: che per l'appunto il barone si trovava a Erlabrunn nell'educandato, presso l'anziana donna Antonia di Tronka, sua zia. Si era salvato, a quanto sembrava, attraverso una porticina che, nel muro posteriore del castello, dava sul vuoto, e per una stretta scala di pietra che, coperta da un piccolo tetto, scendeva fino ad alcune barche sull'Elba.


Ersiano, almeno, riferiva che, in un villaggio lungo l'Elba, con grande stupore della gente, che si era radunata a causa dell'incendio di Castel Tronka, egli era arrivato, verso la mezzanotte, in un canotto senza timone e senza remi, e aveva proseguito poi per Erlabrunn in un carro di contadini.


Kohlhaas, a quella notizia, mandò un profondo sospiro, chiese se i cavalli avevano mangiato, e poiché gli fu risposto di sì, fece montare il drappello, e in tre ore era già davanti a Erlabrunn. Stava proprio entrando con la sua schiera, al brontolio di un lontano temporale all'orizzonte, con le fiaccole, che aveva fatto accendere alle porte, nel cortile del convento, e Waldmann, il suo servo, gli veniva incontro, per comunicargli che il bando era stato consegnato come si deve, quando vide la badessa e il castaldo, in un concitato colloquio, farsi avanti sotto il portale del monastero; e, mentre questi, il castaldo, un uomo piccolo, anziano, candido come la neve, lanciando a Kohlhaas degli sguardi torvi, si faceva allacciare la corazza, e ai servi che lo circondavano gridava, con voce ardita, di suonare a martello, lei, la superiora del monastero, con un crocifisso d'argento in mano, scese, pallida come un lenzuolo di lino, la scalinata, e si gettò con tutte le sue ragazze in ginocchio davanti al cavallo di Kohlhaas.


Kohlhaas, mentre Ersiano e Sternbald riducevano all'impotenza il castaldo, che non aveva in pugno la spada, e lo portavano prigioniero tra i cavalli, le chiese dove fosse il barone Venceslao di Tronka; e poiché lei, sciogliendosi dalla cintura un grande anello di chiavi, rispondeva: "A Vittemberga, Kohlhaas, uomo dabbene"; e aggiungeva, con voce tremante: "Abbi timor di Dio, non commettere ingiustizia!", Kohlhaas girò, ricacciato nell'inferno della vendetta inappagata, il cavallo, e stava per gridare: "Appiccate il fuoco!", quando un fulmine spaventoso cadde al suolo proprio vicino a lui. Kohlhaas, girando di nuovo il cavallo verso di lei, le chiese se avesse ricevuto il suo bando: e poiché la nobildonna, con voce flebile, quasi impercettibile, rispose: "Proprio ora!", "Quando?", "Due ore fa, così mi aiuti Iddio, dopo che il barone, mio nipote, era ormai partito!", e Waldmann, il suo servo, al quale Kohlhaas si era rivolto con sguardo bieco, confermò, balbettando, questa circostanza, perché, disse, le acque della Molda, gonfiate dalla pioggia, gli avevano impedito di giungere se non pochissimo tempo prima, allora Kohlhaas riprese il controllo di sé; all'improvviso un tremendo rovescio di pioggia, che spazzò il selciato del cortile, spegnendo le fiaccole, sciolse il dolore nel suo petto infelice; girò, sollevando di poco il cappello davanti alla nobildonna, il suo cavallo, gli diede, con le parole: "Seguitemi, fratelli! Il barone è a Vittemberga!", di sprone, e lasciò la badìa.


Egli entrò, allo scendere della notte, in una locanda sulla strada maestra, nella quale dovette, per la grande stanchezza dei cavalli, riposare un giorno, e, rendendosi conto che con un drappello di dieci uomini (tanti ne aveva in quel momento) non poteva sfidare una località come Vittemberga, stilò un nuovo bando, nel quale, dopo un breve racconto di quello che gli era toccato nel paese, invitava "ogni buon cristiano", così si espresse, "con la promessa di una paga, e di altri vantaggi di guerra, ad abbracciare la sua causa contro il barone di Tronka, nemico comune di tutti i cristiani". In un altro bando, che apparve poco dopo, egli si definiva "libero signore, non soggetto né al mondo né all'Impero, ma soltanto a Dio"; una millanteria folle e di cattiva lega, che però, con il suono del suo denaro e con la prospettiva del bottino, gli procurò un gran mucchio di gente, fra la marmaglia che la pace con la Polonia aveva lasciato senza pane: così che egli contava trenta uomini e più, quando ripassò sulla riva destra dell'Elba, per ridurre in cenere Vittemberga.


Egli si accampò, con i cavalli e i fanti, al riparo di una vecchia fornace diroccata, nella solitudine e nell'oscurità del bosco che a quel tempo circondava la località, e, non appena ebbe saputo da Sternbald, che aveva inviato travestito in città, con il suo bando, che esso vi era già noto, subito si mosse con il suo drappello, la santa vigilia della Pentecoste, e, mentre gli abitanti erano immersi in un sonno profondo, appiccò l'incendio alla città, in più punti contemporaneamente. Poi, mentre la sua truppa metteva a sacco i sobborghi, attaccò al pilastro di una chiesa un foglio di questo tenore: "Egli, Kohlhaas, aveva dato fuoco alla città: e, se non gli fosse stato consegnato il barone, l'avrebbe a tal punto ridotta in cenere, che", così si espresse, "non avrebbe avuto bisogno di guardare dietro a nessun muro per trovarlo". L'orrore degli abitanti per l'inaudito misfatto fu indescrivibile; e non appena le fiamme, che in quella notte d'estate, per fortuna non molto ventosa, non avevano raso al suolo più di diciannove case, fra le quali, tuttavia, c'era una chiesa, furono, verso il sorgere del giorno, almeno in parte domate, il vecchio prefetto, Ottone di Gorgas, inviò lì per lì una piccola compagnia di cinquanta uomini per spazzare via l'orribile flagello.


Ma il capitano che la guidava, di nome Gerstenberg, si comportò così male nell'impresa, che la spedizione, invece di sconfiggere Kohlhaas, gli diede una pericolosissima gloria militare, poiché, quando l'uomo d'armi divise le sue forze in plotoni, per circondarlo, così pensava, e quindi sopraffarlo, fu invece attaccato da Kohlhaas, che aveva tenuto compatto il suo drappello, nei diversi punti, e battuto: tanto che, già la sera del giorno dopo, nemmeno uno degli uomini della truppa nella quale erano riposte le speranze del paese restava più in campo contro di lui. Kohlhaas, che in quei combattimenti aveva subìto alcune perdite, il mattino del giorno seguente appiccò di nuovo l'incendio alla città, e le sue crudeli istruzioni furono così efficaci, che questa volta un gran numero di case e quasi tutti i fienili dei sobborghi furono ridotti in cenere. Nel frattempo egli affisse di nuovo, questa volta agli angoli dello stesso Municipio, il bando già noto, aggiungendovi le novità sulla sorte del capitano Gerstenberg, inviato contro di lui dal prefetto, e da lui sbaragliato.


Il prefetto, al culmine dell'indignazione davanti a tanta arroganza, si mise lui stesso, con molti cavalieri, alla testa di uno squadrone di centocinquanta uomini. Diede al barone Venceslao di Tronka, che l'aveva sollecitata per iscritto, una scorta che lo proteggesse dalle violenze del popolo, che pretendeva che egli fosse allontanato senza indugio dalla città, e, dopo aver inviato dei presìdi in tutti i villaggi dei dintorni, e guarnito di sentinelle anche le mura di cinta della città, per difenderle da un colpo di mano, uscì di persona dalle porte, il giorno di san Gervasio, per catturare il drago che devastava il paese.


Il mercante di cavalli fu così abile da evitare lo squadrone; e, dopo aver attirato il prefetto, con abili marce, a cinque miglia dalla città, e averlo indotto, con una serie di stratagemmi, nella falsa convinzione che lui, incalzato da forze troppo superiori, stesse per cercare scampo nel Brandeburgo, fece bruscamente dietro front, allo scendere della terza notte, ritornò di gran carriera a Vittemberga, e per la terza volta diede alle fiamme la città. Ersiano si era intrufolato in città travestito, e aveva realizzato l'orribile colpo maestro; e un vento teso di tramontana rese il divampare dell'incendio così funesto e divorante che, in meno di tre ore, quarantadue case, due chiese, numerosi conventi e scuole e lo stesso edificio della prefettura furono ridotti in cenere e macerie.


Il prefetto, che, allo spuntar del giorno credeva il suo avversario in territorio brandeburghese, quando, informato di quello che era successo, ebbe fatto, a marce forzate, ritorno, trovò la città intera in rivolta; il popolo era accampato, a migliaia, davanti alla casa, barricata con pali e tronchi, del barone, e chiedeva, con urla furibonde, che fosse portato via dalla città. Due borgomastri, di nome Genziano e Ottone, che erano andati sul posto con le divise e le insegne, alla testa di tutta la magistratura cittadina, spiegarono inutilmente che bisognava in ogni caso aspettare il ritorno di un messo inviato d'urgenza al presidente della Cancelleria di Stato, per chiedere l'autorizzazione a portare il barone a Dresda, dove lui stesso desiderava, per più di una ragione, andare; la folla irragionevole, armata di spiedi e di spranghe, non se ne dava per inteso, e già stava malmenando alcuni consiglieri, che proponevano di impiegare le maniere forti, e si preparava a dare l'assalto alla casa in cui si trovava il barone, e raderla al suolo, quando il prefetto, Ottone di Gorgas, alla testa del suo squadrone di cavalieri, apparve in città.


A quell'uomo per bene, che era abituato a infondere nel popolo, con la sua sola presenza, obbedienza e rispetto, era riuscito, quasi come compenso per l'impresa fallita dalla quale ritornava, di catturare, a poca distanza dalle porte della città, tre fanti sbandati della banda dell'incendiario; e poiché egli, mentre quei ribaldi venivano, al cospetto del popolo, incatenati, assicurò i magistrati, con un accorto discorso, che in poco tempo contava di portare in città in catene lo stesso Kohlhaas, del quale era già sulle tracce, riuscì, grazie a queste circostanze rassicuranti, a disarmare l'angoscia del popolo radunato, e a calmarlo un po', circa la presenza del barone fino al ritorno del messaggero da Dresda. Egli smontò, accompagnato da alcuni cavalieri, da cavallo, e andò, fatta rimuovere la barricata, nella casa, dove trovò il barone, che passava da uno svenimento all'altro, nelle mani di due medici, che cercavano di farlo rinvenire con essenze e stimolanti; e poiché Ottone di Gorgas si rendeva perfettamente conto che non era quello il momento per chiacchierare con lui su tutto ciò che era successo per causa sua, gli disse solo, con uno sguardo di muto disprezzo, che per favore si vestisse, e, per la sua stessa sicurezza, lo seguisse nelle stanze della prigione dei nobili. Quando ebbero fatto indossare al barone un panciotto, e gli ebbero messo un elmo in testa, ed egli, ancora a metà sbottonato, visto che gli mancava il respiro, apparve, al braccio del prefetto e del conte di Gerschau, suo cognato, sulla strada, salirono fino al cielo maledizioni e bestemmie orribili contro di lui. Il popolo, trattenuto a fatica dalla truppa, lo chiamava sanguisuga, infame, aguzzino, flagello del paese, maledizione della città di Vittemberga e rovina della Sassonia; dopo un pietoso tragitto per la città ridotta in macerie, durante il quale egli più volte, senza accorgersene, perse l'elmo, che un cavaliere gli rimetteva in testa da dietro, si raggiunse finalmente la prigione, dove egli sparì in una torre, sotto la protezione di una buona scorta.


Intanto il ritorno del messaggero con la decisione del principe Elettore suscitava in città nuove preoccupazioni. Infatti il governo dello Stato, al quale la cittadinanza di Dresda si era immediatamente rivolta con una supplica, non voleva saperne di un soggiorno del barone nella capitale, prima che l'incendiario fosse ridotto all'impotenza; e anzi obbligava il prefetto di difenderlo, dovunque fosse, poiché in qualche posto doveva pur stare, con le forze che aveva sotto il suo comando; ma annunciava contemporaneamente alla buona città di Vittemberga, per sua tranquillità, che un battaglione di cinquecento uomini, al comando del principe Federico di Meissen, era già in marcia, per difenderla da ulteriori molestie. Il prefetto, che ben capiva come una decisione simile non potesse in nessun modo rassicurare la popolazione, poiché non solo numerose piccole scaramucce, che il mercante di cavalli aveva combattuto con successo, in diversi punti, davanti alla città, avevano diffuso le voci più incresciose su un aumento delle sue forze, ma, per di più, la guerra che egli conduceva, con pece, paglia e zolfo, nell'oscurità della notte, per mezzo di gentaglia travestita, avrebbe potuto rendere inefficace, inaudita e senza esempio com'era, una difesa anche maggiore di quella con la quale il principe di Meissen si stava avvicinando: il prefetto, dunque, dopo una rapida riflessione, decise di tenere completamente nascosta l'ordinanza che aveva ricevuto. Fece solo affiggere, agli angoli della città, una lettera nella quale il principe di Meissen gli annunciava il suo arrivo; una carrozza chiusa, che uscì sul fare del giorno dal cortile del carcere dei nobili, prese, scortata da quattro cavalieri pesantemente armati, la strada di Lipsia, mentre i cavalieri della scorta facevano capire, con vaghi accenni, che andavano al castello sulla Pleisse; e, dopo aver così tranquillizzato il popolo riguardo all'infausto barone, la cui presenza significava ferro e fuoco, si mosse egli stesso, con una schiera di trecento uomini, per unirsi al principe Federico di Meissen.


Nel frattempo Kohlhaas, grazie alla singolare posizione che aveva assunto nel mondo, era salito, in effetti, alla forza di cento e nove uomini; e, dopo aver anche scoperto, a Jessen, un deposito di armi, e averne rifornito di tutto punto le sue schiere, prese, informato della doppia tempesta che si stava addensando, la decisione di andare incontro a tutte e due con la rapidità del vento, prima che si scatenassero sula sua testa. E infatti il giorno dopo attaccava già il principe di Meissen, in un assalto notturno, nei pressi di Muhlberg; in quel combattimento perse sì, con suo grande dolore, Ersiano, che fin dai primi colpi cadde morto al suo fianco: ma, esasperato da quella perdita, in tre ore di battaglia ridusse il principe, incapace di riordinarsi nel borgo, così a mal partito, che, allo spuntare del giorno, a causa di molte gravi ferite e del completo disordine della sua truppa, fu costretto a ritirarsi in direzione di Dresda. Reso temerario da questo successo, Kohlhaas si rivolse, prima che potesse essere informato dell'accaduto, contro il prefetto, lo assalì, vicino al villaggio di Damerow, in campo aperto, in pieno mezzogiorno, e si batté con lui, con perdite sanguinose, ma con uguale successo, fino allo scendere della notte. E di sicuro il mattino dopo, con il resto della sua schiera, egli avrebbe senza dubbio attaccato di nuovo il prefetto, che si era ritirato nel camposanto di Damerow, se questi, attraverso degli esploratori, non fosse stato informato della disfatta subita dal principe presso Muhlberg, e non avesse perciò ritenuto più prudente ritornare, a sua volta, a Vittemberga, in attesa di tempi migliori.


Cinque giorni dopo aver distrutto questi due contingenti, Kohlhaas era davanti a Lipsia, e da tre lati appiccava il fuoco alla città. - Nel bando che diffuse in quella circostanza egli si definiva "luogotenente dell'Arcangelo Michele, venuto a punire col ferro e col fuoco, su tutti quelli che nella contesa prendessero le parti del barone, il male in cui era caduto il mondo intero". Dal castello di Lutzen, di cui si era impadronito di sorpresa, e in cui si era insediato, egli chiamava il popolo a unirsi a lui, per dare alle cose un migliore ordinamento, e il bando era sottoscritto, con gesto quasi folle, in questo modo: "Dato nel regale castello di Lutzen, sede provvisoria del nostro governo universale". La fortuna degli abitanti di Lipsia fu che il fuoco, a causa di una pioggia insistente che cadeva dal cielo, non si propagasse, così che, grazie alla rapidità d'intervento dell'organizzazione antincendio locale, solo alcune botteghe che sorgevano intorno alla rocca sulla Pleisse furono divorate dalle fiamme. E tuttavia la costernazione della città per la presenza del forsennato incendiario, e per la sua falsa idea che il barone fosse a Lipsia, era indescrivibile; e, quando un reparto di cento e ottanta uomini a cavallo, che era stato inviato contro di lui, ritornò sbaragliato in città, ai magistrati, che non volevano mettere a repentaglio le ricchezze della città, non restò altro da fare che chiudere del tutto le porte, e ordinare che la cittadinanza facesse, giorno e notte, la guardia fuori delle mura.


Inutilmente i magistrati fecero affiggere, nei villaggi delle zone circostanti, manifesti con la precisa assicurazione che il barone non si trovava nel castello sulla Pleisse; il mercante di cavalli insisteva, su manifesti analoghi, che egli era nella rocca, e dichiarava che, se non vi si fosse trovato, egli avrebbe comunque proceduto come se ci fosse, finché non gli venisse indicato, con tanto di nome, il posto in cui si trovava. Il principe Elettore, informato per mezzo di un corriere veloce della situazione gravissima in cui si trovava la città di Lipsia, dichiarò che stava già radunando un esercito di duemila uomini, e che si sarebbe messo alla sua testa, per catturare Kohlhaas. Egli rivolse al signor Ottone di Gorgas un severo rimprovero per l'astuzia ambigua e sconsiderata della quale si era servito per allontanare l'incendiario dalla regione di Vittemberga; e nessuno può descrivere il turbamento che invase l'intera Sassonia, e soprattutto la capitale, quando laggiù si venne a sapere che, nei villaggi intorno a Lipsia, era stata affissa, da parte di chi non si sapeva, una dichiarazione diretta a Kohlhaas, secondo la quale "Venceslao, il barone, si trovava presso i cugini Enzo e Corrado, a Dresda".


In quel momento, il dottor Martin Lutero prese su di sé il compito, sostenuto dal prestigio che la sua posizione nel mondo gli dava, di riportare Kohlhaas, con la forza di parole pacate, dentro gli argini dell'ordine umano; e, facendo affidamento su quanto di onesto c'era ancora nel cuore dell'incendiario, gli indirizzò un manifesto di questo tenore, che venne affisso in ogni città e in ogni borgo del principato:


"Kohlhaas, tu che ti spacci per inviato a brandire la spada della giustizia, che cosa mai ardisci, temerario, nel delirio di una cieca passione, tu che di ingiustizia sei pieno dalla punta dei capelli alle piante dei piedi? Poiché il sovrano al quale sei suddito ha negato il tuo diritto, il tuo diritto nella contesa per una cosa da niente, tu ti sollevi, o sciagurato, col ferro e col fuoco, e irrompi, come il lupo del deserto, nella pacifica comunità di cui egli è scudo. Tu, che seduci gli uomini con i tuoi proclami, pieni di falsità e di malizia, credi tu, peccatore, di trovare scampo davanti a Dio in questo modo, nel giorno che getterà luce dentro le pieghe di tutti i cuori? Come puoi dire che ti è stato negato il tuo diritto, tu, il cui cuore rabbioso, eccitato dal prurito di un'ignobile brama di vendetta, dopo i primi, avventati tentativi che ti fallirono, ha lasciato cadere ogni sforzo per guadagnartelo? E' la panca occupata dagli uscieri e dagli sgherri del tribunale, che intercettano la lettera che hanno ricevuto, o trattengono la sentenza che dovrebbero consegnare, è questa la tua autorità? E devo io dirti, uomo dimentico di Dio, che la tua autorità non sa nulla della tua causa - che cosa dico? che il sovrano, contro il quale tu ti rivolti, non conosce nemmeno il tuo nome, di modo che, quando tu comparirai un giorno davanti al trono di Dio, e penserai di accusarlo, egli potrà dire, con il viso sereno: a quest'uomo, Signore, io non feci nessun torto, poiché della sua esistenza l'anima mia non sa nulla? La spada che tu impugni, sappilo, è la spada della rapina e della strage; un ribelle tu sei, e non un soldato del giusto Iddio; la tua meta sulla terra è la ruota e la forca, e nell'al di là la dannazione che pende sul misfatto e sull'empietà.


Vittemberga, eccetera.


Martin Lutero".


Kohlhaas stava proprio allora, nel castello di Lutzen, meditando un nuovo piano per incenerire Lipsia, nel suo petto lacerato egli non dava, infatti, nessun credito alla notizia affissa nei villaggi che il barone Venceslao si trovasse a Dresda, visto che non era firmata da nessuno, e tanto meno dai magistrati, come egli aveva richiesto -, quando Sternbald e Waldmann notarono, con la più profonda costernazione, il manifesto, che, di notte, era stato affisso al portone del castello. Invano sperarono, per diversi giorni, che Kohlhaas, poiché preferivano non essere loro a rivolgergli la parola a quel proposito, ci lasciasse cadere lo sguardo: cupo e ripiegato su se stesso, egli si faceva sì vedere, verso sera, ma solo per dare i suoi brevi ordini, e non vedeva niente; tanto che essi, un mattino, in cui lui voleva fare impiccare un paio dei suoi fanti, che, contro la sua volontà, avevano saccheggiato nei dintorni, si decisero ad attirarne l'attenzione. Egli tornava appunto, mentre il popolo si faceva da parte, intimidito, da entrambi i lati, dal luogo dell'esecuzione, con il seguito che, dall'ultimo bando, gli era abituale - lo precedeva una grande spada da cherubino, adagiata su un cuscino di cuoio rosso adornato di nappe d'oro, e lo seguivano dieci fanti con le fiaccole accese -, quando i due uomini, con le spade sottobraccio, girarono, in un atteggiamento che non poteva non colpirlo, intorno al pilastro sul quale era affisso il manifesto. Kohlhaas, quando, con le mani intrecciate dietro la schiena, immerso nei suoi pensieri, arrivò sotto il portone, alzò gli occhi e si fermò di colpo; e quando i servi, vedendolo, si tirarono con deferenza da parte, egli si avvicinò al pilastro, guardandoli distrattamente, a passi veloci.


Ma come descrivere quello che avvenne nella sua anima quando vi vide il foglio che lo accusava di ingiustizia, sottoscritto dal nome più caro e più venerando che conoscesse: dal nome di Martin Lutero! Un cupo rossore gli salì al viso; egli lo lesse due volte, togliendosi l'elmo, dal principio alla fine; si girò indietro, con sguardi incerti, ai suoi uomini, come se volesse dire qualcosa, e non disse niente; staccò il foglio dalla parete, lo lesse tutto ancora una volta, e gridò: "Waldmann! Fai sellare il mio cavallo!", e poi: "Sternbald! Seguimi nel castello!", e sparì. Quelle poche parole erano bastate, con tutto l'alone di terrore che lo circondava, a disarmarlo di colpo. Egli indossò, come travestimento, le vesti di un fittavolo della Turingia, disse a Sternbald che un affare di notevole importanza lo costringeva ad andare a Vittemberga, gli affidò, alla presenza di alcuni dei suoi migliori soldati, il comando della schiera rimasta a Lutzen, e partì, assicurando che entro tre giorni, durante i quali non c'era da temere nessun attacco, sarebbe stato di ritorno, per Vittemberga.


Si introdusse, sotto falso nome, in una locanda, e, non appena fu scesa la notte, avvolto nel suo mantello, e munito di un paio di pistole che erano bottino del castello di Tronka, andò nella stanza di Lutero. Lutero, che sedeva al suo leggìo, fra libri e manoscritti, vedendo quello strano sconosciuto aprire la porta, e richiuderla col catenaccio dietro di sé, gli chiese chi fosse e che cosa volesse; e l'uomo, che teneva con deferenza il cappello in mano, aveva appena timidamente risposto, già presentendo quale spavento stesse per provocare, che egli era Michele Kohlhaas, il mercanti di cavalli, che già Lutero gridava: "Via, lontano da me!", aggiungendo, mentre si alzava dal leggìo, e si precipitava verso un campanello: "Il tuo alito è peste, la tua vicinanza è perdizione!".


Kohlhaas disse, mentre, senza muoversi dal suo posto, tirava fuori la pistola: "Reverendo signore, questa pistola, se voi toccate il campanello, mi stenderà senza vita ai vostri piedi! Sedetevi, e ascoltatemi; fra gli angeli dei quali trascrivete i salmi non siete più sicuro che vicino a me".


Lutero, sedendosi, gli chiese: "Che vuoi?".


"Confutare", rispose Kohlhaas, "la vostra opinione di me, che io sia un uomo ingiusto! Mi avete detto, nel vostro manifesto, che la mia autorità non sa niente della mia causa: ebbene, procuratemi un salvacondotto, e io andrò a Dresda, e gliela sottoporrò".


"Uomo empio e spaventevole!",esclamò Lutero, confuso e tranquillizzato insieme da quelle parole. "Chi ti ha dato il diritto di aggredire, eseguendo una tua arbitraria ingiunzione, il barone di Tronka, e, non avendolo trovato nel suo castello, di mettere a ferro e fuoco la comunità intera che lo difende?".


"Reverendo signore", rispose Kohlhaas, "nessuno, finora! Una notizia che ricevetti da Dresda mi ha tratto in inganno, e fuorviato! La guerra che conduco contro la comunità degli uomini è un delitto, se è vero che io, come voi mi avete assicurato, non ne sono stato ripudiato".


"Ripudiato!", gridò Lutero, guardandolo. "Quale pensiero folle ti ha preso? Chi ti avrebbe ripudiato dalla comunità dello Stato nel quale vivevi? Dove si ebbe mai, da quando esistono Stati, che qualcuno, chiunque egli fosse, sia stato da esso ripudiato?".


"Ripudiato", rispose Kohlhaas, stringendo a pugno la mano, "chiamo colui al quale si nega la protezione delle leggi! Poiché di questa protezione, per la prosperità del mio pacifico commercio, io ho bisogno; ed è, anzi, proprio per questo che io, con tutto quello che mi sono guadagnato, cerco rifugio nella comunità; e chi me la nega mi ricaccia fra i selvaggi del deserto, e mi mette in mano, potete forse negarlo?, la clava che mi protegge".


"Chi ti ha negato la protezione delle leggi?", gridò Lutero. "Non ti scrissi che dell'accusa che avevi presentato il sovrano, al quale l'avevi presentata, non sa niente? Se i servitori di Stato, alle sue spalle, annullano i processi, o si fanno altrimenti beffe, a sua insaputa, del suo nome consacrato, chi, tranne Dio, può chiedergli conto della scelta di simili servitori, e sei tu, uomo orribile e maledetto da Dio, autorizzato a giudicarlo per questo?".


"Ebbene", disse allora Kohlhaas, "se il sovrano non mi ripudierà, anch'io ritornerò nella comunità che da lui è difesa. Procuratemi, lo ripeto, un salvacondotto per Dresda: e io scioglierò la gente che ho raccolto nel castello di Lutzen, e presenterò di nuovo, davanti al tribunale di Stato, l'accusa che mi è stata respinta".


Lutero, con aria contrariata, scompigliò le carte che aveva sullo scrittoio, e tacque. L'atteggiamento di sfida allo Stato che quell'uomo strano assumeva lo contrariava,e,ripensando all'ingiunzione che egli, da Pontekohlhaas, aveva emanato contro il barone, gli chiese che cosa pretendesse, insomma, dal tribunale di Dresda.


"La punizione del barone, conforme alla legge", rispose Kohlhaas; "il ristabilimento dei cavalli nello stato in cui erano; e il risarcimento del danno che tanto io quanto il mio servo Ersiano, caduto a Muhlberg, abbiamo subìto, a causa della violenza commessa contro di noi".


"Il risarcimento del danno!", gridò Lutero. "Somme a migliaia, da ebrei e da cristiani, su tratte e su pegni, hai preso a prestito, per far fronte alle spese della tua selvaggia vendetta. Metterai nel conto anche il loro valore, se si farà l'inchiesta?".


"Dio ne scampi!", rispose Kohlhaas. "Casa e podere, e l'agiatezza che è stata mia, io non li richiedo; e neppure le spese del funerale di mia moglie! La vecchia madre di Ersiano farà un conto delle spese per la sua cura, e un elenco delle cose che suo figlio perse nel castello di Tronka; e il danno che io ho subìto per la mancata vendita dei morelli lo faccia valutare il governo, per mezzo di un esperto".


"Uomo folle, incomprensibile e spaventoso!", disse Lutero, e lo fissò.


"Dopo che la tua spada si è presa sul barone la vendetta più feroce che si possa immaginare, che cosa ti spinge a insistere su una sentenza il cui rigore, quando fosse, alla fine, pronunciata, lo colpirebbe con un peso di così scarso rilievo?".


"Reverendo signore", replicò Kohlhaas, mentre una lacrima gli rigava le guance, "mi è costata mia moglie; Kohlhaas farà vedere al mondo che non è morta in una causa ingiusta. Adattatevi, su questo, alla mia volontà, e fate che la corte pronunci la sua sentenza; in tutto il resto, su cui possa ancora esservi contesa, io mi adatterò alla vostra".


"Vedi", disse Lutero, "quello che tu chiedi, se davvero le circostanze sono come la voce pubblica le riferisce, è giusto, e se tu avessi saputo portare la lite, prima di passare arbitrariamente alla vendetta privata, fino alla decisione del principe, la tua richiesta, non ho dubbi, ti sarebbe stata accolta punto per punto. Ma, ben considerata ogni cosa, non avresti fatto meglio, se tu, per amore del tuo Redentore, avessi perdonato il barone, avessi preso per la cavezza i morelli, secchi e sfiniti com'erano, fossi salito in sella e avessi cavalcato fino a casa tua, a ingrassarli nelle tue stalle di Pontekohlhaas?".


"Forse sì", rispose Kohlhaas, avvicinandosi alla finestra; "forse sì, e forse no! Se avessi saputo che mi sarebbe toccato rimetterli in piedi con il sangue e il cuore della mia cara moglie, forse sì, avrei fatto come dite voi, reverendo signore, e non sarei stato a guardare uno staio di avena! Ma poiché, ormai, mi sono venuti a costare tanto, le cose vadano, così la penso, per il loro verso: lasciate che sia pronunciata la sentenza che mi spetta, e che il barone mi ingrassi i morelli".


Lutero, mettendo, tra vari pensieri, di nuovo le mani tra le sue carte, disse che avrebbe avviato per lui una trattativa con il principe Elettore. Intanto, che egli restasse tranquillo nel castello di Lutzen; se il principe avesse consentito al salvacondotto, glielo si sarebbe fatto sapere per via di pubblici manifesti. "A dire il vero", continuò, mentre Kohlhaas si chinava per baciargli la mano, "se l'Elettore vorrà usare clemenza, anziché giustizia, non so; poiché ha raccolto, ho saputo, un esercito, ed è in procinto di coglierti nel castello di Lutzen; ma nel frattempo, come ti ho già detto, non risparmierò i miei sforzi". E con queste parole si alzò, mostrando di volerlo congedare.


Kohlhaas disse che la sua intercessione lo tranquillizzava completamente, su quel punto; al che Lutero lo salutò con la mano, ma egli, improvvisamente, piegò un ginocchio davanti a lui, e disse di avere ancora una preghiera sul cuore. A Pentecoste, infatti, quando era solito accostarsi alla mensa del Signore, egli, a causa di quella sua impresa guerresca, non era andato in chiesa: voleva avere la compiacenza di ricevere, senza altra preparazione, la sua confessione, e impartirgli, in cambio, il beneficio del santo sacramento? Lutero, dopo una breve riflessione, lo fissò severamente e disse: "Sì, Kohlhaas, lo farò. Ma il Signore, del quale desideri il corpo, perdonò il suo nemico. Vuoi tu", aggiunse, mentre egli lo guardava turbato, "perdonare allo stesso modo il barone che ti ha offeso: andare al castello di Tronka, montare sui tuoi morelli, e portarteli a casa a Pontekohlhaas, per ingrassarli?".


"Reverendo signore", disse Kohlhaas arrossendo, e gli prese la mano.


"Ebbene?".


"Neppure il Signore perdonò tutti i suoi nemici. Lasciate che io perdoni i due principi Elettori, miei sovrani, il castaldo e il fattore, i signori Enzo e Corrado, e chiunque altro mi abbia offeso in questa circostanza: ma che, se è possibile, io costringa il barone a farmi tornare grassi i morelli".


A queste parole Lutero gli girò, con uno sguardo dispiaciuto, le spalle, e tirò il campanello. Kohlhaas, mentre un domestico, da esso chiamato, si annunciava, portando una lampada, nell'anticamera, si alzò confuso da terra, asciugandosi gli occhi; e poiché il domestico, essendo tirato il catenaccio, si affaccendava invano alla porta, mentre Lutero si era di nuovo seduto davanti alle sue carte, Kohlhaas aprì la porta a quell'uomo. Lutero, lanciando un breve sguardo, di lato, al forestiero, disse al domestico: "Fa' luce!", e questi, un po' sorpreso da quel visitatore, verso il quale lanciò un'occhiata, staccò dalla parete la chiave di casa, e, aspettando che l'ospite se ne andasse, si ritirò nel vano della porta semiaperta.


"E così, signore reverendissimo", disse Kohlhaas, tenendo il cappello con tutte e due le mani, che tremavano, "non mi può essere impartito il beneficio della riconciliazione, che vi ho supplicato di concedermi?".


"Con il tuo Salvatore, no", rispose brevemente Lutero; "con il tuo sovrano... questo dipenderà dal tentativo che ti ho promesso!". E con ciò fece al domestico il cenno di eseguire, senz'altro indugio, l'incarico che gli aveva affidato. Kohlhaas si portò, con un'espressione di dolore, le mani al petto, seguì l'uomo, che gli faceva lume giù per le scale, e scomparve.


Il mattino dopo Lutero inviò una lettera al principe Elettore di Sassonia, nella quale, dopo un'amara allusione ai signori Enzo e Corrado di Tronka, ciambellano e coppiere addetti alla sua persona, i quali, come a tutti era noto, avevano intercettato la querela, dichiarava al sovrano, con la franchezza che gli era propria, che in così spiacevoli circostanze non restava altro da fare che accogliere la proposta del mercante di cavalli, e concedergli, al fine di riaprire il suo processo, l'amnistia per quanto era accaduto.


L'opinione pubblica, osservava, era pericolosamente incline a prendere le parti di quell'uomo, tanto che persino a Vittemberga, da lui tre volte incendiata, si alzavano voci in suo favore; e poiché immancabilmente, nel caso fosse stata respinta, egli avrebbe portato la sua offerta, con odiosi commenti, a conoscenza del popolo, questo avrebbe facilmente potuto essere sobillato tanto che, con la forza dello Stato, niente più si sarebbe potuto intraprendere contro di lui.


E concludeva che, in quel caso fuori dell'ordinario, bisognava passare sopra lo scrupolo di aprire una trattativa con un cittadino che aveva impugnato le armi; egli, in effetti, per colpa dei procedimenti seguiti contro di lui, era stato posto, in certo modo, al di fuori del consorzio statale; e, in breve, per uscire da quella situazione, bisognava considerarlo più come una potenza straniera, come, in un certo senso, il suo stesso essere forestiero lo qualificava, penetrata nel paese, che come un ribelle sollevatosi contro il trono.


Il principe Elettore ricevette questa lettera proprio mentre il principe Cristiano di Meissen, generalissimo dell'Impero, zio del principe Federico di Meissen, battuto a Muhlberg, e ancora a letto per le ferite, il Gran Cancelliere del Tribunale, conte Wrede, il conte Kallheim, presidente della Cancelleria di Stato, e i due signori Enzo e Corrado di Tronka, ciambellano questi, coppiere l'altro, amici d'infanzia e confidenti entrambi del sovrano, erano presenti a palazzo. Il ciambellano, il nobile Corrado, che, in qualità di consigliere segreto, sbrigava la corrispondenza privata del principe, con facoltà di servirsi del suo nome e del suo sigillo, prese per primo la parola, e, dopo aver spiegato ancora una volta, per filo e per segno, che mai e poi mai egli avrebbe messo da parte, di propria iniziativa, la querela che il mercante di cavalli aveva sporto presso il Tribunale contro il barone, suo cugino, se, ingannato da false informazioni, non l'avesse ritenuta una bega oziosa e priva di qualunque fondamento, arrivò a parlare della situazione attuale.


Osservò che né in base alle leggi divine né in base a quelle umane il mercante di cavalli era autorizzato a prendersi, per quello sbaglio, una vendetta personale tanto mostruosa come quella che si era permesso; descrisse la gloria che una trattativa con lui, come se fosse stato una potenza militare in piena regola, avrebbe fatto cadere sul suo capo maledetto da Dio; e la vergogna che ne sarebbe ricaduta sulla sacra persona del principe gli sembrò così insopportabile, che, nella foga della sua perorazione, affermò che avrebbe preferito soffrire l'estremo, e vedere eseguita l'ordinanza del pazzo ribelle, e il barone, suo cugino, portato a Pontekohlhaas, a ingrassare i morelli, piuttosto di sapere che era stata accettata la proposta del dottor Lutero.


Il Gran Cancelliere del Tribunale, conte Wrede, espresse, rivolto a metà verso di lui, il proprio dispiacere per il fatto che una così delicata sollecitudine, come quella che egli mostrava, per il buon nome del sovrano, nella conclusione di quella faccenda, certamente incresciosa, non l'avesse ispirato fin dal momento del suo inizio.


Egli espose all'Elettore le sue riserve a fare ricorso alla forza dello Stato per dare esecuzione a una misura chiaramente ingiusta; osservò, con una significativa allusione al grande seguito che il mercante di cavalli continuava a incontrare nel paese, che in questo modo il filo dei delitti minacciava di dipanarsi all'infinito; e dichiarò che solo una schietta azione di giustizia, che desse, immediatamente e senza riguardi, riparazione all'errore al quale era stato colpevolmente dato corso avrebbe potuto strapparlo, e tirar fuori felicemente il governo da quel brutto impiccio.


Il principe Cristiano di Meissen, richiesto dal sovrano di dire che cosa pensasse di tutto ciò, affermò, rivolgendosi con deferenza verso il Gran Cancelliere, che la linea di pensiero da lui esposta gli ispirava, sì, il massimo rispetto; ma, volendo aiutare Kohlhaas a ottenere i suoi diritti, egli non rifletteva che così veniva a ledere Vittemberga e Lipsia, e tutto il paese da lui devastato, nella giusta pretesa di un risarcimento dei danni, o almeno della loro punizione.


L'ordinamento dello Stato era, in rapporto a quell'uomo, così sconvolto, che difficilmente lo si sarebbe potuto raddrizzare con un principio fatto derivare dalla scienza del diritto. Perciò egli era del parere, secondo l'opinione del ciambellano, di fare ricorso ai mezzi previsti per questi casi: radunare un esercito di grandezza sufficiente, e con esso sloggiare o schiacciare il mercante di cavalli che si era insediato a Lutzen.


Il ciambellano, mentre toglieva dalla parete due sedie, per lui e per l'Elettore, e le sistemava con fare premuroso al centro della stanza, disse di rallegrarsi che un uomo della sua probità e intelligenza fosse d'accordo con lui sui mezzi per risolvere l'intricata questione.


Il principe, tenendo ancora, senza sedersi, la mano appoggiata sulla sedia, e guardandolo fisso, gli assicurò che non aveva nessun motivo di rallegrarsi per questo: poiché la misura necessariamente collegata a questo era di spiccare, prima, un ordine di cattura contro di lui, e metterlo sotto processo per abuso del nome del sovrano. Poiché, se la necessità esigeva di calare il velo, davanti al trono della giustizia, su una serie di delitti che, continuando a perdita d'occhio, non trovavano ormai posti sufficienti per comparire davanti al suo tribunale, questo non valeva per il primo, che li aveva causati; e solo un'accusa capitale portata contro di lui avrebbe potuto autorizzare lo Stato a schiacciare il mercante di cavalli, la causa del quale era, come noto, più che giusta, e al quale essi stessi avevano messo in mano la spada che brandiva. Il principe, mentre a queste parole il barone lo guardava sgomento, si girò, facendosi rosso su tutto il viso, e andò alla finestra.


Il conte Kallheim, dopo una pausa d'imbarazzo generale, disse che in quella maniera non si usciva dal cerchio stregato di cui erano prigionieri. Con lo stesso diritto si sarebbe potuto mettere sotto processo il nipote del Generalissimo, il principe Federico; poiché anche lui, nel corso della poco ortodossa campagna intrapresa contro Kohlhaas, aveva in vari modi travalicato le istruzioni ricevute: di modo che, se si fosse voluto fare l'elenco della lunga schiera di quelli che avevano causato l'imbarazzante situazione in cui ci si trovava, anch'egli sarebbe stato del numero, e il sovrano avrebbe dovuto chiedergli conto di ciò che era avvenuto presso Muhlberg.


Il coppiere, il nobile Enzo di Tronka, mentre il principe, con sguardi indecisi, andava verso il suo tavolo, prese la parola, e disse di non capire come la decisione di Stato che doveva essere adottata potesse sfuggire a uomini di tanta saggezza, come quelli lì riuniti. Il mercante di cavalli, a quanto gli risultava, aveva promesso, in cambio di un semplice salvacondotto per Dresda, e di una nuova indagine sulla sua causa, di sciogliere la banda con la quale era penetrato nel paese. Non ne seguiva, però, che gli si dovesse concedere l'amnistia per la sua delittuosa vendetta personale: due concetti giuridici che tanto il dottor Lutero quanto il Consiglio di Stato sembravano confondere. "Quando", proseguì, toccandosi il naso con il dito, "il Tribunale di Dresda avrà pronunciato, non importa come, la sentenza a proposito dei morelli, niente impedirà di gettare Kohlhaas in prigione per i suoi incendi e le rapine: soluzione politicamente opportuna, che unisce i vantaggi di quelle dei due statisti che mi hanno preceduto, e alla quale non potrà mancare il plauso dei contemporanei e dei posteri".


Il principe Elettore, poiché sia egli, sia il Gran Cancelliere avevano risposto solo con uno sguardo a questo discorso del coppiere, il nobile Enzo, e con ciò la discussione sembrava terminata, disse che avrebbe riflettuto per conto suo, fino alla prossima seduta del Consiglio di Stato, sulle diverse opinioni che gli erano state esposte. Sembrava che la misura preliminare da lui stesso suggerita gli avesse tolto dal cuore, molto sensibile all'amicizia, la voglia di mettere in atto la spedizione contro Kohlhaas, per la quale tutto era già pronto. In ogni caso, trattenne presso di sé il Gran Cancelliere, conte Wrede, la cui opinione gli sembrava la più praticabile; e, quando questi gli ebbe mostrato delle lettere dalle quali risultava che, in effetti, le forze del mercante di cavalli erano già cresciute a quattrocento uomini, e anzi, per via della generale scontentezza che, a causa delle prevaricazioni del ciambellano, regnava nel paese, egli avrebbe potuto in breve contare su forze raddoppiate e triplicate, il principe Elettore si decise, senza ulteriori esitazioni, ad accettare il consiglio che il dottor Lutero gli aveva dato. Affidò dunque al conte Wrede tutta la direzione dell'affare Kohlhaas e già pochi giorni dopo compariva un manifesto, del quale riassumiamo l'essenziale nel modo seguente:


"Noi, eccetera, eccetera, Principe Elettore di Sassonia, concediamo, avendo preso in particolare e benigna considerazione l'intercessione del dottor Martin Lutero presso di Noi, a Michele Kohlhaas, mercante di cavalli del Brandeburgo, a condizione che, entro tre giorni dalla visione della presente, abbia deposto le armi da lui impugnate, il salvacondotto per recarsi a Dresda, al fine di replicare l'esame della sua causa: affinché, nel caso in cui, come non è da attendersi, il Tribunale di Dresda respinga la sua querela, a proposito dei morelli, si proceda contro di lui, a causa della sua arbitraria impresa di farsi giustizia da sé, con tutta la severità della legge; ma, nel caso contrario, sia concessa a lui e a tutta la sua banda grazia in luogo di giustizia, e completa amnistia per le violenze da lui commesse in Sassonia".


Kohlhaas, non appena ebbe ricevuto, per mezzo del dottor Lutero, un esemplare di quel manifesto, che era stato affisso in tutte le piazze del paese, sciolse immediatamente, per quanto condizionate fossero le espressioni in esso contenute, tutta la sua banda, con regali, ringraziamenti e raccomandazioni opportune. Depose tutto quello che aveva predato, denaro, armi e masserizie, presso il tribunale di Lutzen, come proprietà del principe Elettore; e, dopo aver inviato Waldmann a Pontekohlhaas, dal balivo, con una sua lettera, per il riacquisto, se era possibile, della sua fattoria, e Sternbald a Schwerin, a riprendere i suoi bambini, che desiderava avere di nuovo con sé, lasciò il castello di Lutzen, e, in incognito, portandosi dietro, sotto forma di documenti, il resto del suo piccolo patrimonio, andò a Dresda.


Spuntava il giorno, e tutta la città dormiva ancora, quando egli bussò alla porta della sua piccola proprietà nel sobborgo di Pirna, che grazie all'onestà del balivo gli era rimasta, e disse a Tommaso, il vecchio portiere al quale era affidata, che gli aveva aperto con stupore e sgomento, di andare al palazzo del Governo e annunciare al principe di Meissen che egli, Kohlhaas, il mercante di cavalli, era arrivato. Il principe di Meissen, che, a questo annuncio, ritenne opportuno informarsi immediatamente di persona della situazione nella quale ci si trovava, riguardo a quell'uomo, trovò le strade che portavano all'abitazione di Kohlhaas, quando, poco tempo dopo, vi apparve, con il suo seguito di cavalieri e di fanti, già gremite, a perdita d'occhi, dalla folla radunata. La notizia che era arrivato l'Angelo sterminatore, che cacciava gli oppressori del popolo col ferro e col fuoco, aveva richiamato tutta Dresda, città e sobborghi; si dovette sbarrare il portone di casa davanti alla folla dei curiosi che premeva, e i ragazzi si arrampicarono fino alle finestre, per vedere coi loro occhi l'incendiario che faceva colazione.


Non appena il principe, con l'aiuto delle guardie, che gli facevano largo, riuscì a entrare in casa, e giunse nella stanza di Kohlhaas, chiese all'uomo che stava in piedi vicino a un tavolo, in maniche di camicia, se fosse Kohlhaas, il mercante di cavalli; al che Kohlhaas, tirando fuori dalla cintura un portafogli con varie carte, che attestavano la sua identità, e porgendoglielo rispettosamente, rispose di sì, e aggiunse di esser venuto, dopo aver sciolto le sue truppe, a Dresda, secondo l'immunità concessagli dal sovrano, per sporgere davanti al tribunale la sua querela, a proposito dei morelli, contro il barone Venceslao di Tronka. Il principe, dopo un rapido sguardo, con il quale lo squadrò da capo a piedi, diede una scorsa alle carte che si trovavano nel portafogli; si fece spiegare da lui che cosa volesse dire una ricevuta che vi trovò, redatta dal tribunale di Lutzen, a proposito dei beni depositati a beneficio del tesoro dell'Elettore; e, dopo aver ulteriormente saggiato con domande di varie specie, sui suoi bambini, il suo patrimonio e la vita che pensava di condurre in futuro, che tipo di uomo fosse, e averlo trovato sotto ogni punto di vista tale che si poteva essere tranquilli sul suo conto, gli restituì le carte e gli disse che niente si opponeva al suo processo, e che, per avviarlo, si rivolgesse pure direttamente al Gran Cancelliere del tribunale, conte Wrede.


"Nel frattempo", disse il principe dopo una pausa, avvicinandosi alla finestra e osservando con stupore il popolo radunato davanti alla casa, "dovrai, per i primi giorni, accettare una scorta che ti protegga, sia in casa tua, sia quando esci".


Kohlhaas, turbato, guardava a terra davanti a sé, e taceva. Il principe disse: "Fa lo stesso!", e lasciò la finestra. "Di ciò che sarà, dovrai fare carico a te stesso"; e con ciò si girò verso la porta, con l'intenzione di lasciare la casa.


Kohlhaas, che aveva riflettuto, disse: "Vostra Grazia, fate ciò che volete. Datemi la vostra parola di ritirare la scorta, non appena io lo desideri, e non avrò niente da obiettare circa questo provvedimento".


Il principe replicò che non c'era bisogno di dirlo; e, dopo aver spiegato a tre lanzi, che gli erano stati presentati a quello scopo, che l'uomo nella casa del quale si trattenevano era libero, e che solo per sua difesa dovevano, quando usciva, seguirlo, salutò il mercante di cavalli con un cenno condiscendente della mano, e si allontanò.


Verso mezzogiorno Kohlhaas, accompagnato dai suoi tre lanzi, e seguito da una folla sterminata che, tuttavia, messa sull'avviso dalla polizia, non gli fece nessun male, andò dal Gran Cancelliere del tribunale, conte Wrede. Il Gran Cancelliere, che lo ricevette gentilmente e con indulgenza nella sua anticamera, si intrattenne con lui per due ore intere; e, dopo essersi fatto raccontare dal principio alla fine come si erano svolte le cose, gli disse di rivolgersi, per l'immediata stesura e presentazione della querela, a un noto avvocato cittadino, che esercitava presso il tribunale. Kohlhaas, senza ulteriori indugi, andò nell'abitazione di questi; e dopo che la querela fu redatta, in tutto e per tutto uguale alla prima che era stata cassata, chiedendo la punizione del barone secondo le leggi, la reintegrazione dei cavalli nello stato precedente e il risarcimento dei danni suoi propri, e anche di quelli subiti dal suo servo Ersiano, caduto presso Muhlberg, a favore della vecchia madre, fece, accompagnato dalla folla, che continuava a guardarlo con tanto d'occhi, ritorno a casa, ben deciso a non lasciarla più, a meno che non fosse chiamato da affari improcrastinabili.


Nel frattempo anche il barone era stato rilasciato dalla sua custodia, a Vittemberga, e, dopo essere guarito da una pericolosa risipola, che gli aveva infiammato un piede, aveva ricevuto dal tribunale dello Stato l'ingiunzione perentoria di presentarsi a Dresda, per rispondere dell'accusa, sollevata contro di lui dal mercante di cavalli Kohlhaas, di avere illegalmente trattenuto e sfiancato i suoi morelli. I due fratelli, il ciambellano e il coppiere di Tronka, cugini del barone e feudatari come lui, che prese alloggio da loro, lo ricevettero pieni di indignazione e di disprezzo; lo chiamarono sciagurato, buono a nulla, vergogna e disonore di tutta la famiglia, gli annunciarono che, ormai, avrebbe perduto senza alcun dubbio il processo, e lo invitarono a darsi da fare per rintracciare subito i morelli, poiché, fra le risate di scherno del mondo, sarebbe stato condannato a ingrassarli.


Il barone disse, con voce debole e tremante, di essere l'uomo più miserevole di questo mondo. Giurò e spergiurò di aver saputo pochissimo di tutta la sventurata faccenda, che lo stava portando alla rovina, e che di tutto avevano colpa il castaldo e il fattore, che, a sua completa insaputa, e senza l'ombra del suo consenso, avevano usato i cavalli per il raccolto, e con fatiche eccessive, in parte sui loro stessi campi li avevano sfiancati. E, così dicendo, si sedette, pregandoli di non farlo ricadere di proposito, con le insinuazioni e le offese, nella malattia dalla quale si era appena riavuto.


Il giorno dopo i signori Enzo e Corrado, che avevano dei possedimenti nella regione del castello incendiato di Tronka, su preghiera del barone loro cugino, poiché non restava altro da fare, scrissero ai loro affittuari e amministratori che si trovavano in zona, per ottenere notizie dei morelli che quel giorno disgraziato erano andati perduti, e che erano da allora del tutto svaniti. Ma tutto quello che, a causa della completa devastazione del posto, e della strage di quasi tutti gli abitanti, poterono venire a sapere fu che un servo, spinto a piattonate dall'incendiario, li aveva tratti in salvo dalla baracca in fiamme in cui si trovavano, ma in seguito, avendo chiesto dove dovesse portarli, e che dovesse fare di loro, da quell'uomo sanguinario e feroce aveva ricevuto una pedata per tutta risposta. La vecchia governante del barone, tormentata dalla gotta, che si era rifugiata a Meissen, interrogata per lettera assicurò al barone che il servo, il mattino dopo quella notte di orrore, era andato con i cavalli verso il confine del Brandeburgo; ma tutte le indagini fatte laggiù furono vane, e quella notizia sembrò basata su un errore, poiché il barone non aveva nessun servo che abitasse nel Brandeburgo, e neppure lungo la strada che vi portava. Alcuni uomini di Dresda, che erano stati a Wilsdruf pochi giorni dopo l'incendio dei castello di Tronka, raccontarono che, più o meno nel periodo indicato, vi era giunto un servo che tirava due cavalli per la cavezza, e, poiché le bestie erano assai mal ridotte, e non avrebbero potuto proseguire, le aveva lasciate nella stalla di un pecoraio, che era disposto a rimetterle in piedi. Sembrava molto probabile, per varie ragioni, che si trattasse proprio dei morelli oggetto dell'inchiesta; ma il pastore di Wilsdruf, così assicuravano alcuni viaggiatori che giungevano da lì, li aveva di nuovo rivenduti, non si sapeva a chi; e una terza diceria, di cui non si riuscì a scoprire la fonte, diceva persino che i cavalli avessero reso l'anima a Dio, e fossero sepolti nella fossa di Wilsdruf.


I signori Enzo e Corrado, per i quali questa piega degli avvenimenti era, come è facile capire, la più gradita, dal momento che veniva a liberarli, mancando al barone loro cugino una stalla propria, dalla necessità di nutrire i morelli nelle loro, volevano tuttavia, per essere pienamente sicuri, accertare la circostanza. Il barone Venceslao di Tronka mandò perciò uno scritto, nella sua qualità di titolare del feudo, con diritti giurisdizionali, al tribunale di Wilsdruf, in cui lo pregava con il massimo zelo, dopo una minuziosa descrizione dei morelli che come egli diceva, gli erano stati affidati, ed erano andati smarriti per un incidente, di fare indagini sul posto dove ora si trovassero, e di intimare al proprietario, chiunque fosse, di farli recapitare, dietro generoso rimborso di tutte le spese, nelle stalle del ciambellano, il nobile Corrado, a Dresda.

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