Arthur Schnitzler
IL RITORNO DI CASANOVA
(1918)
Nel suo cinquantatreesimo anno di vita Casanova, che era ormai da tempo braccato per il mondo non tanto dalla brama di avventure della gioventù quanto dall'inquietudine dell'incalzante vecchiaia, sentì germogliare con tanto impeto nella sua anima la nostalgia di Venezia sua patria, che come un uccello il quale scenda lentamente dalle sue eteree altezze per morire cominciò a tracciarle intorno volute sempre più strette. Più volte, negli ultimi dieci anni del suo esilio, aveva rivolto petizioni al Consiglio dei Dieci, perché gli concedesse di tornare; ma mentre in passato nella redazione di tali scritti, cosa in cui era maestro, la sua penna era stata guidata da orgoglio e caparbietà nonché, talvolta, persino da un certo stizzoso godimento, da qualche tempo dalle sue parole di quasi umile preghiera sembravano parlare, sempre più inequivocabili, un anelito di sofferenza e un sincero pentimento. Credeva di poter contare su un assenso, tanto più che le colpe dei suoi anni passati, tra le quali comunque per i consiglieri veneziani le più imperdonabili non erano la dissolutezza, la litigiosità e le imposture di natura per lo più scherzosa, ma il libero pensiero, stavano gradualmente finendo nel dimenticatoio e la storia della sua fuga mirabolante dai Piombi di Venezia, che egli aveva poi ripetutamente abbellito davanti a corti di regnanti, in castelli nobiliari, presso deschi borghesi e in case di malaffare, cominciava ad avere la prevalenza su ogni altra diceria legata al suo nome; e a Mantova, dove si tratteneva ormai da due mesi, gli erano giunte diverse missive di signori molto potenti che inducevano l'avventuriero, di cui si andavano spegnendo il fulgore interiore come quello esteriore, a sperare che il suo destino sarebbe stato deciso entro breve.
Poiché i suoi mezzi finanziari erano divenuti davvero esigui, Casanova aveva deciso di attendere l'arrivo della grazia nella locanda modesta ma decorosa che aveva già abitato in anni più felici, e nel frattempo trascorreva il tempo - per non menzionare distrazioni meno spirituali, alle quali non era in grado di rinunciare del tutto - componendo un libello contro il blasfemo Voltaire, la cui pubblicazione sperava potesse consolidare la sua posizione e la sua fama presso tutti i benpensanti veneziani subito dopo il suo ritorno in patria.
Un mattino, durante una passeggiata fuori città, mentre cercava di dare l'ultima limatina a una proposizione destinata ad annientare quell'empio francese, fu colto all'improvviso da un'inquietudine straordinaria, quasi un dolore fisico: la vita incresciosamente abitudinaria che conduceva ormai da tre mesi; le passeggiate mattutine fuori porta, in campagna, le brevi serate trascorse giocando a carte con il sedicente barone Perotti e la sua butterata amante, le tenerezze della sua locandiera non più giovane ma focosa, persino lo studio delle opere di Voltaire e il lavoro alla sua ardita e per ora, gli pareva, non malriuscita confutazione: tutto ciò gli sembrava, nell'aria mite e troppo dolce di quel mattino di tarda estate, parimenti insensato e ripugnante; mormorò un'imprecazione, senza sapere a chi o a cosa fosse diretta, e afferrando l'elsa della sua spada, gettando ovunque sguardi ostili, come se dalla solitudine che lo circondava lo guardassero beffardi occhi invisibili, volse d'un tratto i suoi passi verso la città, intenzionato a impartire all'istante istruzioni per un'immediata partenza. Non dubitava infatti che si sarebbe sentito subito meglio non appena si fosse avvicinato alla bramata patria anche solo di qualche miglio. Accelerò il cammino, onde assicurarsi per tempo un biglietto per il postale che partiva prima del tramonto in direzione est; per il resto, gli rimaneva ben poco da fare, poiché intendeva risparmiarsi una visita di commiato al barone Perotti e mezz'ora gli era più che sufficiente per mettere in valigia tutti i suoi averi. Pensò ai due vestiti un po' lisi, uno dei quali, il peggiore, aveva indosso in quel momento, e alla biancheria più volte rammendata, un tempo elegante, che insieme a qualche tabacchiera, a una catena d'oro con orologio e a un certo numero di libri costituivano tutti i suoi possedimenti; gli vennero in mente giorni passati, quando era un signore distinto che traversava la campagna in una magnifica carrozza, fornito di tutto il necessario e pure del superfluo, tra cui un servitore - che a dire il vero era per lo più un imbroglione -; e gli salirono agli occhi lacrime di rabbia impotente. Una giovane donna col frustino in mano lo superò alla guida di un carretto sul quale giaceva ubriaco, tra sacchi e suppellettili domestiche d'ogni genere, suo marito. Sulle prime essa osservò con aria curiosa e beffarda Casanova che si avvicinava di buon passo sotto gli ippocastani sfioriti della strada, col viso stravolto e mormorando tra i denti parole incomprensibili, ma poi, quando vide il suo sguardo ricambiato da un lampo d'ira, gli occhi di lei presero un'espressione spaventata e infine, quando passandogli accanto si girò verso lui, benevola e lasciva. Casanova, che sapeva bene come odio e ira sapessero preservare i colori della gioventù meglio di dolcezza e tenerezza, capì subito che sarebbe bastata una sua osservazione sfrontata per fermare la carrozza e disporre della donna, cosa che non gli dispiaceva mai; tuttavia, per quanto saper questo migliorasse momentaneamente il suo umore, non gli parve che valesse la pena di rinunciare anche solo a pochi minuti per via di un'avventura tanto scadente e perciò lasciò che il carretto dei contadini continuasse a cigolare imperterrito, con i suoi occupanti, tra la polvere e i vapori della via maestra.
L'ombra degli alberi attenuava solo in minima parte la calura del sole che saliva, e Casanova si vide costretto a rallentare gradualmente il passo. La polvere della strada si era accumulata sul suo abito e sulle sue scarpe a tal punto che non si vedeva più quanto fossero consunte; e così lo si sarebbe potuto prendere senz'altro, quanto a stile e portamento, per un signore d'alto rango al quale, per una volta, era venuto in mente di lasciare a casa la sua carrozza. Già si apriva dinanzi a lui l'arco della porta vicino alla quale era situata la locanda dove abitava, quando gli si avvicinò sobbalzando una pesante carrozza di campagna, sulla quale sedeva un uomo benestante e ben vestito, ancora piuttosto giovane. Aveva le mani incrociate sull'addome e gli occhi socchiusi, e pareva proprio sul punto d'appisolarsi quando il suo sguardo, scivolando casualmente su Casanova, si accese di inattesa vivacità, e tutta la sua persona parve cadere in preda a un'allegra agitazione. Si sollevò troppo rapidamente e ricadde subito all'indietro, si tirò di nuovo su, assestò una pacca sulla schiena al cocchiere, per ordinargli di fermarsi, si girò, mentre la carrozza continuava ad andare, per non perdere di vista Casanova, gli fece un cenno con ambo le mani e ne gridò tre volte il nome, con voce fioca ma chiara. Solo dalla voce Casanova aveva riconosciuto quell'uomo: si avvicinò alla carrozza, che si era fermata, afferrò sorridendo le due mani protese verso di lui e disse:
«E' possibile, Olivo, siete voi?» «Sono io, signor Casanova, mi riconoscete ancora?» «Perché non dovrei? Certo, dal giorno delle nozze, quando ci siamo visti per l'ultima volta, siete un po' aumentato di circonferenza... ma anch'io negli ultimi quindici anni sono mutato non insensibilmente, anche se non allo stesso modo.» «Appena» esclamò Olivo, «praticamente niente, signor Casanova! E comunque son passati sedici anni, da pochi giorni! E come può immaginare, proprio in questa occasione abbiamo parlato a lungo di voi, Amalia e io...» «Davvero», rispose cordialmente Casanova, «mi ricordate ancora, qualche volta?» Gli occhi di Olivo si empirono di lacrime. Teneva ancora le mani di Casanova tra le sue, e riprese a stringerle, commosso. «Quanto vi siamo grati, signor Casanova! Come potremmo mai dimenticare il nostro benefattore? E se allora...» «Non parliamone», lo interruppe Casanova. «Come sta la signora Amalia?
Com'è possibile che in questi due mesi che ho trascorso a Mantova - conducendo una vita molto ritirata, devo dire, ma facendo ancora molte passeggiate, com'era mia abitudine - com'è possibile, dicevo, che non vi abbia incontrato, Olivo, neppure una sola volta?» «Semplicissimo, signor Casanova! E' ormai tanto che non viviamo più in questa città, che io d'altronde non ho mai potuto soffrire, come Amalia. Fatemi l'onore, signor Casanova, saltate su, in un'ora siamo a casa mia» - e Casanova fece un lieve cenno di diniego - «non ditemi di no. Amalia sarà felicissima di rivedervi e orgogliosa di mostrarvi i nostri tre figli. Sì, tre, signor Casanova. Tre bambine. Tredici, dieci e otto anni... Nessuna ha ancora l'età per cui - con permesso - Casanova potrebbe farle girare la testa.» Sorrise bonariamente e accennò il gesto di trascinare Casanova in carrozza. Ma Casanova scosse il capo.
Infatti, dopo essere stato quasi tentato di cedere a una comprensibile curiosità e di accogliere l'invito di Olivo, fu colto con rinnovato impeto dalla sua impazienza, e assicurò Olivo che purtroppo affari urgenti lo costringevano a lasciare Mantova il giorno stesso, prima di sera. Che cosa mai cercava a casa di Olivo, d'altronde? Sedici anni erano tanto tempo! Nel frattempo Amalia non si era certo fatta né più giovane né più bella; la figlioletta tredicenne non lo avrebbe certo degnato di particolare considerazione, data la sua età, e l'idea d'ammirare lo stesso signor Olivo, allora un giovanotto magro e studioso, quale padre di famiglia possidente e dedito all'agricoltura in un ambiente rurale, non lo attraeva al punto da fargli rimandare un viaggio che lo avrebbe avvicinato di dieci o venti miglia a Venezia.
Olivo però, che non pareva intenzionato a prendere per buono il rifiuto di Casanova, insistette quanto meno per accompagnarlo in carrozza alla locanda, offerta che Casanova non poté rifiutare. In pochi minuti furono alla meta. La locandiera, una donna formosa sui trentacinque anni, salutò Casanova che entrava con uno sguardo che voleva senz'altro palesare anche a Olivo il tenero rapporto esistente tra loro. A quest'ultimo, comunque, porse la mano come si fa con un conoscente, dal quale, come Casanova ebbe subito modo di sapere, acquistava regolarmente un certo vino che cresceva sulle sue terre, dolceamaro e molto a buon mercato. Olivo si lamentò immediatamente che il cavaliere di Seingalt (così infatti la locandiera aveva chiamato Casanova, e Olivo non esitò un istante a servirsi anch'egli di tale titolo) fosse così crudele da rifiutare l'invito di un vecchio amico appena ritrovato, per il ridicolo motivo di dover ripartire da Mantova il giorno stesso, assolutamente il giorno stesso. La faccia straniata della locandiera lo informò all'istante che questa non sapeva ancora niente delle intenzioni di Casanova, e Casanova ritenne opportuno spiegare che aveva semplicemente anticipato i suoi programmi di partenza per non essere di peso alla famiglia dell'amico con una visita tanto inaspettata; a ogni modo era davvero costretto, anzi obbligato, a concludere nei giorni seguenti un importante lavoro letterario, cosa per la quale non conosceva luogo più adatto di questa eccellente locanda, dove aveva a disposizione una stanza fresca e tranquilla. Olivo ribatté che la sua casa modesta non poteva conoscere onore più grande di quello che le avrebbe fatto il cavaliere di Seingalt se avesse portato proprio là a compimento il suo lavoro; l'isolamento della campagna poteva rivelarsi soltanto proficuo per una tale impresa e, quanto a manuali e libri dotti non ne mancavano, perché da qualche settimana era arrivata con una cassa piena di libri sua nipote, sua di Olivo, la figlia del suo defunto fratellastro, una fanciulla giovane ma già dottissima nonostante la sua gioventù, e se a volte alla sera comparivano degli ospiti, non era certo necessario che il signor cavaliere se ne curasse, a meno che dopo il lavoro e le fatiche del giorno un'allegra conversazione o qualche partitina non gli procurassero una gradita distrazione. Non appena udì parlare di una giovane nipote, Casanova decise all'istante di vedere questa creatura da vicino; dando l'impressione di indugiare ancora, finì col cedere alle insistenze di Olivo, pur mettendo in chiaro che non poteva allontanarsi da Mantova per più di uno o due giorni e scongiurando la sua carissima locandiera di trasmettergli senza indugio, con un messo, quelle lettere che potevano arrivargli e che erano forse d'estrema importanza. Dopo aver sistemato così la faccenda, con grande soddisfazione di Olivo, Casanova andò in camera sua, si preparò per il viaggio e un quarto d'ora dopo era già nella sala da pranzo dove Olivo, nel frattempo, aveva avviato un'animata conversazione d'affari con la locandiera. Allora si alzò, vuotò in piedi il suo bicchiere di vino e, ammiccando con aria di comprensione, le assicurò che le avrebbe riportato il cavaliere - anche se non l'indomani o il giorno appresso - ma comunque in ottimo stato e incolume. Casanova però, improvvisamente distratto e frettoloso, si accomiatò con tale freddezza dalla sua gentile locandiera che questa, già allo sportello della carrozza, gli sussurrò all'orecchio una parola d'addio che era tutto fuorché una carezza.
Mentre i due uomini si dirigevano verso la campagna sulla strada polverosa immersa nella calura del mattino, Olivo raccontò prolissamente e con poco ordine la storia della sua vita: come poco dopo le nozze avesse acquistato un minuscolo terreno fuori città, avviando un piccolo commercio di ortaggi; come gradualmente avesse ampliato i suoi possedimenti e cominciato a dedicarsi all'agricoltura, come infine grazie alla solerzia sua e della sua consorte nonché alla benedizione del Signore fosse stato in grado, tre anni prima, di acquistare dall'indebitatissimo conte Marazzani il suo vecchio castello in parte diroccato con le vigne a esso pertinenti e come ormai si fosse sistemato comodamente, anche se non principescamente, con moglie e figli in quella dimora nobiliare. Tutto ciò però lo doveva soltanto, in ultima analisi, a quelle centocinquanta monete d'oro che la sua sposa o meglio la di lei madre avevano avuto in dono da Casanova; senza tale aiuto prodigioso la sua sorte non sarebbe oggi diversa da quella di allora: insegnare a leggere e scrivere a monelli screanzati, probabilmente sarebbe diventato un vecchio scapolo e Amalia una vecchia zitella... Casanova lo lasciò parlare, quasi senza starlo a sentire. Gli era tornata in mente l'avventura nella quale era rimasto coinvolto allora, insieme ad alcune altre, più significative, tanto che quella, la più irrisoria, aveva occupato ben poco la sua anima e i suoi sensi. Durante un viaggio da Roma a Torino o Parigi - lui stesso non lo sapeva più - e nel corso di un breve soggiorno a Mantova, una mattina aveva scorto Amalia in chiesa e, poiché quel grazioso volto pallido e un po' gonfio di pianto gli era piaciuto, le aveva rivolto gentilmente una domanda galante. Premurosa come all'epoca con lui lo erano tutte, lei era stata ben lieta di aprirgli il suo cuore, e così egli apprese che la ragazza, la quale già viveva poveramente, era innamorata di un povero istitutore, il cui padre negava decisamente l'assenso, come del resto la sua stessa madre, a un'unione così priva di prospettive. Casanova si dichiarò subito pronto a risolvere la faccenda. Per prima cosa si fece presentare la mamma di Amalia; e poiché questa, essendo una graziosa vedova trentaseienne, poteva ancora avere diritto a qualche omaggio, presto Casanova fu legato a lei da un'amicizia così intima che la sua intercessione poteva ottenere da lei qualsiasi cosa. Non appena questa dimostrò di recedere dal suo atteggiamento di rifiuto, anche il padre di Olivo, commerciante decaduto, non lasciò aspettare a lungo la sua approvazione, soprattutto quando Casanova, che gli fu presentato come un lontano parente della madre della sposa, si impegnò generosamente a pagare le spese delle nozze e parte del corredo. Amalia, dal canto suo, non seppe far altro che mostrare la sua gratitudine al suo benefattore, che le era apparso come l'inviato da un altro mondo, un mondo più elevato, nel modo in cui glielo imponeva il suo cuore; e quando, la sera prima delle nozze, si sottrasse con le guance in fiamme dall'ultimo abbraccio di Casanova, non le pareva certo di aver commesso un torto nei confronti del suo sposo, che alla fin fine doveva la sua felicità soltanto alla gentilezza e alla nobiltà d'animo di quello straordinario sconosciuto. Se Olivo avesse mai avuto notizia, in virtù d'una confessione, della straordinaria riconoscenza di Amalia nei confronti del benefattore; se avesse magari accettato il suo sacrificio come naturale, senza postumi di gelosia; o se quanto era accaduto gli fosse ancora ignoto: di tutto questo Casanova non si era mai preoccupato né se ne preoccupava ora.
Faceva sempre più caldo. La carrozza, con gli ammortizzatori in pessimo stato e provvista di cuscini rigidi, avanzava rumorosamente, con scossoni da far pietà; le chiacchiere bonarie con cui la voce fioca di Olivo non desisteva dall'intrattenere il suo accompagnatore sulla fertilità delle sue terre, sull'eccellenza di sua moglie, sulla creanza delle sue figliole e sui rapporti compiaciuti e pacifici con i vicini, agricoltori e nobili, cominciarono ad annoiare Casanova, che si domandò in preda alla collera perché mai avesse accettato un invito che non poteva recargli altro che incomodi e, alla fine, anche qualche delusione.
Anelava alla sua fresca cameretta nella locanda di Mantova, dove in quello stesso momento avrebbe potuto portare avanti il suo libello contro Voltaire, ed era già deciso a scendere alla prima locanda che avessero incontrato, noleggiare una qualsiasi vettura e tornare indietro, quando Olivo eruppe in un forte «Oilà!», cominciò a gesticolare con tutt'e due le mani e, afferrando Casanova per un braccio, indicò una carrozza che si era fermata accanto alla loro, nel frattempo anch'essa ferma, come per prendere accordi. Dall'altra saltarono giù, una dopo l'altra, tre ragazzine, tanto che la tavoletta che avevano usato quale sedile volò per aria e si ribaltò. «Le mie figlie», disse Olivo voltandosi verso Casanova, non senza un certo orgoglio, e poiché questi fece subito per lasciare la carrozza: «Resti seduto, caro cavaliere, tra un quarto d'ora siamo arrivati; possiamo starci anche tutti. Maria, Nanetta, Teresina: vedete, questo è il cavaliere di Seingalt, un vecchio amico di vostro padre: avvicinatevi e baciategli la mano perché senza di lui sareste...». Si interruppe e sussurrò a Casanova: «Stavo per dire una sciocchezza». Si corresse allora a voce alta: «Senza di lui alcune cose sarebbero diverse!». Le bambine, con i capelli neri e gli occhi scuri come Olivo, e tutte di aspetto ancora infantile, anche Teresina, la più grande, guardavano lo straniero con una curiosità disinvolta, quasi contadina, e la più piccola, Maria, si rassegnò a seguire le istruzioni paterne e a baciargli con grande serietà la mano; Casanova però non lo permise, ma prese loro la testa tra le mani, una dopo l'altra, e le baciò sulle guance. Nel frattempo Olivo scambiava qualche parola col giovanotto che aveva condotto sin là la carrozzella con le bambine, dopo di che costui spronò il cavallo e proseguì sulla via maestra in direzione di Mantova.
Le bambine presero posto sul sedile posteriore, dietro Olivo e Casanova, tra risa e scherzosi litigi: erano sedute vicinissime, parlavano tutte insieme e, poiché anche il loro genitore, da parte sua, non smetteva di parlare, per Casanova all'inizio non fu facile desumere dalle loro parole ciò che davvero avevano da raccontare. Un nome risuonò, quello di un certo sottotenente Lorenzi che, come riferì Teresina, aveva cavalcato per un po' accanto a loro, promettendo di far visita la sera e inviando al loro papà i più cordiali saluti. Le bambine riferirono inoltre che anche la mamma, inizialmente, aveva manifestato l'intenzione di venire incontro al papà; ma data la grande calura aveva poi preferito rimanere a casa con Marcolina. Marcolina era ancora a letto, quando erano partite; e dal giardino le avevano tirato, dalla finestra aperta, una gragnuola di bacche e noccioline, altrimenti l'avrebbero trovata ancora addormentata.
«Non è da Marcolina», disse Olivo rivolto al suo ospite, «di solito alle sei o anche prima è già in giardino a studiare a va avanti fino a mezzogiorno. E' vero, ieri sera avevamo ospiti, e la cosa è andata avanti più del solito; si è anche giocato un pochino - certo non come è solito fare il signor cavaliere, noi siamo gente semplice e non ci piace sottrarci soldi l'un l'altro. E poiché anche il nostro degnissimo abate si compiace di partecipare, può immaginare, signor cavaliere, che non si tratta di cose granché peccaminose.» Quando sentirono parlare dell'abate, le bambine scoppiarono a ridere e presero a raccontarsi sa Iddio che cosa, che le fece ridere ancora di più. Casanova si limitò ad annuire distrattamente: nella sua fantasia vedeva la signorina Marcolina, che non conosceva ancora, coricata nel suo letto bianco, davanti alla finestra, col lenzuolo abbassato e il corpo seminudo difendersi con mani ebbre di sonno dalle bacche e dalle noccioline che piovevano dentro - e i suoi sensi furono percorsi da un folle ardore. Non dubitava affatto che Marcolina fosse l'amante del sottotenente Lorenzi, quasi che li avessi visti lui stesso avvinghiati nel più tenero degli abbracci; ed era pronto a odiare lo sconosciuto Lorenzi quanto bramava la mai vista Marcolina.
Nella tremula foschia del meriggio, svettante sul fogliame grigioverde, si scorse una torretta quadrangolare. Presto la carrozza lasciò la via maestra per imboccare una stradina laterale; sulla sinistra salivano regolari le vigne, sulla destra, sopra il muro di un giardino, si piegavano le chiome di alberi secolari. La carrozza si fermò davanti a un portone i cui battenti segnati dalle intemperie erano spalancati; i passeggeri scesero e il vetturino, a un cenno di Olivo, proseguì verso la stalla. Un ampio viale fiancheggiato da ippocastani portava al castelletto, che a prima vista sembrava un po' freddo e trascurato. Casanova fu colpito soprattutto da una finestra rotta al primo piano; ma non gli sfuggì neppure che il cornicione alla base della torre larga e bassa che sormontava grassoccia l'edificio era scalcinato in parecchi punti. Per contro la porta di casa sfoggiava un nobile lavoro d'intaglio e, non appena fu nell'atrio, Casanova si rese subito conto che l'interno della casa era in buone condizioni, senz'altro migliori di quanto non si potesse presupporre dall'esterno.
«Amalia», gridò forte Olivo, tanto che il soffitto a volta gli rimandò la sua eco. «Scendi più svelta che puoi! Ti ho portato un ospite, Amalia e che ospite!» Ma Amalia era già comparsa in cima alla scala, invisibile per loro che erano passati dal sole più pieno alla penombra. Casanova, i cui occhi penetranti avevano conservato la capacità di trafiggere anche l'oscurità della notte, l'aveva scorta prima del marito. Sorrise, sentendo che quel sorriso gli ringiovaniva il volto. Amalia non era assolutamente ingrassata, come temeva, e aveva invece un aspetto giovanile e slanciato. Lo riconobbe all'istante. «Che sorpresa, signor Casanova, che felicità!», esclamò senza nessun imbarazzo, si precipitò rapidamente giù per le scale e porse a Casanova le guance per il saluto, al che egli la salutò senz'altro come una cara amica. «E io dovrei davvero credere, Amalia, che Maria, Nanetta e Teresina sono le vostre deliziose figliole? Per quel che riguarda il tempo, potrebbe anche tornare...» «E anche per tutto il resto», intervenne Olivo. «vi potete fidare, signor cavaliere!» «E' stato il tuo incontro col cavaliere, Olivo» disse Amalia con lo sguardo perduto nei ricordi, «la causa del tuo ritardo?» «Proprio così, Amalia, ma spero ci sia ancora qualcosa da mangiare, nonostante il ritardo!» «Marcolina e io, naturalmente, non ci siamo messe a tavola da sole, per quanto avessimo fame.» «Pazienterete allora», domandò Casanova, «finché non abbia ripulito un pochino me stesso e i miei abiti dalla polvere della via maestra?» «Vi mostrerò subito la vostra stanza», disse Olivo, «e spero, cavaliere, che ne sarete soddisfatto, quasi come...», ammiccò e aggiunse, «come nella vostra locanda di Mantova, anche se può darsi che vi manchi qualcosa.» Fece strada all'ospite, salendo le scale fino alla galleria che percorreva tutto il perimetro dell'atrio e dal cui angolo più lontano si inerpicava verso l'alto una stretta scala di legno. Arrivato in cima, Olivo aprì la porta della camera da letto e, fermo sulla soglia, la mostrò a Casanova con grandi complimenti, definendola la sua umile camera degli ospiti. Una cameriera portò sacca da viaggio e mantello e si allontanò poi con Olivo; Casanova si ritrovò così solo in un ambiente modesto fornito di tutto il necessario ma piuttosto spoglio, in cui quattro finestre ad arco, alte e strette, consentivano da tutte le parti un'ampia vista sulla pianura illuminata dal sole, con le sue vigne verdi, i prati multicolori, i campi gialli, le strade bianche, le case chiare e gli orti scuri. Casanova lasciò perdere la veduta e si preparò in fretta, non tanto per la fame, ma perché lo tormentava la curiosità di vedere Marcolina faccia a faccia il più presto possibile; non si cambiò neppure d'abito, perché intendeva mostrarsi sotto spoglie più brillanti soltanto la sera.
Quando entrò nella sala da pranzo dal pavimento di legno che si trovava a pianterreno, vide subito intorno alla tavola ben apparecchiata, oltre alla coppia dei padroni di casa e alle loro tre figlie, una fanciulla dalla figura aggraziata con un abito grigio opaco che le scivolava semplicemente addosso, la quale lo guardò con fare disinvolto, come se fosse stato di casa o comunque l'avesse già incontrato centinaia di volte. Il fatto che nel suo sguardo non vi fosse traccia di quella luce che un tempo lo salutava tanto spesso, anche quando si presentava come un illustre sconosciuto, nel trascinante splendore della sua gioventù, o nella pericolosa bellezza dei suoi anni virili, ormai non costituiva più da tempo, per Casanova, una novità. Ma anche negli ultimi anni bastava spesso che fosse fatto il suo nome perché sulle labbra delle donne comparisse l'espressione di una tardiva ammirazione o almeno un breve sussulto di rammarico, a significare che lo avrebbero incontrato volentieri qualche anno prima.
Invece adesso, mentre Olivo lo presentava come il signor Casanova, cavaliere di Seingalt, sua nipote sorrise non diversamente da come avrebbe fatto se le avessero nominato un qualunque altro nome in cui non risuonassero echi di avventure e misteri. E anche quando prese posto accanto a lei, le baciò la mano e i suoi occhi le riversarono addosso una scintillante pioggia di rapimento e desiderio, la sua espressione non tradiva nient'altro se non una lieve soddisfazione, ben modesta risposta a un omaggio tanto ardente.
Dopo poche parole di cortese introduzione Casanova comunicò alla sua vicina di essere a conoscenza dei suoi interessi eruditi e le chiese a quale scienza si dedicasse in particolar modo. Ella rispose che coltivava soprattutto lo studio della matematica superiore, al quale era stata introdotta dal professor Morgagni, il celebre professore dell'università di Bologna. Casanova espresse la sua ammirazione per tale interesse, davvero insolito in una fanciulla così graziosa e giovane, per un oggetto così difficile e al tempo stesso disadorno, al che Marcolina gli rispose invece che, a suo parere, la matematica superiore era la più fantastica, lo si poteva ben dire, fra tutte le scienze, quella per sua natura davvero divina. Quando Casanova la pregò di spiegargli più diffusamente questa concezione, che gli giungeva del tutto nuova, Marcolina si schermì modestamente e affermò che i presenti, ma soprattutto il suo caro zio, avrebbero di gran lunga preferito sapere qualcosa di più sulle esperienze dell'amico giramondo che non vedevano da tempo piuttosto che ascoltare una conversazione filosofica. Amalia aderì vivacemente al suo invito e Casanova, che accondiscendeva sempre volentieri a desideri di questo genere, osservò con leggerezza che negli ultimi anni si era occupato prevalentemente di segrete missioni diplomatiche che lo avevano portato, per nominare soltanto le città più grandi, a Madrid, Parigi, Londra, Amsterdam e Pietroburgo. Riferì di incontri e conversazioni di carattere serio e allegro con uomini e donne di vari ceti sociali, senza dimenticare di menzionare la cordiale accoglienza concessagli alla corte di Caterina di Russia, e raccontò in modo assai divertente come Federico il Grande lo avesse quasi nominato precettore in un'accademia per cadetti frequentata da giovani nobili della Pomerania, pericolo al quale si era sottratto con una pronta fuga.
Parlò di tutto ciò e di altro ancora, come se si fosse verificato in un tempo appena trascorso e non, com'era in realtà, anni e decenni prima; qualche volta inventava, senza essere davvero cosciente delle sue bugie, grandi e piccole, soddisfatto sia del proprio umore che della partecipazione con cui si pendeva dalle sue labbra; e mentre così raccontava e fantasticava, gli parve quasi di essere di fatto, ancor oggi, il fortunato, lo sfrontato, il raggiante Casanova che aveva girato il mondo in compagnia di belle donne, era stato insignito da principi mondani e religiosi dei loro alti favori, aveva sperperato, perso al gioco e donato migliaia di ducati, e non quel povero diavolo decaduto che vecchi amici inglesi e spagnoli aiutavano con somme ridicole - e talvolta venivano a mancare anche queste, tanto che era costretto a contare su quei pochi, miseri ducati che vinceva al barone Perotti o ai di lui ospiti; sì, dimenticò persino che il suo massimo traguardo gli pareva di concludere nella sua città natale, che lo aveva dapprima incarcerato e poi, dopo la sua fuga, proscritto ed esiliato, come l'ultimo tra i suoi cittadini, come scrivano, come mendicante, come niente, concludervi, dicevamo, la sua esistenza un tempo così splendida.
Anche Marcolina lo ascoltava attentamente, ma con la stessa espressione come se le stessero leggendo un libro di storie passabilmente interessanti. Il fatto che le fosse seduto davanti una persona, un uomo, Casanova stesso, che aveva vissuto tutto questo e molte altre cose che non raccontava, l'amante di migliaia di donne...
che lo sapesse, la sua espressione non lo tradiva minimamente.
Diversamente scintillavano gli occhi di Amalia. Per lei Casanova era rimasto quello che era, per lei la sua voce era seducente come sedici anni prima, e lui stesso sentiva che gli sarebbe bastata una sola parola e fors'anche meno per ricominciare daccapo, se gli fosse stato gradito, l'avventura d'allora. Ma che cos'era per lui Amalia in quell'ora, quando bramava Marcolina come nessuna prima di lei?
Attraverso la veste semiopaca che l'avvolgeva credeva di scorgere il suo corpo nudo; i seni in boccio germogliavano verso di lui, e quando lei si piegò per raccogliere il fazzoletto che le era scivolato a terra la fantasia in fiamme di Casanova associò al suo movimento un significato così lascivo che si sentì prossimo a svenire. Il fatto che per un secondo incespicò nel racconto non sfuggì a Marcolina, come non le sfuggì che il suo sguardo cominciava a frullare stranamente; ed egli lesse in quello di lei un'improvvisa estraneità, difesa e anche una traccia di nausea. Si ricompose rapidamente e si stava accingendo a riprendere il racconto con rinnovata vivacità quando entrò un religioso corpulento che il padrone di casa salutò come abate Rossi e che Casanova riconobbe immediatamente come la persona che, ventisette anni prima, aveva incontrato su un mercantile diretto da Venezia a Chioggia. «Avevate allora una benda su un occhio», disse Casanova, che raramente si lasciava sfuggire l'occasione di sfoggiare la sua eccellente memoria, «e una contadina con un fazzoletto giallo vi consigliò un unguento miracoloso che casualmente un giovane farmacista dalla voce roca aveva con sé.» L'abate annuì e sorrise, lusingato.
Poi, con faccia furbetta, si fece vicinissimo a Casanova, come se gli volesse comunicare un segreto. Disse invece a voce molto alta: «E voi, signor Casanova, vi trovavate in un corteo nuziale... non so se foste un ospite casuale o il testimone della sposa, ad ogni modo la sposa vi guardava con occhi molto più dolci di quanto non facesse con lo sposo... Si alzò un forte vento, quasi un temporale, e voi cominciaste a leggere una poesia estremamente ardita». «Sicuramente il cavaliere», interloquì Marcolina, «lo fece solamente per placare il temporale.» «Non mi sono mai attribuito», replicò Casanova, «simili poteri magici; non posso tuttavia negare che nessuno pensò più al temporale, quando io iniziai a leggere.» Le tre bambine si erano avvicinate all'abate, e sapevano bene perché.
Le sue tasche enormi contenevano infatti deliziose caramelle in abbondanza; le spinse egli stesso tra le labbra delle bimbe con le sue dita grassocce. Nel frattempo Olivo riferiva all'abate tutti i dettagli del suo incontro con Casanova. Amalia, come smarrita, teneva il suo sguardo incollato alla fronte bruna e signorile del suo caro ospite. Le bambine corsero in giardino; Marcolina si era alzata e le controllava da una finestra aperta. L'abate doveva portare i saluti del marchese Celsi che, salute permettendo, avrebbe fatto visita al prezioso amico Olivo quella sera stessa, insieme alla sua consorte.
«Si combina benissimo», rispose Olivo, «abbiamo infatti, in onore del cavaliere, una piccola, simpatica congrega di giocatori: aspetto i fratelli Ricardi, e viene pure Lorenzi; le bambine gli sono andate incontro.» «E' sempre qui?», domandò l'abate. «E' già una settimana che corre voce debba raggiungere il suo reggimento.» «La marchesa», replicò ridendo Olivo, «avrà ottenuto una licenza dal suo superiore.» «Mi meraviglia», intervenne Casanova «che per un ufficiale mantovano ci siano licenze in un momento come questo.» E proseguì, inventando:
«Due miei conoscenti, uno di Mantova, l'altro di Cremona, si sono messi in marcia nottetempo con i loro reggimenti, in direzione di Milano». «C'è la guerra?», chiese Marcolina dalla finestra; si era voltata, e i tratti del suo volto in ombra rimanevano indistinti; ma Casanova era stato l'unico a notare un leggero tremito nella sua voce.
«Forse non se ne farà di niente», disse con leggerezza. «Ma poiché gli Spagnoli assumono un atteggiamento minaccioso, occorre essere pronti.» «Ma si sa», intervenne Olivo con importanza e aggrottando la fronte, «da quale parte ci schiereremo, se da quella dei Francesi o degli Spagnoli?» «La cosa dovrebbe essere indifferente al sottotenente Lorenzi», affermò l'abate. «Purché abbia finalmente la possibilità di dimostrare il suo eroismo.» «Lo ha già fatto», disse Amalia. «Tre anni fa c'era anche lui, a Pavia.» Ma Marcolina taceva.
Casanova ne sapeva ormai abbastanza. Si avvicinò a Marcolina e abbracciò il giardino con lo sguardo. Non vide nient'altro che il grande prato sul quale giocavano le bimbe, delimitato dalla parte del muro da un filare di alberi alti e fitti. «Che magnifica proprietà», affermò rivolgendosi a Olivo. «Sarei curioso di conoscerla più da vicino.» «E io, cavaliere», ribatté questi, «non saprei immaginarmi un piacere più grande di quello di condurvi nelle mie vigne e tra i miei campi. Sì, se devo dire la verità, domandatelo pure ad Amalia, da quando possiedo questo piccolo podere non ho desiderato niente più ardentemente che potervi avere un giorno ospite sulla mia terra. Dieci volte sono stato sul punto di scrivervi, per invitarvi. Ma si poteva mai essere sicuri che un messaggio vi avrebbe raggiunto? Se qualcuno raccontava di avervi visto di recente a Lisbona, si poteva essere sicuri che, nel frattempo, eravate partito per Varsavia o per Vienna.
E adesso, che come per miracolo vi ritrovo proprio nell'ora in cui volete lasciare Mantova, e che riesco - non è stato facile, Amalia - a trascinarvi qui, ci lesinate talmente il vostro tempo che non intendete donarci - lo credereste, abate! - più di due giorni!» «Il cavaliere si lascerà forse convincere a prolungare il suo soggiorno», disse l'abate, che con gran diletto si stava facendo sciogliere in bocca uno spicchio di pesca, gettando ad Amalia un rapido sguardo dal quale Casanova credette di poter dedurre che questa si fosse confidata più con l'abate che col proprio consorte. «Non mi sarà purtroppo possibile», rispose formalmente Casanova, «non posso infatti nascondere ad amici che prendono così parte al mio destino che i miei concittadini veneziani sono in procinto di darmi un'alquanto tardiva ma tanto più onorevole soddisfazione per il torto che mi arrecarono anni fa, e non posso sottrarmi ancora alle loro insistenze se non voglio sembrare ingrato o addirittura permaloso.» Con un leggero movimento della mano respinse una domanda dettata da curiosità, venerazione che vedeva spuntare dalle labbra di Olivo e osservò in fretta: «Bene, Olivo, sono pronto. Mostratemi il vostro piccolo regno».
«Non sarebbe più sensato», intervenne Amalia, «aspettare il fresco della sera? Il cavaliere non preferisce riposare un po' o fare una passeggiata all'ombra?» E dai suoi occhi luccicò in direzione di Casanova una timida implorazione, come se quella passeggiata in giardino dovesse decidere per la seconda volta il suo destino. Nessuno ebbe niente da obiettare alla proposta di Amalia, e tutti uscirono all'aperto. Marcolina, davanti agli altri, corse nel sole sul prato, verso le bambine che giocavano a volano, e si mise a giocare con loro.
Non era più alta della più grande di loro e, coi capelli sciolti che le ondeggiavano sulle spalle, sembrava lei stessa una bambina. Olivo e l'abate si sedettero su una panchina di pietra sul viale, vicino alla casa. Amalia continuò a camminare a fianco di Casanova. Quando gli altri non poterono più udirla prese a dire, con l'inflessione di una volta, come se la sua voce non gli avesse mai parlato diversamente:
«Così sei di nuovo qua, Casanova! Come ho desiderato questo giorno...
Sapevo che sarebbe venuto». «E' un caso che io sia qui», rispose freddamente Casanova. Amalia sorrise: «Chiamalo come vuoi. Sei qui! In questi sedici anni non ho sognato nient'altro se non questo giorno».
«Si potrebbe supporre», replicò Casanova, «che tu abbia sognato qualcos'altro e... non solo sognato.» Amalia scosse la testa: «Tu lo sai che non è così, Casanova. E anche tu non mi hai dimenticata, altrimenti, nella tua fretta di arrivare a Venezia, non avresti accettato l'invito di Olivo!». «Credi davvero, Amalia, che io sia venuto qui per fare del tuo buon marito un cornuto?» «Perché parli così, Casanova? Se io sono di nuovo tua, in questo non c'è né inganno né peccato!» Casanova scoppiò in una sonora risata. «Non c'è peccato?
Perché non c'è peccato? Perché sono un vecchio?» «Tu non sei vecchio.
Per me non lo sarai mai. Fra le tue braccia ho goduto la mia prima beatitudine... e il mio destino è sicuramente quello di vivere anche l'ultima insieme a te!» «La tua ultima?», ripeté sarcasticamente Casanova, per quanto fosse leggermente commosso, «il mio amico Olivo potrebbe forse avere qualcosa in contrario.» «Ciò di cui parli», replicò Amalia arrossendo, «è dovere, qualche volta anche piacere; ma non è beatitudine... non lo è mai stato.» Non percorsero il viale fino in fondo, come se entrambi temessero la vicinanza del prato dove giocavano Marcolina e le bambine: quasi fossero d'accordo, si volsero entrambi e ben presto, senza parlare, furono di nuovo accanto alla casa. Sul lato stretto dell'edificio, a pianterreno, c'era una finestra aperta. Casanova vide, nel buio della stanza, una tenda tirata a metà, dietro la quale si scorgevano i piedi del letto. Su una sedia, lì accanto, era appoggiata una leggera veste come di velo. «La camera di Marcolina?», domandò Casanova. Amalia annuì. E rivolta a Casanova, con fare allegro e come senza sospetti:
«Ti piace?». «Perché è bella.» «Bella e virtuosa.» Casanova scrollò le spalle, come di fronte a un'informazione non richiesta. Poi disse: «Se tu mi vedessi oggi per la prima volta, ti piacerei davvero, Amalia?».
«Io non so se oggi sei diverso da allora. Io ti vedo come eri allora.
Come ti ho sempre visto da allora, anche tra le lacrime.» «Guardami, Amalia! Le rughe sulla mia fronte! Il mio collo aggrinzito! E questo profondo solco dagli occhi alle tempie! E qui, sì, qui nell'angolo mi manca un dente», e inarcò la bocca in un sogghigno. «E queste mani, Amalia! Guardale bene! Dita come artigli... macchioline gialle sulle unghie... E queste vene... azzurre e gonfie... mani da vecchio, Amalia!» Lei gli prese le mani che egli le mostrava e, nell'ombra del viale, le baciò una dopo l'altra, con devozione. «E stanotte voglio baciare le tue labbra», gli disse in un tono di umile tenerezza che lo amareggiò.
Non lontano da loro, in fondo al prato, Marcolina era sdraiata sull'erba, con le mani sotto la testa, lo sguardo rivolto verso l'alto, mentre le palle delle bambine le volavano sopra. D'un tratto sollevò un braccio, cercando di acchiapparne una. La prese e scoppiò in una risata argentina, le bambine si avventarono su di lei ed essa non seppe difendersi; i suoi riccioli svolazzavano. Casanova sussultò:
«Tu non bacerai né le mie labbra né le mie mani», disse ad Amalia, «e mi avrai aspettato e sognato invano... a meno che io non abbia prima posseduto Marcolina». «Sei folle, Casanova?», esclamò Amalia con voce dolente. «Così non abbiamo da rimproverarci niente», disse Casanova.
«Tu sei folle, perché credi di rivedere in un vecchio l'amante della tua gioventù, io perché mi sono messo in testa di possedere Marcolina.
Ma forse a noi due è dato di tornare alla ragione. Marcolina mi deve ringiovanire... per te. Quindi... cerca di perorare la mia causa presso di lei, Amalia!» «Sei fuori di senno, Casanova. E' impossibile.
Non vuole saperne, degli uomini.» Casanova scoppiò a ridere. «E il sottotenente Lorenzi?» «Che cosa c'entra Lorenzi?» «E' il suo amante, lo so.» «Come ti sbagli, Casanova! Egli ha chiesto la sua mano, e lei gliel'ha rifiutata. Ed è giovane e bello... sì, credo quasi che sia più bello di quanto tu non sia mai stato, Casanova!» «Egli l'avrebbe chiesta in sposa?» «Chiedi a Olivo, se non mi credi.» «E' lo stesso.
Che me ne importa se è una vergine o una sgualdrina, una sposa o una vedova... io voglio averla, la voglio!» «Non te la posso dare, amico mio.» Ed egli sentì, dal tono della sua voce, che lo compativa. «Vedi bene», proseguì lui «che uomo spregevole sono diventato, Amalia.
Soltanto dieci, soltanto cinque anni fa non avrei avuto bisogno di appoggi e intercessioni, neppure se Marcolina fosse stata la dea della virtù in persona. E ora voglio fare di te una ruffiana. Oppure se fossi ricco... Sì, con diecimila ducati... Ma non ne ho neppure dieci.
Sono un mendicante, Amalia.» «Neppure con centomila avresti Marcolina.
Che cosa può importargliene della ricchezza? Ama i libri, il cielo, i prati, le farfalle e i giochi con i bimbi... E con la sua piccola eredità, ha più del necessario.» «Oh, se fossi un principe», esclamò Casanova con quel tono declamatorio che assumeva proprio quando era animato da una passione sincera. «Se avessi il potere di gettare la gente in prigione e di farla giustiziare... Ma io non sono niente. Un mendicante, e per giunta un bugiardo. Mendico dai potenti di Venezia un incarico, un pezzo di pane, una patria! Che ne è di me? Non ti faccio ribrezzo, Amalia?» «Io ti amo, Casanova!» «Allora dammela, Amalia! Sta a te, lo so. Dille quello che vuoi. Dille che vi ho minacciati. Che sei sicura che darei fuoco al vostro tetto! Dille che sono un pazzo, un pazzo pericoloso, uscito di manicomio, e che l'abbraccio d'una vergine può ridarmi la salute. Sì, dille questo.» «Lei non crede ai miracoli.» «Come? Non crede ai miracoli? Allora non crede nemmeno in Dio. Tanto meglio! Io sono ben introdotto presso l'arcivescovo di Milano! Diglielo! La posso rovinare! Vi posso rovinare tutti! Questo è vero, Amalia! Che razza di libri legge?
Sicuramente ce ne saranno alcuni proibiti dalla Chiesa. Fammi dare un'occhiata. Ne compilerò un elenco. Una mia parola...» «Taci, Casanova. Eccola che arriva. Non tradirti! Tieni a freno i tuoi occhi!
Mai, Casanova, mai, ascolta bene quello che ti dico, mai ho conosciuto un essere più puro. Se presagisse ciò che io ho dovuto udire, le parrebbe di essere insozzata e non la vedresti più per tutto il tuo soggiorno qui. Parlale... sì, parlale! Vedrai, mi chiederai perdono.» Marcolina si avvicinò con le bambine; queste la superarono entrando in casa ma essa, come per rivolgere una cortesia all'ospite, si fermò davanti a lui, mentre Amalia si allontanava quasi con intenzione. E a Casanova parve davvero che da quelle labbra semiaperte, da quella fronte liscia incorniciata dai capelli biondo scuro ora raccolti alitasse verso di lui come un acre soffio di castità, e - cosa questa che raramente gli era capitata davanti a una donna e neppure davanti a lei, prima, in quell'ambiente chiuso - sentì sgorgare nella sua anima una specie di devozione, di dedizione scevra da qualsiasi desiderio. E con ritegno, anzi con quel tono di venerazione che si usa rivolgere alle persone di rango superiore, e che dovette lusingarla, le domandò se intendesse dedicare allo studio anche le prossime ore della sera.
Lei replicò che in campagna non era solita lavorare regolarmente, anche se non poteva impedire che certi problemi matematici di cui si andava occupando proprio allora la inseguissero anche nelle ore di riposo, come le era capitato adesso mentre era sdraiata sul prato e guardava il cielo.
Tuttavia quando Casanova, incoraggiato dalla sua gentilezza, si informò scherzosamente su quale fosse questo problema così elevato e al contempo urgente, essa replicò alquanto beffardamente che non aveva minimamente a che fare con quella cabala con la quale il cavaliere di Seingalt, così si raccontava, conseguiva risultati significativi, e quindi egli non avrebbe saputo che farsene. Lo irritò il fatto che parlasse della cabala con tanto malcelato disprezzo; e per quanto egli stesso fosse cosciente, nei suoi pur rari momenti di raccoglimento, che quella singolare mistica dei numeri detta cabala non avesse né senso né giustificazione alcuna, che non esistesse affatto in natura e fosse utilizzata soltanto da imbroglioni e burloni - ruoli che recitava alternativamente, ma sempre dopo matura riflessione - onde menare per il naso faciloni e pazzi, cercò ora, contro le sue migliori convinzioni, di difendere la cabala di fronte a Marcolina come scienza seria e pienamente valida. Parlò della natura divina del numero sette, cui si sarebbe accennato già nella Sacra Scrittura, del profondo significato profetico delle piramidi di numeri che egli stesso aveva insegnato a costruire con un sistema nuovo e del frequente avverarsi delle sue previsioni basate su questo sistema. Non aveva lui stesso, pochi anni prima, indotto il banchiere Hope di Amsterdam a rilevare l'assicurazione di un mercantile già dato per perduto, facendogli così guadagnare duecentomila fiorini d'oro? Ed era ancora così abile nell'esporre le sue teorie, ricche di erudizione fino a dare le vertigini, che anche stavolta, come gli accadeva spesso, cominciò a credere a tutte le assurdità che sosteneva, e arrivò persino a concludere affermando che la cabala non costituiva tanto un ramo quanto lo stesso completamento metafisico della matematica. Marcolina, che fino a quel momento lo aveva ascoltato molto attentamente e con aria apparentemente seria, lo guardò all'improvviso con espressione mezzo dispiaciuta e mezzo birichina, dicendogli: «Voi state cercando, egregio signor Casanova (sembrava non chiamarlo "cavaliere" intenzionalmente), di darmi un'eccellente dimostrazione della vostra famosissima eloquenza, cosa per la quale io vi sono sinceramente grata. Ma sapete naturalmente quanto me che la cabala non solo non ha niente a che fare con la matematica, ma costituisce addirittura un'offesa alla sua vera essenza e, nei suoi confronti, non si comporta diversamente dalle chiacchiere confuse o menzognere dei sofisti rispetto alle dottrine chiare ed elevate di Platone e di Aristotele».
«Purtuttavia», ribatté rapidamente Casanova, «voi mi dovete concedere, bella e dotta Marcolina, che anche i sofisti non si possono assolutamente considerare quei tipi spregevoli e stolti che il vostro severissimo giudizio farebbe supporre. Così - per addurre un solo esempio a noi contemporaneo - si potrebbe definire il signor Voltaire, a partire dal suo modo di pensare e di scrivere, un sofista esemplare; eppure a nessuno verrebbe mai in mente, neppure a me, che pur mi dichiaro suo deciso avversario e anzi, come non voglio nascondere, sto proprio componendo un'opera contro di lui, neppure a me viene in mente di negare al suo straordinario talento il riconoscimento che merita. E voglio sottolineare che non mi sono lasciato corrompere dall'eccessiva cortesia che il signor Voltaire ebbe la bontà di usarmi in occasione di una mia visita a Ferney, dieci anni fa.» Marcolina sorrise. «E' gentile da parte vostra, cavaliere, che abbiate la benevolenza di giudicare con tanta mitezza il più grande spirito del nostro secolo.» «Un grande spirito... addirittura il più grande?», esclamò Casanova.
«Definirlo così mi sembra inammissibile già solo perché, con tutto il suo genio, è un uomo irreligioso, anzi, un ateo. E un ateo non potrà mai essere un grande spirito.» «Secondo me, signor cavaliere, tra le due cose non c'è contraddizione alcuna. Ma prima di tutto dovrete dimostrare che Voltaire può essere definito un ateo.» Ora Casanova era nel suo elemento. Nel primo capitolo del suo libello aveva raccolto tutta una serie di passi tratti dalle opere di Voltaire, ma soprattutto dalla famosa "Pucelle", che gli parevano particolarmente adatti a dimostrare la sua incredulità, passi che adesso seppe citare letteralmente, grazie alla sua eccellente memoria, insieme alle sue argomentazioni in contrario. Ma in Marcolina aveva trovato un'avversaria che gli lasciava ben poco spazio sia come dottrina che come acutezza di spirito e che inoltre, se non nell'eloquenza, gli era però superiore nell'arte vera e propria della parola, e in particolare nella chiarezza dell'espressione. Quei passi che Casanova aveva cercato di interpretare come prove del sarcasmo, dello scetticismo e dell'ateismo di Voltaire, Marcolina li interpretò abilmente e prontamente come altrettante prove del genio scientifico e letterario del francese, nonché del suo instancabile, ardente anelito alla verità, e affermò senza timore che dubbio, sarcasmo e la stessa mancanza di fede, se uniti a una sapienza così abbondante, a un'onestà così incondizionata e a un coraggio così elevato, dovevano giungere a Dio più graditi dell'umiltà dei devoti, dietro la quale perlopiù non si nascondeva nient'altro che un'insufficiente capacità di eseguire ragionamenti coerenti e spesso, cosa di cui non mancavano esempi, pigrizia e codardia.
Casanova la ascoltava con crescente stupore. Poiché non si sentiva in grado di convertire Marcolina, tanto più che si rendeva conto che una certa fluttuante disposizione d'animo degli ultimi anni, che si era abituato a considerare fede, minacciava di dissolversi completamente sotto le obiezioni di Marcolina, si mise in salvo con l'osservazione di carattere generale per cui opinioni come quelle appena esposte da Marcolina erano altamente pericolose non solo per l'ordinamento della Chiesa, ma soprattutto per le fondamenta dello Stato, e passò quindi abilmente a parlare di politica, argomento in cui, con la sua esperienza e la sua conoscenza del mondo, poteva contare su una certa superiorità nei confronti di Marcolina. Ma se anche le mancavano conoscenze ed esperienze personali dei meccanismi diplomatico-cortesi e dovette quindi rinunciare a contraddire Casanova su quei particolari rispetto ai quali l'esposizione di lui le ispirava sfiducia, dalle sue osservazioni egli trasse comunque l'incontestabile conclusione che ella non nutriva particolare rispetto né per i principi di questa terra né per le istituzioni dello Stato, in quanto tali, ed era della convinzione che, nel piccolo come nel grande, l'egoismo e la sete di potere contribuissero non tanto a governare quanto a confondere ulteriormente il mondo. Una simile libertà di pensiero, Casanova l'aveva incontrata di rado in una donna, e mai in una fanciulla che sicuramente non aveva ancora vent'anni; e non senza nostalgia ricordò che il suo spirito in giorni passati, più belli di quelli presenti, aveva percorso con un'audacia cosciente e un po' autocompiaciuta quelle stesse vie sulle quali vedeva ora Marcolina, senza che però questa sembrasse minimamente cosciente della propria audacia. E tutto assorto nella specificità del modo di pensare e di esprimersi di lei, dimenticò quasi che stava camminando accanto a un essere giovane, bello ed estremamente desiderabile, cosa ancora più straordinaria se si considera che si trovava tutto solo con lei nel viale ormai completamente in ombra e piuttosto lontano da casa. D'un tratto però, interrompendo una frase che aveva appena iniziato, Marcolina esclamò vivacemente, come con gioia: «Ecco lo zio!...». E Casanova, come per recuperare il tempo perduto, le sussurrò: «Che peccato. Mi sarebbe piaciuto parlare con voi ancora per ore, Marcolina!». Egli stesso sentì come, mentre diceva queste parole, nei suoi occhi riprendesse a brillare il desiderio, al che Marcolina, la quale durante il precedente colloquio, nonostante ogni ironia, si era comportata in modo quasi confidenziale, assunse subito un contegno più freddo e il suo sguardo espresse quella stessa aria di difesa e quella stessa ripugnanza che già una volta, oggi, tanto avevano ferito Casanova.
Ispiro davvero tanto ribrezzo? si domandò angosciato. No, si rispose da solo. Non è questo. Ma il fatto che Marcolina... non è una donna.
Una dotta, una filosofa, un prodigio sicuramente... ma non è una donna. Ma sapeva al tempo stesso che, in quel modo, cercava soltanto di ingannarsi, di consolarsi, di salvarsi, e che questi tentativi erano vani. Olivo era davanti a loro. «Ebbene», disse a Marcolina, «non ho fatto bene a portarti finalmente in casa qualcuno con cui puoi fare discorsi intelligenti come quelli ai quali sei abituata, con i tuoi professori di Bologna?» «Ma neppure tra loro, carissimo zio», replicò Marcolina, «c'è qualcuno che oserebbe sfidare a duello lo stesso Voltaire!» «Come, Voltaire! Il cavaliere lo sfida?», esclamò Olivo senza capire. «La vostra arguta nipote, Olivo, parla del libello che mi tiene occupato negli ultimi tempi. Un passatempo per le ore di ozio. Un tempo avevo di meglio da fare.» Marcolina, senza badare a questa osservazione, disse: «Avrete una piacevole arietta fresca per la vostra passeggiata. Arrivederci». Fece un rapido cenno e si affrettò verso casa passando per il prato. Casanova si guardò bene dal seguirla con lo sguardo e domandò: «La signora Amalia ci accompagna?».
«No, egregio cavaliere», rispose Olivo, «ha tutta una serie di cose da preparare e organizzare, a casa; inoltre a quest'ora è solita fare lezione alle bambine.» «Che donna e mamma brava e solerte! C'è da invidiarvi, Olivo!» «Sì, me lo dico tutti i giorni», rispose Olivo, e gli salirono le lacrime agli occhi.
Si allontanarono lungo il lato corto della casa. La finestra di Marcolina era aperta, come prima; sul fondo buio della stanza baluginava la veste chiara di velo. Lungo l'ampio viale fiancheggiato dagli ippocastani arrivarono sulla strada, già completamente in ombra.
Si avviarono lentamente in su, lungo il muro del giardino; le vigne cominciavano dove la strada piegava a destra. Tra gli alti vitigni, cui erano appesi grossi acini blu scuro, Olivo guidò il suo ospite sulla sommità della collina, da dove indicò, con un movimento pacifico e soddisfatto della mano, la sua casa, piuttosto in basso rispetto a loro. A Casanova parve di vedere una figura femminile apparire e scomparire dietro la finestra della camera nella torre.
Il sole era quasi al tramonto, ma faceva ancora abbastanza caldo.
Sulle guance di Olivo scendevano gocce di sudore, mentre la fronte di Casanova restava perfettamente asciutta. Ripresero a camminare e, cambiando leggermente direzione, giunsero su campi rigogliosi. La rete dei rami correva da un olivo all'altro senza soluzione di continuità; tra i filari degli alberi ondeggiavano le alte spighe gialle.
«Benedizioni del sole», disse Casanova come per esprimere ammirazione, «in mille forme.» Olivo raccontò di nuovo, e con maggiore dovizia di particolari rispetto a prima, come col passare del tempo avesse acquistato quella piccola proprietà, e come un paio di raccolti e di vendemmie fortunate avessero fatto di lui un uomo benestante, anzi ricco. Casanova però era immerso nei suoi pensieri e si riallacciava solo di rado a una parola di Olivo, per dimostrare la sua attenzione con una domanda interlocutoria. Soltanto quando Olivo, chiacchierando di tutto un po', giunse a parlare della sua famiglia e poi di Marcolina, Casanova lo stette a sentire. Poiché già da bambina, ancora in casa di suo padre, quel fratellastro di Olivo rimasto vedovo prematuramente il quale esercitava l'arte medica a Bologna, le precocissime capacità del suo intelletto avevano seminato stupore nel suo ambiente, si era avuto modo di abituarsi al suo modo di essere.
Suo padre era morto da qualche anno e da allora lei viveva nella famiglia di un celebre professore dell'università di Bologna, proprio quel Morgagni che si proponeva di fare della sua allieva una grande erudita; nei mesi estivi era sempre ospite dello zio. Aveva rifiutato tutta una serie di richieste di matrimonio, da parte di un mercante di Bologna, di un possidente dei dintorni e di recente del sottotenente Lorenzi, e pareva davvero intenzionata a dedicare completamente la sua esistenza al servizio della scienza. Mentre Olivo così raccontava, Casanova sentì il suo desiderio aumentare smisuratamente e l'idea che esso fosse così folle e privo di speranza lo gettò quasi nella disperazione. Proprio mentre dai campi ritornavano sulla via maestra videro avvicinarsi una nuvola di polvere da cui li raggiunsero esclamazioni e saluti. Emerse una carrozza, in cui un signore anzianotto vestito distintamente era seduto accanto a una signora un po' più giovane, formosa e truccata. «Il marchese», sussurrò Olivo al suo accompagnatore, «sta venendo da me.» La carrozza si fermò. «Buona sera, mio eccellente Olivo», esclamò il marchese. «Posso pregarla di presentarmi il cavaliere di Seingalt? Non dubito infatti di avere il piacere di trovarmi davanti a lui.» Casanova si inchinò leggermente. «In persona», disse. «Io sono il marchese Celsi, e questa è la marchesa, la mia consorte.» La signora porse a Casanova la punta delle dita, che egli sfiorò con le labbra.
«Ora, carissimo Olivo», disse il marchese, al cui magro volto giallo cereo non conferivano ceno un aspetto amichevole le fitte sopracciglia rosse che sporgevano unite sopra i penetranti occhi verdi, «carissimo Olivo, noi facciamo la stessa strada, cioè verso casa vostra. E poiché ci manca sì e no un quarto d'ora, voglio scendere e fare due passi con voi. Tu non hai niente in contrario, vero, a proseguire da sola per questo piccolo tratto», continuò rivolto alla marchesa, che per tutto il tempo aveva osservato Casanova con occhi maliziosi e indagatori; senza attendere la risposta della consorte, fece un cenno al cocchiere, al che questi spronò subito impetuosamente i cavalli, come se avesse avuto chissà quale motivo per portar via la sua padrona il più in fretta possibile; e la carrozza era già scomparsa dietro una nuvola di fumo.
«Nei dintorni si sa già», affermò il marchese, che era un paio di pollici più alto di Casanova e di una magrezza innaturale, «che è arrivato il cavaliere di Seingalt ed è sceso presso il suo amico Olivo. Portare un nome così celebre deve dare una vera sensazione di sollievo.» «Siete molto gentile, signor marchese», rispose Casanova, «e tuttavia lo non ho ancora abbandonato le speranze di guadagnarmi un simile nome, anche se per il momento sono ancora molto lontano dalla meta...
Spero che mi ci possa avvicinare un'opera alla quale sto lavorando proprio in questi giorni.» «Possiamo tagliare di qui», disse Olivo imboccando un viottolo tra i campi che portava diritto al muro del suo giardino. «Opera?», ripeté il marchese con espressione incerta. «Si può chiedere di che genere di opera parlate, cavaliere?» «Se me lo chiedete, signor marchese, mi vedo allora costretto a rivolgervi anch'io una domanda, ovvero di che genere di celebrità parlavate poc'anzi.» E guardò orgogliosamente il marchese, in quei suoi occhi penetranti. Perché, per quanto sapesse perfettamente che né il suo romanzo fantastico "Icosamerone" né la sua "Confutazione della Storia del governo veneto di Amelot", in tre volumi, gli avevano procurato una fama letteraria degna di questo nome, gli premeva dimostrare che era quella l'unica fama cui aspirava, e fraintese intenzionalmente tutte le caute osservazioni e allusioni del marchese, il quale al nome di Casanova associava senz'altro un celebre seduttore, giocatore, affarista, emissario politico e chi più ne ha più ne metta, ma certamente non uno scrittore, tanto più che non gli era mai giunto sentore né della confutazione dell'opera di Amelot né dell'"Icosamerone". Alla fine questi osservò, con un certo cortese imbarazzo: «Di Casanova ce n'è uno solo». «Anche questo è un errore, signor marchese», replicò freddamente Casanova. «Ho alcuni fratelli, e il nome di uno di loro, il pittore Francesco Casanova, dovrebbe dire qualcosa a un intenditore.» Fu subito evidente che il marchese non era un intenditore, e così passò a parlare di conoscenti che vivevano a Napoli, Roma, Milano e Mantova,che supponeva Casanova potesse avereincontrato occasionalmente. In tale contesto fece anche il nome del barone Perotti, ma in un tono di leggero disprezzo, e Casanova dovette ammettere che talvolta andava a giocare in casa del barone Perotti, «per distrarmi», aggiunse, «una mezz'oretta prima di andare a dormire.
Per il resto, non mi dedico quasi più a questo genere di passatempo».
«Mi dispiacerebbe», disse il marchese, «perché non posso nascondervi, signor cavaliere, che il sogno della mia vita è sempre stato quello di misurarmi con voi, sia nel gioco che - in anni più giovani - anche su qualche altro terreno. Pensate un po', arrivai a Spa - quanto tempo fa, ormai? - lo stesso giorno, anzi la stessa ora in cui voi partivate. Le nostre carrozze si incrociarono. E a Ratisbona accadde qualcosa di simile. Là mi venne addirittura assegnata la camera che voi avevate lasciato l'ora prima.» «E' una vera sfortuna», disse Casanova un po' lusingato, «quando nella vita ci si incontra troppo tardi.» «Non è ancora troppo tardi», esclamò vivacemente il marchese.
«Su qualche altro terreno, sono disposto a darmi per vinto in partenza, e me ne importa poco... ma per quel che riguarda il gioco, mio caro cavaliere, siamo entrambi proprio negli anni...» Casanova lo interruppe: «Negli anni, può darsi. Ma purtroppo, proprio sul terreno del gioco, non posso più aspirare al piacere di misurarmi con un rivale del vostro rango, perché...», e lo disse con la voce di un principe detronizzato, «perché con tutta la mia fama, egregio signor marchese, non sono diventato niente di più che un mendicante».
Il marchese, involontariamente,abbassò gli occhi davanti all'orgoglioso sguardo di Casanova, e poi scosse la testa incredulo, come davanti a uno strano scherzo. Olivo però, che aveva ascoltato tutto il colloquio con grande emozione, accompagnando con cenni di assenso le risposte eleganti e ponderate del suo straordinario amico, non seppe reprimere un moto di orrore. Si trovavano lungo il muro posteriore del giardino, davanti a una porticina di legno, e Olivo, mentre la apriva con una chiave cigolante e lasciava che il marchese entrasse per primo nel giardino, sussurrò a Casanova, prendendolo per un braccio: «Ritirerete le vostre ultime parole, cavaliere, prima di mettere piede in casa mia. Il denaro di cui vi sono debitore da sedici anni è a vostra disposizione. Non osavo... chiedetelo ad Amalia. E' già stato contato. Intendevo prendermi questa libertà al momento del commiato...». Casanova lo interruppe dolcemente. «Voi non siete mio debitore, Olivo. Quella manciata di ducati, erano - e lo sapete benissimo - un dono di nozze che io, in quanto amico della mamma di Amalia... Non parliamone più. Che importanza ha una manciata di ducati? Il mio destino è davanti a una svolta», aggiunse con voce intenzionalmente alta, in modo che potesse sentirlo anche il marchese, fermatosi a pochi passi di distanza. Olivo scambiò un'occhiata con Casanova, onde accertarsi del suo consenso, e poi osservò, rivolto al marchese: «Il cavaliere è stato richiamato a Venezia e, nel giro di pochi giorni, partirà per la sua città natale». «Di più», aggiunse Casanova, «da qualche tempo mi si chiama sempre più insistentemente.
Io credo però che i signori senatori si siano presi abbastanza tempo.
Che pazientino adesso.» «Un orgoglio», disse il marchese, «cui avete estremamente diritto, cavaliere!» Quando dal viale uscirono sul prato, ormai completamente in ombra, videro riunita vicino alla casa la piccola compagnia che li aspettava.
Tutti si alzarono per andare loro incontro: per primo l'abate, tra Marcolina e Amalia; li seguì la marchesa, a fianco di un giovane ufficiale alto e glabro in uniforme rossa con gli alamari d'argento e lucidi stivali da cavaliere, il quale non poteva essere altri che Lorenzi. Il modo in cui parlava alla marchesa, accarezzando con lo sguardo le sue spalle incipriate come una ben nota prova di altre cose graziose non meno note; e ancor più il modo in cui la marchesa alzava gli occhi verso di lui, sorridendo e con le palpebre semichiuse, non poteva dar adito a dubbi, persino a persone meno esperte, sulla natura del rapporto esistente tra i due nonché sul fatto che non si curavano minimamente di tenerlo segreto. Interruppero il loro colloquio, sommesso ma animato, soltanto quando furono davanti ai nuovi venuti.
Olivo fece le presentazioni di rito tra Casanova e Lorenzi. I due si misurarono con uno sguardo rapido e freddo, che parve rassicurarli della reciproca antipatia, poi sorrisero appena e si inchinarono senza porgersi la mano, poiché a tal fine avrebbero dovuto avvicinarsi entrambi d'un passo. Lorenzi era bello, dal volto magro e, considerata la sua giovinezza, dai lineamenti estremamente affilati; in fondo ai suoi occhi brillava qualcosa di inafferrabile che doveva invitare gli esperti alla cautela. Casanova rifletté solo un secondo su chi gli ricordasse Lorenzi: poi seppe che stava incontrando il suo stesso ritratto, di trent'anni più giovane. Mi sono forse reincarnato nella sua figura, si domandò. Ma dovrei prima essere morto... Ed ebbe un tremito: ma non lo sono già da tempo? Cos'è rimasto in me del Casanova che era giovane, bello e felice? Udì la voce di Amalia. Gli domandò, come da lontano, benché fosse accanto a lui, se gli fosse piaciuta la passeggiata, al che egli espresse ad alta voce, in modo che tutti lo potessero sentire, il massimo apprezzamento per i terreni fertili e ben curati che aveva visitato con Olivo. Nel frattempo la cameriera apparecchiò, sul prato, una tavola di forma allungata, con l'aiuto delle due figlie più grandicelle di Olivo, che portavano da casa tra grandi smancerie e risatine piatti, bicchieri e quanto altro era necessario. Gradualmente scese il crepuscolo; il giardino fu accarezzato da una brezza lieve e rinfrescante. Marcolina si affrettò verso la tavola, per portare a compimento quanto era stato iniziato da bimbe e cameriera e per rimediare alle eventuali mancanze. Gli altri si sparpagliarono liberamente tra prato e viali. La marchesa dimostrò molta cortesia a Casanova, ed espresse il desiderio di udire da lui la celebre storia della sua fuga dai Piombi di Venezia, benché non le fosse affatto ignoto - come aggiunse con un sorrisetto ambiguo - che avesse superato avventure ben più pericolose che, tuttavia, poteva avere maggior ritegno a raccontare. Casanova ribatté che, per quanto avesse anch'egli incontrato le sue difficoltà, gravi e allegre, non poteva dire di conoscere quella vita il cui senso e la cui stessa essenza significano pericolo; infatti, per quanto molti anni prima avesse fatto per un paio di mesi il soldato, in tempi inquieti, sull'isola di Corfù - c'era forse un solo mestiere sulla terra al quale la sorte non l'avesse costretto?! -, non aveva mai avuto la fortuna di partecipare a una vera campagna come quella che era imminente per il signor sottotenente Lorenzi e per la quale quasi lo invidiava. «Allora voi ne sapete più di me, signor Casanova», disse Lorenzi con voce chiara e sfrontata, «e addirittura più del mio comandante, perché ho appena ottenuto un prolungamento a tempo indeterminato della mia licenza.» «Davvero!», esclamò il marchese con malcelata stizza, e aggiunse sarcasticamente: «E pensate, Lorenzi, che noi, soprattutto la mia consorte, avevamo tanto contato sulla vostra partenza che abbiamo invitato nel nostro castello, per gli inizi della prossima settimana, uno dei nostri amici, il cantante Baldi». «Ottima cosa», replicò tranquillamente Lorenzi, «Baldi e io siamo buoni amici, ci sopporteremo. Non è vero?», proseguì rivolto alla marchesa, mostrando i denti bianchissimi. «Ve lo consiglierei», rispose la marchesa con un sorriso allegro.
Con queste parole si sedette a tavola, per prima; al suo fianco Olivo e, dall'altra parte, Lorenzi. Di fronte a lui era seduta Amalia, tra il marchese e Casanova; accanto a questi, sul lato più stretto della tavola, Marcolina; sull'altro, di fronte a lei e accanto a Olivo, l'abate. Le due bambine più grandi, Teresina e Nanetta, porsero le scodelle e si occuparono di mescere l'ottimo vino che cresceva sulle colline di Olivo, e sia il marchese che l'abate ringraziarono le fanciulle con carezze scherzosamente rudi che un padre più severo di Olivo non avrebbe forse tollerato. Amalia sembrava non accorgersi di niente: era pallida, con lo sguardo torvo e l'aspetto di una donna che ha deciso di invecchiare, perché essere giovane non ha più senso per lei. E' tutto qui il mio potere? pensò amaramente Casanova, osservandola di lato. Ma forse era l'illuminazione a modificare così tristemente i tratti di Amalia. Sui commensali cadeva infatti un ampio raggio di luce proveniente dall'interno della casa; per il resto, ci si accontentava del chiarore crepuscolare del cielo. Le cime dei monti, con le loro linee nere e affilate, toglievano ogni vista, e il ricordo di Casanova andò a un misterioso giardino dove, molti anni prima, aveva atteso nottetempo un'amata. «Murano», sussurrò tra sé, ed ebbe un fremito; poi disse forte: «C'è un giardino su un'isola vicino a Venezia, il giardino di un monastero, dove non metto piede da qualche decennio... la sera vi aleggiava questo stesso profumo».
«Siete stato anche monaco?», domandò scherzando la marchesa. «Quasi», rispose Casanova, e raccontò con una certa veridicità come, all'età di quindici anni, avesse ricevuto gli ordini inferiori dalle mani del patriarca di Venezia, ma che già da ragazzino aveva preferito deporre la veste religiosa. L'abate menzionò un vicino monastero femminile che, nel caso in cui Casanova non lo conoscesse, gli consigliava caldamente di visitare. Olivo si unì entusiasticamente alla proposta:
elogiò il cupo edificio antico, i gradevoli dintorni in cui era ubicato, la strada assai varia che conduceva colà. Inoltre, proseguì l'abate, la badessa, suor Serafina - donna estremamente colta, duchessa di nascita - gli aveva espresso in una lettera (per iscritto perché in quel monastero regnava il voto del silenzio perpetuo) di conoscere di persona Marcolina, della cui erudizione era venuta a sapere. «Spero, Marcolina», disse Lorenzi, ed era la prima volta che le rivolgeva direttamente la parola, «che non vi lascerete sedurre a imitare la duchessa-badessa sotto ogni aspetto.» «E perché dovrei?», ribatté allegramente Marcolina, «si può conservare la propria libertà anche senza voti; anzi meglio, perché i voti sono una coercizione.» Casanova era seduto accanto a lei. Non osava neppure sfiorarle appena il piede o toccarle il ginocchio con il proprio: percepire un'altra volta nel suo sguardo quell'espressione di orrore, di nausea - ne era certo - lo avrebbe spinto immancabilmente a compiere una pazzia. «Ho parlato con Marcolina.» «Tu hai...» In lui si accese una speranza folle. «Piano, Casanova. Non si è parlato di te, soltanto di lei e dei suoi piani per il futuro. E ti ripeto ancora: non apparterrà mai a un uomo.» Olivo, che si era servito abbondantemente di vino, si alzò inaspettatamente e, col bicchiere in mano, pronunziò goffamente qualche parola sull'alto onore che rendeva alla sua casa la visita del suo caro amico il cavaliere di Seingalt.
«Dov'è il cavaliere di Seingalt, mio caro Olivo, di cui andate parlando?», domandò Lorenzi con la sua voce chiara. Il primo impulso di Casanova fu quello di scaraventare in faccia allo spudorato il suo bicchiere pieno; Amalia però gli toccò appena il braccio e disse:
«Molta gente, signor cavaliere, vi conosce ancora soltanto col vostro vecchio nome, più famoso, di Casanova».
«Non sapevo», disse Lorenzi con oltraggiosa gravità, «che il re di Francia avesse conferito al signor Casanova un titolo nobiliare.» «Ho potuto risparmiare al re questa fatica», replicò tranquillamente Casanova, «e spero che voi, sottotenente Lorenzi, vi accontenterete di una spiegazione alla quale il borgomastro di Norimberga non ebbe niente da obiettare quando, in un'occasione peraltro irrilevante, ebbi l'onore di esporgliela.» E mentre gli altri tacevano tesi: «L'alfabeto è notoriamente un bene comune. Mi sono cercato una serie di lettere che mi piacessero e sono diventato nobile senza essere obbligato a un principe, il quale peraltro non sarebbe stato in grado di soddisfare le mie esigenze. Io sono Casanova cavaliere di Seingalt. Mi dispiacerebbe per voi, sottotenente Lorenzi, se questo nome non dovesse trovare la vostra approvazione». «Seingalt... un nome eccellente», disse l'abate, e lo ripeté un paio di volte, quasi volesse assaporarlo con le labbra. «E non c'è nessuno al mondo», esclamò Olivo, «che potrebbe chiamarsi cavaliere con maggior diritto del mio nobile amico Casanova!» «E non appena la vostra fama, Lorenzi», aggiunse il marchese, «giungerà così lontano come quella del signor Casanova, cavaliere di Seingalt non esiteremo, se vi aggrada, a chiamare anche voi cavaliere.» Casanova, irritato per l'indesiderato sostegno, era quasi in procinto di affermare che era perfettamente in grado di difendersi da solo quando, dal buio del giardino, si avvicinarono al tavolo due vecchi signori vestiti ancora elegantemente. Olivo li salutò cordialmente e rumorosamente, ben lieto di poter così smussare un dissidio che minacciava di farsi importante e di compromettere l'allegria della serata. I nuovi venuti erano i fratelli Ricardi, scapoloni che, come Casanova seppe da Olivo, avevano vissuto un tempo nel bel mondo, dove avevano tentato con poca fortuna imprese d'ogni genere, e si erano poi ritirati nel villaggio vicino, dov'erano nati, per vivervi a pigione in una miserabile casupola.
Gente singolare, ma innocua. I due Ricardi espressero la loro felicità di rivedere il cavaliere, che avevano conosciuto anni prima a Parigi.
Casanova non ricordava. O era forse Madrid?... «Può essere», rispose Casanova, ma sapeva perfettamente che non li aveva mai visti. A parlare era uno di loro, evidentemente il più giovane; l'altro, che pareva avere novant'anni, si limitava ad accompagnare i discorsi del fratello con incessanti cenni del capo e uno smarrito sogghigno.
Ci si era alzati da tavola. Le bambine erano già scomparse. Lorenzi e la marchesa passeggiavano sul prato, nel crepuscolo. Marcolina e Amalia comparvero presto nel salone, dove sembravano attendere agli ultimi preparativi per il gioco. Che cosa significa tutto ciò, si domandò Casanova, solo in giardino. Mi credono ricco? Mi vogliono spennare? Perché tutti questi eventi, anche la premura del marchese, persino la sollecitudine dell'abate, l'apparizione dei fratelli Ricardi, gli giungevano un po' sospetti; non poteva darsi che anche Lorenzi fosse coinvolto nell'intrigo? O Marcolina? O addirittura Amalia? Forse non è altro, pensò fugacemente, che un tiro dei miei nemici, che intendono ostacolare il mio ritorno a Venezia, addirittura impedirlo all'ultimo momento? Ma dovette subito dirsi che si trattava di un'idea completamente assurda, soprattutto perché non aveva più nemmeno nemici. Era un vecchio cretino, innocuo e decaduto; a chi poteva importare del suo ritorno a Venezia? E mentre, dalle finestre aperte della casa, guardava i signori disporsi prontamente intorno al tavolo sul quale erano già pronte le carte ed erano stati riempiti i bicchieri di vino, fu certo al di là di ogni dubbio che qui non si aveva in mente nient'altro che un'innocua partita, come d'abitudine, alla quale un nuovo giocatore era sempre il benvenuto. Marcolina gli scivolò accanto e gli augurò buona fortuna. «Non restate? Neppure a guardare il gioco?» «Perché dovrei? Buona notte, cavaliere di Seingalt... a domani!» Si udirono fuori alcune voci. «Lorenzi», fu chiamato, «signor cavaliere, stiamo aspettando.» Casanova, nell'ombra della casa, poteva vedere come la marchesa cercasse di trascinare Lorenzi dal prato verso il buio degli alberi. Là lo abbracciò impetuosamente, ma Lorenzi si strappò da lei con un gesto di ribellione e si affrettò verso la casa.
Incontrò Casanova all'entrata e, con una specie di beffarda cortesia, gli cedette il passo, cosa questa che Casanova accettò senza ringraziare.
Il marchese tenne per primo il banco. Olivo, i fratelli Ricardi e l'abate puntarono somme così basse che l'intera partita fu per Casanova - anche oggi che tutto il suo patrimonio ammontava a un paio di ducati - un gran divertimento. Gli parve quindi ancora più ridicolo che il marchese raccogliesse e distribuisse il denaro con aria così compresa, come se si trattasse di importi vertiginosi. All'improvviso Lorenzi, che fino a quel momento non aveva partecipato, gettò nel piatto un ducato e vinse; giocò allora il doppio e vinse una seconda e una terza volta, proseguendo così con poche interruzioni. Gli altri signori continuavano a puntare basso, come prima, e soprattutto i due Ricardi sembravano estremamente scontenti se il marchese pareva non trattarli con lo stesso riguardo riservato al sottotenente Lorenzi. I due fratelli giocavano insieme; l'uno, il più vecchio, che prendeva le carte, aveva il volto imperlato di sudore; l'altro, in piedi dietro di lui, gli parlava incessantemente, come per dargli consigli importanti e infallibili. Quando vedeva che il fratello taciturno incassava, i suoi occhi lampeggiavano; altrimenti li volgeva disperato al cielo.
L'abate partecipava poco, e al massimo sentenziava che «Fortuna e donne baciano chi vogliono» oppure che «La terra è tonda e grande il cielo»; talvolta guardava Casanova con un'aria birichina e incoraggiante e subito dopo Amalia, seduta davanti a questi e accanto al marito, come se spettasse a lui riaccoppiare i due vecchi amanti.
Casanova però pensava soltanto che, adesso, Marcolina si stava lentamente spogliando nella sua stanza e che, se la finestra era aperta, la sua pelle bianca baluginava nella notte. Colto da un desiderio che gli turbava i sensi, voleva alzarsi dal suo posto, accanto al marchese, e lasciare la stanza; il marchese però intese questo movimento come una decisione di partecipare al gioco e disse:
«Finalmente! Sapevamo che non sareste rimasto spettatore a lungo cavaliere». Gli mise davanti una carta e Casanova scommise tutto quello che aveva con sé - ed era praticamente tutto quello che possedeva, circa dieci ducati: non li contò nemmeno, li lasciò scivolare sul tavolo dal suo borsellino, sperando di perderli in un colpo solo, perché sarebbe stato un segno, un segno propizio - non sapeva di che cosa, se del suo prossimo ritorno a Venezia o della vista di Marcolina nuda davanti a lui -; ma prima che decidesse tra le due, il marchese usciva già perdente dal confronto con lui. Anche Casanova, come Lorenzi, giocò il doppio, e anche a lui la fortuna rimase fedele come al sottotenente. Il marchese non si occupò più degli altri; il Ricardi taciturno si alzò offeso, l'altro si torse le mani, e si recarono entrambi in un angolo del salone, come annientati.
L'abate e Olivo non se la presero: il primo mangiava dolci e ripeteva le sue sentenze; l'altro guardava eccitato l'avvicendarsi delle carte.
Alla fine il marchese aveva perduto cinquecento ducati, che Casanova e Lorenzi si divisero. La marchesa si alzò e, prima di lasciare la sala, ammiccò a Lorenzi; Amalia l'accompagnò. La marchesa ancheggiava, cosa questa che Casanova trovò ripugnante; Amalia scivolò al suo fianco come un'umile vecchia. Poiché il marchese aveva perduto tutti i suoi contanti, il banco passò a Casanova, che con rammarico del marchese insistette affinché gli altri riprendessero a giocare. I fratelli Ricardi furono subito al loro posto, curiosi e agitati; l'abate scosse la testa, ne aveva abbastanza, e Olivo giocò soltanto per non venire meno al desiderio del suo nobile ospite. Lorenzi fu di nuovo fortunato; quando ebbe vinto in tutto quattrocento ducati, si alzò e disse: «Domani sono pronto a dare loro la rivincita. Adesso chiedo licenza di poter cavalcare verso casa». «Verso casa», esclamò con un riso di scherno il marchese, che pure si era già ripreso qualche ducato, «ben detto! Il sottotenente abita infatti in casa mia!», aggiunse rivolto agli altri. «E la mia consorte è rincasata anticipatamente. Buon divertimento, Lorenzi!» «Voi sapete benissimo», ribatté Lorenzi senza mutare espressione, «che cavalco alla volta di Mantova e non del vostro castello, dove ieri foste così benevolo da darmi alloggio.» «Cavalcate dove volete, anche al diavolo, per quel che mi riguarda!» Lorenzi si accomiatò dagli altri con la massima cortesia e se ne andò senza dare al marchese la risposta che meritava, cosa questa che meravigliò oltremodo Casanova. Scoprì di nuovo le carte e vinse, tanto che il marchese gli fu presto debitore di qualche centinaio di ducati. A che scopo? si domandò inizialmente Casanova.
Poi però il fascino del gioco, a poco a poco, lo avvinse di nuovo. Non va male, pensò... Tra poco sono mille... possono diventare anche duemila. Il marchese pagherà il suo debito. Entrare a Venezia con un piccolo patrimonio non sarebbe male. Ma perché a Venezia. Di nuovo ricco, di nuovo giovane. La ricchezza è tutto. Quanto meno adesso me la potrò comprare. Chi? Non ne voglio altre... E' nuda alla finestra, ne sono certo... aspetta... sente che verrò... E' alla finestra per farmi impazzire. E io sono qui. Nel frattempo aveva di nuovo distribuito le carte, con espressione impassibile, non solo al marchese, ma anche a Olivo e ai fratelli Ricardi, ai quali ogni tanto spingeva una moneta cui non avevano diritto. A loro non dispiaceva.
Dalla notte giunse un rumore, come lo scalpitio degli zoccoli di un destriero al galoppo sulla strada. Lorenzi, pensò Casanova... Dal muro del giardino giunse come un'eco; poi rumore ed eco si spensero pian piano. A questo punto però la fortuna volse le spalle a Casanova. Il marchese puntava alto, sempre più alto; e a mezzanotte Casanova si ritrovò povero come prima, anzi, ancora di più, perché aveva perduto anche quei pochi ducati. Spinse le carte lontano da sé e si alzò sorridendo: «Grazie, signori».
Olivo spalancò le braccia verso di lui. «Amico mio, continuiamo a giocare... Centocinquanta ducati - lo avete dimenticato - no, non centocinquanta! Tutto ciò che ho, che sono... tutto, tutto!» Balbettava; infatti non aveva smesso di bere per tutta la sera.
Casanova si schermì con un gesto della mano esageratamente distinto.
«Le donne e la fortuna baciano chi vogliono», disse inchinandosi all'abate. Questi annuì soddisfatto e batté le mani. «A domani allora, stimatissimo cavaliere». disse il marchese, «ci riprenderemo i nostri soldi, togliendoli a Lorenzi.» I Ricardi insistettero per continuare a giocare. Il marchese, molto allegro, li lasciò tenere il banco. Essi tirarono fuori le monete che Casanova aveva fatto loro vincere: in due minuti il marchese se le era riprese, e rifiutò decisamente di continuare a giocare con loro se non avevano contanti in mano. Essi si torsero le mani. Il più vecchio cominciò a piangere come un bambino; l'altro, come per calmarlo, lo baciò su entrambe le guance. Il marchese domandò se la sua carrozza fosse già tornata; l'abate rispose affermativamente: l'aveva sentita arrivare mezz'ora prima. Il marchese invitò l'abate e i fratelli Ricardi nella sua carrozza, li avrebbe accompagnati presso il loro domicilio; e tutti lasciarono la casa.
Quando gli altri se ne furono andati Olivo prese il braccio di Casanova e gli assicurò ripetutamente, con la voce rotta, che in quella casa tutto apparteneva a lui, Casanova, e che poteva farne quel che meglio credeva. Passarono davanti alla finestra di Marcolina. Non solo era chiusa, ma davanti era calata anche una grata; dentro pendeva una tenda. In altri tempi, pensò Casanova, tutto ciò non sarebbe servito a niente, o non avrebbe significato niente. Entrarono in casa.
Olivo non si fece impedire di accompagnare l'ospite su per la scala un po' cigolante fino alla camera nella torre, dove lo abbracciò.
«Domani, allora», gli disse, «andremo a visitare il monastero. Ma dormite tranquillamente: non partiamo certo troppo presto e comunque all'ora che più vi è comoda. Buona notte.» Se ne andò chiudendo piano la porta dietro di sé, ma i suoi passi sulla scala risuonarono in tutto l'edificio.
Casanova era solo nella camera timidamente rischiarata da due candele, e i suoi occhi correvano dall'una all'altra delle quattro finestre, orientate secondo i vari punti cardinali. Il paesaggio, immerso in un alone azzurrognolo, era quasi uguale da tutte le parti: ampie pianure con pochi rilievi, soltanto verso nord le creste delle montagne, qua e là singole case, poderi, anche edifici più grandi; tra questi uno un po' più in alto rispetto agli altri, in cui brillava una luce, che Casanova suppose essere il castello del marchese. Nella camera, che oltre all'ampio letto vuoto non conteneva nient'altro se non un lungo tavolo sul quale ardevano le due candele, due seggiole, un cassettone con sopra uno specchio dalla cornice d'oro, avevano fatto ordine mani premurose; anche la sua sacca da viaggio era stata disfatta. Sul tavolo si trovavano la cartella di cuoio chiusa e consunta che conteneva le carte di Casanova, nonché qualche libro che gli serviva per il suo lavoro e aveva quindi portato con sé; vi era preparato anche il materiale per scrivere. Poiché non sentiva la minima sonnolenza, estrasse dalla borsa il suo manoscritto e rilesse, a lume di candela, le ultime cose che aveva scritto. Poiché si era fermato a metà di un paragrafo, non ebbe difficoltà a ripartire da lì. Prese in mano la penna, scrisse rapidamente un paio di frasi e all'improvviso si fermò di nuovo. A che scopo? si domandò, come per un'orribile illuminazione interiore. E se anche sapessi che quanto scrivo e scriverò sarà incomparabilmente grandioso, sì, se anche riuscissi davvero ad annientare Voltaire e a superare la sua fama con la mia, non sarei forse pronto, e con gioia, a dar fuoco a tutte queste carte, se in cambio mi fosse concesso di abbracciare, in quest'ora, Marcolina? Sì, allo stesso prezzo non sarei pronto a far voto di non mettere mai più piede a Venezia, anche se mi ci volessero trasportare in trionfo? Venezia!... Ripeté la parola, che gli risuonò dintorno in tutta la sua magnificenza: e già la vecchia potenza aveva preso il sopravvento su di lui. Gli sorse davanti la città della sua giovinezza, circondata da tutta la magia del ricordo, e il cuore gli si gonfiò di una nostalgia così straziante e smisurata che pensava di non averne mai provata d'uguale. Rinunciare al ritorno gli parve il più impossibile di tutti i sacrifici che il destino potesse pretendere da lui. Che ci faceva, in questo mondo pietosamente sbiadito, senza la speranza, la certezza di rivedere un giorno quella città amata? Dopo anni e decenni di peregrinazioni e avventure, dopo tutta la felicità e l'infelicità che aveva vissuto, dopo tutto l'onore e gli smacchi, dopo i trionfi e le umiliazioni che aveva subìto, doveva avere infine un posto in cui riposare, una patria. E c'era per lui un'altra patria, se non Venezia? Un'altra felicità se non la coscienza di avere di nuovo una patria? In un paese straniero, non gli era proprio possibile attirare accanto a sé una felicità duratura. Gli era ancora concessa, talvolta, la forza di concepirla, ma non più quella di trattenerla. Il suo potere sugli altri, uomini e donne, non c'era più. Soltanto là dove egli significava ricordi la sua parola, la sua voce, il suo sguardo avvincevano ancora; al suo presente questo effetto era negato.
Passato era il suo tempo! E si confessava anche quanto altrimenti cercava di nascondersi con particolare solerzia, cioè che anche i suoi sforzi letterari e persino il suo libello contro Voltaire, nel quale aveva riposto la sua ultima speranza, sicuramente non sarebbe mai stato un tale successo da giungere lontano. Anche per quello era troppo tardi. Sì, se in anni più giovani avesse avuto il tempo e la pazienza per occuparsi seriamente di cose consimili - lo sapeva bene - sarebbe stato pari ai primi poeti e filosofi del suo secolo; allo stesso modo in cui la grande perseveranza e cautela che gli erano proprie avrebbero fatto di lui il più eccelso dei finanzieri o dei diplomatici. Ma dove finivano tutta la sua pazienza e la sua cautela, dove tutti i suoi progetti, quando lo attraeva una nuova avventura d'amore? Donne, donne dappertutto. Per loro aveva gettato via tutto, in ogni istante: per le nobili come per le volgari, per le passionali come per le fredde, per le vergini come per le sgualdrine; per una notte in un nuovo letto si era sempre venduto tutti gli onori e tutte le beatitudini di quel mondo. Ma rimpiangeva ciò che dell'esistenza poteva aver perduto in questo eterno cercare e mai-o-sempre trovare, in questo eterno fuggire di brama in piacere e di piacere in brama?
No, non rimpiangeva niente. Aveva vissuto la sua vita come nessun altro; e non la viveva ancora oggi a modo suo? Dappertutto c'erano ancora donne sulla sua strada, anche se non gli impazzivano più intorno come una volta. Amalia? Poteva averla quando voleva, in quella stessa ora, nel letto del suo ebbro consorte; e la locandiera di Mantova, non era innamorata di lui come di un bel ragazzo, con tenerezza e gelosia? E l'amante butterata ma ben fatta del barone Perotti, non l'aveva implorato, inebriata dal nome Casanova che pareva sprizzarle addosso la voluttà di mille notti, di concederle una sola notte d'amore, ed egli non l'aveva disdegnata come uno che poteva ancora scegliere di suo gusto? Certo - Marcolina - quelle come Marcolina non facevano più per lui. O forse... che lei non avesse mai fatto per lui? C'erano anche donne così. Negli anni passati ne aveva forse incontrata qualcuna, ma poiché ce n'era sempre un'altra più disponibile, non vi si era trattenuto, per non sospirare invano neppure un giorno. E poiché neppure Lorenzi era riuscito a conquistare Marcolina, poiché aveva addirittura rifiutato la mano di quest'uomo, che era bello e sfacciato come in gioventù lo era stato lui, Casanova, poteva darsi davvero che Marcolina fosse proprio quella creatura prodigiosa della cui esistenza sulla terra egli aveva sinora dubitato:
la donna virtuosa. Ma scoppiò in una risata così sonora che riecheggiò in tutta la stanza. «Incapace, cretino!», esclamò forte, come spesso faceva durante i suoi monologhi. «Non ha saputo sfruttare l'occasione.
O la marchesa non lo molla. Oppure se l'è presa soltanto perché non è riuscito ad avere Marcolina, l'erudita... la filosofa?!» E all'improvviso gli venne un'idea: domani le leggerò il mio libello contro Voltaire! E' l'unica creatura che possa comprenderlo. La convincerò... Mi ammirerà. Naturalmente mi dirà... «Eccellente, signor Casanova! Voi scrivete in uno stile magnifico, vecchio signore! Per Dio... Avete annientato Voltaire... vecchio geniale!» Così parlò, sibilando tra sé e sé e andando avanti e indietro per la camera come in una gabbia. Era stato colto da un immane furore, contro Marcolina, contro Voltaire, contro se stesso, contro il mondo intero. Raccolse le sue ultime forze per non mettersi a urlare. Infine si gettò sul letto, senza spogliarsi, e rimase a guardare con gli occhi spalancati le travi del soffitto, dove ogni tanto al lume di candela vedeva brillare tele di ragno. Poi, come talvolta gli capitava quando andava a dormire dopo aver giocato, gli saettarono davanti a velocità fantastica immagini di carte, e infine sprofondò davvero in un sopore senza sogni, che però durò pochissimo. Tese allora l'orecchio al misterioso silenzio intorno a lui. Le finestre della camera nella torre erano aperte verso est e verso sud; da giardino e campi penetravano soavi, dolci profumi d'ogni genere; dal paesaggio rumori indistinti, di quelli che l'incipiente aurora ama portare da lontano e da vicino.
Casanova non riusciva più a restare coricato; lo colse un vivace desiderio di cambiamento, che lo spingeva fuori. Da fuori lo chiamava il canto degli uccelli, la fresca brezza mattutina gli accarezzava la fronte. Casanova aprì piano la porta, scese piano le scale e, con la sua consumata abilità, riuscì a non fare scricchiolare minimamente sotto i suoi passi i gradini di legno; lungo la scala di pietra giunse poi al pianterreno e dalla sala da pranzo, sulla cui tavola erano ancora i bicchieri pieni a metà, in giardino. Poiché sulla ghiaietta i suoi passi si sentivano, andò subito sul prato, che nel chiarore dell'aurora assumeva un'estensione irreale. Poi imboccò il viale, dalla parte in cui si sarebbe trovato sotto gli occhi la finestra di Marcolina. Era chiusa, munita di grata e di tenda come l'ultima volta che l'aveva vista. Casanova si sedette su una panchina di pietra a forse cinquanta passi dalla casa. Sentì passare una carrozza oltre il muro del giardino, poi silenzio. Sul prato aleggiava una delicata foschia grigia, quasi uno stagno torbido-trasparente dai confini incerti. Casanova ripensò ancora a quella notte di gioventù nel giardino del convento di Murano - o di un altro parco - o a un'altra notte - non sapeva più quale: forse erano cento notti che nel suo ricordo diventavano una, come talvolta cento donne che aveva amato nel ricordo diventavano una, la cui figura enigmatica si librava davanti ai suoi sensi confusi. Ma non erano tutte uguali, le notti, alla fin fine? E le donne? Soprattutto quando non c'erano più? E la parola «più» prese a martellargli le tempie, quasi fosse destinata a diventare il battito della sua esistenza perduta.
Gli parve di percepire un fruscio dietro di lui, lungo il muro. O era soltanto un'eco? Sì, il rumore veniva dalla casa. La finestra di Marcolina era improvvisamente aperta, la grata era stata spostata e la tenda tirata da una parte, mentre dal buio della stanza si levava una figura scura: era proprio Marcolina, che si avvicinò al davanzale con la camicia da notte bianca abbottonata fino alla gola, come per respirare la soave aria del mattino. Casanova si era lasciato scivolare lesto giù dalla panchina; al di sopra del bordo, tra i rami del viale, guardava incantato Marcolina, i cui occhi affioravano dalla penombra come senza pensieri, anzi, senza direzione. Soltanto dopo un paio di secondi il suo essere, ancora come assonnato, parve riuscire a raccogliersi in uno sguardo, che lasciò vagare lungamente a destra e a sinistra. Poi si piegò in avanti, come per cercare qualcosa sulla ghiaietta, e subito dopo alzò la testa, coi capelli sciolti, verso l'alto, come verso una finestra del piano superiore. Poi rimase un attimo immobile, le mani appoggiate ai due stipiti della finestra, come inchiodate a una croce invisibile. Soltanto adesso, come se all'improvviso si fossero illuminati dall'interno, Casanova riuscì a scorgere distintamente i suoi tratti in penombra. Sulla bocca le aleggiò un sorriso che si irrigidì subito. Lasciò cadere le braccia; le sue labbra si muovevano in modo singolare, quasi bisbigliassero una preghiera; il suo sguardo vagò di nuovo lentamente nel giardino, indagatore, poi annuì brevemente e, nello stesso istante, qualcuno saltò il davanzale per uscire, qualcuno che fino ad allora doveva essere rimasto accovacciato ai piedi di Marcolina: Lorenzi. Volò, più che camminare, sulla ghiaietta, verso il viale, lo attraversò ad appena dieci passi di distanza da Casanova il quale, trattenendo il respiro, rimaneva sotto la panchina, e si precipitò poi oltre il viale, dove accanto al muro correva una stretta striscia di prato, fino a scomparire agli occhi di Casanova. Casanova udì una porta gemere sui cardini: non poteva essere altro che quella da cui egli stesso era tornato in giardino, ieri sera, con Olivo e il marchese... poi silenzio. Marcolina era rimasta per tutto il tempo completamente immobile: non appena seppe che Lorenzi era al sicuro respirò profondamente, chiuse grata e finestra, la tenda ricadde di nuovo, come per forza propria, e tutto tornò come prima; soltanto che nel frattempo, quasi non avesse più motivo di indugiare, su casa e giardino si era levato il giorno.
Anche Casanova era ancora là, come prima, le mani distese davanti a sé, sotto la panchina. Dopo un po' strisciò avanti, finendo in mezzo al viale, e proseguì a quattro zampe finché non arrivò in un punto dove non potevano vederlo né dalla finestra di Marcolina né da qualsiasi altra finestra. Allora si alzò, con la schiena dolente, si stiracchiò gli arti e finalmente tornò in sé; si ritrovò proprio come se, da cane bastonato, si fosse di nuovo trasformato in un uomo condannato a percepire le bastonate non come dolore fisico, ma come profonda vergogna. Perché, si domandò, non mi sono avvicinato alla finestra finché era aperta? E a lei, saltando il davanzale? Avrebbe potuto resistermi, l'ipocrita, la bugiarda, la sgualdrina? E continuò a imprecare quasi che ne avesse avuto diritto, quasi che lei gli avesse giurato fedeltà come a un amante e lo avesse tradito. Giurò a se stesso che l'avrebbe portata sulla bocca di tutti, che le avrebbe gettato fango addosso davanti a Olivo, davanti ad Amalia, davanti al marchese, all'abate, alla domestica e ai domestici, dicendo che non era altro che una puttanella lasciva, e niente più. Come per esercitarsi, si raccontò nei minimi particolari quel che aveva appena visto, compiacendosi di inventare tutto ciò che potesse mortificarla:
che era nuda alla finestra, che aveva accettato le carezze oscene dall'amante mentre la lambiva la brezza del mattino. Dopo che ebbe così placato la sua collera, rifletté su che cosa fosse meglio fare con ciò che adesso sapeva. Non era ora in suo potere? Non poteva estorcerle con le minacce quei favori che non gli concedeva spontaneamente? Ma questo piano ignominioso riaffondò immediatamente, perché Casanova dovette riconoscerne non tanto l'ignominia quanto l'insensatezza e l'inadeguatezza al caso in questione. Che poteva importare delle sue minacce a Marcolina, la quale non doveva rendere conto a nessuno e che d'altronde, se gliene fosse importato, era abbastanza scaltra da cacciarlo di camera tacciandolo di calunnia e ricatto? E persino se fosse stata disposta a concedersi a lui per comprare il suo silenzio sulla sua tresca con Lorenzi (ma sapeva bene di trovarsi al di là dei limiti di ogni possibilità), per uno come lui, che quando amava desiderava mille volte di più dare felicità che ricevere felicità, un piacere estorto con la violenza non si sarebbe inevitabilmente trasformato in un tormento indicibile, tale da spingerlo sull'orlo della pazzia, dell'autoannientamento? Si trovò improvvisamente davanti alla porta del giardino. Era chiusa col chiavistello. Lorenzi aveva quindi una copia della chiave. E chi era stato - gli venne in mente all'improvviso - ad avventarsi nella notte su un destriero al galoppo, quando Lorenzi si era alzato dal tavolo da gioco? Evidentemente un domestico prezzolato. Senza volerlo, Casanova si trovò costretto a sorridere. Erano degni l'uno dell'altra, Marcolina e Lorenzi, la filosofa e l'ufficiale. E davanti a loro si apriva una magnifica carriera. Chi sarebbe stato il prossimo amante di Marcolina? si domandò. Il professore di Bologna, presso il quale abita. Ma che stupido: lo è già stato... Chi ancora? Olivo? L'abate?
Perché no?! O il giovane domestico che ieri, quando siamo arrivati, era fermo sulla porta con gli occhi spalancati? Tutti! Io lo so. Ma Lorenzi no. E' questo il mio vantaggio su di lui. In realtà non solo era convinto, nel suo intimo, che Lorenzi fosse il primo amante di Marcolina, ma presumeva addirittura che quella fosse la prima notte che gli avesse donato; ma questo non gli impedì di proseguire nel suo gioco di pensieri malvagiamente osceni per tutto il tempo che impiegò a percorrere il perimetro del giardino, lungo il muro. Si trovò così di nuovo davanti alla porta della sala, che aveva lasciato aperta, e vide che per il momento non gli restava altro che tornare nella camera della torre. senza farsi né vedere né sentire. Scivolò per le scale con la massima cautela e, una volta in camera, si abbandonò sulla poltrona dove era già stato seduto: davanti al tavolo dove i fogli sciolti del suo manoscritto parevano aspettare il suo ritorno.
Involontariamente gli occhi gli caddero sulla frase che prima aveva interrotto a metà, e lesse: «Voltaire sarà immortale, certamente; ma si sarà comprato questa immortalità con la sua parte immortale; l'arguzia ha consumato il suo cuore come il dubbio la sua anima, e quindi...». In quel momento la stanza fu inondata dal rosseggiante sole del mattino, tanto che il foglio che teneva in mano cominciò ad ardere ed egli, come sconfitto,