Antòn Cechov
NOVELLE
VOLUME SECONDO
DALLE MEMORIE DI UN UOMO IRASCIBILE
Io sono un uomo serio, e il mio cervello ha un indirizzo filosofico.
Di professione son finanziere, studio diritto finanziario e scrivo una dissertazione dal titolo: "Passato e avvenire della tassa sui cani".
Convenite che non ho proprio nulla a che fare con fanciulle, romanze, la luna e altre sciocchezze.
Mattina. Ore dieci. La mia "maman" mi versa un bicchiere di caffè. Io bevo ed esco sul balconcino, per subito por mano alla dissertazione.
Prendo un foglio di carta pulito, intingo la penna nell'inchiostro e traccio il titolo: "Passato e avvenire della tassa sui cani". Dopo aver pensato un po', scrivo: «Rassegna storica. A giudicare da taluni accenni che si hanno in Erodoto e Senofonte, la tassa sui cani trae origine da... ».
Ma qui odo dei passi in sommo grado sospetti. Guardo dal balconcino e vedo una ragazza dal viso lungo e dalla vita lunga. Si chiama, sembra, Nàdenka, o Vàrenka, ciò che, del resto, fa assolutamente lo stesso.
Ella cerca qualcosa, fa vista che non s'accorge di me, e canticchia:
«Rammenti il canto pieno di dolcezza... ».
Io leggo ciò che ho scritto, voglio continuare, ma allora la fanciulla fa mostra d'essersi accorta di me, e dice con voce triste:
- Buon giorno, Nikolài Andreic'! Figuratevi che disavventura ho avuto!
Ieri, passeggiando, smarrii il fermaglio del braccialetto.
Rileggo ancora una volta l'inizio della mia dissertazione, ritocco il filetto di una «c» e voglio continuare, ma la ragazza non la smette.
- Nikolài Andreic', - dice, - siate così gentile, accompagnatemi a casa. I Karelin hanno un cane così enorme che non mi risolvo ad andar sola.
Non c'è che fare, poso la penna e scendo giù. Nàdenka, o Vàrenka, mi prende a braccetto, e ci avviamo alla sua villetta.
Quando mi tocca in sorte di dover camminare sotto braccio con una signora o signorina, mi sento sempre, chi sa perché, un uncino a cui abbiano appeso una grossa pelliccia; Nàdenka poi, o Vàrenka, è una natura, sia detto fra noi, appassionata (suo nonno era un armeno), possiede la facoltà di sospendersi al vostro braccio con tutto il peso del suo corpo e, come una mignatta, stringervisi al fianco. E così andiamo... Passando accosto ai Karelin, vedo un grosso cane, che mi fa rammentar la tassa sui cani. Con angoscia ricordo il lavoro cominciato e sospiro.
- Per che cosa sospirate? - domanda Nàdenka, o Vàrenka, e manda lei stessa un sospiro.
Qui devo fare un'avvertenza. Nàdenka, o Vàrenka (adesso rammento che si chiama, pare, Màscenka), ha immaginato, chi sa come, ch'io sia di lei innamorato, e perciò stima dovere di filantropia guardarmi sempre con compassione e curare verbalmente la mia ferita di cuore.
- Ascoltate, - dice, fermandosi, - io so perché sospirate. - Voi amate, sì! Ma vi prego in nome della nostra amicizia, credete, la fanciulla che amate vi stima profondamente! Il vostro amore non può ripagarvelo del pari, ma ci ha forse colpa lei, se il suo cuore già da un pezzo appartiene a un altro?
Il naso di Màscenka si fa rosso e gonfio, gli occhi le si riempiono di lacrime; ella, a quanto sembra, aspetta da me una risposta, ma, per fortuna, siamo ormai arrivati... Sul terrazzo siede la "maman" di Màscenka, buona donna, ma con pregiudizi; data un'occhiata al viso turbato della figlia, ferma su di me un lungo sguardo e sospira, come volesse dire: «Ah, gioventù, perfin nascondere non sapete!». Oltre a lei, son sedute sul terrazzo alcune ragazze variopinte e in mezzo a loro un mio vicino di villeggiatura, ufficiale a riposo, ferito nell'ultima guerra alla tempia sinistra e all'anca destra. Questo sventurato, al pari di me si è prefisso lo scopo di consacrare quest'estate alla fatica letteraria. Egli scrive "Memorie di un militare". Al par di me, ogni mattina mette mano al suo rispettabile lavoro, ma appena riesce a scrivere: «Io nacqui il... », che sotto il balconcino compare una qualche Vàrenka, o Màscenka, e il ferito servo di Dio è preso sotto guardia.
Tutti quelli seduti sul terrazzo nettano per la confettura certe insipide bacche. Io mi accomiato e voglio andarmene, ma le signorine variopinte con uno strillo agguantano il mio cappello ed esigono ch'io rimanga. Mi metto a sedere. Mi porgono un piatto di bacche e una spilla. Comincio a ripulire.
Le signorine variopinte parlano sul tema: uomini. Il tale è carino, il talaltro è bello, ma non simpatico, un terzo non è bello, ma è simpatico, un quarto non sarebbe brutto se il suo naso non somigliasse a un ditale, e così via.
- E voi, "monsieur" Nicolas,-si rivolge a me la "maman" di Vàrenka, - non siete bello, ma siete simpatico... Nel vostro viso c'è qualcosa... Del resto, - ella sospira, - nell'uomo il più non è la bellezza, ma l'intelligenza...
Le ragazze sospirano e abbassano gli occhi... Esse pure son d'accordo che nell'uomo il più non è la bellezza ma l'intelligenza. Io mi guardo di sbieco allo specchio per convincermi di quanto son simpatico. Vedo una testa arruffata, barba, baffi, sopraccigli arruffati, peli sulle guance, peli sotto gli occhi: tutt'un boschetto, fuor del quale, a mo' di vedetta, guarda il mio solido naso. Bello, non c'è che dire!
- Del resto, Nicolas, voi vincerete con le vostre qualità morali, - sospira la "maman" di Nàdenka, come riconfortando un suo segreto pensiero.
E Nàdenka soffre per me, ma nello stesso mentre la consapevolezza che di fronte le siede un uomo innamorato di lei le procura, a quanto sembra, il massimo diletto. Finito con gli uomini, le signorine parlan d'amore. Dopo una lunga conversazione sull'amore, una delle ragazze si alza e se ne va. Le rimaste cominciano a riveder le bucce a quella ch'è andata via. Tutte trovano ch'è sciocca, insopportabile, brutta, che ha una scapola fuor di posto.
Ma ecco, la Dio mercè, viene infine la cameriera, inviata dalla mia "maman", e mi chiama a desinare. Ora posso lasciare la sgradita compagnia e andare a continuare la mia dissertazione. Mi alzo e prendo commiato. La "maman" di Vàrenka, Vàrenka stessa e le signorine variopinte mi attorniano e dichiarano che non ho alcun diritto di andarmene, avendo dato ieri la parola d'onore di pranzar con loro, e dopo pranzo di andar al bosco per funghi. M'inchino e siedo...
Nell'anima mia ribolle l'odio, sento che, ancora un minuto, e non rispondo più di me, accadrà un'esplosione, ma la delicatezza e il timore di venir meno alle buone maniere mi forzano a obbedire alle signore. E obbedisco.
Ci mettiamo a pranzare. L'ufficiale ferito, al quale, per via della ferita alla tempia, s'è formata una contrattura delle mascelle, mangia con un'aria tale come se fosse imbrigliato e avesse in bocca il morso.
Io arrotolo palline di pane, penso alla tassa sui cani e, conoscendo il mio carattere irascibile, mi sforzo di tacere. Nàdenka mi guarda con compassione. Intingolo di carne tritata, lingua con piselli, pollo arrosto e composta. Niente appetito, ma per delicatezza mangio. Dopo pranzo, quando me ne sto solo in terrazzo a fumare, mi si accosta la "maman" di Màscenka, stringe le mie mani e dice ansando:
- Ma voi non disperate, Nicolas... E' un tal cuore... un tal cuore!
Andiamo al bosco per funghi... Vàrenka è sospesa al mio braccio e si appiccica al mio fianco. Soffro intollerabilmente, ma sopporto.
Entriamo nel bosco.
- Ascoltate, "monsieur" Nicolas, - sospira Nàdenka, - perché siete così triste? Perché state zitto?
Strana ragazza: di che mai posso parlare con lei? Che abbiamo di comune?
- Su, dite qualcosa... - ella prega.
Io comincio a escogitare alcunché di popolare, accessibile alla sua comprensione. Dopo aver pensato, dico:
- Il diboscamento reca un danno enorme alla Russia.
- Nicolas! - sospira Vàrenka, e il suo naso si fa rosso.- Nicolas, voi evitate, vedo, un colloquio aperto... Come se voleste punire col vostro silenzio... Non corrispondono al vostro sentimento, e voi volete soffrire in silenzio, da voi solo... ciò è orribile Nicolas! - ella esclama, pigliandomi impetuosamente la mano, e io vedo come il suo naso comincia a gonfiare. - Che direste, se la fanciulla che amate vi offrisse eterna amicizia?
Io borbotto qualcosa di sconnesso, perché proprio non so che cosa dirle... Di grazia: in primo luogo, non amo nessuna fanciulla e, secondariamente, per che cosa mi potrebbe occorrere un'eterna amicizia? Terzo, son molto irascibile. Màscenka, o Vàrenka, si copre il viso con le mani e dice a mezza voce, come tra sé:
- Egli tace... Evidentemente vuole un sacrificio da parte mia. Non posso mica amarlo, se tuttora ne amo un altro! Del resto... ci penserò... Bene, ci penserò... Raccoglierò tutte le forze della mia anima e, forse, a prezzo della mia felicità salverò quest'uomo dalle sofferenze!
Non capisco nulla. E' una specie di cabalistica. Proseguiamo e cogliamo funghi. Tutto il tempo restiamo zitti. In viso a Nàdenka v'è l'espressione d'una lotta interiore. Si sente un latrar di cani:
questo mi rammenta la mia dissertazione e sospiro rumorosamente.
Attraverso i tronchi degli alberi scorgo l'ufficiale ferito. Il poveretto zoppica dolorosamente a dritta e a manca: a destra ha l'anca ferita, a sinistra gli pende una delle fanciulle variopinte. Il volto esprime rassegnazione al destino.
Dal bosco facciamo ritorno alla casa di villeggiatura a bere il tè, dopo di che giochiamo a "crocket" e ascoltiamo una delle variopinte fanciulle cantare la romanza: "No, tu non m'ami! No! No!..." Alla parola «No» ella torce la bocca fin proprio all'orecchio.
- "Charmant"! (1) - gemono le rimanenti fanciulle. - "Charmant"!
Vien sera. Da dietro i cespugli striscia fuori una luna repellente.
Nell'aria v'è quiete e uno sgradevole odore di fieno fresco. Prendo il cappello e voglio andarmene.
- Ho bisogno di comunicarvi qualcosa, - mi bisbiglia significativamente Màscenka. - Non andate via.
Presento alcunché di poco buono, ma per delicatezza rimango. Màscenka mi prende a braccetto e mi conduce da qualche parte pel viale. Ora poi tutta la figura di lei esprime la lotta. E' pallida, respira a stento e sembra aver intenzione di strapparmi il braccio destro. Che ha?
- Ascoltate... - mormora. - No, non posso... No...
Vuol dire qualche cosa, ma esita. Ma, ecco, dal suo viso io scorgo che si è risolta. Con gli occhi scintillanti, il naso rigonfio, mi afferra la mano e dice rapida:
- Nicolas, son vostra! Amarvi non posso, ma vi prometto fedeltà!
Dopo di che si stringe al mio petto e d'un tratto balza indietro.
- Viene qualcuno... - bisbiglia. - Addio... Domani alle undici sarò al capanno... Addio!
E scompare. Senza capir nulla, sentendo un doloroso batticuore, me ne vado a casa. Mi aspetta "Passato e avvenire della tassa sui cani", ma lavorare ormai non posso. Sono furioso. Si può perfin dire che sono orrendo. Che il diavolo mi porti, non permetterò che mi si tratti come un ragazzuccio! Sono irascibile e scherzar meco è pericoloso! Quando entra da me la cameriera per chiamarmi a cena, le grido:
«Andatevene!». Siffatta irascibilità promette poco di buono.
Il giorno dopo, di mattina. Tempo da villeggiatura, cioè temperatura sotto zero, vento freddo, pungente, pioggia fango e odor di naftalina, perché la mia "maman" ha tolto dal baule i suoi mantelli. Mattinata diabolica. Ciò precisamente il 7 agosto 1887, quando vi fu l'eclisse di sole. E' d'uopo osservarvi che durante l'eclisse ciascun di noi può recare un enorme vantaggio, senz'essere astronomo. Così, ognun di noi può: 1) determinare il diametro del sole e della luna, 2) disegnare la corona del sole, 3) misurare la temperatura, 4) osservare al momento dell'eclisse animali e piante, 5) annotare le proprie impressioni, e così via. Questo è così importante che io, per intanto, lasciai da parte "Passato e avvenire della tassa sui cani" e risolsi di osservare l'eclisse. Ci eravamo alzati tutti prestissimo. Tutto il lavoro imminente l'avevo diviso così: io avrei determinato il diametro del sole e della luna, l'ufficiale ferito avrebbe disegnato la corona, tutto il resto poi se lo sarebbero assunto Màscenka e le signorine variopinte. Eccoci tutti riuniti ad aspettare.
- Perché si ha l'eclisse? - domanda Màscenka.
Io rispondo:
- Le eclissi solari avvengono nel caso che la luna, rotando nel piano dell'eclittica, venga a trovarsi sulla linea congiungente i centri del sole e della terra.
- E che vuol dire eclittica?
Io spiego. Màscenka, dopo aver ascoltato attentamente, domanda:
- Si può attraverso il vetro affumicato scorgere la linea congiungente i centri del sole e della terra?
Le rispondo che questa linea si traccia astrattamente.
- Se è astratta,- non si raccapezza Vàrenka, - come mai può collocarvisi la luna?
Non rispondo. Sento come a cagione di questa ingenua domanda comincia a ingrossarmisi il fegato.
- Son tutte frottole, - dice la "maman" di Vàrenka. - Non si può sapere quel che sarà, e per di più voi non siete stato in cielo neppure una volta, come fate dunque a sapere ciò che accadrà alla luna e al sole? Tutto questo è fantasia.
Ma ecco una macchia nera muover contro il sole. Confusione generale.
Mucche, pecore e cavalli, rizzate le code e rugliando, in preda a terrore correvan per i campi. I cani ululavano. Le cimici, immaginando scesa la notte, erano sbucate dalle fessure e avevan cominciato a mordere quelli che dormivano. Il diacono, che in questo mentre si portava a casa dall'orto i cetrioli, sgomento, balzò dal carro e si nascose sotto il ponte, e il suo cavallo entrò col carro in un cortile altrui, dove i cetrioli furono divorati dai maiali. L'addetto al dazio, che aveva trascorso la notte non a casa, ma presso una villeggiante, saltò fuori in sole mutande e, corso in mezzo alla folla, prese a gridare con voce selvaggia:
- Si salvi chi può!
Molte villeggianti, anche giovani e belle, destate dal rumore, balzarono sulla via, senz'aver calzato le scarpe. Accaddero anche molte altre cose ch'io non mi risolvo narrare.
- Ah, che paura! - strillano le fanciulle variopinte. - Ah! E' terribile!
- "Mesdames", osservate! - grido loro. - Il tempo è prezioso!
E io stesso mi affretto, misuro il diametro... Mi rammento della corona e cerco con gli occhi l'ufficiale ferito. Egli sta lì e non fa nulla.
- Che avete? - grido. - E la corona?
Egli alza le spalle e, impotente, mi accenna con gli occhi le proprie braccia. Alle due braccia del poverino si sono appese le fanciulle variopinte, si stringono a lui dal terrore e gl'impediscono di lavorare. Prendo il lapis e annoto il tempo coi secondi. Ciò è importante. Segno la posizione geografica del punto di osservazione.
Anche questo è importante. Voglio determinare il diametro, ma in questo mentre Màscenka mi prende per la mano e dice:
- Non dimenticate dunque, oggi alle undici!
Io tolgo la sua mano e, facendo caso di ciascun secondo, voglio proseguire le osservazioni, ma Vàrenka convulsamente mi prende a braccetto e si stringe al mio fianco. Lapis, vetri, schizzi: tutto ciò precipita nell'erba. Il diavolo sa che cosa! Ma è tempo, infine, che questa ragazza capisca ch'io sono irascibile, che io, incollerito, divento furioso e allora non posso risponder di me.
Voglio continuare, ma l'eclisse è bell'e finito!
- Rivolgetemi uno sguardo! - sussurra ella teneramente.
Oh, questo è ormai il colmo dello scherno! Convenite che siffatto giocare con l'umana pazienza non può che finir male. Non mi fate poi colpa, se accadrà qualcosa di tremendo! A nessuno permetterò di scherzare, di farsi beffe di me e, che il diavolo mi sbrani, quando sono infuriato non consiglio a nessuno di farmisi accosto, che il diavolo mi porti proprio! Son pronto a tutto!
Una delle ragazze, probabilmente accortasi dal mio viso che sono infuriato, dice, evidentemente allo scopo di calmarmi:
- Ma io, Nikolài Andréievic', ho eseguito il vostro incarico. Ho osservato i mammiferi. Ho visto come prima dell'eclisse un cane grigio è corso dietro un gatto e poi a lungo ha scodinzolato.
Così dall'eclisse non è risultato nulla. Vado a casa. In grazia della pioggia non esco sul balconcino a lavorare. L'ufficiale ferito s'è arrischiato a uscire sul suo balcone e ha scritto perfino: «Io nacqui il...» -, e ora io vedo dalla finestra come una delle fanciulle variopinte lo trascina alla sua villetta. Lavorare non posso, perché son tuttora infuriato e mi sento il batticuore. Al capanno non vado.
Ciò è scortese ma, convenitene, non posso già andarvi con la pioggia!
Alle dodici ricevo una lettera da Màscenka, nella lettera vi sono rimbrotti, la preghiera di recarmi al capanno e il «tu»... All'una ricevo un'altra lettera, alle due una terza... Bisogna andare. Ma prima di andare, devo riflettere a quello di cui parlerò con lei.
Agirò come un uomo ammodo. In primo luogo, le dirò che a torto immagina ch'io l'ami. Del resto, tali cose non si dicono alle donne.
Dire a una donna: «Io non vi amo» è tanto indelicato come dire a uno scrittore: «Voi scrivete male». Meglio di tutto, esprimerò a Vàrenka le mie vedute sul matrimonio. Metto il cappotto pesante, prendo l'ombrello e vado al capanno. Conoscendo il mio carattere irascibile, temo d'aver a dire qualcosa di troppo. Cercherò di contenermi.
Al capanno mi si aspetta. Nàdenka è pallida e ha pianto. Vedendomi, manda un grido di gioia, mi si getta al collo e dice:
- Finalmente! Tu giuochi con la mia pazienza. Ascolta, io tutta la notte non ho dormito... Ho sempre pensato. Mi sembra che, quando ti conoscerò più da vicino... ti amerò...
lo siedo e comincio a esporre le mie vedute sul matrimonio. Dapprima, per non andar lontano, per essere quanto più si può breve, faccio una piccola rassegna storica. Parlo del matrimonio degli indù e degli egizi, dopo di che passo ad epoche posteriori; qualche pensiero di Schopenhauer (1) Màscenka ascolta con attenzione, ma d'un tratto, per una strana incoerenza d'idee, stima necessario interrompermi.
- Nicolas, baciami! - dice.
Io sono turbato e non so che cosa dirle. Ella ripete la sua richiesta.
Non c'è che fare, mi alzo e poso le labbra sul suo lungo viso, nel far che provo la stessa cosa che sentii nell'infanzia, quando un giorno mi fecero baciare alla messa funebre la nonna defunta. Non appagandosi del mio bacio, Vàrenka dà un balzo e mi abbraccia impetuosamente. In questo mentre alla porta del capanno si mostra la "maman" di Màscenka... Ella fa un viso spaventato, dice a qualcuno: «Ssst!», e sparisce, come Mefistofele nella stiva.
Conturbato e furioso, me ne torno al mio villino. A casa trovo la "maman" di Vàrenka, che con le lacrime agli occhi abbraccia la mia "maman", e la mia "maman" piange e dice:
- Io stessa lo desideravo!
Dopo di che - come vi piace questo? - la maman di Vàrenka mi si accosta e mi abbraccia, dicendo:
- Dio vi benedica! E tu, bada, amala... Ricordati che lei per te fa un sacrificio...
E ora mi ammogliano. Mentre scrivo queste righe, mi stanno addosso i paggi d'onore e mi fan premura. Costoro positivamente non conoscono il mio carattere! Ché io sono irascibile e non posso risponder di me! Che il diavolo mi porti, vedrete quel che accadrà più in là! Condurre a nozze un uomo irascibile, furibondo: questo, secondo me, è così poco intelligente come ficcar la mano in gabbia verso una tigre infuriata.
Vedremo, vedremo quel che accadrà!
Così, sono sposato. Tutti mi fanno i rallegramenti, e Vàrenka di continuo si stringe a me e dice:
- Capisci dunque che tu ora sei mio, mio! Dimmi dunque che mi ami!
Dillo!
E intanto le si gonfia il naso.
Ho saputo dai paggi d'onore che l'ufficiale ferito è destramente sfuggito a Imeneo. Egli ha esibito a una fanciulla variopinta un certificato medico che, in grazia della ferita alla tempia, egli non è mentalmente normale, e quindi per legge non ha il diritto di sposarsi.
Un'idea! io pure avrei potuto esibire un certificato. Mio zio aveva accessi d'ubriachezza, un altro zio era molto distratto (una volta, invece del berretto, si mise in testa un manicotto da signora), una zia sonava molto il pianoforte e, incontrando uomini, mostrava loro la lingua. Inoltre anche il mio carattere in sommo grado irascibile è un sintomo assai sospetto. Ma perché le buone idee vengono così tardi?
Perché?
NOTE:
1) Incantevole, delizioso.
2) Il grande filosofo pessimista tedesco (1788-1860), autore di "Il mondo come volontà e rappresentazione", "I fondamenti della morale", "Parerga e Paralipomena".
SSST!...
Ivàn Jegòrovic' Krasnuchin, collaboratore giornalistico di mezza tacca, rincasa a notte tarda accigliato, serio e come particolarmente riconcentrato. Ha un'aria come se s'aspettasse una perquisizione o meditasse il suicidio. Dopo aver camminato un po' per la stanza, si ferma, arruffa i capelli e dice col tono di Laerte (1) che si accinge a vendicar la sorella (2):
- Affranto, stremato nell'anima, in cuore un'angoscia opprimente, ma pure siedi e scrivi! E questo si chiama vita?! Perché nessuno ancora ha descritto la tormentosa discordanza che nasce nello scrittore, quand'egli è afflitto, ma deve far ridere la folla, o quand'è allegro e deve sparger lacrime su ordinazione? Io debbo esser gaio, indifferentemente freddo, arguto, ma immaginate che mi opprima l'angoscia o, mettiamo, che io sia malato, mi stia morendo un bimbo, che partorisca la moglie!
Ciò egli dice scotendo il pugno e rotando gli occhi... Poi va in camera e desta la moglie.
- Nadia, - dice, - mi metto a scrivere... Per favore, che nessuno mi disturbi. Non si può scrivere, se strillano i bambini, sbuffano le cuoche... Da' ordine pure che ci sia il tè e... una bistecca, che so io... Tu lo sai, senza il tè non posso scrivere... Il tè è l'unica cosa che mi sostenga nel lavoro.
Tornato nella sua stanza, egli si leva soprabito, panciotto e stivali.
Si sveste lentamente, dopo di che, data al suo volto l'espressione dell'innocenza offesa, siede alla scrivania.
Sulla tavola non v'è nulla di occasionale, di usuale, ma tutto, ogni minima inezia, reca il carattere della ponderazione e d'un rigoroso programma. Bustini e ritrattini di grandi scrittori, un mucchio di manoscritti in bozza, un tomo di Bielinski (3) con una pagina ripiegata, un osso occipitale in luogo di portacenere, un foglio di giornale, piegato con negligenza, ma in guisa che si veda il posto segnato intorno a matita azzurra, con una grossa scritta in margine:
«Ignobile!». Vi son pure una decina di lapis temperati di fresco e di portapenne con pennini nuovi, visibilmente messi lì perché cause e accidenti esteriori, del genere d'un guasto alla penna, non possano interrompere neanche per un secondo il libero volo creativo...
Krasnuchin si arrovescia sulla spalliera della poltrona e, chiusi gli occhi, si sprofonda nella meditazione del tema. Sente come la moglie strascica le pianelle e spacca legnetti per il samovàr. Ella non s'è ancor destata del tutto, lo si vede dal fatto che il coperchio del samovàr e il coltello di continuo le cascan di mano. Presto giunge il grillare del samovàr e della carne rosolata. La moglie non smette di spaccar legnetti e di sbacchiare intorno alla stufa chiusini, coperchi e sportellini. D'un tratto Krasnuchin sussulta, apre gli occhi spaventato e comincia ad annusar l'aria.
- Dio mio, acido carbonico! - geme, contraendo dolorosamente il viso. - Acido carbonico! Questa donna insopportabile s'è prefissa di avvelenarmi! Orsù, dite, per amor di Dio, posso io scrivere in un ambiente così?
Egli corre in cucina e là esplode in drammatiche urla. Quando, dopo aver aspettato un po', la moglie, avanzando guardinga in punta di piedi, gli porta un bicchier di tè, egli siede come dianzi in poltrona, con gli occhi chiusi, e immerso nel suo tema. Non si muove, si tamburella leggermente in fronte con due dita e fa mostra di non sentir la presenza della moglie... Sul suo viso vi è, come poc'anzi, un'espressione d'innocenza offesa.
Come la ragazzina a cui han donato un prezioso ventaglio, egli, prima di scrivere il titolo, civetta lungamente con se stesso, posa, fa smancerie... Si preme le tempie, ora si rattrappisce e piega le gambe sotto la poltrona, come per dolore, ora strizza languido gli occhi, come un gatto sul divano... Infine, non senza esitanza, allunga la mano al calamaio e, con un'espressione come se firmasse una sentenza di morte, fa il titolo...
- Mamma, dammi dell'acqua! - egli sente la voce del figlio.
- Ssst! - dice la madre. - Il babbo scrive! Ssst...
Il babbo scrive lesto lesto, senza cancellature e interruzioni facendo appena in tempo a voltar le pagine. Busti e ritratti degli scrittori celebri miran la sua penna che scorre rapida, non si muovono e sembra che pensino: «Ohi, fratello, come ci hai fatto la mano!».
- Ssst! - stride la penna.
- Ssst! - fanno gli scrittori, quando sobbalzano con la tavola per un urto del ginocchio.
D'un tratto Krasnuchin si raddrizza, posa la penna e tende l'orecchio... Egli sente un sussurro eguale, monotono... Nella stanza attigua l'inquilino, Fomà Nikolàievic', sta pregando Iddio.
- Sentite! - grida Krasnuchin. - Non vorreste pregare un po' più piano? M'impedite di scrivere!
- Scusate... - risponde timidamente Fomà Nikolàievic'.
- Ssst!
Riempite di scrittura cinque paginette, Krasnuchin si stira e guarda l'orologio.
- Dio, già le tre! - geme. - La gente dorme, e io solo devo lavorare!
Rotto, spossato, chinata la testa di fianco, va in camera, desta la moglie e dice con voce languida:
- Nadia, dammi ancora del tè! Io... sono affranto!
Scrive fino alle quattro, e scriverebbe volentieri fino alle sei, se non fosse esaurito il tema. Civettare e posare davanti a se stesso, davanti agli oggetti inanimati, lungi da un occhio osservatore indiscreto, dispotismo e tirannia sul piccolo formicaio dalla sorte gettato sotto il suo dominio formano il sale e il miele della sua esistenza. E come questo despota qui, in casa, è dissimile da quel piccolo omino umiliato, privo di favella, incapace, che siamo avvezzi a veder nelle redazioni!
- Son così spossato che difficilmente prenderò sonno... - egli dice, coricandosi. - Il nostro lavoro, questo lavoro maledetto, ingrato, da galera, estenua non tanto il corpo quanto l'anima... Dovrei prender del bromuro... Oh, vede Iddio, se non fosse la famiglia, smetterei questo lavoro... Scrivere su ordinazione! E' tremendo! Egli dorme fino alle dodici, o fino all'una del pomeriggio, dorme sodo e profondamente... Ah, come ancora dormirebbe, che sogni farebbe, come si scapriccerebbe, se diventasse uno scrittore noto, redattore, o magari editore!
- Ha scritto tutta la notte! - bisbiglia la moglie, facendo un viso spaventato. - Ssst!
Nessuno ardisce né parlare, né camminare, né far rumore. Il suo sonno è cosa sacra, la cui profanazione il colpevole pagherebbe cara!
- Ssst! - aleggia nell'appartamento. - Ssst!
NOTE:
1) Nell'"Amleto" di Shakespeare.
2) Ofelia.
3) Celebre critico e pubblicista russo (1812-1848).
LA VENDETTA
Lev Savvic' Turmanov, un cittadino qualunque, che aveva un capitaluccio, una moglie giovane e una dignitosa calvizie, giocava, in occasione d'un onomastico, da un amico al "vint" (1). Dopo una buona perdita, quando fu colto dal sudore, si rammentò d'un tratto che da un pezzo non beveva vodka. Alzatosi, in punta di piedi, dondolandosi gravemente, avanzò fra le tavole, attraversò il salotto, dove ballava la gioventù (qui egli sorrise indulgente e batté paternamente sulla spalla a un giovane, esile farmacista), dopo di che sgusciò per un piccolo uscio che metteva alla stanza di ristoro. Lì, su un tavolino rotondo, stavan bottiglie, caraffe con vodka... Accanto ad esse, fra altri antipasti, verdeggiante di cipolline e prezzemolo, giaceva in un piatto un'aringa ormai mezzo mangiata. Lev Savvic' si mescé un bicchierino, mosse in aria le dita, come accingendosi a fare un discorso, bevve e fece un viso sofferente, poi conficcò una forchetta nell'aringa e... Ma allora di là dalla parete si udirono voci.
- D'accordo, d'accordo... - diceva arditamente una voce femminile.
- Solamente, quando sarà?
«Mia moglie», riconobbe Lev Savvic'. «Con chi è?».
- Quando vuoi, amica mia... - rispose dietro la parete una piena, pastosa voce di basso. - Oggi non è del tutto agevole, domani sono occupato tutt'il santo giorno...
«E' Degtiariòv!», riconobbe Turmanov nel basso uno dei suoi amici.
«Anche tu, Bruto, ci sei! (2) Possibile che abbia agganciato anche lui? Ma che donna insaziabile, turbolenta! Non può vivere un giorno senza romanzetto!».
- Sì, domani sono occupato,- continuò il basso. - Se vuoi, scrivimi domani qualcosa... Sarò contento e felice... Solo che dovremmo regolare la nostra corrispondenza. Bisogna escogitare un qualche trucco. Spedire per posta non è punto comodo. Se io ti scrivo, il tuo gallinaccio può intercettare la lettera dal postino; se tu scrivi a me, la mia metà riceverà me assente e sicuramente dissuggellerà.
- Come fare dunque?
- Bisogna idear qualche trucco. Per mezzo della servitù del pari non si può inviare, perché il tuo Sobàkevic' (3) di certo tiene con pugno di ferro cameriera e domestico... O che a carte ci giuoca?
- Sì. Perde eternamente, il babbeo!
- Vuol dire che ha fortuna in amore! - rise Degtiariòv. - Ecco, mammetta, che giochetto ho escogitato... Domani, alle sei di sera in punto io, tornando dall'ufficio, passerò per il giardino comunale, dove ho da incontrarmi col custode. Allora ecco tu, anima mia, cerca assolutamente per le sei, non più tardi, di deporre un bigliettino in quel vaso di marmo che, saprai, si trova a sinistra della pergola di vite...
- So, so...
- Ciò riuscirà poetico, e misterioso, e nuovo... Non lo saprà né il tuo pancione, né la fedel consorte. Hai capito?
Lev Savvic' bevve ancora un bicchierino e si avviò alla tavola da giuoco. La scoperta, che proprio allora aveva fatto, non l'aveva colpito, né meravigliato, né punto indignato. Il tempo ch'egli s'indignava, faceva scenate, litigava e perfino veniva alle mani, era passato ormai da un pezzo; aveva lasciato correre e ora chiudeva gli occhi sui romanzetti della sua volubile consorte. Ma tuttavia gli dispiacque. Espressioni come gallinaccio, Sobàkevic', pancione, eccetera, avevano ferito il suo amor proprio.
«Ma che canaglia, però, questo Degtiariòv!», pensava, segnando i meno.
«Quando lo s'incontra per via, si finge un così caro amico, mette in vista in denti, e fa lisciatine sul ventre, e ora, guarda un po', che scherzi ti combina! In faccia ti tratta d'amico, e di dietro per lui sono un gallinaccio e un pancione...». Quanto più egli sprofondava nei suoi sgraditi meno, tanto più grave si faceva il senso dell'offesa...
«Sbarbatello... », pensava, spezzando stizzosamente il gessetto.
«Ragazzaccio... Non ho voglia solo d'impicciarmi, se no ti farei veder io il Sobàkevic'!».
A cena non poté veder con indifferenza la fisonomia di Degtiariòv, e quello, come apposta, non finiva d'importunarlo con le domande: aveva vinto? perché era così triste? e così via. E aveva perfin la faccia tosta, in base ai diritti della buona conoscenza, di riprendere ad alta voce la consorte di lui, perché poco si curava della salute del marito. E la consorte, come nulla fosse, guardava il marito con gli occhietti languidi, rideva allegra e ciarlava innocentemente, talché il diavolo in persona non l'avrebbe sospettata d'infedeltà.
Tornato a casa, Lev Savvic' si sentiva rabbioso e malcontento come se, invece di vitella, avesse mangiato a cena una vecchia soprascarpa. Si sarebbe forse vinto e avrebbe dimenticato, ma il cicaleccio della consorte e i suoi sorrisi a ogni secondo gli rammentavano il gallinaccio, l'oca, il pancione...
«Consumargli le guance a schiaffi dovrei, al mascalzone... », pensava.
«Bistrattarlo in pubblico».
E pensava che sarebbe stato bene, ora, picchiare Degtiariòv, sparargli in duello, come a un passero... sbalzarlo dall'impiego, o porre nel vaso di marmo qualcosa di sconcio, di puzzolente: un topo morto, per esempio... Non sarebbe stato male sottrarre anticipatamente la lettera della moglie dal vaso, e in sua vece mettere qualche versetto scabroso con la firma «La tua Akulka», o qualcosa del genere.
A lungo Turmanov camminò per la camera e si dilettò in simili fantasie. D'un tratto si fermò e si batté in fronte.
- Ho trovato, bravo! - esclamò, e addirittura raggiò di contentezza.
- Ciò riuscirà a meraviglia! A me-eraviglia!
Quando si fu addormentata la sua consorte, egli sedette a tavola e, dopo lungo esitare, alterando la propria scrittura e inventando errori di grammatica, scrisse quel che segue: «Al mercante Dulinov. Egregio signore! Se alle sei di sera di quest'oggi 12 settembre nel vaso di marmo, che trovassi nel giardino comunale a manca del capanno di vite, non staranno messi da voi duecento rubli, sarete ucciso e la vostra bottega di mercerie salterà in aria». Dopo aver scritto una tal lettera, Lev Savvic' balzò dall'entusiasmo.
- Com'è pensata, eh? - mormorava, fregandosi le mani. - Splendido!
Miglior vendetta satana stesso non l'inventerà! Naturalmente il mercantone avrà paura e subito riferirà alla polizia, e la polizia si apposterà verso le sei nei cespugli, e l'acciufferà, il colombello, quando si farà avanti per la lettera!... Sì che si prenderà paura!
Mentre la faccenda si chiarirà, avrà il tempo, la canaglia, di passarne a iosa, e di star dentro a sazietà... Bravo!
Lev Savvic' appiccicò il francobollo alla lettera e la recò egli stesso alla cassetta postale. Si addormentò col più beato sorriso e dormì soavemente come da un pezzo non dormiva. Destatosi la mattina e rammentando la sua trovata, canticchiò allegro in sordina e prese perfin la moglie infedele per la bazzetta. Avviandosi all'ufficio, e poi seduto in cancelleria, non fece che sorridere e immaginarsi lo sgomento di Degtiariòv, quando sarebbe caduto nel tranello...
Dopo le cinque non resse più e corse nel giardino comunale, per contemplare coi suoi occhi la disperata situazione del nemico.
«Aah!», fece entro di sé, incontrando una guardia.
Giunto al capanno di vite, sedette sotto un cespuglio e, puntando gli sguardi bramosi sul vaso, prese ad aspettare. La sua impazienza non aveva limiti.
Alle sei precise spuntò Degtiariòv. Il giovanotto era, a quanto pareva, del più eccellente umore. La sua tuba posava arditamente sulla nuca e dal suo cappotto aperto sembrava occhieggiasse, insieme col cappotto, l'anima stessa. Egli fischiettava e fumava un sigaro...
«Ecco, ora imparerai a conoscere il gallinaccio e il Sobàkevic'!».
gioì maligno Turmanov. «Aspetta!».
Degtiariòv s'accostò al vaso e vi cacciò pigramente una mano... Lev Savvic' si sollevò e gli piantò gli occhi addosso... Il giovanotto trasse fuori dal vaso un piccolo piego, lo guardò da tutte le parti e alzò le spalle, poi, irresoluto, lo dissuggellò, tornò ad alzar le spalle e gli si dipinse in viso un'estrema perplessità; nel piego v'erano due biglietti iridati (4)!
A lungo Degtiariòv esaminò questi biglietti. Alla fine, senza smettere di stringersi nelle spalle, li ficcò in tasca e pronunciò: «Merci!».
L'infelice Lev Savvic' udì questo «Merci». L'intera serata dipoi stette di fronte alla bottega di Dulinov, minacciando l'insegna col pugno e borbottando indignato:
- Vvvigliacco! Mercantuccio! Spregevole Kit Kitic' (5)! Vvvigliacco!
Lepre panciuta!...
NOTE:
1) Specie di "Whist", che si giuoca in quattro.
2) Allusione alle ultime parole di Cesare - «Tu coque, Brute, fili mi?» (anche tu, Bruto, figlio mio?)-nel vedere fra i congiurati che lo colpivano il figlio Marco Bruto (secondo altri, Decimo Bruto Albino. da Cesare amato come un figlio).
3) Forma patronimica burlesca che significa: figlio di cane.
4) Cioè da cento rubli: i biglietti di banca russi si distinguevano e s'indicavano, nell'uso comune, secondo il colore (rossi, azzurri, grigi, iridati eccetera), in relazione col loro valore.
5) Altra forma patronimica ingiuriosa. Letteralmente: Balena (figlio) di Balena.
LINGUA LUNGA
Natalia Michàilovna, una giovane damina, giunta la mattina da Jalta, pranzava e, menando instancabilmente la lingua, narrava al marito quali fossero gl'incanti della Crimea. Il marito, allietato, guardava con intenerimento il viso rapito di lei, ascoltava e ogni tanto faceva domande...
- Ma, dicono, la vita laggiù è insolitamente cara? - domandò egli fra l'altro.
- Come dirti? Secondo me, il caro dei prezzi l'hanno esagerato, babbino. Il diavolo non è così brutto come lo si dipinge. Io, per esempio, con Julia Petrovna avevo una camera comoda e decorosa per venti rubli al giorno. Tutto, amico mio bello, dipende dal saper vivere. Certo, se ti vien voglia di andartene da qualche parte in montagna... per esempio, sull'Ai-Petri... prenderai cavallo, guida:
be' allora, certo, è caro. Tremendamente caro! Ma, Vàssicka, che mo- onti ci son là! Figurati delle montagne alte alte, mille volte più della chiesa... In cima nebbia, nebbia, nebbia... In basso enormissime pietre, pietre, pietre... E pini... Ah, non posso rammentare!
- A proposito... in tua assenza qui in non so che rivista lessi di certe guide tartare di laggiù... Schifezze tali! Che, sono in realtà una qualche gente speciale?
Natalia Michàilovna fece una smorfia sprezzante e crollò il capo.
- Comuni tartari, nulla di speciale... - disse. - Del resto io li vidi da lontano, di sfuggita... Me li indicavano ma non vi feci caso.
Io, babbino, ho sempre nutrito una prevenzione contro tutti quei circassi, greci... mori!
- Dongiovanni terribili, dicono.
- Può essere! Ci son donne indegne che...
Natalia Michàilovna d'un tratto saltò su, come se si fosse ricordata d'alcunché di terribile, guardò per mezzo minuto il marito con occhi spaventati e disse, strascicando ogni parola:
- Vàssic'ka, ti dirò che im-mo-ra-li ci sono! Ah, che immorali! Non già, sai, donne semplici, o di mezza tacca, ma aristocratiche, queste spocchiose d'alto bordo! Un orrore semplicemente, io non credevo ai miei occhi! Sarò morta e non l'avrò scordato! Via, ci si può forse lasciar andare al punto di... Ah, Vàssic'ka, addirittura non voglio parlare! Prendiamo anche solo la mia compagna di viaggio Julia Petrovna... Un marito così buono, due bambini... appartiene a gente ammodo, si dà sempre arie di santa, e d'un tratto, puoi figurarti...
Solo, babbino, questo, certamente, "entre nous" (1)... Dai la parola d'onore che non lo dirai a nessuno?
- Via, ecco quel che vai ancora a pensare! Si capisce, non lo dirò.
- Parola d'onore? Bada bene! Io ti credo...
La damina posò la forchetta, diede al suo viso un'espressione misteriosa e bisbigliò:
- Figurati una cosa così... Si recò questa Julia in montagna... Faceva un tempo meraviglioso! Davanti va lei con la sua guida, un po' indietro, io. Avevamo fatto tre o quattro verste (2), d'un tratto, capisci, Vàssic'ka, Julia manda un grido e si porta la mano al petto.
Il suo tartaro la prende per la vita altrimenti sarebbe caduta di sella... Io con la mia guida mi accosto a lei... Che cos'è? Di che si tratta? «Oh», grida, «muoio! Mi sento male! Non posso proseguire!».
Figurati il mio spavento! «Allora», dico, «andiamocene indietro!».
«No», dice, «Natalie, non posso venire indietro! Se faccio un sol passo ancora, muoio dal dolore! Ho degli spasimi!». E prega, scongiura, per amor di Dio, me e il mio Suleiman perché torniamo in città e le portiamo delle gocce di Bestuzev, che a lei giovano.
- Ferma... Io non ti capisco del tutto... - borbottò il marito, grattandosi la fronte. - Prima hai detto d'aver visto quei tartari solo da lontano, e ora vai raccontando di un certo Suleiman.
- Su via, ti attacchi di nuovo a una parola! - si accigliò la damina, senza punto scomporsi. - Non posso soffrir la diffidenza!
Non posso soffrirla! E' sciocco e poi sciocco!
- Io non m'attacco, ma... perché dire il falso? Hai scavallato coi tartari, be', così sia, Dio t'assista, ma... perché tergiversare?
- Uhm!... come sei strano: - s'indignò la damina. - E' geloso d'un Suleiman! Immagino come te n'andresti tu in montagna senza guida!
Immagino! Se non conosci la vita di laggiù, se non capisci, farai meglio a tacere. Taci e taci! Senza guida là non si può fare un passo.
- Lo credo bene!
- Di grazia, senza codesti sorrisi sciocchi! Per tua norma, non sono una Julia qualunque... Io non la giustifico, ma io..; psss! Sebbene non mi atteggi a santa, non mi son però ancor lasciata andare a tanto.
Con me Suleiman non usciva dai limiti... No-o! Mametkul se ne stava tutto il tempo da Julia, ma da me, appena scoccavan le undici, subito:
«Suleiman, marsc! Andatevene!». E il mio sciocco tartarello se ne va.
Lo tenevo, babbino, con pugno di ferro... Appena si metteva a brontolare circa i quattrini o altro, io subito: «Co-ome? coosa? Che co-o-osa?». E a lui veniva il sudor freddo... Ahah-ah'... Gli occhi, capisci, Vàssic'ka, neri neri, come il ca-arbone, un musetto da tartaro, così sciocco, buffo... Ecco io come lo tenevo! Ecco!
- Immagino... - mugolò il consorte, arrotolando palline di pane.
«sciocco, Vàssic'ka! So bene quali pensieri hai! So quel che pensi...
Ma, ti assicuro, con me anche durante le gite non usciva dai limiti.
Per esempio, andassimo in montagna, oppure alla cascata di U-cian-Su, sempre gli dicevo: «Suleiman, venire dietro! Su!». E lui sempre veniva dietro, poveraccio... Perfino durante... nei siti più patetici gli dicevo: «E tuttavia non devi scordare che tu sei solo un tartaro, e io son la moglie d'un consigliere di Stato!». Ah-a,h...
La damina scoppia a ridere, poi si guardò rapidamente attorno e, facendo un viso spaventato, bisbigliò:
- Ma Julia! Ah, quella Julia! Io capisco, Vàssic'ka, perché non folleggiare un po', non riposare dalla vacuità della vita mondana?
Tutto questo si può... folleggia, fammi il piacere, nessuno ti biasimerà, ma prender ciò sul serio, far delle scene... no, come vuoi, questo non lo capisco! Immagina, era gelosa! Via, non è sciocco? Una volta viene da lei Mametkul, la sua passione... Lei non era in casa...
Ebbene, io lo invitai a entrar da me... cominciaron discorsi, e questo e quello... costoro, sai, sono spassosissimi! Inavvertitamente così passammo la sera... D'un tratto entra di volo Julia... Si scaglia contro di me, contro Mametkul... ci fa una scenata... oibò! Questo non lo capisco, Vàssic'ka...
Vàssic'ka bofonchiò, si accigliò e prese a camminar per la stanza.
- Ve la passavate allegramente laggiù, non c'è che dire! - brontolò, sorridendo nauseato.
- Be', com'è scio-occo questo! - si offese Natalia Michàilovna.- Io lo so, a che cosa pensi! Tu hai sempre dei pensieri così disgustosi!
Non ti racconterò proprio nulla. Non ti racconterò!
La damina imbroncì e tacque.
NOTE:
1) Tra noi.
2) La versta corrisponde a chilometri 1,067.
NERVI
Dmitri Ossipovic' Vaksin, architetto, ritornò dalla città alla sua villetta sotto l'impressione fresca della seduta spiritica da poco trascorsa. Svestendosi e coricandosi sul suo letto solitario (madama Vaksin era partita per la Trinità) (1), Vaksin prese involontariamente a riandare tutto ciò che aveva udito e visto. Una seduta, a dirla propriamente, non c'era stata, e la sera era passata solo in conversazioni paurose. Una signorina di punto in bianco s'era messa a parlare di divinazione del pensiero. Dal pensiero insensibilmente eran passati agli spiriti, dagli spiriti alle apparizioni, dalle apparizioni ai sepolti vivi... Un signore e aveva letto il pauroso racconto di un morto che s'era rigirato nella bara. Lo stesso Vaksin aveva chiesto un piattino e aveva mostrato alle signorine come bisogna discorrere con gli spiriti. Aveva evocato, tra l'altro, il proprio zio Klavdi Mirònovic' e mentalmente gli aveva domandato: «Non sarebbe tempo per me d'intestar la casa al nome della moglie?», al che lo zio aveva risposto: «A tempo opportuno tutto è bene».
«Molto v'è di misterioso e di... pauroso in natura... » meditava Vaksin, stendendosi sotto la coperta. «Non fanno paura i morti, ma questa incertezza... ».
Scoccò l'una di notte. Vaksin si girò sull'altro fianco e sbirciò di sotto la coperta la fiammella azzurra del lumino. La luce guizzava e a stento rischiarava la vetrinetta delle icone e un gran ritratto dello zio Klavdi Mironic' appeso di fronte al letto.
«E che, se in questa semioscurità apparisse ora l'ombra dello zio?», balenò nella testa di Vaksin. «No, è impossibile!».
Le apparizioni sono un pregiudizio, frutto d'intelletti immaturi, ma, nondimeno, Vaksin si tirò pur sempre sulla testa la coperta e chiuse più stretti gli occhi. Nella sua immaginazione baluginò il cadavere rigiratosi nella bara, passarono le immagini della morta zia, d'un camerata impiccatosi, d'una ragazza annegata... Vaksin prese a scacciar dalla testa i pensieri tenebrosi, ma più energicamente li scacciava, più chiare si facevan le figure e più paurosi i pensieri.
Egli si sentì oppresso.
«Il diavolo sa quel che è... Hai paura, come un piccolo... E' sciocco!».
«Cik... cik... cik», batteva dietro la parete l'orologio. Alla chiesa del villaggio, nel cimitero, il custode cominciò a sonare. Era un rintocco lento, lugubre, che succhiava l'anima... Per la nuca e il dorso di Vaksin corse un freddo formicolio. Gli sembrò che sopra il suo capo qualcuno respirasse penosamente, come se lo zio fosse uscito dalla cornice e si fosse chinato sul nipote... Vaksin si sentì intollerabilmente oppresso. Dal terrore strinse i denti e trattenne il respiro. Infine, quando dalla finestra aperta volò dentro un maggiolino e ronzò sopra il suo letto, egli non resse e tirò disperatamente il campanello.
- Demetri Ossipic', "was wollen Sie" (2)? - si sentì di lì a un minuto dietro l'uscio la voce della governante - Ah, siete voi, Rosalia Kàrlovna? - si allietò Vaksin. - Perché vi disturbate? Gavrila avrebbe potuto...
- Chavrila vui stessi l'hai lasciato andare in città, e Glafira è andata in qualche posto di prima sera... Non c'è nessuno in casa...
"Was wollen Sie doch" (3)?
- Io, "màtuska" (4), ecco quel che volevo dire... Già... Ma entrate, non state in soggezione! Da me è buio...
In camera entrò la grossa Rosalia Kàrlovna dalle guance rosse e si fermò in atteggiamento di attesa.
- Sedete, "màtuska"... Vedete, ecco di che si tratta... - «Che cosa domandarle?», pensò Vaksin, guardando di traverso il ritratto dello zio e sentendo come la sua anima gradatamente si avviava a uno stato di calma. - Io, a dir propriamente, ecco di che cosa volevo pregarvi... Quando domani l'uomo andrà in città, non dimenticate di ordinargli che... già.., passi a comprar dei cannellini per sigarette... Ma sedete!
- Dei cannellini? Bene! "Was wollen Sie noch" (5)?
- "Ich will" (6)... Io non "will" nulla, ma... Ma sedete! Io penserò ancora che altro...
- E' sconveniente per ragazza restare in camera d'uomo... Vui, io vedo. Demetri Ossipic', siete un birichino... un burlone... Io capito... Non si desta persona per cannellini... Io capito...
Rosalia Kàrlovna si volse e uscì. Vaksin, calmato alquanto dal colloquio con lei e vergognoso della propria pusillanimità, si tirò sul capo la coperta e chiuse gli occhi. Per un dieci minuti si sentì passabilmente, ma poi nella sua testa tornarono a insinuarsi le stesse assurdità... Egli sputò, cercò a tastoni i fiammiferi e, senz'aprir gli occhi, accese la candela. Ma anche la luce non giovò.
All'impaurita immaginazione di Vaksin pareva che da un angolo qualcuno guardasse e che gli occhi dello zio ammiccassero.
- La chiamerò di nuovo, che il diavolo la porti... - decise. - Le dirò che sono malato... Chiederò delle gocce.
Vaksin sonò. Non seguì risposta. Sonò ancora una volta e, come in risposta alla sua scampanellata, ricominciarono i rintocchi al cimitero. Colto da terrore, tutto freddo, egli corse a rotta di collo fuori della camera e, segnandosi, dandosi del pusillanime, volò a piedi scalzi e con la sola biancheria indosso verso la stanza della governante.
- Rosalia Kàrlovna!-prese a dire con voce tremante bussando all'uscio. - Rosalia Kàrlovna! Voi... dormite? Io... già... sono malato... Delle gocce!
Non seguì risposta. Intorno regnava il silenzio...
- Vi prego... capite? Prego! E a che pro codesta... meticolosità, non capisco, in particolare, se un uomo... è malato? Come siete delicata e smancerosa però, davvero! Coi vostri anni...
- Io a vostra moglia dicerò... Non lascia in pacie una figliol'onest... Quando vivio dal baron Antsig e il baron volse venir da me per fiammifori, io capito... io subito capito, quali fiammifori, e detto al baroness... Io son figliol'onest...
- Ah, che diavolo me ne faccio io della vostra onestà? Io sono malato... e chiedo delle gocce. Capite? Sono malato!
- Vostra moglie è donna buona, onest, e voi dovete amarla! Ja (7)! Lei è nobil! Io non desidera esser sua nemico!
- Una sciocca siete, ecco tutto! Capite? Una sciocca!
Vaksin si appoggiò all'architrave, incrociò le braccia e prese ad aspettare che gli passasse la paura. Di rientrar nella sua stanza, dove guizzava il lumino e guardava da una cornice lo zietto, non gli bastavan le forze, starsene all'uscio della governante in sola biancheria era per ogni verso inopportuno. Che si doveva fare?
Batteron le due e la paura tuttora non passava e non diminuiva. Nel corridoio era scuro e da ogni angolo guardava qualcosa di scuro.
Vaksin si girò col viso all'architrave, ma subito gli parve che qualcuno l'avesse leggermente tirato di dietro per la camicia e toccato nella spalla...
- Che il diavolo ti sbrani... Rosalia Kàrlovna!
Non seguì risposta. Vaksin, irresoluto, aprì l'uscio e gettò un'occhiata nella stanza. La virtuosa tedesca dormiva placidamente. Un piccolo lumino da notte rischiarava le prominenze del suo corpo sodo, spirante salute. Vaksin entrò nella camera e sedette su un baule di vimini che stava accanto all'uscio. In presenza di un essere dormente, ma vivo, si sentì più sollevato.
«Se la dorma pure, la tedescotta... » pensava. «Starò vicino a lei, e quando farà giorno, uscirò... Adesso... si fa chiaro presto».
In attesa dell'alba, Vaksin si rannicchiò sul baule, pose un braccio sotto il capo e si mise a pensare.
«Che significano i nervi, però! Un uomo evoluto, pensante, e intanto... il diavolo sa che cosa! Fa perfin vergogna...».
Ben presto, ascoltando il quieto, ritmico respiro di Rosalia Kàrlovna, egli si calmò del tutto...
Alle sei di mattina la moglie di Vaksin, tornata dalla Trinità e non avendo trovato il marito in camera, andò dalla governante a chiederle degli spiccioli per pagare il vetturino. Entrando dalla tedesca, ella vide questo quadro: sul letto, tutta spampanata dal caldo, dormiva Rosalia Kàrlovna, e a una tesa da lei, sul baule di vimini, piegato a ciambella, russava quieto nel sonno del giusto suo marito. Egli era scalzo e in sola biancheria. Quel che disse la moglie, e come fosse sciocca la fisonomia del marito, quand'egli si destò, lo lascio raffigurare ad altri. Io, già, impotente a farlo, depongo le armi.
NOTE:
1) A sessanta chilometri da Mosca: uno dei due più celebri e grandiosi conventi russi (Paltro era a Kiev). Fondato da San Serio nel 1340 comprendeva tredici chiese, un'accademia religiosa, una scuoia di pittura sacra eccetera, ed era meta di continui pellegrinaggi.
2) Che cosa vuole? (in tedesco).
3) Che cosa vuole dunque?
4) Mammina: espressione di rispettosa e familiare cortesia, di uso frequente nel dialogo russo con donna di qualsiasi età.
5) Che cosa vuole ancora?
6) Io voglio...
7) Sì.
LO SPECCHIO CURVO
(RACCONTO DI NATALE)
Io e mia moglie entrammo in salotto. Vi odorava di muffa e d'umidità.
Milioni di ratti e di sorci si precipitarono da tutte le parti, quando noi rischiarammo i muri che non avevan visto la luce durante tutt'un secolo. Quando chiudemmo l'uscio dietro di noi, soffiò una folata e smosse la carta giacente a mucchi negli angoli. La luce cadde su questa carta e noi scorgemmo caratteri antichi e figurazioni medievali. Alle pareti inverdite dal tempo pendevano ritratti di antenati. Gli antenati guardavano altezzosi, arcigni, come se volessero dire:
- Frustarti si dovrebbe, fratellino!
I nostri passi risonavano per tutta la casa. Alla mia tosse rispondeva un'eco, la stessa eco che un tempo aveva risposto ai miei antenati...
E il vento urlava e gemeva. Nella canna del camino qualcuno piangeva, e in questo pianto si sentiva la disperazione. Grosse gocce di pioggia picchiavano sulle scure finestre opache, e il loro picchiare dava angoscia.
- Oh, antenati, antenati! - diss'io, sospirando significativamente.
- Se fossi scrittore, mirando i loro ritratti scriverei un lungo romanzo. Ché ciascuno di questi vegliardi fu giovane un dì, e ciascuno, o ciascuna, ebbe un romanzo... e che romanzo! Guarda, per esempio, questa vecchina, mia bisavola. Vedi, - domandai a mia moglie, - vedi tu lo specchio che pende là nell'angolo?
E additai a mia moglie un grande specchio in bronzea guarnitura nera, appeso in un angolo accanto al ritratto della mia bisavola.
- Questo specchio possiede proprietà magiche: esso causò la rovina della mia bisavola. Lo aveva pagato una somma enorme e non se ne separò fin proprio alla morte. Vi si guardava i giorni e le notti, senza posa vi si guardava perfin quando beveva e mangiava. Nei coricarsi, ogni volta lo metteva con sé in letto e, morendo pregò di deporlo con lei nella bara. Non soddisfecero ii suo desiderio solo perché lo specchio non capiva nel feretro.
- Era civetta? - domandò mia moglie.
- Supponiamo. Ma non aveva forse altri specchi? Perché amò talmente proprio questo specchio, e non un altro qualsiasi? E forse non aveva specchi migliori? No, lì, cara mia, si cela un qualche tremendo mistero. Non può essere altrimenti. La tradizione dice che nello specchio risiede il diavolo e che la bisavola aveva un debole per i diavoli. Certo, è un'assurdità, ma è indubbio che lo specchio in guarnitura di bronzo possiede una forza misteriosa.
Io scossi dallo specchio la polvere, vi guardai e diedi in una risata.
Al mio riso rispose sordamente l'eco. Lo specchio era curvo e contorceva la mia fisonomia da tutte le parti: il naso venne a trovarsi sulla guancia sinistra, e il mento si sdoppiò e si cacciò da un lato.
- Strano gusto quello della mia bisavola! - dissi.
La moglie si accostò irresoluta allo specchio, vi guardò dentro ella pure, e subito accadde qualcosa di terribile. Ella impallidì, tremò in tutte le membra e mandò un grido. Il candeliere le cadde di mano, rotolò sul pavimento e la candela si spense. Ci avvolsero le tenebre.
Subito dopo intesi la caduta sull'impiantito d'alcunché di pesante:
mia moglie si era abbattuta priva di sensi.
Il vento prese a gemere ancor più lamentosamente, presero a correre i ratti, nelle carte frusciarono i sorci. I miei capelli si rizzarono e si mossero, quando da una finestra si staccò l'imposta e volò da basso. Nel vano della finestra si mostrò la luna...
Io afferrai mia moglie, la cinsi e la portai fuori dalla dimora degli avi. Ella rinvenne solo la sera del giorno dopo.
- Lo specchio! Datemi lo specchio! - disse, riavendosi. - Dov'è lo specchio?
Tutt'una settimana dipoi ella non bevve, non mangiò, non dormì, e pregava di continuo che le portassero lo specchio. Singhiozzava, si strappava i capelli in capo, si agitava, e infine, quando il dottore ebbe dichiarato ch'ella poteva morire di esaurimento e che il suo stato era in sommo grado pericoloso, io, vincendo il mio terrore, ridiscesi giù e le recai di là lo specchio della bisavola. Vedendolo, ella rise forte dalla felicità, poi lo afferrò, lo baciò e vi fissò gli occhi.
Ed ecco, son trascorsi ormai più di dieci anni, e lei tuttora si guarda nello specchio e non se ne stacca un solo istante.
- Possibile che questa sia io? - bisbiglia, e sul suo viso insieme col rossore, si accende un'espressione di beatitudine e d'estasi. - Sì, son io! Tutto mentisce, fuorché questo specchio! Mentiscono gli uomini, mentisce il marito! Oh, se mi fossi vista prima, se avessi saputo quale sono realmente, non avrei sposato quest'uomo! Egli non è degno di me! Ai miei piedi devon giacere i cavalieri più belli, più nobili!...
Un giorno, stando dietro a mia moglie, guardai inavvertitamente nello specchio, e scoprii il terribile segreto. Nello specchio scorsi una donna di accecante bellezza, quale mai ho incontrato nella vita. Era un prodigio della natura, un'armonia di beltà, di eleganza e d'amore.
Ma di che si trattava? Che cos'era accaduto? Perché mia moglie, brutta, sgraziata, nello specchio pareva così bella? Perché?
Ma perché lo specchio curvo aveva storto il brutto viso di mia moglie in tutti i sensi, e per tale spostamento dei suoi tratti esso era diventato casualmente bellissimo. Meno per meno dava più.
E ora noi due, io e mia moglie, stiamo davanti allo specchio e, senza staccarcene un sol minuto, vi guardiamo dentro: il mio naso monta sulla guancia sinistra, il mento s'è sdoppiato e spostato da una parte, ma il volto di mia moglie è incantevole, e una passione furiosa, insensata s'impadronisce di me.
- Ah-ah-ah! - sghignazzo io selvaggiamente.
E mia moglie bisbiglia, in modo appena percettibile:
- Come son bella!
AL CIMITERO
"Dove son adesso i suoi raggiri le sue calunnie, gli appigli, le concussioni?
Amleto.
- Signori, s'è levato il vento, e già comincia a far buio. Non faremmo bene ad andarcene, mentre siam sani e salvi?
Il vento percorse il giallo fogliame delle vecchie betulle, e dalle foglie ci si rovesciò addosso una grandinata di grosse gocce. Uno dei nostri scivolò sul terreno argilloso e, per non cadere, si afferrò a una gran croce grigia.
- «Consigliere onorario e cavaliere Jegòr Griaznorukov'... (1) » - egli lesse. - Io conoscevo questo signore... Amava la moglie, portava l'ordine di Stanislao (2), non leggeva nulla... Il suo stomaco digeriva puntualmente... Non era un bel vivere? Sembra che non si sarebbe dovuto morire, ma - ahimè! -il caso gli faceva la posta... Il poveraccio cadde vittima del suo spirito d'osservazione.
Un giorno, stando a origliare, ebbe un tal colpo d'uscio in testa che si buscò la commozione cerebrale (egli aveva un cervello) e morì... Ed ecco, sotto questo monumento giace un uomo che fin dalle fasce odiò i versi, gli epigrammi... Come per derisione, tutto il suo monumento è screziato di versi... Sta venendo qualcuno!
Ci arrivò a pari un uomo con un cappotto liso e dalla faccia rasa, paonazza. Sotto l'ascella aveva una mezza bottiglia, dalla tasca gli spuntava un cartoccio con salame.
- Dov'è qui la tomba dell'attore Muskin? - ci domandò con voce rauca.
Noi lo conducemmo alla tomba dell'attore Muskin, morto un due anni addietro.
- Sareste un impiegato? - gli domandammo.
- Signornò, un attore... Oggidì un attore è difficile distinguerlo da un impiegato concistoriale. Questo l'avete sicuramente osservato... E' caratteristico, sebbene per un funzionario non sia del tutto lusinghiero.
A stento trovammo la tomba dell'attore Muskin. Essa aveva ceduto, s'era ricoperta di loglio e aveva perduto la forma di una tomba... La piccola croce da buon prezzo, piegata su un lato, e coperta di muschio verde annerito dal freddo, aveva un'aria senilmente triste e come malaticcia.
- «Al dimenticabile amico Muskin»... - leggemmo.
Il tempo aveva cancellato l'in e riparato all'umana menzogna.
- Attori e giornalisti raccolsero i soldi per fargli il monumento e...
se li bevvero, i colombelli... - sospirò l'attore, inchinandosi fino al suolo e sfiorando coi ginocchi e il berretto la terra bagnata.
- Cioè, come se li bevvero?
- E' molto semplice. Raccolsero i quattrini, lo stamparono sui giornali e se li bevvero... Ciò non per biasimo dico, ma così.. Buon pro vi faccia, angeli! A voi buon pro, e a lui memoria eterna.
- Una bevuta fa mal pro, e un'eterna memoria non è che afflizione. Ci conceda Iddio una memoria temporale, e in quanto all'eterna, che farsene!
- Dite giusto. Era pure un uomo noto, Muskin, di ghirlande dietro al feretro ne portarono una decina, e già l'hanno scordato! Chi l'ebbe in grazia l'ha dimenticato, e quelli a cui fece del male lo ricordano.
Io, per esempio, non lo scorderò nei secoli dei secoli, perché, tranne che male, nulla mai vidi da lui. Non amo il defunto .
- Che male vi fece dunque?
- Un male grande, - sospirò l'attore, e sul suo viso si diffuse un'espressione di amara offesa. - Uno scellerato fu egli per me, un brigante, si abbia il regno dei cieli. Fu guardando lui e ascoltandolo che mi feci attore. Egli m'attirò con la sua arte fuor della casa paterna, m'incantò con le artistiche vanità, molto promise, e diede lacrime e dolori... Amara sorte quella dell'attore! Perdetti e gioventù, e sobrietà, e l'immagine di Dio... Senza un soldo in tasca, coi calcagni storti, la frangia e le pezze a scacchiera sui calzoni, l'effigie come morsicata dai cani... In capo libertà di pensiero e stoltezza... Mi tolse anche la fede, il mio manigoldo! Pazienza se ci fosse stato dell'ingegno, ma così mi son rovinato per men d'un quattrino... Fa freddo, stimabili signori... Non ne vorreste? Basta per tutti.., Brrr... Beviamo al riposo dell'anima! Sebbene io non l'ami, sebbene sia un morto, pure io ho lui solo al mondo, solo come un dito. Mi vedo con lui l'ultima volta... I dottori han detto che presto morirò dal bere, e allora, ecco, son venuto a prender commiato.
Bisogna perdonare ai nemici.
Lasciammo l'attore a intrattenersi col morto Muskin e proseguimmo.
Cominciò a cadere una pioggerella fredda.
Allo svoltare nel viale principale, cosparso di pietrisco, incontrammo un corteo funebre. Quattro portatori in cinture bianche di calicò e stivali fangosi, con fogliame appiccicato, portavano una bara di color rossobruno. Si faceva buio, ed essi si affrettavano, inciampando e dondolando la barella...
- Passeggiamo qui da due ore appena, e in nostra presenza è già il terzo che portano... Se si andasse a casa, signori?
NOTE:
1) Vale: dalle mani sporche.
2) L'ordine di Santo Stanislao, fondato dal re di Polonia Stanislao Augusto Poniatowski e riconosciuto dallo zar Alessandro primo.
GLI STIVALI
L'accordatore di pianoforti Murkin, un uomo dal viso giallo, il naso tabaccoso e l'ovatta negli orecchi, uscì dalla sua stanza nel corridoio e con voce tintinnante gridò:
- Semiòn! Cameriere!
E guardando la sua faccia spaventata, si poteva pensare che gli fosse cascato addosso l'intonaco, o che in camera sua avesse visto allora allora uno spettro.
- Di grazia, Semiòn! - prese a gridare, scorgendo il cameriere che accorreva da lui.-Che è ciò? Io sono un uomo reumatico, infermiccio, e tu mi costringi a uscire scalzo! Perché non mi dai ancora gli stivali? Dove sono?
Semiòn entrò nella camera di Murkin, guardò nel posto dov'egli aveva l'abitudine di porre gli stivali ripuliti, e si grattò la nuca: gli stivali non c'erano.
- Dove potrebbero essere, i maledetti? - disse Semiòn. - In serata, mi sembra, li pulii e li misi qui... Uhm!... Ieri, confesso, avevo bevuto un po'... E' da supporre che li abbia messi in un'altra camera. E' proprio così, Afanassi Jegoric', in un'altra camera!
Stivali ce n'è molti, e, in cimberli, li distinguerà il diavolo, se tu non hai la testa a segno... Devo averli messi dalla signora che alloggia qui accanto... dall'attrice...
- E ora per causa tua ho da andar dalla signora a disturbare! Eccomi per un'inezia a dover svegliare una brava donna!
Sospirando e tossendo, Murkin si accostò all'uscio della camera attigua e bussò cautamente.
- Chi è? - si sentì di lì a un minuto una voce femminile.
- Sono io! - cominciò con voce querula Murkin, mettendosi nella positura d'un cavaliere che parli con una signora del gran mondo. - Scusate il disturbo, signora, ma io sono un uomo malaticcio, reumatico... A me, signora, i dottori hanno ordinato di tenere i piedi al caldo, tanto più che ora devo andar ad accordare un pianoforte dalla generalessa Scevelitsin. Non posso mica andarci scalzo!...
- Ma voi che volete? Che pianoforte?
- Non un pianoforte, signora, ma riguardo agli stivali!
Quell'ignorante di Semiòn ha pulito i miei stivali e per sbaglio li ha messi nella vostra stanza. Siate così gentile, signora, datemi i miei stivali!
Si udì un fruscio, un salto dal letto e un ciabattare, dopo di che l'uscio si aprì un poco, e una paffuta manina di donna gettò ai piedi di Murkin un paio di stivali. L'accordatore ringraziò e si diresse in camera sua.
- E' strano... - mormorò, calzando uno stivale. - Si direbbe che non è lo stivale destro. Ma qui ci son due stivali di sinistra! Son tutt'e due sinistri! Ascolta, Semiòn, ma questi non sono i miei stivali! I miei stivali sono con tiranti rossi e senza toppe, e questi son certi così rotti, senza tiranti!
Semiòn sollevò gli stivali, li rigirò più volte davanti ai propri occhi e corrugò la fronte.
- Questi son gli stivali di Pavel Aleksandric'... - borbottò guardando di sbieco.
Egli era strabico dall'occhio sinistro.
- Che Pavel Aleksandric'?
- Un attore... viene qua ogni martedì... Dunque è lui che, invece dei suoi, ha calzato i vostri... Vuol dire che in camera da lei ho messo le due paia: i suoi e i vostri. Un bell'impiccio!
- Allora va' e cambiali!
- Salute! - sorrise Semiòn. - Va' e cambiali... E dove ho da prenderlo adesso? E' ormai un'ora ch'è uscito... Va' a cercare il vento nei campi!
- Ma dove abita?
- E chi lo sa? Viene qua ogni martedì, ma dove abiti noi non si sa.
Viene, pernotta, e aspettalo fino a un altro martedì...
- Ecco, vedi, porco, quel che hai combinato! Ebbene che devo fare adesso? E' ora ch'io vada dalla generalessa Scevelitsin, maledetto che sei! I piedi mi si sono intirizziti!
- Cambiar di stivali non è cosa lunga. Calzate questi stivali, camminateci fino a sera, e stasera a teatro... Là domandate dell'attore Blistanov... Se a teatro non volete andare, toccherà aspettare quell'altro martedì. Solo i martedì viene qua...
- Ma perché mai ci son qui due stivali sinistri? - domandò l'accordatore, prendendo con schifiltà gli stivali.
- Come Dio li mandò, così li porta. Per povertà... Dove potrebbe prenderli, l'attore?.... «Ma gli stivali che avete,» dico, «Pavel Aleksandric'! E' pura vergogna!» E lui dice: «Taci», dice, «e impallidisci! In questi stessi stivali», dice, «ho fatto le parti di conti e principi!». Gente bizzarra! Artista, in una parola. S'io fossi governatore, o una qualche autorità, prenderei tutti questi attori, e via in prigione!
Gemendo e facendo smorfie senza fine, Murkin calza a forza sulle proprie gambe i due stivali sinistri e, zoppicando, si avviò dalla generalessa Scevelitsin. L'intera giornata andò per la città, accordò pianoforti, e l'intera giornata gli parve che tutto il mondo guardasse i suoi piedi e ci vedesse su degli stivali con le toppe e i tacchi storti! Oltre alle torture morali, gli toccò sperimentare anche quelle fisiche: si buscò un callo.
A sera era in teatro. Davano "Barbablù" (1). Solo prima dell'ultimo atto, e anche ciò grazie alla protezione d'un conoscente flautista, lo lasciarono passare dietro le quinte. Entrato nel camerino degli uomini, vi trovò tutto il personale maschile. Gli uni si travestivano, altri si truccavano, i terzi fumavano. Barbablù stava con re Bobeche (2) e gli mostrava una rivoltella.
- Comprala! - diceva Barbablù. - L'acquistai io stesso a Kursk d'occasione per otto, ebbene te la lascerò per sei... Un tiro notevole!
- Attenzione... E' carica!
- Potrei vedere il signor Blistanov? - domandò l'accordatore, ch'era entrato.
- Son proprio io! - si girò verso di lui Barbablù. -Che cosa desiderate?
- Scusate, signore, il disturbo, - cominciò l'accordatore con voce implorante.-ma, credete... io sono un uomo malaticcio, reumatico... I dottori m'hanno ordinato di tenere i piedi caldi...
- Ma voi, propriamente parlando, che desiderate?
- Vedete... - continuò l'accordatore, rivolgendosi a Barbablù. - Già... questa notte voi siete stato nelle camere mobiliate del mercante Buchteiev... al numero 64...
- Via che ciance sono? - sogghignò re Bobeche. - Al numero 64 ci abita mia moglie!
- Moglie? Molto piacere... - Murkin sorrise. - Lei proprio, la vostra consorte, mi ha consegnato personalmente gli stivali del signore.. Quando lui, - l'accordatore indicò Blistanov, - fu uscito dalla stanza di lei, io mi accorsi dei miei stivali... dò una voce, sapete, al cameriere, e il cameriere dice: «Ma io, signore, i vostri stivali li ho messi al numero attiguo!». Per sbaglio, essendo in stato di ubriachezza, aveva messo al numero 64 i miei stivali e i vostri, - si girò Murkin verso Blistanov,-e voi, lasciando, ecco, la consorte del signore, avete calzato i miei...
- Ma voi che cosa andate dicendo?- proferì Blistanov, e si accigliò. - O che siete venuto qui a far pettegolezzi?
- Nient'affatto! Dio mi guardi! Non mi avete capito.. Di che sto parlando io? Degli stivali! Avete pernottato, non è vero, al numero 64?
- Quando?
- Questa notte.
- E voi mi ci avete visto?
- No, non vi ho visto, - rispose Murkin, in preda a vivo turbamento, sedendo e cavandosi rapidamente gli stivali. - Io non vi ho visto, ma, ecco, la consorte di lui m'ha gettato fuori i vostri stivali...
Ciò invece dei miei.
- Ma che diritto avete, egregio signore, di affermare simili cose? Non parlo già di me, ma voi offendete una donna, e per di più in presenza di suo marito!
Dietro le quinte si levò un tremendo baccano. Re Bobeche, il marito offeso, d'un tratto s'imporporò e a tutta forza picchiò un pugno sulla tavola, talché nel camerino attiguo due attrici si sentirono male.
- E tu credi? - gli gridava Barbablù.-Tu credi a questo mascalzone? O-oh! Lo ammazzo come un cane, vuoi? Lo vuoi? Ne farò una bistecca! Lo frantumerò.
E tutti coloro che passeggiavan quella sera nel giardino comunale presso il teatro estivo narrano ora d'aver visto come prima del quart'atto si precipitò dal teatro per il viale principale un uomo scalzo dal viso giallo e gli occhi pieni di sgomento. Lo rincorreva un individuo vestito da Barbablù e con una rivoltella in mano. Quel che accadde ulteriormente, nessuno vide. Si sa soltanto che Murkin dipoi, dopo aver fatto conoscenza con Blistanov, per due settimane giacque malato e alle parole: «Io sono un uomo malaticcio, reumatico», prese ad aggiungere ancora: «Sono un uomo ferito...».
NOTE:
1) Opera buffa di Offenbach, rappresentata la prima volta in Francia nel 1866, su tema tratto dalla celebre fiaba di Perrault.
2) Personaggio comico del teatro francese, dopo essere stato un guitto realmente vissuto a Parigi sotto l'Impero e la Restaurazione e divenuto celebre, il cui vero nome era Antoine Mardelard (o Mandelard).
LA GIOIA
Eran le dodici di notte.
Mitia Kuldarov, eccitato, arruffato, entrò di volo nell'appartamento dei suoi genitori e percorse rapido tutte le stanze. I genitori s'eran già coricati. La sorella era a letto e finiva di leggere l'ultima pagina d'un romanzo. l fratelli, studenti di ginnasio, dormivano.
- Di dove vieni? - si meravigliarono i genitori. - Oh, non domandate! Proprio non me l'aspettavo! No, proprio non me l'aspettavo! E'... è perfino inverosimile!
Mitia scoppiò a ridere e sedette in una poltrona, non essendo in grado di reggersi in piedi dalla felicità.
- E' inverosimile! Voi non potete figurarvi! Guardate!
La sorella saltò giù dal letto e, gettatasi addosso la coperta, si avvicinò al fratello. Gli studenti ginnasiali si svegliarono.
- Che cos'hai? Sei tutto convolto!
E' per la gioia mammina! Ora, sai, mi conosce tutta la Russia! Tutta!
Prima voi soli sapevate che al mondo esiste il registratore di collegio (1) Dmitri Kuldarov, e ora tutta la Russia lo sa! Mammina! O Signore. Mitia balzò su, corse per tutte le stanze e tornò a sedere.
- Ma che cos'è accaduto? Parla sensatamente!
Voi vivete come bestie feroci, non leggete i giornali, non fate alcun'attenzione alla pubblicità, e nei giornali v'è tanto di notevole! Se accade qualcosa, si sa subito tutto, nulla si nasconde!
Come sono felice! Oh, Signore! Si sa bene che solo di uomini illustri stampan nei giornali, e qui senz'altro hanno stampato di me.
- Che dici? Dove?
Il babbo impallidì. La mamma lanciò uno sguardo all'immagine e si segnò. Gli studenti di ginnasio saltarono giù e, com'erano, in sola camicia corta da notte, si accostarono al loro fratello maggiore.
- Sissignore! Di me hanno stampato! Adesso tutta la Russia sa di me!
Voi, mamma, riponete questo giornale per ricordo! Leggeremo ogni tanto! Guardate!
Mitia cavò di tasca un numero di giornale, lo porse al padre e puntò il dito su un posto segnato torno torno, con matita azzurra.
- Leggete!
Il padre inforcò gli occhiali.
- Leggete dunque!
La mamma volse uno sguardo all'immagine e si segnò. Il babbo tossì e cominciò a leggere:
- «Il 29 dicembre, alle undici di sera, il registratore di collegio Dmitri Kuldarov... ».
- Vedete, vedete? Avanti!
- « .., il registratore di collegio Dmitri Kuldarov, uscendo dalla birreria sita in via Màlaia Brònnaia, nella casa di Kozichin, e trovandosi in stato d'ubriachezza... ».
- Ero io con Semiòn Petrovic'... Tutto fino alle minuzie è stato descritto! Continuate! Avanti! State a sentire!
- «... e trovandosi in stato d'ubriachezza, scivolò e cadde sotto il cavallo d'un vetturino ivi di stazione, contadino della borgata Durìkina, distretto di Jùchnovo Ivan Drotov. Il cavallo spaventato, dopo aver scavalcato Kuldarov e trascinato su di lui la slitta con dentro il mercante moscovita di seconda categoria Stepàn Lukov, si lanciò al galoppo per la via, e venne fermato dai portieri. Kuldarov, da principio trovatosi privo di sensi, fu condotto alla sezione di polizia e visitato dal medico. L'urto ch'egli aveva ricevuto alla nuca... » - Fu contro la stanga, babbo. Avanti! Leggete avanti!
- «... ch'egli aveva ricevuto alla nuca fu giudicato lieve.
Dell'accaduto fu redatto verbale. All'infortunato furon prestate le cure mediche... ».
- Mi fecero bagnar la nuca con acqua fredda: Avete letto adesso? Eh?
Ecco lì! Ora è andato per tutta la Russia! Date qua!
Mitia afferrò il giornale, lo ripiegò e se lo ficcò in tasca.
- Corro dai Makarov, lo mostrerò loro... Bisogna ancor farlo vedere agli Ivànitski, a Natalia Ivànovna, ad Anissim Vassilic'... Corro!
Addio!
Mitia si mise il berretto con la coccarda e, trionfante, giulivo, corse in strada.
NOTE:
1) Era l'infimo grado (il quattordicesimo dall'alto) della vecchia gerarchia burocratica russa.
UN PORTIERE INTELLIGENTE
In mezzo alla cucina stava il portiere Filìpp e faceva un sermone. Lo ascoltavano i camerieri, il cocchiere, due cameriere, il cuoco, la cuoca e due ragazzi sguatteri, figli carnali di lui. Ogni mattina egli predicava qualcosa quella mattina poi oggetto del suo discorso era la civiltà.
- E vivete voi tutti come un qualche popolo di porci,-diceva, tenendo in mano il berretto con la placca. - Ve ne state qui senza muovervi di casa e, fuorché ignoranza, non si vede in voi nessun incivilimento. Miska giuoca a dama, Matriona schiaccia le noci, Nikifor mette in mostra i denti. Forse che ciò è intelligenza? Ciò non da intelligenza proviene, ma da stoltezza. In voi non c'è punto attitudini intellettuali! E perché?
- E' un fatto, Filìpp Nikandric', - osservò il cuoco. - Si sa, che intelligenza c'è in noi? Da contadini. Forse che noi comprendiamo?
- E perché in voi non ci sono attitudini intellettuali? - continuò il portiere. - Perché voi altri non avete un vero punto di vista. E libretti non ne leggete, e in fatto di scrittura non ci avete nessun concetto. Dovreste prendere un libriccino, starvene seduti e leggere.
Saprete leggere, credo, decifrar lo stampato. Ecco, tu, Miscia, dovresti prendere un libriccino e leggertelo. Profitto a te farebbe, e agli altri piacere. E nei libretti ci si diffonde su tutti gli argomenti. Ci troverai circa l'essere, e circa la divinità, circa i paesi della terra. Quel che da ogni cosa si ricava, come si esprime la diversa gente in tutte le lingue. E l'idolatria del pari. Di tutto nei libretti troverai, purché ne abbia voglia. Lui invece se ne sta accanto alla stufa, a pacchiare e bere. Tal quale come bestie insensate! Oibò!
- E' ora per voi, Nikandric', di montar di guardia, - osservò la cuoca.
- Lo so. Non è affar tuo farmelo presente. Ecco, a mo' d'esempio, diremo, prendiamo non fosse che me. Qual è la mia occupazione, con la mia tarda età? Con che soddisfare l'anima mia? Non v'ha meglio d'un libretto, o della gazzetta. Ora, ecco, andrò a montar di guardia.
Passerò un tre ore al portone. E voi credete che starò a sbadigliare, o a spacciar frottole con le donnette? No-o, non son di quelli!
Prenderò meco un libriccino, mi metterò seduto e me lo leggerò a mio bel piacere. Ecco come.
Filìpp tirò fuori da un armadio un libretto frusto e se lo ficcò in seno.
- Eccola, la mia occupazione. Ci son avvezzo dall'infanzia. Lo studio è luce, l'ignoranza è tenebra: l'avete inteso, immagino? Ecco lì...
Filìpp mise il berretto, fece un raschio e, borbottando, uscì dalla cucina. Varcò il portone, sedette sulla panchina e si fece scuro come un nuvolone.
- Quelli non son gente, ma porci mangiaminestre,-brontolò, pensando tuttora alla popolazione della cucina.
Acquetatosi, cavò fuori il libretto, sospirò gravemente e si applicò alla lettura.
- «E' scritto che meglio non occorre», pensò, dopo aver letto la prima pagina e storto il capo. «Ne dà saggezza, il Signore!».
Era un bel volumetto, d'un'edizione moscovita: "La coltura dei rizocarpi. Occorre a noi il navone?" Lette le prime due pagine, il portiere scosse significativamente il capo e tossicchiò:
- E' scritto giusto!
Letta una terza paginetta, Filìpp si fece meditabondo. Aveva voglia di pensare all'istruzione e, chi sa perché, ai francesi. La testa gli si abbandonò sul petto, i gomiti si appoggiarono ai ginocchi. Gli occhi si socchiusero.
E Filìpp fece un sogno. Tutto, egli vedeva, era cambiato: la stessa terra, le medesime case, il portone di prima, ma la gente non era più quella affatto. Tutta gente saggia, neppure uno sciocco, e per le vie camminano sempre francesi e poi francesi. Un portatore d'acqua, anche lui ragiona: «Io, confesso, son molto scontento del clima e voglio guardare il termometro», e lui stesso ha in mano un grosso libro.
- E tu leggi il calendario, - gli dice Filìpp.
La cuoca è stupida, ma anche lei si mischia alle conversazioni sensate e v'inserisce le proprie osservazioni. Filìpp va in sezione per registrare i clienti, e, strano, perfino in questo luogo severo non parlano che di cose intelligenti e dappertutto sulle tavole ci son dei libretti. Ed ecco, qualcuno s'accosta al cameriere Miscia, lo urta e grida: «Tu dormi? A te domando: dormi?».
- Di guardia dormi, babbeo? -ode Filìpp la voce tonante di qualcuno. - Dormi, farabutto, bestione?
Filìpp saltò su e si fregò gli occhi; davanti a lui stava il vicecommissario di sezione.
- Eh? Dormi? Ti multerò, furfante! Ti farò veder io come si dorme di guardia, brrutto muso!
Di lì a due ore chiamarono il portiere alla sezione. Poi egli fu nuovamente in cucina. Lì, tocchi dalle sue istruzioni, tutti sedevano intorno alla tavola e ascoltavano Miscia, che compitava qualcosa.
Filìpp, accigliato, rosso, si accostò a Miscia, batté col guanto a sacco sul libro e disse cupo:
- Smetti!
NELLA BOTTEGA DEL BARBIERE
E' mattina. Non sono ancor nemmeno le sette, e la bottega di barbiere di Makàr Kuzmìc' Bliostkin è già aperta. Il padrone, giovanotto d'un ventitré anni, non lavato, unto e bisunto, ma vestito con ricercatezza, è occupato a rassettare. Da rassettare in sostanza non c'è nulla, ma egli ha sudato, lavorando. Lì netta con un cencio, là gratta col dito, laggiù trova una cimice e la sventola via dalla parete.
E' una bottega piccola, strettina, luridetta. Le pareti di travi son coperte d'una tappezzeria che rammenta la camicia stinta d'un postiglione. Tra due finestre appannate, lacrimanti, una sottile porticina che scricchiola, deboluccia, al disopra di essa un campanello inverdito dall'umidità, che tremola e tintinna morbosamente da sé solo, senza ragione alcuna. Ma date un'occhiata allo specchio che pende a una delle pareti, e la vostra fisonomia ve la storcerà da tutte le parti nel modo più spietato! Davanti a questo specchio si tagliano i capelli e si rade. Su un tavolino, non lavato e bisunto al pari dello stesso Makàr Kuzmìc', c'è di tutto: pettini, forbici, rasoi, bastoncini di pomata per una copeca, cipria per una copeca, acqua di Colonia fortemente allungata per una copeca. E tutta la bottega non val più d'una monetina da quindici copeche.
Sopra l'uscio risuona il guaito del campanello infermo, e nella bottega entra un uomo maturo in pelliccia corta conciata e stivali di feltro. La sua testa e il collo sono avviluppati in uno scialle da donna.
E' Eràst Ivanic' Jàgodov, padrino di Makàr Kuzmic'. Un tempo servì come custode in un conservatorio, ora invece abita presso lo Stagno Rosso e attende all'arte del magnano.
- Makàruska, salute, luce mia! - dice egli a Makàr Kuzmic', tutto preso dal rassetto.
Si baciano. Jàgodov tira giù dalla testa lo scialle, si segna e siede.
- Che distanza però! - dice, gemendo. - O che è uno scherzo? Dallo Stagno Rosso alla Porta di Kaluga.
- Come ve la passate?
- Male, fratello. Ho avuto la febbre ardente.
- Che dite? Febbre ardente!
- Febbre ardente. Fui a letto un mese, pensavo che sarei morto. Ebbi l'estrema unzione. Ora mi cadono i capelli. Il dottore m'ha ordinato di tagliarli corti. Verranno nuovi capelli, dice, robusti. Ed ecco, io penso nella mia testa: andrò da Makàr. Anziché da qualcun altro, è meglio da un parente. E farà meglio, e non prenderà quattrini.
Lontanuccio alquanto, è vero, ma che è mai ciò? Una passeggiata.
- Io, con piacere... Favorite!
Makàr Kuzmic', strisciando una riverenza, indica la seggiola. Jàgodov siede e si guarda nello specchio, ed è visibilmente soddisfatto dello spettacolo: nello specchio risulta un muso storto con labbra da calmucco, un largo naso smussato e gli occhi sulla fronte. Makàr Kuzmìc' ricopre le spalle del suo cliente con un lenzuolo bianco a chiazze gialle e comincia a far stridere le forbici.
- Vi faccio tutto in pulito, a nudo! - dice.
- Naturalmente, Ch'io somigli a un tartaro, a una bomba. I capelli verranno più fitti.
- Zietta come sta?
- Non c'è male, non c'è. L'altro giorno andò dalla moglie del maggiore per un parto. Le diedero un rublo.
- Così è. Un rublo. Tenete su l'orecchio!
- Tengo... Non mi tagliare, bada. Oh!, mi fai male! Mi tiri i capelli.
- Non è nulla. Senza di ciò nel nostro mestiere non è possibile. E come sta Anna Eràstovna?
- La figliuola? Non c'è male, è in gamba. La settimana scorsa, mercoledì, l'abbiam fidanzata a Sceikin. Perché non sei venuto?
Le forbici smettono di stridere. Makàr Kuzmic' abbassa le mani e domanda spaventato:
- Chi avete fidanzato? - Ma come mai? A chi?
- A Sceikin. Prokofi Petròv. Sua zia è economa al vicolo Zlatoùstenski. Una brava donna. Naturalmente siam tutti contenti, grazie a Dio. Fra una settimana le nozze. Vieni, ce la spasseremo.
- Ma come mai ciò, Eràst Ivanic'? - dice Makàr Kuzmic', pallido, stupito, e scrolla le spalle. - Com'è mai possibile? Ciò... ciò non è in alcun modo possibile! Perché Anna Eràstovna... perché io...
perché io nutrivo dei sentimenti per lei, avevo un'intenzione! Come mai?
- Ma così. L'abbiamo fidanzata su due piedi. E' un brav'uomo.
In viso a Makàr Kuzmic' spunta un sudor freddo. Egli posa sulla tavola le forbici e comincia a fregarsi il naso col pugno.
- Un'intenzione avevo... - dice. - Ciò non è possibile, Eràst Ivanic'! Io... io sono innamorato e avevo fatto l'offerta del cuore...
Anche la zietta aveva promesso. Io vi ho sempre rispettato proprio come un genitore... vi taglio i capelli sempre gratis. Sempre aveste favori da me, e quando il mio babbo morì, voi prendeste il divano e dieci rubli contanti, e non me li avete ridati indietro. Rammentate?
- Come non rammentare! Rammento. Solo, che partito sei tu mai, Makàr?
Sei forse un partito? Né quattrini, né stato, un mestiere da nulla...
- E Sceikin è ricco?
- Sceikin è un artigiano. Ci ha un migliaio e mezzo di rubli di cauzione. Sicché, fratello... Parlarne o non parlarne, la cosa ormai è fatta. Indietro non si torna Makàruska. Cercati un'altra fidanzata...
Il mondo è grande. Su, taglia! Perché ristai?
Makàr Kuzmic' tace e sta immobile, poi cava di tasca un fazzolettino e comincia a piangere.
- Su, che fai! - lo consola Eràst Ivanic'. - Smetti! Ve', strilla, come una donna! Finisci la mia testa, e poi piangi. Prendi le forbici!
Makàr Kuzmic' piglia le forbici, le guarda un minuto ottusamente e le lascia cader sulla tavola. Le mani gli tremano.
- Non posso! - dice. - Non posso ora, son senza forza! Disgraziato uomo che sono! E anche lei è una disgraziata! Ci amavamo l'un l'altro, ci eravamo promessi, e ci han separati gente cattiva senz'alcuna pietà. Andatevene, Eràst Ivanic'! Non vi posso vedere.
- Allora verrò domani, Makàruska. Finirai di tagliare domani.
- Va bene.
- Calmati un poco, e io sarò da te domani, la mattina presto.
Eràst Ivanic' ha mezza testa tosata a nudo, e somiglia a un galeotto.
E' imbarazzante rimanere con la testa così, ma non c'è che fare. Egli si avvolge la testa e il collo con lo scialle ed esce dalla bottega.
Rimasto solo, Makàr Kuzmic' siede e continua a piangere piano piano.
Il giorno dopo, di buon'ora, viene di nuovo Eràst Ivanic'.
- Che volete? - gli domanda freddamente. Makàr Kuzmic'.
- Finisci di tagliare, Makàruska. E' rimasta mezza testa ancora.
- Favorite prima i soldi. Gratis non taglio.
Eràst Ivanic', senza dir neanche una parola, se ne va e tuttora su una metà della testa ha i capelli lunghi e sull'altra corti. Il taglio dei capelli a pagamento egli lo considera un lusso, e aspetta che sulla metà rapata i capelli crescan da sé. E così ha fatto baldoria alle nozze.
IL CALZOLAIO E IL MALIGNO
Era la vigilia di Natale. Maria da un pezzo già russava sulla stufa (1), nella lucernetta s'era consumato tutto il petrolio, e Fiodor Nilov stava sempre seduto a lavorare. Da lungo tempo ormai avrebbe smesso il lavoro e sarebbe uscito sulla via, ma il cliente del vicolo della Campana, che gli aveva ordinato i tomai due settimane addietro, era venuto il dì prima, aveva sbraitato e ingiunto di ultimar gli stivali senza fallo per adesso, avanti mattutino.
- Vita da galera! - brontolava Fiodor, lavorando.-Gli uni dormono da un pezzo, gli altri se la spassano, e tu, ecco, come un Caino qualunque, stattene qui a cucire il diavolo sa per chi...
Per non addormentarsi inavvertitamente, traeva di continuo di sotto la tavola una bottiglia e beveva dal collo, e dopo ogni sorso torceva la testa e diceva forte:
- Per qual motivo mai, dite di grazia, i clienti se la spassano, e io son tenuto a cucir per loro? Forse perché loro han quattrini, e io sono un pezzente?!
Egli odiava tutti i clienti, specie quello che abitava al vicolo della Campana. Era costui un signore d'aspetto tetro, dai capelli lunghi, il viso giallo, in grandi occhiali azzurri e con una voce rauca. Aveva un cognome tedesco, tale che non saresti riuscito a pronunciarlo. Di che condizione fosse e a che cosa attendesse, era impossibile capire.
Quando, due settimane addietro, Fiodor era andato da lui a prender la misura, egli, il committente, stava seduto sul pavimento e pestava qualcosa in un mortaio. Non aveva fatto in tempo Fiodor a salutare che il contenuto del mortaio era d'un tratto divampato e arso con una viva fiamma rossa, mandando puzzo di zolfo e penne bruciate, e la stanza s'era riempita d'un denso fumo roseo, talché Fiodor aveva starnutito un cinque volte; e facendo ritorno dopo di ciò a casa, pensava - «Chi ha timor di Dio non starà a occuparsi di simili faccende».
Quando nella bottiglia non fu rimasto nulla, Fiodor posò gli stivali sulla tavola e prese a riflettere. Appoggiò la testa pesante col pugno e si mise a pensare alla sua povertà, alla penosa vita senz'un raggio di luce, poi ai ricconi, alle loro grandi case, alle carrozze, ai biglietti da cento... Come sarebbe stato bello, se a questi ricconi, che il diavolo li sbranasse, si fossero spaccate le case, fossero crepati i cavalli, stinte le pellicce e le berrette di zibellino! Come sarebbe stato bello, se i ricconi a poco a poco si fossero mutati in poveri, che non hanno da mangiare, e il misero calzolaio fosse diventato un riccone e avesse, a sua volta, fatto lo spavaldo contro un poveraccio di calzolaio alla vigilia di Natale!
Così fantasticando, Fiodor d'un tratto si rammentò del suo lavoro e aprì gli occhi.
«Ma guarda che storia!», pensò, esaminando gli stivali. «I tomai li ho pronti già da un pezzo, e tuttora me ne sto seduto. Bisogna portarli al cliente!».
Egli avvolse il lavoro in un fazzoletto rosso, si vestì e uscì sulla via. Cadeva una minuta neve dura, che pungeva il viso come con aghi.
Era freddo, scivoloso, scuro, i fanali a gas ardevano foschi e, chi sa perché, sulla via odorava di petrolio talmente, che Fiodor sentì un prurito in gola e prese a tossire. Sul selciato scarrozzavano avanti e indietro i ricconi, e ciascun riccone teneva in mano un prosciutto e un quarto di vodka. Dalle carrozze e dalle slitte sbirciavano Fiodor ricche signorine, mostrandogli la lingua, e gridavano ridendo:
- Pezzente! Pezzente!
Dietro a Fiodor camminavano studenti, ufficiali, mercanti e generali, e lo stuzzicavano:
- Ubriacone! Ubriacone! Empio ciabattino, anima di gambale! Pezzente!
Tutto ciò era ingiurioso, ma Fiodor taceva e sputava soltanto. Quando però gli venne incontro il mastro stivalaio Kuzmà Lebiodkin, di Varsavia, e disse: «Io ho sposato una ricca, da me lavoran dei garzoni e tu sei un pezzente, non hai nulla da mangiare», Fiodor non resse e lo inseguì. Lo rincorse finché non si ritrovò nel vicolo della Campana. Il suo committente abitava nel quarto caseggiato dall'angolo, in un appartamento all'ultimo piano. Per andar da lui bisognava attraversare un lungo cortile buio e poi inerpicarsi per un'altissima scala sdrucciolevole, che vacillava sotto i piedi. Quando Fiodor entrò da lui, egli, come allora, come due settimane addietro, stava a sedere sul pavimento e pestava qualcosa nel mortaio.
- Signoria illustrissima, ho portato gli stivaletti! - disse arcigno Fiodor.
Il cliente si levò e in silenzio prese a misurar gli stivali. Fiodor, desiderando aiutarlo, si piegò su un ginocchio e gli cavò uno stivale vecchio, ma subito balzò su e, sgomento, indietreggiò verso la porta.
Il cliente aveva non un piede, ma uno zoccolo equino.
«Eh, eh!», pensò Fiodor. «Ecco lì che storia.».
Per prima cosa sarebbe occorso segnarsi, poi lasciar tutto e scappar giù; ma subito egli considerò che lo spirito maligno s'era incontrato con lui per la prima e, probabilmente, l'ultima volta nella vita, e non valersi dei suoi servigi sarebbe stato sciocco. Egli si vinse e risolse di tentar la fortuna. Messe le mani dietro il dorso, per non farsi il segno della croce, tossicchiò rispettosamente e cominciò:
- Dicono che non c'è nulla di più impuro e di peggiore al mondo dello spirito maligno, ma io così l'intendo, signoria illustrissima, che lo spirito maligno è il più istruito che ci sia. Il diavolo, scusate, ha gli zoccoli e la coda di dietro, ma per contro ha in testa più intelligenza di certi studenti.
- Mi sei caro per tali parole, - disse, lusingato, il committente.
- Grazie, calzolaio! Che vuoi tu dunque?
E il calzolaio, senza perder tempo, prese a lagnarsi della sua sorte.
Cominciò col dire che fin dall'infanzia aveva invidiato i ricchi. Si era sempre sentito offeso che non tutti gli uomini vivessero ugualmente in grandi case e non andassero in giro su buoni cavalli.
Perché, si domanda, è egli povero? In che cosa è peggio di Kuzmà Lebiodkin di Varsavia, che ha casa propria e una moglie che va in cappello? Egli ha lo stesso naso, le stesse braccia gambe, schiena come i ricconi, e allora perché è obbligato a lavorare, quando gli altri se la spassano? Perché è sposato a Maria e non a una signora che odori di profumi? Nelle case dei clienti ricchi spesso gli accade di veder belle signorine ma esse non fanno punto attenzione a lui e solo ogni tanto ridono e si bisbigliano a vicenda: «Che naso rosso ha questo calzolaio!». E' vero, Maria è una donna brava, buona, lavoratrice, ma lei, già, è poco istruita, ha la mano pesante e picchia forte, e quando capita di parlare in sua presenza di politica, o di qualcosa di sensato, lei s'immischia e ne dice di tremendamente grosse.
- Ma tu che vuoi? - lo interruppe il cliente - Ma io prego, signoria illustrissima, Ciort Ivanic' (2) se tale è il piacer vostro, fatemi ricco!
- E sia. Ma solo, bada, in cambio tu mi devi dar la tua anima! Mentre i galli ancor non hanno cantato, va' e firma, ecco, su questo foglietto che mi darai la tua anima.
- Signoria illustrissima! - disse Fiodor cortesemente. - Quando voi mi ordinaste i tomai, io non presi da voi denaro anticipato.
Bisogna prima eseguir l'ordinazione, e poi esigere il denaro.
- Be', sia pure! - accondiscese il cliente.
Nel mortaio d'un tratto si accese la vivida fiamma, ne fluì il denso fumo roseo e si sentì il puzzo di penne bruciate e di zolfo. Quando il fumo si fu disperso, Fiodor si strofinò gli occhi e vide ch'egli non era più Fiodor, né un calzolaio, ma un altr'uomo, in panciotto e con catenina, in calzoni nuovi, e che sedeva in una poltrona a una gran tavola. Due domestici gli servivano le vivande, inchinandosi profondamente, e dicevano - - Mangiate con buon appetito, illustrissimo!
Quale opulenza! I domestici servirono un grosso pezzo di montone arrosto e una zuppierina con cetrioli, poi recarono su una teglia un'oca arrostita; dopo un po', del maiale bollito con rafano. E come tutto ciò era nobile fine! Fiodor mangiava e prima d'ogni piatto vuotava un gran bicchiere d'ottima vodka, come un qualche generale o conte. Dopo il maiale gli servirono il tritello bollito con grasso d'oca, poi una frittata con grasso di maiale e del fegato fritto, e lui mangiava sempre e si estasiava. Ma che ancora? Servirono anche un pasticcio di cipolla e rape in stufato con "kvas" (3). «E come mai i signori non scoppiano per un tal mangiare?», pensava egli. A chiusa presentarono un grosso vaso di miele. Dopo il pranzo comparve il diavolo in occhiali azzurri e domandò, inchinandosi profondamente:
- Siete contento del pranzo, Fiodor Panteleic'?
Ma Fiodor non poteva proferir neanche una parola, tanto si sentiva gonfio dopo il pranzo. Era una sazietà sgradevole, greve, e, per svagarsi, egli prese ad esaminar lo stivale sulla propria gamba sinistra.
- Per simili stivali io non prendevo meno di sette rubli e mezzo. Che calzolaio li ha fatti? - domandò.
- Kuzmà Lebiodkin! - rispose il domestico.
- Chiamarlo qui, l'imbecille!
Ben presto comparve Kuzmà Lebiodkin di Varsavia. Egli si fermò in rispettoso atteggiamento presso l'uscio e domandò:
- Che cosa comandate, signoria illustrissima?
- Silenzio! - gridò Fiodor e batté il piede. - Guardati bene dal discutere, e rammenta la tua condizione di calzolaio, l'uomo che sei!
Tanghero! Tu non sai cucir stivali! Ti pesterò tutto il grugno! Perché sei venuto?
- Per i quattrini.
- Che quattrini ti s'ha da dare? Va' via! Vieni sabato! Cameriere, dagliele sulla collottola!
Ma subito rammentò come con lui stesso si sbizzarrivano i clienti, e si sentì una pena in cuore, e per distrarsi cavò di tasca il grosso portafogli e prese a contare il proprio denaro. Denaro ce n'era molto, ma Fiodor ne avrebbe voluto ancor di più. Il diavolo in occhiali azzurri gli portò un altro portafogli, più grosso, ma egli ne volle più ancora, e quanto più a lungo contava, tanto più diventava insoddisfatto.
A sera il maligno gli condusse un'alta signora popputa in abito rosso e disse ch'era la sua nuova moglie. Fin proprio a notte egli scambiò baci con lei e mangiò panpepati. E la notte giacque su un soffice materasso di piume, si girò da un fianco sull'altro e non poté in alcun modo prender sonno. Si sentiva oppresso.
- Quattrini ce n'è molti, - diceva alla moglie, - da un momento all'altro ci vengono in casa i ladri. Dovresti andar con la candela a dare un'occhiata!
Tutta notte non dormì e si alzò di continuo per sbirciare se il baule era intatto. Verso la mattina bisognava andare in chiesa a mattutino.
In chiesa v'è uno stesso trattamento per tutti, ricchi e poveri.
Quando Fiodor era povero, pregava in chiesa così: «Signore, perdona a me, peccatore!». Lo stesso diceva anche ora, diventato ricco. Che differenza c'era? E dopo morte il ricco Fiodor l'avrebbero seppellito non nell'oro, non nei diamanti, ma nella stessa terra nera, come l'ultimo dei poveracci. Sarebbe bruciato Fiodor nello stesso fuoco in cui bruciavano i calzolai. Offensivo pareva tutto ciò a Fiodor, e per giunta c'era in tutto il corpo la gravezza del pranzo e, invece della preghiera, s'insinuavano in testa i vari pensieri del baule coi soldi, dei ladri, della venduta, perduta anima sua.
Uscì di chiesa crucciato. Per fugare i cattivi pensieri, egli, come spesso accadeva prima, intonò a squarciagola una canzone. Ma aveva appena cominciato che accorse un agente e disse, portando la mano alla visiera:
- Padrone, non possono i signori cantare in strada! Voi non siete un ciabattino!
Fiodor si addossò a uno steccato e prese a pensare: come distrarsi?
- Padrone! - gli gridò un portiere. - Non appoggiarti troppo allo steccato, sporcherai la pelliccia!
Fiodor andò in una bottega e si comprò la miglior fisarmonica, poi andò per la via sonando. Tutti i passanti lo segnavano a dito e ridevano.
- Ed è anche un signore! - lo stuzzicavano i vetturini. - Come un qualunque ciabattino...
- Forse che ai signori è lecito far disordini?-gli disse un agente. - Se almeno andaste in un'osteria!
- Padrone, fate l'elemosina per amor di Cristo! - urlavano i mendicanti, attorniando Fiodor da tutte le parti. - Fate la carità!
Prima, quand'egli era un calzolaio, i mendicanti non gli badavano punto, ora invece non gli davan pace.
E a casa gli venne incontro la nuova moglie, la signora, vestita d'una camicetta verde e una gonna rossa. Egli voleva farle dei vezzi e già aveva alzato la mano per darle una botta sul dorso, ma ella disse stizzosa:
- Villano! Screanzato! Non sai trattare con le signore! Se mi ami, fa' il baciamano, ma di picchiare non permetto.
«Su via, è una vita maledetta!», pensò Fiodor. «Si è esseri viventi!
Non puoi cantare una canzone. né sonar la fisarmonica, né scherzare un po' con una donna... Oibò!».
S'era appena accomodato con la signora per bere il tè, che comparve il maligno in occhiali turchini e disse:
- Be', Fiodor Panteleic', Io ho mantenuto esattamente la mia parola.
Ora voi firmate il foglietto e favorite seguirmi. Adesso sapete quel che significa viver riccamente, ne avete abbastanza!
E trascinò Fiodor all'inferno, dritto alla geenna, e i diavoli piombavano in volo da tutte le parti e gridavano:
- Stupido! Babbeo! Asino!
All'inferno puzzava terribilmente di petrolio, talché si poteva soffocare.
E di colpo tutto scomparve. Fiodor aprì gli occhi e vide la sua tavola, gli stivali e il lume di latta. Il vetro del lume era nero e dalla piccola fiamma sul lucignolo fluiva un fumo puzzolente, come da un tubo. Lì accanto stava il cliente in occhiali azzurri e gridava adirato:
- Stupido! Babbeo! Asino! T'insegnerò io, mariuolo! Hai pigliato l'ordinazione due settimane fa, e gli stivali tuttora non son pronti!
Tu pensi ch'io abbia il tempo di bighellonare da te per gli stivali cinque volte al giorno? Mascalzone! Bestia!
Fiodor scosse la testa e mise mano agli stivali. Il cliente ancora a lungo sbraitò e minacciò. Quand'egli infine si fu calmato, Fiodor domandò cupamente:
- Ma di che, signore, vi occupate voi?
- Io preparo fuochi del Bengala e razzi. Sono pirotecnico.
Sonarono a mattutino. Fiodor consegnò gli stivali, riscosse il denaro e si recò in chiesa.
Per la via filavano avanti e indietro carrozze e slitte con coperture di pelle d'orso. Sul marciapiede, insieme col popolino camminavano mercanti, signore, ufficiali... Ma Fiodor più non invidiava e non mormorava contro il proprio destino. Adesso gli pareva che ricchi e poveri stessero ugualmente male. Gli uni hanno la possibilità d'andare in carrozza, e gli altri di cantar canzoni a squarciagola e sonar la fisarmonica, e in generale una sola e stessa cosa aspetta tutti, non altro che una fossa, e nella vita non c'è nulla per cui si possa abbandonare al maligno una sia pur piccola parte della propria anima.
NOTE:
1) Su certe stufe, lunghe e basse, la gente del popolo usava anche dormire, naturalmente quand'erano spente o prossime a spegnersi.
2) Diavolo Ivanic', cioè figlio d'Ivan: il popolino russo, in questa sua espressione attribuisce al diavolo il patronimico più comune fra i russi (di Giovanni).
3) Bevanda fermentata, fatta con farina o pane di segala e malto.
RAGAZZI
- Volodia è arrivato! - gridò qualcuno in cortile.
- Volòdic'ka è arrivato! - strillò Natalia, correndo in sala da pranzo. - Oh, Dio mio!
Tutta la famiglia dei Koroliòv, che d'ora in ora aspettava il suo Volodia, si precipitò alle finestre. All'ingresso stava un'ampia slitta bassa, e dalla troica di bianchi cavalli emanava un denso vapore. La slitta era vuota, perché Volodia si trovava già nel vestibolo e con le rosse dita intirizzite stava slegando il cappuccio.
Il suo cappotto di studente ginnasiale, il berretto, le soprascarpe e i capelli sulle tempie eran coperti di brina, ed egli tutto dalla testa ai piedi mandava un tal sapido odor di gelo che, guardandolo, veniva voglia d'aver freddo e di dire: "brrr!". La madre e la zia si slanciarono ad abbracciarlo e baciarlo, Natalia si buttò ai suoi piedi e cominciò a cavargli le calzature di feltro, le sorelle levarono strida, gli usci cigolavano, sbattevano, e il padre di Volodia in sola sottoveste e con le forbici in mano corse in anticamera e gridò spaventato:
- Ma noi ti aspettavamo ancora ieri! Sei giunto bene? Felicemente?
Signore Dio mio, ma lasciategli salutare il padre! O che non sono il padre, forse?
- Bau! Bau! - ruggiva in tono di basso Milord, un enorme cagnone nero, battendo la coda contro le pareti e i mobili.
Tutto si era fuso in un solo compatto suono gioioso, che si prolungò un paio di minuti. Quando il primo impeto di giubilo fu passato, i Koroliòv osservarono che oltre a Volodia, si trovava in anticamera anche un piccolo essere, imbacuccato in fazzoletti, scialli e cappucci e coperto di brina; stava immobile in un angolo, nell'ombra gettata da una grossa pelliccia di volpe. -Volòdic'ka, e chi è quello li? - domandò sottovoce la madre.
- Ah! - si ricordò Volodia. - E', ho l'onore di presentarlo il mio compagno Cecevitsin, alunno della seconda classe... L'ho condotto con me, ospite per qualche tempo da noi.
- Molto piacere, favorite!-disse gioiosamente il padre. - Scusate, io sto alla casalinga, senza giacca... Accomodatevi! Natalia, aiuta il signor Cerepitsin a svestirsi! Signore Dio mio, ma cacciate via questo cane! E' un castigo!
Dopo un po' Volodia e il suo amico Cecevitsin, storditi dalla rumorosa accoglienza e tuttora rosei dal freddo, sedevano a tavola e bevevano il tè. Il solicello invernale, penetrando attraverso la neve e i rabeschi delle finestre, tremolava sul samovàr e bagnava i suoi puri raggi nello sciacquadita. Nella stanza era scuro, e i ragazzi sentivano come nei loro corpi intirizziti, non volendo cedere l'uno all'altro si solleticavano il caldo e il gelo.
- Be, ecco presto Natale! - diceva strasciconi il padre, arrotolando una sigaretta di tabacco bruno rossiccio. - Ed è forse molto ch'era estate e la mamma piangeva, accompagnandoti? E tu sei arrivato... Il tempo, caro, va veloce! Non arrivi a dir «ah!» che viene la vecchiaia.
Signor Cibissòv, mangiate, vi prego, non state in soggezione! Da noi s'è alla buona.
Le tre sorelle di Volodia, Katia, Sonia e Mascia - la maggiore di loro aveva undici anni - sedevano a tavola e non staccavano gli occhi dal nuovo conoscente. Cecevitsin era della stessa età e statura di Volodia, non così paffuto e bianco però, ma scarno, abbronzato, coperto di lentiggini. Aveva i capelli ispidi, gli occhi stretti, le labbra grosse, in generale era parecchio brutto e, se non avesse avuto indosso la giubba dello studente ginnasiale, all'apparenza si sarebbe potuto prendere per il figlio d'una cuoca. Egli era cupo, tacque tutto il tempo e non sorrise neppure una volta. Le ragazzine, guardandolo, capirono di colpo che doveva essere una persona molto intelligente e istruita. Egli pensava continuamente a qualche cosa, ed era così occupato dai suoi pensieri che, quando gli domandavano alcunché, sussultava, scoteva il capo e pregava di ripeter la domanda.
Le bambine osservarono che anche Volodia, sempre allegro e loquace, questa volta parlava poco, non sorrideva affatto, e pareva addirittura che non fosse contento d'esser venuto a casa. Mentre stavan seduti a bere il tè, egli si rivolse alle sorelle solo una volta, e per di più con certe parole strane. Indicò col dito il samovàr e disse:
- In California, invece di tè, bevono gin.
Egli pure era occupato da chi sa quali pensieri e, a giudicare dagli sguardi che ogni tanto scambiava con l'amico suo Cecevitsin, i pensieri dei ragazzi eran gli stessi.
Dopo il tè tutti passarono nella camera dei bambini. Il padre e le fanciulline sedettero a tavola e si applicarono al lavoro ch'era stato interrotto dall'arrivo dei ragazzi. Essi facevano con carta variopinta dei fiori e una frangia per l'albero di Natale. Era un lavoro attraente e chiassoso. Ciascun nuovo fiorellino fatto le bambine lo accoglievano con grida d'entusiasmo, perfino con grida di sgomento, come se quel fiorellino fosse caduto dal cielo; il babbo pure si beava e ogni tanto gettava le forbici sul pavimento, arrabbiandosi con esse perché erano spuntate. La mamma accorreva nella camera dei bambini con un viso molto impensierito e domandava:
- Chi ha preso le mie forbici? Di nuovo tu, Ivàn Nikolaic', hai preso le mie forbici?
- Signore Dio mio, perfin le forbici non ti danno! - rispondeva con voce piangente Ivàn Nikolaic' e, arrovesciandosi sulla spalliera della sedia, assumeva l'atteggiamento d'un uomo offeso, ma di lì a un minuto nuovamente andava in estasi.
Nelle sue venute precedenti anche Volodia si occupava dei preparativi per l'albero di Natale, o correva in cortile a vedere come il cocchiere e il pastore facevan la montagna di neve, ma ora lui e Cecevitsin non badarono punto alla carta variopinta e non andarono nemmeno una volta nella scuderia, ma sedettero presso la finestra e presero a bisbigliarsi qualcosa; poi tutt'e due insieme aprirono un atlante geografico e si misero a esaminare una carta.
- Prima a Perm... - diceva piano Cecevitsin. - Di là a Tiumen...
poi Tomsk... poi... poi... nel Kamciatka... Di qua i samoiedi traversano su battelli lo stretto di Behring... Eccoti anche l'America... Li ci son molti animali da pelliccia.
- E la California? - domandò Volodia.
- La California è più giù... Purché si capiti in America, poi la California non è lontana. Procacciarsi di che vivere si può con la caccia e il saccheggio.
Cecevitsin tutto il giorno si tenne in disparte dalle ragazzine e le guardò sottecchi. Dopo il tè serale accadde che per un cinque minuti lo lasciarono solo con le bambine. Star zitto era imbarazzante. Egli tossì ruvido, strofinò con la palma destra la mano sinistra, guardò cupamente Katia e domandò:
- Avete letto Myne-Read?
- No, non l'ho letto... Ascoltate, voi sapete pattinare?
Assorto nei suoi pensieri, Cecevitsin non rispose nulla a questa domanda, ma solo gonfiò forte le guance e fece un sospiro, come se avesse molto caldo. Alzò ancora una volta gli occhi su Katia e disse:
- Quando un branco di bisonti corre attraverso le "pampas", ne trema la terra e in questo mentre i "mustang" (1), spaventati, scalciano e nitriscono.
Cecevitsin sorrise mestamente e soggiunse:
- Così pure gli indiani assaltano i treni. Ma peggio di tutto sono i moscerini e le termiti.
- E che cosa sono?
- Son qualcosa come le formichette, ma solo con le ali. Mordono assai forte. Sapete chi sono io?
- Il signor Cecevitsin.
- No. Io sono Montigomo, Artiglio d'Avvoltoio, capo degl'invincibili.
Mascia, la bambina più piccola, guardò lui, poi la finestra, di là dalla quale già cadeva la sera, e disse con esitanza:
- E da noi ieri han preparato le lenticchie (2).
Le parole del tutto incomprensibili di Cecevitsin e il fatto ch'egli bisbigliava continuamente con Volodia, e che Volodia non giocava, ma pensava sempre a qualcosa: tutto ciò era enigmatico e strano. E le due ragazzine maggiori, Katia e Sonia, presero a sorvegliare con occhio vigile i ragazzi. La sera, quando i ragazzi andarono a letto, le fanciullette si avvicinarono furtive all'uscio e ascoltarono la loro conversazione. Oh, quel che appresero! I ragazzi si accingevano a correr chi sa dove in America a estrarre oro; avevano già tutto pronto per il viaggio: una pistola, due coltelli, biscotti, una lente d'ingrandimento per far del fuoco, una bussola e quattro rubli contanti. Esse appresero che ai ragazzi sarebbe toccato percorrere a piedi parecchie migliaia di verste (3), e lungo la strada combattere con tigri e selvaggi, poi procurarsi oro e avorio, uccider nemici, farsi pirati, bere gin e alla fin fine sposare bellissime donne e coltivar piantagioni. Volodia e Cecevitsin parlavano e nella foga s'interrompevano l'un l'altro. Ciò facendo, Cecevitsin chiamava se stesso: «Montigomo, Artiglio d'Avvoltoio», e Volodia: «Mio fratello viso pallido».
- Tu, bada, non dir nulla alla mamma, -disse Katia a Sonia, avviandosi con lei a dormire. - Volodia ci porterà dall'America oro e avorio, ma se tu lo dirai alla mamma, non lo lasceranno andare.
L'antivigilia di Natale Cecevitsin per tutta la giornata esaminò la carta dell'Asia e annotò qualche cosa, e Volodia, languido, gonfio, come punto da un'ape, camminò cupo per le stanze e non mangiò nulla. E una volta nella camera dei bambini, si fermò perfino davanti all'icona, si segnò e disse:
- Signore, perdona a me peccatore! Signore, preserva la mia povera, infelice mamma!
A sera scoppiò a piangere. Andando a dormire, abbracciò a lungo padre, madre e sorelle. Katia e Sonia capivano di che si trattava, ma la minore, Mascia, non capiva nulla, assolutamente nulla, e solo nel guardar Cecevitsin si faceva pensierosa e diceva con un sospiro:
- Quand'è giorno di digiuno, dice la bambinaia, bisogna mangiar piselli e lenticchie.
La vigilia di Natale per tempo Katia e Sonia si alzarono piano piano dal letto e andarono a guardare come i ragazzi sarebbero scappati in America. Si appressarono furtive all'uscio.
- Allora tu non verrai? - domandava iroso Cecevitsin. - Parla: non verrai?
- O Signore! - piangeva piano Volodia. - Come faccio a venire? Mi fa pena la mamma.
- Fratello mio viso pallido, ti prego, andiamo. Eri tu ad assicurarmi che saresti partito, tu stesso mi hai invogliato, e quando s'ha da andare, ecco che ti sei preso paura.
- Io... io non mi son preso paura, ma mi... mi fa pena la mamma.
- Tu parla: verrai o no?
- Verrò, soltanto... soltanto aspetta. Ho voglia di restare un po' a casa.
- In tal caso, andrò io! - decise Cecevitsin. - Farò anche senza di te. E volevi pure andar a caccia di tigri, combattere! Quand'è così, ridammi i miei pistoni!
Volodia si mise a piangere così amaramente che le sorelle non ressero e anche loro piansero sommesso. Seguì un silenzio.
- Allora non verrai? - domandò ancora una volta Cecevitsin.
- Ve... verrò!
- Allora vestiti!.
E Cecevitsin, per persuadere Volodia, lodava l'America, ruggiva come una tigre, raffigurava il piroscafo, imprecava, prometteva di dare a Volodia tutto l'avorio e tutte le pelli di leone e di tigre.
E questo ragazzo magrolino, abbronzato, dai capelli ispidi e con le lentiggini, pareva alle bambine straordinario, meraviglioso. Era un eroe, un uomo risoluto, intrepido, e ruggiva talmente che, stando diet