Fiodor Dostoievski



UMILIATI E OFFESI

 

 






PARTE PRIMA



CAPITOLO 1


La sera del ventidue marzo dello scorso anno ebbi un'avventura alquanto strana. Avevo passato quel giorno a correre per la città in cerca d'un appartamento. Quello in cui abitavo era molto umido, e già allora incominciavo ad avere una tosse piuttosto preoccupante. Mi ero proposto fin dall'autunno prima di cambiar casa, ma poi avevo tirato innanzi fino a primavera senza farne un bel nulla.


Quel giorno non ero riuscito a trovare alcun posto che mi si confacesse. Desideravo, anzitutto, di trovare un appartamentino esclusivamente mio, non stanze in subaffitto; in secondo luogo, poi, mi occorreva una stanza molto vasta, anche a costo di non aver altro che quella; infine, si capisce, non volevo spendere troppo.


Mi ero accorto che in una camera angusta sembra difetti lo spazio anche per i pensieri. A me, invece, piace, meditando sulle mie future opere, camminare su e giù per la camera. A proposito, ho sempre provato maggior piacere a ideare le mie opere e a sognare in che modo sarebbero venute scritte, che non a scriverle in realtà, e vi assicuro che ciò non dipende affatto da pigrizia. E da che cosa allora?

Mi sentivo indisposto fin dalla mattina, e, verso il tramonto, il mio stato di salute peggiorò ancora: cominciava la febbre. Inoltre, avevo passato tutto il giorno in piedi ed ero molto stanco.


Verso sera, proprio sull'imbrunire, stavo camminando lungo la Prospettiva Vosniesenski. Mi piace il sole del mese di marzo a Pietroburgo, soprattutto il tramonto, s'intende, in una chiara sera di gelo. Tutta la strada comincia allora a brillare, inondata da una viva luce. Tutte le case sembrano a un tratto scintillare. Le loro tinte grigie, gialle e verde-sporco, perdono in quel momento la loro tetraggine; pare allora che l'animo si faccia più sereno, che qualcuno ti abbia spinto col gomito, e tu trasalisci tutto. Nuovi pensieri nascono nella tua mente, vedi tutto da un nuovo punto di vista... C'è da meravigliarsi, a considerare quanto può influire un solo raggio di sole sull'anima di un uomo!

Ma il raggio si spense; il gelo si faceva sempre più pungente e cominciava a pizzicare il naso; le tenebre si addensavano; nelle botteghe furono accese le fiammelle a gas. Giunto alla pasticceria di Miller, mi fermai a un tratto come inchiodato e cominciai a fissare l'altra parte della strada, come presentendo che subito doveva succedermi qualche cosa di strano; e nello stesso momento vidi sul marciapiede opposto il vecchio col suo cane. Ricordo benissimo che il cuore mi si strinse per una sensazione penosa, del cui genere non riuscii neppure io a rendermi conto.


Non sono un mistico; quasi non credo ai presentimenti e ai cattivi o buoni presagi; nondimeno, a me, come, può darsi, anche a molti altri, erano accaduti nella vita alcuni casi poco spiegabili. Per esempio, quel vecchio: perché per quel mio incontro con lui sentii subito che mi doveva capitare nella stessa sera qualche cosa d'insolito? Del resto, ero malato, e le sensazioni date dalla febbre sono quasi sempre ingannatrici.


Il vecchio, col suo passo lento e debole, muovendo le gambe come se fossero due rigide pertiche e battendo leggermente col bastone sul lastrico, si avvicinava alla pasticceria. In vita mia, non avevo mai incontrato una figura più strana, più bizzarra. Anche prima di quell'incontro, quando ci trovavamo insieme nella pasticceria di Miller, il vecchio produceva su di me un'impressione dolorosa. L'alta statura, la schiena curva, il viso smorto di ottuagenario, il vecchio pastrano lacerato nelle cuciture, un cappello rotondo, che, a giudicare da quanto era sciupato, doveva aver servito almeno per una ventina d'anni e gli ricopriva la testa calva, con una sola ciocca di capelli, non più canuta, ma di un bianco-giallo, rimastagli proprio sulla nuca; i movimenti, che sembravano obbedire non al cervello, ma ad una molla caricata una volta per sempre, tutto ciò stupiva involontariamente chiunque lo vedesse per la prima volta. Infatti, era strano vedere quel vecchio, in età così avanzata, girare da solo, senza che alcuno lo accompagnasse, tanto più che aveva l'aspetto di un pazzo sfuggito ai suoi guardiani.


Mi stupiva pure la sua estrema magrezza. Quasi non aveva più carne sulle ossa, rivestite soltanto dalla pelle giallastra, I suoi occhi grandi, ma torbidi, circondati da due cerchi lividi, erano sempre fissi davanti a sé, non guardavano mai né da una parte né dall'altra, e sono persuaso che non vedevano nulla. Anche se il suo sguardo cadeva su di voi, egli continuava ad andar dritto, come avesse innanzi a sé lo spazio vuoto. L'avevo notato parecchie volte. Da Miller aveva cominciato a comparire solo da poco tempo, venendo Dio sa da dove, e sempre accompagnato dal cane. Nessuno dei frequentatori della pasticceria usava accostarlo, né egli aveva mai rivolto la parola ad alcuno.


«Perché continua a recarsi da Miller, e che diamine ha da fare in quel luogo?», pensavo, fermo dall'altra parte della strada e lo sguardo invincibilmente attratto dalla sua figura. Una specie di dispetto, conseguenza della malattia e della stanchezza, nasceva in me.


«A che cosa pensa?», continuavo a domandare a me stesso. «Che cosa racchiude nella mente? E' poi capace ancora di pensare? Il suo viso è morto a tal punto, che non esprime proprio nulla. E dove ha trovato quel brutto cane, che non lo lascia di un passo, e sembra formare con lui una cosa sola, un intero indivisibile, e gli somiglia tanto?».


Quel disgraziato cane doveva avere anch'esso un'ottantina d'anni. Sì, doveva essere proprio così. Anzitutto, aveva un aspetto così vecchio come nessun cane ebbe mai; in secondo luogo, fin dalla prima volta che l'avevo visto, mi era sembrato che quel cane non potesse essere un cane come tutti gli altri, ma un animale straordinario: che avesse in sé un non so che di fantastico, di soprannaturale; che fosse una specie di Mefistofele celato sotto la forma di un cane, e che il suo destino fosse congiunto con qualche legame strano e misterioso a quello del suo padrone A vederlo, ognuno avrebbe indubbiamente pensato che di sicuro era trascorsa una ventina d'anni dall'ultima volta che aveva mangiato. Era magro come uno scheletro o, per dir meglio, come il suo padrone. Era quasi completamente spelato; persino la coda, che pendeva giù come un bastone, ed era sempre nascosta tra le gambe, non aveva più peli. La testa, dalle lunghe orecchie, penzolava tetramente abbassata verso terra. In vita mia, non avevo mai visto un cane più ripugnante. Quando quei due esseri, il cane e il suo padrone, camminavano per strada, il padrone davanti e il cane dietro, questo toccava col naso la falda della marsina del vecchio, come se vi fosse incollato. La loro andatura e tutto il loro aspetto parevano ripetere a ogni passo: «Siamo vecchi, vecchi, oh, Signore, come siamo vecchi!».


Ricordo pure che un giorno mi passò per la mente l'idea che il vecchio e il suo cane fossero scappati da qualche pagina di fiabe dell'Hoffmann, illustrata da Gavarni, e gironzolassero adesso per il mondo in guisa di vivente pubblicità a quell'edizione.


Attraversai la strada e seguii il vecchio nella pasticceria.


Nella pasticceria, il vecchio si comportava in modo stranissimo, e, già da qualche tempo, Miller, da dietro il suo banco, aveva cominciato a far smorfie di malcontento vedendo entrare quel frequentatore poco desiderato. Anzitutto, lo strano cliente non si faceva servire nulla.


Ogni volta, entrando, si dirigeva direttamente verso l'angolo accanto alla stufa, e prendeva posto su una sedia. Se per caso il suo posticino prediletto era occupato, rimaneva piantato tutto perplesso, per un certo tempo, di fronte al signore che aveva occupato il posto presso la stufa, poi, con aria piuttosto sconcertata, si ritirava in un altro angolo, presso la finestra. Là, sceglieva una sedia, vi si sedeva lentamente, si toglieva il cappello, lo metteva accanto a sé sul pavimento, come pure il bastone, poi arrovesciato contro lo schienale della sedia, rimaneva così, immobile, per tre o quattro ore.


Mai aveva preso in mano un giornale, mai aveva pronunciato una parola, emesso un suono; rimaneva seduto, Con gli occhi spalancati e fissi, ma con uno sguardo talmente vacuo e privo di vita, che si poteva scommettere che non vedeva nulla dinanzi a sé, né udiva cosa alcuna di quanto si diceva. Il cane, invece, dopo aver girato alcune volte su se stesso, si sdraiava cupo ai suoi piedi, mettendogli il muso tra gli stivali, poi sospirava penosamente, si allungava sul pavimento, e rimaneva pure immobile per tutta la sera, come fosse morto. Si sarebbe detto che quei due esseri rimanessero tutto il giorno morti in qualche luogo, e che solo al tramonto risuscitassero, unicamente per giungere alla pasticceria di Miller, adempiendo con ciò a un dovere misterioso e ignoto a tutti. Dopo essere rimasto così seduto per tre o quattro ore, finalmente il vecchio si alzava, prendeva il cappello e usciva per dirigersi a casa, chissà dove. Si alzava pure il cane, e, come prima, a passi lenti e con la testa bassa, seguiva il padrone.


Gli avventori della pasticceria avevano cominciato da tempo a non sedersi vicino al vecchio, e a passare alla larga, come se ne avessero ribrezzo. Egli, però, non si accorgeva di nulla.


I frequentatori di quella pasticceria erano, in maggior parte, tedeschi. Si radunavano là da tutta la Prospettiva Vosniesenski; erano padroni di diverse aziende: fabbri, fornai, tintori, fabbricanti di cappelli, sellai, tutta gente patriarcale, nel senso tedesco della parola. Da Miller, in generale, si osservavano modi patriarcali.


Spesso il pasticciere si avvicinava ai clienti che conosceva, prendeva posto al loro tavolino, e consumava in loro compagnia una certa quantità di ponce. I cani e i figli del pasticciere venivano pure a salutare qualche volta i clienti, che da parte loro accarezzavano gli uni e gli altri. Tutti si conoscevano e si stimavano a vicenda. E quando gli avventori si sprofondavano nella lettura dei giornali tedeschi, giungevano dall'appartamento del padrone, separato da una porta dalla pasticceria, i suoni dell'"Augustin", eseguito, su un pianoforte scordato, dalla figlia maggiore di Miller, una tedeschina bionda, dai capelli ricci, molto somigliante a un topolino bianco.


Il valzer era sempre accolto con molto piacere.


Io andavo da Miller nei primi giorni di ogni mese per leggervi alcune riviste russe cui egli era abbonato.


Quella sera, entrando nella pasticceria, vidi che il vecchio era già seduto presso la finestra, e il cane, come sempre, sdraiato ai suoi piedi. Mi sedetti in silenzio in un cantuccio e mi domandai in cuor mio: «Perché sono venuto qui, se non ho nulla da farci, anzi, in un momento in cui, sentendomi malato, dovrei affrettarmi a tornare a casa, bere il tè e mettermi a letto? Possibile che mi trovi proprio qui con l'unico scopo di osservare quel vecchio?». Mi sentii indispettito.


«Che m'importa di lui?», pensavo, ricordandomi la sensazione strana e morbosa che avevo provata vedendolo in istrada. «E che m'importano tutti questi noiosi tedeschi? Da che dipende questo fantasioso umore del mio spirito? Da che dipende quest'ansia per ogni nonnulla, che ho scoperto in me in questi ultimi tempi e mi impedisce di vivere e di osservare serenamente la vita, come ha già notato un critico molto profondo, analizzando con indignazione la mia ultima novella?».


Nondimeno, tra simili meditazioni e domande, rimanevo sempre al mio posto, mentre il malessere che avevo indosso s'impadroniva sempre più di me; sentivo persino un certo dispiacere al pensiero che un momento o l'altro avrei dovuto lasciare quel locale ben riscaldato. Presi un giornale di Francoforte, ne lessi un paio di righe e cominciai a sonnecchiare. I tedeschi non mi impedivano di farlo: essi leggevano, fumavano, e solo di tanto in tanto, una volta ogni mezz'ora, si comunicavano a vicenda, brevemente e a mezza voce, qualche notizia di Francoforte, oppure qualche frizzo o qualche parola spiritosa del famoso umorista tedesco Safir; dopo di che, con raddoppiato orgoglio nazionale, si sprofondavano di nuovo nella lettura.


Sonnecchiai per una mezz'ora, poi fui svegliato da un forte brivido di freddo, che mi corse per tutta la persona. Decisamente, era bene che me ne tornassi subito a casa. Ma in quel momento la mia attenzione fu attratta da una scena muta che si svolgeva nel locale. Ho già detto che il vecchio, dopo essersi seduto, fissava abitualmente lo sguardo su qualche punto, e non ne staccava più gli occhi per tutta la sera.


Succedeva anche a me di cadere sotto quello sguardo, privo di senso, ostinato e tale che non poteva percepire nulla: la sensazione che provavo era sgradevolissima, anzi insopportabile, e, di solito, mi affrettavo, in quei casi, a cambiar posto. Quella volta la vittima del vecchio era un piccolo, tondo e molto accurato tedesco, dal colletto rigidamente inamidato e molto alto, e dal viso eccessivamente rosso; era un avventore venuto da Riga, un certo Adamo Ivanovitc Schulz, mercante, come seppi più tardi, un intimo amico di Miller, che non conosceva, però, il vecchio, né molti tra i presenti. Si beava nella lettura del "Dorfbarbier" e centellinava con piacere un "ponce"; a un tratto, avendo alzato un momento la testa, notò, fisso su di sé, l'immobile sguardo del vecchio. Ne rimase turbato. Adamo Ivanovitc era un uomo molto suscettibile e piuttosto irascibile, come sono, in generale, tutti i "nobili" tedeschi. Gli sembrò strano e offensivo quell'essere esaminato in modo tanto insistente e indiscreto, e, con indignazione a stento repressa, distolse lo sguardo da quel vecchio così poco delicato, brontolò qualche cosa tra sé e si nascose silenziosamente dietro il giornale. Ma non resistette, e, trascorsi due minuti, gettò un'occhiata di sopra al giornale: lo stesso sguardo fisso, lo stesso assurdo esame. Adamo Ivanovitc non disse nulla neppure allora. Ma quando, per la terza volta, dovette fare la stessa constatazione, si sentì punto nel vivo e ritenne suo obbligo difendere la propria dignità e non lasciar umiliare davanti a un pubblico eletto la bellissima città di Riga, di cui, evidentemente, si considerava il rappresentante tra noi. Gettò con gesto impaziente il giornale sulla tavola, battendo energicamente con la stecca cui esso era fissato, e, tutto rosso per l'offesa recata alla propria dignità e per il "ponce" bevuto, fissò a sua volta il vecchio indiscreto con i suoi occhietti infiammati. Sembrava che quei due, il vecchio e il tedesco, volessero vincersi a vicenda con la forza magnetica dei loro sguardi, e aspettassero per stabilire chi di loro sarebbe stato il primo a turbarsi e avrebbe abbassato gli occhi. Il rumore della stecca del giornale e lo strano atteggiamento di Adamo Ivanovitc attirarono l'attenzione di tutti i presenti. Tutti si distolsero da quanto li aveva occupati fino allora e, con una curiosità grave e silenziosa, cominciarono a osservare i due avversari. La scena diventava oltremodo comica. Il magnetismo degli occhietti provocanti e rossi di Adamo Ivanovitc non servì a nulla, però. Il vecchio, senza badare a checchessia, continuava a fissare Adamo Ivanovitc, ormai infuriato, e non si accorgeva d'essere il centro della curiosità generale, come se la testa sulla luna e non sulla terra. Alla fine, la pazienza del signor Schulz non resistette più, ed egli proruppe:

- Perché mi fissate così attentamente? - gridò in tedesco, con voce brusca e acuta, e con aria minacciosa.


Ma il suo avversario continuava a tacere, come se non avesse sentito o non avesse compreso la domanda. Adamo Ivanovitc si decise a servirsi della lingua russa.


- Io voi domandare perché voi esaminare me con così attenzione? - gridò con furia raddoppiata. - Me conoscere alla Corte e voi non conoscere alla Corte! - aggiunse balzando dalla sedia.


Ma il vecchio non si mosse nemmeno. Tra i tedeschi passò un mormorio d'indignazione. Miller in persona, attratto dallo strepito, entrò nella sala. Venuto a conoscenza delle cose, pensò che il vecchio doveva essere sordo e si chinò al suo orecchio:

- Signor Schulz domandare a voi cortesemente di non esaminare lui, - diss'egli quanto più poteva ad alta voce, guardando lo strano individuo.


Il vecchio gettò macchinalmente uno sguardo su Miller, e, ad un tratto, sul suo viso, fino a quel momento immobile, si manifestò la presenza di un pensiero ansioso, di una certa inquietudine. Si turbò, si chinò gemendo verso il suo cappello, lo afferrò insieme al bastone si alzò dalla sedia e, con un pietoso sorriso, umile sorriso di un povero scacciato da un posto occupato per errore, fece per uscire dal locale. In quella premura, umile e rassegnata, del misero vecchio decrepito, c'era qualche cosa che ispirava tanta compassione, da far stringere il cuore nel petto, sì che tutti i presenti, cominciando da Adamo Ivanovitc, cambiarono subito modo di considerare la faccenda.


Era chiaro che il vecchio non solo non poteva voler offendere alcuno, ma sapeva perfettamente di poter essere scacciato da qualunque luogo, come un mendicante.


Miller era un uomo compassionevole e buono.


- No, no, - disse, battendo amichevolmente il vecchio sulla spalla, - rimanere a sedere. Soltanto, signor Schulz pregare gentilmente voi non guardare lui. Egli è conosciuto alla Corte.


Ma il vecchio non capì nemmeno questa volta; si turbò ancor più, si chinò per raccogliere il fazzoletto caduto dal cappello, un vecchio fazzoletto azzurro, tutto bucato, e cominciò a chiamare il cane, che giaceva immobile sul pavimento,ed evidentemente dormiva profondamente, col muso nascosto tra le zampe anteriori.


- Asorka! Asorka! - biascicò il vecchio con tremante voce senile. - Asorka!

Ma Asorka non si mosse.


- Asorka! Asorka! - ripeté con angoscia, e toccò il cane col bastone; ma la bestia rimase nella posizione di prima.


Il bastone sfuggì di mano al poveretto. Egli si chinò, s'inginocchiò, e con ambo le mani sollevò la testa di Asorka. Povero Asorka! Era morto! Era morto silenziosamente, ai piedi del suo padrone, forse per vecchiaia, forse per fame. Il vecchio lo guardò per circa un minuto, smarrito, come se non si rendesse conto che Asorka era già morto; poi si chinò lentamente su quel che era stato suo amico e suo servo, e strinse il muso del cane morto contro il suo pallido viso. Passò un minuto di silenzio. Eravamo tutti commossi... Finalmente, il disgraziato si alzò. Era terribilmente pallido e tremava come una foglia.


- Si può fare ''impallo'' - suggerì il compassionevole Miller, cercando in tal modo di consolare il vecchio ("impallo" significava "far impagliare"). - Si può fare benissimo "impallo"; Teodoro Karlovitc Kriger fare bellissimo "impallo"; Teodoro Karlovitc essere un grande artista per fare "impalli", - ripeteva Miller, raccogliendo da terra il bastone e tendendolo al vecchio.


- Sì, io fare bellissimo "impallo", - approvò modestamente lo stesso "herr" Kriger, facendosi avanti.


Era un lungo, magro e virtuoso tedesco, dai capelli rossicci, a ciuffi, e con grandi occhiali su un naso incurvato.


- Teodoro Karlovitc Kriger aver un grande talento per fare tutti magnifici "impalli", - aggiunse Miller, lasciandosi sempre più entusiasmare dalla propria idea.


- Sì, io avere un grande talento per fare magnifici "impalli", - confermò ancora il signor Kriger; - e io fare gratuitamente a voi un "impallo" di vostro cagnolino, - aggiunse, spinto da una magnanima abnegazione.


- No, io vi pagare per "impallo"! - gridò fuori di sé Adamo Ivanovitc, più rosso di prima, a sua volta invaso da sentimenti generosi, e considerandosi ingiustamente causa della disgrazia.


Il vecchio ascoltava ogni cosa, evidentemente senza capire nulla, e continuava a tremare dalla testa ai piedi.


- Aspettate! Voi bere un bicchierino di buon cognac! - esclamò Miller, vedendo che il misterioso frequentatore stava per uscire.


Servirono il cognac. Il vecchio prese macchinalmente il bicchierino, ma le mani gli tremavano, e prima che l'avesse portato alla bocca, metà del liquore si era sparso per terra; poi, senza averne bevuto neppure una goccia, rimise il bicchierino sul vassoio. Dopo di che, con un sorriso strano, che stonava assolutamente con le circostanze, uscì dalla pasticceria con passo affrettato e inuguale, lasciando Asorka sul posto. Tutti rimasero stupiti; risuonarono delle esclamazioni:

- "Schwernat! Was für eine Geschiecht!" [Perdinci! Che storia!] - dicevano i tedeschi, guardandosi a vicenda con occhi spalancati.


Io, invece, mi slanciai all'inseguimento del vecchio. A pochi passi dalla pasticceria, a destra, s'apre un vicolo stretto e scuro, rinchiuso tra due file di case enormi. Una voce interna mi suggerì che il vecchio doveva essersi diretto da quella parte. La seconda casa di quel vicolo era in costruzione e quindi tutta rivestita di impalcature. Lo steccato che circondava la casa si spingeva fin quasi in mezzo al vicolo; presso lo steccato, c'era un marciapiede in legno, fatto appositamente per i passanti, Nell'angolo scuro, formato dallo steccato e dalla casa stessa, trovai il mio vecchio. Era seduto sulle assi del marciapiede, coi gomiti appoggiati sulle ginocchia, e sosteneva la testa con ambo le mani. Gli sedetti accanto:

- Sentite, - gli dissi imbarazzato, non sapendo neanch'io come cominciare il discorso, - non vi rattristate per Asorka. Venite, che vi porto a casa in carrozza. Calmatevi. Vado subito a cercare una vettura di piazza. Dove abitate?

Il vecchio non mi rispose. Non sapevo che decisione prendere, Non c'erano altri passanti. A un tratto, egli mi afferrò per la mano:

- Soffoco, - disse con voce appena percettibile e rauca; - soffoco!

- Andiamo a casa vostra! - esclamai alzandomi e cercando di sollevarlo. - Berrete un bicchiere di tè e andrete immediatamente a letto. Chiamo subito una vettura di piazza.. Faccio venire il dottore... ne conosco uno...


Non ricordo più che altro gli dissi. Egli fece per alzarsi, ma, sollevatosi un poco, ricadde per terra e cominciò di nuovo a balbettare qualche cosa, con voce rauca e soffocata. Mi chinai su di lui per ascoltare.


- Nell'Isola Vassiljevski, - diceva il vecchio, - la sesta linea... la se-sta... li-nea...


Egli tacque.


- Abitate nell'Isola Vassiljevski? Ma allora avete sbagliato strada, dovevate voltare a sinistra e non a destra. Vi ci porto subito...


Il vecchio non si muoveva. Gli presi la mano, ed essa ricadde come se fosse morta. Lo guardai in viso, lo toccai... era morto. Mi pareva che tutto ciò fosse un sogno.


Quell'avvenimento mi costò molti disturbi, attendendo ai quali la febbre mi passò da sé. L'appartamento del vecchio fu scoperto. Non abitava nell'Isola Vassiljevski, ma a due passi dal punto dov'era morto, nella casa di un certo Klughen, al quinto piano, proprio sotto il tetto, in un appartamentino separato, che consisteva in una minuscola anticamera e in una vasta stanza molto bassa, con tre fessure al posto di finestre. Colà aveva vissuto in assoluta miseria.


L'arredamento della camera consisteva in una tavola, due sedie e un vecchio divano logoro, duro come una pietra, con l'imbottitura che sfuggiva da tutte le parti; tuttavia, come si seppe dopo, anche quel misero mobilio apparteneva al padrone della casa.


La stufa lasciava capir chiaramente di non essere stata accesa da tempo; non scoprimmo nemmeno tracce di candele. Ora credo sul serio che il vecchio avesse escogitato quel sistema di recarsi da Miller unicamente per desiderio di riscaldarsi un poco e di stare in un ambiente illuminato.


Sulla tavola si trovarono un orcio d'argilla vuoto e una vecchia crosta di pane. Non fu trovato nemmeno una copeca. Non c'era neppure un capo di biancheria di ricambio; qualcuno offrì una camicia per indossarla al cadavere, prima di metterlo nella bara. Era chiaro che non poteva essere vissuto solo in tal modo, e che, almeno di tanto in tanto, qualcuno doveva andare a trovarlo. Nel cassetto della tavola fu trovato il suo passaporto. Il defunto era straniero di nascita, ma suddito russo; era un certo Geremia Smith, di settantotto anni, macchinista. Sulla tavola giacevano due libri: un manuale di geografia e il Nuovo Testamento, tradotto in russo, con numerose annotazioni a matita sui margini e con segni fatti con l'unghia. Quei libri furono acquistati da me.


Furono interrogati il padrone di casa e altri inquilini, ma nessuno seppe dir nulla sul conto del defunto. Gli inquilini di quella casa erano numerosissimi, per la maggior parte artigiani e tedesche, che subaffittavano camere dei loro appartamenti, con servizio e pensione.


Il gerente della casa, di provenienza nobile, non poté dir nulla sul suo ex-inquilino, se non che il prezzo d'affitto era di sei rubli al mese, che il defunto era venuto ad abitare l'appartamentino quattro mesi prima, e che per i due ultimi mesi non aveva pagato l'affitto, di modo che si vedevano costretti a procedere allo sfratto. Alla domanda se qualcuno veniva a trovarlo, non si ebbe una risposta soddisfacente.


La casa era grande, una vera arca di Noè e la gente che vi andava e veniva era molta. Non era possibile ricordarsi di tutti. Il portinaio, che stava nella casa da quasi cinque anni, avrebbe certo potuto dare qualche schiarimento, ma da due settimane era andato in vacanza al suo paese nativo, lasciando, per il tempo in cui sarebbe stato via, il posto ad un nipote, un giovanotto che non aveva ancora avuto tempo di conoscere personalmente tutti gli inquilini.


Non posso dire con sicurezza come andarono a finire tutte quelle indagini, ma il vecchio fu finalmente seppellito. In quei giorni, per quanto preso da diverse faccende, mi ero recato nell'Isola Vassiljevski, nella sesta linea, e solo quando fui là risi di me stesso: infatti, che cosa credevo di vedere nella sesta linea, tranne le solite due file di case? «Ma allora», pensai, «perché il vecchio, prima di morire, mi parlò della sesta linea nell'Isola Vassiljevski?

Che sia stato il delirio?».


Visitai l'appartamento di Smith, e mi piacque. Lo presi per me.


L'importante era che aveva una stanza vastissima, sebbene tanto bassa, che, nei primi tempi, temevo continuamente di dar la testa contro il soffitto. Del resto, mi ci abituai in breve. Per il prezzo di sei rubli al mese, non era nemmeno possibile sognare alcunché di meglio.


Fui sedotto dall'idea di avere un appartamento tutto mio; adesso era necessario che pensassi a trovare una donna di servizio, poiché era impossibile farne a meno. Nei primi tempi doveva venir da me il portinaio, secondo la sua promessa, almeno una volta al giorno, per qualche servizio indispensabile.


«Chissà», pensavo; «può darsi che qualcuno venga a chiedere del vecchio!».


Tuttavia, erano ormai trascorsi cinque giorni dalla sua morte e nessuno era venuto a informarsi di lui.




CAPITOLO 2


In quel tempo, cioè un anno fa, io collaboravo ancora a diverse riviste, scrivendo articoli, e avevo una fede incrollabile nella sorte che mi avrebbe permesso di scrivere qualche opera bella e voluminosa.


Stavo allora lavorando intorno a un lungo romanzo, ma disgraziatamente le cose si svolsero in modo diverso da quello che avevo pensato, ed eccomi all'ospedale, ad aspettare la morte che probabilmente non tarderà a giungere. Ma se tra poco dovrò morire, a che serve scrivere questi miei ricordi?

I ricordi di questo ultimo e penoso anno di vita mi si affollano spontanei alla memoria: voglio prenderne nota e del resto, se non avessi escogitato questa occupazione, certo a quest'ora sarei già morto di tedio e d'angoscia. Tutte quelle impressioni passate mi agitano talvolta dolorosamente, mi torturano. Sotto la penna esse acquisteranno un carattere più calmo, più regolato; somiglieranno meno a un delirio, a un sogno pieno di incubi. Così, almeno, mi sembra. Il meccanismo stesso dell'atto di scrivere ha il suo valore; esso mi calmerà, sveglierà in me le abitudini di una volta, abitudini di scrittore, trasformerà i miei ricordi e i miei sogni morbosi in un'occupazione che non ha nulla di riprovevole, in un lavoro... Sì, l'ho pensata bene!

Inoltre, lascerò così un'eredità all'infermiere; potrà tagliare la mia opera in strisce e incollarle sopra le fessure delle finestre, quando metteranno le doppie invetriate per l'inverno.


Ma, non so perché, ho cominciato il mio racconto dalla metà. Se devo scrivere tutto, bisogna che incominci dal principio. Benissimo, comincio dunque dal principio. Tanto più che la mia autobiografia non sarà lunga.


Non sono nato a Pietroburgo, ma lontano di qui, nella provincia di ...ska. I miei genitori devono essere stati brava gente, così, almeno, io credo, ma morirono lasciandomi orfano nella più tenera età, ed io crebbi in casa di Nicola Serghejevitc Ikmenev, un piccolo possidente, che mi raccolse per compassione. Non aveva che una figlia, Natascia, una bambina di tre anni più giovane di me. Crescevamo insieme come fratello e sorella.


Oh, mia cara infanzia! E' molto sciocco rimpiangerti e aver nostalgia di te, ora che ho venticinque anni e sto per morire; tu sei rimasta l'unico ricordo bello della mia vita, ricordo cui ritorno con entusiasmo e con gratitudine! In quei tempi, il sole, nel cielo, era così smagliante, così diverso da quello che spunta a Pietroburgo! e quanto lietamente battevano i nostri cuoricini!

Allora eravamo circondati da campi e boschi, e non da mucchi di pietre, come adesso. Che splendido giardino, che parco stupendo erano nella proprietà "Vassiljevskoje", di cui Nicola Serghejevitc era intendente; in quel giardino andavo a passeggiare con Natascia, e dietro al giardino cominciava il vasto e umido bosco, in cui ci smarrimmo, una volta, da bambini... Ah, bel tempo d'oro! La vita cominciava a svelarsi misteriosa e attraente, ed era un godimento conoscerla a poco a poco. Allora, dietro a ogni albero, a ogni cespuglio, sembrava abitasse qualche misterioso essere a noi ignoto; il mondo delle fiabe si confondeva col mondo reale; e quando nelle valli profonde si addensava la nebbia del tramonto e si aggrappava con grigi fiocchi sinuanti alle boscaglie che rivestivano i ripidi pendii pietrosi del nostro profondo burrone, io e Natascia, stando sull'orlo e tenendoci per mano, guardavamo nel fondo con paurosa curiosità, aspettando che qualcuno ne uscisse o ci rispondesse dalla nube della densa nebbia, e che le fiabe della vecchia balia si trasformassero così in realtà autentica e naturale.


Una volta, molto tempo dopo, ricordai a Natascia come un bel giorno ci procurarono "La lettura infantile", come subito corremmo in giardino, verso il laghetto, dove si trovava, sotto un vecchio acero ombroso, la nostra preferita panchetta verde; vi sedemmo e cominciammo immediatamente a leggere "Alfonso e Dalinda", una novella fantastica.


Oggi ancora non posso ricordarmi di questa novella, senza che il mio cuore ne senta un palpito strano, e quando, un anno fa, ricordai a Natascia le due prime righe: «Alfonso, l'eroe della mia novella, nacque nel Portogallo; don Ramiro, suo padre, eccetera», mancò poco che non scoppiassi in pianto. Dovevo avere, in quel momento, un'aria molto sciocca, e fu evidentemente per questo che Natascia sorrise allora scorgendo il mio entusiasmo. Del resto, si riprese subito (me lo ricordo perfettamente), e per consolarmi, cominciò anche lei a evocare ricordi del passato. A poco a poco si sentì commuovere lei pure. Che deliziosa serata fu quella! rievocammo tutti i nostri ricordi: come mi mandarono in città per studiare in un collegio (Dio, come aveva pianto allora!) e la nostra ultima separazione, quando abbandonai per sempre "Vassiljevskoje". Avevo terminato gli studi nel collegio e mi recavo a Pietroburgo per prepararmi agli esami d'ammissione all'università. Avevo allora diciotto anni, ed ella ne aveva quindici. Natascia mi disse poi che in quei tempi ero talmente goffo e allampanato, e avevo un'aria così buffa, che non si poteva vedermi senza ridere. Nel momento della separazione io la trassi in disparte, per comunicarle qualche cosa di estremamente importante; ma la lingua mi si ammutolì di colpo. Ella ricordava che allora ero molto confuso e agitato. Va da sé che non cominciai nemmeno a parlare. Non sapevo che dire, ed ella, forse, non mi avrebbe neppure capito. Non feci che prorompere in un amaro pianto e partii senza aver detto nulla. Ci ritrovammo soltanto dopo molti anni a Pietroburgo. Il vecchio Ikmenev era venuto qui per sostenere una causa, ed io mi ero da poco dedicato alla letteratura.




CAPITOLO 3


Nicola Serghejevitc proveniva da una nobile famiglia decaduta da tempo. Nondimeno, i genitori gli avevano lasciato una buona tenuta di centocinquanta anime. A circa vent'anni era entrato nel reggimento degli ussari. Le cose procedevano pacificamente,quando improvvisamente, dopo sei anni di servizio, gli successe, una brutta sera, di perdere alle carte tutto il suo patrimonio. Non aveva chiuso occhio tutta la notte. La sera dopo, tornò alla tavola da gioco e puntò l'unica cosa che possedesse ancora, il cavallo. Vinse una prima, una seconda, una terza e una quarta volta, e in una mezz'ora di tempo riuscì a riguadagnare una delle sue tenute, il villaggio Ikmenevka, che, secondo l'ultimo censimento, contava cinquanta anime. Allora smise di giocare e il giorno dopo diede le dimissioni. Le altre cento anime erano perse irrevocabilmente. Le dimissioni furono accettate, e due mesi dopo egli partiva per la sua proprietà, col grado di tenente a riposo. In vita sua, non volle mai più fare allusione a quella perdita, e nonostante tutta la sua bonarietà, si sarebbe bisticciato con chiunque si fosse permesso di ricordargliela. In campagna si occupò con zelo dell'amministrazione dei suoi beni e a trentacinque anni sposò una fanciulla povera, ma di nobile casato, Anna Andrejevna Sciumilova; la ragazza non aveva nessuna dote, aveva tuttavia ricevuto una buona istruzione nel capoluogo della provincia, in un collegio per fanciulle nobili, sotto la guida di un'emigrata, la signora Mont- Revêche; Anna Andrejevna ne rimase orgogliosa per tutta la vita, benché nessuno avesse mai potuto stabilire in che cosa fosse consistita quell'istruzione. Nicola Serghejevitc era diventato un ottimo amministratore. I proprietari vicini andavano a chiedergli consiglio in ogni cosa. Passarono alcuni anni ancora, quando, improvvisamente, giunse da Pietroburgo nella vicina proprietà detta "Vassiljevskoje", che contava novecento anime, il suo proprietario, il principe Pietro Alessandrovitc Valkovski. Il suo arrivo produsse una forte impressione in tutto il paese. Il principe era ancor giovane, senza più essere un giovanotto; aveva un alto grado e molte relazioni importanti; era bello, ricco, e con tutto ciò, era vedovo, fatto che raddoppiò l'interessamento per lui di tutte le signore e le signorine del distretto. Si parlava della brillante accoglienza fattagli nel capoluogo della provincia dal governatore, di cui era un lontano parente; dell'impressione prodotta sulle signore della città, che «avevano perduto la testa per le sue cortesie», e così via. Insomma era uno dei più brillanti rappresentanti dell'alta società della capitale, quali ne capitano solo di rado in provincia, e capitandovi, producono un effetto straordinario.


Il principe, invece, non era per nulla affabile, soprattutto con coloro di cui non aveva bisogno, e che considerava inferiori a sé. Non ritenne necessario far conoscenza coi vicini, procacciandosi con ciò, subito, un gran numero di nemici. Per questo, tanto più grande fu la meraviglia di tutti quando gli venne l'idea di fare una visita a Nicola Serghejevitc Ikmenev. Vero è che Nicola Serghejevitc era uno dei suoi vicini più prossimi.


Il principe produsse una forte impressione in casa Ikmenev. Seppe fin dal primo istante affascinarli entrambi; Anna Andrejevna specialmente ne parlava con esultanza. Poco dopo, egli cominciò a frequentare i coniugi da buon amico, recandosi da loro ogni giorno e invitandoli continuamente a casa sua; era arguto, chiacchierava, raccontava aneddoti, suonava sul loro mediocre pianoforte. Gli Ikmenev s'indignavano quando sentivano tutti i vicini affermare che quel caro e simpaticissimo uomo era orgoglioso, altero, egoista, senza cuore.


Bisogna credere che al principe fosse veramente piaciuto Nicola Serghejevitc, uomo semplice, dritto, leale, disinteressato. Del resto, la spiegazione non tardò a manifestarsi. Il principe era giunto nella sua proprietà per scacciarne l'intendente, un tedesco corrotto, un agronomo, uomo dotato di venerabili canizie, di occhiali e di un naso incurvato, il quale, con tutte queste prerogative, rubava senza coscienza né misura alcuna, e inoltre torturava i contadini. Ivan Karlovitc, colto finalmente in fallo, era rimasto molto offeso, aveva fatto un lungo discorso sull'onestà dei tedeschi, ma, ciò nonostante, era stato scacciato, persino con un certo disonore. Al principe occorreva un intendente, e la sua scelta cadde su Nicola Serghejevitc, un amministratore perfetto e l'uomo più onesto del mondo, cosa sulla quale non potevano esserci dubbi di sorta. Va da sé che il principe avrebbe preferito moltissimo che Nicola Serghejevitc gli offrisse egli stesso i propri servigi; ma ciò non avvenne, e un bel giorno il principe dovette fare l'offerta per il primo, sotto forma di un'amichevole ed umile domanda. A tutta prima, Ikmenev rifiutò, ma il considerevole stipendio tentò Anna Andrejevna, e le raddoppiate gentilezze del principe fecero sciogliere tutti i dubbi. Il principe aveva raggiunto il suo scopo. C'era da pensare che fosse un profondo conoscitore degli uomini. Nel corso della sua breve conoscenza con Ikmenev, aveva perfettamente compreso con chi aveva da fare, e aveva pure capito che bisognava guadagnarsi l'Ikmenev con un contegno amichevole e cordiale, cattivarne il cuore, e che il solo denaro non avrebbe potuto fargli raggiungere il proprio intento. Gli occorreva un intendente di cui potersi fidare ciecamente e per sempre, onde non dover più tornare a "Vassiljevskoje", come appunto contava di fare. Il fascino che aveva esercitato su Ikmenev fu tale, che questi credette sinceramente nell'amicizia del principe.


Nicola Serghejevitc era uno di quegli uomini buonissimi e ingenuamente romantici, che sono tanto affascinanti da noi in Russia, qualunque cosa se ne dica, i quali quando si affezionano a qualcuno (senza saperne il perché), si danno con tutta l'anima, spingendo qualche volta il loro sentimento fino al ridicolo.


Passarono molti anni. La proprietà del principe era in uno stato fiorente. Le relazioni tra il proprietario di "Vassiljevskoje" e il suo intendente si svolgevano senza il minimo dissapore da ambo le parti, limitandosi a una fredda corrispondenza d'affari. Il principe, senza immischiarsi nelle disposizioni di Nicola Serghejevitc, gli dava talvolta consigli che stupivano Ikmenev per il loro spirito pratico e per il reale buonsenso che li informava. Si vedeva che, non solo gli spiacevano le spese superflue, ma anzi sapeva trarre profitto da ogni cosa. Circa cinque anni dopo la sua visita a "Vassiljevskoje", egli mandò a Nicola Serghejevitc una procura per l'acquisto di un'altra bellissima proprietà, di quattrocento anime, nella stessa provincia.


Nicola Serghejevitc ne rimase entusiasta; prendeva a cuore i successi del principe, le voci che correvano sulla sua fortuna, sui suoi progressi, come se si trattasse di un proprio fratello. Ma l'entusiasmo di Ikmenev giunse al più alto grado, quando il principe, in un caso speciale, gli diede altre dimostrazioni della sua illimitata fiducia. Ecco come si erano svolte le cose...


A questo punto, però, ritengo utile accennare ad alcuni particolari della vita di quel principe Valkovski, che è uno dei principali protagonisti del mio racconto.




CAPITOLO 4


Dissi già che il principe era vedovo. Si era sposato nella prima gioventù per interesse. Dai genitori, che avevano sperperato tutta la fortuna della famiglia a Mosca, non aveva ereditato quasi nulla.


"Vassiljevskoje" era gravato di ipoteche, i debiti che pesavano su di esso erano enormi. Il ventiduenne principe, costretto ad accettare un impiego in qualche cancelleria, non aveva una copeca ed entrava nella vita come un «pezzente rampollo di un'antica famiglia». Il matrimonio con una matura figlia di un negoziante lo salvò. Va da sé che il suocero lo aveva ingannato sulla entità della dote, nondimeno il denaro portato dalla moglie fu sufficiente per riscattare la proprietà nativa e rimettersi in carreggiata. La figlia del negoziante, che il principe aveva fatta sua moglie, sapeva scrivere appena appena, non sapeva mettere insieme due parole, era bruttissima: ma possedeva due grandi qualità: era buona e mite. Il principe ne approfittò abilmente:

dopo un anno di matrimonio, lasciò la moglie, che nel frattempo aveva dato alla luce un figlio, alle cure del suocero, a Mosca, e se ne andò a servire nella provincia di ...ska, dove, con la protezione di un parente altolocato, che abitava a Pietroburgo, si era procurato un posto discretamente importante. Il suo spirito bramava decorazioni, onori; egli aspirava a una bella carriera, e avendo giudicato che con una moglie come la sua non poteva vivere né a Mosca né a Pietroburgo, si era deciso, in attesa di tempi migliori, a cominciare la carriera in provincia. Si diceva che già fin dal primo anno del loro matrimonio fosse mancato poco che la giovane sposa morisse, in seguito ai brutali maltrattamenti fattile subire dal marito. Simili voci avevano sempre provocato l'indignazione di Nicola Serghejevitc, che prendeva con ardore la difesa del principe, affermando che questi non era capace di un'azione ignobile.


Dopo sette anni di matrimonio, la principessa finalmente morì, e il marito, rimasto vedovo, si trasferì immediatamente a Pietroburgo, dove la sua presenza suscitò persino un certo interesse. Giovane ancora, straordinariamente bello, proprietario di un notevole patrimonio, dotato di tante qualità brillanti, di un indiscutibile spirito, di buon gusto, di allegria inesauribile, egli si presentò non come uno che cerca fortuna e protezione, ma come uomo piuttosto indipendente.


Si affermava che aveva realmente in sé un non so che di affascinante, di avvincente, di forte. Piaceva molto alle donne, e le sue relazioni con una delle più belle signore del mondo aristocratico gli procurarono una fama scandalosa. Egli sperperava il denaro, senza contarlo, a dispetto del suo carattere parsimonioso, che giungeva all'avarizia, perdeva al gioco, quando ciò gli pareva opportuno, e sborsava somme, anche molto rilevanti, senza fare una smorfia.


Ma non certo per divertirsi era venuto a Pietroburgo: gli occorreva mettersi una volta per sempre su una buona via e consolidare la propria carriera. E vi riuscì. Il conte Nainski, il parente altolocato, che non gli avrebbe prestato la minima attenzione se fosse giunto da lui come un semplice sollecitatore, stupito dai suoi successi in società, trovò possibile e conveniente dimostrargli un interessamento tutto speciale, e si degnò persino di prendere in casa propria il settenne figlio del principe, onde provvedere alla sua educazione.


Appunto a questi tempi risalivano la visita del principe a "Vassiljevskoje" e l'inizio delle sue relazioni amichevoli con Ikmenev. Finalmente, avendo, grazie all'interessamento del conte, raggiunto una bella posizione presso una delle più importanti ambasciate, egli partì per l'estero. Da allora, le voci che correvano sul suo conto furono piuttosto oscure: si parlava di un'avventura spiacevolissima che aveva avuta all'estero, senza che nessuno potesse spiegare in che cosa consistesse. Si sapeva unicamente che, nel frattempo, era riuscito a comperare un'altra proprietà di quattrocento anime, cosa di cui abbiamo già fatto parola. Tornò dall'estero molti anni dopo, con un alto grado, e ottenne immediatamente un posto molto importante a Pietroburgo. A Ikmenevka giunse la voce che il principe doveva passare a seconde nozze, imparentandosi in tal modo con una nobilissima famiglia, estremamente ricca e potente. «Mira a diventare un dignitario!», diceva Nicola Serghejevitc, fregandosi le mani tutto contento.


Io studiavo, a quel tempo, all'Università di Pietroburgo, e ricordo di aver ricevuto una lettera da Ikmenev, appunto a questo proposito; m'incaricava di verificare se le voci riguardanti il matrimonio erano esatte. Egli scrisse pure al principe, chiedendogli la sua protezione per me, ma il principe lasciò quella lettera senza risposta. Io sapevo soltanto che suo figlio, il quale aveva ricevuto la prima educazione in casa del conte e poi al liceo, aveva terminato allora gli studi, a diciannove anni. L'avevo comunicato agli Ikmenev, come pure la notizia che il principe voleva molto bene al figlio, lo viziava assai, preoccupandosi già fin d'allora del suo avvenire. Queste informazioni le avevo avute da altri studenti, compagni del giovane principe.


Proprio in quei tempi, Nicola Serghejevitc ricevette dal principe una lettera che lo stupì non poco.


Il principe, che, fino a quel momento, come già dissi, si era limitato, nei suoi rapporti con Nicola Serghejevitc, a una rigida corrispondenza d'affari, gli scriveva ora in modo più sincero, amichevole e particolareggiato delle sue faccende di famiglia: si lagnava del figlio, scriveva che questi gli dava molti dispiaceri con la sua cattiva condotta; che certo le birichinate d'un ragazzo così giovane non potevano essere considerate come cose veramente gravi (cercava, evidentemente, di discolpare il figlio), ma nondimeno aveva deciso di infliggere al giovane una punizione, facendogli un po' paura, e precisamente di mandarlo in esilio in campagna, sotto la sorveglianza di Ikmenev. Il principe scriveva che si affidava completamente al suo «buonissimo e lealissimo Nicola Serghejevitc, e soprattutto ad Anna Andrejevna», pregando entrambi di accogliere il discolo nella loro famiglia, di fargli intendere ragione nella solitudine campestre, di volergli un po' bene, se era possibile, e soprattutto di cercar di correggerne il carattere frivolo e «suggerirgli regole severe e salutari, tanto necessarie nella vita umana».


Il vecchio Ikmenev, naturalmente, si mise all'opera con entusiasmo.


Quando, poco dopo, il giovane principe comparve, fu accolto nella famiglia come un figliolo. Nicola Serghejevitc si affezionò a lui e l'amò non meno di Natascia; anche dopo, quando, già era intervenuta una completa rottura dei rapporti tra il principe padre e Ikmenev, il vecchio ricordava talvolta con spirito allegro il suo Alioscia, come aveva preso l'abitudine di chiamare il giovane principe Alessio Petrovitc.


In verità, questi era un giovane simpaticissimo: bellissimo d'aspetto, debole di carattere e nervoso come una donna, ma allegro e sincero, con un'anima franca e capace dei più nobili sentimenti; con un cuore pieno di amorevolezza, leale e riconoscente, e presto diventò l'idolo di casa Ikmenev. Malgrado i suoi diciannove anni, era un vero fanciullo. Era difficile immaginare per quale colpa il padre l'avesse mandato in esilio, pur amandolo profondamente, secondo quanto si diceva. Si raccontava che il giovane vivesse a Pietroburgo in pieno ozio, che si comportasse in modo frivolo, rifiutando di assumere un impiego, con grande afflizione di suo padre. Nicola Serghejevitc non interrogò mai Alioscia a questo proposito, visto che il principe Pietro Alessandrovitc aveva taciuto nella sua lettera la vera ragione dell'esilio del figliolo.


Correva voce, a ogni modo, di un'imperdonabile leggerezza di Alioscia, di una sua relazione con una certa signora, una sfida a duello, una favolosa perdita al gioco; si parlava persino di danari altrui sperperati dal giovane. Si mormorava pure che il principe avesse preso la decisione di allontanare il figlio, non per una vera e propria colpa di quest'ultimo, ma in seguito a certe considerazioni d'indole puramente egoistica. Nicola Serghejevitc respingeva indignato una simile supposizione tanto più che Alioscia voleva molto bene al padre, dal quale era vissuto lontano per tutta l'infanzia e l'adolescenza; ne parlava con entusiasmo e calore; si vedeva che era completamente sotto l'influenza di lui. Alioscia accennava pure, qualche volta, a una certa contessa, cui avevano fatto la corte insieme, lui e suo padre; egli, Alioscia, avrebbe avuto il sopravvento, e il padre si sarebbe molto adirato. Il giovane raccontava questa storia sempre con grande entusiasmo, con infantile semplicità, accompagnandola con allegre risate; ma Nicola Serghejevitc lo faceva subito tacere. Egli confermò, inoltre, la decisione presa dal padre di passare a seconde nozze.


Alioscia trascorse così quasi un anno d'esilio, scrivendo al padre, di tanto in tanto, lettere rispettose e piene di buon senso. A poco a poco, prese tal gusto per la vita che conduceva a "Vassiljevskoje", che quando il principe venne anche lui, d'estate, in campagna (del quale suo arrivo avvertì anticipatamente gli Ikmenev), l'esiliato cominciò egli stesso a pregare il padre di lasciarlo il più a lungo possibile a "Vassiljevskoje", assicurando che la vita campestre era proprio quella che ci voleva per lui. Tutte le decisioni e gli infatuamenti di Alioscia provenivano dalla eccessiva impressionabilità nervosa, dal cuore ardente, dalla frivolezza, che talvolta giungeva all'assurdo, dalla straordinaria capacità che aveva di sottomettersi a ogni influenza esterna, come pure da un'assoluta mancanza di volontà.


Ma il principe accolse con diffidenza la preghiera del figlio... In generale, Ikmenev riconosceva a stento il suo «amico» di una volta nel principe Pietro Alessandrovitc, che era molto cambiato. Egli si dimostrò improvvisamente molto esigente verso Nicola Serghejevitc, palesò una rivoltante avidità e un'avarizia da non dirsi nel controllo dei conti della tenuta, nonché una diffidenza davvero inspiegabile.


Tutto ciò afflisse oltremodo il bravo Nicola Serghejevitc, che durava fatica a credere ai propri occhi. Questa volta le cose si svolgevano in modo proprio opposto a quello della prima visita del principe a "Vassiljevskoje", quattordici anni addietro. Questa volta il principe fece conoscenza con tutti i vicini, i più importanti, naturalmente; da Nicola Serghejevitc, invece, non andava più, e in generale lo trattava come un dipendente.


Era accaduto un fatto assolutamente inesplicabile: senza nessuna causa apparente, tra il principe e Nicola Serghejevitc aveva avuto luogo una rottura certo irrimediabile. Furono udite parole irate e offensive, pronunciate tanto dall'uno che dall'altro. Ikmenev si allontanò indignato da "Vassiljevskoje", ma la storia non finì lì.


Improvvisamente, cominciò a correre per tutta la contrada una rivoltante calunnia. Si mormorava che Nicola Serghejevitc, avendo perfettamente compreso il carattere del giovane principe, si fosse proposto di sfruttarne a proprio profitto tutte le cattive qualità; che sua figlia Natascia (che ormai aveva diciassette anni) aveva saputo affascinare il giovanotto ventenne; che il padre e la madre, pur facendo finta di non accorgersi di nulla proteggevano quell'amore; che l'astuta e "viziosa" Natascia era infine riuscita a stregare assolutamente il principe, che per tutto un anno, grazie all'astuzia della ragazza, egli non aveva visto neanche una di quelle fanciulle, veramente nobili, che maturavano tanto numerose nelle rispettabili case dei proprietari vicini. Affermavano, infine, che i due innamorati avevano deciso di farsi dare la benedizione nuziale nella chiesa del villaggio di Grigorievo,lontano quindici verste (1) da "Vassiljevskoje", all'insaputa dei genitori di Natascia, i quali, però, sapevano tutto fin nei più minuti particolari e guidavano la figlia coi loro indegni consigli. Insomma, non basterebbe un intero volume per dar conto di tutti i pettegolezzi che le comari del distretto avevano inventato a proposito di questa storia. Ma il più strano si è che il principe prestò fede a tutte quelle chiacchiere e si recò a "Vassiljevskoje" esclusivamente in seguito a una lettera anonima, mandatagli dalla provincia a Pietroburgo. Certamente, nessuno di coloro che conoscevano Nicola Serghejevitc poteva credere una parola di tutte le calunniose accuse gettategli addosso, e ciò nonostante tutti si agitavano, tutti parlavano a sottintesi, scuotevano la tesa... e pronunciavano parole di irrevocabile condanna.


Ikmenev era, innanzi tutto, troppo orgoglioso per difendere la figlia di fronte alle comari; proibì anzi assolutamente alla sua Anna Andrejevna di prestarsi a qualsiasi spiegazione in materia coi vicini.


Quanto a Natascia, calunniata così indegnamente, ancora un anno dopo non sapeva nulla di tutti quei pettegolezzi: i genitori le avevano con gran cura tenuto nascosto ogni cosa, e lei continuava a essere allegra e innocente come una fanciulla dodicenne.


Intanto la lite si spingeva sempre più avanti. La gente servile non perdeva il tempo. Comparvero accusatori e testimoni, che seppero infine persuadere il principe che l'amministrazione di "Vassiljevskoje", esercita da Nicola Serghejevitc per tanti anni, era ben lontana dal distinguersi per una probità esemplare. Quella gente affermava, tra l'altro, che tre anni prima, in occasione della vendita di un boschetto, Nicola Serghejevitc si era appropriato di dodicimila rubli in argento, atto del quale potevano essere presentate davanti al tribunale le prove più tangibili e legali, tanto più che non aveva avuto nessuna procura da parte del principe per la vendita del boschetto stesso, ma aveva agito di propria iniziativa; secondo gli accusatori, Ikmenev avrebbe cercato di convincere il principe della necessità di vendere il boschetto solo a fatto compiuto, e dichiarato un ricavo molto minore di quello realmente conseguito.


Certamente, tutto ciò non era che calunnia, come fu dimostrato in seguito, ma il principe ci prestò fede, e in presenza di testimoni diede del ladro a Nicola Serghejevitc. Ikmenev non si trattenne e rispose con un'offesa ugualmente grave; ne risultò una scena terribile. Fu immediatamente iniziato un processo. Nicola Serghejevitc, cui mancavano alcuni documenti, e soprattutto mancando di protettori e di esperienza in faccende del genere, cominciò subito con l'avere la peggio. La sua proprietà fu messa sotto sequestro. Il vecchio, irritato, lasciò tutto e decise infine di trasferirsi a Pietroburgo, onde provvedere di persona ad espletare le pratiche utili alla causa, lasciando in provincia, al proprio posto, un avvocato molto esperto. A quanto pare, il principe non tardò molto a comprendere di aver offeso a torto Ikmenev. Quelle reciproche offese, però, erano state talmente gravi, che non era possibile parlare di riconciliazione, e il principe, adirato, faceva ogni sforzo perché la causa si risolvesse a suo profitto, cioè, in sostanza, cercava di togliere al suo ex-intendente l'ultimo pezzo di pane.




CAPITOLO 5


Dunque, gli Ikmenev si erano trasferiti a Pietroburgo. Non mi metterò a descrivere il mio incontro con Natascia dopo un distacco così lungo.


In quei quattro anni non l'avevo mai dimenticata. Certamente neppure io mi rendevo esattamente conto di quale fosse il sentimento col quale la ricordavo; ma quando la rividi, capii subito che la fanciulla mi era destinata dalla sorte. Sul principio, nei primi giorni dopo il loro arrivo, continuava a sembrarmi che si fosse poco sviluppata nel corso di quei quattro anni e che fosse rimasta la stessa bambina che era prima della nostra separazione. Poi, ogni giorno, cominciai a notare in lei qualche cosa di nuovo, di sconosciuto, qualche cosa che mi avesse tenuto fino allora nascosto, allo scopo di celarsi ai miei occhi: e che gaudio per me nell'indovinare ciò che la fanciulla pareva non voler confessarmi della propria anima!

Il vecchio, nei primi tempi dopo essersi trasferito a Pietroburgo, era irascibile e bilioso. I suoi affari andavano male, s'indignava, usciva di sé, era continuamente occupato da documenti e pratiche, e badava poco a noi.


Anna Andrejevna, invece, si sentiva completamente sperduta, e sulle prime non riuscì a raccapezzarsi. Pietroburgo le incuteva paura.


Sospirava e tremava, ricordava con nostalgia continua la vita di prima, la loro Ikmenevka, si lamentava dicendo che ormai Natascia era cresciuta e giunta all'età di sposarsi, e non c'era nessuno che potesse occuparsi di lei; si espandeva in mia presenza in confessioni stranissime, non avendo vicino a sé alcun altro più adatto per ricevere le sue amichevoli confidenze.


Proprio in quel tempo, poco prima del loro arrivo, io avevo terminato il mio primo romanzo, quel romanzo che diede poi inizio alla mia carriera letteraria e che, da quel novizio che ero, non sapevo dove collocare. Dagli Ikmenev non ne avevo fatto parola; essi, invece, per poco non si erano bisticciati con me per il fatto che conducevo una vita oziosa, cioè non avevo e non cercavo di procurarmi un impiego. Il vecchio mi fece persino degli amari rimproveri in tono un poco vivace, s'intende, sempre per i sentimenti paterni che provava nei miei confronti. Io, invece, avevo semplicemente vergogna di confessar loro quali fossero le mie occupazioni. Infatti, come avrei potuto annunciare a bruciapelo che non volevo impiegarmi, ma intendevo scrivere romanzi? Dovevo, dunque, forzatamente, per il momento almeno, ingannarli, assicurandoli che facevo di tutto per trovarmi un impiego, ma che fino allora le mie ricerche non avevano portato a nessun risultato positivo. Ikmenev non aveva tempo di verificare le mie parole. Mi ricordo che un giorno, dopo aver ascoltato i nostri discorsi Natascia mi trasse in disparte con aria misteriosa e cominciò a supplicarmi con le lacrime agli occhi di pensare al mio avvenire, a interrogarmi, a tempestarmi di domande, volendo sapere con precisione di che cosa mi occupassi, e siccome non mi tradii nemmeno con lei, mi fece giurare che non avrei rovinato la mia vita per causa dell'ozio e della pigrizia. Io non le confessai il mio segreto, è vero, eppure avrei dato tutti i lusinghieri giudizi dei critici e del pubblico, che mi furono tributati in seguito, per una sola sua parola d'incoraggiamento per il mio primo romanzo.


Poi, finalmente, venne il giorno in cui il mio romanzo fu pubblicato.


Già prima che avesse veduto la luce, aveva suscitato un certo scalpore nel mondo letterario. Il critico B... , avendo letto il manoscritto, se ne era rallegrato come un bambino. Io, invece, devo confessare che le più grandi gioie procuratemi dalla mia opera non le provai neppure nei primi momenti inebrianti del mio successo, ma quando ancora non avevo letto né fatto vedere ad alcuno il mio manoscritto; e provai in quelle lunghe notti tra estatiche speranze, sogni travolgenti e l'ardente amore per il mio lavoro, quando già mi ero assuefatto alle mie proprie fantasie, ai personaggi che io stesso avevo creato, come se fossero per me veri e cari esseri viventi; li amavo, mi rallegravo e mi rattristavo con loro, e talvolta piangevo, persino, con le lacrime più sincere, sulle avversità d'uno dei miei eroi, troppo semplice di natura.


Non saprei descrivere come furono lieti i miei vecchi per il mio successo, sebbene sulle prime rimanessero oltremodo stupiti! Anna Andrejevna non poteva proprio credere che il nuovo scrittore acclamato da tutti fosse lo stesso Vania che... e così via, e continuava a scuotere la testa. Quanto al vecchio, ci volle del tempo prima che si arrendesse; a tutta prima, alle prime notizie che ne ebbe, rimase persino un po' spaurito; cominciò a parlare della carriera rovinata, della condotta disordinata di tutti gli scrittori in generale. Ma reiterate e nuove voci, annunzi nei giornali e infine alcune parole lodevoli pronunciate a mio riguardo da persone cui egli credeva devotamente, lo costrinsero a cambiare il suo punto di vista. Quando, poi, mi vide a un tratto possessore di somme notevoli e seppe quanto veniva pagato il lavoro letterario, i suoi ultimi dubbi furono dispersi.


Rapido nei passaggi dal dubbio a una fede piena ed entusiastica, capace di rallegrarsi come un bambino per la mia fortuna, egli si abbandonò di colpo alle più fantastiche speranze, ai più abbaglianti sogni sul mio avvenire. Ogni giorno faceva per me nuovi progetti, inventava nuove carriere, e lo sa soltanto Iddio dove non giungessero quei suoi castelli in aria! Cominciò persino a dimostrarmi un rispetto tutto speciale, non mai esistito prima d'allora. E nondimeno, mi ricordo, di tanto in tanto lo assaliva ancora qualche dubbio, e spesso, proprio in mezzo al più estatico fantasticare, rimaneva di nuovo perplesso.


«Uno scrittore, un poeta. E' un po' strano... Ha mai un poeta fatto la carriera, raggiunto un alto grado? Non sono gente seria, posata!» Mi accorsi che dubbi e delicati scrupoli simili lo assalivano, al solito, nelle ore del crepuscolo (come mi sono vivi nella mente tutti i particolari di quel tempo felice!). Al crepuscolo, il nostro vecchio diventava nervoso, impressionabile e sospettoso in modo tutto particolare. Io e Natascia lo sapevamo già e ne sorridevamo in precedenza. Allora mi mettevo a incoraggiarlo, raccontandogli aneddoti sui nostri grandi scrittori, ricordandogli che Sumarokov aveva avuto il grado di generale, che Dersavin aveva ricevuto una tabacchiera piena di ducati, che l'imperatrice aveva fatto a Lomonosov una visita in persona; gli parlai di Puskin e di Gogol.


- Lo so, questo lo so, caro mio - obiettava il vecchio, il quale, probabilmente, sentiva per la prima volta in vita sua simili storie. - Uhm! Se proprio vuoi che te lo dica, Vania, sono nondimeno contento che il tuo pasticcio non sia scritto in versi. I versi, caro mio, sono sciocchezze; non discutere di ciò, credi a me, a un vecchio, che ti vuol bene; sono sciocchezze, una perdita di tempo assolutamente inutile! Un'occupazione per gli scolari; i versi portano voi giovani sulla via del manicomio... Diciamo che Puskin è grande; nessuno potrebbe negarlo! Eppure sono versetti e nient'altro; roba effimera, per così dire... Devo confessare, però, che non ho letto molte delle sue opere... La prosa è una cosa tutta diversa. Uno scrittore, usando la prosa, può anche insegnare, diciamo, per esempio, l'amore alla patria, sottolineare, diciamo, le manifestazioni della virtù... sì.


Non so esprimere bene il mio pensiero, ma tu, caro, mi capisci, lo dico per il bene che ti voglio! Ah! ah! benissimo, leggi, leggicelo un po' - concluse con una certa aria di protezione, quando infine portai il libro e tutti quanti, dopo il tè serale, ci fummo messi intorno a una tavola rotonda. - Leggi, leggi un po' che cosa hai combinato qui; ti acclamano tanto! Vediamo, vediamo!

Apersi il libro e mi preparai a leggere. Proprio quella sera era apparsa la prima edizione del mio romanzo, ed essendomene procurata una copia, ero subito corso dagli Ikmenev per leggere loro la mia opera.


Come ero addolorato di non aver potuto leggerla loro sul manoscritto, che si trovava allora nelle mani dell'editore! Natascia piangeva persino dal dispetto, litigava con me e mi rimproverava che gente estranea avesse letto il romanzo prima di lei...


Ma ecco, finalmente siamo tutti seduti intorno a una tavola. Il vecchio ha sul viso la seria espressione di un critico. Egli intende giudicarmi con tutta severità, «persuadersi personalmente». La vecchietta assume pure un'aria di grande solennità, credo persino che avesse messo per l'occorrenza una cuffietta nuova. Da tempo si era accorta che guardavo con un sentimento d'illimitato amore il suo tesoruccio, la sua Natascia, che mi mancava il respiro e mi si annebbiava la vista quando le parlavo, e che la stessa Natascia aveva uno sguardo più dolce di prima per rispondermi. Sì, era venuta infine quell'ora, era venuto il momento del pieno successo, delle speranze alate e della felicità più completa, tutto insieme, tutto in una volta! La vecchietta si era pure accorta che negli ultimi tempi anche suo marito aveva cominciato a fare i miei elogi in modo eccessivo, gettando sguardi particolari su me e sulla figliola... e ad un tratto ebbe timore: non ero conte, né principe, né duca regnante. Non ero neppure un semplice consigliere di collegio della scuola di diritto (2), giovane, decorato e bello! Ad Anna Andrejevna non piaceva fermarsi a mezza strada nei suoi sogni.


«Lodano l'uomo, - pensava di me, - ma non si capisce per cosa. Uno scrittore, un poeta.. E che cosa è alla fin fine uno scrittore?...»




CAPITOLO 6


Lessi loro il mio romanzo tutto d'un fiato. Cominciammo subito dopo il tè e terminammo la lettura alle due dopo mezzanotte. A tutta prima il vecchio si rannuvolò. Si era aspettato qualche cosa di elevato, di sublime, qualche cosa che, magari, non avrebbe potuto capire, che doveva però assolutamente essere molto elevata, e invece dovette udire la descrizione di una vita molto meschina, proprio identica a quella che vedeva ogni giorno intorno a sé; se almeno l'eroe fosse stato un uomo straordinario o, diciamo, un personaggio storico, come Roslavlev o Giorgio Miloslavki, invece no, l'eroe era un piccolo, umile e persino non molto intelligente funzionario, al cui soprabito mancavano i bottoni; inoltre, la narrazione era scritta come si parla ogni giorno, così alla buona... Strano!... La vecchietta rivolgeva il suo sguardo interrogativo verso Nicola Serghejevitc, e sembrava imbronciata, come se fosse realmente offesa. «Vedi un po' se vale la pena di pubblicare e di leggere sciocchezze simili! Com'è possibile che vengano pagate?» era scritto sul suo viso. Natascia era tutt'orecchi: mi ascoltava con avidità, senza staccare lo sguardo da me, e fissava le mie labbra, muovendo anch'essa la boccuccia deliziosa. Ebbene? Prima che fossi giunto a metà del racconto, le lacrime cominciarono a scorrere sulle guance dei miei ascoltatori.


Anna Andrejevna piangeva in piena sincerità, compatendo il mio eroe con tutta l'anima, e cercando nell'ingenuità della sua anima, di porgergli in ogni modo qualche aiuto nelle sue disgrazie, per quanto potei giudicare dalle sue esclamazioni.


Il vecchio aveva ormai rinunciato ai sogni delle cose sublimi. - Si vede subito fin dal primo passo che non si tratta affatto di alcunché di grande, di eccezionale; è semplicemente un racconto, una cosettina da nulla; però ti prende il cuore, - diceva. - Tutto quello che accade è molto comprensibile e resta nella memoria; si impara a capire che anche l'uomo più misero, più meschino, l'ultimo di tutti, diciamo, è pur sempre un essere umano, un nostro fratello.


Natascia ascoltava, piangeva e mi stringeva la mano sotto la tavola.


La lettura era terminata. Ella si alzò, le guance le ardevano, gli occhi le brillavano di lacrime: improvvisamente, mi afferrò la mano, la baciò e si slanciò fuori dalla sala. Il padre e la madre si scambiarono uno sguardo.


- Uhm ! Com'è esaltata! - disse il vecchio, stupito dal gesto della figlia. - Non è un gran male, però; anzi è un gesto bello, un impeto lodevole! E' una buona figliola ! ... - balbettava, gettando occhiate di sbieco alla moglie, come se volesse giustificare Natascia e, chissà perché, giustificare me pure.


Ma Anna Andrejevna, pur essendo stata commossa, anche lei, durante la lettura, e avendo dato segni di una certa agitazione, guardava ora come se volesse dire:

«Certo, Alessandro di Macedonia era un grande eroe, ma perché rompere le sedie?, eccetera».


Natascia ritornò poco dopo, allegra e felice, e passandomi accanto, mi pizzicò di nascosto. Il vecchio riprese a giudicare «con serietà» la mia opera, ma poi, per la gioia che provava, non seppe mantenersi in carattere ed esclamò, lasciandosi trasportare:

- Ah! caro Vania, è bello, è davvero qualche cosa di bello! Mi hai procurato una vera gioia! Confesso che non me l'aspettavo proprio!

Niente di elevato, niente di sublime, questo si capisce subito...


Ecco, io ho lì "La liberazione di Mosca", un'opera scritta proprio a Mosca; ebbene, vi si sente, fin dalle prime righe, che l'autore si slancia in alto come un'aquila verso i cieli... Ma sai, Vania, nella tua di opera, le cose sono più semplici, più comprensibili. Ed è proprio per questo che il tuo libro mi piace. Sembra più vicino alle nostre anime, come se tutto quello che racconti fosse accaduto a noi.


Invece il sublime... in verità, si capisce poco. Ecco, avrei un po' corretto lo stile; certo, ti faccio i miei elogi; però, devi convenire anche tu che non c'è dentro nulla di elevato... Beh! ad ogni modo, ora che è pubblicato, non si può cambiar nulla. Forse alla seconda edizione, eh? Credi, amico, che ci sarà anche una seconda edizione? E allora avrai ancora soldi... Uhm!

- E' mai possibile che abbiate ricevuto tanti quattrini, Ivan Petrovitc? - osservò Anna Andrejevna. - Vi guardo, e confesso che non riesco a crederci. Ah, Dio Santo, ecco come si guadagna il denaro, adesso!

- Sai, Vania, - continuò il vecchio, lasciandosi trasportare sempre più, - questo non è certo un impiego, ma è pur sempre una carriera. Il tuo libro verrà letto anche da gente altolocata. Ecco, tu dicevi che a Gogol è assegnata una pensione annua e che fu persino mandato all'estero. Se ciò avvenisse anche a te? Eh? O è ancora troppo presto?

Devi scrivere ancora qualche cosa? Allora scrivi presto, non indugiare, mettiti subito al lavoro. Non addormentarti sugli allori!

E lo diceva con aria talmente convinta, con tanta bonarietà, che mi mancava il coraggio di fermare il volo della sua fantasia, di gettarci sopra dell'acqua fredda.


- O forse ti faranno dono di una tabacchiera... Benissimo! La benevolenza può manifestarsi in molti modi. Vorranno incoraggiarti. E chissà, può darsi che tu venga ammesso a Corte, - aggiunse a mezza voce, socchiudendo l'occhio sinistro con aria significativa; - o non è ancora possibile? Credi che sia troppo presto per essere invitato a Corte?

- Eh, sì, così subito a Corte! - disse Anna Andrejevna, quasi offesa.


- Ancora un po', e mi promuoverete generale, - risposi io, ridendo di tutto cuore.


Il vecchio rise pure. Era contento da non dirsi.


- Eccellenza, non vorreste mangiare? - gridò la birichina Natascia, che nel frattempo aveva preparato la cena.


Ella rise apertamente, poi corse verso il padre e gli saltò al collo.


- Caro, caro il mio babbo!

Il vecchio s'intenerì.


- Va bene, va bene! Io, quel che ho in cuore ho sulle labbra. Già, anche se non è ancora eccellenza, andiamo a cenare lo stesso! Ah, come sei sensibile, tu, piccina mia! - aggiunse dando un colpetto sulla guancia ardente della sua Natascia, cosa che non perdeva mai l'occasione di fare. - Io, vedi, Vania, dico questo perché ti voglio un gran bene. E adesso, anche se non sei giunto ancora al grado di generale (e non ci manca poco), sei nondimeno un uomo celebre, uno "scrivitore".


- Oggi si dice scrittore, babbo.


- Ah, non si dice più scrivitore? Non lo sapevo. Bah! vada per scrittore. Volevo dir questo: certo non ti faranno "komerger" (3) per aver scritto un romanzo, non c'è nemmeno da sperarlo; ma se diventi un personaggio notevole, ti potrebbero mandare all'estero come ambasciatore, oppure, per migliorare la salute, in Italia, per esempio, anche per completare i tuoi studi; potrebbero aiutarti con denaro. Si capisce che, anche da parte tua, tutto deve procedere in modo perfettamente leale in modo che gli onori e il denaro affluiscano a te per i tuoi veri meriti, per il tuo lavoro, e non per altre ragioni, per via di protezioni, per esempio...


- Guarda di non inorgoglirti troppo, allora, Ivan Petrovitc, - aggiunse ridendo Anna Andrejevna.


- Ma, caro babbo, che c'è da aspettare tanto? Dategli almeno una «stella», tanto per non fermarvi a quell'«ambasciatore» e basta! - s'intromise Natascia.


E mi pizzicò ancora una mano.


- Questa qua, intanto, continua a deridermi! - esclamò il vecchio, guardando Natascia con occhi pieni d'entusiasmo; lei aveva le guance accese accese e gli occhi le scintillavano allegramente come due stelle. - Pare infatti anche a me, figlioli miei, che la fantasia mi abbia portato un po' troppo in alto; sono sempre stato così...


soltanto, sai, Vania, ecco, ti guardo e mi meraviglio di vederti così semplice.


- Ah, Dio santo, ma come dovrebbe essere, allora, secondo te, babbino?

- No, non volevo dir questo. E nondimeno, Vania, hai un certo viso...


come posso dire? un viso poco poetico... I poeti, sai, sono sempre pallidi, dicono, con quei capelli, sai... e negli occhi hanno un non so che... sai, come Goethe e gli altri... l'ho letto in un almanacco... ebbene? Ho detto ancora qualche sciocchezza? Guarda la birichina come si tiene i fianchi! Io, amici miei, non sono un uomo di grande cultura, non ho che i miei sentimenti. Beh, insomma, il viso non è poi una cosa molto importante; per me basterebbe anche il tuo, anzi mi piace molto... Veramente, non volevo dir questo...


L'importante, Vania, è di essere leale, onesto; continua a vivere onestamente, non farti certe idee! La strada davanti a te è larga...


Adempi onestamente al tuo dovere; ecco quello che volevo dire, proprio questo.


Ah, che tempi deliziosi! Tutte le mie ore libere, tutte le sere, le passavo in quella famiglia. Al vecchio portavo notizie del mondo letterario, dei letterati, ai quali, chissà perché, cominciò da allora a interessarsi in modo da non dirsi; si mise persino a leggere gli articoli di critica di B., di cui gli avevo tanto parlato, e che egli non capiva che a stento, ma continuava nondimeno a lodare con entusiasmo, rimproverando amaramente i suoi avversari, che scrivevano nel "Calabrone del Nord". La vecchietta esercitava una vigilanza scrupolosa su me e Natascia; ma non riusciva ugualmente a trattenerci.


I nostri cuori s'erano già parlato. Avevo finalmente avuto la gioia di sentir Natascia pronunciare a testa china, con voce percettibile, il «sì» da me tanto bramato.


Lo seppero anche i vecchi; se ne impensierirono e ci meditarono sopra; Anna Andrejevna continuò a lungo a scuotere la testa. La cosa le sembrava strana e paurosa. Ella non aveva molta fede in me.


- Già, tutto andrà bene, finché avrete successo, Ivan Petrovitc, - diceva. - Immaginatevi, invece, che la fortuna vi volti le spalle, insomma, qualche cosa di questo genere; che succederebbe allora? Se aveste almeno un impiego!

- Ecco che cosa ti risponderò, Vania, - disse il vecchio con voce decisa, dopo aver meditato un certo tempo: - ti confesso che mi ero non solo accorto, ma anche rallegrato, vedendo che tu e Natascia...


insomma, tu capisci! Ma vedi, Vania, siete tutt'e due molto giovani, e la mia Anna Andrejevna ha ragione. Aspettiamo. Ammettiamo che tu sia un uomo d'ingegno... diciamo, di grande ingegno, ma non sei, ad ogni modo, un genio, come ti hanno proclamato sulle prime; certo, l'ingegno non ti manca (oggi stesso ho letto la critica della tua opera nel "Calabrone", ti ci trattano assai male, ma, d'altra parte, che giornale è quello?). Sì, vedi dunque: l'ingegnosità non è ancora denaro alla banca; voi, invece, siete poveri tutti e due. Aspettiamo, dunque, un anno e mezzo, o almeno un anno; se le tue cose procederanno bene, se saprai affermarti sulla tua strada, Natascia sarà tua, se invece non riuscirai... ragiona un po' tu stesso. Tu sei un giovane onesto, potrai quindi capirlo!

Fu deciso, dunque, così. Ed ecco ciò che avvenne un anno dopo:

Sì, fu circa un anno dopo! Poco prima del crepuscolo d'una chiara giornata di settembre, m'ero recato a trovare i miei vecchi, ammalato, col cuore stretto d'angoscia, e mi ero lasciato cadere quasi svenuto su una sedia tanto che anch'essi, vedendomi in quello stato, si spaventarono. Ma se la testa mi girava, se avevo il cuore stretto da un'angoscia che mi aveva impedito una buona diecina di volte di varcare la loro soglia, facendomi tornare sui miei passi, non era perché non fossi riuscito nella mia carriera, né perché non avessi ancora né denaro né gloria, e nemmeno perché non fossi ancora addetto d'ambasciata, né perché vedessi ancora molto lontana la probabilità d'essere mandato in Italia per riacquistar salute: era perché in un solo anno ben se ne possono vivere anche dieci, e perché in quell'anno ne aveva vissuti dieci anche la mia Natascia. Tra noi s'era interposto un abisso...


Mi ricordo, dunque, che ero seduto di fronte al vecchio; non pronunciavo parola, andavo gualcendo con mano distratta la tesa già sgualcita del mio cappello, e aspettavo, chissà perché, che comparisse Natascia. I miei abiti erano miseri e mi stavano male; in viso ero patito, dimagrito e ingiallito, e ciò nonostante ero assai lontano dal rassomigliare a un poeta, e nei miei occhi, come prima, non c'era nulla di grande, nulla di quel che avrebbe desiderato scorgervi il bravo Nicola Serghejevitc. La vecchietta mi contemplava con una compassione troppo sincera e affrettata, pensando certo tra sé:

«E pensare che è mancato poco perché quest'uomo diventasse il fidanzato di Natascia, Dio ce ne scampi e liberi!».


- Posso offrirvi un bicchiere di tè, Ivan Petrovitc? - (Il samovar bolliva sulla tavola). - Come vi sentite, caro mio signore? Mi sembrate piuttosto male in gambe - mi domandò con voce compassionevole, una voce che mi pare d'udire ancora adesso.


Così pure mi pare di vedere un'altra cosa ancora: ella parla rivolgendosi a me, ma nei suoi occhi posso leggere un'altra preoccupazione, la stessa preoccupazione che ha fatto rannuvolare il viso del suo vecchio e che lo faceva, in quel momento, rimanere impensierito a meditare sempre sulle stesse cose, sopra la tazza di tè che si raffreddava .


Sapevo che erano molto preoccupati dalla piega inattesa che aveva preso il loro processo col principe Valkovski, il quale volgeva male per loro, e sapevo pure che Nicola Serghejevitc aveva avuto nuovi dispiaceri, tanto gravi da farlo perfino ammalare.


Il giovane principe, causa prima di quel processo, aveva trovato, circa sei mesi addietro, il modo di fare una visita agli Ikmenev. Il vecchio, che voleva bene al suo caro Alioscia come se fosse un suo figliolo, e che se ne ricordava quasi ogni giorno, lo aveva accolto con gioia. Anna Andrejevna si era ricordata di "Vassiljevskoje" e si era messa a piangere. Alioscia aveva cominciato a frequentarli sempre più assiduamente, di nascosto dal padre; Nicola Serghejevitc, uomo leale, franco e sincero, aveva respinto, indignato, ogni precauzione.


Per un senso di notevole orgoglio, non aveva neppure voluto pensare a ciò che avrebbe detto il principe, se fosse venuto a sapere che Alioscia era di nuovo accolto nella casa degli Ikmenev, e tra sé disprezzava tutti i suoi assurdi sospetti. Ma il vecchio non sapeva se avrebbe avuto bastevoli forze per sopportare nuove offese.


Le visite del giovane principe divennero quasi quotidiane. I vecchi si sentivano più allegri in sua presenza. Egli rimaneva tutte le sere in casa loro fino a tarda ora.


Naturalmente, il padre di Alioscia aveva finito per venire a sapere tutto. Ne erano risultati terribili calunnie. Aveva scritto a Nicola Serghejevitc una lettera quanto mai oltraggiosa, in cui ribadiva le ignobili accuse di un tempo, e aveva categoricamente proibito al figlio di frequentare gli Ikmenev. Ciò era avvenuto due settimane prima della visita che io feci loro. Il vecchio ne era rimasto terribilmente afflitto. Come! Osavano di nuovo tirare in ballo la sua Natascia, innocente e pura, con quell'immonda calunnia, con quelle volgari insinuazioni! Il nome della sua figliola era stato offeso dall'uomo che già una volta aveva offeso lui!... Poteva, dopo tanto, lasciar correre ogni cosa senza chiedere soddisfazione? La disperazione sua fu tanta, che ne perdette la salute, e, nei primi giorni, dovette persino mettersi a letto. Io sapevo ogni cosa. La storia era giunta alle mie orecchie con ogni particolare, sebbene, ammalato ed abbattuto, non mi fossi fatto vedere per circa tre settimane in casa loro e fossi rimasto a letto. Ma io sapevo pure...


no, allora non facevo che presentire; sapevo, senza crederci, che, oltre a quella storia, c'era qualcos'altro che doveva preoccuparli in quel momento più di tutto al mondo, e li osservavo con dolorosa angoscia. Sì, soffrivo anch'io: avevo timore d'indovinare, timore di comprendere, e facevo ogni sforzo per allontanare il momento fatale. E nello stesso tempo mi ero quel giorno recato da loro appunto per quello. Quella sera mi ero sentito attratto verso casa loro da una forza superiore.


- Vania, - mi domandò a un tratto il vecchio come tornando in sé, - sei forse stato davvero ammalato? Perché sei stato tanto tempo senza venirci a trovare? Mi sento in colpa verso di te. Avrei dovuto venirti a trovare da un pezzo, ma di questi tempi, lo sai anche tu...


E si rifece pensoso.


- Sì, sono stato ammalato! - risposi.


- Uhm! ammalato, - ripeté il vecchio dopo un silenzio di circa cinque minuti. - Ammalato! Te lo dicevo, allora, ti avvertivo; non hai voluto ascoltarmi! Uhm! No, caro Vania, si vede proprio che la musa ha sempre abitato, fino dai più remoti secoli, nelle soffitte, morendovi di fame, e continuerà sempre così. Ecco!

Il vecchio era proprio di cattivo umore. Se non avesse avuto una certa piaga nel cuore, non mi avrebbe parlato della musa affamata. Io osservai il suo viso: era ingiallito; aveva negli occhi un'espressione di stupore, un segreto pensiero in forma di domanda, che non era in grado di risolvere. Era agitato e insolitamente bilioso. La moglie gli gettava occhiate inquiete e scuoteva la testa. Approfittando di un momento in cui Nicola Serghejevitc ci voltava le spalle, ella me lo indicò con un cenno della testa, di sfuggita.


- Come sta Natalia Nicolajevna? E' in casa? - domandai ad Anna Andrejevna, preoccupato.


- E' in casa, mio caro, - mi rispose la vecchietta con una certa esitazione. -Verrà subito per darvi il buongiorno. E già! Siete stato tre settimane senza più farvi vedere. Quella ragazza, però, è diventata così strana! non riesco più a capire quando sta bene di salute e quand'è ammalata; che Dio la protegga!

E gettò un timido sguardo al marito.


- Macché! Non ha nulla, - fece Nicola Serghejevitc come di mala voglia e con indifferenza. - Sta bene. E' l'età. Ha finito di essere una bambina, ecco tutto. Chi mai potrebbe capirci qualcosa in tutte quelle tristezze e in tutti quei capricci di fanciulla?

- E già, secondo te, sono sempre capricci! - ribatté Anna Andrejevna con aria offesa.


Il vecchio non rispose e cominciò a tamburellare con le dita sulla tavola.


«Dio santo, possibile che sia già successo qualche cosa tra loro?», pensai io con spavento.


- E così, che cosa avete di nuovo? - riprese il vecchio dopo una pausa - B. continua a far della critica?

- Sì! -gli risposi.


- Ah, Vania, Vania! - concluse lui, con un vago gesto della mano. - Che può farci ormai la critica?

La porta si aprì ed entrò Natascia.




CAPITOLO 7


Aveva in mano il cappellino, che, entrando, depose sul pianoforte; poi mi si avvicinò e mi tese la mano in silenzio; le sue labbra si mossero leggermente, quasi volesse darmi il benvenuto, ma non disse nulla.


Erano passate tre settimane dall'ultima volta che l'avevo veduta. La guardavo perplesso e intimorito. Come era cambiata in quelle tre settimane! Il cuore mi si strinse d'angoscia, quando vidi quelle guance pallide e infossate, quelle labbra arse e quegli occhi che brillavano di una fiamma febbrile e di una risolutezza appassionata, sotto le lunghe ciglia scure.


Ma, Dio Santo, com'era bella! Mai, né prima né dopo la vidi bella come quella sera fatale. Possibile che fosse la stessa Natascia che solo un anno prima ascoltava la lettura del mio romanzo, senza staccare da me lo sguardo, e muovendo le labbra come se ripetesse le parole che io dicevo; la Natascia che, quella stessa sera, aveva riso e scherzato in modo così spensierato con suo padre? Possibile che fosse la stessa Natascia, che là, nella camera attigua, mi aveva detto «sì» con la testa abbassata e le guance soffuse di rossore?

Improvvisamente rimbombò nell'aria il suono grave della campana, che chiamava i fedeli alla benedizione. Ella trasalì. La vecchietta si fece un segno di croce.


- Tu volevi andare in chiesa, Natascia, ed ecco la campana, - disse. - Vacci, vacci, Natascia, va' a pregare Dio, tanto più che la chiesa è così vicina! Così, farai anche una passeggiatina, visto che te ne stai sempre tappata in casa. Guarda come sei pallida; sembra che qualcuno ti abbia gettato il malocchio.


- Io... forse... non ci andrò, stasera, - rispose Natascia con voce lenta e bassa, quasi sussurrando. - Non mi sento bene... - aggiunse, e si fece pallida come un cencio.


- Faresti meglio ad andarci, Natascia; avevi pure intenzione di farlo, no? Ecco, hai persino portato il cappello. Va' a pregare, Natascia, che Dio ti renda la salute, - cercava di convincerla Anna Andrejevna, guardando timidamente la figlia, come se ne avesse paura.


- Ma sì, vai! Sarà una passeggiata per te, - intervenne il vecchio, osservando pure con inquietudine il viso della figlia. - Tua madre ha ragione. Ecco, Vania ti accompagnerà.


Mi sembrò di veder passare un amaro sorriso sulle labbra di Natascia.


Si avvicinò al pianoforte, prese il cappello e se lo mise in testa; le mani le tremavano. Tutti i suoi movimenti sembravano incoscienti, come se non si rendesse conto di quel che faceva. Il padre e la madre l'osservavano attentamente.


- Addio! - mormorò la fanciulla, quasi in un bisbiglio.


- Eh, angelo mio, non è il caso di dire «addio», non parti poi per un lungo viaggio! Va' a prendere un po' d'aria! Guarda come sei pallida!

Ah, me ne ero dimenticato (ora dimentico sempre qualche cosa): ho terminato per te uno scapolare, ho messo dentro una preghiera, angelo mio, che una monaca giunta da Kiev mi ha insegnata l'anno scorso, è già pronto fin da stamane. Mettitelo al collo, Natascia. Forse Dio ti manderà la salute. Noi non abbiamo che te.


E la vecchietta trasse da un cassetto del suo tavolino da lavoro la piccola croce che Natascia portava di solito sul petto; allo stesso nastrino era adesso attaccato uno scapolare nuovo.


- Portalo, e possa ridarti la salute! - aggiunse infilando il nastrino al collo della figlia e facendole il segno della croce. - Una volta, ti benedicevo così ogni sera, prima che tu andassi a letto, e leggevo una preghiera che tu ripetevi con me. Ora non sei più quella che eri prima, e Dio non vuol concedere pace alla tua anima. Ah, Natascia, Natascia, nemmeno le preghiere di tua madre servono per te!

E la vecchietta si mise a piangere.


Natascia le baciò in silenzio la mano e fece un passo verso la porta; poi, improvvisamente, tornò indietro e si avvicinò a suo padre. Il petto le ansava.


- Babbino, benedite anche voi... vostra figlia! - disse con voce soffocata, inginocchiandosi davanti a lui.


Rimanemmo tutti turbati da quel suo atto inatteso ed eccessivamente solenne, e il vecchio la fissò per alcuni momenti con sguardo smarrito.


- Natascia, figliuola mia, bambina mia cara, che hai? - domandò finalmente, e le lacrime gli sgorgarono copiose dagli occhi. - Perché ti struggi? Perché piangi giorno e notte? Io vedo tutto; io non dormo, di notte, mi alzo e vengo ad origliare alla tua porta!... Dimmi tutto, Natascia, apri il cuore al tuo vecchio padre, e noi...


Non terminò la frase; fece alzare la figlia e l'abbracciò. Ella gli si strinse perdutamente contro al petto e nascose il viso contro la sua spalla.


- Nulla, non è nulla, è così... non mi sento bene... - ripeteva la fanciulla, soffocando pei singhiozzi a stento repressi.


- Che Dio ti benedica, come io ti benedico, figliola mia cara, tesoro mio, - disse il padre; - che Egli ti dia una volta per sempre la pace dell'anima e ti preservi da ogni disgrazia. Prega Dio, tesoro mio, che la mia preghiera di peccatore giunga fino a Lui.


- Anche la mia, anche la mia benedizione è sopra di te! - aggiunse la vecchietta, prorompendo in lacrime.


- Addio! - mormorò Natascia.


Sulla soglia, ella si fermò, guardò ancora una volta i suoi vecchi, fece per dire qualche cosa, ma non poté farlo, e se ne andò precipitosamente. Io mi slanciai sul suoi passi, presentendo una sciagura.




CAPITOLO 8


Se ne andava in silenzio, a testa bassa, senza guardarmi. Ma percorsa la strada in tutta la sua lunghezza e giunta sul lungo fiume della Neva, si fermò di botto e mi afferrò una mano.


- Soffoco! - disse. - Il cuore mi si spezza... soffoco.


- Torniamo a casa, Natascia! - esclamai spaventato.


- Possibile che tu non capisca, Vania, che me ne sono venuta via per sempre, che li ho abbandonati e che non tornerò mai più? - disse guardandomi con indescrivibile dolore.


Mi venne meno il cuore. Oh! io avevo presentito ogni cosa. Già da gran tempo, recandomi da loro, avevo visto tutto quello che ora accadeva, sebbene avvolto come in una nebbia, eppure rimasi colpito da quelle parole come da un fulmine.


C'incamminammo malinconicamente lungo la ripa. Non potevo parlare né ragionare, mi sentivo assolutamente sperduto. La testa mi girava. Quel che accadeva mi sembrava mostruoso, inverosimile.


- Mi giudichi molto colpevole, Vania? - mi domandò infine.


- No, ma... ma non posso credere; non può essere, - risposi, senza sapere che cosa dicessi.


- No, Vania, questo è già! Ora li ho abbandonati e non so cosa ne sarà di loro... Non so nemmeno che ne sarà di me!

- Vai da "lui", Natascia?

- Sì! - rispose.


- Ma non è possibile! - esclamai come fuori di me. - Lo sai anche tu che non è possibile, Natascia, povera fanciulla mia! E' una pazzia!

Ucciderai i tuoi e perderai te stessa! Lo sai, questo, Natascia?

- Lo so; ma che posso farci? Non dipende più dalla mia volontà! - disse lei, e c'era tanta disperazione nelle sue parole, che pareva fosse avviata al patibolo.


- Torna, torna indietro, prima che sia troppo tardi! - continuavo a supplicarla, e quella mia supplica diventava tanto più ardente ed insistente, quanto più ne comprendevo la inutilità e l'assurdità in quel momento. - Ti rendi conto, Natascia, di ciò che fai con tuo padre? Hai pensato a questo? Suo padre è nemico del tuo, il principe ha oltraggiato tuo padre; l'ha sospettato di furto; gli ha gettato in faccia del ladro. Sono in causa... Macché! Questo non è il più importante... ma sai tu, Natascia... (oh Dio, ma sì che tu sai tutto...) sai che il principe ha espresso il sospetto che tua madre e tuo padre abbiano di proposito condotto le cose in modo che Alioscia s'innamorasse di te, quando quel giovane è stato da voi in campagna ?

Pensa, figurati come deve aver sofferto tuo padre per una simile calunnia! I suoi capelli sono diventati bianchi in questi due anni, guardalo un po'! Ma tu lo sai, Natascia! oh Signore misericordioso, tu sai tutto! Non dico poi che colpo debba essere per loro il fatto di perderti per sempre! Tu sei il loro tesoro, l'unico tesoro che sia rimasto loro nella vecchiaia. Non te ne parlo, non voglio parlartene, perché lo sai meglio di me; ricordati che tuo padre ti considera calunniata, offesa da quella gente altera, e non vendicata! E adesso proprio in questi ultimi tempi, la lite si è riaccesa; tutto il vecchio rancore che rodeva gli animi si è esacerbato per il fatto che avete accolto di nuovo Alioscia in casa vostra. Il principe ha oltraggiato tuo padre una seconda volta; l'ira ribolle ancora nel cuore del tuo vecchio per questa nuova offesa, e, ad un tratto, tutte le accuse gettate dal principe in faccia a tuo padre risulteranno vere! Tutti coloro che sono al corrente di questa faccenda adesso giustificheranno il principe e condanneranno tuo padre. Che ne sarà di lui? Questo colpo l'ucciderà di sicuro! E l'onta, il disonore, da chi gli verranno? Dalla sua propria figliola, dalla sua adorata figliola!

E tua madre? Non potrà certo sopravvivere al vecchio... Natascia, Natascia! Che stai facendo? Torna indietro! Rientra in te!

Lei taceva; infine mi guardò quasi con rimprovero, e il suo sguardo fu pieno d'un dolore talmente acuto, d'una tale sofferenza, che capii quanto il suo povero cuore ferito sanguinasse anche senza le mie parole. Capii quanto le fosse costata quella decisione e come le torturassi, le sferzassi l'anima con le mie parole, inutili e tardive... Sì, capivo ogni cosa, eppure non potevo trattenermi e continuavo a parlare:

- Ma non hai detto tu stessa ad Anna Andrejevna, or ora, che «forse» non saresti andata... in chiesa... questa sera? Dunque, avevi intenzione di non uscire; dunque, non avevi preso ancora una decisione definitiva... Non è così?

Lei non fece che abbozzare un amaro sorriso. Ma perché le avevo fatto quella domanda? Non vedevo forse che tutto in lei era irrevocabilmente deciso? Ero fuori di me.


- Possibile che l'ami fino a tal punto! - esclamai col cuore sospeso, guardandola, quasi senza aver coscienza di quanto le dicevo.


- Cosa vuoi che ti risponda, Vania? Tu lo vedi: mi ha ordinato di venire qui, e qui l'aspetto, - disse con lo stesso sorriso amaro.


- Ascolta, ascoltami un poco, - ricominciai supplichevole, aggrappandomi a un filo di speranza. - Si può ancora rimediare a tutto, tutto può essere fatto in altro modo. Non è poi necessario fuggire di casa. T'insegnerò io quello che devi fare, Natascia. Assumo io l'incarico di pensare a tutto, di procurarvi la possibilità d'incontrarvi, tutto ciò che vorrete... Soltanto, non andartene via di casa! M'incarico di portare a lui le tue e a te le sue lettere. Perché non dovrei farlo? E' sempre meglio di quello che stai per fare adesso.


Saprò far bene; sarete contenti di me tutti e due; vedrai che saprò accontentarvi... E così non ti rovinerai, Natascia, come stai per rovinarti adesso... Facendo come vuoi far tu adesso, ti perdi, Natascienka, ti perdi irrimediabilmente. Dammi retta, Natascia, e tutto procederà per il meglio e felicemente, e avrete la possibilità di amarvi quanto vorrete... E quando i vostri padri avranno smesso di litigare (dovranno ben riconciliarsi un giorno o l'altro), allora...


- Basta, Vania, lascia stare, - m'interruppe lei stringendomi fortemente la mano e sorridendomi attraverso le lacrime. - Come sei buono, Vania! Sei buono e leale! E neanche una parola di rimprovero per quanto ti riguarda! Io ti ho tradito e tu non fai altro che pensare alla mia felicità; tu mi perdoni tutto. Vuoi agevolare tu stesso la nostra corrispondenza...


Ella pianse.


- Io so, Vania, quanto mi hai amata, quanto mi ami ancora adesso, e da che siamo insieme non mi hai ancora detto una sola parola amara, una sola parola di rimprovero! E io! io!... Dio mio, come sono colpevole verso di te! Ti ricordi, Vania, ti ricordi il tempo del nostro amore?

Ah, meglio sarebbe se non l'avessi incontrato mai, se non l'avessi mai conosciuto!... Avrei trascorso la vita con te mio caro, mio buon Vania! ... No, io non sono degna di te! Vedi bene come sono! In un momento come questo ti ricordo la nostra felicità passata, senza pensare che tu soffri già abbastanza per te stesso! Ecco, sei stato tre settimane senza venire da noi, e nondimeno, te lo giuro Vania, neppure una volta mi è passato per la testa il sospetto che mi avessi maledetta o che mi odiassi. Io sapevo perché ti eri allontanato! Non volevi disturbarci, non volevi essere, davanti a noi, un rimprovero vivente. E non era forse penoso anche per te vederci insieme? Ma io ti ho aspettato, Vania, ti ho aspettato tanto! Senti Vania, anche se amo Alioscia come una pazza, come una vera pazza, forse quello cui voglio ancora più bene, come amico, sei tu. Vedo già fin d'adesso e capisco benissimo che non potrò mai vivere senza di te; tu mi sei indispensabile, mi occorre il tuo cuore, la tua anima d'oro... Ah Vania, che giorni amari, che giorni penosi stanno sopraggiungendo per noi!

Ella ruppe in pianto. Soffriva realmente, e molto.


- Ah, quanto, quanto desideravo vederti! - continuò soffocando le lacrime, - Come sei dimagrito e impallidito! Che aria da malato hai!

Sei stato veramente ammalato, Vania? E io che non te lo domando nemmeno, e continuo sempre a parlare di me sola! Ebbene, come vanno le tue faccende con quei giornalisti? E il tuo nuovo romanzo va avanti?

- Ma si può forse pensare ai miei romanzi e a me adesso? I miei affari? Vanno come Dio vuole, e lasciamoli andare! Ecco, Natascia, vorrei sapere se è stato Alioscia a metterti in testa di andare a stare con lui.


- No, o almeno non lui soltanto, l'ho desiderato io stessa, e più di lui. Vero è che la proposta venne prima da lui... ma anch'io... Vedi, caro, ti racconterò tutto: gli hanno trovato una fidanzata, una ragazza ricca e del gran mondo, imparentata con famiglie altolocate.


Suo padre esige assolutamente che egli la sposi, e tu sai bene che intrigante è suo padre; ha messo in moto tutte le leve di cui può disporre; un'occasione come quella è tanto se capita ogni dieci anni.


Relazioni, ricchezza... Dicono, inoltre, che è molto bella, molto colta ed educata, che ha pure un cuore generoso; insomma, è una vera e propria scoperta sotto tutti gli aspetti. Alioscia ne è già un po' invaghito. Inoltre, suo padre desidera liberarsi di lui il più presto possibile, perché pensa di passare a sua volta a seconde nozze; ha deciso, quindi, di rompere a ogni costo, nel modo più assoluto, la nostra relazione. Ha paura di me e della mia influenza su Alioscia...


- Ma il principe, dunque, è al corrente del vostro amore? - le domandai, stupito, interrompendola. - Finora non aveva che delle supposizioni; non sapeva nulla di preciso.


- Sì, sa; sa tutto.


- Ma chi l'ha informato?

- Alioscia stesso gli ha raccontato ogni cosa tempo fa. Me lo disse lui stesso.


- Dio Santo, ma che c'è tra voi? Perché andargli a raccontare tutto, e proprio adesso?

- Non giudicarlo male Vania, - m'interruppe Natascia - e non ridere di lui! Non può essere giudicato come tutti gli altri. Sii giusto! Sai bene che non è come gli altri, come noi due, per esempio. E' un bambino, ciò dipende anche dall'educazione che ha avuto. Capisce forse quel che fa? La prima forte impressione, la prima influenza estranea possono farlo staccare da quello cui un momento prima si era abbandonato col più sincero giuramento. Non ha forza di carattere.


Egli, per esempio, ti adora, e nello stesso giorno si lascia rapire da un altro sentimento, con la stessa sincerità e la stessa franchezza, e per giunta viene a raccontartelo lui stesso. Sarebbe forse capace di commettere una cattiva azione, ma non sarebbe possibile incolparmelo; non si potrebbe che averne pietà. E' capace anche di un sacrificio, e di un grande sacrificio! Questo, però, solo fino a quando non sia colpito da qualche nuova impressione; ché, in tal caso, dimentica tutto quanto. "Così, dimenticherà anche me se non sarò continuamente con lui!" E' fatto così!

- Ah, Natascia, forse non è nemmeno vero; può darsi che siano soltanto dicerie. Come vuoi che si sposi, così giovane, quasi un ragazzo ancora?

- Ti dico che suo padre ha le sue buone ragioni.


- Ma come puoi tu sapere che la sua fidanzata sia così bella e che egli se ne sia persino invaghito?

- Me l'ha detto lui stesso.


- Come? T'è forse venuto a dire che potrebbe amare un'altra, e ha osato, al tempo stesso, chiederti il sacrificio che stai compiendo per lui?

- No, Vania, no, tu non lo conosci; l'hai visto troppo poche volte; bisogna conoscerlo a fondo per poterlo giudicare. Non c'è al mondo un cuore più puro e più leale del suo! Ebbene? Sarebbe forse meglio, secondo te, che mentisse? Quanto al fatto di essersi lasciato invaghire da un'altra, sono convinta che gli basterebbe stare una settimana senza vedermi per dimenticarmi e innamorarsi di un'altra; ma so pure che non appena tornasse a vedermi tornerebbe subito di nuovo ai miei piedi. No! Per me è meglio sapere tutto, altrimenti morrei di sospetti. Sì, Vania! Ne sono convintissima: "se non sarò con lui sempre continuamente, ogni minuto della vita, egli non mi amerà più, mi dimenticherà e mi abbandonerà". E' fatto così. Qualunque donna può trascinarselo dietro. E che ne sarebbe di me, allora? Morirei di sicuro... Ma che sarebbe la morte? Morirei con piacere! Come potrei vivere senza di lui, piuttosto? Per me sarebbe peggio della morte, peggio di qualunque tormento. Ah, Vania, Vania! Credi che, se ho lasciato mio padre e mia madre, non l'ho certo fatto senza una ragione. Non cercare di persuadermi: tutto è deciso. Egli deve essere vicino a me ogni ora della vita, ogni momento, tornare indietro non posso. So bene che mi sono perduta, e che ho portato alla perdizione gli altri.. Ah, Vania! - esclamò ad un tratto, scossa da un tremito, - e se egli non mi amasse più davvero? E se fosse vero ciò che hai detto or ora di lui, - (io non avevo mai detto nulla di simile), - che m'inganna, che finge soltanto di essere così leale e sincero, e in realtà fosse cattivo e vanitoso? Io continuo a difenderlo davanti a te, e chissà se proprio in questo momento egli non se ne sta con un'altra e non si burla di me in cuor suo... e io, vile, ho abbandonato tutto e corro le strade cercandolo... Oh, Vania!

Quel gemito che le uscì dal profondo dell'animo fu così doloroso, che il mio cuore pianse d'angoscia. Compresi che Natascia aveva perso ormai ogni padronanza di se stessa. Solo una pazza, una cieca gelosia, spinta all'ultimo grado, poteva averle suggerito quella folle decisione. Ma anche in me avvampò allora la gelosia, e mi proruppe dal cuore. Non seppi trattenermi; e fui trascinato da un cattivo sentimento.


- Natascia, - dissi, - una sola cosa non posso capire, come puoi amarlo dopo quanto tu stessa hai detto or ora di lui? Non hai stima di lui, non credi nemmeno al suo amore, e nondimeno ti dai a lui senza ritorno, e rovini la vita di noi tutti per lui solo? Che cosa è questo? Per te, non potrà essere che un continuo tormento, e neppure lui sarà felice con te. Tu l'ami troppo, Natascia; credimi, tu l'ami troppo! Un simile amore non lo capisco!

- Sì, l'amo come una pazza, - rispose lei impallidendo come per un forte dolore. - Non ti ho mai amato così, Vania. So bene anch'io d'essere impazzita e di amarlo assai più di quanto dovrei. Il mio amore non è punto bello... Ascoltami, Vania: anche prima, anche nei più felici momenti del nostro amore, ho sempre saputo, ho sempre presentito che non mi avrebbe dato altro che torture. Ma che ci posso fare, se anche le torture che mi vengono da lui sono una felicità per me? Vado forse da lui per cercare la gioia, io? Non so, forse, fin d'ora, tutto ciò che mi aspetta nella vita comune con lui, e tutto ciò che dovrò sopportare? Mi ha giurato di amarmi sempre, mi ha fatto tante promesse; io, invece, non ho fede neanche in uno dei suoi giuramenti, non ne faccio nessun conto, e non ho mai contato su di essi nemmeno prima, pur sapendo che non mi mentiva e che non era nemmeno capace di mentire. Gli ho detto io stessa che non voglio legarlo in alcun modo. Con lui è molto meglio agire così: le catene non piacciono a nessuno, a me meno che a qualunque altra. Eppure sono contenta di essere la sua schiava, di esserlo di mia propria volontà, e sono decisa a sopportare tutto, proprio tutto da lui, qualunque cosa, purché io possa rimanere con lui, vederlo! Credo sopporterei persino che ne amasse un'altra, purché la cosa avvenisse in mia presenza, purché anch'io fossi accanto a lui... E' una vigliaccheria, questa, Vania? - mi domandò a un tratto, fissandomi con occhi febbrili. Per un istante, mi sembrò perfino che avesse il delirio. - E' una vigliaccheria questo mio desiderio? - ripeté. - Ebbene? So anch'io che è una vigliaccheria e ciò nonostante, dovesse abbandonarmi, lo seguirei fino in capo al mondo, anche se mi respingesse, anche se mi scacciasse da sé. Tu cerchi di persuadermi, ora, a tornare nella casa dei miei; ma a che servirebbe? Se anche oggi tornassi, domani me ne tornerei via di nuovo, solo che me lo ordinasse, solo che mi chiamasse con un fischio come si chiama un cane: lo seguirei dovunque... Sofferenze? Non ho timore delle sofferenze che mi verranno da lui! Saprò di soffrire per lui... Oh, non è possibile spiegarti quello che sento, Vania!

«E il padre, e la madre?» pensai. «Sembra che li abbia già dimenticati del tutto».


- Non ti sposerà neppure, allora, Natascia?

- Me l'ha promesso, mi ha promesso tutto. Se adesso mi ha chiamata, è appunto perché domani ci sposiamo fuori di città; ma non sa quello che fa. E' anche probabile che non sappia nemmeno in che modo ci si sposa.


E che marito sarebbe poi? E' una cosa ridicola... E se anche ci sposassimo, in seguito sarebbe infelice e mi farebbe dei rimproveri...


Non voglio che possa rimproverarmi un giorno cosa alcuna. Voglio dargli tutto senza ricevere nulla da lui. Dal momento che, sposandomi, sarebbe infelice, come potrei esigere una cosa simile?

- Oh, ma queste che dici sono parole di delirio, Natascia! - esclamai.


- Così, andrai direttamente da lui adesso? - le domandai.


- No, mi ha promesso di venire a prendermi qui; abbiamo fissato...


Ed ella guardò avidamente lontano, ma non si vedeva ancora nessuno.


- E lui non è ancora qui? E tu sei venuta "per prima!" - esclamai indignato.


Natascia sembrò barcollare sotto il colpo. Uno spasimo le contrasse il viso.


- Può anche darsi che non venga affatto - soggiunse poi con un amaro sorriso. - L'altro ieri mi scrisse che, se non gli avessi promesso di venire questa sera, sarebbe stato costretto a rimandare la sua decisione di sposarmi subito; suo padre lo avrebbe accaparrato per condurlo dalla fidanzata. Me lo scrisse in modo così semplice, così naturale, come se la cosa non avesse alcuna importanza... E se fosse davvero andato da "lei", Vania?

Io non risposi. Lei mi strinse fortemente la mano e i suoi occhi ebbero un lampo.


- E' andato da lei, - disse con voce appena percettibile. - Sperava, scrivendomi, che non sarei venuta, per poter andare da lei, e giustificarsi, in seguito, dicendo di avermi avvertita e che io stessa avevo rifiutato di venire. Ne ha abbastanza di me e cerca il modo di abbandonarmi... Oh Dio! Pazza che sono! Non mi ha forse detto egli stesso, l'ultima volta che ci siamo incontrati, che gli sono venuta a noia?... Che cosa aspetto, qui, dunque?

- Eccolo! - gridai, scorgendo Alioscia che veniva avanti lungo la ripa.


Natascia trasalì, gettò un lievissimo grido, fissò attentamente Alioscia, che stava avvicinandosi, e lasciando a un tratto la mia mano, gli corse incontro. Egli affrettò pure il passo e un momento dopo ella era tra le sue braccia. La strada era deserta; oltre noi tre, non si vedeva anima viva. I due si baciavano, ridevano; Natascia rideva e piangeva, a un tempo, quasi l'incontro avvenisse dopo un interminabile distacco, Il sangue era affluito alle sue guance pallide; sembrava fuori di sé... Allora mi notò e mi si avvicinò immediatamente.




CAPITOLO 9


Io scrutavo avidamente il suo viso, sebbene l'avessi visto parecchie volte prima d'allora; lo fissavo negli occhi, come se il suo sguardo potesse risolvere tutti i miei dubbi e chiarirmi come e in che modo aveva potuto affascinare Natascia, far nascere nell'animo di lei un amore così folle, un amore che le faceva dimenticare il suo primissimo dovere, che le faceva sacrificare quanto aveva avuto sino allora di più sacro.


Il principe mi prese ambo le mani, me le strinse fortemente, e il suo sguardo mite e sereno mi penetrò fino in fondo al cuore.


Sentii allora che le mie conclusioni a suo riguardo potevano essere errate, non foss'altro che perché egli era per me un avversario.


Certo, non gli volevo bene, e confesso che mai, neanche prima, avevo potuto volergliene; forse, fra quanti lo conoscevano, ero l'unico a non amarlo. Aveva in sé molte cose che non mi piacevano; mi urtava persino il suo aspetto elegante, forse perché, a parer mio, lo era troppo, esageratamente. In seguito capii che non ero giusto nemmeno in quello. Era alto, snello, sottile; aveva il viso ovale, sempre pallido, i capelli biondi, grandi occhi azzurri, miti e pensierosi, in cui, a momenti, brillava la più franca e infantile allegria; le sue labbra rosse, tumide e di taglio perfetto, avevano quasi sempre una piega seria; tanto più affascinante e inatteso era il sorriso che vi sbocciava a un tratto, un sorriso talmente ingenuo e franco, che, guardandolo, chiunque, e di qualunque umore fosse, sentiva l'irresistibile bisogno di ricambiargli un identico sorriso. Vestiva senza ricercatezza, ma sempre con un'eleganza piena di buon gusto; si capiva che quest'eleganza in ogni cosa non gli costava nessuna fatica, essendogli innata.


In realtà, si notavano anche in lui certe inclinazioni poco belle, certe brutte abitudini, di quelle che fanno parte delle così dette «buone maniere»: la leggerezza, la presunzione, la cortese arroganza.


Ma era troppo sereno e semplice d'animo, ed era anche il primo a confessare quei suoi difetti, a dolersene e a deriderli. Ritengo, adesso, che quel fanciullo non sarebbe mai stato capace di mentire, nemmeno per scherzo, e che, se anche avesse mentito, l'avrebbe fatto senza sospettarvi alcun male. Persino il suo egoismo aveva qualcosa di simpatico; forse appunto perché non cercava di nasconderlo. Non c'era nulla, in lui, di nascosto. Era debole, fiducioso e timido di cuore, mancava assolutamente di forza di volontà. Offenderlo o ingannarlo sarebbe stato un peccato, una vergogna, proprio come offendere un bambino. Era molto più ingenuo di quanto avrebbe dovuto esserlo un giovane della sua età, e non sapeva quasi nulla della vita reale; del resto, credo che nemmeno a quarant'anni ne avrebbe saputo molto di più. Gli uomini come lui sembravano destinati a essere eternamente minorenni. Mi pareva non potesse esistere persona che non gli volesse bene: sapeva cattivarsi l'amore di tutti come un bimbo carezzevole.


Natascia aveva detto il vero: egli sarebbe stato capace di commettere anche una cattiva azione sotto la spinta d'una forte influenza; più tardi, però, venendo a conoscenza delle conseguenze di tale azione, il pentimento sarebbe bastato a ucciderlo. Natasciasentiva istintivamente che, nelle loro relazioni, ella sarebbe stata la padrona, che l'avrebbe dominato, che Alioscia avrebbe potuto diventare persino la sua vittima. Ella pregustava il godimento di amare senza limite né ritegno alcuno, e di torturare fino allo spasimo l'essere amato, appunto perché lo si ama, e forse per questo si era affrettata a fargli il sacrificio di se stessa.


Anche negli occhi di lui, però, splendeva l'amore, e la guardava come estatico. Ella mi gettò uno sguardo di trionfo. In quel momento aveva dimenticato tutto: i genitori, il distacco da loro, i suoi sospetti...


Era semplicemente felice.


- Vania! -esclamò, - sono colpevole dinanzi a lui; non ne sono degna!

Credevo, Alioscia, che non saresti venuto. Dimentica i miei cattivi pensieri, Vania. Ti compenserò di tutto! - aggiunse guardando Alioscia con infinito amore.


Egli sorrise, le baciò la mano e, senza più lasciare quella mano, mi disse:

- Non incolpate nemmeno me. E' da gran tempo che desidero abbracciarvi come un fratello; Natascia mi ha molto parlato di voi. Ci conosciamo appena e non abbiamo ancora stretto amicizia. Siamo dunque amici e...


perdonateci, - aggiunse a mezza voce, arrossendo leggermente, ma con un sorriso così bello, che non potei far a meno di ricambiarglielo con tutto il cuore.


- Sì, sì, Alioscia, egli è nostro fratello; ci ha già perdonato e non potremmo essere felici senza di lui. Te l'ho già detto... Oh, Dio, come siamo crudeli noi due, Alioscia! Ma d'ora in poi, vivremo tutt'e tre insieme... Vania! - continuò ella, e le sue labbra tremarono, - ecco, adesso tu tornerai da "loro"; tu hai un cuore d'oro, ed essi, anche se non potranno perdonarmi, vedendo che tu mi hai perdonata, forse non saranno troppo spietati con me. Racconta loro ogni cosa; trova, per farlo, parole proprio "tue", parole del "tuo" cuore...


Difendimi, salvami; spiega loro tutte le ragioni che mi hanno spinta a questo, così come le hai capite tu stesso. Sai, Vania, che forse non mi sarei decisa, oggi, se tu non fossi stato accanto a me? Tu sei la mia salvezza; ho subito posto tutte le mie speranze in te; ho pensato che tu avresti saputo riferire loro la cosa in modo da attutire il primo colpo, il primo orrore. Oh, Dio, Dio mio!... Di' loro, da parte mia, Vania, che so di non poter essere perdonata: se anche papà e mamma mi perdonassero, Dio non mi perdonerebbe mai. Di' loro, inoltre, che però, anche se mi dovessero maledire, io continuerò lo stesso a pregare per loro e a benedirli per tutta la vita. Tutto il mio cuore è loro! Ah, perché non possiamo essere tutti felici? Perché? Perché?...


Dio mio! Che cosa ho fatto! - esclamò a un tratto come se proprio in quel momento fosse tornata in sé, e, tutta tremante, si coprì il viso con le mani.


Alioscia l'abbracciò e, senza dir nulla, se la strinse forte al petto.


Seguirono alcuni minuti di silenzio.


- E voi avete avuto il coraggio di chiederle un simile sacrificio? - domandai allora ad Alioscia, guardandolo con occhi pieni di rimprovero.


- Non fatemene colpa! - ripeté. - Vi assicuro che tutte queste disgrazie, pur essendo adesso gravissime, non sono che momentanee. Ne sono assolutamente convinto. Purché si abbia la forza di superare questo penoso momento; me l'ha detto anche lei. Sapete benissimo anche voi che la causa di tutto è l'orgoglio di famiglia, la lite di cui nessuno ha bisogno, quel disgraziato processo!... Ma (e vi assicuro che ci ho pensato a lungo)... un giorno o l'altro tutto deve finire.


Ci uniremo, e allora ogni cosa procederà felicemente, e anche i nostri vecchi si metteranno d'accordo e si riconcilieranno l'uno con l'altro, vedendo la nostra felicità. Chissà, forse il nostro matrimonio sarà il punto di partenza per la loro riconciliazione. Credo persino che non possa essere diversamente Che ve ne pare?

-Voi dite: il matrimonio. Quando avverrà dunque questo vostro matrimonio ? - domandai, gettando uno sguardo a Natascia.


- Domani o dopodomani; in ogni modo, non più tardi di dopodomani.


Vedete, veramente non lo so bene neppure io, e non ho ancora preparato nulla. Credevo che Natascia non sarebbe venuta, oggi. Inoltre, mio padre voleva assolutamente portarmi, questa sera, dalla mia fidanzata (Natascia vi ha detto che mi offrono una fidanzata, vero? Ma io non la voglio). Quindi, non potevo calcolare ogni cosa con precisione.


Nondimeno, sono sicuro che dopodomani ci sposeremo. Almeno, io ne ho la convinzione; come si potrebbe, infatti, farne a meno? Domani stesso ci avvieremo in direzione di Pskov. In un paesello non molto lontano da qui, ho un mio amico, che abita sempre in campagna, in una sua tenuta; fu mio compagno di scuola; è un bravissimo uomo, ve lo farò conoscere, forse. In quel paesello ci dev'essere anche un prete, ma non sono neppure ben certo che ci sia. Avrei dovuto informarmi prima, ma confesso che me ne è sempre mancato il tempo. D'altronde, in realtà, tutte queste non sono che inezie. Basta che sia deciso l'essenziale. Si potrebbe anche invitare un prete da qualche paesetto vicino, non vi pare? Debbono pur esserci altri paesetti là intorno!

Peccato, però, che non abbia ancora avuto il tempo di scrivere due righe laggiù; sarebbe opportuno avvertirli in tempo. Il mio amico potrebbe anche non essere a casa... Ma questa è l'ultima cosa... Quel che importa è d'aver preso una ferma decisione; tutto il resto verrà da sé, non vi pare? Intanto, fino a domani o a dopo domani, Natascia rimarrà, da me. Ho affittato un appartamentino in cui vivremo anche dopo il matrimonio. Non tornerò più ad abitare con mio padre. E voi verrete a farci visita, vero? Ho arredato tutto per benino. I miei ex- compagni di liceo ci frequenteranno, daremo delle serate...


Io lo guardavo perplesso, con l'animo pieno d'angoscia. Natascia mi supplicava con lo sguardo di non giudicarlo in modo troppo severo e di essere indulgente. Ascoltava le sue chiacchiere con un sorriso di tristezza sulle labbra, e al tempo stesso sembrava ammirarlo come si ammira un bambino vivace ed allegro, ascoltando il suo cinguettio, poco ragionevole, ma tanto incantevole. Lo guardai con rimprovero. Un immenso peso mi opprimeva il cuore.


- Ma vostro padre? - domandai. - Siete sicuro che vi abbia a perdonare?

- Ma certo! Non potrebbe far altro. A tutta prima, si capisce, mi maledirà, non lo metto nemmeno in dubbio. Che volete? E' così, ed è sempre stato molto severo a mio riguardo. Può anche darsi che si vada a lagnare con qualcuno; cercherà di valersi della sua autorità paterna... Ma non ci sarà nulla di serio. Mi vuole infinitamente bene; si adirerà, poi perdonerà ugualmente. Allora tutti si riconcilieranno, e saremo tutti felici. Anche il padre di Natascia.


- E se non perdonasse? Avete pensato anche a questo?

- Perdonerà senza dubbio; non tanto presto, forse, ma perdonerà.


Ebbene, gli darò la prova che anch'io ho un carattere forte. Egli continua a sgridarmi, dicendo che sono un uomo senza carattere, che sono leggero. Ecco, adesso avrà modo di verificare coi fatti se sono leggero. Crearsi una famiglia, non è cosa da poco; allora non sarò più un ragazzo, voglio dire che sarò anch'io come tutti gli altri...


insomma, come gli altri uomini che hanno famiglia. Vivrò dei miei guadagni. Natascia dice che è molto più dignitoso che vivere alle spalle degli altri, come viviamo adesso. Sapeste quante cose belle mi dice! Non sarei mai giunto a pensarle da solo: sono cresciuto in un ambiente così diverso! ho avuto un'educazione così cattiva! Certo, riconosco anch'io d'essere leggero e di non essere buono a nulla. Ma sapete? L'altro ieri mi è venuto in mente un pensiero straordinario.


Veramente, non sarebbe questo il momento più adatto per riferirvelo, ma ve lo dirò lo stesso, perché voglio che anche Natascia lo senta; e voi ci darete un consiglio. Ecco: io voglio scrivere romanzi e novelle da vendere alle riviste, come fate voi. Voi mi aiuterete nei miei rapporti coi giornalisti, vero? Io conto su di voi in questa faccenda, e la notte scorsa ho meditato sul piano di un romanzo, tanto per fare la prima prova, e sapete? ho immaginato una cosina che potrebbe riuscire graziosissima. L'intreccio l'ho preso da una commedia di Scribe... (4). Ve lo racconterò più tardi. L'importante è che me lo paghino.. a voi li pagano, vero?

Non potei non sorridere.


- Ridete? - mi domandò allora Alioscia sorridendo egli pure. - No, sentite, - aggiunse con una semplicità d'animo sorprendente, - non dovete credere che io sia quello che vi sembro; vi assicuro che sono un profondo osservatore, ve ne persuaderete voi stesso. Perché non dovrei provare? Chissà che non riesca... Del resto, può anche darsi che abbiate ragione; io non so nulla della vita reale, me l'ha detto anche Natascia; d'altronde, me lo dicono tutti; che scrittore potrei essere in tal caso? Ridete, ridete pure, ma aiutatemi; lo farete per lei e non per me; so quanto le vogliate bene. Vi dirò la verità: non sono degno di lei, lo sento, ed è per me una constatazione penosa; non posso nemmeno capire per quale motivo mi abbia amato. Quanto a me, darei la vita per lei! Vi assicuro che prima di adesso non ho mai avuto timore di nulla; ora, invece, ho paura di quello che stiamo per combinare! Oh, Signore! Possibile che ad un uomo che vorrebbe assolutamente compiere il proprio dovere possano mancare le forze e la capacità necessarie? Aiutateci almeno voi, amico nostro! Voi siete l'unico amico che ci sia rimasto. Che cosa potrei capirci da solo, io?

Scusate se mi permetto di fare tanto assegnamento su di voi; io vi considero uomo di lealtà superiore e senza confronto migliore di me.


Ma mi correggerò, credetemi, diventerò degno di voi due.


A questo punto mi strinse ancora la mano e i suoi occhi bellissimi rifletterono un dolce sentimento di bontà. Teneva nella sua la mia mano con infinita fiducia, e tutto il suo essere dimostrava la persuasione che io gli fossi amico.


- Natascia mi aiuterà a correggermi, - continuò. - Non dovete pensare, tuttavia, che si tratti di alcunché di grave, né vi dovete dare troppa pena per noi. Io continuo ad avere molte speranze; quanto al lato materiale, non dovete preoccuparvi. Io, per esempio, se anche la mia idea di scrivere un romanzo dovesse fallire (a dire il vero, ero già convinto anche prima che si trattasse di una sciocchezza, e adesso non ve ne ho parlato che per conoscere la vostra opinione), in caso di necessità, potrei guadagnarmi il pane dando lezioni di musica. Voi non sapevate, vero, che conosco la musica? Non avrò vergogna di vivere nemmeno con un simile lavoro. Ho su questo argomento idee assolutamente nuove. Inoltre, posseggo un gran numero di ninnoli di valore, di oggettini da toeletta: a che mi servirebbero? Li venderò, e chissà quanto tempo potremo vivere col denaro che ne ricaverò. Infine, nella peggiore delle ipotesi, potrei decidermi a prendere un vero e proprio impiego. Mio padre ne sarebbe molto contento; mi spinge continuamente ad accettare un impiego, e io non faccio che tirare in lungo, col pretesto della mia cattiva salute. (Sono già iscritto, però, sebbene non ricordi più dove di preciso). Quando vedrà che la vita matrimoniale mi avrà giovato, rendendomi più serio, e che realmente avrò cominciato a lavorare, se ne rallegrerà e mi perdonerà...


- Ma, Alessio Petrovitc, avete pensato a quello che succederà adesso tra vostro padre e quello di Natascia? Avete pensato a quello che potrà avvenire stasera in casa loro? - e indicai Natascia, che sembrava colpita a morte dalle mie parole. Ma io non avevo più pietà.


- Sì, sì, avete ragione; è una cosa terribile! - rispose Alioscia. - Ci ho già pensato, e ne ho molto sofferto in cuor mio... Ma che fare?

Avete ragione: se almeno i suoi ci volessero perdonare! Sapeste quanto bene voglio a quei due vecchi! Sono per me come parenti, e dei più prossimi: ed ecco in che modo li ripago. Ah, queste liti, questi processi! Non potete credere quanto sia spiacevole per noi tutto questo! E perché devono odiarsi? Dovrebbero farla finita una buona volta e riconciliarsi! Io, almeno, lo farei di sicuro, al loro posto... Le vostre parole mi hanno messo paura. O Natascia, è orribile quello che stiamo per fare! Te l'ho già detto altre volte... Sei tu che insisti... Ma sentite Ivan Petrovitc, può darsi che tutto vada per il meglio; che ne pensate? Dovranno pur finire per far la pace anche loro. Saremo noi a riconciliarli. Sarà così, dovrà assolutamente essere così; non potranno opporsi al nostro amore... Ci maledicano pure, noi continueremo ad amarli; non ci potranno resistere molto, alla fine. Non potete immaginare quanta bontà di cuore dimostri talvolta mio padre. Sì, è vero, ha quel suo aspetto intransigente, ma vi assicuro che in fondo è molto ragionevole Sapeste con quanta dolcezza mi ha parlato oggi, cercando di convincermi della sua idea! E io, invece, oggi stesso, faccio il contrario di quello che vorrebbe; questo mi rende triste. E dire che non si tratta se non di stupidi pregiudizi! Una vera pazzia! Se soltanto volesse osservarla bene e rimanere con lei mezz'ora, sono convinto che ci darebbe immediatamente il suo consenso.


Ciò dicendo, Alioscia gettò uno sguardo pieno di tenerezza e di passione verso Natascia.


- Mi sono immaginato mille volte, col massimo piacere, - continuò riprendendo il suo chiacchierìo, - come mio padre si affezionerà a lei quando verrà a conoscerla, e come lei li saprà far stupire tutti quanti. Vi assicuro che non avranno mai visto una ragazza simile! Mio padre è persuaso che si tratti di una semplice intrigante. Ho il dovere di riabilitare il suo onore, e io lo riabiliterò. Ah, Natascia!

Tutti ti vorranno bene, tutti, non ci sarà al mondo una sola persona che possa non volerti bene, - aggiunse con fervore. - Benché io non lo meriti, amami, Natascia, e io... ma tu mi conosci! E, d'altra parte, occorre poi molto per essere felici? No, io credo, credo con tutta l'anima, che questa sera porterà a tutti noi la felicità, la pace e il buon accordo! Sia benedetta questa sera! E' così, vero, Natascia ? Ma che hai? Dio santo, che hai?

Natascia era pallida come una morta. Durante la lunga chiacchierata di Alioscia, aveva continuato a fissarlo in viso; il suo sguardo, però, s'era andato facendo sempre più torbido e più immobile, il volto sempre più pallido. Mi era parso che infine non l'ascoltasse più, immersa in una specie di torpore. L'esclamazione di Alioscia sembrò svegliarla di colpo. Ella tornò in sé, si guardò intorno e ad un tratto si slanciò verso di me. Poi, con gesto frettoloso, si cavò di tasca una lettera e, come se volesse nascondere l'atto ad Alioscia, me la porse. La lettera era indirizzata ai suoi vecchi ed era stata scritta il giorno prima. Consegnandomela, mi guardò fisso, senza mai distogliere gli occhi. Erano pieni di desolazione, e io non potrò mai dimenticare quel terribile sguardo. Mi sentii io pure invaso di terrore; intuii che soltanto in quel momento ella aveva pienamente capito tutto l'orrore di quanto stava facendo. Compì uno sforzo su se stessa per dirmi qualche cosa, cominciò persino a parlare, poi cadde svenuta di colpo. Ebbi appena tempo di sostenerla. Alioscia impallidì per lo spavento: le fregava le tempie, le baciava le mani e le labbra.


Circa due minuti dopo, ella riprese i sensi. Poco lontano c'era la vettura di piazza con la quale era arrivato Alioscia; questi la chiamò. Montando nella vettura, Natascia mi afferrò in un gesto folle la mano, e un'ardente lacrima mi scottò le dita. La vettura si mosse.


Io rimasi ancora a lungo sul posto, seguendola con lo sguardo. Da quel momento fu finita per la mia felicità; la mia vita si era spezzata in due. Lo sentii in modo straziante.


Lentamente tornai indietro, rifacendo la stessa strada per recarmi dai vecchi. Non sapevo che cosa avrei detto loro, né come sarei entrato in quella casa. I pensieri mi si intorpidivano in mente; le gambe non mi reggevano più.


Questa è la storia della mia felicità; così si risolse e terminò il mio amore. Ora continuerò la narrazione che ho interrotta.




CAPITOLO 10


Circa cinque giorni dopo la morte di Smith, traslocai nel suo appartamento. Fu per me un giorno d'indicibile tristezza. Il tempo era umido e freddo; cadeva la neve mista alla pioggia. Soltanto verso sera, e per un solo istante, apparve tra le nuvole il sole, e un raggio smarrito, evidentemente per curiosità, penetrò anche nella mia camera. Già cominciavo a pentirmi di essere andato ad abitare in quel luogo. La camera era veramente vasta, ma talmente bassa, annerita e dall'aria così morta che, nonostante la presenza di alcuni mobili, sembrava vuota. Pensai subito che in quell'appartamento avrei perso l'ultimo resto della mia salute, e così avvenne infatti.


Occupai tutta la mattinata a mettere in ordine le mie carte. Siccome non possedevo una cartella, le avevo trasportate in una federa, tanto che i fogli si erano confusi e sgualciti. Poi mi misi a scrivere (a quel tempo scrivevo il mio grande romanzo) ma il lavoro non procedeva; i miei pensieri erano altrove...


Gettai da parte la penna e mi sedetti alla finestra. Cadeva il crepuscolo, e mi sentivo sempre più triste. Mi assalivano cupi pensieri d'ogni genere. Mi si affacciava di continuo alla mente l'idea che, rimanendo a Pietroburgo, avrei finito per perirvi.


La primavera era imminente: come avrei potuto rivivere, pensavo, uscendo da quel guscio alla luce del giorno, aspirando il fresco sentore dei campi e dei boschi, che non vedevo più da tanto tempo! ...


Ricordo di aver pure pensato quanto sarebbe stato bello poter dimenticare completamente, grazie a qualche atto di stregoneria o a qualche miracolo, tutto ciò che era accaduto in quell'ultimo anno; dimenticare completamente, rinfrescare la testa, e ricominciare da capo con forze nuove. A quel tempo potevo ancora sognare una simile possibilità e speravo di poter risorgere.


«Potessi almeno essere ricoverato in un manicomio!», pensai alla fine.


«Là il mio cervello, voltandosi, riuscirebbe forse a trovare un altro equilibrio e a guarire».


Allora c'era ancora in me la sete della vita e la fede in questa vita!

Mi ricordo, però, di essere scoppiato subito in una risata.


«E che cosa potrei fare dopo, una volta uscito dal manicomio? Scrivere ancora romanzi?».


Così fantasticavo e mi struggevo, e il tempo passava. Venne la notte.


Quella sera avevo un appuntamento con Natascia, che il giorno prima mi aveva mandato un biglietto, pregandomi insistentemente di recarmi da lei. Balzai in piedi e mi preparai a uscire. Avevo un immenso desiderio di andarmene al più presto da quella camera, di trovarmi all'aria aperta, anche a costo di sfidare la pioggia e il fango.


Più imbruniva, più la camera pareva diventare vasta. Immaginai che da allora, ogni notte, in tutti gli angoli, avrei veduto il defunto Smith: se ne sarebbe stato seduto su una sedia a fissarmi, immobile, gli occhi addosso, come aveva fatto nella pasticceria con Adamo Ivanovitc, e ai suoi piedi sarebbe stato accoccolato Asorka. E proprio in quel momento accadde un fatto che mi colpì assai.


Per essere sincero, però, devo francamente confessare che, sia per lo stato dei miei poveri nervi malati, sia per l'impressione prodottami dal nuovo alloggio, e sia infine per la profonda malinconia cui andavo soggetto in quegli ultimi tempi, fin dall'inizio del crepuscolo ero andato via via sprofondando in quello stato d'animo in cui cado spesso di notte, da quando sono ammalato, e che chiamo "terrore mistico".


Questo terrore consiste in una morbosa sensazione di paura, di qualche cosa che non potrei ben definire neppure io, di un non so che d'inconcepibile, d'inesistente nell'ordine delle cose, ma che pur deve assolutamente, forse proprio in quel medesimo istante, avverarsi, e, quasi a dispetto di tutti gli argomenti della ragione, sorgere davanti a me come un fatto terribile, mostruoso e ineluttabile.


Di solito, quella paura va crescendo da un momento all'altro, nonostante tutti gli argomenti della ragione, di modo che, alla fine, la mente, pur acquistando in tali casi maggior lucidità che mai, perde nondimeno ogni possibilità di opporre resistenza alle sensazioni; non è più obbedita, diventa inutile, e questo sdoppiamento aumenta ancor più la paurosa angoscia dell'aspettativa. Credo sia la medesima sensazione che prova chi ha paura dei morti. Nella mia angoscia, però, l'indeterminatezza rende ancora più grandi i miei tormenti.


Ricordo che in quel momento stavo vicino alla tavola, con le spalle rivolte all'uscio; ad un tratto mi venne il pensiero che, se mi fossi voltato, avrei sicuramente visto Smith: egli avrebbe anzitutto aperto lentamente la porta, si sarebbe poi fermato sulla soglia e avrebbe girato lo sguardo per la camera; quindi, curvando lentamente la testa, sarebbe entrato, si sarebbe piantato davanti a me, mi avrebbe fissato coi suoi occhi appannati e, ad un tratto, sarebbe scoppiato a ridermi in faccia: sarebbe stata una risata insistente e silenziosa, che gli avrebbe scosso a lungo tutto il corpo decrepito. Quello spettro si era presentato alla mia immaginazione con tale chiarezza e con precisione tale, che, in uno con esso, penetrò nel mio spirito la più piena, la più assoluta convinzione che tutto doveva avverarsi indubbiamente, che si era già avverato, che io non lo vedevo per la semplice ragione che voltavo le spalle all'uscio, e che appunto in quel momento, forse, quest'uscio stava aprendosi. Mi voltai di scatto, e, oh, terrore! la porta si apriva realmente, adagio, adagio, senza far rumore, proprio come mi ero immaginato un minuto prima. Mi sfuggì un leggero grido.


Per un tempo molto lungo, non vidi apparire nessuno, come se la porta si fosse aperta da sola; poi, ad un tratto, comparve sulla soglia un essere strano: un paio d'occhi, per quanto potei notare nelle tenebre, mi fissò, osservandomi attentamente. Un brivido mi corse per tutto il corpo. Con mio grande terrore, vidi che era una bambina, e se davvero si fosse presentato davanti a me lo stesso Smith forse nemmeno lui mi avrebbe messo tanta paura come la strana, improvvisa apparizione di quella sconosciuta bambina nella mia stanza, a quell'ora e con un tempo simile, Ho già detto che aveva aperto la porta senza rumore, adagio, adagio, come se temesse di entrare. Finalmente, varcata la soglia, si fermò e mi fissò a lungo, con stupore, come impietrita; poi fece due passi e si fermò ancora davanti a me, sempre senza pronunciar parola. Allora potei osservarla meglio. Era una ragazzetta di dodici o tredici anni, piccola di statura, magra e pallida come fosse uscita proprio allora da una grave malattia, il che dava un risalto ancor più spiccato allo splendore dei suoi occhioni neri. Con la mano sinistra stringeva al petto un vecchio scialle logoro, col quale si sforzava di coprire il misero corpo tremante per il freddo serale. I suoi vestiti potevano essere giustamente definiti col nome di cenci; i fitti capelli neri non erano pettinati.


Rimanemmo così per circa due minuti, osservandoci a vicenda.


- Dov'è il nonno? - domandò con voce rauca e appena percettibile, come se provasse, parlando, un dolore al petto e alla gola.


Tutto il mio "terrore mistico" svanì in un baleno. Qualcuno mi domandava conto di Smith, dunque le tracce di costui stavano, così d'improvviso, per precisarsi.


- Il tuo nonno ? Ma è morto! - dissi a un tratto, impreparato com'ero a una simile domanda, e subito me ne pentii.


La bambina rimase per un momento immobile, nella stessa posizione di prima, poi, di colpo, fu scossa da un tremito tale, che pareva fosse in preda a un pericoloso attacco di nervi. Io mi gettai avanti a sostenerla, perché non cadesse. Dopo alcuni minuti si sentì meglio, e la vidi compiere sforzi sovrumani per nascondermi la propria agitazione. - Perdonami, perdonami, bambina mia! - dissi.


Te l'ho detto così bruscamente, senza contare che forse non si tratta neppure di tuo nonno... poveretta! ... Chi cerchi? Il vecchio che abitava qui prima di me?

- Sì, - mormorò lei a stento, guardandomi con occhi inquieti.


- Si chiamava Smith, forse?

- Sì... sì.


- Allora... allora sì, è proprio morto... Ma non affliggerti così, piccina mia. Perché non sei venuta prima? Da dove vieni adesso?...


L'hanno seppellito ieri; è morto improvvisamente, d'un colpo... Sei la sua nipote, tu?

La fanciulla non rispondeva alle mie domande affrettate e sconnesse.


Si voltò, sempre in silenzio, e si diresse a lenti passi verso la porta. Io rimasi talmente stupito, che non pensai a domandarle ancora qualche cosa, a trattenerla. Si fermò un'altra volta sulla soglia, e voltandosi verso di me, chiese:

- Asorka è morto pure?

- Sì, è morto anche Asorka, - risposi, e la sua domanda mi parve strana: anche quella fanciulla, dunque, era convinta che Asorka dovesse morire insieme al vecchio!

Udita la mia risposta, la ragazzetta uscì senza rumore dalla camera, chiudendo la porta dietro a sé con gesto cauto.


Un momento dopo, già la rincorrevo, indispettito di averla lasciata andar via senza chiederle altro. Era uscita così cautamente, che non l'avevo sentita aprire l'altra porta, quella che dava sulla scala.


«Non può aver avuto tempo di scendere», pensai, e mi fermai per ascoltare. Ma tutto era silenzio e non si sentiva alcun rumore di passi. Al pianterreno si sentì sbattere una porta, poi di nuovo tutto fu silenzio.


Cominciai a scendere in fretta le scale. La rampa che portava dal quarto piano, dove abitavo, al terzo, era a chiocciola, dal terzo in giù era a rampe diritte. Era una scala sporca e sempre buia, la solita scala delle grandi case divise in piccoli appartamenti. In quel momento il buio vi era completo. Arrivato a tastoni al terzo piano, mi fermai a un tratto, come se qualcuno mi avesse suggerito che là c'era un essere umano che cercava di sottrarsi al mio sguardo. Cominciai a tastare con le mani; la ragazza era là nell'angolo, che piangeva piano, con la faccia contro il muro.


- Senti, perché hai paura di me? - cominciai a dirle. - Ti ho spaventata, è colpa mia. Il nonno, prima di morire, si è ricordato di te; le sue ultime parole si riferivano a te.. Mi sono rimasti alcuni suoi libri, saranno tuoi. Come ti chiami? Dove abiti? Il nonno disse che abitavi nella sesta linea...


Ma non terminai la frase. La fanciulla emise un grido di spavento, per il fatto che io potessi sapere dove abitava, poi, respingendomi con la manina scarna e ossuta, si slanciò di corsa giù per le scale. Io la seguii; i suoi passi risuonavano in basso. A un tratto non li udii più... Quando giunsi in in strada, non la vidi più. Corsi fino alla Prospettiva Vosniesenski, ma giunto colà, capii che le mie ricerche sarebbero state vane: la fanciulla era scomparsa.


«Si sarà nascosta in qualche cantuccio», pensai, «mentre io scendevo le scale».




CAPITOLO 11


Non appena, però, ebbi fatto due passi sull'umido e fangoso marciapiede della Prospettiva, m'imbattei in un passante, che camminava frettolosamente, a testa china, evidentemente immerso nei propri pensieri. Con mio grande stupore, riconobbi il vecchio Ikmenev.


Era una serata d'incontri imprevisti, quella, per me. Sapevo che il vecchio era da tre giorni indisposto, ed ecco che m'imbattevo in lui, per la strada, malgrado quel tempaccio umido. L'abitudine di uscire di sera non l'aveva mai avuta nemmeno prima; da quando, poi, Natascia aveva abbandonato la sua casa, cioè da circa sei mesi, non usciva più del tutto.


Vedendomi si rallegrò in modo insolito, come un uomo che abbia finalmente trovato un amico, cui poter comunicare i propri pensieri; mi afferrò dunque per la mano, la strinse fortemente e, senza domandarmi dove andassi, mi trascinò con sé. Sembrava preoccupato, frettoloso e agitato.


«Dove sarà andato?», pensai tra me. Sarebbe stato inutile chiederglielo: era diventato terribilmente diffidente, e talvolta vedeva un'allusione oltraggiosa, un'offesa anche nella più semplice domanda del mondo.


Lo guardai di sbieco: aveva una cera da malato; negli ultimi tempi era molto dimagrito; aveva la barba non fatta da una settimana. I capelli, ormai del tutto canuti, uscivano in disordine di sotto il cappello sgualcito e pendevano in lunghe ciocche sul bavero del vecchio, logoro pastrano. Mi ero accorto anche prima che talvolta il vecchio cadeva in preda a strane amnesie: dimenticava, per esempio, di non trovarsi solo in una camera, e cominciava a parlare ad alta voce, a fare gesti con le mani. Era penoso a vedersi.


- Ebbene, Vania, che c'è di nuovo? - cominciò. - Dove andavi? Io, mio caro, sono uscito per i miei affari. Stai bene?

- Debbo chiedere a voi, piuttosto, se state bene, - risposi. - Ancora poco tempo fa eravate malato, e uscite di già.


Il vecchio non rispose, come se non avesse udito le mie parole.


- Come sta Anna Andrejevna?

- Sta bene, sta bene... Però, a dir la verità, è stata indisposta anche lei. Adesso va soggetta a grandi malinconie... si è ricordata di te, lagnandosi che non ti fai più vedere da un pezzo. Venivi da noi, adesso, vero? O forse ti disturbo, ti impedisco di andare in qualche altro posto? - mi domandò a un tratto, scrutandomi con sguardo attento e sospettoso.


Il vecchio era diventato così sensibile e irascibile, che se gli avessi risposto di non aver avuto intenzione, uscendo di casa, di recarmi da loro, si sarebbe indubbiamente offeso e separato da me con freddezza. Mi affrettai, dunque, a rispondere affermativamente, dicendo che ero appunto uscito di casa per fare una visita ad Anna Andrejevna, e lo dissi pur sapendo che avrei finito per giungere in ritardo da Natascia o che, più probabilmente ancora, non avrei più trovato modo affatto di recarmi da lei quella sera.


- Benissimo, - rispose il vecchio completamente calmato dalla mia risposta. - Benissimo...


Poi, di colpo, tacque e s'impensierì come sottacendo qualche cosa.


- Sì, così va bene, - ripeté macchinalmente di lì a cinque minuti, come svegliandosi da una profonda meditazione. - Uhm! Vedi, Vania? Tu sei sempre stato per noi come un nostro figliolo; Dio non ha voluto benedire la nostra unione con un figlio... ma in compenso ci ha mandato te; io ho sempre pensato così... anche la vecchia... sì. E anche tu ti sei sempre comportato con noi con la tenerezza e il rispetto di un vero figliolo riconoscente. Dio ti benedica per questo, come anche noi, poveri vecchi, ti benediciamo e ti amiamo... sì.


La voce gli tremò, ed egli tacque per un momento.


- Sì... e dunque? Non sei stato malato? Perché sei stato tanto tempo senza venirci a trovare?

Gli raccontai tutta la storia di Smith, adducendo a mia scusa che quella faccenda mi aveva occupato moltissimo e che, per di più, mi ero sentito anch'io indisposto; così, un po' per una cosa un po' per l'altra, non avevo potuto recarmi al Vassiljevski (dove adesso abitavano), che era una località molto lontana. Per poco non mi scappò detto che, malgrado tutto, avevo trovato modo di visitare, in quegli stessi giorni, Natascia: ma seppi trattenermi in tempo.


La storia di Smith interessò moltissimo il vecchio. Si fece più attento alle mie parole. Avendo saputo che il mio nuovo alloggio era umido, e forse anche peggiore del precedente, benché l'affitto fosse di sei rubli al mese, giunse persino ad adirarsi! In generale, era diventato molto irritabile e s'impazientiva per nulla. Soltanto Anna Andrejevna sapeva andare d'accordo con lui in tali momenti, e non sempre neppure lei.


- Uhm!... tutta colpa di quella tua letteratura, Vania! - esclamò quasi adirato. - Ti ha ridotto a vivere in soffitta; ti condurrà anche al cimitero! Te lo dicevo anche prima; te lo predicevo!... E B...?

Continua a fare critiche?

- Ma B. è morto di tisi; credo di avervelo già detto.


- Morto, uhm! ... morto! Così doveva essere. Ha lasciato qualche cosa alla moglie, ai figli? Mi sembra che tu m'abbia detto che aveva famiglia... E come può sposarsi gente simile?

- No, non ha lasciato nulla, - risposi.


- Ecco, ecco: me l'ero immaginato! - esclamò con ardore, come se la cosa lo toccasse al vivo, come se il defunto B. fosse suo fratello. - Nulla! E già, nulla! Sai, Vania, l'avevo presentito; avevo proprio presentito una simile fine per lui, fin dal tempo in cui tu lo portavi tanto in alto. E' facile dirlo: non ha lasciato nulla! Uhm! Si è meritato la gloria! Ammettiamo pure che si tratti di gloria immortale, ma la gloria non dà da mangiare. Anche per quanto riguarda te avevo presentito giusto, caro Vania; ti lodavo, ma, in cuor mio, prevedevo ciò che doveva accadere. B... è dunque morto ? Già, come avrebbe potuto fare a non morire con quella bella esistenza e in questo...


benedetto luogo?

E con un rapido, quasi involontario gesto della mano, egli mi mostrò le lontananze nebbiose della strada illuminata dai fanali, le cui deboli luci brillavano nell'aria impregnata di umidità, le case sporche, il lastrico luccicante per l'acqua, i passanti tetri e bagnati, tutto quel quadro dominato dalla nera volta del cielo di Pietroburgo, che pareva tinto con l'inchiostro di China. Eravamo già sulla piazza; davanti a noi emergeva dal buio il monumento, rischiarato in basso dai lumi a gas, e più avanti ancora s'innalzava la tetra e immensa mole della cattedrale di Isacco, profilandosi in contorni vaghi sul fondo scuro del cielo.


- Una volta, Vania, mi dicesti che B. era un uomo buono, generoso, simpatico, con sentimenti elevati e con un grande cuore. Ebbene, tutta questa tua gente simpatica e generosa finisce così! Non sanno far altro che accrescere il numero degli orfani! Uhm! Quel povero uomo non deve essere stato molto contento di morire! Ah! ah! Per me, me ne andrei in qualsiasi parte del mondo, anche in Siberia, pur d'andare via di qui... Che vuoi, bambina? - domandò a una piccina, che, sul marciapiede, tendeva la mano chiedendo l'elemosina.


Era una ragazzetta piccola e magrolina, di sette od otto anni al massimo, vestita di luridi cenci; aveva i piedini nudi in un paio di logore scarpacce, e cercava di coprire il corpicino tremante dal freddo in una specie di logora vestaglietta, che doveva esserle diventata troppo piccola da un pezzo. Il suo visino scarno e pallido era voltato verso di noi; ci guardava, timida e silenziosa, e con rassegnato timore d'un rifiuto, ci tendeva la manina tremante. Il vecchio, scorgendola, fu scosso egli pure da un forte tremito, e si voltò verso di lei con tale rapidità, che la fece persino spaventare.


Lei trasalì e si ritrasse.


- Che vuoi, che vuoi, bambina? - domandò ancora il vecchio. - Chiedi l'elemosina? Sì? Eccoti, eccoti... prendi!

E, agitato e tremante, si mise a frugare nelle tasche; ne cavò due o tre monete d'argento, ma gli sembrò poco; aprì il portafogli, ne tirò fuori un biglietto da un rublo - non c'era che quello - e mise il denaro nella mano tesa della piccola mendicante.


- Cristo ti protegga, piccina... bambina mia! L'Angelo di Dio sia con te!

E fece ripetutamente il segno della croce alla poveretta; poi, ad un tratto, essendosi ricordato che io ero lì a guardarlo, si rannuvolò e continuò per la sua strada a passi affrettati.


- Vedi, Vania, - riprese a dire dopo un lungo silenzio cupo, - io non posso vedere quei piccoli esseri innocenti che tremano dal freddo per le strade.. Come soffrono per le colpe dei loro maledetti padri e delle loro maledette madri! Però, quale madre potrebbe esser capace di mandare la sua bambina incontro a un tale orrore, se non la più disgraziata ? Probabilmente, laggiù, nella sua stamberga, ci sono altri orfani; questa che abbiamo vista è certo la maggiore; quanto alla madre, poi, forse sarà malata e... uhm! Non sono certo figli di principi. O Vania, ce ne sono molti al mondo di bambini... che non sono figli di principi! Uhm!

Tacque un momento come turbato da qualche cosa.


- Vedi, Vania, ho promesso ad Anna Andrejevna, - cominciò poi confondendosi e imbrogliandosi nelle parole. - Le ho promesso... cioè ci siamo messi d'accordo, Anna Andrejevna ed io, di prendere in casa un'orfanella... capisci, qualche poveretta, una piccina... vogliamo prenderla in casa per sempre; capisci? Per noi due vecchi è troppo triste rimanere così soli; uhm!... ma vedi? In questi ultimi tempi, sembra che Anna Andrejevna abbia rinunciato a una simile idea. Ecco, tu dovresti parlarle a questo proposito; ma sai? senza dire che te l'ho detto io... capisci, come se parlassi per conto tuo... falle capire la ragione... capisci? E' un favore che ti volevo chiedere da un pezzo... Prova tu a convincerla, come se la cosa venisse da te...


Cerca di persuaderla a consentire... io non mi sento di parlargliene... In verità, a me non occorre nemmeno quella bambina; lo faccio così per avere un po' di allegria in casa... per udire una vocina infantile.., lo faccio, in realtà, piuttosto per la mia vecchia che per me; si sentirà meglio che a essere noi due soli. Ma in fondo, sono tutte sciocchezze, queste! Sai, Vania, così non arriveremo mai a casa; prendiamo una carrozza; c'è ancora un bel pezzo di strada da fare, e Anna Andrejevna ci aspetta.


Quando giungemmo da Anna Andrejevna, erano le sette e mezzo.




CAPITOLO 12


I vecchi si amavano molto. L'amore e l'abitudine di tanti anni li avevano legati l'uno all'altra indissolubilmente. Nicola Serghejevitc, però, e non solo adesso, ma anche prima, nei tempi più felici, era poco comunicativo con la sua Anna Andrejevna; talvolta era con lei persino austero in presenza degli altri. In certe nature, dai sentimenti teneri e squisiti, esiste a volte una specie di caparbietà, come una pudica ostinazione, che vieta di esprimere anche all'essere più caro la propria tenerezza, e non solo davanti alla gente, ma anche e forse specialmente a quattr'occhi; solo di rado prorompe una tenerezza, tanto più ardente e impetuosa, quanto più a lungo trattenuta.


Così, quasi sempre, era stato il vecchio Ikmenev con la sua Anna Andrejevna, anche in gioventù. La stimava e l'amava senza limiti, nonostante quella brava donna non sapesse altro che amarlo; ma s'indispettiva, persino, che la moglie, per la sua semplicità, fosse talvolta con lui troppo imprudentemente espansiva. Dopo la partenza di Natascia, però, i due vecchi sembravano esser diventati reciprocamente più teneri; sentivano dolorosamente la loro solitudine nel mondo. E benché talvolta Nicola Serghejevitc fosse eccessivamente tetro, i due non potevano separarsi, non fosse che per due ore, senza provare un sentimento di dolorosa nostalgia. Per un tacito accordo, avevano deciso di non pronunciare mai parola sul conto di Natascia, come se non esistesse neppure. Anna Andrejevna non osava nemmeno alludere in modo troppo chiaro alla figlia in presenza del marito, benché ciò fosse molto penoso per lei. La madre aveva già perdonato da tempo a Natascia, in cuor suo, e s'era messa d'accordo con me, perché, ad ogni mia visita, le portassi notizie della sua cara, indimenticabile bambina.


Se stava a lungo senza averne notizie, le vecchietta finiva per ammalarsi, e quando andavo a portargliene, si interessava d'ogni minimo particolare, m'interrogava con spasmodica curiosità, si «alleggeriva l'animo» coi miei racconti, e per poco non morì dallo spavento il giorno in cui Natascia si ammalò. In quell'occasione mi dichiarò persino che sarebbe andata a trovare la figlia; solo se si fosse trattato d'un caso disperato, però.


Sulle prime, anche in mia presenza, non osava mai esprimere il desiderio di rivedere la figlia, e quasi sempre, dopo i nostri colloqui, dopo avermi rivolto mille domande su ogni particolare, considerava necessario mostrarsi piena di riserbo nei miei riguardi, e ribadire che, pur interessandosi della sorte di sua figlia, la riteneva tale peccatrice, da non essere possibile alcun perdono.


Non si trattava, però, che di una finzione. C'erano giorni in cui Anna Andrejevna sentiva una tale nostalgia della sua figliola, da caderne ammalata; piangeva, chiamava, in mia presenza, Natascia coi nomi più teneri, si lagnava amaramente di Nicola Serghejevitc e cominciava dinanzi a lui a fare «allusioni», sebbene con molta prudenza, sull'orgoglio umano, sulla durezza di cuore, sul fatto che non sappiamo perdonare le offese fatteci, per cui neanche Dio vorrà perdonare agli intransigenti; ma più in là non osava spingersi. In tali momenti il vecchio si faceva più duro e più tetro, e taceva accigliato, oppure, improvvisamente, di solito in modo molto goffo, attaccava ad alta voce a parlare di tutt'altro, ovvero si ritirava nella sua camera, lasciando così ad Anna Andrejevna la libertà di espandere il suo dolore in lacrime e querele. Pure nello stesso modo se ne andava ogni qualvolta mi recavo da loro, subito dopo avermi salutato, onde permettermi di comunicare ad Anna Andrejevna le ultime notizie di Natascia. Così fece anche quel giorno.


- Sono tutto bagnato, - disse appena entrato in sala, - vado in camera mia, e tu, Vania, rimani intanto qui. Ecco, racconta ad Anna Andrejevna l'incidente del tuo appartamento nuovo. Torno subito...


E si allontanò in fretta, cercando persino di non guardarci, come se si vergognasse di averci messi a contatto. In tali casi, e specialmente quando tornava in nostra compagnia dopo una breve assenza, diventava sempre molto austero con me e con Anna Andrejevna, bilioso e irascibile; sembrava indispettito contro se stesso e stizzito per la debolezza e l'arrendevolezza che aveva dimostrate.


- Ecco com'è, - disse la vecchietta, che negli ultimi tempi aveva abbandonato in mia presenza ogni infingimento. - Con me è sempre così, pur sapendo benissimo che comprendiamo tutte le sue astuzie. E' forse necessario che si nasconda da me? E perché darsi delle arie? Sono forse un'estranea per lui? Così è anche con la figlia. Avrebbe ben potuto perdonarle, ormai; può anche darsi che desideri di farlo; ma Dio solo sa quello che pensa. Ho sentito io stessa come piange di notte. In apparenza, invece, cerca di mostrarsi forte. E' dominato dall'orgoglio... Caro Ivan Petrovitc, raccontami presto, dov'è andato ?

- Nicola Serghejevitc? Non lo so, volevo chiederlo a voi.


- Io sono rimasta proprio sbalordita, vedendolo uscire. Indisposto com'è, con questo tempo, a un'ora così tarda! Ho subito pensato che dovesse trattarsi di cosa molto grave; ora, che cosa ci potrebbe essere di più grave di quell'affare che sapete? Così pensai, ma non osai chiedergli nulla. Non oso più interrogarlo. Ah, signor Iddio, ho provato uno spavento terribile tanto per lui che per lei. Pensai che si fosse deciso di perdonarle e che si fosse recato da lei: dovete sapere che è al corrente di ogni cosa sul suo conto; conosce anche le ultime notizie, ne sono convinta; non riesco, però, a indovinare dove assuma queste informazioni. E' stato molto agitato, tanto ieri che oggi. Ma perché tacete? Raccontate, presto, amico mio, tutto ciò che vi è accaduto di nuovo. Vi aspettavo come un angelo di Dio, non avevo pace. Quello scellerato ha dunque intenzione di abbandonare Natascia?

Riferii subito ad Anna Andrejevna tutto ciò che sapevo. Con lei ero sempre pienamente sincero. Le comunicai che, realmente, le relazioni tra Natascia ed Alioscia parevano prossime alla rottura, e che la cosa sembrava più seria di quanto fossero mai stati i loro precedenti disaccordi; che Natascia mi aveva scritto un biglietto in cui mi supplicava di andarla a trovare quella sera stessa, verso le nove, e che quindi, uscendo, non avevo intenzione di passare da loro, e se adesso c'ero, era perché mi ci aveva condotto Nicola Serghejevitc stesso. Le riferii e le spiegai dettagliatamente che la situazione del momento era, in generale, molto critica; che il padre di Alioscia, tornato da poco dopo un'assenza, non voleva assolutamente intendere ragione e trattava Alioscia con molta severità; ma il fatto più grave era che Alioscia stesso non aveva prevenzioni di sorta contro la fidanzata, della quale, anzi, a quanto pareva, era invaghito. Aggiunsi ancora che il biglietto di Natascia, per quanto potevo giudicare, doveva essere stato scritto da lei in un momento di forte agitazione; mi scriveva che quella sera doveva decidersi tutto, non diceva, però, con precisione, che cosa sarebbe stato quel "tutto"; mi pareva strano, inoltre, che, pur avendo scritto il biglietto il giorno precedente, m'invitasse soltanto per quella sera e mi precisasse persino l'ora: le nove. Dovevo, perciò, andarci assolutamente, e al più presto.


-Va, va, mio caro, vacci assolutamente, - fece la vecchietta, agitandosi; - appena sarà tornato qui lui e avrai preso un goccio di tè... Ah, perché non portano il samovar! Matriona! Ebbene? il samovar!

E' un'assassina e non una domestica!... Finito il tè, dunque, troverai un pretesto plausibile e te ne andrai. E domani torna assolutamente da me per raccontarmi tutto, e vieni più presto che potrai. Ah, Signore!

Non sarà capitato qualche altro disastro! Del resto, che cosa potrebbe capitare di peggio, dopo quello che è accaduto? Nicola Serghejevitc ha già saputo tutto, me lo dice il cuore! Io vengo a sapere molte cose da Matrioska, che a sua volta le sa da Agascia, e Agascia è la figlioccia di Maria Vassiljevna, che abita in casa del principe... ma sono cose che sai anche tu. Oggi il mio Nicola è stato terribilmente adirato tutto il giorno. Ho fatto per interrogarlo, ma mi si è scagliato subito contro; poi sembrò essersi pentito di avermi sgridata e mi disse che aveva poco denaro. Come se proprio lui potesse adirarsi in tal modo per ragioni di denaro. Del resto, tu conosci bene in che condizioni ci troviamo. Dopo il pranzo, si è ritirato per fare un sonnellino. Io guardai dalla fessura della porta (c'è nella porta della camera una piccola fessura, e lui non lo sa) e lo vidi, quel caro uomo, prosternato davanti alle immagini sacre a pregare Dio.


Vedendo quello spettacolo, mi si sono piegate le gambe. Poi, senza dormire, senza prendere il tè, afferrò il cappello e se ne andò, alle quattro passate. Non osai chiedergli nulla, avrebbe cominciato a gridare di nuovo. Adesso grida spesso; abitualmente, sgrida Matrioska, ma talvolta gli capita di sgridare anche me; io, non appena comincia a gridare, mi sento venir meno le gambe, e il cuore mi manca nel petto.


Ma lo fa apposta, so bene che lo fa apposta, e nondimeno mi spavento.


Dopo che se ne fu andato, pregai Dio per tutta un'ora, perché gli ispirasse un pensiero di bontà. Dov'è quel biglietto di Natascia?

Fammelo vedere!

Le mostrai il biglietto. Sapevo che Anna Andrejevna nascondeva in sé un'intima speranza: la speranza che Alioscia, che lei chiamava ora scellerato, ora stupido ragazzaccio senza cuore, avesse finalmente a sposare Natascia col permesso di suo padre, il principe Pietro Alessandrovitc. Una volta era giunta perfino a confidarmela, quella sua speranza, ma poi si era pentita e aveva rinnegato le proprie parole. Per nulla al mondo però, avrebbe osato esprimere tale speranza di fronte a Nicola Serghejevitc, pur sapendo che il vecchio la sospettasse in lei, tanto d'avergliene mosso rimprovero in modo indiretto. Credo che il vecchio avrebbe maledetto per sempre Natascia e se la sarebbe definitivamente strappata dal cuore, se avesse anche soltanto saputo che lei pensava alla possibilità di un simile matrimonio.


La pensavamo tutti così, allora. Egli aspettava la figlia, bramandola con tutte le forze del suo cuore, ma l'aspettava sola, pentita, con l'anima liberata persino del ricordo di Alioscia. A questa condizione soltanto egli avrebbe potuto perdonare; e sebbene non ne avesse mai fatto parola con nessuno, per tutti noi era chiaro che fosse così.


- Manca di carattere, manca assolutamente di carattere, e inoltre è un ragazzaccio crudele; l'ho sempre detto, - ricominciò a dire Anna Andrejevna. - Non hanno saputo educarlo e ne è venuto fuori uno scavezzacollo! Signore Iddio, dopo tutto l'amore che lei gli ha dimostrato, adesso l'abbandona! Poveretta! che ne sarà di lei? Non capisco che cosa possa aver trovato in quella nuova!

- Ho sentito dire, Anna Andrejevna, che la fidanzata è una fanciulla affascinante, - risposi. - Me lo disse anche la stessa Natalia Nicolajevna.


- E tu ci credi? - ribatté la vecchietta. - Macché affascinante! E poi, per voialtri donnaioli, tutte le donne sono affascinanti; basta che portino una sottana. Quanto a Natascia, poi, se ne dice bene anche lei, lo fa solo per nobiltà d'animo. Non sa trattenerlo quel ragazzo; gli perdona tutto, e soffre in silenzio. Quante volte l'ha già tradita! Scellerato senza cuore! Quanto a me, Ivan Petrovitc, sono proprio spaventata. Tutti sono dominati dall'orgoglio. Potesse almeno il mio vecchio vincere se stesso, perdonare la nostra colombella e riportarla qui a casa! Quanti baci vorrei darle! Come vorrei vederla!

E' dimagrita, dici?

- Sì, Anna Andrejevna, è dimagrita.


- Gioia mia! A me poi, Ivan Petrovitc, è successo un altro guaio! Ho pianto tutta la notte, tutto il giorno .. Ma no, ve lo racconterò dopo! Quante volte ho accennato, di sfuggita, che potrebbe ormai perdonarla: non oso dirglielo apertamente, ma di tanto in tanto mi lascio scappare qualche abile allusione. Il cuore, in quei momenti, cessa di battermi. Temo che si adiri ancor più e la maledica per sempre. Finora, non l'ho mai sentito maledirla: è quel che temo sopra ogni cosa. Che succederebbe allora? Quando un padre maledice, anche Dio castiga. Così continuo a vivere tremando di paura. Ma anche tu, Ivan Petrovitc, dovresti vergognarti; sei cresciuto in casa nostra, ti abbiamo prodigato carezze paterne: e ora mi vieni a dire, così di punto in bianco, che l'altra è affascinante! Ma a te che importa, che sia o non sia affascinante? Affascinante! La loro Maria Vassiljevna, invece, mi ha spiegato molto meglio le cose (confesso di averla invitata a prendere il caffè in mia compagnia, un giorno che il mio vecchio era uscito per i suoi affari e doveva star fuori tutta la mattina). Ella mi chiarì ogni cosa. Il principe, padre di Alioscia, ha una relazione clandestina con la contessa. Dicono che la contessa gli rimproveri da tempo di non sposarla, ed egli, invece, trova sempre nuovi pretesti per non farlo. Quella contessa, fin dal tempo in cui viveva suo marito, si è dimostrata una donna di cattiva condotta. Dopo la morte del marito, si è recata all'estero, e là si circondò di italiani e di francesi; non so che baroni frequentassero la sua casa, e proprio laggiù pescò anche il principe Pietro Alessandrovitc.


Intanto, la sua figliastra, la figlia del suo primo marito, un appaltatore delle bettole, continuava a crescere. La contessa, la matrigna, aveva sperperato tutto il suo denaro; intanto, i due milioni di rubli che il padre aveva depositato alla banca, a nome di sua figlia, crescevano man mano che cresceva la figlia. Ora, dicono, possiede un capitale di tre milioni di rubli; allora, al nostro principe balenò in mente questo pensiero: "Perché non tentare di far sposare la figlia ad Alioscia?". (Non è poi un imbecille quel principe; non lascia perdere un affare, dal momento che ci vede qualche profitto!) Quel conte, sai, quel cortigiano altolocato, il loro parente, è pure d'accordo con lui; sfido io! tre milioni di rubli non sono uno scherzo. «Va bene» disse, «parlatene alla contessa».


Allora il principe comunicò alla contessa il proprio desiderio. Questa montò su tutte le furie: dicono che sia una donna senza educazione, un'insolente. Dicono pure che qui non tutti la ricevono: da noi non è come all'estero. «No» dice, «caro mio principe; sposa me, se vuoi, ma la mia figliastra non sarà mai moglie di Alioscia». La fanciulla, secondo quello che si dice, adora addirittura la matrigna; per poco non le recita preghiere, e le obbedisce in tutto e per tutto. La fanciulla, a quel che si dice, è un'anima dolce, mite, una vera anima angelica! Il principe, vedendo come stanno le cose, dice: «Tu, contessa, non devi aver timore; ti sei mangiata la tua sostanza, e la tua proprietà è carica di debiti, che non sarai mai in grado di pagare. Quando la tua figliastra avrà sposato il mio Alioscia, faranno una bella coppia: la tua è ingenua e il mio Alioscia è pure come un bambino; dei loro affari ci occuperemo noi e faremo loro da tutori; allora avrai anche tu i danari che ti occorrono. Altrimenti» dice, «che cosa ci guadagni sposandomi?». E' un uomo astuto! Un massone! Sei mesi fa, dunque, la contessa non si era ancora decisa a dare il suo consenso; ora, invece, dicono che sono andati a Varsavia, appunto per concludere la cosa. Così ho sentito dire. Me l'ha raccontato con ogni particolare Maria Vassiljevna, la quale, a sua volta, l'aveva saputo da un uomo fidato. Ecco, dunque, di che si tratta; vi sono in gioco molti denari; milioni di rubli; il fascino non vi entra per nulla.


Il racconto di Anna Andrejevna mi stupì. Concordava punto per punto con tutto ciò che avevo udito poco prima da Alioscia stesso.


Parlandomene, il giovane aveva animatamente cercato di convincermi che non si sarebbe mai sposato per denaro. Caterina Feodorovna, però, l'aveva impressionato e affascinato. Avevo pure saputo, da Alioscia, che probabilmente suo padre si sarebbe sposato anche lui, ma negava per ora tali voci, onde non irritare anzitempo la contessa.


Avevo già notato che Alioscia amava sinceramente suo padre, lo ammirava, aveva fede in lui come in un oracolo e lo esaltava.


- Quella tua «affascinante» poi, non è contessa neppure lei! - continuò Anna Andrejevna, estremamente irritata per l'elogio che avevo fatto della futura fidanzata del giovane principe. - Natascia sarebbe un partito migliore per lui; l'altra è figlia di un appaltatore delle bettole, mentre Natascia è una fanciulla nobile, proveniente da un'antichissima famiglia di gentiluomini. Il mio vecchio, ieri (mi sono dimenticata di raccontartelo), il mio vecchio, dunque, ha aperto ieri il suo baule listato di ferro, lo conosci? ed è rimasto per tutta la sera in faccia a me a mettere in ordine i vecchi documenti della nostra famiglia. Lo faceva con un'aria così seria! Io ero seduta di fronte a lui, facendo la calza, e avevo timore a pronunciar parola; allora, vedendo che continuavo a tacere, egli si irritò e si rivolse a me per primo, dopo di che continuò per tutta la sera a spiegarmi la nostra genealogia. Risulta dunque che noi, cioè la famiglia Ikmenev, è nobile fin dal tempo di Ivan il Terribile, mentre la mia propria stirpe, cioè quella degli Sciumilin, era già nota sotto il regno di Alessio Mikailovitc; siamo in possesso di tutti i documenti, e delle nostre famiglie si parla persino nella storia di Karamsin. Ecco, caro mio, da ciò si vede che neanche noi non siamo gli ultimi tra i nobili.


Non appena il mio vecchio cominciò la sua spiegazione, capii subito quali pensieri gli passassero per la mente. Si vede che anche lui si sente offeso, vedendo disprezzare Natascia. Non hanno altro vantaggio, in nostro confronto, che la ricchezza. Beh! sia pure così; si sa bene che quel brigante di Pietro Alessandrovitc non pensa ad altro che ai denari: è un'anima dura, crudele e avida. Dicono che a Varsavia si sia convertito al cattolicesimo e si sia iscritto nei gesuiti. Dimmi, è vero questo?

- Sono voci assurde, - risposi, involontariamente interessato dall'insistenza delle medesime.


Tuttavia, la notizia che Nicola Serghejevitc si era messo a studiare i documenti della sua famiglia mi sembrò assai significativa. Mai, prima, aveva messo innanzi la genealogia della propria stirpe.


- Sono tutti scellerati senza cuore! - continuò Anna Andrejevna. - Ebbene, e lei, il mio tesoro, si dispera? piange? Ah, è ora che tu vada a trovarla! Matriona, Matriona! E' un'assassina e non una domestica! Non le hanno fatto nessuna offesa? Parla, Vania!

Che potevo risponderle? La vecchietta si mise a piangere. Le domandai a che guaio avesse alluso poco prima.


- Ah, caro mio, eravamo già molto disgraziati, ma si vede che la misura non era ancora colma! Tu ricordi, carissimo, o forse non ricordi neanche più, il piccolo medaglione d'oro che avevo per ricordo, con dentro il ritratto di Natascia bambina; otto anni aveva allora, quell'angioletto mio. Ricordo che Nicola Serghejevitc e io ordinammo quel ritratto a un pittore di passaggio: tu l'avrai dimenticato di sicuro. Era un buon pittore: la raffigurò sotto l'aspetto di Cupido; a quel tempo, Natascia aveva i capelli chiari chiari, tutti ricci; la dipinse con indosso una camiciola di mussola, in modo che il suo corpicino si scorge attraverso; è riuscita tanto bella, che non è possibile saziarsi di guardarla. Pregai allora il pittore di farle due alette, ma egli non acconsentì. Dunque, caro amico mio, subito dopo quei terribili giorni di sei mesi fa, tirai fuori dall'armadio quel medaglione e me lo attaccai al nastrino cui portavo appesa la croce. Così lo portai sul petto insieme alla croce, facendo in modo che il mio vecchio non se ne accorgesse. Egli aveva allora ordinato di buttar fuori di casa o di bruciare tutta la roba di lei, perché non rimanesse nulla che potesse ricordargliela. Per me, invece, era una gioia poterla vedere almeno in effigie; talvolta cominciavo a piangere contemplandola e mi sentivo il cuore come un po' sollevato; tal'altra, quando ero sola, la coprivo di baci, come se fosse, non il suo ritratto, ma lei in persona; la chiamavo coi nomi più teneri, e ogni sera, prima di andare letto, benedivo il ritratto con un segno di croce. A volte, quando ero proprio sola, cominciavo a parlare con lei ad alta voce, le domandavo qualche cosa, poi immaginavo quello che mi avrebbe risposto e facevo un'altra domanda.


Ah, caro Vania, è penoso persino raccontartelo. Così, ero contenta che, almeno del medaglione, non si fosse accorto, e non ne sapesse nulla; invece, a un tratto, ieri mattina guardo... il medaglione non c'è, il nastrino pende rotto, evidente consumato, e il medaglione manca; probabilmente è caduto senza che me ne accorgessi. Mi sentii tutta raggelare. Mi affrettai a cercare: nulla, rovistai ovunque:

nulla! Era perduto! Ma dove, dove, per amor di Dio? Potevo averlo perso nel letto; rimossi tutto il letto: nulla! Certo, il nastrino si sarà rotto e il medaglione sarà caduto per terra; ma allora qualcuno deve pure averlo trovato; e chi potrebbe averlo trovato, se non "lui" o Matriona? Di Matriona non posso sospettare, mi è devota anima e corpo... (Matriona, e il samovar ti decidi a portarlo una buona volta o no?) Dio mio, penso a quello che avverrebbe se lo trovasse lui, quel medaglione! Sto dunque seduta, tutta immersa nella mia tristezza, e piango, piango senza riuscire a trattenere le lacrime. E Nicola Serghejevitc, intanto, si va facendo sempre più mite e affettuoso con me, come non fu mai; sembra condividere la mia tristezza, sembra conoscere la ragione delle mie lacrime e compatirmi. Allora penso in cuor mio: "Come può saperlo? Che abbia trovato proprio lui il medaglione e lo abbia gettato dalla finestra? In un momento di collera, sarebbe capacissimo di farlo. L'avrà gettato via, e adesso se ne addolora, ne è pentito". Andai con Matriona a cercarlo di fuori, sotto la finestra; macché! non trovammo nulla. Come se si fosse sprofondato sotto terra. Ho continuato a piangere tutta la notte. Era la prima volta che non potevo benedire la mia figliola andando a letto. Ah, è male, questo, Ivan Petrovitc, è un cattivo presagio. Sono due giorni che piango, che non posso smettere di piangere. Ti aspettavo, mio caro, come l'angelo di Dio; così almeno posso sfogarmi un poco.


E la vecchietta pianse di nuovo con amarezza.


- Ah sì, mi dimenticavo di dirti una cosa! - aggiunse a un tratto, contenta di essersi ricordata. - Non ti ha detto nulla riguardo all'orfana?

- Sì, Anna Andrejevna, mi ha detto che vi eravate messi d'accordo per prendere in casa come pupilla qualche povera orfana. E' vero?

- Non ho mai pensato a dare il mio consenso, no, non l'ho mai pensato!

E non voglio nessun'orfana! Per me non sarebbe che un vivo ricordo della nostra sciagura, della nostra immensa sciagura. Non voglio nessuno all'infuori di Natascia. Non ho mai avuto che una sola figlia, e sola rimarrà. Ma, secondo te, che cosa può significare quel desiderio di prendere un'orfana? Che ne pensi tu, Ivan Petrovitc? Vuol forse darmi una consolazione vedendo le mie continue lacrime? Oppure vuole in tal modo scacciare del tutto la propria figlia dalla mente e attaccarsi col cuore a un'altra bambina? Che cosa ti ha detto di me, strada facendo? Come ti è sembrato? Molto adirato? Molto cupo?

Zitto... eccolo che viene! Ne riparleremo più tardi... Non dimenticare di venirmi a trovare domani...




CAPITOLO 13


Entrò il vecchio. Girò su di noi uno sguardo scrutatore, e, come se si sentisse vergognoso di qualche cosa, aggrottò le sopracciglia, poi si avvicinò alla tavola.


- Ebbene, e il samovar? - domandò. - Possibile che a quest'ora non abbiano avuto tempo di prepararlo?

- Lo portano, lo portano subito, amico mio; eccolo! - fece Anna Andrejevna dandosi da fare.


Matriona, non appena visto entrare Nicola Serghejevitc, apparve subito col samovar, come se aspettasse appunto l'arrivo del padrone per portarlo in tavola. Era una vecchia domestica fidata e devota, ma era anche la più grande brontolona fra tutte le serve del mondo, con un carattere testardo e ostinato. Temeva Nicola Serghejevitc e in sua presenza tratteneva la lingua, ma se ne rifaceva a dovizia con Anna Andrejevna; le rispondeva male ogni momento e in generale aveva la pretesa chiaramente dimostrata di governare la padrona, pur essendo sinceramente affezionata a lei e a Natascia. Avevo conosciuto quella Matriona fin dai tempi di Ikmenevka.


- Uhm!... Non è molto piacevole essere tutto bagnato e vedere che "non vogliono" nemmeno preparare il tè, - brontolava il vecchio a mezza voce.


Anna Andrejevna mi fece una strizzatina d'occhi ammiccando al suo vecchio. Questi non poteva soffrire quell'ammiccare misterioso, e, sebbene in quel momento non ci guardasse, si poté notare, dall'espressione del suo viso, che si era accorto benissimo del cenno di Anna Andrejevna.


- Sono uscito per i miei affari, Vania, - cominciò improvvisamente a dire. - Che gentaglia è quella! Te l'ho già detto? Pare che vogliano proprio condannarmi. Dicono che non ho prove; che mancano i documenti; che le informazioni risultano inesatte... Uhm!...


Parlava del suo processo col principe; quel processo si trascinava ancora per le lunghe, ma, negli ultimi tempi, aveva preso una piega poco favorevole per Nicola Serghejevitc. Io tacevo, non sapendo che cosa rispondergli. Egli mi scrutò con aria sospettosa.


- Ebbene! - continuò a un tratto, forse irritato dal mio silenzio, - più presto sarà, tanto meglio! Anche se mi condanneranno a pagare, non riusciranno certo a fare di me un mascalzone. La mia coscienza sarà sempre la mia coscienza, e toccherà ad essa decidere. Almeno, sarà finita una buona volta; avrò le mani libere, sarò rovinato... Lascerò tutto, allora, e me ne andrò in Siberia!

- Oh, Signore, dove vuoi andare? E che cosa andrai a cercare, così lontano? - intervenne Anna Andrejevna, non potendo più trattenersi.


- E qui, a che cosa siamo vicini? - diss'egli bruscamente, quasi contento dell'obiezione fattagli.


- Ma insomma... vicini alla gente... - rispose Anna Andrejevna esitante, guardandomi con occhi pieni d'angoscia.


- A quale gente? - gridò il vecchio passando lo sguardo ardente dalla moglie su me e viceversa, - a quale gente? Ai briganti, ai calunniatori, ai traditori? Non temere! uomini di questa specie se ne trovano dovunque; li troveremo anche in Siberia. Però, se non vuoi seguirmi, non ti costringerò a farlo; puoi rimanere qui.


- Nicola Serghejevitc, per amor di Dio! Come potrei rimanere qui senza di te? - gridò la povera Anna Andrejevna. - Io non ho altri che te al mondo...


Ella titubò, tacque di colpo, e volse verso di me lo sguardo spaventato, quasi pregandomi d'intervenire e di appoggiarla. Il vecchio era irritato, coglieva ogni pretesto per attaccar briga, e non era possibile contraddirlo.


- Non agitatevi, Anna Andrejevna, - dissi io, - in Siberia non si sta poi male quanto si crede. Se capitasse una disgrazia e foste costretti a vendere Ikmenevka, l'idea di Nicola Serghejevitc non sarebbe affatto cattiva. In Siberia, un uomo onesto può sempre procurarsi un buon impiego.


- Ecco, almeno tu, Ivan, capisci il vero senso delle cose, e con te si può parlare. Ho pensato anch'io proprio così; lascerò tutto e me ne andrò in Siberia.


- Oh! questo, poi, non me l'aspettavo davvero! - esclamò Anna Andrejevna, congiungendo le mani. - Anche tu, Vania! Non me l'aspettavo da te, Ivan Petrovitc!... Mi pareva che da noi non avessi avuto altro che bontà e carezze; eppure, adesso...


- Ah! ah! ah! E che cosa ti aspettavi, tu? Ma pensa un po': come potremmo vivere, qui? Il denaro è tutto sfumato, stiamo mangiandoci gli ultimi copechi. Vorresti forse che andassi dal principe Pietro Alessandrovitc a chiedergli perdono?

Alle ultime parole del marito riguardanti il principe, la vecchietta ebbe un tremito in tutta la persona. Il cucchiaino che teneva in mano tintinnò battendo contro la sottocoppa.


- E perché no, poi? - continuò Ikmenev, rinfocolandosi sempre più, e con gioia cattiva ed ostinata. - Che cosa ne pensi, Vania? Non sarebbe bene che andassi da quel signore? Perché dovremmo andare in Siberia?

Sì, sì, è molto meglio che domani mi metta gli abiti da festa, mi pettini ben bene e mi faccia elegante. Anna Andrejevna mi preparerà la camicia inamidata (non ci si può presentare in altro modo in casa d'un personaggio così altolocato), mi comprerò un paio di guanti per essere proprio in tiro, e mi recherò da Sua Eccellenza: «Eccellenza, - gli dirò - benefattore, padre nostro! Perdonatemi e salvatemi; datemi un pezzo di pane; ho in casa moglie e piccini che muoiono di fame!...».


Va bene così, Anna Andrejevna ? E' questo che vuoi?

- Nicola Serghejevitc, carissimo... non voglio nulla io! Ho parlato così per la mia stupidità; perdonami, se ti ho contrariato, ma non gridare, - balbettò la povera donna, sempre più tremante di paura.


Sono persuaso che, in fondo, il cuore del vecchio gemeva e si stringeva, vedendo in quel momento le lacrime e lo spavento della sua povera compagna; sono anzi persuaso che soffriva più di lei; ma non poteva frenarsi. Ciò capita spesso a persone di grande bontà, ma deboli di nervi, le quali, nonostante tutta la loro bontà, si lasciano trasportare, provando come un godimento tutto speciale nell'afflizione e nella collera loro, e cercano di sfogarsi a qualunque costo, anche se dovessero offendere facendolo, un'altra persona, assolutamente innocente; di solito, poi, rovesciano quella collera sull'essere più caro, più vicino al loro cuore. Le donne, per esempio, provano talvolta la necessità di sentirsi infelici, offese, anche se in realtà, non si tratta affatto di disgrazie né di offese. E di uomini che, sotto questo punto di vista, somigliano alle donne, ce ne sono molti. Talvolta quegli uomini non sono affatto i più deboli, ma, generalmente, hanno in sé molto di femminile. Il vecchio sentiva il bisogno di una lite, sebbene fosse il primo a soffrire di una simile necessità.


Ricordo che, proprio in quel momento, mi balenò il pensiero che forse il vecchio aveva realmente fatto poco prima qualche passo, del genere di quelli supposti da Anna Andrejevna. Chissà che, ispirato dal Signore, non si fosse appunto avviato per recarsi da Natascia, e che poi, strada facendo, non avesse cambiato parere o si fosse imbattuto in qualche ostacolo oppostosi alla sua decisione, di modo che questa era rimasta inattuata; sì, doveva proprio essere andata così, ed egli era tornato a casa irritato e umiliato, vergognandosi dei suoi desideri e dei suoi sentimenti di poco prima, cercando il modo di sfogare su qualcuno la propria "debolezza" e scegliendo per vittima appunto coloro che sospettava avessero gli stessi suoi desideri e sentimenti. Forse, al pensiero di perdonare la figlia, egli si era già immaginato l'impeto di gioia della sua Anna Andrejevna, e naturalmente lei era stata la prima a sopportare le conseguenze del fallimento di quel progetto.


Ma l'aria spaventata della poveretta, che tremava di paura davanti a lui, lo commosse. Per un momento sentì vergogna della propria collera e seppe padroneggiarsi. Noi tacevamo, cercando di non guardarlo in faccia. Ma quel buon impulso della sua anima non fu durevole. Doveva sfogarsi ad ogni costo, forse anche in uno scoppio di rabbia, in una maledizione.


- Vedi, Vania, - disse a un tratto, - mi rincresce, non avrei voluto parlare, ma è giunto il momento in cui devo spiegarmi francamente, senza reticenze, com'è bene che faccia ogni uomo leale... capisci, Vania? Sono contento che tu sia venuto, e perciò voglio dire ad alta voce e in tua presenza, ma in modo che "gli altri" sentano pure, che tutte quelle sciocchezze, quelle lacrime, quei sospiri, quelle disgrazie, mi seccano, alla fine. Ciò che mi sono strappato dal cuore, e che forse ho strappato col sangue e con dolore, non ci tornerà mai più. Sì! l'ho detto e lo farò. Parlo di ciò che è successo sei mesi fa, capisci, Vania? E ne parlo in questo momento in modo così chiaro e preciso, appunto perché tu non possa fraintendere le mie parole, - aggiunse, fissando su me gli occhi ardenti, e visibilmente cercando di evitare lo sguardo impaurito della moglie. - Ripeto che sono tutte sciocchezze che io non voglio più tollerare!... Mi sento proprio infuriare al pensiero che "tutti" mi ritengono un idiota, il mascalzone più vile, un uomo che può nutrire in cuor suo i sentimenti più volgari, più vili... e credono che impazzisca dal dolore...


Sciocchezze! Ho gettato via, ho dimenticato i sentimenti di una volta!

Nemmeno i ricordi esistono per me.. sì, sì, sì e sì! ...


Balzò in piedi e batté il pugno sulla tavola, in modo da far tinnire le tazze.


- Nicola Serghejevitc! Possibile che non abbiate compassione di Anna Andrejevna? Guardate un po' che cosa fate di lei! - dissi io, non potendomi più trattenere e guardandolo quasi indignato. Ma con ciò non feci che gettare olio sul fuoco.


- No, non ho compassione! - urlò egli impallidendo e tremando; - non ho compassione, perché gli altri non ne hanno per me! Non ho compassione perché in casa mia, alle mie spalle, si trama contro la mia testa disonorata, in favore di mia figlia dissoluta, degna di ogni maledizione e di ogni castigo!

- Nicola Serghejevitc, carissimo, non maledirla!... Fa tutto quello che vuoi, ma non maledire tua figlia! - gridò Anna Andrejevna.


- La maledirò! - urlò il vecchio, più forte di prima; - la maledirò perché si esige da me, offeso e disonorato, che vada da quella maledetta e le chieda perdono! Sì, sì, è proprio così! Per questo mi torturano giorno e notte, senza tregua, in casa mia, con lacrime, sospiri e stupide allusioni! Vogliono commuovermi... Guarda, guarda, Vania! - aggiunse cavandosi frettolosamente da una tasca laterale, con mani tremanti, diversi documenti, - guarda, qui sono alcune carte del nostro processo. Da esse risulta, secondo l'opinione del tribunale, che sono un ladro, un bugiardo, che ho derubato il mio benefattore!

Sono diffamato, disonorato per colpa sua! Ecco, ecco, guarda, guarda un po'!

E cominciò a tirar fuori dalla tasca diverse carte, una dopo l'altra, gettandole sulla tavola e cercando impazientemente quella che voleva farmi vedere; ma il documento cercato, come a farlo apposta, non si trovava. Seccato, strappò fuori dalla tasca, con gesto brusco, tutto ciò che riuscì ad afferrare in una manata... un oggetto pesante cadde improvvisamente sulla tavola, producendo un suono metallico... Un grido sfuggì ad Anna Andrejevna: era il medaglione smarrito.


Potei credere a stento ai miei propri occhi. Il sangue affluì alla testa del vecchio e gli imporporò le gote, egli trasalì. Anna Andrejevna gli stava davanti a mani giunte, guardandolo con occhi pieni di preghiera. Il viso della vecchietta si illuminò di una gioiosa speranza. Quel rossore sul viso, quella confusione del vecchio... sì, ormai era certa di non essersi sbagliata, capiva dov'era andato a finire il suo medaglione! Capiva che lo aveva ritrovato lui, il suo vecchio, che si era tutto rallegrato di quel rinvenimento, e che, forse tremando di orgasmo, l'aveva gelosamente sottratto a ogni sguardo, poi, rifugiatosi, solo, in qualche angolo, aveva continuato, all'insaputa di coloro che lo circondavano, con l'amore che gli traboccava dal cuore, a contemplare il visino della sua bambina adorata, senza potersene saziare; forse anche lui, come la povera madre, si rinchiudeva soletto in una camera per discorrere con la sua Natascia, col suo tesoro, immaginandone le risposte, e rispondendo a sua volta; forse, di notte, in preda a un'angoscia dolorosa, soffocando i singhiozzi che gli sfuggivano dal petto, baciava e accarezzava la cara immagine, e invece di maledizioni, mandava il suo perdono e la sua benedizione a quella che non voleva vedere e che in presenza altrui usava maledire.


- Dunque, mio caro, tu le vuoi bene ancora! - esclamò Anna Andrejevna, non riuscendo più a frenarsi davanti a quel padre severo, che un momento prima aveva maledetto la sua Natascia.


Ma appena ebbe udito l'esclamazione della moglie, gli occhi del vecchio scintillarono d'un odio folle. Afferrato il medaglione, lo gettò per terra, e si diede a calpestarlo con collera pazzesca.


- Sia maledetta da me per sempre! - ripeteva soffocando, con voce rauca. - Per sempre, per l'eternità!

- Santo Dio! - gridò la vecchietta; - lei, lei, la mia Natascia! Il suo visino... le pesta il visino sotto i piedi, sotto i piedi!

Tiranno! Uomo insensibile, crudele, orgoglioso!

A queste parole della moglie, il vecchio impazzito si fermò, atterrito da quanto aveva fatto. Poi, raccogliendo dal pavimento il medaglione, fece per slanciarsi fuori dalla camera; fatti appena due passi, però, cadde a un tratto in ginocchio, si appoggiò con le mani al divano che gli stava davanti e vi posò la testa priva di forze.


Singhiozzava ora come un bambino, come una donna. I singhiozzi gli gonfiavano il petto, come se volessero spezzarglielo. Il terribile vecchio era in quel momento più debole di un bambino; non aveva più vergogna di noi, e in uno spasmodico slancio d'amore, copriva, di nuovo, in nostra presenza, di innumerevoli baci quel ritratto che un momento prima aveva calpestato. Sembrava che tutta la tenerezza, tutto l'amore per la figlia, costretti da tanto tempo in cuor suo, cercassero ora di sgorgare in un impeto irrefrenabile, annientando tutto il suo essere.


- Perdonala! perdonala! - esclamava singhiozzando Anna Andrejevna, che si era chinata sul marito e lo teneva abbracciato. - Falla tornare nella tua casa, e Dio, nell'ora dell'ultimo giudizio, terrà conto della tua umiltà e della tua misericordia!...


No, no! A nessun costo, e mai! - ripeteva il vecchio con voce rauca e soffocata. - Mai! mai!




CAPITOLO 14


Giunsi da Natascia che era ormai tardi: alle dieci suonate. Lei viveva allora alla fontanka, vicino al ponte Semionovski, in una sudicia casa «fondamentale» del mercante Kolotuskin, al terzo piano. I primi tempi, dopo la sua fuga dalla casa paterna, aveva abitato insieme ad Alioscia in un bell'appartamento non molto grande, ma comodo ed elegante, al secondo piano di una casa di via Litejnaja. Le risorse del giovane principe, però, non tardarono molto ad esaurirsi. Non si fece maestro di musica, ma cominciò a prendere denaro a prestito e s'indebitò fino al collo. Spendeva quel denaro per abbellire la casa, per far numerosi regali a Natascia, la quale protestava contro la sua prodigalità, lo ammoniva, e talvolta piangeva, persino. Alioscia, che possedeva un cuore sensibile e suscettibile, e che talvolta meditava per un'intera settimana, con vero godimento, su un regalo che voleva farle, che s'immaginava anticipatamente come lei l'avrebbe accolto, facendosene una festa e comunicandomi nel più grande segreto i suoi sogni e le sue speranze a quel proposito, si sprofondava in una tale tristezza per le lacrime e gli ammonimenti di Natascia, che involontariamente muoveva a pietà; in seguito, avvenivano tra loro, a causa dei regali, scene piene di lacrime, di rimproveri e di liti. Inoltre, Alioscia spendeva somme considerevoli all'insaputa di Natascia: si lasciava trascinare dagli amici, la tradiva; frequentava ogni specie di Giuseppine e di Minne; ciononostante, amava sinceramente Natascia. L'amava con tormento; spesso veniva da me col cuore in tumulto, invaso di tristezza, dicendo che non valeva il mignolo della sua Natascia, che era stupido e cattivo, che non era capace di comprenderla e di apprezzarla, e che non era degno del suo amore. In parte, aveva ragione: non erano allo stesso livello; egli si sentiva un fanciullo davanti a lei, e anche lei lo considerava un bambino.


Con le lacrime agli occhi, egli mi confessava il suo legame con Giuseppina, supplicandomi al tempo stesso di non dirlo a Natascia; e quando, timido e tremante, si recava, dopo tutte quelle confessioni, insieme a me da lei (sempre insieme a me, assicurandomi che aveva timore di guardarla in faccia dopo il delitto commesso, e che io solo potevo sostenerlo e fargli coraggio), Natascia comprendeva fin dal primo sguardo gettato su di lui di che si trattava. Ella era molto gelosa, e non capisco come riuscisse a perdonargli tutte le sue marachelle.


Di solito, le cose si svolgevano in questo modo: Alioscia entrava con me, le rivolgeva timidamente la parola e la guardava con timida tenerezza negli occhi. Natascia indovinava subito che era in colpa, ma non glielo faceva vedere, né mai cominciava per prima a parlarne, a interrogarlo; anzi, raddoppiava subito le sue carezze, si faceva più tenera e più allegra, e ciò non era affatto un gioco combinato, un'astuzia, da parte sua. No, quell'essere squisito provava un godimento speciale nel concedere il suo perdono, nell'atto di graziare, come se l'atto stesso di perdonare Alioscia contenesse in sé una speciale e raffinata delizia. Vero è che in quei tempi non si trattava d'altro che di Giuseppine. Vedendola così dolce e clemente, Alioscia non poteva più frenarsi, e subito le confessava ogni cosa, senza che nessuno lo spingesse a farlo, unicamente per alleggerirsi il cuore ed «essere come prima», diceva lui. Avuto il perdono, egli si estasiava, talvolta piangeva persino di gioia e di intenerimento, la baciava, l'abbracciava. Poi riacquistava subito la solita allegria e cominciava a raccontare con puerile franchezza e minuziosamente la sua avventura con Giuseppina, ridendo forte, facendo i più fervidi elogi a Natascia, e la sera terminava in modo allegro e felice.


Quand'ebbe speso tutti denari, cominciò a vendere la roba. Grazie all'insistenza di Natascia, fu trovato sulla fontanka un appartamentino a prezzo mite. Continuarono a vendere gli oggetti che ancora possedevano. Natascia vendette persino i suoi vestiti e cominciò a cercar lavoro; quando Alioscia venne a saperlo, la sua disperazione non ebbe limiti; malediceva se stesso, gridava di disprezzarsi, e nondimeno non fece nulla per rimediare al disastro.


Negli ultimi tempi, avevano esaurito anche quelle estreme risorse; non rimaneva che il lavoro, ma il compenso per quel lavoro era assolutamente meschino.


In principio, quando abitavano ancora insieme, Alioscia aveva avuto una forte lite col padre. L'intenzione del principe di far sposare al figlio la figliastra della contessa Caterina Feodorovna Filimonovna non era allora che un progetto, sul quale, però, il principe insisteva molto; aveva condotto Alioscia in casa della giovane, tentava di convincerlo, con ragionamenti e con la severità, sulla necessità di piacere alla fanciulla, ma l'affare non fu combinato per colpa della contessa. Allora il padre cominciò a dare minor importanza al legame di Alioscia con Natascia, lasciando passare il tempo, nella persuasione che l'amore di Alioscia, di cui conosceva la frivolezza, non sarebbe stato di lunga durata. Quanto poi all'intenzione di Alioscia di sposare Natascia, il principe non se ne era mai dato un vero pensiero. Quanto ai due amanti, essi avevano rimandato il matrimonio al giorno in cui fosse avvenuta la formale riconciliazione col padre e le circostanze fossero mutate. Era però evidente che Natascia non intendeva parlarne. Alioscia mi confessò, in segreto, che suo padre era, in parte, persino contento di tutto quella storia:

l'umiliazione degli Ikmenev gli faceva piacere. Per formalità, ad ogni modo, continuava a dimostrarsi malcontento della condotta del figlio:

gli ridusse la somma, già piuttosto esigua, che aveva precedentemente stabilito per il suo mantenimento (del resto, nei riguardi del figlio, si era sempre dimostrato avarissimo) e lo minacciava di tagliargli del tutto i viveri; poco dopo, però, seguì la contessa in Polonia, dove questa aveva certi suoi affari da mettere a posto. Frattanto, non aveva abbandonato per nulla il progetto del ricco matrimonio per il figlio. E' vero, Alioscia era ancora troppo giovane per sposarsi; ma la fidanzata era troppo ricca, e non era il caso di perdere la buona occasione. Il principe raggiunse infine il proprio intento. Le notizie che giunsero alle nostre orecchie dicevano che la faccenda del fidanzamento era finalmente entrata in una fase favorevolmente risolutiva.


Nel tempo di cui parlo adesso, il principe era da poco tornato a Pietroburgo. Egli fece un'accoglienza affettuosa al figlio, ma rimase sgradevolmente colpito dalla persistenza del sentimento che questi nutriva per Natascia. Cominciò a inquietarsene, ad averne timore, persino impose al figlio, con severità, la separazione da Natascia, ma non tardò a dare la preferenza ad un altro mezzo, e portò Alioscia in visita dalla contessa. La figliastra di questa era una fanciulla giovanissima, di una bellezza quasi perfetta, una fanciulla dal cuore come se ne trovano pochi, dall'anima serena e casta, e oltre a ciò era allegra, intelligente e tenera. Il principe calcolava sul fatto che sei mesi di vita in comune dovevano aver avuto la loro influenza sul cuore di Alioscia; pensava che ormai Natascia non poteva più avere per lui l'attrazione della novità, e che adesso egli avrebbe guardato la fidanzata con occhi diversi da quelli coi quali l'aveva veduta sei mesi addietro. Aveva in parte indovinato... Alioscia si invaghì realmente della ragazza.


Aggiungerò, inoltre, che il principe era diventato, di punto in bianco, straordinariamente affettuoso verso il figlio (pur continuando a tenerlo a corto in fatto di denaro). Alioscia sentiva che, sotto quell'affettuosità, si nascondeva una decisione inflessibile e immutabile, e ne era angustiato, non quanto, però, lo sarebbe stato se non avesse visto ogni giorno Caterina Feodorovna.


Sapevo che da cinque giorni, ormai, egli non andava più da Natascia.


Recandomi da lei, dopo aver lasciato la casa dei vecchi Ikmenev, mi andavo ansiosamente domandando che cosa poteva aver bisogno di dirmi.


Notai, ancora da lontano, un lume alla sua finestra. Fra noi era da tempo convenuto che, ogniqualvolta lei avesse avuto urgente bisogno di parlarmi, avrebbe messo un lume sulla finestra della sua camera, di modo che, capitandomi di passare vicino a casa sua (e ciò mi capitava quasi ogni sera), potessi sapere che mi aspettava e che aveva bisogno di vedermi. Da qualche tempo, ella metteva spesso la candela al posto convenuto...




CAPITOLO 15


Trovai Natascia sola. Camminava lentamente su e giù per la camera, con le mani congiunte sul petto e immersa nei suoi pensieri. Il samovar, quasi spento, stava sulla tavola e mi aspettava da un pezzo. Mi tese la mano in silenzio, con un sorriso. Il suo volto era pallido e aveva un'espressione dolorosa. Lo stesso dolore traspariva dal suo sorriso, tenero, con un non so che di paziente. I suoi occhi azzurri e chiari sembravano più grandi del solito, i capelli più fitti, ma era tutto effetto della magrezza dovuta alla malattia.


- Credevo che non saresti più venuto, - mi disse dopo avermi teso la mano. - Volevo persino mandare da te Mavra per sapere se per caso ti fossi ammalato di nuovo - No, non sono stato neppure indisposto; sono stato semplicemente trattenuto; ora ti racconterò. Ma tu, Natascia, che hai? E' forse accaduto qualche cosa di nuovo?

- No, nulla di nuovo! - rispose, un po' stupita. - Perché me lo domandi?

- Non mi hai forse scritto ?... Ieri mi hai scritto, dicendomi di passare da te, indicandomi persino l'ora precisa, né più presto né più tardi; di solito, non fai così.


- Ah sì! Fu perché, ieri sera, aspettavo "lui".


- Ah! non è ancora venuto, dunque?

- No. E pensavo che, se non fosse venuto, avrei dovuto parlare con te, - aggiunse Natascia dopo un breve silenzio.


- L'hai aspettato anche questa sera?

- No, non l'ho aspettato; passa la sera laggiù.


- Che cosa pensi, dunque, Natascia? Credi che non tornerà più da te?

- Tornerà, tornerà ancora, - rispose, guardandomi con aria seria.


Quel rapido succedersi di domande da parte mia le dispiaceva. Tacemmo, continuando a camminare su e giù per la camera.


- Ero qui ad aspettarti, Vania, - cominciò di nuovo, sorridendo, - e sai che cosa facevo? Camminavo avanti e indietro e declamavo dei versi. Ti ricordi? I sonagli, la strada d'inverno: "Sulla tavola bolle il samovar" l'abbiamo letta insieme:

"Sulla tavola bolle il samovar; il maltempo passò, chiara è la via; con mille occhi dal ciel la notte spia, e un canto di passione odo balzar.


D'un sonaglio il tintinno or gli si accorda:

oh, quando verrà, alfine, il mio diletto la stanca fronte a riposar sul petto cui egli è vita, e che giammai lo scorda?

Come spunta nel ciel la bell'aurora pingendo i vetri cui rabesca il gelo, dal samovar un vaporoso velo si spande; e già la stufa arde e colora de' suoi riflessi un'azzurrina tenda tutt'a fiorami, che nasconde il letto...


Oh, quando verrà, alfine, il mio diletto?

Quanto è ancor d'uopo che il mio cuor lo attenda?"«Ah, com'è bella questa poesia! Come è tormentosa, Vania, e che quadro fantastico! Pare un canovaccio con un disegno appena tracciato, puoi ricamarci sopra tutto ciò che ti piace! Vi sono due sensazioni: quella di una volta e l'ultima. Quel samovar, quella tenda a fiorami, sono cose tanto intime... proprio come in quelle casette della piccola borghesia nella nostra cittadina di provincia, mi sembra di vedere persino la casetta: è nuova, fatta di travi, non ancora rivestita di assi... Poi, l'altro quadro:

"Or di nuovo la voce odo cantare accordandosi in note di tristezza al tinnulo sonaglio, e mi si spezza d'ansietà il cuore, di desìo d'amare.


Dov'è, dunque, dov'è il mio grande amore?

Quasi tremo al pensier ch'egli si affacci repente, ed entri, e mi accarezzi, e abbracci e avvolga tutta del suo folle ardore.


Ahi, la mia vita! E com'è buia la stanza, e angusta, e triste! Fuori soffia il vento; urta nei vetri, e gemere lo sento.


Ahi, la mia vita senza più speranza!

C'è un ciliegio di là dalla vetrata, ma vederlo chi 'l può, se i vetri il gelo d'un opaco vestì ruvido velo, il gel che morte, forse, gli ha recata?

L'azzurrina mia tenda è scolorita; per la stanza m'aggiro egra e soletta, né di tornar punto il pensier mi alletta al nido mio natal che a sé m'invita.


Qui non ho alcun che rimbrottar mi possa; il mio diletto è via, lontan lontano, sol questa vecchia brontola..."«Per la stanza m'aggiro egra e soletta»: com'è messo ben a proposito quell'«egra»! E poi. «Qui non ho alcun che rimbrottar mi possa»:

quanta tenerezza, quanto languore in quel verso, e quante sofferenze svegliate dai ricordi, sofferenze provocate volontariamente, che quasi ci fanno godere... Dio, com'è bello! E com'è vero!

Ella tacque, come se volesse reprimere lo spasimo che le saliva alla gola.


- Vania, caro amico mio! - esclamò un momento dopo, e subito tacque di nuovo, quasi avesse dimenticato ciò che avrebbe voluto dire, o come se fosse uscita in quell'esclamazione così, senza un pensiero preciso, ma per una sensazione improvvisa.


Intanto, continuavamo a camminare avanti e indietro per la camera.


Davanti all'immagine sacra ardeva un lumicino. Da qualche tempo, Natascia si andava facendo sempre più devota, ma non le piaceva che se ne parlasse.


- E' festa domani? Vedo che è acceso il lumicino - domandai.


- No non è festa... Ma via, siediti, Vania, sarai stanco! Vuoi che ti dia il tè? Non ne hai preso ancora questa sera, vero?

- Sediamoci, Natascia. Il tè l'ho già bevuto.


- Da dove vieni adesso?

- Da "loro".


Usavamo sempre questa parola, parlando della sua casa paterna.


- Da loro? Come hai avuto tempo di passare anche di là? Ci sei andato per tuo desiderio o ti hanno chiamato?...


Mi tempestava di domande. Il suo viso si fece ancora più pallido per l'agitazione. Le raccontai minutamente il mio incontro col vecchio, il mio colloquio con la madre, la scena del medaglione; non tralasciai alcun particolare, nessuna sfumatura. Non le nascondevo mai nulla. Mi ascoltava avidamente, attenta a ogni mia parola. Gli occhi le brillarono di lacrime. La scena del medaglione la commosse fortemente.


- Aspetta, aspetta, Vania, - diceva interrompendo ogni momento la mia narrazione. - Racconta più minuziosamente, proprio tutto, tutto, coi più minuti particolari; tu ometti i particolari!...


Feci il racconto una seconda e poi una terza volta, rispondendo a tutte le domande che mi rivolgeva.


- E credi proprio che venisse da me?

- Non lo so, Natascia, non posso nemmeno farmi un'idea precisa. E' chiaro che sente la nostalgia di te e che ti vuol bene; ma che si fosse o non si fosse messo in via per venire da te, questo.. questo...


- E ha baciato il medaglione? - mi domandò interrompendomi. - Che cosa disse mentre lo baciava?

- Pronunciava parole sconnesse, esclamazioni: ti dava i nomi più teneri, ti chiamava...


- Mi chiamava?

- Sì.


Ella pianse, sommesso.


- Poveretti! - disse. - Non c'è poi da stupirsi se sa tutto, - aggiunse dopo un breve silenzio. - E' sempre bene informato anche sul conto del padre di Alioscia.


- Natascia, - dissi timidamente, - andiamo da loro.


- Quando? - domandò lei impallidendo e sollevandosi sulla poltrona.


Credeva che la invitassi ad andar subito.


- No, Vania, - aggiunse mettendomi le mani sulle spalle e sorridendo tristemente; - no, carissimo, me lo dici sempre, ma... meglio non parlarne.


- Ma è possibile che quella maledetta lite non debba proprio mai finire? - scattai, addolorato. - Possibile che tu sia orgogliosa al punto di non voler fare il primo passo? Spetta a te farlo; è tuo dovere! Probabilmente, tuo padre non aspetta che questo per perdonarti... Alla fine, è tuo padre, e tu l'hai offeso! Dai una soddisfazione al suo amor proprio, che è legittimo, naturale. Devi farlo! Solo che tu tenti, ed egli ti concederà il suo perdono senza importi alcuna condizione.


- Senza impormi alcuna condizione! Non è possibile, Vania; non rimproverarmi inutilmente. Ho passato giornate e notti intere, e ancora ne passo, a meditarci sopra. Da quando li ho abbandonati, credo che non sia passato giorno senza che vi abbia pensato. Con te, poi, ne ho già parlato parecchie volte. Lo sai anche tu che non è possibile!

- Prova!

- No, amico mio, non si può! Se mi ci provassi, non farei che esasperarlo ancor più contro di me. Non si può riacquistare quello che si è perduto per sempre, e sai che cos'è che non si può riacquistare?

Quelle felici giornate della mia infanzia che ho passato con loro. Se anche mio padre mi perdonasse, non mi riconoscerebbe più, ora. Egli amava una fanciulletta, una grande bambina. Ammirava la mia semplicità d'animo infantile; prodigandomi le sue carezze, mi passava la mano sulla testa, come quando, bambina di sette anni, seduta sulle sue ginocchia, gli cantavo le mie canzoncine infantili. Dalla mia prima infanzia fino all'ultima giorno egli è sempre venuto, tutte le sere, a benedirmi per la notte con un segno di croce, quando ero già a letto.


Un mese prima della nostra disgrazia, mi comperò un paio di orecchini; voleva farmi una sorpresa (io, invece, l'ho subito saputo), ed era felice come un bambino, immaginandosi come mi sarei rallegrata per il regalo; poi, quando venne a sapere da me stessa che l'acquisto degli orecchini non era più un segreto per me, si irritò quanto mai, si irritò con tutti, e specialmente con me. Tre giorni prima del mio distacco, essendosi accorto che ero triste, cadde anche lui in una tristezza profonda, fino ad ammalarsene, e, cosa credi che facesse?

per rallegrarmi, comprò i biglietti per portarmi al teatro... Proprio, credeva che ciò mi avrebbe guarita! Conosceva e amava una ragazzetta, ti ripeto, e non voleva nemmeno pensare che sarebbe venuto il giorno in cui mi sarei trasformata in donna... Un'idea simile non gli è mai passata per la mente. Adesso, invece, se tornassi in casa, non mi riconoscerebbe. Anche se mi perdonasse, chi accoglierebbe in casa al posto di suo figlia, adesso? Io non sono più la stessa, non sono più una bambina; ho vissuto tanto ormai! Anche se cercassi di accontentarlo, egli continuerebbe a rimpiangere la felicità perduta, a rattristarsi, vedendo che non sono più quella che ha amato bambina; e il passato ci sembra sempre più bello del presente; si ricorda sempre con tormento! Ah, com'è bello il passato, Vania! - esclamò interrompendosi, e questa esclamazione le usciva proprio dal profondo del cuore.


- Tutto quel che tu dici è vero, Natascia, - risposi. - Ma tuo padre imparerà a conoscerti e ad amarti di nuovo. Importa soprattutto che ti conosca. Dopo, ti si affezionerà di sicuro. Come puoi temere che non riesca a comprenderti, lui, un uomo tanto di cuore?

- Ah, Vania, non essere ingiusto! Che c'è in me di speciale da comprendere o da non comprendere? Io non parlavo di questo. Vedi:

anche l'amore di un padre è un sentimento geloso. Gli duole che tutta la mia storia con Alioscia sia cominciata e giunta alla sua risoluzione senza che egli ne abbia saputo nulla, nulla ne abbia intuito. Sa di non aver presentito nulla di quanto è successo, ed ora incolpa di tutto, delle conseguenze del mio amore e della mia fuga, la mia «ingrata» dissimulazione. Non sono andata da lui subito in principio e non gli ho confessato ogni moto del mio cuore fin dal principio della mia passione; anzi, ho chiuso tutto in me, gli ho tenuto tutto nascosto, e ti assicuro, Vania, che, nel segreto del suo cuore, ciò che l'offende e l'oltraggia ancor più delle conseguenze del mio amore, della mia fuga da casa per venire a vivere col mio amante, è proprio questo. Ammettiamo pure che adesso mi accogliesse affettuosamente e paternamente; il germe dell'ostilità rimarrebbe, però, ugualmente nel suo cuore. Dopo uno, due giorni, ricomincerebbero le afflizioni, i rimproveri. Inoltre, non mi concederebbe mai il perdono senza pormi delle condizioni. Ammettiamo che io dica, e lo dica proprio sinceramente, dal profondo del cuore, che capisco tutta la gravità dell'offesa fattagli e fino a che punto io sia colpevole ai suoi occhi. Ammettiamo, inoltre, che malgrado la mia sofferenza di fronte all'incomprensione di quanto mi sia costata la mia «felicità» con Alioscia, di quante sofferenze abbia dovuto sopportare, io cerchi di soffocare il mio dolore, di sopportare ancora ogni cosa: ebbene, anche in questo caso, tutto gli sembrerebbe poco, non ne sarebbe soddisfatto ancora. Mi chiederebbe l'impossibile; mi ordinerebbe di rinnegare, di maledire il mio passato, di maledire lo stesso Alioscia e di pentirmi del mio amore per lui. Chiederebbe l'impossibile: che ritorni, cioè, il passato e si cancellino assolutamente dalla nostra vita questi ultimi sei mesi. Io, invece, non maledirò nessuno, e non posso nemmeno pentirmi... Che vuoi? E' accaduto quello che doveva accadere... No, Vania, ora non è possibile farlo. Non è ancora giunta l'ora.


- E quando giungerà, dunque, quest'ora?

- Non lo so... Bisogna soffrire per acquistarsi la felicità futura; comprarla pagandola con nuove sofferenze. Le sofferenze purificano tutto... Ah, Vania, quanto dolore ha mai in sé la vita!

Io tacevo, guardandola soprappensiero.


- Perché mi guardi così, Alioscia? Oh, volevo dire Vania! - disse sbagliando di nome e sorridendo del proprio errore.


- Ora guardo il tuo sorriso, Natascia. Dove l'hai preso? Prima non l'avevi.


- Che c'è di speciale nel mio sorriso?

- In verità, vi è rimasta anche la schietta espressione infantile di una volta... Ma ora, quando sorridi, sembra che, al tempo stesso, provi un forte dolore al cuore. Ecco, sei dimagrita, Natascia, e i tuoi capelli sembrano più folti.. Che vestito hai indosso? Uno di quelli che già avevi quand'eri con loro?

- Come mi vuoi bene, Vania! - rispose lei guardandomi teneramente. - E tu, di che cosa ti occupi adesso? Come vanno le tue faccende?

- Non sono cambiate; continuo a scrivere il mio romanzo, ma ormai non è cosa facile. L'ispirazione è svanita. Avrei potuto scriverlo così, alla bell'e meglio, e forse sarebbe riuscito un libro molto interessante lo stesso, ma mi spiaceva sciupare una bella idea. E' una delle idee più care al mio cuore. Nondimeno, devo assolutamente consegnare il romanzo alla rivista per il termine fissato. Penso persino di abbandonare il romanzo e di tentare una lunga novella, sai, qualche cosa di facile, di grazioso, un'opera che non abbia assolutamente nulla di cupo... assolutamente nulla... Tutti debbono rallegrarsi ed essere contenti...


- Povero lavoratore che sei!... E Smith?

- Ma Smith è morto!

- Non è venuto a visitarti? Parlo sul serio, Vania; sei ammalato, hai i nervi scossi: i tuoi sogni debbono certo essere strani. Lo notai quando mi parlasti del tuo nuovo appartamento. Non è bello il tuo alloggio? E' umido?

- Sì. Ma è accaduta un'altra storia, questa sera... Te la racconterò dopo, però.


Immersa in una profonda meditazione, ella non mi ascoltava più.


- Non capisco come abbia potuto fuggire "da casa loro"; devo aver agito in un accesso di febbre, - disse infine, guardandomi, ma evidentemente senza aspettare alcuna risposta.


Se le avessi rivolto la parola, non mi avrebbe neppure sentito.


- Vania, - mi disse poi con voce appena percettibile, - ti ho pregato di venire da me, perché ho da parlarti di cose importanti.


- Di che si tratta?

- Mi separo da lui, Vania.


- Ti sei separata o stai per separarti?

- Bisogna farla finita con questa vita. Ti ho chiamato per dirti tutto quello che finora ti ho sempre tenuto nascosto.


Cominciava sempre in questo modo, quando voleva confidarmi le sue segrete intenzioni; ma quasi sempre quei segreti io li conoscevo da tempo, avendomene lei stessa già parlato in precedenza.


- Ah! Natascia! te l'ho sentita ripetere mille volte questa decisione!

Certo, non potete continuare a vivere insieme; il vostro legame è così strano! non avete nulla di comune tra voi. Ma... avrai abbastanza forze per mettere in atto la tua intenzione?

- Prima, sì, non si trattava che di un'intenzione, Vania; ora, invece, mi sono decisa. Lo amo più di ogni cosa al mondo, ma non per questo cesso di essere, in realtà, la sua più grande nemica; gli rovino l'avvenire. Bisogna rendergli la libertà. Sposarmi non può, non ha abbastanza forza per andare contro la volontà di suo padre. Da parte mia, non lo voglio legare neppure io. Sono quindi anche contenta che si sia innamorato di quella ragazza con la quale vogliono fidanzarlo.


Gli riuscirà, così, meno penoso separarsi da me. Lo debbo fare! E' mio dovere... Se lo amo, devo tutto sacrificare per lui, devo dargli la prova di questo mio amore, è mio dovere! Non ti pare?

- Ma non riuscirai mai a convincerlo.


- Non lo tenterò nemmeno. Sarò con lui come prima, anche in questo momento, se dovesse entrare qui. Ma devo trovare un mezzo perché possa lasciarmi senza averne alcun rimorso. Ecco ciò che mi tortura, Vania.


Aiutami! Non potresti darmi un consiglio?

- Non c'è che un mezzo, - le dissi; - cessare di amarlo e amarne un altro. Temo, però, che neppure questo possa essere un buon rimedio.


Conosci il suo carattere, no? Ecco, sono cinque giorni che non si fa più vedere. Si potrebbe supporre benissimo che ti abbia abbandonata del tutto; invece, basterebbe che tu gli scrivessi una lettera, dicendo che hai deciso di lasciarlo, perché accorresse subito da te.


- Perché sei così ostile con lui?

- Io?

- Sì, tu, tu ! Tu gli sei tanto palesemente che nascostamente nemico.


Non puoi parlare di lui senza che ti nasca in cuore un desiderio di vendetta. Mi sono accorta mille volte che il tuo maggior piacere consiste nell'avvilirlo, nel dipingerlo coi più foschi colori. Sì, è proprio così!

- O Natascia, me le hai già dette mille volte queste cose! Basta, lasciamo questo discorso!

- Vorrei cambiare alloggio, - fece lei dopo un momento di silenzio. - Non adirarti, Vania...


- E con ciò? Verrà a trovarti nel nuovo alloggio! Quanto a me, ti giuro che non sono affatto adirato.


- L'amore è una gran forza. Un nuovo amore potrà trattenerlo. Se anche torna da me, sarà per un momento solo; che ne pensi?

- Non lo so, Natascia, tutto, in lui, tutto, in lui, è bizzarro al più alto grado: vorrebbe sposare l'altra e al tempo stesso continuare ad amarti. Riesce ad accordare nel suo cuore entrambi questi sentimenti.


- Se avessi la certezza che ama l'altra, mi deciderei... Vania! Non nascondermi nulla! Sai qualche cosa che non mi vuoi riferire?

Mi guardava con sguardo inquieto, scrutatore.


- Non so nulla, amica mia; te ne dò la mia parola d'onore; sono sempre stato sincero con te. Però, se vuoi conoscere il mio pensiero, ecco:

forse non è affatto innamorato della figliastra della contessa quanto noi crediamo. Potrebbe essere un capriccio e null'altro...


- Lo credi, Vania? Dio, se potessi saperlo con certezza! Ah! come vorrei vederlo in questo momento! come vorrei dare un'occhiata al suo viso! Capirei subito ogni cosa. Invece, non viene! Non viene!

- Ma l'aspetti, tu, forse, questa sera, Natascia?

- No, è andato da "lei", lo so; ho mandato la donna per saperlo. Ho un vivissimo desiderio di vedere anche lei... Ascoltami, Vania, so di dire una sciocchezza, ma possibile che non esista un mezzo perché io possa vederlo, incontrarlo in qualche posto? Che ne pensi tu?

Aspettava, inquieta, la mia risposta.


- Si potrebbe anche escogitare qualche mezzo, ma con ciò? Non ne saresti per nulla soddisfatta.


- Mi basterebbe vederlo, tutto il resto lo indovinerei. Senti: sono diventata così stupida ormai; continuo a camminare qui sù e giù, sempre sola, sempre sola, e a pensare. I pensieri mi turbinano addirittura per la mente, è molto penoso! Dunque, ho pensato così, Vania: non potresti tu, Vania, fare la sua conoscenza? La contessa (me l'hai riferito tu stesso), ha avuto parole di grande elogio per il tuo romanzo. Tu, poi, frequenti di tanto in tanto le serate del principe R., che la contessa frequenta pure. Fai in modo che ti presentino a lei. Potrebbe magari farlo Alioscia stesso. Così tu potresti riferirmi tutto di lei.


- Natascia, cara amica, ne riparleremo più tardi. E adesso dimmi, piuttosto: credi sul serio che ti basterebbero le forze per separarti da lui? Guardati in questo momento, sei forse calma?

- Basteranno! - rispose pianissimo. - Tutto per lui. Tutta la mia vita per lui! Ma sai, Vania? non posso sopportare il pensiero che sia adesso con lei, che mi abbia dimenticata e sia là, seduto al suo fianco a chiacchierare a ridere. Ti ricordi quand'era seduto qui accanto a me?... La guarda negli occhi, guarda sempre così, e non gli passa neppure per la mente che io, adesso, sono qui... con te.


Non terminò, e mi gettò uno sguardo disperato.


- Ma allora, Natascia, come hai potuto dire un momento fa?...


- Vorrei che lo facessimo, che ci separassimo d'amore e d'accordo, - disse interrompendomi e guardandomi con occhi scintillanti. - Io stessa lo benedirò, se vorrà farlo... Ma è duro, molto duro, Vania, pensare che è lui il primo a dimenticarmi... Ah, Vania, che tortura!

Non riesco a capirmi neppure io... A ragionarci su, sembra una cosa, ma quando si tratta di fare sul serio, è un altro paio di maniche...


Che ne sarà di me?

- Calmati, calmati, Natascia!

- Sono così da cinque giorni, ogni ora, ogni minuto... Anche di notte, anche quando dormo continuo a pensare a lui! Sai, Vania? andiamo, accompagnami là!

- Calmati, Natascia, che stai dicendo?

- No, andiamoci! Ti aspettavo, Vania! Ci penso da tre giorni. Appunto per questo ti ho scritto, pregandoti di venire da me... Devi accompagnarmi... non puoi rifiutarmi questo favore... ti ho tanto aspettato... per tre giorni... Stasera c'è ricevimento... lui è là...


andiamoci!

Sembrava avesse il delirio. Si sentì un rumore in anticamera; pareva che Mavra discutesse con qualcuno.


- Aspetta, Natascia, chi è? - domandai. - Ascolta!

Ella prestò orecchio e ad un tratto impallidì terribilmente.


- Dio santo! Chi può essere? - esclamò con voce appena percettibile.


Voleva trattenermi, ma io uscii dalla sala e mi avvicinai a Mavra. Era Alioscia. Interrogava su qualche cosa Mavra, che sulle prime non voleva lasciarlo entrare.


- Da dove saltate fuori? - diceva lei in tono autoritario. - Ebbene?

Dove siete stato a divertirvi? Va bene, va bene, entrate pure! Io, sapete, non mi lascio corrompere! Andateci un po'; vedremo che spiegazioni le saprete dare !

- Non ho paura di nessuno, io! Certo che entrerò! - diceva Alioscia, tuttavia alquanto confuso.


- Benissimo! Siete molto coraggioso!

- E già! Ah, siete qui anche voi? - esclamò scorgendomi. - Come sono contento di trovarvi qui! Eccomi, dunque... vedete... non so come fare, adesso...


- Ma entrate semplicemente, - risposi io; - di che avete paura?

- Vi assicuro che non ho paura di niente, perché vi giuro che non ho nessuna colpa. Credete forse che sia colpevole? Vedrete come saprò subito discolparmi. Natascia, posso entrare ? - domandò con finto coraggio, fermandosi davanti alla porta chiusa.


Nessuno rispose.


- Che vuol dire questo? - domandò Alioscia inquieto.


- Nulla! un momento fa era lì in sala, - risposi. - Forse sarà...


Ma Alioscia aveva già aperto la porta, pian piano, e il suo sguardo timido perlustrò la sala. Non c'era nessuno.


A un tratto la vide in un angolo, tra la finestra e l'armadio. Ella stava là come se si fosse nascosta, più morta che viva. Ancor oggi, quando mi ricordo di quel momento, non posso trattenermi dal sorridere. Alioscia le si avvicinò lentamente, a passi cauti.


- Natascia, che fai lì? Buona sera, Natascia! - diss'egli timidamente, guardandola un po' impaurito.


- Ebbene... insomma... niente ! - rispose Natascia terribilmente confusa, come fosse lei la colpevole. - Vuoi... vuoi... il tè?

- Natascia, senti, - disse Alioscia, assolutamente smarrito. - Tu sei certo convinta che io sia colpevole verso di te. Ma non lo sono; non ho nessuna colpa! Vedrai; ti racconterò subito ogni cosa.


- Ma no, perché? - mormorò Natascia. - No, no, non bisogna... dammi la mano e... e tutto è finito... come sempre...


Ella uscì dal suo cantuccio. Aveva le guance cosparse d'un lieve rossore e teneva lo sguardo abbassato, come temendo di fissare in faccia Alioscia.


- Ah, santo Dio! - esclamò questi pieno d'esaltazione, - se fossi davvero colpevole, credo che non oserei neppure alzare gli occhi su di lei! Guardatela! guardatela! - esclamava rivolgendosi a me. - Ecco, è persuasa che sono colpevole; tutte le apparenze sono contro di me!

tutto è contro di me! tutto è contro di me! Sono cinque giorni che non vengo più da lei! Si dice intorno che passo il tempo con la mia fidanzata... eppure mi perdona! Mi dice: «Dammi la mano e che tutto sia finito!». Natascia, tesoro mio, angelo mio! Non ho nessuna colpa; voglio che tu lo sappia! Neanche la minima, minimissima colpa! neanche tanto così! Tutt'altro, anzi! tutt'altro!

- Ma... non dovevi essere là, tu, questa sera? Ti hanno invitato là...


Come fai a essere qui? Che... che ore sono?

- Sono le dieci e mezzo! Quanto a "laggiù", ci sono già stato... Sono scappato via col pretesto che mi sentivo indisposto; ed è il primo momento, ma davvero il primo momento, che mi trovo libero, da cinque giorni a questa parte; il primo momento in cui ho potuto evadere da loro e correre da te, Natascia mia! Cioè, veramente, avrei potuto venire anche prima, ma non ho voluto farlo, apposta non l'ho voluto! E perché? Lo saprai subito, te lo spiegherò; sono proprio venuto qui per spiegartelo; questa volta, però, giuro di non avere nessuna colpa dinanzi a te, proprio nessuna.


Natascia alzò la testa e lo guardò... Ma lo sguardo col quale Alioscia le rispose luceva di tanta franchezza, il suo viso era così allegro, gioioso, leale, che non era possibile non prestargli fede. Credevo che si sarebbero gettati l'uno nelle braccia dell'altra con un grido di felicità, come già era accaduto più di una volta in simili casi di riconciliazione. Ma Natascia, come se il peso della felicità che provava fosse troppo grande, abbassò la testa e, ad un tratto, proruppe in un pianto silenzioso... A quella vista, Alioscia non poté più padroneggiarsi, e si gettò ai suoi piedi. Le baciava le mani e i piedi, sembrava fuori di sé. Avvicinai una poltrona a Natascia, e lei si sedette. Le gambe non la reggevano più.




PARTE SECONDA



CAPITOLO 1


Due minuti dopo ridevamo tutti e tre come pazzi.


- Lasciate, lasciate dunque che vi racconti, - gridava Alioscia, coprendo le nostre con la sua voce squillante. - Voi credete che ogni cosa proceda come prima, che io sia venuto qui con un sacco di inezie e nient'altro... Vi assicuro, invece, che si tratta di cosa importantissima. Vorrete tacere una buona volta?

Aveva un gran desiderio di raccontare. Dal suo aspetto si poteva arguire che aveva importanti notizie da comunicarci. Ma l'aria d'importanza, che aveva assunto per l'ingenuo orgoglio d'essere in possesso di notizie di tanto rilievo, fece subito ridere Natascia.


Vedendola ridere risi involontariamente anch'io. E più egli si irritava, più la nostra ilarità aumentava. Il dispetto e poi quasi la disperazione infantile di Alioscia ci avevano portati a un tale grado di allegria, che ormai sarebbe bastato farci vedere il mignolo, come al tenente nel racconto di Gogol, perché scoppiassimo in rumorose risate. Mavra, che era uscita dalla cucina, stava sulla soglia e ci guardava con profonda indignazione, indispettita che Alioscia non avesse avuto una buona lavata di capo da parte di Natascia, come la brava donna aveva sperato in quei cinque giorni, e che tutti fossero così allegri.


Infine Natascia, accortasi che la nostra ilarità offendeva Alioscia, cessò di ridere.


- Ebbene, che cosa vuoi raccontarci? - domandò.


- Devo accendere o no il samovar? - domandò Mavra, interrompendo Alioscia senza alcun riguardo.


- Vattene, Mavra, vattene, - rispose il giovane, agitando le braccia per cacciarla al più presto. - Vi narrerò tutto ciò che "fu", che "è" e che "sarà", perché io so tutto. Vedo, cari amici, che siete curiosi di sapere dove ho passato questi cinque giorni; appunto questo voglio raccontarvi, ma voi non me ne date il modo. Anzitutto, devo dirti che ti ingannavo, Natascia, che ti ingannavo da tempo, da molto tempo, e questa e la cosa più importante.


- Mi ingannavi?

- Sì, ho continuato a ingannarti per tutto un mese; fin da prima dell'arrivo di mio padre. Un mese fa, quando mio padre era ancora assente, ricevetti da lui una lunghissima lettera, che vi tenni nascosta. In questa lettera mi annunciava semplicemente e direttamente, e, notate, lo faceva in tono così serio, che me ne spaventai persino, che la faccenda del mio fidanzamento era definitivamente conclusa, che la mia fidanzata era una perfezione che io, si capisce, non ero degno di lei, ma che, nondimeno, dovevo assolutamente sposarla. Mi avvertiva, quindi, che mi preparassi per il matrimonio, scacciando anzitutto dalla mente tutte le sciocchezze, e così via; inutile dire a cosa alludesse con quel «sciocchezze». E quella lettera, ecco, io ve la tenni nascosta.


- Ma se non ci nascondesti nulla! - lo interruppe Natascia. - Mi pare che ti voglia dare delle arie! In realtà, invece, ci raccontasti immediatamente ogni cosa. Ricordo ancora come diventasti, a un tratto, tenero e obbediente: non ti staccavi più di un passo da me, come se avessi commesso qualche colpa; quanto alla lettera, ce la riferisti un po' alla volta.


- Non è possibile! la cosa più importante, l'essenziale non ve l'ho riferito di certo. Può darsi che abbiate indovinato qualche cosa da soli, ma io non ho raccontato nulla. Ho nascosto tutto in me, e ne ho sofferto terribilmente.


- Mi ricordo, Alioscia, che mi chiedevate, allora, ogni momento, consiglio, e che mi raccontaste ogni cosa; a brani, si capisce, a mo' di supposizioni, - aggiunsi, guardando Natascia.


- Hai raccontato tutto! Non vantarti, per favore. Ti pare che sapresti tenere nascosto qualche cosa, tu? Come mai potresti mentire? Sono sicura che persino Mavra ha saputo tutto. Mavra, l'hai o non l'hai saputo, tu?

- Come potrei non ricordarmene, se anche adesso siete mezzo matto?

- No, no, non parlo di questo. Ti ricordi? Allora mancavamo assolutamente di denaro e tu andasti a impegnare il mio portasigari d'argento. Inoltre, permetti che ti osservi, Mavra, che ti dimentichi in mia presenza. Natascia ti ha viziata troppo. Va bene, dunque, ammettiamo che vi abbia anche raccontato tutto a brani, subito dopo aver ricevuto la lettera (infatti, ora mi ricordo che è stato così).


Ma voi non sapete in che tono fu scritta quella lettera, mentre il tono è la cosa più importante. Io intendevo dir questo.


- Ebbene, sentiamo, che tono era? - domandò Natascia.


- Senti Natascia, tu parli come se si trattasse di uno scherzo. "Non scherzare". Ti assicuro che la cosa è grave. Era un tono che mi fece cascare le braccia. Mio padre non mi aveva mai parlato in tal modo.


Insomma, dal tono si poteva capire che sarebbe stato più probabile veder sprofondare sotto terra Lisbona, che non mio padre desistere dal suo intento.


- Va bene, va bene; e allora, perché hai trovato necessario tenermi nascosto ogni cosa?

- Ah, santo Dio! per non spaventarti, si capisce! Speravo di poter mettere a posto le cose da solo. Dunque, dopo quella lettera, non appena mio padre fu di ritorno, cominciarono le mie torture. Mi ero preparato a rispondergli con fermezza, chiarezza e serietà, ma mi mancava sempre l'occasione di farlo. Egli, furbacchione, non mi interrogava su nulla! Anzi, aveva lo stesso contegno che se tutto fosse già deciso tra noi, al punto che non potessero più sorgere discussioni né spiegazioni di sorta. Capisci? "Che non potessero più"... che presunzione! Nei rapporti con me, invece, era pieno di affettuosità e di gentilezza. Me ne stupii, persino. Se sapeste, Ivan Petrovitc, com'è intelligente! Ha letto tutto, sa ogni cosa, e basta che vi guardi una volta per conoscere tutti i vostri pensieri, come se fossero i suoi propri. Evidentemente, fu proprio per questa ragione che lo chiamarono gesuita. A Natascia non piace che io lodi mio padre.


Non stizzirti, Natascia, Dunque... a proposito, prima non mi dava mai denari, ieri, invece, me ne ha dati. Natascia! Angelo mio! Ormai la nostra miseria è finita! Ecco, guarda! Tutto quello che mi ha tolto in questi sei mesi per punirmi me lo ha restituito in una volta sola; guarda quanto denaro ho; non ho ancora avuto tempo di contarlo. Mavra, guarda quanto denaro! Adesso non avremo più bisogno di impegnare i cucchiai e i bottoni dei polsini!

Così dicendo, si cavò di tasca un pacco molto grosso di biglietti di banca, poi circa millecinquecento rubli in argento, e mise tutto sulla tavola. Mavra lo guardò meravigliata e complimentò Alioscia. Natascia l'esortò a raccontare.


- Io mi domandavo che cosa avrei potuto fare, - continuò Alioscia. - Come avrei potuto andare contro il suo desiderio? Vi giuro che se avesse continuato ad essere cattivo con me, invece di diventare così alla mano come si mostrava adesso, non avrei badato a nulla. Gli avrei detto semplicemente che non voglio obbedirgli, che ormai non sono più un bambino, ma un uomo, e che non c'è più nulla da fare! E credetemi, avrei saputo insistere. Così, invece, che cosa potevo dirgli? Non consideratemi troppo colpevole. Mi sembra che Natascia sia malcontenta. Perché vi scambiate queste occhiate? Ecco, sono sicuro che pensate entrambi così: «Sono riusciti ad abbindolarlo, non ha neppure un briciolo di fermezza». Vi sbagliate! Di fermezza ne ho, e più di quanta possiate credere. Prova ne sia che, nonostante la mia situazione, mi sono subito detto: «L'unico mio dovere è di dire tutto, di spiegare tutto a mio padre»; infatti, gli dissi ogni cosa, ed egli mi ascoltò.


- Ma che cosa, che cosa gli hai detto? - domandò Natascia, inquieta.


- Gli ho detto che non voglio un'altra fidanzata, perché ne ho già una, scelta da me, e che questa sei tu. Intendiamoci, non gliel'ho ancora dichiarato così esplicitamente, ma ho preparato il terreno, e domani glielo dirò; così ho deciso. Da principio, cominciai col dire che sposarmi per denaro è una cosa vergognosa e poco nobile, e che da parte nostra è proprio ridicolo considerarci appartenenti all'alta aristocrazia (gli parlai con tutta franchezza, come se fossimo due fratelli). Poi gli spiegai senz'altro che appartengo al "tiers-état" e che il "tiers-état c'est l'essentiel"; che sono orgoglioso di somigliare agli altri, e che non voglio differire da nessuno...


insomma, gli esposi tutte queste sane idee... Parlai con eloquenza e con ardore, al punto da stupirmene io stesso. Gli dimostrai con molte prove... anche dal suo modo di considerare le cose... gli dissi sinceramente: «Che principi siamo noi? Non siamo tali altro che per nascita, giacché, in sostanza, non c'è in noi nulla di principesco...


Innanzi tutto, non possediamo affatto grandi ricchezze, e in questo caso, la ricchezza è l'essenziale. Oggi il principe più celebre è Rotschild. In secondo luogo, è gran tempo che nel vero gran mondo non sentono più parlare di noi. L'ultimo dei vostri che fu un po' conosciuto fu lo zio Simeone Valkovski, e ancora non era noto che a Mosca, e più per aver dilapidato le ultime trecento anime che gli rimanevano, che per altro; e se mio padre non si fosse fatto la fortuna da sé, i suoi nipoti sarebbero ora costretti a lavorare la terra con le loro proprie mani, come fanno tanti altri principi. Non è, quindi, il caso di darsi troppe arie». Insomma, gli dissi tutto ciò che mi pesava sul cuore, e glielo dissi con calore e sincerità; aggiunsi persino qualche altra cosina. Mio padre non mi fece alcuna obiezione; mi rimproverò semplicemente di aver abbandonato la casa del conte Nainski; infine mi disse che dovevo cercare di entrare nelle grazie della mia madrina la principessa K., giacché, se accolto bene da lei, avrei trovato ottima accoglienza dovunque, e la mia carriera sarebbe stata assicurata; poi mi parlò ancora a lungo, dipingendomi il mio avvenire. Erano tutte allusioni al fatto che io, dopo essermi legato a te, Natascia, ho trascurato tutti quanti: dunque, tutto ciò dipenderebbe dalla tua influenza su di me. Fino adesso, però, mio padre, parlando, non ti ha mai tirata direttamente in ballo; si direbbe anzi che evita di farlo. Giochiamo entrambi d'astuzia, aspettiamo, ci spiamo l'un l'altro; ma puoi essere sicura che verrà un giorno felice anche per noi, che finiremo per vincere.


- Va bene, va bene, ma come è finito il vostro colloquio? Che cosa ha deciso tuo padre? Questo è l'importante. Ma che chiacchierone sei, Alioscia!

- Che cosa abbia deciso, lo sa il Signore. Per conto mio, non sono certo riuscito a capirlo; quanto a chiacchierone, poi, io non lo sono affatto; non parlo che di cose serie. Non ha preso nessuna decisione; solo, ascoltando i miei ragionamenti, sorrideva, come se provasse compassione di me. Capisco bene che è una cosa umiliante, ma non ho vergogna. «Io», dice, «sono pienamente d'accordo con te, ma guardati bene dal ripetere queste cose quando andremo dal conte Nainski. Io ti capisco, ma là nessuno ti capirebbe». Pare che neppure lui sia molto ben accolto da loro, adesso; sembrano malcontenti di lui. In generale, si vede che non hanno più molta simpatia per mio padre nel gran mondo.


Il conte, a tutta prima, mi ha accolto con molta maestosità, guardandomi dall'alto; sembrava aver assolutamente dimenticato che ero cresciuto in casa sua; finse persino di dover fare uno sforzo per ricordarsi chi ero: ve lo giuro! Si vede che ce l'ha con me per la mia ingratitudine; in realtà, però, non si tratta affatto d'ingratitudine; ecco, in casa sua regna una tale noia, che sono stato un gran pezzo senza andarci: tutto qui. Anche mio padre fu accolto con la massima noncuranza, con tale noncuranza, anzi, che non capisco nemmeno che piacere trovi a ritornarci. Tutto ciò ha provocato in me un senso d'indignazione. Quel pover'uomo è costretto a curvare la schiena davanti a lui; capisco che lo fa per me, ma io non ho bisogno di nulla. Dopo, avrei voluto esprimere a mio padre tutti questi sentimenti, ma me ne sono astenuto. Perché gli avrei parlato? Non potrò mai riuscire di certo a cambiare le sue convinzioni; lo farei soltanto indispettire; ne ha già tante di afflizioni, anche senza procurargliene di nuove! "Beh!", pensai, "giocherò d'astuzia, costringerò il conte a rispettarmi". E lo volete sapere? ci sono riuscito in un momento; in un solo giorno tutto fu cambiato. Adesso il conte Nainski non sa più che cortesie usare a mio riguardo. E ci sono riuscito io, proprio io, da solo, con una mia astuzia, di modo che mio padre ne rimase sbalordito!

- Senti, Alioscia, faresti meglio a raccontarci il fatto puro e semplice! - esclamò Natascia spazientita. - Credevo che ci avresti riferito qualche cosa riguardante le nostre cose; tu, invece, non desideri che raccontarci come hai saputo distinguerti in casa del conte Nainski. Che vuoi che me ne importi del tuo conte?

- Che vuoi che me ne importi? Avete sentito, Ivan Petrovitc? dice che non le importa nulla del conte! Ma se il nocciolo della faccenda sta proprio lì! Lo riconoscerai subito anche tu; ogni cosa si spiegherà verso la fine della mia narrazione. Lasciatemi soltanto parlare...


Inoltre, permettete che vi dica (perché non dovrei essere sincero?), a te, Natascia, e anche a voi, Ivan Petrovitc, che forse, qualche volta, sono davvero molto irragionevole; ammettiamo pure (capita talvolta anche questo) che sia semplicemente stupido. Ma in questa occasione vi assicuro che dimostrai molta astuzia e... una certa intelligenza, persino; di modo che credevo che anche voi sareste rimasti contenti, rendendovi conto che non sempre... manco d'intelligenza.


- Ma che vai dicendo, Alioscia mio caro?

Natascia non poteva sopportare che qualcuno considerasse Alioscia poco intelligente. Quante volte mi aveva tenuto il broncio, senza, però, farmene rimprovero, quando, senza fare troppi complimenti, provavo ad Alioscia che aveva commesso qualche sciocchezza: quello era un punto vulnerabile nel suo cuore. Non poteva sopportare l'umiliazione di Alioscia, e, probabilmente, tanto meno lo poteva, quanto più riconosceva la scarsità della sua intelligenza. Non gli esprimeva mai in faccia la propria opinione su questo punto, per non offendere il suo amor proprio; lui, invece, in simili casi, dimostrava molta perspicacia e indovinava sempre i sentimenti nascosti di lei. Natascia se ne accorgeva e ne rimaneva afflittissima, e subito cominciava ad adularlo e a carezzarlo. Ecco perché le parole di Alioscia avevano adesso avuto un'eco dolorosa nel cuore di lei.


- No, no, Alioscia; tu non sei che leggero; non sei affatto come dici di essere! - aggiunse. - Perché ti vuoi umiliare?

- Benissimo; dunque lasciatemi finire. Dopo la visita al conte, mio padre si stizzì persino con me. Io, invece, pensai, in cuor mio:

"Aspetta un po'!". Eravamo per strada, diretti a casa della principessa; avevo sentito dire da tempo che, data la sua tarda età, la principessa aveva quasi perso il lume della ragione, ed era inoltre sorda e adorava i cagnolini. Ne aveva tutto un branco, e voleva loro un bene dell'anima. Ciò nonostante, aveva conservato la sua immensa influenza nel grande mondo, e persino il conte Nainski, il superbo, doveva fare anticamera da lei. Strada facendo, stabilii dunque tra me il piano di tutte le mie ulteriori azioni, e indovinate un po' su che cosa lo basai? Sull'amore che hanno per me tutti cani; parola mia d'onore! Me ne sono accorto da un pezzo. Sarà per un magnetismo speciale che ho in me, sarà semplicemente perché anch'io amo tutti gli animali... non lo so, fatto sta che i cani mi vogliono bene, e basta!

A proposito di magnetismo, non te l'ho ancor detto. Natascia: in questi giorni abbiamo evocato gli spiriti, in casa di uno spiritista; è una cosa curiosissima, Ivan Petrovitc, ne sono rimasto proprio stupefatto. Ho evocato Giulio Cesare.


- Per amor di Dio! Che cosa volevi da Giulio Cesare? - domandò Natascia, scoppiando in un'allegra risata. - Non ti mancava proprio che questo.


- Perché no... come se io fossi uno qualunque... insomma, perché non dovrei avere il diritto di evocare Giulio Cesare? Che torto gli faccio con ciò? Ecco, ride!

- Certo che non gli fai nessun torto... Oh, tesoro caro! Ebbene, che cosa ti disse Giulio Cesare?

- Non mi disse nulla. Io non facevo che tenere la matita che correva da sola sulla carta e scriveva. Dicevano che era appunto Giulio Cesare che scriveva, ma io non ci credo.


- Ma che cosa scrisse?

- Scrisse qualche cosa, come nel racconto di Gogol, la parola «intingi»... ma smettila di ridere!

- Bene, ora raccontaci della principessa!

- Ma siete voi che continuate a interrompermi! Dunque, non appena arrivato dalla principessa, mi misi a fare la corte a Mimì. Questa Mimì è una vecchia, brutta, ripugnante cagnetta, testarda e rabbiosa.


La principessa l'adora, non può vivere senza di lei; pare che siano della stessa età. Cominciai con l'offrire a Mimì qualche dolciume, e in dieci minuti le insegnai a dare la zampina, cosa che nessuno era mai riuscito a ottenere da lei. La padrona di casa pareva al settimo cielo; per poco non piangeva di gioia; «Mimì, Mimì! Mimì sa dare la zampina!». Venne una visita: «Mimì sa dare la zampina, gliel'ha insegnato il mio figlioccio». Entrò il conte Nainski: «Mimì sa dare la zampina». Mi guarda con le lacrime agli occhi. E' una vecchietta dal cuore molto buono, suscita persino compassione. Io, poi, non sono di quelli che lasciano sfuggire l'occasione. Trovai anche modo di adularla: ha una tabacchiera col proprio ritratto sul coperchio, un ritratto di circa sessant'anni fa, quando era fidanzata. A un certo punto lascia cadere la tabacchiera, io mi slancio per raccoglierla e, come se non sapessi nulla, dico: «Che ritratto incantevole! E' una bellezza ideale!». A queste parole, non seppe più resistere, si fece di una gentilezza estrema con me, cominciò a farmi domande su questo, su quello, dove ho studiato, chi frequento; trovò simpaticissimi i miei capelli e così via, così via. Da parte mia, la feci ridere, raccontandole una storiella scandalosa. Simili storielle le piacciono molto: in verità, mi minacciò col dito, tuttavia rise molto.


Nell'accomiatarci, mi baciò e mi benedisse con un segno di croce, esprimendo il desiderio che tornassi ogni giorno a trovarla e a divertirla. Il conte continuava a scuotermi la mano. Mio padre, che è pure il migliore, più leale e più nobile degli uomini, potete credermi o non credermi, per poco non pianse di gioia, quando tornammo a casa entrambi; mi abbracciava, mi faceva confidenze, confidenze misteriose riguardo alla carriera, alle relazioni, ai matrimoni, tanto che molte cose non riuscii nemmeno a capirle. Fu allora che mi diede anche i denari. Questi che vi ho narrati, sono tutti avvenimenti di ieri; domani vado ancora dalla principessa, ma mio padre, potete credermi, è sempre un uomo lealissimo, sebbene cerchi di allontanarmi da te, Natascia; lo fa perché è accecato, perché lo allettano i milioni di Katia, mentre tu non hai nulla; per me, vuole solo quel denaro, ed è ingiusto a tuo riguardo perché non ti conosce. Qual è il padre che non desidera la felicità di suo figlio? Non è colpa sua se è abituato a vedere la felicità nei milioni. Quella gente è tutta così. E' proprio da questo punto di vista che si deve considerarlo e da nessun altro; e allora si vede subito che ha ragione. Mi sono affrettato a venire da te, Natascia, appunto per convincerti di questo, giacché so che sei prevenuta contro di lui, senza che ciò costituisca la minima colpa per te. Io non ti accuso...


- Dunque, tutto quello che ti è accaduto consiste nell'aver fatto colpo in casa della principessa ed esserti così aperto la strada per fare una buona carriera. Sta tutta qui la tua astuzia? - domandò Natascia.


- Macché! Che diamine dici? Non è che il principio... Ti ho riferito quanto riguarda la principessa perché, per suo mezzo, potrò avere ragione di mio padre; ma non ho ancora cominciato il racconto della storia più importante.


- Ebbene comincia, dunque!

- Oggi mi è successo qualche cosa di strano, di talmente strano, che ne sono ancora tutto impressionato, - continuò Alioscia. - Devo dirvi che, sebbene tra mio padre e la contessa il mio matrimonio con Katia sia ormai ufficialmente deciso, non c'è ancora nulla di fatto, di modo che, se dovesse succedere una rottura, essa non provocherebbe nessuno scandalo. Solo Nainski è al corrente dei progetti di mio padre: quello è un parente, ed è considerato come nostro protettore. Ma c'è dell'altro: sebbene in queste due settimane io abbia legato stretta amicizia con Katia, fino a stasera non abbiamo mai accennato all'avvenire, cioè al matrimonio e... e all'amore. Inoltre, è stato deciso di chiedere prima alla principessa K. il suo consenso al nostro matrimonio, visto che si aspettano da lei protezioni di ogni specie e vere piogge d'oro. L'opinione sua sarà quella di tutti gli altri, in virtù delle sue numerose e altissime relazioni... Quanto a me voglio assolutamente introdurmi nel gran mondo e far di me un uomo importante. Ci insiste specialmente la contessa, la matrigna di Katia.


Ciò dipende dal timore che la contessa ha di non essere ricevuta dalla principessa, a motivo delle sue stravaganze all'estero; se non fosse ricevuta dalla principessa, non sarebbe ricevuta da nessuno; ora, il mio matrimonio con Katia sarebbe una comoda occasione. Per questo appunto la contessa, che in principio era contraria al nostro fidanzamento, oggi si è rallegrata in modo straordinario per il mio successo in casa della principessa; ma queste sono cose da nulla ed ecco quel che importa: Caterina Feodorovna io la conosco fin dall'anno scorso; ma allora ero ancora troppo giovane, ero un giovincello, che non capiva nulla, e quindi non potei intravedere nulla in lei...


- Puoi semplicemente dire che allora mi amavi più che non mi ami oggi, - lo interruppe Natascia. - Ecco la ragione per cui l'anno scorso non intravedesti, mentre adesso...


- Non continuare, Natascia! - esclamò Alioscia con calore. - Ti sbagli assolutamente e mi offendi!... Non voglio neanche ribattere: ascoltami ancora e saprai tutto... Ah, se tu potessi conoscere Katia! Se sapessi che anima serena, tenera, mite ha quella fanciulla! Ma lo vedrai tu stessa; soltanto, abbi pazienza di ascoltarmi fino in fondo! Due settimane fa, quando mio padre, dopo il loro ritorno a Pietroburgo, mi condusse da Katia, cominciai a osservare la ragazza attentamente. Mi accorsi che anche lei mi osservava. Quel fatto svegliò la mia curiosità; non nego di avere avuto sin da prima il desiderio di conoscerla meglio; quel desiderio l'avevo avuto fin da quando avevo ricevuto la lettera di mio padre, che mi aveva tanto colpito. Non dirò nulla di lei, non ne farò le lodi; dirò solo una cosa: tra la gente del suo ceto, costituisce una luminosa eccezione. E' una natura così individuale, un'anima così forte e dritta, forse appunto per la sua purezza e per la sua sincerità, che io, di fronte a lei, non sono più che un semplice ragazzetto, un suo fratello minore, sebbene ella non abbia che diciassette anni. Ho notato un'altra cosa ancora: la sua anima è velata di tristezza, come se vi si celasse un mistero; parla poco; in casa tace sempre, come fosse intimorita da qualche cosa... Si direbbe che mediti sempre Dio sa che. Sembra temere mio padre e non ama affatto la sua matrigna; l'ho indovinato subito; è la contessa che fa correre voce, non so per quali scopi, che la figliastra le vuole un gran bene; ma non è vero; Katia non fa che obbedirle in tutto e per tutto, senza la minima obiezione, e pare che su questo punto si siano messe d'accordo. Quattro giorni fa, dopo tutte quelle osservazioni, decisi di mettere in esecuzione il mio intento, ciò che feci stasera.


Questa mia intenzione consisteva nel dir tutto a Katia, confessarle ogni cosa, tirarla dalla nostra parte, e con ciò tagliar corto ai progetti di mio padre...


- Come! Raccontare che cosa? Che cosa confessare? - domandò Natascia inquieta.


- Tutto, proprio tutto, - rispose Alioscia, - e ringrazio Dio che mi ha ispirato questo pensiero; ma ascoltatemi, ascoltate! Quattro giorni fa, avevo deciso così!: allontanarmi da voi e portare a termine ogni cosa da solo. Se fossi rimasto con voi, avrei sempre esitato, avrei ascoltato i vostri consigli e non mi sarei mai deciso. Da solo, invece, essendomi messo in una posizione, in cui dovevo ripetermi ogni momento che era mio obbligo di finirla una volta, mi feci coraggio e... tutto è finito! Mi ero prefisso di tornare da voi con una decisione definitiva, ed eccomi tornato con una decisione definitiva.


- Dunque, dunque, come si sono svolte le cose? Racconta presto!

- Nel modo più semplice! L'affrontai in modo diritto, leale, ardito...


Prima, però, devo raccontarvi un caso che mi sbalordì quanto mai. Poco prima dell'ora in cui dovevamo uscire per recarci laggiù, mio padre ricevette una lettera. Proprio in quel momento stavo entrando nel suo studio e mi fermai sulla soglia. Lui non si era accorto che fossi là.


Era talmente colpito da quella lettera, che parlava tra sé, si lasciava sfuggire esclamazioni, correva su e giù per la camera, poi, a un tratto, rise, continuando a tenere la lettera in mano. Io avevo persino timore ad entrare e aspettai un pezzo prima di varcare la soglia. Mio padre pareva estremamente contento di qualche cosa; mi rivolse la parola in modo molto strano; poi s'interruppe a mezza frase e mi ordinò di prepararmi per andare subito laggiù, benché fosse ancora molto presto. Oggi non c'erano, là, altre visite, all'infuori di noi, e tu Natascia, eri in errore, pensando che si trattasse di una serata di ricevimento. Ti hanno informata male.


- Ah, Alioscia, non sviare, per piacere; parla, dimmi come hai fatto a dire tutto a Katia.


- Per fortuna, ci lasciarono soli soletti per due ore buone. Io le spiegai semplicemente che, sebbene si facessero dei progetti per unirci, il nostro matrimonio non era possibile, che il mio cuore era pieno di simpatia a suo riguardo, e che soltanto lei poteva salvarmi.


Poi le confessai tutto. Pensa che non sapeva nulla di noi, Natascia, nulla della nostra storia! Se tu avessi potuto vedere come si commosse! a tutta prima parve persino impaurita, fino al punto d'impallidire come un cencio. Le narrai tutta la nostra storia: come tu avevi abbandonato, per me, la tua casa, come abbiamo vissuto insieme, come ora ci torturiamo e temiamo ogni cosa, e come... e come avessimo deciso di ricorrere alla sua protezione (parlavo anche in tuo nome, Natascia) pregandola di passare dalla nostra parte e di dichiarare semplicemente alla matrigna che non vuole sposarmi; le dissi che in ciò era la nostra salvezza e che oltre a lei non abbiamo nessuno da cui aspettare soccorso. Lei mi ascoltò grandemente incuriosita e con molta simpatia. Che occhi aveva in quel momento!

sembrava che tutta l'anima le fosse passata negli occhi. Ha gli occhi di un azzurro chiaro. Mi ringraziò per la mia fiducia in lei e mi promise di aiutarci con tutte le sue forze. Poi cominciò a tempestarmi di domande sul tuo conto, dicendo che avrebbe avuto molto piacere di conoscerti, e m'incaricò di riferirti che ti vuole già bene come a una sorella, e che ti prega di volerle anche tu un po' di bene; e quando seppe che erano ormai cinque giorni che non ti venivo più a trovare, insistette perché venissi subito da te.


Natascia era commossa.


- E tu, prima di riferirmi questo, hai avuto il coraggio di raccontarmi i tuoi atti eroici in casa di chissà che principessa sorda! Ah, Alioscia, Alioscia! - esclamò guardandolo con rimprovero. - Ebbene, e Katia? Era contenta, allegra, quando vi siete separati?

- Sì, era contenta d'aver potuto compiere un'opera di bontà, e al tempo stesso piangeva. Devi sapere che anche lei mi vuol bene, Natascia! Mi ha confessato che in cuor suo già cominciava ad amarmi; non vede quasi nessuno, e io le ero piaciuto già da un pezzo; mi ha notato specialmente perché si vede intorno tanta astuzia e tanta menzogna, mentre io le sono sembrato un uomo sincero e leale. Si alzò e disse: «Dio sia con voi, Alessio Petrovitc... e io che credevo...».


Non terminò la frase, scoppiò in lacrime e se ne andò. Siamo rimasti d'accordo che domani stesso dirà alla matrigna di non volermi come sposo, e che pure domani io devo dire ogni cosa a mio padre, parlandogli con fermezza e coraggio! Mi rimproverò inoltre di aver sempre taciuto finora. «Un uomo leale non deve temere nulla!». Ha un'anima così nobile! Mio padre non piace nemmeno a lei; dice che è un uomo astuto, che cerca soltanto denaro. Io l'ho difeso, ma lei non mi ha creduto. Se domani, con mio padre, dovessi fare fiasco (e anche lei lo crede probabile), consente che ricorra alla protezione della principessa K. Allora nessuno oserà più opporsi. Ci siamo reciprocamente data la parola di essere come fratello e sorella. Ah, se tu conoscessi la storia di lei; se tu sapessi fino a che punto è disgraziata anch'essa, come le è odiosa la vita con la matrigna, tutto l'ambiente in cui vive! Non me lo disse direttamente, si sarebbe detto che avesse paura anche di me, ma indovinai tutto da alcune parole.


Natascia, tesoro mio! Come ti ammirerebbe, se ti conoscesse! E che cuore d'oro ha quella fanciulla! Si sta così bene con lei! Voi due siete proprio create per essere sorelle, e dovete assolutamente volervi bene. Sì, ci ho molto pensato. Vorrei proprio farvi conoscere l'una all'altra, e io rimarrei là a contemplarvi. Non devi dunque pensare nulla di male, Natascia mia, e devi permettermi di parlare di lei. Mi piacerebbe tanto parlare di te con lei e di lei con te! Sai bene che ti amo più di ogni persona al mondo; ti amo più di lei... Tu sei tutto per me!

Natascia, senza dire nulla, lo guardava affettuosamente e con una certa tristezza. Le parole di Alioscia sembravano accarezzarla e torturarla a un tempo.


- Ho cominciato ad ammirare Katia fin dal primo momento in cui l'ho conosciuta, circa due settimane fa, - continuò lui. - Andavo ogni sera da lei. Tornato a casa, continuavo a pensare a voi due, a confrontarvi.


- E quale delle due ti sembrava migliore? - domandò Natascia sorridendo.


- Talvolta tu, talvolta lei. Ma poi, in complesso, mi pareva che la migliore fossi sempre tu. Quando parlo con lei, mi sento diventare più buono, più intelligente, più leale. Ma domani, domani tutto sarà deciso.


- E non hai compassione di lei? Ti ama, dici di essertene accorto tu stesso.


- Sì, Natascia, mi fa compassione! Ma ci vorremo bene tutti e tre, e allora...


- E allora, addio! - fece Natascia, pian piano, parlando tra sé.


Alioscia la guardò perplesso.


Ma la conversazione fu interrotta a un tratto nel modo più improvviso.


Dalla cucina, che serviva a un tempo da anticamera, giunse un leggero rumore, come se fosse entrato qualcuno. Un minuto dopo, Mavra aprì la porta e fece ad Alioscia un cenno con la testa, chiamandolo fuori. Ci voltammo tutti verso di lei.


- Venite! - disse in un sussurro misterioso. Chiedono di voi.


- Chi può venirmi a cercare a quest'ora? - disse Alioscia girando su di noi uno sguardo stupito. - Vado a vedere.


In cucina c'era un uomo in livrea, il domestico del principe, padre di Alioscia. Si seppe più tardi che il principe, tornando a casa, aveva fatto fermare la carrozza alla porta di Natascia e aveva mandato il domestico a informarsi se ci fosse Alioscia. Informato Alioscia di questo, il domestico se ne andò subito via.


- Strano! E' la prima volta che fa così, - diceva Alioscia guardandoci tutto confuso. - Che vorrà dire?

Natascia gli gettò uno sguardo inquieto. Improvvisamente, Mavra aprì di nuovo la porta.


- Viene il principe in persona! - disse in fretta e a bassa voce, poi si nascose subito.


Natascia impallidì e si alzò. A un tratto i suoi occhi fiammeggiarono.


Se ne stava in piedi, leggermente appoggiata alla tavola, e guardava, in preda a una grande agitazione, la porta dalla quale doveva entrare il visitatore inatteso.


- Natascia, non temere nulla, sei con me! Io non permetterò che ti offendano! - sussurrò Alioscia confuso, ma non smarrito.


La porta si aprì e sulla soglia comparve il principe Valkovski in persona.




CAPITOLO 2


Girò su di noi uno sguardo rapido e attento. Da quello sguardo non si poteva ancora capire se fosse venuto come nemico o come amico. Ma, anzitutto, descriverò il suo aspetto esteriore, che quella sera produsse su di me una forte impressione.


Avevo già avuto occasione di vederlo. Era un uomo sui quarantacinque anni, non più, con lineamenti regolari ed estremamente belli; l'espressione del suo viso cambiava secondo le circostanze, e cambiava completamente, nel modo più brusco, passando con strana rapidità dalla più grande affabilità, al più tetro malumore, come se facesse scattare da un momento all'altro qualche molla nascosta. Viso ovale, regolarissimo, di carnagione un po' scura, denti magnifici, labbra piccole e molto esili, ma di un disegno perfetto, naso diritto, fronte alta, sulla quale non si poteva notare ancora nessuna ruga, grandi occhi grigi, tutto quell'insieme faceva di lui un uomo di una bellezza quasi perfetta, e non di meno quel viso non ispirava affatto simpatia.


Respingeva anzi da sé, appunto per quella sua espressione che pareva non essere mai la vera: fittizia, era, sempre, come copiata, e involontariamente nasceva in chi lo guardava la persuasione che non si sarebbe mai potuto riuscire a captare la sua propria. Osservandolo più attentamente, si cominciava a sospettare, sotto quella continua maschera, qualche cosa di malvagio, di astuto e di supremamente egoistico. Soprattutto, attiravano l'attenzione i suoi occhi apparentemente belli, grigi, e aperti. Essi soli sembravano non voler sottomettersi completamente alla sua volontà. Avrebbe forse voluto avere uno sguardo dolce e affettuoso, ma i raggi che uscivano dai suoi occhi sembravano sdoppiarsi, e in mezzo a quelli dolci e affettuosi, ne brillavano di duri, diffidenti, scrutanti e maligni... Era di alta statura, aveva una corporatura elegante, un po' magra, e pareva molto più giovane di quanto non fosse in realtà. Fra i molti capelli, soffici, di un castano scuro, di fili bianchi non se ne vedevano quasi ancora. Gli orecchi, le mani e i piedi erano di un disegno straordinariamente bello e nobile. Una vera bellezza di razza. Era vestito con molta eleganza e finezza, in modo un po' giovanile, cosa che, però, gli stava assai bene. Sembrava il fratello maggiore di Alioscia. In nessun modo si poteva pensare che fosse padre di un figlio adulto.


Si avvicinò direttamente a Natascia e disse in tono fermo, guardandola in faccia:

- La mia venuta da voi, a quest'ora e senza preannuncio, è strana e fuori di ogni convenienza; spero, tuttavia, che mi vorrete credere in grado di rendermi conto dell'eccentricità della mia azione. So pure con chi ho da fare. So che siete perspicace e generosa. Regalatemi soltanto dieci minuti, e spero che voi stessa mi capirete e mi assolverete.


Pronunciò questa tirata in tono affabile, ma fermo e tale da non ammetter replica.


- Accomodatevi! - disse Natascia, che non era ancora riuscita a liberarsi dalla confusione del primo momento né da un certo senso di timore.


Egli s'inchinò leggermente e si sedette.


- Anzitutto, permettete che rivolga due parole a lui, - cominciò il principe, indicando il figlio. - Alioscia, non appena te ne fosti venuto via senza aspettarmi e senza nemmeno accomiatarti da noi, vennero ad annunciare alla contessa che Caterina Feodorovna si sentiva male. La contessa si alzò subito per correre da lei, quando a un tratto la porta si aprì ed entrò Caterina Feodorovna stessa, spettinata e grandemente agitata. Ci disse di punto in bianco di non poter essere tua moglie. Aggiunse che intende ormai farsi monaca, che tu hai chiesto il suo aiuto e che tu ami Natalia Nicolajevna. Una dichiarazione simile, quasi incredibile da parte di Caterina Feodorovna, non può essere stata provocata che dalla spiegazione strana che tu hai avuto con lei. Era come fuori di sé! Puoi ben capire anche tu come rimanessi colpito e spaventato. Passando qua sotto, ho notato la luce alle vostre finestre, - continuò poi, rivolgendosi a Natascia. - Allora l'idea che mi perseguiva già da tempo s'impadronì di me con tale forza, che non potei padroneggiarmi, ed eccomi qui.


Perché sono venuto? Ve lo spiegherò subito, ma vi prego fin d'ora di non stupirvi se nella mia spiegazione noterete qualche asprezza. Tutto è avvenuto così improvvisamente...


- Spero che capirò e... apprezzerò secondo il suo merito tutto ciò che mi direte, - rispose Natascia titubante.


Il principe l'osservava con grande attenzione, come se avesse fretta di studiarla, di conoscerla a fondo in un minuto.


- Conto appunto sulla vostra perspicacia, - egli continuò, - e se mi sono permesso di salire da voi, fu perché sapevo con chi avevo a che fare. Vi conosco da un pezzo, nonostante io sia stato in passato così ingiusto a vostro riguardo, e mi senta tanto colpevole dinanzi a voi.


Ascoltatemi: voi sapete che da parecchio tempo esistono dissapori tra me e vostro padre. Non voglio dire che la ragione sia tutta dalla mia parte; chissà che non sia verso di lui più colpevole di quanto ho creduto finora! Se così è, vuol dire che anch'io mi sono ingannato.


Sono diffidente, e lo confesso apertamente. Sono portato a sospettare piuttosto il male che il bene, è un disgraziato tratto di carattere proprio a ogni cuore freddo. Ma non ho l'abitudine di nascondere i miei difetti. Ho creduto a tutto ciò che mi fu detto, e quando voi abbandonaste la casa dei vostri genitori, mi spaventai per Alioscia.


Ma allora non vi conoscevo ancora. Le informazioni che ebbi di tanto in tanto mi rassicurarono completamente. Ho osservato, ho studiato la cosa, e infine mi sono persuaso che i miei sospetti erano infondati.


Seppi che voi avete rotto ogni relazione con la vostra famiglia, so pure che vostro padre è assolutamente contrario al vostro matrimonio con mio figlio. E basterebbe il fatto che voi, pur avendo tanta influenza su Alioscia, non ne avete finora approfittato mai, né mai avete insistito perché vi sposasse, per mettervi, ai miei occhi, sotto la migliore delle luci. Nondimeno, ve lo confesso con tutta sincerità, ho deciso di impedire a qualsiasi costo che il vostro matrimonio con mio figlio abbia luogo. So di parlarvi forse troppo francamente, ma in questo momento la franchezza è proprio ciò che desidero soprattutto; quando mi avrete ascoltato fino in fondo, converrete anche voi che ho ragione. Poco tempo dopo il vostro abbandono della casa paterna, lasciai anch'io Pietroburgo; tuttavia, partendo, io non temevo più per Alioscia. Ponevo le mie speranze nel vostro nobile orgoglio. Capii che voi stessa non avreste voluto quel matrimonio, prima che fossero terminati i nostri dissidi di famiglia, che non avreste mai voluto rompere i buoni accordi tra me e Alioscia, ben sapendo che, se vi avesse sposata, io non gli avrei mai perdonato; che non avreste voluto che si dicesse di voi che avevate cercato il matrimonio con un principe e voluto entrare per forza nella nostra famiglia. Voi, infatti, ci avete dimostrato un'assoluta indifferenza, e forse aspettavate il momento in cui sarei venuto da voi a chiedervi di farci l'onore di concedere la vostra mano a mio figlio. Nondimeno, rimanevo sempre ostile a vostro riguardo. Non intendo discolparmi, ma neppure voglio tenervi nascoste le mie ragioni. Eccole: voi non siete ricca né avete relazioni nelle alte sfere. Da parte mia, per quanto, in realtà, possieda una discreta fortuna, essa non basta per la nostra famiglia.


Siamo decaduti. Abbiamo bisogno di denaro e di relazioni. La figliastra della contessa Zinaida Teodorovna non ha relazioni neppure lei, a dire il vero, ma ha una fortuna immensa. Se avessimo lasciato passare ancora un po' di tempo, sarebbero comparsi altri pretendenti e ci avrebbero portato via la fidanzata; non era il caso di lasciar sfuggire la buona occasione, e sebbene Alioscia sia ancora troppo giovane per sposarsi, mi decisi di entrare in trattative per il suo fidanzamento. Vedete, non vi nascondo nulla. So benissimo che potreste considerare con disprezzo un padre che confessa di volere, per scopi materiali e per certi suoi pregiudizi, spingere il proprio figlio a commettere una brutta azione, giacché abbandonare una nobile e generosa fanciulla che tutto ha sacrificato a questo figlio e verso la quale egli è tanto colpevole, è una brutta azione senz'altro; ma io non cerco di giustificarmi. La seconda ragione che mi fece desiderare che mio figlio sposasse la figliastra della contessa Zinaida Teodorovna è che quella fanciulla è sommamente degna di affetto e di stima. E' bella, bene educata, ha un carattere delizioso ed è molto intelligente, pur essendo ancora, sotto certi aspetti, una vera bambina. Alioscia è debole di carattere, frivolo, irragionevole all'estremo, ha ventidue anni, è un giovincello ancora, e forse ha una sola buona qualità: la bontà del cuore, qualità che può anche essere pericolosa, aggiunta ad altri suoi difetti. M'ero già accorto da un pezzo che la mia influenza su di lui andava diminuendo, che l'ardore e gli invaghimenti giovanili prendevano in lui il sopravvento, a detrimento, persino, dei suoi più seri doveri. Può darsi che io l'ami troppo, ma, ad ogni modo, mi convinco sempre più che non gli basta avere solo me per guida. D'altra parte, deve assolutamente essere di continuo sotto qualche influenza benefica. E' di natura debole, pronta alla sottomissione, affettuosa; ha un carattere per cui preferisce amare e sottomettersi che comandare. Tale rimarrà per tutta la vita.


Potete dunque immaginare quanto fui contento d'incontrare in Caterina Feodorovna l'ideale della fanciulla che avrei desiderato dare in moglie a mio figlio. Ma la mia gioia era ormai tardiva; Alioscia era già dominato da un'altra influenza incancellabile: la vostra. Un mese fa, dopo il mio ritorno, lo osservai attentamente, e, con mia grande meraviglia, potei notare in lui un importante miglioramento. La frivolezza e la puerilità sono rimaste ancora quasi come prima, ma in compenso si sono affermati in lui molti nobili sentimenti: non s'interessa più soltanto di puerilità, ma comincia a occuparsi anche di cose elevate, nobili, oneste. Le sue idee sono strane, poco stabili, qualche volta assurde, ma i desideri, le aspirazioni, il cuore sono migliori, e questo è il fondamento, che serve per costruire l'edificio; ora, tutto quel miglioramento gli viene da voi, indubbiamente da voi sola; avete rifatto la sua educazione. Vi confesso che proprio allora mi balenò il pensiero che voi, più di ogni altra donna, potreste costituire la sua felicità. Ma scacciai subito da me quel pensiero, non gli permisi di affermarsi nella mia mente.


Avevo deciso di togliervelo ad ogni costo; mi misi dunque all'opera, e presto credetti di aver raggiunto lo scopo. Un'ora fa ero ancora persuaso che la vittoria fosse dalla mia parte, ma l'incidente in casa della contessa ha capovolto di colpo tutte le mie supposizioni.


Quello, poi, che mi ha colpito soprattutto, fu la constatazione di un fatto assolutamente inatteso: la verità di sentimento, insolita in Alioscia, la forza dell'affezione di Alioscia per voi, l'insistenza e la durata di questo affetto. Ripeto: l'avete assolutamente cambiato.


Constatai, inoltre, che quel cambiamento era molto più profondo di quanto mi fossi immaginato. Oggi ha dimostrato improvvisamente, dinanzi a me, un'intelligenza di cui non l'avrei mai creduto capace, e, al tempo stesso, una finezza, una perspicacia di cuore straordinarie. Ha scelto la via più giusta per uscire dalla situazione che aveva giudicata imbarazzante. Ha saputo toccare e commuovere le più nobili corde del cuore umano, e precisamente la capacità di perdonare e di ripagare il male con la generosità. Si è rimesso alla grazia dell'essere da lui offeso e si è rivolto a lui con la preghiera di aiutarlo e di interessarsi di lui. Ha colpito l'orgoglio di una donna che l'amava confessandole in faccia di amarne un'altra, e nello stesso tempo ha saputo svegliare in lei la simpatia per la sua rivale, ottenere il perdono e la promessa di un'amicizia fraterna e disinteressata. Osare una spiegazione simile e saperla condurre a compimento senza offendere la propria interlocutrice, è una cosa di cui spesso non sono capaci nemmeno gli uomini più saggi e più abili, ma che sanno compiere i cuori freschi, puri e ben intenzionati come il suo. Sono convinto che voi, Natascia Nicolajevna, non avete partecipato in alcun modo, né con parole né con consigli, al suo atto di oggi, che probabilmente avete saputo soltanto or ora da lui stesso.


Non mi sbaglio, vero?

- Non vi sbagliate, - gli confermò Natascia, cui il viso avvampava e gli occhi brillavano come ispirati. La dialettica del principe cominciava a produrre il suo effetto. - Erano cinque giorni che non vedevo più Alioscia, - aggiunse. - Il piano fu ideato e portato a compimento da lui solo.


- Ne ero convinto, - confermò il principe; - ma ciò nonostante tutta quella sua perspicacia improvvisa, tutta quella risolutezza, quella coscienza del proprio dovere, e, infine, quella nobile fermezza, sono conseguenza della vostra influenza su di lui. Tutto questo l'ho pensato e capito mentre rincasavo in carrozza, e avendolo capito, ho trovato in me la forza di prendere una decisione. Il fidanzamento progettato in casa della contessa è rotto, e non può più essere riannodato; ma se anche ciò fosse possibile, sarei io a non volerne più sapere. Come! ma se io stesso mi sono persuaso che soltanto voi potete fare la felicità di mio figlio, che voi siete per lui una vera guida, che avete già messo la prima pietra nell'edificio della sua felicità! Non vi ho nascosto nulla sinora, e continuerò a essere sincero: una bella carriera, il denaro, un'alta posizione nel mondo, anche i titoli, sono tutte cose che non mi lasciano certo indifferente, sebbene riconosca che molte di queste belle cose non sono che frutto di pregiudizi: a me questi pregiudizi piacciono e non voglio calpestarli di sicuro. Nella vita, però, si danno circostanze in cui bisogna ammettere anche altre considerazioni; non si può sempre misurare tutto con la stessa misura... Inoltre, amo ardentemente mio figlio. Insomma, sono venuto alla conclusione che Alioscia non deve separarsi da voi, perché senza di voi sarebbe perduto. E volete che vi faccia un'altra confessione? Questa decisione l'ho presa da circa un mese, ma solo adesso mi sono convinto che è giusta. Certo, per esporvi quanto vi ho detto, avrei anche potuto presentarmi da voi domani, invece di disturbarvi quasi a mezzanotte. Ma questa mia fretta vi dimostrerà, forse, con quanto ardore, e soprattutto con quanta sincerità mi metto all'opera. Non sono un ragazzo, e alla mia età non potrei decidermi a un passo impensato. Quando entrai qui, tutto era già meditato e deciso; capisco, però, che ci vorrà un certo tempo per convincervi della mia sincerità... Ma all'opera! Devo spiegarvi ancora perché sono venuto da voi? Sono venuto per compiere il mio dovere dinanzi a voi, e solennemente, col massimo rispetto dovutovi, chiedervi di rendere felice mio figlio, concedendogli la vostra mano.


Ah, non mi dovete considerare un padre severo, che si decide infine a perdonare ai suoi figli, degnandosi di consentire alla loro felicità.


No, no, mi umiliereste, se mi consideraste in tal modo! Non dovete nemmeno pensare che io mi sia sentito anticipatamente sicuro di ottenere il vostro consenso, basandomi sul fatto che avete sacrificato già tanto a mio figlio; ancora una volta: no! Sono io il primo a dire ad alta voce che egli non è degno di voi e... (egli è buono e sincero) lui stesso lo confermerà. Ma non basta! Se sono stato attratto qui a un'ora così tarda, non lo fui solo da questo.. sono venuto qui...


(egli si sollevò sulla sedia con aria rispettosa e alquanto solenne), sono venuto qui per cercare la vostra amicizia! So di non averne il minimo diritto; tutt'altro! Ma lasciatemelo meritare, questo diritto!

Permettetemi di sperare!...


In atteggiamento rispettoso, inchinato davanti a Natascia, egli ne aspettava la risposta. Per tutto il tempo in cui aveva parlato, io avevo continuato a osservarlo attentamente. Se ne era accorto.


Aveva pronunciato il suo discorso in tono freddo, ma non senza una certa pretesa di dar prova di abilità dialettica, e in alcuni punti aveva parlato persino con sussiego. Il tono di quel discorso, a tratti, sembrava persino non corrispondere affatto allo slancio impetuoso che, secondo lui, l'aveva condotto da noi in un'ora così poco adatta per una prima visita, soprattutto se si prendevano in considerazione i rapporti esistenti. Alcune tra le sue espressioni erano evidentemente state studiate in antecedenza, e in alcuni punti del suo discorso, stranamente lungo, aveva assunto artificiosamente l'aria di un originale che cerca di nascondere un sentimento impetuoso sotto l'apparenza di uno scherzo, dell'umorismo e della noncuranza.


Queste considerazioni non potei farle che in seguito; per il momento la stranezza di quanto accadeva non mi permetteva di farne. Le ultime parole furono pronunciate da lui con tale entusiasmo, tale sentimento e tale espressione di stima per Natascia, che rimanemmo tutti vinti.


Gli si vide persino brillare sulle ciglia qualcosa come una lacrima.


Il nobile cuore di Natascia fu vinto completamente. Imitandolo, ella si sollevò pure dalla poltrona, e, in preda a una profonda agitazione, gli porse la mano. Egli la prese e la baciò, con tenerezza e con sentimento. Alioscia era fuori di sé dalla gioia, in estasi addirittura.


- Che cosa ti dicevo, Natascia? - gridò. - Tu non mi volevi credere!

Non mi volevi credere, quando dicevo che è l'uomo più nobile del mondo! Lo vedi, adesso?

Si slanciò verso il padre e l'abbracciò calorosamente. Questi gli restituì l'abbraccio, ma si affrettò a mettere termine alla scena patetica, come vergognandosi di esprimere i propri sentimenti.


- Basta, - disse, prendendo il cappello, - me ne vado. Vi avevo chiesto dieci minuti, e invece sono rimasto qui un'ora buona, - aggiunse sorridendo. - Me ne vado, tuttavia, col desiderio più ardente e impaziente di rivedervi al più presto. Mi permetterete di venire a trovarvi il più spesso possibile?

- Sì, sì, - rispose Natascia, - il più spesso possibile! Voglio, al più presto... volervi bene, - aggiunse confusa.


- Come siete franca, come siete leale! - disse il principe, sorridendo alle parole di lei. - Non volete fingere nemmeno per dire una semplice cortesia. Ma la vostra sincerità vale più di tutte quelle false cortesie. Sì! Comprendo che dovrò aspettare ancora a lungo per meritare il vostro affetto.


- Basta con le lodi... cessate, per carità! - mormorava Natascia, tutta confusa.


Com'era bella in quel momento!

- E così sia! - decise il principe; - ma due parole ancora sull'argomento. Pensate quanto sono sfortunato! Domani non potrò venire da voi; né domani né dopodomani. Questa sera ho ricevuto una lettera molto importante, in cui si chiede la mia immediata partecipazione a un affare, e non posso in alcun modo mancare all'impegno. Domani mattina parto da Pietroburgo. Vi prego, però, di non pensare che sia venuto da voi questa sera, e a così tarda ora, in vista dell'impossibilità d'averne il tempo domani o dopodomani. Voi non lo pensate di certo, vero? Ma eccovi un'altra prova della mia diffidenza. Perché mi sono immaginato che l'avreste pensato? Oh, questa diffidenza! quanto mi ha nuociuto in vita mia! Può darsi benissimo che anche la mia lite con la vostra famiglia non sia che una conseguenza del mio disgraziato carattere pieno di diffidenza! Oggi è martedì. Mercoledì, giovedì e venerdì sarò fuori di Pietroburgo.


Sabato conto assolutamente d'essere di ritorno, e allora mi affretterò a venire da voi. Dite: posso venire qui a passare con voi tutta la serata?

- Ma certo! ma certo! - esclamò Natascia. - Sabato sera vi aspetterò, vi aspetterò con impazienza!

- Ah, come mi sento felice! Vi conoscerò sempre meglio! Ma... me ne vado! Però non posso andarmene senza avervi stretto la mano, - disse rivolgendosi improvvisamente a me. - Scusatemi... Parliamo tutti in modo così sconnesso questa sera... Ho avuto il piacere d'incontrarvi parecchie volte, una volta siamo anzi stati presentati l'uno all'altro. Non posso uscire di qua senza esprimervi il piacere che avrei di continuare la nostra relazione.


- E' vero, ci siamo incontrati, - risposi stringendogli la mano; - ma scusatemi, non ricordo dove ci siamo conosciuti.


- L'anno scorso, dal principe P.


- Scusatemi, me ne ero dimenticato. Vi assicuro, però, che questa volta non lo dimenticherò di certo. Questa sera rimarrà indimenticabile per me.


- Sì, avete ragione, anche per me. Io so da tempo che siete un vero, un sincero amico di Natascia Nicolajevna e di mio figlio. Spero di diventare il quarto tra voi. Non è vero? - aggiunse rivolgendosi a Natascia.


- Sì, è il nostro amico più sincero, e dobbiamo essere amici tutti e quattro! - rispose Natascia con profondo sentimento.


Poveretta! Era tutta raggiante di gioia, vedendo che il principe non aveva dimenticato di avvicinarsi anche a me. Come mi voleva bene!

- Ho incontrato molti ammiratori del vostro ingegno, - continuò il principe, - e conosco anche due delle vostre più sincere ammiratrici.


Avrebbero molto piacere di conoscervi personalmente. Si tratta della contessa, la mia migliore amica, e della mia figlioccia Caterina Feodorovna Filimonova. Permettetemi di sperare che non mi rifiuterete il piacere di presentarvi a quelle signore.


- E' molto lusinghiero per me, ma ho così poche conoscenze...


- A ogni modo, non vorrete rifiutarmi il vostro indirizzo.


- Io, principe, almeno per il momento, non ricevo in casa mia.


- Certo, io non merito che si faccia per me un'eccezione; spero tuttavia...


- Se proprio insistete... mi farete un piacere. Abito in vicolo... in casa Klughen.


- Abitate in casa Klughen? - domandò come stupito di qualche cosa. - Proprio? E... vi abitate da molto tempo ?

- No, da poco, - risposi, fissandolo involontariamente. - Il mio appartamento è al numero quarantaquattro.


- Quarantaquattro? Abitate... solo?

- Perfettamente solo.


- Domando così perché mi pare di conoscere quella casa. Tanto meglio.


Verrò assolutamente a trovarvi! Devo discorrere con voi di parecchie cose, e mi aspetto molto da voi. Potete rendermi un gran servigio.


Vedete? comincio subito col chiedervi un servigio. Arrivederci!

Permettete che vi stringa un'altra volta la mano!

Strinse la mano a me e ad Alioscia, baciò la manina di Natascia, e uscì senza invitare Alioscia a seguirlo.


Rimanemmo tutti e tre molto turbati. Tutto s'era svolto in modo così improvviso, così inatteso! Avemmo la sensazione che il passato fosse scomparso di punto in bianco e che stesse cominciando per noi una nuova vita, una vita sconosciuta. Alioscia si era seduto silenziosamente accanto a Natascia e le copriva le mani di baci. Di tanto in tanto la guardava in faccia, come aspettando che dicesse qualche cosa.


- Caro Alioscia, domani stesso devi assolutamente andare a trovare Caterina Feodorovna, - disse infine lei.


- Lo pensavo anch'io! - rispose Alioscia; - ci andrò senza fallo.


- Forse le sarà penoso vederti... come fare?

- Non so, cara amica. Ho già pensato anche a questo. Ci mediterò sopra... vedrò... e poi deciderò che cosa dovrò fare. Ah, Natascia, adesso tutto è cambiato per noi! - disse Alioscia, non potendosi più trattenere.


Lei sorrise e lo guardò con sguardo lungo e tenero.


- Com'è delicato! La miseria del tuo alloggio non gli è certo sfuggita, eppure non ha detto una sola parola...


- In merito a che?

- Insomma... che dovresti cambiar casa... o qualcosa altro, - aggiunse egli, arrossendo.


- Per carità, Alioscia, ma perché avrebbe dovuto dirlo?

- Appunto per questo dico che ha molta delicatezza. E che elogi ti ha fatto! Te l'avevo sempre detto, sempre... Oh, è un uomo capace d'ogni sentimento, d'ogni comprensione. Di me, invece, ha parlato come se fossi un bambino; tutti mi considerano tale! E lo sono infatti.


- Sei bambino, ma sei più perspicace di noi tutti, e hai il cuore molto buono.


- Lui ha detto, invece, che il mio cuore troppo buono è pericoloso per me. Com'è possibile? Non lo capisco. Non ti pare, Natascia, che farei bene ad andare al più presto da lui? Domani mattina, appena giorno, sarò da te.


- Sì, sì, va pure, caro! Il tuo è un buon pensiero. Devi assolutamente farti vedere da lui, capisci? E domani torna da me al più presto. Non starai altri cinque giorni senza venirmi a trovare, eh, adesso? - aggiunse, scherzando e accarezzandolo con lo sguardo.


Eravamo tutti invasi da una gioia dolce e profonda.


- Venite con me, Vania? - domandò Alioscia, uscendo dalla camera.


- No, Vania rimane qui; vorrei parlare ancora con te, Vania. Fa di venire domattina al più presto!

- Appena spuntato il giorno! Addio, Mavra!

Mavra era in preda a una forte agitazione. Aveva sentito tutto il discorso del principe, avendo origliato alla porta; gran parte di esso, però, le era sfuggita, ed avrebbe desiderato chiedere spiegazioni o poter indovinare. Intanto aveva assunto un'aria seria, quasi orgogliosa. Aveva capito anche lei che molte cose sarebbero cambiate.


Rimanemmo soli: Natascia mi prese la mano e per un certo tempo tacque come ponderando le parole da dire.


- Sono stanca! - fece infine, con voce debole. - Andrai da "loro" domani?

- Immancabilmente.


- Puoi dirlo alla mamma, ma a "lui" no.


- Ma anche senza il tuo avvertimento, non parliamo mai di te.


- Va bene; lo saprà lo stesso. Sta attento a quello che dirà, al modo come accoglierà la notizia. Ah, Dio! Vania, è mai possibile che mi debba veramente maledire per questo matrimonio? No, non è possibile!

- Tocca al principe a mettere a posto ogni cosa, - ribattei io frettolosamente. - Egli deve ad ogni costo far pace con lui, e allora tutto si appianerà.


- Ah, Signore! Se questo potesse avvenire davvero! - esclamò in tono di supplica.


- Non temere, Natascia; ogni cosa si metterà a posto. Sembra che le cose si stiano mettendo proprio così.


Lei mi guardò fisso.


- Vania, che ne pensi del principe?

- Se ha parlato sinceramente, a me pare un nobilissimo uomo.


- Se ha parlato sinceramente? Che vuol dire questo? Potrebbe dunque aver parlato anche non sinceramente?

- Pare anche a me, - risposi.


«E' dunque venuto anche a lei lo stesso pensiero. Strano!», dissi tra me.


- Tu hai continuato a guardarlo con tanta fissità...


- Sì, mi è sembrato un po' strano.


- A me pure. Ha parlato, sai, in un certo modo... Sono stanca, carissimo. Sai che cosa ti dirò? Va a casa anche tu. E domani torna da me, appena sarai uscito da casa loro. Dimmi ancora, non c'è stato nulla di offensivo nella mia frase, quando gli dissi che voglio cercare di volergli bene al più presto?

- No... che cosa c'è di offensivo?

- Non è stata... troppo stupida quella dichiarazione, almeno? Infatti, tu capisci, ciò significava che non gli voglio ancora bene.


- Anzi, fu una cosa spontanea, ingenua, bella. Eri poi così bella in quel momento. Se, con tutte le sue abitudini mondane, non lo capisse anche lui, sarebbe uno stupido.


- Si direbbe, Vania che tu abbia qualche cosa contro di lui. Ma come sono cattiva, vendicativa e vanitosa, ad ogni modo! Non ridere, sai pure che a te non nascondo nulla. Ah, Vania, amico mio carissimo! Se dovessi essere un'altra volta infelice, se dovesse capitarmi ancora qualche disgrazia, sono certa che tu sarai di nuovo al mio fianco, qui, accanto a me; forse tu solo sarai con me! Come potrò ripagarti di tutto? Non maledirmi mai, Vania!...


Tornato a casa, mi svestii subito e andai a letto. La camera era buia e umida come una cantina. Molti pensieri strani e sensazioni d'ogni genere si agitavano in me, tanto che rimasi a lungo senza riuscire ad addormentarmi.


Come doveva deriderci, però, in quel momento, un certo uomo, prima di addormentarsi nel suo comodo letto, se tuttavia si degnava di tanto!

Ma credo che non si sia degnato di farlo.




CAPITOLO 3


La mattina dopo, mentre stavo per uscire dal mio appartamento per recarmi subito all'Isola Vassiljevski dagli Ikmenev, m'imbattei improvvisamente, sull'uscio, nella mia visitatrice del giorno precedente, cioè nella nipotina di Smith. Stava entrando. Non so perché, ma mi ricordo di essermi molto rallegrato vedendola. La sera innanzi non avevo nemmeno potuto vederla bene, e alla luce del giorno mi stupì ancor più. Infatti, sarebbe difficile immaginarsi un essere più originale, quanto ad apparenza, almeno. Piccola, con occhi scintillanti e neri, che avevano in loro un non so che di non russo, con fittissimi capelli, pure neri e arruffati, e con uno sguardo enigmatico, muto e fisso, ella era fatta per attirare l'attenzione anche per la strada. Soprattutto, colpiva il suo sguardo: brillava di una grande intelligenza, e, al tempo stesso, vi si notava l'espressione di una sospettosità e di una diffidenza inquisitrice. Il suo vestito, logoro e sudicio, alla chiara luce del giorno sembrava ancor più in brandelli. Si sarebbe detta vittima di qualche malattia cronica, ostinata, lenta, che distruggesse a poco a poco, ma inesorabilmente, il suo organismo. Il suo viso pallido e magro era d'un colorito giallo scuro, poco naturale, come di chi abbia l'itterizia. Nell'insieme, però, nonostante tutta la bruttezza della miseria e della malattia, era molto bellina. Aveva le sopracciglia scure, finissime e di bel disegno; di una grande bellezza erano la fronte spaziosa, un po' bassa, e le labbra ben disegnate, con una piega altera e orgogliosa, ma pallide, sì che il loro colore si vedeva appena.


- Ah, sei ancora tu! - esclamai.- Lo pensavo che saresti tornata.


Entra, dunque.


Lei entrò, varcando lentamente la soglia e girando come la sera innanzi intorno a sé uno sguardo inquieto. Guardò attentamente tutta la camera in cui aveva abitato suo nonno, come se volesse rilevare i cambiamenti apportativi dal nuovo inquilino.


«Quale era il nonno, tale è la nipote», pensai. «Non sarà una pazza, alle volte?».


Lei continuava a tacere; e io aspettavo.


- Per i libri, - sussurrò finalmente, tenendo gli occhi rivolti a terra.


- Ah, sì! I tuoi libri, ecco, prenditeli! Li ho serbati apposta per te.


Mi guardò con una certa curiosità e con una leggera smorfia sulle labbra, che doveva probabilmente rappresentare un diffidente sorriso.


Ma anche quell'abbozzo di sorriso scomparve subito e il viso riprese la sua solita espressione, cupa ed enigmatica.


- Vi ha forse parlato di me il nonno? - domandò poi, misurandomi dalla testa ai piedi con sguardo ironico.


- No, di te, veramente, non mi ha parlato, ma...


- Come sapevate, allora, che sarei venuta? Chi ve l'ha detto? - mi domandò interrompendomi bruscamente.


- Ho pensato che tuo nonno non poteva vivere proprio da solo, abbandonato da tutti. Era così vecchio, così cadente! Allora immaginai che qualcuno doveva pur venire a trovarlo. Tieni, ecco i tuoi libri.


Studi su questi libri tu?

- No.


- Perché ne hai bisogno, allora?

- Il nonno mi insegnava quando ancora venivo da lui.


- Non venivi sempre da lui?

- No, in questi ultimi tempi non venivo più... sono stata ammalata, - rispose, come per giustificarsi.


- Hai famiglia, la mamma, il babbo?

La piccina aggrottò improvvisamente le sopracciglia e mi gettò uno sguardo quasi spaventato. Poi si voltò, abbassò la testa e, senza degnarsi di rispondere, andò lentamente verso l'uscio, proprio come la sera precedente. Io la seguivo con sguardo stupito. Ma si fermò sulla soglia.


- Come è morto? - mi domandò bruscamente, voltando appena la testa verso di me, col preciso gesto e movimento dell'altra volta, quando, prima di uscire e rimanendo ferma con la faccia rivolta alla porta, mi aveva chiesto di Asorka.


Me la avvicinai e cominciai a raccontarle in fretta com'era morto il suo nonno. Mi ascoltava con attenzione, rimanendo sempre a testa bassa e volgendomi le spalle. Le riferii pure come il vecchio, morendo, aveva parlato della «sesta linea».


- Così indovinai, - aggiunsi, - che là doveva abitare qualcuno dei suoi cari, e quindi aspettavo che qualcuno venisse a chiedere di lui.


Evidentemente, ti voleva molto bene, se nell'ultimo minuto si ricordò di te.


- No, - sussurrò, come involontariamente; - bene non mi voleva.


Era molto eccitata. Raccontando, io mi chinavo su di lei e la guardavo in faccia. Mi accorsi che compiva terribili sforzi su se stessa per reprimere la propria emozione; pareva che lo facesse per un senso di orgoglio. Impallidiva sempre più e si mordeva il labbro inferiore.


Sopra ogni cosa, però, fui stupito dallo strano battito del suo cuore.


Batteva sempre più forte, tanto che alla fine si poté sentirlo anche a due o tre passi di distanza, come nei malati dl aneurisma. Credevo dovesse scoppiare in lacrime da un momento all'altro, come la sera prima; invece riuscì a dominarsi.


- Dov'è lo steccato?

- Quale steccato?

- Quello vicino a cui morì il nonno..


- Te lo farò vedere... quando saremo usciti. Senti, dimmi come ti chiami...


- Non bisogna.


- Che cosa non bisogna ?

- Non bisogna; nulla... non mi chiamo in nessun modo, - disse con voce staccata e come indispettita, e fece un movimento per andarsene; ma io la trattenni.


- Aspetta, strana ragazza che sei! Non ti farò alcun male; sento compassione di te dal momento che ti ho sentita piangere di nascosto nell'angolo della scala. Non posso ricordarmene senza sentirmi sconvolto... Inoltre, il tuo nonno è morto tra le mie braccia, ed evidentemente si era ricordato di te quando mi parlò della sesta linea, ciò è lo stesso che se ti avesse raccomandata alla mia protezione. Mi sogno spesso di lui... Ecco, anche i libri li ho serbati per te; tu, invece, sei come una selvaggia, e hai paura di me.


Devi essere molto povera, e forse anche orfana; forse non convivi neppure con parenti; ho indovinato o no?

Le parlavo con calore, e non so neppure io perché mi attirasse tanto.


Nel mio sentimento c'era qualche altra cosa, oltre la compassione. Era il carattere misterioso di tutto l'ambiente, o l'impressione prodotta su di me dal suo defunto nonno, o la disposizione fantastica del mio animo? Non lo so; fatto si è che mi sentivo attratto verso quella bambina in modo irresistibile. Si sarebbe detto che le mie parole l'avessero commossa. Mi gettò uno sguardo strano, non più cupo, ma dolce e lungo, poi di nuovo abbassò gli occhi e rimase meditabonda.


- Elena, - sussurrò poi improvvisamente, con voce appena percettibile.


- Sarebbe il tuo nome, Elena?

- Sì...


- Allora, tornerai ancora da me?

- Non potrò... non lo so.. sì, verrò, - fece piano e indecisa, come se lottasse con se stessa.


In quel momento si udì, chissà da dove, suonare un orologio. La piccina ebbe un sussulto e guardandomi con inesprimibile angoscia, sussurrò:

- Che ore sono?

- Saranno le dieci e mezzo.


Gettò un grido di spavento.


- Santo Dio! - e si precipitò di corsa fuori dalla camera. Ma io la fermai un'altra volta nel vestibolo.


- Non ti lascerò certo andar via così! Di che hai paura? Sei in ritardo?

- Sì, sì, sono fuggita di nascosto! Lasciatemi! Mi picchierà! - gridò, lasciandosi sfuggire inavvertitamente questa confessione e cercando di strapparsi dalle mie mani.


- Ascoltami e non dibatterti; tu devi andare nell'isola Vassiljevski, ci vengo anch'io, vado alla tredicesima linea. Anch'io sono in ritardo e devo prendere la carrozza. Vuoi venire con me? Ti porto fin là.


Farai sempre più in fretta che a correrci a piedi...


- Da me non si può venire, non si può! - esclamò sempre più spaventata. Le si alterarono persino i lineamenti del viso, tanto fu immenso il suo terrore al solo pensiero che potessi accompagnarla fin là dove abitava.


- Se ti dico che devo andare per un mio proprio affare nella tredicesima linea, come posso venire da te? Non ti seguirò. In carrozza ci arriverai molto più presto. Andiamo!

Corremmo in fretta giù per le scale. Presi la prima carrozza che mi capitò sotto gli occhi. Evidentemente, doveva avere molta fretta, se consentì a sedermisi accanto. Lo strano era che non osavo nemmeno interrogarla. Cominciò ad agitare le braccia e per poco non saltò giù dalla carrozza, quando le domandai chi fosse la persona che le incuteva tanta paura.


«Che significano questi misteri?», pensai.


Era seduta in modo piuttosto scomodo. A ogni scossa, per non cadere fuori, si aggrappava alla manica sinistra del mio pastrano con una manina sporca, dalla pelle ruvida per il freddo Con l'altra mano teneva fortemente i suoi libri; si capiva da tutto che quei libri le erano molto cari. Rimettendosi a posto dopo uno scossone, fece intravedere a un tratto una gamba e, con mia grande meraviglia, vidi che aveva il piede nudo, calzato unicamente da una scarpa rotta. Pur avendo preso la decisione di non chiederle nulla, non riuscii questa volta a trattenermi.


- Possibile che tu non abbia calze? - domandai. - Come si può andare a piedi nudi con un tempo così umido e freddo?

- Non ne ho! - rispose brevemente.


- Oh, santo Dio, ma abiterai pure con qualcuno, no? Dovevi chiedere che ti dessero le calze, se avevi bisogno di uscire.


- Sono io stessa che voglio andare attorno così.


- Ma ti ammalerai, morirai!

- Sia pure, morirò.


Evidentemente, non voleva rispondere, e le mie domande l'irritavano.


- Proprio qui è morto, - dissi, indicandole la casa presso la quale era morto il vecchio.


Ella guardò attentamente lo steccato, poi, voltandosi a un tratto verso di me, disse con voce supplichevole:

- Per amor di Dio, non seguitemi. Verrò, tornerò da voi, non appena mi sarà possibile.


- Va bene, ti ho già promesso di non venire con te. Ma di che hai paura? Devi essere molto disgraziata, mi duole il cuore a vederti così.


- Io non ho paura di nessuno, - mi ribatté con evidente ira nella voce.


- Poco fa, hai detto: «Mi picchierà».


- Mi picchi pure, - rispose, e i suoi occhi scintillarono. - Mi picchi pure, mi picchi pure! - ripeteva con amarezza, e il labbro inferiore le si sollevò in un'espressione di disprezzo e tremò leggermente.


Finalmente giungemmo all'isola Vassiljevski.


Ella fece fermare la vettura presso la sesta linea e saltò giù, girando intorno uno sguardo inquieto.


- Andatevene, andatevene; tornerò da voi, vi assicuro che tornerò! - ripeteva in preda a una fortissima inquietudine, supplicandomi di non seguirla. - Andatevene presto, presto!

Ordinai al vetturino di andare avanti, ma non appena allontanatomi di alcuni passi lungo la riva, scesi anch'io dalla carrozza, tornai verso la sesta linea e passai rapidamente dall'altra parte della strada. La vidi subito, non aveva ancora avuto tempo di allontanarsi troppo, sebbene andasse molto in fretta, continuando di tanto in tanto a voltare indietro la testa; a un certo punto, si fermò, persino, onde meglio assicurarsi che non la seguivo. Io, però, mi nascosi sotto un portone, presso il quale passavo proprio in quel momento, e non mi scorse. Continuò ad andare avanti ed io la seguii, tenendomi sempre dalla parte opposta.


La mia curiosità era estremamente tesa. Sebbene avessi deciso di non entrare nella casa dove abitava, volevo, per ogni evento, vedere in che portone sarebbe entrata. Ero sotto l'influenza di una strana e penosa impressione, somigliante a quella già provata qualche tempo prima nella pasticceria, davanti al nonno di quella bambina e al suo cane.




CAPITOLO 4


Camminammo a lungo, fino alla Piccola Prospettiva. Elena procedeva quasi di corsa; finalmente entrò in una bottega; io mi fermai aspettando che uscisse.


«Non abita certo in quella bottega», pensai.


Infatti, un minuto dopo essa uscì, ma non aveva più con sé i libri; invece di questi, reggeva con le mani una scodella di terracotta.


Fatti alcuni passi ancora, entrò nel portone di una casa di misero aspetto. La casa era piccola e vecchia, a un solo piano, costruita in muratura, e color giallo sporco. A una delle finestre del pianterreno, che ne aveva soltanto tre, era esposto un modellino di bara, tinto di rosso, insegna di un piccolo fabbricante di bare. Le finestre del piano superiore erano piccolissime e quadre, con vetri verdastri e opachi, in parte incrinati, attraverso i quali si distinguevano tendine di percalle roseo. Attraversai la strada, mi avvicinai alla casa e lessi su una targa di ferro: «Casa della borghese Bubnova».


Ma non appena finito di decifrare l'iscrizione, udii risuonare nel cortile della casa un acuto strillo di donna, seguito da bestemmie. Vi gettai dentro uno sguardo attraverso lo sportello; sui gradini di un terrazzino in legno stava una donnona ordinaria, vestita da piccola borghese, con una cuffietta in testa e uno scialle verde sulle spalle.


Aveva il viso di un ripugnante color paonazzo; i suoi occhietti, immersi nel grasso e iniettati di sangue, lanciavano fulmini. Malgrado l'ora antimeridiana, era visibilmente ubriaca. Urlava contro la povera Elena, che le stava davanti come impietrita, con la scodella tra le mani. Dietro alle spalle della donna dal viso paonazzo, si sporgeva dal terrazzino un altro essere femminile, imbellettato e arruffato. Di lì a poco, si aprì la porta della scala che conduceva nel sottosuolo della casa e sui gradini comparve, evidentemente attratta dalle grida, una terza donna, di mezza età, vestita modestamente e poveramente, ma d'aspetto simpatico e decente. Dalla porta semiaperta sporgevano le teste di altri inquilini di quel sottosuolo: un vecchio decrepito e una giovane ragazza. Un uomo alto e robusto, evidentemente il portinaio della casa, stava in mezzo al cortile, con una scopa in mano, e osservava la scena con fare svogliato.


- Ah, maledetta! oh, sanguisuga! ah, pidocchio meschino! -strillava la donna, vomitando in un sol fiato tutte le ingiurie che aveva accumulato in sé. Le buttava fuori di getto, senza far virgole né punti, ma in una specie di singhiozzo. - Così mi ripaghi delle mie cure, brutta carogna? L'ho mandata dal pizzicagnolo a prendere i cetrioli, e subito ne ha approfittato per svignarsela! E dire che ne ho avuto il presentimento, mentre la stavo mandando. Mi doleva il cuore! Già ieri sera le ho strappato i capelli a ciocche per lo stesso motivo, e oggi, appena libera, eccola da capo... Ma dove corri, svergognata? Dove vai? Si può saperlo? Dove vai, idolo maledetto, carogna schifosa, veleno; da chi vai? Parla, putridume della palude; rispondi, o ti strozzo senz'altro!

E la donna infuriata si gettò sulla povera fanciulla, ma avendo notato la donna modestamente vestita, inquilina del piano inferiore, si fermò di colpo, e rivolgendosi a lei strillò in modo ancora più acuto, agitando le braccia per aria, come se volesse prenderla a testimonio della mostruosità commessa dalla sua disgraziata vittima.


- La mamma le è crepata! Lo sapete bene, brava gente, che è rimasta sola al mondo. Sapendo che anche voi non siete gente ricca, pensai:

«Faccio questo sacrificio in nome di San Nicola il Giusto; accoglierò l'orfana». E così feci. Ebbene? Cosa credete? Nei due mesi da che la mantengo, mi ha succhiato tutto il sangue delle vene; ha divorato la mia carne bianca. Sanguisuga! Serpente a sonagli! Satana testardo! E tace, tace sempre! Puoi picchiarla quanto vuoi, tace; tace, come se avesse acqua in bocca; tace sempre! Mi fa scoppiare il cuore e tace!

Ma chi credi di essere, razza di verme, di scimmia verde? Se non ci fossi io, saresti già crepata di fame per la strada. Dovresti lavarmi i piedi e poi bertene l'acqua, mostro, nera sciabola francese! Senza di me, saresti crepata da un pezzo!

- Ma perché, Anna Trofimovna, vi date tanta pena? Con che cosa vi ha tanto indispettita? - domandò rispettosamente la donna cui si rivolgeva la megera inferocita.


- Come, con che cosa, brava donna? Come, con che cosa? Non voglio che si opponga ai miei desideri! Non voglio che tu faccia quel che ti pare e piace, nemmeno se fosse bene, ma quel che pare e piace a me, anche se fosse male! Così sono io. Per poco non mi ha fatto morire, oggi!

L'ho mandata a prendere i cetrioli dal pizzicagnolo; lei, invece, è stata assente per tre ore. Eppure me lo diceva il cuore, mentre la stavo mandando, sì, quel cuore che tanto mi doleva; mi doleva, oh Dio, come mi doleva! Dove sei stata? Dove sei andata? Che protettori hai trovato? Non sono forse la sua benefattrice? Non sono stata io a condonare a quella sudiciona di sua madre quattordici rubli di debito, a seppellirla a mie proprie spese, a prendere questo suo diavolaccio in casa mia? Lo sai bene, brava donna, lo sai benissimo anche tu! Non ho forse ogni diritto su di lei, dopo questo? Anche lei dovrebbe capirlo; invece non fa che contraddirmi e farmi arrabbiare! Voglio la sua felicità io! Volevo farle portare vestiti di mussolina, le ho comprato nella galleria Gastunaia un paio di scarpe; l'ho fatta bella come un pavone, l'anima si rallegrava a vederla! Ebbene, lo credereste, brava gente? In due giorni ha strappato il vestito in tanti pezzettini, proprio in pezzetti piccolissimi, l'ha fatto a brandelli, e così ha continuato a portarlo indosso. Credete forse che l'abbia strappato per caso? Macché! l'ha fatto apposta! Non voglio mentire, l'ho sorpresa io stessa. «Non voglio», dice, «portare la mussolina, voglio vestire dei cenci!». Beh! allora mi sfogai su di lei, la picchiai fino a non poterne più; ma poi non ho forse chiamato il medico per curarla, non l'ho forse pagato coi miei propri denari?

Ma se anche ti schiacciassi, pidocchio velenoso, l'unico castigo che meriterei secondo la legge di Dio sarebbe quello di non bere latte per otto giorni, otto giorni soltanto. Per castigo, le ordinai di lavare i pavimenti; ebbene, mi credereste? Li lava, li lava, la canaglia! Mi irrita, mi fa ribollire tutto il cuore, li lava! «Già», penso, «adesso prenderà la fuga di sicuro!». Ebbene, non appena l'ebbi pensato, ecco che ieri stesso scompare ad un tratto! Avete sentito anche voi, bravi vicini, come l'ho picchiata ieri per questo; le braccia mi caddero persino per la stanchezza, le tolsi calze e scarpe, supponendo che non sarebbe fuggita a piedi nudi; ed ecco che oggi mi ripete lo stesso scherzo! Dove sei stata? Rispondi! Da chi sei andata a lagnarti, seme d'ortica? A chi mi hai denunciata? Parla, zingara! parla, maschera forestiera! parla!

E, fuori di sé, si gettò di nuovo sulla bambina, più morta che viva per la paura; l'afferrò per i capelli e la buttò con forza per terra.


La scodella coi cetrioli volò lontano e andò in frantumi, cosa che fece aumentare ancor più la collera della megera ubriaca. Picchiava la sua vittima sul viso, sulla testa, ma Elena taceva ostinatamente, e neanche un suono, neanche un grido, neanche un lamento le uscì dalla bocca, mentre la percuotevano. Io mi precipitai nel cortile, fuori di me per l'indignazione, e corsi verso la donna ubriaca.


- Che fate ? Come osate maltrattare in questo modo una povera orfana?

- gridai afferrando quella furia per un braccio.


- Che è questo? Chi sei tu? - strillò la donna, abbandonando Elena e puntando i pugni sui fianchi. - Che cosa desiderate in casa mia, voi?

- Desidero dirvi che siete una donna senza pietà, - gridai. - Come osate tiranneggiare così una povera bambina? Non è vostra figlia, l'avete detto voi stessa or ora; è una povera orfanella che avete raccolta...


- Signore Gesù! - strillò la furia. - Ma, e tu, chi sei, per venire qui a infastidirmi? Sei forse venuto qui con lei? Ma io mando subito ad avvertire il commissario! Andron Timofejevitc mi conosce personalmente e mi tratta come se fossi una nobile signora! Scappa forse per venire a trovare te? Chi sei? Vieni in casa d'altri per far nascere degli scandali? Aiuto!

E si gettò contro di me coi pugni alzati. Ma in quello stesso momento risuonò un grido, stridente, che non aveva nulla d'umano. Voltai la testa e vidi Elena, rimasta fino allora come priva di sensi, stramazzare per terra e cominciare a dibattersi in terribili convulsioni. Il suo viso si stravolse. Era un accesso epilettico. La ragazza arruffata e la donna del piano inferiore corsero in suo aiuto, la sollevarono e la portarono in fretta su per i gradini del terrazzino.


- Potessi tu crepare, maledetta! - strillò la megera. - Il terzo accesso in un mese... Via di qua, farabutto!

Ella si gettò di nuovo contro di me.


- E tu, portinaio, che stai qui a guardare! Per che cosa sei pagato?

- Via! via! Vuoi che ti rompano il collo? - fece il portinaio, con profonda voce di basso, ma in tono così pigro, che si capiva come lo dicesse unicamente proforma. - Dove due si divertono, un terzo non deve immischiarsi! Saluti, e fuori!

Fui dunque costretto a ritirarmi e a uscire dal coltile, essendomi persuaso che il mio intervento era stato assolutamente inutile. Mi piantai sul marciapiede di fronte al portone a osservare. Non appena fui uscito, la furia rientrò in casa, e il portinaio, avendo terminato le sue faccende, se ne andò pure chissà dove. Un momento dopo, la donna che aveva aiutato a portare Elena in casa scese dal terrazzino e si affrettò verso il proprio appartamento. Avendomi scorto, si fermò e mi guardò incuriosita. Incoraggiato dall'espressione buona e gentile del suo viso, entrai di nuovo nel cortile e mi avvicinai direttamente a lei.


- Permettete che vi domandi, - cominciai, - chi è quella bambina e che cosa ne fa quell'orribile megera? Non dovete pensare che ve lo chieda per semplice curiosità. Conoscevo già da prima quella bambina, e per certe speciali circostanze, mi interesso molto di lei.


- Se ve ne interessate, fareste meglio a prenderla con voi o a trovarle qualche occupazione, qualche posto, invece di lasciarla perire qui, - rispose, quasi senza volerlo, la donna, e fece un passo per allontanarsi.


- Che cosa potrei fare, se vi rifiutate di darmi informazioni? Vi dico che non so nulla. E' la padrona della casa, la stessa Bubnova, quella, vero?

- Sì, la padrona della casa.


- Ma in che modo le è caduta tra le mani quella bambina? E' morta qui sua madre?

- Insomma, ci è caduta, e basta... non è affar vostro.


E fece ancora l'atto di andarsene.


- Fatemi il piacere. Vi ripeto che la cosa mi interessa immensamente.


Può darsi che trovi modo di fare qualcosa. Chi è quella ragazzina? Chi era sua madre, lo sapete?

- Pare che fosse una straniera, venuta dall'estero; abitava da noi nel sotterraneo; era molto malata, poi morì di tisi.


- Doveva essere ben povera, per abitare in un cantuccio del sotterraneo!

- Certo che era povera, e come! Stringeva il cuore a vederla! Noi pure siamo più o meno in miseria; ma pure è rimasta debitrice anche con noi: sei rubli nei cinque mesi in cui è rimasta qui da noi. Abbiamo anche provveduto a seppellirla; mio marito le ha fatto la bara.


- Ma non diceva la Bubnova che alle spese dei funerali aveva pensato lei?

- Macché, tutte menzogne!

- Che cognome aveva quella donna?

- Non saprei nemmeno pronunciarlo, signore; un cognome difficile, forse tedesco.


- Smith, alle volte?

- No, non mi pare. Allora la Bubnova prese l'orfanella con sé. Per educarla, dice. Ma non sono affatto belle certe cose che avvengono in casa sua...


- Pensate che l'abbia presa con qualche ignobile scopo?

- Le sue faccende sono poco pulite, - rispose la donna, impensierita, e come esitante se dovesse continuare o no. - A noi questo importa poco, siamo estranei a tutto questo.


- Faresti meglio a tener la lingua a casa tua! - risuonò alle spalle della donna una voce maschile.


Era un uomo piuttosto attempato, e portava sotto il caffettano il camiciotto, tanto che aveva l'aria di un artigiano; doveva certo essere il marito della mia interlocutrice .


- Non deve chiacchierare con voi, signore... non è affar nostro... - diss'egli esaminandomi di sbieco. - E tu, vattene! Addio, signore, sono un fabbricatore di bare. Se vi interessa qualche cosa che sia del mio mestiere, accomodatevi, per favore... ma fuori di ciò, non abbiamo nulla da comunicarvi...


Uscii da quella casa impensierito e profondamente impressionato. Non potevo far nulla in quel frangente, ma, d'altra parte, mi era troppo penoso lasciar le cose come stavano, senza reagire. Alcune parole della moglie dell'artigiano mi avevano agitato quanto mai. Si trattava di qualche brutta faccenda; lo presentivo.


Me ne andavo a testa bassa, assorto nei miei pensieri, quando mi sentii chiamare da una voce aspra. Alzai gli occhi e vidi un uomo che mi stava di fronte, un uomo brillo al punto da oscillare sulle gambe; vestiva molto decentemente ma il pastrano era usato e il berretto sudicio. Il suo viso mi sembrò noto. Lo osservai più attentamente.


Egli mi ammiccò e sorrise ironicamente.


Non mi riconosci?




CAPITOLO 5


- Ah! Sei tu, Maslobojev! - esclamai, riconoscendo in lui, a un tratto, un compagno della scuola che avevo frequentato in provincia. - Questo è davvero un incontro inaspettato.


- Già, inaspettato davvero! Sono circa sei anni che non ci vediamo.


Cioè, a dire il vero, ci siamo incontrati parecchie volte; solo che Vostra Eccellenza non si degnava di gettarmi uno sguardo. Vostra Eccellenza è un generale del mondo letterario, si capisce!...


Così dicendo, egli sorrideva ironicamente.


- Eh, no, caro amico Maslobojev, ora dici proprio una bugia, - lo interruppi. - Anzitutto, i generali, sia pure del mondo letterario, hanno un aspetto ben diverso dal mio; in secondo luogo, permetti che ti dica che infatti mi ricordo di averti incontrato per strada un paio di volte, ma tu stesso sembravi voler evitarmi, così che anch'io non ti ho mai avvicinato; perché l'avrei fatto, dal momento che mi evitavi? E sai che cosa penso? Se tu non fossi brillo, in questo momento, non mi avresti chiamato neanche questa volta. Non è così?

Buongiorno, dunque. Sono contentissimo, amico, di averti incontrato.


- Davvero? E non ti comprometto col mio aspetto un po'... irregolare?

Beh! non vale la pena di approfondire la cosa; non ha nessuna importanza; io, caro Vania, mi ricordo sempre che bravo ragazzo eri.


Ti ricordi di quella volta che sei stato frustato in vece mia? Tu non hai parlato, non mi hai denunciato, e io, invece di essertene grato, mi sono burlato di te, per tutta una settimana. Sei un'anima angelica.


Buongiorno, amico mio, buongiorno! (Ci baciammo) Sono molti anni che vivo senza di te, da solo, vedendo scorrere i giorni uno dopo l'altro, ma non ho mai dimenticato i tempi d'una volta. Non si dimenticano così facilmente! Ma tu, che fai?

- Beh! anch'io trascino la vita da solo...


Mi fissò con un lungo sguardo, pieno di sentimento, solito agli uomini indeboliti dal vino. Del resto, era sempre stato un ragazzo dal cuore straordinariamente buono e tenero.


- No, Vania, fra noi due c'è una differenza eccezionale! - disse infine, in tono tragico. - Ho ben letto, l'ho letto, Vania, l'ho letto!... Senti, restiamo un poco insieme, Vania, per parlare amichevolmente e farci qualche confidenza! Hai fretta?

- Ho fretta e, inoltre, ti confesso di essere ancora tutto sottosopra per una certa storia che m'è capitata. Ecco, ti proporrò una cosa migliore: dove abiti?

- Te lo dirò, ma non è certo la cosa migliore, questa. Devo dirti io che cosa sarebbe meglio fare?

- Che cosa?

- Ecco, guarda! - e m'indicò un'insegna a dieci passi dal luogo dove eravamo. - Vedi? E' una pasticceria e una trattoria, dovrei piuttosto dire un'osteria, ma è un buon posto. Ti avverto che è un posto decente e che vi servono una vodka straordinaria! E' giunta a piedi da Kiev!

L'ho assaggiata, l'ho assaggiata molte volte, la conosco; nessuno, poi, oserebbe, qui, servirmi cosa alcuna che non fosse di primo ordine. Conoscono Filippo Filippovitc! Io sono Filippo Filippovitc, lo sai. Che dici? Fai delle smorfie? Aspetta, lasciami terminare. Adesso sono le undici e un quarto; l'ho visto or ora; ti prometto che alle undici e trentacinque in punto ti lascerò andare. Nel frattempo, potremo libare un pochino. Venti minuti per un vecchio amico:

d'accordo?

- Se si tratta di venti minuti soltanto, d'accordo; perché, mio caro, ti dò la mia parola che ho un affare...


- Se ci stai, tanto meglio. Permettimi, però, anzitutto, due paroline:

hai una brutta cera; si direbbe che qualcuno ti abbia fortemente indispettito: mi sbaglio?

- No, hai ragione.


- Vedi? l'ho subito indovinato. Devi sapere, mio caro, che adesso faccio il fisionomista; è un'occupazione come un'altra! Andiamo, dunque, parleremo meglio. In venti minuti avrò tempo, anzitutto, di trangugiare un bicchiere di tè, e anche un bicchierino di vodka con gemme di betulla, poi un altro di quello con l'arancio, poi un altro ancora di quello chiamato "perfetto amore", dopo di che saprò inventare qualche altra cosa ancora. Bevo, caro amico! solo nei giorni festivi, prima della messa, è possibile trovarmi in stato normale! Tu, invece, se non ti senti, puoi anche non prendere nulla. Quel che mi occorre è semplicemente la tua compagnia. Se vorrai invece brindare con me, dimostrerai con ciò la nobiltà del tuo cuore. Andiamo!

Facciamo due chiacchiere, prima di separarci per un'altra decina d'anni. Io, mio caro Vania, non sono tuo uguale.


- Bando alle chiacchiere! Su, facciamo presto. I venti minuti sono tuoi, ma passati che siano me ne andrò senz'altro.


Per entrare nell'osteria si doveva salire fino al secondo piano una scala a due rampe di legno, preceduta da un terrazzino. Salendo i gradini, c'imbattemmo improvvisamente in due signori che parevano molto ubriachi. Scorgendoci, si fecero da parte barcollando.


Un di essi era tanto giovane da essere ancora imberbe, con la prima peluria sul labbro superiore e un'espressione di estremo stupore sul viso. Era vestito da elegantone, ma in modo alquanto buffo: pareva indossare abiti altrui; aveva costosi anelli alle dita, una spilla preziosa nella cravatta, ed era pettinato in modo stravagante, con un ciuffo arruffato davanti. Aveva un insistente sorriso da ebete. Il suo compagno era un uomo sulla cinquantina grasso, con un grosso pancione, vestito con noncuranza con un'enorme spilla nella cravatta, calvo e pelato, e aveva il viso floscio e butterato, con occhiali su un naso che sembrava un bottone. L'espressione di quel viso da ubriaco era maligna e sensuale. Gli occhi, cattivi e sospettosi, scomparivano, quasi, in mezzo al grasso, e guardavano come attraverso due fessure.


Evidentemente, quei due conoscevano entrambi Maslobojev, ma il grasso, notandolo, atteggiò il viso a una smorfia indispettita, che non durò, del resto, più di un momento, mentre il giovane si sdilinquì tutto in un servile e dolciastro sorriso. Si levò persino il berretto.


- Scusate, Filippo Filippovitc, - brontolò guardandolo leziosamente.


- Che c'è?

-Scusate... sono un po'...- (e fece un gesto espressivo, dandosi un buffetto sul colletto). - C'è là Mitroska. Dovete sapere, Filippo Filippovitc, che è un mascalzone.


- Ma di che si tratta?

- Insomma.. Quanto a lui, - (egli indicò con un cenno di testa il suo amico), - la settimana scorsa, per colpa di quello stesso Mitroska, ebbe il muso tutto imbrattato di crema in un luogo indecente in cui si trovava... Ah! ah!

Il compagno lo urtò indispettito col gomito.


- Non potreste, Filippo Filippovitc, bere con lui una mezza dozzina di bottiglie di sciampagna ? Mi permettereste di sperare?

- No, no, ragazzo mio, adesso non si può, - rispose Maslobojev. - Ho un affare da sbrigare.


- Ah! ah! Anch'io devo parlarvi di un affare. - Il suo compagno lo urtò un'altra volta col gomito.


- Più tardi, più tardi!

Maslobojev evitava chiaramente di guardarli. Ma non appena fummo entrati nella prima sala, per tutta la lunghezza della quale si stendeva un banco assai pulito, sul quale erano messi in mostra antipasti, pasticci e pasticcini e un gran numero di bottiglie con liquori variamente colorati, Maslobojev mi tirò subito da una parte e mi disse:

- Il giovane è Sisabrinchov, figlio di un noto mercante; in seguito alla morte del padre, ha ereditato mezzo milione di rubli, e ora se la spassa allegramente. E' anche andato a Parigi, e là sperperò un mucchio di denaro; vi avrebbe forse lasciato tutto fino all'ultimo copeco, se non gli fosse capitata nel frattempo un'altra eredità, in seguito alla morte di uno zio, che lo costrinse a ritornare in Russia; ora sta dilapidando qui quanto gli resta. Fra un anno dovrà chiedere l'elemosina. E' stupido come un'oca, frequenta i primi ristoranti e le bettole, si può trovarlo nei sottosuoli come anche dalle attrici, poco fa fece domanda per entrare nel reggimento degli ussari. L'altro, l'anziano, è Archipov; è anche lui press'a poco un mercante o un gerente; ha lavorato anche come appaltatore delle bettole; un furfante, a ogni modo, una canaglia; per il momento è l'amicone di Sisabrinchov; è guida e Falstaff in una persona sola; è fallito due volte, ed è uno schifoso rettile sensuale, con certi gusti. Gli fu intentato processo per un delitto, che... ma seppe cavarsela. Ho motivo d'essere contentissimo di averlo incontrato qui; mi aspettavo di trovarlo... Archipov, si capisce, scrocca Sisabrinchov. Conosce tutti i ritrovi speciali della città, e ciò lo rende prezioso agli occhi dei giovanotti come Sisabrinchov. Da parte mia, è un pezzo che aguzzo contro di lui i miei denti. Anche Mitroska aguzza i denti per afferrarlo: è quel giovanotto laggiù, vicino alla finestra, con quella faccia da zingaro e il cappotto di ricca stoffa, ma di foggia contadinesca. E' un mercante di cavalli e conosce tutti gli ussari della città; un furfante, ti dico, di forza tale, che se anche lo vedessi coi tuoi propri occhi fabbricare un falso biglietto di banca, riuscirebbe a convincerti, e tu glielo cambieresti in spiccioli.


Indossa sempre quel pastrano alla contadina, fatto però in velluto, che gli dà l'aria di uno slavofilo (del resto, gli sta a pennello), ma se gli facessi indossare una magnifica marsina, lo portassi al "Club Inglese" presentandolo, ammettiamo, come il conte Barabanov, ti assicuro che, vi stesse pur due ore, tutti lo riterrebbero un vero e proprio conte, tanto bene saprebbe recitare quella parte, sia parlando che giocando a carte, nei giochi più signorili: riuscirebbe a imbrogliare tutti quanti. Finirà male. Dunque, quel Mitroska aguzza i denti contro il grasso, perché in questo momento Mitroska è al verde, e il grasso gli ha portato via Sisabrinchov, il suo amico di una volta, che non aveva ancora avuto tempo di tosare completamente. Per essersi ora incontrati in trattoria, dev'esserci certo sotto qualche cosa. So anche di che cosa si tratta, e indovino che fu proprio Mitroska a comunicarmi che Archipov e Sisabrinchov si sarebbero trovati qui, poiché gironzolano da queste parti per una faccenda poco pulita. Io, intanto, voglio approfittare del rancore che Mitroska nutre per Archipov, per certi miei speciali motivi, che appunto mi hanno condotto qui. Ma non voglio mostrarlo a Mitroska, e anche tu non guardarlo con troppa fissità. Sono persuaso che proprio quando staremo per uscire, egli stesso mi si avvicinerà e mi dirà quello che mi occorre sapere... E adesso andiamo, Vania, in quell'altra sala, vedi?

Ebbene, Stefano, - disse ancora rivolgendosi al cameriere, - spero che tu capisca che cosa mi occorre, no?

- Capisco!

- E mi soddisferai?

- Sissignore.


- Benissimo, soddisfami. Siediti, Vania. Perché mi guardi in questo modo? Vedo bene come mi guardi. Ti meravigli? Non meravigliarti. Tutto può accadere a un uomo, persino ciò che non si è mai sognato...


Soprattutto in quei tempi quando, per esempio, imparavamo a memoria Cornelio Nepote. Una sola cosa ti prego di credere, Vania: se anche Maslobojev si sia lasciato traviare, il cuore, nel suo petto, è rimasto sempre lo stesso; sono cambiate solo le circostanze. «Per quanto sporco ti possa sembrare, nessuno è migliore di me». C'è stato un po' di tutto: ho provato a fare il medico, stavo preparandomi per il diploma di professore di letteratura, scrissi un articolo su Gogol, decisi poi di sfruttare delle miniere d'oro, volevo anche sposarmi.


Ogni anima aspira alla felicità, e "lei" mi diede il consenso, nonostante che nella mia casa vi fosse una tale sovrabbondanza di tutto, che non si sarebbe potuto trovarci un boccone per saziare un gatto. Io stavo già per procurarmi in prestito un paio di scarpe non del tutto logore per la cerimonia nuziale, perché le mie, da un anno e mezzo, erano rotte... Poi non mi sposai ugualmente. "Lei" divenne la moglie di un maestro e io andai impiegato in un ufficio, non però in un ufficio commerciale, ma in un semplice ufficio. Allora le cose presero una piega diversa. Passarono anni. Ora non sono più impiegato, ma guadagno il denaro in modo molto comodo: «prendo sbruffi e difendo le giuste cause». «Sono coraggioso con le pecore e pecora coi coraggiosi». Ho certe regole: so, per esempio, che un soldato solo non fa la guerra, e faccio bene le mie faccende. Il mio lavoro consiste piuttosto in affari segreti... mi capisci?

- Sei forse detective?

- No, non proprio detective, ma mi occupo di certi affari, in parte ufficialmente, in parte così, per vocazione. Ecco, Vania, bevo la vodka. E siccome, ubriacandomi, non perdo il lume della ragione, così vedo chiaro anche il mio avvenire. Il mio tempo è passato; un cane nero non può mai essere lavato, tanto da farlo diventar bianco. Ti dirò una cosa sola: se il sentimento umano fosse del tutto morto in me, non ti avrei fermato oggi, Vania. Hai ragione, ti ho incontrato anche prima, molte volte ho voluto accostarmi a te, ma non ho mai osato farlo; ho sempre rimandato la cosa a un'altra occasione. E hai pure ragione di dire che oggi mi sono avvicinato a te perché sono ubriaco. Insomma, queste sono tutte sciocchezze poco interessanti, e faremmo meglio se parlassimo di te. Beh, anima mia, ti ho letto, ho letto la tua opera! Parlo del tuo primogenito, caro. Quando l'ebbi letta fino in fondo, mancò poco che non diventassi anch'io un uomo onesto! Ci mancò proprio poco davvero; ma poi ci meditai sopra e preferii rimanere un uomo disonesto. E' così!...


Mi disse molte cose ancora. La vodka gli dava sempre più alla testa, e infine cominciò a intenerirsi fino alle lacrime. Maslobojev era sempre stato un buon ragazzo, ma alquanto furbo e precocemente sviluppato; era astuto, scaltro, subdolo e insinuante. Era così fin dai tempi in cui andavamo insieme a scuola; in fondo, però, era un uomo di cuore, un uomo perduto. Ce ne sono tanti fra i russi. Si dà spesso il caso che siano uomini di un certo ingegno, ma tutto in loro s'ingarbuglia spaventosamente, e inoltre sono capaci di andare consapevolmente contro la loro propria coscienza su certi punti, per debolezza; sicché, non solo periscono sempre, ma sanno di andare verso la loro perdizione. Quanto a Maslobojev, si era affogato nel vino.


- Ora, amico, un'ultima parola, - continuò a dirmi.- Ho risaputo quanto rumore abbia fatto la tua gloria in principio; lessi in seguito diverse critiche sulla tua opera (le lessi realmente: credi forse che non legga più nulla?); più tardi ti vidi con le scarpe rotte camminare nel fango senza soprascarpe, e con un cappello malandato, e indovinai molte cose. Fai il giornalista, adesso?

- Sì, Maslobojev.


- Ti sei dunque iscritto tra le bestie da soma?

- Press'a poco!

- Allora ti dirò, mio caro, che è meglio bere la vodka! Io, per esempio, mi ubriaco, poi mi sdraio su un divano (ho un divano simpaticissimo, a molle) e m'immagino d'essere, per esempio, un Omero, un Dante, oppure Federico Barbarossa, giacché l'immaginazione non ha limiti. Tu, invece, non puoi immaginarti d'essere un Dante o un Federico Barbarossa, anzitutto perché ambisci essere te stesso e non un altro, e in secondo luogo perché, nella tua qualità di bestia da soma, non ti è permesso avere alcun desiderio. Io vivo d'immaginazione e tu di realtà. Senti, dimmi sinceramente come lo diresti a un fratello (altrimenti mi offenderai e mi umilierai per dieci anni almeno), hai forse bisogno di denaro? Io ne ho. Non far complimenti.


Prendine, liberati dai tuoi impresari, getta via il collare, assicurati un anno di esistenza e attua il tuo sogno, scrivendo una grande opera. Eh? Che ne dici?

- Senti, Maslobojev! Apprezzo la tua offerta fraterna, ma per ora non posso darti nessuna risposta; adesso sarebbe troppo lungo spiegartene il perché. Ci sono certe circostanze... Del resto, ti prometto di raccontarti tutto come a un fratello un'altra volta. Ti ringrazio per la tua offerta e prometto di venirti a trovare, e non una volta soltanto. Ma ecco, tu sei stato sincero con me, e perciò mi decido a chiederti consiglio, tanto più che, a quanto pare, sei esperto in simili faccende.


E gli raccontai tutta la storia di Smith e della sua nipotina, cominciando da quanto era accaduto in pasticceria. Cosa strana, mentre parlavo, mi sembrò, dal suo sguardo, che egli ne sapesse qualche cosa.


Glielo dissi.


- No, non è esatto! - mi rispose. - Però, del defunto Smith ho sentito sì dire qualche cosa; niente di speciale, ad ogni modo; dicevano soltanto che in una pasticceria era morto un vecchio. Quanto alla signora Bubnova, so qualche cosa di sicuro. Due mesi fa, ho preso uno sbruffo da quella signora. "Je prends mon bien où je le trouve" [Prendo il mio utile dove lo trovo], e soltanto da questo punto di vista somiglio a Molière. Ma, pur avendole spillato cento rubli, mi sono promesso, proprio allora, di farmene snocciolare altri cinquecento. E' una donna cattiva! Si occupa di faccende poco pulite e vietate dalla legge. Non sarebbe poi un gran male, questo, ma qualche volta eccede troppo. Ti prego, però, di non considerarmi un Don Chisciotte. Si tratta di una faccenda, partecipando alla quale, potrò guadagnare parecchio; ecco perché, mezz'ora fa, quando incontrammo Sisabrinchov, fui tanto contento. Fu senza dubbio l'uomo dalla pancia grossa a condurre qui Sisabrinchov, e siccome io sono al corrente delle professioni che esercita abitualmente quel panciuto, concludo...


Beh! questa volta lo sorprenderò! Sono straordinariamente contento che tu mi abbia parlato di quella ragazzetta; è un'altra pista che avrò da seguire. Io, caro mio, accetto commissioni private, e se tu sapessi che gente conosco! Qualche tempo fa, mi sono occupato di una faccenda, di cui mi aveva dato incarico un principe; una faccenda nella quale non si sarebbe mai potuto sospettare che vi potesse essere immischiato un principe come quello. Se vuoi, ti racconterò un'altra storia, una storia che riguarda una signora maritata. Vieni assolutamente a trovarmi di tanto in tanto; ti ho preparato certi argomenti, che, se li scrivessi in un libro, nessuno crederebbe...


- Come si chiama quel tuo principe? - lo interruppi, presentendo qualche cosa.


- Hai forse bisogno di saperlo? Del resto, se ciò ti può far piacere, si tratta del principe Valkovski.


- Pietro?

- Appunto. Lo conosci?

- Lo conosco, ma non molto. Sai, Maslobojev, verrò da te a prendere informazioni sul conto di quel signore, - dissi alzandomi. - Mi hai estremamente interessato.


- Lo vedi, mio caro? Vienimi a trovare quando vuoi. So raccontare fiabe, ma fino a un certo punto... mi capisci?... Altrimenti perderei il credito e l'onore, l'onore di un uomo d'affari, cioè, e così via.


- Mi dirai solo quello che il tuo onore ti permetterà di dirmi.


Ero persino agitato, ed egli se ne accorse.


- Ora, che cosa mi dirai a proposito di quella storia che ti ho narrato? Hai trovato qualche cosa che mi permetta di reagire?

- Riguardo alla tua storia? Aspetta due minuti, che abbia pagato il conto.


Si diresse verso il banco, e là, come senza volerlo, si trovò accanto a quel giovane dal pastrano contadinesco che, senza complimenti, era chiamato semplicemente Mitroska. Mi sembrò che Maslobojev dovesse conoscerlo più di quanto mi avesse confessato. Almeno, era evidente che non erano al loro primo incontro.


Mitroska aveva un aspetto esteriore alquanto originale. In quel pastrano di velluto e nella sua camicia di seta rossa, con lineamenti marcati, ma avvenenti e giovanili, con la carnagione scura e lo sguardo ardito e scintillante, produceva un'impressione curiosa e tutt'altro che antipatica. I suoi gesti erano artificiosamente spavaldi, ma, al tempo stesso, cercava, in quel momento, di frenarsi e d'assumere, anzitutto, l'aria di un uomo d'affari, un'aria d'importanza e di gravità.


- Ecco, Vania, - fece Maslobojev, - passa da me stasera verso le sette; può darsi che ti dica qualche cosa. Da solo, io valgo poco, tu capisci; prima valevo molto, ma ora non sono altro che un ubriacone e mi sono allontanato dagli affari. Ma ho mantenuto le relazioni di una volta, posso procurarmi le necessarie informazioni, mettermi a contatto con diversa gente dal fiuto finissimo; le cose procedono così, ormai; vero è che nelle ore libere, libere dal bere, faccio anch'io qualche cosa, ma sempre piuttosto per mezzo delle mie relazioni... per informazioni... Insomma non è il caso di dilungarci su questo argomento! Basta... Ecco il mio indirizzo: via Scestilavotcna. Per il momento, fratello mio, sono troppo rammollito; un bicchierino ancora e torno a casa. Mi sdraierò un po'. Quando verrai, ti presenterò ad Alessandra Semionovna e, se avrò tempo, faremo quattro chiacchiere sulla poesia.


- E di quell'affare, allora?

- Forse parleremo anche di quell'affare.


Può darsi che venga; verrò di sicuro, anzi!




CAPITOLO 6


Anna Andrejevna mi aspettava da tempo. Ciò che le avevo detto il giorno prima a proposito del biglietto di Natascia aveva destato in lei una forte curiosità, e si aspettava di vedermi giungere molto prima, verso le dieci del mattino. Giunsi da lei che erano invece quasi le due del pomeriggio. La povera vecchietta, nell'orgasmo di quell'attesa, in preda a mille torture, era allo stremo delle forze.


Inoltre, aveva gran voglia di comunicarmi le nuove speranze che le erano nate in cuore dal giorno prima, e di parlarmi di Nicola Serghejevitc, il quale, dopo la scena del giorno precedente, non si sentiva un gran che bene, ed era diventato più cupo che mai, pur essendosi fatto estremamente tenero con lei.


Quando entrai, ella mi accolse, lì per lì, con un'espressione fredda e malcontenta sul viso; parlava facendo filtrare le parole tra i denti, e non dimostrava nemmeno curiosità; sembrava persino volermi domandare perché fossi andato da lei, e che piacere trovassi a recarmi ogni giorno fino a casa loro. Era stizzita per il mio ritardo. Io, però, avevo fretta, e perciò, senza indugiare, le raccontai tutta la scena svoltasi la sera precedente in casa di Natascia. Non appena ebbe udito della visita del principe padre e della sua solenne proposta, la finta indifferenza della vecchietta svanì come d'incanto. Non ho parole che bastino a descrivere la sua gioia; sembrava persino smarrita, si segnava, piangeva, si prosternava davanti all'immagine sacra, mi abbracciava e avrebbe voluto correre subito da Nicola Serghejevitc per comunicargli la propria gioia.


- Per carità, mio caro, lasciami andare; tutto il suo malanimo proviene dalle offese e dalle umiliazioni subìte; adesso, quando saprà che a Natascia è stata data piena soddisfazione, dimenticherà immediatamente ogni cosa.


Riuscii a stento a dissuaderla dal mettere in atto quel suo proposito.


La buona vecchietta, pur avendo vissuto vent'anni con suo marito, non lo conosceva ancora a fondo. Fu anche presa dal veemente desiderio di correre immediatamente con me da Natascia. Io, invece, non solo le dimostrai che Nicola Serghejevitc non avrebbe approvato una tale azione, ma che con ciò avremmo potuto rovinare ogni cosa. Si ricredette a stento, e mi trattenne un'altra buona mezz'ora, durante la quale non parlò che di lei.


- Con chi rimarrò adesso? - diceva. - Come potrò, col cuore così traboccante di gioia, star rinchiusa tra quattro pareti?

Finalmente riuscii a convincerla di lasciarmi andare, dicendole che a quell'ora Natascia mi aspettava di certo con molta inquietudine. La vecchietta mi benedisse ripetutamente con segni di croce, mandò una benedizione speciale a Natascia, e per poco non proruppe in pianto, quando mi rifiutai nel modo più assoluto di tornare da lei un'altra volta verso sera, se nulla di straordinario fosse successo a Natascia.


Quel giorno non vidi Nicola Serghejevitc; aveva passato la notte senza chiudere occhio e s'era poi lagnato d'avere la febbre e un forte mal di testa; in quel momento dormiva nel suo studiolo.


Anche Natascia mi aveva aspettato tutta la mattina. Quando entrai, camminava, come al solito, avanti e indietro per la camera, con le mani giunte, assorta nei suoi pensieri. Anche adesso, ricordandola, non posso vederla altro che così, sola soletta, in quella povera stanza, dove camminava pensierosa, senza scopo, avanti e indietro, con le braccia conserte e con lo sguardo fisso a terra, in attesa.


Senza punto smettere di camminare in tal modo, mi domandò piano perché mai giungessi da lei tanto in ritardo. Le raccontai in breve tutte le mie avventure, ma lei, quasi, non mi dava ascolto. Evidentemente, era molto preoccupata.


- Che c'è di nuovo? - le domandai.


- Nulla di nuovo! - mi rispose, ma il tono in cui me lo disse mi fece subito capire che qualche cosa di nuovo c'era di sicuro, e che mi aveva aspettato appunto per mettermene al corrente; capii pure, che, come al solito, non mi avrebbe detto nulla subito, riservandosi di farlo proprio nel momento in cui sarei stato in procinto di tornar via.


Sempre così succedeva, e io mi ci ero abituato: così aspettavo.


Non occorre dire che cominciammo subito a discorrere sugli avvenimenti del giorno precedente. Fui soprattutto stupito dal fatto che le nostre opinioni sul vecchio principe coincidevano perfettamente: a lei non era piaciuto la sera precedente, e meno ancora le piaceva adesso. Dopo aver discusso con me in ogni particolare l'improvvisa visita della sera prima, Natascia disse a un tratto:

- Non ti pare, però, Vania, che quando una persona riesce a tutta prima antipatica, ciò sia un indizio che dovrà molto piacere in seguito? Così, almeno, mi è sempre accaduto.


- Dio voglia che sia così anche questa volta, Natascia. Del resto, eccoti la mia opinione, e definitiva: ho meditato su ogni particolare e ne ho dedotto che il principe, pur agendo da gesuita, consente nondimeno al vostro matrimonio, senza restrizioni e sul serio.


Natascia si fermò in mezzo alla camera e mi guardò con aria cupa. Il suo viso sembrava totalmente cambiato, le sue labbra avevano persino un leggero tremito.


- Ma come avrebbe potuto, in tal caso, giocare d'astuzia e... mentire?

- mi domandò con stupito senso d'alterezza.


- Appunto! appunto! - mi affrettai a confermare.


- No, non ha mentito di certo. Mi pare che su questo punto non ci sia nemmeno la possibilità di discutere. Non si potrebbe neppure trovare un motivo per giustificare una simile astuzia. Che cosa dovrei essere, infatti, ai suoi occhi, perché si potesse burlare di me fino a tal punto? E' mai possibile che un uomo sia capace di commettere una simile infamia?

- Certo, certo! - continuavo a confermare, e intanto pensavo: «Non fai che pensare a questo, adesso, poveretta, camminando avanti e indietro per la camera, e forse dubiti ancor più di quanto non dubiti io».


- Ah, come vorrei che tornasse presto, -disse. - Mi ha promesso di venire a passare da me tutta una serata... Evidentemente, devono averlo chiamato affari molto importanti, dal momento che ha lasciato ogni cosa e se ne è andato. Non sai, Vania, di che affari si tratti?

Non ne hai sentito parlare?

- Chi può saperlo? Non fa che guadagnar denaro quell'uomo! Ho sentito dire che ha intenzione di partecipare a un'impresa, qui a Pietroburgo.


Né io né te, Natascia, comprendiamo nulla negli affari.


- Certo che non ce ne intendiamo. Alioscia ha parlato di una lettera ricevuta da lui ieri.


- Sarà stata qualche notizia. E' tornato qui Alioscia?

- Sì, è tornato.


- Questa mattina presto?

- A mezzogiorno; ma si alza molto tardi. E' rimasto poco. L'ho mandato via perché andasse da Caterina Feodorovna; doveva assolutamente andarci, non ti pare, Vania?

- Forse che lui non ci voleva andare?

- Tutt'altro! Voleva anche lui andarci...


Voleva aggiungere ancora qualche cosa, ma poi tacque. Io la guardavo aspettando. Le si leggeva in viso una grande tristezza. L'avrei interrogata volentieri, ma non le piaceva essere interrogata.


- Strano, quel ragazzo! - disse infine, torcendo leggermente la bocca e cercando di non guardarmi.


- Perché? C'è stato qualche cosa tra voi?

- No, nulla, dicevo così... E', del resto, anche molto gentile...


soltanto che...


- Ora tutti i suoi dispiaceri e le sue preoccupazioni sono terminate, - dissi io.


Natascia mi gettò uno sguardo fisso e indagatore. Forse avrebbe voluto rispondermi: «Neanche prima aveva molte preoccupazioni né dispiaceri»; ma le sembrò che nelle mie parole si nascondesse il suo stesso pensiero, e si rannuvolò.


Del resto, quel rannuvolamento non durò a lungo, ed essa tornò subito affabile e cordiale. Quel giorno era in una disposizione d'animo assai mite. Rimasi da lei più di un'ora. Era anche inquieta. Il principe le incuteva timore. Notai, da alcune sue domande, che avrebbe voluto sapere con precisione quale fosse l'impressione che aveva prodotta sul principe. Si era comportata bene? Non aveva fatto troppo capire la propria gioia ? Non era stata troppo permalosa? Oppure, al contrario, troppo accondiscendente? Gli aveva forse dato modo di pensar male di lei o di deriderla? Purché non avesse sentito disprezzo per lei!...


Questo sospetto le fece avvampare le guance.


- Ma come puoi agitarti tanto, solo per il timore che un cattivo uomo abbia potuto pensar male di te? Pensi quello che vuole! - dissi.


- Perché lo chiami cattivo uomo? - mi domandò.


Natascia era sospettosa, ma pura di cuore e leale. La sua sospettosità proveniva anch'essa da una sorgente pura. Era orgogliosa, di un nobile orgoglio, e non poteva sopportare che quanto riteneva sublime fosse deriso in sua presenza. Certo, avrebbe risposto con disprezzo al disprezzo di una persona indegna, e nondimeno il suo cuore avrebbe sofferto, vedendo denigrare ciò che considerava come sacro, chiunque fosse il denigratore. Non che in lei difettasse la volontà. Forse ciò era in parte dovuto alla poca conoscenza che aveva del mondo, al fatto che era poco abituata alla gente, ché era sempre rimasta rinchiusa nel suo cantuccio. Quasi tutta la sua vita l'aveva passata senza uscire dal proprio cantuccio. Inoltre, in lei era molto sviluppato quel tratto di carattere, probabilmente ereditato dal padre, che spinge le anime buone, come era la sua, a fare gli elogi di qualcuno, ostinandosi a ritenerlo migliore di quanto non sia in realtà, ed esagerandone con ardore tutte le buone doti. Tali anime, in seguito, sentono più dolorosamente delle altre la delusione, tanto più quando hanno coscienza dei loro propri errori. Si adirano contro se stessi per essersi aspettato più di quanto l'altro può dare. Persone così fatte sono destinate a provare continue delusioni. Il meglio che possano fare è di restarsene nascoste nei loro cantucci, senza avvicinare la gente. Mi sono accorto che col tempo tali esseri si affezionano in modo straordinario ai loro cantucci e vi inselvatichiscono del tutto. Del resto Natascia aveva sopportato molte sventure, molte umiliazioni. Era già un essere malato, e se le mie parole potessero sembrare un'accusa contro di lei, tengo a dire che ciò non è nelle mie intenzioni.


Ma avevo fretta e mi alzai per tornar via. Lei rimase sorpresa, vedendomi in procinto di lasciarla, e per poco non pianse, sebbene, durante tutta la visita, non m'avesse dimostrato nessuna speciale tenerezza, e m'avesse anzi trattato in modo più freddo del solito. Mi baciò calorosamente e mi guardò negli occhi con un lungo sguardo.


- Senti, - disse, - Alioscia era proprio strano oggi, tanto che ne sono rimasta sorpresa. Era molto gentile, molto felice d'aspetto, ma capitò qui con l'aria di una farfalla, di un donnaiolo, e continuò poi a pavoneggiarsi davanti allo specchio. Come dire?... Adesso fa troppo pochi complimenti... è rimasto pochissimo tempo. Figurati che mi ha portato i confetti!

- Confetti? E' molto gentile da parte sua, e anche molto ingenuo. Ah, come siete voi due! Eccovi già a osservarvi a vicenda, a spiarvi l'un l'altro, a scrutare le espressioni dei volti, a leggervi i pensieri nascosti (senza del resto, capirvi nulla) Passi ancora per lui: è un allegro collegiale come prima. Ma tu, tu!

E sempre, quando Natascia, cambiando tono, mi si avvicinava per lagnarsi di Alioscia, per trovare la soluzione di qualche suo intimo dubbio, per confidarmi un segreto, e col desiderio di essere compresa a mezze parole, ella, me ne ricordo, mi guardava con le labbra semiaperte, come supplicando che decidessi in modo da toglierle un peso dal cuore. Ricordo pure che in simili casi io assumevo sempre un'aria severa, usando inoltre un tono asciutto e rude, un tono di ammonimento, e, nonostante non lo facessi apposta, la cosa mi riusciva quasi sempre. La mia severità e la mia importanza autoritaria producevano l'effetto voluto, perché un essere umano sente di tanto in tanto la necessità assoluta d'essere ammonito da qualcuno. Questo, almeno, era il caso di Natascia, che in tal modo lasciavo quasi sempre grandemente consolata.


- No, vedi, Vania, - continuò, tenendomi una mano sulla spalla, mentre mi stringeva con l'altra la destra e i suoi occhi fissavano i miei con sguardo implorante; - mi è sembrato come poco penetrato di tutto ciò che è avvenuto, mi è sembrato, capisci, qualche cosa come un marito, sposato con me da dieci anni, pur sempre gentile e cortese con la moglie. Non ti pare che sia un po' troppo presto per questo?...


Rideva, si dimenava, ma sempre come se tutto ciò non si riferisse a me che in parte... aveva molta fretta di scappare da Caterina Feodorovna... Quando gli parlavo, non mi ascoltava, oppure passava subito a un altro argomento; sai, quella sua cattiva abitudine di società, che abbiamo sempre cercato, tanto tu che io, di togliergli.


Insomma, era molto strano... quasi indifferente... Ah, sono io che ho torto, ecco che ricomincio! Che despoti esigenti siamo noi tutti, Vania, che despoti capricciosi! Lo vedo soltanto adesso! Non possiamo perdonare agli altri nemmeno il più piccolo cambiamento, un semplice cambiamento nell'espressione del viso, e ciò senza sapere per quale ragione sia avvenuto tale cambiamento! Hai ragione, Vania, di rimproverarmi, come hai fatto or ora! Sono io la sola colpevole in tutto questo! Ci andiamo creando noi stessi le nostre proprie pene, e per di più, ce ne lagniamo... Ti ringrazio, Vania, mi hai completamente consolata. Ah, potesse venire oggi! Macché! Forse sarà adirato per quanto è successo stamane.


- Possibile che vi siate già bisticciati? - domandai meravigliato.


- Neanche per sogno, non lasciai trapelare assolutamente nulla!

Soltanto, ero un po' triste, e allora anche lui, da allegro che era in principio, diventò pensieroso, e quando si accomiatò, mi sembrò lo facesse in modo piuttosto asciutto. Manderò a cercarlo... Vieni anche tu, Vania, questa sera.


- Certo che verrò, a meno che non sia trattenuto da un affare.


- Ma no! Che affare!

- Un incarico che ho preso! Ma credo di poter venire ugualmente.




CAPITOLO 7


Alle sette in punto ero da Maslobojev.


Abitava in una casetta della Scestilavotcna, di cui occupava tre stanze di un'ala che dava sul cortile. Quelle tre stanze erano ammobiliate abbastanza decentemente, ma poco pulite. Si poteva notare persino una certa agiatezza, ma al tempo stesso anche una grande noncuranza della praticità. Mi aprì la porta una bellissima ragazza, di circa diciannove anni, vestita con molta semplicità, ma con gusto e con molta cura. Aveva un paio d'occhi allegri e miti. Indovinai subito che era quell'Alessandra Semionovna, cui aveva accennato di sfuggita Maslobojev quella mattina stessa, invitandomi ad andarne a far la conoscenza. Mi domandò chi ero e, udito il mio nome, disse che Maslobojev mi aspettava, ma dormiva nella sua camera, dove mi introdusse senza indugio. Maslobojev era sdraiato su un magnifico divano, ravvolto nel suo lurido pastrano, con la testa appoggiata ad un cuscino di pelle molto logoro. Aveva il sonno molto leggero, e non appena fummo entrati, mi chiamò subito per nome.


- Ah, sei tu? Ti aspettavo. Proprio in questo momento, stavo sognando che tu eri qui e mi svegliavi. E' dunque tempo. Andiamo!

- Dove?

- Da una signora.


- Da quale signora? Perché?

- Dalla signora Bubnova, per farle aprire la cassa. Che bellezza, quella donna!, - disse rivolgendosi ad Alessandra Semionovna; e si baciò persino la punta delle dita, ricordandola.


- Inventa tutto, lui! - disse Alessandra Semionovna, ritenendosi in obbligo di adirarsi un poco.


- Non vi conoscete? Ecco, Alessandra Semionovna, vi presento un generale del mondo letterario; solo una volta all'anno è permesso di esaminarli gratis; il resto dell'anno si paga.


- Cercane una più imbecille di me cui darla a bere! Non ascoltatelo, per piacere; non fa altro che prendermi in giro. Ma che generale è mai il signore?

- Ma se sto appunto dicendovi che è un generale nel suo genere!... Tu invece, Eccellenza, non devi pensare che siamo molto stupidi; anzi, siamo molto più intelligenti di quanto possa lasciar credere il nostro aspetto.


- Non gli date retta! Basta che ci si trovi in presenza di persone per bene, perché cerchi subito di mettermi in vergogna. Sarebbe meglio, invece, che mi portaste almeno una volta a teatro!

- Amate, Alessandra Semionovna, i vostri... Non avete dimenticato che cosa dovete amare? La paroletta che vi ho insegnata? L'avete dimenticata?

- Certo che non l'ho dimenticata; significherà una sciocchezza di sicuro.


- Ebbene, ditela: che paroletta è?

- Oh, non voglio certo far brutta figura davanti al vostro ospite.


Forse quella parola significa qualche cosa di brutto. Preferirei mi si seccasse la lingua, piuttosto che dirla.


- Questo significa che l'avete dimenticata.


- Non è vero: "penati"... eccola! Amate i vostri penati... chissà che cosa sta inventando! Può darsi che non esistano nemmeno questi "penati", e che non siano neppure mai esistiti; per che cosa dovrei amarli, poi? Sono tutte sciocchezze!

- Eppure, dalla signora Bubnova...


- Ci sputo sopra alla tua Bubnova, io!

E Alessandra Semionovna fuggì via altamente indignata.


- E' ora! Andiamo! Addio, Alessandra Semionovna!

Uscimmo.


- Ecco, Vania, prendiamo anzitutto quella vettura. Benissimo! In secondo luogo, devi sapere che, dopo essermi separato da te, riuscii a scoprire qualche cosa, e questa volta non si tratta più di supposizioni, ma di fatti precisi. Sono rimasto ancora più di un'ora, dopo che te ne sei andato via, sull'isola Vassiljevski. Quel panciuto è una terribile canaglia, un uomo rozzo, dissoluto, di gusti volgari e pieno di capricci sessuali. La Bubnova è pure nota da tempo per alcune faccende di quel genere. Pochi giorni fa, per poco non si è lasciata sorprendere con una ragazzetta di buona famiglia. Quei vestiti di mussolina, che faceva indossare alla piccola orfanella (di cui mi parlasti stamattina), non mi davano pace, perché ne avevo già sentito dire qualche cosa fin da prima. Questa mattina venni a sapere, proprio casualmente, qualcos'altro, non molto, ma cose certe. Quanti anni ha la bambina?

- Dal viso, si direbbe che ha tredici anni.


- Il corpicino, invece, lascerebbe credere che ne avesse di meno. E già, farà proprio così: se occorre, dirà che ne ha undici; in altra occasione, invece, dirà che ne ha quindici. E siccome la poveretta non ha né famiglia né difensori...


- Possibile?

- E tu, che cosa hai pensato? Certo, la signora Bubnova non avrebbe mai preso in casa l'orfanella per sola compassione! E se il panciuto ne ha trovato la strada, vuol dire che si tratta proprio di questo. Ho avuto un colloquio con la donna stamattina. A quell'idiota di Sisabrinchov è stata promessa, invece, per questa sera, una bellissima donna, moglie di un ufficiale superiore. Quei figli di mercanti che fanno baldoria sono ghiotti di tali donne, s'interessano anzitutto del grado del marito. Proprio come nella grammatica latina; ti ricordi? il significato si preferisce al termine. Del resto, pare che io sia ancora ubriaco da stamane. Ebbene, la Bubnova non osa occuparsi di simili faccende. Vuole truffare anche la polizia! Ma sbaglia! Perciò voglio farle un po' paura; siccome sa di me qualche cosa per antica memoria. insomma mi capisci?

Rimasi terribilmente colpito. Tutte quelle notizie mi avevano messo in grande agitazione. Temevo di arrivare troppo tardi e incitavo il vetturino ad andare più in fretta.


- Non temere, ho preso le mie brave misure, - disse Maslobojev. - C'è là Mitroska. Sisabrinchov dovrà pagare in contanti; il panciuto, invece, con la propria pelle. Così abbiamo deciso stamane. Quanto alla Bubnova, spetta a me. Perché non ha il diritto...


In breve fummo giunti e ci fermammo presso l'osteria; l'uomo che portava il nome di Mitroska, però, non c'era. Dopo aver ordinato al cocchiere di aspettarci in quel posto, ci dirigemmo dalla Bubnova.


Mitroska ci aspettava presso il portone. Le finestre erano illuminate a giorno e giungevano fino a noi i rumorosi scoppi di risa di Sisabrinchov ubriaco.


- Ci sono tutti da un quarto d'ora, - annunciò Mitroska.


- E' proprio l'ora giusta.


- Come faremo per entrare? - domandai.


- In qualità di visitatori, - ribatté Maslobojev. - Mi conosce; conosce pure Mitroska. E' vero che tutto è ben chiuso, ma non per noi.


Bussò leggermente al portone, che subito si aprì. Lo aprì il portinaio, che ammiccò a Mitroska. Entrammo senza far rumore, di modo che nessuno in casa, ci udì. Il portinaio ci accompagnò sul terrazzino e bussò alla porta. Una voce domandò chi fosse, il portinaio rispose che era solo e che aveva bisogno di vedere la padrona. La porta fu immediatamente aperta ed entrammo tutti e tre insieme. Il portinaio scomparve.


- Ah, chi è?, - gridò la Bubnova, ubriaca e arruffata, che era comparsa in anticamera reggendo una candela.


- Chi? - ribatté Maslobojev. - Ma come, Anna, non riconoscete i visitatori graditi? Chi potrebbe essere, se non noi?!... Filippo Filippovitc!

- Ah, Filippo Filippovitc! Siete voi... cari ospiti... Ma come avete... io... insomma... accomodatevi qua.


- Dove "qua"? Dietro al tramezzo? Eh, no, accoglieteci meglio di così!

Berremo sciampagna... e dite... ne troveremo di belle ragazze?

La padrona riprese subito coraggio.


- Per accontentare ospiti così cari, le troverò sotto terra; le farò venire dal regno dei cinesi, se occorrerà!

- Due parole, cara Anna Trofimovna: Sisabrinchov è qui?

- Sì.


- Ho proprio bisogno di lui. Come ha osato, il mascalzone, far baldoria senza di me?

- Non credo che si sia dimenticato di voi; è proprio in attesa di qualcuno; forse aspetta appunto voi...


Maslobojev spinse la porta e ci trovammo in una stanzetta con due finestre, con vasi di fiori sui davanzali, con sedie di vimini e un pessimo pianoforte; insomma tutto era come si deve. Prima, però, che noi entrassimo, mentre discorrevamo in anticamera, Mitroska era scomparso. In seguito, seppi che non era nemmeno entrato, ma che ci aspettava dietro alla porta. Aveva là qualcuno che gli doveva aprire più tardi: la donna imbellettata e arruffata che quella mattina aveva guardato di dietro le spalle della Bubnova era sua comare.


Sisabrinchov era seduto su uno stretto divano di finto mogano, davanti a una tavola rotonda, coperta da una tovaglia. Sulla tavola davanti a lui stavano due bottiglie di sciampagna, non ben gelato, e una bottiglia di cattivo rum; c'erano pure tre piatti con dolciumi, presi alla pasticceria, panforte e noci di tre qualità. Pure alla stessa tavola, di fronte a Sisabrinchov, sedeva un essere disgustoso, sui quarant'anni, butterato, con un vestito di "taffetas" e con braccialetti e spille di bronzo. Era la moglie dell'ufficiale, o una che si faceva passare per tale. Sisabrinchov era ubriaco ed evidentemente molto soddisfatto. Il suo compagno panciuto non c'era.


- Fanno dunque così i bravi ragazzi? - urlò a squarciagola Maslobojev.


- E dire che mi aveva invitato ad andare con lui da Dusseau!

- Filippo Filippovitc, mi rendete felice, - balbettò Sisabrinchov, alzandosi con un'aria beata per venirci incontro.


- Fai baldoria?

- Scusatemi.


- Non hai da scusarti, faresti meglio a invitare alla tua tavola i nuovi arrivati. Siamo venuti per divertirci in tua compagnia. Ho portato con me un altro compagno: è un mio amico!

Maslobojev m'indicò.


- Sono contentissimo, mi rendete proprio felice... ah! ah! ah!

- Si chiama sciampagna questo? Si direbbe piuttosto "kvas" (5).


- Ma via, mi volete offendere?

- Tu, dunque, non osi farti vedere da Dusseau, e hai il coraggio di invitarmi a venire con te!

- Ha raccontato proprio ora d'essere stato a Parigi, - intervenne la moglie dell'ufficiale, - ma deve aver mentito di certo.


- Fedosia Titisna, non offendetemi. Ci sono stato. Ci sono andato.


- Ma che ci sarebbe andato a fare a Parigi un "mugik" (6) come voi?

- Ci sono stato, ci sono stato con Carpo Vassiljevitc. Carpo Vassiljevitc lo conoscete di certo, vero?

- E perché mai dovrei conoscere questo tuo Carpo Vassiljevitc?

- Insomma, è così... un affare politico. Là nella cittadina chiamata Parigi, abbiamo rotto, dalla signora Joubert, un "trumeau" inglese.


- Che cosa avete rotto?

- Un "trumeau". Era uno specchio che da terra arrivava fino al soffitto; Carpo Vassiljevitc era ubriaco al punto da rivolgersi alla signora Joubert in russo. Si era appoggiato allo specchio. La Joubert, allora, gli gridò nella sua lingua: «Il "trumeau" costa settecento franchi guai a romperlo!». Egli sorrise e mi guardò, io me ne stavo seduto di fronte a lui, su un divano, e accanto a me c'era una bellezza, ma una vera bellezza, non come questo muso qui, una donna formosa, insomma. Egli gridò: «Stefano Terentic, olà, Stefano Terentic! Facciamo a mezzo, eh?». Io dissi: «Va bene!». Drin! Sferrò un pugno nello specchio! I frantumi volarono da tutte le parti! La Joubert si mise a strillare, gli saltò proprio agli occhi: «Brigante», gridò, sempre in francese, «dove credi di essere venuto?». E lui: «Tu, signora Joubert, prendi il tuo denaro, ma non impedirmi di fare secondo la mia natura», e subito le pagò in contanti seicentocinquanta franchi: siamo riusciti a ottenere cinquanta franchi di ribasso.


In quel momento, un grido terribile, stridente, risuonò due o tre stanze lontano da quella in cui eravamo seduti. Io sussultai e gettai pure un grido. Avevo riconosciuto la voce; era quella di Elena. Subito dopo quel lamentoso grido, si sentirono altre grida, ingiurie, un rumore di lotta, e infine, nitidi e sonori colpi di una mano contro una faccia. Evidentemente, era Mitroska che faceva la sua parte. A un tratto, la porta si aprì con forza, ed Elena irruppe nella sala, pallida, con gli occhi torbidi, vestita di un abito di mussolina bianca, tutto sgualcito e lacero, coi capelli pettinati, ma scomposti come in una lotta. Io ero di fronte alla porta, ella si gettò verso di me, aggrappandosi alla mia persona. Tutti balzarono in piedi; tutti si agitarono. Alla sua apparizione, risuonarono grida e strilli. Subito dopo si mostrò sull'uscio Mitroska, trascinandosi dietro per i capelli il suo nemico panciuto, molto male in arnese. Lo trascinò fin sulla soglia, poi lo gettò nella sala con un urtone.


- Eccolo! Prendetelo! - esclamò Mitroska con aria piena di soddisfazione.


- Senti, - mi disse Maslobojev avvicinandomisi con calma e battendomi la mano sulla spalla; - prenditi la ragazza con te e portala a casa tua con la nostra vettura; non hai più nulla da fare qui. Domani metteremo a posto ogni cosa.


Non me lo feci ripetere due volte. Afferrata Elena per la mano, la condussi fuori da quel trivio. Non so in che modo finirono le cose tra loro. Tutto si era svolto con tale rapidità, che nessuno ebbe tempo di impedirci il passo. Il vetturale ci aspettava, e venti minuti dopo ero già nel mio appartamento.


Elena era come mezzo morta. Le sbottonai i ganci del vestito, le spruzzai acqua sul viso e la feci sdraiare sul divano. Aveva la febbre e cominciava a delirare. Io le guardavo il visino pallido, le labbra scolorite, i capelli neri, pettinati e impomatati, ma caduti tutti da una parte, tutta la sua toeletta, e quei nastrini rosei che qua e là ornavano ancora il vestito, e capii perfettamente tutta quella storia disgustosa. Poveretta! Si sentiva sempre peggio. Io non mi allontanavo da lei e decisi di non andare nemmeno da Natascia, quella sera. Di tanto in tanto, Elena alzava le lunghe ciglia, mi gettava uno sguardo, poi mi guardava a lungo, come se mi riconoscesse. Era tardi, la mezzanotte passata, quando si addormentò. Mi addormentai io pure, sdraiato vicino a lei, sul pavimento.




CAPITOLO 8


Mi alzai prestissimo, Durante la notte mi ero svegliato ogni mezz'ora, e ogni volta mi ero alzato per avvicinarmi alla mia ospite e osservarla. Aveva la febbre e, di tanto in tanto, delirava. Ma verso la mattina si addormentò profondamente. «E' un buon segno», pensai, ma, svegliatomi alla mattina, decisi subito, intanto che la poveretta continuava a dormire, di correre da un medico. Ne conoscevo uno, un vecchio scapolo bonario, che abitava da moltissimo tempo all'angolo della Vladimirska, insieme alla sua governante tedesca. Mi recai da lui. Promise di venire da me verso le dieci. Erano le otto, quando lo lasciai. Mi venne una gran voglia di passare da Maslobojev, strada facendo, ma poi abbandonai l'idea; era probabile che dormisse ancora dopo gli avvenimenti della sera precedente; inoltre, Elena poteva essersi svegliata e fors'anche spaventata di trovarsi tutta sola nel mio appartamento. Nello stato di delirio in cui si trovava poteva anche non ricordarsi perché né in qual modo fosse capitata in casa mia.


Si svegliò proprio nel momento in cui rientravo. Le andai subito vicino e le domandai come si sentisse. Non mi rispose, ma mi guardò a lungo con quei suoi occhioni neri ed espressivi. Mi parve, giudicando da quel suo sguardo, che fosse in piena conoscenza e capisse ogni cosa. Forse non mi rispose unicamente perché tale era la sua abitudine. Anche la prima e la seconda volta che era venuta da me non aveva risposto nemmeno una parola a certe mie domande, limitandosi a fissarmi negli occhi, con sguardo lungo e insistente, in cui, insieme allo stupore e a una curiosità selvaggia, si rispecchiava anche uno strano orgoglio. Adesso, invece, notai nel suo sguardo un'espressione quasi di austerità, di diffidenza, perfino. Feci per passarle una mano sulla fronte, onde assicurarmi se avesse o no la febbre, ma lei la respinse con un gesto lento della manina, e, senza pronunciar parola, voltò il viso verso la parete. Mi allontanai per non disturbarla.


Avevo una grande teiera di rame, che usavo da tempo in luogo del samovar, facendovi bollire l'acqua. La legna non mi mancava, ché il portinaio me ne aveva portata per quattro o cinque giorni. Accesi la stufa, andai a prendere l'acqua e misi la teiera sul fuoco. Preparai quindi le tazze sulla tavola. Elena si voltò verso di me, seguendo con occhi incuriositi ogni mio atto. Le domandai ancora se volesse prendere qualche cosa, ma lei voltò di nuovo la faccia contro il muro e non mi rispose.


«Perché mai è arrabbiata con me?», pensai. «Che strana ragazza!».


Il medico venne, come aveva promesso, verso le dieci. Visitò la malatina con attenzione e meticolosità tutta tedesca e quindi mi rassicurò, dicendo che, nonostante lo stato febbrile in cui si trovava la piccina, non c'era nulla di grave. Aggiunse che la bambina doveva avere qualche altra malattia cronica, probabilmente una malattia di cuore. «Su questo punto, però», disse, «ci vorrebbero osservazioni speciali; per ora fuori pericolo». Le ordinò una pozione e certe polverine, più per abitudine che per vera necessità, e subito cominciò a domandarmi come mai avessi in casa quella bambina. Mentre così parlavamo, egli girava intorno uno sguardo incuriosito, esaminando il mio alloggio. Quel vecchietto era un terribile chiacchierone.


Quanto ad Elena, l'aveva fortemente stupito; gli aveva strappato dalle mani la sua manina, quando gliel'aveva presa per tastare il polso, e s'era rifiutata dl mostrargli la lingua. A tutte le sue domande, non aveva risposto una parola, e aveva continuato a tenere lo sguardo fisso sull'immensa decorazione di San Stanislao che gli pendeva al collo.


- E' probabile che abbia un forte mal di testa, - osservò il vecchietto; - ma come guarda! Dio, come guarda!

Non ritenni necessario raccontargli la storia di Elena, e me la cavai dicendo che quel racconto avrebbe richiesto troppo tempo.


- Se si rendesse necessaria la mia presenza, fatemi avvertire, - disse prima di andarsene. - Per ora, non c'è alcun pericolo.


Decisi di rimanere tutto il giorno accanto a Elena, e per quanto mi sarebbe stato possibile, di non lasciarla sola, finché fosse completamente guarita. Sapendo tuttavia che Natascia ed Anna Andrejevna potevano inquietarsi non vedendomi comparire, decisi di comunicare, almeno a Natascia, per lettera, che quella sera non potevo andare a trovarla. Ad Anna Andrejevna non era possibile scrivere. Lei stessa mi aveva pregato, una volta per sempre, di non mandarle mai lettere, dopo che un giorno le avevo comunicato per iscritto una notizia durante la malattia di Natascia. «Il vecchio si rannuvola, quando vede una tua lettera», mi aveva detto; «vorrebbe saperne il contenuto, pover'uomo, e non può, non sa decidersi a chiedermelo.


Rimane quindi di cattivo umore tutto il giorno. Quanto a me, con una lettera, caro mio, non fai che stuzzicarmi. Che cosa si può dire in dieci righe? Viene voglia di tempestarti di domande, e tu invece, non ci sei». Mi limitai, quindi, a scrivere a Natascia e, mentre portavo la ricetta del dottore in farmacia impostai la lettera.


Elena, frattanto, si era addormentata di nuovo. Nel sonno, continuava a gemere sommessamente e, di tanto in tanto, aveva un sussulto. Il medico aveva indovinato: la fanciulla doveva soffrire un forte mal di capo. Di tanto in tanto, le sfuggiva un lieve grido e si svegliava. Mi guardava quasi indispettita, come se la mia attenzione le riuscisse oltremodo penosa. Confesso che ciò mi era alquanto sgradito.


Alle undici venne a trovarmi Maslobojev. Era preoccupato e come distratto; rimase un momento soltanto perché aveva fretta di trovarsi altrove.


- Beh! fratello, me lo ero immaginato che dovevi avere un domicilio poco decoroso, - osservò guardandosi intorno, - ma non credevo proprio di trovarti in questa specie di baule. Perché è un baule, non un appartamento questo. D'altronde, ciò non importa; il guaio è nel fatto che tutte queste preoccupazioni ti disturbano nel tuo lavoro. Ci ho pensato già ieri, mentre andavamo dalla Bubnova. Devi sapere, mio caro, che io, per la mia natura e per la mia posizione sociale, appartengo a quella razza di uomini che non sanno far nulla di buono per se stessi, ma tengono lunghe prediche agli altri, esortandoli al lavoro. Adesso, ascoltami: forse passerò da te domani o dopodomani; tu, invece, devi assolutamente venire a trovarmi domenica mattina.


Spero che, per allora, la faccenda di questa fanciulla sarà messa a posto; parleremo seriamente di te, giacché vedo che bisogna mi occupi, e seriamente, anche di te. Non è possibile vivere in questo modo. Ieri non ho fatto che qualche allusione, ora ne trarrò le logiche deduzioni. Dimmi francamente, insomma: ritieni disonorevole accettare da me un po' di denaro in prestito?

- Non stare ad attaccar briga! - lo interruppi; - raccontami piuttosto com'è andata a finire laggiù, ieri sera.


- Ma è andata a finire nel miglior modo possibile, e lo scopo è stato raggiunto, capisci? Ora non ho tempo. Non sono passato da te che per un momento, per comunicarti che sono molto occupato e quindi non mi è possibile pensare adesso ai casi tuoi, e anche per domandarti, giacché ci sono, se intendi collocarla in qualche posto o tenerla con te. E' una cosa che dev'essere ben ponderata, prima di prendere una decisione.


- Non posso dirti nulla, per ora, e ti confesso che aspettavo te perché potessimo consigliarci insieme su questo punto. Come, a che titolo potrei tenerla presso di me?

- Potresti tenerla come una donna di servizio, per esempio.


- Parla piano, ti prego. Sebbene malata, è in piena coscienza, e mi sono accorto che è trasalita vedendoti entrare. Ciò significa che si è ricordata dell'incidente di ieri sera...


Gli raccontai le strane manifestazioni del carattere della bambina e tutto ciò che avevo potuto notare in lei fino a quel momento. Le mie parole interessarono fortemente Maslobojev. Aggiunsi che forse, in seguito, l'avrei fatta accogliere in qualche famiglia, e gli raccontai in breve dei miei vecchietti. Con mia grande meraviglia, constatai che la storia di Natascia gli era in parte già nota; e quando gli domandai se ne fosse al corrente, mi rispose:

- Così: ne ho sentito parlare di sfuggita, a proposito di un certo affare. Ti ho ben detto che conosco il principe Valkovski, no? E' una buona idea quella di mettere la piccina in casa di quei vecchi. A te, non potrebbe essere che d'impaccio. Ecco, un'altra cosa ancora: le occorre qualche documento. Ma non t'inquietare per questo: ci penso io. Addio, vieni a trovarmi spesso. Dorme?

- Mi pare, - risposi.


Ma non appena egli fu uscito, Elena mi chiamò.


- Chi è? - domandò. La voce le tremava, ma mi guardava sempre con quel suo sguardo fisso e austero. Non saprei qualificare altrimenti quello sguardo.


Le dissi il nome di Maslobojev e aggiunsi che appunto con l'aiuto di lui l'avevo strappata dalle mani della Bubnova, la quale ne aveva molta paura. Le sue guance si accesero a un tratto, probabilmente per il ricordo penoso.


- E non verrà mai qui, lei? - mi domandò, fissandomi con sguardo scrutatore.


Mi affrettai a rassicurarla. Tacque, mi strinse per un momento con le dita calde la mano, poi la respinse subito, come ravvedendosi: «Non è possibile che provi realmente tanta avversione per me», pensai. «Sarà una maniera, oppure... oppure, semplicemente, la poveretta avrà provato tanto dolore in vita sua, che non ha più fiducia in nessuno».


All'ora stabilita, andai a prendere la medicina e contemporaneamente entrai in una vicina trattoria, dove mi conoscevano per esserci andato a mangiare alcune volte e dove avevo credito.


Uscendo di casa, avevo portato con me un recipiente e presi in trattoria una porzione di brodo di pollo per Elena. La fanciulla, però, non volle mangiare, ed io misi il brodo sulla stufa.


Dopo averle dato la medicina, mi misi al lavoro. Credevo che si fosse addormentata, ma guardandola dopo un momento, per caso, mi accorsi che si era sollevata sul guanciale e mi osservava attentamente, mentre scrivevo. Finsi di non accorgermene.


Infine, si addormentò davvero, e, con mio grande piacere, la vidi dormire d'un sonno calmo, senza gemiti né delirio. Cominciai a ragionare con me stesso: Natascia, non sapendo di che si trattasse, poteva non solo essere malcontenta, non vedendomi comparire da lei, ma anche addolorarsi per la mia mancanza d'interessamento a suo riguardo, proprio in quel momento, in cui la mia presenza le era forse più necessaria che mai. Indubbiamente, doveva avere preoccupazioni speciali, qualche incarico da darmi, una commissione da farmi eseguire, e io, quasi a farlo apposta, non ero con lei.


Quanto ad Anna Andrejevna, non sapevo affatto come avrei potuto, il giorno dopo, giustificarmi ai suoi occhi. Dopo aver pensato a lungo, decisi di passare un momento tanto dall'una che dall'altra. La mia assenza non sarebbe durata più di due ore in tutto. Elena dormiva e non se ne sarebbe nemmeno accorta. Balzai in piedi, indossai il pastrano, presi il berretto e feci per uscire, quando Elena mi chiamò improvvisamente. Rimasi sorpreso: possibile che avesse finto di dormire?

Voglio, a questo proposito, fare un'osservazione: sebbene Elena fingesse di non voler parlare con me, quelle sue frequenti chiamate, quel suo bisogno di rivolgersi a me perché risolvessi ogni suo dubbio, erano in contraddizione con lei stessa, e confesso che mi faceva piacere.


- A chi volete darmi? - domandò, quando mi fui avvicinato al letto.


Quando mi rivolgeva qualche domanda, Elena, generalmente, lo faceva all'improvviso. Questa volta, a tutta prima, non la capii neppure.


- Poco fa, avete detto al vostro amico che volete mettermi in una casa. Non andrò in nessun posto.


Mi chinai su di lei: ardeva quanto mai; aveva una nuova crisi di febbre. Cominciai a rassicurarla e a farle coraggio, promettendole di tenerla con me, se tale era il suo desiderio. Così dicendo, mi tolsi il pastrano e il berretto. Non potevo decidermi a lasciarla sola e in simile stato.


- No, andate! - disse, avendo subito capito che volevo rimanere a casa. - Voglio dormire; m'addormenterò subito.


- Ma come puoi rimanere sola? - le dissi, sconcertato. - Ad ogni modo, avevo intenzione d'uscire per non più d'un paio d'ore...


- Benissimo, andate, dunque. Secondo voi, allora, se dovessi rimanere malata per un anno, per un anno non dovreste più uscire di casa?

Abbozzò un sorriso e mi guardò con aria strana, come se combattesse contro un buon sentimento che le si fosse svegliato in cuore.


Poveretta! Il suo cuore, pieno di bontà e di tenerezza, si rivelava a dispetto di tutta la sua misantropia e la sua apparente animosità.


Anzitutto, corsi da Anna Andrejevna. Mi aspettava con febbrile impazienza e mi accolse con rimproveri; era terribilmente inquieta:

Nicola Serghejevitc era uscito subito dopo il pranzo, e lei non sapeva dove fosse andato. Presentivo che, come accadeva di solito, la vecchietta non aveva saputo trattenersi e gli aveva raccontato ogni cosa, per via di «allusioni». Ella, del resto, me ne fece quasi la confessione, dicendo che non aveva potuto fare a meno di dividere con lui una tal gioia; ma che Nicola Serghejevitc, invece, per usare le sue stesse parole, «era diventato più nero di una nuvola», non disse nulla, «continuando a tacere e non rispondendo nemmeno alle mie domande», poi, improvvisamente, dopo il pranzo, si era vestito ed era uscito di casa! Raccontandomi ciò, Anna Andrejevna per poco non tremava di paura, e mi supplicò di aspettare insieme con lei il ritorno di Nicola Serghejevitc. Mi rifiutai categoricamente di accontentarla, e le dissi che forse non sarei tornato nemmeno il giorno dopo, e che anche allora ero passato da lei soltanto per avvertirla. Quella volta mancò poco che non ci bisticciassimo sul serio. Proruppe in lacrime, mi fece aspri e ingiusti rimproveri, e solo quando già stavo per aprire la porta mi si gettò a un tratto al collo, mi strinse con ambo le braccia e mi pregò di non essere in collera con lei, «povera orfana», e di non ritenere come un'offesa le sue parole.


Trovai Natascia, contrariamente alle mie supposizioni, ancora sola, e, cosa strana, mi sembrò che questa volta non fosse contenta di vedermi, come era stata la sera precedente e tutte le altre volte. Pareva che la mia presenza le desse fastidio, la facesse indispettire. Quando le domandai se Alioscia fosse andato a trovarla, mi rispose:

- Certo che è stato qui; però, non è rimasto molto con me. Ha promesso di tornare questa sera, - aggiunse impensierita.


- E' venuto anche ieri sera?

- N...o, l'hanno trattenuto, - disse in fretta. - Ebbene, Vania, e i tuoi affari?

Compresi che desiderava, non capivo perché, sviare il discorso. La guardai con maggiore attenzione. Era evidentemente snervata. Tuttavia, avendo notato che continuavo a guardarla fissamente, mi gettò un rapido sguardo così carico di collera, che ne rimasi come scottato.


«Ha un nuovo dolore in cuore», pensai, «ma non vuole confessarmelo».


Rispondendo alla sua domanda riguardo ai miei affari, le raccontai la storia di Elena con tutti i particolari. La mia narrazione l'interessò molto e le fece una profonda impressione.


- Santo Dio! E hai potuto lasciarla sola, malata com'è?! - esclamò.


Le spiegai che, sulle prime, avevo avuto intenzione di non recarmi da lei, ma poi avevo pensato che poteva aver bisogno di me e si sarebbe forse adirata non vedendomi comparire.


- Bisogno? - ripeté lei tra sé, come meditando su qualche cosa. - Forse, Vania, hai ragione, e ho infatti bisogno di te, ma ne riparleremo un'altra volta. Sei stato dai miei?

Le raccontai la visita fatta ad Anna Andrejevna.


- Sì. Dio solo può sapere come mio padre accoglierà tutte quelle notizie. Del resto, in verità, che c'è di speciale da accogliere?...


- Come, che c'è di speciale? - domandai. - Un cambiamento così importante!

- Ma... così... Dove può essere andato? L'altra volta pensavate che fosse venuto da me. Vedi, Vania: se ti è possibile, vieni da me domani. Può darsi che ti dica qualche cosa... Mi vergogno di disturbarti continuamente, ed ora faresti bene a tornare dalla tua malata. Credo che siano ormai più di due ore, da quando sei uscito di casa!

- Sì, sono più di due ore. Addio, Natascia. Beh! come è stato oggi con te Alioscia?

- Alioscia? Nulla di speciale; mi stupisco della tua curiosità .


- Arrivederci, cara.


- Addio!

Mi tese la mano con una certa negligenza e si volse da una parte per non vedere il mio sguardo d'addio. Uscii alquanto stupito.


«D'altronde», dissi tra me, «avrà tanti pensieri per il capo! Sono cose che devono essere ponderate con serietà. Domani sarà la prima a raccontarmi tutto».


Tornai a casa fortemente afflitto e, non appena ebbi aperto la porta, rimasi proprio stupefatto. La camera era buia, ma riuscii nondimeno a vedere Elena, che era seduta sul divano, con la testa abbassata sul petto, come immersa in profondi pensieri. Non mi gettò nemmeno uno sguardo; sembrava intorpidita. Mi avvicinai a lei: mormorava qualche cosa tra sé. «Sarà il delirio», pensai.


- Elena, mia cara, che hai? - domandai, prendendo posto accanto a lei e abbracciandola.


- Voglio andarmene... Preferisco andare da lei, - disse senza alzare la testa.


- Dove? Da chi? - feci, stupito.


- Da lei, dalla Bubnova. Continua a ripetere che le devo un mucchio di denaro; che ha seppellito mia madre a proprie spese... Non voglio che possa ingiuriare mia madre... Voglio lavorare da lei e renderle tutto col mio lavoro... Dopo, me ne verrò via; adesso, invece, voglio tornare da lei!

- Calmati, Elena, tu non puoi tornare da lei! - dissi. - Quella donna ti torturerà, ti perderà...


- Mi torturi, mi perda pure, - ribatté Elena con calore, - non sarò io la prima; ce ne sono di migliori di me che sono torturate. Me l'ha detto una volta una mendicante per strada. Sono povera, e voglio restare povera. Rimarrò povera tutta la vita; così mi ha ordinato la mamma morendo. Lavorerò... Non voglio portare un vestito come questo.


- Domani stesso te ne comprerò un altro. Ti porterò qui anche i tuoi libri. Vivrai con me. Non ti darò a nessuno, se non lo vorrai tu stessa; calmati...


- Andrò a fare la serva.


- Va bene, va bene, ma ora calmati; sdraiati e cerca di dormire!

Ma la povera ragazzetta proruppe in pianto. A poco a poco, il suo pianto divenne un continuo singhiozzo. Non sapevo che fare; le portai dell'acqua, le bagnai la testa, le tempie. Infine cadde sul divano assolutamente esausta, tremando in un nuovo accesso di febbre. La coprii di tutto ciò che potei trovare, e si addormentò di un sonno agitato, svegliandosi ogni momento e sussultando.


Sebbene quel giorno non avessi camminato molto, mi sentivo terribilmente stanco e decisi di andarmene a dormire anch'io per tempo. La testa mi formicolava di pensieri dolorosi e assillanti.


Presentivo che con quella bambina avrei avuto non pochi grattacapi. Ma più di ogni altra cosa, mi preoccupava Natascia e quanto la concerneva. Ricordo che mai prima di allora ero stato oppresso da tanta angoscia come in quella disgraziata notte.




CAPITOLO 9


Mi svegliai indisposto, molto tardi; erano quasi le dieci. Mi girava e doleva la testa. Gettai uno sguardo sul letto di Elena: era vuoto.


Contemporaneamente, dalla camera a destra, giunse al mio orecchio un fruscio strano, come se qualcuno scopasse per terra. Andai a vedere di che si trattasse. Elena teneva in mano una scopa, e sostenendo con l'altra mano il suo elegante vestitino, che non si era ancora tolto dalla sera prima, scopava il pavimento. La legna preparata per la stufa era messa in ordine nell'angolo; la tavola era ripulita, la teiera brillava; insomma, Elena aveva assunto il governo della casa.


- Senti, Elena, - gridai, - chi ti obbliga a scopare il pavimento? Non voglio che tu lo faccia, sei ammalata; sei forse venuta qui per fare la serva, tu?

- E chi dunque dovrebbe scopare il pavimento, qui? - mi rispose, raddrizzandosi e guardandomi in faccia. - Ora non sono più malata.


- Ma io non ti ho mica presa qui per lavorare, Elena. Si direbbe che tu abbia timore che io ti faccia dei rimproveri, come la Bubnova, di vivere in casa mia a ufo. E dove l'hai presa questa cattiva scopa? Non ne ho mai avute di scope, io! - aggiunsi, guardandola sorpreso.


- E' mia. Me la sono portata qui. Anche quando viveva ancora il nonno venivo qui a fargli pulizia. La scopa era ancora sotto la stufa.


Tornai nella camera soprappensiero. Forse avevo torto pensando così, ma mi sembrò che la mia ospitalità le fosse penosa e che per ciò volesse provarmi a ogni costo che non mangiava il mio pane a ufo. «Se è proprio così, che carattere inasprito è mai il suo!», pensai. Circa due minuti dopo tornò anche lei nella camera e si sedette sul divano, allo stesso posto del giorno precedente, gettando su di me sguardi scrutatori. Nel frattempo, io avevo fatto bollire l'acqua nella teiera e preparato il tè; poi lo versai in una tazza e glielo offrii con un pezzo di pane bianco. Lo prese in silenzio, senza protestare. In quelle ultime ventiquattr'ore non aveva mangiato quasi nulla.


- Ecco, guarda! ti sei insudiciato anche il vestitino con la scopa, - dissi, avendo notato una larga striscia sporca sull'orlo della sottana.


Lei si accertò dell'esattezza delle mie parole, poi, con mia grande meraviglia, mise la tazza sulla tavola, prese con ambo le mani il vestitino di mussola, e, con gesto lento, apparentemente fredda e calma, lo lacerò d'un sol colpo dall'alto in basso per tutta la sua lunghezza. Fatto ciò alzò su di me uno sguardo fiammeggiante e ostinato. Aveva il viso estremamente pallido.


- Che fai, Elena? - gridai, persuaso di avere a che fare con una pazza.


- E' un brutto vestito, - disse, quasi soffocando per l'agitazione. - Perché avete detto che è bello? Non voglio portarlo! - gridò a un tratto, balzando in piedi. - Lo faccio a pezzi. Non l'ho mai pregata di vestirmi in questo modo. E' stata lei a farmi indossare questo vestito, per forza. Ne ho già fatto a pezzi un altro simile, ora faccio lo stesso con questo. Sì, lo strappo, lo strappo!

Fuori di sé, si scagliò contro il disgraziato vestitino, e lo fece a pezzi in un baleno. Quand'ebbe terminato, il suo viso era pallido come un cencio, e non poteva neanche più stare in piedi. Io rimasi stupito davanti a tanta furia. Lei, invece, mi guardava con occhi provocanti, come se anch'io fossi colpevole di qualche cosa nei suoi confronti. Ma già sapevo che cosa avevo da fare.


Decisi di comprarle senza indugio, quella mattina stessa, un altro vestito. Non era possibile influire su quell'essere selvaggio e inasprito se non con la bontà! Faceva l'impressione di un'anima che non avesse mai avuto a che fare con gente buona. Se già una volta, a dispetto di una severa punizione, aveva ridotto a brandelli un vestito come quello che aveva indosso, con che rabbia doveva vedere quest'ultimo, che ricordava un momento orribile e recente!

Al mercato si poteva comperare a buon prezzo un vestito semplice e bellino. Il guaio era che in quel momento ero quasi assolutamente sprovvisto di denari. Già la sera prima, però, ancora prima di andare a letto, avevo deciso di recarmi senza indugio in un posto, dove potevo sperare di procurarmene, e che si trovava proprio dalla parte del mercato. Presi il cappello. Elena osservava i miei movimenti come se aspettasse qualche cosa.


- Mi chiuderete di nuovo a chiave? - mi domandò, vedendomi prendere la chiave per chiudere, uscendo, la porta, come avevo fatto il giorno prima e l'altro ancora.


- Figliola mia, - dissi avvicinandomi a lei, - non avertene a male.


Chiudo perché potrebbe venire qualcuno. Tu sei malata, per ora, e forse ti spaventeresti. Chissà, poi, chi potrebbe venire; non potrebbe darsi che venisse magari la Bubnova?

Quella supposizione non era per me che un pretesto. In verità, se chiudevo, lo facevo perché diffidavo di lei. Mi sembrava che un giorno o l'altro sarebbe fuggita. Avevo quindi deciso di prendere qualche precauzione, almeno per i primi tempi. Elena tacque, e io la chiusi a chiave anche questa volta.


Conoscevo un editore che, già da tre anni, andava pubblicando una rivista. Mi era già accaduto altre volte, trovandomi a corto di denaro, di rivolgermi a lui per avere qualche lavoro, e non mi aveva mai lasciato negli impicci; mi aveva, anzi, sempre pagato coscienziosamente. Mi recai dunque da questo editore e riuscii a ottenere venticinque rubli d'acconto per un articolo che m'impegnai di consegnargli entro una settimana. Speravo, tralasciando qualche poco il mio romanzo, d'essere pronto con l'articolo per il giorno stabilito. Facevo spesso così nei momenti di estremo bisogno.


Appena in possesso del denaro, mi recai al mercato. Non tardai a trovare una vecchia mercantessa di mia conoscenza, che vendeva ogni sorta di stracci. Cercai di darle come potevo meglio un'idea della corporatura di Elena, e lei mi offrì subito un vestitino di percalle chiaro, fortissimo, che certo non era stato lavato più di una volta, per un prezzo molto conveniente. Presi anche uno di quegli scialletti che le donne portano al collo. Pagando, mi venne in mente che Elena avrebbe avuto bisogno anche di una pelliccia, di un mantello o di qualche cosa di simile. Il tempo era freddo, e lei non aveva assolutamente nulla da mettersi addosso. Rimandai,però, quell'acquisto a un'altra volta. Era tanto suscettibile, tanto orgogliosa Elena! Già non potevo prevedere come avrebbe accolto anche soltanto il vestitino che le avevo comprato, nonostante avessi scelto di proposito il più semplice, il più comune, il meno appariscente, che mi fosse stato possibile trovare. Comprai, nondimeno, anche due paia di calze: un paio di cotone e l'altro di lana. Gliele avrei potute dare col pretesto che la nostra camera era fredda e che lei era ammalata. In realtà, avrebbe avuto bisogno anche di un po' di biancheria, ma decisi di rimandare la compera a quando ci saremmo conosciuti meglio. Comperai, però, una vecchia tenda per il letto, cosa che consideravo assolutamente necessaria e che poteva procurare a Elena un gran piacere.


Con tutto ciò, non tornai a casa che alla una. La serratura si apriva quasi senza far rumore, di modo che Elena, lì per lì, non si accorse neppure del mio ritorno. Mi accorsi che era ritta accanto alla tavola, intenta a rovistare fra i miei libri e i miei scritti. Udendo i miei passi, chiuse rapidamente il libro che stava leggendo, e, violentemente arrossendo, si allontanò dalla tavola. Gettai uno sguardo sul libro, e vidi che era il mio primo romanzo, pubblicato in volume, col mio nome sulla copertina.


- Mentre eravate fuori, è venuto qualcuno, non so chi, a bussare all'uscio, - mi disse; e dall'intonazione della sua voce mi parve che volesse provocarmi, rimproverandomi d'aver chiuso a chiave.


- Sarà stato il medico, - risposi. - Non hai domandato chi era?

- No.


Senza rispondere, aprii il fagotto che avevo portato e ne tirai fuori il vestitino.


- Ecco, mia cara Elena, - dissi avvicinandomi a lei; - non è possibile che tu continui a portare questi stracci che hai indosso. Ti ho comprato un vestitino, il vestitino più semplice, il più a buon mercato possibile, di modo che la cosa non deve darti pensiero; non costa che un rublo e venti copeche. Portalo, vedrai che ti andrà bene.


Deposi il vestito accanto a lei. Lei avvampò e per un momento rimase a guardarmi con gli occhi spalancati. Era stupita al massimo grado e, al tempo stesso, il suo viso denotava, o almeno così mi parve, un certo senso di vergogna. Notai pure, però, nei suoi occhi, brillare una luce dolce e mite. Vedendo che taceva, io mi voltai verso la tavola.


Evidentemente, il mio gesto la stupiva al massimo grado. Si era, però, fatta forza, e se ne stava ora seduta sul divano, silenziosa, con gli occhi a terra.


Mi doleva la testa; il capogiro si accentuava sempre più. L'aria fresca non mi aveva recato alcun sollievo.


Nondimeno, dovevo andare da Natascia. La mia inquietudine per lei non era punto diminuita dal giorno prima; andava anzi aumentando ogni momento. A un tratto, mi parve che Elena mi chiamasse. Mi voltai dalla sua parte.


- Non chiudetemi a chiave quando uscite! - disse, guardando altrove e stiracchiando con le dita la frangia del divano, quasi fosse tutta assorta in quell'occupazione. - Non me ne andrò via.


-Va bene, Elena, siamo d'accordo. Ma se dovesse venire qualcuno? E Dio sa chi potrebbe capitare!

- Lasciatemi la chiave, io mi chiuderò dentro, e se qualcuno viene a bussare, risponderò che non siete in casa.


E mi guardò con aria maliziosa, come se volesse dire: «E' una cosa tanto semplice!».


- Chi vi lava la biancheria? - mi domandò quindi prima che avessi tempo di risponderle.


- Una donna qui della casa.


- La so lavare anch'io. E dove avete preso il mangiare ieri?

- In trattoria.


- So anche far da mangiare. Vi preparerò il pranzo.


- Lascia stare, Elena, che cosa vuoi saper cucinare tu? Stai dicendo cose proprio senza senso...


Elena rimase zitta e abbassò la testa. La mia osservazione l'aveva evidentemente addolorata. Trascorsero almeno dieci minuti; tacevamo entrambi.


- La minestra! - disse Elena a un tratto, senza alzare la testa.


- Come, la minestra? Che minestra? - domandai stupito.


- So preparare la minestra. La preparavo sempre per la mamma, quando era malata. Anche al mercato andavo.


- Vedi, Elena, vedi come sei orgogliosa? - dissi avvicinandomi a lei e sedendomi al suo fianco sul divano. - Agisco verso di te come mi ordina il cuore. Tu sei sola soletta, senza parenti, sventurata. Io voglio aiutarti. Faresti altrettanto anche tu se io mi sentissi male.


Tu, però, non vuoi ragionare in questo modo, e ti riesce penoso accettare da me anche il più piccolo regalo. Vuoi subito ripagarlo col lavoro, come se io fossi la Bubnova e ti rimproverassi. Se è così, devi vergognarti di avere simili sentimenti, Elena!

Non rispose; le labbra le tremavano. Sembrava che volesse dirmi qualche cosa; ma poi si frenò, e non disse nulla. Io mi alzai per recarmi da Natascia. Questa volta lasciai la chiave a Elena, pregandola, se qualcuno fosse venuto a domandare di me, di chiedergli chi fosse.


Ero convinto, convintissimo, che a Natascia fosse accaduto qualche grosso guaio, e che, per il momento, me lo tenesse nascosto, come del resto aveva già fatto altre volte. Ad ogni modo, ero deciso a fare una capatina da lei, una capatina brevissima, per non irritarla con la mia insistenza.


Non m'ero sbagliato. Mi accolse anche questa volta con un duro sguardo di contrarietà. Avrei dovuto tornarmene subito via, ma le gambe non mi reggevano più.


- Sono venuto qui, solo per un attimo, Natascia, - cominciai a dirle; - vorrei chiederti consiglio. Che cosa debbo farne della piccina che mi sono presa in casa?

E proseguii senza indugio, narrandole con ogni particolare quanto concerneva Elena. Mi ascoltò in silenzio.


- Non so che cosa consigliarti, Vania, - rispose poi. - Da quanto mi hai detto, si può arguire che si tratta di un essere molto strano.


Forse dipende dal fatto che è stata molto offesa, che ha sofferto troppo. Lasciale almeno il tempo di guarire! Vorresti farla entrare in casa dei miei, vero?

- Continua a ripetermi che non mi vuol lasciare. D'altra parte, Dio solo può sapere come l'accoglierebbero laggiù. E così, non so proprio che fare. E tu, mia cara? Come stai? Ieri mi parve che non stessi un gran che bene. Mi sbaglio? - domandai timidamente.


- No... anche oggi ho un po' di mal di testa, - rispose distratta. - Non hai visto nessuno dei miei?

- No, andrò da loro domani. Domani è sabato...


- Ebbene?

- Non è la sera in cui deve venire qui il principe?...


- E con questo ? Non me ne sono certo dimenticata.


- Oh! dicevo soltanto così...


Mi si fermò di fronte e mi fissò con uno sguardo lungo e penetrante.


Notai nel suo sguardo un non so che di deciso, di ostinato, qualche cosa di febbrile, di agitato.


- Senti, Vania, - disse, - fammi il piacere di lasciarmi sola; mi disturbi.


Mi alzai dalla poltrona e la guardai con inesprimibile stupore.


- Cara la mia Natascia! Che hai? Che è successo? - esclamai spaventato.


- Non è successo nulla! Saprai tutto domani; adesso voglio restare sola. Senti, Vania, vattene subito!

- Dimmi almeno...


- Tutto, saprai tutto domani! Oh, santo Dio, ti deciderai una volta a lasciarmi, o no?

Uscii. Ero così sconvolto, da non potermi riavere. Mavra mi rincorse in anticamera.


- E' arrabbiata? - mi domandò. - Ho timore a parlarle.


- Ma che ha?

- Ha che il nostro giovanotto non si fa più vedere: con oggi, sono tre giorni che non si fa vivo.


- Come, tre giorni!? - esclamai stupito. - Ma se mi disse lei stessa che è stato qui ieri mattina e che doveva poi tornare anche ieri sera!

- Che sera! Neanche di mattina c'è stato! Vi dico che dall'altro ieri non ha più fatto vedere la punta del naso. Possibile che vi abbia detto che è venuto ieri mattina?

- Sì, mi ha detto proprio così.


- Già, - fece Mavra impensierita, - dov'essere toccata proprio sul vivo, se nemmeno davanti a voi vuol confessare la verità. Che razza d'uomo!

- Ma che significa tutto questo?- esclamai.


- Non so proprio come comportarmi con lei, - continuò Mavra, allargando le braccia. - Ieri, per due volte, mi ha mandata da lui, poi mi ha fatto tornare indietro. Oggi, invece, non vuol più parlare nemmeno con me. Se almeno voi poteste parlargli! Io non oso lasciarla sola.


Fuori di me, mi slanciai di corsa giù per le scale.


- Verrete da noi questa sera? - gridò Mavra.


- Vedremo, - risposi, senza fermarmi. - Forse passerò soltanto da te per domandare se c'è qualche cosa di nuovo. Se pure sarò vivo...


Avevo, infatti, sentito un'impressione dolorosa, come se qualche cosa mi avesse colpito proprio al cuore.




CAPITOLO 10


Mi recai direttamente da Alioscia. Abitava in casa di suo padre, nella Piccola Murskaia. Il principe vi occupava un appartamento molto vasto, nonostante fosse solo. Alioscia aveva per sé due bellissime stanze. Io non lo frequentavo che molto di rado, credo persino di non esserci stato, prima di allora, che una sola volta. Lui, invece, veniva a trovarmi più di frequente; soprattutto nei primi tempi della sua relazione con Natascia.


Non lo trovai a casa. Passai direttamente nelle sue camere e gli scrissi un biglietto nei termini seguenti:

«Alioscia, credo che siate impazzito. Dato che martedì sera vostro padre stesso pregò Natascia di farvi l'onore di consentire ad essere vostra moglie, cosa di cui vi mostraste entusiasta, e io ne fui testimonio, convenite che la vostra condotta, in simili circostanze, è un po' strana. Sapete che cosa fate a Natascia? Ad ogni modo, il mio biglietto vi ricorderà che la vostra condotta, riguardo alla vostra futura sposa, è leggera e indegna al più alto grado di un gentiluomo.


So benissimo che non ho nessun diritto di ammonirvi, ma non me ne importa nulla.


«P. S. Natascia non sa niente di questa mia lettera, e non è nemmeno stata lei a parlarmi di voi».


Chiusi il biglietto in una busta, che lasciai sulla scrivania. Alla mia domanda, il domestico rispose che Alessio Petrovitc non era quasi mai a casa, e che certamente anche questa volta non sarebbe tornato che a notte tardissima, verso l'alba.


Mi trascinai a casa a stento. La testa mi girava. Le gambe mi tremavano e non mi reggevano più. La porta del mio appartamento era aperta. Trovai Nicola Serghejevitc Ikmenev che mi aspettava. Era seduto presso la tavola e, senza dir parola, guardava stupito Elena, la quale lo osservava con non minor stupore, tacendo anch'essa ostinatamente.


«Chissà che strana impressione avrà prodotto su di lui!», pensai.


- Ti attendo da un'ora, mio caro, e ti confesso che non mi sarei mai aspettato... di trovarti così, - continuò, girando lo sguardo intorno e ammiccando dalla parte di Elena.


I suoi occhi riflettevano una grande meraviglia. Avendolo, però, osservato più da vicino, ci notai pure un'espressione di inquietudine e di tristezza. Il suo viso era più pallido del solito.


- Siediti, siediti, - continuò con aria preoccupata e affaccendata. - Mi sono affrettato a venire da te per parlarti di un affare; ma tu, che hai? Sei pallido come uno straccio!

- Non mi sento bene. Ho il capogiro da stamane.


- Bada che non è cosa da trascurare. Hai preso freddo?

- No, non è altro che un accesso nervoso. Di tanto in tanto, mi capita. Ma voi, state bene?

- Così così. Siediti. Devo parlarti di un affare.


Avvicinai una sedia e mi sedetti presso la tavola, davanti a lui. Il vecchio si chinò verso di me e cominciò a mezza voce:

- Non guardarla, fa come se parlassimo di cose estranee. Chi è quella tua ospite?

- Più tardi vi spiegherò ogni cosa, Nicola Serghejevitc. E' una povera ragazzetta, orfana di padre e di madre, nipote di quel vecchio Smith che viveva in questo appartamento e che morì nella pasticceria.


- Ah, aveva anche una nipote, dunque? Sai che è strana quella ragazza?

Osserva come guarda! come guarda! Ti dico sinceramente che se avessi tardato ancora cinque minuti a tornare, sarei scappato. Ho durato fatica a persuaderla ad aprirmi, e da quel momento non ha pronunciato parola; fa persino paura a stare con lei; non fa l'impressione di un essere umano. Ma in che modo è capitata qui? Ah, capisco: sarà venuta a trovare suo nonno, senza sapere che era morto.


- Sì, essa è molto disgraziata. Il vecchio, morendo, si ricordò di lei - Uhm! La nipote è tal quale era il nonno. Più tardi mi racconterai ogni cosa. Forse troveremo anche il modo di aiutarla un poco, se è tanto sventurata... Adesso, però, si potrebbe forse dirle che se ne vada, perché ho da parlarti.


- Ma non ha dove andare; abita qui, da me!

Spiegai al vecchio, in breve, come erano andate le cose, aggiungendo che si poteva parlare anche in sua presenza, visto che era una bambina.


- Certo... già, è una bambina. Ma tu, caro mio, mi stupisci proprio sul serio. Abita dunque con te, santo Dio?

E il vecchio la guardò ancora, meravigliato. Elena, sentendo che si parlava di lei, rimaneva silenziosa, a testa bassa, gualcendo con le dita la frangia del divano. Aveva già indossato il vestitino nuovo, che pareva fatto proprio sulla sua misura. Aveva i capelli più lisciati del solito; forse si era pettinata con più cura per inaugurare il vestitino nuovo. Se non avesse avuto quel suo sguardo, strano e selvaggio, sarebbe stata una bambina molto graziosa.


- Ecco, in poche e chiare parole, la ragione che mi ha spinto a venire qui, - cominciò a dirmi il vecchio. - Si tratta di una faccenda seria, mio caro, di una cosa piuttosto lunga.


Se ne stava a testa bassa, con aria grave e meditabonda, e nonostante la sua fretta e le sue «poche e chiare parole», non ne trovava per cominciare il discorso.


«Che diamine può essere?», pensavo.


- Vedi, Vania, sono venuto per rivolgerti una preghiera. Prima, però... lo capisco soltanto adesso, bisogna che ti spieghi certe circostanze... circostanze molto intime.


Tossì e mi gettò uno sguardo di sfuggita; poi arrossì e si irritò contro se stesso per la sua dappocaggine; si irritò, e si decise di colpo.


- Insomma, che c'è da spiegare in tutto ciò? Lo capisci perfettamente anche tu! Voglio semplicemente sfidare il principe a duello, ti prego di essere mio padrino.


Mi rigettai sullo schienale della sedia, guardandolo con occhi pieni di stupore.


- Che hai da guardarmi in questo modo? Non sono ancora impazzito!

- Permettete, Nicola Serghejevitc: con che pretesto lo sfidereste?

Quale sarebbe il vostro scopo? E poi, non è possibile!

- Pretesto! Scopo! - esclamò il vecchio. - Questa è bella!...


- Va bene, va bene, so già quello che vorreste dirmi; ma a che cosa gioverebbe un atto simile da parte vostra? Credete che il duello possa essere una soluzione, nel vostro caso? Confesso di non capirci nulla.


- Ecco, lo dubitavo, lo dubitavo proprio, che non avresti capito nulla, Ascoltami: la nostra causa è terminata (cioè, sarà terminata in questi giorni; non restano ormai che poche formalità); io sono condannato e dovrò pagare, secondo quanto è stato deliberato, ben diecimila rubli. L'Ikmenevka coprirà questa somma. Quindi, ora, quel vigliacco è sicuro del suo denaro, e io, avendogli abbandonato l'Ikmenevka, divento un estraneo per lui. Adesso posso dunque alzare la testa. E' così, veneratissimo principe: mi avete continuato a oltraggiare per ben due anni; avete disonorato il mio nome, diffamato l'onore della mia famiglia, e io dovevo sopportare ogni cosa! Allora non potevo sfidarvi a duello perché mi avreste risposto senz'altro:

«Ah, uomo astuto, vuoi uccidermi per non sborsare il denaro che mi devi, denaro che, lo sai benissimo, il tribunale ti costringerà presto o tardi a pagare! No, prima vedremo come andrà a finire la causa e poi potrai sfidarmi a duello». Ora, veneratissimo principe, il processo è terminato, voi siete assicurato, quindi non possono più esserci difficoltà di sorta; vogliate dunque scendere sul terreno. Ecco come stanno le cose. Credi forse che io non abbia il diritto di vendicarmi, in fin dei conti, di tutto quello che mi è stato fatto?

I suoi occhi scintillavano. Lo guardai a lungo senza rispondere.


Volevo penetrare il suo intimo pensiero.


- Sentite, Nicola Serghejevitc, - risposi infine, essendomi deciso a pronunciare la parola essenziale, senza la quale non avremmo mai potuto capirci. - Potete essere sincero con me ?

- Lo posso, - mi rispose con fermezza.


- Ditemi dunque francamente: è soltanto un sentimento di vendetta che vi spinge a sfidarlo, o avete qualche altro scopo?

- Vania, - mi rispose, - tu sai bene che non permetto a nessuno di toccare, parlandomi, certi argomenti; per questa volta, tuttavia, farò eccezione, perché tu, con la tua perspicacia, hai subito capito che non è possibile lasciar da parte quell'argomento. Sì, ho anche un altro scopo. Voglio salvare mia figlia perduta e toglierla dalla strada della perdizione, su cui l'hanno portata gli ultimi avvenimenti.


- Come farete a salvarla con quel duello?

- Impedendo l'attuazione di tutto ciò che si sta combinando laggiù.


Ascoltami: non devi pensare, tuttavia, che in me parli la tenerezza del padre o qualche altra debolezza di quel genere. Non sono che sciocchezze queste! Non lascio vedere a nessuno l'intimo del mio cuore. Nemmeno tu lo conosci. Mia figlia mi ha abbandonato, è fuggita da casa mia col suo amante, e io me la strappai dal cuore, la strappai una volta per sempre, quella sera stessa, te ne ricordi? Se poi mi hai visto singhiozzare sul suo ritratto, ciò non vuol dire che io abbia intenzione di perdonarla. Non la perdonai nemmeno allora. Piangevo sulla mia felicità perduta, sui sogni vani, ma non piangevo su di lei, su quella che è adesso. Può anche darsi che io pianga spesso; non mi vergogno di confessarlo, come non mi vergogno di confessare che una volta amavo mia figlia più di ogni altra cosa al mondo. Tutto ciò è in evidente contraddizione col desiderio che ti ho espresso riguardo al duello. Tu puoi dirmi: se è così, se siete proprio indifferente al destino di colei che non considerate più come vostra figlia, perché volete immischiarvi in ciò che stanno combinando laggiù? Io ti rispondo: anzitutto perché non voglio lasciar trionfare un uomo miserabile e crudele; in secondo luogo, in virtù del più semplice senso di umanità. Se anche non è più mia figlia, è sempre un essere debole, indifeso e ingannato, che stanno attirando in una trappola per perderla del tutto. Immischiarmi direttamente nella faccenda non posso, posso però intervenire indirettamente, sfidandolo a duello. Se rimarrò ucciso o anche soltanto se sarà versato il mio sangue, è mai possibile che lei possa passar sopra al nostro duello, e forse anche sopra al mio cadavere, per andare all'altare col figlio del mio assassino, come la figlia di quel re (ti ricordi? era scritto in un libro che tu leggevi da bambino) che passò nel carro trionfale sul cadavere di suo padre? Inoltre, credo che, se le cose prenderanno questa piega, se scenderemo sul terreno, i principi stessi non vorranno più saperne di questo matrimonio. Per dirla in breve, quel matrimonio non deve avvenire, voglio che non avvenga, e farò ogni sforzo per impedire che si faccia. Mi capisci ora?

- No! Se volete bene a Natascia, come potete prendere la decisione d'impedire che si faccia quel matrimonio, cioè proprio l'unica cosa che potrebbe riabilitarla agli occhi di tutti? Ha ancora molti anni da vivere nel mondo, e ha bisogno di essere rispettata.


- Natascia dovrebbe infischiarsene di tutte le convenienze sociali:

così dovrebbe pensarla! Deve comprendere che il più gran disonore per lei consiste appunto in quel matrimonio, nel legame con quella gente vigliacca, con quel mondo corrotto e misero. Un nobile orgoglio, ecco la sua risposta al mondo! Allora può darsi che io consenta anche a tenderle la mano, e guai, allora, a colui che osasse offendere mia figlia!

Un simile idealismo, spinto tanto all'estremo, mi meravigliò fortemente. Ma compresi subito che il vecchio era fuori di sé e che parlava in preda all'esaltazione.


- Il vostro modo di vedere le cose è troppo idealistico, - gli risposi, - e quindi crudele. Esigete da parte di Natascia una forza che non le avete data mettendola al mondo. Forse che consente a quel matrimonio perché vuol essere una principessa? No! Lei ama! Ci troviamo di fronte a una passione, al fato! Inoltre, chiedete a lei il disprezzo dell'opinione del mondo, mentre, da parte vostra, vi prosternate innanzi a esso. Il principe vi ha offeso, ha sospettato in voi la bassa intenzione di volere imparentarvi, per mezzo di un inganno, con la sua casa principesca, e perciò ora ragionate così: se lei stessa respingesse ora la loro formale proposta di matrimonio, ciò sarebbe senza dubbio la migliore e più chiara confutazione della calunnia. Ecco quello che bramate; vi inchinate davanti all'opinione del principe; desiderate ardentemente che egli confessi il proprio errore. Vorreste deriderlo, vendicarvi di lui, e per farlo, sacrificate la felicità di vostra figlia. Non è forse la prova del vostro egoismo, questa?

Il vecchio rimaneva seduto, cupo e accigliato, e stette a lungo senza nulla rispondere.


- Sei ingiusto con me, Vania, - disse infine, e una lacrima gli brillò sulle ciglia. - Ti giuro che sei ingiusto: ma non ne parliamo più. Non posso farti vedere il mio cuore, - continuò poi alzandosi e prendendo il cappello. - Ti dirò una cosa sola: or ora hai accennato alla felicità di mia figlia. Io, invece, non posso assolutamente e decisamente credere a questa felicità, tanto più che, anche senza il mio intervento, credo che quel matrimonio non potrà mai avere luogo.


- Come? Perché pensate così? Sapete forse qualche cosa? - domandai incuriosito.


- No, non so nulla di speciale. Ma quella maledetta volpe non avrebbe mai potuto decidersi a un atto simile. Non sono che imbrogli e sotterfugi. Ne sono persuaso, e, ricordati le mie parole, tutto avverrà come dico io. E poi, dovesse pure aver luogo quel matrimonio (che potrebbe effettuarsi solo nel caso in cui quel miserabile avesse dei calcoli propri, speciali, misteriosi, che non riesco a capire, ma che senza dubbio gli risulterebbero comodi), giudica tu, interrogando il tuo cuore, se un simile matrimonio potrebbe darle la felicità.


Rimproveri, umiliazioni, ecco ciò che può aspettarsi; essere la compagna di un ragazzaccio, cui già fin d'ora l'amore di lei è di peso, e che, subito dopo il matrimonio, comincerebbe a toglierle la propria stima, a offenderla, a umiliarla, mentre, al tempo stesso, da parte di Natascia, la passione aumenterebbe, dando luogo a scene di gelosia, a infinite sofferenze, a un vero inferno; poi il divorzio, fors'anche un delitto... no, Vania! Se state tutti combinando quel matrimonio, e se tu ci dai mano, ricordati, te lo predìco, che dovrai risponderne al Signore, ma allora sarà troppo tardi! Addio!

Lo fermai.


- Ascoltate, Nicola Serghejevitc; facciamo così: attendiamo. State pur certo che non un solo paio d'occhi vigila attentamente su tutto quello che avviene laggiù, e può darsi che la migliore soluzione venga da sé, senza che sia necessario intervenire, ricorrendo a misure violente e artificiose, come sarebbe, per esempio, un duello. Il tempo è il miglior medico! Inoltre, permettete che vi dica che il vostro progetto è assolutamente inattuabile. Come potete supporre, non fosse che per un momento, che il principe accetti la vostra sfida?

- E perché mai non dovrebbe accettarla? Che diamine dici? Ritorna un po' in te!

- Vi giuro che non l'accetterebbe, credetemi pure, che troverebbe sempre un pretesto plausibile per rifiutare. Lo farebbe, dandosi un'aria di grande importanza, con molto sussiego, e voi rimarreste col danno e con le beffe...


- Per carità, mio caro, per carità! Mi hai proprio sbalordito con le tue parole! Come potrebbe non accettare? No, Vania, tu sei un poeta, nient'altro che un poeta, proprio un poeta! Sarebbe dunque, a tuo parere, degradante battersi con me? Non sono peggiore di lui. Sono un vecchio, un padre oltraggiato; tu sei uno scrittore russo, quindi anche tu una persona degna di stima; puoi dunque perfettamente fare la parte di padrino e... e... non capisco che cosa vorresti ancora...


- Lo vedrete voi stesso. Tirerà fuori certi pretesti che vi costringeranno a rinunciare, e per primo, a quel duello.


- Uhm! benissimo, amico mio, ammettiamo pure che sia come dici tu.


Aspetterò, ma fino a un certo limite, si capisce. Vedremo che cosa ci porterà il tempo. Ma ecco amico mio, dammi la tua parola d'onore che né là né ad Anna Andrejevna farai parola della nostra conversazione.


- Ve la dò.


- Un'altra cosa ancora: fammi il piacere, Vania, di non tornare mai più su questo argomento.


- Va bene, vi dò la mia parola d'onore anche per questo.


- E adesso, ancora una preghiera; capisco, caro mio, che non c'è nulla di divertente per te in casa nostra, ma ti prego, nondimeno, di venire da noi; e più spesso che ti sarà possibile. La mia povera Anna Andrejevna ti vuole tanto bene e... e... si annoia tanto senza di te... tu mi capisci, Vania?

E mi strinse fortemente la mano. Io gli promisi di tutto cuore quanto desiderava.


- E ora, Vania, un'ultima domanda, molto più delicata: hai denaro?

- Denaro? - ripetei stupito.


- Sì, - il vecchio arrossì e abbassò gli occhi; - vedo, carissimo, il tuo appartamento... conosco le tue condizioni... e quando penso che, specialmente adesso, potresti avere anche altre spese da fare, qualche spesa straordinaria... ecco, Vania, centocinquanta rubli... per le prime necessità...


- Centocinquanta rubli e, per giunta, per le prime necessità, proprio adesso che avete perso la causa!

- Vania, come vedo, tu non mi capisci affatto! Potrebbero presentarsi bisogni straordinari, capiscilo! In certi casi, il denaro aiuta a crearsi una posizione indipendente, a poter prendere una decisione indipendente. Può darsi che, per il momento, tu non ne abbia nemmeno bisogno, ma chi può sapere se, in seguito, non ti occorra una certa somma? A ogni modo, questo denaro lo lascio a te. E' tutto quello che ho potuto mettere assieme. Se non avrai occasione di spenderlo, me lo restituirai. Ed ora, addio! Ma come sei pallido! Sei proprio malato...


Presi il denaro senza nulla obiettare. La ragione per cui me lo lasciava era fin troppo evidente.


- Stento a reggermi in piedi, - gli risposi.


- Non devi trascurare il tuo malessere, Vania; credimi, non devi trascurarlo! Non uscire più, oggi. Dirò ad Anna Andrejevna in che stato ti ho trovato. Non sarebbe bene chiamare un medico? Domani verrò a trovarti; almeno, farò il possibile per venire, se pure, a mia volta, sarò in grado di reggermi. E adesso, faresti bene a metterti a letto... Beh! addio. Addio, bambina!... mi ha voltato le spalle!

Senti, amico mio, eccoti altri cinque rubli per la ragazza. Non devi però dirle che te li ho dati io; spendili semplicemente per comprare qualche cosa per lei; un paio di scarpine, per esempio, o un po' di biancheria... per qualche suo bisogno, insomma! Addio, amico mio...


L'accompagnai fino al portone. Dovevo pregare il portinaio che andasse in trattoria a prendermi da mangiare. Elena non aveva ancora pranzato.




CAPITOLO 11


Appena rientrato, però, ebbi un forte capogiro e caddi in mezzo alla camera. Ricordo soltanto il grido che sfuggì a Elena: ella batté una mano contro l'altra e si slanciò per sostenermi. Non percepii più altro...


Ritornai in me che ero già coricato. Elena mi raccontò in seguito che, insieme col portinaio, salito a portarmi da mangiare, mi aveva trasportato sul mio divano. Mi ero svegliato ripetute volte, e sempre avevo notato, chino sopra di me, il visino di Elena, tutto premura e compassione. Me ne ricordo come fosse stato un sogno, come l'avessi vista attraverso un velo di nebbia; la cara immagine della povera bambina mi appariva in mezzo ai sogni, come un visione, come la figura di un quadro; mi porgeva da bere, mi riassettava il letto, oppure rimaneva semplicemente seduta accanto a me, triste e spaurita, lisciandomi i capelli con la sua manina. Ricordo di aver avuto, a un certo punto, la sensazione di un bacio sul viso. Un'altra volta, essendo tornato in me, di piena notte, notai, alla luce di una candela che ardeva accanto a me sul comodino, avvicinato al divano, che Elena dormiva di un sonno leggero, con la testina appoggiata al mio cuscino; aveva le labbra pallide e semi aperte, e la manina le riposava contro la guancia calda.


Tornai completamente in me solo verso mattina. La candela era bruciata fino in fondo; un roseo raggio dell'alba nascente infiorava la parete.


Elena sedeva su una sedia, presso la tavola, e tenendo la testolina stanca china sul braccio sinistro, appoggiato sulla tavola, dormiva di un sonno profondo; ricordo che rimasi a lungo ad ammirarne il visino infantile, pieno, anche nel sonno, d'una tristezza che non s'addiceva affatto alla sua età, e d'una strana bellezza da malata; era pallida, le sue lunghe ciglia gettavano un'ombra fitta sulle guance magre, i capelli, nerissimi e folti, legati in un grosso nodo, le cadevano da una parte. L'altra sua manina riposava sul mio guanciale. Baciai piano piano quella manina scarna, in modo che la piccina non si destasse, ma mi parve che un lieve sorriso le sfiorasse la bocca pallida. La guardai a lungo, poi mi addormentai d'un sonno calmo e ristoratore.


Questa volta dormii fin quasi a mezzogiorno, e al risveglio mi sentii pressoché guarito. Solo una grande debolezza e una stanchezza in tutte le membra testimoniavano che ero stato malato. Già altre volte, nel passato, ero andato soggetto a forti accessi nervosi di breve durata, simili a quello che mi aveva atterrato il giorno prima, e ne conoscevo bene lo svolgimento. Di solito, l'attacco passava quasi completamente in ventiquattr'ore, il che non gli impediva di agire, durante quelle ventiquattr'ore, con una violenza crudele.


Era quasi mezzogiorno. La prima cosa che vidi fu la tenda, che avevo comprata il giorno prima, tesa su una corda in un angolo della camera.


Elena si era in tal modo creato un cantuccio tutto suo. Adesso sedeva davanti alla stufa, occupata a far bollire l'acqua nella teiera.


Essendosi accorta che ero desto, ebbe un festoso sorriso e mi si avvicinò subito.


- Figliola mia, - dissi prendendole la mano, - hai fatto l'infermiera tutta notte. Non ti credevo così buona.


- Come potete sapere se ho o non ho fatto l'infermiera? Non potrei, invece, non aver fatto altro che dormire? - mi domandò, guardandomi con benevola e timida malizia, mentre, al tempo stesso, arrossiva.


- Mi sono svegliato parecchie volte e ho visto tutto. Ti sei addormentata soltanto verso l'alba...


- Volete il tè? - domandò, interrompendomi, quasi provasse un certo impaccio a continuare quel discorso, come spesso succede ai cuori puri e leali quando si sentono fare elogi proprio in faccia.


- Dammelo, - le risposi. - Ma tu, hai pranzato ieri?

- Non ho pranzato, ma ho cenato. Mi ha portato da mangiare il portinaio. Ma voi, non dovete parlare; rimanete tranquillo e coricato; non siete ancora del tutto guarito, - aggiunse, servendomi il tè e sedendosi sul mio letto.


- Sì, posso proprio rimanere coricato! Starò qui fino al tramonto, del resto, ma poi dovrò uscire. Ho assolutamente bisogno di uscire, Lenotcka.


- Proprio assolutamente? Da chi andrete? Forse da quel vecchio che è stato qui ieri?

- No, non da lui.


- Fate bene a non andare da quello. E' stato lui ad agitarvi, ieri.


Andrete, allora, da sua figlia?

- Come fai a sapere di sua figlia?

- Ho udito tutto, ieri, - mi rispose abbassando la testa.


Il viso le si rannuvolò. Aggrottò le sopracciglia.


- E' un vecchio cattivo, quello! - aggiunse.


- Lo conosci, forse? Anzi, è un uomo molto buono.


- No, no, è cattivo; ho udito quello che ha detto, - ribatté Elena con calore.


- Ma che hai sentito?

- Non vuol perdonare a sua figlia...


- Però, le vuol bene. Lei è colpevole verso di lui, e nondimeno egli si preoccupa di lei, soffre per lei.


- E allora, perché non vuol perdonarle? Adesso, anzi, anche se lui le perdonasse, sua figlia farebbe bene a non tornare più da lui.


- In che modo? Perché?

- Perché non è degno dell'amore di sua figlia, - rispose Elena con calore. - Farebbe meglio a lasciarlo per sempre, ad andare a chiedere l'elemosina, di modo che egli veda sua figlia diventata una mendicante e ne abbia gran pena.


Gli occhi le brillavano, le guance le avvampavano. «Deve avere qualche ragione per parlare così», pensai.


- Volevate mandarmi in casa di quel vecchio, forse? - aggiunse, dopo un momento di silenzio.


- Sì, Elena.


- No, preferisco andare a fare la donna di servizio, - Oh, come non è bello tutto ciò che vai dicendo, Lenotcka! E che sciocchezze dici! Da chi andresti? E che razza di donna di servizio saresti mai?

- Andrei in casa di qualche contadino, - rispose sempre più innervosita e abbassando la testa.


Evidentemente, era molto impulsiva.


- Ma nessun contadino ha bisogno di una fantesca come te, - feci io sorridendo.


- Allora andrò in casa di signori.


- E credi che potresti stare in casa di signori con questo tuo carattere?

- Sì, col mio carattere!

Più s'irritava, più rispondeva a monosillabi.


- Ma non resisteresti di certo!

- Sì che resisterei. Se mi sgridano, starò zitta apposta. Se mi battono, continuerò a tacere, sempre a tacere; mi battano, mi picchino pure, non piangerò mai. E loro si arrabbieranno ancora di più, vedendo che non riescono a farmi piangere.


- Che dici, Elena? Quanto rancore c'è in te, e quanto sei orgogliosa!

Si vede che hai sofferto molto.


Mi alzai e mi avvicinai alla mia grande tavola. Elena rimase sul divano, pensosa, con gli occhi a terra, spiegazzando la frangia del divano tra le dita, e continuando a tacere.


«Ora sarà arrabbiata con me», pensai.


Stando presso la tavola, aprii macchinalmente i libri che avevo portato con me dall'editore per compilare l'articolo richiestomi, e a poco poco quei libri destarono il mio interesse, tanto che mi sprofondai nella loro lettura. Mi capita spesso di far così; mi avvicino alla tavola per consultare un libro, e invece di limitarmi a quella consultazione, mi metto a leggerlo, dimenticando tutto il resto.


- Che cosa scrivete sempre ? - mi domandò Elena, avvicinandosi alla tavola con un timido sorriso.


- Cose, Lenotcka, diverse cose. Sono pagato per questo.


- Sono domande?

- No non sono domande.


Le spiegai, come potei meglio, che scrivevo la storia delle più svariate persone, creando così romanzi e novelle. Mi ascoltava piena di curiosità.


- Raccontate sempre cose vere nei vostri libri?

- No, le invento.


- Ma perché scrivete cose non vere?

- Ecco, vedi questo libro? L'hai già guardato una volta. Ebbene, adesso leggilo, Sai leggere, vero?

- Sì.


- Così vedrai. L'ho scritto io questo libro.


- Voi? Lo leggerò!

Evidentemente, aveva gran voglia di dirmi qualche cosa ancora, ma era visibilmente imbarazzata e in preda a una forte agitazione. Le sue domande dovevano certo nascondere qualche cosa.


- Vi pagano molto per i vostri libri? -mi domandò infine.


- Secondo. Qualche volta pagano anche molto, qualche volta non guadagno nulla, perché il lavoro non riesce. E' un lavoro molto difficile, Lenotcka.


- Non siete ricco, dunque?

- No, non sono ricco.


- Allora lavorerò io e vi aiuterò...


Mi gettò un rapido sguardo, avvampò in viso, abbassò gli occhi, e, fatti due passi verso di me, mi abbracciò a un tratto, nascondendo il visino sul mio petto e stringendosi fortemente a me.


Io la guardavo stupito.


- Vi voglio bene... non sono orgogliosa, - disse infine. - Ieri avete detto che sono orgogliosa. No, no... non lo sono... vi voglio bene. E, all'infuori di voi, non c'è nessuno che voglia bene a me.


Le lacrime la soffocavano. Un momento dopo le eruppero dal petto con la stessa violenza del giorno prima durante la mia crisi nervosa. Si lasciò cadere in ginocchio, baciandomi le mani e i piedi...


- Voi mi volete bene! - ripeteva; - soltanto voi mi volete bene!

Mi stringeva spasmodicamente le ginocchia tra le piccole braccia.


Tutto il sentimento racchiuso da tanto tempo nel suo cuore proruppe di colpo in uno slancio irrefrenabile, e io compresi allora quella strana ostinazione di un cuore che rimane castamente chiuso quanto più è possibile, con tanto maggiore rigidezza, quanto più forte è il desiderio di sfogarsi, fino all'inevitabile slancio, in cui tutto l'essere si abbandona, dimenticando se stesso, a quella necessità di amare, a espansioni di gratitudine, a carezze e a lacrime...


Singhiozzava con tale forza, che il suo pianto si tramutò in un vero e proprio attacco isterico. Riuscii a stento a slacciare le sue braccia, con le quali mi stringeva le ginocchia. La sollevai e la portai sul divano. Continuò a singhiozzare a lungo, col viso nascosto tra i guanciali, come vergognandosi di guardarmi, tenendo però la mia mano stretta nelle sue piccole manine e premendosela al cuore.


A poco a poco si calmò, senza però voler rialzare il viso e farmelo vedere. Un paio di volte il suo sguardo sfiorò il mio viso, e io vi lessi un'infinita dolcezza, e ancora quel sentimento di timore che l'obbligava a nascondersi. Infine arrossì e mi sorrise.


- Ti senti meglio? - le domandai. - Mia sensibile Lenotcka, mia cara figliola malata!

- Non Lenotcka, no... - sussurrò, nascondendo ancora il visino.


- Non Lenotcka? Come dunque?

- Nelly.


- Nelly? Perché assolutamente "Nelly"? E' un grazioso diminutivo, però; va bene, ti chiamerò così, se ti fa piacere.


- Così mi chiamava la mamma.., E nessuno, oltre lei, mi ha mai chiamata con quel nome... Io stessa non ho mai voluto che qualcuno mi chiamasse così, all'infuori della mamma... Ma voi, chiamatemi pure così! ... Vi vorrò sempre, sempre bene.


«Cuoricino tenero e orgoglioso», pensai, «quanto tempo ho dovuto aspettare per meritare che tu diventassi per me... Nelly».


Ormai, però, sapevo che il suo cuore mi apparteneva per l'eternità.


- Senti Nelly, - le dissi non appena si fu calmata. - Tu dici che nessuno, oltre la mamma, ti ha mai voluto bene. Possibile che tuo nonno non ti volesse bene?

- No, non mi voleva bene.


- Eppure hai pianto, quando hai saputo che era morto, qui, sulla scala, ti ricordi?

- No, non mi voleva bene... Era un uomo cattivo...


Il suo visino assunse un'espressione di dolore.


- Ma non si poteva pretendere nulla da lui, Nelly. Pareva che avesse assolutamente perso il lume della ragione. Morì come un pazzo. Ti ho pur raccontato come è morto!

- Sì, ma s'era ridotto in quello stato soltanto nell'ultimo mese.


Talvolta rimaneva qui seduto per tutto il giorno e, non fosse stato per me, che venivo a trovarlo, sarebbe rimasto così anche per due o tre giorni consecutivi; senza bere e senza mangiare. Prima stava molto meglio.


- Prima di che cosa ?

- Prima che morisse la mamma.


- Eri, dunque, tu, Nelly, che gli portavi da mangiare e da bere?

- Sì, glielo portavo io!

- Dove lo prendevi? Dalla Bubnova?

- No, non ho mai preso nulla dalla Bubnova, - disse accentuando le parole, e con voce che le tremava.


- Ma dove lo prendevi, allora? Tu non avevi nulla, vero, Nelly?

Nelly tacque e impallidì estremamente; poi mi guardò fisso, a lungo.


- Andavo in strada a mendicare... Quando avevo raggranellato cinque copeche, gli compravo pane e tabacco da fiuto....


- E lui lo permetteva? Ah, Nelly! Nelly!

- Le prime volte non gli dissi nulla. Dopo, però, venne a saperlo ugualmente e cominciò a mandarmi lui stesso a chiedere l'elemosina. Mi mettevo sul ponte, tendendo la mano ai passanti, ed egli camminava su e giù presso il ponte e aspettava; quando vedeva che qualcuno mi dava una copeca, mi si avvicinava rapidamente e mi toglieva il denaro; come se io volessi nasconderglielo, come se non fosse per lui che mendicavo!

Ciò dicendo, sorrise con aspro e amaro sorriso.


- Tutto ciò avvenne dopo la morte della mamma, - aggiunse poi; - era diventato assolutamente pazzo.


- Ciò significa che voleva molto bene alla tua mammina; perché, dunque, non abitavate insieme?

- No, non le voleva affatto bene... Era un uomo cattivo, che non voleva perdonarle... come quel cattivo vecchio di ieri, - disse a mezza voce, quasi sussurrando e impallidendo sempre più.


Io sussultai. La trama di tutto un romanzo balenò nella mia mente.


Quella povera donna che moriva nel sottosuolo del fabbricante di bare, sua figlia, la povera orfanella recantesi di tanto in tanto a trovare il nonno che aveva maledetto sua madre; il vecchio bizzarro e mezzo pazzo, che moriva in una pasticceria dopo la morte del suo cane!...


- Asorka apparteneva prima alla mamma, - disse a un tratto Nelly sorridendo al ricordo. - Il nonno aveva prima voluto molto bene alla mamma, e quando la mamma l'abbandonò, gli rimase il cane di lei. Per questo era tanto affezionato ad Asorka... Non volle perdonare alla mamma, ma quando il cane morì, morì anche lui, - aggiunse con voce severa, e il sorriso le scomparve dal viso.


- Nelly, che cos'era, prima, tuo nonno? - domandai, dopo aver atteso un poco.


- Era stato un uomo molto ricco... Non so con precisione che cosa fosse, - mi rispose; - aveva una fabbrica... Così mi disse la mamma.


In principio mi considerava troppo piccina e non mi spiegava nulla.


Non faceva che baciarmi e ripetere: «Saprai tutto, verrà il momento e saprai tutto, poverina mia, bambina mia infelice!». Mi diceva sempre:

«Poverina e infelice». E talvolta, di notte, pensando che dormissi (io non dormivo affatto, ma fingevo di dormire), mi copriva di baci e piangeva, e ripeteva ancora: «Povera, infelice!».


- Di che è morta tua madre?

- Di tisi, sono ora sei settimane.


- Ti ricordi del tempo in cui tuo nonno era ricco?

- In quel tempo non ero ancora nata. La mamma abbandonò il nonno prima che nascessi io.


- Con chi era andata via di casa tua madre?

- Non lo so, - rispose Nelly piano. - Era andata all'estero, e là sono nata io.


- All'estero? Dove?

- In Svizzera. Sono stata dappertutto; anche in Italia sono stata, e a Parigi pure.


Mi meravigliai.


- Ti ricordi di quei paesi, Nelly?

- Mi ricordo di molti luoghi.


- E come mai, allora, parli così bene il russo?

- Me lo ha insegnato la mamma, fin da quando eravamo ancora all'estero. Era russa lei, perché sua madre era russa; il nonno, invece, era inglese di nascita, ma anche lui era come un russo.


Quando, invece, tornammo, un anno e sei mesi or sono, imparai perfettamente la lingua. La mamma era già malata. E cademmo sempre più nella miseria. La mamma continuava a piangere... Aveva cercato a lungo il nonno, sempre continuando a piangere e a dire che era colpevole dinanzi a lui... Piangeva, piangeva senza smettere! E quando seppe che anche il nonno era caduto in miseria, pianse ancora di più. Gli scriveva spesso delle lettere, ma lui non rispondeva mai.


- Perché ritornò qui tua madre? Soltanto per ritrovare il nonno?

- Non lo so. All'estero, invece, vivevamo così bene! - gli occhi di Nelly brillarono. - La mamma viveva da sola con me. Aveva un amico, buono come voi... L'aveva conosciuto prima di andar via. Ma morì, e allora la mamma tornò a Pietroburgo...


- Era dunque partita con lui, abbandonando il nonno?

- No, non con lui. La mamma era andata via con un altro, che l'abbandonò.


- Con chi dunque, Nelly?

Nelly mi guardò e non rispose nulla. Evidentemente sapeva con chi era fuggita sua madre, chi era l'uomo, che, con tutta probabilità, era suo padre, ma le riusciva penoso dirne il nome, anche a me...


Non volevo tormentarla con le mie domande. Era un carattere strano, nervoso, ardente, ma sapeva vincere i propri slanci; un carattere simpatico, ma chiuso nell'orgoglio e nell'inaccessibilità. In tutto il tempo che io la conobbi, ella, pur amandomi con tutto il cuore, con un sentimento puro e limpido, quasi al pari della sua defunta madre, di cui non poteva ricordarsi senza soffrire, si confidò con me molto di rado; se si esclude quel giorno, sentì molto di rado la necessità di parlare con me del suo passato; il più delle volte, si chiudeva anzi in una sua particolare rigidezza.


Quel giorno, però, per alcune ore, tra singhiozzi spasmodici e sofferenze che interrompevano la narrazione, mi raccontò tutto ciò che più la tormentava e l'agitava nei suoi ricordi, e non potrò mai dimenticare quel terribile racconto. Ma la sua storia più importante venne in seguito.


Era una storia terribile; la storia di una donna abbandonata, che aveva sopravvissuto alla propria felicità; di una donna malata, sfinita, abbandonata da tutti, respinta dall'unico essere su cui avrebbe potuto contare, da suo padre, offeso da lei un tempo, e che a sua volta aveva perso il lume della ragione per le atroci sofferenze e umiliazioni che aveva dovuto sopportare. Era la storia di una donna giunta alla disperazione, che andava con la sua figliola, sempre da lei considerata piccola bimba, sulle strade fredde e sporche di Pietroburgo, chiedendo ai passanti l'elemosina; di una donna che, in seguito, aveva agonizzato per mesi e mesi in un umido sotterraneo, alla quale il padre aveva rifiutato il perdono fino all'ultimo istante di vita. Solo in quell'estremo momento egli si era ravveduto ed era corso da lei per significarle il proprio perdono, ma non aveva trovato che un cadavere freddo e irrigidito al posto di colei che aveva amato più di tutto al mondo.


Era uno strano racconto di rapporti misteriosi, quasi incomprensibili, tra il vecchio mentecatto e la sua nipotina che già lo capiva, che già capiva tante cose, nonostante la giovane età, cose che, al solito, altri non capiscono nemmeno in lunghi anni d'una vita calma e priva di disgrazie. Era una tetra storia, una di quelle storie oscure e tormentose, che si svolgono spesso in modo quasi misterioso e nascosto sotto il pesante cielo di Pietroburgo, nei tenebrosi e sperduti cantucci dell'immensa città, in mezzo alla folle agitazione della vita, all'ottuso egoismo, agli interessi che si cozzano uno contro l'altro in un ambiente di tetra dissoluzione, di delitti nascosti, in un inferno in cui si agita e bolle una vita anormale e insensata.


Ma questa storia viene in seguito.




PARTE TERZA



CAPITOLO 1


Il crepuscolo era caduto da tempo; venne la sera, e soltanto allora tornai in me dall'incubo spaventoso e mi ricordai della realtà.


- Nelly, - dissi, - ora tu stai male, sei disfatta e io debbo lasciarti sola, agitata, piangente. Amica mia! Perdonami, e sappi che si tratta, qui, di un altro essere amato e non perdonato. Mi aspetta.


E anch'io, dopo il tuo racconto, mi sento attratto verso di lei, tanto che non posso resistere al desiderio di vederla subito, in questo stesso momento!

Non so se Nelly capisse o no tutto ciò che le dissi. Ero molto agitato per il racconto che mi aveva fatto, come pure a motivo della mia malattia; corsi da Natascia. Era già molto tardi, le otto passate, quando entrai da lei.


Giù in strada, davanti al portone della casa in cui abitava Natascia, notai una vettura privata, che mi parve quella del principe. L'entrata dell'appartamento di Natascia era nel cortile. Non appena mi trovai per le scale udii sopra di me, un pianerottolo più sù, i passi di un uomo, evidentemente poco pratico del luogo. Pensai che dovesse essere il principe, ma presto dovetti cambiare idea. Lo sconosciuto, continuando a salire, brontolava e malediceva le scale, sempre più energicamente, via via che saliva. Certo la scala era stretta, sudicia, ripida e non illuminata; ma le bestemmie che udii cominciando dal terzo pianerottolo, non potevano in nessun modo essere attribuite al principe: l'uomo che saliva bestemmiava come un carrettiere.


Cominciando dal secondo piano, però, si cominciava a vederci un poco, giacché alla porta di Natascia era accesa una piccola lanterna.


Raggiunsi lo sconosciuto proprio vicino a quella porta, e giudicate quale dovette essere il mio stupore, quando riconobbi in lui il principe. A quanto mi parve, quell'incontro improvviso gli riuscì oltremodo sgradito. A tutta prima, parve non mi riconoscesse; poi il suo viso si trasformò di colpo. Il suo primo sguardo carico di rabbia e di odio si fece a un tratto affabile e allegro, e fingendo di essere oltremodo contento, mi tese ambo le mani.


- Ah, siete voi? E dire che stavo proprio per inginocchiarmi e rivolgere una preghiera a Dio implorando che mi salvasse la vita.


Avete sentito come bestemmiavo?

E rise nel modo più bonario. A un tratto, però, il suo viso tradì una seria preoccupazione.


- E Alioscia ha potuto collocare Natalia Nicolajevna in un appartamento simile! - disse scuotendo la testa. - Ecco, sono appunto le cose come queste, le cosiddette «inezie», che dipingono l'uomo.


Temo per lui. Il suo cuore è buono e leale, ma eccovi qui un esempio di quello che è: ama smoderatamente una donna, e le fa abitare un canile simile. Ho sentito dire che ci sono stati giorni in cui le è mancato il pane, - aggiunse piano, cercando il campanello. - Quando penso al suo avvenire, e specialmente all'avvenire di «Anna» Nicolajevna, quando sarà sua moglie, credetemi, mi gira la testa.


Pronunciando il nome della sposa, era, inavvertitamente, caduto in un equivoco, e ora, con palese dispetto, andava cercando a tastoni il campanello, senza per altro trovarlo, giacché non esisteva.


Io mossi la maniglia della porta e Mavra ci aprì subito, dandosi attorno per riceverci del suo meglio. Nella cucina, separata dalla piccolissima anticamera da un basso tramezzo di legno, si scorgevano, attraverso la porta aperta, strani preparativi: tutto era pulito e specchiante come non mai; la stufa era accesa e sulla tavola faceva bella mostra un servizio nuovo. Tutto denotava che eravamo attesi.


Mavra si precipitò a toglierci i soprabiti.


- Alioscia è qui? - le domandai.


- Non è più tornato, - mi rispose piano, con aria misteriosa.


Entrammo da Natascia. Nella sua camera non si notava alcun preparativo speciale; tutto era come le altre volte. Del resto, quella sua camera era sempre così linda, così ordinata, che non era proprio necessaria alcuna cura speciale. Natascia ci venne incontro fin sulla porta.


Rimasi colpito dalla magrezza e dallo straordinario pallore del suo viso, colorito un attimo da una vampa di rossore che le infiammò le guance smorte. Aveva lo sguardo febbrile. Silenziosamente, e con gesto frettoloso, tese la mano al principe, confusa e persino un po' smarrita. A me, invece, non gettò nemmeno uno sguardo. Rimasi in attesa senza dir nulla, - Eccomi, dunque! - cominciò il principe in tono amichevole ed allegro. - Sono tornato appena da alcune ore. In tutti questi giorni, non mi siete uscita un attimo dalla mente (e le baciò teneramente la mano); e quante, quante cose ho pensato di voi! Quanto ho da dirvi, da comunicarvi... Beh! adesso il tempo di parlare non mi mancherà!

Anzitutto, il mio scavezzacollo, che, come vedo, non è ancora giunto...


- Permettete, principe, - lo interruppe Natascia, arrossendo e confondendosi, - devo assolutamente dire due parole a Ivan Petrovitc.


Vania, vieni con me: ho da dirti due parole...


Mi prese per una mano e mi condusse dietro il paravento.


- Vania, - sussurrò, trascinandomi nell'angolo più scuro: - vorrai ancora perdonarmi?

- Che dici mai, Natascia?

- No, no, Vania; mi hai già perdonato troppe cose e troppo di frequente: ogni pazienza ha un limite. So che non cesserai mai di volermi bene, ma puoi giudicarmi ingrata, perché ieri e ieri l'altro sono stata veramente ingrata, cattiva, egoista verso di te.


Scoppiò improvvisamente a piangere e premette il viso contro la mia spalla.


- Non agitarti, Natascia, - mi affrettai a rassicurarla. - Mi sono sentito male tutta notte; anche adesso le gambe mi reggono a stento; per questo non sono venuto da te ieri sera né questa mattina; tu hai creduto, invece, che mi fossi offeso. Credi forse, amica mia, che io non sappia quel che succede adesso nel tuo cuore?

- Benissimo... Questo significa che mi hai perdonata, come sempre, - fece lei, sorridendo attraverso le lacrime e stringendomi la mano fino a farmi male. - Il resto a più tardi. Ho molte cose da dirti, Vania.


Ed ora, andiamo da lui...


- Sì, sì, andiamoci subito, Natascia; l'hai lasciato così bruscamente!

...


- Vedrai, vedrai che cosa accadrà questa sera! - mi sussurrò in fretta. - Ora so tutto, ho capito tutto. Il solo colpevole è lui.


Questa sera si decideranno molte cose. Andiamo!

Non capii che cosa intendesse dire, ma non c'era più tempo per domandarglielo. Natascia si ripresentò al principe con viso sereno.


Egli era tuttora in piedi, col cappello in mano. Natascia gli presentò gentilmente le proprie scuse, gli tolse il cappello, gli avvicinò una sedia, e tutti e tre ci sedemmo intorno alla tavola.


- Avevo incominciato a parlare del mio scavezzacollo - continuò il principe; - lo vidi solo per un momento, in strada, mentre montava in carrozza per recarsi dalla contessa Zinaida Teodorovna. Aveva molta fretta e non si degnò nemmeno di smontare di carrozza e rientrare in casa con me per scambiare qualche parola, e ciò dopo quattro giorni di assenza. Credo poi che sia colpa mia se non è ancora qui: non potendo recarmi io dalla contessa in giornata, ho incaricato lui d'una commissione. Spero, a ogni modo, che non tarderà molto.


- Vi ha davvero promesso di venire qui, stasera? - domandò Natascia, guardando il principe con aria di grande semplicità.


- Ah, santo Dio! mancherebbe proprio che non venisse! La vostra domanda mi sembra quanto mai curiosa! - esclamò l'interpellato, guardandola stupito. - Del resto, capisco: siete irritata contro di lui. Infatti, non è affatto bello, da parte sua, giungere qui più tardi degli altri. Ma ripeto: la colpa è tutta mia. Non prendetevela con lui. E' un frivolissimo scavezzacollo. Io non cerco di difenderlo, ma certe circostanze speciali esigono che non abbandoni, per ora, la casa della contessa, che nemmeno trascuri altre sue relazioni nel mondo; è necessario, anzi, che vi faccia visite molto frequenti.


Siccome poi, senza dubbio, non esce più da casa vostra e ha dimenticato, per rimanere con voi, ogni cosa, vi prego di non avervene a male se ve lo toglierò per circa due ore al giorno, dandogli qualche incarico. Sono persuaso che, dall'ultima sera che ci siamo visti qui, non è più tornato dalla principessa A., e mi spiace di non avere avuto tempo di chiederglielo.


Guardai Natascia. Ascoltava il principe con un leggero sorriso ironico sulle labbra. Ma parlava in modo così semplice, così naturale quell'uomo!... Pareva impossibile sospettare di lui.


- E non sapete proprio che in tutti questi giorni non è mai venuto neppure una sola volta da me? - domandò Natascia, con voce calma e sommessa, come se dicesse cosa di nessuna importanza per lei.


- Come? Non è venuto da voi neanche una volta? Scusate! che dite mai?

- esclamò il principe, evidentemente molto stupito.


- Voi siete stato da me martedì, alla sera, tardi; la mattina dopo, egli venne qui per un momento, non rimase più di mezz'ora; poi non l'ho più rivisto.


- Ma è incredibile! - (il suo stupore sembrava aumentato da un momento all'altro). - Credevo invece che non uscisse più da casa vostra.


Scusatemi! è talmente strano... quasi incredibile quello che dite!...


- Eppure è così! Che peccato! E dire che vi aspettavo proprio con la speranza di sapere da voi dove sia mai!

- Ah, santo Dio! Ma sarà subito qui! Confesso che ciò che mi avete detto mi ha sbalordito a tal punto, che... vi assicuro, mi potevo aspettare qualunque cosa da parte sua, ma questo... questo!...


- Quanto vi stupite! Io, invece, credevo che non vi sareste stupito affatto; credevo anzi che vi aspettaste che dovesse accadere proprio così.


- Io... mi aspettavo?... Io? Ma vi assicuro, Natalia Nicolajevna, che oggi non l'ho visto che per un solo momento, e che non l'ho interrogato su nulla; trovo invece molto strano che voi non mi crediate, - continuò, guardandoci entrambi - Dio me ne scampi! - ribatté Natascia. - Sono perfettamente convinta che avete detto la verità!

E rise di nuovo, guardando proprio in faccia al principe, che parve a disagio.


- Spiegatevi! - diss'egli, turbato.


- Ma non c'è nulla da spiegare! Quel che dico è semplicissimo. Sapete bene anche voi quanto sia leggero e frivolo. Ora che ha acquistato la piena libertà delle proprie azioni, si è subito invaghito.


- Ma non è permesso invaghirsi fino a questo punto; ci dev'essere qualche ragione, e non appena sarà qui, lo costringerò a darci le più esplicite spiegazioni a questo proposito. Più di tutto, però, mi meraviglia che vogliate, a quanto pare, dare anche a me la colpa di non so che, pur sapendo che io non ero neppure a Pietroburgo. Del resto, vedo, Natalia Nicolajevna, che siete molto irritata contro di lui, e ciò è molto comprensibile. Avete ogni diritto di esserlo e...


e... certamente, il primo colpevole sono proprio io, non foss'altro che perché mi sono trovato sotto mano; non è vero? - continuò, rivolgendosi a me, con un ironico sorriso.


Natascia avvampò.


- Scusate, Natalia Nicolajevna, - riprese a dire il principe con aria dignitosa, - convengo che sono colpevole anch'io, ma unicamente di essermene andato via da Pietroburgo il giorno dopo quello in cui vi ho conosciuta, di modo che voi, grazie a una certa sospettosità di carattere, che ho potuto notare in voi, avete avuto tempo di cambiare la vostra opinione su di me, tanto più che foste aiutata in ciò dalle circostanze. Se non fossi andato via, mi avreste conosciuto meglio; quanto ad Alioscia, poi, sotto il mio controllo, non avrebbe certo commesso simili leggerezze. Sentirete voi stessa che cosa gli dirò stasera.


- Con ciò, farete in modo che cominci a stancarsi di me. Non è possibile che voi, con la vostra intelligenza, crediate veramente che un mezzo simile possa giovarmi.


- Volete forse, con questo, insinuare che quanto faccio lo faccio di proposito perché si stanchi di voi? Mi offendete proprio, Natalia Nicolajevna!

- Con chiunque io parli, rifuggo sempre il più possibile da qualunque insinuazione, - rispose Natascia. - Anzi, cerco sempre di parlare nel modo più franco possibile, e forse ne avrete la prova oggi stesso. Non ho intenzione di offendervi e non vedo perché dovrei farlo; d'altra parte, qualunque cosa vi dicessi, voi non vi offendereste ugualmente.


Ne sono certissima, giacché capisco perfettamente quali rapporti corrono tra noi; voi non potete considerarli seriamente, non è vero?

Se invece vi avessi offeso davvero, sono pronta a chiedervi perdono, per usare a vostro riguardo i doveri... dell'ospitalità.


A dispetto del tono leggero e quasi scherzoso col quale Natascia aveva pronunciato la frase, e nonostante il sorriso che le sfiorava le labbra, io non avevo mai visto Natascia irritata fino a tal segno.


Soltanto allora mi resi conto di quanto aveva dovuto soffrire in quegli ultimi tre giorni. Le sue parole enigmatiche, con le quali mi aveva affermato di sapere tutto e di avere ormai tutto indovinato, mi spaventarono; si riferivano direttamente al principe. Aveva cambiato opinione a suo riguardo, e lo considerava come nemico: questo era evidente. Attribuiva senza dubbio alla di lui influenza tutti i dispiaceri con Alioscia, e forse aveva le prove di quanto pensava e asseriva. Temevo che, da un momento all'altro, dovesse scoppiare tra loro una scenata. Il suo tono scherzoso era troppo aperto, troppo evidente. Le ultime parole con le quali aveva affermato che il principe non poteva considerare come seri i rapporti che correvano tra loro, la frase con la quale gli aveva fatto le proprie scuse per dovere di ospitalità, la promessa, in forma di minaccia, di provargli la sera stessa di saper parlare francamente, tutto era stato pronunciato in un tono così mordace e così poco mascherato, che non era possibile supporre che il principe non ne avesse compreso il vero senso. Vidi la faccia di lui mutare di punto in bianco, ma era un uomo che sapeva padroneggiarsi, e quindi finse subito di non aver capito le parole della sua interlocutrice nel loro vero senso, e, come c'era da aspettarsi, rispose con una facezia.


- Dio mi scampi e liberi dall'esigere le vostre scuse! - ribatté ridendo. - Ero ben lontano da questa intenzione, e in generale non è nelle mie abitudini pretendere scuse da una donna. Già fin dal nostro primo abboccamento vi ho detto, in parte, quale sia il mio carattere; spero quindi che non vi irriterete per un'osservazione che vi voglio fare, tanto più che si riferisce a tutte le donne in generale; anche voi, - continuò rivolgendosi a me, - sarete probabilmente d'accordo su quanto sto per dire. Ho notato, nella natura femminile, questa caratteristica: se una donna è colpevole di qualche cosa, consentirà piuttosto a ricompensare in seguito il torto fatto con mille carezze, che a confessare immediatamente quel torto e a chiederne perdono.


Anche ammettendo, dunque, che io mi considerassi offeso da voi, non vorrei ora, così subito le vostre scuse; lo faccio nella sicurezza che ne sarò ricompensato meglio, più tardi, quando riconoscerete il vostro errore e vorrete cancellarlo... con mille gentilezze nei miei confronti. Voi, intanto, siete così buona, pura, fresca di animo, siete così sincera, che il momento in cui vi pentirete, già lo prevedo, sarà delizioso. Ora, piuttosto, fareste meglio a dirmi, invece di fare delle scuse, in qual modo potrei oggi stesso provarvi che agisco, a vostro riguardo, molto più sinceramente e rettamente di quanto immaginate.


Natascia arrossì. Anche a me era parso di notare nella risposta del principe il tono frivolo e leggero di uno scherzo libertino.


- Volete darmi la prova di essere con me retto e sincero? - gli domandò Natascia, guardandolo con aria di sfida.


- Ma certo!

- Se è così, esaudite una mia preghiera.


- Ve ne dò la mia parola fin da ora.


- Ecco di che vi prego: non rimproverate Alioscia per me, né con una parola né con un'allusione, né oggi né domani. Neanche un rimprovero per il fatto di avermi dimenticata. Nessun predicozzo. Voglio riceverlo proprio come se nulla fosse accaduto tra noi, di modo che non possa accorgersi di niente. Mi occorre proprio. Potete darmi la vostra parola d'onore in questo senso?

- Col massimo piacere! - rispose il principe. - Permettetemi, inoltre, di aggiungere dal fondo dell'anima che in poche persone ho potuto incontrare un modo di vedere più ragionevole e più chiaro in simili faccende... Ma ecco, mi pare che stia arrivando anche Alioscia.


In anticamera, infatti, si udì un certo rumore. Natascia sussultò e parve tenersi pronta a qualche cosa. Il principe era seduto, quanto mai serio in viso, e aspettava gli eventi, fissando su Natascia uno sguardo acuto. La porta si aprì e Alioscia irruppe nella stanza.




CAPITOLO 2


Irruppe nel vero senso della parola, giacché entrò proprio di corsa, con viso raggiante, allegro, contento. Si vedeva che aveva passato allegramente e felicemente quei quattro giorni. Aveva scritto in fronte che aveva qualche cosa da comunicarci.


- Eccomi! - annunciò ad alta voce. - Ecco colui che avrebbe dovuto essere qui per primo! Ma vi spiegherò subito ogni cosa, tutto, tutto!

Oggi, babbo, non abbiamo nemmeno avuto tempo di scambiare due parole tra noi, mentre avevo molte cose da dirti. Mi permette solo nei suoi momenti buoni di dargli del "tu", - aggiunse, rivolto a me, interrompendosi; - in altri momenti vi giuro che me lo proibisce! E sapete che tattica adopera? Comincia egli stesso a darmi del "voi". Da oggi, però, voglio che abbia per me sempre momenti buoni, e ci riuscirò! In questi ultimi quattro giorni, io sono completamente cambiato, proprio completamente cambiato; vi racconterò tutto. Ma di questo, più tardi. Quel che importa adesso, è lei, Natascia, sempre lei! Natascia, carissima, buongiorno, angelo mio! - diceva Alioscia, sedendole accanto e baciandole avidamente la mano; - che nostalgia ho avuto di te in questi quattro giorni! Ma che vuoi? Non ho potuto venire! Non ho avuto tempo di sbrigarmi! Mia cara! Sembri un po' dimagrita, e come sei pallidina...


Al colmo dell'entusiasmo, le copriva di baci le mani; le fissava avidamente addosso i bellissimi occhi; pareva non potersi saziare della sua vista. Gettai uno sguardo a Natascia, e dall'espressione del suo viso capii che avevamo lo stesso pensiero: egli era assolutamente innocente. Ma come, e in quale maniera avrebbe potuto quell'innocente essere colpevole? Le guance di Natascia si tinsero a un tratto di vivo rossore, come se tutto il sangue di cui era gonfio le fosse affluito di colpo alla testa. Gli occhi le brillarono e guardò con orgoglio il principe.


- Ma dove... dove sei stato... tutti questi giorni? - domandò con voce trattenuta e interrotta. Respirava a fatica, a intervalli inuguali.


Dio, come l'amava!

- Il guaio è che, dalle apparenze, si potrebbe anche credere che io sia colpevole verso di te; ma non sono che «apparenze»! Certo che sono colpevole, lo so bene, e sono venuto qui appunto per dirti che lo so.


Katia mi ha detto ancora oggi, come già ieri, che una donna non è capace di perdonare una simile noncuranza (lei sa tutto quello che è successo qui da noi martedì; gliel'ho raccontato subito, il giorno dopo). Io discussi con lei, dichiarandole che ciò non era esatto, trattandosi di una donna che si chiama «Natascia», di cui, in tutto il mondo, esiste una sola uguale, chiamata Katia; e sono venuto qui, persuaso di aver avuto ragione. Come potrebbe un angelo come te non perdonare? «Non è venuto? Vuol dire che qualche cosa ne lo ha impedito di certo, e non che non mi ami più!»: ecco in che modo penserà sempre la mia Natascia! Come potrei non amarti più? Non è possibile! Tutto il mio cuore doleva di nostalgia per te. Nondimeno, sono colpevole! Però, quando avrai saputo ogni cosa, mi assolverai di sicuro. Vi racconto subito ogni cosa, ardo dal desiderio di sfogare il mio cuore con voi; sono proprio venuto per questo. Avevo intenzione, stamane, di passare da te per darti un bacio di sfuggita (avevo un mezzo minuto di tempo libero), ma anche in ciò non ho avuto fortuna, e il mio progetto fu contrariato: Katia mandò a chiamarmi per affari importantissimi.


Questo è successo ancor prima che ti vedessi mentre salivi in vettura, babbo; andavo anche allora da Katia, essendovi stato chiamato da un altro suo biglietto. Adesso i fattorini corrono da mattina a sera con biglietti da una casa all'altra. Ivan Petrovitc, il vostro biglietto non l'ho avuto che questa notte, e riconosco che avete pienamente ragione in tutto quanto mi dite. Che cosa posso fare contro l'impossibilità materiale? Proprio allora pensai: «Domani sera mi discolperò di tutto» giacché, Natascia, non avrei certo potuto mancare di venirti a trovare questa sera.


- Di che biglietto si tratta? - domandò Natascia.


- E' venuto da me, e, si capisce, non mi ha trovato a casa; allora mi lasciò un biglietto in cui mi rimprovera aspramente d'essere stato tanti giorni senza venire da te. Questo è successo ieri.


Natascia mi gettò uno sguardo.


- Ma, dal momento che non ti mancava il tempo di passare tutte le tue giornate, dalla mattina alla sera, con Caterina Feodorovna... - cominciò il principe.


- So, so tutto quello che vuoi dirmi, - lo interruppe Alioscia, - «Dal momento che hai potuto passare il tuo tempo da Katia, avevi una doppia quantità di ragioni per venire qua». Sono pienamente d'accordo con te, e, da parte mia, aggiungo, anzi, che non solo il doppio, ma avevo tre volte tante ragioni di recarmi qui piuttosto che là. Anzitutto, però, si danno, talvolta, nella vita, casi imprevisti, che imbrogliano ogni cosa e mettono tutto sossopra. A me è successo appunto uno di questi casi. Ripeto che in questi quattro giorni sono assolutamente cambiato, cambiato fino alle unghie delle dita; converrete anche voi che ci debbono essere state ragioni ben gravi per questo.


- Ah, santo Dio, ma che ti è successo? Non farmi languire! - esclamò Natascia, sorridendo all'ardore di Alioscia.


Questi, in realtà, era piuttosto ridicolo: si affannava, le parole gli uscivano dalla bocca rapide, tumultuose, disordinate. Ardeva dal desiderio di raccontare, parlare, parlare senza tregua. Mentre parlava, però, non abbandonava mai la mano di Natascia e continuava a portarsela alle labbra, come se non potesse saziarsi di baciarla.


- Ecco, l'importante è proprio quello che mi è successo, - continuò Alioscia. - Ah, amici miei! Che cosa ho fatto, che cosa ho visto, che gente ho conosciuto! Anzitutto, Katia: è una perfezione! Non l'avevo mai conosciuta prima; no non l'avevo proprio mai conosciuta! E anche martedì, quando ti parlai di lei con tanto entusiasmo, (ti ricordi, Natascia?), ebbene, neanche allora la conoscevo bene. Mi si è sempre tenuta nascosta fino adesso. Ora, però, ci siamo conosciuti reciprocamente a fondo. Ci diamo del "tu", adesso. Ma comincerò dal principio: anzitutto, Natascia, se tu avessi potuto sentire quello che mi ha detto di te, quando, all'indomani di quella sera famosa, cioè mercoledì, le raccontai quanto era intervenuto tra noi... A proposito, che contegno imbecille ho mai avuto con te, quando sono venuto a trovarti mercoledì mattina! Tu mi accogliesti con esultanza, tutta invasa dalla nostra nuova felicità! Avevi un desiderio vivissimo di parlare con me; eri un po' malinconica e al tempo stesso gioviale e piena di desiderio di giocare con me; io, invece, avevo assunto l'aria di una persona seria e dignitosa! Ah, sciocco, sciocco! Mi sentivo spinto a pavoneggiarmi, a vantarmi all'idea che presto sarei diventato un uomo serio, un marito; e con chi mi diedi delle arie? Con te, proprio con te! Oh, come devi aver riso, e quanto mi meritavo la tua derisione!

Il principe sedeva silenzioso, osservando Alioscia con un sorriso mezzo trionfante, mezzo ironico. Sembrava che fosse contento di vedere il figlio dimostrarsi da un lato così frivolo, ridicolo persino.


Continuai per tutta la sera a osservarlo, e mi convinsi completamente che non voleva affatto bene al figlio, nonostante parlasse tanto di frequente del suo caldo amore paterno.


- Uscito di qui, andai da Katia, - continuava a blaterare Alioscia. - Ho già detto che ci siamo conosciuti a fondo a vicenda soltanto quella mattina; ora, ciò accadde in modo così strano... non posso nemmeno precisare come fu... Qualche parola calda, qualche sensazione, qualche pensiero francamente espresso, e ci sentimmo come avvicinati per sempre l'uno all'altra. Devi, devi assolutamente conoscerla, Natascia!

Sapessi come ha parlato di te! Come ha saputo spiegarmi i tesori della tua anima! A poco a poco, mi rivelò anche le proprie idee, i suoi modi di vedere la vita; è una fanciulla così seria, così entusiasta! Mi parlò del dovere, della nostra missione, del nostro obbligo di essere utili all'umanità, e siccome ci siamo trovati perfettamente d'accordo, in cinque o sei ore di conversazione finimmo per giurarci eterna amicizia e prendere la decisione di operare insieme per tutta la vita.


- In che cosa operare? - domandò il principe, stupito.


- Sono talmente cambiato, babbo, che ciò ti deve certo meravigliare; presento fin d'ora tutte le tue obiezioni, - rispose Alioscia solennemente. - Siete tutte persone pratiche, voi; avete tante regole sperimentate, serie, severe, e tutto ciò che è giovane, fresco, spontaneo lo considerate con diffidenza, con inimicizia e ironia. Ma ora non sono più quello che hai conosciuto alcuni giorni fa. Sono un altro uomo! Guardo arditamente in faccia a tutti e a tutto il mondo.


Se so che la mia convinzione è giusta, la devo seguire fino all'ultimo; e se non mi lascerò sviare dalla strada giusta, sarò un uomo onesto. Basta questo, per me. Dopo di che, dite pure tutto quello che volete; io sono sicuro di me stesso.


- Ma guarda un po'! - esclamò il principe ironicamente.


Natascia girò su di noi uno sguardo inquieto. Temeva per Alioscia. Gli capitava, qualche volta, di lasciarsi invaghire delle proprie idee durante un discorso, e di mostrarsi sotto una luce per lui poco vantaggiosa; lei lo sapeva e lo temeva. Non avrebbe voluto che Alioscia si rivelasse ridicolo davanti a noi, e soprattutto davanti a suo padre.


- Che vai dicendo, Alioscia? E' tutta filosofia, questa! - disse. - Chissà chi te l'ha suggerita! faresti meglio a continuare il tuo racconto.


- Ma è proprio quello che sto facendo! - esclamò Alioscia. - Ascolta:

Katia ha due lontani parenti, due cugini, Liovinka e Borinka; uno è studente all'università, e l'altro è semplicemente un giovanotto. Lei ha frequenti rapporti coi due giovani, che sono ragazzi straordinari!

Non frequentano quasi mai la casa della contessa, e ciò per principio.


Quando Katia e io parlammo della missione dell'uomo, della vocazione e di tutto il resto, mi parlò pure di quei suoi cugini e mi diede subito una lettera di presentazione per loro; non persi tempo; andai subito a fare la loro conoscenza. Diventammo immediatamente amici, quella sera stessa. Vi trovai una dozzina di persone di ogni specie: studenti, ufficiali, artisti; c'era anche uno scrittore.... vi conoscono tutti, Ivan Petrovitc, cioè hanno letto le vostre opere e aspettano molto da voi nell'avvenire. Così mi hanno detto. Dissi allora che vi conosco personalmente e promisi loro di presentarveli. Fui accolto da tutti fraternamente, a braccia aperte. Annunciai loro fin dalla prima parola che sarò presto un uomo sposato e come tale mi trattarono. Abitano al quinto piano, negli abbaini, e si riuniscono molto spesso, specialmente il mercoledì, da Liovinka e Borinka. E' una gioventù fresca; tutti ardono d'amore per l'umanità; discorremmo del presente del futuro, delle scienze, di letteratura, e discorremmo in modo bellissimo, con grande franchezza e grande semplicità... C'è tra loro anche uno studente liceale. Come si trattano tra loro! Quanta nobiltà!

Non ne avevo mai visti, fino allora, di giovani simili! Dove sono stato finora? Chi ho frequentato? Che cosa ho visto? Con quali princìpi sono cresciuto? Soltanto tu, Natascia, mi hai parlato qualche volta di cose simili. Ah, Natascia, tu devi assolutamente fare la loro conoscenza; Katia li conosce già. Parlano di lei quasi con venerazione, e Katia ha già detto a Liovinka e a Borinka che, non appena avrà il diritto di disporre del suo patrimonio, darà un milione di rubli per l'assistenza pubblica.


- Del quale milione, gli amministratori sarebbero senza dubbio Liovinka, Borinka e tutti quanti, vero? - domandò il principe - Non è vero, non è vero! dovresti vergognarti, babbo, di parlare così! - esclamò Alioscia con calore. - Capisco quel che vuoi dire! In realtà, abbiamo parlato a lungo di quel milione di rubli, deliberando sul modo di adoperarlo col massimo profitto. Infine, abbiamo deciso di devolverlo anzitutto per l'istruzione pubblica...


- Infatti, anch'io, finora, non conoscevo a fondo Caterina Feodorovna, - osservò il principe, come tra sé, sempre con lo stesso sorriso ironico. - In realtà, mi aspettavo molte cose da parte sua, ma non questa...


- Quale «questa»? - lo interruppe Alioscia. - Che cos'è che ti pare tanto strano? Che esca un po' dal vostro ordine generale? Che nessuno finora abbia donato un milione di rubli e lei lo voglia fare? Proprio questo? Ebbene, e se non volesse vivere alle spalle degli altri?

Infatti, serbare quei milioni per sé sarebbe come vivere alle spalle degli altri (l'ho imparato soltanto adesso). Lei vuole essere utile alla patria e a tutti e offrire anche il proprio obolo per le necessità pubbliche. Abbiamo letto della nobiltà di chi offre quell'obolo, fin da bambini sui primi libri; ma appena quell'obolo diventa un milione, ecco che l'opinione cambia immediatamente. Dio mio, su che si basa mai tutta la vostra prudenza tanto decantata, e nella quale avevo una fede tanto completa! Perché mi guardi in questo modo babbo? Si direbbe che hai davanti a te un buffone, un imbecille!

Ebbene, che importa anche se sono un imbecille? Potessi tu, Natascia, sentire tutto ciò che dice Katia a questo proposito! «La cosa essenziale non è l'intelligenza, ma ciò che la guida, l'indole, il cuore, le qualità nobili, la coscienza». Soprattutto però, si esprime, a questo proposito, in modo geniale, Besmighin. Besmighin è un conoscente di Liovinka e Borinka, e, per così dire, il capo della compagnia, ed è veramente una testa geniale. Proprio ieri, parlando, disse: «Uno stupido che confessa di essere stupido non lo è più». Che verità! E di pensieri simili è sempre pronto ad enunciarne. Si può dire che parla per via di massime.


- E' davvero geniale! - osservò il principe.


- Scherzi sempre! Né da te, però, né da nessun altro della nostra società, ho mai sentito nulla di simile. Anzi, nel vostro mondo cercano sempre di nascondere ogni cosa, di strisciare vicino a terra il più possibile; volete che tutti siano della stessa statura, che tutti i nasi siano della stessa misura, e fatti secondo determinate regole... come se fosse possibile! Come se non fosse mille volte più impossibile di quello che noi diciamo e pensiamo. E dopo tutto questo, vi chiamano ancora «utopisti»! Avresti dovuto sentire quello che dicevano ieri...


- Ma Alioscia, che diamine pensate laggiù? Di che cosa parlate? Non sono ancora riuscita a capire nulla, - disse Natascia.


- In linea generale, di tutto ciò che porta al progresso, ai sentimenti di umanità, all'amore; tutto ciò, ben inteso, in rapporto con i problemi attuali. Parliamo della diffusione delle riforme iniziate, dell'amore per il prossimo, degli uomini d'azione contemporanei; ne discutiamo, leggiamo. Ma, soprattutto, abbiamo giurato di essere assolutamente sinceri gli uni con gli altri, e di dire senza vergognarci, e con tutta franchezza, tutto quello che pensiamo di noi stessi. Solo con la franchezza può essere raggiunta la mèta. Ci insiste soprattutto Besmighin. Ho riferito ogni cosa a Katia, ed è pienamente d'accordo con lui. Quindi noi tutti, capitanati da Besmighin, ci siamo dati la parola di agire per tutta la vita con onestà e rettitudine, e qualunque cosa si possa fare di noi, in qualunque modo si possa essere giudicati, non dobbiamo turbarci di nulla, né vergognarci del nostro entusiasmo, dei nostri slanci, dei nostri invaghimenti, dei nostri errori, e dobbiamo sempre seguire la via più retta. Se vuoi essere stimato, devi anzitutto e soprattutto aver stima di te stesso; solo così, solo se avrai stima di te stesso costringerai anche gli altri a stimarti. Sono parole di Besmighin, e Katia è pienamente d'accordo con lui. In generale, adesso ci scambiamo e discutiamo le nostre opinioni, e abbiamo deciso di sondare, anzitutto, le nostre proprie anime, ognuno per sé, per poi discutere insieme su ognuno di noi.


- Che fandonie! - esclamò il principe inquieto. - Chi è poi quel Besmighin? No, non si può lasciare che...


- Che cosa non si può lasciare? - saltò sù Alioscia. - Senti, babbo:

perché dico tutto questo in tua presenza? Perché spero di introdurre anche te nel nostro circolo. Ho già dato loro la parola per te. Perché ridi? Beh! già lo sapevo che avresti riso! Ma ascoltami, tu sei buono, sei leale, capirai. Tu non conosci, non hai mai visto gente simile, non l'hai mai sentita parlare. Ammettiamo che tu abbia udito parlare di queste cose, che tu abbia anche studiato tali argomenti, che tu sia straordinariamente colto, ma personalmente non li conosci, non sei mai stato da loro; come potresti, dunque, farti una giusta opinione sul loro conto? T'immagini di conoscerli e basta. No, devi venire da loro, ascoltare i loro discorsi, e allora, allora soltanto potrò dare per te la mia parola d'onore che sarai dei nostri anche tu! E soprattutto, voglio usare ogni mezzo per salvarti dalla rovina della nostra società cui sei tanto attaccato, e delle tue proprie convinzioni.


Il principe ascoltò questa uscita con un sorriso pieno di veleno; il suo viso esprimeva la stizza. Natascia lo fissava con un disgusto che non cercava neppure di nascondere. Egli lo vedeva, ma fingeva di non accorgersi di nulla. Non appena, però, Alioscia ebbe finito la sua tirata, il principe scoppiò a ridere fragorosamente. Si rigettò persino indietro, contro lo schienale della poltrona, come se non fosse capace di frenarsi. Ma quel riso era decisamente artificioso.


Era evidente che rideva soltanto per umiliare e mortificare, il più possibile, suo figlio. Alioscia, infatti, ne rimase molto afflitto; il suo viso espresse una grande tristezza. Nondimeno, aspettò con pazienza che quell'accesso d'ilarità del padre fosse finito.


- Babbo, - cominciò quindi triste, - perché mi deridi? Ti sono venuto incontro col cuore aperto e con tutta sincerità. Se, a tuo parere, vado dicendo sciocchezze, spiegamelo, ma non ridere. Di che cosa ridi, poi? Di cose che per me sono ormai sacre ed elevate? Va bene, ammettiamo che mi sbagli; che tutto ciò non sia giusto, che io sia uno sciocco, come mi hai detto parecchie volte; ma anche se erro, lo faccio con tutta sincerità, con tutta la lealtà di cui il mio cuore è capace; non commetto nulla di indegno. Mi estasio sulle idee elevate.


Siano pure errate, il loro fondamento è giusto. Ti ho già detto che né tu né alcuno della vostra società mi ha mai detto nulla di simile, nulla che mi entusiasmasse. Confutali, dimmi qualche cosa che sia più bello e più nobile di quello che dicono loro, e ti seguirò; ma non ridere di me, perché, facendolo, mi addolori.


Alioscia pronunciò queste parole con straordinaria nobiltà e con severa dignità. Il principe ascoltò il figlio con grande meraviglia e cambiò subito di tono.


- Non avevo intenzione di offenderti, caro amico, - gli rispose: - anzi, mi addoloro per te. Stai preparandoti a compiere un passo nella vita, per cui ci vorrebbe un po' più di serietà da parte tua, e invece continui a rimanere un giovincello spensierato. Ecco il mio pensiero.


Ho riso involontariamente, senza la minima intenzione di offenderti.


- Perché ne ho avuto la sensazione, allora? - domandò Alioscia con grande amarezza. - Perché, da tempo, mi sembra sempre che tu mi guardi con ostilità e con fredda ironia, e non come un padre dovrebbe guardare suo figlio? Mi sembra che, se fossi io al tuo posto, non deriderei certo in modo così offensivo mio figlio. Senti, spieghiamoci subito e una volta per sempre, in modo che non rimanga nessun malinteso tra noi. E... voglio dirti l'intera verità; quando entrai qui, ebbi l'impressione che anche qui si fosse verificato qualche malinteso; non così credevo di trovarvi qui tutti riuniti. Ho ragione o non ho ragione? E se è così, non sarebbe meglio che ognuno esprimesse i propri sentimenti? Quanto male potrebbe essere eliminato per mezzo della franchezza!

- Parla, parla, Alioscia! - disse il principe - Ciò che stai proponendo è molto ragionevole. Forse avremmo proprio dovuto cominciare con questo, - aggiunse, gettando uno sguardo su Natascia.


- Non avertene dunque a male se sarò assolutamente sincero, - cominciò Alioscia. -Tu stesso mi spingi a esserlo, tu stesso lo desideri.


Ascoltami. Hai consentito al mio matrimonio con Natascia; ci hai concesso la felicità, e perciò hai dovuto vincere te stesso. Sei stato generoso, e tutti quanti abbiamo apprezzato la tua nobile azione.


Perché, allora, continui a fare insinuazioni, di cui sembri compiacerti, che mi fanno passare per uno sciocco giovincello anziché un uomo giunto all'età di sposarsi? Peggio ancora, pare che tu voglia deridermi, umiliarmi, sminuirmi, persino, agli occhi di Natascia. Sei sempre contento quando, in qualunque occasione, puoi farmi passare per un essere ridicolo: oh, non credere che me ne sia accorto solo in questo momento; è un pezzo che lo vedo! Si direbbe che tu fai ogni sforzo per provarci che la nostra unione sarebbe una cosa ridicola, assurda, e che non siamo affatto di pari condizioni. Come se tu stesso non credessi possibile quello che hai progettato per noi; come se considerassi la cosa come uno scherzo, uno scherzo divertente, una buffonata.. Non lo deduco soltanto dalle parole che hai detto oggi.


Quel martedì sera stesso, quando, uscendo di qui, sono tornato a casa, ti sentii pronunciare alcune espressioni stranissime, che mi stupirono e mi afflissero. Anche mercoledì, prima di partire, hai fatto qualche allusione alla nostra presente situazione, esprimendoti, inoltre, a suo riguardo, non in modo oltraggiante, tutt'altro, ma in complesso non come avrei voluto che tu parlassi di lei, con una certa leggerezza, senza affezione, senza stima a suo riguardo... E' difficile spiegarlo: quello che conta, in queste cose, è il tono, ma il mio cuore l'ha capito. Dimmi, dunque, che mi sono sbagliato.


Convincimi, incoraggiami... e anche lei perché l'hai afflitta anche lei. L'ho indovinato fin dal primo sguardo, entrando.


Alioscia pronunciò queste parole con calore e fermezza. Natascia lo ascoltava con una certa solennità, fortemente agitata e con le guance in fiamme; disse anzi un paio di volte: «Sì, sì, è giusto!». Il principe si confuse.


- Amico mio, - rispose, - certamente non posso ricordare tutto quello che ti ho detto, ma mi meraviglio che tu abbia potuto interpretare le mie parole in quel senso. Sono pronto a provarti il contrario con tutto ciò che vuoi. Se ho riso adesso, ciò è ben comprensibile. Ti dirò che con la mia allegria volevo in parte nascondere un certo senso di amarezza. Quando penso che hai intenzione di diventare tra poco un marito, scusami, ma mi sembra una cosa inverosimile, assurda, ridicola, persino. Tu mi rimproveri il mio riso, io ti risponderò, invece, che il torto è tuo. Riconosco, però, anche la mia colpa: forse non ti ho seguito abbastanza in questi ultimi tempi, e quindi vedo soltanto questa sera di che cosa sei capace. Io tremo, quando penso al tuo avvenire con Natalia Nicolajevna: ho avuto troppa fretta; vedo adesso che siete troppo diversi l'uno dall'altra. Ogni amore passa, ma la diversità dei caratteri resta. Non parlo già del tuo avvenire, ma pensa un po', se sei un galantuomo, e se hai intenzioni oneste, che insieme a te tu perdi anche Natalia Nicolajevna, la perdi senza dubbio! Ecco, da un'ora a questa parte tu vai cianciando dell'amore per l'umanità, della lealtà delle opinioni, degli uomini dalle anime nobili che hai conosciuto; ebbene, domanda un po' a Ivan Petrovitc che cosa gli ho detto poco fa, quando, dopo essere saliti fin quassù per quella orribile scala, fermatici alla porta, ringraziavamo Dio di aver salvato le nostre vite e le nostre gambe. Sai che cosa ho pensato, mio malgrado? Mi meravigliai come tu, col tuo amore illimitato per Natalia Nicolajevna, puoi sopportare che viva in un appartamento simile. Come non hai potuto capire che se non hai i mezzi necessari e la capacità per adempiere ai tuoi doveri, non hai nemmeno il diritto di diventare marito, non hai il diritto di assumere alcun impegno? L'amore solo non basta; l'amore si esprime coi fatti, invece tu ragioni così: «Anche se dovessi soffrire, vieni a vivere con me». Ti pare che sia un ragionamento umanitario e nobile questo? Fare discorsi sull'amore universale, estasiarsi di fronte ai problemi umanitari e peccare al tempo stesso contro l'amore, senza accorgersene nemmeno, è una cosa incomprensibile! Non interrompetemi, per piacere, Natalia Nicolajevna, lasciatemi finire; ho in me troppa amarezza, e devo spiegarmi. Tu dici, Alioscia, di esserti estasiato in questi giorni su tutto ciò che è nobile, bello, onesto, rimproverandomi che nella nostra società non conoscono tali entusiasmi, ma soltanto una fredda ragionevolezza.


Pensa un po': tu ti lasci invaghire da tutto ciò che è bello e nobile, e, dopo quanto avvenne qua dentro martedì, trascuri per quattro giorni quello che dovrebbe essere per te l'essere più caro al mondo. Hai persino dichiarato, nella tua discussione con Caterina Feodorovna, che Natalia Nicolajevna ti ama tanto ed è talmente generosa da perdonarti la tua colpa. Ma che diritto hai di contare su un simile perdono e di farne l'oggetto di una scommessa? Possibile che tu non abbia pensato nemmeno una volta quanto dolore, quanti amari pensieri, quanti dubbi e quanti sospetti facevi nascere in quei giorni nell'anima di Natalia Nicolajevna? Possibile che tu pensi che, avendo permesso a certe idee nuove di esaltare la tua immaginazione, tu abbia acquistato il diritto di trascurare i tuoi più sacri doveri? Perdonatemi, Natalia Nicolajevna, se ho mancato alla mia parola. Ma l'argomento di cui trattiamo è più serio di una parola data, lo capite anche voi. Sai, Alioscia, che ho trovato Natalia Nicolajevna in preda a tali sofferenze, che dimostravano chiaramente in quale inferno avessi trasformato per lei questi quattro giorni, che dovevano, al contrario, essere i giorni più belli della sua vita? Simili atti da una parte, e parole, parole e sempre parole dall'altra... Non ho forse ragione ?...


E dopo tutto ciò puoi incolparmi, quando l'unico colpevole sei tu?

Il principe aveva terminato. Si era lasciato entusiasmare dalla propria eloquenza a tal punto, che non seppe nemmeno nascondere a noi il suo trionfo. Alioscia, avendo sentito parlare delle sofferenze di Natascia, la guardò con dolorosa angoscia. Ma Natascia era ormai decisa.


- Sù, Alioscia, non rattristarti, -disse; - gli altri sono più colpevoli di te. Siediti e ascolta ciò che dirò adesso a tuo padre. E' ora di farla finita.


- Spiegatevi, Natalia Nicolajevna - intervenne il principe. - Vi prego assolutamente di farlo! Sono due ore che continuo a sentire enigmi.


Ciò mi riesce insopportabile, e confesso che mi aspettavo di trovare qui ben altra accoglienza .


- Forse perché speravate di poter ammaliarci con le vostre parole al punto che non ci accorgessimo delle vostre segrete intenzioni? Che cosa volete che vi spieghi? Lo sapete e lo capite anche voi. Alioscia ha ragione. Il vostro desiderio più intimo è quello di separare noi due. Voi sapevate fin da prima, quasi passo per passo, che cosa doveva succedere qui, dopo quella serata di martedì; avete fatto i vostri calcoli con precisione. Vi ho già detto che non considerate seriamente né me né il matrimonio da voi progettato. Voi scherzate con noi, giocate da astuzia e certamente avete uno scopo prefisso. Il vostro gioco è sicuro. Alioscia aveva ragione, dicendo che considerate tutto quel che avviene come divertente commedia. Invece di rimproverare Alioscia, avreste dovuto rallegrarvi, giacché egli, senza saperlo, ha fatto proprio quello che vi aspettavate da lui, forse anche di più.


Io rimasi sbalordito dallo stupore. Avevo presentito una catastrofe per quella sera, ma la troppo brusca franchezza di Natascia e il tono di non celato disprezzo delle sue parole mi stupirono oltremodo. Aveva dunque saputo qualche cosa di preciso e si era decisa senz'altro a rompere. Era anche probabile che avesse aspettato il principe con impazienza per dirgli tutto in faccia. Il principe impallidì leggermente. Il viso di Alioscia esprimeva un ingenuo timore e un'angosciosa aspettativa.


- Pensate a quello che mi avete detto, - ribatté il principe, - e riflettete almeno un poco sulle vostre parole... Io non ne capisco nulla.


- Ah, poche parole non vi bastano, dunque?... Non potete capire?...- disse Natascia. - Ma se persino lui, persino Alioscia vi ha compreso, come vi comprendo io... e non ci siamo certo messi d'accordo, non ci siamo nemmeno visti in tutti questi giorni! Ha avuto anche lui l'impressione che voi stiate giocando con noi un gioco indegno e offensivo, lui che vi vuol bene e crede in voi come in una divinità.


Non avete ritenuto necessario essere con lui più cauto e più astuto; pensavate che non sarebbe stato abbastanza furbo per indovinare il vostro gioco. Ma egli ha un cuore tenero, impressionabile e suscettibile, e le vostre parole, il tono che avete usato, come egli dice, gli colpirono il cuore...


- Non capisco un bel niente! -ripeté il principe, rivolgendosi a me con aria di grande stupore, come se mi prendesse a testimone. Era visibilmente irritato e molto agitato. - Voi avete un carattere sospettoso, siete in preda all'ansia, - continuò rivolgendosi a lei, - siete semplicemente gelosa di Caterina Feodorovna e quindi pronta ad incolparne tutti quanti, e me per primo... Permettete allora che anch'io vi dica: ci si potrebbe fare una opinione piuttosto strana del vostro carattere... Non sono abituato a simili scene; non rimarrei più qui neppure un minuto, si capisce, se non fossero in gioco gli interessi di mio figlio... Continuo sempre ad aspettare che vi degniate di spiegarmi...


- Vi ostinate dunque a non voler comprendere, pur sapendo ogni cosa ?

Volete proprio che vi dica tutto in faccia?

- Non chiedo di meglio.


Benissimo, ascoltatemi, allora! - esclamò Natascia con gli occhi sfolgoranti di collera. - Vi dirò tutto, proprio tutto!




CAPITOLO 3


Ella si alzò e cominciò a parlare stando in piedi; la sua agitazione era tanta, che non si accorgeva neppure di non essere seduta. Il principe, dopo averla ascoltata per un certo tempo, sì alzò pure.


Tutta la scena andava assumendo un aspetto quanto mai solenne.


- Vogliate rammentare le vostre parole di martedì, - cominciò Natascia. - Voi diceste: mi occorrono denari, per potermi aprire una comoda strada, per farmi una posizione nel mondo. Vi ricordate?

- Sì, me ne ricordo.


- Allora per avere quel denaro, per assicurarvi il successo che vi scappa di tra le dita, siete venuto qua martedì e avete inventato quel matrimonio, contando che quello scherzo vi avrebbe aiutato ad afferrare ciò che temevate vi scappasse.


- Natascia! - esclamai. - Pensa a quel che dici!

- Uno scherzo! Un calcolo! - ripeteva il principe con una grande aria di dignità offesa.


Alioscia rimaneva seduto, come accasciato da una disgrazia, e guardava quasi senza comprendere.


- Sì, sì, lasciatemi parlare, ho giurato di dire tutto ciò che penso, - continuò Natascia irritata. -Vi ricordate benissimo anche voi: avete detto che Alioscia non voleva obbedirvi. Per sei mesi avete lavorato sopra di lui per staccarlo da me. Ma egli non si piegava alla vostra volontà. E ad un tratto venne per voi il momento in cui non c'era più tempo da perdere. Se non si prendeva una decisione immediata, la fidanzata, il denaro, soprattutto il denaro, tre milioni di rubli, che è quanto più vi importa, vi sarebbero sfuggiti di mano. Non rimaneva da fare che una cosa: fare amare ad Alioscia quella che gli avete destinata come sposa: «Se egli l'amasse», pensate, «si staccherebbe dall'altra».


- Natascia! Natascia! - esclamò Alioscia. - Che vai dicendo?

- E così avete fatto, - continuò lei senza badare al grido di Alioscia. - Ma c'era sempre di mezzo la stessa storia! Tutto avrebbe potuto svolgersi per il meglio, ma l'ostacolo ero sempre io. Una sola cosa avrebbe potuto far nascere la speranza nel vostro cuore: voi, da quell'uomo esperto e astuto che siete, dovevate esservi accorto che Alioscia pareva talvolta stanco della sua vecchia affezione. Non è possibile che non abbiate notato le sue trascuratezze nei miei confronti, la stanchezza che sembrava talvolta impadronirsi di lui, al punto da stare anche cinque giorni senza più venire a trovarmi.


Speravate che, stancandosi del tutto, mi avrebbe infine abbandonata, quando a un tratto l'atto decisivo di Alioscia, martedì, venne a colpirvi proprio al cuore. Che dovevate fare?...


- Permettete, - esclamò il principe, - quell'atto anzi...


- Dico, dunque, - lo interruppe Natascia con fermezza, - che quella stessa sera vi siete chiesto: «Che cosa potrei fare, ora?», e avete deciso di consentire al suo matrimonio con me; non sul serio, però, ma così a parole, per calmarlo. Si sarebbe potuto rimandare continuamente il termine delle nozze... intanto, il nuovo amore aveva cominciato a germogliare, e ve ne eravate ben accorto. Ecco, appunto su questo principio di un nuovo amore basaste i vostri calcoli.


- Romanzi! romanzi! - esclamò il principe a mezza voce, come parlando a se stesso. - Ecco il risultato della solitudine, dei sogni e della lettura dei romanzi!

- Sì, su quel principio di un nuovo amore basaste i vostri calcoli, - ripeté Natascia, che non aveva sentito o non aveva badato alle parole del principe, agitata da una febbre che sembrava aumentare da un momento all'altro, - e quante possibilità c'erano per quel nuovo amore! Era cominciato ancora prima che egli conoscesse tutte le perfezioni della fanciulla in parola! Nel momento stesso in cui egli si confida con lei, dicendole che non può amarla, perché il suo dovere e un altro amore glielo impediscono, quella fanciulla dimostra improvvisamente sentimenti così nobili, tanta compassione per lui e per la propria rivale, tanta affettuosità nel perdono, che egli, pur avendo creduto anche prima nella bellezza dell'anima della ragazza, non aveva mai pensato fino a quel momento che fosse così meravigliosa!

«Quella sera, venuto qui da me, non fece che parlare di lei; la sua immaginazione era rimasta troppo colpita perché potesse pensare ad altro. Sì, doveva sentire senza fallo, subito il giorno dopo, un irresistibile desiderio di vedere ancora quell'essere perfetto, non foss'altro che per esprimerle la propria gratitudine. Perché, poi, non sarebbe andato a trovarla? L'altra, quella di prima, non soffriva più, ormai; il suo destino era deciso, le avrebbe dato tutta la vita; qui, invece, non si trattava che di un solo minuto... E quanto ingrata sarebbe quella Natascia, se si dimostrasse gelosa anche di quel minuto! Ed ecco che, con lo stesso ragionamento, si comincia a togliere, a quella Natascia, invece di un minuto, un giorno, due giorni, tre giorni... Nel frattempo, la fanciulla si è mostrata ai suoi occhi sotto una nuova luce, una luce assolutamente imprevista; ella è tanto nobile, tanto entusiasta! e al tempo stesso è una bambina quanto mai ingenua: in questo somiglia a lui. Si giurano eterna amicizia e fratellanza, decidono di non separarsi mai. In cinque o sei ore di conversazione, non di più, tutta la sua anima si apre a nuove sensazioni, e il suo cuore si dà a lei.. "Verrà infine il tempo", pensate voi, "in cui non potrà fare a meno d'istituire un confronto tra il suo amore di prima e le dolci e fresche sensazioni che gli vengono da quest'altra donna; là, tutto è conosciuto, sempre uguale a se stesso; là, serietà, esigenze, gelosie, rimproveri, lacrime... E se anche incominciano a scherzare, a giocare, è come se egli non fosse un uguale, ma un bambino... soprattutto, però, là ogni cosa è ormai nota, sempre uguale a se stessa..."».


Lacrime e amari singhiozzi soffocavano Natascia, ma si fece forza ancora per un momento.


- E poi? E poi opererà il tempo; le nozze con Natascia non sono fissate per l'indomani; c'è tempo, e da qui ad allora tutto sarà cambiato... A ciò gioveranno anche le vostre parole, le insinuazioni, le spiegazioni, tutta la vostra eloquenza... Si potrebbe anche calunniare un pochino questa noiosa Natascia; si potrebbe farla vedere sotto una luce svantaggiosa e... non si può mai sapere come possono andare a finire le cose, ma la vittoria sarebbe sicuramente vostra!

Alioscia! non accusarmi, amico mio! Non dire che non capisco il tuo amore per me, o che lo apprezzo poco; so benissimo che anche in questo momento mi vuoi bene e forse non capisci neppure le mie lagnanze. So e capisco di aver fatto male, adesso, a parlare in questo modo. Ma che posso fare, se, pur comprendendo ogni cosa, ti amo sempre più... fino a... perdere la ragione?...


Ella si nascose il viso tra le mani; cadde nella poltrona e si mise a singhiozzare come una bambina. Alioscia emise un grido e si gettò verso di lei; non poteva mai vedere le lacrime di lei senza piangere pure lui.


I singhiozzi di Natascia, a quanto mi parve, aiutarono molto il principe: non foss'altro che per convenienza, egli avrebbe dovuto mostrarsi offeso da quanto lei aveva detto, dalle brusche uscite che aveva avuto contro di lui; ora, invece, grazie a quelle lacrime, tutto poteva essere attribuito a uno sfogo di pura gelosia, d'amore offeso, culminante in uno stato morboso... Anziché offendersi, era dunque il caso di mostrare una certa compassione...


- Calmatevi, rassicuratevi, Natalia Nicolajevna, - disse il principe a mo' di consolazione. - Non si tratta che di un accesso di nervosismo provocato da fantasie e dalla solitudine.. La frivola condotta di Alioscia vi ha irritata all'ultimo grado... Ma vi assicuro che da parte sua non si tratta che di una leggerezza. Il fatto essenziale, l'avvenimento che ebbe luogo martedì, e che voi avete messo tanto in rilievo, avrebbe dovuto provarvi tutta l'intensità del suo amore: voi, invece, avete pensato il contrario...


- Ah, non ditemi nulla, non torturatemi, almeno in questo momento! - lo interruppe Natascia, piangendo amaramente. - Il mio cuore ha capito tutto e mi ha detto ogni cosa da gran tempo! Credete proprio che non capisca come il suo amore di una volta sia morto e sepolto?... Qui, in questa camera, sola... quando mi abbandonava, mi dimenticava... ho sofferto... ho sofferto... ho meditato su tutto... Non avevo altro da fare! Non ti accuso di nulla, Alioscia... Perché volete ingannarmi?

Credete forse che non abbia tentato di ingannare me stessa?... Oh, Dio, tante, tante volte l'ho fatto! Non ascoltavo forse ogni intonazione della sua voce? Non ho forse imparato a leggere nel suo viso, nei suoi occhi? Tutto, tutto è scomparso, tutto è morto... Ah, povera me!

Alioscia piangeva inginocchiato dinnanzi a lei.


- Sì, sì, sono io il colpevole! E' tutta colpa mia! - ripeteva in mezzo ai singhiozzi.


- Non incolparti di nulla, Alioscia... Qui si sono adoperati altri, i nostri nemici Sono stati loro... loro!

- Scusatemi, - cominciò il principe con impazienza, - vorrei sapere, insomma, su che cosa vi basate per accusarmi di aver commesso tutti quei... delitti. Non sono altro che vostre supposizioni, non provate da nulla...


- Volete le prove, - saltò su Natascia, balzando dalla poltrona, - volete le prove, uomo perfido? Non potevate, non potevate avere uno scopo diverso, quando veniste qui con la vostra offerta! Avevate bisogno di calmare vostro figlio, di addormentare i suoi rimorsi, perché potesse più liberamente e più tranquillamente darsi a Katia, altrimenti avrebbe continuato a ricordarsi di me, non si sarebbe lasciato dirigere da voi, mentre voi eravate stanco di aspettare. Non è forse la pura verità, questa?

- Confesso, - rispose il principe con un sarcastico sorriso, - che, volendo ingannarvi, avrei fatto proprio così i miei calcoli; siete molto... spiritosa, ma ci vogliono prove, per poter offendere la gente con simili rimproveri...


- Prove! Ma non è forse una prova sufficiente la vostra condotta di prima, quando cercavate ad ogni costo di staccarlo da me? Chi insegna al proprio figlio a trascurare i suoi doveri per interessi di carriera e per denaro, lo corrompe! Che cosa avete detto, poco fa, della scala e del brutto appartamento? Non gli avete forse tolto il mensile precedentemente assegnatogli da voi stesso, onde costringerlo, con la fame e le privazioni, a separarsi da me? Questa scala e quest'appartamento sono tali per merito vostro, e adesso osate rinfacciarlo a lui, uomo ambiguo! Donde avete preso l'ardore che dimostraste martedì, e le opinioni, nuove di zecca, tanto poco conformi al vostro solito modo di pensare? Perché poi, aveste improvvisamente bisogno di me? Ho passato quattro giorni a camminare sù e giù per questa camera, e nel frattempo ho meditato su tutto, ho pesato ogni cosa, ogni vostra parola, l'espressione del vostro viso; e mi sono persuasa che tutto era finzione, era scherzo, commedia oltraggiante, bassa e indegna... Io vi conosco, vi conosco da un pezzo! Ogni volta che Alioscia tornava da me dopo avervi visto, indovinavo dal suo viso tutto ciò che gli avete insinuato, che gli avevate detto; ho imparato a riconoscere in lui la vostra influenza!

No, adesso non potete più ingannarmi! Può darsi che abbiate fatto altri calcoli, può darsi che ciò che ho detto non sia l'essenziale, ma ciò non importa! L'importante è che volevate ingannarmi! E occorreva che ve lo dicessi in faccia!

- Non avete altro? Sarebbero dunque tutte qui le vostre prove? Ma pensate un po', esaltata che siete, che con quel mio scherzo di martedì sera (come voi chiamate la mia proposta) mi legavo troppo.


Sarebbe stata una azione troppo leggera da parte mia.


- In che modo vi legavate? Che importanza aveva agli occhi vostri il fatto di ingannarmi? Che cosa è, poi, un'offesa fatta a una ragazza qualunque? A una ragazza fuggita di casa, rinnegata dal padre, disgraziata, senza difesa, una ragazza "macchiata, perduta!" Chi avrebbe fatto complimenti con lei, dal momento che lo "scherzo" avrebbe potuto portare un'utilità, per quanto piccola essa fosse?

- Ma pensate, Natalia Nicolajevna, in che posizione vi mettete voi stessa, pensateci un po', Natalia Nicolajevna! Voi insistete nell'affermare che, da parte mia, vi fu recata un'offesa, ma una simile offesa sarebbe talmente grave e umiliante, che non so proprio come potete, non solo ammetterla, ma anche soltanto insisterci.


Bisogna proprio essere abituati a tutto, per poter fare simili supposizioni; scusatemi. Io, invece, ho il diritto di farvi dei rimproveri, perché voi istigate contro di me mio figlio; se anche non si è ribellato per difendervi, il suo cuore mi è sicuramente ostile in questo momento.


- No, babbo, no! - esclamò Alioscia. - Se non mi sono ribellato contro di te, è perché non credo che tu abbia potuto offenderla, e, in generale, non ammetto, non posso ammettere, che si possa offendere in tal modo la gente!

- Lo sentite? - disse il principe - Natascia, io solo sono colpevole; non accusare lui. E' un peccato da parte tua; è troppo orribile!

- Lo senti, Vania? Si pronuncia già contro di me! - esclamò Natascia.


- Basta! - saltò sù il principe. - E' ora di farla finita con questa penosa commedia. Quel cieco e furioso slancio della vostra gelosia mi mostra il vostro carattere sotto una luce del tutto nuova. Sono preavvertito! Abbiamo avuto troppa fretta, sì, abbiamo avuto troppa fretta. Voi non sapete nemmeno fino a che punto mi abbiate offeso; non conta nulla per voi, questo. Abbiamo avuto troppa fretta... abbiamo avuto troppo fretta... certo, la mia parola deve essere sacra, ma...


sono un padre, e desidero ardentemente la felicità per mio figlio...


- Ritirate dunque la vostra parola? - gridò Natascia, fuori di sé. - Siete contento di poter approfittare dell'occasione che vi si presenta? Sappiate dunque che io stessa, due giorni fa, ho deciso, rimanendo sola qui, di rendergli la sua parola, e ora lo confermo in presenza di tutti. Rinuncio a essere sua moglie.


- In altre parole con questo gesto, voi volete probabilmente rinnovare in lui tutte le sue ansie di prima, il senso del dovere, «la nostalgia dei propri obblighi», per usare le vostre parole, onde attaccarlo ancora più strettamente a voi, come prima. Ciò s'accorda perfettamente con la teoria che avete espressa, e appunto per questo lo dico; tuttavia, fermiamoci qui; il tempo deciderà. Aspetterò un momento più calmo per spiegarmi con voi. Spero che non sia la rottura definitiva dei nostri rapporti. Spero pure che imparerete ad apprezzarmi meglio di così! Volevo oggi stesso comunicarvi un mio proposito riguardante i vostri genitori, dal quale avreste potuto giudicare... ma basta! Ivan Petrovic, - aggiunse avvicinandomi a me, - ora più che mai mi sarà prezioso conoscervi più intimamente, senza dire che ne avevo gran desiderio anche prima. Spero che voi almeno mi capirete. Uno di questi giorni verrò a trovarvi, me lo permettete?

M'inchinai. Mi parve che non dovessi più evitare di avere relazione con lui. Mi strinse la mano, salutò silenziosamente Natascia, e uscì con una grande aria di dignità offesa.




CAPITOLO 4


Restammo per alcuni minuti senza dir parola. Natascia se ne stava seduta soprappensiero, triste, disperata. Tutta la sua energia l'aveva abbandonata di colpo. Guardava dritto dinanzi a sé, senza vedere nulla, con aria smarrita, continuando, però, a tenere la mano di Alioscia nella propria. Questi continuava a lacrimare pian piano sul proprio dolore, gettando di tanto in tanto con paurosa curiosità fugaci sguardi alla giovane.


Finalmente cominciò a consolarla timidamente, supplicandola di non adirarsi con lui, e accusando di tutto se stesso; si poteva notare in lui un forte desiderio di discolpare il padre, che era quanto, evidentemente, gli pesava di più sul cuore; cominciò ripetute volte a parlare su quell'argomento, senza osare, però, spingersi troppo avanti, per timore di irritare Natascia. Le giurava un amore eterno e immutabile, si discolpava con calore del suo affetto per Katia; ripeteva di non voler bene a Katia se non come a una sorella, a una cara e buona sorella, che non poteva abbandonare del tutto; abbandonarla, sarebbe stato, da parte sua, un atto poco delicato e persino crudele, e continuava a insistere, dicendo che se Natascia avesse conosciuto Katia, esse si sarebbero subito legate di tale amicizia, da non voler mai più separarsi; e che allora non avrebbe più potuto sorgere alcun malinteso tra loro tre. Questo pensiero gli sorrideva sopra ogni cosa. Il poveretto non mentiva affatto. Non capiva le paure di Natascia, e, in generale, a mio parere, non aveva neppure ben capito tutto quello che lei aveva detto allora allora a suo padre. Li aveva visti litigare, e ciò gli pesava come una pietra sul cuore.


- Trovi che ho avuto torto con tuo padre?

- Posso forse pensare che tu abbia avuto torto, - rispose con amarezza, - dal momento che capisco che tutti i torti sono dalla mia parte e che sono io la causa del malinteso? Sono io che ti ho spinto a una simile collera e nella tua collera hai accusato lui, volendo discolparmi: tu mi giustifichi sempre, e io non ne sono degno.


Bisognava trovare a ogni costo il colpevole, e tu pensasti che fosse lui. Invece, ti assicuro che non ha nessuna colpa! - esclamò Alioscia estasiandosi. - E pensare che era venuto qui con intenzioni tali...


Certo non poteva aspettarsi di trovare una simile accoglienza!

Ma avendo notato che Natascia lo guardava con occhi pieni d'ansia e di rimprovero, s'intimorì subito.


- Non dico nulla, no, no, perdonami! - esclamò. - Sono io la causa di tutto ciò che è avvenuto.


- No, Alioscia, - continuò Natascia con un sentimento profondo; - egli è passato tra noi e ha turbato la nostra calma per tutta la vita.


Finora hai sempre avuto fede in me, più che in ogni altra persona; egli invece ha versato nel tuo cuore il sospetto contro di me, la diffidenza; tu accusi me; mi ha rapito metà del tuo cuore. Un "gatto nero" è passato in mezzo a noi.


- Non dire così, Natascia. Perché usare espressioni simili?

- Ecco, ora gli fa pena l'espressione di cui mi servo! O Alioscia, ha attratto a sé il tuo cuore con la falsa bontà, con una falsa generosità, - proseguì Natascia, - e ora continuerà ad aizzarti contro di me sempre maggiormente.


- Ti giuro di no! - esclamò Alioscia con un ardore crescente. - Quando ha detto che "abbiamo avuto troppa fretta", era fuori di sé dalla collera; lo vedrai tu stessa, se non domani, uno di questi giorni, che si ravviserà; ma anche se dovesse proprio adirarsi fino a voler contrastare il nostro matrimonio, ti giuro che non gli obbedirò.


Speriamo che possa averne la forza... E sai chi ci aiuterà? - gridò, entusiasta del pensiero che gli balenò in mente. - Ci aiuterà Katia! E vedrai, ti persuaderai anche tu, che splendida creatura è mai quella ragazza! Vedrai se vuole essere tua rivale e separarci! E come sei stata ingiusta per me, dicendo che io sono di quegli uomini che sono capaci di stancarsi delle donne il giorno dopo il matrimonio! Che amarezza, per me, sentirti dire simili parole! No, io non sono così; e se sono andato spesso da Katia...


- Ma no, Alioscia, puoi andare da lei quanto vuoi. Non intendevo dir questo. Non hai capito bene. Sii felice con chi ti piace. Come potrei chiedere al tuo cuore più di quello che è capace di darmi?

Entrò Mavra.


- Ebbene, devo o non devo servire il tè? L'acqua nel samovar continua a bollire da due ore. Sono le undici!

Fece quella domanda in tono brusco e rabbioso; era visibilmente di cattivo umore e malcontenta di Natascia. Ciò dipendeva dal fatto che in quegli ultimi giorni, cominciando dal martedì, era al settimo cielo, al pensiero che la sua padroncina (cui voleva molto bene) doveva sposarsi, tanto che si era affrettata a comunicare la nuova a tutta la gente della casa, ai vicini, al bottegaio, al portinaio. Si vantava e raccontava con aria di trionfo, che il principe, un personaggio importantissimo, un generale (7) e un uomo immensamente ricco, era venuto personalmente a chiedere per suo figlio la mano della signorina, che essa, Mavra, l'aveva sentito coi suoi propri orecchi, ed ora improvvisamente tutto crollava. Il principe era andata via furibondo, senza aver bevuto il tè, che non avevano ancora fatto servire. Mavra considerava di tutto colpevole Natascia, per averla sentita parlare col principe in modo irriverente.


- Ebbene... portalo qua, - rispose Natascia.


- E lo spuntino, devo pure servirlo?

- Sì, anche lo spuntino.


Natascia si confuse.


- Abbiamo fatto dei preparativi, - continuò Mavra. - Da ieri non sento più le gambe; fino alla prospettiva Nevska sono corsa, per comprare del buon vino, e invece...


Uscì senza terminare la frase e sbattendo con forza la porta.


Natascia arrossì e mi guardò in modo strano.


Intanto, fu servito il tè e lo spuntino; c'era della selvaggina, non so che pesce, due bottiglie di vino eccellente, preso da Ielissejev.


«Perché hanno fatto questi preparativi?», pensai.


- Vedi, Vania, come sono, - disse Natascia, avvicinandosi alla tavola e confondendosi persino dinanzi a me. - Presentivo che le cose si sarebbero svolte come si sono svolte infatti, e nondimeno, nel fondo del mio cuore, si nascondeva questo pensiero: «Chissà che non vadano a finire altrimenti!». Pensavo che sarebbe venuto Alioscia, che avrebbe cominciato a chiedere scusa, che avremmo fatto la pace, tutti i miei sospetti sarebbero risultati infondati, ingiusti, sarebbero riusciti a convincermi ancora e... per ogni evento, ho preparato la cena. Pensavo che, discorrendo, avremmo fatto tardi...


Povera Natascia! come arrossì, facendomi quelle confidenze! Alioscia trepidò d'entusiasmo.


- Vedi, vedi, Natascia! - esclamò. - Tu stessa non potevi credere, due ore fa, non credevi ancora ai tuoi propri sospetti! No, bisogna assolutamente rimediare a tutto; sono io il colpevole, io sono la causa del malinteso; tocca a me mettere a posto ogni cosa. Natascia, permetti che vada subito da mio padre. Devo assolutamente vederlo; è offeso, è oltraggiato; devo consolarlo; ho tanto da dirgli; ma parlerò solo a nome mio, dirò solo quello che penso io, tu non c'entrerai affatto. Rimedierò a tutto.. Non avertene a male se adesso voglio abbandonarti e correre da lui. Non è questo: ho compassione di lui; saprà discolparsi con te; lo vedrai. Domani, appena giorno, sarò qui, e passerò con te tutta la giornata, non andrò da Katia.


Natascia non interruppe quel flusso di parole; consigliò anzi anche lei ad Alioscia di raggiungere il padre. Temeva che egli avesse adesso intenzione di rimanere con lei intere giornate, contro la propria volontà, la qual cosa lo avrebbe stancato ancor più di lei. Lo pregò soltanto di non dire nulla a nome di lei; e cercò di sorridergli in modo più allegro prima di separarsi. Alioscia stava già per uscire, quando di colpo si ravvisò, si avvicinò a lei, le si sedette accanto e le prese le mani. La guardava con un'espressione d'indescrivibile tenerezza.


- Natascia, amica mia, angelo mio, non adirarti con me, non dobbiamo mai litigare tra noi. Dammi la tua parola che continuerai a credermi sempre, e in tutto, come io crederò a te. Ecco, angelo mio, che cosa voglio raccontarti adesso. Una volta, mi ricordo, noi due ci eravamo bisticciati, non ricordo più a che proposito, e senza dubbio avevo torto io. Non ci rivolgemmo la parola. Mi ostinavo a non venire a chiederti perdono, ma ero molto afflitto. Andavo per la città, passavo dai miei amici, ma una tristezza immensa mi occupava il cuore... E allora mi venne in mente che tu avresti potuto, un giorno, ammalarti e morire di qualche malattia. E quando me lo immaginai, sentii a un tratto un tale dolore, una disperazione tale, come se realmente ti avessi perduta per sempre. I miei pensieri diventavano sempre più penosi. A poco a poco cominciai a immaginarmi come sarei venuto sulla tua tomba, come sarei stramazzato per terra, come l'avrei abbracciata pieno di angoscia, come l'avrei baciata, come ti avrei chiamata, supplicata di uscire almeno per un momento, come avrei invocato da Dio un miracolo, perché tu potessi presentarti ai miei occhi, mi figurai come ti avrei stretta a me, presa tra le braccia, baciata; mi pareva che sarei morto di felicità, solo per aver potuto tenerti un momento tra le braccia. E mentre così immaginavo, pensai a un tratto che avrei pregato Dio di farti tornare a me per un momento, mentre ora, che eri con me da sei mesi, avevamo litigato tante volte, tante volte eravamo rimasti giorni e giorni senza parlarci. Eravamo rimasti divisi per giornate intere, trascurando la nostra felicità, e ora ti chiamavo dalla tomba per un solo momento, pronto a ripagare quell'unico momento con tutta la vita!... Allora, non potendo più resistere, mi precipitai correndo da te, irruppi qui... tu mi aspettavi, e quando ci gettammo l'uno nelle braccia dell'altra, mi ricordo di averti stretta con tale forza al mio petto, come se davvero dovessi perderti, mia cara Natascia! Non dobbiamo bisticciarci mai; è tanto doloroso per me! Ah, santo Dio, come si può pensare che possa abbandonarti?

Natascia piangeva. Si abbracciarono con molta effusione, e Alioscia giurò di nuovo a Natascia di non abbandonarla mai. Dopo di che corse via per raggiungere suo padre. Era convinto di poter rimediare a tutto, di poter mettere a posto ogni cosa.


- Tutto è finito, tutto è perduto, ormai! - disse Natascia, stringendomi convulsamente la mano. - Alioscia mi ama e non cesserà mai di amarmi; ma ama anche Katia, e fra poco l'amerà più di quanto non ami me. Quel serpente velenoso del principe terrà l'occhio ben aperto, e allora...


- Natascia, anch'io credo che il principe agisca in modo equivoco, ma...


- Tu non credi che sia vero tutto ciò che gli ho detto vero? L'ho capito dall'espressione del tuo viso. Aspetta, vedrai tu stesso se avevo ragione o no! Io, poi, non ho parlato che in generale, ma lo sa soltanto Dio che cosa va covando ancora in cuor suo! E' un uomo terribile. In questi quattro giorni, in cui sono rimasta qui a camminare avanti e indietro da sola, ho meditato su tutto e ho capito tutto. Aveva bisogno di liberare il cuore di Alioscia dall'ansia che gli impediva di vivere, dalla coscienza dei suoi doveri d'amore verso di me. Ha escogitato tutta quella commedia del fidanzamento anche per poter insinuarsi tra noi con la sua influenza, e per ammaliare Alioscia con la propria nobiltà d'animo e la propria generosità. E' così, è così, Vania! Alioscia ha proprio quel carattere. Tranquillo a mio riguardo, ogni sua ansia per me sarebbe scomparsa, e avrebbe pensato: «Ora che è mia moglie, rimarrà sempre con me»; di conseguenza, avrebbe rivolto, suo malgrado, ogni attenzione verso Katia. Il principe avrà studiato a fondo quella Katia, e avrà capito che è quella che ci vuole per Alioscia, e che potrebbe farlo innamorare di sé più fortemente di quanto non possa fare io. Ah, Vania, tutte le mie speranze riposano ormai in te! non capisco perché insista di volerti conoscere più intimamente. Non respingerlo, carissimo, approfitta anzi al più presto dell'occasione di penetrare in casa della contessa. Fatti presentare a Katia, osservala attentamente e sappimi dire che specie di ragazza è mai. Ho bisogno che la veda tu stesso. Nessuno mi capisce come te, e tu saprai vedere quello che a me importa di conoscere. Osserva, inoltre, fino a che punto è giunta la loro amicizia, che cosa corre tra loro, di che cosa parlano, e soprattutto, osserva Katia, esaminala a fondo... Provami ancora una volta la tua amicizia, mio caro, mio amato Vania! Pongo in te tutte le mie speranze! ...


Quando tornai a casa, era la una. Nelly mi aprì con viso assonnato.


Sorrise e mi guardò affettuosamente. La poveretta era indispettita contro se stessa per essersi addormentata, ché aveva avuto intenzione di aspettare il mio ritorno. Mi comunicò che era stato là qualcuno a chiedere di me che era rimasto a parlare con lei per un pezzo e che mi aveva lasciato un biglietto sulla tavola. Il biglietto era di Maslobojev. Mi invitava a casa sua per l'indomani, verso la una.


Volevo interrogare Nelly, ma poi rimandai le spiegazioni alla mattina dopo, insistendo che la ragazza andasse a dormire; la poveretta era molto stanca per avermi aspettato a lungo; il sonno l'aveva vinta solo un mezz'ora prima del mio ritorno.




CAPITOLO 5


All'indomani, Nelly mi raccontò strane cose intorno alla visita di Maslobojev. Del resto, era già strano di per se stesso il fatto che Maslobojev fosse venuto quella sera, sapendo con precisione che non sarei stato in casa; glielo avevo detto io stesso l'ultima volta che l'avevo incontrato; me lo ricordavo perfettamente Nelly mi raccontò che, sulle prime, s'era rifiutata di aprirgli; erano le otto di sera e aveva timore a lasciar entrare gente. Maslobojev, però, aveva cominciato a insistere, parlandole attraverso la porta chiusa e assicurandola che mi sarebbero potuti toccare gravi dispiaceri se non mi avesse lasciato un bigliettino. Quando lo ebbe lasciato entrare, egli scrisse il biglietto, poi si avvicinò a lei e le si sedette accanto sul divano. - Io mi alzai, non volendo parlargli, - raccontava Elena. - Avevo paura di lui; incominciò a parlare della Bubnova, dicendomi che era molto arrabbiata, ma che non avrebbe più osato riprendermi; poi si mise a fare i vostri elogi, disse di essere un vostro intimo amico e di conoscervi fin dall'infanzia. Allora mi decisi anch'io a parlargli. Tirò fuori dalla tasca delle caramelle e m'invitò a prenderne; rifiutai; allora cominciò a persuadermi che era un brav'uomo, che sapeva, inoltre, ridere e ballare; poi, a un tratto, balzò in piedi e cominciò a ballare. Io risi. Poi disse che sarebbe rimasto ancora un po': "Aspetterò Vania; chissà che non torni presto!" e mi pregò di non aver timore di lui e di sedermigli accanto. Mi sedetti, ma non volli parlare. Allora mi disse di aver conosciuto mia madre e mio nonno, e... e io parlai. Rimase a lungo...


- Di che cosa avete parlato?

- Di mia mamma, della Bubnova... del nonno. E' rimasto qui circa due ore.


Mi sembrò che Nelly non volesse confessare di che cosa avevano parlato. Non l'interrogai oltre, pensando che sarei venuto a sapere ogni cosa da Maslobojev. Mi rimase tuttavia l'impressione che Maslobojev fosse venuto apposta da me durante la mia assenza per trovare sola Nelly.


«Per quale ragione?», pensai.


Mi fece vedere i dolciumi che egli le aveva offerto. Erano tre caramelle, avvolte in carta verde e rossa, delle più ordinarie, evidentemente comprate in qualche bottega di droghiere. Nelly rise mostrandomele...


- Perché non le hai mangiate? - le domandai.


- Non voglio, - disse in tono serio e aggrottando le sopracciglia. - Non ho voluto nemmeno prenderle, le lasciò sul divano...


Quel giorno avevo molte cose da fare. Mi accomiatai da Nelly.


- Ti annoi qui da sola? - le domandai andandomene.


- Mi annoio e non mi annoio. Mi annoio quando rimanete fuori troppo a lungo.


E così dicendo, mi guardò con sguardo affettuoso. Per tutta la mattinata mi seguì sempre con quello sguardo pieno di tenerezza, e sembrava allegra e affettuosa quanto mai; al tempo stesso, traspariva da tutto il suo essere un non so che di pudico, di timido persino, come se temesse di contrariarmi, di perdere la mia benevolenza e... e anche di lasciarsi andare a troppe effusioni, come se si vergognasse dei propri sentimenti.


- E perché non ti annoi? Hai detto che ti «annoi e non ti annoi» - domandai sorridendo involontariamente, tanto mi pareva gentile e cara.


- Lo so io, - rispose sorridendo anche lei e confondendosi un poco.


Discorrevamo sulla soglia della porta aperta. Nelly stava davanti a me con gli occhi bassi, tenendo una mano sulla mia spalla e pizzicando con l'altra la manica del mio soprabito.


- E' dunque un segreto? - domandai.


- No... niente... ho... ho cominciato a leggere, quando voi non ci siete, il vostro libro, - mi disse a mezza voce, alzando su di me uno sguardo tenero e penetrante, e arrossendo tutta.


- Ah, è così! Ti piace?

Ero confuso come un autore che si sente lodare in faccia; ma avrei dato chissà che per poterla baciare in quel momento. Non riuscivo a farlo, però. Nelly tacque.


- Perché l'avete fatto morire? - mi domandò con aria di profonda afflizione, gettandomi di sfuggita uno sguardo e abbassando ancora gli occhi.


- Chi?

- Quel giovane, malato di tisi... nel libro!

- Non c'era nulla da fare; così doveva succedere, Nelly.


- Non doveva affatto succedere, - rispose piano, ma con intonazione alquanto brusca, come fosse irritata; poi fece una smorfia con le labbra e fissò ancora più ostinatamente il pavimento.


Passò un altro minuto.


- E lei... anche lei, la ragazza... e quel vecchio, - sussurrò, continuando a pizzicare ostinatamente la manica del mio soprabito, - continueranno a vivere insieme? E non patiranno più la miseria?

- No, Nelly; lei se ne andrà lontano, lontano, e sposerà un proprietario; lui, invece, rimarrà solo, - risposi sinceramente afflitto di non poterle dir nulla di più consolante.


- Ecco, ecco... E' così, dunque? Ah, come siete!... Non voglio nemmeno più leggere il libro!

E, malcontenta, respinse il mio braccio, si voltò da una parte, si avvicinò alla tavola, e rimase là con la faccia rivolta verso l'angolo e gli occhi abbassati. Era rossa e aveva il respiro irregolare, come se fosse veramente molto afflitta.


- Sù, Nelly, non adirarti! - cominciai a dirle andandole vicino. - Sono tutte storie inventate, non c'è quindi nessuna ragione d'andare in collera! Bambina impressionabile che sei!

- Non vado in collera, - disse timidamente, alzando su di me uno sguardo pieno di luce e di affetto; poi, ad un tratto, mi afferrò la mano, mi premette il viso contro il petto e scoppiò improvvisamente in singhiozzi. Al tempo stesso, però, si mise a ridere; piangeva e rideva insieme. Anch'io ridevo, e provavo intanto una sensazione molto, molto soave. Non voleva a nessun costo alzare la testolina verso di me e quando mi sforzai di staccarle il visino dal mio petto, si strinse più fortemente a me e rise più allegramente di prima.


Finalmente questa scena ebbe termine. Ci accomiatammo. Avevo fretta.


Nelly, con le guance rosse, ancora un po' confusa, ma con occhi che le brillavano come due stelle uscì, per accompagnarmi sulla scala, pregandomi di tornare al più presto. Le promisi di tornare per il pranzo, e forse prima, se mi fosse stato possibile.


Andai anzitutto a trovare i vecchi Ikmenev. Erano entrambi indisposti.


Anna Andrejevna era sofferente; trovai Nicola Serghejevitc nello studio. Mi aveva sentito arrivare, ma sapevo che, come al solito, non si sarebbe mostrato che dopo un quarto d'ora, per darci il tempo di parlare. Non volendo agitare troppo Anna Andrejevna, attenuai per quanto era possibile il mio racconto riguardo a ciò che era successo la sera precedente; tuttavia, le comunicai la verità; con mia grande meraviglia, mi accorsi che la vecchietta, pur rattristandosi della possibilità di una rottura, accolse la notizia senza dimostrare un eccessivo stupore.


- L'avevo previsto, mio caro, - disse. - Andato via tu, l'ultima volta, rimasi ancora a lungo a meditare sull'argomento e presto capii che non era una cosa attuabile. Non abbiamo meritato questa grazia dal Signore, e quell'uomo, poi, è troppo vile, perché ci si possa aspettare da lui qualche cosa di buono. Pensa un po': ora ci prende diecimila rubli; diecimila rubli, mio caro, non sono uno scherzo, specie sapendo di toglierceli proprio senza ragione. Ci strappa di bocca l'ultimo boccone di pane; dovremo vendere la Ikmenevka, adesso.


Natascia è ragionevole e intelligente; non ha creduto alle loro promesse. E sai tu, mio caro, - continuò abbassando la voce, - che cosa ne pensa il mio uomo? A quanto pare, è contrario a quel matrimonio. Si è tradito davanti a me. «Non voglio!», dice. Pensavo, sulle prime, che facesse a posta; invece no, parlava sul serio. Che cosa avverrà, allora, di lei, del mio tesoro? La maledirà di sicuro!

Beh! e Alioscia, che ne dice?

Mi tempestò ancora a lungo, come al solito, di domande, sospirando e lamentandosi ad ogni mia parola. In generale, mi ero accorto che, negli ultimi tempi, sembrava assolutamente smarrita. Ogni notizia la sconvolgeva. L'ansia per Natascia e la nostalgia di lei uccidevano il suo cuore e la sua salute.


Entrò il vecchio in veste da camera e in pantofole; si lagnava anche lui di avere la febbre; gettò uno sguardo di tenerezza alla moglie e per tutto il tempo che io rimasi da loro, ebbe per lei le premure di una governante; di tanto in tanto, la guardava negli occhi, quasi con un certo timore. Si leggeva in quegli sguardi un'immensa tenerezza.


Era impressionato per la malattia di lei; capiva che, perdendola, avrebbe perso tutto nella vita.


Rimasi con loro per circa un'ora. Accomiatandosi da me, il vecchio mi accompagnò fino in anticamera e portò la conversazione su Nelly.


Pensava sul serio di prenderla in casa sua e di adottarla. Cominciò a consigliarsi con me sul modo di convincere Anna Andrejevna. Mi domandò con speciale interessamento se non avessi saputo qualche cosa di nuovo sul conto della ragazzina. Gli raccontai in breve ciò che sapevo, e quel racconto produsse su di lui una forte impressione.


- Torneremo ancora su questo argomento, - mi disse in tono deciso. - E intanto... del resto, verrò io stesso a trovarti, non appena mi sarò rimesso in salute. Allora decideremo il da farsi.


A mezzogiorno in punto entrai in casa di Maslobojev. Con mia grande meraviglia, la prima persona che v'incontrai fu il principe. Era in anticamera e stava indossando il soprabito, mentre Maslobojev lo aiutava premurosamente e gli tendeva il bastone. Maslobojev mi aveva già detto che conosceva il principe, nondimeno rimasi oltremodo stupito di quell'incontro.


Il principe sembra alquanto confuso vedendomi.


- Ah, siete voi! - esclamò con esagerato calore. - Che incontro impensato! Del resto, ho saputo proprio ora dal signor Maslobojev che siete amici. Molto contento, contentissimo di avervi incontrato; avevo appunto un vivo desiderio di vedervi, e spero di poter quanto prima venirvi a trovare in casa vostra, se me lo permettete! Ho una preghiera da rivolgervi; aiutatemi, spiegatemi la nostra presente situazione. Non sto a dirvi che parlo di ciò che è avvenuto ieri sera... Là, voi siete in relazione di amicizia, avete seguito tutto lo svolgimento della faccenda, avete una grande influenza... Mi spiace molto che non mi sia possibile trattenermi subito con voi... Gli affari mi chiamano! Ma uno di questi giorni, forse prima di quanto crediate, avrò il piacere di venirvi a trovare. Intanto...


Mi strinse la mano con esagerata cordialità, ammiccò a Maslobojev e uscì.


- Dimmi, per amor di Dio... - cominciai entrando nella camera.


- Non ti dirò proprio nulla, - m'interruppe Maslobojev afferrando in fretta il berretto e dirigendosi verso l'anticamera. - Ho da fare!

Sono in ritardo, amico mio, devo scappare.


- Ma non mi hai scritto tu stesso che dopo mezzogiorno...


- E se anche te lo avessi scritto? Ieri ho scritto a te, oggi invece hanno scritto a me, e in modo da farmi perdere la testa. Mi aspettano.


Scusami, Vania. L'unica soddisfazione che posso offrirti è di picchiarmi per averti disturbato inutilmente. Se questo mezzo di soddisfazione ti va a genio, picchia, ma, per l'amor di Dio, fa presto. Non trattenermi, gli affari non aspettano.


- Ma perché dovrei picchiarti? Se gli affari ti reclamano, affrettati; di faccende improvvise ne capitano a tutti. Soltanto...


- No, a quel «soltanto» ti rispondo io subito, - mi interruppe precipitandosi in anticamera e indossando il cappotto (anch'io indossai il mio soprabito imitandolo). - Ho un altro importantissimo affare da sbrigare con te, ma proprio importante, per il quale appunto ti avevo chiamato, un affare che riguarda personalmente te e i tuoi interessi. E siccome non è possibile raccontartelo così in un momento, dammi, per amor di Dio, la parola che tornerai da me questa sera alle sette precise; né più tardi né più presto di quell'ora. Sarò a casa.


- Questa sera, - feci io, indeciso, - questa sera avevo intenzione di andare...


- Va, carissimo, subito, là dove vorresti andare questa sera, e questa sera, invece, torna qui da me. Vedi, Vania? non puoi nemmeno immaginare le cose straordinarie che ho da comunicarti.


- Va bene, verrò; ma di che si tratta? Confesso che mi hai messo addosso una grande curiosità.


Così parlando, eravamo usciti dal portone della casa; ci fermammo sul marciapiede.


- Verrai, dunque? - mi domandò Maslobojev con insistenza.


- Certo! Te l'ho già detto!

- No, dammi la tua parola d'onore!

- Ma che hai? Va bene, ti dò la mia parola che verrò da te.


- Benissimo! Questo sì che è nobile. Da che parte vai?

- Di qua, - risposi, facendo un gesto per indicare la parte destra.


- Beh! io, invece, vado di là, - disse mostrando la parte sinistra. - Addio, Vania! Ricordati, dunque: alle sette!

«Strano!», pensai seguendolo con lo sguardo.


Avevo intenzione di passare la sera da Natascia, ma ora, siccome avevo promesso a Maslobojev di essere da lui, decisi di andarci subito. Ero sicuro di trovarvi anche Alioscia. Infatti, era con lei, e si rallegrò immensamente vedendomi entrare.


Era molto gentile e tenero con Natascia e si fece molto allegro per la mia venuta. Natascia, cercando di sembrare allegra, faceva sforzi su se stessa. Il suo volto era pallido e pareva malato; aveva dormito male la notte; trattava Alioscia con esagerata affettuosità.


Alioscia, pur parlando molto e continuando a raccontare qualche cosa, con lo scopo evidente di divertire anche lei e richiamarle un sorriso sulle labbra, (labbra che involontariamente prendevano una piega dolorosa) evitava, visibilmente, di parlare di Katia e del padre.


C'era da supporre che il suo tentativo di riconciliazione del giorno prima gli fosse andato fallito.


- Sai, Vania? Ha una gran voglia di andarsene via di qua, - sussurrò in fretta Natascia, approfittando di un momento in cui egli si era recato in cucina per dire non so che a Mavra, - ha paura. Da parte mia, ho timore a dirgli di andarsene, giacché allora rimarrebbe qui per puntiglio; e io, quello che temo soprattutto, è che si stanchi di me e mi abbandoni definitivamente! Non so come fare!

- Dio santissimo, in che situazione vi mettete! Come siete sospettosi!

Come vi spiate l'un l'altro! Non avete che da spiegarvi una buona volta, e basta! Ecco, secondo me, quello che potrebbe davvero portarlo alla stanchezza è proprio il protrarsi di questo stato di cose.


- Come fare? - esclamò Natascia spaventata.


- Aspetta, ci penso io...


Mi recai in cucina col pretesto di far pulire a Mavra una delle mie soprascarpe molto infangata.


- Sii prudente, Vania, - mi gridò dietro Natascia.


Non appena fui entrato da Mavra, Alioscia si slanciò verso di me, come se mi avesse aspettato.


- Ivan Petrovitc, carissimo, come devo fare? Consigliatemi: ieri ho dato la mia parola a Katia di andare a trovarla proprio a quest'ora.


Non posso venir meno alla mia parola! Amo Natascia più di ogni cosa al mondo, sono pronto a gettarmi nel fuoco per lei, ma converrete anche voi che non è possibile che tronchi la mia relazione laggiù in modo così brusco...


- Ebbene, andateci...


- Ma Natascia? Sarebbe molto afflitta. Ivan Petrovitc, aiutatemi...


- Secondo me, fareste bene ad andarci. Sapete bene quanto Natascia vi ami; le sembrerà sempre che con lei vi annoiate e che rimanete qui per forza. Sarà meglio agire con franchezza. Del resto, venite, vi aiuterò.


- Caro Ivan Petrovitc, come siete buono!

Tornammo da Natascia. Di lì a un momento, dissi ad Alioscia.


- Ho visto or ora vostro padre.


- Dove? - mi domandò il giovane, allarmato.


- In strada, per caso. Si fermò un istante con me per ripetermi il suo desiderio di conoscermi più intimamente. Mi domandò di voi, se non sapessi dove foste. Aveva un gran bisogno di vedervi, di dirvi qualche cosa.


- Ah, Alioscia, va a trovarlo, fatti vedere da lui! - intervenne Natascia, comprendendo dove volevo andare a finire.


- Ma., dove potrei trovarlo a quest'ora? Non sapete se sia andato a casa?

- No, per quanto mi ricordo, mi pare che abbia detto che si sarebbe recato dalla contessa.


- E allora?... - fece Alioscia ingenuamente, guardando con tristezza Natascia.


- Ah, Alioscia, che c'è da domandare? - disse lei. - Possibile che tu voglia davvero troncare quella relazione per farmi piacere? Sarebbe un atto puerile. Anzitutto, non è una cosa da farsi; in secondo luogo, ti dimostreresti semplicemente ingrato verso Katia. Siete amici; come puoi pensare che si possa rompere in modo così brusco un simile legame? Infine, fai un'offesa a me pensando che sia gelosa di te fino a tal punto. Vacci subito, va assolutamente, te ne prego! Anche tuo padre sarà tranquillizzato.


- Natascia, tu sei un angelo, e io non sono degno del tuo mignolo! - esclamò Alioscia entusiasta e pentito. - Sei tanto buona, tu! io, invece... io... beh! te lo dico! Proprio ora, là, in cucina, ho pregato Ivan Petrovitc di aiutarmi perché potessi andar via. E' stato lui a inventare la storia. Ma non giudicarmi male, cara Natascia! Non sono molto colpevole, perché ti amo mille volte più di ogni altra cosa al mondo; vedi? mi è venuta in mente una buona idea: confessare tutto a Katia, raccontandole ciò che è avvenuto qui ieri sera. Lei inventerà qualche cosa per la nostra salvezza; è devota a noi con tutta l'anima...


- Benissimo, vacci, - rispose Natascia sorridendo. - Ed ecco, amico mio, una cosa che ho da dirti: avrei molto piacere di conoscere Katia personalmente; come si potrebbe fare?

Alioscia, entusiasmato dalla gioia, cominciò subito a fare progetti sul modo di fare la presentazione. Secondo lui, non c'era cosa più facile: Katia avrebbe subito trovato il mezzo. Sviluppava con calore e ardore la propria idea. Infine, promise di tornare di lì a due ore, portando la risposta a Natascia, e di rimanere con lei tutta la sera.


- Tornerai davvero? - domandò Natascia accompagnandolo.


- Come puoi dubitarne? Addio, Natascia, addio, amore mio, mio eterno amore! Addio, Vania! Ah, Dio, senza volerlo vi ho chiamato semplicemente "Vania"; sentite, Ivan Petrovitc, vi voglio tanto bene:

perché non ci diamo del" tu"? Lo volete?

- Ebbene, diamoci del "tu".


- Dio sia lodato! Mi sarà venuto in mente un centinaio di volte questa idea. Ma non osavo esporvela. Ecco, continuo a darvi del "voi". E' molto difficile darsi di punto in bianco del "tu". Non mi ricordo con precisione, mi sembra però di averlo letto in Tolstoi: due persone hanno deciso di darsi del "tu" e non riescono a farlo, continuano a scegliere frasi dove il pronome personale non entri. Ah, Natascia, qualche giorno dovremmo rileggere insieme "L'infanzia e l'adolescenza" (8); è tanto bello!

- Va bene, va bene, vattene! - fece Natascia ridendo. - E' tanto contento, che ora non la smette più di parlare...


- Addio, fra un paio d'ore sono ancora qui!

Le baciò la mano e uscì in fretta.


- Vedi, Vania, vedi?- disse lei, e scoppiò in pianto.


Rimasi con lei un altro paio d'ore, sforzandomi di consolarla, e riuscii a persuaderla. Certo, aveva tutte le ragioni e le sue ansie erano giustificate. Il cuore mi si stringeva dal dolore, quando pensavo alla sua posizione attuale; temevo per lei. Ma non c'era nulla da fare!

Anche Alioscia mi pareva molto strano: l'amava non meno di prima, forse anche di più, con un maggior tormento, che proveniva del pentimento e dalla gratitudine. Al tempo stesso, però, un nuovo amore invadeva sempre più il suo cuore. Non era possibile prevedere come sarebbe andato a finire quello stato di cose. Anch'io ero molto curioso di vedere Katia. Ripetei a Natascia la promessa di conoscerla.


Verso la fine della mia visita, essa sembrò persino essersi un po' rallegrata. Fra l'altro, le raccontai anche di Nelly e di Maslobojev, della Bubnova, del mio incontro improvviso col principe in casa di Maslobojev e dell'appuntamento fissato per le sette. Tutto ciò l'interessò molto. Dei suoi vecchi non parlai a lungo, e non le dissi nulla della visita che mi aveva fatto suo padre: temevo che l'eventuale duello tra il vecchio Ikmenev e il principe potesse spaventarla. Anche a lei parvero molto strane le relazioni del principe con Maslobojev, come pure la sua insistenza di voler conoscermi in modo più intimo; del resto, un simile desiderio poteva essere spiegato sufficientemente con l'attuale stato di cose...


Verso le tre, tornai a casa. Nelly mi venne incontro col suo visino sereno...




CAPITOLO 6


Alle sette in punto ero da Maslobojev, che mi accolse con esclamazioni di gioia e con grandi abbracci. Inutile dire che era brillo. Più che da ogni altra cosa, fui sorpreso dai preparativi fatti in mio onore Tutto lasciava capire che ero aspettato. Un elegante samovar bolliva su un tavolino rotondo, ricoperto da una tovaglia, bella e costosa. Il servizio da tè, d'argento, di porcellana e di cristallo, era tutto brillante. Su un'altra tavola, pure ricoperta da una tovaglia costosa, ma diversa, erano preparati, su piattini, dolciumi di prima qualità, frutta candita, frutta sciroppata, marmellata, "pastilà", "gelatina" (9), composte francesi, arance, mele, noci di tre o quattro qualità diverse; insomma, pareva che vi fosse stata trasportata tutta la bottega di un fruttivendolo. Sulla terza tavola, coperta da una candida tovaglia, erano disposti piatti dei più svariati antipasti:

caviale, formaggio, un "pâté", salami, prosciutto e tutta una fila di caraffe di cristallo, contenenti acquavite di ogni specie e dei più diversi colori, verdi, bruni, dorati, rossi, uno più bello dell'altro.


Infine, su un tavolino, ricoperto pure di una tovaglia bianca, stavano due secchielli con lo sciampagna. Sulla tavola davanti al divano facevano bella mostra tre bottiglie, acquistate nel miglior negozio:

una di "Sauternes", una di "Lafitte" e una di "Cognac". Al tavolino da tè era seduta Alessandra Semionovna in un vestito semplice sì, ma molto di buon gusto. La sua toletta era riuscita, perché la giovane sapeva, evidentemente, scegliere ciò che le si addiceva meglio; per accogliermi, si sollevò sulla sedia con aria solenne. Il fresco volto le brillava di allegria e di piacere. Maslobojev indossava una ricca veste da camera e aveva biancheria fresca ed elegante; calzava un paio di pantofole cinesi. Sulla camicia, ovunque era stato possibile metterli, erano attaccati bottoni e bottoncini secondo la moda. I suoi capelli erano pettinati, impomatati e divisi da una riga laterale, secondo la moda anch'essi.


Fui sorpreso a tal punto, che mi fermai in mezzo alla camera con la bocca aperta, girando lo sguardo ora su Maslobojev ora su Alessandra Semionovna, la cui soddisfazione giungeva alla beatitudine.


- Che significa tutto questo, Maslobojev? Hai qualche invitato, questa sera? - domandai, infine, con inquietudine.


- Nessuno all'infuori di te, - mi rispose solennemente.


- Ma tutta questa roba? - e indicai la tavola con gli antipasti. - Ce n'è da sfamare un reggimento!

- E anche da abbeverarlo; hai dimenticato la cosa principale, e anche da abbeverarlo! - aggiunse Maslobojev.


- E tutto questo solo per me?

- E per Alessandra Semionovna. Tutto è stato combinato secondo la sua volontà.


- Ecco, ci siamo! Lo sapevo bene! - esclamò Alessandra Semionovna arrossendo, ma senza per nulla perdere la sua aria soddisfatta. - Non si può ricevere decentemente un ospite! Subito si dà la colpa a me.


- Fin da questa mattina, puoi immaginare, proprio fin da questa mattina; non appena seppe che tu dovevi venire questa sera, incominciò ad affaccendarsi, a sgobbare...


- Mente anche in questo! Non da questa mattina, ma da ieri sera. Ieri sera, tornato a casa, mi disse che il signore sarebbe venuto da noi questa sera...


- Avrete frainteso.


- Niente affatto, è stato proprio così. Io non mento mai. Perché non dovremmo ricevere bene uno che viene a trovarci? Non viene mai nessuno a farci visita; però, abbiamo tutto ciò che occorre per ricevere.


Voglio che la gente per bene possa vedere che non viviamo peggio degli altri.


- Soprattutto volete che sappia quale perfetta massaia e amministratrice siete mai, Alessandra Semionovna; - aggiunse Maslobojev. - Pensaci, amico mio, e io, e io, che ci sono cascato! Mi hanno fatto indossare una camicia di tela olandese, con tutti questi bottoni grandi e piccoli, una veste da camera e un paio di pantofole cinesi, mi hanno pettinato, impomatato i capelli col bergamotto; lei avrebbe voluto spruzzarmi col profumo "crême brulée", ma questo non ho potuto sopportarlo; mi sono ribellato, ho fatto valere la mia autorità di marito...


- Non si trattava di bergamotto, ma della migliore brillantina francese, che si vende in piccoli vasetti colorati! - ribatté, avvampando, Alessandra Semionovna. - Giudicate voi stesso, Ivan Petrovitc, non mi lascia andare a teatro né a ballare, e nondimeno continua a regalarmi vestiti, a che pro, poi? Per indossarli e rimanere seduta da sola in casa? L'altro giorno sono riuscita, dopo assidue preghiere, a convincerlo a portarmi a teatro; ebbene, non appena mi fui voltata da una parte per mettermi una "broche", eccolo correre in dispensa: un bicchierino, un altro, un terzo... Ebbene, restammo a casa, era ubriaco fradicio! Nessuno, proprio nessuno viene a farci visita; solo di mattina viene gente per affari; allora mi cacciano via. E con tutto ciò abbiamo il samovar, un servizio completo, tazze bellissime; abbiamo tutto e sono sempre cose regalate.


Ci portano anche roba da mangiare, si può dire che non abbiamo altra spesa se non quella del vino; qualche volta compriamo un vasetto di pomata; ecco, oggi, per ricevervi, abbiamo comprato il "pâté", il prosciutto e qualche dolciume. Se almeno venisse qualcuno a vedere come viviamo! E' già un anno che penso: «Verrà pure, un giorno, qualcuno a trovarci; uno che venga a farci visita, una vera visita, e allora lo riceveremo come si deve; gli faremo vedere quello che abbiamo; la gente ci farà i suoi complimenti e noi ne sentiremo piacere». Quanto a questo scioccone di un uomo, non vale davvero la pena di pettinarlo e di impomatarlo; trova uno speciale piacere nell'essere sudicio. Guardate che veste da camera gli hanno regalata; è forse degno d'una veste simile? Non ambisce altro che di ubriacarsi.


Vedrete che vi offrirà l'acquavite prima del tè.


- Toh, hai ragione! E' una buona idea, davvero, beviamo, Vania, un bicchierino di quella color d'oro, poi di quella color d'argento; dopo di che, con l'anima rinfrescata, potremo attingere ad altre bevande.


- Lo sapevo bene!

- Non inquietatevi, Lascenka (10); prenderemo anche il tè col cognac, alla vostra salute.


- Ci mancherebbe altro! - esclamò la giovane, battendo le mani. - Il tè dei "Chan", da sei rubli, che due giorni fa ci ha regalato un mercante, ora vuole berlo col cognac! Ma, date retta, Ivan Petrovitc, ve lo verso subito... vedrete, vedrete voi pure che tè!

E si diede da fare intorno al samovar.


Era evidente che intendevano trattenermi per tutta la serata.


Alessandra Semionovna aveva aspettato l'ospite per un anno intero, ed ora si preparava a sfogare l'anima su di me. Tutto ciò non entrava nei miei calcoli.


- Senti, Maslobojev, - dissi, prendendo posto, - non sono punto affatto qui in qualità di visitatore, ma per affari; tu stesso mi hai chiamato per comunicarmi qualche cosa...


- Gli affari sono affari; ma si può ben trovare il momento buono anche per una conversazione amichevole.


- No, caro amico, non farci assegnamento. Alle otto e mezzo scappo senz'altro. Ho una faccenda da sbrigare; ho dato la mia parola...


- Non lo credo possibile! Scusa, vuoi lasciarci in questo modo? Come te la vuoi cavare con Alessandra Semionovna? Guardala, sembra impietrita. O che forse m'avrebbe impomatato per nulla la testa di bergamotto? Pensaci un po'!

- Tu scherzi sempre, Maslobojev. Ad Alessandra Semionovna giurerò di tornare qui a pranzo la settimana ventura, ecco, fissiamo, per esempio, venerdì; oggi, invece, ho dato la mia parola, o, per dire più esattamente, devo assolutamente trovarmi in un posto. Sarebbe dunque meglio che tu mi riferissi subito quello che avevi da comunicarmi.


- Possibile che vogliate proprio andarvene alle otto e mezzo? - saltò sù Alessandra Semionovna, con voce intimorita e lamentosa, quasi in procinto di piangere, e passandomi una tazza di eccellente tè aromatico.


- Non inquietatevi, Lascenka; sono tutte stupidaggini, - ribatté Maslobojev. - Rimarrà qui; sono sciocchezze! Dimmi piuttosto, Vania:

dove corri sempre? Che affari hai? Si può saperlo? Ogni giorno scappi di casa per correre non so dove, non lavori...


- Che te ne importa? Più in là, però, può anche darsi che te lo dica.


Spiegami tu, piuttosto, perché sei venuto ieri da me, quando io stesso ti avevo detto, me ne ricordo bene, che non sarei stato in casa.


- Me ne sono ricordato dopo infatti, me ne ero assolutamente dimenticato. Sì, volevo proprio parlarti di un affare; soprattutto, però, ho voluto far piacere ad Alessandra Semionovna. «Ecco», dice, «ora hai trovato un amico, un signore per bene; perché non lo inviti a venirci a trovare?». Sono quattro giorni che mi strapazza per causa tua. Per il bergamotto, mi saranno indubbiamente scontati almeno quaranta peccati; ma perché non avrei dovuto offrirmi il piacere di passare una sera in compagnia di un amico? Allora usai uno stratagemma: ti scrissi che si trattava di un affare talmente importante, che se tu non fossi venuto, tutte le nostre navi sarebbero andate a fondo.


Lo pregai di non agire, per l'avvenire, in tal modo, e di limitarsi semplicemente a invitarmi, se mai avesse desiderio di vedermi. La spiegazione di Maslobojev, però, non mi aveva soddisfatto interamente.


- E questa mattina, perché sei fuggito? - gli domandai.


- Stamane avevo proprio un affare che reclamava la mia presenza, non mento, te lo assicuro.


- Un affare col principe?

- Vi piace il nostro tè? - domandò Alessandra Semionovna con vocina melata.


Aspettava da cinque minuti che lodassi il suo tè, mentre io non ci pensavo neppure.


- E' straordinario, Alessandra Semionovna, proprio straordinario; non ho mai bevuto nulla di simile.


Alessandra Semionovna arrossì dal piacere e si affrettò a versarmene un'altra tazza.


- Il principe! - esclamò Maslobojev. - Quel principe è un tale mascalzone, un tale birbante... Ti dico io! Guarda, anch'io sono un birbante, ma, non fosse che per un senso di pudore, non vorrei certo essere nella sua pelle! Però, non dico più nulla, basta! Non ti posso dir altro di lui.


- Io, invece, come a farlo apposta, sono venuto da te proprio per chiederti alcune informazioni sul suo conto. Ma ne riparleremo più tardi. Ora, dimmi: perché hai offerto caramelle alla mia Elena e poi hai ballato davanti a lei? Di che cosa, poi, hai potuto parlare con lei per un'ora e mezzo?

- Elena è una ragazzina che ha dodici, se non undici anni, e vive, per il momento, in casa di Ivan Petrovitc, Alessandra Semionovna...


Guarda, Vania, guarda, - aggiunse indicando la giovane, - guarda com'è avvampata, non appena ha sentito che ho portato delle caramelle a una fanciulla sconosciuta. Ha sussultato ed è diventata tutta rossa; come se le avessero sparato una pistolettata in faccia... e gli occhi, gli occhi, brillano come due braci. Sì, sì, Alessandra Semionovna, non è il caso di nascondere i vostri sentimenti! Siete gelosa! Se non avessi spiegato che si tratta di una bambina undicenne, mi avrebbe subito tirato il ciuffo; nemmeno lo stesso "bergamotto" m'avrebbe salvato!

- Non ti salverà neanche adesso!

E pronunciando queste parole, Alessandra Semionovna, d'un salto solo, balzò verso di noi, e, prima che Maslobojev avesse il tempo di parare la testa, gli afferrò una manata di capelli e glieli tirò con forza.


- Eccoti, eccoti! Non ti permetterò di dire, in presenza dell'ospite, che sono gelosa; non osarlo, non osarlo!

Ella avvampò ancora, e, benché ridesse, Maslobojev ricevette la sua parte.


- Sta raccontando proprio cose vergognose, - essa aggiunse con serietà, rivolgendosi a me.


- Hai visto, Vania, cos'è la vita? Questa è senza dubbio una buona ragione per permetterci un altro bicchierino d'acquavite! - concluse Maslobojev, e quasi di corsa si precipitò verso la tavola sulla quale si trovavano le caraffe. Ma Alessandra Semionovna fu più lesta di lui:

afferrò la caraffa, riempì un bicchierino di acquavite, e lo tese a Maslobojev, picchiandolo al tempo stesso affettuosamente sulla spalla.


Questi mi ammiccò con un occhio, fece schioccare la lingua e vuotò il bicchierino.


- Quanto alle caramelle, non è troppo facile risponderti, - cominciò, riprendendo il suo posto sul divano accanto a me. - Le avevo comprate l'altro ieri in una bottega di droghiere, mentre ero ubriaco, non so più con quale scopo. Può darsi, del resto, che l'abbia fatto unicamente col desiderio di sostenere il commercio e l'industria della nostra patria, non saprei proprio dirtelo con precisione; ricordo soltanto che me ne andai allora in giro per le strade, ubriaco fradicio, di essere caduto nel fango, e di essermi strappato i capelli, piangendo al pensiero che non ero buono a nulla. Le caramelle, naturalmente, mi erano uscite di testa, e così mi rimasero nella tasca fino a ieri, quando me le sentii sotto, sedendomi sul tuo divano. Quanto al ballo, devi attribuirlo, come tutto, al mio abituale stato di ubriachezza; ieri anzi ero più brillo del solito, e quindi, come mi capita spesso quando sono contento del mio destino, mi misi a ballare. Eccoti la spiegazione; bisogna, però, anche aggiungere che la povera orfanella aveva svegliato in me un senso di compassione; lei, a ogni modo, si rifiutò di parlare con me; sembrava persino in collera.


Allora cominciai a ballare e offrii le caramelle per rallegrarla .


- Non avrai piuttosto cercato di corromperla per cavarle fuori qualche confessione? Dimmi francamente: sei stato là apposta, sapendo che non mi avresti trovato in casa, per chiacchierare con lei a quattr'occhi e farla parlare, o no? So che sei rimasto con lei un'ora e mezzo, dopo averle assicurato che conoscevi la sua povera mamma, e che l'hai interrogata su certe cose...


Maslobojev socchiuse gli occhi e sorrise con aria astuta.


- L'idea sarebbe stata molto buona, - disse. - No. Vania, non si tratta di questo. Certo, è sempre utile interrogare un po' quando si presenta l'occasione, ma non si tratta di questo. Ascoltami, vecchio amico: è vero, sono piuttosto brillo adesso, anzi, lo sono alquanto, come al solito, ma puoi credermi ugualmente. Se ti dico che Filippo non ti ingannerà mai "con cattiva intenzione", mai!

- E senza cattiva intenzione?

- No... neanche senza cattiva intenzione. Ma al diavolo tutto questo!

Beviamo, e passiamo all'affare! Un affare senza importanza, del resto, - continuò, dopo aver vuotato un bicchierino. - Quella Bubnova non aveva nessun diritto di tenere la ragazzina presso di sé, ho assunto informazioni su ogni cosa. Non l'ha mai adottata né fatto nulla di simile. La madre le doveva una certa somma, e lei prese la bambina in casa propria. La Bubnova, pur essendo una birbante e una canaglia, è anzitutto stupida come tutte le donne. La defunta aveva il passaporto e tutte le carte in regola, quindi, da questo lato, tutto è pulito.


Elena può rimanere con te; tuttavia, sarebbe bene se qualche famiglia di brava gente volesse prenderla e interessarsi seriamente della sua educazione. Per ora, ad ogni modo, rimanga pure con te; ci penserò io a mettere a posto ogni cosa; la Bubnova non oserà muovere un dito.


Della defunta madre della piccina, però, finora non ho potuto raccogliere quasi nulla di preciso. Era vedova, e si chiamava Salzman.


- Sì; così mi ha detto anche Nelly.


- Dunque, su questo punto siamo a posto. Adesso, Vania, - cominciò con una certa solennità, - ho una preghiera da rivolgerti. Esaudiscila.


Raccontami, col maggior numero di particolari possibile, che affari sono i tuoi e dove passi tutte le tue giornate. Chi frequenti? Ne ho già sentito parlare in parte, ma mi occorre conoscere i particolari.


Una simile solennità mi stupì assai; mi allarmò anzi un poco.


- Ma che c'è mai? Perché hai bisogno di saperlo? Perché me lo domandi con tanta solennità?

- Ecco, Vania, è inutile spendere troppe parole: voglio renderti un servigio. Vedi, amico caro? Se avessi voluto giocare d'astuzia con te, avrei saputo farti parlare senza prendere quest'aria solenne. Tu, invece, mi sospetti di astuzia a tuo riguardo: quella tua domanda a proposito delle caramelle, l'ho ben capita. Siccome parlo con solennità, però, vuol dire che la cosa mi interessa non per me, ma per te. Non dubitare, dunque, e rispondi con franchezza, dicendomi la pura verità...


- Ma che servigio potresti rendermi? Senti, Maslobojev, perché non vuoi raccontarmi qualche cosa del principe? Mi occorrerebbe proprio sapere qualche cosa, e con ciò mi renderesti un vero servigio.


- Del principe? Uhm!... Beh, ti dirò dunque che ho intenzione appunto d'interrogarti a proposito del principe.


- Come?

- Così, caro amico: ho notato che egli è, in certo qual modo, immischiato nelle tue faccende; tra l'altro, stamattina mi ha chiesto informazioni sul tuo conto. In che modo ha saputo che ci conosciamo, non è affar tuo. L'importante è che tu devi stare in guardia con quel principe. E' un Giuda-traditore e peggio ancora. Quindi, avendo saputo che è coinvolto nelle tue vicende, ho avuto timore per te. Del resto, non so nulla, e ti prego appunto d'informarmi per poter meglio giudicare della situazione... Questa sera, ti ho proprio invitato per parlarne, e ti dichiaro con tutta franchezza che l'affare importante consiste in questo.


- Mi vorrai pur dire qualche cosa, tanto che sappia perché dovrei aver timore del principe, almeno.


- Va bene, sia come tu vuoi; c'è gente che si serve di me per certi suoi affari. Ma rifletti un po': quella gente ha fiducia in me, sapendo che so tenere la lingua a posto e non sono chiacchierone...


Come posso, dunque, raccontarti le faccende altrui? Non devi quindi avertene a male, se mi manterrò sulle generali, molto vagamente, solo per dimostrarti che razza di mascalzone è mai quell'uomo! Beh, ora comincia tu con la esposizione dei fatti tuoi.


Pensai che, dopo tutto, non avevo ragione di tenere nascosto alcunché a Maslobojev. La storia di Natascia non era un segreto; inoltre, potevo sperare di trarre qualche profitto per lei dalla mia amicizia con Maslobojev. Inutile dire che, nel mio racconto, evitai, per quanto mi fu possibile, di toccare certi punti; Maslobojev ascoltava con la massima attenzione soprattutto ciò che si riferiva al principe; talvolta, mi fermava, rivolgendomi qualche domanda, di modo che la mia narrazione, che durò circa mezz'ora, risultò molto particolareggiata.


- Uhm! E' molto intelligente la signorina! - dichiarò Maslobojev. - Se anche non ha indovinato tutte quante le intenzioni del principe, è già molto che abbia subito compreso con chi aveva a che fare e abbia rotto ogni trattativa. Brava Natalia Nicolajevna! Brindo alla sua salute! (E vuotò un altro bicchierino). In un caso simile, non bastava l'intelligenza, occorreva anche il cuore per non lasciarsi ingannare.


E il cuore ha saputo orientarsi. Certamente, la sua causa è persa; il principe saprà influire su Alioscia, che l'abbandonerà di sicuro. Mi rincresce molto per quel povero Ikmenev, che dovrà pagare diecimila rubli a quel mascalzone! Ma chi è stato il suo avvocato? Chi è stato incaricato dell'affare? Se ne è forse occupato lui personalmente? Eh, sono tutti così quegli uomini impetuosi e leali! E' gente che non è buona a niente! Col principe occorreva agire ben altrimenti. Avrei procurato a Ikmenev uno di quegli avvocati, sai... eh!...


E, indispettito, batté il pugno sulla tavola.


- Ebbene, ora parlami del principe.


- Tu torni sempre al tuo principe. In fondo in fondo, non so che cosa potrei dirti di lui. Mi spiace di avertelo promesso. Vedi, Vania? Non volevo altro che metterti in guardia contro quel furfante, per sottrarti alla sua influenza. Chi entra in relazioni con lui è certamente in pericolo. Stai dunque in guardia, e basta. Credevi, invece, che dovessi comunicarti qualche cosa sul genere dei "Misteri di Parigi"? Si vede subito che sei un romanziere! Che vuoi che ti dica di quel mascalzone? Con queste parole è detto tutto... Ti racconterò, per esempio, una storia che lo riguarda, senza precisare né luoghi né persone; senza alcuna precisione di particolari, insomma! Sai che nella sua prima gioventù, quando era costretto a vivere col solo stipendio che percepiva dall'ufficio in cui serviva, sposò una ricca mercantessa. Questa mercantessa fu trattata da lui in modo poco gentile, e sebbene non si tratti di lei in questo momento, noterò, mio caro Vania, che in tutta la sua vita egli ha sempre avuto una spiccata predilezione per questo genere di affari. Eccoti un altro esempio! Si era recato all'estero. La...


- Aspetta, Maslobojev, di quale suo viaggio parli? Il viaggio di che anno?

- Di un viaggio che avvenne con precisione novantanove anni e tre mesi fa. Ebbene, là indusse una certa ragazza a fuggire con lui, abbandonando suo padre, e la portò con sé a Parigi. E se sapessi in che modo lo fece! Il padre era un fabbricante di non so che cosa, o comunque faceva parte di un'azienda di quel genere, non lo so di preciso, giacché il mio racconto è unicamente basato sulle deduzioni che ho tratto personalmente da certi dati. Il principe entrò egli pure come socio nella stessa azienda e truffò il vecchio. Lo truffò completamente e gli prese il denaro. Si capisce che il denaro fu preso contro ricevute o non so quali altri documenti. Il principe, invece, bramava prendere i soldi senza dover mai rimborsarli, cioè rubarli, per dire più precisamente. Il vecchio aveva una figlia di una bellezza poco comune, di cui era innamorato un ragazzo idealista, un vero fratello di Schiller, un poeta, un romantico, e al tempo stesso mercante, insomma un vero tedesco, un Pfefferkuchen..


- Aspetta, si chiamava Pfefferkuchen?

- Forse non era nemmeno Pfefferkuchen, che il diavolo se lo pigli, ciò non importa. Allora il principe s'insinuò presso la figlia, e lo fece così bene, che la fanciulla se ne innamorò fino a perdere la ragione.


Il principe desiderava due cose: impossessarsi della figlia e impossessarsi dei documenti concernenti la somma presa al vecchio. La figlia aveva tutte le chiavi dei cassetti del padre, che l'amava come un pazzo, al punto di non volere che si sposasse. Proprio così: era geloso di ogni uomo che l'avvicinava, non capiva come avrebbe potuto separarsi da lei; di modo che anche Pfefferkuchen fu scacciato da quel bizzarro inglese...


- Un inglese? Ma dove avvennero questi fatti?

- Ho detto «inglese», così per fare una supposizione; tu, invece, l'hai subito afferrato al volo. I fatti avvennero nella città di Santa-Fé-de-Bogotà, oppure a Cracovia, potrebbe darsi, però, che siano avvenuti anche nel «Furstentum Nassau», quello che è scritto sulle bottiglie con l'acqua di Selz, sì, sì, proprio a Nassau; ti basta?

Dunque, il principe indusse la ragazza a fuggire e se la portò via, e la ragazza, dietro le insistenze del principe, portò via alcuni documenti appartenenti al padre. Al mondo, si danno anche simili amori, Vania! E ti giuro che la fanciulla era onesta, di carattere nobile ed elevato! Può anche darsi che fosse poco pratica di documenti. Non aveva che una preoccupazione: temeva di essere maledetta dal padre. Ma il principe trovò un rimedio anche per questo, dandole una promessa formale e legale di sposarla. Riuscì in tal modo a farle credere che sarebbero partiti per poco tempo, semplicemente per fare un viaggio, ma che, placate le ire del padre, sarebbero subito tornati come giovani sposi e sarebbero rimasti a vivere tutti e tre insieme, perfettamente d'amore e d'accordo. Dopo la fuga della figlia, il vecchio la maledisse e fece fallimento. Allora Frauenmilch, che era innamorato pazzo, lasciò tutto, lasciò il commercio e la seguì a Parigi.


- Aspetta, che Frauenmilch?

- Ma sì... quello, come vuoi! Fenerbach... ah, diavolo, Pfefferkuchen!

Beh! va da sé che il principe non intendeva sposarsi: che ne avrebbe pensato la contessa Clestova? Che ne avrebbe detto il barone Pomojkin?

Non c'era, dunque, altro rimedio che quello di ingannare anche la ragazza. Lo fece, però, in modo troppo sfacciato e vigliacco.


Anzitutto, la trattò senza il minimo riguardo, giungendo quasi a picchiarla; in secondo luogo, aveva appositamente invitato a frequentarli il giovane Pfefferkuchen, che diventò in breve amico intimo della ragazza; andava da loro quasi ogni sera, la ragazza si lamentava, piangeva; gli confessava le proprie disgrazie; egli, da parte sua, la consolava come poteva, si capisce, anima di Dio! Il principe, invece, l'aveva combinato apposta: una bella sera, tornando tardi a casa, li trovò insieme e li accusò di relazione amorosa; si attaccò a qualche inezia, disse di aver visto coi propri occhi e li gettò fuori entrambi, dopo di che si recò per un certo tempo a Londra.


Lei era proprio sul punto di diventare madre, e non appena scacciata dall'amante, mise al mondo una figliola... cioè, non una figliola, ma un figlio, un maschietto, che fu battezzato e cui fu dato il nome di Volodka. Pfefferkuchen fece da padrino. Partì dunque con Pfefferkuchen, il quale aveva un po' di denaro. Così girarono per la Svizzera, l'Italia... insomma, per tutti i paesi poetici, naturalmente. L'altra piangeva sempre e Pfefferkuchen la consolava...


Passarono molti anni. La bambina era cresciuta. La cosa sarebbe andata liscia, per il principe, se non che la promessa formale di sposarla era rimasta nelle mani della ragazza. «Sei un uomo vile», gli disse lei accomiatandosi, «mi hai derubata, mi hai disonorata, e ora mi abbandoni. Addio! Però, il documento con la promessa di sposarmi non te lo restituirò; non perché voglia un giorno sposarti, ma perché tu abbia paura di quel documento. Che esso rimanga quindi eternamente in mano mia». Insomma, si era accalorata; il principe, del resto, rimase tranquillo. In generale, simili mascalzoni sono contentissimi, quando hanno a che fare coi cosiddetti esseri dai sentimenti elevati. Sono così nobili, che non c'è nulla di più facile dell'ingannarli; inoltre, si contentano, solitamente, di dimostrare un nobile e alto disprezzo, invece di ricorrere praticamente alla legge, anche nei casi in cui la legge potrebbe essere applicata. Eccone un esempio, anche nella madre in questione: si limitò a dimostrare un orgoglioso disprezzo, e nonostante che si fosse tenuta il documento, il principe era sicuro che si sarebbe impiccata, piuttosto che farne uso; quindi per intanto rimaneva tranquillo. Lei, invece, pur avendogli sputato sulla faccia tosta, rimase col suo Volodka sulle braccia: se fosse morta, che ne sarebbe stato del bambino? Ma ciò non era stato preso in considerazione. Bruderschaft pure cercava di consolarla, ma non ragionava; continuava a leggere Schiller. Finalmente, Bruderschaft si ammalò, non so più di quale malattia, e morì.


- Cioè Pfefferkuchen?

- Ma sì, che il diavolo se lo pigli! Lei, invece...


- Aspetta! Quanti anni avevano viaggiato, dunque?

- Duecento anni precisi. Dicevo, dunque, che la ragazza era tornata a Cracovia. Il padre la maledisse e rifiutò di accoglierla; dopo di che lei morì, e il principe si fece un segno di croce per la gioia. «Così sono stato anch'io, vi ho bevuto il vino, che mi scorse sui baffi e non mi entrò in bocca» (11) ... beviamone un altro bicchiere, Vania, amico mio!

- Sospetto che tu sia occupato appunto in questo suo affare, Maslobojev.


- Se vuoi che sia assolutamente così...


- Soltanto, non capisco che cosa potresti fare.


- Vedi? Quando, dopo un'assenza di dieci anni, la ragazza fu tornata sotto un falso nome a Madrid, fu necessario raccogliere informazioni precise, su Bruderschaft, sul vecchio, sul bambino, e sapere se effettivamente fosse tornata, se fosse morta in seguito, se dopo la sua morte fosse rimasto qualche documento, e così via. C'era pure un'altra informazione per lui molto importante da assumere. E' un uomo cattivissimo, sta in guardia, Vania; di Maslobojev, invece, non devi mai pensare che sia un mascalzone! Anche se fosse un mascalzone, (perché, secondo me, tutti gli uomini sono mascalzoni), non lo è nei tuoi confronti. Sono molto ubriaco, ma ascoltami ugualmente: se un giorno vicino o lontano, ora o l'anno venturo, dovesse sembrarti che Maslobojev abbia giocato d'astuzia a tuo danno (ti prego di ricordare proprio la parola «astuzia»), sappi che l'avrà fatto senza cattiva intenzione; Maslobojev veglia su di te. Non credere quindi ai sospetti; in tal caso, vieni e spiegati francamente con Maslobojev in persona, come se fosse tuo fratello. Vuoi bere ancora?

- No basta!

- Vuoi mangiare qualche cosa?

- No, amico mio, scusami...


- Allora, ti permetto di andartene; sono le nove meno un quarto, e tu sei orgoglioso. E' ora che te ne vada.


- Come? Che stai dicendo? Ti sei ubriacato e ora cacci via l'invitato?! E' sempre così! Ah, svergognato! - esclamò Alessandra Semionovna, quasi piangendo.


- «Un cavaliere non può essere compagno di un pedone». Alessandra Semionovna, noi rimarremo insieme e ci adoreremo. Costui, invece, è un generale! No, Vania, ho mentito: tu non sei un generale, e io sono un mascalzone! Guarda un po' che cosa sono in questo momento! Che cosa sono in confronto a te? Perdonami, Vania, non incolparmi e permetti che mi sfoghi sul tuo petto.


Così dicendo, mi abbracciò e proruppe in lacrime. Mi alzai per andarmene.


- Ah, santo Dio! ma abbiamo la cena pronta, - disse Alessandra Semionovna, in preda a una fortissima afflizione. - Verrete almeno venerdì da noi?

- Verrò, Alessandra Semionovna; ve ne dò la mia parola d'onore.


- Forse siete disgustato di lui per averlo visto in uno stato simile.


Non disprezzatelo, non disprezzatelo, Ivan Petrovitc; ha un cuore così buono e vi vuole tanto bene! Mi parla giorno e notte di voi, in questi tempi, sempre di voi. Ha comprato apposta per me i vostri libri, ma io non li ho ancora letti; comincerò a leggerli domani. Come sarò contenta, quando tornerete da noi! Non vedo nessuno, nessuno viene a farci visita. Abbiamo molta roba, ma siamo sempre soli. Or ora, me ne sono stata qui seduta ad ascoltarvi parlare, e stavo così bene...


Allora, vi aspetto venerdì.




CAPITOLO 7


Andavo in fretta, dirigendomi verso casa: le parole di Maslobojev mi avevano colpito. Dio sa che supposizioni mi passavano per la mente...


Come a farlo apposta, a casa mi aspettava una novità che mi scosse come la scarica di una macchina elettrica.


Di fronte al portone della casa dove abitavo c'era un fanale. Non appena ebbi messo il piede oltre la soglia, una strana figura si staccò da quel fanale e si slanciò verso di me con tanto impeto, che involontariamente gettai un grido. Era un essere umano, spaventato, tremante, mezzo pazzo, che mi afferrò per le mani. Sebbene invaso dallo spavento, riconobbi Nelly.


- Nelly! Che hai? - le chiesi. - Che hai?

- Là, di sopra... c'è lui... là, da noi!

- Chi lui? Vieni, vieni con me!

- Non voglio, non voglio! Aspetterò finché non se ne sarà andato...


sù, nell'andito... non voglio.


Salii le scale con uno strano presentimento, aprii l'uscio e vidi il principe. Sedeva presso la tavola e leggeva; per lo meno, il libro che aveva davanti era aperto.


- Ivan Petrovitc! - esclamò allegramente. - Sono lietissimo di vedervi finalmente tornare. Stavo per andarmene. Vi aspetto da più di un'ora.


Ho dato parola alla contessa, dietro le sue insistenti preghiere, di condurvi da lei questa sera. Ha tanto insistito per ciò! Ha un così vivo desiderio di conoscervi! Avendo già avuta la vostra promessa in merito, ho giudicato ragionevole passare personalmente da voi un po' presto, prima che prendeste qualche altro impegno, a pregarvi di accompagnarmi. Immaginatevi il mio dispiacere quando seppi dalla ragazzetta che vi serve che non eravate in casa. Che cosa dovevo fare?

Avevo dato la mia parola d'onore alla contessa di condurvi questa sera da lei, e perciò mi sedetti qui, deciso ad aspettarvi un quarto d'ora.


Altro che un quarto d'ora! Ho aperto uno dei vostri romanzi, e, leggendolo, mi sono dimenticato del tempo. Ivan Petrovitc! E' una perfezione! Si vede che non vi capiscono; mi avete fatto piangere, e io non piango facilmente...


- Volete dunque che vi accompagni? Vi confesso che ora... sebbene in generale non sia contrario, ma...


- Per amor di Dio, andiamoci! Mi fareste davvero un gran torto, altrimenti! Vi aspetto da un'ora e mezzo! Inoltre, ho bisogno, ho un bisogno urgentissimo di parlarvi. Non vi sarà difficile indovinare a proposito di che. Quella faccenda, voi la conoscete cento volte meglio di me. Può darsi che ci mettiamo d'accordo in qualche modo, che prendiamo una decisione! Per amor di Dio, non state a rifiutare!

Pensai che, presto o tardi, un giorno o l'altro, avrei pur sempre dovuto andare là dove il principe voleva condurmi. Pensai, inoltre, che Natascia doveva essere sola in quel momento e poteva aver bisogno di me; ma non mi aveva forse lei stessa incaricato di trovare al più presto l'occasione di conoscere Katia? D'altra parte, non era neppure da escludere la possibilità che fosse con lei Alioscia... Sapevo che Natascia non sarebbe stata tranquilla finché non le avessi portato notizie di Katia; decisi dunque di seguire il principe. Mi turbava, però, il pensiero di Nelly.


- Aspettatemi, - dissi al principe, e uscii sulla scala.


Nelly era là, in un angolo buio.


- Perché non vuoi entrare, Nelly? Che cosa ti ha fatto? Che cosa ti ha detto?

- Nulla... ma non voglio, non voglio... - ripeteva. - Ho paura...


Per quanto insistessi, non acconsentì a entrare con me. Mi promise, però, non appena io e il principe saremmo usciti, di entrare nella camera e di rinchiudervisi.


- E non lasciare entrare nessuno, Nelly, comunque insista.


- Andate con lui?

- Sì.


Essa trasalì e mi afferrò un braccio, come se volesse supplicarmi di non farlo, ma non disse nulla. Decisi di chiederle spiegazione all'indomani.


Dopo aver fatto le mie scuse al principe, mi accinsi a cambiarmi d'abito. Mi assicurò che non era affatto necessario mi facessi una toeletta speciale.


- Insomma, basterebbe che vi metteste un abito... un po' più fresco, e null'altro, - aggiunse squadrandomi con sguardo inquisitore dalla testa ai piedi. - Sapete bene come resistano certi pregiudizi mondani... non è possibile rigettarli del tutto. Ce ne verrà ancora del tempo, prima che nel nostro mondo possiate incontrare una simile perfezione, - concluse, constatando con piacere che avevo una marsina.


Uscimmo. Io, però, lo lasciai sulla scala e ritornai in camera, dove Nelly era già scivolata, e mi accomiatai ancora una volta da lei. Era terribilmente agitata. Il suo viso era livido. Temevo per lei, mi era penoso lasciarla sola.


- Strana quella vostra domestica! - disse il principe, scendendo le scale. - E' la vostra domestica, vero, quella ragazza?

- No... abita con me, così... temporaneamente.


- Una ragazzina stranissima. Sono persuaso che è pazza. Immaginate che sulle prime mi ha risposto a modo, ma poi, dopo avermi guardato attentamente, si slanciò a un tratto verso di me con un grido... mi si aggrappò tutta tremante... sembrava che volesse dirmi qualche cosa e non poteva farlo. Vi confesso di aver provato una vera paura; feci per fuggire, ma, grazie a Dio, fu lei la prima a prendere la fuga. Rimasi stupito. Come potete vivere con lei?

- E' affetta da epilessia, - risposi.


- Davvero? Allora non c'è da stupirsi... se ha di quegli accessi...


Mi balenò allora il pensiero che la visita fatta da Maslobojev il giorno prima in casa mia, in un momento in cui sapeva bene di non trovarmi in casa; che la mia visita a Maslobojev; il racconto che mi aveva fatto in stato di ubriachezza e come a malavoglia; il mio invito di andarlo a trovare alle sette in punto, l'insistente preghiera che non dubitassi di lui e finalmente quella visita del principe, il quale era venuto a cercarmi mentre forse qualcuno lo aveva informato che non mi avrebbe trovato in casa, e la fuga di Nelly, che era scesa ad attendermi in istrada, dovessero avere un certo legame. C'era di che meditare.


Al portone, aspettava la vettura del principe. Vi montammo entrambi e ci avviammo.




CAPITOLO 8


Non c'era da andare molto lontano; solo fino al ponte Torgovij.


Durante il primo minuto tacemmo. Mi andavo chiedendo in che modo il principe mi avrebbe di nuovo rivolto la parola. Mi pareva che dovesse tastare, tentare, indagare. Egli, invece, affrontò l'argomento senza esitazioni di sorta, e andò dritto allo scopo.


- In questi momenti sono molto preoccupato da una certa faccenda, Ivan Petrovitc, - cominciò, - di cui vorrei anzitutto parlare con voi, per averne un consiglio: ho già deciso da tempo di rinunciare al denaro che mi è stato aggiudicato dal tribunale e cedere i diecimila rubli in questione a Ikmenev. Come debbo farlo?

«Non è possibile che tu non sappia come dovresti agire», pensai. «Non vorrai, per caso, burlarti di me, eh?».


- Non saprei, principe, - risposi il più bonariamente che mi fu possibile. - In ogni altra circostanza, cioè per tutto ciò che riguarda Natalia Nicolajevna, mi troverete sempre pronto a fornirvi ogni spiegazione necessaria per il vostro bene e quello di noi tutti; ma quanto all'affare cui alludete, voi ne sapete certamente molto più di me.


- No, no! anche in questo d'un affare, me ne intendo certamente meno di voi. Voi li conoscete: possibile che Natalia Nicolajevna stessa non vi abbia espresso più di una volta la sua opinione a questo proposito?

Ciò sarebbe per me la migliore indicazione nello scegliere la via da seguire. Potete aiutarmi molto, perché la cosa è difficilissima. Io sono pronto a cedere, anzi sono deciso a cedere, in qualunque modo dovessero terminare tutte le altre storie; mi capite? Ma in che modo, sotto quale aspetto presentar loro questa concessione? Proprio qui non riesco a sbrogliarmela. Il vecchio è orgoglioso e testardo; sarebbe magari capace di offendersi per la mia benevolenza e di gettarmi quel denaro in faccia.


- Scusate: come considerate quel denaro? Come vostro o come suo?

- Il processo l'ho vinto io, quindi il denaro è mio.


- Ma secondo la vostra coscienza?

- Va da sé che lo considero mio anche da questo punto di vista, - mi rispose alquanto irritato della mia disinvoltura. - A quanto pare, non conoscete a fondo tutta questa faccenda. Io non incolpo il vecchio di truffa premeditata, e vi confesso di non averlo mai incolpato. E' stato lui a considerarsi offeso. E' colpevole di negligenza, d'incompetenza nei confronti dell'incarico a lui affidato, e, secondo il nostro accordo, doveva essere ed era responsabile di certi affari, che non hanno avuto buon esito. Dovete, però, sapere, che l'essenziale non sta neppure in questo: l'essenziale sta nel diverbio che è scoppiato tra noi, nelle offese che ci siamo scambiate allora; per dirla breve, nell'amor proprio offeso tanto in lui che in me. Forse non avrei nemmeno fatto caso, allora, a quei miseri diecimila rubli, ma voi sapete certamente in che modo e per quale motivo incominciò tutta questa storia. Riconosco di essermi dimostrato troppo sospettoso; forse ho anche avuto torto (intendo parlare di allora), ma in quel momento non me ne rendevo conto, e, indispettito, offeso dalle sue grossolanità, afferrai l'occasione per cominciare un processo.


Tutto ciò vi sembrerà forse un fatto poco nobile da parte mia. Non cerco neppure di giustificarmi; vi farò osservare soltanto che la collera e l'amor proprio offeso non costituiscono ancora mancanza di sentimenti nobili in una persona, ma sono una cosa naturale e umana; ripeto che allora conoscevo pochissimo Ikmenev, e avevo perfettamente creduto a tutte le voci che correvano su Alioscia e la figlia di Ikmenev; potrei quindi anche credere a un furto premeditato, con lo scopo di appropriarsi del mio denaro... Ma adesso, non è questo che importa. L'importante è di decidere che cosa dovrei fare adesso.


Rifiutare il denaro? Ma se in questo stesso momento dichiaro di considerare ancora giusta la mia causa! Sarebbe come se glielo regalassi. Prendete, inoltre, in considerazione la posizione delicata in cui ci troviamo riguardo a Natalia Nicolajevna... Ikmenev mi getterebbe senza dubbio quel denaro in faccia...


- Vedete! Dite voi stesso che vi getterebbe il denaro in faccia, ciò significa che lo considerate un uomo onesto; potete quindi anche essere perfettamente persuaso che non ha rubato mai il vostro denaro.


Così stando le cose, perché non dovreste andare da lui e dirgli francamente che considerate la vostra causa ingiusta? Questo sarebbe un gesto nobile e forse, in tal caso, Ikmenev non troverebbe difficoltà a riprendere il "proprio" denaro.


- Uhm!... il "proprio" denaro; ma, per carità, che figura farei in tal caso? Se vado da lui e dichiaro che considero la mia causa ingiusta, tutti mi potrebbero domandare in faccia per quale ragione allora l'abbia sostenuta. Io, invece, non ho proprio meritato d'essere trattato così, giacché ero nel mio diritto; non ho mai detto né scritto che mi abbia derubato, ma, ancora adesso, sono convinto della sua incompetenza, della sua leggerezza, della sua incapacità nel trattare gli affari. Quel denaro mi appartiene indubbiamente, e quindi mi sarebbe molto doloroso incolparmi ingiustamente; inoltre, ripeto, il vecchio si ritiene oltraggiato da me; e voi vorreste costringermi a chiedergli perdono... convenite che ciò sarebbe per me troppo penoso.


- Mi pare, che, quando due uomini vogliono riconciliarsi...


- Credete che sia facile?

- Sì.


- No, qualche volta sorgono difficoltà immense, soprattutto...


- Soprattutto quando s'interpongono altre circostanze. In ciò sono pienamente d'accordo con voi, principe. La storia di Natalia Nicolajevna e di vostro figlio deve essere risolta in tutti i punti che dipendono da voi, e risolta in modo soddisfacente per gli Ikmenev.


Solo allora potrete spiegarvi con tutta franchezza con Ikmenev anche riguardo al processo. Ora, invece, nulla ancora essendo deciso, non vi rimane che una via da seguire: riconoscere l'ingiustizia della vostra causa con tutta franchezza, e magari anche pubblicamente; ecco la mia opinione; ve la espongo sinceramente, perché me l'avete chiesta voi stesso, e non credo, perciò, che mi desideriate reticente. Questa persuasione mi dà l'arditezza di domandarvi: perché vi preoccupate di rendere il denaro a Ikmenev? Se considerate di aver vinto giustamente la causa, perché dovreste restituirglielo? Scusate questa mia curiosità, ma tutto ciò è talmente legato con le altre circostanze...


- Che ne pensate? - mi domandò a un tratto il principe, come se non avesse udito la mia domanda. - Siete sicuro che il vecchio Ikmenev rifiuterebbe i diecimila rubli? Se glieli offrissi senza nessuna scusa o... o... altri palliativi di sorta?

- Certo che rifiuterebbe!

Mi accesi tutto e trasalii persino per l'indignazione. Quella domanda di uno scetticismo sfacciato produsse su di me la stessa impressione che avrei provato se il principe mi avesse sputato in faccia. Mi sentivo, inoltre, offeso dal modo in cui il principe, comportandosi come usa nel gran mondo, aveva evitato di rispondere alla mia domanda, fingendo anzi di non averla neppure udita e interrompendomi con un'altra domanda, quasi per farmi capire che, interrogandolo, mi ero permesso una familiarità eccessiva. Quei modi di società mi erano assolutamente odiosi, tanto che, tempo addietro, avevo fatto di tutto perché Alioscia ne perdesse l'abitudine.


- Uhm... siete troppo impetuoso! Al mondo, molte cose si accomodano in modo tutto diverso da quello che immaginate voi, - osservò tranquillamente il principe, rispondendo alla mia esclamazione. - Penso, del resto, che Natalia Nicolajevna potrebbe avere una sua propria opinione a questo proposito. Riferitele la mia proposta: può darsi che ci dia almeno un consiglio.


- Niente affatto! - dissi allora bruscamente, interrompendolo. - Non vi siete degnato di ascoltare ciò che stavo dicendo or ora, e mi avete interrotto. Natalia Nicolajevna, vedendo la vostra intenzione di restituire il denaro senza sincerità e senza «palliativi», per usare la vostra stessa parola, penserà che intendete pagare al padre per la figlia, e per conto di Alioscia; che la facciate, insomma, per ricompensarla con denaro...

- Uhm!... così interpretate, dunque, la mia buona intenzione, mio caro Ivan Petrovitc? - e il principe rise. (Che significava quel riso?) - Nondimeno, - continuò, - abbiamo da parlare ancora di molte svariate cose. Ora, però, ci manca il tempo. Vi prego, tuttavia, di capire una sola cosa: si tratta di Natalia Nicolajevna e del suo avvenire, e ciò dipende in parte dal modo in cui decideremo di agire in questo caso e della risoluzione che adotteremo. E' assolutamente necessario che anche voi partecipiate a ogni cosa, lo vedrete anche voi. Se, dunque, siete sempre affezionato a Natalia Nicolajevna, non potete rifiutare di avere una spiegazione con me, per poco simpatico che io possa esservi. Ma eccoci arrivati... A fra poco!




CAPITOLO 9


L'abitazione della contessa era molto lussuosa. Le camere erano arredate con eleganza e buon gusto, ma senza eccessiva sontuosità.


Tutto, però, tradiva un non so che di temporaneo, di provvisorio. Non era che un appartamento preso in affitto per un certo tempo, e non un alloggio stabile di una ricca famiglia patrizia, con tutta la signorile larghezza della nobiltà che considera ogni suo capriccio come una necessità assoluta. Correvano voci che, per i mesi estivi, la contessa intendeva recarsi in campagna, in una sua proprietà (carica di ipoteche) nella provincia di Simbirsk, e che il principe dovesse seguirla. Avevo già sentito parlare di tale progetto e mi ero ansiosamente domandato come avrebbe agito Alioscia, qualora Katia avesse dovuto partire con la contessa. Con Natascia non ne avevo ancora parlato: avevo troppo timore ad affrontare l'argomento; da alcuni indizi, però, avevo potuto notare che tali voci erano giunte anche al suo orecchio. Tuttavia, lei taceva e soffriva in silenzio.


La contessa mi accolse con molta cortesia, mi tese affabilmente la mano e confermò che da tempo desiderava conoscermi e vedermi in casa sua. Era intenta a versare il tè da un bellissimo samovar d'argento, intorno al quale ci sedemmo: io, il principe e un altro signore anziano, appartenente evidentemente al gran mondo, con una decorazione di primo grado sul petto, e coi modi di un diplomatico. Mi parve che quell'ospite godesse molta stima nella casa. La contessa, da quando era tornata dall'estero, non aveva avuto tempo di allacciare troppe relazioni a Pietroburgo e di farsi una posizione, come avrebbe desiderato e come aveva sperato. Oltre al signore attempato, non c'era nessun altro, e nessuno comparve in tutta la serata. Cercai con gli occhi Caterina Feodorovna, ma la fanciulla era in un'altra camera con Alioscia; avendo, però, saputo del nostro arrivo, venne subito a salutarci. Il principe le baciò rispettosamente la mano e la contessa m'indicò a lei con un gesto.


Il principe fece le presentazioni.


Osservai la fanciulla con attenzione impaziente: era una fragile bambina, vestita di bianco, non molto alta di statura, con in viso un'espressione dolce e calma, con occhi d'un azzurro perfetto, proprio quale l'aveva descritta Alioscia: con la bellezza della gioventù e nient'altro. Mi ero aspettato di vedere una bellezza eccezionale, e non fu che una delusione. Il viso ovale e delicato, dai lineamenti alquanto regolari; capelli folti e veramente belli, pettinati con grande semplicità, e lo sguardo dolce e fisso: incontrandola in qualche luogo, le sarei passato accanto senza notarla e senza rivolgerle una speciale attenzione. Tale fu la mia prima impressione; durante la sera, però, ebbi campo di esaminarla meglio. Solo il gesto col quale mi tese la mano, senza pronunciar parola e guardandomi negli occhi con ingenua fissità, mi parve di una stranezza singolare, e, non so perché, le sorrisi involontariamente. Forse perché avevo subito compreso di avere di fronte un essere puro di cuore.


La contessa la seguiva attentamente con lo sguardo. Dopo avermi stretto la mano, Katia si allontanò in fretta da me e si sedette con Alioscia all'altra estremità della sala. Salutandomi, Alioscia mi aveva sussurrato all'orecchio:

- Non sono qui che per un momento: ora corro subito là.


Il «diplomatico», non conosco il suo nome e perciò lo chiamo diplomatico tanto per intenderci, parlava con calma e solennità, sviluppando non so quale sua idea. La contessa l'ascoltava attentamente. Il principe sorrideva consenziente e adulatore, e il diplomatico si rivolgeva di continuo dalla sua parte, evidentemente apprezzando in lui un degno ascoltatore. Mi offrirono il tè e mi lasciarono in pace; cosa che mi fece molto piacere. Intanto, osservavo la contessa.


A tutta prima, mi fece, mio malgrado, una buona impressione. Forse non era più giovane, non lo so, ma non dimostrava più di ventott'anni. Il suo volto, che, nella prima gioventù, doveva essere stato di una bellezza poco comune, era ancora fresco. I capelli castani erano ancora folti; lo sguardo dei suoi occhi esprimeva la bontà del cuore, ma aveva in sé un non so che di frivolo e di spensieratamente beffardo. In quel momento, non so perché, cercava evidentemente di frenarsi. Quello sguardo esprimeva anche una grande intelligenza, ma soprattutto bontà e allegria. Mi sembrò che il suo tratto di carattere più personale fosse una certa frivolezza, l'avidità dei piaceri della vita e un egoismo piuttosto bonario, ma alquanto grande. Era dominata dal principe, che aveva su lei un grande ascendente. Sapevo che esisteva tra loro una relazione; avevo pure sentito dire che, durante la loro permanenza all'estero, egli si era dimostrato un amante molto comodo e poco geloso; ma mi pareva allora, come continua a sembrarmi oggi, che oltre le loro relazioni d'amore, i due fossero legati da qualche altra cosa, in parte misteriosa, come un reciproco impegno, basato su certi calcoli... insomma, qualche cosa del genere esisteva di sicuro. Sapevo pure che presentemente il principe era stanco di lei, e nondimeno le loro relazioni non si rompevano. Forse ciò dipendeva dai loro calcoli a proposito di Katia, che senza dubbio dovevano essere stati ideati dal principe. Grazie a ciò, il principe si era sottratto all'obbligo di sposare la contessa, la quale, invece, aveva molto insistito a questo proposito, ed era riuscito a persuaderla che per loro due sarebbe stato più utile far sì che Alioscia sposasse la figliastra di lei. Così, almeno, avevo potuto dedurre una volta, da certe ingenue parole di Alioscia stesso, il quale, se non di molte, poteva pur rendersi sempre conto di certe cose. Mi ero, inoltre, fatto la convinzione, grazie sempre ad alcune confidenze di Alioscia, che il principe, nonostante la sua immensa influenza sulla contessa, aveva una ragione per temerla. L'aveva notato persino Alioscia. Seppi, in seguito, che il principe sarebbe stato molto contento di poter far sposare a qualcuno la contessa, e che in parte con quello scopo la mandava ora a Simbirsk, sperando che in provincia gli dovesse riuscire più facile trovarle un marito conveniente.


Io rimanevo seduto ascoltando, senza sapere come avrei potuto trovare il modo di parlare al più presto a quattr'occhi con Katia. Il diplomatico stava rispondendo a una domanda della contessa sulla situazione del giorno, sulle riforme iniziate e sui pericoli che avrebbero potuto derivarne. Parlava con facondia e prolissità, con calma e autorevolezza. Esponeva la propria idea con finezza e intelligenza, ma l'idea, per se stessa, era ributtante. Insisteva sulla propria opinione, dicendo che quello spirito di riforme e di miglioramenti avrebbe troppo presto portato certi risultati, vedendo i quali gli uomini sarebbero rinsaviti, e allora, non solo nella società (si capisce che parlava di una sola parte della società) si sarebbe estinto quello spirito nuovo, ma anche in alto avrebbero riconosciuto il loro errore e sarebbero tornati con raddoppiata energia al vecchio sistema; una tale prova, per quanto triste, sarebbe pur sempre risultata vantaggiosa, perché, con quei nuovi dati, avrebbe insegnato a sostenere il salutare sistema antico, e quindi c'era persino da desiderare che si giungesse all'ultimo grado dell'imprudenza. - Non possono fare a meno di noi, - concluse, -finora non è mai esistita una società senza di noi. Noi non perderemo, anzi, guadagneremo; verremo a galla, e il nostro motto dev'essere, in questo momento: "Peggio è, meglio è". - Il principe, approvandolo, gli sorrise in modo disgustoso. Il diplomatico rimase molto contento di se stesso. Io fui tanto stupido da voler obiettare; il cuore mi ribolliva di sdegno. Uno sguardo velenoso del principe mi arrestò! Quello sguardo mi sfiorò di sfuggita, ma mi sembrò di leggervi il desiderio di vedermi prorompere in qualche indelicatezza strana e puerile; forse lo desiderava per godersi il piacere di vedermi compromesso. Inoltre, era persuaso che il diplomatico non si sarebbe assolutamente accorto della mia obiezione, e forse neppure di me stesso. Mi sentii a disagio in quella compagnia; ma in quello stesso momento venne Alioscia portandomi soccorso.


Mi si avvicinò, mi toccò leggermente la spalla e mi chiamò per dirmi due parole. Capii che era stato mandato da Katia. E così era infatti.


Di lì a un minuto, sedevo accanto a lei. Anzitutto, mi misurò con uno sguardo scrutatore e attento, quasi dicesse tra sé: «Sei dunque così, tu?»; e sulle prime non trovammo parole per cominciare la conversazione. Nondimeno, ero convinto che le sarebbe bastato aprir la bocca per poter poi parlare con me, anche fino al mattino. Mi tornarono in mente le «cinque o sei ore di conversazione» di cui aveva parlato Alioscia. Questi ci sedeva vicino, aspettando con impazienza che cominciassimo a parlare.


- Ebbene, non vi dite nulla? - domandò infine, guardandoci e sorridendo. - Si trovano insieme e se ne stanno zitti.


- Ah, Alioscia, come sei... parleremo subito, - rispose Katia. - Abbiamo molte cose da discutere, Ivan Petrovitc, e non so davvero come devo cominciare. Abbiamo un po' tardato nel fare conoscenza, avremmo dovuto conoscerci prima; tuttavia, vi conosco da molto tempo. Avevo un vivo desiderio d'incontrarvi. Pensavo persino di scrivervi...


- Per dirmi che cosa? - domandai con un involontario sorriso.


- Oh, molte cose! - esclamò seria seria. - Ecco, per esempio: per domandarvi se è vero, come dicono, che Natalia Nicolajevna non si sente offesa quando viene lasciata sola per molto tempo, come in questo momento. E' forse permesso agire come agisce costui? - domandò indicando Alioscia; poi, rivolgendosi direttamente a lui, soggiunse: - Ecco, dimmi per piacere: perché sei qui, ora?

- Ah, santo Dio, ma ci vado subito. Ti ho già detto che voglio rimanere qui solo un momento, il tempo di vedere come discorrete tra voi, poi scappo subito.


- Che c'è d'interessante a vederci insieme? Ecco, siamo seduti; hai visto? E' sempre così questo ragazzo! - aggiunse arrossendo e mostrandomi Alioscia col dito:- «Un momentino», dice, «solo un momentino», invece rimane qui fino a mezzanotte, e allora è troppo tardi per andare là. «Natascia», dice lui, «non se la prende con me; è tanto buona!». Questo è il suo modo di ragionare! Vi pare che sia un agire bene e nobilmente?

- Forse ci andrò, - fece Alioscia con voce lamentosa; - mi farebbe, però, molto piacere restare qui un po' con voi...


- Ma che bisogno puoi avere di rimanere qui con noi? Noi, viceversa, abbiamo da dirci molte cose a quattr'occhi. Senti, non avertene a male; è una necessità, capiscimi.


- Se è necessario, me ne vado subito... non c'è poi ragione che me la prenda a male. Voglio, però, passare, sia pure un momento solo, da Liovinka, poi andrò subito da lei. Ivan Petrovitc, - continuò prendendo il cappello, - sapete che mio padre vuol rinunciare ai denari che deve avere da Ikmenev per la causa vinta?

- Sì, lo so; me l'ha detto.


- E' un atto molto nobile da parte sua. Ecco, Katia non vuol credere che in questo caso si tratti di nobiltà. Parlatene con lei. Addio, Katia: ti prego poi di non dubitare del mio amore per Natascia. Oh Dio, perché mi ponete tutti delle condizioni, mi rimproverate, mi spiate, come se io fossi sotto la vostra sorveglianza? Lei sa quanto l'amo, e ha fiducia in me, e io sono convinto della sua sicurezza. Le voglio bene, ecco tutto, e non ho bisogno d'impegni per amarla. Non posso spiegarvi come l'amo. L'amo semplicemente. Quindi non bisogna interrogarmi come se fossi un imputato. Ecco, domanda a Ivan Petrovitc, che è qui presente: ti confermerà che Natascia ha un carattere geloso e che nonostante il bene che mi vuole, c'è molto egoismo nel suo amore, perché non vuol fare per me il minimo sacrificio.


- Come? - esclamai stupito, non volendo credere alle mie proprie orecchie.


- Che stai dicendo, Alioscia? - gridò Katia, battendo una mano contro l'altra.


- Ma sì, che c'è da meravigliarsi tanto? Ivan Petrovitc lo sa. Insiste sempre che rimanga con lei. Ecco, non che proprio insista, ma lascia trasparire che tale è il suo desiderio.


- Ma non hai vergogna? Non hai proprio vergogna? - disse Katia accalorandosi.


- Perché mi dovrei vergognare? Come sei, Katia! Io l'amo più di quello che pare a lei, e se anche lei mi amasse veramente come l'amo io, mi sacrificherebbe il suo piacere. E' vero, molte volte mi dice lei stessa di andarmene; ma le leggo benissimo in faccia che ciò le fa pena; e allora, per me, è come se non mi lasciasse andare affatto.


- No, qui c'è sotto qualche cosa! - esclamò Katia rivolgendo a me lo sguardo brillante di collera. - Confessa, Alioscia, confessa subito che è stato tuo padre a dirti queste cose! Ti ha parlato, oggi? Non giocare d'astuzia con me, ti prego, perché lo saprò ugualmente.


Rispondi: ho o non ho ragione?

- Sì, mi ha parlato, - rispose Alioscia confuso. - Che c'è di male? Mi ha parlato, oggi, con grande cordialità, in modo molto amichevole, e ha continuato a lodarla; me ne sono persino meravigliato; Natascia l'ha offeso così gravemente, e lui, invece, ne fa gli elogi.


- E voi avete creduto subito! - dissi, - voi, cui lei ha sacrificato tutto ciò che poteva sacrificare, voi di cui lei oggi ancora si preoccupava, temendo di stancarvi e di privarvi della possibilità di vedere Caterina Feodorovna! Me lo disse oggi lei stessa. E voi avete subito creduto a quelle false insinuazioni! Come non avete vergogna?

- Ingrato! Macché! non si vergogna mai di nulla! - disse Katia, facendo un gesto di disperazione con la mano, come per dire che era un uomo perduto.


- Ma che cosa avete, insomma, voi due? - continuò Alioscia. - Tu, Katia, sei sempre così! Sempre sospetti in me il peggio... non dico di Ivan Petrovitc! Credete che non ami Natascia. Se ho detto che è un'egoista, non l'ho certo fatto perché non le voglio bene; volevo dire soltanto che mi ama troppo, che il suo amore supera ogni misura e perciò diventa penoso per lei e per me. Mio padre, intanto, non potrà mai darmi a intendere una cosa per un'altra, anche se volesse farlo, perché io non mi lascerò vincere. Ha detto che Natascia è un'egoista, ma non nel senso brutto della parola; l'ho capito benissimo. Voleva dire proprio soltanto quello che ho spiegato io or ora: che il suo amore è così forte, così esclusivo, che comincia a diventare un vero egoismo, ed è penoso per entrambi fin da adesso; in seguito, poi, diventerà ancora più penoso per me. Insomma, ha detto la verità, e l'ha detta per amor mio, senza voler offendere Natascia; anzi, egli constata in lei un amore illimitato, un amore quasi inverosimile...


Ma Katia lo interruppe e non lo lasciò terminare. Cominciò a rimproverarlo con calore, dimostrandogli che il principe aveva cominciato a lodare Natascia soltanto per ingannarlo, con apparente bontà, volendo raggiungere lo scopo prefisso e spezzare il loro legame, armando lui, Alioscia, senza che egli se ne accorgesse, contro di lei. Gli parlò con ardore e intelligenza del sentimento che Natascia nutriva per lui, gli disse che nessun amore avrebbe potuto perdonare tutto quello che egli le faceva sopportare, e che il vero egoista era lui, Alioscia. A poco a poco, lo condusse a un pieno pentimento e a una grande tristezza; egli rimaneva seduto accanto a noi, con gli occhi a terra, senza obiettare nulla, senza nulla rispondere, completamente annichilito e col viso improntato a un grande dolore. Ma Katia era implacabile. Io l'osservavo con la massima curiosità. Desideravo conoscere a fondo, al più presto, quella strana ragazza. Era una vera bambina, ma una bambina non comune, una bambina convinta, con salde regole e con un innato amore del bene e della giustizia. Si poteva veramente chiamare bambina, ma apparteneva, a ogni modo, a quella specie di bambini meditabondi, che sono così numerosi nelle nostre famiglie. Si capiva che aveva già ragionato non poco, ed ero curioso di penetrare in quella testolina ragionante e di vedere come le idee e le immagini meramente puerili vi si fondessero con le impressioni e le osservazioni della vita vissute e seriamente formatesi (ché Katia aveva già vissuto), nonché con le idee, per lei assolutamente nuove, non personalmente vissute, ma astratte, prese dai libri, le idee che avevano colpito la sua mente, che dovevano essere numerose, e che probabilmente considerava come proprie. Quella sera, come pure in seguito, potei studiarla molto bene. Aveva un cuore sensibile e ardente. In certe occasioni, pareva non si curasse di dominare se stessa, e metteva in prima linea la verità, considerando il dono della riservatezza quasi come un pregiudizio convenzionale, e inorgogliendosi persino di una tale persuasione, ciò che succede spesso a persone dotate di anime ardenti, anche negli anni più maturi.


Ma appunto questo le dava un fascino speciale. Le piaceva molto ragionare logicamente, analizzando le cose e cercando la verità, ma ciò malgrado era così poco pedante e certe sue uscite erano così infantili, che fin dal primo sguardo la sua originalità vi diventava simpatica e scusabile. Mi ricordai di Liovinka e di Borinka, e tutto mi sembrò nell'ordine delle cose. Cosa strana, il suo viso, in cui non avevo notato, al primo sguardo, alcuna bellezza speciale, nel corso della serata mi sembrò da un momento all'altro sempre più bello e attraente. Quell'ingenuo sdoppiamento che la rendeva bambina e donna ragionevole ad un tempo, quella puerile e sommamente schietta sete della verità e della giustizia, quell'incrollabile fede nelle proprie aspirazioni, le illuminavano il viso di una splendida luce di franchezza e le attribuivano una sublime bellezza morale. Cominciai a capire che non era facile comprendere tutto il significato di quella bellezza, che non si palesa tutta in una volta a ogni sguardo superficiale e indifferente. Capii pure che Alioscia doveva essersi affezionato a lei appassionatamente. Non potendo pensare chiaramente e ragionevolmente, amava chi poteva e desiderava pensare per lui, e Katia l'aveva già totalmente preso sotto la propria guida. Il suo cuore era nobile e cedeva di colpo a tutto ciò che era onesto e bello, e Katia aveva già aperto a lui la propria anima con tutta la semplicità infantile e la simpatia che provava per lui. Non aveva una goccia di volontà propria, quel ragazzo; lei, invece, era tutta volontà; volontà forte, tenace e piena di ardore; Alioscia non poteva affezionarsi che alla donna che l'avrebbe dominato, che avrebbe saputo comandarlo magari. Queste, almeno in parte, erano le ragioni per le quali Natascia lo aveva avvinto a sé nei primi tempi della loro relazione. Katia aveva, però, un grande vantaggio su Natascia, essendo essa stessa ancora una bambina, e, a quanto pareva, destinata a rimanere tale per molto tempo ancora. Quella sua puerilità, quel suo spirito vivo e al tempo stesso una certa mancanza di ragionevolezza, facevano sì che fosse più vicina ad Alioscia. Lo comprendeva, lo sentiva, e perciò Katia lo attirava a sé sempre maggiormente. Sono persuaso che quando parlavano tra loro a quattr'occhi, tra l'una e l'altra delle loro gravi conversazioni di «propaganda», dovevano mettersi a giocare. E sebbene Katia, senza dubbio, lo ammonisse assai più spesso di Natascia, egli si sentiva, evidentemente, molto più libero con lei che con Natascia. Erano una coppia molto meglio assortita, e questo era ciò che importava maggiormente.


- Basta, Katia, basta! Tu hai sempre ragione e io ho sempre torto.


Ciò, perché la tua anima è più pura della mia, - disse Alioscia, alzandosi e tendendole la mano per accomiatarsi. - Vado subito da lei; non passo nemmeno da Liovinka...


- Non hai nulla da fare da Liovinka; ad ogni modo, se mi obbedisci e vai da Natascia, sei molto gentile.


- La più gentile di tutti, però, sei tu, - rispose Alioscia tristemente. - Ivan Petrovitc, devo dirvi due parole.


Ci allontanammo di due passi.


- Oggi ho agito vergognosamente, - mi sussurrò. - Ho agito vigliaccamente, sono colpevole dinanzi a tutto il mondo, e specialmente dinanzi a loro due: a Natascia e a Katia. Oggi, dopo pranzo, mio padre mi ha fatto conoscere Alessandrina (una francese), una donna ammaliante... Mi sono invaghito e... insomma, non ho nulla da aggiungere; non sono degno di trovarmi in compagna di loro due..


Addio, Ivan Petrovitc.


- E' buono, è nobile, - cominciò Katia in fretta in fretta, non appena mi fui di nuovo seduto accanto a lei. - Ma di lui parleremo a lungo più tardi; ora dobbiamo, anzitutto, metterci d'accordo su un punto:

che ne pensate del principe?

- Penso che sia un pessimo uomo.


- Anch'io! Dal momento che su questo punto siamo della stessa opinione, ci sarà facile giudicare le cose. Ora parliamo di Natalia Nicolajevna... Sapete, Ivan Petrovitc? Finora mi è sempre parso di camminare al buio, e vi ho aspettato come avrei aspettato la luce.


Dovete spiegarmi tutto, giacché proprio per ciò che è essenziale, posso giudicare soltanto basandomi sulle supposizioni ispiratemi dai racconti di Alioscia. Non ho nessun altro, del resto, accanto a me, da cui sapere qualche cosa. Ditemi, dunque, innanzi tutto, quello che più m'importa di sapere: secondo voi, Alioscia e Natascia sarebbero felici sposandosi? Ho assolutamente bisogno di saperlo, per prendere una decisione definitiva, per sapere come debbo agire.


- Come si può rispondere con sicurezza a una domanda simile? Come si può saperlo?

- Certo, in una faccenda come questa, la sicurezza non può essere molta! - disse lei interrompendomi. - Vorrei conoscere, ad ogni modo, la vostra opinione. Siete un uomo tanto intelligente, voi!

- Secondo me, non potranno essere felici.


- Perché ?

- Perché sono male assortiti.


- L'ho pensato anch'io.


E congiunse le mani in un gesto di profonda disperazione.


- Spiegatemi ogni cosa più particolareggiatamente. Sentite: avrei molto desiderio di conoscere Natascia; vorrei parlarle di molte cose; mi pare che soltanto così potremmo decidere il da farsi. Cerco sempre d'immaginarmela: dev'essere una ragazza intelligentissima, seria, retta di carattere e bella. E' così?

- E' così!

- Ne ero sicura! Ma se è così, come ha potuto innamorarsi di un ragazzetto come Alioscia? Spiegatemelo voi! io me lo domando spesso.


- Non è una cosa che si possa spiegare, Caterina Feodorovna; è difficile immaginarsi come e perché nasca l'amore. Sì, Alioscia è un ragazzetto. Ma sapete voi con quanta forza si può amare un bambino? - (Il cuore mi s'intenerì, osservandola, guardandola negli occhi, che mi fissavano con profonda, seria e impaziente attenzione). - E appunto perché, da parte sua, Natascia non somiglia affatto a una bambina, - continuai, - ha potuto amarlo, e tanto più quanto più è seria e matura di carattere. Alioscia è leale, sincero, terribilmente ingenuo, ma ingenuo con una certa grazia. Può anche darsi che un po' l'abbia amato, come dire?... per un certo senso di pietà. Un cuore generoso può amare anche per pietà, per compassione. Del resto, sento di non potervi spiegare nulla; vi farò una domanda: lo amate voi?

Glielo domandai audacemente, sentendo che la fretta, l'irruenza anzi della mia domanda non avrebbe turbato per nulla l'infantile serenità della sua anima pura.


- Vi giuro di non saperlo ancora, - mi rispose piano, continuando a fissarmi negli occhi col suo sguardo limpido. - Mi pare, però, di volergli molto bene...


- Ecco, vedete? Potreste spiegare perché lo amate?

- Non c'è menzogna in lui, - mi rispose dopo aver pensato un momento.


- E quando mi guarda negli occhi, raccontandomi qualche cosa, ciò mi fa molto piacere... Ditemi, Ivan Petrovitc, faccio bene o male, parlando con voi di queste cose, io che sono una ragazza, a voi che siete un uomo?

- Che male volete che ci sia?

- Ecco! Non vi è certo alcun male! Loro, invece, - (indicò con un cenno di testa il gruppo intorno al samovar), - direbbero senza dubbio che ciò non è bello da parte mia. Avrebbero ragione o no?

- No, non ne avrebbero affatto! Il vostro cuore non vi dice che agite male, dunque...


- Faccio sempre così, - interruppe lei, cercando, evidentemente, di godersi la conversazione con me il più possibile. - Non appena ho qualche dubbio, ascolto subito il mio cuore: se è tranquillo, sono tranquilla anch'io. Credo che sia il miglior modo di agire. Parlo con voi con la stessa franchezza che userei parlando con me stessa:

anzitutto, perché siete un uomo buono e generoso, e perché conosco la vostra storia di una volta con Natascia prima ancora che lei s'innamorasse di Alioscia; vi dirò anzi che ho pianto ascoltandola.


- Chi ve l'ha raccontata?

- Alioscia, si capisce; e anche lui piangeva; ciò era bello da parte sua, e mi piacque molto. Mi pare che vi voglia più bene di quanto gliene vogliate voi, Ivan Petrovitc. Ecco, sono appunto queste le cose che mi piacciono in lui! In secondo luogo, parlo con voi con la stessa franchezza che se parlassi a me stessa, perché siete un uomo intelligente e potreste darmi molti consigli, insegnarmi molte cose.


- Perché credete ch'io sia tanto intelligente da poter dare consiglio ad altri?

Rimase soprappensiero.


- L'ho detto soltanto così... ma passiamo all'essenziale.


Consigliatemi, Ivan Petrovitc: sento di essere ormai la rivale di Natascia; lo capisco bene; ma so come debbo agire! Appunto per questo vi ho domandato se potrebbero essere felici insieme. Ci penso giorno e notte. La posizione di Natascia è terribile, proprio terribile!

Alioscia non l'ama assolutamente più e si affeziona sempre più a me.


E' così.


- Sembra che sia proprio così.


- Ed egli, badate, non l'inganna. Non sa neppure lui che il suo amore è in procinto di morire, mentre lei lo capisce senza dubbio. Quanto deve soffrire!

- Che cosa intendete fare, Caterina Feodorovna?

- Ho parecchi progetti, - mi rispose, seria seria, - ma non so quale possa essere il migliore. Vi aspettavo con tanta impazienza, appunto perché mi aiutaste a risolvere il problema. Sapete ogni cosa meglio di me, voi. Ora siete per me una specie di dio. Ascoltatemi: sulle prime, ho ragionato così: se quei due si vogliono bene, bisogna che siano felici; e quindi io devo sacrificarmi e aiutarli. E' giusto?

- So che vi siete sacrificata.


- Sì, mi ero sacrificata; ma quando Alioscia cominciò a venire sempre da me e a volermi sempre più bene, cominciai a esitare, non sapendo più se dovessi o non dovessi sacrificarmi. E' molto male da parte mia, vero? Che ve ne sembra?

- E' naturale! - risposi. - Così doveva essere... e non è colpa vostra.


- Non credo che sia così; voi parlate in questo modo perché siete molto buono. Io penso, invece, che il mio cuore non è più puro. Se il mio cuore fosse puro, saprei benissimo che cosa decidere. Ma non parliamo di questo! Più tardi, conobbi meglio i loro rapporti dai racconti del principe, da "maman", da Alioscia stesso, e capii che non erano ben assortiti; ora, voi me l'avete confermato. Ora sono più esitante ancora: che fare? Se, insieme, dovessero essere infelici, sarebbe meglio per loro separarsi fin d'adesso; ho però pensato di parlare prima con voi per conoscere tutti i particolari e andare poi a trovar Natascia per decidere insieme con lei il da farsi.


- Ma come pensate di fare?

- Le direi semplicemente così: «Voi l'amate più di ogni essere al mondo, vero? Quindi, più di tutto, vi deve anche essere cara la sua felicità: in conseguenza, dovete separarvi da lui».


- Sta bene, ma lo pensate voi quanto soffrirà, udendo tali parole? E anche ammesso che lei si accordi con voi, avrebbe poi la forza necessaria per separarsi da Alioscia?

- E' appunto quello cui penso giorno e notte, e... e...


Improvvisamente, pianse.


- Non potreste credere quanta pena mi faccia Natascia, - mi sussurrò poi con labbra tremanti di pianto.


Non c'era più nulla da aggiungere. Io tacevo, e, guardandola, sentivo anch'io un gran desiderio di piangere: perché? Non potrei dirlo; forse per un sentimento di tenerezza, di amore. Come era simpatica quella bambina! Non mi passò neppure per la mente di domandarle perché si considerasse in grado di rendere felice Alioscia.


- Vi piace la musica? - mi domandò a un tratto, dopo che ebbe ritrovato una certa calma, ma con un velo di tristezza sul viso per le lacrime recentemente versate.


- Sì, mi piace molto, - le risposi un po' stupito.


- Se avessimo più tempo, suonerei per voi la terza sonata di Beethoven. La suono spesso. Trovo che esprime tutti questi sentimenti... proprio come li sento io adesso. Così, almeno, mi sembra. Sarà per un'altra volta; ora dobbiamo parlare.


Cominciammo a discutere sul modo di organizzare un incontro tra lei e Natascia. Mi informò che era sorvegliata, che la sua matrigna era buona e le voleva bene, ma non le avrebbe assolutamente permesso di fare la conoscenza di Natalia Nicolajevna; avrebbe quindi dovuto ricorrere all'astuzia. Mi disse che tutte le mattine andava a fare una passeggiata in carrozza con la contessa; quando questa, però, si sentiva indisposta, chi l'accompagnava era la signora francese, una specie di dama di compagnia, già avanti d'età, che era allora ammalata. Ciò accadeva quando la contessa aveva il mal di testa; bisognava dunque aspettare che la cosa si verificasse. Intanto, avrebbe cercato di persuadere la vecchietta, che era molto buona. In conclusione, non era possibile stabilire un giorno preciso per la progettata visita a Natascia.


- Conoscerete Natascia e certo non vi pentirete di averla conosciuta, - le dissi. - Anche lei ha un gran desiderio di conoscere voi, e ciò è necessario, se non per altro, perché sappia a chi dovrà cedere il suo Alioscia. Non vi preoccupate troppo riguardo alla decisione da prendere. Il tempo deciderà per voi. Fra poco andrete in campagna, vero?

- Sì, presto, forse fra un mese, - mi rispose. - So, anzi, che il principe insiste in modo speciale su questa partenza.


- Credete che Alioscia vi seguirà?

- Anche a questo ho pensato, - disse fissandomi ancora. - E voi, che ne pensate? Ci seguirà?

- Sì, vi seguirà.


- Dio mio! Non vedo proprio come potrà finire tutta questa faccenda.


Sentite, Ivan Petrovitc, vi scriverò, vi scriverò spesso, e di tutto.


Ora non vi lascerò più respirare. Verrete spesso da noi?

- Non so, Caterina Feodorovna; dipenderà dalle circostanze. Può darsi che non venga assolutamente più.


- Perché.


- Dipenderà da varie cose, e soprattutto dai miei rapporti col principe.


- Non è un uomo onesto, quello, - disse Katia con risolutezza. - Dite, Ivan Petrovitc, e se venissi io da voi? Sarebbe bene o male?

- Che ne pensate voi?

- Penso che sarebbe bene. Verrei, così, a farvi una visita, - aggiunse sorridendo. - Lo dico, perché, oltre la stima che sento per voi, vi voglio molto bene. Inoltre, da voi si potrebbero imparare molte belle cose. Vi voglio molto bene davvero... Non vi pare vergognoso ciò che dico?

- Perché dovreste vergognarvene? Anche a me siete cara come una persona amica.


- Volete dunque essere mio amico?

- Oh sì, sì! -risposi.


- Ecco, quelli laggiù, invece, direbbero certamente che ciò è vergognoso, e che una giovane signorina non deve agire in questo modo, - osservò, indicando di nuovo il gruppo intorno alla tavola.


Mi venne allora in mente che il principe ci avesse lasciati soli a bella posta, perché potessimo dirci tutto quello che ci occorreva.


- Capisco benissimo, - aggiunse Katia, - che il principe mira alla mia ricchezza. Di me, pensano che sia ancora una vera e propria bambina, e non mi nascondono nemmeno i loro progetti. Io, invece, la penso un po' diversamente e non credo di essere ancora una bambina. Che gente strana! Loro sì sono davvero bambini: per che motivo si danno tanto da fare?

- Caterina Feodorovna, dimenticavo di chiedervi chi sono quei Liovinka e Borinka che Alioscia frequenta tanto assiduamente.


- Sono miei lontani parenti. Sono giovani molto intelligenti e onesti, ma parlano troppo... Io li conosco...


E sorrise.


- E' vero che volete regalare loro, un giorno o l'altro, un milione di rubli?

- Ecco, prendiamo ad esempio proprio questo milione di rubli: ne hanno fatto tante chiacchiere, che la cosa mi è diventata persino insopportabile. Certamente, sarò sempre pronta a dare la somma per qualche pubblica necessità. Tanto, a che servirebbe avere tutto quel denaro? Ma quando verrà il giorno in cui avrò il diritto di regalare quel milione di rubli? Ed essi già se lo stanno dividendo, passano il tempo a gridare, a discutere sul modo di impiegarlo con maggior profitto, litigano persino, e questo mi sembra alquanto strano. Non pare anche a voi? Hanno troppa fretta. Nondimeno, sono molto sinceri e... intelligenti. Studiano molto. E' sempre meglio che se vivessero come tanti altri. Non vi pare?

Parlammo ancora a lungo. Mi raccontò quasi tutta la sua vita, e ascoltò con avidità tutto ciò che le dissi. Continuava a insistere che le parlassi di Natascia e di Alioscia. Era mezzanotte quando il principe mi si avvicinò e mi fece sapere che era ora che mi accomiatassi. Salutai i presenti, Katia mi strinse calorosamente la mano e mi gettò uno sguardo molto espressivo. La contessa m'invitò a frequentare la sua casa. Uscii quindi insieme col principe.


Non posso trattenermi dal fare un'osservazione strana e che non ha assolutamente nulla a che vedere con quanto sto narrando. Dal mio colloquio di tre ore con Katia, riportai, tra l'altro, l'assoluta convinzione che era bambina al punto da non conoscere il vero senso delle relazioni tra uomo e donna. Ciò dava una straordinaria comicità a certi suoi ragionamenti, e, in generale, al tono serio col quale parlava di alcune cose importantissime.




CAPITOLO 10


- Sentite, - mi disse il principe prendendo posto accanto a me nella carrozza, - se andassimo a cenare insieme? Che ne pensate?

- Non so davvero, principe, - risposi esitando. - Non mangio mai così tardi.


- Si capisce che, durante la cena, potremmo anche "parlare", - aggiunse fissandomi con sguardo astuto negli occhi.


Non era possibile non capire la sua intenzione!

«Vuol spiegarsi con me», pensai. «E io non chiedo di meglio!».


Acconsentii .


- Siamo intesi! Alla grande Morskaja, da B.


- In un ristorante? - domandai, un po' confuso.


- Sì, e perché no? Non ceno quasi mai a casa. Vorrete pur permettermi di invitarvi, no?

- Vi ho già detto che non ceno mai!

- Farete uno strappo alla regola, per questa volta. E poi: sono io che invito!

Queste ultime parole volevano dire: «Pago io per te» e sono convinto che le aggiunse con intenzione. Mi lasciai condurre al ristorante, deciso tuttavia a pagare la mia parte. Arrivammo in breve. Il principe si fece assegnare un salottino particolare e ordinò con buongusto e intendimento due o tre portate. I piatti erano dei più cari, come pure la bottiglia di finissimo vino da tavola che ordinò. Non erano cose che potevo permettermi, quelle. Guardai quindi la lista delle vivande e ordinai una mezza starna e un bicchierino di "Lafitte". Il principe si ribellò.


- Come! non volete accettare il mio invito? Ma è ridicolo! Pardon, "mon ami", ma questa è... una delicatezza imperdonabile. La prova di un amor proprio assolutamente meschino. Scommetterei che nel vostro rifiuto entra perfino qualche pregiudizio di casta. Vi assicuro che mi offendete.


Io, però, non mi lasciai persuadere.


- D'altronde, fate come volete, - aggiunse. - Non voglio costringervi... Dite, Ivan Petrovitc, posso parlare con voi in piena e amichevole franchezza?

- Mi farete piacere.


- Secondo me, una delicatezza tanto esagerata vi è perfino dannosa, come lo è per molti vostri simili. Voi siete uno scrittore, dovreste conoscere il mondo, invece non fate che fuggirlo. Non dico questo a proposito della starna; ma è certo che voi evitate ogni contatto col nostro mondo, e ciò vi nuoce senza dubbio. Anche senza contare che perdete molto, inibendovi di fare una bella carriera, sarebbe almeno vostro dovere conoscere le cose che descrivete, giacché nei vostri romanzi russi figurano sempre principi, conti, descrizioni di salotti, di salottini... Del resto, che sto dicendo! Ora si parla di miserie, di pastrani smarriti, di revisori, di ufficiali spavaldi, di impiegati, della vita antica dei «ruskalniki» (12); lo so, lo so.


- Vi sbagliate, principe; se non frequento il così detto «gran mondo», lo faccio anzitutto perché mi ci annoio, e in secondo luogo, perché non ho nulla da farci. Però, ciò nonostante, ci vado lo stesso di tanto in tanto...


- Sì, lo so, vi fate vedere una volta all'anno dal principe P., dove appunto vi ho incontrato. Per tutto il resto del tempo, vi irrigidite nel vostro orgoglio democratico e deperite nelle soffitte; però, non tutti, anche tra voi, agiscono così. Ci sono certi avventurieri dissoluti, che, quando ci penso, fanno nausea persino a me.


-Vi pregherei, principe, di cambiare argomento e di lasciare in pace le nostre soffitte.


- Oh, santo Dio, adesso vi siete offeso! Ma non mi avevate dato il permesso di parlare francamente e amichevolmente, forse? Avete ragione, però: non ho ancora meritato la vostra amicizia con nulla.


Questo vino non è cattivo. Assaggiatelo!

Mi versò un mezzo bicchiere della sua bottiglia.


- Vedete, caro mio Ivan Petrovitc? capisco bene che non conviene mai cercare d'imporre con la forza la propria amicizia. Non siamo poi tutti quanti grossolani e impertinenti nei vostri riguardi, come v'immaginate; d'altra parte, capisco perfettamente anch'io che siete venuto qua non per simpatia per me, ma perché vi ho promesso di parlare. Non è vero?

Scoppiò a ridere.


- E siccome vegliate sugli interessi di una certa persona, avete una gran voglia di ascoltare quello che ho da dirvi. Ho ragione? - aggiunse con un cattivo sorriso.


- Non vi sbagliate, - lo interruppi spazientito. (Capivo che era di quelli che appena vedono qualcuno in loro potere, cercano subito di farglielo sentire. Io ero in suo potere; non potevo alzarmi e andarmene prima di aver sentito tutto ciò che aveva intenzione di dirmi, ed egli se ne rendeva perfettamente conto. Il suo tono era cambiato di colpo e diventava ormai sempre più arrogantemente familiare e beffardo). - Non vi siete sbagliato, principe, sono venuto appunto con quello scopo, altrimenti non sarei qui.. ad ora così tarda.


Volevo dire: «Altrimenti non sarei affatto rimasto con voi», ma non lo dissi, e mutai la fine della frase non per timore, ma per la mia maledetta debolezza e la delicatezza che non posso tralasciare di avere. Come avrei potuto, infatti, gettare una simile offesa in faccia a un uomo, anche se la meritava e se tale appunto era la mia intenzione? Mi parve, però, che il principe quell'intenzione la capisse ugualmente dal mio sguardo; mi fissava mentre parlavo, evidentemente godendo di quella mia debolezza, e quasi provocandomi con lo sguardo che sembrava dire: «E' cosi? Non hai osato? Hai avuto paura? Coraggio, caro mio!». Non mi ero sbagliato, giacché, appena ebbi terminato la frase, scoppiò a un tratto in una rumorosa risata e mi batté con gesto protettore la mano sulle ginocchia.


«Mi fai ridere, ragazzo mio!», gli lessi negli occhi.


«Aspetta un poco!», pensai.


- Mi sento molto allegro questa sera! - esclamò. - In realtà, non ne so neppure il perché. Sì, sì, caro amico Proprio di quella persona vorrei parlare. Bisogna spiegarci definitivamente e "concludere" in qualche modo, e spero che questa volta mi capirete a fondo. Poco fa, vi ho parlato di quel denaro e di quel vecchio imbecille di padre, quel bambinone sessantenne.. Beh! non vale nemmeno la pena di ricordarlo. L'ho detto così per dire! Ah! ah! ah!, voi, che siete uno scrittore, avreste dovuto capirlo subito...


«Quanto alla ragazza, vi assicuro che non solo la stimo, ma le voglio persino bene; è un po' capricciosa, ma che volete? «Non c'è rosa senza spine», come dicevano cinquant'anni fa, e dicevano bene; le spine pungono, ma, d'altra parte, è una cosa che attira, e sebbene il mio Alessio sia uno stupido, gli ho già perdonato in parte per il solo fatto di aver dimostrato buon gusto. Insomma, le ragazze di quella specie mi piacciono e io ho persino, - (strinse significativamente le labbra), - certi miei progetti speciali... Ma di questo riparleremo più tardi.


- Principe, ascoltate, principe! - esclamai. - Non capisco questo vostro repentino cambiamento, ma... mutate discorso, per piacere.


- Ecco che vi tornate ad accalorare! Va bene... muterò discorso, benissimo! C'è però una cosa che vorrei domandarvi, mio caro amico: la stimate molto?

- Ma certo! - risposi con brusca impazienza.


- E... e l'amate, anche? - continuò, mostrando i denti e socchiudendo gli occhi in un ributtante sorriso.


- Voi non sapete quello che dite! - esclamai.


- No, no, non dirò più nulla! Calmatevi! Questa sera sono d'umore stranissimo. Mi sento allegro come non mi capitava più da un pezzo. Se bevessimo una bottiglia di sciampagna? Che ne direste, mio caro poeta?

- Non berrò nulla, non voglio!

- Via, non rifiutate! Dovete assolutamente tenermi compagnia questa sera. Mi sento ottimamente, e siccome sono buono fino alla sentimentalità, non voglio essere felice da solo. Chi lo sa, caro amico? Forse arriveremo a bere fraternizzando, tanto da finire a darci del "tu", ah! ah! ah! No, mio giovane amico, voi non mi conoscete ancora! Sono sicuro che mi vorrete bene. Voglio che questa sera dividiate con me il dolore e la gioia, l'allegria e le lacrime; spero, però, almeno per parte mia, di non dover piangere. Ebbene, Ivan Petrovitc? Fissatevi bene in mente almeno questo: se tutto non andrà come desidero io, ogni mia ispirazione svanirà, volerà; via, e voi, che siete venuto con l'unico scopo di sentire qualche cosa, non sentirete assolutamente nulla. Non è vero che siete venuto qui unicamente per sentire qualche cosa? - aggiunse ammiccandomi sfacciatamente. - Non avete che da scegliere!

La minaccia era seria. Acconsentii.


«Che abbia intenzione di farmi ubriacare?», mi domandai.


Ricordai, a questo proposito, una voce che correva sul conto del principe, e che mi era giunta da tempo alle orecchie. Si diceva che a quel signore, sempre così corretto ed elegante in società, piacesse qualche volta ubriacarsi in baldorie notturne e darsi in segreto a una volgare quanto misteriosa dissolutezza. Mi erano state riferite cose orribili. Si diceva che Alioscia sapesse che suo padre si ubriacava di tanto in tanto e cercasse di nasconderlo a tutti, specialmente a Natascia. Un giorno si era tradito in mia presenza, ma aveva subito sviato il discorso e non aveva risposto alle mie domande. Le voci giunte fino a me, del resto, non provenivano da lui, né io vi avevo prestato fede. Ora aspettavo di vedere che cosa sarebbe avvenuto.


Servirono il vino; il principe versò due bicchieri, uno per sé, uno per me.


- E' una bambina carissima, anche se mi ha un po' maltrattato! - continuò centellinando con piacere il vino. - Quelle simpatiche personcine sono poi particolarmente attraenti in simili casi...


Ricordate quella sera? Si sarà certamente illusa di avermi confuso, annientato! Ah! ah! ah! E come le sta bene un po' di rossore sulle guance! Siete conoscitore di donne? Qualche volta, un rossore subitaneo si addice straordinariamente a una carnagione pallida:

l'avete notato? Ah, santo Dio! mi pare che siate ancora irritato! Mi sbaglio, forse?

- Sì, sono irritato! - gridai senza più trattenermi. - E non voglio che parliate ora di Natalia Nicolajevna... cioè, che ne parliate in tal modo. Io... io non ve lo permetto!

- Ah! Benissimo! vi faccio dunque piacere e cambio argomento. Sono molle e cedevole come la pasta. Parliamo un po' di voi. Vi voglio bene, Ivan Petrovitc; sapeste che interessamento amichevole e sincero ho per voi!

- Principe, non vi pare che sarebbe meglio parlare dell'affare? - lo interruppi.


- Cioè "del nostro affare", volete dire. Vi capisco, amico mio; a me basta una mezza parola; ma non potete immaginarvi quanto arriveremo vicino all'affare, se mi permetterete di parlare di voi: senza interrompermi, ben inteso. Dunque, continuo: volevo dirvi, carissimo Ivan Petrovitc, che vivere come vivete voi significa semplicemente rovinarsi. Permettetemi di toccare questo argomento delicatissimo, visto che lo faccio per amicizia. Voi siete povero, prendete in anticipo il denaro dal vostro editore per pagare i debiti, e col rimanente vi nutrite per sei mesi di solo tè e tremate di freddo nella vostra soffitta, in attesa che il vostro romanzo venga pubblicato nella rivista dell'editore; non è così?

- Anche se fosse così, è sempre...


- Meglio che rubare, strisciare, intrigare e così via. So, so tutto ciò che vorreste dire e che è stampato da tempo nei libri.


- Dunque, è inutile parlare delle mie faccende. Possibile, principe, che debba darvi lezioni di delicatezza?

- Certo che no! Ma che farci? Mi vedo costretto a toccare questa corda delicatissima. Non posso farne a meno. Del resto, lasciamo da parte le soffitte. Non piacciono neppure a me; però, in certi casi... (rise in modo ripugnante). C'è un'altra cosa che mi stupisce: che piacere trovate nel fare la parte di un personaggio secondario? Certo, uno di voialtri scrittori ha persino detto, se ben me ne ricordo, che l'atto più eroico di un uomo sta forse nel sapersi accontentare, nella vita, di far la seconda parte... o qualche cosa di simile! Ne ho sentito parlare, non so più dove; insomma, fatto sta che Alioscia vi ha rapito la fidanzata, giacché so anche questo, e voi, come un altro Schiller, sgobbate per loro, cercate di aiutarli, correte persino a fare le loro commissioni... Scusatemi, caro mio, ma, secondo me, è un modo molto vile di giocare coi sentimenti generosi... Non capisco come non ve ne siate ancora stancato! E' una parte persino vergognosa! Al vostro posto, io sarei morto di dispetto e soprattutto di vergogna!

- Principe! Si direbbe che mi abbiate portato qui con l'unico scopo di oltraggiarmi! - esclamai, fuori di me dalla collera.


- Ah, no, amico mio! proprio no! in questo momento non sono che un uomo d'affari, che desidera, inoltre, fare la vostra felicità. Per dirla in breve, occuparmi dell'affare in tutto il suo insieme. Ma lasciamo da parte per un momento "tutta questa faccenda", e voi, fate uno sforzo su voi stesso e ascoltatemi fino in fondo, senza agitarvi, almeno per un paio di minuti. Perché non pensereste a sposarvi?

Vedete, ora parlo di cose che non hanno nulla di comune con "l'affare"; perché mi guardate con tanto stupore?

- Aspetto che abbiate finito il vostro discorso, - risposi, guardandolo realmente con non poco stupore.


- In realtà, non mi rimane molto da dire. Vorrei soltanto sapere che cosa rispondereste, se qualcuno dei vostri amici, che vi vuol bene, e non un bene effimero, ma si preoccupa realmente di vedervi davvero felice, vi proponesse una fanciulla giovane, bella, ma... che abbia già sperimentato un po' la vita: parlo allegoricamente, ma voi mi comprendete ugualmente; insomma, qualche cosa nel genere di Natalia Nicolajevna... con un buon compenso, si capisce... (Notate che non parlo del nostro affare, ma soltanto così, in generale); dunque, che cosa ne direste?

- Vi dirò... che siete impazzito!

- Ah! ah! ah! Ma che avete? Si direbbe che vogliate battermi.


Ero, infatti, in procinto di gettarmiglisi addosso. Non potevo sopportare più oltre le sue parole. Quell'uomo mi faceva l'impressione di un rettile, di un ragno immenso, che avrei avuto gusto a schiacciare. Se la godeva un mondo a prendersi beffe di me; giocava con me come il gatto col topo, evidentemente supponendo di avermi completamente in suo potere. Mi pareva (e ben lo capivo), che provasse un piacere speciale, fors'anche un godimento sensuale, nella propria sfrontatezza, in quella sfacciataggine, in quel cinismo, col quale si strappava, finalmente, in mia presenza, la maschera. Voleva godersi il mio stupore, il mio spavento. Mi disprezzava francamente e si burlava di me.


Avevo presentito fin dal principio che il suo discorso tendeva verso uno scopo preciso, ma la mia posizione era tale, che dovevo ascoltarlo per forza. Dovevo, nell'interesse di Natascia, dispormi a sopportare qualunque cosa, quello essendo forse l'unico momento in cui tutto avrebbe potuto essere deciso. Ma chi avrebbe potuto ascoltare quelle vigliacche, ciniche uscite sul conto di Natascia? Come sopportarle a sangue freddo? Si aggiunga che egli pure capiva benissimo come fossi costretto ad ascoltarlo, e ciò non faceva che accrescere l'offesa.


«D'altronde, anche lui ha bisogno di me», pensai, e cominciai a rispondergli in modo così brusco e quasi ingiurioso, che capì perfettamente.


- Ma, mio giovane amico! - cominciò, allora, guardandomi serio serio, - non possiamo certo continuare su questo tono; mettiamoci dunque d'accordo. Io, vedete bene, ho intenzione di dirvi francamente la mia opinione su certi punti, e di comunicarvi certe mie intenzioni; voi, a vostra volta, dovete essere così gentile da permettermi di farlo, e ascoltarmi, qualunque cosa dovessi dire. Desidero parlare come voglio, nel modo che piace a me, e così deve essere in verità. Dunque, mio giovane amico, volete essere paziente?

Feci uno sforzo su me stesso e tacqui, sebbene mi guardasse con tanta mordace aria di scherno, che pareva fosse sua intenzione provocare un'energica protesta da parte mia. Aveva, però, già capito che consentivo a non andarmene, e quindi continuò.


- Non adiratevi, amico mio! Perché vi irritate così? Per l'apparenza!

nient'altro che per l'apparenza, vero? Che altro potevate aspettarvi da me, infatti, quanto alla sostanza? In qualunque modo vi avessi parlato, anche se vi avessi rivolto la parola con estrema gentilezza, il senso sarebbe sempre rimasto quello di adesso. Voi mi disprezzate, vero? Ma guardate quanta gentile semplicità c'è in me, quanta franchezza, quanta bonomia! Vi confesso tutto, persino i miei capricci puerili. Si, mio caro, sì, vorrei vedere un po' più di bonomia anche da parte vostra: vedreste che allora ci metteremmo d'accordo senza dubbio, e riusciremmo a capirci a vicenda con perfetta chiarezza. Non è poi il caso di stupirsi tanto di ciò che vi dico: dàlli e ridàlli, tutte le pastorellerie sentimentali di Alioscia, tutte le sue nobili idee alla Schiller relative al suo maledetto legame con Natascia (che, del resto, è una graziosissima bambina), hanno finito per venirmi a noia. Sono quindi contento, per così dire, di voltare le spalle a tutte queste cose. Ed ecco che mi si presenta l'occasione. Inoltre, volevo anche sfogare un po' il mio cuore con voi. Ah! ah! ah!

- Mi meravigliate, principe, e non vi riconosco più! Adesso, cominciate ad assumere il tono di un pagliaccio; questa vostra improvvisa franchezza...


- Ah! ah! ah! In parte, quello che dite è vero! Un paragone graziosissimo! Ah! ah! ah! Faccio baldoria, amico mio, faccio baldoria, sono allegro e contento, e voi, caro mio poeta, dovete dimostrarmi una grande accondiscendenza. Ecco, anzitutto beviamo, - decise, contento di se stesso e mescendosi vino nel bicchiere - Sapete, amico mio? Quella sciocca serata in casa di Natascia, (vi ricordate?) bastò da sola a mettermi fuori dei gangheri. Riconosco che, da parte sua, Natascia è stata con me perfettamente gentile; tuttavia, uscii di là assolutamente adirato, e non voglio dimenticarlo. Né dimenticarlo né nasconderlo. Certo, verrà anche il nostro tempo; quel tempo si avvicina anzi con molta rapidità, ma per ora lasciamolo stare. Volevo appunto spiegarvi che nel mio carattere c'è un tratto che voi non conoscete ancora: l'odio che sento per tutte quelle pastorellerie ingenue e volgari, che non valgono nulla. Per me, è sempre stato uno dei godimenti più piccanti e graditi, fingere, sul principio, di essere anch'io un uomo di quella specie, assumere il tono degli altri, accarezzare qualcuno di quegli Schiller sempre giovani, incoraggiarlo, per poi, ad un tratto, farlo sbalordire; togliermi improvvisamente dinanzi a lui la maschera, e al posto di un salto d'entusiasta, fargli vedere una smorfia, con la lingua fuori, proprio nel momento in cui egli meno si aspetta una simile sorpresa. E così? Già, già, un simile piacere voi non lo capite nemmeno; lo giudicate brutto, insensato, fors'anche ignobile, non è vero?

- Certo!

- Siete sincero. Ma insomma, che volete che faccia se gli altri mi torturano? E' stupido essere sincero come sono io, ma che volete? E' il mio carattere. Mi piacerebbe, anzi, raccontarvi qualche episodio della mia vita. Mi capireste meglio e ascoltereste, inoltre, qualche cosa di molto curioso. Sì, questa sera assomiglio forse davvero a un pagliaccio, e il pagliaccio è sincero, vero?

- Sentite, principe, è tardi, e veramente...


- Che cosa? Dio, che impazienza! Perché tanta fretta? Rimaniamo un po' insieme a chiacchierare come due buoni amici, sinceramente, fraternamente davanti a un buon bicchiere di vino. Non importa nulla, se mi credete ubriaco: sarà anzi meglio. Ah! ah! ah! Vi assicuro che simili incontri, simili conversazioni amichevoli, si ricordano poi a lungo, e il loro ricordo è quanto mai delizioso. Voi non avete il cuore buono, Ivan Petrovitc; vi manca la sentimentalità, la sensibilità. Che costerebbe a voi sacrificare un'oretta o due per un amico al pari di me? Tanto più che le mie narrazioni si riferiranno anche al vostro affare... Come fate a non capirlo? Voi che siete uno scrittore, dovreste ringraziare il caso. Potreste creare un tipo sul mio genere, ah! ah! ah! Dio, come sono graziosamente sincero, questa sera!

La sua ubriachezza andava visibilmente aumentando. Il suo viso era cambiato e aveva acquistato un'espressione maligna. Evidentemente, aveva voglia di pungere, mordere, ferire, deridere.


«In parte, è meglio che sia ubriaco», pensai. «Un uomo ubriaco si smaschera sempre». Ma egli era furbo.


- Amico mio, - cominciò, visibilmente contento di se stesso, - vi ho confessato or ora, fors'anche a sproposito, l'invincibile desiderio che provo talvolta di mostrare la lingua a qualcuno. Per questa mia ingenua e bonaria sincerità, mi avete paragonato a un pagliaccio e ciò mi ha fatto ridere proprio di gusto. Ma se voi siete stupito e mi rimproverate di comportarmi in modo impertinente e forse anche maleducato, nei vostri riguardi, di comportarmi come un villanzone, insomma, e se, per dirla in breve, mi accusate d'aver cambiato tono, avete assolutamente torto. Anzitutto, io faccio quel che mi pare e piace, in secondo luogo, non sono in casa mia, ma sono "con voi"...


voglio dire che siamo insieme, come due buoni amici, a far baldoria; in terzo luogo, poi, adoro i capricci. Sapete che una volta sono stato, per capriccio, persino un metafisico e un filantropo, e professavo quasi le stesse vostre belle idee? Si tratta, però, di molto tempo fa; fu nei lontani giorni della mia gioventù dorata. Mi ricordo di essermi allora recato nel mio podere in campagna con scopi umanitari e di essermici terribilmente annoiato; ecco, se vi dicessi che cosa mi è accaduto allora, non mi credereste neppure. Spinto dalla noia, cominciai a far conoscenza con le belle ragazze... Perché questa smorfia? Ah, caro amico mio! Non siamo forse in colloquio amichevole, adesso? Quando, se non ora, dovrei farmi il piacere di «spalancare» la mia anima? Sono una natura russa, un'autentica natura russa, un patriota; mi piace «spalancare»; inoltre, dobbiamo approfittare del momento e goderci la vita. Verrà la morte, e addio! Dunque, facevo il galletto. Mi ricordo una bella pastorella; aveva un marito giovane e gagliardo, un bel ragazzo. Io lo feci frustare e intendevo mandarlo a fare il soldato (sono vecchie mariolerie, caro poeta! ), non riuscii però a farlo arruolare soldato, perché morì all'ospedale... Dovete sapere che nella mia proprietà avevo anche un ospedale, arredato con dodici letti, con pavimenti in "parquet", tenuto con la massima pulizia. Ora l'ho chiuso da tempo, ma allora me ne inorgoglivo: ero un filantropo, il che non mi impedì di far frustare il contadino, marito della bella donna, quasi a morte... Fate un'altra smorfia? Vi nausea, forse, il mio racconto? Offende i vostri nobili sentimenti? Beh!

calmatevi! Son tutte cose passate! Lo feci nei tempi in cui mi ero lanciato nel romanticismo, con l'intento d'essere il benefattore dell'umanità, di costituire una società filantropica... sì, allora seguivo quella strada! Proprio allora facevo frustare i miei contadini, ora non lo faccio più, perché adesso bisogna mettersi la maschera del liberalismo, come tutti sono costretti a fare... viviamo in tempi... Quello, però, che adesso mi fa ridere più di tutti, è il vecchio Ikmenev. Sono persuaso che conosceva per filo e per segno l'incidente del contadino frustato, e nondimeno, per la bontà della sua anima, che sembra fatta di sciroppo, essendosi in quei tempi innamorato di me e portandomi al settimo cielo, decise di non credere a nulla e non ci credette; insomma, non credette al fatto, e mi rimase devotissimo per dodici anni, cioè fino al momento in cui fu toccato nella sua rispettabile persona. Ah! ah! ah! Beh, sono tutte sciocchezze queste! Beviamo, caro amico. Ditemi un po': vi piacciono le donne?

Non risposi. Non facevo che ascoltarlo. Egli aveva ormai incominciato la seconda bottiglia.


- Mi piace parlarne durante la cena. Vi avrei fatto conoscere, a cena finita, una certa signorina Philiberte... Che ne pensate? Ma che avete ? Non volete più nemmeno guardarmi?... uhm!

Rimase un momento soprappensiero, poi, a un tratto alzò la testa, mi gettò uno sguardo significativo, e proseguì:

- Ecco, poeta mio, voglio scoprirvi un segreto della natura, che forse ignorate nel modo più assoluto. Sono convinto che in questo momento voi mi definite un peccatore, forse un vigliacco, un mostro di vizio e di dissolutezza. Ebbene, voglio dirvi una cosa: se soltanto potesse avvenire, (ma, data la natura umana, ciò non accadrà mai), se potesse avvenire, dico, che ciascun uomo fosse obbligato a rivelare l'intimo fondo di se stesso, ma in modo da dover far luce non soltanto su ciò che, in condizioni normali, non direbbe mai agli estranei, non solo su ciò che avrebbe paura a confessare ai suoi migliori amici, ma anche su ciò che non osa confessare neppure a se stesso, ebbene, in tal caso si spargerebbe nel mondo un tale fetore, da toglierci il respiro a tutti quanti. Ecco perché, sia detto tra parentesi, le convenienze e le leggi sociali sono tanto benefiche. C'è in esse un pensiero molto profondo, non dirò morale, ma semplicemente preservativo, comodo, il che, si capisce importa certamente assai più, giacché, alla fin fine, la morale non è che una comodità, una cosa, cioè, non escogitata per altro che per rendere la vita più confortevole. Ma riparleremo di questo più tardi; ricordatemelo, perché ora comincio a confondermi.


Adesso, dunque, concludo: mi accusate di avere dei vizi, di essere dissoluto, immorale, mentre io, forse, sono colpevole soltanto di essere più sincero degli altri e basta; di non nascondere ciò che gli altri nascondono persino a se stessi come ho detto prima... Facendo cosi, faccio male, ma così voglio appunto che sia. Del resto, non inquietatevi, - aggiunse con un sorriso di scherno, - se ho usato la parola «colpevole», non significa che voglia essere perdonato.


Aggiungete che non tento neppure di confondervi, chiedendovi se non abbiate anche voi qualche segreto di questo genere, onde trovare una scusa alle mie nelle vostre colpe. Io agisco in modo conveniente e leale. Generalmente, agisco sempre in modo leale...


- Non sapete neppure più quello che dite, ecco tutto, - dissi guardandolo con disprezzo.


- Io non so più quello che dico? Ah! ah! ah! Volete che vi dica che cosa pensate in questo momento? Ecco: voi pensate: «Perché mai mi avrà portato qui? E perché, adesso, così ad un tratto, senza nessuna ragione, mi sta svelando la sua anima?». Ho ragione o no?

- Avete ragione!

- Lo saprete più tardi.


- La spiegazione è semplicissima: avete bevuto due bottiglie di vino e... siete... brillo.


- Cioè, sono semplicemente ubriaco. Anche ciò può darsi. «Brillo» è una parola più delicata che «ubriaco». Ah, uomo dai modi delicatissimi! Ma... mi sembra che stiamo ricominciando a bisticciarci, mentre ci eravamo avviati a parlare di argomenti molto interessanti. Sì, caro poeta mio, se c'è ancora qualche cosa di bello e di dolce al mondo, sono le donne.


- Sapete, principe, che continuo a non capire perché abbiate scelto proprio me come confidente dei vostri segreti e delle vostre...


tendenze amorose?

- Uhm!.. Vi ho già detto che lo saprete più tardi. Non state a inquietarvi! E se anche lo facessi così, senza nessuna ragione speciale? Voi siete un poeta, quindi mi capirete, tanto più che ve ne ho già parlato. C'è un godimento tutto speciale in quell'improvviso smascherarsi, in quel cinismo col quale un uomo si svela davanti a un altro, in tale stato, che non si degna neppure d'avere vergogna di fronte a lui. Vi riferirò un aneddoto. Ci fu un tempo, a Parigi, un impiegato cui aveva dato volta il cervello, tanto che, più tardi, quando la sua pazzia fu ben accertata, venne rinchiuso in un manicomio. Orbene, sapete quale scherzo prediligeva per divertirsi, prima di essere ricoverato, quel povero mentecatto? Prima di uscire di casa, si spogliava, rimanendo completamente nudo, salvo calze e scarpe; si gettava poi sulle spalle un ampio e lungo mantello, che gli arrivava fino alle calcagna, se ne avvolgeva con cura e usciva per strada con aria seria e maestosa. A guardarlo di fianco era un uomo come tanti altri, uscito di casa per fare una passeggiata, avvolto nel mantello. Ma non appena gli succedeva d'imbattersi da solo a solo in un passante senza nessuno intorno, gli si avvicinava in silenzio, gli si fermava davanti di colpo, apriva il mantello, e gli si faceva vedere in piena... sincerità. Ciò non durava che un attimo, poi si avvolgeva di nuovo nel mantello e, senza pronunciar parola, senza che un solo muscolo del viso gli si muovesse, passava oltre con la solennità e la gravità dell'ombra nell'Amleto, lasciando lo spettatore impietrito per lo stupore. Così agiva con uomini, donne e bambini, e in quel gesto consisteva tutto il piacere. Ecco, secondo me, si può trovare lo stesso godimento in parte, facendo improvvisamente restare di princisbecco un giovane Schiller, mostrandogli la lingua quando meno se l'aspetta. «Facendo restar di princisbecco», che bel modo di dire, eh? L'ho trovato in non so più quale romanzo contemporaneo.


- Ma quell'impiegato era un pazzo, voi invece...


- ... siete furbo?

- Sì.


Il principe scoppiò in una risata.


- E' un ragionamento giustissimo, il vostro, mio caro, - aggiunse con la maggior sfrontatezza del mondo.


- Principe, - dissi, indignato da tanta sfrontatezza, - voi ci odiate tutti, me compreso, e adesso vi vendicate su di me per tutti e per tutto. Ciò si deve al vostro meschino amor proprio. Siete cattivo, meschinamente cattivo. Vi abbiamo fatto arrabbiare, e forse è il ricordo di quella sera di martedì che più vi fa arrabbiare ancora.


Certo, non avreste potuto trovare un modo per me più oltraggioso di vendicarvi, che dimostrandomi tanto disprezzo; voi non tenete conto, nei miei riguardi, nemmeno dei più semplici doveri di cortesia. Volete dimostrarmi chiaramente che non vi degnate nemmeno di aver vergogna di me, togliendovi in mia presenza, in modo così improvviso e sfacciato, la vostra brutta maschera e mostrandovi in tutto il vostro cinismo morale...


- Perché mi dite così? - mi domandò grossolanamente, guardandomi malignamente negli occhi. - Per mostrarmi la vostra perspicacia, forse?

-Per mostrarvi che vi capisco e per dirvelo chiaramente!

- Che idea, mio caro! - continuò mutando improvvisamente il tono e riprendendo quello di prima, allegro e bonariamente verboso. - Mi avete fatto perdere il filo. Beviamo, amico mio; permettete che riempia il vostro bicchiere. E dire che stavo appunto per raccontarvi un'avventura graziosa e curiosissima. Ve la racconterò in linee generali. Conoscevo una volta una signora; non era più giovanissima, essendo ormai tra i ventisette e i ventott'anni; era una bellezza di prim'ordine; che petto, che corporatura, che portamento! Aveva lo sguardo acuto di un'aquila, ma sempre austero e severo; il suo contegno era maestoso e inaccessibile. Era considerata una donna fredda come l'inverno nel giorno della Befana, e intimoriva tutti con quella sua inaccessibilità, con la sua tremenda virtù. Proprio tremenda. Non c'era, là dove viveva, un giudice più inflessibile di lei. Condannava non solo il vizio, ma anche la più piccola debolezza nelle altre donne, e condannava irrevocabilmente, senza possibilità di appello. L'influenza che aveva nel suo circolo di conoscenze era enorme. Le donne anziane, più orgogliose e terribili nella loro virtù, la stimavano, e cercavano persino di entrare nelle sue grazie. Ella contemplava tutti con fredda crudeltà, come la superiora di un convento medioevale. Le giovani tremavano sotto il suo sguardo, e temevano il suo giudizio. Una sua osservazione, un'allusione partita da lei potevano rovinare una reputazione, tanta era la considerazione che aveva saputo crearsi in società; persino gli uomini avevano timore di lei. Infine, s'immerse in una specie di misticismo contemplativo, calmo, del resto, e maestoso anch'esso... Ebbene? Non c'era donna più dissoluta di quella, e io ebbi la fortuna di meritare la sua più assoluta fiducia. Divenni, insomma, il suo segreto e misterioso amante. I nostri rapporti erano organizzati con tanta abilità e maestria, che nemmeno i suoi familiari sospettavano di nulla; solo la sua cameriera, una graziosissima francesina, era a conoscenza di tutti i suoi segreti, ma se ne poteva completamente fidare, perché anche lei prendeva parte alla faccenda. In che modo? Lasciamo andare, per adesso. Quella signora era libidinosa a tal punto, che lo stesso marchese De Sade avrebbe potuto imparare parecchio da lei. Ma ciò che rendeva più forte, più acuta, più penetrante quella voluttà, era il mistero, la spudoratezza dell'inganno. Quella beffa continua di tutto ciò che la contessa predicava in società, di tutte le cose più alte, più inaccessibili e incrollabili, e infine quel riso diabolico che le affiorava al labbro nell'atto di contaminare tutto quello che non doveva essere contaminato, e tutto ciò senza freno, spinto al massimo grado, a tale grado, che la più febbrile immaginazione non oserebbe spingersi tanto oltre... e la più ardente, la più viva parte del godimento consisteva appunto in questo. Sì, quella donna era il diavolo in carne ed ossa, ma come era irresistibilmente affascinante!

Anche adesso non posso ricordarmela senza entusiasmo. In mezzo alle carezze più ardenti e più voluttuose, scoppiava a un tratto in folli risate, e io ne capivo perfettamente il significato, e ridevo con lei.


Oggi ancora mi sento soffocare al suo ricordo, sebbene siano passati molti anni, da allora. Il nostro legame durò un anno, poi prese un altro amante. Anche se avessi voluto, non avrei potuto nuocerle. Chi mi avrebbe prestato fede? Che carattere, eh? Che ne dite, giovane amico mio?

- Che sozzura! - risposi con disgusto, dopo aver ascoltato la sua confessione.


- Non sareste il mio giovane amico, se aveste risposto altrimenti!

Sapevo bene che avreste detto così! Ah! ah! ah! Aspettate, mio caro; capirete in seguito, quando avrete vissuto; per adesso avete ancora bisogno di dolciumi. No, non siete un poeta, se avete potuto dare un simile giudizio: quella donna capiva la vita e sapeva approfittarne.


- Ma perché giungere a tanta bestialità?

- Quale bestialità?

- Quella cui giunse quella donna, e voi con lei.


- Ah, la chiamate bestialità? Bisogna proprio dire che camminate ancora con le dande e il guinzaglio. Certo, ammetto anch'io che l'individualità possa manifestarsi anche in modo assolutamente contrario, ma... parliamo più semplicemente, amico mio... e convenite anche voi che sono sciocchezze.


- E che cosa non è sciocchezza, allora?

- Non è sciocchezza la personalità, il proprio "io". Tutto è per me; il mondo è stato creato per me. Sentite, amico, io credo ancora che nel mondo si possa godere la vita. E questa è la miglior fede che si possa avere, giacché senza di essa non si potrebbe nemmeno vivere alla peggio; sarebbe meglio avvelenarsi. Dicono che così appunto abbia dichiarato un imbecille. Quell'imbecille, a furia di filosofare, aveva distrutto ogni cosa, perfino la legge che regola le normali e naturali necessità dell'uomo, tanto che, alla fine, giunse ad avere per totale un bello zero. Allora proclamò che la miglior cosa del mondo è l'acido cianidrico. Voi direte che costui è Amleto, con la sua disperazione tragica, o qualche cosa d'altro, ugualmente maestoso e solenne, che noi non abbiamo mai conosciuto, nemmeno in sogno Ma voi siete un poeta, mentre io sono un semplice uomo e basta, e quindi vi dirò che bisogna considerare le cose dal punto di vista più semplice, più pratico. Io, per esempio, mi sono liberato da tempo da ogni costrizione e da ogni dovere. Riconosco mio obbligo solo quanto può tornarmi utile. Voi, certamente, non potete considerare le cose in questo modo, perché avete i piedi legati e il gusto malato. Avete la nostalgia dell'ideale, della virtù, voi. Amico mio, sono pronto a riconoscere tutto ciò che volete, ma che posso fare se so con sicurezza che alla base di tutte le virtù umane è posto il più terribile egoismo? E più un'azione è virtuosa, più grande è l'egoismo.


«Ama te stesso!» ecco l'unica regola che riconosco. La vita è un accordo commerciale: non dovete sperperare il denaro per nulla; arrivate magari a pagare il piacere, limitando a ciò tutti i vostri doveri verso i vostri simili: eccovi la mia moralità, se vi occorre assolutamente che ve ne sia una; confesso, però, che, secondo me, è più conveniente non pagare affatto quei nostri simili, e saperli costringere a rendervi servizi gratuiti. Non ho ideali e non voglio averne; non ne ho mai sentito nostalgia. Ci sono molti modi di godersi allegramente la vita in questo mondo, anche senza ideali... e, insomma, sono contentissimo di poter fare a meno dell'acido cianidrico. Forse se fossi un pochino più virtuoso, non potrei farne a meno, come quel filosofo imbecille, un tedesco senza dubbio. No! Nella vita vi sono molte cose buone. Mi piace avere una posizione importante, un alto grado, un palazzo elegante, avere la possibilità di puntare forti somme al gioco (vado pazzo per le carte). Ma soprattutto soprattutto mi piacciono le donne... le donne di tutti i generi; mi piace persino la dissolutezza, segreta e oscura, quella più strana e originale possibile, e, qualche volta, tanto per cambiare, anche un po' fangosa... ah! ah! ah! Osservo il vostro viso: con quanto disprezzo mi guardate in questo momento!

- Avete ragione! - gli assicurai.


- Ammettiamo pure che abbiate ragione voi, ma, in ogni caso, un po' di fango è sempre preferibile all'acido cianidrico. Non vi pare?

- No, preferirei l'acido cianidrico!

- Ho detto apposta «non vi pare?» per godermi la vostra risposta, che ben sapevo quale sarebbe stata. No, amico mio, se siete un vero filantropo, augurate a tutti gli uomini un pochino intelligenti gusti simili ai miei anche se hanno in sé qualcosa di canagliesco, altrimenti, fra poco, un uomo intelligente non avrà più nulla da fare in questo mondo, e non vi rimarranno che gli imbecilli. Che fortuna sarà mai la loro! Ma anche adesso non abbiamo forse il proverbio: «La fortuna è degli imbecilli»? E, sapete?, non c'è nulla di più piacevole che vivere con gli imbecilli, dando loro sempre ragione: è molto vantaggioso. Non stupitevi se io sono attaccato ai pregiudizi, se rispetto certe convenzionalità, se ambisco una posizione importante; ho piena coscienza di vivere in un ambiente mediocre, ma riconosco che vi si sta bene, lo accetto in tutto e per tutto: esteriormente, lo difendo a spada tratta, ma, all'occasione, sarei il primo ad abbandonarlo. Conosco tutte le vostre idee nuove, pur non avendo mai sofferto per esse; tanto, non ne valgono la pena. Sono d'accordo con tutto, purché io stia bene, e ce ne sono a legioni di uomini che la pensano come me, e tutti stiamo bene. Tutto passa in questo mondo, soltanto noi esisteremo sempre. Esistiamo dai tempi che esiste il mondo. Il mondo potrà sprofondarsi non so dove, ma noi verremo sempre a galla. A proposito: osservate soltanto una cosa: la longevità di tutti coloro che la pensano come me, è un fatto davvero fenomenale, non ci avete mai pensato? Viviamo tutti fino a ottanta o a novant'anni! Ciò significa che la natura stessa ci prende sotto la sua protezione, ah! ah! ah! Io, per esempio, voglio assolutamente vivere fino a novant'anni. Non ho simpatia per la morte; mi spaventa. Chi può sapere in che modo sarò colto dalla morte ? Ma non ne parliamo! Tutta colpa di quel filosofo suicida! Al diavolo la filosofia! Beviamo, mio caro. Avevamo cominciato a parlare delle belle ragazze... Dove andate?

- Me ne vado, e sarebbe ora che ve ne andaste anche voi.


- Che idea! Ho, per così dire, spalancato dinanzi a voi tutto il mio cuore, e voi non apprezzate nemmeno questa evidente prova della mia amicizia! Ah! ah! ah! Siete poco sentimentale, poeta mio. Ma aspettate, mi faccio portare un'altra bottiglia.


- La terza?

- Sì, la terza. Quanto alla virtù, mio giovane allievo... (mi permetterete di darvi questo dolce nome? Chissà che le mie lezioni non vi abbiano a giovare...). Dunque, mio giovane allievo, quanto alla virtù, vi ho già detto, che quanto più è grande, tanto più è grande l'egoismo che nasconde. A questo proposito, voglio riferirvi un graziosissimo aneddoto: una volta, ho amato una ragazza, e l'ho amata quasi sinceramente. Mi aveva sacrificato molte cose...


- Si tratta, forse, di quella che avete derubata? - domandai villanamente, non potendo più frenarmi.


Il principe sussultò, il suo viso mutò espressione; mi fissò con occhi fiammeggianti; nel suo sguardo c'erano collera e stupore.


- Aspettate! - disse come parlando a se stesso. - Aspettate, lasciate che capisca. Sono proprio ubriaco, e mi è difficile comprendere di che si tratta.


Tacque, continuando a guardarmi con lo stesso sguardo maligno e scrutatore, tenendomi una mano, come se temesse che me ne andassi.


Sono persuaso che in quel momento egli cercava di capire in che modo potevo conoscere una faccenda ignorata quasi da tutti, e meditava sul pericolo che ne sarebbe potuto derivare per lui. Rimase così circa un minuto. Poi il suo viso cambiò ancora e nei suoi occhi apparve di nuovo l'espressione di scherno e di allegria ubriaca di prima. Rise rumorosamente.


- Ah! ah! ah! Un vero Talleyrand! Infatti, quando lei mi gettò in faccia che l'avevo derubata, stavo davanti a lei come un diffamato!

Come strillava, allora, come bestemmiava! Era una donna pazza e...


senza il minimo ritegno. Ma, giudicate voi stesso: anzitutto, non l'avevo derubata, come avete detto or ora voi stesso. Il suo denaro, me lo aveva regalato, quindi era diventato mio. Ammettiamo che voi mi regalaste la vostra migliore marsina (così dicendo, gettò uno sguardo sulla mia unica e molto malandata marsina, che mi ero fatta fare tre anni addietro dal sarto Ivan Skvorniaghin); io vi ringrazio e la indosso; trascorso un anno, sorge tra noi una lite e voi pretendete che ve la restituisca, dopo che già l'ho sciupata. Non sarebbe un gesto nobile; perché far regali allora? In secondo luogo, nonostante che il denaro fosse mio, glielo avrei restituito di sicuro, ma ditemi un po': dove avrei potuto trovare, così di punto in bianco, una somma simile?

«Soprattutto, poi, non posso assolutamente sopportare quelle pastorellerie, quel sentimentalismo, come credo di avervi già detto, e questa è stata la vera causa di tutto. Non potete immaginarvi quali atteggiamenti assumeva davanti a me, gridando che mi regalava quel denaro (che era mio). Fui preso dalla collera, ma, nondimeno, riuscii a giudicare la cosa con chiarezza, perché, dovete sapere, la presenza di spirito non mi abbandona mai: compresi che, restituendole la somma, l'avrei forse resa infelice; le avrei tolto il piacere di considerarsi completamente disgraziata "per colpa mia" e la possibilità di maledirmi per tutta la vita. Credetemi, caro amico, nelle disgrazie di quel genere c'è una specie di godimento nella consapevolezza della propria generosità e della propria equità, e nel diritto di chiamare vigliacco il proprio offensore. Una simile ebbrezza dell'ira s'incontra spesso nelle nature romantiche. Più tardi, forse, le sarà venuto a mancare il pane, ma sono sicuro che era felice. Non volendo, dunque, privarla di tale gioia, non le restituii il denaro. Così la mia convinzione, che quanto maggiore e più alta è la generosità umana, tanto più grande è l'egoismo che essa nasconde, trovò una nuova conferma. Possibile che questo non vi sembri chiaro?... Ma... avevate intenzione di farmi abboccare all'amo, ah! ah! ah!... Confessate che era appunto questa la vostra intenzione!... Oh, Talleyrand!

- Addio! - feci alzandomi.


- Un momento! Due parole tanto per concludere! - esclamò mutando improvvisamente il tono disgustoso in quello più serio. - Ascoltate un'ultima cosa: da tutto ciò che vi dissi or ora, risulta con la massima chiarezza (credo che l'abbiate notato anche voi), che mai e per nessun motivo sono disposto a lasciarmi portar via quanto mi fa comodo. Amo il denaro, e mi è necessario. Caterina Feodorovna ne ha molto: suo padre è stato per dieci anni appaltatore delle bettole.


Quella ragazza possiede tre milioni di rubli, e quei tre milioni mi farebbero molto comodo. Alioscia e Katia fanno una bella coppia: sono stupidi entrambi fino all'ultimo grado, e ciò mi conviene perfettamente. Desidero quindi con tutta la mia volontà che quel matrimonio si faccia, e al più presto. Fra due o tre settimane la contessa e Katia andranno in campagna; Alioscia deve accompagnarle.


Avvertite Natalia Nicolajevna, perché non avvengano romanticherie alla Schiller, perché non tenti di ribellarsi contro di me. Sono cattivo e vendicativo, e so insistere su quello che voglio che avvenga. Non ho paura di lei: le cose si svolgeranno indubbiamente secondo la mia volontà, e quindi, se la preavverto, lo faccio quasi per il suo bene.


State dunque attento che non avvengano sciocchezze, e che il suo contegno sia ragionevole, altrimenti dovrà pentirsene, e amaramente.


Deve anzi essermi grata, che non ho agito contro di lei secondo la legge, come si meritava. Sappiate, poeta mio, che la legge vigila sulla pace familiare; essa garantisce al padre l'obbedienza del figlio, e coloro che sottraggono i figli ai loro più sacri doveri verso i genitori, non sono approvati dalla stessa legge. Pensate, infine, che ho vaste relazioni, mentre lei non ne ha e... possibile che non vediate chiaro quello che avrei potuto fare contro di lei?..


Eppure non l'ho fatto, perché, finora, si è sempre comportata in modo ragionevole, Non temete: ogni momento, ogni movimento loro è sempre stato osservato da occhi vigili, nei sei mesi da che dura il loro legame, e io sapevo tutto, fino al minimo particolare. Così potevo aspettare con calma che Alioscia stesso l'abbandonasse spontaneamente, cosa che comincia a verificarsi soltanto adesso; intanto, la cosa era per lui un gradevole svago. Con tutto ciò, io sono rimasto ai suoi occhi un padre pieno d'umanità, e questo appunto ho bisogno che pensi di me.


«Ah! ah! ah! Quando ricordo che per poco non l'ho complimentata, quella sera, per essere stata generosa e disinteressata al punto da non aver insistito che Alioscia la sposasse! Vorrei sapere come avrebbe potuto farsi sposare! Quanto alla mia visita di quella sera, ebbe luogo unicamente per la ragione che era venuto il momento di far cessare la loro relazione. Dovevo perciò vedere ogni cosa coi miei propri occhi e giudicare con la mia esperienza personale... Vi basta, così? O forse volete sapere anche con quale scopo vi ho condotto qui, perché ho fatto davanti a voi il buffone, facendovi tutte quelle confidenze inutili, quando potevo semplicemente dirvi fin dal principio quel che vi ho detto adesso? Volete?

Feci un ultimo sforzo su me stesso e ascoltai avidamente. Ormai non avevo più nulla da rispondergli.


- L'ho fatto solo per il motivo che in voi ho notato più ragionevolezza, caro amico, che non nei nostri due imbecilli, e perché sapete vedere le cose in una luce più giusta. O Dio! avreste potuto ugualmente fare delle supposizioni, crearvi qualche idea sul conto mio, ma ho voluto risparmiarvi questa fatica e mostrarvi con chi avete a che fare. L'impressione diretta è una gran cosa, amico mio. Cercate di capirmi. Ora sapete con chi avete a che fare, e siccome so che volete bene a quella ragazza, spero che userete tutta la vostra influenza (e la vostra influenza su di lei è grandissima) per risparmiarle certi dispiaceri. Vi avverto che, in caso contrario, ne avrà di sicuro, e non da prendersi alla leggera. E finalmente, la terza ragione delle mie confidenze consiste... (ma l'avete già indovinata) sì, confesso che ho avuto piacere di sputare un po' su tutta questa faccenda, e proprio sotto i vostri occhi...


- Avete pienamente raggiunto il vostro scopo, - dissi tremando d'indignazione. - Convengo che in nessun altro modo avreste potuto esprimere dinanzi a me in modo più perfetto tutta la vostra malignità e il vostro disprezzo per me e per noi tutti, che con queste confidenze. Voi, non solo non temevate di compromettervi davanti a me con le vostre confidenze, ma non avevate nemmeno vergogna di me...


Somigliate realmente a quel pazzo avvolto nel mantello, e io, per voi, non sono un essere umano.


- Avete ragione, mio giovane amico, - disse allora alzandosi; - avete capito ogni cosa, non per niente siete uno scrittore. Spero che ci separiamo da buoni amici. Ma non volete che beviamo il "bruderschaft"?

- Siete ubriaco, e solo per questo non vi rispondo come dovrei...


- E ancora non avete terminato la frase «come dovrei rispondervi», ah!

ah! ah! Non permettete proprio che paghi per voi?

- Non disturbatevi! Pagherò io.


- Fate pure! Non abbiamo la stessa strada da fare, vero?

- Tanto, sulla vostra carrozza non monterei di sicuro.


- Addio, dunque. poeta mio. Spero che mi abbiate capito...


Uscì con passo piuttosto malfermo, senza voltarsi neppure una volta.


Il cameriere l'aiutò a montare in carrozza. Io mi avviai per la mia strada. Erano le due passate. Pioveva, la notte era buia...




PARTE QUARTA



CAPITOLO 1


Non mi soffermerò a descrivere l'ira che avevo in me. Sebbene sapessi fin da prima di potermi aspettare qualunque cosa da parte del principe, ero, nondimeno, rimasto sbalordito, come se tutta la sua mostruosità mi fosse apparsa in modo assolutamente inatteso. Ricordo però, che le mie impressioni erano vaghe; era come se fossi schiacciato da un gran peso, colpito nell'anima, e una nera angoscia invadeva sempre più il mio cuore: temevo per Natascia. Presentivo per lei un calvario doloroso nell'avvenire e cercavo confusamente un mezzo per evitare quelle sofferenze, per alleggerirle i penosi momenti dello scioglimento definitivo di quella faccenda. Su ciò non poteva esserci alcun dubbio; lo scioglimento si avvicinava e non era difficile prevedere quale sarebbe stato.


Non mi accorsi nemmeno di come fossi arrivato a casa, sebbene la pioggia avesse continuato a bagnarmi per tutta la strada. Erano circa le tre. Non appena ebbi bussato alla porta del mio appartamento, udii un gemito, dopo di che la porta si aprì subito, come se Nelly non fosse nemmeno andata a letto, ma mi avesse aspettato fino allora dietro di essa. La candela ardeva. Guardai il viso di Nelly e mi spaventai: era tutta cambiata, gli occhi le brillavano di febbre; aveva uno sguardo selvaggio; mi fissava quasi senza riconoscermi.


Aveva la febbre alta.


- Nelly, che hai? Sei malata? - le domandai chinandomi su di lei ed abbracciandola.


Si strinse a me tutta palpitante, come se temesse qualche cosa, e cominciò a parlare in fretta, con voce spezzata; pareva che mi avesse aspettato appunto per raccontarmi ogni cosa al più presto, ma le sue parole erano sconnesse e strane; non capii nulla; aveva il delirio. La condussi subito verso il letto, ma lei continuava ad aggrapparsi e a stringersi fortemente a me, piena di spavento, come implorandomi di difenderla da qualcuno; e ancora dopo che l'ebbi sdraiata sul letto, mi afferrava ogni momento per la mano e non la lasciava, per timore che me ne tornassi via di nuovo. Ero talmente scosso e avevo i nervi così agitati, che, a vederla così, mi misi persino a piangere. Anch'io non mi sentivo punto bene. Avendo notato le mie lacrime, essa mi fissò a lungo con febbrile attenzione, cercando di capire, di rendersi conto di quanto accadeva. Si vedeva che ciò le costava un grande sforzo.


Infine, le passò sul viso come l'ombra di un pensiero; di solito, dopo un accesso di epilessia, per un certo tempo, non riusciva a ordinare i suoi pensieri e a pronunciare distintamente le parole. Così successe anche quella volta: dopo aver fatto su se stessa un immenso sforzo per riuscire a pronunciare qualche cosa, e vedendo che non riuscivo a capirla, tese la manina e cominciò ad asciugarmi le lacrime; poi mi buttò le braccia al collo, mi attirò a sé e mi baciò.


Era chiaro che, durante la mia assenza, era stata colta da un attacco del mal caduco, e proprio mentre stava dietro la porta d'entrata.


Tornata poi in sé, era, però, rimasta evidentemente a lungo senza riprendere perfetta conoscenza. In quei momenti, la realtà si confonde col delirio, e Nelly, probabilmente, doveva aver avuto qualche visione spaventosa, piena di terrore. Tuttavia, pur nella sua debolezza, aveva sempre avuto presente, sebbene in modo vago e confuso, che io dovevo ritornare e che avrei bussato alla porta; quindi, giacendo sul pavimento, presso la soglia, aveva aspettato attentamente il mio ritorno, e sentendomi bussare, si era immediatamente alzata.


«Ma perché, ad ogni modo, si era trovata proprio lì vicino all'uscio?» - mi domandai, e solo allora mi accorsi, con mia grande meraviglia, che aveva indosso la sua pelliccetta (gliel'avevo comprata, pochi giorni prima, dalla solita vecchia mercantessa, che mi dava talvolta la merce a credito, ed era venuta lei stessa a offrirmela a casa); - aveva dunque avuto intenzione di uscire, e probabilmente stava già per aprire la porta, quando fu colta dall'attacco. Dove voleva andare? Era forse già in preda al delirio?

La febbre, frattanto, non diminuiva, e poco dopo Nelly fu di nuovo presa dal delirio e perdette la coscienza. Da quando abitava con me, già altre due volte era stata colta da attacchi di epilessia, ma, per fortuna, tanto la prima che la seconda crisi s'erano felicemente risolte. Questa volta, invece, la faccenda sembrava molto più seria.


Dopo essere rimasto al suo capezzale circa una mezz'ora a osservarla, avvicinai al divano alcune sedie, sulle quali mi sdraiai, accanto a lei, vestito com'ero, onde svegliarmi subito, non appena mi chiamasse.


Lasciai la candela accesa. Prima di addormentarmi, tornai a guardare più di una volta la povera piccina: era pallida, aveva le labbra arse e insanguinate, probabilmente per la caduta; aveva sul viso come un'espressione di paura, di dolorosa angoscia, che nemmeno il sonno riusciva a vincere. Decisi che subito alla mattina, senza perdere tempo, se fosse peggiorata, sarei andato in cerca del dottore. Temevo che si trattasse d'una meningite.


«L'avrà spaventata il principe!»,pensai trasalendo,e involontariamente mi venne in mente il racconto della donna che gli aveva gettato in faccia il denaro.




CAPITOLO 2


Passarono due settimane, Nelly andava rimettendosi in salute. La meningite aveva potuto essere evitata, ma non per ciò la malattia era stata meno grave. Lasciò il letto negli ultimi giorni di aprile. Era la settimana di Passione.


Povera piccina! Non posso continuare il mio racconto nell'ordine di prima. Molto tempo è passato da allora a questo momento, in cui vado annotando i miei ricordi, ma ancora adesso rammento con dolorosa angoscia quel suo pallido e scarno visino, i lunghi sguardi penetranti dei suoi occhioni neri, quando, trovandoci soli, mi fissava dal letto, senza staccare gli occhi da me, come esortandomi a indovinare i suoi pensieri; vedendo poi che non riuscivo a indovinarli e rimanevo nella perplessità di prima, sorrideva, di solito, con dolcezza, quasi tra sé, e improvvisamente, mi tendeva la calda manina, dalle dita smagrite. Ora, tutto ciò è lontano, tutto mi è noto, ma ancora non posso affermare di conoscere tutto il mistero di quel povero cuoricino malato, torturato e offeso.


Sento che mi allontano dal racconto, ma in questo momento voglio pensare a Nelly, soltanto a Nelly. Strano! ora, mentre giaccio solitario in un letto d'ospedale, abbandonato da tutti coloro che ho tanto amato, talvolta mi torna alla mente qualche insignificante particolare del tempo andato, qualche particolare quasi neppure notato o subito dimenticato, che adesso, all'improvviso, assume nel mio spirito un significato totalmente diverso da quello di prima e mi rende chiaro, mi mette in rilievo ciò che ancora non avevo potuto capire.


Nei primi giorni della malattia di Nelly, il medico e io temevamo molto per lei; il quinto giorno, però, il dottore mi trasse in disparte e mi disse che non c'era più nulla da temere, e che la piccina era in via di guarigione. Era lo stesso dottore che conoscevo da tempo, il vecchio scapolo, bonario e bizzarro, che avevo chiamato durante la prima malattia di Nelly, e che le aveva fatto tanta impressione con la sua decorazione di San Stanislao al collo, di esagerate dimensioni.


- Non c'è dunque proprio più nulla da temere? - insistei, contento.


- Sì, adesso si ristabilirà; ma poi, non tarderà molto a morire.


- Come, non tarderà molto a morire! Perché? - domandai, dolorosamente colpito da una simile sentenza.


- Sì, dovrà, senza dubbio, morire molto presto. Ha un vizio organico del cuore, e, alla prima occasione sfavorevole, si ammalerà di nuovo.


Forse guarirà ancora, ma poi sarà di nuovo colta dal suo male, e infine morirà.


- Possibile che non esistano mezzi per salvarla? No, non può essere!

- Invece, è proprio così. Però, allontanando da lei tutto ciò che potrebbe nuocere alla sua salute, creando per lei un ambiente calmo e pacifico, con qualche divertimento, la morte potrebbe essere tenuta lontano per un certo tempo; si danno persino casi... anormali e strani... imprevisti... insomma, la paziente potrebbe forse essere salvata dal concorso di molte circostanze favorevoli; però, radicalmente salvata non potrà essere mai.


- Ma, santo Iddio! che cosa debbo fare adesso?

- Seguire i miei consigli; far condurre alla piccina una vita calma e curare che prenda regolarmente le medicine. Mi sono accorto che la signorina è un po' capricciosa, ha un carattere nervoso, e le piace persino canzonare la gente; di medicine, non vuole assolutamente saperne; e anche adesso ha rifiutato categoricamente di prenderne.


- Avete ragione, dottore; è una bambina proprio strana; attribuisco, però, la sua stranezza a un'irritazione morbosa. Ieri è stata molto obbediente. Oggi, invece, quando le portai alla bocca il cucchiaio con la medicina, lo urtò come per caso e fece rovesciare il contenuto.


Quando poi volli preparare una seconda volta la medicina sciogliendo una polverina nell'acqua, mi strappò dalle mani tutta la scatola, la gettò per terra, e quindi ruppe in pianto... Non credo, però, che sia stata la mia insistenza nel farle prendere la medicina a farla piangere, - aggiunsi dopo aver un poco riflettuto.


- Uhm! Tutto effetto d'irritazione. Tutte queste cose, la sua malattia stessa, sono in rapporto con le grandi disgrazie della sua vita; - (avevo raccontato al buon dottore, con tutta franchezza e con molti particolari, la storia di Nelly, ed egli ne era rimasto colpito). - Per ora, non c'è da far altro che insistere perché prenda le medicine, e deve assolutamente prenderne una subito. Vado a parlare con lei e cercherò di spiegarle che il suo dovere consiste nell'obbedire ai consigli del medico e... cioè, per dire più semplicemente, nel prendere le polverine prescritte.


Uscimmo entrambi dalla cucina (dove aveva avuto luogo il nostro colloquio) e il dottore si avvicinò ancora al letto della malata.


Ebbi, però, l'impressione che Nelly avesse udito le nostre parole; per lo meno, notai che, sollevatasi sul guanciale, e voltata la testa dalla nostra parte, prestava orecchio per sentire ciò che dicevamo. Me ne accorsi guardando attraverso la fessura della porta semi aperta, ché, quando entrammo nella camera, la bambina si era già nascosta sotto le coperte e ci guardava con un sorriso beffardo. La poveretta era molto dimagrita in quei quattro giorni di malattia: i suoi occhi erano infossati, la febbre continuava a tormentarla. Tanto più strani, perciò, apparivano su quel viso l'espressione birichina e quegli sguardi lucenti e provocanti, che stupirono non poco il dottore, il miglior uomo fra tutti i tedeschi che abitavano Pietroburgo.


Con aria severa, ma cercando di addolcire quanto più poteva la voce, le espose, in tono di affettuosa tenerezza, la necessità delle medicine, le benefiche doti delle polveri, e quindi l'obbligo che ha ogni ammalato di prenderne. Nelly sollevò la testa, poi, con un improvviso gesto della mano, apparentemente involontario, urtò il cucchiaio e di nuovo ne sparse tutto il contenuto per terra. Sono persuaso che lo fece apposta.


- E' un incidente spiacevolissimo, - disse il vecchietto con calma. - Suppongo che l'abbiate fatto apposta, il che non è affatto lodevole.


Ma... è una cosa che può essere rimediata, sciogliendo un'altra polverina.


Nelly gli rise in faccia. Il dottore scosse la testa disapprovando.


- Ecco, non è proprio bello da parte vostra, - disse sciogliendo un'altra polverina. - E' assolutamente poco lodevole.


- Non abbiatevela a male, - rispose Nelly, facendo sforzi per non ridere di nuovo; -prenderò la medicine senz'altro... Mi volete bene?

- Se vi comporterete in modo lodevole, vi vorrò molto bene!

- Proprio molto?

- Sì, molto.


- E adesso non mi volete bene?

- Anche adesso vi voglio bene.


- Mi darete un bacio, se vi vorrò baciare?

- Se lo meriterete, sì!

A questo punto, Nelly non poté più resistere e rise di nuovo.


- La paziente ha un carattere allegro, ma è tutto effetto della nervosità e dei capricci, - mi sussurrò il dottore con l'aria più seria.


- Va bene, prenderò la medicina! - esclamò a un tratto Nelly con la sua debole vocina; - ma mi sposerete, in compenso, quando sarò grande?

Evidentemente, questa nuova birichinata le piaceva molto: i suoi occhi scintillavano e le labbra le tremavano per lo sforzo che faceva per non ridere, in attesa della risposta del dottore alquanto stupito.


- Ma sì, - rispose questi, involontariamente sorridendo a quel nuovo capriccio; - certamente, se sarete una buona signorina beneducata, e se...


- Prenderò le polverine!

- Oh! oh! Appunto se prenderete le polverine. E' una buona ragazza, - sussurrò poi a me. - C'è in lei una grande bontà di cuore... ed è intelligente... tuttavia... sposarla... che strano capriccio...


E le porse di nuovo la medicina. Ma questa volta lei non cercò nemmeno di fingere, e spingendo il cucchiaio con un gesto della mano dal basso in alto, fece volare il contenuto sulla camicia e sulla faccia del povero vecchietto. Nelly rise apertamente; questa volta, però, non era il riso di prima, allegro e sincero. Le passò sul viso un'espressione dura e cattiva. Frattanto cercava di sfuggire il mio sguardo, guardando solo il dottore e aspettando, con un sorriso beffardo, attraverso il quale, del resto, traspariva l'inquietudine, che cosa avrebbe fatto il «buffo» vecchietto.


- Ah! L'avete sparsa di nuovo!... Che disgrazia! Ma... possiamo sciogliere un'altra cartina! - disse il vecchio, asciugandosi col fazzoletto il viso e la camicia.


Nelly rimase vivamente colpita. Si aspettava di essere tempestata di rimproveri da parte nostra, e chissà se, in cuor suo, non lo desiderasse, persino, in quel momento, onde avere il pretesto di prorompere in pianti, in singhiozzi isterici, e sparpagliare le polverine come poco prima, rompendo magari qualche cosa per il dispetto, onde sfogare il suo cuore capriccioso ed esacerbato. Simili capricci si danno, talvolta, non solo nei malati, e non solo in Nelly.


Quante volte era avvenuto anche a me di correre sù e giù per la camera, con l'inconfessato desiderio d'essere offeso da qualcuno, oppure di sentir pronunciare una parola che potessi considerare come un'offesa, per avere la possibilità di sfogarmi in qualche modo! Le donne, in tali occasioni, si mettono a piangere con le lacrime più sincere, e quelle più sensibili giungono persino a crisi isteriche. E' un fenomeno dei più comuni che succede spesso nella vita, quando il cuore è invaso da qualche intimo dolore, ignoto a tutti, che si vorrebbe e non si può confidare a nessuno.


Nondimeno, stupita dall'angelica bontà del vecchietto, che aveva offeso, e dalla pazienza con la quale egli si era messo a sciogliere una terza polverina, senza averle rivolto neppure una parola di rimprovero, Nelly si sentì confusa; il sorriso abbandonò le sue labbra, un'onda di sangue le salì al viso, gli occhi le si inumidirono; mi gettò uno sguardo furtivo e voltò subito la testa dall'altra parte. Il dottore le porse la medicina. La trangugiò, timida e docile; poi afferrò la gonfia e rossa mano del vecchio e lo guardò a lungo negli occhi.


- Voi... vi adirate vedendomi così cattiva...- cominciò la piccina, ma non poté terminare, si nascose sotto le coperte, che si tirò fin sopra la testa, e scoppiò in rumorosi singhiozzi isterici.


- Oh, bambina mia, non dovete piangere... sono cose da nulla... Sono i nervi; bevete una goccia d'acqua.


Ma Nelly non lo ascoltava.


- Consolatevi... non è bene che vi agitiate, - continuò il medico, quasi in procinto di piangere anche lui, da quell'uomo molto sensibile che era; - vi perdono e vi sposerò, se la vostra condotta sarà quella di una buona e onesta ragazza, e se consentirete anche...


- A... prendere le medicine! - gridò, di sotto le coperte, una vocina squillante come il suono di un campanello; e insieme si udì un riso nervoso, a me ben noto, spezzato dai singhiozzi.


- Una brava bambina riconoscente! - disse il dottore solennemente, e quasi con le lacrime agli occhi. - Povera ragazzetta!

Da quel giorno si stabilì tra il medico e Nelly una stranissima reciproca simpatia.


Con me, invece, Nelly si faceva sempre più immusonita, più nervosa, più irascibile. Non mi sapevo spiegare quel cambiamento, tanto più che era avvenuto in lei di punto in bianco. Nei primi giorni della malattia, viceversa, era stata con me di una tenerezza e di una affettuosità straordinarie; sembrava non potersi saziare di guardarmi; non mi lasciava allontanare, mi afferrava una mano con la calda manina e mi faceva sedere accanto a lei, e se mi vedeva afflitto o inquieto, cercava di rallegrarmi, scherzava, giocava con me e mi sorrideva, reprimendo con visibile sforzo i propri dolori. Non voleva che lavorassi di notte né che rimanessi a vegliarla, e si rattristava vedendo che non volevo obbedirle. Talvolta, assumeva un'aria preoccupata; cominciava a interrogarmi, volendo sapere perché fossi triste e quali pensieri avessi per la testa; ma, cosa strana, non appena accennavo nei miei racconti a Natascia, troncava il discorso, oppure cambiava argomento. Sembrava che evitasse di parlare di Natascia, e ciò mi stupiva non poco. Quando tornavo a casa, si rallegrava. Quando mi vedeva prendere il cappello, mi guardava con tristezza e mi accompagnava con uno sguardo strano, in cui si leggeva il rimprovero.


Il quarto giorno della malattia di Nelly passai da Natascia, e vi rimasi fin oltre la mezzanotte. Avevamo da parlare di molte cose. Alla mia piccola inferma avevo detto, invece, che sarei tornato presto, come, d'altronde mi proponevo sinceramente. Trattenuto da Natascia per un caso imprevisto, ero tranquillo riguardo a Nelly, perché non era rimasta sola, ma con Alessandra Semionovna. Questa aveva saputo da Maslobojev, che era venuto a trovarmi, della malattia di Nelly e del mio imbarazzo, visto che ero solo a curare la bambina, e, santo Dio, come si diede subito da fare, quell'ottima Alessandra Semionovna!

- Così, non potrà nemmeno venire a pranzo da noi! Ah, Signore! Ed è solo, proprio solo! Questa è davvero un'occasione favorevole per dimostrargli la nostra amicizia; approfittiamone!

E subito venne da me, portando con sé, in una vettura, tutto un pacco di roba. Annunciato che mi ebbe, fin dalla prima parola, che non intendeva andarsene troppo presto, e che era venuta per aiutarmi nelle faccende, sciolse il suo pacco. Ne saltarono fuori diverse specie di marmellate e di sciroppi per la malata, polli novellini e una gallina nel caso che entrasse in convalescenza, mele da cuocere, arance, frutta candita (se il dottore l'avesse permesso), e finalmente alcuni capi di biancheria: lenzuola, tovaglioli, camicie, bende, tela per fare impacchi, e tutto in tale quantità, che sarebbe bastato per un ospedale.


- Noi abbiamo di tutto, - mi diceva, parlando in fretta, tutta affaccendata. - Voi, invece, vivete da scapolo. Di roba come questa ne avete poca di certo; permettetemi, dunque... Filippo Filippovitc, del resto, me l'ha ordinato anche lui. E ora... ditemi, ditemi presto che cosa c'è da fare. Come sta la bambina? E' in coscienza? Ah, non è proprio comoda, qui; bisogna metterle il guanciale in altro modo, perché la testa sia più bassa, e poi... non sarebbe preferibile un cuscino di pelle? La pelle tiene la testa più fresca. Ah, come sono stata imbecille a non portarne uno! Andrò subito a prenderlo... C'è forse da accendere il fuoco? Vi manderò la mia vecchietta. Ne conosco una io... Voi non avete donna di servizio, vero?... E allora, che cosa devo fare adesso? Che cos'è questa? Un'erba?... L'ha prescritta il dottore? E' forse da bere al posto del tè? Accendo subito il fuoco!

Io, però, la calmai, e rimase molto stupita e persino un po' mortificata, constatando che non c'era da fare tutto quello che credeva. Non si perse ugualmente d'animo, però. Allacciò subito amicizia con Nelly e mi aiutò molto durante la malattia della piccina; veniva a trovarla quasi ogni giorno, e sempre arrivava con la stessa aria che se fosse fuggito qualche cosa e occorresse slanciarsi immediatamente al suo inseguimento. Aggiungeva sempre che Filippo Filippovitc le aveva ordinato di fare così. Piacque molto a Nelly; si affezionarono l'una all'altra come due sorelle, e credo che, in molte cose, Alessandra Semionovna fosse bambina quanto Nelly. Raccontava alla malatina storielle divertenti; la distraeva in modo che Nelly cominciava ad annoiarsi solo quando Alessandra Semionovna se ne tornava a casa.


La sua prima apparizione, nondimeno, aveva molto stupito l'ammalata.


Ella aveva, però, subito capito le intenzioni della nuova venuta, e allora, com'era sua abitudine, Nelly si accigliò e si fece persino scontrosa.


- Perché è venuta qui? - mi domandò Nelly con aria malcontenta, quando Alessandra Semionovna se ne fu andata .


- E' venuta per aiutarti e per curarti, Nelly!

- Ma perché? Me lo sono meritato, forse? Non ho mai fatto nulla per lei!

- La gente buona non aspetta che il bene sia fatto loro anticipatamente, Nelly, ma si compiace di aiutare chi ne ha bisogno, così, solo per beneficare. Credimi, Nelly, nel mondo ci sono tante persone buone. E' stata una sfortuna per te, mia cara, non averne incontrate quando ne avevi più bisogno.


Nelly tacque, e io mi allontanai dal suo letto. Ma un quarto d'ora dopo, mi chiamò con la sua debole vocina, mi chiese da bere e, improvvisamente, mi abbracciò, mi si strinse fortemente al petto e rimase così a lungo, senza lasciarmi. Il giorno dopo, quando venne Alessandra Semionovna, l'accolse con un lieto sorriso, un po vergognosa.




CAPITOLO 3


Proprio quella sera ero rimasto da Natascia fino a tarda ora. Rientrai dopo la mezzanotte. Nelly dormiva. Alessandra Semionovna aveva pure voglia di dormire, ma era rimasta nondimeno a vegliare la malata, aspettando il mio ritorno. Cominciò subito a riferirmi, con un sussurrio affrettato, che Nelly era stata, in principio, molto allegra, e aveva, persino, riso parecchio; poi si era fatta triste, e, non vedendomi tornare, si era impensierita, cadendo in un profondo mutismo. - Poi cominciò a lagnarsi d'un forte mal di capo, a piangere, e infine scoppiò in tali singhiozzi, che non sapevo che fare, - aggiunse Alessandra Semionovna. - Mi fece alcune domande su Natalia Nicolajevna, ma io non seppi dirle nulla; allora, smettendo d'interrogarmi, ricominciò a piangere, finché non si addormentò tra le lacrime. Addio, Ivan Petrovitc; sembra, ad ogni modo, da quanto ho potuto capire, che si senta meglio; adesso bisogna che torni a casa, così mi ha ordinato anche Filippo Filippovitc. Vi confesserò che questa volta mi ha permesso di assentarmi solo per due ore, e io, invece, sono stata qui così a lungo. Ma non importa, non inquietatevi per me; egli non ha il diritto di arrabbiarsi... A meno che... Ah, caro Ivan Petrovitc, che debbo fare? Adesso torna a casa sempre ubriaco! Ha qualche cosa che lo preoccupa moltissimo; quasi non mi parla, è sempre ansioso, ha qualche importante affare per la mente; lo capisco; eppure ogni sera torna ubriaco... Chi l'avrà messo a letto, se è già rincasato? Vado subito, arrivederci! Addio, Ivan Petrovitc.


Ho guardato un po' i vostri libri; Dio, quanti ce ne sono! e sono forse tutti libri pieni di sapienza; io invece, imbecille che sono, non ne ho mai letto neanche uno... Beh! a domani...


All'indomani, Nelly si svegliò d'umore triste e cupo. Non mi rivolgeva parola, rispondeva persino di mala voglia alle mie domande, come se fosse irritata contro di me. Mi accorsi, però, che, di tanto in tanto, mi gettava qualche sguardo furtivo, in cui, assieme con un recondito dolore, traspariva una tenerezza che non vi si notava quando mi guardava apertamente in faccia. Era appunto il giorno in cui avvenne la scena della medicina col dottore; non sapevo che pensare.


Il contegno di Nelly nei miei riguardi era totalmente cambiato. Le sue stranezze, i capricci, e, di tanto in tanto, quelle manifestazioni di odio verso di me, durarono quasi fino al giorno in cui abbandonò la mia casa, fino al giorno della catastrofe, che fu lo scioglimento del nostro romanzo. Ma di questo farò parola più avanti.


A volte, però, accadeva che, per qualche breve ora, tornasse con me come un tempo, dolce e affettuosa. Le sue carezze sembravano raddoppiare, in quei momenti, dopo di che prorompeva spesso in pianti amari. Ma quelle ore passavano presto e si chiudeva di nuovo in una cupa angoscia, trattandomi con ostilità; si metteva a far capricci, come quel giorno col vecchio dottore, oppure, accorgendosi che qualche sua birichinata mi riusciva particolarmente sgradita, cominciava a ridere apertamente, per andare a finire quasi sempre in uno scoppio di lacrime.


Una volta si bisticciò persino con Alessandra Semionovna, dicendo che non desiderava nulla da lei. Quando, poi, io glielo rimproverai in presenza di Alessandra Semionovna, si irritò, mi rispose con una stizza che covava evidentemente in cuor suo da un pezzo, ma poi tacque di colpo e per due giorni di seguito continuò a tacere, non rivolgendomi neppure una parola, e rifiutandosi di prendere le medicine, persino di bere e di mangiare, e solo il vecchio dottore seppe infine persuaderla e farle intendere ragione.


Avevo già notato che tra lei e il dottore, dal giorno in cui questi le aveva fatto prendere la medicina, si era stabilita una simpatia straordinaria. Nelly gli voleva molto bene e lo accoglieva sempre con un allegro sorriso, anche quando, prima che giungesse, era stata triste e taciturna. Il vecchietto, da parte sua, cominciò a venire a trovarci ogni giorno, e talvolta anche due volte al giorno, senza smettere questa abitudine neppure quando Nelly cominciò a lasciare il letto, entrando definitivamente in convalescenza. Pareva averlo affascinato al punto che egli non poteva più vivere un giorno senza udirla ridere, senza gli scherzi che lei gli giocava, e che erano, talvolta, molto divertenti. Cominciò a portarle dei libri illustrati, sempre di carattere istruttivo. Tra gli altri, ne acquistò uno specialmente adatto a lei. Poi cominciò a portarle caramelle e altri dolciumi, chiusi in graziose scatolette. In tali occasioni, entrava, di solito, con l'aria solenne di uno che festeggia il proprio compleanno, e Nelly indovinava subito che aveva qualche regalo per lei. A tutta prima, però, egli si guardava bene dal mostrare il proprio regalo; sedeva accanto a Nelly con furbesco sorriso e cominciava il discorso da lontano, dicendo che se una certa giovane signorina aveva saputo comportarsi bene, meritando la stima del suo prossimo, doveva essere ricompensata. Così dicendo, la guardava con aria tanto gioviale e le sorrideva con tanta semplicità di cuore, che Nelly, sebbene fosse sempre disposta a prenderlo in giro, lo guardava allora con occhi pieni di sincera e affettuosa simpatia. Alla fine, il vecchietto si alzava solennemente dalla sedia, si toglieva di tasca ciò che le aveva portato, e offrendolo a Nelly, aggiungeva immancabilmente: «Alla mia futura gentile sposina». Si può giurare che, in quei momenti, egli era ancora più felice di Nelly.


Poi i due intavolavano conversazione, e ogni volta egli la persuadeva, serio ed insistente quanto mai, della necessità di curare la salute, e le dava qualche consiglio medico.


- Anzitutto, bisogna curare la salute, - le diceva in tono dogmatico; - e bisogna farlo, in primo luogo e specialmente per rimanere vivi, e in secondo luogo per essere sani e raggiungere con ciò la felicità in questo mondo. Se voi, cara bambina, avete qualche afflizione, cercate di dimenticarla, o almeno cercate di non fermarvici sopra coi pensieri. Se invece non avete afflizioni... fate lo stesso... pensate a cose piacevoli... a cose allegre, divertenti.


- Che cosa sono queste cose allegre e divertenti a cui dovrei pensare?

- chiedeva Nelly.


Il dottore rimaneva perplesso.


- Insomma... a qualche gioco innocente, adatto alla vostra età; oppure... insomma, qualche cosa di questo genere...


- Non voglio giocare; i giochi non mi piacciono, - diceva Nelly. - Preferisco pensare a qualche bel vestito.


- A qualche bel vestito! Uhm! Non è poi una gran bella cosa! Bisogna sempre accontentarsi del proprio modesto destino. D'altra parte...


ecco, forse.. ammettiamo che possano piacere anche a me i bei vestiti.


- Mi farete molti vestiti quando sarò vostra moglie?

- Che idea! - esclamava il dottore, e si accigliava suo malgrado.


Nelly sorrideva e talvolta, dimenticandosi, gettava un'allegra occhiata anche a me. - Del resto, se ve lo sarete meritato con la vostra condotta, vi farò anche un vestito, - continuava il dottore.


- Quando mi avrete sposata, dovrò prendere ogni giorno le polverine?

- Forse, allora potrete fare a meno di prenderle ogni giorno; le prenderete solo quando sarà necessario.


Il dottore cominciava a sorridere.


Nelly scoppiava in un'allegra risata, il vecchietto la imitava, osservando amorevolmente l'allegria della piccina.


- E' uno spirito vivace! - diceva rivolgendosi a me. - Però, manifesta sempre una certa irascibilità e un carattere capriccioso.


Aveva ragione! Non riuscivo in alcun modo a capire che cosa avesse Nelly. Sembrava non voler assolutamente parlare con me, come se, ai suoi occhi, io fossi colpevole di qualche cosa. Ciò mi riusciva molto doloroso. Finii per rannuvolarmi anch'io, e giunsi a tenerle il broncio per tutto il giorno, evitando di rivolgerle la parola. Il giorno appresso, però, me ne pentii e mi vergognai di quanto avevo fatto. Piangeva spesso, e allora non sapevo come consolarla. Un giorno, però, interruppe il suo ostinato silenzio.


Tornato a casa al cadere del crepuscolo, mi accorsi che Nelly nascondeva in fretta e in furia un libro sotto il cuscino. Era il mio romanzo, che aveva preso di sulla tavola, e leggeva in mia assenza.


Perché, dunque, voleva nascondermi il fatto? «Si direbbe che si vergogna di leggerlo», pensai, ma finsi di non essermi accorto di nulla. Circa quindici minuti dopo, mentre ero andato in cucina per prendervi qualche cosa, ella saltò rapidamente dal letto e rimise il romanzo là dove l'aveva preso. Tornato in camera, lo rividi sulla tavola. Di lì a poco, mi chiamò: la sua voce accusava una forte agitazione. Erano quattro giorni che quasi non mi rivolgeva parola.


- Andrete... da Natascia... questa sera? - mi domandò con voce debole.


- Sì, Nelly, le voglio molto bene...


- Anch'io le voglio bene, - aggiunse lei, piano.


Poi successe di nuovo il silenzio.


- Voglio andare da lei, voglio andare a vivere con lei, - cominciò ancora Nelly, gettandomi un timido sguardo.


- Non è possibile, Nelly, - le risposi, alquanto meravigliato. - Ti trovi forse male qui da me?

- Perché non è possibile? - mi domandò arrossendo. - Avreste pur voluto che andassi a vivere in casa di suo padre, e sapevate che non volevo. Ha la donna di servizio Natascia?

- Sì - Ditele, allora, che la mandi via. Ne prenderò il posto. Farò tutti i lavori e non esigerò nulla; le vorrò bene e le preparerò il mangiare.


Diteglielo oggi stesso.


- Ma perché? Che cos'è questa fantasia, Nelly? E perché giudichi Natascia in questo modo? Come puoi credere che acconsentirebbe a prenderti come donna di servizio? Se ti prendesse con sé, ti tratterebbe come una sua pari, come una sua sorellina minore.


- Non voglio che mi tratti come una sua pari. Allora sono io a non volerci andare.


- Perché?

Nelly taceva. Le labbra le tremavano. Aveva voglia di piangere.


- Il giovane di cui è innamorata adesso dovrà partire, vero?

L'abbandonerà, lasciandola così sola, vero? - domandò infine.


Mi meravigliai.


- E come lo sai, Nelly?

- Me l'avete detto voi stesso, l'altro ieri, quando venne qui il marito di Alessandra Semionovna, lo chiesi anche a lui; mi raccontò ogni cosa.


- E' stato qui Maslobojev l'altro ieri?

- Sì, è stato qui, - rispose Nelly abbassando gli occhi.


- Perché non me l'hai detto?

- Così...


Rimasi soprappensiero. Perché mai Maslobojev veniva tanto spesso da me, quand'ero assente? Che era mai quel mistero? Che cosa potevano significare quei rapporti con Nelly? Era necessario che venissi in chiaro di ogni cosa.


- E a te, Nelly, che importa se quel giovane l'abbandona?

- Voi l'amate molto, - disse Nelly, senza alzare gli occhi, - e amandola tanto, la sposerete di certo, quando l'altro se ne sarà andato.


- No, Nelly, lei non mi vuol bene come gliene voglio io; e anch'io...


No, Nelly, questo non avverrà mai.


- E dire che io vi avrei servito entrambi come domestica; e voi avreste vissuto contenti! - sussurrò con un fil di voce, senza guardarmi, «Che ha? Che ha?», pensai, e il cuore mi si strinse dolorosamente.


Nelly tacque e non pronunciò più parola per tutta la sera. Quando me ne andai, scoppiò in lacrime, e pianse poi tutta la sera, come mi riferì in seguito Alessandra Semionovna, dicendo che si era anche addormentata tra le lacrime. Anche durante la notte continuò a piangere, parlando nel delirio.


Da quel giorno diventò ancora più cupa e taciturna di prima, né mi rivolse più parola. Vero è che mi accorsi di certi sguardi gettatimi di sfuggita, che erano pieni di tenerezza, ma questa tenerezza passava insieme con l'attimo che l'aveva provocata; si sarebbe, anzi, detto che Nelly si sforzasse di opporre una certa resistenza all'affetto che sentiva per me. Diventava ogni giorno più immusonita perfino col dottore, che si stupiva di quel cambiamento del suo carattere.


Frattanto, era quasi guarita, e il dottore le permise finalmente di uscire e di fare una breve passeggiata. Il tempo era sereno, faceva caldo. Era la settimana di Passione, che quell'anno ricorreva molto tardi. Io ero uscito di mattina; dovevo assolutamente recarmi da Natascia, ma decisi, prima di andare là, di tornare a casa per prendere Nelly e farle fare una breve passeggiata. Quel giorno l'avevo lasciata in casa sola.


Non posso dire quanto fu per me terribile il colpo che mi aspettava.


Mi affrettai per arrivare a casa il più presto possibile, e, giuntovi, vidi che la chiave si trovava nella serratura dell'uscio dalla parte esterna. Entrai, ma non c'era nessuno. Mi sentii venir meno. Sulla tavola era posto un pezzo di carta sul quale, con scrittura grossa e inuguale, erano scritte a matita le seguenti parole:

«Vado via da casa vostra e non tornerò mai più. Ma vi voglio tanto bene. - Vostra fedele Nelly». Gettai un grido e mi precipitai fuori.




CAPITOLO 4


Appena giunto in istrada, e prima ancora che avessi avuto il tempo di decidere che cosa dovessi fare, vidi, a un tratto, fermarsi al portone una carrozza di piazza, dalla quale smontò Alessandra Semionovna, che teneva Nelly per mano, come se avesse timore che scappasse un'altra volta. Mi slanciai loro incontro.


- Ma che hai, Nelly? - gridai. - Dove sei andata? Perché?

- Aspettate, non abbiate fretta; saliamo subito in casa; là saprete tutto, - cicalò Alessandra Semionovna. - Ho da raccontarvi una cosa proprio incredibile, Ivan Petrovitc, - mi sussurrava in fretta, mentre salivamo le scale. - C'è da meravigliarsi davvero... Andiamo, andiamo, saprete subito ogni cosa.


Le si leggeva in viso che aveva cose importantissime da comunicarmi.


- Va, Nelly, va, sdraiati un poco! - disse alla piccina non appena fummo in casa. - Devi essere molto stanca di tutte le corse che hai fatto! Specie che ti sei appena rimessa dalla malattia! Noi invece, - continuò rivolgendosi a me, - ritiriamoci in qualche altro posto, per non disturbarla, sarebbe bene che si addormentasse.


E mi fece cenno di seguirla in cucina.


Ma Nelly non si sdraiò; si sedette sul divano e si nascose il viso tra le mani.


In cucina, Alessandra Semionovna mi raccontò in breve tutto quanto era a sua conoscenza. Più tardi seppi altri particolari. Ecco in che modo s'erano svolte le cose.


Uscita di casa, circa due ore prima del mio ritorno, lasciandomi il biglietto, Nelly era corsa anzitutto dal vecchio dottore. Era riuscita a farsi dire il suo indirizzo da tempo. Il dottore mi raccontò in seguito che era rimasto di stucco, vedendo entrare Nelly nel suo studio, e che per tutto il tempo in cui era rimasta da lui, «non poteva credere ai propri occhi».


- Non riesco a crederlo nemmeno adesso, - aggiunse concludendo la sua narrazione, - e non vi crederò mai.


Nondimeno, la visita di Nelly a casa del dottore era un fatto reale.


Il vecchio se ne stava tranquillamente seduto nel suo studio a bere il caffè, sprofondato nella poltrona, in veste da camera quando lei vi irruppe e gli si gettò al collo, prima che egli avesse tempo di capire che cosa succedesse. Nelly piangeva, l'abbracciava, lo baciava, gli copriva le mani di baci e lo implorava, con frasi sconnesse, di permetterle di vivere con lui; diceva di non volere e di non poter più vivere con me; che le era penoso rimanere in casa mia, e che per ciò appunto mi aveva lasciato; prometteva di non canzonarlo più, né chiedergli vestiti nuovi, di comportarsi bene, di studiare, di imparare «a lavare, a stirare per lui le camicie inamidate» (evidentemente, aveva preparato il discorso strada facendo, o forse anche prima), di essere obbediente e di prendere inoltre, ogni giorno, tutte le medicine che gli sarebbe piaciuto darle. Quanto alla sua idea di sposarlo, doveva considerare la cosa come uno scherzo, giacché, in verità, non ci aveva mai pensato sul serio. Il vecchio tedesco ne fu sbalordito a tal punto, che, durante tutta quella chiacchierata, se ne rimase seduto a bocca aperta, con la mano che teneva il sigaro alzata, senza più pensare a fumarlo, tanto che il sigaro si spense.


- Signorina, - le disse infine, riacquistando la parola, - signorina, per quanto capisco, mi chiedete di darvi un posto in casa mia. Ma ciò non è possibile! Vedete pure che vivo in modo molto ristretto e che non faccio grandi guadagni... Inoltre, converrete anche voi, che, così di punto in bianco, senza aver ponderato.... E' terribile! Per quanto capisco, siete fuggita da casa vostra.. E' un'azione poco lodevole e inverosimile... Inoltre, vi avevo permesso di fare una breve passeggiata, in una giornata chiara, sotto la sorveglianza del vostro benefattore; voi, invece, avete abbandonato il vostro benefattore e siete corsa da me, mentre dovevate aver cura di voi stessa e prendere le medicine... e... infine, non ci capisco nulla...


Nelly non lo lasciò terminare. Si rimise a piangere, a supplicarlo, ma non poté far nulla. Il vecchio, sempre più sbalordito, continuava a non capire nulla. Infine Nelly lo lasciò, e con un grido: «Ah, santo Dio!», si precipitò fuori dallo studio.


- Mi sono sentito male tutto il giorno, - aggiunse il dottore, terminando il suo racconto; - tanto che ho dovuto prendere un decotto prima di mettermi a letto.


Nelly, frattanto, era corsa dai Maslobojev. Si era procurato da un pezzo anche il loro indirizzo e, pur con qualche difficoltà, riuscì a trovarli.


Maslobojev era in casa. Alessandra Semionovna congiunse le mani dallo stupore, udendo Nelly pregarla di accoglierla in casa loro. Avendole domandato perché volesse abbandonarmi, perché si trovasse male con me, Nelly, senza nulla rispondere, si lasciò cadere sulla sedia e proruppe in singhiozzi.


- Singhiozzava così forte, - mi raccontò Alessandra Semionovna, - che credevo dovesse morire.


Nelly supplicava di prenderla come cameriera, come cuoca, dicendo che avrebbe scopato il pavimento e imparato a lavare la biancheria.


(Basava, evidentemente, tutte le proprie speranze, su quel suo saper far la lavandaia, considerandolo come l'argomento più persuasivo per farsi accettare). Alessandra Semionovna era del parere di tenerla, per il momento, in casa loro, informandomene immediatamente. Filippo Filippovitc, però, si era recisamente opposto a quel progetto e aveva insistito perché la fuggitiva fosse immediatamente ricondotta in casa mia. Strada facendo, Alessandra Semionovna abbracciava e baciava Nelly, provocando così da parte sua sempre nuove lacrime. Vedendola disperarsi in quel modo, Alessandra Semionovna si era messa a piangere anche lei... Avevano pianto entrambe per tutto il tragitto.


- Ma perché, perché non vuoi più vivere con lui, Nelly? Ti tratta forse male? - domandava Alessandra Semionovna tra le lacrime.


- No, non mi tratta male...


- E perché allora?

- Così, non voglio vivere da lui... non posso... sono così cattiva con lui... mentre lui è così buono... Con voi non sarei stata cattiva, avrei lavorato, - le rispose, singhiozzando come in un attacco isterico.


- Perché, dunque, sei così cattiva con lui?

- Così...


- E non sono riuscita a saper nulla più di quel «così»! - concluse Alessandra Semionovna, asciugandosi le lacrime. - Come mai è tanto disgraziata? Che dipenda dalla malattia? Che ne pensate, voi, Ivan Petrovitc?

Entrammo da Nelly; era sdraiata col viso nascosto tra i cuscini e piangeva. Mi inginocchiai davanti a lei, le presi le mani e cominciai a baciarle. Mi strappò le mani e si mise a piangere più forte. Non sapevo che dire. In quel momento entrò il vecchio Ikmenev.


- Sono venuto per un affare. Buongiorno, Ivan, - disse, girando lo sguardo su noi tutti, meravigliato di vedermi in ginocchio.


Il vecchio era stato sofferente in quegli ultimi tempi. Era pallido e magro, ma ostentava, con aria di sfida, di non curarsi affatto del proprio male; non ascoltava gli insistenti consigli di Anna Andrejevna, non si metteva a letto e continuava a uscire per i propri affari.


- Per adesso, vi saluto, - disse Alessandra Semionovna, dopo aver fissato il vecchio. - Filippo Filippovitc mi ha raccomandato di tornare a casa il più presto possibile. Abbiamo un affare da sbrigare.


Verso sera, tornerò qui ancora per un paio d'orette.


- Chi è? - mi domandò il vecchio sottovoce, pensando evidentemente ad altro.


Glielo spiegai.


- Uhm... Vengo, dunque, per un affare, Ivan...


Sapevo per quale affare doveva venire, e aspettavo la sua visita. Era venuto a parlare con me e con Nelly, onde ottenere che questa andasse a stare in casa sua. Anna Andrejevna aveva finalmente consentito a prendere in casa l'orfanella. Questo consentimento era il risultato dei nostri segreti colloqui: avevo persuaso Anna Andrejevna, dicendo che la presenza di un'orfanella, di cui la madre era pure stata maledetta da suo padre, avrebbe forse rivolto il cuore del nostro vecchio ad altri pensieri. Le avevo spiegato il mio piano con tanta chiarezza, che ora era lei che incitava il marito a prendere al più presto l'orfanella. Il vecchio si era immediatamente messo all'opera; voleva anzitutto esaudire il desiderio della sua Anna Andrejevna, e, in secondo luogo, lo faceva per certe sue proprie considerazioni... Di questo riparlerò più tardi, con maggiori particolari...


Ho già avuto occasione di dire che Nelly non sentiva alcuna simpatia per il vecchio; le era riuscito antipatico fin dalla sua prima visita.


In seguito, poi, m'ero dovuto convincere che, quando veniva pronunciato in sua presenza il nome di Ikmenev, il volto di Nelly tradiva addirittura un vero e proprio odio.


Il vecchio entrò in argomento senza preamboli, Si avvicinò direttamente a Nelly, che continuava a giacere sul divano col viso nascosto tra i cuscini; e prendendole una mano, le domandò se volesse andare ad abitare con lui, che l'avrebbe considerata come una figliola.


- Avevo una figlia che amavo più di me stesso, - concluse il vecchio, - ma adesso non è più con me. E' morta! Vuoi prendere il suo posto in casa mia e... nel mio cuore?

E nei suoi occhi arsi dalla febbre brillò qualche lacrima.


- No, non voglio! - disse Nelly, senza alzare la testa.


- Perché, figliola mia? Tu non hai nessuno. Ivan non può tenerti sempre con sé; da me, invece, sarai come in casa tua.


- Non voglio, perché siete cattivo! Sì, sì, cattivo, - aggiunse la ragazza, alzando la testa e sedendosi sul letto in faccia al vecchio.


- Anch'io sono cattiva, sono più cattiva di tutti; ma voi siete ancora più cattivo di me!

Ciò dicendo, divenne pallida pallida, gli occhi le lampeggiarono; le sue labbra tremanti impallidirono persino e si torsero per effetto di qualche forte emozione. Il vecchio la guardò perplesso.


- Sì, più cattivo di me, perché non volete perdonare a vostra figlia; volete dimenticarla completamente e prendere un'altra bambina in casa vostra. Ma è forse possibile dimenticare la propria figlia? Potreste voi amarmi? Non appena mi getterete uno sguardo, vi ricorderete subito che sono un'estranea per voi, e che avete, invece, una vostra propria figliola, che voi stesso avete voluta dimenticare, perché siete un uomo senza cuore. E io non voglio vivere con gente così cattiva, non voglio. non voglio! ...


Nelly singhiozzò e mi gettò uno sguardo furtivo.


- Dopo domani è Pasqua, risuscita Cristo, è il giorno in cui tutti si baciano, si abbracciano, dimenticano le offese, perdonano il male fatto loro... Lo so bene... Soltanto voi... voi solo... ah, uomo crudele! Andate via da me!

Ella scoppiò in pianto. Probabilmente aveva preparato da tempo e studiato a memoria quel discorso per il caso in cui il vecchio fosse venuto a invitarla a entrare in casa sua. Il vecchio rimase colpito e impallidì. Un'espressione di dolore apparve sul suo viso.


- Perché poi, perché tutti continuano a occuparsi di me in questo modo? Io non lo voglio, non lo voglio! - gridò Nelly fuori di sé. - Andrò a fare la mendicante!

- Nelly, che hai? Nelly, bambina mia! - esclamai involontariamente, ma con questa esclamazione non feci che aggiungere olio al fuoco.


- Sì, andrò per le strade e chiederò l'elemosina, ma non rimarrò qui!

- gridava singhiozzando. - Mia madre chiedeva anche lei l'elemosina per le strade, e morendo mi ha detto: «Sii povera e va a mendicare, piuttosto che...». Non è vergognoso chiedere l'elemosina; non la chiedo a un solo uomo, ma a tutti gli uomini; e ciò non è la stessa cosa; chiederla a un solo uomo è una cosa vergognosa, chiederla a tutti, invece, non è affatto vergognoso; così mi ha detto una mendicante. Sono piccola, non so dove prendere il denaro necessario, lo chiedo a tutti; no, no, non voglio; sono cattiva, sono più cattiva di tutti; ecco come sono cattiva!

E Nelly afferrò ad un tratto, con gesto improvviso, la tazza che stava sul tavolino e la scaraventò a terra.


- Ecco, adesso l'ho mandata in frantumi, - aggiunse guardandomi con provocante espressione di trionfo. - Non ci sono che due tazze, - aggiunse; - romperò anche l'altra... Come farete allora a prendere il tè?

Era come impazzita; pareva trovasse un godimento speciale nella propria collera, quasi fosse cosciente di agire male e in modo vergognoso, oppure incitasse se stessa ad altre uscite stravaganti.


- E' malata, Vania! proprio malata! - disse il vecchio, - oppure...


oppure non capisco più che bambina è questa. Addio!

Prese il berretto e mi strinse la mano. Era mortificato e afflitto; Nelly l'aveva terribilmente offeso. La mia anima si ribellò.


- Non hai avuto pietà di lui, Nelly! - esclamai quando rimanemmo soli.


- E non hai vergogna, dimmi, non hai vergogna? No, tu non sei buona, sei davvero cattiva!

E così come ero, senza cappello, corsi per inseguire il vecchio.


Volevo accompagnarlo fino al portone e dirgli almeno due parole di consolazione. Mentre correvo giù per la scala, mi pareva di vedere davanti agli occhi il viso di Nelly, terribilmente impallidito ai miei rimproveri.


Raggiunsi il mio vecchio in breve.


- Quella povera bambina è stata molto offesa; ha il proprio dolore, credimi, Ivan; e io ho fatto male a parlarle del mio di dolore, - diss'egli con un amaro sorriso. - Ho esulcerato la sua ferita. Dicono che «un sazio non capisce un affamato»; io dirò, invece, Vania, che non sempre un affamato capisce un altro affamato. Beh! arrivederci!

Mi provai a parlargli d'altro, ma il vecchio mi fermò con un gesto della mano.


- Non starmi a consolare; stai piuttosto attento che quella piccina non ti scappi un'altra volta; ha tutta l'aria di volerlo fare da un momento all'altro, - soggiunse irato, e si allontanò da me a passi affrettati, agitando il bastone e picchiandone forte il puntale sul selciato.


Non sapevo quanto fosse profeta. Nessuno può immaginare quello che provai, quando, tornato in casa, per la seconda volta non vi trovai più Nelly. Mi slanciai fuori sul pianerottolo, la cercai giù per le scale, la chiamai, bussai persino alle porte dei vicini, chiedendo di lei; non volevo e non potevo credere che fosse fuggita ancora. E come poteva essere fuggita? Non c'era che un solo portone nella casa; avrebbe dunque dovuto passarmi accanto, mentre io stavo discorrendo col vecchio. Con mio grande dolore, non tardai a capire che poteva essersi nascosta in qualche posto sulla scala, aspettando che fossi tornato in casa, per correre via; si spiegava, così, in modo semplicissimo, come mai non l'avessi incontrata. Tuttavia, non poteva essere fuggita lontano.


Molto inquieto, mi precipitai di nuovo a cercarla, lasciando, per ogni evento, aperta la porta dell'appartamento.


Anzitutto, mi diressi dai Maslobojev. Non trovai in casa nessuno, né lui né Alessandra Semionovna. Lasciato loro un biglietto, in cui comunicavo la nuova disgrazia, pregandoli, nel caso che Nelly tornasse da loro, di comunicarmelo subito, andai dal dottore: questi non era neppure in casa, e la donna di servizio mi comunicò che, dopo la prima volta, la ragazza non aveva più ripetuto la sua visita. Che dovevo fare? Mi diressi dalla Bubnova, e seppi dalla moglie del fabbricante di bare che la padrona era stata arrestata il giorno prima per chissà quale colpa, e che da quel tempo nessuno aveva più visto Nelly. Stanco e addolorato, corsi ancora dai Maslobojev; ebbi la stessa risposta di prima: nessuno era venuto, gli stessi Maslobojev non erano ancora tornati. Il mio biglietto giaceva sulla tavola. Che dovevo fare?

In preda a una mortale angoscia, mi avviai verso casa; era già molto tardi. Quella sera dovevo andare da Natascia, che mi aveva mandato a chiamare fin dalla mattina, e, in tutto il giorno, non avevo ancora mangiato un boccone. Il pensiero di Nelly mi sconvolgeva tutto.


«Che cosa può significare questo che succede?», pensavo. «Possibile che si tratti d'una strana conseguenza della malattia che ha avuta?

Che sia pazza, o in procinto di impazzire? Ma, Dio santo, dov'è adesso? Dove potrei trovarla?».


Mi ero appena rivolta in cuor mio quella domanda, che improvvisamente scorsi Nelly a pochi passi da me, sul ponte B...ski. Era vicino al fanale e non poteva vedermi. Un subito impulso mi spinse a correre verso di lei, ma mi trattenni in tempo.


«Che sta a fare qui?», pensai perplesso, e, certo ormai che non l'avrei più perduta, decisi di aspettare e di sorvegliarla.


Passarono circa dieci minuti; Nelly rimaneva sempre al suo posto, guardando i passanti. Finalmente, vedendo sopraggiungere un vecchio ben vestito, gli si avvicinò; il vecchio, senza fermarsi, trasse qualche cosa di tasca e glielo diede. Nelly lo ringraziò chinando la testa. Non è possibile esprimere quello che sentii in quel momento. Il cuore mi si strinse dolorosamente, come se avessi visto disonorare e contaminare in mia presenza una cosa cara, teneramente amata e accarezzata da me, e le lacrime mi corsero giù per le guance.


Sì, lacrime per la povera Nelly; e le versavo, malgrado mi sentissi, al tempo stesso, quanto mai incollerito: mendicava, senza esservi affatto spinta dalla miseria; non era una bambina abbandonata da tutti a un triste destino; era fuggita non da crudeli aguzzini, ma da amici che le volevano bene e la curavano amorosamente.


C'era da domandarsi se, coi suoi «atti eroici», mirasse a stupire, sbalordire qualcuno. Nella sua animuccia andava certo maturando qualche cosa di segreto... Sì, il vecchio aveva ragione: la piccina era stata offesa, la sua ferita non si cicatrizzava, tanto più che lei stessa faceva di tutto per esacerbarla, con la misteriosità, con la diffidenza che dimostrava a chiunque; si sarebbe detto che godesse del proprio dolore, che s'inebriasse di quell'«egoismo della sofferenza», se così si può dire. Quella tendenza a esacerbare il dolore, però, e quella specie di godimento tormentoso mi erano comprensibilissimi: è il piacere di molti offesi e umiliati, oppressi dal destino e coscienti dell'ingiustizia da cui sono colpiti. Ma di quale ingiustizia, da parte nostra, poteva lamentarsi Nelly? Sembrava che volesse farci stupire e impaurire coi suoi atti, coi suoi capricci, con le sue uscite stravaganti; pareva volesse farsene un vanto ai nostri occhi... Ma no! Adesso era sola e credeva che nessuno di noi la vedesse chiedere l'elemosina. Possibile che trovasse un piacere nel farlo? Con quale intenzione lo faceva? A che doveva servire il denaro che chiedeva ai passanti?

Dopo aver ricevuto l'elemosina dal vecchio, Nelly lasciò il ponte e si avvicinò alla vetrina illuminata di un negozio, dove si mise a contare il proprio incasso; io mi tenevo a dieci passi da lei. Aveva nella mano tutto un mucchietto di copeche, avendo, evidentemente, mendicato fin dal mattino. Poi, stringendo di nuovo il denaro nella mano attraversò la strada ed entrò in una bottega. Mi avvicinai a mia volta all'uscio spalancato della bottega per guardare che cosa vi avrebbe fatto.


La vidi porre il denaro sul banco e vidi come il bottegaio le tese una tazza, una tazza semplicissima da tè, simile a quella che aveva rotto alcune ore prima per dimostrare a me e a Ikmenev la propria cattiveria. Una tazza così, poteva costare quindici copeche, forse anche meno. Il mercante l'avvolse in un pezzo di carta, la legò con una cordicella e la diede a Nelly, la quale uscì in fretta, con aria tutta contenta - Nelly! - gridai, quando mi passò accanto. - Nelly!

Trasalì, mi gettò uno sguardo, la tazza le scivolò dalle mani, cadde per terra e andò in frantumi. Nelly era pallida; ma, dopo avermi guardato e aver capito che avevo visto tutto, arrossì fortemente; quel rossore mi rivelò un'insostenibile, tormentosa vergogna.


La presi per mano e la condussi a casa; il percorso non era lungo.


Strada facendo, non scambiammo neppure una parola. Giunto in camera mia, mi sedetti; Nelly stava davanti a me, pensierosa e confusa, pallida come prima, con gli occhi a terra. Non poteva guardarmi in faccia.


- Nelly, hai chiesto l'elemosina?

- Sì, - sussurrò, abbassando ancor più la testa.


- Volevi avere il denaro per comprare la tazza che avevi rotta?

- Sì...


- Ti ho forse fatto qualche rimprovero? Ti ho forse sgridata per la tazza rotta? Possibile, Nelly, che tu non veda quanta cattiveria, cattiveria volontaria e ostinata c'è nella tua azione? E' vero, questo? Possibile che tu non abbia vergogna? Possibile...


- Mi vergogno... - mormorò con voce appena percettibile, e una lacrimuccia le corse lungo la guancia.


- Ti vergogni... - ripetei. - Nelly, mia cara, se sono colpevole dinanzi a te, perdonami e facciamo la pace.


Mi guardò. Le lacrime le sgorgarono vieppiù copiose dagli occhi, e mi gettò le braccia al collo.


In quel momento entrò, in fretta e furia, Alessandra Semionovna.


- Ma come? E' in casa? Di nuovo? Ah, Nelly, Nelly, che succede di te?

Insomma, grazie a Dio, è di nuovo in casa... Dove l'avete trovata, Ivan Petrovitc?

Feci un cenno ad Alessandra Semionovna, perché non mi interrogasse, e lei capì. Mi accomiatai teneramente da Nelly, che continuava a piangere amaramente, e mi feci promettere dalla buona Alessandra Semionovna che sarebbe rimasta con la bambina fino al mio ritorno, dopo di che corsi da Natascia. Ero in ritardo e mi affrettavo.


Quella sera doveva decidersi il nostro destino; dovevo parlare con Natascia di molte cose, nondimeno trovai un momento per parlarle anche di Nelly e raccontarle con ogni particolare quanto era accaduto. La mia narrazione interessò e stupì moltissimo Natascia.


- Sai, Vania, - disse dopo aver meditato un momento sulle mie parole, - credo che sia innamorata di te.


- Come... in che modo? - domandai, sorpreso.


- Sì, è il principio dell'amore, dell'amore femminile.


- Che vai dicendo, Natascia? E' una bambina!

- Una bambina che presto compirà i quattordici anni. La sua esasperazione è dovuta al fatto che tu non la capisci. Forse non si rende conto neppure lei di quello che prova; la sua esasperazione ha in sé molta puerilità, ma non per questo è meno seria, meno dolorosa.


Soprattutto, è gelosa di me. Tu mi vuoi un bene così grande che probabilmente anche in casa non fai che parlare di me, pensare a me e preoccuparti di me, e quindi non le presti l'attenzione che vorrebbe ottenere da parte tua. Se ne è accorta e ne è stata punta sul vivo.


Vorrebbe parlarti, aprirti il suo cuore, e non sa farlo, si vergogna, non capisce se stessa, aspetta un'occasione favorevole; e tu, invece di affrettare una simile occasione, ti allontani da lei, l'abbandoni per correre da me; persino quando era malata la lasciavi sola per giornate intere. Piange per questo; tu le manchi; soprattutto, poi, le riesce doloroso che tu non ti accorga di quanto avviene in lei. Anche adesso, in un momento come questo, l'hai lasciata sola per venire da me. Ne farà una malattia, domani. Come hai potuto lasciarla? Torna subito a ritrovarla.


- Non l'avrei lasciata, se...


- Lo so, se non ti avessi pregato io stessa di venire qui. E ora, vai.


- Sì, sì, vado, ma, veramente, non credo a nulla di quanto mi hai detto.


- Perché tutto ciò non somiglia alle solite cose. Ricordati la sua storia, prendi in considerazione ogni cosa, e ci crederai. Quella ragazza è cresciuta in modo ben diverso da come siamo cresciuti noi...


Malgrado questi discorsi, era molto tardi quando rincasai. Alessandra Semionovna mi narrò che Nelly, come l'altra sera, aveva pianto molto e che «si era addormentata tra le lacrime», come allora.


- Adesso me ne vado, Ivan Petrovitc, così mi ha ordinato Filippo Filippovitc. Mi sta aspettando, poveretto.


La ringraziai e mi sedetti al capezzale di Nelly. Ero addolorato di averla potuta lasciare in un momento simile e rimasi a vegliarla, seduto accanto a lei, pensieroso, fino ad un'ora molto inoltrata. Era un periodo fatale.


Bisogna, però, che riferisca tutto ciò che era accaduto nelle ultime due settimane.




CAPITOLO 5


Dopo la memorabile serata che avevo trascorso col principe nel ristorante B., vissi, per alcuni giorni, in una persistente paura per Natascia.


«Di che cosa la minaccia quel maledetto principe, e in che modo intende vendicarsi di lei?», mi domandavo ogni momento, perdendomi tra varie congetture. Infine, giunsi alla conclusione che le sue minacce non erano certo fanfaronate, e che, finché essa viveva con Alioscia, il principe poteva realmente procurarle un mucchio di dispiaceri. «E' un uomo meschino, vendicativo, maligno e calcolatore», pensavo. «E' difficile ammettere che possa dimenticare un'offesa ricevuta e non approfittare della prima occasione favorevole che gli si presenti per vendicarsi». Ad ogni modo, quell'uomo mi aveva precisato un punto della faccenda, sul quale si era spiegato con sufficiente chiarezza:

esigeva, nel modo più reciso, una rottura tra Alioscia e Natascia, e mi incaricava di prepararla al prossimo distacco in modo che non ci fossero «scenate, pastorellerie alla Schiller».Quel che, indubbiamente, gli premeva più di ogni altra cosa, era che Alioscia rimanesse contento di lui e continuasse a vedere in lui un padre affettuoso; gli era assolutamente necessario, per impadronirsi più facilmente, in seguito, dei denari di Katia. Era dunque necessario che preparassi Natascia a un imminente distacco. In quegli ultimi tempi, però, avevo notato in Natascia un forte cambiamento. Nei rapporti con me, non c'era più traccia della sincerità di prima; si era anzi fatta quasi diffidente a mio riguardo. Le mie parole di consolazione non riuscivano più che a tormentarla maggiormente; le mie interrogazioni le davano fastidio, l'irritavano persino. Quand'ero da lei, accadeva spesso che rimanessi a lungo seduto a guardarla, mentre lei camminava sù e giù per la camera, con le braccia incrociate sul petto, pallida, aggrondata, come incosciente, assolutamente dimentica della mia presenza. Quando le capitava di gettarmi uno sguardo (ed evitava persino di guardarmi), il suo viso assumeva improvvisamente un'espressione come di dispetto, e voltava rapidamente la faccia altrove. Capivo bene che andava meditando un suo proprio piano di rottura, forse vicina, imminente, e capivo pure che non poteva farlo senza dolore né senza amarezza. Ero convinto che si fosse decisa per la rottura, e nondimeno quella sua tetra disperazione mi tormentava e mi impauriva persino. Per di più, spesso, non osavo parlarle né consolarla, e aspettavo con timore lo scioglimento di quella situazione.


Quanto al contegno cupo e inaccessibile che assumeva nei miei confronti, sebbene mi facesse soffrire e mi inquietasse non poco, non riusciva a farmi perdere la sicurezza sui veri sentimenti della mia Natascia: vedevo che soffriva molto e che era troppo addolorata. Ogni intervento estraneo provocava in lei l'ira e il dispetto. In simili circostanze, l'intervento degli amici più intimi, di quelli che conoscono i nostri segreti, riesce sempre più fastidioso di qualunque altro.


Sapevo, inoltre, con sicurezza, che, all'ultimo momento, Natascia sarebbe tornata di nuovo a me, e avrebbe cercato il proprio conforto nel mio cuore.


Inutile dire che non le avevo fatto parola del mio colloquio col principe; il mio racconto non avrebbe potuto che agitarla e farla soffrire ancor più. Le dissi soltanto, di sfuggita, di essere stato dalla contessa e di essermi persuaso che il principe non era che un uomo basso e vigliacco. Non mi chiese particolari, e io ne fui molto contento; ascoltò, però, avidamente, tutto quello che le riferii del mio incontro con Katia. A narrazione finita, non disse nulla di lei; solo, il viso, pallido, le si cosparse di vivo rossore, e per quasi tutto il giorno dimostrò un'agitazione più grande del solito. Non le avevo nascosto nulla; le avevo sinceramente detto che persino su me Katia aveva prodotto una buonissima impressione. A che sarebbe giovato nasconderglielo? Natascia avrebbe subito capito che le nascondevo qualche cosa e si sarebbe adirata con me. Le riferii quindi di proposito ogni particolare della mia intervista con Katia, cercando di prevenire le sue domande, tanto più che, nella sua posizione, le sarebbe stato penoso rivolgermene: non è facile, infatti, chiedere con aria indifferente particolari sulle perfezioni della propria rivale!

Credevo ignorasse ancora che, secondo gli ordini precisi del principe, Alioscia doveva accompagnare la contessa e Katia in campagna, ed ero indeciso sulla scelta del modo migliore di comunicarle quella notizia, rendendo il colpo meno duro che fosse possibile. Ben si può, dunque, immaginare quale fu il mio stupore, quando, dopo le prime parole, Natascia mi fermò, dicendo che non occorreva "consolarla", in quanto sapeva già tutto da cinque giorni.


- Santo Dio! - esclamai. - Ma chi può avertelo detto?

- Alioscia.


- Come? Te l'ha già detto?

- Sì, e io sono decisa a tutto, Vania, - aggiunse con aria che mi parve un chiaro invito a non insistere sull'argomento.


Alioscia si recava spesso a trovare Natascia, ma non rimaneva mai con lei più d'un breve momento; una sola volta rimase alcune ore di seguito, ma io non c'ero. Di solito, entrava con aria piena di tristezza e le fissava addosso uno sguardo di tenerezza e di timore; Natascia, però, lo accoglieva con una dolcezza e un'affettuosità tali, che egli dimenticava immediatamente tutte le proprie pene e si rincuorava di colpo. Aveva cominciato a venire spesso anche da me, quasi ogni giorno. Bisognava riconoscere che soffriva anche lui, ma non sapeva rimanere solo con la propria angoscia, e correva ogni momento da me in cerca d'un po' di consolazione.


Che potevo dirgli? Mi rimproverava di essere indifferente, freddo, quasi cattivo verso di lui; si lamentava, piangeva, se ne andava da Katia, e solo là, con lei, trovava la consolazione.


Il giorno in cui Natascia mi confessò di conoscere il progetto della prossima partenza di Alioscia (era trascorsa una settimana dal mio colloquio col principe), Alioscia stesso irruppe nella mia camera in un accesso di disperazione, mi abbracciò, mi cadde sul petto e scoppiò in lacrime, singhiozzando come un bambino lo tacevo, aspettando quello che avrebbe detto.


- Sono un vile, sono un uomo basso, Vania! - cominciò. - Salvami da me stesso! Piango, non perché sono vile e basso, ma perché Natascia sarà infelice per colpa mia. Capisco di abbandonarla all'infelicità...


Vania, amico mio, dimmelo, decidi per me, quale delle due amo di più:

Katia o Natascia ?

- Come potrei decidere io in una faccenda simile Alioscia? - gli risposi. - Tu devi saperlo meglio di me...


- No, Vania, non è questo. Non sono tanto sciocco da farti domande simili; ma ecco, proprio qui non riesco a capire me stesso. Mi interrogo e non posso rispondermi. Tu, invece, guardi dal di fuori, e forse vedi più chiaro di me... Ma anche se non lo sai con precisione dimmi almeno quello che ne pensi.


- Secondo me, tu ami di più Katia.


- Sei di questo parere? No, no, non è affatto cosi! Non hai affatto indovinato. Amo infinitamente Natascia. Mai, né per nessuna cosa al mondo, potrei lasciarla; l'ho detto anche a Katia, ed è pienamente d'accordo con me. Perché taci? Ho visto che hai sorriso! Ah,. Vania, tu non hai mai voluto consolarmi, neppure nei momenti più angosciosi... come questo, per esempio... Addio!

Si precipitò fuori dalla camera.


La nostra conversazione aveva molto impressionato Nelly, che era ancora ammalata e se ne stava a letto. Aveva ascoltato ogni cosa in silenzio. Quando veniva da me, Alioscia non rivolgeva mai una parola alla piccina; si può anzi dire che non faceva mai caso alla sua persona.


Due ore dopo, egli comparve di nuovo, e io fui molto sorpreso di vedergli un viso allegro. Mi gettò ancora le braccia al collo e mi strinse a sé.


- La cosa è finita! - esclamò. - Tutti i malintesi sono chiariti.


Uscito di qua, sono andato direttamente da Natascia. Ero troppo agitato, non potevo resistere al desiderio di vederla. Appena entrato, mi gettai ai suoi piedi e glieli baciai. Avevo un gran desiderio, anzi un gran bisogno di farlo, altrimenti sarei morto d'angoscia. Lei mi abbracciò in silenzio e pianse. Allora le dissi con tutta franchezza e semplicità che amo Katia più di lei.


- E lei?

- Non mi rispose nulla, e continuò ad accarezzarmi e a consolarmi...


Consolava me, capisci?, che le avevo fatto una confessione simile! Lei sa consolare, Ivan Petrovitc! Ho sciolto in lacrime, davanti a lei, tutto il mio dolore, le ho confessato tutto ciò che sentivo. Le ho detto francamente che voglio molto bene a Katia, ma che comunque l'amassi, e chiunque amassi, non potrei mai fare a meno di lei, di Natascia, e che senza di lei morirei di sicuro. Sì, Vania, sento di non poter vivere senza di lei neppure un giorno! Abbiamo perciò deciso di sposarci immediatamente; ma siccome non è possibile farlo prima della mia partenza perché siamo in Quaresima e nessuno ci darebbe la benedizione nuziale, ci sposeremo subito dopo il mio ritorno, in giugno. Mio padre darà il suo consenso, non ne dubito affatto. Quanto a Katia, ebbene, sa che non posso vivere senza Natascia... Ci sposeremo e andremo tutti e due a stare con Katia...


Povera Natascia! Che dolore doveva aver provato consolando quel ragazzo, stando china su di lui ad ascoltarne le confessioni, e inventando per lui, ingenuo egoista, onde si consolasse, la fiaba del loro prossimo matrimonio!

Alioscia acquistò infatti, per alcuni giorni, la tranquillità. Si recava spesso da Natascia unicamente perché il suo debole cuore non era capace di sopportare da solo la tristezza. Nondimeno, con l'avvicinarsi del giorno della separazione si fece di nuovo inquieto; l'ansia, le lacrime ricominciarono, e riprese a venire a trovarmi di frequente, onde piangere sul mio petto il suo dolore. Negli ultimi tempi si era di nuovo tanto affezionato a Natascia, che sentiva di non poterla lasciare, non dico per un mese e mezzo com'era convenuto, ma neppure per un giorno. Fino all'ultimo momento fu realmente convinto che la loro separazione sarebbe durata un mese e mezzo soltanto, e che, subito dopo il suo ritorno, avrebbero avuto luogo le nozze.


Quanto a Natascia, si rendeva perfettamente conto che il suo destino doveva totalmente mutare, che Alioscia non sarebbe più tornato da lei, e che così doveva essere.


Venne il giorno del distacco. Natascia non stava bene, aveva il viso pallido, lo sguardo febbrile, le labbra arse; di tanto in tanto mormorava qualche cosa tra sé, o mi gettava improvvisamente uno sguardo rapido e penetrante; non piangeva, non rispondeva alle mie domande, e trasaliva come una foglia sull'albero, quando risuonava la sonora voce di Alioscia, o quando egli entrava nella camera. Il viso le si faceva allora di brace; gli correva incontro, lo abbracciava, lo baciava, rideva... Alioscia la osservava attentamente, talvolta si dimostrava inquieto per la sua salute, chiedendole come si sentisse, e la consolava, dicendo che se ne andava per breve tempo, e che dopo il suo ritorno si sarebbero subito sposati. Natascia faceva visibili sforzi per vincere se stessa e soffocare le proprie lacrime Non voleva piangere in sua presenza.


Una volta egli le disse di volerle lasciare il denaro per tutto il tempo della sua assenza, che di questo non doveva preoccuparsi, poiché il padre gli aveva promesso una forte somma per le spese di viaggio.


Natascia si rannuvolò. Quando rimanemmo a quattr'occhi, le comunicai che avevo a sua disposizione centocinquanta rubli, per ogni evento.


Non mi domandò da dove mi venisse quel denaro. Ciò avvenne due giorni prima della partenza di Alioscia, e alla vigilia del primo e ultimo incontro tra Natascia e Katia.


Katia aveva mandato, per mezzo di Alioscia, un biglietto, in cui chiedeva a Natascia il permesso di andarla a trovare all'indomani; scriveva anche a me, pregandomi di voler assistere al loro colloquio.


Decisi di trovarmi assolutamente da Natascia a mezzogiorno (l'ora stabilita da Katia), non tenendo conto di tutti gli ostacoli che avrebbero potuto vietarmi di farlo, che pure erano tanti. Senza parlare di Nelly, avevo molto da fare dagli Ikmenev.


Quel gran da fare era cominciato da circa una settimana. Una mattina, Anna Andrejevna mi mandò un biglietto, pregandomi di lasciare ogni occupazione e di correre da lei al più presto per un affare urgente che non poteva essere rimandato. La trovai sola in casa; camminava avanti e indietro per le camere, in un'agitazione febbrile, tutta spaventata, aspettando impazientemente il ritorno di Nicola Serghejevitc. Come al solito, per un certo tempo non potei arrivare a sapere di che si trattasse né quale fosse il motivo della sua paura, nonostante che, secondo tutte le evidenze, ogni momento fosse prezioso. Infine, dopo calorosi e inutili rimproveri, «perché continuavo a lasciarli soli, come se fossero orfani, nel loro dolore», al punto che, «in mia assenza, Dio sa che cosa era avvenuto», mi comunicò che Nicola Serghejevitc era stato, quegli ultimi tre giorni, in un'agitazione «che non si può descrivere».


- Non somiglia più a se stesso, - diceva, - è in preda a una febbre terribile, di notte piange facendo in modo che non lo veda, si alza e va a prosternarsi davanti alle immagini sacre, delira nel sonno e pare mezzo pazzo quando è sveglio; ieri, a tavola, quando gli fu servita la minestra, non seppe trovare il cucchiaio che aveva sotto la mano; gli chiedo di una cosa ed egli me ne risponde un'altra. Esce di casa ogni momento: «Vado per i miei affari», dice; «devo trovare il mio avvocato»; infine, stamane si è chiuso nel suo studio: «Devo scrivere una carta importante per il mio processo», ha detto. "Che carta potresti scrivere", pensai, "se non sei capace di trovare il cucchiaio, posto accanto al tuo piatto?". Allora guardai dal buco della serratura: scriveva infatti qualche cosa piangendo a dirotto.


"Che carta di affari può star scrivendo in questo modo?", pensai. "Che gli rincresca di perdere la nostra Ikmenevka, forse? Sarebbe dunque perduta del tutto quella nostra cara Ikmenevka?". Mentre stavo pensando così, lo vidi a un tratto balzare dalla sedia, e gettare con gesto rabbioso la penna sulla tavola; aveva gli occhi scintillanti e il viso tutto rosso; poi afferrò il cappello e venne da me. «Esco», dice, «Anna Andrejevna, tornerò presto!». Non appena se ne fu andato, mi slanciai verso la scrivania; c'è sopra tutto un mucchio di carte che si riferiscono al processo e che non mi permette mai di toccare.


Quante volte gli ho detto: «Lasciami sollevare almeno una volta le tue carte; vorrei togliere la polvere dalla scrivania». Macché! comincia subito a gridare, ad agitare le braccia; si è fatto così impaziente, qui a Pietroburgo! Dunque, mi avvicinai alla scrivania e cominciai a cercare la carta che gli avevo visto scrivere. Ero sicura che non l'aveva portata con sé, che alzandosi l'aveva messa tra le altre carte. Ora, ecco, Ivan Petrovitc, che cosa ho trovato, guarda un po'.


Mi porse un foglio di carta da lettere, riempito a metà, ma con correzioni così numerose, che in alcuni punti non era possibile capire alcunché.


Povero vecchio! Fin dalle prime righe era facile indovinare a chi scriveva. Era una lettera a Natascia, alla sua diletta Natascia.


Cominciava con calore e tenerezza, le mandava il suo perdono e la chiamava a sé. Era difficile decifrare tutta la lettera, scritta in modo sconnesso e con moltissime correzioni. Si capiva soltanto che il caldo sentimento che l'aveva spinto ad afferrare la penna e a scrivere le prime righe affettuose si era presto trasformato in un sentimento assolutamente diverso: il vecchio rimproverava la figlia, le descriveva a vivi colori il suo delitto, le ricordava indignato la sua ostinazione, le rimproverava la sua insensibilità, affermando che nemmeno una volta si era reso conto di quello che aveva fatto di suo padre e di sua madre. La minacciava di maledizione e di castigo divino per il suo orgoglio, e terminava coll'esigere che tornasse immediatamente e umilmente a casa, e che solo allora, dopo un'umile ed esemplare vita «in seno alla famiglia», essi si sarebbero forse decisi a perdonarle. Si vedeva che il suo primitivo sentimento generoso, dopo alcune righe, era stato considerato da lui come una debolezza, che se ne era vergognato e che, infine, torturato dall'orgoglio offeso, aveva terminato in modo collerico e minaccioso.


La vecchietta stava davanti a me a mani giunte, aspettando, piena di paura, quello che avrei detto a lettura terminata.


Le espressi francamente tutto ciò che ne pensavo, cioè che il vecchio non aveva più la forza di continuare a vivere senza Natascia, e che c'era da prevedere con certezza una prossima riconciliazione tra loro, ma che, ad ogni modo, tutto dipendeva dalle circostanze. Le esposi anche la mia supposizione che, anzitutto, l'esito sfavorevole del processo doveva avere scosso e agitato molto i suoi nervi, senza dire, poi, quanto doveva essere rimasto ferito il suo amor proprio, per il trionfo riportato dal principe, e quanta indignazione doveva nascondere in sé, per l'enorme ingiustizia subìta. In simili momenti, l'anima non può non cercare il compatimento degli altri, e doveva essergli tornato con maggior forza il ricordo di quella che aveva sempre amata più di ogni persona al mondo. Infine, poteva esserci anche un'altra ragione: poteva aver sentito dire (giacché era al corrente di tutto ciò che riguardava Natascia), che Alioscia doveva presto abbandonarla. Indovinava, quindi, lo stato d'animo in cui doveva trovarsi Natascia, e quanto dovesse aver bisogno d'essere consolata. Tuttavia, non doveva essere riuscito a vincere se stesso, considerandosi oltraggiato e offeso dalla figlia. Probabilmente, nella sua mente era nato il pensiero che era ancora lui e non sua figlia a cercare la riconciliazione, e che forse lei non si ricordava nemmeno più di loro, e non sentiva nessun bisogno di fare la pace.


- Così deve aver pensato, - conclusi; - ed ecco perché non ha nemmeno terminato la lettera. Può darsi che questo fatto produca nuove offese, che saranno sentite più fortemente delle prime, e che la riconciliazione venga rimandata a chissà quando.


La vecchietta, ascoltandomi, piangeva. Finalmente, quando dissi che avevo bisogno di recarmi subito da Natascia e che ero già in ritardo, si rianimò e disse di essersi dimenticata di comunicarmi la cosa più importante. Traendo la lettera di sotto le carte, la vecchietta vi aveva rovesciato sopra il calamaio, tanto che tutto un angolo della lettera era macchiato d'inchiostro; e la vecchietta aveva gran paura che il marito si accorgesse, da quella macchia, che, in sua assenza, Anna Andrejevna aveva cercato tra le carte e aveva letto la lettera diretta a Natascia. La sua paura era fondata: solo per il fatto che conoscevamo il suo segreto, egli avrebbe potuto, per vergogna e dispetto, persistere nella sua ostinazione di non concedere il perdono alla figlia.


Dopo aver meditato un momento, consigliai ad Anna Andrejevna di non inquietarsi eccessivamente. Nicola Serghejevitc doveva essersi alzato dalla scrivania in preda a una tale agitazione, che indubbiamente non poteva ricordarsi di ogni piccolezza, e che avrebbe pensato di avere egli stesso sporcato la lettera senza accorgersene.


Dopo aver consolato in questo modo Anna Andrejevna, rimettemmo con precauzione la lettera al posto di prima; e io, prima di andarmene, decisi di parlarle seriamente di Nelly. Mi sembrava che la povera orfanella abbandonata, la cui madre era pure stata maledetta dal padre, avrebbe potuto, col triste e tragico racconto della propria vita e della morte di sua madre, commuovere il cuore del vecchio e spingerlo a sentimenti generosi. La sua anima era preparata, la nostalgia della figlia cominciava ormai a vincere il suo orgoglio e il suo amor proprio offeso. Non mancava che una spinta, una buona occasione, e quella buona occasione poteva essere rappresentata dal racconto di Nelly.


La vecchietta mi ascoltò con molta attenzione: tutto il suo viso s'illuminò di speranza e di esultanza. Cominciò subito a rimproverarmi di non averglielo detto prima; poi cominciò a tempestarmi di domande su Nelly, e terminò con la solenne promessa che avrebbe pregato lei stessa il vecchio di prendere in casa loro l'orfanella. Voleva già bene a Nelly con tutta sincerità, la compiangeva per la sua malattia e mi costrinse ad accettare per essa un vasetto di marmellata, che corse a prendere lei stessa nel ripostiglio; portò con sé anche cinque rubli, supponendo che mi mancasse il denaro per pagare il medico, e quando io rifiutai di prenderli, non riuscì a calmarsi che a stento, consolandosi col pensiero che Nelly aveva indubbiamente bisogno di biancheria e di vestiti, e che quindi si poteva ancora esserle utili in altro modo; cominciò quindi immediatamente a mettere sottosopra i suoi bauli, tirandone fuori vestiti su vestiti e scegliendo quelli che potevano essere regalati «all'orfanella».


La lasciai per recarmi da Natascia. Salendo l'ultima rampa della scala, che, come ho già avuto occasione di dire, era a chiocciola, notai presso la porta dell'appartamento di Natascia stessa un uomo in procinto di bussare; udendo i miei passi, però, aveva desistito dal farlo. Rimase un po' titubante, poi, avendo evidentemente cambiato idea, cominciò a scendere. M'imbattei in lui sull'ultimo gradino della svolta, e immaginate quale non fu il mio stupore, quando riconobbi in quell'uomo il vecchio Ikmenev. La scala era buia anche di giorno. Egli si appiattì contro il muro per lasciarmi passare, e mi ricordo dello strano scintillio dei suoi occhi, che mi esaminavano con fissità. Mi sembrò di vederlo arrossire fortemente; ad ogni modo, era estremamente confuso senz'altro, anzi era come smarrito.


- Ah, Vania, sei tu ? - mi disse con voce spezzata - Sono venuto qui per cercare un uomo... uno scrivano... sempre per la mia causa... si è trasferito da poco... da queste parti... sembra, però, che non abiti in questa casa. Mi sarò sbagliato Addio! E continuò a scendere rapidamente.


Decisi di non dire nulla, per intanto, a Natascia di quell'incontro, ma di riferirglielo assolutamente non appena rimasti soli, dopo che Alioscia se ne fosse andato. Era talmente addolorata, adesso, che anche se avesse capito tutta l'importanza del fatto, certamente non avrebbe potuto sentirne tutto l'intimo significato come l'avrebbe sentito in seguito, nel momento dell'estrema angoscia e della disperazione. Per adesso, non era il momento.


Avrei potuto tornare ancora quel giorno stesso dagli Ikmenev, e ne avevo anche il desiderio, ma decisi di rimandare la visita a più tardi. Mi pareva che il vecchio si sarebbe trovato a disagio a guardarmi in faccia; avrebbe persino potuto pensare che fossi corso da lui in seguito al nostro incontro. Andai quindi da loro soltanto tre giorni dopo; il vecchio era triste, ma mi accolse con discreta disinvoltura e continuò a parlarmi dei suoi affari.


- Da chi andavi quel giorno che t'incontrai, ti ricordi? su per una scala?... Quando è stato? Oh Dio! non me ne ricordo neppure bene!...


L'altro ieri, mi pare, no? - mi domandò ad un tratto, ostentando una grande indifferenza, ma volgendo, nondimeno, lo sguardo altrove.


- Abita un mio amico, in quella casa! - risposi, guardando anch'io altrove.


- Ah, sì? Io, invece, cercavo il mio scrivano, un certo Astafjev; mi avevano indicato quella casa... si erano sbagliati... però. Dunque, ti dicevo dell'affare: in Senato hanno stabilito... - e così via.


Quando incominciò a parlare dell'affare, si fece perfino rosso.


Quel giorno stesso, riferii ogni cosa ad Anna Andrejevna, tanto per rallegrarla, povera vecchietta, supplicandola, però, tra l'altro, che ora non stesse a fissarlo in faccia con fare significativo, a sospirare, a fare allusioni, che non gli lasciasse, insomma, capire in alcun modo che l'ultimo suo tentativo le era noto. La vecchietta rimase tanto stupita e contenta, che a tutta prima non voleva nemmeno credermi. Da parte sua, mi raccontò di aver già fatto parola a Nicola Serghejevitc a proposito dell'orfanella, ma che egli non aveva risposto nulla, mentre prima era lui a insistere che prendessero in casa una bambina. Decidemmo che l'indomani gli avrebbe ripetuto la proposta direttamente, senza preamboli né frasi vaghe. All'indomani, però, ci trovammo tutti e due in preda a un terribile spavento e ad una forte inquietudine .


Ecco per qual ragione:

Alla mattina, il vecchio Ikmenev aveva visto il funzionario incaricato del suo affare. Questo funzionario gli comunicò che il principe, pur tenendosi l'Ikmenevka, aveva deciso, «in considerazione di certe circostanze familiari», di compensare il vecchio e di offrirgli diecimila rubli. Lasciato il funzionario, il vecchio era corso direttamente da me, tutto sconvolto; gli occhi gli sfavillavano d'ira.


Chissà perché, mi fece uscire dall'appartamento sulla scala, e mi pregò con insistenza di recarmi immediatamente dal principe per trasmettergli la sua sfida a duello. Ne fui talmente colpito, che, per un certo tempo, non potei ponderare bene la cosa. Cercai di dissuaderlo, ma il vecchio si lasciò andare a una tale furia, che infine si sentì male. Mi precipitai in casa per portargli un bicchiere d'acqua, ma, quando tornai fuori, il vecchio Ikmenev era scomparso.


Il giorno dopo mi recai a casa sua, ma era già uscito; da allora, rimanemmo per tre giorni senza più avere sue notizie.


Solo al terzo giorno riuscimmo a sapere tutto. Lasciata casa mia, era corso direttamente dal principe. Non avendolo trovato a casa, gli aveva lasciato un biglietto; lo informava di aver saputo dal funzionario quello che il principe stesso aveva detto a suo riguardo, che se ne considerava mortalmente offeso, che riteneva il suo offensore un vigliacco, e che in conseguenza lo sfidava a duello, preavvertendolo di non sottrarvisi, se non voleva essere oltraggiato in pubblico.


Anna Andrejevna mi raccontò che il vecchio era tornato a casa in un tale stato di agitazione, che aveva persino dovuto mettersi a letto; che l'aveva trattata con molta tenerezza, ma aveva sempre risposto di mala voglia alle sue domande, e che dal suo modo di comportarsi si poteva capire che ardeva d'impazienza, aspettando qualche cosa. Il giorno dopo, era giunta, per posta, una lettera, letta la quale, egli si era lasciato sfuggire un grido e afferrata la testa con le mani.


Anna Andrejevna, per poco, non era svenuta di paura. Il vecchio, invece, aveva subito preso cappello e bastone e si era slanciato fuori di casa.


La lettera era del principe. In parole asciutte, brevi e cortesi, diceva che non era obbligato a rendere conto a nessuno delle parole da lui dette al funzionario. Che, pur compiangendo molto Ikmenev per il processo perduto, non poteva in nessun modo considerare come cosa giusta, che colui che perde una causa abbia il diritto di sfidare a duello, per vendetta, il proprio avversario. Quanto all'«oltraggio in pubblico», di cui lo minacciavano, il principe pregava Ikmenev di non farsi illusioni; nessun oltraggio pubblico avrebbe avuto, né avrebbe potuto aver luogo. Aggiungeva che la lettera scritta da lui, Ikmenev, sarebbe stata, senza indugio, presentata alle autorità, e che, indubbiamente, la polizia avrebbe trovato modo di prendere le necessarie misure per garantire la tranquillità e la pace dei cittadini.


Ikmenev, con la lettera in mano, corse dal principe, ma non lo trovò nemmeno quella volta; seppe, però, dal cameriere, che il principe doveva essere in quel momento in casa del conte N. Senza starci a ripensare, il vecchio corse dal conte. Il portiere lo fermò mentre stava salendo le scale. Infuriato fino all'ultimo grado, il vecchio lo colpì col bastone. Fu subito arrestato, trascinato fuori e consegnato ai poliziotti, che lo condussero all'ufficio di polizia. L'avvenimento fu riferito al conte. Quando il principe, che era presente, spiegò al libidinoso vecchietto che si trattava di Ikmenev, il padre di quella Natalia Nicolajevna che egli sapeva, (più di una volta il principe aveva reso servigi al conte in affari del genere), il dignitario rise e, passando a più miti consigli, diede ordine che Ikmenev fosse lasciato immediatamente libero. Nondimeno, il povero vecchio non fu liberato che due giorni dopo, e gli fu comunicato (probabilmente per ordine dello stesso principe) che era stato graziato solo perché il principe era intervenuto in suo favore presso il conte.


Il vecchio tornò a casa quasi pazzo, si gettò sul letto e vi rimase sdraiato per un'ora senza fare un movimento; finalmente si sollevò e, con grande terrore di Anna Andrejevna, annunciò solennemente che malediva sua figlia "per l'eternità".


Anna Andrejevna ne fu atterrita, ma bisognava soccorrere il vecchio e, sebbene fosse anche lei tutta scombussolata, prodigò per tutto il giorno e per quasi tutta la notte le proprie cure al marito, applicandogli impacchi di aceto e di ghiaccio sulla testa. Il vecchio aveva la febbre e delirava. Io li lasciai solo verso le tre di notte.


All'indomani, però, Ikmenev si alzò e venne da me per accordarsi definitivamente su Nelly, e prenderla in casa propria. Ho già narrato la scena che si svolse allora tra lui e Nelly, scena che lo scosse al massimo grado. Tornato a casa, dovette subito rimettersi a letto. Ciò avvenne il Venerdì Santo, giorno fissato per l'incontro fra Katia e Natascia, alla vigilia della partenza di Alioscia e di Katia da Pietroburgo. Io fui presente a questo convegno, che ebbe luogo di mattina, molto per tempo, prima che Ikmenev venisse da me e che Nelly fuggisse di casa.




CAPITOLO 6


Alioscia arrivò un'ora prima dell'appuntamento per avvertire Natascia.


Io, invece, giunsi proprio nel momento in cui la vettura di Katia si fermava davanti alla porta. Katia arrivò con la sua dama di compagnia francese; la vecchietta, dopo molte preghiere e molte esitazioni aveva finalmente acconsentito ad accompagnare la padroncina, e persino a lasciarla salire da Natascia, a condizione, però, che Alioscia non si allontanasse da lei; quanto alla vecchietta stessa, rimase ad aspettare la fanciulla nella vettura. Katia mi chiamò con un cenno e senza smontare dalla vettura, mi pregò di chiamare Alioscia. Trovai Natascia e Alioscia in lacrime. Saputo che Katia era arrivata, Natascia si alzò, si asciugò le lacrime e, in preda a una forte agitazione, si preparò sulla porta d'entrata. Quella mattina era tutta vestita di bianco. I capelli castani, pettinati lisci, formavano una pesante crocchia dietro la testa. Quella pettinatura mi piaceva molto.


Avendo notato che ero rimasto con lei, mi pregò di andar pure incontro alla visitatrice.


- Finora non sono mai venuta da Natascia, - diceva Katia salendo le scale. - Hanno sempre spiato ogni mio passo. Quindici giorni ci sono voluti, per persuadere Madame Albert ad accompagnarmi qui. E voi, e voi Ivan Petrovitc, non siete più tornato a trovarmi neanche una volta! Non sono nemmeno riuscita a scrivervi; e poi, in realtà, non ne avevo nemmeno voglia; in una lettera è impossibile spiegare tutto.


Avevo, però, un gran bisogno di vedervi... Dio, come mi batte il cuore!...


- La scala è ripida, - le spiegai.


- Sì, anche la scala... Ditemi, che ne pensate? Non sarà adirata Natascia?

- No, perché dovrebbe esserlo?

- Certo... non c'è ragione; non so perché ve lo domando, se fra un momento debbo vederla io stessa.


Le offersi il braccio. Era molto pallida e pareva avere un'immensa paura. All'ultima svolta, si fermò per riprendere fiato, poi, dopo avermi gettato uno sguardo, riprese a salire decisamente.


Si fermò un'altra volta davanti alla porta d'entrata e mi sussurrò:

- Entrerò semplicemente e le dirò che sono venuta da lei senza timore, tanta è la mia fede in lei... d'altronde, che c'è da esitare? Sono convinta che Natascia è la più nobile delle creature. Non è vero forse?

Entrò timidamente, come se si sentisse colpevole, e gettò uno sguardo fisso a Natascia, che subito le sorrise. Allora Katia le andò incontro, l'afferrò per le mani e premette le sue umide labbra a quelle di lei. Poi, ancor prima di dire una parola a Natascia, si rivolse ad Alioscia e lo pregò di lasciarci soli per una mezz'ora.


- Non avertene a male, Alioscia, - aggiunse. - Devo parlare con Natascia di molte cose serie e importanti, che tu non devi sentire. Tu sei un bravo ragazzo, lasciaci, dunque. Voi, invece, Ivan Petrovitc, rimanete, per piacere; vorrei che foste presente al nostro colloquio.


- Sediamoci, - disse poi a Natascia, quando Alioscia fu uscito: - mi metterò qui di fronte a voi. - Voglio anzitutto guardarvi bene.


Si sedette di fronte a Natascia e stette per qualche momento a guardarla con attenzione. Natascia le rispose con un involontario sorriso.


- Ho già avuto occasione di vedere il vostro ritratto, - disse Katia.


- Me l'ha fatto vedere Alioscia.


- Ebbene, vi pare che assomigli a quel ritratto?

- Siete più bella! - rispose Katia, in tono deciso e serio. - Sì, siete realmente più bella.


- Proprio? Io, invece, ammiro voi, Quanto siete carina!

- Ma che dite? Io non posso certo reggere al vostro confronto. Diletta mia! - aggiunse stringendo con la mano tremante quella di Natascia. E di nuovo tutte e due tacquero osservandosi a vicenda. - Ecco, angelo mio, - disse Katia a un tratto, rompendo quel silenzio. - Non abbiamo da stare insieme che una mezz'ora, ho faticato moltissimo a convincere Madame Albert ad accompagnarmi qui; e abbiamo tante cose da dirci...


Io voglio... io devo... insomma, vi domanderò semplicemente: volete molto bene ad Alioscia?

- Sì, molto!

- Se è cosi, se gli volete bene... dovete anche volere... che sia felice... - aggiunse con voce timida, appena percettibile.


- Sì, voglio che sia felice.


- E' giusto... ma adesso rimane da sapere se io sarò capace di renderlo felice! Non so se ho il diritto di parlarvi così, dal momento che lo tolgo a voi... Ma se vi pare, se tutte e due verremo alla conclusione che sarebbe meglio per lui rimanere con voi, se decideremo in tal senso... allora... allora...


- Tutto è deciso, cara Katia, vedete bene anche voi che tutto è deciso, - rispose Natascia piano, e abbassò la testa. Si vedeva che le era penoso sostenere la conversazione .


Katia, a quanto pareva, si era preparata a una lunga discussione per stabilire quale di loro due sarebbe stata più atta a fare la felicità di Alioscia, e quale avrebbe dovuto cedere e ritirarsi. Dopo la risposta di Natascia, però, comprese anche lei che ormai tutto era deciso, e che non c'era più nulla da discutere. Con le labbra semiaperte, perplessa e addolorata, guardava Natascia, continuando a stringerle la mano nelle proprie.


- E voi pure gli volete bene? - domandò ad un tratto Natascia.


- Sì, e vorrei domandarvi ancora una cosa; sono anzi venuta qui proprio con questa intenzione: ditemi sinceramente: perché l'amate?

- Non lo so, - rispose Natascia, e qualche cosa come un'amara impazienza risuonò nella sua voce.


- Credete che sia intelligente? - domandò Katia.


- Non lo credo; l'amo così, semplicemente perché l'amo...


- Anch'io! Sento continuamente una specie di pietà per lui.


- Anch'io! - rispose Natascia.


- Ci sono in lui molte cose che non capisco! Come ha potuto abbandonarvi per me? - esclamò Katia. - Ora che vi ho veduta, non lo capisco proprio!

Natascia non rispose, continuando a guardare per terra. Katia tacque un momento, poi, alzatasi, si avvicinò a Natascia e l'abbracciò con dolcezza. E stringendosi l'una all'altra, piansero entrambe. Katia si sedette sul bracciolo della poltrona di Natascia, tenendo questa sempre abbracciata, e cominciò a baciarle le mani.


- Se poteste immaginarvi quanto vi voglio bene! - disse piangendo. - Siamo come due sorelle, scriviamoci sempre... e io vi vorrò eternamente bene, vi vorrò tanto, tanto bene...


- Vi ha parlato del nostro matrimonio, che è fissato per il mese di giugno? - domandò Natascia.


- Sì. Mi ha detto che anche voi siete d'accordo. Ma è una cosa detta così per dire, per consolarlo, non è vero?

- Certamente.


- L'ho pensato anch'io. Gli vorrò molto bene, Natascia, e vi scriverò tutto. Credo che presto sarà mio marito; le cose si mettono così.


Tutti lo dicono. Cara Natascia, adesso tornerete... nella vostra casa... vero?

Natascia non rispose, ma la baciò forte, in silenzio.


- Siate felici! - disse poi.


- E... e anche voi... e anche voi, - mormorò Katia.


In quel momento la porta si aprì ed entrò Alioscia. Non aveva potuto, non aveva avuto la forza di attendere che fosse trascorsa la mezz'ora stabilita, e ora, vedendole piangere entrambe, una nelle braccia dell'altra, disfatte e sofferenti, si gettò loro davanti in ginocchio.


- Ma tu, perché piangi? - gli domandò Natascia. - Ti rincresce separarti da me, forse? Il distacco non sarà lungo. Non tornerai in giugno, forse?

- E allora si celebreranno le vostre nozze, - si affrettò a dire Katia tra le lacrime, cercando anche lei di consolare Alioscia.


- Ma io non posso, non posso abbandonarti neppure per un giorno, Natascia! Senza di te, morirò di certo... tu non sai quanto mi sei cara, adesso! Proprio adesso!

- Faremo dunque così, - disse Natascia, animandosi ad un tratto; - la contessa si fermerà a Mosca per un certo tempo, vero?

- Si, quasi per un'intera settimana, - rispose Katia.


- Una settimana! tanto meglio: domani accompagnerai la contessa e Katia fino a Mosca. Starai assente un giorno solo, poi tornerai immediatamente qui. Quando esse dovranno partire da Mosca per continuare il viaggio, ci separeremo per davvero, per tutto un mese, e tu tornerai a Mosca per accompagnarle.


- Benissimo! benissimo!... Così potrete rimanere altri quattro giorni insieme! - esclamò Katia con entusiasmo, dopo aver scambiato uno sguardo d'intesa con Natascia.


Non posso esprimere l'entusiasmo di Alioscia per quel nuovo progetto.


Si sentì immediatamente riconsolato; il viso gli raggiò di gioia; abbracciava Natascia, baciava le mani a Katia, abbracciava anche me.


Natascia lo guardava con un sorriso, con un triste sorriso, ma Katia non sopportò a lungo quella scena. Mi gettò uno sguardo pieno di fuoco e scintillante, strinse a sé Natascia, e si alzò per andarsene. Come a farlo apposta, proprio in quel momento entrò il domestico mandato dalla signora francese con la preghiera di metter termine al più presto al colloquio, visto che la mezz'ora stabilita era trascorsa.


Natascia si alzò. Le due giovani stavano una di fronte all'altra, tenendosi per le mani; sembrava che volessero trasmettersi con lo sguardo tutto ciò che colmava le loro anime.


- Non ci vedremo mai più? - domandò Katia.


- Mai più, Katia, - rispose Natascia.


- Accomiatiamoci, dunque.


Si abbracciarono.


- Non maleditemi, - sussurrò Katia in fretta; io... credetemi... sarò sempre.., egli sarà felice... Andiamo, Alioscia, accompagnami! - disse in fretta, afferrando il giovane per la mano.


- Vania! - mi disse Natascia, agitata e dolente, quando gli altri furono usciti, - vai con loro anche tu e... non tornare subito; e questa sera, verrà qui Alioscia e si tratterrà fino alle otto; di più non potrà stare e io rimarrò sola... Vieni verso le nove, te ne prego!...


Quando, alle nove di sera, dopo aver lasciato Nelly (era la sera della tazza rotta) con Alessandra Semionovna, giunsi da Natascia, lei era già sola e mi aspettava con impazienza. Mavra ci servì il samovar; Natascia mi versò il tè, si sedette sul divano e mi fece sedere accanto a sé.


- Ecco, tutto è finito ormai, - disse guardandomi con gli occhi fissi.


Non potrò mai dimenticare quello sguardo.


- Il nostro amore è terminato. Sei mesi di vita! E ciò deve bastarmi per tutta l'esistenza, - aggiunse, stringendomi la mano.


La mano le ardeva. Tentai di persuaderla a indossare qualche cosa di più pesante e di mettersi a letto.


- Subito, Vania, subito, amico mio caro. Lasciami parlare e ricordare un po'... mi sento come spezzata... Domani lo vedrò per l'ultima volta, alle dieci... "per l'ultima volta"...


- Natascia, tu scotti, fra poco avrai la febbre fredda... abbi pietà di te stessa...


- Ebbene? Nella mezz'ora in cui sono stata ad aspettarti, dopo che lui se ne fu andato, sai che cosa ho pensato, che cosa mi sono chiesta? Mi domandavo: «L'ho amato o non l'ho amato? E che cosa è stato il nostro amore?». Ti sembra strano, Vania, che soltanto adesso mi rivolga questa domanda?

- Non rimuginare il tuo dolore, Natascia!

- Vedi, Vania? Sono persuasa di averlo amato, non come un mio uguale, come, di solito, una donna ama un uomo. L'ho amato come... quasi come una madre. Mi pare persino che al mondo non esistano nemmeno relazioni d'amore, in cui due esseri si vogliano bene come uguali. Che ne pensi tu?

La osservavo, inquieto, temendo che si trattasse del principio di una grave malattia. Sembrava come travolta da qualche cosa; sentiva una strana necessità di parlare, e tra le sue parole ce n'erano di sconnesse, di incerte, perfino. Temevo molto per lei.


- Era mio, - continuò. - Fin quasi dal nostro primo incontro, fui presa da un irresistibile desiderio ch'egli fosse "mio", "mio" al più presto, che non guardasse nessuno, che non conoscesse nessuno oltre me, me sola... Katia ha detto bene, stamane; l'amavo proprio come se, non so perché, provassi un sentimento di pietà per lui... Quando rimanevo sola, avevo sempre un desiderio immenso, quasi tormentoso, di vederlo eternamente e pienamente felice. Non ho mai potuto guardare con calma il suo viso (tu conosci, Vania, l'espressione del suo viso); un'espressione simile non l'ho vista "in nessun altro viso", e quando rideva, mi correvano brividi di freddo per la schiena. Proprio così.


- Natascia, ascoltami...


- Ecco, dicevano, - m'interruppe, - e anche tu l'hai sempre detto, che ha un carattere debole e che non è nemmeno dotato... d'intelligenza, che sembra un bambino. Ebbene, credimi, appunto quello amavo in lui anzitutto... puoi crederlo? Non so, del resto, se l'abbia amato solo per questo; credo di averlo amato tutto com'era, e che se fosse stato diverso, con un altro carattere e con maggiore intelligenza, forse non l'avrei amato con tale forza. Sai, Vania?, ti confesserò una cosa: ti ricordi quando ho litigato con lui, tre mesi fa, perché frequentava quella, come si chiamava?... quella Minna?... Lo spiai, ed ebbi la conferma del suo tradimento, ebbene, puoi credermi? ciò mi fu molto doloroso, ma al tempo stesso mi procurò anche un certo piacere... non so perché... solo il pensiero che si divertiva... no, no, neppure questo: l'idea che anche lui, come "una persona adulta", frequentava, in compagnia di altri uomini, le belle donne, e che era andato dalla Minna... Ecco... in quel nostro litigio io provavo un vero godimento... e poi, quando gli concessi il perdono... ah, caro!

Mi guardò in faccia e rise in modo strano. Poi sembrò impensierirsi, come se le fosse tornato in mente qualche altra cosa. E rimase a lungo seduta così, col sorriso sulle labbra, tutta assorta nel passato.


- Mi piaceva tanto perdonarlo, Vania! - continuò. - Sai, quando mi lasciava sola, camminavo su e giù per la camera, tormentandomi e piangendo; ma, di tanto in tanto, mi tornava alla mente questa idea:

«Più grandi sono i suoi torti nei miei riguardi, meglio è per me...


sì!». E sai? in quei momenti me lo immaginavo sempre come un ragazzino: ecco, io sono seduta ed egli mi ha appoggiato la testa sulle ginocchia e si è addormentato; io continuo ad accarezzargli leggermente la testa, passandogli la mano sui capelli... l'immaginavo sempre così, quando era lontano da me... Senti, Vania, - aggiunse a un tratto: - com'è deliziosa quella Katia!

Mi sembrò che facesse apposta per esulcerare la propria ferita, quasi fosse per lei un bisogno, il bisogno della disperazione, della sofferenza, come succede spesso ai cuori che hanno perduto molto.


- Credo che Katia sia capace di renderlo felice, - continuò. - Ha un carattere fermo, parla in modo molto persuasivo; lui, poi, lo tratta con serietà ed importanza, e continua a parlargli di cose serie, come con una persona adulta. Eppure, eppure è una vera bambina! Che cara figliuola! Ah, potessero essere felici! Sì, sì, possano essere felici!

E lacrime e singhiozzi sgorgarono improvvisamente dal suo cuore. Per una mezz'ora non poté tornare in sé né calmarsi neppure in parte.


Caro angelo, Natascia! La stessa sera, nonostante il proprio dolore, s'interessò delle mie preoccupazioni, quando io, vedendola un po' calmata, o, per dire più esattamente, stanca, e volendo svagarla un poco, le raccontai di Nelly... Ci separammo assai tardi quella sera; aspettai finché non si fu addormentata e, andando via, raccomandai a Mavra di vegliare tutta notte la sua padroncina, perché non stava bene.


- Ah, venga presto, il più presto possibile la fine di questo martirio! - esclamavo tra me, tornando a casa. - In qualsiasi modo, con qualsiasi mezzo, purché venga presto!

La mattina dopo, alle nove in punto, ero già da lei. Insieme a me, venne anche Alioscia... per accomiatarsi. Non voglio parlare, non voglio ricordarmi di quella scena. Natascia sembrava essersi data la parola di dominarsi, di sembrar più allegra e più indifferente di quanto, in realtà, non fosse, ma non poté padroneggiarsi. Abbracciò Alioscia con forza convulsa. Parlava poco, ma continuava a guardarlo con occhi fissi, dolorosi, dallo sguardo folle. Ascoltava avidamente ogni sua parola e pareva non capir nulla di quanto egli diceva. Mi ricordo che egli la supplicava di perdonargli l'amore che aveva avuto per lei, tutte le offese che le aveva fatte in quel tempo, i suoi tradimenti, il suo amore per Katia e l'attuale partenza... Parlava in modo sconnesso; le lacrime lo soffocavano. A momenti, cominciava a consolarla, dicendo che partiva per un solo mese o cinque settimane al massimo; che sarebbe tornato in estate per celebrare subito subito le nozze, che suo padre avrebbe senza dubbio dato il consenso, e che, infine, e questo era il più importante, di lì a due giorni sarebbe tornato da Mosca, e così avrebbero passato altri quattro giorni insieme, e quindi, per ora, non si separavano che per un giorno solo... Cosa strana, Alioscia era profondamente persuaso di dire la verità, ed era sicuro che tra due giorni sarebbe tornato da Mosca...


Ma allora, perché piangeva anche lui in quel modo? Perché si disperava?

Infine, l'orologio suonò le undici. Solo a stento riuscii a persuaderlo di andarsene. Il treno per Mosca partiva a mezzogiorno in punto. Non aveva che un'ora a sua disposizione. Natascia mi confidò più tardi di non riuscire a ricordarsi l'ultimo sguardo che aveva posato su di lui. Io ricordo, invece, che lo benedisse con un segno di croce, lo baciò, e, coprendosi il viso con le mani, fuggì in camera sua. Quanto a me, scesi ad accompagnare Alioscia fino alla vettura, altrimenti sarebbe ritornato di sicuro e non si sarebbe mai deciso a scendere la scala.


- Ripongo in te tutte le mie speranze, - mi diceva mentre scendevamo.


- Vania, amico mio! Sono colpevole dinanzi a te, e non ho mai saputo guadagnarmi la tua benevolenza, ma sii mio fratello fino alla fine:

continua a volerle bene, non abbandonarla; e scrivimi, poi, scrivimi di ogni cosa, con ogni più minuto particolare, e fitto fitto, perché tu possa scrivermi di più. Dopodomani sarò qui di nuovo; vengo senza dubbio, assolutamente. Ma poi, quando sarò partito, scrivimi.


Lo misi in vettura.


- A dopodomani! - mi gridò quando la vettura si mosse. - Assolutamente!

Col cuore che aveva cessato di battermi, tornai da Natascia. Stava in mezzo alla camera, con le braccia incrociate, e mi guardò con stupore, come se non mi riconoscesse. I capelli le erano scivolati da una parte; aveva lo sguardo torbido e vago. Mavra, tutta smarrita, stava sull'uscio, osservandola con timore.


Improvvisamente, gli occhi di Natascia lampeggiarono:

- Ah! Sei tu! Tu! - mi gridò. - Mi sei rimasto solo tu ora! L'hai sempre odiato! Non hai mai potuto perdonare il mio amore per lui...


Ora sei di nuovo con me! Ebbene? Sei venuto a "consolarmi"? Sei venuto a persuadermi di tornare da mio padre, che mi ha abbandonata e maledetta? Sapevo che sarebbe andata a finire così; lo sapevo fin da ieri, fin da due mesi fa! Non ci andrò, non voglio andarci! Io stessa li maledico!... Va via! non posso più vederti! Via! via! Capii che era fuori di sé, capii che la mia vista provocava in lei una furia che giungeva alla pazzia, e rendendomi perfettamente conto che un tale scoppio era naturalissimo, giudicai più conveniente uscire. Mi sedetti sul primo gradino della scala e aspettai. Di tanto in tanto, mi alzavo, aprivo la porta, chiamavo Mavra e l'interrogavo. Mavra piangeva.


Così trascorse circa un'ora e mezzo. Non potrei descrivere ciò che provai in tutto quel tempo. Mi pareva che il cuore non mi battesse più, tanto era immenso il dolore che lo opprimeva. A un tratto, la porta si spalancò, e Natascia, col mantello indosso ed il cappello in testa, uscì di corsa sulla scala. Sembrava non avesse coscienza di quanto faceva, e più tardi mi disse anche lei di non ricordarsene che a stento e di non sapere dove e con quale scopo avesse voluto correre.


Non ebbi tempo di balzare in piedi e di nascondermi da lei in qualche modo; mi vide e si fermò di botto dinanzi a me, senza più fare un movimento, e guardandomi con stupore.


«In quel momento», diceva più tardi, «mi tornò a un tratto in mente, che io, pazza, crudele, avevo potuto cacciar via te, fratello mio, te, mio amico, salvatore mio! E quando vidi che tu, disgraziato, offeso da me, rimanevi sulla mia scala, non te ne andavi e aspettavi che io ti richiamassi, oh Dio, se tu sapessi, Vania, che cosa sentii allora! Mi parve che una lama mi trafiggesse il cuore...».


- Vania! Vania! - gridò tendendomi le mani. - Sei qui!...


E mi cadde tra le braccia.


Io la sostenni e la portai nella sua camera. Era svenuta.


«Che fare?», pensai. «Si ammalerà gravemente senza dubbio!».


Decisi di correre dal medico; bisognava prevenire il male. Prendendo una vettura, potevo far presto; di solito, il mio vecchio dottore tedesco rimaneva in casa fino alle due. Dopo aver pregato Mavra di non allontanarsi da Natascia nemmeno per un minuto e di non lasciarla uscire, corsi da lui. Dio mi venne in aiuto; un momento ancora che avessi atteso, e non avrei trovato il mio vecchio a casa. M'imbattei in lui mentre stava per uscire. Lo feci immediatamente salire in vettura, di modo che non ebbe nemmeno tempo di stupirsi, e corremmo da Natascia.


Sì, Dio mi venne in aiuto! Durante la mezz'ora in cui rimasi assente da Natascia, avvenne un fatto che avrebbe potuto ucciderla, se il dottore ed io non fossimo arrivati in tempo.


Non erano trascorsi quindici minuti da quando me ne ero andato, che era sopraggiunto il principe; aveva accompagnato i suoi e adesso veniva direttamente da Natascia dalla stazione ferroviaria.


Evidentemente, aveva ideato e combinato da tempo quella sua visita.


Natascia mi raccontò in seguito che, a tutta prima, non fu nemmeno sorpresa di vedere il principe. «Il cervello mi si annebbiava», disse Il principe si era seduto di fronte a lei, guardandola con sguardo carezzevole e pietoso.


- Mia cara, - aveva detto sospirando, - capisco la vostra disgrazia; sapevo quanto sarebbe stato penoso per voi questo momento, e perciò mi sono fatto un dovere di venirvi a visitare. Consolatevi, se potete, col pensiero che, rinunciando ad Alioscia, avete contribuito alla sua felicità. Ma, voi lo capite meglio di me, dal momento che vi siete decisa a compiere quel gesto generoso ed eroico...


- Io lo stavo ad ascoltare, - mi raccontò in seguito, - ma sulle prime non riuscivo proprio a capire quello che diceva. Mi ricordo soltanto che lo guardavo fisso fisso, proprio in faccia. Egli mi prese la mano e cominciò a stringerla leggermente. Pareva che ciò gli facesse molto piacere. Io, invece, ero fuori di me a tal punto, che non pensai nemmeno a strappargliela.


- Voi avete capito, - egli aveva continuato, - che diventando moglie di Alioscia avreste potuto svegliare in seguito un senso di odio nel suo cuore, e avete avuto il nobile orgoglio di comprenderlo e decidervi... ma, in realtà, non sono venuto qui per farvi i miei elogi. Volevo soltanto annunciarvi che mai e in nessun luogo potrete trovare un amico più devoto di me. Io vi compiango e sento il vostro dolore. Ho dovuto, sebbene involontariamente, entrare a far parte di tutta questa faccenda, ma era mio dovere farlo. Il vostro nobilissimo cuore lo capirà e si riconcilierà col mio... La cosa è stata ancor più penosa per me che per voi, credetemi.


- Basta, principe, - aveva detto Natascia, - Lasciatemi in pace!

- Certo, certo, me ne vado subito via! - le aveva risposto; - ma vi voglio bene come a una mia figlia e dovete permettermi di venirvi a trovare. Consideratemi d'ora in poi come vostro padre, e permettetemi d'esservi utile.


- Non ho bisogno di nulla! lasciatemi! - l'aveva interrotto ancora Natascia, - Lo so, siete orgogliosa... Ma io parlo con franchezza, con tutto il cuore. Che intendete fare, adesso? Riconciliarvi coi vostri genitori?

Sarebbe una cosa bellissima, ma vostro padre è ingiusto, orgoglioso e dispotico; scusatemi, ma è così. In casa vostra non vi aspettano che rimproveri e nuovi dispiaceri... Occorre perciò, assolutamente, che siate indipendente, e il mio dovere, il mio dovere più sacro è ora quello di occuparmi di voi e di aiutarvi. Alioscia mi ha supplicato di non abbandonarvi e di essere vostro amico. Ma, oltre a me, ci sono altre persone a voi profondamente devote. Mi permetterete senza dubbio di presentarvi il conte N. E' una persona autorevole e molto influente; è un vecchietto, e quindi non nuocerebbe affatto alla vostra riputazione di ragazza se lo riceveste. Gli ho già parlato di voi. Potrebbe occuparsi del vostro caso e procurarvi, se lo desideraste, qualche ottimo impiego... in casa di qualcuna delle sue congiunte. Gli ho raccontato già da tempo, con tutta franchezza, il nostro affare, e si è lasciato trasportare a tal punto dai propri sentimenti nobili e buoni, che egli stesso insiste per esservi presentato al più presto... E' un uomo sensibile a tutto ciò che è bello, un uomo generosissimo; potete credermi, è un vecchietto rispettabile, capace di apprezzare la dignità, e che, or non è molto, si è comportato nel modo più nobile e generoso in una faccenda riguardante vostro padre.


Natascia si era alzata come fosse stata punta. Ora aveva capito.


- Lasciatemi, lasciatemi subito! - gridò.


- Ma, cara amica, voi dimenticate che il conte potrebbe anche essere molto utile a vostro padre...


- Mio padre non accetterà nulla da voi! Volete o non volete lasciarmi una buona volta? - aveva gridato ancora.


- Oh Dio, come siete impaziente e diffidente! Come mai ho potuto meritarmi d'essere trattato così da voi? - aveva domandato il principe, guardandosi intorno con una certa inquietudine. - Ad ogni modo, mi permetterete, - aveva continuato, cavandosi dalla tasca un grosso pacco, - mi permetterete di lasciarvi questa prova del mio interessamento per voi, e soprattutto di quello del conte N. che me lo consigliò. In questo pacco ci sono diecimila rubli. Aspettate, cara amica, - aveva ripreso, vedendo Natascia balzare in piedi in uno slancio di collera. - Ascoltatemi pazientemente fino in fondo: voi sapete bene che vostro padre ha perso la causa con me, e questi diecimila rubli gli potranno servire come compenso, che...


- Via di qua! - aveva gridato Natascia. - Via, con questo denaro!

Capisco le vostre intenzioni... vile! vile! vile!

Il principe si era alzato, pallido di stizza.


Probabilmente, era andato là con lo scopo di tastare il terreno, di conoscere la vera situazione, contando molto sull'effetto che, secondo lui, avrebbero dovuto produrre i diecimila rubli su Natascia, rimasta in piena miseria, abbandonata da tutti... Vile e spregiudicato com'era, più di una volta aveva reso servigi di quel genere al conte N., un vecchio libidinoso. Ma egli odiava Natascia, e aveva cambiato subito tono, e si era affrettato, con gioia malvagia, ad oltraggiarla, onde non darsi per vinto.


- Non è proprio bello, da parte vostra, cara mia, riscaldarvi fino a questo punto - aveva detto con una voce alquanto tremante d'impazienza, onde godersi al più presto l'effetto dell'offesa. - Non è proprio bello. Vi si propone una protezione, e voi, invece, alzate il nasino... E non vi rendete conto che dovreste ancora essermi grata, giacché avrei potuto da un pezzo farvi internare in una casa di correzione, come padre del giovanotto da voi traviato, dal quale estorcevate denaro... eppure non l'ho fatto... eh! eh! eh!

Ma noi stavamo già per entrare. Avendo udito dalla cucina un suono di voci, io fermai un momento il dottore, così che l'ultima frase del principe mi giunse alle orecchie. Poi si sentì il suo ripugnante riso e la disperata esclamazione di Natascia: «Oh Dio!». Nel medesimo istante, aprii la porta e mi gettai sul principe.


Gli sputai in faccia e lo colpii con forza su una guancia. Egli fece per gettarsi su di me, ma avendo notato che eravamo in due, si diede alla fuga, senza dimenticare, però, di afferrare il pacco dei denari.


Sì, lo fece proprio, lo vidi coi miei occhi. Gli gettai un mattarello che avevo afferrato in cucina... Corso di nuovo nella camera, vidi che il dottore cercava di trattenere Natascia, che si dibatteva tra le sue braccia come in preda a un attacco di nervi. Malgrado i nostri sforzi, ce ne volle del tempo, prima che riuscissimo a calmarla, e quando ci riuscì di metterla a retto, era delirante.


- Dottore! Che cos'ha? - domandai, mezzo morto di paura.


- Aspettate un po', - rispose. - Bisogna prima che esamini la malattia, poi meditarci sopra... in via generale, posso dirvi che mi sembra un guaio serio. Potrebbe anche essere il principio di una meningite... Del resto, prenderemo tutte le misure...


Ma già mi era balenata in mente un'altra idea. Supplicai il dottore di rimanere presso Natascia per due o tre ore ancora, ed egli mi promise di non lasciarla nemmeno per un minuto. Io corsi a casa.


Nelly era seduta in un angolo, aggrondata ed ansiosa, e mi gettò uno sguardo strano. Il mio aspetto, del resto, non doveva essere meno strano del suo sguardo.


Me la presi tra le braccia, mi sedetti sul divano, me la feci sedere sulle ginocchia e la baciai caldamente. Essa avvampò.


- Nelly, angelo mio! - dissi. - Vuoi essere la nostra salvezza? Vuoi salvarci tutti quanti?

Mi guardò perplessa.


- Nelly! Tutte le mie speranze sono riposte in te, ormai! C'è un padre, tu lo conosci, tu l'hai visto; egli ha maledetto sua figlia, e ieri è venuto qua per pregarti di prendere il posto di questa figlia in casa sua. Ora, lei, Natascia, (e tu hai detto di amarla!), è abbandonata da colui che ama e per il quale ha lasciato la casa paterna. Costui è figlio di quel principe che venne qui, ti ricordi?

una sera, che tu eri sola, e dal quale fuggisti; dopo la sua visita, anzi, ti sei sentita male... Lo conosci? Sai che è un uomo cattivo, vero?

- Lo so, - disse Nelly, sussultando e impallidendo.


- Si, è un uomo cattivo. Odiava Natascia perché suo figlio Alioscia voleva sposarla. Oggi Alioscia è partito, e un'ora dopo, quell'uomo era già da Natascia, per oltraggiarla, per minacciare di chiuderla in una casa di correzione, per deriderla. Mi capisci, Nelly?

I suoi occhi neri scintillarono; li abbassò subito verso terra.


- Capisco, - sussurrò con voce appena percettibile.


- Ora, Natascia è sola, sta male; l'ho lasciata col nostro dottore, e sono corso da te. Senti, Nelly: andiamo dal padre di Natascia; tu lo vedi di malocchio, non vuoi andare a vivere in casa sua, ma adesso andiamoci insieme. Entreremo, ed io dirò che tu acconsenti a rimanere con loro al posto della loro figliola, al posto di Natascia. Il vecchio è malato per aver maledetto Natascia e per essere stato un'altra volta mortalmente offeso, in questi giorni, dal padre di Alioscia. Ora non vuol nemmeno più sentir parlare di sua figlia, ma le vuol bene, le vuol bene, Nelly, e vorrebbe riconciliarsi con lei. Io lo so, lo so con sicurezza! E' così!... Mi ascolti, Nelly?...


- Ascolto, - mi rispose con lo stesso sussurro.


Le lacrime mi sgorgavano dagli occhi, mentre parlavo. Lei mi guardava intimidita.


- Mi credi?

- Credo.


- Dunque, entrerò con te, ti farò sedere con noi, ti accoglieranno affettuosamente e cominceranno a interrogarti. Allora, guiderò io il discorso in modo che ti facciano delle domande sulla tua vita di prima, su tua madre e su tuo nonno. Racconta loro, Nelly, tutta la tua storia, come l'hai raccontata a me. Racconta loro ogni cosa, tutto nel modo più semplice e senza nascondere nulla. Racconta come tua madre fu abbandonata da un uomo cattivo e come morì poi lentamente nel sottosuolo della casa della Bubnova, come tua madre e te andavate a chiedere l'elemosina per le strade. Di' loro tutto ciò che tua madre ti disse, e la preghiera che ti ha fatta morendo... Parla anche del nonno. Racconta come si ostinava a non voler perdonare tua madre, e come questa ti ha mandata da lui, nella sua ultima ora, per cercarlo e supplicare il suo perdono, che egli le rifiutò... racconta come morì.


Racconta tutto, ogni cosa! Quando avrai raccontato tutto, il vecchio sentirà le tue parole nel suo cuore. Sa che Alioscia ha abbandonato Natascia oggi stesso, e che è rimasta sola, offesa, umiliata, senza nessuno che la difenda, che l'aiuti, in balia del suo nemico. Sa tutto... Nelly! Salva Natascia! Vuoi venire con me, Nelly?

- Sì, - rispose la bimba respirando a fatica e guardandomi a lungo, con uno sguardo strano e fisso, dal quale traspariva qualche cosa come un rimprovero: e quel rimprovero io lo sentii in fondo al cuore.


Ma non potevo rinunciare alla mia idea. Avevo troppa fede in essa.


Afferrai Nelly per mano e uscimmo. Erano già trascorse le due pomeridiane. Una nuvola si avvicinava. La giornata era stata soffocante, e proprio allora si fece udire un lontano rombo di tuono; si annunciava il primo temporale della primavera. Un forte soffio di vento spazzò le strade polverose.


Montammo su una vettura di piazza. Durante il tragitto, Nelly tacque; solo, di tanto in tanto, gettava su di me lo stesso sguardo strano ed enigmatico. Il petto le ansava, e sostenendola, potevo sentire sotto la mano martellare il suo cuoricino, che pareva volesse saltarle fuori dal petto.




CAPITOLO 7


La strada mi parve interminabile. Finalmente arrivammo, ed entrai dai miei vecchi col cuore sospeso. Non sapevo come sarei uscito da casa loro, ma sapevo che, ad ogni costo, dovevo uscirne dopo aver ottenuto il perdono e la riconciliazione.


Erano le tre passate. I vecchi erano soli come al solito. Nicola Serghejevitc si sentiva male e giaceva sdraiato in una poltrona, pallido ed esausto, con la testa ravvolta in un fazzoletto. Anna Andrejevna gli sedeva accanto, bagnandogli di tanto in tanto le tempie con l'aceto e continuando a guardarlo in viso con aria indagatrice e addolorata, il che sembrava inquietare e persino infastidire il vecchio. Egli taceva ostinatamente, ed ella non osava rivolgergli la parola. Il nostro improvviso arrivo li stupì entrambi. Anna Andrejevna, chissà perché, si spaventò, persino, vedendo che ero venuto con Nelly, e nei primi momenti ci guardò come se ad un tratto si fosse sentita colpevole di qualche cosa.


- Ecco, vi ho portato la mia Nelly, - dissi entrando. - Ha ripensato sulla vostra proposta, e ora ha espresso spontaneamente il desiderio di venire da voi. Accoglietela e vogliatele bene...


Il vecchio mi gettò uno sguardo sospettoso; mi bastò quello sguardo per capire che gli era nota ogni cosa, cioè che adesso Natascia era sola, abbandonata e forse anche vilipesa. Avrebbe voluto penetrare il mistero della nostra venuta, e perciò continuava a osservare con sguardo interrogativo ora Nelly ora me. Nelly tremava, stringendomi forte una mano con le sue; teneva gli occhi fissi a terra, e solo di tanto in tanto gettava intorno a sé qualche sguardo impaurito, come una bestiolina catturata. Anna Andrejevna, però, non tardò a ritrovare il proprio equilibrio e reagì: si slanciò verso Nelly, la baciò e l'accarezzò, pianse, persino, e teneramente la fece sedere accanto a sé, senza abbandonarle la manina. Nelly la squadrò di sbieco, con uno sguardo di curiosità e di sorpresa.


Tuttavia, dopo aver accarezzato Nelly e averla fatta sedere al proprio fianco, la povera vecchietta non seppe più che cosa dovesse fare, e mi guardò con espressione di ingenua attesa. Il vecchio si accigliò, probabilmente avendo capito con quale scopo avevo portato con me Nelly. Visto che mi ero accorto della sua aria malcontenta e delle sue sopracciglia aggrottate, si portò la mano alla testa e disse con voce rotta:

- Ho un forte mal di testa, Vania.


Continuando a tacere, meditavo sul modo di incominciare la conversazione. La stanza era immersa nella penombra; la nube scura si avvicinava sempre più; si sentì un altro rombo di tuono.


- Questa primavera, il tuono si fa sentire molto presto, - disse il vecchio. - Ricordo, però, che, nel trentasette, dalle nostre parti lo sentimmo anche più presto.


Anna Andrejevna sospirò.


- Se facessi preparare il samovar? - domandò timidamente, ma nessuno le rispose, ed ella si rivolse di nuovo a Nelly. - Come ti chiami, figliola mia? - le domandò.


Nelly disse il suo nome con un filo di voce e abbassò la testa più di prima. Il vecchio la guardò attentamente.


- Vuol dire Elena, vero? - continuò la vecchia, animandosi.


- Sì, - rispose Nelly.


Seguì un altro momento di silenzio.


- La sorella di Parasceva Andrejevna aveva una nipote che si chiamava Elena, - disse Nicola Serghejevitc. - Si chiamava anch'essa Nelly. Me ne ricordo bene.


- Allora, figliola mia, non hai parenti? Non hai né padre né madre? - domandò di nuovo Anna Andrejevna.


- Non ne ho, - sussurrò Nelly, brevemente e come impaurita.


- L'ho sentito, l'ho sentito dire. Ed è un pezzo che è morta tua madre?

- No, è poco.


- Carissima mia, mia povera orfanella, - continuò la vecchietta guardandola con compassione.


Nicola Serghejevitc tamburellava impaziente con le dita sulla tavola.


- Tua madre era una straniera, vero? Così mi sembra che m'abbia detto Ivan Petrovitc, - riprese la vecchietta, continuando le sue timide domande.


Nelly mi gettò uno sguardo di sfuggita come chiamandomi in aiuto.


Aveva il respiro penoso e inuguale, - Sua madre, Anna Andrejevna, - cominciai io, - era figlia di un inglese e di una russa, era quindi piuttosto una russa; Nelly, invece, è nata all'estero.


- Sua madre, dunque, si era recata all'estero col marito, non è così?

Nelly avvampò di colpo. La vecchietta capì subito di aver commesso un errore e trasalì sotto lo sguardo irritato del marito, che la fissò a lungo con occhi severi, poi si voltò verso la finestra.


- Sua madre fu ingannata da un uomo vile e cattivo, - diss'egli rivolgendosi improvvisamente ad Anna Andrejevna. - Lei fuggì con lui dal padre e consegnò il denaro del padre al suo amante; questo, dopo averle estorto quel denaro con astuzia e con inganno, la portò con sé all'estero, la tradì e l'abbandonò... Un brav'uomo non la lasciò perire, e fino alla sua morte continuò sempre ad aiutarla. E quando questi morì, due anni or sono, tornò da suo padre. E' così, no, che tu mi hai raccontato, Vania ? - mi domandò con voce spezzata.


Nelly, in preda a una forte agitazione, si alzò dal suo posto e si diresse verso la porta.


- Vieni qui, Nelly, - disse il vecchio, tendendole la mano. - Siediti, siediti accanto a me; ecco, qui, siediti!

Egli si chinò, la baciò sulla fronte e cominciò ad accarezzarle la testa con la mano, Nelly tremò tutta, ma si contenne. Anna Andrejevna, intenerita, guardava con lieta speranza come il suo Nicola Serghejevitc accarezzava finalmente l'orfanella.


- So, Nelly, che tua madre è stata rovinata da un uomo cattivo, cattivo e immorale, ma so pure che lei amava e venerava suo padre, - pronunciò il vecchio fortemente agitato, continuando, però, ad accarezzare la testolina di Nelly; non aveva potuto trattenersi dal gettarci questa sfida.


Un lieve rossore gli coprì le guance pallide; cercava di non guardarci.


- Mia mamma amava il nonno più di quanto il nonno amasse lei, - disse Nelly con voce timida, ma ferma, cercando anch'essa di non guardare nessuno.


- Ma come puoi saperlo tu? - scattò il vecchio bruscamente, incapace di trattenersi, ma quasi vergognoso della propria impazienza.


- Io lo so, - rispose Nelly brevemente. - Egli non volle accogliere la mamma, e... la scacciò...


Vidi che Nicola Serghejevitc avrebbe voluto obiettare dicendo, per esempio, che il vecchio aveva avuto ragione di non riceverla, ma dopo averci gettato uno sguardo, tacque.


- Come e dove avete dunque vissuto, dopo che il nonno vi ebbe respinte? - domandò Anna Andrejevna, in cui si manifestò improvvisamente l'ostinato desiderio di continuare il discorso proprio su quell'argomento.


- Quando arrivammo qui, cercammo a lungo il nonno, - rispose Nelly, - senza poterlo trovare. La mamma mi raccontò allora che il nonno era stato un uomo molto ricco e che aveva avuto l'idea d'impiantare una fabbrica, ma che poi era diventato povero, perché l'uomo col quale era partita le aveva preso tutto il denaro del nonno e non gliel'aveva più reso. Ma lo raccontò lei stessa.


- Mi disse pure, - continuò Nelly animandosi sempre più, e come se volesse rimbeccare Nicola Serghejevitc, rivolgendosi però sempre ad Anna Andrejevna, - mi disse pure che il nonno era molto in collera con lei, e con ragione, perché lei era molto colpevole verso di lui, e che ormai in tutto il mondo non avevamo più nessuno all'infuori del nonno.


E dicendo questo, piangeva... «Non mi perdonerà», mi aveva detto fin da quando ci mettemmo in viaggio per venir qua; «ma forse, vedendoti, ti amerà, e per te, concederà forse anche a me il suo perdono». La mamma mi voleva molto bene, e quando mi parlava di queste cose, continuava a baciarmi e a piangere; aveva molta paura d'incontrarsi col nonno. Mi insegnava a pregare per il nonno e anche lei pregava e mi raccontava molte cose della sua vita di una volta, quando viveva col nonno, che l'amava più di ogni altra persona al mondo. Suonava il pianoforte per fargli piacere, e di sera gli leggeva ad alta voce i libri, e il nonno la baciava e le faceva regali... molti regali.


Figuratevi che una volta giunsero a litigare appunto per un regalo:

era il compleanno della mamma; il nonno credeva che la mamma non sapesse quale regalo egli aveva preparato per lei; la mamma, invece, lo sapeva da un pezzo. La mamma desiderava ardentemente un paio di orecchini, ma il nonno, per ingannarla, le diceva che le avrebbe regalato un fermaglio. Quando poi le regalò davvero gli orecchini e si accorse che la mamma sapeva già da un pezzo che il regalo sarebbe stato proprio quello, si adirò tanto, che stette una mezza giornata senza voler parlare con la mamma, dopo di che andò egli stesso a baciarla e a chiederle perdono...


Nelly raccontava con animazione, tanto che le pallide guance malaticce le si erano colorite d'un vivo rossore.


Si vedeva che la mamma aveva parlato più di una volta alla sua piccola Nelly dei giorni felici di una volta, mentre, seduta nel suo cantuccio del sotterraneo, abbracciava e baciava la bambina (l'unico bene che le fosse rimasto), piangendo su di lei, senza sospettare con quale forza si sarebbero ripercossi i suoi racconti nel cuore morbosamente impressionabile e precocemente sviluppato della bambina malata.


Ma Nelly, che sembrava essersi lasciata trasportare dai ricordi, tornò a un tratto in sé, si guardò intorno con diffidenza e tacque. Il vecchio corrugò la fronte e cominciò di nuovo a tamburellare con le dita sulla tavola; due lacrime comparvero sulle ciglia di Anna Andrejevna, che se le asciugò in silenzio.


- La mamma era venuta qua gravemente ammalata, - aggiunse Nelly, piano. - Aveva una malattia di petto. Cercammo a lungo il nonno senza poterlo trovare, abitando nel frattempo in un cantuccio d'un sotterraneo.


- In un cantuccio, malata come era! - esclamò Anna Andrejevna.


- Sì... in un cantuccio... - rispose Nelly... - La mamma era povera.


La mamma mi ha sempre detto, - aggiunse animandosi di nuovo, - che non è peccato esser poveri, ma è, invece, un gran peccato essere ricchi e far torto agli altri... Mi diceva pure che Dio la castigava.


- Abitavate all'Isola Vassiljevski? dalla Bubnova? - domandò il vecchio rivolgendosi a me e cercando di dare alla domanda una cert'aria di noncuranza, come se lo facesse solo perché si sentiva a disagio a star senza parlare .


- No, non là... prima abitavamo nella Mescianskaja - rispose Nelly. - Il nostro cantuccio era buio e umido, - continuò dopo un breve silenzio, - e la mamma si ammalò gravemente; allora, però, camminava ancora. Io le lavavo la biancheria e lei piangeva. Nella stessa camera vivevano anche una vecchietta, vedova di un capitano, e un funzionario a riposo; questi tornava sempre ubriaco, e ogni notte gridava e faceva chiasso. Avevo una gran paura di lui. La mamma mi prendeva nel suo letto e mi abbracciava, continuando a tremare, mentre il funzionario gridava e bestemmiava. Una volta fece per battere la vecchietta, che era molto vecchia e camminava con un bastone. La mamma ebbe pietà di lei e intervenne per la vecchia; allora il funzionario colpì la mamma, ed io colpii il funzionario.


Nelly si fermò. I ricordi avevano agitato il suo cuore; gli occhi le lampeggiavano.


- Oh Signore, santo Dio! - esclamò Anna Andrejevna, interessata al massimo grado dal racconto, e senza staccare lo sguardo da Nelly, che si rivolgeva più particolarmente a lei.


- Allora la mamma uscì e mi prese con sé, - continuò Nelly. - Era di giorno. Camminammo così per le strade fino a sera. La mamma continuava a piangere e ad andare avanti, conducendomi per mano. Ero molto stanca, non avevamo ancora mangiato in tutto il giorno. La mamma parlava tra sé, e poi diceva a me pure: «Rimani povera, Nelly, e quando sarò morta, non ascoltare nessuno e nulla di quello che volessero dirti. Non andare da nessuno; rimani povera e lavora, e se non troverai lavoro, vai per la strada a chiedere l'elemosina, ma non andare "da loro"». Nel crepuscolo, mentre percorrevamo una grande strada, la mamma gridò ad un tratto: «Asorka! Asorka!», e improvvisamente un grosso cane, senza pelo, corse verso la mamma, guaì e si gettò su di lei, e la mamma si spaventò, si fece pallidissima, lasciò sfuggire un grido e cadde in ginocchio davanti a un vecchio d'alta statura, che camminava con un bastone in mano e a testa bassa.


Quel vecchio alto era il nonno; era molto magro e vestito male. Vidi allora il nonno per la prima volta. Il nonno si spaventò pure e impallidì terribilmente ma quando notò la mamma, che era prosternata per terra e gli abbracciava i piedi, si liberò con forza, respinse la mamma, picchiò il bastone sulle piastrelle e si allontanò rapidamente da noi. Asorka, invece, rimase, guaendo, e continuava a leccare la mamma; poi corse verso il nonno, lo afferrò coi denti per il pastrano e lo tirò indietro; il nonno lo colpì col bastone. Asorka fece ancora per tornare da noi, ma il nonno lo chiamò, e il cane lo seguì uggiolando lamentosamente. La mamma, invece, giaceva per terra come fosse morta; intorno a noi si radunò una folla di gente; vennero i poliziotti. Io cercavo di sollevare la mamma, continuando a gridare.


Infine si alzò, si guardò intorno e mi seguì. Io la condussi verso casa. La gente rimase a lungo a guardarci e a scrollare la testa.


Nelly si fermò per riprender fiato e forze. Era molto pallida, ma i suoi occhi brillavano di risolutezza. Si capiva che aveva finalmente preso la decisione di dire tutto. Si sarebbe detto che volesse sfidarci.


- Ebbene, - osservò Nicola Serghejevitc con voce incerta, ma con l'asprezza dell'irritazione. - Tua madre aveva offeso suo padre e aveva meritato di essere respinta da lui...


- Anche la mamma me lo disse, - ribatté Nelly, - e mentre tornavamo a casa, continuava a ripetere: «E' tuo nonno, Nelly, sono colpevole verso di lui; mi ha maledetta, ed ora Dio mi castiga ». Me lo ripeté tutta quella sera e tutti i giorni seguenti. Lo ripeteva come fuori di sé...


Il vecchio non disse nulla.


- Cambiaste alloggio, poi, vero? - domandò Anna Andrejevna, che continuava a piangere silenziosamente.


- La mamma si ammalò la notte stessa e la vedova del capitano trovò un alloggio nella casa della Bubnova, dove ci trasferimmo due giorni dopo, insieme con la vedova del capitano; non appena trasferitici là, la mamma dovette mettersi a letto, e vi rimase inferma per tre settimane; io la curavo. Non avevamo più denari e ci aiutarono la vedova del capitano e Ivan Alessandrovitc.


- Il fabbricante di bare, - spiegai io.


- E quando la mamma si alzò e cominciò di nuovo a camminare, mi raccontò di Asorka.


Nelly si fermò per un momento. Il vecchio sembrò contento che il discorso fosse passato su Asorka.


- Che cosa ti raccontò di Asorka? - domandò egli stesso, curvandosi ancor di più nella poltrona e guardando per terra, come se volesse nasconderci meglio il viso.


- Mi parlava sempre del nonno, - rispose Nelly, - ne parlava quando era malata, e persino nel delirio parlava ancora di lui. Durante la convalescenza, mi raccontò ancora molte cose della sua vita di prima... mi raccontò anche di Asorka, che aveva visto trascinare, da non so quali ragazzacci, con una corda, verso il fiume, per affogarlo, fuori di città; la mamma aveva dato loro qualche cosa, e così aveva comperato Asorka. Quando il nonno vide Asorka, cominciò a ridere e a burlarsene. Poi Asorka fuggì. La mamma cominciò a piangere; il nonno si spaventò e promise cento rubli a chi avesse ritrovato Asorka. Tre giorni dopo lo riportarono; il nonno pagò i cento rubli e da quel momento si affezionò ad Asorka. Quanto alla mamma, poi, voleva tanto bene alla povera bestia, che la metteva a dormire nel proprio letto, persino. Mi raccontò che prima Asorka doveva essere stato con dei giocolieri, perché sapeva ballare sulle zampe posteriori, portare il fucile e tante altre cose ancora... Quando la mamma fuggì, il nonno tenne Asorka con sé, e quando usciva si faceva accompagnare da lui, di modo che, per la strada, non appena la mamma vide Asorka, capì subito che doveva esserci anche il nonno...


Il vecchio, che, evidentemente, si era aspettato tutt'altra storia sul conto di Asorka, si accigliò maggiormente. Non fece più domande.


- E allora, non avete più rivisto il nonno? - domandò Anna Andrejevna.


- Oh, sì; quando la mamma stette un po' meglio, mi capitò ancora d'incontrare il nonno. Una volta ero andata dal fornaio a prendere il pane; a un tratto vidi Asorka che seguiva un uomo, e riconobbi il nonno. Io mi tirai da parte e mi appoggiai al muro. Il nonno mi gettò un'occhiata, poi mi guardò a lungo; aveva un aspetto così terribile, che mi spaventai; poi passò oltre; Asorka, invece, si ricordò di me e si mise a saltellarmi intorno e a leccarmi le mani. Mi affrettai a correre a casa; prima, però, mi voltai, e vidi che il nonno era entrato nella bottega. Allora pensai: forse è entrato per informarsi di noi; e mi spaventai ancor più. Tornata in casa, non dissi nulla alla mamma di quell'incontro, per timore che non ricadesse ammalata.


Il giorno dopo non volli tornare dal fornaio, col pretesto di un forte mal di capo, e quando vi andai il terzo giorno, non incontrai nessuno; avevo tanta paura, però, che andai e tornai di gran corsa. Il giorno dopo, appena svoltato l'angolo della strada, vidi improvvisamente dinanzi a me il nonno ed Asorka. Scappai, svoltando in un'altra strada, e giunsi così alla bottega dalla parte opposta, e... di colpo, m'imbattei ancora nel nonno: mi spaventai tanto, che non potei più fare un passo e mi fermai sul posto. Il nonno mi si piantò davanti e continuò ad osservarmi a lungo, poi mi accarezzò la testa, mi prese per la mano e mi condusse con sé; Asorka ci correva dietro agitando la coda. Vidi allora che il nonno non poteva più camminare dritto, ma doveva appoggiarsi al bastone, e che le mani gli tremavano fortemente.


Mi condusse verso un venditore ambulante all'angolo della strada, che vendeva panforte e mele. Comprò un panforte a forma di gallo e un altro a forma di pesce, una caramella e una mela; quando si cavò la borsa di tasca, le sue mani tremavano a tal segno, che, aprendola, lasciò cadere una moneta di cinque copeche; mi chinai per raccoglierla. Egli mi regalò la moneta, mi diede i panforti e mi fece una carezza sulla testa; non mi disse, però, nemmeno una parola, e se ne andò via.


«Allora tornai dalla mamma e le raccontai ogni cosa; le dissi pure che mi ero spaventata e nascosta da lui. Sulle prime, la mamma non mi credette, ma poi si rallegrò a tal punto, che continuò a interrogarmi tutta la sera, a baciarmi e a piangere, e quando le ebbi raccontato tutto, mi ordinò di non aver più paura del nonno, il quale, evidentemente, mi voleva bene, dal momento che era venuto appositamente per vedermi. Mi raccomandò, inoltre, di essere gentile col nonno e di parlargli. All'indomani, mi mandò parecchie volte di mattina in strada benché io le avessi detto che le altre volte il nonno era venuto verso sera. La mamma mi seguiva, tenendosi nascosta dietro le cantonate; così facemmo anche un altro giorno, ma il nonno non venne; le due giornate erano piovose e la mamma, a furia di uscire continuamente con me per la strada, prese freddo e si ammalò un'altra volta.


«Il nonno venne ancora, una settimana dopo, e di nuovo mi regalò un pesciolino e una mela, sempre senza dire nulla. Quando mi lasciò per andarsene, io lo seguii di nascosto, avendo deciso fin da prima, tra me, di cercar di sapere dove abitasse, per riferirlo alla mamma. Lo seguivo da lontano, camminando dall'altra parte della strada, di modo che il nonno non mi vide. Abitava molto lontano, non là dove andò a vivere più tardi e dove morì, ma in via Gorochovaja, anche là al terzo piano di una grande casa. Lo seppi il giorno stesso, e tornai a casa molto tardi. La mamma era molto spaventata, non potendo immaginare dove fossi andata. Quando le ebbi raccontato ogni cosa, ne fu molto contenta, e decise di correre dal nonno subito all'indomani; all'indomani, però fu assalita da una paura immensa, e per tre giorni non seppe decidersi; così non ci andò. Poi mi chiamò e mi disse:

"Ecco, Nelly, sono malata, ora, non posso camminare, ma ho scritto una lettera a tuo nonno; va da lui Nelly, a portargli la lettera. E osserva bene, Nelly, come la leggerà, che cosa dirà e che cosa farà; poi mettiti in ginocchio davanti a lui, bacialo e supplica che perdoni la tua mamma...", e così dicendo, la mamma piangeva, mi baciava, mi benediceva con ripetuti segni di croce, e pregava Dio; aveva fatto inginocchiare anche me davanti all'immagine sacra, perché pregassi anch'io; poi, pur sentendosi molto male, uscì per accompagnarmi fino al portone, e quando mi voltavo, la vedevo sempre là, che mi seguiva con gli occhi...


«Andai dal nonno e aprii la porta, che non aveva maniglia. Il nonno era seduto vicino alla tavola, intento a mangiare pane e patate, e Asorka gli stava davanti, lo guardava mangiare e agitava la coda.


Anche là, in quell'appartamento, il nonno aveva le finestre basse, scure; anche là aveva una sola tavola ed un'unica sedia. Viveva solo.


Quando entrai, egli si spaventò tanto, che impallidì e cominciò a tremare. Io mi spaventai pure, e non dissi nulla; soltanto, mi avvicinai alla tavola e vi deposi la lettera della mamma. Il nonno, vista la lettera, si adirò a tal punto, che balzò in piedi, afferrò il bastone e lo alzò sopra la mia testa; ma non mi colpì; poi mi condusse nel vestibolo e mi spinse fuori. Non avevo ancora avuto tempo di scendere la prima rampa della scala, che la porta si aprì di nuovo ed egli mi gettò dietro la lettera della mamma, che non aveva aperta. Io tornai a casa e riferii ogni cosa. Allora la mamma si ammalò di nuovo...




CAPITOLO 8


In quel momento si sentì un forte rombo di tuono, e un forte rovescio di pioggia cominciò a battere contro i vetri; la stanza divenne buia.


La vecchietta sembrò spaventarsi e si fece un segno di croce. Per un momento rimanemmo tutti fermi.


- Passerà subito, - disse il vecchio guardando dalle finestre, poi si alzò e fece due passi sù e giù per la camera.


Nelly lo seguiva con gli occhi di sbieco. Era in preda a una forte, dolorosa agitazione. Io lo capivo, sebbene evitasse di guardarmi.


- Ebbene, che successe poi? - domandò il vecchio, sedendosi di nuovo nella poltrona.


Nelly si guardò intorno spaurita.


- Così non hai più rivisto il tuo nonno, dunque?

- Sì, l'ho rivisto.


- Sì, sì, racconta, cara figliola, racconta, - si affrettò a dire Anna Andrejevna.


- Non lo vidi più per tre settimane, - cominciò Nelly, - proprio fino a che non venne l'inverno e non cadde la neve. Quando incontrai di nuovo il nonno, al solito posto, mi rallegrai molto... perché la mamma era molto angustiata di non vederlo più apparire. Appena lo vidi, corsi, di proposito, dall'altra parte della strada, perché egli vedesse che cercavo di evitarlo. Essendomi però voltata, mi accorsi che il nonno mi seguiva a gran passi; si mise perfino a correre anche lui gridando: "Nelly, Nelly!". Asorka gli stava dietro. Ebbi compassione di lui e mi fermai. Il nonno mi prese per mano e mi condusse con sé; ma vedendo che piangevo, si fermò, mi guardò, poi si chinò e mi diede un bacio. Chinandosi su di me, si accorse che avevo le scarpe rotte e mi domandò se non ne avessi altre. Mi affrettai a dirgli che la mamma non aveva assolutamente più denaro, e che i nostri padroni ci davano da mangiare solo per compassione. Il nonno non disse nulla, ma mi condusse al mercato e mi comprò un paio di scarpe nuove, obbligandomi a metterle subito, poi mi condusse in casa sua, in via Gorochovaja; strada facendo, entrò in una bottega, dove comprò una focaccia e due caramelle, e quando giungemmo a casa sua, mi disse di mangiare la focaccia; mentre mangiavo mi osservò attentamente, poi mi diede le due caramelle. Asorka, intanto, aveva messo le zampe sulla tavola, chiedendo la sua parte; io gli diedi un pezzo di focaccia e il nonno rise. Poi mi afferrò per una mano, mi trasse a sé e, accarezzandomi la testa, cominciò a domandarmi se avessi studiato e se sapevo qualche cosa. Io gli risposi, e allora mi ordinò, tutte le volte che avrei potuto, di andare da lui alle tre, anche ogni giorno, dicendo che voleva darmi lezioni egli stesso. Poi mi disse di guardare la finestra e di non voltarmi prima che me lo permettesse. Feci come voleva, ma un certo punto, guardai cautamente indietro, e vidi che il nonno aveva scucito un angolo del guanciale e ne aveva tirato fuori quattro rubli. Dopo averli tirati fuori dal guanciale, me li portò e disse: "Sono soltanto per te". Io li avevo già presi, ma poi mi ravvisai e dissi: "Se devono essere soltanto per me, non li prendo".


Il nonno si adirò di colpo e disse: "Prendili come vuoi, e vattene!".


Uscii senza che mi baciasse.


«Quando giunsi a casa, raccontai tutto alla mamma. La mamma andava sempre peggiorando. C'era uno studente in medicina che veniva spesso dal fabbricante di bare; quello studente curava la mamma e le portava qualche medicina.


«Io andavo spesso dal nonno, come voleva la mamma. Il nonno aveva comprato un Nuovo Testamento e una Geografia, e cominciò a darmi lezioni; talvolta mi parlava delle altre terre che ci sono al mondo, della gente che vi abita, dei mari, di ciò che è stato prima e di come Cristo ci ha salvati. Era sempre molto contento quando gli rivolgevo qualche domanda, e io lo facevo spesso; allora mi raccontava molte cose e mi parlava molto anche di Dio. Qualche volta non studiavamo, ma giocavamo con Asorka: Asorka si era molto affezionato a me; gli insegnai a saltare un bastone che tenevo alzato, e il nonno rideva e mi accarezzava sulla testa. Rideva, però, molto di rado. A volte parlava molto e a volte taceva improvvisamente e rimaneva seduto, come addormentato, ma con gli occhi aperti. Rimaneva così seduto finché cadeva il crepuscolo e nella luce crepuscolare diventava vecchio e spaventevole a tal punto... Mi capitò pure, qualche volta, di arrivare da lui e di trovarlo seduto nella poltrona, talmente assorto nei suoi pensieri, che non si accorgeva nemmeno della mia venuta e non sentiva nulla. Asorka rimaneva sdraiato accanto a lui. Dopo aver aspettato a lungo, tossivo, ma il nonno non si accorgeva di nulla e non voltava la testa; allora me ne tornavo via. La mamma mi aspettava a casa con impazienza; se ne stava sempre a letto e io le raccontavo ogni cosa, tutto ciò che avevo fatto e che mi aveva detto il nonno, le ripetevo le storie che mi aveva narrate e quello che mi aveva ordinato d'imparare per la prossima lezione, e lei mi ascoltava attentamente.


«Quando poi cominciavo a parlare di Asorka, a dirle come gli facevo saltare il bastone e come il nonno aveva riso, cominciava anch'essa a ridere a un tratto, e rideva a lungo, e si rallegrava, e mi faceva ripetere le stesse cose, e poi cominciava a pregare Dio. Io, intanto, continuavo a pensare: "Perché la mamma vuole tanto bene al nonno e il nonno non ne vuole a lei?". Una volta, che ero andata dal nonno, cominciai, di proposito, a raccontargli quanto la mamma gli volesse bene. Mi ascoltò accigliato, senza pronunciar parola; allora gli domandai perché la mamma gli volesse tanto bene, che non faceva che parlare di lui, mentre lui non domandava mai nulla della mamma. Si irritò e mi mise alla porta; io rimasi là ad attendere, e un momento dopo egli aprì di nuovo l'uscio e mi chiamò, ma era molto stizzito e continuava a tacere. Quando, più tardi, cominciammo a leggere la Storia Sacra, gli domandai perché, se Gesù Cristo ha detto "amatevi e perdonate i torti che vi fanno", il nonno non voleva perdonare alla mamma. Allora balzò in piedi e gridò che era stata la mamma a suggerirmi di dirgli quelle cose, mi mise un'altra porta alla porta e mi proibì di tornare da lui. Gli dissi che nemmeno io volevo più tornare da lui, e me ne andai... E il nonno, il giorno dopo, cambiò appartamento...


- Avevo detto che la pioggia sarebbe cessata presto, eccola passata, ecco il sole... guarda, Vania, - disse Nicola Serghejevitc, voltandosi verso la finestra. Anna Andrejevna lo guardò molto stupita, e improvvisamente l'indignazione brillò negli occhi della vecchietta mite e paurosa. Ella prese, in silenzio, Nelly per mano e se la fece sedere sulle ginocchia.


- Racconta a me, angelo mio, - disse; - io ti ascolterò. Quelli sono duri di cuore...


Non terminò la frase, e pianse. Nelly mi gettò uno sguardo interrogativo, perplessa e intimorita. Il vecchio mi guardò pure, alzò le spalle, ma poi si voltò subito da un'altra parte.


- Continua, Nelly, - dissi.


- Stetti tre giorni senza più tornare dal nonno, - cominciò di nuovo Nelly, - e nel frattempo la salute della mamma peggiorò. Tutti i nostri denari erano spesi; non avevamo di che comperare la medicina; non avevamo da mangiare, perché i nostri padroni di casa mancavano anch'essi del necessario, e cominciavano a rimproverarci di vivere alle loro spalle. Allora, il terzo giorno, mi alzai di buon mattino e cominciai a vestirmi per uscire; la mamma mi domandò dove andassi ed io le risposi che andavo dal nonno per chiedergli un po' di denaro; lei si rallegrò, perché le avevo raccontato tutto, le avevo detto che il nonno mi aveva scacciata e che non volevo più tornare da lui, nonostante le preghiere e le lacrime di lei e gli sforzi che faceva per convincermi ad andarvi ancora.


«Giunta alla casa dove abitava prima, seppi che aveva traslocato, e andai a cercarlo nel suo nuovo alloggio. Non appena fui entrata nel suo nuovo appartamentino, egli balzò sù, pestò i piedi e mi si gettò contro, ma io gli dissi subito che la mamma era gravemente malata e che mi occorreva denaro, almeno cinquanta copeche per comprare la medicina, e che inoltre non avevamo da mangiare. Il nonno cominciò a gridare, mi mise con uno spintone alla porta e chiuse l'uscio col chiavistello. Mentre mi spingeva fuori, però, gli dissi che sarei rimasta seduta sulla scala e non me ne sarei andata, finché non mi avesse dato un po' di denaro. Così rimasi a sedere sulla scala. Di lì a poco, egli aprì l'uscio, mi vide e lo chiuse di nuovo. Passò molto tempo; egli aprì un'altra volta l'uscio, mi guardò e lo chiuse di nuovo. Così fece parecchie volte. Infine, uscì con Asorka, chiuse l'uscio a chiave e, passandomi accanto, se ne andò, senza avermi rivolto la parola. Non dissi nulla neppure io, e rimasi a sedere sulla scala fino al calar del crepuscolo.


- Oh, poveretta! - esclamò Anna Andrejevna. - Doveva essere gelata a rimanere tanto tempo sulla scala!

- Avevo indosso la pelliccia, - rispose Nelly.


- Ma anche con la pelliccia... ah, cara figliola, quanto hai dovuto sopportare! E allora, tuo nonno?

Le labbra di Nelly cominciarono a tremare, ma fece uno sforzo e riuscì a padroneggiarsi.


- Tornò che era già del tutto buio; inciampò in me e gridò: "Chi è là?". Risposi che ero io. Probabilmente credeva che me ne fossi andata da tempo, e quando vide che ero invece sempre allo stesso posto, rimase molto sorpreso e stette a guardarmi a lungo. Improvvisamente, diede un colpo col bastone sul gradino, corse verso l'uscio, l'aprì e un momento dopo portò alcune monete di rame, tutte da cinque copeche, e le gettò fuori, sulla scala. "Eccotele!", gridò. "E' tutto ciò che possiedo, e di' a tua madre che la maledico", poi rientrò e sbatté l'uscio con forza. Le monete rotolarono per i gradini. Io cominciai a cercarle al buio, ma il nonno aveva capito, evidentemente, che mi sarebbe stato difficile, in quelle condizioni, raccogliere tutte le monete, poiché aprì ancora l'uscio e portò fuori una candela. Con la luce, non tardai a trovarle. Il nonno si mise a raccoglierle anche lui, poi mi disse che in tutto dovevano essere settanta copeche, e se ne andò. Quando giunsi a casa, raccontai ogni cosa alla mamma e le diedi i denari; il male della mamma peggiorò; mi sentii male anch'io tutta la notte, e il giorno dopo avevo ancora la febbre. Ero in collera col nonno, e non facevo che rimuginare una certa mia idea nella mente. Quando la mamma si fu addormentata, andai in strada, mi diressi verso la casa del nonno e, prima di arrivarci, mi fermai sul ponte. Allora passò quell'altro...


- Intende Archipov, - dissi - quello di cui vi ho già parlato, Nicola Serghejevitc, che si trovava, insieme col mercante, dalla Bubnova e che è stato percosso. Nelly lo vide allora per la prima volta...


Continua, Nelly.


- Lo fermai e gli chiesi un rublo. Mi guardò e ripeté: "Un rublo?". Io dissi: "Sì". Allora rise e disse: "Vieni con me". Io non sapevo se dovessi seguirlo o no; improvvisamente, si avvicinò un vecchietto con gli occhiali d'oro, che mi aveva sentita chiedere il rublo; si chinò su di me e mi domandò perché mi occorresse tanto denaro; gli risposi che la mamma era malata e che il denaro mi occorreva per comprare la medicina. Mi domandò dove abitassimo; annotò il nostro indirizzo e mi diede un biglietto da un rublo. L'altro, invece, si allontanò non appena ebbe visto il vecchietto dagli occhiali d'oro. Io entrai nella bottega e mi feci cambiare il rublo in spiccioli; avvolsi trenta copeche in una carta e le misi da parte; le altre settanta le tenni appositamente nella mano senza avvolgerle, e andai dal nonno. Giunta da lui, aprii la porta, mi fermai sulla soglia, e, alzando il braccio, gettai dentro con forza tutte le monete, che rotolarono sul pavimento.


"Ecco", gli dissi, "tenetevi il vostro denaro! Dal momento che voi la maledite, la mamma non ne ha più bisogno!", e sbattendo la porta, scappai via.


Gli occhi le scintillarono e guardò il vecchio con aria ingenuamente provocante.


- Hai fatto bene! - disse Anna Andrejevna, senza guardare Nicola Serghejevitc e stringendo forte Nelly a sé. - Ha avuto quello che si meritava; tuo nonno era un uomo cattivo, di cuore duro...


- Uhm! - fece Nicola Serghejevitc.


- E allora, e allora? - domandò con impazienza Anna Andrejevna.


- Non andai più dal nonno, ed egli non venne più da me, - rispose Nelly.


- Ma allora, come rimaneste tu e la mamma? Ah, poverette, poverette!

- La mamma andava sempre peggiorando e soltanto di rado riusciva a lasciare il letto, - continuò Nelly, e la voce le tremò, spezzandosi.


- Il denaro ci venne meno del tutto e io cominciai ad accompagnare la vedova del capitano. Questa andava a chiedere l'elemosina nelle case, e anche per la strada fermava la brava gente, e così viveva. Mi diceva che non era una mendicante, che aveva certe carte su cui era scritto il grado del suo defunto marito, e che era povera. Mostrava quelle sue carte e la gente le dava denaro. Fu appunto lei a dirmi che non c'è nulla di vergognoso nel chiedere l'elemosina a tutti. Andavo dunque con lei e raccoglievamo un po' di denaro. Ormai non avevamo che quello per vivere. La mamma lo seppe, perché gli altri locatari cominciarono a rinfacciarle che era una mendicante, e la stessa Bubnova andò a dire alla mamma che avrebbe fatto meglio a lasciarmi andare da lei, che non a chiedere l'elemosina per la strada. La Bubnova era già stata altre volte dalla mamma, offrendole denaro; e quando la mamma rifiutava di prenderlo, diceva: "Perché siete così orgogliosa?" e ci mandava il mangiare. Quando le parlò di me, la mamma cominciò a piangere, s'impaurì, e la Bubnova si diede a sgridarla, perché era ubriaca, e disse che ormai ero già una medicante perché andavo con la vedova del capitano, e la sera stessa scacciò la vecchietta da casa sua. La mamma, venendolo a sapere, scoppiò in pianto, poi, improvvisamente, si alzò dal letto, si vestì, mi prese per mano e mi condusse con sé. Ivan Alessandrovitc cercò di fermarla, ma non gli diede retta, e uscimmo.


La mamma continuava a dire che voleva andare dal nonno e mi diceva di condurla da lui; intanto si era fatto notte. Improvvisamente, sboccammo in una larga strada; là, davanti a un gran palazzo, si fermavano continuamente, uno dopo l'altra, delle vetture, dalle quali smontava molta gente; le finestre del palazzo erano illuminate e di là dentro arrivavano ondate di musica. La mamma si fermò, mi afferrò e mi disse: "Nelly, rimani povera, rimani povera tutta la vita, ma non andare da loro, chiunque ti ci chiamasse, chiunque venisse a cercarti di là. Anche tu potresti essere là, vestita di abiti eleganti, ma io non lo voglio. Sono cattivi e crudeli. Questa è la mia volontà: rimani povera, lavora, chiedi piuttosto l'elemosina, ma se qualcuno di loro viene a cercarti, rispondi che non vuoi andare con loro!". Questo mi disse la mamma, e io voglio ubbidirle sempre, per tutta la vita, - aggiunse Nelly tremando per l'agitazione e col viso in fiamme. - Lavorerò tutta la vita e servirò gli altri, e anche da voi sono venuta per lavorare e per servirvi, ma non per occupare il posto di vostra figlia...


- Che dici mai, cara la mia figliola? Che dici mai? - esclamò la vecchietta, abbracciando Nelly forte forte. - La tua mammina era molto malata quando diceva così.


- Era pazza! - osservò il vecchio in tono aspro.


- Ebbene, fosse pure pazza, - ribatté Nelly, voltandosi verso di lui con un brusco movimento, - fosse pure pazza, ma mi ha ordinato di fare così e così farò per tutta la vita! Quella sera, dopo avermi detto così, cadde persino svenuta.


- Dio santissimo! - esclamò Anna Andrejevna. - Malata com'era!

d'inverno! per la strada!

- Volevano portarci in un ufficio di polizia, ma un signore intervenne, mi domandò dove abitassimo, mi diede dieci rubli e fece portare a casa la mamma sulla sua carrozza. Dopo questo, la mamma non si alzò più e morì tre settimane dopo...


- E suo padre? Non le perdonò? - domandò Anna Andrejevna.


- Non le perdonò! - rispose Nelly, facendo un immenso sforzo su se stessa per padroneggiarsi. - Una settimana prima di morire, la mamma mi chiamò e mi disse: «Nelly, va ancora una volta dal nonno, l'ultima, e supplicalo di venire qua per perdonarmi; digli che non ho più se non pochi giorni di vita, e che ti lascio sola al mondo. Gli dirai pure che è penoso morire»... Io andai dal nonno e bussai all'uscio; egli aprì, ma, scorgendo me, fece subito l'atto di richiudere; io, però, mi aggrappai all'uscio con ambo le mani, e gridai: «La mamma sta per morire, vi chiama, venite!...». Ma egli mi respinse e sbatté la porta.


Io tornai dalla mamma, mi sdraiai accanto a lei, l'abbracciai e non dissi nulla... La mamma mi abbracciò pure e non mi domandò nulla neppure lei...


A queste parole, Nicola Serghejevitc si alzò, ma poi, dopo aver girato su tutti noi uno sguardo strano e torbido, si lasciò cadere di nuovo nella poltrona, quasi fosse privo di forze. Anna Andrejevna non lo guardava più, e continuava ad abbracciare Nelly singhiozzando.


- L'ultimo giorno prima di morire, verso sera, la mamma mi chiamò a sé, mi prese una mano e mi disse: «Morirò oggi, Nelly», voleva dire ancora qualche cosa, ma non poté. Io la guardavo, ma lei sembrava non vedermi più, continuava soltanto a stringere tra le sue la mia mano.


Io gliela tolsi, piano piano, e mi slanciai fuori di casa; feci tutta la strada di corsa e tornai dal nonno. Quando mi vide, balzò dalla sedia, sbarrò gli occhi e rimase tanto spaventato, che divenne pallido e tremò tutto. Io lo afferrai per la mano e non dissi altro che:

«Morirà subito!». Allora, ad un tratto, si affaccendò pieno di agitazione, afferrò il bastone e mi corse dietro, dimenticando persino il berretto. Faceva freddo, io presi il berretto e glielo misi in testa, e tutti e due uscimmo di corsa. Gli facevo fretta, gli dissi di prendere una carrozza perché la mamma poteva morire da un momento all'altro; ma il nonno non aveva che sette copeche. Fermava le vetture e cominciava a discutere il prezzo della corsa coi vetturini, ma essi ridevano e si burlavano di lui e di Asorka, che ci correva dietro. E noi correvamo avanti. Il nonno era molto stanco e respirava a stento, ma continuava ad affrettarsi e a correre. A un tratto cadde, e il berretto gli volò lontano. Lo aiutai a rialzarsi, gli rimisi il berretto in testa e lo condussi per mano, ma arrivammo a casa soltanto poco prima di notte... La mamma era già morta! Quando il nonno la vide, agitò le braccia, e, scosso da un forte tremito rimase a guardarla senza pronunciar parola. Allora mi avvicinai alla mamma morta, afferrai la mano del nonno e gli gridai: «Guarda, uomo cattivo e crudele, ecco, guarda!... guarda!». Il nonno gettò un grido e cadde per terra come morto...


Nelly, liberandosi dall'abbraccio di Anna Andrejevna, balzò in piedi e si piantò in mezzo a noi, pallida, sfinita e impaurita. Ma Anna Andrejevna si gettò verso di lei, l'abbracciò ancora e gridò, come sotto l'impulso di un'ispirazione:

- Io, io ti farò da madre, adesso, Nelly, e tu sarai la mia bambina!

Sì, Nelly, andiamo via, lasciamo tutti quelli che sono crudeli e cattivi! Si burlino pure della gente, Dio, Dio terrà conto dei loro atti... Andiamo, Nelly, andiamocene di qua, andiamo!...


Né prima né dopo d'allora vidi mai Anna Andrejevna in un simile stato d'animo, né mai mi sarei immaginato che potesse agitarsi a tal punto.


Nicola Serghejevitc si alzò da sedere e le domandò, con voce spezzata:

- Dove vuoi andare, Anna Andrejevna?

- Da lei, da mia figlia, dalla mia Natascia! - gridò lei, trascinando con sé Nelly verso la porta.


- Aspetta! aspetta! fermati!

- Non c'è più da aspettare, uomo cattivo, cuore duro che sei! Ho aspettato abbastanza, e anche lei ha aspettato, ed ora, addio!

Così dicendo, la vecchietta si voltò, guardò il marito e rimase di stucco. Nicola Serghejevitc stava davanti a lei col cappello in mano, e con mani tremanti e prive di forza cercava d'infilare il soprabito.


- Anche tu... vieni anche tu con me? - gridò unendo le mani in un gesto di supplica e guardandolo con diffidenza quasi non osasse credere a tanta felicità.


- Natascia! dov'è la mia Natascia? Dov'è? Dov'è mia figlia? - gridò finalmente il vecchio. - Rendetemi mia figlia, la mia Natascia! Dov'è?

E afferrando il bastone, che mi affrettai a porgergli, si slanciò verso la porta.


Ma il vecchio non giunse alla soglia. L'uscio si spalancò, e Natascia, pallida, con gli occhi fiammeggianti, come in preda a un accesso di febbre, irruppe nella camera. Il suo vestito era gualcito e bagnato dalla pioggia. Il fazzoletto col quale si era coperta la testa le era caduto indietro, e grosse gocce di pioggia le brillavano sulle folte ciocche dei capelli scomposti. Entrò di corsa, vide il padre, e con un grido cadde in ginocchio dinanzi a lui, tendendogli le mani.




CAPITOLO 9


Ma egli la teneva già tra le braccia!...


L'afferrò, e, alzandola come una bambina, la portò verso la propria poltrona, la fece sedere, e cadde in ginocchio davanti a lei. Le baciava mani e piedi, si affrettava a baciarla, non poteva saziarsi della sua vista, come se non potesse credere ancora che fosse di nuovo con lui, che la vedesse, che la sentisse, lei, sua figlia, la sua Natascia. Anna Andrejevna l'afferrò tra le braccia singhiozzando, si strinse la testa della figliola contro il petto e rimase immobile in quell'abbraccio, senza più la forza di pronunciare una parola.


- Tesoro mio!... Vita mia!... Gioia mia!... - esclamava, in modo sconnesso, il vecchio, che aveva afferrato le mani di Natascia e ne contemplava come un innamorato il volto pallido, dimagrito, ma tanto bello, e gli occhi, in cui brillavano le lacrime. - Gioia mia, bambina mia! - ripeteva, poi tornava a tacere, guardandola ebbro di devozione.


- Chi, chi mi ha detto che era dimagrita? - domandò con un breve, quasi infantile sorriso, rivolgendosi a noi tutti e rimanendo inginocchiato.


- E' vero, è pallidina, è magrolina, ma guardatela com'è bella!

Persino più bella di prima; sì, più bella! - aggiunse, tacendo poi sotto la pressione di un dolore fatto di gioia, che forse gli spezzava l'anima in due.


- Alzatevi, babbo! alzatevi, - diceva Natascia. - Ho tanto desiderato anch'io di baciarvi!...


- Oh, cara! Hai sentito, hai sentito, Annuska, come l'ha detto bene?

Ed egli strinse Natascia a sé, quasi spasmodicamente.


- No, Natascia, io, io devo rimanere prosternato ai tuoi piedi, finché il mio cuore non avrà sentito che mi hai perdonato; perché io non potrò mai, mai meritare il tuo perdono! Ti ho rinnegata, ti ho maledetta, capisci, Natascia? Ti ho maledetta, e ho avuto il coraggio di farlo!... E tu, e tu, Natascia, come hai potuto credere che ti avessi maledetta? Perché l'hai creduto! l'hai creduto! Non dovevi crederlo! Ecco, non dovevi crederlo! Non dovevi crederlo! Ecco, non dovevi crederlo! Cuoricino crudele! Perché non sei venuta da me?

Sapevi bene come ti avrei accolta... Ah, Natascia, ti ricordi quanto bene ti volevo prima? Ebbene, adesso e in tutti questi mesi ti ho amata due, mille volte più di prima! ... Ti amavo col sangue! Per te, avrei strappato, col sangue, la mia anima, mi sarei lacerato il cuore e l'avrei deposto ai tuoi piedi! .. Ah, gioia mia!

- Ma baciatemi, dunque, uomo crudele, baciatemi sulla bocca, sul viso, come mi bacia la mamma! - esclamò Natascia con voce addolorata, piena di lacrime di gioia.


- E anche sugli occhietti! Anche sugli occhietti! Ti ricordi come facevo prima? - ripeteva il vecchio, dopo un lungo e dolce abbraccio.


- Ah, Natascia, ti sei mai sognata di noi? Io ti ho sognata quasi ogni notte, e ogni notte tu venivi da me e io piangevo su di te; e una volta venisti come quando eri piccina, ti ricordi? (quando avevi dieci anni e incominciavi appena a suonare il pianoforte), venisti in un vestitino corto, con un paio di scarpette belline belline, e con quelle manine rosse... vero, Annuska, che allora aveva sempre le manine rosse? venisti da me, ti sedesti sulle mie ginocchia e mi abbracciasti... E tu, e tu, bimba cattiva, tu potevi credere che io ti avessi maledetta, che non ti avrei accolta, se fossi venuta!... Ma se io... Ascoltami, Natascia: io venivo spesso da te, nessuno lo sapeva, nemmeno tua madre lo sapeva; talvolta, mi fermavo sotto le tue finestre, talvolta ti aspettavo. Mi succedeva di rimanere dodici ore così, su qualche punto del marciapiede, vicino al tuo portone!

Aspettavo, nella speranza di vederti uscire, per poterti guardare, non fosse che da lontano! Spesso, tu mettevi una candela accesa sulla finestra; quante volte, Natascia, sono venuto per guardare la tua candela, per vedere la tua ombra, per benedirti, di sera. E tu, mi benedivi, prima di andare a letto? Hai mai pensato a me? Non te lo diceva il cuore che ero là, sotto la tua finestra? Quante volte, d'inverno, a tarda ora della notte, salivo la tua scala e rimanevo sul pianerottolo buio, origliando alla tua porta, nella speranza di udire la tua vocina, di sentirti ridere. Maledetta? Ma se una sera sono venuto per perdonarti, sono venuto proprio fino al tuo uscio, poi tornai indietro! Ah, Natascia!

Egli si alzò, la sollevò dalla poltrona e se la strinse fortemente al cuore.


- E' qui ancora, qui sul mio cuore! - esclamò. - Dio, Ti ringrazio! Ti ringrazio per tutto, per tutto: per la Tua ira e per la Tua pietà! ...


E per il Tuo sole che venne a risplendere sopra di noi dopo la tempesta! Ti ringrazio per questo momento! Ah, siamo pure offesi, siamo pure umiliati, ma siamo ancora tutti insieme, e che importa se gli orgogliosi e gli alteri, che ci hanno umiliati, trionfano adesso?

Che importa se ci gettano la pietra? Non temere, Natascia... Andremo loro incontro tenendoci per mano, ed io dirò loro: «Questa è la mia cara, la mia innocente figliola, che voi avete offesa e umiliata, ma che io amo e benedico nei secoli dei secoli!».


- Vania! Vania! - esclamò Natascia, con voce debole, tendendomi la mano dalle braccia del padre.


Come potrei dimenticare che, in un simile momento, ella non mi dimenticò e pensò invece a me?

- Ma dov'è Nelly? - domandò il vecchio.


- Dov'è? - domandò la vecchia. - Povera bambina, l'abbiamo lasciata così!

Ma Nelly non era più nella stanza; era scivolata, senza essere vista, nella camera da letto.


Tutti vi si diressero. Stava nell'angolo dietro alla porta, dove si era sottratta ai nostri sguardi.


- Nelly, che hai, figliola mia? - domandò il vecchio, facendo per abbracciarla.


Ma lei lo fissò con uno strano e lungo sguardo.


- La mamma! dov'è la mia mamma? - disse come fuori di sé. - Dov'è la mia mamma? - gridò un'altra volte, tendendo verso di noi le braccine tremanti.


E, improvvisamente, un terribile, uno spaventevole grido le uscì dal petto; le convulsioni la sfigurarono, e cadde per terra, in un terribile attacco di epilessia.




EPILOGO


Eravamo a metà giugno. La giornata era calda e soffocante; non era possibile rimanere in città: polvere, calce, lavori edilizi, pietre infuocate... l'aria era avvelenata di esalazioni... Ma ecco, oh gioia!

il primo rombo di tuono; a poco a poco il cielo si coprì di nuvole; il vento cominciò a soffiare, cacciando avanti a sé una nube di polvere.


Grosse gocce caddero pesantemente sulla terra, poi, ad un tratto, come se il cielo si fosse aperto, torrenti d'acqua si rovesciarono sulla città Quando, mezz'ora dopo, brillò di nuovo il sole, aprii la finestra della mia stamberga e aspirai avidamente, con tutta la forza del mio petto stanco, quell'aria fresca e ristoratrice. Inebriato, feci l'atto di gettare la penna, e mi venne in mente di mandare al diavolo l'editore e tutti i miei affari, e correre dai "nostri" all'isola Vassiljevski. Ma per grande che fosse la tentazione, seppi vincerla, e mi gettai di nuovo sulle mie carte con una specie di frenesia: dovevo finire ad ogni costo! L'editore me l'aveva imposto, e non mi avrebbe dato altro denaro, prima che avessi finito il lavoro.


Ero aspettato là, ma, in compenso, sarei stato completamente libero tutta la sera, libero come il vento, e quella sera mi avrebbe ricompensato largamente delle due giornate e delle due notti ultime di lavoro, durante le quali ero riuscito a scrivere, tutto di seguito, tanto da riempirne tre buoni fogli di stampa.


Ed ecco, finalmente, terminato il mio lavoro! Gettai via la penna e mi alzai, avvertendo un forte dolore nella schiena e nel petto, e con la testa intontita. Sapevo che in quel momento il mio sistema nervoso era scombussolato all'ultimo grado e nelle orecchie mi risuonavano ancora le ultime parole dette dal mio vecchio dottore: «No, nessuna complessione, anche sana, può resistere a tali sforzi; è assolutamente impossibile!».


Nondimeno, fino a quel momento, la cosa era stata possibile! Avvertivo un forte capogiro, le gambe mi reggevano a stento, ma una gioia immensa, sconfinata, mi colmava il cuore. Il romanzo era terminato, e l'editore, sebbene fossi con lui fortemente indebitato, mi avrebbe dato senza dubbio qualche cosa ancora, vedendosi la preda fra le mani; chissà, forse mi avrebbe dato una cinquantina di rubli, ed era un pezzo che non disponevo più di una somma simile. Libertà e denaro!...


Esultante di gioia, afferrai il cappello, mi cacciai sotto il braccio il manoscritto e mi precipitai di gran carriera, per fare in tempo a trovare a casa il nostro preziosissimo Alessandro Petrovitc.


Lo trovai che stava per uscire. Aveva, a sua volta, terminato anch'egli proprio allora di concludere un affare non letterario, ma indubbiamente per lui molto vantaggioso, e, avendo finalmente accomiatato il bruno ebreuccio, col quale era rimasto per due ore di seguito rinchiuso nello studio, mi tese affabilmente la mano e s'informò con la sua solita simpatica voce di basso della mia salute.


Era un uomo dal cuore buonissimo, Alessandro Petrovitc, e, scherzi a parte, gli ero molto obbligato. Non gli si poteva far colpa d'avere scelto,nel campo delle lettere, la parte dell'editore, dell'impresario anzi. Aveva intuito che la letteratura aveva bisogno anch'essa di un impresario: sia gloria ed onore a lui di averlo capito in tempo! gloria ed onore d'impresario, si capisce!

Accolse con un gradevole sorriso la notizia che la mia opera era terminata, e che, quindi, il prossimo numero della sua rivista aveva assicurato la sua rubrica principale; si meravigliò che avessi potuto portare a termine qualche cosa, e fece, garbatamente, un po' di spirito su questo argomento. Si avvicinò poi alla cassaforte per prendervi i cinquanta rubli promessimi e, contemporaneamente, mi porse un fascicolo di un'altra voluminosa rivista a noi ostile, informandomi che, nelle colonne di critica, c'erano alcune righe a proposito del mio ultimo racconto.


L'articolo era firmato «Copista». Non mi biasimava troppo, ma nemmeno mi lodava, e io ne rimasi molto contento. Il «Copista», però, diceva, tra l'altro, che le mie opere in generale, «sanno di sudore» intendendo dire con questo che le lavoro e le rifinisco al punto da nauseare.


L'editore e io scoppiammo in una rumorosa risata. Lo informai che il mio ultimo raccolto era stato scritto in due notti e che i tre fogli consegnatigli proprio allora li avevo buttati giù in due giorni e due notti. Se il «Copista» l'avesse saputo, certo non avrebbe potuto rimproverare di meticolosità e di noiosa lentezza il mio lavoro.


- Però, è colpa vostra, Ivan Petrovitc. Perché ritardate sempre il vostro lavoro, tanto che poi dovete lavorare di notte?

Alessandro Petrovitc era, senza dubbio, un uomo simpaticissimo, ma aveva la debolezza di vantarsi del proprio acume letterario, anche davanti a coloro che, come avrebbe potuto supporlo egli stesso, lo conoscevano a fondo. Io, però, non avevo alcuna voglia di mettermi a discutere con lui di letteratura; presi il denaro e stesi la mano verso il mio cappello. Alessandro Petrovitc era in procinto di recarsi anche lui alle isole, dove possedeva una villa, e saputo che anch'io dovevo andare all'isola Vassiljevski, gentilmente si offrì di accompagnarmi nella sua carrozza.


- Ho una carrozza nuova: non l'avete ancora vista? E' molto graziosa!

Scendemmo sotto il portone. La carrozza era, infatti, graziosissima, e Alessandro Petrovitc, che ne era entrato in possesso da pochi giorni soltanto, provava uno straordinario piacere, oserei dire un certo obbligo morale di offrire scarrozzate ai conoscenti.


In carrozza, Alessandro Petrovitc riprese a discutere di letteratura moderna. Siccome non gli ispiravo soggezione di sorta, così non aveva alcun ritegno di ripetere con la massima tranquillità pensieri e giudizi altrui, uditi in quei giorni da qualche letterato che godeva la sua stima e cui prestava fede.


Gli capitava, così, di manifestare una grande stima per cose in realtà disparatissime. Talvolta, si dava pure il caso che si confondesse, ripetendo l'opinione udita a proposito di una cosa, mentre parlava di un'altra, originando, così, inverosimili pasticci, e vere e proprie assurdità. Seduto al suo fianco, io l'ascoltavo in silenzio, meravigliandomi tra me della varietà e della stranezza delle passioni umane.


«Ecco, quest'uomo, per esempio», pensavo tra me, «non si accontenta di accumulare ricchezze, no; vuole assolutamente anche la gloria, la gloria letteraria, la gloria di un buon editore, di un critico».


In quel momento egli si sforzava di espormi chiaramente un'idea letteraria che aveva udita proprio da me circa tre giorni prima, e contro la quale aveva allora altamente protestato; e me l'esponeva come fosse sua. Dimenticanze del genere ne accadevano spesso ad Alessandro Petrovitc, tanto che i suoi conoscenti, cui quell'innocente debolezza era ben nota, non vi facevano più caso. E come era contento, quel giorno, mentre perorava così nella propria vettura! come era soddisfatto della propria sorte! quanto era affabile e ben disposto con tutti! Sapeva condurre quella discussione tra letteraria e scientifica con molta abilità, e persino il suono della sua voce bassa e morbida aveva in sé qualche cosa di dottorale. Tratto tratto si lasciava andare a ragionamenti "liberalistici", ed esprimeva la persuasione, ingenuamente scettica, che nella nostra letteratura, come pure in qualunque altra letteratura, nessuno può essere onesto né modesto, e che per allora non esisteva altro che il desiderio di «schiaffeggiarsi a vicenda», specialmente nel periodo degli abbonamenti. Nel frattempo, io pensavo tra me che Alessandro Petrovitc era disposto a considerare ogni letterato che fosse onesto e sincero, se non proprio come un imbecille, come un ingenuo. Senza dubbio, una tale opinione doveva essere il legittimo risultato dell'estrema innocenza di Alessandro Petrovitc.


Ma non l'ascoltavo più, ormai. Giunti all'isola Vassiljevski, mi lasciò scendere dalla carrozza, e io corsi dai "miei". Ecco la tredicesima linea, ecco la loro casetta! Anna Andrejevna, scortomi appena, mi minacciò col dito, agitò le mani ed emise uno «st» perché non facessi rumore.


- Nelly si è addormentata or ora, poveretta, - mi sussurrò rapidamente. - Per amor di Dio, non fatela svegliare! E' tanto indebolita, quella cara bambina! Temiamo tanto per lei! Il dottore dice che, per adesso, non c'è nulla di grave. Ma da quel tuo dottore, non si riesce mai a ottenere una risposta precisa. Ti abbiamo aspettato per il pranzo, Ivan Petrovitc; sei proprio un uomo senza vergogna: sei stato due interi giorni senza farti vedere.


- Vi ho ben detto, l'altro ieri, che sarei stato per due giorni senza venire qui. Avevo da finire un lavoro urgentissimo, - risposi sottovoce ad Anna Andrejevna.


- Avevi, però, promesso che saresti venuto a pranzo. Perché non sei venuto? Nelly si era alzata apposta dal letto, l'abbiamo fatta sedere in una poltrona comoda, quel nostro angioletto, e l'abbiamo portata in sala da pranzo. «Voglio spettare Vania con voi», diceva, e il nostro Vania, invece, non si è fatto vedere. Ora sono quasi le sei! Dove sei stato tutto questo tempo? Discolo che non sei altro! E' rimasta così dispiaciuta, che siamo riusciti a stento a consolarla; grazie a Dio, ora si è addormentata, quella cara piccina. Nicola Serghejevitc è andato fuori (tornerà per il tè), sono dunque sola, a tribolare... Gli offrono un impiego, ma quando penso che bisognerebbe andare ad abitare a Perm, mi si stringe il cuore...


- Dov'è Natascia?

- E' là in giardino, mio caro, là in giardino! Va a trovarla. E' diventata anche lei così strana, adesso... io non ci capisco più nulla.. Ah, Ivan Petrovitc, sapessi che peso ho sul cuore! Continua a ripetere che è allegra e contenta ma io non le credo... Va a trovarla, Vania, e poi vieni a riferirmi di nascosto che cos'ha... Capisci?

Ma io non l'ascoltavo già più: e corsi nel giardinetto. Quel giardinetto apparteneva alla casa; poteva essere lungo un venticinque passi e largo altrettanto, ed era tutto verde. C'erano alti e vecchi alberi frondosi, alcune giovani betulle, alcuni cespi di lilla, di gelsomini; in un angolo crescevano i lamponi, c'erano due aiuole di fragole, e due stretti, sinuosi sentieri lo percorrevano in ogni senso. Il vecchio ne era entusiasta, e assicurava che presto vi sarebbero spuntati anche i funghi. Quel che più dava importanza al giardinetto, però, era il fatto che Nelly se ne era addirittura innamorata, (spesso la portavano fuori in poltrona) e Nelly, bisogna dirlo, era ormai l'idolo di tutta la casa. Ma ecco Natascia; mi accolse con gioia e mi tese la mano. Com'era dimagrita! quanto era pallida! Si era anche lei alzata da poco, dopo una grave malattia.


- Hai proprio finito, Vania? - mi domandò.


- Ho terminato tutto: sono completamente libero, questa sera!

- Dio ne sia lodato! Hai fatto in fretta! Ma non l'avrai un po' sciupato, alle volte, quel lavoro?

- No, non lo credo! Del resto, quando mi abbandono a un lavoro così intenso, nasce in me una speciale tensione nervosa; vedo le cose in modo più chiaro, capisco e sento in modo più vivo, più profondo, e persino lo stile si lascia dominare da quella mia agitazione nervosa..


Potrei dire che più lavoro intensamente, meglio mi riesce di fare.


Tutto va bene..


- Ah, Vania, Vania!

Mi ero accorto che Natascia, negli ultimi tempi, era diventata molto gelosa dei miei successi letterari e della mia fama. Si era messa a leggere per la seconda volta tutto ciò che avevo pubblicato in quell'ultimo anno, e continuava a interrogarmi sui miei piani per l'avvenire; si interessava di ogni critica fattami, si irritava di quelle non benevole e voleva assolutamente che conquistassi un bel posto nella letteratura. Esprimeva poi quei suoi desideri con tanta forza e con tanta insistenza, che cominciavo persino a meravigliarmi dell'attuale direzione che prendevano i suoi pensieri.


- Finirai per esaurirti, Vania, - mi diceva, - facendo violenza in questo modo su te stesso; sciuperai il tuo ingegno, e, quel che è peggio, ti rovinerai la salute. Guarda S*** -, non scrive più di una novella ogni due anni. N*** - , poi, ha pubblicato un solo romanzo in dieci anni. Nota, però, come il loro lavoro è curato, preciso, definitivo! Non ci puoi trovare il più piccolo neo.


- Sì, ma quelli sono ricchi; la loro esistenza è assicurata; non lavorano a termine fisso! io, invece, sono un ronzino di piazza. Ma sono tutte sciocchezze, queste! Lasciamole andare, amica mia. Non c'è nulla di nuovo?

- Oh, c'è molto! Anzitutto, una sua lettera.


- Ancora?

- Sì.


E mi porse una lettera di Alioscia. Era la terza, dopo la loro separazione. La prima l'aveva mandata da Mosca; si sarebbe detto che l'avesse scritta durante una crisi di nervi. Annunciava in essa che, per un fortuito concorso di circostanze, non poteva in nessun modo tornare da Mosca a Pietroburgo, come era stato stabilito fra loro prima della separazione. Nella seconda, ci annunciava il suo prossimo arrivo, che doveva aver luogo entro pochi giorni, per celebrare il suo matrimonio con Natascia, che la cosa era decisa, e che non c'era forza al mondo che potesse impedirgli di effettuare il suo piano. Dal tono della lettera, però, si capiva benissimo che era disperato, che le influenze esterne lo avevano già soggiogato, e che non aveva più fede in se stesso. Diceva, tra l'altro, che Katia era la sua Provvidenza, l'unica persona che riuscisse a consolarlo e a sostenerlo. Aprii con avidità quell'ultima lettera, la "terza".


Era scritta su due fogli, in modo frammentario, disordinato e frettoloso; la scrittura era quasi inintelligibile; ovunque c'erano macchie d'inchiostro e tracce di lacrime. La lettera cominciava con una vera e propria rinuncia a Natascia, cui Alioscia consigliava di dimenticarlo. Si sforzava di provarle che la loro unione era impossibile, che le influenze altrui, ostili a tale unione, erano più forti di ogni altra cosa, e che, infine, così doveva essere; Natascia e lui sarebbero stati infelici insieme, non essendo fatti l'uno per l'altra. Non aveva, però, resistito fino in fondo in quello stato d'animo, e gettando improvvisamente lontano da sé tutti i ragionamenti e le prove, in quella stessa lettera, senza nemmeno distruggerne la prima parte, confessava di essere un delinquente, nei confronti di Natascia, un uomo rovinato, incapace di ribellarsi alla volontà del padre, che era andato a raggiungerlo in campagna. Scriveva di non avere forze per poter descrivere le proprie sofferenze; confessava, tra l'altro, di sentire in sé la piena possibilità di rendere felice Natascia, e improvvisamente cominciava a dimostrare con ogni prova che loro due erano proprio fatti l'uno per l'altra; distruggeva rabbiosamente e ostinatamente le argomentazioni paterne, poi, in un accesso di disperazione, dipingeva il quadro della felicità che erano destinati a perdere, alla quale Natascia e lui avevano ogni diritto, e che avrebbero senza dubbio trovata, se si fossero sposati; malediceva se stesso per la debolezza della sua anima e... le diceva addio per sempre. La lettera era scritta in preda a una grande sofferenza; evidentemente, Alioscia l'aveva stesa travolto dal dolore. Leggendola mi vennero le lacrime agli occhi.


Natascia mi porse un'altra lettera: era di Katia. Questa lettera era acclusa a quella di Alioscia, ma in una busta a sé. Katia comunicava molto brevemente, in poche righe, che Alioscia era realmente molto triste, che piangeva spesso e sembrava disperato, un po' ammalato, perfino, ma che "ella" lo vegliava ed egli sarebbe stato felice con lei. Fra l'altro, Katia cercava di persuadere Natascia che la tristezza di Alioscia non era punto superficiale, e che certo egli non si sarebbe consolato tanto presto.


«Non vi dimenticherà mai», aggiungeva Katia; «non potrebbe farlo nemmeno se lo volesse; il suo cuore è fatto così; non è di quelli che dimenticano; vi ama immensamente e vi amerà sempre; e se un giorno dovesse cessare di amarvi, se l'angoscia che produce in lui il vostro ricordo dovesse diminuire anche di un solo punto, smetterei subito anch'io di amarlo...».


Restituii le due lettere a Natascia; ci scambiammo uno sguardo, ma non pronunciammo parola. Così era stato, anche in occasione delle due prime lettere, e, in generale, evitavamo sempre di parlare del passato, come se tra noi ci fosse un'intesa a quel proposito. Soffriva terribilmente, lo vedevo benissimo, ma non voleva confessarlo nemmeno a me.


Dopo il ritorno nella casa paterna, Natascia era rimasta a letto tre settimane gravemente ammalata, e si era appena rimessa. Parlavamo poco anche del prossimo cambiamento, sebbene sapesse che suo padre aveva trovato un impiego e che dovevamo separarci. Ciò nonostante, mi dimostrava tanta tenerezza e tanta premura, si interessava talmente di quanto mi riguardava, ascoltava con tanta attenzione, viva e insistente, quello che mi costringeva a narrarle di me facendomi domande su domande, che, sulle prime, mi sentii a disagio: mi pareva che volesse compensarmi di quanto avevo fatto e sofferto in passato.


Quel sentimento, però, non tardò a scomparire, e compresi che era mossa da altri desideri, che semplicemente mi voleva bene, un bene illimitato, che non le permetteva di vivere senza di me, senza occuparsi di tutto ciò che mi riguardava; credo che nessuna sorella abbia mai voluto a suo fratello un bene pari a quello che Natascia voleva a me. Sapevo benissimo che il pensiero del nostro prossimo distacco le opprimeva il cuore, che ne soffriva; sapeva che nemmeno io potevo vivere senza di lei, ma evitavamo entrambi di parlarne, sebbene le nostre conversazioni si aggirassero spesso intorno ai prossimi eventi.


Domandai di Nicola Serghejevitc.


- Credo che tornerà presto, - rispose Natascia; - ha promesso di essere a casa per il tè.


- Continua sempre le pratiche per quel suo impiego?

- Sì. Ormai, però, quel posto gli è stato assicurato, e oggi, in realtà, non aveva alcuna ragione di andar laggiù; avrebbe potuto benissimo andarci domani, - aggiunse Natascia impensierita.


- Perché se n'è andato, allora?

- Perché ho ricevuto la lettera..


- E' tanto "malato di me", - aggiunse Natascia dopo un breve silenzio, - che talvolta mi è persino penoso, Vania. Si direbbe che di notte non faccia che sognare di me. Sono persuasa che ormai non ha altro per la testa, che non sia il modo come io vivo, la mia salute e i miei pensieri. Ogni mia sofferenza si ripercuote in lui. Vedo perfettamente come, talvolta, in modo molto goffo, cerca di vincersi, di lasciarci credere che non soffre punto per me; finge di essere allegro, si sforza di ridere e di farci ridere. In quei momenti, anche la mamma si sente inquieta, non crede alla sua allegria, e continua a sospirare...


Non sa proprio fare... Un'anima retta! - aggiunse ridendo. - Oggi, non appena ricevetti la lettera, trovò subito un pretesto per fuggire, al fine di non incontrare il mio sguardo... L'amo più di me stessa, più di ogni persona al mondo, Vania, - aggiunse abbassando la testa e stringendomi la mano; - più di te persino...


Facemmo due volte il giro del giardino, prima che riprendesse la parola.


- Oggi, è venuto da noi Maslobojev; anche ieri è venuto, - disse.


- Sì, in questi ultimi tempi, ha preso l'abitudine di venire spesso a trovarvi.


- E sai perché viene così di spesso? La mamma crede in lui come in non so chi. Lo crede esperto come nessun altro in tutto ciò che riguarda le leggi e le loro applicazioni, tanto esperto da potersela cavar bene in qualunque affare. Che ne pensi? Quale può essere l'idea della mamma in questo momento? La mamma, in cuor suo, è molto afflitta che io non sia diventata principessa. Se ne addolora molto, e quella continua angoscia le guasta la vita. Credo che si sia interamente confidata con Maslobojev. Ha timore a parlarne al babbo, e pensa che forse Maslobojev potrebbe esserle utile, scoprendo qualche legge che faccia al caso nostro. Maslobojev, a quanto pare, non la dissuade, e lei gli offre sempre il vino, - aggiunse Natascia sorridendo.


- Quel birbone sarebbe certo capace di illuderla. Ma tu, come lo sai?

- Ma, la mamma stessa si è lasciata sfuggire il segreto, sai, con allusioni...


- E Nelly? Come sta? - domandai.


- Ecco, tu mi meravigli, Vania! Aspetti adesso a chiedere di lei? - mi domandò Natascia in tono di rimprovero.


Nelly era l'idolo di tutta la casa. Natascia le voleva ora un gran bene, e finalmente, anche Nelly si era affezionata a lei con tutto il cuore. Povera bambina! Non aveva mai pensato di poter incontrare gente come quella, di trovare tanto amore, e io avevo visto con gioia addolcirsi il suo cuoricino inasprito e aprirsi a tutti noi la sua anima. Rispondeva ora con ardore quasi morboso all'amore di cui la circondavamo tutti quanti, così diverso da ciò che aveva costituito il suo passato e aveva fomentato in lei la diffidenza, la malizia e l'ostinazione che prima la dominavano. Anche questa volta, però, Nelly aveva resistito a lungo, cercando di nasconderci le lacrime della pacificazione che le traboccavano dal cuore; comunque, aveva finito per darsi a noi completamente. Si affezionò molto a Natascia, poi al vecchio. Quanto a me, le ero diventato così necessario, che quando stavo a lungo senza lasciarmi vedere, il suo stato di salute peggiorava addirittura.


L'ultima volta che l'avevo veduta, prima di separarmi da lei per due giorni, onde avere il tempo di portare a termine il mio trascurato lavoro, c'era voluto non poco per convincerla della necessità di quella mia assenza, e avevo dovuto ricorrere a sotterfugi. Nelly si vergognava ancora di manifestare troppo direttamente e calorosamente il sentimento che nutriva per me...


Eravamo tutti fortemente inquieti per lei. Senza che si avesse mai avuto alcuna discussione in merito, era stato deciso, con un tacito accordo, che la ragazzetta sarebbe rimasta per sempre in casa di Nicola Serghejevitc, e intanto il giorno della partenza si avvicinava e la salute di Nelly andava sempre peggiorando. Era caduta ammalata il giorno stesso che era venuta con me dai vecchi, quando Natascia si era riconciliata coi suoi. Ma che dico? Ammalata era stata sempre. La malattia si aggravava in lei a poco a poco anche prima, ma adesso progrediva con una rapidità straordinaria. Non era possibile definire con precisione il suo male. Vero è che gli attacchi di epilessia si succedevano in lei sempre più frequenti; ma la cosa più grave era l'esaurimento generale della sua persona, la debolezza estrema, la febbre continua e un continuo stato di agitazione, che negli ultimi giorni l'avevano ridotta al punto di non poter più abbandonare il letto. E, cosa strana, più era vinta dal male, più si faceva dolce, carezzevole, comunicativa con noi tutti. Tre giorni prima, mi aveva afferrato la mano mentre passavo accanto al suo letto, e mi aveva attirato a sé. Non c'era nessuno nella camera. Il viso le ardeva di febbre (era terribilmente dimagrito), i suoi occhi lanciavano fiamme.


Con un gesto convulso e passionale, si protese verso di me, e quando mi chinai, mi cinse il collo con le braccia brune e dimagrite e mi baciò forte, poi mi fece subito chiamare Natascia; io andai a cercarla; Nelly voleva assolutamente che Natascia venisse a sedersi sul suo letto e la guardasse...


- Anch'io voglio guardarvi, - disse. - Ieri ho sognato di voi e anche questa notte sognerò di voi... Vi vedo spesso, in sogno... ogni notte...


Evidentemente, desiderava esprimere qualche cosa, i suoi sentimenti le opprimevano il cuore, ma non riusciva ad esternarli.


Amava Nicola Serghejevitc più di tutti gli altri, eccettuato me, s'intende. Bisogna, però, dire, che anche Nicola Serghejevitc le voleva bene quasi quanto a Natascia. Egli era dotato di una capacità speciale di rallegrare e divertire Nelly. Non appena si recava da lei, cominciavano subito forti risate e birichinate da non dirsi. La povera malatina diventava allegra quanto mai, civettava col vecchio, si burlava leggermente di lui, gli raccontava i propri sogni, inventando sempre qualche cosa, si faceva pure narrare qualche storia, e il vecchio era così lieto, si sentiva così contento guardando la «sua piccola figliola Nelly», che ogni giorno si sentiva più entusiasta di lei.


- Dio ce l'ha mandata per ricompensarci dei nostri dolori, - mi disse una volta, uscendo dalla camera di Nelly, dopo averla benedetta per la notte, come al solito, con un segno di croce.


Quasi ogni sera, quando ci radunavamo tutti (Maslobojev veniva pure quasi ogni volta), arrivava il vecchio dottore, che si era affezionato con tutta l'anima agli Ikmenev; allora facevamo sedere Nelly nella poltrona, perché potesse rimanere con noi intorno alla tavola rotonda.


Aprivamo la porta del balcone. Il giardinetto verde si stendeva davanti a noi, illuminato dal sole al tramonto. Ci arrivava l'odore del fogliame fresco e del lilla in fiore. Nelly rimaneva seduta nella poltrona girando su di noi uno sguardo affettuoso, e ascoltando la nostra conversazione. Talvolta, si animava anche lei e, quasi senza accorgersene, entrava pure in conversazione, e cominciava a raccontare qualche cosa... In tali momenti, però, l'ascoltavamo sempre un po' inquieti, perché nei suoi ricordi c'erano argomenti cui non si doveva alludere. Io, Natascia e gli Ikmenev eravamo coscienti della colpa commessa nei suoi riguardi il giorno in cui, tremante e straziata, l'avevamo costretta a narrarci la sua storia. Chi, più di tutti, era contrario alla rievocazione di quei ricordi, era il dottore, e ogni volta che se ne mostrava la necessità, era abilissimo nel trovar modo di cambiare l'argomento della conversazione. In tali casi, Nelly cercava di non farci vedere che si accorgeva dei nostri sforzi, e cominciava a scherzare col dottore o con Nicola Serghejevitc.


Il suo stato di salute, però, peggiorava di continuo. Era diventata sensibile fino all'esagerazione. Il suo cuore non funzionava regolarmente. Il dottore mi confidò che avrebbe potuto morire da un momento all'altro.


Non lo dissi agli Ikmenev, per non inquietarli. Nicola Serghejevitc era persuaso che la piccina si sarebbe ristabilita durante il viaggio.


- Ecco, il babbo è tornato, - disse Natascia avendone sentito la voce.


- Andiamo da lui, Vania!

Nicola Serghejevitc, com'era sua abitudine, non appena varcata la soglia di casa, si era messo a parlare ad alta voce. Anna Andrejevna, spaventata, agitò le braccia, e il vecchio abbassò subito la voce.


Avendo poi visto Natascia e me, cominciò a raccontarci in un sussurro affrettato il risultato delle sue corse: l'impiego, per ottenere il quale aveva fatto tante pratiche, gli era assicurato, e ciò lo rendeva molto contento.


- Potremo metterci in viaggio fra due settimane, -disse fregandosi le mani e gettando di sbieco uno sguardo preoccupato a Natascia.


Ma lei gli rispose con un sorriso e lo abbracciò, e i suoi dubbi svanirono subito.


- Andremo via, amici miei; andremo via! - continuò soddisfatto. - Ecco, una cosa sola mi addolora, Vania: l'idea di separarmi da te - (osserverò che mai, neppure una volta, mi aveva proposto di seguirli; cosa che, dato il suo carattere, non avrebbe certo mancato di fare...


in altre circostanze, cioè se non fosse stato al corrente del mio amore per Natascia). - Ma che fare, amici miei? Che fare? E' doloroso, Vania; ma questo cambiamento di posto ci rianimerà tutti... Cambiare di residenza è cambiare "tutto"! - aggiunse gettando un altro sguardo alla figlia.


Così egli credeva, ed era felice di credere.


- E Nelly? - domandò Anna Andrejevna.


- Nelly? Ebbene, la cara piccina è un po' malata, ma prima d'allora guarirà di sicuro. Ora si sente già meglio: che ne pensi, Vania? - mi domandò, come impaurito a un tratto, guardandomi inquieto, quasi toccasse a me risolvere i suoi dubbi. - Come sta? Come ha dormito? Non le è accaduto nulla? Che si sia svegliata? Sai Anna Andrejevna?

mettiamo subito il tavolino sulla terrazza, vi porteremo il samovar, verranno i nostri amici, e andremo tutti là a prendere il tè, e Nelly verrà con noi.. Ecco, benissimo. Chissà che non sia sveglia! Vado a vedere. La guarderò soltanto... non temere, non la sveglierò! - aggiunse, vedendo Anna Andrejevna agitare ancora le mani per fermarlo.


Ma Nelly era già sveglia. Venne il dottore, venne Maslobojev. Questi portò per Nelly un gran mazzo di lilla, ma sembrava preoccupato, corrucciato, persino.


A proposito: Maslobojev veniva quasi ogni giorno. Ho già detto che tutti, e specialmente Anna Andrejevna, si erano affezionati a lui in modo straordinario, ma di Alessandra Semionovna non veniva mai fatto parola ad alta voce né lasciata sfuggire la minima allusione ad alcuno di noi, come pure dallo stesso Maslobojev. Anna Andrejevna, avendo saputo da me che Alessandra Semionovna non era ancora moglie legittima di Maslobojev, aveva deciso tra sé che non solo non era possibile riceverla in casa, ma neppure parlarne. Ciò fu osservato scrupolosamente, e la cosa dipingeva tutto il carattere di Anna Andrejevna. Se non ci fosse stato Natascia, però, e se non fosse accaduto quello che era accaduto, forse non sarebbe stata tanto irriducibile su questo punto.


Nelly, quella sera, era particolarmente triste e sembrava persino preoccupata. Pareva che avesse avuto un brutto sogno e ne fosse rimasta impressionata. Nondimeno, fu molto contenta del regalo di Maslobojev, e guardava con ammirazione i fiori posti davanti a lei, - Ti piacciono molto i fiori, Nelly? - domandò il vecchio. - Aspetta!

- aggiunse animandosi, - domani stesso... ma è meglio che non dica nulla: lo vedrai domani!

- Sì, mi piacciono molto, - rispose Nelly. - Ricordo una sorpresa che facemmo una volta alla mamma coi fiori. La mamma, una volta, quando eravamo ancora "là" - ("là" significava all'estero), - si ammalò e rimase a letto per tutto un mese. Allora, io ed Enrico decidemmo di ornare tutto l'appartamento di fiori, il giorno in cui ella sarebbe uscita per la prima volta dalla sua camera, dove era rimasta tutto un mese senza muoversi. E così facemmo. La mamma aveva detto la sera prima che il giorno dopo sarebbe uscita per far colazione con noi. Ci alzammo di buon mattino. Enrico portò un mucchio di fiori e ornammo la sala da pranzo di festoni e di ghirlande. C'era dell'erica e anche certe foglie larghe, non so come si chiamano, e altre foglie ancora, che si attaccano a tutto, c'erano grandi fiori bianchi, dei narcisi, che mi piacciono più di ogni altro fiore, c'erano bellissime rose e un mucchio di altri fiori. Ne facemmo ghirlande, ne colmammo tutti i vasi, ne mettemmo un po' dappertutto; c'erano fronde tanto grandi, che parevano veri alberi piantati in grosse botti, li mettemmo negli angoli e presso la poltrona della mamma, e quando la mamma uscì, rimase molto meravigliata e anche contenta; anche Enrico era contento... Me lo ricordo bene..


Quella sera Nelly era particolarmente debole e nervosa. Il dottore l'osservava inquieto. Ma ella aveva un'immensa voglia di parlare. E continuò a lungo, fino al crepuscolo, a raccontarci episodi della sua vita di là; la lasciammo fare, senza mai interromperla. Aveva molto viaggiato, con la mamma e con Enrico, e i ricordi di allora sorgevano vivi nella sua memoria. Ci parlava commossa del cielo azzurro, di monti altissimi coperti di neve e di ghiacci, che aveva visti e aveva attraversati, di cascate d'acqua tra le montagne; poi dei laghi e delle valli d'Italia, di fiori e di alberi, della gente di campagna, dei loro vestiti, della loro carnagione scura e dei loro occhi neri; raccontava incontri ed episodi accaduti loro. Poi ci parlò delle grandi città e dei castelli, di un'alta chiesa, la cui cupola si illuminava di colpo di fuochi colorati poi ancora di una calda città meridionale, col cielo e il mare azzurri... Mai, prima di allora, Nelly ci aveva riferito con tutti questi particolari i suoi ricordi.


L'ascoltavamo con viva attenzione. I ricordi di cui ci aveva parlato fino allora erano altri, ricordi della tetra e cupa città, dall'atmosfera opprimente e soffocante, dall'aria avvelenata, con palazzi pregevoli sempre contaminati dal fango, con un sole pallido e opaco, e con gente cattiva, mezzo pazza, che aveva fatto tanto soffrire lei e sua madre. Mi sembrava di vederle entrambe sdraiate su un misero giaciglio, l'una nelle braccia dell'altra, nel sudicio sotterraneo, in una sera nebbiosa e buia, smarrite dietro i ricordi del loro passato, del loro defunto amico e delle meraviglie viste laggiù, in terre lontane... Ebbi anche la visione di Nelly che se ne ricordava da sola, già orfana della madre, quando la Bubnova, con le botte e la bestiale crudeltà, voleva piegarla e costringerla ad una brutta vita...


Infine Nelly si sentì male e la portammo a letto; il vecchio ne rimase molto spaventato, ed era anche molto indispettito di averle permesso di parlar tanto. Era stata colta da una specie di sincope. Un simile attacco si era già ripetuto alcune volte anche prima, negli ultimi tempi. Quando si sentì meglio, Nelly insistette che andassi da lei.


Voleva dirmi qualche cosa in segreto. Pregò per questo con tale ardore, che lo stesso medico insistette perché il suo desiderio fosse esaudito, e quindi tutti uscirono dalla camera.


- Senti, Vania, - disse Nelly, quando restammo soli, - io lo so: essi pensano che me ne andrò con loro; ma io non partirò, non posso farlo, rimarrò intanto con te; ecco quello che volevo dirti.


Cercai di persuaderla, dicendole che gli Ikmenev le volevano molto bene, che la consideravano come una loro figliola, che avrebbero sofferto una grande nostalgia di lei, mentre, in casa mia, la vita sarebbe stata per lei più penosa, e che, nonostante tutto il mio amore per lei, era giocoforza separarci.


- No, non è possibile! - rispose Nelly con insistenza. - La mamma viene spesso da me, in sogno, e mi dice di non andare con loro, ma di rimanere qui. Dice che ho commesso un grave peccato, lasciando solo il nonno, - e dicendo questo, continuava a piangere. - Voglio rimanere qui, Vania, e curare il nonno, Vania.


- Ma tuo nonno è morto, Nelly! - dissi dopo averla ascoltata con stupore.


Rimase soprappensiero e mi guardò fisso.


- Raccontami, Vania, raccontami un'altra volta come è morto il nonno.


Raccontami tutto, senza tralasciare nulla.


Rimasi stupito di quel suo desiderio, ma nondimeno cominciai a raccontarle i episodio con tutti i particolari. Sospettavo che avesse il delirio o che, per lo meno, dopo l'attacco, la sua mente fosse ancora un poco ottenebrata.


Ascoltò attentamente il mio racconto, e ricordo che i suoi occhi neri, scintillanti di una luce febbrile, mi fissarono senza staccarsi da me neppure un momento per tutto il tempo che durò la narrazione. Nella stanza regnava ormai l'oscurità.


- No, Vania, non è morto, - mi disse decisamente Nelly, dopo aver ascoltato il mio racconto e averci meditato sopra un momento. - La mamma mi parla spesso del nonno, e quando ieri le dissi: «Ma il nonno è morto», si afflisse immensamente, pianse e disse che non era vero, che me l'avevano detto per ingannarmi, che ora egli va in giro per le strade a chiedere l'elemosina, «come una volta facevamo noi», disse la mamma, «e continua a girare intorno a quel punto dove l'abbiamo visto io e te per la prima volta, quando sono caduta per terra e Asorka mi ha riconosciuta...».


- E' un sogno, Nelly, un sogno di malata, perché tu sei ammalata, Nelly, - le dissi.


- Anch'io ho sempre pensato che fosse un sogno, - disse Nelly, - e perciò non lo raccontai a nessuno. Volevo raccontarlo soltanto a te.


Ma oggi, quando mi sono addormentata dopo averti aspettato, vidi in sogno anche il nonno. Era seduto in casa sua, mi aspettava ed era magro da far spavento; mi disse che non mangiava da due giorni, e così pure Asorka; era molto irritato e mi rimproverava. Mi disse pure di non aver assolutamente più tabacco da fiuto, e che senza questo tabacco gli era impossibile vivere. E' verissimo, Vania! la stessa cosa me l'aveva già detta una volta che andai da lui dopo la morte della mamma. Era già gravemente malato, allora, e non capiva quasi più nulla. Oggi, quando sentii dirmi così da lui, pensai subito: andrò a mettermi sul ponte e chiederò l'elemosina: quando avrò abbastanza copeche, andrò a comprargli pane, patate e tabacco. Poi sognai di essere sul ponte e di chiedere l'elemosina; e intanto vedevo il nonno che mi girava attorno. Dopo aver aspettato un po', mi si avvicinò, guardò quanto mi avevano dato, e me lo tolse: «Questo», diceva, «è per il pane; ora comincia a chiedere per il tabacco». Io continuavo a mendicare ed egli mi si avvicinava e mi prendeva il denaro. Gli dissi che gli avrei dato tutto, anche senza che me lo togliesse a quel modo; che non volevo certo tenermelo per me. «No», mi disse, «tu mi derubi; anche la Bubnova mi ha detto che sei una ladra, e appunto per questo non ti prenderò mai con me. Dove hai messo l'altra moneta da cinque copeche?». Io cominciai a piangere perché il nonno non mi credeva; ma egli non mi ascoltava e continuava a gridare: «Hai rubato una moneta da cinque copeche!». E cominciò a battermi, lì, sul ponte, e mi picchiò forte. Ed io piansi dirottamente. Allora ho pensato, Vania, che non deve essere morto, ma deve girare chissà dove, aspettando sempre ch'io vada da lui...


Tentai ancora di persuaderla e di rassicurarla, e, a quanto mi parve, finalmente riuscii a convincerla. Mi diceva, ora, che aveva paura di addormentarsi, sapendo che avrebbe visto ancora il nonno. Infine mi abbracciò forte forte.


- Ad ogni modo, io non posso separarmi da te, Vania! - mi disse, premendo il visino contro le mie guance. - Anche se il nonno è morto davvero, io non posso staccarmi da te.


In casa, tutti erano rimasti molto spaventati dell'attacco che aveva avuto Nelly. Raccontai di nascosto al dottore tutti i sogni di lei e lo pregai di dirmi il suo definitivo parere sulla malattia della piccina.


- Non si può ancora precisare nulla, - mi rispose meditabondo. - Continuo a cercare, a meditare, a osservare, ma... non si può ancora precisare nulla. Genericamente parlando, la guarigione è impossibile.


Deve morire. Con loro non ne ho parlato, perché mi avete pregato di non farlo, ma domani stesso insisterò perché abbia luogo un consulto.


Può darsi che, dopo il consulto, la malattia prenda un'altra piega. Mi spiace tanto, povera piccina, proprio come se fosse mia figlia...


Cara, cara bambina! Ha una mente così vivace!

Nicola Serghejevitc era più agitato degli altri.


- Ecco che cosa ho pensato, Vania, - disse; - a Nelly piacciono molto i fiori. Sai che faremo? Facciamole un'accoglienza come quella che fece una volta con Enrico alla sua mamma, coi fiori, come ci ha raccontato oggi... Ne parlava con tanta emozione!...


- Già, proprio con molta emozione, - risposi, - e adesso ogni emozione è nociva per lei.


- Sì, ma un'emozione piacevole è una cosa ben diversa! Credi, mio caro, credi alla mia esperienza: le emozioni piacevoli non sono nocive; simili emozioni possono persino contribuire alla guarigione, avere un'influenza benefica sulla salute...


Insomma, il vecchio era così entusiasta della propria idea, che non poteva capacitarsi di doverla mettere da parte. Inutile sollevare obiezioni. Mi rivolsi per consiglio al dottore, ma prima che questi avesse avuto tempo di meditare la mia domanda e di rispondere, il vecchio aveva già afferrato il berretto ed era corso via per occuparsi della cosa.


- Ecco, - mi disse mentre stava per uscire, - qui vicino c'è una serra, una serra ricchissima; i giardinieri vendono i fiori; se ne possono comprare di bellissimi e a buon mercato, così a buon mercato, che c'è persino da meravigliarsi... Spiega tu la cosa ad Anna Andrejevna, altrimenti si metterà a brontolare per la spesa...


Dunque... sì! perché te ne vuoi andar via, adesso? Ti sei liberato, hai terminato il tuo lavoro, non hai dunque alcun motivo di affrettarti a rincasare. Resta a passar la notte da noi. Puoi dormire nella stanzetta lassù, come una volta, te ne ricordi? Il tuo letto, il tuo materasso, tutto è al solito posto, nessuno li ha toccati Dormirai come il re di Francia. Eh? rimani! Domattina ci alzeremo presto, porteranno i fiori e per le otto avremo ornato tutta la camera.


Natascia ci aiuterà; senza dubbio, ha più buon gusto di noi due...


Acconsenti, allora? Rimani?

Fu deciso che sarei rimasto. Il vecchio sistemò le cose a modo suo. Il dottore e Maslobojev si accomiatarono e se ne andarono via. Gli Ikmenev andarono a letto presto, verso le undici. Accomiatandosi, Maslobojev mi parve preoccupato, fece per dirmi qualche cosa, ma, evidentemente, preferì rimandare la cosa a un'altra occasione. Non fu così, invece: quando, dopo aver augurato la buona notte ai vecchi, salii nella mia cameretta, con mio grande stupore, ve lo trovai che mi attendeva. Era seduto a un tavolino, e ingannava l'attesa sfogliando un libro.


- Sono tornato sui miei passi, Vania, perché è meglio che te ne parli subito. Siediti! Vedi, l'affare è così stupido, che fa persino rabbia...


- Ma che cosa è successo?

- Quel tuo mascalzone di principe mi ha messo in collera due settimane or sono, e l'ha saputo fare tanto bene, che ancora oggi mi sento fuori di me.


- Che cosa c'è? Che cosa? Sei sempre in rapporti col principe, dunque, tu?

- Ecco, tu cominci subito ad esclamare: «Che cosa c'è? Che cosa?» come se fosse successo Dio sa che! Sei, caro mio Vania, proprio tale quale come la mia Alessandra Semionovna, e in generale tutte quelle donnucce noiose... non posso soffrirle! ... Gracchia una cornacchia, per esempio, e subito: «Che cosa c'è? Che cosa?».


- Via, non irritarti.


- Non mi irrito affatto, ma ogni cosa deve essere considerata in modo ragionevole, senza esagerazioni... Ecco.


Tacque un poco, quasi fosse ancora irritato contro di me. Anch'io tacevo.


- Vedi, caro, - ricominciò poi, - ho scoperto una traccia... cioè, in realtà, non ho scoperto nulla e non è stata nemmeno una traccia, si tratta piuttosto di un'impressione.. Insomma, grazie a un certo concorso di circostanze, ho potuto venire alla conclusione che Nelly... potrebbe essere... Beh, in due parole, potrebbe essere figlia legittima del principe.


- Che dici?

- Eccoci! adesso urla: «Che dici?». E' proprio impossibile parlare con certa gente! - esclamò Maslobojev agitando le mani in gesto di dispetto. - Ti ho forse detto qualche cosa di sicuro, testa leggera?

Ti ho forse detto che ho prove che potrebbero stabilire che Nelly è figlia legittima del principe? Te l'ho detto o non te l'ho detto?

- Senti, anima mia, - lo interruppi, fortemente agitato, - non gridare, per amor di Dio, spiegati chiaro e con precisione. Ti giuro che capirò quel che mi dirai Capisci fino a che punto la cosa è importante e quali conseguenze può avere...


- Già, conseguenze, e in che modo? Dove sono le prove? No, gli affari non si fanno in questo modo, e ciò che ti dico adesso è un segreto. Ti spiegherò più tardi perché te ne parlo. Se lo faccio, è perché mi occorre farlo. Taci e ascoltami, e ricordati che si tratta di un segreto... Ecco in che modo sono andate le cose: l'affare cominciò quest'inverno, prima ancora che Smith morisse, appena il principe fu tornato da Varsavia. Cioè, incominciò ancor prima, fin dall'anno scorso. Ma allora egli faceva ricerche per una cosa, poi si è messo a cercarne un'altra. Insomma, aveva perso il filo. Erano passati tredici anni dal giorno che si era separato, a Parigi, dalla figlia di Smith, abbandonandola; l'aveva abbandonata, ma nel corso di quei tredici anni, non l'aveva mai persa di vista; sapeva che viveva co