Lev Tolstoj



RESURREZIONE

 

 

(Parte Seconda)

 

 

 

PARTE SECONDA

 

1.

La causa sarebbe stata discussa in Cassazione entro un paio di settimane. Necliudov pensava di andare a Pietroburgo per quell'epoca e, qualora il ricorso fosse stato respinto, di presentare un'istanza all'imperatore, come gli aveva suggerito l'avvocato.

Nel caso che la pratica non avesse avuto seguito, cosa, secondo l'avvocato, quanto mai probabile data la scarsa consistenza dei motivi addotti, la Màslova sarebbe stata probabilmente aggregata a uno scaglione di forzati in partenza ai primi di giugno. Necliudov doveva perciò affrettarsi a sistemare i suoi affari in campagna, se voleva esser pronto a seguire la Màslova in Siberia, come aveva stabilito.

Per prima cosa si recò a Kuzmìnskoe, il fondo più vicino, grande e fertile, che gli dava il reddito maggiore. Ci aveva trascorso l'infanzia e la giovinezza; e vi era ritornato altre due volte, ormai uomo fatto. Per preghiera della madre vi aveva anche preposto un amministratore tedesco, col quale aveva verificato l'azienda. Sicché già da un pezzo egli conosceva a fondo la situazione economica del podere e i rapporti che intercorrevano fra i contadini e l'amministrazione centrale. Questi rapporti erano di natura tale che i contadini si trovavano a dover dipendere in tutto dall'amministrazione.

Necliudov sapeva ciò fin da quando, studente, professava e divulgava le teorie di Henry George, e, in base a questi principi, aveva donato ai contadini la terra ereditata dal padre. A dir il vero, dopo il servizio militare con l'abitudine che aveva preso di spendere ventimila rubli all'anno, tutte quelle teorie avevano cessato di influenzare la sua vita ed erano cadute nel dimenticatoio: ed egli non solo non si domandava mai quale fosse la fonte dei denari che gli dava la madre, ma evitava accuratamente di pensarci. Tuttavia la morte della madre, la successione e la necessità di disporre da sé del suo patrimonio, ossia della terra, lo misero ancora una volta di fronte al problema della proprietà terriera. Fino a un mese prima Necliudov si sarebbe dichiarato impotente a modificare il sistema fondiario in vigore, e se la sarebbe cavata pensando che non toccava a lui amministrare le terre, ma all'amministratore. Si sarebbe messo l'animo in pace e avrebbe vissuto lontano dalle terre godendone il reddito.

Ma ora le cose erano mutate ed egli, sebbene sapesse che durante il viaggio in Siberia avrebbe dovuto intrattenere rapporti complicati e difficili col mondo delle prigioni, per cui gli sarebbe stato comodo disporre di molto denaro, pure non poteva lasciar le cose come stavano: doveva assolutamente cambiarle, anche a proprio danno.

Stabilì quindi di non far lavorare più la terra in proprio ai contadini, ma di affittarla loro ad un prezzo mitissimo, mettendoli con ciò in grado di rendersi indipendenti dai padroni.

Più di una volta, confrontando la posizione del proprietario di terre con quella del padrone dei servi della gleba, Necliudov aveva notato che la cessione di terre ai contadini, in luogo dello sfruttamento in proprio a mezzo dei braccianti, equivaleva a ciò che avevano fatto i padroni dei servi, quando avevano fatto passare i contadini dalla corvée alla taglia. Pur essendo ancora lontani dalla soluzione del problema, era tuttavia un passo per arrivarci: il passaggio da una forma più brutale ad una meno brutale di coercizione.

Ed egli intendeva agire in questo senso.

Giunse a Kuzmìnskoe verso mezzogiorno. Avendo semplificato in ogni cosa il tenore della sua vita, non si fece precedere da un telegramma, e disceso dal treno noleggiò un piccolo "tarantàs" (1) a due cavalli.

Il cocchiere, un giovane con un giubbetto di nanchino, stretto in fondo alla vita da una fusciacca che raccoglieva le pieghe, stava seduto a cassetta di sghembo, all'uso dei postiglioni, per poter comodamente conversare col signore, tanto più che in tal modo poteva lasciare al passo i due cavalli, il ronzino sciancato e zoppo, attaccato al timone, e la rozza magrissima e bolsa attaccata di fianco. Il cocchiere parlava dell'amministratore di Kuzmìnskoe, senza sapere che ne conduceva il padrone. Necliudov non glielo aveva detto apposta.

- Un tedesco sciccoso, - diceva il cocchiere che aveva vissuto in città e leggeva romanzi. Egli sedeva voltandosi a metà verso Necliudov e afferrando la lunga frusta ora da un capo, ora dall'altro; ed evidentemente ci teneva a sfoggiare la sua cultura.

- Ha messo sù una troica di bai che quando se la scarrozza con sua moglie... caspita! - continuava. - Quest'inverno per Natale hanno fatto l'albero nella casa grande, e anch'io ci ho portato degli ospiti: era illuminato con la luce elettrica! Uno simile non lo trovi in tutta la provincia! Eh, ne ha arraffati di denari... Uno spavento! E perché non dovrebbe farlo? ha tutto nelle sue mani!

Dicono che s'è comprato un bel fondo.

Necliudov credeva di essere perfettamente indifferente al modo con cui il tedesco amministrava i suoi beni a proprio profitto. Ma il racconto del cocchiere dalla fusciacca in fondo alla vita gli riuscì sgradevole. Ammirava la giornata splendida, le nubi fitte e cupe che di tratto in tratto oscuravano il sole, i campi coi contadini che spingevano l'aratro smuovendo la terra sotto l'avena, e tutto quei verde su cui volteggiavano le allodole e i boschi già ricoperti, tranne le querce tardive, di fronde novelle, e i prati, variopinti di greggi e di cavalli, e i campi sui quali s'intravvedevano gli aratori. E ogni tanto gli veniva in mente che qualcosa non andava e se si chiedeva che cosa fosse, riudiva le parole del cocchiere sul conto del tedesco che a Kuzmìnskoe la faceva da padrone.

Giunto a Kuzmìnskoe, si buttò subito al lavoro e dimenticò l'impressione sgradevole.

La verifica dei registri e i discorsi del fattore, che ingenuamente gli esponeva i vantaggi derivanti dal fatto che i contadini possedevano poca terra ed erano ovunque circondati dai terreni del padrone, lo rafforzarono sempre più nel proposito di ceder la terra ai contadini e di rinunciare a condurre l'azienda in proprio. Dai registri e dalle spiegazioni del fattore egli apprese che, come per il passato i due terzi del migliore terreno arativo erano lavorati dai suoi braccianti con strumenti perfezionati, mentre l'altro terzo era affidato ai contadini, che riscuotevano cinque rubli per dessiatina. In altri termini, per soli cinque rubli un contadino era tenuto ad arare tre volte, a seminare tre volte una dessiatina:, poi a falciare, legare oppure stringere i covoni e trasportarli sull'aia; un lavoro, insomma, per il quale un bracciante avrebbe preteso per lo meno dieci rubli per dessiatina. Inoltre i contadini pagavano col loro lavoro prezzi altissimi per tutto ciò che dovevano comperare dall'amministrazione. Lavoravano per il foraggio, per la legna, per le patate, e quasi tutti erano in debito verso l'azienda.

Sicché, per le terre affittate ai contadini si riscuoteva quattro volte di più del loro prezzo impiegato al cinque per cento.

Tutte queste cose Necliudov le sapeva anche prima, ma ora gli tornavano nuove e si stupiva che gli altri proprietari non avessero ancora rilevato, come l'aveva rilevata lui, l'enormità di tale situazione. L'amministratore dal canto suo ricorreva ad altri argomenti, cercando di dimostrargli che nell'eventualità di una cessione, sarebbero andate perdute tutte le scorte, giacché nessuno avrebbe offerto neppure un quarto del loro valore; i contadini poi avrebbero rovinato le terre e insomma per Necliudov, il danno sarebbe stato enorme.

Ma quei discorsi non facevano che rafforzare in lui il convincimento che, cedendo le terre ai contadini e privandosi della maggior parte delle rendite, avrebbe compiuto una buona azione. Decise di attuare subito il progetto, prima di ripartire.

In un secondo tempo, dopo la sua partenza, l'amministratore avrebbe raccolto e venduto il grano, liquidato le scorte e le costruzioni inutili.

Lo incaricò, dunque, di convocare per l'indomani i contadini dei tre villaggi compresi entro le terre di Kuzmìnskoe per metterli al corrente del progetto e per concordare il canone d'affitto.

Soddisfattissimo per la fermezza che aveva opposto alle argomentazioni dell'amministratore, e per l'abnegazione con cui si sacrificava in favore dei contadini, Necliudov uscì dall'ufficio e andò a fare un giro intorno alla casa. Riflettendo sul da farsi, percorse l'aiuola trascurata del giardino - una, fiorita, era davanti alla casa dell'amministratore - il lawn tennis invaso dalle erbacce e il viale dei tigli dove un tempo andava a fumare il sigaro, e dove tre mesi prima la graziosa Kirìmova loro ospite aveva civettato con lui.

Quand'ebbe pensato per sommi capi il discorso che il giorno dopo avrebbe tenuto ai contadini, rientrò in casa a prendere il tè con l'amministratore, finì di discutere con lui le modalità della liquidazione, e, tranquillo e soddisfatto della buona azione che stava per compiere, si ritirò nella camera riservata agli ospiti, e preparata per lui nella casa grande.

Era una cameretta pulita, con vedute di Venezia e uno specchio tra le due finestre. Accanto al letto molleggiato e lindo, un tavolino con la caraffa dell'acqua, i fiammiferi e lo spegnitoio. Sulla tavola più grande, davanti allo specchio, la sua valigia aperta che conteneva il nécessaire per la toeletta e alcuni libri che aveva portato con sé: un saggio russo di criminologia e altri due in tedesco e in inglese, sullo stesso argomento. Pensava di leggerli nei momenti liberi, durante i suoi giri per le campagne.

Ma quel giorno non ne aveva avuto il tempo, e ormai era tardi.

Preferiva coricarsi per esser pronto la mattina seguente a sostenere la discussione coi contadini. In un angolo della camera c'era una vecchia poltrona di mogano, con incrostazioni, che era sempre stata nella camera di sua madre. Vedendo quella poltrona, Necliudov fu assalito da una commozione inaspettata.

All'improvviso pensò con rammarico alla casa che sarebbe caduta in rovina, al giardino che non avrebbero più curato, ai boschi destinati alla scure, alle corti del bestiame, alle stalle, alle scuderie, alle rimesse degli attrezzi, alle macchine, ai cavalli, alle mucche, tutte cose che, se non a lui, ad altri eran costate fatica d'impianto e di manutenzione.

Prima, la rinuncia gli sembrava facile, ora invece gli rincresceva non soltanto per tutte queste cose, ma anche per la terra e per la metà del reddito che avrebbe perso proprio ora che gli sarebbe stato così necessario. E subito, di rincalzo, gli si affacciarono alla mente tutte le considerazioni che affermavano pazzesca e inutile la sua decisione di cedere la terra ai contadini e di distruggere la masseria. "Non è giusto che io possieda la terra. E se non ho la terra, non posso continuare a tenere l'azienda. E poi se vado in Siberia non avrò più bisogno né della casa né della tenuta...", diceva una voce. "Questo è vero", diceva un'altra voce, "ma, anzitutto tu non finirai la tua vita in Siberia. Se ti sposerai, potrai anche avere dei figli. E come hai ricevuto la proprietà in buon ordine, in buon ordine devi trasmetterla. Si hanno degli obblighi verso la terra. E' molto facile regalare, distruggere, ma ricostruire è difficilissimo! Comunque, devi riflettere, pensare al tuo avvenire, decidere quello che conti di fare, e risolvere in conseguenza il problema dei tuoi beni. Ti è pesante questa decisione? E sei poi sincero davanti alla tua coscienza, agendo in tal modo? Oppure ti comporti così per gli altri, per farti bello davanti alla gente?" Necliudov si poneva tutte queste domande e doveva per forza ammettere che l'opinione altrui aveva un certo peso sulla sua decisione. E quanto più pensava, tanto più gli interrogativi si facevano numerosi e insolubili. Per sfuggire a questi pensieri, si coricò nel letto appena rifatto e cercò di dormire: avrebbe risolto i problemi in cui ora s'era smarrito all'indomani, e con la mente fresca. Ma per un pezzo non gli riuscì di prender sonno. Dalle finestre aperte, con la frescura della notte e i raggi della luna, entrava il gracidio delle rane, frammisto al canto flebile e al fischio degli usignuoli lontani nel parco. Uno cantava vicino, sotto le finestre, in un cespuglio di lillà in fiore. Ascoltando gli usignuoli e le rane, Necliudov ricordò la musica della figlia del direttore, e da costui il suo pensiero risalì alla Màslova... Le sue labbra tremavano come quel gracidio di rane, mentre gli diceva: "Lasciate pur da parte questa idea...".Poi l'amministratore tedesco cominciò a discendere nello stagno delle rane. Bisognava impedirgli di cadere, ma ecco che egli era già dentro, e trasformato nella Màslova lo rimproverava. "Sono una forzata... e voi siete un principe".

"No, non mi voglio arrendere", pensò Necliudov.

Si riscosse e si domandò: "E' bene o male, ciò che faccio? Non lo so e non me ne importa nulla. Solo dormire...".

E anche egli cominciò a discendere laggiù dove si trovavano l'amministratore e la Màslova.

E tutto finì.

 

 

NOTE:

  1. Vettura da viaggio a quattro ruote, semicoperta.

 

 

 

2.

Si svegliò alle nove del mattino. Il giovane impiegato addetto alla sua persona, appena lo sentì muovere, gli portò le scarpe lucide come non erano mai state, e una brocca d'acqua sorgiva limpida e fredda, annunciandogli che i contadini cominciavano ad affluire. Necliudov balzò dal letto, ricordandosi. Quel senso di rincrescimento che aveva provato la sera prima all'idea di ceder la terra e di distruggere la masseria, era svanito senza lasciar traccia. Se ne ricordava anzi con stupore. Era felice del compito che lo aspettava e se ne sentiva profondamente fiero. Dalla finestra della sua camera si vedeva la piazzetta del lawn tennis invasa dalle erbacce, dove per ordine dell'amministratore si radunavano i contadini. Non per nulla le rane continuavano a gracidare fin dalla sera prima. Il tempo era nuvoloso. Al mattino s'era messo a piovere: una pioggerella fine, senza vento e tiepida, che sgocciolava sulle foglie, sui rami e sull'erba.

Giungeva dalla finestra, oltre all'odore della vegetazione, anche il profumo della terra avida di pioggia. Mentre si vestiva, Necliudov di tanto in tanto guardava fuori per vedere i contadini che si riunivano. Giungevano uno dopo l'altro, si salutavano togliendosi il cappello e si disponevano in circolo, appoggiati ai loro bastoni. L'amministratore, un giovanotto robusto e muscoloso con una giacca corta dal bavero verde e dai bottoni enormi, venne a dirgli che il consesso era al completo, ma che i contadini avrebbero potuto aspettare finché egli non avesse fatto colazione; e gli domandò se preferiva il latte o il tè, giacché erano pronti tanto l'uno che l'altro.

- No, è meglio che ci vada subito, - disse Necliudov, sentendosi cogliere alla sprovvista da un senso di timidezza e di vergogna al pensiero di dover parlare ai contadini.

Stava dunque per soddisfare ai contadini quel desiderio che essi avevano sempre creduto irrealizzabile; stava per dar loro la terra a un prezzo mite, ossia per far loro del bene. Eppure aveva quasi vergogna. Quando si avvicinò ai contadini e vide tutte quelle teste bionde, ricciute, calve, brizzolate, scoprirsi dinanzi a lui, egli si confuse a tal segno che per un po' non gli riuscì di parlare. La pioggerella continuava a cadere in gocce minutissime e si fermava nei capelli, nelle barbe, nei peli dei "caftani". I contadini osservavano il padrone e aspettavano quel che aveva da dire ed egli era così confuso che non sapeva dir nulla. Questo silenzio imbarazzante fu rotto dall'amministratore, un vero tipo di tedesco, calmo e sicuro di sé, che si piccava di conoscere il contadino russo e ne parlava benissimo la lingua. Quest'uomo vigoroso, ben nutrito, e Necliudov accanto a lui, formavano uno strano contrasto con quei contadini dalle facce sparute, rugose e dalle scapole aguzze che sporgevano sotto i "caftani".

- Ascoltate, ecco il principe che vuol beneficarvi: vi cede le sue terre, benché non ve lo meritiate, - disse l'amministratore.

- Come, non lo meritiamo Vassili Karlic'! forse che non ti abbiamo lavorato? Noi siamo molto contenti della defunta padrona, che il cielo la benedica, e ringraziamo il giovane principe che non ci abbandona - cominciò un loquace contadino dai capelli rossicci.

- Vi ho radunato appunto per questo: per dirvi che se lo volete vi cedo tutte le mie terre! - dichiarò Necliudov.

I contadini tacevano, come se non capissero o non si fidassero.

- In che senso sarebbe, ceder la terra? - disse uno di mezza età in giubbetto.

- Vorrei darvele in affitto a un prezzo mite perché possiate usufruirne.

- Una proposta molto cortese! - disse un vecchio.

- Basta che siamo in grado di pagare il canone, disse un altro.

- E perché non dovremmo prendere la terra?

- E' il nostro mestiere, noi viviamo di questo!

- Per voi sarà più comodo: non dovrete pensare ad altro che a ricevere i quattrini.. . Se no saran guai! si udirono alcune voci.

- La colpa è vostra, - disse il tedesco, - se lavoraste e vi comportaste per bene...

- Non possiamo, noi poveretti, Vassili Karlic'! - cominciò a dire un vecchio magro dal naso a punta. - Tu dici: "Perché hai lasciato entrare il cavallo nel grano?". Ma nessuno ce l'ha fatto entrare!

Io, quant'è lungo il giorno, e il giorno pare un anno, continuo a far andare la falce e se di notte al pascolo mi capita d'addormentarmi e il cavallo mi scappa nell'avena, tu mi cavi la pelle.

- E voi state più attenti!.

- Dici bene, tu... più attenti! Non abbiamo che due braccia! - replicò un contadino ancora giovane, alto, nero, molto peloso.

- Ve l'avevo detto di cintare i campi!

- E tu dacci il legname, - si fece avanti un ometto piccolo e brutto. - Volevo ben farla quest'estate la staccionata, ma tu mi hai messo per tre mesi sotto chiave a dar da mangiare ai pidocchi.

Ecco la mia staccionata.

-Diche cosa sta parlando?- domandò Necliudov all'amministratore.

- "Der erste Dieb im Dorfe" (1), - rispose questi in tedesco. - Tutti gli anni si fa cogliere nel bosco. E tu impara a rispettare la proprietà altrui.

- E che noi forse non ti rispettiamo? - disse il vecchio: - Ti dobbiamo rispettare per forza, perché siamo nelle tue mani - tu ci fai sù come vuoi.

- Be', amico, io non ti ho offeso e tu non offendere.

- Non mi hai offeso? Quest'estate mi hai rotto il muso, e così m'è rimasto. E' proprio vero che coi ricchi non ci s'ha da mettere...

- E tu fa il tuo dovere!

Evidentemente in quella schermaglia di parole, tutti parlavano a caso, senza capire bene quel che dicevano. Si notava però da una parte un accanimento mitigato dalla paura, dall'altra la coscienza della superiorità e della forza.

Necliudov, con un senso di pena, cercò di farli ritornare sull'argomento che gli premeva, quello dei prezzi e dei termini di pagamento.

- Ebbene, che cosa decidiamo per la terra? La volete? E che prezzo mi fate se ve la dò tutta?

- La roba è vostra, fatelo voi il prezzo.

Necliudov propose un certo prezzo. Come sempre, nonostante la cifra di Necliudov fosse notevolmente inferiore a quella corrente, i contadini cominciarono a contrattare, a trovarla troppo elevata.

Necliudov s'aspettava che la sua proposta venisse accolta con gioia, ma restò deluso. Poté capire che la sua offerta era vantaggiosa soltanto quando si intavolò la discussione se fosse meglio assumere la terra collettivamente oppure mediante un'associazione. Allora si accese una disputa feroce fra quei contadini che volevano escludere i deboli e i cattivi pagatori, e quelli che non volevano essere esclusi. Finalmente, grazie all'amministratore, furono fissati il prezzo e i termini di pagamento e i contadini, discorrendo rumorosamente, scesero in paese, mentre Necliudov andava nell'ufficio a redigere con l'amministratore lo schema del contratto.

Tutto si era accomodato secondo i desideri e le speranze di Necliudov; i contadini ricevevano la terra a un prezzo inferiore del trenta per cento a quello che si faceva nei dintorni, il suo reddito veniva quasi dimezzato, ma gli era pur sempre largamente sufficiente, soprattutto con l'aggiunta della somma ricavata dalla vendita di un bosco e di quella che si sarebbe realizzata con la vendita delle scorte. Tutto, dunque, sembrava andare per il meglio, eppure Necliudov continuava a sentirsi malcontento. S'era accorto che i contadini, nonostante le parole di riconoscenza che qualcuno di loro gli aveva espresso, erano insoddisfatti e delusi.

Tirando le somme, egli s'era privato di molto senza aver fatto per i contadini quel che essi s'aspettavano.

Il giorno seguente, dopo aver sottoscritto il contratto privato con una delegazione di vecchi, Necliudov montò sulla famosa troica dell'amministratore, la troica sciccosa, come l'aveva chiamata il postiglione, e salutati i contadini che tentennavano il capo perplessi si recò alla stazione, con l'impressione sgradevole di aver lasciato dietro di sé qualcosa di non finito. Malcontenti i contadini, malcontento Necliudov di se stesso. Di che cosa precisamente non lo sapeva: eppure continuava a sentirsi triste e quasi vergognoso.

 

 

 

NOTE:

  1. Il primo ladro del villaggio (in tedesco).

 

 

 

3.

 

Da Kuzmìnskoe Necliudov si recò nel fondo ereditato dalle zie, quello stesso dove aveva conosciuto Katiuscia. Anche lì intendeva sistemar le cose come a Kuzmìnskoe; e poi voleva raccogliere notizie su Katiuscia e il bimbo che aveva avuto da lei. Era davvero morto? e come?

Giunse a Pànovo di buon mattino. Appena entrato nel cortile restò colpito dallo stato di abbandono e di decrepitezza di tutti gli stabili e specialmente della casa. Il tetto di ferro, una volta verniciato di verde, era corroso dalla ruggine e alcune lamiere s'erano ripiegate all'insù, probabilmente in seguito a un temporale; le assicelle di legno che formavano il rivestimento della casa, divelte qua e là, nei punti dove era più facile staccarle dai chiodi arrugginiti. Le due scalinate, quella padronale e quella di servizio, particolarmente impressa nella sua memoria, erano marcite e crollate, conservando solo l'intelaiatura. Molti vetri delle finestre erano stati sostituiti con impannate; dall'ala della casa dove viveva il fattore, fino alla cucina e alle scuderie, tutto cadeva in rovina preda dell'umidità. Soltanto il giardino non era squallido; aveva prosperato per conto suo ed era in pieno rigoglio di fioritura; oltre lo steccato s'intravvedevano, simili a nuvole bianche, gli alberi dei ciliegi, dei meli e dei susini in fiore. La siepe di lillà era tutta fiorita come quando dodici anni prima Necliudov aveva giocato a "gorielki" con la sedicenne Katiuscia e, cadendo, s'era punto con l'ortica. Il larice piantato da Sòfia Ivànovna davanti alla casa, a quei tempi alto come un piolo, adesso era un albero grande, buono per far legna, tutto ricoperto di foglie aghiformi tra il giallo e il verde, delicatamente soffici. Il fiume scorreva tra le rive e scrosciava nella gola del mulino. Sul prato dietro il fiume pascolavano i greggi variopinti del villaggio.

Il fattore, un seminarista che non aveva finito il seminario, s'avanzò sorridendo incontro a Necliudov nella corte; senza smettere di sorridere lo invitò nell'ufficio e con lo stesso sorriso che sembrava promettere chissà mai quali cose, si ritirò dietro un tramezzo. Si udì un bisbiglio, poi più nulla.

Il vetturino, ricevuta la mancia, se ne andò via con un gran tintinnare di sonagli e tutto rientrò nella quiete più profonda.

Subito dopo davanti alla finestra passò di corsa una ragazza scalza, con la camicia ricamata e i ciuffi sugli orecchi, inseguita da un contadino calzato di grossi stivali chiodati che risuonavano sul sentiero di terra battuta.

Necliudov sedette alla finestra. Guardava il giardino e ascoltava.

Dal finestrino a due ante entrava una fresca brezza primaverile che gli scarmigliava lievemente i capelli sulla fronte sudata e faceva svolazzare i foglietti sul davanzale tutto tagliuzzato dal coltello. Quella brezza sapeva di terra smossa di fresco.

Il tra-pa-tap, tra-pa-tap ritmico e alterno dei battitoi delle lavandaie risuonava sul fiume fra gli spruzzi iridati dal sole.

Necliudov udiva il cadere monotono dell'acqua al mulino e, accanto all'orecchio, il ronzio spaventato e sonoro di una mosca.

E ad un tratto egli si ricordò che in un tempo lontano, quand'era ragazzo innocente, aveva ascoltato là sul fiume gli stessi colpi dei battitoi sulla biancheria bagnata e il rumore monotono del mulino; ricordò che anche allora il vento gli scarmigliava i capelli sulla fronte umida, facendo svolazzare le carte sul davanzale tutto tagliuzzato dal coltello, mentre una mosca gli sfiorava spaventata l'orecchio... E non solo si rivedeva a diciott'anni, ma si sentiva ridiventare il ragazzo di allora, con la stessa freschezza, lo stesso candore, lo stesso animo colmo di nobili aspirazioni.

Eppure, come avviene spesso nei sogni, egli sapeva che era tutta un'illusione e si sentiva infinitamente triste.

- Quando volete mangiare? - gli domandò sorridendo il fattore.

- Quando volete, non ho appetito. Vado a far un giretto nel villaggio.

- Non preferireste entrare in casa? Dentro tutto è in ordine.

Abbiate la compiacenza di vedere se di fuori...

- No, più tardi... Ma ditemi, per favore: c'è ancora qui da voi una certa Matriona Càrina?

Era la zia di Katiuscia.

- Altro che! Sta nel villaggio... un tipo che mi dà del filo da torcere. Tiene una bettola. Io lo so, la minaccio e la sgrido, ma quando si tratta di denunciarla mi rincresce... è vecchia e mantiene i nipotini... - disse il fattore, col suo sorriso stereotipato, in cui c'era tanto il desiderio di riuscir simpatico al padrone, quanto la certezza di riscuoterne l'approvazione.

- Dove abita? Ci vorrei passare.

- In fondo al villaggio, la terz'ultima casetta. A mano sinistra troverete un'izba di mattoni, subito dopo c'è la sua bicocca. Ma sarà meglio che vi accompagni - disse il fattore con un largo sorriso.

- No, grazie, la troverò da me. Intanto, voi potreste far sapere ai contadini che vengano qua tutti, perché devo parlare con loro a proposito della terra, - disse Necliudov che intendeva liquidare la faccenda come a Kuzmìnskoe, possibilmente quella sera stessa.

 

 

 

4.

 

Uscito di casa, lungo il sentiero che attraversava il pascolo tutto ricoperto di erbacce e di piante selvatiche, Necliudov incontrò la contadinella coi ciuffi sugli orecchi e la veste vivace che, già di ritorno dal villaggio, camminava in fretta coi suoi grossi piedi scalzi. Per aiutarsi nella marcia agitava ritmicamente la mano sinistra e con la destra si stringeva al ventre un gallo rosso. Il gallo con la cresta ciondolante, sembrava perfettamente tranquillo e si divertiva a stendere e a ritrarre una zampa nera, girando gli occhi tondi e avvinghiandosi con le unghie alla veste della ragazza. Mentre s'avvicinava al padrone, la ragazza rallentò l'andatura, poi, giuntagli accanto si fermò, rovesciò il capo indietro e gli fece un inchino. Solo quando egli fu passato riprese a correre col suo gallo.

Vicino al pozzo Necliudov incontrò una vecchia con una camicia sporca di tela greggia, che portava sulla schiena curva due secchi pesanti, pieni d'acqua. La vecchia depose cauta i secchi e gli fece un inchino, buttando indietro il capo con lo stesso gesto della ragazza.

Dopo il pozzo incominciava il villaggio.

Era una giornata tersa e calda, alle dieci già il sole bruciava; s'addensavano le prime nuvole, oscurando di tratto in tratto il sole. Lungo la strada si sentiva un odore di letame, penetrante e acre ma non spiacevole, che emanava dai carri in salita su per la strada lucida e liscia e soprattutto dal concime smosso nei cortili, davanti ai quali passava Necliudov. I contadini che seguivano i carri a piedi nudi, con la camicia e i calzoni imbrattati di letame, guardavano con curiosità quel signore alto e robusto col cappello grigio ornato di un nastro di seta che riluceva al sole, mentre saliva per la strada del villaggio poggiando ogni due passi in terra il bastone lucido e nodoso col pomo lucente. I contadini che tornavano dai campi al trotto, traballando nei sedili dei carri vuoti, si levavano il cappello e osservavano con stupore quell'uomo strano che passeggiava per la loro strada. Le donne uscivano sui portoni e sulle scale e se l'additavano accompagnandolo con gli occhi.

Davanti al quarto portone, Necliudov dovette fermarsi per lasciar passare un carro cigolante, carico di letame compresso e coperto da una stuoia per sedersi. Lo seguiva un bambino di sei anni, scalzo, eccitato all'idea della passeggiata sul carro. Un giovane contadino in "lapti" spingeva a gran passi un cavallo fuori dal portone. Un puledro azzurro dalle gambe lunghe balzò sulla strada, ma spauritosi alla vista di Necliudov, si strinse al carro e battendo le zampe contro le ruote si rifugiò accanto alla madre che trainava il carro pesante e nitriva inquieta. Un altro cavallo era condotto da un vecchio arzillo e magro, anche egli scalzo, che indossava un paio di calzoni rigati e una camicia lunga e sudicia sotto la quale spuntavano le scapole aguzze.

Quando i cavalli furono usciti sulla strada liscia, cosparsa di mucchietti di letame grigio, quasi riarso, il vecchietto ritornò presso il portone e s'inchinò a Necliudov.

- Sei forse il giovane nipote delle nostre padrone?

- Sì, sì.

- Ben arrivato, dunque: sei venuto a trovarci? - disse il contadino, un tipo loquace.

- Sì, sì... Ebbene, come va la vita? - domandò Necliudov, non sapendo che cosa dire.

- Come volete che vada! Gran brutta vita, la nostra! - quasi con piacere rispose il vecchio strascicando le parole.

- Perché? - domandò Necliudov entrando nel portone.

- Già, che forse è una vita, questa? Peggio di così... - rispose il vecchio, seguendo Necliudov sul terreno spazzato sotto la tettoia. - Vedete, io ho in casa dodici persone, - proseguì il vecchio indicando due donne grondanti di sudore coi fazzoletti calati sugli occhi, le gonne succinte e i polpacci nudi, che sporche fino a metà gamba di sugore di letame, stavano ritte con le forche in mano su un mucchio di concime non ancora rimosso. - Ogni mese bisogna che comperi sei pudi di grano, e dove si pigliano?

- Ma il vostro non vi basta?

- Il nostro? - esclamò il vecchio con un sorriso di disprezzo. - Ho terra per tre persone e quest'anno abbiamo raccolto otto "kopnì" (1) in tutto, quanto non basta fino a Natale...

- E allora come fate?

- Ci si arrangia in qualche modo: uno l'ho messo a giornata e un po' di quattrini li ho presi a prestito da vossignoria. Ce li siam fatti dare prima della quaresima e le imposte non sono ancora pagate.

- A quanto ammontano?

- Da casa nostra escono diciassette rubli ogni trimestre. Ah, mio Dio, che vita! Non si sa più dove sbattere la testa.

- Posso entrare in casa? - disse Necliudov inoltrandosi nel piccolo cortile, e passando dal terreno ripulito su strati di concime, color giallo zafferano, appena stesi con le forche e che odoravano intensamente.

- Ma certo, entra! - rispose il vecchio, e camminando rapido coi piedi scalzi, che facevano schizzare tra le dita il sugo del letame, passò davanti a Necliudov e gli aprì la porta dell'izba.

Le donne aggiustandosi il fazzoletto e calando le gonne, guardavano curiose e sgomente quel signore pulito coi bottoni d'oro ai polsini che voleva entrare in casa loro.

Dall'izba sbucarono fuori due bambine in camiciola. Curvandosi e togliendosi il cappello, Necliudov entrò nell'ingresso e poi nell'izba stretta e sudicia, impregnata di un acre odore di cibo e tutta occupata da due telai. Accanto alla stufa, stava una vecchia con le maniche rimboccate sulle braccia scarne, venose, arse dal sole.

- Guarda il nostro padrone che è venuto a trovarci! disse il vecchio.

- Siate il benvenuto, - disse affabilmente la vecchia mentre si abbassava le maniche rimboccate.

- Volevo vedere come vivete, - disse Necliudov.

- Guarda, guarda pure come viviamo... Proprio così come vedi.

L'izba minaccia di crollare; un momento o l'altro ammazzerà qualcuno. Ma il vecchio dice che è fin troppo bella. Ecco come viviamo... da imperatori! - diceva arditamente la vecchia, scuotendo la testa con un gesto nervoso. - Ora li faccio venire a desinare. Ho preparato per i lavoranti.

- E che cosa mangiate?

- Che cosa mangiamo? Oh, ci si nutre bene, noi! Primo piatto, pane col "kvàs" (2), secondo piatto, "kvàs" col pane, - disse la vecchia scoprendo i denti mezzo corrosi.

- No, senza scherzi, mostratemi quel che mangerete oggi.

- Quel che mangeremo? - disse il vecchio ridendo. Il nostro pasto non è complicato! Mostraglielo, vecchia.

La vecchia scosse la testa.

- Ma guarda che voglia! Vedere come mangiano i contadini... Sei un signore curioso: lascia che ti guardi! Tutto vuol sapere... L'ho già detto, pane con "kvàs", e poi la minestra di cavoli, fatta coi pescetti che le donne hanno portato ieri, e per finire, patate.

- E basta?

- Che vorresti ancora? Lo imbiancheremo con un po' di latte, - disse la vecchia ridendo fra sé e guardando la porta.

La porta era spalancata e l'ingresso pieno di gente. Bambini, ragazze, donne con poppanti che si accalcavano alla porta, per vedere quello strano padrone che s'interessava del loro mangiare da contadini. La vecchia era visibilmente fiera del modo come sapeva comportarsi col padrone.

- Sì, è grama, grama davvero la nostra vita, padrone. Non c'è che dire... - dichiarò il vecchio. - E voi, che volete? - gridò alla gente ferma sulla porta.

- Be', arrivederci, - disse Necliudov, provando un senso di disagio e di vergogna, di cui non osò indagare la ragione.

- Grazie umilmente per la vostra visita, - disse il vecchio.

Quelli che erano nell'ingresso, stringendosi l'uno all'altro, gli fecero largo, e Necliudov uscì sulla strada e proseguì il suo cammino. Dopo di lui, uscirono due ragazzini scalzi: il grandicello indossava una camicia sudicia che una volta doveva esser stata bianca, l'altro una camicia rosa, stinta e striminzita. Necliudov si voltò a guardarli.

- E adesso dove vai? - gli domandò il ragazzo dalla camicia bianca.

- Da Matriona Càrina, - egli rispose. - La conoscete?

Il più piccolo con la camicia rosa si mise a ridere, mentre il maggiore rispondeva:

- Quale Matriona? La vecchia? Sì.

- O-o-oh! - disse strascicando la voce. - Allora è Semianica, in fondo al villaggio. Ti accompagniamo noi. Su, Fedka, lo accompagniamo!

- E i cavalli?

- Be', non importa!

Fedka acconsentì e tutti e tre ripresero a salire lungo il villaggio.

 

 

 

NOTE:

  1. Ogni kopnà comprende sessanta covoni.
  2. Bevanda fermentata a base di farina di segala e malto.

 

 

 

5.

 

Necliudov si sentiva meglio con quei bambini che coi grandi, e cammin facendo cominciò a discorrere con loro. Il più piccolo, quello con la camicia rosa, aveva smesso di ridere e parlava con intelligenza e serietà, come il maggiore.

- Be', chi è il più povero del villaggio? - domandò Necliudov.

- Il più povero? Micaìl è povero, e Semian Makarov e anche Marfa...

- Però Anissia è la più povera di tutti. Non ha neppure la mucca... vivono mendicando, - disse il piccolo Fedia.

- Non ha la mucca ma in compenso sono soltanto in tre, mentre dalla Marfa sono in cinque, - obiettò il maggiore.

- Però quella è vedova, - insisteva il bambino in rosa che parteggiava per Anissia.

- Tu dici che Anissia è vedova, ma anche Marfa è come se lo fosse, - proseguì il più grandicello. - Anche lei non ha marito.

- E dov'è il marito? - domandò Necliudov.

- In prigione a nutrire i pidocchi, - disse il maggiore, usando l'espressione corrente.

- L'estate scorsa ha tagliato due betulle nel bosco del padrone e l'hanno messo dentro, - s'affrettò a spiegare il piccolo in rosa.

- E' in prigione da più di cinque mesi e la moglie chiede l'elemosina: ha tre bambini e la vecchia madre a suo carico... - disse con gravità.

- E dove abita? - s'informò Necliudov.

- In quella corte lì, - rispose il ragazzo indicando una casa, davanti alla quale un bambino minuscolo e coi capelli da albino, traballando faticosamente sulle gambette piegate ad arco, stava proprio nel mezzo del sentiero che percorreva Necliudov.

- Vaska, monellaccio, dove sei scappato? - gridò correndo fuori dall'izba una donna con la camicia tanto sudicia e grigia da sembrar cosparsa di cenere; con aria spaventata si gettò davanti a Necliudov, afferrò il bambino e lo portò in casa, proprio come se avesse paura che egli potesse far qualcosa alla sua creatura.

Era quella stessa donna che aveva il marito in prigione per le due betulle del bosco di Necliudov.

- Be', e Matriona? E' povera anche lei?

- Macché povera! vende il vino, - rispose deciso il bambino magro con la camicia rosa.

Davanti all'izba di Matriona, Necliudov congedò i due ragazzi ed entrò nell'izba.

La casupola della vecchia Matriona misurava sei arscini in tutto, ed era tanto angusta che sul letto, dietro la stufa, un uomo alto non avrebbe potuto stendere le gambe. "E' su questo letto che Katiuscia ha partorito e poi si è ammalata...", egli pensò. Quasi tutto lo spazio era occupato da un telaio, sul quale, nel momento in cui Necliudov entrava, urtando con la testa contro la porta bassa, la vecchia aveva appena finito di montare un lavoro con la maggiore delle sue nipotine. Altri due nipoti si erano precipitati nell'izba dietro al padrone, e non osando oltrepassare l'ingresso, si tenevano aggrappati agli stipiti della porta.

- Chi cercate? - domandò rabbiosamente la vecchia, di cattivo umore perché non le riusciva di mettere a posto il telaio, e perché, contrabbandando il vino, diffidava sempre di chi non conosceva.

- Sono il padrone. Avrei bisogno di parlarvi.

La vecchia lo osservava fissamente e taceva. Poi ad un tratto s'illuminò tutta, - Ah! sei tu, tesoro... E io, stupida, che non ti ho riconosciuto.

Ti ho scambiato per un passante qualunque, - cominciò a dire con voce melliflua. - Ah, tesoruccio mio bello!

- Non si potrebbe parlare senza testimoni? - disse Necliudov, guardando la porta rimasta spalancata. Dietro i due ragazzi fermi sulla soglia, una donna scarna aveva tra le braccia un piccolino con una cuffietta fatta di stracci, pallido e consunto dal male, eppure sorridente.

- Che c'è da vedere? Adesso ve la do' io! dammi un po' qua la gruccia... - gridò la vecchia voltandosi verso la porta. - Chiudete subito!

I ragazzi si allontanarono, e la donna col bimbo chiuse la porta.

- E io che pensavo: "Chi sarà mai?". E poi eri tu, il mio padrone in carne ed ossa, il mio bel tesoro d'oro, - diceva la vecchia. - Qua ti sei degnato di entrare! Mio bel gioiello! Siediti, Eccellenza, siediti su questa cassapanca, - diceva spolverandola col grembiule. - "Chi diavolo mai sarà" pensavo, ed ecco qua vossignoria in persona, il nostro buon padrone, il nostro benefattore. Perdona a questa vecchia stupida... cieca son diventata.

Necliudov sedette. La vecchia restò in piedi davanti a lui, reggendosi il mento con la mano destra, e tenendosi il gomito destro aguzzo con la sinistra. Poi con voce strascicata, riprese:

- Come sei invecchiato, vossignoria; allora eri bello come una rapa, ma adesso... Si vede che anche a te i pensieri non mancano...

- Sono venuto a chiederti una cosa. Ti ricordi Katiuscia Màslova?

- Jekatierina? Altro che ricordarmene! E' mia nipote... Se me la ricordo... Quante lacrime ho versato per lei! Eh, io so tutto: ma chi, bàtiuscka, è senza peccato davanti a Dio e senza colpa davanti allo zar? Cose di gioventù... si prende insieme il tè e il caffè e poi il maligno ci mette la coda... Si sa, anche lui è forte! E così è successo il guaio. Che farci? Se tu l'avessi piantata in asso, ma come l'hai ricompensata invece! Le hai dato cento rubli. E lei che cosa ha fatto? Non era capace di ragionare.

Se mi avesse dato retta, avrebbe vissuto benissimo. Sì, nonostante che sia mia nipote, devo confessare che è una ragazza senza testa.

Io, dopo, l'avevo pur collocata in un buon posto, ma lei non si è voluta adattare, ha insolentito il padrone. E' ammissibile che noi s'insulti i signori? Be', l'hanno mandata via subito. Poi avrebbe potuto sistemarsi benissimo da un'altra parte, presso una guardia forestale, ma anche lì non ha voluto.

- Volevo chiedervi del bambino. Ha partorito da voi non è vero?

Dov'è il bambino?

- Per il bambino, mio caro, ho avuto un'ottima idea. Lei stava male, non si sperava che guarisse. Lo feci battezzare il bimbo e lo mandai all'ospizio. Eh già! perché far soffrire un angioletto, se la madre muore? Altri fanno diversamente, si tengono la creatura, non le danno da mangiare e quella se ne va all'altro mondo. Io invece ho pensato: "Perché far così? è meglio che mi dia un po' di pena e lo mandi all'ospizio". I denari c'erano e così ce l'abbiamo portato.

- E il numero ce l'aveva?

- Sì, ce l'aveva, ma morì subito. Lei disse: "Appena arrivato là, morì".

- Chi lei?

- Ma la stessa donna che ce lo portò; abitava a Skorodnò. Si occupava di queste cose. Si chiamava Malania. E' morta anche lei.

Una donna intelligente... Sapete come faceva? Quando le portavano un piccolino, lei lo prendeva, se lo teneva in casa e gli dava il poppatoio. E continuava a darglielo finché non aveva raccolto un certo numero di bambini. Quando poi ne aveva tre o quattro, li portava all'ospizio tutti insieme. Aveva organizzato le cose benissimo: una culla grande così, una specie di letto a due piazze, da poterceli ficcare da una parte e dall'altra. E aveva una maniglia fatta apposta: li metteva dentro in quattro, con le teste separate perché non cozzassero, le gambette riunite, e così se li portava tutti in una volta. Gli ficcava il poppatoio in bocca e loro stavano zitti, poverini.

- Be', e poi?

- E poi si prese anche il bambino di Katiuscia, ma non lo tenne a casa neppure due settimane. Aveva subito incominciato a deperire.

- Era un bel bambino? - domandò Necliudov.

- Così bello come non ne ho mai visti. Preciso a te, soggiunse la vecchia strizzando l'occhio spento.

- Ma come mai si è indebolito tanto? Di certo l'avranno nutrito male.

- Che nutrimento volete che fosse? Specialissimo davvero... Non era mica suo figlio! Quanto bastava per portarlo vivo. Ha detto che non appena arrivata a Mosca è morto. Ma ha riportato il certificato e fatto ogni cosa per benino. Era una donna intelligente...

Questo fu tutto ciò che Necliudov poté sapere del suo bambino.

 

 

 

6.

 

Picchiando ancora la testa nei due usci dell'izba e dell'ingresso, Necliudov uscì all'aperto. I due bambini, quello con la camicia color fumo e quello con la camicia rosa lo stavano aspettando. A loro s'erano aggiunti altri ragazzi e alcune donne coi loro lattanti. Vi era anche la magra di prima che teneva delicatamente in braccio il bambino esangue dalla cuffietta fatta di stracci. Il piccolo continuava a sorridere a tutti con quel suo strano visetto da vecchio e a muovere i pollici rigidamente contratti.

Necliudov sapeva che era un sorriso di dolore. Egli domandò chi fosse.

- E' Anissia, quella di cui ti ho parlato, - disse il maggiore dei ragazzi.

Necliudov si volse a lei.

- Come fai a vivere? Di che ti nutri? - le domandò.

- Come vivo? Di elemosina, rispose Anissia e si mise a piangere.

Il faccino da vecchio si sdilinquì tutto nel sorriso, piegando le gambette magre che sembravano due vermiciattoli.

Necliudov, cavato il portafoglio, ne tolse dieci rubli e li dette alla donna. Subito dopo gli si avvicinò un'altra madre con un bambino in braccio, poi una vecchia e un'altra donna ancora. Tutte gridavano la loro miseria e invocavano aiuto. Necliudov distribuì i sessanta rubli in moneta spicciola che aveva nel portafogli e, con una pena infinita, ritornò a casa, dal fattore.

Questi gli venne incontro sorridendo e gli disse che i contadini si sarebbero riuniti la sera. Necliudov lo ringraziò e, senza entrare in casa, andò a passeggiare in giardino, lungo i viottoli invasi dall'erba e disseminati di petali bianchi, caduti dai meli.

Rifletteva su quanto aveva visto.

Attorno alla casa vi era un gran silenzio, ma ad un tratto Necliudov udì giungere dalla fattoria le voci irate di due donne che s'interrompevano a vicenda, e di tanto in tanto la voce tranquilla del sorridente fattore. Necliudov si mise ad ascoltare.

- Non ce la faccio più... Vuoi strapparmi anche la croce che porto al collo? - diceva una voce di donna, furibonda.

- Ma se ci è entrata solo per un attimo, - diceva l'altra voce.

- Rendimela, ti dico! se no tormenti la bestia e mi lasci i bambini senza latte!

- Paga o coi soldi o col lavoro, - rispondeva la voce tranquilla del fattore.

Necliudov lasciò il giardino e si avvicinò alla scala d'ingresso dove vide due donne scarmigliate, una delle quali evidentemente al termine della gravidanza. Sui gradini, con le mani nelle tasche del cappotto di tela, se ne stava il fattore. Alla vista del padrone le donne tacquero, e si raddrizzarono in testa i fazzoletti che erano scivolati giù, mentre il fattore si levava le mani di tasca e cominciava a sorridere.

Il fattore sosteneva che i contadini lasciavano deliberatamente entrare i vitelli e persino le mucche nel prato padronale. Ora due mucche di quelle donne erano state colte sul fatto. Il fattore le aveva sequestrate, e per rilasciarle pretendeva o trenta copeche per vacca o due giornate di lavoro.

Le due donne sostenevano invece che, prima di tutto le mucche vi erano appena entrate, in secondo luogo di denaro non ne avevano.

In terzo luogo poi, pur promettendo di pagare col lavoro, esigevano la restituzione immediata delle vacche che sin da quel mattino erano digiune e muggivano lamentosamente.

- Quante volte vi ho pregato, - diceva il fattore sorridente guardando Necliudov, come per chiamarlo a testimone, - di badare alle vostre bestie quando le portate al pascolo?

- Ero andata un momento dal mio piccolo e loro sono scappate.

- E tu non allontanarti, se ti sei presa l'impegno di curarle!

- E il mio bambino chi l'allatterà? Tu no di certo, la mammella non gliela dai!

- Almeno avesse pascolato per davvero nel vostro prato! ora non avrebbe fame: invece di esserci entrata appena... - diceva l'altra.

- Hanno rovinato tutti i prati, - si rivolse il fattore a Necliudov, - se non si puniscono, non ci si cava neanche un po' di fieno.

- Ehi, non dir bugie! - gridò la donna incinta. Le mie non le avete mai pescate...

- Già, ma adesso le abbiamo pescate, e tu paga o lavora.

- Sicuro, lavorerò, ma tu rendimi la vacca, non farmela morir di fame, - gridò con astio. - Ne ho già abbastanza di grane: mai un attimo di tregua né di giorno né di notte... La suocera malata, il marito che si sbronza. Io devo arrivare a tutto, ma non ce la faccio più. Impiccati tu e il tuo lavoro.

Necliudov pregò il fattore di restituire le vacche e ritornò in giardino. Voleva riflettere ancora un po', ma si accorse che ormai non aveva più nulla su cui riflettere.

Tutto gli appariva così chiaro, che si domandava stupito come mai la gente non vedesse, ed egli stesso per tanto tempo non avesse veduto, ciò che era limpido come la luce del giorno. "Il popolo muore, si è abituato a vedersi morire e di questa sua lenta agonia s'è fatto una regola di vita: muoiono i bambini, le donne sono costrette ad un lavoro superiore alle loro forze; a tutti, e specialmente ai vecchi, manca il cibo. Ed è un'agonia così lenta che il popolo non s'accorge e non si rammarica dello stato spaventoso in cui s'è ridotto. E perciò anche noi riteniamo che sia una cosa normale e giusta".

La causa prima di tutta quella miseria gli era ormai evidentissima: il popolo stesso ne era consapevole e non mancava di additarla. Essa risiedeva nel fatto che i proprietari avevano tolto al popolo la terra, che costituiva il suo unico pane. E vedeva con altrettanta chiarezza che i bambini e i vecchi morivano per mancanza di latte, e il latte mancava perché mancava la terra per pascolare il bestiame, per coltivare il grano e il fieno. Non c'era dubbio che la miseria del popolo, o, per lo meno, la sua causa prima ed immediata risiedeva nel fatto che la terra su cui il popolo viveva non era nelle sue mani, bensì in quelle di chi, forte di un privilegio, viveva sfruttando il lavoro del popolo.

Quella terra tanto necessaria agli uomini, senza la quale nessuno può vivere, coltivata da chi era ridotto all'estrema indigenza, perché il grano fosse venduto all'estero e i proprietari potessero comperarsi cappelli, bastoni, carrozze, bronzi e così via...

Tutto ciò gli era così chiaro come il fatto che i cavalli, rinchiusi entro un recinto dove hanno mangiato tutta l'erba, dimagriscono e muoiono di fame se non si dà loro la possibilità di approfittare della terra sulla quale possano trovare il foraggio.

Una cosa orribile, che non doveva assolutamente essere. Bisognava trovare il modo d'impedirla, o, se non altro, di non parteciparvi direttamente.

"Ma lo troverò senz'altro", pensava camminando avanti e indietro nel vicino viale di betulle.

"Nei circoli di cultura, negli enti governativi e nei giornali, noi si discute sulle cause della miseria del popolo e sui mezzi per alleviarla. Ma ci guardiamo bene dall'accennare all'unico sicuro mezzo che indiscutibilmente solleverebbe il popolo: quello di restituirgli la terra che gli è stata tolta e che gli è indispensabile".

Ad un tratto ricordò le teorie di Henry George che l'avevano tanto entusiasmato e si stupì di averle potute dimenticare. "La terra non può essere oggetto di proprietà, né di compra-vendita, come non lo sono l'acqua, l'aria, i raggi del sole. Tutti hanno un ugual diritto alla terra e ai benefici che concede agli uomini".

Così poté comprendere perché si vergognava al ricordo di Kuzminskoe. Aveva ingannato se stesso. Sapendo che l'uomo non può vantare alcun diritto sulla terra, si era arrogato il diritto di regalare ai contadini una parte dei beni che nel suo intimo sapeva di non possedere. Ora avrebbe agito altrimenti e cambiato tutto anche a Kuzminskoe.

Elaborò nella sua mente un progetto: avrebbe dato in affitto la terra ai contadini; ma il canone che essi avrebbero corrisposto sarebbe stato accantonato a loro beneficio per pagare le imposte e le spese di carattere generale. Non era la "single-tax", ma la soluzione che più le si avvicinava dato il regime vigente. E poi l'importante era che egli rinunciasse per suo conto al diritto di proprietà.

Quando tornò a casa il fattore gli domandò con un sorriso particolarmente radioso se voleva andare a pranzo, ed espresse il timore che le vivande preparate da sua moglie e dalla ragazza coi ciuffi sulle orecchie potessero passare di cottura o bruciacchiarsi. La tavola era coperta da una tovaglia grossolana, per tovagliolo c'era un asciugamano ricamato. Dentro la zuppiera "vieux Saxe" (1) col manico rotto, fumava una zuppa di patate, fatta col gallo che poco prima Necliudov aveva visto tendere le zampe nere; ora lo rivedeva nella minestra tagliato e fatto a pezzi, e in molti punti ancora ricoperto di peli. Dopo la minestra, tornò in tavola lo stesso gallo coi peli arrostiti, poi frittelle di ricotta con una gran quantità di burro e zucchero.

Per quanto il pranzo fosse poco appetitoso, Necliudov mangiava senza accorgersene, tanto era preso dal suo progetto, che aveva di colpo dissipato la tristezza riportata dal villaggio.

La moglie del fattore sbirciava ogni tanto dalla porta come la ragazza coi ciuffi porgeva il piatto, mentre il fattore, fiero dell'abilità culinaria della moglie, sorrideva sempre più contento.

Dopo pranzo, Necliudov obbligò il fattore a mettersi a sedere:

voleva esaminare se stesso e, nello stesso tempo, partecipare a qualcuno il progetto che gli stava tanto a cuore. Comunicò al fattore la sua intenzione di cedere la terra ai contadini, e gli domandò il suo parere. Il fattore sorrise in modo da far credere che ci aveva pensato da un pezzo e che era contentissimo di udir quelle parole. Ma in realtà non capiva nulla. E non perché Necliudov si spiegasse male, ma perché quel progetto era basato sul desiderio di rinunciare al proprio interesse per far l'interesse altrui; mentre la convinzione che ogni uomo mira soltanto ad avvantaggiarsi a danno del prossimo, s'era talmente radicata nella coscienza del fattore, che egli credeva di aver frainteso, quando Necliudov aveva detto che tutto il reddito della terra doveva costituire il capitale sociale dei contadini.

- Ho capito. Voi percepirete l'interesse sul capitale... disse raggiante.

- Nient'affatto! Cercate di capire: voglio cedere le mie terre completamente.

- Volete dunque rinunciare al reddito? - domandò il fattore cessando di sorridere.

- Sì, ci rinuncio.

Il fattore sospirò profondamente e poi tornò a sorridere. Ora aveva capito. Aveva capito che Necliudov non era perfettamente equilibrato, e che forse vi era la possibilità di trarre dal suo progetto un vantaggio personale.

Quando, alla fine, comprese che si sbagliava ancora, cambiò umore e si disinteressò, continuando a sorridere solo per compiacere il padrone.

Visto che il fattore non lo capiva, Necliudov lo lasciò andare, e, sedutosi alla tavola tutta tagliuzzata e macchiata d'inchiostro, cominciò a mettere per iscritto il suo piano.

Il sole era già tramontato dietro i tigli in fiore e nugoli di zanzare invadevano la stanza e pungevano Necliudov. Quando finì di scrivere, un rumore confuso giunse al suo orecchio dal villaggio:

un belato di greggi, un cigolio di porte che si aprivano e un vociare di contadini che si radunavano. Necliudov disse al fattore che non facesse venire i contadini nell'ufficio - sarebbe andato lui al villaggio, al posto dove si riunivano. Bevuto in fretta il bicchiere di tè offertogli dal fattore, Necliudov andò in paese.

 

 

 

NOTE:

1) Vecchia Sassonia.

 

 

 

7.

 

Dalla folla riunita nel cortile dello stàrosta (1) si alzava un frastuono di voci, ma non appena Necliudov Si avvicinò tutti tacquero e i contadini, come a Kuzminskoe, si scoprirono uno dopo l'altro. Questi contadini erano molto più rozzi di quelli di Kuzmìnskoe. Come le ragazze e le donne portavano i ciuffi sulle orecchie, così gli uomini erano quasi tutti in "lapti", camiciotti e "caftani" fatti in casa. Alcuni, venuti direttamente dai campi, erano scalzi e in maniche di camicia.

Facendo uno sforzo per padroneggiarsi, Necliudov cominciò col dichiarare ai contadini che intendeva cedere loro la terra. I contadini ascoltavano in silenzio senza manifestare alcuna emozione.

- Perché ritengo, - disse Necliudov arrossendo, - che tutti abbiano diritto alla terra.

- E' vero! proprio così! - si udirono alcune voci.

Continuando il suo discorso, Necliudov spiegò che il reddito delle terre avrebbe dovuto essere diviso fra tutti, e perciò intendeva ceder loro la proprietà dietro pagamento di un canone che essi avrebbero stabilito, destinato a costituire un fondo di riserva per le spese di carattere generale.

Si udirono di nuovo parole di consenso e di approvazione, ma le facce già serie dei contadini si accigliarono ancor di più, e i loro occhi dapprima fissi sul padrone cominciarono ad abbassarsi come per il timore di offenderlo se gli avessero fatto capire che la sua astuzia era stata scoperta e che nessuno ci sarebbe cascato.

Necliudov parlava abbastanza chiaramente e quei Contadini non erano privi di discernimento: eppure non lo capivano né avrebbero potuto capirlo, per la medesima ragione per cui aveva stentato a capirlo anche il fattore.

Essi erano perfettamente convinti che ogni persona tende per natura a ricercare il proprio utile. Riguardo, poi, ai possidenti, l'esperienza di parecchie generazioni aveva insegnato loro che il padrone cerca sempre di arricchirsi a danno dei contadini.

Se ora dunque il padrone li convocava e proponeva qualcosa di nuovo, doveva certamente trattarsi di un nuovo trucco per ingannarli meglio.

- Dunque, che prezzo offrite per la terra? - domandò Necliudov.

- Ma che prezzo! Non possiamo, noi! La terra è vostra e comandate voi, - risposero alcune voci.

- Ma no, quel denaro sarà vostro, servirà per i vostri bisogni comuni.

- Non possiamo. La comunità è una cosa e questa è un'altra.

- Ma cercate di capire, - disse sorridendo il fattore che aveva seguito Necliudov, con la buona intenzione di chiarire le cose: - il principe vi dà la terra per un certo canone, ma questo canone resterà vostro, e costituirà un fondo di riserva per i bisogni comuni.

- Comprendiamo benissimo, - disse, senza alzare gli occhi , un vecchio sdentato e arcigno. - Qualcosa di simile a una banca, soltanto che dobbiamo pagare alla scadenza. E' una cosa che non desideriamo perché ci va già abbastanza male, e questo sarebbe la rovina completa.

Non fa per noi, sta' roba. Meglio continuare come prima, - gridavano alcune voci malcontente e persino sgarbate.

Le proteste divennero ancor più vivaci quando Necliudov accennò ad un regolare contratto che egli avrebbe steso, sotto il quale egli avrebbe firmato per primo e tutti loro in seguito.

- Perché? Lavoreremo come abbiamo sempre lavorato. A che scopo firmare? Siamo gente ignorante.

- Non possiamo accettare perché è roba diversa dal solito. Vada pure com'è sempre andata. Soltanto ci dessero le sementi... - dissero alcune voci.

Questa frase significava che, siccome i contadini avevano l'obbligo di fornire le sementi per l'intera seminagione, ora essi chiedevano - che fossero i padroni a provvedervi.

- Dunque rifiutate... Non volete la terra? - domandò Necliudov rivolgendosi a un giovane contadino dalla faccia aperta, scalzo e col "caftano" tutto stracciato. Nella mano sinistra, ripiegata in dentro, teneva saldamente il suo berretto logoro alla maniera dei soldati quando un superiore comanda loro di scoprirsi.

- Sissignore, - rispose il contadino che evidentemente era ancora sotto l'influsso della disciplina militare.

- Se è così, vuol dire che la terra vi basta, - disse Necliudov.

- Nient'affatto! - rispose l'ex soldato con allegria forzata, badando a tener dritto davanti a sé il berretto lacero, col gesto di offrirlo a chiunque ne volesse approfittare.

- Come volete. Però riflettete bene a quanto vi ho detto, - esclamò Necliudov stupito, e rinnovò la sua proposta.

- Non c'è bisogno che ci pensiamo... come abbiamo detto, così sarà, - disse irosamente il vecchio sdentato e arcigno.

- Domani mi fermerò qui tutto il giorno. Se cambiate idea, mandatemelo a dire.

I contadini non risposero. Così Necliudov non riuscì a concludere niente e ritornò nell'ufficio.

- E io vi dico, principe, - disse il fattore quando furono arrivati, - che con loro non v'intenderete mai: è gente caparbia!

Quando sono insieme, s'intestardiscono e non c'è verso di smuoverli. E poi hanno paura di ogni cosa. Eppure son tutt'altro che stupidi... per esempio quello coi capelli grigi, e quell'altro bruno che protestava. Quando vengono in ufficio, che gli offro una tazza di tè, - diceva sorridendo il fattore, - e ci si mette a discorrere, d'ingegno ne han da vendere: sembran ministri.

Ragionano che è un piacere ascoltarli. Ma durante le riunioni non sembran neanche più gli stessi uomini: la fanno tanto lunga...

- Ma allora si potrebbero far venire qua quelli più svegli, - disse Necliudov, - spiegherei loro ogni cosa minutamente.

- Sì, questo si può fare, - rispose il sorridente fattore.

- Ebbene, fatemi il favore di chiamarmeli qua per domattina.

- Sarà fatto senz'altro, - disse il fattore con un sorriso sempre più raggiante.

- Hai visto che furbacchione? - diceva dondolandosi sopra una grassa giumenta un contadino nero con la barba arruffata che non pettinava mai, a un altro contadino, vecchio, sparuto, col "caftano" lacero, che cavalcava al suo fianco facendo tintinnare le pastoie di ferro del suo cavallo. Ambedue passando per la strada maestra portavano le bestie al pascolo notturno e, di nascosto anche nel bosco padronale.

- "Ti dò la terra gratis basta che tu firmi .. Come se non ci avessero menato per il naso abbastanza! Sei matto, caro mio! Oggi siamo in grado di capire anche noi! - soggiunse, e chiamò per nome il puledro che si era allontanato. - Koniasc, Koniasc! - gridò fermando il cavallo e guardandosi indietro; ma il puledro non si vedeva perché era scappato nel prato che fiancheggiava la strada.

- Lo vedi? Ci ha preso l'abitudine, figlio d'un cane, ai prati del padrone! - osservò il contadino bruno dalla barba arruffata.

sentendo scricchiolare l'acetosella sotto gli zoccoli del puledro, che galoppava nitrendo nei prati bagnati di rugiada e odoranti di palude.

- Senti? I prati sono troppo folti, uno dei prossimi giorni di festa bisognerà mandare le donne a sarchiarli, - disse il magro col "caftano" strappato. - Sennò si romperanno le falci.

- "Firma", dice, - riprese il contadino tutto scarmigliato, criticando il discorso del padrone, - tu firma... e lui ti mangerà in un boccone.

- Proprio così, - rispose il vecchio. E non aggiunsero altro. Si sentiva soltanto lo scalpitio degli zoccoli dei cavalli sulla strada dura.

 

 

 

NOTE:

  1. Anziano del villaggio, specie di sindaco rurale.

 

 

 

8.

 

Nel rientrare a casa, Necliudov trovò nell'ufficio del fattore un letto alto coi materassi di piuma, due guanciali ed una coperta a due piazze di seta borda, trapunta con un ricamo minuto e rigido, certamente del corredo della fattoressa. Il fattore offrì a Necliudov gli avanzi della cena, e al suo rifiuto si ritirò, chiedendo scusa per la modestia dell'ospitalità e dell'arredamento. Necliudov rimase solo.

Il rifiuto dei contadini non l'aveva per nulla turbato. Anzi, nonostante che i contadini di Kuzminskoe avessero accettato la sua proposta e non gli avessero lesinato i ringraziamenti, mentre questi, invece, gli avevano dimostrato diffidenza e persino una certa ostilità, si sentiva tranquillo e contento.

Nell'ufficio sudicio si soffocava. Necliudov uscì all'aperto.

Aveva voglia di andare in giardino, ma ripensando a quella notte, alla finestra della stanza di servizio, alla scaletta dietro alla casa, non si sentì di rivedere quei luoghi, contaminati da ricordi colpevoli. Sedette sui gradini della facciata e aspirando l'acuto profumo dei germogli di betulla che impregnava l'aria tiepida, guardò a lungo il giardino che s'oscurava e ascoltò il rumore del mulino, il canto degli usignoli e il fischio monotono di un altro uccello in un cespuglio vicino.

Alla finestra del fattore la luce si spense e a oriente dietro la rimessa apparve la luna. Un balenio sempre più intenso illuminò il giardino incolto tutto in fiore e la casa in rovina, si udì un tuono lontano e un nuvolone nero coperse un terzo del cielo. Gli usignuoli e l'altro uccello tacquero. Attraverso lo scroscio dell'acqua del mulino si udì lo schiamazzare delle oche; poi nel villaggio e nel cortile del fattore, i primi galli cantarono, come cantano prima dell'ora solita, nelle notti afose di temporale.

Un proverbio dice che i galli anticipano il loro canto, per annunciare una notte di gaudio. E quella notte era, per Necliudov, una notte di gaudio, anzi, più che di gaudio, di intensa felicità.

Rievocò con l'immaginazione i ricordi della bella estate trascorsa in quei luoghi, al tempo della sua beata innocenza, e non solo si sentì come allora ma, ancor meglio, come nei momenti più felici della sua vita. Ricordò quando a quattordici anni pregava Dio di rivelargli la verità e quando, dovendo separarsi da sua madre, piangeva sulle sue ginocchia e le prometteva di essere sempre buono e di non darle mai dispiaceri. E si rivide con l'amico Nikalenka Irtèniev, quando s'erano scambievolmente giurato di aiutarsi e di consacrare la loro vita a soccorrere il prossimo.

Ricordò la tentazione di Kuzminskoe, il senso di rimpianto provato per la casa, il bosco, il fondo, la terra e mentre si domandava se gli rincresceva ancora, gli sembrava persino strano di aver potuto provare un sentimento simile.

Ricordò le scene di quel giorno: la giovane madre che aveva il marito in prigione per aver tagliato la legna nel bosco di lui, Necliudov; la ripugnante Matriona, convinta, almeno a parole, che le donne della sua condizione avessero il dovere di prestarsi agli amori dei padroni... Ricordò il suo modo di trattare i neonati, il sistema adottato per condurli all'ospizio dei trovatelli, e il disgraziato bambino in cuffietta che sorrideva con la faccia da vecchio e moriva di denutrizione. Rivide la donna incinta, che avrebbe dovuto lavorare per lui, perché, sfinita dalla fatica, non aveva badato alla mucca affamata. A questo punto ricordò la prigione, le teste rase, le celle, l'odore nauseante, le catene...

E per contrasto, il lusso insensato della sua vita e della vita che nelle città e alla capitale, conducevano i ricchi. Tutto era perfettamente chiaro, senz'ombra di dubbio.

Dietro la rimessa comparve la luna, quasi piena; alla sua luce, ombre nere s'allungavano nel cortile, e brillava il tetto di lamiera della casa in rovina.

E quasi per festeggiare quella luce, risuonarono di nuovo nel giardino i fischi e i gorgheggi dell'usignuolo.

Necliudov ricordò che a Kuzminskoe aveva cercato di risolvere il problema del suo avvenire e di ciò che avrebbe fatto. Ricordò di essersi perso nel groviglio di quei problemi senza riuscire a risolverli, tante erano le considerazioni che ciascuno di essi portava con sé. Adesso egli si pose le stesse domande e si stupì di trovar subito la risposta.

E la trovò subito perché non si preoccupava e non s'interessava più di quello che poteva accadergli, ma soltanto di ciò che doveva fare. E, cosa strana, mentre non sapeva in alcun modo come regolarsi nei confronti di se stesso, sapeva invece benissimo ciò che doveva fare per gli altri. Sapeva con certezza che era suo dovere dare la terra ai contadini poiché non aveva il diritto di possederla. Sapeva con certezza che non doveva abbandonare Katiuscia ma aiutarla, a costo di qualsiasi sacrificio, pur di riscattare la sua colpa verso di lei. Sapeva con certezza che doveva studiare, analizzare, chiarire a se stesso e cercare di capire la questione dei tribunali e delle pene in cui gli pareva di scorgere qualcosa che agli altri sfuggiva. Non sapeva quali sarebbero state le conseguenze dei suoi atti, ma era certissimo che doveva compierli tutti. E questa profonda convinzione gli dava un senso di gioia.

Il nuvolone nero aveva invaso tutto il cielo. Ai bagliori erano susseguiti i lampi, che rischiaravano il cortile e la casa diroccata coi gradini rotti. Il tuono rumoreggiò sulla testa di Necliudov, tutti gli uccelli tacquero, mentre le foglie cominciavano a stormire. Il vento soffiò sui gradini dove era seduto Necliudov, scompigliandogli i capelli. Cadde una goccia, poi un'altra, tamburellando sulle foglie di bardana, sulle lamiere del tetto, e tutta l'aria s'accese di bagliori. Si fece un profondo silenzio e Necliudov non arrivò a contare fino a tre, che proprio sulla sua testa rintronò un terribile scoppio.

Necliudov rientrò in casa.

"Sì, sì", pensava. "Il perché della nostra vita, il fine riposto per cui siamo venuti al mondo, sono problemi che io né ora né mai potrò risolvere. Perché son vissute le zie? Perché Nikalenka Irteniev è morto, e io no? Perché Katiuscia? Perché la mia follia?

Perché questa guerra? E la vita dissipata che ho condotto poi?

Questo non lo posso capire: non è in mio potere capire l'opera del Signore. Ma comprendere la sua volontà com'è scritto nella mia coscienza, questo son sicuro di poterlo fare. E quando l'avrò fatto, troverò la pace".

La pioggia cadeva ora a torrenti e gorgogliando grondava dal tetto in una botte. I lampi illuminavano più di rado il cortile e la casa. Necliudov rientrò nella stanza, si svestì e si coricò non senza timore delle cimici, che a giudicare dalla tappezzeria sporca e sbrindellata non dovevano mancare.

"Sentirsi servi, non padroni", pensava, e questo pensiero lo riempiva di gioia.

I suoi sospetti risultarono fondati. Appena spenta la candela, le cimici gli si incollarono addosso e cominciarono a morderlo.

"Ceder la terra, andare in Siberia... Pulci, cimici, sporcizia. Ma che importa! Se è necessario, sopporterò anche questo!".

Eppure, nonostante le sue buone intenzioni, questo non gli riuscì di sopportarlo. Si sedette accanto alla finestra aperta, e si perse nella contemplazione del nuvolone che correva via, mentre la luna tornava a splendere.

 

 

 

9.

 

Necliudov s'addormentò soltanto verso il mattino e si risvegliò tardi.

A mezzogiorno i sette contadini scelti dal fattore si riunirono nel frutteto dove, sotto i meli, aveva fatto preparare, su piccoli pali conficcati in terra, un tavolino e qualche panca.

Ci volle parecchio per persuadere i contadini a rimettersi il cappello in testa e a sedersi.

L'ex soldato, specialmente, s'ostinava a tener ritto in mano il berretto lacero, col gesto caratteristico dei militari alle cerimonie funebri. Stavolta aveva ai piedi le pezze pulite e i "lapti".

Ma quando uno dei contadini, un gran vecchio dall'aspetto venerabile, con la barba grigia ondulata come quella del Mosè di Michelangelo e una folta corona di ricci grigi intorno alla fronte abbronzata e scoperta, si mise in capo il berretto, e incrociando le falde del "caftano" nuovo fatto in casa s'infilò fra le panche per sedersi, tutti seguirono il suo esempio.

Quando tutti si furono accomodati, Necliudov si sedette di fronte a loro e puntati i gomiti sulla tavola, davanti al foglio con gli appunti, cominciò a esporre il suo progetto. Sia perché i contadini erano in minor numero, sia perché non si preoccupava di sé, ma del progetto, Necliudov questa volta non si trovò per nulla imbarazzato. Senza accorgersene, si rivolgeva quasi sempre al gran vegliardo dalla barba bianca riccioluta, come se aspettasse da lui approvazione o biasimo. Ma il giudizio che s'era fatto di lui Necliudov era errato. Il vecchio venerando, benché chinasse la sua bella testa di patriarca, in segno di approvazione, o la scuotesse con aria accigliata quando vedeva che gli altri replicavano, evidentemente stentava a seguire Necliudov e capiva le sue parole soltanto quando gli altri gliele traducevano nel loro linguaggio.

Il vicino del vecchio capiva assai di più. Era un vecchietto quasi sbarbato, cieco di un occhio, con un giubbetto di nanchino tutto rattoppato e un paio di stivali vecchi, consunti da un lato: un fumista, come venne poi a sapere Necliudov.

Questo vecchietto muoveva continuamente le sopracciglia nello sforzo di capire e a modo suo ripeteva man mano agli altri tutto ciò che diceva Necliudov. Un altro contadino, un vecchio tarchiato e basso, con la barba bianca e gli occhi intelligenti e vivaci, afferrava anche egli prontamente e approfittava di ogni occasione per interloquire con osservazioni scherzose o ironiche, di cui evidentemente andava molto fiero.

Anche l'ex soldato sembrava capire ma era ancora un po' intontito dalla disciplina militare, e i suoi commenti si limitavano alle insulse frasi fatte proprie del gergo militare. Il più serio del gruppo era un uomo alto col naso lungo e una barbetta corta; parlava con voce di basso profondo, e indossava un abito pulito fatto in casa e un paio di "lapti" nuovi. Costui capiva tutto e parlava soltanto quando era necessario. Degli altri due vecchi, uno era lo sdentato che la sera prima s'era tanto accanito contro il progetto di Necliudov, l'altro era un uomo tutto bianco, alto, zoppo, dalla faccia bonaria, con le grucce, e le gambe magre avvolte strettamente nelle fasce. Quasi sempre zitti, tutti e due ascoltavano però con molta attenzione.

Necliudov cominciò anzitutto ad esporre le sue idee sulla proprietà fondiaria.

- La terra, secondo me, - disse, - non si può vendere né comprare, perché se si può vendere, quelli che hanno il denaro se la comprano tutta e per lasciarla godere agli altri vogliono quel che vogliono. Si faranno pagare il permesso di stare sulla terra, - aggiunse, forte degli argomenti di Spencer.

- C'è un mezzo, attaccarsi le ali e volare, - disse il vecchio con gli occhi ridenti e la barba bianca.

- E' vero, - osservò quello dal naso lungo, con voce di basso profondo.

- Signorsì, - aggiunse l'ex soldato.

- La mia vecchia ha strappato un po' d'erba per la vacca...

l'acciuffarono... In prigione! - disse il vecchio zoppo e bonario.

- I miei campi sono a cinque verste di distanza e ad affittarne più vicini non ci si arriva, talmente hanno alzato i prezzi, - aggiunse il vecchio sdentato con ira.

- La penso anch'io come voi, - disse Necliudov, - e considero una cosa ingiusta il possesso della terra. Infatti voglio cederla.

- Non c'è che dire, è una buona idea, - osservò il vegliardo coi riccioli alla Mosè, immaginandosi probabilmente che Necliudov intendesse dar la terra in affitto.

- Sono venuto per questo. Non voglio esser più padrone. Ma bisogna che ci mettiamo d'accordo sul modo di dividere.

- Non hai che da darla ai contadini, - disse il vecchio sdentato rabbiosamente.

Necliudov in un primo momento rimase un po' turbato, sentendo nelle parole del vecchio una certa diffidenza sulla sincerità delle sue intenzioni. Ma si riprese subito e anzi approfittò di quell'osservazione per esprimere meglio le proprie idee.

- Sarei felicissimo di darla, - riprese, - ma a chi? E come? A quali contadini? Perché a voi e non a quelli di Deminskoe?

Era il villaggio vicino cogli appezzamenti più poveri.

Tutti tacquero. Solo l'ex soldato disse: - Giustissimo.

- Dunque, - riprese Necliudov, - ditemelo voi: come fareste se doveste dividere la terra fra i contadini?

- Come si farebbe? Si dividerebbe fra tutti, a ciascuno in parti uguali, - rispose il fumista, muovendo rapidamente le sopracciglia.

- Come si potrebbe altrimenti? Tanto per anima, - confermò bonariamente lo zoppo con le fasce bianche.

Tutti approvarono la risposta ritenendola soddisfacente.

- Ma come, tanto per anima? - domandò Necliudov. - Anche fra i domestici?

- Questo poi no, - esclamò l'ex soldato, cercando di assumere un'espressione energica. Ma il contadino alto che ragionava bene non era d'accordo.

- Si deve dividere in parti uguali... - rispose dopo aver riflettuto, con la sua voce di basso.

- Non si può, - disse Necliudov che aveva già pronta la risposta.

- Se si divide la terra in parti uguali fra tutti, quelli che non la lavorano e che non la coltivano si prenderanno la loro parte e la venderanno ai ricchi. E i ricchi ammasserebbero la terra un'altra volta. A quelli poi che coltiveranno la loro porzione, crescerà la famiglia e la terra non basterà più. Di nuovo i ricchi metteranno le mani su quelli che hanno bisogno della terra.

- Signorsì, - si affrettò a confermare il soldato.

- Impedire che si venda la terra! Darla soltanto a chi la coltiva per conto proprio, - disse il fumista interrompendo rabbiosamente il soldato.

A questa osservazione Necliudov obiettò che era impossibile controllare se uno coltivava la terra per sé o per altri.

Allora il contadino alto, che ragionava con senno, propose che tutti lavorassero la terra in comune, formando una cooperativa. - Chi lavora avrà dei diritti. E chi non lavora non avrà nulla! - disse con la sua energica voce di basso.

Anche a questa proposta comunista, Necliudov replicò prontamente che per realizzare quel progetto tutti avrebbero dovuto possedere l'aratro e un ugual numero di cavalli, onde evitare che gli uni fossero inferiori agli altri. Oppure che i cavalli, gli aratri, le trebbiatrici e tutti gli attrezzi fossero di proprietà comune. Ma per arrivare a questo era necessario un accordo.

- Nessuno di noi riuscirebbe mai a mettersi d'accordo, - disse il vecchio stizzito. - Sarebbero liti continue.

- Nascerebbe un putiferio, - osservò il vecchio con la barba bianca e gli occhi ridenti. - Le donne si caverebbero gli occhi.

- E poi, come fare a dividere la terra secondo le sue qualità? - prosegui Necliudov. - A chi ne toccherebbe di buona, a chi soltanto argilla e sabbia.

- Basta dividerla in tanti pezzetti, uguali per tutti, - disse il fumista.

Necliudov obiettò che non si trattava di dividere fra membri di una sola comunità, ma di distribuirla nelle varie province.

Ammesso che la terra venga data gratis ai contadini, perché a una parte dovrebbe toccare quella fertile e a un'altra, invece, quella grama?

- Giustissimo, - disse l'ex soldato.

Gli altri tacevano.

- Vedete dunque che non è così semplice come sembra, - continuò Necliudov. - E non siamo i soli ad interessarci di questo problema. C'è un americano, un certo George, che lo risolve nel modo che ora vi dirò. E io sono d'accordo con lui.

- Ma tu sei il padrone e tu fà quel che ti pare... Che stai a pensarci tanto. Sei tu che comandi! - esclamò il vecchio iroso.

L'interruzione confuse Necliudov, ma egli notò con piacere che anche gli altri erano malcontenti.

- Aspetta, zio Semian, lascialo finire, - disse il contadino assennato con la sua potente voce di basso.

Necliudov, ripreso animo, cominciò a spiegare la teoria dell'imposta unica di Henry George.

- La terra non è di nessuno. E' di Dio, - disse.

- Verissimo... Proprio così, - approvarono alcune voci.

- La terra dev'essere proprietà comune. Tutti vi hanno uguale diritto. Ma c'è terra e terra. E ciascuno vorrebbe quella buona.

Come fare per eguagliare le parti? In questo modo: chi coltiverà la terra fertile pagherà a chi ne è privo una somma corrispondente al valore del suo terreno, - rispose a se stesso Necliudov. - Ma siccome è difficile stabilire chi deve pagare e a chi si debba pagare, e data anche la necessità di un fondo disponibile per i bisogni comuni, bisogna far in modo che chi possiede la terra paghi alla cassa comune una somma proporzionata alla sua qualità.

Così non si faranno ingiustizie. Vuoi la terra? paga di più per quella fertile, meno per quella grama. Non ne vuoi? non hai nulla da pagare; e in quanto ai bisogni comuni pagheranno per te quelli che hanno la terra.

- E' giusto, giustissimo! - disse il fumista, muovendo le sopracciglia, - chi vuol la terra migliore, che paghi di più!

- Che testa quel Giorgio! - esclamò il vegliardo imponente coi riccioli.

- Basta che il prezzo sia adatto alle nostre forze! osservò il contadino alto dal vocione di basso che evidentemente aveva già capito il seguito del discorso.

- Il prezzo dev'essere stabilito in modo che non sia né troppo alto né troppo basso. Nel primo caso non lo pagherebbero e ne risulterebbe un danno, nel secondo caso tutti commercerebbero la terra fra di loro, vendendosela a vicenda. E con questo, eccovi spiegato il sistema che anch'io intenderei applicare qui da voi.

- Giusto, giustissimo. Ma certo non c'è nulla di male, - dicevano i contadini.

- Ma che testa, - continuava a ripetere il vecchione coi riccioli, - quel Giorgio! Che bella idea ha avuto!

- Be', e se anch'io desiderassi un pezzo di terra? domandò sorridendo il fattore.

- Se ce ne rimarrà, prendetevelo e lavoratevelo! - disse Necliudov.

- Ma che ti serve, sei già grasso abbastanza! - esclamò il vecchio dagli occhi ilari.

E così ebbe termine la discussione.

Necliudov rinnovò ancora una volta la sua proposta, e disse che non pretendeva una risposta immediata. Li consigliava anzi di consultarsi con la comunità, e poi di venire a riferirgli. I contadini promisero che avrebbero fatto a quel modo, e salutato Necliudov, se ne andarono eccitatissimi.

Per un pezzo egli sentì sulla strada le voci animate dei contadini che s'allontanavano. E fino a sera tarda il fiume gli portò l'eco delle loro discussioni nel villaggio.

L'indomani i contadini non lavorarono, ma discussero tutto il giorno. Il villaggio s'era diviso in due partiti: uno riteneva l'offerta del padrone vantaggiosa e innocua, l'altro voleva vederci un tranello, di cui non si spiegava la natura e perciò tanto più pericolosa. Però due giorni dopo, l'accordo fu raggiunto e i contadini andarono da Necliudov ad annunciargli che avevano accettato le condizioni proposte.

Al raggiungimento dell'accordo aveva specialmente contribuito la spiegazione di una vecchietta, subito accettata dagli anziani del villaggio, secondo cui nell'atto del padrone non c'era da vedere alcun inganno. Egli agiva in quel modo perché aveva cominciato a pensare all'anima sua e voleva salvarla.

Questa spiegazione persuase tutti, poiché Necliudov, da quando era a Pànovo, non aveva fatto altro che distribuire denaro ai poveri.

Per la prima volta vedeva da vicino fino a che punto era arrivata la miseria e l'angustia dei contadini; e colpito da questa miseria, benché sapesse di far cosa insensata, non si sentiva l'animo di rifiutare quel denaro che egli possedeva ora a piene mani, soprattutto dopo la vendita avvenuta l'anno prima del bosco di Kuzminskoe e la caparra riscossa sulla vendita delle scorte.

Da quando era corsa voce nel villaggio che il padrone dava denaro a chiunque ne chiedesse, da ogni parte del distretto accorreva gente a frotte, specialmente donne, per chiedergli aiuti.

Necliudov si sentiva imbarazzato, non sapeva come comportarsi, e quanto e a chi dare. Non aveva il coraggio di rifiutare il denaro, lui che ne aveva tanto, a coloro che glielo chiedevano ed erano evidentemente poveri.

Ma quel dare a casaccio, non aveva senso. L'unico mezzo per togliersi d'imbarazzo era partire. E ciò egli si affrettò a fare.

L'ultimo giorno della sua permanenza a Pànovo, Necliudov andò nella casa padronale per fare lo spoglio di ciò che vi era rimasto.

Nell'ultimo cassetto di un vecchio stipo di mogano delle zie, un mobile panciuto ed ornato di anelli di bronzo infilati in teste di leone, trovò un pacco di lettere e un gruppo fotografico: Sòfia Ivànovna, Mària Ivànovna, lui studente e Katiuscia, linda, fresca, bella ed esuberante di vita. Di tutte le cose che erano nella casa, Necliudov prese soltanto quel pacco e quella fotografia. Il resto lo lasciò al mugnaio che, tramite il fattore sorridente, aveva acquistato in blocco per un decimo del suo prezzo la casa e tutta la mobilia di Pànovo.

Ricordando il rimpianto provato a Kuzminskoe all'idea di perdere la sua proprietà, Necliudov si stupì di quel sentimento. Egli ormai provava un senso delizioso di liberazione e di novità; un'impressione simile a quella dell'esploratore davanti al quale si schiudono nuove terre.

 

 

 

10.

 

La città, al suo ritorno, gli sembrò strana, come se la vedesse per la prima volta. Vi arrivò di sera, coi fanali già accesi, e si recò subito a casa. Tutte le camere erano impregnate di un forte odor di naftalina. Agrafena Petrovna e Kornèi avevano l'aria stanca e malcontenta, e s'erano persino bisticciati a causa di tutta quella roba da riporre, che sembrava esistere soltanto per essere stesa, asciugata e riposta.

Benché non fosse in disordine, la camera di Necliudov non era stata preparata e alcuni bauli ne ostruivano l'accesso.

Evidentemente il suo arrivo aveva turbato il lavoro che, quasi per forza d'inerzia, si compiva in quella casa. Tutto questo riuscì a Necliudov così sgradevole e, nonostante che egli vi avesse un tempo partecipato, di un'assurdità così evidente, in confronto alla miseria dei contadini impressa nel suo ricordo, che decise di andarsene l'indomani all'albergo, lasciando libera Agrafena Petrovna di riporre la roba come le sembrava meglio, fino all'arrivo di sua sorella, che avrebbe poi dato le disposizioni definitive.

L'indomani infatti, egli uscì di buon'ora, e fissò due camere ammobiliate in un albergo molto modesto e piuttosto sudicio, il primo che gli capitò di trovare nelle vicinanze delle prigioni; e dato l'ordine che vi fossero trasportate alcune cose di casa, messe appositamente da parte, andò dall'avvocato.

Fuori faceva freddo. Dopo i temporali e le piogge, il tempo s'era fatto rigido, come succede sempre in primavera. Faceva così freddo e soffiava un vento così frizzante, che Necliudov si sentiva gelare nel suo cappotto leggero, e affrettava il passo per scaldarsi.

La sua mente era piena di gente di campagna: donne, bambini, vecchi, miserie e patimenti che gli sembrava di aver veduto per la prima volta. Rivedeva soprattutto quel piccolino che sorrideva con la faccia di vecchio e torceva le gambette magre... E involontariamente faceva il confronto fra quella vita e la vita di città.

Passando davanti alle botteghe dei macellai, dei pescivendoli e ai negozi di confezioni, era colpito, come se lo notasse per la prima volta, dall'aspetto florido di quasi tutti quei bottegai lindi e grassi, tanto dissimili dalla gente di campagna.

Evidentemente questi individui erano convinti che i loro sforzi per imbrogliare la gente poco pratica di merce, costituissero un'occupazione utilissima, tutt'altro che nociva. Ugualmente sazi gli parvero i cocchieri dalle natiche enormi e i bottoni sulla schiena; i portieri coi berretti gallonati; le cameriere col grembiulino e i riccioli, e soprattutto i vetturini di lusso con la nuca rasata, che, seduti nella loro carrozza, guardavano i passanti con aria sprezzante e corrotta.

In tutti costoro Necliudov involontariamente ritrovava ancora la stessa gente di campagna, spinta dalla miseria in città. Alcuni avevan saputo trar profitto dalla vita cittadina e, divenuti in tutto simili ai signori, vivevano contenti del loro stato. Altri, invece, vivevano peggio che in campagna e facevano ancor più compassione. Così per esempio, quei calzolai che Necliudov vedeva intenti al lavoro dietro la finestra di un sottosuolo; così le lavandaie magre, pallide, scarmigliate che stiravano con le braccia nude e scarne davanti alle finestre aperte da cui si sprigionavano vapori di sapone.

Così pure i due tintori che Necliudov incontrò per la via, imbrattati di colore dalla testa ai piedi, con grembiali e piedi nudi negli zoccoli, le maniche rimboccate fino al gomito sulle braccia scarne, abbronzate e solcate di vene, reggevano faticosamente il secchio del colore lanciandosi continui insulti.

Le loro facce erano stanche e irritate. La stessa espressione avevano i carrettieri che passavano neri di polvere sui carri traballanti; gli uomini, le donne e i bambini laceri e gonfi che questuavano agli angoli delle strade, e le facce che Necliudov intravide dalle finestre aperte di una osteria davanti alla quale gli capitò di passare. Ai tavolini sudici, ingombri di bottiglie e di tazze, fra cui passavano dondolandosi i camerieri vestiti di bianco, sedevano gridando e cantando uomini sudati, scalmanati, inebetiti.

Uno, accanto alla finestra, guardava davanti a sé inarcando le sopracciglia e protendendo le labbra in fuori come nello sforzo di ricordare qualcosa.

"Ma perché son venuti a finire tutti in città?", pensava Necliudov, aspirando senza volerlo, insieme con la polvere portata dal vento gelido, il puzzo diffuso dappertutto di olio irrancidito, che emanava dalla vernice fresca.

Per via incontrò una fila di carri che trasportavano del ferro, e facevano sul selciato disuguale un frastuono così assordante, che a Necliudov dolevano le orecchie e la testa. Per sfuggire a quel fragore accelerò il passo, quando si sentì chiamare per nome. Si fermò e un poco più avanti vide un ufficiale coi baffi impomatati e il viso lustro e raggiante, che, seduto in una vettura pubblica di lusso, lo salutava agitando la mano e scoprendo nel sorriso una dentatura d'una bianchezza abbagliante.

- Necliudov! Tu?

La prima sensazione di Necliudov fu di piacere.

- Ah! Scembòk! - esclamò con gioia, ma subito capì che non c'era alcun motivo di rallegrarsi tanto.

Si trattava di quello Scembòk che era andato a trovarlo dalle zie, allora. Da tempo Necliudov l'aveva perso di vista, ma sapeva di lui che, coperto di debiti fino al collo, era uscito dal reggimento della guardia per entrare in cavalleria, e continuava, non si sapeva come, a mantenersi a galla nel mondo della gente ricca. Il suo aspetto soddisfatto e allegro ne era la prova.

- Come sono contento di averti incontrato. Ormai in città non c'è più nessuno. Be', amico, sei invecchiato... - egli disse scendendo dalla carrozza e raddrizzando le spalle. - Soltanto dal modo di camminare t'ho riconosciuto. Che ne diresti di pranzare insieme?

Dov'è qui da voi che si mangia discretamente?

- Non so se faccio in tempo, - rispose Necliudov, che pensava solo al modo di sbarazzarsi dell'amico senza offenderlo. - E tu come mai sei qua? - gli domandò.

- Affari, fratello! Affari di tutela. Perché, se lo sai, sono curatore. Amministro i beni di Samanov. Sai, il riccone... è un rammollito, ma ha cinquantaquattromila dessiatine di terra, - disse con molta fierezza, come se tutte quelle dessiatine le avesse fatte lui. - Gli affari erano in un disordine spaventoso.

La terra completamente nelle mani dei contadini. Non pagavano un soldo; dovevano più di ottantamila rubli di arretrati. In un solo anno ho trasformato tutto e ho aumentato del settanta per cento gli introiti della tutela. Eh? - domandò con fierezza.

Necliudov ricordò d'aver sentito dire che Scembòk, appunto perché aveva sperperato il suo e contratto debiti che non avrebbe mai potuto pagare, aveva ottenuto, in grazia di una protezione speciale, quella curatela dei beni di un vecchio riccone andato in rovina; curatela che, evidentemente, gli dava da vivere. "Come posso liberarmi di costui senza offenderlo?", pensava Necliudov, osservando la faccia lucida, sanguigna, coi baffi impomatati, e ascoltando le ciance bonariamente amichevoli sui posti dove si mangiava bene, e le vanterie sul modo con cui aveva sistemato gli affari della tutela.

- Dunque, dove si va a mangiare?

- Ma io non ho tempo, - disse Necliudov guardando l'orologio.

- Allora facciamo una bella cosa: stasera ci son le corse. Ci vai, tu?

- No.

- Devi venirci. I miei non li ho più. Ma tengo per i cavalli di Griscia. Ricordi? Ha una scuderia. Devi venire, capito? E ceneremo insieme.

- Neppure a cena, non posso venire, - disse Necliudov sorridendo.

- Ma come? E dove vai adesso? Vuoi che ti accompagni con la carrozza?

- Vado dall'avvocato. Sta qui, svoltato l'angolo, - rispose Necliudov.

- Già, è vero che ti occupi di prigioni. Qualcosa come il legale delle carceri, no? Me l'han detto i Korciaghin, - disse ridendo Scembòk. - Sono già partiti, loro. Raccontami un po', di che si tratta?

- Sì, sì, è vero, - rispose Necliudov, - ma che vuoi che ti racconti per la strada?

- Sicuro, sicuro, sei sempre stato un bell'originale! E così verrai alle corse?

- Ma no. Non posso e non voglio. Ti prego di non offenderti.

- Ci mancherebbe altro! Dove stai? - domandò. E il suo viso improvvisamente si fece serio, lo sguardo si fissò, le sopracciglia s'inarcarono. Si capiva che voleva ricordare qualcosa, e Necliudov colse in lui la stessa espressione ebete che aveva notato nell'uomo con le sopracciglia sollevate e la bocca aperta, dietro la finestra dell'osteria.

- Che freddino, eh?

- Già, già...

- Le compere le hai tu? - si rivolse Scembòk al cocchiere. - Be', allora addio! Sono molto, molto contento di averti incontrato, - disse. E stretta con forza la mano a Necliudov, saltò nella carrozza, agitando davanti alla faccia lustra la grossa mano chiusa in un guanto di camoscio bianchissimo, e scoprendo nel sorriso sterotipato i denti d'un candore abbagliante.

"Possibile che anch'io fossi così?", pensò Necliudov, proseguendo verso la casa dell'avvocato. "Se non proprio così, facevo però di tutto per esserlo e pensavo che quella fosse la mia vita.

 

 

 

11.

 

L'avvocato ricevette Necliudov senza indugio e cominciò subito a parlare del processo Mensciòv: aveva letto l'incartamento ed era indignato per l'infondatezza dell'accusa.

- E' rivoltante, - disse; - con tutta probabilità l'incendio è stato appiccato dallo stesso proprietario per riscuotere il premio dell'assicurazione, ma il fatto è che non vi sono prove della colpevolezza dei Mensciòv. Neppure un indizio. Tutto effetto dell'eccessivo zelo del giudice istruttore e dell'incuria del sostituto procuratore. Se la causa sarà discussa qui, e non al tribunale del distretto, m'impegno a vincerla, e non voglio essere pagato. In quanto alla Fedossia Biriùkova ho preparato il ricorso per la grazia sovrana. Se andate a Pietroburgo portatelo con voi.

Cercate di consegnarlo personalmente e di appoggiarlo, altrimenti faranno l'inchiesta e non si otterrà nulla. Bisognerebbe proprio arrivare a qualche pezzo grosso della commissione dei ricorsi. Non c'è altro, vero?

- Ecco, mi scrivono ancora...

- Vedo proprio che siete diventato l'imbuto, il cannello per cui passano tutte le lamentele del carcere, - disse sorridendo l'avvocato. - Ne avete già abbastanza, non ce la farete...

- No, ma questo è un caso mostruoso, - disse Necliudov e raccontò in breve di che si trattava.

Un contadino un po' istruito, si era messo a leggere e a spiegare il Vangelo ai suoi amici. Il clero, ritenendolo un delitto, l'aveva denunciato. Il giudice istruttore aveva fatto l'inchiesta, il sostituto procuratore aveva redatto l'atto di accusa... e la Corte d'Appello l'aveva confermata.

- Una cosa spaventosa, - disse Necliudov. - E' possibile che sia vera?

- Ma di che vi meravigliate tanto?

- Di tutto: posso ancora capire il maresciallo che ha ricevuto l'ordine... ma che il sostituto procuratore abbia scritto l'atto di accusa... lui è una persona istruita!

- Qui sta l'errore; noi tutti siamo abituati a credere che i procuratori e i magistrati in generale siano gente evoluta, di idee liberali. Una volta, forse, era così, ma ora le cose sono mutate. Sono impiegati che pensano unicamente al venti del mese.

Le loro aspirazioni si limitano a riscuotere lo stipendio e a desiderarne uno maggiore. Sono pronti ad accusare, a giudicare, e a condannare chiunque voi vogliate.

- Ma è possibile che le leggi permettano di deportare un uomo perché legge il Vangelo cogli amici?

- Sicuro, e non solo la deportazione semplice (1) ma persino i lavori forzati, se c'è il minimo sospetto che quest'uomo, leggendo il Vangelo, si sia permesso di interpretarlo in un modo diverso da quello ufficiale ed abbia con ciò offeso la Chiesa. Critica in pubblico alla fede ortodossa, deportazione in Siberia. Articolo 196...

- Ma è impossibile!

- Ve lo dico io. Lo ripeto sempre ai signori giudici, - proseguì l'avvocato, - che quando li vedo non posso far a meno di provare un senso di riconoscenza, perché se io e voi e noi tutti siamo liberi, lo dobbiamo esclusivamente alla loro bontà; con la massima facilità potrebbero infatti privarci dei diritti civili e appioppare l'esilio semplice.

- Ma se è così, se tutto dipende dall'arbitrio del sostituto procuratore e di altri che possono, come lui, interpretare la legge a modo loro, a che serve il tribunale?

L'avvocato rise allegramente.

- Ma che razza di domande fate? Via, mio caro, questa è filosofia!

Del resto, perché non discuterne? Venite da me sabato, ci saranno scienziati, letterati, artisti. Potremo parlare anche di problemi sociali, - disse l'avvocato pronunciando con un "pathos" pieno di ironia le parole "problemi sociali". - Conoscete mia moglie?

Venite.

- Sì, cercherò - rispose Necliudov, sentendo che mentiva e che invece avrebbe evitato accuratamente di andare in casa dell'avvocato, perché non aveva nessuna voglia di conoscere gli scienziati, i letterati e gli artisti che si radunavano da lui.

La risata con cui gli aveva risposto, quando Necliudov aveva detto che i tribunali erano un nonsenso, se i magistrati potevano secondo il loro arbitrio applicare o non applicare le leggi, e il tono con cui aveva pronunciato le parole filosofia e problemi sociali, avevano fatto capire a Necliudov che il suo modo di giudicare e di sentire differiva in tutto da quello dell'avvocato e, probabilmente, dei suoi amici. E nonostante che egli si sentisse ormai molto lontano dai vecchi conoscenti, sul tipo di Scembòk si sentiva ancor più lontano dall'avvocato e dalle persone della sua cerchia.

 

 

 

NOTE:

  1. Letteralmente: in luoghi non troppo lontani.

 

 

 

12.

 

Il carcere era lontano e l'ora già avanzata, sicché Necliudov noleggiò una carrozza e si fece condurre alla prigione. Per via il cocchiere, un uomo di media età dalla faccia intelligente e bonaria, si rivolse a Necliudov e gli additò un grande edificio in costruzione.

- Guardate un po' qua! - disse con aria fiera, come se quella costruzione fosse in parte merito suo.

Era difatti una casa enorme, costruita in uno stile complicatissimo e strano. Una solida impalcatura di grossi pali di pino tenuti insieme da sbarre di ferro circondava il fabbricato in costruzione, separato dalla strada per mezzo di un assito.

Sull'impalcatura si affaccendavano come formiche i muratori, tutti spruzzati di calcina; alcuni disponevano le pietre, altri le spaccavano e altri ancora portavano sù piene le carriole e le secchie e le riportavano giù vuote.

Un grosso signore molto ben vestito, probabilmente l'architetto, ritto presso l'impalcatura, parlava al capomastro che lo ascoltava con deferenza e gli indicava qualcosa in alto. Dal portone, passando davanti ai due, uscivano i carri vuoti ed entravano i carri pieni.

"E pensare che tutta questa gente, tanto quelli che lavorano, quanto quelli che dirigono, è persuasa di far cosa utile; e mentre al paese le loro donne incinte si logorano di fatica e i loro bambini in cuffietta, condannati a morire precocemente di fame, sorridono con un sorriso da vecchi torcendo le gambette, essi credono di fare il loro dovere costruendo questo stupido e inutile palazzo per qualche stupida e inutile persona, di quelle che li rovina e li deruba!". Così pensava Necliudov, osservando la casa.

- Già, che casa assurda! - pensò ad alta voce.

- Come, assurda? - replicò il cocchiere risentito; - grazie tante!

dà da lavorare alla gente...

- Ma se è un lavoro inutile!

- Se fosse inutile non lo farebbero, - ribatté il cocchiere - dà da mangiare a molti poveretti.

Necliudov tacque, tanto più che il rumore delle ruote sul selciato rendeva difficile la conversazione.

Poco lontano dalla prigione il cocchiere passò dal selciato sulla terra battuta, sicché fu più facile discorrere, e si rivolse nuovamente a Necliudov.

- E tutta questa gente che viene in città! Uno spavento! - disse rigirandosi sul suo sedile e mostrando a Necliudov una squadra di operai di campagna con le seghe, le scuri, i pellicciotti corti e i fagotti sulle spalle, che venivano verso di loro.

- Più che negli altri anni? - domandò Necliudov.

- Altro che! Ce n'è a mucchi dappertutto, un disastro! I padroni se li passano dall'uno all'altro come pezzi di legno. C'è pieno dappertutto.

- Ma perché?

- Sono in troppi. Non san più dove mettersi.

- Se è così, perché non rimangono al villaggio?

- Là non c'è niente da fare. Non c'è terra.

Necliudov provò quel che capita quando si ha una botta: sembra che, neanche a farlo apposta, uno ci batta sempre contro; e questo succede perché si avvertono soltanto i colpi sulla parte dolente.

"Possibile che sia sempre la stessa storia?", pensò, e chiese al cocchiere quanta terra c'era nel suo paese, quanta ne aveva lui, e perché viveva in città.

- Di terra, signore, noi ne abbiamo una dessiatina a testa. Per tre persone ne abbiamo, - rispose il cocchiere, che parlava volentieri. - A casa ci sono mio padre e un mio fratello. Un altro è soldato. Si arrangiano, ma c'è poco da arrangiarsi... Anche mio fratello voleva venirsene a Mosca.

- Non potreste affittare dell'altra terra?

- E dove? I padroni, quelli di prima, hanno fatto fuori la loro.

E' andata a finire tutta nelle mani dei mercanti. E questi non l'affittano, la lavorano per conto proprio. Da noi c'è un francese che ha comprato tutta la terra del padrone di prima. Non vuole affittare e basta.

- Che francese?

- Un certo Dufar, forse ne avete sentito parlare. Fa le parrucche per gli attori del teatro grande. Un mestiere redditizio... E' diventato ricco. Tutta la proprietà della nostra signorina, s'è comprato... Adesso il padrone è lui. Ci calpesta come gli pare e piace. E grazie ancora che lui è un buon uomo, mentre sua moglie... Sua moglie, una russa, è una cagna tale, che Dio ce ne scampi e liberi! Scortica la povera gente. Una vergogna! Ma eccoci alla prigione. Volete che vi conduca fino alla porta? Ho idea però che non vi lascino passare.

 

 

 

13.

 

Col cuore sospeso, Necliudov suonò all'ingresso principale. Si domandava pieno d'angoscia come avrebbe trovato la Màslova, sentendo in lei, come del resto in tutta la gente rinchiusa là dentro, un enigma pauroso. Al guardiano che gli venne ad aprire domandò della Màslova. Costui, dopo essersi informato, gli riferì che si trovava all'infermeria. Necliudov vi andò. Il custode dell'infermeria, un vecchietto bonario, lo fece subito entrare, e saputo chi voleva vedere, lo indirizzò nel reparto dei bambini.

Un giovane dottore, che emanava un forte odore di acido fenico, fermò Necliudov nel corridoio, e gli domandò in tono burbero che cosa volesse. Questo dottore, per l'indulgenza con cui trattava i detenuti, era spesso in urto con la direzione del carcere ed anche col primario. Ora temeva che Necliudov gli chiedesse qualche favore illecito e si fingeva burbero per dimostrargli che non faceva eccezione per nessuno.

- Qui non ci son donne, è il reparto dei bambini, disse.

- Lo so, ma io cerco una donna trasferita dalla prigione, un'inserviente infermiera.

- Sì, ce ne son due. Che cosa desiderate?

- M'interesso vivamente a una di loro, la Màslova, - disse Necliudov, - e vorrei vederla. Devo andare a Pietroburgo per presentare in Cassazione il ricorso contro la sua condanna. Avrei piacere di darle questo: non è che una fotografia... - disse Necliudov levando dalla tasca una busta.

- Se è tutto qui... - rispose il dottore rabbonito, e rivoltosi a una vecchietta in grembiule bianco, le ordinò di chiamare la detenuta infermiera Màslova.

- Volete accomodarvi qui o preferite passare nel parlatorio?

- Grazie, - rispose Necliudov, e approfittando della improvvisa gentilezza del dottore, gli domandò se erano contenti della Màslova.

- Non c'è male. Lavora benino, se si pensa all'ambiente in cui viveva, - disse il dottore. - Ma eccola.

Da una porta comparve la vecchia infermiera e dietro a lei la Màslova. Portava il grembiule bianco sopra un vestito a righe, e aveva il capo avvolto in un fazzoletto che le nascondeva i capelli. Vedendo Necliudov si fece di fiamma, e indugiò come indecisa, poi aggrottò la fronte e a occhi bassi si diresse verso di lui, camminando svelta lungo la passatoia del corridoio.

Quando gli fu vicina, esitò prima di dargli la mano, ma poi gliela tese, e arrossì ancor di più. Necliudov non l'aveva più riveduta dal giorno in cui gli aveva chiesto scusa delle sue escandescenze, e s'aspettava ora di trovarla nello stesso stato d'animo. Ma vide invece una donna completamente diversa. Nell'espressione del suo viso vi era qualcosa di nuovo: un senso di riserbo, di timidezza e, gli sembrò, di ostilità.

Necliudov le disse, come già aveva spiegato al dottore, che partiva per Pietroburgo, e le diede la busta con la fotografia di Pànovo.

- L'ho trovata a Pànovo; è una vecchia fotografia che forse vi farà piacere. Potete tenervela.

Essa inarcò le sopracciglia nere e lo guardò meravigliata coi suoi occhi strabici come se volesse chiedergliene il perché. Poi senza dir nulla prese la busta e la nascose sotto il grembiule.

- Ho visto vostra zia, - disse Necliudov.

- Davvero? - essa rispose con indifferenza.

- Vi trovate bene qui? - le domandò lui.

- Non c'è male, grazie.

- E' un lavoro faticoso?

- No, affatto. Ma non ci sono ancora abituata.

- Sono molto contento per voi. E' sempre meglio che là.

- Dove là? - essa domandò e il suo viso s'imporporò tutto.

- In prigione! - s'affrettò a dire Necliudov.

- Perché meglio? - domandò lei.

- Penso che la gente qui sia meglio. Altro genere di persone.

- Là c'è molta brava gente, - essa disse.

- Mi sono interessato per i Mensciòv e spero che li mettano in libertà, - disse Necliudov.

- Dio lo volesse, è una vecchietta tanto straordinaria! - replicò lei, ripetendo la sua solita definizione della vecchia. E sorrise lievemente.

- Oggi parto per Pietroburgo. Il vostro ricorso sarà discusso presto e io spero di far annullare la sentenza.

- Che l'annullino o no, ormai fa lo stesso... - essa disse.

- Perché, ormai?

- Così, - rispose lei, guardandolo di sfuggita con aria interrogativa.

Necliudov credette che con quella parola e con quella occhiata essa volesse chiedergli se intendeva mantenere la decisione presa o se avesse mutato idea dopo il rifiuto che gli aveva opposto.

- Non capisco, perché dite che per voi fa lo stesso... - disse. - Ma per me lo è veramente. Che vi assolvano o no, - egli riprese, - in tutti i casi sono pronto a far quel che ho detto - disse risolutamente.

Essa alzò la testa e lo guardò intensamente con gli occhi neri strabici, mentre il suo viso s'illuminava tutto di gioia. Ma non disse quel che esprimevano i suoi occhi.

- Questo è un discorso inutile, - osservò.

- Lo dico perché lo sappiate.

- E' un argomento esaurito e non c'è altro da aggiungere, - disse lei, trattenendo a fatica un sorriso.

Nella stanza si udì un rumore. Un bimbo piangeva.

- Mi par che mi chiamino, - disse guardandosi attorno inquieta.

- Be', allora arrivederci!

Ella finse di non vedere la mano tesa, e senza salutarlo, cercando di nascondere la sua gioia, se ne andò a passi rapidi lungo la passatoia del corridoio.

"Che avviene in lei? Che pensa? Che sente? Vuol mettermi alla prova o veramente non mi può perdonare? Non sa o non vuole dirmi quello che le passa nella mente e nel cuore? Si è fatta più mite o s'è invece inasprita?", si domandava Necliudov, e non sapeva trovare una risposta. Questo soltanto sapeva, che era diversa: nel suo animo si stava operando una profonda trasformazione e in virtù di essa egli si sentiva più vicino a lei e a Colui in nome del quale la trasformazione avveniva.

E quel pensiero gli empiva l'anima di gioia, lo eccitava e lo commuoveva.

Quando la Màslova rientrò nella corsia, dove si vedevano otto lettini, la suora le ordinò di rifare i letti. Mentre era intenta al suo lavoro, ad un tratto nel tendere un lenzuolo, fece una mossa falsa e fu lì lì per cadere. A quella vista un bambino convalescente col collo fasciato cominciò a ridere e la Màslova che stentava a contenere la sua gioia, si sedette sul letto, scoppiando in una risata così sonora e contagiosa che parecchi bambini le fecero eco, e la suora la sgridò aspramente.

- Che cos'hai da sghignazzare? Ti credi d'essere là? Va' a prendere le porzioni.

La Màslova tacque e preso un recipiente, ubbidì all'ordine; ma scambiando uno sguardo col ragazzo fasciato al quale era stato proibito di ridere, scoppiò in una nuova risata, malamente repressa.

Più volte, quando le capitò di rimanere sola durante la giornata, la Màslova tirò un po' fuori dalla busta la fotografia per darle una sbirciatina; ma soltanto la sera dopo il servizio, quando poté ritirarsi nella cameretta che divideva con l'altra inserviente, tolse del tutto il ritratto dalla busta e lo contemplò a lungo, estatica. I suoi occhi accarezzavano ogni particolare dei volti e degli abiti, e i gradini del balcone, e i cespugli che facevano da sfondo al viso di lui, al suo e a quello delle zie. Contemplava il vecchio ritratto ingiallito e non poteva saziarsi di ammirare se stessa, il suo volto giovane e bello coi riccioli che le saltellavano sulla fronte. Era talmente assorta, che non s'accorse neppure quando la sua compagna entrò nella stanza.

- Che cos'è? Te l'ha data lui? - disse l'infermiera, una donna grassa e bonacciona, chinandosi a guardare la fotografia.- Sei tu quella lì?

- Chi vuoi che sia! - rispose la Màslova sorridendo e guardando in faccia la sua compagna.

- E questo chi è, lui? E quella la sua mamma?

- La zia. Ma davvero non mi avresti riconosciuto? - domandò la Màslova.

- Come riconoscerti! Neanche per sogno, t'avrei riconosciuta.

Tutta un'altra faccia! Eh, sarà passata una decina d'anni, da allora!

- Non anni, ma tutta una vita! - disse la Màslova e la sua animazione svanì di colpo.

Il suo viso divenne triste, e una ruga le apparì fra le sopracciglia.

- Perché? La vita "là" dev'essere facile.

- Già, facile! - ripeté la Màslova, chiudendo gli occhi e scuotendo il capo. - Peggio della galera!

- Come mai?

- Come mai! Dalle otto di sera alle quattro del mattino, tutti i giorni uguali.

- E perché allora non la piantano?

- Si vorrebbe, ma non si può. Ma a che scopo parlarne... - mormorò la Màslova.

Si alzò di scatto, gettò la fotografia in un cassetto del tavolino, e trattenendo a stento lacrime di collera, scappò nel corridoio sbattendo l'uscio.

Guardando la fotografia, le era sembrato di ritornare la fanciulla di quell'immagine - aveva rievocato la felicità di un tempo e s'era illusa che avrebbe potuto ancora essere felice con lui. Ma le parole della compagna le ricordarono lo stato in cui si trovava e la vita che aveva fatto. Le ricordarono tutto l'orrore di quella vita, che essa aveva sempre vagamente intuito senza però mai ammetterlo apertamente.

Per la prima volta le balzò vivido alla memoria il ricordo di quelle notti spaventose, e di una in particolare, una notte di carnevale in cui aspettava uno studente che aveva promesso di redimerla. Con un abito di seta rossa scollato e imbrattato di vino, un nastro rosso nei capelli scarmigliati, stanca, infiacchita e ubriaca, dopo aver accompagnato alle due di notte un cliente, s'era seduta in un intervallo delle danze vicino all'accompagnatrice del violinista, una donna magra, ossuta, piena di foruncoli. Le aveva confessato com'era penosa la sua vita, e la pianista le aveva risposto che lei pure sentiva il peso della sua condizione e avrebbe voluto cambiare. Poi era sopraggiunta Klara e tutte e tre avevano deciso di andarsene da quella casa. Credevano che la notte fosse finita e stavano per ritirarsi, quando s'erano udite in anticamera voci di clienti ubriachi. Il violinista attaccò il ritornello di una canzonetta russa molto allegra, e la pianista pestò sul piano l'accompagnamento per la prima figura della quadriglia; un omettino ubriaco che puzzava di vino e aveva il singhiozzo, con la cravatta bianca e il frac, che poi si tolse alla seconda figura, afferrò la Màslova per la vita, mentre un grassone con la barba, anche egli in frac - tutti e due ritornavano da un ballo - si prese la Klara. E fra balli, danze, grida e vino, la notte se n'era andata.

Così era passato un anno, poi due, poi tre. Come non cambiare? E lui era la causa di tutto. Improvvisamente si sollevò nel suo animo una nuova ondata di odio. Avrebbe voluto insultarlo, offenderlo... Si pentì d'essersi lasciata sfuggire l'occasione, quello stesso giorno, di dirgli ancora una volta che lo conosceva, che non gli avrebbe ceduto, che non gli avrebbe permesso di approfittare della sua anima come aveva approfittato del suo corpo. Non gli avrebbe permesso di far di lei lo zimbello della sua generosità.

E per soffocare in qualche modo questo senso angoscioso di pena, di vana esasperazione e di collera, le venne voglia di bere. Se fosse stata nel carcere, avrebbe certamente ceduto alla tentazione, nonostante la sua promessa. Ma lì, l'acquavite era in possesso dell'infermiere capo, e di costui essa aveva paura perché la molestava. Ormai l'idea dei rapporti sessuali le ispirava ribrezzo.

Rimase perciò a sedere sopra una panchina nel corridoio; poi rientrò nella cameretta e senza rispondere alle domande della compagna, pianse a lungo sulla sua esistenza rovinata.

 

 

 

14.

 

A Pietroburgo Necliudov doveva occuparsi di quattro pratiche.

Oltre al ricorso in Cassazione della Màslova, e all'istanza di Fedossia Biriùkova alla commissione apposita, c'era l'incarico affidatogli da Viera Bogoducòvskaia: chiedere al capo della gendarmeria, o alla terza sezione (1), che la Sciustova venisse scarcerata, e che fosse concesso un colloquio alla madre di un detenuto in fortezza. Queste due ultime commissioni Necliudov le considerava una sola. La quarta pratica riguardava i settari esiliati nel Caucaso, lontano dalle famiglie, perché avevano letto e commentato il Vangelo. Necliudov aveva promesso non tanto a loro quanto a se stesso di fare tutto il possibile per chiarire questa cosa.

Dopo l'ultima visita a Màsliennikov, e soprattutto dopo il suo giro in campagna, Necliudov era stato preso, suo malgrado, da una profonda ripugnanza per l'ambiente in cui era vissuto fin allora, l'ambiente che teneva accuratamente celate le sofferenze di milioni di esseri, per assicurare i piaceri e le comodità di un'esigua minoranza, la quale, non vedendo e non potendo vedere quelle sofferenze, non vedeva neppure la crudeltà e la disonestà della propria vita.

Ormai, incontrando le persone di questo ambiente, Necliudov non poteva far a meno di provare un senso di imbarazzo e di rimorso.

Ma nello stesso tempo se ne sentiva anche attratto. Lo univano ad esso le vecchie abitudini, le parentele e le amicizie. E poi, per svolgere l'opera che gli stava tanto a cuore, per poter soccorrere la Màslova e gli altri infelici, doveva assolutamente sollecitare l'appoggio e i favori di quel mondo, ricorrendo a persone che non stimava e che spesso, anzi, suscitavano in lui indignazione e disprezzo.

Giunto a Pietroburgo, si fermò da una zia materna, la contessa Ciarski, moglie di un ex ministro, tuffandosi in tal modo proprio nel cuore della società aristocratica che gli era divenuta tanto estranea. Ciò gli pesava, ma era inevitabile. Se si fosse fermato all'albergo, la zia si sarebbe offesa. E, d'altra parte, la zia aveva relazioni altolocate e poteva essergli utilissima in tutte le pratiche che voleva sbrigare.

- Ma che sento di te? Cose strabilianti! - gli disse la contessa Jekatierina Ivànovna poco dopo il suo arrivo, dandogli il caffè. - "Vous posez pour un Howard" (2). Soccorri i delinquenti, visiti le prigioni, raddrizzi i torti...

- Ma no, non ci penso neppure.

- Che c'è di male, è una cosa buona. Ma ci dev'esser sotto qualche storia romantica. Su dunque, racconta.

Necliudov raccontò per filo e per segno la sua storia con la Màslova.

- Ricordo, ricordo, la povera Hélène mi disse qualcosa a questo riguardo, quando vivevi da quelle vecchiette... mi sembra volessero farti sposare la loro pupilla...

La contessa Jekatierina Ivànovna aveva sempre considerato con disprezzo le zie paterne di Necliudov.

- E' dunque lei? "Elle est encore jolie"? (3) La zietta Jekatierina Ivànovna era una donna di sessant'anni, sana, allegra, energica e loquace. Alta di statura e molto grassa aveva sul labbro due baffetti neri.

Necliudov le voleva bene e fin da bambino subiva l'influsso della sua energia e del suo buonumore.

- No, "ma tante" (4), è una storia finita. Vorrei soltanto aiutarla, giacché è stata condannata ingiustamente e per colpa mia. Io solo sono colpevole di tutto il suo destino. Mi sento in dovere di fare per lei quanto posso.

- Ma è vero quel che mi dicono, che vuoi sposarla?

- Sì, io volevo, ma lei no.

Jekatierina Ivànovna corrugò la fronte e socchiuse gli occhi, guardando il nipote meravigliata e senza parola. Poi improvvisamente mutò espressione e sembrò soddisfatta.

- Bene, è più intelligente di te. Ah, che stupido sei mai! E tu l'avresti sposata?

- Indubbiamente.

- Dopo quel che è stata?

- Ragione di più. La colpa è tutta mia.

- No, sei semplicemente un babbeo, - disse la zia trattenendo un sorriso. - Un tremendo babbeo, ma io ti amo proprio per questo, che sei un tremendo babbeo, - ripeteva, evidentemente soddisfatta di questa parola che a suo parere rendeva a puntino lo stato intellettuale e morale di suo nipote. - A proposito, - proseguì, - sai che Aline ha aperto un magnifico ricovero per le Maddalene? Ci sono stata una volta. Sono disgustose: dopo, non la finivo più di lavarmi... Ma Aline ci si è dedicata "corps et âme" (5). Possiamo darle anche la tua. Se c'è qualcuno che può redimerle, è proprio Aline.

- Ma se l'hanno condannata ai lavori forzati! Sono venuto apposta per cercare di ottenere l'annullamento della sentenza. E' il primo dei piaceri che ho da chiedervi.

- Ho capito. E dove si dibatte la causa?

- In Cassazione.

- In Cassazione? Ma in Cassazione c'è il mio caro "cousin" Liòvuscka. Già, veramente, lui è nella sezione "araldica". Dei veri membri non conosco proprio nessuno. Tutta gente piovuta Dio sa da dove, o tedeschi: "Ghe, Fe, De, tout l'alphabet"; e ogni sorta di Ivànov, Semionov, Nikitin, oppure "pour varier" Ivànienko, Simònienko, Nikìtienko. "Des gens de l'autre monde" (6). Be', proverò a dirlo a mio marito. Lui li conosce. Conosce tutti. Ma tu, spiegagli di che si tratta, altrimenti da me non capirebbe mai. Qualunque cosa io dica, lui dice sempre che non capisce nulla. "C'est un parti pris" (7). Tutti capiscono tranne lui.

In quel momento entrò un servitore in livrea portando una lettera su un vassoio d'argento.

- Giusto da Aline. E potrai sentire anche Kisevetter!

- Chi è Kisevetter?

- Kisevetter? Vieni oggi, così saprai chi è. Parla in un modo che i delinquenti più incalliti si buttano in ginocchio a piangere di pentimento.

La contessa Jekatierina Ivànovna, per quanto ciò potesse sembrare strano e mal si accordasse col suo carattere, era una ardente fautrice della teoria secondo la quale l'essenza del cristianesimo consiste nella redenzione. Frequentava le adunanze dove si predicava questa dottrina, allora di moda, e radunava gli adepti a casa sua.

Nonostante che questa dottrina non ammettesse né riti né icone, né misteri, in casa di Jekatierina