Ivan Sergeevitch Turgenev

 

TRE RACCONTI

 

 

IL RACCONTO DI PADRE ALEKSEJ

 

Una ventina di anni fa mi accadde di dover visitare, nella veste di ispettore privato, tutte le proprietà, abbastanza numerose, di mia zia. I parroci ai quali credetti che fosse mio dovere presentarmi, si rivelarono persone tutto sommato banali, tutti tagliati sullo stesso modello; alla fine, però, in una delle ultime proprietà che visitai, mi imbattei in un prete che non assomigliava ai suoi confratelli. Era un uomo molto vecchio, quasi decrepito, e se non fosse stato per le stringenti preghiere dei suoi parrocchiani che lo adoravano e lo veneravano, avrebbe chiesto da tempo di essere messo a riposo. Due particolarità di padre Aleksej (così si chiamava il prete) mi colpirono in modo particolare. Innanzi tutto, non solo non mi chiese nessun sussidio ma, al contrario, mi dichiarò francamente che non aveva bisogno di niente; in secondo luogo non avevo mai visto sul viso di un uomo un'espressione così triste, completamente indifferente, o come si dice "rassegnata". I tratti del suo viso erano comuni, contadineschi: una fronte rugosa, piccoli occhi grigi, un naso grosso, una barbetta a punta, la pelle scura e bruciata dal sole... Ma l'espressione!... l'espressione! Nello sguardo spento brillava solo una scintilla di vita, e anche la voce aveva qualcosa di offuscato, privo di vita. Mi ero ammalato e rimasi a letto un po' di giorni; padre Aleksej veniva a farmi visita ogni sera, non per chiacchierare, ma per giocare a duratchki (1). Il gioco a carte pareva che lo distraesse più della mia compagnia.

Una sera, in cui avevo perso diverse volte di seguito (cosa che aveva reso felice padre Aleksej) portai il discorso sulla sua vita passata, su quei dolori che avevano lasciato su di lui una traccia tanto evidente. Padre Aleksej per un po' si mostrò reticente, ma alla fine mi raccontò la sua storia. Qualche cosa in me gli era certamente piaciuta, altrimenti non si sarebbe mostrato così aperto.

Cercherò di trascrivere il racconto con le stesse sue parole.

Padre Aleksej parlava in modo molto chiaro e semplice, senza tutti quei giri di parole caratteristici dei seminaristi o dei provinciali. Non era la prima volta che notavo come in Russia le persone di ogni ceto e condizione, quando siano grandemente provate dalla vita fino alla piena accettazione di essa, si esprimano proprio in un linguaggio come quello.

"...Avevo una moglie buona e saggia - cominciò - l'amavo con tutto il cuore ed ebbi da lei otto figli: ma quasi tutti morirono in tenera età. Uno dei miei figli è diventato arciprete e è morto da poco nella sua diocesi. Di un altro figlio, Jakov, voglio ora parlarle. Lo avevo mandato nel seminario di T. e ben presto cominciai a ricevere sue notizie molto confortanti: era il primo in tutte le materie! Anche a casa, ancora adolescente, si distingueva per il suo amore per lo studio e per la sua modestia; spesso passava giornate intere senza che lo si sentisse... se ne stava con un libro in mano a leggere. Non procurò mai, né a me, né a mia moglie, il minimo dispiacere; era proprio un ragazzo tranquillo. Solo a volte si perdeva in riflessioni, insolite per la sua età, e aveva una salute un po' delicata. Una volta gli capitò una cosa strana. Aveva appena compiuto dieci anni. Verso il giorno di San Pietro, una mattina all'alba, si era allontanato da casa ed era rimasto fuori per quasi tutta la mattina. Finalmente tornò. Mia moglie e io gli chiediamo: 'Dove sei stato?' 'Sono andato a fare una passeggiata nel bosco' dice, 'e ho incontrato un vecchietto verde, abbiamo parlato a lungo e mi ha dato delle noccioline tanto buone!' 'Ma quale vecchietto verde?' chiediamo.

'Non so' dice, 'non lo avevo mai visto. Era un vecchietto gobbo, sgambettava in continuazione, e rideva maliziosamente. Tutto verde come una foglia.' 'Come?' chiediamo noi, 'anche il viso era verde?' 'Sia il viso che i capelli, e anche gli occhi!' Nostro figlio non aveva mai mentito, ma quella volta io e mia moglie dubitammo delle sue parole. 'Ti sarai addormentato nel bosco, in un angolo al sole e avrai visto quel vecchietto in sogno.' 'No, non mi sono addormentato, assolutamente' dice, 'ma se non mi credete, ecco in tasca mi è restata una nocciolina.' Jakov tira fuori dalla tasca quella nocciolina, e ce la mostra. Una pallina della grandezza di una piccola castagna, molto rugosa, diversa dalle nostre solite noccioline. Io la misi da parte, volevo farla vedere al dottore... ma non so dove sia finita... poi non l'ho più ritrovata.

Lo mandammo dunque in seminario e come le ho già detto, ci diede delle gioie con i suoi successi! Mia moglie e io pensavamo che sarebbe diventato qualcuno! Quando veniva a casa in vacanza, era un piacere guardarlo: era così bello, non aveva nessun vizio, piaceva a tutti e tutti ci facevano i complimenti. Era però molto magro e il suo viso non aveva un bel colorito. Aveva compiuto diciannove anni, ben presto avrebbe finito gli studi. Ed ecco che, d'improvviso, riceviamo una sua lettera. Ci scrive: 'Padre e madre miei, non siate in collera con me, permettetemi di scegliere la vita laica; il mio cuore non ha una vocazione ecclesiastica: ho paura delle responsabilità, temo il peccato e in me sono nati dei dubbi! Senza il vostro permesso e senza la vostra benedizione non prenderò nessuna decisione, ma vi dirò solo una cosa: ho paura di me stesso, perché ho cominciato a riflettere molto.' Mi creda, caro signore: questa lettera mi causò molto dolore, come se un pugnale mi avesse trafitto il cuore; dato che vedevo che nessuno avrebbe preso il mio posto. Il mio figlio maggiore è monaco; e quest'altro vuole rinunciare al suo posto! Ecco che cosa mi addolora ancora di più: da circa duecento anni nella nostra parrocchia tutti i preti erano della nostra famiglia! Tuttavia penso: non posso oppormi, si vede che quello era il suo destino. E che pastore è se si lascia prendere dal dubbio? Mi consigliai con mia moglie e scrissi quanto segue:

'Figlio mio, Jakov, pensaci bene, prima di tagliare bisogna pensarci due volte. Nella vita laica ci sono molte difficoltà: il freddo, la fame e il disprezzo per il nostro ceto. E sappi fin da adesso: nessuno ti tenderà una mano; e guarda bene di non dovertene poi pentire! Tu sai che il mio desiderio è sempre stato quello di vederti prendere il mio posto: ma se tu hai dei dubbi sulla tua vocazione e vacilli nella tua fede allora non sta a me trattenerti. Sia fatta la volontà di Dio! Tua madre e io non ti rifiutiamo la nostra benedizione.' Jakov mi rispose con una lettera riconoscente: 'Mi hai dato molta gioia, padre mio: ho intenzione di dedicarmi al lavoro scientifico e ho delle protezioni: andrò all'università, diventerò dottore, dato che sono molto portato per la scienza.' Dopo aver letto la lettera di Jasha (2) diventai ancora più triste e poco dopo non avevo più nessuno con cui dividere il mio dolore:

la mia vecchia si prese un forte raffreddore e morì: se fosse per quel raffreddore o perché il Signore, amandola, volesse prenderla con sé, non lo so. Ho pianto, ho pianto, povero vedovo solitario, ma cosa potevo fare? Si vede che così doveva essere. E sarei stato contento di finire sotto terra... ma la terra è dura... e non si spalanca. Aspettavo mio figlio, perché mi aveva scritto: 'Prima di andare a Mosca, passerò da casa.' E fu così: tornò alla casa paterna, ma ci restò poco. Sembrava che qualcosa gli facesse fretta: sembrava che volesse volare a Mosca, alla sua cara Università! Cominciai a interrogarlo sui suoi dubbi e sulla loro causa, ma senza successo: un solo pensiero gli si era ficcato in testa e profondamente! 'Voglio aiutare' diceva, 'il prossimo.' E se ne andò, senza un soldo in tasca, solo con qualche vestito.

Aveva tanta fiducia in sé! E non a torto. Superò l'esame benissimo, entrò all'Università e trovò da dare lezioni in case private... Era molto bravo nelle lingue classiche! E si figuri!

Pensò di mandarmi del denaro. Questo mi diede un po' di gioia, non per il denaro, naturalmente: il denaro glielo rimandai indietro e lo rimproverai anche; no, ero contento perché vedevo che il ragazzo era sulla strada giusta. Ma la mia gioia non durò a lungo!

Alle prime vacanze tornò a casa... Ma, cosa incredibile, non riconoscevo più il mio Jakov! Era così annoiato così malinconico... Da non tirargli fuori una parola di bocca! E anche in viso è cambiato: come se fosse invecchiato di dieci anni! Anche prima era timido, non c'è che dire! Per qualsiasi cosa si intimidiva e arrossiva come una fanciulla... Ma quando alzava gli occhi... si vedeva che ha l'anima limpida! Ora invece non è più così. Non è più timido, ma selvaggio come un lupo, e guarda tutti di traverso. Mai un sorriso, mai una parola gentile, una vera pietra! Quando lo interrogo o sta zitto o mi mostra i denti.

Comincio a pensare: che si sia dato al bere, Dio non voglia! O forse è stato preso dalla passione delle carte? O magari si è lasciato trascinare in una storia di donne. Quando si è giovani i filtri hanno un effetto potente, e poi in una grande città come Mosca, i cattivi esempi e le occasioni non mancano! Ma no: non sembra essere niente del genere. Beve solo "kvas" (3) e acqua, non guarda l'altro sesso e del resto non frequenta nessuno. E quello che mi addolora di più è che non mi mostra più la confidenza di un tempo. E' comparsa in lui una specie di indifferenza, tutto quello che prima gli stava a cuore, ora lo esaspera. Cerco di portare la conversazione sulla scienza, sull'università, e anche su questo non riesco ad ottenere una vera risposta. Andava in chiesa, però, ma anche lì si comportava stranamente: mentre dappertutto si mostrava cupo e severo, in chiesa era come se fosse divertito.

Rimase così con me circa sei settimane e poi ripartì per Mosca! Da Mosca mi scrisse due o tre volte, e dalle sue lettere ebbi l'impressione che fosse tornato in sé. Ma si immagini la mia meraviglia, egregio signore! D'improvviso, in pieno inverno, ecco che compare a casa. Come è possibile? Cosa è successo? Che cosa significa? So che questo non è tempo di vacanze. 'Arrivi da Mosca?' gli chiesi. 'Sì.' 'E allora... l'università?' 'Ho lasciato l'università.' 'Hai lasciato?' 'Sì, proprio così' 'Per sempre?' 'Sì, per sempre.' 'Ma sei forse malato, Jakov?' 'No, padre mio' dice, 'non sono malato, ma tutto quello che le chiedo, padre mio è di non infastidirmi con domande, altrimenti me ne andrò e non mi vedrà mai più.' Aveva un bel dire: non sono malato, ma Jakov aveva un tale viso, che mi spaventai. Un viso terribile, rabbuiato, quasi disumano. Le guance scavate, gli zigomi sporgenti, era tutto pelle e ossa, una voce cavernosa... e gli occhi...! Dio onnipotente! Che occhi! Minacciosi, selvaggi, sempre in movimento, inafferrabili; le sue sopracciglia aggrottate, le sue labbra contratte. Che cosa era successo al mio bel Josif (4), al mio figliolo tanto tranquillo? Non riuscivo a capire. 'Forse è diventato pazzo?' pensai allora. Era come un fantasma, non dormiva di notte e improvvisamente fissava con lo sguardo un angolo e sembrava impietrito... Era spaventoso! Poteva anche minacciarmi di andare via da casa se non lo lasciavo in pace, ma ero sempre suo padre! La mia ultima speranza stava crollando, e io dovevo forse restare zitto? Ecco che un giorno, approfittando di un momento favorevole, mi misi a pregare Jakov con le lacrime agli occhi, a scongiurarlo in nome della madre morta. 'Parla a tuo padre, padre di sangue e di spirito, Jasha, dimmi che cosa hai! Non uccidermi, spiegati, apri il tuo cuore! Hai forse ucciso un cristiano? Allora devi pentirti!', 'Ebbene padre' mi dice all'improvviso (il colloquio avveniva di notte), 'sei riuscito a commuovermi, ti dirò tutta la verità! Non ho ucciso nessuno, ma la mia anima si sta perdendo.' 'Ma in che modo?' 'Ecco...' E, allora, per la prima volta Jakov alza gli occhi su di me... 'Ecco, da più di tre mesi' comincia... Ma improvvisamente si interrompe e comincia a respirare affannosamente. 'Che cosa da più di tre mesi? Parla, non torturarmi.' 'Sono più di tre mesi che lo vedo.' 'LO vedi, ma chi vedi?' 'Quello che non si può nominare quando scende la notte.' Mi sentii gelare dalla testa ai piedi e fui preso da un tremito.

'Come?' gli dissi 'LO vedi?' 'Sì.' 'Anche adesso?' 'Sì.' 'Dove?' Non osavo girarmi e parlavamo tutti e due a voce bassa.

'Laggiù...' mi indicò un punto con gli occhi..., 'laggiù, nell'angolo.' Raccolsi tutto il mio coraggio... e guardai verso l'angolo: ma non c'era niente! 'Ma là non c'è niente, Jakov!' 'TU non lo vedi, ma io sì.' Guardai di nuovo... ma di nuovo niente! Mi ricordai di colpo del vecchietto nel bosco che gli aveva regalato la castagna. 'Che aspetto ha?' dico. 'E' verde?' 'No, non è verde, è nero.' 'Ha le corna?' 'No, è come un uomo, ma è tutto nero.' Mentre parla digrigna i denti, è pallido come un morto, si stringe a me per la paura. I suoi occhi sembrano uscire dalle orbite e guarda fisso verso l'angolo. 'Ma è l'ombra che ti sembra di vedere' dico, 'è il nero dell'ombra che tu scambi per un uomo.' 'Come no, vedo i suoi occhi: ecco ora li fa roteare ecco, ora alza la mano, chiama.' 'Jakov, Jakov, se tu avessi provato a pregare: questo maleficio sarebbe sparito. Che Dio risorga e i suoi nemici si disperdano!' 'Ho provato' dice, 'ma non è successo niente.' 'Aspetta, Jakov, aspetta, non disperare: brucerò dell'incenso, dirò una preghiera e ti cospargerò con l'acqua benedetta.' Jakov mi rispose con un gesto scoraggiato. 'Non credo al tuo incenso, né alla tua acqua benedetta: non sono di nessun aiuto. Non posso più liberarmi di LUI ormai. Da quel giorno maledetto in cui mi è venuto a visitare quest'estate, da allora è sempre stato mio ospite e niente lo può scacciare. Devi saperlo, padre e non devi più meravigliarti per la mia condotta, e non tormentarmi più.' 'In quale giorno è venuto da te?' chiedo, facendo continuamente su di lui dei segni di croce. 'Forse quel giorno in cui mi hai scritto riguardo ai tuoi dubbi?' Jakov allontanò la mia mano. 'Lasciami, padre mio,' disse, 'non contrariarmi se non vuoi aggravare le cose. Perché farei presto a attentare alla mia stessa vita.' Lei si può immaginare, caro signore, l'effetto che mi fecero queste parole!... Ricordo di avere pianto tutta la notte. 'Come ho meritato una simile collera da parte del Signore?' penso." A quel punto padre Aleksej tirò fuori dalla tasca un fazzoletto a quadretti e cominciò a soffiarsi il naso asciugandosi furtivamente gli occhi.

"Da allora, come è stata difficile la nostra vita! - continuò - Avevo un solo pensiero: come impedirgli di fuggire o che, Dio ce ne scampi, di attentare alla sua vita! Sorvegliavo ogni suo passo, ma avevo paura a riprendere la nostra conversazione. A quel tempo abitava vicino a noi la vedova di un colonnello di nome Marfa Savishna; avevo una grande stima di lei perché era una donna assennata e tranquilla, anche se era ancora giovane e affascinante; andavo spesso a trovarla e lei non disprezzava la mia condizione. Non sapendo più che cosa fare per il dolore e per l'angoscia, le raccontai tutto. All'inizio si spaventò e ne restò sconvolta, ma alla fine prevalse in lei la ragione. Rifletté a lungo in silenzio, quindi espresse il desiderio di vedere mio figlio e di parlare con lui. Capii allora che dovevo assolutamente soddisfare la sua volontà: dato che non era la curiosità femminile a spingerla, ma qualcos'altro. Tornato a casa cercai di convincere Jakov. 'Vieni con me dalla vedova del colonnello.' E lui faceva resistenza con tutte le sue forze. 'Non ci andrò' diceva, 'non ci andrò per niente al mondo. Di che cosa dovrei parlare con lei?' E cominciò a gridare contro di me, ma io finalmente lo convinsi e attaccata la slitta lo portai da Marfa Savishna e, secondo l'accordo, li lasciai soli. Mi meravigliai che avesse acconsentito così presto. Ma, speriamo, aspettiamo e vedremo. Dopo tre o quattro ore il mio Jakov tornò a casa. 'Allora,' gli chiedo, 'cosa pensi della nostra vicina? Ti è piaciuta?' Ma lui non mi risponde.

E io di nuovo a stuzzicarlo: 'E' una donna virtuosa... è stata gentile con te?' 'Sì' dice, 'non è come le altre...' Mi accorgo che aveva l'aria un po' più arrendevole. E decido allora di fargli delle domande: 'E il maleficio?' dico, 'allora?' Jakov mi lancia uno sguardo sferzante, e non dice più niente. Non insisto più ed esco dalla stanza: un'ora dopo mi avvicino alla porta, guardo dal buco della serratura... E si immagini! Il mio Jakov dorme! E' sdraiato sul letto e dorme. Mi faccio diversi segni di croce.

'Signore, benedici Marfa Savishna! Perché questa cara donna ha saputo commuovere quel cuore indurito!' Il giorno dopo vedo che Jakov prende il cappello; mi dico: gli chiedo dove va? Ma no, meglio non fare domande... sicuramente andrà da lei!... E in effetti andò da lei, da Marfa Savishna e ci rimase più a lungo della prima volta; e il giorno dopo, la stessa cosa! E il giorno dopo ancora la stessa cosa! Cominciai a sentirmi sollevato, anche perché vedevo che in mio figlio avveniva un mutamento, il suo viso era cambiato e lo si poteva guardare negli occhi, senza che distogliesse lo sguardo. C'era in lui la stessa tristezza, ma era scomparsa la disperazione di prima, la paura di prima. Ahimè, prima che io riprendessi un po' di coraggio tutto crollò di nuovo. Jakov si era di nuovo inselvatichito e non si poteva parlargli. Se ne stava rinchiuso nella sua cameretta e non andava più dalla vedova del colonnello. 'Forse' pensavo, 'egli l'ha offesa e lei non vuole più riceverlo in casa. Ma, no,' pensavo, 'anche se è infelice, non ne avrebbe avuto il coraggio; e anche lei non è il tipo!' Ma non resistetti e alla fine gli chiesi: 'Ma allora Jakov. La nostra vicina... Mi sembra che tu l'abbia dimenticata del tutto!' E lui cominciò a gridare contro di me: 'La nostra vicina! Vuoi forse che LUI si prenda gioco di me?' 'Come?' dissi... Ed egli strinse i pugni con tutta la sua rabbia!

'Sì' disse, 'prima si accontentava di stare lì, ma ora comincia a ridere e si burla di me! Vattene, esci di qui!' A chi erano dirette quelle parole non lo so; ero così spaventato che a mala pena riuscivo a stare in piedi. Si immagini: il suo viso era rosso come il rame, aveva la bava alla bocca e la voce rauca come se qualcuno lo strozzasse!... E io, affranto, lo stesso giorno andai da Marfa Savishna... La trovai in preda a una profonda tristezza.

Anche fisicamente era cambiata: era dimagrita. Ma non volle parlare con me di mio figlio. Disse soltanto questo: che nessun aiuto umano poteva avere effetto in questo caso. 'Preghi, padre,' mi disse e mi diede cento rubli. 'Per i poveri e i malati della sua parrocchia.' E di nuovo ripeté: 'Preghi!' Dio mio, come se senza le sue parole non avessi pregato giorno e notte!" Padre Aleksej tirò fuori di nuovo il fazzoletto e si asciugò le lacrime, ma questa volta non più di nascosto e dopo essersi riposato un po', riprese la sua triste storia.

"Da quel giorno, io e Jakov, cominciammo a scendere la china come una valanga di neve e tutti e due sapevamo che in fondo c'era il precipizio! Ma a che cosa aggrapparci, che cosa provare ancora? E poi eravamo nell'assoluta impossibilità di nasconderlo. Nella parrocchia si era diffuso un grande turbamento, e si diceva che il figlio del parroco era indemoniato e che bisognava informare le autorità. E lo avrebbero sicuramente fatto se i miei parrocchiani, bontà loro, non avessero avuto pietà di me. L'inverno era finito ed era arrivata la primavera. E Dio ci mandò una primavera così bella e luminosa, che nemmeno i vecchi se ne ricordano una uguale:

sole per tutto il giorno, senza vento e che tepore! Mi venne una santa idea: convincere Jakov ad andare con me in pellegrinaggio a San Mitrofan a Voronez! 'Se quest'ultimo tentativo non riesce,' penso, 'non ci resta che una speranza: tomba!' Ed ecco che un bel giorno al tramonto, mentre sono seduto sulla scaletta, i meli sono in fiore, e l'erba nuova è tutta verde... mentre sono seduto a pensare come comunicare a Jakov la mia proposta, ecco che improvvisamente lo vedo sulla scaletta: si ferma, guarda, respira profondamente e viene a sedersi vicino a me su uno scalino. Sono quasi spaventato dalla gioia, ma rimango zitto! E lui seduto sul gradino osserva il crepuscolo in silenzio!

Mi sembra che una vaga commozione passi sul suo viso; le rughe sulla sua fronte si sono appianate, i suoi occhi sono più luminosi... e sembra quasi che una lacrima stia sgorgando! Avendo notato questo cambiamento provai, mio Dio, a parlargli: 'Jakov,' dissi, 'ascoltami, senza arrabbiarti.' E gli raccontai del mio progetto di andare in pellegrinaggio da San Mitrofan. Da noi a Voronez c'erano circa cento cinquanta "verste": come sarebbe stato bello alzarsi prima dell'alba: camminare in quella frescura primaverile, camminare sull'erba verde, sulla strada maestra.

'Vedi,' gli dicevo, 'se noi ci prosterniamo e preghiamo per bene sulla tomba del Santo, chi lo sa, forse Dio ascolterà la nostra preghiera, tu avrai la guarigione, come è già successo tante volte.' E si immagini la mia felicità, caro signore! 'Va bene,' dice Jakov, senza girarsi e con gli occhi sempre rivolti al cielo, 'sono d'accordo, andiamo.' Ero senza parole... 'Figlio mio,' gli dissi, 'anima mia, mia consolazione!...' E lui mi chiede: 'E quando partiamo?' 'Perché non domani?' rispondo.

E così il giorno dopo ci mettemmo in strada. Indossate le bisacce, e preso il bastone da pellegrino, partimmo. Camminammo sette giorni interi, e cosa addirittura straordinaria con un tempo sempre favorevole! Né caldo eccessivo, né pioggia, né mosche, né polvere negli occhi. E ogni giorno l'aspetto di Jakov migliorava.

Devo dirle che Jakov, anche prima, all'aria aperta, QUELLO non lo vedeva, ma lo sentiva vicino, dietro le spalle, oppure gli sembrava che la SUA ombra gli passasse accanto e questo lo allarmava molto. Ma questa volta non successe niente di simile: e perfino nelle locande dove dovevamo pernottare non gli appariva niente. Parlavamo poco fra noi... ma come era bello stare insieme, e soprattutto per me! Vedevo il mio povero piccolo resuscitare sotto i miei occhi. Non posso descriverle, mio caro signore, quello che sentivo allora. Alla fine arriviamo a Voronez. Ci laviamo, ci mettiamo in ordine e subito alla cattedrale, dal santo! Tre giorni interi restammo nel santuario. Quante messe abbiamo ascoltato, quanti ceri abbiamo offerto! E tutto andava bene, tutto andava a meraviglia; le giornate passavano in devozione e le notti erano serene; il mio Jasha dormiva come un bambino. Cominciò lui stesso a parlare con me. A volte mi chiedeva: 'Padre non vedi niente?' e sorrideva. 'No, non vedo niente' dicevo. 'Allora neanche io non vedo niente,' diceva. Cosa chiedere di più? La mia riconoscenza verso il santo era senza limiti.

Passano tre giorni e dico a Jakov: 'Ebbene, ora, figlio mio, tutto si è sistemato. Per noi è un giorno di festa; non resta che una cosa da fare: vai a confessarti e a fare la comunione; dopo torneremo a casa con Dio e dopo che ci saremo riposati come si deve e avremo lavorato un po' a casa per consolidare le nostre forze, ci metteremo in cerca di un lavoro o qualche altra cosa.

Marfa Savishna ci aiuterà di certo.' 'No,' dice Jakov, 'perché disturbarla? Io le porterò un anellino che è stato sulla mano di San Mitrofan.' Queste parole mi diedero coraggio: 'Attento, prendi un anello d'argento e non uno d'oro, nuziale'. Il mio Jakov diventò rosso e ripeté solo che non era il caso di disturbarla e accettò di fare quello che gli avevo detto. Il giorno dopo andammo alla cattedrale; il mio Jakov si confessò, dopo aver pregato con tanta devozione e poi fece la comunione. Stavo un po' in disparte e mi sentivo al settimo cielo... Gli angeli in cielo non erano certo più felici di me! Ma poi vidi qualcosa che mi lasciò esterrefatto. Il mio Jakov aveva fatto la comunione, ma non era andato a bere il vino! Mi dava le spalle... mi avvicinai a lui.

'Jakov,' gli dico, 'perché non vai?'. Si gira di colpo! Mi creda:

feci un salto indietro tanto mi spaventai! Altre volte il suo viso era stato spaventoso, ma ora era diventato feroce, terribile! Era pallido come la morte, con i capelli dritti, gli occhi storti...

Per la paura persi la voce. Volevo parlare, ma non potevo... ero completamente paralizzato... Intanto lui si precipitò fuori dalla chiesa! Lo seguii... e lui di corsa verso la locanda dove avevamo pernottato, la bisaccia in spalla e via! 'Dove vai?' gli gridai 'Che cosa hai Jakov? Aspetta! Fermati!' Senza rispondermi una parola, corse via come una lepre, e di raggiungerlo neanche a parlarne. Infine sparì. Tornai subito indietro, noleggiai un carretto e tutto tremante non riuscivo a dire altro che 'Mio Dio, Mio Dio!' Certo non capivo assolutamente la disgrazia che si era abbattuta su di noi. Mi avviai verso casa pensando che si sarebbe sicuramente diretto laggiù. E infatti: alla sesta "versta" dalla città lo vedo camminare a lunghi passi sulla strada maestra. Lo raggiunsi, saltai giù dal carretto e mi avvicinai a lui. 'Jasha!

Jasha!' Lui si fermò, si girò verso di me, ma i suoi occhi guardavano ostinatamente a terra e le sue labbra erano serrate. E qualsiasi cosa gli dicessi restava immobile come una statua e respirava soltanto. Finalmente riprese a camminare. Che cosa potevo fare, se non incamminarmi dietro a lui?

Ah, che viaggio è stato quello, mio caro signore! Tanto felice era stato il nostro viaggio verso Voronez, altrettanto terribile fu il ritorno! Quando gli parlavo, digrignava perfino i denti, proprio come fanno le tigri e le iene! Mi chiedo ancora come ho fatto a non impazzire! Ma ecco che finalmente una notte, in una piccola "izba" di contadini, mentre se ne stava seduto sulla panca, con le gambe penzoloni e si guardava intorno, io mi gettai in ginocchio davanti a lui e tra le lacrime lo implorai con preghiere piene di amarezza: 'Non uccidere,' gli dicevo, 'non uccidere il tuo vecchio padre! Non portarlo alla disperazione! Dimmi: cosa è successo?' Lui posò gli occhi su di me - ma sembrava che non vedesse la persona che gli stava davanti - e improvvisamente parlò con una voce, che ancora mi risuona nelle orecchie. 'Ascolta padre,' mi disse, 'vuoi sapere tutta la verità? Allora eccola! Quando ho fatto la comunione, ti ricordi, e avevo ancora un pezzetto di pane in bocca, all'improvviso LUI (in chiesa e in pieno giorno) si è drizzato davanti a me come se fosse spuntato dalla terra e mi ha sussurrato (prima non aveva mai parlato): 'Sputalo e calpestalo!' E così ho fatto: ho sputato e l'ho calpestato. E ora quindi sono dannato per sempre, perché qualsiasi peccato può essere perdonato ma non un peccato contro lo Spirito Santo...' E pronunciate queste terribili parole, mio figlio si lasciò cadere sulla panca, mentre io crollai a terra... Le gambe non mi reggevano più..." Padre Aleksej tacque per un momento e si coprì gli occhi con la mano.

"Ma - continuò - non voglio tormentarla e non voglio tormentare me stesso! Mio figlio e io ci trascinammo fino a casa e poco dopo egli morì e io persi il mio Jakov! Prima di morire rimase qualche giorno senza mangiare e senza bere, correva in su e giù per la stanza e andava ripetendo che il suo peccato non poteva essere perdonato... ma che LUI non gli era più apparso. 'Ha dannato la mia anima,' diceva, 'adesso cosa tornerebbe a fare?' E non appena Jakov si mise a letto, perse subito coscienza e così, senza pentirsi, come un verme insensato, lasciò questa vita per quella eterna...

Ma non voglio credere che il Signore abbia pronunciato contro di lui un verdetto severo...

E fra l'altro non voglio crederci neanche, perché era così bello sdraiato nella bara: sembrava ringiovanito e simile al Jakov di una volta. Il suo viso era tranquillo, puro, i suoi capelli erano arricciati e le sue labbra sorridevano. Marfa Savishna venne a vederlo e disse la stessa cosa. Sistemò intorno a lui dei fiori e gli mise dei fiori sul petto; e fece mettere una pietra tombale a sue spese.

E io sono rimasto solo... Ed ecco perché, egregio signore, lei ha potuto notare sul mio viso una grande tristezza... Essa non sparirà mai, non può sparire." Volevo dire una parola di conforto a padre Aleksej... ma non trovai nessuna parola.

Poco dopo ci separammo.

 

 

 

NOTE:

  1. Gioco a carte dalle regole molto semplici.
  2. Jasha, diminutivo di Jakov.
  3. "kvas" bibita rinfrescante a base di cereale fermentato.
  4. L'espressione "bel Josif" fa riferimento al personaggio biblico di Giuseppe, figlio prediletto di Giacobbe.

 

 

 

IL CANTO DELL'AMOR TRIONFANTE (1542)

 

Dedicato alla memoria di Gustave Flaubert.

 

"Wage Du zu irren und zu traumen!" SCHILLER (1)

Ecco cosa ho letto in un vecchio manoscritto italiano:

 

1.

 

Verso la metà del Sedicesimo secolo vivevano a Ferrara (che allora prosperava sotto il dominio dei suoi magnifici duchi, protettori delle arti e della poesia), due giovani di nome Fabio e Muzio.

Coetanei, parenti stretti, erano quasi inseparabili: una sincera amicizia li legava fin dalla prima infanzia... la somiglianza dei loro destini aveva rafforzato questo legame. Tutti e due facevano parte di antiche famiglie, erano tutti e due ricchi, indipendenti e senza legami, erano simili anche nei gusti e nelle inclinazioni.

Muzio si interessava di musica, Fabio di pittura. Tutta Ferrara era fiera di loro: erano il miglior ornamento della corte, della società e della città. Fisicamente, però, non si assomigliavano, anche se ambedue si segnalavano per la loro bellezza elegante e giovanile: Fabio era più alto, bianco di pelle e chiaro di capelli, con gli occhi azzurri; Muzio, al contrario, aveva la pelle olivastra, i capelli neri e i suoi occhi marrone scuro non avevano il chiarore gioioso, né le labbra il sorriso attraente, che si notavano in Fabio, le sue sopracciglia folte incombevano su palpebre strette, mentre le sopracciglia dorate di Fabio si stendevano come semicerchi sottili, sulla fronte liscia e pulita.

Anche nella conversazione Muzio era meno vivace; nonostante questo, i due amici piacevano nella stessa misura alle dame, dato che erano dei veri modelli di galanteria e generosità cavalleresche.

Nello stesso tempo viveva a Ferrara una fanciulla di nome Valeria.

La consideravano fra le più belle della città, anche se la si vedeva molto di rado, visto che conduceva una vita appartata e usciva di casa solo per andare in chiesa e alle passeggiate nelle grandi feste. Viveva con la madre, una vedova di buona famiglia, ma senza ricchezze, che non aveva altri figli. Chiunque incontrasse Valeria non poteva trattenere un moto di stupore e subito dopo di tenero rispetto tanto era modesta nel suo comportamento, tanto sembrava lei stessa poco cosciente della potenza della sua bellezza. Alcuni, a dire il vero, la trovavano un po' pallida; i suoi occhi, quasi sempre abbassati, avevano un'espressione timida e timorosa, le sue labbra sorridevano raramente e di un sorriso appena percettibile; pochi avevano sentito il suono della sua voce. Ma si raccontava che fosse magnifica, e che chiusa in camera sua, la mattina presto, quando tutta la città era ancora addormentata, le piacesse cantare antiche arie, al suono del liuto che lei stessa suonava.

Nonostante il pallore del volto, Valeria risplendeva di salute e perfino i vecchi, guardandola, pensavano: "Oh, come sarà felice quel giovane per il quale sboccerà completamente questo fiore, ancora racchiuso nei suoi petali, ancora intatto e verginale!"

 

 

 

NOTE:

  1. "Osa errare e sognare"; verso del poema di Schiller "Tekla"

 

 

 

2.

 

Fabio e Muzio videro Valeria per la prima volta durante una sfarzosa festa popolare, voluta dal duca di Ferrara, Ercole, figlio della famosa Lucrezia Borgia, in onore di alti dignitari arrivati da Parigi, invitati dalla duchessa, figlia del re di Francia Luigi Dodicesimo. Valeria era seduta vicino alla madre, al centro di una elegante tribuna eretta su disegno del Palladio, sulla piazza principale di Ferrara, per le dame più importanti della città. Tutti e due, sia Fabio che Muzio, se ne innamorarono appassionatamente quello stesso giorno, e dato che non si nascondevano niente l'uno all'altro, ognuno venne presto a sapere che cosa accadeva nel cuore del compagno. Decisero che avrebbero provato ambedue a conquistare il favore di Valeria, e se lei avesse scelto uno di loro, l'altro si sarebbe sottomesso a questa decisione senza protestare. Qualche settimana più tardi, grazie alla buona fama di cui godevano a buon diritto, riuscirono a entrare nella casa della vedova, una casa difficilmente accessibile; la vedova permise loro di farle visita. Da quel momento poterono vedere e parlare con Valeria quasi ogni giorno e di giorno in giorno la fiamma accesa nel cuore dei due giovani bruciò sempre più forte; Valeria però non mostrava di preferire nessuno dei due, anche se era evidente che la loro presenza le faceva piacere. Con Muzio faceva della musica, ma parlava soprattutto con Fabio; con lui si mostrava meno timida. Alla fine i due decisero di farsi rivelare definitivamente il loro destino e mandarono a Valeria una lettera in cui le chiedevano di pronunciarsi e di dire a chi era disposta a concedere la sua mano.

Valeria mostrò questa lettera a sua madre dicendo che era pronta a restare nubile; ma se la madre pensava che fosse giunto il momento di sposarsi avrebbe sposato quello che lei le avrebbe scelto. La rispettabile vedova versò alcune lacrime al pensiero di separarsi dall'amata figlia; ma non c'era motivo di respingere i due pretendenti; li riteneva tutti e due degni allo stesso modo della mano di sua figlia. Ma, dato che preferiva segretamente Fabio e sospettava che piacesse di più anche a Valeria, fece il nome di Fabio. Il giorno dopo Fabio venne a sapere che la fortuna era stata dalla sua parte; quanto a Muzio non gli rimaneva che mantenere la sua parola e sottomettersi.

E così fece: ma essere testimone del trionfo dell'amico, del rivale, era al di sopra delle sue forze. Vendette, immediatamente, la maggior parte delle sue proprietà e dopo aver raccolto alcune migliaia di ducati, partì per un lungo viaggio in Oriente. Quando si congedò da Fabio gli disse che non sarebbe tornato prima di essersi convinto che le ultime tracce della passione fossero scomparse dal suo cuore. Fu molto doloroso per Fabio separarsi dall'amico dell'infanzia e della giovinezza... ma l'attesa gioiosa di una felicità prossima riuscì a soffocare in lui qualsiasi altra sensazione e si abbandonò all'estasi dell'amore ricambiato.

Ben presto egli sposò Valeria e solo allora conobbe tutto il valore del tesoro che la sorte gli aveva concesso. Aveva una magnifica villa circondata da un giardino ombroso, poco distante da Ferrara; vi si trasferì con la moglie e la madre di lei. Per loro cominciò un'epoca luminosa. La vita coniugale rivelò, in una luce nuova e attraente, tutte le doti di Valeria; Fabio diventò un bravo pittore; non un semplice dilettante, ma un maestro. La madre di Valeria era felice e ringraziava Dio, vedendo la coppia felice.

Quattro anni passarono senza che se ne accorgessero, come un bel sogno. Una sola cosa mancava ai due giovani sposi: l'unico dolore era quello di non avere figli... ma la speranza non li abbandonava. Verso la fine del quarto anno furono colpiti da un vero grande dolore: la madre di Valeria morì dopo una breve malattia.

Valeria pianse molto; a lungo non riuscì ad abituarsi alla sua perdita. Ma passò un altro anno e la vita riprese il suo corso abituale. Ed ecco che una bella sera d'estate, senza avere avvertito nessuno, Muzio tornò a Ferrara.

 

 

 

3.

 

Per tutti quei cinque anni, passati dalla sua partenza, nessuno aveva più saputo niente di lui, tutte le voci sul suo conto erano cessate, come se fosse scomparso dalla faccia della terra. Quando Fabio incontrò il suo amico in una strada di Ferrara poco mancò che gridasse, prima di spavento, poi di gioia; e lo invitò subito nella sua villa. Lì, nel giardino c'era un padiglione appartato; Fabio propose all'amico di venire ad abitare in quel padiglione.

Muzio accettò volentieri e quello stesso giorno vi si trasferì insieme al suo servo, un malese muto, ma non sordo, e anzi, a giudicare dalla vivacità dello sguardo, un uomo molto perspicace... Gli avevano tagliato la lingua. Muzio portò con sé decine di bauli, pieni di ogni tipo di oggetti preziosi raccolti durante i lunghi viaggi. Valeria si rallegrò del ritorno di Muzio e lui la salutò con fare amichevole e allegro, ma calmo; era evidente che egli aveva mantenuto la parola data a Fabio. Nel corso della giornata egli riuscì a sistemarsi nel padiglione; con l'aiuto del malese tirò fuori tutti gli oggetti rari che aveva portato: tappeti, tessuti di seta, abiti di velluto e broccato, armi, tazze, coppe e piatti decorati di smalti, oggetti d'oro, d'argento, incastonati di perle e turchesi, casse intagliate di ambra e avorio, ampolle sfaccettate, spezie, profumi, pelli di animali, piume di uccelli sconosciuti e una quantità di altri oggetti, il cui uso pareva misterioso e incomprensibile. Fra tutti questi oggetti preziosi c'era anche una ricca collana di perle, che Muzio aveva ricevuto dallo scià di Persia, come ricompensa per un servizio importante su cui conservò il segreto; egli chiese il permesso a Valeria di metterle con le sue stesse mani questa collana al collo; la collana le sembrò pesante e dotata di uno strano calore... aveva come aderito alla sua pelle. Verso sera, dopo pranzo, seduto sulla terrazza della villa, all'ombra degli oleandri e degli allori, Muzio iniziò a raccontare le sue avventure. Parlava dei paesi lontani che aveva visto, di montagne nascoste dalle nuvole, di deserti aridi, di fiumi simili a mari; di edifici e templi immensi, di alberi millenari, di fiori e uccelli iridescenti; nominava città e popoli che aveva visto... il loro semplice nome emanava qualcosa di fiabesco. Tutto l'Oriente era conosciuto a Muzio: aveva attraversato la Persia, l'Arabia, dove i cavalli sono più nobili e più belli di tutti gli altri esseri viventi; si era inoltrato nell'interno dell'India, dove gli uomini sono simili a piante maestose; aveva raggiunto i confini della Cina e del Tibet, dove un Dio vivente chiamato Dalai-Lama, risiede sulla terra sotto l'apparenza di un uomo taciturno, dagli occhi a mandorla. Meravigliosi erano i suoi racconti! Fabio e Valeria lo ascoltavano come incantati. A dire il vero, il viso di Muzio era cambiato appena: bruno fin dall'infanzia, era diventato ancora più scuro, si era abbronzato sotto i raggi di un sole più ardente, gli occhi sembravano più profondi di prima e questo era tutto; ma l'espressione del suo viso era cambiata: concentrata, severa non si animava neppure quando egli evocava i pericoli tra i quali era passato di notte, nei boschi, che risuonavano del ruggito delle tigri, o di giorno nelle strade deserte, dove dei veri mostri tendono degli agguati ai viaggiatori per sacrificarli in onore di una dea inflessibile avida di vittime umane. Anche la voce di Muzio era diventata più sorda e monotona; i movimenti delle mani e di tutto il corpo avevano perso quella scioltezza tipica degli italiani. Con l'aiuto del suo servo, quel malese di un'agilità servile, fece vedere ai suoi ospiti alcuni trucchi che gli avevano insegnato i bramini indiani. Così, ad esempio, nascostosi dapprima dietro un paravento, era apparso all'improvviso seduto in aria, con le gambe incrociate e appoggiandosi appena con la punta delle mani su una canna di bambù, messa verticalmente, il che stupì non poco Fabio e spaventò alquanto Valeria... "Non sarà diventato un negromante?" le capitò di pensare. Quando poi, suonando un piccolo flauto, Muzio cominciò a chiamare, da un cestino chiuso, dei serpenti addomesticati, quando questi, muovendo le lingue, mostrarono le loro teste piccole e piatte da sotto il tessuto variopinto, Valeria ne fu terrorizzata e pregò subito Muzio di nascondere quei rettili odiosi. Dopo cena Muzio offrì ai suoi amici un vino di Shiraz, da una bottiglia rotonda dal collo lungo; il liquido incredibilmente profumato e denso, color oro con riflessi verdastri, versato in minuscole tazze di giada, scintillava misteriosamente. Il sapore non assomigliava a quello dei vini europei: era molto dolce e molto speziato e, bevuto lentamente, a piccoli sorsi, risvegliava in tutte le membra una piacevole sensazione di sonnolenza. Muzio ne fece bere a Fabio e Valeria una tazzina e ne bevve lui stesso.

Curvatosi sulla tazzina di Valeria, sussurrò qualche parola, e agitò le dita. Lei se ne avvide; ma dato che in genere nei gesti di Muzio e in tutto il suo comportamento c'era qualcosa di stravagante e insolito, pensò soltanto: "Si sarà forse convertito a qualche nuova religione in India, oppure questi sono i costumi in quei paesi." Poi, dopo un breve silenzio, gli chiese se durante il viaggio, avesse continuato a occuparsi di musica. Per tutta risposta Muzio ordinò al malese di portargli il suo violino indiano. Questo assomigliava ai nostri violini, ma invece di quattro corde ne aveva tre, la parte superiore era ricoperta da una pelle di serpente azzurrina e il sottile archetto di canna aveva la forma di un semicerchio, e sulla sua estremità brillava un diamante appuntito.

Muzio suonò prima alcune tristi canzoni, a suo dire popolari, strane e addirittura selvagge per l'orecchio italiano; la sonorità delle corde metalliche era debole e lamentosa. Ma quando Muzio attaccò l'ultima canzone, questo suono improvvisamente si rafforzò, vibrò sonoro e forte; una melodia appassionata sgorgava dai movimenti ampi dell'archetto, e si propagava, ondulando sinuosamente simile al serpente, la cui pelle ricopriva la parte superiore dello strumento; un tale fuoco, una tale gioia trionfante brillavano e bruciavano in quella melodia che Fabio e Valeria si sentirono stringere al cuore e spuntare le lacrime agli occhi... e Muzio con la testa abbassata, premuta sul violino, con le guance pallide, con le sopracciglia contratte in una sola linea, sembrava ancora più assorto e solenne, e il diamante sulla punta dell'archetto, muovendosi mandava bagliori di fuoco, come se si fosse infiammato anche lui per questa divina melodia. Quando Muzio finì e, stringendo ancora forte il violino fra il mento e la spalla, lasciò cadere la mano che teneva l'archetto, Fabio esclamò "Che cosa è? Cosa ci hai suonato?" Valeria non disse neppure una parola, ma tutto il suo essere sembrava ripetere la domanda del marito. Muzio posò il violino sul tavolo, scosse leggermente i capelli e rispose con un sorriso gentile: "Questa melodia...

questo canto l'ho sentito una volta nell'isola di Ceylon. Là, fra la gente è conosciuto come il canto dell'amor felice, dell'amore appagato." "Suonala ancora" mormorò Fabio. "No questo canto non si può ripetere" rispose Muzio, "e poi è già tardi... la signora Valeria ha bisogno di riposo e anche io... sono stanco." Durante tutto quel giorno Muzio si era rivolto a Valeria in modo semplice e rispettoso, da vecchio amico; ma andandosene le strinse la mano molto forte, premendo con le dita sul suo palmo e guardandola così fissamente in volto, che lei, pur non alzando le palpebre, sentì quello sguardo sulle sue guance improvvisamente infiammate. Non disse niente a Muzio, ma ritirò la mano e quando lui se ne fu andato, guardò la porta dalla quale era uscito. Si ricordò come anche negli anni passati, aveva avuto timore di lui... e in quel momento fu presa dal dubbio. Muzio tornò nel suo padiglione; gli sposi si ritirarono nella loro camera da letto.

 

 

 

4.

 

Valeria non si addormentò subito; nelle sue vene serpeggiava una leggera inquietudine e nella sua testa c'era un lieve turbamento... a causa di quel vino strano, così pensava, ma forse anche per i racconti di Muzio, per come aveva suonato il violino... Quasi al mattino, finalmente si addormentò e fece un sogno insolito.

Le sembrava di entrare in una stanza ampia dal soffitto basso...

Una stanza così non l'aveva mai vista in vita sua. Tutte le pareti erano ricoperte di piccole mattonelle di maiolica azzurra con filigrane d'oro; sottili colonne di alabastro scolpito sostengono la volta di marmo, queste volte e queste colonne sembrano traslucide... una luce pallida rosata penetra in tutta la stanza, rischiarando ogni oggetto in modo misterioso e uniforme; cuscini di broccato coprono uno stretto tappeto, proprio nel mezzo del pavimento, lucido come uno specchio. Agli angoli alcuni grandi incensieri, a forma di animali mostruosi, emanano un fumo impalpabile; non ci sono finestre; la porta nascosta da una cortina di velluto, nereggia muta, nella cavità di una parete. E improvvisamente questa cortina lievemente scivola via, si scosta ed entra Muzio. Si inchina, apre le braccia, ride... le sue braccia forti stringono il corpo di Valeria; le sue labbra aride la bruciano tutta... essa cade supina sui cuscini...

Gemendo di terrore, dopo lunghi sforzi, Valeria infine si sveglia.

Senza capire dove si trova e cosa le sta succedendo, si siede sul letto, si guarda intorno... Tutto il suo corpo è scosso da un fremito... Fabio è lì, sdraiato accanto a lei. Dorme, ma il suo viso, alla luce della luna piena che brilla dalla finestra, è pallido come quello di un morto... più triste di quello di un morto. Valeria svegliò il marito e non appena egli la vide "Cosa ti succede?" esclamò. "Ho fatto... ho fatto un sogno terribile" sussurrò, ancora tutta tremante.

Ma in quel momento dalla parte del padiglione arrivarono dei suoni intensi ed entrambi, Fabio e Valeria, riconobbero la melodia, che aveva suonato per loro Muzio, e aveva chiamato il canto dell'amore appagato, dell'amor trionfante. Fabio sconcertato guardò Valeria... lei chiuse gli occhi, girò la testa e tutti e due, trattenendo il fiato, ascoltarono il canto fino alla fine. Quando si spense l'ultimo suono, la luna si nascose dietro una nuvola e la stanza piombò nel buio... Gli sposi appoggiarono la testa sui cuscini senza dire una parola, e nessuno di loro si accorse quando l'altro si addormentò.

 

 

 

5.

 

Il giorno dopo Muzio venne a colazione; sembrava contento e salutò allegramente Valeria. Lei gli rispose imbarazzata, lo guardò di sfuggita e ebbe paura di quel viso contento e allegro, di quegli occhi penetranti e curiosi. Muzio voleva ricominciare a raccontare... Ma Fabio lo interruppe alla prima parola.

"Non riuscivi a dormire nel letto nuovo? Mia moglie e io abbiamo sentito come suonavi la canzone di ieri." "Ah, sì, avete sentito?" rispose Muzio. "Sì, è vero, l'ho suonata, ma prima ho dormito e ho fatto un sogno meraviglioso." Valeria si fece attenta.

"Che sogno?" domandò Fabio.

"Ho sognato" rispose Muzio, senza distogliere gli occhi da Valeria, "di entrare in un'ampia camera con una volta ornata secondo lo stile orientale. Colonne scolpite sostenevano la volta, le pareti erano coperte da mattonelle di maiolica, e anche se non c'erano né finestre, né candele, tutta la stanza era illuminata da una luce rosata che sembrava scaturire da una pietra traslucida.

Agli angoli fumavano degli incensieri cinesi; sul pavimento erano sparsi dei cuscini di broccato, su uno stretto tappeto. Entrai da una porta, nascosta da una cortina, e da un'altra porta, proprio di fronte, mi apparve una donna che un tempo avevo amato. E mi apparve così bella che il mio vecchio amore mi avvolse come una fiamma..." Muzio tacque, ma il suo silenzio era pieno di significato. Valeria sedeva immobile, ma impallidiva lentamente... e il suo respiro diventava più profondo.

"Allora" continuò Muzio, "mi svegliai e suonai quella canzone." "Ma chi era quella donna?" disse Fabio.

"Chi era? La moglie di un indiano. L'avevo incontrata nella città di Delhi.... Ora non è più a questo mondo. E' morta." "E il marito?" chiese Fabio, senza sapere neppure lui perché facesse questa domanda.

"Anche il marito, dicono, è morto. Li ho persi di vista ben presto tutti e due." "Che strano!" osservò Fabio. "Anche mia moglie questa notte ha fatto un sogno insolito," - Muzio guardò attentamente Valeria - "che non mi ha raccontato" aggiunse Fabio.

Ma in quel momento Valeria si alzò e lasciò la stanza. Subito dopo la colazione anche Muzio uscì, dicendo che doveva andare a Ferrara per affari e che non sarebbe tornato prima di sera.

 

 

 

6.

 

Alcune settimane prima del ritorno di Muzio, Fabio aveva cominciato a fare il ritratto di sua moglie rappresentandola con gli attributi di Santa Cecilia. Aveva fatto grandi progressi nella sua arte. Il celebre Luini, allievo di Leonardo da Vinci, era venuto a trovarlo a Ferrara, lo aveva aiutato con i suoi consigli e gli aveva trasmesso anche i precetti del suo grande maestro. Il ritratto era quasi pronto; restava da perfezionare il volto con qualche ritocco e Fabio poteva a ragione essere orgoglioso della sua opera. Partito Muzio per Ferrara, egli si diresse nel suo studio, dove di solito Valeria lo aspettava, ma non ve la trovò, la chiamò ma lei non rispose. Un'inquietudine inspiegabile prese Fabio; cominciò a cercarla. In casa non c'era, Fabio corse in giardino e là, in uno dei viali più lontani, vide Valeria. Era seduta su una panchina, con la testa abbassata sul petto, le braccia incrociate sulle ginocchia, e dietro di lei spiccava sul verde scuro di un cipresso un satiro di marmo con il viso deformato da un sorriso cattivo e le sue labbra appuntite erano appoggiate su un flauto. Valeria fu visibilmente contenta dell'arrivo del marito, e alle sue domande allarmate rispose che le faceva un po' male la testa; ma che non era niente e che era pronta ad andare a posare. Fabio la portò nello studio, la fece sedere, prese il pennello; ma con suo grande disappunto, non riuscì a finire il volto così come avrebbe desiderato. E non perché questo era pallido e sembrava stanco... no; ma quel giorno non ritrovava quell'espressione pura, santa, che gli era tanto piaciuta e che gli aveva ispirato l'idea di rappresentare Valeria, nell'immagine di Santa Cecilia. Alla fine, gettò il pennello, disse alla moglie che non era in vena, e che anche lei avrebbe fatto bene a riposarsi, dato che non aveva un buon aspetto e mise il cavalletto con il quadro rivolto verso la parete. Valeria fu d'accordo con lui che le avrebbe fatto bene riposare e, dopo aver ripetuto che le faceva male la testa, andò nella camera da letto.

Fabio rimase nello studio. Sentiva una strana confusione che non riusciva a spiegarsi. Il soggiorno di Muzio sotto lo stesso tetto, soggiorno che lui stesso, Fabio, aveva sollecitato tanto prontamente, lo infastidiva. E non perché fosse geloso... come era possibile essere geloso di Valeria? Ma nel suo amico non riconosceva il compagno di un tempo. Tutto quello che di estraneo, sconosciuto, nuovo, Muzio aveva portato con sé dai paesi lontani, e che sembrava essersi insinuato nella sua carne e nel suo sangue - tutti quei giochi di magia, quei canti, quelle strane bevande, quel malese muto, perfino il profumo aromatico che emanava dagli abiti di Muzio, dai suoi capelli, dal suo respiro - tutto ispirava a Fabio un sentimento simile alla diffidenza, alla paura perfino.

E perché quel malese, mentre serviva a tavola, guardava con un'insistenza così spiacevole proprio lui, Fabio? Si sarebbe potuto addirittura pensare che capiva l'italiano. Muzio aveva raccontato come questo malese, perdendo la lingua avesse compiuto un grande sacrificio e in cambio avesse ricevuto un grande potere.

Quale potere? E come aveva potuto acquistarlo a prezzo della lingua? Era tutto molto strano! Incomprensibile! Fabio andò nella camera da letto dalla moglie; era distesa sul letto, vestita, ma non dormiva. Al rumore dei suoi passi trasalì, poi si rallegrò della sua venuta, come prima in giardino. Fabio sedette vicino al letto prese la mano di Valeria e dopo un attimo di silenzio chiese quale sogno strano l'avesse spaventata quella notte. Era simile al sogno che aveva raccontato Muzio? Valeria arrossì e rispose precipitosamente: "Oh, no, no! Ho sognato... una specie di mostro che voleva dilaniarmi." "Un mostro sotto l'aspetto umano?" chiese Fabio. "No, una belva... una belva..." E Valeria si girò e nascose tra i cuscini il volto in fiamme. Fabio trattenne per qualche tempo ancora la mano della moglie; in silenzio l'avvicinò alle labbra e si allontanò.

I due sposi non passarono allegramente quella giornata. Sembrava che qualcosa di tenebroso incombesse su di loro... ma cosa fosse non lo sapevano. Avevano bisogno di stare insieme come se li minacciasse un pericolo e non sapevano cosa dirsi l'un l'altro.

Fabio provò a mettersi a lavorare al ritratto, a leggere l'Ariosto, il cui poema, pubblicato poco tempo prima a Ferrara, era già famoso in tutta Italia; ma non riusciva a fare niente... A tarda sera, proprio all'ora di cena, tornò Muzio.

 

 

 

7.

 

Sembrava tranquillo e soddisfatto, ma raccontò poco: per lo più chiedeva notizie a Fabio dei vecchi amici comuni, della campagna militare tedesca, dell'imperatore Carlo; parlava di voler andare a Roma per vedere il nuovo papa. Offrì di nuovo a Valeria il vino di Shiraz e in risposta al suo rifiuto mormorò, come fra sé e sé:

"Ora non è più necessario." Tornato in camera da letto con sua moglie, Fabio si addormentò presto... e, svegliatosi un'ora dopo, dovette constatare che nessuno divideva il letto con lui: Valeria non era con lui. Velocemente si alzò e in quello stesso istante vide sua moglie, in veste da notte, che entrava in camera dal giardino. La luna splendeva chiara, anche se poco prima c'era stata una leggera pioggerella. Con gli occhi chiusi, con un'espressione di misterioso terrore, Valeria si avvicinò al letto, tastando con le braccia tese in avanti, si coricò in fretta e in silenzio. Fabio le fece una domanda, ma lei non rispose niente: sembrava che dormisse. La toccò e sentì sulla sua veste, sui suoi capelli, gocce di pioggia, e sulle piante dei piedi nudi della sabbia. Allora balzò in piedi e corse nel giardino attraverso la porta socchiusa. La luna avvolgeva ogni oggetto con una luce chiara e accecante. Fabio si guardò intorno e vide sulla sabbia di un viottolo le impronte di due persone: una era di piedi nudi e le impronte portavano a un chiosco di gelsomini, che si trovava un po' in disparte fra il padiglione e la casa. Si fermò perplesso ed ecco che improvvisamente risuonarono di nuovo le note di quella canzone che egli aveva sentito la notte prima! Fabio sussultò, corse al padiglione... Muzio era in piedi in mezzo alla stanza e suonava il violino. Fabio si lanciò verso di lui.

"Sei stato in giardino, sei uscito? Il tuo vestito è bagnato di pioggia?" "No... non so.. mi sembra... di non essere uscito..." rispose Muzio parlando con delle pause, come se fosse colpito dall'arrivo di Fabio e dalla sua agitazione.

Fabio lo afferrò per un braccio.

"E perché suoni di nuovo questa melodia? Hai rifatto lo stesso sogno?" Muzio guardò Fabio con lo stesso stupore e rimase in silenzio.

"Ma dunque, rispondi!" Come un tondo scudo sta la luna.

Come un rettile scintilla il fiume...

L'amico è sveglio, il nemico dorme...

Lo sparviero ghermisce la gallina...

Aiuto!

cantilenò Muzio a mezza voce, come in un delirio.

Fabio indietreggiò di un paio di passi, fissò lo sguardo su Muzio, rimase pensieroso un attimo... e tornò a casa in camera da letto.

Con la testa china sulle spalle, con le braccia abbandonate e senza forze, Valeria dormiva di un sonno pesante. Non fu facile svegliarla... Ma non appena lei lo vide gli si gettò al collo, lo abbracciò convulsamente; tutto il suo corpo era scosso da tremiti.

"Che ti succede, mia cara, che ti succede?" ripeteva Fabio, cercando di calmarla. Ma lei continuava a stringersi al suo petto.

"Ah, che sogni spaventosi!" sussurrava stringendosi a lui con il volto. Fabio voleva chiederle qualcosa... ma lei non faceva che tremare...

Il primo riflesso del mattino cominciava a rosseggiare sui vetri delle finestre, quando finalmente lei si addormentò tra le sue braccia.

 

 

 

8.

 

Il giorno dopo Muzio scomparve fin dal mattino e Valeria disse al marito che voleva andare in un monastero lì vicino, dove abitava il suo padre spirituale, un vecchio monaco molto saggio, nel quale aveva una fiducia illimitata. Alle domande di Fabio lei rispose che voleva alleviare con la confessione la propria anima oppressa dalle impressioni insolite degli ultimi giorni. Guardando il volto smagrito di Valeria, sentendo la sua voce spenta Fabio approvò la sua decisione: il venerando padre Lorenzo avrebbe potuto darle un buon consiglio, dissipare i suoi dubbi... Valeria partì per il monastero sotto la scorta di quattro uomini, mentre Fabio, rimasto a casa in attesa del ritorno della moglie, andò vagando per il giardino. Si chiedeva insistentemente che cosa le stesse accadendo percorso da un continuo terrore, rabbia e dolore a causa di sospetti indefiniti... Più di una volta entrò nel padiglione, ma Muzio non era tornato e il malese scrutava Fabio, come una statua, con la testa servilmente inclinata, ma - così almeno sembrava a Fabio - con un sorriso ironico molto ben nascosto sul volto di bronzo. Intanto Valeria, in preda allo spavento più che alla vergogna, aveva confessato tutto al padre spirituale. Il confessore la ascoltò attentamente, la benedisse, le rimise il peccato involontario e dentro di sé pensò: "Magia, sortilegi demoniaci... non si può tollerare"; riaccompagnò Valeria alla villa con il pretesto di calmarla e tranquillizzarla completamente. Vedendo il confessore, Fabio si allarmò parecchio, ma il monaco, che aveva molta esperienza, aveva già deciso come comportarsi. Rimasto solo con Fabio, naturalmente senza tradire il segreto della confessione, consigliò comunque di allontanare da casa, appena possibile, il suo ospite, che con i suoi racconti, con i suoi canti, con tutto il suo comportamento sconvolgeva l'immaginazione di Valeria. Inoltre secondo il vecchio, Muzio, anche prima, se lo ricordava, non era stato assolutamente fermo nella fede e dopo aver abitato così a lungo in paesi privi della luce del cristianesimo, poteva aver portato il germe di falsi insegnamenti, poteva essere stato iniziato ai segreti della magia; quindi per quanto legittimi fossero i diritti di una vecchia amicizia, la prudenza e la ragione indicavano la necessità di un distacco! Fabio fu completamente d'accordo con il venerabile monaco, quanto a Valeria, il suo viso si illuminò, quando il marito le comunicò il consiglio del confessore, e, accompagnato dagli auguri calorosi dei due sposi e carico di ricchi doni per il suo convento e per i suoi poveri, padre Lorenzo prese la strada del ritorno.

Fabio era deciso a spiegarsi con Muzio subito dopo cena, ma il suo strano ospite non si presentò quella sera.

Allora Fabio decise di rimandare quella conversazione all'indomani e i due sposi raggiunsero la loro camera da letto.

 

 

 

9.

 

Valeria si addormentò presto, Fabio invece non riusciva a prendere sonno. Nel silenzio della notte tutto quello che aveva visto, che aveva sentito gli si presentava con maggiore vivacità; si faceva con sempre maggiore insistenza domande alle quali, come prima, non trovava risposta. Muzio era veramente diventato uno stregone e aveva forse avvelenato Valeria? Valeria era malata... ma di quale male? Mentre, con il mento appoggiato su una mano, trattenendo il respiro affannato, si abbandonava a queste dolorose riflessioni, la luna si alzò di nuovo nel cielo sereno; e insieme ai suoi raggi, attraverso i vetri semitrasparenti, dalla parte del padiglione, Fabio - sentì o credette di sentire - una brezza, simile a una corrente leggera e profumata... poi si udì un mormorio insistente e ossessivo... e nello stesso istante si accorse che Valeria cominciava a muoversi piano piano. Fabio sussulta, la guarda: lei si alza, mette a terra prima un piede, poi l'altro, e come una sonnambula, con gli occhi spenti e senza vita fissi davanti a sé, con le braccia tese in avanti, si avvia verso la porta del giardino! Fabio si lanciò immediatamente verso l'altra porta della camera e, fatto di corsa il giro della casa, chiuse la porta che dava sul giardino. Fece appena in tempo a prendere in mano il chiavistello che sentì qualcuno che tentava di aprire la porta dall'interno, faceva forza contro la porta....

ancora, ancora... e poi si sentirono dei lamenti febbrili...

"Eppure Muzio non è ancora tornato dalla città" passò per la mente di Fabio, che si precipitò verso il padiglione...

Ma cosa vide?

Verso di lui, per il viale tutto inondato dallo splendore dei raggi della luna, c'era Muzio: camminava anche lui come un sonnambulo, anche lui con le braccia tese in avanti e gli occhi senza vita, spalancati... Fabio gli corse incontro, ma egli, senza accorgersi di lui, avanzava, muovendo un passo dietro l'altro, e il suo volto immobile rideva alla luce della luna come quello del malese. Fabio voleva chiamarlo per nome... ma in quel momento egli udì dietro di sé sbattere una finestra nella casa... si girò...

Era proprio così: la finestra della camera da letto si era spalancata e, con un piede sollevato sul davanzale, pronta a saltare stava Valeria... le sue braccia sembrano cercare Muzio...

è tutta protesa verso di lui.

Una rabbia indicibile, una furia improvvisa si scatenò nel petto di Fabio. "Maledetto stregone!" urlò furiosamente, e afferrato Muzio per la gola con una mano, cercò a tastoni il pugnale che aveva alla cintura, e gli infilò la lama fino all'impugnatura in un fianco.

Muzio lanciò un grido lancinante e premendo il palmo della mano sulla ferita, corse vacillando a rifugiarsi nel padiglione... Ma nello stesso momento in cui Fabio lo colpiva, anche Valeria aveva lanciato lo stesso grido lancinante, era caduta a terra, come se fosse stata colpita.

Fabio si lanciò verso di lei, la sollevò, la mise sul letto, le parlò...

Rimase a lungo distesa immobile; ma finalmente aprì gli occhi, fece un sospiro profondo, spezzato e felice come qualcuno che è appena sfuggito ad una morte imminente e vedendo suo marito, si strinse al suo petto, cingendogli il collo con le braccia "Tu, sei tu, sei tu" balbettava. A poco a poco le sue mani si rilassarono, la testa ricadde all'indietro e, bisbigliando con un sorriso beato: "Grazie a Dio, tutto è finito... Ma come sono stanca!" cadde in un sonno profondo, ma naturale.

 

 

 

10.

 

Fabio si mise a sedere vicino al letto e senza distogliere lo sguardo dal viso pallido e smagrito, ma già rasserenato della moglie, cominciò a riflettere su quello che era accaduto... e su quello che avrebbe dovuto fare adesso. Come comportarsi? Se egli aveva ucciso Muzio - e ricordando come era entrata profondamente la lama del pugnale, non poteva aver dubbi - se egli aveva ucciso Muzio, non lo si poteva nascondere! Bisognava informare il duca, i giudici... ma come spiegare, come raccontare una storia così incomprensibile? Lui, Fabio, aveva ucciso nella propria casa un suo parente, il suo migliore amico! Gli avrebbero chiesto: perché?

Per quale motivo... Ma se Muzio non era morto? Fabio non poté restare più a lungo senza sapere e, assicuratosi che Valeria dormisse, si alzò con cautela dalla poltrona e si diresse verso il padiglione. Qui tutto era silenzioso; solo una finestra era illuminata. Con il cuore che gli veniva meno aprì la porta esterna (sulla porta erano rimasti i segni di dita insanguinate e sulla sabbia del viale aveva visto delle gocce nerastre, delle gocce di sangue), attraversò la prima stanza buia... e si fermò sulla soglia, paralizzato dallo stupore.

In mezzo alla stanza, su un tappeto persiano, con un cuscino di broccato sotto la testa, coperto da un ampio scialle rosso con ricami neri giaceva Muzio, con tutte le membra irrigidite. Il suo viso giallo come cera, con gli occhi chiusi, con le palpebre livide, era rivolto al soffitto, e non pareva che respirasse:

aveva l'aspetto di un cadavere. Ai suoi piedi, anch'egli avvolto in uno scialle rosso, era inginocchiato il malese. Teneva nella mano sinistra il ramo di una pianta sconosciuta, simile alla felce e leggermente chinato in avanti, guardava fissamente il padrone.

Una piccola torcia fissata al suolo, ardeva di una luce verdastra:

solo quella illuminava la stanza. La fiamma non ondeggiava e non fumava. Il malese non si mosse quando entrò Fabio, lo guardò soltanto di sfuggita e tornò a fissare Muzio. Ogni tanto alzava e abbassava il ramo, lo agitava nell'aria, e le sue labbra mute si aprivano e si muovevano lentamente, come per pronunciare delle parole senza suono. Sul pavimento tra il malese e Muzio c'era il pugnale con il quale Fabio aveva colpito il suo amico; il malese diede un colpo con il ramo alla lama insanguinata. Passò un minuto... un altro. Fabio si avvicinò al malese e chinatosi su di lui, chiese a mezza voce: "E' morto?" Il malese piegò la testa dall'alto in basso, e tirando fuori da sotto lo scialle la mano destra indicò imperiosamente la porta. Fabio avrebbe voluto ripetere la sua domanda, ma la mano imperiosa ripeté il gesto e Fabio se ne andò; furioso e sconvolto ma obbediente.

Trovò Valeria ancora addormentata, con il volto ancora più tranquillo. Non si spogliò, si sedette vicino alla finestra, con il viso appoggiato sulla mano e di nuovo sprofondò nei suoi pensieri. Il sole che spuntava lo trovò nella stessa posizione.

Valeria non si era svegliata.

 

 

 

11.

 

Fabio avrebbe voluto aspettare il suo risveglio e andare a Ferrara, ma d'improvviso qualcuno bussò leggermente alla porta della camera da letto. Fabio uscì e trovò davanti a sé il suo vecchio portiere Antonio.

"Signore" cominciò il vecchio, "il malese ci ha appena informato che il signor Muzio si è ammalato e vuole trasferirsi con tutti i suoi bagagli in città, e perciò le chiede di dargli dei servi per aiutarlo a fare i bagagli, e all'ora di pranzo di mandare dei cavalli da tiro e da sella e alcuni accompagnatori. Ho la sua autorizzazione?" "Il malese ti ha spiegato questo?" domandò Fabio. "In che maniera, se è muto?" "Ecco, signore, la carta su cui ha scritto tutto questo nella nostra lingua e molto correttamente." "E tu dici che Muzio è malato?" "Sì, molto malato, e non lo si può vedere." "Avete mandato a chiamare il medico?" "No, il malese non lo ha consentito." "E' il malese che ti ha scritto questo?" "Sì." Fabio restò in silenzio.

"Be', allora dai le disposizioni necessarie" disse alla fine.

Antonio se ne andò.

Fabio seguì il suo servo con uno sguardo perplesso. "Allora non è morto?" gli venne in mente... non sapeva se rallegrarsene o rattristarsene. "Malato? Ma se qualche ora fa io l'ho visto morto!" Fabio tornò da Valeria. Questa si svegliò e alzò la testa. Gli sposi si scambiarono un lungo, significativo sguardo. "Non c'è più?" disse all'improvviso Valeria. Fabio sussultò. "Come... non c'è più? Tu..." "E' partito?" continuò lei. Fabio tirò un sospiro:

"Non ancora, parte oggi." "E io non lo vedrò più, mai più?" "Mai più." "E quei sogni non si ripeteranno?" "No." Valeria fece un altro sospiro di sollievo; un sorriso estasiato riapparve sulle sue labbra. Tese al marito entrambe le braccia. "E non parleremo mai di lui, mai più, mi ascolti, mio caro? E io non uscirò dalla mia stanza fin quando non se ne sarà andato. E ora mandami le mie cameriere..., aspetta: prendi questa!" indicò la collana di perle, appoggiata sul comodino, la collana che le aveva regalato Muzio "e gettala subito nel più profondo dei nostri pozzi. Abbracciami, sono la tua Valeria, e non tornare da me, finché... finché non sarà partito." Fabio prese la collana - le perle gli sembrarono più opache - ed eseguì l'ordine della moglie. Poi cominciò a vagare per il giardino, lanciando da lontano delle occhiate al padiglione intorno al quale era già cominciato l'andirivieni per i bagagli. I servi portavano fuori i bauli, caricavano i cavalli...

ma il malese non si vedeva... Un impulso irresistibile spinse Fabio a guardare ancora una volta quello che accadeva nel padiglione. Si ricordò che sulla facciata posteriore c'era una porta segreta, attraverso la quale si poteva entrare all'interno della stanza dove quella mattina era sdraiato Muzio. Raggiunse furtivamente quella porta, la trovò aperta e, scostata la pesante tenda che la nascondeva, lanciò uno sguardo esitante.

 

 

 

12.

 

Muzio non era più disteso sul tappeto. Vestito in abito da viaggio, era seduto in poltrona, ma sembrava un cadavere proprio come quando Fabio era venuto la prima volta. La testa pietrificata era reclinata sullo schienale della poltrona, le mani tese erano appoggiate con il palmo all'ingiù, gialle e inerti, sulle ginocchia. Non dava segni di vita. Vicino alla poltrona sul pavimento tutto coperto di erbe secche, c'erano alcune coppette con un liquido scuro, che emanava un odore forte e quasi soffocante, l'odore del muschio. Intorno a ogni coppetta si contorceva gettando di tanto in tanto dei bagliori dagli occhi dorati, un piccolo serpente color rame, e proprio di fronte a Muzio, a due passi da lui, si ergeva la lunga figura del malese, avvolto in una tunica variopinta di broccato, stretta alla cintura da una coda di tigre con in testa un cappello alto a forma di tiara con un corno. Ma non era immobile: ora si inchinava con devozione e sembrava pregare, ora si ergeva con tutta la sua figura, si alzava perfino in punta di piedi; ora alzava e abbassava ritmicamente le sue braccia aperte, ora le tendeva insistentemente in direzione di Muzio come per minacciare e dare ordini, aggrottava le sopracciglia e batteva i piedi per terra.

Tutti questi movimenti, evidentemente, gli costavano una grande fatica e addirittura sofferenza: aveva il respiro pesante, il sudore grondava sul suo viso. D'improvviso rimase immobile, e dopo una forte inspirazione, aggrottando la fronte, con un grande sforzo tirò verso di sé le braccia contratte, proprio come se tenesse delle briglie... e con indescrivibile orrore di Fabio, la testa di Muzio si staccò lentamente dallo schienale della poltrona e si mosse seguendo il movimento delle mani del malese... Il malese le lasciò ricadere e la testa di Muzio ricadde pesantemente all'indietro: il malese ripeteva i suoi gesti e la testa docile li ripeteva. Il liquido cupo nelle coppette cominciò a bollire; le coppette stesse vibravano con un suono leggero e i serpenti color rame cominciarono a ondeggiare intorno ad esse. Allora il malese fece un passo in avanti, e alzando molto le sopracciglia e allargando al massimo gli occhi, piegò la testa verso Muzio... e le palpebre del morto fremettero, si aprirono faticosamente, lasciando intravedere le pupille opache come il piombo.

Un'espressione di trionfo orgoglioso e di gioia, una gioia quasi maligna, illuminò il volto del malese; egli aprì la bocca e dal più profondo della gola emise, con sforzo, un ululato prolungato... anche le labbra di Muzio si aprirono, emettendo un debole lamento in risposta a quel suono disumano...

Ma Fabio non poté sopportare di più; gli sembrava di assistere a qualche rito demoniaco! Anch'egli gridò e si mise a correre verso casa senza guardarsi indietro, pregando e facendosi il segno della croce.

 

 

 

13.

 

Circa tre ore dopo Antonio venne ad avvertirlo che tutto era pronto, tutti i bagagli erano stati sistemati e il signor Muzio stava per partire. Senza rispondere nulla al servitore, Fabio andò in terrazza: di lì si vedeva il padiglione. Alcuni cavalli da soma erano raggruppati davanti alla porta; proprio vicino all'ingresso era stato portato un possente puledro nero con un'ampia sella, predisposta per due cavalieri. C'erano i servi con le teste scoperte e gli uomini della scorta armati. La porta del padiglione si aprì e, sostenuto dal malese, che portava di nuovo i suoi vestiti abituali, comparve Muzio. Il suo viso era cadaverico e le sue braccia pendevano rigide come quelle di un morto, ma camminava... sì! camminava e seduto a cavallo, si reggeva diritto e trovò le redini a tastoni. Il malese gli mise i piedi nelle staffe, saltò sulla sella dietro di lui, gli cinse con un braccio la vita e tutto il corteo si mosse. I cavalli andavano al passo e quando girarono davanti alla casa, a Fabio sembrò di vedere brillare nel viso scuro di Muzio due piccole macchie bianche...

Possibile che avesse rivolto le pupille verso di lui? Solo il malese gli fece un inchino... beffardo come sempre.

Valeria aveva visto tutto questo? Le imposte delle sue finestre erano chiuse... ma, forse, lei stava dietro di esse.

 

 

 

14.

 

All'ora di pranzo lei scese ed era molto dolce e affettuosa; però si lamentava ancora di essere stanca. Ma non dava più segni di inquietudine né aveva quello stupore costante di prima, o quella misteriosa paura; e quando il giorno dopo la partenza di Muzio, Fabio si rimise a lavorare al suo ritratto, ritrovò nel suo viso quell'espressione pura, il cui temporaneo offuscarsi lo aveva tanto turbato... e il pennello corse di nuovo sulla tela leggero e sicuro.

Gli sposi ripresero la vita di prima. Muzio per loro era scomparso come se non fosse mai esistito. Fabio e Valeria, sia l'uno che l'altra, erano d'accordo di non nominarlo, di non dire nemmeno una parola su di lui, di non informarsi sul suo destino: che, del resto, rimase un mistero per tutti. Muzio scomparve veramente, come se fosse sprofondato sotto terra. Un giorno Fabio pensò che avrebbe dovuto raccontare a Valeria cosa era successo in quella notte fatale... ma lei, senza dubbio, aveva indovinato la sua intenzione, trattenne infatti il respiro, socchiuse le palpebre, come se aspettasse un colpo: Fabio capì e non le diede quel colpo.

In una bella giornata autunnale Fabio finì il ritratto della sua Cecilia; Valeria era seduta davanti all'organo e le sue dita correvano sui tasti... Improvvisamente, malgrado la sua volontà, sotto le sue dita risuonò quel canto dell'amor trionfante che un tempo aveva suonato Muzio... e, in quello stesso istante, per la prima volta dopo il matrimonio, ella sentì dentro di sé il fremito di una nuova vita che stava germogliando... Valeria sussultò, si fermò...

Cosa significava questo? Forse che?...

Con queste parole terminava il manoscritto.

 

 

 

KLARA MILITCH

 
(DOPO LA MORTE)

 

Nella primavera del 1878 abitava a Mosca, in una casetta di legno sulla Shabolovka, un giovane sui venticinque anni di nome Jakov Aratov. Viveva insieme a sua zia, una vecchia zitella di cinquant'anni suonati, Platonida Ivanovna, sorella di suo padre.

Era lei che governava la casa e teneva i conti, cosa di cui Aratov non sarebbe stato capace. Egli non aveva altri parenti. Alcuni anni prima, suo padre, un signorotto senza fortuna del governatorato di T., si era trasferito a Mosca con il figlio e con Platonida Ivanovna, che lui chiamava solitamente Platosha, come d'altronde faceva anche il nipote. Il vecchio Aratov aveva abbandonato la campagna, dove avevano vissuto fino ad allora, e si era stabilito nella capitale per mandare suo figlio all'università: egli stesso lo aveva preparato all'esame di ammissione; aveva comprato per pochi soldi una casetta in una delle strade più periferiche e vi si era sistemato con tutti i suoi libri e i suoi "preparati". E di libri e di "preparati" ne aveva molti, dato che era un uomo non privo di cultura, "un matto molto originale" secondo le parole dei vicini. Aveva la fama perfino di essere un negromante e aveva anche il soprannome di "osservatore di insetti". Si occupava di chimica, mineralogia, entomologia, botanica e medicina: curava i pazienti con erbe e con polveri metalliche di sua invenzione, secondo il metodo di Paracelso. Proprio con queste polveri aveva portato alla tomba la moglie, giovane e graziosa, ma troppo delicata, che pure aveva amato appassionatamente e dalla quale aveva avuto un unico figlio.

Con le stesse polveri aveva seriamente rovinato anche la salute del figlio, che, invece, egli voleva rinvigorire avendo trovato nel suo organismo un'anemia e una certa predisposizione alla tisi ereditata dalla madre. L'appellativo di "negromante" lo aveva ricevuto, fra l'altro, per il fatto che egli si considerava il pronipote - naturalmente non in linea diretta - del famoso Brjus, in onore del quale aveva dato al figlio il nome di Jakov. Come si suol dire, era un'"ottima persona", ma con un temperamento malinconico, meticoloso, portato verso tutto ciò che è misterioso, o mistico... Diceva spesso "Ah!" con una voce appena udibile: era la sua esclamazione solita, e proprio con questa esclamazione sulle labbra morì circa due anni dopo il suo trasferimento a Mosca.

Suo figlio Jakov non assomigliava fisicamente al padre, che era brutto, sgraziato e goffo; ricordava piuttosto la madre. Aveva gli stessi lineamenti fini e graziosi, gli stessi morbidi capelli color cenere, lo stesso piccolo naso aquilino, le stesse labbra pienotte come quelle di un bambino e gli stessi grandi, languidi occhi color grigioverde, ombreggiati da folte ciglia. Come carattere invece assomigliava al padre; e il viso, pur non assomigliando a quello paterno, era segnato dalla stessa espressione; aveva anche le mani nodose e il petto incavato come il vecchio Aratov, che tra l'altro non si sarebbe dovuto chiamare vecchio, visto che morì prima di aver raggiunto la cinquantina.

Viveva ancora quando suo figlio fu ammesso all'università, alla facoltà di fisica e matematica; ma Jakov non finì i corsi, non per pigrizia ma perché, secondo la sua opinione, all'università non si impara più di quanto si possa apprendere a casa; quanto alla laurea non ci teneva, dato che non aveva intenzione di entrare in un impiego pubblico. Fuggiva i suoi compagni, non frequentava nessuno e in particolare evitava le donne e viveva appartato, immerso nei libri. Evitava le donne, anche se aveva un cuore molto tenero ed era sensibile alla bellezza... Aveva perfino acquistato un lussuoso album inglese e (oh, vergogna!) si entusiasmava per le immagini delle varie deliziose Gulnare e Medore che lo "adornavano"... Ma il suo innato pudore frenava i suoi slanci. In casa occupava lo studio che era stato di suo padre, che gli serviva anche da camera da letto, e il letto era lo stesso sul quale era spirato suo padre.

Il grande sostegno della sua esistenza, compagna e amica fedele, era la zia, quella Platosha con la quale scambiava non più di dieci parole al giorno, ma senza la quale non avrebbe potuto fare un passo. Era una creatura dal viso e dai denti lunghi, dagli occhi pallidi, su un viso pallido, con un'immutata espressione a volte di vaga tristezza a volte di inquieta paura. Eternamente vestita con un abito grigio che odorava di canfora, girava per la casa come un'ombra, a passi silenziosi; sospirava, mormorava preghiere, una in particolare, la sua preferita, che consisteva di due sole parole: "Signore, aiutaci!" e dirigeva la casa con molta efficacia, risparmiando ogni copeco e pensando sempre lei alle spese di casa. Adorava il nipote, era sempre preoccupata per la sua salute, aveva paura di ogni cosa non per sé, ma per lui e molto spesso al primo sospetto che la sfiorava, andava a vederlo e metteva sulla scrivania una tazza di tisana oppure gli passava sulla schiena le mani morbide, come l'ovatta. A Jakov queste premure non dispiacevano, ma non beveva la tisana che accoglieva semplicemente con un cenno del capo. D'altronde, non poteva vantarsi di avere una buona salute. Era molto sensibile, nervoso e apprensivo, soffriva di palpitazioni al cuore e a volte anche di crisi di asma come suo padre, era convinto che in natura e nell'anima umana ci fossero dei misteri che si possono a volte intuire, ma mai comprendere; credeva nell'esistenza di forze e di influssi, a volte benigni, ma la maggior parte delle volte ostili... e credeva anche nel valore e nell'importanza della scienza. Negli ultimi tempi si era appassionato alla fotografia.

L'odore dei prodotti chimici usati preoccupava molto la vecchia zia, non per sé, ma per Jasha, per il suo petto, ma lui, nonostante la dolcezza del carattere, era tenace e continuava con insistenza nella sua occupazione preferita. Platosha si sottometteva e si limitava a sospirare e a mormorare più spesso del solito "Signore, aiutaci!" guardando le dita del nipote macchiate di tintura di iodio.

Jakov, come già abbiamo detto, evitava le compagnie; aveva comunque un amico con il quale era abbastanza legato e che vedeva spesso, anche se questi, finita l'università, aveva trovato un impiego, che non era molto impegnativo: secondo le sue parole, "si era trovato un posticino" nella costruzione del Tempio del Salvatore, senza intendersi naturalmente di architettura. Fatto strano, questo unico amico di Aratov, di nome Kupfer, un tedesco russificato tanto che non capiva neanche una parola di tedesco e usava la parola "tedesco" come un insulto, quest'amico non aveva apparentemente niente in comune con lui. Era un giovane dai riccioli neri, le guance colorite, allegro, loquace e grande amante della compagnia femminile, che Aratov tanto sfuggiva. E' vero che Kupfer spesso faceva colazione e pranzava da lui e, non essendo ricco, gli chiedeva in prestito delle piccole somme, ma non fu questo a spingere il disinvolto tedesco a frequentare la modesta casa sulla Shabolovka. La purezza d'animo e l'"idealismo" di Jakov lo avevano conquistato, forse per contrasto con le cose che vedeva o incontrava ogni giorno; o forse perché in questo suo trasporto verso il giovane "idealista" si rivelava il suo sangue pur sempre tedesco. A Jakov piaceva la bonaria sincerità di Kupfer; inoltre i racconti che costui faceva sul teatro, sui concerti, sui balli, di cui era assiduo frequentatore, e in genere su tutto quel mondo, che a Jakov rimaneva estraneo, interessavano e turbavano segretamente il giovane eremita, senza però far nascere in lui il desiderio di sperimentare di persona. Anche Platosha dimostrava una certa benevolenza verso Kupfer; a volte lo trovava troppo disinvolto, ma istintivamente sentiva e capiva che egli era sinceramente legato al suo caro Jasha, e non solo sopportava il rumoroso ospite ma gli mostrava perfino molta benevolenza.

 

 

 

2.

 

Nel periodo in cui si svolge il nostro racconto abitava a Mosca una vedova, una principessa georgiana, dalla personalità indefinibile, quasi sospetta. Aveva allora una quarantina d'anni, in gioventù probabilmente era stata una di quelle bellezze orientali che sfioriscono precocemente; ora si imbellettava, si dava il rossetto, si tingeva i capelli d'un colore biondo. Su di lei c'erano diverse voci non del tutto lusinghiere e non del tutto chiare; nessuno conosceva suo marito e lei non restava mai a lungo nella stessa città. Non aveva né figli né un patrimonio, comunque teneva la casa aperta, facendo dei debiti o in altro modo, aveva il suo salotto, come si dice, e riceveva una società piuttosto mista, formata in prevalenza da giovani. Tutto in casa sua, a cominciare dal suo modo di vestire, dai mobili, dalla tavola fino alla carrozza e alla servitù, aveva un'impronta indefinibile di scadente, artificiale, provvisorio... ma né la principessa né i suoi ospiti, evidentemente, pretendevano qualcosa di meglio. La principessa passava per una conoscitrice di musica e letteratura, e protettrice di artisti e pittori, e in effetti si interessava di simili "questioni" fino all'entusiasmo, un entusiasmo non del tutto artificioso. Aveva indubbiamente una sensibilità estetica.

Inoltre era molto disponibile, gentile senza alterigia e senza affettazione e in fondo, fatto insospettabile per molti, era molto buona, compassionevole e indulgente... Qualità rare e tanto più apprezzabili in questo genere di persone! "Donna fatua" diceva di lei un sapientone, "ma andrà certamente in paradiso! Poiché perdona tutto, e tutto le sarà perdonato!" Di lei dicevano anche che ogni volta che scompariva da una città lasciava dietro di sé tanti creditori quanti beneficiati dalla sua generosità. Un cuore tenero può piegarsi da qualsiasi parte.

Kupfer, come era prevedibile, un bel giorno andò nella sua casa e diventò uno dei suoi intimi... o come dicono le male lingue, troppo intimo. Parlava sempre di lei non soltanto in modo amichevole, ma anche con rispetto, diceva: "è una donna d'oro!" (a buon intenditor!...) e credeva fermamente nel suo amore per l'arte e nella sua competenza in questo settore! Una volta, dopo il pranzo dagli Aratov, dopo aver parlato della principessa e delle sue serate, cercò di convincere Jakov a infrangere almeno per una volta le sue abitudini da anacoreta e a permettere a lui, Kupfer, di presentarlo alla sua amica. All'inizio Jakov non voleva nemmeno ascoltare.

"Ma cosa credi?" esclamò alla fine Kupfer, "che cosa credi che voglia dire presentazione! Ti vengo a prendere semplicemente, ecco, come sei ora, in giacchetta, e ti porto là per una serata.

Là non c'è nessuna etichetta, caro! Tu sei un uomo colto, ami la letteratura e la musica (Aratov nello studio aveva in effetti un pianoforte sul quale ogni tanto eseguiva degli accordi in settima diminuita) e la sua casa è piena di tutte queste belle cose!... E là incontrerai gente simpatica senza nessuna pretesa! E inoltre non è possibile alla tua età e con il tuo fisico... (Aratov abbassò gli occhi e fece un gesto di diniego con la mano) sì, sì, con il tuo fisico, evitare così la società, il mondo! In fondo non ti porto a casa di generali! Fra l'altro io non ne conosco di generali! Non intestardirti, mio caro! La moralità è una bella cosa, degna di rispetto... ma non al punto di finire nell'ascetismo! Non avrai intenzione di farti monaco, vero?" Aratov, però, continuava a resistere, ma in aiuto di Kupfer venne inaspettatamente Platonida Ivanovna. Anche se non capiva bene che cosa significasse la parola ascetismo, trovava però che a Jashen'ka non avrebbe fatto male divertirsi, vedere e frequentare gente. "Tanto più," aggiunse, "che io ho piena fiducia in Fëdor Fëdorovic! Non ti porterebbe in un posto malfamato!..." "Ve lo riporterò puro e senza macchia!" esclamò Kupfer, al quale Platonida Ivanovna, nonostante la fiducia, aveva lanciato sguardi inquieti. Aratov arrossì fino alle orecchie, ma smise di opporsi.

E così finì che il giorno dopo Kupfer lo portò a una serata della principessa. Ma Aratov non vi restò a lungo. Innanzi tutto, vi trovò una ventina di ospiti, uomini e donne forse simpatici, ma pur sempre degli estranei, e questo lo intimidiva molto; tuttavia non dovette quasi fare conversazione, che era quello che lui temeva di più. In secondo luogo, non gli era piaciuta la padrona di casa, anche se lei lo aveva accolto con semplicità e cordialità. Niente in lei gli era piaciuto: il viso truccato e i capelli arricciati, la voce rauca e dolciastra, il riso stridulo, il modo di rivolgere gli occhi al cielo, la scollatura eccessiva e quelle dita lucide e grassocce con una gran quantità di anelli!...

Sistematosi in un angolo, ora scorreva rapidamente con gli occhi tutti i visi degli invitati, senza riuscire stranamente a distinguere gli uni dagli altri, ora con ostinazione si fissava i piedi. Quando poi, alla fine, un artista di passaggio, dal volto emaciato, con i capelli lunghissimi e il monocolo incastrato sotto il sopracciglio, si sedette al pianoforte e, battendo con forza le mani sui tasti e i piedi sui pedali, cominciò a massacrare una fantasia di Liszt su temi di Wagner, Aratov non resistette più e se la svignò, portando nell'animo un'impressione vaga e pesante mediante la quale, però, cercava di farsi strada un vago presentimento inesplicabile, ma che lo turbava e lo inquietava.

 

 

 

3.

 

Kupfer venne a pranzo il giorno seguente: ma non si dilungò a parlare della serata precedente, non rimproverò Aratov per la sua fuga precipitosa e si lamentò solo del fatto che non si era trattenuto per la cena in cui avevano servito champagne! (in realtà, era un prodotto di Niznij-Novgorod). Kupfer, senza dubbio, capiva che aveva fatto male a pensare di scuotere il suo amico e che Aratov non era decisamente un uomo "adatto" a questo tipo di compagnia e genere di vita. Da parte sua Aratov non parlò né della principessa né della serata precedente. Platonida Ivanovna non sapeva neppure lei se rallegrarsi dell'insuccesso di questo primo tentativo o se rattristarsene. Infine decise che la salute di Jasha avrebbe potuto risentire di serate di questo genere e si tranquillizzò. Kupfer uscì subito dopo pranzo e per tutta la settimana non si fece più vedere, non perché tenesse il broncio ad Aratov per l'insuccesso della sua presentazione - era un bonaccione incapace di questo - ma, evidentemente, aveva trovato un'occupazione che assorbiva tutto il suo tempo, tutti i suoi pensieri, tanto che anche in seguito fece raramente visita agli Aratov e, quando veniva, stava lì con aria distratta, parlava poco e spariva all'improvviso... Aratov continuava a vivere come prima, ma aveva ormai, se ci si può esprimere così, una piccola spina piantata nella sua anima. Si sforzava di ritrovare qualcosa nella sua memoria - ma non avrebbe saputo dire cosa - e questo "qualcosa" era legato alla serata passata dalla principessa. Con tutto ciò non voleva assolutamente tornare da lei, e quel mondo, che aveva contemplato in casa sua, gli ripugnava più di prima.

Passarono così sei settimane.

Ed ecco che un mattino gli comparve davanti Kupfer, con un'aria alquanto turbata.

"So," cominciò con un sorriso forzato, "che la visita di quella sera non è stata di tuo gusto, ma accetterai comunque la mia proposta, spero... e non respingerai la mia preghiera!" "Di che cosa si tratta?" domandò Aratov.

"Ecco, vedi" continuò Kupfer, animandosi sempre di più, "qui c'è una società di dilettanti, di artisti, che ogni tanto organizzano delle conferenze pubbliche, dei concerti, delle rappresentazioni teatrali a scopo benefico..." "E la principessa vi partecipa?" lo interruppe Aratov.

"La principessa partecipa sempre alle buone iniziative, ma questo non ha importanza. Abbiamo organizzato una "matinée" letterario- musicale... durante la quale tu potrai ascoltare una fanciulla...

una fanciulla meravigliosa! Ancora non sappiamo bene se sia una Rachel o una Viardot... perché canta e declama e suona, tutto meravigliosamente... Un talento, caro amico, di prima classe! E non esagero. Ecco... non compreresti un biglietto? Cinque rubli il posto in prima fila.

"E da dove viene questa meravigliosa fanciulla?" domandò Aratov.

Kupfer fece un largo sorriso.

"Questo non so dirtelo... In questi ultimi tempi era ospite della principessa. La principessa, tu lo sai, protegge tutte queste persone... Ma tu l'hai vista di sicuro alla serata dell'altro giorno." Aratov ebbe un sussulto interiore impercettibile... ma non disse niente.

"Ha anche recitato in qualche posto in provincia," continuò Kupfer, "insomma è fatta per il teatro. Ma lo vedrai tu stesso!

"Come si chiama?" chiese Aratov.

"Klara..." "Klara?" lo interruppe per la seconda volta Aratov "Non può essere!" "Perché non può essere? Klara... Klara Militch; non è il suo vero nome... ma la chiamano così. Canterà una romanza di Glinka... e Tchajkovskij; e poi leggerà la lettera dall''Evgenij Onegin'.

Allora? Lo prendi il biglietto?" "E quando sarà?" "Domani... domani alla una e mezzo in una sala privata sulla Ostozenka... Passerò a prenderti. Un biglietto da cinque rubli?

Eccolo... no, questo è da tre rubli. Eccolo. Prendi anche il programma. Io sono uno degli organizzatori." Aratov rimase pensieroso. Platonida Ivanovna che entrava in quell'istante si allarmò immediatamente vedendo il suo viso.

"Jasha," esclamò, "cosa ti è successo? Perché sei così turbato?

Fëdor Fëdorovic, che cosa gli ha detto?" Ma Aratov non lasciò che il suo amico rispondesse alla domanda della zia e afferrando frettolosamente il biglietto che l'amico gli porgeva, ordinò a Platonida Ivanovna di dare subito cinque rubli a Kupfer.

Meravigliata, sbattendo gli occhi per la sorpresa, diede comunque il denaro a Kupfer senza dire una parola. Il suo Jashen'ka aveva gridato in tono imperioso.

"Ti dico che è il miracolo dei miracoli!" esclamò Kupfer e si precipitò verso la porta. "Aspettami domani!" "Ha gli occhi neri?" gli chiese Aratov da dietro.

"Come il carbone!" gridò allegramente Kupfer e sparì.

Aratov andò in camera sua e Platonida Ivanovna rimase lì, immobile, sussurrando più volte: "Aiutaci, Signore! Signore, aiutaci!".

 

 

 

4.

 

Il grande salone, in una casa privata sulla Ostozenka era già mezzo pieno di spettatori, quando arrivarono Aratov e Kupfer. In questa sala si tenevano qualche volta degli spettacoli teatrali, ma questa volta non c'erano né gli scenari né il sipario. Gli organizzatori della "matinée" si erano limitati a innalzare a una delle estremità della sala una pedana sulla quale avevano sistemato un pianoforte, due leggii, alcune sedie, un tavolo con una brocca d'acqua e dei bicchieri, e a ricoprire con un panno rosso la porta che immetteva in una stanza riservata agli artisti.

In prima fila era già seduta la principessa con un abito di un verde brillante; Aratov prese posto a una certa distanza da lei, scambiando appena un inchino. Il pubblico era, come si suol dire, di tutti i tipi: la maggior parte erano giovani studenti. Kupfer, che era uno degli organizzatori, portava un nastro bianco sul risvolto del frac e si dava un gran da fare; la principessa era visibilmente molto commossa, guardava a destra e a sinistra, mandava sorrisi da ogni parte, parlava con i vicini... accanto a lei c'erano soltanto uomini. Si presentò per primo sulla pedana un flautista dall'aspetto tisico e con grande zelo sputò... mi correggo! fischiettò un'aria anch'essa tisica: due persone gridarono: "Bravo!". Poi un signore grasso con gli occhiali, con aria molto grave e quasi cupa, lesse con voce di basso un brano di Scedrin; applaudirono il brano, non lui; quindi arrivò il pianista, che Aratov già conosceva, e pestò sui tasti come su un tamburo la stessa fantasia di Liszt; il pianista fu onorato da una richiesta di bis. S'inchinò, appoggiando le mani sulla spalliera della sedia e dopo ogni inchino agitava i capelli all'indietro, proprio come Liszt! Finalmente, dopo un intervallo abbastanza lungo, il panno rosso che nascondeva la porta dietro la pedana si mosse, si spalancò, e apparve Klara Militch. La sala riecheggiò di applausi. A passi incerti lei raggiunse la parte anteriore del palco, si fermò e rimase immobile incrociando le belle lunghe mani nude, senza inchinarsi, senza piegare la testa e senza sorridere.

Era una ragazza di circa diciannove anni, alta, con le spalle un po' larghe, ma ben fatta. Il viso olivastro, dai lineamenti vagamente ebraici o zingareschi, gli occhi abbastanza piccoli, neri, sotto folte sopracciglia, il naso diritto, un po' all'insù, le labbra sottili con una curva bella ma marcata, una enorme treccia nera, di cui si indovinava la pesantezza, la fronte bassa, immobile, quasi pietrificata, orecchie minuscole... l'espressione del volto nell'insieme era pensosa, quasi severa, indicava una natura appassionata, decisa, forse limitata nella bontà e nell'intelligenza, ma indubbiamente ricca di talento.

Per un po' non alzò gli occhi, ma poi d'improvviso si scosse e percorse le file degli spettatori con il suo sguardo fisso ma distratto, quasi rivolto alla sua anima... "Che occhi tragici!" osservò un bellimbusto dai capelli grigi che sedeva dietro ad Aratov, con un viso da "cocotte" di Revel, conosciuto a Mosca come un grande intrigante e spione. Il bellimbusto era sciocco e voleva dire sciocchezze... ma diceva invece la verità! Aratov, che dal momento in cui era comparsa Klara non aveva più distolto lo sguardo da lei, solo allora si ricordò che effettivamente l'aveva incontrata dalla principessa, e che, non solo l'aveva vista, ma aveva notato che lei molte volte, con particolare insistenza lo aveva guardato con i suoi occhi scuri e fissi. In quello stesso istante... o non era che un'impressione? gli sembrò che lei, scorgendolo in prima fila, si rallegrasse, arrossisse e lo guardasse, ancora una volta, fissamente. Poi, senza voltarsi fece due passi verso il pianoforte, al quale era già seduto il suo accompagnatore, lo straniero dai capelli lunghi. Doveva eseguire la romanza di Glinka "Dal momento che ti ho vista..." Iniziò subito a cantare, senza cambiare la posizione delle mani e senza guardare lo spartito. Aveva una voce sonora e morbida, da contralto, pronunciava le parole con molta chiarezza e autorità, cantava in modo uniforme, senza sfumature, ma con una grande forza emotiva. "Canta con convinzione, la fanciulla", disse il solito bellimbusto che sedeva dietro ad Aratov e anche questa volta aveva detto la verità. Grida di "Bis! Bravo!" risuonarono... ma lei lanciò un rapido sguardo ad Aratov che non gridava e non applaudiva - non gli era piaciuto in maniera particolare il suo modo di cantare - si inchinò leggermente e uscì, senza accettare il braccio piegato a ciambella del chiomato pianista. Fu richiamata... Ricomparve poco dopo e sempre con passi esitanti si avvicinò al pianoforte, e dopo aver detto due parole all'accompagnatore che dovette cercare e metterle davanti un altro spartito diverso da quello preparato, intonò la romanza di Tchajkovskij "No, solo chi ha conosciuto il desiderio di un incontro..." Cantò questa romanza in modo diverso dalla prima, a mezza voce, quasi con stanchezza... e solo al penultimo verso "Comprenderà quanto ho sofferto" le uscì un grido pieno di passione. L'ultimo verso "E quanto io soffro..." lo cantò quasi sussurrando, trascinando l'ultima parola con dolore. Questa romanza suscitò nel pubblico meno impressione di quella di Glinka; comunque gli applausi furono molti... Si fece notare soprattutto Kupfer: le sue mani si congiungevano in forma di botte ogni volta che le batteva l'una contro l'altra e producevano così un rumore particolarmente sonoro. La principessa gli porse un gran mazzo di fiori, ormai appassiti, perché lo portasse alla cantante; ma questa, come se non avesse notato Kupfer che le si inchinava davanti e le porgeva il mazzo di fiori, si girò e uscì. Anche questa volta senza aspettare il pianista, che si era alzato più in fretta di prima per accompagnarla e che rimase lì con le braccia penzoloni, gettando indietro i capelli, così vigorosamente come Liszt non aveva mai fatto!

Per tutta la durata della romanza Aratov aveva osservato il viso di Klara. Gli sembrava che i suoi occhi, attraverso le palpebre socchiuse, fossero, come prima, rivolti verso di lui, ma quello che soprattutto lo aveva colpito era l'immobilità di quel viso, della fronte, delle sopracciglia e soltanto a quell'appassionato grido notò, attraverso le labbra appena dischiuse, il caldo splendore dei suoi denti bianchi e serrati. Kupfer si avvicinò a lui.

"Dunque, mio caro, come la trovi?" chiese, raggiante di soddisfazione.

"Una bella voce," rispose Aratov, "ma non sa ancora cantare, non ha una vera tecnica." (Perché avesse detto quello e che concetto avesse della parola "tecnica" Dio solo lo sa!) Kupfer si meravigliò.

"Non ha tecnica," ripeté, facendo una pausa... "Ma questo... Ha ancora tempo per imparare. Ma che anima! Aspetta di sentirla nella lettera di Tat'jana." Si allontanò in fretta da Aratov, quest'ultimo pensò: "Anima! Con quel viso immobile!" Trovava che lei si comportasse e si muovesse come un'ipnotizzata, come una sonnambula. E, nello stesso tempo, senza alcun dubbio... sì! senza alcun dubbio lei lo guardava.

Intanto la "matinée" continuava. L'uomo grasso con gli occhiali apparve di nuovo; nonostante il suo aspetto austero pensava di essere un comico e declamò una scena di Gogol' senza ottenere questa volta nessun segno di approvazione. Il flautista fece di nuovo una rapida apparizione, rumoreggiò di nuovo il pianista; un ragazzo dodicenne, impomatato e con i capelli arricciati, ma con tracce di lacrime sulle guance, strimpellò sul violino alcune variazioni. Una sola cosa poteva sembrare insolita: negli intervalli fra i brani di lettura e di musica, dalla stanza degli artisti arrivavano i suoni spezzati di un corno; ma questo strumento rimase di fatto inutilizzato. Alla fine si venne a sapere che il dilettante che si era proposto per suonare questo strumento si era intimidito al momento di entrare in scena. Ecco finalmente riapparire Klara Militch.

Teneva in mano un piccolo volume di Pushkin; ma durante la sua declamazione non lo guardò mai... Era chiaro che era intimidita; il piccolo libro tremava leggermente fra le sue dita. Aratov notò anche un'espressione di scoramento diffusa in tutti i suoi lineamenti severi. Il primo verso: "Io vi scrivo... che altro più?" lo pronunziò in modo straordinariamente semplice, quasi sincera, e con un gesto ingenuo, sincero e impotente tese in avanti tutte e due le braccia. Poi affrettò un po' la declamazione, ma già dai versi: "Un altro!... No, a nessun altro al mondo darei il mio cuore!" si rincuorò, si animò e quando arrivò alle parole: "Tutta la mia vita è stata un pegno del fedele incontro con te" la sua voce, fino a quel momento un po' rauca, risuonò in modo trionfale, ardito, e i suoi occhi fissarono il volto di Aratov con la stessa baldanza e audacia. Proseguì con lo stesso fervore e solo verso la fine la voce ridiventò bassa, riflettendo come il suo viso lo stesso scoramento di prima. Gli ultimi quattro versi li rovinò completamente, il volume di Pushkin le scivolò improvvisamente dalle mani e abbandonò velocemente la scena.

Il pubblico cominciò ad applaudire freneticamente, a chiedere il bis... Specialmente un seminarista ucraino gridava così forte:

"Mylytch! Mylytch!" che il suo vicino lo pregò gentilmente, con simpatia, di "risparmiare la voce di futuro protodiacono!". Ma Aratov si alzò di scatto e si diresse verso l'uscita. Kupfer lo raggiunse.

"Ma scusa, dove vai?" gridò. "Vuoi che ti presenti a Klara?" "No, grazie," rispose frettolosamente Aratov e quasi di corsa si diresse a casa.

 

 

 

5.

 

Strane e confuse sensazioni lo agitavano. In fondo la declamazione di Klara non gli era piaciuta in modo particolare... anche se non riusciva a capirne il motivo. Quella declamazione lo aveva turbato; gli era sembrata brusca, senza armonia... Era come se questa avesse infranto qualcosa in lui, come se gli facesse violenza in qualche modo. E poi quegli sguardi fissi, insistenti, quasi fastidiosi, a cosa puntavano? Cosa significavano?

La modestia di Aratov non ammetteva neppure per un istante l'idea che lui potesse piacere a quella strana fanciulla, che lui potesse suscitare un sentimento simile all'amore, alla passione!... E d'altra parte, lui stesso non si immaginava affatto così la donna ancora sconosciuta, la fanciulla alla quale si sarebbe dato e che l'avrebbe amato, sarebbe diventata la sua fidanzata, sua moglie...

Molto di rado fantasticava su queste cose: era vergine d'animo e di corpo; ma la pura immagine che nasceva allora nella sua immaginazione era sottilmente velata da un'altra immagine, quella della madre morta, che lui ricordava appena, ma il cui ritratto conservava come una reliquia. Questo ritratto ad acquerello era un'opera molto maldestra di una vicina, amica di sua madre, ma la somiglianza, a detta di tutti, era sorprendente. Era quel dolce profilo, erano quegli occhi chiari e pieni di bontà, quei capelli di seta, quel sorriso, quella serena espressione che avrebbe dovuto avere quella donna, quella fanciulla, che ancora non osava aspettare.

Ma questa bruna dalla pelle olivastra e dai capelli ruvidi, dalla peluria sulle labbra, era certamente cattiva ed eccentrica...

Questa "zingara" (Aratov non poteva trovare un'espressione peggiore) cosa era per lui?

Ma tuttavia Aratov non aveva la forza di scacciare dalla testa quella zingara bruna, della quale non gli erano piaciuti né il canto né la declamazione, e neppure l'aspetto. Era stupito e arrabbiato con se stesso. Non molto tempo prima aveva letto il romanzo di Walter Scott "La fonte di Saint Ronan" (le opere complete di Walter Scott erano nella biblioteca di suo padre, che stimava il romanziere inglese come uno scrittore serio, quasi scientifico). L'eroina di questo romanzo si chiamava Clara Mobray.

Un poeta degli anni Quaranta, Krasov, aveva scritto su di lei una poesia che finiva con queste parole:

"Infelice Clara! folle Clara!

Infelice Clara Mobray!" Aratov conosceva anche questa poesia... Ed ecco che ora quelle parole gli tornavano di continuo alla memoria... "Infelice Clara!

folle Clara!..." (Per questo motivo si era meravigliato quando Kupfer gli aveva nominato Klara Militch.) La stessa Platosha aveva notato in Jasha non tanto un cambiamento di umore, dato che, in realtà, niente era cambiato in lui, ma un certo non so che filtrava dal suo sguardo, dai suoi discorsi. Con prudenza lo interrogò sulla "matinée" letteraria, alla quale aveva partecipato; sussurrava, sospirava, lo guardava davanti, di lato, dietro e improvvisamente battendo le mani sui fianchi, esclamò:

"Ecco Jasha! Ho capito di che cosa si tratta!" "Di che cosa?" domandò Aratov.

"Evidentemente, in quella "matinée" hai incontrato una di quelle pavoncelle... (così Platonida Ivanovna chiamava tutte le signore che portavano abiti alla moda). Una donna dal musetto paffuto che fa le smorfie così e le smorfie cosà (Platosha mimava tutto questo con i movimenti del viso) e che fa roteare gli occhi (e questo lo mimava facendo dei grossi cerchi in aria con l'indice)... Tu non ci sei abituato e ti è sembrato... ma questo non vuol dire niente, Jasha... non significa niente! Bevi la tua tisana prima di andare a letto... e basta così... Signore, aiutaci!" Platosha tacque e se ne andò... Non aveva mai pronunciato un discorso tanto lungo e animato... e Aratov pensò: "La zia ha sicuramente ragione... tutto questo viene dalla mia mancanza di esperienza... (Era in realtà la prima volta che aveva richiamato l'attenzione di una persona di sesso femminile... o almeno non se ne era mai accorto prima.) Non bisogna montarsi la testa".

E tornò ai suoi libri e prima di andare a letto prese una tisana, dormì bene tutta la notte, senza fare sogni. Il giorno dopo, come se non fosse successo niente, si dedicò alla fotografia...

Ma verso sera la pace del suo spirito fu turbata di nuovo.

 

 

 

6.

 

Ed ecco perché: un fattorino gli portò un biglietto scritto con una calligrafia femminile, grande e irregolare; questo biglietto diceva:

"Se lei indovinerà chi le scrive, e se questo non le dispiace, venga domani dopo pranzo al boulevard Tverskoj, verso le cinque e aspetti. Non dovrà trattenersi a lungo. Ma è molto importante.

Venga".

Non c'era la firma. Aratov indovinò immediatamente chi era il suo corrispondente e questo lo indignò molto. "Che assurdità!" disse a voce quasi alta. "Non ci mancava che questo. Naturalmente non ci andrò." Ordinò comunque di far venire il fattorino dal quale apprese che la lettera gli era stata consegnata da una cameriera per strada. Dopo averlo congedato, Aratov rilesse la lettera, la gettò sul pavimento... per raccoglierla qualche istante dopo e rileggerla ancora; e di nuovo esclamò: "Che assurdità" - questa volta però non gettò la lettera per terra e la nascose in un cassetto. Aratov riprese le sue solite occupazioni, ora questa, ora l'altra; ma non riusciva a concentrarsi, non combinava niente.

E all'improvviso si accorse che stava aspettando Kupfer! Voleva chiedergli o forse confidargli... Ma Kupfer non si fece vedere.

Poi Aratov prese Pushkin, lesse la lettera di Tat'jana e di nuovo si convinse che quella "zingara" non aveva per niente capito il vero significato di quella lettera. E quel buffone di Kupfer che gridava: "Rachel! Viardot!" Poi si avvicinò al suo pianoforte, alzò il coperchio con un gesto quasi meccanico, cercando di ricordare la melodia della romanza di Tchajkovskij; ma subito richiuse il coperchio con rabbia e andò dalla zia nella sua stanza sempre molto calda dove c'era un perenne odore di menta, di salvia e di altre erbe medicinali e tanti tappetini, scaffali, sgabellini, cuscinetti e altri accessori morbidi che, a meno di esservi abituati, si faceva fatica a rigirarsi e a respirare in quella atmosfera opprimente. Platonida Ivanovna sedeva vicino alla finestra con i ferri della maglia in mano (stava facendo una sciarpa per Jashen'ka, in tutta la sua vita ne aveva già fatte trentotto!) e restò molto sorpresa. Aratov non andava quasi mai da lei e se aveva bisogno di qualcosa ogni volta gridava con voce acuta dal suo studio: "Zia Platosha!" Tuttavia lo fece sedere e restò in attesa delle sue prime parole, si mise a guardarlo con un occhio attraverso gli occhiali rotondi e con l'altro al disopra degli occhiali. Non si informò della sua salute e non gli offrì del tè poiché capiva che non era venuto per questo. Aratov indugiò un po'... poi cominciò a parlare... cominciò a parlare di sua madre, di come vivevano con suo padre e di come suo padre l'aveva conosciuta. Tutte queste cose le sapeva benissimo... ma era di questo che aveva voglia di parlare. Per sua disgrazia, Platosha non sapeva conversare, rispondeva brevemente come se sospettasse che Jasha non era lì per quello.

"Allora?" ripeté in fretta sferruzzando quasi con una punta di malumore. "Certo: tua madre era una colomba... una colomba... E tuo padre l'amava, come si conviene a un marito, fedelmente e onestamente fino alla tomba, e non ha amato nessun'altra donna," aggiunse, alzando la voce e togliendosi gli occhiali.

"E aveva un carattere timido?" chiese, dopo un attimo di silenzio.

"Certo, timido. Come si conviene al sesso femminile. Quelle sfrontate sono venute fuori in questi ultimi tempi." "E ai vostri tempi non ce n'erano di sfrontate?" "Ce n'erano anche ai nostri tempi... e come no? Ma chi? Qualche sgualdrinella, qualche svergognata. Alza la gonnella... Non si preoccupavano troppo, sai! Al primo imbecille venuto, mettevano il guinzaglio! Ma le persone serie le disprezzano. Ricordi forse di aver visto persone simili in casa nostra?" Aratov non rispose e se ne tornò nel suo studio. Platonida Ivanovna lo guardò uscire, scosse la testa, si rimise gli occhiali e riprese la sua sciarpa... ma di tanto in tanto si metteva a pensare e faceva cadere i ferri sulle ginocchia.

Quanto ad Aratov, fino a notte fonda - niente da fare, ricominciò con quell'irritante, esasperante pensiero del biglietto, della "zingara", dell'appuntamento fissato, al quale sicuramente non sarebbe andato! Anche durante la notte questo pensiero lo turbò.

Davanti gli balenavano continuamente gli occhi di lei, ora socchiusi, ora spalancati, con il loro sguardo insistente, fisso su di lui, e quei tratti con la loro espressione imperiosa...

Il mattino seguente, di nuovo, chissà perché, aspettava Kupfer; stava per scrivergli una lettera... ma non ne fece niente...

d'altra parte, passò la maggior parte del tempo a camminare su e giù per lo studio. Nemmeno per un istante gli passò per la testa l'idea di andare a quello stupido "rendez-vous"... e alle tre e mezzo, dopo aver frettolosamente pranzato, improvvisamente indossò il mantello, si mise il cappello e di nascosto dalla zia uscì e si diresse al boulevard Tverskoj.

 

 

 

7.

 

Aratov vi incontrò pochi passanti. Il tempo era umido e abbastanza freddo. Si sforzava di non pensare a quello che stava facendo e cercava di rivolgere l'attenzione a tutti quegli oggetti che gli capitavano sotto gli occhi come per convincersi che era uscito per passeggiare, come quei passanti... La lettera della sera prima era nella sua tasca laterale e ne sentiva continuamente la presenza.

Percorse due volte il boulevard, osservando attentamente tutte le figure femminili che venivano verso di lui, e il suo cuore batteva, batteva... Sentendosi affaticato, si sedette un momento su una panchina. E improvvisamente gli venne in mente: "E se questa lettera non l'avesse scritta lei, ma qualcun altro, un'altra donna?". In verità questo avrebbe dovuto essergli indifferente... e comunque doveva confessare a se stesso che non se lo augurava. "Sarebbe una cosa stupida, pensava, ancora più stupida 'dell'altra'!" Un'inquietudine nervosa iniziava a impossessarsi di lui, ebbe un brivido, non esteriore ma interiore.

Diverse volte tirò fuori l'orologio dalla tasca del panciotto, guardò il quadrante, lo rimise in tasca e ogni volta dimenticava quanti minuti mancavano alle cinque. Gli pareva che tutti i passanti lo guardassero in un modo particolare, con una certa beffarda meraviglia e curiosità. Un brutto cane spelacchiato si avvicinò correndo, gli annusò i piedi e si mise a scodinzolare. Lo scacciò con un gesto d'ira. Soprattutto gli dava noia un ragazzo di fabbrica con un camiciotto di fustagno che stava seduto su una panca dall'altra parte del boulevard e che, ora fischiettando, ora grattandosi, ora dondolando le gambe avvolte in enormi stivali tutti strappati, non smetteva di guardarlo. "Ecco," pensava Aratov, "sicuramente il padrone lo sta aspettando! e lui, il fannullone se ne sta lì con le mani in mano..." Ma in quel momento gli sembrò che qualcuno gli si fosse avvicinato e rimanesse fermo dietro di lui... egli avvertiva come un respiro tiepido...

Si girò... era lei!

La riconobbe subito, anche se un fitto velo azzurro scuro copriva il suo viso. Immediatamente si alzò dalla panchina e rimase così senza riuscire a dire neppure una parola. Anche lei taceva. Provò un grande turbamento... ma il turbamento di lei non era minore:

Aratov anche attraverso il velo poteva intravedere il suo viso mortalmente pallido. Fu lei, però, a parlare per prima.

"Grazie," cominciò con voce spezzata, "grazie di essere venuto.

Non lo speravo..." Si girò leggermente e cominciò a camminare lungo il boulevard. Aratov la seguì.

"Forse mi giudicherà male," continuò senza voltare la testa, "e in effetti il mio comportamento è molto strano... Ma ho sentito tanto parlare di lei!... Ma no! Io... non è questo il motivo... Se lei sapesse... Avevo tante cose da dirle, mio Dio!... Ma come fare...

Come fare?" Aratov camminava accanto a lei, restando un po' indietro. Non vedeva il suo viso, vedeva solo il cappello e una parte del velo... e la lunga mantella nera ormai lisa. Tutta la rabbia verso di lei e verso se stesso ritornò all'improvviso, tutto il ridicolo e l'assurdo di quell'incontro, di quelle spiegazioni fra persone completamente estranee, su un boulevard, in pubblico, gli balzarono agli occhi.

"Sono venuto in seguito al suo invito," disse a sua volta. "Sono venuto, gentile signorina (le spalle di lei sussultarono impercettibilmente, girò in una stradina laterale, egli la seguì) soltanto per chiarire, per dissipare lo strano malinteso in seguito al quale lei ha creduto bene di rivolgersi a me, a me, uno sconosciuto che... che 'ha potuto indovinare' - come lei si è espressa nella sua lettera - che era stata proprio lei a scrivergli... e lo ha potuto indovinare solo perché lei durante la 'matinée' letteraria aveva voluto mostrargli troppa... troppa evidente attenzione!" Tutto questo discorsetto fu pronunciato da Aratov con quella voce sonora ma indecisa con la quale le persone molto giovani rispondono a un esame su un argomento sul quale si sono ben preparati... Era irritato, era in collera... E questa collera lo aveva reso sciolto nel parlare, cosa che di solito non era.

Lei continuava a camminare lungo la stradina a passi lenti...

Aratov come prima la seguiva da vicino e come prima vedeva soltanto questa povera mantella e il suo cappello, che non era affatto nuovo. Il suo amor proprio soffriva all'idea che lei ora potesse pensare: "Mi è bastato solo un cenno e lui è accorso subito!".

Aratov stava in silenzio... e aspettava che lei gli rispondesse; ma lei non disse una parola.

"Sono pronto ad ascoltarla," riprese lui, "e sarò felicissimo di poterle essere utile in qualche cosa... anche se, lo confesso, sono sorpreso... Data la mia vita solitaria..." Ma alle sue ultime parole Klara si girò improvvisamente verso di lui ed egli vide un viso così spaventato così profondamente triste, con gli occhi gonfi di grosse lacrime limpide, un'espressione così dolorosa delle labbra socchiuse - e quel viso era così bello - che involontariamente si fermò e provò un sentimento vicino alla paura, e anche compassione e tenerezza.

"Ah, perché... perché è così...," esclamò lei con una forza irresistibilmente sincera e leale, e come era commovente l'intonazione di quella voce! "Davvero il mio invito l'ha offesa... davvero non ha capito niente?... Ah, no! Lei non ha capito niente, non ha capito quello che le dicevo, e Dio sa cosa lei si sarà immaginato a mio riguardo, e non ha neppure pensato quanto mi sia costato scriverle!... Lei si è preoccupato soltanto di se stesso, della sua dignità, della sua tranquillità!... Ma forse io (e con tale forza si premette le mani sulle labbra che si sentirono chiaramente le dita scricchiolare)... Come se io avessi manifestato delle pretese nei suoi confronti, come se fossero prima necessari dei chiarimenti... 'Gentile signorina..., lo confesso, sono sorpreso, di poterle essere utile in qualche cosa...' Ah! sono una pazza! Mi sono ingannata su di lei, sul suo viso!... Quando l'ho vista per la prima volta... Ecco... se ne sta lì impalato... Se almeno dicesse una parola! Neanche una parola?" Tacque... Il suo viso avvampò improvvisamente e improvvisamente assunse un'espressione malvagia e insolente.

"Dio mio! Come è stupido!" esclamò scoppiando d'un tratto in una risata stridula. "Come è stupido il nostro incontro! Come sono stupida... e anche lei... pff!" Fece un gesto sprezzante con la mano, come per allontanarlo dalla sua strada e passandogli vicino, corse via dal boulevard e sparì.

Quel gesto della mano, quella risata offensiva, quest'ultima esclamazione restituirono di colpo ad Aratov il suo precedente umore e soffocarono in lui il sentimento che era nato nel suo animo quando con le lacrime agli occhi lei gli si era rivolta. Di nuovo si arrabbiò e per poco non gridò alle spalle della ragazza che si allontanava "Lei potrà forse diventare una brava attrice, ma perché ha pensato di recitare la commedia a mie spese?" Tornò a casa a grandi passi senza smettere di rimuginare il suo dispetto e la sua indignazione durante tutto la strada, ma sentiva tornare attraverso quei sentimenti cattivi e ostili, suo malgrado, il ricordo di quel bellissimo viso che aveva visto solo per un attimo... E si chiese persino: "Perché non le ho risposto quando mi chiedeva almeno una parola? Non ho fatto in tempo" pensava...

"Non mi ha dato il tempo di pronunciare quella parola... E che parola avrei dovuto pronunciare?" Ma subito scosse la testa e con un tono di disapprovazione esclamò: "Attrice!" E nel momento stesso in cui pensava questo, il suo amor proprio di giovane inesperto e nervoso, offeso per la prima volta, si sentiva lusingato di aver suscitato comunque questa passione...

"Ma d'altronde in quel momento," continuava a riflettere, "tutto questo è naturalmente finito... Devo esserle sembrato ridicolo..." Questo pensiero gli era sgradito e di nuovo si irritò... contro di lei... e contro se stesso. Tornato a casa, si chiuse nel suo studio. Non voleva incontrare Platosha. La buona vecchia per due volte si avvicinò alla porta, appoggiando l'orecchio al buco della serratura e si limitò a sospirare e a mormorare la sua preghiera...

"Ci siamo!" pensava... "Ha appena venticinque anni... Ah, è presto, presto!"

 

 

 

8.

 

Per tutta la giornata successiva, Aratov fu di pessimo umore.

"Cosa c'è, Jasha?" gli chiedeva Platonida Ivanovna, "oggi sei così scompigliato?!" Nel linguaggio originale della vecchia questa espressione definiva in modo abbastanza esatto lo stato d'animo di Aratov. Egli non riusciva lavorare, e d'altra parte non sapeva lui stesso cosa voleva. Ora stava di nuovo aspettando Kupfer (sospettava che Klara avesse avuto proprio da Kupfer il suo indirizzo... e chi altro avrebbe potuto "parlare tanto" di lui?); ora era perplesso: possibile che potesse finire così la sua conoscenza con lei? Ora pensava che lei gli avrebbe scritto di nuovo; ora si chiedeva se non avrebbe dovuto scrivere lui una lettera, nella quale avrebbe chiarito tutto, perché non voleva