Nikolaj Vasilevic Gogol
I RACCONTI DI PIETROBURGO
La Prospettiva Nevskij
A Pietroburgo, non c'è niente di meglio della Prospettiva Nevskij.
Essa è tutto. Di cosa non brilla questa strada, meraviglia della nostra capitale! So con certezza che non uno dei pallidi abitanti cambierebbe la Prospettiva Nevskij con tutti i beni della terra.
Non solamente chi è giovane, magnifici baffi e un soprabito dal taglio perfetto, ma anche chi si vede già spuntare sul mento i peli bianchi e ha la testa liscia come un piatto d'argento, va in estasi davanti alla Prospettiva Nevskij. E le signore! Per le signore la Prospettiva Nevskij è qualcosa di ancora più piacevole.
E per chi del resto non è piacevole? Non appena la imbocchi, non senti altro che odore di passeggio. Anche se hai un affare importante e improrogabile da sbrigare, ecco che, dopo averci messo piede, te ne dimentichi subito. Questo è l'unico luogo dove la gente non si fa vedere perché spinta dal bisogno e dall'interesse che coinvolgono l'intera Pietroburgo. Sembra che le persone incontrate sulla Prospettiva Nevskij siano meno egoiste che non sulla Morskàja, sulla Gorochòvaja, sulla Litèjnaja, sulla Mescànskaja e nelle altre vie, dove l'avidità, il profitto e il bisogno si manifestano sia in quelli che camminano, sia in quelli che volano in carrozze e calessini. La Prospettiva Nevskij è il punto universale di confluenza di Pietroburgo. Qui l'abitante del rione Peterbùrgskij o del rione Vybòrgskoj, che per vari anni non è andato a trovare il suo amico a Peski o alla Barriera di Mosca, può star certo che lo incontrerà senza possibilità d'errore.
Nessun bollettino e nessun ufficio informazioni procureranno mai notizie così sicure come la Prospettiva Nevskij. Onnipotente Prospettiva Nevskij! Come sono spazzati con cura i tuoi marciapiedi e, Dio mio, quanti piedi vi hanno lasciato le loro orme! Il rozzo sudicio stivale del soldato in congedo, sotto il cui peso sembra doversi incrinare persino il granito; la minuscola scarpetta, leggera come il fumo, della giovane donna che, come il girasole all'astro, volge il viso verso le vetrine scintillanti di un negozio; la sciabola tintinnante dell'alfiere pieno di speranze che vi lascia un graffio! Sulla Prospettiva Nevskij tutto contribuisce a fondere il potere della forza e il potere della debolezza. Quale veloce fantasmagoria si svolge nel corso di una giornata! Quanti mutamenti in sole ventiquattro ore!
Cominceremo dal primissimo mattino, quando tutta Pietroburgo odora di panini ancora caldi, appena sfornati, ed è invasa da vecchie in abiti e pellicciotti laceri che compiono le loro incursioni nelle chiese e contro i passanti pietosi.
La Prospettiva Nevskij è vuota: i solidi proprietari dei negozi e i loro commessi dormono ancora nelle loro camicie di tela d'Olanda oppure insaponano le nobili guance e bevono il caffè; i mendicanti si radunano davanti alle porte delle pasticcerie, dove un garzone sonnolento, che il giorno prima svolazzava come una mosca servendo la cioccolata, adesso esce furtivo, senza cravatta, con una scopa in mano, e butta loro dei pasticcini raffermi e altri avanzi di cibo. La povera gente si trascina per le vie; a volte passano dei contadini russi che s'affrettano al lavoro con stivali così inzaccherati di fango che nemmeno il canale Ekaterìnskij, pur celebre per la sua pulizia, riuscirebbe a lavare. A quest'ora di solito non sta bene che le signore escano di casa, perché il popolo russo ama esprimersi con termini così violenti che non si odono nemmeno a teatro. Ogni tanto, se la Prospettiva Nevskij si trova sul suo tragitto alla volta del suo ufficio ministeriale, si vedrà passare un funzionario sonnacchioso con la borsa sotto il braccio. Si può dire senz'altro che a quest'ora, e sino alle dodici, la Prospettiva Nevskij per nessuno rappresenta un fine, ma serve soltanto come mezzo. A poco a poco essa si riempie di persone che hanno occupazioni, preoccupazioni, fastidi, ma non pensano per nulla alla strada. Il contadino russo parla di grivnje, ovvero di monete di rame da sette centesimi; vecchi e vecchie agitano le braccia o parlano da soli, talvolta con gesti bizzarri, ma nessuno li ascolta e neppure ride, esclusi forse i ragazzini in camiciotti variopinti che corrono come fulmini per la Prospettiva Nevskij con bottiglie vuote o stivali da consegnare. A quest'ora, qualunque cosa vi mettiate indosso, abbiate pure in testa un berretto al posto d'un cappello, o sporga troppo il colletto rispetto alla cravatta, nessuno lo noterebbe.
Alle dodici arrivano gli istitutori di tutte le nazionalità con i loro pupilli dai colletti di batista. Gli inglesi Jones e i Coques francesi vanno a braccetto con i discepoli affidati alla loro tutela e, con rispettabile gravità, spiegano che le insegne sopra ai negozi sono fatte allo scopo di sapere che cosa si trova nei negozi stessi. Le governanti, pallide miss o rosee slave, camminano maestose dietro le loro sottili e irrequiete fanciulle alle quali ordinano di tirare giù una spalla o di tenersi più dritte. Insomma, a quest'ora la Prospettiva Nevskij è una Prospettiva pedagogica, ma, quanto più ci si avvicina alle due, tanto più diminuisce il numero degli istitutori, dei pedagoghi e dei bambini, finché ad essi subentrano i loro cari genitori che camminano sottobraccio alle loro variopinte ed isteriche consorti.
A poco a poco si uniscono alla compagnia tutti quelli che hanno terminato importanti occupazioni domestiche, e cioè hanno chiacchierato con il dottore a proposito del tempo e di un piccolo foruncolo comparso sul naso, si sono informati della salute dei cavalli e dei figli che peraltro rivelano grandi doti, hanno letto un affisso e un importante articolo sul giornale a proposito di chi arriva o di chi parte, e, infine, hanno bevuto una tazza di caffè o di tè; ad essi si aggiungono anche quelli a cui una sorte invidiabile ha dato il titolo di funzionario con incarichi speciali. Arrivano poi coloro che prestano servizio al Ministero degli Esteri e si distinguono per la nobiltà delle loro occupazioni e abitudini. Dio, quali magnifici impieghi e incarichi esistono! Come elevano e deliziano l'anima! Ma, ahimè! io non presto servizio al Ministero degli Esteri e sono quindi privato del piacere di vedere il fine tratto dei superiori nei miei confronti. Tutto ciò che s'incontra sulla Prospettiva Nevskij, è pervaso di distinzione: uomini dai lunghi soprabiti con le mani sprofondate nelle tasche; signore in redingotes di raso, rosse, bianche e celeste chiaro, con cappellini. Incontrerete basettoni davvero unici, fatti scendere sotto la cravatta, con arte stupefacente e straordinaria; basettoni di velluto, di raso, neri come lo zibellino o il carbone. Però, ahimè! appartenenti soltanto al Ministero degli Esteri. Agli impiegati degli altri ministeri la provvidenza ha negato i basettoni neri; con sommo disappunto essi debbono portarli fulvi. Incontrerete baffi meravigliosi, che nessuna penna, nessun pennello sanno raffigurare; baffi ai quali è stata dedicata la metà migliore della vita: oggetto di lunghe cure durante il giorno e durante la notte, baffi sui quali sono stati versati profumi e aromi tra i più sorprendenti e che tutte le più preziose e rare qualità di unguenti hanno impomatato; baffi che durante la notte vengono avvolti in fine carta velina, baffi a cui sono rivolte le più commoventi attenzioni dei loro possessori, e che i passanti invidiano. Ognuno sulla Prospettiva Nevskij è poi abbagliato dalle mille varietà di cappellini, di abiti, di fazzoletti variopinti e leggeri, ai quali le rispettive proprietarie restano a volte affezionate anche per due giorni.
Sembra che un intero mare di farfalle si sia sollevato improvvisamente dai fiori e si libri come una nuvola scintillante sopra gli scarafaggi neri che sono gli uomini. Incontrerete vitini come non avete mai sognato: vitini esili, sottili, non più grossi d'un collo di bottiglia, vedendo i quali vi fate rispettosamente da parte perché non si dia il caso di urtarli inavvertitamente con un gomito scortese. Il vostro cuore è preso dalla timidezza e dal timore che magari anche soltanto un vostro incauto respiro possa infrangere queste incantevoli creazioni della natura e dell'arte.
E quali maniche femminili incontrate sulla Prospettiva Nevskij!
Ah, che incanto! Esse assomigliano un poco a due aerostati, tanto che la dama potrebbe d'improvviso sollevarsi in aria, se non la tenesse il suo cavaliere; poiché sollevare in aria la dama è facile e piacevole come portare alle labbra una coppa di champagne. In nessun luogo come sulla Prospettiva Nevskij, incontrandosi, ci si saluta in modo così nobile e disinvolto. Qui troverete un sorriso unico, un sorriso all'apice dell'arte, che può farvi liquefare dal piacere, oppure, al contrario, farvi sentire a un tratto più in basso dell'erba, costringendovi a chinare il capo; oppure, ancora, trasportarvi più in alto della guglia dell'Ammiragliato e farvi sollevare la testa. Incontrerete gente che discute di un concerto o del tempo con termini eccezionalmente nobili e senso della propria dignità. Qui incontrerete migliaia di caratteri e di fenomeni incomprensibili.
Creatore! In quali strani caratteri ci s'imbatte sulla Prospettiva Nevskij! C'è una quantità di gente che, incontrandovi, immancabilmente vi guarderà le scarpe e, quando voi passate oltre, si volterà indietro per guardare le vostre falde. Ancora oggi non riesco a capire perché questo accada. In un primo tempo pensavo si trattasse di calzolai, eppure non è così; per la maggior parte sono persone che prestano servizio in ministeri, molte di loro possono scrivere in modo stupendo un rapporto da un ufficio statale a un altro; oppure sono persone che come occupazione vanno a passeggio, leggono i giornali nelle pasticcerie, insomma per la maggior parte persone proprio a modo.
Nell'ora benedetta, dalle due alle tre del pomeriggio, quando la Prospettiva Nevskij può definirsi una capitale che deambula, ha luogo la principale esposizione delle migliori opere dell'uomo.
Uno mostra un elegante soprabito del miglior castoro; l'altro un magnifico naso greco; un terzo porta splendidi basettoni; una quarta ha un paio di occhi assassini e un mirabile cappellino; un quinto, un anello col talismano sull'elegante mignolo; una sesta, un'incantevole scarpetta; un settimo, una cravatta che eccita lo stupore; un ottavo, dei baffi che suscitano la tua grande ammirazione. Suonano le tre, l'esposizione finisce, la folla si dirada... e sulla Prospettiva Nevskij d'improvviso sorge la primavera: la strada si ricopre di funzionari in uniformi verdi.
Affamati consiglieri titolari, consiglieri di corte e d'ogni altro genere si sforzano con tutte le loro energie di accelerare il passo. I giovani registratori di collegio, i segretari provinciali e di collegio si affrettano ad approfittare del tempo che resta e a passeggiare per la Prospettiva Nevskij con sussiego, dando a vedere che non sono stati affatto sei ore in ufficio. I vecchi segretari di collegio, i consiglieri titolari e di corte camminano svelti: essi hanno altro da fare che dedicarsi alla contemplazione dei passanti, ancora non si sono pienamente distaccati dalle loro preoccupazioni; nelle loro teste c'è un guazzabuglio, c'è un intero archivio di pratiche cominciate e non finite; invece di un'insegna, per molto tempo, essi vedono ancora quella cartella piena di incartamenti o la faccia grassoccia del capufficio.
Dopo le quattro la Prospettiva Nevskij è vuota e difficilmente vi troverete anche un solo impiegato. Magari la sartina di un negozio attraversa la Prospettiva con uno scatolone fra le mani, qualche misero relitto di capufficio umanitario che va in giro per il mondo in cappotto di frisia, qualche stravagante di passaggio per il quale tutte le ore sono uguali, qualche allampanata inglese con la reticella in testa e un libro in mano, qualche artigiano, uomo russo in soprabito di mezzo cotone stretto dietro e la barbetta a punta, che vive una vita di stenti; mentre passa cerimoniosamente sul marciapiede tutto in lui è movimento: la schiena, le braccia, le gambe, la testa. Talvolta troverete anche un lavoratore di fatica, ma, a quell'ora, sulla Prospettiva Nevskij non incontrerete nessun altro.
Non appena cade il crepuscolo sulle case e sulle strade, e la guardia, riparandosi sotto una stuoia, s'arrampica sulla scala ad accendere il lampione, e dalle basse vetrinette dei negozi occhieggiano quelle stampe che non osano mostrarsi alla luce del giorno, allora la Prospettiva Nevskij di nuovo si rianima e si mette in movimento. Ecco che arriva quel momento misterioso in cui le lampade danno ad ogni cosa una certa luce seducente, misteriosa. Incontrerete moltissimi giovani, per la maggior parte scapoli, in soprabiti pesanti e cappotti. A quest'ora si avverte un certo scopo nel passeggio o, meglio, qualcosa di simile a uno scopo. C'è un'aria straordinariamente spensierata, i passi di tutti accelerano e in genere si fanno assai irregolari. Lunghe ombre balenano sui muri e sul selciato e per poco non raggiungono con le loro teste il Ponte della Polizia. I giovani registratori di collegio, i segretari di provincia e di collegio, i consiglieri titolari e di corte stanno per lo più a casa, sia perché questa gente è ammogliata, sia perché le cuoche tedesche che vivono nelle loro case cucinano molto bene. Incontrerete invece rispettabili vecchi che per due ore passeggiano lungo la Prospettiva Nevskij con un'aria di grande importanza e di straordinaria nobiltà. Li vedrete sbirciare sotto il cappellino di una signora adocchiata da lontano, le cui grosse labbra e le guance impiastricciate di belletti tanto piacciono a molti uomini che vanno a passeggio, e più di tutto ai commessi di negozio, agli artigiani, ai mercanti che a passeggio ci vanno sempre in gruppo e solitamente a braccetto, indossando soprabiti di taglio tedesco.
"Fermati!" gridò in quel momento il tenente Pirogòv dando uno strattone al giovanotto in frac e mantello che camminava con lui.
"L'hai vista?" "L'ho vista. E' stupenda, proprio come la Bianca del Perugino." "Ma tu di chi stai parlando?" "Di lei, di quella con i capelli scuri. E che occhi! Dio, che occhi! Tutto il portamento, e i lineamenti, e l'ovale del viso...
un portento!" "Io invece parlo della bionda che è passata dietro di lei, da quella parte. Ma perché non segui la bruna, se ti è piaciuta tanto?" "Com'è possibile! esclamò il giovane in frac, arrossendo. "Come se fosse una di quelle che battono di sera la Prospettiva; lei dev'essere una signora altolocata," continuò con un sospiro, "soltanto il mantello che ha indosso costa ottanta rubli!" "Ingenuo!" gridò Pirogòv, spingendolo dalla parte dove sventolava il mantello vivace della signora, "sbrigati, sciocco, altrimenti ti scappa! Io intanto seguo la bionda!" I due amici si separarono. "Vi conosciamo bene, noi," pensava tra sé Pirogòv con un sorriso presuntuoso e soddisfatto, convinto che non ci fosse bellezza che potesse resistergli.
Il giovane con frac e mantello, si avviò con passo timido e trepidante nella direzione in cui sventolava il mantello variopinto, che mandava riflessi brillanti, quando si avvicinava alla luce di un lampione, e di colpo si ricopriva di tenebra quando se ne allontanava. Il cuore gli batteva e senza volerlo accelerò il passo. Non osava nemmeno pensare di poter ottenere un qualche diritto all'attenzione della bella donna che svolazzava lontano e tanto più d'ammettere un pensiero così nero come quello a cui aveva accennato il tenente Pirogòv. Voleva soltanto vedere la casa, osservare dove abitava quella deliziosa creatura che pareva esser caduta direttamente dal cielo sulla Prospettiva Nevskij e sicuramente sarebbe poi volata chissà dove. Anche lui andava così rapido che di continuo sospingeva giù dal marciapiede gravi signori coi basettoni bigi. Il giovane faceva parte d'una categoria che da noi costituisce un fenomeno alquanto strano e non appartiene alla cittadinanza di Pietroburgo più di quanto una persona che ci appari in sogno non appartenga al mondo reale.
Questo ceto eccezionale è assai insolito in questa città dove tutti sono funzionari, mercanti o artigiani tedeschi. E' infatti un artista. Uno strano fenomeno, non è vero? Un artista pietroburghese! Un artista nella terra delle nevi, un artista nel paese dei Finni, dove tutto è umido, piatto, uguale, grigio, nebbioso. Questi artisti non assomigliano affatto agli artisti italiani, fieri e focosi come l'Italia e il suo cielo; al contrario, si tratta per la maggior parte di gente buona e mite, timida, indolente, che ama in silenzio la propria arte, che beve il tè con un paio di amici in una piccola stanza, che discute con modestia dell'oggetto amato e disprezza in modo assoluto il superfluo. Eternamente invita in casa qualche vecchia mendicante e la obbliga a stare seduta per sei ore buone al fine di trasferire sulla tela la sua misera e insensibile faccia. Disegna la prospettiva della propria stanza, dove si trova ogni genere di cianfrusaglia artistica: mani e piedi di gesso divenuti colore del caffè per il tempo e la polvere, cavalletti spezzati, una tavolozza rovesciata, un amico che suona la chitarra, pareti sporche di colori, la finestra spalancata oltre la quale si scorgono la pallida Neva e poveri pescatori con le camicie rosse.
In quasi tutto ciò che fanno domina un torbido colore grigio:
impronta incancellabile del settentrione. Con tutto ciò, essi si dedicano con vera gioia al loro lavoro. Non di rado coltivano un autentico talento e se soltanto soffiasse su di loro l'aria fresca dell'Italia, si svilupperebbero in modo libero, ampio e luminoso come una pianta che da una camera viene finalmente esposta all'aria aperta. In genere sono molto timidi; una decorazione o una spallina dorata li mettono in un tale smarrimento che senza volerlo abbassano il prezzo delle loro opere. Talvolta amano far sfoggio d'eleganza, ma su di loro l'eleganza sembra sempre troppo vistosa e può dare l'impressione di un rattoppo. A volte li vedete con un ottimo frac e un mantello sudicio, con un costoso panciotto di velluto e una finanziera sporca di colori. Nella stessa maniera in cui su di un loro paesaggio non finito certe volte scorgete una ninfa disegnata con la testa in giù, perché, non trovando altro spazio, l'artista l'ha abbozzata sullo sfondo sporco di un'opera precedente che un tempo aveva dipinto con soddisfazione. Non vi guardano mai dritto negli occhi; e, se vi guardano, lo fanno in modo vago, indeterminato; non vi trafiggono con lo sguardo d'avvoltoio dell'osservatore o con lo sguardo di falco dell'ufficiale di cavalleria. Questo avviene perché loro vedono nello stesso tempo i lineamenti vostri e i lineamenti di qualche Ercole di gesso che sta nella loro stanza; oppure perché appare loro un quadro, che per il momento soltanto immaginano di realizzare. Per questo rispondono spesso in modo sconnesso, a volte a sproposito, perché gli oggetti che si confondono nella loro testa aumentano ancor più la loro timidezza.
A questa stirpe appartiene il giovane da noi descritto, l'artista Pìskarev, contegnoso, timido, ma che porta nella sua anima faville di sentimento, pronte a trasformarsi in fiamma alla prima occasione favorevole.
Con segreta trepidazione si affrettava dietro l'oggetto che l'aveva tanto fortemente colpito, e pareva stupirsi lui stesso della propria temerarietà. L'ignota creatura verso la quale erano così fortemente attratti i suoi sguardi, pensieri e sentimenti, ad un tratto voltò la testa e lo guardò. Dio, che divini lineamenti!
La deliziosa fronte d'abbagliante candore, ombreggiata da capelli stupendi come l'agata. Essi s'avvolgevano in riccioli meravigliosi, e una parte, cadendo di sotto al cappellino, sfiorava una guancia soffusa d'un lieve rossore causato dalla frescura serale. Le labbra suggellate da un intero sciame di deliziosi sogni. Tutto ciò che resta dei ricordi dell'infanzia, tutto ciò che produce la fantasticheria e la quieta ispirazione davanti al lume della lampada, tutto ciò sembrava essersi concentrato, fuso e riflesso nelle armoniose labbra.
La donna guardò Pìskarev e a questo sguardo il cuore di lui tremò; l'aveva guardato con severità, nell'espressione del viso un sentimento d'indignazione per un inseguimento così sfrontato; ma su quel viso meraviglioso persino l'ira era affascinante. Colto da vergogna e da timidezza, egli si fermò ad occhi bassi; ma come perdere quella divinità e non conoscere neppure il sacrario dove s'era abbassata ad alloggiare? Decise di continuare l'inseguimento. Ma, per non farsi scoprire, lasciò una certa distanza; si mise a guardare distrattamente di qua e di là, ad osservare le insegne, senza tuttavia perdere di vista neanche un solo passo della sconosciuta. I passanti cominciarono a farsi più radi, la via diventava più tranquilla; la bella si guardò intorno ed egli ebbe l'impressione che un leggero sorriso brillasse sulle sue labbra. Cominciò a tremare: non credeva ai propri occhi. No, era quel lampione che con la sua ingannevole luce aveva disegnato sul volto di lei un simile sorriso; no, erano gli stessi suoi sogni che si facevano beffa di lui. Il respiro gli mancò, tutto dentro di lui si trasformò in un vago tremito, tutti i suoi sentimenti presero fuoco e tutto davanti a lui s'avvolse in una specie di nebbia. Il marciapiede correva sotto di lui, le carrozze con i cavalli galoppanti sembravano immobili, il ponte si allungava e si spezzava al culmine dell'arcata, la casa aveva il tetto in giù, la garitta gli crollava addosso e l'alabarda della sentinella sembrava scintillare proprio sulle ciglia dei suoi occhi insieme con le parole dorate dell'insegna e con le forbici che v'erano disegnate. E tutto questo l'aveva prodotto un solo sguardo, un solo movimento della graziosa testa.
Senza udire, senza vedere, senza percepire, egli correva sulle orme leggere dei meravigliosi piedini, sforzandosi di moderare la velocità del proprio passo che volava col ritmo del cuore. Neppure s'accorse che, a un tratto, dinanzi a lui era sorta una casa di quattro piani e che le quattro file di finestre, scintillanti di luci, lo guardavano tutte insieme, e la ringhiera presso l'ingresso lo respingeva con ferrea fermezza. Lo assaleì il dubbio: l'espressione del viso di lei era davvero così benevola come sembrava? Si fermò per un istante, ma il battito del cuore, la forza invincibile e l'ansia di tutti i suoi sensi lo spinsero avanti. Vide la sconosciuta correre su per la scala, voltarsi, portare un dito alle labbra e fargli segno di seguirla. Gli tremarono le ginocchia; i sensi, i pensieri bruciavano; un lampo di gioia penetrò nel suo cuore con una fitta intollerabile. No, non era più un sogno! Dio, quanta felicità in un istante! Quanta meravigliosa vita in due minuti!
Non stava sognando? Possibile che quella donna per la quale era pronto a dare tutta la vita pur di ottenerne uno sguardo e il cui pensiero gli procurava un'inesprimibile beatitudine non appena si avvicinava alla sua abitazione, possibile che adesso fosse così benevola e premurosa nei suoi confronti? Salì volando le scale.
Non nutriva alcun pensiero terreno; non era scaldato dalla fiamma di una passione terrena, no, in quel momento era puro e immacolato come un vergine adolescente che ancora respira un'indistinta esigenza spirituale d'amore. E ciò che in un uomo corrotto avrebbe eccitato intenzioni sfrontate, proprio ciò, al contrario, santificava ancor più i suoi pensieri. Questa fiducia che gli dimostrava la debole magnifica creatura, questa fiducia gli imponeva l'obbligo d'un rigore cavalleresco, l'obbligo di eseguire come uno schiavo tutti i suoi comandi. Desiderava soltanto che questi comandi fossero i più ardui possibili, difficili da eseguire, per poter volare a superarli con la maggior tensione delle sue energie. Non dubitava che qualche evento segreto e insieme vitale avesse indotto la sconosciuta ad affidarsi a lui; che da lui, di certo, sarebbero stati sollecitati importanti servigi, e già avvertiva in sé la forza e la decisione a tutto.
La scala s'avvolgeva e insieme con essa s'avvolgevano i suoi veloci sogni. "State attento nel salire!" echeggiò come un'arpa la voce, e riempì tutte le sue vene di nuova trepidazione. Alla buia sommità del quarto piano la sconosciuta bussò a una porta: essa si aprì ed entrarono insieme. Una donna d'aspetto abbastanza piacevole li accolse con una candela in mano, ma guardò in modo così strano e sfrontato Pìskarev che senza volerlo egli abbassò gli occhi. Entrarono in una stanza. Ai suoi occhi apparvero tre figure femminili negli angoli. Una disponeva su un tavolo delle carte; un'altra era seduta al pianoforte e suonava con due dita qualcosa che rassomigliava miseramente a un'antica polonaise; la terza era seduta davanti a uno specchio e pettinava i suoi lunghi capelli senza che la sfiorasse il pensiero d'interrompere la propria toilette all'ingresso dello sconosciuto.
Su tutto regnava un inverosimile disordine, come si può trovare soltanto nella stanza di uno scapolo indolente. I mobili, abbastanza belli, erano coperti di polvere; un ragno aveva intessuto la sua tela sul cornicione scolpito; attraverso la porta socchiusa che dava in un'altra stanza si vedeva luccicare uno stivale con uno sperone e rosseggiare il colletto di un'uniforme; una fragorosa voce maschile ed una risata di donna risuonarono senza alcun ritegno.
Dio, dov'era capitato? Non volle crederci e cominciò ad osservare più attentamente gli oggetti che riempivano la camera; ma le pareti spoglie e le finestre senza tendine non indicavano in alcun modo la presenza di un'ordinata padrona di casa; le facce sciupate di quelle creature, una delle quali stava seduta quasi sotto il suo naso e lo guardava con l'imperturbabilità con cui si guarda una macchia su un vestito altrui, tutto questo lo persuase che era capitato nel ripugnante asilo dove dimora la dissolutezza generata da un'educazione sbagliata e dal terribile affollamento della capitale. L'asilo in cui l'uomo calpesta e deride tutto ciò che è puro e santo, che rende bella la vita; dove la donna, questa bellezza del mondo, questa corona della creazione, si trasforma in essere strano e ambiguo, e insieme con la purezza dell'anima, essa perde tutto ciò che è femminile, assimila in maniera ripugnante i modi e le villanie dell'uomo e cessa d'essere una debole creatura, così meravigliosa e così diversa da noi.
Pìskarev la misurava dalla testa ai piedi con occhi stupiti come se non volesse convincersi che era lei quella che l'aveva stregato e fatto correre sulla Prospettiva Nevskij. La donna gli stava di fronte bella come prima; gli occhi apparivano celesti come prima.
Era giovane, poteva avere diciassette anni; si vedeva che la corruzione l'aveva toccata da poco tempo e che non era giunta a sfiorarle le guance che erano fresche e soffuse da un delicato rossore.
Era stupenda.
Egli stava immobile, in piedi dinanzi a lei, ed era già pronto a dimenticare tutto, ingenuamente, così come aveva dimenticato prima. A quel punto la bella si stancò di quel lungo silenzio e sorrise in maniera allusiva, guardandolo diritto negli occhi.
Aveva un sorriso strano, pieno d'inerme impudenza, e tanto poco si addiceva al suo viso quanto un'espressione devota alla grinta di un usuraio o un libro di conti a un poeta. Piskarev sussultò. Lei dischiuse le graziose labbra e iniziò a dire qualcosa, ma tutto ciò che diceva era così stupido, così volgare... Come se con l'innocenza avesse perduto anche l'intelligenza. Non volle udire più nulla. Fu straordinariamente ingenuo e ridicolo, come un bambino. Invece di approfittare di tanta benevolenza e rallegrarsi d'un caso simile, come chiunque altro al suo posto avrebbe senza dubbio fatto, scappò via a gambe levate, come una capra selvatica, e si precipitò nella strada.
La testa bassa e le braccia abbandonate, se ne stava seduto nella sua stanza, come un poveraccio che abbia trovato una perla inestimabile e subito gli sia ricaduta in mare.
"Com'era bella, che divini lineamenti, e dove? In che posto!..." Ecco tutto ciò che riusciva a mormorare.
In realtà, mai la compassione ci assale così fortemente come alla vista della bellezza contaminata dall'alito della corruzione.
Fosse almeno la deformità a convivere con questa, ma la bellezza... nei nostri pensieri si fonde solamente con l'innocenza e con la purezza. La donna che aveva stregato il povero Pìskarev era effettivamente stupenda, eccezionale. La sua presenza in quell'ambiente spregevole sembrava ancor più straordinaria. Tutti i lineamenti erano così finemente modellati, l'espressione del suo meraviglioso viso improntata a tale nobiltà che era impossibile pensare che la corruzione avesse allungato sopra di lei i suoi terribili artigli. Avrebbe potuto essere l'inestimabile perla, tutto l'universo, tutto il paradiso, tutta la ricchezza d'un marito appassionato; avrebbe potuto essere la meravigliosa e tranquilla stella d'un poco appariscente circolo familiare, e con un solo movimento delle sue incantevoli labbra dare dolci disposizioni. Avrebbe potuto essere una divinità in una sala affollata, sul parchè luminoso, nello scintillio delle candele, fra la muta venerazione degli adoratori prostrati ai suoi piedi; e invece, ahimè! per la mostruosa volontà d'uno spirito infernale avido di distruggere l'armonia della vita, con un ghigno era stata gettata nell'abisso.
Pervaso da una straziante compassione egli continuava a stare seduto davanti alla candela che bruciava. Era passata la mezzanotte; la campana della torre batté la mezz'ora ed egli sedeva immobile, senza dormire, vegliando senza scopo. La sonnolenza, approfittando della sua immobilità, cominciava pian piano a vincerlo, la stanza cominciava a scomparire, soltanto il lume della candela traspariva attraverso i sogni che lo sopraffacevano, quando ad un tratto un colpo alla porta lo fece trasalire e tornare in sé.
La porta si aprì ed entrò un servitore che indossava una ricca livrea. Mai nella sua stanza solitaria s'era affacciata una ricca livrea e per di più a un'ora così insolita... Egli rimase perplesso guardando con impaziente curiosità il servitore.
"Quella signora," disse con un rispettoso inchino il servitore, "dalla quale vi siete degnato di recarvi alcune ore fa, ha ordinato di pregarvi d'andare da lei e ha mandato la carrozza a prendervi." Pìskarev era in piedi, in preda allo stupore: la carrozza, il servitore in livrea... No, di sicuro lì c'era uno sbaglio...
"Sentite, carissimo," rispose con timidezza, "di certo non era qui che dovevate venire. Senza dubbio la signora vi ha mandato da qualcun altro, non da me." "Non mi sono sbagliato. Siete voi che vi siete degnato d'accompagnare a piedi la signora fino alla casa sulla Litejnàja, in una camera al quarto piano, no?" "Sì, io." "Bene, allora favorite al più presto, la signora desidera assolutamente vedervi e vi prega di favorire a casa sua." Pìskarev scese le scale di corsa. In cortile c'era appunto una carrozza. Vi salì, gli sportelli sbatterono, le pietre del selciato rimbombarono sotto le ruote e gli zoccoli, e la Prospettiva illuminata delle case con le insegne splendenti volò via dietro i finestrini della carrozza. Pìskarev rifletté per tutto il tragitto e non sapeva come spiegarsi quell'avventura. Una casa di proprietà, la carrozza, il servitore con la ricca livrea... non riusciva in alcun modo a conciliare tutto questo con la camera al quarto piano, con le finestre polverose e il pianoforte scordato.
La carrozza si fermò davanti ad un ingresso lussuosamente illuminato e di colpo fu preso dallo sbigottimento per la fila di carrozze, il chiacchiericcio dei cocchieri, le finestre illuminate a giorno e le note d'una musica. Il servitore lo fece scendere dalla carrozza e l'accompagnò rispettosamente in un vestibolo rischiarato da una lampada sfolgorante, le colonne di marmo, dove stava un portiere gallonato d'oro, e mantelli e pellicce sparsi qua e là. Un'aerea scalinata con le balaustre scintillanti, odorosa di profumi, correva verso l'alto. Era già su di essa, stava già entrando nella prima sala, quando si spaventò e indietreggiò d'un passo per il terribile affollamento.
L'eccezionale varietà dei visi lo gettò in un totale smarrimento; gli sembrava che qualche demone avesse ritagliato tutto il mondo in un'infinità di pezzi diversi e poi avesse rimescolato tutti quei pezzi senza senso, senza nesso. Scintillanti spalle femminili e neri frac, lampadari, lampade, aerei veli svolazzanti, eterei nastri e il pingue contrabbasso che si affacciava dietro la balaustra dello stupendo coro, tutto per lui era splendore. Mai in una sola volta aveva visto tanti rispettabili vecchi e anziani con le decorazioni sui frac; signore che camminavano lievi, orgogliose e graziose sul parchè, oppure stavano sedute in fila; mai aveva udito tante parole francesi e inglesi; e per giunta i giovani in frac erano pieni di tanta nobiltà, parlavano o tacevano con tanta dignità, sembravano incapaci di dire alcunché di superfluo, scherzando così austeramente, sorridendo così cortesemente.
Portavano basettoni magnifici, sapevano abilmente mostrare le belle mani aggiustandosi la cravatta, e le signore così eteree, immerse in una beatitudine e in un'ebbrezza assolute, abbassavano gli occhi in modo talmente seducente, che l'aspetto stesso, dimesso e trasognato, di Pìskarev, che per il timore si era appoggiato ad una colonna, mostrava che egli era completamente sperduto. In quel momento la folla attorniò un gruppo che ballava.
Le fanciulle roteavano, avvolte in trasparenti creazioni di Parigi, in abiti tessuti d'aria; sfioravano con noncuranza il pavimento con i piedini splendenti ed erano così leggere che sembrava volassero.
Una fra loro era certamente la più bella, quella vestita nella maniera più sontuosa e scintillante. Tutta la sua persona esprimeva un gusto perfetto, del quale ella pareva del tutto ignara. Guardava e non guardava la folla di spettatori che l'attorniava; le lunghe ciglia si abbassavano con indifferenza e lo scintillante candore del suo volto colpiva in modo ancor più abbagliante lo sguardo quando, al chinarsi del capo, un'ombra leggera ricopriva l'affascinante fronte.
Pìskarev fece ogni sforzo per aprirsi un varco nella gente e guardarla; ma, con suo sommo dispetto, una testa immensa con scuri capelli ricciuti gliela nascose; inoltre la folla lo stringeva così da vicino che egli non osava farsi avanti né retrocedere, temendo in qualche modo di urtare un consigliere segreto. Ma ecco che riuscì alla fine a liberarsi, e diede un'occhiata al proprio vestito desiderando rimettersi in ordine. Celeste creatore, che era questo? Aveva indosso il soprabito, e per di più tutto imbrattato di colore: nella fretta di uscire s'era perfino dimenticato di cambiarsi, di mettersi un abito decente. Arrossì e, chinata la testa, avrebbe voluto sprofondare: gentiluomini da camera in scintillante uniforme s'erano messi dietro di lui formando un muro compatto. Non desiderava altro che trovarsi il più lontano possibile dalla bella con quelle ciglia e la stupenda fronte. Con terrore alzò gli occhi per vedere se lei lo guardasse:
Dio! Era proprio davanti a lui... Ma cos'era questo? cos'era questo? "E' lei!" gridò quasi ad alta voce. Era proprio la giovane donna che aveva incontrato sulla Prospettiva Nevskij e che aveva accompagnato fino a casa.
La donna sollevò le ciglia e guardò tutti col suo limpido sguardo. "Ah, ah, ah, com'è bella!..." poté soltanto mormorare Pìskarev con il fiato mozzo. Lei abbracciò con gli occhi tutta la cerchia di gente che a gara bramava d'attrarre la sua attenzione, ma con una certa stanchezza e noncuranza presto distolse lo sguardo e incontrò gli occhi di Pìskarev. Cielo! che paradiso!
dammi le forze, Creatore, di sopportare tutto questo! La vita non è in grado di contenerlo, esso distruggerà e porterà via la mia anima! Lei gli fece un segno, ma non con la mano, non con un cenno del capo; no, quel segno apparve nei suoi occhi fatali, e con un'espressione così sottile e impercettibile che nessuno poté vederlo, ma lui vide, lui capì. Il ballo durò a lungo; la musica, esausta, sembrava spegnersi e morire del tutto, ma poi di nuovo esplodeva, strideva e rimbombava; finalmente: fine! La giovane andò a sedersi, il petto si sollevava sotto la fine nube del velo; la mano (Creatore, che mano stupenda!) cadde su un ginocchio, premette sotto di sé il raffinato abito che pareva spirare musica, e il delicato color lilla fece risaltare in modo ancor più visibile il candore di quella meravigliosa mano. Toccarla e nulla più! Nessun altro desiderio.
Pìskarev stava in piedi vicino a lei, dietro la sedia, non osando parlare, non osando respirare.
"Vi annoiate?" disse lei, "anch'io mi annoio. Vedo che voi mi odiate..." aggiunse, abbassando le sue lunghe ciglia.
"Odiare voi! Io? Io..." avrebbe voluto dire Pìskarev, completamente smarrito, e di certo avrebbe detto un mucchio di parole sconclusionate, ma in quel momento si avvicinò un camerlengo con osservazioni acute e piacevoli e un magnifico ciuffo ondulato in testa. In modo abbastanza gradevole metteva in mostra una fila di denti discretamente belli e con ognuna delle sue spiritosaggini piantava un aguzzo chiodo nel cuore di Pìskarev.
Finalmente, per fortuna, uno dei presenti chiese qualcosa all'uomo.
"Com'è insopportabile tutto questo!" disse lei, sollevando su Pìskarev i suoi occhi celestiali. "Andrò a sedermi dall'altra parte della sala; siate là!" Scivolò via tra la folla e scomparve. Come un pazzo, egli si aprì un passaggio fra la folla e fu subito al suo fianco.
Era seduta come una regina, di tutte la migliore, di tutte la più bella, e lo cercava con gli occhi.
"Siete qui," disse piano. "Sarò sincera con voi: di certo vi sono sembrate strane le circostanze del nostro incontro. Ma come potete pensare che io appartenga a quella spregevole categoria di creature fra cui mi avete incontrato? Le mie azioni vi sembreranno strane, ma io vi svelerò il mistero: saprete," aggiunse, puntando gli occhi attenti su di lui, "non tradirlo mai?" "Saprò, saprò, saprò!..." In quel momento si avvicinò un uomo piuttosto anziano che si mise a parlare con lei in una lingua incomprensibile per Pìskarev e le porse la mano. Ella guardò Pìskarev con occhi supplichevoli e gli fece segno di restare al suo posto e di attendere il suo ritorno; ma, in preda all'impazienza, egli non era in grado di ascoltare alcun ordine fosse pure dalle sua labbra. Si mosse per seguirla, ma la folla li separò. Aveva perso di vista l'abito lilla; passava con inquietudine da una stanza all'altra urtando senza misericordia tutti quelli che incontrava. In tutte le stanze c'erano seduti degli alti papaveri che giocavano a whist, immersi in un silenzio di morte; in un angolo alcuni uomini anziani discutevano della superiorità della carriera militare rispetto a quella civile; in un altro angolo, uomini in magnifici frac lasciavano cadere osservazioni leggere sull'opera in molti volumi d'un poeta infaticabile. Pìskarev sentì che un uomo anziano dall'aspetto rispettabile lo afferrava per un bottone del frac e chiedeva il suo giudizio su di una osservazione assai giusta che aveva fatta, ma lui lo respinse senza neppure fare caso al fatto che quello aveva al collo un'onorificenza importante. Andò di corsa in un'altra stanza: lei non era neppure lì e neppure in una terza.
"Dov'è? Datemela! Non posso vivere senza darle un'occhiata! Voglio sapere cosa intendeva dirmi." Tutte le sue ricerche restarono vane. Inquieto, spossato, si addossò ad un angolo e si mise a guardare la folla; ma i suoi occhi tesi per lo sforzo gli presentavano le cose in modo sempre più confuso. Improvvisamente cominciarono ad apparirgli nettamente le pareti della sua camera. Sollevò gli occhi: davanti a lui stava il candeliere con la fiamma ormai quasi spenta sul fondo; tutta la candela era consumata; il sego era colato sul tavolo.
Dunque aveva dormito! Dio, che sogno! E che bisogno c'era di svegliarsi? Perché non era durato anche un solo minuto di più? di certo lei sarebbe riapparsa! Una luce fastidiosa e sgradevole penetrò attraverso i vetri delle finestre. La stanza era in preda di un torbido disordine... Com'è ripugnante la realtà! Che cos'è in confronto al sogno? Si spogliò in fretta e si mise a letto, avvolgendosi nella coperta, nel desiderio di richiamare per un istante le visioni del sogno che erano volate via.
Il sogno non tardò a ritornare, ma non gli mostrò ciò che voleva vedere: ora compariva il tenente Pìrogov con la pipa, ora il custode dell'Accademia, ora un consigliere di stato, ora la testa d'una finlandese alla quale un tempo aveva fatto il ritratto, e altre balordaggini del genere. Rimase a letto fino a mezzogiorno, sempre cercando di dormire, ma lei non comparve. Gli avesse almeno mostrato per un momento i suoi meravigliosi lineamenti, fatto sentire solo per un momento il fruscio del suo passo leggero, gli fosse almeno balenata dinanzi la sua mano nuda, candida come neve...
Era seduto con un'aria affranta e disperata, pieno soltanto della visione del suo sogno, estraneo a tutto, dimentico di tutto. Non pensava di metter mano a nulla; i suoi occhi guardavano senza interesse, senza vita, nella finestra che dava nel cortile, dove un sudicio acquaiolo versava dell'acqua che subito gelò nell'aria, e risuonava la voce asinina di un venditore ambulante:
"Abiti vecchi comprooo!" Ciò che era quotidiano, ciò che apparteneva alla realtà colpiva stranamente il suo udito. Rimase così sino a sera, quando si gettò con avidità nel letto. Combatté a lungo contro l'insonnia e finalmente la vinse. Di nuovo un sogno, un sogno volgare, abbietto. Dio, abbi misericordia: almeno per un momento, almeno per un solo istante mostramela!
E poi attese di nuovo la sera, di nuovo si addormentò, di nuovo sognò un funzionario che era nello stesso tempo un funzionario e un fagotto; oh, cosa intollerabile! Finalmente, apparve lei! La sua testolina e i riccioli... lo guardava... oh, per quanto poco tempo! Poi nebbia, di nuovo un sogno stupido.
I sogni diventarono tutta la sua vita e da allora la sua esistenza prese uno strano andamento: si può dire che dormisse quand'era sveglio e vivesse quando dormiva. Se qualcuno lo avesse visto sedere in silenzio davanti al tavolo vuoto o camminare per strada, certamente l'avrebbe preso per un sonnambulo o per un uomo distrutto dall'eccessivo bere; il suo sguardo diventò del tutto privo d'espressione, la sua innata svagatezza prese alla fine il sopravvento e fugò imperiosamente dalla sua faccia ogni sentimento, ogni guizzo.
Una simile condizione distrusse le sue energie, e il tormento più spaventoso fu per lui il fatto che, alla fine, il sonno cominciò ad abbandonarlo. Per salvare quella sua ultima ricchezza, impiegò ogni mezzo. Aveva sentito che c'è un sistema sicuro per dormire:
basta prendere l'oppio. Ma dove trovare quest'oppio? Si ricordò d'un persiano che aveva un negozio di scialli e che ogni volta che lo incontrava lo pregava di dipingergli una bella donna. Decise di recarsi da lui, pensando che avesse dell'oppio. Il persiano lo ricevette seduto sul divano, con le gambe ripiegate sotto di sé.
"A che ti serve l'oppio?" gli domandò.
Pìskarev gli raccontò della sua insonnia. "Bene, io ti darò l'oppio, ma tu devi dipingere per me una bellissima donna. Che i sopraccigli siano neri e gli occhi grandi come olive; e anch'io voglio esserci, sdraiato accanto a lei mentre fumo la pipa.
Capito? Che sia bella! Che sia uno splendore!" Pìskarev promise tutto. Il persiano uscì per un momento e ritornò con una boccetta piena d'un liquido scuro, ne versò con cura una parte in un'altra boccetta e la diede a Pìskarev con l'ammonizione di non usarne più di sette gocce, nell'acqua. Egli afferrò la boccetta, che non avrebbe ceduto per un mucchio d'oro, e corse all'impazzata verso casa.
Appena in casa, versò alcune gocce in un bicchiere con dell'acqua e, inghiottitala, si buttò sul letto.
Dio, quale felicità! Lei! di nuovo lei! Incantevolmente seduta vicino alla finestra d'una luminosa casetta di campagna!
L'abbigliamento aleggiava quella semplicità che solo la mente d'un poeta può immaginare. L'acconciatura della sua testa... Creatore, com'era semplice quella pettinatura e come le stava bene! La corta treccia gettata con leggerezza sul collo armonioso; tutto in lei era modesto, tutto in lei nasceva da un misterioso, inspiegabile senso del gusto. Com'era delizioso il suo grazioso portamento!
Musicale il fruscio dei suoi passi e dell'abito così semplice!
Bello il braccio cinto da un braccialetto di crine! Lei gli parla con le lacrime agli occhi: "Non disprezzatemi: non sono affatto quella che voi credete. Guardatemi, guardatemi con più attenzione e dite: sono forse capace di fare ciò che pensate? Oh, no! no! Chi osa pensare una cosa simile, costui..." Poi si destò! Commosso, dilaniato, con le lacrime agli occhi.
"Meglio tu non fossi mai esistita! Mai nata, potresti essere soltanto la creazione di un artista ispirato! Io non mi allontanerei dalla tela, ti guarderei eternamente e ti bacerei.
Vivrei e respirerei di te come d'un meraviglioso sogno, e sarei felice. Non avrei altro desiderio. Ti invocherei come l'angelo custode prima del sonno e della veglia, ti attenderei ogni volta che dovessi raffigurarmi ciò che è divino e santo. Mentre adesso... com'è spaventosa la vita! A che serve che lei viva? La vita d'un pazzo è forse piacevole per i parenti ed amici che un tempo gli hanno voluto bene? Dio, che cos'è la nostra vita! Un eterno conflitto del sogno con la realtà!
Pensieri del genere lo tenevano incessantemente occupato. Non pensava a null'altro, non mangiava quasi più e, con impazienza, con la passione d'un amante, attendeva la sera e la visione agognata. La tensione della mente verso un unico punto assunse infine un potere tale su tutta la sua vita e sulla sua immaginazione, che l'agognata immagine gli appariva quasi ogni giorno, sempre sotto un aspetto contrastante con la realtà.
Attraverso quelle visioni anche l'oggetto in un certo senso si faceva ancora più puro e si trasfigurava del tutto.
Le dosi d'oppio rendevano ancora più incandescenti i suoi pensieri e se c'era un uomo innamorato all'ultimo stadio della follia, in modo precipitoso, spaventoso, distruttivo, tempestoso, quest'infelice era lui.
Di tutte le visioni di sogno una fu per lui la più esaltante di tutte. Apparve nel suo studio: lui era così contento, sedeva con tanto piacere con la tavolozza fra le mani! Lei era lì. Ed era sua moglie. Sedeva accanto a lui, il grazioso gomito appoggiato alla spalliera della sua sedia, e guardava il suo lavoro. Negli occhi, languidi, stanchi, era scritto il peso della felicità: tutto nella stanza respirava un'aria di paradiso; tutto era così luminoso, così in ordine. Dio! lei chinava sul suo petto la bella testa...
Non aveva mai fatto un sogno più bello. Quando si svegliò in un certo senso era più fresco e meno svagato. Nella sua testa nascevano strani pensieri: forse, pensava, è stata trascinata nella corruzione da qualche terribile avvenimento di cui non ha colpa; forse la sua anima tende al pentimento; forse vorrebbe strapparsi dalla sua spaventosa condizione. E come posso accettare con indifferenza che si perda, e, per giunta, quando basterebbe porgerle la mano per salvarla dall'annegare? I suoi pensieri andavano anche più in là.
"Me, nessuno mi conosce," diceva a se stesso, "e chi s'interessa di me? né io mi interesso degli altri. Se manifestasse un pentimento sincero e cambiasse vita, la sposerei. Devo sposarla e di certo farei molto meglio di quelli che si sposano con le loro governanti e spesso addirittura con le persone più spregevoli. Il mio gesto sarebbe invece disinteressato e perfino grande.
Restituirei al mondo il suo più stupendo ornamento." Concepito un piano così sconsiderato, sentì una vampa di rossore salirgli al viso; si avvicinò allo specchio e si spaventò delle guance incavate e del pallore del volto. Cominciò con cura ad abbigliarsi; si lavò, si pettinò, indossò un frac nuovo, un elegante panciotto, poi buttò addosso il mantello e uscì in strada. Aspirò l'aria leggera e sentì una freschezza nel cuore, come un convalescente che abbia deciso di uscire per la prima volta dopo una lunga malattia. Il cuore gli batteva mentre si avvicinava alla via dove non aveva più messo piede dal tempo del fatale incontro.
Cercò a lungo la casa: sembrava che la memoria l'avesse tradito.
Percorse due volte la strada e non sapeva di fronte a quale casa fermarsi. Finalmente una gli parve familiare. Corse rapidamente per la scala, bussò alla porta: la porta si aprì e chi gli venne incontro? Il suo ideale, la sua immagine misteriosa, l'originale dei quadri che vedeva in sogno, la donna per la quale viveva, così spaventosamente, tormentosamente, dolcemente. Lei in persona era dinanzi a lui. Si mise a tremare; poteva appena reggersi sulle gambe per la debolezza, assalito da un impeto di felicità. Lei stava lì dinanzi a lui, sempre così bella, benché i suoi occhi fossero assonnati, benché il pallore coprisse il viso, non più fresco come lo ricordava; ma era lo stesso, era sempre meravigliosa.
"Ah!" gridò vedendo Pìskarev, fregandosi gli occhi. Erano già le due. "Perché quella volta siete scappato via?" Pìskarev si lasciò cadere senza forze su una sedia.
"Mi sono svegliata adesso; mi hanno riportata alle sette di questa mattina. Ero completamente ubriaca", aggiunse con un sorriso.
Meglio fosse muta, priva del tutto di favella, piuttosto che dire simili cose! Con quelle parole, gli aveva mostrato come in una lanterna magica tutta la sua vita. Malgrado ciò, facendo forza al suo cuore, decise di provare se le sue esortazioni avrebbero avuto effetto su di lei. Fattosi animo, con voce tremante e nello stesso tempo infiammata, cominciò a dipingerle la spaventosa condizione in cui lei si trovava. La donna lo ascoltava con aria attenta e con quell'espressione di stupore che sempre manifestiamo di fronte a qualcosa d'inatteso e di strano. Con un sorriso lanciò anche un'occhiata ad una sua amica seduta in un angolo, che, smettendo di pulire un pettine, s'era messa ad ascoltare attenta quel nuovo predicatore.
"E' vero, io sono povero," disse infine, dopo la sua lunga e istruttiva predica, Pìskarev, "ma ci metteremo d'impegno a migliorare la nostra vita. Non c'è nulla di più bello che essere debitori di tutto solamente a se stessi. Lavorerò ai miei quadri; tu, seduta accanto a me, ispirerai le mie opere, ricamerai, oppure ti dedicherai a qualche lavoro di cucito, e non avremo bisogno di nulla." "Com'è possibile!" l'interruppe lei con un'espressione di disprezzo. "Non sono una lavandaia o una sartina, perchè dovrei mettermi a fare quei lavori?" Dio! In quelle parole s'esprimeva tutta una vita abbietta, spregevole, una vita fatta di vuoto e di vanità, fedeli compagni della corruzione.
"Sposate me!" disse pronta, con tono sfrontato, la sua amica nell'angolo, che sino ad allora era rimasta in silenzio. "Quando sarò maritata, me ne starò seduta così!" e, nel dire questo, la sua misera faccia assunse un'aria stolida che fece molto ridere la bella di Pìskarev.
Era troppo! Sopportare questo era al di sopra delle sue forze. Si precipitò fuori senza più coscienza di sé, né pensieri. Aveva la mente sconvolta: follemente, senza meta, senza vedere, senza udire, senza sentire nulla, vagabondò per tutto il giorno. Non seppe mai se avesse pernottato in qualche posto oppure no; il giorno dopo, per uno sciocco istinto, tornò a casa sua, pallido, con un aspetto spaventoso, i capelli scarmigliati, i segni della follia sulla faccia. Si chiuse nella sua stanza e non fece entrare nessuno, non chiese di nessuno. Passarano quattro giorni e la sua stanza chiusa a chiave non si aprì neppure una volta; passò infine una settimana e la stanza era sempre chiusa a chiave. Giunse gente alla sua porta, iniziarono a chiamarlo, ma non vi fu risposta.
Quando la porta venne sfondata, fu trovato il suo corpo esanime con la gola tagliata. Sul pavimento, un rasoio insanguinato. Dalle braccia spasmodicamente aperte e dalla faccia terribilmente contratta si poté dedurre che la sua mano aveva vacillato e che egli aveva ancora lungamente sofferto prima che la sua anima peccatrice lasciasse il corpo.
Così perì, vittima di una folle passione, il povero Pìskarev, quieto, timido, modesto, infantilmente ingenuo, che forse portava in sé la scintilla di un talento che con il tempo sarebbe divampato in modo ampio e fulgente. Nessuno pianse su di lui; vicino al corpo esanime non si vide nessuno, eccetto la solita figura del commissario del quartiere e la faccia indifferente del medico municipale. Portarono la bara a Ochtà, in silenzio, senza i riti della religione; seguendola, piangeva solo il soldato di sorveglianza e anche lui perché aveva bevuto un boccale di vodka di troppo. Nemmeno il tenente Pìrogov venne a vedere il cadavere dell'infelice al quale in vita aveva concesso la sua alta protezione. Del resto, egli aveva ben altro da fare: era preso da un avvenimento eccezionale.
Volgiamoci pertanto a lui.
A me non piacciono i cadaveri e i morti, e provo sempre un senso di fastidio quando un lungo corteo funebre attraversa la mia strada, e un soldato invalido, incappucciato, annusa del tabacco con la mano sinistra perché la destra è occupata dalla fiaccola.
Sento sempre una specie di disagio nell'anima alla vista di un ricco catafalco o d'una bara di velluto; ma il mio dispetto si mescola alla tristezza quando vedo un vetturino da noleggio che porta la bara rossa d'un povero, priva d'ogni copertura, dietro la quale si trascina solamente una mendicante che non ha altro da fare e l'ha incontrata ad un crocicchio.
Abbiamo dunque lasciato il tenente Pìrogov nel momento in cui si separava dal povero Pìskarev per precipitarsi dietro la bionda.
Questa bionda era una creatura leggerina, abbastanza interessante.
Si fermava davanti ad ogni negozio ad osservare le cinture, i fazzoletti, gli orecchini, i guanti e le altre cosette esposte nelle vetrine, si rigirava, guardava da tutte le parti e si voltava indietro.
"Sei mia, colombella!" si diceva Pìrogov mentre continuava il suo inseguimento nascondendo la faccia nel bavero del cappotto.
Prima di dire chi fosse il tenente Pìrogov, dobbiamo forse raccontare qualcosa a proposito dell'ambiente a cui Pìrogov apparteneva. A Pietroburgo ci sono ufficiali che nella società costituiscono una specie di gruppo intermedio. Troverete sempre uno di loro a una serata, al pranzo di un Consigliere di Stato o di un Consigliere Effettivo che s'è meritato questo grado con quarant'anni di fatiche. Alcune figlie pallide, assolutamente incolori come lo è Pietroburgo; certune già troppo mature, un tavolino da tè, un pianoforte, balli casalinghi, tutto ciò è inseparabile dalla spallina luccicante che brilla sotto la lampada fra una biondina per bene e il nero frac del fratello o di un amico di casa. Queste ragazze dal sangue freddino sono terribilmente difficili da smuovere e far ridere; per fare questo ci vuole o una grande arte o, meglio, non averne alcuna. Bisogna parlare in maniera che non sia né troppo intelligente, né troppo spiritosa, e che in tutto vi sia quel nonnulla che piace alle donne. In ciò bisogna rendere giustizia ai suddetti signori. Essi possiedono il particolare dono di farsi ascoltare e di fare ridere queste pallide bellezze.
Esclamazioni soffocate dal riso: "Ah, smettetela! Non vi vergognate a farmi ridere così!" sono sovente la loro migliore ricompensa. Nella classe più elevata essi capitano molto di rado o, per meglio dire, mai. Ne sono completamente respinti da quelli che in questa società sono chiamati aristocratici. Per il resto, vengono considerati istruiti ed educati. Amano discorrere di letteratura; lodano Bulgàrin, Pùskin e Grèc, e parlano con disprezzo e con velenose frecciate di A. A. Orlòv. Non si lasciano sfuggire una sola conferenza, fosse pure sulla computisteria o addirittura sull'economia forestale. A teatro, qualunque sia la rappresentazione, troverete sempre uno di loro, escluso forse soltanto il caso in cui si reciti qualche commedia con "Filatka", cosa che offenderebbe il loro gusto schizzinoso. A teatro vanno in continuazione; sono le persone più vantaggiose per le amministrazioni teatrali. Nelle commedie amano in particolare modo i buoni versi; e si divertono anche a richiamare ad alta voce gli attori. Molti di loro, insegnando in istituti statali o preparando i giovani per questi istituti, alla fine riescono a farsi un calessino e un paio di cavalli. La loro cerchia allora si fa più ampia: finalmente giungono al punto di sposare la figlia d'un mercante che sa suonare il pianoforte, ha un centinaio di migliaia di rubli di dote in contanti e un mucchio di parenti barbuti. Non possono ottenere tuttavia questo onore prima d'avere prestato servizio almeno fino al grado di colonnello. Perché le barbe russe, sebbene ancora puzzino di cavolo, non vogliono vedere le loro figlie se non sposate con dei generali o almeno dei colonnelli. Tali sono dunque le principali caratteristiche di questo tipo di giovani. Ma il tenente Pìrogov aveva una quantità di altri requisiti che appartenevano in modo particolare a lui.
Declamava magnificamente i versi del "Dmìtrij Donskòj" e di "Che disgrazia l'ingegno", possedeva l'arte speciale di emettere dalla pipa il fumo in forma di anelli con tanta maestria da poterne infilare lì per lì una decina uno dietro l'altro. Sapeva narrare piacevolmente la storiella della differenza che c'è fra il cannone e il rinoceronte. E' difficile, insomma, enumerare tutti i pregi di cui la sorte aveva dotato Pìrogov. Gli piaceva parlare di un'attrice o di una ballerina, ma non sfacciatamente come fanno di solito su questo argomento i giovani sottotenenti. Era molto soddisfatto del suo grado, al quale era stato promosso assai di recente, e, quantunque certe volte nello sdraiarsi su un divano, dicesse: "Oh, oh! Vanità, tutto è vanità! Che ne viene dal fatto che io sia tenente?" questa dignità in segreto lo lusingava molto; nelle conversazioni cercava spesso di accennarvi di sfuggita, e, una volta che gli capitò per strada un certo scrivano che gli sembrò irrispettoso, immediatamente lo fermò e, con poche ma brusche parole, gli fece notare che aveva di fronte un tenente e non un qualsiasi altro ufficiale. Espose la cosa nel modo più eloquente in quanto gli stavano passando vicino due signore per nulla brutte. Pìrogov in genere aveva passione per ogni cosa bella e incoraggiava l'artista Pìskarev; ciò, è probabile, anche per il fatto che desiderava vedere la propria virile fisionomia rappresentata in un ritratto.
Ora basta con le doti di Pìrogov. L'uomo è un essere così sorprendente che non si possono enumerare insieme tutte le sue qualità e, quanto più lo scruti, tanto più numerose sono le nuove peculiarità che appaiono, sicché a descriverle non si finirebbe mai.
Pìrogov, dunque, non desisteva dall'inseguire la sconosciuta, infastitendola di tanto in tanto con domande alle quali la donna rispondeva in modo brusco, a scatti e con certi suoni indistinti.
Attraverso la buia Porta di Kazàn imboccarono la via Mescànskaja, via di botteghe di tabacco e di cosucce varie, di artigiani tedeschi e di ninfe finniche. La biondina si mise a correre e svolazzò dentro il portone d'una casa abbastanza sudicia. Pìrogov, dietro di lei. La donna corse su per la stretta e buia scala ed entrò in una porta nella quale pure Pìrogov s'intrufolò arditamente. Si trovò in una grande stanza con le pareti nere e il soffitto affumicato. Sul tavolo, un mucchio di viti di ferro, di attrezzi da fabbro, di caffettiere e di candelieri luccicanti; il pavimento era sporco di limatura di rame e di ferro. Pìrogov intuì subito che si trattava dell'alloggio d'un artigiano. La sconosciuta svolazzò oltre, in una porta laterale. Per un momento egli rallentò, poi, seguendo la regola russa, si decise ad andare avanti. Entrò allora in una stanza che non assomigliava affatto alla prima: era rassettata con molta cura, così da mostrare che il padrone era un tedesco. Qui rimase sbigottito da una scena strana, veramente insolita.
Davanti a lui stava seduto Schiller, non lo Schiller che ha scritto il "Guglielmo Tell" e la "Storia della guerra dei trent'anni", ma il famoso Schiller maestro lattoniere della via Mescànskaja. Accanto a Schiller stava in piedi Hoffman, non lo scrittore Hoffman, ma il calzolaio piuttosto bravo della via Oficèrskaja, grande amico di Schiller. Schiller era ubriaco e stava seduto sulla sedia battendo un piede e parlando animatamente. Tutto questo non avrebbe ancora stupito Pìrogov; a stupirlo fu la posizione eccezionalmente strana della due figure.
Schiller era seduto con la testa rivolta in su in modo da protendere il suo naso piuttosto grosso; Hoffman lo teneva per il naso con due dita, e su di esso roteava la lama del suo trincetto da calzolaio. Entrambi gli individui parlavano in tedesco e perciò il tenente Pìrogov, che in tedesco sapeva dire soltanto "Gut Morgen", non riuscì a capire nulla di tutta quella storia. Le parole di Schiller, d'altronde, erano di questo tenore:
"Io non lo voglio, non ho bisogno del naso io!" diceva agitando le braccia... "Solamente per il naso mi vanno tre libbre di tabacco al mese. E in uno schifoso negozio russo... perché un negozio tedesco non tiene il tabacco russo... in uno schifoso negozio russo pago quaranta copechi la libbra; questo fa un rublo e venti copechi e poi fa quattordici rubli e quaranta copechi. Capisci, amico Hoffman? Solamente per il naso quattordici rubli e quaranta copechi. E nei giorni di festa fumo del râpé, perché nei giorni di festa non ho voglia di fumare schifoso tabacco russo. In un anno fumo due libre di râpé a due rubli la libbra. Sei più quattordici fa venti rubli e quaranta copechi, soltanto per il tabacco! E' un brigantaggio: io ti domando, amico Hoffman, non è così forse?" Hoffman, pure lui ubriaco, acconsentiva.
"Venti rubli e quaranta copechi! Io sono un tedesco della Svevia, ho il mio re in Germania. Non voglio avere il naso! Tagliami il naso! Ecco qui il mio naso!" Se non fosse stato per l'improvvisa apparizione del tenente Pìrogov, senza dubbio Hoffman avrebbe tagliato lì per lì il naso a Schiller, perché aveva già messo il suo trincetto in posizione, come se volesse ritagliare una suola.
A Schiller parve assai seccante che improvvisamente una persona sconosciuta e non richiesta lo disturbasse così a sproposito.
Benché fosse in preda agli inebrianti fumi della birra e del vino, sentì che era alquanto sconveniente trovarsi in quella posizione e in quell'atto in presenza d'un testimone estraneo.
Pìrogov fece un leggero inchino e, con la giovialità che gli era propria, disse:
"Voi mi scuserete..." "Fuori!" rispose Schiller strascicando la voce.
Il tono sconcertò il tenente Pìrogov. Un simile modo di trattarlo gli riusciva completamente nuovo. Il sorriso che aveva fatto capolino sulla sua faccia improvvisamente scomparve. Con un senso di dignità amareggiata disse:
"Mi pare strano, egregio signore... di certo voi non avete notato... io sono un ufficiale..." "E cos'è un ufficiale! Io sono un tedesco di Svevia. Io stesso", nel dir questo Schiller diede un pugno sul tavolo, "essere stato ufficiale: un anno e mezzo junker, due anni tenente, e io domani subito di nuovo ufficiale. Ma io non voglio servire. Io con ufficiale fare così: fiu!" e nel dir questo Schiller portò il palmo alla bocca e vi soffiò sopra.
Il tenente Pìrogov vide che non gli restava altro da fare che allontanarsi; ma il trattamento, del tutto sconveniente per il suo grado, lo aveva ferito. Si fermò varie volte sulle scale, sconcertato, riflettendo su come si dovesse far capire a Schiller la sua impertinenza. Alla fine ragionò che Schiller si poteva perdonare, perché la sua testa era piena di birra; inoltre gli tornò alla mente la graziosa biondina e decise di abbandonare all'oblio questo fatto.
Il giorno dopo il tenente Pìrogov si presentò di buon mattino nella bottega del mastro lattonaio. Nell'anticamera l'accolse la graziosa biondina. Con una voce piuttosto severa, che assai si addiceva al suo visino, gli domandò:
"Che cosa volete?" "Ah, salve mia cara! Non mi riconoscete? Biricchina, che begli occhietti!" Così dicendo il tenente Pìrogov avrebbe voluto sollevarle il mento con un dito. La biondina emise un'esclamazione impaurita e con la stessa severità domandò di nuovo:
"Che cosa volete?" "Vedervi, non mi occorre nient'altro," disse il tenente Pìrogov, sorridendo in maniera abbastanza piacevole mentre si avvicinava; ma, avendo notato che la donna voleva sgattaiolare per la porta, soggiunse:
"Ho bisogno, mia cara, di ordinare degli speroni. Potete farmi degli speroni? Sebbene per amarvi non occorrano affatto degli speroni, ma piuttosto una briglia. Ma che belle manine!" Il tenente Pìrogov era sempre molto gentile quando faceva dichiarazioni di questo genere.
"Chiamo subito mio marito," gridò la tedesca e se ne andò; dopo qualche minuto Pìrogov vide uscire Schiller con gli occhi assonnati, appena sveglio dopo la sbornia della sera prima. Data un'occhiata all'ufficiale, egli rammentò come in un sogno il fatto del giorno prima. Non ricordava bene come precisamente fossero andate le cose, ma sentiva che doveva aver fatto qualche sciocchezza e perciò accolse l'ufficiale con aria severa.
"Per degli speroni non posso prendere meno di quindici rubli," disse per sbarazzarsi di Pìrogov, perché per lui, onesto tedesco, era motivo di grande vergogna guardare chi l'aveva visto in una situazione sconveniente. A Schiller piaceva bere senza testimoni, con due o tre amici, e in quei momenti si nascondeva anche ai suoi lavoranti.
"Perché mai così caro?" chiese affabilmente Pìrogov.
"Lavoro tedesco," rispose gelidamente Schiller, carezzandosi il mento. "Un russo accetterebbe di farli per due rubli." "Scusate, per dimostrare che vi voglio bene e desidero fare la vostra conoscenza, pagherò i quindici rubli." Schiller era perplesso e proprio perché era un tedesco onesto sentì un po' di vergogna. Desiderava che Pìrogov rinunciasse all'ordinazione, e per questo dichiarò che prima di due settimane non avrebbe potuto far nulla. Senza obiezioni, Pìrogov si disse d'accordo.
Il tedesco rimase pensieroso e rifletté su come fosse meglio eseguire il proprio lavoro affinché valesse effettivamente quindici rubli. In quel momento la biondina entrò nella bottega e cominciò a cercare qualcosa sul tavolo ingombro di caffettiere. Il tenente approfittò della pensierosità di Schiller, s'avvicinò a lei e le strinse il braccio nudo fino alla spalla. Questo non piacque a Schiller.
"Main frau!" si mise a gridare.
"Vass vollen si doch?" strillò la biondina.
"Gheensì in cucina!" La biondina uscì.
"Allora, fra due settimane?" disse Pìrogov.
"Sì, fra due settimane," rispose soprapensiero Schiller, "adesso ho molto lavoro." "Arrivederci! Passerò da voi." "Arrivederci," rispose Schiller chiudendo la porta alle sue spalle.
Il tenente Pìrogov decise di non abbandonare i suoi tentativi sebbene la tedesca gli avesse opposto un evidente rifiuto. Non riusciva a capacitarsi che gli si potesse resistere, tanto più che la sua amabilità e il suo brillante grado gli davano pieno diritto all'attenzione. Occorre dire però che la moglie di Schiller, nonostante la sua avvenenza, era molto stupida. Del resto, la stupidità sembra dare fascino particolare ad una donna graziosa.
Io, almeno, ho conosciuto molti mariti che vanno in estasi per la stupidità delle loro mogli vedendovi i segni di un'innocenza infantile. La bellezza produce dei veri miracoli. Tutti i difetti spirituali, invece di causare repulsione, in una bella donna diventano, chissà perché, straordinariamente attraenti; il vizio stesso, in loro, emana leggiadria; ma se la bellezza non c'è, una donna deve essere venti volte più intelligente di un uomo per ispirare non dico amore, ma almeno della stima. La moglie di Schiller, del resto, era sempre stata fedele ai suoi doveri e perciò era abbastanza difficile che Pìrogov riuscisse nella sua impresa.
Poiché al superamento degli ostacoli è sempre legata la gioia della conquista, da quel giorno la biondina divenne per Pìrogov ancor più interessante. Cominciò a chiedere spesso notizie dei suoi speroni, tanto che questo finì per venire a noia a Schiller, il quale fece di tutto per terminare al più presto il lavoro.
Finalmente gli speroni furono pronti.
"Ah, che ottimo lavoro!" esclamò il tenente Pìrogov quando vide gli speroni. "Signoriddio, com'è fatto bene questo lavoro! Il nostro generale non ha speroni come questi." Sulla faccia di Schiller si diffuse un sentimento di soddisfazione e nei suoi occhi comparve uno sguardo di felicità. Fu così che egli si riconciliò pienamente con Pìrogov.
"L'ufficiale russo è un uomo intelligente," pensò fra sé.
"Sicché voi, dunque, potete fare anche una montatura per un pugnale. Ve lo porterò: ho un bellissimo pugnale turco, vorrei cambiargli la montatura." Per Schiller fu come essere colpito da una bomba. La sua fronte si corrugò. "Ti sta bene!" pensò fra sé, insultandosi in cuor suo per il fatto d'essersi attirato quel lavoro. Rifiutare era ormai, a suo parere, disonorevole; per di più l'ufficiale russo aveva lodato il suo lavoro. Dopo aver scosso un la testa, espresse il proprio consenso, ma il bacio che, andandosene, Pìrogov impresse sfrontatamente sulle labbra della moglie gli causò una grande perplessità.
Mi pare doveroso far conoscere un po' più da vicino Schiller al lettore. L'uomo era un perfetto tedesco nel pieno senso di questa parola. Fin dall'età di vent'anni, quell'epoca felice in cui il russo vive alla giornata, Schiller aveva pianificato tutta la propria vita e non faceva strappi alla regola per nessun motivo.
Aveva stabilito di alzarsi alle sette, di pranzare alle due, d'essere preciso in ogni cosa e ubriaco ogni domenica. Aveva stabilito di raggranellare in dieci anni un capitale di cinquantamila rubli e questa cosa era sicura e inevitabile come il destino, perché è più facile che un funzionario dimentichi di gettare un'occhiata nell'anticamera del proprio direttore che un tedesco si decida a cambiare ciò che si è ripromesso. Schiller non aumentava in alcun caso le proprie spese e se il prezzo delle patate saliva troppo rispetto al solito, non aggiungeva un solo copeco ma semplicemente diminuiva la quantità e, quantunque certe volte restasse un po' affamato, tuttavia ci era abituato.
La sua meticolosità si spingeva al punto che aveva stabilito di non baciare sua moglie più di due volte nelle ventiquattro ore, e per non baciarla una volta di più, metteva soltanto un cucchiaio di pepe nella minestra; di domenica, tuttavia, questa regola non veniva osservata così rigorosamente, perché Schiller beveva due bottiglie di birra e una bottiglia di Kümmeln, che poi sempre malediceva. Non beveva come un inglese, che dopo il pranzo spranga la porta con il catenaccio e si ubriaca da solo. Al contrario, da bravo tedesco, beveva sempre in modo ispirato in compagnia del calzolaio Hoffman oppure del falegname Kunz, anche lui tedesco e grande ubriacone.
Questo era il carattere del nobile Schiller, che alla fine si vide ridotto in una situazione molto difficile. Benché fosse flemmatico e tedesco, le azioni di Pìrogov suscitarono in lui qualcosa di simile alla gelosia. Si rompeva la testa e non riusciva a escogitare un modo per sbarazzarsi di quell'ufficiale russo.
Intanto Pìrogov, fumando la pipa nella cerchia dei suoi compagni - giacché così ha disposto la provvidenza: che dove ci sono ufficiali, ci sono anche pipe - fumando dunque la pipa nella cerchia dei suoi compagni, alludeva significativamente e con un piacevole sorriso al suo intrigo con la graziosa tedeschina, con la quale, a sentire lui, era già prossimo a concludere, mentre in realtà aveva già quasi perduto la speranza di tirarla a sé. Un giorno, mentre passeggiava per la via Mescànskaja sbirciando la casa dove faceva bella mostra l'insegna di Schiller con le caffettiere e i samovàr, con sua immensa gioia scorse la testolina della biondina che si sporgeva dalla finestrella. Si fermò, le fece un segno con la mano e disse:
"Gut Morgen!" La biondina rispose al suo saluto come si fa con un conoscente.
"Allora, vostro marito è in casa?" "Sì," rispose la biondina.
"E quand'è che non è in casa?" "Di domenica non è in casa," disse la donna.
"Questo non è male," pensò fra sé Pìrogov, "bisogna approfittarne." E la domenica seguente si presentò alla biondina come un fulmine a ciel sereno. Schiller effettivamente non era in casa. La graziosa padrona di casa si spaventò, ma questa volta Pìrogov agì in maniera abbastanza cauta, si comportò in modo assai rispettoso e, facendo un inchino, mise in mostra tutta la bellezza del suo portamento agile e slanciato. Scherzò in modo piacevole e rispettoso, ma la donna a tutto rispondeva con dei monosillabi.
Infine, dopo aver affrontato diversi argomenti e aver visto che nulla poteva interessarla, le propose di ballare. La tedesca acconsentì immediatamente, perché la tedesche sono sempre felici di ballare. Su questo Pìrogov fondava grandi speranze: in primo luogo, alla biondina questo faceva piacere; in secondo luogo, lui poteva mostrare i suoi modi e la sua abilità; in terzo luogo, nel ballo poteva starle più vicino, abbracciarla e dare inizio a tutto; insomma, da questo si riprometteva un completo successo.
Cominciò una gavotta, ben sapendo che le tedesche hanno bisogno di andare per gradi. La donna avanzò al centro della stanza e sollevò il meraviglioso piedino. Questa posizione entusiasmò a tal punto Pìrogov che si precipitò a baciarlo. La tedesca cominciò a gridare e con questo accrebbe ancor di più il proprio fascino agli occhi di Pìrogov che la tempestò di baci. Ma ecco che, d'improvviso, si aprì la porta ed entrò Schiller insieme con Hoffman e con il falegname Kunz, ubriachi come al solito. Lascio ai lettori giudicare dell'ira e dell'indignazione di Schiller. "Insolente!" urlò in preda a estremo sdegno, "come osi baciare mia moglie! Sei un mascalzone, non un ufficiale russo. Che il diavolo ti pigli!
Amico Hoffman, io sono un tedesco e non un porco russo!" Hoffman rispose affermativamente.
"Io non voglio avere corna! Prendilo, amico Hoffman, per il colletto, io non voglio," continuò, agitando violentemente le braccia, mentre il suo viso andava assomigliando al panno rosso del suo panciotto. "Sono otto anni che vivo a Pietroburgo, in Svevia ho mia madre, mio zio sta a Norimberga, io sono un tedesco e non carne di vitello cornuto! Levagli tutto di dosso, amico Hoffman! Tienilo per braccia e gambe, kamarad mio Kunz!" E i tedeschi afferrarono Pìrogov per le braccia e per le gambe.
Invano egli si sforzò di difendersi: quei tre artigiani erano la gente più robusta fra tutti i tedeschi di Pietroburgo. Se Pìrogov fosse stato in piena uniforme, probabilmente il rispetto per il suo grado e il suo titolo avrebbe fermato i tempestosi teutoni. Ma lui era venuto lì assolutamente a scopo personale e privato, con un soprabitino e senza spalline. Con grandissimo furore i tedeschi gli strapparono di dosso tutti gli abiti. Hoffman gli si sedette sulle gambe con tutto il suo peso. Kunz l'afferrò per la testa e Schiller diede di piglio a un fascio di verghe che servivano da ramazza. Debbo riconoscere con rammarico che il tenente Pìrogov venne fustigato assai dolorosamente.
Sono sicuro che il giorno dopo Schiller dovette cadere preda di una violenta febbre, tremando come una foglia aspettando da un momento all'altro l'arrivo della polizia; che solo Dio sa che cosa non avrebbe dato affinché tutto ciò che era accaduto il giorno prima fosse stato solo un sogno. Ma ciò che è stato è stato. Nulla potrebbe reggere il confronto con l'ira e l'indignazione di Pìrogov. Il solo pensare a una così spaventosa offesa lo rendeva idrofobo. La Siberia e la fustigazione erano secondo lui una piccola punizione per Schiller. Volò a casa per recarsi, una volta cambiatosi, direttamente dal generale e descrivergli con le tinte più fosche la ribalderia degli artigiani tedeschi.
Contemporaneamente voleva inoltrare anche una richiesta scritta allo Stato maggiore. Se poi lo Stato Maggiore avesse stabilito una punizione insufficiente, allora occorreva rivolgersi direttamente al Consiglio di Stato e magari all'Imperatore in persona. Tutto questo invece finì in un modo piuttosto strano. Strada facendo, egli entrò in una pasticceria, mangiò due pasticcini di pasta sfoglia, leggiucchiò qualcosa sull'"Ape del Nord", e ne uscì che non era più così furioso. Per giunta, la sera fresca e piuttosto gradevole lo indusse a passeggiare per la Prospettiva Nevskij; verso le nove egli si calmò e trovò che di domenica non stava bene disturbare il generale, tanto più che senza dubbio era stato invitato in qualche posto, e perciò andò a passare la serata da un direttore del collegio di controllo, dove c'era una riunione molto piacevole di funzionari e di ufficiali. Qui trascorse con soddisfazione la serata e si distinse talmente nella mazurca che estasiò non soltanto le signore, ma persino i cavalieri.
"Curioso mondo è il nostro! - disse a se stesso - In che strano, incomprensibile modo gioca il nostro destino! Riceviamo mai ciò che desideriamo? Raggiungiamo ciò a cui sembrano preparate apposta le nostre forze? Tutto va al contrario. Ad uno il destino ha dato degli stupendi cavalli ed egli li usa per andarsene indifferente in carrozza, senza accorgersi affatto della loro bellezza, mentre un altro il cui cuore arde di passione equina, va a piedi e si accontenta di far schioccare la lingua quando gli passa accanto un trottatore. Quello ha un ottimo cuoco, ma purtroppo una bocca così piccola che non può mandar giù più d'un paio di bocconcini; l'altro ha la bocca grande come l'arcata dello Stato maggiore, eppure deve accontentarsi di un qualsiasi pranzo tedesco a base di patate. Come gioca stranamente il nostro destino!"
Ma più strani di tutto sono gli avvenimenti che si svolgono sulla Prospettiva Nevskij. Oh, non credete alla Prospettiva Nevskij!
Quando l'attraverso, ora, mi avvolgo quanto più posso nel mio mantello e cerco di non guardare gli oggetti che mi cadono sotto gli occhi. Tutto è inganno, tutto è sogno, nulla è ciò che sembra!
Credete che quel signore che passeggia con un soprabito d'ottima fattura sia molto ricco? Neanche per sogno: tutti i suoi averi consistono in quel soprabito. Vi immaginate che quei due grassoni che si sono fermati davanti a quella Chiesa in costruzione stiano discutendo della sua architettura? Nient'affatto: parlano di quelle due cornacchie che si sono posate in modo così curioso una di fronte all'altra. Credete che quel tipo agitato che muove le braccia stia parlando di come sua moglie ha buttato dalla finestra una pallina su un ufficiale che lui non conosce affatto? Neanche per sogno: sta dimostrando in che cosa consistesse il principale errore di Lafayette. Credete che quelle signore... no, alle signore credeteci meno che ad ogni altro. Guardate le vetrine dei negozi: i ninnoli che vi sono esposti sono magnifici, ma puzzano d'una terribile quantità di biglietti di banca. E Dio vi guardi dallo sbirciare sotto i cappellini delle signore! Sventoli pure in lontananza il mantello d'una bella donna; a nessun costo io la seguirò per curiosare. Lontano, per amor di Dio, lontano dal lampione! E, se ci passate vicino, fatelo in fretta, più in fretta possibile. E' già una fortuna se non gocciolerà del grasso maleodorante sul vostro elegante soprabito. Ma, lampioni a parte, tutto alita inganno. Mente ad ogni ora, la Prospettiva Nevskij, ma più che mai quando la notte cala come una massa densa e fa risaltare i muri bianchi e giallastri delle case, quando l'intera città si trasforma in un solo tuono e lampo, miriadi di carrozze rotolano giù dai ponti, i postiglioni gridando sobbalzano sui cavalli, e un demone in persona accende le lampade per mostrare ogni cosa sotto un aspetto che non è il suo.
Il cappotto
In un ministero... meglio non dire in quale. Non c'è nulla di più suscettibile dei ministeri, dei reggimenti, degli uffici e, insomma, d'ogni sorta di corpo burocratico. Al giorno d'oggi, ormai, ogni privato cittadino ritiene che lì venga offesa tutta la società. Pare che molto recentemente un capitano di polizia non ricordo di quale città, abbia presentato un esposto in cui dice a chiare lettere che le istituzioni statali vanno in rovina e che il loro sacro nome viene pronunciato invano. E, come prova delle sue affermazioni, costui ha allegato all'esposto il grosso volume di un'opera letteraria dove, ogni dieci pagine, appare un capitano di polizia, in certi punti persino in stato d'ubriachezza. Perciò, ad evitare ogni seccatura, sarà meglio chiamare "un ministero" il ministero di cui si tratta. Dunque in "un ministero" prestava servizio "un funzionario", un funzionario che non si può dire che fosse molto importante.
Era di bassa statura, alquanto butterato, rossiccio, persino un po' debole di vista, con una incipiente calvizie, rughe da entrambe le parti delle guance e quel colore della faccia che si dice emorroidale... Che farci? la colpa è del clima di Pietroburgo. Quanto al grado (da noi bisogna innanzi tutto dichiarare il grado), era ciò che viene chiamato un eterno consigliere titolare, del quale, com'è noto, si sono beffati e presi gioco in abbondanza i vari scrittori che hanno la lodevole abitudine di prendersela con quelli che non possono mordere. Il cognome del funzionario era Basmackìn. Già da questo nome si vede che esso, in un tempo lontano, aveva avuto origine da una scarpa; ma quando, in quale epoca e in qual modo esso fosse derivato dalla scarpa è assolutamente ignoto. Il padre, il nonno, il cognato, insomma assolutamente tutti i Basmackìn andavano in giro con gli stivali, rinnovando solo tre volte all'anno le suole. Il suo nome era: Akàkij Akakièvic. Al lettore parrà forse alquanto strano e ricercato, ma posso assicurare che esso non era stato scelto, solo che, a causa di particolari circostanze, non fu assolutamente possibile dare un altro nome. Avvenne precisamente così: Akàkij Akakièvic nacque verso sera, se la memoria non mi tradisce, il ventitré di marzo. La madre, moglie d'un funzionario e ottima donna, si dispose, come si usa, a battezzare il bambino. Ella giaceva ancora nel letto, di fronte alla porta, e alla sua destra stava il padrino, Ivàn Ivanòvic Eroskìn, che prestava servizio come capufficio al senato, e la madrina, moglie d'un ufficiale di polizia, donna di rare virtù, Arìna Semènovna Belobrjùskova. Alla genitrice proposero di scegliere fra uno dei seguenti nomi:
Mòkkija, Sòssija, oppure di chiamarlo con il nome del martire Chozdazàt.
"No," pensò la madre, "che razza di nomi!" Per compiacerla aprirono il calendario in un altro punto; uscirono altri tre nomi: Trifìlij, Dùla, Varachàsij!" "Ma questo è un flagello," disse la donna, "che razza di nomi continuano a venir fuori; davvero non li ho mai sentiti. Fosse ancora Varadàt o Varùch, ma Trifìlij e Varachàsij!" Voltarono ancora la pagina e uscirono: Pavsikàkij e Vachtìsij.
"Beh, ormai vedo," disse la donna, "che questo è il suo destino.
Già che dev'essere così, meglio che si chiami come suo padre. Suo padre è Akàkij e che pure il figlio sia dunque Akàkij." Così saltò fuori il nome Akàkij Akakièvic. Il bambino venne battezzato, e durante il battesimo scoppiò a piangere e fece una smorfia, come se avesse il presentimento di diventare un giorno consigliere titolare.
Abbiamo riportato questi fatti per convincere il lettore che ciò accadde proprio per necessità di cose e che non si poteva assolutamente imporre un altro nome.
Quando e in qual modo Akàkij Akakièvic fosse entrato al ministero e chi ve l'avesse messo, è una cosa che nessuno ricorda. Per quanti direttori e vari superiori cambiassero, videro sempre lui allo stesso posto, nella stessa posizione, con le stesse funzioni, sempre lo stesso impiegato copista, tanto che poi si persuasero che, evidentemente, doveva esser venuto al mondo così, già pronto con l'uniforme e la calvizie sulla testa. Nel ministero non gli dimostravano alcuna stima. Non soltanto i custodi non si alzavano dai loro posti quando passava, ma nemmeno lo guardavano, come se attraverso l'anticamera fosse volata una semplice mosca. I superiori si comportavano con lui in modo freddamente dispotico.
Un qualsiasi aiutante del capufficio gli ficcava letteralmente sotto il naso gli incartamenti, senza neppure dirgli "copiate", oppure "ecco un bell'affaruccio interessante" o insomma qualcosa di piacevole come si usa negli uffici dove c'è della buona educazione. E lui prendeva, guardando solo l'incartamento, senza badare a chi gliel'avesse messo lì e se ne avesse il diritto.
Prendeva e subito si metteva a copiarlo. I giovani funzionari ridevano di lui e lo sfottevano per quanto poteva l'arguzia burocratica, raccontando in sua presenza varie storie inventate sul suo conto; per esempio dicevano che la sua padrona di casa, una vecchia settantenne, lo picchiava; o domandavano quando loro due si sarebbero sposati; oppure gli spargevano sulla testa pezzi di carta, dicendo che era neve.
Akàkij Akakièvic non rispondeva mai. Come se non avesse nessuno davanti a sé, non si lasciava distrarre dalle proprie occupazioni e, sebbene fosse in mezzo a tante molestie, non commetteva un solo sbaglio. Solo se lo scherzo era davvero insopportabile, se gli davano un colpo sul braccio disturbandolo nel suo lavoro, allora esclamava:
"Lasciatemi stare, perché mi offendete?" E c'era un che di strano nelle parole e nella voce con cui venivano dette. Vi si avvertiva qualcosa che induceva alla compassione, tanto che un giovanotto da poco entrato in servizio, e che aveva cominciato, secondo l'esempio degli altri, a burlarsi di lui, ad un tratto si fermò colpito, e da quel momento fu come se tutto fosse cambiato ai suoi occhi e gli apparisse sotto un aspetto diverso. Una specie di forza soprannaturale lo respinse dai compagni con i quali aveva fatto conoscenza ritenendoli persone distinte ed educate. Per molto tempo, nei momenti più allegri, seguitò ad apparirgli il piccolo funzionario con le calvizie che diceva le parole toccanti: "Lasciatemi stare, perché mi offendete?" e in queste parole altre ne echeggiavano: "Io sono un tuo fratello." Il giovanotto si copriva allora la faccia con una mano e in seguito molte volte trasalì nella sua vita, vedendo quanta disumanità ci sia nell'uomo, quanta furiosa volgarità si nasconda nella personalità più raffinata e colta e, Dio! persino in individui che il mondo reputa nobili e onesti.
Sarebbe stato difficile trovare un uomo che vivesse così del suo lavoro. E' poco dire che egli prestava servizio con zelo; no, prestava servizio con amore. In quel copiare, egli vedeva un certo mondo proprio, vario e piacevole. La soddisfazione si dipingeva sulla sua faccia; alcune lettere erano le sue favorite e, quando vi s'imbatteva, non era più lui: ridacchiava, ammiccava, si aiutava con le labbra, sicché pareva che sulla sua faccia si potesse leggere ogni lettera che la sua penna vergava. Se l'avessero ricompensato in maniera proporzionata al suo zelo, con sua meraviglia egli sarebbe forse diventato persino consigliere di stato; mentre tutto ciò che aveva ottenuto, come dicevano gli spiritosi suoi compagni, era una fibbia all'occhiello e le emorroidi ai lombi. Del resto, non si può dire che non si facesse alcuna attenzione a lui. Un direttore che era un buon uomo e voleva ricompensarlo per il lungo servizio, ordinò di dargli qualcosa di più importante della solita copiatura. Gli fu così ordinato di stendere una relazione ad un altro ufficio di una pratica già pronta. Certo si trattava soltanto di cambiare il titolo di testa e poi di portare alcuni verbi dalla prima persona alla terza, ma questo gli costò una tale fatica che diventò tutto un sudore, si terse la fronte e alla fine disse: "No, datemi piuttosto qualcosa da copiare." Da quella volta lo lasciarono per sempre al suo lavoro di copiatura. Fuori del copiare sembrava che per lui non esistesse niente. Non pensava affatto al proprio abito: l'uniforme che indossava non era verde, ma di un certo colore rossiccio farinoso.
Il colletto l'aveva così basso e stretto, che il collo, quantunque non fosse affatto lungo, uscendo da quel colletto pareva insolitamente lungo, come in quei gattini di gesso che muovono la testa e che venditori ambulanti russi e sedicenti stranieri portano sul capo a decine intere. E poi c'era sempre qualcosa appiccicato alla sua uniforme, una pagliuzza o un filo; per di più aveva la speciale arte, quando usciva in strada, di capitare sotto una finestra proprio nell'istante in cui da essa buttavano fuori ogni sorta di porcherie e perciò sul suo cappello non mancavano mai scorze di anguria e di melone e altre sciocchezzuole del genere. Mai una volta nella vita aveva rivolto l'attenzione a ciò che si faceva e che accadeva ogni giorno per strada, cosa a cui, com'è noto, sempre guardano i suoi colleghi, i giovani funzionari che talmente estendono la capacità penetrativa del loro vivace sguardo da notare addirittura sul marciapiede opposto un bordo di pantaloni scucito, ciò che sempre suscita un malizioso sorriso sulla loro faccia.
Akàkij Akakièvic, anche se guardava qualcosa, vedeva sempre le sue righe pulite, scritte con calligrafia regolare, e forse soltanto se un muso di cavallo, venuto chissà di dove, gli si appoggiava su una spalla e gli soffiava dalle frogie un uragano di vento sul collo, forse solo allora si accorgeva che non stava a metà d'una riga, ma a metà d'una strada.
Arrivando a casa si sedeva subito a tavola, trangugiava alla svelta la sua zuppa a base di cavoli, mangiava un pezzo di bue con la cipolla, senza rendersi conto del loro sapore. Mangiava tutto questo insieme con le mosche e con tutto quello che Dio gli mandava in quel momento. Quando sentiva che lo stomaco cominciava a gonfiarsi, si alzava da tavola, tirava fuori una boccetta d'inchiostro e ricopiava qualche incartamento che s'era portato a casa. Se non ne aveva, faceva apposta, per il proprio piacere, una copia per sé, specialmente se l'incartamento era considerevole non tanto per l'eleganza dello stile, quanto per il fatto che si rivolgeva a qualche personaggio nuovo o importante.
Persino nelle ore in cui il grigio cielo di Pietroburgo si spegne completamente e tutto il popolo impiegatizio s'è pasciuto e saziato, come ognuno può, in conformità agli stipendi e al personale capriccio, quando tutti riposano dopo il ministeriale scricchiolio di penne, il correre qua e là, le imprescindibili occupazioni proprie e altrui (che l'uomo inquieto s'assegna volontariamente persino più del necessario), quando i funzionari s'affrettano a dedicare al piacere il tempo che resta: chi è più vivace, corre a teatro; chi in strada, dedicando il proprio tempo alla contemplazione di certi cappellini; chi a una serata, prodigando complimenti a qualche leggiadra ragazza, stella d'una piccola cerchia di funzionari; chi, e questo succede più spesso, se ne va semplicemente da un amico a un quarto o terzo piano, in due piccole stanze con un'anticamera e una cucina e certe pretese d'eleganza, una lampada o un'altra cosetta che è costata molti sacrifici, rinunce a pranzi e a passeggiate. Insomma, anche nell'ora in cui tutti i funzionari si sparpagliano nei piccoli alloggi degli amici a giocare un burrascoso whist, sorseggiando il tè dai bicchieri insieme a biscotti da un copeco, aspirando il fumo da lunghe pipe, riportando mentre si danno le carte qualche maldicenza dell'alta società, dal che mai e in nessuna occasione può esimersi l'uomo russo, oppure, quando non c'è altro di cui parlare, raccontando l'eterna barzelletta del poliziotto a cui vengono a dire che è stata tagliata la coda al cavallo del monumento di Falconet - insomma anche quando tutti corrono a distrarsi, Akàkij Akakièvic non s'abbandonava ad alcun divertimento. Nessuno poteva dire d'averlo mai veduto a qualche serata. Dopo aver copiato a sazietà, si metteva a letto sorridendo in anticipo al pensiero del domani, di quel che l'indomani Dio gli avrebbe mandato da copiare.
Così trascorreva la sua pacifica esistenza un uomo che con quattrocento rubli di stipendio sapeva essere contento della sua sorte, e avrebbe forse raggiunto così la tarda vecchiaia se la strada della vita non fosse disseminata di vari guai non solamente per i consiglieri titolari, ma anche per quelli segreti, effettivi, di corte e d'ogni altro genere, e persino per quelli che non danno consigli a nessuno e da nessuno ne prendono.
C'è a Pietroburgo un forte nemico di tutti coloro che ricevono quattrocento rubli l'anno di stipendio o giù di lì. Questo nemico non è altri che il gelo pietroburghese, sebbene qualcuno dica che sotto diversi aspetti sia assai salutare. Alle nove del mattino, precisamente nell'ora in cui le strade si riempiono di coloro che si recano ai ministeri, esso comincia a dare pizzicotti così energici e pungenti su tutti i nasi senza distinzione, che i poveri funzionari non sanno più dove infilarli. A quest'ora, quando anche a chi occupa le cariche più elevate duole la fronte per il gelo e vengono le lacrime agli occhi, i poveri consiglieri titolari sono talvolta completamente indifesi. L'unica salvezza consiste nel percorrere di corsa con il leggero paltoncino cinque o sei strade e poi pestare per bene i piedi in anticamera fino a quando tutte le facoltà e le doti naturali necessarie alle mansioni d'ufficio, congelatesi lungo la strada, non si disgelano per bene.
Da qualche tempo Akàkij Akakièvic cominciava ad avvertire in modo particolarmente acuto, sulle spalle e sulla schiena, i rigori del gelo, benché si sforzasse di percorrere al più presto e di corsa il tragitto dalla casa all'ufficio. Alla fine si chiese se il suo cappotto non avesse qualche difetto. A casa sua lo esaminò accuratamente e scoprì che in due o tre posti, precisamente sulla schiena e sulle spalle, esso era diventato leggero come un velo:
il panno s'era talmente liso che ci si vedeva attraverso e la fodera si sfilacciava. Bisogna sapere che anche il cappotto di Akàkij Akakièvic era oggetto delle derisioni dei colleghi; gli avevano persino negato il nobile nome di cappotto e lo chiamavano vestaglia. In realtà esso aveva una strana caratteristica: ogni anno il suo colletto diventava sempre più piccolo, perché serviva per rattoppare le altre parti. Il rattoppo non rivelava alcun'arte da parte del sarto e l'effetto non era bello: sembrava un sacco cadente. Accertata la situazione, Akàkij Akakièvic decise che bisognava portare il cappotto da Petròvic, il sarto, che abitava al quarto piano di una scala di servizio e, nonostante un occhio storto e la faccia tutta butterata, si occupava con una certa abilità delle riparazioni d'ogni sorta di pantaloni e di frac impiegatizi. Ciò, si capisce, quand'era in stato di sobrietà e non coltivava in testa qualche altra impresa. Di questo sarto naturalmente non occorrerebbe parlare molto, ma, già che si usa in ogni racconto delineare compiutamente il carattere d'ogni personaggio, non c'è nulla da fare, dateci qui pure Petròvic. In un primo tempo egli si chiamava semplicemente Grigòrij ed era un servo della gleba di qualche signore; aveva cominciato a chiamarsi Petròvic da quando aveva ottenuto il riscatto e s'era messo a bere piuttosto forte ad ogni festa comandata, all'inizio solo a quelle grandi, e poi, senza distinzione, a tutte le feste della chiesa che fossero segnate con una crocetta sul calendario. Da questo punto di vista egli era fedele ai costumi degli avi e, litigando con la moglie, la chiamava donna mondana e tedesca. Dato che abbiamo accennato alla moglie, sarebbe necessario dire due parole anche su di lei; ma, purtroppo, poco si sa, forse soltanto che Petròvic aveva appunto una moglie che portava addirittura la cuffia e non il fazzoletto in testa, ma d'esser bella, a quanto pare, non poteva vantarsi, o almeno, incontrandola, solamente i soldati della guardia sbirciavano sotto la sua cuffia, arricciandosi i baffi ed emettendo un suono tutto speciale.
Arrampicandosi su per la scala che portava da Petròvic e che, ad esser giusti, era interamente ricoperta d'acqua di risciacquatura e intrisa di quell'odore d'alcool che brucia gli occhi e, com'è noto, è presente in tutte le scale di servizio delle case di Pietroburgo, arrampicandosi dunque su per la scala Akàkij Akakièvic pensava quanto gli avrebbe chiesto Petròvic e mentalmente aveva stabilito di non dargli più di due rubli. La porta era aperta, perché la padrona di casa, preparando del pesce, aveva fatto tanto fumo in cucina che non si vedevano più neppure gli scarafaggi.
Akàkij Akakièvic attraversò la cucina senza che la padrona neppure se ne accorgesse ed entrò finalmente nella stanza dove vide Petròvic seduto su una larga tavola di legno grezzo con le gambe ripiegate sotto di sé come un pascià turco. Secondo l'abitudine dei sarti quando sono al lavoro, i piedi erano nudi. La prima cosa che saltò agli occhi di Akàkij Akakièvic fu l'alluce, che egli conosceva assai bene, con un'unghia deformata, grossa e robusta come il guscio d'una tartaruga. Al collo di Petròvic pendevano numerosi fili di seta e sulle ginocchia era steso un cencio. Erano già almeno tre minuti che tentava d'infilare il filo nella cruna dell'ago, non ci azzeccava, e perciò era molto arrabbiato con l'oscurità e anche con il filo, e brontolava a mezza voce: "Non entra, barbaro; m'hai divorato, razza di farabutto!" Ad Akàkij Akakièvic dispiacque d'essere arrivato proprio in un momento in cui Petròvic era infuriato: a lui piaceva ordinare qualcosa a Petròvic quando quest'ultimo era già un po' brillo o, come si esprimeva la moglie, "s'era abboffato di grappa, diavolo guercio". In quello stato di solito Petròvic cedeva di buon grado e accettava tutto, e ogni volta persino s'inchinava e ringraziava.
Poi, è vero, arrivava la moglie, piangendo che il marito era ubriaco e perciò aveva chiesto troppo poco, ma di solito si aggiungeva un grivènnik e tutto andava a posto. In quel momento, invece, Petròvic sembrava in perfetto stato di sobrietà e perciò duro, taciturno e pronto ad esigere chissà quale prezzo. Akàkij Akakièvic, avrebbe voluto quasi quasi fare marcia indietro, ma ormai la faccenda era avviata. Petròvic strizzò verso di lui molto attentamente il suo unico occhio e Akàkij Akakièvic senza volerlo mormorò:
"Buon giorno, Petròvic!" "Buona salute, signoria," disse Petròvic e fissò l'occhio sulle mani di Akàkij Akakièvic, per vedere che razza di preda avesse portato con sé.
"E io, ecco, per te, Petròvic, questo... " Bisogna sapere che Akàkij Akakièvic s'esprimeva soprattutto con preposizioni, con avverbi, insomma con particelle che non hanno assolutamente alcun significato. Se poi la questione era imbarazzante, aveva anche l'abitudine di non terminare affatto la frase, tanto che spesso, avendo cominciato con le parole: "ecco, davvero, assolutamente quello... " poi non seguiva più nulla e lui stesso si dimenticava del resto, credendo d'aver già detto tutto.
"Che razza di roba è?" disse Petròvic, mentre squadrava col suo unico occhio l'uniforme di Akàkij Akakièvic dal colletto alle maniche, alla schiena, alle falde, alle asole, roba che però gli era tutta già ben nota perché lavoro suo. Questa è l'abitudine dei sarti; questa è la prima cosa che fanno nel vedervi.
"E io, ecco, che cosa, Petròvic... il cappotto, già, il panno...
ecco vedi, negli altri posti regge bene, s'è un po' impolverato e sembra vecchio, ma invece è nuovo, solo che in un posto è un poco così... sulla schiena, e poi anche su una spalla s'è consumato un poco; sì, ecco, su questa spalla un po'... ecco tutto. E non c'è tanto lavoro... " Petròvic prese la "vestaglia" e la distese sulla tavola. Poi la esaminò a lungo, scosse la testa e allungò la mano verso la finestra per prendere la sua tabacchiera rotonda con il ritratto d'un generale, quale precisamente non si sa, perché il punto dove si trovava la faccia era stato sfondato dal dito e poi rattoppato con un quadratino di carta incollata. Annusato il tabacco, Petròvic allargò la "vestaglia" fra le mani e la esaminò controluce e di nuovo scosse la testa. La rovesciò dalla parte della fodera e di nuovo scosse la testa, di nuovo tolse il coperchio con la carta incollata sopra il generale e, riempitosi il naso di tabacco, chiuse la tabacchiera, la ripose e finalmente disse:
"No, non si può riparare: è in cattivo stato!" A queste parole il cuore di Akàkij Akakièvic ebbe un balzo.
"Come non si può, Petròvic?" disse con voce quasi supplichevole, da bambino, "è consumato soltanto sulle spalle, tu devi pur avere dei pezzi di stoffa da metterci... " "Certo, i pezzi si possono trovare, i pezzi si trovano," disse Petròvic, "ma è cucirli che non si può: è roba completamente marcia, come la tocchi con l'ago, ti si disfa in mano." "Che si disfi pure, tu subito ci metti una pezza." "Ma non c'è dove poggiarle le pezze, non c'è presa, è troppo logoro ormai. Non è panno questo, ma gloria: come soffia un po' di vento vola via." "E tu appunto rinforzalo. Come sarebbe a dire, così, davvero, questo!" "No," disse deciso Petròvic, "non si può far nulla. E' una brutta faccenda. Meglio piuttosto, appena verrà il freddo dell'inverno, che ve ne facciate delle pezze per i piedi, perché la calza non tiene abbastanza caldo. Sono stati i tedeschi a inventarla per farci più soldi (appena c'era il modo a Petròvic piaceva tirare una frecciata contro i tedeschi), e di cappotto dovrete farvene uno nuovo." Alla parola "nuovo" Akàkij Akakièvic si sentì annebbiare la vista e tutto quello che era nella stanza cominciò a confondersi. Vedeva chiaramente soltanto il generale con la faccia coperta dal pezzetto di carta sul coperchio della tabacchiera di Petròvic.
"Come sarebbe, nuovo?" disse, sempre sentendosi come in un sogno.
"Ma io, per questo, i soldi non li ho." "Sì, nuovo," disse con crudele flemma Petròvic.
"Beh, e se per caso uno nuovo, cosa, quanto... " "Ossia, quanto costerà?" "Sì." "Eh, bisognerà metterci centocinquanta rubli o poco più," disse Petròvic stringendo significativamente le labbra.
A lui piaceva far molto effetto, gli piaceva colpire forte la gente di primo acchito e poi guardare di sbieco che faccia facesse la persona ch'egli aveva colpito con le sue frasi.
"Centocinquanta rubli un cappotto!" gridò il povero Akàkij Akakièvic e forse gridò per la prima volta dalla sua nascita, perché s'era sempre distinto per il tono sommesso della voce.
"Sissignore," disse Petròvic, "e poi si tratta di vedere quale cappotto. Se si vuole della martora sul collo e magari il cappuccio con la fodera di seta, allora si va sui duecento." "Petròvic, ti prego," disse Akàkij Akakièvic con voce supplichevole senza sentire e senza nemmeno cercare di sentire le parole a effetto dette da Petròvic, "riparalo in qualche maniera in modo che mi serva ancora per un poco." "Ma no, sarebbe come buttare via il lavoro e spendere i soldi per niente," disse Petròvic. Queste parole, annientarono del tutto Akàkij Akakièvic. Quanto a Petròvic, dopo che quest'ultimo se ne fu andato, rimase ancora per un bel pezzo in piedi con le labbra significativamente serrate, senza rimettersi al lavoro, contento di non essersi umiliato e di non aver tradito l'arte di sarto.
Uscito in strada, Akàkij Akakièvic era come trasognato.
"Bella storia, bella," diceva a se stesso, "davvero non l'avrei mai pensato che sarebbe andata a finire così... " e poi, dopo un certo silenzio, aggiunse: "Sicché sarebbe così! In fin dei conti ecco cos'è venuto fuori, e io davvero non potevo supporre che fosse così." A questa constatazione seguì una lunga pausa. Poi egli esclamò:
"Sicché, dunque, sarebbe così! Guarda che roba, dico, inaspettata, già... questa, proprio, no... guarda che roba!" Detto questo, invece di andare a casa, si avviò senza rendersene conto dalla parte opposta. Per strada uno spazzacamino coperto di fuliggine l'urtò di fianco e gli annerì tutta una spalla; un'intera secchia di calce si riversò sopra di lui dalla cima di una casa in costruzione. Non si accorse di nulla e soltanto più tardi, quando si scontrò con una guardia che, posata vicino a sé la propria alabarda, scuoteva un corno per versarne il tabacco sulla palma callosa, soltanto allora ritornò un poco in sé e del resto solo perché la guardia gli disse:
"Che hai da sbattermi sul muso, non hai il tuo "marciapiede"?" Fu costretto a guardarsi in giro e a svoltare verso casa. Qui finalmente cominciò a raccogliere i pensieri, vide nella sua vera luce la propria situazione, e si mise a parlare con se stesso non più in modo sconclusionato, ma ragionevolmente e francamente come con un amico giudizioso con il quale si può parlare di ciò che più ci sta a cuore.
"Ebbene, no," diceva Akàkij Akakièvic, "con Petròvic ora non si può discutere: adesso lui, quello... si vede che la moglie gliel'ha suonate. Meglio che vada da lui domenica mattina: dopo la vigilia del sabato avrà l'occhio appannato e sarà mezzo insonnolito, sicché avrà bisogno di smaltire la sbornia, la moglie soldi non gliene darà, e io allora gli metto un grivènnik nella mano, e lui sarà più trattabile e allora pure il cappotto, già quello... " Così ragionava con se stesso Akàkij Akakièvic; si fece animo e attese la prima domenica. Visto da lontano che la moglie di Petròvic era uscita di casa per andare in qualche posto, se ne andò dritto da lui. Petròvic, appunto, dopo il sabato, aveva l'occhio assai annebbiato, la testa gli penzolava verso il pavimento ed era tutto insonnolito; ma, nonostante ciò, non appena seppe di cosa si trattava, fu come se qualche diavolo l'avesse scottato.
"E' impossibile," disse, "dovrete ordinarne uno nuovo." Fu proprio a questo punto che Akàkij Akakièvic gli ficcò in mano un grivènnik.
"Vi ringrazio, signoria, mi rifarò un poco alla vostra salute," disse Petròvic, "ma, quanto al cappotto, dovete lasciar perdere:
non è più buono neanche a fare stracci. Vi farò a pennello un cappotto nuovo, state tranquillo." Akàkij Akakièvic ricominciò a chiedere che lo riparasse, ma Petròvic non stette a sentirlo e disse:
"Ve lo faccio a pennello, su questo ci potete contare, ci metterò tutta la mia attenzione. Si può fare anche come va di moda adesso, il colletto che s'abbottona con zampine d'argento placcato." Fu qui appunto che Akàkij Akakièvic vide che d'un cappotto nuovo non si poteva fare a meno e si perse completamente d'animo. Come farlo in effetti, con che cosa, con quali soldi? Certo, in parte si poteva contare su una futura gratifica per le feste, ma quei soldi erano già stati da tempo destinati e distribuiti. Aveva bisogno di pantaloni nuovi, di pagare al calzolaio un vecchio debito per l'applicazione di nuove tomaie a vecchi stivali, e poi bisognava ordinare alla camiciaia tre camicie, nonché due capi di quella biancheria che non sta bene nominare sui libri! Insomma, tutti i soldi dovevano andarsene, e se anche il direttore fosse stato tanto misericordioso da fissargli quarantacinque o cinquanta rubli di gratifica invece di quaranta sarebbe rimasta comunque una sciocchezza, una goccia nel mare rispetto al capitale che ci voleva per il cappotto. Sebbene egli sapesse che Petròvic aveva il ghiribizzo di sputare fuori prezzi spropositati che sa il diavolo, tanto che persino sua moglie non poteva trattenersi dal gridare:
"E che, sei impazzito, specie di cretino! A volte prendi il lavoro per niente, e adesso ti piglia la mattana di chiedere quello che non costi neanche tu!" Sebbene, dunque, sapesse che Petròvic gliel'avrebbe fatto anche per ottanta rubli, dove prenderli, però, quegli ottanta rubli? La metà ancora si sarebbe potuta trovare: la metà sarebbe anche venuta fuori; forse anche un po' di più, ma dove prenderla l'altra metà?
Ora il lettore deve sapere da dove poteva venir fuori la metà della somma. Akàkij Akakièvic aveva l'abitudine di mettere, per ogni rublo che spendeva, un centesimo in una cassettina chiusa a chiave, con una fessura intagliata nel coperchio appunto per infilarci i soldini. Allo scadere d'ogni semestre controllava gli spiccioli che vi si erano accumulati e li cambiava in monete d'argento. Così continuava a fare da tempo, e ormai, dopo diversi anni, la somma era arrivata a più di quaranta rubli. Sicché una metà l'aveva in mano; ma dove prendere l'altra metà? Dove prendere gli altri quaranta rubli? Akàkij Akakièvic meditò, meditò, e decise che non c'era altro da fare che ridurre, per almeno un anno, le spese abituali: eliminare l'uso del tè alla sera, non accendere la candela dopo buio, e se c'era qualcosa da fare, andare nella camera della padrona a lavorare con la sua candela; camminando per strada, procedere più leggermente e cautamente possibile sui sassi e sul selciato, quasi in punta di piedi, per non consumare prima del tempo le suole; dare assai raramente da lavare la biancheria alla lavandaia e, perché non si consumasse, togliersela subito ogni volta che tornava a casa e restare soltanto con la veste da camera di cotonina, molto vecchia, ma abbastanza risparmiata dal tempo.
Bisogna dire la verità: dapprima gli fu difficile abituarsi a simili limitazioni, ma poi in qualche modo esse entrarono nella consuetudine e tutto andò benissimo; si era persino perfettamente allenato a digiunare la sera, ma in compenso si nutriva spiritualmente fantasticando all'idea del futuro cappotto. Da quel momento parve che la sua stessa esistenza si facesse in un certo senso più piena, come se si fosse sposato, come se qualche altra persona vivesse con lui, come se non fosse più solo, ma una gradita compagna avesse acconsentito a percorrere al suo fianco il cammino della vita, e quest'amica non era altri, appunto, che quel cappotto ben imbottito, con una robusta fodera che non si sarebbe consumata. Diventò anche più vivace, persino più fermo di carattere, come un uomo che s'è ormai stabilito e fissato uno scopo. Dalla sua faccia e dai suoi atti scomparvero il dubbio, l'indecisione, insomma, tutti gli aspetti oscillanti e indeterminati. Talvolta nei suoi occhi brillava una fiamma, nella testa gli balenavano persino i pensieri più bruschi e arditi:
perché non mettere della martora sul colletto? Preso da tali riflessioni, poco mancava che finisse col distrarsi. Una volta, copiando una carta, fu lì lì per fare un errore, tanto che poi esclamò quasi ad alta voce: "Uh!" e si fece il segno della croce.
Ogni mese andava a trovare almeno una volta Petròvic per parlare del cappotto: dove fosse meglio acquistare la stoffa, e a quale prezzo, e ogni volta tornava a casa contento, anche se un po' preoccupato, pensando che alla fine doveva pur venire il momento in cui avrebbe acquistato tutto il necessario e il cappotto sarebbe stato fatto. La faccenda andò anche più in fretta di quanto lui s'aspettasse. Smentendo i suoi sogni più arditi, il direttore non assegnò ad Akàkij Akakièvic quaranta o quarantacinque rubli, ma addirittura sessanta: sia che presentisse che ad Akàkij Akakièvic occorreva un cappotto, sia che la cosa accadesse da sé, fatto sta che grazie a ciò egli si trovò venti rubli in più. Questa circostanza accelerò i tempi. Ancora due o tre mesi di fame non troppo rigida, e Akàkij Akakièvic si trovò ad aver raccolto esattamente ottanta rubli. Il suo cuore, in genere assai tranquillo, cominciò a battere. Subito, il giorno stesso, egli si recò in compagnia di Petròvic a fare il giro dei negozi.
Acquistarono dell'ottima stoffa, e non era poi tanto difficile, dato che ci avevano pensato già sei mesi prima ed era raro il mese in cui non fossero andati nei negozi per informarsi sui prezzi; lo stesso Petròvic disse che stoffa migliore non ce n'era. Per la fodera scelsero del calicò, ma così buono e robusto che, secondo le parole di Petròvic, era anche migliore della seta e persino più bello e più lucido. La martora non la comprarono, perché, appunto, era cara, e al suo posto scelsero del miglior gatto che si trovasse in negozio, un gatto che da lontano si poteva sempre scambiare per martora. Petròvic si diede da fare intorno al cappotto due settimane in tutto, perché c'era molto lavoro d'impuntura, altrimenti sarebbe stato pronto prima. Per il lavoro Petròvic prese dodici rubli, meno era proprio impossibile: tutto era stato cucito con filo di seta, a doppia costura corta, e su ogni cucitura Petròvic era poi passato con i propri denti, lasciandovi i segni. Fu un... è difficile dire che giorno preciso, ma probabilmente fu il giorno più solenne della vita di Akàkij Akakièvic, quello in cui Petròvic gli portò finalmente il cappotto. Lo portò di mattina, proprio un attimo prima che lui uscisse per andare al ministero. Mai in un altro momento il cappotto sarebbe venuto così a proposito, perché il freddo aveva cominciato a farsi sentire e minacciava di aumentare ancora.
Petròvic si presentò con il cappotto, come s'addice ad ogni buon sarto. Sulla sua faccia era dipinta un'espressione così compresa come Akàkij Akakièvic non gli aveva mai visto prima. Pareva che egli sentisse pienamente d'aver fatto un'opera non di poco conto e che di colpo avesse avvertito in sé l'abisso che separa i sarti buoni soltanto ad applicare fodere e a fare riparazioni, da quelli che confezionano ex novo. Tirò dunque fuori il cappotto dal fazzolettone da naso in cui l'aveva avvolto; il fazzolettone era fresco di bucato, sicché lui lo ripiegò e se lo mise in tasca per usarlo. Tirato fuori il cappotto, lo guardò con molto orgoglio e, reggendolo con entrambe le mani, lo posò abilmente sulle spalle di Akàkij Akakièvic; poi lo distese e glielo aggiustò da dietro verso il basso; quindi lo drappeggiò addosso ad Akàkij Akakièvic lasciando sbottonato qualche bottone. Akàkij Akakièvic, da uomo esperto, volle provarlo nelle maniche; Petròvic l'aiutò a infilare anche le maniche: andavano bene. Insomma, risultò che il cappotto era perfettamente e precisamente riuscito. In quest'occasione Petròvic non tralasciò di dire che lui aveva preso così poco soltanto perché abitava in una viuzza e non aveva insegna e per di più conosceva da tempo Akàkij Akakièvic; giacché sulla Prospettiva Nevskij solo per il lavoro gli avrebbero preso settantacinque rubli. Akàkij Akakièvic rifiutò di mettersi a ragionare di simili cose con Petròvic; del resto l'impaurivano già le forti somme con cui a Petròvic piaceva gettare polvere negli occhi. Pagò il conto, lo ringraziò e immediatamente uscì col cappotto nuovo per andare al ministero. Petròvic uscì dietro di lui e, fermo sulla strada, guardò ancora a lungo da lontano il cappotto; poi prese apposta da un'altra parte per correre di nuovo sulla strada, aggirandola per un vicolo laterale, così da poter guardare ancora una volta il suo cappotto da un altro punto d'osservazione, ossia proprio di faccia.
Akàkij Akakièvic camminava nella più lieta disposizione di tutti i suoi sentimenti. Ogni minuto, ogni istante sentiva d'avere sulle spalle un cappotto nuovo e varie volte persino sorrise d'interna soddisfazione. In realtà c'erano due vantaggi: uno, che stava al caldo e, secondo, che faceva figura. Della strada percorsa non si accorse affatto e si trovò al ministero senza rendersene conto; quando in anticamera si tolse il cappotto, lo esaminò tutt'attorno e l'affidò alla particolare sorveglianza dell'usciere.
Non si sa come, ma tutti, al ministero, vennero subito a sapere che Akàkij Akakièvic aveva un cappotto nuovo e che la "vestaglia" non esisteva più. Sull'istante, tutti accorsero in anticamera a vedere il nuovo cappotto di Akàkij Akakièvic. Cominciarono a felicitarsi con lui, a complimentarlo, tanto che egli dapprima si limitò a sorridere, ma poi provò vergogna. Quando tutti, circondandolo, cominciarono a dire che bisognava bagnare il cappotto nuovo e che, quanto meno, egli doveva dare una cena, Akàkij Akakièvic si smarrì completamente, non sapendo più come comportarsi, che cosa rispondere e come sottrarsi con un pretesto.
Tutto rosso in faccia, cominciò ad assicurare piuttosto ingenuamente i colleghi che non si trattava affatto d'un cappotto nuovo, che era solo così, che era un cappotto vecchio. Finalmente uno dei funzionari, addirittura un vice capufficio, probabilmente per far vedere che non era un superbo e trattava anche con gli inferiori, disse: "Faremo così, darò io la serata invece di Akàkij Akakièvic e vi invito oggi da me per il tè; come a farlo apposta, infatti, oggi è il mio onomastico." Naturalmente i funzionari fecero gli auguri al vice capufficio e accettarono volentieri la proposta. Akàkij Akakièvic cominciò con il dire che non poteva, ma tutti si misero a gridare che era una scortesia, una vera vergogna, un'ignominia, e lui non poté rifiutare. Ripensandoci, del resto, la cosa gli fece piacere, dato che in questo modo avrebbe avuto l'occasione di recarsi anche alla serata con il cappotto nuovo. Quella giornata fu per Akàkij Akakièvic come una grande festa solenne. Ritornò a casa nel più felice stato d'animo, si levò il cappotto e lo appese con cura alla parete dopo averne ammirato ancora una volta la stoffa e la fodera, e poi tirò apposta fuori, per fare un paragone, la vecchia "vestaglia" che andava completamente a pezzi. La guardò e scoppiò a ridere da solo: che enorme differenza! E anche dopo, a pranzo, continuò a lungo a sorridere non appena gli venivano in mente le condizioni in cui si trovava la "vestaglia". Pranzò allegramente e dopo pranzo non scrisse nulla, nessun incartamento, ma fece un po' il sibarita sul letto finché non imbrunì. Poi, senza tirarla troppo in lungo, si vestì, s'infilò il cappotto e uscì in strada.
Dove precisamente abitasse il funzionario che l'aveva invitato purtroppo non possiamo dirlo: la memoria qui ci tradisce e tutto ciò che c'è a Pietroburgo, tutte le vie e le case si sono talmente confuse e mescolate nella nostra testa, che è molto difficile tirarne fuori qualcosa di coerente. Comunque fosse, è però certo che il funzionario abitava nella parte migliore della città, dunque non troppo vicino ad Akàkij Akakièvic. Dapprima Akàkij Akakièvic dovette percorrere certe vie deserte e debolmente illuminate, ma, man mano che si avvicinava alla casa del funzionario, le strade diventavano sempre più vive, più popolate e meglio illuminate. I passanti cominciarono a essere più frequenti, si vedevano anche signore ben vestite, gli uomini avevano colletti di castoro, s'incontravano più di rado i vetturini con le loro slitte a sbarre di legno tempestate di chiodini dorati. Al contrario, si vedevano di continuo cocchieri con veloci puledri e berretti di velluto color lampone, e slitte laccate con coperte di pelli d'orso; sulla strada passavano al volo con le ruote che st